Eleaml - Nuovi Eleatici


Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

ATTI DELLA REALE ACCADEMIA

DI ARCHEOLOGIA, LETTERE E BELLE ARTI

VOLUME X

NAPOLI

STAMPERIA DELLA REGIA UNIVERSITÀ

1881

DELL’ORIGINE DI ROMA

MEMORIA

LETTA NELLA TORNATA DEL 6 FEBBRAIO 1877, E NELLE SEGUENTI

DAL SOCIO

NICOLA CORCIA

______________

PARTE II

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)


XI

Leggenda sulla fondazione della città, e tempo nel quale venne probabilmente a formarsi

Sono questi i fatti e le tradizioni su' popoli che gli uni dagli altri divisi si fermarono su' più de' sette colli, innanzi che dalle diverse borgate ch’edificarono, la città si componesse, la quale tutte abbracciandole in uh solo recinto, rimase poi di origine, se non incerta ed oscura, certamente favolosa, come molte città della Grecia, delle quali, perdutasi la memoria delle prime fondazioni, l’origine si riportava a personaggi immaginarli, supposti da' nomi delle città medesime. Poi vennero gli scrittori che cominciarono a narrarne, o anzi a indovinarne i principi!, attribuendoli alle persone diverse supposte, come ho detto, da' nomi della città, da' popoli che vi giunsero, o da' loro conduttori, insino a che si venne da ultimo alla credenza più ricevuta, che fondata fosse da Romolo nel 753 a. C., giusta la più comune cronologia, che fu quella seguita da Varrone, e da altri storici. Difficile molto, per non dir quasi impossibile, egli sembra di veder chiaro nella leggenda; pur profittandosi delle più soddisfacenti spiegazioni, si può sciogliere l’avviluppato nodo dell’origine della città, che da umili principii, doveva poi conquistare e reggere il mondo, non solo con la forza delle armi, ma anche con le leggi e le istituzioni.

Narrasi adunque che nell’anno trentesimo dopo la fondazione di Lavinia, che sarebbe il 980 a. C. 1), Ascanio figlio di Enea, giusta i vaticinii fatti al padre, una nuova città edificò, da Lavinia trasferendovi e da altri luoghi del Lazio quanti bramavano un soggiorno migliore. Questa città fu Alba longa (Λευκή Μακρά), cosi detta dalla sua figura 2), perché tra il lago presso Palatolo ed il monte Cavo si distese a 16 m. da Roma 3), dove non ne rimase vestigio dopo che fu distrutta da Tulio Ostilio, imperandovi il re

o dittatore Mezio Suffezio 4). Gli empii matricidi non sono mai stati lungamente felici nel mondo, e i Romani indi a poco il misfatto gravissimo e imperdonabile espiarono con la peste, dalla quale colto lo stesso Tulio, si morì, o piuttosto trucidato da Anco Marzio, che gli successe 5), se vera è la fama, nella stessa città che avea distrutta, fu sepolto 6). Da questa città in tutte le storie si ripetono le origini di Roma, perché delle trenta colonie che mandò in tutto il Lazio, una fu quella alla quale attribuivasi la fondazione della città, in Alba regnando l’ultimo re usurpatore Amulio; e senza qui ripetere la serie favolosa de' XV re Silvii, che ora si conviene foggiata per non lasciar senza memoria i 400 e più anni tra il primo arrivo degli Eneadi nel Lazio e la fondazione meno antica di Roma 7), dico che la tradizione più ricevuta su tale fondazione era quella che ci lasciavano soprattutto Dionigi d’Alicarnasso, Livio e Plutarco. Perché vi fu una Roma prima di Romolo, fondata da' Pelasgi, se non anche prima dagli Arcadi, soverchio sarebbe investigare l'origine della meno antica fondazione; ma perché è su questa soprattutto che crescono le incertezze, e sopra di essa si rivolgevano le ricerche, come sulla favola con cui ne pervenne la memoria, ed importa quindi conoscerne le varie spiegazioni, che è la parte migliore di tutta la curiosa narrazione, rileva bene di tutte sì fatte cose trattenersi, per non mancare alla piena trattazione dell’argomento. Il primo de' citati storici scriveva di scegliere da' monumenti le cose più persuadevoli, e trascriveva il racconto di Fabio Pittore, seguito pure da L. Cincio, Porcio Catone, Calpurnio Pisone, e dalla maggior parte degli altri storici 8). Le concordi testimonianze di tutti originate da quella di Fabio seguì anche Livio, perché le cose stesse in generale riferiva narrate da Dionigi 9). E siccome Plutarco dice, che il racconto il quale merita in tutto credenza, e che ha attestati moltissimi, è quello le cui particolarità principali furono la prima volta fra' Greci divulgate da Diocle Peparetio, seguito in moltissimi luoghi anche da Fabio 10), basta seguire Dionigi e Plutarco per sapersi quanto sull’origine della città si credeva, senza qualche altra testimonianza trasandare, onde meglio spiegare la tradizione, o la credenza de' Romani de' tempi più antichi. L’esame più scrupoloso di tutto il racconto, dopo di aver riferite le opinioni diverse de' critici moderni per ispiegarlo o contraddirlo, chiuderà la ricerca, per dare alla fine il luogo all’origine più verisimile della seconda fondazione giusta le premesse de' fatti e della tradizione; la quale se altera spesso, o frantende i fatti stessi coll’ampliarli, magnificarli, o esporli in guisa da destare la meraviglia, i principali nondimeno non può disconoscerne, che più si accordano con la probabilità ed il vero. E poiché, come ho detto, Livio e Dionigi seguirono Fabio, il quale trascritta avea e seguita la narrazione di Diocle, e Dionigi meno semplicemente riferì la tradizione tramandata dai più antico scrittore greco, e più puro dalle rettoriche amplificazioni si pare il racconto di Plutarco, basterà che con le parole di questo io riferisca le parole di quello, tralasciando tutto che sembra aggiunto al racconto più semplice e naturale. Per la più piena narrazione egli sembra che C. Muller come frammento di Fabio abbia preferito il racconto di Dionigi 11) ma per più avvicinare lo storico romano alla sua fonte, che fu Diocle, Krause riferisce meglio come frammento dello storico romano quel che scriveva Nicolao Damasceno 12), ed anche meglio de' due dotti critici Willenborg trascrive Plutarco 13), per farci conoscere la tradizione raccolta da Diocle, il quale per lo più fu fonte comune a tutti.

Ad eccezione di alcune circostanze, tutti i racconti più o meno sono simili, non solo quelli de' citati storici, ma anche di Cicerone, di Diodoro, di Giustino o Trogo Pompeo, di Dione, di Strabone, di Appiano, di Vennonio, e de' poeti, come Nevio, Ennio, Ovidio, e di non so chi altro, per dirci che succeduti a Proca nel regno di Alba i suoi figli Numitore ed Amulio, e divisa tutta la facoltà loro in due parti, le ricchezze ed il regno, Numitore, il maggiore, scelse il regno. Ma Amulio, più possente divenuto con le ricchezze, della paterna successione spogliò il fratello; ed il figliuolo uccisone alla caccia, la figliuola Ilia, Rea, o Silvia, creò sacerdotessa di Vesta, onde costretta a verginità perpetua, non generasse figliuoli, che vendicar potessero l’avolo. Ma Ilia trovata incinta, per salvarla dall’estremo supplizio, Anto, la figlia dell'usurpatore, intercesse per lei, pregando il padre. E data così a custodire, perché il parto non nascondesse, due grandi e bellissimi bambini partorì, i quali Amulio comandò di far morire, gettandosi via nell’Aniene, o nel Tevere. Anziché adempiere al fiero comando, il servo che doveva ciò fare, li depose in vece alla riva; e crescendo le acque del fiume, e sollevata dolcemente dall'inondazione la culla, poco discosto da un fico selvatico, fu trasportata in un luogo assai molle, che poi Germalo fu detto, da' germani fratelli ivi esposti. E da una lupa allattati, e da un picchio, o da una parra, che portava loro il cibo, custoditi, trovati furono da un pastore, Faustolo di nome, il quale ad allevare li diede ad Acca Larenzia la sua consorte, e nominati furono Romolo e Remo dalla poppa (ruma), perché veduti furono poppare la lupa. Cresciuti fra' pastori, i cotidiani esercizii accrebber loro forza e destrezza, e a Romolo più che a Remo, e rinomati divennero nel tener lontani i ladroni dalla violenza e dalla rapina. E preso una volta Remo da' pastori di Amulio, che rapir volevano i bestiami di Numitore, come s’egli fosse autore di ciò che contrastava agli altri, al re fu condotto, ed accusato del delitto ch’essi in vece meditavano. Amulio il diede a Numitore, perché a suo arbitrio lo punisse; ma questi, mosso dalla giovinezza del garzone, ed entrato in sospetto del nipote esposto, mentre stava ansioso, ora considerandone i lineamenti con quelli della figliuola, ed ora confrontando l’età di lui col tempo dell’esposizione, incontanente sopraggiunse Faustolo con Romolo; e udita l'origine de' fanciulli, i giovani s’armano a vendicar la morte della madre, tolta di mezzo anche da Amulio, e Numitore a ricuperare il regno. Il tiranno, scarso di partiti e confuso, perdè la vita, ed il regno fu restituito a Numitore. Ma i due fratelli non vollero né abitare in Alba, senza aver essi il regno, né averlo durante la vita dell’avolo; e deliberarono di edificare una città dove furono primamente allevati. Ma venuti tantosto in discordia per la scelta del luogo, perché Romolo ridur voleva a città il luogo da lui fabbricato, e detto Roma quadrata per essere quadrangolare, e Remo voleva che si edificasse in un certo sito assai forte dell’A ventino, che dal suo nome fu chiamato Remonia o Remuria, e poi Rignario,la decisione della contesa commisero di accordo al fausto augurio degli uccelli. Onde postisi a sedere separatamente, narrasi che sei avvoltoi mostraronsi a Remo, e dodici a Romolo; ma alcuni volevano che Remo veramente li vedesse, ma che Romolo mentisse, e comparsi non gli fossero i dodici, se non quando a lui venne Remo. Il quale accortosi della frode, forte se ne crucciò; e mentre Romolo la fossa scavava per alzarvi in giro le mura, egli e derideva il lavoro, e ne frastornava i progressi; e saltandolo in fine per dispregio, restò ucciso sotto i colpi di Romolo, come da qualcuno narravasi, o, come altri volevano, di un certo Celere, uno de' compagni di Romolo. Nella rissa caddero pur morti Faustolo e Plistiho suo fratello, il quale raccontano che aiutò Faustolo ad allevare i gemelli. Celere passò in Etruria, e Romolo, seppellito Remo co’ suoi balii in Remonia, si diede a fabbricar la città, avendo fatti chiamar dall’Etruria uomini, che con certi sacri riti gli dichiaravano, ed insegnavano ogni cosa per costruirla, come in una sacra cerimonia. E della città gettati i primi fondamenti, il sacro luogo di franchigia del nume Asileo instituì a' fuggiaschi che a lui ed al fratello si erano uniti in Alba, e a quelli ancora che unir si volevano, ed ognuno vi riceveva, senza restituir né il servo a' padroni, né il debitore ai creditori, né l’omicida ai magistrati, affermando che quel luogo, per oracolo di Apollo, esser doveva inviolabile e di sicurezza a ciascuno; sicché in tal guisa la città fu ben tosto piena di uomini; perché dicesi che da principio le case non fossero più di mille.

È tale più o meno il racconto di tutti gli antichi che, storici o poeti o altri scrittori che si fossero, le memorie ci tramandavano sull’origine della città, e di chi fondavaia nel 1.° anno della VII Olimpiade, 753 a. C., giusta la più ricevuta cronologia. Altre circostanze, o aggiunzioni, provenivano facilmente parte dalle congetture, e parte dal fatto di quel ch’era a Roma, perché di ogni cosa dar volevasi ragione, e tutto si spiegò col credere a due gemelli nati in Alba, ed esposti sul Tevere; e Dionigi, che più degli altri abbondò ne’ particolari della tradizione, sino a nominare Egeste il fratello d’Ilia, ma senza ricordar nondimeno né Anto, la figlia di Amulio, né Plistino, il fratello di Faustolo, conchiude di esser tali le romane origini, per quanto ei potè saperne rivolgendo con ogni diligenza numerosi scritti greci e latini; e riguardando alle colonie che a Roma si erano già stabilite, giustamente osservava che, dato un lungo addio a quelli che la città credevano un emporio di profughi e di barbari, era forza dirla francamente una. città greca; perché nessuno, dice, non troverà popolazione né più antica, né più greca di questa, riflettendo agli Arcadi, ai Pelasgi, a' Peloponnesii sopravvenuti con Ercole, ed infine a' Trojani che da ultimo si aggiunsero a tutti questi popoli, oltre delle greche costumanze e della stessa lingua latina, nella quale predominò l’eolico dialetto, benché col miscuglio de' barbari, o di quelli che greci non erano, si mutarono col volger del tempo la lingua e i costumi 14). Il fatto della simiglianza tra le due lingue è dimostrato dall'altro che di eolica origine furono i Pelasgi, i Tessali, gli Aborigeni del Lazio e gli Arcadi, a' quali ultimi si attribuisce anche il dialetto eolico; e la stessa propagazione della scrittura a Roma non fa pur pensare a' Pelasgi, agli Arcadi, ed agli Elei, tutti della stessa origine eolica, e che parlarono l’eolico dialetto? Se non si dubita della lingua, o del dialetto di questi popoli 15), comune ebbero ad avere anche la scrittura, la quale se fu nella Grecia propagata da' Fenicii, che la formarono o la modificarono sulla scrittura demotica degli Egizii 16), fu primamente usata da' Pelasgi; e la tradizione che le prime lettere greche nominò pelasgiche 17), non contraddice all'induzione che spontanea viene dalle premesse delle testimonianze e delle congetture degli scrittori. Se ad eccezione degli attestati di Plinio e Dionigi, che a' Pelasgi ed agli Arcadi attribuivano sulle memorie più antiche la propagazione dell’alfabeto nel Lazio 18), perduti affatto sono i monumenti che ci confermerebbero in si fatta credenza, suppor possiamo senza lettere i Pelasgi di Dodona, quelli che loro affini vennero in Italia, e più ancora gli Arcadi della Sabina, e gli Elei fondatori di Falerio, o Falisci, e che co’ Feneati Arcadi passarono a Roma 19)? Dicasi lo stesso degli Eolii o degli Argivi fondatori delle città del Lazio, detti Aborigeni dalla tradizione, perché i Romani

n’ebbero in parte l’origine; e vi è bisogno di pensare a Cuna, per credere di là propagata la scrittura a Roma, se le iscrizioni di Falerio, o Falisci 20), e le greche lettere che insegnavansi a Gabio 21), ci additano una direzione diversa? Gabio, sulla Via Prenestina, a 12 m. da Roma 22), ricorda la città dello stesso nome nella Tracia 23); e se i Sicoli furono Traci, si direbbe fondata da questi popoli, i quali dicevansi in fatti i fondatori della non lontana città di Tibur 24), e se abitarono anticamente a Laurolavinìo 25), può meravigliare che fondato avessero la città a Roma più vicina? anzi sembra che da quella vi si condussero; ma Gabio ben presto divenne greca, come la stessa città di Preneste, nella quale, perché soggiogata dagli Arcadi, la tradizione diceva ch’Evandro vi uccidesse il re Etilo 26). La fondazione di Agilla nell’Etruria, attribuita a Telegono, o Teledamo figlio di Ulisse 27), come quella di Frenaste, e di Tuscolo 28), mostra fin dove penetrarono gli Eolii; ed il lettore rimettendo alle analoghe congetture de' dotti 29), dico che Livio e Plutarco, circa la fondazione di Roma, non narravano che quanto dalla tradizione raccoglievano Diocle e i più antichi storici romani, i quali appena conosciamo da' pochi frammenti che ne rimangono; e ben ebbe ragione di affermare Dionigi, che quanti scrissero delle cose romane, tutti attinsero ai Greci, perché le storie di Porcio Catone, di Fabio, di Valerio Anziate, di L. Macro, degli Elii, de' Gellii, de' Calpurnii e di altri molti, non furono che immagini di greci annali 30). Tutti questi storici furono posteriori a Diocle; e molto prima del VI secolo di Roma è da credere che si formasse la leggenda sull’origine della città, e che Diocle ve la raccogliesse per narrarla co’ particolari che conosciamo soprattutto da Plutarco, il quale trascrivendone la narrazione, ne ricorda il libro perduto, che Ῥώμης κτίσις intitolavasi 31). Da Demostene è noto che Pepare to, città dell’isola dello stesso nome, una delle Cicladi, fu da Filippo devastata nell'01. CIX, 3, a. C. 342 32), e fu questa probabilmente la cagione per la quale dalla patria esulò Diocle, e si condusse in Italia 33).

XII

Opinioni e spiegazioni de' critici moderni

Or quanto la tradizione s’illudesse sulla origine della città, o a meglio dire sulla seconda fondazione, non essendo dubbio che una Roma vi era prima del 753, si vede non solo dalle spiegazioni date o tentate da insigni critici moderni, ma anche da certi particolari e fatti dalla critica indipendenti, o che a questa davano occasione, come data l’avevano alla favola; e prima di riferir questi fatti, odi ripeterli e spiegarli dopo di averli già accennati nella precedente esposizione, a rendere come potrò compiuta la mia ricerca, la maggior parte, o le più dotte e più ingegnose di tali spiegazioni debbo ricordare, le quali servono di preliminare alla spiegazione più verosimile. La storia della critica moderna sulle origini e su' primi cinque secoli di Roma è stata fatta da Joubert, il quale a pochi, sebbene principali scrittori la restringe, a Cluverio cioè, Perizonio, Beaufort, Pouilly, Niebuhr, Schwegler e Lewis, benché parli di passaggio anche di Bayle, di Levesque, di Mommsen e di qualche altro 34); ma sì perché molto sommariamente, comeché ingegnosamente, la stessa critica ha fatta, sì perché

alcune circostanze capitali nelle opinioni diverse importa conoscere, tutte le spiegazioni de' dotti fa d’uopo una per una esaminare, onde pienamente si conosca a che alla fine ne siamo sulla fede diversa di tutti, e su quella ancora che aver possiamo dell'origine della più celebre città del mondo: perché, se altre molte furon grandi, e da tempi rimotissimi gli annali del mondo riempirono, tutte poi perivano, e Roma tuttavia durando altrimenti illustre da più di XXIV secoli, eccita la curiosità sulle più certe sue origini. Le ragioni della critica successiva indispensabile rendono la rassegna e l’esame delle spiegazioni diverse dell’origine o della fondazione quasi misteriosa, ed io la fo tanto più volentieri, perché con tale rassegna e si giustifica la ricerca simile, veggendosi come da una spiegazione si è passato ad un’altra che più soddisfaccia, e si osserva come siasi giunto a quello che più o meno affermare si può meno dubbiamente. Per la storia di ogni scienza è stato sempre curioso di sapersi la varietà delle opinioni nell'esame di una quistione qualsiasi. La conoscenza de' diversi sistemi ha avuto il suo vantaggio, per aver fornito materiali di riflessioni, che non si sarebbero presentate alle menti de' ricercatori, se non dopo lunghi errori e sviamenti; e mostrando così le false strade seguite nell’investigazione del vero, i pensatori sono stati ammoniti di altre ritrovarne. Il vero già scoverto ha agevolato i mezzi di estenderlo, e di giungere ad altre verità a quello connesse. L'errore conosciuto ha imparato a non giudicar senza precauzione, a diffidar di noi stessi, ad a convenire coll’altrui esempio de' nostri limiti comuni, ch'è veramente la scienza più utile dell'uomo 35). Oltre di che, io credo utile di ciò fare, sì per dare la dovuta lode a tutti, sì per attenerci una volta a qualche spiegazione che più plausibile si presenta nel dedalo delle opinioni o spiegazioni antecedenti.

Io non credo con Michelet, che la prima critica sulle origini di Roma attribuire si debba a Lorenzo Valla, il quale con una delle sue invettive contro T. Livio, trattò soltanto di provare che Lucio ed Arunte furono nipoti, non figli di Tarquinio Prisco 36). Le altre critiche di Valla riguardano sei libri di Livio sulla prima e seconda guerra Cartaginese, le quali si leggono nelle opere del Patrizio Svizzero Enrico Loreto Glareano da Friburgo dedicate a Carlo V nel 1540, e a Basilea stampate nello stesso anno. Spiegando egli nella prima di queste città nel 1529 le decadi dello storico romano, per gli errori moltissimi che si notavano nelle edizioni già fattene, a sì fatto studio applicò tutti i suoi ozii. Nel 1531 in seguito all’edizione di Livio data da Froben, fu pubblicata la sua Cronologia della storia romana, nella quale coll’aiuto degli altri storici molte date rettificò riferite da Livio. E nella prefazione della nuova edizione della sua Cronologia nel 1535, dichiarò che la storia di Roma fu falsificata dal desiderio di certe famiglie romane di poter citare annali illustri, e che potevasi quindi di pieno dritto confrontare ed esaminare i nomi ed i cognomi de' Magistrati da Livio ricordati. E date in fine a luce nel 1540 le sue osservazioni su Livio, nella prefazione, ritornò a dire che questo storico non merita fede pel suo odio parziale contro i Galli, come se amare si dovessero coloro a cui non bastando la fortuna propria, invadono l’altrui, le favole del primo libro, del pari che la storia di Evandro, le celebri parole di Tarquinio, il bastone di Bruto, ed una maggiore autorità attribuì a Dionigi, quasi che la storia di Evandro, che Glareano non comprese, e le favole a Livio attribuite, non si trovino più ampiamente nello storico di Alicarnasso. Notò pure le varie testimonianze degli antichi circa i XV re Albani, e delle discrepanze tra Livio, Ovidio, Dionigi ed Euschio componendo una tavola, un’altra ne diede più verisimile nella prefazione alla Cronologia. Ma se tutta questa pena si diede, non sospettò affatto della favolosa tradizione sui re di Alba, e le favole del primo libro di Livio rimasero senza alcuna spiegazione critica.

A voler udire Michelet nella storia della critica delle origini romane, cominciar si dovrebbe dal nostro Vico. Ma dell’origine della città egli non trattò nel suo Pandemonio, o Apocalissi della Scienza Nuova, per servirmi delle stesse espressioni dell'ingegnoso autore della Storia Romana 37) Il popolo, o il popolo della forza, nel quale Vico vide Romolo, non può entrare in queste ricerche, perché come vi entrerebbe il pensiero popolare, il quale espresse nel tempo stesso e il popolo e l’idea del popolo 38), se tale spiegazione tutta ideale ed ipotetica niente spiega della tradizione, e derivandosi nel tempo stesso dal greco nome di Roma, che forza significa, faceva tacergli l’origine greca della città per negare da un canto, ed affermare dall’altro, negare il fatto, ed affermare l’ipotesi, come in tutta la Scienza Nuova? Perché Vico, oltre di Romolo, con Omero negò Bracone, Solone ed Archiloco, personaggi del tutto storici, tal modo di spiegazione non può soddisfare chi diversamente spiegando la tradizione, il fatto vuol trovarvi ed insieme l’origine e la ragione del racconto popolare, come di altre fondazioni simili.

L’ordine cronologico degli scrittori richiederebbe che prima io parlassi delle curiose affermazioni di Annio da Viterbo, il quale fingendo i noti frammenti di diversi storici, a suo modo poi li cementava con le testimonianze degli antichi e con le stesse sue supposizioni, fondate per lo più su quelle de' Talmudisti, e sulle opinioni delle origini italiche direttamente dall'Oriente. Ma chi può sì fatto autore seguire nelle sue vane opinioni, implicate e contraddette dalle sue stesse immaginarie spiegazioni? Perché una volta dice Roma figlia d’Italo, un’altra che Roma dinota altezza, e per ispiegare la tribù romana de' Ramnensi, suppone un Romanesso, re del Lazio, e figlio di Roma e di Nesso, nomi o voci aramee 39), per cui tanto fantasticarono gli stessi scrittori sull’origine della nostra lingua?

Il già detto su Glareano valga pure per Jacobo Voorbroeck Perizonio di Dam in Olanda, il quale in eccezione dell’origine favolosa di Romolo da Marte, confermò contro Cluverio quanto gli antichi storici scrissero di Roma e di Romolo; così che alla fine della sua dissertazione conchiude: Caeterum si fabula haec (quella dell’origine di Romolo da Marte) fuit adeo antiqua, et ab ipso conficta Romulo, quod tamen non nisi conj educa, sed probabili, affirmo, tum sane etiam inde liquebit, veram ergo esse, quod de Roma, ab Romulo condita, communiter tradiderunt Romani 40). Se Roma fondata fu da Romolo, niente valgono le ricerche di Perizonio, il quale sostenne i racconti della tradizione, o degli storici; e se la critica del dotto Olandese fu tutta rivolta contro il Cluverio, non fu certo da lui che presero l’esempio i dotti uomini seguenti, i quali altrimenti che con la nuda tradizione, scrissero della origine della città; ed il Cluverio fu veramente il primo a scriver contro la favola di Romolo e della fondazione di Roma; e passando alla rassegna degli scrittori principali che in dotte opere dell’origine stessa han trattato, con la critica del Cluverio debbo piuttosto incominciarla.

Dopo di avere l’insigne geografo riferite le varie e discordanti tradizioni ed. opinioni degli antichi storici, dice in prima che Diocle Peparetio dalle diverse favole, e da certe sacre cose de' Romani, compose la storia più probabile sull’origine della città, come tale poi seguita dagli stessi più antichi scrittori di Roma, per non esser verisimile che il solo Diocle, in preferenza degli altri scrittori greci, detto avesse cose più vere, verun monumento non vi essendo oltre delle tavole sospese ne’ templi ricordate da Dionigi 41), dalle quali gli storici formar si potevano opinioni diverse. Perciò poco o nulla di certo dir ne potevano e Greci e Romani innanzi che la città presa fosse e incendiata da' Galli 42). In guisa che quanto di Romolo e di Remo si narra, o anche di Romo, da' Greci immaginato, è una vera favola, favola assurda e inetta, perché né del padre de' gemelli non si conviene, né del nome della madre, nodi chi li espose, né di chi li raccolse, e né anco di chi allevolli. Anziché sul Tevere lontano, poteva Amulio mandare ad esporli sul lago di Alba; e chi può credere che lasciati vi fossero vivi, se si volevano morti? E come si può con Festo convenire, che Romolo la città Roma nominò dal fratello 43), se Romula nominar la poteva da sé stesso? dal nome del fratello che ucciso avea? L’assurdità di tale diceria notarono gli stessi antichi, i quali il nome di Romo cambiarono in Remo, o Romo non fu che lo stesso Romolo come giudicò Servio 44). Rea Silvia, la supposta madre di Romolo, altra non fu che la favolosa consorte di Saturno, da' Frigi adorata e da' Trojani dell'Ida, la stessa che Cibele e la Pale de' Romani, detta Ilia da Ilio, e Silvia dalle selve, in cui i pastori romani pascolavano. All’origine della loro città i Romani attribuirono ciò che narravasi di Curi de' Sabini, i quali co’ Pelasgi passarono ad abitare i sette colli. Quirino, Romolo, Enialio sono cognomi di Marte, del quale parlavasi nell’origine della città sabina, la cui fondazione attribuivasi a Modio Fabidio 45), nato da una vergine sabina, la quale danzando entrò nel tempio di Enialio, e dal nume investita ne’ penetrali di esso, incinta rimase di chi fondò la città, che dal nume nominò, o dall’asta (curis), che usavano i Sabini 46). E detto de' favolosi re Albani, il geografo passa a negare il passaggio di Enea nel Lazio, con la testimonianza di Strabone soprattutto, il quale a quelli che sostenevano che navigato avesse fino all’Italia, contrappose Omero, dove dice di esser rimasto nella Troade 47), e che più ad Omero sia da prestar fede a Siagro, il quale è fama che il primo cantato avesse la guerra trojana 48), o anche a Corinno Eliese, che vuoisi di avere il primo scritto l'Iliade durante la stessa guerra, e che da lui Omero attinto avesse tutto l’argomento del suo poema 49). La venuta di Enea nel Lazio fu composta ad imitazione dell’Odissea, e Macrobio già ne notò la simiglianza 50), o fu anche ideata sulla peregrinazione e sull’arrivo de' Pelasgi in Italia. Se in vece di Enea si pone Evandro, in vece de' Trojani i Pelasgi, ed in luogo de' Rutuli i Sicoli, si ha l’origine della leggenda dell’eroe trojano. Quel che si narra de' Pelasgi alla foce del Po, si dice di Enea alla foce del Tevere; le imprese de' Pelasgi contro i Sicoli 51) si narrano di Enea nell’agro di Laurento. Invece di Evandro, che sposato volevasi con una figlia del capo degli Aborigeni nella Sabina, si finse Enea che si sposò a Lavinia nel Lazio, e per Pallante figlio di Evandro si finse Ascanio, o Iulo figlio di Enea.

Il racconto della fondazione di Lavinia fu ripetuto da quello della fondazione di Pallanzio presso Curi, e a 25 stadii da Reate 52). Al contrario di ciò che scrive Solino, gli Arcadi prima abitarono presso le paludi del Velino, e poi passarono su' sette colli. E nella storia di Evandro e de' Pelasgi quadra pure quel che dicesi degli Aborigeni e de' Trojani detti Latini dopo la supposta alleanza e le nozze di Enea con la figlia del re Latino. Che Roma, in più borgate divisa, abitata fosse prima dell’immaginato arrivo di Enea è noto da più scrittori, i quali il monte Tarpeo, o Saturnio, ricordano, e la città Saturnia, la stessa che Pallanzio, o Palagio de' tempi posteriori 53). Se vi erano i vestigi degli antichi abitatori quando Romolo vi condusse la colonia di Alba, come dice Dionigi 54), vaste solitudini non vi erano, come scrive Livio, il quale del resto ricorda la città di Palanzio edificata da Evandro 55). Se lo stesso Evandro (cioè gli Arcadi), institeli le feste Lupercali, non già Romolo, non è da credere che piccole scintille ai Romani rimanessero della venuta degli Arcadi, perché le stesse feste vi durarono sino al tempo di Augusto, ed il Cluverio poteva dire anche più secoli dopo, perché non furono abolite che da Papa Gelasio nel 476 dell’era nostra 56). Le istituzioni di Evandro attribuite furono ad Italo dopo che la Saturnia si nominò Italia. Il racconto su Enea profugo come Saturno in questo differisce da quello del favoloso figlio di Crono, che dicevasi Latino morto prima di Enea, e Saturno prima di Giano; ma in questo i due racconti convengono, che cosi Saturno, come Evandro furono adorati; e da ciò, si può aggiungere, furono poi supposti come re del Lazio. In ogni età Roma fu celebre da che, i Sicoli espulsi, fu da Evandro occupata con gli Aborigeni e i Pelasgi, né altri coloni greci vi giunsero dopo i tempi trojani. La città fondata fu sul Gianicolo, che per la favolosa venuta di Enea si tradusse con Αἴνεια, ο Eneopoli, sulla parte principale di quella che da' Pelasgi e dagli Aborigeni fu detta Ρώμη. Le tribù de' Taziensi, de' Ramnensi e de' Luceri 57) dimostrano che da' Sabini e da' Toscani la città fu poi accresciuta, e che da essa il nome di Romolo provenne allo stesso Evandro; il quale, come da Palanzio nella Sabina si trasferì nella città di Curi, ch’egli stesso fondò, così poi passò nella città di Valentia o di Roma, trasferendovi tutti i Curiti, o Quiriti, i quali dalla pelasgica città di Curi ebbero il nome 58).

Tali cose, né certo indifferenti, ora seguendo la tradizione ed ora allontanandosene, sull’origine della città si pensò il Cluverio, negando Romolo, e tutto attribuendo agli Arcadi Aborigeni o Pelasgi, o ad Evandro, considerato come capo della colonia degli Arcadi, come re e persona vivente, anziché come il lor nume archegete, cioè Ermete, o Mercurio, come ho detto. Fu egli combattuto dal Nardini, da Giulio Minutoli e da Jacopo Perizonio, come scrittore superficiale e temerario, dice Le Clerc nella sua Memoria su gli Annali de' Pontefici 59). Ma per le cose dette io non veggo né la superficialità né la temerità in uno scrittore, il quale attenendosi alla tradizione da tutti ricevuta della venuta de' Pelasgi in Italia e a Roma, negò solo quella di Enea, e spiegando come se ne formasse la leggenda, si mostrò conoscitore profondo delle testimonianze e de' racconti favolosi; e più giustamente può dirsi che se molte cose non rimangono spiegate nel sistema del Cluverio, altre ancora sembrano ripugnanti e contraddittorie, perché se il nome di Saturnia sarebbe stato con verità posteriore a quello di Ῥώμη, e i Greci finsero Romo da Roma, attributo di Marte, così pure finsero Remo dalla piccola città o borgata di Remuria o Remoria. Una volta il Cluverio dice Romolo lo stesso che Marte, un’altra lo stesso che Evandro; e se spiega la favolosa madre de' gemelli, non dice come della Rhea della Frigia passò il culto a Roma senza che vi giungesse una colonia di Trojani. Nondimeno da quanto scriveva si vede bene che altrimenti del Valla, di Glareano e di Perizonio entrò nell’origine di Roma; e se incompiute ne sono le spiegazioni, con le proposte congetture diè principio alla giusta critica d’investigarla, ed egli veramente fu il primo che gii altri dotti spinse a dare spiegazioni migliori e più verosimili.

Tali spiegazioni aspettar si dovevano della dottrina di Andrea Cirino di Messina, il quale delle cose romane scrisse non molto dopo del Cluverio; ma sì fedele fu alla tradizione più ricevuta, e soprattutto alle narrazioni degli storici romani, che nella sua estesa opera trovasi in copia raccolto quanto storici e poeti con altri scrittori narrarono delle origini di Roma (60). Nessuna critica, nessun sospetto che le cose altrimenti avvenissero da quel che si narrarono da tutti, a spiegar le quali si sono occupati i susseguenti scrittori, talché il suo libro può aversi come la più ricca messe raccolta delle più antiche memoria della città, in cui le favole sono unite a' fatti, le false relazioni alle vere, o più o meno verosimili. Ma quel che non fece Andrea Cirino credette di fare Iacopo Gronovio di Deventer ne’ Paesi Bassi, il quale la curiosa dissertazione De Origine Romuli pubblicò a Leyda nel 1764, e non sarà soverchio richiamarne dall’oblio le singolari opinioni, per mostrare a quali stranezze giunge la critica, che senza più o meno attenersi alla tradizione, non sa che immaginar cose contrarie ad ogni probabilità storica.

Dopo di aver detto esser Romolo come l’ignoto nume di Socrate, quem sapiens ille vir negabat se scire, quis asset, scire nero eum esse (p. 9), perché non altro ne fu tramandato che il nome con poche parole degli antichi, così che chi voglia dar opera a ricercarlo in tanta lontananza di tempi e nella oscurità del dubbio e delle diverse opinioni, si trova come in un gran deserto, dal quale in nessun modo non sa uscire per mancargli ogni voce d'uomo, dice che alla desiderata conoscenza si oppongono la stessa tradizione e la storia, massime perché chi stato fosse non seppe Dionigi d’Alicarnasso, il quale non meno di 22 anni in Roma si trattenne per istudiare e conoscerne la storia. Pur tuttavolta col primo oracolo dato a Romolo egli si fa a rintracciarlo, e alla guisa di Orfeo dice di cavarlo dalle viscere della terra. Diocle Peparetio, il quale il primo ne scrisse, venne molto dopo per narrarci la favola del nascimento di Romolo, abbracciata temerariamente da Fabio e da altri storici, non perché vi credettero, ma perché altra narrazione non avevano a cui affidarsi. La stessa confessione di Livio, il quale né affermare né negar seppe i racconti circa il tempo anteriore alla fondazione della città, più con le favole abbelliti, che co’ non dubbii attestati de' monumenti confermati e provati, dimostra che nessuna ferma base vi ha, sulla quale fondarsi in alcun modo, e tanto più perché s’egli cita nella prima decade gli antichi annali, noi fa che per confutarli e farne rilevare gli errori e le menzogne. Quanti più antichi Greci ne scrissero vanamente l’origine della città attribuirono alla nazione propria,senza che vi fossero simiglianze di costumi e d’istituzioni, senza che la lingua stessa dir si potesse analoga alla greca. Ben s'ingannarono quelli che seguirono Salmasio e Vossio, de' quali il primo Ῥομύλος considerò come un diminutivo del greco Ῥώμος, e l'altro tutt'uno Remus e Ρώμος, dal che provenne la favola de' due fratelli. Le opinioni diverse che la città fondasse Romo o Remo, sono tutte posteriori a Diocle, e perché non si pensò il secondo de' due nomi derivare dal remus delle navi, a cui nessuno pose mente? La stessa Grecia non ebbe storia in un tempo sì antico, e tanto meno ebbe grammatica. I sette Sapienti non furono in Grecia se non poco più di anni 200 dopo la fondazione di Roma, e come potevasi col greco nome vezzeggiativo nominare il primo supposto re, da conservarlo, come Caligola il conservò per tutta la vita? A Napoli e a Cuma di greca origine ogni vestigio perì de' costumi e della lingua greca, e può mai supporsi che nel Lazio, nel quale nessun greco abitò giammai, si conservasse il nome di Romolo? E perché nessun altro di tal nome s’incontra ne’ tempi susseguenti nell’Ellade non solo, ma anche nella stessa M. Grecia? Stranieri ancora, non greci, sono i nomi di Proca, di Numitore e di Rea o Ilia, e soprattutto di Faustolo. Se Romolo non fu greco nome, nol fu nemmeno Faustulus, il quale si legge Fostlus o Fostulus in due monete 61), nomi che ricordano la romana famiglia de' Foslii, che nessuno nominò Fauslii. Or vengasi a dichiarare e spiegare come greco un nome sì fatto! E la fatica del Cluverio criticando come illaudatae licentiae piena, e per non aver altro fatto che omnia vulgo nota evertere, lo censurò altresì perché Romolo considerò, non già come nome proprio, ma come appellativo, cioè il forte (ῥωμαλέος), come se i Latini non avessero potuto co’ Greci convenire nel formare un nome composto delle stesse lettere, mentre che scrissero, e pronunziarono nella stessa guisa Κραγάλεον.

Tolto così Romolo a' Greci, onde si cominciasse a dubitarne in tutte le parti del mondo, dove non fu che una oscurissima notte storica, dice di averlo messo nell’abisso del vasto mare, dal quale nondimeno avrà la felicità di cavarlo, come un pesce ne cavò l’anello di Policrate. Poiché la favola dice Romolo esposto alla sponda del Tevere, una nave ebbe a portarlo alla foce del fiume. Ma da qual parte del mondo? Non da Alba, perché oltre di altre ragioni i Latini non parlavano greco, come dice Festo, mentre che gli Albani molte delle loro voci ebbero dal greco. E negando che Romolo potè venire da Marsiglia, o dalla costa dell’Africa per certe sue ragioni ch'è superfluo di riferire, all’Oriente si rivolgeva, dove ne ritrovò la vera patria, e dove doveva senza più immaginarla per l’analogia, a suo dire, de' riti e delle istituzioni con quelli de' Romani, non meno che della lingua, e dello stesso nome di Romolo. Il culto di Giove Feretrio, di Giove Statore, di Giove Conso, il quale dicevasi da Romolo instituito, non ci riportano che al culto di Abramo, il quale altari eresse a Dio apparitore e provvidente, e la stessa Agar Dio si ardì nominare il veggente. Gli epiteti di Giove fanno risovvenir l’Oriente, e la Siria soprattutto, dove diversi numi vi furono per Dio Onnipotente. E lo stesso asilo, che Romolo aprì inter duos lucus, ci riporta agli Ebrei, i quali la voce inter intesero per tra e per medio, e gli avverbi e le preposizioni usarono in vece di nomi. All’Oriente ci riporta la voce patricius, all’Oriente la voce tribunus, perché figli del padre vi si nominarono i cittadini più onorati ed ingenui, e Schalisch derivò da Scialàsch. E poiché nell’Asia non trova i Romoli, come trovati non li ha nella Grecia, li ritrova alla fine nella Siria, i cui abitatori, posteri d’Israele, detti sono da Pchak figlio di Remalia, che Gioseffo tradusse figlio di Romelio (υἱὸς Ρὁμελίου), e Niceforo υἱος Ρώμελιου, così che Romolo non fu che un Fenicio approdato sul Tevere.

Tali cose scriveva Gronovio in 48 pagine, e buona essendo la sua dissertazione per quelli che co’ Talmudisti sostengono le origini orientali o ebraiche di Roma, non si giudicherà inutile fatica l’essermi di lui molto trattenuto per dimostrare che pur giova riferire le strane opinioni per mettere in salutare diffidenza quelli che sé stessi o gli altri vogliono illudere coi vani ragionamenti e le ipotesi insostenibili. E chi veramente non dirà illaudatae licentiae piena la curiosa e strana spiegazione? e rimanendomi dall’osservare ciò che facilmente dir si potrebbe partitamente in contrario, dico solo che il Gronovio fa ricorrere alla mente gli scrittori negativi, i quali creano dubbii per affermare le ipotesi proprie; le quali per non esser plausibili,'le quistioni lasciano intatte perché in nessun modo le risolvono, neppur in qualche particolare, che giova alla soluzione di chi vien dopo, come appunto mi sembra che intervenuto sia nella ricerca dell’origine di Roma. La confutazione del paradosso di Gronovio può leggersi ne’ Prolegomeni di G. H. Niupoort alla sua Historia Reip. et Imp. Romanorum (Venet. 1732,1. I. p. 19-28); e per tutte le cose che dottamente afferma in contrario, basta dire che furono i traduttori greci della Bibbia che cambiarono in Ρομέλιος il nome di Remalia, il padre di Pekachi, uccisore del re d’Israele Pekachja, del quale si parla nel II libro de' Re (XV, 25,11), e nel II delle Cronache(XXVIII, 6); e se Gioseffo ritenne la traduzione de' così detti LXX interpetri, Niceforo più grecamente il detto nome scrisse 'Ῥώμέλιος. Pur non credo superfluo qualche cosa aggiungere, perché le cose scritte da Gronovio potrebbero piacere a coloro che per avventura non fossero disposti a voler riconoscere l’origine greca della città, e là semplicità di Diocle. E primamente Diocle non inventò la leggenda su Romolo e Remo, ma il primo la narrò quale la raccolse dalla volgare tradizione de' Romani, dalla quale si potè pure registrare negli Annali de' Pontefici, che Cicerone riporta alla prima età di Roma, ma che Livio più probabilmente fa cominciare invece nel principio del regno di Anco Marzio, tuttoché lo stesso Livio e Dionigi dicono che al Pontefice Massimo impose di trarre da' regii commentarii i soli riti di religione trascurati o mal praticati nel regno antecedente, i quali in fatti furono trascritti in tavole ed esposte alla pubblica cognizione 62). Ma Cicerone dice che per serbar la memoria degli avvenimenti dalla prima fondazione della città insino al Ponteficato di P. Muzio Scevola, il Pontefice Massimo pose in iscritto quanto di notabile accadeva in ciascun anno in una tavola, ed in un luogo della sua casa l’esponeva alla lettura del popolo; e che con quelle notizie cominciarono poi a scriver la storia M. Catone, Fabio Pittore, Antistio Labeone, e Celio Antipatro, il quale diversamente dagli altri, che furono semplici narratori come i logografi della Grecia, con gli ornamenti del dire cominciò il primo ad abbellirla 63), sebbene con lo stesso Gronovio gli Annali de' Pontefici, soprattutto pei fatti anteriori al terzo re di Roma, considerar si possono come meram sine cerebro larvam. E quanto all’antica lingua de' Romani, egli sembra che Gronovio riguardasse al passo di Festo: Latine loqui a Latio dictum est, quae locutio adeo est versa, ut vix ulla pars eius mаneat in notitia 64); con che pare che avesse voluto dire, che propria del Lazio fu la lingua latina, ma sì cambiate o alterate ne rimanevano le espressioni, che non più s’intendevano. Ma se con Polibio la differenza tra l’antica lingua e quella che si parlò dappoi riportiamo al dialetto, la quistione è altrimenti risoluta, e seria non ai dirà l’osservazione di chi volesse sostenere Fona dall’altra diversa. Ricordando Polibio il trattato del 535 tra i Romani e i Cartaginesi, dice che tanta differenza vi era dal dialetto de' Romani del suo tempo a quello che usavano più anticamente, che i più intendenti alcuna cosa non valevano a spiegarne colla maggiore applicazione 65). Orazio dice pure ohe i carmi saliari abbondavano di antiche ed ignote parole; e Quintiliano notava che appena s’intendevano da' sacerdoti che li cantavano 66). E la differenza delle due lingue, o dialetti, si vede dalla lezione a cui si sono ridotti da' dotti moderni i frammenti delle XII Tavole; e chi considera che son pure francesi ed italiane le voci alterate del dialetto piemontese, come sono le parole de' moderni dialetti della Francia, ed italiane per lo più quelle della maggior parte de' dialetti dell'Italia, non si meraviglia del greco mescolato al latino altrimenti scritto nelle Tavole Eugubine e nelle due o tre iscrizioni de' Volsci. Ne’ dialetti si trasformano per modo le parole, che spesso non s’intendono, e difficilmente si riportano alla loro origine, o alla lingua più nota, di cui sono parole alterate e guaste. In questo caso si trovavano i Romani che appena comprendevano i carmi saliari, o il trattato già detto, ma che nondimeno Polibio riferiva interpetrato; e volere dagli antichi dialetti italici supporre una lingua primitiva diversa dalla greca e dalla latina, è invertire la questione, è supporre contro ogni ragione etimologica come primitivo ciò che fu derivato, e la stessa interpetrazione delle parole di quegli antichi dialetti condanna la falsa supposizione, perché le parole inesplicabili in apparenza si sono ridotte al greco ed al latino. E come di greca origine in fine Nieupoort spiegò alcuni de' nomi de' supposti re di Alba, e in appresso vedremo a che tutti si riducono probabilmente. E ciò basti di Gronovio e del suo curioso paradosso.

Nello stesso anno della strana dissertazione del Gronovio comparve l’altra altrimenti dotta di Teodoro Rick, De primis Italiae colonis, nella quale se con la critica più moderna è da escludere la credenza a tutte le persone puramente mitologiche, le quali diversamente si spiegano coll’aiuto della filologia, con le loro genealogie allegoriche, co’ loro fatti e le relazioni che hanno tra loro, vi sono nondimeno cose utili a studiare tuttavia, non ostante il progresso degli studii e delle ricerche 67). Egli molto si attenne alla semplice tradizione ed alle testimonianze degli scrittori, e se più critico del Cluverio si mostrò rispetto alla cronologia, salvo la singolare opinione che gli Ausoni stati fossero Sciti, e la credenza alla successione de' re di Alba ed alla persona di Enea, l’origine di Roma da Romolo seppe combattere, e la città annoverò soltanto tra le colonie albane. A che, dice T. Rick, mandarsi ad esporre i gemelli sul Tevere, se più dappresso vi era il lago di Alba? La legge di Alba di esporsi alla sponda di un fiume la prole di una Vestale violata, gli parve finta dalla stessa esposizione del fatto favoloso. Perché i Romani ebbero nome e cognome, i nomi uniti di Romolo e di Remo giudicò argomento certissimo d’ignobiltà, così che non li tenne come nipoti di Numitore. Gli antichi non sono di accordo sul nome della loro madre, ed Acca Larentia fu la madre de' Lari, anzi che la consorte di Faustolo. Il colle di Remarla scelto da Remo non poco ancora si oppone alla pretesa origine, dir volendo che siccome da Roma si suppose Romolo, così da Remarla s’immaginò Remo. E se i gemelli nacquero da Silvia, perché rimesso Numitore sul trono di Alba, mancando chi gli succedeva nel regno, non volle Remo in Alba rimanersi, piuttosto che venire a contesa con Romolo? Se Roma fu fondata da Romolo, dirsi doveva Romulia, anzi che Roma; e riconoscendo Roma qual nome greco, sostenne che non fu fondata da Romolo, ma più anticamente, e sebbene non conchiudesse da chi o da qual popolo, pur nondimeno che la mente avesse agli Arcadi ed ai Pelasgi, si vede da che della venuta degli uni e degli altri scriveva con la stessa fede degli antichi.

Al racconto di Dionigi si attennero Ottavio Ferrari, medico di Milano, e Giulio Minutoli, Abate de' Celestini 68), non ostante la critica del Cluverio, ed anche l’antecedente di Giovanni Temporale, il quale negando anch’egli come una favola l’origine e la storia di Romolo, si occupò soprattutto a contraddir come falsa l’epoca della fondazione della città secondo L. Tarruzio di Fermo, amico di Cicerone e Varrone, il quale volevala fondata nel 754 69). E cominciando i dubbii a prevalere, dopo che Boivin si trattenne dell'incertezza della Cronologia sulla fondazione di Roma, come sul suo fondatore, mettendo in contraddizione gli antichi storici sull'uno e sull’altro argomento, ma senza nulla decidere per parte sua 70), altri dotti francesi entrarono nella lizza anche per opporsi l’uno all’altro, e questi furono De Pouilly, il quale scrisse sull’incertezza de' primi quattro secoli di Roma 71), e fu con tre memorie contraddetto dall’Ab. Sallier 72). Le incertezze e i dubbii spinsero ancora Giovanni Stefano Granara a scrivere il suo libro, per dimostrare con 756 pagine contro un anonimo professore, e contro lo stesso Gronovio, non essere stata al mondo che una sola Roma fondata da Romolo, e che anche a supporne un’altra più antica, essendo distrutta ne’ tempi successivi, non ebbe che fare con la seconda fondazione 73). Le ragioni di Granara si fondano unicamente sulla concorde testimonianza degli antichi scrittori; ma gli 80 autori di cui parla, sono come i 22 annoverati da Dennis per l’origine de' Tirreni dalla Lidia 74); e cosi gli uni come gli altri non rappresentano veramente che due sole opinioni, o due sole origini, quella della tradizione o di Diocle per Roma, e quella di Erodoto pe’ Tirreni, o gii Etruschi. E benché indi a poco della pubblicazione dell’opera di Granara, Luigi de Beaufort scrisse la sua celebre opera sull’incertezza de' primi tempi di Roma 75), e per terra gettò il vecchio romanzo, come dice Michelet, pure a Romolo non seppe discredere, e la sua critica, per servirmi delle parole dello stesso lodato scrittore, era infeconda, ed anche incompiuta, perché chi non sa che dubitare, manca di profondità e di estensione nello stesso dubbio 76), benché del resto la ristampa ne bramasse, e la luce ha riveduta nel 1868. De Beaufort estese a cinque secoli l’incertezza de' primi tempi di Romane la sua opera fu tradotta a Napoli 77) molti anni dopo che fu confutato da Hoake e da Sax 78), né il suo libro può più servire a chi con le ricerche più recenti qualche cosa voglia più tosto affermare,che discredere. Il Saggio della nuova storia Romana di Barthelemy fu uno scherzo per divertire la società che ragunavasi nella casa di Madama di Choiseul 79). E rinnovando ancora Carlo Levesque in due altre memorie i dubbii di Beaufort 80), ebbe del pari il suo contraddittore in P. E. Larcher, il quale aggiunse le sue osservazioni sull’autenticità dell’origine di Roma, quale è riferita da' greci e romani scrittori 81). Ed ecco alla fine comparire Niebuhr per rinnovare la storia di Roma, o per aprire piuttosto la via agli altri dotti onde dirci cose più credibili o più verosimili sulle sue origini. Come alle antiche città si slargano le vie e s’ingrandiscono per renderle più facili al passaggio, con che si rendono meglio abitabili, perché un’aria migliore e più salutare comincia arespirarvisi, così la critica storica altre vie si ha aperte al nostro tempo, perché se ha su altre basi che il solo dubbio imparato a dubitare ragionevolmente, i fondamenti anche ha posti di affermare ciò che negare non si può per la tradizione e le testimonianze degli antichi. Se si conviene tra l’altro che i racconti sulle origini delle città intender non si debbono alla lettera, e che però fa d’uopo altrimenti spiegarli onde credervi soltanto le cose credibili, e che si sottraggono al dubbio, da una parte il dubbio si bandisce, e dall'altra si tende ad affermare con più di ragione che non fanno l’affermazione pura e semplice e la facile negazione; e così la mente sempre vaga di sapere e conoscere anche nelle cose più indifferenti, a poco a poco si acquieta alle soluzioni più verosimili. A quest'opera a dir così di ricostruzione intenti or vedremo i dotti del nostro tempo; e se inefficace pel suo secolo rimase la critica del Cluverio, il primo luogo nell’averla rinnovata si spetta certamente al Niebuhr, il quale se tuttavia inclinò al dubbio, imparò nondimeno a tener ragione di certi fatti e testimonianze e delle induzioni relative, senza le quali inutile e vana sarebbe ogni ricerca sul passato, e cercar di sapere quanto ci è più o meno ignoto.

Se delle altre città greche di Roma più antiche si conoscono le fondazioni, mal nota è quella di Roma, dice Niebuhr, e quando per gli accrescimenti ricevuti potevasi ormai pensare alla sua origine, un Romo o Romolo si nominò qual suo fondatore. Da questa prima personificazione si passò ad una seconda, a quella di Remo, per E altra città che vi fu di Remuria', e se questa dalla forza delle armi fu sopraffatta, si disse che Remo fu ucciso da Romolo nella contesa della fondazione. L’antro della lupa ed il fico Ruminale determinarono vieppiù la leggenda su' gemelli esposti e salvati alla sponda del Tevere, e negli Annali rifatti poco dopo la presa de' Galli Romolo era ormai detto il primo re di Roma; e col gruppo della Lupa in atto di allattare i bambini, che lo Stato innalzò nel 456 82), confermavasi l’antica credenza popolare sull'origine della città. La lupa fu animale sacro a Marte, e questo nume si diè per padre ai gemelli. Perciò si legge di Ares e di Emilia 83), o d’Ilia, figlia di Enea, precipitata nel Tevere o nell'Aniene, a cui si sposò 84), o di Rea Silvia, cioè Silvia l’accusata, figlia del re di Alba. Gli analoghi racconti di Diocle e di Fabio provennero dalla tradizione de' Romani. Antioco Siracusano, il quale Roma dinotò come città capitale de' Sicoli 85), è contrario all'opinione della fondazione attribuita a' Trojani, benché contar non si possa tra quelli che ne negarono l’arrivo nel Lazio. Or tal modo di vedere ha per ultima conclusione la fondazione della città per opera de' Pelasgi, soprattutto perché Dionigi dice che molti scrittori Roma dichiaravano come città tirrenica 86). E senza ripetere con Niebuhr le altre opinioni diverse sulla controversa fondazione, perché al principio di queste ricerche le ho riferite, sembra, egli dice, che Timeo fu il primo che nella storia introdusse Romolo e Remo come discendenti di Enea. La storia de' gemelli, qual si legge ne’ frammenti di Fabio, nelle patrie canzoni si cantava negli stessi dì di Dionigi87), e per quanto se ne tolga di meraviglioso, il rimanente non sarà nondimeno un fatto possibile, o storico, anche nelle cose narrate del tempo posteriore alla prima fondazione. Tutto il racconto non è che un canto eroico, nel quale il poema ricomparisce quando Romolo in un ecclisse si dice rapito in coerula coeli da Marte suo padre 88), ed apparendo a Proculo Giulio, i voleri de' Numi gli manifestò che Roma esser doveva la città capitale del mondo 89). Poi vennero gli storici, i quali più o meno interpretarono in diverse guise la tradizione mitica della fondazione e dello stesso fondatore, tra' quali quello che meno vi credette fu Tito Livio, il quale la scomparsa di Romolo spiegò coll’essere stato ucciso in Senato 90), il che faceva dire, io soggiungo, ad uno storico della decadenza: Sanctissimi Patres conscripti Romulum et Caesarem occiderunt.

Tali cose dice Niebuhr 91), il quale, se nega, anche afferma; ma se spiega l’origine della tradizione favolosa, per l’origine verisimile della città non si dichiara apertamente, massime perché dopo molte ricerche dice di non investigare chi mai fondò Roma, né chi ne fu il legislatore, sì bene ciò ch’era la città prima del cominciamento della sua storia, del che nozioni aver si possono dalle tradizioni e dalle istituzioni, benché dica che il nome di Roma nella sua forma greca (Ρώμη), simile a quello di Pyrgi, ossia città fortificata (e può dirsi ancora a quello di Larissa), la città pelasgica dinotava tra quelle che la circondavano, la piccola Roma de' Sicoli, ode' Tirreni sul Palatino; in guisa che egli sembra che non si dipartisse dall'opinione di Dionigi, o di Antioco, e dalla tradizione riferita da Plutarco, cioè, che fondata primamente da' Sicoli, fu poscia occupata e fortificata da' Pelasgi, i quali dalle fortificazioni appunto le imposero il greco nome di Ρώμη. Or on ostante le dotte investigazioni di Niebuhr, nelle quali pe’ meno riflessivi, e meno avvezzi a valutare le testimonianze degli antichi e le induzioni relative, manca nondimeno la chiarezza, e si vede tal fiata il dubbio succedere all'affermazione, o al contrario, altri critici, e della dotta Germania soprattutto, delle medesime ricerche si occuparono. Ma già prima di essi R. Pochette senza tener conto delle critiche congetture almeno del Cluverio, perché non sembra che avuto avesse contezza della prima edizione della storia Romana del Niebuhr, la quale è del 1811, nella sua storia delle greche colonie verso lo stesso tempo scriveva dell’origine di Roma con la stessa fede degli antichi, massime di Dionigi d’Alicarnasso, e l’origine greca ne sostenne pel concorso delle sei greche colonie che si stanziarono su' sette colli, degli Arcadi cioè condotti da Evandro, degli Epei e de' Feneati sotto la guida di Recarano, o di Ercole, de' Trojani menati da Enea, e di altri Greci con le schiave trojane, i quali dopo di essere stati sbattuti dalla tempesta al Capo Malea nella Laconia, veleggiarono alla volta del Lazio. Di questi ultimi parla coll’autorità di Aristotele e di Ellanico riferite da G. Sincello, del quale emendava il testo, non parendogli dubbio che un figlio, o un nipote dell'eroe trojano la città edificasse verso il 1268 rima dell'era nostra, Dionigi seguendo rispetto all'epoca di sì fatta fondazione 92), e le testimonianze di Cefalione, Agatimo, Damaste, Callia, Xenagora, Dionigi di Calcide e di altri antichi storici da Sincello citati per l’autore della fondazione istessa 93). Ad eccezione de' favolosi archegeti, a' quali come agli altri simili della mitologia egli credette co’ suoi dotti contemporanei, Larcher, Clavier, e Petit-Radel, del fatto di tali colonie successive, con gli altri fatti confermato de' nomi geografici, come ho già detto 94), e delle tradizioni mitiche, ma che bene si riferiscono a' popoli che gli uni dopo gli altri vennero sul Tevere, nessuno può disconvenire, perché altrimenti ogni fondamento si toglierebbe di ogni ricerca; ma dall'epoca riferita si vede che anche R. Rochette contribuì la sua parte di critica negativa alla spiegazione della tradizione più ricevuta, perché né alla leggenda si fermò de' re di Alba, né a quella per conseguenza de' pretesi figliuoli d’Ilia o di Silvia di un tempo molto posteriore, su' quali più cade la controversia.

Non più di cinque anni dopo la prima edizione della storia Romana di Niebuhr si oppose Schlegel all'opinione del dotto Danese sull’origine della città originata da' canti popolari de' Romani, ed attribuendola in vece a' greci logografi de' tempi molto posteriori, il nome di Roma derivò da Rama, mammella, e la città sostenne fondata da' Ceriti dell'Etruria 95). Ma Swinton fu il primo a proporre la detta etimologia ripetuta poi da Corsen e da qualche altro 96); e se Giove fu detto Ruminus 97), perché Dio tutti alimenta, ed agli animali ed agli uomini non fa mancare il pascolo ed il pane quotidiano, e la Dea Rumia, o Rumina abbambini lattanti presiedeva presso i Romani 98), Rumon fu detto il Tevere per un’altra etimologia riferita da Servio, cioè quasi ripas ruminans, et exedens; dal che in sacris etiam Serra dicebatur, et in aliqua urbis parte Terentum dicitur, eo quod ripas terat 99). Per la ragione stessa Festo dice: Rumen est pars colli, qua esca devoratur: unde rumare dicebant, quod nunc ruminare; e lo stesso Servio scrive: Ruminatio dieta est a ruma, eminente gutturis parte, per quam demissus cibus a certis recocatur animalibus 100). Se nelle due ultime etimologie può vedersi la stessa idea della prima, perché il cibo agli adulti è come il latte a' bambini, più prossima nondimeno vi è quella di divorare e di exedere. L’origine di Roma inoltre attribuita ad una colonia dell’etrusca città di Cere, o Agilla, è da Schlegel spiegata col celebre fatto che i Ceriti, come Strabone racconta, debellarono i Galli, che avevano presa e saccheggiata Roma nel 365, ed assalendoli nel ritorno sul territorio sabino, li spogliarono delle ricchezze che i Romani aveano loro cedute per liberarsi dall'invasione, oltre di che i Romani salvarono che rifuggironsi presso di loro con le Vestali che seco portavano il sacro fuoco 101). Sulla sola testimonianza di Strabone ricorda Schlegel un tal fatto, ma anche Livio l’accenna col dire che Camillo propose in Senato di stringersi co’ Ceriti vincolo di pubblica ospitalità per aver essi raccolte le cose sante e i sacerdoti del popolo romano; e con più circostanze ancora Valerio Massimo il riferisce scrivendo, che il plebeo Lucio Alvanio fu quegli, il quale si meritò di esser celebrato dalla storia per la sua azione religiosa. Partendosi egli da Roma, posto avea sopra di un carro la consorte e i figliuoli, e come sull'erta del Gianicolo vide fuggire il sacerdote del tempio di Romolo con le Vestali, la sua famiglia fece scendere dal carro, e sopra vi adagiò le Vergini con le sacre cose, e fino a Cere le accompagnò, dove con grandissimo onore e riverenza furono accolte e ricevute 102). Per convalidare la sua opinione Schlegel soggiunge che i Romani si astennero dal combatterei Ceriti, per l’origine appunto ch'essi ebbero da quella città. Ma oltre che la mammella, come il Tevere, più probabilmente fu detta dal greco ῥύμα (da ῥέω) fluenttun, perché dalla poppa scorre il latte, ed ogni fiume scorre, ed è sempre un nome greco che si ha a derivare da un popolo greco che fondò la città, anche Niebuhr prima di Schlegel inclinò a credere che Roma non fu in origine che una colonia di Cere 103). E senza supporre che la città fu fondata da' Ceriti molto dopo che la propria origine ebbero da' Pelasgi, è da credere più tosto che i Pelasgi stessi da Agilla o Cere passarono presso del Tevere, o che i Ceriti si mostrarono ai Romani favorevoli sì pel fatto anzidetto, e sì per la consanguinità comune, perché la città di Agilla, poi detta Cere, fu fondata da' Pelasgi, come lo stesso Strabone con Dionigi fa sapere, ed a' Pelasgi usciti da Agilla, anziché a' Ceri ti toscani, si attribuirebbe meglio la fondazione di Roma, la quale da' Pelasgi in fatti si dice nominata da Plutarco, ed i Pelasgi furono quelli che con gli Aborigeni i Sicoli scacciarono da' sette colli. Dovendo io a tutte le ipotesi andare incontro che si fanno contro la tradizione, così credo che risponder si possa a quella di Schlegel. Più profondamente di Swinton e di Schlegel l’origine del nome di Roma, e di Romolo e Remo dalla dea Rumia adorata da' pastori del Palatino è stata spiegata da Zinzow 104); ma anche secondo questa spiegazione rimane sempre a sapersi quali mai siano stati questi antichissimi pastori su' sette colli, se cioè nativi delle stesse vicinanze del Tevere, o ivi passati ad abitare da più lontane contrade, come senza dipartirci dalla tradizione or ora vedremo nell'esame di un’altra opinione, che seguì alle ultime già discorse.

Meno di dieci anni dopo della prima pubblicazione della storia di Niebuhr comparve la dissertazione dell’Olandese G. Dorn Seiffen, il quale senza conoscere probabilmente quella celebre opera, l’origine delle più antiche istituzioni di Roma attribuì alla vita nomadica de' primitivi abitatori del Lazio, e non come altri che come pastori e ladroni ci rappresentò Romolo e Remo 105). Questa rara dissertazione io ho letta almeno da 40 anni, e il dico per mostrare di quanto studio fa d’uopo per farci l’idea più probabile delle cose incerte di questo mondo coll’esame di tutte le opinioni sostenute sopra un soggetto qualsiasi; e per non trasandare l’impressione che mi lasciò nella mente, dico che improbabile mi parve di ripetere assolutamente da pastori istituzioni qualunque, perché i pastori sono sempre pastori, e senza una qualche religione e coltura, che possano poi menare ad una vita politica e civile. La dissertazione di Dorn Seiffen sembra rimasta oscura o trasandata tra le soluzioni diverse sulle origini e tradizioni di Roma, non trovandola ricordata da' dotti critici, i quali si sono occupati della curiosa ricerca; ma non la dirò senza la sua parte sulla più importante e dotta Introduzione alla storia Romana di K. L. Blum, pubblicata a Berlino nel 1828. Messa da canto la critica degli storici latini, e le stesse semplici narrazioni di Nevio e di Ennio, i quali furono storici prima degli altri, chi esamina attentamente le cose dette da Blum, vi vede facilmente ripetute le idee di Dorn Seiffen, e quelle stesse del Cluverio, comeché altrimenti esposte e ragionate. Romolo e Remo non sono eroi come quelli della mitologia greca, ma veri numi de' pastori de' sette colli. Le feste di Pale da cui ebbe il nome il Palatino, la vita pastorale, e i nomi primitivi di Roma, Ruma, Rumia, o Rumina 106), gli appalesano sì fatta origine. Anche le ricordanze dell’agricoltura passarono nel linguaggio legale, perché le rendite dello Stato per lunga stagione si nominarono pascua, e i frutti degli alberi glandes. Le monete rappresentarono buoi e montoni 107), ed il bestiame che formò la maggior parte della proprietà del Romano, fu dettopeculium, e peculatus il furto del Tesoro. I luoghi di ragunanza, staccati e chiusi nel campo di Marte, furon detti Ooilia 108). Le ammende furono imposte per capi di bestiame, e molti nomi d’uomini si derivarono da quelli degli animali. Le feste lupercali furono attribuite a Romolo, ma il culto del lupo fu sabino. L’Aventino, unica possessione de' plebei, rimase sempre escluso dal recinto di Roma; e Remo, che secondo la leggenda, si ardì passar la muraglia, cioè profanare il pomerio della città, rappresenta il monte e gli stessi plebei che vi erano accasati, e che unir non volevansi ai Romani. Dalla sommità di questo monte detto Remoria sembra immaginato Remo dagli scrittori Greci, i quali ne riportarono la favola al tempo anteriore alla fondazione della città. Come i Greci ebbero i Dioscuri, così i Sabini ebbero i Lares, le ombre cioè de' parenti morti nella casa, al cui culto si riportano da Blum Romolo e Remo. Mania, la madre de' Lari, detta ancora Lavanda e Acca Larentia, alla quale s'immolarono fanciulli, spiega la supposta balia de' gemelli, cioè i Lares praestites, ai quali Manio Curio Dentato eresse un altare e statuine vestite di pelli di cane, e con un cane a' piedi, che ricordano i cani con le capre immolati al lupo dai Sabini. Con grasso di lupo ungevasi la casa de' novelli sposi 109), e la stessa tradizione del ratto delle Sabine accenna al rito del ratto e del trasferimento della sposa nella casa dello sposo giusta il rito sabino 110), il quale dovendosi veramente dire laconico, confermerebbe la tradizione del passaggio de' Laconi nella Sabina. Il culto del lupo fu originario di Curi, e da esso si supposero Romolo e Remo, i rappresentanti de' Patrizii e de' plebei. I gemelli allattati dalla Lupa non si effligiarono prima del V secolo di Roma, allorché presso a poco come divinità dello Stato fu riconosciuta quella di Quirino, il nume del bellicoso popolo de' Sabini, dal quale nella città fu introdotto il culto dal Sabino Atto Clauso, o Appio Claudio, che a Roma si stabilì con 5000 Sabini 111). E riferita la leggenda sull’origine di Curi, la quale volevasi fondata, come ho detto, da Modio Fabidio, nato da una nobile donzella e da Marte112), conchiude che Diocle, tra la fine della guerra contro Pirro e la seconda guerra punica, su tale leggenda e sulla credenza popolare che Romolo e Remo furono fratelli, pensandosi come Evemero, che i due Numi stati fossero uomini, ed esposti di fatto come Ciro, formò un racconto favoloso, che si accreditò facilmente tra gl'ignoranti scrittori di Roma 113).

Dalla riferita analisi della dissertazione di Blum si vede che nessuna delle tradizioni riconobbe, per le quali l’origine della città si attribuì alle colonie successive de' Pelasgi, degli Arcadi, degli Epei dell’Elide, e degli stessi discendenti de' Trojani fondatori di Alba. Ma dovendo più specialmente lamia opinione riferire sulle due ultime dissertazioni di Dorn Seiffen e di Blum, la seconda delle quali in certo modo si direbbe originata dalla prima, dico che se la opinione del primo de' due dotti scrittori è senza alcuna applicazione, senza pur riconoscere veruna delle tradizioni da Dionigi riferite, che a Roma raccolse sulle memorie primitive ed anteriori alla fondazione del 753, e che confermate sono soprattutto dalla ripetizione de' nomi geografici relativi alle fondazioni de' diversi popoli, che a Roma l'un dopo l’altro si stabilirono, quella del secondo è anche più contraria al fatto, perché a' Sabini attribuisce tutto quello che fu di un tempo più antico e primitivo, e di un popolo diverso, cioè degli Arcadi. Questa osservazione vale per la stessa opinione sostenuta da Dorn Seiffen. Se le tradizioni sulle origini si tramandavano spesso alterate presso tutti i popoli, stanno nondimeno sopra una certa origine unica, o complessa, che riconoscere fa d’uopo e spiegare, senza che tutto in tutte sarebbe favoloso ed immaginario, senza alcun fondamento di vero. Abbenché i pastori sono stati e sono da per tutto, un popolo vi fu nondimeno tra' popoli ricordati nelle tradizioni romane e greche, che più degli altri con la vita pastorale incomincia nella storia, e questo popolo è quello degli Arcadi.

L'Arcadia coverta per lo più di selve e di boschi, alla pastorizia determinar doveva i più antichi abitatori, e le memorie più spiccate della vita pastorale di quelli che ne uscirono, non hanno il migliore riscontro che ne’ Pedicoli della Sallensia, e ne’ più antichi popoli de' Sette colli. I nostri Pedicoli non furono che i pastori Arcadi, i servi (παιδίσκοι, d'onde paediculi) de' padroni delle greggie; e sebbene si stranamente trasformata e confusa ne pervenisse la memoria nelle favole di Falanto, e de' giovanetti Illirici passati ad abitare in quella regione, una tradizione nondimeno raccolta da Nicandro la fa intendere pel suo verso, di accordo con le tradizioni su gli Arcadi intorno del Tevere. Perché con le greggie e i pascoli dice vissuti i supposti figli di Licaone che si stabilirono nella Japigia, e a' Sassi sacri presso Brentesio dice avvenuta la contesa per la danza tra' pastori e le Ninfe Epimelidi 114). In nessuna delle contrade in cui gli Arcadi si tramutarono, sono tanto ripetuti i nomi delle città arcadiche, quanto nell'antichissima Italia, la quale prima per gli Arcadi eiPelasgi, e poi per gli altri coloni greci de' tempi storici, fu come il Nuovo Mondo per le colonie dell'Europa che passarono l’Atlantico. Sì fatti nomi geografici si spiegano co’ passaggi e le fondazioni degli Arcadi, perché ripetuti vi erano da' coloni Arcadi in memoria delle loro metropoli, nella guisa stessa che gli Europei ripetevano nell’America i nomi delle regioni e delle città da cui si partivano; né altrimenti avvenne con altri coloni greci sì nella stessa Grecia, come in altre più lontane regioni in cui si trapiantavano. E chi può mai dubitare che Berenta e Brente, o Brentesio, nella Venezia e nella Sallenzia, Falanto nella Japigia, Cliternia nella Venezia, nella Daunia, e nella regione degli Equi, Ocnia o Tocnia nella stessa Venezia, i Teutani nell’Etruria, Pallanzio nella Sabina e sul Tevere, Canna nella stessa contrada, Cafie nell’Opicia, Artemisio nell’Enotria, come i Caoni o Coni fondatori di Ameria nell'Umbria e nella Siritide, gli Eolii nel Lazio, gli Elei nell’Etruria e a Roma, e i Falisci poco distanti, non furono che città e popoli di origine arcadica? 115) È questa una conclusione diversa ed opposta all’opinione di quelli che negano le colonie degli Arcadi in Italia. Dall'Arcadia provennero i varii (Αἴολες) popoli dell’Eolia, e gli Elei fondatori di Pisa non si unirono ai più antichi abitatori Teutani o Teutidi, originarli della città di Teuti di Arcadia, se non perché furono popoli affini, essendo stata l’Elide popolata dalla vicina Arcadia. Tutte le mentovate città chiaramente ricordano quelle de' Pelasgi e degli Arcadi che ne furono le metropoli, e che sebbene sparse nelle diverse contrade &eV Azania, della Pelasgia, o Caonia, e dell’Arcadia propriamente detta, tutte nondimeno appartennero allo stesso popolo antichissimo della Grecia, il quale con. le sue colonie si sparse nell’Asia Minore e nell’Italia. È questo un fatto portato all’ultima evidenza sì dalle antiche tradizioni, e sì dal confronto de' nomi geografici, i quali sono tanti, che attribuir non si possono al caso, e ad una ragione diversa delle origini comuni, la negazione delle origini arcadiche di molte città d’Italia lasciando agli scrittori che non riflettevano abbastanza, o che credendo di far la storia col negarla, credevano solo alle proprie ipotesi. Per le origini simili di alcuni popoli e città degli Arcadi in regioni assai più lontane che non era l'Italia, è notabile tra gli altri fatti, che se una parte dell’Arcadia si nominò Azania 116), troviamo nella Frigia l'Azanitide regione alle fonti del Rindaco 117), e il popolo degli Asani, le cui terre erano irrigate dal Peucala, e che Pausania dice chiaramente oriundi dell’Arcadia 118). Gli Asani Arcadi vi si tramutarono, io credo, per l’aridità delle loro terre, dalla quale quella contrada fu denominata119). E lasciandone il dubbio a R. Rochette 120), dico che altre ragioni simili dové spingere gli Arcadi ad uscire dalle patrie contrade per tramutarsi nella men lontana Italia, senza che spiegar non si potrebbe il fatto che, sebbene l’Arcadia si trovò immune da' disastri delle guerre e delle irruzioni, perché chiusa da per tutto da' monti e divisa dalle altre contrade della Grecia, era nondimeno quasi disabitata, e non vi si vedevano che rovine di città antichissime 121), perché fin da' tempi anteriori alla storia erano state abbandonate.

Egli sembra che Strabone lo spopolamento dell’Arcadia attribuì alla fondazione di Megalopoli 122) per opera di Epaminonda, il quale nel 638 a. C. vi fe’ concorrere gli abitanti delle piccole città non munite di mura 123); ma se quella fondazione fu una delle cagioni, per le quali quasi deserta rimase l’Arcadia, le antichissime emigrazioni ne furono un’altra, perché gli Arcadi si trovavano a disagio nelle patrie contrade. Gli stessi culti degli Arcadi si ripetevano naturalmente in Italia colle loro colonie, o fondazioni; e se i Cabiri a cui nelle loro calamità si votarono i Pelasgi 124), si spiegano col Cielo e la terra, che solo vedevano ne’ loro boschi quasi impenetrabili, il culto di Artemide, o Diana, sì diffuso in Arcadia, che vi si contavano fino a quindici Artemisii, o templi della dea, si vede ripetuto presso Cajìe, o Capua, nell’Enotria sullo stretto, e nell’Italia superiore 125), ed è spiegato, come io mi penso, dalle selve primitive di que’ popoli, i quali perduto avendo la memoria delle loro origini, non solo si dissero autoctoni, o nati dalla stessa terra che abitarono, ma si nominarono anche proseleni, non già perché, per la loro antichità, furono quasi più antichi della Luna, ma perché furono di fatto i più antichi tra' popoli della Grecia ad adorare il pianeta nella cacciatrice dea favolosa 126). Il culto di Esculapio a Roma, di cui la città dicevasi figlia 127), perché l’adorava, si spiega egualmente col culto identico nella città di Caus, o Canute, di Arcadia, la quale sulla sponda del Tevere o ivi presso, è ricordata col nome di Cauna da Dionigi, con dirla figlia di Evandro, e da lui generata in Italia 128). Ed anche i favolosi conduttori delle diverse colonie arcadiche non appalesano meno gli stessi culti,perché Evandro,come il supposto suo padre Licaone, Falanto o Falete, analogo al nume Pales de' Romani, più anticamente ricordato nel genere maschile, e poi nel femminile 129), ed Ercole, o Carano ci riportano del pari agli antichissimi numi di Arcadia, a quelli di Ermete, e del Cielo, o del Sole 130); ed è notabile che se con le invenzioni della scrittura e della musica ad Ermete attribuite, e col benefizio della civiltà e delle arti si spiega il primo de' detti personaggi favolosi, nominato il buon uomo (Ευανδρος), perché benefico verso degli uomini, pel poeta Mimnermo, Ercole con le sue XII fatiche è tutt'uno col Sole infaticabile, che nell'anno percorre i XII segni, perché nella guisa stessa che il Sole, sul cavo amato letto tutto d'oro va pel cielo, siccome cantava Mimnermo 131), così Ercole in conca d’oro, o come ebbe la tazza solare, secondo altri poeti, tragittò l’Oceano, e navigò in Eritia 132). Né altrimenti gli Egizii facevano da Osiride, cioè dallo stesso Sole, il cielo percorrere in una nave 133), la quale poi mutavasi in un cocchio tirato da focosi cavalli, che sono quelli che attribuivansi al sole nel percorrere in apparenza gl'immensi spazii del cielo. Se certi scrittori moderni, seguendosi l’un l’altro, negarono le colonie arcadiche in Italia, con alquanto più di studio e di buona fede più veramente avrebbero detto, che non vi fu contrada in Italia senza la presenza degli Arcadi; ed oltre le cose già dette, non solo la città di Anzio è una pruova in contrario, perché fondata dagli Argivi Arcadi che di Anthia si partivano dell’Argolide 134), e che sembra la metropoli delle altre fondazioni argive nel Lazio, ma anche la stessa colonia trojana degli Eneadi, della quale sarà detto in appresso, non si rivolse al Lazio, se non perché vi erano i discendenti de' popoli, da' quali essi stessi aveano avuto l’origine 135).

Tali cose contro le opinioni di Dorn Seiffen e di Blum possono osservarsi; e circa gli Arcadi in generale, può dirsi che con le loro fondazioni incomincia la storia dell’Italia; così che quelli che le negavano, non si avvedevano, che la storia stessa appena comincerebbe colla più nota fondazione di Roma nel 753, e con le greche colonie storiche più o meno posteriori a questa stessa epoca, facendo così vivere più lungamente i nostri popoli nello stato quasi selvaggio de' geologi, meno selvaggio nondimeno di quello che loro attribuiva Giambattista Vico contra ogni probabilità storica, e contro le tradizioni che ci dicono il contrario. E lasciando che altri metta di accordo Blum con altri moltissimi, massime riguardo alla loro cronologia 136), in contraddizione con la barbarie assoluta sostenuta da Vico dopo il diluvio, e co’ primi rudimenti delle arti che i geologi ascrivono al genere umano immutabile e stazionario in un gran periodo di età e di generazioni, dico che contro l’opinione di Blum più specialmente può notarsi, che la quistione sull'origine di Roma rimane intera e non risoluta, anzi risoluta in contrario di tutte le sue ricerche, perche lo stesso ch’egli dice avvenuto a Roma, avvenne nella Grecia, giacché da νόμος, che dinotò il pascolo, provenne l’altro significato della voce stessa, che significò la legge. Il latino pascuum derivò dal greco πάω, e la stessa Pales, la dea dell'agricoltura, ebbe origine dal medesimo verbo, e più prossimamente da φαλῆς. Ruma provenne da ῥῦμα, come questa voce da ῥύω, fluire, donde Rumon, l'antico nome del Tevere 137). E perchè gli Arcadi e i Pelasgi furon prima nella Sabina 138), e poi a Roma, il culto del lupo, anziché Sabino, fu più veramente degli Arcadi, i quali con un nome sì fatto, ossia λύκος, adoravano il Sole, il quale divenne un lupo nella leggenda, perchè il lupo fu anche detto λύκος, ο l'animale simbolico fu scambiato col Sole che rappresentava; e in aggiunta di tale spiegazione, è da notare che nella leggenda di Osiride sotto la forma di un lupo facevasi andare in soccorso d’Iside e di Oro quando combattevano contro Tifone 139), talché si direbbe che dagli Egizii pervenne agli Arcadi tal simbolismo. La stessa voce latina lupus dicesi originata da λύπος, variante di λύκος, come ὄκως è di ὅπως, κόσος di πόσος, κοτέ di ποτέ, πύαμος di κύαμος 140). Né meno greca è l'origine degli altri nomi considerati da Blum, perchè se Ῥώμος, ο il diminutivo Ῥωμύλος, come Brâhâm e Breihîm, cioè Abraham e Abrahamulus, derivò da Ῥώμη, così ῾Ρέμος provenne da Ῥεμούρια. La voce Lares, donde poi derivarono Larunda e Larentia, ebbe origine da λάρω, abscondere, perchè i Lari nelle case stavano ascosi, o le case custodivano in cui dimorano gli uomini, o da λαρός, jucundus, perchè è tale il domicilio domestico, o anche da λαρινεύω, saziare, perchè credevasi che di prosperità e di beni copiose rendevano le famiglie 141). Mania derivò da Manes, come questa voce dal dorico μᾶνις per μῆνις, irato, o da μανίω, ο μαίνω, insanire, desipere, perchè mobili e senza riposo riputavansi le ombre de' trapassati; ed Acca non è il greco ἀκκώ, la donna falsamente contegnosa? Greca fu pure l’usanza di rapire la sposa, perché si ricorda di Sparta 142), e i Sabini si dissero Spartani 143), il che può spiegarsi con la colonia spartana nella Sabina passata da Amicle nell’Ausonia, fondata da' Lacedemoni144). Il fenomeno della lingua latina, sorta in piccolo spazio per poi diffondersi con le conquiste in tutta l’Italia e nel mondo, si spiega con le greche colonie che si successero su' sette colli; e la buona ed ortodossa dottrina de' moderni è di accordo con quella degli antichi, di Tirannione per esempio, di Dionigi d’Alicarnasso, di Quintiliano, e di qualche altro, i quali il latino idioma dicevano originato dal dialetto eolico 145), quello stesso che parlarono gli Arcadi, i Pelasgi, i Dorii e i Tessali, da' quali poi provennero gli Eolii, checché si sostenga dalla più moderna filologia, la quale suppone sì il latino affine col greco, ma da esso l’afferma indipendente, e col greco derivato dal primitivo idioma degli Ariani della Media, perché come due rami diversi di que’ popoli considera i Greci e i Latini. Ma l’immigrazione de' Pelasgi in Italia, dice ottimamente Gfròrer, è attestata da Erodoto, da Diodoro Sicolo, e da Dionigi d’Alicarnasso, il più profondo conoscitore delle antichità italiche, e in fine da Strabone e dal vecchio Plinio. E quando anche si mancasse di tali testimonianze su tale emigrazione (ed io aggiungo su quella degli Arcadi, e di altri popoli greci sul Tevere), il fatto non sarebbe men certo; giacché tra l’antico latino e l’antico greco è una sì stretta affinità e parentela, che su tal solo fondamento si dovrebbe venire a concludere l’affinità de' Latini co’ Pelasgi 146), e con gli altri greci suddetti.

Ma eccoci ad una opinione del tutto opposta a quella di Blum, quella sostenuta da K. Dietrich Hullmann in due dissertazioni sulla Costituzione fondamentale, e sulle origini della Costituzione di Roma, pubblicate pochi anni dopo quella di Blum 147). Se per questo scrittore tutto a Roma è sabino, per Hullmann al contrario tutto è greco, e altrimenti che con le tradizioni favolose, tutto spiega col mezzo delle istituzioni. Le memorie dell’arcadia, de' Lacedemoni e di Argo 148), le tracce dell’eolico dialetto nella lingua latina, eia manifesta analogia delle antiche istituzioni di Roma e di Delfo, facevano sostenergli l’origine greca della città. I XII Dei Consentes de' Romani per lui ricordano gli Amfizioni di Delfo e i dodici Dei dell’Olimpo. La ripartizione del popolo, di famiglia eolo-dorica 149), in tre divisioni principali, e trenta secondarie, ricorda la divisione tripartita nel Peloponneso, e nelle altre regioni della Grecia, in cui furono Dorii-Eolii. Le tribù (nell'eolico τριππὺς) de' Taziensi, de' Ramnensi, e de' Luceri indicano, dice Hullmann, che i lor possedimenti rispettivi formarono la terza parte del territorio romano, come con Dionigi ripetono gli scrittori Latini 150). Le terre incolte e i boschi furono indivisi fra tutti, e poi si assegnarono ai nuovi abitanti 151); ed uno di questi agri, quello dell’Aventino, fu dato alla plebe nel 454 152). Le divisioni principali e secondarie del paese occupato dalle colonie presero il nome dagli archegeti o conduttori, dagli animali seguiti nelle loro peregrinazioni, e spesso dai favolosi personaggi eponimi delle tribù 153), come Pamfilo a Sparta 154), il quale alludeva alla moltitudine delle tribù, e come Orsobia, io soggiungo, che come consorte gli fu attribuita 155), e che sembra un nome derivato dalla vita ardimentosa de' Dorii, che coll'invasione si divisero le terre della Laconia. Non altrimenti Tazio, o Tizio, a Roma si riferì a' Taziensi, il cui nome Hullmann confronta con θὴτ, θὴς 7156) senza dirne il significato, e che senza più rapportar si dee alla servitù mercenaria (Θητεία), е quindi ai servi o famoli (θῆτες), ossia a quella parte del popolo romano che, giusta la tradizione, cercò l'asilo, secondo lo stesso Hullmann; così che nella rassegna delle parti diverse del popolo che attribuivasi a Romolo e a Tazio, gli storici cominciavano dalla parte bassa ed inferiore per salire alla più alta de' cittadini possidenti, indicata col nome di Ramnensi, e da ultimo alla più sublime, quella de' Luceri, di coloro cioè che rilucevano fra tutti, perché ne erano dappiù per la ricchezza ed il potere, e che formarono l’aristocrazia; e senza che con gli antichi ci divaghiamo a darci ragione del nome di Luceri, si può forse dire con ragione che costoro altro non furono che i più illustri, i più ragguardevoli fra tutti; ed una certa espressione del volgo di qualche nostra provincia per indicare le persone agiate e per la possidenza indipendenti, conferma questa semplice etimologia, perché, per contraddistinguerle, dicono di esser quelli che rilucono fra gli altri. Fatte le divisioni delle terre, i capi superiori divennero filarchi, e gl’inferiori fratriarchi, o curioni, genarchi o decurioni. A loro si spettò il dritto di ordinare la società, o amministrarla; la loro associazione formò solo il consiglio; e poiché i boschi prossimi al Tevere ebbero ad allevar lupi abbastanza, si adoravano Lupercus e Luperca, deità che da' lupi difendevano le gregge 157). Le stesse Lupercalie de' pastori primitivi che a tal culto si riferivano, si mutarono poi nelle misteriose purificazioni, a cui tutti, e specialmente le donne, si sottoposero nel mese di febbraio di ciascun anno 158); ma anziché arcadica, Hullmann tal festa ha creduta di origine sabina, perché dal sabino februari tali purificazioni si dissero derivate 159), e dal lupo, animale sacro de' Sabini, si nominò una delle loro colonie, nota col greco nome d’Irpini. Con grasso di lupo ungevasi la casa de' novelli sposi 160), e la stessa tradizione del ratto delle Sabine accenna, secondo lo stesso Hullmann, al rito del ratto e del trasferimento della sposa nella casa dello sposo giusta il rito sabino 161); e perché i numi stessi, secondo la credenza degli antichi, fondavano le feste e i culti proprri, le Lupercalie furono attribuite a Romolo, allevato dalla Lupa, e divenuto capo de' pastori nella tradizione.

Tali cose dice Hullman nella prima delle sue dotte dissertazioni 162); e nell’altra, che ho soltanto sott’occhio, si occupa a dimostrare, più di ogni altro ricercatore di origini, le analogie delle più antiche istituzioni di Roma con quelle di Atene e della Grecia. Importanti sono le analogie notate da Hullmann tra quanto si narra di Teseo e di Romolo, dell’Areopago e del Senato, dell’acropoli e del Pritaneo di Atene confrontati con la Ῥώμη ed il tempio di Vesta sul Tevere; e diremo con Vico ed altri filosofi, che in certi dati tempi e luoghi diversi, la civiltà si svolgeva alla stessa guisa da per tutto, senza che l’un popolo niente apprendesse da un altro, e che maestro fosse a sé stesso come l’arabo Ebn Tofail 163), e con la sola forza delle cose, rebus ipsis dictantibus, come dicevano i Latini,o come diceva Napoleone I, par la force même des choses, desse opera a leggi ed istituzioni per migliorare le condizioni del vivere? Oltre di che lo svolgimento della civiltà, chi ben lo considera, non fu lo stesso per ogni dove, e dove sono analogie e simiglianze d’istituzioni e leggi, l’un popolo apprese da un altro più incivilito, o a dir meglio è lo stesso che in tempi e luoghi diversi si avvia alla civiltà nella guisa medesima, perché non fa, o non può rinunziare al passato, alle sue relazioni di origini, la cui forza rimane sempre la stessa anche dopo molto volger di tempi e di costumi. Poiché a dir mi rimane abbastanza delle cose circa l’origine di Roma dette da altri dotti investigatori, il giusto spazio mi manca per riferire anche in breve tutto ciò che Hullmann veniva dottamente notando su tutte le istituzioni romane più antiche, paragonate sempre, e giustamente, con quelle di Atene e della Grecia: ma il confronto di Romolo con Teseo, i nomi di Roma e di Romolo non debbo almeno tralasciare, su cui soprattutto cade la controversia. Paragonando con Plutarco i due insigni fondatori, dice: tre volte la tradizione fa irriflessivamente da Teseo rappresentare tre diversi numi che fondavano lo Stato; prima sull'istmo, dove dominò Nettuno; poi a Delo, dove adoravasi Apollo; e da ultimo nell’Attica, dove adoravasi Atena 164). I giuochi accompagnavano sempre le tre fondazioni, ed anche a Roma si celebrarono i giuochi in connessione con la fondazione dello Stato 165); e più rileva ancora la conclusione del § 13 della seconda dissertazione di Hullman, in cui dice: «Le discusse attiche relazioni primitive portano quindi a stabilire l’idea di Ῥωμη nell’amministrazione della guerra congiunta coi rami del governo che ne risultano, in guisa che la persona favolosa del Ῥώμαλέος (come il Podestà del medio evo) è da riguardare come il rappresentante di tale idea, come il Latinarco, a cosi nominarlo. L’arx sulla collina, pota sotto il nome di Capitolium, fu una parte laterale dell'acropoli; e dalla Ρώμη, o dalla fortezza, ebbe il nome lo stesso luogo in cui fu innalzata». Ma sebbene un corollario sfuggito alla penetrazione di Hullman ne conferma i confronti, ed accenna a fatti diversi, cioè che perciò Romolo, podestà o persona effettiva, fu detto figlio di Marte e della Vestale, perché s’immaginò dal tempio di Vesta, o dal Pritaneo, e dal Pagus Martius, traduzione di ῎Αρειος πάγος, del quale usurpò i poteri; pure le cose da lui dette mi sembrano molto simili al vero, perché dimostra per altra via le cose che Dionigi notava per sostenere che Roma fu una città greca; ma potendosi tali cose riferire ad un tempo meno antico, quello p. e., di Servio Tullio, il quale per la sua origine greca potè far prevalere a Roma le greche istituzioni, e lasciando Hullmann nell’oscurità o nell'ombra l’origine primitiva della città, si può sempre dimandare: se Roma fu greca, quali popoli della Grecia vennero a fondarla? Hullman si contenta appena di accennare le memorie degli Arcadi e degli Argivi. Queste memorie sono quelle di cui sembrami aver date le pruove con alcune delle borgate su' sette colli (Palanzio e Cauna), colle fondazioni di Anzio, Tuscolo e Preneste, e con la genealogia favolosa insieme e storica di Atex figlio di Giano, cioè degli Ætices della Tessaglia, di Giano, o del Sole adoratori, e quelli stessi probabilmente che fondarono Ravenna, Agilla, o Cere, e Tarquinia. E se i Pelasgi e gli Arcadi soprattutto si ritrovano su' sette colli prima degli Argivi e de' Tessali, a Giove Liceo che adoravano, anziché a' Sabini, attribuir si debbono probabilmente le Lupercalie, benché gli stessi popoli dagli Arcadi prima stabiliti nella lor regione, come nell'Etruria, ne poterono adottare il culto. Il Lupo simbolico diè luogo al lupo di questo culto, e forse anche alla lupa favolosa, allattatrice de' gemelli. E se un Panlazio fu ancora nella regione degli Aborigeni, che fu poi de' Sabini, oltre del più noto sopra uno de' sette colli, il nome delle due piccole città o borgate ci riporta all'omonima città dell'Arcadia, anziché al simile Pan-Athenaeum di Atene 166); e se tutto un popolo fu in Atene raccolto da Teseo, a simiglianza del quale un altro ne fu, o si disse ragunato a Roma, che come il Pan-Ionium, il Pan-Acheaum, ed il Pan-Bocotium ebbe il nome di Παν-λαϊτονda λαὸς, populus, qual fu il popolo che sarebbe stato nella guisa stessa riunito nella Sabina, e chi ancora li riunì nelle due regioni? Con la spiegazione ancora di Hullmann, la quale rispetto a Numa, che rappresenta la legge (νόμος), è comune ad altri interpetri della tradizione (Duruy, Nork, Karsten, Sörensen e Forchhammer), appena col terzo re comincerebbe la serie de' re di Roma, con Tullo Ostilio, il quale avrebbe in sé riunita la potestà del Romaleo, e quella del Senato, o dir dobbiamo con Giovenale: Romanorum omnia Regum frivola 167), benché il satirico d'altro parlasse che delle tradizioni, che li riguardano? Ma né col terzo re, né col quarto, abbiamo ancora un re di Roma nel senso di Livio, di Dionigi, e di tutti gli altri antichi storici, perché Tulio Ostilio, il supposto nipote di Numa, è stato spiegato per una turba di pastori Etruschi o Tirreni ricorsi all'asilo aperto a Roma 168), e con tal modo di vedere crederemo che Anco Marzio ebbe il nome di Anco perché ebbe sì incurvato il gomito di un braccio, che noi poteva stendere? 169). Se anche a me fosse permesso interpetrare il nome del quarto re di Roma nella guisa stessa con cui si sono spiegati quelli de' re antecedenti, direi che Anco Marzio non fu che l'Αρειος πάγος, il Martius pagus di Roma laterale alla rocca, dalla cui posizione, come nell'acropoli di Atene, fu contraddistinto coll’aggiunto di Αγκιος, perché era posto di lato, come ho detto; e sarebbe questa una spiegazione insieme, ed un altro corollario delle investigazioni di Hullmann; ma non de' Re di Roma, sì bene della sua origine io debbo trattenermi; e senza più fermarmi sulle spiegazioni peraltro dotte dell’ultimo lodato scrittore, se qualche cosa pur manca in tutto quanto egli vien notando per farci intendere le greche istituzioni di Roma, le osservazioni fatte mi portano a dire delle spiegazioni di altri dotti, i quali le venivano a così dire compiendo; e tra questi il primo che si presenta, è Cristiano Petersen, il quale nell'anno stesso in cui Hullmann pubblicò la seconda delle sue dissertazioni un’altra ne mise in luce sulle origini della storia romana 170), che da nessuno vorrà trasandarsi, il quale piena ragione voglia darsi di quanto si è scritto sul curioso e difficile argomento.

Dopo di avere il dotto uomo disputato le cose più verosimili sulle antiche canzoni de' Romani, con cui al suono delle tibie celebrar facevano ne’ conviti le lodi degli uomini celebri 171), sostiene che né da queste canzoni, come ha creduto Niebuhr, né da Nevio, o da Ennio, né da' primi Annalisti, sì bene dagli stessi Romani provenne la narrazione su Ilia, figlia di Enea, ma che in Alba veder si dee l'origine della favola, in cui col nome di Rhea Sylvia dicevasi figlia di Numitore. Il nome della favolosa madre di Romolo egli spiega con la Fossa Cluilia, ora Marrana, detta Rhea Sylvia perché scorrente tra le selve, ed Ilia perché circolava tra le valli 172); giacché il rivolo scorrendo prima nell’Aniene, fu poi svolto per la valle del Circo Massimo nel Tevere. E così s'intende Orazio, il quale disse il Tevere marito d’Ilia 173); e s’intende, io soggiungo, la favolosa regia stirpe de' Marrani di Virgilio 174), che fu piuttosto de' Marrani che abitavano intorno la Marrana, come dirò in seguito. Così dichiarata la favolosa madre di Romolo, non parrà ardita, dice Petersen, la mia opinione, se dico che con Romolo si dinotò la città sul Palatino, con Remo il Remarlo, cioè il muro o la città sull’Aventino, a cui da Festo e da Servio si accenna 175), ed anche da Dionigi, può aggiungersi, il quale ricorda una città, o borgata, col nome di Romoria a circa 30 stadii da Roma, dove dicevasi sepolto Remo 176); e l’Ilia che tra' monti scorreva, si nominò madre de' gemelli, e padre ne fu detto il Tevere, perché i fiumi rendono facile l’abitare su' monti; e divenuto celebre il popolo romano per le guerre e le conquiste, al Tevere nella leggenda si sostituì Marte, dio della guerra. Nella lupa intenderei il Sole, che disseccò lo stagno prodotto dall'inondazione del fiume; ed il pico. che dicevasi di aver nudrito i bambini, intenderei delle ghiande e de' pomi dell'agro della città, come Acca Larenzia, madre de' fratelli Arvali di spighe incoronata, dell’agricoltura, ed il pastore Faustolo in fine, della pastorizia del primitivo popolo di Roma.

Petersen scrive appresso di quanto co’ carmi eroici già detti fu tramandato della più antica storia della città; e dopo aver discorso delle leggi regie, e del Dritto Papiriano, intorno al quale è nota doperà postuma di uno de' nostri dotti giureconsulti 177), tratta di Romolo; e gravissima cosa stimando ricordarsi le leggi di Romolo 178) non solo, ma anche di Romolo e di Tazio 179), la persona di Romolo dice di restituire alla luce della storia, comeché convenga che le cose a Romolo attribuite prima dell’alleanza con Tazio non siano state secondo verità riunite nella persona di un solo uomo; e distinguendo perciò due o tre significati di Romolo, crede che sotto un nome siffatto sia da intendere in prima la città primitiva sul Palatino, la Roma quadrata, che volevasi edificata da Evandro, ed anche dallo stesso Romolo 180), poi la città istessa dal tempo in cui, all’antica città di Palagio aggiunte le prossime valli, cominciò a nominarsi Roma, e i re ornati furono col comun nome di Romolo, come i re Albani detti furono Siloii; ed in fine l'ultimo di que’ re, che combatté i Sabini, e fece con essi alleanza, la città accrebbe e rese più grande. Tali cose dell’origine di Roma e di Romolo ha scritto ingegnosamente Petersen, non senza soggiungere di doversi intendere delle piccole borgate fuori della città palatina altre antiche tradizioni, quella p. e. circa gli Argei, e conchiude così: Itaque si coloniam Graecam statuere non licet, numerorum rationem (quello de' Senatori) ad cognationem retulerim, quae inter Romanorum et Graecorum patres obtinuerit 181). Uno di que’ Romoli, o re aristocratici, avrebbe, a giudizio di Petersen, edificata Roma, senza negare una greca colonia anteriore; ma su questa colonia non è chiaro ed esplicito, e l’ipotesi de' re diversi col nome di Romolo mi sembra probabile soltanto con quella di Hullmann, il quale in Romolo non ha veduto che il magistrato supremo, il Ῥωμαλέος, o il podestà della città di Roma, così che parecchi e diversi re, o sommi magistrati, vi ebbero ad essere, i quali si successero l’un l’altro insino al tempo in cui Roma si disse fondata comunemente da Romolo. In ogni modo, chiaramente si vede che uno scrittore è giovato all’altro nelle successive spiegazioni, le quali se si mostrano abbastanza diverse l’una dall’altra, è perché tutte non tengono ragione de' fatti diversi che risultano dalle tradizioni che fa d’uopo riconoscere; senza di che non è possibile venire alla soluzione ultima della ricerca, facilissima allorché non si nega ciò che ha lume da altre circostanze che gli antichi ci narrano, e che non bene essi stessi intendevano, e perciò fa d’uopo spiegare, ma molto difficile e intrigata quando alle tradizioni storiche si fan prevalere soltanto le opinioni proprie; ed a questa classe d’interpetri appartengono per lo più gli scrittori, de' quali adir mi rimane, e che non sono da trasandare, non giù per la ricerca istessa, ma pel fatto della mente umana, la quale coll’ipotesi e la fantasia supplisce spesso quello che non conosce, o non vuole intendere alla presenza de' fatti innegabili, e fuori di ogni disputa.

Dalla primitiva e più antica religione de' Romani, dal sentimento della propria forza, sarebbe provenuta, a giudizio di Nork, la leggenda dell'origine e della fondazione di Roma; alla città valorosa e forte corrisponde non solo il nome di Ῥώμη (robur), ma anche quello della madre de' gemelli (Ilia da ilex), i quali più veramente sarebbero gli stessi Romani de' primi tempi. Ben si comprende la mitica amante di Marte, scambiata spesso con la Minerva Capitolina. Ma, col suo nome usuale e cittadinesco, la città ebbe ancora il nome sacerdotale di Flora, o "Ανθουσα, attributo di Venere, progenitrice degli Eneadi, da' quali i Romani vantavansi discendere. Si nominò pure Saturnia, nome tutto misterioso, onde nessun esercito nemico evocar potesse con esorcismi dalla città il genius loci, come gli stessi Romani fecero con Cartagine, benché si dichiari incerto, se Giunone, o Angerona, o pur Api Consivia, o anche Giove, sia stato il nume protettore della città 182). La fondazione di Roma per opera di Romolo, figlio di ῎Αρης πυρόξος, si riferisce al primo giorno della primavera, con le Palilie festeggiato in ciascun anno da' pastori, quando a' 21 di aprile il sole entra nel segno dell'ariete, e la grande congiunzione cosmica avviene dell'ariete sidereo con la vacca lunare, e quando fervido diviene il toro (ἵταλος) delle mandre italiche. E perchè come un quadrato supponevasi il Cosmo e il Firmamento, la Roma quadrata fu una copia terrestre della città celeste, come i sette colli, su' quali Roma fu fondata, corrispondono a' sette pianeti. I sette pegni di Roma 183), che mantener dovevano l'eterna durata della città, corrispondono del pari al suo culto, perchè la pietra conica (acus Matris Deûm) si riferisce al culto di Rea, o a quello di Venere a Pafo, il carro di argilla della città di Vejo alculto di Giove Capitolino, e le ceneri di Oreste, come le sue ossa a Sparta 184), furon pegni di vittoria e di salvezza. Né meno allusivi sono i rimanenti, perchè il Palladio, come lo scettro di Priamo, simboleggiò la generativa forza solare, il velo d'Iliona l'afrodisia Elena, o l'antenata della città Ilia, o la stessa ὕλη, ossia la materia, e gli Ancili di Marte ebbero un significato calendarico. E perchè Roma fu l'immagine terrestre del Zodiaco, col titolo di Æterna urbs è indicata nelle iscrizioni e sulle monete 185), dopo che fondata per l'eternità l' avevano detta Canulejo nel 310, e Scipione nel 546 186).

Tali cose dice Nork; ma, con queste spiegazioni, rimane sempre a sapersi l’origine di tutte, e se fu il popolo romano che le instituì per imitazione di cose simili, o se fu un popolo straniero che a Roma le introdusse in virtù della religione propria; e la dimanda più necessaria e legittima apparisce dalle spiegazioni rimanenti. Remo, Roma, Romolo, cioè il forte, sono per Nork forme diverse dell’attributo di e Rea Sylvia è la stessa che Rhea, Venere e Vesta. I gemelli sono allattati da una lupa, perché il nume della luce Marte fu con testa di lupo rappresentato. Il nume stesso nella leggenda si trasforma in Faustolo, che alleva i suoi figli, perché il nume che arreca danno, anche lo impedisce. E perché l’anno di due metà è composto, delle quali l'una succede all’altra, perciò Romolo uccide Remo, come Ercole uccide Anteo, ed Ermete il cane Argo. E siccome 'Αρής nella Siria fu detto Τοῦρας, cioè l’Alto, perciò venerato con gli obelischi, così Romolo, suo figlio, si nominò Altellus 187), cioè Romus altus. Romolo, come Quirino, forma inoltre col suo padre Marte, e con Giove Capitolino, la triade de' protettori di Roma. Nella sua festa delle Quirinalia le sue armi, unte con un sacro vaso, gli erano offerte. Il carattere guerresco di Romolo si svela in fine nel nome del suo figlio Hostus Hostilius, che gli partorì la benefica dea della rugiada Ersilia (Έρση), figlia di Ersilio, lo stesso che Ermete εὔανδρος 188). Da tutti questi nomi dunque, i quali non si riferirebbero per lo più che al solo Marte, sarebbe provenuta la leggenda della fondazione della città. Le spiegazioni sono ingegnose e dotte, valgono a farci discredere a tutte le persone della leggenda, ma non soddisfano, io credo, perché troppo generiche, e nessuna indagine si fa da Nork sull’origine della religione romana, nella quale si contiene quella della città, perché tralasciando gli altri sacri pegni di di Roma, donde sarebbe provenuta p. e. la venerazione delle ceneri di Oreste, donde quella della madre de' Numi?

E ad altre opinioni passando, Lacroix dice, che sebbene la storia di Romolo è da un capo all’altro piena di meravigliose invenzioni, ed egli sia uno di que’ personaggi tra cielo e terra, che la poesia mette alla culla di tutti i popoli che provengono da' numi e vi ritornano, nondimeno la leggenda che il riguarda, contiene più di storia delle altre 189). Ma Lacroix non ci mostra la parte storica nella leggenda della fondazione della città, non la distingue dalla parte poetica e fantastica, la quale più che dagli scrittori meno antichi supponevasi, o non intendevasi dalla tradizione popolare, che narravala come storica; e ad altri archeologi e storici rivolger ci dobbiamo, che ci aiutino a scovrirla, se sia mai possibile. E v'è da sorprendersi che nel mentre il eh. Vittorio Duruy dottamente nota i non pochi monumenti scritti in Italia e a Roma, e con questi le tradizioni orali e i canti popolari de' Prisci Latini, sembra poi di ammettere nella narrazione dell’origine di Roma il solo influsso delle greche colonie meno anticamente stabilite in Italia; e nel mentre riconosce in Romolo un capo quasi simile a quello di Hullmann, la storia poi o la favola di Romolo attribuisce del tutto alla greca fantasia. Perciocché scrive: «Per una singolare bizzaria, fu da' Greci che i Romani appresero la loro storia. Il carattere epico, l’amore delle leggende eroiche, che l’influsso di Omero e di Esiodo dato avea alla prosa narrativa, passò negli scritti degli annalisti di Roma. I poeti epici Ennio e Nevio furono due de' suoi primi storici, e delle opere di questi annalisti Dionigi diceva, ch'erano immagini di greci annali; e di Catone specialmente, di C. Sempronio e di altri, che giovaronsi del mito ellenico. Tacito ancora di Domizio e Catone diceva: Vix sufficeres, etiamsi non novum tibi ipse negotium importasses, Domitium et Catonem, id est, nostras quoque historias et romana nomina Graecorum fabulis adgregare sufficeres, etiamsi non novum tibi ipse negotium importasses, Domitium et Catonem, id est, nostras quoque historias et romana nomina Graecorum fabulis adgregare 190). In Strabone (III, p. 166) finalmente si legge, che i Romani «scrittori imitarono i Greci col resto del passo anche più severo. Così le nazioni dell’Europa occidentale dimenticavano nel medio evo la loro origine germanica per le memorie pedantesche dell’antica letteratura: i Franchi dicevansi discendenti di un figlio di Ettore, i Bretoni di Bruto, e Reims era stata fondata da Remo». E passando poi a dire più specialmente dell’origine di Romolo, dice che «il solo Plutarco non riferisce meno di 12 tradizioni diverse, le quali portano quasi tutte l’impronta dell’immaginazione greca, e quella alla quale si fermò, per essere la più diffusa, non era che il racconto di un greco, di Diocle di Pepareto, seguito da Fabio Pittore, il più antico degli Annalisti Romani, ed il primo ambasciadore di Roma nella Grecia. —Tutta la storia romana non deriva senza dubbio da' Greci, giacché gl’Italiani avevano numerosi ed antichi annali..., ma erano aridi, e di un laconismo che apriva il campo alle interpetrazioni ed alle favole;.... né risalivano al di là dell'epoca, in cui la società romana era già regolarmente costituita, e sentiva il bisogno, ma questo soltanto, di darsi conto e ragione de' suoi atti e de' suoi impegni co’ popoli vicini. Non eravi al di là che tenebre mitologiche, e in queste si esercitò liberamente la immaginazione de' Greci, i quali di tal periodo s’impadronirono per riempierlo a grado de' loro interessi. Or nella loro propria storia non avevano de' tempi antichi conservato che una grande rimembranza, quella della guerra contro Troja, e verso l’Italia condussero i capi trojani scampati al saccheggio della città, o i greci eroi, che la tempesta allontanò da' loro Stati, e così ogni città italica di qualche importanza ebbe un eroe dell'una delle due stirpi per fondatore. Ed osserviamo ancora che i Greci trovarono del pari vantaggio in questa doppia maniera di rannodare l’Italia e Roma alla loro storia colle loro colonie, e con quelle de' Trojani, per mezzo di Evandro e di Enea, di Ulisse e di Antenore. Risalire a Troja fu pe' Greci risalire ad un’epoca di gloria e di possanza, e nobilitando del resto con tali leggende i principi! di Roma e de' Latini, i Greci si vendicavano indirettamente, mostrando tale città e tal popolo formato da fuggitivi scampati alla spada vittoriosa degli Elleni. Per Roma, accettar questa origine, non era nemmeno disonorarsi. Era Troja il più gran nome dell’antichità, quello del più possente stato dell'antico mondo; la rinomanza erane grandissima ed universale, e non poteva intanto offendere, giacché Troja da lunga stagione era distrutta; ed era stata ancora nemica della Grecia; e Roma non si sarebbe ancora sì volentieri lasciato dire, che proveniva dalla Macedonia, da Spartano da Atene, che avevano una rinomanza meno antica; ma non si è gelosi degli estinti gloriosi, e nuova illustrazione ne è il retaggio 191). E quanto a Romolo, «di tutte le tradizioni che il riguardano, un solo fatto, dice Duruy, che può resistere al dubbio, è quello senza dubbio del ratto delle Sabine, un’azione che ha tutta la violenza dell'età eroiche; ma questo fatto è inconciliabile coll’idea che Roma stata fosse una colonia di Alba, giacché avrebbe avuto perciò il dritto del connubio con la sua metropoli, e nessuno si sarebbe ardito di rifiutar la parentela con quest’uomo di regia stirpe». Senza voler negare resistenza di Romolo, non considera giustamente che come una leggenda, come una storia poetica, il racconto che del primo re di Roma contenevasi negl’inni, che ancor si cantavano al tempo di Augusto. E Romolo infine considerando come uno de' capi supremi in tempo di guerra, il quale, per le circostanze e l’energica abilità della sua aristocrazia, divenne il re del popolo romano, quanto a Roma propriamente, l’ha creduta con verità anteriore al tempo in cui Romolo tirò un solco intorno del Palatino, così che la vecchia città latina, la città sul Tevere, non fu che la Ruma, la quale prese il nome dal fiume detto Ramon, come quello che allattava colle fertili sue acque, perché Ruma o Rumma spiegasi per mamma, donde il nome di Roma, anziché dal greco Ῥώμη, e quelli di Romolo e di Remo 192). Poiché altrove ho detto di questa etimologia 193), e dichiarato soprattutto che la voce Ruma è pur di greca origine, non mi trattengo della simile opinione di Duruy, la quale del resto vale più per far discredere alla persona di Romolo secondo la leggenda, che per ispiegare l'origine della città. Se Romolo e Remo s’immaginarono dalla latina Ruma, qual popolo mai fu quello de' Latini che la fondarono? L’opinione dell’illustre scrittore è direttamente opposta alle mie ricerche, nelle quali colle tradizioni confermate da' nomi geografici sono andato e vado ricercando non solo le origini di Roma, ma anche quelle di molte città d’Italia, o dalla ricerca sulle origini di tali città vengo a conchiudere quella di Roma, nella quale le altre origini vennero a riassumersi e confermarsi. Non è dubbio che la greca fantasia immaginò la favola di Romolo, ma i posteri de' Greci primitivi, non le greche colonie posteriori, e fuori di Roma, la fantasticarono, e Diocle di Pepareto non fece che raccoglierla. L’opinione di Duruy mi sembra troppo negativa, non solo per le origini di Roma, ma anche per quelle delle città italiche, che da' greci coloni furono fondate e denominate. Se dal nome di Roma o Ruma s’immaginò Romolo, chi fu che tal nome impose alla città, se non furono i Greci? Se la greca fantasia si esercitò sulle origini, quali erano le vere, che sostenevano gli Annali e i Comentarii de' Pontefici, i fasti trionfali, ed altre cronache simili? Tutti questi libri furono molto posteriori ai tempi in cui si stabilirono le greche colonie sul Tevere, e posteriori ancora all’ultima colonia de' Trojani Eneadi, di greca origine anch’essi. Per le narrazioni favolose su Semiramide e su Ceculo, il preteso fondatore di Preneste, come su Ciro esposto in una selva ed allattato da una cagna, a cui Duruy rassomiglia il racconto su Romolo, mi sembra pregio ed opera della scienza, e della più giusta investigazione ricercare la vera. Se le opere degli annalisti romani furono immagini de' greci annali, come diceva Dionigi, fu perché non vi erano storie anteriori, ed appena ricorrer si poteva alle tradizioni, che più e meglio degli altri storici raccolse lo stesso Dionigi. Tacito colla sua opinione rappresenta parecchi degli scrittori moderni, i quali senza spiegare le tradizioni, le hanno negate per fare la primitiva storia d’Italia con le ipotesi proprie; e lo stesso Plinio non recavasi a disdoro di ripetere da' Greci le più antiche memorie dell’Italia, come ho detto al principio di questo studio? Se Strabone degli storici romani dice che imitavano quelli della Grecia, ma non pienamente; giacché quanto essi dicevano l’attingevano dagli Elleni, ma poco vi aggiungevano del proprio, perché poca era la curiosità di sapere; e però dove i primi dicevano meno, non potevasi raccoglier molto dagli altri per emendarne il difetto 194), l’osservazione mi par giusta per la descrizione delle contrade lontane, per le quali il geografo fa l’osservazione stessa, ma non per le origini, perché gli storici romani vennero dopo de' Greci, né più saper ne potevano degli scrittori anteriori. E più a proposito mi sembra che addur si potrebbe un’altra testimonianza di Strabone, il quale se inclinò a creder vera la narrazione della fondazione di Roma per opera di Romolo, stimò poi favolosa la colonia dell’Arcade Evandro, scrivendo: Un’altra più antica e favolosa tradizione dice che i Romani furono una colonia venuta dall’Arcadia sotto la guida di Evandro. Appo costui (dicono) stette come ospite Ercole quando traeva seco i buoi di Gerione; ed avendo quel principe saputo dalla propria madre Nicostrata (era costei esperta nell'arte de' vaticinii) che ad Ercole, come avesse compiute le sue imprese, era riserbato di essere ascritto tra' numi, glielo fece palese, ed inoltre gli consecrò un bosco, e gl’instituì un sacrifizio alla maniera degli Elleni, quale anche al presente si osserva. E Celio, scrittore delle cose romane 195), sostiene che Roma fu fondata dai Greci da che i Romani, con rito anticamente instituito, sacrificano ad Ercole. Ed anche la madre di Evandro venerano i Romani reputandola una delle ninfe, e la nominano Carmenta 196). Così Strabone, o la tradizione da lui raccolta, accennava alle colonie degli Arcadi condotti da Evandro, o di Evandro adoratori, ed alla colonia de' Feneati e degli Epei dell’Elide condotti da Ercole, o ch'ebbero per lor sacro conduttore Ercole, della quale più specificatamente parla Dionigi; e così lo storico Celio da' culti di que’ coloni cercava dimostrare l’origine greca della città. E per le città fondate dagli Arcadi nella regione che fu poi de' Sabini, per la borgata o piccola città di Cauna fondata sul Tevere, non meno che per altre città fondate dagli Arcadi in Italia, io credo verissime le due colonie già dette; e per ciò che riguarda l’altra colonia, che dicevasi condotta da Enea, Ruckert risponde egregiamente ai dubbii di Duruy e degli scrittori anteriori. Ruckert ha molti titoli per non esser trasandato in uno studio fatto da molti, benché di più ampie ricerche egli siasi occupato, di quelle cioè della più antica storia d’Italia, della quale non può fare a meno chi voglia giungere a farsi un’idea più o meno vera dell'origine di Roma. Per venire a questa conclusione, Ruckert prende l’incominciamento dalla storia di Troja, e diversamente dagli altri, che han negata del tutto la leggenda di Enea, egli cerca spiccarla; e siccome la leggenda stessa si collega colla primitiva storia di Roma, nessuno vorrà credere infruttuose le sue ricerche, in un tempo soprattutto di scetticismo storico, ma d'ipotesi facilissime, che si affermano come storia. La sua opera, pubblicata nel 1846, è intitolata: Origine dì Troja, floridezza, decadenza, e rinascimento nel Lazio ); e per l’importanza del soggetto, m’invogliai a tradurla interamente, com’ebbi compita per darmi ragione di tutto quella dell'altra opera simile di G. Uschold, La storia della guerra trojana, pubblicata pochi anni prima 197), perché tra lo scetticismo dei moderni, sostenuto primamente dal Cluverio e dal Bochart rispetto alla venuta di Enea nel Lazio 198), e tra le facili affermazioni, io sentiva il bisogno di confermarmi con lo studio nella negazione, o nella probabilità della tradizione; e le opere de' due lodati scrittori valsero bene al mio desiderio, benché quella di Uschold più valga a rischiarare la spedizione contro Troja, e quella di Ruckert, gli avvenimenti occorsi nel Lazio. In un’altra mia memoria 199) io accennava di volo, son 16 anni passati, la somma delle dotte ricerche di Ruckert, delle quali pel soggetto in quistione, quelle mi sembrano più importanti e decisive, che riguardano l’origine di Caieta e di Astura, il culto della Fortuna in Anzio e Roma, di Diana Nemorense presso Arida, di Venere Frutis o Afrodite nella Sicilia, presso Ardea e a Roma, non meno che su' nomi dell'Aniene, e delle città di Preneste, e di Alba, i quali tutti fanno risovvenire la Troade; così che, con altre memorie ed origini di culti e di cose sacre de' Romani, Ruckert in Enea giunto nel Lazio ci mostra una colonia di Trojani Eneadi, adoratori del fiume Anio della città di Scepsi, donde uscendo, dopo la rovina di Troja e lunghi viaggi, fermavasi alla fine in Italia, e vi fondava Lacinia ed Alba 200). Tutti i detti nomi di città e di culti non ricordano che origini trojane, altro non essendo che i nomi più o meno identicamente ripetuti di Gatta sul lago Ascanio, di Ancyra, Astyra e Preneto sull’Argantonio, come di Alibe presso Scepsi, i quali per sé soli basterebbero a decider la quistione senza le altre analogie notate dal dotto scrittore. Tante ripetizioni di nomi analoghi a quelli della Troade sorprenderebbero, se non si spiegassero coll'emigrazione e colle fondazioni de' Trojani; e come si spiegherebbero le diverse città di Troja nell'Epiro, sull’Adriatico, nel Lazio, e sin nell’Egitto 201) altrimenti che colle fondazioni de' Trojani Eneadi? Le ripetizioni de' nomi geografici forniscono per lo più il più valido argomento per la investigazione delle origini, perché se danno la ragione storica dell’origine de' nomi stessi, con farci conoscere le colonie che gl’imponevano, come nella stessa Grecia, e in altre contrade in cui i Greci si tramutavano, al pari de' trapiantamenti di altri antichi popoli 202) e delle nuove colonie degli Europei nel Nuovo Mondo, e sin nelle contrade abitate da' Barbari e da' Selvaggi, ce ne mostrano insieme le metropoli e le patrie originarie. Prima di studiare l’importante opera di Ruckert, io mi era persuaso di tal fatto, ch’io già sosteneva nell’antica Topografia delle nostre regioni; e se da un canto molto mi aggradiva di aver trovato la più dotta conferma della mia persuasione, che io stesso poi convalidava coll’origine di Cencrea e di Burea, ed ora aggiungo con quella di Melissa nella M. Grecia 203), la quale ricorda la città omonima della Tessaglia 204), donde venne nelle nostre contrade la colonia che dicevasi condotta da Filottete, spiacemi dall’altro di non aver potuto confermare le mie ricerche con quelle di uno scrittore sì dotto, che conobbi dopo la pubblicazione del II volume della mia opera. Ma per ciò che propriamente riguarda l’origine di Roma, Ruckert si limita a ripetere dal culto di Rhea Sylvia e di Vesta nella città di Troja l’origine della favolosa madre di Romolo e di Remo, ch’egli considera come una ripetizione de' Penati e Dattili di Cizico, il cui culto è da ripetere da Samotracia, sostenendo che Remo ucciso da Romolo da una parte ricorda Tizio, il nume del focolare, il principale de' Dattili, il compagno della Madre Magna de' Numi, con essa Dea adorato da' Milesii e a Cizico 205), e dall’altra Tazio, il supposto re de' Sabini, il quale, secondo la leggenda, con Romolo dominò a Roma dopo l’uccisione di Remo. Per altre premesse, io verrò ad una conclusione diversa; ma l’opinione di Ruckert non è senza probabilità nella composizione della leggenda, la quale proveniva da tradizioni e favole moltiplici. Ruckert ha fatto, per la colonia de' Trojani Eneadi, ciò che Zinzow ha fatto pe’ Pelasgi. Entrambi su gli antichi culti di Roma fondano le pruove dell’uno e dell’altro popolo sul Tevere; e chi può inclinare a discredere tali dotte investigazioni, nega ogni mezzo che può avere la mente umana, per dimostrare quello che non si può altrimenti; ma è singolare che nel mentre gli autori scettici non ammettono le pruove possibili delle cose che bene non si conoscono, affermano poi, con molta ingenuità, le ipotesi proprie; ed a questa classe mi sembra che appartenga un altro dotto scrittore, il quale cronologicamante si presenta sul curioso argomento.

Tre anni dopo di Ruckert un’altra dotta dissertazione pubblicò S. Karsten di Utrecht 206), il quale alle favole de' Greci attribuendo tutte le tradizioni sull’origine della città, colla negazione assoluta della colonia trojana, nega anche quella degli Arcadi, e derivando il nome di Palazio dal culto della dea Pale, quello di Liceo confronta con quello di Apollo, ed il nome di Roma con Ruma e Ramon, donde poi dice derivati quelli di Rotno, Romulus e Renius; e tutti questi nomi attribuisce agli Eolii. Se nega le altre greche colonie, salva almeno questa, per la derivazione del latino dall'eolico dialetto, come sostennero gli stessi antichi. Ma se Palatium derivò da Pales, non fu un nume degli Arcadi, prima un nume maschile, cioè Φάλης, come Εὔανδρος attributo di Ermete εὔμηλος ed ἶθυφάλλικος, e poi una dea de' pastori arcadi? Per l'oscurità del significato di Pales, e per l'analogia che ha con φάλης, come questa voce con λύχνη, Varrone scrisse che Romolo dall'Aventino scagliò una λύχνη, un'asta, o un acceso brandello, nel Palagio, il quale fisso in terra crebbe in un albero, ed altre aste produsse 207); ma all’asta allegorica del Sole accennava il racconto, al φαλλός solare, alla vivificante forza del Sole, per cui tutto ha vita e cresce nel mondo. Non ad altro in origine accennò il Palladio, che volevasi da Bardano portato a Troja da Samotrace, o dal cielo caduto nella fondazione di quella città 208), e che poi era fama ch’Enea portò a Lavinio, e di là a Roma, e che posseduto ancora dalla città di Polieo, di origine trojana, sul Siri, passò ad Eraclea ed a Luceria 209). Dopo che Marco Atilio Regolo ebbe sottomessi i Sallentini nel 457, qual premio dell’avventurosa campagna, dice Floro, un tempio chiese per sé Pale, dea de' pastori 210); ma la festa erane certamente più antica, perché nel giorno stesso sacro alla dea, che fu il dì 21 di aprile, celebravasi ancora il dì natale di Roma 211), cioè quello in cui era fama che Romolo avea fondata la città. Quella festa fu insieme sacra a Cerere ed al Sole, alla terra, da cui germina ogni vitto degli uomini, ed al Sole, che feconda la terra per produrlo, perché il Flamine Diale, sacerdote di Giove, il cui culto era analogo a quello del Sole, se invocava la dea arcadica o pelasgica, celebrava pure il nume con molti attributi, i quali non sembrano di riferirsi che al Sole 212); e quando per alterazione di pronunzia, o per dar meglio ragione del nome della festa, le Palilie si nominaron Parilie, si suppose che si celebrassero in onore (Villa, che avea partorito Romolo 213). Non m’intrattengo delle pruove tutte negative di Karsten, perché, ripeto, vi risponde Ruckert, come Zinzow, coll'analisi della religione romana, risponde a quelli che negano la fondazione degli Arcadi; e con tutte le dette cose, si risponde ancora a Levesque, il quale, nelle sue affermazioni troppo negative contro Dionigi osservava: «Ma in quali memorie antiche, sconosciute a Tito Livio, egli trovava le circostanze da lui raccolte per illustrare le origini di Roma? A qua' caratteri riconosceva che tali memorie erano più autentiche di quelle ch'erano consultate dagli storici romani? Come questi storici non le avevano scoverte, o le trascuravano nell’aver tanto a cuore, per l'orgoglio nazionale, di adornar la culla della loro patria? Egli dice che non appaga vasi di consultar soltanto gli Annali, ma che raccoglieva quanto apprender poteva, conversando con le persone istruite; e dove dunque costoro avevano ritrovato ciò che non era scritto ne' loro Annali, ed i colloquii delle persone anche molto istrutte sono forse buone memorie storiche pe’ tempi antichi?» 214). Levesque senza meglio investigare l’origine della favola de' gemelli, dice che Diocle di Pepareto, nel racconto della favola di Romolo, imitò quello dell’infanzia di Ciro narrata da Erodoto 215). E perché la tradizione orale e la memoria di altre simili origini greche co’ nomi delle città antichissime bastavano alla ricordanza de' posteri, niente vale l’argomento ch’egli trae dall’uso molto tardo della scrittura presso i Romani per dimostrare come pure favole tutte le loro origini. Anche a non credere che gli Arcadi, o i Pelasgi, avessero portato l’uso della scrittura nel Lazio 216), i culti antichissimi suppliscono alla mancanza delle memorie scritte, ed altre dotte ricerche di B. Modestow 217) dimostrano, che assai più anticamente del tempo delle guerre puniche, la scrittura era già familiare ai Romani, i quali anche senza la scrittura, potevano bene, come i popoli più rozzi, serbar la memoria de' più antichi avvenimenti, confermati da' nomi geografici, e dagli antichi riti della loro religione; e importa molto che Dionigi ci narra delle greche colonie su' sette colli ciò che per lo più non trova detto dagli altri antichi storici di Roma. Né molto trattener mi debbo dell’opinione di Michelet, al quale è paruto che se Roma fu in origine una o più città pelasgiche sparse su' sette colli, non è meno probabile che queste città furono poi occupate da una banda di pastori Sabini; e che, a giudicarne dalla lingua, i primi Romani ebbero ad essere in gran parte pastori e briganti 218) contraddizione manifesta la quale non meno dalle cose dette risulta ancora dalle stesse premesse dell’autore ingegnoso, ma fantastico. Anche R. Leudiere attribuì tutto a' Sabini 219), e si può credere a Dubarry che l'uccisione di Remo scema considerevolmente la figura olimpica di Romolo, ma che conferma l’opinione di quelli che annoverano questo eroe tra i famosi briganti de' tempi storici? 220). E perché troppo generiche, mi sembra che non si debba molto attenersi all’opinione di G. Linker, il quale non ha veduto ne’ gemelli che il doppio elemento della popolazione di Roma, cioè i Patrizii e i Plebei 221), e a quella di Cox, il quale nel mito di Pelia e di Neleo ha veduto la base delle grandi tradizioni romane, sebbene ottimamente abbia riconosciuto ne' nomi di Remo e Romo un’altra forma di Romolo, e che quali eponimi debbono considerarsi 222), al pari di non pochi nomi greci simili, immaginati da' nomi delle città e de' popoli. I Patrizii, i Plebei furono ne’ posteri di tutti i fondatori delle città greche; ma quali furono i fondatori della città di Roma? e qual popolo primamente immaginò sul Tevere gli eponimi di Roma? Ma ascoltiamo ancora altri dotti scrittori, che più o meno opponendosi alla tradizione, han cercato altrimenti spiegarla, per farla discredere e bandirla dalla storia.

La leggenda romana, dice Preller, non è una creazione della poesia, ma un prodotto della cronaca, un tessuto degli storici greci e latini, e soprattutto de' Greci. Nel fondo di questa leggenda nondimeno sono alcuni veri tratti dell’antico culto e deirantica storia di Roma, e sebbene mal compresi e sfigurati, molto rilevano per la favola dell’origine della città. Questa cronaca, nata coir antica letteratura latina, poi perfezionata ed estesa a poco a poco, cominciando co’ Numi, narrava poi la fondazione della città per opera di Romolo, alla quale si rannodavano antichi culti, quelli di Marte, di Fauno e di Fauna, e in fine di Ruminus, di Rumina, e la memoria del fico Ruminale, dove fu la Lupa che allattò i due bambini. La tradizione su' gemelli era da tutta l’antichità molto diffusa in Italia, come molto antico era del pari il nome &Roma, la città te? Rhamnee, nome delle tribù che abitavano il Palatino, da cui anche provenne il nome di Romolo e Remo, o Ramo, dato ai gemelli. Il Tevere colle sue inondazioni, la caverna di Fauno nel Lupercale, la Lupa sacra a Marte o a Fauno, il pico simbolo di Vesta, vennero ad aggrupparsi a poco a poco alla storia de' gemelli, nucleo primitivo della leggenda. Ed una nuova occasione di abbellirla e di estenderla si presentò a' Cronisti, quando si trattò di dar loro una madre. E mentre, su tal punto, i Greci rannodavano Romolo, o Roma, che gli davano per madre, sia ad Ulisse, sia ad Enea, e sia a Latino, la leggenda faceva entrare nella genealogia del fondatore certi tratti dell'antica credenza, o della storia nazionale. Il Marte Albano è il padre di Romolo, una Vestale Albana gli è madre. E se Nevio ed Ennio, contro la cronologia, facevano di Roma una figlia di Enea, gli scrittori posteriori, rispettando le date, immaginarono d’intercalare tuttala serie de' re di Alba. Se Romolo, il preteso fondatore della città sul Palatino, è ben diverso da Quirino, il dio nazionale de' Sabini sul Quirinale, si confondevano poi in una sola persona, come si vede soprattutto nella leggenda della morte e dell’apoteosi di Romolo, invenzione posteriore della famiglia Albana de' Giulii. La storia intera della fondazione di Roma e del regno di Romolo, narrata la prima volta in tuttala sua estensione da Fabio Pittore e da Ennio, trovasi alla fine in tutto stabilita negli scrittori posteriori. Se la città dicevasi accresciuta notabilmente per effetto dell’asilo attribuito a Romolo, è anzi nel culto di Vejoois, che Preller trova il nucleo di tale tradizione. E quanto si narra del ratto delle Sabine fino a che Romolo regna solo dopo la morte di Tazio, e fino alle guerre contro Fidene e Vejo, dopo le quali Romolo muore e diviene nume, sotto il nome di Quirino, fa l'effetto d’una invenzione molto posteriore, ed Ennio, sull’immagine dell'Ercole greco, immaginò la scomparsa di Romolo 223). Tutto è dunque favoloso nel racconto sull’origine della città, e se in nessuna delle antiche tradizioni si presenta Roma qual madre di Romolo, ma supponevasi soltanto come colei, dal cui nome nominavasi la città, nel sistema di Preller, niente si sa dell’origine de' Romani, sapendosi solo la parte ch'ebbe la leggenda dal culto de' Romani e dei Sabini. E se greci sono i nomi di Roma e di Rumon, di Rumino e Rumina, donde poi venne anche quello di Remona, qual popolo greco, e quale colonia greca impose alla città ed al fiume, ai numi Rumino e Rumina, tutti questi nomi? Questa spiegazione manca nell’opera di Preller, come vi mancano le ragioni di altre supposizioni.

Le opinioni di Mommsen e di Schwegler sulla fondazione della città sono state esaminate da Bode, ed io ne ripeterò le osservazioni senza altro impegno nell’argomento già ben trattato da questo, come da altri scrittori, che per brevità tralascio; cosi che tali osservazioni ripetendo sommariamente, ripeterò insieme ciò che Bode ne ha pensato per sua parte, il che non può essere indifferente tra le opinioni di tutti. Perché Mommsen non tiene alcuna ragione della tradizione, o della leggenda, la quale dovevasi riferire a qualche fatto, dovrei passar oltre, tralasciando l’opinione di Mommsen sull’argomento in quistione; ma l'importanza della sua storia, non meno che la critica di Bode, mi obbligano a trattenermene.

La leggenda della fondazione di Roma, dice Bode, non è una leggenda poetica e fantastica, nella quale appena il nome di un luogo, o di una persona, rimane per la base storica, o un avvenimento di fatto, ma è sì prosaica, sì illusoriamente simile alla storia, che per discovrirne il vero i più grandi sforzi sono necessarii della più alta critica. Schwegler ha dimostrato insussistente l’affermazione di Schlegel che la più antica storia di Roma sia un romanzo greco, e Bode dà ragione a Schwegler di considerare il nucleo della leggenda romana come una creazione del popolo romano, come un prodotto della riflessione e della intelligente meditazione de' Romani; e se in poetica bellezza e leggiadria sta molto indietro alle greche leggende poetiche e fantastiche, lo storico nondimeno può sperare di trovarvi più che in quelle significanti e numerose ricordanze di avvenimenti effettivi. Il riflessivo intelletto de' Romani le oscure memorie del passato riunì agli ordinamenti religiosi e politici, e in parte abbellì, in parte perfezionò il racconto con riempir le lagune tra questi e quelli. Il difetto del senso storico presso i Romani, la loro indifferenza per la propria antica storia facevano riempir le lagune della tradizione, trasportando a' tempi primitivi gli avvenimenti posteriori; e in ciò la fantasia de' Romani, inferiore a quella de' Greci, si avvalse della forza creatrice della fantasia greca. Quando i Romani sentirono il bisogno di narrare i fatti gloriosi dell’eroe eponimo della città, tali leggende immaginarono, che corrisposero e all'indole propria, e alle memorie generali, e all’idea ch'ebbero degli avvenimenti che esser dovevano accaduti verso il tempo della fondazione; e Bode dà ragione a Peter 224) di attribuire un gran pregio alla romana leggenda, la quale valer deve come base e norma di tutte le ricerche sulla fondazione della città, non ostante che le combinazioni della riflessione si sono così intimamente connesse co’ supplementi della fantasia, che la più ingegnosa critica non può mai giungere a distinguere esattamente la verità dalla poesia. Bode,coll’esempio di Mommsen, sostiene che non giunge ad un positivo risultato chi non fa conto della leggenda. Dall’essere stata Roma fondata come emporio del commercio marittimo e del Tevere, e come fortezza marittima del Lazio, non risulta affatto, dice Bode, che fu il luogo più mediocre di sì fatto commercio. L’avversione al mare, la guisa di esercitare il commercio a Roma, diversa dalla marittima, e lo stesso fiume che impaludava tra il colle Capitolino, Velia 225), e il Gemalo sino a Tarquinio Prisco, è contrario all’opinione che Roma fosse stata prima una piazza di mercato. Per quante guerre ancora si ricordano contro la vicina città di Fidene, la quale non ne distava più di XL stadii, o cinque miglia odierne, nessuna ne fu impresa per render libera la navigazione sul fiume. La pastorizia e l’agricoltura bastarono per alimentare i Romani, ed anche la guerra, a cagione del bottino, dispensò dal commercio. L’asilo e la conquista, più tosto che il traffico sul fiume e sul mare, accrebbero la popolazione della città. Ostia, come il Pireo di Atene, non già ne’ tempi primitivi, ma da Anco Marzio fu fondata (verso il 120 di Roma); e fu egli che primamente fortificò il Gianicolo, e fino al mare estese il territorio della città. I trattati con Cere, città marittima, sono del tempo de' Tarquinii. Alla navigazione accenna la tavoletta epigrafica di bronzo scoverta non è molto nelle vicinanze di Roma, ma vi si ricordano le varie corporazioni e i Collegi che la esercitavano nella città di Ostia 226). La leggenda della fondazione della città non dice nulla della galera come insegna nelle antiche monete; e riferendosi a tutt’altro che al suo commercio sul fiume, si riferì ne’ tempi posteriori al supposto arrivo di Saturno. Il primo trattato di commercio de' Romani co’ popoli marittimi fu quello conchiuso co’ Cartaginesi nel 509 dopo la scacciata de' Re; e le espressioni di Mommsen da tempi straordinariamente antichi, in un tempo incredibilmente antico, sono esagerate ed erronee. I due trattati di commercio che Tarquinio Superbo conchiuse con Cartagine, anziché esser favorevoli al!’ipotesi di Mommsen, le sono anzi opposti e contrarii, perché essendo stati conchiusi contro il volere de' Romani e degli stessi Cartaginesi, non ebbero più effetto dopo la caduta di Tarquinio. Né la separata posizione che Roma sì presto prese nel Lazio, il dritto dell’asilo, e la mancanza del connubio sono alla stessa ipotesi favorevoli, perché una città che doveva vivere col commercio, doveva anzi essere in amichevole e pacifica intelligenza coi vicini. Perciò l’affermazione di Mommsen che Roma fu fondata come emporio del commercio marittimo e del fiume latino, non è più verosimile della leggenda; e la sua ipotesi, conchiude Bode, se attesta l’ingegno e la fantasia del dotto investigatore, non aiuta affatto a liberarsi da ciò che la storia pretende di essere», e confermerà anzi nella veduta, che se è possibile il ricercare i principi! di Roma, ciò può solo avvenire, dice Bode, coll’aiuto della leggenda. Fu questa la mia persuasione propria prima d’imprendere questa ricerca, e prima di leggere l’imparziale critica di Bode; perché se la tradizione si bandisce, non rimane che l’ipotesi, ed io veramente non so preferirla alla leggenda anche favolosa, che dobbiam solo cercare d’intendere e di spiegare, non ricusarla del tutto per sostituirvi le idee proprie. Ma ecco le riflessioni di Bode intorno le opinioni di Schwegler, autore di un’altra dotta storia di Roma.

Il risultato della critica severa di Schwegler, dice Bode, è rimasto per lo più negativo coll’affermazione, che la leggenda della fondazione di Roma è essenzialmente mitologica, e che colle idee religiose degli antichi Romani può soltanto spiegarsi, mentre Schwegler deriva Romolo da Roma, confronta Roma con Rumus, e Roma, ossia Ruma, traduce per nudrice. Romolo serbò il significato di bambino lattante; e quanto al Fico Ruminale, a cui giusta la leggenda rimase attaccata la cesta, nella quale si dissero trovati i gemelli, fu simbolo di fecondità sacro ai numi Ctonii, e Rumea o Rumina fu una dea dell’allattamento. Rumina divenne poi un nome speciale di Fauna Luperca, la quale anche figuravasi come dea del parto e dell’allattamento; e siccome la lupa fu in generale il simbolo di Fauna Luperca, così una lupa lattante comparisce specialmente come simbolo ed immagine del culto della lattante Fauna u Rumina. E dopo che Faustolo ed Acca Larenzia furono introdotti nello stesso ciclo d’idee mitologiche, il fecondante nume de' pastori fu alla fine identificato con Romolo, l’eponimo fondatore della città. Romolo e Remo furono altresì rappresentati come i Lares praestites; e per una terza apposizione in fine, poiché Remo dicevasi l’invidioso avversario di suo fratello, si trovò in entrambi una certa analogia colla dottrina de' Genii romani, secondo la quale a ciascun uomo, come ad ogni città e popolo, un genio buono ed un genio cattivo fu attribuito. Or tale essendo, secondo Schwegler, la parte essenziale della leggenda, perché tutt’altra fu l’astrazione dei posteriori ordinamenti politici e militari, egli può, dice Bode, come risultato positivo della sua critica sostenere soltanto, che Roma fu dai Latini fondata sul Palatino. Ma che la critica di Schwegler non ha condotto a veruna soddisfacente e positiva risposta alla questione, come e quando, e per qual cagione Roma fu fondata, è da cercarne il motivo nella sua idea dell’origine e della sostanza della leggenda. Egli dice che la leggenda tradizionale de' fondatori e della fondazione della città non è storica, perché i due fatti fondamentali di essa sono prodigi; e le speciali circostanze e gli avvenimenti che vi si frammettono, dipendono da que’ fatti, e ne sono così limitati, che stanno e cadono co’ fatti medesimi. Tali prodigi sono il nucleo genetico di tutta la leggenda; e tutto il resto, lo stato verginale della madre, l’esposizione de' neonati, l’allevamento di essi per opera di pastori, è di origine secondaria, è una interpolazione, una estensione del nucleo già dato. Ma con ciò, ei sostiene qualche cosa contraria alla sostanza della leggenda, giacché in questa il meraviglioso ed il soprannaturale non è primitivo ed originario, ma lo sfondo invisibile, dal quale avviene la meraviglia. Perciò non alla nascita ed alla conservazione de' gemelli è da por mente, sì bene al fatto, che pastori vi furono sulla sponda del Tevere e appiè del Palatino, e che Roma fu fondata da questi pastori. Questo semplice fatto, che Schwegler nomina l’idea fondamentale della leggenda, fu poi dalla politica de' Tarquinii messo in connessione colla storia di Alba, e collo stesso orgoglio amplificato e adornato, che i Romani appresero ad occultare e cancellare per quanto fu possibile la memoria della conquista di Roma per opera di Porsenna e de' Galli, co’ racconti di Orazio Coclite, di Muzio Scevola, di Clelia, delle oche del Campidoglio, e della vittoria di Camillo. Perciò, quando i Romani cominciarono a ricercare dell’origine della loro città, sorse primamente la figura di Romolo come conduttore del popolo de' pastori, da' quali si pensavano discendere, fino a che quindi divenne il figlio di Marte e della figlia del re di Alba, e che in fine fu adorato come Lare della città, sotto il nome di Quirino. Niente vieta inoltre di supporre che la fantasia creatrice de' racconti fu sollecitata da idee religiose, e che queste idee intrecciò nel racconto. È del pari evidente, che tale narrazione, così nata, non solo contiene molto di meraviglioso e di contraddittorio, ma che si allontanò pure dal fatto. Col dirsi che i gemelli furon trovati ed allevati da pastori, si presuppone che i dintorni di Roma erano abitati prima della sua fondazione, e questi pastori, dice Bode, furono i Rhamnes, una stirpe latina, e come gli altri Latini divisi in tribù e famiglie. Ma la figura di Faustolo fu immaginata per fare di Romolo un discendente del re di Alba, e Romolo non è che l’originario re de' Rhamnes e l'eroe eponimo di Roma, nella guisa stessa che Latino è il re e l’eponimo de' Latini; ed i pastori sono detti compagni di Romolo, cioè del popolo raccolto nella città di Roma, perché un’oscura memoria vi era, che i fondatori della città aveano di preferenza esercitata la pastorizia. I Rhamnes, il cui territorio era tramezzato da boscose catene di colline, ed esposto alle ripetute annuali inondazioni del Tevere, le cui alture erano ariose o salubri, ma le cui valli erano in parte paludose e insalubri, si videro costretti di applicarsi alla pastorizia più delle altre stirpi de' Latini, che possedevano un paese più adatto all’aratro. Perciò anche le più antiche feste de' Romani, le Palilie e le Lupercalie, non furono in origine che feste paesane de' pastori. La tradizione che Romolo e Remo sepper difendersi dalle incursioni de' pastori vicini, è da Bode riferita alle offese degli Etruschi, per le quali i Rhamnes furon costretti a più indietreggiare sulle colline, e ad esercitarvi di preferenza la pastorizia. Ebber quindi a fondare un recinto per salvarvi le loro greggio; e quando i Latini che abitavano le città, ebbero a scuotere il giogo di Mezenzio, cioè degli Etruschi, anche i Rhamnes li assalirono sul Tevere. Questi combattimenti diedero occasione a trasformare il recinto sul Palatino in una città, dalla quale poterono con più sicurezza imprendere altre spedizioni guerresche. Perciò Roma fu fondata dopo i movimenti de' popoli, originati dalla irruzione degli Etruschi nella valle del Po, e nella pianura Toscana, e che turbarono anche il Lazio per più secoli. Né l’era della fondazione della città si oppone alla congettura che sia stata fondata dopo le rivolture de' popoli italici, il cui principio è indicato col nome di Mezenzio, re di Cere. Accresciuti i Rhamnes dalla non meno battagliera stirpe de' Tizii Sabini, si estesero su' popoli vicini, Romolo fu un Rhamnes, e in ciò che di lui si narra, si adombra l'indole ed il carattere de' Rhamnes. Non è Romolo una persona storica, si bene l’eroe eponimo di Roma, nel quale tutto si riporta,, tutto si riferisce alla fondazione della città, ed ai più antichi ordinamenti politici di Roma. Le guerre fatte da Romolo sono di un tempo storico posteriore, del che conviene anche Schwegler; e dànno la più facile spiegazione al racconto dell’asilo, che del pari si annoda al nome di Romolo. Se la tradizione dell’asilo non ha storico fondamento, secondo Schwegler, il quale dice nondimeno che fu una istituzione greca, è per Bode un fatto storico, perché lo stesso Schwegler concede che v'ebbe ad essere un luogo primitivo di espiazione. Or quando presso il sacro boschetto dell’asilo sorse Roma, quando la guerresca indole de' Rhamnes eccitò lo stupore de' vicini, ben poterono rifugiarvisi coloro, il cui amore della guerra e del bottino non poteva nella patria essere appagato. L’illustre Atto Clauso di Regillo vi fu accolto, ed anche gli Umbri nella guerra contro gli Etruschi vi furono accolti del pari, e preferirono piuttosto di abbandonar la patria, ch’esser soggiogati dagli Etruschi. Roma fu accresciuta e rinforzata da stranieri, e quando l’originaria natura del Lucus era ormai dimenticata, essi divennero delinquenti, schiavi fuggitivi, e marmaglia raccogliticcia nella tradizione. Il carattere battagliero ed inclinato alla conquista de' Rhamnes fu addolcito da' Tizii Sabini, i quali vollero politiche e religiose istituzioni.

Il Tizio Numa supplì ciò che mancava alla fondazione dello Stato attribuita al Rhamnes Romolo, e colle sue leggi gli diè la base politica e religiosa. Tulio Ostilio rappresenta là fiera e impetuosa brama delle guerre de' Rhamnes tuttavia gagliarda, fino a che sotto Anco Marzio le due stirpi si fusero in un tutto indissolubile. Né soltanto j ritratti de' primi quattro re, come rappresentanti il carattere del popolo romano, confermano, dice Bode, la riferita ipotesi sulla fondazione della città, ma anche ciò che si narra sull'agitazione degli Etruschi dopo tale fondazione, e delle loro guerre contro i Romani. Dopo che Roma fu fondata da' Rhamnes, costoro si fecero prima animo contro i vicini Etruschi, contro de' quali ebbero a difendere e custodire il Tevere, e poi si estesero nelle terre de' Latini. Perciò la tradizione distingue chiaramente le guerre contro i Latini, e le spedizioni contro Fidene, mentre le prime sono propriamente guerre di conquista, le altre ebbero il solo scopo di soggiogare la caduta città, dopo che la sponda del Tevere rimase assicurata contro le possibili incursioni degli Etruschi.

Dalle esposte cose si vede che le congetture di Bode sono più relative alla storia susseguente di Roma, che alla sua prima fondazione, benché tale fondazione egli abbia cercato spiegare nel modo già detto, senza affermarne la vera epoca, perché come puramente immaginarie reputa le date cronologiche, non solo i 240 anni pel tempo della regia dominazione, ma anche il numero de' sette Re, e i 333 o 375 anni prima della fondazione attribuiti a Mezenzio, o agli Etruschi. Se egli dice negativa la critica severa di Schwegler, dir si può indeterminata la cronologia delle congetture di Bode; e in ogni modo, come lo stesso Mommsen, egli non tiene conto affatto delle tradizioni più antiche, anteriori a Mezenzio non meno che agli Etruschi, sebbene dia ragione a Peter di doversi attribuire gran pregio alla leggenda, la quale valer deve come base e norma in tutte le ricerche sulla fondazione di Roma; e contro di Mommsen cerca dimostrare, come si è veduto, che non giunge ad un positivo risultato chi non fa conto della leggenda, o della tradizione. Le altre leggende anteriori a quella di Romolo e Remo vietano di doversi considerar questa sola per la soluzione dell’argomento in quistione; e se ancora Romolo rappresenta i Rhamn. es, e sono costoro quelli che fondano Roma, chi sono essi, e donde venuti? perché non basta dirli Latini; e di nuovo si dimanda chi sono i Latini? Or veggiamo come di tutto questo si sbriga un altro non meno dotto autore di una storia della città di Roma.

Se oltre la tradizione orale o scritta, le memorie de' luoghi, i monumenti e i costumi in noi ravvivano il sentimento storico con rischiararlo, ed armato di questa triplice fiaccola, Ampere ha potuto ingegnosamente penetrare nelle tenebre dell’antichità romana, e si è arrischiato risalire, come egli stesso dice, al di là di Romolo, e tentare ancora di far la storia del suolo romano prima di Roma, le sue investigazioni delle origini non possono in tutto soddisfare. Benché primamente ei riconosca i Sicoli e i Liguri sulla contrada poi occupata dagli Aborigeni, da' Pelasgi, da' Sabini e dagli Etruschi, così che ogni collina, col suo studio, ha la sua storia prima del cominciamento della storia romana, tranne i Pelasgi, non riconosce nondimeno le altre greche colonie successive che vennero a stabilirsi sul suolo di Roma, e che dalle memorie de' luoghi intorno e fuori di Roma sono senza alcun dubbio attestate e confermate. Ampere quasi tutt'uno ha creduto gli Aborigeni, i Sabini, ed i Pelasgi; e senza riconoscere per quelli che veramente furono i favolosi conduttori di tali colonie, e di quella stessa de' Trojani, meglio che dagli altri storici ricordate tutte da Dionigi, le confonde in una sola colonia, e non dubita di dire: «Io penso che della venuta di Enea a Roma è come di quelle di Evandro e di Ercole; falsa in se stessa tale tradizione, provenne da una tradizione vera, quella dell’arrivo de' Pelasgi in Italia e a Roma: i Trojani di Enea, come gli Arcadi di Evandro e gli Argei di Ercole, furono Pelasgi» 227). E riconoscendo pure che le favole di tali colonie non entrarono nella letteratura romana, se non quando cominciò a penetrarvi la letteratura greca, dice che furono poi innestate alla tradizione locale, e che le venute in Italia di Evandro, di Ercole, e di Enea, furono immaginate per dar ragione di un fatto vero, del quale tale tradizione serbò memoria, cioè l’antica emigrazione de' Pelasgi; e conchiude che così pensa, perché Evandro e i suoi Arcadi, Ercole e i suoi compagni, Enea e i suoi Trojani, vennero tutti da un paese pelasgico, e non furono che personaggi pelasgici 228). Ma per la più semplice considerazione che i numi e gli eroi archegeti sono e non sono personaggi storici, cioè sono tali in quanto che erano adorati e venerati dalle colonie, ma tali non erano, perché non vissero mai al mondo, e che viaggiarono colla fede delle colonie, il modo di vedere di Ampere non si può approvare, dopo le ricerche soprattutto di Ruckert su' Trojani Eneadi, e dopo il confronto dei nomi delle più antiche città italiche con quelli delle città dell’Arcadia, e di altre regioni greche, donde altri coloni venivano in Italia, e vi rimanevano le memorie delle loro metropoli, non si può più dubitare del fatto di tali colonie, per le quali allo stesso Dionigi mancarono le pruove per confermarle. Come con ingegnose ipotesi, e curiose divinazioni, ha cercato Ampere spiegare la leggenda dei gemelli, ch'è il punto, come quello delle origini, in cui tanto disconvengono gli antichi e i moderni scrittori, è da vedere nella sua storia; ma questa è in breve la somma delle sue idee. Io credo a Romolo, egli dice, e nello stato in cui è la scienza, un certo coraggio fa d’uopo per non negarlo; ma non credo alle favole indigene, o greche, con cui si è cercato circondarne la memoria. La leggenda inventa i fatti anziché le persone, e se molto attribuisce ai suoi eroi, non li crea. Il falso sapere di tutti i tempi ha supposto personaggi immaginarli, che si sono creduti di aver dato il loro nome ad una città, o ad un popolo, senza che la scienza vera non li abbia mai ritrovati di fatto. Roma fu anteriore a Romolo, il quale essendo l’equivalente di Ramo, non vuol dir altro, che l’uomo di Roma, l’uomo del Palatino, dove fu la fortezza pelasgica di Roma. I Romani non ebbero de' primi tempi della città se non le nozioni trasmesse dalla tradizione orale, e dalle patrie canzoni, che in onore degli antenati illustri tuttavia si cantavano ai dì di Catone 229). La leggenda orale non inventa come i poeti, o gli storici, che mentiscono scientemente. Nelle epoche più antiche, il popolo ascolta, crede, e ripete, e ripetendo altera senza volerlo ciò che ha udito, e la fantasia mescola nel racconto il meraviglioso alla realtà ed al fatto Così si formano le narrazioni leggendarie, che la credenza generale adotta, e poi consacrano la poesia e la storia fino a che comparisce la critica, che comincia a negare e a discredere. La tradizione, alterandosi, aggiunge fatti meravigliosi ai fatti storici, o a questi dà il colore del meraviglioso, e a poco a poco trasforma ciò che rende inverosimile; e cancellando ancora particolarità e circostanze, più avvenimenti concentra in un solo, una razza immedesima ad un uomo, e ravvicinando i fatti che le aggradano, sopprime quelli che non le importano punto né poco. Sarebbe un errore cercar nella leggenda una cronologia, la quale tiene più conto de' luoghi che de' tempi; e la persistenza di un nome, o d’una memoria locale, serba la ricordanza lontana di un fatto, che non lascia un vestigio qualunque. Quando una memoria locale è antica, credete bene che ha la ragione di essere nella realtà del fatto, o della persona a cui si riferisce. L’esposizione de' gemelli ad una corrente esser deve una tradizione antica, se non vera; ma la tradizione non avea d'uopo di un’escrescenza straordinaria del Tevere, perché avea il Velabro appiè della parte occidentale del Palatino, verso la chiesa di S. Giorgio in Velabro 230), per far deporre ad una delle sue sponde i bambini. Di contro al Palatino, al di sotto del luogo ove avea termine la Roma quadrata, e della capanna di Romolo, ma al di là dell’area del Circo, ergevasi una roccia coronata di grandi alberi. Al di sotto eravi un fico, e sotto questo Fico Ruminale, o di Romolo, un pastore trovò due bambini, che allattava una lupa. Questo fatto verosimile, e il nome dell'antico Lupercale da' Pelasgi consecrato a Pane, diedero forse origine al racconto della Lupa nudrice di Romolo e di Remo; e poiché era fama che un’orsa allattò Paride 231), e che Telefo, eroe arcadico, fu allattato da una cerva 232), il racconto su' gemelli esser poteva la ripetizione di un antico racconto pelasgico, o anche di una leggenda iberica, arrecata a Roma dai Liguri 233). Se i lupi fino al tempo di Orazio si conducevano spesso a divorare i cadaveri sull'Esquilino 234), che dovea avvenire ne’ tempi antichissimi, in cui tutte coverte di selve e di boschi erano le contrade vicine? Que’ luoghi abbondanti di lupi danno ragione delle feste lupercali dell'antica Roma; e la nudrice di Romolo, degna nudrice, dice Ampere, del fondatore di un popolo, ch’ebbe sempre nel suo sangue alquanto del latte della lupa, ha dunque un doppio senso nella leggenda, perché ricorda un antico culto de' Pelasgi, ed un’età in cui i lupi stanziavano presso l'uomo nella foresta primitiva. Poiché i Sabini dissero Marte padre di Fauno 235), il più antico antenato della stirpe de' Latini, trasportarono ancora sul Palatino la leggenda dell'origine della loro città di Curi, secondo la quale una donzella nobilissima, entrata per danzare nel tempio di Enialio, o Quirino, fu dallo spirito investita del nume; e poiché, lasciate le danze, si ritrasse nei penetrali del tempio, e fu abbracciata dal nume, divenne madre di Modio Fabidio, il fondatore della città di Cuti 236). La leggenda simile si ripete nella fondazione di Preneste 237), e fu questa ancora, io dico, l’opinione del Cluverio 238); e se la tradizione, dice Ampere, a' gemelli diè per madre una Vestale, fu perché Vesta, la dea pelasgica, fu adorata appiè del Palatino prima che Romolo fondasse Roma. Senza credere che Romolo fosse un rampollo della real casa di Alba, vi vede invece un pastore ardito e risoluto, un po’ brigante, come ve ne sono stati in vicinanza della città. Fu la vanità del popolo romano che fe’ discendere il suo primo re dalla favolosa famiglia degli antichi re della metropoli latina, che tale divenne probabilmente perché fondata dappresso al monte, sul quale ebbe ad essere un tempio de' Pelasgi, per essersi ivi presso ritrovata una iscrizione sacra agli Dei Cabiri. E senza né men credere che i due fratelli menassero una colonia a Roma, ha creduto soltanto che Roma fe’ parte del territorio di Alba. I re Albani ebbero greggie e mandre, e Romolo ne fu probabilmente un pastore, che le pasceva sul Palatino. In un bel dì gli venne voglia di fondare una città, e gli fu facile con alzare un muro, o scavare un fossato, dove i pastori andarono a rifugiarsi. L’origine simile di Curi e di Preneste rendono probabile tal congettura; e l’origine pastorale di Roma si spiega ancora da che nominavansi ovilià i recinti in cui si fecero le elezioni nel Campo Marzio. Benché ebbe ad esservi un asilo fondato da' Pelasgi, come in Atene 239), Romolo non se ne giovò, e si pose soltanto ad abitare nella fortezza de' Pelasgi fabbricata sul Palatino, e d’allora ebbe ad esser nominato Romolo dal nome di Roma di quella fortezza. Ei volle ancora cinger di mura tutto il Palatino, e non è molto in fatti che un muro si è scoverto di pietre di tufo in tre parti in basso del Palatino, simile a quelli di Fiesole e Volterra 240), ma di costruzione men regolare, qual poteva essere quella di un pastore, e come la muraglia di Servio sotto l’Aventino. Cicerone e Dionigi ricordano la muraglia di Romolo 241), ma sembra che la confondano con quella degli Etruschi su altre colline. Romolo fe’ consecrare il recinto della nuova città col rito etrusco ricordato da Plutarco 242), e tal recinto fu nella forma che poi ebbe il campo romano, che fu disegnato secondo il tipo sacro della Roma sul Palatino, ch’ebbe per modello la Roma quadrata de' Pelasgi; ed ebbe tre porte, come le etrusche città di Cosa e di Rosette 243), la porta Mugonia presso l'Arco di Tito, la Romana, o Rumanula 244), e l'ultima, donde scendevasi nella valle, in cui fu poi costrutto il gran Circo. Poiché Roma era già edificata, due fratelli non ebbero a ricorrere a' presagi per nominarla dall'uno o ' dall'altro de' loro nomi; il che fu immaginato più tardi, quando si credette che i fondatori delle città le nominarono co’ propri nomi. L’altra città sull'Aventino, cioè Remuria, Remora, Remona, o Rome, a circa 4 miglia da Roma 245), e verso S. Paolo, un’altra fortezza anche fabbricata ed abbandonata da' Pelasgi, fece supporre che Romolo e Remo fossero fratelli.

Remo o Roma non fu fratello di Romolo, sì bene un altro avventuriero, un altro pastore de' re di Alba, che ne pasceva le greggie sull’Aventino, e che venne a contesa coll’altro col nome di Romolo, non già su chi avesse a dar nome alla città, come dice la tradizione, ma per la prevalenza dell'una città sull'altra. Il pastore dell’A ventino, colle armi alla mano, oltrepassò forse il fossato della città sul Palatino, della quale non ancora erano alzate le mura, ed il pastore avverso il respinse e l’uccise. Dionigi accenna alla contesa sanguinosa 246); e si creda, o non si creda a tale spiegazione, la tradizione, dice Ampere, rimane col carattere terribile che le attribuirono i Romani, e tal carattere è storico, perché rivela, dall’origine della città, l'indole distintiva del popolo romano, cioè la gente fiera di Romolo. E senza più oltre compendiare le congetture di Ampere sul ratto delle Sabine, non già de' Sabini della città di Curi, ma di quelli che si erano stabiliti sul Quirinale, basta dire che col culto di Nettuno in Atene 247), egli spiega i giuochi in onore di quel nume 248), coll'occasione de' quali dicevasi avvenuto il ratto, così che la parola sarebbe provenuta dagli Ateniesi, ch'erano pur venuti a Roma con una loro colonia, e forse anche da' Pelasgi, a giudizio di Ampere, perché adorarono il dio del mare. Le corse de' cavalli, ne’ primi tempi di Roma, s’immaginarono dopo che si costruì il gran Circo, sotto le cui fondamenta al tempo di Tertulliano si ritrovò l’antico altare del dio Conso 249), nume ascoso (Consus da condere), anziché del consiglio de' Sabini, ma più probabilmente io credo degli Ateniesi, per la memoria della detta colonia, la quale vien confermata dal ritrovamento di quell'ara. Con altre congetture Ampere spiega quanto si narra di Romolo nella guerra contro Tazio, o i Sabini; ma senza credere alla pace conchiusa, discrede ancora il regno comune de' capi del popolo Romano e Sabino, e crede in vece che l'uccisione di Tazio attribuir si debba alla nimistà della Roma latina contro la Roma Sabina, come l'uccisione di Romolo presso l’ara di Vulcano 250) appiè del Campidoglio, ai Patrizii Sabini che vendicarono Tazio, o anche nella stessa Curia 251), perché nel Senato vi erano cento Senatori Sabini. Trapasserei il mio soggetto, se più oltre io riferir volessi le congetture e le spiegazioni di Ampere; e limitandomi all’osservazione di ciò che possono valere per darci ragione del tempo incerto e favoloso di Roma, dico che se conviene con altri critici che favolosa fu la famiglia de' Re Albani, come costoro ebber greggie che pascolarono sul Palatino, e come Romolo ne fu un pastore, al pari di Remo, che le pasceva tra le rovine della Remuria dell’Aventi no? E se Ampere ha giustamente notate le diverse borgate su' sette colli, come quelle del Palatino e dell’Aventino sarebbero divenute disabitate, per dar soltanto pascolo, coll’erba che cresceva tra le loro rovine, alle greggie de' re di Alba? Ben mi sembra che sovente le congetture e le spiegazioni, in ultima analisi, si risolvono in altre incertezze, e non sono meno favolose della stessa leggenda; e ciò non dico soltanto di quelle di Ampere, ma anche di tutte, quando ben si dilungano dalla probabilità storica, e dalla verosimiglianza. Or passiamo agli altri dotti interpetri, che si sono ultimamente più distinti nel difficile impegno di dichiararla.

Nell’anno stesso in cui Ampere pubblicò la sua storia, un’altra non meno dotta ne pose in luce Sir Giorgio Cornewall Lewis sulla credibilità della storia romana. È disgrazia che nel mentre tra noi molta carta si consuma e si fa sperpero di tempo e di fatiche nel pubblicare ciò che presto si dilegua dalla memoria, e che non rileva di sapere o non sapere, il buon ingegno degli uomini si nega alla diffusione delle più dotte opere, nelle quali, come in questa di Sir G. Lewis, ritrovando la mente un pascolo diverso, si fa opera, leggendole, più morale e altrimenti profittevole. Ma che che dir si voglia del mio desiderio di veder divulgate opere importanti, anziché gazzette inutili, che vivono meno di un giorno, dico che dopo di avere il dotto uomo, nell'introduzione, considerato come la storia si trattò negli ultimi tre secoli, e come primamente apparve lo scetticismo rispetto alla più antica storia di Roma dal Cluverio al Niebuhr e lor successori, si propone di esaminare l’esterna evidenza di tale storia; e considerate ne’ sette capitoli seguenti le fonti della storia romana negli scrittori, nelle orali tradizioni, nelle memorie pubbliche e private, nelle canzoni popolari, ragiona nell'ottavo capitolo della più antica storia d’Italia, e come non istorica ne considera la primitiva cronologia; tratta nel IX de' favolosi re del Lazio e della favola di Enea, nel X, de' favolosi re Albani, e in questo, che più davvicino ci riguarda, dopo aver riferite le 25 diverse leggende sulla fondazione di Roma, che al principio di questa memoria, distinguendo le une dalle altre, più che come tradizioni ho considerate come opinioni di antichi archeologi, dice che riguardando solo alla testimonianza esterna, non vi è parte della più antica storia romana che stia sopra una più ferma base, quanto ciò che si narra di Romolo e Remo, ma che molta ragione vi è di contraddirla, quanto alla sua interna probabilità. Cicerone e Livio scetticamente considerarono i meravigliosi incidenti circa i gemelli 252), i quali stanno tutti fuori il corso ordinario della natura, e che in un periodo di tempo, comparativamente antico, furono tolti via con convenevoli variazioni nelle narrazioni successive. Con tutto ciò, la storia ricevuta di Romolo e Remo è pari ad ogni altra del periodo regio; e le discordi leggende, che si escludono a vicenda, mostrano bene che sono prive di base storica. Quando già era estinta la memoria degli avvenimenti, la fantasia de' mitologi e degli antiquarii si adoperò a supplire il vuoto per soddisfare alla curiosità. Le diverse leggende della fondazione di Roma sono come le nove diverse spiegazioni del nome della città di Capua, le quali al primo raggio dell'investigazione critica si dileguano senza rimaner traccia di un fatto solido e sostanziale. Ma se manca la credibile testimonianza storica, se mancano i materiali per qualsiasi discussione, si può nondimeno ricercare qual fu l’origine del racconto ricevuto, e come avvenne che rimase in favore del popolo romano. E qui Sir Lewis si avvisa che la leggenda, come era riferita da Fabio Pittore, fu accresciuta e spiegata man mano da' Romani. Il nome stesso della città fu probabilmente confrontato con la parola latina ruma, da' Greci convertita in Ρώμη; Romolo fu pe’ Romani come Elleno fu agli Elleni, Doro ai Dorii, e simili, la forma personificata di Roma, l’eroe eponimo della città o dello Stato, un’entità nazionale senza carattere individuo. Fabio Pittore volle dare alla leggenda un colorito ellenico. Ed essendo stata la favola di Enea connessa col Lazio, e l’età favolosa di Roma innestata nel ciclo trojano, si veggono i nomi greci e trojani introdotti nella lista de' Re Albani. Rea Silvia ebbe un nome che fe’ pensare all’Asia Minore, e lo stesso nome d'Ilia fu una reminiscenza di Troja. L’augurio degli avvoltoi fu del pari di greca origine, giacché questi uccelli non discesero mai probabilmente sulle basse pianure dell'Italia. Romolo e Remo sono esposti (nella leggenda) come Atalanta e Ciro, e furono allattati da una lupa, come Ciro da una cagna, ed Atalanta da un’orsa. Diocle di Pepareto attinse il racconto da qualche scrittore romano; la sostanza della leggenda è di domestica manifattura. La rivalità de' due fondatori fu forse suggerita dalla istituzione de' due Consoli, e dalle loro frequenti dissenzioni, come i due fratelli che fondarono lo Stato dorico di Sparta, furono nella stessa guisa immaginati da una doppia linea reale nel medesimo Stato. Senza potersi né meno spiegare l'origine non istorica delle leggende sulle istituzioni politiche e religiose, deve bastarci di trovare il criterio sicuro per distinguere il vero dal falso; e purché ciò si ottenga, paghi restar dobbiamo, se in molti casi non siamo capaci di scovrire il mezzo, col quale tutta la narrazione favolosa fu composta, non solo sulla persona del fondatore, ma anche sulle istituzioni della città. La narrazione sull'uno e sulle altre si formò nella stessa guisa della Ciropedia di Senofonte, e della vita di Licurgo di Plutarco; e come in entrambe le istituzioni sono effettive, finta è la narrazione circa la loro origine, e puramente congetturali sono le ragioni attribuite a' loro fondatori 253). Tutte queste ed altre simili osservazioni portano a dire che se vi fu una Roma, ch’ebbe certe sue istituzioni, niente si sa del suo fondatore, e dell'origine vera di questo e di quelle. Ma a me sembra che per tale oscurità appunto, e per ogni negazione relativa, importa ricercare almeno l'origine della città, se non quella delle sue istituzioni, che del resto provennero dalla prima; e si vedrà che in altra via metterci dobbiamo per rintracciarla, come si può, da' fatti e dalle tradizioni.

Un anno dopo della pubblicazione delle opere di Ampere e di Lewis, comparve quella, non meno dotta, di G. Rathgeber sull'Eolismo della più antica arte a Roma, nella quale riconoscendo a bella prima la difficoltà di trattare la più antica storia romana, perché agli stessi Romani ne fu ardua e penosa la ricerca 254), giustamente osserva che chi imprende a scriverla deve prima ragionare de' popoli che, più anticamente de' Romani, ne abitarono la regione colle altre contrade circonvicine. In tale introduzione alla storia di Roma, che Eraclide Pontico riconobbe come città greca 255), è inevitabile, dice Rathgeber, di fare la difficile ricerca su gli Aborigeni, sui Siedi e i Latini, tralasciata da Livio, ma non da Dionigi di Alicarnasso, il quale verso la fine del I libro della sua Archeologia Romana, come nominò la sua storia, djce; «I Romani non usano né la lingua de' barbari, né quella de' Greci, ma un tal miscuglio di ambidue in cui predomina l’eolica». Non altrimenti diceva Quintiliano, il quale osserva che «al dialetto eolico più si accosta la lingua latina» 256). Nel discorso ancora che, secondo lo stesso Dionigi, Servio Tullio pronunziò a' primarii cittadini delle città del Lazio per consigliare la pace e la concordia, inculcò, fra l’altro, che i Latini dominassero ai popoli intorno, e che dettassero leggi, essi Greci di origine, ai Barbari. E ricordando di più Dionigi l’accordo di tutti quelli che parteciparono a quel consiglio, e la fondazione del tempio di Diana sull’Aventino, per l’origine de' Romani da' Greci, fa valere la colonna di metallo, che si conservava sino al suo tempo in quel tempio, nella quale in greche lettere furono scritte le risoluzioni di quel consiglio, e le leggi delle città che v’intervennero co’ loro rappresentanti. 257) Per tutte queste testimonianze, Rathgeber conchiude che Dionigi quasi tutto come eolico a Roma riconobbe, non solo la lingua, ma anche gli stessi numi, e le opere dell’arte de' Romani. Come Ampere tutto attribuisce a' Pelasgi, Rathgeber tutto attribuisce agli Eolii; perché, facendosi più dappresso alla ricerca, dice che i Γραικοί, parola eolica, indicano in origine una parte essenziale del popolo eolico, che si separò dalla stirpe principale, ed abitò un paese, che diviso da un altro posseduto da non Eolii, in nessun luogo confinò colla regione della stirpe principale nell'Ellade e nel Peloponneso. Fra le emigrazioni de' popoli ellenici, nessuna è più antica di quella degli Eolii, che si stabilirono nel paese poi detto Beozia, allora disabitato, e nell'isola poi detta Eubea, e di quella ancora degli lonii, che s’impadronirono del Peloponneso, anche del tutto spopolato. A quella prima emigrazione segui poi l’altra degli Eolii della Beozia, e poi le due altre de' Dori! nel Peloponneso, e degli Eolii nelle isole e in altre contrade dell’Asia Minore. Or poiché i Siceli o Siedi furono in Italia in un tempo primitivo, Rathgeber sostiene che la loro emigrazione fu posteriore alla prima emigrazione degli Eolii, e però media tra la fondazione di Cadmea nella Beozia, e la seconda emigrazione. I Siceli che occuparono la Beozia, non furono né Traci, né Minii, ma in parte Flegii,in parte appartenenti alla condizione di bracciali e di agricoltori. Avevano abitato, dice Rathgeber, la valle del Termodonte, che si scarica nell’Asopo, la valle dove fu la città di Skolos, e la contrada in cui, tra Oropo e Tanagra, era posta la città di Γραῖα. 258), che per tanto tempo loro appartenne, per quanto i Minii pienamente ne possederono l’esteso territorio. Quando Iria fu sottratta ai Minii di Orcomeno, e i Cadmeoni fondarono Cadmea, vi furono malcontenti che uscirono dal lor paese, e con gli Eolii Siceli poterono ancora andar via alcuni degli avanzi degli antichi Pelasgi, che vivevano da per tutto nella dipendenza degli Eolii nella condizione di giornalieri salariati addetti a coltivare la terra. E poiché l’isola Eubea stava di contro a que’ malcontenti, è verosimile che ad essi unironsi i malcontenti di quell'isola, cioè gli antenati de' Minii, ed insieme lasciarono la patria. L’emigrazione de' Siceli alla volta di un paese sì lontano qual era l’Italia, sarebbe stata impossibile senza l’aiuto e le navi de' Fenicii, i quali a quel tempo esclusivamente navigavano a sì lontane contrade. Poiché i Fenicii nel tempo appunto della fondazione di Cadmea e dell’emigrazione de' Siceli navigavano appunto nello stretto tra la Beozia e l’Eubea, nacquero le note tradizioni sull’arrivo e la fondazione di Cadmo; e furono i Fenicii quelli che consigliarono ed eseguirono la spedizione nella lontana valle del Tevere.

Su navi fenicie gli Eolo-Greci navigarono alla costa occidentale dell'Italia, e, come Rathgeber congettura, si nominaron Siceli dalla loro città più ragguardevole, in origine detta Sicelos, e poi Scolos. Furono essi ch’ebbero a fondar Circejo, e di là conducendosi sul Tevere, vi trovarono gli Aborigeni, che vi si erano prima stabiliti, e che anche su navi fenicie vi erano giunti. Coll’erronea attribuzione a' Cunei in Italia di una notizia che riguarda i Siceli, Rathgeber spiega ciò che Vellejo Patercolo dice rispetto a' Calcidesi dell’Eubea ed alla città di Cuma. Velleio (I, 4) dice che non molto dopo che gli Ateniesi colle loro colonie occuparono Calcide ed Eretria nell’Eubea, e i Lacedemoni Magnesia nell’Asia, i Calcidesi, originarii dell’Attica, condotti da Ippocle e Megastene, fondarono Cuma in Italia. Gli Eolii Calcidesi dell'Eubea, dice Rathgeber, non si condussero, in, quel tempo primitivo, a Cuma nell’Opicia, sì bene a Calcide, e a Cime nell'Eolide. La spedizione de' Calcidesi da Cime dell'Eolide alla volta dell’Italia, avvenne lungo tempo dopo dell’arrivo de' Siceli nella spiaggia del Tevere; in guisa che anche i Sicoli avrebbero fondata Cime, o Cuma, a giudizio di Rathgeber, non i Calcidesi dell’Eubea. Con errore, Dionigi li nominò Barbari 259), e che furono anzi Greci, Rathgeber il pruova colle usanze elleniche di Falerii e Fescennia, che furono città de' Sicoli. I Sicoli, seguita a dire, non si nominarono né Elleni, né Eolii, ma Greci, ed abitarono la valle del fiume prima detto Albula, e poi Tibri o Tiberi, e possederono Cenino, ed Antemne, Tiburi, Preneste, Faleria e Fescennia. Fondarono ancora Saturnia ed Antipoli, l'una sul colle Capitolino, e l’altra sul Gianicolo, la quale fu detta anche Ænea 260). Gli scrittori semplici dell’antichità, che già seppero dell’esistenza anteriore di questa città sulla destra sponda del Tevere, e non della sua fondazione per opera de' Siceli, inventarono la falsa tradizione che fu così nominata da Enea, e con essi si suppose che Remo, figlio di Enea, e fratello di Ascanio e di Romolo, con questa città Enea ne fondò altre tre, cioè Capita così detta da Capi il proavo, Anchisa da Anchise l’avolo suo, e Roma in fine da sé stesso 261). I Siceli fondarono ancora Antemne, Tellene, Ficulea presso i monti nominati Cornioli, e Tiburi, tra' quali fu un luogo della città, che anche a' dì nostri, dice Dionigi, si chiama Siciliano 262); e in fine ad Isio ed Agilla nell’Etruria, e Lacinia e Gabii nel Lazio, la quale ultima ricorda un’altra città omonima in una regione diversa da quella, donde Rathgeber fa venire i Siceli in Italia. Se si approva, prosegue adire, la mia opinione sull’origine de' Siceli dal paese abitato da' Minii (nella Beozia), ulteriori conseguenze si ottengono sulla loro religione, e su' loro ordinamenti politici. Ed osservando che i più notabili adorarono un nume principale ed una dea Poliade, o Poliuchos, gli artegiani Amfigieide 263), ed i guerrieri, o i Flegii, Enialio, dice che i SicoliEolii portarono le stesse deità sul lido del Tevere, perché il detto nume supremo fu Saturno, alla Poliade corrisponde Minerva, in vece dell'Amfigieide si trova Vulcano, e ad Enialio corrisponde in fine Marte; né altra che la dea Poliade de' Siceli, come Rathgeber dice appresso, sarebbe la dea Curitide o Quiritide de' Sabini, la Juno simile di Falerii o l'Hera Basilissa, o Juno Regina degli Eolii a Veji.

Dopo l’uscita de' Siceli dalle contrade poi dette Beozia ed Eubea, altri Eolii, continua adire Rathgeber, s’impadronirono del paese dell'Asia Minore, che si estende tra i promontorii Sigeo e Lecto; dal quale altri popoli, come narravano Cefalone Gergizio ed Egesippo, emigrarono alla volta di Pailene, dove fondarono Aineia 264). Pallene e Calcidice furono le sedi più notabili della stirpe eolica; e da quel distretto appunto dell’Asia Minore un’età dopo l’uscita de' Siceli Europei, prima dell’età de' poeti, e prima che cantassero la guerra trojana ed il ritorno di Ulisse da Ilio, uscirono Eolii Asiatici con avanzi della popolazione soggiogata, tra' quali poterono essere anche gli affini della stirpe di Enea, e su navi fenicie vennero alla volta dell'Italia. Perché i più antichi Siceli tennero per gran tempo le due sponde del Tevere, non poterono i Γραικοί,venuti dall’Asia Minore, stabilirsi sul fiume, e s’impossessarono della poco lontana contrada sulla sponda sinistra. Con un ramo degli Aborigeni si mischiarono in alcuni luoghi, p. e. a Laurento 265), a Lavinio, nelle città te? Prisci Latini, e in altre poche città del popolo de' Latini.

Meno antica e più debole di Lavinio fu Alba, ma poi divenne più possente; e vi furono città in cui l’eolico per poco o affatto si mischiò coll'italico, p. e. Gabii, come città più antica, cioè sicelica; e da tutta questa esposizione Rathgeber conchiude che i Latini e i Romani posteriori, derivati non dagli Aborigeni, ma dagli Elleni Eolii, furono Γραικοί; dal che la dichiarazione di Suida: Ῥαικός ὁ Ῥωμαίος 266). Tutta l’Italia meridionale, fino all’arrivo de' Siceli, era piena di boschi, e povera d’uomini. Nel tempo stesso anche gli Aborigeni cominciarono a diffondersi verso il mezzodì; e mentre questi rozzi popoli, ch'Esiodo perciò diceva soggetti ad "Αγριος, si stabilirono nella parte più interna del paese, i Siceli già possedevano il paese piano (Κάμπος), cioè sparsi distretti sulla marina, quelli cioè, come Niebuhr avea già notato, ne’ quali gli scrittori meno antichi chiaramente dicono di avere già abitato gli Eolii. Or poiché appunto nel tempo stesso l’Italia fu meglio nota agli Eolii dell’Oriente, ed alcuni di costoro vi giunsero su navi fenicie, è chiaro, dice Rathgeber, che co’ più antichi Eolii, scacciati dalla sponda del Tevere, fecero causa comune quelli che vi giunsero dall'Oriente, e dagli uni e dagli altri provennero altre colonie e fondazioni sulle Pitecuse, nel paese poi detto Lucania, dove fu la greca città di Tebe, a Lampezia, a Temesa, a Metaponto, ed ultimamente a Reggio. Sgombrate da' Siceli la contrada meridionale dell'Etruria, e le città sulla marina, col consenso degli Etruschi se ne impadronirono i Pelasgi anche Eolii, i quali concorsero all’espulsione de' Siceli, e del paese meridionale di costoro e della città di Roma s’impadronirono in parte co’ Sabini, in parte co’ Greco-Latini, che poi si dissero da Romolo condotti da Alba.

Perché di altri dotti interpetri debbo dire e di altre spiegazioni delle tradizioni e delle favole circa l’origine di Roma, non posso più estesamente riferire tutto che appresso G. Rathgeber vien notando per confermare l’origine de' Romani da' Greci-Eolii; e mi basta dire che eolica fu la fabbricazione delle mura e delle torri a Roma, eolico l’ordinamento dello Stato romano, eoliche le deità, eolico l’alfabeto parlato a Roma dagli Eolii, non da' Pelasgi, né da Evandro dell’Arcadia. La doppia città Latino-Sabina de' Quiriti, anche dopo la distruzione della città di Alba, i cui cittadini furono trasferiti a Roma, rimase insignificante sino al tempo di Anco Marzio, il quale soggiogò i Latini, e gli abitatori dell’eoliche città di Politorio, di Tellene e Ficana trasferì sul Palatino.

Tali cose con grande erudizione, con gran corredo di autorità di scrittori, ma anche con molte ipotesi e congetture, dice Rathgeber sull'origine de' Romani, non meno che sulle diverse tradizioni e favole che in gran copia vi si riferiscono, per cagione specialmente degli scrittori che cercavano di spiegarle. Dionigi d’Alicarnasso diceva barbari i Sicoli, senza dirne la patria, senza dire donde vennero in Italia; e tale affermazione ha cercato Rathgeber confutare, sostenendo che furono anzi Greci, e facendo, per tale origine, valere l’eolismo che nel latino idioma faceva notare Dionigi con Tirannione ed altri scrittori, li deriva dalla Beozia, e soprattutto dalle città di Γραῖα e di Σκωλος. Mase Grea ci dà ragione del nome de' Greci, che fu l’antico nome de' Selli intorno di Dodona e dell'Acheloo 267), soltanto per una certa analogia tra Skolos e Sikelos, egli è venuto a questa opinione; e più certo è che i Siceli o Sicoli furono Traci, perché vi fu nella Tracia una Sicelia, la quale molto probabilmente prese il nome dalle ficaje (perchè συκή significa ficus, e la terminazione in Σικελία è come in Θετταλία, ο Θεσσαλία). Tal derivazione o etimologia è ben confermata da Ficulea e Ficana, nomi latini in cui si ha la traduzione di Σικελία; e ciò che più sorprende, è la ripetizione nel Lazio del nome di un popolo della Tracia, cioè i Gabii, gli stessi che gli Abii, al che nessuno ha posto mente da che si discorre delle origini italiche. De’ Gabii, ospitali e giusti, della loro terra oltremodo feconda, parla Eschilo 268) e co’ popoli della Tracia, co’ Misii e gli Agavi li ricorda Omero, ma col nome di Abii, celebrandoli ancora come i più giusti fra gli uomini 269). Didimo, uno de' comentatori del poeta, Filostefano ed altri citati da Stefano, dicono che furono gli stessi che i Gabii 270), sia qualunque l’etimologia del loro nome, perché Αβιος significa insieme e povero e ricco, e senza case, perché forse abitavano qua e là sparsi per le campagne. Senza potersene specialmente indicare il paese, basta sapere che furono Traci come i Misii e gli Agavi, e saettatori celebri come i primi. Dove dunque furono gli Abii, o Gabii Traci, ivi fu la Sicelia della Tracia; dove fu specialmente una contrada distinta per le ficaje, ivi fu la regione de' Gabii, il cui nome con quello di Sicoli si conservò in una città del Lazio, come il nome del lor paese originario si serbò nelle altre città di Ficulea e Ficana 271), manifeste traduzioni di Σικελία.

La stessa osservazione vale pe’ Trojani Eneadi, come ha dimostrato Ruckert, perché le città di Enea e di Troja si ripetevano dove giungevano i Trojani, come nel Lazio e nelle contrade vicine, ripetevansi altri nomi delle città della Troade. E la pruova stessa vale ancora per gli Arcadi, perché nell'Italia primitiva, o nello stretto, e nella regione degli Aborigeni Arcadi, molti nomi si ripetevano delle città dell’Arcadia, talché ebbe ragione Dionigi di dire Arcadi gli Aborigeni, e si ha ragione di non potersi seguire le investigazioni per altro dotte di Rathgeber, sulla origine de' Sicoli. È pur da notare che vi fu una Mista dell'Eolide, presso la città di Antandro 272), e i Misii vicini a' Gabii si poterono in Omero confondere co’ Misii più boreali a' Traci 273). E se i Sicoli vennero dalla Tracia, senza che dir si possa propriamente da qual parte di quella regione vastissima, non vennero da una contrada del tutto barbara, in cui non era penetrata la civiltà greca; e la lor regione fu forse come la stessa Troade, in cui sono chiare le origini e le fondazioni arcadiche, senza le quali e senza l’affinità di stirpe, non potevano i Trojani affidarsi di navigare ad un paese si lontano, qual era il Lazio. Messa così in chiaro per tali origini quelle de' Latini,non può valere gran fatto l’opinione di Esiodo, che ricordando i Latini soggetti ad Agrio, come rozzi e barbari volle indicarli. Rathgeber si attiene molto a tale testimonianza rispetto agli Aborigeni, ma ciò non può farsi da chi altrimenti spiega le origini co’ dati della geografia.

Beulé con le nove borgate, prima di Roma fondate, e riconosciute da Ampere, nega pure i Sicoli, i Liguri, gl’Iberi ed i Pelasgi, che secondo le addotte tradizioni, gli uni dopo gli altri si stabilirono su' sette colli. Vi ha forse nella storia, egli dice, e ne’ monumenti qualche cosa che venga in appoggio di tali tradizioni? Gl'Iberimoderni ebbero un giorno ad occupare la penisola ispanica e le coste dell'Italia; e se i Pelasgi si stabilirono sul suolo di Roma, perché non vi si trovano le loro muraglie poligonali, che da per tutto si rinvengono dove essi vissero? Se la religione de' Pelasgi rassomiglia molto a quella degli antichi Romani, è perché il politeismo greco si propagò prodigiosamente, e le idee viaggiano presto, ma non sì tosto i popoli come le idee. E sebbene da' nomi greci di alcune città intorno di Roma, dal nome di Velia appiè del Campidoglio, riconosce che vi fu un contatto tra le primitive popolazioni di Roma ei Pelasgi, e soprattutto co’ Greci, tale contatto nondimeno fu con le colonie venute dal nord dell'Italia, e con le colonie greche della Campania. Ma perché la lingua latina è sorella della greca, ch’egli deriva dalla sanscrita, i Latini ed i Greci furono due rami della grande famiglia Indoeuropea, che altri dotti filologi derivano dall'Asia, o Asiana della Persia 274). E qui, sull’esempio degl’Indianisti dichiarati e a tutta pruova, Beulé riferisce le parole principali della vita pastorale ed agricola de' Latini per dimostrarne l'identità e l'analogia col greco e col sanscrito, benché convenga che non si debba seguir molto il dott. Mommsen in sì fatto confronto, perché alquanto forzati sono i confronti di tali parole. Riconosce in fine che, quanto ai costumi, punti comuni si ravvisano tra il popolo greco ed il latino, ma per dire che un debole ramo penetrò forse nel Lazio del ramo più grande della grande famiglia indoeuropea, il quale dalle dette sedi primitive contornò poi il golfo Adriatico e discese l'Appennino, come gli altri due rami penetrarono nell'Ellade e nell’India.

Non è la prima volta che si sono confrontate le voci greche, latine e sanscrite; né Beulé è stato il primo a parlare del ramo indoeuropeo staccatosi dalla grande famiglia Ariana indipendentemente dal greco, per poi formare il popolo de' Latini. È questo un corollario, o anzi un’ipotesi, che discende dalle premesse de' detti confronti, nei quali se stanno quasi bene quelli del greco, del latino e del sanscrito, manca il confronto della lingua ariana, che non si conosce, e che sarebbe la madre delle altre. Al quale proposito sono da notare le giuste osservazioni che Langlois ha fatte a Chavée sulla pretesa antichità della lingua sanscrita, che altri dotti dicono derivata dalla persiana, più affine alla greca, come questa più prossima al latino, ed il latino al greco, anziché al sanscrito 275).

Non so se da' pochi confronti che si adducono, le parole latine dirsi debbano più affini al sanscrito, che al greco; e per limitarmi a quelle riferite da Beulé e da Mommsen, vi è molta differenza tra βοῦς, bos e gaus, tra ἵππος, equus ed açvas, tra χήν, anser ed anas, o hansas. Come da λείπο derivò liquo e linquo, così da ἵπος, ἵππος i dotti etimologisti dicono derivato equus. Il latino caballus, il cavallo da soma, è lo stesso che il greco καβάλλης, originato da καβάλλω, contratto da καταβάλλω, che non ha voce analoga in sanscrito. Il latino ager è più vicino ad ἄγερος, che ad agras; e che ha che fare granum derivato da ῥάω, γράω con Kurnu? Aratrumè lo stesso che ἄροτρον, anziché aritrum, il timone; e più vicino si dirà vinum ad oivov, che a venas. Dicasi lo stesso di δόμος, δομή, odomus e damas, e più ancora di fores e dvaras, di veças e vicus in vece di veicus, come idus e eidus, da οἶκος. Il latino navis non deriva dal sanscrito naus, sì bene dal gr. ναῦς, come axis da ἄξων, non da aksas, jugum da ζυγόν 276) anzichè da jugam, e vestis da ἐσθής anzichè da vastra, neo da vάω, anzichè da nah. E posto che Varunas sia lo stesso che Οὐρανός, Diaûspita lo stesso che Diospiter, Δῖος πατήρ, e Sarameyas non altro che Ἑρμᾶς dor., ο Ἑρμῆς, la proposizione che i nomi di certi Dei dalle sponde del Gange passarono a quelli della Grecia e dell'Italia, pel fatto de' Greci della Battriana, non si può invertire, e dirsi che da questa regione passarono nell'India? Ma Varuna nella mitologia indiana cavalca un coccodrillo, ed è il dio del mare, anziché il cielo o l'empireo, in Sarameyas si è veduto il semitico Sara, o la Luna che comincia ad apparire, e Diaûspita sembra una parola imitata ed alterata, anziché primitiva; e più notabili mi sembrano i nomi de' numi indiani Indra e Indrani derivati dal greco ἐν e δέρα, il giogo di un monte, e che immaginavansi al di sopra de' monti, come Ζεὺς ed Ἥρα sull'Olimpo 277), perchè gl'Indiani conobbero i poemi Omerici, e, come i re Persiani, li cantarono nella loro lingua 278). I dotti etimologi dimostrano in fine che gli Eolii dissero Ζεύς in vece di Δῖος. La più antica pronunzia fu Δεύς, e col σ preposto σδεύς, e poi ζεύς, δέος, ο θεός,donde il latino deus. Or nessuno, salvo gl'indianisti, dirà deus derivato dal sanscrito devos o diaûs, anzi queste parole dirà originate da δεός, come Jupiter, o Jopiter, da Jo-pater, piuttosto che da Diaûspita. Mi perdonino gl'Indianisti, mi perdoni l'ombra di Bopp, non sono io persuaso della loro dottrina; e credo anzi che da' Greci della Battriana, da' Greci del tempo de' successori di Alessandro, che dominarono nell’India, molte parole greche passarono nel sanscrito, il quale anziché aver dato origine al greco, derivò dal persiano, al quale molte parole greche latine, celtiche e germaniche sono simili 279).

Tali cose dir si possono in proposito dell’argomento filologico onde sostenere l’origine de' Latini dal supposto ramo o rampollo della grande famiglia indoeuropea. La Roma quadrata inoltre che Beulé non trova di costruzione pelasgica o ciclopea, ma simile soltanto alle costruzioni etrusche, che lo stesso Beulé in un’altra sua dotta opera dice greche, non fu la città di Roma primitiva; e come ritrovare ancora le mura pelasgiche dopo tanta antichità, e più ancora dopo tante trasformazioni successive? E se i Pelasgi non fondarono Roma, con gli Arcadi scacciarono i Sicoli dalle contrade vicine, e rimasti padroni della regione, ebbero parte alla più antica popolazione, se non alla fondazione materiale della città, avvenuta in un tempo molto posteriore, quando un popolo più numeroso abitava intorno del Tevere. Ma Plutarco a' Pelasgi attribuiva la fondazione ed il nome della città più antica; e l’analogia dell’antica religione pelasgica, come ha dimostrato Zinzow, tal fatto rendono indubitabile, oltre di quello che i Pelasgi si unirono agli Arcadi in tutte le regioni, in cui la tradizione fa conoscere gli uni e gli altri, perché non potevano veramente altrove stabilirsi, non vi essendo che le città fondate dagli Arcadi. Ma per ritornare alla fondazione della città, come suppone Beulé, egli dice che, essendo su' sette colli nove o dieci secoli prima di G. C. tre tribù ormai stabilite, quelle de' Rhamnes, de' Tisii e de' Luceri, dal nome della prima, tribù latina, come la seconda fu Sabina, e la terza etrusca, provenne il nome di Roma, anziché dal gr. ῥώμη, cioè forza, come i Greci sostennero, e i Latini potevano credere, e la città, per uno scopo commerciale, fu probabilmente fondata dalla confederazione latina 280). In tale opinione di Beulé, se si vede chiaramente la parte che vi ha avuta quella di Mommsen, non s’intende perché la tribù latina non nominò piuttosto Rhamnia la città, non s’intende l’analogia tra Rhamnes e Roma, e si brama sapere non solo l’origine ed il significato di Rhamnes, ma anche l’origine de' popoli Latini.

Nella storia della scienza, si vede spesso che un’opinione, o un’ipotesi più o meno arrischiata dava occasione ad un nuovo studio per sostenere cose più credibili, se non vere e incontrastabili; e così mi sembra che sia intervenuto appunto nelle dotte investigazioni sull’origine di Roma, che in questi ultimi anni soprattutto, a brevi intervalli, più o meno da presso si sono seguite le une alle altre; e dovendo per la pienezza dell’argomento, per quanto sono a mia notizia, tutte riferirle, passo a dire delle ricerche di J. Rubino, che molto degnamente hanno dritto alla eguale memoria degli altri dotti suoi pari.

I Latinienses da Plinio annoverati tra' popoli del Lazio 281), l'ager Latiniensis da Cicerone ricordato in vicinanza di Roma 282), ed il confronto di tali nomi con quello di Λατώ, città dell'isola di Creta, che, nella greca iscrizione relativa ad una convenzione colla vicina città di Olus, è detta πόλις τῶν Λατίων 283), han fatto dire a Rubino,

che il nome di Latii corrisponde a quello di Latini, come i Λαΐνοι agli abitatori di Laos, a’ Lavinati. Tutti questi fatti, dice Rubino, portano a concludere che il paese, il popolo e le città più ragguardevoli de' più antichi Latini ebbero il nome da una stirpe che parlava greco 284). Clavier prima di Rubino, e poi R. Rochette, i nomi di Latium e di Latini confrontavano co' Latii di Creta, ed il secondo di questi archeologi li attribuiva ad una colonia di Creta nel Lazio, alla quale accenna Glauco figliuol di Minosse, che secondo una tradizione riferita da Servio, avrebbe dato origine al popolo de' Labici Latini 285). Non so se questa colonia de' Cretesi si possa storicamente dimostrare; ma rileva notare che l’antichissima città di Lato o dei Lazii nell'isola di Creta si nominò poi Camara, come lo stesso Rubino osserva colla testimonianza di Stefano, notando insieme che così pure si nominò la città di Clusium nell’Etruria; perché io credo che Clusium fu traduzione di Καμάρα, e Camars la forma barbara del medesimo nome greco; e siccome gli Arcadi passarono a Creta 286) e nell'Etruria, dove fondarono la città di Teuti 287), sarebbe questa, io dico, una pruova che gli stessi Arcadi furono il popolo greco che impose il nome alla città di Latio o a' Latini. I Latiniensi, che per l’analogia furono, secondo Rubino, gli stessi che i Laviniensi, abitarono prima probabilmente sulla costa marittima la città di Latinium, o Lavinium, che si distinse pe’ suoi vigneti 288), e fondarono la Remuria e Remonia, detta ancora Remonium e Remona, sull’Aventino. Nella discesa degli Aborigeni nel territorio di Roma, essi lasciarono in gran parte il Palatino all'altra greca stirpe, che la tradizione, divenuta dominante, nominò Arcadi. Questi abitatori delle due prossime colline, i quali ne’ nomi di Remo e Remolo ebbero i loro rappresentanti favolosi, vissero per lungo tempo in vicendevole amistà e colleganza, che portò seco una certa comunanza di vita, di religione e di costumi; ma quando si trattò di unirsi in una sola città comune, nacque una contesa ricordata nella tradizione della fondazione di Roma, e che nelle diverse parti essenziali corrisponde per lo più alla verità storica del fatto. Gli abitatori dell’Aventino volevano che il punto medio dello Stato da fondare fosse trasferito nella Remuria e nella vicinanza de' loro numi: quelli del Palatino pretesero tal privilegio pel loro monte e pe’ loro templi. Ma gli aderenti di Romolo trionfarono non senza violenza ed uccisione de' fratelli; ed incorporati gli avversarli nel nuovo stato, in Remuria si mostrò il sepolcro di Remo, il quale accennò insieme ai due fatti dell'antica dimora e della scomparsa politica de' Remurini, perché assorbiti furono da' Palatini. Il racconto dell’uccisione di Remo, che sì fortemente si presenta nella tradizione della fondazione di Roma, non è un mito qualunque, ma un fatto, che ha per base un significante avvenimento, al quale si diè soltanto un’espressione mitica. La sconfitta di Remo fu quella di Remuria', e tal significato della tradizione favolosa si mostra chiaro in più racconti, che ricordano una fiera contesa, una guerra, ed un grande spargimento di sangue, come dice Dionigi con Livio ed altri storici. Il modo ancora con cui i Romani considerarono e trattarono l'Aventino, conferma la spiegazione. L’ager Remuricus, a 30 stadii da Roma 289), dopo la caduta di Remuria fu reso proprietà della città sul Palatino. Per dritto di guerra, l’Aventino fu dichiarato ager publicus del popolo Romano, e come tale fu considerato fino a quando nel 297 fu approvata la Icilia legge agraria de Aventino publicando 290). L’Aventino fu escluso dall’agro di Roma, e la devastata dimora de' Remurini fu come ager publicus per sempre esclusa dagli auspicii della città 291); ma la rimanente turba Remi passò nella cittadinanza della Roma quadrata, e formò parte essenziale di que’ 3000, i quali furon divisi nelle loro curie, ed uniti colla fazione contraria, formarono un tutto co’ cittadini Romani. In guisa che la nazione latina fu di due parti diverse costituita, una delle quali fu de' cittadini di Lavinio; e sino a' tempi dell’impero, due specie di numi, di templi, di sacerdozii, di classi di cittadini, e di città segregate, ma l’una accanto dell'altra, ricordavano quasi in ogni istante che una volta due stirpi di origini diverse, e due popoli si erano insieme uniti nell’antica Roma. La sempre più diffusa tradizione su Enea fu quasi per offuscare tale differenza, giacché al trojano Eroe si attribuì Lavinio co’ suoi monumenti; ma gli Aborigeni vi ebbero la sede principale, come si sa da Licofrone 292); ivi mantennero il lor pieno significato to' Laureatimi, e con costoro furono gli originarii, gli uomini dell’antica stirpe, che diedero l’essere alla nazione latina.

Tali cose dottamente dice Rubino; ma Licofrone non dice che in Lavinio fu la sede principale degli Aborigeni, sì bene al di là de' Launii Latini, perché dice ch'Enea:

Degli Aborigin là nel pingue suolo,

Più oltre degli Launii Latini,

Trenta torri alzerà di numerpari

A' nati d' una troia nericante,

Che da' Dardanii colli Idei con seco

Egli addurrà, di cui nella cittade

Porrà l'immago in bronzo co' suoi figli,

cioè in Alba, ripeto, dove tutte le tradizioni romane ponevano le origini di Roma, perché da Ilia, o Silvia, figlia dell’ultimo re Albano Numitore, dicevansi nati i gemelli. Il passo di Licofrone, in cui ricorda i Launii Latini, è alterato non solo ne’ diversi codici del poeta, ma anche in Stefano Bizantino; e non mi parendo dubbio che in vece di Dauni Latini legger si debba Launii Latini, come non avvertivano né meno i traduttori del poeta293), cioè i Latini abitatori di Launio, o Lauinio, ossia Lavinio, è sempre al di là di costoro che Licofrone pose gli Aborigeni, cioè in Alba, la madre patria de' Latini. Il confronto tra il nome della città di Lazio, nell'isola di Creta, e quello della città di Latinio in Italia, non è senza importanza, perché ci darebbe conto del nome Latini’, ma le due città presero probabilmente il nome dalla loro posizione sopra una rupe (λάας), e sembra certo soltanto che i Latini ebbero il nome dalla città di Latinio, e che questa città fu la stessa che Lavinio, ne è pruova che dicevasi così detta da Lavino, fratello di Latino 294), l’eponimo favoloso di tutto il popolo de' Latini. E benché Rubino riconosce come Greci i fondatori di Roma e di Latinio, non ne dice l’origine, e nella sua spiegazione rimane incerta la presenza degli Arcadi sul Palatino, la quale non è dubbia per la ripetizione presso del Tevere del nome di Palagio de' greci Aborigeni nella regione, che per la conquista fu poi de' Sabini 295); e più incerta ancora rimane la colonia degli Eneadi Trojani nel Lazio, alla quale accennava chiaramente Licofrone, e si riferiscono ancora gl'[lionensi presso Lavinio 296); e se i Trojani non fondarono Laurento, come dice Virgilio 297), chi avrebbe almeno fondata la greca città di Latinio, o Lavinio, se non gli Arcadi? E pure a tale origine accenna Latina (cioè Launio, o Lavinio), la supposta figlia di Evandro, come era detta nelle tradizioni romane, il che significa che come Cauna, altra supposta figlia dello stesso Evandro 298), era stata fondata dagli Arcadi di Catino; e Laurento, o Laurolavinio, ebbe più anticamente il nome di Troia 299) dalla città che fu patria agli Eneadi, i quali anche altrove ripetevano il nome della loro città originaria 300), dalla quale si condussero anche sulla costa del Lazio.

Pareami già di essere al termine della rassegna e dello studio delle diverse spiegazioni delle tradizioni e delle favole sull'origine di Roma, quando nel 1868 altre spiegazioni ed interpetrazioni si aggiunsero in due altre dotte pubblicazioni, dir voglio la Storia de' Re di Roma ài Dver, e la Fondazione di Roma di Forchhammer. Anche Dver toglie ad esame le opinioni di Schwegler e di Mommsen, dopo di quelle di Niebuhr e di Lewis; ed al primo di questi storici, il. quale sostiene che Romolo è da considerare come l’eponimo di Roma, e che non ne fu il fondatore, perché la città preesisteva al tempo in cui dicevasi da lui fondata, risponde che il vero nome del fondatore della città non fu Romolo, ma Romo (Ρώμος). Egli fu un greco, o tutto al più il secondo nel discendere da un greco, e in più tradizioni greche fu cosi nominato, avventurando la congettura che, essendosi detta la città fondata da gemelli, tale tradizione provenne dal doppio nome del fondatore. Romo non solo fu identico con Romolo, ma anche con Remo, altra forma dello stesso nome; e se nella tradizione romana riferita da Dionigi il fondatore della città dicevasi anche Romo 301), i Greci tutti i fatti di Romolo attribuirono a Romo. Cicerone ricorda Remo qual fratello di Romolo 302), ed i poeti che ci ricordano la turba Remi, la plebs Remi, la domus alta Remi, e i Remi nepotes 303), considerarono Remo come lo stesso Romolo, nome latinizzato da Romolo. Fu naturale che i Latini dicessero Romolo in vece di Romo, non già come un diminutivo, secondo Servio 304), sì bene perché un tal nome fu proprio del genio della loro lingua, perché dissero del pari Porta Romanula, Tusculum, Janiculum, Albata, e simili; e se i latini scrittori del tempo posteriore avessero dal nome della città nominato il fondatore, l’avrebbero detto Romanus, come dissero Latinus re de' Latini. Dver non trova ragioni etimologiche per negare la concorde ed universale testimonianza dell'antichità, che Roma fu nominata dal suo fondatore; e poiché i Romani, da tempi ben remoti, ebbero l’uso della scrittura, soggiunge che sarebbe stato impossibile, dopo un secolo o poco più, dimenticare il nome del fondatore della città per inventarne un altro diverso.

Se Schwegler come vere astrazioni considera tutti i fatti attribuiti a Romolo, le guerre, i trionfi, le istituzioni militari e politiche che dicevansi di Romolo, sono almeno una ragione, dice Dver, per non credere a Mommsen, che la città fu fondata per uno scopo commerciale. Ma per qual ragione sono mere astrazioni le gesta di Romolo? Non per altro, se non perché se ne crede favoloso il nome; e Dver dice che tal ragione con altre simili è un buon esempio del modo magistrale con cui i critici tedeschi dettano ex cathedra le loro opinioni. Se inoltre pe’ Romani Romolo non fu altro che Fauno, a giudizio di Schwegler, onde avvenne, osserva Dver, che il nominarono dal nome della città? La congettura che Fauno si nominò anche Rentus, e che Fauna Luperca fu detta anche Rumia, o Rumina, è puramente ipotetica; e voler procedere più oltre nella ricerca, sarebbe un combattere col vento. La Ruma di Schwegler in significato di nudrice è in aperta contraddizione col nome di Roma, che accenna alla sua forza, alla sua cittadella. Né meno inconsistente è il nome di Rama, con cui Mommsen ha supposto che si nominasse fa. ’Rami, o dall’essere una città fra boschi. Ed ammettendo Dver che favolose sono le circostanze che connettevansi colla nascita di Romolo, dice che non possono esser tali quelle che riguardano il suo regno. Sarebbe irragionevole discredere all'esistenza storica di Romolo per le tradizioni favolose applicate al suo nome, come il dubitare di Edwy ed Elgina, il re e la regina d’Inghilterra nel 955, per le leggende della vita di S. Dunstano, che fu il loro contemporaneo. Ogni secolo scrive la storia secondo le proprie vedute e convinzioni; e se de' primi tempi di Roma fu a noi trasmessa la memoria razionalistica, quale si scrive da' professori e dagli storici di Berlino e di Lipsia, io direi, conchiude Dver, che fu una vera invenzione di una età più tarda 305). Al che si potrebbe aggiungere che la storia congetturale, se le congetture possono darci una storia, non potrebbe valere, che come un bel sogno; ma che non ha il dritto di parlare in nome della verità più di un romanzo qualunque di Paul de Rock, per cagion d’esempio; giacché, se questi ci offre almeno qualche immagine della vita nelle sue opere, gli storici congetturali non ci presentano che il quadro de' loro sogni. Un cieco che andrebbe a tentoni nelle tenebre, ci dà l’immagine dello storico congetturale, che pretende guidarci nella ricerca delle cose oscure ed ignote. Lo storico congetturale è più che nelle tenebre, perché è nel vuoto; e che mai può incontrare nel vuoto altro che tenebre 306)? Ma per giustificare gli storici congetturali e le congetture, mi sembra pure doversi notare, che sono sovente le stesse narrazioni dubbie e favolose che vi costringono, e migliori e preferibili si diranno le più verosimili.

Con altre nuove e dotte ricerche P. W. Forchhammer ha ultimamente spiegata non l’origine della città, ma quella del mito sull’origine istessa 307). Nell’introduzione della critica di Mommsen e di Schwegler, G. Bode ha detto: La leggenda della fondazione di Roma non è una leggenda poetica e fantastica, nella quale appena il nome di un luogo, o di una persona, o un avvenimento effettivo, rimane per base storica, ma è sì prosaica, e sì illusoriamente simile alla storia, che per iscoprirne la vera essenza de' più grandi sforzi fa d’uopo e della più alta critica. Ed io che da parecchi anni mi proposi l’esame più diligente e rigoroso sul soggetto in quistione, posso dire che di quanti scrittori ho studiato, nessuno quanto Forchhammer ha fatto questi sforzi, e ben diversamente degli altri vi è riuscito.

Per ben intendere, dice Forchhammer, il mito di Romolo e Remo, ed il meraviglioso che contiene, fa d’uopo anzi tutto rispondere alle dimande: Chi è Marte, e chi è Vesta, o la Vestale, da cui dicevansi nati? Or da' racconti di Ares e di Alcippe, di Menalippe, della sorgente Melia, da altri miti, e dal nome di Ares, è venuto alla spiegazione, che Ares, o Marte, è il nume del calore, e quindi della primavera e della cocente està, come Enialio è il nume del piovoso inverno. Il coro nel I canto dell’Edipo di Sofocle invoca i numi contro il pestifero Ares, il quale senza ferree armi assale ed abbrucia, e ch'esser deve sterminato dal fulmine di Giove 308). Con ragione, Licofrone lo nomina il focoso nume Kandaon 309), cioè bruciante; e collo stesso significato Valerio Fiacco da Marte fa abbruciare l’Ebro 310). Anche Ovidio accenna alla riposta dottrina del significato di Marte 311); e non solo il mese di marzo, col quale cominciò l'antico anno, ebbe nome da Marte, ma anche il primo giorno di tal mese gli fu sacro, in cui le donne a Roma celebrarono la festa delle Matronali e con quella di Giunone Lucina, la dea de' parti. Dalla risposta che il nume dà alla dimanda del poeta intorno a questa festa delle matrone, risulta chiaramente, dice Forchhammer, che il caldo, il quale ritorna colla primavera, e la fecondità che promuove di tutta la natura, diedero occasione alla festa; e Marte dice altresì che, circa il tempo stesso, Ilia divenne madre per suo mezzo.

Perché il lupo fu simbolo dell’inondazione, ed Achille ne fu l’eroe, Achille è detto lupo da Euripide e da Licofrone 312); e Forchhammer molti miti e denominazioni locali della Grecia riferisce, in cui entra la voce λύκος, lupus, per dimostrare che il lupo fu simbolo dell’inondazione. E se non è dubbio, prosegue a dire, che Vesta (Ἑστία, Ἱστίη) fu la dea del fuoco, o del focolare, talché le Vestali a Roma sempre acceso mantener doveano il fuoco nel suo tempio, anche l’acqua ebbe gran parte nel culto della stessa dea. Le Vestali ogni dì si conducevano alla sorgente delle Camene presso la porta Capena per attingervi l’acqua, con cui aspergevano e benedicevano il tempio; e se si narra che Rea Silvia andò nel boschetto di Marte ad attingervi acqua, ciò dimostra l’uffizio, a cui ogni Vestale attendea. Ma né il fuoco né l'acqua si consideravano come vero principio del riposto religioso essere della dea; perché, sebbene nel tempio fossero due botti, una vuota ed aperta, l’altra chiusa e ripiena, che vedevansi soltanto dalle Vestali, altra misteriosa cosa nondimeno, oltre del fuoco, era loro affidata, che non sapevasi qual fosse, come dicono Dionigi e Plutarco 313). Nessuno tal cosa avea veduta, nessuno poteva nominarla; ed un tribuno del popolo ancora fu messo in croce, per aver osato pronunziare il vero nome della dea 314); e se probabilmente tal nome misterioso fu Κλίττα, come la dea fu detta dalla fermezza e dalla solidità, il nome stesso non si spiega col fuoco, che si muove e distrugge, sì bene col freddo, che intirizzisce e rende stabile. Vesta, Hestia, o Histia, come è detta da Esiodo 315), figlia di Crono e di Rea, era detta sorella di Hera, o Giunone, regina delle nuvole, e di Demetera, la dea della umidità che feconda la terra. E se tutti gli altri numi seguono l’alato cocchio di Giove per l’ornamento e la cura dell'universo mondo, la sola Vesta rimane nella magione degli dei, a lei sola tocca la sede sempiterna 316). Or se ella sola rimane a casa quando gli altri numi lasciano l’Olimpo, si ha la spiegazione, dice Forchhammer, del suo nome misterioso di Κλίττα, cioè la ligata, la incatenata (da κλειόω), in guisa che fu la dea della neve, ligata ed agghiacciata dal freddo. Or chi non ricorda la dimora degli dei sul nevoso Olimpo? chi non sa che Hìstia non si sposava a nessuno degli dei, e sempre vergine rimanea, perché fu la dea della neve eterna, la quale, se Hìstia congiungevasi con qualcuno degli dei, dovea liquefarsi, con che ne sarebbe scapitato il suo essere divino. Or se col nome d’Histia si collega l’idea della neve che rimane ferma su' più alti monti, spiegasi il nome d'Histiotide della règione della Tessaglia tra il Pindo e l’Olimpo coverto di eterna neve, si spiegano le Histiotidi regioni dell’Eubea e dell’Acarnania, e spiegasi il culto che gli Sciti ebbero per Istia o Tabiti 317), perché le loro steppe erano sempre di neve ricoverte. Gli antichi certamente seppero che dalla neve, che viene a liquefarsi, nascono le sorgenti e i più grandi fiumi, e bene osserva Filostrato che la neve è la conduttrice de' cori de' fiumi, e giustamente Euripide dice, che il Nilo feconda l’Egitto colla liquefatta bianca neve 318). Il fatto che dalla neve liquefatta de' monti nascono i fiumi, fu noto anche a Roma, dove alla dea della neve si fu sempre riconoscente, perché nessuno ancora ardiva di pronunziarne il nome. Con ciò s’intende la protezione che Virgilio a Vesta attribuisce del Tevere e de' romani palagi 319), perché, senza il Tevere, sarebbe a Roma mancato il suo splendore, come il Tevere stesso mancherebbe, se non vi fosse la neve liquefatta degli Appennini; e s’intende che non potevasene pronunziare il nome misterioso senza pagar colla vita tale ardimento. Al benefizio della neve stabile negli alti monti, che nella state senza piogge manda giù le fresche acque e la fertilità alle terre sottoposte, può anche riferirsi la gran lode che nell'inno orfico si dà a Rea invocata col nome d’Histia, perché a lei si dicono soggetti il mare e i fiumi, ed è detta dispensatrice di beni 320). Ma per qual ragione Histia fu la dea del fuoco, qual relazione ha il fuoco colla dea della neve? Quando al più antico nome Histia successe quello d’Hestia, venne a predominare l’idea del focolare, e co’ miti di Jodama e di Aglauro 321) Forchhammer spiega il fuoco, che prevalse nel culto di Vesta. Come Jodama è la terra prima della fine dell'inverno adorna di viole, ma gelata e impetrita dal freddo della notte, e ritorna alla vita dopo ch’è dal sole riscaldata; così Aglauro è la rugiada congelata, che unita col nume del calore Ares, o Marte, genera Alcippe, la ninfa delle onde, e delle sorgenti. Nel sacrifizio ancora dell’Arconte nel focolare comune dello Stato, o del padre di famiglia in privato, in cui con rami d’agnocasto si batteva uno schiavo, e si scacciava fuori della porta esclamandosi: Fuori la fame e dentro sanità e ricchezza 322), era una simbolica espulsione dell'inverno.

Per tutte le discorse cose, dice Forchhammer, ci crediamo autorizzati alla spiegazione, che Histia, o Hestia, cioè Vesta, fu la dea della umidità rappresa dal freddo, della neve su' più alti monti, della neve che in Italia alimentò i fiumi. Ma se l’umidità che dà vita alla vegetazione, proviene dalla neve per effetto del calore che la discioglie, a Vesta era perciò sacro il fuoco, che dovevasi nel suo culto sempre vivo mantenere; ed anche acqua si doveva portare nel suo tempio dalle sorgenti e da' fiumi perenni. Histia o Vesta fu nella Grecia la più antica figlia di Crono e di Rea, che rimaneva sempre sull’Olimpo coverto di neve. Per la ragione stessa che Marziale il mese di decembre distinse coll'epiteto di canus, perché nevoso e bianco, cana fu detta Vesta da Virgilio e da Orazio 323). Perché la neve dicevasi conduttrice del coro de' fiumi, fu quella per gli antichi, che arrecava la salute agli uomini, e le primizie le erano offerte in sacrifizio. E se con errore manifesto s’immedesimò Vesto col fuoco, o colla terra, il fuoco specialmente fu nell'idea de' Romani l'essenziale condizione del culto della dea; giacché senza il fuoco, o il calore, non avrebbe potuto mantenere il Tevere, non avrebbe potuto apportar salute a Roma ed al Lazio 324). Fu perciò dovere delle Vestali mantenere il fuoco sempre acceso, qual simbolo del calore, senza del quale il Lazio, privo di primavera e di state, sarebbe stato abbandonato ad un eterno inverno. Anche nel sacrifizio degli Arconti al focolare dello Stato, e in altri sacrifizii in onore d’Histia presso i Greci, si potè presupporre la stessa unione d’idee, cioè la vittoria del calore sul freddo e se non solo il fuoco, ma anche la fresca acqua delle sorgenti’ e de' fiumi appartenne al culto di Vesta, s’intende perché Numa diede alle Vestali l'ispezione sull’acqua e sul fuoco 325).

Or negli antichi miti non si parla per lo più della fondazione di una città senza ricordarsi il nume di un fiume, d’una ninfa di sorgente, o un’immagine di nume dal cielo caduta come simbolo della pioggia, che viene anche dal cielo, senza in somma accennarsi l’acqua come immancabile condizione d’una città, di un popolo, o d’una casa in generale. Dalle pendici del monte Albano scorrono numerosi fiumi, e quelli tra gli altri che in direzione quasi parallela verso Roma sono noti co’ nomi di Marrana e Marranella, e che detti furono Crabra ed Almus dagli antichi Romani. Il secondo specialmente più piccolo scorre fuori le mura più direttamente verso la città, e passando presso l’antica porta Capena, si avanza tra il Palatino e l’Aventino, e pel Circo Massimo sbocca con sotterraneo corso nel Tevere. Or ad uno de' poeti più antichi di Roma, dice Forchhammer, bastò, co' nomi di Rea, del fiume e del ruscello, fare un poema, e Rea Silvia, la ninfa de' rigagnoli che dal monte Albano scorrono ne’ boschi e sulla costa del Lazio, divenne la madre de' gemelli, e specialmente di Romolo, o Remo, il ruscello che, coll'altro nome di Almo, fornì primamente di acqua potabile la città. Perché le acque del monte Albano si cambiano in neve nell’inverno, a ciò allude Rea Silvia, resa in bianca veste sacerdotessa di Vesta, o d'Istia. Quando il caldo della stagione comincia a liquefare le nevi, i fiumi e i ruscelli s’ingrossano, e così nascevano Romilo e Remo, il fiumicello ed il rivolo, i cui nomi, come quello della madre, derivarono da ρέω, scorrere, ed aveano per genitori il nume del calore Αρες o Marte, e la vergine Vestale Rea. L'esposizione de' bambini allude allo sbocco nel Tevere delle acque delle nevi liquefatte della Crabra e dell’Almo tra il Palatino e l’Aventino; e all'inondazione che avveniva al fiume per lo sbocco dell'Almo, alludeva la mitica lupa, alle cui poppe dicevansi trovati i gemelli. L’inondazione prima della fondazione della città in ogni inverno si estese sino all'angolo occidentale del Palatino, dove alla pendice del monte era il lupercale, o l’antro, supposto dimora della Lupa, con una sorgente che rampollava dalla roccia 326); ed ivi presso il fico ruminale, così detto perché era quasi roso dalle acque riboccanti, come con ragione spiega Servio 327), e per l'analogia del nome di Rumon, il Tevere che radeva le sponde, con ruma, o mammella, si suppose così detta da che i bambini vi si trovarono alle poppe della Lupa. E sia stato chiunque il pastore Faustolo che li ritrovò, ma anziché Fauno, o Pane, come ha creduto Forchhammer, probabilmente lo stesso Ares, o il Sole che dissecca le acque, dal che potè esser detto Αὐστύλος, ο Αὐσταλέος (da αύω, disseccare), e poi Faustulus, s'intende bene che il mito gli diè per moglie la ninfa dell'acqua Acca Laurentia, perché Acca fu lo stesso che Aqua nel più antico idioma, e l’acqua bagnava in fatti la roccia del Lupercale, donde anziché Λαρεντία fu detta Λαυρεντία (da λᾶς, lapis) perchè ne scaturiva, e la bagnava (da ὕw, donde ὕσω ed ὕρω, σ ac p inter se permutatis, come dice un dotto etimologo 328).

Dalla grotta il rigagnolo scorreva nel Velabro, dove perdevasi nel suolo paludoso, e perciò si disse che ivi ne fu il sepolcro 329). Che Amolio perì, e Numitore riacquistò il regno, è in perfetta concordanza con ciò che narravasi nell'antico poema epico, perché Αμόλιος come è detto da' Greci 330), non fu che un altro rivolo del monte Albano, reso immobile (ά-μόλιος), o indurito dal gelo, dal che Amulio fu detto duro da Ovidio 331), ed il fratello Numitore fu un ruscello simile, il quale dalla neve liquefatta scorse tra' pascoli della pianura; così che ebbe il nome da νομός ed ἴτωρ, come Proca, il padre di entrambi, non fu immaginato che dalla rugiada (πρώξ, πρῶκος) 332). La città fu fondata verso il tempo in cui scorrono le acque invernali, e la dea Pale cominciava a dispensare i doni della primavera. Se Homo nel mito saltò il muro di Romolo, e ne fu ucciso, ciò allude a quanto avviene in ogni anno, quando ab principio della bella stagione l’un rivolo è come assalito dalle acque più copiose dell’altro, e che ne è vinto alla fine per le acque stesse ingrossate. Tal fatto significa che Romo saltò sul muro di Romolo, e ne fu ucciso, e sepolto in Rumonia, cioè nella contrada inondata dal torrente ingrossato (Ρωμο-ορια). E se Romolo, dopo ch'ebbe ordinato ed ingrandito lo stato, salì al cielo per subitanea e invisibile scomparsa alle none di luglio 333), ciò non può significare altro che il ruscello col nome di Romolo si disseccava e svaporava nella state come gli altri che scendevano dal monte Albano; al che accennava ancora la tradizione favolosa, anche attinta da un antico poema, che mentre Romolo aringava le milizie, abbuiatosi l’aere, divenne invisibile, e che Marte, il suo genitore, in alto il rapì 334). Poiché il caldo della state scioglie in vapori le acque de' ruscelli, sta in ciò il mistero di Quirino rapito e sollevato nel cielo 335), il che spiega ancora che non ebbe sepolcro. E lo stesso Giulio Proculo, il quale disceso da Alba Longa disse di aver veduto Romolo salir nell’empireo, non è che la personificazione dell'acqua che scende dal monte Albano per effetto del temporale, con cui si abbellì nel racconto la scomparsa misteriosa di Romolo.

È tale l’ingegnosa spiegazione di Forchhammer, condotta con molto sapere e dottrina, e par che non lasci alcun dubbio. Ma ho detto che la spiegazione stessa si riferisce più all’origine del mito, che a quella della città, e rimanendo sempre a sapersi qual fu il popolo che introdusse ad Alba e a Roma il culto di Rea o di Vesta, la riferita spiegazione non basta, e qualche altra ricerca è da farsi. Poiché a Troja adoravasi Rea, a prima giunta parrebbe che i Trojani, o i loro discendenti, furono gli autori del mito; ma altre osservazioni si oppongono a questa prematura conclusione. E prima di fare tali osservazioni, dico che una curiosa testimonianza di Virgilio sfuggita alla perspicacia di Forchhammer per l’origine ed il significato del mito, nel mentre che ne conferma la spiegazione, ci mostra ancora che un barlume se ne avea a Roma innanzi che vi prevalesse la leggenda popolare tramandata da Diocle, e che poi come tutti gli altri miti simili si conservò vagamente come dal poeta è riferito. Nella fiera pugna fra' Trojani e i Latini, Virgilio per mano di Enea fa cadere Marrano, il quale il nome e l'origine vantava degli antichi avi e bisavi re Latini:

Murranum hic, atavuset avorum antiqua sonantem

Nomina, per regesque actum genus omne latinos

Praecipitem scopulo, atque ingentis turbine saxi

Excutit, effunditque solo 336).

E Servio dice che Marrani si nominarono tutti gli antichi re del Lazio, come Augusti detti furono gl'imperatori Romani, Silvii i re di Alba, Arsacidi quelli della Persia, Tolomei i re Egizii, e Cecropidi quelli di Atene. In tutte le edizioni di Virgilio si legge Murranum, e in quella stessa che Heyne procurava con 25 anni di studii; ma che legger si debba Marranum si vede da quel che ha scritto Forchhammer, e il nome odierno di Marrana confrontato col favoloso eroe del poeta dimostra che il piccol fiume o torrente cosi nominavasi anche negli antichi tempi. Ed è pur da notare nella Marrana una voce di origine greca, perché il torrente fu così detto da μαραίνω, inundare, per la ragione che allagava le terre vicine, in guisa che i Marrani, o piuttosto Marani, non furono che gli abitatori circostanti. Una notabile coincidenza de' nomi di Murano nella Lucania e nella Venezia, dimostra ancora o che Maranum si nominarono in origine le due città istesse per la ragione simile della loro posizione, o che il nome di Muranum fu ad esse applicato per le inondazioni identiche di fiumi vicini e del mare, perché Muranum si nominò la città in vicinanza del fiume Lao, o Laino, e Murano quella ch’è posta sulle lagune venete 337),così che il nome di Muranum trovasi ripetuto in tre luoghi diversi, ma analoghi per le lagune comuni, nelle quali 1 fiumi, o il mare facevano le loro inondazioni 338). Il nome di Marrano o Marrano, posteriore a quello di Ῥώμυλος, personificatosi egualmente in quello di Murranus, diveniva lo stipite, o il fondatore favoloso dell'antico regno immaginario del Lazio, come l’Inaco nell’Argolide, lo Scamandro nella Troade, l’Asopo nella Beozia, ed altri fiumi nella Grecia ed altrove, personificandosi del pari, divennero padri di eroi favolosi, fondatori di dinastie e città antichissime, e soggetti di curiose novelle, che legger si possono nel trattato de' fiumi attribuito a Plutarco. Se nelle tradizioni favolose si serbò il nome di Murranus 339), e il dimostra la riferita testimonianza di Virgilio, sì dotto nelle antichità italiche e di Roma, quello di Romolo prevalse ne’ tempi susseguenti, e chi potrà mai sottrarlo alla memoria degli uomini per fargli dinotare quello che fu di fatto, non già un eroe, o un re, ma un torrente? La spiegazione di Forchhammer per la probabilità e la dottrina con cui è condotta, e per l'analogia ancora con cui si mostra con altre favolose origini simili, è quanto di più curioso e altamente critico a cui giunger possa la mente che investiga per giungere a scovrire l’ignoto, sebbene dir si possa che Petersen gli abbia per avventura aperta la via colla non meno ingegnosa spiegazione di Rhea, o dell'acqua della palude incanalata al Tevere, come Nieupoort il primo già spiegò i greci nomi de' supposti re di Alba.

Ma se Greci sono i nomi che ricorrono in tutto il mitico racconto, perché tali sono quelli de' re favolosi di Alba, quelli di Rea e de' suoi figli, da qual popolo greco venuto a Roma fu supposta la leggenda? Ciò manca nella spiegazione, e non ne sembra indifferente indicarlo per crederla più plausibile. Forchhammer colla sua interpetrazione, si tace ancora su' popoli o sulle colonie venute a Roma, e sull’ultima segnatamente de' Trojani. Ma Vesta fu detta Iliaca, perché da' Trojani adorata 340), e se le Histiotidi regioni della Tessaglia e dell’Acarnania, ebber nome probabilmente dal culto d’Histia, da quali di queste regioni venne a Roma il culto della dea, e qual popolo o colonia passata a Roma fantasticò il racconto della fondazione della città, o furono ancora gli Ateniesi quelli che vi portarono il culto di Vesta? Per non dipartirci dall’idea di Forchhammer, che dalla neve provenne il culto di Vesta, indicar si dovrebbe il popolo che estraneo all'Italia l’ebbe perpetua sopra un monte vicino, per adorarne la dea, e trasferirne il culto a Roma; e tra' Trojani, gli Ateniesi, e i Perrebi o i Tessali, che per le antecedenti ricerche si sa che di fatti si condussero su' sette colli, sarebbero stati gli ultimi, perché l’ebbero perpetua sull’Olimpo. Per far bene intendere un mito, per ben persuaderci della spiegazione che si propone, devesi accompagnarla coll’indicazione del popolo che il fantasticava; e se questo popolo manca nella spiegazione di Forchhammer, vi sarebbe almeno che fu un popolo greco quello che da due torrenti o rigagnoli del monte Albano immaginò Romolo e Remo, e che dai Greci passati a Roma ne provenne la tradizione favolosa a' Romani.

Ma il dott. Schwartz, riassumendo le spiegazioni di Hartung, Schwegler, Preuner e Roscher, dal simbolismo della gazza, uccello dell'aurora, o del sorgere del sole, da quello del pico adorato dai Sabini, e del falcone, del lupo, e della parra, o dell’upupa, uccello di Vesta, non meno che da' miti di Apollo e di Artemide, di Danae e Perseo, d’Indra e di Agni, e da molte tradizioni d’inondazioni (Sinflut- Sagen) de' Celti e de' Germani raccolte da Grimm e da Simrock, nelle quali si parla di bambini trasportati nelle onde in tinozze o culle, e dalle acque salvati come Romolo e Remo, e poi, come questi, divenuti fondatori di nazioni, ha sostenuto che la favola de' gemelli non sia che una ripetizione, o un riflesso de' miti indogermani 341). Dopo varie dotte ricerche, Schwartz viene a tale conclusione; ma molto lontana per lo spazio ed il tempo mi sembra veramente tale opinione: e ben mi pare dover ripetere, con un dotto scrittore francese: «Noi siamo molto propensi. a credere che fra tutti questi miti che l’Alemagna discovre, vi sia qualche scelta da fare. E non sarebbe permesso di pensare che i primi tempi di Roma non sono del tutto sì favolosi come si dice, e di tentare ancora di spiegare colla storia ciò che i miti non ispiegano» 342)? Come nella simile ricerca riuscisse Guérard si vede dalla sua opera, nella quale molto attribuì a' Sicoli, che credette Greci, e negli Arcadi della regione che fu poi de' Sabini non riconobbe i veri Aborigeni de' Romani 343); e come l’origine de' Romani si possa spiegare colle diverse tradizioni, confermate da' nomi geografici delle fondazioni vicine e su' sette colli, si è veduto dalle esposte ricerche.

E le investigazioni tuttavia continuando, un più recente ingegnoso ricercatore di origini, di miti,e di leggende, ma colla mente forse troppo preoccupata da quelli dell'Oriente, a cui manca la certa cronologia, non ha dubitato ultimamente di derivare dall'India la leggenda di Romolo, confrontandola con quella di Krichna, quale è esposta nell'Harivança 344); né soltanto alla leggenda di Romolo, ma anche a quella della fondazione di Roma, che paragona alla leggenda di Dwàravati, e agli aneddoti della storia romana dell’aquila che a Tarquinio Prisco presagì il regno, e di Menenio Agrippa, che, col noto apologo de' membri del corpo e dello stomaco, riuscì a calmare il popolo contro il Senato sul monte sacro, con molti altri miti e leggende che leggonsi in Ovidio, ha attribuito la medesima origine 345). Ed io più o meno facilmente vi crederei, se i poemi, le leggende e i miti dell’India, non ostante le loro varietà, fossero anteriori almeno di un mezzo secolo all'anno che si assegna alla meno antica fondazione di Roma, e se nella leggenda di Krichna, o Krischna, specialmente non si fossero già vedute chiare analogie ed allusioni ai miti di Osiride, di Dioniso, di Apollo, di Ercole, o del Sole, che, con nomi diversi, ha tanta parte ne’ miti dell'Egitto, e della Grecia; oltre di che, se l’Harivança non è che il supplimento del Mahabharata, il quale fu composto più secoli dopo il cominciamento della nostra era, il tempo più recente dello stesso poema aggiunto porta all'induzione contraria, che la leggenda di Krichna fu copiata da quella di Romolo e Remo.

Giunto a tal punto della storia della tradizione sulla fondazione di Roma, e dello studio degli scrittori che han cercato spiegarla, che cominciato da più anni, e proseguito colle diverse opere degl'interpetri, come venivano a mia notizia, io lasciava e ripigliava secondo che i dubbii e le spiegazioni varie la mia mente assalivano, o la ragione mi confortava a tentare la spiegazione propria, io doveva alla fine studiarmi d’intendere un passato sì tenebroso quanto più mi avvicinava ai tempi storici. Aver cercato di spiegare i tempi più antichi colle colonie successive de' diversi popoli, confermate da' nomi delle borgate ch'edificavano, non era tutto, perché sebbene Roma era già fondata da più secoli prima del 754, darmi ragione io doveva nondimeno del fatto, o dell’ipotesi di tale ultima fondazione, e non solo della fondazione stessa, ma pur dell'anno in cui avveniva, perché se gli storici più noti al detto anno la riportavano, Timeo al contrario dicevala avvenuta nell’anno stesso in cui fu fondata Cartagine, cioè nell'anno 38° prima della I Olimpiade 346), quanto a dire nell'anno 814 a. C.; Cefalone Gergizio diceva fondata Roma nella seconda generazione dopo la guerra trojana, Antioco Siracusano anche più anticamente de' tempi trojani 347), e Cincio Alimento nel 730 348); e se la maggior parte degli antichi dicono Roma fondata da Romolo, ond’è che altri la nominano città di Remo, e figli e nipoti di Remo dicevano i Romani 349) senza nominar Romolo? L’incertezza ed il dubbio la mente assalgono di chiunque, che come in ogni altro problema della storia più antica e della filosofia, e più ancora della così detta filosofia della storia, voglia darsi ragione delle narrazioni favolose, e de' sistemi più o meno ipotetici ancora proposti per ispiegarla; e perplesso io rimaneva fin quasi al termine del mio studio. Che dunque dire, che sospettare, o congetturare per parte mia dopo tanti racconti, e tante spiegazioni di critici insigni? Altrimenti non direbbe chiunque altro si avventurasse dopo tanti dotti ad una simile investigazione. E dovendo alla fine venire alla conclusione propria, a quella che più probabile mi sembra secondo i dati della tradizione e delle simili memorie mitiche della Grecia, dico che se i fatti, anzi che le ipotesi, guidano meglio al vero, ad un fatto dobbiamo por mente, che ci costringe alla convinzione; e questo fatto non è tanto la fondazione ultima del tempo storico, o di quello che al tempo storico si avvicina, quanto il fatto de' racconti delle fondazioni analoghe di quasi tutte le città greche, e questa essendo la conclusione, alla quale io son venuto dopo molti dotti interpetri, dico che mi sono quasi incontrato colla spiegazione di Roscher, che ho appresa dalla dissertazione di Schwartz; perché se nella tradizione della fondazione di Roma, Roscher ha veduto una ripetizione de' racconti delle fondazioni di Mileto e Cidone narrate da Pausania 350) per la spiegazione simile io avea già pensato agli esempi delle fondazioni di Mileto e di Pergamo.

Narravasi che Mileto nacque in Creta da Apollo e da Acacallide, figlia di Minosse. La madre, per tema del re suo padre, in una selva lo espose, dove i lupi accostandosi al bambino, per comando di Apollo il custodirono, ed a vicenda lo allattarono. Sopravvenendo i bifolchi, il rilevarono, e lo portarono a casa. Come il fanciullo crebbe in età, bello e prode divenne; e fuggito poi nella Caria per certe insidie di Minosse, la città vi fondò, che nominò col proprio nome. E colà sposatosi ad Eidotea, figlia di Eurito, re della regione, due gemelli gli nacquero, Canno e Biblide, da cui ebber nome le città omonime dello stesso paese 351). Un’altra tradizione simile è quella che ricordava Pausania, secondo la quale volevasi che da Apollo ed Acacallide nascessero altri due figli, Filacida e Filandro, i quali siccome erano rappresentati nell'atto di essere allattati da una capra nel dono mandato a Delfo dalla città di Eliro nell'isola di Creta 352), ciò dimostra che correr doveva la fama che allattati fossero di fatto da una capra, come Mileto, e Romolo e Remo da una lupa. E chi, per sì fatte narrazioni ed origini, non direbbe gli Arcadi autori della leggenda su' gemelli alla sponda del Tevere? Di quale importanza, per l’arrivo degli Arcadi su' sette colli, sia l’origine della città di Cauno nella Caria, attribuita ad uno de' figli di Mileto, si vedrà in seguito: ora dico soltanto che a simiglianza de' gemelli Pelia e Neleo, esposti dalla madre Tiro, e presi ed allevati dal capo di una mandra di cavalli 353), potevano anche gli Etici della Tessaglia introdurre a Roma la favola di Romolo e Remo. Altri esempi simili non mancano di bambini del pari esposti, ma i già riferiti sono sufficienti a farci intendere che ben molto dopo le fondazioni delle città, quando si cominciò a tramandarne la memoria nella storia, o a darsi ragione delle origini delle città e de' popoli, gli antichi facilmente ricorsero all’ipotesi di gemelli esposti quando vi erano due nomi qualunque di città vicine, i quali a ben altri che a bambini si riferivano, essendo in vece relativi a piccole città, o borgate, a monti, o a fiumi, ed anche a' numi adorati ne’ luoghi, in cui le greche colonie si erano stabilite, e di cui cerca vasi indovinare, o spiegare l’origine; in guisa che se nel primo degli addotti esempi, la persona mitica di Mileto allude chiaramente alla città fondata dagli Arcadi che si erano condotti a Creta, e poi nella Caria, quelle di Filacida e Filandro del secondo sono probabilmente epiteti di Artemide, o Diana, come colei che ama le freccie (φιλ- ἀκίς-ακίδος), ο in generale ogni arma da caccia, e che ama il marito (Φίλανδρος), cioè il Sole, per essersi nel pianeta lunare riconosciuta l'Acacallide favolosa, colei cioè ch'è placidamente bella (ἀκάκάλλις), qual la Luna si mostra nella serenità del cielo e della notte 354). Pelia e Neleo. nel terzo esempio chiaramente alludono, l’uno al monte della Tessaglia, e l’altro a Neleo, detto figlio di Nettuno, ma più veramente lo stesso nume del mare, così detto probabilmente, perché spesso inesorabile e crudele (νηλεής) a' naviganti, come la supposta lor madre non sarebbe per avventura che Giunone ἀκρία, o celeste, a cui corrisponde il nome orientale Tyro.

Il racconto della tradizione sull’origine di Pergamo ci dà l’altro esempio della guisa con cui gli antichi Greci immaginavano le origini delle città e de' popoli. Attribuendosi a Pergamo, figlio di Pirro e nipote di Achille, l’origine della città dello stesso nome, dicevasi così: Pirro (altro nome di Neottolemo) dopo la presa di Troja, non si curò di ritornare nella Tessaglia, ma approdato alle coste dell'Epiro, la dimora vi fermò per un oracolo di Eleno. Figliuoli della Ermione non n’ebbe veruno 355); ma l’Andromaca gli partorì Molosso, Pielo, ed il minore, Pergamo. Anche Eleno ebbe Cestrino, sposata

l’Andromeda dopo la morte di Pirro a Delfo. Eleno, venuto a morire, il regno lasciò a Molosso, figlio di Pirro, e Cestrino con gli Epiroti che vollero seguirlo, il paese occupò di sopra al fiume Tiami. Passato Pergamo in Asia, uccise Ario signor di Teutrania, all’esito di un duello, al quale con lui rimesso avea la sorte del principato. Come Pergamo vinse, diede il nome alla città, nella quale sussiste, dice Pausania, l’eroico monumento dell’Andromaca, che avealo seguito 356). Clavier, R. Rochette e Petit-Radel, ai quali aggiunger delibo Schubart, non narravano altrimenti le origini già dette 357); ma chi non vede che in diversa guisa narrar si deono su' dati stessi della tradizione mitica? L’origine arcadica o pelasgica de' popoli della Tesprozia, in cui la Molosside si conteneva e la Cestrinia regione, ci spiega la prima parte del racconto favoloso. Il nome de' Tesproti facevasi derivare da Tesproto, uno de' figli di Licaone 358), ai quali corrispondevano le regioni occupate dagli Arcadi, e Plutarco tali popoli comprende tra' Pelasgi che passarono nell’Epiro dopo il diluvio di Deucalione 359). Pirro, che dopo la guerra troiana facevasi passar nell'Epiro, allude a' Tessali, o a' Pelasgi che passati vi erano di fatto, perché Neottolemo o Pirro, figlio di Achille e d’Iflgenia a Sciro, è lo stesso Achille, eroe o nume de' Tessali, detto ancora Pirra quando flngevasi donna nella reggia di Licomede 360); è il fiume Acheloo della Ftiotide presso la città di Lamia 361), il cui nome ripetevasi in quello dell’Epiro coll'emigrazione de' Tessali, e detto Pirro, cioè rosso, o biondo, come il Tevere, a cagione delle sue acque 362)

limacciose di tal colore. Dallo stesso Pirro Acheloo ebbe a nominarsi la Pirrea regione della Tessaglia 363), o da questa regione stessa provenne il nome Pirro al fiume, anziché dalla Pirra favolosa, consorte di Decualione, la quale del resto si spiega per la stessa terra rossa o bionda della Tessaglia 364), della quale fu ripetuto il nome nella città di Pirra nell'isola di Lesbo 365), perché i Tessali vi si condussero con una colonia 366), come il nome d’Issa, altra città nella stessa isola 367), dicevasi nome di Achille femmina a Sciro 368). Ermione, prima consorte di Pirro nell'Epiro, non fu che la città di Ermione nell’Argolide 369) da' Pelasgi abitata, e da cui si partivano i Tessali, che passarono nell'Epiro. Eleno, figlio di Priamo, che avea il dono del vaticinio di Apollo, o era amato dallo stesso nume 370); che veniva a contesa per le nozze di Elena 371), e nell'Epiro fondava la città di Butroto, e sposavasi a Cestria figlia di Campo 372), cioè la Cestrinia de' Campilidi 373), non fu che l’Ἔλειος flgliuol di Perse, nato dal Sole 374), ossia il Sole stesso luminoso, cosi detto da ἔλω, perdo, perché arde e dissecca. L’etimologia di Eleno è la stessa che quella di Ἕλλην, e di Ἑλένα. Eleno, per sapienza insigne 375), ch’ebbe la virtù profetica di Apollo, fu lo stesso nume sfolgorante di luce, fu il Sole che sorge sull’Ida, fu il nume de' Tessali, de' Pelasgi e de' Dorii, i quali passarono nell’Epiro, e vi fondarono la città di Butroto, al Sole sacrificando un bue. Andromaca, che l’uomo combatte (Ανδρομάχη), è la Luna che molto può col suo influsso; e facevasi sposare a Pirro che moriva a Delfo, perché il Sole vi fu detto Pirro, cioè rosso, o biondo, come fu detto Xanto, che dinota lo stesso; facevasi sposare ad Eleno, perché questo fu lo stesso astro ardente e luminoso. E se Eleno il monumento ebbe comune ad Argo con Delanira, fu perché costei fu la stessa Luna, e non fu da Poiignoto dipinto con Elena nel Lesche a Delfo? 376). E i figli di Andromaca e di Eleno, Molosso, Pielo e Pergamo, non alludono chiaramente, il primo Molossi, il secondo a Pialla nella Tessaglia 377), e a Pergamo nella Troade, come Caone, Cestria e Campo non sono gli eponimi, o le personificazioni simili delle regioni omonime dell’Epiro? La mitologia de' Tessali, propagata colle loro colonie nella Troade e nell’Epiro, dava luogo alla supposizione di tutte le persone mitiche già dette; ed è un guadagno pel vero intenderle per quello che sono, se gli stessi antichi non le compresero, o non ne diedero una soddisfacente spiegazione, e se lo stesso Socrate non si curò delle favole, dicendo essere opera da sfaccendati investigarne il significato, benché egli stesso era ozioso e senza faccende quando alla sponda dell’Ilisso si diede a disputar dell'amore 378).

Or siccome i Greci furono i primi a narrarci la origine di Roma, non altrimenti l’esposero che come quelle di Mileto e di Pergamo, raccogliendola dalla tradizione mitica, la quale l’aveva già prima in certo modo formolata, immaginando Romolo e Remo da Roma e Remarla, che per altre tradizioni simili suppose quai gemelli esposti alla riva del Tevere, con tutto il resto del racconto, a cui davan luogo il culto e la topografia circostante con altre memorie favolose che correvano sulla fondazione di Alba e su' miti relativi. Diocle di Pepareto, seguito da Fabio Pittore, non immaginò la leggenda, ma la raccolse dalla più antica tradizione popolare. Ad altri fatti, meno fantastici e favolosi, ricorsero Aristotele, Dionigi e Plutarco, l’uno con dirci la città edificata dai Greci che reduci dalla distruzione di Troja giunsero sul Tevere, e la città ivi presso edificando, il nome le im, posero della donna che consigliò di ardersi la flotta, onde ivi alla fine stabilirsi; il secondo con dirla edificata da Evandro e dagli Arcadi; ed il terzo da' Pelasgi, che la città nominarono dalle mura, o dalle fortificazioni con cui la difesero. Ma se in queste narrazioni non manca la favola e l’ipotesi, vi sono pure i barlumi de' fatti e della storia, perché se una spedizione vi fu contro Troja, e quindi un ritorno, l’arsione delle navi altrove che sul Tevere dicevasi avvenuta, cioè a Sciane, città della Tracia 379); e se Evandro non fu molto probabilmente che Ermete, o Mercurio, è certamente mitica la fondazione che gli si attribuiva, ma vera se con più di ragione si riporta agli Arcadi che come il lor benefattore l’adorarono al pari degli Egizii, e che dal Pallonaio ch'edificato avevano nella regione che fu poi de' Sabini, si condussero sopra uno de' sette colli, e vi ripeterono il nome simile, dal quale provenne quello di Palatino, come in molti altri luoghi d’Italia ripeterono i nomi delle città dell’Arcadia; e se in fine i Pelasgi si unirono agli Aborigeni Arcadi per discacciare i Sicoli dal luogo, o dalla città che con greco nome nominarono Roma dalle mura, o dalle fortificazioni. Che dunque far dobbiamo per non dubitare in tanta diversità di narrazioni, d’ipotesi e di favole di un fatto, o di più fatti, che come un fatto solo ci era narrato in un tempo solo determinato? Non altro, io credo, che con le tradizioni e le fondazioni studiare la topografia, la quale ci darà ragione della favola non solo, ma. ci confermerà ancorai fatti stessi delle fondazioni diverse e successive; e in questo più che al Cluverio, al Niebuhr, e a qualche altro, la dovuta lode è da dare a Petersen, ad Ampere ed a Forchhammer, i quali, più degli altri dotti investigatori, ci han messo sulla retta via d’interpretare la tradizione, e di non discrederla, o di non crederla semplicemente come narravasi.

Il primo di questi ultimi lodati scrittori, meglio di chicchessia, ci ha spiegata la tradizione sulla supposta madre de' gemelli, il terzo quella sull’origine della favola degli stessi gemelli, considerati come due ruscelli che scendono dalle nevi liquefatte dal monte Albano; ed il secondo senza discredere a, Romolo, l’attenzione richiamava soprattutto sulle nove piccole borgate che furono su' sette colli; e prima di proceder oltre, dalle spiegazioni date da questi dotti non possiamo allontanarci, per dire cose più probabili delle origini complesse della città. Se ingegnose sono le spiegazioni di Petersen e di Forchhammer, meno dubbie ancora si diranno le indicazioni di Ampere, il quale ricordando le nove borgate, dalle quali poi sorse Roma, ci portava in un suolo più solido della interpretazione mitica, che nondimeno tale non è, come può pensarsi da' fatti allegati delle fondazioni di Pergamo e di Meleto. Se la fantasia molto dominava nel dire delle origini di tutte le città antichissime, per tutto sono da considerare i fatti, su' quali si fantasticavano, personificandosi i nomi de' luoghi, de' popoli, de' numi, esimili. Non essendo dubbio che su' sette colli furono le diverse borgate già dette, da questo fatto gli antichi prender potevano le mosse per dirci cose più probabili sull'origine della città, distinguendo, per quanto era possibile, la cronologia di ciascuna. Il fatto della fondazione di Roma è confermato da quello di Atene e di altre città della Grecia; perché se Atene si disse composta da 12 paghi da Teseo 380), gli Aonii, i primi abitatori della Beozia, è fama che prima di Cadmo abitarono κατὰ κώμας 381), cioè sparsi in villaggi. La città che si nominò Elide, non era per anco fondata al tempo di Omero, e tutta l’Elide abitavasi a borgate. Più tardi, dopo le guerre persiane, gli abitanti di molti borghi vi si raccolsero; e così anche agli altri luoghi del Peloponneso ricordati dal poeta, a tutti, tranne pochi, egli dà il nome, non di città, ma di paesi, ciascuno de' quali componevasi di parecchi borghi, donde poi vennero a congregarsi col tempo le città primarie. Così Mantinea di Arcadia fu dagli Argivi popolata con gli abitanti di cinque borgate; Tegea si compose di nove, e di altrettante Cleombroto, o Cleonimo, formò Erea. Di sette, ovvero di otto, si formò Egeo; Patrasso di sette, e Dime di otto 382). La Paracheloide al mezzodì dell'Octa nella Tessaglia era divisa in 14 villaggi 383), e la Megaride in diversi borghi 384). Né ciò si ricorda soltanto della Grecia, ma anche dell'Asia, perché tutta la Mesopotamia era sparsa di villaggi, eccettuata Babilonia e Nino 385), o Ninive. Anche ne’ tempi storici i Sabini e i Sanniti abitarono spicciolati in piccole borgate 386). Dove è meno di civiltà, o dove continua lo stato primitivo della società umana, le città sono anche oggidì composte di più villaggi: Biskra, una delle più antiche città dell’Algeria, la capitale delle oasi sparse nel Zàb, si compone di sette villaggi, né è altrimenti delle piccole città dell'Africa 387). L’origine di Roma non fu diversa. Ma tutto questo non basta considerare, e qualche altro passo far dobbiamo, onde convincere non solo le affermazioni e le negazioni facili, ma anche le ipotesi più facili de' fatti, che sono da ricordare colla storia, e le induzioni che sono da ricavarne. Il fatto di Palanzio, che che Varrone ne dicesse senza riflettere sulle simili ripetizioni de' nomi delle città originarie per parte delle colonie, è confermato dalla città omonima che fu nella Sabina, dove la prima volta si condussero i Pelasgi o gli Arcadi, e che da quella dell'Arcadia fu poi sopra uno de' sette colli ripetuta col tramutarvisi degli stessi popoli. Tarpa si conosce dalla favolosa tradizione su Tarpea, e che spiegandosi meglio col significato della voce greca, che dinota cophinus in latino, accennò forse a' cofani o ai canestri, che in origine vi si facevano co’ vimini che crescevano alla sponda del Tevere, come i canestri anche de' vimini delle sponde dell’Aufido davano probabilmente il nome alla vicina città di Canisium o Canusia nella Daunia. Il nome di Roma, greco come gli altri, si aggiunge ai già detti per non farci dubitare della simile origine greca della città, sia che fondata fosse da' Pelasgi, sia che dagli Arcadi, o dagli uni e dagli altri, ai quali poi si aggiunsero gli Epei, che dicevansi condotti da Ercole, perché l’adoravano. L’affinità degli Epei, o Elei, con gli Arcadi, perché l’Elide prossima all’Arcadia dicevasi di questi stessi popoli 388), fu forse cagione che si condussero presso i loro connazionali, e la loro presenza nella contrada bagnata dal Tevere mi sembra anche confermata e provata dal nome di Arpino nella contrada vicina, perché ci ricorda Arpinna, l’antico nome di Olimpia; così che la città di Arpinum si può credere fondata dagli stessi Epei o Elei dell'Elide. E rileva altresì notare il nome di Cauna, supposta figlia di Evandro, e che fu perciò una simile borgata degli Arcadi, i quali sopra uno de' sette colli ripetevano il nome della loro patria originaria. Perché Roma nell'espressione figurata, ma vera per la sua origine, era detta figlia di Esculapio 389), perché l’adorava, conferma ancora l'origine della Cauna sul Tevere, per la ragione che il nume stesso era adorato da' Caunii dell'Arcadia 390), così che non altrimenti che colle colonie degli Arcadi si spiegano le origini simili delle altre due città collo stesso nome di Καῦνοςi nell'isola di Creta e nella Caria 391); ed il poeta lupercale Marino ben ebbe ragione di dire che Roma fu prima di Romolo, soprattutto per le fondazioni degli Arcadi e de' Pelasgi. Dunque Roma vi fu prima del 754, quando dicevasi fondata da Romolo, e tale tradizione non è contraria alle altre, con cui dicevasi fondata da' Pelasgi, o da Evandro, perché queste stesse fondazioni ci spiega, per essersi detta Roma dall’esser fortificata e cinta di mura da' Pelasgi, e fu detta fondata da Evandro, perché Ermete, o Evandro, fu il nume archegete degli Arcadi, come Esculapio il fu Caunii, ed Ercole probabilmente degli Epei, Arcadi tutti insieme, sebbene di tempi diversi, ma succedutisi gli uni agli altri alla sponda del Tevere.

Ed il nome stesso di Αλβας, ο Albula, che fu il più antico nome del Tevere 392), si aggiunge ancora per dimostrarci la più antica colonia degli Arcadi, perché non fu che la traduzione latina dell'Αλφειός, il quale, il quale, sorgendo all’oriente di Megalopoli, si sprofonda sotterra, e risorgendo presso Asea, scorre nella direzione occidentale dell’Arcadia. Il nome di questo fiume fu a quello applicato che poi più comunemente fu detto Tiber, ed è notabile che avendo ciò ben riconosciuto un dotto espositore del mito di Ermete 393), non ne ha poi veduta la più prossima e legittima conseguenza che gli Arcadi dell’Alfeo furono quelli a' quali non solo fu dovuta la ripetizione di quel nome geografico, ma che anche introdussero la favola di Ermete, la quale, per le cose dette, è tutt'una con quella di Evandro, per la ragione ch'Evandro non fu altro che Ermete. E se G. Curtius, non pensando che al solo nome di Αλφειός, il deriva dalla stessa radice del latino albus, e Trozer ne trova dubbia l’etimologia 394), è perché entrambi non pensavano alla colonia. degli Arcadi venuta sul Tevere; in guisa che col solo nome geografico si ha la ragione del nome di Albula, concedendo pure che il fiume della Grecia potè nominarsi da ἀλφέω ο ἀλφάνω, per esser proficuo alla contrada, perché la fertilizzava; ma a Roma se ne tradusse il nome come molti de' nomi geografici, di cui finora ho discorso.

E tanto vero è il già detto, che se Tiber è lo stesso che Thymbris, il Clavier giustamente credeva che cosi fu detto dagli Arcadi del Palatino in memoria della Timbri, che volevasi madre di Pane 395), lo stesso che Fauno, ma che più probabilmente fu nominato dall’erba omonima che vi cresceva alle sponde, come Servio scrive parlando del tempio di Apollo Timbreo nella Troade 396), dove se fu la città di Timbra e il fiume Timbrio che irrigavano il territorio 397), la leggenda favolosa che ne ripeteva il nome da Timbrio, amico di Dardano che aveala fondata 398), ci basta per vedervi gli stessi fondatori Arcadi, perché Dardano, anzi che essere un uomo, non fu che il nume degli Arcadi, o lo stesso Ermete, e nel modo di esprimersi degli antichi le città erano fondate da' numi che vi si adoravano. In guisa che se così stanno tutte le discorse induzioni, che co’ soli nomi geografici ci dimostrano le origini arcadiche, la stessa origine della città di Alba si riporterà in conseguenza agli Arcadi dell’Alfeo, sebbene fu detta metropoli di Roma per altre ragioni mitologiche che sono fuori del presente argomento. E poiché i dotti, come si è veduto, non convengono sulle personificazioni de' nomi che s’incontrano nella favola della fondazione della città, né indicano il popolo che l’immaginava, per le cose dette, può dirsi con sicurezza che furono i posteri degli Arcadi, a' cui maggiori, dopo de' Sicoli, è perciò da attribuire la più antica fondazione di Roma. Ed altri fatti non mancano per venire a questa conclusione, ed utile è riferirli.

Se suppor si potesse che lo storico Zopiro di Bizanzio, dal racconto de' gemelli sul Tevere, immaginò quello de' gemelli simili esposti sull'Erimanto in Arcadia, e raccolti dal pastore Tilifo 399), io direi che fu questo il primo nucleo della leggenda di Romolo e Remo raccolti da Faustolo, e che primi e veri autori di tale leggenda furono gli Arcadi di Evandro, o di Feneo. Epure i nomi di Licasto e Parrasio, non inventati da Zopiro, ma già nel mito degli Arcadi, molto antica fan credere la tradizione favolosa che ne provenne, e lo storico Bizantino fanno assolvere dalla taccia di favoleggiatore che si può facilmente attribuirgli. Perciocché Licasto (Λυκάστης) si traduce per Lucius, analogo a Λυκαῖος, attributo di Zeus, il cielo luminoso, o dello stesso Apollo 400), cioè il grande astro, che la luce comparte al creato. Se Diodoro l’origine di Licasto derivò da Minosse nell’isola di Creta 401), tale genealogia si dirà immaginata in un tempo posteriore all’antichissima colonia arcadica de' Tegeati e di Gortina che a Creta si condusse, e vi fondò le città di Cidonia, Catrea e Gortina 402). Con quella colonia passò in quell’isola il culto di Giove Liceo, o di Apollo, e l’attributo del nume fu poi considerato qual persona effettiva, non altrimenti che da' favolosi eponimi delle tre città, altri personaggi si supposero, come lo stesso lor padre Tegeate, che riferivasi agli abitatori di Tegea.

Il nome di Parrasio non ci ricorda meno il nume della luce, perché dinotando celeberrimo, e corrispondendo ad ἐπιφανέστατος, con sì fatto epiteto fu distinto sul monte Liceo, dove ebbe un tempio 403), benché si supponesse poi uno de' figli di Licaone, il quale avrebbe dato il nome alla città di Parrasia 404), o anche di Zeus 405), nella guisa stessa che Licasto fu detto figlio di Minosse, e come s’immaginò il racconto de' suoi amori con Eulimene fidanzata al re Aptero 406), sia per la Vittoria Απτερος sulla rocca di Atene 407), donde la colonia si trasferì a Creta, che volevasi condotta da Teseo 408), sia per la relazione che l’isola ebbe con Delfo, per ciò che Pausania ci narra della cretese città di Ptera 409), Nictimo, padre di Filonome, la supposta madre de' gemelli arcadi, e Tilifo, il pastore che li raccolse, non accennano del pari che ai miti di Arcadia, perché il primo è uno de' Licaonidi secondo la leggenda, ma nel fatto un cognome dell'Alfeo che, sprofondandosi in una voragine, corre sotterra, e poi ricomparisce 410); e l’altro non è che Telefo di Tegea 411), attributo di Apollo, o del Sole nella meno luminosa stagione dell'anno, come la Filonome, cioè colei che ama la legge (φιλο- νόμος), non fu che un’allusione all’armonia della natura, che, per effetto della luce e del calore solare, si rinnova e succede alla stagione oscura e tempestosa 412). E siano pur altre le allegorie di tutti questi favolosi personaggi 413), di colonie di Arcadi passate ad abitare su' sette colli non può dubitarsi, sì per le tradizioni riferite, sì perché furono a Pisa, a Falisci, nella Sabina e sul Palatino, come nella Venezia, nella Japigia, e nell’Enotria primitiva sull’istmo, e chiaramente il dimostrano i nomi topografici ripetuti da quelli dell’Arcadia 414). Non pochi nomi di città nelle anzidetto regioni ricordano le città, dalle quali si partivano i coloni arcadi che si stanziavano in Italia, e sono il più bell'argomento della loro venuta e delle loro fondazioni contro certi storici scettici, o sofisti, i quali negavano le colonie arcadiche. Che lo storico Zopiro non inventò la favola riferita, e che dagli Arcadi nacque probabilmente quella che sull’origine di Romolo e Remo, o su quella di Roma, narravasi dp. tutti gli storici, è manifesto dalle simili favole arcadiche circa le origini di Mìleto e di Pergamo. Ed è notabile che dicevasi di Romolo e Remo ciò che i poeti e i mitologi narravano di Paride, il supposto figlio di Priamo. Se i gemelli, appena nati, erano esposti sul Tevere, Paride dicevasi del pari esposto alla sponda del Cebreno sull’Ida, ed allevato tra' pastori difendevali da' predatori delle mandre e de' greggi, non altrimenti che Romolo, in guisa che autori delle narrazioni simili si diranno gli Arcadi che si tramutarono in Italia, come nella Troade 415). Sia anche che, con Zinzow, si supponga che la favola di Romolo e Remo provenne dall’immagine della dea Rumia, o della Lupa in atto di allattare due bambini 416), sempre ai posteri degli Arcadi e de' Pelasgi è da riferirla, ed a questa spiegazione costringe la stessa favola dell’Arcade Evandro, fondatore della rocca di Roma 417), e conduttore degli Arcadi sul Tevere.

Di questo Evandro gli antichi e i moderni hanno dette le più di verse cose del mondo, e tuttavia fa d’uopo esaminarne la tradizione, o la leggenda, alla quale mette capo la primitiva storia di Roma dopo de' Sicoli, i quali, se erano detti i più antichi abitatori de' sette colli, non vi lasciarono nondimeno altro che il nome, per non sapersi come nominassero la città che vi fondarono, non si conosce qual culto vi stabilissero, e quali ne fossero in somma le istituzioni e le costumanze, mentre che era fama che l’Arcade Evandro portò la musica e le lettere cadmee sul Tevere 418).

Fu Evandro un eroe, come il dice Ovidio, uscito di Nonacri, o di Tegea, donde volevasi con gli stessi suoi cani venuto in Italia? 419). Fu egli figlio di Ermete, o di Echemo,di Nicostrata, o di Temide, e si sposò veramente a Nonacri, figlia di Licaone? 420). Lasciò la patria per l’uccisione della madre, o del padre 421), o venuto in Italia con la madre Carmenta, vi procreò Fallante, e due figlie, Canna e Launa, come dice Dionigi? 422). Fu egli re e fondatore della rocca di Roma, e in fine diverso, o tutt’uno coll’altro Evandro figlio di Priamo, o di Sarpedonte, come si narra da altri? 423). A tutte queste e simili dimande costringono le varie tradizioni, o favole degli antichi, e donde è da incominciare per isciogliere il nodo che sembra inestricabile, e per non cadere nella troppo facile e precipitosa affermazione, che tutto è favola nella tradizione su Evandro, come su tanti altri personaggi simili, fondatori di città, o conduttori di colonie, e da che nasce ancora una certa critica, la quale se contraddice e nega da un lato, riesce poi dall’altro all’affermazione ipotetica, più incredibile e favolosa della stessa favola? Tutte queste cose esaminare fa d’uopo per affermare più sicuramente, e per non ripetere, colle confuse idee degli antichi, anche certe diverse ed opposte conclusioni del sapere più moderno.

Or io dico che le precedenti osservazioni su' nomi delle più antiche città italiche, nomi greci e gli stessi che quelli delle città arcadiche, non fanno dubitare della tradizione su Evandro e sugli Arcadi passati ad abitare sul Tevere. Non una donna, sì bene una piccola città, o borgata, fu Canna in Italia, così detta dagli Arcadi di Canno, come altre città dello stesso nome nell'isola di Creta e nella Caria, perché del pari fondate dagli Arcadi 424). Come Canna e Launa furon dette figlie di Evandro, così Roma fu detta figlia di Esculapio 425), né per altro, che pel culto di tal nume, adorato anche a Canno dell’Arcadia 426). Questa semplice osservazione sfuggita ad alcuni dotti critici ha fatto dubitare, o altrimenti congetturare sulla tradizione ch'Evandro riguarda; e se affacciata si fosse alla mente di Dionigi, trovata vi avrebbe la pruova di quanto egli affermava sull'origine arcadica di Roma e degli Aborigeni che la fondavano. Se tale fu Cauna, e però anche Latina, la stessa che Λαουίνιον, o Lacinia, che si volle fondata da Enea per gli Eneadi Trojani che vi sopravvennero 427), e la cui origine primitiva per la tradizione favolosa di Dionigi riportar si dee anche agli Arcadi, Evandro non fu un uomo, sì bene un nume, come Esculapio; fu un cognome di nume personificato come Cauna, ed il significato del nome Evandro ci guida a conoscere chi fu di fatto Evandro.

Evandro (Εὔανδρος, Evander, Evandrus), è il buon uomo, l'uomo generoso e benefico, così detto pe'suoi benefizii, nè altro che Ermete ἐριούνιος, autore delle cose utili 428), del quale dicevasi figlio 429), come altri mitici cognomi simili detti furono figli di altri numi, perché furono tutt'uno co’ numi medesimi; ed Ermete fu detto Evandro per le arti che dicevansi da essolui imparate agli uomini, per le invenzioni che gli erano attribuite, quelle della lira e della forminge, delle lettere e de' numeri, come della grammatica, della geometria, della medicina e dell'astronomia, e financo de' pesi e delle misure 430). Quanto si disse di Ermete in Grecia fu detto di Tot, Thoth, Theuth, o Taaut, secondo i diversi dialetti nell'Egitto e nella Fenicia 431). L'Ermete Trismegisto, o μέγας καὶ μέγας de' Greci, non è senza alcun dubbio che il Thot ââ ââ, Thot grande, grande degli Egizii. Ed è notabile che, se giusta le tradizioni egizie, Thót, o Ermete Trismegisto, inventò la scrittura geroglifica, e compose i primi scritti di tale lingua divina figurativa 432), anche Foô- ht presso i Cinesi inventò non solo i primi lineamenti della scrittura, ma anche tutte le prime arti d’una società nascente 433). limito egizio penetrò fin nella Cina; e fu tale la simiglianza, o la identità de' due numi,che tra' diversi Ermeti, che dalle diverse genealogie e da' diversi attributi, vanamente distinguer vollero gli antichi 434), e che in sostanza non furono che un solo, quello che si adorò a Feneo in Arcadia, dicevasi, per l'uccisione di Argo, fuggito in Egitto, e che agli Egizii insegnò le leggi e le lettere 435).

Thovt in Egitto rappresentò tutta la scienza sacerdotale egizia, e fu detto inventore de' geroglifici 436), perché avendo gli Egizii sacerdoti tutti i loro trovati scolpiti su pilastri, che furono le antiche colonne (παλαίαι στήλαι) di Ermete, nascoste negli aditi de' templi, perché temevano che col tempo si distruggessero, da così fatti pilastri o colonne, detti Thoyt nella loro lingua, provenne o s’immaginò il nume, nella guisa stessa che dalle erme (έρματα), o dalle basi, o colonne, su cui ne fu la testa figurata, provenne il nome di Ermete 437), o Mercurio. L’epiteto nefru nefru, quanto a dir buono buono, talvolta ripetuto anche tre volte ad Ermete negli egizii monumenti, corrisponde a quello di Evandro, e lo stesso Ακάκος, figlio di Licaone, dal quale i Greci facevano allevare Ermete 438), fu un epiteto analogo, perché significando non cattivo, e senza malizia, è lo stesso che buono. Il nome Tt, o Tet, ch'Ermete ha ne’ monumenti, si è anche derivato da tut, cioè ordinare, stabilire, e sembra corrispondere non solo al greco τίθημι, ma anche al Κάδμος de' Greci e de' Fenicii 439).

E poiché i 36,525 libri da Manetone attribuiti a Thot 440), non sono che XXV periodi Sotici, ciascuno di 1461 anni, il nume stesso non fu in origine che la stella Sothis, o Sirio, Procione, o la Canicola, dal cui sorgere dopo il solstizio estivo 441) gli Egizii principiavano l'anno, del quale Thovt fu il primo mese 442). Dall’annunziare l’anno Thot, o Ermete, divenne il nunzio de' Numi, benché per le altre attribuzioni allusive alla sapienza sacerdotale egizia, l'autore della vita di Omero ottimamente dice, che non fu altro che la ragione, ola mente dell'uomo 443), la quale di fatto inventava le arti e le scienze. Il cane Sirene ne' miti di Cefalo, d’Iside, d’Icario, e di Orione 444), è la ripetizione del mito egizio, perché fu la personificazione di Ermete Κυνοκέφαλος il cane Anubi che ad Iside mostrava il sepolcro di Osiride 445), la cagna Moera che ad Erigone indicò il sepolcro del padre Icaro 446), il cane che Cefalo mandò a Procri 447), il cane del cacciatore Orione 448). Egli sembra ancora che, dal nume egizio, Omero immaginò Thootes, araldo di Menesteo 449), perché se Ermete fu l’araldo de' numi, annunziava anche la primavera, che di praterie veste la terra, donde il greco Μεν- εσθεὸς. Tutta questa corrispondenza della mitologia de' Greci con quella degli Egizii non fa vedere fuori dell’Egitto l’origine del mito di Ermete, del quale del resto non è qui il luogo di esporre tutte le attribuzioni moltiplici, da qualcuna delle quali partendo alcuni dotti ne han sostenuto l’essere ed il significato primitivo, con dire p. e. che Ermete fu il crepuscolo 450),idea che ben mi sembra posteriore, come il nome stesso di Κάδμος ο Κάσμος (da κοσμέω) applicato allo stesso nume da quello del Sole, ch'è il vero ordinatore e adornatore della natura; e basta dire che così antico ne fu il culto in Arcadia,

che il primo suo tempio si attribuì a Licaone figlio di Pelasgo 451), non uomini entrambi, ma personificazioni del nume del cielo, e del nome de' Pelasgi, i quali sotto altro nome dall’Egitto scacciati, come per lo più si crede 452), ne propagarono il culto nell’Arcadia, così che fu specialmente adorato nelle città di Acacesio, Cillene, Feneo e Nonacri; e l'Ἑρμῆς Παράμμων nella città di Elide 453) presso l'Arcadia mi sembra proprio per ricordarci il nume egizio, appunto perché con Ammone accompagnato, il quale non fu che lo stesso Ζεύς. Con le colonie degli Arcadi il culto di Ermete si propagò in altre città, e regioni dentro e fuori della Grecia, e così pure a Roma, dove per essere stato il nume della primavera, alla quale anche in Grecia alludeva Ermete Κριοφόρος, portatore dell’ariete 454), segno del primo mese di tale stagione, si festeggiò nella metà della stagione istessa 455). I numi divennero re ed eroi nelle più semplici tradizioni, o credenze evemeristiche prima di Evemero, ed Ermete Εὔανδρος, detto probabilmente anche Σώσανδρος, ο Ἡγήσανδρος 456), fu detto il conduttore della colonia degli Arcadi sul Tevere; la quale non creduta per poca riflessione da Strabone 457), ha tutta l’evidenza per la Cauna che dicevasi figlia di Evandro, la quale spiegata per una piccola città o borgata, fondata dagli Arcadi col nome della metropoli, è per l’origine greca di Ruma, la prima e la principale delle pruove che si accrescono con le altre greche colonie sopraggiunte a quella degli Arcadi. Evandro venne in Italia, come p. e. Erictonio andò nella Troade; il che avendo ricordato Strabone con dire semplicemente che i Trojani come i Cretesi ebbero un principe col nome di Erictonio 458), con gli autori da lui ricordati per l’affinità de' due popoli, non comprese che il principe favoloso riferivasi al culto di Ermete o di Posidone Erictonio, nella Troade introdotto dalla colonia degli Ateniesi, i quali come eroe Erictonio adorarono, e gli eressero un tempio 459). Non è da dire altrimenti del supposto re Echerno di Tegea 460), del quale Evandro dicevasi figlio 461), e che ricordando l’Echemone figlio di Priamo 462), è spiegato dall’affinità, e quindi dalla comune mitologia de' Trojani e degli Arcadi; così che Ἐχέμος significando

il possente, l’amministratore, ed il governatore (da ἑχώ), tal cognome o attribuito si riporterà facilmente a Ζεύς, o allo stesso Ermete. Pel culto di Demetera Θήσμια, cioè giusta o legislatrice, a Telpusa sul Ladone nell'Arcadia 463), Evandro fu anche detto figlio della Ninfa Temi, nata dal Ladone, e di Timandra 464), cioè Temi. L’alleanza degli Achei con gli Arcadi di Tegea, l'irruzione degli Eraclidi, che volevasi sull'istmo respinta da' due popoli capitanati da Echemo, o da Oreste 465), e l’emigrazione stessa di Oreste nell’Arcadia 466), immaginata forse pel suo culto a Tegea, tutto questo mi sembra di spiegare non solo il supposto esilio attribuito ad Evandro, ch'era quello di Oreste, secondo la tradizione favolosa, ma anche la sua madre Nicostrata, probabilmente Elena, o Diana; perché, siccome or a Menelao, ed ora ad Elena, attribuivasi un figlio per nome Nicostrato 467), così dicevasi Nicostrata madre d’Ippocoonte 468), e Timandra sorella di Clitemnestra 469), soliti epiteti con altri molti de' numi della luce; dal che direi che dalle tradizioni della colonia spartana che fondava Amicle sul golfo di Gaeta, e dal culto di Diana in Arida, dove pur volevasi venuto Oreste, con quelle degli Arcadi si combinarono le ultime tradizioni favolose su Evandro. La mitologia in fine degli Arcadi a Creta, nella Troade e nella Licia, spiega Evandro figlio di Priamo, o di Sarpedonte, perché i Licii di Creta, o gli stessi adoratori del nume solare, erano passati nella Licia 470); e così co’ culti propagati dalle colonie, s’immaginavano tutte le combinazioni possibili delle tradizioni mitiche, che come storia si credevano sino a che vi penetrasse l’occhio della critica, la quale da ultimo in Evandro fa riconoscere Ermete sì per le dette genealogie favolose, sì perché da Evandro facevasi introdurre a Roma il culto di Mercurio 471), e fondare la città di Fallando, dove fu adorato 472). Le quali tutte cose non mi sembrano favorevoli alle ipotesi di alcuni dotti, i quali altrimenti han giudicato di Evandro, e delle tradizioni o favole che il riguardano. Niebuhr ha detto: «Evandro, che arriva nel Lazio con un seguito di Arcadi, non meriterebbe alcuna menzione, se questa favola non fosse antica ed indigena, e se per la ragione stessa, non divenisse verisimile di poter ritrovarne una spiegazione che la disbarazzi di ciò che ha di assurdo. In un paese, nel quale erano tante piccole città de' Sicoli, una tal quale tradizione può bastare per dire che alla riva del Tevere, e sulla collina, sulla quale doveva esser fondata la città eterna, eravene una simile col nome di Palatium, e tal nome ricordava a' Greci la loro città sul Menalo. E trattenutosi sulle tradizioni favolose de' poeti greci su Ercole, conchiude con far osservare che Evandro altro non sembra che Latino sotto una forma diversa; perché dove è figlio della profetessa Carmenta, e dove del profeta Fauno. Qui la sua figlia Lavinia sposa Ercole, là Enea; sempre eroi stranieri. E così, in un’altra versione, Latino figura in vece di Cacus, come ladro di buoi» 473). Tali cose dice Niebuhr; ma altro sono i fatti delle tradizioni confermate da' nomi delle città, da' culti e da altre circostanze simili, altro le credenze popolari, le immaginazioni della fantasia, e le spiegazioni stesse degli scrittori, che vi lavoravano sopra per dire ciò che loro sembrava, ma personificando sempre vanamente i nomi de' Numi, delle città e de' popoli; ed io dimando, perché il nome di Palantium o Palatium più volte si vede ripetuto nell'Italia superiore, nella Corsica, nella regione che fu poi de' Sabini, e presso del Tevere 474), se non perché gli Arcadi vi si condussero dalla città di quel nome, che abitarono nella Grecia? Questo fatto è confermato dalle altre ripetizioni de' nomi delle metropoli nelle regioni occupate dalle greche colonie che si tramutavano in Italia ed in altre contrade, e tutte le tradizioni ad Ercole relative dalle Alpi alla Campania, dove dicevasi fondatore di Ercolano e Pompei, nella Liguria, e fin nel paese degli Sciti, non alludono alle simili fondazioni greche?

Basta ricordare Alesia e Nicea per non credere del tutto favolose le tradizioni che ne correvano. La prima di queste città, capitale, secondo Diodoro, di tutta la Celtica, si volle fondata da Ercole 475), e ricorda la città di Alisio dell'Elide 476), regione da cui venne la seconda delle colonie più antiche che fondò Pisa, e se Nicea fu colonia de' Greci fondatori di Marsiglia 477), così detta per avventura dalla vittoria ottenuta sui barbari, non furono meno di greca origine, e i nomi il dimostrano, Antipoli, Olbia e Moneco, alla quale sembra che si riferisca la favola della pugna di Ercole, perché eravi adorato 478), con altre città di greco nome nella Liguria, Apua, Caristo, Pollensia, Asta, Iria e Clastidio, né furono meno di greca origine molte città sul Ponto Euxino 479). I numi, non gli eroi, furono forestieri all'Italia, perché accennano al culto de' Greci ed alle loro fondazioni; e se sono favolose le genealogie e le imprese attribuite ai Numi archegeti, come Ercole ed Evandro, tali non furono le fondazioni e i culti su cui si fantasticavano. Sotto le leggende e i miti si veggono da per tutto adombrate le greche fondazioni e le origini greche; e non è meraviglia che spesso si negano, perché data una volta la spinta alla interpretazione critica, si lasciano i fatti per correr dietro alle ipotesi. Se Klausen il nome di Evandro ha derivato da eoannere, crivellare, come mandra da mannus, e tal nome ha attribuito a Saturno 480), Bormann il riferisce ad Ercole, da' Greci detto il buon uomo, in opposizione di un re barbaro abitatore dell’Aventino, dove ponevasi il soggiorno di Cacus. Ma il nome del mostro combattuto da Ercole non deriva a suo giudizio dal greco κακός, il malvagio, non da καίω ardere, perchè l'Aventino non è di natura vulcanica, e non può essere stato un vulcano, come si è creduto da altri 481), soprattutto per la descrizione che ne faceva Virgilio, che il dice figlio di Vulcano, e gli fa vomitar fiamme 482), e però Bormann il confronta col favoloso fondatore di Preneste, con Caeculus, che Catone diceva dal fumo accecato 483), sostenendo in fine che dall’Italia ne passò la favola in Arcadia 484). Ma Bormann ha riconosciuto che gli attributi de' numi si personificarono; ed appunto perché a Cacus e ad Ermete facevansi rapire i buoi del Sole, o di Ercole, e Cacus era detto un malvagissimo servo di Evandro 485), sarebbe un attributo di Ermete, o del Sole nella oscura, oquasi cieca stagione dell’anno, in cui il Sole sembra di andare a ritroso come Cacus dopo aver rapito il solare armento, o le stelle, che si oscurano all'apparir dell’aurora che precede il Sole. Anche nella mitologia egizia, il nero Thaut succede al bianco Thaut, cioè il Sole di un solstizio a quello dell'altro, come si vede nella Tavola Isiaca, nella quale due cani in punti opposti erano rappresentati 486); e perciò Anubi, ch’era lo stesso Ermete, ora con volto d’oro, ora con volto nero era figurato, ed alle volte un gallo bianco, alle volte un gallo biondo eragli sacrificato 487). La spiegazione di Bormann non sembra intera, perché trattasi di sapere chi sia Caeculus, e se tal nome è da ripetere dal latino, o dal greco, e quindi se il mito che il riguarda, sia stato di origine italica, e pur greca. A questa dimanda par che risponda un altro dotto interprete, M, Bréal, il quale si unisce a coloro che credono il mito puramente de' Romani, altrimenti spiegato, o alterato da' Greci. Per la ragione che Diodoro e scrivevano Κακίος invece di Cacus, Bréal confronta primamente Kακίος con Caecius; e perchè al vento Καικίας Aristotele attribuiva la singolare proprietà di attrarne le nuvole 488), è spiegato il mostro che rapiva i buoi del Sole, cioè le nuvole, il cui nome i Greci trasformarono in Κακός; ed Ercole che il vince, non è l'eroe di Tirinto, ma il nume Sancus de' Romani o de' Sabini, cioè Giove, il quale all’ara massima che dicevasi consecrata da Ercole, era detto Recaranus, cioè Recuperator; e così il famoso ladrone dell’Aventino fu opposto ad Evandro, il buono, personaggio del tutto apocrifo, interamente inventato da' mitologi 489). Ma se non è il Cielo che si rasserena secondo l’esposta spiegazione, io non comprendo chi sia Sancus che vince Caecius. E qui fo la stessa dimanda per Caecius, che ho fatta per Caeculus, e più che di questo, qual è l'etimologia di Καικίας? L’origine storica de' miti mi sembra per vero esclusa del tutto con tal modo di trattare la mitologia; esclusa e negata è la tradizione delle greche colonie, che introducevano i loro culti nelle regioni in cui si stabilivano: ogni popolo, secondo la riferita interpretazione, ha la mitologia propria, la quale si rassomiglia ne’ miti principali, salvo che in ultima analisi tutti poi provennero dagli Arvas, o dalle sponde dell'Indo. E non si potrebbe con lo stesso dritto il mito di Evandro ricercare nella religione degli Ottentotti, i quali pur riconoscono un Dio Creatore, che nominano l'egregio uomo, perché sovranamente benefico e buono? Gli Ottentotti pensano come pensavano i Romani, i quali Giano invocarono con gli attributi di Duonus Cerus, e Cerus manus, cioè Creator bonus, e Deus bonus 490); e non diversamente da' Greci Iddio Creatore è detto Κρᾶναν ne’ Vedas, con nome analogo a Κραναός montanus, nell’Attica 491), perché forse riferivasi a Giove sull’Olimpo. Ma altrimenti danno a credere, il ripeto, la tradizione storica e la geografia, la quale con Cauna, figlia di Evandro sul Tevere, e con Pallanzio o Palagio, ci mostrano gli Arcadi di Cauno, e di Palanzio 492), ai quali poi si unirono quelli di Feneo, e di altre città arcadiche, ch'Ermete adorarono col cognome di Evandro.

Or se a tale conclusione costringono le tradizioni e le ricerche relative, che è a dir non solo dell'ultima fondazione quasi del tempo storico, ma anche della più antica, che attribuivasi a' Sicoli, o agli Arcadi uniti co’ Pelasgi? Escludere tutte le riferite memorie, che hanno la loro conferma ne’ nomi topografici della contrada sul Tevere, e nella regione vicina, per sostituirvi le nostre ipotesi, è travestire la storia, è fare il romanzo. II. romanzo facevasi anche dagli antichi quando non riconoscendo le tradizioni diverse, meglio che da altri, studiate da Dionigi, la via non ritrovarono d’investigare il vero; ma non è più lecito divagarsi colla fantasia quando veggiamo colle colonie ripetersi i nomi delle metropoli, e i conduttori delle colonie giustamente si comprendono e si spiegano co’ loro numi. Tali numi erano adorati da' popoli che in tempi diversi si condussero sul Tevere, come in altri luoghi d’Italia, e sappiamo abbastanza quando sappiamo donde venivano per darci contezza delle prime istituzioni de' Romani, de' loro culti e delle loro costumanze per lo più greche, o da' Greci derivate, per conchiudere che la città di Roma fu una città greca, perché da greci coloni fondata, e successivamente accresciuta, da' quali non si escluderanno gli stessi Trojani Eneadi, la cui regione fu in origine occupata dalle colonie pelasgiche. Non per altro che per le origini comuni, egli sembra che Dionigi non dubitò che Enea fondasse la città di Cade in Arcadia 493), il cui nome ripetevasi anche sul Volturno, perché entrambe avean nome dagli Arcadi, che così le nominavano, non già dal favoloso Capi, ma dal nume de' pascoli che vi adoravano. Come Cefalione Gergizio egli altri antichi storici dalle tradizioni sulle cose trojane, da' supposti viaggi e dalle avventure di Ulisse, che furono anzi avventure e viaggi più o meno favolosi degli Eolii, e da altre tradizioni tra favolose e vere supposero i fondatori diversi, così sembra che Diocle dalle tradizioni romane, fondate per lo più sulle circostanze diverse de' culti e de' nomi de' luoghi su' sette colli, narrò la fondazione della città, ripetuta da Fabio Pittore, da Ennio, da Nevio, e da altri storici e poeti. Come dal nome di Roma si supposero e la trojana Roma, e Romo e Romano, che dato avrebbero il nome alla città, così furon supposti e Romolo e Remo dalle piccole borgate co’ nomi di Roma o Remarla, e da altre circostanze simili, e nessuno la tradizione, o l’opinione riferita da Diocle può dire più certa delle altre; ma rimangono i fatti delle prime fondazioni, e dell’ultima, la quale non sembra avvenuta diversamente da quella di Atene, col riunirsi cioè in un solo recinto tutte le piccole borgate de' sette colli, al che pare che contribuisse soprattutto la tribù de' Ramnensi, venuti a Roma da Rhamnus, a LX stadii da Maratona 494), che la tradizione ricordava in generale col nome di Ateniesi 495), e che sapevano come si era anticamente fondata la loro metropoli. Ma se, salvo il fatto, non si può attribuire a Teseo la fondazione di Atene, non si può nemmeno attribuire a Romolo K ultima fondazione di Roma. Se Teseo non è propriamente che l’institutore 496),o il legislatore impersonale, e quindi la personificazione mitica delle costumanze, delle istituzioni e delle consuetudini anteriori alle leggi scritte in Atene, la spiegazione del nome favoloso di Teseo non esclude il fatto della riunione di XII paghi in una sola città, ed il fatto stesso si dirà probabilmente a Roma avvenuto, come in altre regioni della Grecia, senza del quale non si sarebbe potuto serbar memoria della simile fondazione ultima. Ma favolosa è la persona di Romolo, perché favolosa ne è la genealogia, e non personificò che l’idea, ola fantasia di quelli che il supposero dal nome di Roma, come supposte furono le altre persone favolose di Roma, Romo, Remo e Romano. Nessuno può dire la persona di Romolo più certa delle altre, perché colla stessa supposizione s’immaginò, come si è già detto; ed in questa persuasione non sono da dire più verosimili le opinioni di Hullmann e di Ampere 497), se non nel senso che, prima e dopo del 753, ebbero ad esservi a Roma capi aristocratici, e che uno di questi, il quale potè avere il nome del Romolo favoloso, fu quegli che fondò ultimamente la città col riunire in una città sola le diverse borgate de' sette colli, come avvenne nella fondazione di Atene. A Romolo non so discredere, dice Ampere e come il re Carano de' Macedoni supporre il possiamo, così nominato dal primo Carano 498), che sembra favoloso; in guisa che il Romolo che si avvicina al tempo storico, ebbe il nome da quello che si pensò più antico, e che si disse della città fondatore perché racchiuse nelle sue mura le altre borgate de' sette colli, come fu fatto con la città di Atene. In tal guisa spiegato Romolo, egli avrebbe il vantaggio su Teseo, credendosi persona storica, che si avvicina al tempo storico, sebbene sconosciuta ne sia la genealogia, perché ammettere non se ne può la più volgare, ch'è del tutto favolosa; e se per l’origine del fiumicello Romolo di Forchhammer, par bene indicata la neve dell'Albano, pel Romolo storico si avrebbe una madre più vicina, la dea Vesta che si adorava nella rocca, o nel Campidoglio. Ma senza affermare ciò che affermare non si può con sicurezza, basta dire che alle congetture simili a quelle di Ampere e di Hullmann, già venne Pinkerton, il quale mentre opinò che Romolo non fu il fondatore di Roma, stimò nondimeno che, prima del suo regno, la città fu governata da capi elettivi 499), uno de' quali ben potè essere il Romolo, il quale, come si narra di Teseo, in una sola città riunì je diverse borgate già dette. Il confronto tra Romolo e Teseo non è senza importanza; ed è singolare che mentre Ampere entra presso a poco nelle stesse osservazioni di Hullmann per riferire alle istituzioni di Atene quelle che attribuivansi a Romolo, entrambi non si appoggiano all'antica tradizione riferita da Festo, o da Iperoco, lo storico di Coma, il quale ricordava che gli Ateniesi veramente si aggiunsero, e forse gli ultimi, alle altre greche colonie sul Tevere, come questa tradizione stessa non è stata conosciuta da Dver, il quale con ragione, come a me sembra, con la piccola città di Ramnunte dell’Attica, spiega il nome e l’origine della romana tribù de' Ramnensi.

Or il nome di tale tribù, la borgata, o piccola città tra Maratona ed Oropo, e la simiglianza tra le più antiche romane istituzioni e quelle dell’Attica attribuite a Teseo, si spiegano e confermano a vicenda, e può dirsi che il vero, o ciò che al vero si accosta, come in molte altre scienze, si scovre e si va scovrendo a poco a poco, e, per così dire, a pezzi, anche nell’antica storia. Pinkerton già osservava che, nelle ricerche sulla storia, la verità è senza dubbio lontana dall’evidenza geometrica; ma l’alto grado di probabilità, qui detto verità istorica, consiste in questo, che senza poter dimostrare assolutamente che una tal cosa sia vera, si giunge nondimeno a provare che ogni asserzione contraria è falsa. Or, siccome una è la verità, e due asserzioni opposte ad un tempo vere esser non potrebbero, fa d’uopo ammettere, come storica verità, l’opinione che, sebbene da altre opinioni contrastata, con esse nondimeno lotta con vantaggio, e sulle loro rovine in certa guisa si stabilisce 500).

Dopo avere esaminato Boivin le opinioni di Dionigi d’Aiicarnasso sull’origine e la fondazione di Roma, venne alle conclusioni, 1° che gli Enotri, i Trojani, gli Albani, Romolo ei Romani furono Greci, e che tutte queste verità, che si credono paradossi, sono ben provate dalla sua storia; 2° che Dionigi tutte le Rome, o fondazioni diverse e successive della città, riduceva a tre: la prima in un’epoca anteriore alla guerra trojana; la seconda circa il tempo di quella guerra; e la terza quella che fu la Roma ultima, e che volevasi fondata da Romolo, contando per una sola quelle che ricordavansi tra la presa di Troja, e la Roma di Romo, o di Romolo; concludendo ancora che parlavasi di tutte sulla fede degli scrittori, i quali dicevano ciò che potevano, non ciò che sapevano; e che, quanto all'epoca della terza fondazione, Dionigi seguì la cronologia di Eratostene, per due soli anni discostandosi dall’epoca di Varrone, che più comunemente si segue, e che corrisponde all’anno 753 a. C. E bene ancora lo stesso Boivin nota ed osserva, che pe’ diversi fondatori col nome di Romo e le diverse Rome, di cui è memoria in Dionigi e in Festo, tali Rome ad assai più di tre potrebbero moltiplicarsi 501). Ma non tanto pe’ diversi Romi, puramente immaginarli, perché supposti dal nome della città, quanto per le diverse greche colonie che a Roma sopravvennero, tale moltiplicazione far si potrebbe. E per non ripetere tali colonie, perché nella prima parte di questa memoria ne ho discorso, limitandomi alla sola cronologia, senza riferire altre opinioni, dico che di quasi cinque anni il computo di Fabio Pittore differiva da quello di Catone, di due anni meno antico di quello di Varrone, così che la città sarebbe stata fondata nel 748 502). E senza che se ne possa determinare l'anno preciso giusta il calcolo di Ennio, perché diceva Roma fondata più o meno di 700 prima della sua età 503), la data, meno antica di tutte, è quella di Cincio Alimento, perché l’assegnava verso l’anno IV della XII Olimpiade 504), cioè nel 728 a. C. Di tutte queste date ed opinioni Niebuhr cercò dar ragione col dire, che tutte si fondavano sopra la base comune dell’anno della presa di Troja, sebbene dice appresso che tali indicazioni non hanno un fondamento storico 505). Nessuno de' citati scrittori dava ragione della propria cronologia; ma poiché la maggior parte di quelli che dicevano la città fondata dopo i tempi trojani, al fatto ultimo si riferivano della colonia trojana, venuta dopo la distruzione di quella città insigne; e se incerta è l’epoca della distruzione di Troja, da tale incertezza è da ripetere la diversa cronologia seguita da tutti gli scrittori suddetti.

Meno incerte sono le date diverse delle colonie successivamente a Roma venute dopo che fu primamente fondata dagli Arcadi e da' Pelasgi, se non da' Sicoli. E senza considerare come fondazioni gli accrescimenti successivi della città per mezzo di tali colonie, per le due epoche vere non rimangono che la più antica fondazione già detta, e l’altra per opera de' Trojani. Forse è anche da dire, che vana è ogni congettura in proposito, se le epoche delle dette due fondazioni non si dicono, che approssimative.

Ma è da notare che l’epoca di Catone (751 a. C. ) più seguita dagli antichi, e da' Fasti Capitolini, coincide quasi coll'istituzione in Atene degli Arconti decennali 506), e non si direbbe che la data medesima fu assegnata da quella del nuovo governo di Atene, o che la città fu cominciata a reggere nell’epoca stessa a simiglianza di quel governo?

Gli antichi, con le loro supposizioni su gli Aborigeni, si trasportavano con la fantasia oltre i tempi della tradizione come certi filosofi e geologi, i quali l'uomo preistorico selvaggio e ferino van ricercando ne’ più profondi strati della terra, e immaginatolo, ma non ancora ritrovatolo, senza limitarsi a tale ipotesi, un’altra ancora non si rimangono di farne col dire che l’uomo nascesse dagli ourangutang e da' gorilli, se non rampollò dalla terra alla guisa de' funghi. Ma queste esimili immaginazioni lasciando a chi di dritto si può appartenere di farle, dico che gli Aborigeni dell’Italia furono diversi secondo le diverse contrade, e se nella Japigia p. e. mi sembrano gli Japidi dell'Illirio e gli Arcadi, come dimostrano i nomi delle città e de' popoli analoghi a quelli della costa opposta e dell’Arcadia, gli Aborigeni del Lazio furono quelli che si ricordano nelle prossime regioni de' Volsci, e dell’Ausonia, nelle quali se nomi geografici non si ritrovano identici a quelli di altre contrade della Grecia, sono greci nondimeno, né sembra che ad altri per lo più si debbano attribuire che agli Eolii, per le riferite origini delle città di Anzio, Ardea, Roma, e Preneste, le quali si attribuivano ai favolosi figli omonimi di Ulisse, il più antico e più celebre rappresentante degli arditi (Αὔσονες) navigatori Eolii. In conferma del fatto che agli Arcadi, i quali fondato aveano Pallanzio, Cauna e Roma, e probabilmente anche Latina, o Lavinio, ed Alba, si aggiunsero gli Eolii, gli antichi e i moderni filologi l'origine della lingua latina riconoscevano nel dialetto eolico, e la simiglianza delle due lingue o dialetti non si può ammettere senza che gli Eolii passati fossero di fatto nelle dette regioni. Altri coloni meno antichi dell’Asia Minore, quelli cioè della Troade, frammischiandosi agli Eolii,imposero i nomi delle patrie città a quelle che fondarono nelle nuove dimore, e non derogavano alla legge comune, che, per naturale istinto dell'umanità, si verifica non solo nell'antica, ma anche nella moderna geografia. Se nella bassa Italia, e nella regione che poi fu de' Sabini, i più antichi nomi delle città corrispondono a. quelli delle città dell'Arcadia; agli Arcadi, agli Eolii, a' Tessali, ai Trojani ed agli Ateniesi ci riportano per lo più la mitologia, e le leggende favolose delle origini de' Latini, leggende non immaginate, ma fondate sulle memorie antichissime delle fondazioni, perché sono confermate da altri fatti, quelli de' culti, delle usanze e delle istituzioni. E benché molto complesse siano le origini di Roma per le altre greche colonie più o meno antiche che stabilivansi su' sette colli, le quali hanno la contropruova nelle stesse tradizioni favolose, sono persuaso che molto lungi dal vero si tenga ognuno che contro i fatti della tradizione, della filologia e della geografia, non voglia ne’ detti popoli riconoscere i veri Aborigeni del Lazio, per poi sostenere il popolo de' Latini qual ramo ipotetico della grande famiglia Ariana 507). Ma Ross ha sostenuto che a Roma in origine si parlò greco, e non sanscrito, e Gildemeister ha detto che falsa è la filologia sanscrita 508). Si sa ancora del dotto Presidente Riamburg, che senza illudersi co’ sogni dell’orientalismo contemporaneo, sosteneva in vece che le più semplici regole della critica si accordano a mostrarci sulle rive del Gange il punto di convegno, non quello di partenza delle religioni dell'Oriente 509); così che se nell'India avvenne il più strano sincretismo di molte e diverse religioni, non è meraviglia che co’ di versi culti, e colle diverse credenze, vi si propagarono del pari non poche parole di molti e diversi idiomi, le quali han fatto sostenere nell’India le origini non solo di molte religioni, ma anche delle lingue dell’Asia e dell’Europa.

Ma se, senza por mente alla ripetizione de' nomi geografici, Dionigi d’Alicarnasso colla sola tradizione raccolta da Logografi più antichi ricorda l’emigrazione della maggior parte degli anzidetti popoli in Italia, molto malagevole mi sembra qualche cosa affermare circa le epoche precise di tutti i tramutamenti che ne riferisce; perché calcolate essendo siffatte epoche sulla data incertissima della impresa de' Greci contro Troja, e sulle generazioni, delle quali contavansi tre o quattro per ogni secolo, tuttavia si disputa sulle date a cui menano i diversi calcoli de' moderni e degli antichi. Ad un tempo molto remoto nondimeno risale la più antica emigrazione degli Arcadi, e senza congetturare come ne calcolasse la data Dionigi con dirla avvenuta XVII generazioni prima della guerra trojana, basta notare che precesse tutte le altre, e forse quella stessa de' Siedi, e lasciamo negarla o dubitarne ai soli storici, i quali non riflettevano abbastanza sulle tradizioni, e su' nomi delle città dagli Arcadi ripetuti in Italia colle nuove fondazioni. Anche a credere favolosa la divisione de' primi Arcadi per popolare le due regioni divenute celebri per le loro colonie, l’Enotria e la Peucezia, e che anche in tempi diversi ne avvennero le emigrazioni, meno antica direi quella nell'Enotria, perché dalla Grecia più lontana. Sia qualunque il calcolo che seguir si voglia per determinare la data della prima, o anche le date delle due emigrazioni degli Arcadi, una o due date sono sempre da assegnare, antecedenti all’arrivo de' Pelasgi, avvenuto dopo breve periodo di tempo, per avere una qualche guida cronologica, che ci rischiari nelle tenebre di età sì remote. Ma la data di Dionigi, il quale ricorda una sola emigrazione, si conviene meglio all’antichità e alla priorità dell’avvenimento, perché anche Pausania dice che verun altro prima di Enotro, neppure de' barbari, passò in terra straniera J);ed essendo la data stessa seguita da due insigni critici 510), non mi sembra che pospor si debba all'opinione di Clavier, il quale la credette molto meno antica 511).

Dell’antica storia in genere, di quelli che con grande amore del vero imprendono a scriverla, e di queste stesse mie ricerche, può dirsi ciò che Tucidide dice delle cose greche, e della sua opera istessa. «Tali adunque io ritrovai essere state le antiche cose, alle quali difficilmente si darà fede, benché ordinatamente per ciascuna ho addotte le ragioni per renderle credibili. Gli uomini la fama delle cose operate prima della loro età, ancorché siano domestiche, gli uni dagli altri senza accurato esame ricevono... Ed anche di altre cose molte tuttavia esistenti, e che per la loro vetustà non si dimenticarono, gli altri Greci non pensano rettamente… Tanto inoperosa è ne’ più la investigazione del vero, ed alle presenti cose piuttosto si rivolgono. Per le ragioni dunque da me addotte, se qualcuno, stimerà che le cose avvennero quali le ho narrate, non come le celebrarono i poeti che le abbellirono per magnificarle, né quali le ricordarono i logografi, più per cattivare l’animo di chi le ascolta, che per la verità, ricorderà certamente, che tali cose dimostrar non si possono debitamente, e della maggior parte col trascorrer del tempo invalsero opinioni incredibili più prossime alle favole; e creda che dove con argomenti siano soprattutto investigate, per l'antica memoria ciò sia sufficiente» 512). Molte età sono trascorse da Tucidide al nostro tempo, e il metodo rigoroso del grave storico non ha ripreso favore, che a' dì nostri. Oggidì una parte sola del pubblico, il piccol numero, ardisce trovar la verità più bella della gloria. Apprezziamo i penosi servigi della critica, ma non le ricusiamo il dritto di dirci il vero. Ed io per chi ha dette queste ultime parole, per Marco Monnier mi dichiaro, il quale parlando di alcuni cantoni della Svizzera, dice che non si trova ne’ loro laghi quella infilzata di pertiche e di palicciuoli, con cui si fa la storia de' tempi preistorici, annunziandosi le costruzioni sulle palafitte come le abitazioni primitive de' nostri avoli 513). Nelle più antiche memorie dell’Italia, non si parla che di popoli, i quali successivamente vi si tramutavano dalla Grecia, e da altre più prossime contrade; e pervenirvi in qualunque modo, non dovevano esser rozzissimi, per non dire selvatichi, quali si pretendono i popoli antichissimi.

Al principio di queste, quali che siano, ricerche ho detto ancora, che essendo ora gli studii di molti rivolti alle origini ed alle cause, io mi permetteva lo studio sull’origine di Roma, il che fare io non poteva senza addurre le tradizioni degli antichi, e con queste le indagini, le spiegazioni, le interpretazioni di molti dotti, perché separate e disgiunte par che niente dicano da sé, ma insieme e debitamente considerate, e rischiarate ed appoggiate le une colle altre, ci manifestano per approssimazione l’ignoto, cioè l’origine greca della città, ch'era l’oggetto della mia ricerca. In proposito di uno studio simile pel Lazio, De Bonstetten al principio di questo secolo scriveva: mitologia, tradizione, lingua, istoria, tutto ci fa sapere che gli antichi abitanti del Lazio, e delle vicinanze, furono di greca origine più o meno antica 514). E un dotto scrittore, e insieme poeta, dice che lo spirito dell'uomo ora si affatica felicemente intorno alla nuova Genesi, ed ecco come si forma sotto i nostri occhi una scienza nuova: scopertosi uno scarabeo da bosco nell’epoca del lias, un’ala di mosca, o di formica in uno strato di oolite inferiore, una farfalla notturna nell’oolite, quali induzioni inattese ne trae il dotto geologo! Queste induzioni sono, che le isole dell’epoca secondaria erano già coverte di boschi; che già vi era un continente, sul quale poi mano mano crescevano le diverse generazioni delle piante e degli animali; e così, sull'ala di una libellula, egli va d’induzioni a induzioni per ricercare ed affermare un nuovo mondo, che fu già il più antico e primitivo. Se un’erba ondeggiante, un muschio, un tronco d'albero, un uccello furono per Cristoforo Colombo i messaggieri del nuovo mondo, lasciamo pure ai geologi le induzioni loro, le quali poi a poco a poco si estendono a tutto l'universo 515). Ma queste induzioni le fa pure chi studia l’antichità, e senza esaminare quali siano più probabili, se non più positive, le une e le altre lasciamo a chi di ragione possono appartenersi, e non si neghino ad altri, logografi o antiquarii, le investigazioni sulle origini. E se chi ha letto le cose scritte, naturalista o geologo, filosofo o semplice lettore, vago delle memorie del passato, è per dirmi che studiato io abbia sulle tradizioni, su' miti, sulle genealogie favolose, e sulle stesse contrarie opinioni degli scrittori, pensi pure e faccia ragione che tutti più o meno scrivono sovente, oltre de' fatti, anche su induzioni, congetture ed ipotesi; e se redarguito io ne fossi, con lo stesso lodato scrittore, risponderei dimandando quali siano le meno fantastiche e più verosimili.

FINE SECONDA PARTE

_____________________

NOTE

1 E. Ruckert, Troja' s Ursprung etc. p. 320.

2 Dionys. Hal. I, 56.

3 Strab. V, p. 229. —Cf. Du Theil ib. — Kircher, Latium. Amstel. 1671, p. 33. —Le anticaglie scoperte al tempo di Alessandro VII (1657) appartennero alla Villa di Domiziano, costrutta sulle rovine della città.

4 Dionys. Hal. III, 27. —Liv. I, 23, 29.

5 Liv. I, 31. —Dionys. Hal. III, 36. — Che stato fosse fulminato da Giove con tutta la famiglia e la stessa reggia, come aggiungono i citati storici, si può credere diceria della fazione che il tolse di mezzo (Schòmann, De Tulio Hostilio. Griphisvald. 1847, p. 21).

6 Il sepolcro piramidale, che nel 1576 Pio II fece nettare dalle spine e da' cespugli (Gonzaga, De orig. Seraph. Rel. Francisc. p. 183), e che nel giardino de' Minori Osservanti tuttavia si vede sulla rupe su cui fu Alba, è quello ohe si attribuisce a Tulio Ostilio (Kircher, Op. cit. p. 34. Cf. Chr. Muller, Rome Campagna t. II, p. 136).

7 Da due passi di Servio (ad Æn. III, 500. VIII, 72) Niebuhr (Hist. R. I, p. 226) ha sostenuto che il catalogo de' re Albani fu finto da Alessandro Polistore, liberto di Silla. Ma J. G. Hulleman. (De C. Alex. Polyhistore. Traj. ad Rhen. 1849, p. 18 sq. ) con due altri passi di Lutazio (ap. Aur. Vict. c. 18) e di Servio (ad Æn. VI, 760), ha dimostrato che i Re Siigli di Alba furono già prima noti a L. Cincio ed a Catone. Sulla supposta e varia cronologia de' favolosi re di Alba vedi del resto Heyne, Ad Virg. Æn. XII, Excurs. III.

8 Dionys. Hal. I, 66, 70.

9 Liv. I, 48.

10 Plut Rom. 3.

11 Fragm. Hist. Gr. t. III, p. 74 sqq. — Cf. Exped. Baumgart, De Q. Fabio Pictore antiquiss. Romanor. historico. Vratislav. 1842 in 8.

12 Vitae et Fragmenta veterum Historicor. Romanor. Berolini 1833 in 8, p. 60 sqq. — All'opinione di Schwegler (Röm. Gesch. t. I, p. 400 sqq.), e di qualche altro, che Diocle segui piuttosto Fabio Pittore, o alcun altro degli storici susseguenti, contrastano i pareri di Voss, C. Muller, e Willenborg, i quali non ostante l’incertezza dell’età di Diocle, l’han creduto nondimeno più antico di Fabio. È notabile ancora che Fabio scrisse in greco la sua opera, perché imitò quella di Diocle, e Peter (Historie. Romanor. relliquiae. Lips. 1870) nel riferire i frammenti di Fabio,trascrive egualmente Plutarco, il quale segui e trascrisse Fabio.

13 De Diocle Peparethio ejusq. fragmentis. Monasterii 1853, p. 15-30.

14 Strab. VIII, p. 333. —Cf. M. A. Gelbke, De Dialecto Arcadica. Lips. 1869.

15 Fr. Lenormant, Introduction à un Mèm. sur la propagation de l'alphabet Phenicien dans l'anc. Monde. Paris 1866.

16 Diod. Sic. III, 67, 4.

17 Dionys. Hal. I, 80 sq.

18 Plin. H. N. VII, 57, 3. —Dionys. Hal. I, 32.

19 Vedi § VII.

20Annali dell'Instituto archeol. di Roma, 1836, pp. 186 — 203. Cf. Dennis, The Cities and Cemet. of Etruria. London 1848, v. II, p. 54 sq.

21 Diocl. Pepareth. ap. Fest. p. 269. — Dionys. Hal. I, 84. — Plut. De fort. Romanor. 8.

22 Tab. Peuting. 29. Strab. V, p. 237. Originata dalla città di Gabio nel Lazio sembra ancora l'altra città di Gabio nella Sabina. (Galetti, Gabio antica città Sabina, scoperta ove ora è Torri, ovvero le Grotte di Torri. Roma 1757 in 4.°).

23 Æschyl. ap. Steph. v. "Αβιοι.

24 Dionys. Hal. I, 16.

25Serv. ad Æn. I, 6.

26Id. ad Æn. VIII, 562.

27Id. ad Æn. VIII, 479.

28Dionys. Hal. IV, 45. — Plut. Parall. min. 41. — Ovid. Fast. III, 92. IV, 71. — Eustath. ad Homer. 1796, 48 sqq. — Cf. per Preneste Steph. Βyz. υ. Πραίνεστος. — Zenodot. ap. Solin. p. 70, ed. Panckoucke. Paris 1847.

29Montfaucon, De priscis Graecor. Et Latinor. literis in fin. Palaeograph. Graecae. Paris. 1703. — Villoison, Proleg. Ad Homer. Iliad. p. LVII sq. Dr. B. Modestow, Der Gebrauch der Schrift unter den Römischen Konigen. Berlin 1871.

30Dionys. Hal. praef.

31 Plut. Rom. 8.

32Demosth. De Cor. 66.-Litt. Philippi ap. Demosth. 12, p. 85, ed. Didot.

33 H. C. Willemborg, De Diocle Peраrethio ejusq. fragmentis. Monasterii 1853, p. 6.

34 L. Joubert, Essais de critique et d'histoire. Paris, Didot 1863 in 12.

35 Essai philosoph. sur la Providence. Paris 1728, p. 39 sq.

36 Invectiva III L. Vallensis contra T. Livium ad Alphonsum Regem nelle Invectivae omnes seu Antidota L. Vallensis. Venet. 1504 in fol.

37 Michelet, Histoire Romaine. Bruxelles 1836, t. I, p. 153.

38 Michelet. Op. cit. p. 155.

39 Berosi Sacerd. Chald. Antiquit. Italiae ac totius Orbis lib. V, Commentt. Ioannis Annii Viterb. Antuerpiae 1552, p. 194 sq.

40 Perizon. De hist. Romuli, et Romanae urbis origine in DISSERT. SEPTEM. Lugd. Bat. 1740, p. 715.

41 Antiq. Rom. I, 73.

42 Nell’anno di Roma 365, a. C. 388.

43 In Festo (p. 268) veramente si legge: Romani Romulus de suo nomine appellavit, sed ideo Romam, non Romulam, ut ampliare vocabuli significata prosperiora patriae suac ominaretur.

44 Ad Æn. I, 277. — Anche Annio (Op. cit. p. 576) fa dire a Sempronio: Parum considerate quidam scribunt, Romam postremi ac novis saeculis a Romulo conditam, et appellatam atque coeptam, quum nullum ex his tribus verum apud maiores inveniatur memoratum, sed sint ab ci contraria prodita. Non enim Roma a Romulo nomen habet, quippe quia gemini non Remus et Romulus nomina posuit Faustulus Etruscus et regius pastor, sed Romulum et Rumen illos ab eventu appellavit, quae sunt nomina Etrusco. Alioquin Romae nomen et nominis origo vulgata esset atque manifesta, quae occulta esse saluberrima religio sanxit, ne si origo nominis Romae claresceret, eius Deus in cuius tutela Roma est, et a quo derivationem habet, gentibus pateret et evocaretur, ut caeteri. Quamobrem et Angerona silentii Dea ante Jani festos dies colitur prae foribus, ut ne cui liceat illud palam afferre, quod ad salutem reipublicae veteres ore obsignato intra pectora arcana voluerunt contineri, cuius violatae religioni poenas primus luit Soranus. Non igitur a Romulo Roma, sed e contra ab ipso potius Roma, cuius adeo est occulta derivatio, Romulus nomen habuit, quae ante ipsum Romulum coepta legitur coli annis paulominus octingentis, ab Italo in Aventino Capena, et filia eius Roma in Palatino colle, et ante hos plusquam trecenti annis aureo saeculo,a Saturno ubi nunc Saturni aedes ad radice Capitolini colli. Al Romulus solum ex oppidulo Roma in Palatino colle quadratam et regiam reddidit. Favole per favole, ed ipotesi per ipotesi. Perché arcano ed occulto esser doveva il nome di Roma, alla dea del silenzio Angerona affidato, onde pronunziandosi la città da' nemici non fosse presa (Plin. H. N. III, 5, 9), Annio suppose che Faustolo i gemelli nominò Rumulo e Rume, per averli trovati poppare alla mammella (ruma) della lupa. Solino (I init.) scriveva: Sunt qui videri velint, Romae vocabulum ab Evandro primum datum, cum oppidum ibi offendisset, quod extructum antea Valentiam dixerat juventus Latina: servataque significatione impositi prius nominis,Romam Graece Valentiam nominatam. Ma la vanità di questa opinione, secondo la quale la lingua latina si sarebbe parlata prima della greca, è manifesta dall'etimologia di calco derivato dall'affine οὐλέω, ο lo stesso che ἀλέω, versor, agilis sum, e dal gr. nome ' Ρώμη si derivò quello di Valentia, e la Valentia non fu prima di Ρώμη. E se i Pontefici per la ragione già detta, resero occulto il nome di Valentia, e Valerio Sorano con la morte pagò il fio dell’averlo manifestato, arcana non era, come dice Annio, la derivazione del nome di Roma, perché provenne dal gr. Ρώμη. Ma se Annio suppose che la città fu detta Roma dal none dell'immaginaria figlia di Latino, bene riconobbe almeno che fu poco meno di 800 anni edificata prima di Romolo. Perché del resto in una moneta di bronzo da un lato si vede uno scudo (uno degli Ancili di Numa), e dall'altra Fienografia dell’antica Roma cinta di mura da Romolo con la lettera S in forma arcaica, verosimile si direbbe la congettura del Munter, il quale vi ha letto il nome di Saturnia, che sarebbe stato il nome arcano di Roma, come Opi Consivia la dea tutelare della città., secondo una delle opinioni riferite da Macrobio (De occulto urbis Romae nomine, ad loc. Apocalyps. XVII, 5. Hafniae 1811). Non cosi dell’altra opinione del Munter, il quale la lingua prisca degli uomini vedeva nella lingua de' numi, in cui soltanto quel nome sarebbe stato noto, perché altro non fu che la lingua sacra e teologica, o la poesia, il che è lo stesso, per gl’inni che a numi si cantavano, e ciò sia detto anche pel nostro Vico, il quale con tanto discapito della ragione e del vero, credette tanto alla primitiva lingua de' numi.

45 Alla sacra coltivazione delle fave si riferisce tal supposto eroe sabino, perché Modius accenna alla misura determinata del legume da seminarsi in ogni iugero, e Fabidius al legume stesso, la cui coltivazione fu da' Sabini propagata a Roma, dove come giorno solenne fu celebrato quello delle Fabarie calende nel primo dì di giugno, quando le fave si erano raccolte, e già mature si usavano ne’ sacrifizii (Macrob. Sat. 1, 12). In proposito di che si vegga la curiosa dissertazione di Th. G. M. Pfund, De antiquiss. ap. Italos Fabae cultura ac religione. Berol. 1845.

46 Varr. ap. Dionys. II, 48.

47 Strab. XIII, p. 608. — Cf. Homer. IL XX, 306.

48 Ælian. V. H. XIV, 21.

49 Suid. D. Κόριννος.

50 Macrob. Sat. V, 11.

51 Dionys. Hal. I, 19.

52 Dionys. Hal. I, 14. Cf. Phleg. Trall. De adm. et Longaev.

53 Var. De L. L. IV, p. 13. Ovid. Fast. I, 265. — Prop. IV, 1. — Plin. H. N. III, 9, 16. — Steph. Byz. ο. Τάρπη. — Paus. VIII, 43, 2.

54 Dionys. Hal. I, 84.

55 Liv. I, 5.

56 Baron. Annal. ad ann. 476.

57 Varr. De L. L. IV, p. 17 ed. Bip. — Serv. ad Æn. V, 560.

58 Cluver. Ital. antiq. Col. 829-855.

59 J. Vict. Le Clerc, Des Journaux chez les Romains. Rech. précédées d'un Mém. sur les Annales des Pontifes. Paris 1838, p. 155.

60 Andr. Cirinus, De Urbe Roma. Panormi 1665 in fol.

61 L'A. accenna a Sesto Pompeo Fostlus (Morelli, in GENTE POMPEIA tab. III, n. 5). Fostlus è abbreviato da Fostulus, cosi detto per Faustulus, come Clodius in vece di Claudius. E pure dal greco Φαύω, fut. φαύσω, lucto, si derivò il lat. faustus.

62Cic. De Rep. I, 16. — Liv. I, 32. — Dionys. Hal. III, 27

63 Cic. Orat. II, 12. — Gli annali commentarti de' Pontefici, ne’ quali registrate furono domi militiaeque gesta per singulos dies, giunsero ad 80 libri (Serv. ad Æn. I, 377).

64 Fest. p. 118 ed. Muller.

65Polyb. III, 22.

66Horat. Epist. I. 4. 86.. — Quintil. 1, 6.

67 La dissertazione di Rick trovasi alla fine dell’opera di L. Holstein, Notae et Castigationes in Steph. Byzsantinum, de Vrbibus. Lugduni Batav. 1692, p. 393.

68 De origine Roman, in Thes. Graevii t. I. p. 10. — Diss. hist. crit. Roman, antiquit. illustrantes in Noe. Thes. Sallengr. Hagae-Comit. 1716, t. I. p. 10-170.

69 J. Temporaire, Chronologicar. demonstrationum, Libri III. Rupellae (La Rochelle) 1600, p. 199.

70 Epoque de Rome selon Denvs d’Halicarnasse. Mèm. de l’Acad. des Inscr. 1736, t II, p. 400 sgg.

71 Mem. cit. t. VI, p. 14, sgg.

72 Mem; cit. t VI, p. 30, 52, 135 sgg.

73 G. S. Granara, Dell'antichità ed origine di Roma. Venezia 1734, p. 754.

74 The Cities and Cemeteries of Etruria. By George Dennis. London 1848, 1. 1, p. XXII, n. 2.

75 De l’incertitude des cinq premiers siècles de Rome. Paris 1738 in 8°.

76 Michelet, Hist. Romaine t. I, Préf.

77 Dissert. sull'incertezza de' primi cinque secoli della Storia Romana. Nap. Roland, 1786, P. I, li.

78 Nath. Hoake, History of Rome t. I, p. 415.— Crist. Sax, Miscell. Lips. 1742-44, I, p. 40-79; t. II, p. 409-95, 620-712; t. III, p. 235, 743.

79 Barthélemy, Oeuvres diverses. Paris, 1823, t. II, p. 176.

80 Mém. de l' Acad. des Inscr. 1815, t. II, p. 307 sgg.

81 Mém. cit. 1815, t. II, p. 394 sgg.

82 Liv. X, 23 — Cicerone (In Catil. III, 8) dice che l'immagine dorata della Lupa in atto di allattar Romolo, messa nel Campidoglio, fu distrutta da un fulmine (De Div. II, 20), e non può esser quella che ora si vede a Roma nel palazzo de' Conservatori (Ampere, Hist. de Rome t. I, p. 272, n. 4).

83 Plut. Rom. II, 6.

84 Enn. ap. Porphyr. in Horat. Carm. I, 2, 18.-Serv. ad Æn. 1, 277.

85 Antioch. ap. Dionys. Hal. I, 64.

86 Dionys. Hal. I, 20.

87 Antiqq. Rom. I, 79.

88 Ovid. Fast. II, 487.— Cf. Cic. De Rep. І, 16.— Dionys. Hal. II, 56.

89 Liv. I, 16.

90 Liv. I, 16.— Cosi pure narra Dionigi (II, 56).

91 Hist. Rom. I, p. 203 sgg.

92 R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, p.

93 G. Syncell. Chronograph. p. 194. B. 360 sg.

94 Vedi P. I, § III-IX.

95 Si fatta opinione Schlegel sostenne nella censura di Niebuhr (Heidelb. Jahrb. 1816, n. 53 sq.), e poi la riprodusse ne' suoi Opuscula Latina. Lipsiae 1848, p. 242.

96 Swinton, De priscis Romanorum literis. Oxon, 1746.

97 S. August. De Civ. Dei VII, 11.

98 Varr. De R. R. II, 11.

99 Serv. Ad Æn. VIII, 63.

100 Fest. v. Rumen, p. 270.-Serv. ad Ecl. VI, 54.

101Strab. V, p. 222.

102 Liv. V, 50.— Valer. Max. I, 1, 10. Cf. A. Gell. XVI, 13.— Plut. Camill. XXI-Gruter. Inscr. p. 492, 7.

103 Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 371.

104 De Pelasgis Romanorum sacris. Berolini 1851, p. 18 sgg.

105 G. Dorn Seiffen, Vestigia vitae nomadicae tam in moribus, quamin legibus Romanorum conspicua. Traiecti ad Rhenum 1819 in 8.

106 Plin. H. N. XIV, 12.—Non. Marcell. p. 167. Plut. Quaest. R. 57.—Fest. v. Romulum.

107 Varro, De R. R. II, 1.—Colum. De R. R. VI, pr.

108 Schol. ad Lucan. Pharsal. II, 197.

109 Plin. H. N. XVIII, 37. -Serv. ad Æn. IV, 475.

110 Plut. Quaest. Rom. XIX, LXXXVII.

111 Dionys. Hal. V, 40.- Virg. Æn. VII, 706 sqq.

112 Dionys. Hal. II, 84.

113 Einleitung in Rom's alte Geschichte, von Dr. R. L. Blum. Berlin u. Stettin 1828 in 12.

114 Nicandr ap. Antonia. Liberal. 31.

115Vedi le origini di tutte queste citt nella Parte I di questa Memoria, p. 79. sg.

116 Steph. Byz. υ. Α'ζανία.

117Strab. XII, p. 576.

118 Paus. X, 32, 2.

119 Eustath. ad Il. I, 21.

120 Hist. des Col. gr. t. I, p. 334.

121 Strab. XIII, p. 333. — Paus. V, 1, 2. — G. Syncel. Chronograph. p. 179.

122 Strab. VIII, p. 389.

123 Paus. VIII, 27, 1. Cf. IX, 14, 6. — Diod. Sic. XV, 72.

124 Dionys. Hal. I, 22.

125 Sil. Ital. XIII, 124. — Paus. V, 12, 3. Hecat. et Philist. ap. Steph. Βyz. v. Αρτεμίσιον. — Plin. H. N. III, 12, 2.

126 Heyne, Opusc. Acad. t. II, p. 342.

127 Marin. ap. Serv. ad Ecl. I, 20.

128 Dionys. Hal. I, 31.

129 Arnob. Ado. Nat. IH, 40. Caesius et ipse adsequens Fortunam arbitratur et Cererem, Genium Iovialem ac Palem, sed non illam feminam quam vulgaritas accipit, sed masculini nescio quem generis ministrum Iovis ac villicum. Or chi altro può essere tal ministro di Giove, o di Dio, se non che il Sole, per la cui virtù si genera e si porta a maturità ogni produzione della terra?

130 Se con una etimologia Eracle, o Ercole, è spiegato qual Gloria di Giunone, cioè dell’aria, con un’altra si dichiara per colui che l’aria rompe con le stagioni, Cioè il Sole: Ἡρακλῆς μὲν οὖν ὁ τὴν περί τὸνἀέρα κλασιν τῇ τῶν ὡρῶν περιτροπή ποιούμενος τουτέστιν ἥλιος: Hercules igitur is est, qui fractionem quae in aere fit tempestatum conversione efficit, id est Sol. Nicomach. ap. I. Lvd. IV, 46. E quanto al nome Caranus, che in Aurelio Vittore (Orig. G. R. c. c.8) ci pervenne con quello di Recaranus, con unirsi in una sola le voci Rex e Caranus, che spiegava il greco Κάρανος è lo stesso che Aναx, che tra gli altri nomi solari si legge ne’ versi riferiti da G. Lido (De mens. II, 1).

131 Athen. XI, 39.

132 Stesicoro, Pisandro e Paniasi in Ateneo XI, 16, 38.

133 Plut. De Is. et Osir. 22.

134 Steph. Byz. υ. "Ανθεια.

135 Dardano, che dicevasi nato in un antro della Trifilia nell’Elide (Strab. VIII, p. 346), e che fratello essendo di Iasione, da Samotrace condusse una colonia sull’Ida nella Troade, e fondandovi Dardania, i misteri di Samotrace insegno a' Trojani (Strab. VII, fr. 49. XIII, p. 593. Mnas. ap. Steph. Byz. v. Δάρδανος. Schol. Homer. ad Il. XX, 215, Varr. ap. Serv. ad Æn. III, 167), è lo stesso suo fratello Jasione, cioè il Sole adorato dagli Arcadi, e detto Δάρδανος, cioè il donatore per eccellenza. È lo stesso che Forba, che dalla Tessaglia passò a Rodi con un’altra colonia (Diod. Sic. V, 58), lo stesso che Triopa (o il Sole detto trioculo per le tre stagioni, in cui l’anno primamente si divideva), il quale passò con un’altra colonia simile nella Carla (Diod. V, 56), e che adorato fu da' Rodii, fondatori di Astira nella Troade. Il nome di questa città vedremo ripetuto nel Lazio con la colonia de' Trojani Eneadi; e per non credere che avesse il nome da' Fenicii, che abitarono una città dello stesso nome nell’isola di Rodi (Steph. Βyz. Ο. "Αστυρα), giova notare che 'Αστυρές, lo stesso che ἀστυρόν, oppidulum, si nominò una città della Beozia presso Potnia (Charax ар. Steph. Byz. D. ᾿Αστυρές), e che fu probabilmente cosi nominata da' Pelasgi, i quali co’ Traci espulsero i Beoti dalla lor regione, e li costrinsero a passar nella Tessaglia (Strab. IX, p. 401). Bardano ancora è lo stesso che Xanto, cioè il biondo (Sacs) Apollo, il quale non altrimenti de' detti numi fu l'Archegete fondatore di Abido. Se R. Rochette bene attribuiva a' Pelasgi Arcadi le fondazioni di tutte queste città (Hist. des Col. gr. t. I, p. 343), non ravvisò in tanti diversi epiteti di Apollo i lor favolosi fondatori.

136Vedi A. Bou Ueb. geolog. Chronologie. Wien 1872.

137Serv. ad n. VIII, 63, 90.

138Vedi P. I, p. 75, 77.

139Diod. Sic. I, 88, 6.

140 Van Lennep, Etymologic. linguae graecae. Traj. ad Rhen. 1790, p. 679 ν. Ὄπω.

141 Alla prima etimologia inclinava Nigidio, perchè i Lari erano tectorum domûmque custodes (Arnob. Adv. Nat. III, 41). Non è diversa l'etimologia di Larissa, perchè nella rocca, o nella fortezza, lo stesso che ' Ρώμη, i Pelasgi si custodivano.

142 Plut. Lycurg. XV, 4.

143 Plut. Romul. 15. Numa 1. — Serv. ad Æn. VIII, 638.

144 Serv. ad Æn. X, 564. Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 115 sgg.

145 L’origine stessa sostenne J. Poster nel suo dotto Essay on the different nature of accents. London 1762; e Seardamus nel 1776 difese a Leyda la tesi, che la lingua latina è un dialetto della lingua greca. Ond’è ch'è da lasciare al solo Jàkel la particolare dottrina, che dalla Germania ebber l’origine la lingua ed il popolo romano. La sua curiosa dissertazione è intitolata; Der Germ. Ursprung. d. lat. Sprache u. d. röm. Volkes. Berlin 1830.

146A. Fr. Gfrrer, Histoire primitive du Genre Humain, trad. de l'allemand. Tournai, H. Hakermann 1864, p. 449 sg.

147 K. Dietrich Hullmann, Römische Grundverfassung. Bonn. 1832. — Ursprung d. römischen Verfassung. Bonn. 1835.

148 Dionys. Hal. I, 11, 31, 34, 79, II, 49. — Liv. I, 5. — Conon ap. Serv. ad Æn. VII, 738.

149 Sulla identità de' Dorii e degli Eolii vedi Strabone VIII, 515, XVI, 997.

150 Dionys. Hal. II, 7. — Varr. De L. L. V, 9. Ager Romanus primum divisus in partes tres, a quo tribus appellatae. Cic. De Rep. II, 8. — Liv. I, 36. — Plut. Romul. 20.

151 Liv. I, 33. Multis millibus Latinorum in civitatem acceptis, quibus sedes datae.

152 Dionys. X, 31, 32.

153Hesych. v.

154Apollod. II, 8, 3.

155Paus. II, 28, 3.

156Diss. cit. p. 26. Cf. p. 39.

157 Se Lupercus fu cognome di Pane Liceo degli Arcadi (Liv. I, 5. Dionys. Hal. I, 32. Virg. Æn. VIII, 343. Justin. XLIII, 1. Serv. ad. Æn. VIII, 90), Luperca si credette Acca Larentia, la nutrice de' gemelli (Liv. I, 4. Arnob. Adc. G. IV, 3.)

158 Ovid. Fast. II, 267 sqq. —Plut. Quaest. Rom. 68.

159 Varr. De L. L. N, 3. Februum Sabini appellant purgamentum: et id in sacris nostris verbum.

160 Plin. H. N. XXVIII, 37. Masurius palmam lupino adipi dedisse antiquos tradit. Ideo novas nuptas ilio perungere postes solitas, ne quid mali medicamenti ìnferretur. — Cf. Serv. ad Æn. IV, 475.

161 Il solo nome di Talasius, o Talassio, lo stesso che Imeneo, che invocavasi nella festa delle nozze, basta a dimostrare l’origine greca del rito nuziale de' Romani e de' Sabini. I Latini Talassio credettero un Sabino, che nel celebre ratto rapi una bellissima donzella sabina (Liv. I, 9. Varr. ap. Fest. v. Talassionem p. 351, Serv. ad Æn. l,655. Cf. Plut. Romul. 51 Pomp. 4. Quaestt. Rom. 31.). Madalla ταλασία, o ταλασιουργία simbolica s’immaginò Talassio; e la stessa talasia riferivasi a quella de' figliuoli, che nascono dal matrimonio, perché il filare e il tessere, nella lingua ieratica, alludevano al procreare. Non è qui il luogo di spiegar pienamente il simbolismo de' Romani e de' Sabini, troppo volgarmente inteso pel lanificio, al quale intendono le donne; e basta accennare che la dea lunare, o Diana Lucina, invocata dalle partorienti, era detta filatrice e tessitrice; e o Ilitia de' Greci, ch’era la stessa Lucina de' Romani, la quale presiedeva del pari a' parti, nell’inno che Oleno compose pe’ Delii, fu detta εὐλινός, o l’ottima filatrice (Paus. VIII, 21, 3). E giova anche notare che i Clitorii Arcadi in un tempio rinomatissimo adorarono le Ilitie, perché Omero Ilitia ricordò e le Ilitie; cosi che il culto dell’una e delle altre, come il simbolismo della lana usato ne’ riti nuziali, si direbbe dagli Arcadi portato nella regione che fu poi de' Sabini.

162 Vedi l'analisi della dissertazione di Hullman nel IV tomo, p. 57 sqq. della traduzione di Golbory della Storia Romana di Niebuhr dell'edizione di Bruxelles 1838.

163 Celebre filosofo di Guadix nell’Andalusia, vissuto nella fine del XII secolo, autore dell'Autodidactus, nel quale senza insegnamento,dal mondo sensibile e dal proprio essere, si eleva alla contemplazione di Dio creatore, ed alle più sublimi idee intellettuali.

164 Plin. H. N. VII, 56 Regiam civitatem Ægyptii (invenerunt), popularem Attici, post Theseum. — Plut. Thes. 25. — Paus. VIII, 48, 2. — Thucyd. II, 15. — Plut. l. c. 24.

165 Dionys. Hal. II, 30. — Liv.1,9. — Plut. Rom. 14.

166 Paus. VIIl, 2, 1. —Plut. Thes. XXIV.

167 Juven. Sat. N, 58.

168 G. F. Schoemann, De Tullo Hostilio Rege Romanorum. Gryphisvald. 1848 in 4.

169 Valer. Antiat. ap. Valer. Max. De Nomin. Romanor.—Fest.p.19, ed. Müller.—

Serv. ad Æn. VI, 816; Ancus autem dictus ἀπότοῦ ἀγκῶνος, id est, a cubito, quem incurvum habuisse dicitur.

170 Chr. Petersen, De originibus historiae Romanae, seu de antiquiss, carminib. historicis, de Legib. Regiis,atque de Comnt. Regum. Marburgi 1835.

171 Cat. ap. Cic. Brut. XIX, 75. Quaest. Tusc. IV, 2. Varro ap. Non. Marc. II, 70.

172Fest. p. 269 ed. Mller. Isidor. Origg. IV, 6, 14, XI, 1, 100.

173Horat. Od. I, 2, 18. Per ispiegare Porfirio l' espressione del poeta, con cui il Tevere nomin uxorius amnis, scriveva: Ilia, auctore Ennio, in amnem Tiberim iussu Amulii regis praecipitata est. Antea enim Anieni matrimonio iuncta; atque hic legitur, quasi Tiberi potius nupserit. E Servio (ad En. I, 277): Hanc, ut quidam dicunt, Iliam sibi Anien fecit uxorem, at alii, inter quos Horatius, Tiberis. Ilia, precipitata nel Tevere, ricordata anche da Ovidio (Amor. III, 6, 51 sq.); e cosi una corrente d'acqua fatta scorrere nel Tevere si credette una donna precipitata nel fiume.

174Virg. . XII, 529. Cf. Serv. ad n. VI, 760.

175Fest. v. Remurinus ager p. 136, 229. Serv. ad . VII, 659.

176Dionys. Hal. I, 84, 86.

177 Domenico Cassini, Il Diritto Papisiano. Napoli 1837 in 8.

178 Dionys. Hal. II, 5-17; 24-27.

179 Fest. v. Plorare p. 203.

180 Virg. Æn. VIII, 313. Tum rex Evandrus romanae conditor arcis. Fest. v. Quadrata Roma, p. 220.

181 Petersen, Diss. cit. p. 27 sq.

182 Macrob. Sat. III, 5.

183 Veggasi in proposito la dissertazione di Wernsdorff, De pignoribus Imp. Rom. ad loc. Servii ad Æn. VII, 188, Helmst. 1786. — Cf. Cancellieri, Le sette cose fatali di Roma antica. Roma 1822 in 8.

184 Herod. I, 67 sq.

185 Gruter, Inscr. p. CCCIX, 7.

186 Liv. IV, 4. XXVIII,28. — Benché, sotto Settimio Severo, il popolo un giorno nel teatro si addolorò sulla sorte della città eterna, ed una nuova Roma fu in fatti fondata sul lido del Bosforo, pur nondimeno Simmaco nel IV secolo non altrimenti che col titolo di eterna prosegui a distinguere l'antica Roma (Ep. 111, 55).

187 Fest. p. 7: Altellus Romulus dicebatur, quasi altus in tellure, vel quod tellurem suam aleret. Altre due etimologie di Festo colle già riferite valgono meno di quella di Nork.

188 Nork, Mythol. Wörterbuch. Leipz. 1845, v. Ilia, Roma e Romulus. Cf. dello stesso autore Vorschule der Hieroglyphic. t. II, v. Roта р. 276.

189 L. Lacroix, Recherches sur la réligion des Romains d'après les Fastes d'Ovide. Paris 1846, p. 134.

190 De Orat. III. Anche Krause (Vitae et fragmm. vett. Historicor. Romanor. Berol. 1833, p. 95) di Catone ha scritto: fragmenta non ita insignem a vulgari historia discrepantiam ostendunt.

191 Victor Duruy, Hist. des Romains, Paris 1843, t. I, p. 113, sqq. – Nouvelle édit. 1878, t. I, p. 58 sq.

192 Duruy, Hist. sit. p. 115 sqq. Cf. 93 nota 1.

193 P. 30.

194 Strab. III, p. 166.

195 Strab. V, p. 230.

196 E. Ruckert, Troja's Ursprung, Blüthe, Untergang und Wiedergeburt in Latium. Hamburg u. Gotha 1846 in 8.

197 Ioh. Uschold, Geschichte des Trojanischen Krieges, mit Beilagen üb. die älteste Gesch. Griechenlands u. Troja's. Stuttgart u. Augsburg 1836 in 12.

198 Cluver. Ital. Antiq. 829-855. – Bochart, De adventu Æneae. in fin. Geogr. Sacr. p.1063.

199 De' Re favolosi della Troade. Napoli 1865.

200 Ruckert, Op. cit. p. 272-76.

201 Steph. Byz. v. Τροία. — Per la Troia nella Caonia veggasi anche Virgilio (Æn. III,335,349). Per le altre sull’Adriatico e nell'Egitto, veggasi Livio (I, 1) e Stradone (XVII, p. 809). L’ ultima in Italia fu quella che poi fu detta Laurentum, dove primamente gli Eneadi approdarono (Dionys. Hal. 1,54), e Livio dice di questa: Trojae et huic loco nomea est.

202 Cesare (De Bell. V, 12) dice che i Belgi che si trapiantarono nella parte marittima della Bretagna, vi riprodussero i nomi delle città originarie. Il fatto stesso ha dimostrato Movers (Die Phoenizier t. III, p.330) colle città fondate da' Fenicii nella Sicilia. In diverse parti della Spagna, i nomi de' luoghi, de' fiumi e dei popoli corrispondono a quelli dell'Armenia e delle vicinanze del Mar Nero e del Mar Caspio, per gl'Iberi che passarono ad abitarvi; e Maghreb si nominò la Spagna dagli Arabi del Maghreb, o dell'Africa settentrionale, che conquistarono.

203 Steph. Byz. v. Μέλισσα. -Stefano ricorda propriamente Melissa come un villaggio, e il dice situato ἐν Κυριάκῳ, cioè nel territorio di Cirò, dove è tuttavia coll'antico nome.

204 Schol. Callim. ap. Ortel. v. Melissa. Fu probabilmente quella che poi fu detta Melittea.

205 Schol. Apollon. Rh. I, 1126.

206 De Historiae Romanae antiquissimae indole et auctoritate, deque primis Romae Regibus. Trajecti ad Rhen. 1849 in 8.

207 Varr. De L. L. IV, 8.

208 Serv. ad Æn. II, 166.

209 Conon. Narr. 34. Virg. Æn. II, 164.—Paus. II, 23, 5.—Strab. VI, p. 264.

210 Flor. I, 20.

211 Cic. De Div. II, 47.—Dionys. Hal. I, 88.—Plut. Rom. 12. Ovid. Fast. IV, 721 sqq.

212Fab. Pict. ap. Serv. ad Georg. I, 20.

213 Arnob. III, 23, 40. — Serv. ad Georg. III, 1 sqq. —Schol. Pers. Sat. I, 72.

214 P. Ch. Levesque, Hist. critique de la Republique Romaine. Paris 1807, 1. 1, p. 12.

215 Erodoto veramente (I, 122) dice essere stata una favola che Ciro fu nudrito da una cagna.

216 Plin. H. N. VII, 57, 3.

217 Der Gebrauch der Schrift unter den Rómischen Kónigen. Nach dem Russi schen. Berlin 1871.

218 Jul. Michelet, Histoire Romaine, ed. Bruxelles 1836, t. I, p. 233.

219 R. Leudière, Essai pur les origines du Peuple Romain. Paris 1840.

220 Armand Dubarry, Le Brigandage en Italie depuis les temps les plus reculés. Paris 1875, p. 13.

221 G. Linker, Die älteste Samengeschichte Roms. Wien 1858.

222G. W. Cox. The Mythology of the Arian Nations. London 1870, v. II, p. 82.

223 L. Preller, Les Dieux de l'ancienne Rome. Mythologie Romaine trad. de M. L. Dietz. Paris 1865, p. 459-65.

224mische Geschichte t. I, p. 60 sg.

225 Tal luogo sotto il Palatino, che fu poi in parte occupato dal Foro, fu certamente, come la città di Veleia nella Liguria, e Velia nella Lucania, così detto dalla palude ἵλη, e col digamma Velia. Non altra sembra la più verosimile etimologia del Velabro.

226 E. Brizio, Scoverte archeologiche della città e provincia di Roma. Roma 1873 p. 135.

227 J. J. Ampere, Hist. de Rome à Rome, Paris 1855, 11. edit. 1863, t. 1. p. 190.

228 Hist. cit. t. I, p. 155.

229 Cic. Tuscul. I, 2, IV, 2. Cicerone (De Legg. II, 24) dice che l'usanza di celebrare con canti le virtù de' grandi uomini era stabilita per legge. Cf. Cic. Brut. c. 19. —Dionys. Hal. I, 79. —Horat. Od. IV, 15, 29. —Val. Max. I, 10. —Varr. ap. Non. Marcell. v. Assa. —Quintil. I, 10.

230 Plutarco (Romul. 5) dice che avea nome da che traboccando spesso in quel luogo il fiume, veleggiavasi per quel luogo co' barchetti alla volta del Foro. Alla stessa etimologia accenna Properzio IV, 9, 5.

231 Eurip. Troad. 921.

232 Paus. VIII, 4, 6. —Hygin. fab. 99.

233 Justin. XLIV, 4.

234Horat. Epod. V. 99.

235Dionys. Hal. I, 31.

236Varr. ap. Dionys. Hal. II, 48.

237Serv. ad Æn. VII, 678.

238V. p. 15.

239Stat. Theb. XII, 497 sq. Serv. ad n. VIII, 342.

240Dennis, Cemet. of Etruria t. II, p. 152.

241 Cic. De Rep. II, 6. – Dionys. Hal. II, 37.

242Romul.

243O. Mller, Die Etrusker II, 147. Cf. Plut. Romul. XX. Serv. ad n. I, 422.

244Fest. p. 262. Varr. De L. L. V, 164

245Dionys. Hal. I, 85.

246Dionys. Hal. I, 97

247 Paus. I, 26, 6; 30, 4. —Plut. Thes. XXXVI.

248 Dionys. Hal. II, 30. —Plut. Romul. XIV.

249 Tertull. De Spect. 5.

250Plut. Romul. XXVII.

251Val. Max. V, 1. 3.

252 Cic. De Rep. 11,2. —Liv. Praef. 1,4 sqq.

253 Sir George Cornewall Lewis, An Inquiry into the Credibility of the Early Roman History. London 1855, t. I p. 352-411.

254 Dionys. Hal. I, 73. — Perizon. Animadv. hist. Altenb. 1771, p. 186. —Il passo di Dionigi si riferisce ai diversi pareri degli antichi sull'epoca della fondazione della città, e quello di Perizonio all'origine di Roma, qual era cantata nelle lodi degli uomini illustri celebrati ne' conviti.

255 Heraclid. ap. Plut. Camill. XXII, 2.

256 Quintil. I, 6, 31.

257 Dionys. Hal. IV, 26.

258 Homer. Il. II, 498. – О. Müller, Orchom. 492.

259 Dionys. Hal. I, 9.

260 Dionys. Hal. 1, 27.

261Dionys. Hal. I, 72.

262 Queste città Dionigi (I, 16) attribui agli Aborigeni; ma con più di ragione, Rathgeber le dice fondate da' Siceli per la notizia del Siciliano nell'agro di Tiburi, e per un' altra ragione che dirò appresso, si può cosi credere, ma la ragione stessa è contraria all'origine che Rathgeber attribuisce a' Siceli.

263 Hesiod. Theog. 571-79. – Homer. Il. XVIII, 462.

264 Dionys. Hal. I, 49.

265Herodian. I, 12. – Loretum in Aventino (Plin. H. N. XV, 40, 5) fu probabilmente una ripetizione del Laurentum della costa del Lazio.

266Suid. ed. Bernhardy t. II, p. II, p. 599.

267 Aristot. Meteor. I, 14, 22.-Nella Cronaca di Paro si legge che furono detti Elleni nella Ftiotide della Tessaglia quelli che più anticamente furono detti Greci. E Grea anche fu detta la città di Eretria (Steph. Β. υ. Γραία), e probabilmente quella della Tessaglia, anziché la città dello stesso nome che fu nell'Eubea.

268 Prometti, vinct. fragni. 72.

269 Homer. Il. N, 6.

270 Steph. Byz. v. Αβιοι.

271 Queste due città, o grosse borgate, furono molto distanti l’una dall’altra; perché la prima, detta Ficeliae da Marziale (VI, 27, 1), fu sulla Via Nomentana anticamente detta Via Ficulensis (Liv. III, 52), e si è supposta a Monte Gentile a 9 m. da Roma (Nibby, Delle Vie degli antichi p. 94), o a S. Basile presso l’antica Fidene, perché ne confinavano le terre, e Ficana fu presso Gemano (Marini, Iscriz. Albane. p. 241). Se degli abitatori della prima, conquistata da Tarquinio Prisco (Liv. I, 38. Dionys. Hal. 1,16), si ha tuttavia memoria al tempo di Antonino Pio (Marini, Op. cit. p. 42), Ficana fu con Tellene e Politorio distrutta da Anco Marzio (Liv. 1,33. Dionys. Hal. III, 39). Ma siccome i nomi delle due ultime accennano ad origini greche, perché Tellene (da τέλλω, mando) sembra cosi detta dall’essere stata una colonia spedita da Roma, e Politorio dall'esserne forse il sito notabile per le molte grotte (da πολύ, e τορέω), come quelle di Castel Giubileo; cosi i nomi latini di Ficulea e Ficana mi sembrano chiare traduzioni di Σικελία.


272 Steph. Βyz. υ. "Αντανδρος.

273 Dionys. Perieg. v. 322.

274Othm. Franck, De Persidis Lingua et Genio. Norimbergae 1809.

275J. A. Langlois, L'Homme et la Revolution. Paris 1867, t. I, p. 438-446. Hamilton et Langls, Catalogue des Mss. Samskrits de la Bibl. Impriale. Paris 1807, p. 102. – Othm. Frank, De Persidis lingua et genio. Norimbergae 1809, p. 124 sqq.; 153-188.

276Dopo aver Van Lennep probabilmente congetturato la derivazione del lat. jugum dal gr. , soggiunge: Porro Graecorum peperit verbum antiquum Latinum jugo ubi eadem ratio est literae , in Latinorum jod mutatae, quae est in nomine Jupiter, ex Graeco repetendo(Etymolog. Linguae Graecae. Traj. d Rhenum 1790, p. 308).

277Il nome dell'antica cittIndara della Sicilia simile a quelli de' detti numi dell'India, ed ha la stessa etimologia, perch situata sopra di un monte, dal che si nom poi Gibellina, dall'arabo gebel, per la detta situazione.

278lian. V. H. XII, 48.

279Othm. Franck, Op. cit. p. 283.

280Beulé, Origines de Rome nella Revue des Cours Littéraires de la France et de l'Étranger. Paris 1864, p. 137 sgg.

281Plinio (H. N. III 9, 16) ricorda i Latiniensi tra gli altri antichi popoli che partecipavano al sacrificio sul monte Albano, e che sine vestigiis perivano tra i LIII popoli del Lazio.

282Cic. De Harusp. resp. 28.

283Böckh, C. Inscr. gr. t. II, n. 2554.

284J. Rubino, Beiträge zur Vorgeschichte Italiens. Leipz. 1868.

285R.Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, p. 177.

286Xenion et Demetr. ap. Steph. v. ᾿Αρκάδες.

287 Dalla città di Teuti dell'Arcadia, quella che poi fu detta Ornito (Paus. VIII, 27, 4; 28, 4), ebber nome i Teutani nell'Etruria, che Plinio (H. N. III, 8, 1) senza distinguerne la vera patria originaria, nominò in generale gente greca; e dallo stesso Plinio, non meno che da Catone (ap. Serv. ad Æn. X, 179), è noto che la città fondata da' Teutani o Teutidi in Italia fu quella che poi fu detta Pisa da' Pisatidi dell'Elide, i quali vi passarono ad abitare dopo degli Arcadi, e vi riprodussero il nome della loro metropoli.

288 Plinio (H. N. XIV, 8, 7), tra gli altri vini d'Italia, ricorda i Latiniensi.

289 Dionys. Hal. I, 84.

290 Dionys. Hal. X, 31 sg. — Liv. III, 31.

291 Discordano veramente gli antichi scrittori sul tempo in cui l'Attentino fu escluso dal pomerio della città, perché Livio (I, 33) dice che vi fu compreso sotto Anco Marzio, Seneca (De Brex. vitae 14) e Festo (v. Posimerium) dicono che L. Silla tentò di comprendervelo; e che vi fu alla fine compreso dall’imperatore Claudio, scriveva il grammatico Elide nel suo Comentario citato da A. Gellio (XIII, 14).

292 Alex. v. 1253 sqq.

293 Scaligero tradusse ultra Latinos atque Daunios; il Gargiulli: Che dei Dauni il paese ha per confine; e Dehèque, il traduttore francese: Au dessus du Latium et de la Daunie, senza considerare che la Daunia era molto lontana dagli Aborigeni e da Latini.

294 Serv. ad Æn. I, 16. VII, 677.

295 Varr. De L. L. IV, 8.

296 Plin. H. N. III, 5.

297 Æn. II, 801.

298 Dionys. Hal. I.

299 Cat. ap. Serv. ad Æn. I, 9. — Dionys. Hal. I, 53. — Liv. I, 1. — Aurel. Vict. Orig. G. R. 10. Strab. V, p. 229.

300 Nell'Epiro (Varr. ap. Serv. ad Æn. 1, 242. — Plin. H. N. IV, 1. — Virg. Æn. III, 349); nella Venezia (Liv. I, 1), nella Sardegna (Paus. X, 17, 6), e nell'Egitto (Strab. XVII, p. 809. Diod. Sic. I, 56. Steph. Byz. ν. Τροία).

301Dionys. Hal. I, 28. Steph. Byz. v. Avτεια. — Elian. V. H. VII, 16.

302 De Rep. II, 2 sq.

303 Juv. X, 73. — Mart. X, 76, 4. — Catull. LVI, 5. — Prop. IV, 1, 5.

304Ad Æn. I, 273. Ut pro Romo Romulus diceretur, blandimenti genere factum est, quod gaudet diminutione.

305 Thomas Henrv Dver, The History of the Kings of Rome. London 1863, p. 5761.

306E. P. Dubois-Guchan, Rome et Cicéron. Paris 1880, p. 317.

307Die Grundung Roms. Kiel. 1868.

308Soph. Oedip. Tyr. 190, 202.

309Alex. 937.

310Val. Fl VII, 645.

311Ovid. Fast. III, 167.

312Eurip. Hecub. 88. — Lycophr. Alex. 246.

313Dionys. Hal. II, 46. — Plut. Numa. Cf. Camill. 20.

314 Serv. ad Georg. I, 498.

315 Theog. 453.

316 Homer. H. XXIX, 1-3. — Plat. Phaedr. XXVI.

317 Herod. IV, 59.

318 Philostr. Vit. Apollon. II, 18. — Eurip. Helen. in princ.

319Virg. Georg. I, 498.

320 Hymn. LXXXI.

321 Paus. IX, 34, 1. —Ovid. Met. III, 738-828.

322 Plut. Sympos. VI, 8, 1.

323Martial. I, 50.—Virg. Æn. V. 744. — Horat. Sat. II, 5, 41.

324 Virg. Georg. I, 498.

325 Suid. v. Νουμᾶς.

326 Virg. Æn. VIII, 343.

327 Serv. ad Æn. VIII, 63, 90.

328 Van Lennep, Etym. p 1032.

329Var. De L. L. VI, 23, sq.

330 Conon. Narr. XLVIII. — Strab. V, p. 230.

331 Fast. IV, 53.

332Meno verosimili, perch meno significative, mi sembrano le etimologie de' nomi di tali favolosi re del Lazio proposte da Nieupoort (Hist. Reip. et Imper. Romanor. Venet. 1732, t. I, p. 24).

333 Plut. Romul. XXVII.

334 Dionys. Hal. II, 56.

335Lucan. Pharsal. I, 197. rapti secreta Quirini.

336) Virg. Æn. XII, 529 sqq.

337 Veggansi sul secondo le notizie storiche e geografiche di M. Fanello. Venezia 1797.

338 Fest. p. 380 ed. Muller: Aestuaria sunt omnia, qua mare vicissim tum accedit, tum recedit. Che si dissero anche de fiumi attesta Plinio, il quale ricordò la città di Nebrissa inter aestuaria Betis (H. N. III, 1, 3) nella Spagna. E Cesare (De B. G. III, 9) ricorda le strade del paese de' Veneti intercette da lagune: itinera concisa aestuariis.

339Il nome di Murranus si serbò ancora in una iscrizione riferita dal Muratori p. MCCCLXXIX, n. 1.

340 Ovid. Fast. VI, 227. Cf. III, 423.

341 J. L. W. Schwartz, Der Ursprung der Stamm-und Grundungs-Sagen Roms unter den Reflex indo-germanischen Муthen. Jena, H. Castenobbe 1878 in 8.

342 A. Guérard, Essai sur l'hist. du droit privé des Romains. Paris 1841, p. XIX.

343 Più seguendo la tradizione, Ovidio (Fast. II, 279 sqq. ) non ricorda che gli Arcadi e i Pelasgi come i veri e più antichi antenati de' Romani, che a Roma introdussero il culto de' loro numi.

344L'improbabilit di questa supposizione risulta dal tempo meno antico dell'Harivan, considerato qual supplimento del gran poema del Mahabharata, il quale si crede composto pi secoli dopo il cominciamento della nostra era (Alb. Weber, Hist. de la Littrature indienne, trad. par Alfred. Sadous. Paris 1859 . 305).

345 Eugène Lévéque, Les Mvthes et les Légendes de l'Inde et de la Perse dans Aristophane, Platon ecc. Paris, E. Belin 1880, p. 479 sgg.

346 Tim. ap. Dionys. Hal. I, 73.

347 Cephal. Gerg. et Antioch. ap. Dionys. Hal. I, 71, 72.

348 Dionys. Hal. I, 73.

349 Diodor. epigr. in Anthol. I, 26, 2. ἄσυ Ῥέμοιο. –Martial. XII, 3. Domus alta Remi. – Sulpicia, Sat. v. 19. Remuli alumnos.–Catull. c. 58. Magnanimos Remi nepotes.

350 Roscher, Untersuchungen über Apollo und Mars. Leipz. 1873, p. 80; ap. Schwartz, Diss. cit. p. 33.

351 Nicandr. ap. Antonin. Liber. Met. XXX.

352 Paus. X, 16, 5.

353 Apollod. I, 9, 8.

354 Nork, Etym. Real-Wörterbuch, v. Acacallis.

355 Eurip. Androm. 33.—Schol. Pind. Nem. VII, 58.

356 Paus. I, 11, 1. sgg.

357 Per tutti basta citare R. Rochette, Hist. des Col, gr. t. II, p. 421 sg.

358 Apollod. III, 8, 1. —Schol. Lycophr. v. 486. —Eustat. ad Dionys. Perieg. v. 492.

359 Plut. Pvrrh. in princ.

360 Homer. Odyss. XI, 491 sgg. — Apollod. III, 13, 8. — Pausan. X, 26,2. —Euripide (Androni. 24) disse Pirro figlio di Neottolemo e di Andromaca; e dallo Scoliaste del poeta al citato verso può vedersi quali favole narrasse lo storico Lisimaco nel ricordare altri supposti figli di Neottolemo, natigli da Leonassa, figlia di Cleodeo.

361 Strab. IX, p. 433 — Dello Sperchio, che scorre a 30 stadii da Lamia, dicevasi ancora che Achille avcagli consecrata la chioma, e che Menestio, uno de' suoi compagni, cioè il sole che di erbe e di fiori veste la terra, era nato da una sua sorella, e dallo stesso fiume (Strab. IX, p. 433).

362 Ruckert, Troja's Ursprung ecc. p. 144 sg. — L'Acheloo dell'Acaja fu anche detto πεῖρος da Esiodo. Strab. p. 294, 386 Didot.

363 Suid. ap. Hesych. ο. Πυῤῥαία.

364 Meno probabile mi sembra l'etimologia di Völcker (Mythol. p. 242, nota 6) dal fuoco (πῦρ) che produsse il famoso diluvio.

365 Nicol. Damasc. ap. Steph. Byz. v. ᾿Αγαμήδη.

366 Dionys. Hal. I, 18. Cf. Strab. XIII, p. 617 sq. Steph. Βyz. v. ᾿Αγαμήδη.

367 Nicol. Damasc. ap. Steph. Byz. v. ᾿Αγαμήδη.

368 Ariston. Tar. ap. Ptol. Hephaest. Nov. Ist. p. 183 ed. Westermann.

369 Strab. VIII, p. 369.

370 Justin. XVII, 3. — Hygin. fab. 128.

371 Conon. Narr. XXXIV.

372 Teucer Babyl. ap. Etym. M. v. Βοντρωτός. — Varr. ap. Serv. ad. Æn. III, 334.

373 Serv. ad Æn. III, 334.

374 Apollod. I, 9, 28. — Hygin. fab. 244.

375 Paus. V, 22, 2.

376 Paus. II, 23, 5. X, 25, 5.

377 Steph. Byz. v. Πιαλία. — Fu la stessa che Pieria, perché entrambe si dicono situate sotto il monte Cercetio (Liv. XXII, 15); e il nome ancora ne sembra analogo a quello di città dell’Arcadia (Paus. VIII, 3, 2).

378 Plat. Phaedr. IV.

379 Thucyd. IV 120, 1. —P. Mela II, 2. — Steph. Byz. v. Σκιώνη.

380Plut. Thes. 24. —Strab. IX, p. 398.

381 Strab. IX, p. 434.

382 Paus. IX, 5, 1.

383 Plut. Quaest. Gr. 17.

384 Strab. VIII, p. 336.

385 Plin. H. N. 12, 30, 1.

386 Strab. V, p. 228. —Plut. Rom. 16, 1. — Liv. IX, 13.

387 Non abitarono diversamente nei tempi storici i Galli (Polyb. Il, 17, 9), e anche più divise le une dalle altre ebbero le loro case i Germani (Tacit. De Mor. Germ. 16); e per ricordarne ancora un altro esempio, Amastri, la consorte di Dioniso, tiranno di Eraclea, di quattro villaggi compose la città che nominò col suo nome nella Paflagonia (Strab. XII, p. 565).

388 Scyl. Peripl. 45 — Steph. Byz. v. Ηλις. —Cf. Strab. VIII, p. 357. —Plin. H. N. IV, 6, 3 —Paus, VIII, 1, 4.

389 Marin. ap. Serv. ad Ecl. I, 20.

390 Steph. Byz. ν. Καῦς.

391 Steph. Byz. υ. Καῦνος.

392 Steph. Byz. ν. "Αλβα: Εσὶ καὶ ποταμὸς Αλβας, ὁ νῦν λεγόμενος Τίβέρις.—Cf. Ovid. Fast. II, 389.

393Ch. Ploix, Hermes. Paris 1873, p. 12.

394 G. Curtius, Griechische Etym. p. 264—Cf. Lectures on the Geography of Greece. By The Rev. Henry Fanshame Tozer. London 1873, p. 91, 349.

395 Apollod. I, 4, 1. —Cf. Clavier, Bibl. d'Apollodore t. II, p. 41.

396 Serv. ad Æn. III, 85,

397 Strab. XIII, p. 598.

398Steph. Byz. .

399 Plut. Parall. XXXVI.

400 Æschyl. Sept. c. Theb. 147. – Callim. H. in Jov. 4. – Paus. I, 38, 5. VIII, 2, 1. Dal culto di Zeus Auxaios provenne il nome alla città di Licea in Arcadia (Theop. ap. Steph. Βyz. v. Ανκαία), la stessa che Licosura sul monte Liceo, l'Olimpo dei Pelasgi Arcadi, sul quale dicevasi allevato Giove.

401 Diod. Sic. IV, 60.

402 Plat. De Legg. IV, p. 708. – Paus. VIII, 53, 4. – Steph. Βyz. v. Γόρτον. – Euseb. Chron. II, p. 74. – R. Rochette, Hist. Des Col. gr. t. I, p. 188.

403 Paus. VIII, 38, 2, 6.

404 Steph. Byz. υ. Παῤῥασία. – Col nome di Parrasio ben mi sembra in relazione quello dell'uccello parra, che dicevasi di avere imbeccato i gemelli sul Tevere.

405 Serv. ad Æn. XI, 31.

406 Asclep. ap. Parthen. Erot. 35.

407 Paus. I, 22, 4. – Cf. III, 15, 7. V, 26, 6.

408 Plut. Thes. 19.

409 Paus. X, 5, 10. Cf. G. Syncell. Chronogr. p. 137.

410 Paus. VIII, 54, 2. Cf. Rev. H. Fanshave Tozer, Lect. on the Geography of Greece. London 1873, p. 97.

411 Paus. VIII, 48, 7.

412 Nork, v. Philonome.

413 C. Müller (Fragm. Hist. Gr. t. III, p. 300) in fatti negli amori di Licasto e di Aptera vede una favola derivata dal fiume di quel nome, e della città che bagnava nel Ponto, non già nell'Arcadia.

414 Veggasi l'altra mia Memoria, Gli Arcadi in Italia. Napoli 1876.

415 Veggasi l'altra mia Memoria su' Re favolosi della Troade. Napoli 1865.

416 Ad. Zinzow, De Pelasgicis Romanorum sacris. Berlin 1851 in 4, p. 19.

417 Virg. Æn. VIII, 313. Rex Evandrus, Romanae conditor arcis.

418 J. Lyd. De Mens. 9.

419 Ovid. Fast. V, 97. – J. Lyd. De Magistr. 21. – Ovid. Fast. I, 545, 627, VI, 531.

420 Paus. VIII, 43, 2. – Serv. ad Æn. VIII, 130. – Plut. Q. R. 56. – Dionys. Hal. I, 31. Steph. Βyz. υ. Νώνακρις.

421 Ovid. Fast. I, 480. – Serv. ad Æn. VIII, 51.

422 Dionys. Hal. I, 31, 42.

423 Apollod. III, 12, 5. – Dict. Cret. III, 14. – Diod. Sic. V, 79.

424 Herod. I, 172. – Scyl. Peripl. 98. Steph. Byz. υ. Καῦνος.

425 Marin. ap. Serv. ad Ecl. I, 20.

426 Paus. VIII, 25, 1. – Steph. Βyz. v. Καοῦς.

427 Jobas ap. Steph. Byz. υ. Λαβίνιον. Serv. ad Æn. I, 6. – Lavinia è detta Λαούνιον da Dionigi (V, 12. VIII, 49), nome men lontano dal primitivo, il quale sembra essere stato propriamente Λατίνιον, ο Λασί νεον (da λᾶς), analogamente al nome della città di Λαός, ο Λατίνος della Lucania, perchè entrambe fondate sopra una rupe.

428 Homer. H. in Merc. 3.

429 Paus. VIII, 43, 2.

430 Plat. Phaedr. 59. Phileb. 8. Diod. Sic. I, 16. V, 75. – Plut. Sympos. IX, 3. Hygin. fab. 277.

431 Sanchon. ap. Euseb. Pr. Ev. I, 10.

432 Plat. Phaedr. 59. Phileb. 8. – Jambl. De Myst. Aegypt. 13, 2. —Euseb. Pr. Eo. I, p. 35 e 41.

433 Pauthier, Sinico-Ægyptiaca. Paris 1842, p. 9, 74.

434 Cic. De N. D. III, 22.

435 Lact. Dio. Inst. 1,6. —Arnob. IV, 14. — Lact. in Stat. Theb. l V, p. 188, ed. Cruc. Serv, ad Æn. IV, 577. —Cf. Ste. Croix. Mvst. du Paganismo t. I, p. 182.

436 Jambl. De Myst. Ægypt. VIII, 5, p. 267 ed. Parthey.

437 Procl. in Tim. I, p. 31. — Jablonski, Panth. Ægypt. P. III, p. 177 sqq. —J. Kenrick, An Essay of primaecal History. London 1846, p. 119. La contraria osservazione di Jablonski, che Thot fu un nume, non un pilastro, non ha alcuna importanza, perché da' pilastri scritti ne fu immaginato il nome.

438 Paus. VIII, 36, 6.

439 Homer. Odyss. V, 333. — Herod. II, 49. V, 58. —Diod. Sic. III, 67, 1, IV, 2, 1. — Strab. IX, p. 401. —Eurip. Phoen. 639.

440 Vet. Cron. ap. G. Syncell. p. 51.

441 Hygin. P. Astr. II, 36.—Schol. Arat. 450.—Manil. V, 197.

442 Plut. Romul. 12.

443 Ps. Plut. De Vita et poesi Homeri 126.

444 Hygin. P. Astr. II, 34.

445 Apollod. III, 14, 7. —Hygin. fab. 130.

446 Ister ap. Hygin. P. Astr. II, 35. Apollod. III, 14, 7.

447 Hygin. P. Astr. II, 34.

448 Hygin. l. c.

449 Iliad. XII, 342, sgg.

450 L. Ménard. De sacra poesi Graecorum. Paris 1859.—Ch. Ploix, Hermes. Paris 1873.— Come messaggiere del giorno, o come il crepuscolo, Prichard (Op. cit. pp. 124, 126) spiegò prima Anubi, che fu l'Ermete Κυνοκέφαλος de' Greci.

451Hygin. Fab. 225.

452Se il professore Carlmann Flor inuna dotta dissertazione (Ethnograph. Untersuchung üb. die Pelasger. Klagenfurt 1860) si è limitato a mostrare le opinioni contraddittorie sull'origine primitiva de' Pelasgi, altri dotti non han dubitato di accennare nel paese di Canaan, o nelledue Arabie deserta e petrea, gl'invasori dell'Egitto, i quali noti col nome d'Hyksos o più correttamente di Schôs, o Pastori, o Cheto, o Heto, ne' monumenti egizii, gli stessi che gli Hetei della Bibbia (Ezech. XVI, 3, 45. Jos. I, 4), i quali dall'Egitto scacciati dopo avervi dominato non meno di 511 anni (Joseph. Fl. C. Apion. I, 5, 2),si diffusero nell'Asia Minore, nelle isole dell'Arcipelago, e nella Grecia, dove indicati furono col nome generale di Pelasgi, ma che, dopo più età, dalla Grecia passarono in Italia ne' tempi mitici e preistorici, quando già passati vi erano gli Arcadi. (Vedi tra gli altri Aug. Knobel, Die Völkertafel der Genesis. Giessen 1850, p. 101. —F. Chabas, Les Pasteurs en Egypte. Amsterdam 1868, p. 28. —Gustave d'Eichthal, La Sortie d'Egypte d'après les recits du Pentateuque et de Manethon. Paris, E. de Laye 1872, p. 18). Ma prima altri dotti già avevano accennato quе'роpoli nomadi nel ramo Camitico de' Pelitschim (Gen. X, 14), al mezzodi della Giudea, ne' confini del Delta dell'Egitto, e sul littorale del Mediterraneo, co' quali si spiegherebbe il greco nome de' Pelasgi,o di abitanti delle coste marittime (V. S. Cahen, La Bible trad. avec l'hebreu en regard. Paris 1845, t. I, p. 38. Cf. Movers, Die Phœnizier. Bonn 1841, t. I, p. 34. Das phönizische Alterthum t. II, 1850,p. 127. Quatremère, Journ. des Savants 1846, p. 245).—Molto degne ancora di studio sono le dotte ricerche di Bernardo Giseke, Thrakisch— Pelasgische Stämme der Balkanhalbinsel, und ihre Wanderungen in Mythischer Zeit. Leipzig 1858 in 8.º, equelle del Dr. P. Volkmuth, Die Pelasger als Semiten. Schaffhausen 1860 in 8.º, ilprimo de' quali considera i Pelasgi nella Tracia, e le loro emigrazioni; ed il secondo, considerandoli quali Semiti, esamina i miti a cui diedero occasione nella Grecia.

453Paus. IV, 15, 11.

454Con tal cognome ed attributo fu Ermete adorato a Tanagra (Paus. IX, 22, 1), e presso Ecalia nel tempio di Apollo Carneo (Id. IV, 33, 4), cioè lo stesso Sole, protettore delle greggie, cosi detto da κάρυος, ovis.

455Ovid. Fast. V, 670.

456Cosi mi fa credere la greca versione del nome di un re di Tebe nel Canone di Eratostene.

457Strab. V, p. 21.

458Strab. XIII, p. 605.

459Herod. VIII, 1. —Erictonio, Erecteo, Erectreo, ed Erisictone, furono gli stessi, ma epiteti, piuttosto che persone, e di Nettuno probabilmente, come Esichio (υ. Ἐρεχθρεύς) dice almeno di Erectreo. Chenon debba dirsi altrimenti di Erectco sembra chiaro da che nell'Acropoli diAtene fu il tempio di Erecteo, nel quale all'altare di Nettuno sacrificavasi anche ad Erecteo (Paus. I, 26, 5). Omero (Il. XX, 219) dice Erictonio figlio di Dardano, perchè essendo questo lo stesso che Ermete, qual nume Ctonio, era scambiato con gli analoghi Erictonio ed Erisictone. Veggansi del resto in Dionigi d' Alicarnasso (I, 60sg.) molti curiosi racconti su Dardano ed Erittonio, i quali non da altroprovenivano che dal non essersi compreso a qual nume erano da riferirsi tali due cognomi, o attributi.

460Paus. VIII, 5, 1.

461Serv. ad Æn. VIII, 10.

462Homer. Il. V, 160.

463Ruckert, Op. cit. p. 101, nota 90.

464 Apollod. III, 10.—Paus. VIII, 5, 1. Serv. ad Æn. VIII, 130.

465 Herod. IX, 26. —Diod. Sic. IV, 58. Paus. VIII, 5, 1.

466 Paus. VIII, 5, 1.

467 Hesiod. fragm. 93 ed. Didot.—Apollod. III, 11, 1. — Schol. Soph. El. 549. Paus. 11, 18, 6.

468Schol. Eurip. Or. 447.

469Apollod. III, 10, 6.

470Herod. I, 173.—Paus. VII, 3, 7.

471Ovid. Fast. V, 100.

472Paus. VIII, 43, 2; 44, 5.

473Niebuhr, Hist. Rom. ed. Bruxelles t. I, p. 80 sgg.

474Itin. Antonin. § LXXVII. – Ptol. III, 2, 7.–Varro, De L. L. IV, p. 16 ed. Paris 1858. Plin. H. N. IV, 10, 1.–Cf. Dionys. Hal. I, 31–Paus. VIII, 44, 1-4.

475 Diod. Sic. IV, 19, 2.

476 Homer. Il. XI,757. —Strab. VIII, p. 342.

477 Steph. Byz. o. Plin. H. N. III, 5, 5. —Se Calari nella Corsica fu fondata da' Foceesi (Diod. V, 13, 1), a questi stessi popoli fondatori di Nicea, piuttosto che agli Etruschi, si attribuirà la fondazione dell altra Nicea nella stessa isola.

478 Hecat. ap. Steph. Byz. c. Μόνοικος. Strab. IV, p. 202.—Amm. Marcell. XV, 11.

479Sulle greche colonie nelle rive dell'Eussino veggasi la dotta opera di K. Neumann, Die Hellenen in Scythenlande. Berlin 1855.

480Klausen, Aeneas und die Penaten. Hamburg 1840, p. 842.

481Per esempio da Ampère.

482Virg. Æn. VIII, 199.

483 Virg. Æn. VII, 678.

484A. Bormann, Kritik der Sage von Könige Evandros. Halle 1853 in 4.

485Aurel. Vict. Or. gent. Rom. 6.—Serv. ad Æn. VIII, 190.—Cf. Fest. p. 266.

486Pignor. Tabula Isiaca. Amstelaed. 1669.—Jablonski, Opusc. v. II, p. 227 sgg.

487Apul. Met. XI, c. XI, p. 211 ed. Eyssenhardt. Berol. 1869.— Plut. De Is. Et Osir. 61.

488Aristot. ap. Aul. Gell. II, 22.

489 M. Bréal, Hercule et Cacus. Paris 1863, p. 168.

490 Varro, De L. L. VI, 3.—Fest. v. Mater Matuta.

491 Benfey, Orient u. Occident t. I, 575 n.—Cf. Apollod. III, 14, 5. — Paus. I, 2, 5; 31, 2.

492 L'origine di Pallanzio sul Tevere dalla città di Pallanzio dell'Arcadia era cosi certa presso i Romani, che l'imperatore Antonino Pio rese libera, ed immune da' tributi quella città della Grecia (Paus. VIII, 43,1). Anche Livio (1,5), e Plinio (H. N. IV, 10, 1) il Palanzio de' Romani dicono nominato da quello dell'Arcadia, benchė Virgilio (.En. VIII, 54), con altri interpreti, vanamente il suppose cosi detto da un Pallante, nipote di Evandro, e figlio di una Pallanzia, nata ad Evandro, come si disse di Cauna, e peggio ancora Varrone il nome del borgo derivò dal balato delle pecore che uscivano a pascolare (Serv. ad Æn. VIII, 51).

493 Dionys. Hal. I, 50.-La città di Cafie è detta in vicinanza di Mantinea da Strabone (XIII, p. 608), e da Stefano (v. Καφύαι).

494 Paus. I, 33, 2.

495 Hyperoch. ap. Fest. p. 266 ed. Muller. Cf. Fragm. Hist. Gr. t. IV, p, 434.

496 Vedi E. Vinet, Sur le caractère nivthi(liie deThèsée nelle illustrazioni del libro VIII di Creuzer, Rèl. de l’antiquitè trad. par Guiguiaut p. 1076.—Nork, Real Wörterbuch v. Theseus.—Büchsenschutz, Die Könige von Athen. Berlin 1855, p. 31 sqq.—L. Ménard, Du polytheisme hellénique. Paris 1863, p. 11.

497 Hist. de Rome à Rome t. I, p. 264.

498 Carano (Κάρανος) significa il signore, il principe, e da epiteto probabilmente di Ercole, adorato dagli Eraclidi, ne divenne un discendente, ed il primo re de' Macedoni, dopo che dal Peloponneso, prima della I Olimpiade, con gli Argivi, si condusse nella Macedonia (Diod. Sic. VII, 16, 1.—Pophyr. Tyr. ap. G. Syncell. Chron. p. 261. Cf. Ludw. Flathe, Gesch. Macedoniens. Leipz. 1832, t. I, p. 17).

499 J. Pinkerton, Recherches sur l'Orig.de Scythes ou Goths. Paris 1800, p. 132.

500 J. Pinkerton, Op. cit. p . XXXIII sg.

501 Veggansi le due Memorie di Boivin sulla Cronologia di Dionigi, e sull'epoса della fondazione di Roma secondo lo stesso storico nelle Mém. de l' Acad. des Inscr. t. II, p. 373 sqq. 400 sqq.

502 Krause, Vitae et Fragmenta vett. Historicorum Romanorum. Berol. 1833, p. 42.

503 Varro, De R. R. III, 1, 2. Septingenti sunt paulo plus aut minus anni-Augusto augurio postquam inclita condita Roma est.

504Dionys. Hal. I, 73. – Cf. Euseb. Chron p. 208 ed. Maii. –G. Syncell. Chron. p. 193.

505Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 249, 252.

506 «Cincio (Alimento), dice Solino (c. 2)vuole Roma fondata verso la XII Olimpiade; Nipote e Lutazio, che approvano l'opinione di Eratostene e di Apollodoro, nell'anno 2º della VII Olimpiade; P.Attico e M. Tullio nell'anno 3º della VI Olimpiade. Confrontate le epoche greche e le nostre, troviamo Roma fondata nel principio della VII Olimpiade, nell'anno433 dopo la presa di Troja». Questa medesima èra, assegnata ancora da Catone (G. Syncell. Chron. p. 155 ed. Ven.), seguirono quasi Livio, e Dionigi d'Alicarnasso, (I, 71, 84), il quale dice che, 332 anni dopola presa di Troja, gli Albani spedendo una colonia, sotto gli auspicii di Romolo e Remo, fondarono Roma, nel principio dell'anno 1º della VII Olimpiade, e che in quell'anno stesso (corrispondente al 751) Romolo prese il comando, essendo Caropo l'Arconte di Atene nel primo anno della sua potestà decennale, il quale veramente fu il 2º semestre dell'anno antecedente. Sotto gl'Imperatori si cominciò poi a preferire l'êra di Varrone, di due anni più antica della già detta.

507 Non ostante che tutto è ipotetico in ciò che riguarda gli Aryas, e le loro emigrazioni nell'Occidente e nell'India, chi dice che la corrente dell'emigrazione ariana verso l'Occidente precedette l'occupazione dell'India, e l'arrivo degli Aryas nell'Occidente, se riguardansi come apportatori del bronzo, deve risalire a circa 5000 anni (H. LeHon, L'Homme fossile. Bruxelles 1867, p. 234); chi dice che già da lungo tempoerano nell'India nel principio del periodo de' Manouantaras nel 19, 337 a. C. (G. Rodier, Antiquités des Races humaines. Paris 1862, p. 378).

508Ludw. Ross. Italiker und Gräken. Sprachen die Römer Sanscrit od. Greichisch? Halle 1858.—Italiker und Gräken. Lateinisch ist Griechisch. Zweite veranderteund erweiterte Bearbeitung. Halle 1859. F. Gildemeister, Die falsche Sanscrit-philologie. Bonn 1840.

509Vedi Th. Foisset, Introduction générale aux Oeuvres philosophiques de M. le Président Riamburg. Paris 1837, t. I,p. XIV.

510 Paus. VIII, 3, 5.

511 Larcher, Chronologie d'Hérodote nel t. VII della trad. di Erodoto p. 567, a. 1837 a. C.— Petit-Radel, Synchronismes de l'hist. des temps héroiques de la Grèce. Paris 1827, p. 192, § CCLVI.—R. Rochette,Hist. des Col. gr. t. I, p. 225 la detta ероса del 1837 abbassa al 1527, e T. Rick (De primis Italiae Colonis) al 1506 a. C.

512Thucyd. I, 20 sg.

513Revue des Cours scientifiques. Paris 1870, p. 231.

514Ch. Victor De Bonstetten, Voyage dans la Scène des Six Derniers Livres de l'Énéide. Genève, A. XIII, p. 146.

515Edgar Quinet, La Création. Paris 1870, t. II, p. 355.


Torna ad inizio pagina


NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 [PROPAGANDA EDITORIALE] HTML ODT PDF
1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO PRIMO) HTML ODT PDF
1845 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO SECONDO) HTML ODT PDF
1847 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO TERZO) HTML ODT PDF
1852 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO QUARTO) HTML ODT PDF
1841 Nicola Corcia - Delle origini italiche e della diffusione... di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 Risposta ad un articolo del Signor Nicola Corcia inserito nel PROGRESSO di Napoli HTML ODT PDF
1860 Della venuta de' Pelasgi in Italia - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1862 Di alcune città greche nel Sannio - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1865 De’ vaticinii e del nome di Bacide - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE PRIMA) HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE SECONDA) HTML ODT PDF
1879 Relazione sull'opera “Dodone et ses ruines” - Nicola Corcia HTML ODT PDF




La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra nazione napoletana e global liberalism di Zenone di Elea

Great Britain: Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

Questione napoletana, brigantaggio e mitologia patriottarda antimeridionale

«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» ovvero dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu di Zenone di Elea

Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

Giacomo Margotti

Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










Torna ad inizio pagina





Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità  del materiale e del Webm@ster.