Eleaml - Nuovi Eleatici



Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

ANNALI UNIVERSALI

DI STATISTICA ECONOMIA PUBBLICA, STORIA, VIAGGI E COMMERCIO

VOLUME SETTANTESIMO

Ottobre, Novembre e Dicembre 1841

MILANO

PRESSO LA SOCIETÀ DEGLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI

DELLE SCIENZE E DELL' INDUSTRIA

Nella Galleria Decristoforis

SOPRA LO SCALONE A SINISTRA

1841

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

1841 Risposta ad un articolo del Signor Nicola Corcia inserito nel PROGRESSO di Napoli[I] HTML ODT PDF
1842 Risposta ad un articolo del Signor Nicola Corcia inserito nel PROGRESSO di Napoli[II] HTML ODT PDF

RISPOSTA AD UN ARTICOLO [I]

DEL SIGNOR NICOLA CORCIA inserito nel Progresso di Napoli, con Osservazioni
sopra alcuni dubbj proposti finora da varj altri scrittori sull’opera delle Origini Italiche.

Quando io m'accinsi a comporre l'opera delle Origini Italiche e vieppiù ancora quando mi sotto determinalo a pubblicarla, non dissimulai minimamente a me stesso le immense di Scotta a cui io andava incontro, lo prevedeva bene che a voler fondare la mia nuova scuola istorie egli era mestieri apparecchiarsi a sostenere una lunga e disastrosa lotta.

Vivi erano e sono tuttavia non solo in Germania, in Francia ed in Inghilterra, ma anche nella nostra Italia, uomini di gran fama e di grandi studij, scrittori di dotte e lodate opere istoriche e filosofiche, nelle quali svolgendosi le origini dell'incivilimento dei popoli antichi si poneva a questo una genesi non solo diversa ma contraria in tutto a quella nuovissima e da niuno traveduta, ch'io mi credetti di seguitare; ed era bene a presumersi che quando pure cotali sommi non fossero mossi se non dal solo amore della scienza, non avrebbero mancato o direttamente o indirettamente di attraversarsi alle nuove dottrine. Siccome però nel pigliarmi l'enorme incarico di ricomporre per intiero l'edificio dell'istoria antica io era stato incitato e determinato da una prepotente ed inevitabile necessità che mi traeva a cercare il vero, piuttostochè dalla vaghezza di una vana lode, e siccome io sentiva che l'evidenza del retto e del vero non poteva aspettarsi se non dal conflitto delle varie opinioni, feci fin dal principio proposito in me stesso di accogliere e diligentemente esaminare qualunque osservazione che o in privato o in pubblico venisse fatta sul mio lavoro, e di rispondere ai dubbj che mi venissero proposti, sempre però ch'io vedessi negli oppositori e nei richiedenti lo stesso incontaminato intendimento di giovare a' buoni studj che aveva tratto me nel difficile cammino.

L'argomento poi da me assunto, era tale che non poteva mancargli l’espettazione ed il desiderio del pubblico. Non sì tosto infatti vennero in luce le mie Origini Italiche, tanto fu l'interessamento che esso vi prese che in pochi mesi fu smerciata per intero la prima edizione fattane in Milano; e non è perciò da alzare le meraviglie se da questa generale e sì intensa brama di leggerle mi piovessero da ogni luogo le osservazioni e le ricerche.

Molti illustri scrittori non solo d’Italia, ma d’oltremonti, mi onorarono delle loro dotte osservazioni accennandomi per lettere, che sono presso di me, i dubbj che loro occorsero nella lettura; alcuni altri fecero giudizio del mio sistema isterico in opere storiche e filosofiche che sono già pubblicate e fra le mani del pubblico. Niuno però ch'io sappia (almeno in Italia) assoggettò le mie Origini Italiche ad un compiuto e sottile esame prima del sig. Nicola Corcia, illustre scrittore Napoletano, che nel Progresso delle Scienze, Lettere ed Arti che si pubblica in Napoli assunse di tenerne un lungo ed erudito discorso.

Di tutte le menzionate osservazioni, di tutti i proposti dubbj è mio intendimento di fare un succinto esame, per non mancar dell’antico mio proposito.

E perchè le opinioni che furono emesse sono infino ad ora molto tra di sé opposte, ho determinato d'incominciare dall'analisi del Corcia, che per essere molto più ampia dell'altre avendo egli notomizzata ogni mia opinione e quasi ogni mia parola, veniva a comprenderne in sé la maggior parte e a togliermi necessità di annoiare il lettore con inutili ripetizioni.

Oltre di che niuno poteva più agevolmente del Corcia farsi esaminatore e giudice delle nuove mie opinioni, imperciocché essendo volta la mia opera massimamente a chiarire le origini dell’antichissimo incivilimento pelasgico di cui troviamo traccia nelle memorie di tutti i popoli stanziati sul Mediterraneo; ed avendo già questo erudito scrittore fatto sul misterioso popolo delle dotte ricerche che poco prima dell’apparire della mia Opera vennero pubblicate, la sua autorità veniva ad essere di tal peso da trarre a sé le opinioni di molti altri che in questa difficile materia non fecero sì profondi ed accurati studj.

Vero è bene che il Corcia era seguace d'un sistema diverso dal mio; ad ogni modo a niuno, poteva increscere e molto meno a me che non cercai e non cerco se non il fatto ed il vero, l'avere a contradditore e giudice un uomo di tanta dottrina, di sì alto intendimento, e che si propone, com'egli stesso dichiara nel principio del suo discorso, di farsi mio oppositore colla sola mira di poter trarre a maggior lume una scientifica investigazione, e col desiderio di veder tolti quei dubbj che lo rattennero dall'appigliarsi alla nuova dottrina istorica da me proposta.

Perché il lettere conosca da se stesso il nobile proposito del sig. Corcia io trascriverò qui il principio del suo discorso, e seguirò poscia a ragionare di tutti quei dubbj che gli si presentarono alla lettura della mia Opera, non senza inframmettere talora qualche considerazione sopra opinioni di altri scrittori o a me per lettere comunicate o esposte in Opere già impresse, non intendendo io di fare uno speciale e separato discorso per ognuna di esse. Il Corcia adunque imprendendo la sua disamina così la incomincia:

Onde si viene, dove si va? è stata e sarà sempre la perpetua quistione della filosofia. — Onde si viene, dove si va? è stato e sarà sempre il perpetuo problema della storia voglio dire che queste due scienze, la filosofia e la storia, l'una dall’altra aiutate, o a dir meglio l'umana intelligenza, studiando ne' fatti della coscienza e in quelli della storia, che narra la coscienza di tutta l’umanità, pongono e si studiano risolvere i due sì malagevoli problemi del passalo e dell'avvenire, e in qualsivoglia modo li risolvano, cantano sempre un inno a Dio, che del suo spirito creatore volle nell’uomo tale orma stampare, che si ardisce penetrar nelle tenebre di quello che già fu e di quello che sarà. Or per questo tormento onde l'uomo è affannato di conoscere non men che se stesso i tempi che lo precessero, e divinar la condizione di quelli che lo susseguiranno ne' distinti dell'umanità, studiando senza posa nelle due nobilissime scienze della filosofia e della storia (le quali d questi nostri tempi a tale altezza di contemplazioni sono giunte da non invidiare gran fatto né Platone ed Aristotile, né Tucidide e Senofonte, non dico quanto all’arte, che forse sarebbe follia, ma quanto al metodo, alla critica ed alla conoscenza), un dotto scrittore italiano dopo tanti altri e italiani e stranieri ha preso la penna per dire delle origini e dell’antichissimo incivilimento di Italia s alto e decoroso subbietto per la patria non solo, ma ancora per t autore, il quale con peregrina erudizione ne ha discorso.

Con quanto desiderio i nostri napoletani, ed io con loro, che ho pigliato l’assunto di far come merita, onorata rimembranza del Mazzoldi, avessimo desiderato l’opera sua non sì tosto ne fu dato l’annunzio negli Annali universali di Statistica, non so dirlo; tanto per l’amore della patria e la comunanza degli studi era il desiderio che ci accendeva della sua lettura! E veramente un opera, nella quale un italiano dà del bugiardo non solo a coloro che le italiche origini a questa e a quell’altra lontanissima gente attribuirono, ma ancora ai Greci che per sé tolsero questa gloria, e in cui si cerca nientemeno che rivendicare alla nostra Italia il vanto della sua civiltà remotissima, e che i suoi antichi popoli, non dico alla Grecia, ma all’Egitto, alla Fenicia e a tutti i popoli posti sul Mediterraneo comunicarono, doveva senza più riuscire gratissima ai colti abitatori della patria comune, e procacciare gran lode al nobilissimo intento dell'autore, il quale in questa nostra età, come egli dice, svogliala e novelliera, non ha perdonato a lunghi e profondi studi per dimostrar l’assunto argomento. Or pare al certo di non lieve difficoltà, se non fosse che per sola cagione di darne lode allo scrittore, pigliare ad esame, per darne contezza ai nostri lettori, un opera di tanta dottrina, qual è quella della quale ragioniamo, e che solo un uomo dell’erudizione e della critica del Mazzoldi, e nella conoscenza delle antiche storie come lui peritissimo, possa sopra di sé prendere il carico di ragionarne come si conviene: nondimanco, pel solo amore delle patrie memorie e dell'italiana storia, secondo mia possa ne terrò ragione, e sola in grazia del vero, non per contraddire a sì prestante uomo, verrò dove mi par necessario proponendo i miei dubbi; i quali se mi venissero chiariti, dovrei senza più appigliarmi alla verità, unico scopo delle scientifiche investigazioni, e vieppiù onorare, come onoro, uno scrittore che avrà in tutto disnebbiata la oscurità dell'antichissima storia italiana, e meglio stabilita la difficile ricerca delle origini nostre.

Esposto così il nobile proposito del mio critico, prima d'inoltrarmi nelle considerazioni che mi propongo di fare, egli è mestieri che io qui ricordi al lettore cosa che quasi da tutti gli scrittori che mi onorarono de' loro dubbj, ed in qualche parte anche dallo stesso sig. Corcia non venne a sufficienza ricordata, cioè che la mia Opera è volta a rintracciare non già le origini della popolazione ma bensì le origini dell'incivilimento, cosa molto diversa. Io non ho avuta pretesa d'indagare i primi principii delle popolazioni italiane; tenni anzi sempre che questa ricerca fosse oltre i limiti degli studi storici, Comunque possa o debba pensarsi della comparsa e diffusione dell'uomo su questa terra, egli mi parve certo che le primitive memorie dell'incivilimento non potessero essere in tutto perdute. — Quando si parla di origini d incivilimento si parla di tempi in cui gli uomini già aggregati in società civile incominciarono ad avere leggi, ad avere arti, ad avere lettere; si parla di tempi in cui s’incominciò ad avere messi permanenti a tramandare alla posterità le memorie contemporanee; e siccome ogni memoria storica de' popoli antichi, ci indica fuor di dubbio una unità e comunanza d’origine d’ogni sociale istituzione, ho giudicato che pigliando ad esame le tradizioni, le arti, le leggi, le lettere, infine la civiltà comparativa di tutti i popoli, si potesse con uno studio accurato e cronologico delle più antiche loro memorie, giungere a discoprire qual fosse quello che i primi semi della sua civiltà agli altri propagasse e tramandasse.

Riandando con un rigoroso esame critico tutte le più remote tradizioni degli antichi popoli posti sul Mediterraneo, contenute ne’ più vetusti avanzi della loro letteratura, io trovai radicata in esse la memoria di un popolo civile che cacciato dalle native sedi da uno spaventoso sovvertimento; navigando da Occidente ad Oriente aveva a tutta la costa libica ed asiatica e a tutte le isole greche trasmessi i primi semi delle proprie istituzioni civili.

Io mi studiai d’indagare qual fosse questo popolo; quali cause l’avessero cacciato oltre i mari in cerca di nuove sedi. Io non procedetti però più innanzi. A qual modo o d’onde la razza umana si trovasse piantata o fermata in Italia altri vorrà forse congetturarlo, ma io né il cercai né il cercherò. E questo giovi a sottrarmi per l’innanzi alle ire di coloro che tenendo l’umano seme derivato da un’unica copia e dapprima posto nell’Asia a moltiplicare, vollero trarre argomento a calunniarmi d alcune antiche credenze da me riferite.

Premessa questa mia dichiarazione, quantunque per avventura mi tornasse manco necessaria nel proposito delle erudite osservazioni del sig. Corcia, che in proposito di quelle d’alcun altro, incomincerò col dilucidare e giustificare un luogo del proemio della mia Opera, nel quale il sig. Corcia trovò da riprendere ch’io avessi asserito che i moderni non potessero trarre miglior profitto dalle prime informi cronache dei popoli antichi ornai perdute, di quel che ne ricavassero d'in sui luoghi Erodoto, Platone, Diodoro, Livio, Virgilio, Plinio che pure le consultarono a loro voglia... che vissero in tempi più vicini agli avvenimenti di quindici o ventiquattro secoli, ed in cui né le abitudini né le lingue, né le religioni si erano affatto mutate né le credenze falsate né le generazioni tanto enormemente mischiate le une alle altre.

Al sig. Corcia parve fuori di proposito questa censura che si fa (da me secondo ch’egli crede) a’ critici moderni... senza le cui investigazioni (dice egli) parrebbe vano al certo l’affaticarci sulle antiche memorie per trarne nuove deduzioni. Se l’autore (continua il sig. Corcia) con ragione riconosce l’origine della storia di tutta l’umanità al nostro tempo, viene con ciò egli stesso ad affermare che gli antichi videro meno che i moderni. Mille esempi (egli conclude) io potrei addurre della industriosa cura de' moderni per dichiarare non poche oscure cose dell’antica storia; ma di questo non vo’ dire più altro, perché lo stesso Mazzoldi ci porge il luminoso esempio dell'opera della critica per meglio esaminare e fermare le origini e la derivazione dell’incivilimento delle nazioni antiche.

Fin qui il Corcia; le cui parole leggendo mi corse tosto al l'animo il sospetto, che forse la troppa siringatura di quel mio proemio m’avesse portato ad esporre le mie opinioni sulla poca importanza delle antiche cronache e sulle molte pretensioni dei moderni scrittori, con minor chiarezza di quella che si convenisse. Rividi perciò di nuovo quanto fu da me scritto e dovetti persuadermi ch'io non era stato drittamente compreso, e che a considerare ponderatamente quel luogo della mia opera non si può caverne altro ragionamento se non questo: che le prime informi e rozze scritture de popoli antichi erano alle mani da prima dei poeti, e poscia degli storici, massimamente greci e latini, che ci rimangono; che furono affatto disfiorate di quanto v avea di utile e di bello a sapersi; che non si perdettero se non quando per la trasfusione avvenuta delle porte notizie in opere di maggior pregio, s’incominciò a discredere alla loro necessità ed importanza; che fra i popoli antichi non si ebbe la minima idea dell'istoria universale; che i moderni allegano a torto la perdita di quelle prime informi scritture per ingrandire la difficoltà, ed anche per dimostrare l’impossibilità di ricomporre l’istoria antica; che se quelle scritture tuttora esistessero, non potrebbero forse i moderni trarne maggior lume di quel che ne trassero Erodoto, Platone, Diodoro, Livio, Virgilio, Plinio che le consultarono a loro voglia; che se tutti questi insigni uomini non poterono da quegli informi racconti trarre alcun lume che li guidasse a pur figurare, don dico il concetto di una vera storia universale, ma neppure la vera istoria de singoli popoli, molto meno il potrebbero i moderni, tanto più distanti dai tempi, che in fine per quella parte dell'istoria universale che riguarda le origini e la diffusione dell'incivilimento, se noi vogliamo tener conto dei puri fatti, paragonare, ridurre ad un esame logico i fatti medesimi, fatta astrazione (lai propositi dei varj autori, possono a nei giovare l'opere degli insigni scrittori su menzionati quanto e più forse di quel che ci gioverebbe tutta quella immensa ma informe suppellettile isterica di cui si deplora e si ingrandisce la perdita, lo non ho mai censurate le indagini della critica; io non ho mai detto che i moderni non possano fare più degli antichi; io ho anzi posto ogni mio studio nel dimostrare che la vera istoria universale non fa dagli antichi né mai tentata, né mai conosciuta; che ai moderni spetta in tutto il concetto della medesima, che ai lumi della buona critica dev’essere dato di trarla a compimento, non mancandoci a tal opera i materiali tanto compiutamente quando da taluno si è cercato di far credere. Questo e non altro è il concetto che mi guidò nella compilazione del mio proemio; e se mai il mio proposito d’essere conciso, avesse nociuto per avventura alla chiarezza delle mie considerazioni, io ringrazio il sig. Corcia che con quest’unica annotazione che trovò di farvi m’abbia offerto campo a sviluppare più chiaramente il mio pensiero. — Dopo di avere dimostrato in più luoghi del suo articolo che (salva l’eccezione di cui discorsi) egli è meco concorde nelle massime sviluppate nel proemio delle Origini Italiche, il sig. Corcia esamina ad uno ad uno i capitoli dell'opera, esponendone e compendiandone la materia, ed interponendo lla esposizione le osservazioni ed i dubbj che gli occorsero. Io seguirò l’ordine da lui posto e cercherò se mi fia possibile di risolvere le une e gli altri.

Sul primo capitolo relativo alle false origini greche egli osserva non esser dubbio che la condizione degli antichi italiani nel commerciare non col mezzo della moneta, ma per via di permutazioni, non fu dissimile da quella degli antichi Greci; perciocché appena sotto Servio Tullio fu battuta in Roma la prima moneta di bronzo (1) per essersi avanti di quell'epoca usati pezzi di bronzo senza segno od immagine veruna, come apprendiamo da Timeo citato dallo stesso Plinio (2); che quando vogliasi ammettere (come fa il Mazzoldi) la tradizione che Giano fosse stato il primo a batter moneta, dovrebbe concludersi che i trapiantamenti degli Italiani in Grecia dovettero essere di molto posteriori alla guerra di Troja, giacché i Greci colla civiltà ch'ebbero dagli Italiani non conoscevano la moneta nei tempi di quella guerra. Che il Mazzoldi colla testimonianza di Omero dà ai Greci due solenni accuse; l'una di sfrenata avarizia o meglio di amore dell'altrui, l'altra d'immane ferità di costumi, — che quantunque non possa dubitarsi che feroce era l'indole degli eroi della iliade e che molto solleticavali l'amore del bottino (colle quali parole il sig. Corcia medesimo confessa che le due solenni accuse da me date ai Greci non erano infondate) non può inferirsene che perciò non potessero fondar colonie e diffondere la lor civiltà in altre contrade. Del resto quale grande spedizione essere stata al mondo che non fosse consigliata dall'utile? Quale più disinteressata di quella delle crociate, di cui niuno ignora i saccheggi, le ruberie, le depredazioni? Non saprei se in Italia fossero in questi tempi più miti costumi e culti men sanguinosi de' Greci antichi. — A Tarquinia infatti si immolavano i prigionieri; i Sabini sacrificavano vittime umane, e nella stessa Roma, che dalla culta Etruria apprese le arti della pace e della guerra ed un vivere più civile, si conservarono gli orrendi sagrifizii umani fin ne' tempi più culti della repubblica, senza dire le orrende leggi del patriziato, con cui e si vendevano, e si esponevano, e si uccidevano i figliuoli, e davasi facoltà a creditori di squartare l'insolvibile oberato per dividersene le membra (3). Con umane vittime i Romani placavano Dite, e per la salute delle famiglie immolavano fanciulli alla Dea Mania, madre de’ Lari (4). Cajo Mario immolava Calpurnia, la propria figliuola, agli Dei Avverrunci, perchè gli fossero propizii nella guerra che andava a combattere contro i Cimbri (5). Passo sotto silenzio la crudeltà di Ottavio, il quale dopo l'espugnazione di Perugia immolò all’ara di Cesare trecento romani tra senatori e cavalieri (6); taccio quella di Massenzio che prendeva augurj dalle viscere palpitanti di fanciulli (7). — Indi segue ad esporre: che le greche colonie non erano deliberate dalle pubbliche radunanze dei popoli, ma dall'abbondanza della popolazione, dalla incompatibilità delle schiatte, dalle guerre religiose, dalle dissenzioni, dalla intolleranza, dalle persecuzioni, dalla tirannia, dall'amore della libertà; il perchè egli protesta che non sa discredere né alle colonie che prima e dopo la guerra trojana i Greci menarono nelle nostre regioni e nella Sicilia, delle quali non parla l'autore (delle Origini Italiche) né alla civiltà che vi diffusero; e che altre testimonianze di Omero (non addotte dal Mazzoldi) indicano che i Greci a quell'epoca erano giunti non ad una civiltà perfetta ma senza dubbio superiore a quella de' popoli semplicemente agricoltori e pastori, e nota che la Grecia aveva città numerose cinte di mura coltivava le arti industriali, aveva una marina ed esercitava il commercio; che Omero nomina XXXI città nella Beozia, VI nel regno di Achille, e in tutta la Grecia XVII città con epiteti che indicano la possanza e la ricchezza; che Strabone riferisce negli antichi tempi la Laconia esser detta Ecatompoli o la contrada delle cento città, lo che dimostra la prodigiosa quantità delle città edificate dai Greci sino al tempo della guerra di Troja; che Omero ne rammenta CXXXV principali, tra le quali ne nomina XV come vaste, bene edificate, civili e ben fortificate; che al tempo della guerra di Troja la Grecia possedeva circa MCIV navi, numero di due terzi superiore a quello che i Greci stessi possedettero nelle epoche susseguenti; che le più piccole di tali navi (quelle di Filottete) non contenevano se non cinquanta uomini, ma quelle dei Beozj portavano più di cento venti soldati; che i Greci commerciavano di schiavi, di bestiame, di ferro e di rame; che sapevano cavar i metalli dalle miniere, lavo rare il legno e l'avorio, fondere, scolpire, cesellare l'oro, l'argento, il ferro, il rame, fare armi adornate; che avevano palagi, tra gli altri quello di Ulisse, meraviglioso per le splendenti soffitte e per le alic colonne; che le mura di alcune città, le tombe recentemente scoperte, tra le altre quella d'Atreo, indicano la perfezione a cui era giunta l'architettura e commessura delle pietre; che gli Argonauti dedicarono una statua di bronzo ad Apollo Argeo; che coltivarono la musica e la poesia, tutte cose dimostranti che la società greca non fu di soli pecoraj e di porcaj, perchè dove sono arti e poesia vi deve essere ancora gentilezza e non costumi si barbari ed efferrati, come dice il nostro autore; che l'impresa degli Argonauti non fu un'impresa di Pirati; che anzi fu diretta a sopprimere la pirateria esercitata dai Fenicj, dai Carj, dagli Ateniesi e da barbare nazioni stabilite sulle rive del Ponto Eussino; che i Greci adottarono un codice marittimo ch'ebbe la sanzione generale e di cui il più antico storico dell'Attica, Clidemo, ci conservò la principale di sposizione, dicendo «essere pubblico decreto dei Greci che alcuna trireme non navigasse ad alcun luogo la quale portasse più di cinque uomini, e che il solo Giasone comandante della nave Argo andava navigando intorno con questa per tener lontani i ladrocinj del mare»; che la nave Argo non fu la sola costrutta ma la principale della spedizione.

Conchiude finalmente l'autore il capitolo I (scrive il Corcia) coll'addurre un'autorità di Giuseppe Flavio circa la vanità de Greci nel darsi a credere come i primi popoli civili del mondo, i primi sapienti, i primi fondatori delle città, i primi trovatori delle arti e i primi legislatori, quando che tutte queste ed altre simili cose da altri popoli avevano apprese, e molto tardi cominciarono a scrivere storie; soggiugnendo ancora le autorità di Platone ed Aristotile circa l'ignoranza de' Greci nell'antichità, e le loro false memorie scritte de tempi antichi. Niuno certamente vorrà e potrà contraddire non solo a così celebri scrittori, ma ancora al Mazzoldi che ne allega le autorità; ma qual pro ne viene di tutto questo alla quistione? si potrà dimostrare con ciò che più ne sapessero i più antichi Italiani, i quali, comunque de Greci più modesti, non si ebbero storici delle cose proprie prima de' Greci?

I Greci ebbero senza dubbio la lor civiltà dall'Oriente; ma seppero si potentemente vantaggiare ed abbellire la sapienza tradizionale degli orientali, che fu una meraviglia; né so qual popolo al mondo potrà mostrare di aver dato di sé così alta e sublime e gloriosa testimonianza nelle più belle e sostanziali manifestazioni dell'umanità quanto la nazione greca; ed è senza più da convenire col ch. autore che «natura abbellì fuor di modo con ogni suo maggiore e più caro dono quella terra e quel beato cielo di Grecia; né gli uomini vi furono discordi; chè anch'essi al bello della realtà vollero aggiugnere il bello dell'immagini». Ne da ultimo ci sembra che giovar possa all'argomento ciò che l'autore conchiude sulla diffusione delle dottrine di Talete per la Grecia, e su gli strani insegnamenti di Eudosso sul sistema astronomico; così perchè il vero tarda molto a farsi strada nella mente de' ciechi mortali, così perchè colla ipotesi ha sempre avuto principio la scienza; ed a questo proposito basta dire che solo nella fine del secolo XV doveva Colombo praticamente dimostrare la rotondità del Globo, verità sino al suo temро tutta teorica, che non era passata nella pratica. Ma de' sistemi astronomici de' Greci, che l'autore giudica colla scorta della sapienza celeste di Eudosso, e che vuol restituire al popolo a cui appartengono, terremo appresso ragionamento, allorché sarem giunti all'esame della parte della sua opera dove egli ne discorre.

Solo qui non vogliamo lasciar di dire che se Senofane insegnava che le stelle si smorzano la mattina per riaccendersi la sera, e che il sole è una nuvola infiammata, ecc.; e se Eudosso assegnava a ciascun pianeta una provvista di sfere di cristallo per compiere i suoi diversi giri, ed altre simili stravaganze, i Greci fin dal tempo della guerra di Troja avevano riconosciuto ed imposto il nome alle costellazioni; ed a quelle si rivolgevano per dirigersi ne' loro viaggi marittimi. Ulisse in fatti regola abilmente il timone, e contempla di continuo le Plejadi, Boote e la Grande Orsa, dice Omero nell'Iliade e nell'Odissea (8): la qual conoscenza pratica delle costellazioni bastava certamente ai Greci fin da' tempi più antichi per dirigere i loro marittimi viaggi, tuttochè falsi, anzi ridevoli, fossero i sistemi astronomici de loro filosofi, la qual cosa dimostra che la sapienza volgare è spesso per l'umanità miglior guida di quella de' filosofi.

Compiuta la fedele esposizione di tutto ciò che fu dal Corcia osservato sul primo capitolo delle Origini Italiche, adoperando le sue medesime parole, verrò rispondendo a tutti i suoi dubbj.

Prima però di andare più innanzi, onde non essere astretto ad inutili ripetizioni, io debbo per amor di giustizia ammonire il lettore che io mai non dissi in alcun luogo del mio libro che i Greci dei tempi Trojani fossero un popolo barbaro senz'arti, senza industria, senza commercio, senza navi, come lascerebbero travedere alcune considerazioni del mio critico; veggasi infatti tutto il mio primo capitolo, e si vedrà chiaramente che oltre all'aver io concesso ai Greci ch'essi sapessero lavorare i metalli ed il legname, filare, tessere, costruir navi, piantare o fortificare città, trafficare per via di permutazione, solo commercio tra essi ricordato da Omero per mancanza di moneta, poetare, guerreggiare, arringare, governare, apersi la mia dimostrazione con queste parole: Tale società (la greca) nei tempi stessi della guerra trojana era ne' principi del periodo eroico della sua esistenza poco innanzi uscita dallo stato ferino e selvaggio — parole che si riferiscono a quella dottrina filosofica che considera nelle società umane tre periodi: barbaro, eroico, civile. Dalle mie parole non risultava adunque che i Greci fossero compiutamente barbari circa i tempi della guerra di Troja, ma bensì che già poco prima di quella guerra (ed indicai il quando e il come) erano usciti dallo stato selvaggio.

Per l'egual modo io non feci alcuna comparazione della civiltà greca ed italiana circa i tempi trojani; perchè ogni comparazione sarebbe stata contraria al mio assunto.—

Io aveva posto il principio che le colonie italiane che portarono i primi semi della civiltà pel Mediterraneo, appartenevano ad un periodo di molto anteriore ella guerra di Troja; che la causa della fondazione di tali colonie era dipendente dalle ultime necessità della vita, unica causa che può assegnarsi come sapientemente considerò il Vico alle migrazioni dei popoli oltremare; che il terribile sovvertimento che desolò e in parte sommerse l'Italia e che è attestato non meno da tutte le antichissime tradizioni, che da tutte le circostanze geologiche e topografiche, traete le italiane popolazioni a cercar nuova patria oltremare; che, si disciolse per tal modo d'antichissimo e civilissimo imperio italiano?;, che le misere reliquie agricole della popolazioni italiane tolto ogni commercio, ogni navigazione, ogni comunicazione imbarbarirono. Scrissi anche chiaramente nel proemio che i rimasti sparpagliati qua e là sulle rovine dell'antica sepolta patria alla foggia di popoli nuovi sconosciuti gli uni agli altri si mettevano novellamente per una novella scala d’istituzioni sociali. Non era adunque pregio dell'opera il comparare lo stato detta civiltà italiana e greca ai tempi della guerra di Troja, ma bensì il considerare lo stato della civiltà italiana al tempo della migrazione e della sua diffusione ai popoli del Mediterraneo, e il rintracciare le condizioni ed i costumi di tali popoli all’epoca in cui pervennero fra di essi i nuovi ospiti. Siccome però io reputai di farmi strada a questa disamina, considerando dapprima i più famosi sistemi immaginati dagli scrittori antichi e moderni sul primitivo incivilimento dei popoli, procurai di derivare dà Omero e da altri vetusti scrittori greci la condizione degli stati di Grecia circa i tempi della guerra di Troja onde dimostrare al tutto improbabile ed anzi impossibile ciò che si predica tuttodì dei sognati passaggi dei Greci circa questi tempi in Italia, e delle origini dell’incivilimento portate fa Italia da essi.

Debbo però confessare che compiuto il primo ed il secondo capitolo della mia opera io fui molto in forse se dovessi al tutto ometterli nel pubblicarla; perché dall'un lato tutti gli Scrittori Greci ci dipingono la loro nazione affatto selvaggia ai tempi di Inaco; e dall'altro tutti confessano concordemente che i priori semi d'ogni istituzione civile vennero in Grecia recati da un popolo esterno. — Mi pareva adunque di aver fatta una fatica vana a dimostrare false le leggende delle sognate colonie greche tra i tempi d’Inaco e quelli della guerra di Troja passate in Italia a diffondervi i primi semi di civiltà, da che io aveva già dimostrato nella seconda parte della mia opera che il popolo civilizzatore passato in Grecia con Inaco, era il Pelasgo, e che i Pelasghi erano Italiani. A ogni modo essendo la credenza delle false origini greche tanto radicata in tutti gli scrittori antichi e moderni, mi determinai a lasciare quella dimostrazione benché la credessi e la creda soverchia; per aggiugnere prova a prova, ben prevedendo che alla tenacità delle antiche credenze non sarebbero troppe neppure le ripetizioni; né fui mal consigliato da ché veggo un uomo della dottrina e della erudizione del sig. Corcia tuttavia inclinare a credere a quella fola delle colonie greche. Ciò premesso piglierò ora ad esaminare ad una ad una tutte le suesposte osservazioni che distolsero finora il sig. Corcia dal discredere alle false provenienze di cui si parla nel primo capitolo delle Origini Italiche.

Il Corcia ha, come noi vedemmo superiormente, da un luogo di Timeo o Re eneo conservatoci da Plinio, derivato che in Italia la prima moneta di bronzo fosse battuta in Roma da Servio Tullio. Senta far torto alla perspicacia del mio critico io inclinerei a ritenere che se quella osservazione fu da lui fatta direttamente sul testo Pliniano, non avesse usata inforno al medesimo quell’accurata ponderazione che era necessaria nel proposito di una obbiezione, che è forse la sola importante ch'egli elevasse fin qui contro il mio sistema isterico. Per maggiore chiarezza della dimostrazione riporteremo l’intero passo di Plinio. Scrive egli adunque nel Lib. XXIII, Cap. III. Servius rexprimus signavit æs. Antea rudi usos Romæ Remeus (o come vuolsi dal Corcia Timeus) tradit. Signatum est nota pecudum unde et pecunia appellata.

Da questo luogo di Plinio non può derivarsi menomamente ne che in Italia le prime monete di bronzo fossero battute in Roma sotto Servio Tullio, né che gli stessi Romani (una società affatto nuova e rozza poco innanzi composta di bifolchi, di servi e di malfattori) mancassero di alcune rozze specie di monete.

Qui si dice solamente che Servio Tullio tra i re Romani fu quello che segnò o, come noi meglio diremmo, disegnò sulle monete di bronzo una pecora, emblema queste che molto bene si conveniva alle prime origini di quella associazione avveniticcia che dalla rozzezza de suoi primi principi pastorali era serbata alla denominazione dell’universo.

Egli non è mestieri ricorrere a Festo per essere certi che qui signare significa disegnare, scolpire incidere una immagine, a tutti essendo noto che le sculture e perfino le statue, in latino erano appellate signa; appellazione che passò anche nella nostra lingua; onde Dante disse Niobe segnata in sulla strada invece di sculta.

Io stimo troppo il sig. Corcia per credere ch’egli tenga la monetazione avere avuto principio colla scultura d’immagini o figure sopra pezzi di metallo.

Ne’ primi tempi, come a rispetto della Grecia, io ho largamente dimostrato colla irrefragabile testimonianza d’Omero, il commercio seguiva per via della permutazione delle cose; successivamente s’incominciò a raffigurare nei metalli un rappresentante di tutte le cose permutabili, e per ogni cosa a fissare il corrispettivo di un dato peso di metallo.

Più innanzi cresciuti i bisogni e le comunicazioni, per maggiore prontezza si incominciò a fondere o ritagliare pezzi di metallo di un dato peso, a' quali si cambiavano le cose; ed all'ultimo intervenne la pubblica autorità ad imprimere sopra tali pezzi un numero indicante il peso loro onde così togliere ogni adito alla frode e liberare i permutanti dall’impaccio delle bilancie. Questa fu l’origine prima della moneta, alla quale si venne successivamente imprimendo non solo il numero del peso ma anche il nome sotto al quale era conosciuta nel commercio, e poscia. anche quello della città che ne assicurava per tal mezzo il valore.

L’impressione delle immagini corrispondenti al nome portato dalla moneta venne molto più tardi, e più tardi ancora l’impressione delle figure dei re o dei magistrati. — Questa è la genesi naturale e logica della monetazione, alla quale se bisognasse potrebbe aggiungersi la positiva testimonianza degli scrittori antichi derivata dalle tradizioni storiche dei popoli. «E da quest’arte di barattare luna con l’altro (scrive Aristotele nel Lib. I della Polit.) che nacque quest’altra che baratta i danari ragionevolmente; conciosia che l’uso del danajo fusse ritrovato per esser gli ajuti, di che s’ha bisogno, molte volte lontani per venir d’altronde, e per mandarsi fuori il superfluo. Perché e’ non è a dir il vero agevole a trasportarsi qualunque cosa che è necessaria alla vita. Perciò fu fermo un patto infra gli uomini di dare e di ricevere una tal cosa; la quale essendo utile fusse atta ad essere agevolmente transportata per i bisogni del vivere. Nel qual genere fu il ferro, l’argento e altro metallo simigliante, da prima segnato grossamente con peso e misura, ed in ultimo con l’impressione del carattere per liberar gli uomini dalla briga del pesarlo». Fin qui Aristotele, il quale non parla peranche dell’impressione dei nomi delle città o dei magistrati, e molto meno delle immagini di cose, d’animali e d’uomini che non vennero se non gran tempo dopo l’introduzione e l’uso della vera moneta. — Chi vorrà attentamente esaminare la serie delle monete etrusche che ci rimangono, e che a detta dei compilatori della Storia Universale Inglese sono le più antiche che si conoscano nel mondo, troverà vera in tutto la genesi che fu da noi posta alla monetazione.

Il sig. Corcia accenna in modo dubitativo la tradizione che attribuisce a Giano le prime origini della moneta, tradizione che è radicata in tutte le antiche scritture e che è confermata dai monumenti dell’arte, vedendosi che le monete più antiche portanti impresse figure umane, hanno (come accenna anche lo stesso Plinio) da un lato Giano, da tutte le tradizioni indicato siccome il primo inventore, e dall'altro un rostro navale indicante non già la nave con cui Saturno venne in Italia (come gratuitamente asserì il Romagnosi) ma bensì la supremazìa marittima degl’Italiani, che al dir. di Livio imposero il nome ad ambi i mari che lambiscono le nostre coste, che secondo Omero veleggiavano pel Mediterraneo ai tempi di Bacço, Jacco o Jano, e che secondo Diodoro Siculo infestavano l’isole Eolie ne’ più lontani tempi di cui si abbia memoria.

Dimostrata col medesimo passo di Plinio citato dal Corcia erronea l’opinione che le prime monete battute in Italia appartengano ai tempi di Servio Tullio; molto più agevole è il far conoscere come sia infondata la conclusione che dall’osservazione fatta credette il signor Corcia di derivare, cioè che non conoscendosi moneta (secondo il libro delle Origini Italiche) in Grecia ai tempi trojani ed essendo le origini dell'incivilimento greco dovute agl'Italiani, il loro passaggio in Grecia dovesse essere di molto posteriore alla guerra trojana. Il signor Corcia ha fatto questo sillogismo. Gl'Italiani recarono l’arte di battere moneta in Grecia; i Greci fino ai tempi d’Omero non avevano moneta; dunque il passaggio dell'Italiano incivilimento in Grecia dovette essere di molto posteriore alla guerra di Troja. Qui da due premesse giuste si è dedotta una conseguenza ingiusta.

lo ho dimostrato colle testimonianze dei più autorevoli scrittori Greci che quando Iliaco navigò in Grecia questo paese era barbaro e selvaggio. Or di qual uso esser poteva ad Inaco e a suoi seguaci la moneta con questi barbari! Certo di quell’uso medesimo che è di presente agli Europei nelle isole selvagge dell'Oceanica.

Prima che i Pelasghi condotti da Inaco potessero pensare a propagare la scienza e l’arte della moneta in Grecia, era mestieri rendere non solo vantaggiosa ma necessaria la scienza e l’arte medesima; era mestieri ammansare ed addomesticare que’ rozzi popoli; trarli dai nativi antri e congregarli in villaggi ed in città; creare fra di essi abbondanza di cose permutabili, ed insegnar loro i vantaggi della permutazione; istituire leggi e governo; diffondere l’uso delle lettere, in una parola trarli a stato civile. E tanto era necessario il preventivo concorso di tutte queste circostante che sé crediamo ad Omero, abbenché ai tempi trojani essi avessero Città e navi ed arti e lettere, l'uso della moneta non era peranche diffuso fra il popolo che si procacciava il vino negli accampamenti permutandolo con altre cose.

Io m'avveggo d'avere spese troppe parole in argomento che nol comporta; se io consulto le antichissime tradizioni degl'Italiani trovo che la moneta era in uso in Italia prima della loro dispersione sulle spiagge del Mediterraneo. Se io consulto le tradizioni greche trovo che prima del passaggio d'Inaco la Grecia era in uno stato ferino e selvaggio; che ogni sua arte le venne da un popolo forestiero giunto per mare, e che, secondo quello ch'io ho largamente dimostrato, non poteva essere che l'Italiano; che in fine neppure ai tempi trojani era in Grecia diffuso l'uso della moneta. Fino a che adunque non si dimostrerà che le colonie Greche che si pretendono condotte in Italia prima di questi tempi introdussero fra noi un'arte ed una scienza di cui non era alcun uso nella madre patria, io continuerò a buon dritto con Tucidide, con Erodoto, con Platone e con tutti gli altri autori greci da me a lor luogo citati a dire ch'essi non furono già incivilizzatori ma inciviliti. Io ho detto dagl'Italiani; il signor Corcia dice dagli Orientali.

Io ho addotte le prove del mio assunto e queste non furono finora da alcuna valida ragione combattute; egli non ha addotto prova niuna ma solamente esposta una sua vaga opinione che forse sarà sviluppata nei fascicoli venturi e che allora esamineremo con diligenza e con imparzialità.

Seguitando ora l'analisi delle osservazioni fatte, debbo protestare candidamente ch'io per quanto mi ricordi non credo di avere mai detto che l'impossibilità delle colonie greche debba argomentarsi dall'avarizia e dalla ferocia di questo popolo nei tempi trojani. —Nel dare un'immagine dei regni di Grecia io-ho fedelmente ed anzi scrupolosamente seguite le parole di Omero, che deve riguardarsi pel primo loro istorico; né ho potuto tacere la immanità de' loro costumi. Io non ho già detto che la colonizzazione dell'Italia per opera dei Greci fosse smentita dalle feroci ed avare abitudini de' lori eroi, ma bensì che ad un popolo appena uscito dalla barbarie, ad un popolo piuttosto pastore che agricola o trafficante, la cui navigazione era tuttora nell'infanzia,non potea troppo leggermente, attribuirsi la fondazione di colonie oltramarine; del resto io non ho mai creduto che popolo civile dovesse chiamarsi quello presso al quale non si avesse memoria di azioni disumane e crudeli. Senza pescare nei testi degli antichi scrittori noi sappia in troppo bene che la superstizione, l’ira, la ferocia, hanno fatta lor prova in tutti i tempi e presso tutti i popoli; né questa stessa nostra età è tanto strana alle terribili conseguenze delle passioni umane, ch'essa non ricordi di avere veduto sotto gli stessi suoi, occhi la virtù inerme ed innocente spietatamente straziata dalla mannaja del carnefice o macerata nell'infetto alito delle carceri. Non perciò sarebbero da dirsi selvagge questa e le passate eta; perchè,civiltà,è la dove sono lettere, scienze, arti, commercio, navigazione; assoluta mancanza d'ogni azione crudele, là dove forse non sono uomini; inoltre noi non siamo per soscrivere in tutto a quel che dice il sig. Corcia delle leggi delle dodici tavole che autorizzavano la lacerazione del debitore, né de' sacrifizj alla dea Manía, né della sorella di Cajo Mario, né de' sacrifizj umani, né delle altre immanità degl'Italiani ch'egli adduce a scusa delle immanità greche.

Ho già detto che qui non trattasi di raffrontare lo stato della società greca al tempo della guerra di Troja collo stato della civiltà italiana al ritorno de' Pelasghi. Certo dall'epoca della grande migrazione italiana al ritorno de' Pelasghi erano avvenuti in questo sovverso e sommerso paese catastrofi si spaventose da giustificare una generale decadenza dell'italiana civiltà. Altronde neppure i Pelasghi reduci in patria dopo una inquieta peregrinazione in paesi barbari poteano credersi tornati affatto mondi d'ogni costume e d' ogni rito selvaggio e feroce; certo la loro mischianza cogli altri popoli stanziati sul Mediterraneo aveva indotto anche fra essi pratiche disumane, tra le quali quella del sacrificio de' loro simili per quanto è da credersi incominciata in Italia dopo il loro ritorno. Infatti, se dall'un lato questa pratica dei sacrifici umani era generale presso tutti i popoli stanziati sul Mediterraneo, non escluso l'etrusco, come in alcune sue osservazioni accenno anche il conte Gio. Scopoli, ch'io non voglio nominare in questo luogo senza rendergli le debite grazie della bontà colla quale si compiacque di giudicare il mio lavoro, dall'altro le idee religiose e soprattutto la nozione delle divinità professate dagli Italiani prima della migrazione e trasfuse nei libri tagetici, non ci autorizzano a credere che dogmi tanto puri, tanto sapienti, tanto conformi alla ragione umana, fossero tra noi contaminati da que' disumani sacrifici. —

Non è poi da trapassarsi che se le leggi delle dodici tavole erano inesorabili contro coloro che aggravandosi di debiti oltre le proprie facoltà cercavano d'ingannare la fede di chi li sovveniva, non potrebbero ragionevolmente addursi a prova di ferità di costume, più che le nostre che dannano a morte colui che assale in sulla via o nella propria casa un cittadino senza fargli altro danno che di rapirgli talora a forza una qualunque piccola moneta; — e che altronde non mancarono autorevoli giureconsulti che nella divisione del corpo del debitore non ravvisarono se non la divisione di quell'utile che come servo poteva loro prestare. — Del sacrificio nel quale G Mario immolò Calpurnia la propria figliuola agli Dei Averrunci come scrive Corcia citando Plutarco, io non ricordo di aver veduto nella vita di C. Mario indizio veruno; ed in quanto ai fanciulli immolati fra noi alla Dea Mania, deve per amore del vero osservarsi che Macrobio citato dal Corcia riportandosi ad una vecchia credenza, non dice che le ferie compitali si santificassero col sacrificio dei fanciulli piuttosto in Italia che altrove; e che del resto Giunio Bruto espulsi i Tarquinj interpretò l'oracolo di Apollo, portante che pei capi, si dessero i capi, per una richiesta di capi d'aglio e di papavero.

Su quanto il Corcia scrive in proposito delle colonie greche, cioè che non erano deliberate dalle pubbliche radunanze dei popoli, ma dalle altre cause più sopra riferite, è da osservarsi che ciò può ben esser vero in proposito delle loro colonie mediterranee delle quali io ho parlate a lungo nei Cap. X della mia Opera, ma che quanto egli dice non ha alcuna applicazione alle colonie oltremarine delle quali io tenni discorso nei Cap. I e II.

Non è qui luogo di disputare né del come le colonie greche o mediterranee o oltremarine si fondassero, né delle cause che le determinavano; perché le nostre ricerche debbono essere volte a chiarire se in quella infanzia della sua navigazione potesse pensare a colonie oltremarine un popolo che non conoscea punto i mari, che non sapeva reggere una nave in mare, che circa cinquant'anni innanzi non aveva se non battelli pescherecci; un popolo che non aveva uso di moneta e che non conosceva perciò se non il commercio di permuta; un popolo di natura in tutto pastorale ed agricola, abbenchè non affatto ignaro delle arti più necessarie alla vita e menzionate dal signor Corcia. Giovi però di avvertire in proposito delle arti stesse che là dove Omero parla di città, di re, di palagi, di possanza, di ricchezza, si deve prender norma nella interpretazione non dalle amplificazioni della poesia, ma dalla realtà dei fatti; che non si deve aver tanto l’occhio agli epiteti, quanto alle narrazioni; che in fine, non deve io grazia della poesia trascurarsi fa storia.

Allorché udiamo Omero parlare di re, di regine, di troni, il nostro pensiero non deve correre ad altri tempi che a quelli di cui egli parla; se celebra il palagio d'Ulisse siccome ricco di alte colonne e meraviglioso di splendenti soffitte, noi non dobbiamo soffermarci a questa corteccia poetica, ma cercando e frugando i fatti narrati porre ogni studio nel rintracciare la realtà che si nasconde sotto sì ricco manto. Così procedendo noi troveremo il valore di quelle pompose frasi poetiche, e vedremo che realmente i re e le regine appartenevano alla casta pastorale ed agricola, e che questo famoso palazzo tanto magnificato era di legno; che le alte colonne erano le travi che sosteneano il portico, sotto al quale poneansi a dormire gli ospiti; che l’abitavano una regina che tesseva la tela, ed un re che zappava e coltivava da se stesso il suo podere. Quei che si dice del palazzo d’Ulisse dicasi di tutti gli altri, e così pure delle città, non essendovi parola in Omero che possa smentire quello ch'io scrissi nel cap. I delle Origini Italiche, Se nel leggere Omero noi non siamo guidati da questo lume di critica, trascorreremo agevolmente quei secoli rozzi e duri ch'egli descrive con quelli in cui fiorì in Grecia ogni maniera di civiltà.—

A riguardo della marina dei Greci è da notarsi che certamente essi conoscevano l’arte di costruire delle navi. Se i Pelasghi giunti per mare con Inaco a’ lidi Greci doveano comunicare a' nativi arte veruna, certo era quella del navigare, nella quale prevalevano a tutti i popoli antichi. —Non si deve però argomentare che questo popolo sapiente errante e disperso su mille approdi della costa asiatica, africana e greca facesse sorgere come per incanto in taluno di questi luoghi una marina che potesse correre il Mediterraneo. Egli conviene por mente che gli ospiti Pelasghi approdavano ad orde di genti selvagge senza leggi, senza società civile, senza scienza di astronomia, senz’arti, senza commercio; che non può concepirsi un’idea di marineria, senza il simultaneo concorso di tutte queste istituzioni; che l’arte della costruzione dei vascelli potea ben essere tenuta viva dalle bisogne del cabottaggio, ma che non s’innalzò in Grecia a qualche importanza marittima se non nel secolo precedente la spedizione trojana. — Il sig. Corcia dice che la spedizione degli Argonauti non fu un'impresa di pirati, ma anzi diretta a sopprimere la pirateria, e che non si effettuò con una sola nave ma con una flotta. Io non voglio poi disputare né dello scopo, né degli effetti di questo primo tentativo marittimo dei Greci; ma voglio ricordare un’altra volta che per confessione delle più antiche scritture greche, la nave Argo fu la prima nave che si azzardasse a correre il mare; che l’esistenza della pirateria ne’ mari di Grecia a questi tempi è una vera favola, a meno che non si parli delle piraterie di cabotaggio, cioè delle ruberie da porto a porto. Io non voglio che mi giovino a questa dimostrazione se non le autorità medesime degli scrittori allegati dal Corcia. Plutarco nel compilare la vita di Teseo ebbe alle mani tutte le più antiche cronache de Greci, fra le quali quella di Clidemo citato dal Corcia, e quella di Filocoro di cui egli riferisce a tratto a tratto i fatti che gli parvero più accertati. — Ora che risultava egli da queste scritture ornai perdute nel proposito della marineria de' Greci? null'altro che questo; che il mare di Grecia era senza pericolo al navigare appunto perché in su que’ primi principi della navigazione o pochissime o niuna nave vi aveva che lo corresse, e che invece le vie di terra erano per ogni dove infestate da ladroni e da malfattori che dispogliavano gl’incauti a cui cadesse in pensiero di uscir dal proprio villaggio. Laonde Etra madre di Teseo e Pilteo suo institutore consigliavano l’eroe a cui bisognava di fare il tragitto dal paese de’ Trezzenii a quello in cui sorse poscia Atene, a pigliar la via di mare che era sicura, piuttosto che quella di terra che era per mille guise infestata. Il sig. Corcia tanto bene istrutto delle cose degli antichi greci non contrasterà certamente che Atene non fosse tra le città dell’Ellade una di quelle che prima delle altre giunse a stato potente e civile; ebbene, se noi non vogliam discredere alle antiche cronache nazionali con tanto lume di critica esaminate da Plutarco, noi troviamo che questa Atene non esisteva nel secolo che precedette la guerra di Troja, essendo a Teseo dovuta impresa grande e meravigliosa di ridurre ad albergar insieme gli abitatori dell'Attica che si stavano in addietro qua e là dispersi; e che se Teseo volle venir a capo di fondare quest'Atene che dovea nei tempi avvenire esser capo di tutta la Grecia, gli convenne andare di popolo in popolo, cioè da borgata a borgata, e da famiglia in famiglia onde persuadere que’ rossi pastori ed agricoltori Greci a riunirsi. — Niuna di queste popolazioni poi, siccome scrive testualmente Filocoro, e potrebbesi argomentare anche col solo lume naturale, si era prima dei tempi di Teseo applicata al mare.

Colla guida di queste testimonianze tratte dalle antiche cronache della più civile e colta popolazione della Grecia si dee fare stima di quanto ne disse il sig. Corcia, cioè che Minosse II reprimesse le piraterie degli Ateniesi e che i Greci adottassero un codice marittimo che ebbe la sanzione generale e di cui il più antico storico dell'Attica, Clidemo, ci conservò la principale disposizione. Io non so d'onde sieno cavate queste notizie; ma so ben dire che in Clidemo, citato dal sig. Corcia, nulla si trova che possa non solo giustificare, ma neppure render probabile resistenza né del codice marittimo da lui vagheggiato, né dello stato fiorente d’una navigazione secondo ch'egli crede commerciale.

Plutarco parlando delle cose di Teseo e di Creta, scrive: Clidemo in modo particolare e assai diffusamente favellò intorno a queste cose toltone il principio molto di lontano; dicendo che era pubblico decreto de' Greci che alcuna trireme non navigasse ad alcun luogo, la quale portasse più di cinque uomini; e che il solo Giasone comandante della nave Argo, andava navigando intorno con questa per tener lontani i latrocinii del mare. Ma fuggito poi Dedalo sopra una nave in Atene, Minos datosi contro i Patti ad inseguirlo con navi lunghe, gittate fu dalla tempesta in Sicilia e vi morì. Questo è quanto ci fu conservato da Clidemo sulla marineria dei Greci; e qui non v’ha alcun indizio di codice marittimo né che la disposizione sopra riferita ne fosse la principale. Era un patto inteso tra i Greci che niuna nave potesse porsi in mare che avesse più di tre rematori, un piloto, ed un passeggiero; e questo patto indica più chiaramente che niun altro documento, che la navigazione in Grecia era ristretta al cabotaggio, che le piraterie erano di cabotaggio; che i vascelli erano battelli; che la nave Argo era in realtà la prima che fosse stata costrutta in modo da poter correre il mare; e che infine da tale audace tentativo spaventate quelle popolazioni agricole e pastorecce si erano indotte a stringere un patto che niun’altra nave simigliante potesse correre le loro coste.

Esposte queste cose, torna inutile il dimostrare che nel numero e nella capacità delle navi greche derivati da Omero deve intravedersi una poetica amplificazione; giacché la costruzione della flotta omerica avrebbe avuto luogo circa un mezzo secolo dopo i tempi di cui parlammo.

Il sig. Corcia medesimo confessa che il numero delle navi da Omero attribuito ai Greci nei tempi trojani era di due terzi superiori a quello che i Greci stessi possedettero nelle epoche successive. Ora è egli credibile che in tempi di grandezza, di potenza, di civiltà e di commercio florido, le popolazioni greche avessero appena una terza parte del naviglio da esse posseduto nell'infanzia della loro navigazione? Io credo che il lettore per convincersi di quanto abbiam detto non abbisogni di altre parole.

Il sig. Corcia tocca per ultimo su questo capitolo l'argomento della ignoranza de’ Greci derivato da Giuseppe Flavio; concludendone che non pub con questo provarsi che gl'Italiani fossero da più di loro. Io ho già superiormente resa ragione della ingiustizia e della inconseguenza di questo paralello contemporaneo ch'ei vorrebbe fare, ma che in realtà non ha poi fatto; e però passerò innanzi accennando solo che le dottrine astronomiche di Talete incognite al popolo greco anche tanti secoli dopo ed indicanti la sapienza dì un individuo in mezzo all’ignoranza della nazione, non appartenevano al popolo greco ma sibbene ad un altro popolo sapiente da cui Talete indarno pe’ suoi le apprese. Qual fosse poi questo popolo sarà discussione che forse col sig. Corcia faremo ad altro momento giacché per ora egli non è entrato in questa disamina.

(Sarà continuato).

Angelo Mazzoldi.


Torna ad inizio pagina


ANNALI UNIVERSALI

DI STATISTICA ECONOMIA PUBBLICA, STORIA, VIAGGI E COMMERCIO

VOLUME SETTANTESIMO

Ottobre, Novembre e Dicembre 1841

MILANO

PRESSO LA SOCIETÀ DEGLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI

DELLE SCIENZE E DELL' INDUSTRIA

Nella Galleria Decristoforis

SOPRA LO SCALONE A SINISTRA

1842


RISPOSTA AD UN ARTICOLO [II]

DEL SIGNOR NICOLA CORCIA inserito nel Progresso di Napoli, con Osservazioni 
sopra alcuni dubbj proposti finora da varj altri scrittori sull’opera delle Origini Italiche. (9).

(Continuazione della pag. 320 del precedente volume)


Sul capitolo II delle Origini Italiche tendente a dimostrare l’inverosimiglianza o a dir meglio la falsità di quello che si asseriva sui pretesi trapiantamenti de'Greci in Italia circa i tempi della guerra di Troja, il sig. Corcia ha osservato essere manifesto che Dionigi d’Alicarnasso e con lui il Mazzoldi non ebbero ragione di credere i Siculi ed i Tirreni originarj d’Italia, essendo manifesto ed anzi certo dà altre tradizioni e dall’antica geografia che i Siculi furono un popolo antichissimo dell'Epiro donde vennero in Italia le più remote emigrazioni; che Plinio ricorda (tra gli Epiroti) i Siculoti congiuntamente ai Vardei, ne' quali dobbiam forse vedere i fondatori di Ardea; che il Freret riunendo queste indicazioni colla circostanza dell'antica colonia de' Liburni stabilita in Truento, affermò che i Liburni occuparono in tempi antichissimi le spiagge dell'Adriatico opposte all'Epiro ed alla Dalmazia; che tutte queste congetture sono confermate da una fuggevole memoria serbataci dallo stesso Dionigi, là dove citando Ellenico di Lesbo ne dice che non i Siculi ma gli Elimei fossero espulsi d’Italia dai Pelasghi; che secondo l’antica geografia Elimeja era regione e città dell’Epiro e gli Elimioti un popolo epirotico.

S'aggiunge che Euripide, Polibio, Strabone danno il nome di Siculo al mar Jonio, lambente Cefalonia, il seno di Corinto, l'Epiro, e che questa denominazione di Siculo venuta secondo i precitati scrittori al Mar Jonio è derivata dagli antichissimi abitatori della Costa Epirotica; che i Caoni popoli dell’Epiro furono detti Siculi da un antico comentatore d’Omero; che in fine il Niebuhr osservò che Varrone con un solenne errore chiamò i Siculi aborigeni e che Dionigi seguendo Varrone si perde in un labirinto congiungendo i racconti delle cronache romane con quelli di Ellenico e di Mirsilio di Lesbo, in guisa che dové vedere nei Siculi, nei Pelasghi e negli Aborigini tre popoli nemici, nel mentre ch'essi non erano che un popolo portante diversi nomi.

Queste cose osservò il Corcia in quanto ai Siculi. — In quanto ai Tirreni tenuti per Autotoni nelle Origini Italiche, si riservò di esporre le proprie opinioni in altro luogo. Ognun può conoscere da questa fedele esposizione delle osservazioni del signor Corcia ch’egli ha recata in mezzo una gran dovizia d’erudizione laddove non si richiedeva invece se non un fondamento di buona critica.

Senza pretendere a menomare d’un punto il rispetto da me innanzi a tutti professato al sig. Corcia, egli è mestieri che per amor delle buone lettere io gli dichiari che s’ei pretende di veder chiaro nelle prime origini dei popoli, non deve accontentarsi di pescare qua e là nei lessici e negli autori antichi delle citazioni vaghe ed indeterminate. — Se noi possiamo avere speranza di portar qualche lume nelle storie antiche, tale speranza non può venirci dalle citazioni, ma soltanto dall’esame critico e logico delle citazioni medesime.

Se a giustificare una opinione basta il citare alcuni luoghi d’autori antichi, giri a sua voglia il sig. Corcia il Mediterraneo e ponga dov’egli voglia le prime origini degl’Italiani, ch’io m’impegno di arrecargli tosto nomi di luoghi, etimologie ed opinioni d’autori che valgano ad appoggiare il suo intendimento, massime ove tali origini vogliano porsi in Grecia, giacche, come vedemmo, tutti i libri greci e Ialini sono pieni della fola delle Provenienze greche.

Se il saggio riceverà ed accoglierà ciecamente queste arbitrarie indicazioni degli antichi, egli andrà perduto in un mare d’incertezse, perché tutte le opinioni anche le più strane avranno la loro autorità. L’opera del saggio dev’essere dunque riposta più che nel riportarle, nel confrontarle, nel considerare i fondamenti loro, nel ridurle insomma allo staccio della buona critica.

Se seguendo questi principii il sig. Corcia prima di avventurare l'opinione che i Siciliani fossero una colonia di Epiroti ossia Dalmati avesse fatte alcune considerazioni sul paese da cui si pretendevano partiti, a quello su cui si pretendevano giunti; un’epoca in cui gli scrittori indicano come già esistente in Italia questa pretesa colonia epirotica; sullo stato comparativo della marineria nei due paesi all’epoca del preteso passaggio; sullo stato comparativo di civiltà; sul modo con cui Plinio ed Ellanico di Lesbo si espressero nel luogo citato, e su ciò ch’essi intesero di significare, egli non si sarebbe al certo azzardato a porre sì umili principi a quel popolo Siciliano che fu senza forse uno de' più potenti e civili della storia antica ed al quale egli stesso appartiene. Plinio nel fare menzione delle popolazioni ossia borgate della Liburnia, oggidì Croazia, posta sull'Adriatico tra l’Istria e la Dalmazia, e tuttora piuttosto barbara che civile, accenna in messo a moltissime altre quelle dei Siculoti e dei Vardei con queste parole: Siculote XIIII (decuriis) populatoresque quondam Italiæ Vardei non amplius quam XX decuriis. — Né altro aggiunge nel proposito di queste borgate o forse casali liburnesi.

Su queste due parole di Plinio, su due, nomi di casali esistenti al tempo di Plinio fra i moderni paesi di Fiume e Zara si fabbrica tutto l’edificio delle origini siciliane, di quella Sicilia che fa tuttora stupire l’impiccolito mondo per la grandezza, la maestà, l’antichità, e l’eleganza e moltitudine delle sue rovine; di quella Sicilia a cui si devono, come noi intendiamo d'aver dimostrato, le costruzioni pelasgiche non solo della Grecia ma dell’Egitto; che, al dire di Aristotile, ebbe col resto d’Italia istituzioni di governo civile che precedettero tutte quelle della Grecia e di Creta e che furono o anteriori o contemporanee a quelle d’Egitto; tutta questa grandezza nacque da un casale croato o dalmatino. A dir vero niun antico lo disse, ma ai tempi di Plinio, in quella costa v’erano due casali di genti denominate Siculote e Vardee, e questo basta per indicare che di là vennero i Siciliani e gli Ardeati.

Oh (si dirà) gli Ardeati (supposta l’identità di questi coi Vardei) sono detti da Plinio popolatori un tempo d’Italia! E che? io il veggo; e veggo anche Inconseguenza che se ne deriva e che non è manco che quest’essa: cioè che se gli Ardeati furono i popolatori d’Italia è necessario ritenere già di conseguenza che il casale della Dalmazia croato recasse il lume della sua civiltà alla bar baria ardea del Lazio.

Io non so se, come noi già vedemmo, il signor Corcia rim proverandomi di non aver fatto menzione delle antichissime colonie che popolarono e incivilirono la Sibilla» intendesse di parlare di questi barbari adriatici: a dir vero, se nella rapida rassegna ch'io feci delle memorie degli antichi popoli civili ho dimenticati questi montanari del golfo del Quarnero, io non ho fatto un gran peccato; giacché le mie ricerche dall’un lato erano' dirette a cercare le origini dell’incivilimento e non già quelle della popolazione; e niuno né antico né moderno, ch’io mi sappia, sospettò mai l’esistenza di un popolo, non dico maestro agli altri di civiltà, ma neppure civile in queste contrade. Siccome però il sig. Corcia sussidia il suo discorso con altre autorità, egli è prezzo del! opera il farne un poco d'esame.

Questi Siculoti e Vardei, egli dice, appartenevano per l’antica geografia alì Epiro (si noti che erano invece nella Liburnia pòsta a settentrione della Dalmazia quando che l’Epiro era indicato molto inferiormente, cioè tra l’Acarnania e l’Albania; sicché tra la Liburnia e l’Epiro si frapponevano due altri vasti Stati, cioè la Dalmazia e l’Albania); in Cruento era forse stabilita un'antica colonia di Liburni presso ì Siculi. Ellanico di Lesbo lasciò scritto che gli Elimioti furono discacciati dai Pelasghi; gli Elimioti erano un popolo dell’Epiro; dal concorso di tutte' queste circostanze non par dubbio che i Siculi furono un popolo antichissimo dell’Epiro. Un esame anche superficiale dimostrerà la niuna importanza di tutte queste osservazioni. Taccio di quella colonia di Liburni stabilita forse in Truento, perché se noi volessimo pigliar in esame non solo le indicazioni assolute, ma anche. le dubitative, non la finiremmo mai. Di una masnada di Liburni venuti in Italia per terra dalia costa superiore del golfo di Venezia, e piantatasi colle sue mandre dapprima tra l’Alpi e l’Adige, e poscia tra il Monte Gargano e la punta della Iapigi nel sesto secolo prima dell’era volgare, troviamo memoria nelle storie municipali. Ma ognun vede il fare fondamento su queste famiglie di pecora} passate nel nostro paese in tal tempo per dimostrare le origini della civiltà della Sicilia, sarebbe perfino ridicolo; che gli Elimioti menzionati da Ellanico di Lesbo fossero un popolo dell’Epiro, lascierò dimostrarlo al sig. Corcia che non l’ha se non accennato senza alcuna prova; in quanto che io trovo la città di Elyma in Sicilia secondo Tucidide e Dionigi d’Alicarnasso fabbricala non dagli Epiroti ma da Enea; che Elimeo denominavesi un popolo asiatico posto tra la Battriana e l’Ireania secondo Giulio Polluce; che gli Elimioti erano un popolo della Macedonia verso le sorgenti del fiume Aliacmone; che Elimnio era città dell’Eubea secondo Esichio. Quando poi Ellanico di Lesbo scriveva degli Elimioti scacciati dagli Oenotri, parlava di un popolo italiano e non già epirotico, Perciocché (dice Dionigi) Ellanico stabilisce due passaggi dall’Italia nella Japigia; il primo degli Elimei cacciati dagli Oenotri, e l’altro dopo cinque anni degli Ausonj che fuggivano i Japigii. Aggiunge poi Dionigi che Filieto di Siracusa ismentì il racconto di Ellanico dimostrando che non Elimei ma Liguri furono gli uomini che discesero dall'Italia. E Filisto di Siracusa era storico nazionale e dovea conoscere meglio di Ellanico le cose nostre.

Un altro ragionamento resta a fare sul tempo in cui esistevano questi Elimei in Italia. — Ellanico scrive che essi scacciarono i Siculi tre generazioni prima delle cose trojane. Ora tenendo col Corcia che questi Elimei fossero veramente Epiroti, a qual pro allegarli nelle discussioni delle origini della civiltà, quando noi sappiamo da Omero che gli Epiroti erano anche ai suoi tempi una gente barbara che non conoscerà né il mare né il sale?

«Gente del mar del salar cibo ignara»

quando noi sappiamo che l’Epiro era un paese di mandriani e di pastori, un paese in cui si mandavano a certe stagioni' deh fanno anche gli armenti de' regni pastorecci circonvicini; e che il solo re d’Itaca Ulisse aveva in Epiro dodici armenti e dodici gregge di pecore e di majali? — Io non so novero come in un nomo della dottrina e perspicacia del sig. Corcia potesse mai venir in pensiero che questa gente epirotica fosse quella a cui si dovesse la propagazione dell’incivilimento in Sicilie. Non so poi neanche a che possa giovare l’allegar il nome di siculo dato al mare lambente l'Epiro ed il golfo di Corinto. Forse che i casali descritti da Plinio nella Croazia ai tempi romani debbono solo per questo chiamarsi all’onore di aver imposto il loro nome ad una gran parte del Mar Ionio e del Tirreno? Dunque questa gente ignara del mare era quella dalla quale tutte le altre na troni del mondo dovevano ricevere la denominazione del mare? Egli è mestieri tirare innanzi per non uscire dai confini imposti alla dignità di una ricerca isterica.

Nulla osservò il sig. Corcia sul passaggio degli Oenotri; ed io inclino perciò a ritenere ch’egli stesso si accordasse con me nel crederlo falso; su quanto io dissi circa l’ignoranza marittima degli Arcadi e sulla assoluta impossibilità della loro navigazione in Italia asserita da Dionigi d’Alicarnasso e da tutti gli antichi scrittori, il Corcia allegando l’autorità del Freret inclinerebbe a ritenere che il passaggio Arcadico s’operasse non già per mare ma per terra. — Qui ognun vede che si travolgono tutte le tradizioni antiche, e che al luogo di esse si ripone per ogni altro documento una congettura. Certo se colle congetture noi vogliam popolare ed incivilire l'antico mondo noi dureremo poca fatica. Siccome però l'Arcadia greca era paese affatto mediterraneo posta fra i monti nel bel centro del Peloponneso, e non si vedeva però ragione per la quale fra tutti i popoli Greci dovesse darsi il vanto della colonizzazione d’Italia a questo d’abitudini affatto pastorali, tanto rozzo e grosso in tutte le età, e rinserrato a così dire in mezzo a gli altri popoli greci; il sig. Corcia per scemare d’alquanto l’inverosimiglianza dell'asserito passaggio, argomentò che Dionigi d’Alicamasso pigliasse errore nel credere che gli Arcadi di cui si parla fossero quelli del Peloponneso e che negli Arcadi medesimi dovessero ravvisarsi gli abitatori della Tesprozia, dell'Acarnania e dell'Epiro, per certa ragione che nei figli di Licaone non fossero simboleggiate se non le varie contrade note nella geografia, sotto il nome di Emonia, Tesprozia, Macedonia, ec. Il sig. Corcia, come appare da varj luoghi della sua analisi, inclina a ritenere che i nomi delle antichissime tradizioni null’altro sieno che personificazioni di dottrine arcane, di ere, di miti, di sistemi ideologici.— Perciò parla con disistima del sistema di Evemero che credette di poter dimostrare coi monumenti da lui veduti che tali nomi fossero veramente realtà e non idee. —

Io invece inclinai a ritenere che le indicazioni di Evemero non dovessero riguardarsi con quel disprezzo di cui si vorrebbe coprirle, tenendo fermamente che il simboleggiare in un nome sistemi di dottrine arcane, fosse operazione che richiedesse troppo maggiore studio ed intelligenza, che si comportasse ai primi principi dell’associazione umana; nella quale opinione io sono vieppiù confermato dall'esempio di questi stessi amatori di miti e di personificazioni d’idee, di luoghi e di pratiche, i quali mentre nei nomi delle antichissime cronache pelasghe ed egizie nulla vogliono ravvisare che si riferisca a persone realmente esistite, non dubitano menomamente di teiere per veri nomi personali tutti quelli che sono loro offerti dalle tradizioni asiatiche contenute ne’ libri biblici.

Se non che non essendo questo luogo adatto a tale ricerca, che per l’importanza sua richiederebbe molto maggiore discussione di quella che ci siamo proposti, io osserverò solamente che nell’antichissima geografia della Grecia conservataci da Omero ih ogni sua più minuta particolarità, tutti i popoli del Peloponneso avevano una propria speciale denominazione territoriale dalla quale noi non possiamo dipartirci menomamente senza ovvertire tutte le tradizioni istoriche e porre le nostre immaginazioni innanzi alla realtà. Il sig. Corcia, vago di quel suo passaggio di Siculoti e di Elimei, di cui parlammo più innanzi, vorrebbe portarci questi Arcadi sul littorale, ed accostandoli all’Epiro, ed estendendo poi l’Epiro fino al golfo del Quarnero trarne argomento a sussidiar la sua ipotesi, delle origini siciliane.

Sul supposto passaggio di Enea in Italia il sig. Concia dichiara che non avendolo mai tenuto per vero, non deve sconvenire da me che con tante buone ragioni l’ho fatto discredere; solo egli non consente in tutto all'opinione da me poste innanzi per trarre a qualche concordia le tradizioni frigie e greche colle tradizioni latine, e ciò per la ragione ch’egli non crede veri né gli errori d’Ulisse, né l’esistenza di Circe. Io non ho mai detto che si dovesse ricevere per verità storica quanto Omero ci ha tramandato nell'Odissea. Ho anzi dimostrato largamente, che Omero servì in quell'opera alle credenze religiose e tradizionali de' popoli Greci, adoperando fatti. veri per incarnare e colorire il suo intendimento. Non so però darmi a credere che in tempi prossimi alla guerra trojana, in cui le tradizioni famigliari erano tuttora vive, egli volesse fingere al tutto financo il nome dell’eroe della descritta peregrinazione; né come i Greci potessero tanto interessarsi ai casi di un uomo immaginario. Io tengo invece che realmente Ulisse stato alla oppugnazione di Troja errasse lungamente pel Mediterraneo, come vi errarono per l’imperizia del navigare quasi tutti i principali capi della spedizione, che in realtà toccasse le spiagge d’Italia, e che Omero da questo fatto vero traesse argomento, a darci il periplo dei Mar Tirreno, e ad esporci tutto ciò che delle tradizioni pelasgiche era rimasto in Grecia in riguardo all'Italie. Del resto trovo soverchio lo spendere altre parole in questo argomento, dappoiché il Corcia medesimo dichiarò di convenire con me se non nella spiegazione almeno nella sostanza delle tradizioni greche e latine sul conto di individui stati all'oppugnazione di Troja e gittati sulle coste d’Italia, ed io appunto nella sostanza di tali tradizioni e non già nella spiegazione loro ho fondate le mie discussioni. —

Dalle cose discorse dal sig. Corcia sul Cap. I e II della mia opera, in cui si parla delle false origini greche, può argomentarsi agevolmente ch’egli non crede nial supposto passaggio degli Oenotri, né a quel degli Arcadi, né a quel di Evandro, né a quello dell’esercito d’Ercole, né a quello del popolo Frigio condotto da Enea; passaggi ne’ quali tutti gli autori antichi fondarono le supposte origini delle popolazioni e delle città italiane; e che pel contrario egli crede ad un passaggio di Croati da lui indicati sotto il nome di Elimei e di Epiroti, dal quale deriva le prime origini dei Siciliani e del quale niuno di quegli antichi che posero tanto studio nel derivare le origini italiche dalle greche fece parola. Sopra quali argomenti il signor Corcia fondasse questa sua strana opinione noi già il vedemmo. Ora seguiremo i suoi ragionamenti sulle altre origini assegnate ai popoli italiani. —

Sul Capitolo III, relativo alle supposte origini Lidie, il signor Corcia annotò che deve farsi una distinzione tra i Tirreni e gli altri popoli italici. Che se noi riguardiamo le origini di questi ultimi la provenienza Lidia è falsa; che se poi riguardiamo alle origini dei Tirreni, popolo particolare d’Italia, la provenienza Lidia è vera; che il Niebuhr risolse la controversia collo stabilire che i pirati della favola Bacchica non sono Etruschi, ma Meonii o Lidii. «Io per me dico che appunto perché anche secondo il Niebuhr è incerto se essi fossero Meonii, oppure Lidii non può tenersi provata la loro appartenenza a niuno di questi due popoli; e che siccome il sullodato scrittore li tiene d’indubbio, carattere pelasgico, la ricerca della patria dei pirati Bacchici si trova appunto compenetrata nella ricerca della patria de' Pelaghi sulla quale il sig. Corcia non ha peranche esposto il suo giudizio.» Vi ha infine un altro modo di vedere (scrive il Niebuhr) che riunisce ed accomoda tutto. Si fa partire i Pelasghi dalla Tessaglia per la Lidia, e di là per la Tirrenia; ne ripartono. ancora cioè per Atene e poi per Lenno.

Anche con questo modo che accomoda tutto, secondo il Niebuhr, viene ad escludersi la provenienza Lidia dei Tirreni giacché si ammette che anche i Lidii fossero una colonia pelagica; e per tal  modo siamo ridotti alla prima ricerca, cioè a rintracciare la patria primitiva dei Pelasghi. —

Il Corcia dice che il Jannetti ha veduto e dimostrato una identità di religione, di lingua e di costumi tra i Lidii ed i Tirreni; ed nanche questo ha la sua risoluzione, ammettendo col Niebuhr che tanto i Lidii quanto i Tirreni d’Italia fossero di provenienza pelasgica. Io non ho potuto consultare l’opera del Jannelli (Tentamen hermeneuticum in etruscas inscriptiones. Neap. 1840), perché la sua pubblicazione fu contemporanea a quella delle Origini Italiche. Ad ogni modo dalle concordanze da lui osservate non ne deriva alcuna opposizione al mio sistema, avendo anche il Jannelli confessato che i PelasglùTìrreni solo per qualche tempo tennero ed abitarono la Lidia; lo che concorda appunto con quello che fu da me esposto nel Cap. III, cioè che se la venuta dei Lidii in Italia fu vera noi non potremmo ravvisare in essa se non o l'uno dei ritorni pelasgici di cui parlammo, o una tramutazione di cattivi qui trapiantati come segno o frutto della conquista che secondo che noi dimostrammo gl"Italiani fecero della Lidia.

Anche il Muller, che scrisse dopo il Niebuhr e l’Heyne, concorderebbero nella stessa sentenza, tenendo essi che non già una colonia lidia ma sibbene una colonia pelasgica passasse in Italia. — Insomma mesta e rimesta per ogni lato questo tema delle sognate provenienze lidie, e noi siamo sempre ridotti al tema principale della ricerca della primitiva patria dei Pelasghi.

lo non so poi convenire menomamente colla distinzione proposta dal sig. Corcia nel proposito dell'argomento secondo me invincibile, tratto dal silenzio delle istorie Lidie di Xanto, scrittore del paese.

Bisogna distinguere, dice il Corcia, i Tirenni dai Lidii; — Xanto scriveva le istorie dei Lidii, e non quelle dei Tirenni; e se tacque del passaggio di questi ultimi in Italia egli segui sua via, perché realmente tale passaggio non si riferiva al popolo di cui egli scriveva l'istoria.

Questo è, parmi, il ragionamento disvorrebbe fare il signor Corcia sulla proposta distinzione. — Egli è mestieri esaminare se possa tenersi per giusto.

Da niuna testimonianza degli antichi appare, per quanto io sappia, che alcun popolo colla denominazione territoriale di Tirreno esistesse mai sulle coste dell’Asia minore. Lo stesso Erodoto che colla favola del re Ati aperse l’adito a tante contrarie opinioni, non parlò mai di un popolo Tirreni né commisto, né disgiunto dai Lidii, ma solo di un figliuolo dette della contrada denominato (secondo che crede egli solo) Tirreno, del quale non parlò né Xanto Lidio, scrittore delle patrie memorie, né niun di quegli altri cronisti nazionali che furono guida ad Euschio nel compilare la cronologia Lidia. — Quando alcun antico parlò del popolo Tirreno intese sempre del popolo di tal dome abitante 14 miglior parte d’Italia. — Del popolo Tirreno d’Italia parlava Esiodo nella Teogonia; di tal popolò parlavano Eraclide Pontico ed Aristotele nella discussione sull’antichità dei governi civili; di tal popolo parlavano tutti i tragici e tutti gli storici antichi. Tutti i geografi, tra i quali citerò solo Strabone e Tolommeo, quando parlarono di Tirreni e di Tirrenia intesero sempre di popoli e di luoghi posti in Italia.

Io amerei che a giustificazione della distinzione posta, il signor Corcia c indicasse alcun testo in cui menzionandosi i Tirreni s’intenda parlare d'alcun popolo asiatico. — Egualmente quando si parlò degli antichi Greci di Pelasghi-Tirreni, s’intese sempre dei Pelasghi-Tirreni d’Italia ossia degli Etruschi. Egli pare anzi che antichissimamente il nome de' Tirreni si estendesse a tutta l'Italia, giacché al dire dì Livio è di Plutarco, in tempi quali noi possiamo appena giugnere colle nostre congetture, troviamo denominato Tirreno il mare che lambe l’Italia a ponente ed a mezzodì, ed Adriatico l'altro che la bagna a levante, da Adria colonia Tirrena. — Tutte le invenzioni nautiche attribuite ai Tirreni appartengono ai Tirreni d’Italia.

Se adunque Esiodo parlando dei Tirreni intese indubbiamente di quelli d'Italia, perchè trovando noi il nome dei pirati Tirreni nell'epigramma d'Omero vorremo credere ch'egli intenda di un popolo asiatico? Come può mai immaginarsi che due scrittori contemporanei, della medesima nazione, della medesima lingua, quali furono Esiodo ed Omero, usassero il medesimo nome, l'uno per indicare un popolo italico, l'altro per indicare un popolo asiatico?

Il Muller trovò nell'etimologio magno indicata, non, si sa sopra quali fondamenti geografici, nella Lidia, una città di nome Tyrra, ed ecco che se ne deduce testo resistenza di un popolo Tirreno sulle coste asiatiche; di un popolo Tjrrreno di cui un antico ha mai parlato.

Con questo modo di argomentare pub trova?si anche che il popolo Tirreno stanziasse nell’Acarnanta, perché, secondo Stefano bizantino e Tito Livio, v’era colà una città denominata Thyrium; oppure nel Clasomenj, perché troviamo tra essi un luogo denominato Tjren secondo Esichio ed Ortelio.

Può egli esser lecito il trapiantare si leggermente i popoli più civili e sapienti da un capo all'altro del mondo per la sola somiglianza d'un nome pescato nei lessici?

E si noti di più che anche secondo l’etimologio magno questa Tyrrha non era poi uno città dei Tirreni ma bensì una città de' Lidj; sicché non due popoli diversi esistevano in quei luoghi ma un popolo solo, cioè il Lidio; e Xanto scrittore appunto delle memorie del popolo Lidio doveva parlare (se fosse stato vero), del più grande e glorioso fatto de' suoi connazionali, delle, origini cioè che ebbe fra essi e per essi, uno dei più potenti popoli di cui faccia menzione la storia antica. — Se Xanto perciò, scrittore nazionale, non parlò di tale fatto; se Dionigi ch’ebbe a patria Alicarnasso, posta sulla medesima costa asiatica, il giudicò una favola; sa niuno degli adiri cronisti antichi, da cui derivò la sua cronologia Lidia Eusebio ci indicano neppure il supposto Tirreno menzionato da Erodoto, ben a ragione ponno, pormi, i moderni rigettar fra le vanità popolari un avvenimento esposto d'altra parte con tutte le circostante di una pazza e grossa favola volgare.

Del resto, siccome poi da tutto il nesso delle osservazioni del Corcia apparirebbe che anche i Lidii fossero come si disse una colonia pelasga, e noi pure teniamo che da molti luoghi della costa così asiatica che greca i Pelasghi rinavigassero in patria, ritorneremo su questo argomento quando il sig. Corcia ci avrà fatte conoscere le ragioni che il distolgono dal credere i Pelasghi essere d'origine italiana.

Nessuna osservazione ha fatto il Corcia sul Capitolo IV della mia opera. Trapasso (egli scrive) il Capitolo II, nel quale il Mazzoldi vien ragionando con molto senno e dottrina delle falsità delle origini libiche, perché in questo concorriamo perfettamente nella sua sentenza. Aggiunge anzi che la dottrina del Romagnosi non solo non fu (fra i suoi concittadini) nella menoma parte accettata, ma fu creduta ancora una vera stranezza.

Quanto alle origini egizie, fenicie, Sirie ed assiri e (continua il Corcia) che il Mazzoldi dimostra false egualmente nel Capitolo V della sua opera, dobbiamo fare una distinzione, e l'autore forse la ci concederà, tra l'antica popolazione d’Italia attribuita da certi scrittori agli Egizj ed ai Fenicj, e qualche colonia di questi popoli in qualcuna delle nostre contrade.

Neppur egli crede gran fatto alle pretese colonie fenicie che si volevano da taluno diffuse per tutto l’odierno Regno di Napoli; ad ogni modo egli accenna che la concordanza di stile tra le opere etrusche è te egizie conducono a credere che una qualche colonia dall'ultimo de' menzionati paesi in Italia si trapiantasse. E non è guari tempo altresì (egli continua) che per gli ultimi scoprimenti avvenuti in Ceri, pe’ quali forme, disegni, pitture, e scolture di assoluto lavoro etrusco, e d'innegabile relazione ed imitazione egizia, sono tornati in luce per terre cotte, stoviglie, bronzi, argenti e smalti, si è affermato che converrebbe trovare e supporre verisimile una colonia egiziana venuta a stabilirsi in Ceri, o una fabbricazione di cose al modo etrusco in Ceri trasportate per via di commercio —

Quando queste cose erano scritte nel Bollettino archeologico (anno 1836) non erano per anche pubblicate le Origini Italiche.—

Io ho dimostrato in esse che la supportazione di colonie egizie venute in Italia era smentita dalla testimonianza di tutte le tradizioni egizie: che d’altronde tanto in Egitto quanto in Grecia ed in Italia si aveva memoria di un antichissimo passaggio d’Italiani in Egitto e che con questo solo passaggio testificato dalla concorrenza di mille altre coincidenze, poteva spiegarsi l'uniformità di stile rilevata fin dai tempi di Strabone tra le opere etrusche ed egizie. —

Quali colonie egizie, quali commerci vogliamo noi immaginare, contro alla evidente testimonianza della storia che ci attesta in mille guise che gli Egizj antichi non si volsero mai nelle loro conquiste all’Occidente, e che gli Italiani non ebbero né commercio in Egitto né comunicazioni d’alcuna sorta fino al dominio romano? La concordanza, di stile tra le opere scoperte in Ceri con quelle scoperte in Egitto non può da sé sola indicarci quale dei due paesi abbia all'altro le sue arti comunicate; le sole tradizioni storiche possono guidarci a conoscere il vero, e tutte le tradizioni ci dicono che l’Egitto dovette all'Italia l’antichissima sua civiltà, ed io l’ho dimostrato. — Fino a che pertanto io non vedrò smentite o indebolite le prove da me addotte, e sulle quali finora il sig. Corcia non fece, parola, io potrò dire a buon dritto, che le colonie egizie condotte. in. Italia dalla immaginazione degli scrittori, sono tutte chimere; ohe ai nostri tempi non basta asserire, come fa il Bollettino archeologico; per essere creduti è mestieri con un severo esame critico giustificare ogni opinione che venga emessa sulle origini dell'incivilimento umano.

Sul Capo VI delle Origini Italiche, relativo alle pretese origini celtiche e scitiche, il sig. Corcia concorda meco nell’asserire che senza dubbio un sistema troppo esclusivo seguirono il Pelloutier, il Court De Gebelin, i PP. Maurici, il Bardetti, il Fabbroni. — Ad ogni modo egli inclina ad ammettere che una qualche frazione della famiglia italiana, massime della parte volta alle Alpi, potrebbe tenersi originata dai Celti. — E qui egli è in vero mestieri il richiamar quello ch’io dissi più addietro, cioè che l'opera mia si riferisce non alla popolazione ma all’incivilimento, e che da un paese barbaro e fiero non potea certo trapiantarsi la civiltà. —

Egli osserva che il sig. Bopp di Berlino (Le lingue celtiche nelle loro relazioni col sanscritto di Franc. Bopp. Memoria letta all’Accademia di scienze di Berlino il 13 dicembre 1858. Vedi Journal Asiatique 1840), ha trovato l'idioma celtico analogo al sanscritto, allo zendico, al greco, al latino, al germanico, al lituano, ed allo slavo; che alcuni scrittori, tra i quali il Mattoidi, tengono la concordanza degl’idiomi poco concludenti; ma che ad ogni modo non convien rinunciare a questo mezzo di prova quando possa farsi concorrere alla ricerca del vero. —

Io. per me non ho mai detto che lo studio delle lingue antiche debba tenersi di poca importanza nell'indagini delle origini dell'incivilimento dei popoli. Ho detto solamente che tale studio non combinato con quello delle tradizioni e dello stato fisico del globo deve condurre, come infatti condusse, ai più contraddittori e pazzi sistemi istorici.

Qual lume abbiam noi (posta la conformità della lingua fra due diversi popoli antichi) per giudicare qual dei due fosse maestro o progenitore dell’altro? Certo niuno, se non ricorriamo alle tradizioni storiche ed agli altri studj della filosofia. — Così, a cagion d’esempio, la conformità del celtico col sanscritto e col latino, darà da se sola a noi diritto di ritenere la civiltà indiana ed italiana essere derivata dalle orde barbare della Scizia? — Eppure, ammettendo la conclusione del Bopp dovrebbe dirsi che i popoli barbari insegnarono la loro lingua ai popoli civili. —

Sul Capitolo VII osservò il Corcia che dal fatto, che niuna colonia indiana uscì mai dall’India, esposto dagli scultori greci conformemente alle memorie degli stessi Indiani, e dalla concordanza delle tradizioni indiane e pelasgiche, non ne deriva la conseguenza che non sia stato passaggio e comunicazione di tradizioni di culti e di miti che sono il fondamento della civiltà de' primi popoli, dall’India all’Italia.

Io non ho contraddetta una comunicazione di tradizioni di culti e di miti, seguita tra l’India e l'Italia; io l’ho anzi dimostrato, aggiungendo che la comunicazione stessa si estese alla lingua, alle arti, alle scienze e massimamente all’astronomia. — Io ho detto solo che per conoscere quale dei due popoli avesse all'altro comunicati questi elementi di civiltà era mestieri frugare nelle loro tradizioni storiche ed indagare come queste tradizioni spiegassero la comunicazione avvenuto. Per riguardo agli Indiani mi giovarono gli scrittori che seguirono Alessandro nelle sue conquiste, e più di essi Di odoro Siculo che raccolse tanto tempo dopo dalla viva voce dei saggi indiani le stesse memorie, e v’impresse con tale conferma un carattere di verità a cui la buona critica non saprebbe che opporre. Per riguardo alle tradizioni italiane mi giovai delle memorie dell'occidente sparse a targa mano in tutte le più antiche scritture greche, latine ed asiatiche. — Or che si ritrasse da questo esame critico? Che nelle tradizioni indiane si conservava la notizia che questo popolo pacifico e tranquillo non era mai uscito dai suoi confini che esso non aveva mai mandate fuori colonie perché niuno bisogno l’aveva indotto, ed un principio di religione o di sapienza civile lo riteneva; che tutte le antiche memorie indiane parlavano di un passaggio degli Occidentali nell’India, seguito da una conquista di cui erano nel paese restati materiali monumenti. — Che nelle tradizioni dell’Occidente si conservava benissimo memoria del passaggio degli Occidentali indicato dalle medesime tradizioni indiane.

Conseguenza logica e necessaria di questo confronto era dunque il concludere che gli Occidentali avessero comunicato agli Indiani quegli elementi di civiltà che, come vedemmo, si riscontrarono comuni ai due popoli. —

Il sig. Corcia senza ammettere la verità delle tanto vantate origini indiane, per rispetto all’Italia, ha toccato che Euschio, Filostrato, Nonno e Sincello hanno fatto menzione di una colonia di Etiopi dalle sponde dell'Indo passata nell'Affrica. — Io non voglio di presente sottoporre ad un esame logico e critico ciò che fu scritto dai succitati autori, giacché tale circostanza è affatto indifferente nelle nostre ricerche, non avendo niun d’essi neppur dalla lunga dato luogo a sospettare che altre colonie d'Etiopi passassero all’Occidente e molto meno nell’Italia.—

Ad ogni modo posta dall'un lato l’autorità di Megastene, di Nearco, di Onesicrito, di Arriano, di Diodoro Siculo, che concordano nell'escludere il fatto d'ogni colonia indiana; dall’altro quella dei succitati scrittori di tempo tanto posteriori, non saprei con qual buon fondamento di critica si potesse discredere ai primi e credere ai secondi la fondazione della colonia etiopica nell'Africa, il Corcia ha anche opposto, adducendo l'autorità di Eratostene e di Strabone, che le cose circa la conquista dell'India fatta da Bacco si trovano scritte ne libri greci, devono ritenersi per favole inventate dagli scrittori per adulare Alessandro. — Se non che egli è da considerarsi che Eratostene non riteneva già un fatto falso la conquista dell'India, ma bensì favolose le avventure che si attribuivano dai Greci a Bacco e ad Ercole in quel paese. Io non so poi come per adulare Alessandro si dovesse inventare un antico passaggio degli Occidentali nei paesi da lui conquistati; giacché l'adulazione avrebbe richiesto invece che l'onore della prima conquista dell'India si attribuisse a lui. — Certo egli potea sentir con diletto a narrare che Semiramide e Ciro avessero tentato invano di penetrare nell'India; ma ricordando che altri vi fossero entrati prima di lui, si veniva ad assegnargli il secondo posto, ed io non so persuadermi che egli potesse aver cara l'invenzione d'una favola che gli toglieva i primi onori. —

Questo discorso si farebbe se gli scrittori greci dei tempi d’Alessandro avessero per la prima volta parlato della conquista dell'India fatta dagli Occidentali; ma trovandosi il fatto di tale conquista menzionato in tutte le scritture de' greci anteriori ad Alessandro, egli è veramente forza il confessare che le parole di Eratostene non si riferissero al fatto medesimo ma alle favolose circostanze dalle quali era stato adulterato dalla poesia e fors’anche dall'adulazione. — Altronde non erano i soli Greci che ricordassero ad Alessandro tale conquista, vedendosi che gli stessi Indiani, ambasciatori dei Malli e degli Ossidrachi, arringando il Macedone per la conservazione della libertà, traevano argomento dall'averla saputa conservare fin dai tempi della conquista surriferita. —

Il sig. Coccia così conchiude le sue osservazioni su questo Capitolo: Dico solamente esser danno per questa dimostrazione che una sola reliquia non sopravanzasse dell’arte di questi Occidentali nel paese da lor conquistato, dove per contrario sono escavazioni colossali nelle viscere dei monti, tra le quali primeggia per antichità la pagode di Elejanta, le cui sculture sono, come dice il Mazzoldi, assai lontane dall’eleganza greca ed etrusca ed indicanti a par dell’egizie le prime origini dell’arte. Io non saprei dire a qual modo provata l'uniformità delle escavazioni e sculture indiane, egizie ed etrusche, il sig. Corcia ritenga che gli Occidentali non lasciassero una sola reliquia di loro arti nel paese conquistato. Se le escavazioni surricordate debbono ritenersi per le cose da me dette contemporanee alla conquista; se le loro forme indicano le prime origini dell'arte, con qual fondamento di buona critica si può concludere che le escavazioni stesse debbano ritenersi indubbiamente ed esclusivamente d'opera indiana, e fatte senza alcun concorso di quel popolo che comunicò all'India anche le sue credenze religiose e la sua scienza aritmetica ed astronomica?

Compiuta così la serie delle sue osservazioni sulle false origini assegnate all’incivilimento italiano, il sig. Corcia si fa ad esaminare il Capitolo VIII, in cui si parla di un nostro antichissimo imperio marittimo. —

In tale disamina ei mostrasi dubbio nell’ammettere l’indicazione d'autotoni od aborigeni attribuita agl’Italiani, senza però addurre prova niuna che possa contraddirla. — Io ho riferita l’indicazione stessa quale la trovai negli antichi scrittori greci per prova che in Italia non si aveva memoria d’alcuna provenienza esterna; del resto pensi ognun ciò che vuole in tale proposito che questa non è ricerca che s'attenga alla storia dell'incivilimento, unico argomento delle mie indagini. — Egli non crede che il nome di Mar Jonio, possa derivarsi dal Jon, Jan, Jano, Giano degl’Italiani, ma confessa però che al discredere non è portato se non dalla sola mancanza di ogni traccia di tale derivazione presso gli scrittori antichi. Non crede neppure che l’antichissimo imperio italiano, anteriore alla federazione etrusca, possa porsi più che 900 anni innanzi l’era volgare, epoca da lui assegnata alla venuta dei Lidii in Italia; di quei Lidii da cui, come vedemmo, egli tiene che avessero origine i Tirreni. — Io ho esposto nella mia opera che l’antichissimo imperio italiano anteriore alla costituzione federale etrusca si disciolse col sovvertimento che desolò l’Italia e disperse i suoi abitanti sulle coste del Mediterraneo, o in altri termini, colla migrazione pelasgica, sulla quale il sig. Concia non ha peranche fatto discorso. —

Allorché discuteremo insieme questo principale punto delle mie ricerche esamineremo anche quale delle due epoche sia da preferirsi.

Accenna di muovo alla favola bacchica cantata da Omero e poscia da Ovidio, da Properzio e da Apollodoro, notando che non. può tenersi relativa alla, mitologia italantica o italiana, solo perché si trovò rappresentata, nella, tazza scoperta in Italia ed incisa da Luciano Bonaparte.

Io non ho mai detto che la narrazione d’Omero dovesse ascriversi all’Italia, solo per la rappresentazione di questa tazza; ma dissi bensì che appartiene, alla storia della marineria italiana, perché v'è fatta ritenzione dei pirati Tirreni che erano italiani.— Allorché il sig. Corcia mi mostrerà che quando gli antichi parlarono dei Tirreni intesero parlare d’un popolo d’Asia e non già d’un popolo d’Italia, io abbandonerò tosto anche ogni argomento tratto dalla tazza Bonapartiana —

Tocca della tavola del dominio del mare compilata da Eusebio, e da me aggiunta alla mia opera per appendice, e crede ch’io vada errato, sostenendo ch’essa sia o composta sulla favola del re Ati, o falsata, o incompleta. — In quella tavola si pongono per primi dominatori del mare i Lidii che erano nazione mediterranea, quei Lidii che neppure al tempo del supposto Tirreno avevano navigli che, secondo quel che si espose dagli ambasciatori loro innanzi a Tiberio, avrebbero dovuto eseguire il supposto passaggio in Italia sopra navi tolte a prestito dagli Smirnei. Il sig. Corcia osserva che per le ragioni dette la venuta dei Lidii non può essere una favola, ma tali sue ragioni si restringono, come vedemmo alla distinzione tra Lidii e Tirreni, distinzione e separazione che non potrebbe ammettersi, niun popolo avendo mai esistito fuori d’Italia portante la denominazione territoriale di Tirreno. — Osserva anche che nella tavola dei Talassocratori Eusebiani non sono ragionevolmente descritti gli Ausonj, perché la popolazione delle isole Eolie deve ascriversi ad origine pelasgica; e che in quanto ai Tirreni la loro talassocrazia non fu tanto ampia come quella degli altri popoli, ma solamente ristretta al Mar Tirreno ed all’Adriatico, secondo quel che scrive Livio.

Io non voglio qui parlare per ora degli Ausonj, secondo Diodoro Siculo venuti per nave nelle isole Eolie, perché forse erano anch’essi una frazione del popolo tirreno; ma voglio bene osservare che Livio non disse già che i Tirreni si restringessero nelle loro navigazioni al Mare Tirreno ed all’Adriatico, ma sola mente che di quei due mari erano gli esclusivi dominatori, come il comprova l'imposizione dei nomi. — E se la talassocrazia tirrena non era molto ampia, come ritiene il sig. Corcia, a qual modo potrebbe egli dimostrarci che la talassocrazia lidia fosse maggiore? La Lidia non fu mai nazione marittima neppure nei tempi della sua maggiore floridezza, perché i suoi popoli erano posti fra terra; e se noi troviamo nella tavola dei dominj del mare il nome dei Lidii non altro possiamo logicamente congetturare se non che vi fosse posto sulla favola del supposto loro passaggio in Italia narrato da Erodoto.

Non voglio neppure disputare col sig. Corcia di ciò ch’egli asserisce della venuta di Saturno in Italia citando Ovidio. — Perché potesse riguardarsi la sua osservazione come importante converrebbe ch’ei dimostrasse che questo Saturno si recasse in Italia da alcun paese esterno; lo che ragionevolmente non si potrebbe; egli apparteneva alla genealogia atalantica, e noi già vedemmo dove gli Atalanti avessero le loro sedi, né in fino ad ora le nostre osservazioni furono dal sig. Corcia contraddette. —

Che Italo debba reputarsi d’origine pelasgica noi non l’abbiam contraddetto; ci basta solo che non si contrasti a noi di avere dimostrato coll’autorità d’Aristotile che gli ordini civili d’Italia furono anteriori a quelli dei Greci, e se non anteriori certamente contemporanei a quelli degli Egizi. —

Affin dì dimostrare sempre più la civiltà italiana anteriore e da più di quella dei Greci (scrive il sig. Corcia nella fine della sua memoria) il Mazzoldi viene appresso rammentando moltissime invenzioni attribuite dall’antichità a’ Tirreni; né lascia di ricordare la gloria che per le arti le lettere e la filosofia gli antichi Siciliani si acquistarono e gli abitatori della Magna Grecia. Le cose che il ch. autore rammenta sono fatti, né può moversene dubbio. Solo toccando quella sua opinione sui Tirreni che abbiam già accennata, e che per quanto è a credersi egli svilupperà più ampiamente nel discorso che si propone di fare sulla seconda parte del mio lavoro, egli conclude il suo articolo dimostrandosi inclinato a ritenere che l’impulso dato a tale grandezza del nostro, antico incivilimento venisse dall’esterno, protestando che egli non seppe vedere qual cosa conchiuder si possa sulla discorsa questione delle origini Italiche dagli otto capitoli della mia opera da lui esaminati. —

Chi lesse it proemio del mio libro avrà veduto che io non destinava la prima parte del mio lavoro se non all’esame logico e critico delle più celebri opinioni antiche e moderne sulle origini dell’incivilimento italico, e che la dimostrazione dell’assunto da me impreso, ossia la giustificazione logica e critica del mio nuovo sistema isterico, era per intiero riservata alla seconda parte. — Egli era perciò ben naturale che il sig. Corcia non trovasse nei capitoli finora esaminati qual cosa conchiudere si potesse.

Da quanto egli disse però rimane, parmi, sufficientemente dimostrato che egli concorda meco (salve alcune leggierissime restrizioni) nel rigettare le supposte origini libiche, scitiche, egizie, fenicie, assirie, indiane; ch'egli concorda meco nel ritenere che il passaggio dei Lidii (se pur fu vero) deve riporsi tra i trapiantamenti pelasgici; che in fine noi non siamo discordi se non nell'argomento delle colonie greche, che si credono, passate in Italia circa i tempi della guerra di Troja, colonie da me credute e dimostrate egualmente immaginarie, e da lui medesimo ristrette ad un qualche passaggio epirotico o più veramente croato, da cui si vuol derivare l’incivilimento della Sicilia.

Io mi protesto riconoscente al sig. Corcia per la diligenza e per la pazienza colla quale egli ha esaminata finora la mia opera, e credo ch' egli non si dorrà ch'io abbia analizzate forse con troppa minuzią le sue osservazioni. Fra uomini che non si propongono se non la ricerca del vero, questa gara d'opinioni non può produrre che utili risultamenti; ed io per me dichiaro candidamente che mi tengo fin d'ora largamente ricompensato d'ogni fatica, vedendo come i miei studi abbiano mosso un si dotto ed autorevole scrittore a concorrer meco co' suoi dubbj e colle sue osservazioni a cercar di togliere le tenebre in cui erano tuttora involte le prime origini dell'incivilimento dei popoli.

(Sarà continuato)

Mazzoldi


Torna ad inizio pagina


NOTE

(1) In prova cita Plinio. Hist Nat. XXIII. 13.

(2) Senza pretendere che si discreda al testo esaminato dal sig. Corcia io avverta che il testo di Plinio pubblicato da Erasmo di Rottherdam (Logdunii ex officina Godefredi et Marcelli Beringorum Fratrum M. D. XLVIII) pone Remeus e non Temeus.

(3) Tab. III , fragm. 6. Si plures forent, quibus reus esset judicatus, secare si villent atque partiri corpus addicti sibi hominis permisserunt.

(4) Macrob., Saturnal. I, 7, p. 207.

(5) Plutarch., Parallel. 20. Clem. Alex., Cohort. ad gentes, pag 37,ed Oxonii.

(6) Svet., in Aug., 15. – Dion. Cass., Hist. XLVIII, 1.

(7) Zonara, Annal., t. III, in prin.

(8) Iliade XVIII, v. 485-490. Odiss. V, v. 270-275.

(9) Dalla tipografia di Paolo La rapato si pubblicò a questi ultimi giorni il seguente opuscolo: Risposta di Angelo Mazzoldi alle osservazioni fatte da A,.Bianchi Giovini sulle Origini Italiche,



Torna ad inizio pagina


NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 [PROPAGANDA EDITORIALE] HTML ODT PDF
1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO PRIMO) HTML ODT PDF
1845 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO SECONDO) HTML ODT PDF
1847 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO TERZO) HTML ODT PDF
1852 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO QUARTO) HTML ODT PDF
1841 Nicola Corcia - Delle origini italiche e della diffusione... di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 Risposta ad un articolo del Signor Nicola Corcia inserito nel PROGRESSO di Napoli HTML ODT PDF
1860 Della venuta de' Pelasgi in Italia - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1862 Di alcune città greche nel Sannio - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1865 De’ vaticinii e del nome di Bacide - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE PRIMA) HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE SECONDA) HTML ODT PDF
1879 Relazione sull'opera “Dodone et ses ruines” - Nicola Corcia HTML ODT PDF



La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra nazione napoletana e global liberalism di Zenone di Elea

Great Britain: Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

Questione napoletana, brigantaggio e mitologia patriottarda antimeridionale

«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» ovvero dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu di Zenone di Elea

Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

Giacomo Margotti

Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










Torna ad inizio pagina





Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità  del materiale e del Webm@ster.