Eleaml - Nuovi Eleatici


Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

STORIA DELLE DUE SICILIE

DALL’ANTICHITÀ PIÙ REMOTA AL 1789

DI

NICOLA CORCIA

______________

TOMO TERZO

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA VIRGILIO

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1847


XVI – LUCANIA XVII – BREZIA XVIII – MAGNA GRECIA XIX – JAPIGIA









XVI LUCANIA

Ego vero in montes patrios, et ad incunabula mea pergam.

Cic. Ad Au. 11, 15.

Λευκανοι φιλόξενοι καὶ δίκαιοι.

ERACLID.

Falso liberatis vocabulum obtendi ab iis qui privatum degeneris in publicum exiti osi nihil soci nisi per discordias habcant.

Tacito — lib. II.

I. Corografia, e cenno geologico della Lucania. — II. De' più antichi abitatori di questa regione, e dell’origine del nome di Lucania. — III. Origine, guerre, e vicende de' Lucani. — IV. Topografia marittima della Lucania. — 1. Tempio di Giunone Argiva. — 2. Posidonia, o Pesto. — 3, Palude lucana. — 4. Monte Calamazio. — 3, Vico Vatolano. — 6. Petelia. — 7. Promontorio Posidio, o Enipeo. — 3, Fiumicelli Is, e Lari. — 9. Isola Leucosia. — 10. Isole Enotridi. — 11. Fiume Eleete o Alento. — 12. Elea, o Velia. — 13. Porti Felini. — 14. Villa di Catone. — 15. Fiume, e seno Melpi. — 16. Melpa, o Molpa. — 17. Promontorio, e porto Palinuro. — 18. Promontorio Pissunto. — 19. Pissunto, o Bassento. — 20. Fiume Pissunto. — 21. Scidro. — 22. Blanda. — 23. Isoletta di Venere. — 21, Lao. — 22. Fiume Lao. — V. Topografia mediterranea della Lucania. — 1. Murano. — 2. Nerulo. — 3. Tebe. — 4. Fiume Sirapo. — S. Fiume Siri. — 6. Vico Mendicolco. — 7. Grumento. — 8. Vertine e Calasarna. — 9. Fiume Acri. — 10. Celiano. — 11. Fiume Acalandro. — 12. Abellino Manico. — 13. Acerronia. — 14. Foro Popilio. — 3. Anxia. — 16. Potenzia. — ±1. Fiume Basento. — 3. Oppido. — 19. Fiume Bradano. — 20. Fiume Platano. — 21. Numistrone — 22. Lavianio — 23. Unente. — 24. Vulcejo. — 25, Campi Veteri. — 26. Fiume Tanagro. — 27. Fiume Calore. — 28. Atina. — 29. Tegiano. — 30. Consilino. — 31. Marciliana. — 32. Sanzia. — 33. Cesariana. — VI. Antiche strade della regione.


I. Nella parte più larga della Sicilia citeriore si distese la Lucania i cui confini più e meno estesi furono secondo le vicende de' popoli che l’abitarono. Quando venne dopo altri popoli in potestà de' Lucani, tutta la vasta regione che dal fiume Silaro si stende insino allo stretto siciliano, con tutte le contrade poste sul Jonio sino a Metaponto sul seno tarentino, ebbe il nome di Lucania. Tale ampio paese a questa regione attribuiva verso il IV secolo avanti Fera volgare Scilace di Carianda (1), il quale in forma di penisola (ακτή) tutta la regione medesima soggetta Lucani descrisse bagnata dal Jonio e dal Tirreno, e che dal Silaro stendevasi a Reggio (2); perciocché, annoverate tra le città principali di essa Posidonia Elea, Pandosia Torina, Ipponio, Medma e Reggio col suo promontorio, vi aggiunse Locri, Caulonia Crotone e Turio città greche tutte, da’ Lucani conquistate; così che non solo la costa dal Silaro allo stretto, ma anche l'opposto lato sul Jonio fu compreso nell'antica e primitiva Lucania. Ma quando i Bruzii, da' Lucani dismembrandosi, e contro di essi e delle greche colonie si costituirono un proprio e indipendente dominio, che cominciando in sulla spiaggia del fiume Lao terminava allo stretto, e di là aggiungeva insino a Turio, la Lucania così divisa da tutta le grande porzione occupata dalla penisola, venne a restrignersi negli antichi confini, nella sola parte superiore, dir voglio dal Silaro al Lao nella lunghezza di presso a 100 miglia, e da Turio a Metaponto e al fiume Bradano nell'opposto lato, nella lunghezza di circa 48 miglia. In questi medesimi confini restò compresa la Lucania sino all’età di Strabone, ed anche dopo quando già Lucani e Bruzii erano divenuti Romani. La Lucania, dice il geografo, giace tra la spiaggia del mar Tirreno e la Sicula (3), da una parte dal Silari al Lao, dall'altra da Metaponto insino a Turio; e fra terra si stende da' Sanniti (4) sino all'istmo che da Turio va a Cerillo presso al Lao per lo spazio di 300 stadii (5). Escludendo da questa generale corografia la spiaggia incontro alla Sicilia, che a' Lucani si. appartenne ne’ tempi più antichi, si ha la Lucania confinata naturalmente da quattro fiumi, all’ovest dal Silaro, che dividevala dalla regione de' Picentini, all’est dal fiume Lao, che la separò dalla Brezia; verso il Jonio il Sibari, e di qua di Taranto il Bradano. Strabone dice altrove che abitavano i Lucani le terre al di sopra del golfo di Taranto (6), e per ritenere tale indicazione, confermata per vero dalle città che tennero dentro terra, suppor dobbiamo una linea di confinazione che traversava il corso de' fiumi Sinno, Acri e Basento, ma dopo non lungo corso dalle loro fonti, per Francavilla, S. Arcangelo Ferrandina, la quale più oltre dirigevasi per le campagne di Grottole, Montepeloso, Palazzo e Venosa. Vibio Sequestre in fatti alla Lucania attribuisce il Sirapotamo (7), il quale corre tra mezzo dell’cri e del Sinno, e si scarica nel secondo di questi fiumi; i quali tutti dove più corrono ricchi di acque sin verso la foce limitarono, come vedremo, altre piccole, ma rinomatissime regioni della Magna Grecia. Del rimanente, nella guisa stessa di Strabone, Plinio (8) e Tolomeo (9), benché l’uno brevemente, e l’altro in uno colla Brezia, descrissero la Lucania, e nel solo confine occidentale in sul Tirreno si contentarono di circoscriverla. Il solo Pomponio Mela, per non essergli ben noti i confini dell’antica Campania, distese con errore la Lucania sino alle Sirenuse ed al promontorio Ateneo (10). Or per la detta confinazione, per lo più naturale, di questa grande regione, egli è manifesto che distendevasi in sei distretti di due delle odierne provincie, in quelli di Vallo, Sala e Campagna nel Principato Citeriore, e negli altri di Lagonegro, Potenza e Melfi nella Basilicata. Geograficamente considerata, fu adunque l’ampio paese che all’est e al sud formano le valli del Platano del Calore e del Tanagro, nonché le valli superiori degli altri mentovati fiumi ne’ confini della Turiatide, della regione Tarentina e della Daunia. L’odierna Basilicata trovasi scemata della più parte della Lucania occidentale colle attigue coste bagnate dal Tirreno; ma altre campagne ne aveva in compenso sul Jonio nelle fertili pianure che furono di Metaponto ed Eraclea.

La prodigiosa catena dell’Appennino che colle minori diramazioni forma tutto il nostro paese, si divide al confine settentrionale della Lucania, all’ovest di Venosa e al nord di Potenza. L’un ramo più basso si spicca verso il sud est per l’Apulia, e l’altro più elevato si avanza dritto al sud oltre gli antichi limiti della regione, insino allo stretto di Sicilia. Le valli de' detti fiumi seguono il corso della catena, la quale innoltrandosi dalle vicinanze di Nusco e di Caposele si distende verso l’est sino al punto culminante del Carmine di Avigliano, d'onde piegando a libeccio si accosta al mar Tirreno. Al pari della valle del Sele sino alla confluenza del Tanagro, elevati gioghi soprastano alle anguste valli de' tre grossi torrenti che scendono da' contorni di Muro, di Avigliano e Tito, e che insieme confluendo formano il fiume Platano, uno de' rami del Sele. Tra questo fiume ed il tronco superiore del Tanagro, che dalle gronde meridionali ricevono le acque, si eleva una grande diramazione di monti che distaccandosi dalla catena corre all’ovest. Tra la piana valle dell’Onagro ed il Tirreno si comprende una vasta regione montuosa, che a maestro traversa il Sele, ed all'est il fiume della Noce; la quale nella sua maggiore larghezza è divisa dalla valle del Calore, ultimo de' quattro principali rami del Sele. Non pochi piccoli fiumi ancora nella parte della stessa contrada racchiusa dal mare, dalla valle del Calore e dal tronco superiore del Tanagro, con breve corso sboccano nel mare, e tra questi più considerevoli sono la Noce, il Basento, il Trivento, il Lambro e VAknto. — Dal Carmine di Avigliano la catena dell’Appennino retrocedendo verso Potenza, pe’ gioghi soprastanti a Tito e Marsico Nuovo si dirige al gruppo del Sirino, e poscia a quello che contorna la valle di Campotenese, d'onde sempre più si accosta al Tirreno, sulla cui spiaggia ergesi alpestre in guisa di una cinta. Nelle chine orientali di questa catena hanno le fonti i fiumi Bradano, Basento, Salandrella, Agri e Sinno, che vanno convergendo nel corso, e con direzioni perpendicolari alla costa del Jonio, vi mettono foce in un tratto lungo quasi 17 miglia. Tra le valli di questi fiumi si prolungano le diramazioni che si distaccano dalla catena, e che si restringono ed abbassano come si avvicinano alla costa. Quest’altra parte dell’antica Lucania, limitata a maestro dal Sele e dall’Ofanto, a scirocco dalla Noce e dal Sinno, e che in tre lati è bagnata da' tre mari, è divisa geograficamente in tre valli secondo il corso delle acque verso le tre spiagge. Quella che ha per termine la costa del Jonio, è divisa dalla valle del Sele per la cresta dell’Appennino che dal Carmine dì Avigliano si distende al Sirino, e dall’altra della Terra di Bari per il ramo che versa le acque nella sinistra sponda del Bradano. Il corso del fiume Canna che dall’altra banda della costa divide la Basilicata dalla Calabria Citeriore, forma l’altro confine di questo ampio bacino, nel quale per lo più estese sono le valli de' fiumi, e per alcuni tratti si dilatano, massime presso la spiaggia, in grandi pianure che signoreggiano poco elevate colline e di dolci pendenze.

I monti, Alburni che congiungono la catena degli Appennini del Principato Citeriore a quelli della Basilicata sono composti per lo più di calcare carbonato stratoso, formazione che si prolunga sino a Casalnuovo) ultimo villaggio del Principato Citeriore) d’onde sì presenta lo scisto argilloso ferrifero, il quale variamente modificato per gran parte si estende di quella contrada. Tra Lagonegro e Lauria ricomparisco il calcare, ma con notabile diversità, appartenendo alla calce carbonata compatta bigia con venature di calce lamellare bianca; roccia solidissima, la quale annunzia la prossimità de' monti primitivi, a' quali per lo più suol trovarsi addossata. Lungo le valli che segnano il confine tra il lato meridionale della Basilicata ed il settentrione della Calabria) appariscono i limiti della formazione secondaria; e, come se l’antica confinazione regolata fosse dall’analoga condizione geologica, ti avvieni in prodotti della stessa natura e lungo la costa occidentale della Basilicata e nella limitrofa del Principato Citeriore) che in buona parte si comprendeva nell’antica Lucania. Calcari sono le vette del Sirino, uno de' più alti monti della regione; ma nelle sue basse falde, come in gran, parte delle colline che intorno vi sorgono, non incontri che scisti argillosi ferriferi e svariate rocce di transizione che si congiungono con quelle di Lagonegro e del Vallo di Novi. Scompaiono più dentro terra tali geologiche condizioni, ed il calcare stratificato di bel nuovo si mostra da per tutto. Da Lauria si prolunga sino al principio del Vallo di Cosenza) ed il Pollino in sul confine di quella regione spande le sue moltiplici diramazioni verso la Basilicata al nord, e verso la Calabria al sud. Questo monte è il più alto punto di quel ramo degli Appennini centrali, e l’identica natura calcare di esso e delle sue dipendenze più oltre si avanza al di là de' confini della Lucania, lungo Castrovillari e Spezzano. Le acque dell’Adriatico, che coprirono i bassi monti all'est della regione, manifesti indizii lasciarono della loro presenza nella salina qualità de' terreni della prossima Daunia) e la primitiva formazione tufacea gialla che, oltre di tutta Campania forma il sostrato di parte della Lucania e dell’Irpinia) appartiene al gran sistema di volcanizzazione sottomarina che queste regioni in un solo Oceano riuniva ne’ tempi primitivi (11).

E questa in generale la condizione geologica della Lucania. Ma, per dirne alcun che più specialmente, non solo in Eboli fu un punto di antica confinazione politica tra la regione de Picentini e 'l Lucania, ma lo è pure di geografia geologica e botanica; perché da Battipaglia comincia a vedersi cambiato il suolo, ch'elevandosi in colli, ne mostra la composizione di calcarea dolomitica, opera degl'interni sollevamenti del globo per effetto de' vulcani, ed a due miglia di là di Eboli il mirto, il lentisco e l’alaterno, che dalle spiagge di Salerno, di Eboli e di Pesto s’innoltrano nell’interno de' campi e si spargono su' colli di quel primo tratto di bassa regione montuosa, non più s’incontrano sulla strada di Oliveto, per sole 11 miglia in retta linea lontana dal mare. La formazione dolomitica parimente s’incontra di là di Campagna nella valle della Tensa, così detta dal torrente che la percorre: ivi tutto è incolto e selvaggio, sì per le ripide balze, e sì per l'ingrata qualità del suolo che la dolomite e la creta quasi per tutto scoverte vi formano. Di dolomitica formazione è pure l’elevato burrone che si frappone fra questa valle che per quattro miglia si stende fino ad Oliveto dal sud al nord, e l’altra in direzione parallela bagnata dal Sele tra Contursi ed il versante orientale di quel paese. Dechinando sempre più la contrada, i bassi colli che precedono Oliveto sono rivestiti di terre argillose, alla vegetazione poco favorevoli; e per la tenue profondità degli strati terrosi cessano gli alberi, in fuori di qualche piccola quercia, compagna di tale geografica regione botanica (12). Alla sinistra di Oliveto s’innalza Mantenevo, di calcarea alpina, i cui inaccessibili dirupi sovrastano al villaggio di Senerchia, che vi sta addossato nella costa boreale. L’ultima regione boscosa di questo ben alto monte, di praterie abbondevole e di svariata generazione di piante, sì eleva tra i 3268 e 4800 piedi, e dal vertice della sua più dirupata cima, alta 4696 piedi, oltre la valle del Sele tra Quaglietta e Contarsi, quasi tutta si discopre la regione montuosa della Lucania. al nord il Vulture e la Puglia, a maestro le vette del Paragone (13) e del Corvatta, al sud l’Alburno col lago di Palo, e molto più da lunge il Sirino ed il Pollino. — Il letto del Sele stringendosi sotto Oliveto, si tragitta sopra un bel ponte di pietra, dove la valle non si eleva che a 1016 piedi. Prima di varcare il ponte, sgorga sulla riva occidentale del fiume un fonte di acqua minerale fresca, acidula e ferruginosa, e di là a mezzo miglio in circa sull’opposta riva alla volta di Contursi ve ne ha altre due bellissime e copiose fonti, una affatto simile alla già detta, e l’altra che rampolla a breve distanza, solfarea salina e termale, che si direbbero zampillare da' crepacci operati dal sollevamento del mentovato burrone di formazione dolomitica. Da Olivato a Valva nel tratto di 5 miglia la contrada tra erte ed avvallamenti presenta l’identica qualità di terre, dove più, dove meno calcari ed argillose. La strada del secondo di questi villaggi, per lo più incolta e deserta, scende in un altro burrone, a due miglia del quale, nella contrada che prende nome da' cespugli delle Ginestre che vi abbondano, il calcare giurassico che mostrasi stranamente sconvolto, ricorda al geologo i più generali cataclismi del globo (14). Quindi si presenta la formazione sabbionosa, che si propaga per tutta la valle di Laviano ed a breve distanza si mostra in tutta la sua forza la formazione dolomitica che sconvolgeva la già detta roccia calcarea stratosa. La quale si stende insino a due miglia, dove è ricoperta dalla roccia arenaria, che non se ne diparte prima di un altro miglio, dove si presenta la formazione cretacea. Folti boschi di faggi coronano i gioghi calcari che sovrastano alla valle di Laviano, e di là a 3 miglia la contrada si eleva nell’altura del Toppo a 2747 piedi. Dopo l’esteso bosco che dagli alberi che vi si addensano ha preso il nome di Cerreta quell’alto piano si slarga in aperto orizzonte, sul quale a sinistra sta Castelgrande, il primo paese della Basilicata nella parte boreale della regione. Indi a non molto dalla calcarea Piana delle rose, nuda affatto di alberi, è sorpreso il geologo dagli enormi blocchi granitici che vi sono sparsi, i quali non essendo meno di 80 miglia in retta linea lontani dalla valle del Crati nella Calabria, dove s’incontrano i primi monti granitici, come altri simili nelle Alpi, e in diverse contrade della Scandinavia, della Russia e dell’America, sono da credere ivi trasportati dalle correnti marine negli ultimi cataclismi del globo (15). Tra questo alto piano ricinto di boschi di castagni e la superiore valle dell’Ofanto si eleva una giogaia di monti, pel cui versante opposto si scende nella vallata di Muro della quale formano il suolo terreni di trasporto, ciò sono banchi di argilla alternanti con gli agglomerati di alluvione. Avendo le più alte e circostanti pendici barrato il corso alle correnti che dall’alto bacino dell’Ofanto vi erano respinte, vi vedi sul versante meridionale confusamente ammontati ciottolami calcari di ogni colore e dimensione (16), ed il nome stesso di quella città conferma tali condizioni geologiche. Nude campagne di terreni calcari argillosi, in su' quali comparisce la Flomide Erba venti, nunzia della vegetazione pugliese, di rado interrotte da qualche querciuola, incontri nella vallata di Atella e Rionero, nel bel mezzo della quale siede il comune di Bella. La strada vi costeggia grandi boschi di cerri, faggi, carpini, aceri, agrifogli ed avellane, ed i monti che vi sovrastano, sono rivestiti di pingui pascoli nelle alture, d’onde si respirano le aure dell’Ofanto. Come la strada s’innoltra verso la fiumana di Atella, che accresce il volume dell’Ofanto, le terre vi sono argillose in tutto il primo tratto della valle, e nell’ampio letto del torrente che quasi inaridisce nella state, compariscono le prime sostanze vulcaniche che vi si propagano dal Vulture, quindi le sabbie, i frammenti di lave, mescolati si veggono a' ciottoli calcari che ne formano la base. Presso il ponte sulla Rendina, a 4 miglia dal Vulture, rampollano copiose fonti di acque solfuree, le quali stanno a confine della linea idrografica minerale de' due bacini superiori del Sele e dell’Ofanto: altre due minerali sorgenti sgorgano ad un miglio da Rionero, l’una acidula ferruginosa, l’altra a breve distanza, acidula sulfurea; le quali con quelle della Rendina si trovano distribuite sopra una linea di 10 miglia attorno il perimetro del Vulture (17). Nella contigua valle di Agromonte, tutta cinta da' gioghi dell'Appennino, si nota una roccia terziaria di materie calcari e vulcaniche trasportate dalle alluvioni; e lungo il torrente ond’ha il nome, incontri confusi ed ammucchiati i vulcanici prodotti della regione vulturina. 1 bassi colli coperti di viti con tutto il terreno coltivabile d’Isca lunga sono per lo più argillosi calcari, ed alla tumultuosa formazione alluviale che vi abbonda, altra più riposata ne sovrasta, la quale si stende ne’ ripiani superiori, e che si riferisce alla roccia sabbionosa omogenea ed a varie gradazioni di gres che tutti ne invadono i colli, nonché le prossime alture di Lagopesole, e si distendono per la vallata del lago stesso che le dà il nome. I dolci declivii, o le attendate masse e le regolari ondulazioni di quelle terre, singolarmente contrastano colle dirupate pendici, gli sdruciti fianchi e le frastagliate macerie delle più antiche regioni montuose, segni manifesti che quelle masse sabbionose ivi si depositavano dopo che le pia possenti forze della natura che sol levate avevano le grandi catene di monti, da lunga stagione stavano in riposo. Coperte di viti e di vene d'acqua abbondevoli sono le basse falde del Carmine, rivestita di macchie la zona boscosa, e nudi affatto se ne continuano i più alti gioghi, sul cui comignolo si erge la cappella che gli dà il nome. Al pari delle più alte cime dell’Appennino, sono composte quelle vette del solito calcareo alpino silicifero, e dalla più alta vetta che si eleva a 3824 piedi, un immenso orizzonte si vagheggia, che circoscrivono i monti e due mari, all’est l’Adriatico, al nord il Gargano, il Pollino e i monti di Calabria, all’ovest l'Alburno ed il Tirreno. Un miglio in circa all’est sta il laghetto, detto Posole volgarmente da' pensili o galleggianti isolotti che vi erano, come in quelli di Cotilia, di Telese (18) ed in altri simili, ma scomparsi, è già tempo, per essersi radicati alla sponda (19); ed a 4 miglia al nord di Avigliano, la cui valle produce generosi ed odorati vini, sgorgano nella contrada di S. Cataldo acque termali idrosolforose, alla guarigione di diversi malori efficacissime (20).

Una catena di monti che corre dal nord al sud, i così detti Foi di Ruoti e di Picerno, limitano all’ovest la valle del Platano; il Fojo Potenza, che a quelli si congiunge, guarda il bacino di quella città, e deriva le acque nel Bradano. L’identica calcarea alpina, sempre sovrapposta alle giurassica, forma l’ossatura di questi monti, come di tutti gli altri che cingono quel bacino; ed in fuori delle loro vette ricche di pascoli, e rivestite di grandi boschi, tutti i fianchi de' monti stessi co' colli che li cingono per ogni verso sono formati da terreni di trasporto, di ciottoli e di brecce, nonché da strati di argille e pietre arenarie; squallido è perciò tutto quel vasto bacino, nudo ed incolto quasi da per tutto; e però la denominazione di Fai, dal greco io credo, come se dir si volesse terre arsicce e bruciate, meglio si converrebbe alle basse falde di tali monti, il cui punto culminante è nel Fojo di Potenza, che si eleva a 4138 piedi, e dal cui alto piano si scoprono i tre mari. Campi argillosi, di alberi spogli mai sempre e sterilissimi si distendono al di là di Potenza, e quasi per ogni dove offre il suolo segni manifesti del soggiorno del mare nella sabbia quarzosa calcarea che si aggruppa ne’ monti delle contigue contrade di S. Chirico, Oppido e Banzi, la quale in più siti appalesa una combinazione di acido marino con base alcalina. Sotto Cancellava ancora sin sotto il monte Vescicola, si trovano a fior di terra lunghi filoni di carbon fossile fra le argille, gli scisti e i sassi arenarii, nonché in altri depositi di alluvione (21). La città di Potenza si trova quasi nel centro de' depositi marnosi e calcareoarenacei, che fiancheggiano il calcare giurassico da Viggiano sino a Muro. La quale confusione de' depositi terziarii e secondarii in quelle vaste contrade, solcate da mammelloni e da alture arrotondate, e le cui rocce stanno alla rinfusa senza traccia di monumenti paleontologici, disvela i grandi sconvolgimenti a cui andarono soggette. In nessuna parte la confusione più grande si appalesa quanto in questa porzione della formazione secondaria della Basilicata, e massime nella contrada tra Potenza e le alture di Tricarico, contrada orribilmente dilacerata e sconvolta, ed in cui le marne secondarie elevano a quando a quando le loro ardesie levigate, nel mentre che numerosi blocchi di gres terziarii vi si veggono accumulati. Il fiume Agri, non meno che il letto inaridito del già piccolo torrente, presentano ad ogni passo delle loro denudate sponde questo caos inestricabile (22). L’alto monte Marmo, o Tusciano, che nelle vicinanze di Picerno si eleva a 2615 piedi, del pari che il monte Vetrice che si eleva al sud, sono unicamente composti di calcare giurassico. Scoscesi burroni cingono da per tutto la profonda valle di Salvitella, irrigata dal Landra: boscosa e deserta è la contrada; ma dalle piante che crescono nell’altura del paese che le dà il nome, già si avvede il geologo delle mutate condizioni del clima e della vegetazione della valle, la quale sbocca immediatamente su quella del Tanagro e del Sele inferiore, che in retta linea non dista più di 25 miglia dal Tirreno. Superate le gole di Salvitella tra folti boschi di carpini e di aceri si raggiunge il versante meridionale de' monti che guardano la valle del Tanagro, d’onde si diramano ameni colli rivestiti di ulivi, che proseguono sino ad Alletta. Dove più si va restringendo la vallata si erge l’alta roccia, da cui il Tanagro si precipita in bellissima cascata, e più oltre si elevano i monti che fiancheggiano il lato nordest del Vallo di Diano, calvi affatto e spogli di vegetazione, laddove folte boscaglie rivestono quelli dell’opposto lato. Tutta la frapposta pianura si copre di messi, e bello è guardarla al primo sorgere del sole, che elevandosi sull’orizzonte vibra i suoi raggi su quell’immenso mare di spighe, le quali dal soffio de' zeffiri agitate e dalla brina inumidite, scintillanti appariscono per la viva luce che ne riverbera (23). Questa pianura è irrigata dal Calore, diverso dall’altro fiume omonimo e più grande che corre all'est del Cilento. Poiché all’uscire del Vallo di Diano la strada sarebbe rimasta interrotta dalle scoscese rocce del monte Sarcone, per via di ponti si sono riunite le alture, separate da precipizii e disposte a terrazzi le une dopo le altre, e si è formata in tal guisa una strada spirale, simile alle famose strade del Moncenisio e del Col di Tenda nel Piemonte. Le rocce così riunite si elevano da' due lati come scoscesi baluardi, divisi trasversalmente e con una regolarità meravigliosa in numerosi strati, piegati talvolta come gli archi di una volta; osservando i quali un celebre geologo afferma, non trovarsi contrada in Europa, dove più che nelle nostre regioni montuose più grandi testimonianze abbia lasciate Fazione energica delle forze della natura che ha dato forma alla superficie del globo (24). Di là del monte che chiude al nord il Vallo di Diano, si stende la valle di Auletta, o del Tanagro, limitata all'ovest dalla catena degli Alburni, la quale corre per circa 20 miglia dal nordovest al sudest. Questa valle che ha per base il calcare giurassico, si distende nella forma di un ferro di cavallo, i cui due archi sono traversati nella loro lunghezza, l’uno dal Tanagro che scorre dal sudovest al nordovest, e l’altfo dal fiume Bianco che si mescola al primo, e si dirige quasi dall’est all’ovest. I depositi terziarii hanno elevate le rive di questi due fiumi ad un’altezza sì considerevole che talvolta li stringono da' due lati, lasciando appena l’adito ad un filetto d’acqua che vi serpeggia come nel fondo di un precipizio. Nel confine di questa valle sta l’osteria dello Scorzo, dove i monti si aggruppano, e la strada sino all'altura della Duchessa è cinta da folte boscaglie che la rivestono di malinconica e romantica bellezza.

All’ovest della catena degli Alburni si stende la valle del Calore, che unisce le sue acque al Sele poche miglia innanzi che metta foce nel mare. Questa valle è limitata al sudovest da un’altra catena di monti calcarei, che si eleva all’oriente di Pesto sino a 1300 metri sul livello del mare. In fuori del monte di Trentenara e del Sottano, che sono in tutto isolati, questi monti formano una catena di circa 7 miglia, e calvi affatto verso il sud, sono verso il nord dove vestiti di messi, e dove di boschi. Gli strati interni di questi monti, come quelli delle prossime colline di Capaccio, di Altavilla ed Albanella, mostrano ne’ lapilli, nelle arene e nelle conchiglie l’antico soggiorno del mare. Al sud di questa catena è una bella regione di colline e di valli che si abbassa verso la costa, e che dalla foce del Sele all’ovest insino a Sapri all’est si distende sopra una spiaggia di circa 80 miglia, ed in essa si comprende un tratto di paese, uno de' più belli delle nostre contrade, dir voglio il Cilento, così detto probabilmente perché posto di qua dell’Elento (Cis-Elentum), il fiume che dalla regione di Posidonia divideva l’Elealide. In fuori di pochi piani, de' monti che in più guise e direzioni co' colli vi si diramano e intralciano, alcuni formano molte valli, altri terminano in coste per lo più erte e inaccessibili con antri a fior d’acqua. A maggiore altezza vi si elevano il monte di Novi, alto 4100 metri, il Tresino sulla spiaggia di Agropoli di 1000 metri, ed il monte Stella che di contro gli sorge, di 1600 metri. I colli che si elevano sulla marina del nordest, gareggiano in amenità con quelli di Castellabate e Torchiara, e per la delizia di questa contrada molte ville vi edificarono i Romani, che Simmaco loda in una delle sue epistole.

Da Torre Sciabica sino al di là Elenio la spiaggia scogliosa e ripida si abbassa e scomparisce per formare un’ampia valle, nella quale scorrono quasi paralleli i due piccoli fiumi di S. Barbara e l'Elenio. Una linea di colline, che corrono dal nord est al sudest, e terminano alla riva del mare con un’altezza quasi isolata e circolare, su cui si erge il gotico castello di Castellamare della Bruca, divide diagonalmente questa pianura, dove ristagna una grande palude che per mezzo di canali comunica coll'Elenio. Le rocce che dal nordest del circondario di Vallo si prolungano in quello di Pisciotta, terminano in più colline sabbiose calcaree, nelle quali si ravvisano depositi di sostanze conchilifere, ed in talune banchi di carbonato calcareo. Alle imminenti rive del mare della Molpa si eleva e si estende sino a Roccagloriosa la gran mole del monte Bulgaria, quasi nudo e di calcarea grossolana con vene di scisto argilloso, e sparsa d’impronte conchilifere. Senza dire degli altri monti contigui di Antilia e Mandia, della stessa formazione geologica, quello di Lagorosso presso Cuccaro racchiude strati silicei e di ocra, che nelle piogge fa rosseggiare le acque del fiume Melpi. Erto, aspro ed incolto è il gran masso calcareo del promontorio Palinuro che dappresso si eleva, e che si suppone originato da un’esplosione vulcanica, ed alle falde verso il golfo rampolla infatti molt’acqua solfurea. Gli alti colli che difendono il fianco occidentale del suo porto, sono di sabbia calcarea sopra un limo marnoso sparso di testacei. Simili a questi sono le colline che si elevano ne’ vicini circondarli di Camerota e Torreorsaja, meno che ne’ lati del nord est, formati per lo più da ciottoli calcarei. Di solfato di potassa sovrabbonda 1 eminenza di Torreorsaja, ed il monte che sovrasta a S. Giovanni a Piro, nonché il capo Morice che gli sta di lato, sono di grossi banchi calcarci, screziati di neri ciottoli, di cui si ravvisano frantumi tra' depositi calcarei de' colli di Lentisca e Camerota, di contro al golfo della Molpa. Da questa bella contrada, e dalla spiaggia salendo verso i monti del confinante distretto di Sala, non incontri che gli stessi accidenti del suolo delle già descritte. I monti e le colline in più parti lo intersecano, lasciandovi parecchie valli poco profonde. I colli, che vi si elevano de' 400 a' 700 metri, sono di sabbia calcarea stratificata sopra base di marna, e rivestiti nelle falde di messi, di olivi, viti e frutteti; e i monti di calcarea comune, che giungono all’altezza di 900 a 1400 metri, e s’innalzano a guisa di tronchi coni o di massi dirupati, sono per lo più coperti di annose querce, di smisurati faggi e di boscaglie. Tutto di colline è il suolo delle contrade di Vibonati, Morigerati e Sicili, sparse da per tutto di depositi marini; e tra' monti distinguesi il Centaurino che a circa 1300 metri si eleva sopra Sansa, posta sopra un poggio cinto da altri altissimi gioghi. Due laghi pescosi s’incontrano tra le rocce di Padula, il Mandrano di circa 130 moggia in mezzo di orride balze, e dopo 600 passi la Tessuta, di circa 60 moggia, che formano al pari del primo le piogge e le nevi liquefatte. Sulla straripevole altura di Montesano ve ne ha un terzo detto Maorno, di circa 90 moggia. Il secondo di questi laghi, non ostante il superiore livello in mezzo ad enormi macigni, si è talvolta riunito Mandrano, e nella spelonca appiè del Maorno vogliono alcuni ritrovare l’antico oracolo ricordato da Massimo Tirio, il quale parla veramente di quello dell’Averno (25). Poiché più oltre a maggiore altezza si elevano i monti, quelli della Balzata che soprastano a Sala nel lor punto culminante di Sito Alto giungono 1450 metri sul livello del mare.

Lasciato il Vallo, tutto sparso di copiose vene di acque, e salendosi verso Casalnuovo, il paese diventa sempre più agreste e montuoso, e più frequenti vi sono i torrenti, che o scorrono nel Vallo di Diano, o accrescono il Calore. La catena de' monti al sud è dominata dal Sirino, che sin nella state serba larghe zone di neve; ed il monte della Madonna della Neve è l’altra più alta montagna della catena che si dirige al nord. Alla calce concrezionata che forma la base di tutto il paese limitrofo di Principato Citeriore succede quindi la calce scistosa e lo scisto argilloso calcare. La strada da Casalnuovo all'abbandonato fortino di Gervasi, in su' confini della Basilicata, continua per monti bellissimi coperti di faggi e di alni a foglie cordate. Prima di Lagonegro i boschi sono coperti di castagni selvaggi che vi sfoggiano stature colossali, e i monti che cingono quel bacino, sono di tutt’altra natura di quelli di Principato Citeriore, essendo composti principalmente di scisti calcari argillosi, e quasi tutte di vere argille le colline che vi si addossano. Come nell’altura di Lagonegro, ne’ monti che fiancheggiano l’alto piano del Galdo, sempre s’incontra il calcare carbonato compatto bigio con venucce di calcare carbonato bianco, di cui questi gioghi abbondano nella separazione de' monti di transizione a' secondarii, e che sovrapposti a' monti primitivi, i geologi inclinano a considerarli come membri diversi della stessa formazione (26). Scendendo da Castelluccio, ed avanzandosi verso la valle del Mercuri, i terreni argillosi ferriferi si cambiano in pure argille bianche, di cui la forza dell'aratro non basta a rompere le grosse zolle. Di là del prossimo alto piano di Ruggia, che si smalta di fiori e si copre di piante bellissime, e più notabile ancora pe’ faggi e gli abeti di mole colossale, si estende un vasto bacino che all’est e al nord circoscrivono meno alti monti, al sud l’elevato giogo di Dolcedorme, al sudovest il Pollinello, calvi e nevosi entrambi in sulle vette nella state; all’ovest e al nordovest la Serra Crispa e la Ciavola, coperte di folte boscaglie di abeti e di faggi. Sotto Latronico, e propriamente alla Tempa di S. Pietro, i monti chiudono il varco alla vallata per modo che vi formano una naturale fortezza. Molte elevate e nude pendici cingono ancora la più lontana vallata di Morano, e 'l monte che in forma di piramide ne chiude l’estremità settentrionale, è calvo da per tutto e detto Monsuno, forse mons unicus, perché solo in mezzo degli altri si eleva a guisa di cono vulcanico (27). Quasi in su' confini di questa vallata, dove giungeva la Lucania, come in altri punti s’incontrano nella diversità del suolo i limiti geologici della regione con quella de' Bruzii, perché da Lagonegro a Lauria non incontri che campi argillosi, né si elevano che montagne scistose e di transizione e più oltre nella vicina Calabria rocce calcari. Di scistosa formazione è perciò il Cocuzzo con strati a perpendicolo, mentre oblique sono le direzioni degli altri simili monti che costeggia la strada del Galdo; e l’ocrea che tinge di rosso larghe estensioni di essa, annunzia i minerali ferruginosi, di che abbondano que’ gioghi. Gli scisti argillosi si mostrano ancora allo scoperto sin verso la boscosa regione del Sirino, e dove comincia la regione pratifera cedono il luogo al calcare, che continua fino all’estremo vertice del monte, alto circa 6000 piedi (28).

Dalle fonti del fiume Lao presso Viggianello insino a Bollita ne’ confini della Lucania colla regione de' Bruzii descrivono le rocce a fronte della Calabria citeriore due archi molto irregolari e sinuosi, e i monti che vi si elevano, coperti più o meno di boschi, sono frammezzati da pochi ed interrotti piccoli piani, da spesse e profonde valli. Per mole ed altezza fra tutti signoreggia il Pollino, di circa 1250 metri sul livello del mare, e di profonde nevi coperto in gran parte dell’anno. La catena di questo monte, una delle più alte delle nostre regioni, è una enorme massa, composta principalmente di nero calcare (29). Dal suo punto centrale si diramano in tutte le direzioni altre elevate catene di monti, che in linee flessuose traversano valli sinuose: spaventevoli abissi solcano spesso questo laberinto, i cui fianchi dislogati ed a selvaggi contorni accrescono l'aspetto veramente sublime di questi giganti di monti, gli uni su gli altri accavallati. Ma ciò che sorprende il geologo, è la parte orientale di questo sistema di monti così esteso e sì complicato, composta di una roccia diversa da quella del Pollino propriamente detto, a cui nondimeno si rannoda con transizioni quasi indiscernibili, ed è la roccia marnosa e la calcarea arenosa, che costituiscono la seconda grande sezione della formazione appennina; Nelle diverse forme delle più alte cime di questi monti, dove angolose, dove coniche e quasi rotonde, come nelle diverse inclinazioni degli strati del Pollino, del monte della Madonna delle Armi presso la spiaggia al nordovest di Francatala, e del monte dell’Afforcato che dalla massa centrale del Pollino divide la catena trasversale del Pollinello e di Dolcedorme, chiari segni si ravvisano d’immemorabili sconvolgimenti. Alte catene di monti, dipendenti per lo più dal sistema del Pollino percorrono in diverse direzioni le contrade tra Moliterno e Francavilla, e tra i gioghi ammontati gli uni su gli altri che le ingombrano si distinguono sopratutto la catena del Raparo, e quella dell’Asprella, che correndo quasi parallela alla prima si estende sino a Labronico verso il sud, e presso questo paese si riunisce alla Serra di S. Croce. Questa giogaia, notabile pel marmo bianco bellissimo che vi si trova, che il lodato geologo viaggiatore assomiglia alle cave di Pontelico nella Grecia (30), dopo aver percorso per qualche estensione il fiume Sinno, ripiegasi al nord est e forma l’alta catena di Mirai da, la cui più alta vetta, nota sotto il nome di Alpi, è quasi in tutto Tanno coperta di neve. Dalla identica calcarea sono formati i gioghi che da questa catena si diramano nelle vicinanze, svelando talvolta nondimeno piccoli strati di scisto argilloso, e spesso di carbonato calcare. Tutti questi monti sono in gran parte coperti di boschi, e notabili tra questi sono la Pietra Pertosa all'est di S. Arcangelo, la Caccia all’ovest di Terranova, ed il Pantano al nord di Senise, nel cui agro rampolla un’acqua salsa dalle falde di un colle, e copiose acque minerali nel rinomato Fonte del Silenzio, cheto ed immobile, secondo il volgo, a chi vi si accosta senza far motto, ma che s’intorbida e gorgoglia a chi discorre e fa rumore, superstiziosa credenza derivata forse dall’antichità. Ne’ colli ch’ivi presso si elevano verso il nordest il carbonato calcareo si vede misto a sostanze tutte disgregate, e segnatamente in Roccadora e S. Arcangelo. Una catena di bianchi coni piramidali, tutti spogli di vegetazione, si eleva lungo il fiume Agri; e la successione continua di massi di sabbia, di marna e di conglomerati dà a questa parte della regione un certo aspetto di tristezza ed uniformità, che accresce la rarità de' paesi senza circostanti villaggi. Si sono osservati in questi massi pesci, conchiglie, foglie, legni ed ossa di quadrupedi petrificati; e da per tutto vi si osservano indizii di que’ sollevamenti per opera de' vulcani sottomarini, che uno scrittore patrio sosteneva è già tempo (31), prima che illustri geologi ne portavano la teorica alla massima evidenza. Queste ultime contrade per conquista furono comprese nella Lucania, ma appartennero propriamente alla Siritide, o Eracleotide, e vi ritornerò nella descrizione della Magna Grecia.

E questa in generale la Lucania, della quale così varia è la qualità del suolo e del clima, come quella che abbraccia una ben grande estensione di paese (32). Attraversata in quasi tutta la sua lunghezza dall’Appennino, che dal monte Alburno per essa innoltrandosi verso le falde del Pollino termina fra i due mari, e in belle e vaste, e per lo più amene colline distendendosi in riva del Tirreno, ha rigidi interni ne’ luoghi mediterranei, dolci ne’ piani. Mediocri, ma non pochi e be’ fiumi la irrigano, e limpidi ruscelli, e fonti dolcissimi ed abbondevoli ne rendono nella state piacevole il soggiorno, in fuori nondimeno di parecchie contrade, e quelle segnatamente che riguardano il Jonio. Pregevole e rara ne è pure la Flora (33), ed assai più che ne’ moderni tempi greggi numerosissime nutrirono i suoi boschi. Altrice ancora di armenti in abbondanza, prosperevole da' primi tempi ne fu l'agricoltura, onde crebbero i Lucani in popolazione e potenza non meno del grande e valoroso popolo sannitico, da cui ebbero l’origine.

III. Oltre le pelasgiche origini di più città della regione, come nella descrizione di queste città istesse sarà detto, Plinio annovera i Pelasgi tra i popoli primitivi della Lucania. Ma prima di questi fu abitata dagli Enotri i quali dominarono su tutta la spiaggia della penisola da Taranto a Posidonia (34); ed a ritenere come vere successioni di popoli, non di semplici denominazioni geografiche, le successive mutazioni di abitatori ricordate da Plinio, agli Enotri sarebbero succeduti gl’Itali, poi i Morgeti e i Sicoli (35). Comechè con più di certezza le memorie storiche questi ultimi popoli ricordino nella regione che poi fu de' Bruzii perché tra i golfi di S. Eufemia e Squillace fu ristretta l’Italia primitiva (36), e non è da credere che i Sicoli fuggendo innanzi a' Pelasgi e ad altri popoli (37) gran tempo vi rimanessero, pur nell’odierna terra di Sicilì rimane un vestigio della loro permanenza, come in quella di Morigerati si è creduto di trovare un’orma di quella de' Morgeti (38). Ultimi a comparirvi furono i Lucani, come lo stesso Plinio ricorda, e le tradizioni storiche confermano. Quando gli Elleni tenevano le due spiagge del Tirreno insino allo stretto siciliano, cresciuti i Sanniti in grande popolazione, conducevano nella regione mediterranea una loro colonia, che poi formò il gran popolo de' Lucani (39). La storia non dice da quale regione del Sannio propriamente movesse questa colonia, ma è verisimile che si partisse dalla più popolosa, da quella de' Pentri, e sembrami che il dimostri il nome del fiume Calore nella Lucania, ripetuto da quello del fiume omonimo che si scarica nel Tamaro, noto fiume di confine degli stessi Sanniti Pentri (40). A crederne alcuni antichi, i giovani sabelli davano il nome alla regione, sia che si nominassero da un Lucio lor condottiero (41), sia che le imponessero il nome di Lucania da' grandi boschi che vi ritrovarono (42). Ma oltre di queste etimologie altre due ne adduce Festo, sia perché la regione stessa era situata verso il pianeta di Venere, cioè all’oriente, e Lucaina infatti è detta ne’ miti l’aurora, la madre dell’allegorico Lupo, o del Sole; sia perché argillosi ne sono per lo più i terreni, e molta luce danno per loro bianchezza (43). Questa sembrami veramente l’etimologia de' Greci, perché non Lucania, ma Leucania (Λευκανία) nominarono la regione; e questo mi pare il suo nome più antico, che le imposero i popoli che l’abitarono prima de' Lucani, ed i Pelasgi più che gli altri, perché Leucania similmente, forse per la condizione stessa della terre argillose, nominarono l’isola di Samotrace, detta anche Leucosia (44), come l’isoletta che sorge incontro al promontorio Palinuro. Forse adunque il nome di Leucania fu ristretto ne’ tempi primitivi alla sola grande vallata di Potenza, dove più apparisce la detta condizione geologica, e di là poi si diffuse a dinotare tutte le rimanenti contrade.

IV. Ma in qualsivoglia modo si vorrà credere originato il nome di Lucania, ignoto è il tempo in cui i giovini sanniti vi si condussero per occuparla; sembra nondimeno posteriore a quello, in cui i Sanniti s’impadronivano di Volturno e di Capua in una regione più vicina e più ubertosa che non era la Lucania; ma erano ornai giunti insino al fiume Lao tre anni prima che la colonia sannitica s’impadronisse affatto di Capua, nel primo anno cioè dell’Olimpiade LXXIX (328 di Roma), quando Antioco Siracusano compiendo la sua storia di Sicilia, poneva nel corso di quel fiume uno de' confini dell’antica Italia (45). Si erano già prima naturalmente impadroniti di Posidonia, la quale colle città federate ebbe ad essere la prima a soggiacere al loro dominio. Ma la prima volta che la storia fa veramente menzione de' Lucani è quando narra l’impresa di Cleandrida, illustre capitano di Sparta, nel guidare i Turii contro di essi e la città di ferina (46); il che pruova, dice il Niebuhr, che i Sabelli non avevano ancora penetrato nel paese tra queste due città. E già erano divenuti possenti nel 4.° anno dell'Ol. XCVI (359 di Roma) quando i Greci Italioti contro di essi e Dionigi di Siracusa conclusero la prima alleanza difensiva (47). Questa generale federazione delle città greche ritardò per poco le loro conquiste; ma debellati i Turii indi a tre anni presso la città di Lao (48), che avevano ormai fatta propria, sommettono senza contrasto la penisola insino allo stretto; e benché in alcune battaglie superati li avesse Dionigi il giovine, pure abbraccia ansiosamente le condizioni della pace nel 2.° auno dell’Ol. CIV (393 di Roma) (49), per tema certamente della loro cresciuta potenza. Ristretti tre anni dopo ne’ loro primitivi confini, per la ribellione de' Brusii, che loro tolsero la più grande e la più bella parte della regione (50), a rinfrancarsi di si grave perdita muovono alla conquista di Taranto; e dopo una guerra, nella quale perdeva la vita Archidamo re di Sparta, chiamato in aiuto da Tarentini, come originarli Spartani, fu conchiusa la pace tra i due popoli (51). Ma nell’anno di Roma 423 si collegano i Lucani con gli antichi loro soggetti, i Brusii, e devastano il paese de' Tarentini (52), i quali chiamano in loro aiuto Alessandro Molosso. Più fortunate di quelle degli Spartani furono dapprima le imprese del re di Epiro, il quale in più battaglie ottenne la vittoria, e tolse Lucani molte città (53); ma morendovi anch’egli, la guerra avea fine con vantaggio de' Lucani, che rimasero padroni di Eraclea, colonia de' Tarentini. Non passano più di 25 anni, e scoppiano di bel nuovo le ostilità tra' due popoli. I Tarentini ottengono di bel nuovo il soccorso degli Spartani condotti da Cleonimo, ed i Lucani atterriti dal numeroso esercito che aveva raccolto, con chiudono la pace (54).

Era cresciuta intanto la potenza di Roma, e ce Sanniti aveva ormai cominciato a disputarsi il dominio d’Italia, quando in sul principio della seconda guerra i Lucani con gli Apuli, che sino allora erano rimasti indifferenti co' Romani, temendo forse di essere soverchiati dall'uno o dall'altro popolo, accostandosi alle parti della Repubblica, promettono armi ed uomini per la guerra, e sono ricevuti in alleanza (55). Ma non si tosto rotta quest'alleanza che conchiusa, per le astuzie de' Sanniti, furono i Lucani obbligati a ricevere nelle loro fortezze presidii sannitici (56); e nel 436, soggiogata l’Apulia, entrano la prima volta gli eserciti romani nella Lucania. In fuori della presa di Nerulo (57), niente altro della sorte de Lucani in quella guerra sappiamo da Livio: forse ancora le imprese de' Romani si ridussero a quella sola, costretti a combattere altri popoli. Certo è che infino al 454, non ottennero i Sanniti di trarli nella lor lega; e non potendo più tollerarne gl’insulti e le violenze, si mettevano sotto la protezione di Roma, che con loro rinnovava l’alleanza (58). Ma quest’amicizia fu rotta indi a tredici anni, perché tornando i Lucani alle offese contro quo' di Turio, e ricorrendo costoro all’aiuto de' Romani, il Console C. Elio nel 466, e Manio Curio nell'anno seguente li liberavano dalle vessazioni de' prepotenti vicini (59). Perciò nel 471 i Lucani si collegavano non solo co' Brusii, ma con gli stessi Sanniti ancora e co' Tarentini, grandi nemici della Repubblica. Ma gli alleati sono vinti dal Console C. Fabricio in più fatti d’armi, tra' quali il più memorabile sembra quello per la liberazione di Turio, che Stazio o Stenio Statilio capitano lucano nuovamente stringeva di assedio (60). Non alienandosi quindi dalla lega co' detti popoli, più volte sono combattuti da' Romani nella guerra contro Pirro e i Tarentini; e più ancora dopo che il re di Epiro usciva d’Italia restavano esposti alla vendetta de' Romani, i quali ne saccheggiavano le terre, ne diroccavano le città sotto il comando di Fabricio, o in più battaglie li debellavano sotto P. Cornelio Rufino, M. Curio, e Lucio Papirio (61). Furono allora costretti a chieder la pace co' Bruzii, e la presa di Taranto nell'anno stesso 481, del pari che la morte di Pirro in Argo, che gli alleati speravano ed i Romani temevano che con più grandi forze tornasse in Italia, assicuravano a Roma il dominio. Ma Frontino ricorda di bel nuovo il Console Fulvio Nobiliore in guerra co' Lucani (62), dal quale erano forse facilmente sconfitti, perché insino al 535 in buona pace continuarono, contribuendo in sul cominciare della guerra cartaginese 30mila fanti e 3mila cavalli (63), e militano in fatti tra gli eserciti Romani. Ma dopo la famosa battaglia di Canne, così fatale a' Romani, con molti altri popoli si danno ad Annibale (64); e perciò nel 539 il Console T. Sempronio espugnava alquanti ignobili castelli de' Lucani (65), contro i quali faceva piccole avvisaglie; ma senza combattere, tornavano sotto la romana dominazione, appena che i Consoli Q. Cecilio e L. Veturio movevano contro di essi nel 546 (66); dopo del quale fatto insino alla guerra italica la storia non ricorda altre imprese contro de' Lucani, di cui, finita la guerra contro Annibale, dové Roma certamente vendicarsi; ma perduta è la memoria di questa vendetta, se pur non fu che alla dura condizione di Prefetture furono ridotte sette loro città, dir voglio Fulcejo, Pesto, Potenzia, Atina, Consilino, Tegiano e Grumento (67), le quali sembra che più si fossero dichiarati pe’ Cartaginesi. Impadronitisi i Romani di queste ed altre ragguardevoli città della regione, rimase affatto abbattuta la potenza de' Lucani, per modo che Strabone scrive, ch’essendo a molte sciagure soggiaciuti, eragli malagevole il determinare i luoghi delle loro dimore; ma se si può con lui convenire che nessuna delle dimore stesse, di per se considerata, aveva qualche celebrità (68), esagera certamente quanto alle città lucane che più distinguere non si potevano. Nell’epitome di Livio si narra che A. Gabinio pròsperamente combattè i Lucani nella guerra sociale, ed espugnandone non pochi castelli, in uno di quelli assedii perdeva la vita (69); ma diversa è la narrazione di altri storici, da' quali sappiamo che quando tutti gli altri popoli italici, accordati o vinti, deponevano le armi verso la fine di quella guerra memorabile, i soli Lucani e i Sanniti insino alla fine la sostenevano pel bramato dritto di cittadinanza, e come gli altri popoli furono in fatti messi nelle tribù per dare il loro suffragio (70).

Sono note alcune medaglie in bronzo dei Lucani, senza che sappiasi propriamente in quale delle loro città le battessero, se non fu a Pesto, o nella loro capitale Petelia. Queste medaglie, imitate da quelle AtiBrezii, hanno l’epigrafe AOVKANOM nel patrio dialetto, e ΛΟΥΚΑΝΩΝ, ΛΥΚΙΑΝΩΝ in caratteri greci, co' tipi di Giove fulminante, di Marte e di Ercole nel dritto, e della Vittoria coll’epigrafe NIKA, di Pallade o Bellona nel rovescio in atto di correre ed animare la zuffa, per alludere al valor militare di essi (71). Tutto è greco, dice il Lanzi, parlando delle medaglie colla prima epigrafe, in fuori della desinenza latina, e de' caratteri osci, comuni ad altri popoli delle nostre regioni (72). Il Mazocchi attribuiva le altre coll’epigrafe greca alla città di Lupia nella Messapia ma la somiglianza tra le une e le altre facevale attribuire dall’Eckhel a’ Lucani, opinione seguita dal ch. Avellino, il quale nota che nel campo di una di tali medaglie si vede scolpita una testa di lupo, allusione manifesta alla voce λυκος (lupo), da cui derivavasi il nome di ΛΥΚΙΑΝΟΣ (73), che in certa guisa fa pur risovvenire il nome primitivo de' più antichi abitatori della regione, i Licaonidi Arcadi o gli Enotri, derivato dal paese che abitavano, dalla Licaonia, che ha tanta analogia col nome di Lucania. Si può supporre del resto che i Lucani del pari che i Brezii tali medaglie continuarono a battere sino alla fine della seconda guerra punica, quando furono privati di tutti i loro dritti politici; ed altrove rimettendo le poche rimembranze de' particolari costumi de' Lucani, ora dico soltanto che fra tutti i nostri popoli ebbero il vanto di ospitali e giusti (74), ed in onore del paese che abitarono è pur degno di ricordo che anche dopo tanto volger di tempo che rimuta i costumi, la virtù dell’ospitalità non vi è più rara che ne’ tempi antichi. Ma, passando a descrivere le città che abitarono, quelle sole ricorderò che si compresero ne’ primitivi limiti della regione; perché a volervi comprendere anche le altre ch’indi vi aggiunsero colla conquista, descriver dovrei gran parte di quelle della Brezia e della confinante Magna Grecia.

1. Tempio di GIUNONE ARGIVA

Chi dalla foce del Silaro, dove cominciava la Lucania, avviavasi per la spiaggia alla volta di Posidonia, incontrava prima il tempio di Giunone Argiva, di così remota antichità che dicevasi volgarmente fondato da Giasone. Questa tradizione, riferita da Strabone e da Plinio (75), ed a ragione tenuta come favolosa, altra origine non ebbe che la sua antichità istessa, o più probabilmente si derivò dagli stessi Greci che nella Lucania si stabilivano, perché anche agli Argonauti si attribuiva il tempio della stessa dea nell’isola e città di Samo (76), dove dicevasi anche nata, alla sponda del fiume Imbraco. Una tradizione più verisimile riferiva Neante di Cizico, quando affermava che i templi della Madre Idea erano stati fondati dagli Argonauti nella loro navigazione verso del Fasi (77); e comeché i mitici racconti ricordino il ritorno degli arrischiati navigatori pel Tirreno e l’Adriatico (78), questi racconti nondimeno non derivarono probabilmente che dalla remotissima migrazione de' Colchi nell'Istria e nelle spiagge dell'Epiro (79). Il perché meglio avvisati scrittori il tempio presso del Silaro hanno attribuito a' Pelasgi Tirreni (80), ed una migliore opinione non si può porre in mezzo, considerando non solo l'adorazione della dea d’Argo propria de' Pelasgi, ma il dominio ancora di questi popoli su tutta la spiaggia della Campania, che ne’ tempi primitivi si distese insino al Silaro (81), e più oltre sul lido stesso della Lucania, come appresso sarà detto. Tuttoché più insigne, fu questa nondimeno una fondazione simile a quella di Cupra nel Piceno, e di Nuceria nella Campania, città del pari celebri pel culto di Giunone, ed abitate egualmente de' Pelasgi (82); e dal vero si dilungarono quegli scrittori, i quali cercando di spiegare la riferita tradizione, non giunsero ad investigare l'origine del celebre tempio (83). Il quale un’antichità prodigiosa vantava quando fu distrutto, dopo Vela di Plinio e ne’ primi secoli del Cristianesimo, un’antichità almeno di XIV secoli, a crederlo fondato anche un secolo dopo del primo arrivo de' Pelasgi in Italia. In qual modo del resto e sotto qual forma la dea d’Argo fossevi adorata noi dice Strabone, né si sa da verun altro antico; ma egli sembra che il simulacro non doveva dissomigliare da quello che in tempi remotissimi dedicava a Tirinto Piraso d’Argo, e che fu poi trasferito nell'Ereo presso Micene nell’Eubea. Vi si vedeva la dea sedente sopra una colonna; ma quando le arti aggiunsero in Grecia a quella perfezione che stupì il mondo, e a cui da secoli si brama che facciali ritorno, il celebre Policleto figurava Giunone sedente in uh trono di straordinaria grandezza: stavate sopra una corona, in cui erano scolture rappresentanti le Grazie e le Ore, ed in una mano teneva un pomo granato, nell'altra uno scettro con sopra un cuculo (84). Chi può dire le innovazioni fatte nella statua della dea nel tempio presso del Silaro, ma può supporsi almanco come la Giunone nel tempio di Samo opera di Smilide di Egina, e che una medaglia samia rappresenta col capo velato, e portante il modio tra due pavoni (85). Non solo del resto non rimase vestigio del celebre tempio, ma è ancora di molto dubbia situazione; perciocché se ascoltiamo Strabone, sorgeva nella Lucania e se crediamo a Plinio, nella Picentina. Strabone nondimeno assegnavano il sito preciso di là della foce del Silaro a 50 stadii, ossia a più di 6 miglia romane, da Posidonia; così che situato certamente ne’ confini delle due regioni, il greco geografo consideravate nella Lucania, e Plinio nella Picentina. Contro verità perciò affermava il Cluverio che fosse stato presso Marchia (86), città dalla foce del Sitavo molto lontana, e nell’opposta spiaggia del Tirreno; contro verità altri sostenevano con una facile, ma erronea etimologia, che sorgesse a Gifoni (87), in su' monti e a 18 miglia al settentrione della foce del fiume; ed è più consentaneo al vero che non altrove fosse posto che nel sito della torre del Sele (88). Parendomi tuttavolta di molto difficile topografia, il vero sito di esso potrà forse disvelare quando che sia qualche avanzo delle sue fondamenta sepolte nella spiaggia, sulla quale fu eretto.

2. POSIDONIA, o PESTO (Ποσειδωνία, Pacstum)

Dopo il tempio di Giunone Argiva non incontravasi, come ho detto, alla distanza di 50 stadii che la città di Posidonia. L’origine fenicia, etrusca, greco-dorica, greco-sibaritica di questa celebre città derivasi dalla scelta e dalla inclinazione degli eruditi, essendovi etimologie ed investigazioni all’uopo per tutte queste origini; ma lo storico imparziale inclina solo alla ricerca del vero, ed è da dire perciò che preesistendo alla greca colonia de' tempi storici, fu primamente fondata da’ Pelasgi Tirreni, la cui presenza su questa spiaggia è manifesta non solo dalla fondazione del tempio sacro a Giunone, ma da quella ancora di due altre città sulla spiaggia stessa, Elea dir voglio e Molpa, le quali seguivano dopo di Posidonia. Scimno di Chio dice che questa città venne rondata da una colonia di Sibariti, tradizione confermata da Solino, il quale ricordandola col nome posteriore di Pesto, afferma che fu fondata dai Dori (89), non già i Dori Fenicii, come pretese il Mazocchi (90), sì bene gli Achei, detti anche Dori quando dopo la guerra trojana ritornavano alla loro patria, condotti da Doro (91). E noto ancora da Aristotile che non solo gli Achei vennero a fondar Sibari, ma anche i Trezenii (92), ch'erano loro vicini, e che furono anche lor sudditi (93); ed il nome stesso della città chiaramente ci ricorda questa origine, perché avendovi avuto la parte maggiore i Trezenii, la nominarono col nome della madre patria, cioè Trezene nell’Argolide, la quale per essere sacra a Nettuno fu primamente detta Posidonia (94); e qui debbo con lode nominare il Lagardette, il quale fra quanti hanno scritto di questa città illustre è il solo a dichiarare la vera origine del nome di Posidonia, e quindi della colonia ellenica che vi sopravvenne (95). Aggiungi che furono in uso a Posidonia i banchetti comuni (σισσίτια), antica usanza de' Dori conservata da Licurgo (96); e dorico ancora è l’ordine de' suoi templi, grandi e maestosi, e soli ammirevoli fra quanti monumenti sopravanzano dell’antichità greca nelle patrie contrade. Lasciando stare le congetture di alcuni moderni scrittori (97), ignota è l’epoca precisa della fondazione di questa colonia, e dobbiamo solo starcene paghi al breve racconto di Aristotile, il quale scrive che i Trezenii uniti agli Achei per fondar Sibari essendo stati scacciati dalla nuova città da questi ultimi non guari tempo dopo del loro arrivo, andarono a fondare un’altra colonia (98), la quale fu certamente questa di Posidonia; e Scimno di Chio e Strabone, o l’antica tradizione stessa da essi seguita, a cagione del soggiorno che i Trezenii avevano fatto in Sibari, li nominarono semplicemente Sibariti (99); se pur non vogliasi credere che i Sibariti stessi vi ripararono nella distruzione della loro patria, o un’altra colonia vi spedirono anche prima, ma dopo de' Trezenii, al che sembra che accenni il tipo di alcune monete della città simile a quello delle monete di Sibari. Strabone dice del resto che i Sibariti facevano dapprima il recinto della città presso la riva del mare, e che indi a non molto più in alto si trasferivano (100), non già ne’ monti, come suppone un patrio scrittore (101), sì bene nel sito stesso, dove a qualche distanza dal mare si veggono i templi colle mura della città, né si sono osservati mai ruderi tra Spinazzo ed Agropoli sotto i colli di Ogliastro, dove il Mazocchi supponeva che si fossero prima stanziati i Sibariti (102).

Comeché ignote sieno le sorti di questa città insino a che fu occupata da' Lucani le sue molte monete, come i templi stessi, ne dimostrano lo splendore e la prospera fortuna, dal tempo almeno che fu accresciuta dalla colonia de' Trezenii. I tipi delle ancore, de' timoni ed altri nautici arnesi in tali medaglie mostrano ne’ Posidoniati un popolo di marini, e per la bellezza del lavoro si appalesano dell’epoca, in cui le imprese, le arti e le lettere aggiunsero nella Grecia propria, nella Magna Grecia e nella Sicilia al maggior grado di perfezione. Incuse sono le più antiche, e coll’epigrafe retrograda ГОМ, ΓΟΜΕΙ, ΓΟΜΕΙΔΑ, hanno per tipo costante Nettuno che brandisce il tridente, e che in altre stringe un polipo, o un delfino. Più notabili sono quelle che dall’uno de' lati della figura del nume protettore presentano la leggenda in caratteri arcaici e retrogradi MIIT (Pus), ο VΙΗΜ (Σειλα), i nomi de' due fiumi nelle vicinanze della città, l’Is ed il Sele. Il rovescio delle meno antiche, coll’epigrafe ΠΟΣΕΙΔΑΝΙΑ, o ΠΟΣΕΙΔΑΝΙΑΤΑΝ, presenta il bue stante, o cornupeta, come in quelle di Sibari, ed anche la testa di Pallade, imitazione della moneta battuta a Turio succeduta a Sibari, dopo l’arrivo della colonia ateniese. Alcune dell’epoca meno antica sono anepigrafi, ma hanno gli stessi tipi di Nettuno e del toro cozzante. Al toro è anche unito il simbolo della trinacria, o il caduceo colle iniziali ET (nome forse di magistrato, o del monetiere), le quali lette EL hanno fatto supporre un’alleanza colla vicina città di Elea (103).

Decadde Posidonia come altre città greche delle nostre contrade coll’occupazione de' Lucani, che ne erano ormai padroni prima dell'arrivo di Alessandro Molosso, poiché si opponevano co' Sanniti allo sbarco del re di Epiro nel 422 (104). La festa che in ogni anno i Posidoniati celebravano per deplorare colla perduta libertà il mancato idioma e le istituzioni elleniche, riferivasi, più che ad altro, all’occupazione de' Lucani, a cagione de' quali erano imbarbariti; e, che che dica un dotto nummologo (105), per contraddire la testimonianza del greco scrittore (106) che allega il fatto, a' Lucani stessi è forse da attribuire il nome ai Pesto, abbreviando ed alterando il nome più antico (107). Colla conquista che nel 455 Scipione Barbato faceva di tutta la Lucania, venne la città in potere de' Romani, i quali una colonia vi spedirono nel 479 (108), nell’anno stesso che a Cossa in sull’opposta spiaggia de' Picentini, temendo una guerra marittima, per la quale la Repubblica non aveva flotte per allontanare il nemico dall’Italia; e così è da credere che perdesse affatto la lingua e le istituzioni greche. Strabone in fatti dalla barbarie sopravvenuta a tutte le città greche nelle nostre regioni esclude solo Napoli Taranto e Reggio (109). Ma in istato di floridezza la città si mantenne colla colonia romana; perciocché negli estremi bisogni della Repubblica che combatteva i Cartaginesi, i Pestarli nel 536 spedivano loro legati a Roma con patere d’oro (110); e cinque anni dopo la soccorrevano di navi nella guerra contro Taranto, in qualità di alleati, dice Livio, perché essendo essi coloni di latino dritto, serbavano la loro assoluta libertà e indipendenza (111). Soltanto dopo altri 147 anni i Pestani divennero in tutto Romani colla deduzione di un’altra colonia, a cui Vellejo dà il nome di Nettunia, lo stesso che Posidonia (112); ed è notabile che da quel tempo seguitò a batter monete, le prime delle quali, serbando l'antica bellezza de' tipi, perché nella città non era per anco spenta l’arte greca, mostrano nondimeno l’alterazione del greco idioma, perché presentano la leggenda IIAISTANO. Tra queste molto rara è quella di argento, che nel rovescio ha per tipo i Dioscuri, e nel dritto la testa del fiume Silaro, con lunga chioma e coronata di giunchi, che ha dietro un cigno (113). In quelle colla leggenda latina impressi si veggono i nomi de' duumviri, per lo più di famiglie romane: i quali talvolta vi si leggono soli, come L. MARCI, C. MAEV. C. ANTES., talvolta riuniti, come L. ART. C. COMIN., L. FAD. L. SAT.; ed oltre del solito tipo di Nettuno, presentano ancora i simboli dell’ancora, del timone, del caduceo e la testa di Mercurio, e fra tutte notabile è quella di una donna sedente, che l’epigrafe dichiara per la Bona Dea. Tra le altre della colonia pestana molto rara è quella che due scudi ha nel dritto col nome di un magistrato, Cajus AXIus, e nel rovescio il toro corrente colle iniziali della città. Altre ancora, co' nomi de' duumviri Pestani Q. Octaviuse M. Egnatitis nel rovescio, hanno nel dritto la testa dell’Imperatore Augusto col lituo, simbolo della sua augurale dignità, o quella di Tiberio. In molte di tali medaglie si leggono le note P. S. S. C. (Paestanorum Semis Senatus Consulto), né debbo tralasciare che vi si leggono altresì i nomi de' Pontefici e de' Patroni della colonia (114), esempio unico nella numismatica delle nostre città antiche. Colla seconda colonia ro mana del resto cessano le più antiche memorie di Pesto, celebrata solo da' poeti del tempo dell’impero a cagione della fertilità del suo agro, e delle sue rose che pel dolce clima due volte l’anno vi fiorivano (115), come nella città di Samo (116), ultima rimembranza che fa risovvenire i voluttuosi Sibariti, i quali probabilmente ve le propagarono. Insalubre nondimeno era divenuta la città per effetto del prossimo fiume che v’impaludava (117), il che non può supporsi de' tempi più remoti, quando i primi coloni ne regolavano il corso per via di fossati e di canali, di cui tuttavia rimangono i ruderi (118).

Il culto di Nettuno non ebbe a mancarvi sino all’abolizione del paganesimo, ed oltre del più grande de' templi al nume dedicato, ad un altro diverso certamente accenna la Seguente lapida (119):

L. CANINIO S. F. II VIR.

.... DEDICATIONE. AED. NEPTUNI

EPVLVM. TRIDVVM. POP. DEDIT

COL. PAEST.

L. D. D. D.

Oltre di una delle dette medaglie duumvirali della colonia romana, quest’altea lapida ancora ci ricorda il culto nella città della. Bona Dea (Opi, Fauna, o Proserpina), in essa distinta col nome di Mente Bona (120):

C. PETRONIVS. OPTATVS.

MAG. MENT. BON.

STATVAM. BASIM. PLVTЕМ

SACR.

L’iscrizione ricorda la statua della dea colla base e la balaustrata (pluteum) dedicate dal sacerdote C. Petronio Optato, ed a ciò che del suo culto ci lasciarono scritto gli antichi (121) fanno ben riscontro e l’immagine di una donna sedente e con in mano un vaso, che vedesi sulla detta medaglia, non meno che le moltissime statuette fittili scoperte presso la città (122), rappresentanti una donna tunicata, talvolta con un vaso sulla spalla, e per lo più con in braccio un porchette.

Ed in fuori delle altre divinità che ci ricordano le monete, non si ha notizia di altri numi da' Pestoni adorati, se non che delle Ninfe,che vi ebbero il lor tempio,della cui dedicazione è memoria in questa epigrafe (123):

NYMPHIS. NYM. SERM.

SACRVM

L. ANTIVS

LATINA

TECTVS

L. FIL. PA

ARCHI

D D.

A breve distanza dal mare ed in una pianura amenissima era situata la città, la quale godeva di ampio e dilettevole orizzonte, chiuso all’est e al nord da' monti di Novi, di Capaccio e degli Alburni, all'ovest dalla costa di Amalfi, e al sud dal promontorio Tresino. Il fiume Salso, o Capo di fiume nella parte meridionale ne lambiva le mura, che nel perimetro di due miglia e mezzo la cingevano, e che dell’altezza di circa palmi quaranta, e della larghezza dove di palmi 22, e dove di 18, sono di grandi macigni di travertino di forma quadrata o bislunga, insieme commessi senza cemento, e della nota costruzione de' Greci nella guisa di mura laterizie (124). Di passo in passo vi erano delle torri quadrate, e segnatamente negli angoli, a breve distanza una dall’altra, delle quali due sole a mezzodì rimangono quasi intere; in proposito delle quali non so dimenticare il pericolo corso in una di esse quando nel 1824 visitando gli avanzi della città io era assalito da una grande cagna molossa, che, gelosa della sua prole, avrebbe fatto mal governo di me senza il soccorso di un pastore di Piaggine. Oltre di varie uscite nelle mura, aveva quattro grandi porte a' quattro punti cardinali. Di quella verso il mare, e dell’altra a settentrione si osserva appena il sito; ma intere rimangono quelle ora dette della Sirena e della Giustizia, e meno la seconda che la prima, così nominata dalla figura in basso rilievo a coda di pesce, che ne decora la sommità del frontispizio: vi si ascendeva dalla parte interna per una scalinata, che tuttavia vi rimane a sinistra, ed era fornita di una fortificazione interna, meglio conservata che nell’altra. Due grandi strade intersecar dovevano la città in linea retta, sboccando nelle porte principali; e poiché non altro ne rimane che i grandiosi avanzi de' pubblici edifizii senza alcuna traccia di case particolari, si fa manifesto il genio degli antichi, che tutta l’importanza mettevano ne’ primi, e la poca solidità delle private abitazioni. I templi, descritti dal Winckelmann, dal Mayor, dal Paoli, dal Lagardette, dal Saint-Non, dal Wilkins (125), e da altri molti, archeologi o architetti, posti quasi di fronte in sulla riva del mare, dividevano quasi obliquamente tutta la larghezza della città. Il più grande, che si è supposto sacro a Nettuno, è uno de' più belli, de' meglio conservati, e de' più maestosi templi dell’antichità. Era esastilo, cioè di 6 colonne nel prospetto anteriore, e di altrettante nel posteriore, e periptero, ossia aveva anche colonne ne’ due Iati; le quali sono 13 per entrambi, numerando due volte quelle degli angoli, e però di 2 più di quelle che a tale specie di templi assegna Vitruvio (126). Le colonne sono sovrapposte ad un subasamento comune, compartito in cinque scaglioni. La cella, o l’interno del tempio, è alta 3 gradini dal piano del peristilio stesso, e sopra i muri di essa ad uguale altezza del fregio del peristilio poggiavano le soffitte, che coprivano il periptero in tutti i lati, lasciando la cella scoperta nel mezzo, e formando così quella specie di tempio che i Greci dicevano ipetro (sub aethere o scoperto. La cella aveva inoltre due vestiboli, di 2 colonne all’ingresso, e dentro due ordini di 7 colonne per ciascuno de' due lati, delle quali molte ancora sono in piedi. Su quelle del primo ordine si eleva un secondo ordine di colonne più piccole, nella più parte anche conservate, e la cui disposizione è di un effetto sorprendente. Tutte queste colonne, molto rapprossimate (127) e senza zoccolo, sono scanalate e di ordine dorico, né arrivano a cinque diametri di altezza; ed a paragonarle con quelle dell’ordine simile del Partenone, più massicce si presentano in questo tempio che in quello di Atene; ma tale bassa proporzione, anziché attribuirsi a maggiore antichità, si ascrive piuttosto al gusto dell’artista, meno eccellente di quello de' celebri architetti che col detto tempio innalzavano quello di Teseo, i propilei, e tanti altri famosi edifizii che fecero l’ornamento di Atene. Nude sono le metope di questo tempio; e poiché i muri della cella non si sono mai veduti interi, non è noto se vi fosse alcun fregio: soltanto pochi intonachi di finissimo stucco qua e là nel tempio si osservano, costrutto con pietra ignobile del patrio suolo. La sua lunghezza è di 230 palmi, la larghezza di 96; e tuttavia vi rimangono tracce delle scale, poste ad una delle estremità della cella; le quali dovevano servire principalmente per salire al portico superiore, e mettere quindi alla parte soprana dell’edifizio.

Simile al descritto tempio è l’altro più piccolo, che s’incontra a destra di chi entra dalla porta settentrionale, e che somiglia nelle sue rovine a quello di Segeste nella Sicilia. Si è detto sacro bCHele, e da quello di Nettuno differisce solo in questo che ha una colonna di meno ne’ due lati, ed il pronao non vi è formato da colonne tra le antae ma ha due colonne ed una mezza colonna a ciascun fianco, ch'è attaccato al termine del muro della cella. Le colonne hanno inoltre la stessa base rotonda con un toro, e solo le due prime sono poste sopra un piano più basso di quello della cella, ove posano le altre. Un profondo incavo si vede ancora nelle colonne, in vece de' cannelli che formano l’ipotrachelio; così che alcuni artisti vi hanno trovato i primi rudimenti per la decorazione de' capitelli. La cella aveva il suo vestibolo solo nella parte anteriore con quattro colonne intere, e due mezze colonne ai due pilastri; ma eravi un opistodomo, o parte postica che doveva far simmetria col vestibolo; e dentro, verso il fondo, vi è un’eminenza in forma di quadrilungo, che serviva forse per edicola, o talamo, ove stava il simulacro della divinità. Le colonne in fine erano intonacate di stucco, il pavimento coverto di musaico, e tutto l’edifizio si estende per 127 palmi in lunghezza, per 55 di larghezza. Si è creduto restaurato da' Romani, che ne alterarono la costruzione primitiva; e che fosse il più recente di tutti i pubblici edifizii della città è manifesto da' sepolcri scoperti sotto il piano de' portici. Veramente maestosi sono questi due templi, e chi da vicino li riguarda, o di lontano, rimane attonito alla solidità di quelle massicce colonne, che almeno da 22 secoli si sostengono per un secreto equilibrio, non veggendosi in essi né cemento, né sostegni di ferro, né la menoma traccia della parte meccanica delle arti moderne. Molto angusti nondimeno sono nella parte interna, ingombra dalle grosse colonne: erano piuttosto specie di sacri recinti, o di santuarii pe’ soli numi e i sacerdoti, e di fuori star si dovevano gli adoratori. Tutte le particolarità architettoniche del resto de' due templi accennano al fiore, non a' primi tempi dell’arte, come alcuni hanno scritto, e si credono perciò eretti circa i tempi di Pericle.

Un altro tempio ancora sorgeva tra' due già descritti, ed appena pochi avanzi ne rimangono. È noto col nome di Tempio della Pace, denominazione capricciosa, pari a quella di altri simili antichi edifizii. Comeché si è supposto eretto sotto la dominazione romana, vi si è riconosciuto nondimeno l’antico stile ammirevole dell’arte greca, appropriato ai materiali del luogo; e più probabile mi sembra che fosse ricostrutto da' Romani, a giudicarne dall’ordine corintio che vi si è notato accoppiato al dorico; perché le basi delle colonne erano corintie, ma l’architrave in tutto dorico co' triglifi e le metope. L’intavolato di questo tempio, ornato di rosoni ed altri ornamenti, mostra tutta la ricchezza dell’ordine ionico. Notabili ancora ne erano le metope, il cui stile somiglia molto a quello delle sculture di Egina (128); ed alcune delle figure che vi erano scolpite, che si riferiscono alle imprese degli Argonauti (129), sono spiegate dalla falsa tradizione che Giasone con gli arditi navigatori edificasse sul golfo posidoniate il tempio di Giunone Argiva. Nessuna colonna ne rimane sul sito, né v’è alcun indizio de' muri della cella; ma da' rottami che se ne sono trovati si è creduto pesterò, cioè tutto cinto di colonne all’intorno, e ne forniscono una pruova i molti capitelli che vi si veggono (130). Né formavano il pronao grandi lastre di pietra, sopra una delle quali è scolpito un delfino; e da' non pochi frammenti di musaici ivi scoperti sembra che ne fosse decorato il suolo dell’interno della cella (131). La denominazione del resto di Tempio dellaPace sembra derivata a questo edilizio dalle metope e da' bassi rilievi, molti de' quali avevano due mani insieme congiunte, simbolo di pace e di concordia che anche ai vede sulla moneta di L. Fadio Pontefice Pestano (132); così che egli sembra che questo simbolo accennasse alla concordia tra' magistrati del municipio e della colonia romana, e che quando tale concordia venne fermata fu eretto il tempio, del quale L. Fadio fu uno de' Pontefici (133).

A breve distanza dal tempio piccolo rimangono pochi vestigi di un anfiteatro, di cattiva costruzione e forse de' primi tempi, al quale accennano i tipi del gladiatore e della fiera in alcune medaglie della città; ma tutto coverto di rottami e di terra, se ne riconosce appena l'ellissi, ed alcune concamerazioni. Il suolo ne è addetto alla semina, ed un ordine di colonne di piccola dimensione che vi rimangono dappresso, appartennero forse ad un portico dello stesso edifizio, del quale non ancora colmi dal terreno erano gli scalini verso la fine dello scorso secolo, poiché 10 ne contava l’Antonini, che lo ricorda col nome di Circo, ed a stare alle dimensioni che ne dà questo scrittore, di 175 palmi ne sarebbe stata la lunghezza detrasse maggiore, di 120 quella del minore. Poco meno di cento passi dietro dell’anfiteatro sono ancora alcuni segmenti di gradini del teatro, anche mal costrutto, ma ben decorato, come già mostravano i bassi rilievi bellissimi che ne rimanevano (134).

Di lato all’anfiteatro e nella stessa linea sono le rovine di un altro edifizio, il cui dispari numero di colonne in entrambi i prospetti ha fatto supporre che non fosse un tempio, sì bene una basilica, una palestra, o altra fabbrica ad uso di commercio, o per trattarvi degli affari pubblici. Di figura quadrilunga nell’esterno, è ornato di 9 colonne davanti e dietro, e di 18 ne’ lati, contando due volte quelle degli angoli; era dunque come gli altri un edifizio periptero, né alcuna particolarità vi si osserva per farlo distinguere in generale da' templi greci (135). Era bensì diviso nella sua larghezza da un ordine interno di colonne nel mezzo, delle quali rimangono tre sole, per le quali Hirt ha congetturato ch’era un doppio tempio con una sola cella divisa da un solo ordine di colonne, e dedicato ai Dioscuri, come alle tutelari divinità della navigazione e protettori del porto di Posidonia, o piuttosto, la parte della cella così divisa era un profondo pronao, che aveva 3 colonne in antis nella fronte e 4 nell’interno, e formava una doppia entrata che menava a' due piccoli santuarii, dove stavano gli altari o le statue de' numi rispettivi (136). Siccome non vi rimangono mura interne, si è generalmente supposto che non vi fu mai alcuna specie di cella, o recinto dentro il colonnato esterno. In ciascun angolo tuttavia si osserva che l’architrave erane decorato di fasce, ed i fregi ornati di figure di uomini e di cavalli, poste fra i triglifi (137). Il piano erane coperto di musaico, e della larghezza di 92 palmi, si estende nella lunghezza di 205 palmi.

Accosto al tempio maggiore si vede un grande piano quadrilungo con avanzo di muro al settentrione e rottami nel mezzo, che si è giudicato il Foro della città. Maggiore di quella del tempio è la lunghezza di questo quadrilungo, essendo di circa 400 palmi, e la larghezza di circa 300 (138). Ivi forse, come in altre grandi città, si alzavano statue di benemeriti cittadini, né altrove so credere eretta quella a P. Celso Murino, Patrono del municipio Pestano, di cui la seguente lapida ci serbò memoria (139):

P. CELSO. MVRINO. M. F. IIV. I. D. CVRATOR

ΑΝΝΟΝΑΕ. CVRATORI. PVBLICORVM. AEDIFICI

ORVM. DECENNIO. CONTINVO. PATR. MUNICIPI

PAEST. LARGISSIMO. EIVS. MERITIS

STATVAM. PVBLICAE. PONI. PLACVIT

Una tavola di bronzo fu scoperta nel 1829 tra' ruderi di Pesto (140), nella quale fu scolpito un diploma di patronato che la città offeriva ad un Elpidio nel 344, come raccogliesi dalla memoria de' Consoli romani, che con errore si sostennero della città stessa. La città vi è distinta tuttavia col nome di Colonia, né credo soverchio di qui riferirla si per la forma di esso diploma, e sì ancora per lo stile e la lingua della bassa latinità.

HELPIDI HOMO FELIX

DEVS TE SERVET

___________

FLAVIIS LEONTIO ET BONOSO CONSS

VI IDVS APRILES

CVM CIBES FREQUENTES COLONIAE PAESTANO

RVM COEGISSENT BERBA FECERVNT

NON ALIVNDE AESTIMAMVS STATVM CIBITATIS

ALTIOREM CVLTIOREMQVE REDDI NISI INDVS

TRIVM VIRORVM PATROCINIO FVLCIANTVR

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PRO HONESTATE NOMINIS SVI IN OMNIBUS

NOS AEQVO SINCAERAQUE ANIMO ASPI

CERE AC FOBERE DIGNETVR

Da molti ruderi sparsi intorno la città, nella pianura e ne’ colli circostanti, non è dubbio che tutta era cinta di borghi e di ville, e che una popolazione vi fioriva, la quale ne trascendeva il recinto. Gli avanzi de' soli templi, oltre le memorie storiche, basterebbero a ricordarci in Pesto una città veramente illustre; ma ricca ancora esser doveva di altre minori opere d'arte che tutta rabbellivano, ed è manifesto dalla colossale tazza di porfido che ammirasi nel R. Museo, e dall'altra tazza anche grandissima di granito bigio, che prima vedevasi nell'atrio del duomo di Salerno, ed ora nella villa di Napoli. Entrambe queste tazze a Pesto appartennero co' sarcofaghi, le colonne, le sculture, i bassi rilievi e gli ornati di verde antico che nella cattedrale stessa si veggono, e che ivi faceva trasferire Roberto Guiscardo nel 1080 nell'edificarla. Per ogni dove fuori la città si sono scoperti sepolcri greci e romani, massime fuori la porta Aurea al settentrione. Ornati per lo più di pitture ne erano i muri, ed oltre delle solite armi de' sepolti, preziosi e svariati oggetti hanno forniti, vasi dipinti, patere, tripodi, monete e lucerne, di cui si è arricchito il R. Museo (141): i vasi sopratutto, tra' quali alcuni se ne veggono colla iscrizione del pittore Astea, hanno il lor pregio nel disegno; ma più notabili pe' soggetti che rappresentano, sono inferiori a quelli di Nola per la qualità de' dipinti. — Essendo Pesto una città così illustre, fu città vescovile almeno dal V secolo. Il suo Vescovo Florenzio soscriveva il Concilio Romano sotto Simmaco nel 499 (142). Nel IX secolo si nominò Lucania (143), forse perché da essa aveva principio la regione nella parte meridionale; né quanto al tempo ed alla cagione della sua distruzione altra cosa può dirsi, se non che per costante tradizione si crede che avvenisse per opera de' Saraceni stanziati ad Agropoli, i quali, temendo anche per se, come si suppone, dopo la strage de' loro connazionali al Garigliano nel 915 (144), non prima di là si partirono che non abbruciassero e desolassero la città; ed allora i superstiti Pestoni da una parte riparando ne’ vicini monti edificavano Capaccio, e dall’altra nell'opposta spiaggia, per accrescere e dare origine ad alcune città della costa amalfitana (145), e sopratutto a Positano, il cui nome ha tanta analogia con quello degli antichi fondatori.

3. PALUDE LUCANA, e Porto ALBURNO.

Narrando Plutarco le imprese di Crasso contro di Spartaco fa menzione di questa palude lucana (146), che quasi sotto le mura di Pesto formavano nella parte orientale gli stagnanti rigagnoli del fiume Salso, e le fonti minerali che da massi tufacei zampillano nella circostante pianura e danno origine al fiumicello Lupaia. Di più lagune che insalubre rendevano l’aria della città parla anche Strabone (147), ed essendo formate insieme da dolci e minerali sorgenti, un falso racconto seguiva il greco biografo quando scriveva che, ora dolci e potabili, ed ora salse ed amare coll’avvicendarsi de' tempi ne divenivano le acque. Memorabile del resto nella storia è il sito della palude lucana per la grande disfatta che presso di essa aveva Spartaco: dodicimila combattenti vi cadevano sotto il ferro de' Romani, e così debellato il fiero trace di là si salvava co' superstiti in su' monti di Petelia. Altre paludi ancora alla sinistra de' templi pestani co' nomi di Cerzagallara, Zozo e Paglieto tuttavia infettano nella state quella ridente contrada, e formano il così detto Sele morto, nel quale si credono l’antica foce del fiume, ed il porto Alburno ricordato da Lucilio (148). Era questo porto quattro miglia antiche lontano dalla città, e tuttavia ne rimangono sott’acqua i vestigi delle fabbriche, che verso Salerno si avanzano nella lunghezza di tre quarti di miglio.

4. Monti CALAMAZIO E CATENA

All’oriente ed a tre miglia da Pesto si eleva l’ultimo de' monti che limitano al sudovest la valle del Calore. Col nome di Calamazio lo distinsero gli antichi, ed è noto da Frontino che dopo la battaglia presso la descritta palude vi riparavano le superstiti soldatesche di Spartaco comandate da Costo e Gannico, duci de' Galli, le quali dalle romane coorti assalite si davano alla fuga (149). Nelle viscere di questo monte, tra l’antico e nuovo Capaccio, ha le fonti il Salso, o Selofone, greco ed antico nome, comeché non ricordato dagli antichi (150), e di là a due miglia si eleva un altro monte ripidissimo, sulla cui cima vedesi edificata Trentenara, una volta molto più popolosa di oggidì. Ne’ tempi romani questo monte nomina vasi Cathena, e come il già detto è rinomato nell’antica storia per gli accampamenti che alle radici vi poneva Crasso quando combatteva Spartaco (151). Tra i ruderi di questi accampamenti in parte si ritiravano forse i Pestani dopo la distruzione della loro patria, né altrove saprei additarli che nel sito dell'odierno Giungano.

5. Vico VATOLANO

Tutti abitati da' Greci e da' Romani le anticaglie dimostrano i contorni di Castello dell'Abate, in sulla spiaggia a 13 miglia da Agropoli. Molti sepolcri infatti con armature, vasi vagamente dipinti, frammenti di latine epigrafi, ed altri antichi avanzi si sono sempre scoperti e ne’ confini di quel paese nel sito di Alano e nel territorio di Camella (152), ed è da notare ancora il nome di Sala che ritiene uno de' casali di Gioì, che, come altrove ho osservato, accenna a ruderi di città distrutte (153). Tra i piccoli paghi e villaggi che certamente vi furono, è forse anche da credere antico il Castello Milissa, o piuttosto Melissa (da μέλισσα, apis), di cui si parla in una carta di donazione che nel 994 al monistero di S. Magno facevano i Principi di Salerno Giovanni e Guaimaro (154); ma non si sa veramente antico che il villaggio distinto col nome di Vatolano, del quale è memoria nella seguente lapida (155):

.……………………………………...

SERVOS. SVOS. PVPLICOS. FEC.

DEMENSO. ADSIGNA.....

VICANI. VICI. VATOLANI.…

……………………………………………...

SIGNVM. EIVS. MVNIFICENTIAE.…

……………………………………………...

Nella citata donazione questo villaggio è detto Batulla, e tuttavia sussiste col nome di Vatolla. Molte e diverse medaglie ancora greche e romane si sono spesso scoperte ne’ vigneti di Castello dell’Abate, sparsi di ruderi di antiche fabbriche, delle quali alcune la tradizione attribuisce a Q. Aurelio Simmaco, che con altri illustri Romani qualche villa forse vi fabbricava quando come Correttore governò la Lucania (156). Oltre di un suo viaggio, un altro egli ne ricorda pure del suo figliuolo Zenodoto alla volta della regione (157), ed è noto che nel 365, o nel 368, succedeva ad Artemio reggendo l’impero Valentiniano I (158).

6. PETELIA (Πετηλία, Petelia)

All’oriente del mentovato villaggio, ne’ contorni di Lauriano s’innalza una catena di monti, alle cui falde in una pianura alcuni topografi sostengono che stesse Petelia, diversa dalla città omonima che fu nella Crotonitide (159). Fu questa per avventura una delle prime città fondate propriamente da' Lucani, e comeché piccola in origine, a derivarne il nome da petilus, che nell’antico latino dinotò tenuis e parvus (160), era nondimeno ben popolata nel primo secolo dell’impero, e naturalmente inespugnabile. Ma, in fuori di alcune memorie municipali serbateci da varie epigrafi, nessuna ricordanza storica ne rimane, se pur non vogliasi supporre che venisse saccheggiata da Spartaco, quando dalle vicinanze di Pesto, dove era debellato, come ho detto, da M. Crasso, ritiravasi col resto delle sue soldatesche ne’ monti Petelini (161), che da essa città prendevano il nome, e che sono i colli di Lauriano, Perdifumo e Vatolla, alle falde del monte della Stella, dove si crede situata Petelia (162). La seguente lapida, nella quale è memoria de' confini posti tra l’agro nella città e quello de' Veliensi ne proverebbe la vicinanza colla città di Velia (163):

L. VARILIO SANNAE

QVOD. EIVS. ARBITR. RITE. RECTE

DE. FINIBVS. CVM. VELIENS. ACTVM. SIT

LIMITIBVS. CONSTITVTIS

CIVI, OPT.

ORDO. ET. P. PETELINORVM

Il seguente titolo sepolcrale ci ricorda ancora un ludo gladiatorio, costrutto forse nel tempo de' primi imperatori, e gli Augustali della città (164):

L. TESIO. APRATINO

VIRO, MVNIFICENT.

LOCVM. GLAD. EXERC. P. S. E.

ORNAVIT

AVG. PETELIN.

L. D. D. D.

Ed anche ne’ tempi imperiali ne sarebbero state riparate le mura, a non dubitarne da quest’altra mutila epigrafe, che già vedevasi, dice l’Antonini, presso la chiesa della Stella (165), e nella quale leggiamo la città distinta da quella della Magna Grecia coll’epiteto di Lucana, o de' Lucani:

………...T……….

…..RABIRIO…...

..…..MVR……..

……..REPAR…...

……..... SI…..….

……...IMPE……..

.………..I……..….

..……...3………...

…..PETIL……...

…….LVCAN…….

..……..I…..…….

.……...D………..

Egli è il vero che apocrife creder si possono, e tali si sono credute in fatti alcune, se non tutte, di queste epigrafi (166); ma tale non so credere la seguente, che vedesi murata accanto all’arco del cortile scoverto del palagio baronale di Atena (167):

Α. ΑΝΤΟΝIO. A. FIL. POM.

PELAGIANO. IIII. VIRO

EQVITI ROM. RARISSIMO

INNOCENTISSIMO

QVE. CVR. R. P. ET. PATRONO

DECVRIONES

AVGVSTALES

ET PLEBS

PETILINORVM

L. D. D. D.

In questa iscrizione parlasi degli Augustali della città, come nella seconda delle già riferite, né si può credere ivi trasferita dal sito della molto lontana Petilia nella Crotonitide, sì bene dalla più vicina. Non credo nondimeno coll'Antonini che questa fosse la metropoli de' Lucani sì bene l'altra più illustre; la quale del resto potè nominarsi dalla prima, sopratutto perché il suo nome più antico fu, come si vedrà, Macella o Macalla, che potè cambiare con quello di Petelia o Petilia quando i Lucani se ne impadronirono. Ma dalla distruzione della prima si è creduto che sorgesse il villaggio di S. Mauro verso il IX secolo, dove non mancano del resto rovine di vetusti edifiziiesi sono scoperte anche antiche monete (168). Certo è che sino al secolo XVI restava il nome di Civita-Petella alle poche rovine che ne rimangono, le quali fra immensa quantità di rottami non altro presentavano quando l’Antonini le visitava che un grande avanzo di solidissima muraglia con una piscina nel luogo detto il Castello (169).

7. Promontorio POSIDIO, o ENIPEO

Ritornando alla costa, questa si prolunga nella punta della Licosa che chiude al mezzodì il golfo di Salerno. Strabone, senza nominare questo promontorio, dice solo ch’essendo opposto a quello delle Sirenuse (dal quale è distante 70 miglia), formava con questo il golfo posidoniate (170). Ma Enipeo lo nominò Licofrone (171), cioè Posidio o Nettunio, e tal nome ebbe dal nume tutelare di Posidonia, a cui era sacro, detto anche Enipeo da Nonno (172), per la favola della sua. metamorfosi nelle sembianze del dio fiume omonimo, che scorreva nella Tessaliotide o nell'Elide (173).

8. Fiumicelli Is e Lari.

Nel lato orientale del descritto promontorio sboccano nel mare due piccoli fiumi, l’uno più grande detto il Franco che scende da Montecorace, l’altro più piccolo che chiamano la Juncacella (174), e che sono certamente i due fiumi Is e Lari ricordati da Licofrone presso l’isola Leucosia (175). Il nome del secondo di questi fiumicelli è chiaramente greco, ed accennava alla fertilità della terra che irriga (da λαρινεύω, sagino), o pure al suo corso strepitoso (λαρύζω, clamo); e quello del primo è da confrontare col nome di un fiume e d’una città dell’Oriente (176), non meno che con quelli di due isole, una in Italia (177), un’altra nella costa della Dalmazia (178), e col nome stesso di una città dell’isola di Lesbo, abitata da’ Pelasgi (179). Ho detto ancora che se ne legge il nome in una delle monete di Pesto, né questo differisce dal più noto che per l’aggiunzione del digamma eolico, cioè FIIS in vece di IS. Sotto il tipo del bue a volto umano di alcune delle nostre antiche monete leggesi ancora IS, che si può credere perciò accennare anche a piccoli fiumi delle nostre regioni come quello della Lucania, i quali tutti avevano il nome da' Greci, e molto probabilmente da' Greci primitivi, da’ Pelasgi.

9. Isola LEUCOSIA

Di contro al descritto promontorio, ad eguale distanza tra Velia e Posidonia, sorge nel seno pestano poco più di un miglio dal continente l’isoletta Licosa, nell’antichità molto celebre. I poeti e i geografi ne derivarono il nome dalla Sirena Leucosia, ivi balzata dal mare e sepolta (180); soltanto Dionigi e Solino l’attribuivano ad una donna della famiglia di Enea (181). Senza discredere all’arrivo di colonie trojane in Italia, con molta dottrina sostenute e rischiarate da un dotto archeologo contemporaneo (182), inclino a credere piuttosto che dalla qualità del suo suolo biancheggiante i primi Greci ivi giunti tal nome le imponessero, come per la ragione stessa Leucania nominarono la regione primitiva da essi occupata, ed ho detto che entrambi i nomi di Leucosia e Leucania ricordano l'isola di Samotrace, abitata da’ Pelasgi (183), i quali tennero buona parte della Lucania mediterranea e littorale. Ma oltre del nome di Leucosia, col quale insieme a' citati scrittori quest’isoletta nominarono ancora altri antichi (184), da Strabone, Dionigi d’Alicarnasso e Plinio è detta Leucasia (185), e da altri ancora Leucolea (186), diversità di nomi, la quale fu forse cagione che Plinio e Marziano Capella distinsero due isole diverse così dette. Ma più comune fu il nome di Leucosia, ed oggidì si nomina Licosa ed Isola piana. — Questa isoletta, di brevissimo perimetro, è tutta scogliosa; ha nondimeno una sorgente d'acqua dolcissima, e comeché or sia ridotta a tale che appena puoi distinguerla da uno scoglio per le secche che attorno vi stanno, si è creduto nondimeno che già fosse più grande che ora non è. Ma non già dal promontorio delle Sirene, come scrive Plinio (187), sì bene dall’Enipeo si può credere staccata, sia pel continuo impeto delle onde, sia per forza di tremuoto; e che sia stata abitata negli antichi tempi non è dubbio non solo dagli avanzi di antiche fabbriche che vi furono scoverte nel 1696, quasi tutte di opera laterizia, ma dagli antichi sepolcri altresì con cranii ed ossami di enorme grandezza, che accennano a tempi remotissimi. Dal lato che riguarda le Sirenuse vi si scoprì ancora un atrio di grosse muraglie, attribuito ad un tempio sacro alle Sirene (188), il cui culto vi potè esser bene introdotto da' Paracheloni dell’Acarnania, come in sulla costa della Campania (189).

10. Fiume ELEETE, o ALENTO

Di là della descritta isola, e nelle pianure sottostanti a Rotino scorre l’Alento, nobile fiume della Lucania, e celebre nell’antichità. Or col nome di Elete (Ελέης) e di Alento (Αλες) i Greci (190), or con quello di Alete, Elete ed Alento i Latini (191) lo ricordarono. Si è pur creduto che in esso abbiasi a riconoscere il Memblete di Licofrone, perché nella narrazione stessa congiungeva Cimo, o la Sardegna, la prima sede degli esuli Focesi fondatori di Elea, co' fertili campi della Lucania irrigati dal detto fiume (192). Ma se ci è nota la significazione di Alento, come si nominò ancora quello che irrigava l’agro di Colofone (193), e che vuol dire errante, perché varia il suo corso, mal nota è quella di Memblete, che altri per vero riconoscono nella Magna Grecia. L’Alento del resto dalla regione di Posidonia divideva l’Eleatìde, o la regione de' Veliensi (194); e in tre luoghi avendo le sue fonti, sotto Magliano e Gorga presso Trentenara, e sotto Monteforte, le sue sparse acque raccoglie presso Cecerale; e dagli altri influenti ingrossato abbastanza nelle vicinanze di Rotino, scorre di là per belle e fertili pianure, e ad occidente delle rovine di Velia mette foce nel mare.

11. IELA, ELEA, o VELIA (Υέλη, Ελέα, Velia)

Poco meno di due miglia dalla foce dell’Alento, e in circa 200 stadii, o 25 miglia da Posidonia (195), seguiva sulla spiaggia questa non grande, ma celebre città, di un’origine anteriore alla colonia ricordata da' Greci. Questa origine, ignota agli antichi, è investigata da' moderni, ed all’opinione di chi la suppone prima fondata da alcuni esuli di Elo presso Pallanzio nell’Arcadia, e che il nome ne derivasse dalla Cerere di quel paese, detta naturalmente Cerere Helia, o Damater Haliti, io non dubito di preferire la meglio fondata origine da' Pelasgi-Tirreni di Teutrania e di Lesbo, che la nominavano dalla loro metropoli Elea (196). Oltre dell’omonimia così manifesta, se il tempio di Giunone Argiva ci addita i Pelasgi nella costa di Posidonia, ben si poterono distendere più oltre, e ne rimane in fatti una pruova nell'altra città di Molpa, come appresso sarà detto. Ma ne’ tempi storici vi giungeva una colonia di Foceesi dell'Asia Minore, i quali fuggendo il servaggio de' Persiani, lasciavano deserta Foccea la loro patria in balia di Arpago capitano di Ciro (542 a. C.), e condotti da Creonziade navigarono a Cirno, la Corsica di oggidì, e si stabilivano nella città di Alalia (Ajaccio), che altri Foceesi fondata avevano 20 anni prima. Combattuti in una grande battaglia navale da' Tirreni e da' Cartaginesi per le piraterie ch’esercitavano contro i popoli vicini, ne trionfavano; ma distrutta nondimeno in gran parte la loro flotta, abbandonando l’isola colle loro mogli e i figliuoli, si diressero a Marsiglia, sede di un’altra loro colonia più antica, dove non essendo accolti, si ridussero ne' nostri lidi, prima nella città dì Reggio, e poi alla spiaggia dell’Enotria, ove furono indirizzati da un uomo posidoniate, e vi fondarono loia o Elea (197). Scimno di Chio, che accenna lo stesso racconto de' citati storici, a! Foceesi aggiunge alcuni di Marsiglia (198), i quali vollero piuttosto, a quel che sembra, seguire gli esuli, che rimanersi nella loro città, ingrata verso i cittadini della sua metropoli. Ignoto è nondimeno l’anno preciso della detta fondazione, e solo per congettura può assegnarsi il 535 a. C., contando per un anno il soggiorno che i Foceesi facevano in sul lido di Reggio (199), tanto più perché Igino citato da Aulo Gellio al detto anno si accosta nel ricordare l’epoca di questa colonia, che riporta al regno di Servio Tullio (200), il quale ebbe fine nell’anno 534. Scilace, rammentando Elea nel suo periplo, ne attribuì la fondazione a’ Turii (201), ed un critico, fermo alle addotte testimonianze, si è avvisato doversi leggervi Axos, che più accostasi ad Ελαα, come trovasi scritto nel testo del geografo (202); ma altri scrittori non hanno dubitato che venisse di fatti accresciuta da una colonia achea de' Turii (203), della quale incerta è l’epoca, comeché un patrio annalista la riporti verso il 442 (204).

Poche rimembranze ci ha lasciate la storia sulle vicende di questa illustre città; ma la tirannia di Nearco, le eccellenti leggi di Parmenide e Zenone, i quali vi fiorirono, il primo verso l'anno 504, l’altro verso il 464, la celebre scuola di questi due filosofi che v’ebbero i natali, e la resistenza che gli Eleati opposero a’ Posidoniati ed a' Lucani (205), ne mostrano bene la potenza e lo stato una volta florido. Moltissime monete chiaramente attestano che, sopratutto all’epoca de' magistrati Filistione e Cleodoro, le arti vi fiorirono. Queste monete, con tipi eleganti e rari, hanno nel dritto per lo più la testa di Minerva, di raro quella di Ercole o di Giove, e nel rovescio coll’epigrafe ΤΕΛΗ, o ΤΕΛΗΤΩΝ un leone in diverse attitudini, e che divora spesso la sua preda, con un pentagono di sopra, un caduceo, o un delfino; ed anche un tripode, o una civetta colle ali distese, o sopra un ramo di olivo (206). Il capo di Minerva ricorda la speciale divinità di Foceea, fondata da una colonia di Atene, dove la dea ebbe un celebre tempio arso da' Persiani (207); ed il leone, come abitatore delle paludi (208), accenna al nome di Υέλη, ο Ελέα, non alla situazione della città in mezzo di paludi, come alcuni antichi hanno scritto, e qualche moderno archeologo ripete (209). Oltreché del resto il leone è simbolo del più grande numero delle città della Ionia, e della stessa Marsiglia, Elea non era posta in luogo basso e palustre, sì bene a cavaliere di un’alta collina, e Strabone scriveva nominarsi Elea dal fiume che scorrevale dappresso (210): ma se fu nominata dalla sua madre patria della Teutrania, il fiume stesso prese il nome dalla città, non questa dal fiume.

Fra le altre arti che fanno supporre coltivate in Elea e le diverse monete e la sua floridezza, è noto ancora che vi si fabbricavano vasi dipinti. In un’idria, descritta dal de Witte, e provegnente dagli scavi de' suoi sepolcri, la quale offre Ercole e Iole, si legge: SIMON HLHITA ΞΕΝΟ HVVS ΗΓΟΝΟΝ; Simone di Elea, figlio di Xeno, faceva (211). Ma, come soggiacque al dominio de' Lucani, decadde dal suo splendore, ed al tempo di Strabone non godeva nemmeno di prospera fortuna; giacché ci ricorda che la sterilità del suolo obbligava gli Eleati ad attendere per lo più alle cose marinaresche, all'opera de' salsumi e ad altre simili occupazioni, donde traevano la sussistenza (212).

Nessuna ricordanza ci rimase de' pubblici edifizii di Velia, ma che non pochi e suntuosi ve ne fossero arguivalo lo storico della regione dalle molte e sparse rovine che su pel colle e nel piano ai suoi di ne rimanevano. Non è dubbio intanto che vi furono tre templi, sacri a’ Minerva, Proserpina e Cerere. Del primo, eretto forse nel tempo stesso che i Foceesi vi si stabilivano, è memoria nella seguente lapida, dalle rovine della città trasferita nella vicina Ascea (213):

ATHOSTENI, AEGINENSI. SACR. CVM

......MINERVAM. PER. ANNOS. QVAdra

GINTA. SANCTE. COLVERIT. TEMPlum

ColVMNIS. ORNAvit

IVXTA. ARAM.....

ASTYNOMI. VELIENSes

Che vi fu l’altro tempio sacro a Proserpina si raccoglie ancora da un’epigrafe scoperta tra' ruderi della città (214):

PLISTHENES. LEOPHRONIS. CERYCIBVS

ET. POP. PRAESENTIBVS. ANTE. PORTICVM

XYLOLYCHNVCHων. PROSERPINAE.

D.

Plistene, figlio di Leofrone, alla presenza de' Cerici e del popolo dedicava alla Dea un candelabro di legno (xylolychnuchav) davanti il portico del tempio. Furono i Cerici come indica il lor nome, sacerdoti addetti al culto di Cerere (215), e sembra che le supreme magistrature esercitassero nelle città, in cui adoravasi la dea. Sono infatti nominati da Seneca tra altri superiori magistrati delle antiche repubbliche (216); ma presso i Romani corrispondevano a' sacri banditori (217), i quali esser potevano ascritti all’ordine de' Decurioni, lasciando il primo ufizio (218). Celebre del resto fu la città di Velia pel culto di Cerere, ed è noto da Cicerone che da questa città istessa o da Napoli si chiamavano in Roma le sacerdotesse della dea, perché se ne celebrasse il culto in tutto alla maniera greca (219).

Per l’aere salubre, e per gli amici che v’ebbe in Talna e Trebazio, molto si piacque Cicerone di Velia, dove il primo pensiero gli venne di scrivere la Topica (220). I Romani ancora vi si recavano per risanarvisi da' loro malori, e certe acque vi erano credute utili al mal d’occhi (221). La salubrità dell'aere di Velia è nota altresì da' longevi che ne ricorda Flegone (222); e comeché scaduta al decader dell'impero, non fu mai né piccolo villaggio, come nominavala Vopisco, né città di nessun conto, buona solo ad alimentar de' dabbene, come parlavane Suida (223).

Fu Velia città vescovile, né se ne ha memoria più oltre del VI secolo, quando il Pontefice S. Gregorio spediva Felice di Acropoli a visitarne la chiesa, vacante per la morte del suo pastore (224). La chiesa veliense fu poi unita alla pestana, ed allora sembra che cominciasse a decadere la città, mancando forse di abitatori per l’insalubrità dell'aere prodotta dalla prossima laguna. Formano questa laguna le ristagnanti acque dell’Elento, al nordovest del monticello, su cui sorge il diruto castello gotico di Castellammare della Bruca (225), dove l’Holstein assegnava il primo il sito di Velia dopo gli errori del Barri e del Cluverio (226). Tutto lo spazio compreso tra la foce del fiume e 'l torrente di S. Barbara è ora distinto col nome di Antica Vella. Nella piccola pianura divisa da questo torrente si veggono due grandi avanzi di fabbricazione romana; ma la città sorgeva propriamente sopra una deliziosa collina, a circa mezzo miglio dalla spiaggia; e fra il giro delle sue mura, poco meno di due miglia, chiudeva due altre scoscese e sterili colline, che gran copia di pietre fornivano a’ Veliensi pe’ loro pubblici e privati edifizii. Le mura sono di grossi macigni quadrati senza cemento, e larghe 12 palmi: lo stesso castello gotico fu costrutto di mattoni e pietre su molti greci filari di un bel taglio, uno de' cui lati a bozza, come nelle mura greche di Terracina e di altre città antichissime. Le mura dell'acropoli segnano il contorno della collina, e dal lato opposto alla poco profonda gola che divide il primo poggio dal rimanente di quella cresta, è un piccolo monumento romano così rovinato, che non può dirsene la destinazione. Più in su comincia l’alto piano che forma la sommità della cresta, e ricominciano le mura greche, sempre di due o quattro filari, che seguono tutte le irregolarità dell’alto piano, e ch’ebbero a congiungersi sopra un piccolo e profondo burrone, il quale taglia quella specie di spina; una lunga breccia separa ivi la continuazione delle costruzioni greche, delle quali più lungi non si trovano altri vestigi. Nella parte più lontana dall'antica muraglia tuttavia si ravvisano i filari inferiori di una torre quadrata, ed ivi presso una specie di porta stretta, anche rovinata. Sull’alto piano, nella parte più attigua alla collina, sulla quale fu alzato il castello gotico, sono sparsi al suolo grandi mattoni incavati con greci monogrammi. Oltre di grandi avanzi di acquidotti e serbatoi d'acqua nella parte più alta della città, altro non rimane dell’antica Velia; ma molte sono le rovine di Castellammare della Bruca e presso il castello e alla marina, e tra le molte rovinate abitazioni notabili sono gli avanzi del palagio del celebre Galvano Lancia, zio di re Manfredi, fabbricato in sulle mura dell’antica città (227).

12. PORTI VELINI

Alla marina, ed a 500 passi in circa dal castello gotico, un grande semicerchio ingombro di sabbia mostra tuttavia i vestigi del porto di Velia, che Cicerone situa alla distanza di tre miglia antiche presso la foce dell’Elete. Fu questo porto capace di molti navili, perché Bruto vi si fermava colla sua flotta nella guerra contro Ottavio (228). Virgilio ancora più porti attribuiva alla città, quando nel regno delle ombre ad Enea fa parlare quella dell'insepolto Palinuro (229), in uno de' quali certamente approdava la nave di Verre carica delle prede siciliane, veduta da Cicerone (230). Del sito di questi porti velini niente affermava di certo lo storico della Lucania, perché avvisavasi che se non furono in quello di Palinuro, indarno altrove si troverebbero. Ma non meno di 12 miglia lontano dalle rovine di Velia è questo porto, e tuttoché ci dicesse essere in quel lido ad oriente di Velia un seno tutto ricolmo di sabbia detto il Porticello, non seppe nondimeno assicurare se in questo, o nella prossima palude fosse stato propriamente il porto della città. Or comeché indicar non si possono con certezza i diversi Porti Velini, egli sembra nondimeno ch’ebbero ad aprirsi in tutti i luoghi additati. E veramente, a riguardare la condizione odierna di tutta quella spiaggia, si vedrà chiaro ch’esser potevano tanti piccoli porti ne’ piccoli seni di quel lido, incalzati poi da' sassi e dalle arene dopo la decadenza di Velia. E quanto a quello che ricorda Cicerone, dalla spiaggia, come si avvisò l’Antonini, stender dovevasi alla vicina palude, resa tale dalle torbe ammontatevi dall’Alento e dal Palisco, e insieme dalla sabbia trasportatavi dal mare. Che se questo porto non fu così esteso, uno almanco se ne dovrà riconoscere nel seno oggidì tutto ricolmo di arena, ed in tutto senz’acqua, detto il Porticello, di un miglio in circa di circonferenza, all’oriente delle rovine della città, dove combina la distanza assegnata da Cicerone; come un altro creder se ne può nel sito detto il Lago, ove attaccati ad un’antica muraglia nella scorsa età si vedevano grossi anelli di ferro per legarvi i navili (231).

13. Isole ENOTRIDI (Οίνωτριδες νῆσοι, Oenotrides insulae)

Appartennero all’Eleatide le due isolette Ponzia ed Iscia, che sorgevano incontro al seno veliense, e perché prima possedute dagli Enotria contraddistinte sin ne’ tempi romani col nome di Enotridi (232). A molte e molte miglia lontane dalla costa le va ritrovando lo storico della Lucania (233); ma, o sono da lunghe età scomparse, o ricongiunte alla terra ferma, come già ne furono staccate in tempi remotissimi (234). Più probabilmente ancora non furono che alcuni grandi scogli dappresso alla spiaggia. Uno di questi scogli è quello sotto Ascea, ed il nome di questo paese sembra appunto un’alterazione d’Iscia, come chiamavasi una delle due isolette. L’altro doppio scoglio, a breve distanza dal primo, ma coverto da pochi palmi d’acqua, esser potrebbe Pontia (235), che alcuni hanno confuso coll’isola omonima, una volta appartenente Volsci (236), e dal lido di Velia lontana non meno di 80 miglia. Al tempo di Strabone formavano le due isolette colla costa una comoda stazione pe’ piccoli navili (237); ma la rapidità colla quale sulla costa meridionale del nostro paese il mare invade la spiaggia, ed enormi massi vi distrugge; dà ragione della scomparsa di una di queste isole, e della totale mancanza d’una stazione anche per le piccole barche incontro al seno dell’antica Velia.

14. Villa di CATONE

Seguendo il corso del fiumicello Patisco, ch'esce dal bosco della Bruca, alla distanza di tre miglia dalle rovine di Velia, si crede che fosse stata una villa di Catone Uticense, e propriamente sull’alto della collina, ove è posto l’odierno villaggio di Cotona. È noto da Plutarco che quel grande e generoso romano ebbe nella Lucania ville amenissime (238), e, che che ne dica qualche scrittore patrio, oltre del nome, la costante e lunga tradizione dimostra che quel villaggio si edificava in su' ruderi o presso della detta villa. La salubrità ancora e l’amenità del luogo nella state, non meno che gli antichi e grandi vestigi di fabbriche romane ivi scoperte (239), altre pruove aggiungono pel vero sito della villa di Catone.

15. Promontorio e Porto PALINURO

Dopo di Velia Strabone e Plinio notarono il promontorio Palinuro, ricordato da P. Mela soltanto come un luogo della regione (240). Non è noto se Virgilio colla sua poetica fantasia, o le favolose tradizioni locali, altra specie di poesia, ne derivassero il nome dal pilota di Enea, il quale avendo gli occhi alle stelle per regolare la navigazione cadeva nel mare, ed era dalle onde balzato alle radici di questo promontorio. Rimasto ivi insepolto, il poeta fa comparire la sua ombra all’eroe trojano presso l’Averno per iscongiurarlo a trovare il suo corpo ne porti velini, e covrirlo di terra; e la Sibilla, temperando il suo dolore, gli promette che le sue ossa saranno espiate da’ popoli della regione, i quali un monumento gli ergeranno, che serberà in eterno il nome di Palinuro (241). Servio narra che Palinuro fu ucciso da' Lucani, i quali assaliti perciò da una peste per punizione de' numi, gli ebbero ad innalzare un cenotaffio, e consecrargli anche un bosco (242). Senza riferire questo fatto ad altri popoli più antichi, che veramente la regione abitavano al tempo della trojana emigrazione, si può ritenere la narrazione di Servio solo pel monumento innalzato al favoloso marino, come a tanti altri eroi e personaggi mitici dell7antichità in Grecia ed in Italia. Tutti i moderni topografi ricordano la favolosa tradizione del timoniere di Enea; ma nessuno osserva che Palinuro, o piuttosto Palinoro, è denominazione greca, che dinota appunto monte che si erge incontro a chi naviga per la spiaggia (243), ed i Lucani forse la pronunzia ne alterarono nel proprio dialetto. Questo promontorio del resto che da' monti lucani si avanza nel Tirreno nel suo nome odierno di Capo di Palinuro conferma la predizione di Virgilio, e sorge dodici miglia in circa all’occidente di Velia. Gira tre miglia sino al seno della Molpa, ed è tutto aspro sassoso ed incolto. Alle sue radici aprivasi il celebre porto dello stesso nome, il primo porto d’Italia, nel quale, anziché Enea, secondo Dionigi d’Alicarnasso (244), approdava piuttosto uno stuolo di Trojani guidati da Eneadi, o principi della sua stirpe. Questo porto è ora rincalzato dalle correnti; ma presenta nondimeno il suo antico bacino, guardato al sud dal promontorio, al nord e all'ovest da alte colline, ed aperto soltanto all'oriente, dove stanziar potevano molti navigli. Ove comincia a incurvarsi, e sopra una collinetta a breve distanza dal mare rimangono i ruderi di un monumento di opera re ticolata in forma di piramide. Nella parte interna a guisa di piccol portico era costrutto, e due porte, una al mezzodì, l'altra ad oriente vi davano l’ingresso. Un piccol recinto, di cui già vedevasi una bassa ed angusta volta, coverta di durissimo intonaco con ve stigi di pitture, stava in mezzo del portico. La rozzezza e semplicità dell’opera accenna ad età vetusta, e non par dubbio che fosse il cenotafio eretto al favoloso Palinuro (245), come a Cajeta, Bajo e Miseno, ma non prima, io credo, de' tempi romani, quando personificandosi spesso gli antichi nomi de' luoghi che non s’intendevano, si sostenevano originati da personaggi immaginarii della flotta trojana, a cui i popoli creduli e superstiziosi ergevano sepolcri e monumenti (246).

16. Fiume, e seno MELPI

Dopo il promontorio Palinuro mette foce nel mare il fiume Lambro, detto anche Melpi, antico nome greco (247) che gl’imposero i primitivi abitatori di questa parte della Lucania. Nasce questo fiume in un monte due miglia sopra di Cuccaro detto Lagorosso dal suo terreno ocraceo rosseggiante, il quale facendone in Tempo di pioggia rossigne le acque fu cagione che ne’ bassi tempi si nominasse Rubicante (248). Accolte quindi le acque delle eminenze di Montano, quelle che scendono dall’Antilia, ed altri fiumicelli delle colline degli Eremiti e di S. Nazario, così ingrossato correndo per la pianura si scarica in un piccol seno che pur ritiene il nome di Melpi o Molpa (249). Questo seno, racchiuso dalle foci del descritto fiume e dal Mengardo, che vi si scaricano, esser doveva ne’ remoti secoli un sicurissimo porto. Essendo ben grande, si allarga nella figura di semicircolo, ed anche oggi servir potrebbe di ricovero a navi grosse per certi venti, se bastante fondo vi fosse per sostenerle. E notabile questo seno per una delle naturali singolarità, che incontrandosi in altri luoghi del globo, hanno sempre richiamata l'attenzione de' geologi, dir voglio la così detta Cala delle ossa. Poche miglia di là della marina di Camerata, e prima di giungersi al promontorio Palinuro, in uno scoglio che a picco si eleva sul mare vedesi una grotta, entro la quale penetrano le onde, né può visitarsi che in barchetta. E tutta nell'interno tapezzata di ossa, ammassate confusamente da un bitume quasi sempre del colore del solfuro di antimonio, che le ha ridotte allo stato di pietra. Nel paese si credono per lo più ossa umane, pe’ cranii umani sopratutto che se ne serbano per rarità (250). Tra le diverse specie di ruminanti tuttavia indeterminate, il Cuvier vi notava una specie di cervo, intermedia tra Telato e l’alce (251); né debbo tacere che il Brocchi dice fra tali ammassi di ossa aver riconosciuti denti di pecore, mescolati con ciottoli e carboni di legno, conglutinati da cemento calcareo stalattitico; e che non per altro meritano l’attenzione de' geologi, se non perché mostrano che tali aggregati formar si possono anche ai dì nostri, altro non essendo che avanzi di animali uccisi ed arrostiti sul luogo da corsali, o da naviganti (252). Egli è vero che grotte simili, ingombre di ossami di uomini e di quadrupedi, le quali servivano di asilo a' Baschkiri, vedeva il viaggiatore Pallas nella Siberia; ma che, se non tutte, la più parte almeno delle ossa nella grotta della Molpa vi fossero accumulate dalle violente e successive inondazioni delle primitive epoche geologiche, alle quali si attribuiscono in molti altri siti del globo, è manifesto dalle ossa della detta specie di cervo, che più non si trova nella contrada. Ma di tutte queste opinioni la più lontana dal vero è quella che le teneva de' soldati delle flotte romane naufragate presso il promontorio Palinuro nel 487 (253) e nel 716 di Roma (254). Questa opinione è molto antica, poiché si sostiene in un Censuale del secolo XI della Badia di S. Maria di Centola (255), nel quale più di una grotta si ricorda su questo seno della Molpa ripiena di ossa simili.

17. Melpa, o Molpa.

Presso la foce del descritto fiume alcuni moderni topografi ricordano una città antica col nome di Palinuro di Molpi, ma ch'è anzi da dire Molpa, o piuttosto Melpa dal nome del fiume stesso. Oltre degli antichi ruderi che vi si veggono, confermerebbe la prima denominazione un didracma di argento, che da un lato ha per tipo un cinghiale colla leggenda I1AA retrograda in caratteri arcaici, e dall’altro collo stesso tipo incuso l’epigrafe MOA. Un dotto nummologo si avvisava il primo di vedere in questa medaglia un’alleanza tra le città di Palinuro e Molpa, le quali, non ostante il silenzio della geografia e della storia, suppose che si trovassero, una presso il Capo Palinuro, l’altra alla foce del fiume Melpi (256). Comeché la fabbrica di questa medaglia sia in tutto analoga a quella delle vicine città di Pissunto, Lao e Posidonia, un altro nummologo nondimeno lasciava questa medaglia tra le incerte, benché inclinasse a credere all’esistenza della città detta (257). Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di Molpa ragionando, attribuendone la fondazione a' Pelasgi Tirreni (258), situavala presso il porto di Palinuro all oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della Molpa. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, ci conservasse, perché infatti nell'isteria fu già la città di Melpo sull’Adda, dove fu anche Spina, rinomata nella storia pel primo arrivo de' Pelasgi (259), e nel Peloponneso, d'onde i Pelasgi passarono neH pze per venire in Italia, furono ancora una piccola regione ed una borgata col nome di Melpea (260). Le quali identiche denominazioni chiaramente dimostrano che i Pelasgi il nome di Melpa riprodussero e nella contrada dove prima giugnevano del1 Italia superiore e nella Lucania. Da così remota antichità la città si mantenne insino a' tempi romani. E noto in fatti da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella Lucania (261), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa città stessa si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva neUimpero a Majoriano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina a' suoi giorni (262). Delle vicende di questa città ne’ tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di Molpa, sorge un’alta rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il Castello. Essendo il luogo naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte in parte or si veggono abbattute ed interrotte (263).

18. Fiume Mengardo, e FISTELIA

Dopo il fiume Melpi e all'occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il Mengardo, detto anche Trivento, che ha le prime sorgenti ne’ monti Pedule e Centaurino al di là di Ro frano né prende il primo de' detti nomi che tra S. Severino e Poderia. Più oltre delle prime fonti del torrente Faraone che vi mescola le acque nelle vicinanze di Roccagloriosa e tra questo paese e Castel Ruggiero, rimangono i ruderi di una ignota città antica, ricordata appena da un patrio topografo (264), ma meritevole delle ricerche degli archeologi.

In un falso piano alla pendice settentrionale delle petrose colline che si elevano tra' detti comuni, sparsi si veggono al suolo rottami in gran numero di tegoli, mattoni ed altri oggetti di terra cotta. Quel piano è detto degli Stelletani, ed anche ne’ contigui Piano de' palombi e Pantani di Leo verso di Castel Ruggiero gli stessi rottami si veggono, de' quali scomparisce ogni traccia nel luogo detto Tufolo. Non vi s’incontrano rovine di fabbriche, tranne all’occidente dell’indicata pianura, dove si vede un avanzo di muraglia di macigni riquadrati e di antica struttura. Le tradizioni popolari e locali si accordano nell'affermare ch'ivi sorgeva una città grande ed antichissima, la quale essendo naturalmente difesa ne’ lati orientale e meridionale, la detta muraglia difendevala nella parte occidentale, servendo ancora di sostruzione ad una strada che dalla città menava allo sbocco nel mezzo delle dette colline, che anche oggidì serba il nome di Scala; perché dalla parte che guarda il mezzodì era acconciamente provveduta di gradini di pietra lavorata, pe’ quali scendevasi ne' sottostanti amenissimi terreni di S. Venere, ove scavandosi si scoprono avanzi di antiche costruzioni. Al di là niente altro si vede, essendo tutto o coltivazione, o macchie; ma nelle vicinanze tutto il suolo ricopre antichi ruderi, e sopratutto nel Piano de palombi, scavandosi il terreno, si sono scoperte monete, colonne, lapide, frantumi di vasi metallici e reliquie di fabbriche laterizie (265). Questi rottami, e più ancora il resto della mentovata muraglia, a quel che sembra, di fabbricazione greca, chiaramente dimostrano un' antica città; ma senza alcuna memoria di geografo o storico, senza epigrafi e medaglie trovate sul luogo, chi può divinarne il vero nome? Una città nell'isola di Creta presso il Pareso ed il Pritimne col nome di Stele ci ricorderebbe nella denominazione di Stelletani una nomenclatura non insolita nell’antica geografia, e siccome Stoici e Steliti si dissero gli abitatori della prima (266),così Steletani nominarsi poterono quelli della seconda Enotria, e così l'una come l'altra da antichi rottami di colonne (στῆλαι), presso le quali forse vennero primamente edificate. A tal congettura fa inclinare il nome di Stelletani che serba la detta pianura, più che l’altro di Stelicona, come volgarmente si nomina la sconosciuta città, il quale mi sembra alterato, e quel nome stesso mi fa anche sospettare di esser potrebbe il sito della controversa Fistelia. Questa città disvelavano i noti didracmi di argento coll’epigrafe osca 8ISTVVS, 8ISTVVIS, SISTVVIS, e co' tipi nel rovescio del bue a volto umano o di un delfino con un grano d'orzo, e nel dritto una testa giovane e virile di faccia, o d’una donna co' capelli sparsi. Simile a queste monete è l’obolo di argento con gli stessi tipi, nel quale alla leggenda 8ISTVVIS del rovescio si vede unita la greca ΦΙΣΤΕΛΙΑ del dritto. Incerta è tuttavia l’attribuzione di tali medaglie, perché chi vi ha letto l’antico nome di Posidonia, e chi quello di Puteoli (267). Senza nulla sapere de' detti rottami nel piano degli Stelletani, ad una città diversa, ma non molto distante da Posidonia, le attribuiva il Millingen, quando avvisavasi che le medaglie posidoniate coll’epigrafe FIIS accennassero ad una federazione colla città di Fistelia (268). Egli è vero che nella detta leggenda si è veduto il nome del fiume 18 col digamma eolico (269); ma legger vi si potrebbero anche le iniziali di Fistelia, la quale, a crederla situata nel piano degli Stelletani, non era molto distante da Pesto. I Pelasgi-Tirreni, a cui il citato nummologo attribuisce la città stessa, ma credendola nella Campania (270), furono anche in sulla spiaggia che fu poi della Lucania; e senza pretendere di avere dimostrato l’identità di Fistelia colla oscura città nel piano già detto, la mia congettura e gl’indicati ruderi debbono richiamare senza più l'attenzione di altri più valorosi antiquarii.

19. Promontorio, porto e fiume PISSUNTO, O BUSSENTO

Poiché né del fiume né del seno Melpi fa motto Strabone, dopo del promontorio Palinuro ricorda immediatamente il promontorio, il porto ed il fiume Pissunto (271), che in fatti l’un dopo l’altro con diversi nomi si succedono in sulla spiaggia. A voler supporre con alcuni topografi (272), se non nel medesimo sito, a breve distanza almeno l’uno dall’altro il fiume, il porto ed il promontorio, discorde da' luoghi si parrebbe tal cenno geografico; ma, veggendovi solo, come non mi par dubbio, una rapida descrizione, il promontorio Pissunto non può essere che l'odierno Capo degl’Infraschi, detto ancora negli scorsi secoli Capo della Foresta o della Venosa (273), poco lontano e più sporgente della punta di Garigliano su tutta la costa per lo più scogliosa e tagliata quasi a picco. Tra questa punta e il detto promontorio si apre un sicurissimo seno detto Orecchia di porco, ove i naviganti corrono a gara a ripararsi nelle burrasche, né sembra doversi più oltre andare ricercando il porto omonimo al promontorio ed al fiume. Su questo porto, anziché nella stessa città di Pissunto o Bussento, io credo si stanziasse nel 2.° anno dell Olimpiade LXXVII (471 a. C.) la colonia speditavi da Micito, il quale pe’ figliuoli di Anassilao reggeva le città di Reggio e Messene. Di questa colonia parlano Diodoro Sicolo e Strabone, e sappiamo dal geografo, che dopo breve tempo abbandonava il luogo (274), per unirsi forse agli abitatori di qualche altra città vicina. Dappresso al detto seno, ed a 9 miglia almeno dal promontorio Bussento, si scarica in fine nel mare il fiume dello stesso nome, che ha le prime fonti nella montagna di Sanza. Ingrossato colle acque che dicono della Ferriera, corre sino alle pertinenze di Casella nel luogo detto i Pironi, dove s'immette in una voragine, dalla quale riesce dopo il corso di tre miglia sotto Morigerati, e volgendosi verso la spiaggia si accresce colle acque del fiume di Casaletto e Tortorella per metter foce nel mare a due miglia in circa da Policastro. E fiume pescoso presso al sito della scafa che vi è per valicarlo, più che in altra parte del suo corso, e che non si debba in altro fiume ricercare il Pissunto di Strabone è manifesto non solo dal suo nome odierno di Bussento, ma da' bossi nativi ancora, che, non ostante il continuo diboscamento, tuttavia vegetano presso alle sue fonti, e da' quali fu detto Pyxus (Πιξους) da' Greci, e Buxentum da' Latini.

20. PISSUNTO, o BUSSENTO (Πίξους, Buxentum)

Dal descritto fiume prendeva nome la città edificata a non molta distanza dalla sua foce, città greca (275) de' primi tempi, comeché noti non ne siano i fondatori. I moderni scrittori che non dubitano di attribuirne l’origine alla mentovata colonia spedita da Micito (276), non hanno posto mente alla federazione di essa colla celebre città di Siri, distrutta almeno 88 anni prima (277), e però a tempi assai più remoti accenna Stefano Bizantino nell'ascriverla all'Enotria, sebbene con errore la ponga nella parte mediterranea della regione (278). Senza credere perciò erronee le testimonianze di Diodoro e Strabone, ho detto che la colonia de' Reggini e de' Messenii ebbe a stabilirsi sul porto Pissunto, il quale come più vicino al corso del fiume omonimo, ebbe a prenderne il nome con più di ragione della città istessa. Che Pissunto del resto fosse confederata con Siri si raccoglie da alcune rare monete di questa città (279), le quali in caratteri arcaici presentano i nomi de' due popoli collegati DVXOEM e MIRINOM (Pyxoes e Sirinos), né altro può dirsene de' tempi che fu abitata da' Greci.

Nel 558 di Roma vi fu spedita una colonia di 300 cittadini, tre anni dopo che il tribuno della plebe Caio Acilio proponeva che altre se ne mandassero Salerno e sulla spiaggia della Campania (280). Livio dice che furono allora ripartite le terre ch’erano Campani, e per una lapida di Capua vi è ragione di riferire tale ripartizione alle terre di Bussento, anziché a quelle di Interno, Volturno e Puteoli, dove le altre colonie furono dedotte, perché nella lapida si loda il quatuorviro della città Pescennio Negro, il quale la repristinava ne’ dritti dell’agro lucano (281).

Ma non passavano più di sei anni e nuovi coloni furono mandati a Bussento, perché il Console Spurio Postumio, il quale faceva per l’Italia la famosa inquisizione de' Baccanali, trovava abbandonata la colonia speditavi prima (282), ed a questi tempi appartenne al certo il seguente frammento epigrafico (283), che serbavaci memoria di quella specie di assegnazione nelle rendite de' boschi per la riparazione delle pubbliche mura, solita a stabilirsi per le colonie romane (284):

.... BVXENT IN REM

VRBIC, SILV

IVG. LX. ADSIG.

DDI. S. K.....

Un’altra colonia ancora spedita a Bussento ci ricorda un breve cenno di Balbo (285), una di quelle certamente spedita da Silla o da Ottavio; ed in tale condizione la città si mantenne sin dopo i tempi di Nerva, come raccogliesi dal seguente titolo sepolcrale (286), in cui è memoria del Pretore Fiscale istituito da quell'Imperatore (287), perché senza essere romano cittadino tale ufizio aver non vi poteva Veridio Pernicio, a cui la lapida fu posta:

D. M. S.

VERIDIVS. PERNICIVS. BVXENT.

PRAETOR, FISCALIS. ITERVM

SIBI. ET. LIB. SVIS

Η. Μ. Ε. N. S.

Fiorente era tuttavia Bussento almeno sino alla metà del VI secolo, quando era decorata da sede vescovile (288); ma non ne rimane ricordanza più oltre del tempo del Pontefice S. Gregorio, quando la chiesa bussentina era priva del suo pastore (289); né forse andò molto e cominciò a mancare di abitatori, per Varia malsana, io credo, prodotta dalle inondazioni del prossimo fiume. Che in processo di tempo fosse abbandonata affatto pare accennarlo il nome di Paleocastrum, o di antico castello, con che trovasi ricordata nel medio evo, e che diede origine al nome odierno di Policastro, nella quale dopo le distruzioni de' Saraceni nel 915 e di Roberto Guiscardo nel 1065 risorse l’antica Bussento, a circa due miglia dalla foce del fiume omonimo e ad un miglio dalle sue rovine. Di queste rovine or non rimane che una muraglia di opera reticolata, nella quale si sono distinti i ruderi di un tempio, e nella torre della cattedrale fabbricati si veggono rottami d’iscrizioni poste a Germanico e Giulia Augusta, la nobilissima e virtuosa madre di Tiberio.

21. SCIDRO (Σχίδρος, Scidrus)

Dopo 3 miglia in circa al sudest di Bussento fu Scidro, altra città antichissima della regione, ed anteriore, io credo, non solo all’occupazione Lucani, ma delle stesse colonie elleniche. Il suo nome ricorda una città omonima dell’Ematia, o della Macedonia (290), i cui primi abitatori furono i Pelasgi (291), e ad altri popoli che a questi non so perciò attribuirne la fondazione primitiva. Fiorente era questa città nella LXVII Olimpiade, poiché i Sibariti vi si rifugiavano dopo la rovina della loro patria (292), avvenuta nel 510 a. C., che fu il terzo anno dell’Olimpiade stessa. È però che molti scrittori non hanno dubitato che fosse colonia di que’ popoli potentissimi, e comeché ciò non si possa veramente sostenere colf autorità di Erodoto, il quale ricorda solo i Sibariti, che, scacciali dalla loro città, alitavano Scidro e Lao (293), è probabile nondimeno che una colonia vi avessero stabilita nel tempo della loro floridezza, come nell’altra città detta. Senza ammettere strette relazioni anteriori, dir non si saprebbe perché nelle due città si fossero rifuggiti i Sibariti, i quali con gli antichi abitatori cedevano in processo di tempo all’invasione de' Lucani. Ma, in fuori di queste, ignote sono tutte le altre memorie di Scidro, che conservava certamente Lieo di Reggio nella sua storia della Sicilia, giacché coll’autorità di questo storico, coetaneo di Demetrio Falereo (294), parlava di Scidro Stefano Bizantino (295). Senza investigarne veramente il sito, sospettava il Mazocchi che sorgesse nelle vicinanze della città di Lao (296); né prima di quel celebre archeologo ne determinava meglio la posizione l’Holstein, il quale situavala a Cetraro, all’oriente del fiume di Lao o Laino (297), senza considerare ch'esser doveva una città marittima, al pari dell'altra città vicina, anche colonia de' Sibariti. Perciò con più di verisimiglianza avvisavasi l’Antonini che sorgesse nell’odierno porto di Sapri, tuttoché vi credesse l’antica città di Sipro, ingannato dalla falsa lezione di alcune edizioni di Erodoto,in cui leggesi Σίπρον, in vece di Σκίδρον (298). Se non che, affermandosi per costante tradizione che il nome di Sapri non fosse che un’alterazione di Sybaris, egli sembra che Scidro ritenesse il suo nome sino all’arrivo de' Sibariti, che le imponevano quello della desolata patria. Il porto, di figura semicircolare, e di un perimetro di quasi due miglia, comeché di basso fondo, fa pur supporre un certo traffico marittimo, e però un’agiata e numerosa popolazione. Il porto di Sapri è per gran tratto pieno di fabbriche occupate dal mare; ma più di tutte quelle rovine (299) dimostra il luogo abitato da' Greci la seguente mutila epigrafe:

ΟΕΟΙΣ ΑΠ.......

ΕΠΟΙΗΣΕΝ.....

.... ΜΟΥ ΔΟΙ.... P...

..... ETTYXOC.....

Molti sepolcri ancora si scoprivano tra prossimi vigneti, ma appena ne rimanevano queste due lapide:

D. M.

T. PALPII. IVCVNDI

VIX. AN. XI. M. VIII

M. PALPIVS. BASSVS

ET. LARTIA. MVSSIDIANA

PARENT. MOESTISS.

D. M.

L. SEMPRONIO

L. F. POM. PRISCO

AED. DVOVIR.

DES. V. A. XXV.

MEN. VII

SI NON ANTE DIEM CRVDELIA FATA FVISSENT

HIC PATER ET MATER DEBVIT ANTE TEGI

Notabile nella prima di queste iscrizioni è il prenome di Lartia, il quale, corrispondente a domina, si legge in molti titoli sepolcrali etruschi, né so se s’incontra in altre epigrafi latine: certo è che i due titoli dimostrano il luogo abitato ne’ tempi romani; ma che la città fosse abbandonata o distrutta innanzi ai primi tempi dell’impero si può raccogliere dal non essere ricordata né da Strabone né da' geografi posteriori.

22. BLANDA (Βλάνδα, Blanda)

Alla distanza di circa 7 miglia odierne da Scidro sorgeva Blanda annoverata da Tolomeo tra le città mediterranee della regione (300), perché posta a mezzo miglio dal mare. Che fosse nella Lucania è noto ancora dalle testimonianze di Livio e Pomponio Mela (301): il solo Plinio, attribuendola a' Bruzii, dopo del fiume Lao (302), incorse in uno de' varii errori che si notano nella sua rapida descrizione geografica. Non dubito del resto che prendesse il nome dal suo sito dilettevole in sulla spiaggia (303), al pari di altre omonime città marittime del mondo antico, Blandos nella Tracia, Blanda nella Spagna Tarragonese, Blandona nella Liburnia (304). Ma altra più antica memoria non ne rimane, se non che nel 538 fu espugnata dal Console Q. Fabio tra altre città delle nostre regioni che si erano date a' Cartaginesi. Sussisteva tuttavia nel VII secolo, quando era città vescovile (305), dal che si può raccogliere certamente che fu di qualche importanza e popolosa. Era situata sulla Via Aquilia, che da Pesto lungo la spiaggia aveva termine alla Colonna Reggina, e per la distanza di XVI miglia antiche che tra la città stessa e Lavinio o Lao segua la Tavola Peutingerana l’Holstein situavala a Maratea (306). Ma, poiché nessun vestigio di antichità vi si scorge, e la sua posizione tra orridi scogli non può far supporre ch’edificar vi si potesse una città ragguardevole, è da dire piuttosto che sorgesse nella contrada di S. Venere, un miglio distante da Maratea, e mezzo miglio dal mare (307). Ivi in fatti tuttora si osservano antichi ruderi, tra' quali i resti di un tempietto di fabbrica reticolata, e di alcuni privati edifizii; ed oltre de' numerosi sepolcri con vasi di qualche pregio nel sito stesso rinvenuti e ne’ luoghi adiacenti, molti idoletti ancora, monete, cammei ed altri antichi oggetti si sono ivi scoperti, che non fanno dubitare del vero sito di questa città della Lucania.

23. Isoletta di VENERE

Dopo l’isoletta di S. Janni sorge in sulla spiaggia di Maratea l’altra più grande di Dino, o Dina, del perimetro di circa tre miglia, e poco discosta dal continente. E fornita di porto, ed è nota per la pesca de' coralli (308). A questa piccola isola un patrio topografo riferisce la denominazione di Generis, che l’Anonimo geografo di Ravenna nota tra Blanda e Cesariana (309). Egli sembra perciò che fosse una volta abitata, e prendesse il nome da un piccolo tempio di Venere; né da altro si è creduto originato il nome odierno di Dina, che dall'Ædicula, quasi Ædina, o tempietto sacro alla dea.

24. LAO (Λάος, Laus).

Seguiva dopo Bussento il seno Lao,il fiume e la città omonima, ultima della Lucania in sulla spiaggia, ma alquanto distante dal mare (310). Questa città pigliò il nome dal fiume, presso il quale era posta (311), come da essa si denominò il seno Lao (Λάος κόλπος), che cominciando dal Capo Bussento, o degl’Infrischi, ed abbracciando tutto il golfo di Policastro, arrivava a Cerilli, oggi Girella. Gli antichi e moderni scrittori hanno parlato delle città di Lao come di una colonia di Sibari (312); ma che fosse di un’origine assai più remota della potenza de' Sibariti, e fondata da Pelasgi insieme e da Epiroti, più che l'omonimia del fiume Laus dell'Enotria e del fiume Laus dell'Epiro notata da un ch. archeologo (313), il dà a credere il nome del suo popolo, che fa risovvenire i Laini della Peonia presso lo Strimone nella Tessaglia (314), sino alla cui sponda Eschilo estendeva il dominio del favoloso Pelasgo, nota personificazione de' popoli stessi che abitavano fin presso Dodona sulla costa marittima (315). L’eroo, nel quale presso la città veneravasi Dracone, uno de' favolosi compagni di Ulisse, ci ricorda ancora gli Epiroti col lor nume archegete, ed il tipo inoltre de' didracmi incusi della città, il toro a volto umano, accenna del pari alla primitiva fondazione di essa per opera de' Dodonei. Si è supposto del rimanente che i Sibariti fondassero Lao nell’anno stesso della rovina della loro patria (Olimp. LX. VII, 3; 510 a. C.); ma Erodoto parla solo de' Sibariti che abitavano Lao dopo la distruzione della loro città, ed è da credere piuttosto ch’ivi si rifuggiassero, avendovi già prima fondata una loro colonia nel tempo della loro floridezza, quando a quattro popoli imperavano ed a 25 città (316). Poiché una colonia di Achei ripopolò Sibari dopo che venne da' Crotoniati abbattuta, nella maggior parte di questi Achei un dotto nummologo ha veduto i fondatori di Lao, discendenti di quelli una volta stabiliti a Las nella Laconia (317), ma, a seguire l’analogia de' nomi, meno dubbia mi sembra quella co' Laini della Tessaglia, perché in fatti altre città della costa furono egualmente fondate da' Pelasgi.

Poche memorie ci rimangono di Lao; ma le sue diverse monete ben ne dimostrano l’autonomia e la floridezza. Incuse sono le più antiche (i didracmi di argento), come quelle delle altre colonie achee, e col tipo del bue a volto umano barbuto, simile a quello di molte città italiche e sicule, hanno la leggenda AAI da un lato, e ΝΟΣ dall'altro in caratteri molto arcaici. In altre, che hanno lo stesso tipo ne’ due lati, si legge intera l’epigrafe VAINOM, ed alcune di piccolo modulo hanno nel rovescio una ghianda. Quelle di bronzo, le meno antiche di tutte, e supposte dell'epoca tra la liberazione della città dal giogo de' Lucani e la fine della seconda guerra punica, presentano in un lato una testa giovanile, la ninfa del luogo, o più probabilmente il fiume vicino, e dall’altra una colomba che tiene un ramo colla iscrizione ΛΑΙΝΩΝ, e talvolta in vece del nome della città, le lettere iniziali del magistrato, ΠΕΛ, ΜΕΒΕ, ΣΤΑΟΥΙ (318).

Queste medaglie ed il comodo e sicuro porto sul prossimo golfo ci assicurano del florido stato della città, che senza dubbio accrescevano i Sibariti superstiti alla rovina della loro patria. Egli sembra che Lao fu una delle prime città greche che vennero in potere de' Lucani dopo l’occupazione di Posidonia. Ricca ed abbondevole (εὐδαίμωνα) la nomina Diodoro Siculo, e per la sua importanza i Turii co' lor collegati espugnar la volevano per espellerne i loro nemici nel 3.° anno dell’Olimpiade XCVII (a. C. 390); ma oppressi rimanevano dal grande esercito de' Lucani, forte di 30 mila fanti e 4 mila cavalli (319). Dopo di questa guerra altra notizia non si ha di Lao, e non si sa nemmeno quando fosse distrutta; ma già lo era nel secolo di Plinio (320). Trovasi nondimeno segnata nella Tavola Peutingerana col nome di Lavinio ed a XVI miglia da Blanda (321); e non si può assicurare se questo nome indicasse la città riedificata, oppure il sito soltanto dove fu una volta. Ingannato il Cluverio dalla simiglianza del nome, questa città poneva nell’odierno Laino] ma la riferita distanza in cui era da Blanda, e l’altra di 400 stadii, o 50 miglia da Velia segnata da Strabone, ne hanno meglio fatto riconoscere il sito a Scalea (322), la quale ci mostra la sua antichità nelle sue mura, ne’ ruderi de' suoi acquidotti, ne’ varii sepolcri scoperti nelle sue campagne, ed in un tempietto con un idolo marmoreo che vi si scopriva verso la fine dello scorso secolo (323).

Vedevasi presso questa città al tempo di Strabone un eroo, o monumento, sacro a Dracone, tenuto uno de' compagni di Ulisse, presso il quale propriamente i Lucani debellavano i Turii coi loro confederati. Esser doveva molto vicino alla città istessa, perché nell’oracolo che agl’Italioti presagì la loro disfatta, l’eroo è detto petroso (Λάιον), aggiunto che ambiguo rese l’oracolo (324), perché si riferiva insieme ed al nome della città (Mãos), ed alle grandi scogliere che si estendono al destro lato del porto di Scalea, né altrove saprei immaginarlo che in sulla cima della deliziosa collina a pochi passi dalla porta di mare, dove restano i ruderi di una torre antichissima detta di Giuda.

25. Fiume LAO (Λάος, Laus)

Alle falde del monte Mauro presso Viggianello nasce questo fiume, che dava il nome alla descritta città, e che la Lucania divise dalla regione de' Bruzii (325). Accresciuto da altre sorgenti, sotto la valle di S. Martino prende il nome di Lao o Laino, ed ingrossato da altri rivoli e fiumicelli, per modo divide il paese dello stesso nome, che la parte inferiore e piana ne lascia nella Basilicata la scoscesa ed alta nella Calabria. Dopo il corso di cinque miglia si sparte in due rami, uno de' quali passa per Papasidero, e l'altro accostatosi a Batomarco, si riunisce al primo all’est di Scalea finché fatta un'isola con altri torrenti, copioso di acque mette foce nel mare. Impedito nelle vicinanze di Laino da una grande roccia appennina, questa roccia squarciava da tempi immemorabili, né senza stupore e meraviglia si vede rotta ed aperta dall’impeto delle correnti; ma falsa io credo la volgare tradizione che si originasse da ampio e profondo lago nelle valli di S. Martino) della Noce e del Gaudo (326), dal quale, aperto il prossimo giogo, avesse preso il suo corso sino alla spiaggia di Scalea (327).

V. — 1. MURANO (Muranum)

Dalle sorgenti del descritto fiume risalendosi nella parte mediterranea della regione incontravasi presso la frontiera meridionale la città, o grossa borgata di Murano della quale non è memoria nella geografia o nella storia, ma nella celebre lapida della Via Aquilia e nell’Itinerario di Antonino. Si contano nella prima LXXIV miglia da Capua a Murano (328), e due volte si segna nell’Itinerario la distanza di XIV miglia tra Nerulo e Summurano (329), o Submurano dove era la mansione o il luogo di riposo nella detta strada, posta poco distante e al di sotto di Murano. Alla distanza di un miglio verso mezzodì della città odierna, che serba il nome antico, molti ruderi si veggono, dove è da credere situata la detta stazione co’ soliti ostelli ed alberghi pe’ viandanti, perché ad immaginarla con un patrio topografo a Castrovillari (330), ci dilungheremmo non solo dalle indicate distanze, ma di molto trapasseremmo ancora i confini della Lucania, per innoltrarci in quelli della Brezia.

2. NERULO (Nerulum)

Più oltre avanzandosi lungo il primo corso del fiume Lao, incori travasi, anche ne’ confini della Brezia, la città di Nerulo, alla sinistra dell7odierno Laino. Poiché nel 436 di Roma veniva presa per forza dal Console Emilio Barbala nella seconda guerra sannitica (331), non è dubbio che fu una città fortificata, della quale del resto non rimase altra ricordanza nella storia. Senza bene esaminare le distanze segnate ne’ romani Itinerarii, il Cluverio questa città situava al di là dell’Appennino nell'odierna Episcopia; ma contandosi XIV miglia antiche tra Nerulo e Submurano, e XXVI tra la città istessa ed il villaggio Mendicolco (332), riconosciuto a Moliterno, tali distanze ad un più esatto ricercatore di città antiche l’additavano a Rotonda (333); ma fu piuttosto ne’ notabili avanzi di vecchie fabbriche e di una rocca che si veggono a breve distanza, ove anche si cavano bellissimi vasi, che come quasi tutta la regione ci mostrano la contrada abitata da' Greci.

3. ΤΕΒΕ (Θηβη, Thebae)

A non molta distanza da Nerulo sorgeva Tebe, altra città greca da' Lucani conquistata, di cui ci lasciava memoria Plinio coll’autorità di Catone, che ricordavala come già mancata da tempi remoti (334). Anche Stefano Bizantino rammentò una Tebe d'Italia,Voltava tra le nove città omonime, di cui parlava nel suo Lessico (335), e la stessa senza dubbio che quella ricordata da Catone. Questi geografi non ne dicono, o non ne seppero, i fondatori; ma, a giudicarne solo dal nome, è da credere edificata da una colonia uscita dalla Beozia, e che stabilivasi, non può dirsi in qual tempo, in questa regione innanzi all’occupazione de Lucani, fondando anche Platea in quella che poi fu de' Brezii, e impose il nome a' fiumi Tanagro e Platano, nomi tutti che ci ricordano chiaramente una greca colonia ivi giunta da Tebe, Platea e Tanagra, città note della Beozia (336). Così a ragione avvisavasi un celebre patrio archeologo (337), ma senza congetturare l’epoca in cui potè avvenire questo passaggio, e non è stata insino ad ora da nessuno investigata. Parlando di Cuma ho detto colla testimonianza di Diodoro Sicolo che a' primi fondatori della città si univano i Tespiadi, originarii di Tespia nella Beozia, i quali avevano fatto parte della colonia condotta da Iolao nella Sardegna (338). Or agli altri popoli di questa colonia Eustazio aggiunge i Tebani (339), e per me non è dubbio che questi popoli stessi passarono nell’Enotria per fondarvi con altre città quella che ricordava la loro metropoli, fondata nella Beozia da altri coloni usciti da Tebe Ipoplacia nella Cilicia (340); e siccome la colonia condotta da Iolao fu anteriore alla grande emigrazione Ionia (341), avvenuta 1130 anni avanti l’era volgare (342), così prima di quest’epoca venne fondata questa città di Tebe con altre tre città che descriverò nella confinante regione de' Brezii, dir voglio Sifeo, Temesa e Platea, le quali tutte ci ricordano città e coloni usciti dalla Beozia. Non so del resto se perché Tebe era alquanto dentro terra, o perché non durò lunga stagione, Scilace di Carianda non ne fé motto nel suo Periplo al pari di Platea; né altro ne rimane a dire che il luogo ove venne edificata. L’opinione del Barri che allogavala a S. Lucio (343) è contraria all’indicazione di Plinio, il quale la situò nella parte mediterranea della Lucania, e S. Lucio o li Luzzi è un luogo posto alla marina; né ivi si sono trovati mai ruderi, né vi è tradizione per la quale si potesse riconoscervi il sito dell'antica Tebe. Né più si accostava al vero l’Holstein, il quale secondo un antico epigramma (344), si avvisò che fosse situata presso Taranto (345). E troppo generale è la situazione che ne accennava il Mazocchi, ponendola nelle vicinanze di Pandosia, e seguendo la testimonianza di Scilace, il quale dopo la detta città nominava i Plateesi, originarii al pari della colonia di Tebe della Beozia. Più verisimile è perciò l’opinione dello storico della Lucania, che situa vaia nelle vicinanze di Castelluccio, sulla destra sponda del fiume Lao, per avere ivi osservati grandi avanzi di opere laterizie (346). Egli è vero che tali avanzi accennano a tempi romani, ma in quel sito non solo si veggono molte anticaglie e mura abbattute, ma vi si conserva ancora il nome di Tebe nella bocca di que’ di Laino (347). Aggiungi che nella pianura sotto Castelluccio al di sopra di Laino, dove si accennano le dette rovine, e in que’ contorni si sono scoperti non pochi idoletti di Ercole, alcuni di bronzo, e moltissimi di terra cotta (348), i quali ci ricordano il nume patrio de Tebani della Beozia. Oltre i molti rottami, gli avanzi di fabbriche laterizie, e i sepolcri sparsi in tutta la contrada al mezzodì di Castelluccio e sulla destra sponda del fiume Lao, più numerosi appariscono gli antichi ruderi nel sito di S. Agata tra Laino borgo e Castelluccio, dove sembra che fosse propriamente situata la città. Ma più della seconda contrada la prima, nella quale fu la necropoli di Tebe, oltre delle anticaglie che trovar si sogliono ne’ sepolcri, armature cioè, terre cotte e medaglie greche e romane, gran copia ha fornito di vasi di pregio, ora in grau parte nel R. Museo di Berlino.

4. Fiume SINI, o SIRI (Σίνις, Σίρις).

Nel monte Sirino al di sopra di Lauria sorge il fiume Sinno uno de' più grandi della Basilicata, che quasi tutta attraversa dal mezzodì all'occidente. Molti fiumi minori v'influiscono, i quali scendono dalla costiera di Agromonte, dal Sagittario e dal Pollino. Più copioso di acque diviene tra Favale e Colobraro, e di là corre più rapido verso del Ionio, nel quale sbocca fra Policoro e Rocca, Imperiale dopo il corso di 41 miglia. E fiume pescoso e di profondo letto, massime verso la foce, dove negli antichi tempi era navigabile (349). Sino verso la confluenza del Serapotamo appartenne propriamente alla Lucania, perché più oltre irrigava XSiritide, che rendeva una delle più ridenti regioni della Magna Grecia. Col nome identico alla città posta alla sua foce lo ricordano tutti gli antichi, ma anche Sinis nominavate Licofrone (350), e questo forse è da crederne il nome più vetusto, serbato quasi nell’odierna denominazione di Sinno.

5. Fiume SIRAPO (Σίραπος, Syrapus)

Al di sotto di Senise accresce il volume del descritto fiume il fiumicello Serapotamo, non altro che il Syrapus degli antichi, da Vibio Sequestre attribuito alla Lucania (351). Che altri ne dica, il suo nome odierno è una manifesta ripetizione del greco Σίραπος ποταμός (Syrapus fluvius), e comechè di breve corso, aver poteva il suo nome come altri fiumi più grandi della regione. Sorgendo del resto nel monte Armizzone, corre a bagnare da un lato le campagne di Carbone e Calvera, dall'altro quelle di Teana e Fardella, ed accresciuto più oltre da' torrenti di Castronuovo, si scarica indi a non molto nel Sinno.

6. Villaggio MENDICOLEO

Dopo XXVI miglia antiche da Nerulo nella Tavola Peutingerana è segnato un villaggio Mendicolco in sulla strada consolare (352), il cui nome, di difficile spiegazione, non è insolito nell'antica geografia, essendo nota la città di Mendiculeia o Mendiculea nella Spagna Tarragonese a non molta distanza da Ilerda (353). A ritenere come esatta la detta distanza da Nerulo, non si può altrove assegnare il sito di questo villaggio che nell’odierno Moliterno, dove certamente era ancora una mansione della Via Aquilia co' soliti ostelli pe’ viandanti; ma, altri topografi, emendandola in sole XX miglia, hanno creduto piuttosto di ritrovarlo in Lagonegro (354).

7. GRUMENTO (Γρουμεντον, Grumentum)

Dopo il villaggio Mendicoleio e di qualche altro pago incontravasi Grumento (355), città antichissima e ragguardevole, i cui abitatori Plinio annoverò tra' popoli mediterranei della Lucania (356). Essendo stata edificata tra le più altee fredde montagne (357) nel cuore della regione, con una buona congettura il Niebuhr vedeva nel suo nome greco un vestigio della sua origine pelasgica (358), e di molto remota fondazione si dee credere, ad attribuirla ancora alla meno antica colonia della Beozia. Ma perdute ne sono le memorie de' primi tempi, ed appena ancora può dirsi che fu una città autonoma, a considerare la moneta di bronzo che il primo attribuivate il nummologo inglese Combe, e che altri dicono di Grumo, città della Peucezia. Questa moneta ha per tipi una testa di donna con singolare acconciatura di capelli nel dritto, ed un cavallo corrente nel rovescio colla leggenda ΓΡΥ, o le iniziali del nome della città (359). Nell'anno di Roma 537 presso alle sue mura il Console T. Sempronio Longo debellava i Cartaginesi comandati da Annone (360). Nel 545 Annibale accampavasi presso la città stessa per riacquistare le altre città che per timore erano passate alla parte della Repubblica, ed una nuova battaglia vi fu combattuta, nella quale anche prevalse la fortuna di Roma (361), e insino allo scorso secolo si sono conservate alcune ossa de' quattro elefanti che vi furono uccisi (362). Per non aver forse in nessun modo resistito a' Cartaginesi, è da credere che venisse tantosto ridotta alla condizione di prefettura con altre città della Lucania (363). Nella guerra sociale M. Lamponio, uno de' capitani de' confederati, costringeva M. Licinio Crasso a ritirarsi nelle sue mura; ed in questa guerra, perduta la città e riacquistata da’ Romani, sembra avvenuto il fatto de' servi che per salvare la loro padrona, dicevano a' furiosi soldati di condurla a cagione delle sue crudeltà al meritato supplicio (364). Ebbe allora con gli stessi cittadini a soffrir molto da’ Romani, giacché Floro l’annovera tra le città devastate e distrutte in quella guerra stessa (365); né si sa altro delle sue antiche vicende se non che Augusto vi spedi una colonia de' suoi veterani che avevano combattuto ad Azio (366). Per opera di questa colonia fu certamente accresciuta di popolazione e ristorata ne’ pubblici edifizii, e però alcuni scrittori non sanno intendere come Strabone la nomini terricciuola (μίκρα κατοικία); ma anziché Grumento, egli così distingueva altre piccole città della regione. Del rimanente anche prima rimaneva una città fortificata, ed è noto dalla seguente epigrafe, che ci ricorda la riparazione delle sue mura per opera dell’edile Decimo Bruzio, cinquantanni prima di Augusto (367):

X. BRVTTIVS C. F.

SER. AED. PROQ.

MVR. P. CC. DE. SVA

COER. L. CORN

Q. CAECIL. COS.

I diversi numi de' Grumentini ricordati nelle lapide accennano a' diversi templi della città, quelli sacri a Giove, Giunone, Apollo, Silvano, Mercurio ed Augusto, de' quali quello di Apollo credesi che sorgesse nel sito della madre chiesa di Saponara, posta in un’alta collina, a mezzo miglio dalla quale, in un luogo tutto boscoso, si veggono i grandi ruderi di Grumento. Fu ivi scoperta una statua marmorea di un sacerdote del nume (368), al quale sembra doversi riferire la seguente lapida votiva:

SOLI INVICTO

MYTRAE. T. FVL

SATVRNINVS

EVOC, AVG. N. N.

V. S. L. м.

Del culto di Giove e Giunone serbavano ricordo queste altre iscrizioni:

1.

PIETAS. SECVN

DI. CONTVBERN. MAG,

ARCVM. ET, CANDE

LABRVM. IVNONI

D. S. D. D.

2.

L. BRVTTIVS

CALLIDIVS CAPITO

IOVI. FLAG. D. D.

3.

CN. RVF. PVP...... AVG. NN.

PISCINAM IOVI. EX V. S. P.

E de' rimanenti numi quest’altra lapida votiva, la più importante di tutte, perché ci mostra la differenza tra gli Augustali ed i Ministri de' Lari di Augusto (369):

SILVANO DEO

SAC.

Q. VIBIEDIVS PHILARGIRIVS

MINIST. LAR. AVG. ET. AVG

MERC, TECTVM. MENSAM

LAPID. ARAM. VOTO SVSC.

E. M. D. P. S. E.

A qualcuno di questi templi appartengono forse i ruderi de' pubblici edifizii che si veggono dentro le rovinate mura della città, che segnano il perimetro di due miglia. Vi rimangono ancora i vestigi della porta Aquilia, la piìi magnifica di tutte, di cui parlasi negli atti del Martire S. Laberio (370), di una lunga strada, e di un teatro verso occidente. Ma più degni di ammirazione sono i ruderi dell’anfiteatro, al quale anche accenna la seguente lapida (371):

AquiLIO. L. F. POM.

COLONIA. Omnibus

MUNERIBVS. ET. PRINCI

Palibus. HONORIBVS. INNOCEN

Ter. PerfunctO. MUNERARIO

AEDITIONIS. FAMILIAE

GladiatORIAE. DECVRIONI. GRV

ΜΕΝΤΙΝΑE. CIVITATIS

C. M. IVLIENTIVM

ROMAE IVS. HONORIFIC.

L. BENEMER. I. S. PATROΝΟ

M. D.

Non mancarono altresì i Grumentini di pubblici bagni e di terme, di cui si ha memoria in queste altre epigrafi (372):

1.

BALNEA

EX DISCIPLINA

AVG. L. DOMITI AV....

VICTI, AVG. P....

SERIEM ANN....

Q. AEMILIVS. VIC

SAXONIANVS

2.

RVLLVS FESTVS

CORR. LVC. ET

BRIT. AD. ORNATVM

THERMARVM

CONLOCAVIT

A destra della città sono anche i vestigi di un alto e sontuoso arcoacquidotto, che da sotto Moliterno, alla distanza di tre miglia, vi conduceva l’acqua delle limpide sorgenti di Castagneto,. Era forse il ponte Aquilio, del quale si ha memoria in un titolo sepolcrale, e che, come la porta anzidetta, prese per avventura il nome da quell’Aquilio Mamio, il quale per l’onore del suo Augurato poneva a Trajano la seguente lapida (373):

IMP. CAESAR

DIVI TRAIANI PARTH.

DIVI NERVAE NEP.

TRAIANO HADRIANO AVG

PONT. MAX. TR. POT. III

COS. III

L. AQVILIVS MAMIVS

AED. PR. II. VIR. Q.

OB, HON. AVGVR.

D. D.

Sin dal 370 fu la città destinata sede vescovile dal Pontefice Damasele nel suo splendore si mantenne sinverso Fanno 872 quando fu mandala in fiamme da' Saracini. La più parte de' Grumentini riparava allora ne’ vicini paghi di Sarconi Moliterno Marsico Vetere, Viggiano, Montemurro, S, Martino ed Armento A due ultimi sopratutto così antichi sono da credere come la città istessa, non solo pe’ molti vestigi di antiche fabbriche che sparsi per le campagne tuttavia vi rimangono, ma pe’ molti sepolcri ancora scoperti sopratutto presso di Armento che di pregiati vasi hanno arricchito i musei (374). Pur la desolata città non rimase disabitata sino al 964, quando l’arciprete Leopardo conducevasi co' superstiti abitatori ad edificare l’odierna Saponara (375), presso i ruderi del mentovato tempio di Apollo.

8. VERTINE E CALASARNA

Dopo Grumento Strabone ricordava Vertine Calasarna ed altre innominate terricciuole de Lucani nella parte più mediterranea della regione (376), delle quali sconosciuto è il sito, non ostante le congetture di diversi topografi. Senza dire di quelle del Cluverio, che vedeva la prima in Marsico Fetore e la seconda in Salandra credendone alterata la lezione nel geografo (377), più lontane dal vero sono le opinioni di coloro che le vanno ritrovando nella Magna Grecia o nella Brezia (378), perché non consideravano che Strabone accennava alle piccole città lucane nella direzione di Venusia (μέχρι Οὐενουσίας); e così essendo, come non mi par dubbio, egli aveva forse la mente ad Anzia, Acerronia, Oppido e forse anche a Potenzia che non nomina nella sua descrizione, oltre di Acherunzia e Forcuto che stavano prima di Venusia, e ch’egli considerava nella Lucania, Oscura affatto a me sembra in ogni modo il sito di Vertine e Calasarna) mal sicura la vera lezione di Strabone, ed a voler proporre una congettura, io crederei doversi la seconda emendare in Alisama (Α'λίσαρνα), con denominazione analoga ad una città della Traode (379), ripetuta nell'isola di Coo, dove tramutava si, come nella Lucania, una colonia di Pelasgi (380).

9. ABELLINO MARSICO

All’oriente di Cirigliano è posto in sul monte di Viggiano il paesetto di Marsico Vetere, sede una volta di numeroso popolo, il cui nome chiaramente accenna ad antichità remota. Checche ne dicano contro meglio avvisati geografi (381) alcuni topografi patrii, che o lo confondono con Vertine, o dubitano della sua antichità, fu senza dubbio un oppido di qualche conto, la patria degli Abellinati Marsi, perciò detta sicuramente Abellinum Marsicum. Essendo situato ne’ confini della Daunia, Plinio ne annoverava gli abitatori nella seconda regione d’Italia (382), e però anche dal vero si dilungava chi riferivali agli abitatori di Abella o Aveja, nella regione de' Marsi (383) compresa nella quarta, che ne fu piuttosto la madrepatria, senza che si possa investigar colla storia il passaggio di questi Marsi nella regione che fu poi Lucani. Certo è che vestigi di antichità non vi mancano, oltre le iscrizioni che un patrio scrittore vi dice scoperte (384), e più che in Marsico Vetere propriamente la vera sede ne fu forse ne’ ruderi della prossima Civita e nel villaggio di Casa Rossa.

10. Fiume ACIRI (Ακίρις, Aciris)

Al nord ovest di Abellino Marsico, e quasi in linea parallela al Sinno, scorre l’Acri, altro fiume ben grande delle nostre contrade, il quale sorgendo nelle falde del monte di S. Pilo o della Maddalena presso Marsico Nuovo, taglia dal nordovest al sudest tutta quella parte della Basilicata. Lungo il suo corso di 53 miglia su' confini de' distretti di Potenza e di Molerà riceve a dritta i rivoli delle valli del Casale, de' Freddi e dell’Armento, ed il fiume Sauro, che all’ovest di Corleto scende da' monti di S. Spirito; ed a manca molti e varii torrenti del pari che i fiumi Sciauro, Maglio e Racanello, che scaturiscono il primo dal monticello all’ovest di Moliterno, il secondo dal monte del Papa al nord di Lagonegro, ed il terzo dal monte Rapavo di Castelsaraceno. Distante dal Sinno 10 miglia dalle sue prime sorgenti, non ne dista più di 4 dalla sua foce al sud presso la marina di Policoro. Sino agl’influenti del Sauro e de' torrenti di S. Arcangelo, dove molto s’ingrossa, egli sembra che appartenesse propriamente alla Lucania, perché irrigava più oltre le fertili ed amene campagne di Pandosia e di Eraclea. Al pari del Siri era una volta navigabile (385), ma è da credere che il fosse solo a breve distanza dalla foce, dove ancora più che oggidì era copioso di acque nel secolo XIII (386). Aveva allora già cambiato l’antico nome di Aciris in quello di Acri, ed a seguire l’Itinerario di Antonino egli sembra che si nominasse anche Acirius o Acidius ne’ tempi della decadenza.

11. CELIANO (Caelianum)

Sull’antica strada che da Equotutico nella regione degl’Irpini per Venusia toccava la Lucania nella sola città di Oppido, e traversando estese contrade aveva termine a Reggio, era posto Celiano (387), non solo luogo di riposo per coloro che si avviavano alla Magna Grecia, ma anche piccola borgata Lucani ne’ confini della regione. Anziché a Stigliano, l’analogia del nome persuade che fosse piuttosto a Cirigliano, e più scrittori ne convengono (388), comeché è da credere molto alterata la distanza di XL miglia antiche tra Oppido e Celiano.

12. Fiume ACALANDRO ('Ακαλάνδρος, Acalandrum)

Al di là di Cirigliano e Stigliano da tre grossi influenti è formato il fiume Salandrella, che in un sol corso si riunisce tra Croco e Pisticci, e scorrendo quasi parallelo all'Acri, sbocca nel mare quasi 12 miglia dal Rasento che scorre a tramontana. Che che ne dica in contrario qualche topografo patrio (389), non mi par dubbio che sia l’Acalandro degli antichi, perché con poco diversa denominazione era detto Chelandro nel medio evo (390), e perché Plinio dopo di esso nomina immediatamente il Casuento, lo stesso che il Basento di oggidì (391). Egli sembra nondimeno che fosse diverso dal fiume omonimo, il quale bagnava secondo Strabone l’agro di (Turio (392). E fiume pescoso, ma non molto di acque abbondevole in tutto il suo corso, comeché molto si accresca nelle grandi pioggie, massime presso alla foce, dove cagiona grandi allagamenti nelle vicine campagne.

13. ANCE, o ANXIA (Ancae, Anxia)

Distante XV miglia da Grumento sorgeva Anxia (393), una delle più antiche città della Lucania. Nel 538 di Roma era una forte città, se a questa, anziché ad Eca nell'Apulia, è da riferire la testimonianza di Livio, che ne ricorda l’espugnazione per opera di Fabio. Con un nome poco diverso da quello della Tavola Peutingerana dallo storico è detta Ancae (394), e però da alcuni topografi si è confusa con Aficae (395). Niente altro si sa della varia fortuna di questa città ne’ tempi romani, ma che fosse già prima abitata e fondata da greci coloni è manifesto dal numero prodigioso di sepolcri scoperti nelle campagne di Ansi, che succedeva alla città antica. Tali sepolcri hanno dato in gran copia vasi di ogni forma e grandezza, vasi eleganti e di gran pregio per le storie mitiche che vi sono dipinte: il R. Museo e diverse collezioni napolitane e straniere abbondano di stoviglie ivi scoperte. Come dimostra il nome simile, in Anchoc (Αγχόη) della Beozia (396) inclino a credere la metropoli di Ancae, in questa regione ripetuta come Tebe e le altre città già dette. Non poche reliquie di edifizii si sono del resto anche rinvenute in quel territorio, oltre di alcune rare lapide, delle quali appena la seguente perveniva a mia notizia (397):

ΠΩΤΣΟΛ

ΛΟΨΩΜΟΣΟΡΟ

ΕΩΜΕΙΝΚΑΠΙΔΙΤ

ΩΜ ΚΑΙΑΣΛΕΙΚΕΙΤΚΩ

Α ΧΕΡΗΙΙΛΙΟΚΑΓΕΙΤΣΙΑ

ΑΕ ΣΟΤΕΡΑΤΩΜΜΕΙΑΙΑΝΑ

Questa epigrafe osca, scolpita in caratteri greci sopra una pietra triangolare, è stata nel seguente modo interpretata (398):

AEDES AD

CORPORVM RELIQVIAS

POPVLI EINCA APPELLATI

PRIMORES POPULI OCCUPENT MEDIVM

EXTREMA OССУРABENT TENVIORES

SERVAT RELIQVIAS POPULI HAEC AEDES

Si riferirebbe perciò alla necropoli, o al comune sepolcreto degli Anxiati, e checche si voglia da altri pensarne, importante è questa lapida, perché nella parola EINCA chiaramente ci conserva il nome del popolo o della città, altra pruova del doversi ritenere in Livio la voce Ancae che alla prima si accosta, ed originata dall’osco Eincia, d’onde poi derivavasi Elusici e poscia Anxia. Ne’ bassi tempi era uno de' più forti e ben muniti castelli della Lucania, per essere posto in una molto vantaggiosa ed eminente situazione, e sotto i Normanni trovasi nominato Ansa ed Ansum (399), ed anche Castellum Ancii (400), d’onde poi derivavasi il nome odierno di Ansi.

14. POTENZIA (Potentia)

A XXIV miglia di qua del Bradano (401), e quasi nel cuore di tutte le nostre regioni, sorgeva Potenzia, una delle città più cospicue della Lucania. Da certi vestigi di greche denominazioni greca origine attribuiva alla città un filologo che vi sortì i natali (402). Egli ne credeva fondatori gli Enotri, e derivandone il nome da ποτίζω, rigo, questo nome stesso credeva applicato al piccolo fiume Arritello ed alla città alla sua riva edificata. Certo è che altre città omonime furono in Italia, una presso del Po (403), un’altra nella regione che fu prima de' Sicoli e poi de' Piceni (404), paesi entrambi abitati da Pelasgi (405), e nel silenzio della storia la sorprendente identità de' nomi è già tutto per appalesarne l’origine comune. Ma alcuna memoria non si ha delle sue vicende insino a che i Romani di tutta la Lucania s’impadronirono, a voler credere che fosse allora ridotta alla dura condizione di Prefettura, per avere come ab tre città inclinato alle parti di Annibale (406). Non può affermarsi nemmeno se Silla od Ottavio qualche loro colonia militare vi spedissero, come da alcuni scrittori si è supposto (407). Ma, comeché da Strabone non ricordata, fiorente era la città a' tempi di Augusto, e se ne ha chiaro argomento non solo da' maestrati colonici e municipali ricordati dalle lapide, ma dalle monete ancora di Velia, di Napoli, di Locri, di Metaponto e di Taranto scavate tra le sue rovine. I diversi templi ancora di Cerere, di Venere Ericina, di Ercole e di Augusto, del pari che alcuni sacri Collegi fanno supporla una città popolosa; ed oltreché è nominata da Tolomeo tra le città della regione (408), ragguardevole era certamente nella decadenza dell'Impero, perché i Presidi della Provincia vi avevano la sede, ed alcuni atti di martiri ne fanno testimonianza (409). Ma, per riferire le poche lapide importanti a conoscere pe’ particolari numi de' Potentini e pe’ sacri Collegi anzidetti, questa prima ci ricorda il culto di Cerere ed una delle sue XV sacerdotesse:

CERERI

VERT. SACR

BOVIA

MAXIMA

SACERDOS

XVVIRAI....

…….... S …..…

………………….

I Romani ebbero ad innalzarvi un tempio a Ventre Ericina, la celebre dea della Sicilia adorata in sul monte Erice presso Trapani, alla quale due ne furono in Roma eretti, il primo da Q. Fabio Massimo nel 535, e l’altro dal duumviro L. Papio Licinio nel 570 (410): l’epigrafe che serbavano ricordanza, era scolpita sopra un’ara votiva come l’altra già addotta:

VENERI. ERICINAE

SACR

ΟΡΡΙΑ. Ν. LIBERTA

RESTITVTA. PP

FAVSTINO. ERVTINO

Appena dal seguente frammento possiam supporre il culto di Ercole:

……………...

MOV... O...

ET. HER....

POPVLVS. POTENT.

Ad un' edicola o tempietto sacro alla dea Mefite accenna ancora la seguente lapida (411):

MEFITI. VTIANAE

SACR.

M. HELVIVS. M. F. POM.

CLARVS. VERVLANVS. PRISCVS

AEDILIS. VIRQ. QVINQ. FLAMEN

ROMAE. FI. DIVI. AVGVSTI

CVRATOR. REIPVBLICAE

POTENTINORVM

D. S. P.

Senza ripetere ciò che altrove ho detto di questa dea, nota personificazione delle mefitiche esalazioni (412), importa osservare ch’era a Potenzia contraddistinta coll’epiteto di Utiana, il quale si ripete in una lapida votiva della città istessa, e ch’ebbe, io mi penso, dal luogo de' pestiferi effluvii, né altro sembra di essere che la mofeta della vicina terra del Tito (413), dove una lapida simigliante si rinvenne, e forse nel detto epiteto si asconde l’antico nome della detta terra (414), la quale con facile etimologia si vuole sorta da un castello edificato da Tito Sempronio Gracco quando nel 543 combatteva i Lucani.

Ma diverse sono le lapide che ci ricordano gli Augustali, e più importante è la seguente che rende testimonianza anche de' Alt nistri de Lari di Augusto diversi da' primi:

P. PLAETORIO

P. F. POОМ.

VRSO

AED. IIII. VIR. I. D

PONTIF. AVG. VI

MAGISTRI LARVM

AVG

PATRONO

D. D. D.

Di due Collegi sacri ci serbavano memoria altre due lapide, uno della Fortuna, e l’altro de' Mulattieri e degli Asinari, i quali, a cagione del luogo montuoso, vi furono frequenti sin da' tempi antichi. Le iscrizioni sono queste (415):

………………………..

IATA. ANN. XX. MEN

VIII. DIES. VIII

ABSTVLIT. VNA. DIES

ANIMA. CORPVS. O

SIM... VR. ARSIT. ET. IN

CINERES, IACET. HIC

ADQVE. FAVILLA. SV

PREMVM. MVNVS. MI

SERO, POSVERE

SODALES, FORTUNESIS

_________

T. METTIO. POTITO

VIXIT. ANN. XVIII

COLL. MVL. ET

ASINAR.

Altre particolarità non so dire di Potentia, la quale sembra primamente edificata a breve distanza dalla città odierna, tra le acque dell’Arritello e del Basento, sia per la comodità delle acque stesse, e sia ancora per una naturale fortificazione. Ivi ne rimangono i più grandi vestigi, massime nella contrada detta la Murata, dove a' dì del Freccia se ne vedevano le molte iscrizioni (416); ma tutta cinta era ancora da villaggetti e suburbane abitazioni, come dimostrano i molti antichi vestigi scoperti nell'intorno e nel sito stesso che occupa oggidì (417), dove i Potentini si riducevano nel 1273 (418), dopo che un gran tremuoto quasi tutta diroccavala dalle fondamenta.

15. Fiume CASUENTO (Casuentum flumen)

Da un laghetto e da una sorgente limpidissima di sotto a Pignola nasce il Basento, il quale, accresciuto da altre acque che scendono da' vicini colli, vieppiù s’ingrossa tra Campo Maggiore e Castelmezzano dove riceve il Camastra, e di là passa ad irrigare amene campagne insino alla sua foce, a 40 miglia dalle sue prime fonti, e ad otto dal Bradano nel seno tarentino. E il fiume Casuentum degli antichi, ricordato dal solo Plinio, con nome identico ad una città dell Umbria (419), e come i più grandi fiumi della regione solo nel principio del suo corso appartenne propriamente Lucani) perché di là dove veramente diviene di qualche considerazione, tra Pomarico e Ferrandina, irrigava la Metapontica.

16. OPPIDO (Oppidum)

A 12 miglia odierne al settentrione di Potenza è posta alle falde di un monte la grossa terra di Oppido antica abitazione de' Lucani ricordata dal solo Itinerario di Antonino. Essendo segnata nella strada che da Equotutico per Bossano conduceva a Reggio la stazione col guasto nome d’Ypnum o Ypinum e sull’altra che da Venusia giugneva egualmente alla Colonna Reggina coll’altro meno alterato di Opino (420), questo emenda il primo e fa riconoscerla chiaramente nell’odierno Oppido (421), la cui distanza da Venosa si approssima alle XV miglia antiche segnale nel secondo viaggio dell’Itinerario. Era una città ne’ confini della regione, posta in vicinanza della Daunia; e, comeché nessun vestigio di antichi ruderi vi rimanga, diversi antichi sepolcri si sono scoperti nel suo agro, che dimostrano la contrada abitata da' Greci, perché co' soliti bronzi armi e monete hanno anche dato vasi di molto pregio (422). Ma più di tutte queste anticaglie rendeva celebre il luogo il trovamento in un sepolcro d’una tavola di bronzo opistografa, ora nel R. Museo, in uno de' lati scritta in caratteri greco, osco ed antico latino, e nell’altro tutta in latino, e forse di un’epoca posteriore. Tralasciando questa parte della tavola, pubblicata da varii archeologi (423), e tenuta un frammento di una lex de repetundis, e forse l’Acilia, di cui fu autore M. Acilio Glabrione, verso l’anno di Roma 654-665, ne riferisco soltanto alcune linee della prima, della quale più oscuro è il contenuto:

SANSAE. TAVTAM, CENSAZET. PIS, CEVS. BANTINS. FVST. CENSAMYR, ESVF, IN. EITVAM. POIZAD, LICVI

20. ASC. CENSTVR, CENSAVM, ANGET. VZET. AVT. SVAEPIS. CENS. TOMEN, NEI. CEBNVS. T.

DOLVD. MALLVD

IN. E. EZEIC. VINCTER. ESVF. COMENEI, LAMATIR, PR. MEDDIX. VD. TO.... TAD, PRAESENTID. PERVM. DOLVM

MALLOM, IN, AMIRICATVD. ALLO, FAMELO. IN. EI, SIVOM, PAFIEIZ. EIS. FVST. PAEANCENSTO VST

TOVTICO. ESTVD. PB. SVAE, PRAEFYCVS. POD. POST. EX. AC. BANSAE, FVST. SVAE.

PIS. OPFIZOIS. COM

ATRYD. IAC VD. ACVM. HEREST. AVTI, PRVMEDICATVD. MANIMASEPVM. EIZAZVNC, EGMAZVM.

25. PAS. EX. AISCENLIGIS, SCRIFTAS. SET. NE. PHIM, PRVHIPID, MAIS. ZICOLOIS. X. NESIMOIS.

SVAE. PIS, CONTRVD

EXDIC. PRVHIPVST. MOLTO, ETANIO. ESTYD. N. O. IN. SVAEPIS. IONC. MEDDIS. MOLTAVM.

HEREST. LICITVD

.....ALIN, TREIS. ACTEIS. EITVAS. MOLTAS. MOLTAVM. LICITVD, PR. CENSTVR. BANSAE

Molte parole in questa tavola vi sono, le quali essendo di noto significato nell’osco e nel latino idioma, chiaramente dimostrano che una legge municipale vi fu scolpita, per la cui inosservanza, o per causa di dolo (dolud mallud) facevasi facoltà ai magistrati (Meddis, Fortis Meddis, Prumeddis) d’imporre le multe (moltas, moltaum); ma così chiaro non è il soggetto della legge, e rimandando il lettore alle dotte divinazioni de' nostri ch. archeologi (424), dico solo che più volte vi si parla di Bansa, una volta de' Bantini, al cui contado appartenevasi forse Oppido, detto Castro nella tavola, con qualche altro vicino villaggio, e ciò dee bastare al mio particolare subbietto.

17. Fiume BRADANO

All'oriente di Oppido, dalle acque che si raccolgono nel Lagopesole ha le prime scaturigini il fiume Bradano, il quale tosto si accresce co' rivoli e i torrenti che scendono da' monti Armenia, Saltaria, Cerreto, di Pietragalla e di Banzi, e poi del Basentello e delle acque di Tricarico, dopo delle quali molto ingrossato con ampia foce mette nel mare dopo il corso di circa 40 miglia presso le rovine di Metaponto. Più verso Taranto ebbe prima il suo alveo che per insolite piene e straordinarie mutava nel 1243 (425). Nell’inverno ben gonfio, ed alquanto povero di acque nella state, dà in più luoghi ricca pesca di varie generazioni di pesci. Dall’Itinerario di Antonino è manifesto che antico ne è il nome (426); ma nessuno de' patrii scrittori osserva ch'è di greca origine, e derivato, io mi penso, dalla lentezza del suo corso verso la foce; così che sarebbesi detto propriamente Bradino (da Βραδύς, tardus), e dagli Achei, io credo, fondatori della vicina città di Metaponto, dalla quale ottenne anche il nome identico (427). Fu questo fiume il confine settentrionale della Lucania, ed ebbe ad esserlo ancora tra le prossime regioni di Metaponto e dì Taranto, dopo la guerra che gli Achei combattevano con gli antichi abitatori per avere tra essi una porzione di territorio (428).

18. Fiume PLATANO

Dalle altare di Tito e Picerno, formato da varii rivoli, scende il fiume Botta, il quale sotto Baragiano prende il nome di Piata' no. Accresciuto quindi dalla fiumara di Muro al sud del piauo di S. Quirico, riprende il nome di Botta sotto Romagnano, e poi quello di Bianco come si mesce al Landro, che scende dalle alture di Pietrafesa, e tal nome serba insino a che si riunisce al Tanagro nelle vicinanze di Castelluccio. Comeché non ricordato dagli antichi, antico ne credo il nome, ed originato, come quello stesso del Tanagro, da' coloni della Beozia, dappoiché un fiume omonimo (IlXarano?) nell’estremità della Beozia sbocca nel mare che dall’Ènóea divideva la Locride (429), altra pruova sfuggita al Mazocchi della colonia della Beozia nella Lucania, la quale perciò si distese oltre le contrade di Tebe, e s’innoltrò, come vedremo, sin nella regione de' Bruzii, dove fondava Sifeo e Platea. Questo fiume dava il nome ad una distrutta terra, della quale si ha memoria sino al 1428 (430), e che sorgeva certamente nel sito di S. Lucia del Piotano, titolo della sua chiesa maggiore. Un antico ponte, del quale appena rimane una base dove dicesi Ponte rotto, fu costrutto su questo fiume, ma forse nel medio evo, perché fabbricate vi si veggono due lapide sepolcrali dell’antica città di Numistrone. Dall’uno de' lati vi si legge la seguente:

POTENTIAE

ET VOLCEIS

BE. PATRONO

VIVO FECIT

e dall'altro quest'altra, malamente trascritta, e supplita come meglio ho saputo:

D. M.

M. ARRIO. M. F.

ΡΟΜ. Ν.... TVANO

N. M. IIVIRO. QV

.... QVINQ.

POTENTIAE

G..... MVNIC.

VIXIT ANN. XXXVIII

M. ARRIVS. M. F.

MARCELLIN.

..... IIVIR QV

ON..... N. QUINQ.

POT. MVNIC.

F. CARISSIMO.


19. NUMISTRONE (Numistro)

Tra gli altri popoli mediterranei della Lucania Plinio ricordava i Numestrani, gli ultimi nella sua solita rapida rassegna (431), e così detti dalla loro città primaria. Di questa città di Numestro o Numistro con nome non ovvio nell’antica geografia, in fuori di un cognome in una lapida di Fondi (432), fa anche menzione Tolomeo, ma con errore attribuivala a’ Bruzii (433). Oscure affatto ne sono le memorie, ed appena è noto che presso di essa nel 542 in grande battaglia si scontravano Marcello ed Annibale, con grave perdita de' due eserciti (434). Poiché dopo la strage di Erdonea accorrendo il Console nella Lucania accampavasi nella pianura presso la città, e dopo la battaglia raggiungeva i nemici presso Venusia, non è dubbio ch’era posta ne’ confini della regione verso la Daunia; e però la più parte de' patrii topografi, seguendo la locale tradizione, sostengono che sorgesse nel sito dell’odierna città di Muro (435), che prendeva forse nome ne' secoli barbari da qualche muraglia della città antica. Diverse medaglie, titoli sepolcrali e ruderi si sono scoperti nella prossima valle del Platano, e sono da credere de' piccoli villaggi ond'era circondata, come Ursento e Pulecjo, e che tutti erano compresi nella generale denominazione di Numestrani. Oltre della mentovata valle, nelle contrade ora dette Accili, le Parlenne, e verso i casali di S. Sofia non poche lapide si sono scoperte, ed ivi sembra che fossero i mentovati villaggetti. Le più importanti fra tali lapide sono due iscrizioni metriche, e con queste non disgraderà che alcune io ne adduca tra le molte tuttavia inedite (436):

1.

VOLVTIAE

PRIMIGENIAE

Q. VOLVTIVS

AMPLIATVS

B. M. P.

2.

EQVITIA MELPO

MENE SIBI ET

P. EQVITIO P. Е.

PIONIO

CONIVGI CARISSIMO

3.

D. M.

VLPIAE SPERAT. E. Μ.

VTIANVS

ONESIMVS

CONIVX

B. M. F.

4.

D. M.

C. ΜΕΝΕΙΟ. C. L...... NO

NIO. AED. II.V. I. D.

IVRA EGO CVM DIXI QUOTIENS NVLLOQVE QUERENTE

ET VITAM INNOCVAM STVDV1 PERFERRE SVPREMAM

NVNC OBITVS JACEO FELIX QUOQVE DICAR AD VMBRAS.

QVI TALEM MERITO NATVM HEREDEMQVE RELIQVI

NOMINIS ET FAMAE SIMILEM MIHI FORTE CREAVI.

VIDI EGO QUOD VOLVI SIMILES ETIAMQVE NEPOTES

CONIVGE QUOS SANCTA GENEROSAQVE CREAVIT. NUNC EGO

SECVRVS JACEO. LEVIS EST MIHI TERRA PER EVOM

5.

D. M.

CHELONIE. EVKARI. DEN. AN. P. M. XVIII

PRID. MAI. VLP. ET. PROCLO. COSS. VIVIA

NVS. B. M. P. C. AMICE. IOCONDISSIME

QVO. LVSVS. ABIERE. TVI QUO CANDIDA. CORDA

NVNC. FORTASSE. VMBRAS. ELYSII. EXHILARAS

20. LAVIANIO (Laviarium)

A 6 miglia dalle fonti del Silaro verso oriente, sull'erto di un’eminenza calcarea e di alti dirupi è posta l’ultima borgata di Principato Citeriore col nome di Laviano, nel confine dell’altro Principato e della Basilicata. Che fosse un antico villaggio della Lucania, compreso con gli ultimi luoghi descritti nel contado degli Ursentini, può ben giudicarsi dal suo nome, che da un antico compilatore apprendiamo di origine sabina (437), e comune perciò a' Sanniti ed Lucani che da' Sabini derivarono. Che fosse del resto abitata almeno nell’epoca dell’Impero è manifesto dal seguente titolo sepolcrale, che si legge sotto la torre della chiesa maggiore:

FADIO DEXTRO

FADIA FELICVLA

CONIVGI BENEME

RENTI FECI

MLXVI NOVO

OPERE DILAPSVM

COLLEGIVS DENDRO

FORORVM

Non appartiene questa epigrafe interamente ad una sola epoca: la prima parte può essere per la sua semplicità de' primi secoli dell’Impero; la seconda veniva aggiunta nel 1056 del Collegio de' Dendrofori nell’antichità non tanto superstizioso quanto economico, il quale, comeché vi si perpetuasse nel medio evo per la natura del luogo, provveduto nell’imminente monte subappennino di alberi di alto fusto, vi dovè essere ancora ne’ secoli degli Augusti, quando era sparso per tutto il mondo romano. I Dendrofori provvedevano allora l’Impero de' legnami necessarii alle costruzioni navali, militari, e de' pubblici edifizii; ne’ tempi posteriori facevano, come oggidì, traffico di legnami (438). Altre lapide vi leggeremmo se non si fossero fabbricate nelle mura della sua chiesa, come so per udita da' miei maggiori, ed io credo per opera de' Normanni, sotto i quali fu la chiesa ingrandita, e che per una male intesa pietà in più luoghi distruggevano gli antichi monumenti. Senza nulla sapere dell’addotta lapida né dell’origine del suo nome, lo storico della regione avvisavasi ancora con qualche verisimiglianza che fosse fondato da coloro che ritiravansi ne’ luoghi meno esposti da quelli ch’erano situati in sulle vie militari (439). Certo è che le antiche monete a quando a quando nel suo territorio scoperte lo dimostrano antico, e ricordo che ne’ primi miei anni un sepolcro fu trovato in un vicino podere della mia famiglia di grosse lastre di terra cotta, con dentro varii arnesi,un frammento di spada e moltissime medaglie illeggibili, perché tutte ossidate. Avventurato se più di una pagina avessi potuto spendere per la mia terra natale! ma ne tornerà il discorso nella topografia del medio evo.

21. URSENTO (Vrsentum)

Più al mezzodì, e quasi ad un miglio dalla confluenza del Tanagro nel Silaro stava la città di Ursento, della quale altra memoria non rimane in fuori del nome de' suoi popoli, che Plinio anche annoverava tra i mediterranei della regione (440). Un dotto nummologo questa città considerava come greca, dappoiché attribuivate la medaglia con la leggenda ΟΡΣΑΝΤΙΝΩΝ e co' tipi di Diana e Cupido (441); ma oltreché falsa o incerta è tale medaglia, né trovo altro nummologo che ne ragioni, il nome di Ursentum o di Ursentini sembra piuttosto derivato dal luogo abitato in origine dagli orsi, come Ursaria nell'Istria, gli Ursi montes nella Scizia (442), ed altri luoghi simili. Guidato il Cluverio dall’analogia del nome, questa città riconobbe nell’odierno Orsomarso, a breve distanza dal fiume Lao (443), ma altri topografi presso Contursi, nelle antiche rovine della così detta Saginaria (444), dove si sono spesso scoperte diverse medaglie della Magna Grecia. Ma sotto il nome di Ursentini egli sembra che fosser compresi altre grosse borgate e villaggi nelle vicine contrade, d'onde poi sorgevano ne’ tempi di mezzo Colliano e Valva, ed è manifesto da' seguenti titoli sepolcrali ivi scoperti, e tuttavia inediti:

1.

ALLIDIAE

C. F.

STATVLIAE ET

C. SPEDIO ATIMETO

AVGVSTAL

C. SPEDIVS ASIATICVS

OPTIMIS PARENTIBVS

2.

D. M.

....MART

IO. CONIVGI BENE

MERENTI PRI

MA CONIVX F

ECIT

3.

D. M.

ALLAEDANA

GRVMENΤΙΝΑ

CVM FILIO

PATRONO В. М.

FECIT

4.

AELIO......

..... Ο. AVG.

ROMVLVS. PATRI

BENEMERENTI F.

La terza e la quarta di queste lapide furon trovate presso a Colliano, le altre due in vicinanza di Valva, e la prima sopratutto e l'ultima, che ci serbavano ricordo di Augustali, chiaramente dimostrano che que’ villaggi di nome sconosciuto erano abitati ne’ primi tempi dell’Impero. Nel sito stesso di oggidì si può supporre il primo, il cui nome, identico forse atlantico (Colleanum), accenna alla sua posizione in sulle falde di una grande collina calcarea. Ma di sito e di nome diverso dall'odierno era il secondo, dappoiché Valva è denominazione del medio evo, e significa porta, riferendosi per avventura ad una gola de' vicini monti, d'onde sboccavasi nella più aperta campagna; e non già nel sito della vecchia Valva fortificata da re Ruggiero (445), ma nella pianura sottostante allodierna si sono scoperti molti avanzi di antichi edifizii con diverse medaglie di Locri e di altre città della M. Grecia. È possibile nondimeno che, come una città de' Bruzii, si nominasse Balbia, e che Valva fosse un’alterazione dell’antico nome.

22. VULCEJO, o VULCENTO

A poche miglia e a destra di Ursento fu Vulcejo, o Vulcento, città della quale non si può assegnare un’origine anteriore a' Lucani, e le cui memorie più oltre non risalgono del 543. Arrendevasi allora al Console Q. Fulvio, dando in balia de' Romani i presidii lasciativi da Annibale (446). Nondimeno, come le altre città che non si erano opposte, o parteggiato avevano pe’ Cartaginesi, fu ridotta alla dura condizione di Prefettura (447). Ignota ne è ogni altra vicenda, ma dalle diverse lapide conosciamo che fu di qualche importanza ed abitata da numeroso popolo. Vi fu un tempio sacro ad Augusto, e della ristorazione di esso per opera di un Otaciiio Rufo si ha memoria nella seguente lapida (448):

OTACILI. R. PAL. EX TES

ΤΑΜΕΝΤΟ. OTACILI. GALLI. PATRIS. CAESARI. AVGVSTO.

TEMPLVM. VETVSTATE

CONLAPSVM. P. S. R. CVIVS. OPERIS. DEDICATIONE. DEDIT

DECVRIONIBVS. SINGVLIS

HS. XXX. AVGVSTALIBVS. HS. XX. VICANIS. HS. XII. LIBERISQVE.

EORVM. ET. VXORIBVS. COENAM

I Vicani, di cui parlasi in questa epigrafe, furono gli abitatori de' villaggi d’intorno ed a poca distanza dalla città, mentovati co' rispettivi fondi e confini in un’altra iscrizione della città istessa (449), cioè il Pago Forense, l’Astoriano, il Narano, il Siciniano, ed il Trasimiano, de' quali solo il penultimo tuttavia dura nell’odierno Sicignano, e che Plinio tutti comprese nella denominazione di Volcentani (450).

Fu ancora nella città un tempio sacro a Vulcano, come è noto dal titolo sepolcrale di P. Mevio, uno de' Flamini del nume (451):

D. M.

P. MEVIO. P. FILIO

VOLCANI FLAM.

VIXIT ANNIS LVI. M. X. D. III

MANILIA AMATISTA

CONIVX. B. M. P.

Ad un altro tempio inoltre, nel quale erano forse insieme adorati Giove e Marte, accenna quest’altro marmo (452):

IOVI CONSERVATORI

ET MARTI VLTORI

ORDO POPVLVSQVE VOLCEIANVS

Né delle pubbliche opere della città si sa altro, in fuori di un gran ponte di pietre riquadrate sul prossimo fiume Botta, che a pubbliche spese alzavano i Triumviri C. DEXIO. P. VILLIO e M. ACCIO, come si raccoglie dall'epigrafe che sotto uno degli archi tuttavia vi si legge:

C. DEXIVS. C. F. P. VILLIVS. P. F. M. ACCIVS M. F.

III VIRI IVRI DIC.

EX S. C. EX PECUNIA PVBLICA ET CONLATICIA

QVAM MUNICIPES ET INCOLAE SVA VOLUNTATE

CONTVLERVNT FACIVNDVM CVRARVNT

EIDEMQVE PROBARVNT

Nella mentovata lunga lapida che ricorda i diversi paghi Volcentani, dell’anno 324 dell’era nostra, parlasi di Vulcejo col titolo di città, e quasi tale si è mantenuta ne’ secoli successivi pel suo numeroso popolo, e col nome odierno prima di Bulcino, e poi di Buccino, a cavaliere d’una collina di contro al monte Alburno.

23. Campi VETERI (Campi Veteres)

A breve distanza dall’influenza del fiume Bianco nel Platano è posta la grossa terra di Pietri, dove è da credere fondata da tempi antichissimi una città o grande borgata degli abitatori primitivi della regione. Distrutta in tempi sconosciuti, lasciava il nome sin da' tempi romani a' campi circostanti, perciò detti Veteri da Livio, e memorabili per l’aguato che il lucano Flavio tendeva nel 543 al proconsole T. Sempronio Gracco, il quale dopo prodigi di valore vi perdeva la vita con altri pochi Romani, oppressi da' Numidi comandati da Magone (453). Gli alti monti che in quel sito si elevano, si stringono in un’angusta e profonda valle attraversata dal fiume Bianco, ed in questa, anziché presso il fiume Acri (454), i topografi patrii convengono avvenuta la turpe insidia, più dalla situazione del luogo e dal nome che la vicina terra serba dagli antichi tempi (455), che dalle lapide sepolcrali, dalle monete, stoviglie ed armature poscia scoperte in diversi punti di quel territorio, massime ne’ luoghi detti Vetrice, S. Felice, S. Giovanni, S. Todoro, e S. Marco, dove cappelle rurali sembrano edificate in su' ruderi antichi. Tali anticaglie dimostrano il sito abitato da tempi molto remoti, ma la tradizione accenna l'insidia contro il Proconsole propriamente nella contrada ora detta Campitelli (456). Altre lapide sepolcrali si scoprivano ancora di sotto a Salvetelle, dove pur si veggono antichi ruderi (457), e dove fu senza dubbio qualche borgata de' Lucani, ma abitata ne’ tempi romani.

24. ACERRONIA (Acerronia)

Quasi alla sponda del fiumicello Landro, detto altrimenti Pergola, ed a cinque miglia odierne da Atena incontravasi Acerronia, grossa borgata della regione mentovata dalla sola Tavola Peutingerana nella direzione della strada che dalla città di Picenzia pel fiume Silaro passava nella Lucania (458); né altro può dirsene, se non che, oltre la detta strada, da essa un'altra ne principiava, che lungo le falde del monte di Pietrafesa, dall’Itinerario detto Balabo (459), o piuttosto Balando, menava a Potenzia, Nell’indicarne il sito accostavasi al vero l’Holstein, che ponevala nell’odierna Brienza (460), perché fu di fatto a breve distanza, nella contrada che tuttavia serba il nome di Acerrona, e dove ne rimangono le rovine (461), senza dire de' molti sepolcri ivi scoperti co' soliti vasi ed altri oggetti antichi.

25. Foro POPILIO (Forum Popilii)

Alla distanza di 5 miglia antiche da Acerronia la stessa Tavola Peutingerana segna un Foro Popilio, il quale prese il nome senza dubbio dal suo autore, e forse da quello stesso che un altro omonimo ne apriva nella Campania (462). Questo Foro, al pari de' molti altri simili, fu un sito di mercatura nella strada pubblica, il quale iti processo di tempo crebbe in un villaggio pe’ pubblici alberghi che vi furono edificati. Il Romanelli, attribuendo alla strada una direzione contraria a quella ch’ebbe di fatti, questo Foro va ricercando tra Marsico Nuovo e Calvello, nel sito dove s’incrociano quattro antiche strade (463); ma, oltreché più lunga di tre miglia antiche ne sarebbe stata la distanza dal sito di Acerronia, la strada rivolgevasi alla volta di Consilino, e però sembra che fosse stato piuttosto tra Sala e Marsico Nuovo.

26. ATENA, O ATINA.

A non molta distanza da Acerronia sorgeva la più importante città di Atena, a cui i patrii topografi attribuiscono una molto remota fondazione, ma senza conoscerne la vera origine primitiva. Questa origine è chiaramente indicata dal suo nome, che ci ricorda, non già la nobilissima città capitale dell’Attica, sì bene Atene della Beozia (464), posta sulla sponda del fiume Tritone, ed è noto in fatti da Eustazio che della colonia de' Tespiadi giunta nella Sardegna, e poi diramatasi a Ciana nella Campania, e prima o dopo anche nella Lucania, facevano parte gli Ateniesi (465), quelli cioè della stessa Beozia (466), i quali non diversamente dagli altri coloni, fermandosi nella regione che fu poi de' Lucani, vi riproducevano il nome della loro metropoli. Atena fu dunque fondata nell’epoca stessa di Tebe e delle altre città descritte, i cui nomi, supplendo al silenzio della storia, ci ricordano la celebre colonia uscita dalla Beozia; ed anzi che dell'omonima borgata presso il tempio di Minerva sul promontorio Ateneo, od anche della città di Minervio nella regione Salentina (467), è da credere che Stefano Bizantino intendesse parlare di Atena nella Lucania quando nel suo lessico ricordava una città di Adirai in Italia (468). Plinio del resto annovera gli Atinati tra' popoli mediterranei della regione (469), e col nome stesso appariscono in due lapide: ma in fuori del duro governo a cui la città soggiacque dopo la seconda guerra cartaginese, quando fu da' Romani sottoposta al duro governo di un Prefetto (470), niente altro si sa delle sue antiche vicende. Questa memoria basta a dimostrarne l’importanza; ma falsa, o di altra città, è forse da credere la medaglia che alcuni uummologi le attribuiscono, la quale ha nel dritto la testa di Pallade con quattro globetti, e nel rovescio una nottola stante con la retrograda leggenda ΑΤΙΝΙΩ (471).

Senza credere con un patrio scrittore (472) che con Puteoli, Napoli e Velia al tempo di Augusto concorresse ad onorare M. Aurelio Asclepiade pe’ suoi meriti nella palestra, annoverandolo tra' suoi senatori e decurioni, perché fu anzi la celeberrima città capitale dell'Attica, si può supporre nondimeno che fosse allora in qualche splendore, perché senza attribuirle la palestra, non è dubbio ch’ebbe un anfiteatro, ed è noto non solo da' ruderi che ne rimangono con quelli della città nel piano sotto l’odierna terra di Atena, nel sinistro lato della Valle di Diano, ma anche da questa mutila epigrafe (473):

LVCIVS X. L. MILES R

P. HONORIB. GEN.

MVN. SVB.

AMPHITEA.......

R. F. P. P.

In fuori delle molte lapide sepolcrali che murate si veggono nelle case di Atena, tutte sono perdute le più rilevanti, ed appena rimanevano le seguenti per ricordarci gli Atinati e gli Augustali della città (474):

M. TRAESIO. M. F.

POM. FAVSTO SEN.

IIII. VIR. QQ. POTE

N. CVR. RP. ATINATIVM

OB MERITA EIVS

DEC. AVG. ET PLEBS

CVR. L. PORC. RVFO

EX. A. C.

IOVI ET

DIS PENATIBVS

P. NANONI DIO

PHANTI AVGVSTA

LES ATINATES

Atena ebbe Quatuorviri, non Duumviri, a giudicare le liti, e da ciò è manifesto che fu una città popolosa, la quale sin ne’ tempi romani serbava vestigio del suo grecismo, le quali cose si raccolgono da queste altre epigrafi (475):

L. MANNEIVS. Q. Q. MEDIC.

VEIVOS. FECIT. ΦΥΣΕΙΔΗ

ΜΕΝΕΚΡΑΤΗΣ ΔΗΜΗ

ΤΡΙΟΥ ΤΡΑΛΛΙΑΝΟΣ

ΦΥΣΙΚΟΣ ΟΙΝΟΔΟΤΕΣ

ΖΟΗ ΕΠΟΙΗΣΕΝ

MAXSVMA SADRIA S. F.

BONA PROBA FRVGEI SALVE

D. M.

M. INSTEIO. M. F. POM. SECVN.

IIII VIRO 1. D.

M. INSTEIVS. M. F. POM. FIRMIN

IIII VIR. I. D. IIII VIR. QUINQ.

PATER RARISSIMI EXEMPLI FIL.

ET SIBI.

27. POLLA

Distante 4 miglia dalla descritta città segue Polla, situata alla sponda del Tanagro, di cui non trovasi memoria negli antichi, ma che antica è da credere non solo pel suo nome, che trovo identico a quello di un’isola della Carmania (476), ma da' molti sepolcri ancora scoperti nelle vicinanze, nel così detto Deserto di Muntecalvario e alla Fontana rotonda (477). Per tradizione si crede nel sito de' Pubblici alberghi costrutti da M. Aquilio in sulla celebre strada elio stesso suo nome, della quale appresso sarà detto, e che vi passasse questa strada par manifesto dal ponte a cinque archi di opera romana in sull’ingresso del paese. È pur verisimile che prendesse il nome dal tempio di Apollo, che sorgeva in sul principio della Valle di Diano, del quale tuttavia restano gli avanzi tra annosi lauri, a dritta della strada consolare in mezzo di un piacevole boschetto (478). Da una lapida che appresso addurrò nella descrizione del Tanagro, vanamente si crede che ve lo innalzasse L. Silla; ma anche a reputarlo opera romana, a più remoti tempi è da riferire il culto del nume, che io credo introdottovi da’ Tegirani della Beozia, fondatori della città vicina.

28. TEGIRA, O TEGIANO (Tegyra, Tegianum)

Tra' popoli mediterranei della Lucania Plinio ricordava i Tergilani (479), lezione da emendare in Tegyrani, a voler seguire, come io non dubito, l’analogia del lor nome con Tegira, città della Beozia (480), molto celebre pel culto di Apollo, nella quale è perciò da riconoscere la loro metropoli. Vero è che un nome diverso, Tegianum o Tegea, si raccoglie da alcune epigrafi scoperte a Diano, dove si è riconosciuta da' topografi patrii questa città antica, e Frontino ancora ricorda la Prefettura Tegenense nella Lucania, situata con poca esattezza presso il fiume Casuento (481), il quale scorre a qualche distanza: ma Tergia è detta la città istessa e negli atti di S. Laberio (482), e nella iscrizione che gli fu posta nel tempio che venivagli eretto, e quest’ultimo nome è da credere alterato dal primitivo! pari di Tegianum, come la città nominavasi ne’ tempi romani. Che la città fu abitata da' Greci ne dà anche pruova la seguente lapida scoperta nel piano della città di Diano (483):

ΛΑΠΟΝΙΣ ΠΑΛΑΙΕΤΗΣ

ΟΠΙΔ. ΠΙΣΤΕΥΩ

ΣΑΛΑΙΖΩ, ΚΑΛΕΩ

Laponis Annosus

Vindictam Spero.

Lamentor. Invoco

Ma della sua varia fortuna appena può dirsi che, come altre principali città della regione, fu ridotta Prefettura, per avere, a quel che sembra, inclinato alle parti di Annibale. Verso il 660 di Roma il Proconsole M. Aquilio Gallo vi costruiva il Foro e pubbliche case di albergo per coloro che viaggiavano alla volta de' Bruzii, e ne serbava ricordanza il celebre marmo che fu poi fabbricato in un muro dell’osteria di Polla, altra pruova che a' dì del Manuzio e del Golzio che ciò riferiscono (484), l’odierno nome di Diano traducevasi in latino coll’antico nome di Tegianum, e che ivi però si abbia a riconoscere la città detta. La quale serbava il nome antico almeno sino al principio del IV secolo, e d’allora oscure ne sono le memorie, se pur non fu distrutta da Alarico nel 410. Non meno ragguardevole e popolosa di Atena, tale la dimostrano i marmorei lavori, le colonne, i rottami e le molte lapide che ne avanzano; ma delle lapide appena le seguenti ci ricordano il nome di Tegiano. Nella torre di S. Maria Maggiore si legge:

SENATVS. POPVLVSQVE. TEGEANENSIS

Ed in una muraglia della stessa chiesa, dove pure in basso rilievo scolpite si veggono diverse effigie di personaggi illustri:

D. M.

TEGEANENSI. PRI

MAE. QUAE. VIXIT

ANN. XXXXIIII. M. VII, D

ΧΙ. Μ.... ΤTEGEANE

NS. CON. DVLCISSI

MAE. CVM. QUA. VIX

ΑΝΝ. ΧΧΧ. Μ.....

M. P.

Altri rottami marmorei sono fabbricati ne’ muri della chiesa di S. Paolo, e nel mezzo della piazza è una statua colossale dedicata all’imperatore Severo, coll’epigrafe:

SEVERO. AVG.

PVBLICE

D. D.

PP.

È pur menzione della Repubblica de' Tegeanensi nella lapida fabbricata presso la porta minore di S. Giovanni Maggiore in Napoli, posta al romano cavaliere A. Verazio Severiano in qualche vicina città della Campania (485), ed il nome di Tegiano rimane ancora ad una contrada al baso di Diano verso tramontana (486), dove propriamente si suppone la città, rifabbricata ne’ secoli successivi presso un antico tempio nel sito dell’odierna.

29. Fiume TANAGRO (Tanager fluvius)

Più al nord gran parte della regione irriga il fiume Tanagro, il quale nasce presso Lagonegro dal lato meridionale del monte Strino, in direzione quasi diagonale del Siri; e tortuoso scorrendo per lungo tratto, penetra nel Vallo di Diano, ove raccoglie molti ruscelli, e poco lungi dal ponte di Polla per alcune fenditure di strati calcarei si profonda in una voragine, e dopo due miglia in circa di sotterraneo corso (487) con grande strepito risorge parte nelle grotte di Campestrino, e parte in quella detta Pietra Pertosa. Congiuntosi appresso al fiume Bianco, sbocca nel Sele dopo circa 50 miglia di giri tortuosi per alvei di diversa natura, quasi sempre torbidi e ricchi di pesci. Dalla torbidezza delle sue acque sembra derivato l’odierno nome di Fiume Negro, col quale era noto sin dal secolo XII. Ma greco ne è il nome antico, e questo nome stesso non meno che il suo sotterraneo corso fanno risovvenire i coloni della Beozia; giacché in questa greca regione fu la città di Tanagra (488), ed i Tebani, se non gli stessi Tanagrei, ebbero ad imporre al fiume il nome di Tanagro. Tutti i nostri scrittori accennano come un artifizio della natura il sotterraneo canale nel quale scomparisce; ma i meravigliosi emissarii, gli argini, i canali ed altre simili opere idrauliche costrutte nella Beozia (489) danno a credere che una qualche opera simile ebbe ad essere il cunicolo già detto. Il suo nome nondimeno non è da credere più antico de' tempi romani, quando Pertusia Petra si nominarono le opere medesime fatte sotto Vespasiano (490). La bocca della grotta è alta del resto 50 palmi, larga 10 (491), ed un’edicola con una statua vi fu dedicata all’Arcangelo S. Michele, in contrasto dell’antica usanza di ergere are a' fiumi dove erompono di sotterra (492). Nel sito stesso è fama che rimanesse sino allo scorso secolo un busto di Apollo ascoso fra macigni, il quale, a giudizio di alcuni, accenna all’antico culto del nume, ed in fuori delle pittoresche scene al di fuori, abbellite dalla cascata del fiume, altro non è da ammirar nello speco che varie e diverse concrezioni stalattitiche. Due ponti del resto innalzarono i Romani sul Tanagro uno presso di Polla, un altro in vicinanza di Sassano, e su questo leggevasi la seguente epigrafe, poi trasferita nella vicina terra di Atena (493):

Q. STATIVS. Q. F. POM. GALLVS

TR. MIL. BIS. II. VIR. TER

MELENCIA. SEX, F. PO. SILLA

Q. STATIVS. Q. F. POM. GALLVS FIL

PRAEF. FABRVM II. VIR

30. Fiume CALORE

Alla destra del Tanagro scorre il Calore, il quale, formato in origine dalle sorgenti delle rocce di Piaggine, Magliano, Felitto e S. Lorenzo, con un corso precipitoso arriva sotto di Aquara, d’onde, abbastanza ingrossato, passa con un corso molto tortuoso di più miglia ad irrigare le terre di Controne, Castelluccio, Altavilla e Serre, e presso il regio bosco di Persano si congiunge al Sele, di cui forma uno de' rami principali. A due e più miglia da Castelluccio ha un gran ponte antico di grossi mattoni con arco stupendo ed a due ordini di pilastri, alto 110 palmi, largo 80, e poggiato su due rupi, il quale con le due torri che gli stanno dappresso è tenuto opera de' Pestani, né senza ragione, perché sotto arco vi è una greca iscrizione, ma che nessuno non ha ancor letta (494). Col nome stesso di oggidì è mentovato in uno degl’Itinerarii romani (495), e si può credere che così fosse detto dalla colonia sannitica, la quale perciò moveva, come altrove ho detto, dalle sponde del fiume omonimo che si scarica nel Tamaro. Supponendo del resto alcuni topografi che un solo tratto di strada dalla regione de' Picentini pel Silaro menasse al Calore ed al Tanagro in quella de' Lucani, non sanno intendere come dal secondo di questi fiumi che scorre di sopra, passasse al primo che passa di sotto, e però chi crede aggiunta all'Itinerario da qualche trascrittore l’indicazione ad Calorem, e chi scambiato il Silaro col Tanagro (496); ma ben poteva la strada tirar dritto a quest’ultimo fiume, e di là scendere al Calore dopo 24 miglia.

31. MARCELLIANA, o MARCILIANA

A XXV miglia antiche dalla stazione sul descritto fiume l’Itinerario di Antonino segna Marcelliana (497), grossa borgata, anziché città, come qualche topografo scrive, e non più antica de' tempi in cui la Lucania ormai obbediva a' Romani. Si è creduto che anche nella Tavola Peutingerana si mentovasse col guasto nome di Nares Lucanas in vece di Marciliana (498); ma oltre che non vi corrisponde la distanza di IX miglia e 'l sito prima di Acerronia (499), il nome stesso di Nares Lucanas si trova in una lapida, che nella descrizione della Via Aquilia sarà addotta. A questa borgata accenna anche Cassiodoro quando parla dell’antico fonte Leucotea, rinomato per l’antica superstizione e pel gran mercato che vi si celebrava nel dì natale di S. Cipriano, il quale scaturiva a non molta distanza in un luogo suburbano di Consilina, e che dal fondatore del fonte avea preso il nome di Marciliano (500). Senza ammettere questa origine del nome di Marcelliana, o Marciliana, la quale è rimasta ignota, la notizia di Cassiodoro ci fa conoscere ch'era compresa nel contado di Consilina, e che però non fu di molta considerazione. Ma sopravviveva alla distruzione di questa città, il cui vescovo, che v’ebbe poi la sua sede, ne prendeva il titolo ne’ tempi successivi (501). Nella strada rotabile tra Sala e Pachila un luogo tuttavia ritiene il nome de' fonti, dove non senza verisimiglianza si suppone il tempio di S. Cipriano, il quale veniva poi mutato in quello di S. Giovanni in fonte. Quel sito chiamavasi ancora aja Marciliana (502), ma i ruderi della borgata sono da riconoscere nelle rovinate fabbriche in vicinanza di Sala, il cui nome, come altri simili di già ricordati (503), accenna a luogo o città distrutta. Nell’amena pianura sottostante si sono sempre scoperti vestigi di ragguardevole antichità e di sepolcri con diverse lapide, tra le quali appena il seguente frammento di un gran marmo ci ricorda un tempio di Giove in Marciliana (504):

.... DIVI GALER....

ITERVM FLAMEN DIALIS

TEMPLVM IOVIS DE

S. P. REFECIT

32. CONSILINO, o CONSILINA

Dopo due miglia odierne da Marcelliana, ma a sinistra e fuori della Via Aquilia sorgeva Consilino o Consilina, della quale appena tra' più antichi scrittori fa menzione Frontino, che l'annovera tra le sette Prefetture della Lucania (505). Se con le altre città descritte tale fu renduta da' Romani dopo la seconda guerra cartaginese, è ben da giudicare di un’antichità non men remota delle altre; ma ogni altra memoria ne è perduta, ed appena è ricordata da Cassiodoro come una città antichissima (506). Certo è nondimeno che mancava ne’ primi secoli cristiani, ne’ quali si mantenne nell’antico splendore, perché fu già sede vescovile, poi trasferita, come ho detto, nella vicina Marcelliana. Ad un miglio da Padula, sopra un’amena collina, alle cui radici scaturisce il Loggia, era posta questa città, la cui spaziosa area e gli avanzi delle mura ond’era cinta la mostrano grande e ragguardevole. Quel luogo è detto la Civita, e la cappella di S. Maria della Civita nelle superiori pertinenze di Padula prese il nome dalle stesse rovine, tra le quali si sono sempre scoperte medaglie greche e romane, corniole ed altre anticaglie, oltre de' sepolcri e le lapide ne’ dintorni, tra le quali la seguente faceva falsamente credere che fossevi la città di Blanda (507):

D. M.

L. MARCVS MIL. MΑ.

BLAND. PP. CIV.

D. B. ORN. DD. PP. E.

Q. V. A. LXIII

Né in fuori di altri simili titoli sepolcrali, che sparsi si veggono ne’ poggi sottostanti alla collina della Civita, nel vicino villaggio di Paterno, e presso la chiesa di S. Stefano in Marsico Nuovo, altre iscrizioni di maggiore importanza si sono scoperte che la seguente:

MARCVS MINATIVS MVRVM

DE PEQVNIA COLLECTA. TVRRIM

DE PEQVNIA PROPRIA FACIVNDVM

CVRAVIT IDEMQ. PROBAVIT

Presso il recinto della città istessa e nella direzione di Sala si vede altresì una fabbrica considerevole detta il Castello antico in vicinanza del quale dugento passi di antica strada che menava a Marcelliana. Ed a questa strada, aperta o restaurala da Diocleziano, si riferiva per avventura la seguente epigrafe, scolpita sopra una colonna miliare che ora si vede sotto il castello di Marsico, e che ho supplita in parte con una simile colonna miliare scoperta presso Lodi (Laude Pompeia) della stessa età. (508):

Imp. Caes. Aurel.

DIOCLETIANVS. P. F.

INVICTVS. ET. AVG

ET IMP. Caes. M. Aurel.

VAL. Maximi

ANVS. P. F. INV

ICTVS. AVG. ET

FL. Valerius CON

STANTIVS. ET....

Galerius......

Nobilissimi Caesares

………………………………..

………………………………..

……………………..………..

Oltre le piccole statue che fabbricate si veggono fuori dell'antro consecrato a S. Michele presso le sue rovine, altri molti rottami di marmi, di cippi, di basi e colonne sono ne’ giardini della Certosa di S. Lorenzo la cui edificazione nel 1308 per opera del Conte di Marsico Tommaso Sanseverino era cagione che grandi e molti materiali si togliesscro dalla distrutta Consilino, della quale perciò non rimanevano che le più rozze reliquie. Ma, oltre di un rovinato tempio nelle vicinanze, dalla lunga tradizione distinto col nome di S. Venere, molti sepolcri e titoli sepolcrali si scoprivano intorno intorno, e presso la Via Aquilia (509), dalla quale una strada trasversale certamente diramavasi per condurre a Consilina.

33. SONTIA, O SANSA

Più al mezzodì e tra' monti seguiva Sontia, de' cui abitatori appena lasciava ricordo Plinio (510); ma col nome di Sansa si legge nella tavola di Oppido (511), e con questa è forse da emendare la testimonianza del geografo latino, comechè un nome simile a' Santini s’incontri nel fiume Sontius della Carnia, che scorreva presso Aquileja (512). Un'altra varietà del nome della città istessa trovava il Lanzi in una greca epigrafe, cioè Σαοτις, in vece dell'eolico Σαοντις, lo stesso che Σώντις in più comune dialetto (513); ma, anziché d’una città, tal nome è piuttosto di donna, come nella descrizione di Petilia nella Magna Grecia sarà detto. Più facilmente mi persuado che se ne accennassero i monti nel frammento di lapida che ricorda i fatti della guerra di Spartaco (514), e forse allora la città soggiacque alle depredazioni ed al furore de' gladiatori, vinti da Crasso nelle vicinanze di Pesto. Questa città fu forse di poca considerazione, perché nell’odierna Sansa, che serba l’antico nome, nessuna lapida o altro antico vestigio si è mai scoverto, e senza l’odierna denominazione identica all’antica nemmeno si saprebbe che fu antica sede prima de' Greci, e poi de' Lucani.

34. CESARIANA (Caesariana)

Tra Marcelliana e Blanda, ed a XXI miglia antiche dalla prima, a VII dalla seconda era Cesariana (515), non so dire se piccolo villaggio, o anche grossa borgata, l’ultima nella parte mediterranea e meridionale della regione. A considerare la seconda delle mentovate distanze, non par dubbio che al vero si apponesse l’Holstein, il quale ponevala a Casalnuovo o in quelle vicinanze (516); ma molto alterate sono da credere le cifre delle miglia ne’ due Itinerarii, perché stando Casalnuovo tra Sala e Maratea, ed a maggiore distanza dal secondo che dal primo di questi paesi, le miglia XXV da Marcelliana par che si debbono emendare in sole XI, le VII da Blanda almeno in XIV.

VI. Oltre della grande strada Appia, la quale toccava nella spiaggia le sole città di Pesto, Blanda e Lao, non abbiamo né lapide né testimonianze di scrittori per conoscere le strade della Lucania nella parte della marina sul Tirreno, e forse non furono che piccole strade quelle che mettevano in comunicazione le città della costa, le quali tutte poi si riunivano nelle più grandi aperte da’ Romani nelle contrade mediterranee della regione. Principale fra queste fu la Via Aquilia, la quale traversando in parte la Campania da Capua a Nuceria, e quindi per Salerno e Picenzia la regione de Picentini, più oltre pel fiume Tanagro traversava tutta la Lucania e la regione de' Bruzii, e terminava a Reggio (517). Altrove ho ricordato l'autore di questa celebre strada, il Proconsole M. Aquilio Gallo (518), che il Chaupv voleva piuttosto il pretore Popilio (519), e secondo questa ipotesi aggiungo, che avrebbe imposto il suo nome ai due Fori Popilii, uno presso Capua, l’altro presso Tegiano; ma ecco l’importante iscrizione scoperta a Diano, che lasciavano chiara ricordanza (520):

VIAM. FECEI. AB. REGIO, AD, CAPVAM. ET

IN. EA. VIA. PONTEIS. OMNEIS. MEILIARIOS

TABELLARIOSQVE. POSEIvel, HINCE. SVNT

NOVCERIAM. MEILA. LI. CAPVAM. XXCIIII

MVRANVM. LXXIIII. COSENTIAM. CXXIII

VALENTIAM. CLXXX. - AD. FRETVM. AD

STATVAM. CCXXXI. - REGIVM. CCXXXVII

SVMA. A. F. CAPVA. REGIVM MEILIA CCC

ΧΧΙ. - ET. EIDEM. PRAETOR. IN

SICILIA. FVGITEIVOS. ITALICORVM

CONQVAESIVEI, REDIDEIQVE

HOMINES. DCCCCXVII. EIDEMQVE

PRIMVS. FECEI, VT. DE. AGRO. POBLICO

ARATORIBVS, CEDERENT. PAASTORES

FORVM. AEDISQVE. POPLICAS. HEIC. FECEI

Riunendo le distanze segnate nell'itinerario di Antonino e nella Tavola Peutingerana, si raccoglie che questa strada traversava la Lucania nello spazio di 120 miglia, ed eccone il corso che ne segnano i detti Itinerarii. Poi che toccava il Silaro verso la sua foce, passava dopo VIII miglia alla stazione indicata nella Tavola Peutingerana col come di Nares Lucanas, la quale si è creduta, come ho detto, una menda di Marcilliana; ma così la distanza segnata nello stesso Itinerario, come una lapida dimostrano ad evidenza che fu un luogo diverso della regione, e non altro probabilmente che una stazione presso il fiume Alento, cioè Hales Lucanus (521), stranamente alterato in Nares Lucanas nella Tavola e nella lapida. Questa lapida, d ignota provenienza, e trascritta dalle schede di I. Aug. de Chevanes, mandava il Bimard con una dotta dissertazione al Muratori, ed eccone parte del frammento, nel quale si ricorda, come sembra, il passaggio delle soldatesche di Spartaco pel detto fiume e pe’ monti di Sanza (522);

ET CENTINIS DEINDE EBVR

NIS IVGIS OCCVLTIVS AD Na

RIS LVCANAS ATQ. INDE PRI

MA LVCE PERVENIT AD N...

NI FORVM IGNARIS CVLto

RIB. AC STATIM FVGITIVI COn

TRA PRAECEPTVM DVCIS

RAPERE AD SE VIRVM VIRGI

NES MATRonas ET ALII C....

Dalla mentovata stazione del resto la strada menava dopo IX miglia ad Acerronia, dopo V al Foro Popilio, e pel villaggio Mendicolco giugneva a Nerulo alla distanza di XXVI miglia, secondo la Tavola Peutingerana. Ma diversa è la direzione di questa strada nell’Itinerario di Antonino, che tra l fiume Calore e Nerulo segna le mansioni di Marcelliana e Cesariana con le distanze già addotte, e ritenendo questo pel vero suo corso, quello indicato dalla Tavola non era forse che una diramazione che menava adorna, d’onde per le campagne di Laurenzana e Viggiano scendeva a Grumento.

Alla Via Aquilia congiungevasi la Via Numida, la quale da Venosa per Silvio o Garagnone menava nella Lucania. Da quella città, e forse anche prima nominavasi propriamente Erculea, come altrove ho ricordato (523), e col nome stesso prolungavasi verso Potenzia, come è noto dalla lapida identica a quella della regione degl’Irpini che ora si legge nel castello di Lagopesole, posto tra le due città già dette. Entrava nella regione nelle vicinanze di Oppido ne’ confini con la Daunia, e in Oppido sparti vasi in due rami, l’uno de' quali rivolgevasi a Potenzia, e l’altro a Celiano pel territorio di Vaglio, nelle cui vicinanze furono certamente due grosse borgate di nome sconosciuto all’antica geografia, una in sul colle di S. Bernardo un miglio all’ovest di quel comune, un’altra nella contrada detta Bosco di Rossano, a due miglia in circa al nord del comune istesso. A non dipartirsi dalla tradizione, la prima si sarebbe detta Altilia, e l'altra Ursano; certo è che il primo de' detti luoghi è tutto sparso di antichi rottami e di sepolcri, e molti bronzi, molte medaglie greche e romane vi si sono scoperte. Avanzi di maggior rilievo si veggono nel Bosco di Rossano, dove ebbe ad essere una più ragguardevole abitazione de' Greci primitivi, perché molti e be’ vasi ne sono venuti fuori, titoli sepolcrali, e monete della Magna Grecia, gli avanzi di un acquidotto, opera de' Romani, e non poche altre reliquie, tra le quali più degne di ricordo sono un candelabro ed una testa di ariete, di pregiato lavoro, ivi scoperti nel 1790, ed ora nel R. Museo (524).

Un’altra strada ancora dal fiume Bradano correva per la Lucania in una direzione più meridionale, ed a Nerulo univasi con la Via Aquilia. Dal detto fiume dopo XIV miglia portava a Potenzia, Ansia e Grumento, e dalle vicinanze di Lagonegro egli sembra che si rivolgesse vero Castel Saracino, dove è forse da riconoscere il villaggio di Cosiliano dopo di Grumento, da alcuni topografi malamente confuso con Cesariana, e di là per l’altro villaggio Mendicoleo terminava a Nerulo ne' confini della regione. Né altra strada si conosce per la Lucania, in fuori di quel tratto che da Venosa menava a Turio nella Magna Grecia, e che non toccava la regione se non che nelle grosse borgate di Oppido e Celiano, d’onde dopo XXVIII miglia menava ad Eraclea.


XVII – BREZIA

Ούτοι (Βρέττιοι) δε τὸ μὲν πρῶτονληςρικὸν ενεσήσαντο βίου, καὶ διὰ τὴν ἐν ταῖς ἀγραυλίαις καὶ καταδρομαῖς συνήθειαν, ἔχον τριβὴν καὶ μελέτην τῶν κατὰ πόλεμον ἔργων.... καὶ προσηγορεύθησαν Βρέττιοι, διὰ τὸ πλείςους εἶναι δούλους.

DIOD, SIC. XVI, 15.

Tantaferitas animorum erat (Brutiis), ut nec origini suae parcerent.... Quare feritas eorum successu felicitatis incensa, diu terribilis fuit.

JUSTIN. XXIII, 1.

I. Corografia, e cenno geologico della Brezia. — II. Origine, imprese e vicende de' Brezii. — III. Topografia marittima della Brezia. — 1, Fiume Baio. — 2. Cerilli, o Cardia. — 3. Porto Partenio. — 4. Palico. — S. Promontorio Lampete. —. Lampezia, o Clampezia. — 7. Promontorii e città LINO E TILLESIO — 8. Fiume Ocinaro, o Sabato. — 2. Tempsa, o Temesa. — 10. Terina. — 11. Isoletta Ligea. — 12. Promontorio e fiume Lamezia. — 13. Lamezia. — 14. Fiume Angitola. — 13. Amnicia. — 16. Napizia o Napezia. — 17. Ipponio. — 18. Isole Itacesie. — 19. Tropea. — 20. Porto d'Ercole. — 21. Promontorio Vaticano. — 22. Nicotera. — Medma o Mesma. — 23. Fiume e città Metauro. — 24. Porto di Oreste. — 25. Tauriana. — 26. Porto Balano. 27. Fiume Crataide. — 28. Promontorio Scilleo. — 29, Mallea. — 30. Promontorio Cenide, e Cenisio città. — 31. Colonna Reggina, e Tempio di Nettuno. — 32. Reggio. — 33. Promontorio Reggino, e Tempio di Diana. — 34. Promontorio Bruzio. — 35. Promontorio Leucopetra, e Villa di P. Valerio. — 36. Fiume Alece. — IV. Topografia mediterranea della Brezia. — 1. Sifeo. — 2. Platea. — 3. Ninea. — 4. Balbia. — 5. Interamnia. — 6. Artemisio. — 7. Verge. — 8. Caprase. — 9. Uffugo. — 10. Argentina. — 11. Besidie. — 12. Etricolo. — 13. Acra. — 14. Arinta. —. 15. Consenzia. —. 16. Pandosia. — 17. Citerio. — 18. Menecina. — 19. Isia, o Asia. — 213. Tisia. — 21, Cleta. — 22. Tauriana, o Tauroento. — 23. Selva Breziana, o Sila. — 24. Mamerzio.


I. Alla Lucania seguiva la Brezia in tutto il rimanente paese, dalla sinistra sponda del fiume Lao insino allo stretto di Sicilia lungo la spiaggia, per lo spazio di 1350 stadii olimpici, o di circa 169 miglia di oggidì, e dentro terra lungo una linea tratta dalle fonti del Coscilello a quelle del Crati e del Lamato e più oltre per le vette dell’Appennino sino al Capo dell’Armi. Poi che Strabone ha cennato in generale la regione de' Brezii, così ne ripete la corografia: I Brezii abitano un chersoneso, dentro il quale un altro se ne comprende, che forma l’istmo tra il seno Scilletico ed Ipponiate (525), ed anche ai tempi di Plinio, in cui tanto erano mutati gli antichi confini de' popoli soggetti a’ Romani, tutto il resto della penisola, o del chersoneso de' Greci, dal fiume Lao al promontorio Leucopetra attribuivasi a' Bruzii (526). Dalle opposte gronde dell’Appennino all’opposto mare distende vasi la Magna Grecia. Benché Reggio si dee considerare ne’ floridi tempi degl’Italo-Greci come città primaria di una particolare regione, e Strabone dice in fatti ch'ebbe parecchie città a sé soggette, ne’ tempi posteriori andò compresa nella Brezia comeché dalle stesse espressioni di Strabone traluca la divisione antica, perché descritte le città di Reggio e di Locri, soggiunge: al di sopra di queste città l'interno delle terre è occupato da Brezii (527). I quali tennero adunque quelle contrade delle Calabrie, che ora in gran parte si comprendono ne’ soli distretti lungo il Tirreno, da quello di Castrovillari a quello di Reggio.

La catena dell’Appennino, dalla Basilicata innoltrandosi nella Calabria citeriore, si Aggruppa in vaste ed elevate masse, d’onde procede uniforme verso mezzodì e costeggia il Tirreno con ripide e scoscese pendenze finché non é interrotta dal fiume Savuto, il cui corso forma in parte il confine tra le due Calabrie. Più addentro spingendosi nelle vicinanze di questo fiume, forma un vasto gruppo di sublimi montagne, le cui sommità formano l’estesa regione della Sila e d’onde discendono al mare i fiumi Savuto e Lamato, le cui foci sono tra loro distanti per 15 miglia in circa, oltre di altri fiumi minori. Numerose valli e profondi burroni frastagliano per ogni verso questi alti monti, de' quali restringono e rendono scoscese le gronde. Tra le fonti del Lamato e 'l corso del Savuto la catena spicca una diramazione che si protrae sino al Capo Suvero sul Tirreno, e sino al Capo Rizzuto in sul Ionio. Da questi due capi, insino a' quali par che formi un indistinto e quasi continuo gruppo di eminenti e svariati gioghi, tutta l’immensa mole dell’Appennino cangia di mano in mano figura e direzione, e comincia a passar oltre non più divisa e dispersa, ma unita in guisa di vera catena composta di monti singolari, distinti di vertice, ma congiunti di base. Tra le valli superiori del Lamato e del Corace si prolunga con una schiena di poca larghezza sino a Tiriolo, posto in una gola de' detti monti, in guisa che le gronde opposte de' tetti di alcune case versano le acque le une nel Tirreno, le altre nel Ionio per mezzo de' due fiumi. Da Tiriolo la catena si avanza quasi nel mezzo tra' due mari, ma tra le sorgenti del Pesipe, influente del Lamato, e tra quelle di un ramo dell’Angitola da se distacca un contrafforte che si abbassa verso la foce dell’ultimo di questi fiumi, e tra le sorgenti dello stesso Angitola e quelle del Mesima spicca un’altra grande diramazione che si prolunga sino al Capo Vaticano, il quale molto avanzandosi nel Tirreno, divide il golfo di S. Eufemia da quello di Gioia. Nel terminare il suo corso all'estremo dell’Italia la catena si aggruppa in elevate montagne, tra le quali più alta si eleva quella di Aspromonte. Da quel gruppo si avanza un’altra diramazione che molto elevata quasi a picco si distende lungo la costa dalla foce del Petrace sino a Torrecavallo. Da questa punta sino al Capo Pellaro ed al Capo dell’Armi meno scoscese sono le pendici dì Aspromonte, e nell’accostarsi al mare terminano in una serie di poco elevate colline, le cui falde per lo più si distendono dolcemente in sulla spiaggia incontro al Faro.

Senza esaminare per ora se dall’estremo di questa gran parte del nostro paese fu distaccata la Sicilia, di che sarà detto nella descrizione dell'isola, in tutta la distesa del suo suolo impresse si veggono le potentissime reciproche incursioni fra la terra ed il mare dalle primitive epoche geologiche. Nella Calabria Citeriore, tranne l’ineguaglianza di grandezza ne’ suoi principii, dall’Isola sino a Girella lungo il Tirreno, e pel Ionio dal lago al di sotto di Amendolara sino al fiume Racanello, le terre scendono e procedono racchiuse tra i due mari con una distesa quasi uniforme di circa 36 miglia. Ma dal Diamante al Cetraro pel nordovest il mare respinge tanto la terra oltre i primi confini, che seguita a sommergerla dalla punta del Cetraro sino al Capo Suvero, oltre del quale ne’ due opposti golfi di S. Eufemia e Squillace il continente trovasi ridotto in così angusti limiti, che appena mancano 18 miglia di spazio per unirsi i due mari. Ma dal fiume Coscile al Capo Trionto, da questo al Capo dell’Alice, e quindi a quello delle Colonne e al Rizzato non si veggono per quasi 45 miglia di lunghezza, che perpetui acquisti fatti dalla terra sul mare, e tali che dalla larghezza di circa 40 miglia che ha prima del Coscile, giunta al Trionfo, ne ha 48 o circa; a Cariati ne ha quasi 58; ed estendendosi sino al Capo dell'Alice ne ha circa 60, ch’è la latitudine maggiore tra' due opposti lati. Lo spazio ora occupato dalla parte della Calabria Ultra II che da Cetraro sul Tirreno si estende sino all’opposto capo Trionfo sul golfo di Taranto, quando la penisola era solo composta della formazione secondaria, aver non doveva che una larghezza pari a quella dello stretto di Messina, quasi il quarto cioè di quella di oggidì, essendo stata dopo molte età accresciuta, come nelle due terze parti di tutte le nostre regioni, da' depositi delle materie che i monti secondarii fornivano all’Oceano.

Chi dalla volta di Lagonegro e Lauria, ne’ confini della Lucania si avvia alla Brezia, incontanente si avvede dalla diversa regione botanica della diversa regione politica. Oltrepassate appena le prime diramazioni dell’Appennino, scomparisce la Flora della contrada meridionale, e non più aranci, non più corbezzoli né mirti; non più ginestre e lentischi; il caprifoglio è l’ultimo ad abbandonare il botanico viaggiatore. A poco a poco la vegetazione del nord ti sembra discendere dalle montagne: il tiglio e l’avellana precedono la quercia e la betulla; si veggono poi i sicomeri, i castagni, i corgnali ed i faggi che con gli abeti mettono le cime tra le nubi. Si ha una immagine delle Alpi e dell’alto monte Giura. Montagne più o meno alte cingono da ogni banda il bacino di Rotonda, da' cui elevati confini, massime dal lato di Castelluccio superiore, si distaccano ondulate masse che formano il fondo del bacino, e che non ostante la loro formazione analoga a quella delle colline della Basilicata, si presentano nondimeno quasi sempre animate da una ridente vegetazione. Grandi strati, più o meno orizzontalii sabbia, ghiaia, marna ed argilla formano la sostanza di tali depositi, a traverso de' quali si veggono sorgere qua e là le rocce calcari, tal fiata in volume molto considerevole, come nell’eminenza su cui sorge Rotonda, e più lungi al nordovest presso Castelluccio inferiore un baluardo di calcare anche giurassico traversa come un grosso filone una parte del bacino. Simili depositi terziarii attraversano in tutta la sua lunghezza il bacino di Castrovillari, della superficie di 80 miglia quadrate, e consistono in alte colline di sabbia e di argilla con istrati quasi orizzontali di ghiaia, per la più parte calcari. Molti piccoli torrenti solcano una quantità di monticelli arrotondati; e ciò che dà a tutta questa contrada un aspetto molto svariato e pittoresco, è il contrasto di questo verdeggiante paesaggio a contorni ondeggianti co' picchi sublimi degli alti gioghi che lo cingono da tutti i lati, e al di sopra de' quali il Pollino eleva la sua fronte argentea e maestosa. Nelle contrade al nordest del bacino di Castrovillari, al sudovest de' villaggi Porcile e Frascineto, i depositi terziarii non sono formati che da gres e marne compatte a strati verticali. Le rocce calcaree marnose ed arenacee continuano luno il fiume Tiro, che scorre al sudest di Lungro, ed in queste si trovano gl'immensi depositi di sale, sulla sinistra sponda del detto fiume, che i geologi sono tuttavia incerti di ascrivere alla forza plutonia o nettunia (528). Nella calcarea de' vicini monti predomina lo scisto marnoso argilloso, e nelle ultime sommità della montagna di Acquaformosa,che più alta si eleva tra que’ monti secondarii, lo scisto comparisce in tutta la sua purezza con fasce e venette quarzose. Interrompe questa formazione la montagna brecciosa e di alluvione di Altomonte, e lungo la discesa di quelle gole sino al burrone che separa S. Donato da Acquaformosa, lo scisto si presenta scevro di quarzo, che spesso s’incontra a frammenti e di una nitidezza sorprendente, ivi probabilmente trasportati e caduti da luoghi più sublimi. Lungo la catena granitica che forma il limite orientale della valle del Crati, questi depositi si elevano in tante colline, e verso S. Marco si presentano in masse anche più considerevoli che nella valle di Cosenza. Tutta la catena appennina è ingombra da questo lato di montagne altissime, che si librano, a così dire, al di sopra del vasto bacino che si apre al lor piede, e la cui superficie ondeggiante somiglia a' flutti di un mare agitato. Più Volte il baluardo calcare ad un tratto si rivolge sopra se stesso, e forma per tal guisa altri bacini secondarii come tante sinuosità nelle rive del golfo comune, e tra queste la più estesa è quella che forma il bacino di S. Agata. I depositi e conglomerati di sabbia occupano tutta la contrada sino alla città di Cosenza, e dalla spiaggia di Amantea i terreni terziarii si estendono sino al limite del calcare appennino, e formano perciò un’angusta zona tra l mare e la catena delle rocce primitive, dove di calcare compatto, dove di grès e di sabbia incoerente e conglomerata.

I monti che radono l’Angitola ed il Lamato, formano alcuni poggi che si vanno elevando a guisa di gradini insino a Serra Alta a 4 miglia da Olivadi, ed in guisa di contrafforti s’innalzano gli opposti monti tra Alli e la punta di Stalatti, più confusamente conglobati de' primi; ma così gli uni come gli altri interrompono ad un tratto il corso de' monti torreggianti della Sila con quelli della Serra e Aspromonte, e formano Fanello più declive e depresso della grande catena dell’Appennino. Ivi è la parte più esile ed angusta dell’Italia, ove non più d’una mezza giornata basta al passaggio a’ due opposti golfi, ed ove pare che la natura volesse un giorno o l’altro riunire i due mari. Le colline terziarie più elevate dell’istmo di S. Eufemia e Squillace non giungono all’altezza di 700 ad 800 piedi sul livello del mare, e la già detta elevazione a gradini più distintamente si osserva nel resto della Calabria ulteriore, dal Pizzo insino a Reggio. I monti di gneis compresi nell'istmo si mostrano scompigliati ed alterati per modo, che appena qualche traccia vi si scerne della lor prima origine: i dintorni di Borgia, che formano una parte dell’istmo, offrono una pietrarena zeppa di fossili che ricopre il sottostante gneis, e le vicinanze di Girifalco, Filadelfia e Polia con tutte le coste meridionali danno indizii di sconvolgimenti assai più manifesti.

Le rocce primitive che costituiscono in gran parte questa celebre regione, si aggruppano in due masse considerevoli, separate l'una dall'altra dall'istmo terziario formato da' due opposti golfi di S. Eufemia e di Squillace. Si comprendono nella prima le rocce cristalline che si elevano tra i confini della Basilicata e l'istmo anzidetto, e nella seconda quelle della regione più meridionale della penisola, che dall’istmo stesso si estendono allo stretto di Messina. Terminando queste ultime al Capo delle Armi, di contro a Taormina e a' monti Nettunii nella Sicilia, non ostante il canale che le separa, si riguardano come, una continuità della stessa catena, per essere della stessa formazione geologica, e correndo quasi sulla medesima direzione. Propriamente al nord dell’istmo cominciano queste rocce, e si estendono da un lato sino al nord di Cetraro lungo la costa occidentale, e dall’altro quasi sino all'opposto punto alquanto al di sotto di Corigliano sulla spiaggia orientale della Calabria Ulteriore IL Numerosi picchi, de' quali l’Aspromonte (a 6 ore N. O. da Reggio) è il più considerevole (529), elevano da tutti i lati la loro fronte sterile e scarna, e danno a queste contrade un aspetto selvaggio, e spesso molto pittoresco. Più che nella seconda, appariscono nella prima gl’indizii di squarciamenti e di prodigiose disgregazioni nelle masse cristalline di tali rocce, le quali sono in questa più svariate della regione meridionale (530). Tra S. Pietro e Castiglione all’est di Cosenza, da questa città andando alla volto di Paola, e nell’opposto lato della valle del Crali, dove tali rocce formano una zona più ampia di quella sino a Cetraro, si presentano in tal guisa alterate, che sovente non è facile distinguerle da' grandi depositi terziarii, a cui sono congiunte. sono colline di sabbia granitica, ridotte a tale più che dalla forza d’immemorabili tremuoti, dal soggiorno prolungato nel seno dell’Oceano, oltre all’azione posteriore degli agenti atmosferici. Il granito non sembra sfornito di filoni metalliferi, giacché a Longobucco si esplorarono miniere di argento. I monti primitivi che da Scilla si prolungano sino a Reggio e formano il vasto gruppo di Aspromonte, consistono in granito e gneis, che per qualche tratto alternano a vicenda, veggendosi il gneis formare gli stessi banchi che poco stante su questo formava il granito, finché prevalendo lo gneis, prosegue sin oltre il monte Beffi, e poscia si avanza sino alla parte settentrionale di Bava, alle fonti de' fiumi Daria e Presteria. Di là scendendo al destro lato del fiume Alece, da una parte attraversa il monte Briga, e dall’altra dopo aver formati i monti Zeffiro e Zambelli si estende sino a Valanidi, E si cambia in scistargilla scendendo al capo Pellaro, e da' monti di Clivano a Bagoladi, S. Lorenzo e Condofuri, all’opposto lato del fiume di Amendolea sin sotto il monte di Bova presso il mare. Grande è l’altezza di questi monti; ma sopra di essi si elevano le diramazioni del monte Zeffiro e gli alti piani di Aspromonte. Sorprendono l’estensione, la ripidezza, l’aspetto imponente ed orrido, la varia forma e la direzione di questo gruppo di monti, centro di tanti altri che si accavallano prodigiosamente in questa parte delle Calabrie dall’un mare all’altro, ma più verso il. Ionio. A maggiore altezza vi si eleva la cima di Montalto, a tre quarti di miglio sul livello del mare. Perenni vi sono le nevi durante il verno, e boschi amplissimi ne ricoprono tutta la superficie. I monti dell’Epiro e le isole Jonie, la Sicilia colle somme vette dell’Etna e le isole Eolie intorno intorno si presentano in grandioso spettacolo, e verso l’estrema Calabria i più vetusti monumenti della terra, le marine deposizioni sparse di varie generazioni di conchiglie fossili tra le gole e le flessioni de' monti stessi, e i seni e le baie interposte tra le valli, che chiaramente accennano all’antica presenza dell’Oceano.

Molte masse calcari distaccate si elevano nel seno delle rocce primitive, regolarmente allineate lungo la zona secondaria, che si estende dal colle delle Armi insino alla spiaggia della città di Stilo, zona generalmente composta di marne azzurrigne e giallastre, e talvolta di grès, che più o meno si addossano sul calcare giurassico (531); ma le montagne di Tiriolo e quella di Cocuzza all’est di Cosenza sono le sole masse calcari di fatti isolate nel mezzo delle rocce primitive. La formazione giurassica dopo di essersi mostrata con questi frammenti nel mezzo del dominio plutonio apparisce in fine per non più abbandonare tutte le nostre contrade in sulla spiaggia del Tirreno. In questa spiaggia propriamente è l’estremità meridionale del gigante appennino (pater Apenninus) (532), ed una linea flessuosa, tratta dalla costa occidentale tra Guardia e Cetraro sino a quella del golfo di Taranto, alquanto al N. E. del capo Spulico, ne rappresenta il limite orientale. Questa linea è ingombra di gioghi elevati, il cui vertice e i fianchi squarciati e ritorti in ogni senso formano una grande serie di monumenti delle violenti catastrofi del globo. Dal punto in cui le rocce primitive si trovano in contatto con la formazione calcarea, si veggono successivamente elevarsi i monti Parota e Mulatta, la Mula, monte Rosa, Cozzo del Pellegrino, monte Pollino, il monte di Cassano e tanti altri. Il monte di Cassano forma con la giogaia del Pizzo delle Armi, dal quale lo separa una profonda valle terziaria, le ultime masse calcari situate sulla detta linea dal Tirreno al golfo di Taranto; perché oltre di quella giogaia non sono più che rocce arenarie e marnose che rappresentano questa parte del limite sudest della catena appennina, e la terminano così tra il capo Spulico e Rocca Imperiale.

Gli stessi depositi terziarii di Messina s’incontrano a Reggio, e pieni di testacei petrificati ed a strati orizzontali verso il mare si estendono insino all’estrema punta del paese tra Melito e Capo delle Armi. Sono interrotti all’est dalle rocce granitiche, che sorgono e scompariscono secondo che traforano la crosta terziaria, o sono da questa ricoperti. Ne’ dintorni di Palmi si accrescono notabilmente, e penetrano molto innanzi nell’interno del continente. Interrotti sulla costa occidentale dalle rocce primitive, ricompariscono presso la città di Amante a, e sulla costa orientale della Calabria Ultra 1 e II si trovano anche molto più ristretti nella zona littorale per tutto il golfo di Squillace. Accrescendosi sempre più al di là dell’istmo, proseguono nella direzione di Catanzaro; ma dalla diversità delle specie fossili che vi si contengono chiaro apparisce che sono stati sollevati in epoche geologiche essenzialmente diverse, come accade sopratutto osservare ne’ grandi depositi di Reggio, di una formazione molto più remota di quelli di Monteleone e del bacino del Crati, perché i primi abbondano di conchiglie più o meno estranee alla creazione attuale, gli altri di quelle che abitano oggidì i mari del globo; ed anche presso Chiaromonte, a breve distanza dalla sinistra sponda del Sinno, si sono scoperti molti ossami fossili, fra' quali si è distinto un frammento della mascella inferiore del mastodonte longirostris. Dalla diversa condizione ancora delle conchiglie fossili, e dalla copia maggiore che se ne incontra nella Calabria meridionale, un dotto geologo si avvisa che questa parte del nostro paese non siasi in una volta elevata sul mare, ma che il suo innalzamento non cominciasse che molto più tardi della formazione de' Subappennini, quando già spente erano tutte le specie che s’incontrano nella formazione stessa, e la popolazione del mare erasi preparata a cambiarsi nella presente. La bassa vallata che forma l’istmo di S. Eufemia e Squillace, non più larga di 7 miglia, tutta ingombra di masse terziarie, dimostra a' geologi che la Calabria meridionale sino al periodo terziario era un’isola disgiunta dalla Sicilia e dalla Calabria settentrionale. Lo stretto settentrionale del mare era più piano, il meridionale più profondo, ed univasi per l’innalzamento del paese stesso colla Calabria settentrionale, mentre rimase separato dalla Sicilia (533). La lunga descritta zona presenta una gradazione di svariati climi, e con questi le analoghe produzioni della più squisita natura, massime in quella parte che dalla cima di Montalto, la più sublime di Aspromonte, discende verso Reggio e la Catona sul Tirreno, e verso Bovalino sul Jonio: in su le vette de' monti co' pingui pascoli i pini e gli abeti, nelle falde gli aceri e le querce con gli altri alberi de' climi men rigidi, ne’ colli aprichi i vini generosi e squisiti, nelle marine gli agrumi, e da per tutto gli ulivi e gli gelsi, fuorché ne’ siti molto elevati. Molte e diverse miniere ancora di grafite, ferro, rame e piombo argentifero vi contengono le viscere della terra (534), e non è meraviglia se in tutte le epoche, da' primi tempi delle tradizioni storiche a' più civili, accendeva le brame di popoli diversi, allettando sempre nuovi invasori a combattervi ed a morire.

Ma, nessuna delle nostre antiche regioni andò soggetta a tanta diversità di nomi quanto questa, per essersi detta Enotria, Italia, Morgezia, Sicelia o Sicilia, Brezia, ed in fine Calabria, comeché in tutti i tempi non si racchiudesse negli stessi precisi confini. L’Enotria, dice Antioco Siracusano, non abbracciò più dell’istmo prossimo allo stretto Siciliano (535); il quale istmo, aggiunge Strabone, è di 160 stadii, e separa i due golfi, cioè lo Scilletico e Vipponiate, lo stesso che Antioco nominò Napitino, misurando il perimetro della penisola compresa tra questo istmo e lo stretto per 2000 stadii (536), o per 250 miglia di oggidì. Ma il nome di Enotria che Antioco affermi) essersi dato in origine alla breve penisola terminata dall’istmo tra i due golfi di S. Eufemia e Squillace, dinotò in processo di tempo più ampia regione, perciocché abbracciò il paese che sul Tirreno si estese al fiume Lao, e sul Jonio a Metaponto ed alla Siritide, od anche sino alle Sirenuse, secondo una diversa lezione nel testo di Strabone (537). Né in più ampi confini si estese l’Italia (538), e, come non è dubbio, anche la Morgezia e la primitiva Sicilia, poiché Morgete in un’antica tradizione è detto re di Sicilia e padre di Siri (539), innanzi che il nome d’Italia, che a tutti poi prevaleva, non abbracciasse più estese contrade, estendendosi prima nel paese poscia detto Magna Grecia, da Taranto a Posidonia, e poi sino alla Sirenuse, Cuma e Circei, e da ultimo a tutta la penisola ed influo alle Alpi (540). Tutti questi nomi primitivi i Greci, come quasi sempre, derivarono da quelli de' re che l’uno dopo l'altro vi dominarono, attribuendoli ad Enotro, Italo, Morgete, Siedo o Sicolo, comeché il nome di Sicelia o Sicilia non vi durasse più del breve dominio di Sicolo, scacciato dal paese dagli Enotrii abitatori (541), rimanendovi nondimeno parte de' Sicoli insino a' tempi storici, quelli che i Locresi trovarono presso il promontorio Zefirio (542), e gli altri ricordati da Tucidide al tempo della guerra del Peloponneso (543). E scrivono Enotro esservi venuto di Arcadia con una colonia, diciassette generazioni avanti la guerra trojana, o 1837 anni prima dell’era volgare, contando 33 anni per ciascuna generazione, ed a questo esser succeduto Italo e Morgete, all’ultimo de' quali Sicolo toglieva in parte il dominio, e ne divideva le genti come in due popoli diversi (544).

Ma, senza trattenermi sulla vana opinione de' mitologi, i quali l'origine della parola Italia riferivano all’arrivo di Ercole, che vi perdeva un vitello (ιτάλος) dell’armento di Gerione (545), Timeo di Taormina, il quale scriveva verso il 490, o alquanto dopo, e viveva in un tempo in cui già discredevansi queste favole, vide in tale denominazione un’allusione alla ricchezza del paese in fatto di armenti; e in ciò si accordavano ancora altri antichi storici (546). E però Enotro, a giudizio di alcuni scrittori, Italo e Morgete, non vi giunsero di Grecia, ma furono re del paese, e passarono a' posteri non co' nomi loro, sì bene con quelli desunti dall’agricoltura e dalla pastorizia che in queste contrade introdussero e vi fecero prosperare; ed Enotro ebbe ad essere il primo che vi fece conoscere il vino (547), Italo quello che v'introdusse i buoi e la coltura per mezzo dell’aratro (548), e Morgete è del pari il nome di un principe agricoltore (549). L’Enotria fu anche per un antico la terra del vino (550), e ritenendo ancora che il primitivo nome d’Italia non si derivò che dagli armenti di che abbondava il paese, senza nulla affermare sull'etimologia di Morgezia, quello di Sicelia o Sicilia provenne da' popoli, i quali, dal Lazio scacciati da’ Pelasgi, per breve tempo vi si mantennero, passando nella vicina isola (551). Altre memorie dell'origine di questi diversi nomi non abbiamo, né da altri scrittori che da' Greci le abbiamo. So bene che piace spesso discredere a' Greci; ma, oltreché greci sono pur essi i nomi di Enotria, Italia, Morgezia, in quali altre memorie si trovano ricordati i nomi di queste regioni che greci non siano? Greci primitivi furono adunque i popoli di questa parte estrema del nostro paese, e possiamo solo discredere a' Greci e a tutti gli antichi quando i nomi delle regioni personificavano in quelli di favolosi fondatori, come si è già veduto della città di Siri, personificata in una figliuola del re Morgete. Così ancora leggiamo Eretto qual fondatore de' Brezii (552), d’onde il nome di Brezia alla regione, come si favoleggiava che gl’Iberi e i Celti avessero il nome da Ibero e Celto, nati da Ercole e da Asterope Atlantide (553), od anche come Celto, nato da Ercole e Celtina, figlia di Bretanno, e come gli Ostrogoti da Ostrogoto nella genealogia degli Amali, gl’illustri antenati di Teodorico. Non è dunque da ritener come vera l’origine del nome di Enotria da Enotro figlio di Licaone Arcade secondo scriveva Ferecide (554), ma è da creder vera l’origine de' popoli primitivi dell’Enotria dall’Arcadia. Antioco Siracusano non ne dichiarava la provenienza, ma diceva essere i più antichi che abitassero l’Italia (555); e questa regione in fatti fu prima detta Enotria secondo Io stesso storico (556). Dionigi d’Alicarnasso dice del resto che agli Arcadi si unirono altri Greci (557), e la concordanza non solo della nomenclatura geografica di alcune città dell’Enotria e dell’Epiro, ma anche degli stessi popoli delle due regioni, chiaramente dimostra che furono gli Elimi ed i Caoni (558). Perciò forse Aristotile questi ultimi popoli dichiarava derivati dagli Enotri (559), e dal nome del fiume Butroto che scorreva presso Locri (560) si può anche affermare che tutti accogliendosi nell’antichissima città di Butroto incontro a Corcira (561), dal porto di questa città movessero alla volta d’Italia, costeggiando i lidi dell’Acarnania e dell’Epiro, giacche Nicandro attesta che la colonia raccoglieva nel suo viaggio anche alcuni Illirici ed altri popoli di quella spiaggia (562). I Brezii da ultimo davano nome alla Brezia, i fuggitivi pastori de Lucani che da' loro padroni vindicandosi in libertà, si costituivano in popolo indipendente, come appresso sarà dichiarato con le testimonianze degli antichi. E non è inutile qui osservare per alcuni scrittori ch’errava Stefano Bizantino quando scriveva (563) che il nome di Brettia precedesse quello di Oenotria secondo Antioco Siracusano, perché oltre all’aver citata in fallo l’autorità di questo antico storico, con più di esattezza riferita da Dionigi di Alicarnasso, ha contro di se la tradizione riferita da Diodoro, Trogo Pompeo o Giustino, e Strabone. Ma quando e perché il nome de' Brezia si mutasse in quello di Calabria non può dirsi con sicurezza; perché, sebbene alcuni moderni tal mutamento di nome ripetano dagl’imperatori Bizantini, quando in fuori d’Idrunto e Gallipoli, dell’antica Calabria o Messapia perdevano il dominio, di cui verso il IX secolo i Longobardi s’impadronirono (564), io trovo che fin dal VII secolo parecchi luoghi e della Magna Grecia e de' Bruzii si dinotavano col nome di Calabria (565). In quel secolo, per non si sa qual cagione, con tal nome si cominciò a indicare la provincia de' Bruzii, la quale molte città anche abbracciava della Magna Grecia, comeché alcuni ancora non manchino per affermare che la Calabria odierna sin dagli antichi tempi Bruzia e Calabria si dicesse, ma dalle sole mal sicure etimologie (566), e senza alcuna autorità di antichi scrittori.

II. Chi trovar volesse nobiltà di origine ne’ principii di ogni popolo, non la rinverrebbe al certo in quelli de' Bruzii. Giustino narra, che una mano di cinquanta figli de Lucani, indurati alle fatiche della guerra con quell'aspro vivere che questi popoli fece assomigliare agli Spartani, avvezzi dapprima a predare ne’ campi vicini, ed accresciuti dal concorso di molti altri, predando sempre e travagliando i paesi, a cui si unirono poi i pastori di questi popoli stessi, furon coloro da' quali la gente bruzia ebbe nome e principio (567). Né una tradizione diversa ne serbava Diodoro Sicolo. Correndo, egli dice, la CVI Olimpiade, da molti luoghi presso la Lucania si adunò una moltitudine d’uomini d’ogni affare, per la maggior parte schiavi fuggitivi. Da principio si diedero a ladroneggiare; poscia avvezzatisi a tener la campagna, e a fare scorrerie con certo ordine di guardie e di assalti, vennero ad iniziarsi negli esercizii di guerra; e come nelle zuffe riuscivano superiori agli abitanti, presero una certa forza, e si misero a più alle imprese. Quindi incominciarono ad espugnare la città di Terina, e a porla a ruba: poscia essendosi fatti padroni d'Ipponio, di Turio, e di molti altri luoghi, si costituirono in governo fisso; e perché appunto molti di loro erano stati servi, presero il nome di Brezii, poiché così si nominano nella lingua del paese i fuggiaschi (568). E quasi le cose stesse narra Strabone, dicendo che i Brezii ebbero il nome da Lucani, i quali così nominavano i disertori; e costoro appunto disertarono da' Lucani, appo i quali stavano da principio in qualità di pastori, e poi per bontà n’ebbero la libertà (569). La quale origine del nome di Brezii sarebbe contraddetta da un’altra tradizione riferita dallo stesso Giustino, secondo la quale da una donna Bruzia si dominarono Bruzii, pel cui tradimento seicento Africani, mandati per frenarli da Dionigi di Siracusa, ebbero un loro castello, ove fabbricarono una città (570), quella stessa per avventura che Stefano Bizantino attribuiva a Tirreni, o piuttosto a' Pelasgi-Tirreni; ma senza contraddir questo fatto, tale origine è una di quelle che facilmente si posero in mezzo dalle vere o supposte omonimie, e non è tale da farcela anteporre alla già riferita. Ad ogni modo, allorché i Bruzii salirono alla rinomanza di popolo, e di popolo possente, abbisognando di un’eroica etimologia, celebrarono come loro archegete Eretto, nato da Ercole e da Valentia (571), facendo per tal guisa dipendere il dritto di formare una nazione dall'eroismo e dalla forza. Ma il Mazocchi il primo, discredendo le addotte tradizioni, supponeva i Bruzii tutt’uno con gli Japigi, i quali, combattuti dalle colonie elleniche, e annidati nella Sila, ne uscivano al ribellarsi de' fuggitivi Lucani, e il popolo bruzio costituivano (572). Anche il Niebuhr, inclinando a considerar come assurda la tradizione de' servi o pastori lucani, attribuisce l’origine de' Bruzii a servi più antichi, e suppone che quelli che rimanevano di Enotri o Pelasgi, afforzandosi co' fuggitivi Osci o Sicoli, riconquistarono la loro libertà, dopo che i Lucani ebbero soggiogato le città greche (573). Ed altri scrittori patrii ancora, dando a credere come anteriori alla CVI Olimpiade alcune memorie de' Brezii (574), negano fede del pari a' citati storici, come se scemasse fama alla propria gente; ma altri antichi e molto più illustri popoli, come, per tacer d'altri, si furono i Romani e i Tarentini, una più nobile, né meno singolare origine non s’ebbero. Si è detto che i popoli in fatto di genealogia hanno come gli uomini individui una vanità permalosa; ma non tanto ne’ popoli, che per Io più non se ne curano, quanto in alcuni scrittori questa vanità è manifesta, perché spesso contraddicono e falsano la storia per dire ciò che non fu, per compiacere, più che a' connazionali, alle loro steste opinioni.

Ma quanto all’epoca della divisione de' Brezii da' Lucani, o del riacquisto della indipendenza dell'antico popolo pelasgico, il Mazocchi la riferiva dopo il tempo in cui fiorì Scilace, perché questo geografo al pari di Erodoto non fece menzione de' Brezii, e ricorda soltanto i Lucani, ai quali tutta la spiaggia attribuì da Turio a Posidonia, la parte del quale tratto di paese ch'è dentro l’istmo avrebbe dovuto attribuire a’ Brezii (575). Ma l'età stessa in cui Scilace fiorì è malnota; giacché secondo il lodato scrittore sarebbe vissuto molto prima di Erodoto (576), e secondo il Niebuhr non compose il suo Periplo che nella prima metà del regno di Filippo il Macedone, poiché non rammenta alcuna delle città fondate da Filippo e da Alessandro (577); e senza riferire le opinioni di altri dotti, il Mannert anche osserva di avere scritto prima che finisse la guerra del Peloponneso, poiché ricorda le lunghe mura di Atene, cominciate da Temistocle, e terminate sotto Cimone e Pericle (578). Ma in questo non vi è forse luogo a conghietturare, perché Diodoro dice che la separazione de' Brezii da' Lucani avvenne nella CVI Olimpiade, e propriamente, a quel che scrive Strabone, nel tempo in cui Dione osteggiando Dionigi il giovine, mise i popoli tutti sossopra gli uni contro gli altri (579). Il che si accorda con quanto ho sopra riferito coll’autorità di Giustino degli Africani mandati per tenerli in freno dal tiranno di Siracusa. Il perché l’epoca in cui i Bruzii, vindicandosi in libertà, una nazione indipendente costituirono, si può riportare all’anno 356 avanti l’era nostra, quando almeno Dione più ne fomentava le ostilità, onde impedire il tiranno dall’avere qualche aiuto da' suoi alleati Lucani. Ma divenuti i Brutti padroni della regione al sud del Lao e del Crudi, movevano animosi a' danni delle greche città confinanti, e tra queste quelle della costa occidentale, per essere più deboli e più divise dalla grande confederazione, vennero le prime facilmente in lor potere. Occupate così Temesa, Ipponio e Terina ed altre città, dalla selva della Sila a quella di Reggio ampliavano il dominio, elessero in Consonila la loro città capitale, e fondarono Mamerto, sede d’un popolo bellicoso, che più di ogni altra ritrasse de' marziali spiriti Av Brutti. Le principali città greche sul Ionio temendo allora per la propria libertà, chiamavano l’aiuto di Alessandro re di Epiro contro i pericolosi nemici, co' quali anche i Lucani facevano causa comune. Il valoroso principe opponevasi per qualche tempo alla loro fortuna, rompendone spesso le legioni, e penetrando ancora nel cuore del loro paese; ma dopo la sua morte, avvenuta nella fatale valle di Pandosia (580), avanzandosi di bel nuovo come un torrente irresistibile, riducevano in lor dominio tutta la penisola, in fuori di Crotone, Reggio e Locri. Vieppiù crescendo per tal modo di vigoria e potenza quanto più le greche repubbliche rapidamente declinavano, i molli Greci, inabili a reprimere con armi proprie le continue molestie de' Bruzii, richiedevano il soccorso di Agatocle, tiranno di Siracusa, al quale più anni resisterono intrepidi,lasciandosi solo occupare la città Ipponio. Ma, scacciati da questa città i Siracusani, e naufragata e dispersa dalla tempesta la flotta di Agatocle (581), tornarono in tutto affatto liberi per opprimere altre città greche insino a che Roma pose fine alle loro conquiste e indipendenza; poiché furono vinti prima da Fabricio (582), e poi devastati e domati da P. Cornelio Rufino e da L. Papirio Cursore nell’anno 480, due anni dopo che Pirro ritirava le sue soldatesche dall’Italia (583). Tollerarono così il giogo per anni 55 insino all’arrivo di Annibale ch'eccitavali alla ribellione. Si accolsero con ardore attorno i vessilli dell’intrepido capitano, il quale col loro aiuto potè mantenere il suo campo in questa estremità del? Italia, quando ogni speranza di buon successo era per lui perduta. Potevano allora i Bruzii, aiutati dalle armi di Annibale, impadronirsi di Crotone e di Locri; ma tale era l’odio de' Greci contro gli abborriti loro oppressori, che i Crotoniati protestarono di morire più presto, che mescolati co’ Bruzii, mutar riti, costumanze, leggi e la lingua stessa; e così lasciando le mura native, preferivano di aggregarsi alla cittadinanza di Locri a cui furono conservate le proprie leggi dall’accorta politica di Annibale (584). Ma gli effetti della lunga guerra divennero fatali alla regione, nella quale fu ridotta: i Bruzii furono vessati dallo stesso Annibale, e molte loro città rimasero totalmente distrutte, altre per modo impoverite da ritenere appena un vestigio della loro antica prosperità (585). Non ancora era finita la seconda guerra cartaginese, ed a tale era ormai ridotta la Brezia, che volendo Scipione indurre il Senato alla spedizione nell’Africa, diceva essere più tosto Cartagine premio della vittoria, che le quasi diroccate castella de' Bruzii (586). A tali sciagure aggiunge vasi poscia la vendetta di Roma, che libera ormai di così formidabili nemici, ed innasprita da quanto ne aveva patito per molti anni, debellatili, li riduceva nel più abbietto stato di dipendenza: soggiacquero alla sorte stessa de' Picentini e da Lucani, ai quali in luogo della milizia fu prescritto di fare gli ufficii de' corrieri e de' messaggi,di seguire, come addetti a' servigi pubblici, i consoli e i capi di eserciti (587); e spento così il loro spirito guerresco, appena si udirono mormorare contro le oppressioni de' loro dominatori.

Non dell’Enotria intanto, non dell'Italia e della Morgezia mi farò ad investigare le città e la corografia, contento solo di averle accennate, tra perché nella successione de' tempi se ne ampliarono i confini, e perché di poche città enotrie ci rimane la rimembranza (588), sì bene della Èrezia ne’ tempi floridi de' suoi popoli, quando, allargatisi in ampio paese, si furono impadroniti delle greche città della Magna Grecia, e tutto il resto della penisola fecero proprio dal fiume Lao allo stretto di Sicilia.

III. — 1. Fiume BATO (Flumen Batum)

Cominciando adunque a descrivere i luoghi marittimi de' Bruzii, dopo i confini meridionali della Lucania si presenta il primo il fiume Bato, nella cui foce fu il principio del lido bruzio, che che ne dica Plinio, che ponevalo nel fiume Lao (589). Bathis ebbe ad esserne il nome primitivo, che dal suo alveo profondo (da BaJu's, profundus) gl’imponevano i Greci, come a' fiumi omonimi nella Sicilia, nella Frigia, nella Colchide, e ad un porto dell’Etiopia (590). Senza intenderne l’etimologia, da' naturali e dal volgo degli scrittori è detto Bato Marco. Da uno degli alti gioghi che cingono Verbicaro scende rapidissimo, e sotto il villaggio dello stesso suo nome, dove ha vastissimo letto, devasta ed isterilisce le vicine campagne, e dopo breve corso mette foce nel mare a breve distanza dal fiume Lao.

2. CERILLI, o CERILLE (Κηρίλλοι, Cerillae)

A 6 miglia in circa dalla foce del fiume anzidetto, e ad 8 da quella del Lao (591) incontravasi sulla spiaggia Cerilli, piccola città non solo a' tempi della decadenza dell’Impero, ma anche nell’età di Strabone, perché, sebbene la mentovasse presso del fiume Lao (592), pure nell'annoverare le città de Brezii cominciò da Tempsa. Ma tale non era ne’ più remoti tempi, ed è noto da Silio Italico che rimaneva spopolata nella guerra di Annibale (593). Una grande estensione appalesano ancora le rovine di Girella Vecchia, alla quale corrisponde, e che non ostante le sofferte devastazioni fu poi città vescovile (594), e nel X secolo nuovamente devastata da' Saraceni (595).

3. Porto PARTENIO (Portus Parthenius)

Seguiva Cerilli il Porto Partenio, attribuito da Plinio a' Foccesi (596), i quali certamente per qualche tempo vi ancoravano allorché arrivati nella marina di Reggio, e non potendosi in questa città stabilire perché occupata Calcidesi e da' Messenii, navigavano più oltre, e fermatisi in questo porto, vi lasciavano il proprio nome, per poi recarsi a fondare la non molto lontana città di Elea o Velia (597). A spiegare l'origine del nome di questo porto vane congetture propongono il Salmasio ed i patrii scrittori, ed a me sembra che i Foceesi lo intitolassero alla loro dea che sopra tutte le altre adoravano, la vergine (Parthenia) Artemide o Diana, sia quella di Efeso, di cui consultavano l’oracolo nel dedurre la loro colonia (598), sia Artemide Dictinna, la celebre dea di Creta e del mare (599), che fu la primaria divinità di Marsiglia fondata dagli stessi Foceesi, e delle sue colonie (600). Questo porto del resto è da riconoscere, sia in quello di Diamante, sia nell’altro superiore dell’isoletta ad un miglio dall’odierna Girella, dove grossi legni si ricoverano nelle burrasche, o per imbarcare i naturali prodotti delle vicine contrade.

4. PATICO (Πάτικος)

Benché non sia verisimile che almeno piccole borgate non sorgessero nel lungo tratto della costa tra Girella e Paola, ch'è di circa 24 miglia, non si può nondimeno senza dilungarsi molto dal vero applicare antiche testimonianze a Belvedere, Bonifati e Cetraro, grosse terre che l’una all’altra si succedono a breve distanza dal lido (601), ed appena può dirsi con la tradizione che a Paola, la quale vien dopo di Cariglio e Foscaldo, fu l'antica Patico (602), da Stefano Bizantino attribuita agli Enotri (603). In fuori di tale notizia, che il geografo attingeva forse dall’Europa di Ecateo, non si sa altro di questa città, rimasta oscura ne’ tempi romani. Se esatta in Stefano è la trascrizione del suo nome, nessuna congettura può farsi sulla sua etimologia; ma, a crederlo alterato, può supporsi che siasi detta piuttosto Hiravos dal fragore delle onde, o che anche fu per avventura intitolata al nume effigiato nella poppa della nave (πάταικος) de' primitivi fondatori.

5. Promontorio LAMPETE

Poi che Licofrone ha ricordato Temesa, per tutta distinzione del sito di questa città nomina il giogoso Lampete, che nel mare protende un alto promontorio del monte Ipponio (604). Con questo monte paiono insieme accennati tutti gli alti gioghi insino alla città di Monteleone (605); ma il monte Lampete col suo promontorio esser non può che il Capo di Amantea (606), il quale prendeva nome dalla prossima città di Lampezia.

6. LAMPEZIA, o CLAMPEZIA

Dopo XL miglia antiche da Cerilli sorgeva sulla riva del mare Clampezia (607), che Polibio nominava Lampezia (608). Ritenendo questo pel suo vero nome primitivo, comeché non diversamente dalla Tavola Peutingerana fosse detta Clampezia dagli scrittori latini, si ha in esso una traccia della sua origine pelasgica, perciocché una città di Lampe fu nell’isola di Creta abitata da’ Pelasgi e nell’isola di Lesbo anche nota abitazione degli stessi popoli, fu un celebre sepolcro Lampezio posto a Lampeto figlio di Iro (609), talché il nome di questa città è forse da riferire alle eroiche tradizioni genealogiche de' Pelasgi passati nell’antica Lucania. Ma, in fuori di tal conghiettura sulla sua origine remotissima, non si sa altro delle sue vicende ne’ tempi storici, se non che nel 548 fu presa per forza con Consenzia Pandosia dal Console P. Sempronio (610). Mancava poi tra i tempi di Claudio e di Tito (4181 G. C.), giacché P. Mela la ricorda come città esistente, e Plinio come abbandonata e deserta (611). Ma risorgeva certamente verso il IV secolo, poiché si vede indicata nella citata Tavola Peutingerana, le cui distanze di XL miglia da Cerilli, e di X da Tempsa hanno fatto riconoscerla da tutti i geografi ad Amantea o in quelle vicinanze.

7. Promontorii e città LINO E TILLESIO

Presso la descritta città si succedono i due capi o promontorii distinti co' nomi di Per re e di Corica, corrispondenti a quelli che Lino e Tillesio nominarono gli antichi, l’uno un miglio al di sopra, l’altro alla stessa distanza al di sotto di Amantea. Di entrambi parlano Licofrone e Tzetze, i quali ricordano oscure greche colonie che vi si stabilivano, e che città vi fondavano co' nomi stessi di Lino e Tillesio (612). Di queste più antica è da credere la prima, a giudicarne dal suo nome che fa risovvenire un luogo omonimo sull’Ellesponto (613), e che io credo perciò fondata da' Pelasgi, i quali tennero quella regione. Veniva l’altra edificata nell’antico dominio di un’Amazone, e qualche scrittore patrio senza intendere a che mai accenni tale tradizione, crede una favola il racconto del poeta. Ma la greca colonia era quella de' Teumessi della Beozia, fondatori della vicina Temesa, ed il favoloso regno dell’Amazone, del pari che nella Crotonitide, come nella descrizione di questa regione sarà detto, non è altro che una colonia di Beozii insieme e di Locresi, fra' quali dominava l'oligarchia femminile, e che non diversamente da’ Lucumoni dell'Etruria, anziché da' padri, si denominavano dalle madri, dalle quali avevano i loro dritti ereditarii (614).

8. Fiume OCINARO, o SABATO

Da una sassosa collinetta tra' monti Cardoneto e Spineto, nella così detta Fontana del labro, nasce il Savuto, uno de' più grandi fiumi che bagnano questa regione. Irrigate le campagne di Parenti, presso Marsi e Fogliano torce il suo corso per bagnare le terre di altri numerosi villaggi, ed accresciuto di altri (lumicini e sorgenti che scendono dalle eminenze di Conflenti e Martorano, ricco di acque si scarica nel mare di Nocera presso il fiumicello Torbido. E nume pescoso, di acque freddissime e sì copiose, che ben può sostenere le scafe. E quello che Ocinaro nominarono i Greci (615), e Sabato i Latini (616), con significazioni diverse e contrarie, perché il primo nome dinota veloce, e l’altro lento e quieto, a crederlo derivato dall’orientale Sabat; ma i Greci riguardavano forse al primo suo corso, perché con grande velocità scorre veramente da' detti monti della piccola Sila, ed i Romani alla prossimità della sua foce, nella quale lento lento mette nel mare tra Nocera ed il villaggio dello stesso suo nome.

9. TEMESA, o TEMPSA (Τεμήση, Τέμψα, Temesa, Tempsa)

Dieci miglia antiche dopo di Clampezia sorgeva Temesa (617), la prima città Brezii, dice Strabone, fondata dagli Ausonii (618), pe’ quali se intender non vogliamo i Greci primitivi, come altrove ho detto (619), di essi è da dire ciò che lo stesso Strabone osserva parlando del mare di Sicilia, che nominavasi anche Ausonio, benché gli Ausoni non avessero mai posseduto quella spiaggia (620). Incerto è ancora se di questa città intendesse parlare Omero dove da Minerva sotto le sembianze di Mente figlio di Anchialo fa dire a Telemaco esser capo de' Tafii, e andarne a Temesa per cambiare il ferro brunito pel temprato rame (621), perché una città del nome stesso, rinomata per una miniera di rame, era nell'isola di Cipro (622), della quale antichi e moderni scrittori sostengono che parlasse il poeta (623). Ma non par dubbio che dalla stessa colonia della Beozia, fondatrice dello stato delle Amazoni sulla costa presso il monte Tillesio, venisse anche fondata questa città di Temesa, il cui nome e l’origine apertamente si collegano non solo con la stessa Beozia, ma anche con la più lontana Licia nell’Asia minore, perché i Telmessii della Licia fondavano la città di Temesa nell’isola di Cipro e Telmesso o Taumesso nella Beozia, che per mezzo della detta colonia veggiamo ripetersi sulla costa coll’Enotria (624). E di questa colonia stessa intendeva forse parlare Strabone, o l’antico scrittore del quale attingevane la tradizione, dove dice che vi giunse una colonia di Etoli condottivi da Toante (625), perché in relazione Etolia furono i Lelegi della costa locrese, ed i Locresi ebbero parte nella colonia di Tespiadi della Beozia giunta nella Sardegna (626), e che più volte ho detto passata a Cuma nella Campania, nella Lucania, e quindi anche nella spiaggia dell’Enotria. Spinti al ritorno da Troja sullo stesso lido, vi arrivavano dopo i Focosi, sudditi di Schedio e di Epistrofio, che Licofrone dinota coll’epiteto di Naubolidi (627), dal nome di Naubolo, avolo di que’ principi (628). I Locresi Epizelirii se ne impadronirono poscia per forza d’armi, e rimase nel loro dominio insino a che non ne furono scacciati da’ Brezii. I quali, vinti prima da Annibale, e poi da' Romani (629), ebbero a dividere il lor territorio ad una colonia nell’anno stesso che un’altra ne fu spedita Crotone, nel 558 di Roma (630). Allora nominavasi Tempsa, e tal nome conservava al tempo di Strabone, il quale attribuendole le miniere di rame di cui parla Omero, dice oberano abbandonate (631). Poche monete di argento si hanno di questa città e la prima conosciuta è quella del medagliere di Parigi, di antica fabbrica e del peso di due dramme, la quale da un lato ha una galea e l'iscrizione TEM in caratteri arcaici, d'altro un treppiede tra due enemidi, o schiniere, armature che alludono alle antichissime opere di bronzo della città (632). Alcune altre monete mostrano l’alleanza di Temesa con Crotone, per la loro origine comune, alla quale accenna Licofrone (633), perché uno de. soliti tipi, il treppiede, si vede tra le prime lettere delle due città PO e TE (634); e queste spiegano una medagliuzza anche di argento anepigrafa, e con gli stessi tipi del tripode e della galea (635). Cicerone dice che alle prede che vi fece Spartaco seguirono quelle di Verre (636); né, in fuori delle testimonianze de geografi, niente altro se ne sa ne’ tempi successivi. Certo è che fu una illustre sede vescovile, e sono già noti un Sergio vescovo di Tempsa sotto Martino I, un Ilario, ed un Abbondanzio, il quale soscriveva la lettera sinodale del pontefice Agatone agl’imperatori Bizantini Eraclio e Tiberio (637). Verso que’ tempi egli sembra che cominciasse a mancare di abitatori; ma, per non esserne rimasto vestigio, è di dubbia situazione, e solo dalla distanza di X miglia da Clampezia segnata nella Tavola Peutingerana può dirsi col Cluverio che sorgesse presso l’antica Torre Loppa al sud di Amantea (638), od anche a due miglia più sopra presso l’altra Torre che prendeva nome dal piano del Casale (639).

Vedevasi presso questa città un tempio, dice Pausania, un semplice eroo, secondo Strabone, circondato da ulivastri, e sacro a Polite, uno de' favolosi compagni di Ulisse, e le favole che ne spacciarono gli antichi, comuni a Temesa ed a Metaponto, confermano insieme e l’arrivo degli Epiroti e quello de' Locresi nella città, perché la mitica tradizione di Polite, o del mostro Alibante, rapitore di donzelle (640), è riconosciuta appartenere in origine a' Locresi del Parnaso (641), i quali in queste regioni la trasferirono.

10. TERINA (Τέρεινα, Τερίνα, Terina)

Tra la sponda dell'Ocinaro e dell’altro fiumicello che col nome di Grande scorre a breve distanza sorgeva Terina, una delle città più illustri fondate nell’Enotria, o accresciute dalle colonie elleniche. Il più antico scrittore a mentovarla è Scilace (642), e poiché Licofrone ricorda la favolosa tradizione che presso di essa veniva sepolta la Sirena Ligea (643), ed il luogo natale delle Sirene, o del loro culto fu l’Etolia (644), l’oscura colonia che secondo lo stesso poeta fondavala dopo la guerra trojana, anziché quella de' Foceesi, come per la sola vicinanza con Temesa conghiettura un ch. archeologo (645), più probabilmente fu quella stessa degli Etoli, che a Temesa abbiam veduto condotta da Toante. Venne poscia accresciuta da una colonia di Crotoniati (646); ed occupata ne’ susseguenti tempi da' Lucani, i quali ne erano già padroni verso l’anno 444 avanti l’era volgare, quando i Terinei respingevano i Turii comandati da Cleandrida (647), nel 1.° anno dell’Ol. CVI (A. C.) 356 fu presa da’ Bruzii nel tempo stesso che Ipponio (648), che vi si mantennero sino al 325, allorché la città fu liberata da Alessandro re di Epiro (649), dopo la cui morte sembra che ricadesse in potere degli stessi popoli. Nella seconda guerra cartaginese fu presa da Annibale, il quale per non poterla conservare la fece distruggere (650). Le medaglie che ne rimangono, con molti e diversi tipi, e di bellissimo lavoro, attestano colla solita eleganza greca l'opulenza della città. I tipi di queste medaglie sono nel dritto una testa di donna, talvolta ornata con eleganza, e l’iscrizione TER, TEΡΙΝΑ, ΤΕΡΙΝΑΙΩΝ (651), e nel rovescio una figura di donna alata in piedi, o sedente, e con in mano un caduceo, una ghirlanda, un’infula, una patera, un ramo di alloro, o una colomba, e l’epigrafe NIKA, o qualcuna delle altre già dette. Nella prima si è veduta la Sirena Ligea, o la città stessa personificata, nell’altra la Vittoria, rappresentata talvolta senza ali (Νίκη απτερος), come nel tempio in Atene (652). Diversi altri simboli si veggono ancora nel rovescio, ciò sono una stella, un paguro con sopra una lunula, ed una triquetra; ed una ve ne ha coll’iscrizione ΦΙΛΙΣΙ, il nome del monetiere che anche s’incontra nelle monete di Velia. Ma notabili fra tutti questi tipi sono altri due: 1.° quello della stessa figura alata sedente, e che in un vaso che ha sulle ginocchia attinge l'acqua da una fontana; 2.° e l’altro d’una testa muliebre con l’epigrafe ΠΑΝΔΙΝΑ, quella cioè di Ecate o Proserpina (653), con cui tante relazioni hanno ne’ miti le Sirene, una delle quali era adorata a Terina (654). A 4 miglia in circa da Nocera sorgeva questa città in sul lido del mare, a breve distanza dalla foce del Savuto e dal piccol fiume Grande, che sin da' remoti secoli colla melma e le alluvioni in gran parte ebbe a coprirne le rovine. Le abbattute muraglie che ad un quarto di miglio più sopra si veggono sembrano quelle dell’acropoli, e Terra del Castelluccio ne vien detto in fatti il recinto di figura circolare. Oltre de rottami degli acquidotti che dalla distanza di 5 miglia vi conducevano le acque, molte e diverse anticaglie ha sempre date tutta la circostante contrada: avanzi di sepolcri, rottami di bassi rilievi, mosaici e mattoni con sigle e l'impronta della Trinacria, idoletti di bronzo, una equestre statuina di oro, cammei, armature e monete terinee, di altre città, ed anche puniche (655).

Dalle rovine di Terina sembra sorta Nuceria a circa 4 miglia più dentro terra, come non par dubbio da alcune medaglie coll’epigrafe ΝΟΥΚΡΙΝΩΝ, già attribuite all’omonima città della Campania. Tali medaglie sono di bronzo, ed hanno tipi in tutto simili a quelli di Terina e di Reggio, cioè la testa di Apollo da un lato con la detta leggenda, e dall’altra una testa di leone di faccia. Altre ancora hanno una testa diademata nel dritto, ed un’aquila nel rovescio coll’epigrafe NOTΚΡΙΝΩΝ ΓΑΥΡΟT, alle quali sembra doversi aggiungere un’altra riferita da Pirro Ligorio, con un cavallo stante nel dritto e la detta leggenda, e nel rovescio una testa diademata che l’Holstein stimava di Apollo, tipo che s’incontra nelle altre medaglie attribuite alla città stessa (656). Il perché non solo per cagione de' tipi delle dette medaglie, ma pel nome ancora del popolo che portano impresso, il lodato nummologo patrio inclina a credere questa città fondata da’ Nucerini della Campania, ed io suppongo al tempo della seconda guerra cartaginese quando Annibale distruggeva Terina, e come egli gli Atellani faceva ricoverare da' Turii, i Romani accasavano in Atella gli espulsi da Nuceria (657), i quali in parte erano forse trasferiti nella distrutta Terina, dove ripetevano il nome della loro patria. Dalla testimonianza di Stefano Bizantino, che ricordò nel suo Lessico la città di Nuceria nella Tirrenia sull’autorità di Filisto Siracusano (658), dopo aver parlato de' Nucerini popoli della Campania con quella di Polibio, si potrebbe credere che intendesse parlare di questa città della Svezia, perché Filisto avendo scritto delle cose sicole, e sopratutto delle imprese di Dionigi di Siracusa, che tanto afflisse le città della Magna Grecia, della Nuceria de' Brezii, anziché di quella dell’Opicia, ebbe a parlare nelle sue storie. Ma a tale menzione sarebbe contraria non solo la detta ipotesi della fondazione di Nuceria nell’età di Annibale e la distruzione stessa di Terina nell’età medesima, ma l’epoca ancora in cui straziato da' Siracusani moriva Filisto, cioè 101. CVI, 356 A. C. (659). Per cagione inoltre della vicinanza tra le rovine di Terina e l’odierna Nocera nella Calabria, non si può credere la Nuceria della Brezia coeva di Terina; se pure Nuceria non fu fondata in tempi molto più antichi, e forse da’ Pelasgi, che dall’Opicia passavano nell’Enotria. Ma di tutte queste ipotesi non rimangono certe che le mentovate medaglie ed il nome di Nocera, a breve distanza dalla quale la terra di Falerna ricorda similmente un antica contrada della Campania.

11. Isoletta LIGEA (Λίγεια, Ligea)

Di contro a Terina sorgeva a breve distanza dal lido un’isoletta, oggi in gran parte ricoperta dalle onde, ne’ tempi più antichi distinta col nome stesso della città (660), poi detta Ligea dal sepolcro della Sirena omonima (661), erettovi per avventura, come in Napoli a Partenope, per le tradizioni mitiche degli Etoli che vi si stanziavano. A questo sepolcro si dice appartenere l’iscrizione: ΛΙΓΕΑ ΘΑΝΕΙ Ζ. Λ. Ρ.: Ligea moritur, quac vixit annos centum; la quale, scolpita in un marmo scoperto alla sponda del Savuto (662), fu foggiata certamente sulle stesse favolose tradizioni. Il fiumicello Ares, o piuttosto il rivolo (Αγή)che Licofrone diceva scorrervi daccanto (663), ed il cui nome si legge in alcune medaglie di Terina, oggi dicesi Rivale, e Pietra della nave, o scoglio Caputo, l’isoletta della Sirena Ligea. Questo scoglio è ora congiunto alla terra, e distante un quarto di miglio dalle rovine di Terina, per quanto il mare si è ritirato da quella spiaggia.

12. Promontorio, e Fiume LAMEZIO

A circa 3 miglia dall’isoletta Ligea si protende nel mare il promontorio Suvero, che chiude alla destra il golfo di S. Eufemia. Dalla prossima città di Terina fu detto Terineo (664), e più comunemente Lamezio dalla città omonima e dal fiume che scorre al sinistro lato (665), or detto Lamato con lieve alterazione del nome antico. Varie sorgenti che insieme si uniscono sotto Serrastretta formano questo fiume, il quale abbastanza s’ingrossa sotto Tiriolo e tra Lamato e Marcellinara, dove termina di descrivere una curva sino quasi alla metà del suo corso. Di là quasi parallelo al fiume di S. Ippolito (666) corre direttamente insino al mare alla destra di Laconia, accresciuto dalle acque del Mucata e del Randaci. È fiume pescoso e de' più grandi delle Calabrie, ma dannoso nondimeno per le alluvioni del Torbido e del Torino, che avendone rialzato il letto e mutato il corso, fanno spesso traboccarlo e produrre pestiferi stagni e paludi. Alla sponda di questo fiume, come sul capo Ulisseo del promontorio Pachino nella Sicilia, Ulisse sacrifica alle ombre per calmare Ecate, la dea infernale, adirata per l’uccisione di Ecabe (667). Ecate guidava i naviganti, dominava su' mari, su' capi e i promontori!, alle cui rupi i navigli si fermano per approdare: spediva ancora dalla terra le anime de' trapassati, e i dotti mitologi perciò notano non solo la stretta relazione di questa dea colla favolosa moglie di Priamo, ma anche con Ulisse, il celebre eroe peregrino, il nume viaggiatore e conduttore delle anime come Ermete Enodio e Psicopompo (668). I coloni di Cuma dell’Eolide, che si erano stanziati ad Eno città della Tracia, avevano seco loro addotto il culto dell'eroe Odisseo (669), e per mezzo de' navigatori Cumani egli sembra che anche venisse Ecabe con Ulisse nel lontano Occidente.

13. LAMEZIA

Tra' l promontorio ed il fiume Lamezio sorgeva la città dello stesso nome, che Ecateo attribuì a' Crotoniati (670), i quali qualche loro colonia vi spedirono, ma che da altri Greci coloni fu forse prima fondata. A questi fondatori ed ignoti coloni primitivi sembra che accenni Licofrone col nome di Pelasgi (671), che dice abitare presso il Memblete, fiume della regione che non si può affermare a quale de' fiumi odierni or corrisponda, se pur non fu il fiumicello che scorre presso S. Eufemia, od anche il più grande influente del fiume di S. Ippolito. A S. Eufemia del resto, posta a breve distanza dal mare, e che dà nome al prossimo golfo, tutti i moderni topografi (672) convengono che corrisponde l'antica città de' Lametini, de' quali in fuori del nome non rimase altra rimembranza nella storia.

14. Fiume ANGITULA

Dopo del Lamato bagna la regione il fiume Angitula, che ha molti rami ed influenti. Da due principali sorgenti ha le fonti, l’una al nord al di là di Filadelfia, l’altra al sud che scende dal monte Coppari sopra Capistrano e Nicastrello ad 8 miglia dalla prima, le quali in un sol volume si riuniscono a poche miglia dalla foce tra Rocca e Polliolo. Questo fiume, anziché navigabile, come dice il Barri, dannoso alle contrade che bagna, col nome stesso di oggidì è indicato in uno degl’Itinerarii romani (673); e poco diverso ebbe ad esserne il nome primitivo, ch'io suppongo imposto da' Greci dal correre che fa tortuosamente (άγκύλας); e dopo le sue prime fonti presso Nicastrello s'incurva in fatti a Filogaso e a Montesanto, e di là al mare nemmeno corre direttamente. Né par dubbio che sia ancora quello stesso segnato nella Tavola Peutingerana col nome di Aque Ange (674), o piuttosto Aquae Angiliae, nome che più si accosta alla greca etimologia, perché tortuosi tutti ne sono anche gl’influenti.

15. AMNICIA (Amnicia)

Dopo VIII miglia antiche dalle Acque Angilie nella teste citata Tavola è segnata una mansione, la quale prendeva forse nome da qualche grossa borgata col nome di Annicia (675). Che questo nome sia chiaramente alterato come quello di Anniaca, segnata nella Tavola stessa tra Matuasco ed Ablata nel Ponto (676), è manifesto dal nome stesso non solo, ma ancora dalla sua posizione tra fiumi, e però detta Amnicia, come altre città per la posizione medesima furon dette Interamnia da' Latini, e Mesopotamio da' Greci. Altra memoria non si ha del resto di questa borgata, che dalla detta distanza con certezza può dirsi che fu nelle vicinanze di Curinga, situata tra due influenti del Lamato, al pari della non lontana piccola terra di Laconia.

16. ΝΑΡΙΖΙΑ, o ΝΑΡΕΖΙΑ

All'oscuro oppido descritto seguiva Napizia in sulla spiaggia, della quale non parla veramente alcun geografo o storico, ma della cui esistenza non si può dubitare, poiché da essa ebbe prima nome di Napitino il golfo Ipponiate (677). Chi l’avesse fondata è ignoto, comeché alcuni topografi patrii, non bene intendendo un passo di Licofrone, affermassero che l’edificarono i Focesi (678). Certo è che greco ne è il nome, e o fu fondata da’ Napei dell’Epiro (679), i quali forse fecero parte della colonia degli Etoli condotti da Toante (680), o da altri Greci ebbe nome per qualche selva (νάπη) vicina, o a cagione ancora dell'altissimo scoglio, che pur νάπη dissero i Greci, sul quale fu edificata. Altre antiche memorie non ci rimangono di Napizia, che venne distrutta, a quel che si crede, da' Saracini (681), e i Napitini prima si riunirono ne’ casali di Braccio, S. Donato e Mandaci, poi rifabbricavano nella seconda metà del secolo XV l’odierna città di Pizzo, per opporsi allo sbarco ed alla dimora de' Corsali, che si erano ivi presso stanziati, in un luogo posto alla marina, detto la Seggiuola (682).

17. IPPONIO (Ιππάνιον, Hipponium)

Dopo XXI miglia dal fiume Tanneto seguiva sulla stessa spiaggia la città di Ipponio (683), molto antica e ragguardevole. Scimno di Chio e Strabone ne attribuiscono l'origine ad una colonia di Locresi Epizefirii (684) senza assegnarne l’epoca, ma che alcuni moderni scrittori (685) riportano al 1.° anno dell’01. XCVIII (388 a. C.), allorché distrutta la città da Dionigi il vecchio di Siracusa, che ne trasferiva gli abitatori nella Sicilia, davane il territorio a’ Locresi (686). Il perché, essendo la città di più remota fondazione, non dubitava il Mazocchi di attribuirla a’ Fenicii, denominandola dalla sua posizione nel fondo di un golfo (687), e senza sostenere questa origine, dico solo che una città col nome stesso era nella Libia (688), e che Ipponio fu riedificata da' Cartaginesi ch'erano in guerra con Dionigi, nel 2.° anno dell 01. C, quando restituivano Ipponiati nella loro patria (689). Nelle prime invasioni de' Brezii in queste contrade fu una delle prime città a cadere in lor potere, e propriamente nel 1.° anno dell’01. (31 (690), 356 a. C. Dal lor dominio liberata da Alessandro re di Epiro, quando venne in soccorso delle città della Magna Grecia (691), dopo la morte di questo principe ricadde in potere de' Brezii, ai quali la ritolse Agatocle, tiranno di Siracusa (692); ma non andò guari, e fu costretto di abbandonarla al dominio degli stessi Brezii. I quali, cedendo alla forza de' Romani, ebbero a. dividerne l’agro con una colonia, nel 515 di Roma, dice Vellejo Patercolo, nel 562 secondo scrive Livio; ma, senza preferire la testimonianza di alcuno di questi storici a quella dell’altro, il primo intendeva forse parlare della prima occupazione de' Romani,i quali vi lasciavano qualche presidio, e l’altro della colonia (693). Fu allora che la città fu detta Vibo Valenzia mutandosi da' Latini col digamma eolico l'aspirazione del nome greco Ιππών (stalla di cavalli) come con una lieve differenza se ne legge il nome nelle sue monete (ΕΙΠΟΝ, ΕΕΙΠΟΝ), ed aggiungendo Pepitelo di Valentia, il quale ricorda Varcano nome di Roma (694). Poche monete si hanno di questa città, tutte di bronzo, ma di bel lavoro, co' tipi di Giove, Pallade ed Apollo, e colla leggenda ΕΙΓΩΝΙΕΩΝ da un lato, e dall’altro un diota con un caduceo o un lituo, un corno d’abbondanza, od un fulmine (695), ed inoltre una Vittoria alata stante, ed una figura di donna anche stante, che con la destra tiene un caduceo, con la sinistra uno scettro. Come quelle col capo di Pallade hanno di sopra l'iscrizione ΣΩΤΕΙΡΑ, cioè salvatrice, così l’epigrafe ΠΑΝΔΙÑA accompagna l’ultimo dì questi tipi, oltre di una stella, o un candelabro, e la detta leggenda del popolo ΕΙΓΩΝΙΕΩΝ (696). L’iscrizione ΠΑΝΔΙΝΑ legge, come ho di già detto, anche sopra una moneta di Terina, ed anziché rara, come un ch. nummologo ha supposto (697), parmi più verisimile che vi fosse effigiata Proserpina (698), così pel nome stesso di Pandina, il quale ricorda quello di Cerere, detta Panda (699), come Ser la celebrità del suo culto nella città, in guisa che si credeva al volgo e dagli evemeristi che dalla vicina Sicilia ella si recasse a coglier fiori ne’ ridenti prati d’Ipponio (700). Le grandi pietre quadrate e i marmi del magnifico tempio che a questa dea fu innalza to, duravano sino al tempo del Conte Ruggiero, il quale abbellivano la Badia e la Cattedrale di Mileto, dove tuttavia si veggono 48 colonne delle molte e diverse che adornavano il tempio stesso. L’ara della dea, di pietra lidia, ora nel R. Museo, vedevasì nell’atrio della chiesa, e dalla seguente iscrizione che vi si legge, è noto che sotto i Romani ne fu rifatto il simulacro (701):

N.... L. ViD. VIR. □. L. Q. CINCIVS. 

C. AVLVS. IIII VIRI I. D. SIGNVM PROSERPINAE. 

REFICIVNDVM. STATV ENDVMQ. ARASQ. 

REFICIENDAS. EX S. C. CVRA RVNT. HS. 

DCCLXX. M. XC. FVERE. HELVIA

Q. F. ORBIA. M. F1LIA

Oltre di questo celebre tempio, appena oscure notizie ci avanzano di quelli di Venere e Cibele, ai quali a me sembra da aggiungersi quello di Pomona, a congetturarlo solo dal seguente mutilo marmo:

qvinta

E. SACERDOS. POI

NAE. EXORNATVM. POI

JmPENSA. SVA. IT. AQVA. IN. ID. PE....

ZkcunoNJBVS. SING. HS. Vili. N. AVGVSiaZuj

Né altro si sa de' pubblici edifizii della città, in fuori di un teatro e di bagni termali nel recinto delle sue mura (702).

Fu Ipponio città florida e ricca in tutti i tempi. Agatocle vi fe’ costruire un arsenale (703), e Gelone vi piantò nelle vicinanze un amenissimo verziere, che, come la regione nell’Etolia irrigata dall’Acheloo, celebre per la fertilità, nominava Como di Amaltea (704). La romana colonia vi ebbe assegnati non meno di 64, 500 ingerì di terra (705), e fu poi annoverata tra le più illustri e doviziose città d’Italia, delle quali i Triumviri, vendicata la morte di Cesare, assegnarono gli agri alle loro milizie (706). Fu altresì città munitissima e ben difesa, ed oltre gli avanzi delle muraglie di enormi massi di tufo senza cemento, che tuttavia vi rimangono, e che la cingevano nel perimetro di circa 3 miglia e mezzo (707), si raccoglie dal fatto de' Cartaginesi, i quali non potendo impadronirsene, ne devastavano le campagne (708). Nel fondo del golfo formato dal capo Zambrone aveva il suo porto, del quale quando bassa e tranquilla è la marea si veggono vestigi delle antiche costruzioni. Alle quali appartennero ancora le grandi arcate laterizie in sul lido, di cui pochi vestigi or si veggono incalzati dalle arene, e già distrutte perché non vi si annidassero i pirati. Un grande arco marmoreo con una statua di Nettuno di cui si trassero rottami dal mare, abbelliva queste costruzioni (709), simili a quelle del porto di Pozzuoli e di altre città greche. Ma non presso il porto di Bivona, come alcuni hanno scritto, sì bene a breve distanza nel sito stesso di Monteleone fu propriamente la città (710), della quale si sono sempre scoverti ruderi e monete di sotto agli edifizii moderni.

18. Isole ITACESIE

Quasi di contro alla descritta città sorgono all'occidente tre isolette presso alla spiaggia da Plinio distinte col nome d’Itacesie da Itaca, la patria di Ulisse, il quale gli antichi credevano che vi avesse scolte o vedette (711), altra rimembranza della remotissima permanenza su questo lido di greci coloni, sieno Cumani, come ho detto (712), e sieno Epiroti, adoratori di quel celebre nume viaggiatore (713). Solino una sola ne ricorda col nome stesso d’Itacesia (714), forse la più grande di mezzo alle tre altre, e Marziano Cappella ripete le parole di Plinio (715). Brace, Prace e Torricella ora sono dette, e dalle antiche rovine che vi ricorda il Barri è manifesto che gl’Ipponiati le abitarono, o solo per diletto v’ebbero loro edifizii.

19. (Τρόπαια, Tropaca)

Alle descritte isolette vien dopo la città di Tropea, nel sito stesso ove fu edificata in tempi sconosciuti. Il più antico scrittore a ricordarla, non è noto su quale autorità, è Stefano Bizantino, il quale, comeché visse a' tempi di Arcadio e di Onorio, andò attingendo nondimeno le notizie delle città a scrittori antichissimi. Egli l’attribuì alla Sicilia (716), ed è noto che più volte così nominò questa costa della primitiva Italia (717), da' Sicoli che per breve tempo vi dimorarono innanzi di passare nell'Isola. Il suo greco nome accenna senza dubbio alla sua origine greca, e può ritenersi la conghiettura del classico, sebbene non fedele scrittore delle cose calabre, che avesse nome dal greco τρέπω, cioè verto o retroverto, ma non già dal ritorno di una flotta che l'avesse fondata nel giungere in quella spiaggia (718), sì bene dal flusso e riflusso del mare, che dalla punta ove sorge corre allo stretto siciliano, e di là indi ritorna (719). Occupata da' Saracini nel IX secolo, a' barbari la ritoglieva Niceforo Foca con Amantea e S. Severina (720); e non solo rimase nel dominio de' Greci, ma fu anche retta da Greci Vescovi insino al 1094, ed il primo di cui si abbia ricordo è Giovanni, il quale intervenne nel Concilio Lateranense sotto Martino I nel 649 (721). Sorge Tropea nello stesso sito, ove fu già edificata, a cavaliere d'uno scoglio in tutto piano, che da un sol lato attacca col continente: molti casali la cingono, ed alcuni di questi, come Parghelia, Drazia, Caramìto, Pandia, Carciadi, Caria e Dafina, accennano co' loro nomi alla stessa origine greca della città primaria.

20. Porto d'ERCOLE (Ηρακλέους λιμὴν, Herculis Portus)

Poco al di sotto di Tropea è una piccola punta di terra detta le Formicole, tra la quale e le vicine isolette si allarga un sicuro porto naturale, da qualche vicino tempio detto Porto d’Ercole dagli antichi (722). Da questo porto, dice Strabone, chi ha navigato da Ipponio vede l'estremità dell'Italia cominciare a dar volta inclinando all'occidente (723), il che più chiaramente si vede di là del Capo Zambrone, che chiude al sud il golfo di S. Eufemia, e tra il quale e la detta punta delle Formicole è ristretto un più ampio seno, in cui con più di certezza è forse da riconoscere il detto porto.

21. Promontorio VATICANO

Quasi all’eguale distanza che tra l capo Zambrone e Tropea è lontano da questa città il promontorio Faticano, antica denominazione che si raccoglie da quella del prossimo agro, di cui parlano Plinio e Solino; ed egli sembra che col nome stesso si accennasse da P. Mela, comeché per l’alterazione de' copisti non più si legga nella sua fuggevole descrizione (724). Ma non prima che i Romani di questa regione s’impadronivano è da credere imposto all’agro ed al promontorio il detto nome, dal celebre colle di Roma confinante al Gianicolo, nella cui valle fu il Circo di Nerone (725). Ricordando Plinio i serpenti di singolare grandezza, dice che così mostruosi divenivano quelli detti boe in Italia, che uno ne fu morto su questo promontorio al tempo dell’imperatore Claudio che si aveva ingoiato un bambino (726); e Solino che ripete lo stesso racconto, l'agro Faticano attribuisce alla Calabria (727), non perché la Brezia così nominavasi alla sua età, due secoli circa dopo di Plinio, ma perché qualche antico copista l'antico nome della regione mutava nel più recente, derivato dal sinonimo di Messapia.

22. NICOTERA (Nicotera)

Dopo XVIII miglia antiche da Vibona sorgeva ne’ tempi dell’Impero quest’altra città de' Bruzii, della quale non si ha memoria più antica del secolo degli Antonini, essendo ricordata nell’Itinerario distinto col nome di uno di questi imperatori (728). Edificata, come si crede, dagli abitatori della distrutta o abbandonata Medina, crebbe ne’ susseguenti tempi e divenne ragguardevole, poiché sin dalla fine del VI secolo fu decorata di sede vescovile, ed il suo Vescovo più antico, di cui si abbia memoria, è Proclo, già vescovo prima del 596 (729). Conserva questa città il suo sito e nome antico, che significa segno della vittoria; ma ignota ò la ragione di tal greca denominazione (730).

23. MESMA, o MEDMA (Μέσμα, Μέδμη)

Appartenne ai Locresi fondatori d’Ipponio anche questa città posta sul golfo Terineo, ora Golfo di Gioja. Molti antichi scrittori ne fanno menzione, alcuni col nome di Mesma, come Scilace ed Apollodoro (731), altri sotto quello di Medma, come Ecateo, Scimno di Chio, Pomponio Mela e Plinio (732), e Strabone la nomina anche Medama (733). Senza por mente a tali diverse denominazioni della città istessa, Stefano Bizantino registrava nel suo Lessico Mesma e Medma come città diverse, se pure il suo abbreviatore non toglieva dal suo testo la notizia ch'erano nomi diversi d'una città istessa. Non è dubbio del resto che fu fondata da’ Locresi, poiché Scimno dice che l’abitavano di Locri, ed a questi popoli stessi l’attribuiva Strabone; né altro può dirsi delle sue vicende se non che passò poi nel dominio de' Lucani, e da ultimo in quello de' Bruzii; e comeché indi si conservasse sin ne’ tempi dell’Impero, poiché ne fa memoria Plinio, alcuna ricordanza non rimane del tempo della sua distruzione; e forse mancò per le devastazioni de' Saraceni. Che ben fosse città importante si raccoglie non solo dalla memoria che Strabone ci serbava del suo emporio, a breve distanza dal suo sito, ma dalle sue medaglie altresì, le cui leggende ci ricordano egualmente la sua triplice denominazione, forse ne’ diversi tempi (734). Queste medaglie, tutte di bronzo, hanno per tipi nel dritto una testa muliebre ornata con eleganza, con davanti o allato un’idria e la leggenda ΜΕΣΑΙΩΝ, ΜΕΣΜΑΙΩΝ, e ΜΕΔΜΑΙΩΝ, e nel rovescio la figura di un giovane nudo sedente sopra uno scoglio, con in mano una patera, ed innanzi a lui un cane che lo riguarda; o la testa di Apollo laureata con la stessa leggenda, o anche ΣΩΤΗΡ ΜΕΣΜΑΙΩΝ, Salvatore de' Mesmei. In un’altra medaglia l’ultimo di questi tipi si vede nel dritto, ed il rovescio ha un cavallo corrente con sopra una stella. L’idria che accompagna la testa muliebre, simile a quella della fontana Aretusa nelle medaglie siracusane, dimostra che fu in essa figurata la grande sorgente (κρήνη μεγάλη), dalla quale la città prese il nome secondo Strabone, ed il giovane nudo, simile a quello delle medaglie di Pandosia rappresenta probabilmente l’eroe fondatore della città, a' cui divini onori accenna la patera che ha in mano; ed il cane, emblema della caccia, è nota e frequente attribuzione degli eroici personaggi. La leggenda di un’altra medaglia in fine, comeché non intera, conferma nondimeno la testimonianza del citato geografo circa la fondazione della città per opera de' Locresi perché da un lato vi si legge ΜΕΔ.… e dall'altro....... ΩΝ, cioè ΜΕΔΜΑΙΩΝ ΛΟΚΡΩΝ (735). — Scilace pose questa città in sulla costa tra Ipponio e Reggio né la situò altrimenti Strabone, cioè nel mezzo del suo bruzio dopo del porto d’Ercole e prima del fiume Metauro così che la gran fonte omonima presso la quale era situata, intender si potrebbe col Cluverio la grossa sorgente che scorre a breve distanza dalla sinistra riva del Mesima. Anche di qua di Ipponio fu riposta da P. Mela, e con esattezza, e soltanto Plinio situavala con errore tra l Porto di Oreste e Scilla (736). Ma se sorgesse alla destra, o alla sinistra del Mesima non può dirsi con sicurezza; perché, sebbene tutti i patrii topografi affermano che dalle sue rovine sorgeva Nicotera, e però che fosse situata alla destra del fiume, presso del quale già si vedevano non pochi ruderi di grandi edifizii e colonne dalla terra e dalle arene ricoperte (737), infiniti rottami nondimeno di terre cotte e monete si sono scoperti ancora nella pianura di Rosarno, oltre i frammenti di una colossale statua di bronzo (738), dove per la maggiore vicinanza del fiume egli sembra che più probabilmente la città fosse posta.

24. Fiume, e città METAURO

Dopo la descritta città metteva nel mare il fiume Metauro, alla cui foce era un porto del medesimo nome (739). Plinio ricordò questo fiume nello stesso sito, sebbene dopo del Porto d’Ercole, perché dopo il porto di Oreste pose Medma (740). Da uno scrittore del secolo VIII sappiamo che pigliò il nome dall’attraversare che faceva la città di Tauriana (741), e da tale circostanza non meno che dalla stazione di navi alla sua foce con tutti i moderni topografi è da riconoscere in quello ora detto Marro o Petrace (742), che in alcune carte anche serba l'antico nome di Metauro. Dalla confluenza di molti rivoli e torrenti che scendono da' monti Moleti, Zeffiro ed Aspromonte, è formato questo fiume che s’ingrossa tra Palmi e S. Martino, e di là a poche miglia sbocca nel mare presso Gioja. Presso la terra di S. Clemente chiamasi Marro, e Petrace verso la foce per le molte pietre che trasporta. Molto pericoloso ne è il tragitto nel verno, torma continui traboccamenti, e produce laghi, stagni e paludi. Vi si pescano granchi ed anguille, e celebre fu negli antichi tempi per la pesca de tonni alla foce (743), non per la morte di Asdrubale fratello di Annibale, come alcuni scrivono, combattuto coll'esercito alla sponda del fiume omonimo nell'Umbria da' Consoli C. Nerone e L. Salinatore nell’anno di Roma 545 (744).

A breve distanza dalla destra riva di questo fiume e dal mare fu la città dello stesso nome, annoverata da P. Mela tra le città marittime poste tra il golfo Vibonese e lo stretto Siciliano (745). Stefano Bizantino l'attribuiva alla Sicilia, e sembra da ciò manifesto che fu una delle città, nelle quali i Sicoli si mantennero dopo che la maggior parte de' loro connazionali passarono nell’isola. A crederne lo stesso scrittore, o l’antico storico, dal quale ne attinse la testimonianza, fu una colonia di Locresi (746), e Solino dice che fu fondata dagli Zanclei o da que’ di Messina (747); ma, fondata primamente dagli uni, fu per avventura accresciuta da una colonia degli altri, quando forse Anassilao ebbe dominio su questa spiaggia. In questa città sortiva i natali il poeta Stesicoro, da altri detto Armerà nella Sicilia pel soggiorno che vi eleggeva, e dove divenne celebre al tempo di Falaride, tiranno di Agrigento, nella seconda metà del VI secolo avanti l’era cristiana (748). Tutti i patrii topografi convengono nel situarla nell'odierna Gioja, che sorgeva sulle sue rovine; ed anziché supporla con un altro scrittore a Drosi più dentro terra (749), questo villaggio io credo egualmente antico che Met auro ma a giudicarne solo dal suo greco nome (750). Nel lido di questa città del resto avea termine il seno bruzio (751), il quale cominciava dallo stretto, e che però all'odierno golfo di Gioja or corrisponde.

25. Porto di ORESTE (Portus Orestis)

Con ordine inverso a quello di questa descrizione topografica Plinio ricordò in questo lido prima di Tauroento il Porto di Oreste (752). Il nome di questo porto si riferisce all’eroica tradizione del figliuolo di Agamennone, il quale, furibondo per la uccisione della madre Clitennestra, era ammonito dall’oracolo che per liberarsi dalle furie che lo agitavano, doveva prima trovar la sorella, e poi purificarsi in un fiume che da sette altri fiumi o sorgenti prendeva e acque. Rinvenuta adunque in Tauride Ifigenia, dopo aver vagato per molte regioni, trovò nel confine de' Reggini il fiume dall’oracolo disegnato; nel quale purificatosi, restò libero da' furori che lo travagliavano. Questa favolosa tradizione serbataci da alcuni antichi scrittori (753), e l’indicazione inoltre de' sette rami del mentovato fiume, hanno facilmente guidato i patrii topografi a trovare nel Metauro il fiume di cui si ragiona, e con esso il porto Ravagoso, tra le rovine di Tauriana e la città di Palmi, nel quale gli antichi credevano che Oreste fosse approdato (754). Egli è facile il non credere a queste favole, ma importa investigarne l’origine; e senza andare accennando le colonie Oreste e e le mitiche tradizioni che vi si riferiscono nell’Italia, nella Sicilia ed in altre regioni (755), per questo luogo della spiaggia della Brezia non molto distante da Reggio bastami osservare che nell’Eubea fu una città di Oreste (756), come nella Molosside i popoli Oresti (757), ed è naturale il credere che i Calcidesi fondatori di Reggio, e che da quell’isola passavano in Italia, la favolosa tradizione di Oreste v’introdussero, come nella vicina Sicilia, che forse co' poetici colori abbelliva Stesicoro nella sua Orestiade (758).

26. Porto BALARO (Balarus Portus)

Dalla foce del Marro a Bagnara per una lunga estensione della spiaggia non pongono gli antichi geografi alcuna città o borgata della Brezia; ma il Porto Balaro prossimo allo stretto ricordato da Appiano fa credere di leggieri che qualcuna ve ne fosse presso Bagnara, detta Balnearia ne’ secoli di mezzo, dagli antichi bagni minerali ivi costrutti, ed ora occupati dalle acque del fiume Casiano (759). Nel detto porto, ritiravasi Salvidieno ammiraglio di Cesare per risarcire le navi rotte o malconce dopo la battaglia navale colla flotta di Pompeo presso il Capo Settico (760), né altro potè essere che la marina di Bagnara (761), divisa da un promontorio, sul quale fu prima la città rovinata dal tremuoto del 1783, e dove probabilmente fu ancora quella che dava il suo nome al mentovato porto.

27. Fiume CRATAIDE

Al descritto porto segue la piccola fiumara Crataide, celebre ne’ miti primitivi di queste rinomate contrade. Omero, sulle tradizioni favolose de' più antichi viaggiatori greci, ricordavala come madre di Scilla quando da Calipso fa dire ad Ulisse di navigare sollecito dopo avere evitato Scilla, ed a' compagni nominare Crataide la madre del mostro (762). Questo fiumicello o torrente serbava lo stesso nome antico ne’ tempi romani (763), ed altro non può essere che il così detto Fiume de' pesci, il quale irriga le terre de' villaggi Favazzina e Solano (764), perché se metteva nel mare dopo lo scoglio Scilleo, non può essere a giudizio di altri scrittori lo Sfalasso, che scorre più sopra e circonda la città di Bagnara.

28. Promontorio SCILLEO

Dopo la foce del descritto fiume si erge l’alto scoglio di Scilla, così celebre fra gli antichi, che non senza terrore nominavasi dal volgo e da' poeti. Le onde marine hanno rosa da tempi immemorabili la pietra porosa delle rocce di questo scoglio, nelle cui caverne la greca fantasia pose un mostro marino, terrore de' naviganti, descritto la prima volta da Omero (765). Noi ora ridiamo di queste ed altrettali finzioni poetiche; ma nell’epoca eroica, dalla nostra più immaginosa e dissomigliante, per la maggiore angustia dello stretto più rapida mostrar si doveva la corrente, e l’urto delle onde contro gli scogli assai più terribile e veemente. Non altro perciò sarebbe Scilla che la personificazione delle ondate del mare siciliano. Poiché ancora il mostro vien detto σκύλαξ, σκύλλος, σκύλλα, il nome se ne è pur derivato dalle foche o cani marini, che probabilmente Omero avea nella mente quando dice che Scilla predava i delfini. Strabone ed Oppiano dicono che la pesca de' tonni facevasi coll’opera di questi cani di mare (766), e comeché le loro sedi note si ponessero presso i confini dell’Egitto (767), molti esser ve ne dovevano nondimeno presso il promontorio Scilleo. Questa sembra l’origine più verisimile del mito, e però non si può ammettere la spiegazione di Palefato, il quale in Scilla supponeva un terribile corsaro Tirreno che infestava i mari di Sicilia (768). Un piccolo istmo del rimanente, al quale approdar si poteva dall’una e dall’altra parte, era congiunto al promontorio Scilleo, ed Anassilao, tiranno de' Reggini, fortificavate contro i pirati Tirreni, facendone una stazione di navi, e impedendo così a' corsali di attraversare lo stretto (769); e forse a tempi non più antichi risale l’origine dell’oppido Scilleo, di cui parlano Plinio e P. Mela (770). Nel detto istmo M. Crasso chiudeva Spartaco colle sue soldatesche con alte muraglie e fossati, per impedirgli il tragitto nell’isola vicina (771); ma, come dopo l’età de' Normanni (772) univasi al lido l’isola di S. Giacinto di contro a Messina, così il piccolo chersoneso, ridotto col volger degli anni ad una breve lingua di terra, per forza di un tremuoto nel 1502 era ingoiato dalle acque (773).

29. MALLEA (Mallaca)

A XXIV miglia da Nicotera l’Itinerario di Antonino segna la stazione Ad Mallias della Via Aquilia (774), e senza credere con un dotto geografo identica la città che vi era coll’oscura città di Melanio, che Ecateo attribuisce agli Enotri nell’interno della regione (775), dico piuttosto che fa risovvenire una città omonima della Perrebia (776), e si può perciò sospettarne l’origine da’ Pelasgi. Che fosse stata del resto di qualche importanza è manifesto da' ruderi di varii edifizii, e segnatamente di un tempio nell’odierna Melia presso Scilla che ne ritiene l’antico nome (777), e dove esattamente corrisponde la distanza da Nicotera segnata nel citato Itinerario.

30. Promontorio CENIDE, e città CENISIO

Presso lo scoglio Scilleo, ed a 250 stadii, o 31 miglia e più da Medama Strabone descrive il promontorio Cenide, il quale col promontorio Peloro che gli sorge dirimpetto nell’isola vicina, racchiude la parte più angusta dello stretto (778),non più di 12 stadii, o di un miglio e mezzo, secondo Plinio e Polibio, di 20 stadii, o di due miglia, secondo Tucidide (779). Senza preferire l’una all’altra testimonianza, perché diverse sono le distanze prese da diversi punti, non può dirsi con sicurezza a quale de' promontorii corrisponda, che l’uno all’altro si succedono dopo dello Scilleo, perché alcuni topografi affermano che sia la Punta del Pezzo, già detta Coda della Volpe altri quella della Torre del Cavallo; ma questa veramente è opposta all’estremità del promontorio Pelone e come l’una riguarda l’occidente, così l’altro è rivolto al levante estivo, come Strabone li descrive (780). Ma ciò che più rileva è che Stefano Bizantino, dopo aver ricordato sotto il nome di Cenide un’isola presso il Peloro, e doveva dire un promontorio, soggiunge esservi una città in Italia col nome di Cenisio (781). L’Ortelio con tutti gli annotatori del geografo sostennero che questa città altra non sia che Canusio, o Canosa (782); ma altrove parla Stefano di questa città (783) della Daunia ed alcuni topografi, meglio avvisandosi, affermarono che fu in vece nell’odierna Fiumara di Muro (784). Or alcune monete di rame di mezzana grandezza, che hanno per tipo nel dritto un cavallo di galoppo colla leggenda ΚΑΙΝΩΝ, e nel rovescio un grifone con sopra una cicala, le quali spesso si rinvengono nella parte estrema della regione, che guarda i due mari, par che confermino questa opinione, e restituiscono alla nostra antica topografia una città ignota a' più dotti geografi e nummologi. Perché per le cose dette meno sicura sembrami l'opinione del Mionnet, il quale le dette medaglie attribuisce all’isola di Cene appartenente alla Sicilia (785), ed ora detta Limosa.

31. Colonna REGGINA, e Tempio di NETTUNO

Dopo XIV miglia antiche da Mallea sorgeva in sulla spiaggia la celebre Colonna Reggina che Plinio nomina dopo del fiume Crataide, e dalla quale al promontorio Palinuro di 100 miglia dice essere il tragitto (786). In forma di torricella, secondo scrive Strabone, veniva eretta Reggini incontro alla torre del Peloro nell’altro lato dello stretto, entrambe per segnare gli estremi confini, la prima dell'Italia, l'altra della Sicilia (787), come le are de' Fileni in mezzo alle Sirti nell’Africa, le colonne d’Ercole nella Spagna, ed altri monumenti simili. Col nome di Colonnella (σηλίδιον) è anche indicata da Appiano (788); ma non già una colonna, sì bene una statua ricorda nel sito stesso la celebre lapida della Via Aquilia (789), ed una statua era forse imposta sulla colonna (790). Ad ogni modo, molto antica è da credere, ed ivi innalzata almeno dal tempo in cui quella strada fu protratta da' Romani insino all'ultimo confine del nostro paese; ed è fama che arrivando Autari re de' Longobardi presso lo stretto nel 589, a questa colonna ch'era nelle onde si avvicinasse cavalcando, e toccandola con l’asta dicesse: Saranno sin qui i confini de' Longobardi (791). Non lungi da questa colonna era un tempio sacro a Nettuno, da' Reggini edificato coll’idea forse di rendersi propizia la navigazione all’isola vicina, e dal sito di esso lo stretto, dice Strabone, si va slargando sino al mare di Sicilia (792); e se la colonna fu veramente di contro al Peroro anziché nel sito del distrutto villaggio la Catena ch’era incontro a Messina, fu piuttosto in sulla punta del Pezzo, dove il livello del mare cominciò ad innalzarsi sin da' tempi della decadenza, come in altri punti della spiaggia del Tirreno dal promontorio di Gaeta allo stretto di Sicilia.

32. REGGIO (Ρήγιον, Rhegium)

A non molta distanza dalla descritta colonna seguiva la città di Reggio, della quale oscura e favolosa è l’origine primitiva. Gli scrittori greci a tempi molto remoti la riportavano, attribuendola a Giocasto figlio di Eolo (793), presso al cui sepolcro, dice Eraclide, si posero prima ad abitare i Calcidesi (794), fondatori storici di questa città. E forse all’epoca mitica della sua fondazione riguardava Pausania quando scriveva ch'era già edificata almeno prima del secolo di Dedalo, per non conoscersi una statua di bronzo rappresentante Giove più antica di quella lavorata da un Reggino contemporaneo di quel celebre artista (795). Senza ammettere queste favole, poiché favoloso è lo stesso Dedalo, non par dubbio che innanzi l’arrivo de' Calcidesi, già abbastanza remoto, questa parte della Brezia era già abitata da’ Sicoli e da' Morgeti, a' quali si può molto probabilmente attribuire la fondazione di Reggio, accresciuta da una colonia di Liparoti, per la favolosa fondazione di Giocaste. Un ch. archeologo ne riporta la greca denominazione e l’origine primitiva ad un’epoca non molto lontana dalla grande convulsione vulcanica che dall’Italia separava la Sicilia (796); ma, oltreché tale separazione è negata da' moderni geologi, come più a lungo dirò parlando dell’isola, è malagevole il persuadersi che que’ popoli antichissimi un avvenimento conghietturassero, del quale non vi è traccia negli scrittori greci prima di Eschilo, il quale il primo avvisavasi che Reggio fosse nome greco, ed accennasse alla separazione (ἀπορραγῆναι) del suo territorio dalla Sicilia per effetto di un cataclisma (797). È perciò che, dubitando Strabone di tale etimologia, vide piuttosto nel nome della città (Ρήγιον) un’allusione alla sua bellezza, per la quale i Lucani vollero nominarla con latino vocabolo città regia (798). Alcuni moderni scrittori ancora negando l’origine greca del nome di Reggio, lo derivarono dall’orientale REC, cioè Re, immaginandolo originato da un fatto storico a noi sconosciuto, e orientali perciò ne davano a credere i primi fondatori (799); ma, non vi essendo certezza in tali conghietture, lascio che altri se ne persuada, come non mi persuado che de' primi abitatori di questa città intendesse parlare Gioseffo Flavio sotto il nome di Aschenazei, stirpe de' Gomeriti (800), i quali ne sarebbero stati secondo altri scrittori i fondatori primitivi (801); perché con meglio avvisati geografi sono da riferire all’Ascania, regione dell'Asia Minore, la quale stendevasi al di là del fiume e del lago Ascanio, tra il mare, il fiume Sangar e il monte Olimpo (802).

Ma per passare ad altre tradizioni più certe e meno remote, fu la città fondata da’ Calcidesi, i quali, essendosi in tempo di carestia decimati e consecrati ad Apollo, da Delfo si trasferirono a questo Udo insieme ad alcuni di Delfo (803). Eraclide Pontico racconta ancora che i Calcidesi, levatisi dall’Euripo per la fame, navigarono a questa volta, prendendo seco dal Peloponneso anche i Messenii rifuggiti a Maciste nella Trifilia per la violazione delle vergini Spartane (804), accorse alla festa di Diana Limnatide (805). Riuniti i due popoli, fondavano Reggio nel luogo accennato loro dall'oracolo, non più di un anno forse dopo di quel fatto, ossia nel 1.° anno dell’Ol. XIX, 812 a. C. (806), nel quale perdeva la vita il re di Sparta Teleclo, che impediva indarno a' giovini Messenii dal violare quelle vergini; e perché il più gran numero di que’ banditi, fu di Calcide all’Eubea, questa città come Calcidese è riguardata egualmente da altri antichi scrittori (807). Verso il 723 a. C. vi sopravvenne sotto la condotta di Alcidamide una nuova colonia di Messenii, i quali dopo la morte del loro re Aristodemo e la distruzione d’Itome per opera de' Lacedemoni (808), preferendo il volontario esiglio ad una vergognosa schiavitù, vennero a riunirsi a' loro compatrioti. Alcuni Calcidesi, per la precedente alleanza co' Messenii, presero anche parte a questa seconda colonia, perché gli Zauclei, dice Antioco, fecero venire i Calcidesi, e capo della loro colonia fu Antimnesto (809).

Una terza colonia ancora, del pari di Messenii, e più numerosa delle precedenti, compì d’innalzare Reggio a quel grado di possanza che ci ricordano gli storici. Dopo che la città d'Ira fu presa da' Lacedemoni, e finì la seconda guerra tra questi popoli ed i Messenii nel 1.° anno della XXVIII Olimpiade, i superstiti cittadini, ne’ quali un nobile amore della indipendenza e della libertà sopravviveva a quello della patria perduta, sotto la guida di Manticlo e di Gorgo figliuoli di Aristomene, volevano far vela per l’Italia, per impossessarsi della Sardegna; ma chiamati da Anassila, principe di Reggio, e quarto discendente di Alcidamide, per averne il soccorso contro gli Zanclei, si deliberavano di andarne a' loro connazionali (810). E comeché dopo l’impresa di Anassila, che coll’aiuto de' nuovi venuti vinse gli Zanclei, tanti Messenii rimasero ad abitare a Zancle che ne mutarono il nome in quello di Messene (Messina), buona parte nondimeno dové rimanerne a Reggio, la quale crebbe perciò e di forza e di popolazione, talché in processo di tempo altre città vicine ne vennero popolate (811). I Reggini furono allora retti da un'oligarchia sotto il governo di un capo, scelto sempre nella stirpe de' Messenii, e tal forma di governo durò presso a 200 anni insino a che Anassilao, il secondo di questo nome, usurpò il supremo potere, e si fece tiranno di Reggio verso il 496 a. C. (812).

Ma sotto questo principe, comeché ambizioso, al più alto grado aggiunse il prosperevole stato della città. Impadronitosi di Messana con una parte de' Samii che abbandonata avevano la patria soggiogata da' Persiani (813), affidò il governo di quella ragguardevole città al suo figlio Cleofrone; e, riunite poscia quante soldatesche egli avea, mosse contro i Locresi, di cui avrebbe assediata la città dopo averli debellati, se non fosse stato costretto a soccorrere Terillo, tiranno d’Imera nella Sicilia, di cui aveva sposata la figliuola Cidippe, contro Jerone re di Siracusa (814). Questo principe, il quale ne’ giuochi di Olimpia riportò una vittoria celebrata con un epinicio da Simonide (815), e che colla giustizia, come dice Giustino, contese colla crudeltà degli altri tiranni, regnò 18 anni; e, venuto a morte, elesse principe di Reggio e tutore de' suoi figliuoli Micito suo tesoriere, il quale con somma rettitudine tenne la tutela ed amministrò lo stato. Fondò, come ho detto, la città di Bussento nella Lucania (816); soccorse di milizie i Tarentini nella guerra contro gli Japigii, ed a maggiore splendore avrebbe portato le cose Reggini, se Gelone, ingelosito e della prosperità di que’ popoli e della saviezza di quell’uomo virtuoso, non avesse insinuato a' giovani principi di chiamare a sé i dritti e 'l potere. Micito, poiché ebbe dato il più esatto conto del suo governo, porse l’esempio più specchiato della sua fedeltà e giustizia, e sordo alle istanze de figliuoli di Anassila, che lo pregavano a reggere tuttavia la cosa pubblica, imbarcatosi con quanto aveva di proprio, accompagnato dal favore di tutto il popolo partì di Reggio alla volta di Tegea nell’Arcadia, dove visse onorato il resto de' suoi giorni. Ed oltre queste memorie della sua virtù, lasciò ancora ricordo della sua pietà e splendidezza per le numerose statue che consacrò nel tempio di Giove in Olimpia (817).

Non più di sei anni circa durò il tirannico governo de' figliuoli di Anassila; perché, divisosi il regno, ed uno rimanendo a dominare a Messina, l’altro in Reggio, la loro dissolutezza fu cagione che ne venissero espulsi, ed i Reggini si vindicarono in libertà nel tempo stesso che le città della Sicilia, tolta di mezzo la signoria de' tiranni, repristinarono quasi tutte l’antica forma di repubblica (818). La città nondimeno fu in preda per qualche tempo alle contrarie fazioni, e gl’Imeresi, chiamati in soccorso della parte più debole, s’impadronirono di Reggio (819). Fu allora per avventura che cominciò a governarsi con moderata aristocrazia, non diversamente dalle altre città della Magna Grecia, ed il principio di questo governo, di cui parla Eraclide (820), sembra che cominciasse verso la LXX Olimpiade, quando Caronda di Catania, le cui leggi osservavano i Reggini, diede le sue leggi a' propri concittadini e alle altre città calcidiche dell'Italia e della Sicilia (821). Ma dopo l’incendio del collegio de' Pittagorici a Crotone nel 1.° anno dell’Olimpiade LXXII acquistarono la lor piena autonomia. Quelli che sopravanzarono dall’eccidio procurato da Cilone, si rifugiarono a Reggio (822); e poiché tra le altre città che per mezzo de' Pittagorici furono eccitate alla libertà Giamblico nomina Reggio, dove furono non pochi legislatori (823), i quali altre leggi aggiunsero a quelle di Caronda, è da credere che allora propriamente cominciasse a reggersi a popolo (824); ed a quest'epoca egli sembra che appartenga il seguente marmo, de' più antichi di questa insigne città, perché verun nome romano, come negli altri, non vi s’incontra, e da esso si raccoglie che quattro erano gli Arconti che il magistrato supremo ne componevano (825):

ΑΡΧΟΝΤΩΝ ΔΕ

ΝΙΚΑΝΔΡΟΥ ΤΟΥ ΛΕΥΚΙΟΥ

ΣΙΜΜΑΧΟΥ ΤΟΥ ΗΡΑΚΛΗΤΟΥ

ΦΙΛΑΚΟΥ ΤΟΥ ΦΙΛΙΣΤΙΩΝΟΣ

ΚΡΑΤΙΠΠΟΥ ΤΟΥ ΚΡΑΤΙΜΠΟΥ

ΤΟ ΚΟΙΝΟΝ ΤΩΝ ΠΕΡΙ ΤΟΝ ΔΙΟΝΥΣΟΝ

ΤΕΧΝΙΤΩΝ ΚΑΙ ΠΡΟΣΕΝΩΝ

ΑΙΝΗΣΟΥΝ ΝΙΚΟΝΟΣ ΤΕΙΣ

ΕΥΝΟΙΑΣ ΕΝΕΚΕΝ ΤΗΣ ΑΥΤΟΥΣ

In onore di Eneso, figliuol di Nicone, la cui statua sorgeva forse sulla base nella quale l’epigrafe fu scolpita, fu l’epigrafe stessa dedicata da' quattro Arconti di Reggio, e segnata ancora dal sodalizio Artefici Dionisiaci (τὸ Κοινον τῶν περὶ τῶν Διονυσον Τεχνιτῶν), musici atleti cioè, tragici, comici, suonatori di flauto, citaredi, pantomini e simili (826), che ne’ certami in onore di Bacco venivano a contesa, del pari che da' Proxeni, magistrati inferiori deputati a dare l’ospitalità, ad aver cura de' viaggiatori e degli stranieri (827). Un altro marmo ancora (828), a quel che sembra, dell’epoca stessa, pose il popolo di Reggio a Nicandro, altro figlio di Nicone, forse di quel celebre atleta di Taso, il quale in ogni sorta di certami da molte città greche ottenne mille e quattrocento corone (829), e la cui gloria non venne meno ne’ figliuoli celebrati da' Reggini.

Ο ΔΑΜΟΣ ΤΩΝ ΡΗΓΙΝΩΝ

ΝΙΚΑΝΔΡΟΝ ΝΙΚΟΝΟΣ ΤΕΙΣ

ΘΕΟΙΣ

Ma, per tornare alle politiche vicende di Reggio, pe’ legami dell’origine comune che la univano alle altre colonie calcidiche nella Sicilia, fece parte con Messana della lega di Nasso, Leontini, Catana ed altri popoli dell’isola contro Siracusa, i Locresi ed altre città doriche. Tali dissensioni davano occasione alla prima spedizione degli Ateniesi (427 a. C.) in aiuto degli alleati; e, fermatasi la flotta nel porto della città, i Reggini si unirono all’oste ateniese (830), essendo già prima l’un popolo stretto in alleanza coll’altro, perché tra' celebri marmi che l’Elgin raccoglieva in Atene una lapida si annovera, nella quale si contiene la formola dell’alleanza tra gli Ateniesi e i Regini, rinnovata nel 4 anno dell'01. LXXVI (831). Ma nella seconda spedizione, che riuscì fatale agli Ateniesi, serbarono una stretta neutralità (832), e la stessa ferma politica seguirono quando Dionigi il vecchio meditava la schiavitù della Sicilia e della Magna Grecia. Perché cominciarono ad osteggiare il tiranno quando videro da lui ridotti in servitù i Nassii e i Catanesi; e, come si fu impadronito di Messana, con buon esercito spedirono a combatterlo Elori, un valoroso bandito di Siracusa, perché quella città fortificando, armavasi contro di loro (833). Soccorsi poscia da una grande flotta di altre città greche, valsero a respingerlo dall’assalto della città nel 3.° anno dell'Ol. XC VII (834). Ma poiché presso Caulonia prospera fu la fortuna delle armi di Dionigi contro gli alleati che comandava Io stesso Elori, mosse due anni dopo contro di Reggio, per vendicarsi dell’ignominiosa offerta della figlia del carnefice quando chiedeva loro in isposa una donzella. Senza aiuti allora e senza schiere sufficienti, si sottomettevano alla dura condizione di contribuire 300 talenti, ed a consegnare le loro navi e 100 ostaggi. Nondimeno, cinta la città di assedio per undici mesi continui, Dionigi non si partì dallo stretto se prima non l’ebbe stremala di cittadini caduti dalla fame, e vendendo all’incanto quelli che non poterono redimersi. La storia ricorda l’eroico valore di Pitone, il governatore della città, e la morte crudele che incontrò per opera del tiranno: i pochi cittadini che camparono dalla fame e dalla guerra furono trasferiti nell'isola, e la città fu data in preda al saccheggio ed alla distruzione (835). Ma, pochi anni dopo, Dionigi il giovine ne ristaurò gran parte, denominandola Febia (836), forse dalla vaghezza della sua situazione e dagli stessi nuovi edifizii che ne accrebbero l’antico splendore. Né andò guari, e Leptine e Calippo Siracusani ne scacciarono il presidio, ed alla città restituirono la sua prima libertà, nel 2.° anno dell’Olimpiade CVII (837); e non prima che giungesse Pirro in Italia i Romani vi mandarono un presidio di 4 mila uomini, richiestine dagli stessi Reggini, i quali erano atterriti e dall’arrivo del re di Epiro, e dalla potenza sul mare de' Cartaginesi. Questo presidio era di Campani, o di Sanniti di Capua, comandati da un Decio Iubellio, tribuno romano; i quali per qualche tempo fedelmente custodirono la città; ma, imitando poi l’esempio de' loro maggiori, che uccisero ad inganno la maggior parte de' più ragguardevoli e doviziosi Capuani per impadronirsi di quella ricca metropoli, e quello più recente ancora de' Campani al soldo di Agatocle, tiranno di Siracusa, che anche per tradimento s’impossessarono di Messina altrettanto fecero coi Reggini, de' quali parte trucidarono, e parte mandarono in bando, facendo proprie le mogli e le sostanze loro. Se non che, pochi anni durò la loro fortuna, e i Reggini la loro calamità tollerarono sino al 483 quando i Romani aspra vendetta presero di que’ scellerati, e le campagne e la città restituirono Reggini (838).

Dall’epoca della presa di Zancle per opera de' Messenii sino alla tirannia di Dionigi di Siracusa, termine della prosperità di Reggio in un periodo di 275 anni, furono battute nella maggior parte le monete di argento di questa celebre e ricca città. Impressi si veggono nelle più antiche i tipi di quelle di Messana, imitati da quelli de' Samii, ciò sono da un lato una testa di leone di faccia, e dall'altro una testa di vitello di profilo, con la leggenda RECION in caratteri molto arcaici. Vedesi in altre da un lato lo stesso tipo del leone, attributo di Apollo, adorato da’ Reggini, e nel lato opposto Giove sedente, talvolta imberbe, o la testa di Apollo laureata con accanto una lira, o un ramo di alloro, e la leggenda ΡΕΓΙΝΟΣ, ΡΗΓΙΝΟΝ, ΡΗΓΙΝΩΝ. E del pari imitate da quelle di Messana per l’amistà che passava tra le due città di una origine comune, sono quelle di un’epoca posteriore, perché presentano dall’uno de' lati una lepre corrente, talvolta con un cane anche corrente, e l’epigrafe retrograda OR, NOIR, e dall’altro la figura di un uomo nudo assiso in un carro tirato da un muletto; medaglie che faceva battere Anassilao dopo la vittoria che ottenne ne’ giuochi d’Olimpia dopo avere introdotta nella Sicilia la razza, delle lepri (839). Di molti e svariati tipi sono le monete di bronzo, e spesso di bella fabbrica, col solito tipo del leone, e con quelli di Apollo, Diana, Fallacie, Esculapio, Igia, Giano imberbe e i Dioscuri, coll’epigrafe ΡΗΓΙΝΩΝ e i simboli a' detti numi relativi, ed anche un grappolo, una clava, una teda, un’ancora, un tridente, una spada, una testa di ariete, un cornucopia, un vase, un fiore di melo granato (βαλαύστιον), un martello, un bucranio (840).

Non guari prima della guerra sociale i tremuoti gran parte atterrarono di Reggio, e reggendola Augusto manchevole di abitatori, dopo che dalla Sicilia ebbe espulso Pompeo, vi lasciò una colonia tolta dalla sua flotta (841). Da ciò forse si derivò alla città il nome di Reggio Iulio (842), anche per distinguersi da altre città omonime, e coll'epiteto di Iuliensi sono anche distinti i Reggini in due lapide, in una delle quali semplicemente si lesse REGINIS IVLIEN, SIBVS, e l’altra è la seguente riferita da molti epigrafisti (843):

T. HERVENVS. T. F. SABINVS TRIVIR. AED

POT. II. TESTAMENTO. LEGAVIT. MUNICIPI

BVS REGINIS IVL, IN PRYTANEO STATVAM

AEREAM MERCVRI. TRVLLAM ARGENTEAM

ANAGLYPTAM P. HS. LARES ARGENTEOS

SEPTEM P. H. S. PELVIM AEREAM CORINTHIAM

ITEM IN TEMPLO APOLLINIS MAIORIS

PVGILLARES MEMBRANACEOS OPERCV

LIS EBOREIS. PYXIDEM EBOREAM. TABV

LAS PICTAS XVIIII

HEREDES EIVS

PONENDA CVRA

VERVNT

I pubblici edifizii che questa città abbellivano, dimostrano che fu tra le più insigni della regione. Oltre del Pritaneo, di remota fondazione, e che vi si conservava sino a' tempi dell'Impero (844), quando i nuovi costumi aveano quasi bandite le antiche istituzioni, due templi vi erano sacri ad Apollo, uno più grande dell'altro (845), un altro dedicato a Venere, del cui celebre simulacro rapito da Verro parla Cicerone (846), ed a crederne un antico compilatore, anche quelli di Giove Olimpio e di Mercurio (847). Quello di Apollo par che fosse più antico di tutti, perché volevasi edificato da Oreste (848), o meglio da' primi fondatori Calcidesi della città, e nel suo splendore si manteneva quando il triumviro T. Erveno Sabino facevalo adornare di XIX tavole dipinte, opera forse di qualche rinomato greco pennello. Da un frammento di marmo ancora, in cui solo si lesse:.... VICI. REGINAE. SACR. si può anche conghietturare che un altro tempio vi fosse dedicato alla Vittoria, al quale con più di ragione riferir si possono i ruderi, tra' quali quel rottame fu scoperto, anziché al Pritaneo, o al tempio di Apollo, come altri scrittori si avvisarono (849). Ma men dubbia memoria di un tempio sacro ad Iside e Serapide verso le mura della città nella parte settentrionale rimase nella seguente epigrafe, scolpita sull’architrave del tempio stesso, e scoperta nel 1789 (850):

ISI ET SERAPI SACRVM

Q. FABIVS TITIANI LIB. INGENVVS SEVIR

AVGVSTALIS FAB. CANDIDA SACRORVM S. P.

Questo tempio fu meno antico degli altri, perché eretto da un sacerdote Augustale, al tempo, o non guari dopo di Tiberio, e dalla iscrizione stessa siamo certi che v’ebbe altresì un tempio sacro ad Augusto, oltre gli altri molli più antichi che ci fanno congetturare le monete della città, che con quelli di Apollo e Diana, principali numi de' Reggini, portano impressi, come ho detto, i tipi di Esculapio, Igia, Pallude, Giano, e de' Dioscuri. Tutti questi templi, de' quali non rimase vestigio, perché distrutti o mutati in chiese cristiane, erano dentro la città; ma fuori delle sue mura eravi quello sacro a Diana, del quale specialmente appresso sarà detto.

Gli altri più notabili pubblici edifizii di Reggio furono il Pritaneo ed il Ginnasio. Congregavasi nel primo il consiglio (βουλη) o il Senato co’ Pritanidi che gli davano il nome, magistrati supremi nelle città greche, come in Atene (851), in Rodi (852), e Corinto, dove furon creati da' Bacchiadi dopo la scacciata del re (777 a. C.), ed aboliti da Cipselo, il quale vi repristinava la tirannide nel 658 (853). I Pritanei, comunissimi nelle città greche della Grecia propria e dell’Asia minore, nelle nostre regioni furono soltanto in Reggio, Taranto e Siracusa; nelle quali città siccome il consiglio rappresentava le tribù, così il consiglio stesso era rappresentato da' Pritanidi, o da' senatori che presiedevano a tutto il Senato, gli uni dopo gli altri (854). I Pritanidi, sempre vigili su' pericoli dello stato, ragunavano il consiglio, ed in certe occasioni anche il popolo, previo nondimeno un programma delle cose da deliberarsi nell'assemblea; ed a pubbliche spese erano alimentati nel Pritaneo, o nel comune edifizio della città a ciò destinato (855) presso la sala del consiglio, ed ove facevano i loro sacrifizii a Vesta, o a Giove βουλαῖος, ο a Minerva βουλαία, cioè consiglieri (856). Si alimentavano ancora nel Pritaneo a pubbliche spese coloro che bene avevano meritato dalla repubblica, come a Cizico, onore che a ragione reputavasi grandissimo (857). Dall'addotta lapida del resto, nella quale si contiene il legato di T. Erveno Sabino, non più antica de primi tempi dell’impero (858), è manifesto che non solo il Pritaneo si conservava in Reggio come nella sua prima floridezza, non ostante le mutate istituzioni, ma in esso ancora si congregavano i magistrati municipali della città, i quali si ebbero in legato una statua in bronzo di Mercurio, da situarsi nel Pritaneo istesso, un vaso di argento cesellato pe’ sacrifizii, sette Lari dello stesso metallo, ed un bacino di bronzo di Corinto. — Il Ginnasio di Reggio è ricordato da Teofrasto, e sull’autorità di questo scrittore anche da Plinio, da' quali sappiamo ch'era situato ove prima era il palagio di Dionisio il vecchio ombreggiato da platani, ch’egli il primo introduceva in Italia (859); e, siccome non è da credere che non vi fosse in età più remota, così è da pensare che i Reggini soltanto altrove lo edificassero, e non solo per l’odio contro la tirannide di Dionigi, ma ancora per l’opportunità del luogo le sue case mutarono in esedre, e de' platani abbellirono il sisto. Poiché del resto gli Ateniesi ad Apollo avevano consecrato il ginnasio (860), presso quello de' Reggini esser doveva similmente il minor tempio di questo nume, che si viene a conoscere dal riferito legato di T. Erveno Sabino, che pur ci rammenta nella città il Pritaneo ne’ tempi romani, e che conferma in certo modo la testimonianza di Strabone, il quale dice che Reggio come Napoli e Taranto si serbò immune dalla barbarie in che caddero le altre città greche delle nostre regioni (861), pel greco idioma che vi rimase inalterato, e per le antiche usanze greche che non vi vennero meno sin sotto l’impero.

Edificata Reggio in una contrada delle più fertili ed amene delle nostre regioni, ed in un angolo dello stupendo bacino tra gli opposti promontorii de' Bruzii e della Sicilia, cinto a guisa di anfiteatro dalle più belle montagne, divenne florida e ricca fin da' primi tempi della sua fondazione. Per effetto del suo governo principesco, non andò compresa tra le celebri repubbliche della Magna Grecia (862), le quali non amavano che l’isopolitia, o le identiche istituzioni e lo stesso reggimento politico. Rivaleggiò nondimeno con le nostre più cospicue città greche, ed oltre all'aver formata una particolare regione da' primi tempi della sua floridezza a quelli de' Romani (863), poche città della Magna Grecia produssero uomini così di grido quanto questa, nella filosofia non solo e nella politica, ma nelle lettere ancora e nelle arti belle. Rimettendo ad altro luogo più acconcio la memoria de' famosi uomini regini, dico solo che lo splendore di questa città si mantenne insino alla decadenza dell’impero, quando divenne metropoli della Brezia (864), e sede del Correttore della Lucania e de' Bruzii (865). Sono note le diverse lapide poste a' Correttori di questa provincia nella città di Salerno (866), ma la seguente scoprivasi a Reggio nel 1577, fuori dell’antica porta della Giudeca alla marina (867):

CORRECTORI LVCANIAE

ET BRITTIORVM

INTEGRITATIS CONSTAN

TIAE MODERATIONIS

ANTISTITI ORDO

POPVLVSQVE REGINORVM

Altre lapide ancora, altre reliquie dell’arte greca di questa celebre città ci rimarrebbero, se le mura, onde fu nuovamente cinta da Ruggiero e nel 1460, non si fossero in parte costrutte di rottami di monumenti antichi, ben facili a riconoscere tra i diversi materiali, i mattoni, e le enormi pietre che le compongono.

33. Promontorio REGGINO, e Tempio di DIANA

Dalla descritta città ebbe nome il prossimo promontorio Reggino, ricordato da Scilace, Tucidide e Giustino (868), e non altro con ogni verisimigliauza che la Punta di Calamizzi, nella quale più si protende la spiaggia. Questo promontorio in origine fu forse detto Artemisio, come quello dell’Eubea, il paese originario de' fondatori di Reggio, così denominato da un tempio sacro ad Artemide o Diana (869). E sul promontorio Reggino in fatti stava del pari un tempio dedicato alla stessa dea, ricordato da Tucidide. Gli Ateniesi vi si accamparono quando movevano a' danni di Siracusa, ed i Reggini li provvedevano di vettovaglie senza farli entrare nella città (870). Le favolose tradizioni ne attribuivano la fondazione ad Oreste, che facevasi navigare a questo lido per espiare l’uccisione della madre (871); ma, in vece dell’eroe, vi giungeva, come ho detto, la colonia de' Calcidesi, dalla quale originavasi la favolosa tradizione. Ne’ primi tempi cristiani vi fu innalzata una chiesa a S. Paolo, e due greche lapide vi furono scoperte, che ci ricordano l’antico tempio, e ch'è pregio dell’opera di qui riferire. Era scolpita la prima sopra una base marmorea, nella quale vedevasi una faretra con sotto un vase da sacrifizio, ed un serpente, che sorgendo da un tripode è nell’atto di libare in una patera; e sotto seguiva l’epigrafe nel seguente modo (872):

ΠΡΥΤΑΝΙΟ. ΕΚ ΤΟΥ ΙΔΙΟΥ· ΚΑΙ · ΑΡΧΩΝ. ΠΕΝΤΑ

ΕΤΗΡΙΚΟΣ CEZ NOΥΜΩΝIOC• CEZ. T. MAТОТРОС

ΣΥΝΠΡΥΤΑNEIC. K. OΡΤΩΡΙΟΣ Κ. Τ. ΒΑΛΒΙΛΛΟΣ· Μ. ΠΕΠΩ

NIOC M. Τ. ΠΟΥΛΧΕΡ· Μ. ΚΟΡΝΗΛΙΟΣ. Μ. Τ. ΜΑΡΤΙΑΛΙΣ

ΙΕΡΟΣΚΟΠΟΙ MANIOC• ΚΟΡΝΗΛΙΟΣ. ΟΥΗΡΟΣ Γ. ΑΝΤΩΝΙΟΣ

ΘΥΤΗΣ· ΙΕΡΟСАЛПІСТНС• Γ. ΙΟΥΛΙΟΣ PEFINOC• IEPΟΚΗρυξ

Γ. ΚΑΛΠΟΥΡΝΙΟΣ· ΟTHPOC. 1EΡΟΠΑΡΕΚΤΗΣ Κ. ΚΑΙΚΙΛΙΟΣ

ΡΕΓΙΝΟΣ. TAMIAC ΜΕΛΙΦΘΟΝΓΟΣ ΜΑΤΟΥΡΟΥ (ΠΟΛΔΑΥΛΗΣ

ΝΑΤΑΛΙΣ ΚΑΠΝΑΥΓΗΣ. ΕΛΙΚΩΝ ΜΑΤΟΥΡΟΥ Μ· ΑΠΡΟΣ ΖΩΣΙΜΟΣ

Comeché non si possa assegnarne la precisa epoca, da' nomi, pronomi e cognomi romani che nella lapida si leggono, non è dubbio nondimeno che fu scolpita al tempo della romana Repubblica; e da' simboli che vi si veggono è pur manifesto che si riferisce al culto di Apollo e Diana, numi tutelari della città, ai quali essendosi offerto un sacrifizio, erane serbata memoria nella stessa lapida (873). L’altra iscrizione, scoperta nel sito stesso non prima del 1818, è scolpita in un marmo, il quale presenta a basso rilievo la fronte di un tempio, quello stesso di Diana, perché ha sull’architrave una luna falcata, e sotto di esso tra due colonne un tripode: negli angoli superiori della tavola si veggono una patera ed un prefericolo, e sotto la base l’epigrafe, ch'è la seguente:

ΠΡΙΤΑΝΙΟ ΚΑΙ ΑΡΧΩΝ ΕΚ ΤΩΝ ΙΔΙΩΝ· Γ. ΠΟΠΙΛΛΙΟΣ

ΙΟΥΛΙΑΝΟΣC• ΟΥΝΠΡΥΤΑΝΕΙΟ Γ. ΠΟΠΙΛΛΙΟΣ. Γ. Τ. ΦΡΕ....

EINOC. T. BETTIOC ΔΟΜΙΤΙΑΝOC. MANTIC• Γ. ΝΟΥΜΩ

NIOC KEΡΕΑΛΗΣ ΙΕΡΟΚΗΡΥ3• Γ. ΙΟΥΛΙΟΣ CΥΝΤΡΟΦΙΑΝΟC

σπονδαυΛΗΣ KTHTOC ΚΑΠΝΑΥΓΑΙ· ΒΡΤΑΝΘΟΣ ΦΗΣ

τος· ταμιας· ΕΠΙΤΤΝΧΑΝΟΣ ΙΟΥΛΙΑΝΟΥ

Questo mutilo marmo, già pubblicato e supplito da varii archeologi (874), ora si serba nelle stanze della biblioteca di Reggio, e da' nomi di coloro, a cura de' quali qualche ristauro fu fatto al tempio, e sopratutto da quello di T. Vezzio Domiziano, è manifesto che non può essere più antico de' primi tempi dell’Impero, quando il tempio cominciava a decadere, e che io credo non distrutto da' barbari con gli altri templi della città, come alcuni scrivono, ma mutato nella chiesa di S. Paolo, caduta da gran tempo per vetustà, e in sulla rada de' Giunchi, presso alla quale il detto tempio fu innalzato (875).

34. Promontorio BRUZIO (Bruttium Promontorium)

Dopo la punta di Calamizzi si avanza sul mare il capo Pellaro, così detto dal villaggio dello stesso nome, distante 6 miglia in circa da Reggio. Con quest'altro promontorio, dopo essersi molto slargato, alquanto di nuovo si restringe lo stretto siciliano, e poiché è la più sporgente di tutte le punte della costa, egli sembra che corrisponda al promontorio Bruzio degli antichi (876), che dotti geografi credevano anche lo stesso che il Capo dell’Armi (877), il quale vien dopo, e ch'è il vero termine della penisola dalla parte dello stretto e del mare siciliano.

35. Promontorio LEUCOPETRA, e Villa di P. VALERIO

A 100 stadii, ossia 12 e più miglia da Reggio, Strabone, Plinio ed altri geografi (878) pongono il promontorio Leucopetra, così detto dalla bianchezza della sua formazione calcarea. Che che in contrario ne dicano alcuni topografi, è l’odierno Capo dell'Armi (879), ultimo termine della principale catena dell’Appennino, perché in fatti la costa che dal promontorio Cenide riguarda il mezzodì, è rivolta all’oriente dopo che si passa questo promontorio. Il quale è così situato sul lido, che il mare lo bagna, e circa un miglio e mezzo si stende lungo la spiaggia, colla base profondandosi nelle acque. Si eleva, a quel che stimasi, all’altezza di 400 palmi, e da cima a fondo in sul lido tutto rovinato si vede per tagli a picco, in guisa che a non molta distanza si presenta in forma di un antico grandioso edilizio, costrutto a lunghi e grossi quadroni; né recenti sono da credere tali rovine, ma di età remotissima, e tutta levigata e liscia se ne vede la superficie, così ridotta forse dall'urto continuo delle onde, quando il mare vi si alzava ad un molto superiore livello. Come l’estremità delle vicine montagne, è formato di sabbia calcarea indurita, ripiena di testacei petrificati, e disposta a strati orizzontali inclinanti verso il mare; e, come nella costa del canale di Messina, la breccia vi si forma in breve tempo al lido, ove i ciottoli agglutinati si veggono con cemento calcare, e depositati in copia dalle acque marine. Le onde, battendo il promontorio alla punta delle Armi, d’onde ha il nome, vi ha prodotto scoscendimenti che scovrono lo spaccato interno e i diversi strati ond’è composto. Dalla vetta alla base queste rocce hanno più di 250 piedi d’inclinazione perpendicolare, e i loro strati regolari e simmetrici paiono attestare che questa montagna fu tagliata e disgiunta in epoche sconosciute da una catena di altre montagne più estese. Ma tali considerazioni lasciando a' geologi, aggiungo solo per l’antica topografia che presso questo promontorio fu la villa di P. Valerio, familiare e compagno di Cicerone nel suo viaggio dopo l’uccisione di Cesare, nella quale l’oratore trattenevasi nel 710, quando imbarcatosi in Sicilia per passare nella Grecia fu da' contrarii venti trasportato a questo promontorio (880), dove forse era ancora qualche piccolo porto, perché quello di Reggio tra la punta di Calamizzi si distendeva e la così detta rada de giunchi, la quale offre tuttavia un comodo ancoraggio. Di questa villa rimangono appena pochi ruderi con alcune reliquie di bagni nel villaggio di Lazzaro, a breve distanza da quello di Pellaro.

36. Fiume ALECE (Αληξ, Halex fluv.)

Comeché Dionigi Periegete ponga l’ultimo termine del paese de' Bruzii nel promontorio Leucopetra (881), prolungavasi nondimeno più oltre sino alla profonda valle del fiume Alece, il quale propriamente divideva l’agro de Reggini da quello de' Locresi (882). Ora è detto Alice, e nascendo nelle vicinanze di Ripudi e Roccaforte tra i monti Zambelli e Loffi, mette foce nel mare dopo il corso di circa 25 miglia, quasi alla metà del Capo dell’Armi. È fiume pescoso, e celebre presso gli antichi per la pretesa singolarità delle cicale, che mentre stridevano sulla riva locrese, erano senza voce su quella di Reggio (883). Senza credere Strabone che per Ercole bramoso di sonno, travagliato pel faticoso viaggio per queste contrade, i numi per sempre le facessero ammutolire, ne dava la ragione fisica dicendo, che le une si trovavano in luoghi ombrosi, e le altre erano soleggiate (884). Ora stridono bene sull’una come sull’altra riva, e non è da stupire degli antichi, se sparse di favole ci lasciarono le loro grandi lezioni, perché la favola è una condizione dell’umanità, ed un racconto analogo potrei citare delle rondinelle che non si veggono in una delle nostre città, perché scacciate per sempre, dice il volgo, da un esule famoso e di santa vita, a cui turbavano la quiete. Compita del resto con questo fiume la descrizione della Brezia nella parte littorana, passerò ora a quella de' luoghi mediterranei, seguendo lo stesso ordine topografico, e riconducendomi perciò verso la parte stessa d’onde l’ho principiata.

IV. — 1. SIFEO (Syphacum)

Cominciando a descrivere le città mediterranee de' Bruzii da' confini della Lucania, la prima che s’incontra secondo l’ordine topografico è Sifeo, appena ricordata da Livio, dal quale è noto che con altre piccole città della regione dalle parti di Annibale passò all’amicizia de' Romani nel 549 (885). Non essendovene altra rimembranza negli antichi scrittori, sconosciuta ne è l’origine; ma l’analogia del suo nome con quello di Sife, antica e rinomata città della Tespiaca nella Beozia (886), fa suppormi di leggieri che venne fondata dalla stessa colonia de' Beozii, che si stabilì nella vicina Lucania, dove altri nomi simili riprodusse delle città patrie. Poiché gli scrittori calabresi dicono l’odierna Castrovillari accresciuta dalle rovine di Grumento e Sifeo (887), esser doveva la seconda di queste città nelle vicinanze, se non nell’area stessa di Castrovillari, e che tale opinione preferir si debba a quella dell’Holstein, il quale situavala piuttosto a Montalto (888), si raccoglie non solo dalla testimonianza di un greco diploma dell’archivio della città detta, ma dalle antiche rovine ancora da non guari tempo scoverte in quelle vicinanze. Nel diploma si ricorda un vigneto del territorio della nuova città degli Svevi (Castrovillari) nel luogo ove già fu Sifeo (889); e nelle contrade di S. Domenica e Capodacqua, di là ad un miglio, sono venuti fuori avanzi di antiche fabbriche, acquidotti e sepolcri con vasi che ivi dimostrano una città greca, monete ed altre anticaglie; ed in occasione de' lavori fatti perla nuova strada che attraversa S. Domenica, quasi ad ogni passo ed a piccola profondità, si scoprirono nel 1840 avanzi di antiche mura, copiosi rottami, tegoli e mattoni d’insolita grandezza, oltre a moltissime monete imperiali, delle quali la più antica segnava un consolato di Cesare, e la più recente era de' tempi di Probo (890). Ed è anche degno di osservazione che più oltre ancora dell'indicato sito s’incontra Civita, a 4 miglia al di sopra di Cassano, di qua della destra sponda del Raganella, e in retta linea di Castrovillari, dove si può forse supporre il vero sito di Sifeo.

2. PLATEA (Πλαταιαῖ, Plateae)

I topografi patrii e stranieri nessuna menzione hanno fatta di quest’altra città di antichissima fondazione (891), tuttoché ne rimanga chiara rimembranza nel periplo di Scilace. Questo antico geografo è l’unico scrittore che faccia menzione de' suoi popoli col nome di Plateesi, che situò in sulla spiaggia tra Pandosia e Terina (892), e che attribuì alla Lucania, perché scrisse il suo periplo innanzi che i Brusii comparissero nella storia. Osservando il Cluverio che nessun altro geografo o storico ricordò questi popoli greci nella detta regione, si avvisò di leggere nel testo di Scilace Πλατειεῶν in vece di Πλαταιεις, e credè che i Plateesi della Beozia furono i fondatori della colonia di Pandosia (893). Secondo questa opinione, approvata da un moderno archeologo, si terrebbe alla Lucania o alla Brezia una città di Platea, comeché non si neghi che ben vi giunsero i Plateesi, e vi si stabilirono nell’epoca di già altrove indicata (894). Ma non approvando il Mazocchi tal cambiamento di lezione nel geografo di Carianda, ben la ritenne, per non essere veramente raro negli antichi scrittori di designarsi col nome stesso la città e i propri abitatori, come in fatti si osserva di Locri, Leontini e simili (895). Niente può dirsi delle vicende di questa città, la quale forse mancò non guari dopo l’età di Scilace, per non esservene memoria in nessun altro scrittore. Forse ancora i suoi popoli si tramutarono in Pandosia) città più importante di questa regione; ma vana è ogni conghiettura in tanta distanza di tempi e nel silenzio de' geografi e degli storici. Difficile è perciò assegnarne la situazione, per la quale nessuna conghiettura propose il Mazocchi; ma egli sembra che fosse stata a Plataci, or casale del contado di Cerchiava, e nella direzione di Castrovillari o di Civita, dove ho detto situata Sife o Sifeo, altra colonia de' Beozii. Convengo che tal situazione sarebbe contraria alla testimonianza di Scilace, il quale ponevala in sull’opposta spiaggia; ma erronea è pure la situazione di Pandosia secondo questo geografo, e l’odierna denominazione di Plataci è qualche cosa per indicarcene la più verisimile posizione.

3. SESTIO (Σέστιον)

Se oscura in certo modo è da dirsi la situazione delle due già descritte città de' Brezii, oscurissima è la topografia della maggior parte delle altre città mediterranee che mi rimangono a ricordare, e tra queste si annovera Sestio. E ben da credere che fosse stata nella parte interna del paese, come Stefano Bizantino la descrive; ma dal suo nome latino molto antica non la reputo, né perciò da attribuirsi agli Enotria come lo stesso geografo scrive (896). Dove fosse situata è affatto ignoto, e solo può dirsi non lontana dal vero la congettura del Barri, che corrispondesse all'odierna Saracena (897), perché, denominata Sestio da che era forse posta al sesto miglio da Sifeo, a tale distanza presso a poco Saracena trovasi lontana da Castrovillari.

4. ΝΙΝΕΑ (Νίναια)

All’opposto di Sestio, fu Ninea di molto remota fondazione, attribuendosi agli Enotri da uno de' più antichi storici e geografi greci (898), e più probabilmente ancora ebbe l’origine da’ Pelasgi, a giudicarne dalla quasi omonima città di Ninoe nella Caria, fondata da' Pelasgi Lelegi (899). Qual ragione si avesse il Barri di situarla a S. Donato (900), quasi tra Acquaformosa e Policastrello, se non fosse la tradizione, io non so dire; ma, per la mancanza forse di altre memorie, non trovo alcuno scrittore che lo contraddica.

5. BALBIA (Balbia)

Il solo Plinio ci lasciò memoria di quest’altra città. della Brezia situata certamente anche nella parte mediterranea della regione, perché la nominò congiuntamente a Tempsa e Consenzia tra le città remote dal mare Ausonio, produttrici di pregiati vini (901). I vini balbini sono del pari celebrati da altri antichi scrittori, e l’origine greca della città può sostenersi colla memoria di Pollide di Argo,che il primo ne trasportava le viti a Siracusa (902). Senza crederla mancata, o distrutta ne’ secoli di mezzo, gli scrittori calabresi pongono Balbia nel sito stesso di Altamente (903), già detta Braello o Bragallo, ed anche Alto fiume nel 1337 da Filippo Sangineta (904).

6. INTERAMNIO (Interamnium)

A XXVIII miglia da Nerulo nella Tavola Peutingerana è segnato Interamnio (905), villaggio o grossa borgata de' Brezii che come altre celebri città omonime fu così detta dalla sua posizione tra due fiumi. Non si sa comprendere come il diligente Holstein, senza tener ragione del corso della strada che dalla detta città di Nerulo ne’ confini della Lucania giugneva dopo l’indicata distanza ad Interamnio, questa borgata situasse a Saponara (906), molte miglia prima che arrivasse alla stessa Nerulo. La distanza segnata nella Tavola coincide nell’odierna Fermo o Firmo presso Altomonte, e comeché altra ragione non vi sia per credere ivi posto Interamnio, vi è nondimeno la sua situazione tra due influenti del Coscile, il fiumicello di Altomonte e 'l fiume Tiro (907).

7. ARTEMISIO (Αρτεμίσιον, Artemisium)

Ricordavano quest’altra città mediterranea degli Enotri Ecateo Milesio e Filisto di Siracusa, l’uno nella sua periegesi dell’Europa, l’altro nelle sue storie al tempo di Dionigi (908). Non par dubbio che prendesse il nome dal culto di Artemide o Diana; ma, non essendo nominata da alcun altro geografo o storico meno antico, egli sembra che mancasse prima che gli stessi Brezii comparissero nella storia; e vana cosa è perciò volerne indovinare il sito, comeché dal Barri si supponesse nelle vicinanze di S. Agata (909).

8. VERGE (Vergae)

Seguendo l’ordine topografico de' luoghi odierni della Calabria, e l’opinione de' più dotti scrittori che in queste ricerche mi hanno preceduto, dopo le descritte città o grosse borgate de' Brezii seguirebbe Verge, nominata dal solo Livio nell'accennare le ignobili popolazioni che verso la fine della seconda guerra cartaginese si diedero a' Romani (910). Il Barri, seguito dall’Holstein, situavala a Raggiano (911); ma, a seguire l’analogia del nome, sarebbe stata piuttosto a molto maggiore distanza, a Verzino o Verzini, che l’Alberti nomina anche Vergini.

9. CAPRASE, o CAPRASIA (Caprasac, Caprasia)

A XXI miglia dalla stazione sotto Murano così l’Itinerario di Antonino, come la Tavola Peutingerana segnano Caprase o Caprasia (912), con nome analogo ad una delle bocche del Po (913). Fu la sede di qualche altra piccola ed oscura popolazione de' Brezii, e dal suo nome non greco si può dire di non remota fondazione. Dall'indicata distanza, dalla quale si viene anche a riconoscere ch'era a XIX miglia da Interamnio, si è creduta a Tarsia, ed anche a Casello più dappresso a Raggiano (914).

10. ARGENTANO (Argentanum)

A Caprasia seguiva a non molta distanza Argentano, se è da credere sorta dalle sue rovine l’odierna città di S. Marco, come gli scrittori Calabresi assicurano (915); ma, senza che affermar se ne possa la precisa situazione, appena è noto che come altre città vicine si diede volontariamente al Console Caio Servilio in sul finire della guerra cartaginese (916), e ch’ebbe a mancare nel medio evo, poiché Plinio ne ricorda gli abitatori col nome di Argentini, ma forse con errore, nella II regione d’Italia (917).

11. BESIDIE (Besidiae)

A X miglia in circa da Caprasia, nell’umbilico della regione, ma fuori della grande strada che dentro terra l’attraversava, tutti i topografi convengono che sorgesse Besidie, ricordata da Livio tra le piccole città che si diedero a' Romani verso la fine della guerra Cartaginese (918), e che ad un dotto critico è parata la stessa che Badiza, da Polibio attribuita a' Brezii (919). A confrontarne il nome con una città di Besida nella Spagna (920), la vera lezione sarebbe quella di Livio; e dall’analogia di tal nome da tutti i topografi si conviene che altra non fosse che l'odierna Bisignano.

12. ACRA (Α'κρα)

Al sudest di Besidie sorgeva la città di Aera, che tra altre dieci città omonime Stefano Bizantino attribuì all’Italia (921), la regione primitiva di questo nome che si estese negli stessi limiti dell'Enotria. Nel suo nome è manifesta la sua origine greca, e non fa d’uopo di autorità o conghiettura per riconoscerla nell'odierna Acri, terra popolosa a 6 miglia da Bisignano, ed alla sponda del fiume Mucone, influente del Crati, la quale per l'elevatezza della sua posizione conferma il suo antico nome.

13. ETRICOLO (Hetriculum)

Le descritte città erano più dentro terra; ma più dappresso alla costa fu Etricolo, altra oscura città de' Brezii, che dal nome almeno non può sostenersi di greca fondazione. Al pari delle altre città già ricordate, inclinò alle parti de' Romani al venir meno della fortuna di Annibale (922), e solo per certa analogia del nome, io credo, si è sostenuto che corrisponda all’odierna piccola terra di Lattarico (923).

14. ERIMO, O ERINEO (Ε'ριμον, Ε'ρινεὸς)

Seguiva a non molta distanza Erimo, ricordata da Ecateo nella regione mediterranea degli Enotri (924), e forse la stessa che Erineo che Stefano Bizantino attribuisce all’Italia (925). A supporre sotto questi due nomi indicata una città istessa, ed alla lezione Εριμον, che nulla dinota nel greco idioma, preferendo Ε'ρίνεος che vuol dir fico selvaggio, non è dubbio che venne edificata da' Greci primitivi che in questa regione si stabilirono, anche perché altre città omonime furono nella Grecia propria, nell’Acaja cioè e nella Tessaglia (926), né io dubito perciò che questa dell'Enotria fu fondata da’ Pelasgi. Ma, che che da altri voglia dirsene, ignota ne è la situazione, né io so per qual ragione dagli scrittori calabresi si ponesse nell'odierna Regina.

15. UFFUGO (Uffugum)

Sempre più accostandoci alla città capitale della regione, alle città già descritte sarebbe seguita Uffugo, dopo di Consentia nominata appunto da Livio tra quelle che si davano a' Romani nel 549 (927). Senza conoscere una lapidaci Barri ponevala nell’odierna Montalto, e questa lapida che di tale situazione ci assicura, par che sia anche una pruova in conferma della probabile situazione della maggior parte almeno di queste oscure città dell Enotria, e della Brezia. È riferita dal Muratori, ed è la seguente (928):

Ι. Ο. Μ.

IVN. REG. PALLAD. INVIC.

NEPT. RED. HERC. VICT

D. D. Q. IMM. ET GEN. LOCI

ORDO ED PLEBS VFFVG.

V. S. L. M

Che questa città fu tuttavia abitata ne’ tempi dell'Impero si raccoglie dal seguente titolo sepolcrale scolpito sopra un’urna cineraria marmorea lavorata con eleganza, e presso di Montalto scoperta (929):

D. M.

L. AVRELIO STEPH.

PROC. AVG. HEREDIS

AVGVSTI

16. ARINTA, o ARIANTA (Αρίνθη, Arintha)

Dopo di Uffugo incontravasi Arinta, da Ecateo attribuita anche all’Enotria (930), e però città di greca fondazione, e delle più antiche della regione. Era posta secondo questo storico tra due fiumi, ed egli sembra la stessa che Arianta, sulla testimonianza di Erodiano ricordata anche come città degli Enotri da Stefano Bizantino che cita lo stesso Ecateo (931). Certo è che altrove non può riconoscersi che nell’odierna grossa terra dì Rende, non solo per la manifesta analogia del nome, ma ancora pe’ due fiumi che la circondano, l’Emula ed il Sordo, che confermano la descrizione di Ecateo. Se non che, per l’analogia stessa de' nomi, ed a considerare come città diverse Arinta ed Arianta, una delle due considerar si potrebbe nell’odierna Colico, presso di cui scorre il fiumicello Arinta, che si scarica nel Crati.

17. CONSENZIA, o COSENZIA (Κωσεντία, Consentia)

Dopo XXVIII miglia da Caprasia seguiva Consentia (932), celebre metropoli della regione (933). Edificata appiè d’uno de' più alti monti, e da altre montagne cinta, a 6 miglia dalle sue fonti il Crati la bagna, e per mezzo vi scorre il Basento. Il più degli scrittori credono, ma senza alcuna autorità o probabilità che fosse stata fondata dagli Enotri (934), altri che noi fu né da' Greci né da' Lucani, ma dagli stessi Brezii; ma, preesistendo forse all’arrivo delle più antiche colonie elleniche ed all’occupazione de' Lucani, fu primamente fondata da’ Pelasgi, e inclino molto a crederlo a cagione del suo nome analogo a quello di Consinto, città della Macedonia (935), paese di civiltà antichissima. Vero è che Strabone la nomina Kασεντία, ma la città stessa fuori d’Italia che fu anche abitata da' Pelasgi, è anche detta Cosinto (936). Il perché, ritenendo pel primitivo nome della città quello di Consenti a o Cosentia, è vano il sostenere che fosse già prima nominata Bretto, come alcuni topografi sostengono coll'autorità di Stefano Bizantino (937), perché come spesso osserviamo immaginati nella storia i fondatori omonimi delle città, così veggiamo questa città o castello primitivo de' Brezii immaginato da qualche antico per ispiegare altramente dalla sua vera origine il nome de' Brezii; ed in proposito di Bretto, favolosa è la città, come altrove ho già detto, e favoloso il suo fondatore, Bretto figlia di Ercole e di Valenzia.

Ma sconosciute sono le vicende di Consenzia insino al 429, quando fu presa da Alessandro re di Epiro, il quale nell’anno stesso in parte vi lasciò il corpo dilaniato, ivi sepolto dalla pietà di una donna. La città era allora già passata nel dominio de' Brezii, comeché Livio, narrando il fatto, l’attribuisca a’ Lucani (938). Nel 536, dopo che Imileone espugnò Petelia, venne Consentia in potere di Annibale per la minore resistenza che v’incontrò (939); ma sul finire della guerra volontariamente si arrese a' Romani con altri minori castelli (940). Più oltre di quest’epoca, nella quale furono i Brezii privati di tutti i loro dritti politici, egli sembra che cessasse dal batter le monete che non senza ragione alcuni scrittori le attribuiscono, perché sebbene portano impresso il nome del popolo, non della città, altrove nondimeno suppor non si possono battute che nella metropoli della regione. Più e più di tali monete descrivono i nummologi, poche di oro, molte di argento, moltissime di bronzo, e tutte non appalesano che il culto delle sommesse colonie elleniche. Sono nelle prime i tipi di Nettuno, Ercole e Giunone nel dritto, co' diversi tipi nel rovescio di Venere sedente sopra un ippocampo, di una Vittoria sopra una biga, o di un uomo nudo stante, che col piè destro sopra un capitello si poggia ad un’asta con la sinistra, e l’epigrafe BRETTIΩN. In quelle di argento, oltre i detti tipi, si notano quelli di Minerva ed Apollo, de' Dioscuri, della Vittoria alata, o stante sopra un’aquila nel dritto, e di Diana, di un’aquila col fulmine, e de' Dioscuri a cavallo (941) nel rovescio con la detta leggenda. E quelle di bronzo in fine hanno nel dritto per lo più i tipi di Giove e di Marte, oltre i più rari di Apollo, Minerva, Cerere, Ercole e della Vittoria coll’epigrafe NIKA nel drittone nel rovescio quelli di Palladen-Bellona, della Vittoria sulla biga, dell’eroe nudo stante in atto di vibrar l’asta (forse il favoloso fondatore Brezii), ed un’aquila, una teda, un tripode, un’arpa, un aratro,una corona di alloro, un tridente, un timone, una poppa di nave, un bucranio, un grappolo, una nottola, una lira, un caduceo, un’ancora, ed una lampade; senza dire degli altri diversi tipi che accompagnano il dritto di tutte queste monete, ciò sono una stella, un’ape, un serpente, un diota, un fulmine, un candelabro, una colomba, una spiga, due globetti, un trofeo (942). Tanta varietà di tipi, e l’uso dell’oro, di cui, in fuori di Metaponto e di Taranto non può vantarsi alcun’altra città della Magna Grecia, provano chiaramente quanto Brezii vincessero in ricchezza i Lucani, di cui sono note soltanto monete di bronzo. Tali medaglie ci mostrano ancora in Consenzia una città popolosa, la quale per esser posta nel centro della regione, ed all’estremità meridionale della spaziosa pianura lungo il corso del fiume Crati, fu sempre acconcia sin dalla sua prima fondazione al sito di una metropoli. Perciò è da credere che fosse destinata sede vescovile anche prima del VI secolo (943). Comeché sia da supporla florida sotto i Romani, ricca di monumenti e di pubblici edilizi!, or non conserva nulla né delle sue antichità, né del suo passato splendore. Non un rottame, non un'epigrafe che ne ricordi la civiltà antica, cd ap pena trovo la seguente lapida che sulla base di una statua i Consentini in Roma innalzavano al Consolare Giulio Agrio Marciano (944):

IVLIO AGRIO TARRVTENIO MARCIANO V. C. ET INL

NOBILITATE. IVSTITIA. ELOQVENTIA. EX CVIVS

COSPICVO. ET. A PRIMO, AETATIS. FLORE

PROBATO. QUAEST. KANDIDATO. PR. LEGATO

COS. SICILIAE. PROCONS. ORIENTIS...

LEGATO. AMPLISSIMI. ORDINIS. TERT. PRAEF

VRBI. IVDICI, SACRARVM. COGNITIONVM

ITERVM. OB. EGREGIA. EIVS. IN SENAT

QVOD. ILLIS. SVMMVS. IN. CVIVS. LOC.....

PER ANNOS. TRIGINTA. SENTENTI..

VETVSTATE, PRAELVCET. EIQVE EN....

HONESTA. SEV. IVSTA. CENSENTI..

NOBILISSIMVS. ORDO. CONSENTI..

STATVAM. MERITA. EIVS, PERPETVA, AETATE

PRIMVS. AGENS. CVM. SVIS

18. Selva BREZIANA, o SILA

Dalle vicinanze della descritta città nel lato meridionale insino al monte dei Reggini (Reginus vertex), l'Aspromonte di oggidì (945), su pe’ gioghi dell’Appennino estendevasi nello spazio 700 stadii, o di 87 e più miglia odierne, la grande selva della Sila (946), celebrata da molti scrittori. Plinio fa cominciarla dopo l’agro di Reggio (947), andando certamente in sopra sin quasi presso Cosenza, e per la sua grande estensione fu appunto contraddistinta da Virgilio coll’epiteto fingente (948). Questa grande foresta somministrò legnami per le loro flotte agli Ateniesi ed a' tiranni della Sicilia. Co’ grandi alberi della Sila Gerone, tiranno di Siracusa, costrusse la sua gran nave descritta da Ateneo (949). E più estese notizie ne abbiamo da Dionigi d’Alicarnasso, il quale dice che i Bruzii nel sottomettersi a' Romani cederono la metà di questa selva, piena di alberi acconci alla costruzione di case e navi, come ad ogni altro bisogno. Perché in copia vi crescevano abeti altissimi e pioppi, e la pingue picea, il pino, e lampio faggio e il frassino, fecondati dalle acque che vi trascorrono, ed ogni altra sorta di alberi, che densa ne’ rami teneva continua l’ombra su la montagna (950). Ne’ primi tempi dell’impero serba vasi forse nella sua primitiva natura, perché Strabone dice ch’era naturalmente bene piantata, ed abbondevole come era di pini, se ne cavava la migliore pece nota agli antichi (951). Né di altrove che da questa selva il papa S. Gregorio Magno provvedevasi di grandi alberi per la basilica di S. Pietro e Paolo nel 602 (952). Copriva questa selva il vasto gruppo di elevate montagne che comincia a formare la catena dell’Appennino verso le fonti del Savuto, nello spingersi più addentro verso il termine della penisola. Questa vasta regione presenta tra monti altissimi estesi altipiani, tutti irrigui come i monti e le colline di limpide sorgenti. Diciassette fiumi,quelli stessi che innaffiano i migliori terreni delle patrie contrade, vi serpeggiano, oltre de' rivoli che vi corrono e se ne diramano. Nel mezzo delle pianure varie catene vi sorgono di lunghe montagnette, le quali dalla cima de' monti appariscono come tanti vortici, che rompendo gli spazii delle pianure formano le valli. Queste montagnette, mentre aprono anch'esse il lor seno ricco di acque in pro delle pianure, godono le aure de' due mari, e si presentano in un aspetto incantevole. In generale si può dire che in Cosenza e Strangoli ha i confini orientali e occidentali, in Longobuco e Catanzaro i settentrionali e meridionali. I faggi, le querce, gli olmi e i castagni vi crescono ne’ bassi siti delle colline, e i pini e gli abeti sulle più alte cime, che in più siti sono sempre ricoverte di neve. Gli estesi pascoli vi alimentano greggie e mandre numerose, ed anche alcuni giardini che producono frutti e vegetabili de' climi settentrionali, vi rinfrancano a chi vi dimora nella state della lontananza dalle città. Pochi Paesi e villaggi s’incontrano nelle sue parti più centrali; ma vi abbondano le capanne e gli abituri, costrutti nel mezzo di quelle alpine solitudini. Per la copia delle acque e per l’amenità del sito, nelle odierne circostanze fisiche della Calabria, non vi è territorio migliore di questo; e la selva, comeché ora ristretta nella lunghezza di 33, e nella larghezza di 23 miglia, tra il corso del Netto e del Crati (953), forma tale specialità nel nostro paese che fra molti altri è da dire veramente meraviglioso.

19. PANDOSIA (Πανδοσία, Pandosia)

A non molta distanza da Consentia sorgeva Pandosia (954), una delle più antiche città della regione, della quale poche rimembranze storiche ci rimangono. Scilace, ch'è il primo a ricordarla, l'annovera tra le città greche della Lucania, e la pone in sulla spiaggia dopo di Elea e prima di Platea e di Terina (955). Ma dentro terra sarebbe stata secondo la descrizione di Strabone, il quale dice, forse secondo le tradizioni locali, che tenevasi per l’antica reggia de' re Enotri (956). Comeché ciò si neghi senza ragione da uno de' nostri storici (957), il suo nome nondimeno, del pari che quello del vicino fiume Acheronte ci dimostrano senza più che venne fondata da Caoni o Tesproti, nella cui regione furono egualmente una città di Pandosia ed il fiume Acheronte (958). L'uno e l'altra erano ne’ mitici luoghi infernali di quella celebre regione, ed il nome di Pandosia suonava nondimeno piacevolmente all'orecchio de' Greci, significando Omnidona per la loro usanza di abbellire con lieti nomi cose tetre ed infauste (959). A considerare del resto l’antichità remotissima di quella dell’Enotria è da tenere come metropoli dell’altra città dello stesso nome presso Eraclea nella Magna Grecia fondata forse anche prima dell’arrivo delle colonie elleniche.

Occupata Pandosia da' Lucani, a' quali l'attribuiscono Scilace e Teopompo (960), passò in processo di tempo in potestà de' Bruzii, a cui l’ascrive Stefano Bizantino (961), e che la possedevano nell'anno di Roma 429. Divenne allora celebre per la morte che nelle sue vicinanze incontrava Alessandro re di Epiro, il quale combatteva i Bruzii in favore delle città greche. L’oracolo Dodoneo aveagli imposto di evitare Pandosia e 'l fiume Acheronte, e credendo egli che intendesse il fiume e la città omonima dell’Epiro, senza pensare all'ambiguità dell’oracolo, si avventurò nella battaglia, e cadde trafitto da un bandito lucano (962). Da' due nomi gentili della città, Πανδοσίνος e Πανδοσίανος, ché Stefano riferisce, si raccoglie che le note monete coll'epigrafe ΠΑΝΔΟΣΙΕΩΝ debbonsi riferire alla sua metropoli nella Tesprozia. Niente altro si sa di Pandosia ne’ susseguenti tempi, se non che nell'età di Strabone era tuttavia una piazza forte (φρουρίον ἐρυμνόν), e se non furono i Saraceni chela diroccarono nel IX secolo, ignota è da dire la sua distruzione al pari del suo sito, in certa guisa tuttavia incerto. Tuttoché il Cluverio non avesse precisamente assegnato il luogo odierno al quale corrispondeva, dichiarava nondimeno che incontrar si doveva sulla spiaggia partendosi da Temesa, e passando per Terina e Cosenza, cioè sull’istmo tra i due golfi di S. Eufemia e Squillace. E notò ancora che presso la sponda del fiume Acheronte doveva sorgere ne’ confini de' Lucani e de' Bruzii secondo la descrizione di Livio (963); e per tale posizione lontana dal vero sarebbe l’opinione de' topografi calabresi, i quali la situano a Castelfranco a 6 miglia da Cosenza (964), poiché non si può altrimenti sostenere che per la vicinanza con la detta città. Gli altri scrittori patrii che la posero ad Anglona, città vescovile distrutta a breve distanza da Montalbano, a' tempi di Federico II ridotta ad un casale (965), ammettendo una sola città di Pandosia, confondevano il sito di quella presso Eraclea con questa che fu Enotria, o nella Brezia. E più probabile perciò egli sembra l'avviso di coloro che ne assegnavano le rovine presso il villaggio di Mendicino tra Cosenza e la marina, per trovarsi colà non solo una collina trivertice secondo la descrizione di Livio, ma anche il fiumicello Arconti, che ricorda l’antico nome di Acheronte (966). E notabile che questo fiumicello, il quale sbocca nel Crati presso Cosenza, è anche detto Maresanto, per la stessa antifrasi, io credo, che s’incontra nel nome di Pandosia, perché ricordava egualmente le infernali regioni. Nel detto sito ancora ad una vasta estensione di terreno tuttavia rimane il nome di Pantusa, ed in esso si sono scoperti sepolcri, lucerne, candelabri, rozzi vasi, idoletti ed altre anticaglie (967). Non lontana da Castelfranco è la detta contrada, e non dovendosi perciò confondere col sito della città antica quello del villaggio, è da dire piuttosto che questo sorgesse nel medio evo dalle rovine di Pandosia.

20. CITERIO (Κυτέριον, Cyterium)

Dalla descritta città capitale della Brezia passando alle altre ivi fondate dagli Enotri o da' Pelasgi, la prima ad incontrarsi secondo l’ordine topografico sarebbe stata Citerio. Parlava di questa città nella sua periegesi Ecateo (968); né sapendosene altro che il nome, è difficile il credere al Barri che sorgesse nel sito dell’odierna Cerisano.

21. MENECINA (Μενεκίνη, Menecine)

Anche Enotria, nella parte mediterranea, fu da Ecateo attribuita quest’altra città (969), senza dubbio di greca fondazione, ad arguirlo, oltre della testimonianza del citato storico, dal suo nome ancora, derivato forse dallo spirito bellicoso de' suoi abitatori. Che si debba riconoscere in Mendicino, a non molta distanza da Ceri sano, non par dubbio dal nome odierno quasi simile all’antico.

22. IXIA, O ASIA (Ι'ξιὰς, Α'σία)

Oltre le città già dette, anche città degli Enotri fu detta Ixia da Ecateo (970), la quale, a crederne un antico lessigrafo, pigliò il nome da un’erba prodotta nel suo suolo (971). Su tale testimonianza si è riconosciuta Ixia a Carolei, che si è sostenuto così detta dalla grande copia dell’erba carlina dal suo agro prodotta; così che il nome latino della città stessa altro non sarebbe che una versione del greco 'Ιξίας (972). Né si sa altro di Ixia o Isia, se non che si è creduta identica ad Asia, che Stefano Bizantino nominò città d'Italia, nel primitivo significato di Enotria (973). Ma più chiara menzione ce ne rimane in Diodoro Sicolo, il quale ne ricorda la valida difesa contro i Romani nella guerra italica o sociale, per modo che furono costretti ad abbandonarne l’assedio, e passare a Reggio (974). Or è noto che il Cluverio sostenne nel citato storico la lezione Α'σία, non approvata dal Wesselingio, il quale leggeva in vece di Ἰσία (975); ma, senza che sostener si possa l’identità d’Ixia con Asia, una rara medaglia incusa, molto simile a quella di Silari pubblicata da Eckhel, che sulla schiena del toro presenta una cicala, conferma la lezione del Cluverio, perché in antichissimi caratteri greci vi si legge ΑΣΙΑ (976). Essendo questa medaglia tutta via inedita, non so che ne parrà ai dotti nummologi; ma, oltre le allegate testimonianze, la geografia e la storia ci spiegano a mio modo di vedere perché una città di Asia fu già nell’Eroina, essendo noto che fu una città di Asia nella Lidia presso il monte Tmolo (977), ed i Pelasgi che dall’Asia minore e dalla Grecia per la Tessaglia e 'l Epiro si trapiantarono nel nostro paese (978), ne riprodussero il nome Enotria.

23. CLITA, o CLETA (Κλήτη, Cleta)

Parlando delle città di Lino e Tillesio nella descrizione della Brezia littorale, ho cennato la favolosa tradizione che ad un’Amazone attribuivano la fondazione come quella di un’altra città, e questa fu Clita o Cleta nella parte mediterranea. Il primo a parlarne fu Licofrone, il quale fa predire a Cassandra la distruzione della città istessa per opera Crotoniati, e soggiunge che nominavasi Cefa con nome identico a quello della intrepida Amazone, da cui fu retta (979). Altre eroine dominatrici della città con lo stesso nome di Cleta vi erano state, secondo l’ignoto autore dell’Etimologico magno, sin dalla sua prima fondazione, la quale avvenne, come scrive Tzetze, dopo la guerra trojana, al sopravvenire nel lido della Brezia dell’Amazone di tal nome, che andava in cerca, per onorarlo di sepolcro, del corpo dell’Amazone Pentesilea, rimasta estinta in quella guerra (980). Senza nulla aggiugnere al racconto di Licofrone, questi scrittori cercavano solo di spiegarlo con tali tradizioni mitiche, e per conoscerne il vero significato basta ricordare, come ho già detto, che giugneva in questa regione una colonia di Beozii e di Locresi i quali oltre la città di Tillesio fondavano anche Cleto, dove l’aristocrazia femminile de' Locresi ebbe dominio (981). Si originava da ciò la favolosa fondazione dell'Amazone, che altrimenti dee tenersi incredibile, a supporre anche vera l’esistenza delle Amazoni. Altra memoria del resto non vi è di Cleto, mancata in tempi così remoti, e solo per conghiettura il Barri scriveva che fosse nell’odierna Pietramala) a poche miglia distante dal sito della descritta città di Tillesio.

24. TIRIO, o TURIO

Quasi nel centro della Brezia poco al di sopra dell'istmo, sorge tra' monti la terra di Tiriolo della quale, comeché di molto remota fondazione, par che non si abbia memoria nell’antica geografia e nella storia. Vero è che il Barri, ad essa terra riferendo la testimonianza di Plutarco, dove parla di Dionigi Calco, uno de' conduttori, come Lampone e Senocrito, della colonia ateniese di Turio (982), non intende la celebre città della Magna Grecia che succedeva a Sibari, sì bene questa nella Brezia, di cui sostiene l'antichità contro i topografi e gli espositori del greco biografa. È vero altresì che i nomi analoghi di Thurium, e Tyrium come dallo stesso scrittore si suppone (983), poterono originare l’equivoco nelle edizioni di Plutarco; ma, anche a convenire in tale opinione, altro non si saprebbe che l’ateniese fondatore della città, non Gerone il familiare di Nicia, come il Barri scrive, senza esserci noti il tempo e l'occasione della greca colonia che si stanziava in questa parte dell'antica Italia Tali cose esser debbono dichiarate, e bene si dichiarano, come io mi penso, ove si sostenga, che una parte di quelli stessi Ateniesi che fondavano Turio nel 1.° anno dell’Olimpiade LXXIV, spatriando dalla nuova città per effetto delle intestine discordie che sopravvennero, condotti da Dionigi Calco, fondassero quest’altra città col nome stesso della metropoli, come i superstiti Sibariti per effetto degli stessi civili trambusti abbandonando la patria andavano a fondare un’altra Sibari sul fiume Traenta (984). Secondo tale supposizione che non parmi inverisimile, il nome della città non fu diverso da quello di Tyrio. Certo è che oltre i ruderi di antichità e i sepolcri presso Tiriolo scoperti, molti vasi e idoletti di oro, argento, e bronzo sono venuti fuori dal suo agro, senza dire delle medaglie greche e romane, e della rara lamina di bronzo che scoprivasi nel 1640 nel cavarsi le fondamenta del palagio baronale (985). In questa lamina si contiene il celebre senatoconsulto dell’abolizione de' Baccanali, e basterebbe per se sola a dimostrare molto antico il luogo dove fu scoperta; ma, a confermare la mia conghiettura, è da aggiugnere che le monete trovate ne’ dintorni di Tiriolo sono soprattutto di Sibari e di Turio, e di altre città della Magna Grecia, come di Locri, Crotone e Taranto, le quali della detta città dimostrano resistenza quando queste altre erano in fiore; e non sono molti anni passati vi si scovrivano ancora molte monete di oro di Filippo e di Alessandro. Poste le quali cose, anziché di altri luoghi detta Brezia, come il dotto cementatore del senatoconsulto si avvisava (986), di questa città di Turio è da intendere l'Agro Teurano che si legge nella detta lamina (987), che perciò è da scrivere più correttamente Thuriano; e dalla lamina stessa ivi posta per decreto del Senato, perché in luogo centrale della Brezia, non è dubbio che la città fioriva nel 566 di Roma, dopo il quale tempo alcuna memoria illustre non se ne ha nell’antica storia.

25. MALANIO (Μαλάνιος, Malanius)

Dopo le descritte città sarebbe seguita secondo l’ordine topografico Malanio, o Melanio, la quale ci è nota dalla sola memoria che ne serbava, come delle altre più antiche, Stefano Bizantino sulla testimonianza di Ecateo, che attribuivala agli Enotri (988); e che si nominasse piuttosto Melanio sostiene il Pinedo, uno de' dotti annotatori del geografo, pel nome gentile Μελάνιος, o Μελάνιευς che Stefano soggiunge (989); ma nessuna differenza è forse da fare tra le due denominazioni, a considerare soprattutto se la città fu cosi detta per avventura dalle greggie (ἀπὸ τῶν μαλῶν) di che abbondava, o anche da' pomi di che era fertile il suo suolo (990). Che che ne sia, il Barri sostenne che questa città corrisponda all’odierna Madia (991); e tuttoché potrà tenersi arbitraria come quella delle altre città degli Enotri la detta situazione, per tutte nondimeno è da osservare, io credo, eh essendo poste, secondo la descrizione di Ecateo, nella parte mediterranea della regione, non altrove suppor si possono edificate che nella zona tra la catena de' monti e la spiaggia del Tirreno, la quale era occupata da altre città littorane; e se non ne rimase vestigio né ricordanza in altri geografi, non fu già perché vennero distrutte, ma perché, sempre abitate da età rimotissime, a piccole borgate erano ridotte al tempo de' Romani.

26. TISIA (Τίσια, Tisia)

Sulla testimonianza dello stesso Ecateo Stefano Bizantino lasciava memoria di quest'altra città che attribuiva all’Italia (992), nell’antico significato di Enotria; ma Appiano ascrivendola a' Bruzii, ci fa sapere che fioriva nel tempo della seconda guerra cartaginese, quando i nemici eserciti se ne disputarono l’occupazione nell’anno di Roma 544. Poiché a' Cartaginesi fu ritolta da' Romani, questi l'abbandonavano all'avvicinarsi di Annibale, e si rifuggivano a Reggio (993). Non sapendosene altro, è malagevole assegnarne il sito; anzi alcuni topografi la confondono con Asia. A voler seguire l'analogia del nome, sarebbe stata a Tessano a non molta distanza da Cosenza; ma come il presidio romano si sarebbe rifuggito nella lontana Reggio! E perciò è da credere che più probabilmente sorgesse a Sitizzano.

27. TAURIANA, o TAUROENTO

Dopo 23 miglia antiche da Vibona (994) sorgeva quest’altra città de' Bruzii detta Tauriana da Pomponio Mela, e Tauroento da Plinio (995). Era posta alle due sponde del fiume Metauro che per mezzo la divideva, e che perciò fu così detto. A crederne una testimonianza di Catone serbata da un antico scoliaste, a tempi remotissimi ne risalirebbe la fondazione, poiché dice la città abitata dagli Achei dopo la distruzione di Troja (996), e non fu fondata probabilmente che dagli stessi Reggini. Sin da' primi secoli cristiani fu sede vescovile di cospicua diocesi. Il suo vescovo più antico, di cui abbiasi memoria, è Paolino, il quale governava la chiesa di Tauriana altrimenti detta Tauri, nel 591 (997); ed al tempo del Vescovo Pietro suo cittadino, che fiorì nel secolo VIII, una parte della città era ormai divenuta inabitabile e deserta per le sofferte sovversioni; ma gli avanzi ne mostravano tuttavia l'antico splendore e la grandezza (998). Trasferitasi nel 1086 dal Conte Ruggiero la sede della Chiesa Vibonese in Mileto, vi aggregò dopo qualche tempo quella di Tauriana, che trovavasi già distrutta dalle scorrerie de' Saraceni della Sicilia (999). Alla sponda del detto fiume se ne veggono tuttavia le grandi rovine nel luogo che ritiene il nome di Traviano (1000), alterato da quello di Tauriano o Tauriana.

28. MAMERZIO (Μαμέρτιον Mamertium)

Dappresso alla descritta selva, alle fonti del Net auro ed a XX miglia da Reggio fu già quest’ultra città de' Bruzii (1001), da Stefano Bizantino detta città d’Italia (1002), e per la sua fondazione non molto remota l’Italia in generale dobbiamo intendere, non la primitiva, sinonimo di Enotria comeché in questa regione appunto era posta. Egli sembra che non fosse in essere prima del IV secolo di Roma, quando i Bruzii che probabilmente l’edificarono, già stendevansi col loro dominio sino a' limiti della sacra selva reggina (1003), sebbene altri scrittori a tempi posteriori ne riportino la fondazione, quando cioè i Sanniti-Campani s’impadronirono di Messina che denominarono Mamerto (1004). Certo è che fu così detta da Mamers (Marte), nume tutelare de' Bruzii non meno che de' Sanniti il quale armato di asta e di scudo si vede effigiato sulle monete che a questa città si attribuiscono. In tali monete si legge la greca epigrafe ΜΑΜΕΡΤΙΝΩΝ, o abbreviata MAMER, e tal fiata anche retrograda ΝΩΝΙΤΡΙΜΑΜ, aggiuntovi in talune il nome del nume (1005), e ve ne ha ancora con quello del popolo (ΒΡΕΤΤΙΩΝ) che dava nome alla regione, per distinguersi da quelle de Mamertini Messenii abitatori di Messina (1006). Nessun’altra memoria ch’io sappia ci rimane di Mamerto, abbandonata o distrutta in tempi sconosciuti. Soltanto per certa analogia del nome del nume a cui fu dedicata, il Barri ne riconosceva il sito nell’odierno Martorano (1007); ma a maggiore distanza situavala il Cluverio, cioè ad Oppido, nelle foci della bassa Sila (1008), ed oltre che tale situazione si accorda meglio col sito che ne accenna Strabone, in quelle vicinanze, e propriamente nel luogo detto Metta si scovrivano verso la fine dello scorso secolo molti avanzi di antichi edifizii, e le rare monete de' Mamertini (1009). Ma dirò appresso nella descrizione della Locride quale altra città io suppongo ivi posta innanzi la fondazione di Mamerzio, de' Bruzii accresciuta di popolazione e di edifizii.

V. Due grandi strade al tempo de' Romani traversavano la Brezia; una più antica, a quel che sembra, e prolungata dall’Appia sulla costa meridionale, l’altra nell’interno del paese, ed entrambe mettevano capo a Reggio. È descritta la prima nella Tavola Peutingerana, e dalla città di Lao, ne’ confini della regione e della Lucania, dopo VIII miglia menava a Cerille, d’onde correva lungo la costa per 133 miglia insino a Reggio (1010). L’altra strada, da Caprasia, a XVI miglia antiche da sotto Murano, giugneva dopo 139 miglia alla Colonna Reggina (1011). Questa medesima strada è descritta nell’altro viaggio del citato Itinerario di Antonino per la Via Appia allo stesso termine della Colonna con un corso di 141 miglia, e diramavasi verso la spiaggia alla città di Vibona Valenzia (1012). Fu questa strada continuata dalla Via Aquilia, ed oltre i romani Itinerarii ne rimase memoria in una lapida, nella quale è detta Trajana Appia, nome che ne manifesta l'età sotto l'impero di Trajano ne’ primi anni del II secolo dell’era cristiana. Questa lapida, da uno de' patrii scrittori senza buone ragioni tenuta apocrifa (1013), fu posta a Roma, e non solo i Bruzii vi sono ricordati, ma anche i Salentini, per la cui regione la strada stessa fu proseguita, del pari che diversi popoli della Brezia e della Magna Grecia, i quali col denaro pubblico vi contribuirono. L’iscrizione, riferita da varii epigrafisti (1014), è la seguente:

EX AV CTORITATE

IMP. CAES. DIVI, NERVAE. FIL

NERVAE. TRAIANI. AVG. GERMA

NICI, DACICI, PARTHICI. PONTIFI

CIS. MAXIMI. TRIBVNIC. POTEST. V

COS. V. P. P. CVRAT. VIARVM

L. LICINIVS. G. F. SVRA. ILLI. VIR. IT

M. IVLIVS. M. F. FRONTO IIII. VIR

T. LAELIVS. Q. F. COCCEIANVS IIII. VIR

SEX. FLAVIVS. L. F. FALTO INI. VIR

CIPPIS TERM……………..

VIAM. TRAIANAM, APP. PER. BRVTTIOS

SALENTINOS. PEC. PVB. CONTVLERE

BRVTTIEI. SALENTINEI, OPPIDATIM

ΝΑΡΕΤΙΝΕΙ, HIPPONIΑΤΕΙ, ΜΑMERTINÉI

RHEGINEI, SCYLLACEI. CAVLONIATAI

LAOMETICEI, TERINAEI. TEMSA

NAEI. LOCREN…………..

THVRIAT………………......

CVR...... MILL...…..........

…………..CC………………….

Che la strada del resto più oltre proseguiva della Colonna reggina, o che un ramo se ne distaccava per giungere indi a XX miglia a Melito, è noto da una colonna miliare scoverta in questo villaggio, con la seguente epigrafe de' primi anni del IV secolo (1015):

D. N.

F. VALER. CONSTANΤΙΝΟ

INVICTO

AVG. BONO OMNIVM

NATVS ET

D. D. D. N. N. N. DELMATIO

CRISPO

ET CONSTANTINO

N. N. N. 0. 0. 0. B. B. B. CAESS.

M. XX

Benché il nome di Decastadio, col quale il detto villaggio è distinto nell'Itinerario di Antonino, accenna alla distanza di 10 sta dii da un luogo sconosciuto, nondimeno alla medesima distanza di XX miglia da Reggio è segnato nell'Itinerario istesso (1016), dal quale si sa pure che a Decastadio metteva capo l’altra strada che da Celiano, ultima città della Daunia ne’ confini della Magna Grecia, passava in questa celebre regione alla città di Eraclea.


XVIII – MAGNA GRECIA

Πρότερου μέν γε καὶ τῆς μεσογαίας πολλὴν ἀφήρηντο (οἱ Ελληνοι), ἀπὸ τῶν Τρωικῶν χρόνου ἀρξάμενοι, καὶ δὲ ἐπι τοσοῦτον ηύξηντο, ὥστε τὴν μεγάλην Ελλάδα ταύτην ἔλεγον.

STRAB. VI, p. 253.

I. Corografia generale della Magna Grecia, e ragioni diverse di tal denominazione. — II. Divisione della stessa in otto piccole regioni, e condizione fisica del paese in cui si contenevano. — III. Abitatori primitivi di queste contrade, e colonie elleniche che vi si stabilirono. — IV. Corografia e topografia della Locride. — 1. Fiume Calcino, o Cecino. — 2. Peripolio. — 3. Promontorio Erculeo. — 4. Promontorio Zefirio, e porto de' Locresi. — 5. Uria, o Orra. — 6. Altano. — 7. Locri. — 8. Fiume Butroto. — 9. Itone. — 10. Malea. — 11. Fiume Locano. — 12. Castello di Minerva. — 13. Subcisivo. — 14. Romechio. — 15. Fiume Sagra. — V. Corografia e topografia della Caulonitide. — 1. Caulonia. — 2. Tempio di Giove Omorio. — 3. Castro Cocinto. — 4. Succeiano. — S. Promontorio Corinto. 6. Cosilino. — VI. Corografia e topografia della Solletica. — 1. Mistia. — 2. Fiume Elleporo, o Eloro — 3. Cecino città — 4. Fiume Cecino. — 5. Arguito. 6. Accampamenti di Annibale. — 7. Settario. — 8. Fiume Crotalo. — 9. Crotalla. — 10. Anfissio. — 11. Fiume Semiro — 12. Fiume Aroca. — 13. Fiume Tergine. — VII. Corografia e topografia della Crotonitide — 1. Promontorii Japigii. — 2. Isolette de' Dioscuri, e di Calipso. — 3. Promontorio Lacinia, e tempio di Giunone Lacinia. — 4. Fiume Esaro — S. Lauretta. — 6. Crotone. — 7. Stagno Melimno. — 8. Monte Metimno. — 9. Siberena. — 10. Fiume Neeto — 11. Cone. — 12. Drio. — 13. Petilia, o Macalla. — ti. Monte Olibano. — 15. Bristacia. — 16. Crimisa, o Crimissa. — 17. Promontorio Crimisa — 18. Fiume Ilia. — VIII. Corografia e topografia della Sibaritide, o Turiatide. — 1. Fiume Traenta. — 2. Roscia, o Rosciano. — 3. Fiume Lusiade. —. Fiume Crati. — 5. Agro Camere. — 6. Seteo. — 7. Sibari. — 8. Turio. —. Fiume Sibari. — 10. Torrenti Gorge ed Eante. — 11. Agro Milanzio. — 12. Gola di Lambula, e Pietra del sangue. — 13. Fiume Cilistarno. — 14. Cosa, o Cossa. — 15. Vicesimo. — 16. Leutarnia. — 17. Fiume Acalandro. — IX. Corografia e topografia della Siritide. — 1. Lugana. — 2. Fiume Siri. — 3. Siri città. — 4. Eraclea. — 5. Pandosia. — 6. Fiume Aciri. —, Corografia e topografia della Metapontica. — 1. Fiume Casuento — 1. Metabo o Metaponto. — XI. Corografia e topografia della regione Tarentina. — 1. Fiume Bradano. — 2. Fane. — 3. Fiume Tara — 4. Taranto. — S. Tumolo di Giacinto. — 6. Palude di datura. — 7. Fiume Galeso. — 8. Ebalia. — 9. S. Satirio o Saturio. — 10. Colle Aulone. — 11. Isole Cheradi. — XII. Strada aperta da' Romani nella Magna Grecia. — XIII. Generali vicende di queste celebri regioni.


I. Seguiva alla Brezia secondo la più ricevuta geografia la parte più nobile, più popolosa e più ricca delle nostre antiche regioni, dir voglio la Magna Grecia, della quale anche dopo tanti secoli di decadenza tuttavia si ripete colle memorie illustri il nome glorioso, che tale rendevano la civiltà incomparabile e le libere istituzioni delle colonie elleniche che vi si trapiantarono. Ma di così rinomata regione, di cui la perduta grandezza rimpiangiamo, ed alla cui floridezza indarno aneliamo, indeterminati sono i confini, ed è singolare che mentre dell’antichissima Enotria e dell’Italia primitiva sappiamo l'estensione (1017), oscuri o mal noti ci sono i precisi limiti della Magna Grecia. Poteva Strabone più degli altri geografi di tali confini darci contezza, ma toccando in generale della varia fortuna degli Elleni e de' popoli che di così bel paese ebbero prima il dominio, dice appena che tanto crebbero le colonie elleniche sulla riva de' due mari insino allo stretto, che denominarono Grande Ellade tutto il paese (1018). Se nessuna confinazione della Magna Grecia troviamo in Strabone, è perché sotto questo nome egli comprese non solo le città greche d’Italia, ma anche quelle della Sicilia; e dalla testimonianza di così dotto geografo si può bene inferire che tali confini non erano definiti. Comeché il contrario sembra raccogliersi da Scimno di Chio, il quale circa mezzo secolo scrisse prima di Strabone, e che la Magna Grecia pone nella parte occidentale d’Italia, facendola cominciare sulla spiaggia dalla città di Terina (1019), tale testimonianza favorisce l’ipotesi che i detti limiti non erano tra gli stessi antichi determinati. Il perché io non so qual fondamento formar possiamo sulle autorità de' geografi meno antichi Plinio e Tolomeo, e più ancora de' diversi sistemi de' moderni intorno a questa non facile ricerca. Ma, per non dipartirmi dalle testimonianze de' geografi già detti, che i moderni archeologi hanno confortate con quelle dello stesso Strabone, e colla numismatica inoltre e i naturali limiti delle contrade in cui si comprendeva, dico che la Magna Grecia fu propriamente ristretta nella piccola parte del nostro paese, divisa ne’ tre golfi di Locri, Scilacio e Taranto, e che cominciando propriamente dalla prima di queste città, aveva termine nel promontorio salentino (1020). Né altrimente per Tolomeo la Magna Grecia fu la fronte d’Italia rivolta all’Ionio, ch’egli nomina Adriatico, come Plinio lo disse Ausonio, limitata da' golfi già detti, e che fa cominciare dal promontorio Zefirio che si appartenne Locresi, e terminare con la città di Taranto (1021). Ed una simile corografia della Magna Grecia, benché in termini generali, ci lasciava Silio Italico, il quale tal nome applicò a tutto il paese che s incurva sul Ionio (1022), quanto a dire alla spiaggia che dal promontorio bruzio corre al salentino. Tale corografia della celebre regione ben corrisponde alla topografia fisica di questa parte del nostro paese, perché quasi da per tutto naturali ne furono i confini, essendo da un lato cinta dal Ionio, dall’altro da' monti, e tutta poi divisa dal corso di numerosi fiumi, ne’ quali, come appresso sarà detto, erano i limiti delle piccole regioni che vi si contenevano.

Ma, se tale fu in genere l’estensione della Magna Grecia, più che da altri rischiarata da' patrii archeologi (1023), da' Greci per lo più detta Grande Ellade (1024), da' Latini spesso Grecia maggiore (1025), e Grecia massima anche da Plinio e Giovanni Crisostomo (1026), non è sì facile affermare perché fu così detta. Se ascoltiamo Scimno di Chio, Strabone ed Ateneo, tal nome meritò per l’accrescimento rapido, la popolazione straordinaria e la floridezza a cui salirono le greche colonie che vi si stanziarono (1027). A non dipartirsi da tali testimonianze, si dovrebbe presumere che il nome di Magna Grecia era già in uso prima di Pitagora, perciocché talune delle greche colonie d’Italia e Sicilia molto prima che il filosofo fiorisse avevano non solo agguagliato, ma anche sorpassato le loro metropoli. Ma un autore citato da Giamblico assicura al contrario che il nome di Magna Grecianon fu dato a tali colonie se non dopo che Pitagora vi fermò la sua scuola, e che si originò dal gran numero di filosofi, legislatori, oratori e poeti dal celebre filosofo ammaestrati, i quali si erano sparsi per le città d'Italia, della Sicilia e della Grecia propria. Ma forse si coglie nel vero, a voler congiungere insieme le due opinioni; ed a simile pensiere si accostava forse Imerio sofista quando scriveva che le colonie ioniche per virtù de' pittagorici studii il nome di vera Grecia acquistarono a' popoli d’Italia (1028); cioè che le nostre regioni, le quali già per le colonie elleniche si nominavano Magna Grecia a cagione della scuola pitagorica si meritarono il nome di vera Grecia, ossia di regioni letterate ed erudite. Se non che, senza trattenermi della strana opinione che la Grecia italica ottenne il nome di Magna, perché fu più estesa della Grecia trasmarina (1029), altramente avvisavasi il Mazocchi. Il quale, riflettendo che in Plauto è menzione di una Grecia minore (1030), che al certo non potè essere la Grecia propria, come tutti i cementatori hanno scritto, per essere della nostra più estesa, trovar si doveva nelle stesse nostre contrade, ed altrove che sulla spiaggia del Ionio, dove fu la Magna Grecia propriamente detta. Ed in vero Cuna, Neapoli con le vicine isole nel Tirreno, e Terina inoltre, Velia Posidonia sul medesimo mare; e Salapia, e Siponto sull’Adriatico con Argirippa e Canusio città mediterranee di una stessa regione, ed Irta nella Japigia, al pari di altre città lungo la costa dal Gargano al promontorio sdentino, tutte furono fondate o occupate da colonie elleniche, per non dire delle colonie più antiche fondate dagli Enotri aCaconi, APelasgi, e da Idomeneo e Diomede, numi archegeti piuttosto che eroici conduttori. Fu questa, dice il Mazocchi, nelle nostre contrade la Grecia minore disseminata e sparsa, la quale sul mar superiore da Adria stendevasi al Capo talentino, e da Cuma sull’inferiore giugneva a Reggio. La quale consistendo in molte colonie spicciolate e divise in diversi lidi, ebbe a cedere alla forza di popoli confinanti, massime de' Sanniti, de' Lucani e de' Bruzii. Poche tra queste appena, lottando sempre coll’altrui prepotenza, poterono risorgere a libertà per breve tempo, per poi passare sotto nuova dominazione, e serbare qualche miserevole avanzo delle antiche istituzioni. E da ciò provenne che col nome di Grecia minore furono tutte insieme contraddistinte, come le altre di più durevole esistenza, che si distendevano dal seno locrese al tarentino, furono dette Grecia Magna o Maggiore (1031). Io non so che di meglio su tale argomento si sia scritto; ma ad allegare testimonianze contro testimonianze, molto dubbia rimane la stessa verisimile opinione del Mazocchi, perché la stessa Grecia minore, la Grecia nostra disseminata e sparsa del celebre archeologo, per altri scrittori, come per Servio e Massimo Tirio, è appunto la Magna Grecia, o la Grecia maggiore (1032). Comeché non di ugual peso, chiare nondimeno appariscono da tali testimonianze le discrepanti sentenze degli antichi; e però, senza starsene ad autorità di scrittori, a spiegare il Niebuhr la ragione del nome di Magna Grecia, più che al fatto delle molte e possenti colonie, ricorreva alla condizione del popolo primitivo divenuto ellenico per effetto delle colonie istesse. Poiché i Pelasgi facilmente s’immedesimarono con gli Elioni, la formazione di un popolo greco sì numeroso nell’Enotria darebbe ragione a giudizio di sì dotto storico del nome di Magna Grecia (1033). Or, ad ammettere tale spiegazione, non si darebbe con alcuni scrittori il torto a Strabone di aver compreso sotto il nome stesso anche la Sicilia (1034), perché i Sicoli, come i Caoni dell’Enotria detta medesima stirpe, divenivano greci nell'Isola coll'abbracciare la lingua e i costumi delle colonie dominatrici (1035). Solo del resto negli scrittori meno antichi, al cui tempo avevano perduto l’indipendenza e lo splendore le celebri repubbliche e regioni con tal nome distinte, veggiamo ricordata la Magna Grecia, poiché non si legge né in Scilace né in Erodoto; ed egli sembra che già in uso al tempo di Pitagora, e certo anche prima, tuttavia durasse nel VI secolo di Roma, come dalla concione si raccoglie che Livio pone in bocca del Console Sulpicio, il quale parlava de' popoli alienatisi da' Romani per seguire le parti di Pirro (1036). Più oltre di allora, che fu l’anno 553, il nome di Magna Grecia non s’incontra che come una illustre memoria, perché cedendo al dominio, e costretti alla lingua ed alle usanze, prima de' rozzi popoli vicini, i Lucani ed i Bruzii, e poscia de' Romani, il nome stesso perderono gli Elleni colta loro indipendenza.

Certo è che come le altre città greche sparse in sn lidi de' nostri mari, la Magna Grecia propriamente detta era divisa in più repubbliche e piccoli stati indipendenti, e non solo è facile distinguerle dalle città autonome che batterono le proprie monete, e che però furono le metropoli di ciascuna regione, ma dagli stessi limiti ancora che a tali regioni si pongono nelle descrizioni de' geografi. Furono queste regioni secondo l’ordine topografico la Locride, la Caulonitide, la Sciletica, la Crotonitide, la Sibaritide o Turiaiide, la Siritide o Eracleotide, la Metapontica, e la regione Tarantina; e per non dipartirmi dal mio proposito innanzi di trattare di ciascuna di esse, qualche cenno darò detta lor condizione geologica.

Toccando in generale de' naturali confini della Magna Grecia ho detto che sono formati dal mare e da' monti, e questi sono in prima la catena dell’Appennino da' limiti della Lucania e detta Brezia nel monte Pollino insino a Tarsia (1037), ove la grande strada abbandona le perpetue montagne calcari per discendere nella vallata del Crati, poi i monti più alti tra i due mari, monti primitivi distinti co' nomi di Cozzo del Pesco, montagne della Porcina, monte Taglialo, e il Cardoneto, lo Spineto, i monti di Tiriolo, e quindi l’Arenoso ed il Coppari, d’onde poi comincia l’altra non interrotta serie di monti, che serpeggiando in queste celebri contrade mettono capo quasi nel mezzo dell'estremità della penisola a Pentedattilo e Melito, e sono noti co' nomi di monte Fama presso S. Stefano del Bosco, monte Locano, e monte Moleti, a cui succedono il monte Zeffiro e l’Aspromonte. Senza ripetere la geologica com posizione altrove cennata di questi monti (1038), le pendici meridionali di essi formavano uno denaturali limiti della Magna Grecia in una direzione per lo più quasi parallela col Jonio che limitavala all'oriente. Le possenti masse delle rocce primitive che li compongono, anche nelle contrade ove paiono dominare esclusivamente, sono ricoperte da depositi secondarii e terziari!, i quali si estendono per lo più lungo le coste, in cui formano una zona, la quale dove si prolunga in linea continua, dove s'interrompe spesso, ma conserva quasi sempre la stessa direzione. Talvolta ancora taluni depositi di un calcare molto analogo a quello dello strato secondario inferiore della catena appennina si drizzano isolati in mezzo delle rocce primitive, e non altro è in genere l’aspetto esteriore di queste contrade, delle quali non credo inutile o soverchio discorrere alquanto più specialmente la naturale formazione.

Dal Capo delle Armi sino alle contrade orientali della città di Stilo si estendono in una stretta zona lungo la costa rocce di marne biancastre o quasi giallastre. La città di Gerace è posta sopra un grande masso di marna ricoperto da un deposito terziario tutto sparso di conchiglie. La marna simile continua a comporre le regioni superiori di quella spiaggia; ma a misura che si scende nella non lontana valle di Agnano passa sempre più al grès, o al calcare puro, ed anche cristallino, che non differisce dal giurassico. Tra gli strati di marne compatte alternanti con le rocce arenacee e calcari si trovano depositi di carbon fossile, di cui i più considerevoli sono fra Gerace ed Agnano presso il fiume Novito (1039). Ad una certa profondità la marna compatta, il grès ed il calcare puro, arenaceo o marnoso, stanno quasi sempre sopra una marna azzurrigna, sfogliosa e friabile; la quale si appalesa non solo nelle regioni più inferiori di quel bacino, cinto da lungi dalle rocce primitive, e solcato da un rapido torrente, ma ancora si mostra talvolta in massa, e compone monticelli più o meno considerevoli; e però sembra che formi l’ultimo deposito della valle, e stia immediatamente in sulle rocce primitive. Le quali in nessuna parte si presentano così aggruppate sopra uno stesso punto come ne’ dintorni di Catanzaro. Sopratutto nella destra sponda del Corace tali rocce, composte di gneis, granito, sienite, serpentina, scisto talcoso, oficalcite e calcare primitivo, con varietà così insensibile passano l’una all’altra, che si può più vedervi l’azione del metamorfismo, che la successione di più rocce diverse. Lo sguardo del geologo si abbaglia e confonde a quel caos di rocce, talvolta ritorte e ripiegate, talvolta ammontate le une sulle altre in enormi masse, covrendo da per ogni dove il Ietto scoglioso del fiume, che spesso s’immerge in baratri profondi, ove l’occhio scorge di lontano biancheggiare le sue spumanti acque: la serpentina vi si presenta così fibrosa, che i filamenti rilucenti ed argentati ond'è composta si scambierebbero con quelli dell’asbesto o dell’amianto (1040).

Dalla spiaggia di Stilo sino alla montagna su cui sorge il monistero di S. Maria delle Armi presso il lido al nordovest di Francavilla si presenta il fenomeno importante de' massi calcari isolati nel mezzo delle rocce primitive; ma il calcare che li compone non differisce da quello della grande formazione giurassica. Questi gruppi calcari isolati più o meno si rannodano alla lunga zona de' depositi marnosi che fiancheggiano in queste contrade il littorale della Calabria Ultra li; soltanto diversa ne è l’epoca geologica. Il calcare che si estende intorno di Stilo, costituisce un enorme masso che si eleva ad un’altezza considerevole, e forma una grande montagna squarciata in ogni verso, e coronata da vette a contorni singolari e fantastici, che le danno un aspetto molto pittoresco. Tutto questo masso sembra riposare, sia sopra uno scisto argilloso, sia su depositi ferruginosi situati tra il calcare e lo scisto, come si vede nella miniera di Pazzano. Nel bacino del Crati si elevano altresì due ineguali massi di calcare, appartenenti alla stessa formazione apennino giurassica. Il primo forma l’altura su cui sorge Spezzano, ed un vallone di mediocre profondità lo separa da. un altro masso più esteso, il quale cominciando nella montagna coronata da Terranova traversa il fiume Crati di cui fiancheggia la destra sponda siuo nelle vicinanze di Bisignano d’onde ripiegasi verso l’E., e dopo essersi ravvicinato alla grande catena granitica della Sila che da Crotone a grande altezza si eleva tra le circostanti contrade, si dirige al N. E., e va a raggiungere il Crati al S. E. di Terranova (1041). Questa massa si eleva talvolta a notabile altezza, e ciò che la rende singolare all’occhio del geologo è la modificazione del calcare che vi si osserva, perché in guisa rassembra il micascisto ed anche le rocce talcose, che l’illusione ne è perfetta. Piu oltre il monte di Cassano forma colla catena del Pizzo delle Armi, dal quale è diviso da una profonda valle terziaria, le ultime masse calcari della costa del Tirreno sino al golfo di Taranto, per non essere al di là che rocce arenacee e marnose che rappresentano il limite S. E. della catena appennina, e la terminano tra il capo Spulico e Rocca Imperiale.

Al di là di Stilo la formazione marnosa è interrotta dalle rocce primitive, ma ricomparisce indi a poco sul littorale N. 0. del golfo di Taranto. Il monte delle Armi si presenta come il punto più avanzato del calcare giurassico; giacché Francavilla, situata quasi a piè di questo monte, già si trova fra' depositi marnosi che di là si estendono insino al mare dal S. 0. al N. E., e che avanzandosi poi quasi senza interruzione lungo il lido, vanno a perdersi insensibilmente nella spiaggia di Rocca Imperiale, ove il sistema marnoso non più presenta che basse colline, degradanti a poco a poco nelle grandi pianure terziarie della provincia di Lecce. Tutte queste marne rassomigliano a quelle della Locride, se non che passano molto più spesso alle rocce arenacee, e calcareo-arenacee, come sopratutto si osserva sull’eminenza di Trebisacce (1042).

Le marne alternanti così con le rocce già dette proseguono più oltre, e mostrano talvolta gli strati quasi verticali. Quelli della collina su cui è posta l’antica torre di Albidona sono disposti in guisa da notarvi chiaramente, sia il sollevamento non simultaneo di quelle spiagge, sia le scosse a eui andarono soggette in modo inverso all'impulso del sollevamento generale e primitivo. Si veggono più oltre le masse marnose abbassarsi visibilmente, ed anche ascondersi talvolta sotto i depositi terziarii. Ricompariscono ad un’ora al N. di Amendolara e formano le rocce scoscese su cui sorge il castello di Roseto. Il dominio secondario di Alessandria è interrotto da depositi terziarii, i quali non si estendono sulla costa che dalla torre di Albidona sino al Capo Spulico, e più si allargano a misura che si avanzano nell'interno del paese, ove descrivono quasi un semicerchio, e formano un bacino composto di sabbia, di marna e di grès. Le masse di sabbia e di conglomerati si elevano ancora ad altezze considerevoli, come tra Castroregio ed Amendolara, e contengono talvolta fossili in copia, il che sopratutto si osserva nell’altura di Monte Giordano (1043). Dilungandosi più dalla costa, più si vede la marna talvolta alternare col grès, talvolta in tutto surrogata da questo. Tale alternanza si presenta tal fiata in quasi tutto l’alveo del fiume Canna da Rocca Imperiale ad Alessandria, a traverso de' monti solitarii che si elevano in questa contrada, non meno che lungo le falde della catena di Serra Paolo, che si estende da Alessandria sino al di là di S. Lorenzo e i monti giurassici di Cerchiara, e si riannoda al sistema calcare-giurassico del Pollino come un gran numero di monti elevati che ne sono separati da abbissi e da valli profondissime. La catena di Serra Paolo appartiene a' monti più alti della contrada, e rivaleggiando talvolta col picco del Pollino, va formando alcuni altipiani che ricordano al viaggiatore i maestosi paesaggi delle Alpi Svizzere. Belle foreste di abeti loro imprimono il grave aspetto delle regioni settentrionali co' molti limpidi ruscelli che saltellano mormorando a traverso di que’ tronchi secolari e di quelle rocce scoscese. Ma oltre delle alpine vaghezze, che accrescono le varie generazioni di fiori sbuccianti fin tra la neve, un altro quadro più importante ancora ivi sorprende lo sguardo del geologo: vede tutte quelle masse elevate immergersi distintamente nelle vaste pianure di Taranto, che alla guisa di un mare immenso bagnano i banchi del gigante Appennino; più lungi le onde dell’Adriatico si confondono coll’azzurro dell’orizzonte, e chi vi guarda si crede posto con tutti que’ picchi ed eminenze come nel mezzo dell’Oceano (1044).

III. Senza trattenermi delle colonie elleniche che in queste regioni si stabilivano dal 707 al 446 innanzi Vera volgare, perché specialmente ne sarà discorso in ciascuna delle regioni medesime, quali altri popoli oltre degli Enotri, deCaoni, deSicoli e de' Pelasgi tali colonie precessero nell’occupazione del paese io non so dalla storia. Strabone, accennando in generale i primitivi abitatori della Magna Grecia, dice che innanzi che gli Elleni si stabilissero sul golfo di Taranto i Coni e gli Enotri occupavano queste contrade (1045). L’estensione dell’Enotria altrove cennata (1046) da Taranto a Posidonia lungo la costa dell’estremità della penisola dimostra il dominio degli Enotri su tutto il paese, e comeché l’un popolo sia nominato da Strabone divisamente dall’altro, è noto nondimeno da Antioco Siracusano ed Aristotile che gli Enotri e i Coni furono un solo e medesimo popolo (1047). Poiché i Coni occupavano un pia ristretto paese, furono quasi distinti dal greco geografo; e non solo dalle riunite testimonianze di Aristotile, Licofrone ed Antioco non è dubbio che la lor piccola regione si estese nella Siritide (1048), bagnata dal fiume Siri, e che l’Acalandro divideva dalla Sibaritide, l’Aciri dalla Metapontica, ma anche la città di Cono nella Crotonitide dimostra che tutta l’Enotria fuori dell’istmo apparteneva agli stessi popoli (1049). Ma Caoni propriamente si nominarono, ed oltreché è noto che un erudito la vera lezione ne alterava nel testo di Aristotile, anche Strabone ne nominò Caonia la regione (1050), nel detto paese riprodotta Aol Caoni, i popoli più celebri dell’Epiro (1051), in memoria delle natie contrade (1052). L’arrivo di questi popoli, come degli Enotri, ne’ lidi del Jonio, risale alle più remote epoche delle origini italiche, e senza per ora discuterne la cronologia, dico solo che si può risolutamente affermare, non provare un popolo anteriore che occupava lo stesso paese. E quanto Pelasgi, oltre dell’importante testimonianza di Stefano Bizantino, dal quale sappiamo che divennero i servi della gleba degl’Italioti, o de' Greci d’Italia, e però furono rispetto alle nuove colonie dominatrici come gl'Iloti a Sparta, i Ginnesii ad Argo, gli Dmoiti a Creta, e i Corinefori a Sicione (1053), io credo ancora che anche Licofrone gli stessi popoli accenni nella Magna Grecia sotto il nome di Ausoni Pellenii (1054), confondendo così, come a me sembra, i popoli primitivi che vi arrivavano dall’Epiro, ed altrove ho detto non altro essere gli Ausonii (1055), e Pelasgi che Dionigi Periegete dice venuti in Italia da Pellene città dell’Acaia (1056). I quali innanzi di arrivare in queste regioni scacciavano dal Lazio i Sicoli (1057), e questi costretti di cercar nuove sedi, attraversando il resto del paese, passavano nella vicina isola, a cui davano il nome; ma che popolassero in parte l’estremità della penisola è manifesto da quelli che vi si mantenevano non solo sino al primo arrivo de' Locresi presso il promontorio Zefirio ma anche sino alla guerra del Peloponneso (1058).

Or tali essendo di tutta la Magna Grecia i popoli primitivi e la generale formazione geologica, veggiamo di ciascuna regione di essa con qualche più speciale cenno sulla condizione fisica la più antica topografia politica su' tre golfi già detti, che a quelli i Gerace, di Squillate e di Taranto or corrispondono.


IV. LOCRIDE

A seguire l’ordine geografico di Strabone e di Plinio e la stes' sa successione delle spiagge che sul Jonio s’incurvano e si distendono, la prima regione della Magna Grecia fu la Locride che alla regione reggina veniva immediatamente dopo, e che cominciando dalla destra sponda del fiume Alece aveva termine nella destra riva del fiume Sagraì o dell’Alaro di oggidì. Non solo questa parte è delle più ridenti, ma anche delle più fertili del nostro paese, ed anche senza la testimonianza del poeta Accio, il quale celebra Pubertà delle terre e le verdeggianti colline de’ Locresi (1059), la naturale feracità di quelle contrade dà ragione, in fuori degli ordini politici, della ricchezza e della possanza della celebre repubblica di Locri. Una immensa quantità di acciughe frequenta la foce dell'Alice e della vicina costa (1060), e da Bova non incontri che terre di ogni specie di vettovaglie abbondevoli, e celebrate ancora per l'olio, il mele e i pascoli eccellenti. Ricche di pascoli sono ancora le basse falde del Capo di Bruzzano, che naturalmente producono folte messi di trifoglio. Gli oleandri ed altri molti belli arbuscelli verdeggiano sulle sponde de' torrenti, e boschetti interi di laurirose occupano i dintorni di Gerace, come per attestare l’antica gloria della regione. Non manco fertili di ogni naturale prodotto, e notabili sopratutto pe’ vini squisiti sono le rimanenti contrade da Siderno alla destra sponda dell’Alaro, ed il mare pescoso, e l’aere da per tutto dolce, lieto e salubre ci spiegano facilmente il subito incremento delle greche colonie che vi si tramutavano. Ma ecco l’antica topografia politica di questa celebre regione.

1. PERIPOLIO (Περιπόλιον, Peripolium)

Presso il fiume Alece avevano i Locresi un castello che verso il mare la loro città difendeva dalle nemiche aggressioni. Di questa marittima fortezza fecero menzione Tucidide e Diodoro Sicolo, ed apprendiamo dal primo di questi storici che gli Ateniesi uniti a que’ di Reggio ritornando dalla spedizione di Sicilia, sbarcarono nella Locride e presero il Peripolio, per vendicarsi de Locresi socii de' Siracusani (1061). Diodoro Sicolo ricorda lo stesso fatto, e dice che assediarono il loro castello (1062). I Greci nominarono Peripolii i castelli, in cui stavano a guardia i peripoli, o circuitori, i quali giravano per custodir la regione, sotto il comando di un prefetto detto peripolarca (1063). — Di questo castello della Locride è anche memoria in una medaglietta di argento con testa muliebre nel dritto, e nel rovescio l’epigrafe retrograda ΠΙΘΝΑΤΑΝ ΠΕΡΙΠΟΛΙΩΝ. La seconda parola accenna manifestamente al presidio di questo castello rammentato da' detti storici, ed il Sestini vide nell’altra de' Greci coabitatori co’ Peripolii Locresi, credendo probabile che una colonia di Pitanati, da Pitane villaggio della Laconia, di cui parlano Esichio e Suida, fossero venuti a stabilirsi in questa regione (1064); ma sembra più accostarsi al vero l’opinione di un patrio scrittore, il quale attribuì la prima parola dell’epigrafe alla coorte de' Peripoli, che essendosi contraddistinta nel difendere quel castello, i Locresi batterono la detta medaglia in premio di tali difensori (1065), dopo che forse Polidoro per gli Ateniesi tentava indarno di rioccuparlo (1066). Altre notizie non ci rimangono del Peripolio di Locri; e, quanto al suo sito, essendo manifesto da Tucidide ch’era posto presso l’Alece sulla marina, fu riconosciuto dal citato scrittore nel luogo ora detto Limmana, di qua dal detto fiume, a quattro miglia circa da Amendolea, dove sono stati osservati grandi vestigi di antichi edifizii, ed un avanzo di antica fontana d onde tuttavia scaturisce acqua (1067). Un altro dotto archeologo lo ha riconosciuto piuttosto nella borgata detta Gorio appiè del monte detto Peripoli sulla frontiera dell'antico territorio di Reggio (1068), e tanto il greco nome di questa borgata, che accenna a castello (χωρίον), quanto il prossimo monte che conserva l’antico nome della fortezza, par che meglio persuadono della situazione del castello de' Locresi. Ma, a convenire di tale topografia, molto prima della destra sponda dell’Alece aveva principio la Locride.

2. Fiume CAICIΝΟ (Καϊκινος, Caicinus)

Meno di un miglio lontano dalla foce del fiume Alice sbocca nel mare il fiumicello Amendolea, noto agli antichi col nome di Caicino. Nessuno de' molti topografi che ne hanno discorso, ne spiega l’etimologia, per me non dubbia dal vento Καικίας, o dell’oriente estivo (1069), spirante in quell’estrema parte del nostro paese. Per cagione della vicinanza de' due fiumi, Pausania non solo riferiva al Caicino il favoloso fenomeno delle cicale da Strabone attribuito alle due sponde dell’Alece (1070), ma nel corso del Caicino istesso poneva il confine della regione reggina e della Locride. Celebre del resto fu presso gli antichi per la tradizione di Eutimo, il famoso atleta di Locri, scomparso nelle sue acque (1071), e più ancora pel fatto de' Locresi vinti dagli Ateniesi che sbarcavano in quella spiaggia nella spedizione contro Siracusa (1072).

3. Promontorio ERCULEO ('Ηράκλειον ἀκρωτήριον, Herculeum promontorium)

Seguita alla distanza di circa 10 miglia nell’estremità meridionale della penisola il promontorio Erculeo degli antichi (1073), così detto certamente da qualche tempio che in onore di Ercole erari eretto. Oggi è detto Capo di Spartivento dal dividere che fa il soffio de' venti contrarii spiranti nelle opposte direzioni, il che avvertiva anche Strabone dicendo, che chi dava volta a questo capo navigava subito col vento libico sino al promontorio Iapigio. Il Barri scriveva che questo promontorio ha un porto nella sua parte occidentale (1074), senza dire se sia naturale, o se presenta antiche rovine; ma anche a supporlo formato dalla natura, qualche borgata vi dové essere de' Locresi o de' Bruzii, e quella stessa probabilmente nella quale l’Itinerario di Antonino segna la stazione col nome d’Ipporum (1075).

4. Promontorio ZEFIRIO, e Porto de' Locresi

Al detto promontorio un altro ne seguita alla distanza di 12 miglia, ora detto Capo di Bruzzano, e da' Greci nominato Zefirio per essere esposto a' venti zeflìri, o occidentali (1076). Con questo promontorio aveva termine secondo la descrizione degli antichi il primo golfo di Europa, il quale dal monte Colpe sulla costa della Spagna aveva principio (1077), e sul porto naturale che presenta a' naviganti si fermavano per tre o quattro anni i Locresi passati a questa spiaggia dal golfo Crisseo dell'Eliade (1078). Dalla prima borgata che vi edificarono cresceva forse ne’ tempi successivi l’odierno Bruzzano, ora ridotto ad un villaggio, ma sede vescovile ne’ secoli di mezzo (1079).

5. ALTANO (Altanum)

La prima grossa borgata della Locride, se non ne’ floridi tempi di questa regione, certamente all’epoca de' Romani, che dopo i descritti fiumi e promontorii incontravasi a breve distanza dalla costa fu Altano, non ricordata da' patrii topografi. Nell’Itinerario di Antonino è segnata a XXIV miglia antiche da Jpporo presso il Capo di Spartivento (1080), e tale distanza ne addita la situazione nell’odierno Bovalino, già detta ancora Motta Bobalina. L’identità de' due luoghi è anche manifesta dal nome di Motta, che nel medio evo non dinotò che un colle, un’eminenza, a ridosso di cui era edificato un castello (1081). Tale denominazione non fu perciò che una traduzione dell’antica Altanum, ed entrambe convengono perfettamente a Bovalino, il quale è posto sopra di un’altura.

6. URIA, O ORRA (Oῤῥa, Uria)

Seguiva ad Altano anche sulla costa la città di Uria, non ricordata da' geografi, sì bene dalle medaglie e dalla storia. Livio fa menzione de' suoi popoli dove narra la spedizione contro Perseo re della Macedonia del pretore C. Lucrezio. Contribuendo allora alla flotta romana una trireme i Reggini, due i Locresi, quattro ne fornivano gli Uriti (1082), e per essere nominati co' vicini popoli, non si possono intendere che gli abitatori di questa città, non quelli d’Uria nella Japigia, o dell’altra città omonima dell’Apulia. Il che tanto più è manifesto da che si hanno monete con la leggenda ORRA ΛΟΚΡΩΝ, per distinguere questa città dalle altre già dette. Tali monete hanno nel dritto la testa di Pallade, e nel rovescio un grappolo, o pure un’aquila stante sopra di un fulmine con sotto due o cinque globetti, e la semplice epigrafe ORRA (1083). Fioriva dunque questa città pel commercio marittimo nel VI secolo di Roma, e poiché nelle monete è detta deLocresi, oltre che tale attribuzione ci manifesta ch'era compresa nella Locride, accenna forse ancora alla fondazione di essa per opera d’una colonia di Locri (1084). Ma, sconosciuta al pari dell’origine ne è l’epoca della distruzione, anteriore nondimeno a' primi tempi dell’impero, per non trovarsene alcuna memoria ne’ geografi. Era posta in una pianura a breve distanza dal mare, appena valicato il fiume Buonamico, che il territorio di Bovalino divide da quello di Bianco. Dalle sue rovine la contrada è distinta col nome di Palazzi: le fabbriche, tutte di opera laterizia, sono simili a quelle di Locri, e si estendono per circa un miglio. Vi si ravvisavano verso mezzodì vestigi di piedistili, a ridosso de' quali un rovinato edilizio detto li Bagni, che dalla forma a tale uso pareva costrutto. Alla destra di tali vestigi scoprivasi un pavimento a mosaico di circa 20 palmi, e marmi inoltre di varia grandezza, con colonne ed una statuina di bronzo. E nello stesso territorio di Bianco, nella contrada di S. Anna si veggono altresì presso il fiume Perde molti ruderi laterizii, tra' quali si scoperse un sepolcro con diverse monete, e tra queste una quadrata di argento ben grossa di Ambracia, reggia di Pirro (1085).

7. LOCRI (Λοκροί, Locri)

Al descritto villaggio o borgata seguiva sulla spiaggia a non molta distanza la città di Locri, che diede il nome alla regione, ed una delle più celebri e possenti città non solo della Magna Grecia, ma di tutto il nostro paese. Non essendo nota negli antichi scrittori che sotto il nome de' popoli che la fondarono, sembra in origine edificata dagli Elioni; ma, descrivendo appresso il fiume Butroto che bagnavane l’agro, non tralascerò una mia conghiettura sulla città preesistente, alla quale la greca colonia mutava il nome in quello di Locri in memoria de' popoli fondatori. Ma discrepanti sono le testimonianze degli antichi su questi fondatori. Perché, secondo scrive Conone, il quale di più città raccolse le vetuste tradizioni, un Locro, fratello di Alcinoo re de' Feaci nell'isola di Corcira fondavala con una colonia, ed imponevate il proprio nome (1086); e benché tale tradizione sia da spiegare altrimenti che Conone con semplicità la riferisce, ci ricorda nondimeno la più antica delle diverse colonie che accrebbero la città di Locri, per essere non solo a queste anteriore, ma alla stessa età omerica. Gli scrittori all’opposto che i principii della città riferivano alle colonie meno antiche, l’origine ne ripetevano da' Locresi dell’Eliade. Ed Eforo scriveva che fondatori ne furono i Locresi Opunzii, tradizione seguita da altri antichi scrittori e da taluni archeologi moderni (1087), ma contraddetta da Strabone, il quale afferma che furono invece i Locresi Ozoli condotti da Evante su questa spiaggia allora abitata da’ Sicoli (1088). Scimno di Chio ed Eustazio ricordando i Locresi in generale, non risolsero la controversia, già dibattuta da Aristotile e Timeo, il primo de' quali scriveva nel Governo de' Locri (πολιτεία τῶν Λοκρών) che la colonia fu mista di schiavi fuggitivi, adulteri e plagiarli, o rubatori d’uomini, ed il secondo che fu invece d’ingenui cittadini. Polibio che riferisce i due diversi racconti, seguendo la fama e la più ricevuta opinione, più probabile afferma l’origine attestata da Aristotile (1089). Ma alla colonia de' Locresi Ozoli (1090) allude la iscrizione che Timeo vedeva in Locri, e che conteneva la federazione tra la metropoli e la colonia, iscrizione senza ragione negata da Polibio, perché se la città fu fondata, secondo Aristotile, da schiavi fuggitivi, non potè serbare relazioni con la sua metropoli. Dionigi Periegete del resto ripete la narrazione stessa degli schiavi fuggitivi, ed Eustazio espone alla lunga il fatto di costoro ch'ebber commercio con le loro padrone (1091).

Or, senza seguire più una che un’altra di tali tradizioni, tutte dimostrano che diverse furono le colonie partite dall'Eliade che fondarono Locri e la più antica quella de' Locresi venuti dall’isola de' Feaci, e personificata in Locro fratello di Alcinoo (1092), come in un altro Locro si personificava quella che fondava le città di Fiscea e Janzia nella stessa Locride della Grecia propria (1093). Alta prima colonia, composta forse anche di Feaci, co' quali i Locresi per qualche tempo si trattennero innanzi di passare in Italia, dové susseguire quella degli schiavi fuggitivi, e dopo questa la più celebre attestata da Strabone, la quale veleggiò senza dubbio col consenso e gli auspicii della propria nazione, e che però ebbe a mantenere amichevoli relazioni con la madre patria. Sconosciuta è l’epoca di questa terza colonia, per non sapersi altro da Strabone se non che avvenne non guari tempo dopo della fondazione di Crotone e Siracusa, e per sola conghiettura si può quindi riferirla alla fine della XVIII Olimpiade, cioè verso Fanno 703 avanti l’era volgare (1094). Ma egli sembra che altri popoli ancora contribuirono alla fondazione della città, gli Spartani cioè, e gli Achei. Pausania pone l’emigrazione de' primi sotto il regno di Polidoro figlio di Alcamene, e verso l’epoca in cui fu fondata Crotone (1095). Si è supposto che questi Spartani furono gli stessi Dorii di già fermatisi sul promontorio Zefirio, anche prima della fondazione di Siracusa (1096), ed ivi giunti sotto la condotta di Archia (1097). Questi Dorii non partirono tutti con Archia alla volta dell’isola, come par che dica Strabone; ne rimase sì bene un piccol numero, a cui si unirono pochi anni dopo i Locresi Ozoli guidati da Evante. Comeché intanto alcune circostanze serbateci dagli storici attestino abbastanza la stirpe dorica degli antichi Locresi (1098), e l’epoca inoltre della venuta degli Spartani sembra accordarsi con quella della colonia condotta da Archia, perché con temporaneo di esso fu il re Polidoro, posteriore nondimeno è la data della fondazione di Locri, e S. Girolamo la pone nel 2.° anno della XXIV Olimpiade, cioè 683 anni circa prima dell’era nostra. E quanto agli Achei, la loro colonia si venne a stabilire in Locri nel tempo stesso, secondo scrive Pausania, in cui una parte di essa univasi agli Achei fondatori di Crotone, cioè nel 3. anno dell’Olimpiade XVII, ossia 710 anni prima di G. C. (1099). Questa colonia formavasi in prima sul promontorio Zefirio, ed indi a poco recavasi ad abitare sulla collina Esopi, dove la città fu fondata. Strabone nota tre o quattro anni d’intervallo fra questi due stabilimenti (1100), ed il primo fu opera della colonia dorica, il secondo de' Locresi condotti da Evante; e poiché questi furono aiutati da' Siracusani, ciò conferma le relazioni di origine comune tra' due popoli (1101).

Innanzi che il governo della nuova città bene si fermasse molte discordie e sedizioni vi furono (1102) insino a che dopo non guari tempo cominciasse a reggersi colle leggi di uno de' più famosi legislatori dell’antichità, dir voglio Zaleuco, il quale scelto per la sua virtù e sapere a dar leggi a' propri concittadini, si mostrò degno del sublime ufizio, e fece in guisa la città rifiorire, che Platone ne preferì la costituzione a tutte le altre delle vicine repubbliche (1103). Locri divenne fiorente e popolosa, talché potè in breve non solo fondar quattro colonie (Itone e Malea nella stessa regione, Ipponio e Mesma in sulla spiaggia de' Bruzii), ma mostrare ancora la sua possanza nella prima guerra che la storia ne ricorda. Gelosi i Locresi dell’ingrandimento de Crotoniati loro vicini, soccorsero la città di Siri, a cui Crotone, Metaponto e Sibari avevano dichiarato la guerra. Il loro aiuto troppo tardo non salvò Siri, ed eccitò la collera de' vincitori. Assaliti i Locresi nella propria regione, uniti a poche schiere di Reggini, vinsero la famosa battaglia sul fiume Sagra, avvenimento così incredibile per la sproporzione delle forze, che la fama se ne diffuse in tutta la Grecia, né altrimenti si spiegò che coll’aiuto de' Dioscuri (1104).

La floridezza di Locri doveva naturalmente tentare la cupidigia de' possenti vicini. Minacciata dalla guerra di Anassilao e Cicofrone, tiranni di Reggio e Messina, fu liberata dall’imminente pericolo per l’intervento di Ierone re di Siracusa (1105), poco prima dell’01. LXXVI, 1, nel quale anno Anassilao morì. Nella guerra degli Ateniesi contro la Sicilia furono i Locresi gli alleati de' Siracusani, a' quali dimostrarono la loro fedeltà col chiudere il loro porto alle flotte ateniesi, e devastando il paese de' Reggini che seguito avevano il contrario partito (1106).

L’alleanza che la città non guari dopo contrasse con Dionigi il vecchio, il quale sposavasi con Doride figlia di Xeneto, uno de' pili illustri Locresi, è a ragione riguardata da Aristotile come un vero disastro, perché le sventure che poscia soffrì, ascriver si debbono a queste nozze mal consigliate (1107). Per aggradirsi i possenti alleati, Dionigi si mostrò dapprima a loro favorevole coll’aggregare alla Locride le terre tolte a Caulonia, Ipponio, Reggio e Crotone (1108); ma non diverso dal destino delle tre prime di queste città sarebbe stato quello di Locri, se la morte non avesse impedito il tiranno di mandare a fine i suoi disegni. Ciò che non fece il padre fece il figlio, il giovine Dionigi nato da Doride, dal quale i Locresi soffrirono la più sbrigliata e crudele oppressione. Espulso dal trono di Siracusa, trovò scampo in Locri nel 357. Ma ingrato all’ospitalità, con crudeltà inudite, con attentati e infamie atroci lungamente oltraggiò ed oppresse i Locresi. I quali non appena liberati dal tiranno, per effetto di una rivolta richiamato al trono di Siracusa, che sordi alle sue offerte ed alle ostilità de' Tarantini, crudelmente si vendicarono delle sofferte ingiurie, sfogando, sulla sua famiglia rimasta nella città gli stessi furori di cui egli avea lor dato l’esempio (1109); ed allora forse, in memoria della loro liberazione, batterono la medaglia di argento, che nel dritto ha la testa di Giove laureata coll’epigrafe ZETS, e nel rovescio una donna assisa con in mano un caduceo, e al disopra la leggenda ΛΟΚΡΩΝ, che un'altra leggenda (EIPHNH) dichiara per l’immagine della Pace (1110). Né furono i Locri dalle passate calamità così afflitti che non potessero riacquistare le antiche forze, giacché combatterono poi contro ì Bruzii e li fugarono, e nell’epigramma della locrese poetessa Nosside ne rimase una bella testimonianza (1111).

Comeché molto scaduti dall’antica prosperità, Locri ritenne nondimeno la propria indipendenza insino a che Pirro invase l’Italia. Forzati allora i Locresi a collegarsi col re di Epiro, fu la città occupata da un presidio; ma, non sì tosto Pirro partì per la Sicilia, che trucidando quella guarnigione ormai resa intollerabile, si collegarono co' Romani, i quali movevano la prima guerra a' Bruzii (1112). Ritornato nel seguente anno in Italia, aspramente si vendicò Pirro dell'offesa, perché con rapine non solo, ma con uccisioni ancora afflisse i Locresi, e spogliò lo stesso tempio di Proserpina, tra' più ricchi e celebri d’Italia, e che già aveva richiamate le brame del vecchio Dionigi (1113); ma sorpreso da una burrasca, perdè in buona parte uomini e navi, nel mentre che le onde recarono, come è fama, salve le sacre cose a' lidi de' Locresi. Dal che Pirro, conosciuto il sacrilegio, rimise il resto nel tempio, e cercò di placare con sacrifizii la dea. Ma non dando i sacrifizii buon segno, fece morire coloro che gli avevano consigliata e cooperata l’espilazione. Ciò non ostante, la commessa empietà fu tenuta come la cagione di tutti i disastri a cui poi andò incontro (1114).

Morto Pirro, i Locresi non si dipartirono dall’alleanza ('Romani, e però nella prima guerra punica Amilcare ne devastava la regione nel 506 (1115); ma nella guerra combattuta a Canne furono tra' confederati che si alienarono dalla repubblica, e nel seguente anno chiudevano le porte ad Appio Claudio (1116). Se non che, dalle cose che Livio narra indi a poco nell’anno stesso 539, egli sembra che di bel nuovo avessero fatta alleanza co' Romani; dappoiché accostandosi i Cartaginesi alle loro mura, menata nel porto la romana guarnigione perché si conducesse a Reggio, loro si arresero conchiudendo una giusta alleanza. Annibale diede la pace a Locresi, facendo lor facoltà che liberamente vivessero colle proprie leggi, ma che la città si aprisse a' Cartaginesi, il porto fosse in potestà de' Locresi, e che gli uni gli altri in pace e in guerra si aiutassero (1117).

Nel 546 il Console T. Quinzio mosse a ricuperare la città, ed avendola indarno assediata, non l’ottenne se non con frodi ed insidie nel decimo anno dalla ribellione, e nel 14 della guerra cartaginese. La città si diede a Scipione, ed il legalo T. Plemminio vi fu lasciato con un presidio (1118). I Romani superarono i Cartaginesi per le scelleragini e l’avarizia; ma il Senato colla punizione di Plemminio che abusava della vittoria, non solo riparò le di lui vessazioni, ma ridonò la libertà Locresi. Fu anche restituito il danaro al tesoro di Proserpina (1119), ed allora probabilmente, liberati dalla importabile tirannia, vollero i Locresi attestare a Roma la lor devozione e riconoscenza. Effigiarono sulle loro monete P immagine della dea Roma coronata dalla fedeltà, a dimostrare la toro fidanza nella sua protezione. Questa medaglia ha per epigrafe: ΡΩΜΗ ΠΙΣΤΙΣ ΛΟΚΡΩΝ (1120), e forse a quell’epoca stessa innalzarono un altare (1121) di bianco marmo coll'iscrizione:

IOVI OPTIMO MAXIMO DIIS DEABVSQVE IMMORTALIBVS

AC ROMAE AETERNAE LOCRENSES

Dalla detta epoca fu Locri tra le città federate del popolo romano, le quali si reggevano con leggi proprie, ma alcune cose erano tenute di prestare alla Repubblica secondo P alleanza, e tra queste le loro navi quando ne abbisognasse (1122); né altro di memorabile se ne legge nella storia ne’ tempi posteriori, se non che si conservò coll’antico nome, se non nel prisco splendore.

La repubblica de' Locresi fu aristocratica. Aristotile chiaramente l’annovera tra le aristocrazie, ove la dice disfatta per l’affinità contratta con Dionigi (1123), e tal forma di governo serbavano tuttavia quando la città divenne federata de' Romani, perché nel darsi a' Cartaginesi i più furono ingannati da' principali cittadini (1124). Senza ora ricordarne i diversi magistrati, de' quali altrove tornerà il discorso, dico solo che aveva un consiglio di 1000 senatori, e da un tal numero si può bene immaginare la grandezza e la popolazione della città. Questo senato di 1000 sotto la presidenza del Cosmopoli costituiva una suprema corte di giustizia (1125), come a Reggio Crotone ed Agrigento. Tali numerosi concilii, insoliti nella Grecia propria, non furono democratici, sì bene aristocratici, perché la somma del governo era in potere delle principali famiglie; le quali in Locri furono cento, non diversamente dalla sua metropoli Opunte, dove altrettante famiglie ebbero per la loro nobiltà una gran parte nel governo della città (1126); così che all'oligarchia eravi congiunta la timocrazia, o la magistratura creata in ragione del censo, la quale, a giudicarne dal Senato di Agrigento, era triennale (1127). Nelle due odi in lode di Agesidamo lasciava Pindaro un elogio memorabile della saviezza de' Locresi. Dice che l’atrechia dominava nella città di Locri, la quale costituisce quanto è vero in un governo: integrità ne’ costumi, saviezza nella legislazione, giustizia ne’ tribunali; e che eccellenti nella divina arte di Calliope e nelle fatiche di Marte erano i suoi cittadini. Essi erano ospitali, savii, bellicosi ed amici delle arti (1128), lodi immortali, che per tutti i nostri popoli, per tutte le nostre città vorrei poter ripetere. Tali effetti producevano non solo le buone leggi di Zaleuco, ma lo stesso insegnamento di Pitagora, il quale potè vantare dodici filosofi di Locri. Illustre ancora per altri legislatori, per Timarato ed Onomacrito, potè questa città gloriarsi del secondo, che dava leggi a' Cretesi (1129). E pe’ locresi poeti che non conosciamo, basta la memoria di Erasippo, di una Nosside, e di un Xenocrito tra' più antichi autori de' peani annoverato da Plutarco. Se altre greche repubbliche perirono per le interne discordie e la corruzione de' lor cittadini, quella di Locri non fu disfatta che per l’esterna violenza degl’invasori, per cui e la popolazione e la ricchezza ne vennero pur meno. Ed anche senza l'autorità di scrittori gravissimi (1130), i molti tipi delle monete della città chiaramente accennano a questi chiare pruove della sua prosperità (1131). Nella maggior parte vedi per tipo proprio le testa di Giove barbato, col quale spesso un’aquila che sbrana una lepre, od anche un fulmine. Alla fertilità del suo territorio accennano i tipi della spiga, dell'uva, del cornucopia e del capo di Cerere. Ma, in fuori di quelle col capo di Minerva e di Proserpina, che sopra ogni altra divinità par che adorassero i Locri (1132), poche ne ricordano il culto; perché una appena se ne conosce col caduceo che si riferisce a quello di Mercurio ed una sola ancora porta effigiati i Dioscuri per la favolosa tradizione sulla battaglia al fiume Sagra. Tutte le altre monete con la leggenda ΡΩΜΑ ΠΙΣΤΙΣ ΛΟΚΡΩΝ, nelle quali la città personificata corona Roma sedente, si riferiscono, come ho detto, all’alleanza co' Romani (1133).

Era Locri tuttavia una illustre città nell’ottavo secolo quando era decorata di cattedra vescovile, e i più antichi suoi vescovi di cui abbiasi notizia sono Cristoforo, che interveniva al II Concilio Niceno del 787, e Giorgio che soscriveva l’ottavo Concilio Costantinopolitano dell’anno 869 (1134). Nel 915 fu saccheggiata e demolita da' Saraceni (1135), e fu allora che i superstiti cittadini ne abbandonarono le rovine, stabilendosi nella Rocca Termulah, così detta dalle acque termali, ora dette Acque Sante, che scaturiscono al mezzodì di Gerace. Questa Termopoli circa il 950 è detta da Porfirogenito oppidulo di S. Ciriaca, e da Lupo Protospata nel 986 città di S. Chiriaco (1136), d'onde venne il nome Yracium e Hieracium alla nuova città che i Locresi edificarono sull’alta rupe alla distanza di quattro miglia dalla città distrutta, per essere più sicuri dalle scorrerie de' barbari, e Saklab in fatti impadronivasi nel 930 della Rocca Termulah, e da questa i Saraceni facevano irruzione contro Cosenza nel 954 (1137).

Benché pochi ruderi a tre miglia in circa da Gerace or sopravanzano di una città così celebre, bastano nondimeno a dimostrarci che fu molto vasta, e in una bella e vantaggiosa situazione. Fu fondata sopra un alquanto elevato altipiano, a cui la piacevole posizione fece dare il nome di Esopi (1138). Essendo in parte esposta al mare, poteva con navi oppugnarsi (1139); ma, così verso terra, come verso la spiaggia era tutta difesa da mura, nelle quali si aprivano più porte (1140). Dentro il recinto erano due rocche, una più spaziosa dell’altra (1141), e poiché potè accogliere nella seconda guerra punica tutti i Crotoniati costretti dal vincitore ad abbandonare la patria (1142), fu certamente capace di molta popolazione. Sul lido del mare e sull’imminente collina tuttavia si veggono spesso interrotte le forti e solide mura ond'era cinta, larghe 16 palmi e di diversa altezza nel perimetro presso a poco di cinque miglia, tutto ingombro di rovine. Dal così detto Casino dell'Imperatore, posto quasi nel mezzo di que’ ruderi, riguardando verso il mare si discovrono sparsi sulla pianura avanzi di diverse epoche, e di mura antiche, le cui linee si prolungano sino alla torre di Gerace. Alla fine di queste muraglie quasi parallele era il porto, che gl’interrimenti del fiume di S. Ilario e del mare hanno ricolmo. Il Casino è fondato sulle rovine di un tempio dorico, del quale poche colonne erano in piedi è meno di un secolo; altri avanzi se ne veggono nelle muraglie di quell’edilizio, ciò sono qualche gradini e pezzi di colonne, uovoli e capitelli. Era forse il tempio di Venere, nel quale Dionigi il giovine sotto specie di far compiere un voto molte matrone e donzelle locresi faceva radunare per ispogliarle d’ogni ricco ornamento (1143). Rimane ivi presso un pezzo di muraglia detto Cuscini, ch’era forse il termine del recinto fortificato. Più sopra, verso i prossimi gioghi, il terreno diviene montuoso e irregolare, e per seguire le antiche fortificazioni fa d’uopo andar lungo un burrone dove scorre la Fontana dell’Imperatore, e recarsi con un cammino tortuoso sopra una collina già pur fortificata, ora detta Monella. Le acque della detta sorgente, quella stessa probabilmente che Strabone ricorda col nome di Locria, e che scaturiva verso il luogo dove la prima volta i Locresi si stanziarono (1144), furono trasportate nella città con un acquidotto di greco lavoro tagliato nella roccia con volta a sesto acuto, e che si estende nella montagna circa un quarto di miglio. Una gola angustissima detta Abbadessa, nel cui fondo i rottami de' vasi e le terre sconvolte accennano i sepolcri che vi erano, la detta collina divide da un’altra al sudest, sulla quale una forte muraglia e i primi filari d’una torre quadrata in una casipola indicano una delle fortezze di cui parla Livio. Un piccolo burrone si estende tra questa torre rovinata e l’altra torre greca anche abbattuta, solo avanzo della seconda acropoli, di cui lo storico romano fa pur menzione (1145). Fuori della città era il famoso tempio di Proserpina (1146), che si è supposto nel sito della chiesa di Ciriaca, poi divenuta la cattedrale della città, al quale certamente appartennero in parte le colonne di diversi marmi e grandezze che decorano il duomo di Gerace. I Romani vi costrussero le terme, di cui sono stati osservati gli avanzi nella Soletta presso la spiaggia, dove un acquedotto alla sponda del Butroto lungo in circa cinque miglia conduceva le acque che sgorgano al mezzodì di Gerace (1147). E tali sono gli avanzi della città di Zaleuco, della patria di Timeo, del popolo valoroso che sconfisse i Crotoniati vincitori di Sibari; e come nel sito della città, tutto finiva con lei, dice un viaggiatore, da' templi e da' grandi alberi sino all’issopo ed alla capanna in quella deserta spiaggia.

Oltre de' sepolcri ne’ luoghi prossimi alla città, altri ne posero i Locresi alla marina presso la torre di guardia detta Schiriminghi sotto Siderno, dove con monete greche e romane si scoprivano ancora verso il 1824 lunghi tubi di piombo, colonnette scanalate di ordine corintio, molti capitelli ed altri ruderi di fabbriche solidissime. Da sì fatti avanzi si è supposto che quella marina era abitata sin da’ tempi greci o romani, e che fosse vi per avventura la città di Sidero, i cui cittadini nell’epoca saracenica poi si trasferivano nell’altura della Timpa, come fecero gli stessi Locresi (1148). Ma, comeché non sembri inverisimile ch’esservi potesse una piccola città di quel nome, per esserne nota in fatti un'altra omonima nella Licia (1149), nessun geografo nondimeno lasciavane ricordanza, e que’ ruderi attribuendo a qualche romana villetta, io credo piuttosto che dalle antiche armature, dalle spade, dagli elmi e dagli usberghi (σίδηροι) sin dagli antichi tempi scoperti ne’ sepolcri de' Locresi venisse il nome alla detta contrada, d’onde poi derivavasi il nome di Siderno. Non debbo intanto lasciar di dire che la notata analogia di nomi non è senza significato per chi considera la colonia de' Beozii e de' Locresi che fondava la città di Temesa nella opposta spiaggia della Lucania; perché, siccome nel nome di questa città ripetevasi quello della sua metropoli Telmesso o Taumesso nella Beozia, fondata da’ Telmessii della Licia (1150), così i Locresi denominando Sidero una contrada, se non una città, prossima alla stessa Locri, lasciavano in essa una rimembranza delle loro origini più remote, dalla stessa regione dell'Asia minore.

8. Fiume BUTROTO (Butrotus amnis)

Da' monti di Canolo, alla distanza di circa 4 miglia nasce il Novito da due grosse sorgenti, le quali insieme mescendo le acque a mezzo miglio dallo stesso villaggio, scorrono quasi per linea retta nel mare lo spazio di quasi 12 miglia tra il territorio di Gerace a destra, e quel di Agnano e Siderno a sinistra. E’ questo il fiume Butroto degli antichi (1151), che Livio dice di scorrere a breve distanza dalla città di Locri (1152), dalle cui rovine non dista in fatti più di due miglia. Siccome molte città e fiumi in Italia ebbero i nomi identici a quelli della Grecia, danno di ciò ragione i popoli e le colonie che vi si tramutarono, e tra questi è il fiume Butroto, che ci ricorda l’antichissima città omonima dell’Epiro (1153), celebre per l’arrivo di Eleno conduttore de' Trojani che navigavano alla volta dell’Occidente (1154), e dal cui porto Dionigi d’Alicarnasso e Virgilio fanno sciogliere la flotta ai Enea per passare in Italia (1155). Sia dunque che vogliasi sostenere imposto al fiume il nome da' Caoni, nella cui regione fu la città di Butroto, sia che da' Pelasgi, e un dotto viaggiatore in fatti riconosceva nelle muraglie della sua rocca le basi pelasgiche (1156), una città ancora dello stesso nome ho per fermo che presso il fiume stesso l’uno o l’altro popolo edificasse nel suo primo arrivo nella regione. Tale città di Butroto dal nome del fiume sosteneva pure nella Locride uno scrittore patrio senza poterne additare il sito (1157), che a me sembra quello stesso di Locri, divenuto più celebre col sopravvenire de' nuovi coloni. Ma che che di ciò voglia dirsi, meno si accosta al vero la conghiettura di un ch. archeologo, il quale ragionando delle colonie pelasgiche in Italia, notava tra' l nome della città di Butroto nell’Epiro e Budrunto presso Bario quell’analogia che non v'è (1158), perché Butuntum si nominò veramente quella città della Peucezia.

9. ΙTONE (Ιτων, Iton)

Parlando delle colonie e delle città fondate da Locri, ho ricordato con Tucidide Itone, la quale sorgeva secondo questo storico a non molta distanza dalla sua metropoli (1159). Né serbava memoria anche Stefano Bizantino, nominandola città d'Italia (1160), e non si può altrove supporla che in sulla costa dell’Enotria; ma altre ricordanze non se ne hanno oltre di queste. Se non che, facendo tale città risovvenire l’omonima ed antichissima città della Tessaglia, per le sue greggie celebrata da Omero ed altri scrittori (1161), fu per avventura fondata in origine dai Pelasgi ed indi accresciuta dai Locresi con la loro colonia. In tanta lontananza di tempi non è possibile affermarne la precisa situazione, se pur non si voglia supporre con alcuni topografi che ad essa città succedesse nel medesimo sito la città vescovile di Lissitania, di cui parla S. Gregorio Magno (1162), e della quale si additano le rovine presso la diruta badia di S. Maria della Roccella (1163) sulla costa, a 2 miglia in circa da Giojosa.

10. MALEA (Μαλέα)

Anche in vicinanza di Locri fu l'altra città di Malea che i Locresi fondavano con una colonia, secondo attesta Tucidide (1164). Ignote ne sono le vicende al pari d’Itone; ma non senza molta verisimiglianza è forse da credere che, occupata da’ Bruzii, ne fu mutato il nome in quello di Mamerzio. Perché, parlando di quest’ultima città, ho ricordato che presso Oppido se ne scoprivano le rovine e le monete nel luogo detto Molla (1165), che sembrami un’alterazione di Malea; né altro io so dirne insino a che altri proponga qualche miglior conghiettura.

11. Fiume LOCANO (Locanus flumen)

Ritornando alla spiaggia, dopo la città di Locri Tolomeo pose la foce del fiume Locano (1166), ed anche Plinio lo nominò unitamente alla Sagra come il più degno di ricordo tra molti fiumi che bagnano il lido della Magna Grecia (1167). In fuori dell’aro, è in fatti de' più considerevoli in questa parte delle nostre contrade, e tuttavia serba l’antico nome. È formato dalla confluenza di altri fiumi, dal Nibbio che scende dal monte Grami, dal Franco, e dal Levadio, i quali insieme si uniscono tra Mammola e Mortone, e di là ingrossato bagna le terre di Giojosa e Marano, e sbocca nel mare a non molta distanza del Novito dopo il corso di circa 12 miglia.

12. SUBSICIVO (Subsicivum)

Alla distanza di XX miglia antiche da Altano l’Itinerario di Antonino segna la mansione col nome di Subsicivo (1168), o piuttosto Subsccivo, che non so dire se fosse una semplice casa di campagna di qualche dovizioso per trattenervisi a diletto negl’intervalli sottratti a' più gravi affari della vita, oppure un villaggio cresciutovi intorno ne’ tempi successivi. Forse ancora fu così denominato dallo sterile territorio rimasto indiviso ad una romana colonia (1169) trasferita in una delle città vicine, né altra si potrebbe supporre che Romechio, la quale non era di là molto lontana in sulla prossima spiaggia. Certo è che secondo la riferita distanza la detta stazione corrisponder doveva nell'odierna Giojosa, così detta, a quel che sembra, dalla veduta amenissima che vi si gode, e tale situazione porge una non lieve conghiettura per credersi trascelta ad uso di villa ne’ tempi dell’Impero.

13. ROMECHIO (Romechium)

Al di là di Subsicivo e in sulla spiaggia seguiva Romechio, piccola città ricordata dal solo Ovidio, ove descrisse l’allegorica navigazione di Esculapio sotto la figura di serpente, da Epidauro pe’ lidi della Magna Grecia insino al Tevere. Oltrepassati i promontorii japigii nelle vicinanze di Crotone, e sfuggiti i pericolosi scogli di Anfissa, lascia il nume alla destra il promontorio Cocinto, e la sua nave rivolge a Romechio, Caulonia e Naricia, ossia Locri (1170). Di questa città altra memoria non v’è negli antichi scrittori, i quali forse per la sua piccolezza tralasciarono di favellarne; ed agli stessi tempi di Ovidio era forse di sì poca considerazione, che non portava il pregio di ricordarla; ma il poeta, vago come egli era delle antiche memorie, non trasandò di descriverla sul seno locrese, e forse non ebbe l’origine che da coloni romani, a giudicarne solo dal suo nome, il quale come Romulea accenna, io credo, ad una piccola Roma. Non dubbio del resto ne è il sito, perché conserva dopo tanti secoli il nome di Romechì tra le rovine di Locri e Raccolta; così che il poeta in grazia forse del verso ne alterava alquanto la vera situazione, coll'accennarlo prima di Caulonia.

14. Fiume Sagra (Σάγρας, Sagra)

Dopo di Romechi mette foce nel mare il fiume Alaro dopo il corso di presso a 30 miglia per luoghi alpestri e disastrosi. Da molte sorgenti nelle vicinanze di Fabrizia ha le fonti, e da altri rivoli accresciuto prima di giugnere presso Castelvetere, corre di là più ricco di acque quasi parallelo al fiume Santodero. È questo il fiume Sagra degli antichi, celebre per la memorabile sconfitta che 10m. Locresi collegati co' Reggini davano verso la LIV Olimpiade (564 av. G. C.) a 130m. Crotoniati, i quali stremati di forze cominciarono rapidamente a decadere (1171). Per eternare i vincitori la memoria dell’impresa, che una tradizione mitica diceva pervenuta nel giorno stesso ad Olimpia ed in altre città greche, e per riconoscenza insieme verso i numi protettori, innalzarono due are Dioscuri, che a' dì di Strabone tuttavia si vedevano alla riva del fiume, e di cui si son creduti gli avanzi in certi vestigi di antiche mura nel mezzo della vasta pianura tra' l monte Caulone ed il mare, ove la famosa battaglia fu combattuta (1172). Per non dubitarsi del resto che il fiume Sagra de' Greci non fu altro che l’odierno Alaro, giova riflettere che il monte dal quale scaturisce, ed a fianco di cui sorge il Caulone, non altrimenti che Sagra tuttavia si nomina oggidì.


V. CAULONITIDE

Alla Locride seguiva immediatamente la Caulonitide, e da' brevissimi cenni de' geografi non è dubbio che fu ristretta da una parte dal corso del fiume Sagra, e dal promontorio Cocinto dall'altra, perché in fatti dopo il detto fiume Strabone descrisse la città primaria che diè il nome alla regione, e dopo il promontorio Cocinto Plinio fa cominciare il Seno scilaceo (1173). Ma per non essersi ben determinato il promontorio Cocinto, inesatta a me sembra la circoscrizione de' moderni topografi, i quali non la estendono più oltre del Capo di Stilo. Oltre che, così pensandosi, molto ristretta sarebbe stata la regione, il castello Cocinto, dal quale venne il nome al prossimo promontorio, non corrisponde per la distanza segnata in uno de' romani Itinerarii (1174) all’odierna città di Stilo, sì bene poco al di sopra della foce del Callipari) che sbocca nel mare alla destra di un altro più lontano piccolo promontorio, nel quale con più di ragione è da riconoscere il Cocinto ed il termine orientale della Caulonitide. La quale, se non giunse alla floridezza delle regioni vicine, a nessuna fu soggetta, e la indipendenza conservò insino a che non fu oppressa da Dionigi il vecchio; ed attribuire con tutti i geografi ad una città illustre ed autonoma qual fu Caulonia un territorio quasi minore di uno degli odierni villaggi è contrario a tutte le memorie che abbiamo di una città ch'ebbe moneta propria, e seppe resistere al tiranno di Siracusa. Or secondo la divisata e più esatta corografia della Caulonitide si può dire che corrispondeva agli odierni circondarii di Stilo, Serra, Badolato e Davoli nella Calabria Ultra li, che i versanti orientali de' monti Gremi, Fama e Coppari dividono da quelli di Rosarno, Nicotera e Mileto, come l’agro de' Cauloniati dividevano da quelli de' Bruzii. Come nel prossimo paese di qua della foce dell’Alaro così in tristi e sabbiose rive si avviene chi viaggia pe’ lidi della Caulonitide, irrigata in sul principio dal fiume di Placanica, e più oltre da un torrente prima di giugnersi alla punta di Stilo. E questo il meno angoloso di tutti i capi sul Ionio, per essere possibile appena avvedersi della sinuosità che fa nel mare. I fiumi Stillare ed Assa, e i torrenti Pacanito e Bruda bagnano la seguente spiaggia solitaria insino alla torre di S. Antonio, e di là sino al fiume Ancinale non s’incontrano che piccoli torrenti, che si riconoscono sol nella state alla devastazione che hanno prodotta nell’inverno. Dalla presente condizione della contrada non si saprebbe intendere in che ritrovassero i Cauloniati le fonti principali della loro opulenza; ma non è dubbio che dalla naturale fertilità della terra e del mare, non meno che dal governo provvido e intelligente ritraessero i mezzi della sussistenza e della ricchezza. Ma tali considerazioni lasciando a più sagaci investigatori, ecco la topografia della Caulonitide.

1. CAULONIA (Καυλωνία, Caulonia)

Al nord di Locri e alla distanza di 19 miglia sorgeva Caulonia tra l fiume Sagra e 'l promontorio Cocinto, città cospicua e molto antica, tre volte fondata, e tre volte distrutta. Senza dire delle sue origini mitiche (1175), che un dotto archeologo si è studiato di spiegare storicamente (1176), e che un altro contrasta come in tutto favolose (1177), la più sicura tradizione è che fu fondata da una colonia di Crotoniati (1178), o di Achei (1179). Comeché in questi due popoli veder si potrebbe l’origine stessa della città, perché Crotone fu colonia di Achei, è nondimeno verisimile che dopo essere stata fondata da una colonia di Achei un’altra ne accolse di Crotoniati per la comune origine de' due popoli; e Pausania scrive in fatti che Caulonia fu fondata da Tifone di Egio, capo di una colonia di Achei nel Peloponneso (1180). E noto del resto da Ecateo che fu primamente detta Aulonia, per essere situata in mezzo d'una valle (1181), che i Greci dissero αὐλών, e tanto valse in greco questo suo nome primitivo quanto il latino Vallonia; la quale spiegazione attinta dalla sua posizione, riferita ancora da Scimno di Chio e Strabone (1182), è certo da preferire all’origine favolosa di taluni antichi, dall’eroe suo fondatore Anione, o Caulone figlio dell’Amazone Clita (1183). A cagione della leggenda KAVL delle medaglie. della città ed anche pel tipo che portano impresso si è scritto altresì che fondavala una colonia venuta dall’Oriente, adoratrice di Giove tonante (1184); ma nella detta leggenda è da osservare anziché una voce intera, il nome del popolo (KAVLωνιτων) abbreviato, ed è più verisimile che nel tipo delle medaglie sia espressa una tradizione eroica più tosto che l’orientale teologia. Nel dritto di tali medaglie è una figura virile nuda che nella destra ha un ramo, sul braccio sinistro una immaginetta con rami in ambe le mani, e presso di essa una cerva stante in atto di riguardarlo, ripetuta sempre nel rovescio. Or la cerva Cerinitide sacra a Diana accennerebbe alla città di Cerinea posta su' confini dell’Arcadia e dell’Acaja e poco lungi da Egio (1185), donde partivasi la già detta colonia degli Achei, poiché con que’ di Egio si univano per avventura i Cerinosi loro vicini. Essendo ancora in Cerinea un sacrario delle Eumenidi che volevasi fondato dà Oreste (1186), par manifesta la connessione del tipo della cerva Cerinitide con quello di Oreste, espiato per l’uccisione della madre da Apollo, espressi nel dritto delle dette medaglie (1187).

Niente si sa del resto delle più antiche vicende di Caulonia se non che soggiacque agli stessi mali dell’anarchia che travagliarono le altre città greche dopo la distruzione de' collegii de Pitagorici. Ma affidatisi agli Achei Cauloniati co' Crotoniati e i Sibariti per liberarsi da' mali che li stringevano, ne imitarono la forma di governo, e insieme accordandosi, eressero in prima un comune sacrario a Giove Omorio, o conciliatore, ed un luogo per le comuni assemblee; ed abbracciando le costumanze e le leggi degli Achei, se ne valsero nell’amministrazione della loro repubblica (1188). In tale stato la città rimase tranquilla insino a che per la prepotenza di Dionigi il vecchio non fosse distrutta, ed una parte degli abitatori trasferita a Siracusa e dispersa nella Sicilia. A tale calamità soggiacquero i Cauloniati,w 4.° anno della XC VII Olimpiade (389 a. G. C.), ed il territorio ne fu conceduto a Locresi (1189). Fu allora che la città di Locri ebbe a spedirvi una colonia, la quale co' superstiti cittadini la ricostrusse; cd a questo fatto si riferisce l’origine da' Locresi che a Caulonia attribuì Igino nel suo libro perduto del sito delle città d'Italia (1190). Certo è che fu dopo non guari tempo rifabbricata, perché uno de' suoi cittadini fu proclamato vincitore dello stadio nella XCIX Olimpiade (1191), e sussisteva al tempo della guerra di Pirro, tra gli anni 280 e 274 prima dell'era volgare, e sembra che Dionigi il giovine la riedificasse. Dappoiché, come assicurano Diodoro Sicolo e Plutarco, egli soggiornava in Caulonia nella fine della CV Olimpiade; e, secondo scrive il primo di questi storici, Dionigi dimorava allora nelle città di recente edificate, il che tra le altre deve intendersi di Caulonia (1192).

Insino a quest’epoca si credono battute le monete della città, tutte di argento, e di cui sono noti oltre a 40 tipi simili al già descritto, diversi solo negli accessorii (1193) e nella leggenda del popolo, dimezzata (KAV, KAVA, KAV۸۰), o intera (KAVAONGATAN), ed ora in lettere arcaiche, ora in meno antiche (KAΥ, ΚΑΥΛΩΝΙΑΤ). Incuse sono quelle de' tempi più remoti, e quasi tutte anteriori alla prima distruzione della città, e poche soltanto di piccolo modulo si possono probabilmente riferire al periodo della sua restaurazione. Una di queste presenta da un lato una testa di Apollo laureata, ed al rovescio la solita cerva coll'epigrafe KATA; un’altra, anche di piccolo modulo, col medesimo tipo nel dritto, ha nel rovescio l’epigrafe ATA nel campo, per ricordare l’antico suo nome di Αὐλώνια (1194).

Dopoché risorse dalle sue rovine, pochi anni più di un secolo rimase Caulonia tranquilla e libera da altre sventure; ma, per aver seguito le parti del re di Epiro, fu saccheggiata, e di bel nuovo distrutta da' Campani alleati de' Romani (1195), cioè Sanniti occupatori di Capua, a' quali è da attribuire la tradizione serbataci da Strabone, che i barbari espulsero dalla loro patria i Cauloniati, e li costrinsero a tramutarsi nella Sicilia, per fondarvi una città dello stesso nome (1196). E così s’intende perché Stefano Bizantino, oltre la città di Caulonia che attribuì all’Italia in generale, un’altra ne ricordò de' Locresi, ed un’altra ancora nella Sicilia (1197). Pausania dice che la città fu disertata affatto; ma che noi fu del tutto, o che fu indi a poco riedificata ed abitata, è manifesto da che nel 209 av. G. C. parteggiò con altre città per Annibale (1198), e per tal cagione ebbe a soggiacere all’ultima distruzione per opera del presidio di Reggio, che ad espugnare la città eravi spedito da Fabio Massimo (1199), e Strabone in fatti assicura che al suo tempo era già deserta (1200), siccome a quello di Plinio non se ne mostravano che le rovine (1201).

Era posta Caulonia alla spiaggia del mare (1202), dove ebbe il suo porto (1203), al pari di tutte le città della Magna Grecia; e sorgeva propriamente in distanza di 4 miglia ed a sinistra di Castelvetere. Gli edifizii cominciavano dal monte che tuttavia ritiene il nome di Caulone, ove si veggono grossi pezzi di muro dell’antica rocca; e di tale situazione danno anche certezza i frequenti ruderi di antichi edifizii ivi scoperti, e le monete, i grandi vasi d’antico lavoro per uso d’acqua, e i sepolcri che l'aratro ha sempre scavati in que’ campi prossimi al lido (1204).

2. Tempio di Giove Omorio

Fuori di Caulonia fu molto probabilmente il tempio di Giove che per le loro comuni ragunanze edificavano le tre repubbliche collegate de' Cauloniati, de' Crotoniati e Sibariti. Ma, per la disconvenienza de' critici, malagevole è l’affermare con sicurezza sotto qual titolo propriamente questi popoli al nume eressero il tempio. Poiché le tre città non disputavano veramente pe’ loro confini, ma per le interne discordie e turbolenze erano in iscompiglio, non si può sostenere gran fatto il titolo di Omorio, ossia confinante, che in un solo codice di Polibio s’incontra, e più analoga al vero sembra la lezione di Omario, sia da ὁμαρεῖν, esser concordi (1205), sia ancora dal titolo di Omarigio, sotto il quale Giove adoravasi in Egio nel tempio antichissimo che attribuivasi ad Agamennone, ove sempre per legge tenevasi il congresso degli Achei (1206). Un altro dotto archeologo si avvisa nondimeno che il titolo dato a Giove fu quello di Omoneo, o Conciliatore, per esservi ricordo della statua dell'Omonea, o della Concordia presso quella di Giove Eleuterio (1207). Ma meno dubbio di tutti sembrami il titolo di Omarigio, ripetizione del titolo che il nume aveva in Egio, perché da questa città Tifone conduceva una colonia a Caulonia ed è questa un’altra ragione che il tempio, anziché presso Sibari o Crotone, esser doveva in vicinanza della detta città. Ad ogni modo, senza credere con un patrio scrittore che a breve distanza da Stilo sorgesse Caulonia (1208), è possibile che ivi presso si fosse innalzato il tempio, del quale così egli descrive gli avanzi. «È composta la sua parte esteriore di tre consecutive fabbriche rotonde, che finiscono con tre piccole cupole. L’interno presenta un quadrato, che sembra costruzione de' bassi tempi alzata sull’antica. Nel muro interno verso oriente è ancora la nicchia della statua del nume. In mezzo al tempio ad eguale distanza sono quattro colonne, alla sommità delle quali sono corrispondenti archetti poggiati alle colonne ed ai muri laterali, sopra i quali archetti sorgono proporzionate fabbriche cilindriche, che terminano con cupolini, ciascuno de' quali ha i propri finestrini; ed altri due pioli collaterali alla nicchia, ed un altro sulla porta, molto luminoso rendevano il tempio». E soggiugne che tuttavia rimangono la base e i piedi della statua di Giove fabbricati nella facciata della cattedrale di Stilo, a destra della porta maggiore, e che il resto della statua si vede nel cimitero di sotto la chiesa (1209). Ad altra statua, che a quella del Giove de' Cauloniti, appartennero per Avventura i detti rottami, come ad altro tempio, e certamente cristiano al tempo dell’impero Bizantino, le descritte rovine; ma si gli uni che le altre non ho voluto tralasciare per richiamarvi l’attenzione di altri più diligenti ricercatori delle patrie antichità.

3. MISTIA (Μυστία, Mystia)

A seguire più l’ordine topografico di Plinio, che quello di Pomponio Mela, dopo di Caulonia seguiva forse più dentro terra la città di Mistia (1210), il cui nome greco, come noi diremmo Arcana (1211), ne dimostra la greca origine, e forse dalla stessa colonia di Egio che fondava la vicina Caulonia. Stefano Bizantino sull’autorità di Filisto l’attribuì a' Sanniti (1212), perché occupata per avventura Campani mercenarii di Dionigi il giovine. Non solo sussisteva nel VI secolo, ma era pure città vescovile, come è noto dalla testimonianza di S. Gregorio papa, il quale scrive che per la invasione de' barbari Severino vescovo di Squillace in questa città trasferiva i sacri vasi e le suppellettili per salvarli dalla loro rapina (1213); e poiché oltre di que’ tempi non se ne ha altra memoria, ebbe forse a soggiacere anch’essa alle barbariche devastazioni per non più risorgere, o per cambiare l’antico nome. Quanto al suo sito, non si appose al vero il Barri che ponevala nell’odierna Giojosa, molto prima cioè di Caulonia ì quando che giaceva dopo le rovine di questa città secondo la descrizione di Plinio, e si è perciò considerata dopo dell'Alaro nell'odierna Motta-Placanica, alla distanza di circa 4 miglia dalla sinistra del fiume (1214).

4. CONSILINO (Consilinum)

Dalle riunite testimonianze di P. Mela e di Plinio non è dubbio che nella spiaggia un dì Cauloniti fu la città di Consilino e da Plinio sopratutto sappiamo che fu dopo di Mistia (1215). Due rare medaglie di bronzo non solo danno lume a' citati geografi, ma confermano ancora l’esistenza della città, la quale ne’ tempi più antichi dicevasi Cosilino. In una di queste medaglie vedesi da una parte una testa barbata e galeata, e dall’altra un fulmine coll’epigrafe ΚΩΣΙ, e sotto tre lunule capovolte. L’altra, nella forma e nel metallo simile alla precedente, ha nel dritto la testa giovanile di un fiume, cinta di canne palustri e col solito distintivo di un piccol corno sulla fronte; e nel rovescio un granchio con sopra due lunule e la detta epigrafe ΚΩΣΙ (1216). A giudicarne dalla fabbrica e dallo stile di tali medaglie, simili a quelle di Crotone e della sua colonia Terina, egli sembra che Cosilino fu nella dipendenza de' Crotoniati, da' quali fu forse in origine fondata. Ma, oltre di tal conghiettura, niente si sa delle sue vicende, per non esservene alcuna memoria negli antichi, e per essersi inoltre i migliori topografi ingannati sul testo de' citati geografi, non si può assicurarne il sito. Se non che, i tipi della seconda medaglia ci fanno certi che non solo la città fu posta alla marina, ma anche accanto, o a breve distanza dalla foce di un fiume, e però molto simile al vero può dirsi l’origine di un patrio scrittore, il quale senza conoscere la detta medaglia pone vaia a Monasterace (1217) presso di un fiume ed a 4 miglia dal mare, e si può anche supporla presso del fiume Stillato che mette foce dopo del Capo di Stilo.

5. SUCCEIANO (Succeianum)

A 6 miglia dal mare, e forse ad eguale distanza dalla descritta città, egli sembra che sorgesse Stiacciano, villaggio mentovato dal solo Itinerario di Antonino, nel quale è situato a XXIV miglia da Subciswo (1218). Per non esservene altra memoria ne’ geografi, non pare più antico della decadenza dell’Impero, quando non era forse che una grossa borgata sulla grande strada che correva per queste regioni, e per la detta distanza fu certamente nell’odierna città di Stilo. Se non che, crebbe ne’ susseguenti tempi non solo perché fu una città vescovile (1219), ma anche per le rovine che ne rimangono nella pianura alla cima del monte, alle cui falde ora sorge la città odierna, dove, a crederne chi vi ha posto con errore la città di Caulonia, si veggono i vestigi d’una città grandissima cinta da mura e da torri (1220). Comeché tali rovine non sono forse più antiche del medio evo, non è inverisimile nondimeno che da una colonna (στύλος) superstite di qualche antico tempio rovinato, od anche di quello di Giove Omar io, intorno a cui crebbe forse la borgata di Succeiano, l’odierna prendesse il nome ne’ secoli successivi.

6. Fiume ELLEPORO, o Eloro

Dopo il fiume Stillavo irrigano la regione altri fiumicelli e torrenti sino alla punta nelle vicinanze di S. Andrea, ma rinomato fra tutti nella storia è il Callipari per la vittoria che alla sua riva Dionigi il vecchio ottenne su gl’Italioti nell'Olimpiade XCVII, 4 (A. C. 389). Polibio e Polieno questo fiume nominano Elleporo (1221), ma Eloro è detto da Diodoro Sicolo, il quale più a lungo narrò l’impresa del tiranno di Siracusa contro i Greci collegati (1222). Poiché il valoroso Elori, esule di Siracusa, cadde spento alla sponda di questo fiume capitaneggiando i Crotoniati, tal fatto dà ragione della seconda denominazione; ma non genuina è da credere quella di Elleporo, e molto più da preferire sembra l’odierna di Callipari, la quale è greca del pari, ed accenna a bella navigazione o tragitto; così che se il vero nome del fiume fu guasto ne’ libri, si serbò puro nella orale tradizione. Questo fiume scorre del resto tra Isca e Badolato, e tra gli altri con gli oscuri nomi di Alaca e Brada si scarica nel Ionio dopo breve corso dalle sue prime sorgenti.

7. Promontorio COCINTO (Cocinthum promontorium)

Dopo la punta di Stilo e la torre di S. Antonio si avanza nel mare un’altra punta o capo in situazione parallela al monte Portella, e che io credo il promontorio Cocinto degli antichi. Tutti i geografi scrivono che sia in vece il detto capo di Stilo; ma, oltreché non si saprebbe intendere, così pensando, come a molte miglia lontano sarebbe stato secondo l’Itinerario di Antonino il castello Cocinto ond’era così denominato (1223), in troppo angusti limiti ancora sarebbe stata ristretta la Caulonitide, la quale il confine occidentale aveva appunto nel detto promontorio. Il quale divise non solo la detta regione dalla Scilletica (1224), ma ancora il mare Sicolo dall’Jonio (1225), odir vogliamo il seno del Tirreno chiuso tra esso promontorio e lo stretto siciliano, e quello che dal Cocinto stesso bagnava tutto il golfo di Taranto insino ad Idrunto (1226). Ovidio come tutto scosceso descrisse questo promontorio (1227), e se i naturali cambiamenti che tutta rimutarono questa parte della penisola, non furon cagione che si alterasse dalla forma primitiva, è da dire che non si ebber ragione coloro che secondo Plinio lo reputavano il più esteso promontorio d’Italia.

8. Castello COCINTO (Cocinthum Castrum)

Dopo il promontorio Cocinto seguiva il castello omonimo che al promontorio stesso dava il nome, e che forse nominato da Plinio, per l’alterazione de' copisti scompariva dalla sua descrizione geografica. Ma ben trovasi ricordato nell’Itinerario di Antonino, nel quale è segnato a XXII miglia da Scilacio, e tale distanza fa supporlo nella odierna terra di S. Andrea, a 3 miglia dal mare, e nella direzione appunto del supposto promontorio Cocinto. I moderni topografi che di comune accordo il detto castello hanno riconosciuto nella città di Stilo, non hanno tenuto ragione della indicata distanza; ed oltre a ciò, senza supporre più miglia al di là i comuni confini della Caulonitide e della Scilletica, molto ristretta sarebbe stata la prima di queste regioni. Altra memoria del resto non rimane del castello Corinto, ed o che fu nella detta terra di S. Andrea, o in quelle vicinanze, non so dire in qual secolo ne avvenisse la distruzione o il mutamento del nome.


VI. SCILLETICA

Prossima alla Caulonitide seguiva la Scilletica, che in più ampi confini si distendeva, sia che più ristretta con tutti i geografi si supponga la regione vicina, sia che se ne ammetta, come io mi penso, il limite orientale nel piccolo promontorio a due miglia da Isca. Il perché dalla marina di S. Andrea estendevasi a' capi delle Castella, Rizzato e della Piave, e verso le fonti Angitola o del Lamato era chiusa dentro terra dalla catena dell’Appennino. A tale corografia accennano non solo i prossimi confini montuosi de' Bruzii, ma anche le testimonianze degli antichi geografi, perché dopo il promontorio Corinto Plinio nominava il seno scilaceo, e dopo di Scillezio Strabone pose i confini de' Crotoniati e i tre promontorii Japigii (1228). In un suolo più propizio della precedente poche città ebbe questa regione, più di qualunque altra della Magna Grecia bagnata da molti fiumi, che aprendosi il valico tra piacevoli colli belle viste vi producono col corso delle loro acque. Perché nel confine occidentale scorre il fiume Anomale, a cui segue alla sinistra del fortino di Paliporto il Beltrano, e dopo la punta di Stalatti, roccia scoscesa che prolungasi sino al mare, il pescoso Pellena e il Meliteo che fa una cascata molto pittoresca su rocce di granito, e più paesaggi simili a quelli nel mezzo delle Alpi. Indi a poche miglia scorre il Cornee, dalla cui foce a quella del Lamato nell'opposto golfo di S. Eufemia l’Italia si restringe nello spazio di 20 miglia, e così si approssimano i due fiumi verso le sorgenti, che in un solo canale potrebbesi riunirli per mettere in comunicazione i due mari, se non vi si frapponessero i monti intermedii. Al Corace seguono altri sei fiumi, l’Alli, il Simeri o il Littrello, e poi l’Acone, il Nascaro, il Crocchio e il Tacina, dopo del quale piccoli torrenti bagnano la rimanente contrada insino agli ultimi confini con la Crotonitide. Fertilissima in ogni sorta di prodotti era questa regione sin dopo la decadenza dell’Impero (1229); ma abbandonate le spiagge da' primi secoli del medio evo per le incursioni de' Saraceni e de' pirati, e però lasciato libero il corso a' numerosi fiumi che vi producono stagni e paludi, alterata molto se ne vede la naturale condizione, che più prosperi rendeva i primitivi abitatori.

1. Fiume CECINO

Dopo il fiumicello Alaca che scende dalle vicinanze di Sanso. sto bagna la regione il fiume Uncinale, che ha le prime fonti ne’ monti di E Stefano e Satriano, e che accresciuto dal fiume Alba e da altre minori sorgenti, dopo il corso di 60 miglia sbocca nel golfo di Squillace a 4 miglia da Satriano. È questo il Cecino degli antichi, appena ricordato da Plinio; né per la storia de' nostri popoli importa tanto il conoscere ch’era navigabile (1230), e solo forse verso la foce, quanto lo stesso suo nome, che fa risovvenire il fiume omonimo nell'Etruria (1231), ed entrambi il Caico, che bagnava la Teutrania; altra pruova che i Pelasgi occupavano la Magna Grecia come l’Italia superiore (1232).

2. CECINO (Καίκινον, Caecinum)

Presso il descritto fiume sorgeva la città dello stesso nome, posta da Pomponio Mela nel seno Sciletico (1233), e bene antica non solo per la discorsa ripetizione del nome Cecina, dal fiume dell’Etruria per opera àe Pelasgi, i quali probabilmente la edificarono, ma anche per la memoria che ne serbava lo storico Filisto di Siracusa al tempo di Dionigi il vecchio (1234). Dotti scrittori la confusero con Cocinto e Cesena (1235), ma altri ben la riconobbero nella Scilletica, e non fu altra per avventura che l’odierna Satriano (1236), bagnata appunto dal Cecina o Ancinale, dalla cui foce non è distante più di 4 miglia.

3. ABISTRO, o APRUSTO (Αβυστρον, Aprustum)

Questa città annoverò Tolomeo con Petelia tra le mediterranee della Magna Grecia (1237), e poiché la nominò anche Abristo (Αβρυστον), forse mal non si appongono i moderni topografi che l’hanno credula la stessa che quella abitata dagli Aprustani ricordati da Plinio. Egli è il vero che il geografo latino questi popoli annoverò tra' Bruzii (1238), ma è da osservare che al suo tempo non eravi più Magna Grecia, e tutte queste contrade occupavano i Lucani e i Bruzii. Per le quali cose non è inverisimile che si abbia a riconoscere nell'odierno Argusto tra Satriano e Chiaravalle ed a 5 miglia dal seno di Squillace (1239). Così si può pensare per l’analogia del nome che s’incontra tra Arguito ed Aprustum, ma non debbo tacere che altri topografi si avvisano doversi riconoscere in Aprigliano, ch’è uno de' casali di Cosenza (1240), e con più di ragione forse avrebbero detto in Agosto, anche per una certa somiglianza di nome; ma in tal guisa non si sa intendere come Plinio avrebbe nominati i soli Aprustani presso Cosenza tra i popoli mediterranei de' Bruzii. Perciò Abistro o Aprusto ebbe ad essere una città dentro terra, ma a non molta distanza dal mare, e per tale posizione più al vero ci accostiamo se la crediamo in Argusto.

4. Accampamenti di ANNIBALE (Castra Hannibalis)

Seguiva il porto che prese il nome dagli accampamenti di Annibale, nel sito ove l’istmo è il più angusto, per non avere più di 20 miglia di estensione (1241), ed ove si crede che stesse la flotta Cartaginese dopo la conquista delle città vicine. Oltre del porto ebbe ad esservi una grossa borgata dello stesso nome, che cominciò a sorgere da' detti accampamenti, come in altri luoghi delle nostre regioni (1242). Il che sembra raccogliersi dalla Tavola Peutingerana, nella quale è segnata la distanza di XXVI miglia dal promontorio Lacinio alla stazione Hannibali (1243), ma senza l’indicazione del porto, che si vede aggiunta ad altre stazioni simili (1244).

Che che ne dicano alcuni dotti topografi, e non ostante la riferita distanza, il nome di Paliporto, o di porto antico, da cui prese il nome il fortino di qua della foce del fiume Vetrano, indica chiaramente la vera situazione di questo porto sul piccolo seno, che trovasi in fatti nel più angusto sito della penisola (1245), e presso del quale si veggono ancora i ruderi dell’antica borgata o castello in vicinanza del villaggio Soverato. Sono sparsi tali ruderi in ampia estensione, ed oltre agli avanzi di antichi acquedotti, diversi oggetti ne sono venuti fuori di terra cotta e lucerne con le solite sigle della figulina o dell’artefice, e pezzi inoltre di antiche fabbriche nel seno che dicono Coscia di Stalattì, le quali si può supporre all’antico porto appartenute (1246). Ivi presso Dionigi il vecchio alla Sicilia volle aggiugnere la parte distaccata dall’Italia, come Plinio scrive, e più chiaramente sappiamo da Strabone che intraprese di murare l’istmo quando combatteva i Lucani, per assicurare da' barbari, egli diceva, ch'erano fuori dell’istmo coloro che vi abitavano dentro; ma nel fatto perché avrebbe voluto impedire a' Greci collegati di comunicare a vicenda, e padroneggiare così più liberamente quei di dentro; ma si levarono que’ di fuori a impedirgli di effettuare il disegno (1247).

5. AMFISSIA (Amphissia)

Più oltre del fortino di Paliporto molti scogli ingombrano la prossima spiaggia sino alla punta di Stalattì, e questi io credo i Sassi anfissii ricordati da Ovidio nella descrizione dell’allegorico viaggio del serpente di Epidauro (1248). Dalla testimonianza del poeta l’Ortelio non dubitò che i detti scogli, de' quali noti seppe il silo, prendessero il nome da una città vicina, che attribuì in generale alla Calabria (1249), ed un patrio antiquario, persuaso anch’egli che una città di Anfissio fosse stata nel seno di Squillace, assegnavane le rovine nelle vicinanze di Roccella tra' fiumi Crotalo ed Alaca, dove già rimaneva nel secolo XII il nome di Paleopoli, o di città vecchia (1250). Il nome della città è spiegato del rimanente non solo dalla condizione stessa della spiaggia cinta da scogli, ma dal nome ancora di una città omonima della Locride occidentale nella Grecia propria abitata dagli Ozoli, la quale non da una favolosa principessa figlia di Macareo ed amata da Apollo, come scrive Pausania, sì bene da che era circondata da monti fu detta da' primi fondatori (1251), i quali tramutandosi nella spiaggia ove sbocca il Corace, vi ripetevano il nome della madre patria. Il perché più oltre del noto confine de geografi egli sembra che ne’ più remoti tempi si fosse distesa la Locride; ma non è dubbio che nella regione scilacense ne’ secoli successivi andò compresa Amfissia a non dilungarci ancora dalla descrizione di Ovidio. È probabile del resto che la città stessa rimanesse distrutta nelle prime incursioni Saraceni essendo noto dalla tradizione che gli abitatori di Paleopoli, i quali con poca fortuna le mura ne avevano difese contro i barbari, si ritirarono in sul monte Serapotamo che si eleva di là del Corace a vista di Squillaci e poi sul Triavena a tre miglia più dentro terra, ove sotto gli auspicii del greco imperatore Niceforo posero nell’anno 804 le prime fondamenta d’una nuova città, che prima Rocca di Niceforo, e poi Catanzaro fu nominata (1252), da' due fiumi, io credo, che insieme si uniscono al basso della città (κατά ζα ῥοή). Nel detto sito del resto si veggono i ruderi di un gran tempio dell’epoca del basso impero, che servì poi anche per fortezza, e grandi rovine all'intorno degli stessi materiali di quell’edifizio, cioè di larghi e grossi mattoni e di fabbriche reticolari; ed un erudito viaggiatore, il quale ingannavasi sul nome della città, credè ancora distinguervi gli avanzi di un teatro, l’emiciclo e i muri del proscenio (1253).

6. SCILLEZIO, o SCILACIO (Σκυλλήτιον, Scilacium)

Dopo del fiume Cecino ed a XXII miglia dal castello Cocinto seguiva Scilacio, città ragguardevole che diè il nome al prossimo golfo ed alla regione (1254), in origine detta Scillezio, come la nominò il geografo Eudosso, che l’attribuì alla Sicilia (1255), o a quella parte dell’odierna Calabria un tempo abitata da’ Sicoli. Oscura sarebbe la più remota origine di questa città, a seguire la breve tradizione di Strabone, che cioè fu fondata da una colonia di Ateniesi, di quelli che seguito avevano Menesteo (1256). Egli sembra che il geografo confonda Menesteo, il celebre duce nella guerra troiana (1257), col Lirnessio eroe Menesteo (1258), e secondo questa veduta gli stessi Telmessii, od anche i Beozii (con cui i Telmessii si mischiarono), i quali sull'opposta spiaggia della prossima Lucania fondavano le città di Lino e Tillesio (1259), sarebbero stati i fondatori primitivi di Scillezio. Ma del pari che nelle prossime contrade dal fiume Sagra all’Ilia una colonia di Trojani un diligente scrutatore delle antichità italiche vi crede giunta dopoché era stata già occupata da’ Pelasgi, e ben ne sembra una pruova la pelasgica città di Scilace sulla costa della Propontide (1260), la più antica metropoli di questa città della Magna Grecia. Ed a queste colonie è da aggiungere quella de' Leucadii, o in generale di naviganti dell'Epiro, per la tradizione che Ulisse facesse naufragio su quella spiaggia, e dagli avanzi del suo naviglio cominciasse ad edificarla (1261).

Quando la repubblica de' Crotoniati fu in fiore, Scilacio fu soggetta a] loro dominio, e Dionigi il vecchio ne attribuì in parte l’agro n’Locresi allorché ampliò il territorio di questi popoli a danno de' Cauloniati, degl’Ipponiati e de' Crotoniati, come altrove si è detto (1262). Più antiche notizie di questa città non si hanno, se non che al pari delle altre vicine città autonome ebbe moneta propria, ma non altra per vero che una moneta di bronzo, la quale a un lato ha la testa di Mercurio con la lettera 0 (iniziale del nome dell’artista), e dall’altra una prora e l’epigrafe ΣΚΥΛΛΑΤΙΩΝ (1263).

Roma vi spedì colonie sotto Augusto, e Nerva; la prima, di cui si ha notizia da Vellejo Patercolo, un anno dopo di Fabrateria, cioè nell'anno di Roma 629 (1264), e l’altra, di cui s’ignora la data precisa, ma chiaramente attestata dal seguente marmo scoperto a Squillace, in cui si legge di avere Antonio Pio per mezzo di un acquedotto dato l’acqua a' campi della colonia di Scilacio, distinta con gli epiteti di Minervia, Nervia ed Augusta (1265):

IMP. CAESAR. T. AELIVS HADRI

ANVS. ANTONINVS. AVG. PIVS. PONT

MAXIM. TRIB. POTEST. VI. COS. III. PP. IMP. II

COLONIAE. MINERVIAE. NERVIAE AVG.

SCOLACIO (sic). AQVAM. DAT

Al detto acquidotto appartenevano forse i tre archi veduti sotto Simari da un dotto viaggiatore (1266); se non che Antonino Pio fu solo autore che si restaurasse, perché gli archi sono di grosse pietre macigne, che fanno giudicarlo di un’antichità pià remota. Ma, non ostante che la città per le romane colonie da cui venne occupata mutò condizione, serbò nondimeno sin ne’ tempi dell’impero le primitive usanze greche, essendo noto dalla seguente lapida che, come in Napoli, vi si celebravano i giuochi lampadici:

ΣτεΦΑΝΟΥCIN

ΟΙ ΟΥΝΕΦΗΒΟΙ ΣΟΦΟΚΛΕΑ και

ΚΟΝΩΝΑ ΝΕΙΚησηΝ ΛΑΙΛΙΑΝΟΝ

ΕΠΙ ΛΟΥΚΙΟΥ ΑΡΧΟΝΤΟΣ

ΚΟΣΜΗΤΕTONTOC ANTI

ΟΧΟΥ ΠΑΙΔΟΤΡΙΒΟΥΝΤΟΣ

ΖΗΘΟΥ ΦΙΛΟΙΓΝΗΣΙΟΥC

ΕΠΑΦΡΟΔΕΙΤΟΣ

ΠΡΟΣΔΟΚΑΣ

ΤΕΛΕΣΦΟΡΟΣ

ΑΡΙΣΤΙΠΠΟΣ

ΕΥΚΡΑΤΗΣ

ΚΤΗΣΑΣ

ΝΕΙΚΗΣΑΣΤΗΝ

ΛΑΝΠΑΔΑ

ΛΑΙΛΙΑΝΟΥ

ΖΩΣΙΜΟΣ

EICAC

ΜΥΡΜΗΣ

ΔΙΟΚΛΗΣ

ΦΙΛΟΥ

ΕΥΦΙΛΗΤΟΣ

ΔΙΟΝΥΣΙΟΣ

ΑΝΤΙΛΑΣ

ΝΕΙΚΕΣΑΣΤΗΝ

ΛΑΝΠΑΔΑ

ΣΟΦΟΚΛΕΟΥΣ ΚΑΙ

ΚΟΝΩΝΟΣ ΠΕΙ ΝΩΝ

Coronano i Sinefebi Sofocle e Conone, vincitori di Lucio Eliano (sotto l'Arconte Lucio, ordinatore del giuoco Antioco, maestro de' giovanetti Zeto) volenterosi, generosi. Epafrodito, Prosdoca, Telesforo, Aristippo, Eucrate, Ctesia, riportarono la vittoria della lampada di Lucio Eliano, Isade, Mirme amici, Eufileto, Diocle, Dionisio, Antila ottennero la vittoria della lampada. Sofocle e Соnone coronati altra volta (1267). Lo stile scorretto, e i rozzi caratteri dell'epigrafe, e più ancora il nome del vinto Lucio Eliano che non fu greco, chiaramente dimostrano l’età della lapida, non più antica del primo o secondo secolo dell'impero (1268); dopo il quale tempo altro di memorabile di Scilacio non so dire, se non che v'ebbe i natali il celebre Cassiodoro, segretario e ministro di Teodorico e di altri re Goti, col quale tramontò l'ultima stella della letteratura latina. Per cagione de' ruderi di antiche fabbriche che tuttavia si veggono alla falda del promontorio di Stalattì più scrittori sostengono ch’ivi fosse in origine la città edificata, non già nel sito dell’odierna Squillace (1269); ma che tale opinione e contraria al vero si raccoglie non solo dall’essere ivi stata un’altra piccola città della Scilletica, ma dalla lunghezza ancora di XXV miglia antiche che la Tavola Peutingerana assegna alla strada trasversale che da Vibona menava a Scilacio (1270), la quale ben corrisponde alla distanza odierna che passa tra Montaleone e Squillace.

CROTALLA (Κρόταλλα, Crotalla)

Di là del descritto porto, in sulla spiaggia sottoposta al villaggio di Stalattì seguiva l’antichissima città di Crotalla, ricordata dal solo Ecateo, che l’attribuì in generale all'Italia, sinonimo di Enotria. Sull’autorità di Ecateo ne scriveva nel suo Lessico Stefano Bizantino, al quale restituivano il frammento il Berkelio con un codice del Vossio, ed ora si legge ne’ frammenti del citato storico e geografo (1271). Comeché il celebre critico inglese dalla sola analogia del nome del prossimo fiume Crotalo avvisasse che trovar si doveva presso alla sua riva, come città ignota nondimeno è dichiarata malamente da' dotti editori di Ecateo; ed oltre che è noto da Duri Samio che molte città prendevano nome da' fiumi presso le cui sponde erano poste (1272), molte rovine tuttavia rimangono nel detto sito, che bene appalesano una città distrutta. Persuaso dalla induzione del Berkley, tali rovine andavami rintracciando negli scrittori Calabresi, e le trovava in fatti indicate come d’una ignota città distrutta da' Cartaginesi o da' Saraceni nelle opere del Barri e del Marafioti (1273); ma ecco quel che dopo ne scriveva il ch. Grimaldi, il quale per la vicinanza della sua patria dar ne poteva una migliore e più esatta contezza. «Nella contrada sottoposta a Squillace finché al Crotalo si giunge, ove ora sono alcune casipole che servon di ricovero de' pastori, si veggono alcuni avanzi di laterizie fabbriche e d’acquedotti; e rinvenuti sonosi rottami di marmoree colonne scanalate, e di statue anche di marmo; un mezzobraccio colossale di bronzo, inclusa la mano, della quale il pollice è lungo un palmo; de' vasi di terra cotta, fra cui n’è notabile uno alto circa un palmo e mezzo con figure nere su fondo giallo rappresentanti fra l’altro una testa di Venere con capelli vagamente acconciati; molte antiche monete di varii metalli per lo più romane, consolari e imperiali; delle diverse regioni della Magna Grecia e moltissime brezie; ed altre anticaglie. Molte di tali cose con gelosa cura conservansi dalla famiglia Massara di Borgia, e nella maggior parte sonosi trovate circa mezzo miglio prima che al Crotalo si giunga. — Nell’ultimo inverno (1844)nel farsi de' fossi per una vigna si rinvenne a due palmi e mezzodì profondità una strada da oriente ad occidente con pietre simili a quelle della via Appia, e lunga circa cento palmi per quanto fu il fosso, che se fosse stato proseguito si sarebbe probabilmente scoperto il resto della strada».

Fiume CROTALO (Crotalus amnis)

A circa mezzo miglio dalle rovine di Crotalla sbocca nel mare il fiume da cui prese il nome, il Crotalo, o Cornee, il quale nascendo nel monte di Serra di Pira bagna le terre di Cicala, Gemigliano, e Gagliano, e di la più ricco di acque dopo il corso di 42 miglia mette foce a breve distanza dalla torre di Catanzaro. Plinio lo annoverò tra' fiumi navigabili del seno scilacense (1274), ma tale era forse appena nel breve spazio dal mare alla confluenza del fiumicello di Borgia e del Limbi che scende dalle vicinanze di S. Floro.

Fiume SEMIRO (Semirus amnis)

Dopo il fiume Alli, non ricordato dagli antichi, scorre quasi parallelo e con un corso del pari tortuoso il fiume Simeri, il quale nasce nella Sila, ed accresciuto da' fiumicelli Sambuco e Longino e dal torrente Lustro, sbocca nel mare a 30 miglia dalle sue prime fonti. È il Semiro degli antichi (1275), come gli altri vicini fiumi navigabile soltanto verso la foce.

Fiume AROCA (Arocha amnis)

Indi a poche miglia scende dal monte Calistro il fiume Croco o Crocchio, il quale bagna le terre di Cerva, Andati e Cotturella, e da altre acque accresciuto sotto l’ultimo di questi villaggi mette foce nel golfi) di Squillace dopo il corso di 35 miglia. Aroca lo nominarono i Greci (1276), forse da qualche laguna (άρος) che formava, in cui confluivano le vicine acque, né altrove si può supporre navigabile con piccoli palischermi, che dalla confluenza dell’altro piccolo fiume che scorre dal monte Monacello.


Fiume Tarsine (Targines amnis).

Più ricco di acque de' descritti fiumi sbocca nel mare il Tacina, il quale da più sorgenti nascendo nel monte Calistro ed accresciuto prima dal Salamene che con due rami cinge il distrutto oppido di Paleocastro, e poi dal Potamo che colle prime sorgenti bagna Mesoraca, corre al mare dopo il corso tortuoso di 66 miglia. Il suo nome odierno è quello stesso col quale trovasi segnato nell’Itinerario di Antonino a XXII miglia da Scilacio (1277), ma Targines è detto da Plinio (1278), e questa ne fu la vera denominazione greca, da rxpvxiva), turbo (1279), a cagione forse degli straripamenti e delle sue non placide acque. È l’ultimo de' fiumi della Scilletica, navigabile ne’ tempi andati, ma solo dalla foce sino forse alla confluenza del Potamo tra Cutro e Marcedusa.


VII. CROTONITIDE

In un paese più vasto delle descritte regioni si distese la Crotonitide, che dalla sinistra sponda del Tacina si estese lungo il mare alla destra del Colonato, perché dopo di Scillezio Strabone pose i confini de' Crotoniati ed i tre promontorii japigii (1280), ed è noto da Tucidide che i legati di Crotone alla sponda del fiume Ilia, il Colonato di oggidì, impedivano gli Ateniesi di oltrepassare i propri confini (1281). Furono questi nella parte orientale i limiti della regione, la quale costeggiava dentro terra la gran falda della Sila, dove confinava co' Brezii, e però abbracciava l’odierno distretto di Crotone, il quale, irrigato da fiumi di più lungo corso, dalle confinanti contrade si distingue ancora per monti, valli e pianure, oltre delle belle spiagge del Jonio che con esse ha comuni, e che perciò più propizia esser doveva naturalmente ad una grande popolazione. Gli Japigi, i Caoni o gli Enotri, le greche colonie degli Achei, e prima di queste anche i Pelasgi, si disputarono gli uni dopo gli altri il possesso di questa celebre contrada. E ad altri occupatoti accennano ancora le eroiche tradizioni degli antichi, perché al fiume Neeto della Crotonitide riferivasi la tradizione delle prigioniere trojane, le quali incendiavano le navi de' loro padroni Achei (1282), e nella fertile valle dell'Ilia giugnevano coloni Troiani, da' quali usciva Egesto che passava nella Sicilia (1283), il cui nome ci riconduce a Troja, dove Egestio procreava con Ida i Dattili Idei (1284). Il nome del fiume Ilias è anche una ripetizione dell’Hylas sulla foce del lago Ascanio ne’ confini della Troade e della Mista (1285); e bastandomi di qui ricordare in generale tali non dubbie concordanze di nomi e tali tradizioni, delle quali sarà detto più ampiamente in appresso, osservo solo con un giudizioso scrittore che dalla costa dell'Acarnania e dell’Emiro si stende sino all’Italia inferiore ed alla Sicilia la serie delle colonie trojane, alle quali quando Troja era caduta altri emigrati Trojani si ricongiunsero, e creando quasi nuove colonie col loro aiuto rinforzarono le più antiche (1286). Né senza ragione le dette colonie che ne’ lidi vicini per tutto si stanziavano, in questa regione più che nelle altre traevano a gara da tempi remotissimi, perché terre fertilissime vi trovavano, clima dolce e mite, ed aere così salubre, che il proverbio ne nacque molto divolgato fra' Greci (1287): più salubre di Crotone (ὑγιέστερον Κρότωνος). Venuto in prospero incremento per la fertilità del suolo il popolo de' Crotoniati, ne veggiamo naturalmente allargare il dominio oltre i propri confini: essi tennero a sé soggetta la parte settentrionale del Bruzio; ma al mezzodì verso Locri fondavano Caulonia, e in sulla costa occidentale Terina. Tanti uomini armarono ancora per terra e per mare che ci sembrano, se non favolose, almeno esagerate le tavole militari che di essi rammentano gli storici. Alla salubrità dell’aria di Crotone, la quale come Locri non patì mai pestilenze (1288), attribuì Strabone il grande numero de' suoi atleti, i quali tante palme raccoglievano ne giuochi olimpici (1289). Ma tutt’altra per le vicende de' tempi e per la mutata condizione delle cose ora si vede una contrada così celebre, intristita in buona parte dell’anno da aria malsana e nocevole; perché, venuta manco la popolazione, e venduto ignudo affatto d’alberi il suolo, alle pestifere esalazioni de' ristagni del Neto si uniscono quelle delle terre argillose, che si screpolano agli ardenti raggi del sole.

1. Promontorii JAPIGII (Ιαπυγων ἄκραι)

Poco dopo della foce del fiume Dragone che scende da Cutro la spiaggia s’incurva alquanto sino al capo delle Castella, al quale vien dopo indi a breve spazio il capo Rizzato, e poi l’altro a maggiore distanza detto detti Cimiti. Sono questi i tre promontorii Japigii co' quali Strabone comincia la descrizione della Crotonitide, e in cui si estese innanzi all’arrivo delle greche colonie il dominio de' Japigi, che il lor nome vi lasciavano sino all’età di Eforo (1290). Il primo, ch’è il più piccolo, di questi promontorii, prese il nome, non dagli accampamenti di Annibale, come alcuni scrivono, sì bene dal villaggio delle Castella, sede una volta di numerosa popolazione, come si vede dagli antichi ruderi, fortificato e protetto da un castello de' mezzi tempi, il quale per un ponte comunica col continente, come cinta di mura era la parte antica della prossima città d’Isola, alla distanza di quasi tre miglia dal mare. Apriva la natura in questo sito delizioso una sicura stazione a' navili dall’una parte e dall’altra del promontorio, il quale forma due seni, uno più ampio dell'altro, e difesi entrambi da catene di scogli: la fortezza che sta nel mezzo, guarda i due seni, che a' grossi navigli da carico danno opportuno ricovero.

Alcuni ruderi osservati nello scorso secolo nell'ultimo de' capi anzidetto ci fanno conoscere che v ebbero loro stanze i doviziosi di que’ contorni, se non vi fu qualche villaggio della Crotonitide, perché dalla descrizione che davane un erudito viaggiatore (1291), considerar non si possono d’una città considerevole, come egli scrive senza le testimonianze de geografi. Consistevano tali ruderi in un serbatoio d'acqua di opera laterizia ed in un tempietto quadrilungo, nel quale tuttavia distinguevasi la nicchia ove era posta la statua del nume, comeché lè mura ne rimanevano a poca altezza sul suolo; e lungo il mare si vedevano altresì fondamenti di antiche fabbriche e pavimenti a musaico, avanzi senza dubbio di qualche casa di delizie. Diverse reliquie ancora di antiche abitazioni si veggono di luogo in luogo sul rimanente della spiaggia insino al Capo delle Colonne (1292), e ci danno una pruova della estesa popolazione di quelle belle contrade anche forse agli ultimi tempi dell'impero.

2. Promontorio LACINIO, e Tempio di GIUNONE

Una baja poco profonda, sparsa d’isolotti e di scogli, si frammezza tra l descritto capo e quello delle Colonne nolo nell’antica geografia col nome di Promontorio Lacinio, il quale con quello di S. Maria di Leuca racchiude il grande golfo di Taranto, del perimetro di 60 miglia. Per otto miglia il promontorio si estende nel mare (1293), che da tempi immemorabili vi depositava sabbie e conchiglie, e vi formava la roccia calcareo-arenacea che lo ricopre. Per un dotto critico Lacinio è sinonimo di Latino, e come il promontorio che sorge nell'opposto Iato fu denominato de' Japigii, così questo ebbe nome dagli Enotri, a' quali attribuivasi il re Lacinio re favoloso immaginato appunto dal nome del popolo (1294). In sulla punta del promontorio sorgeva il celebre tempio di Giunone Lacinia, più celebre di Crotone istessa, dice Livio, e comune santuario degli Enotria fondato da tempi remotissimi, al che accenna la tradizione che fu eretto prima della guerra di Troja (1295). I moderni scrittori non ne dicono i primitivi fondatori; ma, a giudicarne da templi simili della dea d Argo edificati in Grecia e in Italia, ho per certo che furono i Pelasgi (1296). Gli Achei ebbero poscia ad abbellirlo, e la religione e ‘l concorso di tutti i popoli della Magna Grecia lo arricchirono ne’ tempi successivi, così che ebbe poi grande rinomanza non solo per santità, come Livio scrive, ma anche per dovizie. Al pari del tempio di Giunone a Nuceria nella Campania (1297), aveva dappresso un sacro bosco (1298)da densi alberi chiuso e da altissimi abeti, in mezzo al quale erano pascoli lietissimi, dove senza pastori e sicuri da insidie di fiere e da frodi d’uomini pascolavano greggie ed armenti, che inviolati la notte si tornavano alle stalle. Così pure i mitologi raccontano chela dea aveva presso gli Eneti un sacro bosco, nel quale in pace vivevano i più fieri animali (1299). Da quelli che pascevano presso il tempio di Crotone si era cavato gran frutto, e fattasene una colonna d’oro massiccio, erasi ivi consecrata (1300). Annibale se ne impadronì, ma la rimise poi nel tempio dopoché apparivagli in sogno la dea, che minacciavalo di fargli perdere l’occhio che rimanevagli, ove intatta non la lasciasse (1301). Il grande concorso de' divoti che nelle panegiri recavano Giunone offerte votive e doni espiatorii accrebbe ad un valore incredibile il sacro tesoro (1302), e si dové sopratutto considerevolmente nobilitare per le ricchezze de' Sibariti. ed in ispecie coll’offerta di Alcistene, il quale offriva alla dea una veste purpurea di tanta magnificenza, che come una meraviglia è celebrata dagli antichi (1303). Di pitture eccellenti fu pure ornato dalla pietà de' Crotoniati, i quali chiamavano a ciò il celebre pittore Zeusi di Eraclea. Dopo avervi dipinte molte tavole, di cui la riverenza pel tempio serbò una parte sino a dì di Cicerone, vi lavorò il famoso quadro dell’Elena, nel quale ritrasse le singolari bellezze di cinque donzelle della città (1304). A giudicarne dalla statua postavi ad Astilo, il quale più volte vinse al corso ne' giuochi olimpici (1305), egli sembra che altre statue i Crotoniati vi avessero erette in onore de' loro celebri concittadini. Un vase di bronzo ancora vi si vedeva col nome di Enea in caratteri antichissimi, per indicare che porgevalo in dono alla diva (1306). Un celebre monumento vi lasciava altresì Annibale, la tavola di bronzo, sulla quale era descritto il numero delle sue forze quando passò in Italia. Fu incisa per ordine del capitano Cartaginese, allorché combattendo ed escluso da tutta la penisola, si aggirò due anni ne' dintorni del promontorio Lacinio prima di passare nell’Africa. Polibio osservò questa tavola, o colonna (otvìàvi), e ne profittò per la sua storia (1307). Una grande festività, celebrata dall’universale concorso de' popoli vicini e de' lontani, in ciascun anno vi si faceva, ed in una di queste panegiri A le iste ne sibarita presentava all'ammirazione universale la veste magnifica già detta (1308). E, come per l’ordinario a luoghi sì celebrati, alcuni prodigii se gli attribuivano, dice Livio, essendo fama che nel vestibolo vera un’ara, la cui cenere non era mai smossa da nessun vento (1309). Si credeva pure che chi col ferro in qualcuna delle tegole del tempio scriveva il proprio nome, la scrittura vi rimaneva insino alla sua morte (1310). Nello scorso secolo vi si trovò una laminetta di bronzo con una curiosa iscrizione che si serba nel R. Museo, di cui ecco il principio (1311):

ΑΝΙΑΡΙΖΕΙ ΚΟΛΛΥΡΑ ΤΑΙΣ ΠΡΟΠΟΛΟΙΣ ΤΑΣ ΘΕΩ

ΤΩΣ ΤΡΙΣ ΧΡΥΣΕΩΣ ΤΩΣ ΕΛΑΒΕ ΜΕΛΙΤΑ

ΚΑΙ ΟΥΚ ΑΠΟΔΙΔΩΤΙ

Consacra Collira alle ancelle (1312) 

della Dea tre aurei (nummi), 

ricevuti e non restituiti da Melita (1313).

Innanzi che per opera dell’uomo e del tempo cominciasse a distruggersi il tempio, Annibale fu il primo a violarlo: vi faceva barbaramente trucidare molti soldati italiani, perché ricusando di seguirlo in Africa, rifuggiti si erano in quel sacro asilo (1314). Il censore Q. Fulvio Fiacco scoprivalo poi per metà nel 579, togliendone le tegole marmoree per coprire il tetto del tempio che in Roma ergeva alla Fortuna Equestre, Il Senato, condannando il sacrilegio, ordinava che i marmi fossero rimessi; ma perché nessun artefice avea saputo trovar maniera di riporveli, furono lasciati nell’area del tempio. Rimastone così il tetto aperto e snudato, cominciò a infracidine dalle piogge (1315), e così a crollare, ma il culto vi si mantenne forse sino agli ultimi anni del paganesimo, ed una qualche pruova ne porge la seguente iscrizione scolpita sopra un’ara scoperta nel 1843 presso il promontorio, e che per la salute di Marciana sorella di Trajano il Liberto Ecio innalzava alla dea ne’ primi anni del II secolo (1316):

HERAE LACI

NIAE. SACRVM

PRO. SALVTE. MAR

CIANAE. SORORIS

AVG. OECIVS

LIB. PROC.

I tremuoti poi finivano di distruggere questa grand'opera dell’antichità, e con sì violenti scosse, che un erudito viaggiatore alterato ne vedeva l’allineamento delle muraglie. Grande e maestosa erane la situazione: posto sopra una lingua di terra che in guisa di piattaforma si protende nella spiaggia, dominava un vasto paese, e molto da lungi ancora lo scoprivano i naviganti. Comeché ora distrutto affatto, le colossali rovine che ne restavano davano tuttavia l’idea del grande effetto che doveva produrre.

La forma generale ed il recinto del tempio era un quadrilungo, largo 163 piedi, lungo 515. La faccia orientale, ove era l’ingresso, era la sola, come sembra, ornata di colonne di ordine dorico senza base, e dello stesso stile de' templi di Pesto e di Metaponto, ma di una più grande dimensione, come può giudicarsi dall'unica colonna (1317) di circa 2 metri di diametro che tuttavia vi rimané, e che più di 60 anni addietro sosteneva gli avanzi del frontone grandissimo. Per altri vestigi si è creduto ch'eravi un porticato, e gradini scendenti al mare, che furono poi tolti per la costruzione del nuovo porto di Crotone; e comeché sia tutto distrutto dalle onde, pur vi si veggono tuttavia avanzi di fabbriche ricoperte dalle acque, a più di 300 piedi dal sito del peristilio. A giudicarne dalla vastità dell’edilizio, esser vi doveva un ordine interno di colonne per sostenere il colmo e le volte; ma è impossibile formarsi un’idea della costruzione interna del tempio, per esserne stati trasportati in tutto i materiali. Di una larghezza considerevole erano le muraglie costrutte a cassoni, rivestite di pietre di taglio sino ad una certa altezza, e più su di opera reticolare. Non era il tempio in tutto isolato sul promontorio, perché una borgata vi fu abitata dal malvagio popolo (κακόχρασμον ο δᾶμος) de' Lampriadi (1318) e da alcuni altri edifizii era cinto, dipendenze del tempio stesso, anziché abitazioni di privati, in cui erano pavimenti a musaico. Tali ruderi, a cui già si dava il nome di Scuola di Pitagora, appartennero probabilmente al collegio de' sacerdoti di Giunone, e in parte ancora alle stalle delle greggie e degli armenti che pascolavano nel vicino bosco (1319). Prossimo all’aurora dice Teocrito il promontorio Lacinio (1320) perché forma una delle punte del golfo di Taranto, e sorge all’oriente di Crotone.

3. Isolette de' DIOSCURI e di CALIPSO

Davanti alla spiaggia del promontorio Lacinio alla distanza di 10 miglia Plinio accenna l’Isola de' Dioscuri, così detta probabilmente da qualche tempietto edificatovi Castore e Polluce, numi de' naviganti. Prossima a questa eravene un’altra detta di Calipso, e quella stessa secondo gli antichi che Omero descriveva col nome di Ogigia (1321). Questa seconda isola anche nel golfo di Crotone è ricordata da Scilace (1322), e tre altre ancora forse più lontane ne descrisse Plinio co' nomi di Tiride, Eranusa e Meloessa, scomparse da secoli nel mar Jonio. Gli scrittori che non dubitano di riferire il supposto arrivo di Ulisse ad un’isola del nostro mare, l’isola Ogigia, o di Calipso ritrovano in uno scoglio presso il Capo Rizzuto, o in questo promontorio medesimo, per essere direttamente all'est di Scheria o Corfù, ove Ulisse si dirigeva con un vento occidentale; ma l’isola de' Feaci, non più distante di un veleggio di notte da Itaca, è meno di 100 miglia lontana dalla costa della Calabria meridionale, e per approdarvi non vi vogliono 17 giorni di prospero viaggio, dopo i quali apparivano al favoloso viaggiatore gli ombrosi monti dell'isola (1323). Senza supporre che dopo i tempi omerici lunghi tratti di terra avesse il mare ricoperti presso il promontorio Lacinie, e che le prossime isolette altro non siano che le vette de' colli dell’isola di Calipso, se il poeta non parlò che di un’isola immaginaria, e però ascosa allo sguardo degli uomini (1324), è malagevole il conciliare col fatto la sua poetica descrizione. Ben considerandosi ancora la narrazione di Omero, veggiamo Ulisse respinto ariddi da un vento meridionale, lo veggiamo appressarsi alla costa, e render grazie a' numi di aver passato Scilla senza pericolo, ed è però evidente che non fu spinto nell’Jonio, sì bene nel Mediterraneo o nell’Oceano (1325), nel cui mezzo sorgeva l'isola lontana (1326), alla quale non giunse che dopo 9 giorni ed altrettante notti (1327). Il poeta altrove pone l’isola nel centro del mare, e però Strabone situavala nell’Oceano (1328), e l’isola di Gaulos, ora Gozzo presso Malta (1329) od una delle isole Baleari si può con alcuni geografi supporre come la mitica dimora della dea, donde ben poteva avvenire che un antico viaggiatore avesse per 17 giorni a solcare le onde innanzi che vedesse sorgere Corfù come uno scudo in mezzo al mare (1330). Ma queste cose io dico per dichiarare le distanze de' luoghi rispetto all soa di Calipso, ben lontana, a seguire il poeta, da' nostri lidi, perché tutto del resto non è ne’ suoi versi che racconti mitici, l’isola della dea come i viaggi di Ulisse, e par che l'isola accenni a qualche idea cosmogonica dall’oriente diffusa nell’occidente, come i viaggi dell’eroe alle primitive navigazioni degli Epiroti pe’ mari dell’Italia e della Sicilia.

4. LAURETA (Λαυρήτη, Laureta)

Prima di Crotone egli sembra che s’incontrasse la città più antica di Laureto, ricordata da Licofrone ove nominò i Crotoniati figli di Laureto (1331), e lo scoliaste del poeta dice che Laura fu città di Crotone (1332). Comeché ne’ floridi tempi fosse adunque una città soggetta a Crotone, in essa è da riconoscere nondimeno la prima sede de' Crotoniati, o de' popoli primitivi che in questa spiaggia si stabilirono, e non i Japigii io credo, sì bene i Pelasgi, i quali vi ripetevano il nome della patria originaria. È noto in fatti da Clearco che Laura nominavasi un rione della città di Samo (1333), e si vedrà in seguito che dalla Samotracia un antico scrittore fa muovere l’eroe fondatore della città di Crotone. Ma niente altro si sa di Laureta, e solo dall’analogia del nome si può dire che stava al di là del promontorio Lacinia e prima di giugnersi a Crotone nel luogo detto Calolaura in sulla spiaggia (1334).

5. CROTONE (Κρότων, Croto)

Dopo 6 miglia dal promontorio Lacinia sorgeva Crotone, città primaria della regione, ed una delle più forti ed illustri della Magna Grecia. La più antica fondazione ne risale ad un’epoca remotissima, perché l’edificavano, secondo Eforo, gli Iapigi (1335), il cui dominio si estese in tutte le contrade che mi restano a descrivere, comprese tutte ne’ primi tempi storici nella generale denominazione di Japigia. Altri scrittori senza riferirne l’origine parlano del conduttore eponimo della colonia che vi giungeva, cioè Croto (1336), che il più celebre de' nummologi ha creduto effigiato sulle medaglie della città (1337). Ma la tradizione serbataci da un antico scoliaste rischiara, se non disvela in tutto, l’origine di tale colonia, la quale univasi a' primitivi abitatori. Lo scoliaste di Teocrito dice che Croto, venendo dalla Samotracia, approdava alla foce del fiume Esaro, al quale impose il nome (1338). Spiegherò appresso l’origine di questo nome da quello del fiume omonimo dell'Etruria; ora dico solo che avendo i Pelasgi dall’isola di Samotrace portato il culto de' Cabiri in Italia (1339), par manifesto che alcuni di essi per la detta tradizione si stabilirono nella Crotonitide.

L’omonima città di Crotone, poi detta Cortona, posseduta da' Pelasgi nell'Umbria (1340), avvalora tal conghiettura, ed alla detta colonia pelagica primitiva egli sembra che un’altra poi vi si unisse venuta dall’isola de' Feaci, o Corfù, non più lontana di 100 miglia in circa da questa spiaggia, perché il citato comentatore dice altresì che un altro Croto, figlio di Eaco e fratello di Alcinoo (1341), noto re vero o supposto de' Feaci (1342), fondava la città nella Sicilia, o in questa parte dell'antichissima Italia, la quale tal nome ritenne per qualche tempo per l'occupazione de' Sicoli, che fuggivano innanzi a’ Pelasgi. Or senza credere a' due fondatori omonimi, l'origine che loro si attribuiva nelle prische tradizioni ci mostra nondimeno l'origine delle due colonie, non diversamente di, Locro, altro supposto fondatore di boeri, ma che rappresentava come Croto la colonia che anche dall’isola di Corfù passava sulla spiaggia che poi fu de' Locresi (1343). Un ch. archeologo attribuisce ancora l’origine di Crotone de' Caoni, tribù degli Enotri, i quali tennero in fatti una parte della regione (1344); e per questa opinione siamo anche ricondotti a' Pelasgi, i quali dall’Epiro passarono in Italia. Ma nipoti de' Tespiadi un poeta nomina i Crotoniati (1345), e a detti popoli aggiugner dobbiamo i Beozii di Tespia, i quali penetravano perciò in questa regione dopo aver fondate le altre diverse città nella Lucania e nella Brezia (1346).

Tali cose possiam dire de' più remoti principii di questa celebre città. Ma quando gli Elleni cominciavano a stabilirsi nelle nostre contrade, una colonia di Achei guidata da Miscello venne ad aggiungersi agli abitatori più antichi. Questi Achei si erano mantenuti nella Laconia dopo l’invasione degli Eraclidi, avvenuta sotto il regno di Teleclo (1347), ma ne venivano espulsi da Polidoro re di Sparta (a. G. C. 743-710) quando si compì l'occupazione della Laconia per opera degli Eraclidi, epoca che coincide coll’arrivo delle colonie achee nel nostro paese. E tale provenienza della colonia fu cagione per avventura dell'opinione riferita da Pausania, ed abbracciata da alcuni moderni archeologi (1348), che una colonia lacedemone fu spedita a Crotone per autorità del governo di Sparta (1349); al che si aggiunga la molta somiglianza agl’istituti spartani di quelli di Pitagora, il quale prima di giugnere a Crotone è fama che oltre gli altri paesi viaggiasse a Creta ed a Sparta per conoscere le leggi doriche. Per la quale spiegazione si può tenere incerta od anche finta la genealogia di Miscello, il quale dicevasi figlio di Alemone, ed uno de' discendenti di Ercole (1350), e si può solo accertare ch'egli partivasi propriamente dalla città di Ripe nell'Acaja, che fu la vera sua patria (1351).

Scrive Antioco Siracusano che Archia, il quale con un’altra colonia ài Coriniti andava a stabilirsi nel tempo stesso a Siracusa, nella fondazione della colonia soccorse Miscello (1352), nominato del pari fondatore acheo di Crotone da altri scrittori (1353), e tutte queste testimonianze sono confermate da Erodoto, il quale dichiara positivamente l’origine achea de' Crotoniati (1354). Ma incerto è l’anno preciso in cui la città venne fondata da questa colonia, perché sebbene a crederne Antioco il fu nell'anno stesso di Siracusa, ignoto esondimene questo anno per la discrepanza non solo degli antichi, ma anche de' moderni cronologi; e questo esame riserbandomi nella descrizione della Sicilia, ora dico solo che ritenendo l’anno 710 avanti l’era nostra pel primo anno del regno di Polidoro, che dalla Laconia scacciava gli Achei, si può bene all’anno stesso riferirla coll’opinione più ricevuta, la quale si accorda con quella di Dionigi di Alicarnasso, che dice essere avvenuta nell’anno terzo dell’Olimp. XVII (1355).

Il rapido incremento in cui venne questa colonia facilmente conosciamo dall'avere altre colonie prodotte, delle quali non è nota l’epoca, ma che suppor possiamo molto anteriori all’arrivo di Pitagora, il quale trovava la città data al lusso ed a' piaceri, e però aliena dallo spirito di conquista. La più antica di queste colonie sembra Caulonia, alla quale Strabone assegnava un’origine achea, e che Scimno di Chio più chiaramente diceva fondata da' Crotoniati (1356). Le altre furono quelle spedite Pandosia e Terina, la prima attestata solo da Scimno, e l'altra da questo non solo, ma anche da altri geografi (1357). Ed al tempo stesso dell’occupazione della seconda di tali città egli sembra doversi riferire la impresa de Crotoniati contro di Citta, la quale per modo distruggevano da non farne rimanete altro che la rimembranza (1358).

Ma la potenza e la gloria di Crotone veramente si accrebbero dopo l’arrivo di Pitagora, avvenuto nella Olimp. LXI, ossia verso Tanno 535 innanzi Fera nostra (1359). Il quale, guadagnandosi con soave eloquenza i cuori di quel popolo corrotto ne’ ragionamenti che tenne filosofando nel ginnasio, ne’ templi, e nella sala del senato, seppe richiamarlo alla modestia e alla temperanza: i giovani preferirono allora alle voluttà i doveri e lo studio delle lettere, e le stesse donne, deponendo gli ornamenti muliebri, li offersero in dono a Giunone protettrice della città (1360). Così poteva ordinare il suo celebre istituto,diretto non pure alla buona morale degli uomini e alla sapienza, ma anche al buon governo politico. Non andò guari e le dottrine del filosofo produssero il loro effetto, non solo sulla città di Crotone, ma sulle altre ancora della Magna Grecia. Una forma di governo quasi aristocratica fu stabilita nella città, e che i disegni della scuola erano specialmente ostili alla tirannia ne porge una pruova manifesta la cagione della guerra che indi si accese tra Crotone e Sibari. Poiché Teli occupava il potere nella seconda di queste città, gli aristocrati suoi nemici fuggivano a Crotone: or siccome egli chiedevano l’estradizione, e i Crotoniati gliela negavano a persuasione di Pitagora, da ciò provenne la guerra memorabile, ch’ebbe fine con la distruzione di Sòan (1361). Ma quel grande avvenimento fu funesto insieme a' Pitagorici ed a’ Crotoniati; perché opponendosi i Pitagorici alle ingiuste voglie del popolo, messo a romore per la distribuzione del territorio conquistato e per gli uffizii della repubblica, assaliti nella casa di Milone, il famoso capitano che avea guidate le schiere contro i Sibariti, caddero vittime delle fiamme e del ferro de' congiurati mossi da Gitone, escluso dalla società de' filosofi per essere turbolento ed avido di dominio (1362). Il trionfo ancora sopra di Sibari può riguardarsi in certa guisa come il termine della grandezza e della prosperità di Crotone, perché potendo allora conservarsi in una onesta indipendenta, se non sottomettere le altre città greche, la reggiamo invece ritornare alla vita molle e lussuosa come prima dell’arrivo di Pitagora (1363). Ed una pruova del notabile cangiamento che sopravvenne nello spirito bellicoso Aq Crotoniati fu la celebre disfatta che soffrirono in sulla riva del fiume Sagra, ove non più di 10,000 Locresi debellavano 130,000 Crotoniati verso il 504 avanti l’era nostra; dopo della quale la città andò rapidamente declinando, e non potè serbare più a lungo la prisca grandezza (1364). La giornata del fiume Sagra fu ipe Crotoniati una disfatta di Leuttri: e infatti, innanzi che cedessero alla forza de' Bruzii, erano già abbassati dalle discordie e dalla tirannia. Nondimeno fra tutti gli Elleni stanziati nel nostro paese e nella Sicilia i soli Crotoniati soccorsero la Grecia nella famosa battaglia di Salamina (QA. LXXV, 1; av. G. C. 480). Vi spedirono Faillo, il quale tre volte aveva vinto ne’ giuochi olimpici, ed una nave a proprie spese avevasi costrutta, colla quale andò a soccorrere i Greci contro Serse. Nella nave stessa tutti gli esuli greci accolse nel suo ritorno, e per tutti questi meriti una statua gli fu innalzata a Delfo; ed Alessandro, per vieppiù onorare la sua virtù, mandò dall’Asia e?Crotolati una parte delle spoglie persiane (1365). Prima di Anassilao di Reggio, il quale morì nel 1.° anno dell'Olimpiade LXXVI (1366), 475 av. G. C., Dionigi d Alicarnasso nomina il tiranno Clinia di Crotone, il quale a se assoggettando le città con dar franchigia ad esuli e schiavi numerosi de' luoghi intorno, col mezzo di costoro uccise o bandì i Crotoniati più ragguardevoli (1367). Nel 3.° anno del101. LXXIII (av. G. C. 444) ì Crotoniati fecero alleanza co' lurn (1368), e quando il primo de' Dionigi di Siracusa minacciava la sovversione di tutte le repubbliche della Magna Grecia i Greci collegati li preposero alla guerra, per l’importanza maggiore della loro città, fra tutte le altre più numerosa di popolo (1369). Dopo la battaglia alla riva dell'Elori sembra che Dionigi prendesse per inganno la rocca di Crotone, sorpresala pe’ dirupi opposti al mare, dove era naturalmente fortificata (1370); e, comeché è da credere che non guari tempo la ritenesse, pure la città in decadenza ebbe poi a difendersi dà nemici più formidabili, da' Bruzii che non volevano né tregua né riposo se non avessero espulsi o sottomessi tutti i Greci loro vicini. Ma se Crotone aiutata da' soccorsi de' Siracusani restò in piena sicurezza e indipendenza da’ Bruzii e da Agatocle, il quale indarno cercava di occuparla non appena usurpava a Siracusa il supremo potere (1371), si assoggettò al governo de' principali cittadini Parone e Menedemo tostoché venne a patti co’ Bruzii (1372) nel 4.° anno dell’Ol. CXV, e par che obbedisse al solo Menedemo quando fu assediata e presa da Agatocle, il quale per impadronirsi della città fingeva di apprestare la flotta che condur doveva la sua figlia Lanassa, sposata a Pirro re di Epiro. Menedemo accoglieva nel porto Tarmata, ma la città fu tantosto assalita e saccheggiata da Siracusani, ed Agatocle, lasciatovi un presidio, faceva ritorno a Siracusa (1373), senza che si sappia per quali altre mutazioni i Crotoniati ricuperassero dipoi la libertà.

Le monete di Crotone simili per la fabbrica a quelle delle altre città nostre di origine achea, sulla cui confederazione ebbe l'egemonia, sono numerose e notabili per la bellezza del lavoro non meno che per alcuni tipi, importanti dal lato mitico e storico. Il tipo costante di tali monete è il tripode simbolo antichissimo del nume degli oracoli, consultato da Miscello per la fondazione della città (1374); e sulle più antiche si leggono le iniziali del suo nome in lettere arcaiche, OPO, OPOT, ed anche OPOTOM, nelle altre KPΟΤΩ, ΚΡΟΤΩΝΙΑΤΑΣ e ΚΡΟΤΩΝΙΑΤΑΝ. Vedesi in alcune la testa di Apollo laureata, e nella maggior parte delle altre i diversi tipi di Ercole per lo più nel rovescio di quelle che hanno per tipo principale la testa di Apollo di Minerva e di Giunone. Una sola, di piccolo modulo, presenta i tipi di Pallade goleata nel dritto, e della clava nel rovescio coll’iniziale K. In maggior numero sono quelle di argento, e tra le poche di bronzo qualcuna ve ne ha col capo di Cerere nel dritto, e con tre lunule nel rovescio (1375), ed una molto rara con la testa di Matte galeata nel dritto, e col gallo e l'epigrafe OPO nel rovescio. Tra tutte queste monete e tra le più antiche quella si distingue, la quale riunisce i tipi de' numi principali della città, Apollo che scaglia una freccia contro il serpente Pitone nel dritto, ed Ercole in atto di sacrificare a Giove in Olimpia nel rovescio, coll’epigrafe dorica OIKIMTAM in vece di Οἰκιστής, fondatore, per alludere alla leggenda del rito espiatorio dopo l’uccisione di Croto (1376) ed alla istituzione de' giuochi olimpici, ne’ quali tanto si contraddistinsero i Crotoniati, che nello spazio di XXVI Olimpiadi (104 anni) il premio dello stadio fu decretato tredici volte a' loro concittadini. In alcune monete vedesi ancora il nume sdraiato, o in piedi con una patera in mano, per accennare, io credo, più alla patera d’oro che Giove secondo il mito donava ad Alcmena dopo averlo concepito (1377), che all'essergli negato del vino da una donna di Crotone quando sitibondo giungeva in quella contrada (1378). E fra tutti i tipi secondarii che accompagnano i principali di queste monete notabili sono il diota, o il vaso a due manichi, aquila ed il Pegaso. Si riferisce il primo alle libazioni, ed accenna forse ancora a Dioniso o Bacco, il quale partecipa ne’ miti alle proprietà del tripode di Delfo (1379). L’aquila vi è rappresentata come attributo di Apollo Pizio, il cui tripode fatidico era situalo a Delfo tra due grandi aquile d’oro (1380), e come simbolo pure si è considerata della grandezza di Crotone, perché la Pizia prediceva la futura grandezza di Atene col dire: qual Aquila nelle nubi tuttodì tu diverrai (1381). Ed è pur da notare che l'aquila sulle monete di Crotone è simile a quella delle monete di Corcira, e tale simiglianza è spiegata dalle dette relazioni di origine delle due città, confermate da ciò che Strabone racconta di Chersicrate, della stirpe degli Eraclidi e della stessa colonia di Archia, il quale mentre questi andava a fondar Siracusa moveva alla volta di Corcira, e scacciatine i Liburni vi si stabiliva con la sua colonia (1382). L’aquila che stringe la lepre tra gli artigli può riferirsi alla vittoria che i Crotoniati ottennero su' Locresi, simboleggiati forse ancora nella lepre corrente. Il Pegaso, e Bellorofonte che lo cavalca ci mostrano la parte che presero i Corintii guidati da Archia nella fondazione della città, e più probabilmente quella che v’ebbero i beaci o que’ di Corfù, originarii di Corinto, tanto più perché Ercole secondo i miti nelle vicinanze della città trovava Croto figlio di Sisifo (1383), noto re, vero o supposto de' Corintii (1384). Altre monete in fine ci mostrano la confederazione della città con Temesa o Terina, Medma, Pandosia, Elea e Posidonia. Dalla leggenda monosillabica TE che accompagna l’altra solita OPO, tra le quali e il tripode incuso, non si conosce chiaramente se nelle monete di argento di stile arcaico col detto tipo celebrasse Crotone una concordia con Terina, o pure con Temesa; diverse sono perciò le opinioni di dotti nummologi (1385), ma non par dubbio che un’alleanza con la seconda di tali città quelle monete ci ricordino, le quali oltre del tripode hanno ancora nel dritto o nel rovescio il tipo della galea, simbolo delle opere di bronzo che a Temesa si attribuivano (1386). La concordia con Medma conosciamo da due monete di argento in tutto simili ne’ tipi dell’aquila stante sul capitello di una colonna di ordine ionico nel dritto, e nel rovescio il treppiè con un grano d’orzo alla sinistra, in fuori della leggenda, che in una è KROT nel dritto, e O'IQ nel rovescio e nell'esergo ΑΔΜ, e nell'altra il nome di Medama è espresso colle sole iniziali ME (1387). Per non riferirle più volte, nella descrizione di Pandosia dirò delle altre monete che ci mostrano l'alleanza di Crotone con quest’altea città; e da una moneta unica di argento di Hyela o Elea col solito tipo del leone che sbrana la sua preda e la rozza leggenda ΚΡΟΤΩΜΙ, ΤΕΛΕΚΟ, si apprende la concordia con la stessa città (1388), come anche quella con Posidonia dall’altra anche unica moneta di argento col capo di Apollo e l’iscrizione KRO nel dritto, e con una prora di nave e l’epigrafe ΠΟΣΕΙΔΩΝΙΟΣ nel rovescio, la quale si è creduta fusa nelle forme di un ignoto archetipo di bronzo (1389).

Quando Pirro invase l’Italia Crotone era tuttavia una grande e popolosa città, estendendosi sulle due rive dell'Esaro, e di un perimetro nelle sue mura di 12 miglia, pari a quello di Roma d oggidì. Ma la sua popolazione non più bastava a difenderla, ed il partito contrario a' Romani introdusse per la sua salvezza una guarnigione di Lucani, i quali da che i Bruzii erano indipendenti non erano forse nemici ereditarii. Quando il console Rufino comparve innanzi la città contando sul partito a Roma favorevole, fu respinto dagli ausiliari!, e molto tempo restando indarno innanzi le mura, levò il campo fingendo di muovere contro di Locri. Nicomaco, il quale comandava i Cartaginesi, accorse in aiuto della città minacciata, e Rufino si rivolse in gran fretta contro di Crotone, di cui s'impadronì favorito dalla nebbia e dal tradimento. Perirono allora coloro che furono risparmiati dal ferro nemico e dalla schiavitù, e tale distruzione avvenne probabilmente nel ritorno di Pirro. I ribelli di Reggio bruciarono la città e trucidarono la guarnigione romana (1390). E così ebbe fine la più grande delle città italiche, a cui la popolazione e l'istituto pitagorico avrebbero serbato altro destino. Fu tale la devastazione a cui soggiacque in quella guerra, che una metà ne rimase distrutta, ed il fiume Esaro che passava pel mezzo, scorse poi fuori de' luoghi più affollati di case, e la rocca restò lontana dall'abitato. Questa descrizione ci lasciava Livio di Crotone dopo la battaglia di Canne (1391), la quale ricca era nondimeno e difesa da forti muraglie.

Poiché Locri venne in potere de' Cartaginesi, pe’ quali dichiarati si erano i Bruzii, dissenzienti i plebei dagli ottimati come in altre città, e gli uni inclinando alle parti di Annibale, gli altri a quelle de' Romani, avvisati i Brusii dal capo della plebe Aristomaco non solo di tale discordia, ma de luoghi ancora meno difesi, la città circuirono, e l’occuparono, in fuori della rocca tenuta dagli ottimati. Indarno la strinsero di assedio, e invano ancora si provava Annone di persuadere i Crotoniati di arrendersi e di accogliere una colonia di Brusii, perché protestavano di morire più presto che mescolarsi con gente così aliena dal proprio essere. Per non soffrire gli estremi mali della guerra gli ambasciadori Locresi gl’indussero indi a poco a passare nella loro città, e così tutta la moltitudine di Crotone fu condotta a Locri, la quale, comeché aperta a' Cartaginesi era rimasta una città libera vivente con le proprie leggi (1392). Annibale si mantenne nella città insino a che non fu richiamato d'Italia (1393), e nove anni dopo, nel 558 di Roma, quando per assicurare le spiagge diverse colonie furono dedotte in più città marittime delle nostre regioni, una ancora ne fu spedita a Crotone (1394), e con questa ha termine la storia più rilevante di questa città insigne; perché se altre città migliorarono in certa guisa al sopravvenire di tali colonie, questa andò sempre più decadendo, ed una pruova bastevole ne abbiamo nella descrizione che lasciavano Petronio Arbitro al tempo di Nerone. Allora senza studi di lettere e di eloquenza, né frugali né costumati vi erano i cittadini, ma due classi vi formavano, ingannatori ed ingannati; una città era in somma simile ad un terreno appestato, dove non altro vi ha che cadaveri lacerati, e i corvi che li lacerano (1395); triste dipintura che la condizione ci ricorda di più d'una città del tempo in cui viviamo.

In una città vasta e popolosa come Crotone molti templi ed altri pubblici edifizii esser vi dovevano, ma appena sappiamo che vi furono i templi di Ercole, di Apollo, delle Muse, di Cerere e di Marte. Quello di Ercole sembra il più antico, edificato forse non appena vi giungeva la colonia degli Achei, perché l’eroe vi godeva, come ho detto (1396), gli onori di fondatore, e però dal vero forse si allontana Giamblico quando dice che i Crotoniati a consiglio di Pitagora ve lo innalzavano (1397). E al pari del culto di Ercole che vi passò da Sparta, la greca colonia vi trasferì ancora quello di Apollo da Amicle, altra città della Laconia, d’onde la tradizione della purificazione ed espiazione di Ercole fu trasferita a Crotone, per la grande celebrità che vi godeva il culto di Apollo (1398). Perciò veggiamo sulle medaglie della città il giovane eroe sedente ed armato di arco e faretra innanzi ad un acceso altare, sul quale arde un ramo di alloro (1399). Più facilmente mi persuado che a consiglio di Pitagora si ergesse il tempio delle Muse (1400), ispiratrici della scienza secondo i miti, della musica e della poesia, ed a crederne la locale tradizione era posto nel perimetro della città sopra un colle poi detto la Cappellina (1401). È fama che il tempio di Cerere fosse edificato della stessa casa di Pitagora dopo la sua morte (1402), e quello di Marte, che anche ci dimostra una delle rare monete della città, trovo scritto che sorgesse in sul monte detto la Rotonda, più di un miglio fuori della città odierna.

Tutte perdute e distrutte sono le antiche lapide di Crotone, e dell'epoca romana appena le due seguenti ci rimangono (1403) per ricordarci con l’amore verso i figliuoli di coloro che le facevano scolpire la romana colonia e 'l Collegio degli Augustali che vi fu, e da questo si raccoglie che furono poste dopo di Augusto, al tempo, o non guari dopo di Tiberio:

FVTIAE LOLLIANAE FILIAE PIISSIMAE

C. FVTIVS ONIRVS ITERVM IIVIR

ITEM DEDIT DECVRIONIBVS HS. X. N.

VT EX VSVRIS EORVM QVOTQVOT ANNIS

VII IDVS APRILIS NATALE FILIAE MEAE

EPVLANTES CONFRAQVENTETIS. HS. CCCCII

ET IN P. R. Q. FVSIONE EIVS HS. CCN.

NEQVE IN ALIAS VSVS CONVERTATIS

______________

L. LOLLIO. L. F. L. N. L. PRON

COR. LOLLIO, MARCIANO

EQVO PVBL. ORNATO. PATRONO

COL. OMNIBVS. HON. FVNCTO

FVTIA C. F. LONGINA MATER

FILIO PIISSIMO. OB CVIVS

STATVAE DEDICATIONEM

DECVRIONIBVS. AVGVSTALIBVS

EPVLANTIBVS. C. POPVLO

VIRITIM DIVISIONEM DEDIT

L. D. D. D.

Cicerone riguardava Crotone come la più bella città d’Italia (1404), e tale è anche detta da Teocrito, e l’antico scoliaste di questo poeta dopo averla celebrata per la fortezza degli abitatori, e per tutto che contribuiva a menarvi vita agiata e dilettevole, dichiara nulle le altre città messe a paragone con Cotrone (1405). Se ne conservavano i preziosi vestigi sino al tempo di Carlo V, il quale fe’ tutti demolirli per edificarne un castello, ed innalzarvi delle mura di un’altezza tanto più inutile, che furono costrutte più per l’uso dell’artiglieria, che per resistervi (1406). Perciò niente si sa della forma, né de' pubblici edifizii d’una città così celebre; e creda chi vuole alla singolare medaglia riferita da alcuni antichi nummologi (1407), nella quale da un lato si vede la solita testa di Apollo, e dall'altro la città cinta da muraglie nella figura di un esagono; in ciascun lato è una porta, e nel recinto in mezzo a molti edilizi i una grande fabbrica nella forma di anfiteatro. Certo è ch'era ben difesa da muraglie, e però un antico geografo nominavala εὐτεφανον, bene coronata (1408), non già per le olimpiche vittorie de' suoi abitatori, come spiegalo Eustazio e qualche traduttore moderno, sì bene per essere circondata di forti mura, secondo il senso che a quella voce diedero gli antichi.

6. Stagno MELIMNO

Presso Crotone e dalia parte del mare era uno stagno ai tempi di Teocrito (270-292 av. G. C.), il quale lo ricorda col nome di Melimno (1409). Anziché di acque dolci,di acque marine è da supporre per la prossimità del mare, e non dissimile forse dal piacevole laghetto anche di acque salse a breve distanza dalla città fischia. Ma più che altro importa notare il nome di questo stagno identico a quello che fu presso Troja (1410); indizio sicuro, oltre degli altri nomi simili, come appresso sarà detto, de' coloni Troiani ivi giunti nelle primitive emigrazioni. Nella costruzione delle nuove muraglie di Crotone tale stagno fu prosciugalo, ma tuttavia si nomina Melinno il sito che occupava, sotto l’antico castello dalla parte del molo della città, dove ora si coltivano ortaggi (1411).

7. Monte Latimno

Soprastante al mare si eleva ancora presso Crotone un monte aprico col nome di Brica, che ha alle falde belle vigne ed alberi fruttiferi, e pascoli abbondevoli nelle alture con fonti di acque freschissime. È forse l’ombroso Latimno, mentovato anche da Teocrito (1412), oltre dell’altro monte, o piuttosto piccolo colle che descrive allato dell'anzidetta laguna col nome di Fisco, e da lunga stagione scomparso, perché appianato, dalle vicinanze di Crotone.

8. Fiume ESARO

Alla distanza di circa un miglio al nord di Crotone sbocca nel mare il piccol fiume Esaro, il quale, in fuori del nome di Motosa che ha alle sue tre sorgenti alle falde de' colli di Cutro e di Papanice, serba il nome antichissimo che gl’imponevano i primi fondatori di Crotone, i Pelasgi, da quello che lasciato avevano nell'Etruria, e che già confluiva nell’Arno presso la città di Pisa (1413). Dal significato di Esar, nel tirrenico idioma lo stesso che Deus (1414), egli sembra che al pari di altri fiumi di città insigni fosse divinizzato o intitolato a qualche nume, e si vede in fatti in alcune medaglie di Crotone rappresentato sotto l’immagine di un giovine coronato di alloro con accanto la leggenda ΑΙΣΑΡΟΣ (1415). Per qualche ragione analoga ebbero forse il nome anche gli Esaronensii (Αἰσαρωνήνσιοι) nell’isola di Sardegna (1416), ed è noto che dalla opportunità del sito della loro città in vicinanza dell'Esaro ripetevano i Crotoniati una delle cagioni della loro ricchezza (1417). Dionigi Periegete perciò celebra questo fiume, né senza ragione Teocrito vi poneva la scena di uno de' suoi piacevoli idillii (1418). Ma ora è ridotto ad un meschino ruscello melmoso, che, tranne i tempi di grosse piene, si perde nelle arene, e non giunge al mare che filtrando pel mezzo del grès fino e mobile de' monti che attraversa.

9. SIBERENA (Σιβηρενή, Siberena)

Il solo Stefano Bizantino ci lasciò memoria di questa città, che attribuì agli Enotria sulla fede certamente di più antichi scrittori (1419), ma che a giudicarne dal nome, sembra fondata in origine da’ Sibariti, ed una delle venticinque città sulle quali ebber dominio (1420). Alcuni scrittori le attribuiscono monete co' tipi di Diana, di Minerva e di Atalanta (1421), ma sono apocrife; né si sa nulla delle sue antiche vicende, ed appena è noto che in molto pregio ne furono i vini al tempo de' Romani, quando già si era cominciato a nominarla Severina, perché parlando Plinio di tali vini li nomina Severiani (1422). Ma Santa Siberena è detta nel IX secolo da un greco scrittore (1423), ed è naturale il credere che alla martire S. Severina s’intitolasse, come Angolo ne’ Festini fu detto Civita S. Angelo (1424). Ora serba il nome stesso di S. Severina, e tra' l monte Clibano ed il fiume Neto vedesi edificata in luogo eminente sopra una rupe, cinta intorno da profondi precipizii.

10. Fiume NEETΤΟ (Νάιεθος, Neacthus)

Al nord di Crotone scorre il Neto, il quale prende origine nella grande Sila nella così detta Macchia Sacra, e dà il nome indi a poco alla valle che attraversa col primo suo corso. Dopo alquante miglia accoglie le acque del piccol fiume Arno sotto S. Giovanni in Fiore, e più oltre irrigando le terre di Caccuri, Cotronei, Altilia e Belvedere, dove riceve i numerosi influenti del fiume Lese; e più ancora ingrossato dopo la Rocca di Neto dal fiume Vitravo, il quale scende da' contorni di Zinga, dopo il corso di 70 miglia sbocca nel golfo di Crotone tra Torre Tonda e Torre di Melissa. Diverse generazioni di pesci produce secondo la diversa temperatura delle sue acque, né vi mancano antichi ruderi presso alla sua foce, dove fu forse qualche piccola borgata della Crotonitide. Fu molto celebre nell’antichità, perché alcuni scrittori, e tra gli altri i poeti che scrissero i nosti, o i ritorni degli eroi da Troja, ne ripetevano l’etimologia dal fatto delle Trojane, le quali non più tollerando la lunga navigazione, incendiavano le navi de' vincitori giunti alla sua foce (1425). Ma pel racconto favoloso, favolosa è l'etimologia, perché l’incendio delle navi trojane altri scrittori pretendevano avvenuto a Cajeta (1426), altri a Scione nella Tracia (1427), ed altri alla foce del Tevere (1428). Se vero fu il fatto, avvenne a mio credere fuori d’Italia, ed il fiume non ebbe forse in origine un nome proprio, essendosi così detto per avventura da ναιέω ο ναύα, fluo, e soltanto quando si cominciò a spiegare i nomi locali con le eroiche tradizioni cominciò a dirsi Ναύαιθος, come nominavalo Licofrone (1429), e molto probabilmente fu così detto da qualcuna delle colonie trojane sopraggiunte in questa spiaggia, la quale vi trovò il fiume omonimo che lasciato aveva nell'Ascania (1430).

11. CONE (Χώνη, Chone)

Al di sopra del descritto capo fu l’antichissima città di Cone, dalla quale sarebbesi derivato, secondo Apollodoro, il nome de' Coni, i quali tennero quella contrada (1431); ma poiché, come altrove ho detto, Caoni propriamente questi popoli si nominarono, e non furono che i coloni qui tramutati dalla Pelasgide Caonia dell'Epiro (1432), piuttosto Caone si nominò la città col nome del popolo dal quale fu edificata, non diversamente da Locri, Turii, Leontini e simili, città Dominate col nome del popolo stesso che le abitava. Stefano Bizantino questa città attribuì in generale all’Enotria (1433); né altro può dirsene se non che sembra che fosse occupata dalla stessa colonia de' Tessali di Melibea stanziati in quelle vicinanze, perché secondo le testimonianze più antiche raccolte da Apollodoro ivi volevasi giunto Filottete, come nel prossimo promontorio Crimisa (1434). Per non esservene memoria ne’ tempi meno antichi, questa città, o era già distrutta al tempo de' citati scrittori, o il nome aveva cambiato in quello di altra città più nota all'antica geografi perciò si è creduta tutt’uno con Petilia così nominata da' Lucani o fa! Bruzii (1435); ma oltreché il più antico nome di Petilia fu Macalla o Malaca la nota situazione di questa città si oppone ancora a tale ipotesi, perché Cone o Caone fu molto al di là di Strangoli, antico sito di Petilia. Per la ragione stessa è contraria alla testimonianza di Apollodoro l'opinione di chi ne ha volato additare il sito in Casabona (1436), e nelle impossibilità di assegnarlo, lascio che altri ne faccia la vana supposizione.

12. DRIO (Δρῦς, Drys)

A seguire la correzione di un luogo di Stefano Bizantino proposta da un ch. archeologo, fu ancora in questa regione una città col nome di Drio. Il geografo attribuivala agli Enotria sulla testimonianza forse di Ecateo da lui citato, il quale ricordò una città omonima nella Tracia (1437). Per esservene stata un’altra pure col medesimo nome nell'Epiro (1438), da ciò si rende più manifesta la sua origine da’ Caoni, o Pelasgi. Ma altra ricordanza non ne rimanendo, affatto sconosciuta è da dirne la precisa situazione. Aggiungo solo che questa città di Drio fu per avventura la stessa che Dodona attribuita in generale all’Italia da Mnasea e da altri antichi geografi (1439), perché il nome di Drio (quercia) fa agevolmente risovvenire la famosa quercia fatidica, dalla quale dava Giove i suoi oracoli al popolo pelasgico di Dodona nell’Epiro (1440); così che una città istessa in origine qui fondata da’ Caoni portò prima il nome della metropoli, così detta forse dalla sacra quercia, poi quello più celebre di Dodona al sopravvenire de' Pelasgi, per le più strette relazioni con l’oracolo dodoneo, che avevano consultato prima di tramutarsi in Italia.

13. PETILIA, o MACALLA

A CXX stadii, o 15 miglia antiche da Crotone fu un’altra non meno antica città di questa regione, cioè Petilia (1441), detta anche Macalla da' greci scrittori. Fu fondata secondo le più antiche tradizioni dal tessalo eroe Filottete, il quale fuggiva dopo la guerra trojana le civili discordie di Melibea sua patria (1442). L’origine stessa le attribuiscono Stefano Bizantino ed il citato Pseudo-Aristotile, e secondo l’etimologia che ne dà il primo di questi scrittori, che cioè fu nominata in rimembranza d’una malattia sofferta dal tessalo eroe, sembra doversi preferire il nome di Malaca che le dà il secondo (1443). E lo scoliaste di Tucidide in fatti, attribuendo del pari l’emigrazione di Filottete alla stessa cagione, dice che fondò Malachia in Italia in memoria del suo malore (1444), l’insanabile ferita al piede, col quale urtato aveva il sepolcro di Ercole, e per la quale fu prima lasciato in Lenno dagli altri Greci (1445). Tali favole si narravano circa l’origine di questa città, e sebbene anche a Filottete attribuivasi da Apollodoro l’origine di Cono nella stessa Crotonitide, le due città furono più veramente fondate da coloni tessali, i quali giugnevano su questa spiaggia dal paese che formava il dominio di Filottete, e che poi fu compreso nella Magnesia (1446). Vero è che alcuni dotti critici sostenendo un’emendazione nel passo di Strabone, ove parla di questa città, un’origine molto più antica le attribuiscono, riferendola a' Caoni (1447); ma senza disconvenire gran fatto che questi popoli poterono edificarla, perché non solo tennero in fatti la Siritide (1448), ma alcune città ancora che gli antichi geografi descrivono nella parte orientale della Crotonitide (1449), la detta emendazione non so ammettere nel testo del geografo, il quale parlar non poteva della metropoli de' Coni o de' Caoni, de' quali appena rimaneva la rimembranza negli scrittori. Nella città del rimanente eravi il sepolcro di Filottete ed un tempio a lui sacro, nel quale onoravasi con libazioni e sacrificii di buoi (1450), e tali monumenti confermano la fondazione già detta per opera di coloni Tessali, i quali vi portavano la rimembranza ed il culto del loro patrio eroe.

Comeché affatto ignota ci sia la storia di Petilia nell'epoca in cui fiorirono le altre città della Magna Grecia, certo è nondimeno da alcune rarissime epigrafi che fu di qualche importanza. Una di queste epigrafi è quella scolpita in una laminetta di bronzo in caratteri antichissimi e in dialetto dorico, nel 1783 scoperta presso di Strangoli, e di cui non può definirsi la precisa epoca (1451), la quale ridotta a lettere comuni è come segue:

ΘΕΟΣ - ΤΥΧΑ • ΣΑΟΤΙΣ ΔΙΔ

ΩΤΙ ΣΙΚΑΙΝΙΑ ΤΑΝ FOI

ΚΙΑΝ ΚΑΙ ΤΑΛΛΑ ΠΑΝΤ

Α. ΔΑΜΙΩΡΓΟΣ ΠΑΡΑГОР

ΑΣ. ΠΡΟΞΕΝΟΙ ΜΙΝΚΩΝ

ΑΡΜΟΞΙΔΑΜΟΣ · ΑΓΑΘΑΡ

ΧΟΣ · ΟΝΑΤΑΣ • ΕΠΙΚΟΡ

ΟΣ

Deus, Fortuna (adsint). Saotis dat Siceniae domumet reliqua omnia. Demiurgus Paragoras: Proxeni Mincon, Armoxidamus, Agatarchus, Onatas, Epicurus. Diverse sono state le interpretazioni di questa rara iscrizione (1452), ma la vera è che in essa si contiene una donazione testamentaria di una donna (Saoti) ad un’altra donna (Sicenia), celebrata innanzi il Demiurgo, speciale magistrato degli Argivi e de' Tessali (1453), e di cinque Proxeni, i quali oltre l’incarico di dare l'ospitalità a forestieri (1454), veggiamo da questo esempio assistere alle donazioni e a' testamenti, saviamente permessi nelle città doriche sol quando non si avevano eredi (1455).

Un’altra greca iscrizione scoprivasi ancora non sono molti anni passati ne’ contorni di Strangoli, in caratteri maiuscoli molto rassomiglianti a quelli della buona età. È scolpita sopra un frammento di lamina d’oro di finissimo lavoro nel seguente modo (1456):

ΕΥΡΗΣΕΙΣ ΔΑΙΔΑΟ ΔΟΜΩΝ ΕΠ ΑΡΙΣΤΕΡΑ ΛΙΜΝΗΝ

ΠΑΡ ΔΑΥΤΗ ΛΕΥΚΗΝ ΕΣΤΗΚΥΙΑΝ ΚΥΠΑΡΙΣΣΟΝ

ΤΑΥΤΗΣ ΤΗΣ ΚΡΗΝΗΣ ΜΗΔΕ ΕΧΕΔΟΝ ΕΜΠΕΛΑΣΕΙΑΣ

ΕΥΡΗΣΕΙΣ ΔΕΤΕΡΑΝ ΤΗΣ ΜΝΗΜΟΣΥΝΗΣ ΑΠΟ ΛΙΜΝΗΣ

ΨΥΧΡΟΝ ΥΔΩΡ ΠΡΟΡΕΟΝ ΦΥΛΑΚΕΣ ΔΕΠΙΠΡΟΣΔΕΝ ΕΑΣΙΝ

ΕΙΠΕΙΝ ΤΗΣ ΠΑΙΣ ΕΙΣΙ ΚΑΙ ΟΥΡΑΝΟΥ ΑΣΤΕΡΟΕΝΤΟΣ

ΛΙΤΑΡ ΕΓΩ ΓΕΝΟΣ ΟΥΡΑΝΙΟΝ ΤΟΔΕ ΔΙΣΤΕ ΚΑΙ ΑΥΤΟΙ

ΔΙΨΗ ΔΕΙΜΙ ΔΗ ΚΑΙ ΑΠΟΛΛΙΜΑΙ ΑΛΛΑ ΔΟΤ ΑΙΨΑ

ΨΥΧΡΟΝ ΥΔΩΡ ΠΡΟΡΕΟΝ ΤΗΣ ΜΝΗΜΟΣΥΝΗΣ ΑΠΟ ΛΙΜΝΕΕ

ΚΑΥΣΥΝ ΑΠΑΛΛΑΣΣΟΥΣΙ ΠΙΕΙΝ ΤΕΙΗΣ ΑΠΟ ΔΙΨΗΣ

ΚΑΙ ΤΟΙ ΕΠΕΙΤΑ, ΗΡΩΕΣΣΙΝ ΑΝΑΞΕΙΝ

ΦΑΝΕΙ ΤΑΙ.

Troverai, entrando nella magione d'Aide (Plutone), a sinistra un lago, 

con accanto un cipresso bianco, alla cui sorgente non avvicinarti. 

Né troverai un altro di Mnemosine, dalla cui sorgente fluisce acqua refrigerante. 

Custodi vi stanno davanti. Di’ loro: Entra un figliuolo della terra e del cielo stellato: 

qui io vengo, o celeste progenie, né a voi è ignoto, con grande sete, 

per la quale mi muojo: però datemi presto della fresca acqua che polla 

dal lago di Mnemosine, ond'io ne beva, e spenga l'ardore della divina sete.

Ma al tempo de' Romani appartiene il seguente titolo sepolcrale, che si legge sulla porta di una delle case di Strangoli (1457), dove più che altrove è da convenire che la città fosse situata:

ΕΠΙ ΓΥΜΝΑΣΙΑΡΧ

ΜΙΝΑΤΟΥ ΚΡΙΤΤΙΟΥ ΜΙΝΑΤΟΥ

ΜΕΡΙΔΑ ΜΑΡΙΟΥ ΚΡΙΤΤΙΟΥ

ΜΙΝΑΤΟΥ ΟΣΤΕΩΝ ΑΝΕΤΕΞ

ΑΣΘΗ. ΕΚ ΤΩΝ ΚΟΙΝΩΝ

ΧΡΗΜΑΤ.

Sotto il Ginnasiarca Minato, 

figlio di Crizzio Minato, 

si sono riposte le ossa 

di Mario Crizzio Minato 

a spese comuni.

Che Petilia fu una città ragguardevole si raccoglie ancora dalle particolari monete che ne rimangono, benché tutte di bronzo, ma con varii tipi e di diverso peso, note sinora sino al numero di 33. Portano impressi il capo di Giove, di Apollo, di Diana, di Minerva, di Cerere, di Marte e di Ercole, coll'epigrafe dimezzata IIETH, o intera ΠΕΤΗΛΙΝΩΝ (1458). Al pari delle altre città della Magna Grecia tutti i detti numi vi ebbero ad essere adorati, e da' numerosi templi che vennero loro eretti possiamo facilmente supporre che non fu Petilia una delle piccole città della Crotonitide.

Ma, per far ritorno alle sue vicende, quando i Brusii si distesero sulle città della Magna Grecia occuparono anche questa, e già la possedevano nel tempo della seconda guerra punica. Dopo la battaglia di Canne i soli Petelini restarono fedeli a' Romani (1459), e molti antichi ci narrano concordemente la loro grande costanza e l’egregia difesa contro gli assalti di Annibale. Avendo indarno chiesto soccorsi a Roma, da se soli cominciarono a difendersi, bruciando di continuo le macchine portate da' nemici contro le mura, e le donne gli uomini emulando nella prodezza (1460). Ma scemato il numero de' combattenti e tormentati anche più dalla fame, Annibale fe’ circonvallare la città, e posevi Annone all’assedio. Disperati allora i Petelini, mandarono fuori le donne e tutti i deboli nello spazio tra le muraglie e la circonvallazione per resistere più a lungo a' Cartaginesi, da' quali si difesero undici mesi continui, non cibandosi che di pelli, di cortecce di alberi e di teneri tralci. Giunti all’estremo disagio, anche con prodigi di valore piombarono su' nemici; e, forzati a non retrocedere, ostinatissimamente si difenderono, e in fuori di pochi che presero la fuga, gli altri prima morirono tutti ad uno ad uno, che mancassero alla fede verso i Romani; e però Annone, che prese la città, non s’impadronì di Petilia, ma del sepolcro di Petilia (1461).

Annibale donò la città a Brusii, scacciandone i pochi rimasti superstiti all’eccidio della patria, i quali furono quelli per avventura che con altri della regione, e forse ancora co' fuggiaschi, investirono il piccol numero di Cartaginesi lasciati a guardia d’una terra, non si sa quale, ed uccisane una parte, l’abbandonarono quando Annibale era per far vela alla volta dell'Africa (1462). I Romani,finita la guerra, cercarono i pochi campati dalla comune strage, e raccoltine ottocento, li rimpatriarono, compiaciuti al sommo della fede e costanza che serbata avevano verso di loro (1463).

Da quel tempo Petilia nuovamente si accrebbe di abitatori, e prosperò sotto i Romani. È un enigma pel Niebuhr in qual senso sia detta metropoli de' Lucani da Strabone (1464); ma, comeché per tale si consideri l’altra città dello stesso nome già descritta nella Lucania, nondimeno era forse metropoli de' Lucani che occupate avevano sul Jonio le città della Magna Grecia. Ed oltre che in fatti erasi conservata in qualche splendore sino al tempo di Strabone, alcune lapide dimostrano che fu illustre sotto i Romani e ne’ primi tempi dell’Impero. Appartengono a quest’epoca le seguenti iscrizioni, poste dagli Augustali della città a M. Meconio Leone, Edile, Quatuorviro, Questore del pubblico erario e patrono del municipio, la prima nella base di una statua che gl'innalzarono (1465), e la seconda sul suo sepolcro, decretatogli da' Decurioni pe’ varii beneficii che nell’epigrafe stessa si leggono (1466):

1.

M. MECONIO M. F.

M. N. M. PRON. COR

LEONI

AED. IIII VIR. LEG. COR. Q. P. P.

PATRONO MUNICIPII

IIII VIR. Q. Q.

DECVRIONES. AVGVSTALES POPV

LVS EX AERE CONLATO

OB MERITA EIVS.

2.

MECONIO. M. F.

COR. LEONI

AED. IIII VIR. LEG. COR.

QUAEST. PEC. P.

PATRON. MUNICIPI

AVGVSTALES PATRONO

OB. MERITA. EIVS

L. D. D. D.

Nel destro lato della base, sulla quale la seconda epigrafe fu scolpita, leggesi il seguente legato al Collegio degli Augustali della città:

Kaput ex Testamento

Hoc amplius Reip. Petelinorum dari volo || Hs. X n. Item Vineam Caedicianam cum || Partem (sic) fundi Pompeiani. Ita ut optima maxi|| maq. Sunt finibus suis, qua mea fuerunt. Volo au || tem ex usuris semissibus Hs. X. n. comparari Augus || talium loci n. ad instrumentum tricliniorum du || um, quod eis me vibo tradidi, candelabra et lucernas || bylychnes arbitrio Augustalium, quo facilius statis || diebus epulas obire possint, quod ipsum ad utilitatem || reip. n. pertinere existimavi, facilius subituris onus Augus || talitatis, dum hoc commodum ante oculos habent. || Caeterum autem temporum usuras semisses Hs. X. n. ad instru || mentumAugustalium arbitrio ipsorum esse volo, quo || facilius munus meum perpetuum conservare possint, || neque in alios usus usuras, quas ita a rep. Petelinorum асceperint, trans ||ferri volo, quam, si necessefuerit, in pastinationem. || Vineam quoq. cum partefundi Pompeiani sic, ut su || pra dixi, hoc amplius Augustalibus loci n. dari || volo,quam vineam vobis Augustalibus idcirco dari || volo, quae est Aminea, ut, si cogitationi meae, qua pro || spexisse me utilitatibus vestris credo, consenseritis ||, vinum usibus vestris dumtaxat quum publice epulas ex || ercebitis, habere possitis. Hoc autem nomine relevati in || pendisfacilius prosilituri hi, qui ad munusAugustalita || tis compellentur locatione vineae partisfundi Pompeiani vine || am colere poterint.

Haec ita, ut cavi, fieri praestarique volo. Hoc amplius ab heredibus meis volo praestari || reip. Petelinorum et a rep. Petelinorum corpori Au || gustalium ex praedis ceteris meis palum ridicam || omnibus annis sufficiens pedaturae vineae

Quam Augustalibus legavi.


Nel sinistro lato della base leggesi la conclusione:

A vobis autem, Augustales, peto, hanc voluntatem || 

meam ratam habeatis et ut perpetuo firmam obser || 

vetis, curae vestrae mandetis. Quo facilius autem || 

nota sit corpori vestro haec erga vos voluntas || 

ascribi volo caput, quod ad vestrum honorem pertinet.

Senza entrare nella minuta spiegazione del legato di Meconio agli Augustali di Petilia, due cose sole rileva in esso osservare, le viti aminee, di cui parlasi nella lapida, le quali confermano l’origine tessalica della città (1467), e l’età della lapida istessa, anteriore all’imperatore M. Antonino, perché il legato non si sarebbe fatto alla republica de Petelini in benefizio degli Augustali, se l’epigrafe fosse stata scolpita al tempo, o dopo di questo imperatore, il quale toglieva il divieto che gli Augustali potessero ricever legati (1468).

Plinio e Tolomeo nominano Petilia come una città mediterranea, e P. Mela e la Tavola Peutingerana come marittima (1469); ma poiché talvolta gli antichi una città non al tutto littorana descrissero come mediterranea, e tal altra perché a vista del mare e a breve distanza dalla spiaggia nominarono marittima, scomparisce tale discrepanza, e però è da dire che Petilia fosse posta in vicinanza della marina del Jonio, ed a XV miglia da Crotone, Tale distanza chiaramente dimostra che fu a Strangoli 3 dove le addotte iscrizioni si leggono, e nel cui agro si sono scoperte le greche epigrafi più antiche (1470). La città era situata in una posizione molto vantaggiosa sopra un alto monte fortificato dalla natura e da spesse muraglie. Arrivando a Strangoli dice un erudito viaggiatore, già si scorgono i vestigi della floridezza e della magnificenza della città; tutti i suoi dintorni sono ancora sparsi di frammenti e di pezzi di colonne scanalate con capitelli dorici simili a quelli di Pesto e molte colonne ancora vi si veggono di granito di Egitto, colle quali decorar si potrebbe un gran tempio (1471). Per avere i tremuoti più volle sconvolto il suolo di Strongoli, non si può ora giudicare della grandezza e della forma dell’antica città (1472); e così forti sono state le scosse di questi tremuoti che gli avanzi delle antiche mura, di cui rimangono ruderi interi, comeché messi sulla roccia e profonde 15 piedi, sono tuttavolta in tutto inclinate e fuori di ogni equilibrio.

14. Monte CLIBANO (Mons Clibanus)

Dopo di Petilia Plinio ricorda il Monte Clibano (1473) il quale ebbe ad essere di qualche distinzione agli antichi, perché egli accenna soltanto i monti notabili delle diverse regioni; ed io credo ch’ebbe il nome dalle fornaci (κλιβάνοι) e dalle tegghie (κλιβάνοι) ed altri vasi simili di terra cotta che vi si fabbricavano forse in più luoghi alle falde. E l’odierno monte Visardo il quale si eleva tra Paleocastro e S. Severina (1474).

15. BRISTACIA (Βρυσακία, Brystacia)

Di quest’altra città della Crotonitide ci lasciò memoria il solo Stefano Bizantino, ed è da riputare di fondazione antichissima per averla attribuita agli Enotri (1475). Ignote affatto ne sono le vicende, né si sa bene dove fosse posta, e solo per la sola analogia del nome si è creduta nell’odierno Umbriatico, detto anche Briatico, a circa 6 miglia all’occidente di Cirò, e tra le sorgenti del fiume Lipuda (1476).

16. Promontorio CRIMISA

Più oltre della foce del fiume Lipuda si protende nel mare la punta dell’Alice, il punto più orientale di tutta la costa della Calabria, in eccezione del promontorio Lacinia. E il promontorio Crimisa degli antichi, così detto dalla città vicina dello stesso nome, e noto nelle primitive tradizioni della regione per l'arrivo della colonia condottavi da Filottete (1477). A crederne un altro antico scrittore si nominò anche Cono (1478), per la città omonima che dappresso vi sorgeva, e che al pari di Crimissa anche da Filottete volevasi edificata. Sorgeva su questo promontorio un tempio sacro ad Apollo Ateo, così detto probabilmente dalle supposte peregrinazioni (ἀπὸ τοῦ αλάσθαι) del greco eroe innanzi che si stabilisse in questa contrada, ed al quale Licofrone dà anche l’aggiunto di Patareo (1479), o conservatore, nel quale secondo le eroiche tradizioni Filottete consecrava l’arco e le saette ricevute da Ercole (1480), che al dir di Trogo Pompeo affrettarono il fato di Troja (1481). Ma nessun vestigio vedeva di sì rinomato tempio chi viaggiava per questa spiaggia, per essere o dalle mani dell’uomo distrutto, o ricoperto dalle onde (1482), ed a crederne la tradizione era posto sopra un’eminenza, ove poi fu edificato un tempio cristiano (1483). Il promontorio del resto è tutto ricoverto di cedri, di aranci e di alberi d'ogni sorta, che coprono forse in qualche sito le rovine del tempio antico, in guisa che nessun vestigio se ne ricorda; ma coltivandosi la terra in tutti i dintorni, ne sono venute fuori monete di Taranto Metaponto e Petilia, ed inoltre braccialetti di bronzo, lucerne, rottami di marmo, di rozzi vasi e di terre cotte, ch’erano forse in antichi sepolcri.

17. CRIMISA, o CRIMISSA

Alla distanza di poco più di 3 miglia antiche del descritto promontorio e dentro terra sorger doveva la città di Crimisa o Crimissa che Stefano Bizantino sull’autorità di Licofrone nomina città d'Italia, e che situava presso Crotone e Turio, essendo stata in fatti tra queste due città, dalle quali era del resto più miglia lontana (1484). A crederne Licofrone, il quale ricordavala come piccola città dell’Enotria, prese nome da una Ninfa omonima (1485), od anzi dalla sorgente del nume che scorre presso l’anzidetto capo, e che anche Crimisa fu denominato innanzi che il nome d'Ilia gl'imponesse la colonia trojana. Ma Strabone, o piuttosto Apollodoro, dal quale il geografo attingevano la tradizione, ne fece fondatore Filottete (1486), o a meglio dire la greca colonia che dalla città di Melibea giungeva su questa spiaggia. Se vera è del resto la leggenda di una medaglia, col tipo di Ercole con la clava da un lato e l’epigrafe ΚΡΙΜΙΣΑ, e dall’altra la leggenda KRO (1487), ci mostrerebbe l’importanza della città e la sua alleanza insieme con la vicina Crotone. Né altro se ne sa, se non che, a crederne gli scrittori calabresi, mutò ne’ tempi romani l’antico nome in quello di Paternum, stazione segnata nell'Itinerario di Antonino a XXVII miglia da Rossano (1488), e che dalla sue rovine sorse l’odierna Cirò, detta anche Cirrha e Cirro (1489), denominazioni difficili a spiegare, se creder non si vogliono egualmente antiche. Il perché, riputando Paterno diversa affatto da Cirrha, perché le rovine della prima sono distanti dall’odierna Ciro, è da supporre che l’antica Crimissa al sopravvivere di una colonia di Focesi mutasse il nome in quello di Cirrha, che ricordava la prima città della Focide ne’ confini de' Locresi Ozoli (1490). Egli sembra del resto che Paterno prendesse il nome dall’aggiunto di Patareo che davasi ad Apollo adorato nel prossimo promontorio. Nel luogo detto Terra Vecchia all’oriente di Cariati sono i piccoli avanzi di Paterno (1491); ma s’ingannano, io credo, gli scrittori Calabresi, che questa città credono la sede vescovile detta anche Tempsana e che ammetter vogliono un’altra Tempsa sul Jonio (1492), quando che ad una sola si riferiscono le testimonianze della Tavola Peutingerana (1493), e se il vescovo di Tempsa intitolavasi anche Palemense, prendeva il titolo dall’altro Paterno presso Dipignano e Tessano al di là di Cosenza.

18. Fiume ILIA (Υλία πόταμος, Hylia amnis)

Dalla punta dell’Alice a quella che prende il nome dal fiume Fiuminicà il lido descrive un semicircolo, al cui termine orientale sbocca nel mare il detto fiume, il quale col promontorio e la città vicina ebbe comune il nome di Crimisa (1494). Ma Ilia fu detto ne’ tempi successivi, e fermò come si è già detto, il confine tra la Crotonitide e la Sibaritide, perché alla sponda di esso i legati spediti da Crotone impedivano gli Ateniesi d’innoltrarsi nel loro territorio, quando movevano coll'esercito contro Siracusa; né per altro fatto della nostra antica storia è memorabile, se non perché gli Ateniesi andarono poscia a situare i loro alloggiamenti alla sua foce (1495). Ma dal suo nome si congettura che vi si stabilisse una colonia trojana, la quale vi ripeteva il nome del fiume sulla foce del lago Ascanio (1496). Essendo non pochi fiumi fra il promontorio Crimisa ed il Crati, a quali di questi l’Ilia corrispondesse non si può con certezza determinare. Senza dire dell’erronea opinione di alcuni topografi, i quali lo confusero col Trionto (1497), che corrisponde al Traento degli antichi, il Cluverio lo riconobbe nell’Acquanile, che bagna il territorio di Cariati all’oriente, alla distanza di tre miglia (1498). Altri sostengono ancora che fosse il Colonato, il quale a poche miglia dal Crati scorre nel mezzo del territorio di Rossano (1499); ma questa opinione più ricevuta è contraddetta da un altro scrittor calabrese meglio informato de' luoghi, il quale osservando che la Sibaritide, non poteva al mezzodì essere così ristretta da avere per confine il detto fiume, lo riconosce nel Fiuminicà, il quale scorre tra Cracoli e Cariati (1500), e dà il nome alla prossima punta, alla cui sinistra mette foce, tra gli altri piccoli fiumi dell’arso e di S. Venere.

VHI. SIBARITIDE, O TURIATIDE

Dalla punta di Fiuminicà al Capo Trionfo, e da questo a quello di Roseto, che anche dicono Capo Spulico, si estese in sulla costa la grande regione sibaritica, la quale nella floridezza e potenza della città ond’ebbe il nome comprese forse al di là de monti il paese sull’opposta spiaggia, ma ne’ limiti di questi monti si restrinse dopo la distruzione di Sibari e l’ingrandimento di Crotone, allorché, fondata la città di Turio, cominciò a dirsi Turiatide. Poiché nell’Ilia, il Fiuminicà di oggidì, fu il confine della Crotonitide (1501), nella sinistra riva dello stesso fiume fu il limite occidentale della Sibaritide, la quale nell’opposto punto più oltre non si estese della riva dell’Acalandro, da più topografi riconosciuto per una testimonianza di Strabone qual limite principale della Turiatide (1502), perché solo ne’ nomi, originati dalle due città primarie, l'una regione fu diversa dall’altra. Ma l’identica corografia di Sibari e Turio è da intendere ne’ tempi posteriori, giacché senza supporre che ne’ tempi più antichi la Sibaritide si estendesse sulla costa del Tirreno, rimane un vero enigma la testimonianza di Strabone, il quale dice ch’ebbe Sibari 25 città a se soggette, e ne’ limiti non solo che a questa celebre regione segnano gli antichi geografi, ma per le colonie ancora che i Sibariti spedirono a Lao, Scidro e Posidonia, la maggior parte di tali città m’ingegnerò appresso d’indicare con probabile congettura e con una testimonianza di Strabone, il quale dice a Sibari soggette le città di Metaponto e Siri. Un ampio paese adunque la Sibaritide abbracciava, e per limitarmi alla sola descrizione di essa dalla parte del Jonio, dico che non vi fu regione della Magna Grecia così irrigata da fiumi quanto questa, perché oltre de' due fiumi più grandi che insieme riuniti sboccano nel mezzo del golfo che fu di Sibari, il Crati ed il Coscile, non meno di altri quindici se ne contano, senza dire de' torrenti e di altre minori sorgenti. Poiché estendevasi dalla sinistra sponda del Fiuminicà a quella del Calandro che mette foce presso il Capo di Roseto, abbracciò le belle e fertili contrade di Cariati, Rossano, Corigliano, Terranova e Cassano, le quali se ora sorprendono per la varietà e la copia de prodotti, tanto più esser dovevano feracissime nella floridezza di Sibari.

Copiosa di prodotti e vegetabili d’ogni maniera si presenta la bella valle di Cariati, irrigata da numerose sorgenti, tra cui si distinguono il Fiumaralo, e l’Acquanite, che scorre presso il Capo Saracino; e i boschi che coronano le vette de' vicini monti tra gli altri alberi di alto fusto abbondano di pini che danno la pece, e di frassini che producono la manna, più pregiata che nelle altre contrade. Il suolo si cambia quindi in petroso, aspro ed ineguale; ma fertili del pari sono le colline che cingono la città di Rossano. Le basse falde di queste colline sono composte di breccia, o di ciottoli, sparsi di frammenti di mica e di piombo, e conglobati con la terra bolare rossa: hanno gli strati irregolari, e le parti superiori di arenaria piena di pettiniti, e di altre marine petrificazioni. I numerosi frammenti ai piombo e di argento raccolti ne’ torrenti danno a credere che i monti nella parte occidentale racchiudano filoni di tali metalli. Rossano, ha al settentrione piane ed estese campagne piantate tutte di oliveti, e al mezzodì confinando con la Sita ha colli amenissimi, coverti di vigneti e frutteti, e da cui scorrono limpidi ruscelli che vanno ad irrigare le terre sottoposte. Ma nella bellezza e nella prodigiosa abbondanza del paese di Corigliano tutte le delizie di leggieri si riconoscono che ingrandirono e corruppero Sibari, e quanti viaggiatori quelle contrade hanno visitate sono stati tutti presi di meraviglia al vederne l’ubertà e la vaghezza (1503). Tutti i grani vi si raccolgono che la terra può produrre, ed olii e vini squisiti danno pure e i migliori d’Italia; grassi ancora e copiosi vi sono i pascoli, la pesca più abbondevole che nello stesso golfo di Taranto, e le frutta oltre ogni credere deliziose.

Alla sterminata pianura che vien dopo dell’antico feudo di S. Mauro, notabile anch’essa per una vegetazione prodigiosamente abbondante, seguita l’amenissima e fertilissima valle nel clima più dolce d’Italia, ove già fu Sibari. È cinta questa valle da alte montagne che si elevano a guisa di anfiteatro, delle quali alcune coltivate sino alle somme vette annunziano l’abbondanza negli olivi secolari, nelle verdi querele e ne’ lauri e negli aranci che insieme si affollano su rocce pittoresche, e le altre più lontane e coverte di neve quasi in tutto l’anno presentano le figure e i siti più maestosi. Il mare, avanzandosi alquanto dalla parte del settentrione par che venga per abbellire questi luoghi di delizie, arrecarvi della freschezza, e compiere la decorazione di questo paese sublime e bello di tutte le naturali bellezze. Ma la vasta maremma che attraversa il Crati è solo abitata da armenti di tori e di buffali, e con emozione l’archeologo vi contempla l’abbondanza unita alla miseria, gli avanzi della vita feudale su' monti sparsi di castelli con la prisca grandezza annientata nella pianura, e le singolari vicende che la civiltà trasferivano nella regione occupata una volta da pastori selvaggi, restituendo gli stessi pastori alla campagna di Sibari. Il Crati ancora ed il Sibari che insieme uniti irrigano gran tratto della valle prima di gettarsi nel mare, inondano spesso le terre vicine, che perciò rendono spopolate e selvagge, né altro vedi crescervi che alcune piante rugose, e tra le altre una specie di cardoni bianchi d’una statura ciclopea. Altri cinque fiumi irrigano la rimanente contrada, il Racanello lungo il corso della catena montuosa che Pollino si dirama e termina nella valle di Sibari il Satanasso che in due rami corre al mare da' dintorni di S. Maria delle Armi e di Casalnuovo, e poi il Saracino che in vicinanza di Alessandria ha le fonti, lo Straface che presso Amendolara ha la foce, e 'l fiume di Femo il quale scarica le acque accanto al Capo Spulico o di Roseto, ultimo confine della Sibaritide. La quale in questo secondo tratto presenta molto svariato l'aspetto tra i monti, i colli e le pianure, e non meno abbellita dalla natura, ma più salubre e meglio abitata che la già descritta (1504). È questa in generale l'odierna condizione fisica della Sibaritide dalle quale immaginar possiamo la più antica, che tanto contribuì all’opulenza de' popoli che l’abitarono. Ma veggiamo di cosi rinomata regione la topografia politica.

1. Fiume TRAENΤΟ (Τράντα ποτ, Traëns fluv.)

Presso il Capo Trionto mette foce nel mare il fiume che gli dà il nome, il quale con lieve alterazione conserva l’antica denominazione, per essersi già detto Traente (Τράεντα). Fu celebre nell’antichità per la vittoria che i Crotoniati su Sibariti ottennero alla sua sponda nella famosa battaglia per la quale fu distrutta la possente città di Sibari (1505). Indi a non molto, alla riva, o piuttosto alla foce di questo fiume istesso si ritirarono i pochi Sibariti campati dall’eccidio che facevane la greca colonia di Turio quando tutti per se volevano e i più cospicui magistrati e le campagne prossime alla nuova città edificata dopo la distruzione di Sibari. Tale tradizione serbataci da Diodoro Sicolo (1506) guida a spiegare e correggere un controverso luogo di Strabone, nel quale è memoria di una città di Sibari sul Teutra. Scrive il geografo che da alcuni storici pretendevasi che i Rodii furono quelli che fondarono le città di Siri e Sibari sul Teutra (1507); ma poiché ne’ luoghi dintorno dove già fu Siri né altrove non è noto un fiume di tal nome, alcuni critici proponevano di leggersi Sibari presso Idrunto, la città stessa che fu poi detta Rupia (Lecce) da' Romani. Mal pago l’Heyne a tale interpretazione, avvisavasi doversi anzi intendere una colonia di Rodii guidata da Teatrante (1508); ma altri dotti critici osservando che Strabone lasciavaci una indicazione topografica, hanno letto più ragionevolmente Sibari sul Traento (1509), e però non si può dubitare che gli esuli Sibariti dopo le civili discordie, delle quali essi stessi per le soverchie pretensioni furono cagione, una nuova città fondarono in vicinanza del detto fiume. Questi Sibariti, ultimi a conservare il nome e la celebrità della distrutta patria, restarono sicuri nella nuova città insino a che non ne furono espulsi e dispersi da’ Bruzii; e poiché secondo la più ricevuta cronologia la colonia ateniese e di altri popoli greci non fondò Turio che nel 1.° anno dell’Ol. LXXIV, ossia nel 443 avanti l’era volgare, ed i Bruzii non divennero possenti che dopo l'01. CVI, 360 anni prima dell’era stessa (1510), i Sibariti non ebbero a rimanere tranquilli in sulla riva del Traento più di 80 anni in circa.

2. ROSCIA, o ROSCIANO

Diciotto miglia distante da Turio sorgeva Rosciano in sul lido (1511), che Procopio nominò Roscia (1512). Non fu in origine, come è noto da questo storico, che l’antico navale de' Turii, ed è forse da riportarne la fabbricazione al tempo in cui gli Ateniesi avendo riedificato Turio in un sito alquanto dal mare discosto, ivi stabilirono il lor porto, per avere abbandonato l’antico porto di Sibari, il quale si è preteso che fosse nella più grande delle tre lagune tra la foce del Crati e quella del Racanello (1513). Dal nome di Roscia, o Rosciano, venne del resto il nome all’odierno Rossano, città posta a tre miglia dal mare, ed altrettante dal Trionfo e dal Crati, sopra un’eminente roccia. Più dentro terra, alla distanza di LX stadii, o sette miglia e mezzo odierne, da Roscia, i Romani costrussero una fortezza, come scrive Procopio, e non sì tosto per avventura che con una colonia si stabilivano nella città di Turio, a cui mutavano il nome in quello di Copia.

3. Fiume LUSIADE (Λούσιας ποταμ, Lusias fluv.)

Dopo il Capo di S. Angelo sbocca nel mare il piccol fiume Lucino, o Lucido, detto anche Lusillo, il quale scende dalla valle di Colognati, e divide il territorio di Rossano da quello di Corigliano. È il fiume Lusiade degli antichi, all’agro di Turio attribuito da Eliano, il quale notavane la singolare proprietà di produrre pesci nerissimi, comeché avesse limpidissime le acque (1514). Scrive Timeo che i più giovani de' cavalieri sibariti da' calori del sole riparavano negli antri delle Ninfe Lusiadi, dove si trattenevano a diletto (1515), ed egli sembra che o tali antri fossero in vicinanza del detto fiumicello, che altri crede il Lucino vecchio (1516), o che i Sibariti in quegli antri ne derivassero le acque per sotterranei canali per avervi freschi e deliziosi lavacri. Una spelonca ancora sotto Cassano somministra bagni perenni di acque dolci e solfuree (1517), ed in questa si può forse anche supporre qualcune delle grotte de' voluttuosi Sibariti.

4. Fiume CRATI (Κράθις, Crathis)

Ne’ monti della Sila, a sei miglia da Cosenza, sorge questo fiume, uno de' più grandi e più celebri della Magna Grecia. Con poche acque fa quasi la metà del corso; ma dalle vicinanze di Bisignano, dagl'influenti accresciuto del fiume Mucone, che bagna la terra di Acri, e da' fiumicelli di Lattarico e Regina, quasi navigabile sarebbe insino alla foce all’oriente del sito dove già fu Sibari. Ignoto è qual nome avesse dagli Enotri o da' Caoni; ma quello che gli è rimasto, l’ebbe da' greci coloni che si stabilivano in questa regione (1518), gli Achei fondatori di Sibari e di Turio.

Strabone dice che il Crati dell’Acaja prese il nome dal miscuglio (κρᾶσις) di due altri fiumi, il che avviene anche a questo della Magna Grecia, il quale riceve, oltre i piccoli influenti, il doppio tributo del Sibari e Acheronte. Dall’alto del monte di Tarsia, dice un erudito viaggiatore (1519), si scorgono alcuni solchi bianchi, musaici di pietre mobili, sulle quali si scaricano al finir dell’inverno rapidi torrenti. Tali burroni, che dividono e frastagliano quell’altipiano, corrono tutti verso luoghi bassi, paludosi, infetti e sparsi di rovi. Una selva di grandi canne grigie piantate nella melma occupa il centro della valle, molto ristretta dalle colline, sotto le quali serpeggia il fiume. Nulla di più tristo della valle tortuosa ed angusta del Crati: non incontri lungo quelle sterili gole né uomini né abitanti, e chi le attraversa si avvede tosto che quelle terre non appartengono ad alcuno. Il corso del Crati è ineguale, e talvolta l'acqua scomparisce nella belletta che covre la riva, e che il sole dissecca. La crosta fangosa, qua e là screpolata dagli effetti dell’aria mefitica, è sparsa di giunchi: vi si veggono ancora rossastri stagni, con grandi erbe rossastre, in cui i neri buffali cercano alquanto di freschezza. I monti in cento guise contornano il fiume, il cui corso si fa sempre più tortuoso; ma orrido a vedere da per tutto è il paese, né altra coltivazione vi si osserva che poche risaie. Vi si aggruppano rocce selvatiche oltre ogni credere, creste gibbose e disordinate, i cui fianchi appariscono di un giallo metallico. L’erba di questi monti sembra nera, ed appena ne nasce al fianco de' mammelloni, perché brune rocce ne formano le cime, ed il piede delle coste ha il colore e la porosità della pomice. A misura che si avvicina alla foce più s’intorbida il Crati; ne’ luoghi bassi il calore ne addensa le acque e le copre d’una pelle grossa e aggrinzila, sulla quale la luce non si riflette, in guisa che, a vedere quella massa di liquido metallo, si crederebbe che i raggi solari hanno cominciato a fondere que’ blocchi di piombo e di stagno, che colano goccia a goccia e bagnano il fondo di quel vasto crogiuolo. Da' molti influenti ac cresciuto, allarga il suo alveo a misura che più s’innoltra nella valle, insino a che ingrossato dal Coscile, attraversa le marine di Cassano, e dopo il corso di più di 50 miglia si scarica nel Jonio nel mezzo della baja formata dalla punta del Trionto e dal capo di Roseto. Il Crati cangia spesso di letto, e verso la foce non ha più forza di giungere al mare; inghiottito dal suolo, si perde a poco a poco, e quando compie il suo corso non è più che un ammasso di fango che a stento si trasporta fra dune di fango. Da qual vuoi lato ti rivolgi in quella pianura, non vedi altro che fango, così spesso e così fetido, che con istupore si contempla un luogo sì deserto e sì disabitato; i fiori, gli alberi, gli uccellagli stessi malefici animali fuggono da quel soggiorno di morte, ed appena pochi infermicci abitanti in tanta estensione di paese riuniti si veggono nel villaggio di Oria, Dalla parte di Sibari un ponte vi fu eretto nella guisa stessa che sull’altro fiume anche prossimo alla città, e come $ Indiani e gli Egizii che si recavano ad onore di non uscir mai dalla terra natale, i Sibariti si ascrivevano a gloria d’invecchiare tra' due ponti (1520). E quando i Crotoniati ebbero distrutta la città, lo spartano Dorieo, della stirpe degli Eraclidi, che avevali soccorsi, innalzò presso il secco alveo del Credi un tempio a Minerva, perciò detta Cratia (1521). Questo tempio ebbe ad essere presso l’antico letto del fiume, che fu altrove rivolto per allagare le rovine di Sibari né in fuori di Erodoto altro ricordo ne trovo in altro scrittore; ma al tempio stesso attribuir si possono i ruderi che uno scrittore delle cose calabre afferma del sepolcro di Anna sorella di Didone (1522), la quale secondo alcune tradizioni mitiche passava in queste parti d’Italia ad abitare le campagne presso del Crati.

5. Agro CAMERE (Ager Camere)

Presso la foce del descritto fiume stendevasi l’Agro Camere, mentovato da Ovidio, ove narra il favoloso arrivo in quel sito di Anna sorella di Didone sbattutavi dalle burrasche quando andava in cerca di Enea (1523). La denominazione di questo agro o contrada conferma mirabilmente ciò che spesso ho detto in questa topografia, che non fortuiti o imposti a caso sono per lo più i nomi locali e delle città, sì bene introdotti da' popoli che dalla Grecia e dalle regioni vicine si tramutavano in tutto il nostro paese. Riproducendovi i nomi de' luoghi che lasciati avevano nella metropoli, il nome perpetuavano della diletta patria, ed in proposito dell’Agro Camere ben vi riuscivano i Rodii, che vedremo appresso giungere nell’agro che fu di Sibari) e che il nome vi riprodussero di Camiro, una delle tre città dell’isola di Rodi, perciò detta Tripoli da un antico geografo (1524). In quell’agro i Rodii posero per avventura la prima lor sede, ed una piccola città vi edificarono col nome della loro patria, la quale poi abbandonata per essersi uniti Sibariti, appena il nome ne rimase al luogo in cui fu costrutta. E questo luogo dopo tanto volger di secoli serba tuttavia con lieve alterazione il nome di Camara presso il castello di S. Angelo nel territorio di Rossano (1525), lungo la spiaggia di questa città.

6. SETEO (Σηταῖον χώρα, Setaeum regio)

Presso la città di Sibari fu una contrada così detta, secondo l’autorità seguita da Stefano Bizantino, da una delle schiave trojane, la quale ivi consigliava di bruciare le navi de' Greci, ed evavi perciò crocifissa (1526). Licofrone dice che St tea fu fatta morire legata ad uno scoglio presso del Crati (1527); ma altri scrittori in altri diversi luoghi posero la scena di tal fatto, e chi accennò i lidi intorno di Mende e Sciane nella Tessaglia (1528), chi la foce del Neeto, chi Cajeta, e chi anche la foce del Tevere (1529), secondo che l’analogia de' nomi, od anche le tradizioni diverse davano occasione di additare in un luogo anziché in un altro la memoria del celebre avvenimento. Apollodoro scriveva che non già Setea, sì bene le figliuole di Laomedoute, Atella, Astioche e Medesicaste consigliarono l’arsione delle navi (1530), e questa ricerca lasciando a' mitologi, dico che i Tessali anziché altri Greci ebbero a trasferire la tradizione presso di Sibari, siano quelli che in questa spiaggia approdarono da Melibea, siano gli altri ch'edificarono Turio. Sono del resto alla foce del Crati alcuni grandi scogli, ad uno de' quali ebbe a rimanere il nome di Seteo dal supposto supplizio della schiava trojana già detta.

7. SIBARI (Σύβαρις, Sybaris)

Tra l descritto fiume e 'l Sibari, dove a breve distanza dal mare insieme confluivano come oggidì, sorgeva la città di Sibari, celeberrima fra tutte quelle che gli Elioni fondarono nella Magna Grecia. Strabone assicura che alcuni Rodii avevano di già abitato ne’ dintorni ove fu edificata nel paese de' Coni (1531), ed un antico compilatore seguendo testimonianze più esplicite dice positivamente che i Rodii arrivati a quella spiaggia sotto la guida di Tlepolemo combatterono contro gli antichi abitatori per istabilirvisi, soccorsi da Filottete (1532), o de' Tessali che vi erano prima giunti. Senza supporre l’epoca precisa di tale colonia, si può riferirla al tempo della talassocrazia, o al dominio sul mare de' Rodii, il quale dopo quello de' Traci durò 23 anni (1533), dal 1136 in circa al 4113 avanti l’era volgare. E certo una tradizione favolosa che ivi la conducesse Tlepolemo, ma non altrimenti che altre città greche si dicevano fondate da altri celebri condottieri ed eroi, così i Rodii attribuirono la fondazione di Sibari al fondatore di Lindo, Jaliso e Camiro nella loro isola (1534).

Ma lungo tempo dipoi, nel 2.° anno dell'Ol. XVIII secondo Euschio (1535), e molto prima secondo Scimno di Chio, cioè nel 1.° anno dell'01. XV (1536), 720 avanti l'era nostra, una colonia di Achei vi sopraggiunse, i quali, costretti di abbandonare la patria, Ege e Dura ili sulla costa dell’Acaja, si diedero Iseliceo per capo, e navigarono alla volta del nostro paese. Giunti sulla spiaggia della città fondata da’ Rodii, nominarono Crati e Sibari i due fiumi presso i quali era posta, in memoria di quelli della regione che avevano abbandonata (1537). A questi Achei banditi dal Peloponneso si unirono alcuni Trezenii guidati da Sagaride, figlio di Ajace di Locri (1538); e che anche i Locresi avessero fatto parte di questa colonia si raccoglie da una testimonianza di Nicandro, il quale scriveva che venne fondata da que’ popoli, i quali le imposero il nome di Sibari dalla sorgente omonima presso Crissa nella Focide (1539). Ma anche dall’orientale Shebarim (abbondanza) si è voluto derivare il nome di Sibari (1540), e non solo nel nome, ma anche nel fatto alla voluttuosa Sibari dell'Occidente corrisponde l’Eca della Colchide, nominata anche Sibari (1541), perché a simiglianza della sede della grande maga Circe, la quale in grossolane voluttà immergeva chi in lei si avveniva, egli sembra che si fosse nominata la città che i costumi trasformava di coloro che giungevano tra le sue mura. Certo è che tutte queste etimologie convengono nell'idea di abbondanza e bellezza del paese in cui la città fu fondata, e che furono la prima cagione della discordia de' nuovi coloni. Perché gli Achei, i quali non solo per la stirpe, ma anche pe’ politici istituti differivano da' Trezenii, tostoché si videro cresciuti di numero li espulsero dalla città, e così i Trezenii andarono a fondare Posidonia (1542).

La sorprendente fertilità della contrada (1543), l'intraprendenza de' nuovi coloni e le buone istituzioni procacciarono alla città di Sibari grandi ricchezze e vasto dominio. Giunta al colmo della sua possanza, quattro popoli vicini ebbe soggetti, e venticinque città (1544). La fondazione di Posidonia, di Scidro e Lao sul mare inferiore pruova, dice il Niebuhr, che dominava X Enotria settentrionale da uno all’altro mare, ed è pure evidente che tali coloni guardavano le frontiere del suo territorio sul Tirreno (1545). Or possiamo con qualche conghiettura simile al vero indicare le città a questa grande repubblica sottoposte, perché a quelle che furono propriamente nella Sibaritide, dir voglio Cassa e Leutarnia, aggiugner dobbiamo Lagaria, Siri e Pandosia della regione Siritide, ed oltre a queste Metaponto, perché se questa città fu con Siri soggetta a Sibari (1546), entrambe il furono con le città comprese nelle rispettive regioni. Dal nome di Siberena, come ho detto (1547), questa città può congetturarsi edificata da' Sibariti, e però anche al lor dominio sottoposta, e quindi ancora la vicina Macalla, e le altre città enotrie in sul Jonio, Bristacia, Cone, Drio e Crimisa. Se a queste col Niebuhr si aggiungano le stesse città di Locri e Crotone, e Laureto, la più prossima alla seconda di queste due città, ed inoltre Elea, la cui fondazione non potè farsi da’ Foceesi senza il consenso de' Sibariti che dominavano sulla costa, e le città fondate da’ Beozii, Tebe, Sifeo e Platea, avremo quasi tutte le 25 ignote città sottoposte al dominio di Sibari. Senza discostarmi dalle testimonianze e probabilità, storiche queste almeno a me sembrano, e senza uscir fuori del perimetro delle regioni in cui erano comprese possiamo intendere i popoli che vi avevano maggior grido e possanza quelli che Diodoro dice anche soggetti a' Sibariti, e tra questi sono forse da contare gli stessi Reggini (1548). Ma lasciando che altri proponga migliori conghietture, dico che non solo dall’agricoltura e dall’interno commercio che la vantaggiosa posizione favoriva, ma dallo stesso traffico di mare i Sibariti ritrassero di buon’ora le loro dovizie. Perché se antichi storici ci ricordano la scambievole concordia tra Sibari e Mileto (1549), e se perciò il loro lucroso commercio si dilatò sino alla riviera dell’Ionia, tanto più ebbe ad estendersi alle marine della Grecia ed alle isole dell'Egeo. Per tal modo ebbe a crescere in grande popolazione, in guisa che, edificata presso la riva del Sibari, si estese poscia sa quella del Crati, e si ampliò in un perimetro non minore di 50 stadii (1550), o di sei e più miglia di oggidì. D’allora innanzi così ebbe ad empirsi di belle abitazioni e di pubblici edifizii, che il più bello elogio lasciavano Scimno di Chio col nominarla grande, grave, ricca e bella città (1551), contenendo ne’ dì della sua maggiore floridezza non meno di 300m. cittadini (1552).

Ma, in fuori del lusso e de' rilasciati costami de' Sibariti, che alcuni antichi si sono tanto piaciuti di ripetere, ed a cui certo si abbandonarono dopo ch'ebbero conosciuti quelli degli Jonii (1553), niente ci è noto delle politiche vicende d’una repubblica sì possente e sì celebre ne’ 210 anni della sua esistenza (1554), e tra gli estremi della sua fondazione e della sua rovina si può solo supplire con le conghietture i più memorabili fatti intermedii ne’ dì della sua floridezza, trovati degni di storia da un Clitonimo, il quale delle cose sibaritiche scrisse di proposito (1555). Una moderata aristocrazia, come quella di altre città greche in Italia, fu il politico reggimento di Sibari: eligibili a tutte le magistrature le sole famiglie discendenti da' primi conquistatori; incapaci di elezione gli altri Greci ammessi come cittadini, i quali eleggevano nondimeno con le tribù antiche; nella città molti isoteli ed isopoliti, i primi che non pagavano un’imposta maggiore di quella degli altri cittadini, e godenti gli altri i pari dritti civili; e servi inoltre nelle campagne (1556). Di questi ultimi, specie d’Iloti, o vassalli, i quali, nulla possedendo, coltivavano le terre per gli eupatridi e i cittadini liberi, Timeo ci lasciò una non dubbia testimonianza, dove dice che Sibariti prendevano una volta l’anno, per debito del tributo che soddisfar dovevano le città soggette, un determinato numero di uomini, i quali servir dovevano nella coltura de' campi (1557).

De' fatti più celebri della città appena sappiamo, che con gli altri Achei italioti che cacciar volevano i Greci loro vicini, i Sibariti espugnarono la città di Siri, e contribuirono alla strage di cinquanta giovini supplichevoli nel tempio di Minerva Poliade, e dello stesso Letarco, sacerdote della dea, verso l'01. XXV, o il 680 avanti la nostra era (1558). Nella peste e nelle sedizioni che indi sopravvennero furon veduti chiaramente i segni della divina vendetta; ma non è noto se i Sibariti il loro orgoglio abbassarono alle preghiere ed alle espiazioni come i Metapontini e i Crotoniati, i quali dopo il responso dell’oracolo di Delfo con sacrifizii placarono il violato nume di Minerva, e le anime degli uccisi col drizzare a' giovani piccole statue di pietra. Egli è certo che Sibari era nel colmo della sua floridezza quando nel 584 numerosi rivali si disputarono Agariste, la figliuola di distene, e Smindiride partì alla volta di Sicione con un apparato di lusso e di mollezza ch’ebbe a meritargli il disprezzo di quel principe: mille domestici addusse seco, e pescatori inoltre, uccellatori e cuochi (1559), e dalle grandi dovizie di questo celebre voluttuoso suppor possiamo quelle degli altri possenti cittadini di Sibari. E verso la stessa epoca ancora la città istituiva giuochi ginnici e con premii maggiori che gli Elei per disputare la celebrità a quelli di Olimpia, richiamandovi tutti i popoli della Grecia nella stessa epoca sacra in cui in Pisa si celebravano presso l’Alfeo (1560). Non guari dopo l’arrivo di Pitagora a Crotone le repubbliche della Magna Grecia posero fine alle loro discordie, assoggettandosi a leggi semplici e buone istituzioni coll’opera e la persuasione del grande filosofo (1561), e Polibio ricorda specialmente i Sibariti, i quali con que’ di Caulonia e di Crotone co' nuovi istituti si accordarono ed a comuni spese innalzarono il tempio a Giove Ornano, o conciliatore (1562).

Or, cresciuti i Sibariti in ricchezze e prosperità, dubitando se la felicità loro da guerre, o da altri infortunii avesse ad essere nell’avvenire perturbata e distrutta, spedivano per pubblica elezione ambasciadori all’oracolo di Delfo. E mentre che con sacrifizi i, propiziandosi il nume, dallo stesso Apollo aver volevano il responso, l’indovino Fitonico rispondeva: allora sopravvenir guerra e sventure in Sibari quando più gli uomini che i numi vi si fossero onorati. Il che uditosi da' Sibariti, crederono dover essere felicissimi per sempre, reputando non dover mai onorare più gli uomini che gli Dei. Ma, prima che altre enormezze da loro si commettessero, alcuni fatti intervennero, da' quali cominciò ad apparire essere ormai giunto il termine della fortuna della città. Un servo sibarita, il quale non aveva ottenuto mercé dai suo padrone in un tempio, evitava le battiture presso il sepolcro del padre di lui. Allora A miri, ch’era stato nel numero degli oratori a Delfo, memore del presagio dell’indovino, giudicando che indi a poco dovesse Sibari andare in rovina, venduti gli averi, abbandonava la città, e recavasi ad abitare nel Peloponneso (1563). Ad un citarista ancora non perdonavasi presso l’ara di Giunone, dove fu trucidato, celebrandosi i sacri giuochi in onore della dea; e temendo per se i Sibariti da un prodigio che appalesava l’ira del nume, di bel nuovo spedivano a consultare l’oracolo, e la Pizia rispondeva (1564):

Lunge, lunge dai miei tripodi, il sangue

Che ancor copioso dalle man ti gronda,

Dalla marmorea soglia ti rispinge.

A te non fia che alcun responso io porga

Appo l'ara Giunonia; delle Muse

Uccidesti il ministro, né dei Numi

Fuggirai la vendetta. Sui malvagi,

Fosser stirpe di Giove, alfin sorgiunge

Non tardo inevitabile il gastigo;

E sovra il capo lor, sovra i lor figli

Esso si volge, e danno ad altro danno

Ognora segue a invaderne le case.

Poco innanzi alla sua caduta, era Sibari, a quel che sembra, divenuta una democrazia, o almeno il partito democratico vi prevaleva, ed essendovi sopra tutti un Teli, era questi talmente raffermato nel suo potere, che un Filippo di Crotone, vincitore ne’ giuochi olimpici, e bellissimo fra tutti i Greci della suajetà, avea brigato la mano di sua figlia (1565). Era Teli uno di coloro, come dice Diodoro, che sotto sembianza di favorire e proteggere i più, riescono col farsene tiranni, o se ciò non possono, conseguono almanco i più cospicui e profittevoli ufizii della repubblica (1566). Prendendo egli adunque la maschera della popolarità, a forza d’imputazioni presso del popolo, ottenne che si cacciassero in bando cinquecento de' più ricchi e possenti Sibariti, e che se ne confiscassero i beni. Questi sbanditi si rifuggiarono a Crotone, dove supplichevoli imploravano protezione presso le are che erano nelagora, o nel foro. Il tiranno, spediti ambasciadori Crotoniati, faceva dichiarare o che gli si mandassero gli esuli, o che si tenesse per intimata la guerra. Esitando il senato, ed inclinando il popolo a non tentare la fortuna delle armi contro una città potentissima, prevalse il consiglio di Pitagora che si avessero a proteggere que’ miseri, che dati si erano alla fede de' Crotoniati, e tutti unanimi dichiararono voler difendere colle armi la vita de supplichevoli (1567). Rifiutata così l’estradizione di costoro, i trenta ambasciadori di Crotone furono trucidati, i loro cadaveri gettati fuori le mura (1568), e le due città si armarono l'una contro l'altra. Con 300m. armati uscirono in campagna i Sibariti, con un’oste minore i Crotoniati, che non oltrepassava i 100m. combattenti. Ma, non ostante la grande disparità del numero, la fastosa cavalleria e le innumerevoli schiere de' Sibariti alla riva del Traente furono vinte da' nemici, soccorsi dallo spartano Dorieo (1569), e guidati dal celebre atleta Milone, il quale marciava in battaglia a modo di Ercole, armato di clava e coperto d’una pelle di leone. Ed anche Polizelo, fratello di Jerone re di Siracusa, combatté co' Siracusani in aiuto de' Crotoniati, a preferire la testimonianza di Timeo (1570) a quella di Diodoro Sicolo (1571), il quale dice che avendo non già i Crotoniati, sì bene i Sibariti chiesto aiuti a Jerone, Polizelo ricusò di andare a quell’impresa, insospettito del re, il quale, pel favore che il fratello godeva presso i Siracusani, e però temendo che ambisse il regno, bramava che nella guerra restasse morto. Ad ogni modo, sbaragliati affatto i Sibariti, i più ne perirono, e costretti i rimanenti a prendere la fuga, si rifuggirono nelle loro mura (1572). Una popolare sedizione ebbe allora ad abbattere la potenza di Teli, i cui partigiani furono immolati all’ara di Giunone (1573); ed i Crotoniati compirono la loro vendetta: dopo settanta giorni di assedio la città fu presa, ed orribilmente saccheggiata e devastata, non fu più che una solitudine. Né questo bastò a' vincitori, perché a farne anche scomparire le rovine, vi trasportarono le acque del Crati, che le sommersero interamente (1574). Per tal modo Sibari ebbe la sorte di Gerusalemme, e se la voce delle sue rovine potesse udirsi dal seno della terra, gridar potrebbe la sua tragica storia dicendo con la santa città: «Lapsa est in lacum vita mea, et posuerunt lapidem super me. Inundaverunt aquae super caput meum. Dixi, perii». I pochi, a cui riuscì di salvarsi, si dispersero in quelle vicinanze, ed altri andarono a dimandare l’ospitalità nelle loro colonie di Scidro e di Lao (1575) sulla costa della Lucania. Senza potersi ammettere la favolosa tradizione che il grande strepito della guerra e della distruzione della città si udissero nel giorno stesso ad Olimpia nell'Elide in tempo che si celebravano i soliti giuochi (1576), è almeno una pruova della fama ch'ebbe tosto a diffondersene dentro e fuori d’Italia.

Trascorsero intanto 58 anni, ed alcuni Tessali, raccolti i pochi Sibariti superstiti alla desolazione della loro patria, riedificarono la città, collocandola tra' due fiumi Crati e Sibari. Nessun altro storico che Diodoro ricorda questi nuovi coloni, ed in un altro luogo della sua storia, non già ad alcuni Tessali, sì bene ad un Tessalo attribuisce l'onore ed il consiglio della ricostruzione di Sibari (1577). Senza anteporre inutilmente l’una all’altra testimonianza, dico solo che i posteri de' Tessali ch’edificate avevano Macalla e Crimisa, si dieder pensiero di ricostruire la città, ed è questa un’altra pruova della parte che presero i loro maggiori nella prima fondazione di Sibari unitamente a' Rodii. Anche Strabone del resto accenna la novella fondazione (1578), la quale non durò guari tempo, perché i nuovi abitatori, arricchiti in breve dalla fertilità delle terre, non più di sei anni rimasero padroni tranquilli della città ricostrutta, per esserne stati espulsi da' loro antichi nemici, i quali distrussero la città rinascente; e d’allora si estinse ogni ricordanza certa di Sibari, ed appena poche memorie esagerate ne rimasero negli scrittori. La rovina di questa città straordinaria, dice il Niebuhr (1579), screditata probabilmente senza ragione, e certo oltre misura, fu la prima piaga incurabile della Magna Grecia: sanguinose rivolture successero a quel grande avvenimento, nelle quali Crotone si perdè, e venute manco le forze che si opponevano alla barbarie, comparvero i Lucani che si sparsero su tutta l'Enotria, e vi distrussero la civiltà antica.

Secondo le diverse epoche della città in tre classi si sono divise le monete di Sibari, ed alla prima appartengono le incuse, che sono le più antiche, tutte di argento e del peso di 2 dramme, o d'una mezza dramma, co' tipi del toro che in dietro si rivolge, e l'epigrafe VM, cioè ST, iniziali nell'ordine retrogrado del nome della città. Nel tipo del toro, comune a molte città greche, e segnatamente a quelle che gli Achei fondarono nella Magna Grecia, fu simboleggiata l’agricoltura, ed anche i fiumi che le terre fertilizzano con le loro acque; e per Sibari fu l’emblema del Crati, come di altri fiumi sulle monete di Lao, Siri, e Pandora. Nella seconda classe si sono comprese le monete di piccolo modulo e del peso di soli 2 oboli, le quali avendo tutte la solita leggenda VM, due hanno il tipo del toro nel dritto, ma nel rovescio un vaso, o Nettuno in piedi armato di tridente, ed una terza lo stesso tipo di Nettuno e nel rovescio una colomba. Questi ultimi due tipi sono anche quelli delle monete di Posidonia e di Lao (1580), ed attestando la riconoscenza de' Sibariti verso le loro colonie, dalle quali furono ospitalmente accolti, mostrano ancora che furono impressi nell'epoca della città riedificata dal 453 al 448. La quale, ripopolata, come appresso si dirà, col soccorso degli Ateniesi, batté l'ultima moneta col solo tipo di Minerva con la galea ornata di alloro nel dritto, e con quello del toro e l’epigrafe ΣΥΒΑ o ΣΥΒΑΡΙΣ nel rovescio. Di queste ultime ve ne ha qualcuna di bronzo, e sono fra tutte le più rare che ne descrivono i nummologi (1581). Dalla cennata numismatica della città appena conosciamo i numi de' Sibariti nelle ultime due epoche in cui fu riedificata, cioè Nettuno e Minerva, che furono il primo de' 'Trezenii, e l'altro degli Ateniesi. Ad investigare con un ch. archeologo il più mistico significato del toro, oltre il già detto, sarebbe ancora il Bacco Enotria infernale, produttore di tutte le acque che la terra diffonde dal suo seno (1582); e con questo nume confondevasi forse lo stesso Apollo, divinità tutelare de' Rodii (1583), i quali dopo i Caoni occupavano i primi l’agro che poi fu di Sibari, ma nelle monete sibaritiche non se ne ha traccia, ed appena un vestigio ne rimane in una medaglia di Petilia col capo del sole radiato ed il tripode nel rovescio (1584) e le relazioni de' Tessali fondatori di questa città co' coloni Rodii chiaramente appariscono nelle mitiche tradizioni dell'aiuto che lor porgeva Filottete nel, fondare la loro colonia, come nel sepolcro dell’eroe alla riva del fiume Sibari (1585). L’immagine di Apollo vedevasi nondimeno tra quelle di Giove, Temide, Minerva, Venere e Giunone espresse nel famoso peplo di Alcistene (1586), divinità tutte che ben si possono attribuire a' Sibariti; e senza proporre alcuna conghiettura per l’introduzione del culto di Temide e di Venere, non dubito che quello di Giunone vi fu trasmesso anche de' Rodii, appo i quali, e propriamente presso que’ di Jaliso e Camiro, era la dea distinta coll’aggiunto di Telefonia, come lo stesso Apollo era detto Telefonia, perché i Telchinii, celebri inventori di alcune arti, prestigiatori e maghi, i primi ne introdussero il culto nell'isola (1587); così che riferendosi a' diversi popoli che la città abitarono, più antico di tutti si può credere il culto di Giove, introdottovi da’ Caoni, adoratori antichissimi del nume a Dodona.

Rivolte, come ho detto, le acque del Crati sulla città, ne abbatterono le mura,gli umili come i grandi edifizii, e tutti li ricopersero di monti di sabbia e di fango, sotto di cui da tanti secoli tutta è sepolta la grandezza di Sibari. E più fatale ne fu il destino che di Elice e di Bura, la patria originaria degli Achei che la fondarono ne’ tempi storici, perché se di quelle, dal mare inondate, poteva il navigante additare le obblique torri e le sommerse mura (1588),nessun vestigio rimaneva di Sicari, sulle cui rovine essendosi rialzato il suolo, non si può, io credo, assicurarne la situazione precisa. Vero è che alcuni credono che fosse presso il ponte Lelio, dove al Crati molto si accosta il Coscile prima di confluirvi; altri molto al di là di questo fiume e presso il Racanello ed altri ancora presso alla marina in vicinanza de' laghetti dì Casabianca (1589); ma, senza tenere per nessuna di tali indicazioni, a me sembra che fu appunto nel mezzo dell’indicato perimetro. Non ostante l’elevazione del Crati, fu facile ad un viaggiatore il vedere nello scoscendimento delle sue rive il taglio dell'antico suolo della città, che distinguevasi alla qualità della terra, agl'intonachi ed agli avanzi di antiche costruzioni. Questo antico livello sottosta, dove a dieci, dove a dodici piedi di sabbia ammontativi dal fiume (1590), e fa cessare la meraviglia di non trovarsi alcun vestigio apparente sulla odierna superficie del suolo, e solo scavandosi a molta profondità il terreno, non dubito che molti vestigi scoprir si potrebbero di una città così celebre.

8. TURIO, o TURII (Θούριον, Θούριοι, Thurium)

A XII miglia antiche da Rosciano e poco lungi dalla spiaggia seguiva la città di Turio (1591), la cui fondazione avvenne immediatamente dopo l’ultima distruzione di Sibari. Non appena i Crotoniati ebbero disfatta la città riedificata da' Tessali i Sibariti spedirono loro messi a' Lacedemoni ed agli Ateniesi, chiedendo che volessero aiutarli a ritornarvi, e prender parte nella colonia. Si negarono i Lacedemoni; ma gli Ateniesi, che molte colonie in diverse regioni avevano spedite, e che qualche parte bramavano di occupare dell’Italia (1592), colsero questa occasione per ispedirvi una colonia, a persuasione sopratutto di Pericle, il quale con altri dividendo accortamente il potere che aveva sommo in Atene, fece spedire a' Sibariti dieci navi piene di milizie, a cui prepose Lampone e Senocrate (1593). Era Lampone vate di gran fama, e molto aiutò Pericle in quell’impresa e come indovino, e come interprete di oracoli tra altri dieci uomini a ciò deputati (1594), i quali non solo ebbero a far conoscere antichi oracoli che agli Ateniesi commendavano la spedizione, ma anche interpretare quello di Apollo, che diceva, doversi fabbricare una città dove scarsa acqua a bere si trovasse, ma pane oltre misura (1595) così accolte le genti qua e là per le città del Peloponneso, e fatta vela colle navi all'Italia, approdarono alla spiaggia di Sibari; e trovata non lungi dalla città distrutta una fonte detta Turia, e quello giudicando essere il luogo additato dal nume, la città vi fondarono, da quella fonte intitolata Turio, nel 3.° anno dell’01. LXXIII, ossia nel 443 avanti l’era volgare. Qual fondatore di Turio è anche ricordato un Dionigi Calco, padre di Gerone familiare di Nicia, e però di patria ateniese (1596), ed è probabile che siccome la colonia era composta di diverse tribù, obbediva a più capi, e Plutarco ricordò uno di costoro come fondatore della medesima. A questa colonia si aggregarono diversi personaggi ragguardevoli, i quali più illustri divennero e di gran fama ne’ tempi successivi. E primo fra tutti è da annoverare Erodoto (1597), perciò detto nativo di Turio in un epigramma conservatoci da alcuni antichi (1598). Vi fu anche Tucidide, perciocché accusato di tradimento nella guerra del Peloponneso, per non essere accorso a salvare Anfipoli occupata da Brasida capitano degli Spartani, esulò da Atene, e passò in Italia colla colonia ateniese (1599). G questi due grandi uomini in Turio scrissero le loro storie immortali, alle quali non hai che paragonare negli studi delle umane lettere. In età di 15 anni con due suoi fratelli vi venne anche Lisia, il quale in pubblici maneggi vi si trattenne insino alla guerra contro Siracusa, e poi divenne il grande oratore che tutti sanno (1600); e della colonia faceva anche parte il celebre architetto Ippodamo, il quale s’ebbe l'onore della costruzione della città.

Ippodamo di Mileto, al quale Aristotile attribuisce l’invenzione della costruzione regolare delle città greche, della quale fece una celebre applicazione a quella della città del Pireo (1601), fu quello che diresse la costruzione della città di Turio, e ciò si raccoglie non solo dal titolo di Turiano, Θούριος, che gli danno gli antichi scoliasti (1602), ma ancora dall'asserzione positiva di uno di questi grammatici, ch’egli fece parte della colonia di Turio (1603). Tale costruzione distinguevasi per la regolarità nel disegno generale della città e nelle disposizioni speciali, che tutte furono dirette secondo le leggi della geometria, secondo una linea retta e che mettevano capo ad un centro comune, tenendo ragione delle condizioni particolari del suolo. Questa regolarità, che contraddistinse il disegno delle città greche costruite sul modello d’Ippodamo, e che nella greca lingua esprimevasi con la voce ῥυμοτομία (1604), ci è attestata da tutto ciò che gli antichi ci dicono della costruzione del Pireo (1605), di Turio, e di Rodi, l'ultima delle quali città fu ricostrutta secondo il disegno dello stesso Ippodamo, dopo di quella di Turio, cioè nel 1.° anno dell’Olimp. XCIII (1606). Dobbiamo a Diodoro Sicolo una descrizione molto particolareggiata del disegno secondo il quale fu fabbricata la città di Turio. Né fu divisa la lunghezza in quattro regioni,una detta Eraclea, la seconda Afrodisiade, Olimpiade la terza, e la quarta Dionisiade, perché ad Ercole per avventura, Afrodite o Venere, Giove e Dionisio o Bacco furono dedicate, innalzandosi in ciascuna di esse un tempio a questi diversi numi. In tre altre regioni ne fu partita la larghezza, nominandosi una l’Eroica, Turia la seconda (dove era la sorgente accennata dall’oracolo), e Turina l’ultima. E intramezzandosi di strade tutte queste regioni, si empirono di case, così che la nuova città riuscì comoda a un tempo e bella (1607). Questa descrizione, ch’è una pagina curiosa di greca archeologia, ci serve a farci conoscere il sistema d’Ippodamo: la direzione delle strade ad angolo retto, la larghezza ed il prolungamento di queste strade secondo le più favorevoli disposizioni, e la direzione di esse verso un luogo centrale, l’àgora, o la piazza pubblica, erano le disposizioni che distinguevano i disegni d’Ippodamo, e che si trovavano nella più parte delle città greche più ragguardevoli, costrutte interamente o ricostrutte dall’epoca di quel grande architetto (1608).

Ma breve tempo durò la concordia fra i Turii, ed un’aspra sedizione cominciò a travagliare la città. Perciocché [Sibariti, antichi possessori del luogo, l’onore vollero attribuirsi de' primarii magistrati, concedendo ai cittadini venuti di fuori i magistrati bassi e meno illustri. Si erano altresì diviso il territorio vicino alla città, e pretendevano inoltre che le matrone de' cittadini antichi aver dovessero nelle sacre cerimonie il primo posto. Scoppiava per tali esorbitanze una grande sedizione, nella quale i Sibariti, inferiori di forze e di numero, soggiacquero agli avversarii che quasi tutti li uccisero (1609); ed è singolare che così verificavasi il responso dell’oracolo, il quale a’ Sibariti prometteva il termine de' mali, quando con tre mortalità avrebbero placata l’ira di Giunone Leucadia (1610), perché fu infatti quella la terza volta che furono trucidati e distrutti. Quelli che scamparono dall'eccidio, si salvarono sulla riva del non lontano fiume Traento; d’onde scacciati Bruzii, come ho detto, dopo circa tre generazioni (1611), non più si udì nella Magna Grecia il nome di Sibariti. Or rimasta la somma delle cose in potestà de' Turii, a lor talento presero ad amministrare la repubblica; e rimanendo ancora assai terreno fertile e bello, non pochi coltivatori chiamarono dalla Grecia, tra quali e gli altri abitatori della città le case e i campi spartirono. Così in breve tempo accumularono grandi ricchezze, e fatta alleanza co' Crotoniati, egregiamente si governavano, reggendosi a comune, e i cittadini ordinando in dieci tribù secondo le regioni originarie. Perciò tre che si erano raccolte dal Peloponneso, furono dette l’Arcade, l’Acaica, e l’Elea: altrettante venute di più lontano ebbero il nome di Beozia, Amfizionica e Doriese; e le altre quattro furono l’Iade, l’Atenaide e l’Isolana (1612). Diodoro dice che si scegliessero a dar loro le leggi Caronda di Catania; ma se si servirono delle leggi di questo celebre legislatore, le attinsero dalle città calcidiche, le quali di fatti si governavano colle leggi di Caronda, che viver non poteva al tempo in cui fu ordinata la repubblica de' Turii (1613). Ed è noto ancora da Eraclide Pontico che il sofista Protagora, familiare di Pericle, ebbe parte alla legislazione de' Turii, sia dettandole egli stesso, sia emendando ed adattando loro quelle di Caronda (1614).

Il tipo principale che i Turii espressero sulle loro monete fu l’antico toro di Sibari, cioè lo stesso fiume Crati, che fecondava tanto le terre della regione, ed alle cui acque le virtù singolari si attribuivano d’imbiondire o imbiancare le lane e il pelo delle greggie (1615). Simili alle piccole medaglie della riedificata città di Sibari sono i più antichi didracmi di Turio: presentano la stessa testa di Minerva con la galea cinta di un ramo di olivo, o con una corona di edera; ma diversa vi è l’attitudine del toro, per esservi in atto di camminare a lento passo, ed in altre monete ancora battute dipoi vi si vede in atto di cozzare, per alludere forse al nome della città (Θουριος), Ed anche all’epoca stessa per avventura alla solita Sfinge sulla galea di Minerva sostituivasi il mostro Scilla, che del pari s’incontra su monete di Cuma, Siracusa ed Agrigento, e su quelle di Torio a’ risovvenire i favolosi racconti del mostro Sibari e di Lamia (1616). In queste monete si legge il nome del popolo per lo più intero, ΘΟΥΡΙΩΝ, di rado dimezzato (ΘΟΥ, ΘΟΤΡ) e molti e diversi tipi ne accompagnano il rovescio: un tirso, un cigno, una foglia d’edera, un ramuscello di olivo, un arco, un caduceo, una stella, una spada, un tripode tra due delfini, un pesce ed una conchiglia, due pesci ed una lampada ardente, un’egida, un Pegaso (che talvolta sul dritto anche si vede presso il capo di Minerva), una protome di leone, una piccola Vittoria, un alato ippocampo e simili (1617). E per lo più i nomi ancora vi si leggono degli artisti che le lavorarono (1618)v Eufonie (ΕΤ, ΕΥΦΑ, ΕΥΦΑΣ), Parmenide (ΠАРМЕ), e Molosso (ΜΟΛΟΣΣΟΣ), e per nomi di artisti simili interpretar si possono egualmente le leggende ΗΡΑ, ΔΙΩ, ΑΛΕ, ΙΣΤΙ, ΤΙΜΩ, ΚΛΕΩΝ, per non dire di altre molte iniziali di nomi più sconosciuti, interpretati ancora per nomi di magistrati, e di cittadini illustri di Turio, poeti, filosofi ed atleti (1619). In alcune rare monete anche di argento in vece della testa di Minerva osservasi quella di Apollo, che si dava a credere qual fondatore della città, e che più spesso si vede nelle monete di rame, nel cui rovescio è un fulmine, un tripode, una lira, un cavallo, ed anche Diana, la quale pur s’incontra nel dritto di una di tali monete, che ha nel rovescio Mercurio nudo con la lira e la solita leggenda intera, o dimezzata. E su monete di rame in fine di un’epoca meno antica si vede una testa di donna coronata di giunchi, che la leggenda ΘΟΥPIA messa dappresso dinota per l'immagine della fontana Thuria, onde la città ebbe il nome.

Non appena i Turii si videro in forze baste voli, perché ormai accresciuti dal numero de' nuovi coloni, l’animo rivolsero alla conquista della città di Siri promovendo a quel che sembra l’impresa gli Ateniesi, al cui antico dominio attribuivala Temistocle nella concione ai duci prima della battaglia di Salamina (1620). Cominciando così ad osteggiare i Tarentini che quella città occupavano nel 1.° anno dell’Ol. LXXIV (444 av. G. C.), nata la guerra tra' due popoli, dall'una parte e dall’altra furono saccheggiate le campagne, e scorrerie si fecero per terra e per mare. Ma, comeché non poche zuffe e scaramucce avvenissero, nulla fu fatto che fosse veramente degno di memoria. Se non che, a metter fine a tali ostilità, si convenne tra' due popoli di abitare insieme la città, ma che la colonia si reputasse de' Tarentini (1621). Guidava in tali piccole guerre le schiere de' Turii Cleandrida di Sparta, uomo fortissimo, ma avarissimo, il quale, bandito perché con danari corrotto da Pericle, passò nella città di Turio, dove acquistò il dritto di cittadinanza (1622). E capitano de' Turii fu ancora in altre spedizioni narrate da Polieno, dal quale è noto che combatterono i Terinei (1623), onde dilatare il dominio in sulla costa del Tirreno, dove pur ebbero ad occupare non solo Scidro, Lao e Posidonia, antiche colonie Sibariti sulla costa, ma qualche parte ancora del paese dentro terra, e propriamente ne’ dintorni di Campagna d’Eboli, e il distrutto villaggio di Tuori, i vasi, le statue, le medaglie ivi scoperte, ed una in particolare coll’epigrafe ΘΟΥΡΙΩΝ il danno bene a credere (1624). E così pel valore del lor duce, come perché erano a quel tempo nella maggior floridezza, poterono resistere ai Lucani, i quali già movendo contro le città greche invadevano la Turiatide prima della guerra del Peloponneso (1625). In tali imprese a buon fine riuscirono i Turii per dieci anni, ne’ quali, non turbati da nessuna civile dissensione, mirarono solo alla comune prosperità. Ma per gli onori della fondazione della colonia, attribuendoseli forse più degli altri gli Ateniesi, nel 3.° anno dell’Ol. LXXVI, tra se cominciarono a contrastarsi. A tali onori non solo pretendevano gli Ateniesi ed i Peloponnesii, ma anche gli uomini cospicui che si erano aggiunti alla colonia, ciascuno a se arrogar voleva il titolo di fondatore. Per tale dissensione si mandò in fine a Delfo, ed essendosi Apollo dichiarato egli stesso fondatore di Turio, la pristina concordia fu ristabilita (1626), e la repubblica bene amministrata sino a che gli Ateniesi passavano ad osteggiare la Sicilia.

La guerra del Peloponneso, che tutte metteva in commozione le città greche, cominciò a turbare la pace della città, nella quale per cagione delle tribù diverse che la componevano accender si dovevano gli opposti partiti. Pure, nessuna delle parti non prevalendo, e riguardando i Turii come le altre città della Magna Grecia alla tranquillità propria, né per gli Ateniesi né per gli Spartani si dichiararono, e da se allontanarono la guerra. Che la città continuasse allora nel fiorente stato di prima è manifesto dal fatto de' socii degli Ateniesi, i quali, oppressi dal doppio tributo, si rifuggirono a Turio (1627). Dichiarata la guerra a Siracusa, comeché gli Ateniesi, a crederne Diodoro, sperimentassero per parte de Turii una grande umanità (1628), pure indarno studiavasi tirarli alla parte degli Spartani Gilippo, spedito in aiuto de' Siracusani (1629). Si serbò sino allora la pace fra' Turii; ma al sopraggiungere della flotta comandata da Demostene ed Eurimedonte prevalse la parte favorevole agli Ateniesi, co' quali fu conclusa la lega, ed alle cui forze furono aggiunti 700 fanti di grave armatura, e 300 arcieri (1630); ed allora egli sembra che la somma delle cose si reggesse col consiglio sopratutto de' 300, espulsi dipoi come partegiani degli Ateniesi dopo la celebre disfatta a Siracusa ed il trionfo della parte contraria, nel 1.° anno dell’01. XCII. Fra questi banditi fu Lisia, né Erodoto ebbe a rimanervi. Poiché i Turii abbracciarono il partito degli Spartani, dieci navi spedirono in loro aiuto, comandate da Dorieo, uomo cospicuo, agli stessi Spartani favorevole, il quale, espulso da' Rodii, erasi rifuggito a Turio (1631). E per opera dello stesso Dorieo egli sembra che in aristocrazia si mutasse il governo della città, mutamento che Aristotile dice in fatti sopravvenuto Turio, ma senza accennarne l’epoca (1632); ed allora altresì ebbero a cambiarsi i costumi de' Turii, e bene si raccoglie da ciò che Filostrato dice de' popoli ch'ebbero in pregio le usanze laconiche, tra' quali annovera i Turii, che come i Tarentini e i Melii nutrivano le chiome alla foggia de' Lacedemoni (1633).

Erano intanto appena scorsi 60 anni dalla fondazione della città, e già i Turii erano saliti ad un alto grado di abbondanza e, prosperità, che venne a sminuire in un subito la grande disfatta presso la città di Lao. Avendo i Lucani cominciato a fare scorrerie per le loro campagne, senza attendere i Turii gli aiuti degli altri Greci alleati, con quattordici e più mila uomini a piedi, e mille in circa a cavallo andarono incontro a' nemici, i quali accortamente si ritrassero al proprio paese. Presero nel primo impeto un certo castello, dice Diodoro, nelle vicinanze, come sembrami, della città di Lao, d’onde riportarono copiosa preda. Questa impresa riuscita spingevali per certe strette e scoscese gole, che io credo la strada dirupata di Morano, ad espugnare la città detta. In un luogo tutto cinto di alti colli e di rupi si accamparono, dalla cui vetta apparendo i Lucani, restarono spauriti sì per la moltitudine de' nemici, e sì per la difficoltà de' siti; ed attaccatasi al piano la battaglia, da tanto sforzo di gente rimasero oppressi i Turii. Più di 10m. ne restarono morti, gli altri si rifuggirono sopra un colle prossimo al mare, d'onde si salvarono alle triremi dell’armata che Dionigi di Siracusa spediva in aiuto de Lucani, e ch’essi credevano de' Reggini. Leptine, il fratello del re, che comandava la flotta, accolti i fuggitivi, trasportava!! a terra, e persuadendo a' Lucani di appagarsi di una mina di argento pel riscatto di ciascuno, tanto egli fece che fu conchiusa la pace tra' due popoli (1634). Ma, non ostante che per sì grave perdita i Turii non si rimisero più mai, non vi è memoria che la loro città fosse presa in tutto il periodo in cui la Magna Grecia si trovò esposta alle intraprese de' tiranni della Sicilia ed agli attacchi de' Lucani e de' Bruzii, facendo forse alternativamente trattati con gli uni e con gli altri (1635), e non fu forse che una incursione, o un’occupazione passeggiera quella che Diodoro dice di averne fatta i Bruzii nelle loro prime imprese nel corso dell’Olimp. CVI (1636).

Dopo che il primo de' Dionigi si fu impadronito di Reggio, Locri e Crotone, mosse ancora contro di Turio, e la città ormai si arrendeva se un impetuoso vento di tramontana non disperdeva le navi siracusane. Perciò i Turii un tempio innalzavano a Borea, che in ogni anno festeggiavano, al pari de' Megalopolitani, e degli Ateniesi, che lo stesso vento onorarono per aver dispersa al lido di Magnesia l’armata persiana (1637). Di un’altra guerra che sostennero contro i Bruzii è memoria in Plutarco dopoché Timoleone impadronivasi della rocca di Siracusa, e Dionigi il giovine condur faceva a Corinto (444 di Roma). Fattisi dopo tale impresa vie più forti e coraggiosi i Corinti!, nuovi rinforzi di gente spedivano al loro valoroso concittadino per meglio aiutarlo a liberare la Sicilia. Erano 2000 fanti e 200 cavalli, i quali arrivati a Turio, e non potendo passar oltre per essere il mare occupato dalle molte navi de' Cartaginesi, presero a guardare la città mentre i Turii andati erano a combattere i Bruzii, e così fedelmente la custodirono come se fosse stata la lor propria patria (1638). Rimasero cosi salvi dalle nemiche aggressioni insino a che i Tarentini attirarono i Lucani e i Bruzii ad una lega generale contro Roma, abbandonando loro le città greche, di cui avevano tanto bramata la conquista. Fu allora forza a' Turii di darsi in balia de' Romani (1639), e sulla proposta del tribuno della plebe C. Elio il popolo dichiarò la guerra a Lucani (468 di Roma), i quali, guidati dal generale Stazio Statilio,due volte con assedii travagliato avevano la città di Turio. Perduta è la memoria de' fatti d’arme che ne avvennero, ma che l’impresa fu favorevole a' Romani e però Turii è manifesto dal dono della statua e della corona d’oro che fecero a C. Elio (1640). Tre anni passarono appena e Stazio Statilio, il quale comandava i Lucani insieme e i Bruzii, nuovamente strinse di assedio la città; ma fu difesa dal Console C. Fabrizio Cucino, il quale 25m. ne tagliò a pezzi, 5m. ne fece prigionieri col loro capitano, e con sì clamorosa vittoria trionfò de' nemici, che i buoni Romani l’attribuirono a miracolo di Marte, ed i Turii il trionfatore onorarono di una statua (1641). Ma tali vittorie innasprirono i Tarentini, i quali, affondate e prese le navi comandate da Cornelio (472 di R.), non solo si dolsero a’ Turii per avere anzi che a loro chiesto soccorso a’ Romani, e dell’essere stati cagione dell’avere i loro nemici navigato oltre il promontorio Lacinio, ma saccheggiarono ancora la città, i più insigni cittadini condannarono all'esigilo., rimandandone sotto condizioni la guarnigione romana (1642). Alla parte de' Romani inclinavano nondimeno i Turii, perché penuriando di vettovaglie quando erano padroni de' porti di Taranto, di notte spedivano loro navi cariche di frumento guardate con le triremi. I Tarentini e i Cartaginesi delle navi e degli uomini s’impadronirono, e chiedendo i Turii che i prigionieri si liberassero, furono questi mandati via da Annibale, ma per aprir le porte della patria ad Annone (1643). Crebbe dopo tali fatti la popolazione della città, e prima per quei di Erdonea, trasferitivi da Annibale dopo la grande sconfitta data al proconsole Gneo Fulvio presso questa città dell’Apulia (1644), e poi per gli Atellani, rimasti fedeli a' Cartaginesi fra tutti i popoli della Campania (1645). Strabone dice che, divenuta la città quasi deserta, i Romani per ripopolarla vi spedirono una colonia, ed il nome ne cangiarono in quello di Copia (1646); ma non per ripopolare la città, la quale era tuttavia fiorente, sì bene per assicurare i luoghi marittimi già occupati da Annibale, la colonia vi fu spedita nel 559 di Roma, scacciati i Cartaginesi dall'Italia. Vi andarono tre mila fanti e trecento cavalieri, piccolo numero, dice Livio, alla quantità del terreno (1647); ma non tutto l'agro di Turio fu diviso a' coloni, perciocché restando alla città il suo nome antico anche ne’ secoli posteriori, si nominò Copia il solo luogo occupato dalla colonia, e dall’abbondanza certamente e dalla fertilità delle terre. E non solo da' geografi in fatti e dagl’Itinerarii (1648), ma anche da Cesare è indicata coll’antico nome, distinguendola come una città municipale, per cagione senza dubbio della colonia romana,la quale vi batté le due monete di bronzo, che hanno nel dritto una la testa di Giano barbata e laureata con sopra uno spiedo, e l'altra quella di Ercole imberbe con accanto tre globetti, e nel rovescio un cornucopia per alludere alla fertilità ed abbondanza delle terre di Turio, coll’epigrafe COPIA, e nell’area da una parte le iniziali l. l. l. l., e dall’altra una spiga, oppure un cornucopia tra un caduceo e tre globetti con la detta iscrizione (1649). Nella guerra civile fu la città occupata per Cesare, ed ucciso vi rimaneva M. Celio Rufo, il quale per essere stato rimosso dalla pretura tentava ribellioni favorevoli al partito di Pompeo, inviando Milone nell’agro di Turio per sollevarvi i pastori, e con danari indarno tentava la cavalleria di Galli ed Ispani nella città spedita di guarnigione (1650).

Dopoché Spartaco, debellato presso la lucana palude in vicinanza di Pesto, salva vasi co' superstiti su' monti di Petelia nel 682 di Roma (1651), prese i monti intorno la città di Turio, e poi la città stessa, dove procacciavasi armi in gran copia, onde poteva uscire ad ora ad ora a far prede (1652); né altro se ne sa insino a che Dione Crisostomo, il quale visse a' tempi di Nerva e Trajano in sul finire del I secolo dell’era volgare, la ricorda come una città desertissima (1653); ma poiché tali non erano Crotone e Taranto, con le quali come tale l’annovera, la sua espressione è da intendere della grande decadenza a cui a que’ dì era giunta. Quando Turio fosse mancata, e perché,‘è malagevole affermare con certezza;dappoiché sebbene l'ultima memoria de' Vescovi di Turio è de' principii del XII secolo, quando il Vescovo Guglielmo interveniva al Concilio Lateranense adunato dal Pontefice Pascale nel 1111 (1654),pure rimanendo tuttavia la denominazione della chiesa di Turio,la sede vescovile altrove era ormai trasferita, per essere la città distrutta o abbandonata, né per altra ragione, io credo, che per le inondazioni e l’aere malsano prodotto dal Crah, e i Turii,lasciata la pianura, dove qualche vestigio rimane di antiche abitazioni, le quali mal si attribuiscono a Sibari, passarono ad abitare, a quel che si crede, nel non lontano colle, nominando Terranova il luogo dalle novelle dimore che vi edificarono. Un sepolcro non si trova nella pianura ove fu la città; ma sulle rive del Crati, che ne copriva forse le rovine come quelle di Sibari, qualche vestigi ne venivano fuori nello scorso secolo: il fiume cangiando spesso di letto, lasciava allo scoperto rottami di costruzioni in mosaico, monete, vasi e marmi che alla città appartenevano (1655); ed a' pochi avanzi presso il mare è da aggiungere quelli di un acquidotto per condurre forse le acque della fontana Thuria. Al di sopra di tali rovine è la contrada detta Torrana, che nell’alterata denominazione serba tuttavia memoria di Turio. Il castello di S. Angelo, mentovato dal Mazzetta, fu fabbricato lungo la spiaggia diossano con gli avanzi del distrutto arsenale della città nel 1543, per avervi un propugnacolo contro le continue incursioni de' Barbareschi. Non mancasi a quando a quando di scovrire qualche avanzo di questo arsenale, ed anche un ponte ivi presso vi rimane, che si riconosce di remotissima costruzione (1656).

9. Fiume SIBARI

Dalla falda occidentale del Pollino nel sito che dicono la Foce copioso di acque nasce il Coscilello, il quale bagna le terre di Castrovillari, più oltre s’ingrossa del torrente Garga che scende dalle vicinanze di Saracena, e più innanzi ancora da quello di Cassano. Accresciuto ancora da altri influenti, dal fiume Tiro, dall’Esaro o Motosa, e dal Fellone, gran fiume diventa sotto il villaggio di Ona, dove prende il nome di Coscile, e al di là del ponte Lelio unendosi al Crati, con questo mette indi a poco nel mare. È il celebre fiume Sibari degli antichi, che diverse e favolose proprietà gli attribuirono (1657). Certo è ch'è fiume pescoso e verso le fonti ed in vicinanza del Crati, e poiché molto fertile rendeva le terre Sibariti, fu da essi personificato e forse con ispecial culto venerato; ed oltre la rappresentazione di esso nel peplo di Alcistene (1658), Pausania dice ch’era effigiato nelle sembianze di un giovanetto in un’antica pittura, in cui con un fiume calabro e i fonte Lica, vedevasi pure un sacello (quello forse di Polite), e la città di Temesa (1659)

10. Torrenti Gorga, ed EANTE

Dal monte Carampola, che trovo anche detto Caritore, scende di sopra a Casalicchio il torrente Garga, il quale, bagnate le terre di Saracena, mette le acque nel Coscilello, uno degl’influenti del Coscile, o del Sibari E il Gorga degli antichi, il quale prendeva il nome dalla madre del valoroso Toante, alla cui colonia degli Etoli accenna oscuramente Licofrone (1660). È impetuoso e vorace delle terre per le quali scorre; ma non al torrente, come scrive un patrio filologo (1661), sì bene a Toante dà il poeta l’epiteto di veemente (καρτερός). — Con meno di oscurità Io stesso Licofrone ricorda il torrente o fiumicello Eante (1662), il quale coll’odierno nome di Ejano irriga le terre di Cassano ed Europoli, e dopo breve corso si unisce al Coscile. Vero è che la testimonianza del poeta si può ancora riferire al Lacmonio Eante dell’Epiro (1663) presso Apollonia; ma appunto perché dall’Epiro passava nella regione che poi fu di Sibari la colonia condotta da Toante (1664), ivi si ripeteva il nome del fiume, il quale scende al mare dal Lacmo, noto promontorio del Pindo.

11. Agro MILANZIO

Dopo avere oscuramente accennato i fondatori di Terina, Licofrone altri Greci ricorda dalle burrasche sbattuti or alle coste della Libia, or a quelle degli Argirinni nell’Epiro, e da ultimo alle sponde del Crati ed alle terre de' Milaci, ove Pola sorgeva, la città degli esuli, che in tempi antichissimi i Colchi edificavano nell’Istria (1665). Lasciando a più dotti interpreti l'oscura investigazione delle navigazioni di tale colonia, che fu quella degli Etoli condotta da Toante (1666), poiché il poeta dopo del Crati nomina la regione de' Milaci, a me sembra che questa regione confondesse con quella de' Milanzii nelle pertinenze di Sibari, la quale al pari dell’Agro Camere suppongo denominata da' Rodii. Prossime l’una all’altra erano le due contrade, come al promontorio Milanzio era vicino il monte Camiro nell’isola di Rodi (1667), ed entrambe ci ricordano le sedi primitive della colonia che innanzi la stessa fondazione di Rodi giungeva nell'agro che fu di Sibari. Poiché del resto in più codici di Licofrone in vece di Μυλάκων δροις si legge Μυλάκων ὄρος, il monte de' Milaci, un patrio scrittore tal monte ritrovava nell'odierno monte Mula tra S. Basilio e Lungro (1668), il quale, comeché alterato dalla pronunzia ne’ secoli successivi, pur non solo serba tuttavia qualche traccia dell’antico nome, ma presso del fiume Crati ancora s’innalza, e limitava forse dalla parte del settentrione gli antichi confini de' Sibariti.

12. Gole di LAMBULA, e PIETRA DEL SANGUE

I monti lucani che insino alla Brezia si distendono per modo si vanno restringendo che due soli angustissimi passaggi presentano, de' quali uno Pietra del sangue, e l’altro Lambula dissero gli antichi. La seconda di queste gole aprivasi al di là dell’antico navale de' Turii (1669), e l’HoIstein additavala presso il castello di Roseto, che ne chiude la bocca poco al di là del Capo Spulico (1670). Si trova propriamente nella contrada montuosa alla sinistra di Castroregio detta Foresta Soprana, presso la così detta valle delle Lambre, o del Lembri (1671), denominazioni guaste dall’antico nome di Lambula. E dalla parte opposta di questa valle è l'altra gola da Procopio ricordata col nome di Pietra del sangue, d onde da' monti lucani aprivasi il varco a quelli de' Bruzii. Per questa angusta gola attraverso del giogo dell’Appennino scendevasi sopra Morano, ed altro non era che una via aperta nel seno delle rupi, per la quale dalle vicinanze di Nerulo e Campo Tenese scendevasi a Morano, via che ora dicono la dirupata, ed anche Seccia di Morano. Altrove ho detto che molte elevate e nude pendici si stringono all’intorno della vallata di Morano, e nel Monsuno, che ne chiude l’estremità settentrionale (1672), è forse da trovare l’opposto varco a quello di Lambula e che Pietra del sangue fu detta negli antichi tempi per qualche strage, o uccisione sconosciuta. La prima gola del rimanente memorabile rimase nella storia per la sorpresa, che le soldatesche di Belisario vi fecero a quelle di Totila, ivi spedite per impadronirsi del castello di Bosciano, e per la vittoria che i Goti poscia vi ottennero su' Greci, i quali, anziché custodire quella gola, incauti sene stavano nelle tende, e sicuri da' nemici.

13. Fiume CILISTARO, o CILISTARNO

Più oltre de' laghetti di Casabianca mette foce nel mare il fiume Racanello, il quale nel monte Pollino ha le fonti, e da altri influenti accresciuto irriga e devasta anche spesso le terre di S. Lorenzo Bellizzi Cerchiava e Francavilla. Cilistarno o piuttosto Cilistaro lo nominavano i Greci, e Licofrone è il più antico scrittore che ne faccia menzione (1673). Ricordavalo anche Partace, antico storico delle cose italiche, ma guasto è il luogo in cui ne parla l’Etimologico Magno sull’autorità di questo scrittore perduto (1674), ed anziché dalla favolosa origine del suo nome addotta dal citato Etimologico che lo nomina Cilistano, io credo piuttosto che fosse detto Cilistaro dal volubile (κυλίστος), o veloce suo corso. Licofrone del resto accenna alla greca colonia di Epco presso alla sponda di questo fiume, e si vedrà appresso che fu quella de' Focesi, fondatori nella prossima Siritide della piccola città di Lagaria.

14. Cossa (Κόσσα, Cossa)

Altra città di questa regione, e di fondazione antichissima fu Cossa. Uno storico de' più antichi l’annoverava tra le città mediterranee degli Enotri (1675); ma, poiché Irzio, ricordando la morte che v’incontrava il tribuno Milone, la situò nell’agro Turino (1676), non è da dubitare che fu compresa nella Sibaritide o Turiatide. A questa città si è attribuita una rara medaglia che ha nel dritto una testa galeata e barbata, e nel rovescio un fulmine con sopra l’epigrafe ΚΟΣ (1677). Ma, anziché credere col citato nummologo che una colonia dell’isola di Coo venne a stabilirsi in questa parte del nostro paese e il nome vi riprodusse della città originaria, è da tenere piuttosto che vi fu edificata da’ Pelasgi che vi si tramutavano dall’Etruria, dove fu un’altra città del medesimo nome dopo di Populonia (1678). Delle vicende di Cossa non si sa altro, se non che fu anch’essa il teatro della guerra civile, e T. Annio Milone che si accingeva ad espugnarla per Cesare, vi fu morto, colpito d’un sasso scagliato dal pretore Q. Pedio, il quale ne guardava le mura con una legione per Pompeo (1679). Dal seguente titolo sepolcrale che vi si leggeva, posto ad un centurione della legione Galbiana, si raccoglie che ne’ tempi romani fu pur detta Cossenia (1680):

D. M.

L. HETERIO Q. F.

DOMO COSSENNIA

CENT. LEG. GALBIANAE

QVI MILIT. ANNOS XVI. M. X.

L. ROSCIVS COMMILES

B. M. P.

Un anonimo ed inedito scrittore della storia di Cossa antica e nuova situavala nell'odierno Cassano (1681); ma questa terra sorse piuttosto dalle sue rovine, perché un altro scrittore patrio con maggior precisione indicavano il sito alla distanza di quattro miglia, nel villaggio di Civita abitato da Albanesi (1682),dove in fatti si veggono avanzi d’una città distrutta, e ne’ dintorni si scoperse la seguente epigrafe (1683):

CATTIO FERONIO IIV

QQ. PATRONO BENEFI

CENTISSIMO

………...LIBERT…………..

Se non che a Cassano tuttavia rimane la tradizione del fatto di Milone, poiché Torre di Milone ancor si nomina un’antica e grande torre di antica fabbricazione, che sarebbe l’unico avanzo dell’antica Cossa per coloro che ivi la vogliono situata.

15. VICESIMO (Vicesimum)

A 20 miglia antiche da Turio seguiva sulla strada aperta da Romani presso il littorale della Magna Grecia la stazione, od anche il villaggio per la detta distanza denominato appunto Vicesimo (1684). Non fu perciò più antico del II secolo dell’Impero, e propriamente dell’età di Trajano, il quale la celebre Via Aquilia faceva proseguire per la spiaggia del Ionio insino a Taranto; perché, a supporre con qualche scrittore calabrese edificato Vicesimo anche prima dell’arrivo delle colonie elleniche (1685), non si sa intendere come non ne rimanesse il nome antichissimo nella geografia o nella storia. Tenendosi del resto ragione dell'indicata distanza, non par dubbio che corrispondesse all'odierno villaggio di Trebisacce, situato sopra un piccolo promontorio ad un quarto di miglio dal mare.

16. LEUTARNIA (Λευταρνία, Leutarnia)

Al di là di Vicesimo, e meno discosta dalla spiaggia seguiva la città di Leutarnia mentovata da Licofrone, dal quale sappiamo che fu fondata o abitata da esuli Trojani dopo la rovina della loro patria (1686). Fu perciò di remotissima fondazione e dell’età stessa di Polieo o Siri, che diede il nome alla Siritide, ed a cui il poeta la congiunge nel racconto delle colonie giunte in sulla costa che poi fu della Magna Grecia. Ma altri antichi scrittori non ne parlano, ed il comentatore di Licofrone, il quale ne ripete la tradizione, non seppe dir altro se non che fu città d’Italia, abitata al pari di Siri da fuggiaschi Trojani (1687). Senza alcuna pruova, e per sola conghiettura alcuni scrittori patrii questa città situarono nelle vicinanze di Albidona, o più verso la marina (1688); ma se non affatto certa, molto simile al vero può tenersi tale opinione, perché per la denominazione della città simile a quella della spiaggia Leuternia presso di Leuca, alla quale davano nome secondo i miti i Giganti Leuternii morti da Ercole in quel lido (1689), e chiara personificazione delle solfuree esalazioni, è possibile che sia stata nel sito già detto, giacche nel territorio di Albidona, e propriamente nel bosco denominato Potente, è un fonte di acqua solfurea (1690), più copioso forse che non è oggidì ne’ tempi antichi, ed avanzo delle fetide esalazioni che da' greci coloni alla città faceva imporre il nome di Leutarnia.

17. Fiume ACALANDRO

Dopo il torrente che mette nel mare presso la Torre di Albidona, e dopo il fiume Straface, a breve distanza mette foce presso il Capo Spulico o di Roseto il fiume di Ferro, il quale nasce presso Oriolo, e da altri rivoli è accresciuto che scendono dalle vicinanze di Farneta e Giardino, Ma Calandro è detto da alcuni topografi (1691), e tale denominazione più anticaci guida a riconoscervi l’Acalandro de' Greci, da Strabone attribuito alla Turiatide (1692), e termine perciò di questa regione come della Sibaritide, la quale se mutò il nome con la distruzione di Sibari, non cambiò corografia con la fondazione di Turio, né per altro restò celebre nella storia che per avere alla sua riva Alessandro re di Epiro fatto murare un luogo per le comuni assemblee degl’Italioti, trasferendole così in odio de' Tarantini da Eraclea nell’agro che fu di Turio. L’anonimo geografo di Ravenna ricorda un oppido o villaggio col nome di Mesocoro fra Taranto e Metaponto (1693), e fu questo il sito, dice il Mazocchi, de' trasferiti concilii de' Greci, il quale veniva così detto perché posto nel mezzo della Magna Grecia (1694). Questa nuova sede delle pubbliche ragunanze de' Greci fu poi annoverata tra' luoghi abitati tostoché nel recinto ond'era chiusa cominciarono a riunirsi abitatori de' luoghi vicini, al pari che intervenne, come sarà detto, a Policoro, dove prima i Greci convenivano nelle vicinanze di Eraclea.


IX. SIRITIDE

Da' noti confini delle prossime regioni fermar si possono quelli della Siritide, la quale seguiva alla Turiatide, ristretta lungo la spiaggia tra la foce dell’Acalandro e quella dell’Aciri (1695) e che perciò distendevasi in sulla spiaggia nel seno che dal capo Spulico ha termine alla foce del Sinno, e nell’altro più piccolo che da questo fiume giunge a Torre Mozza, ove mette nel mare il fiume Agri. Ignoti ne sono i limiti dentro terra, ma supporli possiamo ne’ monti circostanti che si elevano da' contorni di Tursi a quelli di Francavilla, alle cui falde il mare giungeva nelle più remote epoche geologiche; dappoiché in tutta l’estensione di questo piccolo paese non s’incontrano che marine petrificazioni, di legni, conchiglie, pesci ed ossa di quadrupedi, nelle viscere della terra e in sulle colline. «In un sito sopra Tursi, scrive lo storico della Lucania, tagliandosi il monte, fu scoperto lo scheletro di un asino», che non seppe affermare se di specie antidiluviana, o pur diluviana si fosse (1696), ma che da alcune recenti scoperte a Cacuron ed a Vizen nella regione di Valchiusa suppor possiamo di quel genere di cavalli fossili che un dotto naturalista ha nominato Hipparions (1697). Al di là del bel paese di Rocca Imperiale, che a breve distanza irrigano il fiume di Canna, il Rucolo ed il Rocero, le due valli del Siri e dell'Aciri insieme riunite presentano una delle più belle e delle più grandiose contrade che s’incontrino nel nostro paese. L’Appennino vi ha tutte le grandi apparenze delle Alpi, ed ornata vi si vede di poggi piacevoli e ridenti; sopratutto la bassa valle del Siri piantata di folti alberi ed aranci, vi forma un boschetto che secondo un erudito viaggiatore rende l'idea che l’immaginazione può farsi dell’avventurosa Arcadia. Il paese è quasi oggidì qual lo descriveva Archiloco, il quale dice non esservi luogo né più ameno, né più desiderevole, né amabile tanto quanto quello che intorno irriga il fiume Siri (1698). Vaste ed annose boscaglie coprono ora il basso e pantanoso suolo di Siri, e se copiosa caccia forniscono nell’inverno, mortifere sono a coloro che osano fermarvisi nella stagione estiva. Fertilissimi del resto di ogni sorta di produzioni vi sono le terre, e di pascoli copiose, e però non senza ragione a fermarvi le loro dimore si consigliavano i Caoni, i quali ne furono i più antichi abitatori noti alla storia, non indigeni, come alcuni patrii scrittori dicono, ma venutivi dall’Epiro.

Con le riunite testimonianze di Antioco Siracusano, di Aristotile e Licofrone altrove ho detto che i Caoni furono della stirpe stessa degli Enotri (1699), e tale consanguinità chiaramente dimostra che la gente medesima degli Enotri non d'altronde che dall’Epiro venne nel nostro paese, perché popolo antichissimo e nobilissimo dell’Epiro furono i Caoni (1700), i quali le contrade di mezzo ne abitarono (1701), ed anche per tutto l'Epiro da alcuni geografi tenevasi la Caonia (1702). Ma, senza allegare per tale origine non dubbia altre testimonianze, notabile molto è il nome della città di Siri, che de' Caoni fu la metropoli nel nostro paese, nome identico a’ Siri, da' quali gli Epiroti stessi furono propagati in tempi remotissimi (1703), e che per le origini stesse il lor nome lasciavano ad altri popoli, i Siropeoni, uno de' dieci popoli della Peonia (1704), noto paese della Tracia. A questo vasto paese, che da una parte toccava il Ponto Eussino, e dall’altra la Macedonia e l’Illirio, appartennero i Siri, e senza investigarne più oltre la patria più larginqua ed originaria, il vasto paese nel quale Stefano Bizantino seguendo altri storici li riconosce (1705), è una pruova non solo delle grandi e continue emigrazioni che dall’Asia avevano termine nelle nostre contrade, ma ancora della patria primitiva de' Pelasgi, i quali tante affinità nelle antiche memorie hanno co' popoli dell'Epiro, e che dalla Tracia vi si propagavano secondo alcuni scrittori (1706). E notabile altresì è il confine che i geografi pongono all’occidente a' Siropeoni, cioè una catena di monti che separavali dalla Crestonia (1707), paese notissimo abitato da' Pelasgi, i cui popoli, i Crestoniati, alcuni storici moderni hanno indarno voluto sostenere Cortoniati dell’Umbria in Italia. Ma tale esame rimettendo a più opportuno luogo di quest'opera, passo a dire della topografia della Siritide.

1. LAGARIA (Λαγαρία, Lagaria)

La prima città della Siritide che incontravasi oltre r confini della Turiatide fu Lagaria, da Strabone situata dopo di Turio. Fu edificata secondo il geografo da Epeo e da alcuni Focesi (1708), tradizione riferita del pari da Licofrone, scrittore più antico, il quale fa vaticinare a Cassandra che il rinomato figlio di Panopeo, costruttore del cavallo trojano, sarebbe venuto nell’ameno paese degli Enotri a por la sede in Lagaria in sulla sponda del Cilistarno (1709). Né un’origine diversa a questa piccola città attribuirono Tzetze e Stefano Bizantino; se non che, il secondo di questi scrittori ponevala nella Sicilia (1710), sia scambiando l’isola coll’antica Italia, sia che intendesse parlare di una parte di questa regione ch'ebbe un tempo anche il nome di Sicilia. Or, sebbene non sia da credere che lo stesso Epeo, il quale comandava i Focesi contro Troja (1711), una colonia avesse condotta nelle fertili campagne irrigate dal Siri e sulle rive del Cilistarno, perché favoloso è da stimare l'arrivo di certi eroi nelle nostre contrade, pure non si può senza altre ragioni storiche discredere il primo arrivo di alcuni coloni della Focide in questa regione che ne portarono la rimembranza, e prima forse che co’ Pilii fondassero Metaponto e però si può tenere che la colonia fosse fondata in tempi meno antichi di quelli che i Greci credevano. In nessuno scrittore intanto trovo l'etimologia di Lagaria, ma egli sembra che così la denominassero i Greci fondatori che giungevano su questa spiaggia dall’arrivarvi stanchi ed esinaniti (λαγάροι) dalla lunga navigazione, o dalla mancanza delle vettovaglie. Per nessun’altra memoria del rimanente ci è nota Lagaria, che pe’ rinomati suoi vini, dolci e delicati, ricordali dagli antichi (1712), ed i pregiati vini che tuttora si producono ne’ contorni del villaggio di Nucara facevano supporre al Cluverio, seguito da altri patrii scrittori, che ivi riconoscer si dovesse il sito dell’antica città (1713). Ma, poiché è da credere che i Focesi l’edificassero più presso alla marina, ed una città di qualche considerazione sorger non poteva sull’erto e dirupato monte ove Nucara fu costrutta, era piuttosto nelle amenissime e fertilissime vicine campagne, le quali sparse si veggono di ruderi considerevoli. Avanzi di antichi edifizii laterizii e reticolati si osservano sulla destra del Sinno ne territorio di Rotondella, ed a breve distanza dal mare nella contrada detta Cigli di S. Pietro. Più copiosi se ne incontrano poco al di là in quel di Bollita, e segnatamente nel sito detto Ciglio de' Bagni a tre miglia dal mare; ed oltre i considerevoli rottami che s’incontrano in que’ dintorni, sonovi gli avanzi di un grandioso acquidotto in sulla collina di S. Janni che dalle adiacenze di Canna portava le acque alla sottoposta pianura (1714). Tali ruderi dimostrano che que’ luoghi furono abitati ne’ tempi romani, ma chi può assicurare dove propriamente sorgesse la città di Lagaria.

2. Fiume SIRI

Altrove ho descritto il fiume Siri (1715), al quale Licofrone oltre il nome di Sini o Siri dà anche quello di Ciri (Κίρις), come la città nominavasi presso cui metteva foce, e che in fatti nelle monete de' primi tempi è detta KΕΙΡΙΣ (1716). Comeché da Strabone e Plinio sia detto Sin, pure egli sembra che il nome più usuale fosse quello di Sini, che serbasi nella denominazione di Sinnum de' tempi posteriori, e questo alterato in Semnum si legge nella Tavola Peutingerana, in cui ne è segnata la foce a IV miglia antiche da Eraclea (1717). Da Sinnum si mutò poi facilmente in Signum ne’ tempi di mezzo, come in una carta di donazione del 1248 in pro del monistero Cisterciense del Sagittario (1718), nel 1200 edificato in quelle vicinanze. E poiché di Siri appena rimanevano le rovine a' tempi di Plinio, i popoli Strini di cui parla il geografo (1719), e che dal fiume stesso si nominavano ne’ primi tempi dell’impero, sono da supporre nella parte superiore del suo corso (ed il geografo in fatti li annovera tra' mediterranei de' Lucani) dove forse abitarono spicciolati in villaggi, come tuttavia rimane l’antico suo nome al monte Sirino sopra di Lagonegro, nella cui parte orientale ha le fonti.

3. SIRI (Σίρις, Siris)

Sulla foce del descritto fiume sorgeva la città dello stesso nome, fondata in tempi remotissimi prima dell’arrivo delle colonie elleniche nelle nostre contrade, ed in un’epoca forse posteriore alla sola città di Cuma nell’Opicia. Il dominio de' Caoni nella Siritide (1720) ha persuaso un dotto nummologo che Siri dové la sua origine primitiva a questo popolo pelasgico dell’Epiro (1721), ed essendo in tutto di tale opinione, a vieppiù convalidarla aggiungo che il nome stesso di questa città ci dimostra la sua origine pelasgica. Con la testimonianza di Lido ho detto che gli Epiroti furon colonia de' Siri (1722) popoli della Tracia (1723); che fu una città di Siri nella Peonia (1724), donde preser nome i Siropeoni, annoverati tra i numerosi popoli di questa contrada che stendevasi sulle due rive dello Strimone (1725), ed i Peoni sono unitamente a’ Caoni e a' Mardoni annoverati dal poeta Eupoli tra' popoli epirotici (1726). Nella Siritide fu ancora Pandosia, sede de' re Enotri, il cui nome ci ricorda egualmente l’Epiro e in un’antica tradizione mitica Siri è detta figlia di Morgete (1727), vero o supposto re degli Enotri. Questa origine di Siri, che ci disvelano tutte le addotte tradizioni e testimonianze, non fu nota al pari di altre molte agli stessi scrittori greci, i quali non riferiscono spesso che le più recenti fondazioni elleniche delle città nostre.

Ma i più antichi abitatori che Licofrone ne sapesse furono alcuni Jonii di Pellene, che dalla generale denominazione che i Greci davano all’Italia egli nomina Ausoni Pellenii, e che innanzi la stessa epoca trojana nella Siritide si stanziavano (1728). Fu Pellene una delle XII città dell’Acaja (1729), che già tennero gli Jonii innanzi l'occupazione degli Achei (1730); e poiché molte di queste città erano state in origine fondate da' Pelasgi (1731), e di Pellene sopratutto si narrava che aveva avuto l’origine da una colonia dell’Argolide (1732), la patria primitiva de' Pelasgi, io non so se a questi popoli propriamente accenni la tradizione seguita da Licofrone, nella quale almeno, ad intenderla come egli la riferisce, si troverebbe una ragione dell’emigrazione degli Jonii, i quali per le antiche relazioni tra' due paesi venivano nella regione già occupata in Italia da’ Pelasgi. Licofrone del resto è il solo a narrare l’emigrazione de' Jonii nella Siritide, e senza poterne assegnare l’epoca, dico solo che può credersi posteriore all’occupazione dell’Acaja, avvenuta nel 1406 A. C. Ed alla colonia degli Jonii accenna ancora la tradizione sostenuta dall'autorità di Temistocle, che cioè gli Ateniesi avevano occupato Siri prima della guerra trojana (1733), perché a Jone figlio di Xuto deferivano la principale autorità nel loro governo, e si nominavano Jonii (1734). Or questi Jonii l’antico nome della città mutarono in quello di Polieo da Minerva Poliade, la dea protettrice degli Ateniesi (1735); ed ingannavasi Strabone, il quale seguendo la volgare opinione di coloro che vi dicevano giunta una colonia di Trojani, adduceva in pruova il simulacro di Minerva Iliaca che vi si adorava (1736), la quale fu veramente Minerva Poliade cioè urbana, o cittadina, adorata in Atene, non già in Troja. Se non che, questa colonia trojana non fu per un dotto critico che quella stessa de' Caoni, e Caone in fatti, o l’eroe, nel quale tutto quel popolo dell’Epiro si personificava, tenevasi come trojano nelle prische tradizioni (1737). L’antico culto di un Palladio fra’ Caoni dà ragione della derivazione di esso ora da Troja, ed ora da Atene, e tanto più da Atene per l’altra colonia de' Ionii di Colofone, città dell’Asia minore, di cui Atene fu la metropoli (1738). Di questi nuovi abitatori di Siri scrivevano Timeo ed Aristotile (1739), e Strabone ricordandoli col generico nome di Jonii dice che abbandonando la patria vi vennero ad abitare per fuggire la signoria de' Lidii (1740), sotto il regno, come si è creduto, di Aliatte o di Creso, e verso il 680 avanti l’era volgare (1741). Ma per le strette relazioni di origine de' nostri popoli di questa parte del nostro paese con quelli della Grecia, e più ancora per un’altra città di Colofone de' Locri Ozoli di cui parlano Dicearco e Tucidide (1742), egli sembra che i Colofonii dopo la fondazione di questa città (1743), alla quale imponevano il nome della madre patria, dalla Locride passarono nella Siritide qualche tempo dopo che per l’invasione di Gige (1744) lasciato avevano il proprio paese. Ad ogni modo, una grande confusione è nella tradizione del fatto più memorabile nella storia di Siri, l'eccidio degli antichi abitatori per opera de' coloni che vi sopravvennero: perché secondo Licofrone furono i Trojani che trucidarono gli Xutidi, cioè gli Ateniesi, sin nel tempio di Minerva Lafria che adora vasi nella città, e che dicevasi aver socchiusi gli occhi per l'orrore, veggendo il proprio altare tinto del sangue del Letarco, o del flamine, figliuolo della sua sacerdotessa (1745); secondo Strabone furono i Colofonii che, espugnata la città, dall’altare di Minerva Iliaca strapparono quelli che vi stavano in atto di supplichevoli (1746); e né gli uni né gli altri secondo narra Trogo Pompeo o Giustino, sì bene i vicini popoli collegati che mossero a danno di Sin, i Metapontini, i Sibariti e i Crotoniati, i quali deliberatisi a cacciare gli altri Greci d’Italia, mossero contro la città dopo l’accrescimento de' Colofonii. Come prima ebbero preso Siri, combattendovi dentro tagliarono a pezzi cinquanta giovini che abbracciato avevano la statua di Minerva, e il sacerdote coperto degli ornamenti della dea fra gli stessi altari, né prima ebbero pace per la peste e le sedizioni che ne sopravvennero, che non placarono e la dea e le anime degli uccisi (1747).

La città nondimeno si rialzò ben tosto ad un alto grado di prosperità, giacché il poeta Archiloco, il quale fioriva verso il 640 A. C., parla del paese di Siri come il più ricco e 'l più avventuroso della terra. L’opulenza de' Siriti fu contemporanea di quella di Sibari e Crotone; ma egli sembra che i Colofonii, rinomati per mollezza, il lusso introdussero e 'l delicato vivere nella città, perché molto rilassati furono e per la delicatezza delle vesti, e per la intemperanza del mangiare, di cui abusando oltremisura, insolenti si rendevano ed oltraggiosi. Tali costumi ricorda Eliano de' Colofonii (1748), e poiché li nomina dopo de' Sibariti, par che abbia voluto intendere propriamente quelli di Siri. Certo è ch'ebbero in usanza di vestire tonache ornate di fiori, e cinte di mitre e fasce preziose, come scrive Ateneo (1749), e la testimonianza di questo scrittore è confermata da' dipinti ne’ vasi delle prossime contrade, ne’ quali i re e i numi si veggono con vesti piene di fiori e di ornamenti. E nel 584 Damaso di Siri, figlio di Amiri cognominato il savio, recavasi a Sicione col sibarita Smindiride per essere annoverato fra gli altri pretendenti alla mano di Agariste figlia di Clistene (1750). Or avendo tale prosperità suscitata la gelosia delle vicine città achee, una lega fu formata contro di Siri da que’ di Sibari, Crotone e Metaponto, i quali combattendola la presero e devastarono (1751), un’olimpiade, o quattro anni almeno prima della guerra che i Crotoniati mossero contro i Locri, i quali soccorso avevano i Siriti, e però verso la LV Olimpiade, A. C. 560 (1752).

Quando Sibari fu distrutta, per l’affinità che vi era e di origine e di costumi tra gli Jonii e gli Achei, i Milesii si vestirono a lutto (1753), e per l’affinità istessa si conosce di leggieri perché i Samii navigarono alla volta di Siri e Sibari per istabilirvisi, abbandonando la patria per evitare il giogo de' Persiani. Erano sbarcati sulla spiaggia di Siri verso il tempo in cui Anassilao tiranno di Reggio conquistava nella Sicilia la città di Zancle, o Messina verso Fanno 497; ma il sinistro presagio dato da alcune pernici, le quali volarono con molto strepito, bastò, dice Egesandro, per forzare que’ Greci superstiziosi a ritirarsi sulle navi precipitosamente (1754), e a ritirarsi a Zancle.

Strabone racconta che i Tarentini combatterono contro i Messapii pel dominio di Eraclea, e ch’ebbero allora per alleati il re de' Dauni e quello de' Peucezii (1755). Ma il geografo volle al certo parlare di Siri, nominando per anticipazione la città di Eraclea, fondata dopo l’abbandono di Siri nel 433 A. C., quando non può supporsi che i detti popoli fossero tuttavia retti da re, e la guerra che Strabone ricorda fu per avventura combattuta pel territorio in cui Eraclea fu fondata; e poiché sembra che verso l’anno 480 A. C. i popoli della Japigia qualche re avevano tuttavia (1756), la guerra di cui trattasi fu a tale epoca anteriore (1757).

Ma non furono queste le ultime vicende di Siri, che doveva del tutto mancare per le brame soverchie di possederla de' popoli vicini. Divenuta la città il soggetto di discordia tra' Turu e i Tarentini, si levarono a guerra (444 A. C.), essendo i primi capitanati da Cleandrida, esule di Sparta, il quale pochi anni prima erasi unito alla colonia ateniese fondatrice di Turio; ma alla fine si pacificarono sotto queste condizioni, che la città fosse abitata comunemente da' due popoli, ma che la colonia si considerasse come originaria di Taranto; la quale poi, cambiando e nome e luogo, fu detta Eraclea, allorché i Tarentini, tutti i cittadini ne trasferirono a tre miglia più dentro terra, e Siri non rimase che l'arsenale marittimo degli Eracleoti (1758). Mancata per sì fatta guisa per le tante occupazioni di popoli lontani e vicini, perdè anche il proprio nome, il quale per qualche tempo rimase alla stessa Eraclea; e non è dubbio che la sua rovina si originò in gran parte dal suo fertile territorio e dalla fiacchezza insieme degli abitatori, i quali, ammolliti dall'opulenza e dal lusso, mal valsero a resistere alle pretensioni de' possenti popoli confinanti.

Poche e rare monete di questa città ci rimangono, e le più antiche non solo degli stessi Striti, ma di tutti gli altri popoli della Magna Grecia, sembrano quelle di argento con la leggenda CEIPIZ,od anche abbreviata CE, ed una prora nel dritto, e nel rovescio un diota con sopra un grappolo d’uva, e nel campo RO/TM (1759). Altre anche di argento paiono contemporanee de' didracmi di Sibari, a cui somigliano in tutto nel conio e nel tipo in rilievo, cioè il bue rivolgentesi in dietro, ed hanno l'epigrafe o dimezzala ITIM (iniziali di EIPInos) in lettere paleografiche, o intera ΜΟΝΙΠΙΜ (ΣΙΡΙΝΟΣ) nel dritto, e (ПІ╋ОЕМ (ПΙΞΟΕΣ) nel rovescio, che fa conoscere un’alleanza con Pissunto, o Bussento sul mar Tirreno. Meno antiche di tutte creder si possono quelle di bronzo, le quali presentano la testa di Mercurio con accanto l’epigrafe CEIP, ed anche CEI, e CE, e nel rovescio un’ancora, un caduceo, od un’aquila che stringe un serpente (1760). Certo è che l’identità di fabbrica tra' descritti didracmi e le monete delle altre città achee della Magna Grecia chiaramente mostra le antiche relazioni di amistà odi alleanza tra esse ed i Siriti massime con Pissunto o Bussento, la quale si può credere in origine fondata dalla stessa città di Siri, e però preesistente alla colonia condottavi da Micito nell’Olimpiade LXVII, ossia 88 anni almeno dopo la distruzione di Siri (1761). Ma alcun vestigio non rimane di città così celebre, di cui coprirono le rovine sulla foce e sulla sinistra sponda del Siri le annose boscaglie che poi vi crebbero, e le acque che v'impaludarono dopo l'abbandono di Eraclea, a cui servì, come ho detto, di porto, o di arsenale marittimo, sino almeno a tutto il primo secolo dell’impero.

In vicinanza di Siri esser doveva l’eroo, non il sepolcro, come scrive Licofrone, del celebre indovino Calcante (1762). Un altro monumento simile gli fu innalzato nella Daunia in sul colle Drione presso il promontorio Gargano, dove andavasi a consultarne l’oracolo (1763); e poiché dallo stesso Licofrone e da altri antichi è noto che, vinto da Mopso nell'arte del divinare, addolorato moriva a Colofone, o da se stesso si uccideva, ed era sepolto nell'antro del monte Cercafo presso quella città (1764), i Colofonii che vennero a stabilirsi a Siri gl’innalzarono un cenotafio, come ad altri uomini celebri ed eroi, ed anche personaggi mitici, fecero altri greci coloni in altre parti del nostro paese.

4. ERACLEA (Ηράκλεια, Heraclia)

A XXIV stadii, o tre miglia romane, dalla distrutta città di Siri fu già Eraclea tra' due fiumi Siri ed Aciri (1765). Stefano Bizantino l’annoverò la sesta tra le ventitré città omonime di altre regioni (1766), e fu in tempi storici edificata e scevri di mitiche tradizioni. Mei 4.° anno dell’Olimpiade LXXVI, 433 A. C., la fondarono i Tarentini che insieme a’ Turii abitarono la città di Siri, e che costretti dall’angustia del sito, di là a tre miglia dentro terra si tramutarono (1767). Dall'addotta testimonianza di Plinio è noto che fu detta anche Siri, ed è da credere che ciò avvenisse ne' primi tempi della sua fondazione; e si hanno anche medaglie, le quali dimostrano ch’ebbe insieme i due nomi di Siri Eraclea, l’uno in memoria dell’abbandonata città, e l’altro per indicare la città di recente fondazione. Una di tali medaglie descrisse il Sestini con lo stesso tipo delle monete di Siri, cioè la prora o mezza nave e l’iscrizione CEIPIZ HRΑΚΑΕΙΑ (1768); se non che, alla stessa città di Siri l'attribuisce, divenuta secondo Strabone il navale degli Eracleoti: ma anche a supporre che non pochi abitatori nel sito dell'abbandonata città, o nel porto degli Eracleoti, fossero rimasti, non si può credere che avessero il dritto di batter moneta al pari degli Eracleoti medesimi. La città del resto salì a grande rinomanza ne' floridi tempi della Magno Grecia perle grandi riunioni della confederazione ellenica de' Greci Italioti, e che poi Alessandro di Epiro, in odio de' Tarentini, presso l’Acalandro faceva trasferire, come ho di già detto (1769). È noto da Livio che fu da quel re occupata nel 429 di Roma (1770), ed allora è da supporre col Mazocchi che togliendola alla soggezione de' Tarentini, la dichiarasse libera, od almeno che tale divenne dopo la morte di lui, caduto nella battaglia contro i Lucani presso la riva dell’Acheronte nell’anno stesso 429. Certo è che 46 anni di poi strinse col Console Fabricio non solo una giustissima, ma anche una quasi singolare alleanza, come la nominò Cicerone (1771), e tal sorta di federazione non poteva stringere se non era nella pienezza della sua libertà. Le celebri tavole di bronzo nel 1732 scoperte nell’agro della città non ne dimostrano meno l’autonomia, e non ostante che co' Metapontini dichiaravasi per Annibale nel 542 (1772), fu nondimeno nel tempo successivo tra le città federate della romana repubblica, e di quelle con dritto equissimo, cioè che vivevano con leggi proprie. In tale stato si mantenne insino alla guerra sociale, per effetto della quale non solo patì un gran disastro, perché fu data alle fiamme, che ne consumarono le pubbliche tavole municipali (1773), ma divenne dopo la promulgazione della legge Giulia un vero municipio romano col dritto del suffragio, perdendo in parte l’antica autonomia. Allora al pari Napolitani una gran parte degli Eracleoti la libertà della loro confederazione preferivano alla romana cittadinanza (1774); ma vinse la parte di coloro che in tutto vollero divenire cittadini romani, perdendo la propria autonomia.

Le monete di Eraclea, in gran numero e di bellissimo lavoro, ci danno la più sicura testimonianza della sua ricchezza e delle arti belle che vi furono coltivate. I più comuni tipi che presentano, siano di argento, o di bronzo, sono quelli Minerva nel dritto, e di Ercole nel rovescio in diverse rappresentanze, e coll’epigrafe ΗΡΑΚΛΙΩΝ, ed in qualcuna anche retrograda NΩΙΗΛΜΑΤΗ. In Minerva riprodussero i di lei fondatori la principale loro divinità, ed in Ercole il nume al quale fu dedicata, e di cui portò il nome. Senza dire degli altri diversi tipi che accompagnano il rovescio di tali monete, il nome dell'artista che le lavorò vi si legge anche spesso, cioè Eroas, come nelle monete di Turio ed in una medaglia di Napoli. Altre iniziali indicano forse nomi di magistrati, perchè si veggono insieme al nome dell'artista ET, se pure due artisti non lavorarono insieme alcune di tali monete; e qualcuna ve ne ha ancora col monogramma FH, HP, e simili, come sulle monete tarentine, o le iniziali HPA, EHPAκλητος, nome pure di magistrato, e per tali ancora par che sono da supporre i nomi interi ΣΩΣΙΒΙΟΣ, ΑΡΙΣΤΟΓΕ. Ma i tipi più importanti e meno noti sono quelli che offrono la testa di Pallade in mezzo di un'egida, talvolta col suo nome ΑΘΑΝΑ in dialetto dorico, tal altra col nome del magistrato ΑΓΑΣΙΔΑΜΙΔΑΣ co' soliti e diversi tipi di Ercole nel rovescio e la solita leggenda HPΑΚΕΛΙΩΝ, ed anche l' immagine di Glauco, o quella di Scilla (1775). La colonia de' Colofonii spiega il tipo di Glauco, perché il mito a quello relativo sembra originario di Creta (1776), d'onde ebbe a passare a Colofone colla colonia cretese che vi sopravvenne (1777); ma dubbia è la spiegazione della figura femminile armata, e che termina in coda di pesce, perché chi de' nummologi vi vede Scilla nota per gli amori con Glauco (1778), e chi Pallade figliuola di Tritone, la quale periva secondo i miti nella contesa con Atena protetta con (egida da Giove (1779), e di cui un simulacro si fece che fu il famoso palladio di Troja, il quale dicevasi trasferito in Siri e poscia in Éraclea (1780). Or dalle cennate monete apprendiamo le principali deità degli Eracleoti, delle quali altre memorie anche vi sono, perché nelle Tavole Eracleensi parlasi de' terreni sacri a Bacco ed a Minerva, e però nella città sorger dovevano templi dedicati a questi numi, del pari che allo stesso Ercole, il quale vi fu adorato col titolo di Acherontino, come dalla seguente lapida si raccoglie (1781), perché posto per avventura verso la sponda dell'Aciri, perciò detto anche Acheronte:

NVMINI

HERCVLIS

ACHERVNTINI

VITALIS C. L. SEVER.

CiV. SIR. REG.

V. L. S.

Ed a qualcuno de' mentovati templi è da riferire la dedicazione delle colonne che facevano le due donne, e forse sorelle Istica ed Afrodisia, di cui è memoria nella seguente iscrizione scolpita in una base marmorea, nel 1763 scoperta a Policoro (1782):

ΕΙΣΤΙΑΙΑ ΠΡΟ

ΑΥΤΑΥΤΑΣ Κ

ΑΙ ΤΑΣ ΑΦΡΟΔ

ΙΤΙΑΣ ΔΟΡΚΑΣ

ΑΝΕΘΗΚΕ

Istica per se stessa 

ed Afrodisia 

le colonne dedicò.


La filosofia e le arti furono con amore coltivate in Eraclea, e fra' molti pittagorici, de' quali legger si possono i nomi nel catalogo di Fabricio, basta ricordare il filosofo Birsone, dalle cui opere molte cose attinse Platone (1783). La bellezza ancora delle monete della città è una delle migliori pruove che le arti vi giunsero ad un alto grado di perfezione, e fra tutti i benemeriti che le coltivarono la maggior fama vi ottenne il celebre pittore Zeusi, il quale portò la pittura ad un grado di eccellenza innanzi a lui sconosciuto (1784).

Poiché altra memoria non vi è della città dopo di Plinio (1785), o andò dal primo secolo dell’era cristiana rapidamente decadendo, o fu per l’aere malsano de' vicini luoghi abbandonata ne' secoli successivi: sarebbe stata altrimenti destinata sede vescovile verso il IV secolo, e se pure allora tuttavia rimaneva, deve supporsi piuttosto ridotta ad un villaggio. Forse ancora i pochi abitatori che vi dimoravano, si ridussero nella sede già destinata a' generali concilii de' Greci, dir voglio a Policoro, quasi a 2 miglia dal mare, e così detto dall’esser posto nella grande pianura innanzi della città. Certo è che Policoro, che or si riduce ad una vasta abitazione di campagna, fu abitato nel 1214, per aversi notizia in una carta di donazione al monistero del Sagittario de' giudici di Policoro di quell'anno (1786), e forse ancora oltre il 1233, quando Federico II designavalo per luogo di convegno de' prelati, de' Baroni e delle genti d’arme (1787). Dalla cennata distanza di III miglia dalla città di Siri non è dubbio ch'Eraclea era situata nel bosco di Policoro, nel quale spessi vestigi di fabbriche antichissime si sono osservati, ed all’intorno ancora non si veggono che avanzi di rovine (1788). Accanto a quel bosco, e dalla parte del mare, è ancora una grande laguna, detta il Lago dell'Olmo,da qual tempo non so formata, e questa molto plausibile rende la congettura che gli Eracleoti per la infezione che cominciò a produrre si ridussero più dentro terra, o ne' luoghi circostanti, e così la città andò distruggendosi per l’abbandono degli abitatori. Del rimanente per dir tutto non tralascio di notare con chi que’ ruderi or non è molto ha pure osservati, che occupar doveva propriamente la collina, ch’è al sudovest del casino di Policoro, e le valli adiacenti, perché quivi sopratutto considerevoli rottami si osservano, e frammenti laterizii e di vasi fittili sparsi sul terreno (1789), né altro sopravanza di città così celebre. Un viaggiatore ed archeologo più antico dice che Eraclea è la più distrutta di tutte le città insigni dell’antichità, perché non altro vi si può distinguere che il luogo della sua area, il quale credevasi riconoscere all'elevazione del suo recinto, e ad una piccola valle circolare che le serviva forse di fossato. Si scoprirono da questo lato sepolcri in gran numero, e de' tempi più remoti. Il suolo che occupava la città era piano, e d’una figura oblunga: tutto questo spazio egli vide coverto di rottami di marmi, di musaici e di fabbriche, massime in un sito, dove era fama che sorgesse un tempio magnifico (1790).

5. PANDOSIA (Πανδοσία, Pandosia)

Al di sopra di Eraclea, e più dentro terra verso i monti che al nord limitavano la Siritide sorgeva la città di Pandosia, da Scimno di Chio posta inesattamente fra Crotone e Turio (1791), e da un antico compilatore attribuita alla Japigia (1792), nell’ampio significato di questa regione, allorché in molto estesi confini si distendeva. Pel nome identico di questa città a quello dell’altra già descritta nella Brezia, ho conghietturato che fu in origine fondata dagli stessi Tesproti, e dopo di quella che fu sede de' re Enotri (1793), se pure questa, come men lontana dalla spiaggia e più dappresso alle altre città de' Caoni, non fu la più antica, alla quale è da attribuire la detta sede, che Strabone ascriveva all’altra città omonima poco al di sopra di Cosenza. Ad ogni modo, fu poscia occupata secondo Euschio da una greca colonia nel tempo stesso che Metaponto e nel 3.° anno della IV Olimpiade (1794); e Sincello, seguendo lo stesso cronologo, dice che le due città furono fondate tra l’epoca in cui fioriva il celebre poeta Aretino di Mileto, e quella in cui fu costrutta la prima trireme da Aminocle (1795). Or Aretino secondo lo stesso Euschio viveva verso il 2.° anno della prima Olimpiade (1796), ed il tempo medio tra queste due epoche ci dà il primo anno della III Olimpiade per l’epoca approssimativa della fondazione di Pandosia e di Metaponto, cioè il 768 avanti l’era volgare (1797). Ma sconosciuti sono i fondatori di tale colonia, e tra le due opinioni proposte da un dotto nummologo, che cioè potevano esser bene gli stessi Achei che a Metaponto si stabilirono, od anche i Crotoniati) Achei anch'essi, dopo la distruzione di Sibari la prima sembrami più accettabile, perché attestata anche. da Scimno di Chio (1798); né la data assegnata da Euschio può riferirsi alla prima fondazione per opera de' Tesproti o de' Caoni, a cui il Millingen, confondendo in questo le due Pandosie, la riferisce (1799), dappoiché cominciava allora l’arrivo delle colonie elleniche, e di tempi assai più remoti sono da giudicare le emigrazioni de' popoli dell’Epiro.

Ignote affatto sono le vicende di Pandosia, e solo dalle rarissime monete che ne rimangono si sanno le relazioni ch'ebbe con la confederazione delle città achee, e segnatamente con Crotone) la quale par che si confederasse con Pandosia nel tempo stesso che strinse la sua lega con Sibari e Metaponto. Di tali monete, che sono di argento, non si conoscono sinora che due sole varietà: la prima paleografica, e però più antica, col tipo del tripode in rilievo e l'epigrafe OPO nel dritto, e con quello del toro che rivolge il capo in dietro, come nelle monete di Sibari) in mezzo di un’area quadrata concava, e la leggenda ΠΑΝΔΟ (1800). Questa moneta, ch'è un didracma, fu battuta sopra un grosso didraoma di Metaponto ed il tripode e la leggenda crotoniate fanno riportarla all'epoca dopo la seconda fondazione di Pandosia. La seconda, ch’è quella de' mezzi didracmi, presenta nel dritto la testa di Giunone Lacinia) diversamente ornata, con un’alta corona ed una collana di perle, o con la corona stessa ornata di fioroni e palmette, e nel rovescio un giovane nudo assiso sopra uno scoglio, e rivolto a sinistra o a destra, in mezzo a due cani, con dappresso una lancia, o nell’atto di stringere due lancie, ed a piè dello scoglio una siringa, con la leggende ΠΑΝΔΟΣΙΣ, ed anche ΠΑΝΔΟΣΙΟ ΝΙΚ, ο ΝΙΚΟ ΠΑΝΔΟΣΙΝ. La figura del rovescio di queste due ultime monete, che sono di bellissimo stile, rappresenta il dio Pane, chiaramente contraddistinto dalla siringa, noto suo attributo, e questo tipo allude al nome della città, la quale come Panticapea tenendo probabilmente Pane per fondatore, con un culto particolare lo venerava; e la leggenda NIKO, interpretata per una sconosciuta vittoria della città, offre con più di verisimiglianza le iniziali del nome di un magistrato, come Nicostrato, Nicomaco e simili (1801).

Dal 322 al 279 avanti l’era volgare era tuttavia Pandosia una fiorente città, dappoiché più volte è nominata nelle celebri Tavole di Eraclea, che il Mazocchi suppone incise nel 430 di Roma (1802), e Plutarco dice che il Console Levino accampavasi contro Pirro nella pianura tra Pandosia ed Eraclea (1803). Dopo quella battaglia, la quale fu combattuta nel 473 di Roma (1804), altra memoria non se ne ha nella storia, e senza le testimonianze di Plutarco e delle Tavole già dette non si saprebbe nemmeno dove era situata. Non era da Eraclea molto distante, e nella stessa via detta Bubetis era posta che a questa città conduceva (1805). Poiché Plutarco dice che i. Romani si erano nelle vicinanze accampati al di là del fiume Siri, la città esser non poteva nella pianura tra le foci di questo fiume e dell’Aciri, sì bene nell’altra al di sopra di Eraclea, e lungo la inferiore valle di questo fiume: le quali indicazioni fanno chiaramente conoscere che sorgeva verso i confini settentrionali della Siritide ne' contorni di S. Maria di Anglona, e in sul colle dove di quest’antica città vescovile rimane appena la Cattedrale coll’Episcopio si addita in fatti da que’ di Tursi e Montalbano, alla distanza di circa 7 miglia dal mare, e non più di 4 miglia dal sito della distrutta Eraclea. Ed ivi ancora tuttavia si veggono ruderi di antichi edifizii, ivi si sono scoperte monete ed anticaglie, e i vestigi vi rimangono dell’antica rocca della città (1806). La quale in un sito bellissimo fu edificata, a 12 miglia dal mare sull’erta di un colle, le cui pendici bagnano il Siri e l’Aciri, in un punto ove per modo si avvicinano nel corso, che appena due miglia sono distanti l’uno dall’altro.

6. Fiume ACIRI, o ACHERONTE

Nell’estremo corso dell’Aciri aveva termine la Siritide o Eracleotide, dagl'influenti almeno del Sauro e de' torrenti di S. Arcangelo insino al mare, dal punto in somma dove più copioso di acque irrigava la regione sino alla foce. Nella foce stessa di questo fiume fu già un’isoletta sacra a Bacco, poi congiunta alla terra ferma, e lunghesso il fiume si distesero i terreni sacri allo stesso nume, limitati e distinti da quelli di Minerva Poliade col celebre decreto scolpito nelle Tavole Eracleensi (1807). Dal titolo di Acherontino che si dà ad Ercole nell’addotta lapida di Eraclea (1808) bene si appose un patrio scrittore che l’Aciri si nominasse prima Acheronte (1809), ed io mi credo sin dal primo arrivo de' Caoni,i quali il nome gl’imponevano del fiume omonimo che irrigava il proprio paese (1810). Ma indarno si affatica il Romanelli a dimostrare che fu questo il fiume Acheronte, presso il quale cadeva trafitto Alessandro di Epiro, perché fu l'altro col nome istesso presso Pandosia sopra di Cosenza (1811), nome ripetuto da questo della Siritide, come dalla città di Pandosia presso del Ionio ripetevasi il nome di Pandosia presso il Tirreno dagli stessi Caoni che dalla marina più dentro terra si avanzavano.


X. METAPONTINA

Dalla sinistra sponda dell'Aciri alla destra del Bradano si distese la Metapontina, come la nomina Strabone (1812), e come è da dire, non ostante la dimenticanza o la inavvertenza di quanti hanno scritto di antica geografia. Il fiume Grumentino, al quale presso Palazzo si unisce il Sauro, che in due rami discende da' monti di Corneto e Laurenzana ed in uno si unisce presso Aliano, e più oltre la Salandrella ed il Basento con copiose acque la irrigavano. I monti lucani, le cui rapide gole insensibilmente si abbassano da Montescaglioso a S. Salvadore, la limitavano all'occidente.

Dalle valli numerose che dall’Appennino vanno declinando sino al mare, scorrono i detti fiumi, de quali il Rasento profondo e quieto segnava il limite più meridionale della regione, il Bradano con un corso quasi parallelo il settentrionale ne’ confini della regione tarentina. All'oriente per tredici o quattordici miglia distendevasi sulla diritta spiaggia del bel golfo di Taranto; e per meglio indicarne gl ignoti confini dentro terra, dico che da' dintorni di Montalbano per Craco, Ferrandina, e Pomarico distendevasi in giro sino a Montescaglioso lungo le falde de' monti. Il mare da cinque secoli si è molto ritirato dalla spiaggia, come si vede a Torre di mare, che vi edificò Drogone, uno de primi Normanni (1813) e che ora rimane a qualche distanza. Quelle vaste pianure, ridenti una volta di belle e profittevoli coltivazioni, sono ora paludose e malsane; perché, rimasta Metaponto vuota di abitatori, la mancanza di coltivatori come nelle altre regioni della Magna Grecia converti tantosto que fertili piani in un tristo deserto, e le acque de' fiumi non più raffrenate, nuovi sentieri si aprirono e scoli tortuosi, che impaludando ne’ piani sottoposti vi formarono putride e malsane lagune: nocevoli nebbie e micidiali vapori vi si alzano di sopra, e posti in moto dalla forza del sole, arrecano le infermità e la morte agl'infelici costretti a respirarne la velenosa atmosfera. Or non vi può essere, esclama un dotto viaggiatore, una veduta più melanconica, più umiliante per la vanità dell’uomo di quella vasta estensione di paese quasi spopolata affatto, ed animata appena in qualche parte da chi vi guida l’aratro (1814). Ma se tale è veramente l’aspetto della regione che fu già la ricca Metapontina l’osservazione non mi par giusta. È lo stesso che dire: uomini non invanite delle belle opere, delle ottime e nobili istituzioni, che i prepotenti le distruggono! Ivi non erano né moli immense né palagi suntuosi, ma templi magnifici e belle abitazioni di popoli civili, e l’osservazione di Swimburne varrebbe meglio per le rovine di Babilonia e Persepoli, e per altre antiche e classiche sedi dell’orientale dispotismo. Metaponto, come si vedrà dalla storia, fu prima distrutta Lucani, poi spopolata da Annibale e dall'aere insalubre, che tutte intristì le belle spiagge della Magna Grecia; ma, senza più trattenermi di tali inutili contemplazioni, passo a dire della ristretta topografia della regione.

1. Fiume CASUENTO, o BASUENTO

Nelle opposte sponde di questo fiume erano i confini della Siritide o Eracleotide da un lato e della Metapontina dall’altro, e però Plinio nel por termine alla descrizione della terza regione d’Italia lo nominò prima di Metaponto e dopo dell’Acalandro, altro limite dell’Eracleotide (1815). E di una sì barbara denominazione, che non è facile assegnarne l’etimologia. Se non che, dal nome odierno di Basento risalendo all’antico, il quale altro non può essere che greco, ho per fermo che siasi propriamente detto Βασσσώεις, nome che si potè bene imporgli sia dalle sue profonde ac que, sia dal suo corso tra profonde valli (1816), e percorre in fatti un paese tutto cinto da monti almeno sino a Ferrandina, d’onde par che veramente appartenesse a' Metapontini insino al mare; così che dal nome stesso nel secondo caso Βασσωέντος si originò il nome latino Basoentum, o Basuentum, come da Mαλοέντος e Γρυμόεντος derivarono i nomi latini di Maluentum e Grumentum (1817). Or ritenendo che la vera lezione da sostituirsi all’errata in Plinio sia la già detta, questa corrisponde all’odierna di Basento, e per l’esposta etimologia non altro dinota che Covone nel patrio dialetto. Da varie sorgenti del resto presso un laghetto sotto Vignola questo fiume ha le fonti, e per via ingrossato dalle acque de' prossimi colli, bellissime campagne irriga nel corso di circa 40 miglia, sboccando nel seno tarentino ad otto miglia dal Bradano e ad altrettante dalle rovine di Metaponto (1818). In vece di un fiume di profondo letto qual dové essere negli antichi tempi, il Basento ora sembra un tardo torrente, il quale impedito dalle sabbiose sponde in ogni grande piena cambia sovente il corso verso la foce, e indietro trasportale acque sulla circostante pianura, dove si putrefanno.

2. CICHIRO, o CICURIO (Κίχυρος)

Al di là del Basento nella carta del Rizzi-Zannoni trovo segnato tra Pomarico e Bernalda un Castro Cicurio, il quale non trovo descritto da nessuno de' moderni topografi, e che però da tempi molto remoti sembra distrutto. Singolare è nondimeno che se ne serbi l’antico nome, e questo conferma mirabilmente le antichissime migrazioni degli Epiroti in questa parte del nostro paese. Perché al di sopra del golfo, in cui si scaricano Acheronte e ‘l Tiami nella regione dove furono le città antichissime di Butroto, Buchezio, Elatria e Pandosia, Strabone nomina ancora' la città di Cichiro o Cicurio (1819), ch’ebbe prima il nome di E [ira, celebre per le origini pelasgiche, città capitale dell’Aidonia e sede de' re della Tesprozia (1820). Questa città, a cui poi succedeva l’odierno villaggio di Glykys, e della quale un recente viaggiatore ha descritte le mura poligone (1821), non era molto lontana da Pandosia, ed in vicinanza di Pandosia similmente Castro Cicurio si trova nelle patrie contrade. Perché posto tra' fiumi Casuento e Bradano, era compreso nella Metapontina, e fuori della Siritide; ma chi sa i veri e precisi confini de' primi tempi? Io non so a che si riducono quelle rovine; ma bene meritano che si osservino e descrivano, onde parlare con più di fondamento di questa città antichissima, fondata da' Pelasgi o Tesproti, che ora nomino appena ricordandone l'origine, e che il primo aggiungo all’antica topografia del nostro paese.

3. ΜΕΤΑΡΟΝΤΟ (Μεταπόντιον, Metapontum).

A chi ricerca le origini delle città nelle opere degli antichi si presentano spesso diverse ed opposte tradizioni, le quali talvolta s’incontrano ancora alla rinfusa raccolte e senza critica. Persuaso che in tutte sia un fondamento di vero, di tali discrepanze non mi meraviglio, perché a tempi diversi si riferiscono, ed accuratamente dobbiamo esaminarle, quando sopratutto sono mitiche; perocché, se non è da credere a' miti, ci è forza credere a' popoli che gl’introdussero e propagarono. Or, messo in tali tradizioni quell’ordine cronologico che dalle stesse favolose narrazioni si può spesso facilmente dedurre, narrar possiamo come storia le stesse tradizioni mitiche. E queste idee generali qui appena accennate si presentano di leggieri a chi per poco riflette alle origini diverse che i greci scrittori ci narrano di Metaponto perciò appunto città antichissima della Magna Grecia.

Giunto Ulisse dopo le lunghe peregrinazioni nella paterna magione, si cela in prima a Laerte, e, fingendo e nome e patria, dice essere di Aliba (1822), che fu il nome più antico di Metaponto (1823). La città preesisteva dunque a' tempi omerici, quando i naviganti di Aliba trafficavano co' Sicani, e non tragittavano per l’ordinario il mare Adriatico (1824). Senza aver conto, o senza conoscere il noma di Aliba, Antioco Siracusano scriveva che la città si dicesse da prima Metabo (1825), e questo nome personificandosi ne' miti, ne' quali nondimeno tenevasi ragione della preesistenza di Aliba, facevasi derivare da un figlio nato ad Aliba quando accoglieva Ercole, che in Grecia riconduceva i buoi di Gerione: nascendo allora il giovane Metabo, il nome gli fu imposto dalla circostanza del transito (μετάβασις) con cui coincideva la sua nascita, e seguì ancora l'armento guidato da Ercole (1826). Ma figlio di Sisifo e nipote di Eolo è detto Metabo in altre tradizioni mitiche (1827), e senza vedere con un dotto archeologo in quest’altra genealogia l’identità di Aliba con Sisifo (1828), credo piuttosto che questo mito si originasse da una colonia di Corintii in questo lido giunti da Scheria o Corfù, d’onde pur vennero, come sopra ho detto, coloni a Locri e Crotone (1829). Per l'analogia di Metaponto con Metapa città dell’Etolia presso il lago Friconio e non lungi da Termo (1830), da questa un dotto nummologo ne ha por ripetuto i fondatori primitivi, anche perché i Metapontini il lor culto rendevano all’Acheloo, fiume divinizzato di que’ popoli (1831) Tale induzione non contraddice alla già divisata origine, perché la città potè bene esser fondata dagli Etoli e poscia accresciuta da' Corintii verso il tempo in cui si stabilivano a Locri e Crotone e lo scura tradizione dell’arrivo della loro colonia era poi cagione che ne’ tempi successivi si dicesse fondata da un Metabo figlio di Sisifo, il fondatore mitico, o veramente primitivo di Corinto. E questa origine mi par bene confermata dall’altra tradizione riferita da E foro, il quale sosteneva che vero fondatore di Metaponto fu Danlio tiranno di Crissa (1832), perché questa città era posta nella baja dì Corinto (1833), e perciò è da credere che non solo avesse con essa comuni le origini mitiche ed eroiche, ma anche le spedizioni lontane per la fondazione delle colonie. E per la stessa tradizione ancora serbata da Eforo, il Muller ha creduto che gli abitatori di Daulide nell’angusta valle del Parnaso ed i Crissei della costa in questa spiaggia si tramutarono in tempi antichissimi (1834).

A’ già detti popoli si aggiunsero con un’altra colonia que’ della Beozia, perché sebbene sia da convenire con Antioco che con questa città non ha che fare la favola di Arne o Menalippe e del suo figliuolo Beoto (1835), il quale dà ne' miti il nome alla Beozia, per essere anzi relativa a Metaponto re d’Icaria (1836), o d’Iscaro, una delle isole Cicladi (1837), pur tuttavolta la tradizione del nascimento di Beoto vi fu trasferita da que’ popoli, e però per la tradizione forse invalsa nella città come avvenuti in Metaponto Diodoro Sicolo ci narra i casi di Menalippe e de' suoi figliuoli Eolo e Beoto (1838). Convenendo intanto con un dotto archeologo che la colonia de' Beozii fu di quelli stessi che avevano già fondate Tebe e Platea (1839) ed inoltre Crotone con le altre città già dette che poi furono de' Lucani e de' Bruzii, non posso con lui accordarmi quanto all’epoca di tale colonia, il 1 0 anno cioè della III Olimpiade (768 A. C.), perché a tempi assai più remoti ho altrove riferito con Pausania l'emigrazione de' Tespiadi della Beozia (1840), e l'addotta data posta da Sincello alla fondazione di Metaponto e Pandosia si riferisce, io credo, ad una colonia meno antica, di cui appresso sarà detto. Cosi almeno parmi d’intendere non solo i racconti degli scrittori circa la fondazione della città per opera del favoloso Metabo (1841), ma anche le tradizioni volgari, per le quali, come a tanti altri eroi mitici, un eroico monumento eragli innalzato nella città istessa (1842). Certo è che la greca colonia che fondata aveva Metaponto passò in parte a Lipari ed alle isole vicine (1843), in un tempo che non è facile d’indicare, ma che si può bene riferire alle prime migrazioni degli Eolii in Italia.

Ma ad un'altra tradizione fo passaggio, secondo la quale dicevasi che la città fu fondata da' Pilii i quali, disgiunti da Nestore per effetto d'una burrasca al loro ritorno da Troja, vennero a stanziarsi in sul lido del Jonio sotto la guida di Epeo, figlio di Panopeo. Strabone, il più antico tra gli scrittori che ricordano quest’altra origine di Metaponto, non dice che la colonia fu condotta dal famoso eroe per la cui arte Troja cadeva, ma tutti gli altri lo ricordano come capo della spedizione (1844), e non vi giungeva altrimenti che come tanti altri eroi omerici, de' quali nondimeno i greci coloni celebravano la memoria nelle città che fondavano, o che almeno co' greci istituti incivilivano. Fra le tre tribù inoltre, dalle quali venne il nome alla Trifilia, è noto che vi fu quella degli Epei, col qual nome gli Elei dapprima si nominarono (1845), e si dirà cosa più simile al vero ove si sostenga che tali popoli dell'Elide furono scambiati con Epeo dalla tradizione, o dagli stessi antichi storici; è così non potrà dubitarsi della parte ch'ebbero gli Elei alla fondazione di Metaponto il che senza ragione si è posto in dubbio da un dotto archeologo (1846).

Non dubbie del resto furono le relazioni della città con Pilo città Elide (1847), perché feste funebri in ciascun anno vi si celebravano in onore de' Neleidi (1848), discendenti di Neleo, nipote di Eolo, il cui dominio stendevasi su tutta la Trifilia sino Rimonte Liceo, ad Ecalia ed al corso dell'Alfeo (1849). Epeo del resto è nominato come capo de' Focesi, non de' Pilii, in altri scrittori, e perché egli aveva i suoi fabbrili istrumenti consecrati nel tempio di Minerva a Mindo città di Arcadia (1850), la tradizione stessa riferivasi a Metaponto (1851); ed oltre alle colonie in Lagaria ed alle sponde del Siri e del Cilistarno (1852), è ricordato qual fondatore della città di Pisa nell’Etruria a cui imponeva il nome dalla città omonima della Pisalide nel Peloponneso (1853). Or, poiché in Pisa si stabilì ancora una colonia di Pilli sudditi di Nestore, e parte di quelli che fondata avevano Metaponto (1854), non è dubbio che a’ Pilii si unirono i Focosi nella fondazione della città istessa, d'onde i due popoli insieme congiunti poi veleggiavano alla volta dell'Etruria per fondarvi Pisa dopo la guerra trojana (1855).

Da tempi così remoti sino alle prime emigrazioni de Sanniti i greci coloni fondatori di Metaponto rimasero tranquilli nella nuova sede, che i prodotti abbondevoli della terra e del mare loro resero agiata e gradevole. Ma non appena una delle colonie saliciliche attraversando tutto il paese mediterraneo giungeva nelle vicinanze del golfo di Taranto, che con una subita e impreveduta aggressione distruggeva la città, e ne disperdeva gli abitatori. Strabone, senza indicarne l’epoca, tal fatto attribuisce Sanniti (1856), e che che siasi detto da alcuni scrittori per conciliare la testimonianza del geografo colle prime memorie di que’ popoli riferite dalla storia (1857), non mi par dubbio che sotto il nome di Sanniti egli intendesse i Lucani che si erano distesi sin sopra il golfo di Taranto, de' quali parla lo stesso Strabone (1858); e l'invasione contro di Metaponto fa conoscere il tempo molto antico del loro arrivo in questa parte del nostro paese, il quale è però da giudicare anteriore al principio del VI secolo avanti l’era volgare. Certo è che la città era tuttavia deserta quando gli Achei andarono a ripopolarla, chiamati colà da’ Sibariti loro compatriotti per l’odio che portavano a’ Tarentini (i cui maggiori avevano discacciati gli Achei dalla Laconia), affinché non s’impadronissero di quel sito tanto vicino a Taranto. Delle due città Metaponto e Siri più prossime a Taranto che a Sibari, i nuovi coloni prescelsero la prima per consiglio de' Sibariti, i quali loro dicevano che qualora avessero Metaponto, possederebbero anche Siri; ma che se invece si volgessero a questa città, Metaponto cadrebbe in potere de' Tarentini che gli stavano da lato (1859). Strabone tali cose trascrivendo da Antioco Siracusano, non riferisce l’epoca della riedificazione della città, la quale o precedé la distruzione di Sibari, che avvenne nel 510 A. C., o essendo forse avvenuta nel breve periodo della nuova fondazione della città istessa, non fu anteriore al 447 prima della detta era (1860). Anziché da qualcuna delle città vicine, l'emigrazione degli Achei si partì dalla Grecia propria, e Strabone soggiunge che ne fu capo un Leucippo, il quale avendo ottenuto da' Tarentini di potere occupare quel sito per un giorno ed una notte, noi volle più restituire; perché quando gliel domandavano di giorno rispondeva di averlo chiesto e ottenuto anche per la notte seguente; e se nel richiedevano di notte, diceva di averlo anche pel dì successivo. I Tarentini uniti a' popoli vicini che occupavano i monti (gli antichi Enotrii o i Caoni, congiunti i Lucani, non tardarono a prendere le armi; ma la pace fu fatta sotto condizione che Metapontini rimanesse quella porzione di paese che serviva di confine tra l’Italia di allora e la Japigia (1861).

I Metapontini intanto lungamente prosperarono, ed una bella pruova della lor propizia fortuna ci rimase nella memoria dell'offerta che come Apollonia sul Jonio e Mirina nell'Elide mandarono al santuario di Delfo, dir voglio una state, o messe d'oro un’immagine in oro di un campo coverto de' doni di Cerere (1862), anziché un simbolico simulacro rappresentante la State. Ed altre belle opere ancora si ricordano de' Metapontini, la statua di Giove coronato di fiori di primavera, egregio lavoro dell’Egineta Aristonoo, e l'Endimione di avorio vestito di una veste d'oro, le quali entrambe si vedevano nel tesoro che consecrato avevano ad Olimpia (1863). Ma più che queste statue, delle quali la seconda par che confermi la prima origine de' Metapontini dall’Etolia (1864), Testò di oro ci ricorda la loro ricchezza, la quale provenne insieme e dalla fertilità del loro territorio, e dalle savie istituzioni, alle quali è da credere che contribuisse lo stesso Pitagora. Perché dopo che a Crotone ne fu incendiato il collegio, e i Pitagorici andarono dispersi per le città della Magna Grecia e della Grecia propria, il filosofo si rifugiò a Locri, dove mal tollerato fu bandito a Taranto, i cui cittadini ne fecer mercato trasportandolo a Metaponto (1865). Riuniti a lui dintorno i più ferventi discepoli, la città presentò per qualche tempo l’aspetto d una città filosofica, e dové l'ultima avvantaggiarsi pel vivere civile e politico de' savii precetti del filosofo. Ma l’odio del partito di Cilone che perseguitato lo aveva a Crotone, Io raggiunse anche a Metaponto, dove fu pure dato alle fiamme l'edilizio in cui erasi circondato di numerosi uditori. I Pitagorici vi perirono in gran parte; gli altri fuggirono, e fra questi Liside e Filolao si salvarono nella Lucania. Da quell'estremo pericolo si salvò anche Pitagora, garentito da' corpi de' suoi discepoli; ma ritiratosi nel tempio delle Muse, vi fini la vita, dopo aver sostenuta la fame per quaranta giorni (1866).

Nella guerra contro la Sicilia gli Ateniesi cercarono l’alleanza de' Greci d’Italia; ed assicurati di quella di Turio loro colonia, la strinsero ancora co' Metapontini, da' quali ebbero 300 arcieri ausiliarii e due triremi per rinforzare la spedizione di Demostene ed Eurimedonte. Tali cose sappiamo da Tucidide, è con alcune greche epigrafe anche l’Osami ha provato che la città fu tributaria di Atene (1867). Quando Alessandro di Epiro passò in Italia Metaponto era tuttavia indipendente, perché si congiunse in lega con quel re, e perciò sembra che venisse tosto occupata da' Lucani dopo la battaglia presso Pandosia, perché Livio scrive che le ossa di Alessandro furono rimandate a' nemici a Metaponto, q dà là trasportate in Epiro a sua moglie Cleopatra (1868). Dopo che i Tarentini chiamarono in loro aiuto contro i Lucani Cleonimo di Sparta, e i due popoli di bel nuovo si amicarono, spauriti i Lucani del numeroso esercito contro di loro raccolto, i soli Metapontini non vollero a lui abbassarsi; il perché ebbero prima guaste le campagne, e poi assaliti aprirono le porte della città, ella quale entrato Cleonimo come amico, tolse loro più di 600 talenti di argento, e volle in ostaggio dugento nobilissime donzelle, non tanto a sicurtà della loro fede, quanto per saziare la sua libidine Perché, gettato via il sacco laconico., come scrive Diodoro, consumò il tempo in delizie, rendendo schiavi coloro che si erano, a lui affidati (1869). Tali esorbitanze impunite fecero cadere in dispregio i Metapontini, considerati a Sparta come donne senza coraggio; ed un apoftegma riferito da Plutarco pruova sino a qual punto si avvilirono nella stima de' popoli liberi (1870).

Dopo che Pirro passò in Italia in aiuto de' Tarantini Metaponto ebbe a stringersi in lega con lui con altre città greche, delle quali la storia ricorda solo Eraclea (1871); e dalla protezione tirannica del re di Epiro passò forse senza resistenza sotto la dominazione de' Romani, non appena essi si videro liberi da' nemici (A. C. 269). Certo è che coll'aiuto de' Metapontini introdotti nella rocca di Taranto facevan coraggio ad assalire le opere de' Cartaginesi che le combattevano nel 213, in guisa che Annibale si rimosse da quell’assedio (1872). Gli ostaggi intanto mandati a Roma dopo la memorabile battaglia di Canne rispondevano della fedeltà delle città greche fino a che non la rendevano dubbia per la loro fuga, e i Romani contro di essi incrudelivano. Stando costoro mal custoditi nell'atrio della Libertà, Filea di Taranto riusciva a far fuggire i propri connazionali; i quali inseguiti, e ritratti da Terracina a Roma, furono nel. foro battuti colle verghe, e precipitati dalla rupe Tarpea. L’atrocità di questo gastigo irritò gli animi de' Tarentini insieme e di que’ di Metaponto, i quali liberati dalla guarnigione romana che ritenevali nell’obbedienza e nel timore, abbracciando la causa di Cartagine, si diedero subito ad Annibale (1873).

Poi che Fabio riprese Taranto, Annibale si ritirò in Metaponto, donde tramava inganni contro i Romani; ma indarno poneva un agguato a breve distanza dalla città, perché Fabio per gli auspicii sfavorevoli non si mosse alle insidiose istanze del nemico in nome de' primarii cittadini di Metaponto, e i messi per tema delle tortura palesavano la trama (1874). Un anno dopo (A. C. 208) inclinava la fortuna de' Cartaginesi in Italia Annibale dopo la battaglia presso Grumento fuggiva innanzi le armi de' vincitori. Starasi nel campo presso Metaponto quando la testa di Asdrubale suo fratello gettata ne' trincieramenti manifestavagli il trionfo de' Romani nella battaglia del Metauro nell'Umbria. E di là levato il campo, onde concentrare nel Brusio tutte le sue forze, condusse seco nella ritirata tutti i Metapontini co' Lucani che gli stavano soggetti, o rimasti erano fedeli alla sua alleanza (1875). E tale fu la fine di Metaponto, città nobilissima, come è detta da Livio, e come a noi la dimostrano le narrate memorie, le rovine de' suoi templi e le numerose medaglie.

Non vi è moneta di Metaponto che sembri anteriore alla sua ricostruzione per opera di Leucippo; tutte però non oltrepassano il VII secolo avanti l’era volgare, e colla guida di dotti nummologi ne parlerò secondo l’età diverse, a cui si riferiscono (1876). Della prima epoca sono i didracmi col tipo della spiga, che quasi in tutte si vede, incuso ed in rilievo, e l’epigrafe META diretta, o retrograda, in caratteri paleografici. Molte di tali monete furono battute sopra altre monete più antiche di Gela Agrigento e Siracusa. vi si trova solo consecrato il culto di Cerere e della terra; e poiché sono simili a quelle di Sibari, sono da riferire alla seconda ricostruzione della città. Nelle dramme col medesimo tipo della spiga e la riferita leggenda nel dritto, ma colla testa di toro di faccia ed incusa nel rovescio, apparisce un progresso nell’arte, e nel nuovo simbolo si può riconoscere sia un tipo simile a quello della Focide, di cui i Metapontini furono in parte originarli, sia un’allusione al Menalippide Beoto per la tradizione altrove riferita (1877); e forse ancora la rimembranza della dedicazione de' Plateessi quali al pari de' Caristii dedicarono buoi di bronzo ad Apollo a Delfo dopo la vittoria contro i Persiani, perché fermarono allora le cose proprie, e poterono, come si avvisa Pausania, liberamente arare la terra (1878). E di fabbrica molto antica, comeché ne’ due lati in rilievo, sono le monete coll’immagine di un fiume sotto sembianza d’un toro barbato, con una patera nella destra ed uno scettro di canna nella sinistra, e coll'epigrafe ΑΧΕΛΟΙΟ (ΑΘΛΟΝ) retrograda nel dritto, e col solito tipo della spiga e di un grillo e la leggenda META nel rovescio. Senza tenere assolutamente per l’opinione di chi vi ha creduto effigiato l’Acheloo dell’Etolia (1879), o quello del monte Liceo, che gettavasi nell’Alfeo, e percorreva i dominii de' Neleidi (1880), nel cui nome alcune feste funebri si celebravano a Metaponto, i due culti si confusero forse in un solo dopo l’arrivo della colonia de' Pilii. E noto inoltre che molti de' Greci rappresentarono tauriformi i simulacri di Bacco; e le donne di Elide nelle preghiere lo invitavano a venire a loro co' piedi bovini (1881). Ad ogni modo, l'oracolo renduto all’atleta Plutarco fa conoscere ch’eravi un Acheloo enagonio, o amatore de' certami (1882), e da ciò si può dedurre che le monete di argento date in premio (ΑΘΛΟΝ) agli Atleti di Metaponto si battevano per un fine al tempo stesso religioso e speciale, per riunire il culto metropolitico ed il nume tutelare de' giuochi.

L’elegante artifizio ci mostra l'arte più. progredita, ma in un antico stile d'imitazione, nella moneta co' detti tipi e la solita leggenda META, e con quelli della spiga incusa con accanto un delfino anche incuso, il quale si riferisce al cullo di Nettuno, che dové introdursi a Metaponto con quello di Cerere. E forse all'epoca istessa è da riportare la rara moneta, che da una parte ha scolpita la spiga tra le epigrafi META e DOSI retrograda in caratteri arcaici, e dall’altra anche la spiga, ma incusa; la quale moneta di concordia tra Metaponto e Posidonia col ch. archeologo che l’ha descritta (1883) può tenersi battuta verso il tempo dell'invasione de' Lucani, allorché per aiutarsi a vicenda contro i comuni nemici le due città insieme si collegavano Erodoto parla dell'altare e de' lauri di bronzo eretti nella città in onore di Apollo (1884), ed un didracma di bellissimo lavoro, ma tuttavia in uno stile arcaico, presenta nel rovescio Apollo nudo in piedi innanzi un altare, con nella destra un ramo di alloro, e nella sinistra un arco ed una freccia: nel rovescio si veggono i soliti tipi e l'epigrafe META. Qualche avanzo di arcaismo si appalesa ancora nel didracma col rovescio simile al già descritto, e con nel dritto la testa di Ercole giovane coperta con la pelle del leone, nuova deità che s'introdusse a Metaponto. E poiché gli Elei in modo speciale onoravano Giove Ammano (1885), non deve sorprendere, come bene osserva l’Eckhel (1886), che il tipo di Aminone giovane o vecchio veggasi nel dritto di un didracma della città, che ha i soliti tipi ne) rovescio. Essendo noto del resto il medesimo culto a Tebe nella Beozia (1887), da questa città si può anche credere più probabilmente trasferito a Metaponto per mezzo della colonia che vi passò in tempi remotissimi (1888).

Ma se il primo culto monetario della città a pochi numi si limitava, o a' loro simboli, per modo si accrebbe nella seconda epoca, che ci fa d’uopo solo accennare la lunga serie d’immagini diverse, desunte dal panteone che subitamente invase la Magna Grecia dopo la scacciata de' Pitagorici. Con l’epigrafe più o meno abbreviata META, ΜΕΤΑΠΟΝ, ΜΕΤΑΠΟΝΤΙΝΩ si veggono spesso sulle monete di tale epoca le teste di Cerere col suo nome AAMATHP, di Minerva, di Apollo, di Diana, di Bacco giovane, di Giove laureato, di Giove Ammone vecchio, di Marte co' nomi di magistrati Eraclide e Leucippo; ed inoltre teste femminili laureate, od ornate di semplici bende, co' nomi degli artisti iscritti sotto il collo (1889), la faccia radiata del Sole, e i Dioscuri, da riferirsi al tempo della dominazione tarentina, e, come sembra, dopo la venuta di Cleonimo di Sparta (1890), dove erano particolarmente adorati; ed oltre a questi ancora Sileno, Mercurio (1891) ed i seguenti tipi speciali in altri didracmi.

Testa di Cerere coronata di spighe coll'epigrafe ΣΩΤΗΡΙΑ nel dritto, e nel rovescio la solita spiga e l’epigrafe META. In vece di Σώτειρα, epiteto ordinario di questa dea e di Proserpina la sua figliuola, la dea protettrice dell’agricoltura, che a Metaponto fu floridissima, è detta in questa moneta, come quella in cui i Metapontini riponevano la propria salute.

Testa virile imberbe diademata, con dietro ET, il nome dell’artista Ευφας, che l’epigrafe METABO presso la spiga nel rovescio appalesa pel favoloso eroe, preteso fondatore di Metaponto, al quale fu eretto un monumento (1892).

Testa laureata della Vittoria col suo nome NIKA nel dritto, e la spiga nel rovescio coll'iscrizione ΜΕΤΑΠΟΝΤIN; alla quale moneta si può aggiungere il didracma col tipo nel dritto di una testa femminile cinta da una benda in una corona di alloro, e nel rovescio la spiga colla leggenda paleografica ME.

Testa femminile con pendenti e collana, colla solita spiga nel rovescio e da una parte MET in un rettangolo, dal!altra tHP, nome abbreviato di Eraclea, come sembra, più tosto che di magistrato; dal che si può raccogliere una confederazione con questa città, perché non avendo potuto i Metapontini impedire i Tarantini di conquistare la Siritide, si deliberarono a conservare pacifiche relazioni colla nuova colonia.

Testa barbata galeata col nome ΛΕΥΚΙΠΠΟΣ, la spiga con sopra un melogranato e la iscrizione META. La testa del dritto rappresenta Leucippo, il conduttore della colonia achea, in onore del quale paiono anche battuti i tetradacmi co' medesimi tipi, ma senza il nome del fondatore, ed in qualche speciale occasione, a conghietturarlo dalla straordinaria grandezza.

Le descritte monete sono tutte di argento; ma alcune d'oro, comeché rarissime, anche si conoscono di Metaponto, per le quali la città si contraddistinse tra tutte le altre della Magna Grecia, in fuori di Taranto e de' Brezii. Tra queste monete vi è quella costipi di una testa femminile diademata con pendenti e monile, e nel rovescio la spiga con una colomba e l’epigrafe MEΤΑΠΟΝ. Essendo simile ad un mezzo statere di Taranto, si è creduta con le altre monete d'oro scolpita da artisti tarentini e al tempo di Pirro.

Le poche monete di bronzo appartengono all'epoca della decadenza della città, per effetto della guerra punica. Pur nondimeno, pel bel lavoro che si osserva in quella con la testa di Cerere coronata di spighe, e coll’indicazione del suo valore nel rovescio, cioè ΟΒΟΛΟΣ (1893), si è stimata anteriore all’01. CXX, A. C. 300, quando l'obolo con tutte le sue suddivisioni battevasi sempre in argento. Non così forse è da dire di un'altra moneta pure di bronzo co' tipi del tripode tra un grano d'orzo ed una cicogna da una parte (1894), e colla solita spiga e l'iscrizione MET dall'altra, la quale ci mostra una federazione tra Metaponto e Crotone (1895) quando la città volgeva alla sua decadenza, perché non ostante la simiglianza che ha colle monete Crotoniati, non so crederla battuta a Crotone città più ricca, la quale la memoria della federazione avrebbe piuttosto conservata in una moneta di argento (1896).

Diversi templi erano nella città, e principale fra tutti par che fosse quello di Apollo, del quale ci serbò memoria Plutarco parlando della saltatrice Farsalia, la quale perdeva l'aurea corona che avevale donata Filomele tiranno de' Focesi, Saltando presso quel tempio (1897). E forse in vicinanza del tempio stesso, e sull’agora, o nel foro, sorgeva il tempio delle Muse, dove carico di anni, né senza gravi cordogli dopo quaranta giorni di astinenza moriva Pitagora (1898). Sulla casa nella quale dimorò il filosofo Metapontini edificarono il tempio di Cerere (1899). Vero è che Valerio Massimo, che narra lo stesso fatto, l’attribuisce a Crotone (1900); ma le ragioni della gratitudine e del pentimento si potevano bene eccitare così negli animi de' Metapontini come in quelli de' Crotoniati dopo la morte del grand'uomo, e più forse in quelli degli ultimi, perché ne incendiarono il collegio, e ne uccisero e perseguitarono i discepoli; ma il più degli scrittori lo attribuisce Metaponto. — Nell’agora della città era ancora un simulacro di Apollo con lauri di bronzo, ed accosto ad esso la statua di Aristea Proconnesio, del quale, come di Abavi, il taumaturgo delle contrade iperboree, gli antichi raccontano le molte peregrinazioni dopo le sue favolose risurrezioni successive, e che i Metapontini dicevano ad Erodoto essere apparso dopo la sua morte fra loro, ingiungendo d’innalzarglisi una statua (1901). Enea di Gaza, riferendo la narrazione di Erodoto, aggiunge che i sacrifizii de' Metapontini comuni si reputavano ad Apollo e ad Aristeo, come a due numi (1902); ed Origene osserva essere stato volere di Apollo che Aristeo fosse onorato come nume dagli abitatori di Metaponto (1903); il perché è da supporre che da principio nella città si adorasse Aristeo, il figliuolo di Apollo, e che poi si confondesse con Aristea Proconnesio, celebre impostore, o filosofo (1904). Come deità benefica fu adorato Aristeo dalla Grecia primitiva, che lo riguardò come il protettore de' greggi e dell’agricoltura (1905); poi si confuse con Giove, con Apollo Agreo ed Apollo Nomio, il protettore de' greggi e de' pascoli (1906); ed anziché ritenere ciò che il Bayle ne scrive, che cioè un furbo ne persuadesse a' Metapontini l’apparizione nella loro città, dove credevasi alla metempsicosi (1907), lo stesso Pitagora piuttosto per una ragione politica ne persuase il culto, perché tra' dettami del filosofo ricordo aver letto il seguente: «Cittadini! se qualche ambizioso vi opprime, sacrificate al dio pastore Aristeo; egli v'insegnerà come si prendano al laccio gli animali malefici»; e da' autografi è noto che quelli che davano la caccia a' lupi, invocavano Aristeo (1908).

Ma il più antico de' templi di Metaponto sembra quello di Giunone, del quale Plinio ci ha conservato la memoria, e che aveva le colonne di vite (1909). Questo tempio che appartiene al più antico periodo dell'arte greca, oltre l’importanza che offre per la storia de' materiali adoperati dagli antichi nella costruzione de' loro edifizii, attesta ancora in Metaponto il culto antichissimo d'una dea, il cui tipo non s’incontra nella serie numismatica della città (1910). Dalle memorie più antiche della fondazione di Metaponto si raccoglie la parte che vi ebbero i Pelasgi, ed io non dubito di attribuire a questi popoli l’introduzione del culto di Giunone, come in altre città del nostro paese, dove la storia ci addita la presenza di que’ popoli (1911). Che se non apparisce nelle monete metapontine delle epoche posteriori, è perché i nuovi coloni, lasciando forse agli antichi abitatori il culto originario, furono soltanto solleciti del culto proprio, o di quello delle metropoli, dalle quali passavano nella Magna Grecia.

Allora che Cicerone visitò la città (verso il 50 A. C.), non tanto per vederne gli avanzi, quanto per osservare la sede e il luogo dove Pitagora fini la vita (1912), comeché abbandonata, tale esser doveva nondimeno da ammirarne i grandi edifizii; ma, in fuori del teatro e del perimetro della muraglia, niente altro ne rimaneva quando vi fu Pausania, il quale prolungò la vita fin dopo la morte i Marco Aurelio (1913), avvenuta nel 180. Dalle falde di Pizzica presso S. Salvatore estendevasi sino alla piccola laguna di S. Pelagiana, formata dalle onde marine a mezzo miglio da Torre di mare, dove sembra che sia stato l’antico porto de' Metapontini'. quando le acque sono basse, vi si veggono tuttora ruderi di antiche costruzioni. Una parte di tali acque forma nelle terre un profondo e stretto canale, che serviva di comunicazione tra la città ed il porto, a cui le sabbie ora impediscono interamente l'entrata dalla parte del mare (1914). Or nessuno avanzo vi si osserva né del teatro né delle mura, e ciò che rimaneva di queste antiche costruzioni servì forse ad edificare il castello gotico di Torre di mare ne' primi anni del secolo XI. Pur nondimeno de' particolari edifizii adequali al suolo sono rimaste a poca profondità numerose fondamenta con tronchi di colonne scannellate di una delicata proporzione, e con questi e simili rottami si sono riparati i rurali abituri delle vicinanze. Qua e là vi sono sparsi pezzi di antefisse di terra cotta dipinte ed a rilievo (1915), e non sono molti anni passati vi si scoprì un busto di marmo mutilato di bel lavoro, il quale fu giudicato un termine di Bacco indiano (1916). Questi ruderi sono a breve distanza dal mare, alla sinistra della strada che da Torre di mare mena a Taranto, e poco più oltre e nella direzione stessa si veggono le rovine di un magnifico e vasto edilizio, che si stendono dall’occidente all’oriente. Non essendone rimasta in piedi veruna parte, non presenta che un ammasso di ruderi informi, tra' quali si riconosce appena qualche rottame di capitelli e di colonne. Poche piccole antefisse, e numerosi pezzi di palmette, gole di leone, uovoli e meandri, misti a rottami di capitelli dorici e di colonne scannellate, sono venuti fuori da tali rovine, di cui le inondazioni del Bradano hanno sepolta la più gran parte sotto uno spesso strato di solida melma. Il sito di tali rovine è ora detto Chiesa di Sansone, denominazione poco istorica, ma espressiva della confusione che dovè produrre la caduta intera ed istantanea del grande edilizio, il quale non può tenersi che per un tempio. Due grandi teste di leone ed altri frammenti di terra cotta colorati mostrano la bellezza che avea negli ornati; e da altri frammenti si è conosciuto il fregio continuo sulle facce laterali e al di sopra della cornice, d’onde le acque del tetto fluivano per le gole di leone disposte in dritto di ciascun ordine di tegoli della covertura. La scoltura di questi rottami è del più bello stile greco, e questi ed altri frammenti simili, come quelli trovati sull'area di un tempio dorico di Locri, pruovano l’uso dell'architettura policromia, o a più colori, nella Magna Grecia, e l’uso della terra cotta colorata nella decorazione de' grandi edifizii (1917). Questo tempio era forse ipetro, a giudicarne dalla scoperta nelle stesse rovine di un frammento di un capitello più piccolo degli altri, il quale dà perciò a divedere un ordine interno di colonne (1918). Tutto il suolo par che sia di molto abbassato, ed il crollo di questo tempio appartiene ad un’epoca molto remota.

Alla destra della strada di Taranto, e più presso il mare si osservano molti sepolcri dischiusi, e di nessun rilievo. Ma, risalendosi a qualche distanza la stessa riva del Bradano e nella opposta direzione, si veggono sopra una collina coverta di lentischi 15 colonne doriche di un altro tempio, in doppia linea parallela, dieci verso il Bradano, e cinque dal lato opposto con una parte dell’architrave. Non si è trovato alcun resto del fregio, né della cornice; i muri della cella ne sono in tutto scomparsi; non vi si vede neppur traccia delle fondamenta, rimosse forse come le pietre del pavimento e quelle degli scalini negl’intercolunnii. Il tempio esser doveva un periptero esastilo, con 12 o 13 colonne sulle tacce laterali, in opposto del precetto di Vitruvio (1919), di una molto rara applicazione, in uno stile meno robusto dell’altro tempio, e di una proporzione anche minore dell'ordine del periptero esastilo di Pesto, la cui architettura ha più di analogia con quella de' templi di Metaponto. Le colonne ne sono rastremate, i capitelli molto sporgenti, e la pietra con cui fu. costrutto è in tutto simile a quella dell’altro tempio, cioè un calcare duro e grossolano, nel quale alcune tracce si sono ravvisate di uno stucco giallo finissimo di cui era ricoverto (1920). L’accoppiamento delle colonne è irregolare, e tuttavia si osserva il sito delle rimanenti nella linea meridionale, rovinate e disperse per le vicende de' tempi, e di cui qualche tronco può vedersi nell’atrio del casino di S. Salvatore, due miglia di là lontano. Quelle che sostengono le due navi minori del duomo di Matera generalmente si attribuiscono a questo tempio, il quale, per non essere ricordalo da Pausania, è da credere con ragione situato fuori della città, tanto più perché è anche lontano dalle altre rovine e dal porto. Gli avanzi di questo tempio si nominarono nel medio evo Mensae Jmperatoris (1921), d onde il nome posteriore di Mensole, dette anche dal volgo Tavole Palatine, e Scuola di Pitagora. Quanto all'attribuzione vera di tali rovine, nessuna congettura si è fatta da tutti gli archeologi che le hanno descritte; ma poiché fuori della città era collocato, io non dubito che appartenesse al tempio di Minerva Ellenica (1922), innalzato dagli Elei a simiglianza di quello che la dea ebbe a Mindo, città di Arcadia, nel quale veramente, non in questo, era fama che Epeo consecrasse gli strumenti della sua arte (1923).

Un gran pozzo circolare, edificato con grandi pietre lavorate, tra la così detta Chiesa di Sansone e Torre di mare è l’ultima anticaglia che si osserva nella pianura ove fu già Metaponto, su per la quale si sono scoperti marmi ben lavorati, tegoli e mattoni di straordinaria grandezza, colonnette e capitelli, teste di terra cotta, una stadera romana, e moltissime monete della città di bronzo e di argento.

4. Fiume BRADANO

Altrove ho detto le prime sorgenti, il corso, la greca etimologia di questo fiume (1924), il quale dentro terra la Lucania divideva dalla Peucezia, e nella bassa valle la Metapontina dalla regione di Taranto, come oggidì serve di confine tra le provincie di Basilicata e di Terra d'Otranto. Ora aggiungo solo che se tra scoscese ripe si precipita fangoso e rapido a traverso di una desolata gola, ed allargando poi sul piano il suo corso irregolare si perde in parte in ristagni e paludi, tal non ebbe ad essere certamente non solo ne' floridi tempi di Metaponto, ma anche sotto l’impero, quando era tuttavia navigabile verso la foce, e par che si possa con certezza raccogliere dal seguente titolo sepolcrale (1925), in cui si parla del Collegio de' Codicarii, o de' navalestri che pel fiume, come quelli a Roma pel Tevere, trasportavano le vettovaglie (1926):

ANNIO PROCILLO.....

….....NE VSVRA………..

……..PECVNIAM……...

…...COLLEGIVM…...

CODICARIORVM. TAREN

TINORVM PATRONO…….

Α……………………...

L’iscrizione fu scoperta tra le rovine di Metaponto, dove è da supporre, anziché a Taranto, il detto Collegio, il quale dimostra la città non così tosto affatto abbandonata e priva d’abitatori dopo la fine della guerra panica (1927).

XI. REGIONE TARENTINA

Iste terrarum mihi practer omnes Angulus ridet.

HORAT. Od. II, 6.

I. Alla Metapontina seguiva la regione tarentina, la quale prima che le greche colonie vi sopraggiugnessero faceva parte della Japigia ed era perciò considerata come fuori dell’antica Italia (1928), di cui altrove ho detto i primitivi e più estesi confini (1929). I Cretesi in fatti che passando ad abitare nella Japigia vi fondarono Irta, furon trovati nella città di Taranto dalla colonia condottavi da Falanto, e l’Oracolo promette a' Partenii Satirio e Taranto t e di vincere gli Japigi che vi si erano prima stabiliti (1930). Ma non vi è antico geografo o storico che ci abbia lasciato memoria della estensione di questa celebre regione, ed a volerli indicare dalle notizie delle città de' popoli vicini, i Peucezii ed i Messapii, in troppo angusti limiti sarebbe stata ristretta; perché cominciando dalla sinistra sponda del Bradano, dopo breve tratto avrebbe dovuto confinare colla Peucezia nell'agro di Genusio; e di là per le pertinenze di Castellaneta, Motola e Massafra, e quindi pe confini di Grottaglie e Francavilla volgere verso Uria od Oria, città messapica, per aver termine sotto Manduria, città della Sallenzia. Pe’ quali confini dentro terra si può dire che lungo il mare si stendeva dalla foce del Bradano al Capo dell'Ovo nella estensione di 46 miglia odierne. Ma che i Tarentini più oltre si estesero dello stesso Bradano non è dubbio dal dominio ch'ebbero della città di Siri (1931), e così i propri confini ampliarono ancora nell'opposta parte dopo aver combattuto i Messapii. Per difendere tali confini una grande muraglia innalzarono, la quale aveva principio a non molla distanza dalla foce del Galeso che sbocca nel mare piccolo di Taranto, e se vera è la tradizione che nella lunghezza di 40 miglia corresse dall’uno all’altro mare (1932), è da supporre eretta nella direzione di Celio e Carbina, tanto più perché avendo quest'ultima città distrutta (1933), è naturale il credere che l'agro ne aggiungessero alla propria regione. Ad ammettere tal conghiettura, più di quel che credono i geografi si ampliò la regione de' Tarentini, ne' tempi almeno della lor floridezza, e tale ricerca lasciando al più maturo esame degli scrittori avvenire dico, che per gli aspetti deliziosi, l’abbondanza de' beni e la clemenza della natura tutte le altre regioni della Magna Grecia superava questa estensione di paese. Delle varie catene di monticelli che si diramano dall’Appennino che corre per la Basilicata, la più notabile, inclinando verso Taranto, costeggia l’antica Japigia sino al suo termine meridionale. Da' monti di Motola e di Martina scendono piccoli torrenti, che dopo breve corso si scaricano nell’Jonio nel tratto della costa che si distende dalla foce del Lato al mare piccolo di Taranto,che dall’ampio golfo divide una lingua di terra, sulla quale sorge la città odierna. Tale divisione non vera certamente ne' tempi primitivi, e che il golfo assai più si allargava nelle epoche sconosciute, e più oltre senza dubbio de' contorni di Torre S. Susanna, posta quasi nel mezzo dell'istmo tra Taranto e Brindisi, chiaro il dimostra l’immenso banco di ostriche osservatovi da un geologo, e che abbondano nel prossimo mare (1934). Tre fiumicelli perenni, il Galeso, il Cervaro ed il Rosea, col torrente Levrano sboccano nel mar piccolo, di circa 16 miglia, e diviso io due seni disuguali, intorno a cui il suolo si alza in forma di anfiteatro in amene e fertili colline. Al mezzodì della città in un suolo calcareo ed argilloso sono due piccole lagune, dal mare distanti, e superiori al suo livello: salsa diviene l’acqua che vi si raccoglie, e nella più grande, detta Salina di S. Giorgio, da secoli si raccoglie sale marino granelloso, per la candidezza, il sapore egli usi medicinali in gran pregio presso gli antichi (1935). Grande è la varietà de' pesci del golfo, più grande ancora quella delle conchiglie e de' pesci nel mar piccolo, dove concorrono a torme sì per la dolcezza delle acque de' fiumicelli che vi ai scaricano, e sì ancora per le sorgenti che vi rampollano dal fondo del mare, e che temperano il salso e l'amaro delle acque marine (1936). Così l’aere non vi fosse malsano ne' mesi estivi, per cagione delle non molte lontane paludi, d’onde il Potamisco e il Tara scaturiscono. Ma tale non era ne' floridi tempi di Taranto e per ogni altra descrizione di sì bel paese può bastare quella di Orazio: «Sopra tutti, scriveva a Settimio, quell’angolo di terra a me sorride, dove con quello dell'Imetto gareggia il mele, e saporose vi sono le olive come quelle di Venafro. Lungo viè l’aprile, e tiepido vi rende il verno il padre delle stagioni. Alle Falerne vigne non invidia l'aprico Anione, di uve ubertoso. Il sito ameno e le beate mura là c’invitano entrambi, e là ti appresta a bagnare di pietoso pianto le calde faville del vate amico (1937)». Non l’amore della patria, ma i veri pregi della natura facevano al più dotto storico di Taranto la patria contrada paragonare all’amena Tempe di Tessaglia (1938), ed in fuori dell’aere che non vi è sempre salubre, fertile e ridente vi è la contrada come ne' tempi antichi; solo dalle circostanze si deriva che Taranto non ritorni ad essere qual fu una volta, la massima tra le città d’Italia, come verso il 664 di Roma dicevala Scimno di Chio (1939). La terra fertile, la pesca abbondevole, e il mare placidissimo diversi popoli trar vi dovevano ad abitarvi da tempi remotissimi. Ma veggiamo di così rinomata regione i fiumi e i luoghi celebri che ci descrissero gli antichi.

1. Fiume LATO

Diversi rivoli e sorgenti che scendono insieme da' contorni di Laterza e Castellaneta, formano questo fiume, il quale poi riunito in un sol volume presso le antiche Saline di S. Bartolomeo si scarica nel golfo di Taranto dopo il corso di 20 miglia. Limpide ha le acque, ed oltre di altri pesci vi si pescano le orate. Nelle carte e negli scrittori or è detto Lato, ed ora Leto e Lieto; ma il primo è da crederne il vero. ed antico nome, ch’ebbe da' Greci, ed omonimo a quello di un pesce (Λάτος), che forse produce. Polibio racconta che quando Annibale guidato da Filemene correva ad impadronirsi di Taranto, alla distanza di XXV stadii dalla città cenava presso un fiume scosceso e tolto alla vista (1940). Or la detta distanza corrisponde al fiume Lato, in un burrone del quale il Capitano Cartaginese ragunò i duci, e senza manifestar loro il suo disegno, esortavali soltanto a diportarsi da forti ed alla più severa disciplina nella impresa che meditava.

2. FANE (Φάνης, Phanes)

Nella grande strada fra Metaponto e Taranto un antico biografo di Pitagora ricordò un luogo così detto, rinomato nelle nostre antiche memorie per la morte che v'incontravano alcuni Pittagorici al tempo della persecuzione di Dionigi. Giamblico racconta che inseguiti costoro da' satelliti del tiranno di Siracusa, il quale penetrar ne voleva i misteri, nella loro fuga si arrestarono alla vista di un faveto, si difesero coraggiosamente, e si lasciarono piuttosto trucidare che salvarsi passando tra le piante dell’odiato legume (1941). Senza affermare o negare tal circostanza, immaginata forse da uno de' noti precetti di Pitagora, ch’ebbe piuttosto un significato politico, non so convenire con un patrio topografo, il quale giudicando che in quel sito fossero stati più templi, lo descrisse col nome di Phana (1942), e credo piuttosto che fossevi un sol tempio dedicato al Sole, detto appunto Phanes (il risplendente) negl’inni attribuiti ad Orfeo (1943), come quello che risplendendo di luce propria, diffonde il più puro splendore, ed era perciò riguardato come la forza generatrice della natura, anzi come il protogono, o il più antico degli dei (1944). Or le scoscese e dirupate balze, nelle quali il capo della masnada Eurimene a' seguaci di Pitagora tendeva l’agnato, accennano al di là della sinistra sponda del fiume Lato, presso il sito delle antiche Saline, nelle cui vicinanze par che il detto tempio fosse posto, ed avvenisse la strage de' dieci Pittagorici.

3. Fiume TARA (Τάρας)

Al fiume Lenne, e al Potamisco, dagli antichi non ricordato, ma di greca denominazione, che fiumicello dinota appunto, succede sulla costa occidentale di Taranto il più piccolo, ma più celebre fiume Tara. Il nome che i Cretesi prima de' Iaconi gl'imposero forse dal turbar (ταράσσειν) che faceva colle inondazioni le prossime terre, fu poi personificato nell’omonimo e favoloso eroe, da cui volevasi fondata la città vicina (1945). Nasce da una piccola laguna a 2 miglia dal mare, ed a 4 dalla città di Taranto di cui fertilizza i terreni adiacenti, i quali, benché sabbionosi, sono feracissimi. Su questo piccol fiume si abboccavano nel 718 Antonio ed Ottavio quando tra se contendevano per l'impero, e combattevano Pompeo (1946); e fino alla metà dello scorso secolo qualche avanzo vi rimaneva dell'antico ponte, sul quale passava il ramo della Via Appia che menava a Taranto (1947).

4. TARANTO (Τάρας, Tarentum)

A IV miglia dalla foce del descritto fiume seguiva la celebre città omonima, dalla quale si denominò tutta la regione. Gli antichi scrittori che non si dipartirono dalle mitiche tradizioni locali, ne ricordano il fondatore nell’eroe Taras (1948), figliuol di Nettuno e della Ninfa del luogo Saturia (1949), o di Ercole e della stessa Ninfa (1950), ricordata come figlia, ed anche come sposa di Minosse re di Creta (1951). Ma poiché altri scrittori ricordarono il fiume omonimo a breve distanza dalla città (1952), è più naturale il credere che dal fiume si fosse denominata la città istessa, di cui bagnava il territorio, come avvenne di altre città nostre antichissime. Or la più antica delle greche colonie che venne ivi a stabilirsi introdusse la favolosa tradizione dell’eroe Taras fondatore della città, e della sua genealogia, e questa non fu altra che la colonia cretese, dalla Sicilia passata ad abitare nella Japigia. Perché nella mitica tradizione che adombrava la memoria della colonia cretese in Italia narravasi che i due conduttori Icadio figliuolo di Apollo, e suo fratello Japige insieme partivano dall’isola di Creta per recarsi in Italia: Japige vi giungeva felicemente, e vi fondò la nazione de' Japigi; Icadio fece naufragio nel suo tragitto, ma un delfino trasportavate salvo appiè del Parnasso, dove un tempio eresse ad Apollo. Prima che si dirigesse alla volta d’Italia, egli era arrivato in Grecia dalla Licia secondo Servio, il quale ne espone le peregrinazioni sull'autorità di Cornificio Longo e di altri scrittori (1953), viaggi favolosi ne' quali è simboleggiato il passaggio del culto di Apollo dalla Licia, la sua sede primitiva (1954), nella Focide (1955), e nelle altre regioni già dette. Anche dall'isola di Creta pretendevasi giunto l’eroe Castalio figliuolo di Apollo, il quale al nume edificava il tempio alla pendice del Parnasso nella Focide (1956) ed evidente personificazione della fontana Castalia presso del tempio (1957); e senza ch’io sappia dire da che mai si derivasse il nome d’Icadio, dalle riferite favole non è dubbio che i Cretesi giungendo nella Japigia ne propagarono la favolosa avventura, che attribuirono all'eroe Taras, altra personificazione del fiume in vicinanza della città, salvalo da un delfino al pari d’Icadio, e che ne' tempi posteriori, dopo la colonia di Sparta sino alla dominazione romana, comeché preteso figliuol di Nettuno e nipote di Minosse, si considerò come Spartano di origine. Per le quali conghietture l'eroe Taras non è altro che l’Apollo Delfino di Creta, perché i Cretesi che si stabilivano a Cirra nella Focide, inviato dal nume credevano il delfino che andava innanzi allo stuolo delle loro navi per guida di lor paleggio (1958). Se non che, innanzi che la città de' Cretesi si nominasse Taras o Tarante, può supporsi che si dicesse Satirio dagli abitatori più antichi, intendo dire gli Japigi, i quali non ostante che si vogliono dalla tradizione partiti da Creta, appartengono nondimeno, come appresso si vedrà, alla nazione Ae sapidi nell’Illirio.

I cretesi coloni che vi giunsero forse nell’anno stesso in cui fondarono Iria nella Japigia verso l’anno 1355 A. C., ivi si mantennero in pacifico possesso con quelli che prima vi erano giunti sino alla venula di un’altra colonia, la quale vi fu condotta da Falanto dopo che i Lacedemoni ebbero combattuta la prima guerra messenica. Ucciso a Messene il re Teleclo di Sparta, il quale erasi ivi recato per cagione di sacrifizii, per vendicarsene mossero i Lacedemoni contro la città, e giurarono di non ritornare alla patria se o non avessero prima distrutta Messene, o non fossero tutti rimasti uccisi. Trascorsi dieci anni, e non essendo ancora la guerra finita, le mogli spartane alcune di loro spedirono ai mariti, per rimproverarli di guerreggiare contro i Messenii a disuguali condizioni: perocché laddove quelli si rifornivano di prole, essi invece avendo lasciate vedove le mogli, mancavano di figliuoli, e così v'era pericolo che spopolata rimanesse la patria, lasciata in custodia de' soli più giovani e de' più vecchi de' cittadini. Fedeli da una parte i Lacedemoni al fatto giuramento, e considerando dall’altra il discorso delle loro donne, mandarono ad esse dal campo i più robusti, e loro ordinarono di congiungersi con tutte le vergini onde avere gran numero di figliuoli. Ma, come dopo la presa di Messene furono ritornati alla patria, e non tennero nello stesso onore degli altri figliuoli i Partenti, i nati cioè delle vergini, perché non nati da matrimonii legittimi, questi si unirono con gli Iloti o gli schiavi per congiurare contro i Lacedemoni. La congiura fu scoperta, e i Lacedemoni per mezzo de' padri li persuasero ad uscir della patria per fondare altrove una colonia, se trovassero un luogo opportuno; altrimenti, ritornando, avrebbero ottenuto la quinta parte del territorio di Messene. Or, veleggiando costoro alla volta d’Italia, nelle spiagge del Jonio si abbatterono negli Achei che guerreggiavano co' Japigii, e dividendo con essi i pericoli fondarono Taranto. Tali cose della fondazione di questa insigne città narrava Eforo, ed alquanto diverse ne apprendiamo da Antioco (1959), il quale scriveva che i non intervenuti alla spedizione de' Lacedemoni furono giudicati schiavi e detti Iloti, e che i figliuoli nati nel tempo della guerra nominaronsi Partenti, e si ebbero in conto d’infami. I quali mal comportando un tal giudizio, congiurarono di trucidare i cittadini nelle feste Zacintie da celebrarsi nel tempio di Apollo. Scopertosi il disegno, i congiurali in parte fuggirono, in parte si volsero a dimandare perdono. Gli Spartani li consegnarono alle prigioni, e per espatriarli all'oracolo spedirono Falanto, il quale in apparenza aveva mostrato dì esser capo di tutti, ma nel fatto non si era accordato co' principali della congiura. L’oracolo rispondevagli di concedergli Salirio e il pingue paese di Taranto. I Partenii mossero dunque con Falanto (1960) a' luoghi già detti dove dagli Japigi furono accolli e da' Cretesi che li possedevano. Seguendo altre tradizioni, Dionigi di Alicarnasso scrive ancora che i Partenii tumultuarono, ed essendo stati vinti si ritirarono dalla città. Ed avendo spedito a Delfo, l'oracolo ingiunse loro di navigare per l'Italia, e che trovato nella Japigia il luogo Satirio ed il fiume Taranto, dove mirerebbero un capro tinger la barba nel mare, ivi fondassero la sede. Or fatta vela, si fermarono nel luogo additato dall'oracolo, dove videro un caprifico in riva del mare con una vite, la quale al caprifico abbracciandosi toccava le onde; e vincendo gli Japigi, fondarono la città, alla quale il nome imposero del fiume (1961). Di tali narrazioni, alle quali può aggiungersi quella di Servio (1962), prescelga il lettore quella che più gli aggrada: certo è che l’arrivo della colonia spartana a Taranto fu posteriore alla guerra messenica, la quale ebbe fine, come scrive Pausania, nel primo anno della XIV olimpiade (724 A. C.) in cui Dasmone di Corinto vinse lo stadio (1963). Ma altre olimpiadi trascorsero prima che i Partenii movessero da Sparta, perché Trogo scriveva che arrivati a trent’anni, per tema di non rimaner poveri, non avendo padri, da' quali sperar potessero il patrimonio, per procacciarsi una sede presero per lor capitano Fatatilo, figliuolo di Arato;e con diverse fortune avendo lungo tempo aggiralo, giunsero alfine in Italia; dove, combattuta la rocca de' Tarentini, e cacciatine i vecchi abitatori, vi si fissarono (1964). A non dubitare del racconto del citato storico, mossero i Partenii 21 anni dopo della prima guerra messenica, perché secondo la narrazione di Eforo nacquero nell’undecimo anno di quella guerra, e computando per un’altra olimpiade il tempo nel quale qua e là si aggirarono prima di giugnere alla foce del piccol fiume Taras, l'epoca del loro arrivo coinciderebbe quasi con quella che alla fondazione della città assegnava Euschio, cioè il primo anno della XVIII olimpiade, 708 anni A. C. (1965).

Non andò molto intanto e fu turbata la concordia tra gli antichi abitatori della città e i nuovi coloni, se vero è, come Antioco narrava, che vi furono accolti pacificamente; perché, espulsi i primi dalle case loro, si ridussero a Brundusio, e i Laconi rimasero assoluti padroni di Taranto e di tutto il territorio (1966). Dopo il quale successo contro di essi ebbero a collegarsi gli Japigi e i Peuhesii, compresi da timore insieme e da gelosia al vedere il progresso della città, destinata, come l’oracolo presagiva a Falanto, ad essere il flagello de' Japigi (1967). Ma anche a quella remota età il greco valore e la greca tattica trionfarono de' rozzi e indisciplinati nemici, e le vittorie de' Tarentini contro di que’ popoli furono attestate in più occasioni dalle splendide offerte consecrate al nume di Delfo (1968). — Pochi anni trascorsero, e la città fa turbata da una sedizione, per la quale Falanto fu mandato in esilio, perché forse pigliato animo dalle vittorie e da' trionfi, a cui aveva condotti i Laconi, a suo arbitrio cominciò a reggere la repubblica (1969). Certo è che si trasferì a Brundusio, d'onde non fu più richiamatole, come venne a morte, è fama che persuadesse di farsi polvere delle sue ossa, e che tacitamente si spargesse nella piazza di Taranto; perciocché così l’oracolo aveva detto che i Tarentini ricuperar potevano la patria. Gli espatriati, giudicando che per sua vendetta avesse scoperto i fatti de' concittadini, ubbidirono alle sue parole; ma diverso era il responso dell’oracolo, il quale, ciò facendosi, aveva promesso eternità, e non perdita alla città loro. In tal guisa la città fu meglio fondata e la colonia consolidata per opera de' Partenii, i quali, in memoria del benefizio, ordinarono a Falanto i divini onori (1970).

Il politico reggimento della città ne' primi tempi è da credere modellato su quello della metropoli, in cui la più alta autorità dello Stato era riposta nel consiglio de' vecchi presieduta da due re, de' quali splendide erano le insegne, ma poco rilevante il potere politico. Nelle militari spedizioni nondimeno avevano un potere assoluto, e le veniva limitato dagli Efori, i quali giudicavano ancora le ordinarie cause civili, nel mentre che erano portate al giudizio de' re: altri magistrati inferiori esercitavano poteri giudiziarii e di correzione nelle loro giurisdizioni rispettive (1971). Or dall'analogia non solo del governo di Sparta, ma di quello ancora delle altre colonie doriche, è da inferire che v'ebbe a Taranto la stessa divisione di condizioni, cioè nobili cittadini che governavano Io Stato sotto di un re della stirpe de' Falantiadi (1972), come gl’Ippotadi a Gnido e Lipari, i Bacchiadi a Siracusa e Corcira; il popolo, a cui pochi e limitati poteri erano accordati, e i servi coltivatori delle terre degli eupatridi (1973). Di tutti i re tarentini, i quali ne' primi tempi governarono forse da principi assoluti come gli Eraclidi a Coo (1974), è rimasta memoria del solo Aristofilide, il quale viveva al tempo di Dario Istaspe, e che in grazia di Democede, celebre medico di Crotone, insino a che nella patria si salvasse, come spie ritenne i Persiani con Democede giunti nel porto di Taranto (1975). Poi ch’ebbero da Aristofilide la libertà, passarono a Crotone per impadronirsi di Democede, ma indarno; perché i concittadini seppero difenderlo (1976); e spogliati della nave da carico, di là veleggiarono colla risposta di Democede ch’egli non ritornava per aver giurato per moglie la figliuola di Milone. Or sciogliendo da Crotone furono balzati in uno de' porti della Japigia, dove per qualche tempo furono ritenuti schiavi sino a che Gillo esule tarentino liberandoli a Dario li ricondusse (1977). Tali fatti narra Erodoto prima della presa di Samo, di cui Dario dava la signoria a Solosone nel l.° anno secondo il Larcher dell'01. LXVII (A. C. 512), e poiché Democede era coetaneo di Milone, poco prima certamente avvennero, o poco dopo della presa di Sibari (verso il 510), contro di cui Milone guidava l'esercito de' Crotoniali.

Poiché la città era divenuta grandissima e possente in poco men di due secoli e mezzo, imprese di distruggere le città messapiche, e di ridurne schiavi gli abitatori; e bene ha detto il Niebuhr che a questa guerra appartiene la presa di Carbina, la quale trovavasi per la posizione la prima esposta alle ostilità de' Tarentini. Esorbitanti eccessi vi commisero i vincitori (1978), i quali poi restar dovevano puniti coll'orribile disfatta a cui soggiacquero nella guerra contro i Japigi. I due popoli cominciarono a combattere per cagione di confini; e vieppiù cresciuta la nimistà, dopo le prede e le piccole avvisaglie, e quindi dopo le uccisioni, si venne ad una grande battaglia, che fu atroce, ma la vittoria restò a’ Japigi; i quali in parte inseguirono i Tarantini, in parte i Reggini loro alleati fin dentro le mura della loro città, nel 4 anno dell’Ol. LXXVI, 473 A. C. (1979). Così grande fu questa disfatta, che nessun’altra simile ne ricordava Erodoto sofferta da Greci (1980), e sì funesta fu Tarantini pel gran numero de' nobili che vi perirono, che fu cagione del mutamento di stato della loro città, per essere al governo degli Ottimati succeduto quello del popolo (1981). Tale mutamento avvenne senza una violenta rivoltura con alcuni provvedimenti, ne' quali l’aristocrazia si sottomise a' reclami del popolo. E in prima divisero, come scrive Aristotile, i beni pubblici tra le classi povere, senza nondimeno accordarne loro la proprietà assoluta, perché soddisfar dovevano allo Stato una piccola rendita. Fu duplicato ancora il numero di tutti i pubblici uffizii, i quali in parte furono occupati mercé l'elezione, in parte dati a sorte, onde aprire una strada agli ordini inferiori (1982). Oltre del Senato, una pubblica assemblea di cittadini decideva con un plebiscito (χειροτονία) della pace e della guerra (1983). Ne’ 29 anni ch'indi ne seguirono non procurarono i Tarentini che a consolidarsi nella nuova forma di governo: ma nel 1.° anno dell’Ol. LXXIV (A. C. 444), pensando d’ingrandirsi a danno di altri popoli vicini, a' Turii mossero guerra; la quale cominciata forse pel dominio della città di Siri (1984), ebbe fine coll'obbligare i Siriti a stabilirsi altrove, e colla fondazione di Eraclea (1985). Per tal modo Taranto potè estendere il dominio e la suprema, zia lungo la costa, ed unirsi in alleanza con altre città della Magna Grecia, che intanto sorpassò in opulenza e splendore. La prossimità de' porti dell'Istria e dell’lllirio, della Grecia e della Sicilia vi favorì e promosse il traffico marittimo, perocché le navi di queste diverse regioni profittar dovevano dell'unico spazioso e sicuro porto che loro offeriva la spiaggia orientale d’Italia nello spazio di oltre a 2000 stadii dallo stretto Siciliano e da Reggio sino a Taranto (1986). In questo fortunato e prospero periodo della repubblica, al quale è da riferire la testimonianza di Strabone, che i Tarentini furono fortissimi, e che può supporsi verso il IV secolo A. C., quando la Grecia godeva di qualche tranquillità dopo la lunga lotta della guerra del Peloponneso, uomini fermi e dignitosi ressero lo Stato, come a cagione di esempio Archita, dotato di singolar vigore e saviezza, a cui il popolo con una nobile fiducia affidò per un tempo considerevole l'intero maneggio de' pubblici affari (1987). Egli fu ancora Stratego o comandante supremo, per ben sette volte, comeché la legge vietasse che la stessa persona la seconda volta si eleggesse (1988), e fu sempre vincitore (1989). Il navile di Taranto fu il maggiore di ogni altra greca colonia in Italia; né meno formidabili ne furono gli eserciti, dappoiché mandava fuori 30m. fanti, 3m. soldati a cavallo, e 1000 ipparchi, scelto corpo di cavalieri (1990). Ed anche ne' susseguenti tempi i Tarentini, tenuti in grande estimazione come truppe ausiliarie, furono spesso adoperati nelle armate di principi e Stati forestieri (1991).

La coltura della filosofia, delle lettere e delle arti non fu dimentica in questo progresso di civiltà e di forza politica. La scuola pittagorica, che a Crotone e Metaponto fu tanto oppressa, molto in onore fu appresso de' Tarentini (1992), e trovò il più egregio cultore e sostenitore in Archita, il quale ospitava Platone nel suo soggiorno nella città (1993). E i primi scultori e pittori della Grecia contribuirono ad abbellire Taranto con molte eccellenti opere ammirate dagli antichi, e poi, a Roma trasferite, servirono a decorare il Campidoglio. Ma questa grandezza non fu di lunga durata, perché l’abbondanza e la ricchezza ingenerarono l’amore degli agi e del lusso, che vi svigorirono le istituzioni e vi corruppero i costumi. Giunse a tale ne’ Tarentini la passione pe' piaceri, che nel corso dell’anno, dice Strabone, vi si celebravano più pubbliche feste, che non sono i giorni (1994); e da ciò che ne riferiscono Teopompo, Clearco ed Eliano, non so perché pe' rilasciati costumi si celebrassero i soli Sibariti. Quasi in ogni mese sacrificavano buoi e tenevano pubblici conviti; né altrimenti si comportavano i privati cittadini,!quali del continuo passavano il tempo ne' conviti enei bere: portavano altresì come molli femmine sottilissimi e trasparenti lembi di porpora alle vesti intessuti, né si vergognavano darsi in sul bere di buon mattino, ed ebbri comparire in pubblico nell'ora di maggior frequenza (1995). Così la città di Taranto si cangiò per modo, che ogni traccia vi scomparve dell'antica indole dorica, e segnatamente della metropoli; e però, sebbene all'esterno possente e ricca (1996), per la sua interna fiacchezza necessariamente cominciò a decadere, massime quando l’insolente violenza del popolo vi divenne una nuova sorgente di debolezza. Or per tal guisa degenerati i Tarentini, non andò molto e si trovarono inabili a resistere ai Japigi, che sempre avevano odiati e temuti, ma che non avevan saputo tenere in freno. Collegati questi popoli co' più bellicosi Lucani, ormai divenuti il terrore della Magna Grecia, spesse incursioni facevano nel lor territorio, e minacciavano ancora la salvezza della città. Ma, incapaci i Tarentini a resister loro, e non avendo ancora duci di valore e di senno, furono costretti di chiamare in aiuto rinomati capitani dalla Grecia, e tra questi il primo fu Archidamo re di Sparta, il quale più che per l’ambizione e la brama di ricchezze e di gloria, che incitarono gli altri, per ragioni più generose potè riguardare Taranto in dritto di ricorrere alla sua protezione come colonia di Sparta. Nel 3.° anno dell'01. CVIII (346 A. C.) arrivò in aiuto della città; ma, combattendo valorosamente, fu morto nella battaglia, e furono pur trucidate tutte le schiere che avea condotte (1997). Il re Alessandro di Epiro fu il secondo alleato de' Tarentini nella guerra contro i Messapi ed i Lucani, che loro disputavano il possesso di Eraclea il quale, disgustato tantosto della lor debole ed irresoluta condotta, ne abbandonò la causa per proseguire i propri ambiziosi disegni (1998). Per la conquista ch’egli fece di Eraclea egli sembra che ne divenisse anzi il nemico; e dopo che perde la vita nella battaglia presso Pandosia, non solo divennero i Tarentini gli alleati de' Sanniti, ma per loro mezzo mantennero ancora in soggezione i Lucani (1999). Fiorente per forza navali era verso quel tempo la città, e se ne ha una pruova nel soccorso di 20 navi che il popolo decretava in favore de' Siracusani, a ciò indotti da Acrotato, figlio di Cleomene re di Sparta, il quale approdava a Taranto dopo la chiamata degli Agrigentini contro di Agatocle, già divenuto tiranno di Siracusa (2000). Ma tuttavia deboli per terra, o affatto incapaci di combattere da sé, nuovi aiuti chiesero a Sparta nella guerra contro i Lucani; i quali, ormai liberati dalla dipendenza de Sanniti ch’erano stati ridotti al lor proprio territorio per effetto della pace dopo la seconda guerra con Roma, ricominciarono le ostilità contro di Taranto. Se non che, atterriti i Lucani dal numeroso esercito raccolto da Cleonimo, il capitano su Fremo spedito in soccorso della città, rinnovarono co' Tarantini antica amicizia nel 2.° anno dell'Ol. CXIX, A. C. 303 (2001).

Nel corso di questi ultimi eventi Roma ampliava intanto il suo dominio sulle nostre regioni, e costretti i Sanniti alla pace, e molte città espugnate della Daunia, tra le quali Venusia, la più popolosa, avendo in questa spediti non meno di 20m. coloni (2002), faceva trepidare la non molto lontana città di Taranto. Mancava solo l’incentivo della guerra, e questo veniva dato dagli stessi Romani coll’esplorar che facevano le coste della Magna Grecia per mezzo della flotta comandata da Cornelio. Non potendo essi in virtù di antichi patti navigare oltre il Capo Lacinia, senza chiamarli all’osservanza di tali patti, i Tarentini quattro navi affondarono, ed una ne presero con tutti gli armati. Col saccheggio ancora e coll’esilio de' più insigni della violazione del trattato fu punita la città di Turio, la quale chiedendo aiuto a' Romani anziché agl'Italioti, era stata cagione che quelli oltrepassassero i confini. Oltre gli autori dell’insolenza Roma voleva ancora che le cose si rimettessero nel pristino stato; ma gl insulti arrecati a Postumio, il capo dell'ambasceria, dentro e fuori del teatro, contro di Taranto affrettarono le armi della Repubblica. Il console Emilio Barbula intimava a' Tarentini o di accettare le condizioni della pace, quali si chiedevano dagli ambasciadori, o di averlo nemico. Dubbiosi allora i Tarentini sul partito da prendere, perché i vecchi e i ricchi volevano la pace, e i giovani e i poveri la guerra (2003), uno del popolo inducevali alla chiamata di Pirro, destinandolo generalissimo della guerra, senza dare ascolto a' consigli di Metone, il quale metteva innanzi i mali che alla città ne sarebbero venuti (2004). Ma una testimonianza di Plutarco ci fa noto a qual modo vi si comportasse la democrazia, e ciò più che la fiacchezza del popolo darebbe ragione non solo della chiamata del re di Epiro, ma anche degli altri capitani stranieri; dappoiché dice sì che i Tarentini non potevano né reggere ad una tal guerra, né mettervi fine, ma per temerità, soggiunge, e nequizia di coloro, da' quali governar lasciavasi il popolo (2005). Ad ogni modo, non da' Tarentini soli, ma anche da’ Sanniti e da' Lucani andarono ambasciadori a Pirro (2006), il quale sì per l’armata formidabile che promettevano de' popoli collegati, e sì ancora perché traendo l’origine da Achille, pensavasi che tutto riuscir dovevagli a buon fine nel combattere i discendenti de' Trojani (2007), e bramoso inoltre di gloria e di dominio, facilmente si risolse all'impresa.

Approdava Pirro dopo un naufragio in Taranto nel 474 di Roma; e non sì tosto ebbe la città occupata, che resosi oltremodo colle milizie intollerabile, i Tarentini conobbero quanto erano stati sconsigliati. I regii ufiziali ne occupavano ed infamavano le case, ed il re vietando le adunanze de' conviti e di passatempo, le beverie e i tripudii, chiuse il teatro ed ordinava ginnasii per l’esercizio delle armi, con pena di morte pe' trascurati. Mal reggendo a quella vita dura ed insolita, i Tarentini dalla città fuggivano nelle campagne; ma il re fe’ chiudere le porte e custodirle (2008). Io non debbo qui narracela prima battaglia sul fiume Siri, le altre due intorno di Ascoli, nelle quali Pirro vinse i Romani, ma gli furono singolarmente scemate le forze (2009); dico solo che più grave di prima si fece la condizione de Tarentini dopo che il re, fattane occupare la rocca da un presidio comandato da Milone, passava nella Sicilia, dove dagli Agrigentini, Siracusani e Leontini era chiamalo a cooperare alla scacciata de' Cartaginesi e de' tiranni dell'isola dopo la morte di Agatocle, di cui egli sposata aveva la figliuola Lanassa. Pirro vi combatté dapprima prosperamente, così che già credeva assicurato non meno il suo imperio, che il regno de' figliuoli che seco aveva condotti nella spedizione, ad Eleno destinando la Sicilia, e ad Alessandro l’Italia (2010); ma quando meditava la spedizione nella Libia, e per gli alloggi, le somministrazioni, i presidii e i tributi molto grave si era reso a' Siciliani, a' quali co' gastighi e la violenza comandava di allestirsi la flotta, tutti da sé alienava gli animi, e gli si ordivano ribellioni e congiure. Trovando allora un decoroso pretesto nel soccorso che i Sanniti e i Tarentini gli chiedevano, perché appena dentro le loro città resister potevano alla guerra, lasciò la Sicilia e dopo aver combattuto i Cartaginesi nello stretto siciliano si gittò di bel nuovo nelle nostre regioni (2011). Arrivò a Taranto con venti mila fanti e tre mila cavalli, e tolti ivi seco i Tarentini più valorosi, mosse contro i Romani che accampati si erano sul territorio de' Sanniti. I quali, disanimati per le molte sconfitte, ed irritati contro di Pirro per averli lasciati senza aiuto col navigar che avea fatto in Sicilia, a lui non si unirono in molto gran numero. Diviso avendo egli in due parti l’esercito, una ne spedì nella Lucania contro A. Cornelio Lentulo, ed egli stesso menò l’altra contro l’altro Console Manio Curio, il quale fermato si era presso la città di Benevento, o piuttosto in vicinanza di Fratuento, città degl’Irpini, e de' piani di Taurasia (2012). Dove avendo i Romani cominciata i primi la battaglia, la vinsero contro di Pirro, a cui fu forza dopo sei anni d’imprese infruttuose di rimuoversi dall'Italia, che perciò rimaneva alla conquista di Roma (2013). Alla custodia della rocca di Taranto avea egli lasciato Milone, il quale per due anni la ritenne sino alla morte del re nella città di Argo. Avevano allora i Tarentini di dentro nemici gli Epiroti, e di fuori non solo i Romani, ma anche gli stessi loro concittadini comandati da Nicone, che espeller volevano Milone dalla rocca; e stanchi oramai e per le presenti angustie e per le patite vicende, chiedevano soccorso a' Cartaginesi, i quali agli uni e agli altri si aggiunsero affin di stringere la città da tutti i lati. Non si potendo allora sostenere Milone, persuadeva i Tarentini di trattare egli stesso col Console L. Papirio delle condizioni a vantaggio di tutti, e furono queste: di consegnare armi e navigli, di abbattersi le mura della città e di sottoporsi ad un tributo. Milone per effetto degli stessi patti co' suoi tesori e le milizie ne andò via salvo, e i Cartaginesi come federati de' Romani anch'essi si allontanarono (2014). Per tal modo la città di Taranto ebbe pace e libertà, e senza supporre col Niebuhr che fosse allora occupata da una romana legione di 4200 fanti e 200 cavalli per tenere in freno i popoli vicini e per impedire le ambiziose imprese di Alessandro figlio di Pirro (2015), anche senza di questa legione, la quale veramente fu stanziata a Taranto quando Annibale moveva a danno di Roma e dell'Italia (2016), già trovavasi abbastanza soggetta e decaduta dalla prisca grandezza.

Per un secolo tollerarono i Tarentini il giogo de' Romani; ma non appena Annibale debellavali a Canne, e insopportabile più che mai si rese la soggezione a Roma per l'estrema durezza sopratutto con cui furono trattati i loro ostaggi, che con quasi tutti i popoli della Magna Grecia si dichiararono Cartaginesi (2017), ne' quali videro i loro liberatori. Pel tradimento di Filemeno, Nicone e Tragisco Taranto aprì le porte ad Annibale (2018); il quale non potendo prender la rocca custodita da' Romani, vi lasciò un presidio di Bruzii, nel mentre che la flotta cartaginese impediva le vettovaglie al presidio romano e a quella parte de' Tarentini che con questo custodivano la fortezza (2019). Quanto il rimanente de' Tarentini odiassero i loro oppressori fu visto nella navale battaglia, in cui con 20 navi comandate da Democrate a Sacriporto si affrontarono colla flotta nemica a 15 miglia dalla città. Del pari numero delle navi romane comandate da Decio Quinzio alcune furono prese, altre sommerse, ed altre riparando a terra rimasero preda di que’ di Turio e di Metaponto. Ma i Romani dal canto oro di questa perdita in certa maniera si rinfrancarono sgominando e tagliando a pezzi i quattromila uomini che per foraggiare uscivano di Taranto, e si ebbe l’onore della fazione C. Persio contro di loro spedito dal prefetto del presidio romano e della rocca M. Livio (2020). La città fu alla fine perduta pe' Cartaginesi per quell’arte istessa con cui l’avevano conquistata, e il console Fabio vi prese non meno di trenta mila schiavi, argento coniato e lavorato in gran còpia, ottanta tre mila libbre d'oro, e statue inoltre e tavole dipinte in sì gran numero, che quasi agguagliarono il ricco bottino di Siracusa. Più moderato di Marcello, a crederne Livio e Plutarco, fu Fabio, perché interrogato che mai voleva si facesse delle colossali statue de' numi in atteggiamento di combattenti, rispondeva che si lasciassero a' vinti i loro dei corrucciati (2021). Ma Strabone riferisce che le statue che vi rimanevano dalla distruzione de' Cartaginesi furono rapite da' Romani, tra le quali fu l’Ercole colossale di rame che fu messo nel Campidoglio, opera di Lisippo, e dono di Fabio Massimo (2022). Il quale in Senato difendeva i Tarantini, che per mezzo di legati la pace chiedevano e la libertà colle proprie leggi; ma il Senato decretava che la città si guardasse con un presidio, che i Tarentini si tenessero dentro le mura, a miglior tempo rimettendo il decidere della lor condizione, quando più tranquillo divenisse lo stato d’Italia (2023). Ma questo tempo non venne, ed è da credere che la città fu sempre occupata dalle armi romane (2024), dal 544, allorché tenevala Fabio Massimo, al 630, quando vi fu spedita uua colonia (2025); colla quale se perdè in tutto la libertà politica, conservò nondimeno una certa immagine delle antiche greche istituzioni, o almeno il proprio idioma e le costumanze, perché da tutte le nostre città greche divenute in tutto barbare, ossia romane, Strabone eccettuava Taranto, Reggio e Napoli (2026). Perciò con qualche antica testimonianza il grammatico Probo questa città distingueva col titolo di municipio (2027), e di quelli dobbiamo intenderlo della più antica specie, che essendo cioè romani cittadini, avevano nondimeno, per dirla colle parole di Servilio, una separata repubblica dal popolo romano (2028).

Tali cose sappiamo dagli antichi scrittori delle vicende di Taranto sino alla romana dominazione, e che fu città veramente insigne basterebbero a dimostrarlo le addotte testimonianze, se altre ancora non ve ne fossero, dalle quali si può del pari raccogliere che fu grande, ricca e popolosa sopra tutte le altre delle nostre regioni. Oltre che Scimno di Chio chiaramente afferma che fu la massima di tutte le città italiche, e felice ancora perché di nulla bisognevole (2029), il prodigioso numero delle sue monete, che sorpassa quello delle altre nostre città greche e della Sicilia, in fuori di Siracusa, l’esteso suo commercio, e lo stesso suo ampio perimetro ci mostrano in essa una città possente e floridissima per cinque secoli almeno, in cui nessun nemico potè entrare per forza nelle sue mura. Tanta è la copia delle medaglie di argento di questa città, e tale è ancora la varietà de' lor tipi, delle epigrafi e de' simboli, che, innumerevoli essendo, cento fra se alquanto diverse più agevolmente che due trovar se ne possono in tutto rassomiglianti. Il celebre archeologo, non ha guari mancato alla scienza, il quale così si esprime (2030), sino ad 896 diverse ne conta nel suo catalogo delle monete italiche, e con tal numero si potrà comparare quello di altri dotti nummologi (2031) per non dubitare dell'opulenza de' Tarentini, frutto della terra fertile e delle ottime istituzioni. A chi voglia tutta intera percorrere nel loro ordine paleografico la serie ditali monete, tutti i periodi vi osserva dell’arte greca, da' tempi più remoti a quelli della decadenza. Notabili per la forma spesso globosa sono le più antiche, e però più prossime alla fondazione della città: sono alcune senza leggenda, ed appartengono all’epoca veramente primitiva; in altre, di forma meno globosa, è l’epigrafe retrograda in lettere arcaiche TAP, o TARAS; e così le une come le altre hanno per tipo nel dritto un uomo nudo sopra un delfino, di sotto al quale una conchiglia, e nel rovescio una ruota a quattro raggi. Il primo tipo fu già spiegato da Aristotile per l’immagine di Taras figliuolo di Nettuno, dal cui nome derivavasi quello della città (2032); ed il delfino è simbolo di Nettuno, ma di Nettuno favorevole, del mare in calma e di una propizia navigazione (2033). Nella ruota a quattro raggi la più parte de' nummologi ha notato con facile spiegazione il simbolo delle corse de' carri e de' giuochi equestri, pe' quali i Tarentini avevano tanta vaghezza (2034); ma il dotto archeologo, a cui torna la maggior lode per la classificazione delle monete tarentine, vi ha veduto piuttosto il cerchio oracolare (κύκλος μαντικός) simile ad una ruota che ponevasi sul fatidico tripode di Delfo, e simbolo principale del culto di Apollo Pitico, adorato a Taranto per la sua origine dorica (2035). A tale classe di monete seguirono quelle di forma anche globosa, ma meno rilevata e di migliore fabbrica, nelle quali è la stessa immagine di Taras, ma rivolto a sinistra e colle braccia distese. Le più antiche di queste sono anche senza leggenda; sulle altre leggesi ΤΑΡΑΣ in caratteri molto arcaici, e con una testa di donna sul rovescio co' capelli annodali di dietro nella foggia delle donzelle greche (2036), immagine della favolosa Ninfa locale (ἐπιχωρίας Νύμφης) Satiria, supposta madre di Taras (2037).

Perciò non solo le navi degli antichi pollavano per emblemi i delfini, non solo i Tirreni dell'Asia minore, celebri navigatori si dissero ne' miti trasformati in delfini (Homer. Hmn. in Bacch, v. 63), ma anche sulle pietre incise si veggono vascelli sotto la forma di un delfino.

Alle cennate monete seguono le rarissime col tipo incuso ed opposto a quello in rilievo, secondo il noto sistema prossimo all’origine dell’arte monetaria, e proprio esclusivamente della Magna Grecia. Tali monete non presentano che tre sole varietà, e sono: 1.° due monete co' soliti tipi di Taras nudo sul delfino, con la conchiglia e l'epigrafe ΤΑΡΑ, ο ΤΑΡΑΣ in lettere arcaiche da entrambe le parti; 2.° una sola col tipo nel dritto di una figura virile e nuda, col sinistro ginocchio piegato, e con nella sinistra l’antica lira greca a quattro corde (λύραν τετράγηρυν) anteriore a Terpandro (2038), e nella destra un plettro, o piuttosto un fiore, e la solita leggenda ΤΑΡΑΣ, che ha pure nel rovescio col tipo anzidetto di Taras; 3.° e l’ultima co' detti tipi poco diversi negli accessorii dalla già descritta, ma colla particolarità delle lettere ΠΤΟ in carattere piccolissimo presso la figura del dritto. La quale si è generalmente interpretata per l’immagine di Apollo (2039), che le dette iniziali confermerebbero, ove si spieghino col R. Rochette per ΠΤΟλιοικος, cioè protettore della città (2040); ma, a giudizio del Muller, sarebbe un’allusione a Satirio, il nel quale la città fu fondata, simboleggiato nella figura somigliante ad un Satiro nell’aspetto e nell’atteggiamento, non meno che nel fiore satyrion ch'egli offre (2041); spiegazione più simile al vero dell’altra, per la quale si è voluto che rappresentasse, come ho detto, Apollo Giacinto di Amicla, d’onde ne passò il culto a Taranto colla colonia de' Partenii.

Dopo l’uso degli incusi, originato forse da circostanze particolari, ricompariscono i didracmi di forma poco globosa, di cui molti se ne conoscono in tre tipi principali, ciò sono: 1.° quello del solito Taras ma in atto di stringere nella mano un polipo, senz’altro simbolo e leggenda nel dritto, e con un ippocampo, o cavallo marino alato nel rovescio; 2.° il tipo già detto, ma coll’epigrafe ΤΑΡΑΣ in lettere meno antiche, e l’ippocampo; 3.° una sola moneta col tipo stesso e la leggenda ΤΑΡΑΣ nel dritto, ripetuta in ordine retrogrado nel rovescio; nella quale la finezza del lavoro mostra il cominciamento del grande e bello stile delle monete tarentine. Con questa rara moneta ha fine la prima epoca della numismatica della città, che può fermarsi per approssimazione dal 707 al 474 A. C., per quanto durò il governo aristocratico; dopo della quale ha principio la più bella, la più ricca e la più curiosa di tutte, in cui non meno di sedici varietà si notano, tutte rilevanti per la diversità de' simboli.

Senza entrare in troppo minuti particolari circa il rovescio di tali monete, in cui sempre Taras si osserva come nelle già descritte, co' simboli più comuni della conchiglia e del polipo, co' più rari del delfino, del granchio e del pesce, e talvolta armato di elmo e di scudo, o con una corona, e colle epigrafi ΤΑΡΑΣ, ΤΑΡΑΝΤΙΝΩΝ, ed anche ΤΑΡΑΝΤΙΝΟΣ quale si riferisce al ΔΗΜΟΣ, cioè al Popolo di Taranto, notabile è il tipo che hanno nel dritto con altri diversi emblemi. Ed è quello di un uomo barbuto nelle più antiche, imberbe nella più parte delle altre, in atto di sedere, con un corto mantello (ιματιδίον) sulle ginocchia alla foggia degli Efebi e con attributi relativi sia ad atti e giuochi della vita usuale, sia alle produzioni del suolo, o dell'industria del paese. Assiso per lo più sopra una sedia portatile (ὀκλαδίος διΦρος, δίφρος ταπεινός), e in atto di appoggiarsi ad un’asta o bastone, fa risovvenire insieme le costumanze di Atene e di Sparta, perché per non sedere come il volgo su qualche pietra, o in altro luogo meno acconcio nel recarsi allo Pnice o all’Agora gli antichi Ateniesi accompagnar si facevano da schiavi con tali sedie portatili (2042), ed un bastone (σκυτάλη) solevano portare gli Spartani anche nelle pubbliche assemblee (2043). E talvolta vedesi in atto di fare una libazione, e, come sembra, a Giacinto di Amicla, in tanta venerazione appresso i Tarentini, sopratutto perché una funebre edicola (’Ηρώον) in forma di tempietto a frontone (ναίδιον) gli sta dirimpetto; talvolta con nella destra una conchiglia, un cane in piedi gli sta d’accanto in atto di abbaiare, tipo che accenna al mito della scoverta della tintura della porpora per mezzo del cane di Ercole (2044). Ed ha inoltre i più ordinarii attributi in un vaso a due manichi, ed in una conocchia con lana avvoltavi intorno, simboli delle più pregiate produzioni del suolo e dell’industria di Taranto, il vino (2045) e la lana (2046). Ed un’allusione manifesta della lana sì celebrata delle pecore tarentine (2047) è la pelle villosa, o meglio un tosone di pecora, che di sotto la sedia si vede sospeso. Gli altri simboli sono una conchiglia, o un grappolo d'uva, un uccello col quale scherza, lo stridile coll'utello (ξυστρολήκυθον), utensile di uso ginnastico, attributo e simbolo degli Efebi, ed una volta sola un pesce in una rete ed un pomo. Sopra una sola medaglia gli si vede in mano una corona, per accennare alle corone che il popolo donava a' benemeriti cittadini. Nelle quali monete, come in altre simiglianti di città greche, è figurato il ΔΗΜΟΣ, o il Popolo di Taranto personificato, i cui simboli accessorii sono tutti relativi al soggetto stesso, o fornite da circostanze locali; ed a questa idea medesima il Raoul-Rochette riferisce il controverso tipo della figura grottesca colla lira, nella quale col Popolo di Taranto egli crede rappresentati tre de' più rinomati cittadini ch’ella vantasse, il musico Aristosseno (2048), il citaredo Nicocle (2049), ed il poeta Rintone, autore delle ilaro-tragedie (2050), o di tragiche parodie (2051). La più parte delle altre monete di Taranto presentano sempre da un lato il tipo nazionale di Taras sul delfino, e dall’altro una testa di cavallo, o un cavaliere in una grande varietà di azioni ed abbigliamenti (2052), e con numerosi attributi inoltre e nomi di magistrati, sia in lettere iniziali, e sia anche interi, come ΑΓΑΘΑΡΧΟΣ, ΑΡΙΣΤΟΚΛΗΣ, ΔΑΜΟΚΡΙΤΟΣ, ΔΑΙ ΜΑΧΟΣ, ΔΕΙΝΟΚΡΑΤΗΣ, ΙΟΠΥΡΟΣ, FΗΡΑΚΛΗΤΟΣ, ΕΙΠΡΟΔΑμος, ΚΑΛΑΙ ΚΡΑΤΗΣ, ΚΡΑΤΊΝΟΣ, ΦΙΛΙΑΡΧΟΣ, ed inoltre ΛΙΚΟΝ, ΦΙΛΩΝ, ΑΡΕΘΩΝ, e simili. I quali nomi di magistrati si veggono spesso insieme ad altre lettere iniziali, che suppor si possono di quelli degli artisti che lavorarono tali monete, e tra questi più degli altri ricorre spesso quello di ET, ΕΥΦ, il medesimo, a quel che sembra, che il monetiere ΕΥΦΑΣ, il quale lavorò alcune monete di Turio e di Eraclea (2053). Vi si legge ancora ΦΙΛΙΣ, cioè ΦΙΛΙΣΤΙΟΝ, al quale fa riscontro il nome identico sulle monete di Elea (2054), ove si voglia intendere per nome di artista, anziché di magistrato. Ed a questi, per non dire di altri molti, si può aggiugnere quello di ΟΛΥΜΙΠΗΣ, espresso nelle iniziali ΟΛ, ΟΛΥΜ sotto il tipo principale di una moneta di Napoli (2055), se pure non si ha da intendere per nome di magistrato, perché quelli soli inclinerei a spiegare per nomi di artisti, che accompagnano, come ho detto, i nomi de' magistrati (2056). La fabbrica e lo stile di tali monete, battute nella 2 epoca, quella del bello stile dell’arte, che si estende sino all’occupazione della città per opera de' Romani, corrispondono all’eccellenza con cui le arti si coltivarono a Taranto; e la più parte, massime quelle di oro, sono d'una bellezza che rivaleggia con quella delle più rinomate opere gliptiche di Pirgotele e Dioscoride. Alle quali monete sono da aggiungere quelle di oro e di argento che nella città batteva il re Alessandro di Epiro quando veniva in soccorso de' Tarentini, e che nel dritto presentano la lesta di Giove coronato di quercia, o la testa radiata del Sole; e nei rovescio un fulmine colla semplice epigrafe TARAN, e al di sotto ΑΠΟΛ, o il fulmine stesso colle iniziali del nome di Alessandro (ΑΛΕΞ), o col nome intero ΑΛΕΞΑΝΔΡΟΥ ΝΕΟΠΤΟΛ, ed anche ΞΑΝΔΡΟΥ ΝΕΟΠΤΟΛΕΜΟΥ, Alessandro figliuol di Neottolemo (2057). Numerose ancora sono le monete col delfino co' diversi simboli del tirso, del cornucopia, del caduceo, del tripode, dell’àncora, del tridente e simili e quelle inoltre con una testa di cavallo col freno o senza, con un’idria, o due lunule dall’una parte e dall‘altra. E fra tutte le immagini de' numi che vi si veggono effigiate, in maggior numero sono quelle di Minerva Lafria o battagliera, per essere forse in maggior venerazione appresso de' Tarentini. Come in monete di altre città, vedesi la testa della dea coverta di galea col mostro Scilla scolpitovi, e talvolta anche la figura intera nell’atto di vibrar l’asta e di difendersi collo scudo. Nel rovescio di tali monete è la civetta che tra gli artigli stringe un’àncora o un serpente, ed anche sopra un ramo di olivo, o di alloro, o sopra un capitello ionico. In qualcuno è la testa di Bacco barbato, o un alato ippocampo, e per lo più Ercole nelle sue diverse e note rappresentazioni, ed anche in atto di ritenere un cavallo fuggente. Ed è singolare che se molte monete delle nostre città greche ci ricordano le alleanze che tali città strinsero a vicenda, nessuna se ne incontra in quelle di Taranto, in fuori di un raro tetradacma di argento, per quanto mi è noto, che ci rammenta una concordia colla città di Neapoli. Da un lato vi si vede la testa laureata di Apollo coll’epigrafe ΝΕΟΠΟλιτες, e dall’altro una figura equestre armata di brando, per alludere, anziché a Falanto, come da altri si e detto (2058), ai celebri cavalieri tarentini; ed egli sembra che allora si battesse quando co' Sanniti i Tarentini eccitavano i Neapolitani alla guerra contro Roma (2059). E nel mentre sappiamo inoltre che molti templi a diversi numi dedicati erano nella città, appena nelle monete di oro apparisce tutta la serie de' numi tarentini, cioè Giove, Giunone, Apollo, Minerva, Venere ed Ercole né si veggono che Giove e Pallade effigiati in quelle di bronzo, senza nomi di magistrati, e però dell’epoca della decadenza, il cui ultimo termine non è per anco ben noto.

Polibio, Livio e Strabone ci hanno serbata un’immagine della generale topografia di Taranto, che compiono in certa guisa le anticaglie, le iscrizioni e i ruderi scoperti nel grande perimetro in cui si distese. Era distante da Metaponto circa 200 stadii (2060), ossia 21 e più miglia odierne; e fondata sopra una lingua di terra tra due golfi, veniva egregiamente difesa dalla sua stessa posizione; e però, oltre la naturale felicità del suolo, Scimno di Chio la celebrava pel sito opportuno e fortificato (2061). Essendo quasi tutto importuoso non solo il golfo di Taranto, ma anche la costa orientale d’Italia da Reggio al Po, aveva la città due porti vasti e magnifici, l'nno de' quali era così libero da' marosi, che il più grande stuolo di navi rimaner vi poteva ancorato e sicuro. Questo porto era chiuso da un gran ponte, con 100 stadii di circonferenza, e dalla parte che più addentravasi fra terra formava l’istmo che va al mare esteriore; in guisa che la città giaceva sopra una specie di chersoneso o penisola (2062), a cui agevolmente approdavano i navi li. La città si stendeva dalla parte di oriente, dove si accrebbe ed ingrandì coll’arrivo della colonia spartana, perché prima è da supporre in sulla costa boreale ed in riva del fiume Tara. Il porto grandissimo e bellissimo (μέγιστος καὶ καλλιστος), del quale parla Strabone, era nel mar piccolo di oggidì, ed il ponte da cui era chiuso, mentovato anche da Appiano (2063), correva dal promontorio detto Pizzone che fa parte della città odierna, a quello col nome di Penna che sorge dirimpetto, e appiè del quale rimangono avanzi di antiche arcate, che appartenevano forse al ponte già detto (2064). Tali fondamenta danno ragione della lingua di asciutta arena trasportatavi dalle maree; e dalla grandezza del ponte stesso si può credere, che non solo servisse di passaggio dall’un continente all’altro, ma si adoperasse anche per molo (2065). Presso questo porto interno sorger doveva un tempio a Priapo, che oltre di altri numi a' porti presiedeva, e non solo si raccoglie da' molti simboli del nume scoperti presso il lido del mar piccolo (2066), ma anche dal noto epigramma di Leonida di Taranto, al nume stesso intitolato (2067).

La città in basso suolo estendevasi molto verso la parte mediterranea ad oriente, e di là innalza vasi alcun poco coll'acropoli, la quale sorgendo verso occidente dominava le foci del porto, che al sito corrispondevano della maggior piazza odierna. — Principale era la porta Temenide, così detta forse dagli Spartani in onore di Temono, uno degli Eraclidi e signore di Argo (2068); ed oltre di questa, che ben doveva corrispondere alla grandezza della città, altre ancora se ne aprivano nelle mura, tutte munite di baluardi; ma di due sole lasciavaci ricordo Polibio, una per la quale andavasi al porlo, e supposta verso la riviera di S. Lucia, ed un’altra detta Rinopoli, cioè piccola porta, presso la Temenide (2069), la quale creduta nel sito di Collepazzo, per una larga via menava verso il Foro e i luoghi superiori della città. Tra la bocca del porto ed il Foro sorgeva l’acropoli (2070), la quale gran parte abbracciava della città odierna, e che, dal mare bagnata da tre lati, era anche assicurata con altissime scoscese rupi. Dalla parte della città, cioè ad oriente, era inoltre fortificata con una sola muraglia e con un largo e profondo fosso, che da quella la divideva (2071). E poiché Annibale nell’assedio della città imprese prima a premunirla di un vallo, corrispondente alle mura della rocca e al tumolo di Giacinto ch’era innanzi a questa (2072), può dirsi che avesse altresì qualche fortificazione esteriore. Dal sito che occupava di gran parte della città nuova può conoscersene l’ampiezza e la numerosa guarnigione che custodivala, la quale può ben supporsi oltre i 4000 uomini, a conghietturarlo dal numero de' 3000, con cui vi entrò Milone. E dové anche esser magnifica pe' molti ornamenti e per le statue ond'era abbellita, distrutte nella più parte da' Cartaginesi e rapite da' Romani, così che ai dì di Strabone serbava appena piccoli vestigi dello splendore che le veniva dagli antichi monumenti (2073). Da un’ara già sacra a Venere armata, adorata da' Tarentini, e scoperta nel perimetro della rocca, egli sembra che vi sorgesse il tempio di questa dea (2074), alla cui statua alludeva il poeta Leonida in uno de' suoi epigrammi.

Sono note altre rappresentazioni plastiche della Venere vittoriosa che si adorna delle armi di Marte, e par che in Taranto il culto ne risalisse al tempo de' bellicosi Spartani, a' quali custodiva la rocca, come Minerva Poliade quella di Atene e di altre città greche. Nel recinto dell'acropoli era forse ancora, come in Atene, il Pritaneo, ricordato da Ateneo coll’autorità di Euforione (2075). Senza ripetere ciò che di tale specie di edilizio altrove ho scritto (2076), dico solo che Dionigi il giovione tiranno di Siracusa mandò in dono pel Pritaneo de' Tarentini, per benemerenza del celebre Archita, quando forse fu uno de' Pritani, un insigne candelabro, nel quale tanti lumi erano quanti giorni ha l'anno, e in sì gran copia l’olio somministravasi, che qualora significar volevasi la perpetuità di qualche cosa soleva dirsi essere come il Candelabro del Pritaneo di Taranto.

Poco più sopra ed alla sinistra del ponte che chiudeva il porto sorgeva il tempio di Nettuno, il più magnifico che si vedesse in Taranto, perché eretto al nume tutelare della città nel primo arrivo della colonia de' Partenii, che dal promontorio Tenaro (ora capo Matapan, o Ras-al-Sim), dove era particolarmente adorato (2077), ne portò il culto in Italia. Di questo tempio parla Orazio (2078); ma falsamente afferma un patrio scrittore che ricordavalo anche Plutarco, perché nomina in vece quello dell'isola Calauria (2079) presso Trezene nelI’Argolide, detta anche Iperea e Posidonia, e celebre non meno pel culto di Nettuno, che per l’esilio e la morte di Demostene (2080). Dalle greche epigrafi del resto, non meno che da' pezzi di mosaico scoperti presso Castel Saraceno, egli sembra che quello di Taranto non si alzasse in altro sito, dal quale tutto dominava il prossimo golfo. L’una di tali iscrizioni, scavata nel 1736, è la seguente (2081):

ΠΟΣΣΙΔΩΝΙ ΠΑΤΡΙ

ΘΕΩ ΜΕΓΑΛΩ ΕΝΟΣΙΧΘΟΝΙ

ΚΑΙ ΤΗΣ ΠΟΛΕΩΣ ΣΩΤΕΡΙ

Η ΒΟΥΛΗ ΚΑΙ Ο ΔΕΜΟΣ

ΤΩΝ ΤΑΡΕΝΤΙΝΩΝ

NEPTUNO PATRI

DEO MAGNO TERRAE CONCVSSORI

ET VRBIS SERVATORI

SENATYS POPVLVSQ.

TARENTINORVM

Dal detto luogo venne anche fuori nel 1739 quest’altra mutila epigrafe (2082), posta in rimembranza d’una festa annuale de' Tarentini in onore degli dei marittimi ed equestri (i Dioscuri) per una vittoria ottenuta; e poiché nel marmo si nomina il supremo comandante Democrate, non par dubbio che fosse stata per quella che ottenevano sulla flotta romana a Sacriporto, alla distanza di quasi 45 miglia dalla città, nel 209 A. C. (2083).

ΝΙΚΗΤΗΡΙΟΝ ΚΑΘΕΚΑΣΤΟΝ ΕΝΙαυτον

ΘΕΟΙΣ ΘΑΛΑΣΣΙΟΙΣ ΚΑΙ ΤΟΙΣ

ΙΠΠΙΟΙΣ ΘΕΟΙΣ Η βούλη καὶ ὁ Δήμος

ΤΩΝ ΤΑΡΕΝΤΙΝΩΝ

ΔΙΑ ΤΗΣ ΠΡΟΝΙΑΣ ΤΟΥ ΔΕΜΟΚΡΑΤΟΥΣ

ΕΝΩΜΟΤΑΡΧΟΥ ΕΞ ΤΗΣ ΕΥΧΗΣ

ΠΟΛΕΜΙΚΗΣ ΝΕΟΛΛΙΑΣ

FESTVM PRO VICTORIA ANNVVM

DIIS MARITIMIS ET

EQVESTRIBUS DIIS SENATVS POPVLVSQ.

TARENTINORVM

CVRANTE DEMOCRATE

IMPERATORE EX VOTO

BELLICOSAE IVVENTVTIS.

Una greca epigrafe scoperta nel sito del tempio faceva noto che fu poi ridotto in forma di castello dall’Imperatore di Oriente Romano II, il quale, creato Augusto dal padre, Costantino Porfirogenito, nel 950 venne in questa parte delle nostre regioni allora soggetta al greco impero, ed unito co' Saraceni domava i ribelli della Calabria (2084). Ed allora, o intorno a quel tempo, dové egli edificare Castel Saraceno, così detto per avventura perché a' Saraceni dato in custodia per difesa di quella spiaggia e delle prossime contrade. La iscrizione, che ho trascritta da una inedita relazione sulle tarentine antichità (2085), e non pubblicata in verun’altra opera nell’originale idioma (2086), è la seguente:

ΡΩΜΑΝΩΣ ΒΑΣΙΛΕΥΣ ΡΩΜΑΙΩΝ

ΚΡΑΤΙΣΤΟΣ ΜΕΤΑ ΔΕΔΑΜΑΣΜΕΝΟΥΣ

ΤΟΥΣ ΑΠΟΣΤΑΤΙΚΟΥΣ ΚΑΙ ΤΟΥΣ ΛΑΟΥΣ ΤΗΣ

ΚΑΛΑΒΡΙΑΣ ΘΟΡΥΒΟΔΕΟΣ ΕΓΙ ΑΥΤΟΚΡΑΤΟΡΟΣ

ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΣ ΣΙΝ ΤΩΝ ΣΑΡΡΑΚΕΝΩΝ

ΣΟΗΘΕΙΑ ΤΟ ΝΕΟΝ ΦΡΟΥΡΙΟΝ ΕΝ ΤΗ ΠΟΛΕΙ

ΤΑΡΑΝΤΩ ΕΚ ΘΕΜΕΛΙΩΝ ΚΕΚΕΛΕΥΚΕ ΟΙΚΟΔΟΜΕΙΝ

Romanus Rex Romanorum Fortissimus Post Domitos Rebelles 

Et Populos Calabriae Tumultuosos Imperante Constantino 

Cum Saracenorum Auxilio Novum Castellum 

In Civitate Taranto A Fundamentis Iussit Aedificari.

Ritornando al porto, per cennare gli altri edifizii della città, dal porto stesso munito da numerose torri quadrate (2087) per la via così detta profonda (βατεῖα), e poi per la via larga (πλατεία) salivasi all’ocra, o al Foro (2088), da Strabone descritto come assai grande, nel quale si vedeva il colosso di Giove, fatto di rame, e maggiore di tutte le altre statue simili dopo quella di Rodi (2089). Fu insigne opera di Lisippo, compita appena 50 anni prima che i Tarentini cominciassero la guerra contro i Romani (2090). Per la grandezza della statua e la difficoltà di portarla via, lasciavate nel suo sito Q. Fabio Massimo quando ritolse le città a' Cartaginesi, e trasferì in Roma il colosso di Ercole, opera anche di Lisippo, che pose nel Campidoglio (2091). Un elegante poeta dell’Antologia dice che l’artefice figuravalo nudo delle solite armi, senza orgoglio ed in malinconico aspetto, vinto come fu dall’Amore (2092); e da una tepida dedicata al nume conosciamo non solo dove erane posto il grande simulacro, ma ancora che un altro ve ne fu eretto nel luogo dell’antico, ch’era tuttavia nella città nel II secolo dell’era volgare. Questa tepida fu scoperta nel sito della Villa Carducci, dove la statua ammiravasi nel portico dell’ora, e fu ivi innalzata dal magistrato di Taranto per la salute e la vittoria dell'Imperatore M. Aurelio Caro, che debellava i Sarmati e i Persiani, i quali divisato avevano d’invadere la Tracia, l’Illirio e l’Italia (2093). L’iscrizione scolpitavi è la seguente (2094):

HERCVLI SANCTO

SERVATORI. VICTORI. TRIVMPH.

PRO. SALVTE. ET. VICTORIA. IMP.

CAES. M. A. CARI

EX. VOTO. ORD. TARENT.

Il Foro del resto aver doveva il suo portico ornato di colonne e di statue, con intorno botteghe, officine e curie di mercatanti; ed alte sinistra in fatti della strada odierna di Taranto, per la quale si va a S. Lucia, presso cui si è creduto che il Foro stesso si aprisse, moltissimi idoletti di terra cotta si scopersero, che fecero supporvi qualche plastica officina; e in basso di S. Lucia per antica tradizione si crede che stessero gli Argentarli, ma non già gli orafi, sì bene i pubblici banchi de' negozianti, col nome di mensae argentariae e da Vitruvio situate intorno del Foro (2095). Accanto al quale stava il Musco (2096), edilizio sacro alle Muse, come in altre grandi città greche, in cui la gioventù ammaestravasi nella musica e nella danza (2097), e per tenervi i loro circoli gli uomini di lettere pur convenivano, non meno che i musici e i cantanti a dar saggio del proprio valore in pubbliche ragunanze. In questo Museo, quasi nel lor tempio, si adoravano le Muse, le quali furon solite darvi anche gli oracoli (2098). E bene esser doveva adorno di porticati e giardini con viali cinti di platani, con fontane ed altri ornamenti. Ma dove fosse situato è ignoto, e solo per la vaghezza del sito si è creduto che fosse nel Convento di S. Antonio, di sopra alla bella riva del mar piccolo, dove un tempo ebbero il lor palagio i principi di Taranto (2099).

Molti templi furono senza dubbio nella cita, e tra' più antichi esser doveva quello de' Dioscuri edificatovi da' Partenii, a simiglianza di quello di Sparta; ma appena di quelli di Giove, e di Satira (forse Giunone) ci rimane ricordo negli scrittori, e degli altri di Ercole, di Minerva, di Diana, di Vulcano ed Augusto nella tradizione e nelle epigrafi. Era vi Giove adorato sotto il titolo di Catebate, come è noto da Ateneo, il quale ne ricorda il solenne dì festivo (2100), e dalla strada Sotera, che dal tempio della dea prendeva il nome, può congetturarsi coll’Heyne il culto Giunone (2101), del cui tempio del resto chiaramente parla Porfirio, in uno de' racconti intorno di Pitagora (2102). Il tempio di Ercole stava alla sinistra del Teatro, e non diversamente dai ruderi del Teatro stesso era di opera laterizia, e di forma ipetra. Verso il 1736 se ne scoprirono gli avanzi; e delle tavole votive che vi si rinvennero, due di bronzo, una di marmo, questa ultima faceva noto che fu al detto nume dedicata. Nell’una delle prime era figurata la favola del giudizio di Paride, nell’altra una biga, e nell’ultima la seguente epigrafe (2103):

C. MELSONIVS CN. L.

HERCOLEI

DONVM

E quanto al culto e al tempio di Pallade, o Minerva Vincitrice, oltre che chiaro apparisce dalle monete (2104), è noto altresì da Pausania che non lungi dalla via Afelaide a Sparta presso il sacro terreno di Nettuno Tenario eravi un simulacro di Minerva, il quale era fama che fosse dedicato da coloro che si condussero in Italia ad abitar Taranto (2105). Il perché si può credere che non sì tosto nella città si stabilirono, si posero del pari sotto il patrocinio della dea, a cui consecrarono un tempio. Certo è che il culto non ne venne meno al tempo de' Romani, e si raccoglie dalla iscrizione seguente, posta nella base di qualche statua alla dea dedicata dal Duumviro P. Titinio (2106):

MINERVAE VICTR.

P. TITINIVS. A. F. II. VIR

SIGN. POS.

Del tempio di Diana rimanevano, non è gran tempo passato, pochi ruderi, e tra questi molti rottami di colonne d’ordine dorico, che per la costruzione di un convento poi si adoperarono (2107). Ma una sola pur ne rimane nell’atrio dell’ospedale de' Pellegrini, d’onde l’ordine ne correva fino all'arco diruto di Carignano, così che in tutto quel ricinto il tempio si conteneva (2108). Questi templi con altri ancora, de' quali dubbie o sconosciute sono le memorie (2109), furono tra' più antichi di Taranto; ma un altro ne fu eretto sotto i Romani, quello di Vulcano, a spese del pubblico erario nel mezzo della città, e l'epigrafe quivi scoverta ne serbava ricordanza (2110):

VOLCANO

EX AERE PVBL. IN VIA RECTA

CIVIT. TARENT

PONTIFICVM IVSSV

STATVIT P. CORNIFICIVS

Del tempio in fine sacro ad Augusto, o piuttosto alla Pace Augusta, il quale si accenna nel termine della marina, e propriamente nel sito detto Vasto, restò memoria nella seguente lapida che ora si vede nella chiesa di S. Cataldo (2111):

PACIS AVGVST. TEMPLVM

ORDO POPVLVSQ. TARENT. ETERN. D.

Nella chiesa stessa si leggono ancora i due seguenti titoli sepolcrali, posti a due sacerdoti, o Flamini di Augusto:

Q. VERR. IIII. VIR. DIV.

AVG. FLAMINI. IVR

DIC, PERPET VO

EX. CONSENSV. PROV

FVSCO

MAG. AVGVST.

FLAMINI. SALLENT.

PROV. POS.

E per cennare gli altri pubblici edifizii che la città adornavano, Strabone dice che bellissimo erane il Ginnasio (2112), accanto al quale, come quello di Napoli e di altre città greche, esser doveva l’Ippodromo, o il Circo, destinato agli equestri giuochi de' Tarentini. Questi giuochi in onore di Nettuno si proseguirono sotto i Romani, e di una insolita e più solenne, non della prima celebrazione delle feste nettunali, come dice un patrio scrittore (2113), ci dà notizia la seguente tavoletta di bronzo scoverta verso la fine del 1700 presso il convento de' PP. Teresiani:

NEPTUNALIB

SAC. PRIM. DED

L. VALERIO L. F

C. LVCILLIO M. F

AEDIL. EX S. C

Imminente al porto ed a vista del mare era il Teatro che Floro nomina maggiore (2114), e che però un altro più piccolo ne fa supporre, del quale non si ha memoria. Se non che i pochissimi e informi ruderi di opera reticolata che ne rimasero nel giardino de' PP. Teresiani, anziché di un Teatro, giudicati si sono di un Anfiteatro, e non solo dall’ovale figura che rappresentano, ma anche dalle cavee per le fiere (2115). E di là a breve distanza, e propriamente negli orti che furono della famiglia Ungaro, erano le Terme, che presso gli anfiteatri si solevano costruire, e non solo si conobbero per un’antica vasca e per un pavimento tessellato ivi scoperti, ma da un’ara votiva altresì dedicata ad Ercole (2116), a cui le Terme erano sacre (2117), e che in qualche edicola, o con una statua era adorato accanto le Terme di Taranto. Quest’ara fu ivi posta da un Q. Coponio prefetto della flotta romana, quello stesso per avventura che comandava la flotta di Rodi per Pompeo, da una burrasca distrutta nel porto Ninfeo a 3 miglia da Listo sulla costa della Dalmazia (2118), ed è la seguente:

HERCVLI VICTORI

SAC.

Q. COPONius

CLASS. PRaefectus

Votum solvit.

Né debbo tralasciare i grandi opifizii de' pannilani delle si celebrate lane tarentine, supposti in sul promontorio della Penna (2119), così detto appunto appanni (2120) che vi si fabbricavano.

Poiché la città mancava di sorgenti, da ben 42 miglia lontano l’acqua vi fu derivata da un luogo ora detto Vallenza sotto i monti di Martina nelle pertinenze di Triglio, dove sembra che già fosse il Ninfeo, in uno de' suoi epigrammi ricordato da Leonida (2121). Ivi si raccolgono le acque che per sotterraneo acquidotto, certamente restaurato, non primamente aperto regnando il greco Imperatore Niceforo nel X secolo (2122), giungono nella città e vi formano la fontana odierna, ed il nome di Triglio chiaramente accenna al culto che vi era di Diana, la quale coll’epiteto di Triglantina del pari adoravasi nell'ateniese contrada detta Trigla, ch’è pur nome del noto pesce sacro alla dea (2123).

Strabone dice che un grande circuito aveva l’antica muraglia che cingeva Taranto, ma che per la maggior parte era abbandonata verso l’istmo (2124); così che il perimetro venne a restringersene, e di tale restrizione è da intendere il circuito non più di due miglia e mezzo che alla città attribuiscono alcuni scrittori (2125). Pur nondimeno, continuando a' dì di Strabone ad esser popolata solo verso la bocca del porto, formava ne' tempi romani un corpo di città ragguardevole. Nel recinto di tale muraglia, di cui qualche rudere apparisce nella contrada volgarmente detta Muriveta (Muri veteres), nel lato orientale della città,avevano i Tarentini i loro sepolcri, costumanza propria solo di essoloro per causa di un antico oracolo, il quale presagiva di dover loro tornare a grande vantaggio se co' più dimorassero; il perché stimando che la loro di mora sarebbe felicissima, ove avessero i trapassati dentro le mura, nel ricinto della città li seppellivano. Molti monumenti ivi s i vedevano, e tra gli altri quello di un Pitionico (2126), qualche illustre cittadino di Taranto. In quel recinto istesso si scoprirono forse i seguenti titoli sepolcrali che nella chiesa di S. Cataldo poi furono raccolti, e che per la rarità delle tarentine iscrizioni non sarà soverchio ch’io qui riferisca, comeché niente di particolare ci disvelino della città nella romana dominazione.

T. CALPVRNIO. L. F.

GAL. CRATISTO, II. VIRO

ET

CALPVRNIAE CRATISTAE

ET

L. CALPVRNIO. L. F. DECVR.

IN. COLONIA, ALLECTORI, CALABRIAE

DD. MONUMENTO. LOCVS. DATVS. QVO. INFERRENTVR

IN. FRONTE. PED. XX. IN. AGRO. PED. XXV.

________________________

L. FVFIDIO. L. F. OVF. PROCVLO. II. VIRO. AED. Q. II

L. FVFIDIVS. L. F. EQ. ROM. QUAEST. ALIMENT

PATRI, PIENTISSIMO. EX. TESTAMENTO

EIVS. P. С.

________________________

L. PETRONIVS. D. L. NYMNVS. SIBI. ET

C. PETRONIO. HERMETI. ET. LIBERTIS. LIBERTABVSQ.

ITEM. SERVEIS. ANCILLEISQ. SVIS. SI. QVIS. IN. нос

MONUMENTO. ALTERIVS. OSSA. INTVLERIT. VEL. IM

MOVERI. VOLUERIT. HABEAT. IRATVM. IOVEM.

Nella chiesa già detta si leggono ancora le altre seguenti iscrizioni onorarie, delle quali la prima ci ricorda due Patroni della Colonia Tarentina; la seconda un personaggio, il quale vi sostenne diversi pubblici uffizii; e la terza un Liberto di Augusto, il quale, già servo, fu deputato a conservare i così detti Commentarti de' Beneficii, in cui si contenevano le concessioni del principe (2127).

1.

C. AVFIDIVM. ATTICVM. IPSVM. POSTEROSQVE. SVOS

ET. Q. VETTIVM. IPSVM. POSTEROSQVE. SVOS

COLONI. COL. TARENT.

SIBI. LIBERIS. POSTERISQVE. EORVM

SVFFRAG. ORD.

PATRONOS. COOPTARVNT

2.

C. MEMMIO. C. F. GAL. LVPERCO

DISP. ANNON. AVG. PRAEF. I. DIC.

AED. Q. IIII. ET. Q. Q. PP.

COLLEGIVM. FABRORVM. EX. S. C.

OB. MERITA. EIVS.

3.

T. PHAENNAE. AVG. LIB. A. COMM. BENEF.

STATVAM. POSVERVNT. POP. ET. ORD. TARANT.

Nella retta linea in direzione de' ruderi delle mura tra Montegranaro sul mar grande e Pieschi sul mar piccolo, dove più visibile ne è il pomerio (2128), la città avea termine; e benché nella metà del VI secolo più in su verso occidente si restringesse dopoché fu fortificata da Giovanni capitano di Belisario (2129), e poi ristorata per ordine di Niceforo dopo che dagli Ungati e da Saraceni fu distrutta (2130) vesso le foci dell’antico porto sempre più si ritraesse, serbò pur nondimeno l’antica forma di penisola; e, ridotta poscia nel sito in cui oggi si vede, ch’è quello dell’acropoli, tutto il corpo della città primitiva restò fuori della porta ora detta di Lecce, ed a poco a poco per mancanza di popolazione restò abbandonata e scomparve.

5. Tumulo di GIACINTO (Υακίνθου τάφος, Hyacinthi tumulum)

Fuori di Taranto ì sopra un’eminenza ora detta erta di Cicalone, credesi che si ergesse il tumulo, o sepolcro di Giacinto, del quale serbavaci memoria Polibio, e che sorger doveva all'oriente della città, rimpetto la porta Temenide, come par manifesto dal racconto dello storico, ove scrive del tradimento di Nicone e Tragisco, i quali di soppiatto introducevano Annibale nelle mura di Taranto (2131). Essendo Giacinto adorato nella Laconia, non è dubbio che il di lui culto vi fu trasferito colla colonia de' Partenii. Senza preferire alcuna delle genealogie che i mitografi ne riferiscono (2132), e che pruovano che il mito ne fu lavorato più volte, basta dire che tal mito si derivò per alcuni autografi dal caso di un giovinetto, morto da un disco che il vento deviava dalla sua naturale direzione. Apollo, che riguardavasi come l’autore di ogni morte repentina, fu riputato l’involontario omicida dell'adolescente (2133), il quale a Sparta ed Amicle divenne l'eroe del paese, l’anace prediletto (2134). Il suo nome era cantato nelle annuali feste Carnee che duravano tre giorni, e che sebbene in onore di Apollo, erano dette le Giacintie (Υακύνθια), e presso la tomba di Giacinto si celebravano (2135). Come nelle feste Adonie, cominciavasi con cerimonie lugubri: dopo due giorni di pianto, di banchetti senza accompagnamenti d’inni, veniva il giorno dell’allegrezza, celebrato con festini, cavalcate e canti. Ma, anziché in onore del giovane Spartano, tali feste rappresentavano più probabilmente in una maniera simbolica la morte apparente e la risurrezione della natura. La tomba di Giacinto era del resto a Taranto solamente onoraria, un semplice cenotafio come quello di Calcante a Siri, presso del quale è da credere che tutti i riti si celebrassero da’ Tarentini che a Sparta ed Amicle si costumavano in onore di Apollo e Giacinto.

6. Palude SATURA, o SATIRIA (Saturae palus)

Nella descrizione del piccol fiume Tara ho detto che scorre da una piccola laguna (2136), ed ora aggiungo che il nome di Satiria nel mito della fondazione di Taranto dato alla supposta madre dell’eroe Taras (2137) fa ben credere che Satiria o Satura si nominasse la stessa laguna, come quella nella regione de Poi sci presso la spiaggia di Terracina (2138); cosi che la Ninfa Satiria non fu altra che una personificazione della detta palude prossima alla città, non altrimenti dalla palude, o dal torrente che fu nel sito dove edificavasi Roma, personificato in Ilia la favolosa madre di Romolo e Remo (2139).

La morte di Giacinto è stata egregiamente dipinta dal Domenichino.

7. Fiume GALESO (Γαλαῖσος, Galaesus)

Ai settentrione di Taranto, alla distanza di XL stadii o di 5 miglia odierne, scorre il piccolo fiume Galeso (2140), che dopo brevissimo corso sbocca nel Mar piccolo, o nell’antico porto interno della città. Questo fiumicello, come il Sebeto, più ricco di fama che di acque, ha serbato il nome antichissimo anteriore all'arrivo della colonia de' Partenti, il quale può credersi impostogli da' Siro-Peoni che tennero la prossima costa (2141), a volerlo conghietturare dalla loro città di Galepso sul golfo Strimonio (2142); e per la molta somiglianza che la campagna e la città de' Lacedemoni aveva con quella de' Tarentini fu anche detto Eurota da' Partenii dal celebre fiume omonimo che correva presso Sparta (2143). Pingui pascoli trovavano le greggie nelle pertinenze di questo fiume (2144), le cui sponde erano ombreggiate da pini, al cui rezzo Virgilio inspiravasi (2145) scrivendo le Georgiche. Molti ruderi di antichi edifizii verso questo fiume già si scoprirono, e tuttavia rimane in bocca del volgo il nome di Muromaggio, o muro maggiore, dal muro meraviglioso della lunghezza di 40 miglia, del quale restano vestigi, alzato dagli Japigi, o più veramente da' Tarentini quando, debellati i Messapi, insieme si divisero la regione (2146). Nel cennare altrove questa grande muraglia, ho supposto che da presso il Galeso corresse al mare di Brindisi nella direzione di Celio e Carbina; ma, ora seguendo migliori e più esatte indicazioni, dico che distender si doveva per sotto Francavilla, Latiano e Mesagne, perché tra le due torri Rinalda e Specchiolla aveva termine (2147), a circa 19 miglia da Brindisi.

Presso il descritto fiume e sotto le alte torri di Ebalia Virgilio ricorda aver veduto uno di que’ pirati di Cilicia, a' quali Pompeo dopo averli debellati donava campi a coltivare in Grecia e nella Calabria. Il vecchio colono, a cui il poeta dà il nome di Coricio dalla città di Corico nella Cilicia, un residuo possedeva di que’ suoi culti iugeri intorno il Galeso (2148), e dal detto nome di Ebalia non pochi scrittori hanno creduto che ivi fosse una città, una borgata, o semplicemente una contrada da’ Tarentini; ma le alte torri di cui Virgilio parla riferir non si possono che alla stessa città di Taranto, a cui il poeta, seguito anche da Claudiano (2149), piacque dare il nome di Ebalia per la sua origine spartana, perché così nominossi la Laconia (2150), dal suo re Ebalo figliuol di Cinorta (2151).

9. SATIRIO (Σατύριον, Satyrium)

Ad otto miglia e all'oriente di Taranto, stendesi sulla riva del mare una bella contrada, amenissima e ridente pe' suoi giardini di aranci e de' suoi floridi verzieri, e di vive sorgenti che vi scaturiscono copiosa, la quale serba con lieve alterazione l'antico nome. Ora dicesi Saturo, e col nome di Satirio ne fecero menzione gli antichi. In questo luogo l’oracolo concedeva a Falanto di abitare colla sua colonia (2152); ma non è manifesto se fosse stato propriamente una città, o una contrada. Stefano Bizantino descrive Satirio come una regione presso Taranto: χώρα πλησίον Τάραντος (2153); ma, se crediamo a Servio, Saturo fu una città prossima alla città istessa (2154); ed è probabile che Stefano, scambiando χωριον (oppidulum) con χώρα (regio), dicesse essere una contrada, comeché nell’intero oracolo (2155) al solo Taranto un popolo (δήμος) si attribuisse. Certo è intanto, che nella deliziosa e fertile piaggia, che tuttavia conserva il nome di Saturo, è un muro largo 190 passi con una dritta strada di sopra, con pavimenti a mosaico, e furono già scoperte antiche cisterne per tutto il promontorio formato da' due piccoli porti tra i quali Saturo si distende (2156). Ad ogni modo, nell’oracolo è distinto l’un luogo dall'altro, ed è manifesta la vana opinione di coloro che sull’autorità di Virgilio, attribuendo a Taranto l’aggiunto di Saturo (2157), ossia pingue e di pascoli abbondevole, il detto luogo hanno confuso colla contrada intorno alla città stessa (2158). A questa contrada o città si riferisce una delle già cennate medaglie tarentine, con una figura virile, nuda ed imberbe, i capelli annodati di dietro, il ginocchio sinistro piegato, e sotto il braccio sinistro l’antica lira greca a quattro corde (Λύρα τετράγηρυς), e nella destra un fiore, colla leggenda retrograda ΤΑΡΑΣ in lettere arcaiche, e nel rovescio il solito Taras nudo a cavallo del delfino. Un dotto archeologo ha creduto che il personaggio figurato su queste medaglie è un Satiro, il quale tiene in mano il fiore Satyrion, per allusione alla fondazione di Taranto e all’oracolo dato a Falanto (2159); bella spiegazione, comeché da altri dotti non in tutto ammessa, perché chi vuole vedervi lo stesso Taracome fondatore storico della città, colla lira attributo del poeta (2160), e chi esclude affatto la qualificazione di Satiro (2161), sebbene non sia dubbia dall’attitudine grottesca e dal fallo della figura in quistione. Ed al luogo stesso par che accenni una rara gemma scoperta a Coglie (2162), nella quale si vede Bacco col tirso con una pantera che gli sta d’accanto, ed intorno la leggenda SATTRIO. Comeché non siavi effigiata la figura del Satiro, sono pur note nondimeno le relazioni de' Satiri o Panisci con Bacco, nella cui figura si volle alludere nella detta gemma al nome di Satirio. Servio del resto, il quale non dubitava che Satirio fosse stata una città, scrive (2163) che vi erano le officine per tingere le lane colla porpora dette Baphia (dal greco βαφή, tintura), ed un patrio scrittore afferma averne riconosciuto le vestigie (2164). Tuttora si osservano in Saturo i due comodi porti tra' quali chiudevasi la città detta, dalle cui rovine credesi che si fosse edificato il villaggio di Leporano, ad un miglio in circa dentro terra. Ed il pavimento a musaico, creduto di un qualche tempio, tuttora vi si vede, del quale parlano antichi topografi; e da quello a breve distanza una grotta con segni di dipinti e figure nelle mura. Un’altra grotta ancora è presso il lido, la quale internandosi nel sasso, comunicava con la muraglia o colla fortezza di Saturo, d’onde uscir potevasi alla marina. Tutta sparsa inoltre di rottami di marmi si vede la campagna di Saturo, d’onde spesso sono pur venuti fuori e greci vasi e medaglie ogni volta che si è dissodata la terra (2165). Le campagne di Saturo furono del resto celebratissime presso gli antichi per la eccellenza degli erbaggi, e gran nome ebbero ancora le razze de' cavalli che ne’ pascoli di Satirio si allevavano (2166).

10. Colle AULONE

Sulla riviera di Saturo, e propriamente al di sopra del porticello di Luogovivo, s’innalza una piccola eminenza nota agli antichi col nome di Aulone, e molto celebrata per le uve sceltissime che vi nascevano, e che un vino producevano sì delicato ed eccellente da stare a pari col Falerno (2167). A’ pregi de' vini dell’Aulone contribuiva la mandragora, nota erba soporifera, la quale allignava, come ora alligna, in que’ vigneti, e che nascendo presso le viti, la sua virtù infonde nel vino, e fa dormire soavemente quelli che ’l beono (2168). Marziale, che celebra anch’egli quel luogo per la ragione stessa de' pregiati vini che produceva, aggiugne che nobile era pure per le lane delle greggie che vi pascevano (2169), e certamente pe' grassi pascoli di Saturo, di cui il colle Aulone faceva parte.

11. Isole CHERADI (Χοῖραδες, Charades)

Di contro al porto di Taranto, alla distanza di presso a 5 miglia verso austro, quasi due propugnacoli all'urto delle tempeste, sorgono due isolette, l’una detta S. Pelagia o S. Pietro del perimetro di 6 miglia, e l’altra S. Andrea o S. Paolo di S. Nell’01. XCI,2, vi si fermava l’armata ateniese che comandavano Nicia ed Alcibiade nella spedizione contro la Sicilia, per chiedere militari sussidii da' nostri popoli, ed ebbero appena pochi arcieri da un Arta, re o capo de' Messapii (2170). Se abitate fossero a que’ tempi non è noto; certo è che il furono nel medio evo, per esservi memoria di una chiesa di S. Pietro in Insula, al cui Abate Costanza, moglie di Boemondo I principe di Taranto, di alcuni beni faceva dono ne' principii del secolo XI (2171). Si scorgono del resto sopra di esse antichi ruderi, e segnatamente nell’angolo dell'isola maggiore verso ponente qualche avanzi di sprofondati edifizii, di un villaggio, come è fama, per forza di un tremuoto sprofondato nelle onde. Quanto all’antico nome di esse, furono dette Cheradi come le Isole Baleari, ed altre isolette e scogli presso Alessandria, nell'Eussino, davanti l’Eubea, e verso il golfo di Gades (2172), dappoiché χοῖρας i Greci nominarono generalmente qualunque prominente scoglio, il quale desse sembianza di un majale (χαῖρος) che gavazza nelle acque. Essendo rimaste del resto deserte e boscose, furono spesso ricetto di corsali; ed ora le possiede il Capitolo di Taranto, che la più grande ha ridotto a coltura, per non essere la più piccola che uno scoglio, sul quale è posta una piccola batteria (2173).

12. Capo dell'Ovo, e Tempio di MINERVA

Dalle rovine di Saturo 11 miglia si contano sino al Capo dell'Ovo, nel quale ho supposto il termine lungo la spiaggia della regione tarentina. E in fatti sino al fiume Boraco presso il villaggio di Maruggi anche sino al secolo XV tali limiti si estendevano in sulla costa orientale e presso i limiti degli Ontani (2174), pe' quali sempre e dall’antichità più remota tra' due popoli nacquero dissensioni e guerre. Il Capo dell'Ovo del resto, così detto dall’ovale figura che rappresenta, tra l’occidente e 'l settentrione della torre che gli sorge dappresso, forma un bellissimo e capacissimo porto, sulle cui rive alcune rovine si veggono di grandi ed antichissimi edifizii, ed una fossa manufatta per isolare una rocca vicina dal porto, con infiniti gusci di conchiglie che davano la porpora, e che danno indizio dell’esservi stata, come in Taranto e Saturo, la preziosa tintura delle lane. Le rovine dell'ignota città ©borgata presso il detto porto del Capo dell'Ovo si dicono Civita vecchia, per essere stata la città nuova, ora anche distrutta, ad un miglio dentro terra, dove oggi è il villaggio di Monacizzo, molto popolato una volta, come apparisce dal perimetro delle rovine; Dove oggi è ridotta la terra, vi era prima, come è fama, un tempio sacro a Minerva, poi trasformato in un monistero di Monaci Basiliani, d’onde si derivò il nome di Monacizzo. In questo luogo, dice il Marciano, si sogliono scoprire antichi vasi di creta di meraviglioso artifizio (2175).

XII. Quali grandi strade mettessero in comunicazione i popoli della Magna Grecia nel tempo della lor floridezza gli antichi scrittori non dicono, e pel difetto delle testimonianze e de' ruderi non è possibile investigarlo; ma da quelle ricordate nelle Tavole di Eraclea non è dubbio che diverse ve n’ebbero, grandi e vicinali, senza le quali veramente suppor non possiamo città popolose e ricche, per l’attivo commercio non meno che per le interne comunicazioni. Comeché la mano dell’uomo e la stessa vetustà quasi tutto abbia distrutto in quelle celebri regioni, sono pur sicuro che oltre le tracce delle strade apertevi da' Romani molti avanzi ancora si troverebbero di quelle della bell’epoca degli Elleni, ove tutte ed accuratamente si esplorassero le contrade che abitarono: tali trovamenti e ricerche ad altri tempi toccheranno che non sono i nostri, ed altro far non potendo, mi starò ora pago all’indicazione delle strade che vi aprivano i Romani sotto l'impero di Trajano, le quali per lo più sulle tracce delle più antiche venivano forse restaurate. Or continuando la descrizione della grande strada prolungata dalla Via Aquilia dal punto sino al quale l’ho descritta nel termine della Brezia (2176), dico che più oltre di Decastadio a XX miglia da Reggio proseguiva pe' promontorii della Penisola lungo le coste e le più celebri città della Magna Grecia.

La Tavola Peutingerana ne segna il corso per lo spazio di LXX miglia da Leucopetra a Caulonia, e di CLXVII da Scilacio ad Eraclea (2177), e non è forse soverchio che in uno io qui riferisca le distanze emendate tra città e città secondo la stessa Tavola e l’Itinerario di Antonino, comeché per lo più siano state già addotte nella descrizione delle città medesime. Dopo XX miglia adunque dal promontorio Leucopetra correva alla stazione col nome di Scyle, presso la Torre di S. Gio. d'Avolo, dove forse era qualche piccolo villaggio, il quale prese il nome, sia dalla frequenza in quella costa de' cani marini (Σκύλια), sia dalla celebrità delle prede (Σκύλεία) fattevi da masnadieri o corsali. Di là giungeva dopo non più di XV miglia a Locri (2178), e dopo altre XX a Caulonia, da emendarsi almeno in XIX secondo i topografi che ne additano le rovine presso Castelvetere (2179), ma che a ritenere l’addotta cifra sarebbe stata a Boccetta. Una diversa direzione si dà alla strada nell’Itinerario di Antonino, prima che per ordine di Trajano si restaurasse, dir voglio per Giojosa (l’antico Subcisivo), e di là dopo XXIV miglia a Succejano che corrisponde all'odierna Stilo, e dopo XX altre miglia a Cocinto, che sarebbe stata nella terra odierna di S. Andrea. Menava quindi dopo altre XXII miglia a Scilacio (2180), città mentovata anche nella Tavola a XXV miglia da Vibona Valentia, e dalla detta stazione riunir dobbiamo le distanze in entrambi gl’Itinerarii per additarne la precisa direzione. Da Scilacio adunque correva dopo XXII miglia presso la foce del fiume Tacina in vicinanza della Torre del Trocchio (2181), e quindi agli Accampamenti di Annibale presso il Fortino di Paliporto e la foce del fiume Vetrano, distante 30 miglia da Squillace (2182), ma in una distanza minore dalla foce del Tacina. Giugneva appresso dopo XXVI miglia al Capo Lacinia, e di là a Crotone dopo VI miglia antiche, nota distanza da Strabone (2183), stranamente alterata in XL nella Tavola. Dopo di Petilia, distante 15 miglia da Crotone, la strada passava presso la foce del Neeto, a XXII miglia da quella del Tacina, dove era forse anche qualche stazione navale, a giudicarlo dagli antichi ruderi che vi rimangono. Dalla foce del Neeto correva dopo XXVII, o piuttosto XXIII miglia, a Paterno presso le rovine di Terra Vecchia, e quindi dopo altre XX almeno a Rosciano (2184), porto di Turio, e dopo XII altre miglia a questa città (2185), dopo della quale passava a Vicesimo o Trebisacce dopo 20 miglia, come dal nome stesso di quella stazione si raccoglie, e da ultimo dopo XXVIII, o piuttosto 35 miglia ad Eraclea (2186). Ma nella Tavola si segna la stazione presso la foce o sulla riva del Siri a IV miglia, da emendarsi in 6, dalla detta città, o più oltre indi a XIV miglia la stazione col nome di Turiostu, od anzi Turissa, denominazione geografica meno barbara e più usuale (2187), che fu qualche villaggio presso la stazione della strada e la foce del Bradano, dove in fatti alcune rovine si osservano, dalle quali par che sia derivato il nome alla prossima Torre de Mattoni. Dopo il corso in fine di altre 30 miglia aveva termine a Taranto. E tale fu il corso della grande strada restaurata da Trajano per tutta la Magna Grecia, secondo il mio ordine topografico, inverso di quello de' citati Itinerarii, ne' quali o sono errate, o mancano per lo più le distanze, ma che ho riferite secondo le misure del Lapie, così dotto e benemerito negli studii dell’antica geografia.

XIII. Agli oscuri periodi della nostra storia, ne' quali appena scarse tradizioni e pochi barlumi ci appariscono de' primitivi stabilimenti de' popoli, con intervalli sconosciuti di più secoli succedono quelli in cui gli Elleni, che già colle loro colonie si estendevano lungo le spiagge dell’Egeo, dell’Ellesponto e dell’Eussino, cominciarono a popolare anche le coste della Sicilia e dell’Enotria, impresa ammirevole anche ne' tempi moderni, a considerare lo stato della scienza navale di que’ dì. Quasi ogni piccola isola nell’Egeo gloriar si poteva di esser la metropoli di una colonia, e tante così nobili e fiorenti città sorsero dalla Grecia, per diffondere la sua fama e 'l suo linguaggio dal Boriatene alliberò, e da' piani della Scizia a' deserti della Libia! Di questa estesa catena le colonie italiche formarono un anello considerevole, per guisa che da esse si è scritto che si originasse il nome di Magna Grecia. E danno che nessun antico ci lasciò una storia intera e connessa di tali colonie, e la fortuna ci è stata sì nemica da involarci anche le opere di Aristotile e di Teofrasto sulle leggi e le istituzioni de' Greci d’Italia. Nel mentre sono per lo più illustrati i fatti de' Greci fuori la patria originaria, e della sua speciale storia non manca la stessa lontana Cirene (2188), d una compiuta e generale storia della Magna Grecia si ha tuttavia difetto, e chi dagli sparsi frammenti degli antichi la raccogliesse, farebbe opera nobilissima: io qui dirò in breve la varia fortuna delle nostre città greche, di già cennata nella descrizione delle diverse regioni che n’ebbero il nome e la celebrità.

Gli stabilimenti degli Elioni sul Ionio si fecero nel breve periodo di 88 anni, dal 768 al 680 A. C. (2189), e fra tutte le altre colonie simili l’ingrandimento delle città achee in particolare fu oltremodo rapido, né solo per la fertilità delle terre che fecero proprie, e per la loro posizione in sulle coste de' mari che ne facilitarono il traffico marittimo, ma anche pe' giudiziosi principii di governo che derivarono dalle loro metropoli, rinomate per la saviezza delle loro istituzioni Tali istituzioni, che nelle opere de' moderni eruditi or possiamo studiare (2190), si riprodussero nella Magna Grecia (2191), né vi furono contrariate e spente che dall’altrui prepotenza, e dagli stessi interni rivolgimenti, i quali danno un’immagine delle dissensioni che divisero la Grecia propria, e che or sarò pago di accennare soltanto di volo, per ragionarne altrove pia distesamente.

Nel bel principio delle loro fondazioni le colonie della Magna Grecia furono costrette di sostenersi a vicenda, ed il sistema uniforme della fabbricazione delle loro monete nell’epoca primitiva è una pruova della loro federazione commerciale, la quale ci attesta l'unione delle piccole comunità che fondarono. Ma la prosperità le rese gelose e nemiche, e molte e lunghe età non erano oramai trascorse, che già la nascente potenza de' Tarentini, i quali estender si volevano sulla spiaggia meridionale, turbandone la quiete, fu il primo ostacolo alla lor floridezza. Nella crescente dominazione di Taranto furono le cagioni della guerra, nella quale dalle forze riunite de Metapontini, de' Sibariti e de' Crotoniati fu presa la città di Siri, occupata forse Tarentini, e l’altra ancora che a quella susseguì, con cui i Crotoniati combatterono i Locresi per aver soccorso i Siriti, o per essere stati gli alleati de' Tarentini, verso la LV Olimpiade, A. C. 560 (2192).

Dopo tali guerre egli sembra che quiete rimanessero le colonie della Magna Grecia insino al memorabile arrivo di Pitagora (A. C. 520), il quale nella storia di tali colonie forma un’epoca notabilissima, perché da Crotone, dove fermò la sua sede, gl'insegnamenti se ne diffusero per le altre città, e, secondo Cicerone scrive, anche fra le altre popolazioni italiche (2193). Per le greche colonie segnatamente cominciò allora una nuova era, politica insieme e religiosa. Poiché la celebre scuola produsse molti ottimi legislatori, e non pochi politici nell’arte del governare abilissimi (2194), i quali tutti abborrivano la tirannia, molte tirannidi furono per essi distrutte, e molte città restituite ne' dritti propri e nella legittima libertà (2195); ed oltre alle città italiche, o a dir meglio della Magna Grecia, la Sicilia ancora essi liberarono dalla crudele dominazione che la travagliava (2196). Né solo furono per loro mezzo riformati i governi, ma migliorati anche i costumi, e la stessa religione, coll’imprimere che fece il filosofo un carattere di grandezza al culto primitivo, unendovi sopratutto quello delle divinità astratte, come Apollo e le Muse. Ma l’ambizione di un solo, di quel Teli che in Sibari era a capo del popolo, fu cagione non pure della rovina della sua patria, ma anche di quella de' Pitagorici, e delle altre città greche. Perché l’esiglio da lui consigliato de' 500 più ricchi e possenti Sibariti che si rifuggiavano a Crotone, dove protetti erano da Pitagora, produceva la guerra memorabile, per la quale fu distrutta Sibari, la più grande forse e la più fiorente delle nostre città greche. A quella rovina seguì una catastrofe anche maggiore, la confusione e l’anarchia prodotta per tutta la Magna Grecia dalla cospirazione contro i Pitagorici. Sollevata la popolaglia nella più parte delle colonie dall’invidia contro il potere a cui in ogni città erano giunti i discepoli del gran filosofo, non solo a Crotone, ma in altre città ancora furono o uccisi o banditi (2197). Per tali atti di violenza e di stragi private quelle città de' migliori e più savi cittadini, divennero preda di uomini ambiziosissimi ed alieni dalla giustizia. Pur nondimeno a tali tumulti fu posto modo col rimettersi alla fede degli Achei, de' quali udirono i savii consigli, ed abbracciarono le leggi e le costumanze per l’amministrazione delle loro repubbliche (2198). A questa grande rivoltura, per la quale tutte quelle città si empirono di stragi e di scompigli, e perirono i principali e più cospicui cittadini, si può forse attribuire l’indifferenza delle colonie della Magna Grecia per la difesa della madre patria, allorché dai grandi eserciti di Serse fu assalita; perché in quell’estremo pericolo non si vide che il solo Faillo di Crotone, vincitore più volte ne' giuochi pitici, il quale costrusse una nave a proprie spese, e con tutti i Crotoniati che si trovavano in Grecia contro i Persiani combatté valorosamente (2199). Ma che non fossero allora sciolti i legami tra le due contrade ne rimane una pruova e nel fatto degli ambasciadori che da tutta l’Ellade si spedirono alle nostre greche colonie per calmarne i civili rivolgimenti, e in quello di Temistocle, il quale contro i consigli dello Spartano Euribiade affidar non voleva la riuscita della guerra ad una battaglia, ed aveva formato il disegno, se questa si perdeva, di abbandonare gli alleati e fondare una seconda Atene nell’abbandonata città di Siri (2200). Bella e grande impresa questa sarebbe stata, se i Greci non riuscivano vincitori; ma essi trionfarono de' barbari, e dopo la grande vittoria di Salamina, se non passarono a Siri, che secondo gli antichi oracoli dovevano restaurare, fondarono non pertanto Turio presso la distrutta Sibari, nel tempo stesso che i Tarentini fondavano Eraclea a non molta distanza da Siri (2201). Per un secolo in circa la Magna Grecia, governata e retta da' successori di Pitagora, fu libera, gloriosa e possente; ma, cominciando a declinare i costumi, le fazioni si sollevarono, e portarono le mani criminose sulla patria e la libertà. I filosofi furono accusati di dispotismo, e si rinnovarono le calunnie e i furori di Cilone. I Pitagorici, assediati a Metaponto in una casa incendiata da tutti i lati, perirono in gran parte: soltanto Liside e Filolao, salvandosi dalle fiamme, si rifuggiarono nella Lucania (2202), donde passavano nella Grecia trasmarina (2203) per continuarvi la celebre scuola, che sarà sempre di ammirazione a qual vuoi incremento giugner potranno le lettere e la filosofia.

Poche cose ci sono note delle repubbliche della Magna Grecia allorché fu combattuta la guerra del Peloponneso. Non par dubbio nondimeno che quasi tutte inclinarono ad una stretta neutralità, perché gli Ateniesi, nella loro spedizione contro la Sicilia, appena scarsi aiuti ottenevano da Metaponto e Turio (2204), dalla prima per antica federazione (2205), e dall’altra perché da essi fondata. Ma se sfuggirono poi agli ambiziosi disegni di Alcibiade, da più grandi e più vicini pericoli furono minacciate, dir voglio la potenza e la tirannia di Dionigi il vecchio di Siracusa, al quale sono da attribuire i susseguenti disastri delle colonie greche (2206), e che meglio del I Jerone (2207) fu sul punto di tutte assoggettarle alla sua dominazione. I di lui disegni su Reggio gli altri stati alla fine mossero a guerra, nella quale gli alleati furono disfatti presso Caulonia, e questa città con Ipponio venne in potere del tiranno, che ne abbatté le mura, e gli abitatori ne trasferì a Siracusa. Reggio fu poscia costretta ad arrendersi nel 387 A. C., ed ogni sorta di barbarie ed oppressione soffrì dal vincitore, il quale disertò il territorio di Crotone, e rubò il ricco tempio di Proserpina a Locri; né altro che la grande invasione de' Cartaginesi fu forse di ostacolo perché egli compisse l’intera rovina della Magna Grecia. Né altramente comportavasi Dionigi il giovine, il quale successe al padre nel 368, ed il modo col quale rimeritò la generosa ospitalità de' Locri (2208) fece ben supporne i tirannici disegni contro le altre città greche. E più intraprendente ancora de' due Dionigi fu Agatocle, dalle cui dispotiche imprese più volte gli altri popoli confinanti furono spinti a collegarsi co' Greci per la comune salvezza. Agatocle osteggiò spesso i Tarentini (2209); si strinse in lega, e venne a guerra co' Bruzii: ma, non ostante i più grandi sforzi perde quanto aveva lor tolto (2210). Come riuscì poco innanzi ad impadronirsi di Crotone, conchiuse co' Japigi e i Peucezii una marittima alleanza, distruttiva della possanza de' Greci italici (2211); i quali ne furono spesso depredati, e solo con la di lui morte si videro liberi da' mali che li stringevano.

Altri nemici ancora, più vicini e più perseveranti nelle loro ostilità, avevano cospirato co' già detti ad affrettare la caduta delle repubbliche della Magna Grecia. Poiché le tribù degli Enotri, de' Caoni e degli stessi Pelasgi nel privo arrivo degli Elioni dalla costa si erano ritirati più dentro terra, o dagli stessi greci coloni erano stati soggiogati e dannati alla servitù della gleba (2212), lasciavano libero il campo Lucani di avanzarsi a poco a poco da monti sulla spiaggia occidentale. Alessandro di Epiro ne contrastava per qualche tempo le aggressioni; ma, rimasti invincibili dopo la di lui morte, s'impadronivano di Turio, Metaponto, Eraclea ed altre città sino a che ad un nome vano ridussero la confederazione delle città greche. Ed altri possenti nemici a questi ancora si aggiunsero, dir voglio i Cartaginesi, i quali per consiglio di Mardonio, cugino di Serse, sin dal 480 si accordavano col re di Persia per affliggere colla guerra e discacciare, se fosse mai stato possibile, tutti gli Elioni dall'Italia e dalla Sicilia (2213). Per opporsi alla potenza di Dionigi il vecchio, e segnatamente verso il 380, inclinarono alle parti de' Greci col richiamare ad Ipponio e favorire tutti gli esuli (2214): ma quando Pirro, mal riuscendo nelle sue imprese, lasciava l'Italia nel 281, e non erano ancora i fieri nemici de' Romani, li soccorsero ad osteggiare i Tarentini, covrendo il mar Jonio delle loro navi, e contrastando il commercio della Magna Grecia. Nel 247 desolavano il territorio de' Locri, de' Bruzii e de' Cumani (2215), e nel 218 saccheggiavano le campagne intorno d'Ipponio posseduta da' Brezii.

Nella seconda guerra memorabile combattuta contro i Romani (dal 248 al 203 A. C.) occupavano Locri, Crotone, il promontorio Lacinio ed altre città, ed osteggiarono ad un tempo i Greci, i Lucani e i Brezii. E quando Annibale fu costretto di partirsi dall'Italia la Magna Grecia d'una volta si trovò ridotta in uno stato deplorevole: Taranto era rimasta povera e spopolata, e Metaponto al pari di Eraclea non temeva meno de' Tarentini la vendetta de' vincitori. Spopolata ancora era Turio, e Crotone, soggiogata da’ Brezii, non conservava neppur l’ombra dell'antico splendore. Caulonia era pure deserta; e Locri in fine, che soggiacque al furore e de' Cartaginesi e de' Romani, una vana rinomanza riteneva solo della prisca grandezza. Col finire della seconda guerra punica si compì la totale decadenza delle nostre città greche; dopo le quali vicende, sformate le terre per disordinati sboccamenti di fiumi, e pe' profondi e motosi laghi, e per le folte e sterili selve inselvatichite, spopolate rimasero le contrade in cui tante e sì grandi città erano fiorite, né più si udì il nome di Magna Grecia. Ma, comeché le greche colonie breve tempo durarono, così che le stesse spiagge coverte da belle e popolose città, sedi del genio e delle arti, rimasero desolate e deserte, è da ammirare la prodigiosa energia di quelle piccole popolazioni, con che la Grecia potè riempiere il mondo delle sue scienze, delle sue arti ed istituzioni Né dalla forza politica, o dallo spazio che occupavano nelle pagine della storia estimar dobbiamo l’importanza di tali colonie, sì bene dall'influenza ch’ebbero in Italia, anche quando se ne spense la floridezza, e non poche di esse erano già andate in rovina. Per virtù di tali colonie l’Italia fu iniziata nella filosofia, nella poesia e nelle lettere, né gli artisti poi s’inspirarono che al puro gusto e al nobile stile che furono proprii di quelle contrade. Tal bene a' popoli d’Italia venne dagli Elleni, i quali, come Oasis animata, in mezzo a loro si vivevano, separati per la lingua e le istituzioni. Essi non cessarono mai di far parte del rimanente di Grecia, e chiunque stima di attribuirne la sapienza e le geste all'Italia, già ricca abbastanza per le glorie proprie, attribuir dovrebbe ugualmente, dice un dotto ellenista (2216), la sapienza e le geste de' Greci del Ponto alle genti scitiche, e donare alla storia de' popoli indigeni dell’America quanto a buon dritto appartiensi solo all’Europa, madre delle nuove colonie.

XIX – JAPIGIA

I. Generale corografia della Japigia, distinta in cinque popoli, o regioni. — II. Origini de' più antichi abitatori di questa parte del nostro paese.

I. Cosi diverse e confuse sono negli antichi scrittori le speciali corografie delle nostre regioni, che sterili e faticose investigazioni lasciarono a' moderni affiu di conciliarne le spesso opposte sposizioni. E ciò dicasi appunto della Japigia, contrada che non poco esercitò lo studio e l’ingegno de' geografi per additarne i confini. Della quale, se vuoisi convenevolmente ragionare, due epoche si debbono distinguere in quanto al paese che abbracciò: la più remota, in cui i nostri più antichi popoli l’occupavano, e quella in cui le colonie elleniche nella penisola meridionale d’Italia si stanziarono. Ne’ tempi più antichi adunque sotto nome di Japigia tutta la contrada intendevasi che dalla penisola boreale del nostro paese alla meridionale si distende. Scilace in fatti, tuttoché posteriore ad Erodoto, nella Japigia comprese Eraclea, Metaponto, Taranto e Porto Idro (2217), così scrivendo al certo sulla fede di altri geografi o storici più antichi, o sulle primitive tradizioni de' popoli che al suo tempo tali città, comeché poste nella Magna Grecia, nella detta regione consideravano. E da un antico compilatore pur nominata nella Japigia si vede Pandosia (2218), la città capitale dell’Enotria, e più oltre Crotone si dice fondata dagli Japigi (2219), e sino al tempo di Strabone Pietre de' Japigi si nominavano le tre punte del promontorio Lacinie nella Magna Grecia (2220). Ma, dopoché le greche colonie nella penisola meridionale si stabilirono, il nome di Japigia fu ristretto al solo tratto dell’altra penisola. Se adunque ne' tempi più antichi il nome di Japigia fu comune ed alla penisola ove ora è la Provincia di Lecce, ed a quella parte della Calabria odierna ch’è sul Ionio, in processo di tempo fu ristretto alla sola parte boreale allorché, a giudizio del Mazocchi, la parte meridionale sortì le speciali denominazioni di Enotria, Italia e Brezia (2221). Certo è che in tempi posteriori, a giudicarne dalle concordi testimonianze de' più antichi, il nome di Japigia abbracciò tutta la parte delle nostre contrade comprese tra l’Appennino e l’Adriatico insino al Gargano. E di vero al tempo di Erodoto nominavasi Japigia il paese racchiuso nell’istmo fra Taranto e Brindisi sino al promontorio detto Japigio da Tucidide (2222), e tale estensione l’antico storico di Alicarnasso dà alla regione ove la Tauride paragona alla penisola japigia. Ma una più generale e precisa corografia della Japigia si ha in Scilace, il quale la fa cominciare da Metaponto, e questa città comprendendovi, la distende dal Siri al monte Orione presso il Gargano (2223). E Dionigi Periegete, comeché

scrittore di molto posteriore a' già detti, la fa giugnere sino ad Irio (2224),città posta alla volta del promontorio verso l’Adriatico.

In questo ampio paese che l’Italia del sudest abbracciava, i Greci distinguevano tre popoli, i Messapi, i Peucezii e i Danni: i primi sulla penisola, all’oriente di Taranto; i Peucezii, al settentrione di costoro, in sulla spiaggia da Brindisi a Bario, e di là sino al Gargano i Dauni. E in fatti, abbenché Polibio in una sola enunciazione riunisca gli Japigi e i Messapi, ove parla del soccorso da' popoli italici dato a' Romani contro Annibale (2225), pur nondimeno chiaramente distingue i due popoli, ed in Tucidide s’incontra, sebbene oscuramente, la Messapia distinta dalla Japigia (2226), e però l’un popolo dall’altro, come la specie dal suo genere. E che cosi fosse, è noto sopratutto da Strabone, il quale dopo aver detto che da Metaponto avea principio la Japigia (2227) da' Greci detta Messapia, scrive che tal regione considera vasi come divisa in due parti; l’una intorno al promontorio japigio, detta paese de' Salentini, e l’altra paese de' Calabri (2228). Erodoto ancora distinse gli Japigi da’ Messapi (2229); Tucidide pose, a quanto sembra, la Messapia qual parte della Japigia (2230), e Stefano Bizantino, seguendo certamente più antichi scrittori, nominò la Messapia regione della Japigia (2231), non questa regione medesima. Il perché se la Messapia per qualche secolo, secondo Strabone scrive, fu sinonimo di Japigia, ne dinotò dipoi solo una parte, come intervenne dell'Ausonia, nome di ampissima e non determinata regione ne' tempi più antichi, poscia ristretta ad una gente sola, o ad una parte di tutto il popolo che l abitò. Ma nella stessa Messapia due popoli diversi dimoravano, i Salentini e i Calabri: i primi in Leuternia sulla riva orientale del golfo di Taranto, i secondi dal promontorio Japigio verso settentrione sulla spiaggia dell’Adriatico (2232). E con tale distinzione del greco geografo concordano altresì i Fasti consolari, in cui i Messapi leggiamo disgiunti da’ Salentini, cioè a dire i Calabri da' popoli già detti, perciocché Calabria fu sinonimo di Messapia.

Ora stando così la distinzione della Japigia dalla Messapia, e questa abitata da due popoli diversi, e però divisa in due altre regioni, Calabria e Sallenzia (2233), dalla Messapia era pur distinta la Peucezia, come è pur manifesto dagli antichi. Perocché Strabone situò i Peucezii al settentrione de' Calabri (2234), e Pausania ricordava un re Opi degli Japigi ausiliare de' Peucezii (2235). Da ultimo Scilace ed Antioco chiaramente distinsero gli Japigi da' Danni (2236), e però l’una dall’altra regione che questi popoli abitavano, come pur fece Polibio, il quale tre regioni comprese nella Japigia, la Daunia, la Peucezia e la Messapia (2237); oltre i quali scrittori anche Strabone, ricordati i Peucezii, nominò i popoli da' Greci detti Dauni (2238). Dopo le quali distinzioni di popoli, e quindi di regioni, il geografo soggiugne essersi denominata Apulia tutta la regione posta al di là del territorio de' Calabri.

Per le quali testimonianze non è dubbio che Japigia fu nome generico, sotto il quale tutte le contrade s’intesero del nostro paese che dal promontorio Salentino, ora di Leuca, si stendono sino al Japigio, ora e prima pur detto Gargano, vasto paese che fu abitato da cinque popoli diversi, e l’uno dall’altro indipendenti; cioè, dentro la penisola i Salentini e i Calabri, da' Greci detti Messapi, e fuori della penisola, lungo la spiaggia dell’Jonio i Peucezii, i Dauni e gli Apuli propriamente detti, perché gli ultimi tre popoli nella lingua del paese col nome generico di Apuli venivano indistintamente appellati sotto l’impero (2239). Una importante testimonianza di Scilace conferma la riferita distinzione degli antichi abitatori della Japigia, perciocché scrive che nel paese così detto erano cinque idiomi (2240). Due de' popoli che tali idiomi parlavano, sono chiaramente, a giudizio del Niebuhr, gli Opici (gli stessi, come egli si avvisa, che gli Apuli), ed i Peucezii; due altri sarebbero stati i Leuternii e i Brentesini, o Brindisini, i quali a’ Salentini e a’ Calabri di Strabone corrispondono; e l’ultimo, quello de' Cramoni, di cui lo stesso storico crede bene scritto il nome, ma ne dichiara la memoria perduta (2241); ciò nondimeno si vedrà appresso che appartenne al popolo primitivo che in tempi sconosciuti popolò tutte queste contrade, popolo forestiero non indigeno del nostro paese, dir voglio i Pelassi, o Enotri Caoni, i quali vi giunsero prima delle stesse antichissime colonie de' Cretesi.

II. Della origine delle greche colonie che in diversi tempi quest'ampio paese popolarono, al pari che de' nomi di ciascuna regione in esso compresa, sarà favellato nella speciale descrizione di tali regioni: ora scrivendo soltanto dell'origine primitiva de' popoli, non meno che del nome della Japigia, i Greci la vollero così detta da Japige figliuol di Licaone (2242), o di Dedalo e d’una Cretese secondo altri (2243). Tali diverse genealogie due diverse colonie di Greci ci mostrerebbero venute ne' più remoti tempi nella Japigia, l’una di Arcadi, un’altra di Cretesi, perciocché i miti e la storia dicono Licaone re di Arcadia ed Arcadi i di lui figliuoli, ed Antioco Siracusano nomina Dedalo conduttore d’una colonia di Cretesi nella medesima contrada. Ma poiché da Dionigi d’Alicarnasso é noto che il paese ove Peucezio, fratello di Enotro e figliuol di Licaone, si fermò colla sua colonia, già nominavasi Japigia, è da dire che il paese fu popolato e nominato da un altro Japige più antico di Peucezio. Per sì fatta guisa ad altro Licaone ricorrer si dovrebbe alla storia sconosciuto, tanto più perché, come narra Apollodoro, dopo il memorando cataclismo di Deucalione con Licaone perirono tutti i suoi figli, in fuori di Nictimo, il quale al padre succedeva nel reame di Arcadia (2244). Ma per discredere tali origini si noti che i Greci personificando i nomi delle regioni, tali nomi affermarono derivati da favolosi condottieri di colonie, e dalle poche notizie degli stessi antichi, al pari che dall'analogia de' nomi de' popoli e delle regioni è manifesto che dalle opposte spiagge del Ionio e dell’Adriatico gli Japys nel nostro paese si tramutarono in grandi o piccole emigrazioni, in una sola epoca, o in tempi diversi. A questa origine de' popoli della Japigia già accennava un’antica tradizione serbataci da Nicandro, ove dice che con una moltitudine d’Illirici vennero nella Japigia Peucezio, Dauno e Japige (2245), e si narra che lo stesso cretese Idomeneo conducesse popoli illirici nel paese de' Salentini (2246). Or, poiché vi furono due città col nome di Japigia, l’una in Italia, un’altra nell’Illiride (2247), ed inoltre una città destro nella Japigia, ed un popolo collo stesso nome nel seno Ionio (2248), non è dubbio che gl’Illirici, da' quali si originò la popolazione primitiva ed il nome di Japigia, mossero dalla Japidia, i cui popoli ora Japodi (2249), ed ora Japidi (2250) nominarono gli antichi. Una importante testimonianza di Strabone ci fa nota non solo la loro sede ed origine, ma anche una curiosa costumanza, che pur ritroviamo in alcuni popoli della Japigia. Confinando col monte Ocra, la parte più bassa delle Alpi, dove toccavano al paese de Carni (la Carniola e ‘l Friuli), occupavano il monte Albio, che si prolunga dalle Alpi Carniche, cioè l’Alben o Monte della Vena di oggidì. Da questo monte discende il Kulp, o il Colapi degli antichi, che ne traversava il paese; e da una parte della montagna si estendevano sino a’ Pannonii e all'Istro, o Danubio, dall’altra sino al golfo dell’Adriatico presso Segesta e la costa de' Liburni (2251), e però tenevano la spiaggia della provincia di Murlaka, compresa tra' l golfo di Quarnero sino verso Zara, l’antica Iadera. Furono di origine celtica insieme ed illirica, e d una copiosa popolazione, per la quale fu loro forza di passare dall'una all'altra costa dell’Adriatico. Strabone dice che celtica era la guisa delle loro armi, e che avevano il corpo variegato da punture a simiglianza degli altri Illirici e Traci loro antenati (2252); ed è singolare che non solo ad Arpi città della Daunia un esempio di tale costumanza non par dubbio nelle giovani donzelle che passavano la vita nel celibato e con succhi d’erbe si tingevano il viso (2253), ma lo stesso popolo degli Arpani ha una manifesta analogia col nome della città di Arupeno, abitata da' detti popoli della Japidia.

Ma Pelasgi furono i Cramoni di Scilace, di cui il Niebuhr credeva la memoria perduta, e che il Grotefend malamente ha confuso co' Grumentini (2254). Ove si emendi, come io mi avviso, in Cranonii il nome di tal popolo sconosciuto, chiara ne è l’origine e la provenienza da quelle genti primitive che popolarono ab antico l’Ellade, l’Epiro e le prossime contrade. Né quelli io intendo della Pelasgiotide (2255) più lontani dalla Japigia, sì bene i più vicini, abitatori di un’altra città omonima nell’Atamania, regione prossima alla Macedonia, verso le sorgenti dell’Acheloo, distante non più di 100 stadii da Girtone de' Tirreni, e d una stirpe stessa con gli Efiri (2256). Così quelli della Tessaglia del rimanente, che quelli dell’Atamania, appartennero alla stessa generazione de' Pelasgi, e le testimonianze degli antichi confermano quella di Scilace, dappoiché dice che i Cramoni erano un avanzo di Enotri-Coni. Furono questi gli abitatori più antichi della Japigia, il cui nome si conservò in qualche greco storico, se non nel paese istesso, almeno sino a tutto il secolo XI (2257). Or passando a descrivere le cinque regioni in essa comprese, con le speciali corografie ne accennerò le particolarità geologiche, e con le greche colonie che vi si stanziarono e la varia fortuna de' popoli sino alla dominazione romana ne descriverò le città e i luoghi più degni di memoria secondo gli storici, i geografi e gl’Itinerarii.

V. SALLENZIA

I. Corografia, nome e condizione geologica della regione. — II. Primi abitatori della contrada, e greche colonie che vi si stabilirono. — III. Topografia della Sallenzia. — 1. Manduria. — 2. Fonte di Manduria. — 3. Porto Sasina — 4. Nerito. — 3. Salento, o Soleto. — 6. Mezio — 7. Bavota. — 8. Callipoli. — 9. Uxento. 10. Leuca. — 11. Promontorio Japigio o Salentino. — 12. Vereto. — 13. Promontorio e tempio di Minerva. — 14. Castelli di Minerva. — 15. Spiaggia Leuternia.

I. Come di altre regioni, i precisi confini della Sallenzia non è agevole determinare, a volerli ricercare nelle opere degli antichi; perché Strabone la descrisse generalmente in quella parte del chersoneso che si distende intorno il promontorio iapigio (2258), e con più di precisione Pomponio Mela la fece cominciare immediatamente dopo la Calabria, cioè dopo la spiaggia d’Idrunto, e la distese sino a Callipoli (2259). Ma poiché Livio e Plinio anche a' Salentini attribuirono Manduria (2260), da questa città propriamente dopo la regione tarentina aveva principio per terminare nella spiaggia di Vaste o Basta, che fu da quel lato la prima città della Messapia o Calabria. Quest’ultimo termine della regione è indicato, come vedremo, in una lapida antichissima anteriore all’età di Pitagora, che l’estensione lungo la marina ne attesta senza alcun dubbio (2261). Ma, benché sia chiaro l’errore di alcuni moderni geografi, i quali nella Sallenzia hanno voluto comprendere gran parte della Magna Grecia, per la falsa lezione del nome di una città in un verso di Ovidio, come nella descrizione di Vereto sarà detto, oscuri nondimeno ne rimangono i confini dentro terra pel difetto delle antiche testimonianze, e solo accostandoci al vero si può dire che tutta la zona abbracciò in cui si compresero gli agri delle città che le appartennero, a tale zona attribuendosi la larghezza dal mare a Manduria, che ne fu la città più lontana dal lido. Anche secondo la Tavola Peutingerana le città Ae Salentini sono poste lungo il Ionio (2262), e per tale generale corografia è da dire che la Sallenzia abbracciò quella parte della odierna provincia di Lecce che dal Capo dell'Ovo insino a Vaste si distende lungo la marina, ristretta dentro terra da una linea tratta dalle vicinanze di Manduria per S. Pancrazio, Salice, Magliano, S. Pietro in Lama, Sternazia, Solete, Cutrofiano, Scorrano e Botrugno. T)e resto egli sembra che Sallenzia, ristretta ne' più antichi tempi in meno ampio paese, si dilatò quasi a tutta quella penisola sotto i Romani, quando con Taranto formò una sola provincia, come dell’anno di Roma 542 in Livio si legge (2263).

I Latini, storici poeti e geografi, tutti nominano Salentini gli abitatori di questa regione, detta Sallenzia da Greci, ed è singolare che dal tempo di Dione Cassio, il quale seguendo la tradizione o gli scrittori che lo precessero, con tal nome distinguevala nella sua storia (2264), nessuno insino ad ora col nome stesso la contraddistinse; anzi tutti i moderni topografi, ingannati da Stefano Bizantino, che ricorda Sallcnziacome città, tale città in diversi siti hanno vanamente ricercata. Sfuggiva allo stesso Niebuhr l’autorità di Dione; pur nondimeno, per non essere da nessuno storico o geografo ricordata, acutamente dichiarava che Stefano o altro geografo ne congetturasse resistenza, per dar ragione del nome di Salentini (2265). Ma non è sì facile il dire,d'onde la Sallcnzia, o i Salentini avessero il nome, se non ricorriamo all’analogia delle denominazioni geografiche, che d una in altra contrada ci disvelano i passaggi de' popoli. Più che nelle descritte regioni, queste analogie s’incontrano, come si vedrà, nella Sallenzia non solo, ma in tutta la Japigia, e però st può dire che in questa regione tramutandosi gli abitatori di Sallunto della Dalmazia (2266), le imposero il nome della madre patria. La quale congettura a me sembra preferibile a quella di Festo, perciocché più tosto che sopra un fatto, il quale può rivocarsi in dubbio (2267), si fonda su gli esempi simili de' popoli, e spessi ne vedremo, come ho detto, nella descrizione di queste regioni.

L’Appennino, rialzatosi alquanto presso Taranto, tra Lecce e Nardò si appiana di nuovo, per ergersi ancora verso l’estremo promontorio della penisola; scomparisce quindi sotto il mare per risorgere maestoso ne' monti Acrocerauni dell’Epiro. Il ramo stesso così basso e assottigliato, per così dire, nell'attraversare la regione, in due giogaie ancora si suddivide, così che anche in due punte va a terminare nel capo di S. Maria di Leuca. Queste due tenui ramificazioni della grande catena formano la base di tutta la Sallenzia; ma diversa ne è ne' diversi luoghi la calcarea ond’è composta, perché dove s’incontra di frattura tenerissima, dove quasi silicea, e dove ancora, come verso l’ultimo promontorio presso Apri gitano, racchiude belle dendriti, infiltrazioni della sovrapposta argilla. Nell’una e nell’altra, e molto più nella seconda si trovano in copia marine petrificazioni, nell'argilla quasi che tutte più o meno spatose, come quasi un ammasso confuso di spatose semicristallizzazioni pare di essere la stessa calcarea. In entrambe si trovano verso il Capo ittioliti, diversi alquanto da altre petrificazioni simili di altri paesi. Difforme pure vi si vede la formazione terziaria, che nella più parte della regione ricopre la calcarea appennina; perche dove è di grana più o meno grossa, dove più o meno friabile, ed in certi luoghi, come in Gallipoli abbastanza dura, benché di grana grossissima, e più o meno tenera o compatta, secondo che più o meno di argilla, più o meno di tritumi marini ne formarono la composizione. Essendo di marina origine, belle conchiglie, talvolta quasi che fresche e intatte, madrepore, millepore, alcionii ed altrettali marine quisquiglie vi s’incontrano in abbondanza, ed in quella di recente cavata anche fuchi marini che serbano la loro freschezza, oltre ancora di frantumi di litantrace, e pezzi frequenti e brani di grandi pesci. E così l’una, come l’altra generazione di pietra, nelle alture e nelle cime de' colli è a nudo per tutta la contrada, coverta soltanto da poca e scarsa terra vegetabile. Se non che in alcuni siti è coverta non solo, ma è ascosa da banchi più o meno alti ed estesi di argilla; in altri, come da presso Poggiardo sino al Capo, da terra ocracea rossa, sparsa di globulari ematiti. Nell’argilla, ripiena di vaghissime formazioni cristalline, in alcuni luoghi, come per la giogaia di Arrigano, Monteroni, S. Pier in Lama Lequile S. Cesario, ed anche verso il Capo, è mista molla terra vitrescibile, così che se ne lavorano stoviglie; in altri, come nelle vicinanze di Arigliano, Galiano, e Castrignano del Capo, di colore grigio più o meno tendente al nero, messa al fuoco dà forte odore di bitume, e vi si trovano ancora conchigliette pressoché intere. In altri in fine, come in Palmerigi, dà strofinata forte odore di solfo, ed esposta all’aria fiorisce in allume, ultimo indizio delle vulcaniche esalazioni che ne' tempi remotissimi da questa parte del paese da un lato si prolungavano pel Jonio ne confini del fiume Cirò nella Basilicata, ove anche rampollano acque termali e sono vestigi di antichi bagni, e dall’altro per l’Adriatico, per aver termine ne' monti Acrocerauni; del che sono anche pruova i locali tremuoti, a cui va soggetta la regione (2268). Oltre di che della presenza di vulcani sottomarini intorno intorno la penisola danno pruova e le scaturigini di acque sulfuree tra la torre di S. Maria dell'Alto e quella dio lido nella marina di Nardò, e le molte grotte che si aprono presso la Torre di Castiglione, intorno del Capo e in vicinanza di Castro, le quali non ad altra origine per lo più attribuirsi sogliono da' geologi. In quella eminente sul mare sotto la Torre degli Uomini morti, nella rivolta occidentale del Capo, si veggono ossa di smisurata grandezza sepolte nella sabbia: il volgo le attribuisce a Giganti, ed anche ai Saraceni debellati ed uccisi dall’esercito di Carlo Magno (2269); ma certo non sono che di varie generazioni di mammiferi, come in altre grotte simili in tutte le parti del globo. Per altre più recenti osservazioni geognostiche è fatto manifesto che alla roccia predominante subordinata all’argilla plastica succedono filoni di carbon fossile, come nel pozzo di Specchia Preti, e quindi l’argilla nerobigia, quasi litomarga, sparsa d’innumerevoli gruppi di pirite gialla di ferro. Sì fatto minerale, che d’ordinario s’incontra nelle formazioni terziarie, abbonda ne' terreni argillosi di Zollino, Calatone e Buffano, del pari che nelle pertinenze di Campi, e precisamente in Monte d'Oro (2270), che da' minutissimi frammenti cristallini giallo-splendenti che il minerale ricoprono è stato così detto. Questo paese, dice Strabone, nelle superficie apparisce aspro; ma arandolo si trova di buon terreno; e sebbene sia senz’acqua, è acconcio nondimeno a' pascoli, e si vede bene arborato (2271). A cagione della mancanza de' monti il promontorio Salentino è senza fiumi, ed anche senza sorgenti: l’acqua vi si attinge solo da pozzi profondissimi, e la contrada si può perciò dire con un viaggiatore l'Arabia Petrea delle patrie contrade. Ciò nondimeno ora si vede qual la descriveva Strabone; è anzi di tutto feconda, e gli spazii non occupati dall’arenaria che in parte ne copre la superficie, producono sino a quindici e venti per uno, senza che per tale abbondanza scapiti l’eccellenza de' prodotti.

II. Dalla tradizione che Varrone riferiva nel terzo libro della sua storia, e che alcuni grammatici ci conservavano, è noto che i Salentini furono un popolo misto di Cretesi, Illirici ed Italici. I Cretesi vi furono condotti da Idomeneo, il quale, dalla città di Blanda scacciato per effetto di una sedizione nella guerra co' Magnesi!, con molti di quest'isolani ne andò nell'Illirico presso il re Divizio, dal quale altra gente ricevuta si unì co' Locresi ed altri profughi, ed approdò a Locri dove si stabilì, fondando poi alcune città nella Sallenzia, tra le quali, dice la tradizione stessa, furono Uria e 'l nobilissimo Castello di Minerva. I tre popoli già detti furono divisi, come sembra, secondo l’origine loro, ma in dodici parti secondo le città che abitarono, e nominati furono Salentini per avere fatto lega tra loro nel mare (in salo), ossia navigando alla volta della regione (2272). Ma che la tradizione di tale emigrazione di popoli non ci pervenisse schietta, sia per opera di Varrone o degli stessi citati grammatici, e sia per la cagione stessa della lontananza del tempo in che avvenne, chiaro apparisce da altre tradizioni contrarie. E prima di tutto erano già Cretesi nella Sallenzia innanzi al supposto arrivo d’Idomeneo, perché Uria fu fondata secondo Erodoto da que’ Cretesi che ritornavano dalla Sicilia dopo il lungo e mal riuscito assedio della città di Cantico (2273), non meno di 1355, o 1351 anni A. C. Si narra oltreacciò che Idomeneo dopo il ritorno da Troja, per diverse calamità fuggiva dalla patria, perseguitato da Leuco, il quale in un tempio gli uccise la consorte Meda, e la figliuola Clesitera (2274); e secondo altre tradizioni moriva a Cnosso, ove mostravasene il sepolcro presso quello di Merione, e colla seguente epigrafe (2275):

ΚΝΩΣΙΟΥ ΙΔΟΜΕΝΗΟΣ ΟΡΑ ΤΑΦΟΝ, ΑΥΤΑΡ ΕΓΩ ΤΟΙ

ΠΛΗΣΙΟΝ ΙΔΡΥΜΑΙ ΜΗΡΙΟΝΗΣ Ο ΜΟΛΟΥ

Or senza qui rivocare in dubbio la persona d’Idomeneo, la quale del resto appartiene alle genealogie mitiche ed eroiche di Creta, la tradizione che passasse nella Sallenzia derivavasi forse da che dopo o prima de Cretesi vi erano passati abitatori dalla città d’Jdomene (Gradiska) della Macedonia (2276). Ma, comeché confusa, la tradizione di Varrone è importante, perché ci fa conoscere che i Cretesi, forse molto tempo dopo de' più antichi al ritorno dall’isola di Sicilia, a Blandona città dell’Illirico (Zara Vecchia, o Biografi) si univano a que popoli per venire alla volta della Sallenzia, popolata già prima, come ho già detto, e si dee ben supporre, dagli Japigi, illirici anch’essi. La memoria di Blandona, non Blanda, come nella riferita tradizione si legge, mi fa inclinare a pensare del resto che tal passaggio di popoli fu in tempi comparativamente molto più recenti, anche perché vi si nomina il re Divizio, il quale non può supporsi de' tempi che susseguirono la guerra trojana e coetaneo d’Idomeneo.

Ad ogni modo, a questa seconda emigrazione di Cretesi insieme e d’Illirici riferir si possono gli accrescimenti, se non le origini delle principali città della Sallenzia, sulla quale avevano i Cretesi in certa guisa acquistato dritti di sovranità dopo la più antica colonia al tempo di Minosse. La primaria di tali città ebbe ad essere Salento, da cui prese il nome tutta la regione, e da cui forse altre colonie si diffusero per fondare le altre città. Certo è che Solino attribuì l'origine da’ Salentini a' Cretesi Liezii (2277), quelli stessi che condotti si volevano da Idomeneo, perché Lieto fu una delle principali città di Creta, posta dentro terra nella parte orientale dell’isola (2278), e patria d’Idomeneo. Virgilio allude del pari a tale stabilimento, e Servio conferma la tradizione seguita dal poeta (2279). Strabone e Pausania attestano inoltre la greca origine di Lupia (Lecce) città della Messapia, attribuita più chiaramente da un’altra tradizione a’ Cretesi a cui imperava Malennio re di Salento (2280); la quale nel mostrarci Salento come madre di altre colonie, fa risovvenire i Cretesi, che si erano prima stabiliti nella Sallenzia. A credere del rimanente ad un’altra tradizione serbataci da Varrone, da Idomeneo, o piuttosto da’ Cretesi si sarebbero distinti i Salentini in dodici popoli (2281), o in dodici città primitive della regione, le quali non è agevole esattamente indicare, perché qualche città forse vi si comprendevano prossime alla Sallenzia come Uria e la stessa Lupia le quali appartennero veramente alla confinante Messapia.

Né meno certe, perché del pari comprovate dalla tradizione e dall’analogia de' nomi delle città, sono altre colonie che vi giunsero dall’Acarnania. I nomi di tre città salentine, dir voglio Leuca, Alezio e Nerito sono chiaro argomento che vi sopravvennero da quella prossima regione, la quale alla Sallenzia sta quasi dirimpetto, e la tradizione serbataci negli scrittori patrii dice Nerito fondata da Greci della città dello stesso nome nella penisola Leucadia. A voler seguire Strabone, tali colonie sarebbero del tempo di Cipselo, il quale dal 663 al 633 A. C. regnava a Corinto (2282), perché scrive che alcuni Corintii condotti da Cipselo e da Gargaso occuparono la spiaggia dell'Acarnania ed arrivarono sino al golfo di Ambracia. E postisi ad abitare in questa città ed in Anattorio tagliarono l’istmo per modo che la penisola di Leucade divenisse un’isola; trasportarono Nerito in quel luogo che una volta era istmo, e lo denominarono Leucade (2283). Ma meno antica fu la fondazione di Leucade secondo una testimonianza di Plutarco, il quale la riporta verso gli ultimi anni della tirannia di Periandro (2284), ed a Tolgo figliuolo di Cipselo Io stesso Strabone attribuisce la fondazione di Ambracia (2285). Sia dunque che con un dotto cronologo tra l’anno 633 ed il 563 si riferisca la tirannia di Periandro (2286), e sia che con altri scrittori si sostenga ch’ebbe termine nel primo anno della XLVIII.a Olimp. (2287), 587 A. C., dopo di tali epoche le dette colonie si trapiantarono nella Sallenzia.

Poiché le sorti de Salentini si confusero per lo più con quelle de' vicini Messapii, nessuna speciale memoria ne lasciarono gli storici dall’arrivo delle greche colonie insino al tempo de' Romani. Nel 346 ne fu occupata la regione dalle armi de Lucani e di Archidamo re di Sparta, il quale periva con tutto il suo esercito nella memorabile giornata di Manduria (2288). Alleati, o indivisi da' Messapii, ebbero con essi comune la fortuna delle guerre combattute co' Tarentini; pur nondimeno sono ne' Fasti nominati particolarmente fin dal 473, quando furono combattuti e vinti da L. Emilio Barbuta, che trionfò insieme de' Tarentini e de' Sanniti, di cui stati erano gli alleati. Io non so se piuttosto de Messapii intender si debbano i trionfi che i marmi capitolini a' Consoli M. Attilio Regolo e L. Giulio Libone attribuiscono su' Salentini; certo è che nel seguente anno 487 compirono la vittoria di que’ popoli i Consoli N. Fabio Pittore e D. Giunio Pera, a' quali i Salentini si sottomisero (2289). E sia che come agli altri popoli fosse intollerabile il giogo che portavano, sia perché spauriti dalle forze di Annibale, a' Cartaginesi spontaneamente si unirono in parte nel 539, e quelli propriamente, come è da credere, che abitavano la regione più prossima a Taranto (2290), ch’era già per cadere nel dominio degl’invasori. Ma indi a sei anni il console Claudio Nerone li soggiogò di bel nuovo con tutta la confinante contrada (2291), e d allora il nome de Salentini autonomi non più si udì nella storia. Furono tali in genere le vicende di questi popoli: or veggiamo le città più antiche che abitarono.

1. MANDIRIO, o MANDURIA (Μανδύριον, Manduria)

A chi dalla regione tarentina passava nella Sallenzia la prima città che facevasi incontro era Manduria, distante XX miglia antiche da Taranto (2292). Stefano Bizantino, nominandola Mandirio o Mandurio, la situò in generale nella Japigia (2293); ma che si comprese propriamente nella Sallenzia, è manifesto da Livio e da Plinio, che a’ Sallentini l’attribuirono. Fu città de' tempi primitivi, ed anziché ripeterne l'origine con alcuni scrittori patrii da popoli orientali, non dubito di riferirla a' Greci, e propriamente a’ Pelasgi Arcadi, per essere stati in Arcadia i popoli Mandurii o Mandurici (2294). Comeché un orientale significato nel suo nome vedesse il Mazocchi, alla detta origine si accostò dichiarandola edificata da’ Tirreni (2295), e ve n’ebbero veramente presso alla regione de' Cranonii, uno de' cinque popoli antichissimi della Japigia (2296), abitatori della città di Girtone nella Tessaglia (2297). Ma non se ne ha memoria più antica dell'Olimpiade CVIII, 3 (A. C. 346), quando presso alle sue mura cadde trafitto Archidamo re di Sparta in un conflitto co' Messapii ed i Lucani (2298). Era città ragguardevole e popolosa nel 543 di Roma, quando nella seconda guerra cartaginese fu espugnata da Q. Fabio, il quale vi prese circa quattro mila prigionieri (2299). È ricordata dallo storico col titolo di oppido, o di città cinta da mura, e tale veramente la dimostrano le grandi reliquie che ne sopravanzano nella pianura, nel cui lato occidentale sorge l’odierna Manduria. Sorprendono ivi le grandi rovine della città, ma più ancora quelle delle sue mura, formate da grandi sassi bislunghi uniti senza cemento, che in doppio giro la cingevano, in fuori del lato meridionale, dove o furono abbattute, o rimasero interrotte (2300). Tali mura sono larghe oltre a 16 piedi, ed avanzi ben conservati ne rimangono sino all’altezza di 20 piedi. Eravi ancora un fossato esteriore, largo 40 piedi. Nella parte più conservata delle mura si nota una specie di arcate, che bene esser potrebbero di volte corrispondenti al contromuro, e che venivano a ricoprirlo. Nella guisa stessa era formato il contromuro; ma, distrutto come si vede non può dirsene la larghezza. La prima forma della città era rotonda, e divenne ovale per la seconda linea di circonvallazione; la quale può supporsi primitiva onde separare il ricinto in due rioni, ed anche de' tempi posteriori per ampliare il ricinto stesso alla cresciuta popolazione (2301). La città ebbe il perimetro di oltre a tre miglia, e diverse porte nella direzione delle città vicine, cioè Taranto, Velia (ora Veglie), Oria e Brindisi, oltre quella che menava alla marina, tuttavia detta di Nettuno. Aveva nascondigli, e strade sotterranee per le uscite in tempo di assedio, tra le quali una ve n’era verso mezzodì, che dalla città si prolunga più di due miglia, e riesce in un sito abbondante di pozzi, ove è oggi la cappella di S. Maria Concede. Al mezzodì della città lungo la porta di Velia, e tra levante e ponente e verso quella di Brindisi s’incontrano i sepolcri incavati nel sasso, coverti da una pietra orizzontale, ed alcuni da una seconda e terza pietra, ne' quali oltre de' soliti oggetti si sono scoverti greci vasi campaniformi di ogni grandezza, quali indorati, e quali colle note figure rappresentanti danze, feste ed altre cerimonie dell'antico culto ellenico (2302).

2. Fonte di MANDURIA (Lacus Manduriae)

A circa mezzo miglio da Manduria verso il nordest e presso la strada che mena a Lecce si vede il celebre fonte ricordato da Plinio nelle meravigliose memorie che de' fonti e de' fiumi raccolse nella sua storia. Il quale, veggendosi pieno sino a' margini, non iscema per acqua che se ne attinga, né cresce per altra che gli si aggiunga (2303). La stessa meraviglia Filostrato ricorda di una vasca che fu nel tempio delle Ninfe a Puteoli (2304), e Strabone d’una laguna d’acqua salsa nella Cataonia chiusa all’intorno da alti scogli a perpendicolo, nella quale non avveniva mai né aumento, né diminuzione di acque che apparisse (2305). Il fonte è in una caverna sotterranea. Per gradini tortuosi e malconci scavati nel duro sasso, vago per molte conchiglie petrificate, si scende in una grotta quasi circolare, la cui volta incavata a cupola ha nel centro una grande apertura quadrangolare che dà luce alla caverna. Dall’un de' lati sgorga una piccola fonte, di cui non si ode che il mormorio, occultata come è da una muraglia, e l’acqua per un sotterraneo canale è condotta nel mezzo della grotta, ove sgorga in una fossa. Dalla quale passa con breve tragitto ad un pozzo, che verticalmente corrisponde all’apertura superiore della volta, d'onde l’acqua si attinge. Questo pozzo, in parte ostrutto da sassi, e pochi piedi profondo, è cinto da un parapetto di pietre, e forma la maraviglia della fontana, in quanto che l’acqua che del continuo vi entra, rimane sempre allo stesso livello. Le acque pure e leggiere fluiscono in copia nelle stagioni piovose, scarse nelle siccità, ma non mai mancanti; e per quanto in copia ne corrano, non mai dall’usato livello s’innalzano; né per quante scarse siano, o se ne estraggano, si abbassano giammai (2306). Benché di ciò non prenda cagione di meraviglia un patrio naturalista, l’inalterabile livello dell’acqua è nondimeno sorprendente in un paese sopratutto senza monti e senza fiumi, ed in un suolo ove almeno rarissime sono le sorgenti. La conca maggiore del fonte è forse situata in mezzo a gran letto di acque perenni comunicanti con esse; forse ancora è da supporvi il passaggio di un sotterraneo ruscello, come avviene nel pozzo di Pompei, pel quale passa il fiume Sarno. Ad ogni modo, egli sembra che l’antro da alcuni creduto già sacro ad Apollo, il supposto nume di Mandarla, fosse naturale, e che, scavatosi il pozzo, si scoprisse la sorgente, la quale dal tufo e dall’argilla gocciola come quella in cui la prima origine ha il Sebeto.

3. Porto SASINA

Da Manduria scendendosi in retta linea alla marina si trova la Torre di Boraco, dalla quale a quella di Colimena, o meglio Calimena, si contano 6 miglia. Ivi la spiaggia si protende in un piccolo promontorio, e da questo inarcandosi in modo molto flessuoso si arriva dopo altre 9 miglia a Porto Cesareo, che fu il Porto Sasina degli antichi. Di questo porto della Sallenzia fece menzione Plinio nel notare la distanza di XXV miglia romane da Taranto alla penisola della regione (2307), ove veramente non è più di XXI miglia odierne; e dal nome dell'isola Sasone, ora Sasino, posta di rincontro a' monti Acrocerauni, ed a mezzo cammino fra l’ Epiro e Brindisi (2308), si può ben conghietturare che vi passassero ad abitare i naviganti dell'isola stessa da tempi remotissimi. Or il nome rimasto al porto, riprodotto nella spiaggia salentina da quello della detta isola, fornisce una facile emendazione nel luogo di Plinio, nel quale si legge: In ora vero, Senum, Callipolis, e che con un erudito Salentino non dubito di leggere: In ora vero, Sasinum, Callipolis (2309); così che una grossa borgata, se non una città, era in quel sito, la quale dava il nome al porlo, e che poi mutata dopo il secolo di Plinio l'antica denominazione in quella di Caesarea, lasciò il nome stesso al Porto Cesareo come tuttavia si distingue. Di questa città di Cesarea è memoria negli scrittori e nella tradizione, dalla quale sappiamo che per cagione di gelosia e di preminenza fu distrutta da' vicini Gallipolitani. Emigrando allora i Cesariani dalla diroccata patria, ripararono dentro terra in un sito dall’odierno Casarano poco distante, ove un villaggio si edificarono, dal nome della patria perduta detto Caesaraneum, ed oggi Casaranello; il quale poi, venuto meno per ignote vicende, sorse e si ampliò nell’odierno Casarano (2310).

4. NERITO, o NERETO (Νήρητον, Neritum)

A XXIX miglia da Manduria la Tavola Peutingerana segna quest’altra città mediterranea della Sallenzia, ricordata anche da Tolomeo (2311). Plinio fece menzione de' Neritini che l’abitavano (2312), de' quali non restano che pochissime ricordanze. Dal nome più vetusto della città di Leuca nell'Acarnania, detta prima Nerico e Nerito (2313), alcuni patrii scrittori non hanno dubitato attribuirne i principii ad una colonia di que’ popoli (2314), e certamente prima che fondassero la stessa Leuca, quando cioè non ancora era prevalso all’antico il nuovo nome della città nella penisola Leucadia. Comeché Strabone noti l’errore de' geografi che sostituivano Νηρίτος a Νήρικος, e questo a quello nel verso di Omero, nel quale il poeta attribuisce il secondo di questi nomi ad un monte ombroso della città d’Itaca (2315), cosi che altri scrittori hanno sostenuto che i primi fondatori di Nerito venissero piuttosto dalla patria di Ulisse, nondimeno il simile esempio di altre città della Sallenzia (Leuca ed Alizia), del pari fondate dagli Acarnani, è per me una pruova dell’origine già riferita, alla quale dava occasione, come è fama, una grande penuria di acqua. E l’origine stessa si conferma dalla tradizione serbata da altri scrittori più antichi, che cioè la fondassero Nerito e Leucadia, non dubbie personificazioni della città e della regione già dette.

Antiche memorie di questa città non si hanno sì pel silenzio degli storici, e sì pel difetto di marmi letterati, ed appena dalle seguenti tabelle di rame, nelle quali decretavasi l'onore del Patronato a M. Salvio Valerio, è noto che i Neritini ebbero alla marina il loro emporio, nella prima delle dette tabelle indicato col nome di Nauna, e bene popolato da coloro che si dedicavano al traffico marittimo. Tali tabelle furono scoperte nel 1595 nel cavarsi le fondamenta della crociera della chiesa di S. Francesco di Nardò (2316); e poiché portavano iscritti i nomi de' Consoli A. Marcellino e P. Probino, furono incise nell’anno 312 dell’era volgare.

ΑΝΤΟΝΙΟ MARCELLINO ET PETRONIO PROBINO COSS.

II NONAS MAJAS.

SVCCLAMANTE. POPVLO. D. EMPVRII. NAVNAE. DED.

OFFERENDA. TABVLA. D. INCISA. PATRONATVS. M. SAL.

BALERIO, VIRO. SPLendido. Cvi. IAMDVDVM. SECVNDVM. BOCES.

EIVSDEM. POPVLI. ET. BOLUNTATEM. Onor. Patronatys. OPLATVS EST.

Q. D. E. R. F. P. D. E. R. I. C. CVM. DEVOTVS. POPVLVS. IAMPRIDEM. 

M. SAL. BALERIO. PVPLICE, ONOREM. PATRONATVS. OPTVLERIT. 

CvIvS. IMMENSA. BENEFICIA. SEMPER. NON. TANTUM. IN.

MUNICIPES. BERVM. ETIAM.IN. NOS. Ipsos. ContvlerIT. EMPVRIVM.

QUOQVE. NOSTRVM. ITA. SEMPER. DILEXERIT. VT. VBICVMQ. RES.

EXEGIT. TVTOS. DeFensosque. PRAESTITERIT. PROPTER. Qvot. 

ΝΕCESSE. EST. EVM. Remunerari. Oportere. Placet. Itaque. VNIVERSO. 

POPULO. EMPVRII. NAVNITANI. TABVLAM. AEREAM. INCISAM.

El. OFFERRI. Debere. Quo. GRATIVS. Digne. Onorem. SIBI. 

CONLATVM. A. DEVOTISSIMO. POPULO. D. EMPVRII. NOSTRI. LIBENTI,

ANIMO. SVSCIPIAT.

CENSVENTIBVS C. IVL. SECVND. C. IVL. ΜΕΜΙΟ

PRAETORE. C. GEM. AFRODISIO C. PRO ALIIS.

______________

ΑΝΤΟΝΙΟ. MARCELLINO

PETRONIO. ET. PROBINO

COSS.

SVCCLAMANTE. POPVLO

EMPVRII.

A circa 7 miglia da Nardo, e non lungi dalla torre di S. Isidoro si veggono alla marina alcuni ruderi, che al detto emporio si attribuiscono. Ad affermare col dotto comentatore della tabella, che debbasi piuttosto riferire alla città di Enona sulla spiaggia de' Liburni, devesi sostenere che il nome dell’emporio e quello del popolo furono alterate nella trascrizione; ma poiché entrambi sono chiaramente scritti, egli sembra che siano denominazioni locali, derivate dalla condizione del popolo che abitò quella spiaggia, di marinai o navalestri, quasi Noviluni, e di commercianti marittimi, nella tabella distinti da' municipi di Nerito.

Disperse o distrutte le neritine iscrizioni, della città non si ha ricordo che nelle lapide di Lupia, e in una de' popoli Neritini, in un’altra del municipio di Nerito; né altro io so dirne se non che, essendo posta sulla Via Augusta Sallentina (2317), la quale fu parte di quella poi detta Trajana, fu popolosa e molto frequentata ne' tempi romani, anche perché posta sotto cielo saluberrimo ed in suolo lieto ed abbondevole.

5. SALENTO, o SOLETO (Salentum, Soletum)

A voler seguire l’opinione di alcuni patrii topografi, a circa 8 miglia da Nerito e quasi nel mezzo della penisola era situata Salento, di cui oscure, se non dubbie, sono le memorie. Se sotto il nome di Soletum è ricordata da Plinio, è perché gli editori del geografo tale lezione hanno preferita a quella di Salentum che trovasi ne' manoscritti (2318), e ch e confermata dalla testimonianza di Giulio Capitolino, il quale serbava memoria di un Malennio re di Salento, e fondatore di Lupia (2319). E la città stessa col nome di Sallenzia intendeva forse descrivere Stefano Bizantino, sebbene le attribuisse il nome della regione, e con errore l'ascrivesse alla Messapia (2320). Senza ancora convenire coll'Holstein che questo geografo in altro luogo del suo Lessico ne facesse menzione (2321), è naturale il credere che una città primaria ed antichissima vi ebbe, dalla quale prese il nome tutta la regione, ad ammettere sopratutto che vi fu in questa parte del nostro paese un'emigrazione di Salluntini dalla spiaggia della Dalmazia (2322). Ma niente altro so dirne con qualche certezza, perché dubbie, se non apocrife, ne sono le monete che coll’epigrafe di ΣΑΛΛΑΝΤΙΝΩΝ il Golzio ed il Meyer (2323) ne riferiscono, e dubbio ancora ne è il sito, comeché si dica posta a Solito tra Otranto e Nardò, alla distanza di 12 miglia da Lecce. Ivi veramente al tempo del Galateo, o nel secolo XV, rimanevano grandi vestigi di mura (2324), ed ivi ancora corrisponde la descrizione di Plinio, che la situa tra Idrunto e Fratuerzio. Egli è il vero che antichi vasi greci in gran numero si sono scoperti nell’agro di Soleto (2325), ma non so persuadermi che una città fondata da Illirici, Cretesi o altri Greci, come suppor dobbiamo di Salento non fosse piuttosto alla marina, pel simile esempio di altre fondazioni antichissime di straniere colonie che si tramutarono nel nostro paese. A voler seguire tale ipotesi non sembra nemmeno che la controversa città fosse stata, come altri vuole, presso Monte Salete nelle vicinanze di Leverano e ad otto miglia da Taranto (2326), per essere un luogo posto abbastanza dentro terra, non ostante che veramente e vi si osservassero rovine di edifizii, e sepolcri vi si fossero scoperti con diversi frammenti di antiche armature; e solo con più esatte ricerche locali, e col trovamento di più copiose anticaglie si potrà forse mettere in chiaro un punto sì dubbio di patria topografia.

6. ALEZIO ('Αλήτιον, Aletium)

Dopo X miglia da Nerito seguiva Alezio (2327), di cui Plinio annovera gli abitatori (Aletini) tra i popoli mediterranei de' Salentini (2328). Egli è il vero che alcuni dotti questa città confusero con Lupia e Falesia (2329), ed altri con più grave errore, emendando a capriccio i citati geografi, hanno negato affatto che fosse nella regione (2330); ma le recenti scoperte e i nomi geografici antichi e odierni vieppiù rischiarano l’evidenza delle addotte testimonianze. E in prima, se nella Sallenzia troviamo una città di Alezio, è perché un’altra di simil nome ve n’ebbe nell’Acarnania, dir voglio Alizia, ricordata da molti geografi e storici (2331), nella quale io riconosco la metropoli degli Aletini. Era Alizia CXX stadii lontana di Leucade (2332), ed il simile esempio de' Neritini qui passati dalla penisola Leucadia non la dubitarmi di tale emigrazione, la quale in tempi remotissimi si può ben credere avvenuta per le epigrafi in caratteri greci antichissimi scoperte ne' sepolcri degli Aletini. Vegga altrove il curioso lettore come si spieghino talune di tali epigrafi (2333), a me basta solo di qui addurle per le future interpretazioni.

I.

ДАНІМАНΙΑΛΞΑΝΑΙΔΙΗΙ

II.

MAHIAN ES FAMMASSO

III.

ЗАПОДЗНАЧАЛ

IV.

ΡΑΝΔΟΞΙΑПАЛ

v.

ΛΑΙ"ΔΕ ΗIAΒΑΣΛΟΓΕΤΙBAS

ΒΑΣΛΟΓΕΤΙΒΑΣ

VI.

ГАЛЛАМОЛΔΑΗΙΑΣ

VII.

BAOXTAS STIN ΚΑΛΕ ΤΟςΒΙΛΙΟ FASNO

VIII.

ΑΤΙΘΑΟΣΒΑΛΕΔΟΝΑΣ

ΙΧ.

ΒΑΛΕΔΟΝΑΣ

L’epoca primitiva di questi ed altri simili titoli sepolcrali si rivela nella forma delle lettere analoghe alle greche antiche ed alle etrusche, nella mancanza d’intervalli tra le parole, e nella disposizione stessa delle lettere nella III e nella IV, da leggersi da destra a sinistra. Ed oltre la frequenza della vocale A, che spesso s'incontra nel dialetto messapico, si aggiunga la forma arcaica del digamma eolico nella figura di F, e l’usarsi l’H per semplice aspirazione, come presso i Latini, il dittongo EI per H, e IO in vece dell'Ω, verso il 500 A. C. introdotto da Simonide (2334). A giudicarne dal modo in cui sono trascritte, quasi analoga alla VI è la II epigrafe; se non che le parole sono invertite, perché nella II si legge ΛΑΗΙΑΝΕΣ ΓΑΛΛΑΣΣΟ, e nella VI FΑΛΛΑΣΣΟΝ ΔΑΗΙΑΣ, da leggersi forse ΛΑΗΙΑΣ. Siccome quest’ultima si scoprì nel muro di un sotterraneo, al quale discendevasi per una scala (2335), a tale sotterraneo appunto parmi che accenni l’iscrizione, per l’analogia che offre colle greche voci Λάχεια ed άλαος col digamma forse φαλαos e nel messapico dialetto φαλλασσο (2336). La III e la IV sono identiche; ma l'una è da emendare coll'altra, ed entrambe da leggersi, a quanto sembra, ΛΑΓΑΡΕΔΟΝΑΣ. Ed in fuori della parola ΑΤΙΘΑΟΣ, forse per Ατιτέος, istesse sono altresì le parole nelle due ultime. Veggano l’analogia col greco nella I e nella l'i dotti che danno opera al dialetto messapico, da' quali aspettar ci dobbiamo l’interpretazione di queste ed altrettali epigrafi, che in maggior numero vedremo nella Messapia.

I bassi colli che di sotto alle pertinenze di Nardi si perdono nel vicino mare, formano al mezzodì il promontorio de' Cutreri ed a borea l’erto scoglio di S. Maria dell’Alto (2337). Sulla deliziosa collina che da. questa eminenza si erge, alla distanza di 10 miglia da Nardi, dal seno boreale miglia 3, era posta Alezio. Poi che fu distrutta o abbandonata, tra il IX e 'l X secolo, per le devastazioni de' Saraceni, il nome ne rimase all’antica chiesa di S. Maria della Lizza, o meglio dell’Alizza. Il suolo tufaceo del prossimo villaggio di Picciotti è tutto sparso di sepolcri scavati ed aperti nel sasso, e grossi riquadrati macigni, avanzi della città, servono di base ai muri a secco che chiudono gli oliveti del villaggio (2338); né altro sopravanza, di una città sì vetusta.

7. BAUSTA (Βαῦστα, Bausta)

Dopo di Alezio Tolomeo pone Bautta, altra città mediterranea de' Salentini (2339), che un patrio scrittore, seguendo una guasta lezione del geografo (Βανότα) confonde con Baletium (2340), segnata nella Tavola Peutingerana, la quale sarà descritta nella Messapia. Ed a questa città di Bausta, il cui nome ha molta analogia col dorico Βαυσδειν (in vece di Baυξειν, latrare), sembra doversi riferire i popoli Basterbini ricordati da Plinio (2341), e che con errore, come io credo, lo stesso citato topografo attribui a Basta, la prima città della Messapia dalla parte della Sallenzia, così perchè non poteva il geografo una volta nominare la città, ed un'altra i popoli che l'abitavano, come perchè Basta fu città littorale, e i Basterbini furono popoli dentro terra. Di questa città salentina non rimane del resto alcuna memoria storica, non ruderi certi né epigrafi; ma vi è tutta la ragione di credere che ad essa appartengano i molti vestigi di antiche muraglie che un viaggiatore, seguendo la locale tradizione, attribuisce all'antica Callipoli (2342). Tali rovine trovar si debbono presso Parabita, dove il Cluverio per la sola analogia del nome sosteneva che già fosse l'antica Bavora di Tolomeo (2343); opinione al certo da preferire a quella del Mannert, il quale crede tutt'uno Βαῦστα e Basta (2344). I detti vestigi si veggono nel luogo detto Raggi, e comechè non sia possibile scovrirvi la forma e l'estensione della città, i sepolcri nondimeno, i bassi rilievi, i vasi di bronzo, e sopratutto le diverse medaglie d'oro, di argento e di rame, disperse non si tosto scopertevi, non lasciano alcun dubbio che vi fu una città greca, dove le arti furono coltivate come in altre città delle vicine contrade.

8. CALLIPOLI (Καλλίπολις, Callipolis)

Dopo 9 miglia odierne, ed all’estremità di una piccola penisola seguiva Callipoli, colla quale P. Mela diè compimento alla descrizione della Calabria (2345). Plinio la situò sulla spiaggia de' Salentini, a LXXV miglia da Taranto, ed a XXII dal promontorio Japigio (2346). Perché forse di piccola popolazione e di non grande celebrità fu compresa da Strabone tra le tredici piccole città della Japigia, in fuori di Taranto e Brindisi, che fu pago solo di ricordare senza neppur nominarle. Parlavane nondimeno Stefano Bizantino, se per Callipoli intendiamo coll’Holstein il luogo che nel suo Lessico trovasi descritto col nome di Callie (2347). Che fosse stata del resto fondata da una greca colonia è manifesto non solo dal di lei nome significante città bella, ma dalla positiva affermazione ancora di P. Mela, il quale la nomina città greca, quasi che tali non fossero state le altre molte della Sallenzia e della prossima Calabria.

Gli scrittori patrii, non dubitando ch'ebbe i principii da greci coloni, per la mancanza di storiche testimonianze, affermar non seppero da chi ed in qual tempo venisse edificata. Il Catalano opinò che Idomeneo, o i Nassii, fondatori di una città omonima nella Sicilia, ne ponessero i primi edifizii (2348), ed il Mazocchi che la fondassero gli stessi Callipolitani dell’Isola, i quali scacciati per avventura dalla lor sede, questa città edificando nella Sallenzia, le imposero il nome della madre patria (2349). Ma tali conghietture, per tacere di altre, svaniscono alla testimonianza di Dionigi d’Alicarnasso, dal quale sappiamo che lo Spartano Leucippo, dovendo condurre una colonia, mandò all'Oracolo per sapere ove mai il destino gli avrebbe concesso di aver sede co’ suoi; e l'0racolo gli rispose d’incamminarsi alla volta d’Italia, eia sua colonia stabilisse ove fosse dimorato un giorno ed una notte. Or, giunto colle navi presso Callipoli ad un certo emporio o navale de' Tarentini, mosso dalla bontà del sito, ne impetrò di rimanervi un giorno ed una notte. Ma, molti giorni trascorsi, e da quella sede non si rimovendo, fu esortato da’ Tarentini di andarne via; e Leucippo rispose di aver avuto da loro facoltà di starsene in quel luogo giorno e notte. I Tarentini, vedutisi così vinti dall’inganno del conduttore, gli concessero di stanziarvisi per sempre colla sua colonia (2350), e per tal modo Leucippo con uno stratagemma degno della semplicità degli antichi tempi edificò Callipoli. La tradizione riferita da Dionigi non fu sconosciuta a Strabone, il quale senza parlare di Callipoli la riferisce ove scrive, seguendo Antioco Siracusano, della riedificazione di Metaponto, che attribuisce allo stesso Leucippo (2351); e da' due storici si raccoglie che fu prima fondata Gallipoli, e poi Metaponto ripopolata dagli Achei espulsi dalla Laconia, verso il tempo in cui avvenne la nuova fondazione di Sibari.

A Gallipoli si è attribuito un didracma di argento, che nel dritto ha un uomo sopra un cavallo corrente, e nell’esergo l’epigrafe ΚΑΛ. Nel rovescio è un’altra figura virile sopra un delfino, e al di sotto la detta epigrafe con quella di TAΡΑΣ alla destra, il fondatore favoloso di Taranto, venerato da' Callipolitani, che abitavano la spiaggia del seno tarentino. Al destro lato del cavaliere è la lettera A, ed al sinistro la lettera N, interpretate per ANXA, il nome della città al tempo di Plinio (2352). E per non tralasciare ancora l’opinione di un nummologo, alla città stessa sono forse da attribuire le incerte monete co' tipi di Giove barbato e laureato nel dritto, e di due aquile sedenti sopra un fulmine nel rovescio, e di una sola aquila sul fulmine, o di un delfino nel dritto colla stessa epigrafe GRA, iniziali del nome di Graia Urbs che particolarmente davasi a Callipoli (2353).

Ma egli sembra che tanto durasse alla città il nome di Callipoli quanto vi durarono le greche istituzioni. Certo è che nel primo secolo dell’era volgare nominavasi Anxa (2354), e tal nome ravvicinandosi ad Anxur, come nel volsco dialetto fu dettala città di Trachine o Terracina (2355), l’uno e l’altro si è scritto che accennassero alla posizione delle due città sopra di un’eminente roccia (2356). Senza tenere assolutamente per tale etimologia, e senza perciò credere un errore in Plinio, il quale dice la città indicata al suo tempo col nome più antico, è da dire piuttosto che andato in oblio quello che le imponevano gli Achei, la città stessa seguitò a nominarsi come ab antico fu detta Messapii, o piuttosto da' Cretesi, i quali ne furono probabilmente i fondatori originarii.

Questa città, poco considerevole negli antichi tempi, il fu alquanto nel medio evo, quando trovasi ricordata col prisco nome di Callipolis, che tuttavia conserva, tuttoché con lieve alterazione dicasi Gallipoli; mutazione al certo provenuta da che pel guasto luogo di Plinio fu creduta dagli storici patrii edificata da' Galli. È posta a cavaliere di un alto scoglio, cinto da ogni banda dal mare, fuorché dal levante equinoziale, a cui riguarda; ed ha l’uscita al continente, che da quattro miglia in circa si va sempre più restringendo insino a che forma un istmo cosi stretto, che appena può passarvi un carro. Ma indarno vi si cerca alcun vestigio della sua remota antichità; perché il ristretto sito della città ne ha sempre costretto gli abitatori a costruire, ricostruire e scavare nello stesso luogo e sopra un arido scoglio, il quale appena lascia a tre mila abitanti il sito delle loro case, senza giardini né veruno spazio libero. Egli sembra che per le grotte, le quali vi servono ad uso di magazzini, si fabbricasse la città nel sito ove ora si vede; perocché, secondo la tradizione del paese, era prima a qualche distanza, ed alquanto più al mezzodì.

9. UXENTO (Οὔξεντον, Uxentum)

Dopo X miglia da Alezio seguiva Uxento (2357), che Tolomeo annoverava tra le città mediterranee de' Salentini (2358). Altra memoria non se ne ha dagli antichi; ma le monete, e i greci vasi scoperti nell’agro che le appartenne, ne appelasano colla greca origine l’autonomia, e però l’importanza ch’ebbe nella regione. Le monete tutte di bronzo, presentano nel dritto la testa di Pallade galeata, a doppia faccia come quella di Giano, e nel rovescio Ercole nudo coronato dalla Vittoria, e che co' soliti attributi della clava e la pelle del leone ha nella sinistra un corno di abbondanza, che accenna al paese fertile ed abbondevole. L'epigrafe per lo più è OZAN in vece di ΟΞΑΝ, cioè ΟΞΑΝΤΙΝΩΝ, ed in alcune si vede un'S, segno del semisse. Ma in altre monete che sono più antiche la detta leggenda è ΑΟΞE, ed anche semplicemente ΑΟ (2359), le quali, ci mostrano che l’antica forma del nome della città fu Aoxenton, modificata poscia in Auxentum ed Oxentum; e tale forma che si accosta alla primitiva, ne disvela l’origine da’ Cretesi, i quali con una loro colonia popolarono la Japigia, e propriamente la Messapia, e ch’ebbero la città di un nome identico, comeché variamente scritto, perché trovasi detta Axus da Erodoto ed Oaxus da altri scrittori (2360). Una diversa etimologia del suo nome, senza dichiararne l’origine, ne riferisce un altro ch. nummologo, cioè dal grave odore (όζη) della sorgente d'acqua solfurea presso Castro, dove secondo i miti Ercole uccideva i giganti Leuternii; al quale mito accennerebbe il tipo di Ercole in riposo, qual genio tutelare e benefico della città (2361), come il tipo della testa di Pallade o Minerva derivò dal culto della dea sul promontorio che ne prendeva il nome. Ad ogni modo, fu Uxento una città greca, la quale si conservò nel suo prisco splendore sino a tempi romani, quando come altre città della Magna-Grecia proseguì ad improntare le proprie monete fin dopo il 665 di Roma, in cui fu promulgata la legge Papiria. Perciò veggiamo Uxento città vescovile fin da' primi secoli cristiani, e la più antica memoria che se ne abbia, come tale, è del tempo di S. Gregorio Magno, quando era priva del suo pastore (2362). Come si vede dal perimetro delle sue rovine, fu grande città, la quale si restrinse nella superiore collina dove sorge l’odierna Ugento dopo che. fu presa e distrutta dà Ariadeno Barbarossa nel 1537 (2363).

10. VERETO (Οὐέρητον, Veretum)

A X miglia da Uxento seguiva Vereto (2364), piccola città posta ne' confini della Sallenzia (2365). Strabone scrive che benché al suo tempo nominavasi Vereto, il nome nondimeno ch’ebbe più anticamente fu quello di Bari (Βάρις); e da ciò si può bene arguire qual fosse la ignota città omonima ricordata da Stefano Bizantino, e registrata nel suo Lessico immediatamente a Bare zio (2366), ossia al Vereto di Strabone, ed anche di Tolomeo, il quale similmente l’annovera tra le città mediterranee de' Salentini (2367). Erodoto scrive che i Cretesi, i quali per un quinquennio avevano indarno assediato Camico nella Sicilia per vendicare la morte del loro re Minosse ucciso a tradimento dalle figlie del re Cocalo, costretti dalla fame, furono forzati di levare l'assedio ed imbarcarsi, e che spinti dalla tempesta sulle coste della Japigia, uscendo di speranza di riedere nella patria, ivi si stabilirono, fondandovi la città d’Iria; e lasciando allora il proprio nome, per meglio confondersi con gli abitatori del paese, presero quello di Japigi-Messapi (2368). Strabone conferma la testimonianza di Erodoto, ma sembra incerto se questa città fosse la stessa che quella di Uria nella parte mediterranea della Messapia,o pure la già detta Vereto presso il Capo Japigio ed a 600 stadii da Taranto (2369). Ma non vi ha dubbio nondimeno che fu in questa seconda, ch e quella indicata da Erodoto. Il nome di Vereto (Ουέρητον) non è in fatti che un’alterazione di Hyria (Υρία ο Οὐρία), la cui forma etnica era era Ὑριαται, ο Ὑριατῖνοι, che leggesi sulle monete di questa città, delle quali appena un tipo solo si conosce, ed è quello della testa di Pallade galeata nel dritto, e nel rovescio di un timone con un delfino, e la leggenda TPIATINQN (2370), emblemi di città marittima, i quali più a Vereto che ad Uria si convengono. Non è del resto fuori di probabilità che i Cretesi a questa città imposero il nome d'Iria o Uria in onore di Giove Urio, cioè datore di venti favorevoli, per la buona navigazione ch’essi ebbero giungendo a questa parte delle nostre regioni; e che forse un tempio in onore di quel nume ebbero ivi ad innalzare, come uno ve n’era all'estremità orientale del Bosforo (2371), nell’entrata dal mar Nero, dove i viaggiatori che giugnevano sulla costa asiatica presentavano le loro offerte entrando in quel mar tempestoso, e andavano a ringraziarlo al loro ritorno della buona riuscita del viaggio (2372). Ma niente altro si sa delle vicende di Vereto, se non che, avendo Frontino ricordato l’Agro Veretino, una parte delle sue terre ebbe ad esser divisa ad una colonia romana (2373), senza che accertar se ne possa l’anno e l’occasione, se pure non fu dopo l’uscita di Annibale dall’Italia, per avere le città salentine parteggiato pe' Cartaginesi (2374). Strabone conta 600 stadii da Taranto a Vereto, ed aggiunge che per recarvisi dalla detta città la strada in gran parte era più agevole per terra che per mare; ma più che da tali notizie, dalla distanza segnata nella Tavola Peutingerana, e dalla denominazione ancora che rimase all’antica chiesa di S. Maria di Verato a due miglia dal mare, chiaramente si raccoglie che la città sorgeva a breve distanza da' villaggi di Salve e Reggiano, così che s’ ingannano i geografi che ne additano il sito nel porto di Ugento (2375), in sull’opposta spiaggia della Sallenzia. Era posta propriamente sopra di un’eminenza, alla distanza di due miglia in circa dal mare, con un porto già disfatto dal tempo, del quale si vedevano negli scorsi secoli vestigi dentro le acque. Molte medaglie furono scoperte tra le sue rovine, archi, colonne ed altri rottami di marmo, e pilastri di pietra tiburtina con epigrafi greche ed in lettere messapiche. Quelli del luogo ne chiamano il sito coll’antico nome di Verito ed il suo porto altro non sembra che quello di S. Gregorio, al di sotto della Torre di Specchia grande. Come la non lontana Leuca, si crede che fosse distrutta da' Saraceni, i quali più volte sbarcarono ne' lidi Salentini dall’anno 845 al 979, e che i dispersi abitatori popolassero i vicini odierni villaggi, ville un tempo de' principali cittadini di Vereto. Per quanto mostrano le rovine che ne rimangono, non fu tra le ultime città de' Salentini, perché ebbe il perimetro di tre miglia e mezzo (2376).

1. LEUCA (Λευκά, Leuca)

Ritornando alla marina, dalla torre di S. Giovanni di Ugento a quella di S. Maria di Leuca si contano 24 miglia odierne, e ad eguale distanza in circa da Uxento sorgeva la piccola città di Leuca, ricordata da Strabone e Lucano (2377). Sconosciuti ne sono i fondatori; ma il greco nome ne appalesa la greca origine dagli stessi Acarnani fondatori di Nerito, sia che suppor si vogliano ivi giunti dalla stessa città di Leuca nella penisola Leucadia, e però dopo la fondazione di Nerito, quando la metropoli di questa città già nominavasi Leuca, sia che l’origine se ne attribuisca agli stessi Neritini della Sallenzia, i quali la denominarono dalla di lei posizione in su bianchi (λευκοι) e nudi di scogli del vicino promontorio. Della sua più antica storia niente è altro è noto, se non che ebbe la comodità di un porto celebrato da Virgilio (2378). Non ostante la sua piccolezza, serbò qualche splendore ne' secoli cristiani, perché fu sede vescovile sino al X secolo, e l’ultimo suo vescovo di cui abbiasi notizia è un Gerardo al tempo dell’Imperatore Olone (971). Quest’antica città lasciò il nome al promontorio sul quale fu edificata, ora detto Capo di Leuca, ed al celebre santuario di S. Maria di Leuca, o in finibus Terrae, per esser posto in una delle estreme ed ultime punte d’Italia. Non pochi avanzi di antichi edifizii mostrauo tuttavia il sito della città e del celebre suo porto.

12. Promontorio JAPIGIO, o SALENTINO

Dopo il promontorio del Pizzo a 10 miglia da Gallipoli, che il volgo anche nomina Catriero (guasta denominazione del greco ἀκρωτήριον), e dopo l’altro della Torre di Suda che sorge indi a 3 miglia, quello che più si protende sul mare in tutta la rimanente spiaggia occidentale della Sallenzia è la così detta punta di Ristola, ove propriamente si variano i venti a' naviganti nel passare dal Jonio all’Adriatico. Con quella punta comincia il promontorio Japigio o Salentino degli antichi, il quale, alquanto inarcandosi, di nuovo si distende nel prossimo Capo di Leuca. Perciò Virgilio indicavalo sotto il nome di Turriti scopuli (2379), denominazione più esatta di quella degli altri antichi, i quali in modo lo ricordarono come se in una sola punta avesse termine. Poiché con questo celebre promontorio terminava l’Italia dal lato del Jonio verso la Grecia (2380), da esso gli antichi geografi presero pe' luoghi più rinomati le distanze geografiche. Ricordavalo Scilace nel riferire l’ampiezza del Jonio, che tra' monti Ceraunii dell’Epiro e 'l promontorio stesso si racchiude (2381), di circa 700 stadii, secondo Strabone, dal Japigio come dal Lacinia a' Ceraunii (2382), o più veramente di 750 secondo le misure de' moderni, pari ad LXXVII miglia di oggidì. Da questo medesimo promontorio, denominandolo Aera Iapygia in un luogo, e Promontorio Salentino in un altro, prese Plinio le misure di tutte le coste salentine, e delle prossime regioni insino al Gargano, delle quali misurò l’estensione in 234 miglia (2383), calcolo che quasi corrisponde. Questo promontorio entra molto nel mare verso il levante d’inverno e di contro l’Epiro o l’Albania, ed è il punto dell’Italia più prossimo alle terre trasmarine: un tratto dell’Adriatico di solo 30 miglia geografiche la divide dagli Acrocerauni che le sorgono a fronte (2384), di guisa che dal Capo di Leuca, e meglio ancora in sulla costa d'Otranto ravvisar si possono di notte i fuochi accesi in su gli opposti monti dell’Epiro.

Dalla punta di Meleso (2385) a quella della Ristola (2386) e più oltre ancora nella parte di occidente molte caverne si aprono in questa estremità della Sallenzia, accessibili solo dalla parte del mare. Le chiamano Cassafre, cioè Case di spuma (2387), perché allo spirare dello scirocco furioso fuor di modo vi ferve e spuma dentro il mare. E la prima è quella degli uomini morti nella rivolta del capo, notabile per le ossa petrefatte di quadrupedi, che il volgo attribuisce, come ho detto, a’ Saraceni disfatti da Carlomagno. Appresso a questa ve ne ha altre ancora con diversi nomi, tra le quali quelle de’ panni pare così detta dalle petrificazioni che in guisa di panni pendenti vi forma la stalattite, come in altre grotte simili. La maggiore è sotto la schiena del monte che forma il promontorio, orrida, ma vistosa, con due aditi sul mare, detta Grotta fredda perché sempre vi stilla l'acqua. Ed un’altra ne segue detta del Carco, nell’entrata simile ad un teatro, nella quale il mare si addentra, e piacevoli echi vi ode chi vi penetra in barchetta. Seguono quelle di tre porte, de' Giganti e del Drago, ch’è l’ultima prima di giugnere alla Torre di S. Gregorio, dove era il porto ed il molo di Vereto. Dalla parte di oriente sino alla torre di Novaglie non vi è altro da vedere che monti asprissimi e diversi siti commodi alla pesca (2388). Ma più celebre che per le naturali singolarità già dette fu il promontorio pel tempio di Minerva costrutto in sull’una delle sue punte, e di tanta antichità, che credevasi anteriore ad Enea.

13. Promontorio e Tempio di MINERVA
(της Αθηνας ἄκρα καὶ ἱερὸν)

Dionigi d’Alicarnasso distingue il Capo Japigio o Salentino dal vicino promontorio di Minerva, il Capo di Leuca di oggidì, ove fa sbarcare Enea colla sua flotta (2389), e sul quale propriamente egli sembra che il celebre tempio s’innalzasse; e Virgilio dopo la descrizione del porto che tra i due promontorii curvasi in arco, né altro che una baja, ove non potrebbero dar fondo grossi navili, dice che il tempio dilungavasi dal lido (2390), ed era perciò a qualche distanza dentro terra. Ma dalle votive iscrizioni scoperte in una grotta di Monte Vereto, sull’ultima punta del promontorio salentino navigando pel Ionio, in sulla cima, o sul dorso di questo monte doveva più probabilmente innalzarsi. Tra le molte di tali iscrizioni corrose dal tempo e dalle acque marine, poche riusciva di trascriverne a pochi amatori dell’antichità, e sono le seguenti (2391):

JOM

VALERI

VS SABINVS

VOT. SOL.

FORTVNae

SAC

ΑΦΡΟΔΙ.

…………...

IOM

C. CORDIVS AQVI

LINVS VOT. SOL

CVM……….PLERONA

RIIS ΔΟ……….. ISET

MEAAAV…………...

Di queste in parte mal trascritte epigrafi la più importante è quella che cominciava colla parola ΑΦΡΟΔΙΤΙ, perché essendo dedicala a Venere, ci disvela che ivi era il porto denominato dalla stessa dea, dal primo arrivo, come Dionigi scrive, di Enea in quella spiaggia, o piuttosto di trojani fuggiaschi, come altrove sarà detto, e che certamente ebbe il nome da un tempio a Venere dedicato, se pure non fu adorata nel tempio stesso di Minerva. Di questo tempio parla Virgilio (2392), e Strabone scrive che fu assai ricco (2393), per le offerte, come è da credere, non solo de' Salentini e de' popoli vicini, ma anche de' viaggiatori e de' nocchieri, che dalla Grecia passavano in Italia. Ma, sia che tutt’uno, sia che diverso si voglia credere dal tempio di Venere, questo sembra più antico, perché ai pari del porto di Sasina e delle altre città fondate dagli Acarnani è da dire con ragione ivi eretto dagli Epiroti, perché un simile tempio col porto di Afrodite o Venere stava dirimpetto nella spiaggia dell'Epiro, dir voglio ad Onchesmo, dopo quello di Butroto (2394), e ch’egualmeute ad Enea si attribuiva. Che ivi sorgesse un tempio è inoltre manifesto dalle altre iscrizioni, del pari tutte votive, e da coloro consecrate che salvi si riducevano in quella spiaggia, come è quella di Q. Cordio Aquilino, il quale co' marinai d’alleggio (cum Pleronariis) scioglieva il voto. Al tempio pagano del resto successe quello di S. Maria in finibus terrae, della cui edificazione non trovo neppure per conghiettura indicata l’epoca ne' patrii scrittori.

14. SPIAGGIA LEUTERNIA (ἡ παραλία Λευτερνία)

Sottoposta a Leuca è la spiaggia che i Greci dissero Leuternia, ove scaturiva, dice Strabone, una sorgente d'acque fetide, ed ove favoleggiavasi che i Giganti detti Leuternii, vinti a Flegra nella Campania e perseguitati da Ercole, furono in questo luogo inghiottì ti sotterra. Le popolari credenze sostenevano che dal lor putridume l’acqua della fontana contrasse questo fetore, e ciò fu cagione che Leucemia tutta quella marina si fosse denominata (2395). Lo stesso scrisse Aristotele, o chiunque sia l’autore delle Mirabili ascoltazioni, il quale aggiugne che l’acuto fetore che dalle acque di quella fontana si emanava, rendeva inaccessibile a' naviganti tutta la spiaggia (2396). La quale favolosa tradizione non ad altro accenna senza dubbio, che alle vulcaniche esalazioni in tutto questo lido della Sallenzia. I fuochi sotterranei della Campania e delle nostre isole furono allegoricamente rappresentali dagli antichi sotto la finzione de' giganti combattuti e vinti da Ercole. E tali vulcaniche esalazioni ben le dimostrano le acque fetide e ristagnanti, i fonti minerali, le acque calde e la copia de' gas osservati dal Galateo in tutta questa regione (2397). Ma, quanto alla precisa situazione della scaturigine sopra rammentata, non altrove è da credere che nella grotta di S. Cesarea (2398), dove sgorga una vena d’acqua idrosolfurata, buona per la guarigione de' mali cutanei, e di altre dolorose affezioni. De' due mentovati antichi scrittori sembra del resto meglio additarne il sito il secondo; perciocché Strabone dice che mostravasi sotto ài Leuca; ma l'altro più esattamente l’accenna intorno (περι) a quel promontorio, da cui è appunto lontana sette miglia all'incirca. Come in quella, nella quale, come dirò appresso, supponevasi un tempio sacro a Minerva, un gran fusto vi sorge di colonna calcarea ornata di cristalli prismatici ed alluminosi, la quale coll'estremità tocca la volta dell’antro (2399). Il vicino tempio quasi diruto da cui prese il nome, serve ora di asilo a coloro che vi si recano per risanarsi da' loro malori.

15. Castello di MINERVA (Castrum Minervae)

Senza tener conto delle piccole distanze intermedie, dal Capo di Leuca alla Torre di Specchiagrande si contano 9 miglia; da questa torre a quella del Porto di Tricase 6 miglia, ed altrettante sino alla piccola città di Castro. Tutto quello spazio marittimo di 21 miglia si vede tutto aspro e di scoscesi monti con rupi altissime eminenti sul mare, ove non senza gran pericolo accostar possono i navigli. Sopra una di queste rupi fu edificata la città di Castro, città antichissima e nobilissima della regione, la quale prendeva nome dal culto di Minerva, la dea protettrice di tutta la federazione de' Salentini, e fondata da’ Cretesi, perché la tradizione ne attribuiva i principii allo stesso Idomeneo (2400). Ma non uno, sì bene più Castelli di Minerva ci ricorda la Tavola Peutingerana a XII miglia antiche da Vereto (2401), forse perché ne' tempi romani sorgevano ivi intorno come oggidì altre piccole borgate, tra le quali e per l’antichità e per l’importanza Castro di Minerva aveva il primato. Che oltre del tempio di Minerva in sul promontorio Japigio ricordato da Dionigi di Alicarnasso un altro qui ancora ve ne fosse non so dire con certezza, tanto più che Strabone, senza mentovare la città ricorda solo il tempio della dea, una volta ricchissimo (2402), poi forse saccheggiato nelle guerre combattute nella regione. Certo è che la celebrità di questo tempio non sono molti anni passati faceva supporlo nella più meravigliosa delle grotte che intorno la marina di Castro si ammirano da' viaggiatori e da' naturalisti (2403), nota nel paese sotto il nome di Zinzalusa. Questa grotta, notabile per poggiuoli e pozzi e per le molte e varie concamerazioni, è soprattutto ammirevole per le solite concrezioni stalattitiche che si alzano dal suolo o pendono dalle volte, alcune in forma di colonne, nelle quali troppo leggermente la fantasia di alcuni immaginava gli avanzi del tempio di Minerva (2404).

IV. Delle strade che mettevano in comunicazione le città e i popoli della Sallcnzia conosciamo una sola, quella che correva lungo le città marittime nel giro della penisola, e ne abbiamo notizia dalla Tavola Peutingerana. Egli sembra che di questa strada non rimanga vestigio, perché nessuna rimembranza ne ritrovo negli scrittori salentini, e dobbiamo esser paghi alle sole distanze che tra città e città la Tavola ne addita, le quali son queste.

Da Taranto adunque dopo XX miglia menava a Manduria. Da questa città dopo altre XXIX miglia giugnevasi a Nereto, e di là dopo altre X ad Alezio. Altrettante se ne contavano da quest’ultima ad Uxento, e da questa Vereta, dopo della quale XII altre miglia vi erano per arrivare a' Castelli di Minerva, dopo di cui incontravasi la città di Otranto, la prima o l'ultima città marittima della Messapia secondo la diversità de' viaggi e l’antica divisione.

II. MESSAPIA, O CALATOIA

I. Corografia, e cenno geologico della Messapia, o Calabria — II. Origine de' nomi. di Messapia e Calabria, e delle greche colonie che in questa regione si stabilirono. — III. Topografia della Messapia o Calabria. — 1. Basta. — 2. S armadio. — 3. Idrunto. — 4. Fiume idra. — 3. Porto Idruntino. — 6. Fratuerzio. — 7. Lupia. — 8. Porto Adriano. — 9. Cai miniano. — 10. Potenzia o Balesio — 11. Brundusio. — 12. Messapia. — 13. Scanno. — 14. Iria o Uria. — 15. Radia. — 16. Mesocoro. — 17. Celio. — 18. Carbina. — 19. Sturni o Saturnio. — IV. Strada che traversava la Messapia. — V. Generali vicende de' Messapi.

I. Benché al tempo di Scilace da' diversi dominii de' popoli nella parte del nostro paese che ora descrivo erasi da lunga età originata la distinzione delle regioni che abitavano, pure egli non riconobbe che la Japigia dal confine della Leucania sino al monte Drione presso il Gargano (2405). Ma senza mentovare Erodoto, che il primo parlò degli Japigi Messapi (2406), Nicandro di Colofone verso il 150 a. G. C. toccando della divisione di tutti i popoli della Japigia, Arcadi, Illirici e Messapii, scriveva che la regione da Taranto all'estremità dell'Italia toccò agli ultimi (2407), e così pure Pausania ricordò i Messapii come contermini de' Tarentini, e Stefano Bizantino la Messapia come una regione confinante con Taranto (2408). Tutto il paese adunque che dall’antica regione tarentina per tutta la penisola si stendeva sino al confine de' Peucezii, ai quali spettavasi, secondo lo stesso Nicandro, la regione mediterranea confinante con Taranto, fu detta Messapia. Ma questa regione medesima distinguevasi in Paese di Salentini e Calabria (2409), e però quest'ultima denominazione fu identica a quella di Messapia propriamente detta (2410), la quale, abbracciando prima le due regioni già dette, si restrinse poscia nella penisola, il cui istmo stendevasi da Brindisi a Taranto nella lunghezza di 310 stadii (2411), o di 39 miglia in circa di oggidì. A congiungere con tre linee i punti estremi della Messapia primitiva, il promontorio Japigio, Taranto e Brindisi, si avrebbe un triangolo, nella cui divisione dal vertice nel detto promontorio alla base nell’istmo tra le due città dette avrebbesi la distinzione delle due contrade di cui parla' Strabone (2412), perciocché la parte del triangolo verso Taranto rappresenterebbe la Sallenzia, e l’altra la Messapia, o la Calabria, che ora imprendo a descrivere. Ma ne' tempi romani non più si distinguevano che Salentini e Messapii, come si raccoglie da' frammenti de' marmi capitolini (2413), ed allora si può dire che Calabria fosse sinonimo di Messapia. Senza altre testimonianze di geografi, massime di quelli che successero a Strabone (2414), basta il già detto per conoscere i limiti della Messapia, la quale propriamente dalla città di Basta al di là di Castro lungo l’Adriatico egli sembra che più oltre non si estese delle pertinenze maremmane di Carbina, città che fu in Carovigno di oggidì, d’onde tirando una linea per Ceglie, Monte Mesola e Grottaglie, il più verisimile sito di Badia, e di là per Oria nel paese mediterraneo, si allargò pel rimanente della contrada dentro terra confinante alla Sallenzia, e però quasi pe' limiti della strada odierna che dall'ultima delle mentovate città conduce a Lecce, ed abbracciando presso a poco il resto della contrada chiuso dal limite dell’altra strada che da Lecce mena a S. Pietro in Galatina, e di là a Diso, a non molta distanza da Castro e da Paste, d’onde alla linea corografica di tutta la regione ho dato cominciamento.

Questa regione, geologicamente considerata, può stimarsi in complesso una vasta pianura, in continuazione di quella che lungo la spiaggia dell’Adriatico si stende per la Terra di Bari, l’antica Peucezia, e mette termine alle radici del Gargano. Una serie d’intermedie colline, più o meno decrescenti in altezza ne formano la transizione dalla grande catena degli Appennini della Basilicata, e senza dire di quelle dal lato della confinante Peucezia, tali sono quelle di Massafra, Motola, Grottaglie e Monopoli, dove la Messapia comincia a prendere la forma di penisola. Se non che, in parecchi luoghi s’incontrano gioghi più elevati del piano propriamente detto, ma la cui falda è lievemente inclinata, e molto mediocre l’altezza. Né queste sono colline conformi alle ordinarie, con particolari eminenze disgiunte da valli, sparse senz’ordine, di mole diversa, dissimili nella forma, il cui vertice sia diviso in varie punte più o meno accuminate ed ottuse; ma sono gioghi, i quali guardati sotto un certo punto di vista, hanno sembianza di argini, che formano una linea continuata senza interruzione di valli, e che non offrono nel profilo molto apparenti irregolarità. E poco spesso occorre di vedere in essi punte eminenti che grandeggino isolate, se ne eccettui il ciglio del giogo che passa presso Presicce, quella quasi rimpetto al detto paese, un’altra più lontana verso l’estremo promontorio della penisola, che appaiono a guisa di monticelli di forma conica, ed altre ancora nel giogo su cui fu edificata Oria. Né tutti gl’indicati gioghi sono così conformati che, stando sul vertice, si possano dominare collo sguardo le opposte falde: molti fra essi si dilatano sul colmo, e formano altipiani notabilmente estesi, qual sarebbe, per esempio, quello che da S. Giorgio a 12 miglia da Taranto continua fino a Mandarla, e a poco a poco va declinando verso Lecce da un lato, e verso Gallipoli dall’altro; ond’è che la superficie del suolo vi ha qualità proprie e tutte particolari, non mostrando la nojosa uniformità delle vere pianure, né essendo nemmeno così frastagliato e interrotto come lo sono d’ordinario i paesi di collina; ma le parli elevate armonizzando, a cosi dire, co' frapposti piani, vanno in questi insensibilmente a dileguarsi; l’occhio spazia tranquillamente all’intorno senza rimanere scosso da forti contrasti, e mentre della varietà si diletta, può agevolmente abbracciarne tutto l’insieme. L’aspetto di questa contrada induce nell’animo dell’osservatore una calma ed una tranquillità che di rado altrove si trova, né è volgare osservazione del dotto geologo, dal quale queste notizie attingo (2415), che non poco influisca sull’indole dolce e gentile degli abitatori.

Non vi essendo, in fuori del piccol fiume Idro presso Otranto, alcun fiume che irrighi la penisola, da ciò si deriva la mancanza di valli in que’ dorsi che pure assai si prolungano, avvegnaché le valli tutte de' monti attribuir si sogliono a' torrenti ed ai fiumi che abbiano lentamente corroso il terreno sul quale scorrono. Così secco è di fatti quel suolo, che non vi ha in verun luogo una vena d'acqua perenne atta a mettere in giro un molino, e quella necessaria a bisogni della vita si attinge da scaturigini sotterranee. Alla quale particolarità della contrada è da aggiugnere la sua depressione, la quale vieta che si possa scernere da' naviganti che veleggiano presso la spiaggia dell’Albania, o vicino l'isola di Corfù, come all'opposto coloro che radono la costa d’Otranto distintamente scorgono le montagne di que’ due paesi. Il che avvertiva Virgilio, nelle cose geografiche diligentissimo, perché facendo solcare ad Enea quelle acque, fa dirgli di scorgere da lungi gli oscuri colli e la bassa Italia, avanzandosi presso a’ Ceraunii (2416).

La roccia calcarea secondaria o stratificata costituisce la massa de' detti gioghi; la quale, di un colore per lo più bianco, e talvolta grigiastro, opaca, di frattura liscia e concoide, è analoga a quella delle montagne appennine della Basilicata, talché derivasi dal prolungamento di quello stesso deposito. Si manifesta non solo ne siti elevati, ma anche a fior di terra in molte parti della vera pianura, come fra Taranto e Francavilla, nella strada da Brindisi a Lecce, in quella che da quest'ultima città conduce ad Otranto, ed in varii altri siti; e di tale calcarea è formata la costa che dal promontorio di Leuca si stende ad Otranto, la quale verticalmente sovrasta a quel mare di perigliosa navigazione. Ed un’altra varietà di questa roccia forma ancora estesi depositi nella regione, quella ch'è noto sotto il nome volgare di pietra di Lecce, perché ivi si pone a lavoro nelle costruzioni, ed in molti altri luoghi. Di grana affatto terrosa, quando si trae dalla cava è umida, molle, di colore gialliccio; asciugandosi imbianca ed acquista più durezza, e si lavora del pari con la sega e con la pialla dentata, giacché con quest’ultima si spianano le facciate degli edifizii. Alla facilità di farne qualunque opera di scalpello, va Lecce debitrice della grandiosità delle sue fabbriche, e per la causa medesima anche le case de' villaggi hanno un aspetto decente, ad eccettuarne nondimeno gl’intagli e frastagli in basso rilievo così bizzarri che ivi si operano, che in veruna parte trovar si possono esempi di più singolare architettura. Essendo sovrapposta alla calcarea appennina, è manifestamente di un’epoca geologica più recente, di quella propriamente ch’è intermedia alla calcarea secondaria ed a’ depositi terziarii, pe’ caratteri che presenta conformi all'una ed agli altri, ciò sono la sua solidità e la disposizione a banchi o strati orizzontali, oltre le ammoniti che racchiude, per cui si rende simile alla prima, e per le conchiglie cretacee o calcinate che la mostrano conforme ai secondi; così che si annoda all'uno de' due estremi con la calcarea appennina, ed all'altro co' terreni marnosi, e co' sabbioni terziarii conchigliacei che pur non mancano nella Messapia. È questa in genere la formazione geologica della regione; che se in molti luoghi s'incontrano ciottoli di lava litoide porosa, ed anche pomici fra Castro ed Otranto, così gli uni, come le altre si sono giudicati d'altronde trasportati, per non esservi traccia manifesta di vulcani locali in tutta la Messapia (2417).

II. Popolata la Messapia dagli Japodi dell'Illirico, i quali diedero il nome a tutto il paese in cui fu compresa, altre colonie vi sopraggiunsero, delle quali più illustre e più nota nella storia fu quella de' Cretesi. L'arrivo nella Japigia di questa colonia ho altrove riferito coll'autorità di Erodoto (2418), alla quale aggiugner si possono le testimonianze di Conone e Strabone, i quali presso a poco narrando lo stesso, dicono pure che venne dalla Sicilia (2419).

Lasciando stare la conghiettura che furono di que' Cretesi che andavano in cerca di Glauco (2420), altri scrivono che furono coloni condotti da Delfo, e quelli stessi che in ciascun anno dall'isola di Creta agli Ateniesi spedir si dovevano per tributo (2421). Ma poiché presso i Bottiei della Macedonia, oriundi da' Cretesi della Japigia (2422), le donzelle esclamavano intorno l'ara: Andiamo ad Atene (Ἴωμεν εἰς ᾿Αθήνας), da tale costumanza par derivata la tradizione sostenuta da Aristotele (2423), e però non preferibile alla prima.

Ho detto ancora con Erodoto che per meglio confondersi con gli abitatori del paese, si nominarono Japigi-Messapi. Ma, secondo Eustazio si dissero piuttosto Mesapigi (2424), ed a ritenere tal testimonianza, attinta forse da qualche altro antico storico, tal nome assunsero dalla loro posizione nel mezzo di tutta la regione, cioè Japigi di mezzo. Ma la denominazione di Messapia secondo Strabone si derivò da altri popoli che l'abitarono dopo gli Japigi e prima de Cretesi. Facendo il geografo venire i Messapii dalle falde del monte Messapo nella Beozia, si persuase che fossero una colonia di Elleni, perocché scrive essere nell'Antedonia il monte Messapo cosi detto da Messapo, il quale passando nella Japigia il proprio nome impose alla regione (2425). E la medesima tradizione seguì Plinio dicendo che i Greci denominarono la Messapia dal conduttore di una colonia (2426). Vero è che oltre del fiume Messapo nella Beozia, questa regione istessa ebbe tra gli altri nomi quello di Messapia (2427); ma anche a convenire con tali scrittori, e senza sostenere che il nome della contrada fu come quello delle altre personificato nel capo di una colonia, non saprebbesi intendere perché Pausania nominò i Messapi gente barbara (2428). Il perché egli sembra che la tradizione sull’origine di questi popoli meno alterata e più credibile rimanesse in Nicandro, il quale congiungendoli Illirici, dice che furono guidati da uno de' Licaonidi (2429). E poiché troviamo in fatti un altro monte Messapo che i Medi, popoli della Tracia presso la Macedonia (2430), divideva dalla Peonia (2431), dalla geografia vien lume alla tradizione di Nicandro e di Pausania, e notandosi l’equivoco di Strabone, di leggieri può annodarsi l'emigrazione degli Illirici a quella de' Pelasgi Arcadi e de' Licaonidi uniti ad altre tribù della Tracia, i quali nel nostro paese passavano per la via dell’Epiro. Così almeno mi pare d’intendere le addotte contrarie tradizioni, confermate dalla testimonianza di Stefano Bizantino, il quale con altre autorità scrive che fu nella Messapia una città di Calcide (2432), e tra le diverse città omonime quella dobbiamo intendere ch’ebbe a metropoli, la quale fu nel monte Athos della Tracia (2433), comeché dir non si possa dove fosse posta quella che fu nella Japigia, ed io credo che con nome diverso e più noto fu poi ricordata nella storia. La minore lontananza tra questa nostra regione e l’Etolia potrebbe far credere che dalla città di Calcide di quella stessa contrada (2434), non dall’altra città dello stesso nome che fu nella Tracia Calcidica (2435), passarono coloni nella Messapia; ma che anzi dall'ultima, comeché più lontana, vi vennero di fatti, possiamo facilmente dedurre dalla testimonianza di Strabone, il quale dopo aver parlato delle colonie considerevoli che i Calcidesi dell’Eubea spedirono nella Macedonia (2436), e intorno del monte Athos, soggiunge che a queste ultime molte città in Sicilia e in Italia dovevano la loro fondazione (2437), tra le quali non dubito di annoverare l’ignota città di Calcide nella Messapia. Or la Tracia poi detta Calcidìca fu celebre per le favolose tradizioni di Diomede, il quale di umana carne pasceva le sue cavalle (2438), e questo nume solare, come ora si riguarda, gli antichi facilmente confusero colf eroe di Etolia. Altrove ho già detto che un cavallo bianco a Diomede sacri ricavasi sino a' tempi di Strabone dagli Eneti dell’Adriatico (2439), e da un antico scrittore greco, storico o geografo, dir voglio Meandrio, sappiamo che uniti agli Eneti vennero ancora popoli Traci dalla regione de' Leucosiri (2440). Or da questi popoli propagandosi il culto di Diomede, dalle sponde del Timavo (2441) alla città di Ancona (2442), e di là alle isole Diomedee (2443), e in altre città della Daunia, di tutte le città ove si adorava fu detto il fondatore, non diversamente da Ulisse, altro nume confuso coll’eroe d’Itaca. Ed è da notare che ai detti popoli appartenevano i Siginnii quali si dicevano originarli de' Medi, e la guisa del vestire ne usavano. I loro confini toccavano quelli degli Eneti, e come fossero coloni dei Medi non potè dichiarare Erodoto (2444). Ma collo stesso gravissimo storico basta osservare che col tratto del tempo tutto può avvenire, e la loro presenza in una regione così prossima all'Italia è una pruova delle emigrazioni che vi si fecero di popoli e di culli da regioni e da tempi lontanissimi. Il passaggio Traci uniti agli Eneti è certo da giudicare molto anteriore a quello delle colonie calcidiche; ma lo stabilimento dei primi richiamava per l’affinità di origine quello de' secondi, perché come sul Timavo ai Traci e agli Eneti troviamo riuniti gli Japidi (2445), così pure nella spiaggia della Messapia agli Japidi o Japigi veggiamo congiungersi i Calcidesi i quali propriamente venivano dalla Bisaltia presso la Crestonia (2446), e con ciò siamo anche ricondotti a’ Pelasgi Tirreni che l’abitavano (2447), come nell’esporre la tradizione di Nicandro ho di già detto.

A tutti questi popoli che passarono a popolare la Messapia sono da aggiugnere, io credo, i Galabrii, nel cui nome può trovarsi l’origine della denominazione di Calabria della regione istessa, che non trovo spiegata da nessun antico storico o geografo; e persuaso che derivasse dal popolo che l’abitò, è ben da credere che fossero i già detti, che appartennero a' Dardaniati o Dardani, i quali con gli Notariati si annoveravano tra' popoli illirici (2448), e tal conghiettura si accorda colla riferita tradizione che co' Cretesi vennero Illirici nella Messapia. E rileva molto l’osservare che gli Iapigi illirici non solo il proprio nome riprodussero in questa regione, ma anche nella stessa Umbria, essendo noto che nelle celebri Tavole Eugubine, nell’umbrica città di Gubbio discoperte, sotto le forme arcaiche Iabuscom e Iapuxcum due volte s’incontra il nome di Iapigi (2449). Or sappiamo da Erodoto che la prima sede degli Umbri fu nell’Illirico, precisamente presso la regione degli Iapidi, per la quale scorrono il Carpi e l’Alpi (2450), e per tali testimonianze non solo chiare appariscono le relazioni di origine d'un popolo dall’altro, ma viene ancora mirabilmente confermato il fatto degli antichi popoli, i quali, non diversamente dagli Europei emigrati nel Nuovo Mondo, passando ad abitare in lontane e stranie regioni, vi riproducevano per lo più i nomi delle città e del paese che abbandonavano.

Dell’arrivo di tutti gli anzidetti popoli, Iapidi q Iapigi, Traci ed Illirici, non vi è cronologia, e si può perciò supporre più o meno remoto ad arbitrio di chi ha vaghezza di scriverne o di leggerne, e non così antico sopratutto per coloro che vanamente sostener vogliono gli Autottoni, gl’Itali primitivi, nati dalla terra che abitarono, non diversamente dagli Elleni, che li credevano nati dalla Terra e da Vulcano (2451); ma io mi penso che appartennero alle primitive emigrazioni per le quali le nostre contrade si popolarono dalle regioni meno lontane, quelle appunto poste in sull’opposta riva dell’Adriatico. Ma l’epoca del passaggio de' Cretesi nella Messapia è nel dominio della storia, e si raccoglie da Erodoto, il quale dice che tre generazioni, o circa un secolo, trascorsero tra la morte di Minosse e la presa di Troja (2452). Il perché a volere stabilire con un dotto archeologo un intervallo di dieci anni tra la spedizione di Minosse nell’isola di Sicilia, e quella che vi facevano i Cretesi per vendicarne la morte, ed aggiugnendo il quinquennio che durò l’assedio di Cantico, potrà determinarsi con qualche verisimiglianza l’epoca della colonia cretese verso l'anno 1355 avanti l’era volgare (2453).

Sappiamo del rimanente da Erodoto che la colonia cretese fondatrice d’Iria divenne in processo di tempo madre di molte altre; il che avvenne fuori dubbio allorché nuove colonie uscite di Creta vennero ad unirsi all’antica. Già prima dell’arrivo di queste altre colonie una parte di quelli che si erano fermati nella Messapia, di là espulsi per una sedizione, ed avanzandosi lungo il mare Adriatico, penetrarono alla fine nella Macedonia, dove ricercando asilo a chi la reggeva, fu loro accordato di abitare la terra de' Bottici, e trasmutando per la terza volta il nome di Cretesi in quello di Bottiei, formarono poi una porzione de' Macedoni (2454). 01 tre acciò da cretesi colonie furono anche fondate le città di Brundusio e d’Idrunto (2455), senza contare gli altri loro stabilimenti in Taranto innanzi che fosse occupata da Partenii (2456), e in altre città della Sallenzia, come sopra ho riferito (2457).

Ma innanzi di proceder oltre non debbo tralasciare le relazioni di origine della città di Milano con quelle di questa parte delle nostre regioni; perocché, non so su quali autorità, trovo scritto che essendo distrutta la città de' Insubri, un Messapo vevendo dall’Asia la riedificasse, volendo insieme che a perpetua memoria del suo nome si dimandasse Messapia. La quale, di bel nuovo abbattuta innanzi che Troja cadesse, fu riedificata indi a non molto per un re di Calabria, che le impose del pari il proprio nome; dopo del quale, e molti anni trascorsi, un altro re nominato Peucezio, venendo dalle parti di Aquileja con grande esercito contro chi vi teneva il principato, e con quello combattuto gran tempo, si convennero in modo che il dominio tramutarono col paese che fu poi la Marca Trevigiana, in guisa che il nome di Calabria fu cangiato in quello di Peucezia. Tali cose, seguendo vecchi scrittori, scrive il Corio nelle origini milanesi (2458); vi può essere chi favolose può giudicarle, ma io vi veggo confuse tradizioni del passaggio non solo della colonia primitiva che dalla Tracia conducevasi nella Messapia, ma anche di que’ Cretesi che si tramutarono nella Macedonia per la via dell’Adriatico e dell’Insubria, dove ancora, movendo dall'Epiro, giugnevano primamente i Pelasgi, e propriamente ad una delle bocche del Po, dove fondavano la città di Spina (2459); il che quasi ci addita il viaggio de' popoli primitivi che passavano in Italia, e che dall'Italia in altre regioni si riconducevano. Or non altro restandomi a dire circa l’origine fa' Me ss api, alla descrizione fo passaggio delle città che abitarono.

III. — 1. BASTA (Βάςτα, Basta)

Senza tener conto del Castello di Minerva, e forse per la sua piccolezza, dopo il promontorio Japigio Plinio nomina immediatamente la città di Basta (2460), la prima tra quelle della Messapia confinante alla Sallenzia, ed ultimo termine della regione per chi vi viaggiava dalla città di Egnazia, che si appartenne alla prossima Peucezia. Nessun altro degli antichi geografi ne fa menzione, ma ne restò memoria in una iscrizione greca antichissima, in lettere cosi dette messapiche, verso i principii della seconda metà del secolo XVI scoperta nel suo sito, che fu quello dell’odierno villaggio di Faste, a 4 miglia da Castrò. Il Galateo, il quale fu il primo a pubblicarla nella sua descrizione della Japigia, fu sollecito inviarne esemplari al Fontano, all'Ermolao, al Sannazzaro e al Cariteo, letterati celebri del suo tempo, i quali senza sospettarne l'origine greca, tutti di accordo col Galateo istesso la dichiararono scritta in antiche lettere messapiche. Dalle carte' del Fontano la trascrivevano Martino Smezio che inscrivala nella sua raccolta, ed il Pighio, il quale visitava Napoli nel 1575, e da questo il Grutero che la riferì nel suo Tesoro (2461). Il solo Smezio, a giudizio di altri dotti ed eruditi uomini, ne affermò greci i caratteri, e greca la lingua, o piuttosto il dialetto, che stimò essere l’eolico, il più antico e più breve di tutti. E greca del pari fu riputata dal Bourguet, il quale il primo ne tentò la interpretazione nel primo tomo degli Atti dell’Accademia di Cortona col quale convenendo il Lanzi, le due prime linee ne tradusse, e con altre osservazioni la riferì all’epoca posteriore alla LXXVI Olimpiade, perché giudicandola, quale veramente è, una epigrafe corografica o di confini, allora appunto i confini delle proprie regioni si disputavano con una guerra memorabile i Tarentini ed i Japigi (2462). Ma per la mancanza che vi si nota dell’ypsilon pittagorica, molto più antica della riferita epoca l’ha giudicata il Grotefend, il quale intera ne ha data la interpretazione, ed ha sostenuto che fosse scolpita avanti l’età di Pitagora. La iscrizione, riferita ancora da altri dotti archeologi (2463), è la seguente, come vien riportata dal Galateo:

Corcia

Più esatta delle altre può sembrare la trascrizione del Galateo, il quale procurò di figurarne i caratteri simiglinoti, ma questi caratteri stessi alquanto diversi si veggono nella Raccolta dello Smezio, il quale la riferisce in otto linee, nel mentre che in tredici è divisa nell’opera del Galateo. Che sia stata inoltre malamente trascritta da entrambi, chiaramente apparisce a chi vorrà leggerla nel greco idioma, e senza andare annoverando le false trascrizioni di molte lettere, per la più facile intelligenza bastami di addurla in comuni lettere greche:

ΚΑΘΕΙΖΙΣΤΟΟ · Τ' ΟΡΙΑ. ΜΑΤ

ΤΑΓΙΔΟΣ · ΑΣΤΕΙ · ΒΑΣΤΑ:

FEINAV VAΡΑΝΔΑ • ΔΑΡΑΝΘ

AF · ΑΣΤΙΣ · ΤΑΒΟΟΣ: ΚΟΝΕ

ΔΟΝΑΣ · ΔΆΚΤΑΣ · ΣΙΓΑΑ - ΝΕΤΟΣ - ΙΝ

ΟΙΤΡΙΠΟΝ · ΟΚΟ: ΑΣ · ΤΑΒΟΟΣ

ΧΟΝΕΤΟΙΝ · ΙΔΑΤΙ • ΜΑΙΝΒΕΙΛΙ

INI: INA' · ΙΡΕΚΣ · ΟΡΙΚΟΣ · ΚΑ

ΤΑΡΕΙ · ΕΙ · ΚΟΝΙΕΤΟΙ · ΕΙ · ΟΠΟ · ΕΙΝΙ

ΘΙ: ΥΔΑΤΑ ΚΟΝΝΙΕΙ · ΙΝΘ · ΙΛΙ

ΑΣ · ΤΕ · ΝΑΕΙ: Δ'ΑΚΤΑΣ · ΚΡΑΘΕΙ

Σ · ΙΙΝΘΙ · ΒΡΑΔΑΝΝΟ • ΑΠΌΧΧON

NINIA IMAPNAIIHI:

Questa iscrizione istessa, non ha guari tempo come osca interpretata dal Jannelli, greca è dichiarata, quale è di fatto, dal Grotefend, il quale così la legge (2464):

Χώνης ἴσθ'δριαν Μαρσαπίδος ἄστεϊ Βάστὰ

Εἶναι Ὑδρᾶντα, Τάρανθ', οὗ ἕδρα Μέτταβόου

Χωνεδονὰς δ᾽ἀκτὰς Σύβαριν τ᾿ Οἰνώτριου, ὅκκου

Αἰσάροος πόντου ὕδασιν αντιρέει

Ἐνθ' Ἰρης δρικὸς καταρεῖ, ἡΧωνέτου ή τε Νειαίθου

Ύδατα Χωννεία, ἔνθ' Υλίας τε νάει·

᾿Ακτὰς Κραθιαεῖς, ἔνθ' αὖ Βάρδαννος ἀπ᾿ ὀχθῶν

Χωννείαν διαρεὶ ἱμεροεσσαν ἀεί·

Convenendo in generale della dotta sposizione del ch. professore, osservo solo che, a confrontare le due prime linee dell’epigrafe colle dette interpretazioni, anziché con quella del Grotefend, corrisponde piuttosto con quella del Lanzi, il quale vi lesse

Καθιζέσω. τὰ · ύρια Μασσάπιδος. ἄξει. Βατα. Statuantur. Termini. Messapiae. Urbe. Basta. Nella prima parola non può leggersi affatto il nome di ΧΩΝΗΣ, ed è da notare che quello di Messapia vi doveva essere scritto MATTΑΓΙΔΟΣ (non Μαρσαπίδος, come si legge nella stessa interpretazione del Grotefend) in vece di Maoσάπιδος, in pruova di che basta osservare che i Greci scrivevano Θετταλία per Θεσσαλία. Nella quarta linea si legge AF. ΑΣΤΙΣ. ΤΑΒΟΟΣ in vece di οῦ ἕδρα Μετταβοου. Ed appresso: ΚΟΝΕΔΟΝΑΣ Δ'ΑΚΤΑΣ ΣΙΓΑΑ ΝΕΤΟΣ ΙΝΟΙΤΡΠΟΝ ΟΚΟ ΑΣ ΤΑΒΟΟΣ ΧΟΝΕΤΟΙΝ ΙΔΑΤΙ ΜΑΙΝΒΕΛΙΙΝΙ, non già Κονεδονὰς δ᾽ ἀκτὰς Σύβαριν τ' Οίνωτριον, όκκου Αἰσάρους πόντου ὕδασιν αντιρέει. Comechè la memoria del fiume Neeto in vicinanza di Crotone (2465) può far supporre che primavi si parli delle spiagge di Sibari (δ'ακτας Σιφαα), è difficile il vedere il nome di Sibari in Σιφαα, identico piuttosto a Siphocum, città che poi appartenne alla Brezia (2466). Cambiata nelle riferite parole la lezione della lapida, il ch. archeologo doveva facilmente cambiare le rimanenti in όκκου Αἰσάρους πόντου ύδασιν αντιρέει, sebbene convenir si possa che le parole ΟΚΚΟΥ ΑΙΣΑΡΟΟΣ furono dal primo trascrittore scambiate per ΟΚΟ ΑΣ ΤΑΒΟΟΣ. In ogni modo è malagevole di trovare le rimanenti nella lapida, togliendone sopratutto la rimembranza del fiume Memblete, dove Licofrone fa giugnere i Pelasgi (2467). Ma è da convenire che tutte le altre parole sono interpretate dal valente professore analogamente alla trascrizione della lapida, ed è anche da lodare la dichiarazione ed il supplimento delle ultime AF ΟΧΧΟΝΝΙΝΙΑ ΙΜΑPNAIHI, le quali non fanno alcun senso, con quelle ἀπ᾿ οχθῶν Χωννείαν διαρεῖ ἰμεροεσσαν ἀει.

Tali discrepanze mi fo lecito notare nella interpretazione del Grotefend, e a non volere molto dipartirsi dalla lapida, egli sembra che il vero significato ne sia questo: Si pongano i termini della Messapia nella città di Basta. Idrunto, Taranto, e la città di Metabo della Conia (sono), e le spiagge di Sifeo, e il Neeto Enotrio, sin dove (la città di) Metabo il Memblete irriga, dove l'Irex confinante sbocca, e dove scorre l'Ilia. (E inoltre) le spiagge del Crati, e dove il Bradano colle due sponde bagna sempre la desiderata Conia. In vece di Sibari vi è nominata la città di Sifeo, se non a Castrovillari (2468), certo ne' confini della città distrutta, presso Europoli e Cassano, e da ciò può supporsi che la lapida fu scolpita dopo che Sibari fu abbattuta, e prima che Turio fu costrutta.

Poiché del resto nella città di Basta avea termine Messapia, tutta la regione inferiore vi si comprendeva insino alle vicinanze di Taranto, e di là cominciava o aveva termine la Conia, o Caonia, il cui perimetro si assegna per le spiagge dove mettono foce i fiumi Irex (2469), Neeto, Ilia, Orati e Bradano secondo l’ordine topografico.

Ma, alla città di Basta facendo ritorno, in fuori dell’addotta lapida, altro ricordo non ne trovo nell’antica storia, e può solo supporsi che fu in origine fondata da' Bastici, che Favorino annovera tra' popoli della Beozia (2470). Vero è che dalla popolazione primitiva della Japigia ho escluso i Beozii (2471), ma è da riflettere che la Pieride nella Beozia fu una volta abitata da' Pelasgi e da' Traci (2472), e senza le altre riferite tradizioni il nome della città di Basta è argomento che uniti ad essi vennero nella Japigia i Bastici, i quali vi riprodussero il nome della loro metropoli. Da sì remoti tempi la città si mantenne insino all'anno 1166, quando con altre città nella guerra di Re Ruggiero contro il Conte di Lecce veniva diroccata da Guglielmo il Malo, e d’allora fu ridotta ad un piccolo villaggio, tra Poggiardo e Vitigliano, il quale tuttavia serba il nome di Paste. Dalle rovine che ne rimanevano, avvisava il Galateo che in parte occupava il pendio, in parte la pianura, ristretta nondimeno in mediocre perimetro, come le altre città della Japigia; ed oltre le discorse cose, ne dimostrano l’antichità remotissima i sepolcri scopertivi in gran numero nelle vicinanze, colle solite anticaglie, anelli, vasi ed armature (2473).

2. SARMADIO (Sarmadium)

A circa 6 miglia dalla descritta città, progredendo più dentro terra, seguiva la città di Sarmadio mentovata da Plinio nella parte mediterranea della regione, comeché una diversa lezione propongano alcuni moderni nel luogo del geografo (2474). A voler ritenere col dotto comentatore di Plinio che debbasi leggervi Aletium, non si saprebbe intendere come in un luogo egli avesse ricordata la città, in un altro gli Aletini che l’abitavano, o come questi popoli nominasse tra i mediterranei della regione dopo averne già prima mentovata la città. In Frontino inoltre è ricordanza dell’Ager Sarniadillus diviso ad una colonia romana in questa regione medesima (2475), ne si può perciò dubitare della città detta nella Messapia. Ma ogni altra memoria se ne è perduta; e, quanto al sito che occupava, altra miglior conghiettura a seguire non rimane che quella di un patrio scrittore, il quale si avvisò di assegnarlo presso la piccola terra di Muro, a breve distanza da Mesagne e Soldo, dove alcuni scrittori supponevano la città di Miro (2476). Per dare una denominazione antica a quella di Muro che nasceva appunto dalle rovinate muraglie di Salmodio. Ivi si ammirano rovinati edifizii ed i vestigi di una mediocre città, ed a quando a quando antiche monete si sono scoperte nel circostante territorio (2477). Senza saperne il nome antico un dotto viaggiatore quelle rovine attribuì ad una delle tredici città che Strabone annovera nella Japigia e descrive le muraglie del suo antico recinto, il quale era di tre miglia, costrutte di enormi pietre di taglio, di tre filari di fronte, e di nove piedi di larghezza. Quando verso la fine dello scorso secolo egli vide tali muraglie erano tuttavia all'altezza di tre piedi in certi siti, e costrutte senza cemento. In proposito delle quali rovine osserva che le città della Japigia avevano la medesima forma, la stessa estensione di perimetro e la guisa stessa di fabbricazione, come se lo stesso fondatore le avesse edificate (2478); e questa osservazione ci mostra in Sarmadio una delle città primitive della regione fondate da’ Cretesi. L’etimologia in fine che si assegna della voce Sarmadium dalle cave di arena che nell’odierno Muro si veggono (2479), ci assicura senza più dell’esistenza della città, non meno che della discorsa sua situazione.

3. IDRUNTO (Ἰδροῦς, Hydruntum)

Dopo XIX miglia antiche da Basta seguiva Idrunto in sulla spiaggia (2480). Scilace, il più antico de' geografi, ne parlò solo come di un porto (2481), dal che suppone il Mazocchi che in origine fu un piccolo villaggio, notabile solo pel porto istesso, che non dubitò di attribuire alla lontana città di Sibari o Lupia (2482), ipotesi contraria alla memoria della sua primitiva fondazione. Perché come altre città della Japigia fu fondata da una colonia di Cretesi, ma in tempi posteriori a quella che vi giungeva dall’isola di Sicilia, essendo uscita dalla città di Bienno per cagione di una carestia. Avendo l'oracolo loro ingiunto di abitare dove vedessero un sito paludoso, come giunsero in sulla foce del Rodano nella costa della Gallia che tale era appunto, ponendo ivi la sede, una città vi edificarono col nome della madre patria Bienno (2483), la quale fu poi la città di Vienna, e di là conducendosi nella spiaggia della Japigia, vi edificarono Idrunto, a cui imposero il nome del prossimo fiume. Dalle cagioni della peste e della fame che sopravvennero a' Cretesi, sia il soccorso ch’essi diedero agli altri Greci contro Troja, come scrive Erodoto, e sia l avere Idomeneo immolata a' numi la propria figliuola dopo la celebre spedizione, secondo Servio (2484), non è dubbio che la fondazione di Idrunto susseguì immediatamente a' tempi trojani, epoca alla quale riferir si possono in generale le fondazioni delle città nella Sallcnzia, che si attribuivano ad Idomeneo. Da tempi così remoti sconosciute sono le vicende di questa città, ma che fosse di qualche importanza prima che tutta la regione perdesse l’autonomia par manifesto dalle sue monete di bronzo, una più antica col tipo di Nettuno e il nome del popolo ΥΔΡΩΝΤΙΝΩΝ da una parte, e dall'altra il tridente tra due delfini (2485), altre colla testa di Ercole imberbe coverta con quella del leone, e nel rovescio colla semplice leggenda TAP la faretra, la clava e l’arco (2486).

Al tempo di Strabone era Idrunto una piccola città, ma molto frequentato erane il porto da' naviganti che dall’isola di Sasone facevano vela in Italia (2487). Anche prima può supporsi occupata da presidii romani per custodia di quella spiaggia, ma solo al tempo di Vespasiano egli sembra che in parte ne fosse occupato I7 agro da una colonia (2488), ultima memoria della città ne’ tempi anteriori alla decadenza. Dalle antiche colonne di ogni forma e grandezza con bellissimi capitelli, tra le quali alcune di giallo antico e di marmo pavonazzo, e che sostengono la cattedrale dell’odierna Otranto e la cappella sotto il coro (2489), può supporsi la bellezza degli antichi templi che l’adornavano; ma niente altro ne rimane, in fuori di una torre quadrata di pietre vive senza cemento, attaccata alle mura, e di un piedistallo che sosteneva le due statue degli Augusti M. Aurelio Antonino e L. Aurelio Vero colle seguenti epigrafi (2490):

IMP. CAES. M.

AVRELIO, ANTO

NINO. AVG. TRIB.

POT. XIV. COS. III

DIVI ANTONINI FIL. DIVI

HADRIANI. NEP. DIVI

TRAIANI. PARTHIC. PRO

DIVI, NERVAE. ABNΕΡΟΤ.

PVBLICE

D. D.

IMP. CAES. L. AV

RELIO. VERO. AVG.

TRIB. POT. II. COS. II

DIVI. ANTONINI. F.

DIVI HADRIANI.

NEP. DIVI TRAIANI

PARTHIC. PRENOP.

DIVI NERVAE, ABNΕΡΟΤΙ

PVBLICE

D. D.

In nessuna parte l’Italia più si approssima all'Epiro quanto in questo sito della Messapia, bastando poche ore per farne il tragitto (2491), né più di 50 miglia contavano gli antichi da Idrunto ad Apollonia che stavagli dirimpetto. Perciò il re Pirro pensava il primo di unire per via di ponti tale intervallo, onde il suo esercito proseguisse a piedi il suo cammino; e dopo di lui anche M. Varrone, quando fu preposto all'armata di Pompeo nella guerra contro i pirati, senza che entrambi mandassero ad effetto così gran disegno (2492). Non altrimenti della città di Taranto, la città di 0tranto ora non occupa che il sito dell’antica rocca.

4. Fiume IDRO (Hydrus fluv.)

Presso le mura ed alla sinistra di Otranto sbocca nel mare il piccol fiume Idro, il quale ha serbato l’antico nome, e sorgendo nelle radici del monte omonimo da tre fonti, bagna le terre di Scorrano, Muro, Senarica, Palmerigi e Bagnuolo. Fra tutti gli antichi il solo Lucano lo ricorda coll’epiteto di avius (2493), o sviato, sia pel suo corso flessuoso, sia perché in ogni istante scomparisce e si perde ne' giardini che irriga e fertilizza per mezzo de' piccoli canali in cui è diviso. Comeché del brevissimo corso di circa 2 miglia, è nondimeno il fiume più grande di quell'angolo d'Italia, e del nostro paese, nella cui foce stanziavano i piccoli navigli della flotta di Cesare.

5. Porto IDRUNTINO

Benché senza bastante esattezza topografica, dopo d’Idrunto, e di due città mediterranee (Solete e Fratuerzio) Plinio ricorda il Porto Tarentino, come in tutte le edizioni del geografo si legge (2494), ma che dalla vicinanza appunto della città descritta non dubito che nominasse Idruntino, perché se era in fatti un porto interno d’Idrunto, non si saprebbe intendere perché si nominasse Tarentino. Altro non è del resto che l’odierno lago di Limone, a 4 miglia da Otranto, di 12 miglia di circuito, pescoso e navigabile da piccole barche (2495). Un piccolo istmo lo divide dal mare, e per non dubitare della testimonianza di Plinio che lo ricorda col nome di porto, è da dire che tale divisione dal mare operassero ne' secoli successivi le torbe delle sorgenti e de' rivi che riceve, se pure non fu più veramente dal mare diviso da secoli remotissimi,ed anziché un porto (λίμὴν) formasse piuttosto in quel sito una grande laguna (λίμνη). Il che tanto più a me sembra' probabile, perché l’istmo non può supporsi formato nel breve periodo che dal primo anno di Tito, ultimo di Plinio, trascorse a quello di Trajano (79117 G. C.), il quale su per l’istmo stesso faceva prolungare la grande strada che dalla Sallenzia passava per tutto il lido della Messapia.

6. FRATUERZIO (Fratuertium)

Dopo Idrunto Plinio ricorda uno de' luoghi più oscuri non pure della Messapia, ma di tutte le nostre regioni ancora, dir voglio Fratuerzio (2496), in proposito del quale è poco da conghietturare sì rispetto alla vera denominazione, e sì ancora riguardo al sito. Essendo per tutta quella contrada rarissime le acque, i primitivi abitatori greci quel sito contraddistinsero forse da qualche piccolo pozzo che vi era, e lo nominarono Φρεάτιον, d’onde per avventura provenne la guasta denominazione di Fratuertium. Senza togliere una città di Fratuento alla regione degli Irpini, nella quale in fatti l’ho descritta colla testimonianza di Tolomeo (2497), un’altra omonima ve n’ebbe forse ancora nella Messapia, ed in questa ipotesi in vece di Fratuertium sarebbe da leggere Fratuentium nel citato passo di Plinio, il quale del resto è da riscontrare in tutti i manoscritti. Quanto al sito che occupò, inutili sono le conghietture di alcuni geografi, perché non fondate sopra di alcun fatto, e più o meno contrarie alla testimonianza di Plinio (2498), il quale dopo le rovine di Soldo pose, come ho detto, la città sconosciuta. E però, ad accostarsi più al vero, egli sembra che stesse in sulla riva della laguna di Limone, al di là di Otranto, e propriamente sull’istmo che la divide dal mare, sul quale passava la Via Trajana nel sito volgarmente detto Finestra, denominazione che molta analogia presenta col Fratuertium del geografo latino.

7. LUPIA (Λουπίαι, Lupia)

Distante XXV miglia antiche da Idrunto seguiva Lupia (2499), che Strabone annovera tra le città mediterranee della Messapia (2500), ma che Tolomeo pose presso del mare, παρὰ τὸἸωνιον πέλαγος (2501), sia perché ne fosse in fatti men lontana, sia che tutt’uno la considerasse col suo porto, il quale erane situato alla distanza di più miglia. Da coloro che più curiosamente investigato avevano le più antiche origini delle città italiche Pausania apprendeva che il suo nome primitivo fu Sibari (2502), e fu perciò fondata o dagli stessi Sibariti nel tempo della loro floridezza, o da quelli che sopravanzavano all’eccidio della loro patria. Ma la priorità del nome di Sibari è da riferire a quello di Lupia, che la città aveva sotto i Romani, perché più antico di quello di Sibari è da credere il nome di Lycia della città stessa, e ch’ebbe Senza dubbio, come io mi penso, dagli stessi Cretesi che giunsero nella Messapia. Perché tra gli altri popoli dell’isola Erodoto annovera i Lidi (2503), i quali poi si tramutarono nell’Asia Minore, e diedero il nome ad una particolare contrada di quella regione. Sull’autorità di Strabone suppone il Mazocchi che i Licii dell’Asia minore estendessero l'impero del mare sino in Italia, e che ad essi propriamente si abbia a riferire l’origine di Licia o Lupia (2504); ma il greco geografo parla solo delle non così remote escursioni de pirati Panfilii e Cilicii-Tracheoti la cui vita di ladroni mette a confronto con quella de' Licii, i quali vivevano con buoni ordini civili, e non si lasciarono mai vincere dal desiderio di que’ turpi guadagni (2505). Alla discorsa origine forse è da riferire l’oscura, o favolosa tradizione serbataci da Giulio Capitolino, che la città fondasse un Malennio re di Salento, e figliuolo di Dasummo (2506), dal quale dicevasi che l'imperatore M. Antonino traesse i natali. Che la città del resto aggiugnesse a grande stato e prosperità, e sopratutto dopo l’accresci mento ch’ebbe colla colonia de' Sibariti, si raccoglie da Pausania, il quale dice che fabbricarono un tesoro in Olimpia, città dell’Elide, contiguo a quello de' Bizantini (2507).

Ma da epoca sì remota niente si sa di Licia o Sibari insino al tempo de' Romani, i quali vi spedirono una colonia. Scrivendo Frontino che l'agro ne fu assegnato secondo i limiti Graccani (2508), al tempo de' Gracchi fu dedotta, un secolo circa avanti l’era volgare, ed allora si può dire con molta verisimiglianza che il prisco nome di Lycia ne fosse mutato in quello di Lupia, che ne fu la latina versione. Della Colonia Lupiense restò memoria del resto nelle seguenti lapide, la prima delle quali posta ad un M. Basico Azio (2509), il quale ne fu uno de' patroni, e che altre cariche sostenne in altre città delle nostre regioni:

M. BASSAEO. M. F. PAL

ΑΧΙΟ

PATR. COL. CVR. R. P. IIVIR. MV

NIC. PRO. AVG. VIAE. OST. ET. CAMP.

TRIB. MIL, LEG. XIII. GEM. PROC. REG. CALA

BRIC. OMNIBVS. HONORIB. CAPVAE. FVNC

PATR. COL. LVPIENSIVM. PATR. MUNICIPI

HVDENTRINOR. VNIVERSVS. ORDO, MUNICIP.

OB. REM. PVBL. BENE. ET. FIDELITER. GESTAM

HIC. PRIMVS. ET. SOLVS. VICTORES. CAMPANI

AE. PRETIS. ET. AESTIM. PARIA. GLADIAT. EDIDIT

L. D. D. D.

D. M. S.

Q. VALERIO. L. F. PAL. PARAEDIO

AED. Q. IIII. VIRO. COL. LVP.

PATRON. MVNIC. NERIT.

CVRAT. VIAE. TRAIANAE

E...... HERINNIA.....

CONIVGI. DVLCISS. B. M.

Η. Μ. Η. N. S.

E in quest’altra, comeché da dotti epigrafisti giudicata apocrifa (2510), si ha ricordanza de' Lupiensi, i quali co' popoli vicini, i Neritini e gl’Idruntini, pe' benefizii ricevuti, a Q. Fabio Balbo, Curatore della Via Augusta Sallentina, l’innalzarono:

Q. FABIO. BALBO. V. P.

IV. VIRO. I. DIC.

PATR. MVNIC. TVSCVL.

TRIBVN. MILITVM

LEG. II. AGRIP.

CVRATORI VIAE

AVG. SALLENT.

OB. INSIG. IN VNIVERSOS

CONLATA BENEFICIA

AD MEMORIAM SEMPIT.

LVPIENSES HYDREN.

ET NERITINI

PATRONO ΟΡΤΙΜΟ

A giudicare dalle rovine dell’antica città descritte da Guido di Ravenna, è a dire che non fu una delle meno illustri della Messapia, perciocché scrive che al suo tempo, il IX. secolo dell’era volgare, ne rimaneva il teatro fabbricato con molta cura e solidità, ma tutte adequate al suolo ne erano le muraglie. E dice altresì che gli antichi abitatori fabbricata vi avevano una piccola rocca, quasi rovinata a' suoi dì, e che in tutto il recinto della città infiniti monumenti tuttavia si vedevano fabbricati di solidi marmi (2511).

8. Molo di ADRIANO

Sulla marina di Lecce, alla distanza di circa 6 miglia dalla città, ebbero i Lupiensi il loro molo (ὄρμος), non più antico, a crederne Pausania, del tempo di Adriano, il quale facevalo costruire con sassi grandissimi gettati nel mare (2512); ma trovandosi ivi forse da' più vecchi tempi edificato Ad Cretesi pel ricovero de' loro navili, quell’imperatore non fece che restaurarlo ed ingrandirlo, fautore come fu delle grandi opere pubbliche in tutto l’impero. Il sito di questo molo fu dal Mazocchi riconosciuto nella piccola baja del Castello di S. Cataldo (2513), unico luogo nella spiaggia di Lecce che avesse potuto servire di stazione a' navili, dove in fatti ne sono segnati gli avanzi delle grandi moli in alcune carte del Regno, e dove il Cluverio e l’Arduino, anteponendo alla topografia di Strabone quella degli altri geografi, posero la stessa città di Lupia, Egli è vero che con questo molo alcuni espositori di Plinio credono tutt’uno la militare stazione che il geografo ricordò col nome di Miltopa; ma questa era dentro terra, e nelle rovine di Rugge è più probabilmente da riconoscere.

9. RODEO, O RUDIA

Ricordando Strabone le città mediterranee della Messapia prima di Lupia ch’era più verso il mare nomina Rodeo, e prima ancora di avere ciò detto, parlando della navigazione di coloro che dall’opposto continente passavano in Italia, scrive che coloro, i quali far non potevano una navigazione diretta a Brentesio, si piegavano alla sinistra dell’isola di Sasone verso Idrunto, dove. poi o aspettavano il vento propizio e andavano con quello ai porti di Brentesio, o sbarcando pigliavano la strada di terra ch’era più breve, attraversando Rodeo, città ellenica donde fu nativo il poeta Ennio (2514). La strada più breve di cui parla il geografo, a chi guarda la carta, esser doveva parallela all’odierna che da Otranto mena a Lecce, e di là a Brindisi, e sulla strada stessa star doveva la città di Rodeo, o Rudia, come parecchi scrittori sostengono (2515), e buone ragioni ancora vi sono per confermarlo. Perché, oltre gli antichi vasi ed altre anticaglie che nel sito di Rugge ad un mezzo miglio da Lecce verso Monterone tuttodì si rinvengono, nel palazzo ducale di Monterone si vede la seguente lapida, nella quale è memoria de' Municipi Rudinensi, e che il Marini a Rugge diceva scoperta verso gli ultimi anni dello scorso secolo (2516):

M. TVCCIO M. F. CERIALI

EXORNATO EQ. PVB. A SACRATISSI

MO PRINCIPE HADRIANO AVG.

PATRONO MUNICIPI, IIII VIR.

AED. ITEM AEDILI BRVNDISI

M. TVCCIVS AVGAZO

OPTIMO AC PIISSIMO FILIO. OB CVIVS

MEMORIAM PROMISIT. MUNICIPIS RVDIN,

HS. LXXX. N. VT EX REDITV EORVM DIE NATALIS

FILI. SVI OMNIBUS ANNIS VISCERATIONIS

NOMINE DIVIDATVR, DECVR. SING. HS. XX. N.

AVGVSTALIBVS HS. XII. MERCVRIALIB. HS. X. N.

ITEM POPVLO VIRITIM HS. VII. Ν.

L. D. D. D.

Da questa epigrafe d’una città di Rudia presso Monterone non può dubitarsi, e propriamente nel detto sito di Rugge, dove un’altra lapida che ricordavala venne pur fuori verso il 1775 con molte anticaglie (2517); ma oltre le ragioni in contrario dagli scrittori addotte, i quali tengono che fosse in vicinanza di Taranto, e che altrove saranno riferite secondo l’ordine topografico, si osserva ancora che la porta così detta di Ruta, la quale da Lecce menava a Rugge, e d’onde pur si trae argomento per sostenere Rudia in quel luogo istesso, in vece di accennare alla prossima città controversa, aveva relazione piuttosto ai ruderi che in quel sito rimanevano (2518), e questi sono da attribuire alla stazione militare che i Romani vi posero, e che dal luogo forse ebbe il nome di Miltopa, come è detta da' Plinio (2519). A spiegare col greco tale denominazione, a me sembra originata da μίλτος, così che egli sembra che Miltopa altro non fosse che un' alterazione di μιλτοφυής, rosseggiante, sia dalla naturale condizione del luogo, e sia altresì dall’apparenza delle fortificazioni e dagli edifizii laterizii delle fortificazioni istesse; ed a tale etimologia si accosta il nome della porta di Lecce, la quale menava appunto a quella stazione, e che però porta di Ruta, e poi di Rusce o Rugge fu detta. E si aggiunga che una epigrafe ivi stesso fu scoperta, la quale quella stazione ricordava nel seguente modo (2520).

C. CLAVDIO C. F. M. Ν.

NERONI COS.

OB REM FELICISSIME IN PICENO

ADVERSVS POENORVM DVCEM

ASTRVBALEM GESTAM SEN.

POP. ET MILITVM STATIO LVPIENS.

A. H. P.

Che che di tali osservazioni (2521) vorrà pensarsi, certo è che dal luogo di Strabone e dall’addotta lapida non è dubbio che presso Lupia già fa una città di Radei o Rudia; ma che questa fosse stata la patria di Ennio non è indubitabile, e si vedranno appresso le ragioni di coloro che ne disconvengono. E comeché la riferita epigrafe con altre due lapide del pari onorarie tener si possa come apocrifa, dell’antichità del sito di Rugge dà nondimeno testimonianza la strada aperta per una grotta artefatta, la quale le due città metteva in comunicazione negli estremi bisogni in tempo di guerre e di assedii (2522).

9. CARMINEA (Carminea)

Nella Notizia delle dignità ed amministrazioni dell'Impero si ricordano ì Boschi Carmini ani, che al privato matrimonio della casa imperiale appartenevano, e che non da altro presero il nome che da una piccola città vicina (2523), la quale di quanti secoli preesistesse al tempo in cui la citata Notizia lu composta non si può per altre testimonianze affermare. Certo è che serbava l’antico nome di Carminea nel secolo XII (2524), ed ora dicesi Carmignano, alla distanza di 7 miglia da Lecce, così che i boschi che una volta le appartenevano altri esser non possono che le vicine macchie di Leverano.

10. VALENZIA, O BALEZIA

Dopo XIII miglia antiche da Lupia seguiva Balezia, città ricordata da Strabone e dagli altri geografi, sebbene con diversi nomi, tra le città mediterranee della regione; perocché P. Mela la nominò Paletium, e Plinio Balesium f2525); ma più esattamente dalla Tavola Peutingerana è detta Valenzia (2526). Poiché tale denominazione tutta latina fa risovvenire l’arcano nome di Roma (2527), egli sembra che avesse l'origine da qualche romana colonia ivi dedotta, come sembra, dopo che Annibale uscì dall’Italia, e questo solo io so congetturare di tale città, della quale scarse sono le memorie. Ignoto è pure per quali vicende fosse abbandonata o distrutta, ed appena poche rovine ne rimangono a due miglia al di là di S. Pietro Vernotico, alla distanza di tre miglia dal mare. Ivi intorno si sono scoperti vasi ne' sepolcri, ed epigrafi, delle quali conosco appena la seguente (2528):

TABARA ΔΑΜATRIA

Questa iscrizione era scolpita sopra una pietra, simile ad altre scoperte nella stessa regione soltanto colla prima parola TABARA, cioè TA BARA, ed è da approvare la spiegazione datane dal citato antiquario, il quale interpretò PONDERA CEREALIA (2529), cioè pesi stabiliti dalla pubblica autorità de' magistrati municipali per lo smercio del frumento, o del pane nelle città e ne' villaggi, tra le cui rovine già si rinvennero. Era Valenzia cinta da grandi muraglie, del perimetro di circa un miglio, sebbene oggi altro non vi si vegga che argini e cumuli di pietre co' vestigi della sua rocca, ed il terreno ove era situata si semina a traverso con l’aratro. Nel mezzo della città, distrutta da Guglielmo il Malo nel 1166, scaturiva una fontana che formava un ruscello, il quale poi scomparso restò un semplice pozzo (2530).

11. Fiume PACZIO (Pactius)

Fra la città descritta e Brindisi la Tavola Peutingerana segna un fiume col nome di Pastium (2531), lo stesso senza dubbio per la denominazione simile che quello annoverato da Plinio col nome di Pactius con gli altri della Japigia (2532). Or si rimarrebbe nell’incertezza di preferire luna o l’altra lezione, se il nome della città di Pacte di contro a Cardia nell'istmo del Chersoneso di Tracia (2533) non mi facesse anteporre quella di Plinio, e tale altra analogia conferma la conghiettura che dalla Tracia piuttosto che dalla Beozia passarono coloni nella Messapia, i quali, come appresso si vedrà, non solo i nomi de' luoghi, ma il culto stesso vi riproducevano della patria originaria. Il detto fiume del resto non altro sembra di essere che l’odierno Canale di Terzo.

12. BRUNDUSIO (Βρεντήσιον, Brundusium)

Dopo XI miglia dalla descritta città seguiva Brundusio (2534), la più celebre città della Messapia, anzi di tutta l’Italia, a cagione del suo porto. Edificata forse in origine dagli Japigi, fu poi accresciuta da una colonia di Cretesi, che gli antichi ne tennero come i fondatori originarii. Incerti erano nondimeno se furono quelli che nella regione passarono dalla Sicilia, o gli altri che usciti da Cnosso, si credevano ivi condotti da Teseo, perché correvane l’una e l’altra tradizione (2535). Se non che, più ricevuta egli sembra che fosse la seconda, perché affermata da Aristotele, da cui attingevala Plutarco; il quale scrive che i Cretesi per adempire ad un voto fatto ad Apollo, mandarono a Delfo i loro primogeniti, unendosi a questa sacra primavera alcuni schiavi ateniesi. Ma una parte di questi banditi, mal paghi del loro stabilimento, passarono nella Japigia, e vi fondavano Brentesio (2536). Or la circostanza degli schiavi ateniesi fu cagione senza dubbio che Strabone, o piuttosto la tradizione da lui seguita, desse Teseo per capo della colonia, il cui vero condottiero è sconosciuto. Senza qui riferire altre tradizioni analoghe sulla colonia de' Cretesi, che addurrò nella descrizione d’Iria o Uria, dico che dopo molto intervallo di tempo un’altra colonia venne forse qui ad unirsi alla già detta, perché fondatore di Brundusio volevasi anche Diomede (2537), e questa è la greca colonia che vi dice giunta Isidoro, e composta di Etoli (2538). La quale tradizione conferma l'arrivo di una colonia dalla Tracia-Calcidica nella Messapia perché a Tinda città di quella regione ponevasi la sede del celebre nume Diomede colle sue efferate cavalle (2539),confuso poscia coll’omonimo eroe di Etolia. Brundusio forse, come città marittima, e la prima dell’Italia, alla quale approdavano i popoli che vi navigavano dall'Eliade e dalle prossime contrade, fu la prima sede di quel nume, e di là il culto se ne diffuse nelle altre città nostre, le quali anche da Diomede si volevano fondate nelle vicine regioni, e sino a Benevento e Venafro, ne' confini della Campania.

Seleuco, citato da Stefano Bizantino, e Strabone dicono che la città fu detta Brentesio (Βρεντήσιον?) dalla simiglianza della sua figura con una testa di cervo (2540), e sono note altre denominazioni geografiche, come fronte di Ariete (Κριοῦ μέτωπον) nell'isola di Creta e nella spiaggia Taurica (2541), l’isoletta tra Teno e Chio col nome di Aix, Capra (2542), isola della tigre nella Cina, e simili, in cui con alquanto di fantasia e molta buona volontà si arriva a trovare le già dette e simili immagini. La denominazione di Brentesio, scrivono i citati geografi, era derivata dalla lingua messapia; ma con ciò non deesi intendere che tale lingua fosse diversa dal greco antico; ed in fatti, oltre che vi fu una città di Brente nell’Arcadia (2543), nel verbo βρενθύομαι (andare altero) si scorge l’essenza della voce Brentesion, trasferita con adattata metafora a significare la testa del cervo altera per le arboreggianti sue corna. A riguardare anche oggidì la città di Brindisi co' due angusti seni del porto interno, che Delta e Luciana furono detti (2544), si ha l’immagine di una testa di cervo, perocché la città rappresenterebbe la testa, e i due seni a guisa di fiumi le ramose corna del cervo. Certo è che la città presentavasi nella figura di mezza luna (2545).

Era Brentesio non solo una città illustre fin da che Falanto conduceva a Taranto la colonia de' Partenii (a. C. 708), ma di, un’ampia regione ancora aveva il dominio, che in parte le fu tolto per opera de' Lacedemoni. Pur nondimeno, allorché Falanto da Taranto fu espulso, trovò ivi un asilo, e dopo la sua morte vi fu onorato con un magnifico sepolcro (2546). La città era allora governata da re, aristocratici io credo, come quelli delle altre città greche, né in altra città della Messapia che in questa so supporre la reggia del re Arta, del quale un antico comico loda l’ospitalità e la splendidezza, per avere sontuosamente accolti alcuni greci viaggiatori, e di ottimo pane imbandita loro la mensa (2547). Viveva questo re Messapo nel tempo della guerra del Peloponneso (2548), e forse della città istessa furono gli altri due re della medesima regione, Opi il quale i Peucezii soccorreva nella guerra contro i Tarentini (2549), e Malennio, a cui attribuivasi la fondazione di Lupia (2550). Certo è che quando giunse Pirro in Italia era la città capitale della regione, e vi aveva la sede chi la reggeva. Si astenne Pirro dal proseguir la guerra contro i Messapi, e fece pace e lega col re loro, per tema che non gl’intervenisse ciò che agli ambasciadori di Diomede dicevasi avvenuto, trucidati e sepolti nella città per l’ambigua risposta dell’Oracolo, che cioè quella città avrebbero in perpetuo posseduta che avessero richiesta (2551).

Per la vantaggiosa situazione de' suoi porti Brentesio divenne di grande importanza dal primo arrivo delle colonie elleniche nelle spiagge d’Italia, pel facile tragitto dalle opposte coste della Grecia. Erodoto ne parla come di una città notissima ove la Taurica paragona alla penisola Japigia (2552), la quale può considerarsi come racchiusa tra i porti di Taranto e Brundusio. Prima che la città venisse edificata, chiunque dagli opposti lidi faceva vela per l’Italia non tragittava che a Taranto, e di questa città si serviva come di un emporio pe' commercii e pe' passaggi (2553); ma lunghe età non trascorsero e Brundusio divenne poi per l’opportunità de' suoi porti la grande rivale di Taranto. Perché, a differenza delle età successive e di oggidì, che ha solo un porto esterno, più e diversi ne aveva ne' tempi antichi, giacché una sola bocca, dice Strabone, vi chiude dentro di sé molti porti sicuri dalle tempeste; ciò sono parecchi seni del medesimo golfo, nella cui figura raffigurarono gli antichi le corna d’un cervo, d’onde la città ebbe il nome (2554). Questi porti più sicuri erano di quello della stessa città di Taranto, per la larghezza della sua bocca esposto alle tempeste, e con bassi fondi nelle sue parti più interne. Lucano descrive egregiamente la posizione di Brundusio col dire che ricurvando ivi l’angusto lato, l’Italia prolunga nelle onde una stretta lingua di terra, la quale con curvi seni abbraccia i flutti dell'Adriatico. Nondimeno le acque rinchiuse in queste strette fauci non formerebbero un porto, se un’isola non fermasse nelle sue rocce il violento soffio del Coro (maestro), e non respingesse le onde che vi si rompono. Da' due lati la natura oppone al mare aperto scoscesi monti di scogli, e respinge i venti perché ferme restassero le carene. Si apre al di là il pieno mare, sia che i navigli veleggino verso il porto di Corcira, sia che verso l'Illiria giungano ad Epidamno, bagnata dalle onde del Jonio. Ivi è il ricovero de' nocchieri, quando l’Adriatico sollevando tutte le sue onde i monti dell’Epiro si ascondono nelle nubi, e l’isola di Sasono scomparisce nelle onde spumose (2555).

Occupate Taranto e Crotone, i Romani rivolsero le armi contro la Calabria per avere le città di quella costa favorita l'invasione di Pirro, ma nel fatto per impadronirsi di Brundusio, che col celebre suo porto tanta facilità offeriva al tragitto neU Illirio e nella Grecia (2556). La città fu presa con gli abitatori, e ne trionfarono i Consoli Fabio Pittore e Giunio Pera nel 487 (2557). Ma nella grandezza a cui aggiunse ne' tempi susseguenti compensò la perduta autonomia, perché non vi fu città d’Italia più frequentata e più celebre di questa anche oltre i tempi della decadenza. Nel 509 di Roma una colonia vi fu spedita (2558), il giorno del cui ingresso, che fu il quinto giorno di sestile, in ogni anno venne celebrato con insolita allegrezza (2559); e d’allora la prosperità di quel porto venne crescendo colla grandezza del romano impero, frequentato come fu non solo dalle armate per trasferire le milizie nella Macedonia, nella Grecia, o nell'Asia, ma anche da' viaggiatori che dall’Italia passavano in Grecia, o dalla Grecia si riconducevano in Italia. Alla Romana colonia appartengono le monete di bronzo di Brundusio, le sole che si abbiano d’una città così insigne. Queste monete, di diversi moduli, hanno gli stessi tipi nel dritto della testa di Nettuno colla Vittoria che l’incorona, e nel rovescio coll’epigrafe BRVN una figura virile nuda sopra un delfino, con in una mano la lira, e nell’altra una Vittoria, un vaso, un corno di abbondanza, o qualche altro simbolo (2560), e che più probabilmente per Falanto, che pel citaredo (2561) A rione, o Taras può interpretarsi. In una sola si vede la Vittoria alata stante con rami di palma in ambe le mani, e un delfino tra la lettera e la solita epigrafe. Diversi simboli, una lunula, un astro, un grappolo, un diota, un candelabro, o una spiga, accompagnano il dritto di tali monete, oltre della lettera [<], segno del semisse, e le iniziali inoltre de' nomi de' duumviri della città, in lettere divise, o in monogrammi, AP. Q., MAC. AT., L. CORN. M BIT., Q FVL., M. VAL., M. VET., e simili, come nelle monete di Pesto. Ma dubbie sono quelle che pur si vogliono alla città attribuire con greca epigrafe ΒΡΕΝΔΗΣΙΝΩΝ, co' tipi nel dritto della figura virile sul delfino, e nel rovescio della testa di Ercole (2562), favoloso padre di Brento, il preteso fondatore della città (2563).

Nel 536 Celego comandava le valorose coorti messapiche contro Annibale, e tra queste vi fu quella di Brundusio e della colonia romana, la quale tra le 18 colonie latine si mantenne nella fede verso la metropoli (2564). Assicurata così Roma dell'obbedienza non meno de Messapi che de' popoli vicini, cominciò a rivolgere il pensiero alle conquiste oltremarine, per le quali tanta opportunità offeriva il porto di Brundusio. Perciò la Via Appia fu prolungata insino a quest’ultima città della penisola, e certamente prima che il Console M. Valerio Levino tragittasse in Grecia le milizie nel 543 (2565), e che però si può supporre prima proseguita da P. Claudio Pulcro, e poi continuata e compiuta da Appio Claudio Fulcro di lui figliuolo, Console con Q. Fulvio Fiacco nel 541 (2566); talché per essa strada è da supporre il viaggio che 18 anni dopo in soli cinque di compiva per terra da Idrunto a Roma Marco Catone per annunziare la vittoria contro, Antioco (2567). Come quella grand’opera fu compita, i Romani eserciti cominciarono a passare Brundusio, dal cui porto tragittavano contro Filippo, Antioco e Perseo; e nel porto stesso tutte le armate si radunarono per le altre spedizioni di Oriente, siccome tutte, terminate le guerre, vi furon poi ricondotte (2568). Con 1600 navi da Potrà approdò in questo porto L. Silla dopo la guerra Mitridatica, e poiché senza resistenza lo riceverono i Brindisini, n’ebbero in contracambio l’immunità dalle imposte, che goderono ne' tempi successivi (2569); e senza ripetere le molte spedizioni e i ritorni e gli approdi a questa città di tanti Consoli, generali di armate e di re forestieri, di cui son piene le storie, ricordo solo che al porto di Brundusio, scala ed emporio d’Italia e dell'Oriente, sbarcava Cicerone proconsole co' fasci intrecciati di alloro per l'espugnazione di Pindenisso e la vittoria nel monte Ornano della Cilicia (2570). E non solo per la grande opportunità del porto, ma per la fedeltà ancora verso Roma, di cui pur diede memorabile testimonianza Lucio Erennio (2571), fu fatta facoltà a que’ di Brundusio di vivere secondo le proprie leggi, e furono anche ammessi agli onorevoli uffizii della Repubblica (2572). E senza qui riferire le molte lapide della città che ricordano il Senato e la Repubblica Brundusina, I’ Ordine Equestre e Popolare, i Municipi, i Censori con altri municipali magistrati,bastami addurre solo la seguente, nella quale è memoria di un triumviro monetale della città in C. Lecano Fiacco (2573).

DIS MAN.

C. LECANI. C. F.

SEBASSI. CECINNAE

FLACCI

IIIVIR. A. A. A. F. F.

V. A. XLIX

Brundusio fu il primo teatro delle guerre civili, per cui venne poi meno la romana grandezza. Era allora città ben munita (πόλις έχυρα), come è detta da Plutarco (2574), e con parte delle sue milizie vi si chiuse Pompeo quando contrastava a Cesare il consolato; ma sopraggiuntovi Cesare, per impedirgli l’uscita dall’Italia, dove le bocche del porto interno erano più anguste, con moli ed argini, e con zatte coperte di terra ed arena, e con graticci e palizzate a tutt’uomo cominciò a chiuderle. Per così fatte opere, quasi giunte alla metà del lavoro, non potè nondimeno impedire che Pompeo colle sue navi salpasse da Brundusio alla volta dell'Epiro (2575), per uno stretto passaggio, dice Lucano, meno largo delle onde dell’Eubea che si rompono innanzi di Calcide (2576). Nella guerra civile la città si mantenne nella divozione di Cesare, alle cui parti ormai inclinava già prima, offesa dalle esorbitanze de' soldati di Pompeo; e di tale benevolenza rimase pur memoria nelle seguenti epigrafi (2577):

SECVRITATI. PERP.

C. IVLI. CAES. DICT. PERP.

P. P.

DECVR. BRVNDVSIN.

D. IVLIO. CAESARI

PONT. ΜΑΧ.

PATRI PATRIAE.

D. D.

Dopo che Cesare cadde ai colpi de' congiura ti, il pronipote Ottavio, che aveva adottato per figlio ed erede, dalla città di Apollonia, dove da Cesare era stato mandalo, affinché fosse erudito nelle lettere, e crescesse nelle armi, passò a Brundusio, ed a lui concorrendo gran moltitudine di amici, liberti o schiavi del padre, vi prese il nome di Cesare (2578), e la città fu sempre custodita dalle sue coorti insino a che non venne in discordia con M. Antonio. Il quale più volte l’occupò, e la cinse di assedio, chiudendo con fossa e muro l’istmo nel quale la città era fondata, e con folte guardie ne sbarrò il porto vastissimo, e le isolette che gli stanno incontro (2579). Ma la pace fu conchiusa per opera di Coccejo colle nozze di Antonio ed Ottavia, sorella di Cesare, e fu questa la celebre pace di Brundusio, cagione poi della rovina e della morte di Antonio (2580). Come ebbe trionfato su' Parti, di bel nuovo incitato Antonio da sospetti e calunnie contro di Cesare, con 300 navi ritornò nemico in Italia, e chiusegli le porte la seconda volta que’ di Brundusio, passò a Taranto, dove piegandosi alle preghiere di Ottavia, che andavagli incontro con Mecenate ed Agrippa, si accordò con Cesare (2581). Ma rotta indi a non molto la pace di Taranto, si venne ad aperta guerra, e Antonio fu vinto nella memorabile battaglia d’Azzio, dopo della quale passando Cesare co' veterani a Brundusio, vi riceveva le congratulazione del Senato e. de' Cavalieri con grande moltitudine di plebe e di altri cittadini, e tra gli onori ch’ebbe decretati furono due archi trionfali, uno nel Foro romano, un altro nella città di Brundusio (2582).

Dalle quali memorie passando a' pochi ricordi de' pubblici edifizii che restano di città così illustre, dico che molti templi ebbero ad esservi sacri a Giove, Nettuno ed Ercole, che dalle monete è noto che ne furono le deità tutelari, ed Ercole sopratutto, adorato in quasi tutte le città d’Italia (2583), dal quale dicevasi nato Brenta, il preteso fondatore di Brentesio, da coloro che personificavano i nomi delle città antichissime (2584). E ne dimostra il culto anche una statua marmorea del nume imberbe, scoperta nel 1762 sotto l’atrio della chiesa di S. Paolo, dove forse ne sorgeva il tempio, e da Re Carlo III fatta trasferire nel R. Museo. Un egual culto vi ebbero Apollo e Diana, a cui si crede che nelle monete della città alludano i simboli del Sole e della Luna, e de' quali è anche memoria negli Atti di S. Leucio, il primo Vescovo di Brindisi (2585). Un tempio di Apollo sorgeva sulla collina di fronte alla bocca del porto interno, poco lungi dalla Cattedrale, un altro presso il porto istesso, dove per molti secoli rimaneva il nome di Apollinaria (2586); né per altro ha creduto il Vaillant effigiata la testa di Diana sulle monete consolari di M. Atilio Regolo, N. Fabio Pittore, e L. Giunio Libone, se non perché trionfarono de' Salentini e Brindisini che Diana adoravano. Dal simbolo proprio di Bacco che pur si vede sulle monete di Brundusio, conosciamo del pari ch'eravi anche adorato un tal nume, senza dire d'una statua marmorea di Giunone sedente, che probabilmente appartenne ad un tempio. Di nessuno de' templi di tali deità diverse rimane il menomo vestigio, in fuori della chiesa del S. Sepolcro, di grossi macigni senza cemento, e sostenuta da colonne marmoree. Si crede in fatti che già fosse un tempio pagano, in forma rotonda, restaurato, o piuttosto raffazzonato dopo l’epoca della decadenza. V’ ebbe altresì un tempio sacro ad Augusto, e ne fanno certi due tavole di marmo, l’una serbata nel R. Museo (2587), l’altra che si vede nel castello di Brindisi (2588), colle seguenti epigrafi.:

DRVSO CAESARI. TI. AVG. F.

DIVI AVG. N. DIVI. IVLI. PRON.

PONTIFICI. AVGVRI. SODAL. AVGVSTAL.

D. D. POS. P.

IMP. CAESARI

DIVI NERVAE FIL

NERVAE TRAIANO AVG

GERM. DACIC. PONT. MAX

TRIB. POT. XII, IMP. VI

COS. V. P. P.

C. FVLVIVS HERMES LIB

EPITYNCAMVS EX D. D.

OB HONOREM AVGVSTALITAT

Fuori della città, di contro alla porta occidentale, era l'Anfiteatro, presso il quale S. Leucio nella fede cristiana istruiva il popolo di Brindisi e dove poi un tempio magnifico gli fu innalzato (2589). Accanto al lido del sinistro lato del porto interno si vedevano vestigi di antiche terme, del pari che gli avanzi di un magnifico acquidotto dentro delle mura allato della stessa porta occidentale, che corrisponder doveva a quello che vedevasi fuori delle mura nella direzione della Via Appia. Né altra memoria rimane de' grandi edifizii della città, che finiva di distruggere Federico II, per costruirne co' ruderi il castello grande, come Carlo l'faceva abbattere le terme nel cingere di nuove muraglie la città. In sul colle di prospetto alla bocca del porto interno stavano due grandi colonne marmoree, alte 52 piedi, che avevano scolpite ne' capitelli di ordine composito le immagini di Nettuno, come tante Cariatidi negli angoli, con altrettante figure femminili in ogni faccia dell’abaco, ed otto tritoni in forma di volute in ciascun angolo, terminando in piedistalli, su' quali stavano forse statue. Di una di tali colonne, caduta nel 4 528, rimane solo la base, e l’altra è in piedi, benché molto alterata dal fuoco che alla città appiccarono i Saraceni nell’anno 833 (2590); le quali al termine della Via Appia si credono da' Romani innalzate a designare il confine dell’Italia, ad imitazione delle colonne di Ercole sullo stretto di Cadice. Presso le dette colonne si vede tuttavia un’antica casa fabbricata di grosse pietre, che per antica tradizione si attribuisce a Virgilio, il quale 28 anni A. C. moriva a Brundusio (2591).

Non ostante che la città cominciò a mancare di popolazione e di edifizii nelle guerre tra Greci e Goti combattute (2592), il suo porto, vero miracolo della natura in una contrada così priva di ricoveri pe' navigli, si conservò ne' tempi successivi, e sino al secolo XI era tuttavia il più sicuro di tutta la Japigia (2593). Ma, cominciatane la distruzione dall'ammasso di alghe ed arene che vi ritennero le palafitte di Cesare, terminò di chiuderne la bocca il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini col farvi affondare navi cariche di pietre e pezzi di fabbrica, per non cederne il dominio a re Alfonso (2594). Non vi rimase cosi che un piccolo passaggio, sì poco profondo che appena le piccole barche giugner potevano al bacino che in semicircolo circonda la città, e che produr doveva una vista magnifica quando ancorate vi erano non solo le numerose flotte de' Romani, ma anche i navigli mercantili della Grecia e dell'Oriente, non meno che di altri lontani paesi, tra' quali già furono quelli di Berito (2595), della Bitinia (2596), e della Caria (2597). Per la chiusura anzidetto non rinnovandosi le acque nell’interno bacino, ne provennero le mefitiche lagune così dannose alla popolazione di Brindisi. Quella della porta di Lecce, prosciugata nelle prime opere per ristabilire nel 1775 quel celebre porto, covriva l’antica necropoli della città, il che dimostra quanto alterato ne rimanesse il circostante suolo, per guisa che nella squallidezza odierna non è più possibile riconoscerne l’antico splendore. Pur è da sperare che per le nuove opere rinsanita, il porto ne sia restituito al commercio, e la città ritorni celebre e florida come una volta.

La città, benché in più ampio perimetro dell’odierna Brindisi, sorgeva su' due colli, tra quali in maggiore estensione di oggidì (2598) diramavasi il sinistro lato del seno che vi forma il porto interno della lunghezza di un miglio, del quale maggiore di altrettanto è il lato destro. I due seni, larghi dove trecento, e dove quattrocento passi, circondando la città, ne formavano una penisola, e i prossimi colli con alte rupi dalla parte opposta difendevano e rendevano sicuro il porto interno, il quale coll'esterno comunicava per mezzo d’uno stretto. Ornati di deliziosi giardini erano questi colli, e su quelli al settentrione si crede che già fossero gli orti di C. e M. Lenio Fiacco, i quali spregiando le insidie di Clodio, accoglievano Cicerone esule dalla patria (2599).

A Brundusio avevano fine le due celebratissime vie Appio e Trajana co' rami rispettivi, e i vestigi ora scomparsi dell'una e dell'altra ne' principii dello scorso secolo dimostravano che la prima vi entrava dalla parte che guarda Mesagne, e l'altra pel ponte grande verso la marina di Ostuni. Dall’opposta parte vi giugneva la Via Tarentina, ramo Appio; le quali tutte, ne' due lati abbellite da' soliti ostelli, luoghi di riposo e sepolcri, aggradevole molto render dovevano agli stranieri l’arrivo in una città così insigne, e come emporio, e come piazza d’armi ed arsenale de' Romani anche ne' tempi dell’Impero, come dalla seguente lapida si raccoglie, segnata nel destro lato col consolato di L. Celonio e N. Prisco, che fu nel 78 dell’era volgare (2600):

GENIO. ET. LARIB. AVG.

L. AVRELIVS. L. L. EPAPHRODITVS

ARMOR. DISTRIB.

ET. CVST. ALIM. EXERC. ASIATIC.

V. S. L. М.

E. D. VI. KAL. NOV.

L. CEIONΙΟ

N. PRISCO. COSS.

. Per tanto commercio, per tanta concorrenza di popoli, Iq città non dovè esser l’ultima fra tutte le altre delle nostre contrade per lo studio delle arti e delle lettere, e per la memoria di co; loro che le coltivarono basta nominare il poeta Pacuvio, nipote di Ennio (2601), il quale gran fama si acquistò in Roma e per le pitture e per le tragedie (2602). Nel seguente titolo sepolcrale si ha ricordanza di un Eucratida di Rodi, filosofo epicureo, il quale probabilmente vi tenne scuola, e che per deliberazione del Senato della città fu onorato di sepolcro (2603):

ΕΥΚΡΑΤΙΔΑΣ. ΠΙΣΙΔΑΜΟΥ. ΡΟΔΙΟΣ

ΦΙΛΟΣΟΦΟΣ. ΕΠΙΚΟΥΡΕΙΟΣ. ΤΟΝ

ΤΟΠΟΝ. ΤΗΣ ΒΡΟΥΝΤΕΣΙΝΩΝ. ΒΟΥΛΗΣ

ΕΙΣ. ΤΑΦΗΝ. ΨΗΦΙΣΑΜΕΝΗΣ

EVCRATIDAS. PISIDAMI. F. RHODIVS

PHILOSOPHVS. EPICVRIVS. L. P. D. D. D.

Al che si aggiunga che Aulo Gellio, il quale fiorì sotto Antonino Pio (138161), giunto a Brundusio, al ritorno d’uno de' suoi viaggi nella Grecia, trovava vendibili sul molo della città le opere di Aristea Proconnesio, d’Isigono di Nicea, di Ctesia, Onesicrito, Polistefano ed Egesia, che di storie meravigliose trattavano, di portenti e di prodigi. Tali scritti, benché di non mediocre autorità, come lo stesso Gellio dice (2604), altri scrittori di più chiara fama fanno supporre studiati e letti nella città di Brindisi, dove forse è da credere che i greci stadii venissero meno sol colla decadenza dell’impero.

13. Isoletta BARRA

Delle cinque isolette che alla distanza di 4 miglia da Brindisi sorgono di contro al suo porto esterno, e formando come una catena della lunghezza di un miglio, ne difendono l'ingresso (2605), la più grande fu nota agli antichi col nome di Barra (2606). Il nome identico di una città degli Orobii tra i due laghi Lario e Sevino d'onde i Bergomati ebbero origine, fa supporre le comuni relazioni di origine de' primitivi fondatori di Brundusio e degli Orobii stessi, popolazione greca, come insegnava Cornelio Alessandro citato da Plinio (2607), e non altri, come io mi penso, che una parte di que’ Traci e Pelasgi che in tempi antichissimi approdarono in Italia ad una delle bocche del Po, e vi fondarono Spina, la quale, non diversamente da Brundusio dicevasi edificata da Diomede (2608). Certo è che l’isoletta fu abitata, e i Cretesi forse ne espulsero gli abitatori primitivi, i quali andavano poi a fondare la città di Bario. Nel 712 di Roma vi si fermava colla flotta Murco, o Muzio, ammiraglio dell’armata di Bruto e Cassio, per contrastare a Cesare il transito delle milizie e de' viveri nella Macedonia (2609); ma, fingendo Cesare di venire a battaglia contro di lui, Muzio ritiravasi in alto, e Cesare tirava le navi all'isola (2610).

14. MESSAPIA (Messapia)

Accennando Plinio le città poste nella parte continentale della penisola che ora descrivo, dopo di Uria nomina Messapia (2611) con nome omonimo a quello della legione, dove egli sembra che si ponessero ad abitare i popoli che prima della colonia cretese diedero il nome alla regione istessa, e che fu prima di questa città così detta dalla loro patria originaria, sia che fossero guidati da un Messapo che vi giungeva dall'Antedonia, sia che da uno de' Licaonidi da' confini della Tracia e della Peonia passando dall’Epiro nelle nostre contrade (2612). E in questa ipotesi può supporsi con qualche scrittore che Messapia fosse metropoli e reggia de' Messapi, alla quale poi succedeva la vicina città di Oria. Ma altro non può dirsene rispetto a' tempi antichissimi per l’assoluta mancanza delle memorie. Senza addurre l’autorità di molli scrittori patrii, dalla sola testimonianza di Plinio è manifesto che questa città fu situata nell’odierna Mesagne, terra popolosa dopo 8 miglia da Brindisi, che ne ritenne in certa guisa l’antica denominazione. La quale identica all’antica era nel medio evo, come è noto da un Cronista (2613); testimonianza che dimostra erronea l’opinione di un dotto archeologo, il quale alterato reputava il passo di Plinio, perché Messapia, egli dice, fu nome di regione, e non di città (2614), quando che un esempio analogo aveva nella città di Pesto, detta Lucania nel medio evo col nome della regione in cui poi fu compresa (2615). Oltre di che non pochi titoli sepolcrali con altre epigrafi si sono scoperti in quella terra, e tra tutte la più antica sembra la seguente, supplita dal ch. Borghesi (2616), e venuta fuori da un sepolcro presso il convento de' PP. Cappuccini:

D. M.

TI. CLAVdius. Ti. F.

QVIR. F.

IJII. VIR. AEd. Pot.

IIII. VIR. IVR. Dic.

H. S. HVIC. Ob. merita

ORD. DEC. Statuam

EQVEStrem Decrecit.

Tralasciando le iscrizioni sepolcrali, bastami riferir soltanto le seguenti, scolpite su due colonne (2617), e dedicate all’Imperator Costantino dopoché, come sembra, ebbe trionfato di Licinio a Calcedonia, e si trovò solo padrone dell’impero nel 323.

IMP. CAES.

DIVI CONSTANTI FIL.

FL. VAL. CON

STANTINO PIO FEL

INVICTO AVG. COS. IIII

P. P. PROCONSOLI

LIBERATORI REI ROMANAE

IMP. CAES. D. CONST. FILIO

FL. VAL. CONSTANTINO FELICI

INVICTO COS. IIII. P. P. RE!

ROMANE LIBERATORI

Se non che, non già nel sito stesso di Mesagne, ma alquanto più oltre nel piano verso Brindisi, siccome è fama (2618), era posta la città antica, poi ridotta nel sito odierno della collina ventilata e salubre, per l'aria più amena e la migliore difesa dalle scorrerie de' Barbareschi.

16. SCANNO (Scamnum)

Otto miglia prima di giugnere alla più celebre città di questa regione dopo di Brindisi nella Tavola Peutingerana è segnata la stazione col nome di Scamnum (2619). Un patrio topografo dall’indicata distanza ne riconobbe il sito nell'odierno Lati ano, ma, affermandone guasto il nome, disse non potersi rettificare per difetto di altre testimonianze (2620), senza pensare che potè esser bene un’agrimensoria denominazione significante un agro celebre per la sua ampiezza (2621), ed è notabile che in tale significalo corrisponde alla denominazione di Latiano, la quale può giudicarsi posteriore, e come una versione equivalente all’antica, nota solo nel linguaggio degli antichi scrittori agrarii. La quale non fu per avventura introdotta prima che qualche colonia si deducesse in una delle città vicine. Ma certo è che Scanno fu presso di Latiano, e propriamente nel sito che dagli antichi ruderi serbava il nome di Muro ne' secoli successivi.

17. IRIA, o URIA

Dopo VIII miglia da Scanno seguiva Uria (2622) verso i confini della Sallenzia, e nel mezzo dell’istmo, dove la descrive Strabone, benché la nomini Thyraei (Θυραῖοι), denominazione non diversa da Uria che per l’aspirazione 0, e pel cambiamento in u dell'y de' Greci, osservazione bastevole per non leggere altrimenti il testo del geografo (2623). Più anticamente fu detta Hyria, come leggesi in Erodoto, che ne attribuì l’origine ai Cretesi, come altrove ho riferito (2624); ma poiché tra le città che furono della Beozia una ve n’ebbe dello stesso nome (2625), in quella piuttosto se ne può riconoscere la vera metropoli, poscia accresciuta dalla colonia cretese; dal che può inferirsi, come ho pur dello parlando di Basta, che vennero sì nella Messapia popoli dalla Beozia, ma furono i Traci e i Pelasgi che da quella regione scacciati avevano i Beozii, e così può intendersi la tradizione di Strabone, il quale direttamente dall’Antedonia nella Beozia fa venire Messapo nella Japigia (2626). Comeché egli sembra che i Cretesi propriamente prima fondassero Vereto sulla spiaggia della Sallenzia (2627), tuttavolta Iria che poi n’ebbe l’origine, divenne città primaria della regione, e madre di altre colonie nella stessa Messapia. Strabone in fatti scrive che vi si mostrava la reggia (βασίλειον) di un principe che vi ebbe dominio (2628), non diversamente da Opi ed Arta, ch'io ho supposto dominatori di Brentesio. Ed oltre della più antica colonia de' Cretesi egli sembra che un’altra ne ricevesse in tempi posteriori, e quelli dir voglio che nella Sallenzia si volevano condotti da Idomeneo, perché tra le altre fondazioni gli si attribuiva quella di Uria serbataci nella tradizione di Varrone (2629). Dopo i quali tempi la storia di Uria si confonde nelle generali vicende de' Messapii, nelle quali ebbe senza dubbio la parte principale per la supremazia ch'ebbe nella regione, e che divise forse colla città di Brundusio. Senza qui dire di tali vicende, le quali in seguito saranno accennate, dico solo che l’autonomia di Uria è provata dalle, sue monete, delle quali le più antiche sono certamente quelle coll’epigrafe TPINA o VPINA scoperte presso di Oria, e che gli archeologi e nummologi dello scorso secolo a questa città attribuirono (2630), ma che i più recenti nummologi ascrivono in vece ad una oscura città della Campania (2631). La ragione di tale attribuzione è ne' tipi di tali monete, una testa femminile coverta di tiara, o il più ripetuto di Minerva nel dritto, e quello del bue a volto umano coronato dalla Vittoria ch’è nel rovescio. Il primo, dicono i citati nummologi, è Giunone Lacinia, l’altro è quello di Pallade, come nelle monete di Nola, nelle quali, al pari di quelle che furono di altre città della Campania, il simile tipo si osserva del bue androprosopo. Ma, senza porre in dubbio la simiglianza de' discorsi tipi, questa non parmi ragione succiente per attribuire tali monete ad una ignota città della Campania, alla geografia sconosciuta ed alla storia, perché in fatti occorre spesso di trovare tipi ed emblemi in monete e lapide di città lontanissime (2632). Oltrediché egual dritto che la Pallade Ateniese delle monete campane ha nella detta figura la Minerva della federazione sallentina, e come le monete in questione si sono scoverte nella Campania, si sono trovate pure, e si trovano nella Messapia (2633). Furono perciò comuni alle due regioni, comeché per non essersi tuttavia ben determinata l’ignota città d'Hyria o Hyrina nella Campania, si può inclinare ad attribuirle tutte alla città della Messapia. Ma non è dubbio che alla stessa città d'Hyria appartengono le monete di bronzo coll'epigrafe OPPA e col medesimo tipo di Pallade o Minerva, nell’agro di Oria scoperte in gran numero (2634), e che quelle non escludono colla leggenda OPPA ΛΟΚΡΩΝ d’una città della Locride, fondata da que’ Locresi venuti secondo la tradizione raccolta da Varronc con Idomeneo nella Sallenzia (2635). Tutte di bronzo sono le dette monete, delle quali più varietà si conoscono, ma i cui tipi principali sono nel dritto la testa di Pallade galeata, una testa giovenile ornala di laurea e tiara, quella di Ercole imberbe ornata delle spoglie del leone; e nel rovescio un’aquila volante, o sopra di un fulmine, Amore in alto di suonare la lira, o con in mano una fiaccola, con gli altri simboli di uno scettro, o di una spiga, e coi diversi globetti, segni del valore di esse monete, l’epigrafe ORRA, ed anche OR, iniziali dello stesso nome (2636). Con un dotto nummologo riferir si possono al tempo in cui divenne colonia romana (2637); ma difficile sembra distinguerle da quelle che all’altra città omonima della Locride si attribuiscono (2638), differenza da altri dotti archeologi non ammessa (2639). Che del resto l’agro della città si dividesse ad una colonia romana si raccoglie solo da Frontino, nel quale è memoria deV Ager-Varnus, o piuttosto Varinus (2640), e che a questa città da più scrittori si è riferito, perché ricordando Plinio le città mediterranee della Messapia insieme e della Sallcnzia al di sopra di Taranto nominò Varia e immediatamente dopo Messapia (2641). La vicinanza con quest’ultima città non fa dubitare che fu Uria per sola ragione di pronunzia poi detta Paria, e col cognome di Apula distinta dalle omonime città che furono ne' Sabini (2642) e nell’Apulia; ma per difetto di altre testimonianze non può dirsi l’epoca in cui la colonia fu dedotta nella città istessa, la quale con lieve alterazione dell'antico nome ora dicesi Oria.

Benché la città odierna si vegga nello stesso romantico sito dell’antica, sopra di tre colline nel mezzo di una vasta pianura, senza le sue memorie sarebbe difficile supporla una città antica, più volte spopolata e distrutta nel medio evo; molto rari perciò ne sono i marmi letterati, più rare le ricordanze de' templi ed altri pubblici edifizii. Per tradizione è noto soltanto che su gli avanzi del tempio di Saturno vi fu eretto il duomo, e che al tempio stesso appartennero le 18 colonne che lo sostengono. E pur fama che un tempio di Ercole vi fu nel sito del monistero di S. Barbato, dove co' marmi rappresentanti le imprese del nume i grandi ruderi ne furono scoperti; ed ivi intorno ebbe ancora a venir fuori Tara votiva colla seguente epigrafe (2643):

HERCVLI

SERVATORI

SAC

Q. RVTILIVS Q. F.

TIBVRTINVS

V. S.

Tra' pochi titoli sepolcrali della città non tralascio il seguente, posto con una statua al prefetto de fabbri L. Clodio Pio (2644):

L. CLODIVS

L. F. PIVS MARIAN.

PRAEF. FABR.

V. A. VIII. M. VI. D. VI

HVIC. STATVAM

ET. F. I. P. DD

H. S.

MARIANVS. ET. PIA. DVLCISSIMO

FILIO

18. RUDIA ('Ροδαί, Rhudiae)

Piu oltre della descritta città, in un sito non lungi da Grottaglie, diversi ruderi si ricordano di una città antica, presso cui molli vasi pure già si scoprirono, i quali appalesano una città greca. Il luogo è detto Rusia, e dal nome non solo, ma dalla tradizione ancora non si è dubitato che ivi fosse da riconoscere Rudia (2645), la patria di Ennio, che Cicerone e Silio Italico attribuirono alla Calabria (2646), o Messapia. Oltre di questi scrittori Tolomeo pose Rudia come la prima città de' Salentini (2647), e la testimonianza di questo geografo, anziché a Ruta o Rugge presso di Lecce, conviene meglio a Rusia in vicinanza di Grottaglie, perché la Sallenzia aveva principio al di là di Taranto (2648), e ad 8 miglia da questa città dista Grottaglie. Di questa Rudia istessa, come la più celebre delle altre omonime, intendeva forse parlare Stefano Bizantino, che l’attribuì in generale all’Italia (2649); ma alle riferite testimonianze indarno unir si vorrebbero e quelle di Strabone, il quale due volte nomina Rode o Rodeo, e le altre di Pomponio Mela e di Plinio, perché Strabone la ricorda, come ho detto (2650), in sulla strada che da Idrunto menava a Brindisi, non a Taranto, come dice uno degli scrittori che sostengono che fosse presso Grottaglie (2651), e la città mentovata da' geografi latini fu più lungi sulla spiaggia della Peucezia, che con errore ponevano come patria di Ennio. Ne’ detti ruderi adunque, ciò sono moli laterizie, aggeri, ed altri antichi avanzi, egli sembra da riconoscere il vero sito della patria del più antico epico latino, il quale non per altro è detto Tarentino da Euschio (2652), se non per la vicinanza della sua città natale con Taranto. Senza trattenermi della strana opinione di chi la situò verso Malora (2653), al parere già detto sembra di aderire un altro scrittore patrio, il quale pose Rudia nell'agro di Francavilla tra Oria e Coglie, a 6 miglia dall’una e dall’altra, se vero è di fatti che ivi rimangano antiche rovine che tuttavia serbano il nome di Rudia (2654). E di queste rovine istesse intendeva forse parlare un altro topografo, che indicava tra Mesagne e Latiano, in un sito tutto coverto da boschi di olivi, che affermava nominarsi Rodia da' pastori che vi pascolano le greggie (2655). Né altro so dire della città di Rudia, di cui perdute sono le memorie, e celebre insieme e per aver dato i natali ad Ennio, e per le controversie de' patrii scrittori per accertarne il sito, le quali senza migliori pruove di qualche epigrafi o monete, o di altre anticaglie, saranno senza dubbio riprodotte.

19. MESOCORO (Μεσόχαρον, Mesochorum)

Al di là di Rudia, e all’eguale distanza di X miglia antiche tra Uria e Taranto, nella Tavola Peutingerana è segnata la mansione col nome di Mesocoro sulla strada che dall’ultima delle dette città menava a Brindisi (2656). E malagevole affermare se fossevi un villaggio, o semplicemente un luogo di tal nome, il quale fu poi della detta stazione, e ad avventurare una conghiettura, fu piuttosto una contrada così nominata dalla sua posizione nel mezzo delle regioni (ἀπὸ τοῦ μέσου χωρῶν), appartenenti l’una a Taranto, e l'altra ad Uria, perché stando ne' confini delle due città, nel nome stesso non si può supporre l’umbilico di una regione unica. Ma, anche a non ammettere tale spiegazione di questo oscuro luogo della Messapia, contraria all’indicata distanza da Uria è l’opinione del Mazocchi, il quale pose Mesocoro presso la riva del Acalandro, e sostenne tale denominazione introdotta da Alessandro re di Epiro quando da Policoro trasferiva il sito delle pubbliche adunanze de' Greci Italici in vicinanza del detto fiume (2657). Ad ogni modo, le riferite distanze guidano a riconoscere il sito di Mesocoro presso di Monte Mesola, che dista egualmente da Taranto ed Oria, in vicinanza di cui sulla Carta del Rizzi Zannoni sono segnate alcune rovine.

20. CELIO (Coelium)

A 10 miglia da Mesocoro seguiva più dentro terra la città di Celio, ricordata appena da Plinio tra quelle che furono de' Messapi (2658), così che ignote del tutto ne restarono le memorie. Se non die, al difetto delle testimonianze degli storici e de' geografi suppliscono le molte epigrafi ne' così detti caratteri messapici, la gran copia de' vasi dipinti e le monete d’ogni metallo e di gran pregio scoperte ne' suoi sepolcri (2659) per dimostrarci che fu città non meno antichissima, che di qualche importanza della regione. Le iscrizioni si sono tutte scoperte ne' sepolcri della città, e non diversamente da quelle di Alizia consistono pedo più in una linea di una, o più parole, in fuori di una sola che ha cinque linee, e senza qui tutte riferirle, perché sinora incomprensibili, bastami di addurre quelle soltanto che in alcune parole sono simili ad altre iscrizioni messapiche.

I

ΕΤΤΙΣ ΑΡΝΙΣΣΕΣ ΘΕΟTORRES

II

FΑΛΛΑΙΔΙΗΙ

III

ΜΟΛΔΑΒΙΑΣ

IV

ΔΑΤΜΑΣ FEPTAHETΙΣ

V

ΓΑΛΑΤΙΣ

VI

ΔΑΤ ΤΑΣ ΜΟΛΔΑΤΑΙΗΙ

L’ultima parola della I rassomiglia a quella di Ostuni la quale comincia con ΘΕΟΤΟΚΑΣ (2660); la II all’ultima parola della prima iscrizione di Alizia; e così la III alla VI di questa città istessa; la prima parola della IV alla prima parola della prima riferita epigrafe di Alizia la l'ha analogia con FΑΛΛΑΣΣΟ, e l’ultima parola della VI è simile alla III iscrizione della città detta. Infruttuosi sinora sono gli studi i degli archeologi per dichiarare queste e simili epigrafi (2661), e sebbene facilmente si convenga che quelle in poche parole altro non sono che titoli sepolcrali, come le iscrizioni etrusche, pure si vorrebbe che confrontandosi col greco la spiegazione si tentasse delle più lunghe, tra le quali una ve ne ha di Celio, un'altra di Brindisi (2662), e due altre, tuttavia forse inedite, che addurrò nella descrizione di Carbina. Tutte queste iscrizioni appartengono all'epoca primitiva de' Messapi; ma non così antiche sono le monete che tra tutte quelle che all'altra città omonima in vicinanza di Bari si attribuiscono, confuse si veggono nelle opere de' nummologi. Senza credere con un patrio scrittore che tutte al contrario si debbano ascrivere a Celio della Calabria o Messapia perché questa reggevasi da se, e quella faceva un sol corpo colla prossima città Bario (2663), ma le une distinguendo dalle altre, egli sembra che in fuori di quelle, i cui tipi di Pallade e di Ercole sono simili a quelli delle monete di Rubi città della Peucezia, le altre tutte di argento e di rame appartengano a questa città della Messapia. Nel dritto delle ultime si vede la testa di Minerva galeata o di Giove laureato, e nel rovescio Pallade armata, o in atto di vibrar l’asta, un trofeo, un fulmine, un vaso ansato, una Vittoria, un’aquila sul fulmine, e i Dioscuri cavalcanti, coll’epigrafe per lo più intera ΚΑΙΛΙΝΩΝ (2664).

Dalla memoria dell’aro Celino nella Calabria che ci rimane in Frontino (2665), è manifesto che il territorio ne fu diviso ad una colonia romana, la cui epoca lascio ad altri investigarla. Ne’ principii dello scorso secolo a piè del monte di Ceglia scoprivasi il seguente marmo:

FL. NVMERIVS

EMILIANVS COR

RECTOR APVLIAE

ET LVCAN, DE S.

PECVN. RESTITui

CVRAVIT.

Il Pratilli che riferisce l’iscrizione, dice che l’autore di essa non ci ha fatto sapere di qual restituzione si debba lode a Numerio (2666); ma anziché di qualche tempio, o di altro pubblico edifizio, egli sembra che si riferisse alla strada, che questa città di Celio metteva in comunicazione colle altre della Peucezia, la più vicina delle quali fu Egnazia.

21. CARBINA (Καρβίνα, Carbina)

Distante sei miglia da Celio, e tre dal mare seguiva Carlina, città antichissima, della quale altre memorie non ci rimango no che quella della sua distruzione. Cresciuti in potenza e ricchezze i Tarentini, e con ciò divenuti insolenti nella lor prospera fortuna, dandosi ad opprimere la libertà de' loro vicini, i Carbinati assaltarono per impadronirsi, io credo, delle loro terre, e la città ne distrussero. Né a ciò contenti, i fanciulli, le vergini e le matrone congregarono ne' templi de' vinti, dove li lasciavano ignudi così a chi voleva vederli, come a chi piaceva abusarne. Tutti fulminati dal nume caddero gli autori di tanta nefandigia, e sino al tempo di Clearco, il quale il terribile caso de' Carbinati scriveva nel suo IV libro delle Vite, vedevansi a Taranto davanti le case di que’ scellerati alcune colonne, nelle quali ne erano scolpiti i nomi, pe' quali non si offerivano sacrifizii né libazioni, ma sacrificavasi a Giove Calciate, o fulminatore, che tutti avevali uccisi (2667). Questa rovina di Carlina può supporsi avvenuta prima dell'01. LXXVI, 4, A. C. 473, quando gli Japigi pugnarono valorosamente contro i Tarentini nella guerra memorabile che mutò lo stato di Taranto secondo Aristotele (2668), e nella quale si scontrarono i due popoli dopo altre azioni di guerra per cagione di confini (2669), e dopo forse l’eccidio scandaloso di Carlina. Dal tempo della sua distruzione, che fu quello della massima potenza de' Tarentini, non si ha più memoria della città, la quale non fu al certo riedificata, ma abitata solo da' pochi che sopravanzarono all’eccidio della patria. Alle quali memorie aggiungendo quelle che possiam raccogliere congetturando e dal nome della città e da ci. ò che ne sopravanza dopo tanti secoli,dico che Carlina ebbe forse un tal nome dalla grande fertilità del suo agro, pel quale in origine fu per avventura detta Καρπίνα da' Cretesi che la fondarono, cioè frugifera, ed il suolo di Carovigno, che successe alla città aulica, è in fatti fertilissimo come una volta così nella produzione di colossali ulivi, i quali forse; meglio che. nell’Attica prosperano nella regione che fu già la Japigia, come in quella di ogni generazione di frutta.

Di una città così illustre si veggono presso Carovigno le rovine delle mura in grandi macigni della pietra del paese, così detta tufo carparo, ad opera isodoma e rettangolare, le quali nel perimetro di circa un miglio girano intorno le chine del colle, e da que’ naturali si dicono le barrate. Ma queste rovine furono forse quelle dell'acropoli, troppo piccolo parendomi il circuito della città, a volerlo supporre in que’ soli ruderi, e che perciò in parte distender si doveva al di sotto del colle. In fuori di un caduceo di bronzo trovato in un sepolcro, ed un rottame di cristallo coll’immagine della Sibilla Tiburtina (2670), in una specie di sacello con idoletti di argilla e vasi antichi, nessun altro antico oggetto di rilievo richiamava alla memoria la distrutta Carbina; ma due titoli sepolcrali, il primo scoperto da molti anni passati, e l’altro non è molto nella necropoli della città, a piè del colle su cui sorge Carovigno, chiaramente dimostravano che il luogo fu tuttavia abitato ne' tempi romani. Le dette epigrafi sono le seguenti:

1.

D. M.

CORB. PRIMIGENIA

V. A. LVIII. II. S.

VRSVS. CONIVGI

BENEMERENTI F.

2.

D. M.

PAICI. MAENII

SERVA

HEIREDES

V. A. LV

H. S.

Senza dire de' molti vasi di ogni forma e dimensione, eleganti pel lavoro e pel colorito, degl’idoletti di argilla, delle monete brindisine, delle lame di spadette ossidate e di altri oggetti simili venuti fuori da' sepolcri della città, e che più distintamente descriverà l'autore della sua storia, notabile è il caduceo detto di sopra, che fa risovvenire gli altri simili con greche epigrafi scoperti ne' sepolcri di Taranto e di Egnazia, perché sebbene siano noti i caducei come sacri donarii ne' templi (2671), piuttosto raro è l’esempio di quelli rinvenuti ne’ sepolcri, e che chiaramente accennano alla vita futura degli estinti ed a Mercurio Psicagogo, o Psicopompo, che le anime conduceva, secondo la volgare credenza, così nel tristo Tartaro, come alle eteree sedi (2672).

Alle discorse anticaglie sono da aggiugnere due delle rare epigrafi in caratteri così detti messapici, che ora tanto richiamano l’attenzione e gli studi degli archeologi. Queste epigrafi scolpite su pietra dura e tuttavia inedite, sono state non ha guari scoperte a circa un miglio da Carovigno e benché come le altre simili inintelligibili, pur non credo soverchio di qui riferirle (2673), come quelle che accrescono la serie delle altre molte iscrizioni messapiche:

1.

ΛΑΟΗΙΤΙΣFEN

ΑΣΙΩΝΤΑFAN

ENNANT ΟΤΟΡΑΔ

A- INNOΤΑΤΩΤΘΙ

ΒΙΣΣΙΧ Α AÆ VA ΓΕ

ΑΞΕΝΜΑΕΟΛΛ Ε΄ ΣΝ

ENOIBORRAHETI · ΣΤΑΙ

ΜΑΚΟΣΤΕΙΜΝΑΤΑ ANE

ΕΣΠΜΑΝΑΖΝΔΑΙΑΜ

ΔΑΡΑΝΔΟΑΔΑΣΓΙΟ

SHAXTORΝΕΑΝΔΑ

ATIHI ATETO MA

ΜΑΔΔΕ::: SIET... ΤΙΑΛ

ΞΕΤΙΣΔΑ ПЕТНАХТ

RRESHAМАНІЛХТЕ

EHESTORIHIHESX

ΕΙΣΔEIRRETISΒΛΑТОЕ

HARRESHAIFAIHAΣ

ΑΙΔΔΕΤΙΣ ΟΒΒΑΝΑΣ

2.

ΤΑΣΓΑΛ

ΔΙΒΝΑΣ

AΞ INNE

AXTISFI

ΑΗΕΘΕΣ

ΑΣΛΘΓΙΝ

ΜΑΣΒΑΒR

ΝΑΣΓΑ

ΕΡΡΙΝΙΧ




Per altre più accurate ricerche e scoperte saranno meglio rischiarate le vicende di una città sì sventurata e sì antica; ora dico solo che non mancò forse del suo porto, ed inclino a supporlo sul littorale a cinque miglia in circa da Carovigno dove in fatti in un sito sparso di vetustissime reliquie, detto le Case vecchie, presso la torre di S. Sabina, un porto si vede interrato dalla marna ivi ammassata dalle alluvioni, il quale aver doveva intorno una grande borgata, come quelli avanzi manifestano.

22. STURNI, O SATURNIO (Στούρνοι, Saturnium)

Tra le città mediterranee della Calabria Tolomeo con Ureto annovera Sturni, non diversamente da Plinio, il quale nominò gli Sturnini che l’abitavano tra’ Calabri mediterranei (2674). Altre memorie non se ne hanno negli antichi,ma ne rimasero nella tradizione, dalla quale è noto che già fu presso Cisternino, al di là di Carovigno e di Ostuni, ne' confini della Messapia e della Peucezia. Il nome di Cisternino può credersi bene un’alterazione di Sturni, come quello stesso di Sturni fu alterato da Saturnio, e sotto quest’ultimo nome vien ricordata in fatti dalla tradizione. Per la quale è noto che, sottomessi gli Sturnini da Tarentini e da que’ di Egnazia, fu la città interamente disfatta, né altro ne rimase non adequato al suolo, che una torre assai bella. Se ne veggono le rovine fuori di Cisternino, nel monte che dicono delle Forche, presso la chiesa di S. Cataldo, e ne' colli di S. Leonardo e del Fico, Restaurata da' Greci verso il VII secolo, allora cominciò a nominarsi Cisternino, che crebbe poscia colla rovina di Egnazia e colla protezione de' Normanni, i quali la donarono all’ordine di S. Basilio, e così divenne una greca badia di que’ monaci sotto il titolo di S. Niccolò di Patara (2675). Si attribuisce a Sturni una moneta, la quale ha per tipi nel dritto una conchiglia, e nel rovescio un’aquila assisa sopra un fulmine coll'epigrafe ΣΤΥ, letta ΣΤΥρναίων, cioè Sturniorum (2676). Il nicchio marino accenna piuttosto a città marittima, e Sturni non fu molto dal mare distante, se pure non è da supporre che fu dapprima più presso la marina tra Zaccarino e 'l castello di Villanova, Egli è il vero che altri geografi, per l’analogia del nome posero Sturni a Sternazia, o nelle rovine di Cistomi più verso la marina, al di là di Lecce, e tra Torchiando e Squinzano (2677), e con più verisimiglianza anche ad Ostuni (2678), per la vicinanza col sito già detto; ma Sternazia si vuole edificata da Albanesi, e così detta dal costume delle donne greche di percuotersi il petto (2679), piangendo la morte de' loro congiunti, e nell’altra opinione Cisterni sembra confuso con Cisternino, Oltre di che, Ostuni è città edificata verso il IX secolo, così detta da ἄστυ νεόν, città nuova (2680), ed in nessuno di tutti i luoghi già detti si osservano anticaglie, come in Cisternino, Perché grosse colonne con architravi vi si veggono e bassi rilievi di buoni marmi; né vi mancavano, è già tempo, antiche epigrafi, comeché rotte. Una sola ne osservò intera il Pratilli in forma di ara, posta alla Fortuna Reduce da un liberto di Domizia Augusta, ch’è la seguente (2681):

FORTVNAE

REDVCI

APOLLONIVS CASSIANVS

DOMITIAE AVG. LIB.

D. D.

IV. La Messapia, come posta quasi al termine di tutto il nostro paese, e come regione dalla quale tragittavasi all'opposto continente, era intersecata da diverse vie, le quali non solo mettevano in facile comunicazione i Messapi e i popoli vicini, ma tutte guidavano ancora alla città di Brindisi, grande e comune emporio de' popoli delle nostre contrade, della Grecia e dell’Oriente. E per cominciare dalla Via Appia, d’onde le altre si diramavano, come Siesta strada dalla Peucezia inoltravasi nelle prossime regioni, fra Civitella e Montemesole piegava alquanto e partivasi in due rami, uno de' quali menava a Taranto, e l'altro entrando nella Messapia presso Grottaglie, correva alla volta di Oria. Di sotto al colle, sul quale questa città è posta, volgeva il corso alquanto a sinistra verso Latiano, d'onde stendevasi verso Mesagne, per poi condurre più oltre dirittamente a Brindisi. I ruderi de' sepolcri tra gli ultimi accennati luoghi ne' tempi andati ne indicavano il corso (2682), il quale più chiaro ancora si raccoglie dalla Tavola del Peutingero, nella quale è segnato il breve viaggio (per compendium) da Taranto a Brindisi di XLIII miglia antiche, cominciando da Mesocoro, nelle vicinanze appunto di Montemesole a X miglia da Taranto. Di là menava dopo altre X miglia ad Uria, d’onde passando dopo VIII miglia a Scamnum (Latiano), metteva termine col corso di XV miglia a Brindisi (2683). — Un’altra via meno lunga, del corso non più di XXV miglia in circa di oggidì, col viaggio di una sola giornata congiungeva Taranto a Brindisi, e questa partendosi da presso Grottaglie, o dalla città di Rudia, traversando i vicini monti correva a Mesagne, e di là alla distanza di 7 miglia a Brindisi. Di questa strada fa cenno Strabone, ed indicandone il principio dall'ultima città detta, dice che nominavasi Via Appia, e che ad essere carreggiata era più acconcia (2684); ma anziché stimarla aperta da' Romani, è da credere più antica forse della stessa Via Appia, non potendosi supporre senza breve comunicazione due città così insigni. Altre tre vie dalla città di Egnazia, che fu della Peucezia, menavano a Brindisi, le quali battute certamente innanzi che i Romani facessero propria la regione, furono poi migliorate e lastricate sotto Trajano. Correva la prima lungo la marina nella lunghezza di circa 20 miglia, da presso la Torre di Villanova a quella di Puzzelli, ed indi alle altre di S. Sabina e di Vascito, dove è un piccolo ma sicuro porto; d’onde pe' capi di Gallo e della Penna finiva a Brindisi. Questa via stessa in altre ancora si diramava, una nella parte più mediterranea della Messapia., per guidare a Sturni o Saturnio ed a Celio, e che però correva pel Campo di Orlando tra Cisternino e Coglie, e congiungevasi forse ad Uria (2685); l'altra, tra mezzo alle già dette dall'accennato sito della Torre di Villanova discostandosi dalla spiaggia, dopo il corso di 17 miglia anche a Brindisi compiva il corso, e di quest’ultima, perché meno trafficata della Via Trajana non solo i vestigi delle selci, ma anche de' sepolcri laterizi!'adorni di marmo già vedeva chi tutte queste vie ed altre simili fece subbietto di pazienti studi, non certo inutili per le patrie memorie (2686).

V. Dall’ultima formazione del popolo de' Messapi co' greci coloni sopravvenuti nella regione dall’isola di Creta e dal Peloponneso (2687), ignote ne sono le vicende e le imprese sino alla guerra più antica, di cui sia rimasta memoria, nella quale vinti furono da' Tarentini, che perciò consecravano a Delfo cavalli di bronzo ed immagini di donne cattive. Tali opere furono dell’Argivo Agelada (2688), vissuto nella LXVI olimpiade (2689), A. C. 516, e certamente prima avvenne la guerra, della quale ignote sono le circostanze e le cagioni, ma forse quelle stesse, per le quali furono poi le altre combattute, cioè le conquiste a danno de' vicini. A questa guerra successe la più memorabile co’ Tarentini, i quali, levatisi a grande stato, imprendevano di ridurli schiavi ed abbatterne le città (2690). Essi trionfavano de' loro nemici, ed a tale grandezza li elevò la famosa giornata valorosamente combattuta, che potevano poi penetrare nell'Enotria per contrastare a Taranto il possesso della Siritide dopo il 319. Le forze de' Peucezii e de' Dauni unite a quelle de' Tarentini bastavano a respingerli (2691), e tal guerra senabea quella stessa oscuramente accennata da Aristosseno, nella quale l’esercito tarentino venne in potere de' nemici, quando non più comandava il grande Archita (2692). Nella maggiore floridezza furono allora i Messapia e per popolazione possenti e per forze marittime, perché circa que’ tempi favorivano le parti di Dionigi di Siracusa, dando molte triremi a Filisto che ne comandava la flotta (2693). E tuttavia rimanevano i nemici de' Tarentini nella spedizione degli Ateniesi contro la Sicilia, co' quali si collegavano, rinnovando l'antica amicizia (2694). Elevatasi sempre più Taranto a grande potenza, cessarono i Messapi di esserne i rivali, per ricominciare nondimeno quando che fosse le ostilità a tempi più opportuni. Perciò reggiamo che le prime fazioni di guerra di Alessandro di Epiro, chiamato in aiuto da' Tarentini, sono contro i Messapi alle quali del resto prestamente metteva fine coll'alleanza con Brindisi (2695), per avere certamente una sicura e facile corrispondenza co' suoi stati ereditarli. Ma, come Taranto pervenne al sommo dell’opulenza e della grandezza, egli sembra che con disegnale alleanza ne accettassero la protezione (2696), perché in fatti Cleonimo ne disertava la spiaggia quando vide che abbandonato avevano la sua lega con gli stessi Tarentini (2697). Per cagione della lontananza rimasero i Messapi estranei a' Romani sino alla guerra contro Taranto, nella quale co' loro antichi nemici contro Roma si collegarono. Ed oltre che in fatti il re Pirro fu da essi bene accolto quando alla loro spiaggia si salvava coll'unica sua nave dopo la tempesta che disperse la sua flotta, ne' suoi eserciti militavano dì fatto nella battaglia d’Ascoli (2698). Nel trionfo di L. Emilio Barbuta del 473, ed in quello di M. Atilio Regolo del 486, è memoria solo de Salentini; ma oltre che sotto questo nome anche i Messapi si vogliono intendere da qualche storico, sono de' Salentini medesimi nominati negli stessi Fasti Capitolini, che ci ricordavano i trionfi de' Consoli Fabio Pittore e Giunio Pera nel 487 (2699), e da quell’epoca il lor nome scomparisce nella storia, per rimanere soltanto uno de' nomi della regione che abitarono, dir voglio quello di Calabria ma per essere trasferito o reso comune dagl'Imperatori Bizantini alla Calabria odierna, dopo che verso il IX secolo, come alcuni storici credono, perdevano i loro dominii sull’Adriatico.

III. PEUCEZIA

I. Corografia, e descrizione geologica della Peucezia. — II. Popoli primitivi di questa regione. — III. Topografia della Peucezia. — 1. Alle Spelonche. — 2. A Decimo. — 3. Egnazia o Gnatia — 4. Stazione Ad Hortum, e Porto de' Pedicoli. — 3 Apanaste. — 6. A Venere. — 7. Turia o Turo. — 8. Norba. — 9. Azelio. 10. Torre di Cesare, o Aureliana. — 11. Torre Giuliana. — 12. Celia. — 13. Bario. — 14. Respa. — 15. Naziolo. — 16. Tureno. — 17. Fiume Aveldio. — 18. Bardulo. — 19. Rudia. — 20. A Quintodecìmo. — 21. Trelicio. — 22. Butunto — 23. Rubi. — 24. Palio — 25 Grumo. — 26. Ad Pinum. — 27. Silvio — 28. Plera. — 29. Lupazia. — 30. Mateola. — 31 Genusio. — 32. Castanea. — 33. Ad Canale. — IV. Strade detta Peucezia. — V. Vicende de' Peucezii.

I. Benché incompiute e per lo più incerte notizie ci lasciarono gli antichi geografi delle speciali circoscrizioni de' popoli, pur nondimeno ad averne un’idea generale nelle opere loro è quanto basta, sol che alle testimonianze degli uni si uniscano avvedutamente quelle degli altri. E ciò appunto è da dire in proposito della regione che seguiva immediatamente alla Messapia, i cui confini Strabone non si ardì assegnare di fatto, perché non più distinguendosi alla sua età i Peucezii da’ Dauni e dagli Apuli, tutte le contrade da questi popoli abitate con nome comune nominavansi Apulia. Dice non pertanto che la Peucezia aveva principio da Egnazia e giugneva a Bario sulla costa, e dentro terra non oltrepassava Silvio (2700), or Garagnone. Tutta la spiaggia dell’Adriatico racchiusa tra gl’indicati confini appartenne propriamente ai Pedicoli, che furono una parte de Peucezii, ai quali Plinio assegnava Rudia, Egnazia, Bario ed una delle sponde dell’Aufido, dopo del quale situò i Dauni (2701). Con Tolomeo aggiugner potremmo dentro terra Celia e Venusia (2702), se quest’ultima città, sebbene posta, come appresso si dirà, ne’ confini della Peucezia e della Daunia, non fosse nondimeno appartenuta all’ultima delle due regioni. Or dalle riferite testimonianze non si dilunga dal vero chi questi confini assegni alla Peucezia. Dalla spiaggia poco distante da Ostuni e Cartina prolungandosi lungo l'Adriatico sino alle foci dell’Aufido, e di là incurvandosi per terra in vicinanza della Daunia, toccava gli agri di Canosa, Venosa, Forento, Acherunzia e Banzia sino a Silvio; d’onde stendendosi allato della Metapontina per buona parte del corso del Bradano al di là di Ginosa e Castellaneta, giugneva presso i confini dei Tarentini e de' Messapi, d’onde ne ho cominciata a segnare la linea corografica. La quale estensione di paese comprendevasi nella maggior parte dell'odierna Terra di Bari lungo la spiaggia con parte de' vicini distretti di Brindisi e Taranto.

La regione, geologicamente considerata, non dissomiglia gran fatto dalla prossima Sallcnzia, giacente al pari di essa sulle pendici dell’Appennino, e come le più vicine contrade fu prodotta dal deposito delle materie detritiche che le masse secondarie fornirono all'Oceano. Laddove più prominenti e svariate si presentano le masse sabbionose terziarie in vicinanza dell’Appennino, si perdono in colline ed alti piani quasi insensibili nella Terra di Bari. Da' confini mediterranei presso la regione Tarentina, e propriamente da presso Massafra, si elevano in una linea tortuosa sin presso Trani le così dette Murgie, o piuttosto Muriccie, lunga continuata catena di monticelli che la pianura della Daunia ad oriente divide dagli Appennini, da' quali diversificando nella qualità della roccia, non sono da credere nella stessa e poca innalzate. Perché, senza dire del livello più basso delle più alte cime di esse, laddove in disordinati ammassi si presenta l’interna struttura de' più prossimi monti della Basilicata, le Murgie per contrario sono formate da strati orizzontali calcarei. Considerevoli sedimenti di avanzi di litofiti e di testacei vi si veggono all’intorno delle falde, entro le valli e le piccole pianure intermedie, i quali dimostrano il graduale abbassamento delle acque, quando già fuori ne erano le più alte cime. Sono sparse ancora di una immensa quantità di massi calcarei sconnessi, bucherati, cavernosi, e con gli spigoli rotondati, che hanno spesso una forma bizzarra, e simile, a così dire, a quella di teschi di bue o di cavallo. Più frequenti che nella Sallcnzia vi sono gli sfondamenti e le caverne posteriori alle materie terziarie, di minore profondità. Senza acque correnti, da per tutto vi sono larghi e profondi burroni, ed alvei scavali da' torrenti; il che dimostra che un tempo vi doveva cadere copia d’acqua assai maggiore di oggidì. E laddove su tutto il lido dal Capo di Leuca sino al Gargano non è il menomo vestigio di formazione primitiva o vulcanica, se non fosse erratica, nel vastissimo seno di mare che dicono la Cala di S. Giacomo ad un miglio da Molfetta, le onde marine vi hanno gettato e vi gettano in gran copia grossi pezzi di granito, di porfido, di schisto micaceo ed altrettali materie, le quali hanno tutto l’aspetto di aver sofferta l’azione del fuoco; e non questi pezzi soltanto, ma altri ancora di scorie e lave vulcaniche. Veggendosi assai poco rotondati, e non potendosi però credere trasportati mediante le acque dalla vulcanica isola Pelagosa, che sorge nel bel mezzo del golfo Adriatico, sono forse da supporre produzioni di un ignoto vulcano sottomarino. Le materie terziarie che ampiamente sovrastano sulla base del calcare appennino, consistono in due specie tufacee, il tufo propriamente detto, ed il tufo che dicono carparo; non così compatti come quello di Lecce, ma friabili e bucherati più o meno, e composti interamente di ghiara e di sabbia nella massima parte calcare, di rottami di conchiglie, e di altre marine produzioni; de' quali più friabile e polveroso è il primo, ma ottimi entrambi all’uso di fabbriche, comeché non reggano così finamente al lavoro come quello di Lecce. Diverso da' già detti è il tufo che comincia a vedersi in prossimità di Troni, il quale è spesso ondulato, e che senza tritumi marini è composto di pallottoline calcaree argillose e di ghiara calcarea, ed è quasi senza cemento che ne leghi i componenti; perciò non serve ad uso di fabbrica, e può dirsi transizione del tufo alla crosta, di che tutti sparsi si veggono i piani della Daunia. Come nella prossima Sallenzia le due descritte varietà di tufi, ripiene più o meno di conchiglie ed altri prodotti marini, sono sparse da per tutto nella Peucezia, e sin quasi alle ripe dell’Ofanto ne coprono il suolo calcareo stratificato, il quale ciò non ostante si mostra all’aperto in diversi luoghi ed a varie estensioni, così che a differenza delle prossime regioni si è detta Puglia Petrosa. Di marna argillosa se ne incontra ben poca, ed in mucchi o banchi separati, ed isolati con intere conchiglie, come in Acquaviva, dove in gran copia ve ne ha sepolte. Arena e sabbia appena se ne incontra, come appena, e non anche appena, pietre rotolate. Che se le conchiglie che racchiudonsi nella pietra leccese si trovano quasiché belle e intere, e talora co' propri colori naturali, comeché di guscio tenero e dilicato, pel contrario rotti, sminuzzati e polverizzati se ne trovano i gusci nelle due varietà di tufi sopra descritte, il che esclude, a giudizio di un patrio naturalista (2703), l’idea di essere stata la Peucezia sotto un mare permanente, ed esserne i tufi deposizione di questo mare. Senza ricorrere a tale ipotesi, basta supporre un rovesciamento delle acque del mare per un dugento tese, e forse anche meno, per aver potuto trasportare i prodotti marini sin dentro le radici appennine, dove di fatto si osservano. E tale rovesciamento di acque, anziché attribuirlo al Vulture, si può credere più probabilmente prodotto dall’eruzione del vulcano sottomarino presso di Molfetta. Ad ogni modo, ad una precipitazione tumultuosa attribuisce il Brocchi l'immensa quantità di massi calcari che sparsi si veggono nelle Murgie (2704), precipitazione' non ristretta alle nostre contrade, ma comune forse al gran continente europeo, e però da riferire ad una delle grandi epoche geologiche, per la somiglianza sopratutto di esse Murgie al suolo calcareo del promontorio tra Cor fu e Dulcigno nell’opposta spiaggia dell’Adriatico (2705).

Tutto il paese in riva al mare presenta una zona da Monopoli a Barletta della lunghezza di 56 miglia, e della larghezza media di 10 miglia, ove furono le più grandi città della Peucezia, come oggidì vi sono quelle della Terra di Bari. Nella parte mediterranea sino al confine dell’Ofanto si eleva in estesi alti piani, su’ quali sorgono colline di rocce calcaree di dolce inclinazione, la cui superficie per lo più scabra ha poca terra vegetabile, ma con fertili valli e pascoli abbondevoli ne' colli aggiunti al Tavoliere di Puglia. Senza alcun fiume o sorgente, le acque vi si attingono da' pozzi a discreta profondità dalla superficie del suolo. Solo in tempo di piogge vi scorrono piccoli torrenti, le cui acque sogliono giugnere al mare nelle piogge dirotte (2706). Non essendovi perciò né stagni né terreni palustri, l’aere da per tutto vi è salubre, in fuori delle contrade ingombre da' ristagni di alcune sorgenti superiori al livello del mare tra Barletta e Troni, e del lago di Sostano inoltre al di là di Conversano, e della piccola laguna tra Bitonto e Terlizzi.

II. I primi popoli che le più antiche tradizioni riconoscono in questo paese, appartengono a quelle emigrazioni primitive, innanzi alle quali è malagevole ammettere altri abitatori. Per la non molta distanza della Peucezia dalla opposta spiaggia dell’Adriatico, ultimo termine del gran continente che coll'Epiro, l’Eliade, la Macedonia e la Tracia riceveva dall’oriente i popoli e la civiltà, il più antico e più facile passaggio sembra quello riferito da Plinio. Dice il geografo che nove giovanetti ed altrettante donzelle passativi ad abitare dall'Illirio, vi generarono tredici popoli, i quali tutti con nome comune furono poi detti Pedicoli (2707). Per tale denominazione, originata dal greco tali popoli avrebbero dovuto dirsi piuttosto Pedi o Pedici, ma nella tradizione si serbò solo la forma derivativa Pediculi, con cui sono nominati anche nelle memorie che seguiva Strabone (2708). Ma nelle greche genealogie Peucezio, dal quale credevasi derivato il nome della regione, è fratello di Enotro, ed entrambi dall’Arcadia passavano in Italia con altri Greci diciassette generazioni prima della guerra di Troja, (2709). Non è gran tempo passato che gli scrittori di storia antica o negavano in tutto tali tradizioni senza spiegarle, o senza punto dipartirsene le ripetevano nella loro semplicità primitiva (2710); ma alla fine si è compreso che niente altro rappresentano che i nomi de' popoli e delle regioni, così in Italia, come nell’Ellade, e in gran parte ancora del mondo antico. E così senza addurre esempi analoghi, le contrade popolate dagli Arcadi veggiamo personificate ne' favolosi Licaonidi (2711), e nella genealogia del poeta Nicandro da Pergamo fratelli di Peucezio sono pare Japige e Dauno, personificazioni manifeste della Japigia e della Daunia, tra le quali distendevasi la Peucezia. Ma lo stesso poeta scriveva che l’armata de' tre condottieri componevasi in gran parte d’Illirici (2712), e con ciò siamo ricondotti alla riferita tradizione di Plinio. Ammettendo adunque quello che pare credibile nel racconto di Ferecide, si può dire che i popoli primitivi di questa parte del nostro paese appartennero alle tribù pelasgiche originarie di Arcadia unite a quelle dell’Illirio, e sia che queste ultime si suppongano negli stessi Peucezii della Liburnia, di cui scriveva Callimaco (2713), sia che creder si voglia l’un popolo e l’altro così detti dalle selve de' pini (2714) che abitavano (2715), tale spiegazione è più credibile del favoloso Peucezio delle tradizioni raccolte da Ferecide e dagli altri antichi storici. Intollerabile cosa è per alcuni storici, come tra' più recenti Micali e Bossi, derivare da altre regioni del mondo i primitivi abitatori dell’Italia; ma oltre che alla loro ipotesi tutte le antiche tradizioni sono contrarie, i fatti ancora ci disvelano i passaggi de' popoli dalle prossime contrade. In fuori delle tradizioni già dette, pochissime memorie si hanno dell'arrivo nella Peucezia di popoli che vi si tramutarono dall’Ellade e da' vicini paesi, e pure greci per lo più sono i nomi delle città, greci i vasi scoperti ne' sepolcri, e greche le monete delle principali città che vi furono. Ma senza più di ciò trattenermi, passo ad esporne la topografia, dalla quale più manifeste appariranno le cose qui generalmente accennate.

1. Alle SPELONCHE (Ad Speluncas)

Dalla Torre di S. Sabina, dove ho supposto il porto della città di Carbina, sino alle rovine del castello di Villanova si contano 8 miglia, e di là propriamente aveva principio la Peucezia. Dagli antichi Itinerarii conosciamo che fu in quel sito una stazione della Via Egnazia, detta Ad Speluncas (2716), dalle grotte innanzi le quali la via consolare si protendeva, che sono quelle appunto che tuttora si veggono in vicinanza di Ostuni, una delle quali è distinta col nome di Grotta Rossa. Egli sembra che molte abitazioni vi crescessero ne' secoli successivi, sì per la comodità del porto, e sì ancora perché distrutta la borgata nel medio evo, la Duchessa di Bari Bona Sforza con un piccolo castello sulla marina vi edificava Villanova, così detta appunto perché sorgeva sulla vecchia borgata o villaggio distrutto o disabitato. Ed ivi presso fu la detta mansione della Via Egnazia (2717), dove del resto non rimane altro che rovine, perché le spesse scorrerie de' corsali ne costringevano gli abitatori ad abbandonarla, riducendosi ad abitare nella prossima città di Ostuni (2718).

2. A DECIMO (Ad Decimum)

Dopo XI miglia antiche dalla descritta stazione un'altra ne seguiva, la quale per essere distante X miglia dalla città di Egnazia era detta Ad Decimum (2719). Per difetto di altre testimonianze non può dirsi se fosse solo un luogo di riposo sulla via consolare, od anche un piccolo villaggio; e quanto al preciso sito odierno, al quale è da riferirsi, se vera è la distanza di 3 miglia tra le rovine di Villanova e la Torre di S. Leonardo, ch’era l’ultima della Provincia d‘Otranto (2720), anziché nel sito della detta Torre, come si avvisa il Lapie, sembra piuttosto che fosse stata nell'odierno Zaccarino, piccolo villaggio presso la strada che mena a Fasano.

3. EGNAZIA, o GNAZIA (Γνάθια, Egnatia)

Alla descritta stazione dopo X miglia seguiva Egnazia (2721), 3 miglia in circa distante dal mare, ed appartenente propriamente al distretto de Pedicoli, nel cui agro Plinio la descrive, comeché con errore l’attribuisse anche a. Salentini (2722). Sebbene da Strabone e Tolomeo sia detta Egnazia, pure col suo vero nome che piìi accostasi al greco, fu detta Gnatia da Orazio, non diversamente dal citato Itinerario, il che non è guari tempo si conosceva dalla scoverta di un caduceo di bronzo e di una rara medaglia in vicinanza delle sue rovine. Nel caduceo, lungo circa un palmo, leggesi la iscrizione ΓΝΑΘΙΝΟΝ in lettere formate a punti, come nel celebre vaso di bronzo di Mitridate scoperto nel porto di Anzio; il quale, anziché sacro donario offerto in un tempio della città, come i caducei simili in quello di Lavinia (2723), io credo piuttosto messo nel sepolcro di qualche illustre personaggio da que’ di Egnazia in augurio della sua beatitudine, per la nota relazione del caduceo a Mercurio Psicopompo, che le sole anime pure conduceva in luoghi altissimi (2724). Nella medaglia in bronzo si vede da un lato una testa femminile galeata con lunghi capelli, e nell’altro una figura virile con la destra al dorso, e col braccio sinistro poggiantesi sopra una clava, posta sopra un sasso: nel campo a sinistra l’epigrafe in monogramma, sciolto in TNA, iniziali di TNATIA, o piuttosto ΓΝΑΤΙΑ (2725). Or il vero nome della città fu ΓΝΑΘΙΑ, da Γνάθος, mascella, a simiglianza di altre città elleniche, le quali prendevano nome da teste ed immagini di animali. Che che altri potrà dirne, sconosciute affatto ne sono le vicende, e fu soltanto celebre nell'antichità per un preteso prodigio che ammiravasi in uno de' suoi templi, ove l’incenso bruciava sull’ara senza che vi si accostasse la fiamma. Di questo prodigio riferito da Orazio nel suo viaggio da Roma a Brindisi rise il poeta (2726); ma Plinio, più credulo, lo fece più sorprendente col dire che la fiamma si apprendeva, non all'incenso, ma a qualsivoglia arido legno che ad una sacra pietra si accostava che vedevasi nella città (2727). Veggano i naturalisti in che propriamente consistesse tal meraviglia (2728), che tanto celebre e ripetuto rendeva il Credat Judeus Spella del poeta venusino; io dico solo che l’agro di Gnatia ebbe ad esser diviso ad una colonia romana, a congetturarlo da una testimonianza di Frontino, nel quale si legge dell’Ager Ignatius (2729), senza che affermar se ne possa l’epoca, ma non più antica forse dell’età di Trajano. Strabone dice che Egnazia era luogo di riposo comune ed a chi navigava, ed a chi andava per terra à Bario (2730), e per tale concorso di viaggiatori e passeggieri egli sembra che divenisse popolosa e ricca, come in fatti dimostrano, oltre il frammento di una stupenda corona d’oro, i molti e pregiati vasi scoperti ne' suoi sepolcri (2731). Sorgeva la città sulla via consolare, ramo dell’Appia che da un lato menava a Brindisi, e dall'altro nella Macedonia e nella Tracia, per la quale rinomato divenne il nome di Egnazia, perché distinta appunto col suo nome.

Alcuni scrittori dicono che vi avesse culto una Ninfa col nome stesso della città, e che nel tempio ch’erale sacro avvenisse il prodigio narrato da Orazio (2732). In fuori della tradizione ch'essi forse seguivano, non si può ciò assicurare con nessuna antica testimonianza; ma certo è che una Ninfa Ippona Egnazia adoravasi Capua, in un tempio comune con Nettuno e Cerere Erinni, ed un insigne epigrafista credeva appunto che il culto ne passasse dalla città di Egnazia (2733), in memoria della quale non è soverchio ch’io qui ne riferisca l’epigrafe che dava luogo alla congettura, e ch'è la seguente:

HIPP. EGNATIAE

NEPTUNO CVM CERERE

ERYMNI AEDEM II VIRI

IVRIDIC. H. H. S. S.

ERIGVNT

POSTERITAS DISCE

Era la città a breve distanza del mare in sito molto ameno e ridente, di dolci e limpide acque abbondevole, che tuttavia vi scorrono, e sopratutto presso l'antica muraglia che cingevate dalla parte del mare, dove dicesi la fontana di Agnazzo, la più rinomata di quella spiaggia (2734). Ed a questa condizione del sito di Egnazia, fondata su copiose sorgenti, parmi che alludesse Orazio, dicendo che fu lymphis iratis exstructa,non già, come alcuni traduttori ed espositori scrivono, perché fosse al contrario priva di acque, o che avesse contrarii i torrenti, o altre spiegazioni simili. Che fu città vescovile da' primi tempi cristiani, di leggieri si raccoglie dalla memoria del suo Vescovo che intervenne al Concilio del 401; ma ignoto è chi la diroccasse, perché chi ne riconosce i distruttori ne"Goti, guidati da Tolda nel 545, e chi ne' Saraceni verso la metà del IX secolo, o più veramente nel 968 nelle guerre tra i due imperi; ma la più certa fama è che fosse abbattuta nel 1085 da Boemondo, figliuol di Roberto Guiscardo, nella guerra contro il fratello Ruggiero, il quale di tutti gli stati paterni erasi impadronito nell’assenza di Roberto che combatteva l'imperatore Alessio, ed a danno di Boemondo erasi collegato con Goffredo Conte di Lecce suo zio (2735). L’epoca di tale distruzione coincide presso a poco coll’origine della città di Monopoli, di là a 6 miglia, in unione di alcuni Greci edificata appunto dagli Egnaziani, che abbandonavano la desolala patria. Che presso quest’ultima città diversi antichi sepolcri si siano scoperti, non è argomento favorevole alla sua origine remotissima, che alcuni scrittori riportano niente meno che al tempo di Minosse (2736), perché degli stessi abitatori di Egnazia ben si possono supporre. E però come alla città stessa appartenente qui riferisco una mal trascritta lapida, scoperta appunto in un sepolcro, nel quale trovavasi dorato il cranio dell'estinto.

ΚΛΑΩ HIFE ΝΑΣ ΔΕΝΘ

AFAN FAΛΔΕΣ ΤΑΙΜΑΚΟΣ

INFINTA FAADANKΟΣΙ

NIN INFIΤΑΤΙ ΛΙΧIDAR

ГАНЕХІТΑΤΟ ΟΙΤΙΝΑΙ

ΗΙΔΙΤΑ ΙΣΣΙΝΟ ΜΑΙΣΩΝ

ΤΩΛΤΕΣ ΙΞΙΝΑΙ

Φ

I sepolcri presso le rovine della città, scoperti in gran numero, mostrano quanto fu ricca di popolo, e diversi gli uni dagli altri accennano alle diverse condizioni de' cittadini; perché tra i mollissimi piccoli e rozzi si distinguono i più grandi e con intonaco, e quelli di due o di tre stanze con le pareti dipinte.

Delle mura che la cingevano nel perimetro di circa due miglia, non rimane che un sol pezzo di grandi sassi bislunghi uniti senza cemento, e sulla prossima collina gli avanzi dell’acropoli, alla cui destra è un mediocre seno, nel quale gli Egnaziani avevano il loro porto. Visi scorgono tuttavia, comeché molto malconci, i gradini pe' quali vi si scendeva, e di là si veggono le case rovinate ne' due lati di alcune vie, oltre di quella che correva per un sotterraneo androne, per fuggire dalla città in caso di assedio. Egli sembra che la figura della città descrivesse quasi un quadrato, e che la roccia sulla quale fu edificata fornì le pietre per gli edifizii: un dotto viaggiatore vi osservò nel 1830 larghe cave, nelle quali si aprirono grotte sepolcrali, che furono poi cinte da muri; sopra alcune delle nicchie vi notò una figura di croce latina scolpita nella roccia tra le lettere A. R. F. E vi notò ancora grandi fondamenti di edifizii, ed uno tra gli altri più notabile con un comignolo a volta, simile nella forma al così detto tempio di Minerva Medica a Roma. Più lungi al mezzodì vide il piccolo porto, anche aperto dall’arte nella roccia, nel quale un rivoletto portava il suo scarso tributo (2737).

4. Stazione AD ORTUM, e PORTO DE' PEDICOLI

Dopo la Torre marittima Egnazia, in prossimità della città descritta (2738), e che corrisponderebbe alla Torre di Penna de' tempi posteriori, seguiva alla distanza IX miglia da Egnazia un’altra mansione, o mutazione di posta nella Via consolare, segnata nella Tavola Peutingerana col guasto nome di Dertum (2739). Poiché, tenuta ragione della distanza, tale stazione corrisponde al sito odierno della Torre marittima che vi fu poi innalzata, detta Dell’Orto (2740), questa denominazione porge una sicura emendazione nella Tavola, nella quale è però da leggere Ad Ortum, da' giardini in vicinanza de quali la strada passava, e la detta stazione era posta. — La citata Tavola segna più oltre un Porto de' Pedicoli, e dal nome de' popoli ai quali appartenne, che serbava nel IV secolo dell’era cristiana, non par dubbio che fosse già aperto ab antico a que’ di Egnatia non meno che Illirici, de' quali ho notate le non dubbie relazioni di origine co' primitivi abitatori della Peucezia.

5. APANASTE ('Απενέσται, Apenestae)

Alla destra della descritta stazione, più dentro terra era la città di Apeneste, di cui Plinio ricorda gli abitatori tra' Calabri mediterranei (2741). Benché appartenesse propriamente alla Peucezia pure l'indicazione del geografo latino é meno inesatta di quella di Tolomeo, che l’attribuì alla Daunia (2742). Ignota ne é l’origine, ma nel suo greco nome (da migratio) rimaneva la memoria della non lieta fortuna di coloro che la fondavano, i quali, scacciati da non so qual regione, si stabilivano su questa spiaggia, e non si dicevano altrimenti che gli emigrati; per la quale etimologia, non avvertita dagli scrittori di antica geografia, in Plinio facilmente si emenda in Apanastini il nome de' popoli che l’abitarono. Ne’ diversi codici dell’Itinerario di Antonino è segnata erroneamente co' nomi di Arnesto ed Ernesto a XV miglia da Egnazia (2743), la quale distanza corrisponde nel sito della celebre Badia di S. Vito presso Polignano, luogo rinomatissimo pe' molti antichi sepolcri (2744), che appunto furono degli antichi panastini. Poiché nella Tavola Teodosiana è segnata la descritta stazione della Via Egnatia col nome di Turribus, senza che siavi alcuna menzione dì Spanaste, egli sembra che poco prima del IV secolo fosse la città abbandonata, e i pochi abitatori si riducessero ad abitare presso la mentovata Torre, così che da' diversi villaggi in cui si dispersero derivò poi il nome odierno di Polignano. Ma che quel luogo fosse abitato ne' tempi romani non può dubitarsi dalle seguenti mutile epigrafi del tempo di Trajano e di M. Antonino (2745);

1.

OΜΙΝΙ... Ν.... PO...

... AMPHITHEATRI A...

.... LIB. TABVL. ET....

...DEDIC...

3.

... RIANI... ΝΤΟΝ

OVIS AD... OVIS... TIS

.. VN. VIAM PERDVCENDAM

CVRAVIT

2.

.... CAES. ANTONINO AVG.

....EXERCIT, VIC...

.... A..C. F. BASSIAN...

... R. FECIT

4.

.... TE IMP. CAESARIS

.... HADRIANI ANTONINI

....TIVS......

Oltre le addotte epigrafi, a Polignano si sono anche scoperti antichi sepolcri, monete di bronzo ed altre anticaglie, ed un patrio topografo, non ostante che nel sito già detto della non molto lontana Badia di S. Vito riconosceva la città di Apeneste (2746), pel travamento sopratutto di vasi eccellenti in greci sepolcri simili a quelli che a grande profondità si scavano nelle campagne di Nola, indarno studiavasi dimostrare che fu già a Polignano un’altra città antica col nome di Neapolis. Un passo di Polibio allegava, che a suo giudizio accenna una città nella Peucezia, d’onde poi derivava il nome posteriore di Polineanum (2747). Ma inesatta era la versione dello storico ch’egli seguiva, e non trovandosi perciò il nome di Neapolis nel passo di Polibio (2748), la supposta città è da bandire dalla descrizione della Peucezia e la denominazione di Polineanum non si può credere altrimenti originata che da' recenti villaggi (πόλις νέα) che poi sorsero dalla distrutta o abbandonata Apanaste (2749), e forse ancora da un antico delubro molto frequentato (Πολύναος) della città (stessa, intorno al quale si ridussero ad abitare i superstiti Apanastini.

6. A VENERE (Ad Veneris)

Ripigliando la descrizione da Egnazia, più oltre da questa città, e propriamente alla distanza di VIII miglia dentro terra, sul ramo della Via Appia che toccava le città mediterranee della Peucezia, seguiva la stazione detta Ad Veneris (2750), e certamente da un tempio a Venere dedicato, per un’ellissi comune alla lingua latina, in vece di Ad fanum, o Ad Templum Veneris. Anziché presso le rovine di Castiglione, come vorrebbe il Lapie (2751), il sito della detta stazione col vicino tempio corrisponde piuttosto per l’indicata distanza al Monte S. Pietro (2752), al di là di Castellana, dove al tempio di Venere successe una chiesa dedicata al principe degli Apostoli, lungo la pubblica via che mena a Conversano.

7. TURIA O TURO (Thuriae, Turum)

Parrà malagevole provar l’esistenza della città di questo nome nella Peucezia, ove non si ammettano le emendazioni in due luoghi di antichi scrittori, uno di Plinio, un altro di Livio, proposte da due patrii antiquarii. Annoverò il geografo i popoli Tutini tra' mediterranei della Calabria (2753), mal noti a' moderni, ma ch’esser non debbono men conosciuti degli altri di questa regione, ove si osservi essere a breve distanza da Conversano una terra detta Turo, per la quale non par dubbia la correzione di Turini al citato passo di Plinio (2754). I Turini adunque di questo geografo sarebbero gli abitatori di Turo (Turum), ma poiché di un oppido o città della Sallenzia si ha più precisa rimembranza in Livio col nome di Thuria, ove parla di Cleonimo, il quale nella guerra combattuta pe Tarentini tra le città nemiche se ne impadronì, essa si denominò piuttosto Thuria o Turio (2755). Or questa città di Thuria non può esser quella della Magna Grecia, bensì un’altra diversa appartenente alla Peucezia, tuttoché lo storico a’ Salentìni l’attribuisca, essendo già noto che a' suoi tempi, come anche in quello in cui scrisse Plinio, la Sallenzia fu presa in una più ampia estensione dal lato di Taranto e di Brindisi, come nella corografia di questa regione ho già detto (2756). Che la mentovata terra del resto sia di antica abitazione è manifesto dall'osservisi a quando a quando nello scorso secolo trovate medaglie imperiali, tra le quali una piccola moneta dell’apoteosi di Costantino (2757). A voler seguire ancora l’opinione di un dotto critico, egli sembra che questa città istessa avesse ricordata Strabone, ove parla della città Thyraei (Θυραῖοι) nel mezzo dell'istmo, nel quale passo il Siebenkees notando una interpolazione, avvisavasi che avesse scritto Θυριαι καὶ Οὐρία, Thyriae atque Uria (2758), opinione che riceve maggior lume dalle cose qui discorse di questa città della Peucezia.

Quanto all’origine di Turia o Turo, non senza ragione dal di lei nome, non meno che da altre storiche rimembranze, si è attribuita agli abitatori di Turio della Magna Grecia (2759). Non si può al certo, secondo tale opinione, assicurare cronologicamente edificazione di Turio o Turia nella Peucezia; ma non sembra potersi dubitare che sia nella guerra che Turio ebbe co' Lucani, sia quando fu presa da Annibale o da' Romani, alcuni suoi abitatori l’abbandonarono per iscampare alla schiavitù dalla morte, e posero le fondamenta di una nuova città omonima in memoria della padre patria. Forse ancora a questa città, anziché all'altra con nome quasi simile che fu nella Brezia, è da riferire la testimonianza di Plutarco, il quale scrive che ne fu fondatore Dionigi Calco (2760), ma ch’è da supporre nondimeno partito con una. colonia dalla stessa città di Turio nella Magna Grecia. Ed aggiugni, che un’altra pruova non dubbia della derivazione dell’una città dall'altra si raccoglie dall'antico stemma di Turi, nel quale è un toro giacente sotto una quercia, con la leggenda: Ex Tauro civium ferrilitas (2761); ed è già noto che il Toro fu simbolo comune alle medaglie Sibariti e de' Turini, e che la città di Turio fu celebre agli antichi per una quercia prodigiosa ricordata da Plinio e Varrone (2762).

Mal note del resto sono le vicende di questa città, ed appena si sa da Livio, che non sì tosto fu presa da Cleoninio nel 450, che il Console Emilio la ritolse agli Spartani, e i Salentini furono liberati da' nemici (2763). Poiché il ramo della Via Appia dal tempio di tenere menava direttamente a Sorba in una diversa direzione, la città erane distante circa 6 miglia odierne, e con qualche strada trasversale forse vi comunicava, che suppor si può in una delle due strade di oggidì che con Conversano e Rutigliano mettono Turi in facile comunicazione.

8. NORBA (Norba)

Dopo VIII miglia dal descritto tempio di Venere e dalla stazione che ne prendeva il nome seguiva la città di Norba (2764), di cui Plinio ricorda gli abitatori Norbanensi tra' Calabri mediterranei (2765). Niente si sa delle sue vicende, né da chi edificata, né come e quando distrutta, ma certo mancata ne' secoli della decadenza, La riferita distanza segnata nella Tavola Peutingerana ha guidalo a riconoscerne il sito al settentrione di Conversano, nel cui territorio si sono sempre scoperti antichi sepolcri con vasi di elegante e pregiato lavoro, ed uno tra gli altri con idoletti di argilla colle iscrizioni KERES, IVNO, MINERVA, VESTA (2766). I greci sepolcri accennano chiaramente ad un’origine greca, ma il nome della città ricorda piuttosto una fondazione latina per opera di una colonia ivi trasferita dall’omonima ed antichissima città del Lazio (2767); così che i sepolcri greci attribuir si possono agli Apanasiini. Né altro trovo a dire di questa ci Ita, della quale lascio ad altri investigar meglio e l’origine e la distruzione.

9. ΑΖΕΤΙΟ ('Αζήτιον, Azetium)

Alla descritta città di Norba seguiva dentro terra, alla distanza di 4 miglia in circa dal mare, la città di Azetio, della quale molto guasto ci pervenne il nome nelle opere de' geografi; perché in Strabone leggesi Νήτιον, nella Tavola Teodosiana Ehetium, e Plinio Ægetini ne nomina gli abitatori, che annoverò tra' Calabri mediterranei (2768). Ma l’epigrafe di alcune medaglie, i cui tipi corrispondono a quelli di altre medaglie di città calabre, ci danno il vero nome della città istessa, che fu ᾿Αζήτιον, Azetium. Delle due che ne riferisce un celebre nummologo, una ha per tipo nel dritto una conchiglia, e nel rovescio l’epigrafe abbreviata AΞE, un delfino con una corona, e più sopra un tridente; vedesi nell'altra un’aquila colle ali spiegate assisa sopra un fulmine nel dritto, e nel rovescio la leggenda AΞΕΤΙΝΩΝ ed una spiga (2769). Per tale epigrafe si emendano le riferite testimonianze de' geografi, e di leggieri si vede quanto dal vero si dilungassero il Casaubono ed il Coray, il primo de' quali sospettava una interpolazione nel Νήτιον di Strabone, e l’altro toglievalo affatto dalla sua edizione del geografo; il che riferendo senza un più maturo esame il più recente editore del geografo stesso, è meraviglia che scriva nulla di certo sapersi di questa città della Peucezia (2770). La quale a me sembra che prendesse il nome dall'aridità (ἄζη) del sito in cui fu edificata, etimologia a cui nessuno scrittore ha posto mente, e che colla riferita leggenda delle monete conferma il vero nome della città. Né altro so dirne se non che alle opinioni del Cluverio e del Du Theil, i quali la situarono a Giovenazzo, od ivi presso più dentro terra (2771), sembra da preferirsi quella del Romanelli, che ne indicò il sito flesso Rutigliano, alla distanza di 8 miglia da Ceglie; nel qual luogo riferisce essersi scoperti sepolcri, vasi, gemme, idoli e monete in gran numero (2772).

10. Torre di CESARE, o AURELIANA

Ritornando alla marina, dalla stazione Ad Hortum correva la strada Egnazia per altre IX miglia antiche, al termine delle quali era un altro sito di riposo, che prese il nome da una o più torri poste a difesa di quella spiaggia. Nella Tavola Peutingerana è detta Turris Caesaris, nell’Itinerario di Antonino semplicemente Turribus, cioè Ad Turres, e nel Gerosolimitano Mutatio Turris Aureliana (2773). L’ultimo de' riferiti nomi ricorda l imperatore Aureliano, il quale regnò dal 270 al 275, e che facendo forse restaurare una delle dette Torri, lasciò il nome alla stazione ch’era vi dappresso. La quale non altrove si è riconosciuta da' patrii topografi che nel sito della Torre di Ripagala, o Ripugnalo, dove ai dì del Pratilli rimanevano antiche rovine (2774). E qui ancora era un altro porto, per la vicinanza della mentovata torre detto Portus Turris nella Tavola Peutingerana, del quale presso la indicata Torre di Ripagola si veggono i vestigi.

11. TORRE GIULIANA (Turris Iuliana)

Dopo la descritta Torre di Cesare o Aureliana sulla medesima spiaggia, lungo la quale correva la Via Egnazia, sorgeva a IX m. antiche la Torre Giuliana (2775). Il sito di questa Torre si è riconosciuto nello stesso luogo ove oggi si vede la Torre marittima detta la Pellosa, dove corrisponde l'antica distanza ragguagliata alle IX m. odierne da Bari. Accresce fede ad una tal conghiettura l’essersi osservato lungo quel lido avanzi di antichi edifizii, sepolcri pieni di eccellenti vasi figurati, ed antri artefatti con sedili intorno bagnati dal mare, che servirono forse ad uso di bagni marini (2776). I confinanti abitatori di Noja sostengono essere stato ivi presso un antico luogo Cattaro denominato, di nome identico all’altro della Dalmazia (2777), il che pruova che dopo il VI secolo, quando la città di Cattaro fu edificata (2778), alcuni abitatori della città istessa vi si stanziassero col ripetervi il nome della madre patria, altro esempio a far ricredere coloro che in nessun conto tener vogliono i nomi identici delle città di diverse contrade, che bene si spiegano colle emigrazioni, sopra tu Ito quando tali emigrazioni sono confermate dalla storia, o anche dalla non grande lontananza.

12. CELIA (Καιλία, Caclia)

Indi seguiva a IX miglia da Azetio la città di Celia (2779), alla distanza di circa 2 miglia dal mare, e però da' geografi annoverata tra le città mediterranee de' Peucezii (2780). Nessuno scrittore, antico o moderno ch’io sappia, dichiara l’etimologia del suo nome, maio credo che così la denominassero i primi fondatori greci dalla condizione del sito dove l’edificarono, cioè in una cava (κοῖλη) o profonda valle, dal che κοίλη Λακεδαίμων, κοῖλον "Αργο; furono anche detti (2781). Ma col dittongo ai se ne legge il nome nelle monete che ne descrivono i nummologi, poche di argento, e molte di bronzo. Nelle prime si veggono i tipi della testa di Palladi nel dritto, e nel rovescio di Ercole in atto di lottare col leone, come in quelle della non lontana città di Rubi, ed anche un semplice vaso ansato, coll'epigrafe KAI, ΚΑΙΛΙΝΩΝ ed anche ΚΑΙΛΕΙΝ (2782). Senza dire delle altre, le quali più probabilmente appartengono all’omonima città della Messapia, nella cui descrizione le ho riferite (2783), tali monete, oltre le belle gemme e i vasi in gran numero egregiamente dipinti e con greche epigrafi scoperti ne"sepolcri di Ceglie, che succedeva alla città antica, ne dimostrano la popolazione florida pel traffico colle città vicine, del pari autonome. I sepolcri sotto diversi strati per sino alla profondità di 30 palmi la più alta antichità ne appalesano (2784), e facilmente fanno supporla del più remoto periodo delle greche colonie che nel nostro paese si trasferivano.

Nella terza guerra sannitica fu presa da' Romani sotto il dittatore Fabio, nel 313 A. C. (2785), ed è questa la sola memoria storica che se ne abbia. Se non che, due titoli sepolcrali nella fine dello scorso secolo scoperti in Coglie, facevano già supporre che qualche colonia ai tempi di Trajano vi si fosse dedotta, e secondo questa ipotesi a questa Celia, anziché all’altra città omonima della Messapia sarebbe da riferire la testimonianza di Frontino, il quale l’agro Celino ricorda nella Calabria (2786). Delle due iscrizioni riferisco la seconda, la quale ricorda il tempo di Trajano, ed è la seguente (2787):

D. Μ.

D. APERTIVS

SECVNDVS

VETE. LEG, II

TRAI. FORTIS

V. A. L

IVLIA VARIA

COIVGI

13. ΒARIO (Βάριον, Barium)

Dopo XX miglia antiche dall'ultima descritta stazione seguiva la città di Bario (2788), illustre e popolosa da' più vecchi tempi. Molti patrii scrittori, indotti in errore dalla falsa lezione del luogo di Plinio, nel quale è ricordata (2789), sostenevano che fondavala Japige figliuolo di Dedalo, da cui ebbe il nome, mutato poi in quello di Bario da Barione illirico, che vi giunse con una colonia (2790); opinione del resto che aveva il principio nella tradizione, per la quale oscuramente accennavasi alla primitiva e vera fondazione, per opera, io credo, degli Japidi dell'Illirio. Ed a questa origine istessa è forse da riferire la tradizione serbala da Festo, che cioè fu fondata da alcuni fuggitivi scacciati dall’isoletta di Barra, a breve distanza da Brindisi (2791), e non altra probabilmente che quella, su cui s’innalza la fortezza della città. Stefano Bizantino fa menzione di Bario co' nomi di Βάρις ο Βαρήτιον, dicendo coll’autorità di Posidippo che BARIS dinota abitazione, o coabitazione con quella di Eforo (2792), al che si riferisce ancora la testimonianza di Cleone, il quale scriveva che Bκυρία significò abitazione presso i Messapi (2793).

Non ostante le riferite memorie, un dotto nummologo sconosciuta ne dichiarava l’origine, che attribuiva del resto ad una colonia ellenica, a cagione del tipo della nave (Βαρίς) nelle sue monete, allusivo al nome della città (2794). Ma, senza disconvenire che gli Elleni si stanziarono in sul lido della Peucezia, e ve li mostrano in fatti i greci nomi delle città, e i greci sepolcri, a me sembra che di popolazione soltanto e di civiltà la città accrescessero, fondata già prima Illirici. Quanto alle monete, nelle quali rimane la più certa memoria di Bario, poche ve ne ha, le quali tutte di bronzo hanno per tipo nel dritto la testa di Giove barbata e laureata con accanto due stelle, e nel rovescio una prora di nave, sulla quale un Amorino in atto di scoccare un dardo, o con una bilancia, e al di sotto un delfino con la leggenda ΒΑΡΙΝ o ΒΑΡΙΝΩΝ (2795). Delle altre, anche di bronzo, meno antiche di queste, una consiste in un asse del peso di undici once, di fabbrica bellissima co' tipi sopraddetti, ed altre ancora di un peso minore si sono giudicate posteriori alla seconda guerra punica (2796). In fuori dell'autonomia della città, di che le monete più antiche danno certa testimonianza, nulla si sa delle sue vicende, se non che da' ladronecci de trasmarini erane infestata la spiaggia nel 371 di Roma, e che insino ad essa con dieci navi romane fu guardata tutta quella costa dell’Adriatico (2797).

Non per altro fu celebrata da Orazio, che per l'abbondante pesca del suo mare (2798), ma i tipi della nave e del delfino nelle monete l’additano tra le nostre antiche città marittime industriosa e trafficante da' più remoti tempi. Nel 65 dell’era volgare Nerone vi confinò e vi fece trucidare Lucio Silano, non per altra colpa se non per la sua modestia e la stirpe nobilissima, e narrandone Tacilo, il tristo caso la città nominò municipio (2799). Per la sua importanza tale forse divenne anche prima della legge Giulia, e col nome stesso è distinta nella seguente lapida (2800):

Q. APINIO. Q. F. QVIR.

PROCILIANO

EQVO PVBLIGO. VI VIRO

AVGVST. PATRONO, ET

IIII. VIRO. MUNICIP. BAR

PRAEFECTO FABR.

OB. MERIT. AVGVST. D. D.

Dalla memoria degli Augustali che questa lapida con una statua posero a Q. Apinio Prociliano, sappiamo che vi fu un tempio sacro ad Augusto, e di un altro dedicalo ad Apollo, certamente più antico, si ha memoria dal seguente titolo sepolcrale, anche ad un Augustale posto da uno de' sacerdoti del nume (2801):

D. M.

C. HERENNIO RVFO

AVG.

L. HERENNIVS PROBUS

APOLLINIS SACERDOS

MERENTI FRATRI. F.

Né di altri sacri e pubblici edilizii che vi ebbero rimase ricordanza, ad eccettuarne il tempio di Giove, il quale per tradizione si dice che sorgesse dove poi fu alzata la chiesa a S. Niccolò. Dal seguente titolo sepolcrale (2802) è noto solo che vi furono i sacri collegi de' Dendrofori, de' falegnami, e de' marangoni, ovvii nelle città marittime:

DIS MANIBVS. SAC

V. F. C.

L. CALPVRNIVS CALPVRNIA

NVS. PRAEFECTVS. FABR.

PATR. COLL. DENDROFOR

ET TIGNARIOR, PATRONVS

COLL. ORINAT. NAVT. IIII

VIR. QUINQ. ITER. D. D. L. P.

SIBI. ET. CALPVRNIAE F.

KARISSIMAE

ET. CALPVRNIO. LATINO PRI

SCILLO. EQ. PVBL.....

IN FR... P. XX

IN AGR......P. XXV

Nell'odierna Bari non vi ha vestigio della città antica, la quale, pe' molti e diversi sepolcri scoperti bel suo recinto, si è supposta alla distanza di 500 passi, nel suburbano detto il Monte, dove è la chiesetta di S. Maria delle Grazie, ed ivi presso nell’erta ove sono i giardini arcivescovili (2803). Oltre del sepolcro di un guerriero scopertovi sotto la più antica porta nel 1625, che al favoloso Barione si attribuiva (2804), altri ancora e nobili ed ignobili in ogni tempo ne sono venuti fuori con molti vasi simili nella forma a quelli di bronzo di Pompei (2805); tra' quali il più celebre fu quello scavato nel 1752 tra le rovine delle vecchie case de' PP. Domenicani, che un liberto poneva ad una liberta della gente Cecilia con la seguente lapida:

CAEC. PHЕВЕ

VIXIT ANNIS XXXX

HIC SITA EST

FECIT M. CAECILIVS

FELICIO CONIVGI

DVLCISSIMAE BENE

MERENTI INIQVA

FATA QUAE NOS TAM

CITO DISIVNXERVNT

Era il sepolcro, dell’età forse di Augusto, ripieno di molti vasi, e vi apparvero appresso, sebbene a molta profondità, le selci di antica strada, che fu la Via Trajana, sulla quale la città di Bario era posta, a CXXVIII miglia da Benevento, distanza che segnava la seguente lapida che sul molo della città già si vedeva (2806):

CXXVIII

IMP. CAESAR

DIVI NERVAE F.

NERVA TRAIANVS

AVG. GERM. DACIC

PONT. MAX. TR. POT

XIII. IMP. VI. COS. V

P. P.

VIAM A BENEVENTO

BRVNDISIVM

PECVNIA SVA FECIT

14. RESPA (Respa)

Dopo XIII miglia antiche da Bario l’Itinerario di Antonino segna un luogo sulla via consolare col nome di Respa (2807), il quale non è noto se abbiasi ad avere per vero o alterato da' copisti. Mal noto è ancora se Respa fosse stato una borgata o una mansione di quella via, perché non se ne ha memoria in nessun altro antico; ma per borgata l'additano i titoli sepolcrali trovati nel sito dove corrisponde la distanza segnata nell’Itinerario tra Giovenazzo e Moffetta (2808), e più ancora i sepolcri scavati in vicinanza di quest’ultime città, dove ne sorge soprattutto il sobborgo; così che nell’odierna Moffetta riconoscer dobbiamo l'antica Respa, di mal determinata posizione per altri geografi (2809), anziché a Giovenazzo, come un altro topografo ha preteso (2810); perocché, sebbene volgarmente si tenga che tra l’Ofanto e Molfetta passino XVIII miglia, nel fatto sono quasi XXII, corrispondenti alle XXIII antiche segnate nel citato Itinerario. Di Respa inoltre è pur menzione nella Tavola Teodosiana, giusta la correzione di un patrio scrittore, secondo la quale sarebbe stata a III miglia antiche da Naziolo ed a XII da Bario (2811). Ma il nome di Respa non durò più oltre de' principii del IV secolo, dopo che Costantino Magno trasferiva la sede imperiale a Bizanzio. Messisi allora in mare molti nobili Romani per trasferirsi nella novella Roma, e disperso il loro navilio da una tempesta, due navi approdavano a Ragusi, ed ivi si stabilivano. Ma per effetto di dissensioni tra gli antichi e i nuovi abitatori, navigavano costoro alla volta d Italia, ed approdarono ad un luogo detto Malphium, dove per qualche tempo si fermavano, e che poi abbandonarono per non trovarvi comoda dimora. E di là navigando di bel nuovo, passavano nell’altro mare, alla città di Eboli, d'onde si conducevano a fondare la città di Amalfi (2812). Essendo nota l’antica città di Malfa a 5 miglia da Raglisi, sulla riva dell'Adriatico opposta alla Peucezia, è ben da supporre che ivi ancora i nobili Romani si trattenessero, d’onde poi partendosi alla volta d'Italia, e fermandosi a Respa, le imposero il nome della città abbandonata, nominandola Malfita, quasi piccola Malfa, che poi anche riprodussero nell’ultima loro sede, perciò detta Malfa, Malphia ed Amalphia. E per non vedere il luogo detto Melphium della Cronaca né sul fiume Melpha e Molpa della Lucania (2813), del cui nome ho altrove investigata una diversa origine (2814), né nella città di Melfi della Basilicata, come altri scrittori han sostenuto, sì bene nell’odierna Molfetta, se ne ha una pruova negli antichi capitoli di essa, ne' quali i Molfettani si dichiarano cittadini di Amalfi, e viceversa, né per altro certamente che per l’origine comune.

Il citato Cronista pone nel 339, dopo la morte di Costantino, l’epoca del passaggio de' coloni Romani sulla costa di Ragusi, e dopo pochi anni il loro trasferimento in Italia. Or contando almeno per un decennio il loro soggiorno nella città di Malfa presso Ragusi, l’epoca della fondazione della città omonima nella Peucezia, o dell’accrescimento di Respa, potrebbe fermarsi ad un bel circa verso il 350. E poiché alcuni vogliono Amalfi fondata nel 520 (2815), al periodo di 173 anni dopo della discorsa fondazione ascriver si dovrebbe quella di Amalfi, per opera de' discendenti de' primi coloni, uniti forse agli abitatori della detta città della Peucezia. Ma, in fuori di un tempio sacro a Venere, nella contrada che in vicinanza di Molfetta ne ritenne il nome (2816), niente altro si sa dell’antica Respa, abitata certamente prima de' tempi dell’Impero, come faceva manifesto la seguente epigrafe (2817), posta ad un C. Aquilio, Procuratore o esattore della vigesimaria (il 5 per 100), balzello imposto sin dal 397 di Roma, sotto il Consolato di Cn. Manlio e C. Marcio nella vendita e manomissione de' servi (2818), e perciò anche detta Vigesima libertatis, e che durò almeno sino al tempo di Alessandro Severo (2819):

C. AQVILIVS I. F.

PROC. XX. LIB.

OLLARIACVM

OBRENDARIO

SIBI………..

15. NAZIOLO (Natiolum)

Tre miglia dopo di Respa seguiva una grossa borgata o villaggio col nome di Naziolo. Comeché non abbiasene memoria che in uno degl’Itinerarii (2820), sembrami nondimeno preesistente agli stessi tempi romani, e detto in origine da' Greci Νέατος in vece di Νεώτατος Novissima per essere stato forse il luogo abitato più di recente degli altri di quella spiaggia. Ed è da notare che con tale etimologia, non investigata da nessuno de' moderni topografi che ne hanno parlato, si dà ben ragione del mutamento dell’antico nome in quello di Juvenatium o Giovenazzo, nel quale per la segnata distanza si è riconosciuto Naziolo o piuttosto Neaziolo (2821). Il nome di Γυβεναζανον, con che trovasi indicato in un diploma del 1083 del Catapano Calogiro, è una versione di Cast rum Juvenazzanum, come chiama vasi nel X secolo (2822); e non dava perciò nel segno un dotto scrittore patrio, il quale del mutamento del nome di Natiolum in Juvenatium sospettava autori i Greci (2823), quando che i Romani tradussero invece l’antica greca denominazione. Del rimanente, l’ordine con cui Strabone nomina le città sulla Via Egnazia, è favorevole all'opinione di coloro che nel Νήτιον dal geografo posto dopo di Celia veggono la città di Naziolo dell'Itinerario, e che perciò legger si dovrebbe piuttosto Νέατιον, anziché la città degli Azetini, la quale era più dentro terra e prima di Celia. Plinio inoltre nomina i Netini con altri popoli che furono nella Peucezia (2824), e ciò conferma non solo la testimonianza di Strabone, ma anche la preesistenza della città nei tempi anteriori alla formazione dell’Itinerario, il che anche dimostra il seguente titolo sepolcrale presso Giovenazzo scoperto (2825), e posto ad una fanciulla sacerdotessa di Minerva:

D. M. S.

PETILIAE Q. F. SECVNDINAE

SACERDOTI MINERVAE VIX

ANN. VIII. M. VII. D. XVIII. OB INFA

TIGABILEM PIETAT. EIVS MESSIA

DORCAS. M. INFEL. FIL. D. M. F.

16. TURENO (Turenum)

Dopo VI miglia da’ Naziolo seguiva Tureno (2826), posta sul mare ed alla sinistra della Via Trajana, che passava per la più parte delle città della Peucezia. Non dubito che in origine si dicesse propriamente Tyrenum o Tyrrhenum sì pel noto mutamento nelr u latino del greco v in moltissime parole, e sì ancora perché nel, medio evo al favoloso Tireno se ne attribuiva la fondazione (2827). Or il detto nome non altrimenti si può spiegare, che supponendo la città edificata da altri popoli dello stesso nome che con la Peucezia ebbero più facile comunicazione, e creder si possono i Tirreni della Macedonia o i Tirrensi dell’Acarnania (2828), senzaché non saprei intendere una città di greco nome su questa spiaggia dell’Adriatico. Certo è che le monete, le iscrizioni, i sepolcri scopertivi abbastanza dimostrano che non solo fu abitata, ma anche fondata in tempi molto remoti (2829), comeché smarrite ne fossero le memorie primitive. Che ne' primi tempi dell’Impero fosse in fatti una città fiorente conosciamo dalla seguente epigrafe (2830), la quale ricorda il voto che ad Ercole Salvatore faceva uno dell’ordine degli Augustali, così ovvio nelle città nostre, ed in onore di Augusto istituito da Tiberio:

HERCVLI SERVATORI

C. ELPIDIVS L. F. FAVSTVS

AVGVSTALIS EX VISO

VOT. SOLVIT

Ma tra le dette iscrizioni non sono da annoverare quelle scolpite su colonnette milliarie della Via Trajana, perché vi furono certamente raccolte da' vicini luoghi, de' quali segnavano le distanze; e fra le molte che ne contava il Pratilli, quasi tutte alterate e corrose dal tempo, riferisco solo la seguente (2831), del tempo di Trajano, il quale la grande strada faceva proseguire da Benevento a Brindisi:

LXXXIV

IMP. CAESAR

DIVI NERVAE F.

NERVA TRAIANVS

AVG. GERM. DACI

PONT. MAX. TRI, POT.

XIII. IMP. VI, COS. V

P. P.

VIAM A BENEVENTO

BRVNDVSIVM PECVN.

SVA FECIT.

17. Fiume AVELDIO (Aveldium flum.)

Al di là di Trani, e propriamente presso la già Badia Cassinese di Andria è un torrente, che dopo il corso tortuoso di più miglia mette nelle paludi fra Trani e Barletta. La sabbia fluviale, e i rotondi ciottoli osservati a certa profondità nel suo letto, l'appalesano per un antico alveo di fiume, il quale copioso di acque scorreva una volta in quella contrada, e come fiume in fatti è segnato in uno degl’Itinerarii romani, coll’oscuro nome di Aveldium (2832). I due ruscelli d’Arasciano e Roccadoro sono forse gli avanzi delle sue acque deviate dal loro natural corso, e con altri fiumi più grandi delle nostre regioni può perciò annoverarsi, il cui stato odierno farebbe sospettare della veracità degli antichi, che li descrissero come capaci di sostenere i navili.

18. BARDULO (Bardulum)

Alla descritta città seguiva dopo IX miglia la città di Bardalo (2833), della quale in nessuno de' patrii scrittori trovo investigata l’origine, ma ch’io non dubito sì per l'analogia del nome, e sì per le colonie illiriche nella Peucezia derivare daBardei dell’Illirio, i quali per istabilirsi in Italia con Cinna e Mario combattevano (2834). Furono gli stessi che i Vardei ricordati da Plinio come saccheggiatori d’Italia (2835), e gli Ardici di Strabone, i quali rimpetto l’isola di Faro (Lezin, o Lisna) tenevano la costa (2836), ed il cui nome si conserva nell'Ardialia di oggidì. Per difetto di altre testimonianze quanto durasse il nome di Bardulum non è noto; certo è che nel medio evo cominciò a dirsi Barulum la città, e Baruletani gli abitatori (2837), d’onde il nome odierno di Barletta. Per le quali trasformazioni di nomi appena al volgo si può concedere l’insegna della bariletta per dar ragione del nome della città, e fa meraviglia che un grave storico senza farvi alcuna osservazione la ripetesse (2838), in vece di lasciarla alla facile scienza di coloro che dai nomi alterati delle città ricorrono ai nomi simili, veri o supposti, di uomini o di cose, da cui ripetono le origini. Ai discorsi principii della città non è del resto contraria la comune credenza che nata fosse dalle abitazioni intorno l’emporio de' vicini Canosini, ed indi popolata ed accresciuta dalla devastazione di Canosa e della contigua città di Catino (2839). Perché Barletta è distante da Canosa 12 miglia odierne, corrispondenti quasi alla distanza di 90 stadii, che Strabone assegnava tra la città ed il suo emporio (2840), e pochi Bardei dar potevano il nome al luogo quasi abbandonato nell’epoca della decadenza. Ma tempi assai più remoti dimostrano i greci sepolcri scoperti presso la città (2841), la quale è da dire perciò edificata nel primitivo passaggio degli Elioni nella Peucezia. All’accrescimento del resto della sua popolazione per opera de' Cannensi i quali vi si tramutavano forse pel sito migliore e più acconcio ai traffichi del mare, si accenna ancora nell’epigramma che ricorda il greco artefice e le vicende della statua colossale di bronzo ch’eretta si vede nella piazza della città (2842), dell’altezza di 20 palmi in circa, ed opera unica dell’arte bizantina di tal grandezza che si vegga in Italia, e forse al mondo. Credesi che rappresenti l’Imperatore Eraclio, in onore del quale fu posto Barlettani per avere restaurato il porto della città, il quale dalla gran mole de' sassi commessi senza cemento, si è giudicato di costruzione antichissima (2843).

19. RUDA, o RUDIA

Alla descritta città seguiva dopo XII miglia antiche la stazione col nome di Rudas (2844),la quale un'altra città di Rudia diversa dalle altre omonime ha fatto ammettere (2845), indicata anche da P. Mela e da Plinio tra le città che furono della Peucezia (2846). Ma, oltreché il primo di questi geografi errava sicuramente nel contraddistinguerla qual patria di Ennio, per non vedersi col solito segno che distingue le città nella citata Tavola, sì bene presso ad una laguna in comunicazione col prossimo mare per mezzo di un canale, sarebbe stata piuttosto, a giudizio di un patrio scrittore, un lago poscia scomparso, e il detto corso d'acqua non altro che la vasta e profonda lama tra Barletta e Trani, sulla quale ora passa la bella strada regia della marina per mezzo di un gran ponte (2847). Se tale opinione non fosse contraria all'indicazione della Tavola, la quale pone in vece Rudas a XII miglia da Rubi, a confermarla potrebbe dirsi che dallo stesso corso di acqua prendesse il nome, cioè da ῥɛw fluo, d' onde i noti avverbi ρ'υδον ε ρύδην, affluenter, che più all'oscura Rudas si avvicinano. Diversa ne sembra perciò la ragione etimologica, e non altra, come a me sembra, che quella derivala dagli antichi ruderi (Ruta) di città o villaggio abbandonato o distrutto, senza che non potevano i citali geografi come luogo abitato considerarlo, e pel nome analogo all’altra Rudia, P. Mela porvi la patria di Ennio. Per la mancanza de' ruderi dell’antica strada non si può né anco assicurare se ad Andria, o presso il Castello del Monte secondo diverse opinioni (2848) abbia a situarsi, ma per la più giusta distanza piuttosto presso la detta città; né altro so dire di questo oscuro luogo della Peucezia, il quale lascio volentieri alla investigazione di più diligenti topografi.

20. BUTONTO (Βυτόντον, Butuntum)

Da' confini della regione colla Daunia riconducendomi alla descrizione delle altre città sulla Via Trajana dopo XII miglia da Celia seguiva, a 4 miglia dalla spiaggia, la città di Butunto (2849), i cui abitatori furono perciò annoverati da Plinio tra i mediterranei della Calabria (2850). Il suo greco nome più antico, relativo all'eccellenza de' suoi pascoli (da Βοτο'ς), d'onde pel mutamento dell'O in Y secondo il dialetto eolico e dorico (2851), il meno remoto Buτοῦς, ο Βυτόεις, d'onde Βυτόντον, ne mostra l'origine ellenica, e in difetto di tradizioni può attribuirsi agli stessi Achei di Ripe, i quali fondavano la prossima città di Rubi. Certo è che fu città autonoma, come è noto dalle sue monete di bronzo, delle quali Ire sole varietà descrivono i nummologi, co' diversi tipi nel dritto di una figura virile nuda sopra un delfino, di Pallade, e di una nottola stante; e nel rovescio di una spiga, d'una conchiglia e di un fulmine, coll'epigrafe BITΤΟΝΤΙΝΩΝ (2852). L’uomo nudo sul delfino, che in una delle mani ha una clava, nell’altra un diota, è tipo imitato dalle monete di Taranto; la spiga e la conchiglia accennano alle produzioni della terra e del mare di che la città più abbondava, e i rimanenti al culto di Pallade e di Giove che adorò forse di preferenza. Mancano le memorie della sua varia fortuna insino a primi tempi dell’impero quando alcuna rinomanza non aveva, ed in nessun pregio si ha in fatti da Marziale sì per la sua oscurità, e sì ancora per la rusticità del suo nome, in confronto de' più rozzi nomi delle città della sua Spagna (2853). Fu nel sito stesso dell’odierna città di Bitonto delle più ragguardevoli della Terra di Bari per la numerosa popolazione e le ricche produzioni del suo suolo. Pel difetto di antiche epigrafi non si ha ricordanza de' suoi templi, ed appena è noto, se pur vera è la tradizione, che nel sito della chiesa di S. Pietro del Castello fu già il tempio di Pallade (2854), la dea protettrice della città, la quale perciò esser doveva ne' tempi antichi abbondevole e lieta di olivi, come oggidì.

21. TURRICIO (Turricium)

Alla descritta città seguiva presso la stessa Via Trajana dopo circa VIII miglia la città di Turricio, non mentovata da veruno scrittore di antica topografia, perché veramente non se ne ha memoria in nessuno storico, geografo o itinerario; ma è ben ricordata ne' due seguenti titoli sepolcrali, scoperti nello scorso secolo nell’agro di Terlizzi, città popolosa della Terra di Bari, a quattro miglia dall’Adriatico. Si trovò il primo presso il corso della Via Trajana, e ad uno de' sepolcri certamente appartenne che vi erano eretti in vicinanza della città, tanto più perché C. Fenicio Curvo, al quale fu posto, fu da Trajano creato prefetto per la costruzione della Via Pubblica Consolare, quella stessa che da quell'Imperatore prese il nome. Dice la lapida che, giunto egli alle none di maggio al bosco di Turricio, sorta una tempesta, moriva percosso da un fulmine, ed è la seguente (2855):

C. PHENICIVS, CVRVVS. SICVLVS. C. F. M.

D. TRA. IMP.

AD V. P. CONS. OP. PRAE

IS

CVM SALT. TVRRICII. ADVENIS

ΝΟΝ. ΜΑI, PER. AB. IOVE PER.

REP. EXHOR, TEMP.

VIX. A. XXXIX

Nello stesso sito fu anche scoperta la seguente lapida:

I. VIAE FIL. TVRRI.

OccubIT..... D. CCC VI.

la quale, comeché mutila, è abbastanza spiegata dalla prima, e pare che si riferisca ad una donna, figliuola di una Flavia, la quale in Turricio uscì di vita.

La città di Turricio sussisteva dunque al tempo di Trajano, e non è dubbio che pigliò il nome dalle torri ond’era cinta, per le quali non è gran tempo passato dal volgo dicevasi Turrizzo la città di Terlizzi che a quella succedeva, e che da tempo immemorabile per sua impresa fa alcune torri. Dal che si vede quanto sia falsa la popolare tradizione serbata dal Pratilli, che Terlizzi fu cominciato ad edificarsi nell'anno 800 da un tal Terlizio agricoltore di Ruvo, da cui ebbe il nome (2856); origine favolosa, immaginata sul nome alterato della città (2857), la quale del resto non dee sorprendere, perché non diversamente da' nomi delle città istesse in altre contrade dell’Europa, come nella Francia, per non dire di altre, si credeva e scriveva nel secolo XVI che Toul veniva fondata da Tullo Ostilio, Noyon da uno de' figliuoli di Noè, Beauvais da Belgius, e simili (2858). Ma, oltre delle addotte epigrafi è celebre la città di Terlizzi pel travamento della curiosa Theca Calamaria scoperta in uno de' sepolcri della città antica, e che dava occasione ad uno de' più celebri archeologi patrii d’illustrare le napoletane antichità.

22. RUBI (Ρύψ, Rubi)

Dopo circa III m. da Terriero seguiva sulla stessa Via Trajana la città di Rubi (2859), cospicua e popolosa da' primi tempi della sua fondazione, e più che per le testimonianze della storia celebre per le monete e i ricchi sepolcri. Chi la fondasse è ignoto, ma il nome che se ne legge nelle monete, che fu propriamente Ρύψ Rhips1 ha fatto a ragione conghietturare che fu accresciuta ed incivilita, Se non primamente edificata, da una greca colonia di Ripe, una delle dodici città dell'Acaja, patria di Miscello fondatore di Crotone (2860). Così essendo, non avrebbe avuto un'origine anteriore a quest'ultima città, dove stabilivasi un’altra colonia della stessa Ripe originaria (2861); ma si può ben supporre un’origine anteriore, anziché dall’Enotria, da questa città dell’Acaja direttamente, celebre avanti i tempi trojani, e chi ne ba scritta la storia non dubita infatti che fosse di origine arcadica (2862) massime pe' molti idoletti di creta rappresentanti il dio Pane che negli scavi di Ruvo si sono scoperti, essendo noto che fu quello il nume particolare degli Arcadi (2863). Che che sia della fondazione antichissima, l’origine achea è a meraviglia confermata da' tipi di alcune delle sue monete, ciò sono la testa di Giove, l’aquila posata in sul fulmine ed il fulmine alato, che chiaramente accennano alla città di Ripe, detta da Eschilo Κεραυνίας Ρύπας (2864), e situata in vicinanza di Egio, nel cui territorio era fama che Giove fosse nudrito dalla Capra Olenia. Nelle altre monete, con le leggende ΡΥ, ΡΥΨ, ΡΥΒΑ, Ε ΡΥΒΑΣΤΕΙΝΩΝ, delle quali assai più di argento che di rame descrivono i nummologi, si veggono molti e diversi tipi, ed alludono o al culto della città, come sono quelli con la testa di Palladi ed un Ercole che combatte il leone, o alla fertilità del suo suolo, cioè la spiga ed un cornucopia, oltre quelli di una donna stante con nella destra una patera e nella sinistra un cornucopia, di una littoria, di un bucranio, di una clava con un arco ed una faretra, di una nottola sopra un ramo, che a' tipi già detti anche si riferiscono (2865).

Del tutto ignote sono le vicende della città da' primi tempi della sua autonomia infino a che venne in potestà de' Romani, che una colonia vi dedussero, alla quale accenna Frontino, parlando del suo agro (2866). Quanto a' susseguenti tempi, appena è noto dalla seguente lapida (2867) che i Decurioni e gli Augustali una statua vi eressero al giovane imperatore M. Antonino Gordiano, non sì tosto eletto, riconosciuto con entusiasmo, e da tutti amato nel breve periodo del suo impero (238-244):

IMP. CAES. M. ANTO

NI. GORDIANO PIO

FEL. AVG.

PON. MAX

TRIB. PO. II

COS. PROC

DECVRIONES

ET AVGVST

EX. AERE. COL

LATO

Oltre i soliti oggetti che trovar si sogliono ne' sepolcri, i vasi dipinti di egregio lavoro, e gli aurei ornamenti muliebri scoperti in quelli de' Rubastini han fatto conoscere che fu delle più ricche città greche della Peucezia. I sepolcri, incavati nel vivo sasso, con una o più lastre di pietra venivano coperti, e ne' vasi più notabili scoperti ne' più grandiosi di personaggi illustri sono figurati corsi di quadrighe e soggetti attinti dalle tradizioni mitiche e da' poeti. Molti ne sono noti per le dotte illustrazioni degli archeologi patrii e stranieri (2868), e tra' più importanti per la grandezza straordinaria e pel numero delle figure che sonvi effigiate, sono quelli che rappresentano le Nozze di Cadmo ed Armonia, la Morte di Archemoro con Ercole negli Orti Esperidi, e la Battaglia delle Amazoni fuori le mura di Troja. Pe’ noti lavori di argilla e di creta de' Ruvesi odierni, e più ancora per la creta eccellente che trovasi ne' dintorni della città, si è supposto che nella città istessa si lavorassero; certo è che per la grandezza e la varietà delle forme, pel numero delle figure e pe' miti che vi sono figurati, rivaleggiano co' più belli ed insigni sinora noti, e formano il più bello ornamento de' Musei. Notabili ancora sono le armature negli stessi sepolcri scoperte, tra le quali l’elmo si è trovato fra le gambe del guerriero; le maschere di bronzo che rappresentano Gorgoni, con occhio e lingua di avorio, che servivano probabilmente a guernire il petto, o l’usbergo; le figurine di bronzo, i tripodi, i candelabri, le patere, i vetri, le terre cotte ed altri oggetti di bellissimo lavoro. Gli ornamenti d’oro, di cui si trovano coperti i corpi delle donne, nell’esattezza e bellezza del lavoro superano quelli di Pompei, e tra questi sono notabili alcune collane e sottocoppe riccamente ornate ed anche d’oro, che si serbano nel R. Museo. — Non sul dorso della collina, sul quale siede l'odierna Ruvo, sì bene nella sua vetta, nel sito del convento di S. Angelo, la città era posta, e di leggieri si è conosciuto non solo dalle pietre lavorate in gran copia che ivi intorno si estraggono, e che appartennero agli antichi edifizii, ma anche da' molti antichi pozzi incavati nel duro sasso che si sono ivi scoperti, e da' greci sepolcri inoltre scavati nel sito della città istessa, i quali star dovevano perciò fuori del perimetro dell’antica (2869).

23. A QUINTODECIMO (Mutatio ad XV)

Distante XV da Rubi nell’Itinerario Gerosolimitano è segnata la stazione, o mutazione di posta, perciò detta Ad Quintum decimum (2870), come in altre contrade, per non trovarvisi forse che la sola colonna milliaria con qualche pubblico albergo. Tenuta ragione dell'indicata distanza e della tortuosità della via, che fu un ramo dell'Egnazia, si è riconosciuta presso Castel del Monte (2871), che sopra costruzioni anteriori agli stessi tempi normanni Federico II faceva abbellire, e se può valere una mia conghiettura, più propriamente nella vicina contrada detta Palese, poco al di là della valle di Lamalonga, nome ch’io credo originato dal greco παλαιός, antico, dagli antichi avanzi che negli scorsi secoli vi rimanevano.

24. PALIO (Palion)

A III miglia odierne da Butunto, più dentro terra, seguiva la città de' Palionensi, così detti da Plinio, ch’è il solo degli antichi a serbarne ricordo, e che annovera tra' mediterranei della Calabria (2872). Dal nome del popolo desumendo quello della città, cioè Palion, può ben vedersi in questo una denominazione greca, e non altra che ΠΑΛΑΙΟΝ, Vetus, derivata forse dal più antico sito di una delle città vicine Butunto e Grumo, tra le quali furono i Palionensi. Il che chiaramente si raccoglie dall’odierno Palo, che serbava l’antico nome (2873), comeché si creda che la città antica, o piuttosto le borgate che i Palionensi abitavano, fossero in que' contorni, che non mancano di antichi ruderi (2874).

25. GRUMO (Grumum)

Tra gli altri popoli mediterranei della Peucezia furono i Grumbestini, ricordati anche da Plinio, e dichiarati sconosciuti dagli editori del geografo, comeché l’analogia del nome poteva sicuramente guidarli a riconoscerli nell’odierno Grumo, a 3 miglia da Palo, che serba il nome della città antica. Fu questa città di qualche importanza, a cagione della moneta di rame che le si attribuisce, colle iniziali del suo nome ΓΡΥ, e co' tipi del capo di una Driade nel dritto, e di un cavallo saliente nel rovescio (2875). A confrontare il tipo della Ninfa de' boschi col greco Γρύνοι, tronchi di vecchie querce, dal sito boscoso, e coverto di querce secolari egli sembra che fosse la città denominata da' primi Greci che vi si stabilivano, lasciando forse qualcuna delle altre città vicine e più popolose, in tempi e per circostanze affatto sconosciuti.

26. Νεζιο (Νήτιον, Naetium)

Da Grumo proseguendo direttamente il cammino per le Mattine di Ruvo e per S. Magno, poco più oltre s’incontra la Torre di Nezia, che colle altre due torri, a non molta distanza l’una dall'altra, dette Torre Monsignore e Torre Rubini, difendevano la contrada tra Bitetto e Spinazzola. Ivi io credo che sorgesse una volta il castello Nezio preso da' Saraceni nel 1009 (2876), ed ivi forse è anche da situare la città di Νήτιον, annoverata da Strabone tra quelle che furono de' Peucezii (2877); cosi che a ritenere tal conghiettura, questa città stessa non è da confondere con Azelio, che altrove ho descritta (2878). Per le quali identità di nomi, non avvertite da altri topografi, è da dire che Nezio tuttavia sussisteva ne' primi anni del secolo XI, e che saccheggiata e distrutta da' Saraceni, appena ne rimase il nome alla detta torre, edificatavi forse ne' secoli successivi.

27. SILVIO (Σιλούιον, Silvium)

Alla distanza di circa X miglia incontravasi più oltre sullo stesso corso della Via Appia quest’altra città de' Peucezii (2879), l’ultima nella parte mediterranea della contrada, come coll’autorità di Strabone ho già detto (2880). Niente altro è noto delle sue vicende se non che era in potestà de' Sanniti sin dal 477 di Roma, e dal racconto di Diodoro si raccoglie ch’era città importante e ben fortificata. Dice lo storico che i consoli Q. Marcio e P. Cornelio l’assediarono, né riuscirono ad espugnarla a viva forza se non dopo alquanti giorni, facendovi ricco bottino ed oltre a cinque mila prigionieri (2881). L’antichità di Silvio è anche manifesta da una moneta di argento, e di federazione con la città di Rubi, la quale ha nel dritto una spiga con sopra un cornucopia e le iniziali delle due città confederate ΣIΡΥ, e nel rovescio una testa muliebre galeata (2882). Che tuttavia fiorisse ne' tempi romani si raccoglie non solo dalla testimonianza di Plinio, il quale fa menzione de' Silvini tra gli altri popoli dell’Apulia (2883), ma dalla seguente iscrizione ancora, la quale ci rammenta i giuochi triennali che in onore di Bacco vi si celebravano (2884):

LIBERO PATRI

SAC

LVDIS TRIENNAL

DATIS ET POPVL

EPVLIS DISTRIBV

………………………...

Si è riconosciuta questa città per l’addotta epigrafe e per le distanze segnate negl’Itinerarii nella terra, oggi distrutta, detta Garagnone, tra Spinazzola, Fontana d’Ogna e Poggio Orsino, per la quale correva la Via Appia, ed anche oggidì passa la via di Puglia (2885); e dal vero dilungavasi il Lemaire, il quale, per l'analogia del nome pretendeva che s’innalzasse a Savigliano, dal sito di Garagnone distante dieci miglia. Nel detto luogo, ove termina l’aspra contrada delle Murge, il confine mediterraneo della Peucezia secondo Strabone, e comincia la vasta e fertile pianura sottoposta verso Spinazzola e Venosa, tuttavia si vede l’antico castello di Garagnone, che ai tempo della regina Giovanna I dominava ad un casale popolato abbastanza da nudrire numerosi cavalli (2886).

28. AD PINUM

Seguiva dopo la distanza di circa 4 miglia la stazione detta Ad Pinum, la quale da qualche pino prese il nome, insigne e maestoso tra gli altri di che abbondava la regione. Dal pino stesso fu Soi denominata l’odierna Spinazzola, presso cui la stazione medesima si è riconosciuta (2887), e nella contrada propriamente di S. Maria della Civita, dal cui nome, che accenna, come altri simili, ad antico luogo abitato, si può ben supporre che si cominciasse a frequentare e popolare da' tempi almeno della decadenza. E perciò da dire che un villaggio vi crescesse, il quale si può credere nella dipendenza della prossima città di Venusia; e in fatti, oltre varii rottami e busti marmorei che adornavano i sepolcri posti sulla Via Appia che vi passava, le seguenti epigrafi vi si leggevano (2888), la prima non intera appartenente ad un sepolcro, e l’altra in rozzo marmo àVenusini innalzata a Costantino Magno:

1.

…………………………....

CVST. SAC. DIAN…..

ET CVRAT…….……….

QUINQVENN…….…..

HOC MONVM…..…...

NON LICET…..……...

2.

DN. N. CONSTANTINO

PIO FEL. AVG. PERP. P. P.

TRIVMPHATORI ORBIS

ORDO ET PLEBS VNIVER

SA VENVSINORVM

D. D.


29. PLERA (Plera)

Dopo XIV miglia da Sublupatia licitato Itinerario segna sul la stessa Via Appio. la stazione Plera (2889), nome sicuramente di città, non di semplice stazione, la quale fa risovvenire i suoi fondatori primitivi ne’ Plerei nella Dalmazia, i quali abitavano lungo il fiume Narane, ora Narenta, in vicinanza, dell'isola Corcira Nigra, ora Curzola (2890). Altro non mi è noto di questa città della Peucezia, la quale per l'accennata distanza, da emendarsi nondimeno in miglia XI, non si è dubitato di riconoscere nell’odierna Gravina (2891); sebbene non sia da credere che Via Appio salisse sul monte dove ora sorge questa città, ma passasse al sotto di essa. Gravina del resto non ha mai dato alcuna lapida o sepolcri, né vi si veggono reliquie di antichità, e solo nel luogo detto Poggia Orsino, antica villa de' Duchi che v'ebber dominio, e di là ad un miglio prima di giugnere alla città, si vedevano nel passato secolo alcuni avanzi della Via Appio.

30. LUPAZIA (Lupatia)

Dalla mansione della Via Appio col nome di Sublupalia a XIV miglia antiche da Piera (2892) si ha memoria della città di Lupazia, sotto di cui quella stazione era posta, come da Romula, città degl'Irpini, fu detta la stazione Sub-Romula, da Muranum de' Bruzii l'altra Sub-Muranum, ed altre simili. Dalla segnata distanza l’Holstein già riconosceva il detto sito di riposo dell’Appia nella Valle di Jesci, e Luparia nell’odierna città di Altamura (2893), che bene appalesano per città antica le molte e diverse anticaglie scoperte nel recinto del muro vecchio, e fuori di questo recinto nelle contrade di S. Tommaso,Castiglione, Parisi e Jesce; cioè monete, cammei, corniole, vasi, strumenti da sacrifizii, urne, idoletti e lucerne (2894). Ma notabile fra tutte fu una gran base di marmo, che già si vedeva alla distanza di un miglio dalla Via Appia, nel luogo detto Centopozzi, con le seguenti mutile iscrizioni ne' quattro lati, nelle quali è ricordo di Bagni e Terme dedicati a Venere Genitrice e al Genio della Repubblica, ossia della città vicina:

I.

……………………………….

……………………………...

….………….A PECVNIA

BALNEIS THERM1SQ COMPOSITA EPVL. PVBL DEDIT

III.

…………………………..

………..IO COSS

QVA DIE SPECVLAR

A SACERD. VENERIS GENETRIC. ET GENI REIP. DEDIC

II.

……………………………….

……………………………...

……………. CONLEGIO

1. N. P. Q. ET SEN…... CONFIRMATVM

IV.

…………………………

.... SACRA VIOLAS

SET PEQ…………….

OMNI………………..

SE CONS…………...

Tali bagni e terme, costrutte o ristorate da qualche ricco cittadino di Lupazia (2895), da alcuni vicini rivoli avevano le acque, i quali Fontanelle sono volgarmente detti (2896); né da altro che da tale circostanza locale, cioè dal sito irriguo, a me sembra derivato il nome di Lupazia, che fu un’alterazione della prisca denominazione greca, cioè ΛΙΒΑΔΙΟΝ, che luogo irriguo significa appunto.

31. MATEOLA (Μάταιολη, Mateola)

A circa XV miglia da Piera, scendendosi verso il golfo di Taranto seguiva Mateola, che conosciamo dalla sola memoria che Plinio lasciavaci de' Mateolani che l’abitavano (2897). Convenendo gli scrittori patrii ch'ebbe l'origine da popoli greci, si smarrirono poi nel rintracciarne l’etimologia, deducendola da' nomi alterati dalla città (2898), quando che ben potevano trarla dal luogo in cui fu primamente edificata. Il colle in fatti a fianco del Canopro, sulla quale è posta la città di Matera, che all'antica Mateola corrisponde (2899), sembra come affondato in mezzo alle circostanti colline, ed il Canopro istesso, da' naturali detto Gravina, accenna alla stessa posizione, significando fossa cavata da torrenti, dalla cui speciale condizione, μάταιος ὅλος (vacuus omnis) i Greci dissero il luogo, d’onde chiaramente il nome di Μάταια ὅλη può dirsi derivato alla città; oltre di che molti antri e grotte vi si veggono intorno intorno (2900). Ma se vera è la più comune tradizione che fu primamente fondata da una parte de' Metapontini che abbandonavano la patria spopolata da Annibale nel 544 (2901), la sua origine non sarebbe più antica del 208 avanti l’era volgare. Che il luogo fosse prima abitato non può affermarsi per difetto di memorie, ma la riferita origine sembra avvalorata e dall’antico stemma della città coll'immagine del bue, alla cui bocca si aggiunsero le spighe, tipo delle monete metapontine, e dalle colonne che sostengono le due navi minori del duomo di Matera, simili a quelle di uno de' templi di Metaponto (2902). Egli è vero che tra i sepolcri de' tempi romani si sono anche scoperti sepolcri greci con vasi dipinti, i quali accennano ad un’antichità più remota, ma sono da attribuire a qualcuna delle più vicine città greche, ed io credo de' popoli Irtini presso l'odierno Montepeloso (2903), per non potersi supporre degli stessi Metapontini, i quali più oltre del corso del Bradano non si estesero col loro agro.

Senza la scoperta di antiche epigrafi, tali cose dir si possono di Mateola, e non so quindi affermare che i Romani una colonia vi dedussero, comechè il titolo di Colonia la città assumesse negli scorsi secoli. Che dopo la guerra sociale fosse riedificata dal Console Cecilio Metello, il quale a quella guerra pose fine con un’ultima giornata nell'Apulia (2904), è anche tradizione falsa, originata dal nome di METELLANA POLIS che la città ebbe in una lapida del secolo XI, posta ad un figliuolo d’uno de' Conti Loffredo che v’ebber dominio (2905). Forse ancora affin di nobilitare le memorie della patria un erudito cittadino di Matera fingeva il trova mento d’una medaglia d’oro di Vespasiano coll’epigrafe nel dritto VES. AVG. IMP. CAESAR, e nel rovescio col tipo del Bue, per dir poi che fu battuta nella città in onore di quell'Imperatore, quando dopo le guerre giudaiche da Alessandria per Brindisi e la Via Appia ritornava a Roma per assumervi l’imperio (2906).

Ma che fosse del resto abitata al tempo de' Romani, oltre la riferita testimonianza di Plinio, non è dubbio dal seguente titolo sepolcrale, che sul muro di una chiesa vi trascriveva l’Apiano nel secolo XVI (2907):

C. MANILIO C. F. NOR. RVFO

SEXTILIAE P. L. DATAE

VXORI SEXTILIAE O. L. PRIMIGENIAE ANNORVM XIII

DELICIVM EORVM DATA

D. S. P. F. C.

Oltre de' molti sepolcri romani meno antichi dentro le grotte presso la città, e fuori di essa lungo la strada che attraversa la Civita, dove propriamente l’antica Mateola può considerarsi situata, altri ancora se ne sono scoperti sotto le case della città odierna, con monete romane di diversi tempi, con lucerne e tazze rustiche, e con coltelli di selce simili a quelli usati dagli Ebrei nelle loro circoncisioni; ed oltre a questi i più antichi e più notabili con corone, idoletti, armille, pendenti, monete di città autonome, tazze ed eleganti vasi figurati con Baccanti che appartennero a' greci fondatori (2908). Dal nome della Porta Erculea presso il vecchio convento di S. Lucia ed Agata, e da quello della cappella di S. Niccolò del Sole in vicinanza dell’altra porta della Civita, egli sembra che due templi vi fossero sacri ad Ercole e ad Apollo, distrutti colle fondazioni de' secoli posteriori, né altro so dire di quest'antica città, che per altre scoverte si potrà meglio conoscere.

32. GENUSIO (Genusium).

Nell’estrema parte della Peucezia, dove confinava col territorio di Taranto, sorgeva quest’altra città, de' cui popoli ci lasciò memoria Plinio (2909). Ignota affatto ne è l’origine, ma il suo nome fa risovvenire qualche popolo della Macedonia bagnata dal veloce Genuso (2910), che il territorio di Dirrachio divideva da quello di Apollonia. La volgare tradizione la vuole originata da' Metapontini, dopo la distruzione della loro città; ma negli abitatori di Metaponto superstiti alla loro patria spopolata da Annibale è piuttosto da vedere un accrescimento della popolazione di Genufio, anche perché il nome solo de' Genusini che l'abitarono accenna ad origini più remote, per effetto del passaggio degl’Illirici nella regione. Quanto alle sue vicende, appena è noto che il suo territorio fu diviso ad una colonia romana (2911), e forse non prima del tempo di Trajano. Varii sepolcri si sono scoperti nel suo territorio, e poiché fu un tempo città vescovile (2912), ciò mostra che fu di qualche importanza. Quest'antica città, posta a breve distanza dal Erodano, conserva tuttavia il suo nome; se non che il sito della città antica non fu propriamente dove sorge l'odierna Ginosa, ma più in basso alla distanza di circa mezzo miglio, nel luogo detto S. Vito Vecchio, dove alquante povere famiglie tuttavia dimorano.

33. CASTANIA (Κατανία)

I patrii topografi trascuravano di descrivere questa città, ricordata dal solo Stefano Bizantino, sì perché fioriva al suo tempo, il V secolo dell’era volgare, e sì ancora perché ne trovò certamente la rimembranza in altri più antichi geografi. Né solo i topografi patrii, ma anche i dotti annotatori di Stefano, dir voglio Pinedo, Holstein e Bercley, non ne fecero motto, né nelle opere geografiche di maggior grido la trovo descritta. Essendo situata da Stefano in vicinanza di Taranto, πλησίον Τάραντος (2913), l’analogia del nome guida con sicurezza a riconoscerla nell’odierna Castellaneta, non ostante che ne fosse ben 18 miglia lontana, dappoiché i Grammatici, come notò il Cluverio, presero la voce πλησίον in ampio significato, ed i Greci come i Latini prossimo dicevano un luogo ad un altro, anche quando ne fosse ben lontano, purché nondimeno fra entrambi venni altro non ve ne fosse (2914). Pelle comuni origini intanto, e per le mutue relazioni delle antiche città nostre con quelle dell’Ellade e de' vicini paesi io credo che la fondassero i Tessali, de' quali è ben notala colonia che conducevano a Petilia (2915), e che una città di Castania abitarono (2916), più antica e più celebre di questa, la quale essendo posta ne' confini mediterranei della città di Taranto, non dubito di attribuire alla Peucezia. Che sia del resto da riconoscere nell'odierna Castellaneta è opinione già sostenuta da altri (2917), e fa meraviglia come un recente dotto geografo scrivesse non sapersi nulla del suo sito (2918).

34. AD CANALES

Tre miglia più oltre di Castanea, progredendosi sempre più verso il golfo di Taranto, sul ramo della Via Appia che in questa città aveva termine, incontravasi la stazione Ad Canales, cosi detta da' due rivoli che influiscono nel fiume Lato, ora Lieto, l’uno de' quali è distinto col nome di Fonte del Fico, e l’altro con quello di Canile (2919), dal quale fu denominato un villaggio, ora distrutto, con una chiesa dedicata a S. Andrea. Ivi presso, benché ai di del Pratilli non più si riconoscesse il detto ramo della Via Appia, varie selci nondimeno vi si vedevano che servir poterono a lastricarla, oltre le altre molte per le mura delle prossime ville (2920). E questo fu l'ultimo luogo della Peucezia, dove egli sembra che crescesse un piccolo borgo sin da' tempi della decadenza, dopo del quale la Regione Tarentina aveva principio.

IV. Due grandi strade, oltre quelle che se ne diramavano, traversavano la Peucezia, una lungo la marina, e fu quella che prese il nome della città di Egnazia, e che poi ristorata da Trajano, col nome di Via Trajana fu anche distinta; l'altra dentro terra, cioè il ramo della Via Appia, che per le falde del Vulture entrava nella regione di qua di Venosa. Or per accennare il corso della prima nell’ordine inverso secondo la mia descrizione e quella stessa di Strabone, dico che dopo la stazione Ad Speluncas presso di Ostuni, dove colla Via Egnazia si congiungeva il piccolo ramo di XIV miglia che partivasi dalla città di Brundusio (2921), correva essa via per la spiaggia sin presso la foce dell’Ofanto, punto estremo della regione nelle vicinanze di Canosa. In tutto questo spazio di 103 miglia antiche (2922), non lasciava, almeno un secolo addietro, di mostrar tratto tratto i vestigi delle antiche selci ne' lati, o nel mezzo di essa, o disperse ne' vicini campi e sul lido, oltre i ruderi de' sepolcri di opera laterizia adorni di marmo che la fiancheggiavano (2923). Un altro ramo di strada faceva conoscere la Tavola Teodosiana che dalla città di Egnazia piegava a sinistra per la parte mediterranea della regione, e congiungevasi a Bitonto colla già detta (2924), e questa fu quella stessa che Strabone ricorda col nome di mulattiera (’ημιονίκη), per la quale cioè potevasi viaggiare co’ muli per la Peucezia, e che più oltre innoltrandosi per la Daunia e l'Apulia, a Benevento aveva il suo termine (2925). La quale non frequentata rimase dopo che Trajano pel maggiore agio de' viaggiatori e pel più agevole traffico delle città marittime, e sopratutto a cagione del porto di Bario, all’altra aprì il corso poco lungi dal mare, comeché alquanto più lunga, e più a' venti ed alle arene soggetta. Per Fasano del rimanente, dove i ricchi sepolcri di que’ di Egnazia si sono scoperti, correva questa strada per Conversano, e poi per Ceglia e Noja sino a Bitonto; né per tutto questo tratto lasciava meno vestigi del suo corso, così nelle antiche selci, come ne7ruderi de' piccoli alberghi ed altri edifizii da’ quali ne' due lati era abbellita, massime presso Conversano, nelle vicinanze di Norba, dove tuttavia rimangono vestigi del tempio di Venere e più oltre nella selva di Bitonto, dove da' paesani dicevasi la Via di Virgilio, serbando sempre la larghezza di 22 palmi. Ma col proprio nome di Via Trajana era detta negli antichi atti notareschi di que’ di Terlizzi, nel cui territorio se ne riconoscevano anche i ruderi (2926), il che è da notare per la situazione di Turricio allato di essa strada, non ostante le osservazioni contrarie di chi altramente affermando, negava la lapida che serbavano memoria (2927). Correva al di là pe' vigneti di Corato, sparsi ancora di ruderi della via e di antichi sepolcri, e dove simile alle lapide che ho riferite nella descrizione di Tureno e di Bario (2928) trovavasi quella col numero CIV, che di altrettante miglia segnava la distanza da Benevento (2929), e più oltre per le campagne di Andria, in cui oltre le reliquie delle selci antiche fabbriche pur si vedevano ad uso di ostelli e di sepolcri, ed anche le rovine di un tempio presso il boschetto della villa detto il Quadrone, presso cui rinvenivasi la seguente lapida (2930):

Q. VOLVMNIVS

ASIATICVS. AEDILIS

FLAMEN. QUAESTOR

DVVMVIR. V. A. LXXX

H. S. E

Il ramo della Via Appio, che al di là di Venosa entrava nella regione, col corso di LX miglia romane la traversava da Silvio alla stazione Ad Canales, dopo della quale presso Palagianella passava nella regione tarentina. Allato di quel villaggio un piccol tratto ne rimaneva con una colonnetta di riposo e con ruderi di antica fabbrica e muro reticolato, avanzo di sepolcro, se non di piccolo albergo, lasciando da un Iato la città di Genusio, e dall’altro quella di Castanea. Di là a IX miglia sino al villaggio di Viglione con molle rovine di antichi edifizii in maggior copia ne apparivano i vestigi, per modo che il proprio nome di Via Appio, ed anche di Via Correrà riteneva nello scorso secolo. Per S. Maria a Palomba, alla distanza di quasi un miglio prima di giugnere presso Molerà, che lasciava a destra, correva più oltre per la Villa di Jesce, e poi per la valle sotto di Gravina nel sito di Centopozzi, e pel piano delle anticaglie rimpetto la città di Altamura. Passava più innanzi per sotto Gravina, e propriamente a sinistra, e poi per la lunga valle di Garagnone, dove ammontate e confuse se ne vedevano le selci, correndo da ultimo per S. Maria della Civita à Spinazzola, ed a VI miglia prima di giugnere a Venosa pel luogo detto il Palazzo, per gli avanzi, anziché di altro edilizio, di qualche tempio, e quello stesso, io suppongo, di Mercurio Pacifero, protettore delle strade, de' viandanti, delle amichevoli relazioni (2931) e de' traffichi, che conoscevasi dalla seguente iscrizione votiva, del 739 di Roma, 14 anni innanzi l’era cristiana (2932):

M. AVRELIVS M. F

SILVIANVS

TRIB. MILIT. AIDIL. Q

PRAEF. VIGILVM

IN MACED. PROF.

MERCVRIO PACIF

PERICVLO SVPERSTES

VOT. SOL

IV KAL.

CN. LENTVLO. M. CRASSO COS.

OB. CVIVS. DEDICAT. OBTVLIT.

DECVRIONIB. ET. VNIVERSO. POP

…………………………………………………..

V. Per poche memorie sono noti i Peucezii nella storia. Nel principio della guerra del Peloponneso erano tuttavia retti da un re (2933), ma non altro che aristocratico, e che non escludeva la confederazione, non diversamente da' popoli vicini, ne' quali veggiamo sempre prevalere i greci istituti. Confusi forse dagli storici sotto il generai nome di Japigi, nulla ne è noto insino al 458 (Olimp. CXX, 4), quando Agatocle con essi si strinse in lega e con gli Japigi, proteggendo le loro scorrerie sull’Adriatico (2934). Erano allora perciò autonomi, e tali si mantennero sino all’arrivo del re Alessandro di Epiro, perché con esso conchiudevano trattati di pace e di federazione (2935). Le guerre poi combattute da' Romani contro i Salentini e Taranto, con cui si collegarono, furono certamente comuni a’ Peucezii; e sebbene né di essi né de' Pedicoli sia memoria ne' trionfi consolari, la loro sottomissione a Roma non dové tardare nondimeno dopo quella de' popoli vicini.

IV. DAUNIA

Hic ver assiduum, atque alienis mensibus aestas,

Bis gravidae pecudes.

VIRG. Æn. II, 149.

I. Corografia, e descrizione geologica della Daunia. — II. Etimologia del suo nome, e popoli primitivi che l'abitarono. — III. Topografia antica de' Dauni. — 1. Torrente Vergello. — 2. Canne. — 3. Canata. — 4. Campi di Diomede. — S. Venusia. — Balejano. — 7. Strapello. — 8. Monte Vulture. — 9. Ferente. — 10. Banzia — 11. Acherunzia. — 12 Irte. — 13. Pisande. — 14, Fiume Aufido. — 15. Saline. — 16. Elpia o Salapia. — 17. Palude Salapina. — 18. Cerino, o Acerina. — 19. Petra. — 20. Ceraunilia. — 21. Dodona. — 22. Erdonea. — 23. Ascolo. — 24. Candane. — 25. Vibino. — 26. Senziano. — 27. Eca. — 28. Accua. — 29. Arpi. — 30. Peso. — 31. Apeso. — 32. Luceria. — 33. Pretorio Laveriano. — 34. Anxano. — 35. Fiume Cerbalo. — 36. Siponto. — 37. Molino. — 38. Porto e città Agaso o Angesso. — 39. Promontorio, e città Gargano. — 40. Merino. — 41. Monte Drione. — 42. Rivolo Alleno.

I. Chi lasciando per la estensione della Daunia le più certe notizie de' tempi meno antichi risalir volesse ai più remoti, oltre al difetto delle indicazioni geografiche, non troverebbe che dubbie e mal sicure relazioni. Il solo Scilace in fatti in poche parole ci lasciava più precisa memoria de' generali confini de' Dauni scrivendo che dopo gli Japigi e 'l monte Drione seguiva la gente de' Dauniti, come egli li nomina, due giorni e due notti assegnando alla navigazione intorno del paese che occupavano (2936). Riconoscendo il Drione nel piccol monte Evio presso del Gargano, non può incontrarsi difficoltà nel cominciamento della regione, la quale lungo il detto promontorio stendevasi per 43 miglia, con buona parte della costa che al di là si prolunga, a ragguagliare la navigazione di tutto il paese ai termini che le assegnava il geografo. Ma senza notare gravi alterazioni nel suo Periplo, non si sa intendere, come dopo de' Dauniti egli ponesse la gente degli Umbri, ai quali per città primaria assegnava quella di Ancona. Da questa città al Gargano si contano almeno 165 miglia, ed a volere anche ridurre di 42 miglia insino alla foce del Tronto (2937); il cominciamento dell'Umbria, non so comprendere come nel rimanente paese, ampio abbastanza, si stendesse la Daunia. Senza che si scopra un nuovo testo di Scilace, impossibile mi sembra rischiarare tutte le dubbiezze che ne sorgono (2938), e però ritener dobbiamo la testimonianza del geografo per ciò solo che riguarda il principio della Daunia. Limitandosi ad una più generale indicazione ancora, il poeta Nicandro attribuiva a’ Dauni la spiaggia più interna Peucezii (2939), e da tali testimonianze discender dobbiamo a’ geografi meno antichi, perché lo stesso Dionigi Periegete dopo l'antica Calabria poneva i popoli della Japigia, che distendeva insino alla marittima Irta (2940), tra' quali perciò comprendeva gli stessi Apuli che occuparono, come si vedrà, una regione distinta da quella de' Dauni.

La stessa confusione de' primitivi confini de popoli fu nel tempo de' Romani, allorché Peucezii, Dauni ed Apuli venner compresi sotto il generico nome di Apuli; ma da Strabone sono distinti, perché scrive che ai Peucezii seguivano i Dauni (2941), la cui regione toccava il territorio di Bario, città della Peucezia (2942). Pomponio Mela e Plinio, paghi alla corografia di Augusto, non ci lasciarono notizie dell’antica confinazione della Daunia; che anzi Tolomeo, ultimo degli antichi geografi, non distinguendo neppure come Strabone i Dauni dagli Apuli, tra le città che a questi ultimi popoli attribuì, annoverò in un fascio anche altre città di altre regioni (2943). Non però di meno, senza dipartirci dalla corografia della Peucezia (2944), e seguitando Strabone in quella che assegnò Apulia (2945), può dirsi che la Daunia, o la Daunitide come i Greci la nominarono, avanti il dominio de' Romani col corso dell’Aufido sin presso di Canusio era divisa dalla Peucezia e di là con quello del focone che presso Spinazzola ha le fonti, e più oltre lungo il Crago ed il Basento sino alla confluenza nel Bradano alle falde del monte di S. Vito, confinando più sotto colla regione Tarantina. Dalia foce dell'Aufido stendevasi per tutta la spiaggia di Manfredonia e del Gargano sin presso Uria, in vicinanza di Rodi di oggidì, e al di là de' monti che cingono il lago di Varano il corso del Triolo dividevala dall’Apulia.

A considerar lutto insieme la regione così circoscritta, in tre parti distinte si presenta naturalmente divisa: il gran promontorio del Gargano, le vaste pianure della Puglia, o il Tavoliere, e la contrada montuosa ne' confini occidentali, alla destra riva del Fortore. Il Gargano in guisa di un’isola si distingue dalle confinanti pianure, le quali presentano un piano dolcemente inclinato, che elevandosi in alti piani nelle falde degli Appennini a ponente, insensibilmente si abbassa sino alle falde del promontorio e al lido del golfo di Manfredonia, le diramazioni appennine formano il resto della regione.

Sopra una base di circa 554 miglia quadrate alla più grande altezza s innalza il Gargano nella cima di Montecalvo, che per 3962 piedi si eleva sul livello del mare. In fuori della parte rivolta al settentrione, deliziosa ed amena pe' monti sempre vestiti di verdura, e per le colline e le valli irrigue ed ubertose, non presenta nel rimanente che confusi gruppi di montagne, le quali più che altrove si elevano quasi nel centro in gioghi con vette aguzze, schiene frastagliate e dirupate pendenze. Divise da anguste valli, non danno scaturigini di acque, e racchiudono antri e voragini non molto ampie, ma profondissime. Disordinatamente divergenti nelle loro diramazioni, senza regolarità di strati paralleli, si appalesano questi confusi ammassi calcarei di struttura diversa dagli Appennini, e formati in un’epoca violenta e tempestosa della natura. Dalla città di Foggia, posta nel perfetto piano del Tavoliere, allargandosi la vastissima pianura della Puglia, leggiere elevazioni si presentano, le quali estendendosi vieppiù verso ponente e libeccio, cominciano a formare basse colline finché si confondono colle appennine diramazioni. Tali elevazioni che si allungano da ponente a levante, molto meno alte verso il settentrione e che al lago di Lesina hanno il lor termine, e più depresse o quasi insensibili verso il levante e l’Adriatico, seguono la direzione de' piccoli fiumi e torrenti che ne scaturiscono, per essere negl’intervalli di questi piccoli fiumi situate. La parte ultima montuosa presenta elevazioni più regolari ed accessibili in paragone di quelle del Gargano. I monti lungo il Fortore nelle origini del Cervaro e della Carapella, ed in parte quelli lungo l’Ofanto, sono formati da queste elevazioni, le quali inalzandosi quasi alla stessa altezza de' monti garganici, hanno l’identica direzione da ponente e levante, e comeché più coverte di terra vegetabile, della stessa natura calcarea e con sottili strati per lo più arenosi e cretacei, più regolari hanno questi strati, e danno origine a tutti i fiumi e torrenti della regione, perché le acque delle piogge e delle nevi conservano nel loro seno.

Un viaggiatore che dalla Peucezia voglia passar nella Daunia, anche prima di giugnere all’Ofanto, all’aspetto del paese, alla forma delle alture, al colore particolare delle terre tantosto si avvede la natura del suolo cambiarsi nelle materie terziarie di cui è coperto. I colli e i monti sono formati sì dalla solita calcarea appennina, ma a' tufi della Peucezia succede la marna argillosa compatta e tenace, e, dove questa non è, i ciottoli calcarei in gran copia, come sul monticello sul quale è posta Lucera, e a Monte Calvello, otto miglia al S. 0. di Foggia. Presso i sommi Appennini sonovi altresì colli della solita marna argillosa più o meno mista di sabbia, quale è appunto il colle della Castelluccia, e in qualche altra eminenza in mezzo alla solita marna si trovano globi di pirite marziale cristallizzata. Benché nell’intera regione molto rari vi appariscano i prodotti del mare, nondimeno a molta profondità vi si trovano, e scavandosi profondi pozzi è avvenuto di scoprirsi e ciottoli ed arene marine e conchiglie, e nel colle di Serracapriola, che può considerarsi come uno degli anelli che legano il Gargano al tronco degli Appennini, bellissime pinne si rinvengono, e talune conservate in guisa da ritenere il bel colore scambiante argentino; le quali in masse di argilla si scoprono con squamette micacee, e con poca sabbia silicea. Molte colline della gran Valle di Bovino, nel cui fondo si gira e raggira il Cervaro, come si raggira la strada regia che su per la schiena de' monti ha il suo corso, sono composte di un aggregato di ciottoli o rottami calcarei degli Appennini, divelti da' monti, come si crede, dalle veementi e precipitose irruzioni delle acque nella seconda epoca geologica, quando cioè si abbassarono le acque del mare che li coprivano.

Or se dal fatto rivolger ci vogliamo alle conghietture, dalla natura del suolo alle ipotesi de' geologi, il Monte Gargano non è evidentemente che un ramo distaccato dal gran tronco appennino per effetto di una catastrofe, essendo pur probabile che il naturale rivolgimento che ne lo divise, contribuì possentemente alla formazione della prodigiosa massa di brecce e di calcare quasi cristallino, che costituiscono una delle condizioni geologiche più notevoli della contrada. Perciocché, siccome i diversi colori di tutti que’ calcari sono da attribuire all'azione di gas sotterranei, come è provato dalla concordanza perfetta tra la direzione e l’inclinazione de' loro strati e quelle delle rocce giurassiche, con cui i calcari colorati formano transizioni insensibili, si può da ciò concludere che tal possente svolgimento di gas si derivò da fenomeni vulcanici che accompagnarono la catastrofe in quistione. Oltre di che tutta l'isolata massa del Gargano è a così dire situata tra due sedi vulcaniche, una delle quali, tuttavia visibile, forma il monte Vulture, e l’altra quasi scomparsa si manifesta ne' margini di rocce basaltiche del lago alluviale di Lesina. Ed altre circostanze ancora attestano del pari l’azione violenta di una forza di eruzione o di sollevamento, scovrendovisi con istupore blocchi di sienite mescolati con masse basaltiche, le quali all'opposto di altri luoghi simili, come nelle spiagge settentrionali dell’Irlanda, appariscono anteriori alla creta, come si vede dagli strati di calcare e di gesso che si osservano lungo la zona delle rocce basaltiche. Or non solo il loro raddrizzamento nel senso dell’impulso avuto dal basalto, ma anche la tessitura cristallina del calcare, il suo colore bruno ed il pirite di ferro che in belli esaedri vi si manifesta, sembrano annunziare l’influenza esercitata sul calcare dalle rocce basaltiche colle quali è in contatto. Per tal guisa in quella spiaggia dell'Adriatico scorgesi il fenomeno di un vulcano estinto, il cui punto di eruzione può supporsi nel fondo del mare tra il littorale e la piccola isola di Tremiti, composta esclusivamente di calcare di nummoliti, ed in cui alcun fenomeno vulcanico non si ravvisa; e sia che erompesse per mezzo di un cratere, sia che manifestasse la sua azione coll’apparizione di rocce vulcaniche in uno stato pastoso, potè forse figurare nella grande catastrofe per la quale dal tronco dell'Appennino fu separato il Gargano (2946). Il quale, sollevato nella direzione di 0. S. 0. all’E. N. E. nella sua formazione in parte giurassica, in parte cretacea, appartiene a due diverse età geologiche, come fanno manifesto i marmi e gli alabastri che stanno nell’una, e i vasti boschi di pini che si elevano nell’altra, e che servir possono perciò ad indicare tali due distintissime formazioni (2947).

Le piccole lagune a levante e settentrione, il lago di Salpi, il Pantano Salso col lago Versentino, e quello di Varano, che ne' due estremi cingono il Gargano, del pari che gli strati paralleli di materie diverse pieni di gusci di testacei, chiaramente dimostrano che tutta la regione bassa fu già un vero fondo di mare, di cui i laghi anzidetti sono gli avanzi. Come tale si è pur considerato il lago di Lesina a settentrione; ma, separato come è, dal mare da una diga di sabbia alluviale, ha dovuto piuttosto formare un golfo del mare in un’epoca comparativamente recente; oltre di che, la sua acqua non ha nulla del gusto dell'acqua marina, per essere un lago di acqua dolce che contiene molti molluschi lacustri. Tutta la regione del resto si vede come sconvolta nelle tante fenditure di terra, di monti, e di sassi. La stessa parte piana apparisce come spianata e compressa dalla gravità e dal corso delle acque marine, delle quali inzuppata, ne ritiene tuttavia i sali, gli olii, il bitume, le piante, e le conchiglie petrificate. Le petrificazioni conchigliacee si rinvengono alla profondità di 20 palmi nel territorio di S. Severo, a fior di terra in quello di Serra Capriola, ed altrove, estendendosi ancora oltre i limiti della regione al settentrione e all’oriente, come sulla vetta del monte S. Felice al di là di Tavenna nell’antica regione de' Frentani da un lato, e presso la città di Ariano dall’altro in quella degl’Irpini, non ostante la maggiore distanza, e così superiore al livello del mare. Tanta salsedine nelle acque e nelle terre, e le tante pietre ordinate a volta per la strada dell’antica città di Siponto chiaramente dimostrano che tutta la contrada andò soggetta a grandi convulsioni nelle tante catastrofi della terra sì pe' tremuoti e sì per le marine inondazioni. Poiché il Gargano quasi argina il mare, l’Adriatico potè entrare nondimeno nel gran piano di Puglia per la via di Campomarino, o per quella del lago di Salpi, ed un insigne geologo ha supposto come in queste contrade, così nel resto dell’Italia sino a S. Marino, un mare permanente, alto almeno 2160 piedi sul livello del mare di oggidì, nell’epoca del quale la valle di Bovino separava dal rimanente paese tutte le contrade occupate dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria, che comparir dovevano come un’isola distinta, o piuttosto come un arcipelago formato dalle più alte cime de' monti, mentre giacevansi sommerse le murge della Puglia (quelle di Tora, Minervino e Garagnone), e le umili eminenze appennine che diramandosi per la Terra di Otranto sino al Capo di Leuca hanno il lor termine (2948). Ma non ad irruzioni delle acque dell’Adriatico, sì bene alle stesse acque primitive che ricoprirono il globo, si attribuivano ancora le esposte condizioni naturali della Daunia. Poiché grandi bacini e laghi ebbero a rimanere dopo l'abbassamento o il ritiramento delle acque, e sopratutto dove le circostanti montagne ne impedivano lo scolo, un lago non diverso si è supposto ne' confini della Daunia, lago estesissimo e profondissimo che ricorre alla mente del perspicace osservatore, il quale prima da Ariano, e poi dal monte Serra presso Mirabella giri l’occhio intorno la circostante contrada, del perimetro non meno di 40 miglia, quanti ne corro' no dalle vicinanze di Camporeale sino a Monteforte, nel cui mezzo a grande altezza sarebbesi elevato il monte primitivo della Serra. Rialzatosi il livello delle acque co' rottami già caduti dal disfacimento di tal monte, e colle deposizioni delle torbe scendenti dagli alti monti al lago circostanti, non meno che dalle materie vulcaniche che tuttavia si osservano nella valle di Avellino e ne' colli ond’è cinta, nella Daunia non solo, ma forse nella prossima Lucania ancora ebbero a traboccare per diversi sbocchi o canali, i quali in parte suppor si possono con certezza nel vallone di Bovino, e nel così detto Buccolo di Troja, ch'è un’altra simile vallata. Sono tali le congetture de' geologi sulla primitiva condizione fisica della contrada; veggiamo ora quelle degli archeologi su' popoli che ab antico la popolarono.

II. I Greci ed i Latini, storici e poeti, il nome di Daunia derivavano da Dauno re del paese, innanzi al quale altri non si conosce che vi avesse dominio. E già di Dauno parlavano Timeo e Lico, il primo nella storia di Sicilia, e l’altro in quella della spedizione di Alessandro di Epiro. Senza riferirne l’origine, dicono solo che reggeva nella contrada al sopravvenire di Diomede dopo la guerra trojana (2949). Ma molto più antico è nella tradizione di Nicandro, il quale scriveva esser uno de' Licaonidi Arcadi, e fratello di Japige e Peucezio, che nella divisione di tutta la Japigia si ebbe il paese al di là di quello che spettava a Peucezio (2950). Il poeta stesso riferiva che l’esercito de' Licaonidi nella maggior parte era composto di Messapii e da’ Illirici, e Festo dice che Danno fu illustre uomo, o principe della gente illirica, il quale uscito dalla patria per una sedizione, occupò la regione e le impose il proprio nome (2951). D’onde attingesse Festo tale tradizione è ignoto, ma si accorda in parte con quella di Nicandro, per entrambe le quali può ben ritenersi, come altrove ho detto, che la Daunia, non diversamente dalle prossime contrade, fu popolata da Arcadi insieme e da Illirici (2952), lasciando i Greci scrittori con la lor personificazione del nome della regione, come di altre contrade del mondo antico, delle quali o erano ignote, o non si approfondivano le origini. Ma, quanto a quella de' Dauni, in fuori dell'uccisione di Diomede per opera di Dauno in seguito della guerra che tra loro si accendeva pel dominio del paese, la quale con altre circostanze poi narravano altri scrittori, ne' racconti favolosi di Timeo e Lico vi è una traccia del passaggio de' Greci e degl’Illirici prima nell’isola di Corcira, e poi in Italia; dappoiché dicono che nella Feacide (il regno di Feaco) uccidesse il dragone Colchico che devastavala (2953), ed Eraclide soggiunge che insieme co’ Corciresi combatté con grande armata nella Japigia contro i Brundusii (2954). Or solo un’accurata ricerca sulla persona di Diomede può sorgere alla conoscenza di più riposte origini delle colonie primitive che popolarono la Daunia, e con ciò ottenersi la più probabile derivazione del nome de' popoli che l’abitarono.

Diomede al pari di Achille, Ulisse ed Ettore, è uno degli eroi più celebrati da Omero (2955). Prode in battaglia, prudente ne' consigli, e il terrore de' nemici, ed ha grande autorità tra i suoi amici (2956). Ritornato dopo la guerra trojana in Argo (2957), e conosciute le insidie di Egialea e dell’adultero Cometa,risalì sulle navi, e dopo lunghe navigazioni (2958) co' socii Dori trabalzato nel seno Adriatico, si stabilì ne' confini de' Dauni, dove sposatosi alla figliuola di Dauno, fabbricò una città, che nominò Argo-Ippio dal nome di Argo nel Peloponneso, dove ebbe dominio, la quale fu poi detta Argirippa, e da ultimo Arpi (2959). Oltre la fondazione di questa città Strabone attribuivagli anche quella di Canusio e di Siponto, e dice favoleggiarsi che scomparisse in una delle isole da lui dette Diomedee. Una grande opera è fama che imprendesse, una fossa o canale, che attraversando il promontorio Gargano congiungesse il mare, ma che lasciava incompiuta come altre cose, perché richiamato alla patria, dove poi finì la vita (2960). Ed altre città ancora dicevansi da lui edificate, cioè Gargano, Venusia, Equotutico, Benevento (2961), ed inoltre Brindisi e Venato (2962). Né solo in Arpi, ma anche a Metaponto e a Turio come eroe era adorato (2963), ed anche fuori le nostre contrade, come tra Veneti presso il Timavo (2964), tra ì Umbri in vicinanza di Ancona ebbe templi simili (2965), e Spina presso una delle bocche del Po, celebre pel primo arrivo de' Pelasgi (2966), dallo stesso Diomede dicevasi fondata (2967),, come la stessa città di Adria, che diede il nome all’Adriatico (2968). Or chi tutte queste fondazioni ed adorazioni volesse interpretare per l’arrivo di colonie etolie in tutte le già dette contrade, come già si è affermato di Ercole (2969), ed io non dubito che dir si debba anche di Ulisse, con un dotto archeologo direbbe che le colonie di Etolia portavano nella Daunia colle idee e le credenze elleniche il nome ed il culto di Diomede, il loro eroe nazionale. Anziché considerarsi con altri Diomede come eroe indigeno, il quale dava occasione a favole locali trasformate alla greca (2970), in tutte queste favole sarebbero chiari indizii di antiche colonie de' Greci dell’Etolia, i quali per tutto avevano portato il nome e la rimembranza del proprio eroe nazionale. Oltre di che relazioni di vicinanza, di commercii e di affinità vi ebbero da' tempi mitici tra le due regioni, poste presso a poco di prospetto l’una dell’altra ne' due lati dell’Adriatico, e molte monete di bronzo in fatti si sono scoperte degli Etoli nell’antico territorio dell’Apulia (2971). Ma tra gli eroi che non appartengono ad una sola contrada del mondo antico è questo Diomede, per esser noto dalle favole un Diomede re di Tracia ucciso da Ercole a cagione del suo barbaro costume di far pascere umane vittime alle sue cavalle (2972). Un cavallo bianco per contrario sacrificavasi annualmente a Diomede presso il Timavo (2973), e, come altrove ho detto, egli sembra che il culto ne passasse nelle nostre contrade dagli Eneti, i quali, o che come Traci si considerino perché con essi venuti in Italia (2974), o che ad essi creder si vogliano frammisti (2975), è noto che amavano molto i cavalli, e sacrificar dovevano al loro nume un animale che molto avevano in pregio. Così pure i Massageti immolavano cavalli al Soie, non convenendosi secondo la ragione della loro legge addotta da Erodoto, al velocissimo de' numi che il velocissimo de' mortali (2976), e Diomede di Tracia ucciso da Ercole co' suoi quattro cavalli si crede Apollo figurato nell’atto di guidare il cocchio del Sole, al cui culto successe quello di Ercole. Perciò un dotto archeologo ha considerato Diomede come un antico nume (2977), simile a Giove Agamennone di Sparta (2978), e con più di ragione ancora si può con nu altro scrittore (2979) ravvicinare a Giove Diomeo (2980). Ed in sostegno di tali investigazioni è da notare che quando Settimio Severo innalzava a Bizanzio un tempio ed una statua al Sole, non altrimenti indicavalo che col suo nome trace, DEO ZEUXIPPO, o Giove Cavallo (2981). Or sia che collo Scoliaste di Pindaro la prima tradizione della venuta di Diomede nella Daunia voglia attribuirsi al poeta Ibico di Reggio (2982), il quale nacque nel 559, e morì nel 474 av. G. C., sia che voglia credersi piuttosto de' poeti ciclici, i quali ne' poemi detti Νοστοι, o Ritorni, i primi esposero in versi il ritorno degli Achivi da Troja, ad esempio de' quali Giulio Antonio scriveva un poema intitolato Diomedea in XII libri (2983), con molta verisimiglianza io credo che le tradizioni locali derivate dall’arrivo de' Traci nella Daunia e dal loro culto si tramischiassero a quelle de' Greci per comporre la favola dell’arrivo di Diomede nel regno di Dauno, tanto pili che vi furono Danni nella Tracia, de' quali seguendo ignote autorità scriveva un antico etnografo (2984), senza che in questa investigazione alla di lui testimonianza siasi posto mente.

Ma ad origini diverse accennano gli scrittori delle cose romane, e su queste ancora insistono dotti archeologi. E prima di ogni altro trovo indicato un Dauno padre di Turno in un frammento di Alessandro Polistore (2985), e Virgilio facevane conoscere gli antenati, dappoiché dice che Danae, la favolosa fondatrice di Ardea (2986), sposavasi a Pilunno o Picunno, eroe locale, da cui nacque un secondo Picunno, e da questi Dauno, padre di Turno (2987), d’onde provenne il nome di Daunius heros dato allo stesso Turno e quello di Daunia gens imposto a’ Rutuli, sudditi di Turno (2988). Or se la Daunia ebbe il nome da Dauno, ciò fa supporre, dicono dotti archeologi, che antiche relazioni di stirpe vi ebbero tra Artica e questa parte d’Italia, originate da una di quelle colonie, che s’incontrano spesso nella storia italica dell'epoca mitologica. Tali relazioni, vere o favolose, da un’epoca remotissima aver dovevano qualche appoggio nella credenza de' popoli, giacché ci spiegano esse sole certe analogie di tipi nelle monete delle due regioni. Perché, il tipo della ruota a sei raggi nel rovescio di tutta la serie di assi attribuita a' Rutuli di Ardea è identico a quello che si vede sulle monete unciali di Luceria, città principale della Daunia; come ancora il cavallo galoppante, ch'è non solo nell'asse Incerino, ma anche sulle monete di Arpi e di Salapia, altre città della Daunia, vicine ed alleate di Luceria, ha il suo prototipo nel triente de' Rutuli. E lo stesso nome di Luceria chiaramente accenna a' Luceridi di Ardea (2989), città capitale de' Rutuli; in guisa che, come un’altra colonia, uscita dalla città istessa, e forse prima di quella che passava nella Daunia, imponeva il nome di Lucerum alla città che presso Roma edificava sai monte Celio (2990), così non si è creduto inverisimile che un Lucero di Ardea, supposto figlio di Dauno, varcato l’Appennino con una colonia nominasse Daunia la regione, e Luceria la città che per nuova patria edificavasi (2991); il che spiegherebbe perché Dauno dicevasi nato da Danae, la pretesa fondatrice di Ardea, che con miglior senno si è attribuita sì Pelasgi. Tra questi popoli anche il Niebuhr risoluta, mente annovera i Dauni, perché come Danae e Dauno suo figlio accennano ai Danai, così Turno, figlio di Dauno, ai Tirreni (2992); e dalla verità storica si allontanerebbe chi tali genealogie e persone considerar volesse storicamente, anziché come simboliche dei po poli a cui accennano, al pari dello stesso Danao, che i poeti e i mitografi dall’Egitto dicono arrivato in Grecia ne' tempi primitivi (2993). Dalle sole monete e dalle genealogie mitiche i citati scrittori sostenevano le relazioni di origine tra le due regioni, che il Raoul-Rochette dubita di affermare se favolose o vere fossero di fatti; ma par che la dubbiezza scomparisca ove si rifletta alla fondazione pelasgica di Ardea, dallo stesso dotto archeologo sostenuta (2994), all'origine di Argirippa per opera Pelasgi, ed ai Traci, i quali uniti Pelasgi vennero in Italia; così che è da dire che il culto di Diomede dalla Tracia passò in Argo, poi co' Pelasgi in Italia, e che dal Lazio una colonia di Pelasgi venne nella Daunia, dove in fatti non solo Argirippa ricordava la prima patria de' Pelasgi nella Tessaglia, ma anche Dodona, come dirò appresso, rammentava la seconda, che fu nell’Epiro.

Ma sia che in Grecia, o nelle sue colonie sull’Adriatico, sia che nel Lazio approfondir si voglia il culto di Diomede, apparirà sempre unico e identico, e solo diverso pe' diversi attributi sotto i quali il nume consideravasi. Tutta l’esposizione del mito di Diomede può vedersi in un dotto mitologo (2995), il quale tutt’insieme considerando i diversi eroi di questo nome, non solo lo considera or come lo stesso Ares o Marte, del quale era figlio (2996), or come il nume dell’anno ne' suoi effetti buoni o cattivi, ed or come identico allo stesso Dauno, uno de' Licaonidi, ma anche come lo stesso Turno figlio di Dauno, il diomedeo avversario di Enea, il quale in sé riuniva la natura di due animali di Marte, il lupo ed il cavallo (2997), e sul cui scudo d'oro era scolpita Io, la vacca di Argo, patria di Diomede. Ed oltre che i bianchi e veloci cavalli, come quelli di Reso rapiti da Diomede (2998), sono un dono di Oritia fatto a Filmino, antenato di Turno (2999), come una specie di Marte sanguinoso lo descrive Virgilio nella guerra contro Enea, aggirantesi qua e là co' suoi cavalli attaccati al cocchio (3000). Turno ancora ricorda l'assirio Ares, detto Thuras, cioè l'alto, perchè adorato in forma di colonna, e perciò anche i suoi figli gemelli generati con Ilia presso il Tevere dicevansi gli Altelli (gli alti), e dà anche il nome a' Rutuli suoi adoratori, i Rosseggianti o sanguigni, perchè egli era l'Ares αίμων, Mars Rufus, il pianeta degli Edomiti, sotto il quale era nato il rosso Edom, detto anche Seir, cioè il peloso, in greco δαῦλος, e perciò Dauno (δαυνος) è detto figlio di Pilumno, cioè il capilloso, padre di Turno, suo attributo (3001). Per le quali tutte cose si può anche credere che di fatto non vi fu passaggio di una colonia dal Lazio nella Daunia, ma solo identità di culto nelle due regioni, per la quale pensavasi ne' tempi storici ad. identità di stirpe de' Rutuli e de' Dauni, e le monete degli uni s’imitarono da quelle degli altri. Dopo la facile supposizione di alcuni scrittori che la Daunia fosse popolata in tempi remotissimi, sia dagli Aborigeni, e sia dagli Osci, innanzi l’arrivo de' Greci e di altri popoli, alle discorse origini ho creduto attenermi, appena adombrate nelle tradizioni mitiche; e sono ben pago dopo lunghe e pazienti ricerche di qualche cosa aggiugnere a quelle già divulgale sulle origini italiche, non per sostenere come incerte e dubbiose le origini nostre, ma per qualche cosa affermarne, perché non favolose né oscure, come pur si pretende, ma certe e chiare abbastanza per chi schiettamente le va ricercando nelle testimonianze degli antichi. Ma facciam passaggio alla topografia della regione.

III. — 4. VERGELLO (Torrens Vergelli)

Nella memoranda e terribile giornata di Canne sanguinose corsero le acque dell’Aufido, ed un ponte di cadaveri per comando del fiero vincitore Annibale fu fatto sul torrente Vergello (3002) affin di condursi coll'esercito per la sponda del fiume nel paese degl'Irpini (3003). Prima di toccarsi le rovine di Canne scorre tuttavia questo torrente, or senza nome, il quale secco nella state e in autunno, per piccole balze nelle altre stagioni confonde coll’Ofanto le sue acque (3004). Dal suo corso nella destra sponda del fiume, e dal ponte di cadaveri ricordato da Floro e Valerio Massimo due fatti sinora inosservati si rischiarano utili alla storia, dir voglio la vera posizione della grande battaglia al di là di Canne, nella pianura di S. Cassano (3005), e la marcia di Annibale dopo la vittoria per la destra sponda dell’Ofanto.

2. CANNE (Κάνναι, Cannae)

Più oltre della confluenza nell'Aufido del descritto torrente incontravasi Canne, non villaggio ignobile, come da alcuni storici fu scritto (3006), sì bene città popolosa, come più veramente la nominò Polibio. Era difesa da una rocca, e prima che nelle sue vicinanze si combattesse la famosa battaglia che la rese celebre, i Romani vi tenevano raccolti il frumento e gli altri viveri. Perciò, occupata da Annibale, fu distrutta (3007), e Silio Italico non ne ricordava che i vestigi (3008). Ma non per altro fu rinomata che per l'anzidetta battaglia, e senza la terribile strage de' Romani non se ne avrebbe forse ricordo nella storia. Che fosse stata del resto una città popolosa non par dubbio non solo da' molti avanzi sopra due colline, ma anche dalla sede vescovile, di cui fu poi decorata, e, come sembra, ne' primi secoli cristiani. Poiché nella collina a destra altri ruderi non si ricordano che di sepolcri, e sull’altra a sinistra levestigie delle muraglie, egli sembra che in questa fosse stata propriamente l’acropoli della città, la quale distendevasi forse su per le falde de' due colli. Tra tutti i rovinati sepolcri non altro vi distinguevano due dotti viaggiatori che una colonna spezzata di granito, ed il seguente titolo sepolcrale ornato ne' due lati co' bacilli, o i fasci senza le scuri, insegne del potere de' duumviri ne' municipii (3009), come i fasci colle scuri il furono de' Consoli:

C. IVLIVS. SATVRNINI. LIB

HER. ACVLA. AVG. SIBI. ET C. IVLIO SATURNINO

FILIO. IVLIAE. SOTERAE. LIB. THESMO.

Al proprio figliuolo duumviro, come sembra, poneva la lapida il padre, che fu un Augustale, e tra' templi che furono nella città sappiamo perciò che uno ve n’ebbe sacro ad Augusto. Sulla collina a sinistra eravi già un’altra colonna con quest'altra epigrafe, che un servo sostituto dall’uffiziale imperiale detto Adiutor Caesaris, addetto forse ad aver cura del lanificio che vi si esercitava, poneva alla sua buona compagna lanipendia, ch’ebbe l’incarico di pesar la lana, dovendosi supporre che le lane Cannensi non fossero da meno delle celebri lane Canosine:

PHILO. DESPOTOS

ADIVTORIS. TI

CLAVDII. CAESARIS

AVG. SER. VICARI

ZOSIMENI. CONSERVAE

LANIPENDI. M. FECIT

A piè di questa medesima collina vi era, come vi è forse tuttavia, un bel ninfeo di pietre quadrate ben conservato, con una fonte perenne di acqua purissima, che sorge dal seno de' vicini colli. Né altro che il vestigio di una porta vi rimaneva, nella fine almeno dello scorso secolo, con grandi rottami di marmi, e stupendi massi di macigni (3010), da' quali può arguirsi la magnificenza con che le nostre città antiche, ed anche le più piccole, erano costrutte. Non molto lungi è un pozzo arginato da grandi e vetuste pietre, detto volgarmente il pozzo di Emilio, il quale per coloro che credono la famosa battaglia tra Romani e Cartaginesi avvenuta nella pianura di Canne, per una lunga tradizione accenna alla pietra, sulla quale il console Emilio spirava in mezzo alla strage de' suoi soldati (3011). Ma, senza qui riferire le ragioni di chi la sostiene invece combattuta nella opposta pianura di S. Cassano, di che altrove tornerà il discorso, quel pozzo si può con più verità annoverare tra' monumenti favolosi che l’ignoranza popolare senza altrimenti riflettere consacra alla credenza de' secoli.

La città di Canne, comeché distrutta da Roberto Guiscardo nel 1083 (3012), si conservò nondimeno e fu abitata ne' tempi successivi, e non prima del 1425 la sua sede vescovile da Martino V fu unita all’Arcivescovado di Trani (3013).

3. CANUSIO (Κανύσιον, Canusium)

A 5 miglia dalle rovine di Canne (3014), presso la destra sponda dell'Aufido, seguiva Canusio, una delle più grandi città della Daunia non solo, ma fra tutte quelle che i Greci edificarono in Italia (3015). Perché nell'Aufido veramente è da credere il primitivo confine tra i Dauni e i Peucezii, non senza ragione qualche geografo l’attribuiva a questi ultimi popoli (3016), e per la sola origine che con altre città della regione attribuivasene a Diomede (3017), è da ascrivere alla Daunia. Senza potersene dir l’epoca, la fondazione ne risale perciò a tempi rimotissimi, per le cose già dette sulla popolazione primitiva delle regione. Ad ammettere con dotti archeologi l’origine pelasgica di Argirippa e Luceria (3018), da' Pelasgi può dirsi fondata dopo le città dette men lontane dalla marina, supponendo il passaggio de' Pelasgi dal Lazio nella Daunia, ed anche prima delle stesse, a voler sostenere più probabilmente che fu da' medesimi popoli uniti ai Traci fondata nel primo loro arrivo sulla spiaggia dell’Adriatico innanzi che si conducessero ne' paesi mediterranei. Sembra poi accresciuta da una colonia di Etoli, a' quali più risolutamente dotti scrittori ne ascrivono l’origine, ed a cui parmi che accenni storicamente l'ambasceria di que’ popoli a’ Dauni, i quali si dolevano de' rapiti dominii (3019). Certo è che fu una città greca, e per tale si dimostra apertamente dal nome non solo, ma anche dalle monete, molto rare tra le altre della regione. Servio scrive che si nominasse prima Cinegetico, a cagione delle cacce che ivi intorno era solito farvi Diomede (3020); ma con ciò dal grammatico, o anche da altri scrittori prima di lui altro non facevasi che derivar da canis la parola Canusium, d’onde la tradizione favolosa delle cacce del preteso fondatore della città. Il perché senza dubitare della greca origine del nome di ΚΑΝΥΣΙΟΝ, a me sembra piuttosto più verisimile derivarla da ΚΑΝΗΣ dalle ceste o corbe, perché per la vicinanza dell’Aufido abbondar vi dovevano i vinchi, colle cui vermene le ceste e corbe si lavorano. Le monete di argento, piccolissime e non altre che oboli, hanno nel dritto una lira tricorde tra le lettere K, A, iniziali del nome della città, e nel rovescio un vaso ansato tra un cornucopia ed una brocca; e le altre di bronzo, da un lato una testa virile, e dall'altro un cavaliere armato di galea e lancia nell’atto di correre, tipi che si riferiscono al favoloso fondatore della città, coll’epigrafe ΚΑΝΥΣΙΝΩΝ (3021). Allo stesso Diomede, come discendente dagli Eraclidi, si è pur creduto che alluda la testa di Ercole imberbe, coverta della pelle del leone, che vedesi nel dritto di un’altra moneta, nel cui rovescio è una clava giacente coll’epigrafe ΚΑΝΥ tra quattro globetti, i quali sembrano dinotare il valore del triente (3022). In tali tipi vi è anzi chi crede riconoscere l’origine della città dalla colonia cretese che stabilivasi nella Japigia (3023), perché molto più antico dell’Ercole greco fu quello adorato nell’isola di Creta (3024). Ma a tale origine non accenna nessuna tradizione antica, e non per altro può dirsi unito il tipo di Ercole a quello di Diomede, se non perché l'un eroe ha in fatti ne' miti relazione coll’altro, perché tra le altre imprese ad Ercole imposte da Euristene fu quella appunto di portargli le carnivore cavalle di Diomede di Tracia (3025), e l’ultima medaglia così spiegata mostra ad evidenza che le tradizioni di Diomede di Etolia si confusero con quelle di Diomede di Tracia, e confermano le discorse origini del culto di Diomede nella Daunia propagato da quello della Tracia.

Ma ignote sono le vicende di Canusio insino a che nel 316 A. C. dopo i sofferti saccheggi, con che tutta la Daunia fu disertata nella seconda guerra sannitica, con que’ di Teano, città dell’Apulia, dati ostaggi al Console Plauzio, venne in potere de' Romani (3026). E poiché nell'anno seguente colla promessa di rappacificare tutta l’Apulia ottenevano i Teanensi l’alleanza con Roma, ma riconoscendone la supremazia, gli stessi dritti dell’isopolitia par che ottenesse anche Canusio colle altre città più ragguardevoli delle due confinanti regioni (3027). Dopo la battaglia di Canne non solo Romani in gran numero si salvarono a Canusio, dove di grano, di vesti, ed anche di provvisioni da viaggio furono soccorsi dalla generosità di una sola donna, ricchissima per altro e nobilissima, ma anche dentro le mura della città gli avanzi dell’esercito raccolse il Console Varrone (3028). Si conservò quindi nella fede verso Roma, comeché tentata alla ribellione da Annibale, a cui fu forza di levare il campo, come sapeva che avvicinavasi Marcello (3029). Ma tostoché si accese la guerra sociale con Venusia ed altre città, ribellandosi alla Repubblica, si unì a Giudacilio, uno de' capitani degl’italici confederati (3030). Fu perciò da Caio Cosconio stretta di assedio, da cui era liberata col sopravvenire de' Sanniti comandati da Trebazio, il quale battuto del resto e vinto da' Romani presso l’Aufido, col resto de' Sanniti ebbe scampo a Canusio (3031). E in nuovi agitamenti e pericoli si trovò nelle guerre civili, nelle quali si dichiarò per Pompeo, che vi raunava munizioni ed uomini pel suo esercito (3032).

Frontino annovera Canusio tra le romane colonie (3033); ma poiché non dice quando la colonia vi fu dedotta, ha supposto il Cramer coll’autorità di Filostrato che ciò avvenisse per opera di Adriano, il quale certamente, egli dice, colonizzò la città, fornendola dell’acqua, di cui pativa difetto (3034); ma anziché ad Adriano tal benefizio Filostrato attribuisce ad Erode Attico, il retore arricchito colla scoverta di un tesoro, il quale sotto l’impero di Nerva (9698) fece delle sue ricchezze un uso che rendevalo illustre. Costruì un teatro ed uno stadio tuttavia visibili in Atene, e rialzò l’Odeo di Pericle. Un altro teatro a Corinto, uno stadio a Delfo, i bagni alle Termopili attestarono ancora splendidamente la sua intelligente magnificenza, e benemerito si rese a que’ di Canusio, procurando loro più nette e più abbondanti le acque, di cui sommo bisogno si avevano (3035), come è pur noto da Orazio (3036).

E mettendo anche da canto le congetture di un patrio scrittore, il quale supponeva che prima una colonia militare vi si deducesse dopo la battaglia di Canne, ed una porzione de' campi a' suoi Veterani Augusto poi ne dividesse (3037), con più di verisimiglianza può dirsi che la Colonia dedottavi più antica non fosse de' tempi ai M. Aurelio Antonino, del quale assumendo perciò il nome, dicevasi Colonia Aurelia Augusta Via nel seguente marmo (3038):

L. AELIO AVG. LIB

AVRELIO APOLAVSTO

PANTOMΙΜΟ

AVGVSTALIVM QQ.

HIERONICAE TEMPORIS

SVI PRIMO

COLONIA AVRELIA

AVG. PIA CANVSIVM

D. D.

Nel Consolato di L. Mario Massimo II e di L. Roscio Ebano, che fu nel 223 dell’era volgare, i Duumviri Quinquennali di Canusio M. Antonio Prisco e Lucio Annio Secondo in una tavola di rame fecero incidere i nomi de' Decurioni del municipio, nel numero di CLXIV. Scoperta nelle vicinanze della città nel 1675, si ebbe in essa il più curioso monumento del governo municipale romano, dappoiché contiene la lista gerarchica di tutti i dignitarii del municipio (3039); e dal gran numero de' decurioni medesimi può rilevarsi la grande popolazione di Canusio ne' principii del III secolo dell’Impero.

In una città così grande molti templi ebbero ad essere, ma perduta se n’è la memoria, e da alcune iscrizioni conosciamo appena quelli di Atena o Minerva, e di Augusto. Vi si scopriva non è molto un busto di Demostene colla seguente epigrafe in caratteri quadrati sul petto (3040):

ΘΕΩ. ΑΘΑΝΑ.

ΔΥΝΑΜIOE

ΔΑΜΟΣΘΕΝΗΝ

Come il retore Polemone nel tempio di Esculapio in Pergamo (3041), Dinamio consecrava in quello di Minerva a Canusio l’effigie di Demostene, Dinamio oratore, il cui nome ha tanta relazione colla forza del dire, che in tanta fama fe’ salire il grande oratore di Atene. Altri busti e statue intere di Demostene trovati in Italia e fuori ci mostrano in quale onore vi fosse tenuto, e questo culto dell’ingegno ci rimembra anch’essa la città di Canusio. De' sacerdoti Augustali che ci ricordano il tempio di Augusto, è memoria nell'addotto marmo del pantomimo L. Aurelio Apolausto (3042) e nel seguente titolo sepolcrale (3043):

APRONIAE

M. L. IVNICI

M. APRONIVS

EVANGELVS

AVG. DVLCISSIMAE

ALVMNAE

L. D. D. D.

E nella mancanza di altre memorie di numi e templi de' Canusini, a qualcuno de' quali appartennero certamente le sei grandi e famose colonne di verde antico della sua Cattedrale, che un dotto viaggiatore dichiarava uniche nel lor genere (3044), con altre cinque di marmo persichino, qui riunisco le iscrizioni sacre della città, nelle quali è qualche indizio dell’antico suo culto:

IOVI PLVVIO

…………………….

________


IANO PATRI

T. ALLIVS. FELIX

III. VIR. AEDICVLAM

EX VOTO. F.

________


VORTVMNO SACRVM

P. CVRTIVS P. F. SALAXVS

P. TITIVS L. F. IIII. VIR

DE MVNERE GLADIATORIO

EX. S. C.

________


Non più antiche della Colonia romana sembrano queste iscrizioni, la prima delle quali fa risovvenire l'Apulia siticulosa di Orazio (3045), la quale perciò ricorreva al nume apportatore di pioggia, e l’ultima scolpita sopra una colonna con ciò che sopravanzò de' profitti di un giuoco gladiatorio, si è creduta per decreto del Senato eretta sulla Via Consolare (3046), come sacra al nume protettore de traffichi e del commercio (3047). Dalla riferita epigrafe veggiamo ancora come Canusio al pari di altre città i propri Decurioni decorava col titolo di Senatori, cercando in tutto di eguagliarsi a Roma, e per la ragione stessa ebbe pure ['Ordine Equestre, come sappiamo da quest’altra lapida (3048):

A. BVSIDIV..………………...

PP. T. MILITAVIT………....

QVO. NATVS. EST. ORDO

SPLENDIDIS. EQVESTRIS

CANVSINORVM. HIV……..

FILIIS. FILIABVSQVE. AI.

EXHIBITA. INDVSTR…….

IN. EXERCITIBYS………...

A. BVSIDIVS. A. F.

BVSIDIA. Α…………………..

Ma forse dopo l’epoca della citata Tavola di bronzo, in cui si ha memoria de' Duumviri, fu la città governata da' Quatuorviri, come dal seguente titolo sepolcrale si raccoglie, dalla Plebe e da' Municipi Canusini posto ad un Sesto Mutronio che fu già di quel magistrato, e che benemerito si rese della patria per averla sollevata nelle angustie annonarie:

SEX. MVTRONIO SEX....

IIII. VIR. PLEPS. Vniv.

MVNICIPI. CANVSINI

QVOD. EOS, ANNONA

Sublevavit P.

Ricche di statue e di altre opere d’arte furono tutte le città greche, e tanto più ebbe ad esserne abbellita Canusio, città grande e popolosa fra le altre che i Greci ebbero in Italia (3049). Da' molti rottami che ne sono venuti fuori da' ruderi, si può immaginarne quelle che l’abbellivano non solo nella sua maggior floridezza, ma anche sotto i Romani, i quali in ciò par che facessero a gara co' Greci abitatori, come alcune epigrafi facevano manifesto. Sappiamo dalla seguente che C. Ottavio Modesto, eletto Curatore del Calendario, o questore delle rendite pecuniarie della città, una quadriga vi eresse coll’effigie dell’Imperatore Adriano (3050):

С. ОСТAVIO C. F.

PAL. MODESTO.

AVGVR. II. VIRI. D. QUAESTORII

PRAEF. FABR. ROMAE PRAEF.

COH. II. PANNONIORVM PRAEF.

COH. III. ITYREOS TRIB. MIL.

LEG. IIII. SCYTHIC, CVRAT. REI

P. ECANOR. ITEM. HONORA

TO. AD, CVRAM. KALENDARI

REIP. CANVSINORVM. A DIVO НА

DRIANO AVG. HIC. OPVS. QUA

DRIGAE. CVM. EFFIGIE, IMP. HADRI

ANI, AVG, CITRA, VLLIVS. POSTV

LATION. CVM. A. MUNICIPIBVS

SVIS. OBLATVM. EX. ARGENTI

LIBRIS DXVII.- LIBRIS ∞. AD

IECTIS. AMPLIVS. VIRITIM. PO

PVLO. SING. DISTRIBUTIS

DEDICARI CVRAVIT

P. D. D.

Altra opera degna di memoria fu l’equestre statua dorata, nella città eretta in onore di Flavio Teodosio, padre del gran Teodosio, della quale lasciava memoria la seguente iscrizione in marmo rosso, riferita da molti epigrafisti ed antiquarii patrii e stranieri (3051), la quale sotto di un arco in Canosa tuttavia si legge:

INCLITE VENERANDE

QVE MEMORIAE VIRO

FLAVIO THEODOSTO (sic)

GENITORI DOMINI

NOSTRI INVICTISSIMI

PERENNISQVE PRINCIPIS

THEODOSII PERPETVI AVG.

CVIVS VIRTVTE FELICITA

TE IVSTITIA ET PROB. PACA

TVS TERRARVM ORBIS ET

RETENTVS STATVAM

EQVESTREM SVBAVRA

TAM APVLI ET CALABRI

PRO VOTO ET DEVOTIONE

POSVERVNT

CVRANTE AC PERFICIEN

TE FLAVIO SEXIONE

VIRO PERFECTISSIMO

CVRATORE APVLIAE

ET CALABRIAE

Procurava l’innalzamento della statua Flavio Sexione, uno de' Correttori dell’Apulia e dell’antica Calabria, i quali nondimeno anziché in Canusio, grande e popolosa, in Venusia ebbero la lor sede (3052), e dalla statua stessa, anche senza molti rottami e di. statue e di altre simili opere scoperti tra' ruderi delle città nostre, argomentar possiamo non solo la grande quantità de' monumenti simili che abbellivano le città istesse, le quali è da credere che bellissime si vedevano al tempo di Augusto, ma anche la magnificenza di Canusio fin ne' tempi della decadenza.

Benché questa città fosse situata in un terreno secco e sterile, lungi dal mare ed in vicinanza di un fiume o piuttosto di un gran torrente ch’esser non poteva d’una grande utilità, fu nondimeno molto considerevole e vasta, come non è dubbio non pure dal perimetro delle mura, ma dagli avanzi ancora e da' ruderi che se ne veggono sparsi ivi intorno. Era quasi un miglio al di sopra dell’odierna Canosa, in sulla collina ora piantata di vigneti, dove tuttavia si veggono gli avanzi delle mura, che cingono un’area di quasi 16 miglia di circuito (3053). In tutto quel vasto spazio sparse ne sono le reliquie, grandi ed ammirevoli, comeché sformate dal tempo e dagli uomini; le quali richiamando da per tutto nello scorso secolo memorie di magnificenza e di lusso, tali vi rimanevano ancora da pareggiarsi alle meraviglie di antichità di Baja e Puteoli (3054). E cominciando dal grande Arco, ad un quarto di miglio dalla città verso occidente, sulla strada che da un lato menava al ponte sull’Aufido alla volta della Daunia, e dall'altro nella Peucezia, di una sola arcata di opera laterizia, ma già decorato di pilastri e di una cornice, anziché crederlo vero Arco trionfale in onore di Trajano, dopoché ritornava vincitore de' Dact, come alcuni hanno supposto (3055), o altro monumento simile, egli sembra che decorasse piuttosto una delle porte della città, perché è già tempo una delle porte laterali vi rimaneva per coloro che la strada battevano a piedi (3056), come nella Porla Erculanea di Pompei ed in altre porte simili, tanto più che un altro non diverso, ma più piccolo, se ne vede presso la città odierna. A qualche distanza dal detto Arco, danneggiato dall’ultimo tremuoto, sono le rovine colossali di un grande edifizio, dalla posterità ammiratrice della generosità di Busa intitolato a quella donna virtuosa, che nella sua casa accoglieva i profughi cavalieri romani dopo la battaglia di Canne, di cui si è preteso che fosse il palagio, ma più probabilmente qualche pubblico edilizio, ora sì distrutto, che discerner non se ne possono il piano e l'elevazione; ma se ne veggono le ampie porte molto singolari e simmetriche, né dell’antichità romana rimane forse un’opera laterizia sì magnifica e di tanto lusso. Si osservano ivi presso i vestigi di un acquidotto che vi conduceva l’acqua dalla distanza di 20 miglia, e ciò che ne rimane basta per indicare che fu opera grande e di molta estensione, costruitavi dalla colonia romana. Tra le altre rovine sparse in tutta quell’area vastissima è un quadrato edilizio laterizio che dicono il Toro, ove già si osservarono frammenti di musaici, né altro si è creduto che qualche antica tomba innalzata nella forma di piramide, o piuttosto di una casa, a considerarne la divisione delle stanze, e la forma esteriore. Sono poco lungi le reliquie delle Terme (3057), ed altre sostruzioni o basi di altri edifizii si veggono ivi presso, e tra questi molte grandi arcate cadenti, né altro probabilmente che qualche chiesa de' primi tempi cristiani costrutta sopra un antico tempio. E di là a poca distanza tuttavia si scorgono i ruderi del1 Anfiteatro, di cui ricolmi di terra sono i corridoi e i gradini. Distinta nondimeno ne rimane la forma, talché potevasene misurare l’estensione, di 150 piedi in lunghezza, su 376 di larghezza. Fu costrutto nella figura di un’ovale molto circolare, particolarità notevole, a considerare gli altri edifizii simili che descrivevano una perfetta ellissi (3058). Il D’Agincourt pubblicava ancora la pianta di un edifizio che rimane tra quelle rovine, quello stesso per avventura che il Mola descriveva nel piano orientale della falda della collina su cui sorgeva la città, di magnifica struttura, e forse antico tempio, poi convertito in chiesa e dedicato a S. Giovanni (3059).

In un alto piano sopra una collina ad un mezzo miglio dalla città, dove molti sepolcri si sono scoperti, egli sembra che ne fosse la necropoli più antica. I sepolcri sono scavati nella stessa roccia, a differenza di quelli di Polignano nella vicina regione, a Pesto ed altrove: tale roccia è coverta di 3 piedi di terra, e scavandosi alla profondità di 8 piedi, trovasi uuo spazio quadrato scavato nel tufo, e si è innanzi l’entrata del sepolcro, tagliato nello stesso modo. L’ingresso era chiuso da due o più pietre. Da così fatti sepolcri sono venuti fuori e vasi di creta grossolana e di colore biancastro, le cui forme mostrano un’alta antichità, e vasi ornati di pitture rappresentanti Baccanali, di un lavoro comune. La più importante scoverta fu quella del 1813, quando si scavò la tomba di un guerriero, egregiamente descritta da un archeologo francese (3060). Un frontone triangolare ne decorava la porta sulle due facce, nel cui timpano era scolpita una lira, per accennare a Mercurio che dicevasene l'inventore, e che nelle dimore infernali guidava gli estinti. La pietra che formava come un origliere al defunto, era decorata da un ippocampo, in allusione al mare Atlantico, dove gli antichi situavano le isole per le dimore de' beati. Una volpe ed un cinghiale scolpiti sul muro opposto alludevano alle cacce pericolose, nelle quali il guerriero erasi esercitato, e dal lato della sua testa sopra un zoccolo particolare eravi un cane in bassorilievo$ postovi come per sua difesa, incontro di cui il cinghiale, sopra un altro zoccolo. Il corpo del guerriero era coverto di corazza, ed il suo capo di elmo; un altro elmo stavagli daccanto. Una sola gamba aveva coverta di cnemide, secondo l’uso de' Sanniti (3061), o piuttosto degli Etoli e de' Pelasgi (3062), e quest’armatura con gli elmi, con una cintura ed un frontale di cavallo ornato di palmette cesellate e dorate, co' detti bassi rilievi si serbano nel R. Museo. Ivi sono pure i vasi che vi si scoprirono, ornati per lo più con pitture relative a' diversi misteri che formavano la parte più pura delle credenze degli antichi. Vi si vede tra le altre una rappresentazione della Necia, o dottrina delle cose infernali, come spiegavasi nelle Eraelee, nelle Teseidi, e soprattutto ne' poemi consecrati a’ Bacco (3063). Principale fra tutti è il vaso che rappresenta tale Necia, una specie di quadro di tutto il sistema de' dogmi relativi all’iniziazione (3064). Un altro sepolcreto meno antico fu nel colle che chiamano Lamapopuli, dove grandi sotterranei si sono scoperti pieni di ossami ed arche funebri con bellissime tavole marmoree di titoli sepolcrali iscritte, le quali perciò dimostrano che ivi i Canusini si seppellirono ne' tempi successivi (3065). — L’odierna Canosa non occupa che l’acropoli della città antica, nella quale si ridussero i pochi abitanti scampati al ferro ed alla distruzione de' barbari, che diroccavano una città sì grande e sì illustre (3066). Il castello vi si vede costrutto co' sassi dell’antica città così grandi e sì enormi, che recano stupore a riguardarsi.

Per la città si veggono busti e torsi di statue romane. Le colonne marmoree di gran mole vi sono rotte e collocate a caso in ogni angolo della città istessa, e sparse per la campagna in sì gran copia, che anche i contadini ne han fatto puntelli de' loro tugurii (3067).

Strabone dice che sull’Aufido avevano i Canusiti il loro emporio, alla distanza di circa 90, o pure, come altri leggono, di' 6 stadii dalla foce del fiume (3068); ma non potendosi con certezza preferire l’una all’altra lezione, non si può precisamente additarne il silo. Certo è che non potè essere, come si è preteso, nell’antico porto di Bardalo (3069), per essere stato non alla marina, ma sulla sponda del fiume, dalla cui foce risalendo in su del suo corso Strabone assegnava l’indicata distanza; e ad avventurare una conghiettura,direi piuttosto che presso il ponte di Canosa si può probabilmente supporre, così che Strabone indicava l’emporio a brevissima distanza dalla città, se non nella città istessa, come si avvisò un dotto geografo (3070); e dalla distanza di circa 8 miglia odierne da Canosa alla foce dell’Ofanto si può forse preferire nel geografo la lezione di 90 a quella di 6 stadii, sostenuta da dotti critici (3071).

4. Campi di DIOMEDE

Tra la descritta città e quella di Canne si estendevano lungo la sponda dell’infido i così detti Campi di Diomede, il quale se non come nume, ma come un eroe fu tenuto dagli antichi, aver doveva la sua parte ne' reali possedimenti di Dauno, secondo le già addotte tradizioni (3072). Sono noti tali campi per molte testimonianze, la più antica delle quali sembra quella di Licofrone, comeché non faccia veramente menzione che di campi (ἀρούρα) in generale, ai quali Diomede imprecava la sterilità, come vedevasi ingannato dal fratello Aleno (3073), ed altri esser non possono che quelli che a Diomede attribuiscono altri scrittori, e che gli venivano negati da Dauno (3074). Né è da tralasciare la finta predizione del celebre indovino Marcio dopo la grande giornata di Canne, ne' cui carmi questi campi erano pur nominati congiuntamente al fiume Canne, ossia l’Aufido in vicinanza della città omonima (3075), ed anziché nel nominare un tal fiume credere con un patrio scrittore (3076) un errore di Marcio, il quale dopo il fatto foggiava il vaticinio della grande strage de' Romani, è da riflettere che non diversamente il Bradano fu anche detto Metaponto (3077) perché presso la città dello stesso nome aveva il corso.

5. VENUSIA (Οὐενουσία, Venusia)

A circa XXV miglia antiche da Canusio ed a XV dal suo emporio sull'Aufido seguiva Venusia, città cospicua e di fondazione antichissima. Dal nome latino risalendo Servio al più antico ch’ebbe da' Greci, scrive che fu detta primitivamente Afrodisia, ossia Venerea, e, ripetendone l'origine da Diomede, tal nome riferiva al fatto dell’averla egli fondata per placare Venere, per la cui ira andava ramingo dalle sedi patrie dopo aver combattuta Enea (3078). Ma non voglio tralasciare una mia congettura coll’attribuirla piuttosto a’ Bennasii, popoli che furono fra’ Traci (3079), i compagni di emigrazione degli Eneti (3080) e forse anche de' Pelasgi in Italia, e però si può credere che avesse il nome da questi popoli, per essere una grande analogia tra Bennasii e Biinusia, come in un’antica epigrafe il nome della città si legge (3081), non diversamente da Viiniria per Veneria, Diicuria per Decuria e simili nelle iscrizioni di Pompei. Senza dire dell’origine di chi attribuivane la fondazione a' popoli orientali, che il nome le imposero dalla dea a cui la consecrarono, cioè Venere, detta BENOTH da' Babilonii (3082), d'onde' poi Benotsa e Benutsa, e quindi Venussa e Venusia (3083), un altro patrio scrittore con miglior senno l’attribuiva a’ Pelasgi (3084), de' quali oltre le già dette intime relazioni co' Traci, più che degli orientali in generale ripeter possiamo riguardo al nostro paese le tradizioni e le memorie. Che appartenesse alla Daunia non è dubbio dalle testimonianze di Orazio, il quale, come nato nella città, se stesso nominava decoro della Daunia Musa (3085), e di Plinio, che nella regione de' Dauni descrisse le romane colonie di Luceria e Venusia (3086), senza aver conto della dubbiezza dello stesso Orazio, il quale era in forse s’egli avesse a dirsi Lucano, o piuttosto Appulo, perché la sua patria era posta ne' confini de' due popoli (3087).

Era l’anno di Roma 429, e gli Apuli co' prossimi Lucani, che sino allora non avevano avuto che fare co' Romani, promettendo armi ed uomini per la seconda guerra contro i Sanniti, con essi si collegarono (3088), ed a questa alleanza, certamente con eguagli dritti, è da credere che partecipasse Venusia (3089), una delle primarie città della Daunia, dagli storici compresa spesso nel generai nome di Apulia. Ma indi a due anni, collegatisi gli Apuli co' Lucani e i Sanniti, dalla federazione ebbe a rimuoversi la stessa Venusia, la quale essendo come l’acropoli di tutta la regione, non prima venne in potestà de' Romani che nella guerra sannitica le altre città danne fossero soggiogate. Dopo di Cominio nel Sannio fu nel 462 dal Console Postumio espugnata Venusia con molte altre città, dice Dionigi, nelle quali non caddero meno di 10mila uomini, restandone prigionieri 6200,. che avevano deposte le armi. Il conquistatore proponeva al Senato che una colonia si spedisse a questa città popolosa, e per l’importanza della posizione, perché occupata dalle armi avrebbe tolto a Taranto le comunicazioni coll’Apulia e col Sannio, e guardato il Sannio stesso sulle sue frontiere più lontane, non meno di 20,000 coloni vi furono di fatti spediti, e di questa colonia dava le ragioni lo stesso Ozio (3090).

A questa grande e numerosa colonia, la quale dové provvedere al suo interno ed esterno commercio, si ascrivono le più antiche monete note di Venusia, di cui ignota era la numismatica prima che alla città l’attribuisse un dotto nummologo (3091). Poiché la colonia si ordinò nella sua nuova sede con gl’istituti della metropoli, tali monete sono simili nel peso e nel valore a quelle del così detto aes grave che in Roma avevano corso nella stessa epoca. Delle più antiche, fuse e di bronzo, cinque se ne contano, tra le quali due sole, un sestante ed un quadrante, co' segni del valore ne' soliti globetti, di che le altre sono senza. Il sestante rappresenta nelle due facce un delfino, tipo delle monete coniate della città istessa, ed anche di Luceria, e solo in una delle facce ha il monogramma VE, lettere iniziali del nome di VENUSIA. Il quadrente, ch'è anepigrafo, rappresenta da un lato la parte anteriore di un cinghiale, ed altri sestanti anche anepigrafi hanno nell’una faccia la testa del cinghiale, e nell'altra tra due globoli la civetta, come in altre monete coniate della città. Per lo stesso tipo del cinghiale anche a Venusia altre monete anepigrafi e senza globoli si sono attribuite, le quali hanno inoltre nel rovescio la testa di un cane, allusivo come il già detto alle cacce che si facevano nelle selve venosine, di cui parla Orazio (3092). Tra queste monete di aes grave anche altre due si annoverano, delle quali una anepigrafa, e del peso di oltre a 3 once co' tipi di tre lune crescenti da un lato, e di una conchiglia (pecten) dall’altro, come nelle monete fuse e di conio di Luceria; l'altra con gli stessi tipi ha il solito monogramma VE, ed il peso quasi nella metà minore della prima. Oltre le quali si conoscono ancora l’antica oncia e la semuncia, di cui l’una ha ne' due lati la luna crescente, con sopra il monogramma VE nel dritto, e nel rovescio le tracce che sembrano di un globulo; e l’altra con un delfino nel dritto e nel rovescio, senza alcun segno di valore (3093). — Delle monete coniale non pochi esemplari sono noti, fregiati spesso delle note de' globuli, dall'oncia sino al quincunce. Notabili tra queste sono quelle che nel dritto hanno la protome di Ercole colla clava in sull'omero, come in altre monete venosine di minor modulo, col monogramma VE, o le lettere N. II, e nel rovescio i Dioscuri correnti a cavallo ed armati di asta, e le lettere CAQ, iniziali del nome di un romano magistrato. In altre col tipo di Bacco sedente si leggono le lettere N. I; ed agli ultimi tempi appartiene l’estrema diminuzione dell’asse, il semisse, in cui da una parte è una testa di Mercurio, e dall’altro uno de' suoi talari alati col solito monogramma VE, e di più la sigla S, segno del semisse. Un’altra moneta simile da un lato ha una testa radiata di fronte, dall'altro una luna crescente con sopra una stella, e sotto S ed il monogramma VE; il quale del pari si vede sulla monetina col tipo del granchio da una parte, e della rana dall’altra, come nelle monete di Luceria (3094).

Dopo la battaglia di Eraclea che Pirro vinse contro i Romani, il Console Levino riunì i fuggitivi e li condusse in una città teV Apulia. Zonara non nomina questa città (3095), ma altra non potè essere che Venusia, per la guerra offensiva e difensiva molto opportunamente situata; talché senza una fortezza sì importante, senza la fedeltà e la forza de' Romani cittadini ivi stabiliti l’esercito sarebbe stato interamente disfatto (3096). La fedeltà istessa, anzi la più grande benvoglienza verso Roma, serbava la città dopo la grande disfatta di Canne, perché a' 70 cavalieri che prima vi fuggirono con Terenzio Varrone (3097), si unirono poscia 4,000 tra fanti e cavalieri che pe' campi colla fuga si erano dispersi, e tali uffizii di ospitalità ne ebbero che gareggiar vollero colla generosità di Busa (3098). Dopo il quale fatto, insino a che Annibale si aggirò per la Daunia e le vicine regioni i Venusini combatterono negli eserciti consolari, che per lo più nella città si stettero raccolti (3099); e che di non poco soccorso furono in fatti contro i Cartaginesi si raccoglie dall'accrescimento che nel 551 fu dato alla Colonia Venusina, stremate come ne erano le forze per la guerra contro Annibale (3100).

Poiché dopo la scacciata de' Cartaginesi per 108 anni quietarono le nostre regioni, e i Romani altrove portarono le loro armi, niente ci ricorda la storia delle vicende di Venusia insino alla guerra sociale. Tra gli altri popoli che pel bramato dritto della romana cittadinanza nel 659 presero le armi. Appiano nominò espressamente i Venusini (3101), sia perché gli Apuli fra tutti furono i più possenti, sia perché primaria di tutta la Daunia fu la città che abitarono. La quale ribellandosi con Canusio e con questa unendosi a Giudacilio, ebbe i campi disertati da Cosconio (3102), e fu poi espugnata da Metello, il quale coll’uccisione di moltissimi più di 3mila ne prese di quelli che la difendevano (3103); Al pari degli altri nostri popoli i Venusini furono fatti cittadini Romani, e, come è noto da molte lapide, ascritti nella TRIBÙ ORAZIA (3104), una delle otto tribù aggiunte alle prime XXV, per essere stati i Venusini tra gli ultimi popoli a deporre le armi, a soggiogare i quali veniva appunto eletto il Console Metello.

Nel periodo di tempo tra l'uscita di Annibale dall'Italia e la guerra sociale è forse da dire che fu il maggior lustro della città per le pubbliche opere che vi furono costrutte; ma da che fu distrutta da' Saraceni, i quali per 15 anni si fortificarono tra le sue rovine (3105), per modo ne scomparvero le grandi opere antiche, che in fupri della memoria di alcuni templi, non si sa nulla depubblici edifizii che l’abbellivano. Nel perimetro di otto miglia che dalle antiche rovine le assegnava un patrio scrittore (3106), molti certamente ve ne furono, e tali che render la dovevano la città più cospicua dopo di Canusio. Al culto di Giove, Venere e Minerva, ed a' loro templi rispettivi accenna la seguente epigrafe scolpita sopra un'ara votiva (3107):

IOVI. OPT. MAX

FVLGVRATORI

VENERI. POTENTI

MINERVAE

L. HELVIVS. L. F.

AMARANTHVS

V. S. L. М.

Nell'antico calendario venosino è pur memoria del culto di Giove, al quale gl’idi di ciascun mese, come in Roma, erano sacri (3108), ed un tempio sacro a Mercurio ricorda ancora la più antica lapida della città in lingua osca e retrograda, ch’è la seguente:

PHVRTVRTAI MED

PVR KLVFII…........

BIINVSIESSI….......

NABV ATPERRA…..

MARKVL PHAN

TESKA ATPVSNAI

Per uno de' patrii scrittori, che il primo pubblicò l’epigrafe, trattasi in essa de' confini dell’agro venusino, i quali furono posti previo sacrifizio di espiazione, e s’interpreta così (3109):

RECTE IVDICES

POST LVSTRATIONEM (STATVERVNT)

VENVSIAE TERMINOS………….

A PARTE MARKOLIS FANVM

A PARTE POSTICA LOCA AVGVRIO DESIGNATA

……………………………………………………………………...

Un altro patrio archeologo, altrimenti leggendo le due prime linee della iscrizione (HVRT VRTAI MED.... PVN CLVPHII) vi scorge in vece una dedicazione a Mercurio degli ornamenti, delle erme, del tempio e de' campi, che faceva il sacerdote ereditario del nume, il quale fu insieme primo magistrato de' Venusini (Meddix). e primario tra' banchieri della città, e ne dà come segue la versione (3110):

SACERDOS EREDITARIVS MEDDIX…….

PRINCEPS TRAPEZITARVM………………..

VENVSINORVM

(DEO) NEBO ORNAMENΤΑ

HERMAS FANVM

CAMPOS ADTRIBVERVNT CONVENIENTER.

Ma che che voglia dirsi di tali interpretazioni, del culto che i Venusini prestavano a Mercurio oltre delle monete è memoria nelle seguenti due lapide votive (3111), la prima delle quali dell’anno di Roma 739, che fu il 14 dell’èra cristiana:

M. AVRELIVS. M..F.

SILVIANVS

TRIB. MILIT. AIDIL. Q.

PRAEF. VIGILVM

MERCVR. PACIF.

PERICVLO, SVPERSTES

VOT. SOLV. L

IV. KAL, IANVAR.

CN. LENTVLO. M. CRASSO COS

OB. CVIVS, DEDICAT. OBTVLIT

DECVRIONIB. ET. VNIVERSO. POP.

_______


MERCVR. INVIC. SACR.

PRO. SALVTE

PRAESENTIS

N.

SAGARIS, АСТЕ

A’ numi greci e romani si aggiunsero poi sotto l’impero Mitra ed Iside, come facevano manifesto queste altre lapide (3112):

ΛΙΩ

ΜΙΘΡΑ

ΥΠΕΡ ΣΩΤΗΡΙΑΣ

ΒΡΙΤΤΙΟΥ ΠΡΑΙ

CENIOC

SATAPIC ΟΙΚΟ

NOMOC

_____


A. IVILLIVS. A. F. SEVINVS

AED. IIVIR. I. D. ARAM I.

SIS. INCRVSTAVIT. ОВ. НО

NOREM………………………..


Ricorda la prima una consecrazione a Sole Mitra per la salute di Brittio Presente, quel medesimo per avventura, pel quale un’ara pur consecrava la donna Sagari Acte, congiunta con Sagari economo della stessa prima iscrizione; e l’altra l’abbellimento dell’ara a Iside per opera di un duumviro, forse con pietre fine e di pregio, per gli onori ottenuti del duumvirato.

Se la città fu sacra a Venere, almeno secondo la meno antica credenza, fu natural cosa che ergesse un tempio anche ad Imeneo, il suo figliuolo (3113), la cui patria Argo (3114) fa risovvenire il culto degli Argivi o Pelasgi. Per antica tradizione i Venusini dicono che caduta per le ingiurie delle guerre la lor prima Cattedrale, che fu nella chiesa di S. Pietro di Uliveto, spurgato l'antico tempio d’Imeneo, in onore della SS. Trinità lo consecrarono, che poi Papa Nicola II eresse in Badia, e Roberto Guiscardo vi edificò il gran cenobio de' Benedittini (3115); talché del detto tempio rimanevano i ruderi sino al 1058.

All’occidente della città, e alla distanza di un terzo di miglio, in vicinanza del Teatro stava sopra un colle l’Anfiteatro, di opera sì grande ed ammirevole, che poco minore si è creduto di quello che a Roma innalzava Tito (3116). Il portico e tutto il lato esterno erane composto di grandi macigni di travertino duro, regolarmente tagliati ed aggrappati col ferro, come nelle più grandiose opere romane. Le colonne che ne ornavano la parte esterna, erano tutte di marmi bigi e cipollini, con capitelli di marmo bianco d’ordine dorico e composito (3117). Il suo asse minore era di circa 220 palmi, e da ciò arguir se ne possono le grandi dimensioni. A considerare l’età non troppo remota di tutti gli anfiteatri del mondo romano, egli sembra che poco durasse dopo che fu costrutto, perché la seguente epigrafe in lettere cubitali e palmari faceva noto che fu riedificato da alcuni duumviri della città (3118), ed io mi penso sotto Adriano, il quale per 20 anni faceva Venusia immune dalle imposte (3119), né per altro che pe' tremuoti e le calamità sofferte, di cui parla il suo biografo (3120):

M. LOLLIVS, M. F. BASSVS

L. MESSIVS. T. F. AFRIVS

PRAEF. I. VIRI. I. D. II. VIRI. QQ

C. VALERIVS. C. F. MAXSIM

ET. P. CORNELIVS. P. F. LIBO

II. VIRI

AEDIL

S. C. A. SOLO. RESTIT.

Sul muro esteriore della chiesa della SS. Trinità di Venosa, costrutta con le pietre e i marmi dell’Anfiteatro, si legge una curiosa iscrizione sepolcrale (3121), nella quale, comeché mutila, si contiene la lista de' gladiatori che componevano la truppa (familia) di Salvio Capitone. Vi sono in più classi distribuiti, e fra queste vi è quella de' gladiatori a cavallo (equites), come nel basso rilievo di Pompei (3122).

All’altro estremo della città presso l’antica chiesa di S. Maria della Scala, sin dove si crede che la città stessa si estendesse dalle descritte rovine dell’Anfiteatro, rimangono gli avanzi di un gran monumento, che dicono il Sepolcro di Marcello (3123). Ma, se non fu di qualche ragguardevole cittadino di Venusia, è da considerarsi piuttosto qual cenotafio del Console, essendo noto da Appiano e Plutarco, più esatti in questo di Livio, che avendone Annibale con molta onoranza bruciato il corpo, le ceneri ne raccolse in un’urna di argento, e messavi una corona d’oro, le mandò al di lui figliuolo (3124). Dalle varie riferite testimonianze di diversi tempi e di diversi scrittori ben si vede che Venusia fu città grande e popolosa, talché divenuta una delle più grandi città d’Italia sotto i Triumviri, fu poi la città primaria di tutta l’Apulia (3125), e sede de' Correttori dell’Apulia e della Calabria. I quali che contribuissero a mantenerla nel suo splendore fanno fede le seguenti lapide (3126):

…………………………………….

LVCVLLANORVM PROLE

ROMANA. AELIVS. RESTITV

TIANVS V. P. CORR

APVLIAE. ET. CALABRIAE

IN. HONOREM, SPLENDI

DE. CIVITATIS. VENVSI

NORVM. CONSECRAVIT

_______


SALVIS. D. D. D. N. Ν. Ν.

COSTANTINI, MAGNI

FILIIS. ET. CAESAR

VOLVSIVS. VENVSIVS

V. C. CORRECTOR. APVL. ET CALABR

OB. AMOREM

PATRIAE, STATVAS

ORNATVI, PORTICVS. P

L. D. D. D.

Così grandi del resto ne sono stati osservati i ruderi, che ne dimostravano il perimetro di circa 8 miglia; oltre di che le frequenti antiche abitazioni de' villici, e le reliquie delle ville sparse pel suo agro (3127) confermano le addotte testimonianze sulla sua prisca grandezza; così che molto presso al suo circuito esser doveva il limpido fonte di Bandusia celebrato da Orazio (3128), e riconosciuto nell’odierno Palazzo, distante 5 miglia da Venosa, e giù detto Castel Bandusio nel medio evo (3129).

6. BALEJANO (Balejanum)

Alla distanza di XII miglia al di là di Venusia l’Itinerario di Antonino segna il villaggio, o il semplice luogo di riposo col nome di Balejanum sulla strada che vi conduceva dalla regione degl’Irpini (3130). Dove fosse situato non è ben certo, perché secondo la diversa direzione che si dà alla strada che vi menava da Equotutico, da cui era distante LVII miglia antiche, si è supposto ad Alvano (3131), e non troppo lungi da Monteverde, poco prima di giugnere all’Ofanto (3132); ma a determinarmi tra le due opinioni, inclino piuttosto alla seconda, perché il sito di Equotutico nella pianura di S. Eleuterio (3133) non par dubbio, ed il volerlo sostenere col citato geografo a Fojano ha bisogno di dimostrazione. Egli sembra del resto che il nome di Balejanum fosse una corruzione di Βαλανεῖον, per qualche sito di bagni della città di Venusia, alla quale la detta stazione o villaggio era più dappresso.

7. STRABELLO (Strabellum)

Tra i popoli della II Regione d’Italia annoverava Plinio gli Strabellini, o come altri hanno letto, Strapellini (3134), la cui città ebbe a dirsi Strabellum, o Strapellum. A ritenere la conghiettura di un dotto geografo, e non ve ne ha altra migliore, che cioè abbia a riconoscersi nell’odierna Rapolla (3135), sembra da preferirsi la prima denominazione, molto analoga alle greche voci στράβαλος, στροβίλωδης, perchè essendo Rapolla situata sulle falde orientali del Vulture, la città primitiva potè aver nome da’ tortuosi anfratti che vi produsse quell'antico monte vulcanico, o anche da' pini (στρόβιλοι) che poi vi crebbero. Comeché, in fuori delle monete consolari scoperte in gran copia nel prossimo fiume (3136), non trovo memoria di nessuna lapida, di ruderi o altre anticaglie nel suo territorio, è nondimeno da riflettere che fu già una città popolosa e vescovile (3137), così che potè bene esser la sede de' detti popoli.

8. Monte VULTURE (Mons Vultur)

All'occidente e a breve distanza dalla descritta città, in guisa di grande isola in mezzo alla catena degli Appennini si eleva il monte Vulture, nella parte più interna e centrale delle nostre regioni. Dalla vetta di Monte Verde si vede in tutta l’estensione maestosamente innalzarsi nella figura di un cono tronco sulla sommità di un vasto alto piano in cui ha la base, e sulle colline che gli stanno incontro al di là dell’Ofanto, ma secondo che si guarda da diverse parti molto diversa ne apparisce la forma. Nel perimetro di circa 30 miglia, è circoscritto al N. dal fiumicello Melfia, al S. dalla fiumana di Atella, all’E. da quella di Rapolla detta Acqua nera, e all'O. dall’Ofanto. Il ramo degli Appennini che ne cingono la parte occidentale, e che si congiungono a quelli di S. Fele e di Bella, può considerarsi come un prolungamento del bacino superiore dell’Ofanto, le cui basse eminenze si estendono nella grande montagna, e quasi vi si mescolano e confondono; e solo dalla parte del detto perimetro che da ponente a mezzodì si estende tra Melfi e Rionero, riconoscer se ne possono gli alti gioghi, che quasi in retta linea si prolungano per un cinque miglia sull’estrema vetta, e che per dolce pendio sino alle basse falde si uniscono ad altra linea di più basse eminenze, lunga circa 9 miglia e quasi a quella parallela, ove furono edificali dall’O. al S. Melfi (3138) Rapolla, Barile e Rionero. Nelle due più alte cime sovrastanti alla prima ed all’ultima di queste città si eleva la giogaia anzidetta, l’una al S. col nome di Pizzuto di Melfi, l'altra allO. con quello di Pizzuto di S. Michele pel tempio che vi fu dedicato all'Arcangelo, come sopra altri monti altissimi delle nostre contrade; delle quali la prima elevandosi a 4073 piedi. parigini a maggiore altezza dell’altra (3139), può riguardarsi come il punto più sublime del monte. Il quale in questa parte di lave vulcaniche, di lave composte basaltine si vede unicamente formato, e nel resto di lave più o meno alterate e decomposte, di tufi e di agglomerati, di sostanze in somma che ne mostrano l’età geologica remotissima (3140). Barile e Rionero poggiano sulle basse falde di quella meno vecchia giogaia, come Melfi e Rapolla sulla regione antichissima; le quali insieme in una ellissoide veggendosi figurate, le mentovate vette ne occupano gli estremi punti del maggior diametro. Il Vulture è adunque un vulcano estinto da tempi sconosciuti anteriori alla storia, senza che per tale si riconoscesse dagli antichi, de' quali del resto appena ci rimanevano le testimonianze di due poeti, Orazio e Lucano (3141). Non ostante l’apparente corredo di erudizione, dal fatto delle sue arsioni, anziché da ragioni etimologiche sufficienti, un patrio scrittore ne sosteneva originato il nome dal rapire che vi faceva il fuoco in guisa di avvoltojo (vulturi le terre circostanti, oltre di altre etimologie etiopiche, ebraiche, della lingua pehlvi ed araba, che si leggono nella sua curiosa dissertazione (3142). A confrontarne il nome con Vulturnus, che Varrone diceva non appartenere alla lingua latina (3143), potrebbesi credere così detto de' Sanniti, i quali con Luceria tennero la prossima Venusia; ma molto prima de Sanniti la regione fu occupata da' Greci primitivi, i Pelasgi co' Traci, e si può piuttosto supporre denominato da questi popoli, ai quali per le eruzioni antistoriche dovè comparire più orrido e sconvolto che non si vede oggidì; e però dalla sua trista apparenza tutta agitata e sconvolta dalle vulcaniche eruzioni inclino a crederlo detto Vόλτυρος (3144), d’onde il nome sabellico o latino di Vultur che tuttavia conserva.

Le vette del monte che rimpetto Rionero si elevano, in guisa d’ineguali denti di una sega nella distanza di 4 miglia dal Pizzuto di Melfi a quello di S. Michele si succedono in una progressiva serie di protuberanze, distinte co' nomi di Punta di Orlando, di Ficozii e di Neviere. I burroni che ne solcano il dorso, vi sovrastano spesso a precipizii e smottamenti prodótti dalle acque, perché nudo di alberi ne è tutto quel versante orientale. Oltre le svariate rocce vulcaniche e i sassi primitivi che vi s’incontrano, diverse correnti di lave tra Atella e Rionero si veggono scavate, nelle quali il geologo può raccogliere a dovizia tutte le gradazioni, dalla più dura roccia basaltina sino alle lave decomposte, di che abbondano le falde del monte tra Barile e Rapolla, dove i torrenti ne hanno scavato fin le radici ed aperti casmi e voragini spaventevoli. Con tutto il vulcanico sistema del Vulture, dall’ultimo risalto del Pizzuto di Melfi, notabile per le piante che vi vegetano, come nelle più elevate regioni montane (3145), si ha sott’occhio gran parte di tutto il nostro paese co' monti che vi si elevano, e i fiumi che lo irrigano; e dall’eterea cima di quel monte, formato da grandi masse di trachite grigia compatta, nella parte esteriore scoriacea, dalla quale tutte quelle vette si veggono rapidamente declinare verso i profondi abissi delle spente fucine vulcaniche, discendendo pel bosco detto de' Piloni, perché in apposite pile vi si raccolgono le acque per gli armenti, vi comparisce in molti luoghi la lava istessa osservata in sulla cima del monte, e con essa altra varietà trovasene unita con pirosseni verdo-giallastri, la quale non meno della prima notabile azione esercita sull’ago magnetico. Più oltre una serie di colli cinge il lato settentrionale del gran cratere, ai fianchi degradati di altro antico vulcano estinto appartenenti, del quale la Fossa di Faraone rappresenta il cratere; da entrambi i quali alla distanza di 20 a 24 mi glia sino alle più longingue diramazioni si osservano i tufi di trasporto, di sostanze polverose miste con lapilli (3146).

All’O. delle descritte cime, e nel perimetro quasi ellittico che formano, si discende per circa un miglio nel fondo di una conca, in cui sono due laghi, per naturali e romanzesche bellezze sorprendenti; l'uno di presso a un miglio di circuito, e 172 palmi profondo, l’altro a breve distanza, di doppio perimetro, ma meno profondo. Copiose fonti di fresche e limpide acque li alimentano, né altrimenti nacquero che dalla rovina del vulcano, che v’ebbe il principal cratere, la cui bocca ebbe ad essere parallela alla cima del monte un tempo forse più alta. In fuori della immensa pendice vulcanica sulla quale fu addossato il convento di S. Michele (3147), del colle di roccia trachitica compatta che disgiunge i due laghi, e di quelli che cingono il più piccolo, sono i laghi da lunge circondati da basse eminenze e piani coperti di boschi e di campi coltivati. Tra quelle nude rocce più delle altre si distingue la pendice di S. Michele, perché nell’altezza di oltre a 1000 piedi quasi nuda parete tagliata a piombo si appresenta coll'immensa lava ond'è composta, screpolata in prima e divisa in masse basaltiche, poi col volgere de' secoli sì alterata e disfatta, che i più enormi macigni del tutto slegati e cadenti ne pendono da sterminate altezze.

Il lago minore di ovale figura, ha il perimetro di due terzi di miglio, e sul livello del mare se ne eleva il fondo oltre a 1800 piedi. E meno pescoso dell’altro, e noi sarebbe per nulla, come noi sono i laghi di simili crateri vulcanici di Agnano e di Averno, se in continuo movimento non ne tenessero le acque, e perennemente non le rinnovassero le possenti polle de' gas che ne emanano. Le interne pareti che vi convengono ad imbuto, le alture che lo cingono, la qualità delle acque e delle gassose sostanze che se ne svolgono, chiaro ne addimostrano il cratere vulcanico, il quale per essere più dell’altro profondo, e per la meno degradata qualità delle lave che gli sovrastano, facilmente può credersi il meno antico fra gli altri circostanti crateri, e di tutta l'abbruciata regione come l’ultimo a spegnersi (3148).

Il lago più grande dal minore accoglie le acque che vi si derivano per un canale di circa 200 palmi tagliato nella diga trachitica che ne lo disgiunge per opera forse de' monaci del Vulture; dappoiché sull’alto di quell’istmo della stessa solidissima roccia sorgeva il vasto cenobio di S. Isidoro, di cui tuttora rimangono i ruderi rivestiti di edere secolari con tronchi di straordinaria grandezza. In tutto il resto il lago è ricinto di boschi e di colli che si legano colle basse falde degli Appennini. Di precise condizioni vulcaniche nulla vi rimane, in fuori dell'ellittica figura del lago, che nella sua maggior profondità non giunge ad 80 palmi, e per le indicate qualità delle sue basse rive le acque ne colano alla foce, d’onde stringendosi in un ruscello, pe' boschi a cui sovrasta il diruto castello di Monticchio si scaricano poi nell’Ofanto ad un miglio sul ponte della Pietra dell'Oglio. Oltre alle anguille ed alle tinche di nerissimo colore, si pesca in gran copia nel lago maggiore la così detta sardina, da' patrii naturalisti descritta co' nomi di Ciprinus Vulturi, e di Leuciscus vulturinus (3149), colle solite piante lacustri vi cresce come nel minore Ninfea bianca, e diversi potamogeti, tra' quali una specie affatto nuova che contraddistingue la Flora del Vulture. Per l’azione non interrotta di vulcaneità lo svolgimento del gas acido carbonico e solfidrico è sì copioso sulle sponde de' laghi che, come ho detto, tutte ne commuove e rimescola le acque, ed effettuandosi tal fiata in abbondanza, ve le innalza a vortici e piramidi sull’ordinario livello, e grandi mortalità vi arreca ai pesci.

Per le quali condizioni de' due laghi, non un solo vulcano, ma una intera Catacaceumene, o regione abbruciata, sotto il nome di Vulture si giudicherà comprendersi, nella quale il lago maggiore ed il Fosso di Faraone figurano come avanzi delle più antiche arsioni, il Iago minore come il meno antico, oltre degli altri crateri che lo circondano, tra' quali è il monticello su cui sovrasta Melfi. E per dire delle investigazioni de' geologi sull’originaria formazione del monte, come sull'età in cui comparve tra le circostanti contrade, fu originato in parte da una forza attiva generale, in parte speciale, ed in parte locale in periodi diversi, il cui ultimo atto ebbe ad essere un effetto energico di un violento innalzamento. La stessa forza che sotto uniforme pressione del mare potè produrre il più perfetto tipo di un cratere di sollevazione, venne distrutta nell'interno della terra ferma più o meno nel regolare sviluppo delle circostanti formazioni; ed è degno di osservarsi che nell’innalzamento del cratere del Vulture è espressa una grandiosa fenditura nella dimensione de' suoi tratti principali, mentre un regolare accumulamento non si osserva intorno del centro comune. E però appunto si mostra il Vulture come oltremodo importante nella serie de' monti di analoghe formazioni, da esso diversi nella loro origine, e quanto a simili relazioni, si è assomigliato al Cantal e Monte Dore nell’Alvergna, più che a tutti i rimanenti sinora noti crateri di sollevazione (3150). I depositi terziarii, i quali sembra che circondino da tutti i lati il dominio vulcanico del Vulture, sono disposti quasi sempre in istrati poco inclinati, o perfettamente orizzontali, come i depositi di sabbie lungo i fiumi e i torrenti limitrofi; dal che si potrebbe concludere che questi terreni si depositavano intorno del Vulcano dipoi il suo sollevamento, il quale perciò dové avvenire presso a poco nell’epoca secondaria. Da' depositi della catena che forma l’orlo occidentale del ricinto, dal cui versante scorre il torrente Acello che si scarica nell’Ofanto, potrebbesi supporre che sebbene il sollevamento della massa principale, massime della parte orientale del sistema del monte, avvenisse prima dell’epoca terziaria; pur nondimeno locali sollevamenti poterono avvenire in quest’ultima epoca, operando in una direzione determinata (3151), il perché tutti i terreni che si trovarono su questa linea, furono ad un tempo sollevati, e però sembrano non formare che una sola massa continua, come i depositi di sabbia terziaria e di tufi vulcanici che si elevano lungo il torrente Acello. A considerare in fine i fatti per determinare approssimativamente l'età de' vulcani estinti o attivi delle nostre regioni, il monte Vulture appartiene ad una età media tra quelle del Gargano e de' Campi Flegrei, i quali precessero il vulcano di Rocca Monfina (3152), e le arsioni del Vesuvio (3153). Le frequenti deviazioni che il dominio secondario del Vulture presenta nell’inclinazione degli strati, con altre molte circostanze attestano per ogni dove gli sconvolgimenti diversi che in più epoche ebbero ad agitare quelle contrade (3154), il che riferma l’etimologia che ho data del nome del monte. Quando questo vulcano cessasse di rischiarare co' suoi fuochi le notti silenziose della terra è affatto ignoto, per essere ciò avvenuto in un tempo anteriore alla storia; certo è nondimeno che venne a mancare quando l'Adriatico che tutta la Daunia ricopriva ne' tempi remotissimi, si ritirò da questa regione e s’ingolfò nel mare di Taranto (3155), come avverrà pure del Vesuvio, quando più lontane ne saranno le acque del Tirreno.

In fuori delle parti discorse, e dell’interno del più gran cratere che circonda i laghi, messo a coltura di cereali, e coverto un tempo di castagni secolari (3156), tutto il resto del Vulture non presenta che una sola massa di boschi, di proprietà del R. Ordine Costantiniano, di non meno di 15mila moggia di estensione. Più grandi boscaglie vi furono certo ne' tempi antichi, alle cui liete ombre e senza temere gli orsi e le serpi velenose a placidi sonni abbandonavasi Orazio fanciulletto, ma dalle Muse già ispirato (3157), come poi fra altri boschi, nella Valle della Sabina, lungo i ruscelli e le rive del Tevere, o accanto alla fontana di Bandusia compose i suoi carmi immortali. Al di là del piano della Spina i boschi di Monticchio si congiungono all’O. con quelli del Fosso di Faraone e del colle della Melaina, notabili tutti pel folto e la grandezza degli alberi, come quella contrada vulcanica, riscaldata una volta dal fuoco vitale della terra, per tutto ora si offre fiorente di lussureggiante vegetazione. A due miglia dall’ultimo de' detti boschi è la così detta Acqua santa, grandi praterie ricoprono tutta quella contrada, e si distendono insino al sito Acqua rossa, che ha nome da' rigagnoli imbrattati di ossido di ferro, che per tutto vi abbonda. Le pietre che ne sono scoverte sono tutte argillose ferrifere, provegnenti dalla totale decomposizione delle rocce vulcaniche, che costituiscono quella parte della regione volturina. L’Acqua santa scaturisce da una grotticella scavata in un masso di lava decomposta e friabile, ed è acidola ferruginosa fresca come quella del vallone dell’arena presso di Rionero. Altri rigagnoli ai acqua potabile rampollano ivi intorno, e tutti que’ sassi sono rivestiti della solita ocra ferruginosa, che più copiosa diventa prolungandosi il cammino verso l'Acqua rossa ed il Forco della Creta, che semprepiù spingendosi all'O. riesce sul ponte della Pietra dell'Oglio sull’Ofanto. Altra volta l’Acqua santa dové essere termale idrosolfurea, e in molto grido ne furono le medicinali qualità per la guarigione delle malattie cutanee (3158); del che dà anche testimonianza una mezza lapida colla seguente epigrafe (3159), per la forma delle lettere e pel dettato antica di più secoli:

A piè del marmo ve l'acqua vicina

CocHE del male mi sanò S. CARLO

Co opra muta che loquace parla

Lavacro se mi fu mi fu pescina.

Oltre delle lave e delle argille dell'Acqua santa tinte dall’ossido di ferro, altra più rinomata contrada argillosa ferruginosa è quella che ritiene il nome di Ferriera, dove si mostrano anche scoverte le sottoposte lave meno alterate e ricche di ferro ossidolato, che servirono ad alimentarvi antiche fucine. Questi luoghi furono un tempo covili di masnadieri, e tra questi un Cesare Ricciardi si rendé famoso, il quale sotto i due primi Viceré ricoverato da eremita nella grotta presso le rovine del cenobio di S. Ippolito crollato per tremuoti, e che ritiene il nome di Grotta dell’Abate Cesare si fece poi capo di assassini, e per gli atroci fatti lasciò di se la più esecrata memoria.

Funestavano l’impero di Adriano grandi calamità, fame, peste e tremuoti. L’Imperatore sovveniva molte città devastate, ed a molte rimetteva i tributi (3160). Tra queste città fu anche Venusia, per 20 anni sgravata dalle imposte, come è noto dalla seguente epigrafe, che i Venusini riconoscenti scolpivano nella base della statua che ad Adriano innalzavano (3161), né per altro certamente che pe' tremuoti prodotti dal Vulture:

IMP. CAESARI. DIVI. TRAIANI

PARTHICI. GERM. DACIC. FILIO

DIVI. NERVAE. NEPOTI, TRAIANO

HADRIANO. AVG. PONTIF. MΑΧΙΜΟ

TRIBVNIC. POT. XIX. IMP. II

COS. IIII. P. P. OPTIM. PRINC

PVBLIC

VENVSINEI, COL

IMMVN

ANN. XX

Plinio scriveva altro non essere i tremuoti nella terra, che i tuoni nelle nugole (3162); né ad altra cagione sono da attribuire che al fuoco de' Vulcani, al fuoco degli accesi abissi del globo (3163). Che a grandi distanze la terra partecipi a queste terribili commozioni, è noto dalle grandi scosse dell'Etna che si comunicano a tutta la Sicilia, da quelle dell’Ecla che all’Islanda; e senza dire di altri vulcani una testimonianza irrefragabile ne dava il gran tremuoto dell’estinto vulcano del Vulture, che come Venusia sotto Adriano, e la città vescovile di Rapolla nel secolo XVII (3164), nel dì 14 agosto di questo anno 1851 abbatteva Melfi colle sue chiese e i più grandi edifizii, e dove più, dove meno produceva devastazioni ed eccidii nelle città e ne' paesi prossimi e lontani, secondo che più o meno si discostano dal Vulture. Di là la tremenda scossa, che più fatale fu a Melfi, Barile e Rionero, si propagava nelle circostanti regioni per tanti raggi dal centro del Vulture nella lunghezza di oltre a 100 miglia, talché indi a poco sentivasi ancora nelle isole della Campania. Altre scosse ne' dì susseguenti si sentirono a Melfi, le quali se accrebbero i timori, non raddoppiarono le gravi sventure di quella decimata popolazione, ma che quasi contemporanee furono a quelle della Lombardia, dell’Austria, della Francia e della Svizzera, dove più gagliarde si sentivano nel cantone di Unterwald. Altri tremuoti seguivano a questi ne' primi dì di settembre nella città di Stagno nella Dalmazia, e la prossimità geografica di tali fenomeni analoghi hanno dato la più convincente pruova delle grandi comunicazioni interne del globo con contrade anche senza bocche ignivome; e siccome le forze sotterranee della terra si manifestano, dice un celebre naturalista, sia chimicamente co' vulcani, sia dinamicamente co' tremuoti (3165), i diversi fenomeni che hanno accompagnato il gran tremuoto del Vulture, e sopratutto il ribollimento delle acque ne' due laghi, chiaramente dimostrano che l’estinto vulcano potrebbe quando che sia riaccendersi, come dopo lunghe età si riaccesero il colossale Antisana nella catena delle Andes in America, e il monte Epomeo nell’isola d’Ischia, e, per non trasandare un esempio recentissimo, come l’estinto vulcano del monte Pelée nella Marlinicca,dopo forti scosse di tremuoti in quella regione e nella Guadalupa riaccesosi nel 5 agosto di questo stesso anno 1851 (3166).

9. FERENTO (Φέρεντη, Ferentum)

Nel lato meridionale del Vulture e dell’agro di Venusia sorgeva Perento, che gli antichi attribuirono co' suoi popoli all’Apulia (3167), nell’ampio significato di questa regione; ma che debbasi propriamente descrivere nella Daunia il dimostra la sua vicinanza con Acherunzia e Banzia, città che formavano col Vulture il confine della Peucezia, della Daunia e della Lucania. Non par dubbio che in origine si nominasse propriamente Fere (Φεραί), perché tra le diverse città di tal nome che Stefano Bizantino ricordava nel suo Lessico, una ve n’ebbe che appartenne alla Japigia (3168), e non può essere altra che questa, poi detta Perento con denominazione derivativa dal nome più antico, il quale essendo identico a quello della nota città di Fere sull’Amfriso nella Tessaglia, posta nel confine dell'agro pelasgico presso la Magnesia (3169), fa risovvenire i Pelasgi nella Daunia come nell’Etolia, dove fu del pari una città omonima. Ma altra memoria antica della nostra Ferento non ci rimane se non quella del 437 di Roma, quando nella terza guerra sannitica fu presa dal Console C. Giunio Bubulco, il quale coll’impadronirsi di questa forte città pose fine alla guerra contro l’Apulia (3170). Orazio ne lodò l’agro abbondevole, e perché posta in una valle la distinse coll’epiteto di umile (3171). Nelle contrade dette i Castellani ed i Castelli, le quali s’incontrano sulla strada che di Venosa conduce a Palazzo, se ne veggono i ruderi, a tre o quattro miglia dall'odierna Forenza, posta in sito molto elevato. Si sono ivi trovate medaglie ed antichi oggetti di pregio, ed altri antichi avanzi si veggono a breve distanza nella valle dì S. Martino (3172), che della città stessa sono da credere, la quale nel medio evo fu poi detta Fiorentino, né per altro con tal nome è ricordata nella storia che per la morte di Federico II, avvenuta propriamente nel prossimo castello di Lagopesole.

10. ACHERUNZIA (Acheruntia)

A circa 6 miglia da Perento incontravasi Acherunzia, della quale non abbiamo una memoria anteriore ad Orazio, il quale assomigliavala ad un nido d’uccelli perché posta in un sito elevatissimo (3173). Non dubitava il Niebuhr di attribuirne la prima fondazione ai Pelasgi (3174), il che oltre delle città ch'egli nomina a grande distanza l’una dall’altra, cioè Telesia, Argirippa, Siponto e Maluento, ne' cui nomi vedeva vestigi della nazione pelasgica, poteva meglio confermare con quelli delle città più vicine, Ferento, Bantia, Venusia e Luceria, le quali non ci ricordano che nomi di città pelasgiche o de' Traci, compagni di emigrazione degli Eneti in Italia (3175). — Poiché Livio sotto l'anno di Roma 435 parla de' Ferentani soggiogati dal Console Q. Aulio Cerretano, e nel 437 di Perento espugnata dal Console C. Giunio Bubulco (3176), ritenendo alcuni scrittori che nel primo passo si parli della città di Perento nella Daunia, ban creduto che l’altro avesse relazione ad Acherunzia, per non aver potuto, essi dicono, lo storico ripetere il medesimo fatto (3177); ma oltreché nel primo luogo si parla manifestamente di popoli abitatori di una intera regione, ed è chiaro da ciò che Livio soggiunge dell'aver presa il Console la città istessa, che a tali popoli dava il nome, i quali non furono che i Frentani confinanti degli Appuli, a cui in fatti ho altrove la testimonianza di Livio riferita (3178), in tutte le edizioni dello storico non si legge che di Perento, ae pur non è da dire che nella stessa azione di guerra furono prese le due città vicine. Ma la piccolezza di Acherunzia non è favorevole all’ipotesi di un patrio scrittore, il quale avvisavasi che questa fosse la città innominata che secondo Zonata il Console Levino dopo la vittoria su' Romani ottenuta da Pirro sul fiume Siri col resto dell’esercito occupava per impedire il progresso de nemici nell’Apulia (3179), ed ho detto che più probabilmente fu Venusia (3180).

Nel sito della città odierna alcun vestigio antico non si osserva, ma ne' dintorni, e segnatamente nel sottoposto piano della Maddalena, e nella collina della Guardia abbondano i rottami. Le sue spaziose campagne sono anche sparse di antichissimi sepolcri co' soliti elmi ed armi irruginite, né qualche buon vaso si è scoperto che nella contrada detta Finocchiaro. — Sul Bradano, il quale scorre a piè del colle acherontino, era un antico ponte, di cui tuttavia si osservano i ruderi, e ad un miglio all’occidente della città elevasi un poggio, da que’ naturali detto il Tumolo, con enormi macigni ammonticchiati sul suo vertice, che si crede qualche magnifica tomba di personaggio illustre (3181), ma piuttosto tempio o eroo di un’epoca molto remota, a giudicarne si dalla costruzione antichissima, e sì ancora dagl'idoletti di bronzo scovertivi intorno co' molti cammei e medaglie.

11. BANZIA (Βάντεια, Bantia)

Alla distanza di 5 miglia da Acherunzia seguiva quest'altra città, la quale, comeché Plinio ne ponesse gli abitatori nella Lucania (3182), per la vicinanza colle città descritte non è dubbio che appartenne alla Daunia. Con autorità di scrittori più antichi di quelli che ci rimangono ne parlava forse Stefano, ma dal compendio del suo Lessico ora appena apprendiamo che fu città d'Italia (3183). Per l’origine non la credo meno antica delle altre città vicine, e la riferita conghiettura sulla primitiva fondazione di Venusia (3184) più probabile si rende al considerare il nome di Bantia, che fa ben risovvenire i popoli Bantii della Tracia (3185), così che nella Daunia più che altrove io trovo i Traci congiunti ai Pelasgi. Ma niente è noto delle vicende della città, per essere appena nominata nella storia nella guerra contro Annibale, ad opporsi al quale i Consoli Marcello e Crispino dalla Brezia passarono nell’Apulia e tra Venusia e Banzia posero gli alloggiamenti uel 544 (3186). Ed è memoria della città, come altrove ho pur detto (3187), nella celebre tavola di bronzo, scoperta nel 1783 nel territorio di Oppido, che al contado della città si appartenne, senza che non sarebbesi in un sepolcro di Oppido scoperta una legge municipale di Banzia. Di questa legge o editto, il più considerevole monumento della lingua osca, ho di già riferito alcune linee, e non essendo qui il luogo di addurlo interamente, perché nulla vi si apprende sulla condizione o le vicende della città, dico solo che fra le diverse interpretazioni più al vero sembrami accostarsi quella di un dotto professore inglese (3188), sconosciuta o taciuta dagli altri archeologi che delle osche iscrizioni hanno discorso.

E si ricorda anche Banzia nel seguente titolo sepolcrale, che leggesi in Atena (3189), e posto già ad un M. Tresio Fausto, Curatore insieme della Republica, o comunità, degli Atinati e de' Santini:

M. TRAESIO. M. F.

POM. FAVSTO. SE IV

Inf. VIRO. QQ. POTENT

CVR. RP. BANTINOR

CVR. RP. ATINATIVM

OB MERITA EIVS

DEC. AVG. ET PLEBS

CVR. L. PORC. RVFO. S

EX AC. (ex aere conlato).

Presso la celebre Badia di S. Maria di Banzi e del piccolo e misero villaggio dello stesso nome sorgeva la città a circa 13 miglia da Venosa. La vecchia e quasi diruta Badia fu edificata con antichi rottami, ed ivi e nelle adiacenze si sono scoperti in diversi tempi e marmi letterati e sepolcri, acquidotti, fontane, pavimenti a musaico, statue e colonne, statuette di bronzo e medaglie. Altri ruderi in maggior copia rimangono nella prossima boscosa pianura, dove propriamente sopra un ameno altipiano la città era posta, della quale si veggono i molti pozzi e le cisterne ricolmi di macerie e di sassi. Gigantesche costruzioni di grandi pietre macigne senza cemento, attribuite con ragione a' Pelasgi (3190), rimangono ancora nel pendio occidentale di quella collina, e tra questi si scopriva non è molto la seguente lapida;

NVSSAEVS

SEX. F

T. SALISIVS. T. F

IIIIVIR. ID

MINERVAE

SIGNVM

D. D. S. STC.

Idoletti di terra cotta in gran copia si rinvengono in quel sito, e dal simulacro di Minerva di cui vi si fa menzione egli sembra che fossevi stato il tempio della dea coll’acropoli della città, come in Atene ed in altre città greche.

12. IRTO (Εἱρκτή, Ερκτή)

A circa 12 miglia da Acherunzia seguiva Irto ne' confini della Daunia e della Peucezia, città sconosciuta all’antica geografia, e nota appena da una greca epigrafe. Oltre le cose già dette nella descrizione delle città vicine, questa epigrafe conferma chiaramente le greche origini delle città istesse, le quali senza le conghietture che vengono spontanee da' loro nomi e senza la detta lapida facilmente si sarebbero credute edificate da popoli non greci, e si attribuivano in fatti ai Lucani, che soltanto le occuparono. La lapida, scoperta a monte Irto verso la metà dello scorso secolo, è la seguente (3191):

ΣΩΘΕΝΤΟΣ · ΚΑΛΛΙΜΑ

ΚΟΥ. ΑΥΡΗΛΙΑ. ΓΥΝΑ

ΑΥΤΟΥ. ΕΥΧΑΝ. ΑΠΕ

ΔΩΚΕ. ΤΩΙ. ΔΙΙ. ΚΩΜΝΑ

ΡΩΙ. ΚΑΙ. ΔΙΙ. ΕΛΕΥΘΕΡΩΙ

ΥΠΕΡ. ΑΥΤΟΥ. ΚΑΙ. ΠΟΛΙ

ΤΩΝ. ΙΡΤΙΝΩΝ. ΥΓΙΕΙΑΣ

ΤΑΥΤΑ. ΠΑΝΤΑ. ΠΕΦΥΚΟΤΙ

Era una lapida votiva che un’Aurelia per la salute di suo ma rito e de' cittadini Irpini poneva a Giove Comnaro ed a Giove Salvatore, autore della lor comune salvezza, ed in fuori delle due prime linee, identiche sono le interpretazioni di due patrii archeologi (3192). La maggior difficoltà è nell'epiteto di Comnaro che si dà a Giove, con ebraiche etimologie interpretato per Vendicatore, e per Pluvio, così che. colle derivazioni medesime chi vedeva nel nume la cagione di una peste prodotta dalla grande siccità, e chi l’effetto della cessazione della stessa occasionata da piogge copiose. Senza tenere per alcuna di tali interpretazioni, dico solo che nella voce ΚΩΜΝΑΡΩΣ si contiene forse il significato analogo ad ΕΠΙΚΟΥΡΙΟΣ, Auxiliator, talché nel fatto de' popoli Irpini si avrebbe il caso simile a quello de' Figalii, i quali ad Apollo Epicurio innalzavano un tempio per averli salvati da un’epidemia (3193). L’epiteto di Comnaro fa anche risovvenire il nome simile di Commarode ch’ebbe un luogo della Tracia presso di Bisanzio (3194), ed ho già detto delle relazioni primitive della Daunia co' Traci e i Pelasgi. Certo è che sulle rovine del tempio di Giove Comnaro fu poi edificata la chiesa di S. Maria della Provvidenza, il cui aiuto in tempo di siccità con grandi processioni vanno ad implorare que’ di Montepeloso. Per tale divota costumanza, dalle antiche superstizioni pagane originata ed al suo buon principio ricondotta, il culto di Giove Comnaro credeva il Lupoli identico a quello di Giove Pluvio; ma a volere anche convenire in tale opinione non si sa intendere la relazione della repristinata salute di Callimaco col nume anzidetto; e però più naturale a me sembra da interpretazione del Martorelli. Ad ogni modo la città di Irto (in origine probabilmente detta Είρκτη, o Ερκτή, come una città della Sicilia (3195), della quale tuttavia si veggono gli avanzi, e nel cui sito si sono a quando a quando scoperti marmi e sepolcri, sussisteva nel medio evo col nome d’Hirso o Irso. Oltre le antiche carte della mensa vescovile di Montepeloso, nelle quali se ne trova spesso memoria come di un luogo così detto, se ne ha chiara ricordanza nel noto Catalogo de' Baroni del Regno per la spedizione di Terra Santa (3196), né altrove fu situata che nelle adiacenze di Montepeloso e Grassano, che sorsero dalle sue rovine.

13. PISANDE (Pisandes)

Nelle vicinanze della descritta città seguiva la stazione col nome di Pisandes, che la Tavola Teodosiana segna a XVI miglia da Silvio sulla strada che da questa città per Potenza e Grumento conduceva a Nerulo ne' confini della Lucania e de' Bruzii (3197). Per difetto di altre testimonianze non può assicurarsi se bene o male scritto siane il nome, ma che a confrontare col greco, dal quale per la greca popolazione primitiva della regione io credo derivate per lo più le denominazioni che nella Daunia s’incontrano e nelle altre vicine contrade, parmi così detta dalla pece ottima che vi si raccoglieva, e però da' pini che vi crescevano (3198). Il Romanelli, seguito da un altro geografo, l'ha creduto in vece così alterato da vedervi il nome di Bantia (3199); ma per ciò sostenere doveva oltremodo restringere le distanze indicate nella Tavola, riducendo a IX in vece di XVI quella da Silvio a Pisandes, e l’altra da Pisandes a Lucos a III in vece di XXIV, per adattare quest’ultima denominazione ai boschi bantini, di cui parla Orazio (3200). Il perché sembra che la strada, anziché correre direttamente a Potentia, facesse un angolo presso Montepeloso, d’onde poi correva alla volta de' boschi anzidetti, e di là a Potentia. E però più facilmente mi accosto all’opinione del Lapie, il quale senza credere alterate le accennate distanze la detta stazione ha riconosciuta a Montepeloso (3201), a 4 miglia dalle rovine di Monte Irso.

14. Fiume AUFIDO

Il più grande e più celebre fiume della regione fu l’Aufido, oggi noto col nome di Ofanto. II quale dalle chine settentrionali del Paragone presso Nusco nella regione che fu degl’Jrpini ha le fonti (3202), e traversando l’Appennino, dopo aver bagnato l’agro di Canosa mette foce tra Barletta e le Saline, dopo il corso di oltre 50 miglia. Tale singolarità del suo corso, di essere cioè il solo fiume fra tutti quelli che scendono dagli Appennini il quale nasca nelle contrade verso il Tirreno, per metter poi foce nell’Adriatico, fu anche notata da Polibio (3203), perché veramente le sue fonti sono più vicine al Tirreno che non è la sorgente del Volturno, che in questo mare si scarica. I diversi epiteti che davagli Orazio, di tauriformis, acer e longe sonans (3204), anziché riferirli alla copia maggiore delle sue acque nelle grandi piene, sono relativi, io credo, alla velocità ed all’impeto del suo corso quando allaga per lo più i vicini campi coltivati, e dal correre libero in mezzo alle grandi pianure della Daunia, dove in nessun modo è ristretto da balze e burroni come altri fiumi, egli sembra che avesse il nome da' Greci, cioè da αῦ e φείδων, per non serbare un letto costante, ma dal restringersi ed allargarsi secondo la maggiore o minor copia delle acque in tempo di lunghe dirotte piogge, o di rapido scioglimento delle nevi (3205). Perché nell'inverno gonfiasi in guisa presso Canosa ed altrove, e sì terribile si rende, che allargandosi a guisa di mare, devasta per lo più le prossime campagne; laddove nella state s’impoverisce a segno, che appena vi si osserva un fiume perenne. Ed è noto che dall'impeto e dallo strepito delle correnti copiose ai tori furibondi gli antichi assomigliarono i fiumi, che perciò figurarono con teste di tori (3206). Come altri fiumi e sorgenti (3207), fu già sacro agli antichi, come faceva manifesto la seguente epigrafe dedicata alle sue Ninfe (3208):

NIMPHIS. AVFIDI

SERVATRIC. SACR

C. MAGIVS. C. F.

VELLEIANVS

REST. ET. DEDIC.

la quale accenna a qualche edicola eretta alla sua sponda. Per una naturale singolarità ne è notabile la sinistra riva dal lato del territorio di Melfi, dove si dice la Pezza delle pietre pregne, perché in gran copia vi si trovano i ciottoli così volgarmente detti, con dentro altri più piccoli, col nome di pietre Eliti o Aquiline note agli antichi, che le credevano utili a molti rimedii (3209), né altro che prodotti delle urenti viscere del Vulture (3210), come di altri simili monti vulcanici. Siccome verso la metà del suo corso già divise la Daunia dalla Peucezia, così oggi divide gran parte della Capitanata dalla provincia di Bari.

15. SALINE

Alla distanza di XII, o piuttosto di VII miglia antiche dalla foce Aufido, seguiva la stazione della Via Trajana che pigliava nome dalle Saline (3211), o anche dalle paludi di acque salse, presso le quali era posta, come altre stazioni omonime di altre regioni (3212). Tale stazione è anche segnata nell’Itinerario di Antonino, ma con la distanza più alterata di XL miglia dell’Aufido (3213), entrambe le quali facilmente emendar si possono in VII, sì perla distanza odierna di 3 miglia in circa tra la foce dell’Ofanto e le Regie Saline di Barletta, sì pel facile scambio di tale cifra colle già dette. Il suolo della contrada che molto si presta alla produzione del sale, come avviene nel Lago di Salpi, tali Saline fa supporre anteriori agli stessi Romani, i quali ne regolarono forse meglio la produzione, essi che ben la conoscevano sin dal tempo di Anco Marzio (3214). Sono del resto nello stesso antico sito le Regie Saline anzidetto, ed in tal copia il sale vi si produce da bastare al bisogno di tutte le continentali regioni.

16. ELPIA, o SALAPIA (Ελπία, η Σαλαπία)

Tra l’Aufido e il lago di Salpi seguiva quest’antichissima città de' Dauni, ma più dappresso al lago alla palude, che gli antichi perciò distinsero coll'epiteto di Salapina (3215). Secondo una tradizione serbata da Vitruvio, venne fondata da una colonia di Rodii, sotto la guida di un condottiere per nome Elpia o Elfia giunti non si sa quando in questa parte d’Italia (3216). Senza dire della sua origine, Strabone ricordava soltanto che il loro arsenale marittimo v'ebbero gli Argirippeni (3217), e però senza negare che vi giugnessero i Rodii, dir si potrebbe ch'ebbe i principii dagli stessi primitivi fondatori di Argirippa, i quali la preferivano forse a Siponto, come alla loro città più vicina. La tradizione del resto addotta da Vitruvio vien confermata da un’altra testimonianza di Strabone, il quale pone nella Daunia una città di Elpia, fondata da alcuni Rodii unitamente ad altri coloni di Coo (3218). E forse sull’autorità dello stesso geografo facevane menzione Stefano Bizantino, attribuendone l’origine anche a’ Rodii (3219). Elpia e Salapia sono dunque una sola e medesima città con diversi nomi distinta, al che par che nessuno abbia posto mente; anzi un dotto archeologo ha creduto l’una dall’altra diversa, perché la fondazione di Elpia è attribuita da Strabone e Stefano a' Rodii, e quella di Salapia ad un Rodio per nome Elpia da Vitruvio, comeché per un’altra tradizione si volesse fondata da Diomede (3220). Le quali diversità di tradizioni cercando di conciliare coll’unione che v’ebbe forse tra le greche colonie di quell’epoca, scrive che una parte de' Rodii che fondato avevano Elpia nella Daunia, si stabilì anche a’ Salapia unitamente ai sudditi di Diomede (3221). Ma la riferita tradizione di Vitruvio è sicuro argomento che furono una sola e medesima città, detta in prima Elpia dal capo della colonia, e poi Salapia da altra ignota circostanza, se non fu la naturale produzione del sale alle sponde del prossimo lago, o anche il nome della sua metropoli nella Tracia (3222), per la quale al trace Diomede attribuivasi appunto, che vi ebbe culto; così che a tempi assai più remoti, anteriori alla colonia de' Rodiiv è da riportarne l’origine, ed io credo all’epoca della dominazione de' Pelasgi, uniti ai quali, come con gli Eneti, vennero forse Traci in Italia (3223). Prevalso intanto il nome di Salapia di quello di Elpia rimase appena memoria in qualche antico scrittore, a cui la notizia ne attinsero Strabone e Stefano; e se da tutti gli scrittori posteriori non fu neppur mentovata, non fu perché venne a mancare in tempi antichissimi, come par che dica il lodato archeologo, ma perché col nome comune al lor tempo parlarono di Salapia. Da Strabone intanto può desumersi approssimativamente l’epoca della fondazione della colonia rodia, perciocché scrive che le prime navigazioni de' Rodii furono molti anni prima che s’istituissero i pubblici giuochi in Olimpia (3224). Or, poiché la prima istituzione di questi giuochi avvenne nell’anno 776 avanti l’era volgare (3225), e la talassocrazia, o l'impero del mare de' Rodii dopo quello de' Traci durò XXIII anni (3226), tra questo tempo fu fondata Elpia o Salapia, e più precisamente dopo la fondazione di Gela nella Sicilia, avvenuta nella 01. V, 4, (3227), e prima della fondazione di Partenope nell’Opicia, l’una e l’altra per opera degli stessi Rodii.

Ma per dire della più antica storia della città, dalle monete ne veggiamo l'autonomia, cioè che si resse indipendentemente dalle altre città vicine, delle quali potè esser solo confederata. Tali monete, tutte di rame, hanno da un lato il capo di Apollo o di Giove laureati, quello di Pane adulto o imberbe, o semplicemente un cavallo andante, e dall’altro un cavallo corrente per lo più con sopra una stella o un tridente, un delfino, ed un cignale stante o corrente, coll'epigrafe ΣΑΛΑΠΙΝΩΝ o ΣΑΛΠΙΝΩΝ nel dritto, e nel rovescio ΔΑΞ ΕΝ, ΓΥΛΛΟΥ, ΕΔΑMΑIΡΕ, ΤΡΟΣΑΝΤΙΟΣ, ed anche ΤΡΩΦΙΝΤΙΟΥ, e ΓΟΙΤΟΔΩΡ in ordine retrogrado (3228). Sono simili a quelle di Arpi, città fondata, come i Greci volevano, da Diomede di Etolia, al quale il tipo del cavallo può ben riferirsi, perché era fama che vincesse nella corsa a cavallo sull’Ellesponto ne' giuochi Pizii, e perciò dedicava un tripode a Delfo (3229). Ed il tipo di Pane, anche a Diomede può aver relazione, come colui che secondo le greche tradizioni veniva da Argo, e tra questa città infatti e Tegea alle sorgenti dell'Erasino era Pane adorato (3230); o pure perché essendo negli ultimi tempi identificato con Dauno, vi si espresse il primo autore de' popoli della regione. In alcune altre monete intorno il delfino del rovescio, simbolo di Salapia come città marittima, si è malamente letto.... VHVENTOD, non altro che BENEVENTOD, che dimostra la federazione della città con Be nevento, ed io credo per le origini comuni, perché anche da Diomede volevasi fondata la città sannitica (3231). E poiché tra' magistrati e primarii cittadini dì Salapia nel tempo della seconda guerra cartaginese si conosce un Dasio (3232), il di lui nome ne è chiaramente espresso nella leggenda ΔΑΞΕΝ, o ΔΑΞΟΥ, e per nomi di magistrati simili interpretar si possono le altre leggende per lo più non greche, in fuori di quella di ΓΟΙΤΟΔΩΡος.

Ma sconosciute sono le vicende della città insino alla seconda guerra cartaginese, quando Annibale, dopo aver tentato indarno l'occupazione di Taranto, vi si ridusse a svernare coll’esercito, e a raccogliervi grano e mandrie di cavalli, predate da' vicini luoghi. Piacquegli Salapia (3233), e quale fu Capua per tutti i Cartaginesi, tale fu Salapia per lo stesso Annibale, datosi ivi agli amori meretricii (3234). De' supremi magistrati che allora la città governavano, Dasio teneva pe' Cartaginesi, e Blazio pe' Romani. Come riuscisse Blazio con mille Romani ad opprimervi collo stesso suo collega il presidio di 500 Numidi, il fiore della cavalleria di Annibale, più distintamente di Livio narra Appiano (3235), ed entrambi gli storici si accordano nel racconto delle mal riuscite insidie di Annibale quando per mezzo dell'anello di Marcello cercava di rioccupare la città, e vi perdeva in vece altri 600 Cartaginesi (3236). Né altro è noto di Salapia ne' tempi posteriori, se non che la vicinità della palude, che l’aere v’infettava, fu cagione che si abbandonasse, ed in luogo più aperto e salubre si edificasse.

Il perché avendo i Salapini ricorso ad un M. Ostilio, pretore forse, o altro romano magistrato, dopo aver egli diligentemente esaminati i circostanti luoghi, di un sito molto salubre presso la marina faceva acquisto, e col permesso del Senato e del popolo Romano edificò la città nuova, ove trasferì gli abitatori dell’antica. Aprì poi un canale tra la mefitica laguna ed il mare, affin di dare scolo alle acque, e dove s imboccavano formò un porto. Per sì fatto modo stanziatisi i Salapini nella nuova città, a quattro miglia dall’antica, ottenevano un soggiorno migliore in un sito più comodo e salutevole (3237). Ma, quando la nuova Salapia si edificasse, non è noto, se pur non fu al tempo di Cicerone, o in quel torno, perché arigando egli contro la legge agraria proposta da Rullo, forte si maravigliava come spedir si volesse una colonia ne' confini di Salapia, così pestilenziali e mefitici (3238). Né altro è noto delle vicende di questa seconda città, se non che nella guerra sociale fu data alle fiamme da Caio Cosconio, uno de' duci romani in quella guerra (3239), e come altre città vicine soggiogata. Dopo le quali vicende continuò a fiorire pel commercio che vi facilitava la sua posizione alla marina, così che il loro arsenale marittimo v'ebbero gli Argirippeni (3240), senza che perciò da tale circostanza dedur se ne debba, come credeva un patrio scrittore, la sua origine o la soggezione dalla città di Argirippa (3241).

Dalla narrazione di Vitruvio è manifesto che l'antica Salapia guardava il lago, dal quale era poco distante, e che la nuova verso il mare fu costruita, all'opposto degli scrittori pugliesi e di altri che ne seguivano l’opinione, cioè che l’antica fosse edificata dal favoloso Diomede sulla marina, e l’altra in vicinanza del lago. Di entrambe del resto tuttavia rimangono i vestigi;della nuova molti avanzi hanno le onde occupati, verso la torre che ne ritenne il nome (3242), e dell’antica altri ruderi si osservano presso il lago, sopra una collinetta, e sono portici, pilastri e volte, oltre le reliquie delle forti muraglie.

17. Palude SALAPINA (Salapina palus)

A sinistra della descritta città, alla distanza di 300 passi dal mare seguiva l’estesa palude, che perciò Lucano distingueva coll’aggiunto di Salapina (3243). La quale facilmente può giudicarsi un avanzo delle acque che ricopersero la regione sì per la comunicazione che già ebbe col mare, e sì perché la memoria ne risale a' tempi primitivi della nostra storia. In fatti Licofrone fa vaticinare a Cassandra che alla sua sponda i Dardani o Illirici e i Dauni le innalzerebbero un illustre tempio (3244), il quale per non essere nominato da altri scrittori egli sembra abbandonato o distrutto in età molto remota. Strabone parla solo del lago, per le cui acque si trasportavano il frumento e le altre produzioni della città di Siponto (3245); il quale oggi prende nome della vicina città di Salpi, e per 10 miglia si estende dal mezzodì al settentrione, nella larghezza di un miglio e mezzo, e per 26 miglia in tutto il suo perimetro. Un tempo produceva pesci in gran copia, quando da' prossimi fiumi Carapella ed Ofanto riceveva le acque dolci, e dal mare adiacente le salse; ma divenne impura laguna, ferale alle vicine popolazioni di Zapponeta, delle Saline, Casaltrinità e Cerignola, allorché s'impedirono le scaturigini de' terreni adiacenti, e ne fu chiusa la foce col mare. I traboccamenti de' detti fiumi che nelle estraordinarie escrescenze trasportano copiose torbide, hanno a quando a quando colmato questo lago, e trasformatolo in pestifera laguna di bassissimo fondo, che nella state suol quasi interamente prosciugarsi, d’uno strato di sale lasciando il suolo ricoperto (3246). Nel tempio di Cassandra del resto, che ha tanta relazione con Apollo adorato nella vicina Salapia (3247), rifuggivano le donzelle che disdegnavano le nozze, o gli sposi che loro si proponevano, e di verghe armate, alla guisa di Furie avvolte in neri panni, strappandosi le gote abbracciavano il simulacro di Cassandra, tenuta qual diva (3248).

18. ACERINA, o CERINA

Nella seconda regione d’Italia Plinio ricorda i Corinensi con altri popoli della Daunia e dell’Apulia (3249), de quali sconosciuta è la situazione per difetto di altre testimonianze di scrittori, o di monumenti. Ma si conosce da Livio una città di Acerina. ch’egli nomina unitamente a Siponto (3250), e che dà ragione di emendare in Cerinenses il citato passo del geografo; così che la città detta prima Acerina nel primo secolo delibera volgare nominavasi Corina. So bene che i diversi editori di Livio, anziché ad Acerina, riferendone la testimonianza a Terina, sopratutto perché si dice colonia de' Bruzii, si oppongono alla supposizione che già fosse nella Daunia una città col detto nome (3251); ma oltre che il passo di Livio potè bene essere da' copisti alterato anche nella parola Brutiorum, e si sa dalla storia che Terina fu sì una colonia greca, prima forse degli Etoli, e poi certamente de' Crotoniati (3252), ma non mai de' Bruzii, che non fondarono colonie, e che anzi oppressero le colonie greche, i citati scrittori non hanno riflettuto che Acerina pigliava nome dalla sua posizione presso la palude salapina, in guisa che come la città di Acerra della Campania (3253), da ἀχηρη io mi penso che fu da' Greci detta Acherina e poi Acerina, ed in fine Cerina. Per la quale etimologia con molta probabilità a questa città si può riferire la moneta che descriveva un patrio antiquario col tipo del fulmine da un lato e coll’epigrafe del nome del popolo ΧΑΙΡΗΝΟΣ, o piuttosto ΑΧΑΙΡΗΝΟΣ ΑΙΤΟΛ, e dall’altro con quello di una vacca in atto di lambire il suo vitellino e col nome del magistrato ΞΕΝΟΚΛΗΣ (3254). Or, a non dubitare della prima leggenda, la città sarebbe stata fondata dagli Et oli, e vi è in fatti memoria di questi popoli nella Daunia (3255). La città non era molto lontana da Siponto, e se ne additano le rovine nel luogo che tuttavia serba il nome di Acerina o Corina all’eguale distanza di un miglio dal monte Altino e dal lago di Salpi dove anche sepolcri romani si sono scoperti (3256), il che dimostrerebbe quel sito abitato sin sotto l’impero, e vera con ciò la notizia di Plinio, il quale ricorda i Cerinensi tra' popoli del suo tempo.

19. PETRA (Πέτρα)

All’antica topografia della Daunia aggiungo il villaggio, se non più grossa borgata di Petra, comeché non se ne abbia memoria negli scrittori dell’antichità classica. Il greco nome di essa, che ne spiega la posizione presso rupi di scogli in vicinanza del mare, fa supporre un’origine anteriore al V secolo dell’era volgare, e propriamente al 493, quando per l’apparizione di S. Michele Arcangelo sul monte Gargano il Vescovo S. Ruggiero di Barletta interveniva con altri Vescovi alla consecrazione e dedicazione di quel sacro luogo (3257). Or egli era nativo di Petra, la quale preesisteva certamente al detto secolo, e fu forse nella dipendenza della prossima città di Salapia. Da gran tempo distrutta, o abbandonata, non se ne vede vestigio, ed appena ne è rimasto il nome al lido del mare con poche rovine coverte dalle onde in vicinanza del lago di Salpi e della Torre di guardia, nella Carta del Rizzi Zannone perciò detta Torre delle Pietre.

20. CERAUNILIA (Κεραυνιλία, Ceraunilia)

Al dì là del corso dell'Aufido, calla distanza di circa 6 miglia da Canusio sorgeva Ceraunilia, ricordata solo da Diodoro Sicolo e certamente di antichissima fondazione greca, come manifesta il suo nome, derivato da κέραυνος, fulmine. Gli epiteti di τερπικέραυνος (che gode del fulmine), ἀργικέραυνος (che ferisce con rapido fulmine), da Omero dati a Giove (3258), e la vicinanza della città con quella di Dodona, fanno suppormi che al pari di questa al nume de' fulmini fosse sacra, in guisa che se l’una, come dirò appresso, non potè essere edificata che da' Pelasgi, l’altra è da attribuire egualmente agli stessi popoli, che dall'Epiro passando in Italia, vi fondavano il culto di Giove Dodoneo. Ma niente altro è noto delle vicende di Ceraunilia se non che ribellatasi a' Romani coll'oscura città di Cataratta, la quale esser doveva nelle sue vicinanze, fu espugnata da' Romani nella seconda guerra sannitica, e fu tenuta in soggezione con un presidio (3259). Si è supposto che ne fosse poi diviso l’agro alla colonia spedita a Salapia (3260), ma senza altra pruova che quella della vicinanza con questa città. Che che ne dica un patrio scrittore, il quale indarno sostiene che nell’odierna Cerignola fosse situata l’antica città di Gerione o Geranio (3261), che nella regione de' Frentani ho descritta (3262), l’analogia del nome fa in vece riconoscervi Ceraunilia (3263). In fuori di qualche avanzo di antiche muraglie (3264), altro non vi rimane che ne ricordi l’antichità, perché forse col gran tremuoto che quasi la rovinò nel 1627 (3265) co' nuovi edifizii vi scomparvero gli antichi ruderi. Nella chiesa di S. Maria de Ripis altis nel rialto di una rupe dell’Ofanto, sin dove si estendeva certamente l’agro di Ceraunilia, e dove già fu una Grancia di Basiliani, un’antica colonna di marmo vi sostiene la pila dell’acqua santa coll’epigrafe (3266):

SEXTILIA АССЕРА

ARAM BONAE DEAE

EX S. P. F. C. EQ. T. P. S.

Quest’ara votiva si può ben credere trasferita dalle vicinanze della città, dove fu il tempio sacro alla Buona Dea, non altro che la Demetera, o Cerere, de' Greci, eia stessa che Maja, o la madre Terra de' Latini (3267). Un’altra ara votiva sacra a Nettuno, vedevasi presso l’antica strada che da Equotutico menava a Canusio in vicinanza di Ceraunilia (3268), ed è la seguente:

NEPTUNO

SERVATORI

SAC

L. CORNELIVS

FESTVS

CLASS. SICIL. ET

ΑΝΝΟΝΑE PRAEF

VOT. SOL

DED. PR. NON, DEC

COS

SEVERO ET QUINTIANO

Dalla memoria del Consolato di Severo e Quinziano scolpita allato dell’ara, conoscevasi che nel 235 dell’era volgare facevane la dedicazione Cornelio Festo, Prefetto dell'annona e della squadra marittima della Sicilia, il quale da qualche fiera burrasca salvavasi nella spiaggia dell’Adriatico al ritorno forse dall’isola, dove recavasi per farvi acquisto di granaglie. E dall'indicata strada trasferitasi la colonna miliaria che vedesi a Cerignola coll’indicazione della distanza di miglia LXXI da Benevento (3269), e che mi rimango dal riferire per essere identica a quella nella descrizione di Turano di già addotta.

21. DODONA (Δώδωνη, Dodona)

In vicinanza della descritta città seguiva Dodona una delle città antichissime della Daunia non solo, ma ancora di tutte le nostre regioni, e di fondazione sì remota e primitiva che in fuori di poche è difficile altre indicarne più antiche di questa. Benché non ne sia nota l’origine, perché dal geografo Mnasea appena sappiamo che fu in Italia (3270), per l’altra città omonima e celeberrima che fu nell’uno, e per la nota usanza comune sì agli antichi che a' nuovi coloni di ripetere nelle diverse regioni in cui si trama lavano i nomi delle città da cui si partivano (3271), non è dubbio che fu fondata da’ Pelasgi i quali appunto da Dodona della Molosside passavano in Italia (3272). Il perché lasciando stare i patrii topografi e i più dotti geografi che per non conoscere il citato passo di Stefano Bizantino nulla seppero della Dodona italica, fa meraviglia che il dotto Berkley, per non trovarne memoria in nessun altro geografo o storico, si avvisasse che Stefano per errore de' copisti avesse scambiato Δωδωνη ο Δωδωνια con Βοβονια ο Bononia (3273). Ma niente altro ne è noto oltre della riferita testimonianza di Mnasca, e non ostante l'oscurità della sua situazione non dubito di attribuirla alla Daunia dove pur sono altre memorie relative ai Peìasgi. Perciocché è noto dagli storici patrii che Federico li alcune città fondò nelle nostre contrade, e furono tra queste Flagella in Terra di Lavoro, e Dodona in Puglia (3274). Ma perché la prima fu soltanto ristorata sulle rovine della nota città di Fregelle che si appartenne ai Volsci (3275), lo stesso è da dire di Dodona riedificata su' ruderi della città antica; giacche, anche senza il simile esempio di Frcgelle non saprebbesi altrimenti dar ragione del perché egli avesse imposto il nome d'una città sì antica a quella che alzava dalle fondamenta secondo i citati storici. Per la qual cosa è da credere che in questa città della Daunia di fondazione sì remota quanto lo stesso passaggio de' Pelasgi nelle patrie contrade, avessero questi popoli fondato il culto di Giove, della città di Dodona nell’Epiro originario, il cui oracolo guidati aveali in Italia (3276). Quanto al sito della nostra Dodona comeché parer possa impossibile indicarne gli avanzi, perché con Fregelle fu abbandonata non sì tosto morì Federico, pur è da sperare che accuratamente esaminandosi gli antichi ruderi sparsi nella Daunia abbiasi a riconoscere a qualche segno della fabbricazione ciclopea, o pelasgica. E so per udita che nel luogo ora detto La Lupara, presso il regio podere di Tre Santi nell'agro di Cerignola si veggono gli avanzi di una città antica con tutto il suo pomerio. Ivi forse, e non altrove, è da riconoscere l’antichissima città di Dodona; e giova riflettere che presso all’antica Ceraunilia non può cader dubbio che fosse altra città dauna, perché nessun’altra ne rammentano Strabone, Plinio e Tolomeo, i quali non ricordano né anche Dodona, perché prima della loro età già distrutta.

22. ARDONEA, o ERDONIA ('Αρδωνια, Ερδωνία)

A circa 12 miglia dal supposto sito di Dodona incontravasi quest’altra città popolosa de' Dauni, il cui nome per cagione de' copisti s'incontra diversamente scritto negli antichi storici e geografi (3277); ma ritenendo che come la più parte delle altre fu una città greca, la lezione da preferirsi è quella di Ardonea, da ἄρδω, irrigo, per essere bagnata dal prossimo fiume Caramella. Innanzi che il pretore Q. Fabio nel 538 di Roma presso di essa ponesse gli alloggiamenti (3278), non è nominata nella storia, e celebre poi vi divenne per le due grandi sconfitte che Annibale vi dava a' Romani comandati dal pretore Gneo Fulvio nel 539, e dal proconsole dello stesso nome nel 542 (3279). Dopo la rotta di Canne la città erasi ribellata a' Romani, ed occupata da un presidio cartaginese fu assediata da Fulvio; e dopo la seconda battaglia fu data alle fiamme da Annibale, trasportandone tutta la popolazione a Metaponto e a Turio, dopo averne messi a morte i principali cittadini, perché trattavano con Fulvio onde ritornare in fede de' Romani (3280). Senza che ne sappiamo le vicende de tempi posteriori, certo è che risorse dalle sue rovine, perché vi fu spedita una colonia (3281), per ripopolarla, come sembra, e forse nell’epoca stessa che ad Ascoli ed Arpi, cioè non sì tosto Annibale uscì dall’Italia.

Strabone nominò Erdonia tra le grandi città sulla strada antica che da Brentesio attraversando la Peucezia presso Benevento congiungevasi colla Via Appia (3282), e poiché ne' diversi Itinerarii è segnata a XVIII miglia da Eca (3283), corrispondenti alle 15 miglia odierne da Troja, si è riconosciuta presso il pubblico albergo di Ordona (3284), in cui l’antico nome se ne ravvisa, sulla via che mena a Cerignola. Nella parte più scoscesa della prossima collina, innanzi a cui si apre un vasto orizzonte colla veduta di Troja e degli spaziosi campi della Daunia e dell’Apulia, si veggono i ruderi di una grande opera laterizia, credula la sua acropoli colla porta principale non ancor rovinata. All’oriente della collina nella vasta vicina pianura sono sparsi gli avanzi della città per lo più laterizi!, e così maestosi, che dopo quelli di Canusio somiglianti non se ne veggono di altre città della regione. Tra gli altri più notabili cdifizii vi fu osservato un tempio grandioso di opera reticolata di marmi e mattoni, nella cui nicchia scorgevasi dipinta la dea Iside co' suoi sacerdoti in bianche vesti e con simboli del loro culto. A’ loro bagni di purificazione più che ad altro uso servì forse l’altra fabbrica di simile opera reticolata alla distanza di pochi passi, per vedersi un simile bagno nel recinto del tempio d’Iside di Pompei. Il tempio era posto verso uua delle estremità della città, perché se ne vede ivi presso la lunga muraglia di antichissima costruzione che va irregolarmente serpeggiando, ed alla destra l’arena dell'anfiteatro, essendo noto che gli anfiteatri o fuori delle città, o al termine di esse solevano costruirsi. Si ammirano più sopra due lunghe e belle basiliche, tra le antiche opere architettoniche le più ammirevoli in tutta la Daunia dopo gli avanzi di Canusio (3285). E senza dire di altri ruderi di piccoli templi e di case, i quali attribuir si possono alla città divenuta cristiana (3286), de' molti serbatoi di acqua in forma conica sparsi pel suolo che occupò, come a Canne, Canusio e Salapia, e delle monete imperiali scopertevi, aggiungo solo che verso il villaggio di Orta ne vennero fuori nello scorso secolo i sepolcri, e tralasciando di riferirne due delle comuni epigrafi, più rilevante mi sembra addurre il seguente marmo che ricorda una delle opere dell’Imperatore Federico II, e che conferma la ricostruzione della prossima città di Dodona in quelle vicinanze:


DOMS FRIDERIcus

Dei GRA ROMANORV IMPERA

TOR SEP. AVGVSTVS

IERVSALEM SICILIE

REX HOC OP. PEcu

nia sua HORTA

COSTVI F.

23. ASCOLO (Ασκλος, Ausculum, Asculum)

A circa X miglia d’Ardonca seguiva più dentro terra la città di Ascolo, molto antica e ragguardevole. Ammettendo uno de patri i archeologi il principio della ripetizione nelle nostre contrade de nomi delle città de' popoli che vi si tramutavano, avvisavasi quello di Ascolo ripetuto dalla città di Ascalona abitata da’ Fenicii (3287). Tale origine era favorevole al sistema di ripetere le nostre origini da’ Fenicii; ma non ammettendo questi popoli se non dove storicamente ammetter si possono co' meglio avvisati storici ed antiquarii, dico che questa città, al pari della prossima Ardonea prese nome dalla sua situazione, e fu detta Ascolo perché posta nel concavo, nel luogo scavato (dal greco ασκάλλω da ά dorico per ὅπου (3288), ο σκάλλω, fodio), dove fu da' Greci primamente fondala come le città vicine. E in fatti l'odierna Ascoli che occupa il sito dell'antica, sta nel seno di tre rialti al termine di un’amena collina che s'innalza dal basso livello della regione (3289). Vero è che nelle monete di bronzo della città se ne legge il nome del popolo abbreviato ΑΥΥΣΚ, ΑΥΟΚΛ, ο intero ΑΥΚΛΙΩΝ, e però una diversa ragione etimologica ne ha proposta un dotto nummologo; ma, oltreché non so comprendere a che mai accennar potrebbe il significato di allacciatura che nel detto nome si è rinvenuto (3290), il nome cambiato o alterato della città ne' tempi posteriori era forse cagione di alludervi col grazioso tipo della Vittoria stante in atto di avere allacciata una laurea pendente da una tenia, e di sospenderla allacciandola di bel nuovo in sull’estremità di un ramo di palma. Oltre del detto tipo ch'è nel rovescio delle monete di Ascolo, vi è quello ancora della spiga, e del cinghiale corrente, che si vede anche nel dritto, oltre della testa di Ercole imberbe coverta colla pelle del leone, colla detta leggenda, che talvolta si legge solo nel rovescio (3291).

Ma della più antica storia della città niente altro è noto, se non che nelle sue vicinanze i consoli P. Decio Mure e P. Sulpicio Saverione nel 473 di Roma debellavano Pirro dopo la vittoria da lui ottenuta presso Pandosia (3292). E perché Floro tra' prigionieri Molossi, Tessali e Macedoni annoverava anche gli Apuli, egli sembra che gli Ascolani avessero di lor volere o per forza combattuto pel re di Epiro.

Ignote sono le vicende della città de' tempi successivi insino alla guerra sociale, in cui ne devastava l’agro il Pretore C. Cosconio (3293); né altro si sa dell'antica sua storia, se non che una colonia vi fu dedotta in tempo posteriore alla legge Giulia, perché secondo le norme di tale legge e della Sempronia ne furono assegnati i confini (3294). Ed a questa colonia mi sembra doversi attribuire i didracmi coll’epigrafe ROMANO e col detto tipo della Vittoria, anziché alla città istessa dopo le due grandi battaglie de' Romani con Pirro, perché se gli Ascolani parteggiarono, come sembra, pel re di Epiro, non saprebbesi intendere come nelle monete celebrassero la vittoria de' loro nemici. Della Colonia Ascolana è anche memoria nel seguente frammento di lapida della città, ora nel R. Museo, al tempo dell’Imperatore M. Aurelio posta ad uno de' suoi Patroni, il quale per l'onore della Quinquennalità ottenuto impetrava forse da Antonino Pio di largir danaro agli Ascolani anche per pubblico uso (3295), come con altre città fu solito quell’Imperatore, e lastricava perciò una strada della città:

AscuLANENSIVM

ColONIA

……..... PAT. COL. QVI. OB

Honorem. QuingVENNALITAT

Viam. Ab. Asculo. PER. XXXXIII. PASSVVM

Mil. Ex. IndulGENTIA. DIVI. PII. PATRIS

Novo. Silice. DEC. DEC. STRAVIT

ImpensaS. DON. DON

Cuius. ob. MERITA

Ordo. PopuLVSQVE. P. C.

Quest'altra lapida, che in parallelepipedo di pietra silicea fabbricata si vede all’angolo meridionale della chiesa di S. Donato (3296), ci ricorda in Ascolo l’Edile Iuri Dicundo, che vi sosteneva le veci di ogn’altra municipale magistratura (3297):

L. VINNIO L. F. PAP

FRONTONI AED. I. D.

OB MERITA VINNI

FLAVIANI. PATR. MIL

PATRIS EIVS

P. D. D.

AVRELIA MARCELLA ARIA

MANNIVS MAR

CELLVS FRATER

REMISSO R. P. SVMTV

E siccome L. Vinnio, a cui l’epigrafe fu posta, vi è detto della tribù Papiria, o della Papia, ci attesta insieme che gli Ascolani ad una di queste tribù furono ascritti, e piuttosto alla seconda, controversa da un dotto epigrafista, ma chiara abbastanza e da questa lapida, e dalla seguente a cui fa riscontro (3298):

PELAGINΙΙΑ

P. FVNDANIO P. F. PAP.

PRISCO PATRON. MUNICIPI

OMNIBVS HONORIB

ET ONERIBVS FVNCTO

PATRON. CIVIT. AVSCVL

QVI CVM MVLTA ET

MAXIMA IN REMP. SAEPI

VS PRAESTITERIT. FONTEM

QVOQVE NOVVM CVM GRAN

DI SVMPTV. FABRICAE. SVA PECV

NIA INDVXIT, ET CIVES PATRI

AMQVE REFORMAVIT

M. CAPLATORES

PATRONO PRAESTANTISSIMO

L. D. D. D.

Tra gli avanzi della città (titoli sepolcrali, marmi e colonne) notabili sono due colonne di granito davanti la Cattedrale coll’iscrizione ΔΗΛΟΣ, scolpita sotto il disegno di una città murata con tre torri, e variamente spiegata da' patrii antiquarii. Che le colonne dall’isola di Delo vi fossero trasportate (3299), è troppo facile spiegazione, e che difficilmente si può ammettere. Consentendo che nel vestibolo di qualche tempio fossero situate, più ingegnosa che vera sembrami l’opinione che l’epigrafe accennasse all'elevazione ed immobilità del grande edilizio che le colonne decoravano, o della città istessa posta su salde basi su' tre colli, su' quali fu edificata (3300), e dalla forma delle mura e delle torri che non figurano una città antica, più naturale è il credere che rappresentasse la città ne' tempi di mezzo (3301), e che le colonne decorando il vestibolo di un tempio sacro ad Apollo, l’iscrizione ΔΗΛΟΣ ricordasse la metropoli insulare del cullo del nume. Nello stesso tempio eravi forse adorato anche Esculapio, tenuto qual figliuolo di Apollo, del cui culto in Ascolo rimaneva memoria in un frammento di marmo rosso, che or si vede nel chiostro degli Agostiniani, colla mutila epigrafe... SCVLAPIOVOT (3302). Presso le mura della città passava la Via Trajana, della quale tre colonne miliario si veggono nella città odierna, edificata nel 1400 a breve distanza dall'antica dopo la restaurazione che facevano il duca Ruggiero, e dopo che i tremuoti nel 1348 e nel 1360 quasi interamente la distruggevano.

24. CANDANE (Χανδάνη, Chandane)

Ecateo ci serbò memoria di questa città antichissima, non avvertita affatto da' nostri topografi. Lo storico di Lesbo attribuivala alla Japigia, certamente nell’ampio significato che la regione ebbe ne' tempi primitivi; ma poiché dice ancora ch’erano dopo di Candane situati i Peucei (μετά δέ Πευκαῖοι) ossia i Peucezii (3303), si può ben considerarla come città della Daunia, posta ai confini della regione, dopo della quale avea principio la Peucezia. Ignote del tutto ne sono le origini, per non esservene altra memoria nella storia. Se non che, per l'analogia che il di lei nome ha con Cantano (Κάντανος) città di Creta, ed anche città di confine di quest'isola (3304), si può credere con verisimiglianza fondata dalla colonia cretese che giunse in tempi remotissimi nella Japigia, dalla quale dopo la colonia più antica de' Beozii molte città ebbero la loro origine (3305). Ma in quale odierna città della Capitanata riconoscer possiamo l'antica città di Candane? Io mi penso in Candela, affidato alla stessa analogia del nome, valevole sostegno in queste ricerche quando meglio non ci soccorrono altre notizie. Candela, edificata alla sommità di un colle isolato, è distante quattro miglia da Ascoli, ma nulla so di anticaglie scopertevi.

25. IBONIO, o VIΒΙΝΟ (Ιβωνιον, Vibinum)

Alla distanza di circa 10 miglia dal supposto sito di Catalane, o dell’odierna Candela, seguiva Vibino al di sotto delle varie sorgenti del C erbaio o del Cervaro di oggidì. Ma Polibio questa città nomina Ibonio (Ιβωνιον), e Tolomeo Vibarno o Vibarna (Oὐiβαρνον ή' Οὐιβαρνα (3306)), e tra tutti questi nomi quello di Polibio, ch e il più antico, più si accosta a greca etimologia,la quale parmi potersi derivare da ι'βάνη, urna, haustrum, d'onde si disse forse Ἶβανιον, perché le acque del Cercalo vi si attingevano. Ma il nome di Vibinum ch’ebbe ne' tempi romani, si deduce non solo da quello di Vibinates ch’ebbero i suoi popoli (3307), ma anche da qualche titolo sepolcrale, e tale denominazione può tenersi derivata dalla già detta, da cui differisce solo pel cambiamento di qualche elemento per l’aggiunzione dell'aspirazione V, e nessun conto è da fare del nome con che è ricordata da Tolomeo, sì perché alterato molto e diverso da quelli de' citati scrittori, e sì anche perché nessun’analogia presenta colla greca lingua. Ma tale investigazione lasciando a più dotti etimologisti, dico che non si ha di questa città memoria più antica del tempo di Annibale, il quale poneva gli accampamenti nelle sue vicinanze, come è noto da Polibio. Di tali accampamenti restò ricordo sin nel medio evo, perché parlavasene in una carta di donazione alla chiesa di Troja del Castello C alveolo alle falde di Monte Calvello presso il quale Castannibale dicevasi situato (3308)..

Fu in questa città dedotta una colonia, forse nel tempo stesz so che nella vicina Eca; se non in quello di Canusio, i cui agri sono insieme nominati nei Libro delle Colonie e che co' limiti Graccani furono divisi (3309). E quando a’ Vibinati fu conceduto il dritto di municipio, furono inscritti nella tribù Galeria, una delle tribù rustiche (3310), e se ne ha ricordo ne' seguenti titoli sepolcrali che si serbano a Bovino (3311), che all’antica Vibinum or corrisponde:

P. PACCIVS, PF. GAL. LAETVS

II VIR

M. GAVIO L. F. GAL

EX TESTAMENTO

LOC. DEG. DEC

P. PAEVVIO. Q. F

ROM, RVFO

EX TESTΑΜΕΝΤΟ

ARBITRATV. C. CHESENI

C. F. GAL.

Di nessun tempio di Vibino si ha rimembranza, né di alcun altro pubblico edilizio, ed una sconosciuta opera pubblica. per cura de' Duumviri Q. Pollio e F. Severo sappiamo appena dalla seguente abbastanza antica lapida, la quale a sinistra si vede della porta grande del palazzo ducale della città (3312):

F

Q. POLLIO. 1TERVM

F. SEVERVS HVIRI

.. FAC. CVR.

Né de' Vibinatì altra memoria posso aggiugnere, se non che posero titoli onorifici a Germanico Cesare ed a Mammea Augusta (3313), madre dell'Imperatore Alessandro Severo, e sono quelli che seguono, nel citato scrittore patrio malamente riferiti in una sola epigrafe:

GERMANICO CAES.

TI. AVGVSTI FIL.

COS. II.....

IVLIAE

ΜΑΜΕΑE

AVGVSTAE

MATRI. AVG.

Oltre le quali memorie dimostrar potrebbero l'antichità di Fibino i molti ruderi e i frammenti di marmi e di bassi rilievi che sparsi si veggono in ogni parte della città odierna (3314).

26. SENZIANO (Sentianum)

Alla sinistra della descritta città seguiva più verso la grande pianura della Daunia il villaggio o pur grossa borgata col nome di Senziano, che non più antica si può credere del tempo de' Romani. È sol nominata da uno de' romani Itinerari!, alla distanza. di XXIII miglia antiche da Equotutico (3315), e per la direzione della strada si è supposto all’oriente di Castelluccio de' Sauri (3316), ma che io credo propriamente nel luogo che nella carta dei Rizzi-Zannone è indicato col nome di Lamie, pe' ruderi appunto, come non dubito, che a' principii di questo secolo vi rimanevano, e che forse tuttavia pur vi rimangono.

27. Εca (Αίκαι, Accae)

Distante XVIII miglia antiche da Ardonea seguiva la città di Eca (3317), di greca fondazione certamente, a giudicarne dal sedo nome, originato, come sembrami, dalle violente scosse a cui ne fu soggetto il suolo (3318). Ma non se ne ha memoria prima del 537 di Roma, quando il Console Fabio Massimo presso di essa accampavasi per combattere Annibale, che alla distanza di 6 miglia aveva posto gli alloggiamenti (3319). La città fu poi presa di assalto (3320), perché datasi a' Cartaginesi, e l’espugnazione che i Romani ne facevano, è una pruova delle forti sue mura, valevoli a resistere con una fiorente popolazione a sì prodi nemici. Vi fu poi dedotta una colonia (3321), nel tempo stesso per avventura che nelle città vicine (3322), né altro può dirsi delle sue più antiche vicende. Rarissime ne sono le iscrizioni, ed appena dalla seguente ne è noto uno dei patroni in M. Elio Cesoniano (3323):

D. Μ.

M. AELI. CAESONI

ANO. DIONYSIO PP

AMASTRIANO EX

EQ. R. ANN. LXX. PA

TRONO INCOMPA

RABILI CAESONIA

NI HYACINTHVS

ET. APVLVS. LIBB.

P. M. FECERVNT

In un altro titolo sepolcrale scoperto nella città di Benevento si ha memoria del Curatore della REp. degli Ecani nella persona di un C. Ottavio Modesto (3324), e dal frammento di una simile lapida de' Quatuorviri turi Dicundo della città istessa (3325), che sono le sole memorie epigrafiche che ne rimangono. La città si conservò nel suo splendore ne' tempi successivi, per essere segnata nella Tavola Teodosiana colla figura di città, alla distanza di LXXIX miglia da Capua (3326). Ed anche in tempi molto posteriori, dopoché fu piuttosto distrutta che abbandonata, ne rimanevano i marmorei monumenti, le colonne, e gli alti edifizii (3327). Sorgeva a breve distanza da Troja, dal Catapano Bubagano edificata nel 1008 su gli Accampamenti di Annibale (3328); e nel detto sito ne sono state spesso abbattute le fabbriche sino allo scorso secolo (3329).

28. ACCUA (Accua)

Più oltre da Ardonca e nella direzione di Luceria seguiva l’oppido di Accua ricordato dal solo Livio, ove narra che il pretore Q. Fabio, il quale occupava i contorni di Luceria, se ne impadronì per forza nel 538, e piantò poi i quartieri estivi presso Ardonea (3330). Era dunque Accua di qualche considerazione per essere cinta di mura, e per aver resistito alle forze de' Romani, che perciò forse la rovinavano, conghiettura non inverisimile sì per non essere più ricordata nella storia, sì perché ne scomparve ogni vestigio. L’ignota origine del nome di questa città fa suppormi che alquanto alterato ne fosse il nome ne' codici di Livio, e che legger vi si debba piuttosto Aquae, così che erane derivato il nome dall'esser posta sul corso del Celane, il fiume che tramezzava appunto gli agri delle città vicine. Perché sorgeva tra Luceria ed Ardonea, e per gli antichi sepolcri scoperti a tre o quattro miglia dalle rovine di Arpi, un patrio topografo ne assegnò il sito sulla via' che mena verso Troja, alla distanza di 13 miglia da Ardane (3331). Senza contraddire tale opinione, inclino piuttosto a supporla situata nelle vicinanze di Torre bianca, e propriamente tra la confluenza di un ramo del Celone e quel fiume stesso, sito che facilmente spiegherebbe il nome di Accua, che anche per ragione di sola pronunzia può tenersi differente da Aqua; ed oltre che molti luoghi si trovano negl’ltiuerarii indicati colla denominazione Ad Aquas, per essere posti appunto sul corso di fiumi o di sorgenti, è da riflettere in Accua l’antica pronunzia, essendo noto che Aquinum leggesi ACVINO sulle monete (3332).

29. ARGIRIPPA o ARPI

Di là a circa 10 miglia da Accua sorgeva Argirippa, città tra le più grandi e più insigni della Daunia, a cui tutti gli antichi l'attribuiscono, in fuori di Virgilio, che la situò in generale ne’ campi della Japigia (3333). Le greche tradizioni ne ascrivevano, come ho detto, la fondazione a Diomede (3334), e Strabone che fra gli altri parlò della di lei origine, scrive che si nominò prima Argo Ippio, poi Argirippa, e da ultimo Arpi (3335). Ma anche prima che si nominasse Argo Ippio da Diomede, il quale la cingeva di mura, come scrive Stefano Bizantino, fu già detta Lampe (Λάμπη), senza che spieghi l’origine di questa più antica denominazione (3336). Avvisandosi alcuni dotti critici che sia erronea nell’etnografo tal lezione, crederono che legger vi si debba in vece in vece ᾿Αρπη ο 'Αρποι (3337), senza considerai ch’essendo state città collo stesso nome di Lampe nell’isola di Creta, nell’Argolide e nell’Acarnania, come dallo stesso Stefano apprendiamo e da altri antichi (3338), tal nome primitivo ci mostra nella città fondatori Cretesi, o dell’Argolide, cioè Pelasgi passati poi Epiro, e più probabilmente questi che quelli, perché nella Daunia fu, come si è veduto, la città di Dodona, distante non molto da quella di Argirippa, ed i Pelasgi ripetevano nelle varie regioni che occupavano il nome della patria originaria, quella cioè dell’Argolide, od anche l’altra città del nome stesso che fu nc' Arcadia (3339), da cui derivò il nome di Lampeo ad una parte dell’Erimanto (3340). L’origine pelasgica della città di Lampe nella Daunia si fa anche manifesta da quella che Stefano Bizantino dà alla città omonima nell'isola di Creta, ch'egli dice fondata da un Agamennone figliuol di Lampo Terreo (3341), il che dinota che fu colonia di Tarra, cittadella Lidia (3342), altra relazione di origine co’ Pelasgi Tirreni, che dalla Lidia appunto le antiche tradizioni fanno venire in Italia. Ed il nome di Argo che prima ebbe la città di Argirippa parve altresì dinotare ad un celebre storico la sua origine pelasgica, supponendo egli indigena la leggenda relativa alla colonia ed alla fondazione di Diomede (3343); ma ascrivendone, come non mi par dubbio, ai Pelasgi dell'Argolide e dell’Acarnania abitatori di Lampe la fondazione primitiva da dire piuttosto che il culto di Diomede di Tracia fu cagione che l’origine se ne attribuisse all’eroe di Argo o di Etolia, come all’eroe stesso si riferirono le origini delle città, in cui avea culto; così che la detta tradizione può dirsi indigena ad attribuirla ai Traci stabiliti nella Daunia innanzi l’era di tutte le altre più note colonie elleniche. Per le quali cose non mi è d’uopo trattenermi sulla vera patria de' compagni di Diomede, o della colonia fondatrice di Argirippa. perché è noto che lo scoliaste di Licofrone in un luogo fa partire Diomede dall’Etolia, in un altro d»Argo (3344) e comeché un ch. archeologo colla tradizione riferita da Nicandro opportunamente spieghi tale apparente contradizione (3345), le discorse tradizioni sono facilmente spiegate dal culto che fu nella città, fondatovi da' Traci e da' Pelasgi; così che un dotto mitografo lo stesso nome di Argirippa crede originato dal sacrifizio del cavallo bianco (3346), comune ai Persiani (3347) non solo, sì Massaggi e agli Sciti (3348),ma ai più lontani Indiani ancora (3349), a' Greci (3350), ed a tutte le città nostre e dell'Italia in generale (3351), in cui il culto di Diomede fu propagato, dalla spiaggia dell’Adriatico sino alla lontana città di Venafro nella Campania (3352). Fu il culto contemporaneo alle fondazioni delle città dette, e siccome dalla colonia degli Eneti alla foce del Timavo paiono originate quelle sulla costa, tra le quali è pure da annoverare qualche città de' Salentini, appo i quali anche il cavallo sacrificavasi (3353), così le altre sembrano fondate da Argirippa o Arpi, e tra queste sarei anche per annoverare col Raoul-Rochette la stessa città dell’Arpino (3354), se il nome di Arpi non fosse stato l’ultimo della città, e forse de' tempi storici, quando già Arpino contava più secoli da che era stata fondala dagli stessi Pelasgi (3355).

Ma nessuna memoria storica ci rimane della città prima della seconda guerra sannitica, nella quale (434) collegavasi co' Romani, che tutto il bisognevole avevano dagli Arponi (3356); e dopo che Annibale ebbe trionfato a Canne, ne saccheggiò prima il territorio, poi ottenne la città per opera di Dasio Altinio de' principali cittadini, il quale da Diomede vantava l'origine, e che ribellando la città a' Romani, fe’ accostarla alle parti de' Cartaginesi (3357). Ma, infido come era, tostoché cominciò ad inclinare la fortuna di Annibale, offrivasi con altri al Console Fabio, purché ne avesse premio, di ridare la patria a' Romani. Senza darglisi fede, fu anzi messo in catene, egli e i suoi compagni, e la moglie coi figliuoli bruciati vivi da Annibale (3358). Assediata poscia la città, e combattutosi alquanto nelle tenebre, dopo che alcuni Arponi co' Romani si riconobbero, e dichiararono che oppressi da pochi si erano ribellati (3359), tutti gli altri rivolsero le armi contro i Cartaginesi. A’ quali del resto furono aperte le porte, e la città fu presa senza strage di alcuno, in fuori di Dasio Altinio, il quale colla morte pagò il fio del suo tradimento (3360). Poiché contenne allora un presidio di 8000 uomini, de' quali 5000 di Cartaginesi, ed il resto di Arponi, si può da ciò giudicare dell'importanza ed ampiezza della città, oltre delle monete che ne dimostrano il fiorente commercio e la ricchezza. Di tali monete, meno di argento che di bronzo, e singolari per la bellezza de' tipi, notabili sono i didracmi di argento, fra tutte le città della Daunia coniati solo in Arpi, ne' quali da un lato si vede la testa di Cerere coll'epigrafe ΑΡΠΑΝΩΝ, dall'altro un cavallo galoppante col nome del magistrato ΔΑΤΟΥ, sia quello stesso, del quale sopra si è detto, sia anche altro, ma della stessa famiglia, molto notabile tra le altre della città per le supposte origini diomedee, e comune altresì alle città di Brundusio e Salapia (3361). Il tipo del cavallo è pur molto comune alle monete di bronzo, e chiaramente si riferisce all'epiteto di Ippio (da ἵππος, cavallo) della città, innanzi che si nominasse Arpi. Sulle altre monete si veggono i diversi tipi d’una lesta di Giove, talvolta con l'epigrafe innanzi ΔΑΞΤΟΥ, di Minerva, di Apollo con presso una lira e la leggenda EPHMAN nel dritto, e di un cavallo, o d’un cinghiale corrente (quello di Caledonia, ucciso da Diomede), e di un erpice (ἀρπαξ, αρπάγη, per alludere al nome di Arpi) nel rovescio, od anche di una testa giovenile galeata da un lato, e tre spighe dall'altro, tra le quali le lettere iniziali del nome della città, APIA. E ve ne ha di quelle con solo il cavallo e nell’arca ΑΡΠΑΝΟΥ nel dritto, e con un bue cornupeta, e la leggenda al di sotto ΠΟΥΛΑΙ Ο ΓΥΛΛΟΥ, e talfiata anche ΑΡΠΑΝΟΥ nel rovescio (3362). Né debbo tralasciare le rare monete di argento col toro a volto umano e colla solita epigrafe ΑΡΓΑΝΟΥ o ΑΡΠΑΝΟΣ (3363), le quali essendo simili a quelle d’Irina nella Messapia, mostrano chiaramente la diffusione di quel celebre tipo in molte città nostre di diverse e lontane regioni, senza che siavi ragione di supporre che gli Arpani e gl'Irinei lo imitassero da quello della Campania.

Licofrone, che nomina Argirippa retaggio de' Dauni, la descrive presso l’Ausonite Filamo (3364), nome di fiume piuttosto che di altra città o luogo della regione, comeché affermar non si possa se il Celone o il Volgano, tra' quali la città era posta. Là quale dal circuito delle sue mura mostravasi a Strabone come Canusio tra le più grandi delle città greche in Italia, ma ai suoi dì era tra le minori (3365). E sebbene decaduta per le vicende che ne ignoriamo, fu tale nondimeno ne' primi secoli cristiani da essere decorata di cattedra vescovile dal tempo di Costantino Magno sino ai principii del secolo XI (3366) Per le quali memorie non è dubbio che fu una delle più insigni città della Daunia, e ricca ancora e popolosa, sì per la fertilità del suo agro, a cui accennano i tipi delle spighe e del grappolo d'uva delle sue monete, sì per Fattivo commercio che vi fiorì, perché avendo gli Argirippeni il loro emporio nella città di Salapia (3367), nel porto che aprivasi in questa città commerciar dovevano co' vicini popoli e co' lontani sull’opposta riva dell'Adriatico. E poiché non se ne ha ricordanza oltre del secolo XI, verso quel tempo è da credere, anziché distrutta, abbandonala per la nuova edificazione di Troja (3368). Se ne veggono le rovine a 5 miglia da Foggia nel luogo che tuttavia serba il nome di Arpi, ove molti sepolcri con vasi di pregio sono stati scoverti (3369); il quale sito corrisponde appunto alla distanza di XXI miglia antiche da Siponto segnata nella Tavola Peutingerana (3370), corrispondenti alle miglia 17 di oggidì che passano tra i ruderi che delle due città tuttavia rimangono.

30. PESO o APESO (Παισὸς ἡ Απαισός)

In vicinanza della descritta città ve ne fu un’altra col nome di Peso (3371), non avvertita da' patri i topografi, e dall’Holstein confusa con Pesto (3372), che Stefano Bizantino non poteva attribuire alla Daunia dopo averla già ricordata col greco nome di Posidonia (3373). Che del resto indistintamente si nominava Peso ed Apeso ne è una pruova che lo stesso Stefano ricordavala nel suo Lessico parlando di Apeso; e con gli stessi due nomi è nota da Omero una città nella Misia minore fra Pario e Lampsaco (3374), il che dimostra l’origine antichissima di Peso nella Daunia sia che si voglia credere fondata da coloni della Troade, che co' Pelasgi passavano forse in questa nostra regione, sia che supponendosi città greca, vogliasi congetturarne derivato il nome dall’infausta (ἀπο'αῖσα) circostanza della sua fondazione, o che fu anche edificata da coloni fuggitivi (3375). Ma non ne restò altra memoria, ed è da dire che o rimase distrutta in tempi mollo antichi, come intervenne a quella della Troade, o che mutò il nome in quello di altra città nota nella topografia patria, e però non è possibile additarne la precisa situazione, oltre la generale indicazione che fu nelle vicinanze di Argirippa.

34. APINA E TRICA

Furono altresì nelle vicinanze di Argirippa due altre città, Apina e Trica, di così remota fondazione, che per la tradizione riferita da Plinio era già fama che fossero state distrutte da Diomede (3376). Per non esservene altra ricordanza negli storici e ne' geografi par malagevole congetturarne l’origine, ma il nome dell’una che fa risovvenire l’omonima città di Trica o Tricca nella Tessaglia., celebre pel culto antichissimo di Esculapio, e patria di Macaone e Podalirio (3377), fa ben supporre che entrambe furono fondate da' Tessali o da' Pelasgi, ed il cenotafio coll’oracolo di Podalirio presso del Gargano conferma cosiffatta origine, finora non avvertita da' comentatori di Plinio e da quanti hanno scritto della Daunia. Ma, in fuori della riferita testimonianza dello stesso Plinio, de' popoli Dardi e Monadi., che pur da Diomede per vecchia fama volevansi distrutti in vicinanza delle dette città, è alto silenzio negli antichi Andando in cerca un dotto scrittore di altri popoli dello stesso nome fuori dell'antica Italia, e non trovando che i Dardi nell'India lontanissima, de' quali nelle mitiche imprese di Bacco scrissero Nonno e Dionisio (3378), non sa altrimenti vederli che come popoli favolosi al pari di quelli, dalla greca fantasia trasportati in Italia (3379). Ma i Darsi dell’Illirio (3380) e i Dardemi nella Mesia (3381), oltre Trikalli e a' Dardi tra le tribù pastorali dell'Alta Albania, con più di verisimiglianza mi fanno supporre non favolosa l’addotta tradizione, sol che per Diomede s’intenda il popolo che adoravalo, e che alle colonie pelasgiche ed elleniche nella Daunia preesistessero popoli Illirici (3382), come nella (primitiva Japigia, poi combattuti da' nuovi coloni per occuparne a regione, le cui imprese al favoloso Diomede in processo di tempo si attribuirono.

32. LUCERIA (Λουκερία, Luceria)

A circa 10 miglia ed alla sinistra di Argirippa seguiva nei confini degl’Irpini la città di Luceria, tra le più antiche ed insigni della Daunia. Ragionando della popolazione primitiva della regione ho riferito non solo le conghietture di dotti archeologi sulle relazioni di origine di questa città con Ardea nel Lazio (3383), ma anche il mio dubbio circa il passaggio d'una colonia di Rutuli nella Daunia, supposta probabilmente dalla identità di culto de' due popoli; e questo dubbio si conferma al considerare l’identità di origine di Luceria con quella delle città vicine, le quali tutte ricordano l’Argolide. Perché l’identica fondazione che attribuivasene a Diomede, fa ben supporre che non s’ingannasse Stefano Bizantino nel ricordare come omonima di Luceria, antico nome di Ermione nell’Argolide, una città d’Italia (3384), perché questa fu Luceria, così detta come una città della Magnesia, la quale perciò ebbe forse anche l’origine da quella città dell’Argolide. Ed i Romani che vi dedussero una colonia, ne cambiarono il nome in Luceria, sì perché questo nome trovava una facile spiegazione nel latino idioma, sì perché faceva risovvenire i Luceridi di Ardea. Né altrimenti io credo potersi sostenere la più antica e vera etimologia del nome di Luceria, per esser puerili le altre dalla bianchezza delle sue lane, da λευκός ed έ'ριον (3385), o dalla sua floridezza, per la quale risplendeva tra le città della Daunia (3386).

Dall’investigata remotissima origine della città ignote ne sono le vicende sino al 429, quando con gli Apuli strinse lega ed amistà con Roma, promettendo armi ed uomini per la seconda guerra contro i Sanniti, che i Lucerini temer dovevano per la lor vicinanza (3387). Qual fosse allora la condizione di Luceria rispetto alle altre città della Daunia non è noto dalla storia; ma il fatto dell’alleanza con essa sola conchiusa ne dimostra l’importanza e quasi la supremazia su' popoli rimanenti, così che nel nome dei Lucerini tutti i Dauni ebbero ad obbligarsi (3388). Dovevano perciò i Sanatiti rivolgere le armi contro di Luceria, e stringendola di assedio nel 433, ed i Romani accorrendo a difendere i lor fedeli alleati, caddero nelle insidie delle famose Forche Caudine (3389). Che i Sanniti intanto espugnarono la città, e vi lasciarono un presidio, si raccoglie dall’avervi custoditi 600 cavalieri Romani dati in ostaggio a Caudio (3390). Ma non passò più di un anno, e movendo il Console Papirio coll’esercito a riacquistare Luceria ed i Sanniti a difenderla, non solo dapprima i Romani li sbaragliarono, e poi li assalirono e tagliarono a pezzi negli alloggiamenti presso la città colle forze sopraggiunte dell’altro Console Pubblio, ma stringendoli anche di assedio nella città istessa si vendicarono dell’ingiuria col farli passare sotto il giogo, e ricuperando colle insegne e le armi perdute a Caudio gli ostaggi custoditi in Luceria (3391).

Ma nel 410 i Sanniti ripresero la città, venuto in lor potere per tradimento il presidio che occupavala, né senza por tempo in mezzo accorrendovi i Consoli con gli eserciti, vi furono co' Lucerini tagliati a pezzi, e la città fu da' Romani rioccupata. Di questa battaglia, nella quale cadevano più di 10mila Sanniti, parla anche Didoro col dirla combattuta presso la città di Cinna, antica e falsa lezione ritenuta nella più recente edizione dello storico (3392); ma che legger vi si debba Luceria, oltre alla data cronologica (Ol. CXVI, 4, A. C. 311), a quella di Livio corrispondente, è manifesto ancora da che, come già notava il Cluverio (3393), egli parla dopo della ribellione de' Campani, non diversamente dalla narrazione di Livio. Il quale seguita a dire che trattandosi poi di spedirvi per difesa una colonia, molti in Senato si avvisarono piuttosto che si smantellasse, sì per l’odio grande contro i Sanniti, sì perché la lontananza sconsigliava di rilegare cittadini romani fra popoli sì avversi; ma vinse l’opinione di mandarvisi 2500 coloni (3394). Passarono 20 anni ed i Sanniti tornarono ad assediare Luceria. Il Console M. Atilio Regolo mosse lor contro, e comeché con varia fortuna valorosamente si combattesse dall'una parte e dall’altra ne' confini della città, pure i Sanniti furono vinti e messi la seconda volta sotto il giogo (3395), e d allora la città fu sempre a Roma sottomessa sino alle stesse vittorie di Annibale, il quale non potè impadronirsene, così che sul finire della seconda guerra cartaginese furono i Lucerini dal Senato lodati per la loro fedeltà (3396).

Ma, comeché a tempi molto remoti riferite, non sono che della romana Colonia nella città dedotta le celebri monete, per le quali Luceria si distingue tra tutte le altre città della Daunia e dell’Apulia. Primaché di tali monete si riconoscesse la vera attribuzione proposta da un dotto nummologo (3397), vagamente si attribuivano l’Etruria ed al Lazio, né la numerosa serie se ne è saputa che per le recenti investigazioni di più nummologi, perché nel 1819 il Mionnet non conosceva che 7 monete di Luceria (3398) senza neppur sospettare che avesse mai dato fuori il così detto aes grave, del quale or si hanno due serie autentiche, oltre le monete di bronzo e di argento battute nella città nel corso della seconda guerra punica. A capo di tutta la serie delle monete ufficiali Incerine, per la cui classificazione, in fuori di alcune speciali opinioni, si è contraddistinto un ch. patrio nummologo (3399), è da mettere con un dotto archeologo (3400) l’asse di forma globosa, del peso del tripondio romano e di bella fabbrica, che da un lato ha una testa di Minerva di faccia, con elmo a triplice cimiero, ed un bue andante a destra dall’altro, con nel campo la lettera [<] in carattere arcaico (3401), iniziale del nome di Luceria. E seguendo la detta classificazione, nella I classe si comprende l’asse fuso della forma più spessa colle sue divisioni, e senza lettera iniziale, escluso nondimeno il sentisse, che trovar non potevasi col quincunce nella moneta decimale di Luceria (3402). Il tipo del quincunce, che che ne dicano altri nummologi, è certamente una ruota a quattro raggi, nella forma primitiva, perché il tipo stesso della ruota ricorre egualmente nel quincunce della III classe. — Non solo per la lettera iniziale [<] nel rovescio, ma anche pel peso inferiore a quello della I si distingue 1 asse anche fuso colle sue divisioni della 11 classe, di un'epoca posteriore, oltre il tipo del rovescio dell'asse, che un cavallo corrente offre in vece del busto del cavallo. In fuori di tale varietà, le monete di queste due classi, tutte di bronzo, hanno tipi identici, ed alludono per lo più sia al culto della città, come la testa di Ercole barbato nell’asse, il fulmine e la clava nel triente, sia al nome di Luceria, come l’astro del quadrante, e la luna crescente della semoncia, od anche alle particolarità locali per cui la città distinguevasi, i campi fertili di grano, e le greggie copiose, di cui sono simboli la spiga e l’astragolo, perché gli astragali degli antichi dal piè delle pecore e degli agnelli per lo più si facevano (3403). E se veramente di una foglia è il tipo del rovescio della semoncia (3404), esser potrebbe della pianta puli, pianta molto forte a buoi velenosa, e che cresce solo ne' pascoli della Puglia. — La III classe si compone di monete anche di bronzo, non più fuse, ma battute, con una diminuzione del peso dell’asse, che mostra un’epoca meno antica, con tipi in parte nuovi (quelli di Pallade, Nettuno, Venere, Apollo e Diana), in parte identici a quelli del periodo anteriore, e colla leggenda LOVCERI in lettere latine, in cui l’iniziale L ha talvolta la forma arcaica dell’alfabeto osco. In questa classe stessa, che manca del semisse, sono forse da annoverare quelle che un nummologo descriveva colla leggenda in lettere greche ΛΟΥΚΚΕΡΙ (3405), e benché così le une, come le altre creder si debbano di un’epoca anche più recente del V secolo di Roma, non so nondimeno col lodato Raoul-Ruchette reputarle anche posteriori di molto a' tempi della guerra sociale (3406), allorché non ostante l’acquistala romana cittadinanza, avevano perduta i nostri popoli la loro prisca autonomia, la quale mostravano tra le altre cose la moneta propria e le leggi proprie. Oltre di che ad un’epoca molto più antica si riferiscono le monete della IV classe, attribuite a Luceria per la sola iniziale [<] arcaica, e in cui la parola ROMA sul rovescio attesta il predominio del sistema della moneta romana. Sono per lo più rarissime e bellissime monete, di argento e di bronzo, la prima delle quali ha per tipi nel dritto una testa di Cerere coronata di spighe, e nel rovescio Giove fulminante in una quadriga colla solita iniziale [<] al di sopra, la leggenda ROMA nel campo, e neiresergo il segno del semisse S, seguito da 4 globuli, segni che uniti mostrano il dextante, cioè l asse decimale della città. Il semisse di quest’altra serie con tipi del tutto romani (una testa di Giove ed una prora), e la detta leggenda, per la sola lettera [<] si appelesa come moneta di Luceria. Nei quincunce, di peso diverso (3407), si nota l’influenza dell'arte greca, e i 5 globoli che ha impressi confermano il sistema decimale delle monete lucerine, anche quando la colonia non batteva monete che seguendo il sistema di Roma. Mancano in questa serie il triente e il quadrante; e senza dire del sestante, che da' tipi della testa di Minerva galcata e la lettera [<] nel dritto, e da quello de Dioscuri a cavallo e la leggenda ROMA nel rovescio si riconosce per moneta certa di Luceria, notabile è l’oncia co' tipi simili, ma colla lettera T di una forma particolare, e colle lettere [T<] in monogramma nel campo del rovescio (3408), iniziale de' nomi delle città di Teate e Luceria, che facevano batter monete comuni in segno di alleanza, di vicinità e di commercio (3409). Dicasi lo stesso della semoncia, la quale offre da un lato le teste de Dioscuri con dietro la iniziale T, e dall’altro due cavalli correnti con sopra una stella, e nell'esergo la solita lettera [<]. Le stesse lettere T ed [<], talvolta isolale, talvolta in monogramma, si osservano sulle monete di argento appartenenti alla medesima classe, e di quelle de' vittoriali e de' quinarii, nella più parte colla lettera [<] arcaica, che dotti nummologi perciò convengono di attribuire a Luceria (3410). Sono denarii romani che, secondo la bella congettura del ch. Borghesi, i Consoli stabiliti a Luceria nella guerra contro Annibale ebbero a mettere in circolazione pe' bisogni de' loro eserciti nel 564, e che si trovano in precisa relazione di peso e di valore colle dramme di Apollonia e di Dirrachio nell'Epiro, moneta di argento più diffusa su tutta la costa dell’Illirio opposta dell’Apulia. — Le monete delle ultime due classi non differiscono dalle monete proprie romane che per la iniziale [<] che le fa attribuire a Luceria, perché con tipi romani hanno la solita leggenda ROMA. Quelle della V classe, che hanno sempre la prora nel rovescio, e i tipi di Giano, Giove, Pallate, Ercole e Mercurio nel dritto, pel peso del sentisse appartengono ad un asse sestantario, e perché nella Puglia si scovrono in gran copia anche da' Consoli Romani si credono battute nella città pel soldo degli eserciti (3411). Tra queste è pur da annoverare il quadrante col tipo nel dritto della testa barbata di Ercole coverta della pelle del leone e con clava sulla spalla destra, e nel rovescio la solita prora, con sopra la leggenda ROMA (3412). L’estrema riduzione dell’asse che si osserva nelle ultime co' tipi identici già detti, del peso di mezz’oncia, e però ad un asse unciale o semunciale appartenenti, fa credere che tra la seconda guerra cartaginese e la guerra sociale si battessero (3413), e più probabilmente verso quest’ultima epoca, in cui Roma ridotta all'estremo fu costretta di abbassare all'ultimo grado la sua moneta (3414), dopo avere già ridotto l’asse ad un’oncia nella guerra di Annibale. Senza dire intanto della più parte de' tipi nel rovescio di tali monete, a quelli del dritto corrispondenti, nota bili sono quelli del delfino col tridente, e della conchiglia, che i nummologi non ispiegano perché convenir possano si a Giove ed a Cerere, sì ancora ad una città mediterranea qual fu Luceria. Dicono che la ruota simboleggi il nome della città, in allusione alla ruota o al disco del Sole (3415); ma non ispiegano nemmeno perché il tipo della rana convenir possa ad Apollo nume della luce, e corrisponda perciò al nome di Luceria. Senza contendere se la rana comune siavi espressa, od anzi la rana velenosa (φρῦνος, rubeta), come crede un nummologo (3416), parmi che una testimonianza di Democrito può opportunamente far conoscere che fu simbolo oracolare, simbolo di Apollo, per la virtù fantastica che gli antichi le attribuivano di far dare responsi e vaticinii come il nume di Delfo sol che se ne applicasse la lingua sul cuore delle donne che dormivano (3417). E tranne i tipi de' numi puramente romani, di cui fu. nella città introdotto il culto dalla Colonia, gli altri che tali monete portano impressi, mi sembrano per lo più relativi all’antico culto di Luceria, e questo culto non ricorda meno quello di Ermione che ne fu la metropoli, e in generale i numi dell'Argolide. Perché Strabone celebra Luceria pel tempio di Minerva, notabile per antichi voti che si attribuivano a Diomede (3418), ed un delubro ed un tempio dedicato alla stessa dea nella città di Emione sono ricordati da Paosania (3419). Dicasi lo stesso di quello di Giove, il quale come s’incontra nelle monete lucerine è pur noto da Stefano Bizantino che fu degli Emionensi (3420). Tre delubri di Apollo erano inoltre in Emione e tre simulacri (3421), ed anche senza il tipo del nume stesso sulle monete di Luceria ne dimostra il culto nella città la seguente epigrafe scolpita certamente sull’architrave del tempio che gli fu sacro (3422):

APOLLINI DIVO AVG....

Q. LVTATIVS. Q. F. CLA. CAT....

Q. LVTATIVS P. F. CLA. C......

Vero è che per l’epiteto di Augusto che si dà al nume questo tempio di Apollo può credersi dedicato sotto il primo Imperatore, ma può riputarsi anche da' Lutazii restaurato ed ingrandito l’antico tempio che vi era, al quale accennano le monete, ed in onore di Augusto Apollo poi distinto coll’epiteto già detto. E come nelle monete lucerine è pur ovvio nella città di Ermione il culto di Cerere, che più templi vi aveva sacri (3423). Mi resterebbe a dire del culto di Ercole e de Dioscuri in Ermione come in Luceria; ma se non s’incontrano propriamente in quella città, quello del primo fu in Argo come in tutte le città doriche, e l’altro nella stessa città di Argo (3424), che per le colonie de' Tessali nella Daunia ebbero pure ad avere la lor parte nell'antica e primitiva civile della regione.

Ma per dire delle ultime antiche vicende di Luceria., sceglievala Pompeo per quartiere generale nella guerra contro Cesare, e Cicerone vide riunirvi tutte le sue coorti (3425), per trasferirle poi a Brundusio e di là nell’Epiro, dove propriamente disegnava stabilire la sede della guerra (3426). Vi è chi crede che anziché Nuceria della Campania debba annoverarsi Luceria tra le 18 città insigni che i Triumviri sceglievano per condurvi i loro veterani (3427). Certo è che se la città verso quel tempo era tuttavia nel suo splendore, indi a poco era molto decaduta, come Strabone riferisce, il quale altro non seppe ricordarne che gli antichi voti che da Diomede dicevansi consecrati nei tempio di Minerva (3428), né altro che i bipenni di bronzo ed armature (3429) (πελέκεις χαλκοῦς καὶ ὅπλα), le quali come altre simili foggiate anticaglie ammirar si facevano dal credulo volgo e da' curiosi viaggiatori. Il quale tempio sembra che sorgesse nel sito del Duomo, a giudicarne dalle 12 belle colonne di marmo caristio, e di verde antico che l’abbelliscono, simile alle quali una se ne scoprì nel 1748 con due altre di marmo cipollino tra avanzi di bellissimi mosaici (3430). Altri rottami di marmi di questo e di altri templi in maggior copia dovevano nella città rimanere sino a che Federico II vi trasferiva i Saraceni (3431), i quali ne adornarono la loro magnifica moschea nel mezzo della città, sulle cui rovine Carlo I d’Angiò eresse poi nel 1302 un tempio alla Vergine, nel sito della Cattedrale odierna (3432). Si crede ancora che il castello edificatovi da Federico fu costrutto sull’antica acropoli, di cui parla Lucano (3433). Pe’ quali nuovi edifizii ne scomparvero le antiche lapide, ed oltre la già riferita del tempio di Apollo, appena ne rimasero le seguenti, delle quali le due prime sono titoli sepolcrali di due Augustali della città, e l'altra leggevasi in un piedistallo di una statua in onore di un patrono della Colonia Lucerina (3434), la quale, come dalla stessa iscrizione si raccoglie e da quella già riferita del tempio di Apollo, alla TRIBÙ CLAUDIA fu ascritta, una delle XXV tribù in cui la popolazione di Roma fu anticamente divisa (3435):

1.

C. MARIVS. C. L. LA...

AVGVSTALIS SIBI

C. MARIO, ATTICO

MARIAE LIB.

2.

SEX. FISCENNIO....

SVCCESSO

AVGVSTALI

3.

SEX. FISCENNIO....

SVCCESSO

AVGVSTALI

M. AVRELIO. N. F. CLA

.... LEMHO. QUAEST

IIIIVIRO. Q. Q. CVR. L. P.

MVNIFICO. PATRONO

COLONIAE. SECVNDAM

STATVAM. BENEFICI

IS. INNVMERABILI

BVS. PROVOCATVS. V

NIVERSVS. POP. LVCERI

NVS. PONENDAM. D.

Tolomeo, il quale fiorì nel II secolo (125-161 A. C.), questa città nominò Νεκερία Απελῶν (3436), Nuceria degli Apuli, per distinguerla dalle altre note città nell'Umbria e nella Campania.Il perché non può parere incerto se per errore di una lettera l’avesse così detta, o se per l’uso del tempo in cui scrisse; e che in fatti si nominasse Nuceria anche ne' tempi successivi si raccoglie da uno degl’Itinerarii romani (3437), ma prevalse indi a non molto l’antico nome (3438), col quale si distinse sempre da' nativi, d’onde il nome di Lucera che tuttavia conserva.

33. PRETORIO LUCERINO

Alla sinistra di Luceria, ed accosto alla città istessa è figurato nella Tavola Peutingeriana un grandissimo edilizio con torri e mura laterali col nome di Praetorium Laverianum, ed anche Lavicanum ì secondo una diversa lezione (3439). Che vi risedessero i Giuridici o i Correttori dell'Apulia o della Calabria, come congettura un patrio topografo, parmi non potersi sostenere a cagione della distanza di IX. miglia antiche da Luceria che coll'Olstenio a questo Pretorio attribuisce (3440), nel mentre che tale distanza è quella che passava tra Eca e Luceria. E comeché un altro dotto scrittore lo creda la sede del Pretore dell'Apulia (3441), altri diversi significati della medesima voce, e più altre testimonianze de' romani Itinerarii guidano forse a conoscerne meglio la vera destinazione. Il nome di Praetorium con che distinguevansi le case grandi e magnifiche edificate in campagna e che, come spesso interviene, i Romani dovevano ai delitti (3442), sarebbe favorevole all'idea di non vedervi altro che un palagio di delizia in un latifondo di un dovizioso patrizio a qualche distanza da Luceria; ma per essere accosto alla città istessa, come non par dubbio, e per gli altri. molti Preterii che in diverse regioni del mondo romano si ricordano negl'Itinerarii, parmi piuttosto che altro non fosse che il Pretorio di qualcuno de' romani accampamenti che furono posti presso di Luceria. Questo Pretorio si tua vasi nella terza parte della lunghezza degli accampamenti militari, partendosi dalla porta principale (3443), e così non è guari si è veduto nel campo della III Legione Augusta fuori della distrutta città di Lambesa nell’Algeria, e che consiste in un immenso edilizio (3444), quale, appunto disegnato si vede nella citata Tavola quello presso di Luceria dalla quale perciò fu contraddistinto coll’epiteto di Lucerinum, e così non dubito che siano da emendare le addotte alterate lezioni.

34. ANXANO (Anxanum)

Dalle descritte città dentro terra passando alle altre che furono in sulla spiaggia, a XII miglia dalle Saline seguiva Anxano, di cui abbiam memoria nella sola Tavola Teodosiana (3445). Per la città dello stesso nome che appartenne ai Frentani, e per la stessa città di Callipoli poi detta Anxa al tempo di Plinio (3446), si può con verosimiglianza supporre che tutte e tre prendessero nome dalla loro posizione sopra un piccolo istmo, o Braccio di terra, il quale figurava come il manico (ansa, dal greco ἄνσος) della terra ferma, in cui ciascuna di queste città occupava la maggiore estensione (3447). Ma, quanto ad Anxano della Daunia, non altro rimane a dirne che il sito, non investigato da nessun moderno geografo prima che un patrio scrittore l’assegnasse nella Torre di guardia detta di Rivoli, tra l Lago Salso e quello di Salpi (3448); né la rivocherà in dubbio chi considera anche la distanza di IX miglia antiche dalla città di Siponto segnata nel citato Itinerario, e corrispondente alle 7 miglia odierne che passano tra la detta torre e i ruderi di quella distrutta città, e più ancora gli avanzi di antiche fabbriche che ivi si veggono e nel fondo del mare e in sul lido. Le monete inoltre ed altre anticaglie, tra le quali una tavoletta di bronzo rappresentante in basso rilievo una biga con quattro figure, sono i soli avanzi che ci rammentano questa città della Daunia, distrutta o abbandonata in tempi sconosciuti.

Fiume Cerbalo.

Al di là della Torre di Rivoli sbocca nel mare il fiume Cervaro, detto Cerbalo da Plinio e Cerbario da Procopio (3449), nomi alterati, come parmi, dalla più antica e primitiva denominazione greca, ch'io credo Cerboro (Κέρβορος), perché carpiva e divorava le terre che attraversa (3450), il che appunto si verifica del Cervaro, massime nelle grandi escrescenze, in cui devasta le prossime campagne. E non solo per la manifesta analogia de' nomi Cerbalo e Cervaro, ma anche per la grande divergenza del corso di questo fiume da quello dei Candelaro, dal vero si dilunga chi riconoscer vorrebbe nel secondo il Cerbalo degli antichi. Egli è fi vero che Plinio pone questo fiume qual termine de' Dauni, e si è però sostenuto doversi piuttosto riconoscere nel Candelaro (3451), che scorre più dappresso del Gargano abitato da' detti popoli; ma oltre che non potrebbe esservi difficoltà a riconoscere il confine della Daunia anche nel Cervaro più meridionale del fiume già detto, sulla testimonianza di Plinio non può farsi fondamento, né su quella di Pomponio Mela, il quale la città di Siponto esclude dalla Daunia in un tempo in cui le città greche avevano già perduta l’autonomia, per la quale potrebbe credersi nel dominio della città istessa la rimanente spiaggia insino all’Aufido La vicinanza inoltre a Siponto, con cui oltre dell’Aufido nella Tavola Peutingerana è segnato un fiume innominato della regione? non è favorevole all’ipotesi che anzi il Cervaro fosse piuttosto il Candelaro, perché entrambi i fiumi dopo corsi diversi convergono presso la città istessa, e più contraria al vero parmi ancora la supposizione che corressero nello stesso letto, come sostiene un patrio topografo (3452). Sembra nondimeno che in una sola foce si riunivano come oggidì, ciò che da Strabone può raccogliersi? il quale senza mentovare il Cerbalo dice che tra Salapia e Siponto correva al mare un fiume navigabile colla bocca di una grande laguna (3453). È del resto il Cervaro tra fiumi di più lungo corso delle nostre contrade, sebbene men copioso di acque del Camici ara, perché nascendo nei monti Irpini presso di Monteleone ed Anzano, e di molti altri fiumicelli accresciuto al di là del ponte di Bovina e presso Castelluccio de' Sauri, bagna più oltre la grande pianura della Daunia, e prima di mettere nell’estremità meridionale del Pantano Salso a 3 miglia dal mare forma l'isola di Oliva, d’onde sbocca nel golfo di Manfredonia dopo il corso di 50 miglia.

36. SIPONTO (Σιποῦς, Σηπιοῦς, Sipontum)

Al di la della foce del Candelaro, che prima di metter nel mare s’impaluda ne' laghi Versentino e Pantano Salso, seguiva sulla spiaggia la città di Siponto, distante da Salapia CXL stadii, o 18 miglia di oggidì. Strabone con facile etimologia dice che si nominò anche Σηπιοῦς dalle seppie in gran copia gittate dalle onde marine sol lido ove fu primamente edificata, e nel silenzio della tradizione e degli scrittori che lo precessero parvegli doverne attribuire l’origine a Diomede, il fondatore favoloso di altre città della regione (3454); ma appunto perché detta Σηπιοῦς, il quale ne sembra il nome vero e più antico, con più di verisimiglianza può credersi fondata da una colonia di Tessali partiti da Sepia, città, anche marittima, in sulla spiaggia celebre per la dispersione della flotta di Serse (3455); perché di tutte le città nostre antichissime poche ve ne ha, delle quali riconoscer non si possa la metropoli in altre città greche, o alla Grecia vicine, e dell’origine tessalica di Siponto porgono argomento le cose già dette di Argirippa e di Tricca, delle quali è difficile negare le fondazioni per opera di una colonia uscita dal’Argolide. Ma ignote sono le vicende della città da che venne primitivamente fondata insino a che i Romani vi dedussero una colonia, perché molto dubbio mi sembra che Alessandro Molosso nel 429 di Roma se ne impadronisse, sì per essere d’incertissima lezione il passo di Livio, che a tal fatto si riferisce (3456), sì perché altrove, anziché nella Daunia marittima, si restrinsero le imprese del re di Epiro (3457). Questo solo può dirsi, che innanzi di soggiacere all’occupazione de' Romani, e forse anche prima a quella di Annibale, fu città fiorente pel suo porto (3458), e si può ben supporre che fu in intima relazione con que’ di Epidauro nella opposta spiaggia dell’Adriatico. In quella città della Dalmazia, fondala da una colonia uscita da Epidauro Argolica (3459), e i cui avanzi ciclopei recarono meraviglia ad un dotto viaggiatore per la perfetta simiglianza con quelli di Tirinto e Micene (3460), le più antiche e rinomate città dell'Argolide, ebbe ad essere il mezzo di comunicazione, per cui i Tessali si tramutarono nella Daunia, e chiaramente si raccoglie dal culto di Apollo e di Esculapio, che incontriamo sul Gargano, a Salapia ed a Luceria, ivi riprodotto da' coloni delle due città di Epidauro. Quando la città di Arpi era in fiore, par che Siponto fosse nella di lei dipendenza, perché in fatti i Romani in punizione di aver quella città abbracciato il partito di Annibale, ne confiscarono l’agro e lo distribuirono ad una colonia nel 558 (3461). Ma questa colonia non solo non prosperò per nulla, ma venne anche a mancare per modo, che indi ad otto anni altri coloni furono scritti per ripopolarla (3462), e l’aria malsana della prossima laguna, non meno che l’ingrato suolo ove si stabilì certamente vi contribuirono. Per così fatte condizioni locali la colonia non immegliò in processo di tempo, perché le permanenti cagioni del suo stato miserevole facevano dire a Cicerone, quando nel 690 aringò contro la legge agraria del tribuno Servili© Rullo, che si stessero paghi i Romani di godersi le antiche possessioni, se pur collo sterile suolo di Siponto, o col pestilenziale aere di Salapia non avessero voluto cambiarle (3463).

Non però di meno, per essere la città posta alla marina, e fornita di sicuro porto (3464), continuò nella sua importanza tra le città marittime della Daunia, e dalle memorie si raccoglie de' tempi successivi. Perché Cesare vi pose legioni, come a Brindisi e a Taranto, per chiudere a Pompeo l’uscita da' luoghi marittimi (3465); e nel 714 quelli che contro Ottavio seguivano le parti di Antonio la presero a viva forza, ma fu poi riacquistata da Agrippa (3466); né altre antiche memorie ne occorrono se non che, secondo Strabone, sul fiume navigabile (il Cerbalo) e la bocca del gran lago tra essa città e Salapia ne erano trasportate le derrate, e massime il frumento (3467), ed egli sembra che dalla foce del Pantano Salso per le acque del Cervaro e del Carapella tali produzioni s’immettessero nel lago di Salpi per quindi trasferirsi sulla spiaggia alla volta di Bardalo e delle altre città della Peucezia.

Poche memorie di Siponto ci rimangono nelle lapide, da più secoli distrutte come la città istessa, dopo che re Manfredi nel 1261 riunendone gli abitatori in luogo più salubre alla distanza di un miglio e mezzo, edificò una città nuova, che dal suo nome fu detta Manfredonia (3468). È noto solo dalla seguente (3469) che l’Ordine Sipontino, o i magistrati municipali della città, posero una memoria onorifica a Pompeo Magno, in riconoscenza, come sembra, dell’avere nel 684 di Roma purgato i mari da' pirati:

POMP. VICT.

ORD. SIPOΝ.

E della Colonia Sipontina è ricordo in quest'altra lapida, scavata tra' sepolcri di Siponto (3470), e posta su quello di un Liberale, e di un Augurino suo figliuolo, l'uno Arcario, o questore delle rendite della Colonia, dopo averne per 32 anni amministrato l’annona, e l’altro misuratore delle vettovaglie de' pubblici granai della città:

DMS

LIBERALIS COL

COL. SIP. SERARKAR

QUI ET ANTE EGIT RATIONEM

ALIMENTARIAM SVB CVRA

PRAEFECTOR ANNIS XXXII

VIVOS SIBI FICERAT DEDIT AVGVRINO

REIP. SOR VERNAE MESORI FILIO SVO KARISSIMO

QVI VIX. ANN. XXIII. M. VI. D. X

Sappiamo da quest’ultima (3471) che l'Ordine de' Decurioni ed il Popolo Sipontino eressero una statua ad una Magia Severina pe' meriti verso la città del di lei padre Q. Magio Severo:

MAGIAE Q. F. SEVERINAE

OB MERITA Q. MAGII SEVERI

PATRIS. EIVS

ORDO. DEC POPVLVSQ.

SIPONTINVS

AERE. CONLAT

Ad un miglio dalla riva, in uno sterile suolo ripieno di ciottoli, dove a forza di lavoro e perseveranza scarsamente vegetano il grano e la vite, sorgeva la città, della quale, tranne una parte della Cattedrale gotica, poche pietre rimangono sopra pietre, come scrive un dotto viaggiatore (3472). Gli altri ruderi che al N. O. se ne veggono con pietre a squadro e di opera reticolata, sembrano quelle della rocca ne' tempi romani.

37. MATINO (Matinum)

A non grande distanza da Siponto seguiva l'altra piccola città, anche sulla spiaggia, col nome di Matino. Ignota, o non descritta da' geografi, si conosce per le sole testimonianze di Orazio e Lucano, che parlano del monte omonimo, alle cui radici era posta. Scrive il poeta venosino che a guisa delle api del Mutino instancabile a raccorre le poetiche bellezze componeva i suoi carmi (3473); ed un’estremità d’Italia contrapponendo all'altra, da un canto nominava il Po, dall’altro le cime del Mutino (3474). Lucano ricordava i pascoli del Mutino che con quelli del Gargano e del Vulture di viva luce risplendevano nelle notti estive quando per rinvigorire le terre i mietuti campi incendiavano gli Apuli agricoltori (3475). Ma la migliore notizia di Mutino lasciavaci lo stesso Orazio nell’ode alla memoria del grande Archita, a cui per compiangere la comune sorte de' mortali dà principio col far dire ad un nocchiero passando per quella spiaggia che chi calcolato ave va Tonde e le arene, aveva appena sul lido Matino tanta terra che bastasse a ricoprirlo. Al nocchiero risponde l’ombra del filosofo di non essergli avaro di poca sabbia per ricoprirgli l'ossa e il capo insepolto (3476); e da sì brevi notizie sappiamo qual fosse la fine del grand’uomo naufragato su quella spiaggia, e indegnamente dimentico da' propri cittadini, che alla sapienza aveva scorti ed a gesta gloriose (3477). Lo Scoliaste del poeta osserva nel citato luogo che Matino fu un monte ed una piccola città dell’Apulia, che pel nome quasi identico e pel sito è da riconoscere nell'odierna Mattinata al mezzodì del Gargano, e ad 8 miglia al settentrione di Manfredonia, ove sono le ville amenissime di quella città e degli altri abitatori del Gargano (3478), che che ne dicano altri scrittori patrii, i quali senza por mente alla regione in cui fu compresa, a Mattina, piccolo paese della provincia di Lecce, vollero piuttosto situarla (3479).

38. Porto, e città Agaso o ANGESSO

Dopo Mattinata segue Mattinatella, e più oltre la Torre di Monte Barone, dopo di cui è il così detto Porto Greco, nel quale il Cluverio, seguito da' patrii topografi, riconosceva il Porto Agaso, ricordato dal solo Plinio (3480). Nessun topografo ch’io mi sappia ne ha investigato l'origine del nome, la quale è manifesta dalla città di Agassa o Agasse, la quale poteva dirsi insieme della Tracia, o della Macedonia, perché posta ne' confini delle due regioni. Co’ primi due nomi è ricordata da Livio, che l’attribuisce alla seconda di queste contrade, e con quello di Agesso da Teopompo, che la poneva nella Tracia (3481), e quest'ultima denominazione fa ben risovvenire gli Angessi, che co’ Salangi Licofrone poneva nella Daunia. Scrive il poeta che a questi popoli venivano ambasciadori dagli Etoli perché fossero loro restituiti i campi ereditarli concessi a Diomede, figliuol di Tideo; ma che trucidati e sepolti, i fieri Dauni così soddisfacevano alla loro dimanda (3482). L’identica tradizione riferiva Trogo Pompeo, ma anziché a' detti popoli, riferendola a que’ di Brundusio (3483); e senza contendere per quale de' due narratori stia il vero, ma più probabilmente per Licofrone, egli è manifesto che in vicinanza del detto porto fu nella Daunia una città di Agaso o di Angesso, edificata dagli abitatori della città omonima nella Tracia, e distrutta o abbandonata da tempo immemorabile. La quale origine per le cose già dette de' Traci passati nella Daunia (3484); può meglio sostenersi dell'altra, per la quale si potrebbe, altrimenti leggendo in Licofrone, derivarla da Argessa o Argissa (3485), città de' Perrebi nella Tessaglia non lungi da Lavissa e dal Peneo (3486), e, se crediamo a Dione Cassio, anche nome primitivo dell’Italia (3487). De' due popoli intanto egli sembra che gli Angessi fossero più considerevoli e più celebri, perché de' Salangi, co' quali erano uniti, non trovo altro ricordo negli antichi geografi, se pure pel già notato passaggio degli Illirici nelle prossime contrade non è da dire che dell'Illiria fossero originarii, e propriamente delle rive del fiume Satango che scorre in quella regione, e si scarica nell’Adriatico (3488).

39. Promontorio e città GARGANO

Innanzi al golfo di Siponto si eleva il gran promontorio Gargano r che molto si protende sul mare, e forma l’unica elevazione della Daunia. Dall'E. all’O. si estende in lunghezza per 44 miglia, in larghezza dal S. al N. per 28 miglia, ed ha di perimetro 116 miglia, 76 lungo la marina, 40 nella parte mediterranea. Dagli Appennini diviso per una valle, che verso maestro sbocca nel bacino inferiore del Fortore, e verso scirocco nella vasta pianura della Daunia, forma come una regione separata dal rimanente paese, e come tale può anche considerarsi per l’estensione già detta. Consiste in un gruppo quasi circolare di monti e colline, che come tanti raggi per lo più divisi da ampie vallate gli si diramano intorno (3489), e che per lo più finiscono in frane straripevoli, come nella parte meridionale, o in rocce dirupate e spaventose, ma pittoresche nella occidentale, dalle quali si distinguono l’amena spiaggia di Mattinata all'E., e l’altra al N., per le declivi sponde vistosa molto ed accessibile. Intorno intorno la spiaggia sono scagli calcarei di scarsa terra vegetabile ricoperti, che a profondità maggiore né copre tutta l’estensione, e che sebbene fertile in generale, è di scarsa speranza all'agricoltore, mista come è di ghiaia e di sabbia. Oltre i laghi maggiori di Battaglia e S. Giovanni Rotondo, piene di laghetti e di acque stagnanti ha le vette e la spiaggia boreale dalla punta della Testa al cosi detto monte Puccio, al di là del quale scorrono limpide acque, che net monti sotto Vico ed Ischitella al N. hanno le fonti, e per tutta là spiaggia cinto da pozzi scavati di acque fluenti. Dalla parte di Viesti verso l’E. per la spiaggia di Manfredonia e i rimanente lido della Puglia scaturiscono acque salse, e verso l’O per Peschici, Vico ed in avanti acque potabili e dolci. Non ostante le pestifere esalazioni delle lagune il clima per lo più vi è salubre, perché dissipate sono da' venti, a cui da ogni parte il promontorio è esposto; il quale è perciò nelle sue diverse apparenze come il barometro dei marinari Pugliesi, che dal vario aspetto ne pronosticano i venti e le meteore. Tra que’ monti è ancora il canale di comunicazione tra le nostre contrade monteose e quelle della Dalmazia, perché le nubi degli Appennini pel Gargano appunto fanno viaggio verso la Dalmazia e i monti di quella regione.

Coverto una volta di grandi boschi, quelli d’Umbri e Sfilzi ora ite rappresentano le foreste primitive nella parte orientale, nei quali vegetando alberi boschivi d’ogni sotto, solo l’abete e 'l pioppo non vi allignano. Vi si coltivano gli ulivi s gli agrumi, le carrubbe, e con altri alberi fruttiferi la vite e gli ortaggi. La soda ed altre piante ad uso economico vi sono ovvie, e per l’erbe medicinali si reputa un vero orto botanico. Notabile altresì per le selvaggine che alimentano, sono que’ boschi specialmente popolati di api, che danno ottimo mele. Ogni specie di armento vi trova il suo pascolo, né vi mancano mediocri razze di cavalli: vi si raccoglie inoltre la pece e gli altri prodotti del zappino (pinus alepensis), e famosa tra le manne è quella del Gargano (3490).

Notabile fra le altre è la parte del promontorio rivolta al l'0., fornita a dovizia non solo di piante medicinali (3491), ma di utili piante arboree con diverse generazioni di frassini, tra le quali sorprende la sterminata copia di fragole selvatiche (fragaria vesca), foltamente vegetanti in una vasta estensione di quelle macchie. Ed a 2 miglia dal convento di S. Matteo al di sopra della popolosa terra di S. Marco in Lamis, prima di giugnere alla cima del monte, una delle molte grotte si osserva, che dicono di Montenero. Per uno sconvolto ammasso di rupi, scompigliatamente rotolate ed infrante dalle possenti forze della natura, vi si discende, e vi si ammirano le solite concrezioni stalattitiche d’ogni sorta, ed oltre quelle in sul suolo, e rassomiglianti a colonne e pilastri, a piramidi e bassi rilievi che rozzamente esprimono figure di mostri e di animali, ed anche alberi, tende e padiglioni, tutte le spaziose altissime volte ne sono incrostate, e vi formano uno spettacolo sorprendente. È dove le vedi, pendere in figure mammillari, dove a guisa di ghiacciuoli, e dove ancora come festoni di pampini e di grappoli. Altrove ti par di vedere una lumiera pendente dalla volta dj una galleria; ma più ammirevoli sono le stalattiti che paiono tanti frastagli di vago lavoro ordinati ingegnosamente l’uno accanto dell’altro, ne' quali la fantasia di un poeta descriver potrebbe i lavori delle Oceanidi che si dilettano a far merletti di pietra. Non meno di sette altre simili spechi si aprono in quella non vasta contrada del promontorio, il quale rimbombando altresì sotto il calpestio de' cavalli a chi cavalcando lo attraversa dalla terra di Rignano a quel cenobio, e da questo alla descritta caverna, altre molte ne fa supporre in tutta la sua estensione; le quali considerandosi come le vasche e gli scolatoi delle fessure perpendicolari de' monti, dal gran numero di esse è da ripetere il non trovarsi in tutta la parte del promontorio rivolta al mezzodì un fonte, un ruscello, un pozzo o qual vuoi altro indizio di acque fluenti (3492). Per la mancanza di precisi segni plutonici e di vulcaneità nel promontorio, si è creduto che la descritta grotta con tutto il promontorio istesso non sia stata prodotta da un vulcano sottomarino nelle primitive epoche geologiche, sì bene, e più probabilmente dalle acque, le quali, scomparse nel descritto lato, si veggono scorrere con larga vena in quello che guarda il settentrione (3493), sollevate nondimeno dalla forza vulcanica si giudicano le montagne che sovrastano al monte Granata, eminenti molto e tutte vuote, come apparisce da' profondi spechi che ricoprono, e dall’essere senza sorgenti; oltre di che nella falda di quel monte al levarsi e tramontare del sole una colonna di denso fumo di odore sulfureo si è spesso veduta sorgere, ed un fragore simile al flusso e riflusso del mare si è udito dal traforo pel quale è uscita, dai quali fenomeni avea nome la pianura del Caldaroso su quel monte, che non fanno dubitare della primitiva natura vulcanica del promontorio (3494).

Strabone e Plinio notarono la grande estensione del Gargano, coll’attribuirgli l'uno 300 stadii di lunghezza, e l’altro 234 miglia romane di perimetro (3495). I grandi boschi di querce sbattuti dagli aquiloni e muggenti al soffio de' venti richiamarono l’attenzione del poeta venosino (3496); ma nessuno di questi ed altri scrittori ricordò la città dello stesso nome fondatavi alle falde, rammentata appena da Stefano Bizantino (3497). Come nella Troade ebbe il nome di Gargara e il vertice dell’lda e la città che vi sorgeva (3498), così nella Daunia furon detti Gargara il promontorio e la città che vi fu edificata, perché Gargara io credo il nome primitivo e più antico di questo monte pe' nomi identici di due città ricordate da Stefano in Italia e nell’Epiro, e che i Latini cambiarono in Gargano (3499). E quanto alla sua origine, sia che vogliasi attribuirla a’ Pelasgi, che dall'Illirio passarono nelle nostre regioni, sia che a qualche colonia di Trojani, che nell’Epiro ancora si stabilirono (3500), è questa un’altra pruova del doversi in gran parte ricercare le origini delle città nostre coll'aiuto delle omonimie, ma con quelle delle città greche e delle altre vicine contrade. Ma difficile è indicare il sito di Gargara, per mancarne altre memorie, e per essere anche sfuggita alle indagini de' moderni geografi, se pure non era descritta da un patrio scrittore in un’apposita monografia, non so se edita o manoscritta (3501), e se a questa città istessa non sono da riferire i sepolcri, i vasi greci, gl'idoletti, gli amuleti, e le monete, e financo alcuni titoli sepolcrali scoperti in vicinanza di Fico, che sorgeva forse dalla città distrutta, la quale propriamente suppor si potrebbe nella contrada che ritiene il nome di Civita (3502). Avanzi di antiche mura, del perimetro di circa un miglio e mezzo, si veggono ancora nel luogo detto Castellano, sul monte di S. Giovanni Rotondo, nel cui agro si sono scoperti sepolcri e monete imperiali, che quel sito dimostrano abitato sin sotto l’impero; ed anziché supporvi l’immaginario Castello Pirgiano (3503), si può credere più probabilmente il sito della già detta città di Gargara, che Servio dice fondata da Diomede, é cosi detta dal monte Gargara della Frigia (3504). E quest’antica città istessa alle falde del monte fanno inoltre supporre i sepolcri de' due fratelli ricordati dal citato Scoliaste, i quali una donzella disputandosi colle armi si tolsero la vita (3505). Ed oltre le città sulla spiaggia, Matino, ingesso e Merino, antiche molto e di greca fondazione, il promontorio fu abitato in tempi anche più remoti dagli Umbri, de' quali rimase il nome al Monte ed alla Falle degli Umbri quasi nel cuore del promontorio (3506). Senza attribuire con un rinomato storico ai detti popoli tutta la spiaggia settentrionale d’Italia (3507), la posizione di essi in quella contrada lontana molto dalla nota sede degli Umbri dove li riconosce la storia fa supporre più tosto che vi si trapiantassero dall'Illirio, e che perciò è da tener vera la sede in quella regione che loro attribuiva Erodoto (3508), e gli Umbri del Gargano ben possiamo con un dotto critico (3509) intendere un avanzo di quelli che uniti ùDauni ed agli Etruschi invadevano la regione cumana verso l'01. LXIV, 524 A. C. (3510). Per queste antiche memorie è celebre il Gargano, ed anche più pel santuario di S. Michele in una delle sue grotte nella parte orientale. Nel 492 o 496 vi fu sotto Papa Gelasio consecrata la Basilica (3511), la più antica delle altre in simili grotte nelle nostre regioni e fuori, e forse anche di quella stessa al di là delle rovine di Epidauro Limerà e di Monenbasia sul Capo Malea, quasi rimpetto a Siponto, ove già fu un tempio di Apollo (3512).

40. MERINO, O MIRINA (Merinum, Myrina)

Al di là del Capo di Viesti, presso al quale, seguendo l’erronea indicazione di Tolomeo, alcuni topografi pongono la città di Apeneste, che fu nella Messapia (3513), seguiva la città di Merino, ignorata o non descritta dagli antichi geografi, ma che conosciamo dai Merinati che l’abitavano, e che Plinio ricordò sul Gargano (3514). Fu una delle città antichissime da' Greci fondata nella Daunia, e benché altro non ne sia noto che il nome, questo nome è sufficiente a farne conoscere l'origine greca, sia che considerar si voglia derivato da una divisione (μέρος, μερίς, μοῖρα) ignota con altra città vicina, sia che più probabilmente suppor si voglia identico con quello di altre città note, che già furono nell’isola di Creta (3515), nell'Eolide (3516), e nell'isola di Lenno (3517); e però più veramente detta Marina. Per essere stata città vescovile conosciamo che fu popolosa, almeno ne' secoli cristiani; e comeché non sia noto quando e come fu distrutta o abbandonata, certo è che venne a mancare nel secolo XI, prima che Papa Pasquale II che sedé dal 1099 al III8, ne unì la sede al Vescovado di Viesti (3518). Senza conghietturarne la distruzione per opera de' Saraceni o per effetto di guerre distruttive, credo piuttosto che essendo divenuta fatale alla città la prossima palude che ora dicono di Malascarpa, la popolazione se ne sperdesse nelle città vicine. Sorgeva Merino a 5 miglia al settentrione di Viesti, alla sponda del mare, oltre la foce del Rivo della Macchia, dove tuttavia rimane una chiesa col nome di S. Maria di Merino (3519). Ivi se ne veggono i ruderi, e sulla soprastante collina si osservano reliquie di mura che mostrano un’antica acropoli, nella cui sommità incavate nel duro macigno sono tre cisterne che comunicavano con un piccolo canale. A’ lati di questa collina sono ancora i vestigi di comoda strada, che dalla città menava alla rocca; e nel piano si sono scoperti avanzi di grandi fabbriche, di cisterne e condotti, e da per tutto intorno rottami di pietre e mattoni, che mostrano essere stata Merino città non piccola della Daunia (3520).

41. Monte DRIONE, e Rivolo ALTENO

Al di là del lago di Varano e della torre di Calanteia elevasi sulla spiaggia il piccol monte Evio (3521), non ricordato dagli antichi, ma ch'io credo di antica denominazione per un tempio sacro ad Esculapio, il quale col nome primitivo fu detto Epio (3522). E questo piccol monte, e piuttosto colle a me sembra lo stesso che il Drione, da Scilace e Strabone mentovato nella Daunia (3523), e celebre per gli eroici monumenti (Ηρωα) sacri a Calcante e a Podalirio, l’uno sul vertice, l’altro sulla falda del colle, a 100 stadii in circa dal mare. Era il primo celebre per gli oracoli, e coloro che vi salivano per consultarli sacrificavano un ariete nero, sulla cui pelle si mettevano a dormire per avere in sogno il responso, e da' luoghi circostanti scorreva un fiume, le cui acque a tutte le malattie degli animali si credevano di universale rimedio. Questo fiume è detto Alleno da Licofrone, che riferisce le cose istesse (3524), ed il suo Scoliaste aggiunge coll’autorità di Timeo che i Daunii solevano con gli animali lavarsi nel fiume e sanarsi dalle piaghe che li affliggevano invocando Podalirio, dal che il fiume nominavasi Allena, cioè sanante (ἀλθαίνων) (3525). Licofrone del resto col suo dritto di poeta, anziché ricordare i due celebri cenotafii, afferma esser quelli i veri sepolcri di Calcante e Podalirio, non ostante che aveva già detto, come altrove ho riferito (3526), che presso la città di Siri nella Magna Grecia vedevasi il sepolcro di Calcante, e ch’era già morto e sepolto nell’antro del monte Cercafo presso Colofone nella Jonia. È anche noto da Tzetze che Podalirio non venne mai in Italia, e che a Carica-Chersoneso finì la vita; e senza più oltre trattenermi di tali personaggi, forse anche mitici, a cui furono soltanto innalzati monumenti eroici, come con più di verità Strabone riferiva, e, come sembra, da greci coloni da Trica o Tricca della Tessaglia passati nella Daunia, difficile è riconoscere il luogo della regione dove propriamente vennero eretti. Perché diverse sono le opinioni de' patrii topografi nell'assegnare il sito del monte o colle Orione, il quale non è dubbio che prese il nome dalle querce che vi abbondavano, e però detto Colle o monte delle querce (da δρῦς, quercia), il che sarebbe favorevole al parere di coloro che l'han creduto dipendenza del Gargano, di querce feracissimo, secondo Orazio (3527). Ma oltre che querce esser potevano così in una delle estremità del Gargano, ne' dintorni di S. Marco in Lamis, o di S. Giovanni Rotondo, dove que’ monumenti per lo più sogliono situarsi (3528), come nell’altra presso Ischitella o di Rodi sull’opposta spiaggia, la manifesta relazione di Podalirio con Epio o Esculapio, di cui è detto figliuolo da Licofrone, è anche più favorevole all’ipotesi che fossero piuttosto alla falda ed alla cima del monte Evio, ed a questa opinione stessa si accostano coloro che pongono il Drione anche al di là de' limiti della Daunia e della stessa Apulia, oltre il Frontone e nell’agro Interamnia o di Termoli, dove dicono sorgere non solo il monte di quel nome, ma anche scaturire acque mediche termali (3529), dall’uso delle quali la superstizione per Podalirio potè avere origine, come si racconta della limpida sorgente presso il monumento sacro al celebre poeta Saadi nella Persia, alla quale gli abitanti di Chiraz attribuiscono una grande virtù igienica (3530). Un’epigrafe ancora faceva noto che il luogo orane sacro ad Esculapio (3531), ed anche ad escludere il monte Evio, la seconda opinione è preferibile, ove anche si rifletta ai confini diversi della Daunia innanzi che i Frentani coll'occupare una parte della spiaggia non li restringessero. In quelle vicinanze è perciò da cercare il fiumicello Alteno, e non altro probabilmente che quello nel quale quelle acque medicinali si raccoglievano.

IV. Senza qui dire delle generali vicende della Daunia, che comprenderò appresso in quelle dell'Apulia, accennerò delle antiche strade che l’attraversavano, per quanto può sapersene, più che da' vestigi, dal corso che ne segnano gl’Itinerarii. E cominciando da Salapia, la città più vicina alla Peucezia, per esser posta alla sinistra del lago a cui dava il nome, era fuori della grande strada che per la marina correva sino alla città di Siponto; non è perciò segnata ne' romani Itinerarii, ma un piccol ramo doveva a questa congiungerla pel facile traffico de' Salapini, e pel più breve spazio può supporsi lungo la parte superiore del lago. La grande Via Trajana del rimanente dalle Saline correva dopo XII miglia ad Anxano, e di là dopo altre IX miglia a Siponto, colle quali distanze segnate nella Tavola Peutingerana si emenda quella dell'Itinerario di Antonino, che segna XV sole miglia tra le Saline e Siponto nel corso della grande Via Flaminia (3532). La costa del Gargano, perché inaccessibile per lo più, e perché scarsamente abitata, non fu con grandi sostruzioni ed opere aperta ad una strada che facesse il giro del promontorio, e però da Siponto rivolgevasi dentro terra, e dopo XX miglia, quante ne misura il Lapie, non dopo XX, quante ne segua il citato Itinerario, incontrando il fiume Candelaro passava sopra un gran ponte, perciò detto Ponte Longo, che sarebbe quello di Rignano. Di là correva ad Ergizio dopo altre X miglia, stranamente alterate in XX nel medesimo Itinerario, distanze che ben combinano con quella della Tavola, ove nondimeno correggasi in X l'ultima cifra V, che può ben riputarsi errore de' copisti. Finiva così da questo lato il corso della grande Via Trajana, perché indi a XVIII miglia seguiva Teano Apulo, città dell’Apulia propriamente detta. E chi dalla marina passar voleva nella porte interna della Daunia, poteva dalla stessa città di Siponto battere un’altra strada, la quale dopo XXI miglia menava ad Arpi, indi dopo altre IX a Luceria, d'onde ad Eca per altre XII miglia, giungendo in fine dopo altre XVIII ad Equotutico nell’Irpinia (3533). Era questa strada il proseguimento della stessa Via Egnazia, o Trajana, che dir si voglia, diversa da quella che diramavasene dalla medesima città di Equotutico, e che toccando similmente Eca, conduceva indi a XIX miglia ad Ardonca, e di là dopo altre XXVI a Canusio (3534); Alla quale accennando Strabone, e nell’ordine inverso descrivendola, dice che batter potevasi co' muli pel paese de' Pedicoli, per la Daunia e pel Sannio insino a Benevento, verso la quale città colla Via Egnazia propriamente detta e coll’Appia si congiungeva (3535). Senza dirne il corso al di là di Benevento, già altrove accennato (3536), di sotto Troja correva questa via per paese piano verso il fiume Cerbalo, passato il quale sul ponte detto di Albaneto, menava direttamente all’altro ponte sul Carapella, e per Ordona e Stornara dirigevasi sotto Ceraunilia, o Cerignola di oggidì, dove sembra che fu un villaggio, od un ostello pe' viandanti, detto Ad Undecimum per la distanza di XI miglia antiche da Canusio (3537), del quale tuttavia rimangono forse i ruderi che vi osservava il citato scrittore che le tracce di tutte queste vie investigò e descrisse. Scarsi vestigi appalesavano ancora un’altra via diversa dalle già dette, e segnata nella sola Tavola Peutingerana, quella che dalla città di Ardonea giunta alla così detta Torre Alemanna al di là di. Ascoli, sito dell’antica stazione Ad Pirum, da una parte dirigevasi a Venusia e dall’altra pel così detto Pozzo Terragno, per Fontanaflora e Monte Arsenio menava al ponte di Canosa sul’Aufido (3538), quello che poi fu detto Ponte di Pietra dell’Olio, dove pur convenivano altre strade che da Benevento correvano per le regioni vicine, qual fu quella che per Castelluccio de' Sauri (Sentianum), e per Alvano (Balejanum) dirigevasi a Venusia (3539), e che una lapida facevaci conoscere restaurata da M. Aurelio, e nominarsi Via Erculea (3540).

V. APULIA

I. Corografia, e condizione geologica dell'Apulia. — II. Etimologia del nome della regione, ed origine degli Apuli. — III. Antica topografia dell'Apulia. — 1. Porto e seno Urio. — 2. Uria. — 3. Lago Pantano. — 4. Collasia. — 5. Teate o Teano. — 6. Ergizio. — 7. Cliternia. — 8. Ulurio. — 9. Isole Diomedee. — IV. Vicende degli Apuli. — V. Conclusione dell'antica topografia delle nostre regioni.

I. A chi percorre leggermente gli antichi geografi può parer tutt'uno colla Daunia la regione denominata Apulia, o l’una compresa nell'altra, benché a cagione de' nomi diversi generalmente istinte; e comeché sfuggita all’indagine di alcuni dotti topografi (3541), tale distinzione è pur manifesta nelle antiche memorie geografiche. Strabone in fatti tra i Danni e i Frontoni pose gli Apuli propriamente detti (3542), abitatori della costa marittima del golfo all’occidente del Gargano, di contro alle isole Diomedee, e P. Mela distinse l’un popolo dall’altro tra quelli che abitavano la spiaggia del mar superiore (3543). Egli è il vero che Plinio confuse la speciale topografia dell'Apulia con quella delle prossime regioni, ma l'Apulia de' Dauni colle sue città sino al fiume Cerbalo da lui descritta fa supporre l'Apulia propriamente detta, e dalla confusa descrizione del geografo pur traluce una certa distinzione de' due popoli e delle regioni che abitavano. Perché tre popoli egli distinse: i Teani, i Dauni, e i Lucani soggiogati da Calcante (3544). Senza dire dei Dauni già descritti dalla foce dell’Aufido sino al termine del Gargano lungo la spiaggia, ne' Teani, o piuttosto Teanensi, abitatori della città di Teano colle altre piccole città e borgate della stessa confederazione, veder dobbiamo gli Apuli propriamente detti degli altri geografi, senza che sia facile affermare chi mai fossero gli ultimi, non ostante alcune conghietture che addurrò in seguito.

Ma la divisione degli Apuli Dauni è da riferirsi a' più remoti tempi avanti il dominio de' Romani, all'epoca della lor comune autonomia, e quando perciò si stavano ne' termini delle federazioni rispettive. Come soggiacquero alla romana dominazione, non solo i Dauni, ma anche i Peucezii furono compresi nel generai nome di Apuli, perché Apulia fu detta la regione che da' Calabri stendevasi al Frontone. Con tal nome generico nominavasi al tempo di Strabone (3545), ed anche prima Giulio Cesare nominò in generale Apulia il medesimo paese (3546), più precisamente in più luoghi descritto da Orazio (3547). Vero e che Polibio narrando. l’invasione di Annibale non distinse i due popoli, perché scrive dopo i Frontoni di esser tosto il capitano Cartaginese entrato nella Daunia (3548), e Mela attribuì a’ Dauni la città di Teano, la quale fu veramente degli Apuli: ma da uno storico, comeché insigne, non vuoisi sempre pretendere un’esatta notizia geografica, e si sa bene che Mela scrisse dopo la corografia di Augusto seguita anche da Plinio, colla quale i Dauni sino al fiume Tierno ampliarono a danno de' Frentani i propri confini. Il perché conchiudo con Strabone che quantunque gli Apuli parlassero lo stesso idioma de' Dauni e de' Peucezii, né in verun’altra cosa al suo tempo ne fossero diversi, ben pare che ne differissero una volta, d onde poi anche invalse appo loro un nome diverso da tutti gli altri (3549). Distinta adunque l'Apulia come una speciale contrada, dai limiti delle confinanti regioni distinguer se ne possono facilmente i confini, i quali al mezzodì segnar si possono da Rodi (Uria) sulla falda boreale del Gargano sino all'agro di Luceria, che da un Iato separavate dalla Daunia, e dall’altro dell’Irpinia; ad oriente lungo la curva spiaggia dell’Adriatico dalla stessa città di Uria alla foce del Frontone, dove avea principio la regione Frentana, correndo poscia al settentrione lungo la destra sponda di quello stesso fiume sino al di sopra di Teate o Teano (Civitate), e all’occidente dall’agro di questa città a quello di Luceria. In tale estensione di paese si comprende la parte settentrionale delle Puglia di oggidì, che il Fortore disgiunge dalla Capitanala, della quale non occorre dire la particolare condizione fisica, da quella della Daunia non diversa, perché sorta ab antico dalle acque marine, le acque atmosferiche, le nevi e i venti ne hanno successivamente sollevato il suolo col trasportarvi il terreno venuto giù dagli Appennini, oltre lo spoglio delle erbe spontanee che ne rendevano insieme il livello superiore al prossimo mare; origine geologica, della quale danno indizii certi non solo gli strati paralleli della superficie della regione e gli stessi depositi delle produzioni marine, ma anche le lunghe e poco sensibili depressioni del suolo verso il mare, che chiaramente accennano alla correntia delle acque verso l’Adriatico (3550).

II. Ma del nome di nessuna delle nostre antiche regioni tante e sì diverse etimologie si esponevano quante ài Apulia, e ciò nondimeno tuttavia sconosciuta si può dirne la origine. Si è creduto derivato dall’osco, dialetto di quegli Orientali, che a credere di alcuni scrittori vennero a popolarla, e che nominata l’avrebbero dalla nebbia (Apelah, Apulah) di polvere che v’innalza spesso il soffio del vento Vulturno, o più veramente dalle caligini che levandosi da laghi e dagli stagni, da' torrenti e dallo stesso mare tutte ingombrano le appule contrade in ogni stagione,massime nella primavera e nell'autunno (3551). Identica a tale etimologia era quella del Rabino Elino, il quale il primo l’arte salutare insegnava nel Liceo di Salerno, dappoiché scrive che fu detta Apulia, quasi VApulia da' vapori della terra (3552). E perché in comparazione delle altre nostre contrade non era popolata abbastanza, si credè da altri così detta dalla scarsezza degli abitatori (3553). Né è da tralasciare l’etimologia più antica, quella di Paolo Diacono, il quale avvisavasi che avesse il nome a perditione, stanteché per l’ardore del sole la verzura della terra vi si perde (3554), etimologia che a meglio dichiararla più di ogni altra parmi verisimile. Perché ritenendo il nome di Apulia qual nome greco, come quelli della più parte delle nostre regioni, no l credo derivato che dal culto che vi prevalse, né altro che quello di Apollo, o del Sole, il quale tra gli altri nomi quello ebbe ancora di ούλιος, il distruttore (3555), e molto naturalmente Apulia può dirsi derivato ἀπ᾿οὔλιου, dal nume che distrugge, o dal Sole, il quale se nell’Ellade come altrove, arde e dissecca nella canicola, e quindi vi distrugge i pascoli e la verzura, tanto più arde e dissecca Apulia dove rare sono le sorgenti e rare le piogge, e fa bene qui a proposito il tristo quadro che della regione lasciavaci un benemerito scrittore nel periodo appunto in cui soggiace alla possente forza del Sole, e diviene come il Sahara delle nostre contrade (3556): «Verso la metà della bella stagione principiano, egli dice, ad ingiallire tutte le piante e tutte le erbe; i piccioli suoi torrenti s'indeboliscono; l'aridezza del cielo, e quindi un maggior calore si rende sensibile; ed i pastori col loro numeroso gregge cercando il pascolo nell’alto de' monti, spopolano in un istante le campagne della Puglia. Viene la state, e tutto s'inaridisce, e tutto muore; il verde velluto dalla superficie si cambia in un colore luttuoso, ed i soli insetti nocivi campestri e domestici vengono ad abitare questa desolata pianura. Un tale squallido aspetto dura per una gran parte dell’autunno, nella fine del quale incominciano di bel nuovo a comparire i segnormai estinti della vita, e ritorna in pochi momenti l’attività della fecondazione (3557)». Aggiungi i venti che vi dominano, e che desolano le campagne dell’Apulia il Volturno e l’Atabolo (3558), ed avrai un quadro simile a quello de' dintorni della città di Saouakim, l’antico Porto de' numi salvatori nella regione de' Trogloditi perché le vicinanze vi sono aridissime, il territorio circonvicino infuocato, senz’acqua e senza ombre, e il vento di terra che vi soffia nella state, vi rende la natura di un aspetto lugubre (3559). Per tale desolazione gli Elioni che vennero ad abitar wV Apulia più di qualunque altro il nume Sole dovevano propiziarsi, e tanto più quelli di stirpe dorica, che specialmente adorarono Apollo. È perciò che tanto ne abbiam veduto diffuso il culto nella Daunia, con cui ebbe ad averlo comune la confinante regione, tanto più perché i confini che vi riconoscono la geografia e la storia non sono certamente de' tempi primitivi. Oltre di che il medesimo culto nell’Apulia ebbero a diffondere i Rodiota, che con una colonia si sono supposti giunti ad Uria presso di Rodi (3560), essi che del pari di stirpe dorica per modo adorarono Apollo, che la loro isola dopo i Telebini dicevasi occupata dagli Eliadi (3561), o da' figliuoli del Sole. Per la quale conghiettura, che dimostra non vera l’osservazione del Mazocchi dell'essere la voce Apulia Graecis auribus bruta (3562), non sarebbe questo il primo esempio tra nostri popoli, che dal culto del loro principal nume si denominarono, perché i Vestini da quello di Festa furono probabilmente detti, come i Marsi da Marte (3563), nominati forse prima Mamersi (da Mamers), e gli stessi Sabini, progenitori degli uni e degli altri, da Sabo, ossia Bacco (3564), secondo almeno si avvisano alcuni mitologi. Ed è da notare l’esposta etimologia, per la connessione di Apollo con Calcante, ch’ebbe un eroo sul Orione,’e che una parte Ad Lucani soggiogava, unendoli Apulia, ed anche a voler vedere in Calcante un eroe diverso dal famoso augure di Micene, o di Megara, il quale come espertissimo nella divinazione, per la quale del suo gran sapere da Apollo dicevasi arricchito, fu scelto per condurre ad Ilio la flotta (3565), lo stesso culto di Apollo propagato nella Daunia e wW Apulia da una greca colonia dopo i tempi trojani potè dare origine alla tradizione di Calcante, il quale veramente secondo altre tradizioni moriva fuori d’Italia (3566). E perché v’ebbe pure un Calcante, che la tradizione faceva uccidere da Ercole nella Siritide (3567), in questo eroe è forse da vedere più probabilmente il conquistatore de Lucani, confuso nel famoso indovino, e sacerdote rappresentante del culto di Apollo nella Daunia. Il perché lascio volentieri ad un dotto critico la sua opinione di credere il nome di Apulia di origine osca, non per altro che per la identità di Apix, Apicus ed Apulus, cosi che Apix e Japix come un solo e medesimo nome debbano considerarsi (3568); e la identità de' due popoli veggendo più tosto nella stirpe che nella forma grammaticale del lor nome, gli Apuli furono gli stessi che gli Japigi, perché gli uni come gli altri originati dagli Japidi dell’Illirio, ma raggentiliti dalla civiltà delle colonie doriche che si sparsero tra loro, e che di se lasciavano più che chiari vestigi non solo nel colto di Apollo, ma anche nell’origine greca che Plinio attribuiva ai più rinomati popoli dell’Apulia (3569).

Tra le nostre regioni non solo, ma tra quelle ancora dell’Italia fu l’Apatia la più scema di città e di abitatori, per non esservi stati nemmeno sparsi in villaggi, ad eccettuarne nondimeno la parte montuosa della contrada, dove furono probabilmente gli Ulurtini di Plinio (3570). Di tali città, ristrette verso i colli, o presso la marina, in fuori di una sola nella pianura (Ergitium), poche già ve ne erano al tempo di Cicerone, il quale perciò l'Apatia nominava la più vuota parte d’Italia (3571), né tanto io credo per le guerre devastatrici, quanto per cagione del suolo e del clima, che impuro rendevano le paludi, e caldissimo è nella maggior parte dell’anno. Ma ecco la nota topografia della regione.

III. – 1. Porto e Seno Urio

Pe’ discorsi limiti delle due confinanti regioni, il primo luogo a notare nella topografia dell'Apulia è il porto che Plinio ricorda col nome di Garna tra' l promontorio Gargano e ‘l prossimo lago detto Pantano (3572), e dall’ordine della circumnavigazione è manifesto che l’odierno porto di Rodi intendeva descrivere (3573), anziché un altro diverso che si è supposto nel Lago di Varano (3574) sebbene così il lago, come il porto non prendessero il nome che dalla vicina città di Iria. Il perché è ben da consentire ad un dotto geografo l’emendazione in Varnas della ignota e barbara voce di Garnae (3575), non nata altrimenti che per fallo de' copisti, o de' primi editori del geografo. E dalla stessa città di Iria o Uria prese il nome il seno che tutto cingeva il lido dell’Apulia, di mediocre ampiezza, dice Pomponio Mela, e per lo più di malagevole accesso (3576), quello stesso che solo dalla profondità distingueva Strabone (3577), e che dalla marina di Rodi si allunga sino alla foce del Fortore.

2. URIO, IRIO, o URIA (Ούρειον, Υριον, Uria)

Chi dava la volta, dice Strabone, alla punta del promontorio Gargano, trovava la piccola città di Urio (3578), ricordata con nomi alquanto diversi da Plinio e Tolomeo, perché dall’uno è detta Uria, e dall’altro Irio (3579). E facevane pur menzione Dionigi Periegete, ponendola per termine de' popoli della Japigia, e coll’epiteto di marittima (3580) distinguendola dalla mediterranea e più celebre città di Uria nella Messapia. Ma sconosciuta ne è l’origine, e solo può dirsi che, a considerare insieme il culto di Venere che Catullo le attribuisce (3581), e i templi alla stessa dea innalzati dagli Eneadi (3582) in diverse contrade nel corso del loro viaggio dalla Tracia nelle nostre regioni e nella Sicilia (3583), egli sembra che da una colonia di Trojani avesse i principii, e da quelli stessi per avventura che fondarono la città di Gargara sul Gargano. Non parmi perciò di nessuna importanza per l’origine della città il nome con che fu distinta, talché per l’analogia creder si potrebbe originata dalla stessa città di Uria nella Messapia, la quale produsse colonie, ma ne' limiti della stessa regione (3584). Senza fermarmi ai nomi con cui vien ricordata da Plinio e Tolomeo, i quali derivavano dal più antico, quello con che è ricordata da Strabone sembrami che accenni al vento favorevole (ούρειος) a' naviganti che si recarono in questa parte d’Italia, sebbene poi si credesse che fondata l’avesse Diomede, come dall’uccello volante può congetturarsi che vedesi in alcune delle monete che a questa città si attribuiscono, non diversamente dalla stessa città di Gargara, la quale sebbene fondata da una colonia uscita dalla Frigia, pure allo stesso Diomede attribuivasi da Servio. In tali monete, di bronzo e coll'epigrafe abbreviata o intera, ΥΡ, ΥΡΙΑΤΙΝΩΝ, veggonsi dall’uno de' lati una testa di Minerva, e dall'altro un timone ed un delfino (3585), né tanto questi tipi quanto quello dell’uccello volante par che persuada che a questa città di Urio o Irio siano da attribuire, per ('allusione alla mitica trasformazione in uccelli de' compagni di Diomede nell’isola vicina (3586), rimpetto la quale la città era situata. Egli è il vero che nel detto uccello si è pur veduto un simbolo del nome della città, per l’uccello Iris di cui leggesi in E. Stefano (3587), come il ramiceli© nel rovescio di altre monete simili coll'epigrafe TDIETES (3588) si è interpretato pel simbolo istesso per la pianta aromatica iris descritta dagli antichi naturalisti (3589); ma come potrebbero tali monete per gli altri tipi di città marittima attribuirsi all’ignota città mediterranea che si sostiene nella Campania?

Ma niente ci è noto delle vicende di Uria, se non che parteggiando forse per Mario, il Pretore Q. Cecilio Metello ne sottometteva l'agro in potestà di Silla, col quale egli univasi nella guerra civile (3590). Quanto al suo silo, per la ragione de' discorsi tipi di città marittima delle sue monete non può sostenersi che sorgesse nel villaggio di Univi, come dall’analogia del nome e dal trovamento di alcune di dette monete avvisavasi un altro dotto nummologo (3591), e la più probabile opinione è che fosse stata presso alla sponda del gran lago di Varano, del perimetro di 30 miglia, cinto da ameni colli e deliziose campagne, e propriamente dove oggi è la chiesa del Crocifisso di Varano, dove rimangono antichi ruderi; né è inverisimile conghiettura che per le inondazioni del lago, che la città ricoprivano di acque, rimanesse distrutta, e che gli abitatori se ne spicciolassero in molti villaggi, i quali davano poi l'origine alle terre di Cagnano, Carpino, Ischitella, Vico e Rodi che sorsero intorno del lago (3592). L’ultima di queste terre, in cui altri topografi situavano la città di Uria, faceva supporre che una colonia di Rodii vi si fosse trapiantata, la quale vi lasciava il nome della metropoli (3593), e questa colonia può bene attribuirsi a quelli stessi Rediotti che fondavano Salapia (3594), e il nome le imponevano della madre patria, come alla città di Rode che fondavano nell’Iberia (3595), e come il nome di Camiro ripetevano nell’agro che fu di Sibari (3596) e quello di Lindo nella Sicilia, dove poi fu la città di Gela.

3. Lago PANTANO (Lacus Pantanus)

A 200 stadii dal Gargano Strabone descrisse un lago lungo la spiaggia, dopo del quale offrivasi grande comodità di navigare a’ Frentani, e al seno di Buca, città dalla quale correva la stessa distanza di 200 stadii (3597), o 25 miglia di oggidì. Questo lago è detto Pantano da Plinio (3598), nome in cui si può bene notare la greca etimologia, parendomi così detto da πάντη, semper, per essere un lago perenne; né altro fu che il lago di Lesina, piccola città a breve distanza dalla sua sponda. Il lago prese il nome dalla città, edificata da alcuni pescatori di Lesina della Dalmazia (3599), Idillica Pharos, una delle isole Liburnidi (3600). Come que’ di Paros, isola del mare Egeo, fondandovi una colonia, le imposero il nome della madre patria (3601), così i marinai dalmatini ripetevano il nome della loro isola sulla spiaggia dell’Apulia. Non ostante tale origine, alla quale vi è pure chi aggiunge quella de' Lucerini dopo la distruzione della loro città per opera di Costanzo II (3602) nel 663, dalle diverse lapide che a Lesina or si conservano (3603) parrebbe che le vicinanze del lago furono al tempo de Romani abitate, se piuttosto alla prossima città di Teate non debbansi attribuire, e così credendo nella descrizione di questa città saranno riferite.

4. COLLAZIA (Collatia)

Tra gli altri popoli della II Regione d’Italia, in cui si comprese l’Apulia, Plinio annoverò i Collatini (3604), sia che abitassero una sola città col nome di Collazia, sia che sparsi fossero in villaggi. E che all’Apulia propriamente detta si appartenessero si raccoglie da Frontino, il quale dappresso il Gargano ne ricordò l’agro coll’altro col nome di Cannoiano, l’uno e l’altro divisi ad una colonia (3605). Per la quale testimonianza non ingannavasi chi la città di Collazia situava nelle vicinanze di Apricena, dove oltre al vedersi già antichi vestigi (3606), si conferma il sito de Collatini da' colli che si diramano dal Gargano tra S. Nicandro e Poggio Imperiale, d’onde certamente venne il nome a que’ popoli, non ispiegato da altri topografi.

5. ΤΕΑΤΕ o ΤΕΑΝΟ

Sopra del descritto lago sorgeva dentro terra la città di Teano (3607), una delle più insigni dell’Apulia, e metropoli de' Teanensi, se non di tutta la regione. Coll’aggiunto di Apulo, o degli Apuli distinguevasi dall’altra città omonima de Sidicini (3608), ma fu detta anche Teate, come dall’epigrafe delle sue monete si raccoglie e dalla testimonianza di Livio e Frontino. Benché il nome di Teano, col quale solamente questa città riconoscono alcuni geografi (3609), sembra riferirsi da Plinio a Greci che la fondarono, più antico nondimeno parmi quello di TIATI che si legge nelle monete; ma nell’uno e nell’altro si può facilmente scovrire la greca derivazione da (θέα, θεατός), esprimente l’aperta ed ampia sua situazione, non diversamente dalla città primaria de' Marrucini, e da quella stessa che fu de' Sidicini, poste entrambe in sito di aperta e bella vista (3610).

Ma oscure sono le origini di questa nobile città dell’Apulia, ed a seguire la tradizione serbataci da Plinio può dirsi soltanto che i Teani (così il geografo ne nomina gli abitatori) appartennero ad una colonia greca (3611), e se non fu quella stessa che dicevasi condotta nella regione da Calcante, secondo lo stesso Plinio, e Strabone, che ne ricorda il monumento (3612), ad altri Greci è malagevole attribuirla. Ed a greca origine accennano egualmente i tipi delle monete della città, le quali prima alla città omonima dei Marrucini si attribuivano, ed ora tutte a questa città dell’Apulia si restituiscono. Di tali monete, rare in bronzo, rarissime in argento, e che in gran copia si estraggono dove fu Teano ed in tutto il circostante agro, quelle di argento, del peso di due dramme, hanno da un lato una testa di donna diademata, e dall’altro, come nelle monete di Taranto, un cavaliere nudo in atto di coronare il suo cavallo tra la leggenda divisa TIATI, con sotto un delfino, e di fianco la lettera A, da intendersi degli Apuli, come la detta leggenda s’interpreta de' Teati, TIATIum. Di queste, tre appena con qualche altra di più ne descrivono i nummologi (3613); ma molte sono quelle di bronzo co' tipi di Giove, di Pallade e di Ercole, come nelle monete di Luceria, con cui Teate fa alleata, e colle indicazioni unciali del quincunce, del triente, e simili (3614); oltre quella, imitala pure dalle monete di Taranto, col tipo di una figura nuda sul delfino (3615).

Quanto alle vicende della città ne' tempi romani, sappiamo appena che i Teanensi insieme co' Canusini, stanchi delle patite depredazioni, nella seconda guerra sannitica dando ostaggi al Console L. Plauzio, vennero in sua potestà nel 436, e nel seguente anno, concitandosi l'Apulia contro la Republica, chiesero l'alleanza a' nuovi Consoli C. Giunio Bubulco e Q. Emilio Barbuta, promettendo di rappacificare tutta la lor regione con Roma; e l’ebbero in fatti, ma non a parità di condizioni (3616), come ben dovevano aspettarsi. Vi fu poi spedila una colonia, alla quale accenna il Libro delle Colonie (3617), comeché l’epoca ne sia sconosciuta, né altro di rilievo se ne conosce se non che tra le sue mura Pompeo stanziava le soldatesche, come nelle altre città vicine, nel principio della guerra contro Cesare (3618), quando già era una nobile e grande città, come vien detta da Cicerone, il quale dice inoltre che nobili cavalieri avea nell’ordine equestre di Roma ascritti, e giuochi pubblici e feste solenni, alle quali traevano i popoli confinanti (3619).

Sorgeva sull’ameno poggio de' subappennini colli Liburni, e propriamente dove prendono il nome di Coppe di Civitate (3620), ove l’occhio del riguardante in un’ampia regione può spaziarsi, avendo incontro l'Adriatico colle Isole Diomedee, a destra il Gargano t a sinistra le terre irrigate dal Fortore, e a mezzodì la fertile pianura della Daunia. Al di là del ponte detto di Civitate tuttavia se ne veggono le grandi rovine, alla distanza di 15 miglia in circa da Carino, alle 18 miglia antiche corrispondenti, che tra le due città segnava Cicerone (3621). Ivi ne rimane una grande muraglia e i vestigi di un’ampia porta tra due colline: il vallo della città girava lo spazio di quasi mezzo miglio, e due sotterranei con grandi volte laterizie condur dovevano a porte secrete. Le greche monete, gl’idoletti, le corniole e i vasi scoverti in quel sito appalesano la greca civiltà del popolo che vi si stabilì, ed oltre i descritti avanzi quelli ancora vi si veggono della città ne' tempi cristiani, le mura della Cattedrale con ruderi di abitazioni intorno di Civitate, come fu detta nel medio evo, il qual nome sebben comune ai ruderi delle città antiche sparsi in tutte le nostre regioni, di questa fu specialmente proprio, perché restaurata nel 1015 dal Catapano Bojano (3622), non riprese l’antico nome di Teate o Teano (3623). A poche miglia dalle dette rovine, nella sponda boreale del Lago di Lesina scoprivasi la base di una statua coll'epigrafe (3624):

H. VRANIO V. P. REC.

PROV. VINDICI LEGVM

AC MODETORI (sic)

IVSTITIAE

ORDO SPLENDIDISSIMVS

CIVITATIS THEANENS.

VNA CVM POPVLARIB.

SVIS DIGNO PATRO

NO POSVERVNT

Questa base dimostra che di Teano sono pure le altre iscrizioni che si veggono a Lesina, dove con altri rottami della città erano trasferite da qualcuno de' Conti che vi ebber dominio, per abbellirne la sua sede; ma altra non ne è pervenuta a mia notizia che il seguente titolo sepolcrale (3625):

GEORGIAE

CONSERVAE

MARSVA • PONDER

EPAPHRA • SALTVAR

CONIVGES. FECER.

EPAPHRIONI PONDER

ORINE' V DELPHIDI

FILIIS

CLAVD • ARIADINE • CLAVD

HELPIDI • FILIAE

6. ERGIZIO, o EGIZIO

Alla distanza di XVIII miglia antiche dalla descritta città seguiva Ergizio, grossa borgata, o piuttosto villaggio, noto soltanto per la testimonianza di uno degl’Itinerarii Romani (3626), e che però non parrebbe di qualche considerazione che nel declinare dell’Impero. Ma io ne credo alterato il nome nella Tavola, e parmi che vi si debba leggere piuttosto Egizio. Ad ammettere tale denominazione, non dubbia ne apparirebbe la greca origine e la fondazione antichissima, per la città omonima che fu nell’Estiotido (3627) nella Tessaglia, nota patria de Pelasgi (3628), così che l’antichità ne risalirebbe all'era stessa di Dodona e di Argirippa e delle altre città pelasgiche nella prossima regione. Oltre di che, anche a voler ritenere il nome di Ergizio qual si legge nel citato Itinerario, esser non potrebbe che di greca derivazione (da ἔργετος, septum), e però anche di origine greca. Ma lasciando che altri proponga migliori conghietture, perche niente altro può dirsi di questo oscuro luogo dell’Apulia, dalla cennata distanza, del pari che dalla via che correva per questa regione, l'Olstenio ne indicava il sito nella città di S. Severo (3629), ed a questa opinione stessa accostavasi il Lapie, il quale dalla città di Teano l’antica distanza ne ha pur ragguagliata coll'odierna (3630). Ma nelle campagne di S. Severo ne addita più precisamente il sito un patrio topografo, al di sopra di un colle, nella così detta Posta de' Tignali del Principe di S. Nicandro, un miglio e più alla sinistra del Triolo o Driolo (3631), piccolo fiume che col nome di Rio Morto scorre prima nelle vicinanze di Lucera, e poi, da altri influenti accresciuto, si unisce al Candeloro sotto Rignano. Distava Ergizio IX miglia antiche da Arpi, ed era posto nel più bel quadrivio tra questa città, Teano, Luceria e Siponto. Molti ruderi ne rimangono a fior di terra, oltre un gran torrione alla lunga descritto dal citato scrittore, e dell’antichità del sito danno certezza le monete scopertevi, non solo de' primi tempi dell’Impero, ma anche più antiche, tra le quali una di Rubi, città della Peucezia. Dalle rovine di Ergizio sembra che poi sorgesse l'odierno Casalnuovo, alla distanza di un mezzo miglio verso il settentrione, celebre per la disfatta che nel 1137 dal duca Rainulfo vi avea Re Ruggiero (3632).

7. CLITERNIA, o CLETERNIA

Per la testimonianza di Plinio, il quale come soggetta ai Larinati ricordava la città di Cliternia, questa città io descriveva nella regione tà Frentani (3633); ma una moneta colla greca leggenda del suo nome e co' tipi identici a quelli di Arpi fa restituirla all'Apulia, non ostante che oltre il Frontone fosse posta, il che dimostra che i confini di questa regione si estesero sino al corso del Tiferno ne' tempi più antichi, dove in fatti P. Mela fa terminarli, comeché Apulia, confondesse colla Daunia (3634). Nella detta moneta, di argento e di seconda grandezza, vedesi da un lato una testa di Pallade galeata con accanto la lettera A, e dall'altro un cavallo a briglia sciolta colla leggenda ΚΛΗ (3635), la quale ora a Ctemene nella Tessaglia, ora a Cleono nell’Argolide, ed ora anche a Taranto attribuì vasi. Ma escluse la prima e la seconda attribuzione, perché nell’una non bene leggevasi l’epigrafe, e nell’altra confondevasi col nome di un magistrato di Taranto, non può stare nemmeno la seconda pe' tipi identici a quelli di Arpi (3636), i quali ne dimostrano colla città istessa la relazione, e più che di alleanza, di origine; al che accennerebbe la lettera iniziale A. La moneta è dunque di Cleternia, e dalla riferita leggenda ritenendone tal nome primitivo (3637), da ed ìpvos può credersi derivato, così che illustre ramo o insigne colonia di Arpi par che fosse stata nominata. Né altro di questa città debbo aggiugnere, perché altrove ne ho detto la distrazione ed il sito.

8. ULURIO (Vlurium)

Alle descritte città dell’Apulia aggiungo Viario, della quale non parla alcun antico geografo, ma i cui popoli sotto il nome di Ulurtini sono annoverati da Plinio nella II regione d'Italia (3638). Oltre che il greco nome con cui furono distinti da' Greci abitatori della pianura chiaramente dimostra. che sotto quella generica denominazione si compresero i popoli montani della regione (3639), la stessa memoria che serbavane il geografo accenna alla numerosa popolazione che formarono. Essendo perciò come altri popoli simili spicciolati in villaggi sulle falde de' monti ne' confini montuosi dell’Apulia, la più grossa borgata che abitarono ne serbò il nome ne' tempi successivi, e questa non fu altra che Volturara, come dall'analogia del nome conghietturava un dotto Corografo (3640). La città ebbe a conservarsi in qualche importanza ne' secoli cristiani, perché fu città vescovile, e la serie de suoi Vescovi trascende l’epoca che ne segna l’Ughelli, facendosi menzione del suo Vescovo in una lettera di Papa Giovanni XIII del 969 (3641).

9. Isole DIOMEDEE (Διομήδειαι νῆσοι, Diomedacae insulae)

A borea del Gargano e incontro alla foce del Fortore ed al Lago di Lesina, distanti 15 e 18 miglia dalla costa, sorgono le isole di Tremiti, note ai Greci col nome di Diomedee. Perché due veramente meritano il nome di isole, due soltanto ne ricordavano Strabone e Plinio (3642); ma Tolomeo, ch’esser volle più esatto, cinque ne annoverò (3643), quante ve ne erano al suo tempo, a comprendervi anche qualche scoglio anzi che isolotto poscia scomparso, così che non a tutte dar doveva il nome di isole. La maggiore volge a levante, e si appella S. Domino, a cui seguono quasi eguali tra loro la Caprara o Capperara e S. Niccolò, o altrimenti S. Maria (3644), e nel mezzo delle tre la più piccola, detta Cretaccio. Il gruppo in cui ora stanno sembra aver formato ne' tempi primitivi l’estrema punta di un ramo o prolungamento del Gargano in guisa di penisola, ch’erano poi divelta in un rivolgimento della natura, per effetto sì della possente azione del mare, e sì degli stessi tremuoti, più rari divenuti ai dì nostri e meno violenti (3645). E di vero il mare tra mezzo non è molto alto, in questo mare ci ha scogli in dritta positura colle isole, le quali con gli scogli e col lato del promontorio che vi corrisponde sono quasi della stessa formazione cretacea; ed a vedere soltanto l'inculla roccia del Cretaccio, coll’altra più piccola detta la Pecchia, non può dubitarsi che una volta facessero parte di S. Domino, da cui furon divette per una gagliarda azione del mare, e forse anche di un tremuoto. In quella or mentovata, che ha circa 5 miglia di circuito, ed una pianura di quasi 2 miglia sull'alto piano nel mezzo, crescono ulivi insalvatichiti, pini, lentischi, e tra' molti arbusti il rosmarino in gran copia. Quando i monaci (3646) l’abitarono, vi prosperarono anche le viti nella parte del mezzodì, ove trovasi un vallone che discende sino al mare. Tra le piante che vegetano in questa come nelle altre si distinguono una nuova specie di Centaurea, e l’Alisso Leucadeo, bellissima a vedere pe fiori gialli disposti a corimbo, di cui si fa uso a Venezia per la teriaca, la saponaria per imbiancare i pannilini, e molte piante medicinali (3647). Tutte hanno poi pescose le coste, e vi si trova anche la madreperla.

Se gli abitatori antichissimi della opposta spiaggia non le occuparono prima degli Elleni, è difficile il dirle abitate prima degli uni e degli altri, e sopratutto degli Elleni, i quali in tutta la Daunia, sulla costa e dentro terra, si stabilirono. Perciò alle colonie primitive elleniche ne veggiamo risalire la memoria più antica, a quelle che nella Daunia passarono àzXV Argolide, espresse collo stabilimento di Diomede. Il quale in una di queste isole, deserta al tempo di Strabone (3648), dicevasi scomparso, e i di lui compagni per pietà de' numi trasformati in uccelli, che fuggendo i barbari e i malvagi, o con le strida e le beccate solo accogliendoli, soltanto alle navi de' Greci facevano festa, e nell’amico seno de' Greci si posavano (3649). Plinio aggiungeva che ogni dì entrassero nel tempio di Diomede col gozzo pieno e le penne bagnate, e spruzzandolo d’acqua lo purificassero (3650). Or bastò che gli uccelli marini naturali a quella spiaggia (3651) sorvolassero intorno il monumento di Diomede perché la greca fantasia vi vedesse trasformati i di lui compagni, non diversamente dagli uccelli dell'isola Leuce alla foce dell'Istro, celebre pel tumulo di Achille (3652), di quelli che aliavano sul sepolcro di Meleagro nell'Etolia (3653), e degli uccelli Memnonidi che volavano dalle ceneri dell'eroe Meninone (3654). Oltre che gli uccelli furono gli emblemi naturali de' demoni e degli eroi, di quegli esseri intermedii che figuravansi abitare come essi la regione dell’aria (3655), nella mitica tradizione volle eternarsi l’odiosa memoria dell’aggressione di un popolo barbaro nemico del greco nome, cioè degl’Illirici che nella spiaggia o nelle isole trucidavano i Dorii in atto di attendere a sacrifizii (3656). Erano costoro nella tradizione rappresentati da Diomede, che un magnifico tempio vi ebbe ed un cenotafio (3657), ombreggiato da platani, e Plinio scrive coll'autorità di Teofrasto (3658), che appunto per adornare il tumulo di Diomede fu nell'isola che ne ritenne il nome portalo il primo platano, d'onde poi passò nella Sicilia e nell’Italia; ed una simile favola riferisce del mirto veduto la prima volta sul monte Circeo intorno il tumulo di Elpenore (3659)1 detti uccelli del resto, annoverati or tra la specie de' goelandi, or tra quelle de' procellarii (3660), da' Latini furon detti Ardee (3661), e da Greci ἐρωδίοι, non tanto come emblemi degli eroi, quanto perchè nunzii di tempeste pel volo e il grido, da ῥώθη, e lo stesso Diomede non è per alcuni dotti mitografi che il nume delle tempeste autunnali, e lo stesso inverno tempestoso, come tale venerato in Ardea, dove laghirone, l’uccello degli uragani, eragli sacro (3662).

Ma per lasciare le favole, che fossero da' Greci abitate è manifesto non tanto dalle antiche rovine, quanto dalle greche monete, e da' vasi che vi sono stati scoverti. La più grande di queste isole, quella forse che Plinio distinse col nome di Teutria, in processo di tempo da' Latini fu detta Tremerum, come in Tacito si legge, o piuttosto Tremorum, sia da tremuoti da' quali in tempi meno antichi fu agitata, sia ancora, per gli squarciamenti di cui presentava le tracce, da quelli da' quali più anticamente si credè sconvolta; né d’altronde può derivarsi la comune appellazione di Tremiti alle quattro isole, anziché da' tre monti che vi sorgono, come pur si è preteso. Due celebri esilii la resero famosa, uno di Giulia, nipote di Augusto, ivi relegata come convinta di adulterio (3663); e l’altro di Paolo Warnefrido o Diacono, segretario di Desiderio, ultimo re de' Longobardi, ed ivi confinato per non si sa qual cagione da Carlo Magno (3664). Ne’ principii del XVII secolo tuttavia vi rimanevano ruderi e fondamenti di antichi edifizii. Un antro col nome di Tumulo di Diomede vi ricordava il nume a cui fu sacra, e nel così detto Prato Asinario si scoprivano ancora le più belle e grandi rovine di case e pavimenti, oltre i molti sepolcri con greci vasi sparsi per tutta 1 isola (3665).

Dalle memorie mitiche e storiche de' popoli primitivi (Illirici, Pelasgi ed Elioni) che nella Daunia si stabilirono e nell'Apulia, niente sappiamo insino alle guerre sannitiche delle vicende delle due regioni. Anche senza le tradizioni greche, i greci nomi delle città nelle due contrade ci appalesano le colonie greche (3666), che vi diffusero la loro civiltà, e vi ordinarono i governi secondo i patrii istituti. Senza formare uno o due stati, vi furono città col proprio contado indipendenti le une dalle altre, e diverse per la loro estensione e la loro potenza; così che nel re de Dauni, ausiliario de’ Tarentini contro i Messapii che si disputavano il dominio di Eraclea (3667), veder dobbiamo uno de' re aristocratici, simili a quelli de’ Eliade, che ressero tali città; e benché non siavene precisa memoria nella storia, è da credere nondimeno che tal reggimento politico tuttavia durasse insino a che per le guerre contro i Sanniti fu aperto a' Romani l’ingresso nelle due contrade, e fu per essi mutata l’antica condizione delle cose; in guisa che ad un chiaro storico parve probabile che Dauni ed Apuli si dividessero in fazioni sotto le insegne delle città gelose e nemiche, ciascuna delle quali trovava un sostegno negli stranieri (3668). Poiché intanto i Sanniti avevano fatta propria gran parte dell'Apulia, non sì tosto la seconda guerra sannitica fu risoluta, che conclusero gli Apuli trattati di alleanza con Roma (3669), ai quali la città di Arpi, la più grande fra tutte, e che rimase sempre fedele all’alleanza, ebbe ad avere la parte maggiore. Ma, non ostante il diverso racconto degli storici (3670), la devastazione del territorio degli Apuli per opera del console Quinto Aulio nel 431 di Roma, cioè due anni dopo la conchiusa federazione, non tanto si spiega coll’essersene alcune città rimosse per accostarsi alle parti de' Sanniti, quanto colla discorsa condizione politica degli Apuli, i quali in parte soltanto con Roma si collegarono; così che il Console dové proteggere gli alleati, sia contro altri popoli Apuli, sia contro i Sanniti. Certo è che gli Apuli collegati erano co' Sanniti, perché in quell’anno stesso 431, per non discostarci dalla testimonianza de' Fasti, il Console Q. Fabio Massimo trionfava degli uni e degli altri (3671), mentre che il Dittatore A. Cornelio Arvina debellava un altro esercito di Sanniti presso Tuscolo. Fu allora presa Luceria ed 81 borgate di Sanniti e di Dauni con grande strage degli eserciti de' due popoli (3672); pur nondimeno la vittoria de’ Sanniti a Gaudio, quando i Romani passar facevano sotto il giogo, e l’occupazione di Fregelle, città de' Volsci, in cui una colonia romana era stabilita, a nuove ostilità spinger dovevano gli Apuli, così che veggiamo nel 435 il Console Q. Pubblio Filone scorrerne il paese, e alcuni popoli sottometterne colla forza, altri averli a patti in alleanza (3673). Ebbero la pace e l’alleanza a diseguali condizioni colla mediazione di que’ di Teate, i quali a' Consoli C. Giunio Bubulco e Q. Emilio Barbuta promettevano di rappacificare tutta l'Apulia, e che alle azioni di guerra ed ai saccheggi fossero per l’addietro soggiaciute non solo l'Apulia propriamente detta, ma anche la Daunia, si raccoglie dall’essersi dati in ostaggi a' Romani i Teanensi insieme e i Canusini nel 436, prima che si accordasse la detta alleanza (3674). La quale condizione degli Apuli in lunga pace non doveva rimanerli, e però nella terza guerra sannitica combattono nel 455 contro il Console Decio a Malevento, ivi accampati, sia per unirsi a' Sanniti, sia per contrastargli l’entrata nella propria regione (3675); ma lasciando sul campo 2mila morti, dové l’Apulia soggiacere alle stesse grandi devastazioni del Sannio; né dové esser del tutto sicura per Roma prima che fosse dedotta a Venusia la grande colonia di 20mila Romani nel 462 (3676).

Tra le condizioni della pace che Pirro offeriva a' Romani dopo l’ottenuta vittoria presso Eraclea proponeva che a’ Dauni come agli altri popoli vicini si restituisse ciò che era stato lor tolto (3677); e perciò gli Apuli ebbero prima a dichiararsi pel re di Epiro, ma non tutti i popoli della regione, senza che non si comprenderebbe come movendo egli poi nel 474 alla volta dell’Apulia, di molte terre parte a forza, e parte a patti s’impadronisse (3678). E che non facilmente tollerassero il dominio di Roma si vede dall'essersi in parte dopo la grande battaglia di Canne dichiarati per Annibale (3679), il quale aveva prima dato il guasto al paese intorno di Arpi e Luceria (3680). Perciò il Pretore Gneo Fulvio nel 539 andò assalendo ed espugnando le città che si erano date a' Cartaginesi (3681), né fu intera la vendetta de' Romani che dopo la battaglia presso Erdonia, allorché tutta la regione saccheggiarono (3682). Nela guerra Spartacida i feroci gladiatori si condussero in parte nella Daunia, e senza che ci siano noti i loro fatti nella regione, ebbero certamente a devastarla e predarla innanzi che fossero poi sconfitti presso il Gargano con Crisso lor duce (3683). Né danni minori ebbero a soffrire nella guerra sociale, nella quale ribellandosi insieme le due regioni, il duce romano Caio Cosconio metteva in fiamme Salapia, e stringeva di assedio Canne e Canusio, insino a che dopo le due giornate presso l’Aufido e nell’Apulia, che per gl'Italici confederati furono perdute, non furono di bel nuovo a Roma sottomesse per opera sopratutto di Cecilie Metello, it quale nell’anno dopo di Cosconio (di Roma 666) trionfava di Pompedio presso Venusia (3684). Con questo fallo ha termine l'autonomia della Daunia e dell'Apulia; ma, come per ricordarci l’antico valore degli Apuli, per quelli che in lontane regioni poi combattevano negli eserciti romani sotto gl'Imperatori ne rimaneva il nome ed all’oppido Apulo nella Dacia, dove Trajano dedusse una colonia (3685), ed alla Coorte Apuleia stabilita nel Ponto nella città dissiparlo sulla foce del fiume dello stesso nome e all’oriente di Trapezunte (3686).

Furono queste le sedi, queste le città de' nostri antichi popoli, quali distrutte per non lasciare più traccia, quali in poche rovine appena superstiti, quali mutate di sito o ingrandite dalle generazioni successive. Un sentimento di simpatia per coloro che ci precessero sulla terra, dalla quale pur noi dobbiamo scomparire, la lunga Iliade delle loro sventure, ed il bisogno inoltre di rendermi ragione sì delle loro vicende, e sì delle ricordanze che rammentano i più piccoli antichi vestigi sparsi nel nostro paese, mi hanno scorto e mi scorgeranno nelle mie ricerche, e in qualsivoglia modo vi sarò riuscito e potrò riuscirvi, la mia fatica basterà almeno per onorare la memoria de' miei maggiori, che mi educarono e indirizzarono ad essere a qualche cosa utile, e in certa guisa utile io credo chi nella propria misura e secondo la capacità propria si fa a riandare le patrie memorie, illustrandole secondo sua possa, sì per contribuire la parte propria nello studio delle cose nostre, sì per altri eccitare di più nobile ingegno e di più dotte cognizioni fornito a correre lo stesso aringo con nuove trattazioni di un subbietto sì importante e sì malagevole; oltre che, quando sopratutto per qualcuno si restrigne o si spegno l’avito focolare, nelle sue perdite, o nelle sue speranze non gli resta che a restringersi al focolare della patria, alle memorie tristi o liete del proprio paese. Il quale, se messo a paragone della civilissima Eliade, o dell’Asia primitiva, non ha a mostrare che pochi monumenti di grandezza caduta e di spenta civiltà, dalle sue macerie che non hanno più nome e significato che nella storia sorgono nondimeno monumenti scritti d’idiomi primitivi, i quali no l fanno secondo che alla Grecia ed all’Asia. Questi monumenti allietano la vita di coloro che vivono nel passato, o nella pienezza della storia, come la voce de' poeti rallegra le solitudini delle città più insigni, delle quali tuttavolta resta pur poco per inspirare grandi sentimenti colla maestà delle rovine. L’ammirazione per l’antichità ed il diletto ancora d’investigare tante e sì diverse origini, di raccogliere tante e sì remote rimembranze mi spingevano e confortavano nel mio lavoro, dal quale non saprò scompagnarmi per quanto le forze mi aiuteranno; e l’onesto desiderio di esercitarmi nella storia patria potrà forse scolparmi dalle sviste che ho potuto prendere in un teatro non d'una regione sola, ma di tutto il nostro paese, non ad argomento puramente geografico, o archeologico, ma per meglio illustrarne la storia, dalla quale se da un lato per un sentimento onorevole in pro della posterità si richiede ciò che vai meglio per l’uomo della sicurezza, o del bene stare, cioè la stima degli altri, l’approvazione di ciò che si è fatto o pensato, l’onore del nome in fine, e per alcuni in alcuni momenti la gloria, si cerca pure dall’altro che si veneri la gloria e la vetustà delle città che più non sono, e che appena vivono nella memoria degli uomini: Reverere gloriam veterem et hanc ipsam senectutem, quae in homine venerabilis, in urbibus sacra est. (PLIN. Epist. VIII, 24).

FINE DEL TERZO VOLUME

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NOTE

(1) Vedi sull'età di Scilace le osservazioni del Mannert (Geogr. der Gr. u. Römer t. 1, p. 67), le quali più concludenti mi sembrano di quelle di altri dotti.

(2) Scylax, Peripl. §. 12. Η δὲ Λευκανια ἐστὶν ακτή. — Non considerando il Cluverio il significato della voce ακτή, la tolse dal testo del geografo nel riferirlo (Ital. antiq. p. 1252); ma l'Attica non fu cosi denominata se non perchè era una penisola, come la nomina Apollodoro (Bibl. III, 14. 1). Lo stesso Scilace nominò ' Ακτή la Libia (§. 106), ed Erodoto disse ancora ἀκτὰς le due penisole dell'Asia (IV, 38. Cf. ibid. Wesseling).

(3) Pel mare sicolo di Strabone il Cluverio qui qui intende il mare di Taranto (Ital. antiq. p. 1232, 40).

(4) Questi Sanniti confinanti a' Lucani esser non possono che gl' Irpini presso alla valle superiore del Sele.

(5) Strab. VI, p. 235. — La misura indicata del geografo è sulle carte, come osserva il Gosselin, di 330 stadii olimpici, o di 41 miglia, di oggidì; e che sino al V secolo la città di Turio comprendevasi nella Lucania è manifesto da Procopio (De bell. Goth. III, 28).

(6) Strab. VI, p. 253. οἱ (Λευκανοι) δὲ τὴν μεσόγαιαν ἔχοντες εἰτιν οἱ ὑπεροι κουντες Ταραντίνου κόλπου.

(7) Vib. Sequ. Deflumin. p. 17 Oberl.

(8) Plin. H. N. III, 10, 1. A Silaro regio tertia, et ager Lucanus.

(9) Ptol. III, 1, 8. — Cf. § 70.

(10) Mela, De sit. Orb. II, 4.

(11) Tenore, Cenno sulla Geograf. fis. e botan. del Regno di Nap. p. 11 seg. — Cf. Peregrinazioni del 1822, p. 6.

(12) Tra i 500 e 1500 piedi è compresa nel nostro paese tale geografica regione botanica, e la contrada si eleva in fatti in Oliveto a 1238 piedi sul livello del mare.

(13) Questo monte, minore in altezza di tutti gli altri, si eleva solo a 1760 piedi.

(14) Atali sconvolgimenti accennano ancora i monti squarciati de' dintorni di Valva, e la lunga grotta, nella quale si venera S. Michele, nel monte a destra del villaggio. Nativi delle sue rocce paiono altresì i pezzi erratici di spato calcareo semidiafano che vi s'incontrano, del pari che il marmo giallo, di cui ha una ricca miniera.

(15) Gussone e Tenore, Peregrinazioni p. 75 seg. — Cf. su' blocchi erratici le ipotesi di Forchhammer e Léonhard ap. F. Klee, Consid. geol. et hist. p.141 segg.

(16) Si trovano tra que' depositi brecce e puddinghe bellissime, tra le quali pregevole molto è la cosi detta brecciola di Muro, che simile al porfido per la granitura, ne differisce pel color rangiato degli acini sul cemento giallastro, che vi predomina e che nelle chiese di Avigliano e di Melfi mirasi con felice effetto adoperata negli altari, nelle balaustrate ed in altre analoghe costruzioni.

(17) Gussone e Tenore, Peregrinazioni cit. p. 58 — 87.

(18) Vedi tomo I, p. 96. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 422.

(19) Il laghetto, di figura quasi ellittica, è ora molto impiccolito: ridotto nel suo maggiore diametro a circa un terzo di miglio, e nel minore a meno di 300 passi, non è che una pescosa pozzanghera ingombra di piante palustri, in cui si pescano tinche, anguille e ciprini, ed appena sono da notarvi le limpide sorgenti che danno origine al Bradano.

(20) Tenore, Peregr. cit. p. 137 segg.

(21) Ricotti, Peregrinazione geolog. in Cancellara. Potenza 1842.

(22) Tchihatchoff, Coup d'oeil sur la constit. geolog. des prov, merid. du R. de Naples, p. 104 seg.

(23) Tenore, Peregrinazioni cit. p. 144 p. 21 seg. — Cf. Viaggio nella Basilicata ecc.

(24) Tchihatchoff, Op. cit. p. 70.

(25) Tchihatchoff, Op. cit. p. 41.

(26) Tenore, Viaggio cit. p. 22, 97 segg.

(27) Maxim. Tyr. Diss. XIV, 2. — Comechè tale supposizione è potuta derivarsi dal nome di Maorno, analogo a quello di Aorno o Averno, può credersi nondimeno che qualche antico oracolo vi fosse, a cagione sopratutto delle scaturigini che vi sono, le quali per la loro intermittenza o per altre naturali cagioni poterono accreditare falsi prodigi. La grotta, ammirevole per belle concrezioni stalattitiche, fu poi dedicata a S. Michele, come quelle della Pertosa, di S. Angelo a Fasanella e del monte Pittari tra Morigerati e Casella. (Vedi Gatta, Lucania illustrata p. 31, 66 segg.)

(28) Il Sirino al nord ovest s’ innalza innanzi l’istmo che al Tirreno per la marina di Sapri o Maratea congiunse la penisola che abbraccia la Calabria e la parte meridionale della Basilicata, e senza gl’insuperabili ostacoli che presenta un canale si potrebbe aprire per congiungere il Tirreno col Ionio, che dalla marina di Policastro non disti più di 10 miglia.

(29) Il suo punto culminante, il monte Pollino propriamente detto, si eleva a 4 ore di cammino al nord di Castrovillari.

(30) Tehibatehoff, Op. cit. p. 68.

(31)Tata, Sul monte Vulture p. 139.

(32) Per 650 stadii, ossia 81 miglia di oggidì, estendevasi secondo Strabone (VI, p. 233) la spiaggia della Lucania; e l’odierna Basilicata, che all’antica regione quasi corrisponde, a circa 80 miglia si estende in lunghezza dal nord al sud, o dalla destra riva dell’Ofanto presso Melfi alla foce del Trecchina sul golfo di Policastro; e di circa 60 miglia ne è la maggior larghezza tra la foce del Bradano e i contini di Principato Citeriore presso Morsico Nuovo.

(33) Oltre le citate Peregrinazioni vedi il saggio sulla Flora Lucana del sig. Francesco Barbazita nel t. VII degli Atti del R. Istituto d’Incoraggiamento. Nap. 1847.

(34) Dionys. Ital. Antiqq. R. Il, 1. 1) Antonini, Lucania t. I, p. 61.

(35) Plin. H. N. III, 10, 1. A Silaro regio tertia, et ager Lucanus Brutiusque incipit: necibi ruru incolarum mutatione. Tenuerunt eam Pelasgi, OEnotrii, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi. — Dionys. Ital. 1, 4, 5 sqq.

(36) Antioch. Syrac. a p. Dionys. Op. cit. I, 26. — Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 116.

(37) Dionys. Ital. Op. cit. 1, 13.

(38) Antonini, Lucania t. I, p. 61.

(39) Strab. VI, p. 253.

(40) Vedi tomo I, p. 327; t. II, p. 498.

(41) Plin. H. N. 1. c. Novissime Lucani a Samnitibus orti duce Lucio. Cf. Eustath. in Dionys. Per. v. 362.

(42) Lyd. De Mens. 1, 7. Λουκανίαν τὴν ἀλτωδεστάτην τὸ γὰρ ἄλσος κατὰ στέρηστο λούκου οἱ Ρωμαῖοι καλούσι, παρὰτὸ ἀφεγγες, ὡς ἄξυλου τὴν ὕλην.

(43) Heraclid. De Polit. XXI, p. 15 ed. Koeler. Η Σαμοθράκη τὸ μὲν ἐξ ἀρχῆς ἐκαλεῖτο Λευκανία, διὰ τὸ λευκὴν εἶναι. – Cf. Aristot. ap. Schol. Apollon. Rh. I, p. 44.

(44) Fest. De signif. Verb. p. 119 ed. Muller. Lucani appellati dicuntur, quod eorum regio sita est ad partem stellae luciferae, vel quod loca cretosa sunt, id est multae lucis, vel a Lucilio duce, vel quod primitus in luco consederunt.

(45) Strab. VI, p. 251. — Cf. Niebuhr Hist. R. t. 1, p. 89.

(46) Polyeu. Il, 10, 2, 4 e 1.

(47) Diodor. XIV, 91.

(48) Diodor. XIV, 101.

(49) Diodor. XVI, 5.

(50) Diodor. XVI, 16.

(51) Diodor. XVI, 62, 63. — Pausan. Lacon. III, 10. — Plutarch, in Ages.

(52) Liv. VIII, 15.

(53) Iustin. XII, 2. — Liv. VIII, 15. — Plutarch. De Rom. fort. — Pausan. 1, II, 3, 7.

(54) Diodor. XX, 101. —. Duri Sam. a p. Athen. XIU, 8.

(55) Liv. VIII, 25 — Cf. t. I, p. 389. — Gli ambasciatori Lucani, i quali, secondo in Livio (VIII, 19) si legge, con quelli de' Fabraterni quattro anni prima, cioè nel 423, si recavano a Roma per chiedere protezione contro i Sanniti, furono i Sidicini, e la falsa lezione di alcuni mss., in cui leggesi Seducani, in vece di Sidicini, ha prodotto l'errore non ancora emendato nelle più recenti edizioni dello storico (Vedi Unger, Thehana Paradoxa p. 430).

(56) Liv. VIII, 27.

(57) Liv. IX, 20.

(58) Liv. X, II, 12. — Cf. t. I, p. 390.

(59) Liv Epit XI. — Auct. de vir. ill. c. 33. — Cf. Pigh. Annal. ad ann. 466.

(60) Dionys. Ital. Fragm. XVI, 14. — Plin. H. N. XXIV, 15. — Val. Max. 1, 8. — Amm. Marcell. XIV, 15.

(61) Dionys. Hal. Fragm. XVII, 15; XVIII, 5. — Liv. Epit. XIII. — Eutrop. II, 12, 14. — Plutarch. in Pyrrh. c. 57. — Zonar. Annal. VIII, 2-6.

(62) Frontin. Strateg. 1, 6, 1.

(63) Polyb. Il, 24, 12.

(64) Liv. XXII, 61. — Appian. Annib. 35, 37 sq., 43. — Sil. Ital. VIII, 569.

(65) Liv. XXV, 1, 16.

(66) Liv. XXVIII, 11. — Tre anni prima avevano consegnati al Console Q. Fulvio i presidi! che Annibale aveva messi nelle loro città (Liv. XXVII, 14).

(67) Frontin. De Colonp. 109. — Chiara è la testimonianza di questo scrittore, che l’Antonini (Lucania t. I, p. 106, 227) inclina a negare, e che contro ogni verisimiglianza trasporta al tempo di Ottavio.

(68) Strab. VI, p. 251. ἄλλως τε ἄδοξοι παντάπασιν εἰσιν αἱ καθ'ἓκαςτα καὶ ἐν μὲμει κατοικίαι. — Questa osservazione del geografo si può veramente riferire a’ Lucani non solo, ma anche agli altri popoli della stessa stirpe, cioè Brezii ed Sanniti, ch’egli considera tutto insieme in quanto alle loro vicende.

(69) Liv. Epit. LXXVI.

(70) Appian. Civ. 1, 53. — Diodor. Eclog. XXXVII, 2, 4.

(71) Pellerin, Recueil t. I, pl. 7. — Mionnet, Descr. t. I, p. 150 — Carelli, Catal. p. 81. — Millingen, Consid. p. 100.

(72) Lanzi, Saggio p. 517.

(73) Mus. Borb. t. IV, tav. 15.

(74) Heraclid. De Polit. XX, p. 15 ed. Koeler.

(75) Strab. VI, p, 252.

(76) Pausan. VII, 4, 4.

(77) Neanth. Cyzic. a p. Strab. I, p. 45.

(78) Apollod. Bibl. I, 9, 25 — Posid. Magnes. a p. Athen. VII, p. 296. — Apollon. Rhod. Argon. IV, 660. — Ps. Orph. Argon. v. 1255. — Strabone sopratutto dice (I, p. 21) che verso i monti Cerauni e intorno l'Adriatico, nel golfo Posidoniate, e nelle isole adiacenti alla Tirrenia certi monumenti si mostravano al suo tempo del passaggio degli Argonauti.

(79) Vedi gli autori citati nella p. 220 del tomo I.

(80) Cluver. Ital. antiq. p. 1191. O. Muller, Die Etrusker. t. I, p. 170.

(81) Strab. V, p. 251.

(82) Strab. V, p. 241 — Cf. t. U, p. 426.

(83) Il Salmasio (Exercit. Plin. p. 43) proponeva la lezione Oscorum in luogo di Thuscotwn nell’addotto luogo di Plinio; e l’Anastasio (Surrentin. Antiqq. t. II, p 242) sosteneva doversi leggere sub doso ne conditum.

(84) Pausan. Il, 17, 4.

(85) Decamps, Select. Numism. 83. — E nota ancora una statua di Giunone che allatta Mercurio, o più probabilmente Marte bambino, che tiene sulle ginocchia (Visconti, Mus. Pio Clement. 1, 4 p. 23).

(86) Cluver. Ital. antiq. p. 1191 — Sulla falsa indicazione di questo celebre geografo il Casaburi (Mem. di Marcina p. 19) volle anche trovare presso Vietri il porto Argoo, il quale fu veramente nell’isola Etalia, o nell’Elba, e così nominato secondo le favole dall’arrivo degli Argonauti (Diodor. Sic. IV, 36, 3).

(87) Questa opinione in lode della sua terra natale sosteneva il Glorioso, celebre matematico di Gifoni, il cui nome affermava derivato da lunonis phanum, ed era seguito dall’Holstein (Adnot. in Cluver. p. 285), dal Lasena (Ginnasio Nap. p. 204), e da altri; ma, a ritenere antica la denominazione di quella terra, sarebbe derivata piuttosto da τῆς phanum.

(88) Antonini, Lucania t. I, p. 178. — Cf. Magnoni, Opuscoli p. 49.

(89) Scimn. Ch. Perieg. v. 243. — Solin. cap. II, p. 10.

(90) De Paesti orig. Collect. I, ad Tabb. Heracl. p. 499.

(91) Plat. De leg. III, t. 2, p. 682.

(92)Aristot. Polit. V, 3. — Cf. Herodot. VIII, 43.

(93) Pausan. II, 30, 10.

(94) Strab. VIII, p. 373. — Steph. Byz. ν. Ποσειδωνία. — È anche noto da Plutarco (in Thes. XXXVI, 8) che Nettuno era in grande venerazione presso i Trezenii, nelle cui monete si vede il simbolo del tridente.

(95) De Lagardette, Les Ruines de Paestum p. 6, nota (1). Paris, 1799.

(96) Athen. XIV, p. 632. — Aristot. VII, 10.

(97) Dalle sole medaglie suppone il Millingen (Consid. p. 43) che fu fondata prima della XLV Olimpiade (A. C. 600); ed il Cramer (Ancient Italy t. II, p. 364), 20 o 30 anni prima che Elea venisse fondata da’ Focesi, i quali verso il 540 A. C. erano consigliati a stabilirsi quivi da un uomo Posidoniate (Herodot. 1, 167).

(98) Aristot. Polit, V, 7.

(99) Raoul — Rochette, Hist. des Colon, t. III, p. 22.

(100) Strab. V, p. 250.

(101) Maglioni, Opuscoli p. 27.

(102) Mazocchi, Collect. cit. p. 498 seq.

(103) Mionnet, Recueil t. I, p. 165. — Suppl. t. J, p. 306. — Carelli, Catal. p. 82 — Millingen, Consid. p. 45 seq. — Avellino Mus. BORB. t. IV, tav. 60. — Bullett. Arch. A. I, p. 24.

(104) Liv. VIII, 17.

(105) Millingen, Consid. p. 47 seqq.

(106) Aristoxen. ap. Athen. XIV, 31

(107) Salmas. Ad Solin. p. 47. — Cf. Millingen, Ancient Greck Coins. p. 6. Il ragionamento del P. Paoli per dimostrare il nome di Poestum anteriore a quello di Ποσειδωνία ed all'arrivo de' Focesi che una colonia fondavano in Elea, contrario alla testimonianza di Erodoto. Dal solo tipo di Nettuno ancora sulle medaglie de' Posidoniati, e dai diversi tipi di altri numi in quelle de' Pestoni, il Magnoni (Opuscoli p. 24) arguisce ancora l'antichità delle prime, e però del nome stesso di Ποσειδωνία, al quale era già succeduto quello di Pesto sin dal 479. — Cf. Plin. H. N. III, S.

(108) Vell. Pat. 1, 14. — Liv. Epit. XIV — Oros. IV, 2. — Cf. Marmi Capitol. ad ann. 479.

(109) Strab. VI, p. 253.

(110) Liv. XXII, 36.

(111) Liv. XXVI, 39; XXVII, 10. — Cf. Mazocchi, Collect. cit. p. 508.

(112) Vell. Pat. I, 15. — Cf. Ortel. Lex. gener. v. NEPTUNIA. — Poiché Vellejo ricorda la colonia dedotta a Pesto nel 479, il Ruhnkenio censura il Mazocchi dell’aver anche riferita a Posidonia quella dedotta a Nettunia, secondo lo stesso storico; ma perciò appunto che un altra colonia vi fu dedotta net 558, irragionevole io credo la sua critica. Quale altra del resto esser potrebbe questa città di Nettunia, che anche il Madwig (Opuscula, p. 303) dichiara d'incerto sito?

(113) Carelli, Catal. p. 85. — Millingen, Ancient. Greck Coins p. 6. — Méd. grecques ined. pi. I, fig. 15 — Avellino, Opusc. t. II, p. 93.

(114) Magnoni, Opusc. p. 28 segg —.Sestini, Mon. Vet. p. 16. — Avellino, Ital. Vet. Numism. t. II, p. 29 sqq. — Id. MUS. BORB. t. V, tav. 16.

(115) Virg. Georg. IV, 118. — Ovid. Met. XV, 708; Pont. II, 4. — Propert. IV, 5.Colum. X, 37. — Martial. XII, 31, 3.Claudian. De Nupt. Honor. v. 247. — Auson. Idyll. XIV.

(116) Aëthlius Sam. ap. Athen. XIV, 68.

(117) Strab. V, p. 251.

(118) Magnoni, Opusc. cit. p. 11. — Cf. Bamonte, Antichità Pestane p. 39.

(119) Muratori, pр. МCХI, п. 6.

(120) Magnoni, Opusc. cit. p. 33. — Cf. Bamonte, Op. cit. p. 94.

(121) Macrob. Saturn. I, 12.Juvenal. II, 86.

(122) Annali dell'Inst. Arch. t. VII, p.60.

(123) Muratori, p. LXXXVI, n. 7. — Nella seconda parola della prima linea invece di NYM è forse da leggere NEM, cioè Nymphis Nemorensibus.

(124) Plin. H. N. XXXVI, 22. Graeci e lapide duro ac silice coaequato construunt veluti lateritios parietes.

(125) Winckelmann, Opp. t VI, p. 21 segg. — Cf. Descriz. delle Tav. t. XI, tav. 188 segg. — Soufflot, Plans, coupes, profils élévattons géom. et perspect. des 3 temples antiques, tels qu’ils existaient en 4750 dans la boutade de Pesto, Paris, 1760 in fol. — The Ruins of Poestum, or Posidonia. London, 1767 in fol. — Th. Mayor, The Ruins of Poestum. London, 1768 in fol. — Le Bov, Les ruines de Poestum, autrement Posidonia, trad. libre de l'anglois (dell’antecedente). Paris, 1769 in fol. — Paoli, Poesti rudera, seu Paestanae Diss. Romae 1784. — De Lagardette Les ruines de Poestum. Paris 1799. — Wilkins, Magna Graecia. London 1809. — Il primo a prendere i disegni delle ammirevoli rovine di questi templi fu il Conte Gazola di Piacenza (Sei vedute delle rovine di Pesto. Nap. 1786), comandante generale di Artiglieria sotto Carlo III, il quale essendo morto nella Spagna nel 1780, il P. Paoli rimase depositario delle sue carte, dalle quali pubblicò la sua bell'opera nel 1784.

(126) De Archit. III, 1.

(127) Tale disposizione nelle colonne dava a' templi il nome di picnostili.

(128) O. Muller, Archeol. § 91, 2.

(129) In una di queste metope si vede Giasone nell'atto di accingersi ad uccidere il dragone, ed Ercole presso una stele. Un al. tra rappresenta Apollo ed una Musa, o piuttosto Orfeo ed una sacerdotessa di Cerere; e vi si vede altresì Frisso sull’ariete, Issipile poggiata ad uno scoglio, Castore presso un cavallo, ed una Ninfa che sembra una Nereide (Raoul Rochette, Journal des Savane 1835, p. 310).

(130) A questo tempio appartennero le sci colonne co' capitelli simili che separano le due navi della scuderia del palazzo arcivescovile di Salerno; altri due capitelli anche simili si veggono alla porta del casino di Bellelli.

(131) P. Morey, Temple dit de la Paix à Paestum nelle NOUV. ANNALES de l’Institut Archeol. t. II, p. 98 — Cf. E. Wolff, Bullets. Arch. 1830, p. 135 segg.

(132) Bamonte, Op. cit. p. 65.

(133) I magistrati vi si elessero forse in parte dagli antichi cittadini, in parte da' coloni romani, come il Senato degli Agrigentini, di cui parla Cicerone (In Verr. II, 50).

(134) Antonini, Op. cit. t. 1, p. 230 — 31.

(135) Il Saint — Non (Voyage pitt. t. III, p. 186) osserva soltanto che uno de' lati prendeva forse nell'interno la figura di un semicerchio.

(136) Hirt, Gesch. der Baukunst p. 236.

(137) I capitelli ne erano ornati di larghi fogliami e di quattro grandi volute concave: quelli de' pilastri erano dello stesso genere, del pari che le basi delle colonne.

(138) Bamonte, Antich. Pestane p. 61.

(139) Antonini, Op. cit. t. I, p. 225.

(140) Ora si trova nel R. Museo di Capodimonte. Vedi su questo bronzo le osservazioni del Guarini (Fasti Duumvir. di Pompei, p. 222 segg.).

(141) Vedi per la descrizione de sepolcri e vasi Pestani la nota del Nicolas in fine dell’opera del Paolini (Memorie su monumenti ecc. p. 330 segg.) — Cf. Bamonte, Antich. Pest. p. 73 segg. — Bullett. Archeol. 1829, p. 163, 190.

(142) Volpi, Cronolog. de' Vescovi Pestani.

(143) Capitulare Radelchisi, § IX ap. Pellegrino, Hist. Princip. Langob. p. 87.

(144) Leo Ost. Chron. I, 51.

(145) Freccia, De subfeud. p. 27.

(146) Plutarch. in M. Crass. III, 262.

(147) Strab. V, p. 252.

(148) Ap. Prob. ad Georg. III, 146.

(149) Frontin. Strateg. II, 4, 7.

(150) Magnoni, Opuscoli cit. p. 50.

(151) Frontin. Strateg. II, 5, 34. — Cf. Antonini, Op. cit. 1. 1, p 250.

(152) Ventimiglia, Notiz. Stor. del Castello dell'Abate p. 33, 70.

(153) Vedi tomo I, p. 189; t. II, p. 463.

(154) Murat. Antiqq, M. Aev. t. II, col 1035.

(155) Antonini, Op, p. 262.

(156) Antonini, Op. cit. t. I, p. 265.

(157) Simmac. Epist. V, 13; VI, 25.

(158) Gotofred. Prosograph. Cod. Theodos.

(159) Strab. VI, p. 253.

(160) Non. Marc. V. PETILUS. Cf. Scaliger. ad Varr. De R. R. p. 216. Anche dalla sua piccolezza sembra che prendesse il nome il Petelinus lucus presso le mura di Roma fuori la porta Nomentana (Liv. VI, 20. Varr. De L. L. IV, 8).

(161) Plutarch. in M. Crass. ἀναχωρούντι πρὸςτὰ ὄρη τὰ Πετηλίνα.

(162) Antonini, Op. cit. p. 90 segg. — Romanelli, Topogr. t. I, p. 350.

(163) Antonini, ibid. p. 95.

(164) Perotti, Diss. del Circo. — Antonini, Op. cit. p. 264.

(165) Antonini, Op. cit. p. 97.

(166) Magnoni, Opuscoli p. 74 segg.

(167) Antonini, Op. cit. t. II, p. 117. — É riferita anche dal Gatta (Lucan. Illustr. — p. 156), il quale falsamente sostiene che Petelia sorgeva nell'odierna Polla.

(168) Ventimiglia, Notiz. stor. del Castello dell'Abate p. 85.

(169) Antonini, Op. cit. t. I, p. 100.

(170) Strab. VI, p. 252.

(171) Cassandra v. 722.

(172) Dionys. I, 124.

(173) Homer. λ, 238 sqq. — Apollodor. I, 9, 8. — Cf. Strab. VIII, p. 356.

(174) Antonini, Op. cit. t. I, p. 462.

(175) Lycophr. Cass. v. 722 sqq.

(176) Herod. I, 179. — Cf. Larcher, Table geogr. ad Herod. v. IS.

(177) Dionys. Hal. I, 6.

(178) Strab. VIII, p. 315. Polyb. II, 8. — Liv. XLIII, 10.

(179) Steph. Byz. v. Ισσα.

(180) Licophr. Cass. v. 223. — Strab. VI, p. 252.

(181) Dionys. Hal. I, 44. Cf. Solin. Cap. 2, p. 10 Salmas.

(182) E. Rückert, Troja's Ursprung, Blute, Untergang und Wiedergeburt in Latium, Hamb. u. Gotha, 1846.

(183) Vedi pag. 22 di questo III tomo.

(184) Ps. Arist. De adm. ausc. t. II, p. 728 — Ovid. Mei. XV, 708 — Sil. Ital. VIII, 578 — Steph. B. v. Λευκωσία. — Eustath. in Dionys. Per. v. 177.

(185) Strab. II, p. 123. — Dionys. Ital. I, 44. — Plin. III, 13, 2.

(186) Mela, II, 7 — Mart. cap. VI — Plin. III, 13, 1.

(187) Hist. Nat. II, 8.

(188) Antonini, Op. cit. t. I, p. 463.

(189) Steph. Byz. v. Παραχελωίται — Cf. t. II, p. 469.

(190) Strab. VI, p. 252 — Teocrit. Idyll. V, 123; VII, 1.

(191) Cic. Ad Fam. VII, 20 — Ad Att. XVI, 7.

(192) Lycophr. Cass. v. 1083 sqq.

(193) Pausan. VIII, 28, 3. — Plin. H. N. V, 31.

(194) Vib. Sequ. De flumin. p. 3.

(195) Strab. VI, p. 252.

(196) Münter, Velia p. 15. — Muller, Die Etrusk. I, 170. — Cf. Ruckert, Troja's Ursprung ecc. p. 69.

(197) Herodot. 1, 165 — 67. — Antioch. Syr. a p. Strab. VI, p. 252.

(198) Scymn. Ch. Perieg, v. 247 — 248. — Cf. Letronne, Fragmens de Scymnus de Chio ecc. p. 76.

(199) R. Rochette, Hist. des Colon, t. ITI, p. 425.

(200) Hygin. a p. Aul. Gell. X, 16. — Cf. Ammian. Marcell. XV, 9.

(201) Scylax, Peripl, XII.

(202) Gail, Adnot. in Scylax, 1. 1, p. 339.

(203) Carelli, Catal. p. 89 seqq. — Avellino, Mus. Bona. t. V, tav. 45 — Millingen, Consid, p. 91

(204) Malocchi, Prodr. ad Heracl. pseph. p. 102. — Letronne, Op. cit. p. 187 — 88.

(205) Grimaldi, Annali t. II, p, 164.

(206) Strab. VI, p. 252 — Diog. Laert. IX, 2t. — Cf. Riaux, Essai sur Parmenide d’Elèe p. 715. Paris, 1840.

(207) Strab. XIV, p. 633. — Pausan. VII, 3. Cf. II, 31.

(208) Etym. M. v. Ελειήτης, Ελένη.

(209) Serv. ad Æn. VI, v. 359. — Steph. Βγα. ν. Ελέα. –Suid. ν. Ελέα. –Cf. De Witte, Nouv. Ann. d'Archeol. t. I, p. 363, nota 5.

(210) Strab. VI, p. 252.

(211) De Witte, Descr. d'une collect. de vases peints, etc. p. 56.

(212) Strab. VI, p. 252.

(213) Antonini, Op. cit. t. I, p. 302. — Nella prima linea la parola Sacr. è da leggere SACER., CIOÈ SACERDOTI, riferendosi alla sacerdotessa Atostene di Egina (città nell'isola dello stesso nome presso l'Argolide), alla quale gli Astinomi, o gli Edili di Velia, posero la lapida per la pietà verso la dea.

(214) Antonini, Op. cit. t. I, p. 303.

(215) Athen. XIV, 23. — Jul. Poll. Onomast. VIII, 9, 103.

(216) Senec. De tranquill. c. 3.

(217) Meurs. Eleusinia, p. 40. — Corsini, Fasti Att. t. IV, p. 20.

(218) Cic. Ad Fam. VI, 19. — Cf. Mazzocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 418.

(219) Cic. Pro Balb. XXIV. — C. Verr. II, 72. — Cf. Val. Max. I, 1.

(220) Cic. Ad Fam. VII, 20; Ad Att. XVI, 7. ad Brut. IX, XV; In Verr. I, V, X. — Topic. in princ.

(221) Plutarch. In P. Aemil. XXXIX, 2. Horat. Epist. I, 15.

(222) Phleg. Trall. De Longaev. c. 1, е 2.

(223) Vopisc. in Aurel. III. — Suid. v. Eλέα. L'uno e l'altro di questi scrittori copiavano Diogene Laerzio (in Zenone), il quale con parole simili parla di Elea.

(224) S. Greg. Epist. II, 29.

(225) Questo castello fu custodito sino al 1438, quando per essere troppo esposto alle incursioni de' corsali fu fatto evacuare da Ferdinando I di Aragona; e fu detto della Bruca dal folto bosco di elci, presso il quale era posto. Questo bosco sembra quello stesso, del quale scriveva Cicerone a Trebazio (Ad. Fam. VII, 20), ed ora è quasi distrutto. Il vicino villaggio dello stesso nome, che successe all'antica città, nel 1600 era bene abitato, essendo stato in quell'anno numerato per 110 fuochi.

(226) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 286.

(227) Antonini, Op. cit. 1. 1, p. 285 segg. — De Luynes, Ruines de Velia (Annales Archéol. A. 1829, p. 383 — 85).

(228) Cic. AdAtt. XVI, 7. Erat enim (Brutus) cum suis navibus apud Haletem intra Veliam millia passuum tria.

(229) Virg. n. VI, v. 366. Portusque require velinos.

(230) Cic. In Perr. V, 17.

(231) Antonini, Op. cit. 1. 1, p. 202, 291, 292, 302.

(232) Plin. H. N. III, 13, 2. Contra Veliam, Pontia et Iscia, utraegue tino nomine Oenotrides, argumentum possessae ab Oenotriìs Italiae.

(233) Antonini, Op. cit. 1. 1, p. 467.

(234) Strab. VI, p. 268.

(235) De Luynes, Annale de l’Institut archeol. A. 1829, p. 385.

(236) Vedi t. I, p. 443.

(237) Strab. VI, p. 252. Νήσοι δύο υφορμους ἔχουσαι.

(238) Plutarch. in vit. Cat.

(239) Antonini, Op. cit. t. I, p. 329.

(240) Strab. VI, p. 253. — Plin. H. N. III, 10, 1. — P. Mela II, 4. Palinurus olim Phrigii gubernatoris, nunc loci nomen.

(241) Virg. VI, 380. Estatuent tumulum, et tumulo solemnia mittent; Eternumque

locus Palinuri nomen habebit. — Cf. v. 337. sqq.

(242) Serv. ad Æn. VI, 378.

(243) Da πάλιν contra, ed opos mons.

(244) Antiqq. Rom. I, 53.

(245) Antonini, Op. cit. t. I, p. 356.

(246) Oltre de sepolcri di Cajeta, Baio e Miseno (t. I, p. 476; t. II, p. 134, 150), altri monumenti ebbero Calcante e Podalirio presso la città di Siri (Lycophr. 979,1047).

(247) Plin. H. N. III, 10,1. Promontorium Palinurum..... Proximum huic flumen Melpes.

(248) Vedi la carta di donazione al Monistero di Montecasino del 908 citata dall’Antonini (Op. cit. p. 354).

(249) Antonini, Op. cit. 1. 1, p. 333.

(250) Relazione del sig. Arciprete De Santis nel Koroge de Naples à Paestum del Cav. Chevalley de Rivaz, p. 36.

(251) Cuvier, Recherches sur les esse mene fissiles t, IV, p. 198. — Cf. M. De Serres, Essai sur les cavemes à ossemens ecc. p. 176. Paris 1838.

(252) Brocchi, Conchiolog. fisse, subapp. p. 239.

(253) Oros. IV, 9. — Hist. Miscell. II in fin. — Cf. Eutrop. II, 26.

(254) Vell. Pat. Il, 7. — Appiah. Civil. V, 91. — Dion. Casa. XLIX, 1. — Oros. VI, 18. — Sucton. In Octav. XVI.

(255) Antonini, Op. cit. 1. 1, p. 364.

(256) Sestini, Mon. vet. p. 16. Cf. De Luynes, NOUV. ANN. de l'Institut archeol. t. I, pl. XI, n. 12.

(257) Millingen, Consid. p. 52.

(258) Chron. S Mercur. ap. Antonini, Op. cit. t. I, p. 71. Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpe, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupto super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illi erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.

(259) Cornel. Nep. ap. Plin. H. N. III, 21. — Dionys. Hal. I, 10.

(260) Pausan. VIII, 38, 11.

(261) Eutrop. IX, 27.

(262) Chron. S. Mercur. ap. Antonini, Op. cit. t. I, p. 378.

(263) Antonini, Op. cit. t. I, p. 366.

(264) Giustiniani, Diz. geogr. t. VIII, p. 56

(265) Tra le monete imperiali in gran numero si sono distinte quelle di Trajano e Filippo, ed un'altra che ha un leone nel rovescio colla greca leggenda AHTA. Tutte queste notizie ho dalla gentilezza del mio amico sig. Giovanni De Santis, degno Arciprete di Torre Orsaja, il quale alla coltura della mente accoppia le egregie doti del cuore.

(266) Steph. Βyz. v. Στῆλαι.

(267) Pellerin, II Suppl. Pl. I, n. 4. — Mazocchi, Tabl. Heracl. p. 590. — Ignarra, De Pal. Neap. p. 261. Mionnet, Descr. t. I, p. 165. — Raoul — Rochette, Hist. des Col. t. III, p. 245. — Millingen, Ancient Coins p. 7. — Consid. p. 201.

(268) Millingen, Ancient Coins p. 6, nota(3).

(269) Vedi p. 46.

(270) Millingen, Consid. p. 201.

(271) Strab. VI, p. 253.

(272) Antonini, Op. cit. t. I, p. 393 segg. — Du Theil, Geograph. de Strabon t. II, p. 289, nota (1).

(273) Cluver. Ital. antiq. p. 1261. — Holsten. Adnot. in Cluver. p. 287-89.

(274) Diodor. Sic. XI, 59, 4. — Strab. VI, p. 253.

(275) Strab. VI, p. 253. Plin. H. N. III, 10, 1. Flumen Melpes: oppidum Buxentum, graece Pyxus. — Steph. Βyz. v. Πύξους.

(276) Vedi p. 61.

(277) Millingen, Consid. p. 41. — Cf. Cramer, Ancient Italy t. II, p. 374.

(278) Steph. Byz. v. Πύξις. –Nell'altro luogo citato con errore attribuiva Pissunto alla Sicilia,

(279) Winkelmann, Opp. t. II, p. 9. — Mionnet, Descr. t. I, p. 151. — Suppl. t. I, p. 294. — Millin, Med. de Siris. Paris, 1814. — Cf. Avellino, Opuscoli t. II, p. 97 segg.

(280) Liv. XXXIV, 45. — Cf. XXXII, 29.Vell. Pat. I, 15, 3.

(281) Mazocchi, In mutil. Camp. Amphit. p. 64 sqq. Cf. Nieburh, Hist. R. t. III, p. 500.

(282) Liv. XXXIX, 23.

(283) Antonini, Op. cit. t. 1, p. 370.

(284) Hygin. De limit. const. ap. Frontin. p. 195 seq.

(285) Frontin. De Colon. 109.

(286) Antonini, Op. cit. t. I, p. 407.

(287) Pompon. L. 2 D. de Orig. iur. — Cf. Antonini, Op. cit. t. I, p. 407.

(288) Nel III sinodo romano celebrato nel 501 da Simmaco soscrisse Rustico, vescovo di Bussento; e nel 549 nell'altro romano Concilio raccolto da Martino I intervenne Sabazio, vescovo della città istessa.

(289) S. Greg. Epist. II, 29.

(290) Theag, ap. Steph. Βyz. v. Σκύδρα. — Cf. Plin, H. N. IV, 17, 1.

(291) Justin. VII, 1.

(292) Herodot. VI, 21.

(293) Συβαρίται, οἱ Λάον τε καὶ Σκίδρου οἴκεον, της πόλιος ἀπεσερημένοι.

(294) Suid. v. ν. Λύκος.

(295) Steph. Byz. ν. Σκίδρος.

(296) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 502, n. 7.

(297) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 288.

(298) Senza avvertire questa falsa lezione, anche il Grimaldi (Annali 1. 1, p. 136) poneva Sipro nell'odierna Sapri.

(299)Antonini, Lucania 1. 1, p. 431 segg. — Oltre di molte dirute stanze fatte a volta in sul lido, e di grandi rovine di larghissime muraglie in parte sott'acqua, questo scrittore ricorda gli avanzi di un grande edilizio decorato nel prospetto da dodici nicchie e con un lungo ambulacro, una estesa strada, e i ruderi di un teatro, di terme di diversi acquidotti.

(300) Ptol. III, 1, 70.

(301) Liv. XXIV, 20. — P. Mela, II, 4.

(302) Plin. III, 10, 1. Laus amnis.... Ab eo Brutium littus: oppidum Blanda.

(303) Blandissima litora (Stat. Silv. III, 5, 96).

(304) Ptol. II, 6, 19. — Tab. Peutinger. § CXIV. — Itin. Antonin. § XXXIX.

(305) S. Greg. Epist. II, 29. — Nel Concilio lateranense, celebrato nel 649 da papa Martino, interveniva Pascale, Vescovo di Blanda.

(306) Tab. Peutinger. § XXII. Holsten. Adnot. in Cluver. p. 288. — Cf. Tab. Ducat. Benev. Pellegrini.

(307) Lombardi, Opuscoli, p. 182.

(308) Barri, De antiq. et situ Calabr. p. 52.

(309) Anon. Bayenn. in fin. Pomp. Melae — Quattromani, Adnot. in Barr. p. 55, nota (d).

(310) Strab. VI, p. 253.

(311) Apollodor. Fragm. CXJI.

(312) Herodot. II, 21 — Strab. VI, p. 253.

(313) Jannelli, Vet. Ose. Inscr. p. 25.

(314) Thucyd. II, 96. ν. Λάινοι. — Cf. Steph. Byz.

(315) Æschil. Suppl. 253 sqq.

(316) Strab. VI, p. 263.

(317) Millingen, Consid. p. 50.

(318) Magnan, Lucan. Numism. tab. VI, p. 5. Ignarra, De Pal. Neap. p. 258. — Carelli, Catal. p. 97. — Sestini, Lett. numism. p. 71. — Millingen, Consid. p. 51. Avellino, Bullet. Arch. A. 1843, p. 131 seg.

(319) Diodor. Sic. XIV, 101, 102. — Cf. Du Theil. Geogr. de Strabon; Eclairciss. LVI, t. II, p. 146. — Niebuhr, Hist. R. t. I. p.

(320) Plin. H. N. III, 10. 2. Laus amnis: fuit etoppidum eodem nomine.

(321) Tab. Peutinger. §. XXXII, p. 210 ed. Fortia d' Urban.

(322) Antonini, Op. cit. t. I, p. 443. Romanelli, Topogr. t. I, p. 383.

(323) Giustiniani, Diz. geogr. t. VII, p.356.

(324) Strab. VI, p. 253. Λάιον ἀμφὶ Δρά κοντα πολύν ποτὲ λαὸν ὁλεῖσθαι.

(325) Strab. VI, p. 253. — Plin. III, 10, 1.

(326) Troyli, Ist. gen. del R. di Napoli t. I, p. 88.

(327) Questa tradizione, con bizzarra erudizione sostenuta da un patrio scrittore (Minervino, Etim, del M. Vulture p. 140. seg.), non derivava presso del volgo che dall'antico nome del fiume, cioè Lao, facilmente scambiato con un lago.

(328) Morisani, Marmora Regina p. 172.

(329) Itin. Antonin. XXVIII, XXIX.

(330) Romanelli, Topogr. t. 1, p. 389.

(331) Liv. IX, 20. Repentino advenluAemiìii consulis JSerulum vi captum.

(332) Itin. Antonin. XXVIII. — Tab. Peutinger. XXVIII, XL.

(333) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 289, 291.

(334) Plin. H. N. III, 15,3. interrisse Thebes Lucanas Calo auctor est.

(335) Steph. Byz. v. 0. — È incerto il Berkelio (ad Steph. p. 396, nota 61) a quale delle città di Tebe accennasse Stefano, se a quella che fu nella Sabina, o a questa della Lucania; ma nella Sabina non vi furono che alcune colline col nome di Thebas (Varro, De R. R. III, 1,6).

(336) Strab. IX, p. 411. — Plin. IV, 12.

(337) Mazocchi, Prodrom. ad Heracl. Psephism. p. 101, nota 58.

(338) Vedi t. II, p. 106.

(339) Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 485.

(340) Homer. Il. Z, 397. — Steph. Byz. ν. Θήβη. –Eustath. ad. Il. A, 366; B, 691. Didym. ad Il. A, 366. — Cf. Ruckert, Troja's Ursprung, ecc. p. 49.

(341) Pausan. VII, 2; X, 17.

(342) Raoul Rochette, Hist. des Colon. t. III, p. 75.

(343) De antiquit, et situ Calabr. p. 372.

(344) Anthol. III, 6. p. 310 in Atymnium.

(345) Holsten. Not. et castig. in Steph. ν. Θήβη, ρ. 137.

(346) Antonini, Lucania t. I, p. 449. — Insussistente è l'opinione ricordata da Girolamo Britonio da Sicignano, rozzo poeta del secolo XVI, che Tebe fosse stata nel sito dove poi fu edificata Potenzia (Vedine i Cantici, Vinegia 1550).

(347) Troyli, Storia di Napoli 1. 1, P. Il, p. 138. — Cf. Tenore, Viaggio in Basilica,ta ec. p. 42. — Lombardo, Opuscoli p. 221.

(348) Uno di questi idoletti di bronzo rappresenta l'eroe come ebbro e con una patera in mano, e ci ricorda la patera d’oro da Giove donata ad Alcmena, la madre dell’eroe, (Pherecyd. ap. Athen. XI, p. 474. — Cf. Macrob. Satum. V, 21).

(349) Strab. VI, p. 264.

(350) Cassandr. v. 982. ῥειθροισιν ὠκὺς ἔνθα μύρεται Σίνις.

(351) De flumin. p. 17.

(352) Tab. Peutinger. XL.

(353) Itin. Antonin. CXIX.

(354) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 291.Cf. Romanelli, Topogr. t. I, p. 393.

(355) Tab. Peutinger. XL. — Strab. VI, p. 254.

(356) Plin. III, 15, 3.

(357) Ad oriente e mezzodì il Sirino ed il Raparo, e quelli dell'Aquila e di Viggiano verso occidente.

(358) Dal nome primitivo Κριμοέις, derivato da κρίμος freddo, sarebbesi poi detta Grumentum, come da Μαλοεις, Μαλοενταυ e Maleventum.

(359) Combe, Catal. Num. Vet. tab. XXIX, fig. 5. — Eckhell, Doctr. N. V. t. I,p. 152. — Mionnet, Descr. t. I, p. 151. — Avellino, Giorn. Num. p. 5, n. V. Cf. MUS. BORB. tav. XV, n. 10.

(360) Liv. XXIII, 37.

(361) Liv. XXVII, 41, 42.

(362) Roselli, Storia Grumentina p. 79.

(363) Frontin. De Col. p. 109.

(364) Quadrig. Annal. XV, ap. Sen. De benef. III, 23. — Macrob. Saturn. I, 11.

(365) Flor. III, 18.

(366) Frontin. De Col. p. 132. Colonia Gramentum lege Augusti censita est. — Diverse lapide ci ricordano ancora quelli che avevano militato nella Ve VI Coorte, e nella XXII Legione (Roselli, Stor. cit. p. 44 segg.).

(367) Antonini, Op. cit. t. II, p. 40.

(368) Dall'atrio della detta Chiesa fu poi situata nella scuderia della casa Sanseverino di Saponara (Roselli, Stor. cit. p. 53).

(369) Roselli, Stor. cit. p. 50. — Nell'ultima linea leggi coll'Orelli (n. 2467) E monitu de (vel dei) pecunia sua erexit.

(370) Ughelli, Ital. sacr. t. VII, col. 687.

(371)Roselli, Stor. cit. p. 28.

(372)Id. ibid. p. 67, 68.

(373)Gruter. Inscr. p. CCXLVIII, n. 9. — Cf. Roselli, Stor. cit. p. 23, 69.

(374) Fra tutti questi sepolcri notabile sopratutto fu quello, in cui si scoprivano vasi, candelabri ed armature, e sul petto dello scheletro il rarissimo serto d'oro, ora nel Musco di Monaco, coll’iscrizione ΚΡΕΙΘΩΝΙΟΣ ΗΘΗΚΗ ΤΟΕΙΣΤΗΦΑΝΟΝ: Critonius dicavit hanc coronam (Avellino, Mem. Ercol. t. I, p. 217 segg.)

(375) Dei Monaco, Intorno all'ant. Colonia di Grumento. Nap. 1713. — Boschi, Stor. cit. p. 91101. — Giliberti, Ricerche sulla patria di Ocello Lucano. Nap. 1790.

(376) Strab. VI, p. 254.

(377) Cluver. lini, ariti'], p. 1280.

(378) Ortel. Thes. geogr. v. CALASARNO. Barri, De antiq. et sit. Calabr. p. 351, 356. — Marafioti, Cren. di Calabria p. 200, 203. — Anche il Romanelli (Topogr. t I, p. 216) a queste borgate della Lucania riferisce contro verità il racconto di A pollo doro, citato da Strabone, riguardante Petilia, Cone e Crimisa, pretese fondazioni di Filottete nella Magna Grecia.

(379) Theo p. Fragm. 305. — Steph. Byz. v. Α'λίσαρνα.

(380) Leakc, On the island of Cos. t. I, 2. ser. delle Transact. of the Society of Litt. di Londra.

(381) Cluver. Ital. antiq. p. 1280. — Hardouin. Adnot. in Plin. ITI, 16, 6. — Danville, Geogr. anc. p. 57.

(382) Plin. III, 16,6.

(383) Torcia, itinerario de' Peligni p. 32, nota (a).

(384) Antonini, Op. cit. t. II, p. 46.

(385) Strab. VI, p. 264.

(386) Tra le altre concessioni che Federico II faceva nel 1232 al celebre monistero Carbonense de' PP. Basiliani, permetteva loro di avere in questo fiume la propria barca capace di 10 cavalli (Santoro, Hist. Mon. Carbon. p. 92).

(387) Itin. Antonio. $ XX.

(388) Antonini, Op. cit. t. II, p. 47, nota (1). — Romanelli, Topogr. t. I, p. 429.

(389) Barri, Op. cit. p. 423. — Cf. Fiore, Calabr. illustr. p. 262. — Romanelli, Topogr. t. I, p. 224, 244.

(390) Santoro, Hist. mon. Carbon. p. 148, 151,155.

(391) Plin. III, 15, 3. Inter Sirin et Acirin Heraclia.... Flumina: Acalandrum, Casuentum.

(392) Strab. VI, p. 280. — Cf. Du Theil, Géogr, de Strabon t. II, p. 399. — Cramer, Ancient Italy t. II, p. 350, 353.

(393) Tab. Peutinger. § XL.

(394) Egli è vero che in Livio volgarmente si legge: Ex Lucanis Blandae: Apulorum Aecae oppugnatae (XXIV, 20); ma senza negare che nella guerra stessa fu presadiviva forza Eca, per essere noto anche da Polibio (III, 89), io credo che i nomi simili di Ecae ed Ancae fossero cagione che se ne interpolasse il testo da' copisti o dagli editori, togliendone via Ancae, od anche, e più probabilmente, vi si aggiungesse Apulorum, perchè conoscevasi Ecae come una città delI'Apulia. Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1279.

(395) Antonini, Op. cit. t. II, p. 59. — Romanelli, Topogr. t. I, p. 430.

(396) Strab. IX, p. 406. — Plin. H. N. IV, 12, 2.

(397) Fu pubblicata la prima volta dal ch. sig. Lombardi nelle Memorie dell'Istituto archeologico (t. II, p. 231).

(398) Jannelli, Pet. Oscor. Inscr. p. 115 seqq.

(399) Falco Benev. ad ann. 1133. Ab. Teles. 11,40.

(400) Chron. Fossaenovae ad ann. 1191.

(401) Itin. Antonin. § XXVIII.

(402) Il giureconsulto Girolamo Rivezzi, morto verso il 1770. — Per le odierne denominazioni de' luoghi prossimi alla città che accennano ad origini greche, vedi Viggiano (Mem. di Potenza p. 21 scg.).

(403) Plin. n. N. in, 8, 2.

(404) Strab. V, p. 241. Liv. XXXIV, 44.

(405) Dionys. Ital. I, 10 — Sil. Ital. VIII, 445.

(406) Vedi p. 25.

(407) Vedi Le diverse ipotesi del Gatta, dell'Antonini, del Viggiano ed altri scrittori.

(408) Ptol. III, 1, 70.

(409) Antonini, Op. cit. t. II, p. 61, 99.

(410) Liv. XXII, 9; XL, 34. — Appian. Civ. 1,93. — Cf. Strab. VI, p. 273.

(411)Vigliano, Me. cit. p. 190.

(412) Vedi t. II, p. 521.

(413) Viggiano ibid. p. 193.

(414) In tale persuasione, a me sembra di greca origine e derivato dalle esalazioni stesse del luogo, cosicché sarebbesi detto da ouθεά, ubi Dea, un luogo cioè dove imperava la dea delle esalazioni mefitiche, ossia Hera o Giunone, altra pruova del soggiorno de' Greci in queste contrade.

(415)Viggiano, Mem. cit. p. 206,221. U secondo di tali Collegi era molto probabilmente nel sito della distrutta cappella di S. tefano perch tra le fondamenta di essa l'epigrafe fu scoperta, e nel d solarne del santo, come in Napoli in quello di. Antonio Abate, i mulattieri della citt solevano girarvi pi volte co' loro somieri, mule e ronzini colla fiducia che tal divoto passeggio li preservasse da ogni malore.

(416) Freccia, De Subfeud. p. SS.

(417) Viggiano, Mem. cit. p. 45 segg.

(418) Archiv. Neap. reg. an. 1274, litt. B. f. 146.

(419) Plin. III, 19,2. — Cf. Gruter. p. CCCCXI.

(420) Itin. Antonin. § XXVIII, XXX.

(421) Antonini, Op. cit. t. II, p. 84. — Cf. Romanelli, Topogr. t. I, p. 432.

(422) Lombardo, Opusc. cit. p. 198.

(423) Resini, Diss. isag. n. V, e VI. — Marini, Frat. Arv. p. 569. — Guarini, Comm. IV. Neap. 1820. — Dirksen, Beitruge zur Kunde des Ram. Rechts p. 218. — Klenze, Rhein. Museum 1828, p. 26 segg. — Cf. Opusc, Berlin, 1839. — A. E. Egger, Lat. Serm. vet. Reliq. p. 251, Paris 1813.

(424) Guarini, In Vet. Mon. Comm. p. 113 segg. — Cf. Excurs. crit. 1841. — Franchini, Giorn. Arc. t. LXXIII, p. 303 segg. — Jannelli, Vet. Osc. Inscr, p. 121 segg.

(425) Tansi, Hist. Mon. S. Mich. M. Caveosi p. 8.

(426) Itin. Antonin. § XXVIII. Venusium civit.... Opino XV. Ad fluvium Bradanum XXIX.

(427) De bell. civ. V, 93.

(428) Strab. VI, p. 265.

(429) Pausan. IX, 24, 5. ποταμός Πλατά νιος καλούμενος εκδίδωσιν ἐς τὴν θαλασ σαν ἐν δεξιᾷ δὲ τοῦ ποταμοῦ Βοιωτῶν έσχατοι.

(430) Vedi un diploma nella Descriz. Di Palo di Gio. Batista da Palo, P. II, p. 2.

(431) Plin. III, 15, 3. Ursentini, Volcentani, quibus Numestrani iunguntur.

(432) Vedi t. I, p. 472.

(433) Ptol. III, 1, 74.

(434) Liv. XXVII, 1, 2. — Frontin. Strateg. II, 2, 6.- Cf. Plutarch. In Marcell.

(435) Gatta, Mem. top. p. 44. — Mannelli, Lucania mss. P. II. — Romanelli, Topogr. t. I, p. 434.

(436) La quarta e la quinta di queste iscrizioni sono state non ha guari pubblicate dal ch. Guarini (Iter vag. M. III, p. 64 seq.); ma la quarta differisce alquanto dalla trascrizione a me pervenuta, e l'ultima dell'anno 991 di Roma, 238 dell'era nostra, quando furono Consoli M. Ulpio Crinito e Proclo Ponziano, ci dà l'età approssimativa delle altre, quando la città di Numistrone forse tuttavia sussisteva co' vicini villaggi.

(437) Val. Max. Opp. t. II, p. 210, ed. Lemaire.

(438) Reines. Syntagma Cl. I, p. 75. — Cf. Rabanis, Recherches sur les Dendrophores, Bordeaux, 1841 in 8.

(439) Antonini, Op. cit. t. II, p. 191.

(440) Vedi p. 89 nota (1).

(441) Pellerin, Suppl. II, Pl. I, n. 9. Cf. Lett. Numism. p. 20. — Rasche, Lex. Num. t. VI, P. I, p. 922.

(442) Ortel. Lex. geogr. s. v.

(443) Cluver. Ital. antiq. p. 1317.

(444) Engenio, Descr. del R. di Nap. p. 140. — Antonini, Op. cit. t. I, p. 193. — Gatta, Mem. cit. p. 40.

(445) Capecelatro, or. di Nap. t. I, p. 14 Grav.

(446) Frontin. De Col. p. 109.

(447) Liv. XXVII, 15. In vece di Lucani et Volscentes, leggi in questo luogo dello storico: Lucani Volcentes.

(448) Di P. Otacilio Rufo, onorato di molte cariche, e patrono del municipio (Vulcejano) al tempo di Adriano, si ha ricordo in un’altra lapida riferita dal Grutero (p. CCCCXIVI).

(449) Gruter. p. CCIX.

(450) Plin, III, 15, 3.

(451) Gatta, Mem. della Lucania, p. 360.

(452) Muratori, p. MXCV, n. 5.

(453) Liv. XXVI, 16 Cf. Appian. Annibal. XXV.

(454) Questa opinione, comune a qualche altro scrittore, è sostenuta ancora dal Roselli (Storia Grumentina p. 77), il quale in memoria del fatto suppone alzato presso la sponda del fiume il tumolo di fabbrica volgarmente detto Torricella.

(455) Antonini, Op. cit. t. Il, p. 46, nota (1); p. 106. — Romanelli, Topogr. t. 1, p. 438 seg.

(456) Lombardo, Opuscoli p. 209.

(457) Vedi queste lapide nell’Antonini, O p. cit. t. I, p. 202. — Cf. Lupoli, Synodus Comps,

(458) Tab. Peutinger. § XXVIII.

(459) Tab. Peutinger. § XL. Acerronia Potentiam per montem Balabonem (al. Baladonem).

(460) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 291.

(461) Lombardi, Opuscoli cit. p. 208.

(462) Vedi t. II, p. 42.

(463) Romanelli, Topogr. t. I, p. 427.

(464) Sappiamo da Stefano Bizantino (v. A'θήναι) che di questa città della Beozia apparivano le rovine quando Crate prosciugava il lago Copaide: ἐκ της λίμνης ἀναφανεῖσα, μετὰ τὸ πρότερον ἐπικλυστήναι τῆς Κω παίδος, ὅτε Κράτης αὐτὴν διετάφρευσεν. Crate prosciugava una parte del lago al tempo di Alessandro Magno (Strab. IX, p. 407); e poiché si videro anche le rovine della vicina città di Eleusi, l’una e l’altra città si debbono considerare come fondate da colonie uscite dall'Attica, che vi ripetevano i nomi delle loro metropoli.

(465) Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 485.

(466) Non fa questa distinzione il Raoul Rochette, e parla della sola colonia de' Beoni nella Sardegna (Hist, dee colon, grecques t. H, p. 259).

(467) Holsten. Not, et castig. in Steph, Byz, p. 10.

(468) Steph. Βyz. ν. Αθηναι: πέμπτη Ιταλίας.

(469) Plin. III, 15, 3.

(470) Frontin. De Col. p. 109.

(471) Eckhel, Doctr. N, Magnan. Lucan. Numism. p. XIII, tab. 32. — Cf. Basche, Lex, num, v. Atiha.

(472) Giustiniani, Diz. geogr, t. II, p. 34. — Degli onori ricevuti da Asclepiade è memoria in una lapida riferita dal Grutero (p. cccxiv, n. 1).

(473) Antonini, Op, cit. t. Il, p. 116. Questa lapida ora si legge nelle case De Cicchcttis (Albi-Rosa, Osserv. degli Alburni p. 72).

(474) La prima di queste lapide si vede nelle casePandolfi,elasecondainuno degli stipiti della portaper cui si entra inAtena.

(475) Albi — Rosa, Osserv. cit. p. 64.

(476) Marcian. Heracl. Peripl. p. 409 negl'Itin. anc. ed. Fortia d'Urban.

(477) Albi — Rosa, Osserv. cit. p. 29.

(478) Albi — Rosa, Osserv. cit. p. 23.

(479) Plin. III, 15, 3. Potentini, Sontini, Sirini, Tergilani.

(480) (3) Steph. Βyz. v. Τέγυρα. –Lycophr. Cassandr. v. 646. — Cf. Plutarch. De Orac. def. in princ. passim. — In Pelop. II, 215 ed. Bryan.

(481) Frontin. De Col. p. 109.

(482) Ughell. Ital. Sacr. t. VII, col. 691.

(483) Mannelli, Lucania mss. P. I, p. 94.

(484) Manut. Ortograph. p. 682. — Golz. infin. Magnae Graec. — Perchè non pratici de' luoghi, questi due archeologi pongono con errore la città di Tegiano nella Calabria; ed il Freccia (De Subfeud. p. 377), il quale riferisce lo stesso marmo, attingendolo dall'Appiano, con errore più grande lo dice scoperto apud Thelesiam.

(485) Oltre di altri epigrafisti, il più esatto apografo ne ha dato non ha guari il Gervasi (Iscriz. di Nap. p. 12).

(486) Albi-Rosa, Osserv. cit. p. 36 segg.

(487) Alcuni credono erronea la misura di Plinio, che gli attribuisce un corso di 20 miglia sotterra (H. N. Il, 103); ma tale non è presa dalle prime sorgenti.

(488) Strab. IX, p 403.

(489) Id. ibid. p. 406.

(490) Aurel. Vict. in Vespas.,.. Tunc cavati monte per Flaminiam sunt, prono transgressu, quae vulgariter Pertusia Petra vocatur.

(491) Alberti, Descriz, dell’Italia p. 196.

(492) Senec. Epist. XLII. Subita ex abdito vasti amnis eruptio aras habet.

(493) Gatta, Lucan. illustr. p. 159. — Cf. Albi-Rosa, Osserv. cit. p. 71.

(494) Bamonte, Antich, Pestane p. 42.

(495) Itin. Antonio, j. XXIX. in medio Salerno ad Tanarum (I. Tanagrum) XXV. Ad Calorem XXIV.

(496) Holsten. Adnot in Cluver. p. 284. — Romanelli, Topogr. t. I, p. 327.

(497) Itin. Antonio, § XXIX.

(498) Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 291-92.

(499) Tab. Peutinger. § XXVIII.

(500) Cassiodor. Par. VIII, 33. Est enim locus ipse camporum amoenitate distentus suburbanum quoddam Consiliiudù antiqui nmae civitati.

(501) Vedi due lettere di Papa Pelagio (Gratian. Decret. LXIII, 14): nella seconda si parla del vescovado Marcellionensis Ecclesiae, sive Clusitana, che in altri codici leggesi Cusilinatis, cioè di Consilina. — Cf. Ughelli, Ital. Sacr. t. VII, col. 682. — Holsten. Ad Geogr. Carol. a S. Paul. p. 60.

(502) Gatta, Lucania illustr. p. 63.

(503) Vedi t. I, p. 189; t. Il, p. 463. — L’epiteto di Laterina, col quale si suole distinguere Sala, indica egualmente rovinate fabbriche laterizie.

(504) Gatta, Lucan. illustr. p. 47.

(505) Frontin. De Col. p. 109.

(506) Vedi p. 103, nota (4).

(507) Cosi credeva un F. Francesco da Navano, religioso cappuccino, il quale raccoglieva le dette iscrizioni, e che fu contemporaneo, o visse dopo del Troyli, ch'egli cita nelle sue memorie mss.

(508) Muratori, Thes. P. CCCCLXI, n. 7. — Zaccaria, Istituz. p. 377.

(509) Vedi la descrizione di questi sepolcri nelle Mem. topogr. del Gatta, p.96, 171 segg.

(510) Plin. III, 15, 3. Grumentini, Potentini, Sontini.

(511) SANSAE TAVTAM CENSAZET PIS CEVS BANTINS. (lin. 19).

(512) Jul. Capitol. in Maxim. — Herodian. VIII. Cassiod. Var. I, 18.

(513) Lanzi, Saggio di L. E. p. 83.

(514) Vedi appresso § VI.

(515) Itin. Antonin. § XXIX. — Tab. Peutinger. § XXXVIII.

(516) Holsten. Adnot. cit. p. 188.

(517) Strab. VI, p. 283. — Cf. Itin. Antonin. $ XXIX. — Tab. Peutinger. § XXVIII.

(518) Vedi t. II, p. 488.

(519) Saint-Non, Voyage pitt. AAW p. 176.

(520) La lezione del marmo è quella del Mo risani, che facevane il confronto con le trascrizioni del Cluverio, del Gualtieri, del Gudio e del Cittadini (Marmora Regina p. 172), comeché gli fosse ignoto a quale de' luoghi odierni corrispondesse l’antica città di Tegiano.

(521) Antonini, Op. cit. t. I, p. 275.

(522) Invece di Sontini, nella lapida si legge intanto Centinis, che l'Antonini legger voleva Bantinis, senza pensare alla successione de' luoghi, per la quale i gioghi Eburni esser non possono né l'Alburno, né i monti di Eboli, sì bene quelli tra Sanza ed il fiume Alento,

(523) Vedi t. Il, p. 316. — Cf. Viggiano, Mem. di Potenza p. 224.

(524) Lombardi, Opuscoli cit. p. 199 seg.

(525) Strab. VI, p. 254. Τὴν δἑξῆς παραλίαν Βρέττιοι μέχρι του Σικελικου κατέχουσι πορθμου, σταδίων πεντήκοντα καὶ τριακοσίων επὶ τοῖς χιλίοις.

(526) Plin. III, 10, 2. Laus amnis: fuit et oppidum eodem nomine. Ab eo Brutium littus.... Inde Apennini Silva Sila, promontorium Leucopetra XII M. pass. ab ea Locri. — III, 15, 2. A Locris Italiae frons incipit, Magna Graecia appellata.

(527) Strab. VI, p. 261.

(528) Che tal fenomeno sia piuttosto opera del mare par manifesto dagli strati regolari salini, dalle conchiglie e da' pesci petrefatti che si contengono in qualcuna di queste saline, come in quella di Basilico a 3 miglia da Cerenzia, e nelle stesse saline di Wilizka nella Polonia; ma ciò non ostante alcuni geologi in ciò preferiscono la teorica plutonia.

(529) Questo vasto gruppo di monti, formato da immense rocce, nella sua maggiore altezza si eleva a 4,600 piedi, e sembra così detto dalle sue dirupate balze.

(530) Laddove quelle di questa regione sono composte quasi interamente di micascisto e digneiss, le altre sono composte di gneiss, granito, sienite, supentina, clorite, scisto talcoso, ofiocalcite e calcarea primitiva; né in nessuna parte si precentano così aggruppate sopra un medesimo punto come ne' dintorni di Catanzaro, lungo il letto scoglioso del Corace.

(531) Tali sono il monte Cocuzzo nella Calabria Citeriore; le montagne di Bova, di Brancaleone e Colle delle Armi nella Calabria Ultra I, il gruppo calcare all'ovest di Stilo, e la montagna di Tiriolo nella Calabria Ultra II.

(532) Virg. Æn. XII, 703.

(533) Per una più compiuta notizia di tutte queste formazioni ed epoche geologiche vedi Brocchi, Osserv. geolog. su' contorni di Reggio ccc. nella BIBL. ITAL. t. XIX, p. 69 segg. Melograni, Descriz. geolog. e statistica di Aspromonte ccc. Na p. 1823. Filippi, Ristretto geognostico della Calabria tradotto ne’ Nuovi Annali delle scienze naturali di Bologna. A. 1842, p. 457 segg.; Tchichatchoff, Coup. d’oeil sur la const. geol. des prov. merid. du R. de Naples. Berlin, 1812.

(534) Vedi la notizia di queste ed altre miniere di carbon fossile, solfo, sale, allume, marmi e pietre preziose, esplorate dal 1748 al 1756, negli Annali del Grimaldi (Ep. 1, t. IV, p. 93 — 96).

(535) Antioch. Syracus. ap. Strab. VI, p. 234.

(536) Strab. VI, p. 235. — Il circuito di questa penisola non è nelle migliori carte più di 1820 stadii, o di miglia 227 e mezzo odierne.

(537) Antioch. ap. Strab. VI, p. 255. — Il Mazocchi (Prodr. ad Heracl, pseph. p. 57, 58) preferisce la lezione καὶ τῆςΣειρηνίτιδος che leggesi nell'edizione del Casaubono, a quella di καὶ τῆς Σειρίτιδος de' migliori mss.; perché veramente il dire sino alla Siritide sarebbe stato superfluo, essendo stata questa regione al di qua di Metaponto, e perchè verso le Sirenuse gli antichi situarono le isole Enotridi. Erodoto (I, 167) ancora la città di Hyela o Velia pose nell'Enotria, la quale per l'autorità seguita da Scimno di Chio (v. 243, 299) estendevasi su tutta la spiaggia dal Faro a Posidonia; ed anche Dionigi d'Alicarnasso (I, 12) afferma essersi distesa l'Enotria da Taranto alla stessa città, nel cui golfo sono le isolette delle Sirene.

(538) Antioch. ap. Strab. VI, p. 255. — Dionys. Hal. I, 34. — A credere Virgilio (Æn. I, v. 531 — 32), egli sembra che il nome d'Italia non cominciasse prima del tempo della guerra trojana.

(539) Etym. Mag. v. Σίρις.

(540) Strab. V, p. 209. — Alceo di Messene nel suo epigramma per la vittoria riportata da Flamminio nel 537 di Roma, sotto il nome di vasta Italia sembra che già comprenda tutta la Penisola; e Polibio verso l’anno 615 estendevalo sino alle Alpi.

(541) Strab. VI, p. 257.

(542) Polyb. XII S.

(543) Thucyd. VI, 2.

(544) Antioch. ap. Dionys. Ital. I, 14. — Cf. Strab. VI, p. 237. — Larcher, Chronol. d’Herod. XV, 1, 1.

(545) Hellanic. ap. Dionys. Archaeol. I, 25. —La stessa favola del vitello o del toro, il quale, spiccatosi dall'armento percorreva tutta la regione confinante all'isola di Sicilia, racconta A poi (odoro (Bibl. II, 5, 10), ed in vece di attribuire a' Greci primitivi, a' Pelassi, la greca voce ιτάλος, dice che cosi i Tirreni nominavano il toro, ma egli forse non faceva nessuna differenza tra Pelasgi e Tirreni.

(546) Timeo ap. Gell. N. A, XI, 1 — Pisone ap. Varr. De R. R. II, 1. —Lo stesso Varrone (ibid. II, 5) non dubitava che l'Italia fosse cosi nominata, quoniam boves graeca veteri lingua ἰταλοὶ vocitati sunt, quorum in Italia magna copia fuerit. — Il nome di Vitalia, ricordato anche da Servio (ad Æn. VIII, 328), e più antico, io credo, di Esperia, Ausonia, e Saturnia, serbavasi nella lingua del paese poco prima dell'era volgare, dappoiché in caratteri osci (VITELIV) si legge nelle monete sannitiche della guerra sociale.

(547) Οἰνωτρὸς, da οἰνος vino, e τρύω piggiare. Τρύξ dissero i Greci il vino mosto.

(548) Ιτάλος, toro, bue.

(549) Μόργος, graticcio, palizzata. Μόργιον fu ancora una misura di superficie eguale al pletro (Hesych. v. Μόργιου).

(550)Pisander ap. Steph. Byz. v. Οίνωτρία. Cf. Serv. ad Æn. I, 532; III, 163. — Più incredibile è la derivazione del nome di Enotria da Enotro re de' Sabini (Varr. ap. Serv. ad Æn. I, 532).

(551) Dionys. Hal. I, 13.

(552)Steph. Byz. ν. Βρέττος.

(553)Dionys. Hal. Fragm. XIV, 3.

(554) Pherecyd. Fragm. 85.

(555) Antioch. ap. Dionys. Hal. I, 12.

(556)Id. ap. Strab. VI, p. 254.

(557)Dionys. Hal. I, 3.

(558)Oltre del fiume Acheronte e di Pandosia, la celebre sede de' re Enotri (Strab., VI, p. 256), è noto che furono nell'Enotria le città di Dris e Dodona, le quali ricordano le loro metropoli dell'Epiro (Harpocrat. ν. Δρυς. –Steph. Βyz. ν. Δρυς, Δώδωνη. –Cf. Raoul–Rochette, Hist. des colon. grecques t. I, p. 229.

(559) Aristot. Polit. VII, 10. — Antioch. ap Strab. VI, p. 263.

(560) Liv. XXIX, 6.

(561) Strab. VII, p. 324. — Dionys. Ital. 1, 42. —Virg. Ad. III, 292. —Hin. IV, 4, 4. —Serv. ad Æn. III, 292. — Che io questa città di Butroto si fermasse in parte I antichissima emigrazione de' Colchi si può sostenere dalla favolosa tradizione che Giasone vi seppellisse Medea, come riferisce Solino c. 2, p. 11.

(562) Nicandr. ap. Antonio. Liber. Metam. XXI.

(563) Steph. Byz. v. Βρέττος.

(564) Berretti, Tab. corograph. med. aevi sect. XXV in Murat. R. I. S, t. X, col. 306.

(565) Nella lettera sinodale di papa Agatone, spedita nel 680 al Concilio Costantinopolitano III, i Vescovi d'Otranto, Taranto, Locri, Turio, Taurania, Tropea e Bivona si sottoscrivevano EPISCOPI in CALABRIA (Labbe, Condì, t. VI, col. 693). Ed è degno di considerazione che i vescovi di altre diocesi vicine, come quelli di Crotone, Squillace, Cosenza e Tempsa si soscrissero EPISCOPI IN BRVTTIIS. Questa discrepanza di nomi par che durasse per tutto il secolo XI, come si raccoglie da Lupo Protospata (Chron. ad ann. 1089), il quale, parlando dei concilio celebrato in Melfi da Urbano II, dice: Anno 1089 facta est Synodus omnium Apuliensium, Calabrorum et Brutiorum Episcoporum in civitate Melphiae.

(566) Vedi queste etimologie nel Bochart (Chanaan, p. 396), e nel Mazocchi (Op. cit. p. 548).

(567) Justin, XXIII, 1.

(568) Diodor. Bibl. XVI, c. 5.

(569) Strab. VI, p. 255.

(570) Justin, loc. cit.

(571) Steph. Byz. ν. Βρέττος. — Cf. Eustath. ad Dionys. Perieg. 362.

(572) Mazocchi, Tabb. Heracl. p. 539.

(573) Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 59 seg. ed. Bruxelles.

(574) Le opinioni di questi scrittori riferisce il ch. Grimaldi (Studi archeol. p. 18); ma la vittoria de' Locresi su' Bruzii ricordata dalla poetessa Nosside di Locri non può essere anteriore alla CVI Olimpiade, poiché Nosside fu contemporanea di Anitea di Tegea, la quale fiori verso la CXX Olimpiade; né Diodoro (XII, 22) assegna il 4 anno dell'01. LXXVIII all’espulsione de' Sibariti dalla sponda del Traente per opera de' Brezii, si bene al rifugio che vi elessero, scacciati per intestine discordie dalla nuova colonia fondatrice di Turio. Ed oltre che con nessuna testimonianza può affermarsi che i Fenicii approdassero ai lidi della Brezia per fare acquisto della pece della Sila, non fiori prima della CVI Olimpiade Alesside di Tarlo che intitolò Brezia una delle sue commedie ne nulla può desumersi dalla ricordanza della lingua brezia in Aristofane (Fragm. 719; cf. Hesych. v. Βρεττία), lingua parlata da' servi o pastori lucani di lui contemporanei o più antichi.

(575) Scylax, Peripl. § 12. — Cf. Mazocchi, Prodrom. ad Heracl. psephism. cap. VI, sect. I, not. 58.

(576) Mazocchi, Tabl. Heracl. p. 101, n. 58.

(577) Niebuhr, Dissert. sull'età di Scilace V. Rev. germanique, t. IX, p. 188.

(578) Mannert, Geogr. der Greichen und Römer, t. I, p. 67.

(579) Strab. VI, p. 235.

(580) Liv. VIII, 24.

(581) Diodor. Sic. XX, 64. Fragm. XXI.

(582) Freinshem. XII, 6 sqq.; XIII, 51.

(583) Polyb. 1, 6. — Liv. Epit. XIV. — Zonara, Annal. VIII, 6.

(584) Liv. XXIII, 30; XXIV, 1, 3.

(585) Appian. Annib. VII, 54, 57. —Cf. Strab VI, p. 233.

(586) Liv. XXVIII, 45.

(587) Strab. V, p. 261. —Appian. Annib. VII, 61 Aul. Gell. X, 3—Fest. v. Brutiani.

(588) Ecateo Milesio, il quale non prima dell'Ol. LXIV (A. C. 624) sembra che scrivesse la sua geografia, agli Enotri attribuisce Arinta, Artemisio, Bristacia, Citerio, Cassa, Drio, Erimo, Ixia, Malanioc Menecine (Steph. Byz. s. p.), alle quali aggiunger possiamo Lamezia, Caulonia, Medma e Crotali a, comeché ponga le due ultime di queste città in Italia, che ne’ tempi remotissimi fu, come ho detto, sinonimo di Enotria. E sebbene lo stesso geografo ricordi Capita e. Nola, e dice Artemisio, Citerio, Cassa, Ixia, Malanio e Alinea nella parte mediterranea della regione, non dobbiamo queste città, in fuori di Cossa, considerare come molto lontane dalla spiaggia del Tirreno, come in Fatti si considerano da alcuni moderni geografi. Nondimeno un dotto alemanno con grande errore è andato ritrovando Arinta in Ardea, Artemisio in Aricia, Bristacia in Frusinati, Citerio in Cliterno, Cossa in Compsa, Erimo in Ereto, Ixia in Vescia o in Suessa, Malanio in Milonia, Menecine in Minturna, e flineo in Signia o Anagnia (Grotefend, Zur Geogr. u. Gesch, von Alt-Italien, 1 fase. p. it), attribuendo cosi all’Italia in generale le dette città comprese nell'Italia primitiva, alla quale del pari appartennero Acra, Tisia, Tauriana e Mamerzio.

(589) Plin. III, 10, 1.

(590) Ptol. III, 4, 4, IV, 7, 5. — Arrian. Peripl. p. 7.

(591) Tab. Peutinger. $ XXII.

(592) Strab. VI, p 233.

(593) Sil. Ital. VIII, 578. Exhaustae mox Poeno morte Cerìllae,

(594) Nel 649 il suo Vescovo Romano interveniva al Sinodo celebrato in Roma da Papa Martino (Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 247).

(595) Biondi, Ital. illustr. H.

(596) Plin. III, 10, 2. Portus Parthenius Phocensium. — Cf. Solin. cap. 2.

(597) Vedi p. 49.

(598) Strab. IV, p. 179.

(599) Muller, Aeginet, p. 163, 170.

(600)H. Ternaux, Hist. Reip. Massiliens, p. 56, 97, 98.

(601) Contro ogni evidenza il Barri (Op. cit. p. 67 seg.) sostiene che a Cetraro fu Lampezia, che vedremo ad Amantea, e che a Bonifati fu Tiella, abitata da' Focesi secondo Stefano Bizantino (v. Θυελλα) senza avvedersi che questo geografo, ingannato dalla diversità de' nomi, distinse Elea da Hyele, di cui alterava il nome in Tyella.

(602) Holslen. Adnot. in Ortell. v. Πάτικος — Barri, Op. cit. o. 68.

(603) Steph. Byz. v. Λαμπέτεια.

(604) Lycophr. v. 1068.

(605) Voss. ad P. Mel. II, 4.

(606) Romanelli, Topogr. t. I, p. 28.

(607) Tab. Peutinger § XXII.

(608) Polyb. ap. Steph. Byz. v. Λαμπέτεια.

(609) Steph. Βyz. v. Λάμπη ο Λαμπέτειον.

(610) Liv. XXIX, 38. —. Nella narrazione de' fatti dell'anno seguente lo stesso Livio (XXX, 19) annovera Clampezia tra le città di niun conto che volontarie si arresero al Console G. Servilio, e che prima senza nominarle aveva dette arrese a P. Servilio; ma, o tutta l’impresa fu del primo Console, o al secondo si davano soltanto le dette piccole città, veggendo illanguidirsi, come lo stesso storico scrive, la guerra cartaginese.

(611) P. Mela, II, 4. — Plin. III, 10, 2. Sinus Vibonensis, locus Clampetiae.

(612) Lycophr. Alexandr. v. 993 sqq. — Tzetz. ibid. —Cf. Eustath. ad Iliad, B. 585.

(613) Strab. XIII, p 588 —Cf. Steph. Byz. v. Λίνου.

(614) Herodot. I, 173. —Polyb. XII, S. — Plutarch. De Mul. 9. — O. Muller, Etrusker I, p. 403. — Cf. Ruckert, Troja' s Ursprung p. 52, 53.

(615) Lycophr. Alexandr. v. 729, 1009.

(616) Itin. Antonin. § XXIX. Consentiti. Ad Sabatum fluvium. XVIII. — In alcuni mss. si legge anche Sabbutum, che sarebbe la denominazione volgare alterata dalla primitiva, e ritenuta nella odierna. — Cf. Barri, Op. cit. p. 120. —Aceti, Adnot. n. 15. — Fiore, Calabr. illustr. p. 225.

(617) Tab. Peutinger. $ XXII.

(618) Strab. VI, p. 256.

(619) Vedi t. I, p. 461.

(620) Strab. V, p. 233. —Solino (c. 2, p. 10 Salmas) confondendo Temesa con Tamaso, città dell’isola di Cipro, ne attribuì con errore la fondazione agli Ioni, lasciando stare che la nominò isola.

(621) Homer. Odyss. Α, 184. Ες Τεμέσην μετὰ καλκὸν, ἄγω δαίθωνα σίδηρού.

(622) Strab. XIV, p. 681. — Steph. Byz. v. Ταμέση et Τεμέση.

(623) Strab. VI, p. 235. Eustath. Schol. in IL. A, 184. — Cf. Durandi, Dell’ant. Stato d'Ital. p. 155. — Millin. Mineralog. d’Homère.

(624) Ruckert, Troja’s Ursprung p. 50, 52.

(625) Strab. VI, p. 255.

(626) Importa osservare che i Tespiadi Eraclidi fondavano nell’isola la città di Olbia, che fa risovvenire le città Licic e Cilicie dello stesso nome, come anche Sardos ricorda il monte omonimo della Beozia e la città di Sardesso nella Licia.

(627) Lycophr. v. 1066. — Cf. Tzetz. ad eumd. — Questo scoliaste ne parla ancora cementando il verso 854, ma con errore attribuisce a questa città ciò che Stefano dice di Tamaseo nell'isola di Cipro.

(628) Homer. Il. B, 25.

(629) Strab. VI, p 255.

(630) Liv. XXIV, 45.

(631) Strab. VI, p. 255.

(632) Mionnet, Deter. t. I, p. 201. —Cf. Sestini, Lett. numism. t. VII, tab. 1, n. 7. — Carelli, Catal. p. 126.

(633) Alexandr. v. 1067—71.

(634) Avellino, MUS. BORB. t. VI, tav. 32 e 48; Opusc. t. II, p. 118 segg.

(635) Id. Opusc. t. III, p. 152.

(636) Cic. In Kerr. V, 16.

(637) Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 243.

(638) Cluver. Ital. antiq. p. 1286.

(639) Romanelli, Topogr. t. 1, p. 36. — In questo sito, più che a Malvito o S. Luculo, secondo si avvisavano i topografi Calabresi, si verifica ancora la sua posizione presso antiche miniere.

(640) Ucciso a tradimento, o per la violenza fatta ad una donzella lapidato dagl'indigeni, diveniva Police infesto a que’ luoghi. Per placare l’ira dell’eroe la Pizia imponeva gli si ergesse un tempio, e si desse in ogni anno alla sua ombra per donna la più bella delle fanciulle di Temesa, Di qui il proverbio: Nessuno imiti l'eroe di Temesa. Ma si favoleggia che un Eutimo di Locri, famoso pugilatore, venne alle mani con Polite e lo vinse: l’eroe, tuffatosi nel mare scomparve, e i Temesei furono liberati dal demone e dal tributo (Strab. VI, p. 235 —Pausan. Elid. II, 6. —Suid. v. Αλιβας. — Ælian. VIII, 18. —Plutarch. Deplacit. philosoph. 1, 8).

(641) Antonin. Liberal. Metam. c. VIII, p. 5160. —Cf. Raoul—Rochette, Odysseide p. 423.

(642) Peripl. § XII.

(643) Lycophr. Alexandr. v. 726, 1008. — In fuori di Licofrone e del suo scoliaste, i quali scrivono Τέρεινα, tutti gli altri greci scrivono Τερίνα; ma il primo nome che significa tenero, molle, accennerebbe alla sua posizione ed al suo clima.

(644) Lucian. XXXIII, 50.

(645) Raoul—Rochette, Hist. des colon grecques t. II, p. 343.

(646) Scymn. Ch. v. 3056. — Phleg. ap. Steph. Byz. v. Τέρινα. —Plin. III, 10, 2.

(647) Polven. Il, 10, 2.

(648) Diodor. Sic. XVI, 15.

(649) Liv. VIII, 24.

(650) Strab VI, p. 256.

(651) La più antica leggenda è in lettere arcaiche e retrograde, ANITAT, IIANIT.

(652) Pausan. Att. 1, 22.

(653) Il nome di Panda dato a Cerere (Varrò ap. Gell. XIII, 22; ap. Non. 1, 209) par che confermi la spiegazione del Millingen (Consid. p. 57), il quale a Proserpina riferisce l'ignoto nome di Pandina.

(654) Tra le poche monete di bronzo non debbo tralasciare quella che presenta il capo di Apollo coll’iscrizione TERIΝΑΙΩΝ nel dritto, e quella di un Icone nel rovescio. Per tutte le altre vedi Carelli, Catal. p. 127 seq.

(655) Grimaldi, Studi archeol. p. 62 seg.

(656)Avellino, Ital. vet. numism. Suppl. p. 21, 22.—Id. Opusc. t. II, p. 133; t. III, p.156.—Holsten. Not. et castig. in Steph. Βyz. v. Νουκρία.

(657) Appian. Annib. VII, 49. — Zonara, Annal. IX, 6.

(658) Steph. Βyz. v. Νουκρία. — Cf. t. II, p. 425.

(659) Diod. Sic. XVI, 9 — 11. — Cf. Plutarch. Dion. 35.

(660) Lycophr. v. 726. Λίγεα δεὶς Τέρειναν εκναυσθλώσεται. – Cf. Steph. Byz. ν. Τέρινα.

(661) Solin. cap. 2. Insula Ligea appellata abjecto ibi corpore Sirenis ita nominatae.

(662) Marafioti, Cron. di Calabr. p. 221. — Aceti, Adnot. in Barr.

(663) Lycophr. v. 730. — Cf. Etym. M. ν. Αγή.. — Millingen, Anc. gr. Coins. p. 23, nota (2).

(664) Plin. III, 10, 2.

(665) Ecat. ap. Steph. Byz. v. Λαμητῖνοι.

(666) A questo fiume corrisponde quello che TOM. Ili col nome di Tanno è segnato nella Tavola Peutingerana (§ XXXII), e detto per avventura Tanneto o Taneto come quello a 9 miglia da Parma (Itin. Antonia. § LXXXVII. — Cf. Polyb. III, 40; Liv. XXI, 25), che ora dicesi S. Ilario.

(667) Schol. Par. C. Lycophr. v. 1185,

(668) Ruckert, Troja's Ursprung p. 95.

(669) Steph. Byz. v. Αινος. — Cf. Euphor. et Callimac. ap. Serv. Ad Æn. III, 18.

(670) Hecat. Fragm. XL.

(671) Lycophr. Alexandr. v. 1083.

(672) Barri, Op. cit. p. 127. Cluver. Ital. antiq. p. 1289. — Cf. Voss. in Mel. II, 4.

(673) Itin. Antonin. § XXVIII.

(674) Tab. Peutinger. § XXXVIII.

(675) Tab. Peutinger. $ XXVIII.

(676) Id. § CXLV.

(677) Antioch. Syrac. ap. Strab. VI, p. 255.

(678) Il Marafioti (Cron. cit. p. 137) ed il Tranquillo (Star. di Napizia p. 13), ponendo una città di Crissa su questa spiaggia, hanno supposto che avendo i Foce si fondata questa città ed Ipponto, l'origine stessa attribuir si dee a Napizia, posta tra queste due città; ne i Crissei della Focide, il che è un errore di Licofrone (Alexandr, v. 1070—71), si bene i Foceesi dell’Asia Minore, approdavano in sulla spiaggia dell’Enotria per fondarvi Elea.

(679) Steph. Byz. ν. Νάπη: Εἰσὶ καὶ Ναπαῖοι Ηπείρου.

(680) Vedi p. 132.

(681) Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 240. — Tranquillo, Star. cit. p. 35, 39.

(682) Barri, Op. cit. p. 129. —Marafioti, Cron. cit. p. 137. —Fiore, Calabr. illustr. 1, 2.

(683) Tab. Peutinger. § XXXII.

(684) Scymn. Ch. Perieg. v. 307. — Strab. VI, p. 256.

(685) Heyne, Opuscula t. II, p. 263. Grimaldi, Annali t. II, p. 174.

(686) Diodor. Sic XIV, 107.

(687) Mazocchi, Tabb. Heracl. p. 42; Collect. p. 515. — Cf. De Brosses, Guerre servile. Mem. des Inscr. t. XXXVII, p. 81.

(688) Polyb. ap. Steph. Βyz. v. Ιππών.

(689) Diod. Sic. XV, 24.

(690) Strab. VI, p. 236. — Diod. Sic. XVI, 15. — Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1291.

(691) Liv. VIII, 24.

(692) Strab. VI, p. 256.

(693) Vell. Pat. I, 14, 8 — Cf. Ruhnken. Arg. Chron. — Liv. XXXV, 40. — Morisani, Marmora Reg. p. 195.

(694) Plin. III, 9, 12. — Serv. ad Georg. 1, 499. — Plutarch. Quaest. R. probl. 60.

(695) Questo tipo è solo dell'epoca in cui la città fu detta Valentia da' coloni romani.

(696) Magnan, Bruttia numism. p. VII, tab. 32. — Carelli, Catal. p. 137 sq.

(697) Cavedoni, Bullet. Archeol. A. 1844, p. 157.

(698) Millingen, On an inscr. upon some coins of Hipponium. — Cf. Consid. p. 72.

(699) Vedi p. 135, nota (1).

(700) Strab. VI, p. 256.

(701) Bisogni, Hipponii hist. p. 31. — Cf. Capialbi, Inscript. Vibonens. specim. p. 9.

(702) Bisogni, Hist. cit. 39, 42, 133. — Cf. Capialbi, Scavi di Monteleone p. 34. — Mem. della Chiesa Miletese p. XIII.

(703) Strab. VI, p. 236.

(704) Duris Sam. ap. Athen. XII, 20. — Cf. Diodor. IV, 35.

(705) Liv. XXV, 31.

(706) Appian. Civil, IV, 3.

(707) Capialbi, Mura d'Ipponio p. 10.

(708) Liv. XXI, 20, 21.

(709) Bisogni, Hist, cit. p. 39.

(710) Capialbi, Mura d’Ipponio p. 12 seg.

(711) Plin. III, 13, 2. Contra Vibonem parvae (insulae), quae vocantur Ithacesiae, ab Ulyssis specula.

(712) Vedi p. 138.

(713) Klausen, Æneas und die Penaten p. 1133.

(714) Solin. cap. 2.

(715) Mart. Cap. VI, 645.

(716) Steph. Βyz. v. Προστρόπαια. — L'Holstein (Not. et castig. in Steph. p. 262) notava l'errore del geografo, o del suo epitomatore, nello scrivere Προστρόπαια in vece di πρός Τρόπαια.

(717) Id. ν. Μάταυρος.

(718) Barri, Op. cit. p. 143.

(719) Aceti e Quattromani, Adnot. in Barr.

(720) Cedren. Hist. Comp. P. II, p. 586 ed. Paris.

(721) Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 628.

(722) Barri, Op. cit. p. 144. — Cf. Holsten. Adnot, in Cluver. p. 296.

(723) Strab. VI, p. 256. — Cf. Plin. Hist. N. III, 10, 2.

(724) Avvertiva l'Holstein (Adnot. in Cluver. p. 294) che in un mss, di questo geografo leggevasi Mathicana per Terina; ma escludendo il nome di questa città distrutta da Annibale, dalla detta falsa lezione non è dubbio che indicava il mentovato promontorio; talché la vera lezione pare che fosse: Hinc in Thuscum mare est flexus, et eiusdem terrae latus alterum, Medma, promontorium Vaticanum, Hippo, nunc Vibo, Temesa.

(725) Juvenal. VI, 344. Plin. XVI, 40, 76.

(726) Plin. H. N. VIII, 14.

(727) Solin. c. 2. D. Claudio principe ubi Vaticanus ager est, in alvo occisae boae spectatus est solidus infans.

(728) Itin. Antonin. § XXIX.

(729) S. Greg. Epist. VII, 46.

(730) Per le notizie de' tempi posteriori vedi le diligenti Memorie storiche del Cav. F. Adilardi di Paolo. Nap. 1838.

(731) Scylax, Peripl. § 12. — Apollodor. ap. Steph. Byz. v. Μέσμα. Steph.

(732) Hecat. ap. Steph. Byz. v. Μέδμη. Scymn. Ch. Perieg. v. 307. — Mela, II, 4. — Plin. H. N. III, 10, 3.

(733) Strab. VI, p. 256.

(734)(1) Non ostante questa triplice denominazione, tutti i moderni geografi e nummologi hanno ragionevolmente creduta indicata sotto i diversi nomi di Μέσμα, Μέδμα e Μέδαμα una città istessa. il solo cav. Capialbi (Mesma e Medama ecc. Na p. 1839), ha sostenuto Mesa diversa da Mesma e Medma, ponendo la prima a Mesimio, e 1 altra nelle vicinanze di Nicotera, ma oltreché questa opinione, messa in mezzo la prima volta dal Morisani (Antiqq. Brutt. VI, 1) 2. mss.), è contraddetta dalla stessa medaglia addotta dal Capialbi, nella cui leggenda sono ricordati i Locri, non sembra derivata che dalla falsa lezione di Mitra nel periplo di Silace, e che il Gronovio giusta mente emendava in Mioza, perché in fatti cosi la nomina Apollodoro, e nelle medaglie leggesi ΜΕΣΜΑΪΩΝ. —Cf De Hitis, ANN. Civ. Quad. XL, p. 102 segg.

(735) Mionnet, Recueil 1. 1, Suppl. p. 346. —Sestini Lett. numism. t. VI, p. III2— Millingen, Anc. Coins p. 21 seg. — Consid. p. 77. — Avellino, Mus. BORB. t. VI, tav. 64. — Capialbi, Mesma e Medama ecc. p. 6 seg.

(736) P. Mela II, 4. —Plin. III, 10, 3.

(737) Grimaldi, Annali t. I, p. 148. — Cf. Holsten. Adnot. in Cluver. p. 297.

(738) Ho queste notizie dal mio egregio amico sig. Consigliere Betti, il quale di tali anticaglie faceva dono al Cav. Santangelo.

(739) Strab. VI, p. 256.

(740) Plin. III, 10, 3.

(741) Petr. Episc. Vit. S. Fantin. I, 4 ap. Bulland. Quoniam igitur mediam Tauri urbemflumen interfluit, proindejam tum Metaurus est dictus, idemque in praesenti retinet nomen.

(742) Il solo Giustiniani (De' fiumi ecc. t. II, p. 128) lo vuol confondere col Metramo che verso la foce scorre parallelo al Mesima, senza considerare che erronea ne riuscirebbe la topografia delle città di Tauriana e di Metauro, e che con assai più poche acque del Petrace sbocca nel mare.

(743) Archestr. ap. Athen. VII, 14.

(744) Liv. XXVII, 47.

(745)P. Mela, II, 4.

(746) Steph. Βyz. v. Ματάυρος. — Cf. Suid. ν. Στεσίχορος.

(747) Solin. cap. VIII. A Zanclensibus Metaurum locatum.

(748) Steph. Byz. l. c. — Cf. Suid. ν. Στεσίχορος.

(749) Egizio, Lett. a Langlet p. 73.

(750) Δρόσος, rugiada.

(751) P. Mela, II, 4.

(752) Plin. H. N. III, 10, 3.

(753) Varr. et Cat. ap. Prob. in Bucol. Virg. III. — Procl. Epit. de Orac.

(754) Barri, Op. cit. 202, ed. 1735.

(755) Per le colonie Orestee vedi Sturz ad Pherecyd. n. LXXVI. — Larcher, trad. d'Herodot. 1, 68. — Le testimonianze degli antichi sulle origini e le fondazioni attribuite ad Oreste sono state anche raccolte da Meziriac (Comm. sur les Epitres d'Ovide, t. II, p. 285 segg.); ma questo scrittore di fatto lo fa viaggiare per tutte le città che ne serbavano le tradizioni. Per la combinazione del culto di Diana e di Oreste, nume dell'Asia Minore, col greco mito di Oreste ed Ifigenia vedi il dottissimo Movers, Die Phoenizier p. 622.

(756) Hesych. v. Ορέστη.

(757) Steph. Byz. v. Ορεσται. — Anche questi popoli, cosi forse nominati dalla loro posizione montuosa; si volevano fondati da Oreste (Theag. ap. Steph. 1. c.)

(758) Schneidewin, Diana Phacelitis et Orestes ap. Rheginos et Siculos, p. 15. Gotting. 1832.

(759) Vivenzio, Stor. del tremuoto delle Calabrie, p. 247.

(760) Appian. Civil. IV, 85.

(761) Romanelli, Topogr. t. I, p. 72.

(762) Homer. Odyss. Μ, 124. Αλλά μάλα σφοδρῶς ἐλάαν, βωστρεῖν δὲ Κραταιίν, μητέρα τῆς Σκύλλης.

(763) Plin. III, 10, 3. Oppidum Scyllaeum, Cratais fluvius, mater, ut dixere, Scyllae.

(764) Barr. Op. cit. p. 207. — Holsten. Adnot. in Cluver. p. 300.

(765) Homer. Odyss. M, 85 — 100.

(766) Strab. I, p. 43 sqq. — Oppian. Halieut. V, 355.

(767) Homer. Odyss. Δ, 404, 411.

(768)Palaephat. De incred. hist. c. 21.

(769)Strab. VI, p. 257.

(770)P. Mela, II, 4. Plin. III, 10, 3.

(771)Malaterra, De gest. Normann. II, 6.

(772)Plutarch. in Crasso. Cf. Flor. III, 20. Appian. Civ. I, 118.

(773)Logoteta, Il tempio d'Iside in Reggio p. 120.

(774)Itin. Antonin. XXVIII.

(775)Hecat. Fragm. XXXVII. Cf. Cramer, Descr. Of anc. Italy t. II, p. 426.

(776)Liv. XXXVI, 10.

(777)Romanelli, Topogr. t. 1, p. 78.

(778)Strab. VI, p. 256.

(779) Plin. III, 10, 3. — Polyb. I, 42. — Thucyd. VI, 1.

(780) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 301, 380. — Cf. Du Theil, Geogr. de Strabon. t. II, p. 308, not. (1), e (3).

(781) Steph. Βyz. ν. Καινὺς: Εςι καὶ πόλις Ιταλίας Καινύσιον.

(782) Ortel. Lex. geogr. v. CAENIS. — Cf. Pinedo, Adnot. in Steph. p. 344.

(783) Steph. Byz. v. Κανύσιον.

(784) Barr. Op. cit. p. 211. — Ferrari, Lex. geogr. v. COENISIUM. — Egli sembra che il Marafioti (Cron. di Calabr. p. 63) confondesse le rovine di Cenisio con quelle di Mallea, che pone sull'alto piano alla destra del promontorio Cenide.

(785) Plin. III, 14, 6. — Mart. Cap. VI, p. 208.

(786) Itin. Antonin. § XXVIII. — Plin. III, 10.

(787) Strab. III, p. 171.

(788) De bell. Civ. V, 85.

(789) Lin. 6. AD FRETVM. AD STATVAM CCXXXI.

(790) Il Cellario (Geogr. t. I, p. 734) credè tutt'uno la statua colla Stele, o la colonna.

(791) Paul. Diac. Hist. Langob. III, 31. Parla di questa statua anche Olimpiodoro (ap. Phot. cod. 80); ma con essa confonde la statua simile sul promontorio Peloro, ed Alarico con Autari.

(792) Strab. VI, p. 257.

(793) Callimach. ap. Tzetz. ad Lycophr. v. 743, 938. — Eustath. in Dionys. Perieg. v. 340, o v. 776. — Diodor. Sic. V, 7.

(794) Heraclid, De Polit. XXV.

(795) Pausan. III, 14.

(796) Raoul — Rochette, Hist. des Colon. t. III, p. 282.

(797) Æschyl. ap. Strab. VI, p. 258. — Cf. Plin. III, 10, 3. — Verr. Flacc. ap. Fest. V. RHEGIVM, — Isidor. Origg. XIII, 13, 3. Inde Ρήγιον nominatum, quia graece abruptum hoc nomine nuncupatur.

(798) Strab. VI, p. 258.

(799) Mazocchi, In Tabb. Heracl. p. 551.

(800) Flav. Jos. Antiqq. Iud. I, 6, 2.

(801) Morisani, Marmora Regina p. 11 — 17.

(802) Strab. XII, p. 565. — Plin. V, 40, 4. — Steph. Βyz. v. Ασκανία. — Cf. Bochart, Phaleg col. 173. — Il profeta Geremia (LI, 27) congiunge gli Ascenaz co' regni de' Minni ed Ararat, popoli dell'Armenia; e nello stesso Gioseffo gli Aschenassi sono confinanti a' Paflagoni ed ai Misii nell'Asia Minore. Il lago, il fiume e 'l seno Ascanio nella Bitinia (Ptol. V, 1, 4) danno anche a credere di leggieri che per Ascenez si abbia a intendere una regione fra il nord e l'ovest dell'Armenia (Floridi, Diss. stor. geograf. p. 117).

(803)Strab. VI, p. 257.

(804)Heraclid, De Polit. XXV.

(805)Pausan. IV, 4.

(806)Larcher, Canon Chronol. p. 592.

(807)Scymn. Ch. Perieg. v. 308. Diodor. Sic. XII, p. 314; XIV, 417. Eustath. Ad Dionys. Perieg. v. 340. Solin. cap. 2. Notum est Rhegium a Chalcidensibus constitutum.

(808)Pausan. IV, 23. Cf. ibid. 14.

(809)Antioch. ap. Strab. VI, p. 257. Strabone con errore riferisce la chiamata de' Calcidesi alla prima colonia.

(810)Pausan. IV, 23.

(811) Strab. VI, p. 258.

(812) Antioch, ap. Strab. VI, p. 257. Aristot. Polit. V, 12. — Heyne, Opusc. Acad. t. II, p. 270. — Sainte — Croix, Mém. sur la Legisl. Legisl. de la Grande Grèce; Acad. des Inscr. t. XIII, p. 312.

(813) Herodot. VI, 23. — Thucyd. VI, 3.

(814) Schol. ad Pind. Pyth. II, 34. — Giustino (XXI, 3) inesattamente ricorda soltanto il figlio di Anassila contro i Locresi, e lo nomina Licofrone.

(815) Heraclid. Polit. XXV. — Aristot. Rhet. III, 2. — Pollux, Onom. V, 75.

(816) Vedi p. 62.

(817) Herodot. VII, 170. — Diod. Sic. XI, 66. Pausan. Eliac. V, 26. — Justin. IV, 2. — Macrob. Saturn.

(818) Diod. Sic. XI, 76.

(819) Thucyd. IV, 1. — Justin. IV, 3.

(820) Heraclid, Pont. Polit. XXV. Mille cittadini vi reggevano la repubblica, eletti a norma della loro rendita,

(821) Aristot. Polit. II, 10. — Ælian. Hist. Var. III, 17. — Cf. Morisani, Op. cit. p. 39 — 42.

(822) Aristoxen. ap. Jamblich. Vit. Pythag. c. 35.

(823) Jamblich, Vit. Pythag. c. 7; cf. 27.

(824) Morisani, Op. cit. p. 48.

(825) Questo marmo, riferito dal Gualtieri (Tabb. Sic. et Bruti, p. LIV. n. 362), dal Muratori (Thes. Inscr. p. DXLV, n. 3), e dottamente illustrato dal Morisani (Op. cit. p. 62 seg.), vedesi tuttavia in Reggio sopra un muro della casa Plotino, e fu scoperto nella Torre della Battagliola (Politi, Cromica di Reggio p. 43).

(826) Aristot. Probl. L, 10. — Philostr. Vit. Sophist. II, 16. — A. Gell. XX, 3.

(827) Hesych. v. Πρόξενοι.

(828) Fu ritrovato nel 1548 presso le mura della città nella porta di Crisafo, ed è riferito dal Gualtieri (Tabb. Brutt. p. 54), dal Muratori (Thes. P. MLXXVI, n. 5), e dal Morisani (Op. cit. p. 59).

(829) Suid. ν. Νίκων.

(830) Thucyd. III, 86, 88.

(831) Osann, Sylloge graec. inscr. p. 11.

(832) Thucyd. VI, 44.

(833) Diod. Sic. XIV, 40, 87.

(834) Id. ibid. 100. — Aveva prima Dionigi tentato indarno d'impadronirsi della città; ma, date appena alle fiamme le porte, non potè che mettere a ferro ed a fuoco le ville e le vicine campagne.

(835) Diod. XIV, 107 — 112. — Cf. Strab. VI, p. 258.

(836) Strab. VI, p. 258.

(837) Diod. XVI, 45.

(838) Polyb. I, 7. —Diod. Sic. Ecl. XXII, 2. —Liv. Epit. XIV Val. Max. II, 7, 15. — Frontin. Strateg. IV, 1.

(839) Pollux, Onom. v. Απήνη.

(840) Echkell, Doctr. Num. Vet. t. I, p. 178, 221. — Basche, Lex. Numism. v. RHEGIVM. —Carelli, Catal. p. 145 seqq. — Millingen, Consid. p. 78 seg. — Avellino, Mus. BORB. t. VIII, tav. 61.

(841) Strab. VI, p. 258. — Appian. De bell. Civ. IV, 86.

(842) Ptol. III, 1, 9.

(843) Manut. Ortograph. p. 682. — Gualtieri, Tabb. Sic. et Brutt. p. LIV, n. 338. – Gruter. Inscr. p. CLXXIV, n. 7. — Fabretti, Inscr. p. 619. — Morisani, Op. cit. p. 266. Morcelli, Opp. t. I, p. 246.

(844) Vedi l'addotta iscrizione.

(845) Ivi.

(846) Cic. In Verr. IV, 60. — Il Politi (Cron. di Reggio p. 40) scrive che questa statua fu comperata per 12 mila ducati dal Duca di Mantova.

(847) Ps. Procl. Epit. de Orac.

(848) Id. ibid.

(849) Tali attribuzioni sono del Morisani (Op. cit. p. 482) e dell’Ab. Chaupy, che tali ruderi visitavano insieme. Da' vestigi stessi del tempio, consistenti in due porzioni di un gran circolo, congetturava il Saint—Non (Voyage pitt. t. III, p. 139), ch’era costruito nella forma di una vasta rotonda.

(850) Logoteta, Il tempio d’Iside e di Serapide illustr. Na p. 1794.

(851) Corsini, Fasti Att, III, 4, 6.

(852) Polyb. XIII, XV, 23 Liv. XLII, 45. — Meurs. Rhodus, 1, 19.

(853) Pausan. Corinth. II, 4.

(854) Pollux, Onomast. VIII, 9, 94. — Harpocrat. et Suid. v. Πρυτάνεις.

(855) Demosth. De Cor. — Pollux, Onomast. VIII, 15, 155. — Ammon. ap. Harpocrat. ν. Θόλος. –Hesych. v. Θόλος.

(856) Pindar. Nem. XI, 1. — Pausan. Att. 1, 18. — Pollux, Onom. I, 1, 4.

(857) Liv. XLI, 20. — Cic. De Orat. I, 54. Athen. VI, 8. — Cf. Spanhem. ad Callim, H. in Cer. 129, et in diatr. De numo Smyrn., seu de Vesta et Prytanibus Graecor. In Antiqq. RR. Graev. t. V. — Vandale, Diss. VIII in marmor. De Gimnasiarch. p. 595. — Schoemann, Antiqq. jur. publ. Graecor. p. 84, nota (8), e p. 216.

(858) Forse del tempo stesso di Augusto, poiché i Reggini vi sono detti Juliensi.

(859) Theophrast. Hist. Pl. IV, 7. — Plin. H. N. XII, 3.

(860) Lucian. Anacars.

(861) Strab. VI, p. 253.

(862) Mazocchi, In Tabb, Heracl. p. 551, nota (1). — Morisani, Op. cit. p. 43.

(863) Strab. VI, p. 260. — Pausan. VI, 6, 4.

(864) Olympiodor. ap. Phot. p. 181.

(865) Fragm. Vatic. iuris § 292, p. 248 ed. Buchholtz. Cod. Theod. VIII, 5, leg. 25. — Cassiod. Var. Epist. II, 15; III, 8, 46, 47.

(866) Antonini, Lucania P. I, p. 114, 116. Muratori, Thes. p. CLXI, n. 1. — Gruter. р. МXCIV, n. 3. — Gualtier, Tabb. Brutt. p. LXX, n. 223.

(867) Thegan. Comm. mss. ap. Morisani, Op. cit. p. 339.

(868) Scylax, Peripl. §. 12. Thucyd. IV, 24. — Justin. IV, 1.

(869) Herodot. VII, 176.

(870) Thucyd. VΙ, 44. Στρατόπεδόν τε κατεσκευασάντο ἐν τῷτῆςΑρτέμιδοςἱερῶ.

(871) Ps. Procl. Epit. de Orac.

(872) Questo celebre marmo, scoperto in Reggio nel 1727, e passato nelle mani del Dorville (Sicula t. II, p. 564), che a quel tempo viaggiava per le nostre contrade ed illustrava le antichità della Sicilia, fu divulgato la prima volta dal Burmanno; perchè, prevenuto dalla morte il Dorville, appena ebbe tempo di farvi piccole annotazioni. Fu poi illustrato dal Morisani con dotte osservazioni (Marm. Reg. p. 83 — 125).

(873) Senza ripetere il già detto circa i pubblici magistrati che v'intervennero, vi sono ricordati gli Aruspici (Ιεροσκοποί), il Vittimario (Θύτης), il Tubicine (Ιεροσαλπίτες), il sacro banditore (Ιεροκηριξ), il ministro delle cose sacre (Ιεροπαρέκτης), il Questore (Ταμίας), il suonatore di tibia (Σπονδαύλης), e l'ispettore del fumo e della fiamma (Κάπναύγης) ne' sacrifizii.

(874) Dorville, Sicula p. 560. — Castaldi, La Magna Grecia p. 76. —Garrucci, Op p. archeol. p. 80. —Usig. Carlo Guarna Logoteta, in un suo articolo sulla situazione del tempio, pubblicato nel giornale La Fata Morgana (A. III, n. 3, p. 21), ne diè solo la versione latina del dotto Arcidiacono Paturzo.

(875) Morisani, Op. cit. p. 89.

(876) Sallust. ap. Serv. In Aeneid. III, 400. OmnisItalia in duo scinditur promontoria in angustias coacta, Bruttium, et Sallentinum. —Cf. Mart. Ca p. VI.

(877) Cluver. Ital. antiq. p. 1300, —Cellar. Geogr. ant. 1. 1, p. 735.

(878) Strab. VI, p. 259.-Plin. III, 103.

(879) Cluver. Ital. antiq. p. 1299.—Holsten. Adnot. p. 392.—Du Theil, Geograph. de Strabon t. II, p. 316, nota (1).

(880) Cic. Philipp. 1, 3. — Cf. Ad Att. XVI, 7.

(881) Dionys. Perieg. v. 363. Βρέττιοι ἄνδρες.... ὅςον λευκὴν επὶ πέτρην.

(882) Strab. VI, p. 260. — Cononap. Phot. Cod. CLXXXVI.

(883) Diod. Sic. IV, 22. — Elian. Var. Hist. V, 9. — Pausan. VI, 6, p. 466. — Plin. XI, 27.

(884) Strab. VI, p. 360.

(885) Liv. XXX, 19.

(886) Scylax, Peripl. §XXXVIII. — Steph. Βyz. ν. Σιφαί. — Cf. Plin. IV, 4, 2. — Ptol. III, 15. — Pausania (IX, 32) la nomina Τίφαι, e credevasi la patria del costruttore della nave Argo(Apoll. Rhod. I, 103).

(887) Barr. Op. cit. p. 340. — Marafioti, Cron. cit. p. 284.

(888) Holsten. Adnot, in Cluver. p. 307.

(889) Graecum diploma ἀνέκδοτον nunc primumex Archiv. Castrovillari prolatum, illustr. a Iulio Minervino, p. 64: τὸν ημέ τερον ἄμπελον · τὸ ὅπερ ἔχομεν ἐν τῇ διακρατήσει τοῦ ἄσεως νέου Σουευῶν · ἐν τη τοποθεσια του Συφαίου. Neap. 1840.

(890) Bullett. Archeol. A. 1841, p. 128. 22

(891) Non ne parlò l'Antonini, tuttoché nel principio della sua Lucania (t. I, p. 2) avesse riferita la testimonianza di Scilace; e 'l Romanelli, per non aver l'obbligo di ragionarne, mutilò il passo del geografo, adducendolo in latino (Topograf. t. I, p. 11).

(892) Scylax, Peripl. § XII.

(893) Ital. antiq. p. 1318. — Il Gronovio (Adnot. in Scylac. p. 4) volle leggere Κλαμπετία in vece di Πλαταιεις, lezione ritenuta nella più recente edizione di Scilace (Recueil des Itineraires anciens, p. 323 Paris, 1845); ma il Gail, dotto editore de' greci geografi minori, serba la vera lezione del geografo.

(894) Raoul—Rochette, Hist. des Colon. grecques t. III, p. 164.

(895) Mazocchi, Prodrom. ad Heracl. Psephism. p. 101, nota 58.

(896) Steph. Byz. v. Σέστιος.

(897) Barri, Op. cit. p. 167.

(898) Hecat. Fragm. XXXVIII. — Cf. Suidas ν. Νιναια.

(899) Steph. Byz. v. Νινόη.

(900) Barri, Op. cit. p. 166. — Cf. Marafioti, Cron. cit. p. 278.

(901) Plin. H. N. XIV, 6.

(902)Hipp. Reg. ap. Athen. I, 27, 31.

(903)Barri, Op. cit. p. 165. — Marafioti, Cron. cit. p. 278.

(904)Marra, Stor. elle Fam. nob. p. 357.

(905)Tab. Peutinger. XXXVIII.

(906)Holsten, In Ortel. v. INTERAMNIUM.

(907) Romanelli, Topogr. t. I, p. 119. È questa ancora l'opinione del Lapie (Rec. des Itineraires anciens p. 213).

(908)Hecat. et Philist. ap. Steph. Byz. . .

(909)Barri, Op. cit. p. 167

(910) Liv. XXX, 19.

(911) Barr. Op. cit. p. 170. — Holsten. Adnot. in Cluver, p. 307.

(912) Itin. Antonin. § XXVIII. — Tab. Peutinger. § XXXVII.

(913) Plin. H. N. III, 20, 6.

(914) Barr. Op. cit. p. 170. — Lapie, Rec. des Itineraires anciens p. 31, 32, 213.

(915) Barr. Op. cit. p. 170.

(916) Liv. XXX, 19.

(917) Plin. III, 16, 7.

(918)Liv. XXX, 19.

(919)Polyb. ap. Steph. yz. v. . Cf. Sehweighauser ad Polyb. XIII, 10, 1.

(920)Ptol. II, 6, 71.

(921)Step. Byz. . .

(922)Barr. Op. cit. p. 171.

(923)Liv. XXX, 19.

(924)Hecat. Fragm. XXXIV.

(925)Steph. yz. . .

(926)Strab. IX, p. 434. Steph. Byz. . .

(927)Liv. XXXX, 19.

(928)Thes, inscr. cl. XV, p. 1094.

(929)Aceti in Barr. II, 5.

(930)Hecat. Fragm. XXX.

(931)Steph. Byz. v. .

(932) Itin. Antonin. § XXIX.

(933) Strab. VI, p. 255.

(934) Barri, Op. cit. p. 174. — Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 250. — Puglisi, Panoplia p. 12.

(935) Tab. Peutinger. § CXXV.

(936) Itin. Antonin. §XCII.

(937) Lex. ν. Βρέττος.

(938) Liv. VIII, 24

(939) Liv. XXVIII, 30.

(940) Id. XXIX, 38. — Cf. Appian. Annib. II, 56.

(941) Questa moneta, di un modulo diverso e di un più gran peso delle altre, sembra battuta in occasione di feste celebrate a Castore e Polluce.

(942) Magnan, Bruttia numism. — Mionnet, Descr. t. I, p. 179 segg. — Carelli, Catal. p. 120 — 126. — Millingen, Consid. p. 98 segg.

(943) Il suo Vescovo più antico, creduto il primo, è Palombo nel 590, a cui S. Gregorio scriveva alcune sue lettere (Epist. VII, 47).

(944) Grut. p. CCCCXXI, n. 3. — Murat. p. MXL.

(945) Romanelli, Top. I, p. 100.

(946) Strab. VI, p. 261. — Syla non dinotò altro che la selva, dal greco ὕλη aggiuntovi il ς, come in molte altre voci latine derivate dal greco, e p. e. super da ὑπέρ, superbia da ὑπερβία.

(947) Plin. III, 10, 3. Unde Rhegium duodecim M. D. pass. Inde Apennini Silva Sila.

(948) Virg. Æn. XII, 715.

(949) Thucyd. VI, 90. — Athen. V, 8.

(950)Dionys. Hal. Fragm. XX, 5.

(951) Strab. VI, p. 261. — Cf. Plin. XV, 7. — Colum. XII, 20. — Veget. Veter. IV. Galen. Antidot. II. — P. Ægin. De arte med. III. — Dioscor. I, 97.

(952) S. Greg. Epist. XII, 24, 25. — Cf. Barou. Annal. ad ann. 602, t. VIII, p. 136, § 17.

(953) Molto più estesa era nel XIV secolo, perchè nell'editto di re Roberto del 1333 ne cominciano i confini nel corso del fiume Arinta nelle vicinanze di Celico, e terminano al di sopra del fiume Tacina verso i monti Calistro e Spineto (V. Privilegi e capitoli della città di Cosenza p. 113).

(9) Lex. ν. Πανδοσία.

(954) Strab. VI, p. 255. Μικρὸν δ'ύπερ ταύτης (Κωσεντία) Πανδοσία, φρούριον ἐρυμνὸν.

(955) Scylax, Peripl. § XII.

(956) Strab. VI, p. 255.

(957) Grimaldi, Annali t. I, p. 153.

(958) Strab. VII, p. 324. — Demosth. De Haloneso p. 84. ed. Reisk. — Liv. VIII, 24. — Harpocrat. et Steph. Βyz. v. Πανδοσία. — Plin. IV, 1, 4. — Cf. Raoul—Rochette, Hist. des Col. t. I, p. 219, 231. — Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 55. — O. Muller, App. to the introd. of mythology p. 298.

(959) Vedi per tale usanza le dotte osservazioni del ch. Cay. Gargallo, Sopra un ant. bassorilievo di argilla (ANN. ARCHEOL. v. ΧΙΧ).

(960) Scylax, Peripl. cit. — Theopomp. ap. Plin. III, 15, 3.

(961) Lex. ν. Πανδοσία.

(962) Strab. VI, p. 256. — Justin. XII, 2. — Liv. VIII, 24. — Suidas, ν. Τόνος.

(963) Cluver. Ital, antiq. p. 1318.

(964) Barr. Op. cit. col. 173. — Marafioti, Cron. Dit. p. 267. — Aceti, Not. ad Barr.

(965) Ughelli, Ital. Sacr. t. VII.

(966) Prospero Parisio fu il primo ad indicarne tale sito. — Cf. Holsten. Adnot, in Cluver. p. 308. — Quattriman. Ad Barr. 1. c. — Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 102.

(967) L. M. Greco, Atti della VII adunanza degli Scienziati italiani p. 661 seg. Senza tener conto delle allegate ragioni, le quali per la situazione della città nel cennato sito paiono decisive, la sola testimonianza di Strabone, che la situa poco al di sopra (μικρὸν δ'ὑπερ) di Cosenza è sufficiente per dimostrare inverisimile l'opinione del Luynes, il quale la pone alla distanza non meno di 50 miglia, nelle vicinanze di Cerenzia (Recherch, sur la ville de Pandosia, ANN. ARCHÉOL. t. I, p. 10 segg.).

(968) Hocat. Fragm. XXXVI, ed. Muller.

(969) Id. Fragm. XXXV.

(970) Id. Fragm. cit.

(971) Hesych. v. Ιξιάς.

(972) Barr. Op. cit. col. 183. — Cf. Quattriman. Adnot.

(973) Steph. Byz. v. ΤΙΣΙΑ: Τισία, ὡς Α΄σία, πόλις Ιταλίας.

(974) Diod. Sic. Exc. lib. XXXVII, t. II, p. 540 ed. Wesseling. — Cf. not. 7 p. 541.

(975) Cluver. Ital. antiq. p. 1320.

(976) Bullet, archeol. di Roma. A. 1845, p. 16. Il sig. R. W. Stewart cedeva la detta medaglia al dott. Braun per farne uso nella pubblicazione delle Tavole numismatiche del Carelli.

(977) Steph. Byz. v. Α΄σία.

(978) Petit — Radel, Rech. sur les monum. cyclop. p. 8. — Raoul Rochette, Journal des Savans A. 1847, p. 505. —J. W. Danaldson, Varronianus p. 26.

(979) Lycophr. Alexandr. v. 1002 — 1007. — Cf. Tzetz, ad eumd. v. 995 — 998.

(980) Etym. M. ν. Κλήτη, p. 517, 54. Tzetz. ad Lycophr. v. 1002 — 1007. — Solino scriveva che i Crotoniati fondavano Cleta; ma egli scambiava la distruzione con la fondazione della città.

(981) Vedi p. 130.

(982) Plutarch. in Nicias, § V (ed. Car. Sintenis, Lips. 1841, t. II, p. 503), καὶ τῆς εἰς Ἰταλίαν ἀποικίας ἡγεμών γενό μένος, ἔκτισε Θουρίους.

(983) Barri, Op. cit. col. 263.

(984) Diod. Sic. XII, 22. — Cf. Strab. VI, p. 264.

(985) Egizio, De Bacchanalib. in praef. Giustiniani, Diz. geogr. t. IX, р. 178. Lupis, Elem, di Stor. t. VI, p. 143.

(986) Egizio, Op. cit. p. 169 seqq.

(987) IN DIEBUS X QUIBUS VOBEIS TABELLAI DATAI ERVNT FACIATIS UTEI DISMOTA SIENT IN AGRO TEURANO.

(988) Steph. Βyz. v. Μαλάνιος.

(989) Pinedo, Adnot. in Steph. p. 439, nota (4).

(990) È noto che la differenza tra μᾶλον e μῆλον sta solo nella pronunzia de' dialetti, e difficile mi sembra potersi piuttosto sostenere la derivazione del nome di Melanio da μέλας niger, per non dipartirsi dal modo come Stefano Bizantino scriveva il nome gentile della città istessa.

(991) Barri, Op. cit. col. 188.

(992) Steph. Byz. v. Τίσια.

(993) Appian. Annib. VII, 44.

(994) Tab. Peutinger. § XXXII.

(995) P. Mela II, 4. — Plin. III, 10, 3. — Таluni scrivono che ne faccia pur menzione Stefano Bizantino col nome di Ταυρανία; ma egli intendeva forse più probabilmente Taurania, città della Campania.

(996) Cato ap. Valer. Prob. In Georg. Virg.

(997) S. Greg. Epist. I, 40, 41.

(998) Petri Episc. Vit. S. Fantini I, 4. ap. Bolland. 24 Iul.

(999) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 299. Capialbi, Mem. della Chiesa Milet. p. 117.

(1000) Grimaldi, Annali t. I, p. 150.

(1001) Strab. VI, p. 261. — Magnan, Bruttia numism. p. 7.

(1002) Steph. Byz. v. Μαμέρτιον.

(1003) Plutarch. in Timoleon. — Cf. Grimaldi, Annali t. III, p. 10.

(1004) Polyb. I, 8. — Diod. Sic. XXI, 13. Fest. v. Mamertini.

(1005) Magnan, Op. cit. ibid.

(1006) Pellerin, Recueil t. I, p. 54. — Cf. Mazocchi, In Tabb. Heracl. p. 541, 549.

(1007) Barri, Op. cit. col. 185.

(1008) Cluver. Ital. antiq. p. 1320. — Cf. D'Anville, Geogr. anc. p. 58. Romanelli, Topogr. t. I, p. 101.

(1009) Grimaldi, Annali t. I, p. 151.

(1010) Tab. Peutinger. § XXXII.

(1011) Itin. Antonin. § XXVIII.

(1012) Itin. Antonin. XXIX.

(1013) Pratilli, Via Appia p. 434.

(1014) Gruter. p. CXCIX, n. 1. — Gualther. Tabb. Brutt. p. 78 — Cf. Morisani, Marm. Reg. p. 226.

(1015)Saint-Non, Voyage pitt. t. III, p. 132. — La colonna, di giallo antico, sostiene la pila dell'acqua santa nella chiesa di Mélito. L'iscrizione vi fu posta verso il 335 in onore di Costantino, e de' Cesari Delmazio, Crispo e Costantino, il primo nipote, gli altri figli dell'Imperatore. Il nome di Delmazio v'è in parte cancellato, perchè l'imperatore Costante facevalo morire con l'altro nipote Annibaliano re dell'Asia Minore, accusandoli falsamente dell'avvelenamento di Costantino.

(1016)Itin. Antonin. § XXX.

(1017) Vedi p. 119.

(1018) Strab. VI, p. 253.

(1019) Scymn. Ch. Perieg. v. 305 — 6. Ελληνικὰς γοὖν παραθαλαττίους ἔχει πόλεις Τέρινανπρῶτον·

(1020) Plin. III, 15, 1. — AA Locris Italiae frons incipit, Magna Graecia appellata, in tres sinus recedens Ausonii maris.

(1021) Ptol. Geogr. III, 1, 10.

(1022) Sil. Ital. XI, 20 sqq. Ora vadosi — Litoris,Argivos major qua Graecia muros — Servat, et lonio lutur curvata profundo.

(1023) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p, 47. Avellino, Saggio sull’estensione della M. Grecia, negli Atti dell’Accad. Pontaniana t. II, p. 281 segg.

(1024) Scymn. Ch. v. 302. — Strab. VI, p. 253. — Athen. XII, 5, p. 523 Jamblic. Kit. Pyth. c. 29.

(1025) Justin. XX, 2. — Liv. XX, 7 — Fest. v. M. GRASCIA.

(1026) Plin. IV, S. — J. Crisost. Homel. I in Johann.

(1027) All'opinione di questi scrittori quasi si accosta Pesto, il quale scrive: Maior Graecia dicta est Italia, quod eam Siculi quondam obtinuerunt: vel quod multae magnaeque civitates in eafueruntex Graecia profectae (p. 134 ed. Muller). Questo scrittore, o Verrio Fiacco che compendiava, tenne tutt'uno la Magna Grecia e l’Italia primitiva, lo stesso che l'Enotria, ed afferma i Sicoli come gente greca, perché per tale si consideravano anche i popoli che dalle contrade prossime alla Grecia nelle nostre regioni si trapiantarono.

(1028) Himer. Soph. Orat. XI, J I. P. II, p. 572 ed. Wernsdorf.

(1029) Questa opinione, già sostenuta dall'Arduino (Adnot. in Plin. III, 15, 1), e riprodotta senza esame da uno scrittore più recente (Micali, Italia av. il dom. de Romani t. I, p. 251), è la più erronea di tutte, e per le descrizioni che della Magna Grecia ci lasciarono gli antichi non si può in niun modo sostenere. Vero è che a provarla De la Martinière (Dict. Geograph. v. GRANDE GRECE) adduceva le osservazioni astronomiche della R. Accademia di Parigi nel 1714, e quelle del Ver non fatte in diverse parti detta Grecia propriamente detta, ed il De l'Isle pubblicava una carta dell'Italia e della Grecia secondo i migliori geografi ed astronomi (Mem. de l'Acad. des Sciences, A. 1714, p. 175). Ma in questa carta l’estensione della Magna Grecia è aumentata, il mare che divide l’Italia dalla Grecia molto ristretto, come anche quello che l'Italia separa dall’Africa, e però sminuita di molto la Grecia orientale; e per applicare alla nostra Grecia le misure astronomiche già dette fu forza supporre che non solo abbracciasse la parte orientale della penisola Brezia con le prossime contrade, nelle quali propriamente si estendeva, ma la Messapia ancora, la Daunia, il Sannio in Campania, e finanche il Piceno, e però tutte le nostre regioni, dal Tronto allo stretto; la quale falsa opinione se non può tollerarsi in talune opere della più recente geografia, molto più dispiace incontrarla nelle più classiche, come è quella del Wilkins, il quale sotto il nome delle antichità della Magna Grecia (The antiquities of Magna Graecia, Cambridge 1807 in fol.) non descrive che gli avanzi de' templi di Posidonia, e delle più celebri città della Sicilia, Siracusa, Agrigento, Selinunte ed Egesta.

(1030) Plaut. Trucul. li, 655. Hem mea voluptas, attuli eccam — Pallulam ex parva Graecia tibi.

(1031) Mazocchi, Prodr. ad Heracl. Psephism. p. 20 sqq. — Alla divisata Grecia minore accennerebbe secondo lo stesso insigne archeologo il nome di Grecia senz’altro aggiunto usato da Varrone e Cicerone, il primo dove paria della città di Arpi (De R. R. II, 1.), e l’altro della generosa usanza di accordare la cittadinanza ad uomini cospicui e benemeriti (Pro Arch. c. 5).

(1032) Serv. ad Æn. Ι, 573. Μεγάλη enim Ελλᾶς appellata est Italia: quia a Tarento usque ad Cumas omnes civitates Graeci condiderunt. — E Massimo Tirio (Diss. XIV, 2.) considerò Cuma nella Magna Grecia, perchè poneva in essa il lago Aorno od Averno.

(1033) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 58.

(1034) Strab. VI, p. 253.

(1035) Diodor. Sic. V, 6.

(1036) Liv. XXI, 7. — Cf. Polyb. III, 117.

(1037) Qui termina per alcuni geologi la catena degli Appennini, che per altri si estende sino al litorale occidentale della Calabria Citra (39° 24' circa di latitudine settentrionale). E nel senso geologico e sotto il rispetto topografico si erra nell’ammettere una cresta non interrotta sino all'estremità della penisola, giacche la catena, anche prolungata oltre il punto ove il geologo ne riconosce il termine, è bruscamente interrotta dall'istmo di S. Eufemia.

(1038) Vedi p. 115 segg.

(1039) Tchihatchoff, Op. cit. p. 82 segg.

(1040) Tchihatchoff, Op. cit. p. 23.

(1041) Id. ibid. p. 43, 63.

(1042) Tchihatchoff, Op. cit. p. 92 segg.

(1043) Id. ibid. p. 153.

(1044)Tchihatchoff, Op. cit. p. 98.

(1045)Strab. VI, p. 253. .... .

(1046)Vedi p. 21.

(1047)Aristot. Polit. VII, 10. . — Cf. Antioch. ap. Strab. VI, p. 255.

(1048) Aristot. Polit. VII, 10. Ωκουν δὲ Χώνες την καλουμένην Σύριτιν. — Cf. Antioch. l. c. — Lycophr. v. 983.

(1049) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 55.

(1050) Strab. XIV, p. 654.

(1051) Strab. VII, p. 323. — Cf. Steph. Byz. v. Χαονία. — Cf. Raoul Rochctte, Hist. des Col. 1. I, p. 228.

(1052) Per non aver fatta tale osservazione, il Du Theil (Geogr. de Strab. t. IV, p. 329, nota 2) preferiva la lezione Χωνία a quella di Χαονία nel citato luogo di Strabone, lezione seguita anche da Tzschucke.

(1053) Steph. Byz. v. Χίος. — Perciò il nome di Pelargi divenne sinonimo di villici (Cic. De Fin. Il, 4), né per altra ragione io credo che Apollonio Rodio (Argonaut. III, 1322) dicesse pelasgico il pungolo, col quale l'aratore sprona i buoi alla fatica. — Pe’ Pelasgi servi della gleba degli Fileni vedi del resto Vittor. Par. Lect. 1, 20, ed una nota del Meineke, ad Euphor. Fragm. p. 141.

(1054) Lycophr. Alex. v. 922.

(1055) Vedi t. I, p. 458 seg.

(1056) Dionys. Perieg. ν. 347. φύλαΠελασ γῶν, Οἱ ποτε Κυλλήνηθεν ἐφ' Εσπερίην ἅλαβάντες, Αὐτόθι νηήσαντο σὺν ἀνδράςι Τυρρηνοῖσι.

(1057) Dionys. Hal. Antiqq. R. 1, 9, 13.

(1058) Polyb. XII, 5. — Thucyd. VI, 2.

(1059) Accii Erigon. Fragm. Poett. Vet. p. 23 ed. Steph.

(1060) Il fiume fu certamente nominato dalla specie di questi piscicoli, noti a' Latini col nome di Halec, che propriamente dinotò ogni specie di salsume, perchè composto forse in origine di tal generazione di pesci (Plin. XXXI, 8, 44. — Cf. Isidor. Origg. ΧΙΙ, 6).

(1061) Thucyd. III, 99. Περιπόλιον αἱροῦσιν ὃ ἣν ἐπὶ τῷ Αληκι ποταμῶ.

(1062) Diodor. Sic. Bibl. XII, 54.

(1063) Pollux, Onomast. IX, 4. p. 987 ed. Amstelod. — Kuhn, Adnot. v. Περιπόλια.

(1064) Sestini, Lett. numism. t. III, p. 25.

(1065) Macri, Osserv. agli Annali del De Meo, p. XVII, n. 38.

(1066) Thucyd. III, 115.

(1067) Macri, Op. cit. p. XVII, n. 40.

(1068) Luynes, Ruines de Locres; Ann. De l'Inst. Archéol, t. II, p. 5, nota 5.

(1069)Aristot. De mundo t. I, p. 606. Timost. ap. Agathem. II, 12. Senec. Nat. quaest. V, 16. Plin. II, 46, 2.

(1070)Vedi p. 168.

(1071)Pausan. Eliac. Post. VI, 6. lian. Var. hist. VIII, 18.

(1072)Thucyd. III, 103.

(1073)Strab. VI, p. 259.

(1074)Barr. Op. cit. col. 234.

(1075)Itin. Antonin. . XXX

(1076) Strab. VI, p. 259.

(1077) Plin. III, 10, 4. — Cf. III, 1, 3.

(1078) Strab. l. c.

(1079) Gualtiero ap. Fiore, Calabr. illustr. p. 163.

(1080) Itin. Antonin. § XXX.

(1081) Ducange, Glossar. v. MOTA, МОТТА, ΡΟΥΡΙΑ.

(1082) Liv. XLII, 48. Acceptis a sociis navibus, ab Rheginis triremi una, ab Locren sibus duabus, ab Uritibus quatuor.

(1083) Arditi, Illustr. di un vaso locrese p. 55. — Eckhel, Doctr. N. V. p. 183 — Lanzi, Saggio di L. E. p. 606. — Sestini, Lett. num. t. VI, p. 6.

(1084) Si dilunga dal vero il Romanelli (Topogr. t. I, p. 143) che a questa città attribuisce la tradizione di Varrone serbataci da Probo (Ad Virg. Eclog. VI) della colonia d'Idomeneo, ch'egli ripete nella descrizione d'Uria nella Japigia, alla quale veramente si appartiene.

(1085) Macri, Op. cit. p. XXXI, n. 71.

(1086) Conon. Narrat. III, p. 4. ed Kanne.

(1087) Ephor. a p. Strab. VI, p. 259. — Virg. III, 399. — Ovid. Metam. XV, 705. — Pausan. III, 19, 12 — Cf. Mazocchi, In Tabb. Heracl. p. 30. — Heyne, Opp. Acad. t. II, p. 46. — Secondo Virgilio ne sarebbero stati fondatori propriamente i Locresi di Narida, nota città de' Locresi Opunzii (Strab IX, p. 425. — Steph. Byz. v. Náρυξ. — Serv. ad Virg. 1. c.), ed a crederne Ovidio, non Locri, ma Naricia avrebbero nominato la città istessa.

(1088) Polyb. XII, 5, 9, 10, 11.

(1089) Dionys. Perieg. v. 365. — Cf. Eustath. ibid.

(1090) Siccome i Locresi Opunzii o orientali prendevano nome da Opunte loro metropoli, cosi gli occidentali od Ozoli furono nominati dalle fetide esalazioni della collina Tafiaso (Strab. IX, p. 425, 426).

(1091) Polyb. XII, S. — Cf. Serv. ad Æn. III, 393. — Schol. ad Hom. Il. B, 527, ed. Villoison.

(1092)(1) A confermar tale origine il Neumann (Num. ined. p. 34 sqq.) notava ingegnosa mente i tipi di Pallade e del Pegaso delle monete di Locri, identici a quelli di Corinto d’onde passava una colonia a Corcira.

(1093) Plutarch. Quaest. Graec. c. 18. — Cf. Schweighauser ad Athen. II, 33.

(1094) Euseb. Chron. ad 01. XVIII, p. 331 ed. Maii. — Cf. Raoul Rochette, Hist. des Colon, t. III, p. 193.

(1095) Pausan. III, 3, 4.

(1096) Strab. VI, p. 270.

(1097) Scym. Ch. v. 277.

(1098) Il Raoul Rochette, che sostiene tale identità, ricorda in proposito il culto de' Locresi verso i Dioscuri, numi particolari di Sparta e di Argo, ed effigiati sulle monete di Locri i soccorsi che i Locresi nella guerra contro i Crotoniati chiedevano agli Spartani a titolo dell'origine comune (Justin. XX, 2); ed infine che nella guerra di Sicilia i Locresi parteggiarono pe Dorii (Thucyd. VI, 44).

(1099) Pausan. III, 3, 1. — Cf. Dionys. Hal. Arch. R. II, 59.

(1100) Strab. VI, p. 259.

(1101) Raoul Rochette, Hist. cit. t. III, p. 195.

(1102) Aristot. ap. Schol. Pindar. Ol. X, 17.

(1103) Plat. De leg. I, p. 638.

(1104) Strab. VI, p. 261. — Iustin., XX, 2, 3.

(1105) Pind. Pyth. II, 34 sqq.— Cf. Schol. P. 1, 99.

(1106) Thucyd. UI, 99, 115 — Diod. Sic. XII, 54.

(1107) Aristot. Polit. V, 7 — Cf. Diod. XIV, 43.

(1108) Diod. Sic. XIV, 105, 107.

(1109) Iustin. XXI, 2, 3. — Strab. VI, p. 259. — Cf. Aristot. Rhet. II, 15. — Clearch. a p. Athen. XII, 11. — Allian. Var. Hist. IX, 8.

(1110) Millingen, Consid. p. 68. — La testa di Giove che vi è rappresentata, come osserva il citato nummologo, è chiaramente imitata da quella di Giove Liberatore (ΖΕΥΣ ΕΛΕΥΘΕΡΙΟΣ) che si vede sulle monete di Siracusa, battute in memoria della scacciata di Dionigi per opera di Timoleone, e dell’avventurosa rivoltura che vi ristabiliva la libertà.

(1111) Vedi questo epigramma illustrato dal Bentley (Diss. in Phalar. p. 198).

(1112) Appian. Fragm. XII, 1, 2.

(1113) Cic. De Nat. D. III, 34. — Val. Max. I, 1.

(1114) Appian. Fragm. XII, 2. — Dionys. Hal. Fragm. XIX, 9, 10. — Diod. Sic. Fragm. XXVI, p. 570 Wessel. — Liv. ΧΧIΧ, 18.

(1115) Oros. IV, 10.

(1116) Liv. XXII, 61; XXIII, 30, 41.

(1117) Liv. XXIV, 1.

(1118) Liv. XXVII, 25; XXIX, 6 seqq.

(1119) Liv. XXIX, 1622. — Diod. Sic. XXVI, 15.

(1120) Eckhel, Doctr. N. V. 1. 1, p. 176.

(1121) Questo marmo, bellamente scolpito, ha in uno de' lati un ramo di palma, una bipenne, una cesta ed una patera: l’iscrizione si contiene in un ornato di alloro di eccellente lavoro; la parte posteriore manca. Questo prezioso frammento si conserva a Gerace nella bottega di un artigiano (Luynes, Ruines de Locri negli Annali dell'Instituto t. II, p. 12).

(1122) Polibio EcL XII, 3.

(1123) Arist. Polit. V, 6, 7.

(1124) Liv. XXIII, 30. Prodita multitudine a principibus, Cf. XXIX, 6.

(1125) Polyb. XII, 16.

(1126) Polyb, XII, 5, 7. — Boeckh, Ad Pind. Olym p. IX, 15 — C. O. Muller, The Dorians t. II, p. 239.

(1127) Diog. Laert. VIII, 66. — Sturi, Empedocles p. 108.

(1128) Pind. Olym p. X, 17 $ XI, 13.

(1129) Aristot. Polit. II, c. ult. — Jamblich. vit. Pyth c. 30.

(1130) Plat. De LL. I, p. 638. — Procl. in Tim. p. 22. — Demostn. Timocr. p. 480. — Strab. VI, p 259. — Ælian. Var. Hist. II, 37.

(1131) Se ne contano due di oro, 102 di argento, 176 di rame.

(1132) Zaleuco, secondo il solito stile degli antichi, aveva avute le leggi da Minerva (Chamael. Heracl. et Aristot. a p. Clem. Alex. Strom. 1, p. 352), ed il Muller (Op. cit. t 11, p. 238) il culto di entrambe le dee crede derivato da’ Siracusani originarii di Corinto.

(1133) Eckhell, Doctr. N. K. 1. 1, p. 176. — Carelli, Catal. p. 14144. — Avellino, Mus. BORB. t. VI, tav. 64. —. Pellicano, Catalogo delle ant. monete locresi, Nap. 1834. — Millingen, Consid. p. 67 segg.

(1134) Asseman. De reb. Neap. et Sic. t, IV, 6, 26. — Morisan. De Protop, X, 12.

(1135) Chron. Cav. ad ann. 915.

(1136) Porphyr. De Them. II, 10. — Lup. Protos p. ad ann, 986. — Altri scrivono che Hierax si nominasse la detta cresta inaccessibile, d’onde venne il nome di Gerace alla città nuova.

(1137) Chron. Saracenico — Calabr. ad ann. 930, 954.

(1138) Strab. VI, p. 259, ἵδρυται δὴ πόλις Επ'οφρύος, ὴν Ἐσῶπιν καλουσι. — La posizione della città è anche descritta accurata, mente dallo Scoliaste di Pindaro (Ad Olymp. Od. X, 17).

(1139) Liv. XXVII, 26.

(1140) Liv. XXIV, 1.

(1141) Liv. XXIX, 7.

(1142) Liv. XXIV, 3.

(1143)Justin. XXI, 3. Il sito di questo tempio parmi diverso da quello, del quale il Craven (Tour through the south. prov. f Kingdom of Naples p. 284), accenna il peribolo di grosse pietre e di greco lavoro in un oliveto, e di cui un patrio antiquario d le dimensioni in 400 palmi di lunghezza, e 152 di larghezza.

(1144)Strab. VI, p. 259, ,

(1145)Luynes, Ruines de Locres; Annales de l'Institut Arch. t. II, p. 1-12.

(1146)Liv. XXIX, 18.

(1147) St. Non, Voyage pitt. t. III, p. 124. — Cf. Macri, Lett, sull'ant. Locri in fin. delle Osserv. agli Ann. del De Meo, P. XLV. Oltre delle infinite monete molti vasi figurati e di alabastro, una statuetta di Apollo di stile arcaico, due torsi di marmo pentelico rappresentanti forse due guerrieri o atleti, un pavimento musaico, idoletti, bassirilievi, piombi e mattoni con sigle si sono scoperti presso la torre di Pagliapoli, o Palepoli (la città vecchia), specie di faro costrutto alla riva del mare nello stile de' Greci del basso impero.

(1148) Macri, Sidernografia p. 340 seg.

(1149) Scylax, Peripl. § XCIX. Cf. Steph. Byz. ν. Σίδαρους.

(1150) Vedi p. 132.

(1151) Barr. Op. cit. col. 236. — Cf. Holsten. Adnot. in Ortel. v. BUTHROTUS.

(1152) Liv. XXIX, 7.

(1153) Strab. VII, p. 324. Plin. IV, 1, 4.

(1154) Teucr. Cyzic. ap. Steph. Byz. ν. ΒουΟρωτός.

(1155) Dionys. Hal. Antiqq. R. I, 42. — Virg. Æn. III, 293.

(1156) Pouqueville, Voyage de la Grece t. II, p. 39.

(1157) Lupis, Elem. di Stor. t. VI, p. 189.

(1158) Raoul Rochette, Hist. des Colon. t. I, p. 231 nota.

(1159) Thucyd. III, 5.

(1160) Steph. Byz. v. Ι'των.

(1161) Homer. Iliad. B, v. 696. — Strab. IX, p. 435. Steph. Βyz. v. Ι'των.

(1162) Epist. II, 25.

(1163) Fiore, Calabria illustr. p. 86. — Cf. Grimaldi, Studii Archeol. p. 39.

(1164) Thucyd. III, 5.

(1165) Vedi p. 188.

(1166) Ptol. III, 1,10. Λοκρὶ πόλις. Λουκανού ποταμού εκβολαί.

(1167) Plin. III, 15, 1. In ea oraflumina innumera, sed memoratu digna Locanus, Sagra. La più comune lezione è: Alocris Sagra; ma non solo gli antichi comentatori del geografo preferiscono la prima che si accorda colla testimonianza di Tolomeo, ma la stessa lezione ancora s'incontra ne' mss.

(1168) Itin. Antonin. § XXX.

(1169) Vedi ne’ Lessici latini i diversi significati della voce SUBSECIVUS.

(1170) Ovid. Metam. XV, 705. Romechiumque legit, Caulonaque, Naryciamque.

(1171) Strab. VI. p. 261 — Cic. De Nat. D. II, 2j III, 18. — figli sembra che Giustino (XX, 2) disconvenga da Strabone soltanto nel numero de' Crotoniati che dice 120 mi la, perché si può intendere de' Reggini collegati il numero di 8m. di più che attribuisce a Locresi.

(1172) Swimburne, Travels in the two Sicilies 1. 1, p. 338. — Cf. Romanelli, Top. t. I, p. 161.

(1173) Strab. VI, p. 261. μετὰ δὲ τὴν Σά γραν 'Αχαιῶν κτίσμα Καυλωνία. – Plin. III, 15, 1. Cocinthum... Dein sinus Scyllaceus.

(1174) Itin, Antonin. § XXX. Scylacis (al. Scylacio). Cocinto XXII.

(1175) Lycophr. Alex. v. 993. 1004. — Cf. Tzetz. ibid. Etym. Μ. ν. Κλειτή. — Steph. Βyz. ν. Καυλωνία. — Serv. ad Æn. III, 533.

(1176) Luynes, Sur les monn. incus, de la Grande Grèce, Nouv. Ann. de l'Inst. Archéol, t. I, p. 417 — 18.

(1177) Raoul Rochette, Numismatique tarentine in fin. — Cf. Froelich, Animadv. in quosd. num. vet. p. 15.

(1178) Scymn. Ch. Perieg. v. 317.

(1179) Strab. VI, p. 261.

(1180) Pausan. VI, 3, 12. Οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο αὐτῆς Τύφων Αἰγιεὺς.

(1181) Hecat. Fragm. LII.

(1182) Scymn. Ch. v. 320 — 21. — Strab. VI, p. 261.

(1183) Vedi gli autori citati nella nota (2) di questa pagina.

(1184) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 52728. Jannelli, Tentam. hermeneut, in Hierograph, crypt. p. 77 — 80.

(1185) Pausan. VII, 25, 5. — Plin. VIII, 50.

(1186) Id. ibid., 25, 7.

(1187) Muller, Archeol. § 359; — Cf. The Dorians t. II, p. 282. — Cavedoni, Bullett. Archeol. A. 1840, p. 171. Il detto tipo si è pur spiegato per Bacco (Avellino, Opusc. t. II, p. 108 segg.), e per Apollo con Aristeo (Luynes, Nouv. ANN, de l'Instit. Archeol. t. 1, p. 426).

(1188) Polyb. II, 39.

(1189) Diod. Sic. XIV, 106.

(1190) Hygin. ap. Serv. ad Æn. III, 553.

(1191) Diod. Sic. XV, 14. — Pausan. VI, 3, 5.

(1192) Diod. Sic. XVI, 11. — Plutarch. in vit. Dion. § XXVI. –Cf. Raoul Rochette, Hist. cit. t. III, p. 191.

(1193) Una cicogna, un ramo di ulivo, una foglia di quercia, una colonna, un'ara con un toro giacente, due delfini, un cigno, un diota.

(1194) Carelli, Catal. p. 139—41. — Swinburne, Travels t. I, p. 339. — Millingen, Consid. p. 29.

(1195) Pausan. VI, 3, 1.

(1196) Strab. VI, p. 261.

(1197) Steph. Βyz. ν. Καύλωνία.

(1198) Liv. XXVII, 12, 15.

(1199) Plutarch. in Fab. Max. § XXII. — Cf. Heyne, Opp. Acad. t. II,p. 204.

(1200) Strab. VI, p. 261. ἔσι δέ ἔρημος.

(1201) Plin. III, 15, 1. Locanus, Sagra, et vestigia oppidi Caulonis.

(1202) Polyb. X, 1.

(1203) Porphyr. in vit. Pythag. c. 55. Kiessling.

(1204) Lupis, Stor. univ. t. VI, p. 231.

(1205) Hesych. v. Ομαρεῖν.

(1206) Pausan. VII, 24, 2. — Cf. Schweighäuser ad Polyb. II, 39.

(1207) Boeckh, Corp. Inscr. gr. n. 1624. — Cf. Welcker, Syll. epigr. graec. p. 277.

(1208) Crea, Del vero sito della città di Caulonia p. 12.

(1209) Crea, Op. cit. p. 12-14. — Cf. p. 19.

(1210) Plin. III, 15, 1.

(1211) Sono anche note le isole Mystus sulla costa dell'Etolia (Plin. IV, 19, 2).

(1212) Steph. Byz. ν. Μυστία.

(1213) S. Greg. Epist. V, 9.

(1214) Lupis, Stor. univ. t. VI, p. 233. L'opinione del Cluverio, seguita da altri topografi, che fosse a Monasterace, si fonda sulla descrizione di P. Mela, la quale sembra meno esatta di quella di Plinio.

(1215) P. Mela II, 4. Tertius (sinus) inter Zephiriumet Bruttium Consilinum, Cauloniam, Locrosque circumdat. — Cf. Plin. III, 15, 2. — Vedi il dotto esame di questo punto dell'antica topografia patria negli Opusc. del ch. Avellino(t. III, p. 142 segg.).

(1216) Avellino, Opusc. cit. t. III, p. 147, 149. — Le tre lune falcate poste sotto il fulmine sembrano alludere al nome ΚΩΣΙλιלשכ, per la consonanza con la greca voce ΣΕΛΗΝΗ, come la larva Gorgonea simboleggia la Luna nelle monete dell'etrusca città di Populonia, per allusione a PVP — LVNA (Cavedoni, Spicileg. numism. p. 20).

(1217) Lupis, Elem, di Stor. univ. t. VI, p. 234.

(1218)Itin. Antonin. XXX.

(1219)Barr. De antiq. et sit. Calabr. ol. 258. Cf. Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 589.

(1220)Crea, Del vero sito di Caulonia p. 12.

(1221)Polyb. I, 6. — Polyen. Strateg. V, in Agatocl. 2.

(1222)Diod. Sic. XIV, 103-105. — Cf. Swinburne, Travels in the two Sicilies t. I, p. 337.

(1223)Itin. Antonin. XXX.

(1224)Plin. III, 15, 2. Consilinum castrum, Cocinthum, quod esse longissimum Italiae promontorium aliqui existimant. Dein sinus Scyllaceus.

(1225)Polyb. II, 14.

(1226)Plin. III, 16, 2. Hydruntum.... ad discrimen Ionii et Adriatici maris.

(1227)Ovid. Metam. XV, 704. Dextra praerupta Cocinthia parte. A chi naviga dalla Japigia verso il Cocinto, il promontorio rimane a destra, secondo la descrizione del poeta, e per prima mal vi si leggeva Ceraunia, che nell'Epiro stava a sinistra.

(1228)Vedi p. 228, nota (2).-Strab. VI, p. 261. Μετὰ δὲ τὸ Σκυλλήτιου ἡ Κροτωνιᾶτις χώρα καὶ τῶν Ιαπύγων ἄκραι τρεῖς.

(1229) Cassiodor. Variar. XII, 15.

(1230) Plin. III, 15, 1. Amnes ibi navigabiles: Caecinos, Crotalus. Questa lezione, eh è quella dell’Ermolao, preferisco alle altre, e che l'Arduino indarno disapprova, anche perché presso il fiume era la città dello stesso nome.

(1231) Plin. III, 8, 1 Vada Volaterrana: fluvius Cecinna, Populonium Etruscorum,

(1232) Ruckert, Op. cit. p. 69.

(1233) P. Mela, II, 4.

(1234) Philist. a p. Steph. Byz. v. Kafrvov.

(1235) Cluver. Ital. antiq. p. 1305. — Cf. Pinedo, Ad Steph. p. 344.

(1236) Barr. Op. cit. III, 16 — Cf. Holsten. Adnot ad Cluver, p. 303.

(1237) Ptol. III, 1, 75. Μεγάλης Ελλάδος μεσόγειοι, Πετηλία, Αβυστρου (ή Αβρυστον).

(1238) Plin. III, 15, 3. Mediterranei Brutiorum Aprustani tantum.

(1239) Romanelli, Topogr. cit. t. I, p. 189. Cf. Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 31.

(1240) Giustiniani, Diz. geogr. t. I, p. 226.

(1241) Plin. III, 15, 1. Dein sinus Scyllaceus: et Scylacium, quem locum occurrens Terinaeus sinus peninsulam efficit: et in eaportus, qui vocatur Castra Hannibalis, nusquam angustiore Italia: XX M. pas. suum latitudo est.

(1242) Vedi t. II, p. 81, 473.

(1243) Tab. Peutinger. § XLI.

(1244) Id. passim.

(1245) Mannert, Die Geogr. der Griechen u. Romer t. IX, P. II, p. 198.

(1246) Lupis, Op. cit. t. VI, p. 252 — 53.

(1247) Strab. VI, p. 261.

(1248) Ovid. Met. XV, 701. Linquit la pygiam, laevisque Amphissia remis — Saxa fugit.

(1249) Ortel. Thes, geogr. v. AMPHISSA.

(1250) Macri, Osserv. cit. p. 114. — Una bolla di Papa Pasquale II del 1110 riferita dall'Ughelli (Ital. Sacr. t. X, p. 429) nomina i coloni, seu praedia de Palaepoli, sive Roccella tra' fiumi Croclea (l'odierno Crocchio) ed Alaro in vece di Alaca.

(1251) Pausan. X, 38, 4. Α'μφισσα μεγίστη καὶ ὀνομαστότατη πόλις τῶν Λοκρῶν, κ. τ. λ. — Steph. Βyz. v. Αμφισσα: πόλις Οζόλων Λοκρῶν. Εκλήδη δὲ διὰτὸ εμπερίχεσθαι τοὺς ὄρεσι τοῖς παρακειμένοις. Cf. Strab. IX, p. 427. La stessa origine non avvertita dagli altri scrittori accennava il Barri (Op. cit. p. 254), ma confondeva la Roccella a 12 miglia da Gerace con quella presso Squillace.

(1252) Amato, Mem. stor. di Catanzaro, p. 3 — 13. — La più volgare etimologia del nome di questa città si ripete dall'esser posta sopra di un monte, da καθίζω sedeo, ed ὄρος mons, pronunziato ἀρος nel dorico dialetto.

(1253) Saint-Non, Voyage pitt. t. III, p. 108, 111.

(1254) P. Mela, II, 4. Strab. VI, p. 261. Plin. III, 15, 1. — Itin. Antonin. §. XXX.

(1255) Eudox, ap. Steph. Βyz. v. Σκυλλήτιου.

(1256)Strab. VI, p. 261. Cf. Plin. III, 15.

(1257)Homer. Il. , 532; , 327. Virg. , III, 553.

(1258) Virg. Æn. X, 129. — Cf. Serv. ibid. Cf. Klausen, Æneas und die Penaten, p. 467. Il Raoul Rochette (Hist. cit. t. II, p. 342 seg.) dottamente notando la discrepanza degli antichi sulle colonie di Menesteo, inclina a credere fondata Scilacio piuttosto da qualcuno de' compagni di quel principe ateniese.

(1259)Vedi p. 130

(1260)Herod. I, 57. Hecat. Fragm. 205. Steph. yz. . Val. Fl. III, 36. Cf. Ruckert, Troja's Ursprung p. 265. La chiara analogia de' nomi ha pur guidato un recente scrittore patrio a sostenere l' origine stessa (V. Grimaldi, Studii archeol. p. 36).

(1261)Serv. ad n III, 553. Alii dicunt, Ulyxen post naufragium in Italia de navium fragmentis civitatem sibi fecisse, quam navifragum Scylacaeum nominavit. Cf. Klausen, Op. cit. p. 1130 segg.

(1262)Vedi p. 209.

(1263)Magnan, Bruttia numism. tab. LXI.

(1264)Vell. Pat. I, 15.

(1265) Donati, Thes. II, p. 349, 8. — Cf. Partitari, In inscr. prope Scolacium effoss. comm. Neap. 1762 in 4.° — Vargas-Macciucca, Spiegaz. di un raro marmo greco p. 8.

(1266) Riedesel, Voyage dans la Grande Grece p. 184.

(1267) Appiè del marmo furono scolpiti due giovanetti nudi, uno de' quali con in mano una lampada chiusa, e l'altro una fiaccola estinta rivolta in giù.

(1268) Vargas — Macciucca, Opusc. cit. p. 9. seg. Scrive il Lupis (Stor. univ. t. VI, p. 279) che il marmo non fu scoperto a Squillace, si bene a Catanzaro, per dimostrare molto antica questa seconda città; ma oltre che è noto che nessuna memoria ne rimane prima del IX secolo, come ho di già detto (p. 233), il marmo stesso da Squillace passò forse a Catanzaro, e poi a Napoli, dove ora si serba nel R. Museo.

(1269) Cassiodor. Epist. XII, 15. — Cf. Barri, Op. cit. col. 259. — Alberti, Descriz. d'Italia p. 214. — Saint — Non, Voyage pitt. t. III, p. 110.

(1270) Tab. Peutinger. § XLI.

(1271) Steph. Βyz. v. Κρόταλλα, ed. Berkel. p. 482. — Cf. Fragm. hist. Graec. p. 4, ed. Muller.

(1272)Duris Sam, Fragm. v. .

(1273)Vedi il mio art, nel MUSEO DI SCIENZE E LETTERE, A. 1843, p. 225 segg.

(1274)Plin. III, 15, 2. Amnes ibi navigabiles: Caecinus, Crotalus, Semirus, Arocha, Targines.

(1275) Plin. III, 15, 2.

(1276) Id. ibid.

(1277) Itin. Antonin. § XXX. Neatho. Tacina XXIV. Scylacis XXIV.

(1278) Plin. III, 15, 2.

(1279) Hesych. v. Ταργαίνω.

(1280) Strab. VI, p. 261. Μετὰ δὲ τὸ Σκυλλήτιου η Κροτωνιᾶτις χώρα καὶ τῶνἸαπύγων ἄκραι τρεῖς.

(1281) Thucyd. VII, 35.

(1282) Vedi appresso § 10.

(1283) Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254. seg.

(1284) Plutarch, Fluv. XIII, 3.

(1285) Plin. V, 40, 4.

(1286) E. Ruckert, Troja's Ursprung p. 264

(1287) Strab. VI, p. 262.

(1288) Plin. Hist. N. II, 98. Locris et Crotone pestilentiam numquamfuisse, necullo terrae motu laboratum, adnotatum est.

(1289) Strab. VI, p. 262. του τόπου πρὸς ὑγείαν καὶ εὐεξίαν ἔχοντός τι φορὸν διὰ το πλῆθος τῶν ἀθλητων.

(1290) Id. ibid. p. 261.

(1291) Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 130.

(1292) Lupis, Stor. cit. t. VI, p. 291.

(1293) Perciò Licofrone (v. 865) lo accenna coll'espressione μέγαν στόρθυγγα magnum cacumen dopo averne ricordati i recessi (Λακινίου μύχους, ν. 856), e s'ingannano gli scrittori, i quali seguendo il Barri (Op. cit. col. 275) descrivono coll'autorità del poeta un altro promontorio col nome di Stortingo.

(1294) Niebuhr, Hist. R. 1, 79. — Cf. Conon, Narrat. III, p. 4, ed. Kanne.

(1295) Serv. ad Æn. III, 532. Quod ante Troicum bellum collatitia pecunia reges populique fecerunt. — La favolosa tradizione che lo edificasse Ercole, riferita dallo stesso Servio e da Diodoro Sicolo (IV, 24), nel luogo dove uccideva il ladrone Lacinio, si derivò appunto dalla stessa antichità del celebre tempio.

(1296) Dalla più antica mitologia greca è noto che Giunone ebbe una parte importante nel sistema religioso de' Pelasgi. I tre templi ch'ebbe a Stinfalo in Arcadia, e che furono più antichi, attribuivansi a Temene, preteso figlio di Pelasgo (Pausan. VIII, 22, 2). I Pelasgi ancora adoravano la dea a Jolco, perciò detta Ήρα Πελάσεις, ma era sopratutto invocata a Sparta, Argo e Micene. Senza qui annoverare le altre molte città greche, dove del pari era adorata, basta ricordare Samo, celebre pel suo culto (Strab. XIV, p. 636; Schol. Apollon. I, 185), e sede primaria della pitonessa pelasgica (Dionys. Perieg. v. 333; cf. Eustath. p. 208 Bernh.); ed inoltre Corcira, d'onde una colonia antichissiına si vedrà passare a Crotone dall'Etruria, occupata ancora da' Pelasgi, ne fu tra sferito il culto nelle altre città antichissime d'Italia, a Faleria, Lanuvio, Tiburi, Preneste, Vejo, d'onde passò a Roma, e più oltre a Cupra nel Piceno (Strab. V, p. 241), a Nuceria nella Campania, a Posidonia, dove il tempio della dea dicevasi fondato dagli Argonauti come quello di Samo, (t. III, p. 27), e finalmente a Crotone.

(1297) Vedi t. II, p. 427.

(1298) Lycophr. Alexandr. v. 856.

(1299) Strab. V, p. 215.

(1300) Liv. XXIV, 3.

(1301) Coel. ap. Cic. De Invent. I, 24.

(1302) Strab. VI, p. 261.

(1303) Vi erano nel mezzo rappresentati Giove, Giunone, Temide, Minerva, Apollo, Venere: in due lati Alcistene, negli altri due la città di Sibari, ed all'intorno figure di diversi animali, nella parte superiore di Susa, nella inferiore di Persia. Era larga 15 cubiti, e Dionigi il vecchio per 120 talenti la comperò da' Cartaginesi (Ps. Arist. Demir. Ausc. § XCVI, p. 29 ed. Westermann. Cf. Polemon, De Pepl. ap. Athen. XII, 19)

(1304) Cic. De Invent. II, 1.

(1305) Pausan. VI, 13, 1. — I Crotoniati rovesciarono la statua di Astilo quando in grazia di Ierone nelle sue ultime vittorie gridavasi Siracusano, e la sua casa fu mutata in prigione.

(1306) Dionigi d'Alicarnasso (1, 42) ne par la come sussistente al suo tempo, e senza negarlo dico solo che vi fu posto in tempi meno antichi quando era divenuta tradizione universale il passaggio di Enea in Italia.

(1307) Polyb. III, 33, 56. — Cf. Fragm. lib. XV, 1. — Livio dice (XXVIII, 46) che fu un'ara con una lunga iscrizione in lettere puniche e greche.

(1308) Ps. Arist. Op. cit. § XCVI.

(1309) Liv. XXIV, 3. Cf. Plin. II, 107.

(1310) Serv. ad Æn. III, 552.

(1311) Ignarra, De Phratriis p. 160.

(1312) Queste ancelle, nella iscrizione dette Propoli, erano propriamente nominate Eresidi dal nome della dea Ηρη, giovincelle che apparecchiavano i lavacri a Giunone (Hesych. v. Ἠρήσιδες).

(1313) Il nummo era moneta propria de' Doriesi stabiliti in Italia e Sicilia (Pollux, Onom. IX, 79).

(1314) Liv. XXX, 20.

(1315) Liv. XLII, 3. — Cf. Valer. Max. 1, 1, 20.

(1316) Capialbi, Di un'ara dedic. alla Giunone Lacinia. Nap. 1846.

(1317) Da questa colonna venne il nome di Capo Colonna al promontorio Lacinio, come dalle colonne del tempio di Minerva Suniade e rimasto il nome di Colonni al promontorio Sunio dell'Attica; ed il Lacinio è detto ancora Capo Nau in alcune carte dalle rovine che vi rimanevano del tempio.

(1318) Theocr. Idill. IV, v. 21 seq.

(1319) Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 131 segg. — Swimburne, Travels t. I, p. 321 segg. — Saint — Non, Voyage pitt. t. III, p. 101 segg.

(1320) Theocr. Idill. IV, v. 33.

(1321) Plin. III, 15, 2.

(1322) Peripl. § 12 Λακίνιου ἱερὸν Ηρας, καὶ νῆσος Καλυψους, ενήἡἡ Ὀδυσσεὺς ώκει παρὰ Καλυψοῖ.

(1323) Homer. Odyss. E, 278; H, 267.

(1324) A tale idea par che accenni il significato di Calipso, da καλύπτω, abscondo.

(1325) Qualche scrittore ha detto che la parola Ogigia sembri dinotare Oceanica. Le relazioni di Ogige col diluvio si provano dal suo nome, o in altri termini è evidente che il nome fu introdotto per la leggenda.

(1326) Homer. Odyss. Η. 244. Ωγυγίη τις νῆσος ἀπόπροθεν εἰν ἁλὶ.

(1327) Homer. Odyss. H, 253.

(1328) Hom. II. XII, 50. Cf. Strab. I, p. 26.

(1329) Id. Odyss. E, 281. ὡς ὅτε ρινὸν ἐν ἠεροειδέι πουτῶ.

(1330) Fu questa l'opinione di Callimaco, combattuta da Eratostene ed Apollodoro, ma difesa da Strabone (I, 44). Vedi del resto le note del Gosselin alla Géographie de Strabon (t. I, p. 52, 98), il quale sostiene l’opinione di Plinio e di Scilace.

(1331) Licophr. Alex. v. 1006. Πύργοις διαρραισούσι Λαυρήτης γόνοι.

(1332) Tzezt. ad Lycophr. v. 1006. Λαύρη γάρ πόλις Κρότωνος.

(1333) Clearch. ap. Athen. XII, 19.

(1334) Nolamolise, Cron. di Crotone p. 66.

(1335) Ephor. Fragm. IV, 48. ὨκουνδὲἸάπυγες τὸν Κρότωνα πρότερου.

(1336) Heraclid. Fragm. Polit. XXXV. Κρότωνα ἐξ αρχής Κρότων ώκισεν. – Ephor. Fragm. cit. Ovid. Metam. XV, 1, 55 sq. Nec procul hinc (Æsaro) tumulum, sub quo sacrata Crotonis — Ossa tegebat humus, Era un monumento eretto al favoloso fondatore presso il fiume, come quello di Filottete a Petilia, di Partenope in Napoli, di Giacinto a Taranto, e di Diomede nella più grande delle isole Diomedee.

(1337) Eckhel, Doctr. num. t. 1, p. 2. — Cf. Sestini, Moneta vet. p. 17.

(1338) Schol. Theocr. adIdyll. IV, 32.

(1339) Dionys. Hal, Archaeol. R. I, 14. — Cf. Stesimbrot. et Pherecyd. ap. Strab. X, 472, 473. — Sturz ad Pherecyd. Fragm. p. 232.

(1340) Dionys. Hal. Archaeol. 1, 17.

(1341) Schol. Theocr. ad Idyll. IV, 32.

(1342) Homer. Odyss. H, 55 sqq.

(1343) Vedi p. 207.

(1344) Raoul-Rochette, Op. cit. t III, p. 188.

(1345) Sil. Ital. XI, 15.

(1346) Vedi p. 72, 81, 88, 97, 99, 132, 169, 170.

(1347) Pausan. III, 2, 6.

(1348) (9) Pausan. III, 3, 1. — Cf. Muller, The Dorians t. II, p. 187; 420. — Luynes, Monnaies incus. de la Grece, Nouv. Annal. d'Arch. t. I, p. 411.

(1349) Millingen, Consid. p. 13.

(1350) Ovid. Metam. XV, 1, 19. Argolico generatus Alemone.

(1351) Strab. VI, p. 262; VIII, p. 387.

(1352) Antioch. Fragm. XI.

(1353) Diodor. VIII, 17; ed. Muller. Scymn. Ch. Perieg. v. 322. — Steph. Byz. ν. Συρακούσαι. –Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 369. — Suid. ν. Αρχίας.

(1354) Herodot. VIII, 47. Κροτωνιῆται δὲ γένος εἰσί ᾿Αχαιοί.

(1355) Dionys. Hal. II, 59. — Cf. Euseb. Chron. II, p. 331 ed. Maio. — Muller, Fragm. Hist. grec. p. LVI ed. Didot.

(1356) Strab. VI, p. 261. — Scymn. Ch. v. 317.

(1357) Scymn. Ch. v. 325-28. — Id. v. 3046. — Cf. Phleg. ap. Steph. Byz. v. Τέρινα. – Plin. III, 10, 2.

(1358) Lycophr. Alexandr. v. 1002-1007. Sulla testimonianza dello stesso poeta (v. 989 sq.) il suo Scoliaste scrive ancora che i Crotoniati i Trojani aiutassero ad espugnare la città di Siri; ma co' Crotoniati egli scambiava i Rodii, che sono gli Achei di cui parla Licofrone (Raoul-Rochette, Hist. cit. t. II, p. 327).

(1359) Diod. Sic. X, 3. — Euseb. Chron. II, p. 340. Cf. Freret, Oeuvres t. II, p. 123.

(1360) Dicearch. ap. Porphyr. Vit. Pythag. XVIII. — Cf. Jamblich. Vit. Pyth. XXXVII seq. — Justin. XX, 4.

(1361) Diodor. Sic. XII, 9, 10.

(1362) Diodor. Sic, X, 11. — Plutarch. De gen. Socr. 13. — Id. De repugn. Stoic. 37. — Porphyr. Vit. Pythag. 56. — Jamblich. Vit. Pythag. 253. — Hesych. v. Ιταλιώτης. — Diog. Laert, VIII, 39.

(1363) Tim. ap. Athen. XII, 4. — Polyb. Fragm. VII, 1; X, 1.

(1364) Strab. VI, p. 261. — Trogo Pompeo, e Giustino (XX, 2, 3, 4) riferisce tale guerra ad un tempo anteriore a Pitagora, e con lui quasi converrebbe Pausania (III, 19, 12, 13), o lo scrittore ch'egli seguiva, il quale riportavala all'età di Stesicoro; ma dotti critici la credono avvenuta dopo la distruzione di Sibari (Vedi Heyne, Opp. Acad. t. II, p. 184. — Sainte-Croix, Mem. de l'Acad. des Inscr. et Belles — Lettres, t. XLV, p. 293, not. g).

(1365) Herodot. VIII, 47. — Pausan. X, 9, 2. — Plutarch. in Alex.

(1366) Diod. Sic. XI, 48, 2.

(1367) Dionys. Hal. Fragm. XIX, 4.

(1368) Diodor. XII, 11.

(1369) Id. XIV, 103, 4.

(1370) Liv. XXIV, 3.

(1371) Diodor. XIX, 3, 4.

(1372) Id. ibid. Κροτωνιάται πρὸς μὲν Βρεττίους διελύσαντο.

(1373) Diodor. XXI, 4. — Cf. XXII, 11.

(1374) Id. VIII, 17. — Strab. VI, p. 262.

(1375) Gr. de Bosc, Reflex. sur les méd. De Crotone; Hist. de l'Acad. de B. L. t. 1, p. 235 sq., 290 sq. — Avellino, MUS. BORB. t. VI, tav. 16. Eckhell, Num. Vet. Anecd tab. III, fig. 25. — Carelli, Catal. p. 132 — 37. — Luynes, Monnaies incus. de la Gr. Grece, Op. cit. p. 408 seg Millingen, Consid. p. 12 seg. — Fiorelli, Monete rare p. 59.

(1376) Diodor. Sic. IV, 24.

(1377) Vedi p. 73, nota (3).

(1378) Alcim. Ἰταλική ap. Athen. Χ, p. 441.

(1379) Creuzer, Rel. de l'antiq. t. II, p. 155.

(1380) Schol. Pindar, Pyth. Od. IV, v. 6.

(1381) Schol. Aristoph. in Equ. v. 1010. — Cf. Millingen, Op. cit. p. 17.

(1382) Strab. VI, p. 269. — Cf. Apollon. Rhod. IV, 1216. — Tim. ap. Schol. Apollon. Rhod. ibid.

(1383) Diodor. Sic IV, 24.

(1384) Apollodor. 1, 9, 3.

(1385) Avellino, MUS. BORB. t. VI, tav. 32, n. 11, 12; tav. 48, n. 1. — Cf. Millingen, Consid. p. 18.

(1386) Avellino, Opusc. t. II, p. 118 seg.; t. III, p. 152.

(1387) Sestini, Lett. Numism. II Ser. t. VI, p. 12 (tav. I, fig. 9). — Capialbi, Mesma e Medama ecc. 3.ª ediz. p. 24 seg.

(1388) Mus. Hunter. tab. XXII, n. 15.

(1389) Carelli, Catal. p. 135

(1390) Zonar. Annal. VIII, 6. — Cf. Frontin. Strateg. III, 6, 4. — Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 474.

(1391) Liv. XXIV, 2.

(1392) Liv. XXIV, 2, 3. — Cf. Sil. Ital. XI, 17 sq. — Pag. 210.

(1393) Liv. XXIX, 36. — Cf. Valer. Antiat. ap. Liv. XXX, 19.

(1394) Liv. XXXIV, 45.

(1395) Petron. Arb. Satyr. c. CXVI.

(1396) Vedi p. 253.

(1397) Jamblich. Vit. Pythag. seg. 50.

(1398) Ps. Aristot. De mir. Anscult. c. CXV.

(1399)Eckhel, Numi anecd. tab. I, n. 13. Mus. Pembrock P. II, tab. 16.

(1400) Jamblich. Vit. Pythag. seg. 50.

(1401) Nolamolise, Cron. di Crotone p. 52.

(1402) Valer. Max. VIII, 16.

(1403) Sono scolpite su due basi di colonne, che stanno ai lati della scalinata della chiesa di S. Dionisio protettore della città (Nolamolise, Cronica di Crotone p. 102. — Cf. Spon, Miscell. erud. antiq. p. 16. — Muratori, Thes. p. MCVI, n. 6), dove fu già un tempio di fabbricazione romana.

(1404) Cic. ad Att. IX, 19.

(1405) Theocr. Idyll. IV, v. 34. — Schol. ad eumd.

(1406) Saint-Non, Voyage pitt. t. III, p. 98.

(1407) Golzio, Mag. Graec. tab. XXIX, fig. 4.-Cf. Swimburne, Travels cit, t. 1, p. 318.

(1408) Dionys, Perieg. v. 369.

(1409) Theocr. Idyll. IV, v. 23. — Cf. Schol, ibid.

(1410) Schol. cit. ad v. 23.

(1411) Nolamolise, Cron. cit. p. 55.

(1412) Idyll. IV, v. 16.

(1413) Strab. VI, p. 222. — Cf. Giordani, ν. Αἰσοί, Opp. t. II, p. 164. Per tale manifesta origine non è da credere ad Eustazio (ad Dionys. Perieg. v. 370) che prendesse il nome dal cacciatore Esaro, il quale vi si annegava inseguendo una cerva.

(1414) Sucton. Octav. c. 97. — Hesych.

(1415) Millingen, Ancient greck coins p.21. — Cf. Consid, p. 18 seg.

(1416) Ptol. III, 3, 6.

(1417) Polyb. Fragm. X, 1.

(1418) Dionys. Perieg. v. 370. χαρίεντος ἐπ᾿ Αισαρου. — f. Theocr. Idyll. IV, 17.

(1419) Steph. Βyz. 1. Σιβερηνή.

(1420) Strab. VI, p. 263.

(1421) Barri, Op. cit. p. 307. — Marafioti, Op. cit. p. 212. — Cf. Magnan, Brutt. Num. tab. CXI.

(1422) Plin. XIV, 8. Non carent gloria Tarentina (vina), Severiana et Consentiae genita.

(1423) Porphyrog. De Them. II, 10.

(1424) Vedi t. I, p. 46.

(1425) A credere tali scrittori fu detto quasi Navaethum da' navili incendiati. V. Apollodor. ap. Tzetz. ad Lycophr. 921, 1073. Etym. Μ. ν. Ναιεθός. — Strab. VI, p. 262.

(1426) Vedi t. I, p. 476.

(1427) Conon. Narrat. XIII. — Cf. ibid. Kanne p. 90 seq. Steph. Βyz. ν. Σκιώνη. Polyen, VII, 43. — P. Mela II, 3.

(1428) Heracl. Lemb. ap. Fest. v. Roma. Plutarch. De virt. mul. t. II, p. 243 ed. Xilandr.

(1429) Lycophr. Alex. v. 921.

(1430) Euphor. ap. Steph. Βyz. ν. 'Ασκανία.

(1431) Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254.

(1432) Alex. Ephes. ap. Steph. Βyz, v. Χαονία. — Cf. p. 121.

(1433) Steph. Βyz. ν. Χώνη.

(1434) Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254, εἰς τὴν Κροτωνιᾶτιν ἀφικόμενος Κρίμισ σαν ἄκραν οἰκισαι καὶ Χώνην πόλιν ὑπὲρ αυτής.

(1435) Millingen, Consid. p. 83.

(1436) Quattrimani, Adnot. in Barr. Più giudizioso, il Mazocchi (Prodr. ad Heracl. pseph. p. 32) si contentò di situarla presso il capo Crimisa, — Cf. la Tav. dell'Italia antica del Danville. Paris 1764.

(1437) Steph. Byz. v. Δρύς. — II Raoul Rochette (Hist. cit. t. I, p. 229) legge: Εστι καὶ τῶν ΧωνιωνΟἰνώτρων il passoalterato: Εστι καὶ Πτωκωστῶν Οἰνώτρών, che il Berkley aveva di già letto: Εστι καὶ πόλις τῶν Οἰνώτρων, e che legger si potrebbe ancora: Εστι καὶ πτολίεθρον, ο pure πτόλις τῶν Οἰνώτρων.

(1438) Harpocrat. v. Δρυς.

(1439) Steph. Βyz. ν. Δωδώνη

(1440) Homer. II. Π, 233-35. — Odyss. E, 327 sq. Cf. Strab. VII, 327. — Steph. Byz v. Δωδώνη.

(1441) Ps. Aristot. Deadm. ausc. c. CXV. — Un’eguale distanza ha misurata il Lapie tra le due città per supplire quella che manca nella Tavola Peutingerana (Itineraires ancien p. 215).

(1442) Strab. VI, p. 254. Πετηλία... κτί σμα δ'ἐστὶ Φιλοκτήτου, φυγόντος τὴνΜελίβοιαν κατὰ στάσιν,

(1443) Steph. Byz. v. Μάκαλλα. — Holsten. Adnot. p. 196. — Ps. Aristot. De admir. ausc. c. CXV.

(1444) Schol. Thucyd. I, 12.

(1445) Serv, ad Æn. III, 402, Hic (Philoctetes) postea horrore sui vulneris, ad patriam redire neglexit; sed sibi parvam Petiliam in Calabria partibus fecit.

(1446) Strab. IX, p. 432. — Le città che Omero dice sottoposte al dominio di Filottete furono Metona, Taumacia, Olizoa, e Melibea (Iliad. II, v. 715-16), alle quali aggiunger possiamo con Strabone (IX, p. 443) Rizunto ed Erimne — Cf. Pouqueville, Voyage de la Grece t. III, p. 404.

(1447) p. 266, nota (2).

(1448) Vedi p. 200.

(1449) Vedi p. 260 seg.

(1450) Licophr. Alexandr. v. 927.

(1451) Il Franz (Elem. epigraph, Graecae p. 69) ha supposto che sia stata scritta verso I'Olimpiade XL — LX.

(1452) La meno vera è quella del Lanzi (Saggio di L. E. p. 83), il quale nella donna Saoti vede in vece la città di Sontia.

(1453) Etym. Μ. ν. Δημιουργοί. — Da un'epistola di Filippo il Macedone (ap. Demosthen. De Cor. p. 280) è anche noto che i Demiurgi erano presso i Peloponnesii i supremi magistrati come gli Arconti delle altre città greche (Cf. Boeckh, Corp. inser. graec. n. 1193, 1542).

(1454) Herodot. VI, 57. Hesych. v. Πρό ξενοι. — Cf. Meyer, Commentatio de Prozenia, sive de publico Graecorum hospitio, Marburg 1843.

(1455) Boeckh, Op. cit. p. 9 — 10

(1456) Di questa lamina venne in possesso il Millingen, ed è stata interpretata dal Franz (Bullett. Arch. di Roma, A. 1836, p. 150). Può confrontarsi con una iscrizione sepolcrale pubblicata dal Ficoroni (Mus. Veron. p. 318).

(1457) Saint-Non, Voyage pitt. t. III, p. 94.

(1458) Magnan, Brutt. num. tab. CVIII, f. 3, 5, CIX, f. 2; Miscell. Num. 11, 38, 89. — Cf. Carelli, Catal. p. 131 seg.

(1459) Liv. XXVII, 26.

(1460) Perciò Silio Italico (XII, 431 sq.) la dura condizione di questa città paragona a quella di Sagunto.

(1461) Appian. Hannib. VII, 29. — Val. Max. VI, 6. — Athen. XII, 11.

(1462) Appian. Hannib. VII, 57, 60.

(1463) Appian. Hannib. VII, 29.

(1464) Strab. VI, p. 254 — Cf. Niebuhr, Hist. R. 1, 62. — Il Corav ha creduto che nei testo del geografo si abbia a leggere: μετρόπολις νομίζεται τῶν Χύνων, e che perciò si considerasse qual metropoli de' Caoni, correzione seguita dal Millingen (Con. p. 83).

(1465) Fabretti, Inscr. p. 493, n. 93.

(1466) Questa epigrafe, riferita più o meno correttamente da diversi antiquarii (Marafioti, Cron. cit. p. 205. — Gruter. p. CCXV, 1. — Fabretti p. 404), è stata ricorretta e comentata dal dotto A. W. Zurnpt (De Augustalibus et seviris Augustalibus. Berol. 1846, p. 45 sqq.) Il piedistallo di marmo di Paro, sul quale fu scolpita, vedesi nella pubblica piazza di Strangoli (Saint-Non Voyage cit. t III, p. 93).

(1467) Philargyr. ad Georg. Virg. II, 97. Amineos Aristoteles in Politicis scribit Thessalios fuisse, qui suae regionis vites in Italiam transtulerint, atque illis inde nomen impositum.

(1468) A. W. Zumpt, Comm. cit. p. 47.

(1469) Plin. III, 15, 2. Oppidum intus Petilia, mons Clibanus. — Ptol. III, 1, 15. — Mela II, 4. Secundus (sinus) Scylaceus, inter promontoria Lacinium et Zephirium, in quo est Petilia. Tab. Peutinger. § XLI.

(1470) Per tali ragioni non è dubbio che mal si apposero non solo gli altri scrittori e geografi che questa città situarono nelle rovine di Poleocastro presso l'odierno Belcastro, ma anche coloro che prima seguivano la comune tradizione, per la quale Ferdinando di Aragona in un diploma del 1467 que' di Paleocastro dichiarava vere ab antiquis heroibus Petelinis non degeneres (V. Fico, Notiz. stor. della patria di S. Zosimo p. 43).

(1471) Saint — Non, Voyage pitt. t. III, p. 93.

(1472) Come piccola città è descritta da Virgilio nel noto verso, Parva Philoctetae sub nixa Petilia muro (Æn. III, 402).

(1473) Plin. III, 15, 2.

(1474) Barri, Op. cit. col. 273.

(1475) Steph. Byz. ν. Βρυσακία.

(1476) Barr. Op. cit. col. 307. — Cluver. Ital. antiq. p. 1316.

(1477) Strab. VI, p. 254.

(1478) Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254.

(1479) Lycophr. Alexandr. v. 920.

(1480) Orion Theb. ap. Tzetz. ad Lycophr. v. 910. — Ps. Arist. De admir. ausc. n. 103. — Cf. Etym. Μ. ν. ᾿Αλαῖος.

(1481) Iustin. XX, 1.

(1482) Swimburne, Travels t. I, p. 310.

(1483) Saint-Non, Voyage pitt. t. II, p.90.

(1484) Steph. Byz. v. Κρίμισα.

(1485) Lycophr. Alexandr. v. 912 sq.

(1486) Strab. VI, p. 254.

(1487) Pirro Ligorio ap. Holsten. Adnot. In Steph. Byz. p. 174.

(1488) Itin, Antonin. §. XXX.

(1489) Barri, Op. cit. col. 307. — Cf. Quattrimani et Acet, ibid.

(1490) Pausan. X, 37, 4. — Plin. IV, 4, 1.

(1491) Swimburne, Travels t. I, p. 309.

(1492) Aceti in Barr, ibid.

(1493) Vedi p. 133.

(1494) Steph. Byz. v. Κρίμιςα.

(1495) Thucyd. VII, 35.

(1496) Ruckert, Troja's Ursprung p. 263.

(1497) Barr. Op. cit. p. 276, 357. — Marafioti, Op. cit. p. 199, 298.

(1498) Cluver. Ital. antiq. p. 1314, 20. Cf. Świmburne, Travels cit. t. 1, p. 309.

(1499) Adnot. Thucyd. 1. c. — Romanelli, Op. cit. t. 1, p. 221-222.

(1500) Pugliese, Il fiume Hylia ecc. nel Giornale IL CALABRESE, Anno II, n. 3. Se è da ritenere che il Fiuminicà derivò il nome da una guasta denominazione antica, anziché da flumen necis, come il citato scrittore ha conghietturato, per qualche sanguinosa battaglia data alle sue sponde, fu detto piuttosto con ibrida appellazione dal latino flumen, e dal greco nikh, ossia Fiume della vittoria, e da quella probabilmente che i Crotoniati ottennero su' Sibariti, la quale combattuta forse ne' piani di Cariati tra i fiumi Trionto e Fiumenicà, Giamblico (vit. Pythag. c. XXXV) dice avvenuta alla sponda del Traenta, il quale scorre nella parte opposta

(1501) Vedi p. 271.

(1502) Strab. VI, p. 280.

(1503) Vedi Bartels, Briefe üb. Calabr. 1, p. 225 sgg. — Swimburne, Travels t. I, p. 298. — Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 135 sgg. St. Non, Voyage pitt. t. III, p. 77 sgg. — Tommasini, Spatziergang durch Calabr. u. Apul. p. 192. — Luynes, Diss. cit. p. 396.

(1504) Vedi la descrizione geologica p. 198.

(1505) Jamblich. Vit. Pythag. c. XXXV.

(1506) Diodor. Sic. XII, 22.

(1507) Strab. VI, p. 264. τινὲς δὲ καὶ Poδίων κτίσμα φασὶ καὶ Σειρῖτιν (1. Σειριν) καὶ τὴν ἐπὶ Τεύθραντος Σύβαριν.

(1508) Heyne, Opusc. acad. t. II, p. 261, notah.

(1509) In questa lezione convengono il Coray, il Groskurd ed il Niebuhr (Hist. R. 1, 91, nota 309).

(1510) Diodor. Sic. XVI, 16.

(1511) Itin. Antonin. § XXX.

(1512) Procop. De bell. Goth. III, 28.

(1513) Giustiniani, Diz. geogr. t. III, p. 277.

(1514) Ælian. Var. Hist. X, 38.

(1515) Tim ap. Athen. XII, 17. ed. Schweigh.

(1516) De Rosis, Stor. di Rossano p. 55.

(1517) Pacichelli, Il Regno di Nap. in prospettiva P. II, p. 19.

(1518) Herodot. I, 145. — Strab. VIII, p. 386. — Pausan. VII, 25, 11; VIII, 15, 9.

(1519) Francis Wey; Scilla e Cariddi, Paris 1843, p. 48 segg.

(1520) Tim. Fragm. LX.

(1521) Herodot. V, 45.

(1522) Marafioti, Cron. cit. p. 226.

(1523) Ovid. Fast. III, 581 sq. Est prope piscosos lapidosi Cratidis amnes — Parvus ager: Cameren incola turba vocat.

(1524) Scylax, Peripl. II, v. 656. — Cf. Steph. Βyz. v. Κάμιρος.

(1525) De Rosis, Storia di Rossano p. 52.

(1526) Steph. Βyz. ν. Σηταῖον. – Cf. Etym. M. p. 711, 39.

(1527) Lycophr. Alexandr. v. 1075 sqq.

(1528) Conon. Narrat, XIII. – Steph, Byz. ν. Σκιώνη.

(1529) Strab. VI, p. 262. – Aurel. Vict. O. G. R. c. 10. – Plutarch. in Romul. I. — Quaest. Rom. VI, p. 314. – Heracl. Lemb. ap. Fest. v. Romam, p. 269 ed. Muller.

(1530) Apollodor. ap. Tzetze ad Lycophr. v. 1075; p. 167 ed. P. Steph.

(1531) Strab. XIV, p. 654. Ενιοι δὲ τῶν Ροδιῶν καὶ περὶ Σύβαριν ωκήσαν κατά την Χώνιαν,

(1532) Ps. Aristot. De adm. auto, CVII.

(1533) Euseb. Chron, II, p. 321 ed. Maio.

(1534) Diod. Sic. V58, 8. — Tlepolemo moriva a Troja, ucciso da Sarpedonte (Homer. 11. E, 62869 — Diod. Sic. V, 09, 6).

(1535) Chron. II, p. 331.

(1536) Scymn. Ch. Perieg. v. 359.

(1537) Strab. VIII, p. 386. — Herodot. I, 145.

(1538) Scymn. Ch. v. 336 sqq. — Aristot. Polii, N, 3. — Solin. c. 2, p. 56 ed. Camert.

(1539) Nicandr. a p. Antonio. Liber. Metam. c. VIII.

(1540) Malocchi, Ad Tabb, Heracl, p. 518.

(1541) Diodor. Sic. IV, 48.

(1542) Aristot, Polit. 3. — Cf. Raoul-Rochette, Hist. cit. t. III, p. 245.

(1543) Vairone (De R. R. I, 44) dice che il suolo sibaritico era solito di rendere il cento per uno, né aveva pari che quello di Garada nella Siria, e di Bizacio nell’Africa.

(1544) Diodor. Sic. XII, 9. — Strab. VI, p. 263. — Eustalh. ad Dionys. v. 373.

(1545) Niebuhr, Hist. R. t I, p. 56. — Cf. p. 272 di questo tomo.

(1546) Strab. VI, p. 264.

(1547) Vedi p. 259.

(1548) Una lontana colonia di Sibari si può anche supporre la città di Sibari, poi detta Lupia nella Messapia (Pausan. VI, 19, 9.) ma non so credere col Mazocchi che il suo dominio si estendesse sui Messapii e i Peucezii (Prodr. ad Tabb. Heracl p. 108), e più simile al vero è l’opinione del Mannert (Geogr. von, Ital. il, p. 118) il quale sostiene che fossero stati i Coni, i SicoLi, i Morgeti e gli Japigi, i più antichi popoli veramente ch'erano nella regione innanzi l’arrivo de' Rodii e degli Achei.

(1549) Herodot. VI, 21. — Tim. a p. Athen. XII, 4.

(1550) Strab. VI, p. 263.

(1551) Scymn. Ch. v. 336.

(1552) Diod. Sic. XII, 9.

(1553) Diodor. Sic. VIII, 18. — Athen. XII, 6. — Diodoro dice che fra tutti i popoli amavano sopratutto gli Ioni ed i Tirreni per essere i più lussuosi e dediti alla mollezza.

(1554) Scymn. Ch. v. 359

(1555) Plutarch. Parallel. XXI.

(1556) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 149 ed. Bruxelles. — Degli schiavi Sibariti, pastori o villici, parla anche Teocrito, Idyll. V.

(1557) Tim, ap. Athen. XII, 6.

(1558) Lycophr. Alex. 978 sq. Arist. VII, 10. — Strab. VI, p. 264. — Athen. XII, p. 523. — L'epoca che Giustino (XX, 2) assegna a tal fatto, col dire che verso i principii della loro origine i detti popoli si unirono a danno di Siri, non parmi esatta, a qualunque di essi si voglia riferirla. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. 1, p. 55.

(1559) Herodot. VI, 126. — Athen. VI, 8.

(1560) Scymn. Ch. v. 349 sqq. — Dionys. Perieg. v. 372. — Heraclid. Pont. ap. Athen. XII, 20. — Cf. Wernsdorf, Poet, lat. min. t. V, p. 422 sqq.

(1561) Jamblich, Vit. Pythag. c. VII, seg. 33

(1562) Polyb. II, 39. — Cf. p. 224.

(1563) Athen. XII, 18. — Suid. ν. Α'μυρις. Diogenian. Proverb. III, 26.

(1564) Ælian. Var. Hist. III, 43; trad. di Spiridione Blandi.

(1565) Herodot. V, 47.

(1566) Diodor. Sic. XII, 9. — Erodoto (V, 44) nomina Teli re e tiranno de' Sibariti.

(1567) Diodor. Sic. XII, 9.

(1568) Philarch. Fragm. XLV. Jamblich. Vit. Pythag. seg. 260.

(1569) Herodot. V, 42-45, — Era Dorico della stirpe degli Eraclidi, e mal tollerando l'elezione del re Cleomene dopo la morte di Anassandrida, aveva prima navigato con una colonia alla costa della Libia, d'onde poi espulso era ritornato nel Peloponneso; e di là partito alla volta della Sicilia per prender possesso della regione ericina,trovavasi nel golfo di Crotone nel momento della guerra.

(1570) Ap. Schol. Pindar, in Od. II, 29.

(1571) Diod. Sic. XI, 48.

(1572)Diodor. Sic. XII, 9.

(1573)Athen. XII, 20.

(1574)Strab. VI, p. 263.

(1575)Herodot. VI, 21.

(1576)Cic. De Nat. Deor. 11, 54. Plutarch, in Paul. Emil. p. 268. Plin. H. N. VII, 22.

(1577)Diodor. Sic. XII, 10. Cf. XI, 90.

(1578)Strab. VI, p. 263.

(1579) Hist. Rom. t. I, p. 150.

(1580) Vedi pp. 31, 68 di questo tomo.

(1581) Winckelmann, Opp. t. III, p. 14. Magnan, Bruttia numism. tav. 89-92. — Rasche, Lex. Nuov. 2. t. V, P. I, p. 244 sqq. — Mionner, Descr. t. I, p. 168 seq. Carelli, Catal. p. 111 seg. — Luynes, Monnaies incus. de la Grece, Ann. cit. p. 397 segg. — Millingen, Consid. p. 10 sqq.

(1582) Luynes, Ann, dell'Inst, Archeol. t. V, p. 14 seg.

(1583) Diod. Sic. V, 55, 2.

(1584) (3) Mionnet, Descr. de med. gr. t. I, p. 198.

(1585) Ps. Aristot. De adm. ausc. c. CXV.

(1586) Vedi p. 242, nota (8).

(1587) Diod. Sic. V, 52, 2.

(1588) Ovid. Metam. XV, 4, 22 sq. — Cf. Pausan. VII, 25, 4, 8.

(1589) Nel già feudo di Gadella, nel territorio di Cattano, l'accademico Ritirato nella storia mss. di questa città scriveva ancora che fosse il vero sito della città di Sibari (Giustiniani, Diz. geogr. t. III, p. 280).

(1590) Saint Non, Voyage pitt. t. III, p. 84.

(1591) Itin. Antonio, j. XX.

(1592) Tale era la brama degli Ateniesi di occupare qualche parte d'Italia, che avevano a tal fine fatta lega con que’ di Corcira (Thucyd. 1, 36, 44).

(1593) Diodor. Sic. XII, 10. — Plutarch. in vit. Pericl.

(1594)Schol. Aristoph. Ad Nub. v. 331. Plut. De Rep. ger. XV. Suid. .

(1595) Diodor. Sic. XII, 10.

(1596) Plutarch. in vit. Nic. § V.

(1597) Strab. XIV, p. 656. — Plutarch. De exil. XIII. — Plin. H. N. XII, 8. — Suid. ν. Ηρόδοτος.

(1598) Steph. Βyz. ν. Θούριοι. — Schol. Aristoph. Ad Nub. v. 331.

(1599) Anonym, auct. vit. Thucyd. p. 11.

(1600) Plutarch. Vit. Rhet. X. — Aristot. De Rhet. III, 9. — Dionys. Hal. De Lys. p. 452. — Suid. v. Λύσιας.

(1601) Aristot. Polit. II, 5.

(1602) Schol. Aristoph. Ad Equit. v. 327. Phot. Lex. v. Ιπποδάμου Νέμεσις. — Hesych. v. Ιπποδάμου Νέμεσις.

(1603) Hesych. 1. 1. Οὗτος δὲ ὴν καὶ ὁ με τοικήσας εἰςΘουριακούς Μιλήσιος ὤν.

(1604) Hesych, ν. ῥυμοτομείται. — Fuhr, ad Dicæarch. p. 154.

(1605) Harpocrat. v. Ιπποδάμεια – Phot. Lex. v. Ιπποδάμεια; Cf. Bekker, Anecdot. t. 1, p. 266, ν. Ιπποδάμεια ᾿Αγορά – Xenoph. Hellen. II, 4, 11. — Andocid. De Myster. § 45.

(1606) Strab. XIV, p. 654. — Cf. Raoul Rochette, Lettre à M. Schorn, p. 332.

(1607) Diodor. Sic. XII, 10.

(1608) Vedi C Fr. Hermann, Disputatio de Hippodamo milesio, Marburg 1841 in 4.° — Cf. M. Th. Muller, De Thurior. Republ. Gotting 1834 in 4.° — Raoul Rochette, Lettre à M. Schorn, p. 328 — 35.

(1609) Diodor. Sic. XII, 11. — Strab. VI, p. 263.

(1610) Plutarch. Deser. num. vind. XII, XVI.

(1611) Vedi p. 275.

(1612) Diod. Sic. XII, 11. — Fra tutte queste tribù sembra che l'Amfizionica comprendesse i Locri presso le Termopili, dove gli Amfizioni celebravano le loro adunanze (Raoul-Rochette, Hist. cit. t. IV, p. 34), opinione alla quale si accosta Th. Mueller (De Thur. Rep. p. 23) riferendo la tribù amfizionica a varii popoli presso la Beozia e la Doride, e tra questi principalmente a' Focesi ed a' Locri. L'Iade fu di Ionii dell'Asia minore, e l'Isolana degli abitatori delle isole dell'Egeo.

(1613) Caronda fiori verso la XL Olimpiade.

(1614) Heracl. Pont. ap. Diog. Laert. IX, 8, 1. Cf. Lud. Schiller, De Reb. Thur. p. 48 sq. Th. Mueller, Diss. cit, p. 41-45.

(1615) Ælian. De Nat. anim. XII, 36. – Strab. VI, p. 263. Euripid. Troad. v. 222 sq. — Plin. H. N. XXXI, 2. — Schol. ad Theocr. V, 16.

(1616) Anssede Villoison, Anecd. gr. p. 376 sqq. — Panofka, Annal, dell'Inst. t. V, p 287 sqq.

(1617) Rasche, Lex. num. v. THURIUM. Carelli, Catal. p. 112 19. — Avellino, R. MUS. BORB. t. V, tav. 15, 30, 45. — Luynes, Diss. cit. p. 407. — Millingen, Consid. p. 64.

(1618) Raoul Rochette, Lettre à Schorn p. 88, 92, 94.

(1619) Fiorelli, Monete rare p. 54-59.

(1620) Herodot. VIII, 62. — — Nel 480 A. C.

(1621) Diodor. Sic. XII, 23. — Antioch. ap. Strab. VI, p. 264.

(1622) Diodor. Sic. XIII, 106. — Thucyd. VI, 104. — Plutarch, in Pericl. § 22. — Cf. Mueller, Diss. cit. p. 28.

(1623) Polyæn, Strateg. 11, 10, 1.

(1624) Questa importante notizia raccolgo dal Capaccio (Lett. in fine del Secretario p. 236, 270), noto scrittore del secolo XVII, e nativo di Campagna, il quale dalle dette anticaglie sosteneva in quel sito lo stabilimento d'un' antica popolazione greca, ma senza riferirla alla città di Turio.

(1625) Polyæn, Strateg. II, 10, 2, 4.

(1626) Diodor. Sic. XII, 35.

(1627) Andocid. Contra Alcib. 12.

(1628) Diod. Sic. XIII, 3.

(1629) Thucyd. VI, 104.

(1630) Thucyd. VI, 33, 35, 37. — Diodor. Sic. XIII, 11. — I Turii, a' quali si erano anche aggiunte milizie de' Messapii, miseramente con questi finirono la vita, uccisi, o tormentati nelle carceri. (Thucyd. VII, 42 — 87. — Diod. XIII, 33. — Plutarch. Vit. Nic. c. XXI).

(1631) Thucyd. VIII, 35, 84. — Xenoph. Hellen. 1, 1, 1. — Diodor. Sic. XIII, 38, 34. — Gli Ateniesi presero dipoi due delle navi di Turio, ed ebbero occasione di vendicarsi de' Turii, ma lasciavano salvo Dorico (Xenoph. Hellen. 1, 5, 19).

(1632) Aristot. Polit. V, 6, 8. — Cf. Mueller, De Thur, rep. p. 37 sq.

(1633) Philostr. Vit. Apollon. III, 15.

(1634) Diodor. Sic. XIV, 101. Cf. l'oracolo riferito da Strabone (VI, p. 253), nel quale oscuramente si parla della città di Lao. — Du Theil, Geogr. de Strab. t. II, Eclairciss. p. 146. — La guerra fu combattuta nel 3.º anno dell'Ol. XCVII, A. C. 390.

(1635) Niebuhr, H. R. t. III, p. 401.

(1636) Diod. Sic. XVI, 15. — Senza la testimonianza de' mss. il Millingen (Consid. p. 62, nota 1) troppo facilmente ha supposto che Diodoro parlava solo d'Ipponio, e che la glosa marginale Οὐίβωνα, nome romano d'Ιππωνιον, fu introdotta nel testo è cambiata in Θούριος.

(1637) Elian. Var. hist. XII, 61. — Herodot. VII, 189.

(1638) Plutarch. in Timol.

(1639) Zonar Annal. VIII, 2. — Strab. VI, p. 263 — Cf. Millingen, Consid. p. 63.

(1640) Plin. H. N. XXXIV, 15. Cf. Freinshem. Suppl. ad Liv. XI, 29. — Dionys. Hal. Fragm. XVI, 14.

(1641) Valer. Max. 1, 8, 6. — Plin. H. N. XXXIV, 15. — Cf. Freinshem, XII, 6.

(1642) Appian. Fragm. III, 7.

(1643) Appian. Annib. XXXIV. — Per quanto potè difese la città M. Atinio, il quale vi comandava il piccolo presidio romano, e pel suo mite e giusto impero fu co' suoi salvato, e condotto al mare ed alle navi da' Turii (Liv. XXV, 15).

(1644) Liv. XXVII, 1.

(1645) Appian, Annib. XLIX.

(1646) Strab. VI, p. 263. — Cf. Steph. Byz. ν. Θούριοι. – Suid. ν. Αλεξις.

(1647) Liv. XXXV, 9. — Cf. XXXIV, 53. Chiara è in Livio l'epoca di questa colonia, non ostante i dispareri del Sigonio e del Cluverio; né si può col ch. Madwig (Opusc. p. 301, nota 1) pensare ad altra città, perchè Livio ne' due luoghi citati nomina gli stessi triumviri a dedurre la colonia.

(1648) Plin. H. N. III, 15, 3. Oppidum Thurii, inter duos amnes Crathin et Sybarim, ubifuit urbs eodem nomine. — Ptol. III, 1, 12. Κρότων πόλις, Θούριον. –Itin. Antonin. § XXX. Ad Vicesimum XXIV. Thurios. XX. — Roscianum, XII.

(1649) Rasche, Lex. num. v. COPIA. — Carelli, Catal. p. 119.

(1650) Caes. Bell. Civ. III, 21, 22.

(1651) Vedi p. 41. Cf. Sallust. Fragm. 47. Questo frammento a modo di antica epigrafe con lungo comento inviava al Muratori un dotto francese (Aug. de Chevanes). Il grand'uomo senza avvedersene pubblicavalo nella prefazione della sua raccolta, e prima di scoprirne l'impostura l'ho riferito in parte alla p. 108 di questo volume.

(1652) Appian. Bell. civ. I, 107.

(1653) Dion. Chrys. Opp. t. II, 12 Reisk.

(1654) Binius, Act. Concil. Lateranens. Il primo Vescovo di Turio, del quale abbiasi memoria è Giovanni, il quale intervenne a' concilii romani celebrati nel 501, e 504 (Ughelli, Ital. sacr. t. X, col. 17 3).

(1655) Saint-Non, Voyage cit. t. III, p. 85.

(1656) De Rosis, Stor. di Rossano p. 52.

(1657) Strab. VI, p. 263. — Theophrast. ap. Plin. H. N. ΧΧΧΙ, 2. — Ovid. Metam, XV, 315. — Galen. Debon. aqu.

(1658) Vedi p. 242, nota 8.

(1659) Pausan. VI, 6, 11.

(1660)Alexandr. v. 1011 sqq. Cf. p. 132, 134 di questo tomo.

(1661)Minervino, Etim. del M. Vulture p. 130.

(1662)Lycophr. Alexandr. v. 1020.

(1663)Scylax, Peripl. §. XXVI. – Strab. VI, p. 271; VII, 316. – Cf. Steph. Byz. 7. Λάκμου. –Dio Cass. XLI, p. 193.

(1664)Licofrone (v. 1017) dice che veniva prima sbattuta εἰς ᾿Αργυρίνους καὶ Κεραυνίων νάπας.

(1665)Lycophr, Alexandr. v. 1021. Κρᾶθις δὲ γείτων ἠδὲ Μυλάκων ὅροις –χῶ pos. – Cf. Tzetz. ibid., e t. I, p. 220, n. (5).

(1666)Vedi p. 134 di questo tomo.

(1667)Steph. Byz. ν. Μυλαυτία.

(1668)Minervino, Etim. del monte Vulture p. 132.

(1669)Procop. De bello goth. III, 28.

(1670)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 306.

(1671)De Rosis, Storia di Rossano p. 46.

(1672)Vedi p. 18 di questo tono.

(1673)Lycophr. Alexandr. v. 946. Ne' migliori mss. leggesi Κυλίσταρου γάνος.

(1674)Etym. M. v. Κυλίστανος, p. 544, 30. διὰ δὲ τὸ τὸν ᾿Ηρακλέα φονευσαι δρά κοντα τινα ὑπερμεγέθη, καὶ κυλισθήναι εἰς αὐτὸν, Κυλίστανος εκληθη.

(1675)Hecat. Fragm. XXXIX.

(1676)Hirt. Bell. Civ. III, 22.

(1677)Millingen, Ancient Coins of Greeck Cities, p. 26, Pl. II, n. 7.

(1678)Strab. V, p. 225. – Sallust, ap. Serv. ad Æn. X, v. 168. – Plin. III, 8, 2. Rutil. Numat. Itin. v. 286.

(1679)Hirt. Bell. Civ. III, 22.— Cf. t. II, p. 526 seg. – Anche il Millingen (Consid. p. 230 ) ha osservato che Vellejo Patercolo, riferendo lo stesso fatto narrato da Irzio, questa città confondeva con quella degl'Irpini.

(1680)Pollidor. De tortorib. Christ. in Barr. p. L, ed. Romae. – Hultmann, Miscell. epigraph. p. 80.

(1681)Vedi Giustiniani, Diz. geogr. t. I, p. 158.

(1682)Minervino, Etim. del M. Vulture p. 121, nota (XX).

(1683)Antonini, Lucania t. II, p. 11.

(1684)Itin. Antonin. §. XXX.

(1685)Barri, Op. cit. p. 409.

(1686)Lycophr. Alexandr. v. 978.

(1687)Tzetz. ad Lycophr. p. 155, ed. P. Steph.

(1688)Barri, Op. cit. col. 343. – Cf. Antonini, Lucania t. II, p. 14.

(1689)Strab. VI, p. 281.

(1690) Giustiniani,Diz. geogr. t. I, p. 101.

(1691) Barri, Op. cit. p. 449. – Marafioti, Cron. cit. p. 281. – Romanelli, Topogr. t. I, p. 244 seg.

(1692) Strab. VI, p. 280.

(1693) Anon. Ravenn. IV, 31. Tarentum, Mesochorum, Metapontum, Heraclea.

(1694) Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 111, 117.

(1695) Dopo avere Strabone ricordata Eraclea co' due fiumi che le appartenevano, il Siri e l'Aciri (VI, p. 263), passa a descrivere la Metapontina (p. 264).

(1696) Antonini, Lucania t. II, p. 21.

(1697) LA SEMAINE, IV année n. 38, 21 sept. 1849, p. 1197. – Il sig. Paolo Gervais, il quale ha comunicate all'Accademia delle Scienze di Parigi le sue importanti ricerche su questo genere di cavalli fossili, da alcune particolarità nello smalto de' denti molari inferiori ha negl'Hipparions distinto tre specie, ch'egli dinota co' nomi d'Hipparion mesostylum, H. prostylum, ed H. diplostylum. Tali Hipparions, che non differiscono gran fatto di statura, si accostano per la grandezza a quella dell'asino ordinario, ma più svelte e più vantaggiose ne sono le proporzioni, a giudicarne de' pezzi noti del loro scheletro.

(1698) Archiloch, ap. Athen. ΧΙΙ, 8. Οὐγάρ τι καλὸς χῶρος, οὐδεφίμενος – Οὐδερατὸς, οἷος ἀμφὶ Σίριος ῥράς – Cf. Liebel, Archiloch. Reliq. Vindob. 1818, pp. 64 – 3.

(1699) Vedi p. 200.

(1700) Theopomp. ap. Strab. VII, p. 324. Τούτων (Ηπειρωτῶν) δὲ ἐνδοξότατα, Χάονες, καὶ Μολοττοι.

(1701) Hellanic. Fragm. LII. – Hecat. Fragm. LXXIV.

(1702) Strab. VII, p. 324.

(1703) Polemo in Comm. V, ap. Lyd. De magistr. 111, 46. Οἱ δ'Ηπειρῶται μάλιστα, Σύρων ὄντες ἄποικοι.

(1704) Thucyd. 11, 98. – Erodoto (V, 15) ne annovera otto, ma Tucidide supplisce i Leeni ed i Greeni.

(1705) Steph. Byz. ν. Σίρες.

(1706) Vedi t. I, p. 384.

(1707) Larcher, Hist. d'Herodot. t. VIII, ρ. 509.

(1708) Strab. VI, p. 263.

(1709) Lycophr. Alex. v. 929, 945.

(1710) Tzetz. ad Lycophr. v. cit. – Steph. Βyz. ν. Λαγαρία. – Cf. Ps. Aristot. Deadm. Ausc. c. CVIII, dove leggi Λαγαρίαν in vece di Γαργαρίαν.

(1711) Homer. Iliad. II, Catal. v. 25; XXII, 670. – Pausania (X, 1, 1) annovera Epeo tra i discendenti di Foco di Corinto, eroe eponimo emitico, il quale supponevasi che desse il nome alla Focide.

(1712) Strab. VI, р. 263. – Plin. H. N. XIV, 6. – Athen. I, 47.

(1713) Cluver. Ital. antiq. p. 1272. – Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 33.Antonini, Lucania, t. II, p. 13.

(1714) Lombardi, Opuscoli p. 177 seg.

(1715) Vedi p. 73.

(1716) Lycophr. Alexandr. v. 946. – Cf. p. 315, 316.

(1717) Tab. Peutinger. § XLI.

(1718) Ab. De Laude, Vit. B. loann. Caramol. p. 36.

(1719) Plin. H. N. III, 15, 3. Lucanorum autem (mediterranei), Atenates, Bantini… Sontini, Sirini etc.

(1720) Strab. VI, p. 264.

(1721) Millingen, Numismat. de l'anc. Italie, p. 35.

(1722) Polemo ap. Lyd. De Magistr. III, 46.

(1723) Steph. Βyz. ν. Σίρες.

(1724) Herodot. VIII, 115. – Steph. Byz. ν. Σίρις.

(1725) Herodot. V, 16. – Thucyd. II 96, 98. Steph. Βyz. v. Σίρις. – Plin. Hist. N. IV, 10.

(1726) Eupoli ap. Steph. Βyz. v. Μαρδόνες.

(1727) Etym. M. ν. Σίρις.

(1728) Lycophr. Alex. v. 922.

(1729) Strab. VIII, p. 385?Apollon. Rhod. (1), 177.

(1730) Herodot. I, 146. – Pausan. VII, 26.

(1731) Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 437.

(1732) Pausan. VII, 26.

(1733) Herodot. VIII, 52.

(1734) Strab. VIII, p. 558.

(1735) Steph. Byz. v. Σιρις et Πολιειον. – Ps. Aristot. De adm. ausc. c. 106, 107. Athen. XII, 25. – Cf. Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 69.

(1736) Strab. VI, p. 264.

(1737) Virg. Æn. III, 334 sq. – Cf. Serv. ibid. e v. 297, 319.

(1738) Klausen, Eneas, u. d. Penaten p. 447 seg. – Per la fondazione di Colofone vedi Pausania (VII, 3, 1), i Marmi di Paro (Epoch. XXVIII), ed Erodoto (1, 142; VII, 95). E singolare che il dotto Larcher (Hist. d'Herodot. t. VII, p. 139) dice d'ignorarsi donde prendeva il nome, e poi riferisce coll'autorità del greco geografo Melezio che ora si nomina Belvedere; or questo nome è una traduzione della greca voce ΚΟΛΟΦΩΝ, come dalla bella vista fu detta la nostra città di Corfinio da' confederati della guerra italica (Vedi t. I, p. 122).

(1739) Athen. XII, 5, p. 523. Καὶ οἱ τὴν Σίρινδὲκατοικουντες, ην πρῶτοι πατέσχου οἱ ἀπὸ Τροίας ἐλθόντες, ὕστερον δὲ Κολοφώνιοι, ὡςφησι ΤίμαιοςκαὶΑριστοτέλης.

(1740) Strab. VI, p. 264. φεύγοντας τὴν Λυδῶν ἀρχὴν.

(1741) Barthelemy, Palæogr. numism. nelle Mem. del'Acad. De B. L. t. XLVII, p. 167.

(1742) Dicaearch. Graec. descr. v. 66.Thucyd. III, 101.

(1743) Il fiume Hylacus ne bagna ancora le rovine presso il porto di Janaki (Pouqueville, Voyage de la Grèce t. IV, p. 60).

(1744) Herodot. I, 14. Κολοφῶνος τὸ ἄστυ είλε.

(1745) Lycophr. Alexandr. v. 978 – 90.

(1746) Strab. VI, p. 264.

(1747) Iustin. XX, 2. – Tzetze (Ad Lycophr. v.789, alterando i fatti scrive che Siri fu presa da' Trojani e da' Crotoniati, i quali commisero l'empia strage nel tempio di Minerva.

(1748) Ælian. Var. hist. I, 19. – Cf. Philarch. Fragm. 62.

(1749) Athen. ΧΙΙ, 25. ἐκαλουντο διὰ τοῦτο ὑπὸ τῶν περιοίκων μιτροχίτωνες.

(1750) Herodot. VI, 127.

(1751) Justin. XX, 2.

(1752) Vedi p. 251, nota (2). Cf. Millingen, Consid. p. 37.

(1753) Herodot. VI, 21.

(1754) Hegesandr. ap. Athen, XIV, 73.

(1755) Strab. VI, p 280.

(1756) Pausan, X, 13.

(1757) Du Theil, Géograph, de Strabon t. II, p. 399, nota (1). – Le conghietture del Mazocchi (Prodr. ad Tabb, Heracl. p. 107) e dell'Heyne (Opusc. acad. t. II, p. 222 nota (f) non sono a tal proposito plausibili.

(1758) Antioch, ap. Strab. VI, p. 264.

(1759) Pellerin, Suppl. III, tab. 3, fig. 9.

(1760) Winckelmann, Opp. t. II, p. 9. Mionnet, Descr. t. I, p. 151. – Millin, Méd. de Siris. Paris, 1814. – Sestini, Lett. Numism. t. VII, p. 5. – Carelli, Catal. p. 107. – Avellino, Opusc. t. II, p. 95 segg. – Luynes, Diss. cit. p. 395.

(1761) Vedi pp. 61, 62.

(1762) Lycophr. Alexandr. v. 979 – 81.

(1763) Id. v. 1047. Cf. Strab. VI, p. 284.

(1764) Lycophr. v. 426 sqq. – Strab. XIV, 642 sq. Tzetz. ad Lycophr. v. 979 p. 156-57 ed. Steph. – Serv. ad Virg. Eclog. VI, 72. – Conon. Narr. VI. – Che Calcante fu ucciso da Ercole nella Siritide, è racconto favoloso di Eustazio (ad Odyss. O, 28).

(1765) Strab. VI, p. 264. Plin. H. N. III, 15, 3. Inter Sirin et Acirin Heraclia, aliquando Siris vocitata.

(1766) Steph. Byz. v. Ηράκλεία.

(1767) Diodor. Sic. XII, 36. – Strab. VI, p. 264. – Liv. VIII, 24.

(1768) Sestini, Lett. numism. t. I, p. 42.

(1769) Vedi p. 306.

(1770) Liv. VIII, 24. Heracleam Tarantinorum coloniam cepit.

(1771) Cic. Pro C. Balb. c. 22.

(1772) Appian. Hannibal. XXXV.

(1773) Cic, Pro A. Licin. Arch. Fragm. IV ed. Maio p. 119. Cf. Schol. ibid.

(1774) Cic. Pro C. Balb. c. 8. Cf. Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 113 sqq.

(1775) Carelli, Catal. p. 107 – 11. – Millingen, Consid. p. 112 segg. – Avellino, Mus. BORB. t. IV, tay. 30. – Raoul Rochette, Lettre à Schorn p. 88.

(1776) Apollodor. VII, 3, 2. – Cf. Athen. VII, 46; XII, 24.

(1777) Pausan. VII, 3, 1.

(1778) Serv. ad Virg. Eclog. VI, v. 74.

(1779) Apollodor, III, 12, 3.

(1780) Strab. VI, p. 264. – Cf. Cavedoni, Bullett. Arch. A. 1844, p. 157.

(1781) Romanelli, Topograf. t. I, p. 258.Inun' ara votiva, scoperta nelle vicinanze della città, si lesse ancora: HERCYLI PATRIO NUMINI HERACLEENSES V. S. L. M. (Castaldi, La Magna Grecia p. 81).

(1782) Vedi il dotto comento che ne fece l'Ignarra (Opusc. p. 57 segg.).

(1783) Theop. ap. Athen. XI, 21.

(1784) Cic. De Invent. I f, 1. – Cf. Plin. H. N. XXXV, 9. – Ælian. Var. hist. IV, 12.

(1785) Egli è il vero ch'è nominata dall'Anonimo geografo di Ravenna, ma è noto che nella sua semplice nomenclatura geografica egli ricordava anche le città distrutte prima del suo secolo, che fu il VII dell'era cristiana. (1) Ab. A Laude, Vit. B. Joann. Caram. p. 15.

(1786) Ab. A Laude, Vit. B. Joann. Caram. p. 15.

(1787) Antonini, Lucania t. II, p. 34.

(1788) Il nome di Erchie, guasto da Ercle, abbreviazione di Eraclea, rimaneva in que' contorni sino al secolo XVII (V. Toppi, Bibl. Nap. p. 59, v. CARLO PINTO) e forse ne' ruderi che Swimburne (Travels cit. t. 1, p. 279) ricorda presso la sponda dell'Agri.

(1789) Lombardi, Opuscoli p. 175.

(1790) Saint – Non, Voyage pitt. t. III, p.61 seq.

(1791) Scimn. Ch. Perieg. v. 326.

(1792) Ps. Aristot. De Adm. auscult. c. 97.

(1793) Vedi p. 180 di questo tomo.

(1794) Euseb. Chron. II, p. 328 ed. Maio.

(1795) Syncell. Chronograph. p. 212, С.

(1796) Euseb. Chron. II, p. 328 ed. Mai.

(1797) Raoul Rochette, Hist. cit. t. III, p.163 – 64.

(1798) Dopo avere accennato il geografo le città di Crotone, Pandosia, Turio e Metaponto, per tutte soggiunge (v. 28 – 29) ταύτας Αχαιούς εκ Πελοποννήσου κτίσαι ἀφικομένους λέγουσι πάσας τὰς πόλεις.

(1799) Millingen, Consid. p. 31.

(1800) Pellerin, Lettr. numism. p. 202

(1801) Combe, Vet. Pop. et Reg. Num. Mus. Britann. tab. I, fig. 26. – Carelli, Catal. p. 126. – Luynes, Annal. de l'Institut Arch. t. V, p. 17. – Millingen, Consid. p. 31 segg.

(1802) Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heract. p. 133 sq.

(1803) Plutarch. in Pyrr. II, p. 453 Bryan, κατεςρατοπέδευσεν ἐν τῷ μεταξύ πεδίῳ Πανδοσίας πόλεως καὶ Ηρακλείας.

(1804) Freinshem. Suppl. ad Liv. XIII, 1, 2,

(1805) Tabb. Heracl. ap. Mazocchi p. 191, n. 21 – 22, ἐπὶ τῆς ὀδου τῆς ἐκ πόλεως (Ηρακλείας) καὶ ἐκ Πανδοσίας ἀλούσης διὰ τῶν ἱερῶν χώρων. – Cf. Mazocchi ilid. p. 187.

(1806) Ughelli, Ital. sacr. IN EPISC. ANGLON. – Cf. Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 104. – Antonini, Lucania t, II, p. 22. – Lombardi, Opuscoli p. 177.

(1807) Mazocchi, Tab. Heracl. p. 153, 259.

(1808) Vedi p. 318.

(1809) Romanelli, Topograf. t. I, p. 262 seg.

(1810) Strab. VII, p. 324.

(1811) Vedi p. 181.

(1812) Strab. VI, p. 255. μετὰ δὲ ταῦτα ἐπεκτείνεσθαί φησι (᾿Αντίοχος) τούνομα καὶ τὸ τῆς Ἰταλίας καὶ τὸ τῶν Οἰνωτρῶν μέχρι τῆς Μεταποντίνης καὶ τῆς Σειρίτιδος.

(1813) Antonini, Lucania t. II, p. 64, nota (1).

(1814) Swimburne, Travels. t. I, p. 277.

(1815) Plin. III, 15, 3. Flumina: Acalandrum, Casuentum: oppidum Metapontum, quo tertia Italia regiofinitur.

(1816) Da βάσσα concavitas, d'onde βάσ σωνprofundior.

(1817) Vedi t. I, p. 372; t. III, p. 74, nota (8).

(1818) Antonini, Lucania t. II, p. 49.

(1819) Strab. VII, p. 324. Υπέρκειται δὲ τούτου μὲν του κόλπου Κίχυρος, ἡ πρότε ρον Ἐφύρα, πόλις Θεσπρωτῶν.

(1820) Le tradizioni raccolte da Diodoro (IV, 36, 1) vi facevano regnare il re Fileo, ucciso da Ercole, ed ivi le greche cronache del medio evo pongono la sede di Aidoneo o Plutone, a cui Teseo con Pirito o tentava di rapire la sposa (Proserpina), o Core, la figliuola, secondo gli scrittori Evemeristi (Philochor. Fragm. XLVI. – Pausan. 1, 17, 4. – Plutarch. Vit. Thes. I, p. 30 Bryan.

(1821) Hugues, Travels in Greece and Albania t. II, p 440. – Il Pouqueville (Voyage de la Grèce t. II, p. 141) dice che enormi macigni simili a quelli de' baluardi di Micene fanno riconoscere il recinto della città di Cichiro.

(1822) Homer. Odyss. Ω, 304. Εἰμὶ μεν ἐξ Αλύβαντος.

(1823) Steph. Byz. ν. Α'λύβας. –Tzetz. Chil. XII, 404.

(1824) Eustath. ad Hom. l. s. c.

(1825) Antioch. ap. Strab. VI, p. 265.

(1826) Etym. M. v. Μέταβος. – D'Ansse de Villois. Anecd. gr. t. I, p. 289. – Cf. Luynes, Méd. incus. de la Grèce; Nouv. Ann. d'Arch. t. I, p. 384.

(1827) Steph. Byz. ν. Μετάποντιου, – Eustath. in Dionys. Perieg. v. 368.

(1828) Luynes, Diss. cit. 1. s. c.

(1829) Vedi pagg. 206, 248.

(1830) Polyb. V, 7, 8. – Steph. Byz. ν. Μέταπα.

(1831) Millingen, Consid. p. 19.

(1832) Ephor. ap. Strab. VI, p. 264.

(1833) Strab. IX, p. 640.

(1834) Diod. Sic. IV, 67.

(1835) Raoul Rochette, Hist. cit. t. III,

(1836) Muller, The Dorians t. I, p. 281 p. 164. seq.

(1837) Antioch, ap. Strab. VI, p. 265.

(1838) Euripid. ap. Dionys. Hal. Rhet. VIII, 10; IX, 11. – Hygin. Fab. 186.

(1839) Strab. XIV, p. 635, 638. – Steph. Βyz. ν. Ικαρος.

(1840) Vedi p. 72.

(1841) Serv. ad Æn. XI, 540.

(1842) Strab. VI, p. 265.

(1843) Diodor. Sic. IV, 67; V, 7. – Eustath. ad Odyss. XI, p. 1644. – Schol. ad Dionys. Perieg. t. IV, p. 36.

(1844) Strab. VI, p. 264. – Iustin. XX, 2. – Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 368. Solin. c. 8 – Intpp. ad Vell. Pat. I, 1.

(1845) Strab. VIII, p. 340. ὕστερον δ'αντ'Επειῶν Ηλεῖοι ἐκλήθησαν. – Hesych. p 348. Albert. Επειοί, οἱ Ἡλεῖοι, καὶ οἱ πλησιόχωροι – Plin. H. N. IV. 6, 3. Inde Eliorum ager, qui antea Epei vocabantur.

(1846) Lenormant, Annali dell'Inst, arch, t. V, p. 296.

(1847) Strab. VIII, p. 339.

(1848) Id. VI, p. 264.

(1849) Homer. Iliad. V, 543. – Cf. Strab. VIII, p. 350.

(1850) Lycophr. Alexandr. v. 930. – Nell'ingegnoso componimento attribuito a Simmia di Rodi, intitolato Πελεκυς, la scure, leggesi la dedicazione che Epeo ne fece nel tempio di Minerva.

(1851) Iustin. XX, 2. – Cf. Ps. Aristot. De mirab. Ausc, c. CVIII, p. 36 ed. Westermann.

(1852) Vedi pp. 303, 309.

(1853) Dalla memoria che Servio (ad Æn. X, 179) ci serbava della città di Phocida nell'Etruria, chiaro si raccoglie che i due popoli vi si stabilirono separatamente, i Focesi a Phocida, ed i Piseati a Pisa.

(1854) Cato ap. Serv. ad Æn. Χ, 179. Strab. V, p. 222.

(1855) Raoul-Rochette, Hist. des Col. t. II, p. 315.

(1856) Strab. VI, p. 264.

(1857) Il Cluverio (Ital. antiq. p. 1278) suppose che i Sanniti abolissero le feste celebrate da' Metapontini in onore de' Nelcidi, non già che distruggessero la città.

(1858) Strab. VI, p. 253. Οἱ (Λευκανοι) δὲ τὴνμεσόγαιαν ἔχοντές εἰσιν οἱ ὑπεροικούν τεςτου Ταραντίνου κόλπου.

(1859) Antioch, ap. Strab. VI, p. 264.

(1860) Heyne, Opusc. t. II, p. 109 seq.

(1861) Strab. VI, p. 264.

(1862) Strab. VI, p. 265. – Eustath. Ad Dionys. Perieg. v. 368. – Plutarch. De pyth. Orac. c. VI. – Nominavasi θέρος il tempo che passa tra il levare delle Plejadi e quello di Sirio (Schneid. ad Varr. De R. R. I, 28) – Cf G. Rathgeber, Annales de l'Inst. Arch. A. 1843, p. 46 seg.

(1863) Pausan. V, 22, 4; VI, 19, 8. L'antico storico Polemone (ap. Athen. XI, 8) ci ricorda ancora il ricco sacello che i Metapontini avevano in Olimpia, nel quale si serbavano un simpuvio d’oro, tre fiale indorate, due gutti di argento, e 132 fiale dello stesso metallo.

(1864) Endimione secondo i miti fu padre di Etolo, il quale dava il nome all'Etolia (Apollodor. 1, 7, 6).

(1865) Themist. Orat. XXIII. – Cf. Di caearch. ap. Diog. Laert. VIII, 40.

(1866) Dicaearch. Fragm. t. II, p. 54, ed. Errante. – Plutarch, de Daemon. Socr. Porphyr. Vit. Pythag. n. 4. La testimonianza di Arnobio (Adv. Gent. I, 14) che il filosofo fu bruciato vivo in quel tempio è inesatta, perchè confuse il fatto dell'incendio del collegio con quello della morte del filosofo.

(1867) Thucyd. VII, 33. – Osann, Sylloge p. 44, 47.

(1868) Justin. XII, 2. – Liv. VIII, 24. Ossaque Metapontum ad hostes remissa.

(1869) Diodor. Sic. XX, 104.

(1870) Plutarch. Apophtegm. Lacon.

(1871) Freinshem. Suppl. ad Liv. ΧΙΙΙ, 51.

(1872) Polyb. VIII, 36. – Liv. XXV, 11.

(1873) Id. XXVII, 16.

(1874) Liv. XXV, 7, 8, 15.

(1875) Id. XXVII, 51.

(1876) Vedi queste diverse età nella dotta opera de' sigg. Duca di Luynes e F. J. Debacq (Metaponte. Paris, 1833 in fol.), e nelle Monete rare del ch. Fiorelli, p. 63 seg.

(1877) Vedi p. 328.

(1878) Pausan. X, 16, 6.

(1879) Millingen, Consid. p. 19.

(1880) Homer. Iliad. Ε, 543. ᾿Αλφειού, ὃστ' εὐρὺ ρέει Πολίων διὰ γαίης. –Cf. Strab. VIII, p. 352. – Luynes, Metaponte p. 25.

(1881) Plutarch. De Is. et Osir. XXX. Sempre sopra un bue si vede ancora Iswaru, o il Bacco indiano, e da ciò si deriva uno de' nomi di esso in sancrito, Vrichadwadja, cioè colui che ha per attributo un bue (Vedi Moor, The Hindu Pantheon nella Edimbourgh Review, febb. 1811).

(1882) Philostr. Heroic. II, 6; p. 54, ed. Boissonn. Cf. Osann, Kunstblatt Α. 1831, n. 16, 17; p. 61 – 64, 67 – 68.

(1883) Avellino, Opuscoli t. III, p. 122 segg.

(1884) Herodot. IV, 15.

(1885) Pausan.V, 15, 11. Φαίνονται (᾿Ηλείοι) δὲ χρίομενοι ἐκ παλαιοτάτου τῳ εν Λιβύη μαντείω.

(1886) Doctr. Num. vet. t. I, p. 155.

(1887) Pausan. IX, ΙΧ, 16, 1. Οὐπόρρω δὲ ἐστι ναὸς ᾿Αμμωνος.

(1888) Vedi p. 328.

(1889) Col riscontro di altre monete di Eraclea, Taranto e Catania i nomi di alcuni di tali artisti ha ricordati il ch. Raoul Rochette nella sua Lettre à M. le duc de Luynes (p. 36 – 39, 40, 44), cioè ΑΠΟΛ (Apollonio), API (Aristippo), ΑΥΓ (Augia), ΑΓΗ (Agesia); ma almeno altri dodici contar se ne possono sulle monete metapontine, e tra questi bastami rammentare quelli di XPI (Crisippo), ΑΘΑ (Atanadoro), e AT, forse Lisippo, Lisippo, che vi ricorre più degli altri.

(1890) Luynes, Metaponte p. 29.

(1891) Il culto di questo nume fu introdotto nella città dagli Elei, i quali lo adoravano coll'epiteto di Parammone (Pausan. V, 15, 11), perchè forse aveva il tempio presso quello di Giove Ammone.

(1892) Strab. VI, p. 265.

(1893) La stessa indicazione si legge nelle monete anche di bronzo col tipo di Mercurio. In altre monete coll'immagine di Cerere leggesi ΤΙΜΩΝ, nome di magistrato, anziché di artista.

(1894) Tali simboli fanno supplire la scomparsa leggenda KPO del dritto.

(1895) Fiorelli, Monete rare p. 62.

(1896) Più ampie notizie delle monete metapontine vedi in Mionnet, Descr. t. I, p. 158 seqq. – Suppl. p. 302. – Carelli, Catal. p. 97 – 106. – Avellino, Ital. vet. Num. t. II, p. 14. – Opuscoli t. II, p. 81 segg.; t. III, p. 122 segg. – Mus. Bons. t. IV, tav. XXX, XLV. – Luynes, Metaponte p. 23 segg. Nouv. Ann. d'Arch. t. 1, p. 386.Millingen, Consid. p. 23 segg.

(1897) Plutarch. De Pyth. Orac. c. VIII.

(1898) Dicæarch. Fragm. t. II, p. 55 ed. Errante. – Cf. Diog. Laert. VIII, 1, 21. – Tzetz. Hist. Chil. XI, 366.

(1899) Porphyr. Vit. Pythag. p. 4. Kiessling. – Diog. Laert. De Vit. Philos. p. 557. – Justin. XX, 4.

(1900) Valer. Max. VIII, 15, 1.

(1901) Herodot. IV, 15. – Cf. Athen. XIII, 83. – Plutarch, De Pyth. Orac.

(1902) Æn. Gaz, in Theophrast, ap. Meurs. Not. In Apollon. Dysc. p. 87.

(1903) Orig. Contra Cels. III, 26.

(1904) Strab. XIII, p. 588. – Мах. Туг. Diss. XVI, e XXXVIII. – Cf. Larcher, Hist. d'Herodot. t. III, p. 422- 25.

(1905) Era sopratutto adorato nella Tessaglia, nella Beozia e nell'Arcadia. Virgilio (Georg. (IV, 284) lo nomina magister Arcadius.

(1906) Pyndar. Pyth. IX, 64. Boeckh, Explic. p. 324.

(1907) Bayle, Dict. hist. v. ARISTÉE t. II, p. 342.

(1908) V. Jacobi, Biograph, myth. s. v.

(1909) Plin. H. N. XIV, 2. Metaponti templum Junonis vitigineis columnis stetit.

(1910) Egli è il vero che il Carelli (Catal. p. 97) descrive come di Giunone l'immagine diademata in una delle monete d'oro della città; ma tale attribuzione non trovo in altri nummologi.

(1911) Vedi t. II, p. 426; t. III, p. 27, 242.

(1912) Cic. Defin. in proem.

(1913) Pausan. VI, 19, 9. – Cf. VIII, 43, 6. Che nondimeno affatto disabitata non rimase ne' secoli successivi si raccoglie da altre testimonianze, perchè nell'anno stesso in cui i Saraceni presero Taranto (927), la città fu saccheggiata, e fuggiti via gli abitatori, appena 60 ne menarono schiavi fra vecchi e fanciulli nella campagna (Anon. Chron. ap. Antonini, Lucania t. II, p. 68). Nel 972 vi venne l'Imperatore Otone (Leo Ost. Chron. Casin. ad ann. 972), e in tempi posteriori fu detta Civitas SS. Trinitatis, nome che non le durò guari tempo perchè resa in tutto disabitata per effetto del gran tremuoto ricordato dal citato Cronista nel 984; e d'allora si può credere edificata la vicina terra di Montescaglioso con qualche altro villaggio.

(1914) Luynes, Op. cit. p. 35. – Cf. Lombardi, Opuscoli p. 173.

(1915) I Metapontini vi rappresentavano per lo più le immagini de' loro numi, come si vede ne' frammenti di quelle pubblicate dal Luynes, nelle quali si osserva la testa d'Iside, la stessa che Giunone Ammonia adorata nell'Elide (Pausan. V, 15, 11).

(1916) Luynes, Metaponte p. 2.

(1917) Tutto il soffitto erane dipinto, e da un frammento di un meandro in terra cotta, simile a quelli che ricoprivano i templi di Teseo ed il Partenone in Atene, e gli altri di Nemesi e di Temide presso Ramnunte, non par dubbio che decorava lo pteroma, sovrapposto alla pietra calcare, che non potevasi scolpire.

(1918) Un solo pezzo di una metope se ne scopri, cioè un piede di calcare, d'una figura di circa un metro di proporzione, di antico lavoro e simile a' bassirilievi di Selinunte.

(1919) De Archit, III, 1. Cf. Debacq. Op. cit. p. 38.

(1920) Per la descrizione di questi templi vedi la citata opera su Metaponto, p. 36-47.

(1921) Sono cosi dette nelle antiche carte dell'Archivio Benedittino di Montescaglioso (Antonini, Lucania t. II, p. 64).

(1922) Aristot. De Adm. ausc. c. CVIII, ed. Westermann, ἐγγύς Μεταποντίου ᾿Αθηνᾶς Ἱερόν εἶναί φασιν Ελληνίας, ἔνδα τὰ τοῦ Ἐπειοῦ λέγουσιν ἀνακεῖσθαι ὄργανα, & εἰς τὸν δούρειον ἵππον ἐποίησεν. Invece di Ελληνιας l'Hemsterhuis ha letto Εἰληνίας, il che ha fatto supporre al Meineke (Ad Euphor. Fragm. p. 89) che ladea prendesse il nome dal tempio edificato in sito paludoso presso Metaponto; ma, oltreché, seguendo tale etimologia, si avrebbe dovuto dire piuttosto 'Ελειας, tali paludi suppor non si possono né floridi tempi della città, la vera lezione sembrami piuttosto Tληνίας dal cavallo di legno (ὕλη) attribuito ad Epeo, perchè essendo Atena, o Minerva, una dea tutta greca, non so intendere perchè si fosse denominata Ellenica.

(1923) Vedi p. 329.

(1924) Vedi p. 87 seg.

(1925) Antonini, Lucania t. II, p. 74.

(1926) I Codicarii prendevano il nome da navili che usavano, formati da più tavole grossolane senz'arte connesse, che gli antichi dicevano anche Caudicae, o piuttosto Caudiceae (Gell. N. A. X, 25), da caudex, o codex. Di questi barcaiuoli è memoria in altre epigrafi (Gruter. p. CCCCXL, 3; ССССLXII, 1), e per le navi che usavano legger si può Nonio (v. CODICARIAE), ilquale ne parla colle testimonianze di Varrone e Sallustio.

(1927) Vedi p. 333.

(1928) Antioch. Syr. ap. Strab. VI, p. 277.Cf. Dionys. Hal. I, 26.

(1929) Vedi p. 21.

(1930) Strab. VI, p. 278.

(1931) Vedi p. 314.

(1932) Sulle tradizioni locali parlano di questa muraglia Swimburne (Travels t. I, p. 232), e Gagliardo (Descriz. di Taranto p. 68).

(1933) Clearch. ap. Athen. XII, 7.

(1934) Giovene, Opp. t. II, p. 459.

(1935) Plin. H. N. XXXI, 7.

(1936) Gagliardo, Descr. di Taranto p. 44.

(1937) Horat. Carm. II, 6.

(1938) Jovene, De antiq. Tarentinor. fortuna p. 43.

(1939) Perieg. v. 330.

(1940) Polyb. VIII, 28. παρά τίνα δυσσύκοπτον καὶ φαραγγώδη ποταμόν.

(1941) Jamblich, Vit. Pythag. 1, 31.

(1942) Romanelli, Topogr. t. 1, p. 280.

(1943) Orph. Hymn. V, 6 – 8. – Cf. Diod. Sic. 1, 11, 3. – Macrob. Saturn. I, 18.

(1944) Suid. ν. Φάνες. – Lactant. Div. Inst. I, 5.

(1945) Dionys. Hal. Fragm. ed. Maii p. 502. Pausan. X, 10, 8. – Steph. Βyz. v. Τάρας.

(1946) Appian. Bell. Civ. V, 93 – 94.

(1947) Pratilli, Via Appia p. 484.

(1948) Strab. VI, p. 279. – Pausan. X, 10, 8. – Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 376. – Serv. ad Æn. III, 551. – Prob. ad Georg. II, 197.

(1949) Pausan. X, 10, 4. – Serv. ad Georg. IV, 126; ad Æn. III, 551. Prob. et Pomp. Sabin. loc. sup. cit.

(1950) Serv. ad Æn. III, 531.

(1951) Plutarch, in Thes. c. 19. – Prob. et Pomp. Sab. ad Georg. 11, 197.

(1952) Dionys. Hal. Fragm. ed. Maji p. 502. – Steph. Βyz. ν. Τάρας.

(1953) Serv. ad Æn. III, 332. Cf. Etym. Mag. ν. Δελφίνιος. –Homer. Hymn. in Apoll. Pyth. v. 216 sq.

(1954) Homer. Hymn. in Apoll. v. 179.

(1955) Cornific. Long. ap. Serv. ad Æn. III, 332.

(1956) Etym. Μ. ν. Δελφίνιος.

(1957) Pausan. X, 8, 9, )

(1958) Plutarch, de Solert. anim. ed.Reiske, t. X, p. 93.

(1959) Ephor. et Antioch. Syrac, ap. Strab, VI, p. 278 – 79. – Cf. Diodor. Sic. XV, 66.– Dionigi Periegete (v.376) come fondatrice di Taranto ricorda anche la valorosa gioventù degli Amiclei (Αμυκλαίωνκάρτερος Α'ρης), il che probabilmente non è da giudicare, dice il Muller, (Dorians t. I, p. 164, nota k), un vero abbellimento poetico.

(1960) Volevasi Falanto uno degli Eraclidi, ed è detto octavus ab Ercule da alcuni Scoliasti (Serv. ad Georg. IV, 125; ad Æn. III, 551. – Schol. vet. ad Hor. Carm, II, 6, 12).

(1961) Dionys. Hal. Fragm. XVII, 2. – Cf. Diod. Sic. Fragm. VIII, 21. – L'ambiguità dell'oracolo nasceva dalla voce τράγος, che significa capro, e presso alcuni popoli caprifico, o fico silvestre.

(1962) Con ignote testimonianze dice (ad Æn. III, 551) che i Messenii posero i servi a' patiboli, strangolarono i figliuoli, e fugarono i nipoti.

(1963) Pausan. IV, 13, 7.

(1964) Justin. III, 4.

(1965) Euseb. Chron. II, p. 331. ed. Maji. Clinton, Fasti Hellen, p. 418, nota (u).

(1966) Justin. III, 4. – Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 140.

(1967) Antioch, ap. Strab. VI, p. 278.

(1968) Pausania (X, 10, 6) tali offerte ricorda in alcuni cavalli di bronzo e donne cattive; ed oltre la decima de' prodotti della terra, anche simulacri equestri e pedestri di Opi re de' Japigi, il quale moriva nella guerra in soccorso de' Peucezii, e dell'eroe Taranto e di Falanto col delfino (X, 13, 10). Tali opere nondimeno col simulacro di Minerva (Pausan. HI, 12, 5) considerar si possono come de' tempi posteriori, ma sull'antica tradizione delle riferite vittorie.

(1969) Jovene, De antiq. Tarentinor. fortuna p. 33.

(1970) Justin. III, 4.

(1971) Vedi le autorità citate dall'Hermann, Political antiquities of Greece p. 53; e per più ampie notizie, O. Muller, Dorians t. II, p. 100 sgg.

(1972) Steph. Βyz. v. Α΄ΘΗΝΑΙ: Φαλαν. τιάδαι οἱ Ταραντίνοι ἐλέγοντο, ἀπὸ τῶν διασημοτάτων παρ' αὐτοῖς.

(1973) Pollux, Onom. III, 8, 23. – Steph. Βyz. ν. Χίος. Athen. VI, 7.

(1974) O. Muller, Dorians t. II, p. 113.

(1975) Herodot. III, 136. – Da Crotone era passato Democede ad Egina, ad Atene ed a Samo, esercitando sempre l'arte sua con tale riuscita, che grande rinomanza ne ridondò a' medici Crotoniati. Da ultimo fu chiamato da Dario a Susa, dove risanò il re ed Atossa la sua consorte; la quale, per farlo riedere in patria, induceva Dario a spedire con lui esploratori per discorrere le riviere della Grecia per l'impresa che meditava di soggiogarla.

(1976) Ateneo (XII, 22) dice che i Crotoniati spogliando quello de' Persiani che pose le mani addosso a Democede quale servo di Dario, delle sue vesti ornarono il sergente del Pritano.

(1977) Herodot. III, 138.

(1978) Clearch, ap. Athen. XII, 7. – Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 140.

(1979) Diodor. XI, 52.

(1980) Herodot. VII, 179.

(1981) Aristot. Polit. V, 2, 8. – Strab. VI, p. 280. πολιτευόμενοι δημοκρατικῶς. – Cf. Heyne, Opusc. Acad. II, p. 221.

(1982) Aristot. Polit. VI, 3, 5.

(1983) Liv. VIII, 27. – Diod. Sic. XIX, 70. – Plut. Pyrrh. XIII. – Theophrast. ap. Plut. Quaest. Gr. XLII.

(1984) Vedi p. 294.

(1985) Vedi p. 314.

(1986) Polyb. X, 1. – Cf. Flor. I, 18.

(1987) Strab. VI, p. 280. – Demosth. 'Ερωτ. p. 1415. – Plut. De Educ. liber. X, p. 28. – Praec. ger. Reip. XXVIII, p. 191.

(1988) Diog. Laert. VIII, 82. Secondo Eliano (Var. hist. VII, 14) fu rieletto Stratego sei volte (Cf. III, 17). – Suid. ν. Αρχιτας.

(1989) Aristox, ap. Diog. Laert. VIII, 82. – Jamblych. Vit. Pythag. § 197.

(1990) Strab. VI, p. 280.

(1991) Polyb. XI, 12; XVI, 18. – Diod. Sic. XIX, 29, 42, 72.

(1992) Strab. VI, p. 280. ἀπεδέξαντο δὲ καὶ τὴν Πυθαγόρειῶν φιλοσοφίαν, διαφερόντος δ'Αρχύτας.

(1993) Çic. De Senect. XII.

(1994) Strab. VI, p. 278.

(1995) Theopomp. Fragm. 260. – Clearch. ap. Athen. XII, 7. – Ælian, Var. hist. XII, 30.

(1996) Pausania (X, 10, 8) nomina Taranto città massima ed opulentissima, μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην.

(1997) Diod. Sic. XVI, 63. – Strab. VI, p. 280. – Athen. XII, 9. – Plutarch, Vit. Agid.

(1998) Vedi pp. 306, 314.

(1999) Liv. VIII, 27; IX, 14. – Cf. t. II, p. 259. – Cf. Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 152.

(2000) Diod. Sic. XIX, 70. – Ol. CXVI, 3 (А. С. 314). – Agatocle tre anni prima era stato preso a soldo da' Tarentini pel servizio della loro armata; ma, caduto in sospetto di cercar novità, era stato mandato via (Diod. Sic. XIX, 4. – Cf. Strab. VI, p. 280).

(2001) Diod. Sic. XX, 104. οἱ μὲν Λευκανοί καταπλαγέντες φιλίαν ἐποιήσαντο πρὸς τοὺς Ταραντίνους. – Cf. Niebuhr, Hist. R. t. (III, p. 240, 219. 3) Dionys. Hal. Fragm. XVI, 17. Cf. Vell. Pat. I, 14.

(2002) Dionys. Hal. Fragm, XVI, 17. – Cf. Vell. Pat. I, 14.

(2003) Zonar. Annal. VIII, 2.

(2004) Appian. Fragm. III, 7. – Dionys. Hal. Fragm. XVII, 7 – 10, 13 – 14. – Plutarch. in Pyrrh.

(2005) Plutarch in Pyrrh.

(2006) Justin. XVIII, 1.

(2007) Pausan. I, 12, 1. στρατεύσειν γὰρ ἐπὶ Τρώων ἀποίκους ᾿Αχιλλέως ὧν ἀπό 202-06.

(2008) Appian. Fragm. III, 8. – Zonar. Annal. VIII, 2. –Liv. XXIII, 7.

(2009) Furon tali le perdite sofferte dal re, ch' egli stesso il dichiarava nella iscrizione che metteva ad una parte del bottino consecrato a Giove nel tempio di Taranto, Orosio (IV, 1) ci ha serbato tale epigramma in una traduzione latina molto antica, ed è questo: Qui antehac invicti fuvere viri, pater optime Olympi, – Hos ego in pugna vici, victusque sum ab isdem. – E diceva ancora che le sue vittorie erano state vittorie Cadmee, più dannose cioè ai vincitori che a' vinti (Diod. Sic. XXII, 6).

(2010) Justin. XXIII, 2. – Cf. XVIII, 1.

(2011) Plutarch. in Pyrrh. – Appian. Frag. III, 12. – Zonar. Annal. VIII, 5.

(2012) Vedi t. II, p. 503.

(2013) Plutarch, in Pyrrh. – Liv. Epit. XIV.

(2014) Zonar. Annal. VIII, 6. – Liv. Epit. XIV, XV.

(2015)Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 496.

(2016) Polyb. II, 24.

(2017) Liv. XXII, 61; XXV, 7. Cf. p. 333 di questo tomo.

(2018) Polyb. VIII, 26 – 31. Cf. Liv. XXV, 7 – 11.

(2019) Liv. XXVI, 20. – XXVII, 15. – Cf. Polyb. VIII, 34 – 36.

(2020) Liv. XXVI, 39.

(2021) Liv. XXVII, 16. – Cf. Plutarch, in Fab. Max.

(2022) Strab. VI, p. 280. – Cf. Plutarch. in Fab. Max.

(2023) Liv. XXVII, 21, 25.

(2024) Nel 545 eravi un intero esercito sotto gli ordini di Q. Claudio (Liv. XXVII, 38).

(2025) Vell. Pat. I, 15.

(2026) Strab. VI, p. 253.

(2027) Prob. ad Georg. II, 197.

(2028) Servil. ap. Fest. p. 142 ed. Muller. Questa più antica specie di municipio par che sia la terza di quelli che Festo riferisce (v. MUNICIPIUM p. 127 ed. cit.).

(2029) Scymn. Ch. Perieg. v. 330 sqq. εἶτεν μεγίστη τῶν ἐνἸταλία Τάρας.... εὐδαί. μων πόλις. ed. A. Meineke p. 96.

(2030) Avellino, MUS. BORB, t. III, tav. 48.

(2031) Dal 1812, in cui 838 ne contava il Carelli nel suo Catalogo (p. 41 – 76) in tanta copia ne sono comparse, che quasi raddoppiata se ne è veduta l'intera serie (R. Rochette, Mém. de numism, et d'antiq. Paris, 1840; p. 168).

(2032) Aristot. ap. Polluc. Onom. IX, 81, 6.

(2033) Perciò non solo le navi degli antichi portavano per emblemi i delfini, non solo i Tirreni dell'Asia minore, celebri navigatori, si dissero ne' miti trasformati in delfini (Homer. Hymn. in Bacch. v. 53), ma anche sulle pietre incise si veggono vascelli sotto la forma di un delfino.

(2034) Oltre dell'Eckhel e dell'Avellino, tale opinione hanno sostenuta l'Heyne (Opusc. Acad. t. II, p. 225) – R. Payne Knight, Num. vet. p. 289. – K. Lewezow, Ub. mehr, im Gross, herzogthum Posengefund. uralt Gr. Münzen p. 4 – 46. Berlin 1834.

(2035) R. Rochette, Mém, cit. p. 174.

(2036) Pausan. X, 25, 4.

(2037) Pausan. X, 10, 8. – Coel. Hist. 1. V, in schol. Bibl. Leid. ad Virg. Georg. II, 197.

(2038) Strab. XIII, p. 618.

(2039) Pellerin, Suppl. IV, p. 25. – Combe, Vet. Pop. et Reg. Num. t. III, f. 9. — Luynes, Nouv. Ann. Arch. pl. XI, f. 1.

(2040) R. Rochette, Mém, cit. p. 194.

(2041) K. O. Muller, Nouv. Annales arch. t. V. p. 160.

(2042) Heraclid. Pont. ap. Athen. XII, p. 512. – Cf. Roulez, de Heraclid. Pont. p. 73. – Ælian. H. V. IV, 22. – Aristoph. in Equ. 1381. – Vesp. 31 – 33.

(2043) Meurs. Miscell. Lacon. III, 4; p. 212.

(2044) Palacphat. De incred. hist. p. 62 ed. Gale. Nonn. Dionys. XL, 304-310 – Cf. Carelli, Catal. p. 44, n. 63. – Vedi altre dotte spiegazioni nella citata opera del R. Rochette p. 239.

(2045) Per la celebrità de' vini di Taranto, a cui alludono la foglia di pampino ed il grappolo d' uva sulle monete della città, vedi Orazio (Od. II, 6, 19) Plinio (XIV, 6, 8), Marziale (XIII, 125, Stazio (Sylv. II, 2, 11), Ateneo (1, p. 27) e Polibio (VIII, 35, 8).

(2046) Vedi appresso l'art. sul fiume Galeso.

(2047) Plaut. Trucul. III, 1, 5. – Horat. Carm. III, Od. V, 5. – Varro De R. R. II, 2, 18. Plin. IX, 9, 30.

(2048) Steph. Byz. ν. Τάρας.

(2049) Pausan. 1, 37, 1.

(2050) Suid. ν. Ρίνθων. Cf. Κ. Ο. Muller, The Dorians t. 11, p. 368 seg.

(2051) Nonn. Dionys. XL, 304-40. – Palephat. De Incredib. hist. p. 62 ed. Gale. – Cf. Carelli, Catal. cit. p. 44, n. 63.

(2052) Così rinomati si resero i Tarentini nell'esercizio dell'equitazione, e sopratutto della guerra, che tarantinizzare (ταραντι νίζειν) dissero gli antichi per formare una bene armata e pugnace cavalleria (Steph. Βyz. ν. Τάρας. – Cf. Vict. Var. Lect. IX, 3).

(2053) Vedi p. 293.

(2054) Vedi p. 49, 317.

(2055) Raoul-Rochette, Lettre à M. Schorn. p. 93.

(2056) Vedi su tale particolarità la diversa opinione del ch. Fiorelli (Monete rare di città greche p. 21), e i nomi de' magistrati tarentini nella stessa dotta monografia (p. 47-49).

(2057) Eckhell, Doctr. N. V. t. II, p. 169. – Cf. Millingen, Anc. greek Coins pl. I, f. 13. – Id. Consid. p. 110 seg.

(2058) Atti dell'Accad, Archeol, di Roma, t. II, p. 589 – 92.

(2059) Dionys. Hal. XV, 5.

(2060) Strab. VI, p. 278.

(2061) Scymn. Ch. Perieg. v. 334. εὔκαιρον, ὀχυράν, φυσικὸν εὐτύχημά τι.

(2062) Strab. VI, p. 278.

(2063) De Bell. Annib. VII, 34.

(2064) Swimburne, Travels t. I, p. 217 – 18.

(2065) Carducci, Op. cit. p. 210.

(2066) Id. ibid. p. 211.

(2067) V. Leonidae Carmina ed. Meineke. Lips. 1791.

(2068) Apollodor. II, 8, 2, 3. Cf. Ephor. ap. Strab. VIII, p. 368. – E anche noto nelle primitive genealogie Temeno figliuol di Pelasgo, il quale i primi templi innalzava a Giunone nell'Arcadia (Pausan. VIII, 22, 2).

(2069) Polyb. VIII, 27, 30.

(2070) Strab. VI, p. 278.

(2071) Liv. XXV, 11.

(2072) Polyb. VIII, 30.

(2073) Strab. VI, p. 278. μικρά λείψανα ἔχουσα του παλαίου κόσμου τῶν ἀναθη μάτων.

(2074) Parche fosse propriamente presso la chiesa odierna di S. Agostino, dove l'ara fu scoperta (Carducci, Op. cit. p. 116).

(2075) Athen. XV, 24.

(2076) Vedi p. 162 seg.

(2077) Questo tempio, situato in un sacro bosco, è ricordato da Strabone (VIII, p. 363), ed in esso, non in quello di Diana ch' era più dentro terra (Pausan. III, 25, 4), è da supporre la piccola statua che vi consecrava Arione, salvato da un delfino da Taranto a Corinto (Herodot. I, 24). Sulla base di questa statua eravi scolpita l'iscrizione: Questa vettura ha salvato dal mare di Sicilia, sotto la guida degl'immortali, Arione figliuol di Cilone (Elian. De Nat. Anim. XII, 45). Ma Tzetze (Chil. (1), 17) spiegando il racconto come allegorico dice che pirati fenicii con nave, la quale aveva per in segna un delfino, salvassero Arione, e lo conducessero a Tenaro.

(2078) Horat. Carm. I, 28.

(2079) Plutarch. in Pomp. XXIV, 3.

(2080) Strab. VIII, p. 374. – Pausan. II, 33.

(2081) Pratilli, Via Appia p. 496.

(2082) Id. ibid. p. 497 seg. – Cf. Carducci, Op. cit. p. 112.

(2083) Liv. XXVI, 39.

(2084) Cedren. Comp. Hist. t. II, p. 99, 232 ed. Bonnae.

(2085) De Ciocchis, Epist. ad Card. Hannib. Albanum. VIII Kal, April. 1736, Mss. ap. cl. M. Tafuri.

(2086) Vedi tradotta in latino questa iscrizione nel Pratilli (Via Appia p. 500).

(2087 Inverberato ap. Carducci, Op. cit. p. 47. Due di queste torri si ricordano dalle immagini che avevano scolpite ne' merli dette del Gallo e del Cane, noti simboli della vigilanza.

(2088) Polyb. VIII, 31.

(2089) Strab. VI, p. 278.

(2090) Heyne, Opusc. Acad. t. II, p. 230.

(2091) Plin. H. N. XXXV, 7. – Plutarch. in Fab. Max. XXII.

(2092) Gemin. Epigr. IV, 8.

(2093) Aurel. Vict. in M. Aurel. Car.

(2094) Pratilli, Via Appia p. 498. – Carducci, Op. cit. p. 120.

(2095) Vitruv. De Archit. V, 1.

(2096) Polyb. VIII, 27. Ευτῶπροσαγορευομένω Μουσείω σύνεγγυς τῆς ἀγορᾶς.

(2097) Athen. XIV, p. 629.

(2098) Philostr. Vit. Soph. 1, 25, 3. – Pol. luc. Onomast. ν. Μουσεῖον.

(2099) Carducci, Op. cit. p. 107.

(2100) Athen. XII, p. 522. – Cf. Oros. IV, 1.

(2101) Polyb. VIII, 35. Cf. Heyne, Opusc. t. II, p. 230.

(2102) Porphyr. Vit. Pythag. XXXI, 23 Kiessling. Dice il biografo che attorno di questo tempio molti anni visse un bue, pascendosi di ciò che gli si offeriva per rispetto verso di Pitagora, il quale al bue sussurrato aveva nell'orecchio di astenersi dalle fave.

(2103) De Ciocchis, Epist. ad Card. Hannib. Albanum VIII Kal, April, 1736, mss. ap. Tafuri.

(2104) Vedi p. 366.

(2105) Pausan. III, 12, 5. Οὐ μακρὰν δὲ Αθηνας ἄγαλμα, ὃ τοὺς ἐς Ἰταλίαν τε καὶ Τάραντα ἀποικισθέντας ἀναθεῖναι λέγουσι. Ε può vedersi lo stesso Pausania per gli altri diversi templi della dea ch' erano a Sparta.

(2106) Carducci, Op. cit. p. 114.

(2107) Quello de' Celestini.

(2108) Carducci, Op. cit. p. 393. – Cf. Pacichelli, Il R. di Nap. in prospettiva P. II, p. 162.

(2109) Vedi le descrizioni che del tempio della Vittoria fa il D'Aquino nelle sue eleganti Deliciae Tarentinae (I, 416 sqq.), e la notizia degli altri templi sacri a Bacco e a Giove che dà il suo annotatore Carducci (Op. cit. p. 81, 85); se non che in pruova del tempio di Bacco rimangono solo le 16 colonne, alcune di marmo, altre di granito, le quali sono nel Duomo, e che ornate ne' capitelli di grappoli d'uva e di pampini, del tempio stesso si sono supposte. )

(2110) Pratilli, Via Appia p. 499

(2111) Pratilli, Via Appia p. 500.

(2112) Strab. VI, p. 278. Cf. Plutarch. in Pyrrh. XVI.

(2113) Pratilli, Op. cit. p. 497. – Cf. Carducci, Op. cit. p. 113.

(2114) Flor. I, 18. Imminet portui ad prospectummaris positum majus Theatrum. – Cf. Valer. Max. II, 2, 5.

(2115) Carducci, Op. cit. p. 130.

(2116) Pratilli, Via Appia p. 499.

(2117) Athen. XII, 2. – Aristoph. in Nub. v. 1047.

(2118) Caes. De B. civ. III, 26, 27.

(2119) De Tomasi, Sulle città di Saturo e Taranto p. 19. Lecce 1847.

(2120) Da πῆνος, alla dorica παννος, lo stesso che pannus de' Latini.

(2121) Leonid. Carm. ed. Meinckc.Lips. 1791

(2122) Merodio, Stor. di Taranto ap. Carducci, Op. cit. p. 93.

(2123) Hegesand. ap. Athen. VII, 36. – Cf. Apollodor, et Melanth. ibid.

(2124) Strab. VI, p. 278.

(2125) Carducci, Op. cit. p. 101.

(2126) Polyb. VIII, 30.

(2127) Hygin. De Lim. const. p. 193, Goes. – Cf. Gruter. Inscr. p. DLXXVIII, 1.

(2128) Gagliardo, Descriz. di Taranto pp. 35, 53.

(2129) Procop. De bello Goth. III, 23.

(2130) Romuald. Salern. Chron. ad ann. 926. – Lup. Protosp. Chron. ad ann. 927.

(2131) Polyb. VIII, 30, 2. – Cf. Carducci, Op. cit. p. 102.

(2132) Vedi queste diverse genealogie in Apollodoro (I, 3, 3; III, 10, 3), e sulla favola di Giacinto, Ovidio (Metam. X, 162 sqq.), Ateneo (XV, p. 683), Nonno (Dionys. X, 253 – 55), Palefato (Fab. XLVII). Per la relazione del mito col culto di Apollo Amicleo vedi Heyne, Antiq. Aufsätze P. I, p. 97 sgg. – Cf. Pontedera, Antiquit. p. 270. – Dodwel, Diss. VIII, De Cyclis.

(2133) La morte di Giacinto è stata egregiamente dipinta dal Domenichino.

(2134) Pausan. III, 1, 3; III, 19, 3.

(2135) Perciò Giacinto è detto Καρνεῖος in Coluto (Rapt. Hel. v. 237).

(2136) Vedi p. 347.

(2137) Vedi la citata pag., nota (5).

(2138) Virg. Æn. VII, 801. Quae Saturae jacet atrapalus.

(2139) A ciò che altrove ho toccato dell'origine arcadica della favola di Romolo e Remo (t. I, p. 75) di passaggio ora aggiungo che il racconto riguardante la loro genitrice mostra bene quanto di favoloso fosse nella primitiva storia di Roma. I gemelli nascono, non da Rea Silvia, si bene da Ilia, figliuola di Enea, o di Amulio (Dionys. Hal. I, 67, 68; Serv. ad Æn. I, 278; VI, 778; VII, 659), la quale si finge prima sposata al fiume Aniene, e poscia al Tevere (Horat. Od. 1, 2, 18; Ovid. Amor. III, 6, 45), perchè nel secondo di questi fiumi per ordine di Amulio veniva precipitata, se condo Ennio (ap. Porphyr. ad Horat. Od. I, 2, 18; Serv. ad Æn. 1, 278), come diede alla luce i gemelli. Tali cose scrivevano coloro che nella tradizione del sito della città e della fisica condizione del luogo vedevano persone effettive. Epure Ilia, la stessa che Rea Silvia (Liv. 1, 3), altro non fu che un torrente, ossia la Fossa Cluilia, derivata per rinsanire il luogo prossimo a Roma prima nell'Aniene, e poi nel Tevere. L'arguta sposizione di questo mito, che sfuggiva alla perspicace mente del Niebuhr, può vedersi nella dotta dissertazione del Petersen (De originibus historiae romanae, seu de antiquissimis carminibus historicis, etc. p. 7 – 8; Hamburgi 1835 in-4), ed aggiungo che il nome d'Ilia in origine fu probabilmente Elia (da ἕλος, palude), e par che ne rimanga una pruova nel nome più antico delle Cloeliae fossae ricordate da Festo (p. 56, ed. Muller).

(2140) Polyb. VIII, 35. Cf. Liv. XXV, 11.

(2141) Vedi p. 310.

(2142) Hecat. Fragm. 122. – Herod. VII, 122. – Thucyd. V, 6.

(2143) Polyb. VIII, 35.

(2144) Stat. Sylv. III, 5. Pecuaria culta Galaesi. – Horat. Carm. II, 6.

(2145) Propert. II, 34. Tu canis umbrosi subter pineta Galaesi.

(2146) Carducci, Op. cit. p. 46.

(2147) Marciano, Descriz. della Prov. d'Otranto III, 55; p. 565.

(2148) Virg. Georg. IV, 125 sqq. – Cf. Serv. ibid.

(2149) Claud. de Consul. Mall. Theod. v. 157. Famosum Oebalii luxum pressere Tarenti.

(2150) Serv. ad Georg. IV, 125. Oebalia, ipsa est Laconia. E perciò Stazio (Theb. V, 438) nominò Oebalidae fratres i Dioscuri.

(2151) Pausan, III, 1, 3, Κυνόρτα δὲ ἐλέ νετο Οἴβαλος.

(2152) Antioch. ap. Strab. VI, p. 279. Dionys. Halic. Fragm. XVII, p. 501, ed. Rom. – Cf. Excerpt. Vatic. p. 11.

(2153) Steph. Byz. ν. Σατύριον.

(2154) Serv. ad Georg. 11, v. 195. Tarentum enim et Saturium vicinae sunt sibi Calabriae civitates.

(2155) Collect. Orac. Vet. p. 41.

(2156) Carducci, Op. cit. p. 267.

(2157) Virg. Georg. II, 195. Saltus et Saturi petito longinqua Tarenti.

(2158) Cluver. Ital. antiq. p. 123. – Mazocchi, Tab. Her. p. 93. – Romanelli, Topogr. t. I, 294.

(2159) Ott. Muller, Annal, dell'lst. Arch. t. V, p. 166.

(2160) Orioli, Op. sup. cit. p. 171-2.

(2161) Raoul – Rochette, Mém. de Numismatique, p. 192. – Cf. Millingen, Consid. p. 107.

(2162) Di questa gemma che si possiede dal sig. T. Garruba di Bari, il mio dotto amico sig. Fiorelli mi ha gentilmente mostrata una impressione.

(2163) Serv. ad Georg. IV, 333. – Cf. Intpp. Lan Lamprid. in Alex. Sev. XL.

(2164) Marciano, Op. cit. p. 480.

(2165) De Tomasi, Sulle città di Saturo e Taranto p. 5; Lecce 1847 in 8.°

(2166) Horat. lib. I, Sat. VI, v. 59. Me Saturejano vectari rura cabullo. – Acron. ad h. 1.: Saturejani fundi sunt in Apulia fertiles et equorum nobilium genitores.

(2167) Horat. Carm. II, 6.

(2168) Plutarch. De aud. Poet – Cf. Carducci, Op. cit. p. 269.

(2169) Martial, XIV, 125.

(2170) Thucyd. VII, 33.

(2171) Carducci, Op. cit. p. 117.

(2172) Hesych. v. Χοίραδες.–Dict. Cret. VI, 1. – Scylax, Peripl. § LXXXV. – Or. tel. v. Chœrades.

(2173) Gagliardo, Descr. di Taranto p. 79.

(2174) Tali confini furono segnati in un privilegio a' Tarentini concesso dal Principe Gio. Antonio del Balzo nel 1432 (Jovene, De antiq. Tarent. fort. p. 180. – Perretto, Storia dell'elevazione di Sisto V.)

(2175) Marciano, Descriz. cit. III, 47; p. 484.

(2176) Vedi p. 189.

(2177) Vedi le emendazioni del Lapie nella più volte citata raccolta degli Antichi Itinerarii, p. 215.

(2178) Nella Tavola è con errore trascritto non solo il nome di questa città, detta Lucis, ma anche la riferita distanza, la quale si segna non meno di LX miglia, dal Romanelli (Topogr. t. I, p. 307) corretta a XXIII, e dal Lapie misurata per XV.

(2179) Vedi p. 224.

(2180) Itin, Antonin. § XXX.

(2181) Itin. Antonin. § XXX.

(2182) Tab. Peutinger. § XLI.

(2183) Strab. VI, p. 262.

(2184) Nell'Itinerario sono segnate XII miglia, che il Lapie ha corrette a XVIII.

(2185) La distanza è anche errata nell'Itinerario, perchè si segna di XX miglia.

(2186) Itin. Antonin. § XXX.

(2187) Vedi l'Itin. Antonin. § CXXI.

(2188) J. P. Thrige, Res Cyrenensium a primordiis inde civitatis usque ad aetatem qua in provinciae formam a Romanis est redacta. Ed. S. N. J. Bloch, Hafniae, Gyl. dendal; 1828

(2189) Senza dire della colonia più antica de' Cretesi a Taranto, e della più recente degli Ateniesi a Turio, nel 768 A. C. furono fondate Pandosia e Metaponto, nel 720 fu fondata Sibari, nel 710 Locri e Crotone, nel 708 Taranto e nel 680 Siri.

(2190) C. F. Merleker, Achaicor. lib. III. Darmstadii, 1837. – Cf. Bayer, Fasti Achaici in Comment. Acad. Petropol. t. V. E. Helving, Geschichte des Achäischen Bundes nach den Quellen dargestellt; Lemgo, 1829.

(2191) Polyb. II, 39.

(2192) Justin. XX, 2. – Strab. VI, p. 261.

(2193) Cic. De Sen. XII. – Cf. Strab. VI, p. 263. – Justin. XX, 4.

(2194) Diog. ap. Jambl. Vit. Pyth. § 129; cf. 172.

(2195) Nicom. ap. Jambl. Vit. cit. § 33; cf. § 220.

(2196) Aristox. ap. Porphyr. Vit. Pyth. § 22; cf. Jambl. Vit. cit. § 220.

(2197) Diog. Laert. VIII, 40. – Porphyr. Vit. cit. – Jambl. Vit. Cit.

(2198) Polyb. II, 39.

(2199) Herodot. VIII, 47. – Pausan. X, 9, 2.

(2200) Herod. VIII, 62.

(2201) Vedi pp. 289, 314.

(2202) Plutarch. De Dæmon. Socr.

(2203) Liside di Taranto passò a Tebe nella Beozia, dove ebbe a discepolo Epaminonda (Diog. Laert. VIII in Pythag.), e dalla dimestichezza che Filolao ebbe con Democrito (Diog. cit. IX in Democr.) conosciamo che anche Filolao passò in Grecia.

(2204) Thucyd. VI, 44; VII, 33.

(2205) Vedi p. 332.

(2206) Strab. VI, p. 253.

(2207) Dopo che questo principe, il quale regnò dall'anno 476 al 466 A. C., prese parte nelle dissensioni tra Crotoniati e i Sibariti (Ælian. Hist. Var. IV, 15. Schol. Pyndar, in Olymp. II, 29 ed. Heyn. t. II, p. 217), altre contese ebbe co' Greci d'Italia, sulle quali pochi particolari conosciamo dalla storia (Polyæn. Strateg, I, 29, 2).

(2208) Vedi p. 209.

(2209) Diod. Sic. XIX, 71.

(2210) Diod. Sic. XXI, 8.

(2211) Diod. Sic. ΧΧΙ, 4. Πρὸς δὲ τοὺς ὁμόρους βαρβάρους Ἰάπιγας καὶ Πευκετίους συμμαχίαν ἐποιήσατο, καὶ ναῦςλῃ στρικάς χορηγῶν αὐτοῖς, τὰ μέρη τῶν λειῶν ἐλάμβανε.

(2212) Vedi p. 200. – Chi ben considera i tempi di cosi fatte vicende non si meraviglierà come gli Elleni che si reggevano con le libere istituzioni, in tal guisa si comportassero co' vinti; perocchè, paragonata col primo grado di barbarie in cui si uccideva. no i prigionieri di guerra, la schiavitù, comechè immorale ed iniqua, era un passaggio alla civiltà, un male necessario edi transizione al periodo della libertà, terza ed ultima fasi dell'umanità.

(2213) Herodot. VII, 165. – Diod. XI, 1. Ephor. ap. Schol. Pindar. Pyth. I.

(2214) Diod. XV, 24. πάντας τοὺς πεφευ γότας συναγαγόντες, πολλὴν ἐπιμέλειαν αὐτῶν ἐποιήσαντο.

(2215) Polyb. 1, 56.

(2216) A. Mustoxidi, Le IX Muse di Erodoto tradotte ed illustrate; t. II, p. 334, nota (23).

(2217) Scylax, Peripl. XIV, ed. Gail. Εν δὲ ᾿Ιαπυγία οικουσιν ᾿Ελληνες, καὶ πολεις εἰσὶν αἶδε · Ηράκλειου, Μεταπόντιον, Τάρας, καὶ λιμήν Υδροὖς.

(2218) Ps. Aristot. Mirab. Auscult. XCVII, p. 30 ed. Westermann.

(2219) Ephor. ap. Strab. VI, p. 262.

(2220) Strab. VI, p. 261. 50

(2221) Mazocchi, Collect. in fin. Tabb. Heracl. p. 536.

(2222) Herodot. IV, 99, 5. Τοιοῦτον ἡ Ταυ ρική ἐστι..... ὡς εἰ τῆς Ἰηπυγίης ἅλλο ἔθνος καὶ μὴ Ἱήπυγες αρξάμενοι ἐκΒρεντεσίου λιμένος αποταμοίο οίατο μέχρι Τά. ραντοςκαὶ νεμοίατοτὴν ἄκρην. – Thucyd. VII, 33.

(2223) Scylax, Peripl. c. XIV. Μετὰ δὲ τὴν ΛευκανίανἸάπυγές εἶσιν ἔθνος μέχρι Δρίονος ὄρους.

(2224) Dionys. Perieg. v. 379.

(2225) Polyb. II, 24.

(2226) Thucyd. VII, 33.

(2227) Strab. VI, p. 277. συνεχής δἐστὶν Τά. ἡ Ἰαπυγία.

(2228) Id. ibid.

(2229) Herodot. VII, 170.

(2230) Thucyd. VII, 33.

(2231) Steph. Βyz. v. Μεσσαπία.

(2232) Strab. VI, pp. 277, 281.

(2233) Addurrò appresso la testimonianza di uno de' greci storici in proposito di que sta regione.

(2234) Strab. VI, p. 271.

(2235) Pausan. X, 13, 10.

(2236) Scylax, Peripl. c. XV. – Antioch, ap. Strab. VI, p. 277.

(2237) Polyb. III, 8, 4. Comechè nel testo dello storico sieno sol nominate la Daunia e la Messapia, è chiaro nondimeno, come osserva il Cluverio (Ital. antiq. IV, 10), che nella Japigia comprese la Peucezia, perchè tre parti assegnò alla Japigia.

(2238) Strab. VI, p. 277.

(2239) Strab. VI, p. 283.

(2240) Scylax Peripl. c. XV. ἐν δὲ τούτῳ τῶ ἔθνει γλῶσσαι, ἤτοι στόματα τάδε Λατέρνιοι (Λευτερνιοι), Ὀπικοὶ, Κραμόνες, Βορεοντίνοι, Πευκετιεῖς.

(2241) Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 138 ed. Bruxelles.

(2242) Antonin. Liber. Metamorph. c. 31.

(2243) Antioch. Syr. ap. Strab. VI, p. 279.

(2244) Apollodor. Bibl. III, 8, 1.

(2245) Nicander ap. Antonin. Liber. Metamorph. XXXI.

(2246) Fest. V. SALENTINI. – Serv. ad Æn. III, 400.

(2247) Hecat. Fragm. LIV, LXV.

(2248) Ephor. Fragm. CL. – Hecat. Fragm. LIX.

(2249) Strab. VII, 314. – Steph. Byz. v. Ἰάποδες.

(2250) Plin. III, 21, 25. – Ptol. II, 17.

(2251) Dion. Cass. XLIX, 35. – Cf. Mannert, VII, p. 288 segg.

(2252) Strab. VII, p. 314. Cf. IV, p. 202, 207.

(2253) Lycophr. Alex. v. 1151 – 58. – Tim. Fragm. XIV.

(2254) Grotefend, Zur Geogr. und Gesch. v. Alt-Italien, I, 53, p. 48.

(2255) Steph. Βyz. v. Κράνων.

(2256) Homer. Iliad. XVIII, 301 sq. Polyb. XVIII, 19, 3. – Strab. VII, p. 329. Holsten. ad Steph. v. Κράνων. – Gli Atamani, detti Atamanti da Diodoro (XIV, 82), sono annoverati da Plinio tra' popoli dell'Etolia (IV, 3, 1). Ma egli sembra che stendessero la lor dominazione su tutta la catena de' monti dell'Epiro, ed anche al di là, perchè Polibio (V, 108, 8) dice che dovevasi loro restituire la città di Satione, una delle quattro città situate sul lago Licnide nell'Illirio; e perciò forse Strabone (VII, 326) situa gli Atamani ne' monti dell'Illiria, e Stefano Bizantino (v. ᾿Αθάμανια) dice che l'Atamania era una regione dell'Illirio, la quale era del resto abitata assai prima della guerra trojana per essersi in vicinanza di questi popoli ritirati i Perrebi scacciati da' Lapiti (Strab. IX, p. 442).

(2257) Anna Comn., Alexiad, I, 15.

(2258) Strab. VI, p. 279. οἱ δἐπιχώριοι κατὰμέρη τὸ μέν τι Σαλεντίνους καλούσι, τὸ περὶ τὴν ἄκραν τὴν Ἰαπυγίαν. –Cf. p. 281.

(2259) P. Mela II, 4. Hydrus mons, tum etSalentini campi, et Salentina littora, et urbs Graia, Callipolis.

(2260) Liv. XXVII, 13. Plin. H.NΝ. ΙΙ, 103.

(2261) Perchè molto lontane dal vero, a tali divisati confini non si oppongono l'autorità di Livio (Epit. XIX), il quale a' Salentini attribuisce Brindisi, città della Calabria o Messapia, e quella di Plinio (H. N. II, 107) che in questa regione comprende anche Egnazia, città della Peucezia.

(2262) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2263) Liv. XXVII, 22. Cui Tarenti et Salentini provincia evenisset.

(2264) Dion. Cass. ap. Tzetz. in Lycophr. Alex, v. 603.

(2265) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 139.

(2266) Itin. Antonin. § XCIV. Tab. Peutinger. § CXXIV.

(2267) Festo (p. 329, ed. Muller) scrive che cosi si nominassero dal mare (a salo), o piuttosto dalla società che sul mare fecero i Cretesi e gl'Illirici insieme navigando all'acquisto della regione.

(2268) L'Ab. Giovene, dalle cui Notizie geologiche della Japigia (Opp. t. II, p. 423 segg.) ho attinta questa descrizione, suppone i simili fenomeni vulcanici ne' monti Acrocerauni. Ora veramente vi sono scomparsi, ma una pruova della sua osservazione trovar si potrebbe nella descrizione che Omero (Odyss. XI, 11 – 20) fa dell'Aorno e della nebbiosa contrada de' Cimmerii, ove col Pouqueville (Voyage de la Grèce t. I, p. 310 segg.) questo popolo si riconosca, non già presso Cime o Cuma, si bene presso i Chimarioti dell'Epiro, e con esso la priorità dell'Aorno dell'Acroceraunia su quello della Campania.

(2269) Marciano, Op. cit. p. 522.

(2270) Greco, Sulle miniere di Specchia Preti. Lecce 1847.

(2271) Strab, VI, p. 281.

(2272) Varro, Rom. Hum. III, ap. Probum in Virg. Ecl. VI, 31, p. 205 ed. Bip. p. 352 Lion. Questo passo riferisco secondo la trascrizione e correzione del dott. Keil sopra un codice vaticano (Bullett. Archeol. A. (1)846, p. 138): Varro in tertio Rerum Humanarum refert: Gentis Salentinae nomen tribus e locis fertur coaluisse, e Creta, Illyrico, Italia. Idomeneus e Cretae oppido Blanda pulsus per seditionem bello Magnensium, cum grandi manu ad regem Di. vitium ad Illyricum venit; ab eo item accepta manu cum Locrensibus plerisque profugis in mari coniunctus amicitiaque per similem causam sociatus Locros appulit, vacuata eo metu urbe. Ibidem consedit et aliquot oppida condidit, in queis Uria et Castrum Minervae nobilissimum. In tres partes divisae copiae, in populos duodecim Salentini dicti, quod in salo amicitiam fecerint. – Cf. Fest. v. SALENTINOS p. 329, ed. Muller.

(2273) Herodot. VII, 170. –Cf. Larcher, Chronol, d'Herodot. ad ann. 1351. – Raoul-Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, p. 181.

(2274) Tzetze, Hist. Chil. III, 79.

(2275) Diodor. Sic. V, 79, 4.

(2276) Steph. Byz. ν. Εἰδομένη. – Cf. Plin. H. N. IV, 17, 2. – Nella Notit. Eccl. Prov. Maced. p. 21 è detta Ιδομένη.

(2277) Solin. cap. II, p. 13.

(2278) Homer. Iliad. B, 647. – Scylax, Peripl. ἓνμεσογεία Λυκτοςp. 18. – Cf. Strab. X, p. 476.

(2279) Virg. Æn. III, 400. Et Sallentinos obsedit milite campos Lyctius Idomeneus.– Cf. Serv. ibid.

(2280) Jul, Capitol, in M. Antonin. p. 40.

(2281) Varr. ap. Prob. in Virg. Ed. VI, 31.

(2282) Diod. Sic. VII, 9, 3. – Cf. Larcher, Can, Chron. ad ann. 663 A. C.

(2283) Strab. X, p. 499.

(2284) Plutarch. De ser. Num. vind. t. II, p. 552.

(2285) Strab. VII, p. 325.

(2286) Larcher, Chronol, d'Herodot. t. VII, p. 468.

(2287) Diog. Laert. I, 95. – Corsini, Fasti Attici t. III, p. 83. – Cf. Raoul-Rochette, Hist. des Col. t. III, p. 348.

(2288) Vedi p. 355, nota (4).

(2289) Enn. Annal. VI. – Liv. Epit. XV. Flor. 1, 20. – Eutrop. II, 17. – A. Vict. De Vir, ill. in M. Attil. Regul. – Gruter. Inscr. p. CCXCVI.

(2290) Liv. XXV, 1. Interim Sallentinorum ignobiles urbes ad eum defecerunt.

(2291) Liv. XXVII, 36.

(2292) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2293) Steph. Byz. v. Μανδύριον.

(2294) Pausan. VIII, 45, 47.

(2295) Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 34; Collect. p. 533. Nam cum nihil graece, nihil latine significet, orientali vero tantum idiomate suas significationes prodat; a Tyrrhenis impositum oportuit.

(2296) Vedi p. 398.

(2297) Strab. VII, p. 330; IX. p. 442.

(2298) Plutarch, inAgid. § III, ἣν γὰρ᾿Αγη· σιλάου μὲν ᾿Αρχίδαμος ὁ περὶ Μανδύριου τῆςἸταλίας ὑπὸ Μεσσαπίων ἀποτανών. Nell'edizione del Didot, procurata dal Doehner il nome della città leggesi erroneamente Μανδόνιον.– Cf. p. 355.

(2299) Liv. XXVII, 15. Q. Fabius oppidum in Sallentinis Manduriam vi capit.

(2300) Swimburne, Travels in two Sicilies τ. 1, p. 222.

(2301) Saint – Non, Voyage pitt. t. III, p. 34.

(2302) Degno di ricordanza tra questi sepolcri è quello che scoprivasi nel 1847 lungo la fossata che dalla porta Velina menava a quella di Brindisi. Un vestibolo di circa otto palini precedeva il sepolcro, chiuso da una porta a cancelli di pietra calcarea delle cave di Carovigno, della larghezza di circa otto palmi quadrati, ed alto altrettanti, Su tre larghi macigni, situati a guisa di mensa, giacevano le ossa de' sepolti. Vi si scoprì un pezzo d'una galea ed un usbergo dorato, oltre di molti vasi di varia figura e grandezza, alcuni istoriati, con bella vernice e filetti d'oro, altri rozzi in forma di cono. Il sepolcro, certamente di persone insigni, si è creduto dello stesso Archidamo, e di altri valorosi Spartani che gli cadevano a fianco nella guerra presso Manduria.

(2303) Plin. H. N. II, 106. In Salentino juxta oppidum Manduriam lacus ad margines plenus, neque exhaustis aquis minuitur, neque infusis augetur.

(2304) Philostr. Vit. Apollon. VIII, 11 0. lear.

(2305) Strab. XII, p. 536.

(2306)(1) Swimburne, Travels cit. t. I, p. 223. St-Non, Voyage pitt. t. III, p. 35 seg. Giornale Encicl. n. XII. – Giovene, Opp. t. II, p. 435. – Brocchi, Osserv. geolog. nella Terra d'Otranto, BIBL. ITAL. t. XVII, p. 65.

(2307) Plin. H. N. III, 16, 2. Latitudo peninsulae a Taranto Brundisium terreno itinere XXXV M. pass. patet, multoque brevius a portu Sasina.

(2308) Scylax, Peripl. §. XXVI. – Polyb. V, 100. – Strab. VI, p. 281.

(2309) Cataldi, Alezio illustrato p. 76.

(2310) Nicolosio, Hercules Siculus s. v. Tasselli, Antichità di Leuca р. 208.

(2311) Tab. Peutinger. § XLIII. – Ptol. III, 1, 76.

(2312) Plin. H. N. III, 19.

(2313) Plin. IV, 2, 2. Oppidum in ea (peninsula Leucadia) Leucas, quondam Neritum dictum. – Cf. Luperc. ap. Steph. Βyz. ν. Νήρικος.

(2314) Galateo, De situ Japygiae p. 86. ed. Cf. G. B. Tafuri, Dell'orig. sito, ed antichità della città di Nardò, nelle Opp. de' Tafuri, t. I, p. 339 segg.

(2315) Strab. X, p. 454.

(2316) Marciano, Op. cit. p. 731. – Cf. P. Pollidoro, Exposit. Vet. Tab. Æreae etc. in Cologerà, Raccolta di Opuscoli t. VII, p. 416 sqq.

(2317) Vedi le iscrizioni nell'art. di LUPIA.

(2318) Plin. III, 16, 3. Ab Hydrunto, Soletum desertum.

(2319) Jul. Capitol. in M. Antonin. p. 40.

(2320) Steph. Βyz. ν. Σαλλεντία. – Per non essere questa città da nessun altro geografo o storico ricordata, il Niebuhr (Hist. R. t. I, p. 139) ha creduto che Stefano o altri ne conghietturasse l'esistenza per dar ragione del nome di Sallentini.

(2321) Stefano (v. Καλλίαι) scrive esservi una regione (χώρα) col nome di Callie presso Talanto, e 'l citato critico sostenne che intendesse parlare di Callipoli presso Salanto, o Salento (Holsten. Not, et castig. in Steph. Byz. v. Καλλίαι, p. 156).

(2322) Vedi p. 400.

(2323) Sull'una di tali monete è una bella testa di Nettuno, e nel rovescio l'immagine dello stesso nume armato di tridente. Si vede sull'altra una testa galeata e cinta da quattro delfini, con nel rovescio un uomo a cavallo.

(2324) Galat. De situ Japigiae p. 77.

(2325) Saint – Non, Voyage pittoresque t. III, p. 19.

(2326) Carducci, Note alle Delizie Tarentine pp. 391, 518. – Distrutta la città presso Monte Salete, la popolazione si riunì a quella di Grottaglie, a cui stava vicina, siccome apparisce da' diplomi pubblicati dal. l'Ughelli (Italia sacra t. IX, n. 28, e 33).

(2327) Tab. Peutinger. § XLIII. Cf. Ptol. III, 1, 76.

(2328) Plin. III, 16, 7. Salentinorum (mediterranei): Aletini, Basterbini.

(2329) Galateo, De sit. Japyg. p. 72. Lupite proximae sunt. Urbem hanc alii Lupias.... alii Aletium, alii Licium etc.: omnia haec nomina idem sunt. Cf. Voss. Not. in Melam. – Mazocchi, Collect. ad dubb. Heracl.

(2330) Il Romanelli (Topogr. t. II, p. 25 e 26) colla sua solita inconsiderata franchezza legge Salentini in Plinio in vece di Aletini, e Σαλέντου in Tolomeo in vece di Αλήντιον; ma perché Plinio ricorda sempre i nomi de' popoli nell'ordine alfabetico, non poteva nominar prima i Salentini e poi i Basterbini, e la lezione di Αλήτιου nel greco geografo è non solo quella di tutti i codici, ma si conferma ancora dalle cose che qui ora scrivo in proposito di Alezio.

(2331) È detta ᾿Αλυττία da Scilace (Peripl. § XXXIV) ed ᾿Αλυξεια dagli altri geografi (Strab. X, p. 450; Steph. Byz. s. v. Plin, IV, 2, 2; Ptol. III, 13, 6) Cf. Thucyd. VII, 31; Xenoph. Hell. V, 4, 65. – Diod. XVIII, 11.

(2332) Cic. Epist. XVI, 393. – Le rovine di questa città sono all'oriente e presso di Candili. Il Pouqueville (Voyage de la Grèce t. III, p. 463) ne riferisce la distanza di 4 leghe dall'isola di S. Maura al N. O., e dice che niente altro è degno da vedervi che le basi di un' acropoli ciclopea, attribuita ad un figliuolo d'Icaro.

(2333) Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 133 seg.

(2334) Plin. H. N. VII, 56.

(2335) Cataldi, Op. cit. p. 54.

(2336) Quasi dir volesse, ad ammettere tale analogia, fossio coeca, fosso coperto, sotterraneo.

(2337) Altum Saxum, dal groco Ορθολίτου.

(2338) Cataldi, Mem. cit. p. 52

(2339) Ptol. Geogr. III, 1, 76.

(2340) Il Romanelli (Topogr. t. II, p. 47)

(2341) Plin. III, 16, 7. Salentinorum (mediterranei): Aletini, Basterbini.

(2342) Saint-Non, Voyage pittoresque t. III, p. 31.

(2343) Cluver. Ital. antiq. IV, 13.

(2344) Mannert, Geogr. der Griech. u. Romer. t. IX, P. II, p. 47.

(2345) P. Mela, II, 4. Salentina littora, e turbs Graia, Callipolis.

(2346) Plin. III, 16, 2. In ora vero Sasinum, Callipolis, quae nunc est Anxa.

(2347) Steph. Byz. v. Καλλιαι. –Cf. Holsten. Not. et castig. in Steph. p. 156.

(2348) Catalano, De orig. urb. Callipolis p. 71.

(2349) Mazocchi, Prodr. ad Heracl. Psephism. p. 34.

(2350) Dionys. Hal. Fragm. XLII, in Script. vet. Nova collect. A. Mai, t. II, p. 503. 53

(2351) Strab. VI, p. 264. Cf. p. 331.

(2352) Hard. ad Plin. III, 16, 2.

(2353) Sestini, Lett. numism. – Cf. Millingen, Cons. p. 148. – Cf. Carelli, Catal. p. 80.

(2354) Plin. III, 9, 6. Terracina oppidum, lingua Volscorum Anxur dictum. – Cf. Fest. V. ANXUR.

(2355) Plin. III, 16, 2. Callipolis, quae nunc est Anxa.

(2356) Macri, Gallipoli illustrata. Lecce 1849, p. 23 seg. – Da Anxur si disse Sanxur, poi Sanxum, e finalmente Saxum (Scalig. Exercit. CXVII).

(2357) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2358) Ptol. III, 1, 76.

(2359) Pellerin, Suppl. P. IV, 3. – Carelli, Catal. p. 80. – Avellino, MUS, BORB. t. IV, tav. 15. – Millingen, Consid. p. 120.

(2360) Herodot. IV, 154. – Apollon. Rh. I, 1131. – Steph. Byz. ν. Οαξους. –Varr. ap. Serv. Ad Virg. Ecl. I, 66.

(2361) Cavedoni, Bullet. Archeol. A. 1844, p. 158.

(2362) S. Greg. M. Epist. II, 29. – Cf. Ughelli, Ital. Sacr. t. IX, col. 144.

(2363) Galateo, Op. cit. p. 81. – Cf. Marciano, Op. cit. p. 744.

(2364) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2365) Strab. VI, p. 281.

(2366) Steph. Byz. vv. Βάρις et Βαρητιον.

(2367) Ptol. III, 1, 76.

(2368) Herodot. VII, 171.

(2369) Strab. VI, p. 279. – Cf. ibid. p. 282.

(2370) Eckhell, Doctr. Num. Vet. t. I, p. 142. – Cf. Millingen, Consid. p. 119. – Tasselli, Antichità di Leuca.

(2371) Cic. In Pis. c. XXXV. Id. In Verr. IV, 57.

(2372) Ciò si raccoglie da una iscrizione pubblicata da Wheler e da Spon, e spiegata da Chishull, Antiqq. asiatic. p. 62.

(2373) Frontin. De Colon. p. 111.

(2374) Liv. XXV, 1.

(2375) Questa erronea opinione del Gosselin (Geogr. de Strabon. t. II, p. 401, nota (2), fu seguita dal Romanelli.

(2376) Galateo, Op. cit. p. 81. – Holsten, Adnot. in Ital. antiq. Cluver. p. 283. – Tasselli, Storia di Leuca p. 18, 168, 174.

(2377) Strab. VI, p. 281. Λευκά....πολίχ. νιον καὶ τουτο. – Lucan. V, 375. Secretaque litora Leucae.

(2378) Virg. Æn. III, 530. Portus ab Euroo fluctu curvatur in arcum.

(2379) Virg. Æn. III, 535. Gemino demit. tant brachia muro – Turriti scopuli.

(2380) Sallust. ap. Serv, ad Æn. III, III, 400. Omnis Italia coacta in angustias, scinditur in duo promontoria, Brutium et Sallentinum.

(2381) Scylax, Peripl. § 27 ed. Gail.

(2382) Strab. VI, p. 261, 281.

(2383) Plin. III, 16, 2. Callipolis... LXXV M. pass. A Taranto, Inde XXXII M. promontorium, quod Acram Iapygiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia; cf. ibid. 4.

(2384) Plin. III, 26, 3. At in ora oppidum Oricum a Colchis conditum. Inde initium Epiri, montes Acroceraunia... Oricum, a Salentino Italiae promontorio distat 85 m. passuum.

(2385) Scoglio nero, dal greco μέλας.

(2386) Volgare denominazione contratta da ῥιόν ε στολιδώδης, dalla rugosa o scabra apparenza che ha il promontorio.

(2387) Da αφρός spuma.

(2388) Tasselli, Antichità di Leuca p. 174. – Cf. Marciano, Op. cit. p. 510.

(2389) Dionys. Hal. Archaeol. I, 42.

(2390) Virg. Æn. III, 536. Refugitque a litore templum.

(2391) Tasselli, Antichità di Leuca p. 291. – Giovene, Opp. P. II, p. 434. – Cf. Cataldo, Alezio illustr. p. 55.

(2392) Virg. Æn. III, 531. Templumque ad paret in arce Minervae.

(2393) Strab. VI, p. 281.

(2394) Dionys. Hal. Archæol. I, 42.

(2395) Strab. VI, p. 281.

(2396) Ps. Arist. Mirab. Auscul. XCVII, p. 30 Westermann.

(2397) Galat, Op. cit. p. 88.

(2398) Brocchi, Osserv. geolog. in Terra d'Otranto, nella Bibl, ital, t. XVIII, p. 55.

(2399) Greco, Analisi delle acque solforose di S. Cesarea, Nap. 1840.

(2400) Varr. ap. Prob. in Virg. Ed. VI, 31. Ibidem consedit (Idomeneus) et aliquot oppida condidit, in queis Uria et Castrum Minervae nobilissimum.

(2401) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2402) Vedi p. 421.

(2403) Presentano la forma di teatro, di conchiglia, e simili, e sono capaci di grossi navigli, massime quella che dicesi la sedia del Diavolo per essere abitata dalle nottole (Paccichelli, Il R. di Nap. in prospettiva P. II, p. 165).

(2404) Alfano, Descr. del R. di Nap. v. CASTRO. – Cf. Giorn. Enc. di Nap. Genn. 1807.

(2405) Scylax, Peripl. c. XIV. — Cf. ibid. Gail.

(2406) Herodot. VII, 171.

(2407) Nicandr. ap. Antonin. Liberal. Metamorph. XXXI. τὸ μὲν ἀπὸ Ταραντος αρχὶ πρὸς τὴν εχατίαν της Ιταλίας ελέ νετο Μεσσαπίων.

(2408) Pausan. X, 10, 6. ἀπὸ Μεσσαπίων εἰσίν, ὁμόρων τὴ Ταραντίνων.–Steph. Βyz. v. Μεσσαπία: χώρα Γαπυγίας προσεχής Τάραντι.

(2409) Strab. VI, p. 277. — Cf. p. 281.

(2410) G. Lidodice perciò tutt'uno la Messapia e la Calabria (Μεσσαπία ἡ Καλαβρία, ἀπὸ Μεσσάπου; De Mens. 1, 6).

(2411) Strab. VI, p. 277.

(2412) Papatodero, Dellafortuna di Oria p. 30.

(2413) Gruter. Inscr. p. CCXCVI.

(2414) P. Mela (II, 4) senza notare confini precisi quattro città appena attribui alla Calabria (Rudia, Brundusio, Valezio e Lupia), e Tolomeo (III, 1, 76 — 77) con più d'inesattezza mentovò Rudia come città de' Salentini, e Sturnio (Στούρνοι) con Vereto (Ουρητον) come città mediterranee della Calabria. Plinio in fine, conoscendo che Calabria fu sinonimo di Messapia (III, 16, 1), con questa regione confonde la Peucezia, e tra Calabri mediterranei alcuni popoli annovera in fatti che si compresero nella regione anzidetta (III, 16, 7).

(2415) Brocchi, Osserv. geolog. sulla Terra d'Otranto nella BIBL. ITAL, t. XVIII, p. 54.

(2416) Virg. Æn. III, 521 seq. Jumque rubescebat stellis Aurora fugatis, — Cum procul obscuros colles humilemque videmus — Italiam.

(2417) Brocchi, Osserv. cit. p. 52 segg. — Cf. Milano, Cenni geologici sulla Prov. di Terra d'Otranto. Nap. 1815.

(2418) Vedi p. 420.

(2419) Conon. Narrat. XXV. — Strab. VI, p. 282. Cf. p. 279.

(2420) Athen. XII, 5,

(2421) Plutarch. cx Aristot. in Thes. XVI. — Cf. Quaest. Graec. Opp. t. II, p. 298.

(2422) Herodot, VII, 171. — Strab. VI, p. 279. — Conon. Narrot. XXV. — Etym.

(2423) Kanne, Ad Conon. p. 121.

(2424) Eustath. Ad Dionys. Perieg. v. 379.

(2425) Strab. IX, p. 405.

(2426) Plin. H. V. III, 16, 2. Graeci Messapiam a duce appellavere.

(2427) Steph. Byz. ν. Βοιωτία.

(2428) Pausan. X, 10, 6.

(2429) Nicander ap. Antonin. Liber. Metam. c. XXXI.

(2430) Steph. Byz. v. Μαιδοί. — Strab. VII, p. 316, 318 — Cf. Aristot. Hist. Anim. IX, 45. — Plin. H. N. IV, 1, 3; 18, 1. — La regione che abitavano è detta Μαιδική da Tolomeo (III, 11).

(2431) Aristot. Hist. Anim. IX, 45.

(2432) Steph. Βyz. v. Χαλκίς.

(2433) Id. ibid.

(2434) Homer. II. II, 640. — Strab. X, p. 460. — Schol. Thucyd. I, 60. — Liv. XXXVI, 11. — Steph. Βyz. v. Καλκὶς.

(2435) Eudox. ap. Steph. Βyz. ν. Χαλκίς. — Schol. Aristoph. in Equ. 1, 3. — Questa città di Calcide nella Tracia fu quella che prima nominavasi Bisaltia, e che occupata da' Calcidesi (Conon. Narrat. XX) ebbe mutato il nome in quello di Calcide, dal che quella parte della Tracia rimpetto Pallene fu detta Calcidica.

(2436) Dallo stesso Strabone (VII, p. 330) è noto che la Tracia fu il paese poi detto Macedonia.

(2437) Strab. X, p. 447.

(2438) Apollodor. II, 5, 8. Palephat. De incredib. II, 4, 31. — Hygin. Fab. XXX.

(2439) Vedi t. I, p. 69.

(2440) Meandr. ap. Strab. XII, p. 552. — Cf. Strab. XII, p. 543.

(2441) Strab. V, p. 215.

(2442) Scylax, Peripl. p. 6.

(2443) Strab. VI, p. 283.

(2444) Herodot. V, 9. όκως δὲ οὗτοι Μήδων ἄποικοι γεγόνασι, ἐγὼ μὲν οὐκ ἐπιφρά σασθαι, γένοιτο δ'ἄν πᾶν ἐν τῷ μακρῶ χρόνω.

(2445) Virg. Georg. III, 474. – Japidis arva Timavi.

(2446) Ps. Arist. CΧΧΙΙ. Κρησωνία παρὰ τὴν Βισαλτῶν χώραν. — Cf. Conon. Narrat. XX.

(2447) Herodot. I, 57.

(2448) Strab. VII, p. 316. τῶν δὲ Δαρδανιατῶν εἰσι καὶ οἱ Γαλάβριοι. — Cf. ibid. p. 318.

(2449) Lanzi, Saggio di lingua Etrusca ρ. 575.

(2450) Herodot. IV, 49. Ἐκ δὲ τῆς κατύπερθε χώρης Ομβρίκων Κάρπις ποταμός καὶ ἄλλος ᾿Αλπις πρὸς βορέην ἄνεμουκαὶ οὗτοι ρέοντες ἐκδιδοῦσοι ἐς αὐτόν. — Cf. p. 397.

(2451) Harpocrat. v. Αὐτόχθονες.

(2452) Herodot. VII, 171. — Il calcolo di Eusebio si dilunga moltissimo da quello di Erodoto, perciocché fa morire Minosse nel 5.º anno del regno di Menesteo in Atene (Chron. II, p. 309), cioè 18 anni prima dell'assedio di Troja.

(2453) Raoul Rochette, Hist. des Col. t. II, p. 181.

(2454) Conon. Narrat. XXV. — Cf. Strab. VI, p. 279. — Aristot. ap. Plutarch. in Thes. XVI. — Etym. Μ. ν. Βοττιαία.

(2455) Strab. VI, p. 282. — Steph. Byz. v. Βίεννος.

(2456) Strab. VI, p. 279.

(2457) Vedi p. 403.

(2458) M. Bernardino Corio, L'Historia di Milano, p. 6. Padoa, 1646.

(2459) Dionys. Hal. 1, 10.

(2460) Plin. III, 16, 2. Inde XXXII M. promontorium, quod Acram Japigiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia. Ab eo Basta oppidum.

(2461) Galateo, De situ lapygiae. Basil. 1558, p. 96. — M. Smet. Inscr. antiqq. cum auctar. J. Lipsii, Lugd. Batav. 1588, p. 40. — Gruter. Thes. inscr. p. CXLV, n. 5.

(2462) Atti dell'Accad. di Cortona, t. I, Praef. p. XI, XII. — Cf. Lanzi, Saggio di Lingua Etrusca p. 534 segg.

(2463) Il Jannelli (Vet. Osc. inscr. p. 134) si studiò interpretarla per osca. Negli atti dell'Accademia di Baviera ne parlò il Massmann (A. 1840, n. 199). Il Lepsius la inserì nella sua raccolta delle iscrizioni osche (tav, XXVIII, n. 6), ma credendola spuria, a cui si oppone il dott. Momsem, ultimo a pubblicarla (Annali dell'Inst. Archeol. Roma 1848, p. 77), prima della riproduzione che se ne vede nella ristampa dell'opera del Galateo, procurata dal ch. Michele Tafuri (Nap. 1850, p. 79).

(2464) G. F. Grotefend, Rudimenta linguae Oscae, p. 54. — Zur Geographie und Geschichte von Alt-Italien, p. 8. Hannover.

(2465) Vedi p. 259 e seg.

(2466) Liv. XXX, 19. — Cf. p. 169.

(2467) Licophr. Alexandr. v. 1083 sqq.

(2468) Vedi p. 169.

(2469) Fiume ignoto nell'antica geografia.

(2470) Phavorin. Lex. v. Βαζίαιοι.

(2471) Vedi p. 433.

(2472) Strab. IX, p. 410, εἴρηται δὅτι τὴν Βοιωτίαν ταύτην ἐπώκησάν ποτέ Θράκες, βιασάμενοι τοὺς Βοιωτούς, καὶ Πελασyoi. — Cf. p. 401 — 402.

(2473) Galateo, Op. cit. p. 79.

(2474) Plin. III, 16, 2. Oppida per continentem a Tarento, Varia, cui cognomen Apulae, Messapia, Sarmadium. Cosi lesse ne' più antichi mss. del geografo il Vossio (Adnot. in Melam II, 4), e benché ciò pure affermi l'Arduino nella nota a questo luogo di Plinio, pure preferì di leggervi Aletium in vece di Sarmadium.

(2475) Frontin. De Colon. p. 115.

(2476) Marciano, Op. cit. p. 749. — Cf. Ferrara, Paradossica Apologia p. 143. — Alla supposta città di Miro il secondo de' citati scrittori riferisce l'autorità di Pindaro, ma il poeta parlava della città della Licia detta anche Myra (Steph. Byz. v. Muρου).

(2477) Papatodero, Della fortuna di Oria p. 48.

(2478) Saint — Non, Voyagepitt. t. III, p. 20.

(2479) Sarmadium fu così detto da σαρματείω, arenariasfacio, o da σάρμα, arenaria, voci che incontransi nel Lessico eracleotico del Mazocchi, e che al sito di Muro ben si convengono, veggendosi per ogni dove da varie escavazioni di arena circondato; etimologia più sicura dell'altra anche greca, cioè da άρμα, vettura, per la quale si è preteso che Sarmadio già fosse dove ora è Vetrana, a 6 miglia da Manduria, denominazione alterata da Veturina (V. Histoire Naturelle de Pline, t. II, p. 153, nota (45). Paris, Desaint 1771 in 4).(6)

(2480) Plin. III, 16, 2. — Ptol. III, 1, 14.

(2481) Scylax, Peripl. p. 243 ed. Gail. Táρας, καὶ λιμήν Υδρούς.

(2482) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. Coll, V, p. 524.

(2483) Steph. Byz. ν. Βίεννος.

(2484) Herodot, VII, 171. — Serv. Ad Æn. III, 121.

(2485) Golz, Magna Grecia tab. XXXIII, f. 5, p. 299. — Cf. Neumann, Pop. Num. II, p. 257. — Mazocchi, Prodr, ad Heracl. Psephism. p. 40.

(2486) Avellino, Suppl. ad P. I. Ital. Vet. Num. p. 28. Non ostante le addotte autorità, debbo dire che oltre lo stesso Neumann, di tali monete ha di recente dubitato il Millingen (Consid. p. 122), e le seconde ancora esser potrebbero d'Hydre la città della Caria (ora Denislì), di cui il Sestini riferisce l'unica moneta di bronzo coll'epigrafe ΥΔΡΗΛΕΙΤΩΝ.

(2487) Strab. VI, p. 281. — Cf. Liv. XXXVI, 21. Cic. Ad Fam. XVI, 9.

(2488) Frontin. De Col. p. 91.

(2489) Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 154.

(2490) Saint — Non, Voyage pitt. t. III, p. 25.

(2491) Cic. ad Att. XV, 21.

(2492) Plin. H. N. III, 16, 3.

(2493) Lucan. Pharsal. V, 374.

(2494) Plin. III, 16, 3. Ab Hydrunte, Soletum desertum, dein Frutuertium: portus Tarentinus.

(2495) Galat. Op. cit. p. 56.

(2496) Vedi nota (1).

(2497) Vedi t. II, p. 502.

(2498) L'Arduino (Not. ad Plin. 1. c.) congetturò che fosse a Castrifrancone, molto lungi da Soleto, ed un geografo francese a Francavilla (Hist. nat. de Pline t. II, p. 155, nota (56), Paris 1771 in 4.°), ad una distanza anche maggiore, ed in una direzione opposta alla descrizione di Plinio. Il Romanelli (Topogr. t. II, p. 105) inutile dichiarò ogni congettura riguardo a Fratuertium.

(2499) Itin. Antonin. § XXX. — Cf. Tab. Peutinger. § XLIII.

(2500) Strab. VI, p. 282. — Cf. Plin. III, 16, 3.

(2501) Ptol. III, 1, 13.

(2502) Pausan. VI, 19, 9. Λουπίας φασὶ κειμένην Βρεντεσίου τε μεταξὺ καὶ Ὑδροῦν· τος μεταβεβληκέναι τὸ ὄνομα, Σύβαριν οὖσαν τὸ ἀρχαῖον.

(2503) Herodot. 1, 173. Οἱ δὲ Λύκιοι ἐκ Κρήτηςτὠρχαῖονγεγόνασι.

(2504) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. Collect. V, p. 519.

(2505) Strab. XIV, p. 664.

(2506) Jul. Capitol. in M. Antonin. cap. 1. — Cf. Eutrop. VIII, 5.

(2507) Pausan. VI, 19, 9.

(2508) Frontin. De Colon. p. 91. Territorium Tarentinorum, Lypiense.... in jugera N. CC. limitibus Gracchanis.... sunt assignata. — Cf. Mazocchi, Op. cit. p. 521.

(2509) Questa lapida fabbricata si vede in uno de' pilastri della Chiesa di S. Maria della Libera nel rione del Pendino in Napoli. Da varii epigrafisti è stata riferita, e tra questi bastami citare l'Orelli (Inscr. latin. select. n. 2370), ed il Gervasio (Iscr. di Nap. p. 2), il quale vi ha fatte dotte osservazioni.

(2510) Muratori, Thes. Inscr. р. МСХХ. — Cf. Orelli, Op. cit. n. 138. Più di questa iscrizione mi sembrano false le altre due addotte dal Ferrari (Apolog. Paradoss. p. 257, 259).

(2511) Guid. Ravennat. ap. Galat. De situ Japyg. p. 74.

(2512) Pausan. VI, 19, 9. Ὁδὲ ὄρμος ταῖς ναυσὶ χειροποίητος καὶ᾿Αδριανού Βασιλέως ἐστὶν ἔργου.

(2513) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. Collect. V, p. 524.

(2514) Strab. VI, p. 282. Ἐν δὲ τὴ μεσογαία Ρωδίαι τε εἰσι καὶ Λουπίαι.

(2515) Galateo, Op. cit. p. 68. — De Angelis,Della Patria di Ennio, Roma 1701. — D'Anville, Anal. géogr, de l'Italie, p. 230.

(2516) Marini, Fr. Arvali 1, p. 21. — Cf. Morelli, Opp. t. V, p. x. — Orelli, Inscr. sel. n. 134, 3858. Momsen, Iscrizioni messapiche negli ANNALI DELL' INST. ARCH. t. XX, p. 85.

(2517) Rogadei, Ital. Cistiber. p. 240.

(2518) In una iscrizione riferita dal Fabretti (Inscr. p. 10, n. 50) si ha menzione dell'Agro Fontejano, quod est Via Aurelia in clivo rutario. — Ruta è voce corrotta da ruita, derivata da ruere (Varro, De L.L. VIII, 60).

(2519) Plin. H. N. III, 16, 3.

(2520) Ferrari, Paradossica apolog. p. 266.

(2521) Sono del ch. Michele Tafuri (Vedi la nota (a) alla p. 68 del Galateo, De situ Japyg. Neap. 1849.

(2522) Ferrari, Op. cit. p. 69.

(2523) Notit. Dignit. Imp. ed. Boecking.– Cf. Holsten. Ad not. in Cluver. p. 284.— Cellar. Geogr. 11, 9.

(2524) Vedi il Catalogo de' Baroni al tempo di Guglielmo II, n. 135.

(2525) Leggendosi in Strabone (VI, p. 282): Ἐν δὲ τὴ μεσογαία Ρωδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι καὶ μικρὸν ὑπερ τῆς θαλάττης Σαληπία, il Du Theil ed il Groskurd lessero con ragione Βαλητία si pel riscontro degli altri geografi, e sì ancora perchè non poteva Strabone qui nominare Σαλάπια città della Daunia. Il più recente editore del Geografo, Gustavo Kramer (t. I, p. 449, ha preferita la lezione ᾿Αλητία; ma l'ordine della descrizione di Strabone fa credere piuttosto che parlasse di Balezia o Valenzia, perchè ricorda una città dopo di Lupia, ch'esser non può Alizia in sulla opposta spiaggia della penisola. — Cf. P. Mela II, Plin. III, 16, 3.

(2526) Tab. Peutinger. § XLIII. Mansio Ctipeas (Lupia). Mutatio Valentia XIII. Civitas Brindisi.

(2527) Plin. H. V. III, 9, 12. — Cf. Serv. ad Virg. Georg. I, 499. — Plutarch. Quaest. R. LA.

(2528) Mola, Di una pietra con greca leggenda rinvenuta tra le rovine dell'antica Baleso. Giorn, lett. di Nap. t. Cl, p. 46 segg.

(2529) Da βάρος pondus, e Δαμάτερ Ceres.

(2530) Marciano, Op. cit. p. 688 seg.

(2531) Lapie, Itin. Anciens p. 315.

(2532) Plin. III, 16, 4. Amnes: lapyx a Daedali filiorege, a quo et lapygia: Pactius,Aufidus.

(2533) Strab. VII, p. 331. Pausan. I, 10, 5. Plin. IV, 18, 10.

(2534) Itin. A Burdigala Hierusalem § XVI. — Meno esatta è la Tavola Peutingerana che ne segna XII (§ XLIII).

(2535) Strab. VI, p. 282.

(2536) Plutarch, in Thes. XVI. — Cf. Quaest. gr. Opp. t. II, p. 298.

(2537) Justin. 11, 2.

(2538) Isidor. Origg. XIV, 4

(2539) Steph. Byz. v. Τίνδιον. – Plin. IV, 18,3. Oppidum fuit Tirida (leggi Tında), Diomedis equorum stabulis dirum. — Cf. Solin. c. XV.

(2540) Seleuc. ap. Steph. Βyz. ν. Βρεντήσιον. — Strab. VI, p. 282.

(2541) Scylax, Peripl. § XLVII. Strab. VII, p. 309.

(2542) Plin. H. N. III, 18, 13.

(2543) Pausan. VIII, 28, 7.

(2544) Vedi un pubblico istromento riferito dal Beatillo nella Storia di Bari.

(2545) Lucan. V, 406. Curvique tenens Minoia tecta Brundusii.

(2546) Strab. VI, p. 282. — Aristot. Polit. V, 3. Justin. III, 4.

(2547) Demetr. Comced. fragm. ap. Athen. III, 15. — Cf. Suid. ν. Αρτος.

(2548) Tucyd. VII, 33.

(2549) Pausan. X, 13, 10.

(2550) Jul. Capitol. in M. Ant. c. 1. — Eutrop. VIII, 5.

(2551) Justin. XII, 2.

(2552) Herodot. IV, 99.

(2553) Polyb. X, 1.

(2554) Strab. VI, p. 282.

(2555) Lucan. II, 612 sqq.

(2556) Zonar. Annal. VIII, 7.

(2557) Flor. I, 20. — Eutrop. II, 25. — Sigon. in Fast. Capitol. p. 114.

(2558) Liv. Epit. XIX. — Vell, Pat, I, 14.

(2559) Cic. Ad Au. IV, 1. — Cf. Pro Planc.

(2560) Rasch, Lex Num. p. 1606. — Carelli, Catal. p. 77 — 78. — Millingen, Consid. p. 22.

(2561) Vedi p. 369, nota 1.

(2562) Golz. Magn. Graec. tab. 33, fig. 1. — Magnan, Miscell. Num. t. III, tav. 13.

(2563) Steph. Byz. ν. Βρεντήσιον.

(2564) Sil. Ital. VIII, 373. — Liv. XXII, 10.

(2565) Flor. II, 7. Primo igitur, Laevino proconsule, populus Romanus Ionium mare ingressus, tota Graeciae litora veluti triumphanti classi peragravit.

(2566) Aurelio Vittore (De vir. ill. c. 34) parlando di Appio Claudio Caudex scrive: Viam Brundusium usque lapidibus stravit, unde Appia dicta; ma tale testimonianza non è vera di fatto che di qualcuno de' di lui discendenti. — Cf. Pratilli, Via Appia pp. 19, 320.

(2567) Liv. XXXVI, 21.

(2568) Liv. XXXI, 14; XXXII, 9; XXXVI, 3; XXXVII, 4; XLII, 27, 36, 49; XLIV, 1, 21; XLV, 51. — Polyb. II, 11. —Сіс. De Div. I, 40. — Plutarch, in Crass. XVII.

(2569) Appian. De bell. Civ. I, 79.

(2570) Cic. Ad Alu. V, 7, 20. — Ad Div. XV, 4.

(2571) Non seppe tradire l'ospitalità contro gli ambasciadori e generali romani che alloggiava in sua casa, e di cui per suo mezzo disfar si voleva col veleno Perseo re di Macedonia (Liv. XLII, 17).

(2572) Nella seconda guerra punica Dasio di Brindisi era prefetto del presidio a Clastidio nella Liguria (Liv. XXI, 48).

(2573) Manut. Ortograph. rat. p. 127.

(2574) In Pomp. LXIII. — Cf. Lucan. II, 607 sq.

(2575) Caes. De bell. Civ. I, 25. — Cic. Ad Alu. IX, 17. — Appian. Civ. Bell. II, 40.

(2576) Lucan. II, 704.

(2577) Pratilli, Via Appia p. 552.

(2578) Appian. Bell. Civ. III, 9 — 11.

(2579) Id. Ibid. V, 36.

(2580) Appian. Ibid. V, 59 — 64.

(2581) Plutarch. in M. Anton. § XXXV.

(2582) Dio Cass. LI, 3.

(2583) Dionys. Hal. Antiqq. Rom. 1, 31.

(2584) Steph. Βyz. ν. Βρευθήσιον.

(2585) Acta Sanct. ap. Bolland. t. I, 4, 17.

(2586) Casimiro, Apolog. mss. p. XI.

(2587) De Leo, Dell'antichiss. città di Brindisi, p. 50.

(2588) Pratilli, Via Appia p. 553.

(2589) Act. S. Leuc. ap. Bolland. t. I, ad XI Januar.

(2590) Anon. Salern. c. LVII, ap. Murat. R. I. S. t. 2, P. II.

(2591) Vedi t. II, p. 200. — Cf. Casimiro, Op. cit. p. 12. Della Monaca, Stor. cit. p. 253. Atti della visita dell'Arciv. Bovio p. 115.

(2592) Procopio (Bell. Goth. III, 18, 2) descrive la città come mezzo distrutta e priva di muraglie.

(2593) Anna Comn. Alex. 1, 15. ἔστι δὲ (Βρηντήσιον) τουτο ἐπίνειον τῆς οληςἸαν πυγίας ευλιμενώτατον.

(2594) Galat. Op. cit. p. 60.

(2595) Scevola, D. XIV, tit. 1, 1, 122.

(2596) Vedi l'iscrizione sull'urna marmorea di C. Ostilio Ipato riferita dal De Leo (Op. eit. p. 66).

(2597) Cic. De Div. II, 40.

(2598) Il dimostrano le arene, le ancore ed altri vestigi di antichi navigli venuti fuori dagli scavi nella strada detta La Mena.

(2599) Cic. Epist. XIII, 63; Ad Att. V, 20, 21. — Marco Lenio inventava il primo le uccelliere (ορνιθοτροφεία). Vedi Varr. R. R. III, 5, 8. — Plin. H. Ν. Χ, 50.

(2600) Pratilli, Op. cit. p. 554.

(2601) D. Hieron, in Chron. Euseb. 1858.— Cf. Hist. Misc. IV, ad ann. R. 620.

(2602) Plin. H. N. XXXV, 4.

(2603) Manut. Ortograph. rat. p. 22. — Gruter, Thes. p. ccccvI, 2.

(2604) A. Gell. Noct. Att. IV, 4.

(2605) Senza alcun nome sono ricordate da Plinio (III, 30, 1) come quelle che formano il porto esterno di Brindisi. Ora sono dette le Petagne, e distinte co' nomi speciali di Petagna grande, Giorgio Trevisi, la Chiesa, la Monacella, e la Traversa.

(2606) Fest. V. BARIUM, p. 33, ed. Muller. Barium urbem Italiae appellarunt conditores eius expulsi ex insula Barra, quae non longe est a Brundisio.

(2607) Hist. N. III, 21, 2.

(2608) Dionys. Hal. Archaeol. I, 10. Plin. H. N. III, 20, 5. — Cf. Strab. V, p. 214.

(2609) Appian. Bell. Civ. IV, 82.

(2610) Poliaen, Strateg. VIII, in Aug. 24.

(2611) Plin. H. N. III, 16, 2. Oppida per continentem a Tarento, Varia cui cognomen Apulae, Messapia.

(2612) Vedi p. 433.

(2613) Chron. Cav. ad ann. 866. Exinde in sequenti annovenit quoque Lugdoicus Aug. cum aliis federatis, et cepit Venusium, Materam et Oream, et Messapias.

(2614) Ignarra, De Palaestra Neap. p. 268, nota (48).

(2615) Vedi p. 41.

(2616) Bullett. Archeol. A. 1836, p. 131.

(2617) Pratilli, Via Appia p. 491 seg.

(2618) Tale opinione riferita dal Pratilli sosteneva forse il celebre Epifanio Ferdinando, autore di una Messapografia, non mai pubblicata per le stampe.

(2619) Tab. Peutinger. §. XLIII.

(2620) Romanelli, Topogr. t. II, p. 129.

(2621) Auct. rei agrar. p. 46, 125, 198 Goes.

(2622) Tab. Peutinger. § XLIII.

(2623) Strab. VI, p. 282. — Cf. Du Theil, Geograph. de Strabon t. II, p. 404, nota (2).

(2624) Vedi p. 420.

(2625) Strab. IX, p. 404. — Cf. Homer. Il. II, 596.

(2626) Vedi p. 433.

(2627) Strab. VI, p. 279. — Cf. p. 421.

(2628) Id. VI, p. 282.

(2629) Vedi p. 403, nota (1).

(2630) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. Collect. IX, p. 534, nota (86). — Cf. Pellerin, Recueil t. I, p. 68.

(2631) Avellino, Opusc. t. III, p. 99 segg.— Cf. Millingen, Consid. p. 138.

(2632) È ciò manifesto dal simbolo della triquetra, frequentissimo nelle monete sicule, è comune non solo ad alcune città nostre (Velia, Metaponto e Suessa), ma anche ad altre della Panfilia, della Pisidia e della Cilicia (Aspendo, Selge, ed Olbe), e, ciò che più sorprende, anche sopra una lapida votiva con caratteri fenicii scoperta nell'Africa nelle vicinanze di Tunisi (H. A. Hamaker, Miscell. phoenic. p. 11 sqq.)

(2633) Presso la distrutta Carbina, a cui succedeva Carovigno di oggidì.

(2634) Più di 600 di tali monete si scopersero nel territorio di Oria in 12 anni che occupò quella sede vescovile Monsig. Kalefati (Giustiniani, Diz. geogr. t. VII, p. 82).

(2635) Vedi pp. 205, 403.

(2636) Carelli, Catal. p. 79.

(2637) Millingen, Consid. p. 232.

(2638) Vedi p. 203.

(2639) Th. Mommsen, Iscrizioni messapiche negli Annali dell'Inscr. Archeol, t. XX, p. 90.

(2640) Frontin. De Col. p. 110. Goes. — Cf. Harduin, Ad not. in Plin. III, 16, 1. — L'Ager Orianus, che altrove leggesi nello stesso Frontino (p. 127) parmi una interpolazione per ispiegare l'Ager Varinus.

(2641) Plin. H. N. III, 16.

(2642) Horat. Epist. 1, 14, 3.

(2643) Pratilli, II, Via Appia p. 488 — 489.

(2644) Gruter, Thes. p. CCCXCII, n. 6. — La nuova copia ne corregge le abbreviature, le quali ammettono l'ovvia spiegazione: Et funus impensapublica decuriones decrevere. Hic situs.

(2645) Colonna, Vit. Enn. in Fragm. Amstelaed. 1707, p. 2. — Il Cieco da Forli nella IX Reg. d'Italia. — Battista, Lett. sulla patria di Ennio nella Racc. delle Lett. memorab. dell'Ab. Giustiniani P. I, p. 39 segg. — Tafuri, Giudiz. intorno la Diss. sulla patria di Ennio, negli Opuscoli del Calogerà, t. IV, p. 331 segg.

(2646) Cic. Pro Arch. IX. — Sil. Ital. XII, 393. Nunc Rhudiae solo memorabile nomen alumno.

(2647) Ptol. III, 1, 76. Σαλεντινῶν πόλεις μεσόγειοι, Ρουδία.

(2648) Vedi p. 399.

(2649) Steph. Byz. v. Ροδαί.

(2650) Vedi p. 449.

(2651) Battista, Lett. cit. p. 44.

(2652) Chron. p. 356, ed. Maii.

(2653) Papatodero, Fortuna di Oria p. 121.

(2654) De Leo, Mem. di Pacuvio p. 15, nota (2). — Cf. Ricerche sull'antica Rudia, patria di Ennio nel Giornale Enciclopedico, A. 1807, n. 9, p. 316 segg.

(2655) Ferrari, Paradossica Apolog. p. 141.

(2656) Tab. Peutinger. § XLIII. — Cf. Anon. Ravenn. IV, 31.

(2657) Mazocchi, Prodr. ad Tabb. Heracl. p. 111, 117. — Cf. t. III, p. 306.

(2658) Plin. III, 16, 3. Lupia, Balesium, Coelium, Brundusium.

(2659) Bullett. dell'Inst. Archeol. A. 1834, p. 55.

(2660) T. Mommsen, Iscrizioni messapiche negli Annali dell'Inst. Archeol. t. XX, p. 93, tav. D. — Per tale iscrizione ed altre due scoperte presso Ostuni più antica di quel che si crede è da giudicare questa città della Messapia.

(2661) Il ch. Hase nel dar ragione nel Journal des Savants (1850, p. 588 segg.) della recente opera del dott. T. Mommsen (Die Unteritalischen dialecte etc. I Dialetti dell'Italia inferiore. Leipzig,G.Wigand 1850), nella quale le iscrizioni messapiche sinora scoverte sono riferite, scrive a questo proposito (p. 597): Assez riche en connaissances réelles pour avoir le courage de convenir de ce qu'il ignore, M. Mommsen ne donne point l'interprétation complète de ces cinquante inscriptions classées par lui d'après les localités d'ou elles proviennent.

(2662) T. Mommsen, Diss. cit. p. 72, tav. B.

(2663) Rogadei, Ital. Cistiber. p. 241.

(2664) Carelli, Catal. p. 39.

(2665) Frontin. De Colon. p. 111.

(2666) Pratilli, Via Appia p. 491.

(2667) Clearch. ap. Athen. XII, 7.

(2668) Vedi p. 353, nota (4).

(2669) Diod. Sic. XI, 52. Περὶ γὰρ ὁμόρου χώρας ἀμφιςβητούντων πρὸς ἀλλήλους.

(2670) Vedesi figurata in un cerchio con intorno l'epigrafe SIBILLA TIBVRTINA, lavoro, come sembra, del secolo degli Antonini. Tutta inspirata nell'atteggiamento del volto e degli occhi, ha lunghe chiome rilevate nella parte superiore del capo, e adorne di una specie di fermaglio. Intorno del cerchio sono foglie di ellera, che alludono all'antro, dal quale dava gli oracoli, e da un lato un uccello simile ad una gru, dall'altro una civetta, noto simbolo della sapienza.

(2671) Timæi Fragm. 20.

(2672) Vedi per tutti un passo di Virgilio, Æn. IV, 242.

(2673) Tali epigrafi, possedute dal sacerdote D. Giovanni Padalino, io trascrivo da una lettera del dott. D. Vincenzo Andriani fornito di buoni studi, il quale molte delle riferite notizie mi ha gentilmente comunica. te, ed ha dato opera ad una storia della sua patria, che in breve vedrà la luce.

(2674) Ptol. III, 1, 77. Καλαβρίας μεσό γειοι, ειοι, Στούρνοι. — Plin. III, 16, 8. Calabrorum mediterranei: Ægetini… Sturnini, Tutini.

(2675) Pratilli, Via Appia p. 550.

(2676) Sestini, Lett. numism. t. VI, p. 4.

(2677) Marciano, Op. cit. p. 692, 751.

(2678) Danville e de l'Isle.

(2679) Dal greco στερνοτυπέομαι, ο στερνοτυπία.

(2680) Marciano, Op. cit. p. IV, 1.

(2681) Pratilli, Op. cit. p. 550.

(2682) Pratilli, Via Appia p. 489.

(2683) Tab. Peutinger. §. XLIV. Tarento Brundusium per compendium. Mesocoro X. Urbius (1. Uria) X. Scamnum VIII. Brindisi XV.

(2684) Strab. VI, p. 283, η δὲ διὰ Τάραντος, μικρὸν ἐν ἀριστερὰ, ὅσον δὴ μιᾶς ἡμέρας περίοδου κυκλεύσαντι, ἡ᾿Αππία λεγομένη, ἁμαζήλατος μᾶλλον. — Cf. Pratilli, Op. cit. p. 501.

(2685) Tale via è da credere quella stessa per la quale, secondo Strabone (VI, p. 283), viaggiar potevasi co' muli, e che il geografo indica solo nella parte a traverso della Peucezia.

(2686) Pratilli, Via Appia p. 547.

(2687) Alle altre derivazioni del nome di Messapia (v. p. 432) ora aggiungo che potè prendere il nome più probabilmente da' popoli che vi passarono dal Peloponneso, detto Apia ne tempi più antichi (Rhian. ap. Steph. Βyz. v. Α'πία; Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 415), cosi che per Apia terra può anche interpretarsi il nome di Japigia, ed Apia di mezzo la Messapia.

(2688) Pausan. X, 10, 6.

(2689) Id. VIII, 42,7 — 10. — Cf. Éméric — David, Classem, chronol, des Sculp. grecs. Paris 1807.

(2690) Vedi p. 315.

(2691) Strab. VI, p. 280.

(2692) Aristox, ap. Diog. Laert. in Arch.

(2693) Plutarch. in Dion. §. XXXV.

(2694) Thucyd. VII, 33, 5. ἀνανεωσάμενοί τινα παλαιάν φιλίαν.

(2695) Justin. XII, 2.

(2696) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 140; III, p. 407.

(2697) Diodor. Sic. XX, 105.

(2698) Plutarch. in Pyrrh. § XV. Frontin. Strateg. II, 3.

(2699) Gruter. Thes. p. CCXCVI, col.2.— Cf. Panvin. In Fast. p. 26.

(2700) Dopo avere il geografo nominata Egnazia come la prima città posta sulla strada che traversava il paese de' Peucezii soggiugne (VI, p. 283): μέχρι δεύρο (Βάριου) μὲν Πευκέτιοι κατὰ θάλατταν, ἐν τὲ μεσογαίᾳ δὲ μέχρι Σιλουίου.

(2701) Plin. H. N. III, 16, 3. Brundisio conterminus Pediculorum ager. IX adolescentes, totidemque virgines ab Illyriis, tredecim populos genuero. Pediculorum oppida, Rudiae, Egnatia, Barium.

(2702) Ptol. III, 1, 73. ᾿Απουλῶν Πευκετίων μεσόγειοι, Οὐενοσία, Καιλία.

(2703) Giovene, Notizie geologiche delle due Puglie Peucezia e Daunia ecc., Opp. t. II, p. 440-65. — Cf. Notizia geologica della Peucezia, nel Giorn. Encicl. t. II, p. 288.

(2704) Brocchi, Conchiologia fossile subappennina t. I, p. 32.

(2705) Cagnazzi, Di un antico sbocco dell'Adriatico per la Daunia ecc. p. 25.

(2706) Tra questi torrenti il più grande è il cosi detto Fiume Cane, il quale nascendo nelle vicinanze di S. Maria di Varieto, passa tra Alberobello e Lauretello, e shocca al di là d'Ibernia, e prima delle rovine di Egnazia.

(2707) Vedi p. 481, nota (2).

(2708) Strab. VI. p. 282, Πευκετίοι, οὓς οιδίκλους καλούσι.

(2709) Pherecyd. Fragm. IX, 85 — La tradizione di Ferecide era seguita da Dionigi di Alicarnasso (Archæol. Rom. I, 5), e da Pausania (VIII, 3,5), il quale dice che questa fu la più antica colonia che dall'Ellade passò in Italia.

(2710) Per tutti qui ricordo solo il Micali, il quale dichiarava non potersi in verun modo il fatto de' Licaonidi accettare dalla critica istorica, (Stor. degli ant. pop. ital. t. I, p. 85; — Cf. Ital. av. il dom. de' Rom. t. I, p. 224), ed il Petit-Radel, che tali gencalogie espone con esatta cronologia. (Examen analyt. des Synchronismes de l'hist. des temps héroiques de la Grèce. Paris, 1827).

(2711) Apollodor. Bibl. III, 8, 1.

(2712) Nicander ap. Antonin. Metamorph. fab. XXXI.

(2713) Plin. H. N. III, 25, 1. Asiae gens Liburnorum iungitur, usque adflumen Titium. Pars eius fuere Mentores, Hymani, Buni, et quas Callimachus Peucetias appellat.

(2714) Da πεύκη, pinus.

(2715) Freret, Opp. t. IV,p. 186, nota (2). — Cf. Pinkerton, Recherches sur l'origine des Scythes ou Goths. Paris, 1804; p. 135.

(2716) Itin. Antonin. § XXX. — Tab, Peutinger. § XLIV — Itin. A Burdig. Hierosol. § XVI.

(2717) D'Anville, Analyse geograph. de l'Italie p. 223. — Cf. Lapie, Itineraires anciens p. 34.

(2718) Marciano, Descriz. della Prov. d'Otranto, lib. III, cap. 63, p. 619.

(2719) Itin. Hierosol. § XVI, Itin. Anciens p. 191.

(2720) Marciano, Descriz. cit. p. 195.

(2721) Itin. Hierosol. § XVI.

(2722) Plin. H. N. III, 16, 3. — Id. II, 107

(2723) Tim. Fragm. 20.

(2724) Pythag. ap. Diog. Laert. in Pythag. § XIX.

(2725) Avellino, Bullett. Archeol. A. I, p. 130, tav. VIII, n. 6. — Cf. A. LV, p. 111 seg.

(2726) Horat. Sat. I, V, 97 sqq.

(2727) Plin. H. N. II, 112.

(2728) Oltre gl'interpreti ne' citati luoghi di Orazio e Plinio, vedi Bayle, Dict. crit. v. Egnatia.

(2729) Frontin. De Col. p. 111 Goes.

(2730) Strab. VI, p. 283.

(2731) Per le dotte illustrazioni di tali oggetti vedi le citazioni ne' MONUM. ANT. INED. del ch. Minervino, p. 11, nota (2).

(2732) Alex. ab Alex, Genial. Dier. p. 1109. — Gyraldi, Syntagma p. 160.

(2733) Reines. Syntagma Inscr. p. 62.— Cf. Pratilli, Via Appia p. 545.

(2734) Pratilli, Via Appia p. 544.

(2735) Marciano, Descriz. della Prov. d'Otranto III, 64.

(2736) Nardelli, La Minopoli, ossia Monopoli manifestata, p. 171 seg. — Cf. Cirelli, Selva d'oro lett. Z, f. 711 segg., ed altri scrittori citati dal Nardelli, p. 2. — Oltre di un titolo sepolcrale di un MAGIOLYS CAESARIS DELICIAE ecc., questi scrittori riferiscono un'altra lapida posta alla nipote di Ennio; e scoperta, essi dicono, in un luogo che a' loro di dicevasi Pappacenere, nome guasto da Babulae cineres, ch'è la seguente:

HEIC

BABVLAE CINERIS

ENNJI VATIS NEPTIS

MINONTHES SILICIVS

VIR CARVS

DOLENS POSVIT

Per tradizione è noto che fossevi untempio sacro a Mercurio, e daciò forse foggiavasi l'epigrafe ΜΑΙΑ ΚΑΙ ΕΡΜΗΣ ΠΑΡΑ ΜΙΝΩΠΟΛΙΝ, che leggesi nella sacristia del duomo di Monopoli.

(2737) T. S. Hugues, Travels in Greece and Appia p. 544. — Romanelli, Topogr. t. II, Albania t. II, p. 483. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 146.

(2738) Itinéraires Anciens p. 320.

(2739) Pratilli, Via Appia p. 542.

(2740)

(3) E segnata nella Tavola Peutingerana col guasto nome di Turris Stagna, § XLIV.

(2741) Plin. H. N. III, 16, 7. Calabrorum mediterranei: Aegetini (leggi Azetini), Apenestini.

(2742) Ptol. III, 1, 16.

(2743) Itin, Antonin. §. LXXXIX, Itin. Anciens p. 94.

(2744) Alfano, Descriz. del R. di Nap. v. POLIGNANO. — Forges Davanzati, Sullo stato imperf. dell'ant, geografia negli Atti dell'Accad. Pontan. t. I, p. 306.

(2745) Pratilli, Via Appia p. 541 seg.

(2746) Romanelli, Topogr. t. II, p. 155.

(2747) Id. ibid. p. 154.

(2748) In Polibio (III, 107, 2) leggesi di Canne, di cui Annibale occupò la rocca, τὴν τῆςΚάννης προσαγορευομένης πόλεως ἄκραν, che il Perrotti malamente tradusse, Neapoletanam arcem occupat.

(2749) Il Valckenaer in una dotta memoria, Sur une portion de la Voie Appienne pour determiner le nom ancien de Polignano, et ceux des lieux environnants, pubblicata nel t. VII, p. 186 segg. delle Mém, de l'Acad. des Inscript. (Paris 1824), ha confutato il Romanelli, ma senza conoscere che i villaggi che scopriva nel nome odierno di Polignano appartennero alla città di Apanaste.

(2750) Tab. Peutinger. § XXXIX.

(2751) Itinéraires anciens, p. 214.

(2752) Romanelli, Topogr. t. II, p. 179.

(2753) Vepi p. 491, nota (4).

(2754) Forges — Davanzati, Mem. cit. p. 306-307.

(2755) Liv. X, 2. §. 1. Eodem anno (450) classis Graecorum, Cleonymo duce Lacedaemonio, ad Italiae litum appulsu, Thurias urbem in Sallentinis cepit. — Cf. Romanelli, Op. cit. t. II, p. 181.

(2756) Vedi p. 400.

(2757) Forges-Davanzati, Mem. cit. p. 306.

(2758) Strab. VI, p. 282. — Cf. Siebenkees ad l. cit. ap. Du Theil, Geogr. de Strab. t. II, p. 404, nota (2).

(2759) Pietro Natale, Mem. legale in favore de' Turesi contro que' di Putignano, p. 9. Nap. 1778.

(2760) Plutarch. in Nic. §.V. — Cf. p. 184 seg.

(2761) Natale, Mem, cit. p. 14.

(2762) Plin. H. N. XVI, 21. — Varro, De R. R. II, 6.

(2763) Liv. X, 2. §. 1.

(2764) Tab. Peutinger. § L.

(2765) Plin. H. N. III, 16, 7.

(2766) Di Tarsia, Hist. Cupersan. in Delect. Script. Neap. col. 671. — Cf. Roma nelli, Topogr. t. II, p. 179.

(2767) Plin. H. N. III, 9, 16. — Dionys. Hal. VII, 13.

(2768) Strab. VI, p. 282, ἐφ' ἡ ὁδῷ ᾿Εγνα τία πόλις, εἶτα Κελία καὶ Νήτιού. – Tab. Peutinger. § L. — Plin, H. N. III, 16, 7.

(2769) Sestini, Lett. numism. t. VI, p. 6.— Cf. Reynier, Précis d'une collect. de mé. dailles, p. 28. Millingen, Consid. p. 147.

(2770) Gustav. Kramer, Strabonis Geographica t. I, p. 450, nota (8).

(2771) Cluver. Ital. antiq. p. 1211. — Du Theil, Géograph, de Strabon t. II, p. 406.

(2772) Romanelli, Topograf. p. t. II, 179.

(2773) Itin. Anciens, ed. Fortia d'Urban pp. 34, 191, 216.

(2774) Pratilli, Via Appia p. 510.

(2775) Itin. Hierosol. in Itin. anciens p. 191.

(2776) Forges — Davanzati, Mem. Cit. p. 304. Essendo Mola distante 12 miglia da Bari, non può seguirsi l'opinione del Lapie che in quella città riconosce il sito della Torre Giuliana.

(2777) E. Mola, Sul cangiamento del lido Apulo nel GIORN. LETT. di Nap. t. LII, p. 17.

(2778) Dict. Géograph. ed. Bruxelles v. CATTARO.

(2779) Tab. Peutinger. § L.

(2780) Strab. VI, p. 282. — Ptol. Geogr. III.

(2781) Homer. Odyss. Δ, 1. — Schol. ibid.Sophocl. Oed. Col. 1387. — Cf. Schol. ad v. 375.

(2782) Carelli, Catal. p. 39. — Sestini, Descriz. delle med. di O. Fontana P. III, p. 2.

(2783) Vedi p. 473.

(2784) Forges — Davanzati, Mem. cit, p. 303.

(2785) Diodor. Sic. XIX, 101.

(2786) Vedi p. 473.

(2787) Analisi ragionata de' Libri nuovi, Agosto 1792. — Giornale Letterario di Napoli t. XXXIX, A. 1795, p. 97.

(2788) Tab. Peutinger. § XLIV.

(2789) Innanzi che l'Harduin co' migliori mss, ristabilisse la vera lezione del geografo (III, 16, 4): Pediculorum oppida, Rudiae, Egnatia, Barium. Amnes: lapyx a Daedali filiorege, a quo et lupygia: Pactius, Aufidus; vi si leggeva: Barion ante Iapix etc, per opera de' copisti, o degli editori, d'onde la volgare credenza che la città si fosse prima detta Iapyx dal favoloso Japige, né altro che personificazione del nome degli Japigi.

(2790) Tale origine di Bario fa ripetuta nei seguenti versi nel frontispizio della sua porta a tempo di Filippo III: Urbem, quam Barion auxit, fundavit Iapyx — Nunc regis imperio, magne Philippe, tuo.

(2791) Fest. V. BARIUM. — Cf. p. 464.

(2792) Steph. ν. Βάρις, et Βαρήτιου.

(2793) Cleon. ap. Etym. Μ. ν. Εὐβύριον, p. 389. — Cf. Meineke, ad Euphor, Fragm. XCII. — Suid. ν. Βάρις.

(2794) Millingen, Consid. p. 148.

(2795) Rasche, Lex. numism. v. BARIUM. Carelli, Catal. p. 39. — Cf. Parrino, Teatro de' Vicerè t. I, p. 323 ed. Gravier.

(2796) Riccio, Monete di Luceria p. 10.— Cf. Millingen, Consid. p. 149.

(2797) Liv. XL, 18.

(2798) Horat. Sat. I, 5, 97. Bari mænia piscosi.

(2799) Tacit. Annal. XVI, 7 — 9.

(2800) Gud. Inscr. p. cxiv, n. 9.

(2801) Castaldi, Iscrizioni della Peucezia p. 36.

(2802) Gud. Inscr. p. CXVII, n. 9.

(2803) E. Mola, In vet. monum. Bari ef. fossum. Neap. 1773, p. 23.

(2804) Beatillo, Historia di Bari p. 237.

(2805) Saint — Non, Voyage pitt. t. II, p. 369.

(2806) Pratilli, Via Appia p. 538. — Cf. Mola, Diss. cit. p. 27.

(2807) Itin. Antonin §. LXXXIX.

(2808) Romanelli, Topogr. II, p. 163.

(2809) Vedi l'Ortelio e D'Anville.

(2810) Fortia d'Urban, Itinéraires anciens р. 94.

(2811) Giovene, Kalendaria vet. mss. p. 216218. — Secondo la vulgata edizione di questa Tavola, vi manca l'indicazione di Respa; ma per errore del trascrittore, perchè vedesi in essa tracciata la lincetta sulla quale con errore è scritto Natiolum in vece di Respa nel seguente modo: Flumen Aveldium. Turenum IX. Natiolum VI. Barium IX. Ma colla correzione del Forges — Davanzati (Mem. cit. p. 299 seg.), frapponendosi Respa, e leggendosi: Turenum IX. Respa VI. Natiolum III. Barium IX, trovasi la Tavola conforme all'Itinerario.

(2812) Chron. Amalphitanum ap. Murat. Antiqq. med. aev. t. I, p. 354.

(2813) Chron. Cit. in princ.

(2814) Vedi pp. 56, 58.

(2815) Mazzella, Descriz. del R. di Nap. p. 63, ed. 1601.

(2816) Lombardi, Notiz. istor. di Molfetta p. 2.

(2817) Castaldi, Iscriz. cit. p. 39. sten. Ad not. ibid, p. 276.

(2818) Liv. VII, 16.

(2819) Fabretti, Inscr. p. XXXVII, n. 179.

(2820) Tab. Peutinger. § XLIV.

(2821) Diplom. Greg. Tarcagnot. Catapan. Apul. cit. dal Forges Davanzati, Mem. cit. p. 300.

(2822) Claver. Ital. antiq. IV, 11. — Cf. Holsten. Adnot. ibid, p. 276.

(2823) Giovene, Kalend. vet. p. 218, nota (1).

(2824) Plin. H. N. III, 16, 6. Mateolani, Netini, Rubustini, Silvini.

(2825) Pratilli, Via Appia p. 531. — Cf. Egizio, Opuscoli p. 165.

(2826) Tab. Peutinger. § XLIV.

(2827) Questa origine della città leggesi nel l'iscrizione messa sulla porta detta di Bisceglie dell'odierna Trani, che all'antica Turenum certamente corrisponde, nel seguente modo: TIRENVS FECIT, TRAIANVS ME REPARAVIT — ERGO MIHI TRANVM NOMEN VTERQUE DEDIT. In un'altra iscrizione riferita dal Pacichelli (Il R. di Nap. in prospett. P. II, p. 205) il favoloso fondatore Tirreno è detto figlio di Diomede, e certamente per le fondazioni mitiche che gli si attribuivano di molte città sull'Adriatico e nella Daunia.

(2828) Strab. Epit. VII, p. 330. — Cf. Steph. Byz. ν. Αἰανη, Ελίμεια, Θυρέα. –Liv. XXXVI, 11, 12.

(2829) Forges Davanzati, Mem. cit. p. 294.

(2830) Castaldi, Iscriz. della Peucezia p. 6.

(2831) Pratilli, Via Appia p. 529.

(2832) Tab. Peutinger, segm. VI. — Forges Davanzati, Mem. cit. p. 309. — Cf. Itin. Anciens, p. 314.

(2833) Tab. Peutinger. § XLIV. — Itin. anciens, p. 216

(2834) Vet. Gloss. ap. Salmas. in Comm. ad Capitolin. in Pertin. 8.

(2835) Plin. H. N. III, 26, 2. — Siculotae (decuriis) XXIV, populatoresque quondam Italiae Vardei, non amplius quam XX decuriis.

(2836) Strab. VII, p. 315. — Furono soggiogati dal console Fulvio Flacco nel 619 di Roma (Liv. Epit. LVI).

(2837) In un atto notaresco del IX secolo, citato dal Forges Davanzati (Mem. cit. p. 293), è descritto il villaggio Jujanellum infinibus Baruletanorum.

(2838) Giannone, Storia Civile V, 1, 2.

(2839) E. Mola, Sul cangiamento del lido Apulo nel GIORN, LETT. di Nap. t. LII, p. 6.

(2840) Strab. VI, p. 284.

(2841) E. Mola, Peregrinazione per una parte della Puglia, p. 39.

(2842) In questo epigramma riferito dal Grimaldi (Vita di S. Ruggiero p. 129) si legge: Urbs Barolita potens, Cannarum maxima proles; e si è creduto composto nel 1491 quando dalla dogana presso il molo fu la statua trasferita nella piazza innanzi la chiesa del S. Sepolcro. L'epigramma ne dice artefice un Polifobo, greco artista, e restauratore un Fabio Albano, il quale ne rifece le gambe e le mani insino a che giacque rotta e guasta per la tempesta che ne' lidi di Barletta sorprendeva i Veneziani, i quali trasportar la volevano nella lor patria.

(2843) E. Mola, Mem. cit. p. 48.

(2844) Tab. Peutinger. § L.

(2845) Romanelli, Topogr. t. II, p. 169.— Cf. pp. 449, 470.

(2846) P. Mela II, 4.

(2847) Jatta, Mem. di Ruvo p. 83.

(2848) Romanelli, Op. cit. p. 170. — Lapie, Itinéraires anciens p. 218.

(2849) Tab. Peutinger. § L.

(2850) Plin. H. N. III, 16, 7.

(2851) Millingen, Consid. p. 150.

(2852) Pellerin, Lettr. numism. p. 20.Carelli, Catal, p. 38 seg. — Sestini, Lett. numism. t. VI, p. 6.

(2853) Martial. Epigr. IV, 55, v. ult. Haec tam rustica malo, quam Bituntum.

(2854) F. Apollinare di S. Gaetano, IR Cavalier Romito p. 5.

(2855) Martorelli, De Theca Calamaria, Προλεγομ. ρ. 2.

(2856) Pratilli, Via Appia p. 531.

(2857) Il nome di Trelicio incontrasi la prima volta nella Cronaca di Leone Ostiense (ad ann. 797), ove riferisce la donazione che di molti casali faceva il Castaldo Wacco al monistero di Montecasino.

(2858) Ch. Louandre, Hist. et. statistique morales de la France nella REVUE DES DEUX MONDES, A. 1851, p. 553.

(2859) Tab. Peutinger. § L.

(2860) Millingen, Consid. sur la numismatique de l'ancienne Italie p. 150. — Tale opinione approvavano due dotti nummologi, l'Avellino (Rubastinor. num. Catal. Neap. 1843) ed il Cavedoni (Bullett. Archeol. di Roma, A. 1844, p. 96), ed è stata riconosciuta e dottamente dimostrata dal Jatta (Dell'antichiss. città di Ruvo Nap. 1844, p. 93 segg.), il quale contende pure pel principio ormai ovvio della riproduzione per opera de' coloni del nome della madre patria nelle nuove sedi occupate.

(2861) Vedi p. 248.

(2862) Jatta, Mem. cit. p. 55, 74.

(2863) Dionys. Hal. Archæol. 1, 23 — Virg. Eclog. X, 26; Georg. III, 392, — Pausan. VIII, 30.

(2864) Æschyl. ap. Strab. VIII, p. 387.

(2865) Carelli, Catal. p. 38.

(2866) Frontin. De Colon. p. 111.

(2867) Jatta, Mem. cit. p. 109. — Cf. Castaldi, Iscriz. della Peucezia p. 23.

(2868) Sanchez, Delle tombe di Ruvo nel PROGRESSO t. XI, A. 1835. — PONTANO, t. 1, — p. 43 segg. — Jatta, Mem. cit. p. 56 — 78. G. Minervini, Descriz. di alcuni vasi fittili antichi della Collez. Jatta. Nap. 1846 in 8. ° — Annali dell'Inst. Arch. A. 1829, p. 15; 1834, p. 165; 1836, p. 75. — Bullett. Arch. Nap. A. I, p. 71. — Raoul-Rochette, Odysséide p. 259 — 62.

(2869) Jatta, Mem. cit. p. 99 segg.

(2870) Itin. Anciens, p. 191.

(2871) Pratilli, Via Appia p. 526. — Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 504.

(2872) Plin. H. N. III, 16, 7. Alla lezione dell’Harduin che ha Paltonenses è da preferire le più antiche del Dalecampio e dell'Elzeyir che hanno Palionenses.

(2873) Romanelli, Topogr. t. II, p. 173.

(2874) Giustiniani, Diz geogr. t. VII, p. 117.

(2875) Carelli, Catal. p. 40.

(2876) Chron. S. Sophiae ap. Pratilli, p. 368. Sarraceni comprehenderunt Butuntum et Castrum Naetii A. MIX.

(2877) Strab. VI, p. 284.

(2878) Vedi p. 495.

(2879) Itin. Antonin S XXX. — La Tavola Peutingerana (SXXXIX) segna la città col nome di Silutum a XXV miglia da Venusia, ed altra non si è a ragione giudicata che la stessa città di Silvium (Berretti, Diss. corogr. Ital. med. aevi. in R. 1. S. Murat. t. X, p. 297).

(2880) Vedi p. 481.

(2881) Diodor. Sic. XX, 80.

(2882) Avellino, Rubastin. Num. Catal. p. 8, n. 25, t. II, n. 4 et 5. — Cf. p. 17 — 18. Lenormant, Nouv, Galer. myth, tab. XIX, fig. 9.

(2883) Plin. III, 16, 6. Netini, Rubustini, Silvini.

(2884) Pratilli, Via Appia, p. 478.

(2885) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 281. — Pratilli, Op. cit. p. 478.

(2886) Dom. De Gravina Chron. in R. I. S. t. XII, p. 604. — Cf. Jatta, Mem. cit. p. 46 segg.

(2887) Cluver, Ital. antiq. p. 1280. — Cf. Holsten, ibid, et in Ortel. V. PEBRA. — Romanelli, Topogr. t. II, p. 186. — Il Lapie (Itinéraires anciens p. 33), dando una diversa direzione alla Via Appia, tale stazione ha posta a Forenza; ma la riferita opinione è più ricevuta.

(2888) Pratilli, Via Appia p. 478.

(2889) Itin. Antonin. § XXX, in Itin. Anciens p. 35.

(2890) Strab. VII, p. 315. — Stefano Bizantino, che attribuisce questi popoli all'Epiτο (ν. Πλαραίοι), li nomina Plarei, e dice che si nominavano anche Plarii. Secondo il Gosselin abitavano la penisola di Sabioncello (Géographie de Strabon. t. III, p. 78 nota (3) o su tutta la penisola di Ponta estendevano il dominio, e poco più verso la città di Stagno (Appendini, Sulle antichità, storia e letter. de' Ragusei t. I, p. 51.

(2891) Holsten. Ad not. in Ortel, p. 154.Id. in Cluver. p. 281. — Pratilli, Via Appia, p. 479. — Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 520.

(2892) Itin. Antonin, § XXX. — Tab. Peutinger. § XXXIX.

(2893) Holsten. Adnot. in Ital. antiq. p. 281.

(2894) Giustiniani, Diz. geogr. t. I, p. 131.

(2895) Il nome di Centopozzi, dove si veggono cave sotterranee, derivò forse dalle antiche vicine terme, le quali, perchè destinate alle sole donne, a Venere genitrice furono intitolate.

(2896) Pratilli, Via Appia p. 481.

(2897) Plin. H. N. III, 16, 6. Merinates ex Gargano, Mateolani, Netini.

(2898) Tali etimologie del tutto immaginarie vedi nell'opera del Can. Volpe (Memorie di Matera, Nap. 1818, p. 19seg.), da μετάed όρος, presso il monte; da μάτερα, madre, per accennare alla valle nativa degli abitanti; da μετέωρος, cielo stellato, in allusione de' lumi notturni nelle due valli della città; e dalle sillabe iniziali di METaponto, ed ERAclea, da cui credevasi edificata.

(2899) Holsten. Ad not. in Ortel.

(2900) Da queste grotte, che si aprono in gran numero nella valle della città, prendevano nome diversi casali, ne' quali si ampliò verso il XIV secolo la popolazione di Matera, e perciò detti Gravina alla Selva, Grotte delle Malvindi, Grottolini, Grottaglie della Cattedrale, Grottella, Sasso Caveoso e simili.

(2901) Liv. XXVII, 51.

(2902) Volpe, Mem. cit. p. 11, 14, nota (1).

(2903) Di questi popoli sarà discorso nella descrizione della DAUNIA.

(2904) Appian. De B. Civ. I, 53.

(2905) Volpe, Mem. cit. p. 191.

(2906) Frisonio, Cron. mss. ap. Volpe, Mem. cit. p. 12.

(2907) Sacros. Antiquit. Inscr. p. 100.

(2908) Per la più ampia notizia di questi sepolcri vedi le citate Memorie dell'erudito Can. Volpe, p. 17 seg., e la Descriz. di un ant. sepolcro pubblicata dallo stesso, Nap. 1833 in 4.°

(2909) Plin. III, 16, 6. Forentani, Genusini, Herdonienses.

(2910) Lucan. Phars. V, v. 462, 465. Caes. B. C. III, 75. — Palmer. Graec. ant. I, 22, p. 133.

(2911) Frontin. De Colon. p. 111.

(2912) Holsten. Ad not. in Cluver. p. 290.— Cf. Romanelli, Topogr. t. II, p. 282.

(2913) Steph. Byz. v. Καςανία: Εςὶ καὶ Καζανία, πόλις πλησίον Τάραντος.

(2914) Nonn. Marcell. Dedoct. indag. Proximum dicebant non solum adhærens, et adjunctum: verum etiam longe remotum; si tamen inter duo discreta nihil medium extitisset.

(2915) Vedi p 262.

(2916) Herod. VII, 188. — Strab. IX, p. 443.

(2917) Mentelle, Dict. de Géographie ancienne v. CASTANIA, t. I, p. 435. — Cf. Tafuri, Pref. alle Monete cufiche illustrate dal ch. Principe di S. Giorgio. Nap. 1844.

(2918) J. A. Cramer, Descript. of ancient Italy v. II, p. 329. The situation of Castania, mentioned only by Stephanus Byz. (ν. Καστανία) as a town in the vicinity of Tarentum, remains unexplored.

(2919) Holsten. Ad not. in Cluver. p. 281.

(2920) Pratilli, Via Appia pp. 481, 481.

(2921) In fuori dell'Itinerario di Antonino che ne segna XIX, gli altri Itinerarii si accordano nell'indicare la detta distanza, che parmi la vera.

(2922) Itin. Antonin. § XXX. Canusio Rubos XXIII. Butuntum XI. Barium XII. Turres XXI. Egnatiam XVI. Speluncas. XX. — Tab. Peutinger. § XLIV. Aufidumfl. Bardulum VI. Aveldiumfl. IX. Turenum IX. Natiolum VI. Barium XIX. Turrim Cæsaris XV. Dertum (1. Ad Ortum) IX. Egnatiam IX. Speluncas. XXI.

(2923) Pratilli, Via Appia pp. 519,528 segg.

(2924) Tab. Peutinger. § L. Rubos. Butuntos XI. Celia XII. Azetium IX. Norbam X, Ad Veneris VIII Egnatiam VIII.

(2925) Strab. VI, p. 284.

(2926) Pratilli, Op. cit. p. 531.

(2927) Jatta, Mem. cit. p. 79 — 89.

(2928) Vedi pp. 502, 506.

(2929) Pratilli, Op. cit. p. 526.

(2930) Pratilli, Op. cit. p. 526. — Cf. Gruter. Inser. p. CCCCXC, n. 4.

(2931) Ovid, Metam. XIV, 291; et ibi Intpp.

(2932) Pratilli, Via Appia p. 476. — Murat. Thes. Inscr. р. МMХХІХ, п. 1. — Lupoli, Iter Venus. p. 289.

(2933) Strab. VI, p. 281. — Cf. p. 455.

(2934) Diodor. Sic. XXI, 4.

(2935) Niebuhr, Hist. R. III, p. 151.

(2936) Scylax, Peripl. § 18. Μετὰ δὲ Ιάπυγας ἀπὸ Δριόνος Δαυνίται έθνος ἐστίν. — Anche Strabone (VI, p. 284) pose il monte Drione nella Daunia.

(2937) Vedi Il Pilota pratico alla costa occidentale dell'Adriatico, pp. 85, 88, e Note agg. Milano, 1816.

(2938) Poiché de' cinque popoli che alla Daunia Scilace attribuiva, o piuttosto alla Japigia, in cui li ho compresi, gli ultimi nominò i Peucezii, che dal Tirreno si estendevano, egli dice, all'Adriatico, parve al Niebuhr che tal corografia convenisse piuttosto ai Sanniti e però nel testo del geografo leggeva Σαυνιται in vece di Δαῦται (Hist. Rom. t. 1, p. 87, nota 293, ed. Bruxelles); ma secondo tale lezione non sospiegare perché de' Sanniti parlasse di bel nuovo dopo averli altrove descritti. Se col Gail (Geograph. Min. t. I, p. 243) leggiamo Φρευτάνοι il nome certamente alterato di Βορεοντίνοι che il Gronovio leggeva Βρεντισίνοι, sostener si potrebbe l' opinione del Niebuhr, perché di fatti i Frentani, popolo sannitico, ne' tempi più remoti confinavano con gli Umbri, ed Ancona non dové esser compresa nel Piceno prossimo all'Umbria, se non dopo l'emigrazione de' Sabini, i quali colla loro colonia guidata dal Pico diedero il nome ad una speciale contrada. Ma come comprendere, secondo questa interpretazione, i Frentani tra i cinque popoli appartenenti alla Daunia, o anche alla Japigia?

(2939) Nicandr. ap. Antonin. Liber. Metamorph. ΧΧΧΙ. Τὸ δε' παράτου έντος του Ταράντος εγένετοΠευκετιῶν ενδότερω δε' τουτου τὴς θάλασσης επέπλεον Δαυνίοι.

(2940) Dionys. Perieg., v. 379. φυλά τ' Ια· πυλων τετανυσμένα μεσφ Τρίοιο παραλίης.

(2941) Strab. VI, p. 277.

(2942) Id. ibid. p. 283.

(2943) Questo geografo (III, 1, 16) tra le città de' Dauni ('Απουλῶν Δαυνίῶν ἐν Ἰω· νίω πελάγει) annoverò Salapia, Siponto, ed Apeneste, o piuttosto Apanaste, (che fu città de' Peucezii (vedi p. 491), il monte Gargano, ed Irio (città apula), e tra le mediterranee (III, 1, 72 ᾿ΑπουλῶνΔαυ νίων μεσόγειοι) Teano (degli Apuli propriamente detti), Nuceria o Luceria, Vibino, Arpi, Erdonia e Canosa.

(2944) Vedi p. 481.

(2945) Strab. VI, pp. 283, 285.

(2946) Tichatchoff, Coup d'oeil sur la constit. géolog. des Prov. merid. du R. de Naples, p. 47-52.

(2947) Pilla, Mem. sul Gargano negli Atti della Società Economica di Capitanata.

(2948) Rosati, Relaz. statistica sulla Capitanata negli ΑΤΤI della Società Economica di Capitanata, t. II, p. 113 segg. Longano,Viaggio per la Capitanata p. 29 segg. — Brocchi, Conchiologia fossile subappennina t. I, p. 57, 60.

(2949) Tim. Frag. 13, in Fragm. hist. Graec. ed. Muller t. I, p. 195; — Cf. t. II, p. 370.

(2950) Nicand. ap. Antonin. Liber. Metamorph. XXXI, et ib. Verheyk, ed. Lugd. Bat. 1774, p. 206.

(2951) Fest. v. DAUNIA,p. 69, ed. Muller. Daunia Appulia appellatur a Dauno, Illiyricae gentis claro viro, qui eam, propter domesticam seditionem excedens patria, occupavit.

(2952) Vedi p. 397.

(2953) Tim. e Lic. Fragm. m. cit.

(2954) Heraclid. Fragm. De Polit. XXVII.

(2955) Homer. II. VI, 98; X, 240; ΧI, 312.

(2956) Id. ibid. IX, 53; XI, 382 etc.

(2957) Odyss. Γ, 180 sq.

(2958) Ovid. Metam. XIV, 37. — Heyne, Not. in Apollodor. p. 129 sqq.

(2959) Polem. ap. Schol. Pind. Nem. X, 12. Virg. Æn. VIII, 9; XI, 226; X, 28; XI, 246 — 47. — Cf. Serv. ad Æn. VIII, 9. – Eudoc. Ion. in Villois. Anecd. gr. p. 115.Liv. XXV, 12. — Justin. XX, 1.

(2960) Strab. VI, p. 284.

(2961) Serv. ad Æn. XI, 246; VIII, 9.

(2962) Justin. XII, 2. — Serv. ad Æn. XI, 246.

(2963) Schol. Pind. Ad Nem. X, 12.

(2964) Strab. V, p. 228, 29, e p. 445.

(2965) Scylax, Peripl. p. 6 ed. Huds.

(2966) Dionys. Hal. I, 10.

(2967) Plin. H. N. III, 20, 5.

(2968) Steph. Byz. ν. ΄Ατρία.

(2969) Hülmann, Anfänge dergriech, Geschichte. Königsberg 1814. — Cf. Ouvaroff, Études de philol. et de critique p. 296.

(2970) Questa opinione sostiene l'Heyne (Ad Æn. XI, p. 290), e più a lungo è disvolta dal Klausen (Eneas u. d. Penaten, t. II, § 8, p. 1127 segg.).

(2971) Raoul-Rochette, Journal des Savans 1847, p. 558, nota (1). — Per tutte le fondazioni che a Diomede si attribuivano, ma narrate colla stessa credenza, vedi lo stesso dotto archeologo (Hist. des Col. grecques t. II, p. 307 segg.).

(2972) Apollodor. 11, 5, 8. — Hygin. Fab. 250.

(2973) Strab. V, p. 215.

(2974) Vedi p. 434.

(2975) Filiasi, Saggi su' Veneti primi t. II, p. 345.

(2976) Herod. I, 216. — E cosi pure gli Sciti, popoli nomadi, immolavano sopratutto cavalli, secondo riferiva lo stesso Erodoto.

(2977) Welckerap. Dissen. Explic. ad Pind. Nem. X, p. 463 ed. Boeck.

(2978) Clem. Alex. Protrept. p. 32, Potter. Eustath. ad Hom. Il. B, р. 168. — Tzetz. ad Lycophr. v. 1124.

(2979) De Witte, Mythe de Gerion. Nouv. Ann. Arch. t. II, p. 286.

(2980) Eustath. ad Homer. Il. A, p. 444.

(2981) Malala, Chronogr. XII, p. 291, ed. Niebuhr, Bonn 1831.

(2982) Schol. Pind. Ad Nem. X, 12.

(2983) Schol. Horat. IV, 2, 33. — Cf. Heyne, Exc. ad Æn. XI.

(2984) Steph. Byz. v. Σκέμπσα.

(2985) Alex. Polyst. Fragm. 28, in Hist. Graec. Fragm. t. III, p. 231. ed. Muller.

(2986) Virg. Æn. VII, 410. Plin. H. N. III, 9, 5. — Ardea a Danae Persei matre condita.

(2987) Virg. Æn. VII, 371, 409 — 10, 619, 690-94. — Cf. Serv. ad hh. ll., e ad Æn. IX, 4, X, 76.

(2988) Virg. Æn. VIII, 146. — Cf. Serv. ibid.

(2989) Festo (v. Lucereses et Luceres, p. 119 ed. Muller) dice che Lucerus nominavasi il re de' Rutuli di Ardea, il quale moveva in soccorso di Romolo contro Tazio re de' Sabini.

(2990) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 274.

(2991) Marchi e Tessieri, L'Es grave del Museo Kircheriano ordinato e descritto, p. 115. — Raoul-Rochette, Journal des Savans, 1840 p. 728 — 29.

(2992) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 142.

(2993) Schubart, Quaest. Geneal. Hist. p. 135.

(2994) Raoul-Rochette, Hist. des Colon. gr. t. I, p. 406; t. II, p. 131.

(2995) F. Nork, Populäre Mythologie P. IX, p. 106 — 15.

(2996) Apollodor. II, 4, 8.

(2997) Pausan. V, 22, 2. — Virg. Æn. XI.

(2998) Homer. II. X, 437. — Virg. Æn. XII, 84.

(2999) Virg. Æn. XII, 83; cf. IX, 3, 10.

(3000) Id. ibid. XII, 332.

(3001) F. Nork, Op. cit. P. IX, p. 113.

(3002) Flor. II, 6. Documenta cladis, cruentus aliquandiu Aufidus: pars de cadaveribus jussu ducis fuctus in torrente Vergelli. — Cf. Valer. Max. IX, 2.

(3003) Liv. XXIII, 1.

(3004) E. Mola, Peregrinazione per la Puglia, p. 11.

(3005) Vedi nell'Histoire des Campagnes d'Annibal en Italie, par Fréd. Guillaume (Milan, 1812; t. II, p. 48 segg.) la dotta discussione sulla vera posizione della battaglia memorabile, ripetuta da osservazioni tutt' altre da quelle del fatto narrato de' citati storici.

(3006) Liv. XXII, 43. — Flor. I, 6.

(3007) Polyb. III, 107, 2. Τὴν μὲν οὖν πόλιν ἔτι πρότερον συνέβαινε κατεσκάφθαι.

(3008) Sil. Ital. VIII, 624. Ut ventum ad Cannas, urbis vestigia priscae.

(3009) Bulenger. VII, 15. — La lapida fu mal trascritta al Castaldi (Iscriz. Cit. p. 44).

(3010) Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 499. Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 169, ed. di Palermo 1821. — E. Mola, Peregrinazione per l'Apulia p. 5 segg.

(3011) Liv. XXII, 49.

(3012) Guil. Apul. De Gest. Norm. IV. Anon. Bar. et Lup. Protosp. ad ann. 1083.

(3013) Ughelli, Ital. Sacr. t. VII, col. 78.

(3014) La distanza di XXV stadii, o di tre miglia romane e più che tra le due città segnava Procopio (De B. Goth. III, 4) non è esatta,

(3015) Strab. VI, p. 283. — Steph. Byz. ν. Κανύσιον.

(3016) Ph. Fabr. Lex. geograph. v. CANUS.

(3017) Strab. VI, p. 284. — Horat. Sat. V, 92. — Cf. Schol. ad Sat. X, v. 30. — Serv. ad Æn. XI, 246.

(3018) Nieburh, Hist. R. t. I, p. 141, ed. Bruxelles. — Cf. p. 537.

(3019) Lycophr. Alexandr. v. 1055 — 65.

(3020) Serv. ad Æn. XI, 246, Item Canusium Cynegeticon, quod in eo loco venari solitus erat (Diomedes).

(3021) Carelli, Catal. p. 38. — Mionnet, Descr. de Méd. t. I, p. 131, n. 313. — Sestini, Lett. numism. t. III, p. 22 seg. — Millingen, Consid. p. 152. — Fiorelli, Mon. rare di città greche p. 5. — Cf. Avellino, Opusc. t. II, p. 129.

(3022) Sestini, Lett. Numism. V, 22.

(3023) Bianconi, Lett. a Sestini sopra alcune medaglie negli Opuscoli Lett. di Bologna t. I, p. 242.

(3024) Diodor. Sic. V, 76, 3.

(3025) Diodor. Sic. IV, 15, 3. Μετὰ δὲ ταῦτα ἔλαβεν ἄλλον ἀγαγεῖν τας Διομή δουςτοῦ Θρακὸς ἵππους.

(3026) Diod. Sic. ΧΙΧ, 10. Επόρθησαν δὲ (Ῥωμαίοι) καὶ τὴν Δαυνίαν πᾶσαν, καὶ προςαγαγόμενοι Κανυσίους, ὁμήρους παρ' αὐτῶν ἔλαβον. – Liv. IX, 20.

(3027) Liv. IX, 20. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 208 ed. Bruxelles.

(3028) Liv. XXII, 52, 54. — Cf. Appian. Annib. 24, 26. — Sil. Ital. X, 389.

(3029) Liv. XXVII, 12.

(3030) Appian. Civ. I, 42.

(3031) Id. ibid. 1, 52.

(3032) Caes. De B. Civ. I, 24.

(3033) Frontin. De Colon. p. 210, ed. Lachmann.

(3034) Cramer, Ancient Italy t. II, p. 293.

(3035) Philostr. Vit. Soph. in vit. Erod. 5.

(3036) Horat. Sat. I, 5. Nam Canusi lapidosus: aquaenon ditior urna.

(3037) Damadeno, Tab. aerea Canus. illust. in Delect. Script. Rer. Neap. col. 781.

(3038) Pratilli, Via Appia p. 137. — Murat. Thes. Inscr. p. DCLIX, 3.

(3039) Oltre del citato Damadeno, fu pubblicata ed illustrata da Spon (Miscell. p. 280), dal Fabretti (Inscr, dom. p. 398, 9), dal Lami (In antiq. Tab. aheneam etc. Observ. Florent. 1745), dal Gori (Lett. crit. sopra le Osserv. del Lami, Lucca 1745), e dall'Orelli (Inscr. n. 3721).

(3040) Avellino, Notizia di un busto di Demostene. Nap. 1841. — Cf. Panofka, Von einer Anzhal antik. Weisgesch. p. 24.

(3041) Phrinic. v. κατ' ὄναρ, p. 186 Paw.

(3042) Quello stesso istrione dell'Imperatore L. Vero, che Giulio Capitolino nomina Agrippo, e che fu sommo sacerdote di Apollo Augusto a Capua. In una lapida scoperta presso Formia ne rimase anche memoria (Pratilli, Via Appia p. 136 seg.).

(3043) E. Mola, Peregrinaz. cit. p. 35. — Cf. altre lapide riferite dallo stesso antiquario (p. 23, 28).

(3044) Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 503.

(3045) Horat. Epod. III, 16. 69

(3046) Chaupy, Mais. D'Hor. t. III, p. 503.

(3047) Ascon. Ped. In Verr. III, 59. Ver tumnus, Deus invertendarum rerum, id est mercaturae.

(3048) Mola, Peregrinaz. cit. p. 36.

(3049) Strab. VI, p. 283.

(3050) Gruter. Thes. Inscr. p. CCCCXLIV, n. 5. — Cf. Damaden. Diss. cit. p. 782. — Questo marmo, scavato nelle rovine di Canusio, fu poi a Benevento trasferito, dove conservavasi nelle case degli eredi di Alfonso Majorano.

(3051) Reines. Syntagm. Inscr. p. 326. — Gud. Index Inscr. p. LVIII —. Pratilli, Via Appia p. 423. — Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 502. — La più esatta trascrizione della lapida è quella che leggesi nella citata Peregrinazione del Mola (p. 30).

(3052) Vedi p. 560.

(3053) Damadeno, Op. cit. col. 774.

(3054) Pratilli, Appia p. 525. — Cf. Mola, Peregrinaz. cit. p. 42.

(3055) Pratilli, Via Appia p. 525. — Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 171.

(3056) Damadeno, Op. cit. col. 774.

(3057) Mola, Peregrinaz. cit. p. 22.

(3058) Saint Non, Voyage pitt. à Naples t. II, p. 555.

(3059) D'Agincourt, Stor. dell'Architett. Tav. XXIII, p. 154. — Cf. Mola, Viaggio cit. p. 29.

(3060) Millin, Tombeaux de Canosa, Paris 1816 in fol.

(3061) Liv. IX, 40. Sinistrum crus ocrea tectum.

(3062) Euripid, ap. Macrob. Saturn. V, 18. — Cf. Virg. Æn. VII, 690.

(3063) Heyne, in Apollodor. II, 5, 12.

(3064) Millin, Op. cit. p. 23.

(3065) Mola, Peregrinaz. cit. p. 23.

(3066) S. Greg. M. Epist. I, 51.

(3067) Mola, Viaggio cit. p. 42.

(3068) Strab. VI, p. 283. δ'δ᾽ ἀνάπλους ἐπὶ τὸ ἐμπόριον ἐνενήκοντα.

(3069) De Leon, Mem. sulla città di Barletta nel Giorn. Lett. di Nap. t. XCIV, p. 41.

(3070) D'Anville, Analyse geogr. de l'Italie p. 222. — Cf. Damadeno, Op. cit, col. 774.

(3071) Xilandro e Groskurd.

(3072) Vedi p. 533.

(3073) Lycophr. Alex. v. 619. εὐχὰςἀρούραις ἀμφ' ετητύμους βαλεῖ. –Il Gargiuli (La Cassandra, p. 39), allontanandosi, come al solito, dalle parole del poeta, traduce il conteso Ausonio campo.

(3074) Strab. VI, p. 284. — Sil. Ital. VIII, 240. — Arnob. Adv. Gent. IV, 4.

(3075) Liv. XXV, 12. Amnem Trojugena Cannam, Romane, fuge, ne te alienigenae cogant in campo Diomedis conserere manus.

(3076) Romanelli, Topograf. t. II, p. 269.

(3077) Appian. De B. C. V, 93.

(3078) Serv. ad Æn. XI, 246.

(3079) Steph. Byz. ν. Βέννα.

(3080) Vedi p. 434.

(3081) Lupoli, Iter Venus. p. 265.

(3082) Reg. IV, 17.

(3083) Lupoli, Dissert. Venus. in Itin. Venus. p. 227 sqq.

(3084) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 3.

(3085) Horat. Carm. IV, 6, 27. Dauniae defende decus Camænae.

(3086) Plin. H. N. III, 16, 5. Dauniorum praeter supra dicta coloniae, Luceria, Venusia.

(3087) Horat. Sat. II, 1, 34. Lucanus an Appulus, anceps: Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus. — Per la vicinanza stessa Strabone (VI, p. 283) la pose ne' confini de' Lucani e de' Sanniti, Diodoro (XXXVII, 2, 10) e Livio (XXVII, 25) l'annoverarono tra le città dell'Apulia, e perchè la Daunia era parte della Japigia (Polyb. III, 8, 4), in quest'ampia regione fu ricordata da Appiano (De B. Civ. I, 39); ma errava Tolomeo nell'attribuirla agli Apuli Peucezii (III, 1, 73).

(3088) Liv. VIII, 25.

(3089) Lupoli, Iter Venus. p. 240.

(3090) Dionys. Hal. Fragm. XVI, 7. — Cf. Vell. Pat. 1, 14. — Horat. Sat. II, 1, 38. Sive quod Appula gens, seu quod Lucania bellum Incuteret violenta.

(3091) Sestini, Moneta vetus p. 15. — La più parte di tali monete il Carelli attribuiva a Velia, altre a' Vestini; ma non ostante le dubbiezze del Millingen (Consid. p. 239) non par dubbio che tutte siano di Venusia si per essersi scoperte presso questa città, e si ancora per avere i tipi del delfino, delle lunule e della conchiglia simili a quelli delle monete di Luceria.

(3092) Od. I, 28, 26. Suppor possiamo queste selve alla sinistra della città nel bosco di Montemilone e nel parco di Minervino.

(3093) Avellino, Bullett. Arch. Nap. Α. ΙΙ, p. 33 seg. — Cf. Ital. vet. num. Suppl. p. 50.

(3094) Avellino, Bullett. cit. p. 37 segg. — Cf. A. I, p. 129. — Id. Ital. Vet. Num. t. 1, p. 104. — Giorn. Numism. t. I, p. 1 segg. Opuscoli, t. II, p. 30, 34.

(3095) Zonar. Annal. VIII, 3, t. II, p. 114 ed. Nieb. καὶ οὕτως οἱ Ρομαῖοι διαβεβηκότες του ποταμόν εἰς Απουλίδα πόλιν τινὰ ἀπεσώθησαν. Il fiume, di cui parla lo storico par che sia il Bradano.

(3096) Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 440.

(3097) Polyb. III, 117, 2.

(3098) Liv. XXII, 54.

(3099) Liv. XXVII, 25, 40, 42.

(3100) Liv. XXXI, 49. Triumviri inde creati ad supplendum Venusinis colonorum numerum, quod bello Hannibalis attenuatae vires eius coloniae erant.

(3101) Appian. De B. C. I, 39.

(3102) Id. ibid. I, 40, 52.

(3103) Diodor. Sic. XXXVII, 2, 10.

(3104) Lupoli, Iter Venus. p. 254.

(3105) I Saraceni ne furono scacciati nell'anno 866 dall'Imperatore Ludovico II, il quale cominciò a restaurare la città (Herchemp. Hist. Langob. XXXIV — Anon. Salern. Chron. c. CXVI).

(3106) Cimaglia, Antiquitt. Venus. p. 183.

(3107) Lupoli, Iter Venus. p. 291.

(3108) Id., Op. cit. p. 273. — Cf. Ovid., Fast. I, 56. — Macrob. Saturn. I, 15.

(3109) Lupoli, Op. cit. p. 266. — 11 Mazzarella Farao (Lett. apolog. in fine della Lucania dell'Antonini, t. II, p. 367; ed. 1797), riportando anch'egli l'epigrafe, la interpreta colle stesse parole. Il Jannelli (Vet. Osc. inscr. p. 117) dice che il Mazzarella, non il Lupoli, sia propriamente l'autore della interpretazione e del comento che vi fu fatto; mail primo cita a p. 316 l'iter Venusinum dell'altro, e sembra perciò che precedessero la interpretazione ed il comento del Lupoli.

(3110) Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 117.

(3111) Muratori, Thes. Inscr. р. МΧΧΙΧ, 1, — Lupoli, Op. cit. p. 289.

(3112) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 185. — Lupoli, Op. cit. pp. 284, 293. — La seconda lapida leggesi a Lavello, ma appartenne certamente a Venusia.

(3113) Sery. ad Æn. IV, 127.

(3114) Eustath. ad Hom. p. 1157, 21.

(3115) Ughelli, Ital. Sacr. t. VII, col. 167 ed. Ven.

(3116) Lupoli, Iter. Venus. p. 328.

(3117) Vedi altri cenni dell'Anfiteatro Venusino nella relazione che degli scavi dello stesso faceva l'Aloe nel Bullett. Arch. Nap. A. I, p. 12 seg.

(3118) Lupoli, Iter Venus. 327.

(3119) Vedi un'iscrizione riferita dal citato antiquario (Op. cit. p. 307).

(3120) Æl, Spart. in vit. Hadrian. XXI.

(3121) Fabretti, Inscr. dom. I, n. 202. — Lupoli, Op. cit. p. 330.

(3122) Il nome de' gladiatori è spesso accompagnato dalle iniziali di un altro nome, non ispiegato da' citati antiquarii. Il numero che segue è quello delle sue vittorie; la parola vicit è designata dalla lettera > rovesciata, e nell'ultima colonna vedesi una T, o un numero, di cui l'una significa Tiro, o apprendente, e l'altro gli anni che il gladiatore aveva passati nella famiglia gladiatoria, Conghiettura il Millin (Descr. des tombeaux de Pompei p. 20, nota 35) che le parole POMP. PIS. ARR. indicherebbero le patrie rispettive de' gladiatori, Pompei, Pisauro (Pesaro) ed Arrezie o Arezzo, non Ariano, come egli scrive.

(3123) Lupoli, Op. cit. p. 249.

(3124) Appian. De B. Annib. XXX. Plutarch, in Vit. Marcell. L. — Cf. Liv. XXVII, 25.

(3125) Varro, De R. R. I.

(3126) Lupoli, Op. cit. p. 312, 313. — Cf. 358 sqq.

(3127) Cimaglia, Op. cit. p. 183.

(3128) Od. III, 13. — S' ingannano gli antichi Scoliasti, che l'attribuiscono ai Sabini,

(3129) Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 364, 538. — Cf. Cimaglia, Op. cit. p. 189.

(3130) Itin. Antonin. § XXX.

(3131) Lapie, Itinéraires anciens p. 33.

(3132) Pratilli, Via Appia p. 305.

(3133) Vedi t. II, II, p. 515.

(3134) Plin. H. N. III, 16, 6.

(3135) D'Anville.

(3136) Tata, Lett. sul M. Vulture p. 27, nota (a).

(3137) Il più antico de' suoi vescovi, di cui abbiasi memoria, è Ursone, trasferito da Gregorio VII alla Chiesa di Bari nel 1078 (Ughelli, Ital. Sacr. t. VII, col. 879; cf. Beatillo, Stor. di Bari p. 74); e in gran parte distrutta nel 1233 da Galvano Lancia, zio di re Manfredi, a cui erasi ribellata (Malaterra in R. I. S. Murat, t. V, p. 605), e danneggiata ancora dalla soldatesca del conte Lando nel 1355, fu ridotta a tale che non potè più sostenere il decoro della cattedra vescovile, la quale nel 1528 fu unita a quella di Melfi (Rosati, Scritt. in difesa di Rapolla, Nap. 1802 in 4.°).

(3138) Il nome di questa città, identico a quello del fiumicello che le scorre dappresso, accenna ad ignote origini dalla costa della Dalmazia in vicinanza di Ragusa, dove fu l'antica Epidauro, come dal nome di Canosa presso di Malfi de' Ragusei (Appendini, Antich. stor. e lett. de' Rogus cit. I, p. 192) può forse vedersi sulla stessa spiaggia la patria primitiva de' nostri Canusini.

(3139) H. Abich (Geologische Beobachtungen etc. Tay. III, p. IX, Braunsch. 1841) dice che si eleva 2468 piedi parigini sopra Melfi, 4156 sul livello del mare, misura che di soli 28 piedi differisce da quella del prof. Montani,il quale dice non essere più alto di 4128 piedi.

(3140) Tenore e Gussone, Peregrinazioni p. 105 seg.

(3141) Horat. Carm. III, 4, 9. — Lucan. IX, 182.

(3142) Minervino, Dell'etimol. del monte Vulture. Nap. 1778.

(3143) Varro, De L. L. IV, 55. Quodoritur in Samnio, Volturnus, nihil ad latinam linguam.

(3144) Da ὅλος tutto, col digamma Γολος, o Folos, contratto in Κολ', ε τύρος, da τυρόω, turbo, agito. Per la più antica forma del digamma eolico (Vo☑) vedi Knight, Proleg. ad Homer. p. LXXXV.

(3145) L'Opoponaco, il Bromo eretto, il Fleo ambiguo, e la Festuca pennata. Tra le altre piante notabili che ne' luoghi aperti vi raccoglievano i citati ch. botanici, si contano la Silene hispanica, la Medicagofalcata, il Dianthus ferrugineus, e con esso la graziosa specie trapiantata nel R. Orto botanico, e distinta col nome di Garofalo del Vulture.

(3146) Brocchi, D'una varietà di lazialite del M. Vulture. BIBL. ITAL. t. XVII, p. 262, — Cf. Montani, Descriz. fisica e geolog. del M. Vulture. Nap. 1844.

(3147) La chiesa scavata nel tufo basaltico conserva l'effigie di S. Michele con uno stillicidio di acqua acidula, la quale dal volgo è riputata mirabile.

(3148) Tenore e Gussone, Peregr. cit. p. 118 — Cf. Tata, Lett. sul Monte Vulture p. 61.

(3149) La prima denominazione è del Cav. Tenore (Op. cit. p. 120), l'altra del Costa (Fauna del Regno, Pesci, Ciprinoidi, Tav. XV).

(3150) H. Abich, Geolog. Beobachtungen Tav. III, p. X.

(3151) Tchihatchoff, Constit. géol. des prov. Mérid. du R. de Naples p. 170.

(3152) Vedi t. I, p. 261.

(3153) Tchihatchoff, Op. cit. p. 171.

(3154) Id. p. 112.

(3155) Brocchi, Mem. cit. p. 261.

(3156) Fra' tronchi arsi e distrutti di tali castagni quello si distingue del cosi detto Castagno bruciato, il massimo fra tutti presso i ruderi del cenobio di S. Ippolito, il quale cresciuto in fama dalla stessa sua rovina, dà il nome a tutta quella deserta contrada; e tali robusti germogli ha rimessi che danno un'immagine della sua meravigliosa grandezza, ch'emulava un giorno il famoso Castagno dell'Etna.

(3157) Vedi la bell'ode a Calliope (Od. III, 4).

(3158) Tata, Lett. sul M. Vulture p. 39.

(3159) Tenore, Peregrinaz. cit. p. 123.

(3160) Æl. Spart. in vit. Hadrian. XXI. Fuerunt eius temporibus fames, pestilentia, et terraemotus: quae omnia quantum potuit, procuravit: multisque civitatibus vastatis per ista subvenit.... tributa mullis remisit.

(3161) Gud. Thes. Inscr. p. IX, n. 5. — Cf. Lupoli, Iter Venus. p. 307.

(3162) Plin. H. N. II, 81. Neque aliud est interra tremor, quam in nube tonitruum.

(3163) Ordinaire, Hist. Nat. des Volcans p. 38 segg.

(3164) Il tremuoto del 1694 vi adeguò al suolo la Cattedrale, il palazzo baronale e più altri edifizii (Giustiniani, Diz. geogr. t. VII, p. 346).

(3165) A. De Humboldt, Tableaux de la Nature p. 351, Milan 1851.

(3166) L'ILLUSTRATION, sept. 1851, p. 177.

(3167) Acron. ad Horat. Carm. III, 4, 16. Ferentum oppidum Apuliae Venusinae civitati proximum. E del pari nell'Apulia fu descritta da Diodoro Sicolo e da Livio, e Plinio ne pose gli abitatori nella seconda regione d'Italia (H. N. III, 16, 6. Dirini, Forentani, Genusini).

(3168) Steph. Βyz. v. Φεραί: Εἰσὶ καὶ ἄλ λαι (Φεραί) Ι'απυγίας, καὶ Αἰτωλίας.

(3169) Homer. Il. B, 711. — Strab. IX, p. 435.

(3170) Liv. IX, 20. — Diod. Sic. XIX, 65, 7. — 11 secondo di questi storici nomina Φέρεντη la città, con più di analogia al nome antico, il quale fa supporre che fosse sacra ad Apollo come la madre patria (Eurip. Alc. 8. — Apollod. I, 9, 15).

(3171) Horat. Carm. III, 4, 16. Arvum pinguetenent humilis Ferenti.

(3172) Lombardi, Opuscoli p. 188.

(3173) Horat. Carm. III, 4, 18. Quicumque celsae nidum Acheruntiae tenet. — Cf. Acron. ibid.

(3174) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 46, ed. Bruxelles.

(3175) Meandr. ap. Strab. XII, p. 552.

(3176) Liv. IX, 16, 20.

(3177) Romanelli, Topogr. t. II, p. 237. — Cf. Antonini, Lucania t. II, p. 80.

(3178) Vedi t. I, p. 212.

(3179) Antonini, Lucania t. II, p. 80.

(3180) Lombardi, Opuscoli cit. p. 191.

(3181) Vedi p. 555,

(3182) Plin. III, 15,

(3183) Steph. Byz. v. Βάντεια,

(3184) Vedi p. 552.

(3185) Hecat. Fragm. 146, in Fragm. Hist. Graec. t. I, ed. Muller. p. 10. — Era tra le città confinanti alla Macedonia, e propriamente nella dizione de' Caliceni al tempo di Filippo (Polyb. V, 108).

(3186) Liv. XXVII, 25. — Cf. Plutarch, in Marcell. XXΙΧ.

(3187) Vedi p. 87.

(3188) J. W. Donaldson,Varronianus. Cambridge,1844.

(3189) È fabbricata nel sinistro lato del portone della casa Pandolfi, come mi dice il mio erudito amico, sig. Antonio Jannelli. E’ riferita dall'Albirosa nel suo Osserv. degli Alburni, ma senza linea che riguarda appunto la memoria de' popoli Bantini. — Cf. BULLET. ARCH. NAP. A. V, p. 69.

(3190) G. D'Errico, Delle antichità di Bantia e Gaudiano nel BULLETT. ARCH. NAP. A. V, p. 67 segg.

(3191) Ora si conserva nel vicino villaggio di Grassano, dove fu trasportata dal vescovo di Montepeloso Bartolomeo Coccoli (Lupoli, In mutil. vet. Corfin. inscr. p. 77, nota (6).

(3192) Il Martorelli (De Th. Cal. p. 504) che riferisce mutila l'epigrafe nelle due prime linee, la supplisce colle parole: ΕNΟΣΕΙ ΑΧΙΛΛΕΥΣ ΚΑΙ ΑΥΡΗΛΙΑ (Aegrotabat Achilles et Aurelia etc.) — Cf. Lupoli, Op. cit. p. 79.

(3193) Pausan. VIII, 30, 4. — Cf. 41, 8.

(3194) Dionys. Byz. in Geogr. Min. ed. Hudson. — Cf. Banduri, Imp. Orient.

(3195) Polyb. I, 56, 3. — Cf. Diod. Sic. XXII, 10, 4.

(3196) Catal. Baron. sub Gulielmo II, n. 124, p. 87 ed. Finiani: Abbas Sanctae Mariae Montispilosi... de eo quod tenet in Yrso obtulit cum augmento milites X et servientes L, inter quos numeratus est Tancredo de Yrso cum feudo suo. — Cf. Antonini, Lucania t. II, p. 78.

(3197) Tab. Peutinger. §XL.

(3198) Πίσσανθος, picis flos; πισσώδης, piceus.

(3199) Romanelli, Topogr. t. II, p. 531. — Cf. Cramer, Descript. of ancient Italy, t. II, p. 381.

(3200) Horat. Carm IH, 4, 15.

(3201) Lapie, Itinéraires anciens p. 214.

(3202) Plin. H. N. III, 16, 4. Aufidus, ex Hirpinis montibus Canusium priefluens.

(3203) Polyb. III, 109.

(3204) Od. IV, 14, 25; III, 30, 10; IV, 9, 2. — Sat. 1, 1, 58.

(3205) La riferita etimologia sembrami più soddisfacente di quella che davane il Cimaglia (Antiquit. Venus. p. 13), ἀπὸ του αὐφείδεθαι, contra parcere, e dell'altra del Giovenazzi (Città di Aveja, p. 35), il quale legger ne vorrebbe il nome Ωφιδον, per di notarne le fonti in un sito di pascoli abbondevole.

(3206) Strab. X, p. 458. — Schol. Soph. in Trachin. v. II. — Elian. V. H. XI, 33. — Fest. p. 363 (ed. Muller). — Virg. Georg. ΙV, 34; Æn. VIII, 77.

(3207) Aristoph. Nub. v. 283.

(3208) Pratilli, Via Appia p. 465. — Lupoli, Iter Venus. p. 180,

(3209) Plin. H. N. X, 3, 4, XXX, 14, 44; XXXVI, 21, 29.

(3210) Torcia, Lett, nelle EFFEM. ENCICE. A. 1793, p. 63 segg.

(3211) Tab. Peutinger. § XLIV.

(3212) Tab. Peutinger. § CCVIII. — Cf. Itineraires anciens p. 319.

(3213) Itin. Antonin. in Itin. Anc. p. 94.

(3214) Plin. H. N. XXXI, 7, 41. Ancus Marcius salinas primus instituit,

(3215) Lucan. Phars. V, 377.

(3216) Vitruv. De Archit. I, 4. — Cf. Meurs, Rhod. 1, 18.

(3217) Strab. VI, p. 283.

(3218) Strab. XIV, p. 654.

(3219) Steph. Byz. ν. Ελπία.

(3220) Strab. VI, p. 284.

(3221) Raoul-Rochette, Hist. des colon, grecques t. II, p. 329 seg.

(3222) Appian. Civil. IV, 87.

(3223) Meandr. ap. Strab. XII, p. 552. — Cf. Strab. XII, p. 543, e p. 434 di questo volume,

(3224) Strab. XIV, p. 654.

(3225) Pausan. V, 8, 3. — Cf. Wagner, Chronicon Parium, Marburgi 1832. — Anteriori di molto alla detta epoca sarebbero state le prime navigazioni de' Rodii, a contare la più antica restituzione de giuochi Olimpici fatta da Ifito (Ephor. Fragm. 15, ed. Muller), XXVI Olimpiadi innanzi che nello stadio vincesse Corebo (Strab. VIII, p. 355), e però nell'anno 884 A. C.

(3226) Euseb. Chron. II, p. 321, ed. Mai.

(3227) Chron. Par. Epoch. XXXI. — Cf. t. II di questa storia, p. 258.

(3228) Carelli, Catal. p. 37. — Sestini, Moneta Vet. p. 15. — Cf. Lett. Numism. t. III, p. 19 — 21. — Millingen, Consid. p. 153.

(3229) Eustath. In Iliad.

(3230) Pausan. II, 24, 7.

(3231) Vedi t. I, p. 371.

(3232) Liv. XXVI, 38.

(3233) Liv. XXIV, 20.

(3234) Plin. H. N. III, 16, 4. Oppidum Salapia, Hannibalis meretricio amore inclytum.

(3235) Liv. XXVI, 38. — Appian, Hannib. VII, 45 — 47. — Cf. Val. Max. III, 8, 1.

(3236) Liv. XXVII, 28. — Appian. Hannib. VII, 51.

(3237) Vitruv. De Archit. I, 4.

(3238) Cic. Contra Rull. II, 27.

(3239) Appian. De B. Civ. I, 52.

(3240) Strab. VI, p. 283.

(3241) Gatti, Dell'ant. Arpi e Salapia nel GIORN. ENCICL, A. 1811, p. 359.

(3242) E. Mola, Peregrinaz. per la Puglia p. 15. Si trovò ivi un basso rilievo esprimente una giovine donna in atto di adorare un nume barbato, creduto il nume di Lampsaco.

(3243) Lucan. Pharsal. V, 377.

(3244) Lycophr. Alexandr. v. 1128.

(3245) Strab. VI, p. 284.

(3246) Manicone, Fisica Appula t. II, P 105. — Afan de Rivera, Considerazioni ecc. t. I, p. 177.

(3247) Mionnet, Descr. de méd. t. I, p. 331. — Cf. Kuckert, Troja's Ursprung p. 40.

(3248) Lycophr. v. 1131 — 40.

(3249) Plin. H. N. III, 16, 6. Arpani, Borcani, Collatini, Corinenses.

(3250) Liv. VIII, 24. Parlandolo storico delle imprese di Alessandro di Epiro, dice: Cacterum... quum saepe Brutias Lucanasque legiones fudisset; Heracleam Tarentinorum coloniam; Consentiam ex Lucanis; Sipontumque, Brutiorum coloniam, Acerinam; aliasque inde Messapiorum, ac Lucanorum cæpisset urbes.

(3251) Vedi anche Romanelli, Topogr. t. I, p. 208, nota (a).

(3252) Vedi t. I, p. 134.

(3253) Vedi t. II, p. 408.

(3254) Mola, Peregrinaz. cit. p. 16.

(3255) Vedi p. 534, e § 38.

(3256) Mola, Peregrinaz. cit. p. 16. — Cf. Giorn. degli Atti della Società Econ. di Capitanata, A. 1838, p. 44.

(3257) Baron. Annal. ad ann. 493. — Cf. Grimaldi, Vita di S. Ruggiero, Vescovo e Patrono di Barletta p. 48.

(3258) Homer. Il. O, 2 etc.

(3259) Diod. Sic. XX, 26, 4: Καταράκταν μὲν οὖν καὶ Κεραυνιλίαν ἐκπολιορκήσαντες φρουροὺς ἐπέθηκαν.

(3260) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 294.

(3261) Kirfatti, Mem. istor, di Cerignola. Nap. 1785 in 8.°

(3262) Vedi t. I, p. 207.

(3263) Cimaglia, Op. cit. p. 294.

(3264) Kiriatti, Mem. cit. p. 61.

(3265) G. P. Lotich. Hist.Rer. Germ. I, cap. 2, п. 1 e 5.

(3266) Kiriatti, Mem. cit. p. 111.

(3267) Macrob. Saturn. I, 12. — Cf. E. Jacobi, Handwörterbuch der Myth. t. 1, р. 245.

(3268) Pratilli, Via Appia p. 513.

(3269) Swimburne, Voyages p. 132. — Cf. Pratilli, Op. cit. p. 29.

(3270) Steph. Byz. v. Δώδωνη in Fragm. ed. Pinedo, p. 744. Διττὰι δὲ εἰσί Δωδῶνη, αὕτη (πόλις τῆς Μολοσσίδος εν Ηπεί. ρω) καὶ ή εν Ιταλία, κατάπερ αλλοι καὶ Μνασέας.

(3271) Oltre le pruove di tale usanza che dalle omonimie si hanno dentro e fuori dell'Ellade, dentro e fuori d'Italia, ricordo solo che trapiantandosi i Tessali nel Peloponneso, vi ripetevano i nomi delle città patrie, e I'usanza stessa si vedrà praticata da' Fenici nella descrizione della Sicilia.

(3272) Dionys. Hal. Archæol. 1, 10.

(3273) Berkel. ad Steph. Byz. nota 87, p. 321.

(3274) Capecelatro, Stor. di Nap. ed. Gravier, P. II, p. 356, 394. — Giannone, Stor. Civ. ed. Milano t. V, p. 396. — Questi storici seguono l'errore di Pietro delle Vigne, il quale fa dire a Federico: Civitatem nostram Flagellis ad flagellum hostium in eo situ fundari providimus (Epist. III, 36). Nella storia del Jamsilla, autore contemporaneo di Federico, il nome della città di Dodona trovasi alterato in quello di Dordina.

(3275) Vedi t. 1, p. 434 seg.

(3276) Dionys. Hal. Archaeol. 1, 6. — Macrob, Saturn. 1, 7.

(3277) Per tale promiscuità di nomi s'ingannavano il Cluverio ed il Cellario, che riconobbero due città diverse, Ardonea nell'Apulia, ed Erdonia negl'Irpini, che confusero con Aquilonia, col situarla in Lacedogna.

(3278) Liv. XXIV, 20.

(3279) Liv. XXV, 21. — Cf. XXVII, 1.

(3280) Liv. XXVII, 1. — Cf. Appian, De B. Annib. VII, 48.

(3281) Frontin. De Col. p. 210, 260, ed. Lachmann.

(3282) Strab. VI, p. 283. — La lezione Κερδωνία di alcuni mss. è erronea.

(3283) Itin. Antonin. §. XXX. — Cf. Tab. Peutinger. §. XLVI. Itin. Hierosol. §. XVI.

(3284) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 271. D'Anville, Anal. geogr. de l'Italie p. 218. Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 295.

(3285) Mola, Peregrinaz. cit. p. 44 segg. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 517 seg. Riedesel, Viaggio in Sicilia p. 180 seg.

(3286) Il primo Vescovo che se ne conosca è S. Leone, di età sconosciuta, a cui sembra nondimeno che succedesse Saturnino, il quale soscriveva il Concilio romano sotto Papa Simmaco nel 499 (Ughelli, Ital. Sacr. t. X, col. 114). Distrutta la città dall'Imperatore Costante nel 662 (Romuald. Salern. ad ann. 662), la sede vescovile ne fu trasferita ad Ascolo, tuttavia senza Vescovo nel 664 (De Meo, Annali A. 664, n. 2).

(3287) Lupoli, Iter Venus. p. 158 — 59.

(3288) Lennep. Etym. Gr. v. A: Inde porro est Doricum α, pro όπου, quod Latine diceres QUA VIA.

(3289) Giustiniani, Diz. geogr. t. II, p. 6.

(3290) Il Cavedoni (Bullett. Arch. A. 1844, p. 59) ha sostenuto che l'epigrafe ATCKA, ΑΥΙΥΣΚΑ è da intendere composta di AT e d'ΥΣΚΛΟΣ, sì che venga adire duplice cappio, o allacciatura; e che 'Av υσχλος siasi poi contratto in Αυσκλος, Ασκλος. — Cf. Millingen, Consid. p. 155 seg.

(3291) Sestini, Lett. numism. t. II, p. 3, tav. V; et. V, p. 30, 31.

(3292) Flor. I, 18. — Frontin. Strateg. II, 3, 21. — Cf. Plutarch. in Pyrrh. XXI. Zonar. Annal. VIII, 5. — Fest. v. Osculana pugna p. 197 ed. Muller.

(3293) Appian. De B. C. I, 52.

(3294) Gromatici Vett. p. 260 ed. Lachmann: Ager Ausculinus lege Sempronia et lulia est assignatus.

(3295) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 270, 273. — Cf. Lupoli, Iter Venus. p. 174. — Il supplimento della lapida è del secondo de' citati scrittori.

(3296) Torcia, Iscrizioni Ascolane nel GIORN. LETT. DI NAP. A. 1797, p. 78.

(3297) Cicerone (Epist. XIII, 11) dice lo stesso dell'Edile di Arpino, e perciò Giovenale (III, 179) tali edili nomina sommi.

(3298) È riferita dal Grutero (Thes. Inscr. p. CCCCXIV, 1) come ad Ascolo appartenente, ma senza dire se a quello della Daunia, o all'altro del Piceno. Per la Tribù Papia vedi l'Hagenbuch nell'Orelli, Inscr. t. II, p. 18 segg.

(3299) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 275.

(3300) Lupoli, Iter Venus. p. 159 seq.

(3301) Torcia, Iscriz. Ascol. nelle cit. EFFEMER. A. 1795 р. 82.

(3302) Torcia, Iscriz. cit. p. 79. — Cf. Mola, Sulle Iscriz. Ascol. nelle cit. EFFEMER, p. 91.

(3303) Hecat. ap. Steph. Βyz. v. Χανδάνη.

(3304) Xenio ap. Steph. Βyz, v. Κάντανος.

(3305) Vedi pp. 466, 467.

(3306) Polyb. III, 88. Μετὰ δὲ καταστρατοπεδεύσας περὶ τὸ καλούμενονἸβώνιου. — Cf. Ptol. III, 1, 72. — Ingannavasi perciò il Lupoli (Iter Venus. p. 154) allorché parlando di questa città scriveva: At praeter Pliniumfrustra alibi Vibini memoriam invenies.

(3307) Plin. H. N. III, 16... Ex Gargano: Mateolani, Netini... Vibinates.

(3308) Cimaglia, Op. cit. p. 116, 127.

(3309) Gromatici Veteres, t. I, p. 210: Vibinas (Ager), Aecanus, Canusinus. Iter populo non no debetur, in iugera п. сс.

(3310) Liv. XXVIII, 6. — Cf. Gruter. Inscr. 406, 9; 418, 7.

(3311) Nel palazzo della famiglia Reale (Giustiniani, Diz, geogr. t. II, p. 336, 337).

(3312) Giustiniani, Diz. cit. t. II, p. 337.

(3313) Muratori, Thes. Inscr. p. CCXXIV, n. 6.

(3314) Lupoli, Iter Venus. p. 154.

(3315) Itin. Antonin, § XXX.

(3316) Itinéraires anciens p. 33. — Per la distanza delle miglia a quella dell'Itinerario non corrispondente, non può ammettersi l'opinione del Pratilli (Via Appia p. 505) che situavalo nella terra di Sassano.

(3317) Itin. Antonin. §. XXX. — Cf. Itin. Hierosol. §16.

(3318) ᾿Αική, moto violento, αἰκία, percossa.

(3319) Gramatici Veteres, ed. Lachmann p. 210.

(3320) Polyb. III, 88, 9.

(3321) Liv. XXIV, 26.

(3322) Vedi pp. 588, 591, 594.

(3323) Manut. Ortograph. rat, p. 51.

(3324) Gruter. Thes. Inscr. p. CCCCXLIV.

(3325) Pratilli, Via Appia p. 517.

(3326) Tab. Peutinger. § XLV.

(3327) Cunifer in Vit. S. Secundin, ap. Holsten. in Cluver. p. 271. Huec vero civitas sinominis significationem advertimus (Ecana enim dicta est) antiquissima fuit, cum monumentorum marmoratio, scenarum columnatio, eminentia culminum id designent.

(3328) Chron. Trojani Fragm. ed. Perger t. V, p. 129. Graecis colonis inductis, ubi Annibalis Castrafuerant. — Cf. Leon. Ost. Chron. Casin. II, 50.

(3329) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 292.

(3330) Liv. XXIV, 20. Et a pretore Q. Fabio, cui circa Luceriam provincia erat, Accua oppidum per eos dies vi captum; stativaque ad Ardoneus communita.

(3331) Forges — Davanzati, Op. cit. p. 284.

(3332) Vedi tomo 1, p. 429.

(3333) Virg. Æn. XI, 246.

(3334) Vedi p. 534, nota (2) — Cf. Appian. De B. Mythr. LXIII.

(3335) Strab. VI, p. 283. ἐκαλεῖτο δ'εξ αρχῆς,Αργος Ιππιον, εἶτ' ᾿Αργυρίππα, εἶτα νὸν᾿Αρποι, — Plin. Η. Ν. III, 16, 5. Arpi, aliquandoArgos Hippium Diomede condente, mox Argyrippa dictum.

(3336) Steph. Βyz. ν. Αργυρίππα: αὐτη Λάμπη εκαλείτο.

(3337) Pinedo,Adnot. in Steph. p. 104. — Berkelius, In Steph. p. 160, not. 67. — Cf. Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 35.

(3338) Steph. Β. ν. Λάμπη. –Polyb. IV, 53, 6. — Dion. Cass. LI.

(3339) Plin. H. N. IV, 10, 1. Macistum, Lampe, Clitorium.

(3340) Pausan. VIII, p. 491. Schol. Apol. lon. Rh. Ad Argon. I, 127. — Stat. Theb. IV, 290, Condensque jugis Lampeanivosis,

(3341) Steph. Byz. ν. Λάμπη. — Per la topografia di Lampe nell'isola di Creta, all'occidente di Aptera, vedi Pashley (Travels in Creta t. 1, p. 56, nota 48; cf. pp.84 87).

(3342) Hoeck, Kreta t. I, p. 388.

(3343) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 141 ed. Bruxelles.

(3344) Schol. Lycophr. ad v. 597, 608.

(3345) Nicandro (ap. Antonin. Liber. Metam. CXXXVII) scriveva che Diomede, ritornato in Argo, fu chiamato in soccorso in Etolia da Oenco suo avolo, detronizzato da Agrio; e che dopo averlo rimesso ne' suoi dominii risaliva sulle navi per riedere in patria, ma i venti contrarii lo spinsero sulla costa della Daunia. — Cf. Raoul-Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, p. 304.

(3346) F. Nork, Populäre Mythologie P. IX p. 110.

(3347) Pe' cavalli bianchi consecrati al Sole vedi Creuzer, ad Herodot. I, 189, 209; III, 84; VII, 113. — Cf. Kleuker, Append. ad Zendavest. II, 1, p. 86 seg.

(3348) Herodot. I, 216.

(3349) Vedi nell'erudita opera di Guidobaldi (Alessandro e Bucefalo p. 159) un passo del dotto Gorresio (Introduzione al Ramayana t. I, p. XXIV), in cui si parla del solenne Asvamedha, o sacrifizio del cavallo presso gl' Indiani.

(3350) Vedi p. 600, nota (2).

(3351) Di tal sacrifizio presso i Massageti Erodoto dà la ragiona col dire, che al velocissimo degl'Iddii offerivano il velocissimo de' mortali (1, 216), ed un dotto orientali. sta di recente ha provato che lo stesso Sole non altrimenti da' Persiani era detto che il veloce cavallo, il celeste cavallo, come nel nome d'Istaspe (VISHTASPA), appellazione del nume del Sole, e nella iscrizione sotto la statua di Dario, assunto al trono non per virtù di un cavallo (του ἵπποὺ τῆ ἀρετῆ), come Erodoto racconta (III, 88), ma per la grazia del cavallo del cielo (WASHNA ASPAHYA ASMANAHYA). Vedi Donaldson, On the restoration of an ancient Persian inscription nell'ATHENAEUM A. 1851, p. 140.

(3352) Serv. ad Æn. XI, 246.

(3353) Fest. v. October equus p. 181 ed. Muller: Multis autem gentibus equum hostiarum numero haberi testimonia sunt Lacedaemoni..... Et Sallentini, apud quos Menzanae lovi dicatus vivus conjicitur in ignem. L'epiteto di Menzano che si dà a questo Giove de' Salentini, non è ancora spiegato, e derivò forse dal greco μεζόνως nel significato di maximus; ma il sacrifizio del cavallo che gli si offeriva, conferma la riferita opinione di dotti archeologi (vedi p. 535) di doversi vedere in Diomede una specie di Giove, anziché di altro nume, come pare anche manifesto dal grande e maestoso cavallo che seguiva il sacro cocchio di Giove presso i Persiani (Xenoph. Cyropaed. VIII, 3, 13. — Q. Curt. III, 3, 6. — Cf. Herod. VIII, 115).

(3354) Hist. des Col. gr. t. II, p. 307.

(3355) Vedi t. 1, p. 408.

(3356) Liv. IX, 13. Omnia ab Arpis Romanis suppeditabantur.

(3357) Liv. XXIV, 45. — Appian. De B. Annib. VII, 31. — Sil. Ital. XIII, 30 sqq.

(3358) Liv. XXIV, 45.

(3359) Per questo racconto di Livio non sembra esatta la testimonianza di Polibio (III, 118, 3), il quale scrive che gli Argirippani ultroneamente chiamarono Annibale.

(3360) Liv. XXIV, 47.

(3361) Liv. XXI, 48. — Cf. p. 581.

(3362) Eckhel, Doctr. N. V. p. 110 seg. — Carelli, Catal. p. 36 seg. — Sestini, Lett. numism. t. V, p. 27. — Avellino, Ital. Vet. Num. t. I, p. 55, 102. Suppl. p. 22. — Opusc. t. II, p. 62; t. III, p. 98. — Millingen, Consid. p. 153. — I citati nummologi ed altri che per brevità tralascio alcuna spiegazione non danno delle leggende ΠΟΥΛΑΙ e ΠΥΛΛΟΥ, la seconda delle quali leggesi ancora sulle monete di Salapia (vedi p. 880). Che siano nomi delle due città, come scrive il Klausen (Æneas u. d. Penat. p. 1193), non parmi verisimile, e senza nemmeno crederli nomi di magistrati, lascio che altri ne investighi meglio il significato.

(3363) Ignarra, De Pal. Neap. p. 250. — Cf. Avellino, Opuscoli t. I, p. 151. Quando una di tali monete si offeri al secondo de' citati archeologi, cominciò a dubitare di ciò che prima aveva scritto, di esservi cioè una città col nome d'Irina nella Campania (In Carell. Num. Vet. Ital. descr. p. 8), che vogliono tuttavia sostenere altri nummologi.

(3364) Lycophr. Alex. 592,

(3365) Strab. VI, p. 283.

(3366) Il Vescovo Pardo soscrisse il I Concilio Arelatense nel 314 (Holsten. Adnot. in Cluver. p. 280), e la sede vescovile ne fu poi trasferita nella vicina città di Troja.

(3367) Strab. VI, p. 283. — Cf. Liv. XXXV,45.

(3368) Cimaglia, Op. cit. p. 296.

(3369) Forges — Davanzati, Op. cit. p. 284.

(3370) Tab. Peutinger. § XLV.

(3371) Steph. Byz. v. Α'παισὸς: Εςὶ καὶ τῆς Δαυνίας πόλις Παισός, κατ' Αργυ ρίππα.

(3372) Holsten. Not. et castig. in Steph. Byz. p. 38.

(3373) Steph. Byz. ν. Ποσειδωνία.

(3374) Homer. II. B, 828; E, 612. — Cf. Strab. XIII, p. 589.

(3375) Da απαίσσω.

(3376) Plin. H. N. III, 16, 6. Diomedes ibi delevit gentes Monadorum, Dardorum. que, et urbes duas, quae in proverbii ludicrum vertere, Apinam et Tricam.

(3377) Strab. IX, p. 437. — Cf. Id. VII, 327. — Homer. Il. B, 729. — Liv. XXXVI, 13.

(3378) Nonn. Dionys. XXVI, 61. — Dionys. Bassaric. II. ap. Steph. Βyz. v. Δάρδαι.– Strabone (XV, p. 702) li nomina Derdi.

(3379) Klausen, Eneas u. d. Penat. p. 1182.

(3380) Appian. De B. Illyr. II. — Ecateo (Fragm. 130) li attribuisce alla Tracia, il che è lo stesso, perchè all'Illirio ora confinante.

(3381) Plin. H. IV. IV, 1, 3.

(3382) Il Durandi (Saggio p. 37 seg.) crede i Dardi e i Monadi diramati da' Liburni. — Cf. Micali, Stor. degli ant. pop. Ital. t. I, р. 179.

(3383) Vedi p. 536 di questo III tomo.

(3384) Steph. Βyz. v. Λακέρεια: πόλις Μαγνησίας.... Εςι καὶ τῆς Ιταλίας ἄλλη.— Id. v. Ερμιον: Εκαλεῖτο δὲ καὶ Λακέρεια.

(3385) Lombardi, De Luceriae nomine et conditore p. VII. Neap. 1748.

(3386) A lucendo, vel quia lucet in Apulia (Frezza, De subfeud. p. 78). A queste il Lombardi ne aggiunge una terza, per la quale egli congettura che sarebbesi detta Λυκεργία, ἀπὸ τοῦ ἔργειν τοὺς λύκους, ab arcendis lupis!

(3387) Liv. VIII, 25.

(3388) Perciò Wachsmuth (De Luceria Apuliae urbe P. I, p. 5; Lips. 1844) osserva in proposito: Lucerinos autem reliquorum fuisse quasi praedes Apulorum ex iis, quae posthac gesta sunt, apparet.

(3389) Liv. IX, 2 sqq.

(3390) Liv. IX,12, 14. — È vero, come osserva il Perizonio (Animadv. hist. p. 169), che Livio dimentica di narrare l'espugnazione di Luceria dopo il fatto delle Forche Caudine, ma in seguito (IX, 15) parla del presidio che vi posero i Sanniti, il quale fa ben supporre l'espugnazione.

(3391) Liv. IX, 12 — 15.

(3392) Diodori Siculi Bibl. hist. ex nova re. cens. Lud. Dindorfii, Paris. Didot, 1844; t. II, p. 324.

(3393) Ital, antiq. p. 1214.

(3394) Liv. IX, 26. — Cf. Vell. Pat. 1, 14, il quale dice questa colonia spedita otto anni dopo la fondazione di Alessandria, e Diodoro Sicolo (XIX, 72), che la riporta nel 439.

(3395) Liv. X, 35 — 36.

(3396) Liv. XXVII, 10. — Cf. Polyb. III, 88.

(3397) Sestini, Class. gen. p. 15.

(3398) Mionnet, Descr. de méd. t. I, p. 132 seg., n. 322 28; Suppl. t. 1, p. 226, n. 468. 70. — Similmente il Carelli (Catal. p. 35) non descriveva nel 1812 che poche monete di bronzo lucerine dell'ultima eроса.

(3399) G. Riccio, Le monete attribuite alla zecca dell'antica città di Luceria. Napoli 1846 in 4.°

(3400) Raoul-Rochette, Journal des Savans A. 1847, p. 506.

(3401) Questa moneta del Museo Kircheriano è stata pubblicata nella Raccolta de' PP. Marchi e Tessieri (L'Aes grave ecc. tav. di suppl. n. 1.).

(3402) Raoul-Rochette, Journal des Savans A. 1817, p. 550.

(3403) Pitt. Ercol. t. I, tav, I, p. 4, nota (20). — Cf. Cavedoni, Bullett. Arch. Nap. A. 11, p. 104.

(3404) Riccio, Diss. cit. pp. 13, 15.

(3405) Gusseme ap. Rasche, Lex. Num. P. II, col. 1826.

(3406) Journal des Savans, A. 1847, p. 556,

(3407) Avellino, Bullett. Arch. Nap. A. III, n. XLIV, tav. III, n. 4, p. 68 sgg.

(3408) Avellino, Op. cit. A. III, tav. III, n. 3 e 4, p. 70. — Fiorelli, Osserv. tav. 1, n. 6, p. sgg.

(3409) Raoul-Rochette, Journal des Savans A. 1847, p. 558.

(3410) Fiorelli, Osserv. p. 7, 11, p. 71 seg. Cavedoni, Bullett. Arch. Nap. A. 11, n. XXX, p. 103 seg.; 116 seg — Avellino, Op. cit. A. III, n. XLIV, p. 68. Di queste monete il Riccio (Op. cit. p. 20.) ha pubblicato un sesterzio inedito.

(3411) Riccio, Diss. cit. p. 23.

(3412) Avellino, Op. cit. A. III, n. XLIV, tav. III, n. 6, p. 67.

(3413) Raoul-Rochette, Op. cit. p. 560

(3414) Plin. H. N. XXX, 13. Hannibale urgente asses unciales facti.

(3415) Avellino, Opuscoli, t. II, p. 64. — Cf. Fiorelli, Monete rare di città greche p. 8 seg.

(3416) Carelli, Catal. p. 35.

(3417) Plin. Hist. N. XXXII, 18, 2. Dεmocritus quidem tradit, si quis extrahit ranae viventi linguam.… ipsaque... imponat supra cordis palpitationem mulieri dormienti, quaecumque interrogaverit, vera responsurum. — Cf. Democriti Opp. fragm. ed. Mullach. Berol. 1843.

(3418) Strab. VI, p. 284.

(3419) Pausan. II, 34, 10.

(3420) Stefano Bizantino (ν. Ερμιον) come tutti gli Evemeristi dice che la città ebbe nome da che vi giunsero da Creta Giove e Giunone (ἀπὸ τοῦ τὸν Δίᾳ καὶ την Ηραν ἐνταῦθα ἀπὸ Κρήτης ἀφικομένους δρμισθῆναι).

(3421) Pausan. II, 35, 2. ᾿Απόλλωνος δὲ εἰσι ναοὶ τρεῖς καὶ ἀγάλματα τρία. — Eravi pure il tempio del Sole (Pausan. II, 35,10).

(3422) Manut. Ortogr. rat. p. 44 — Gruter. Thes inscr. p. XXXVII, 7. Il Lombardi (De Column. quibusd. noviss. Luceriae detectis. Neap. 1748 in 4, p. 14) dice che questa iscrizione fa messa in un angolo della torre delle case della nobile famiglia Arietta, dove forse tuttavia si vede.

(3423) Uno alla marina ne' confini dell'agro della città, dove la dea era venerata col titolo di Termasia, un altro con quelli di Proserpina e di Minerva Promacorma sul monte Buportmo, un terzo sul colle Prona, più famoso degli altri (Pausan. II, 34, 6, 8; ΙΙ, 35, 4).

(3424) Vedi Jacobi, Handwörterbuch der griech. u. röm. Mythologiep. 431. — I simulacri de' Dioscuri nel tempio di Argo furono opera di Dipenoe e Scillide, i più antichi artisti dell'Eliade (Pausan. II, 22,6).

(3425) Cic. Ad. Att. VIII, 1. Sic enim parari video, ut Luceriam omnes copiae contrahantur. — Cf. VII, 13.

(3426) Appian. B. C. II, 38.

(3427) Appian. B. C. IV, 12.

(3428) Strab. VI, p. 284.

(3429) Ps. Aristot. De adm. ausc. SCIX, p. 37, ed. Westermann.

(3430) Lombardi, Diss. cit. p. 6 seg. — La detta colonna fu mandata in dono a re Car lo III, il quale ne adornava il palazzo di Portici.

(3431) Nel numero di 10mila dice il Cronista monaco di Padova (III, 20), di 20mila Giovanni Villani (Stor. VI, 14).

(3432) Oltre l'epigrafe scoperta scopertavi nel 1725, in cui leggevasi: CAROLI I DE MAVMETE TRIVMPHVS SVPRA MOSCHITAM EREXIT HANG CAPPELLAM A. D. MCCCH, il Lombardi (Diss. cit. p. 12 seg.) riferisce un frammento di marmo, nel quale erano scolpiti i nomi de' Saraceni, per comando de' quali la moschea fu eretta, e di questi primi erano quelli di EBBUBEKER ed ISMAELALI.

(3433) Lucan. Pharsal. II, 475 seq.

(3434) Lombardi, De Colonia Lucerina. Romae 1752, p. 59.

(3435) Virg. Æn. VII, 706. — Cf. Boindin. Mèm. de l'Acad. des Inscr. t. IV, p. 67.

(3436) Ptol. III, 1, 72.

(3437) Tab. Peutinger. §. XLV.

(3438) Paul. Diac. De gest. Langob. V, 7.

(3439) Itin. Anciens. p. 217.

(3440) Romanelli, Topogr. t. II, p. 220. — Cf. Holsten. Adnot. in Cluver. p. 280.

(3441) Wachsmuth, De Luceria P. I, p. 7.

(3442) Juvenal. 1, 75. Criminibus debent hortos, praetoria, mensas. — Cf. Sucton. Aug. LXXII. Stat. Silv. 1, 3, 25. — Tale dové essere il Pretorio Falcidio, che vedevasi nell'agro puteolano, e che si ricorda in un supplimento agli atti del martirio di S. Gennaro (Mazocchi, Act. Bonon. S. Januar. vindic, repet. p. 45).

(3443) Veget. De Re mil. I, 23.

(3444) Revue des deux Mondes, A. 1831, p. 183.

(3445) Tab. Peutinger. § XLIV.

(3446) Vedi t. I, p. 177; t. III, p. 418.

(3447) La primitiva fondazione di Anxano de' Frentani ebbe ad essere propriamente nella così detta Feltrina sotto il castello di S. Vito, ove la città di Lanciano ebbe il suo porto.

(3448) Forges — Davanzati, Sullo stato imperf. dell'ant, geogr. negli ATTI dell'Accad. Pontaniana t. I, p. 285. — Non è situato altrimenti dal Lapie, Itineraires anciens p. 216.

(3449) Plin. H. N. III, 16, 4. Sipontum, Vria: amnis Cerbalus, Dauniorum finis. Procop. De B. Goth. III, 18; cf. 22.

(3450) Da κέρω, lo stesso che κείρω più in uso, ε βόρος. Per le due prime voci vedi Lennep. Etym. Ling. Graec. p. 399, 403; per l'ultima vedi i Lessici, e cf. lo stesso lessicografo p. 196.

(3451) Forges Dayanzati, Saggio cit. p. 284 seg.

(3452) Romanelli, Topogr. t. II, p. 206.

(3453) Strab. VI, p. 284.

(3454) Ib. ibid. δοκεῖ δὲ καὶ ὁ Σιποῦς Διομήδους εἶναι πτίσμα, διέχον τῆς Σαλα πίας ὅσον τετταράκοντα καὶ ἑκατὸν στα· δίους, καὶ ὠνομάζετό γε Σηπιούς Ελλή νικῶς ἀπὸ τῶν ἐκκυματιζομένων σηπιῶν,

(3455) Strab. IX, p. 443.

(3456) Vedi p. 583 di questo III tomo. — Cf. Gervasio. Sopra una iscriz. Sipontina osserv. p. 49, nota (3).

(3457) Vedi p. 355 seg.

(3458) Tra i porti delle nostre città sull'Adriatico inferiori a quello di Taranto, Polibio comprese certamente anche quello di Siponto, tra la quale città li accenna e il promontorio Japigio (Polyb. X, 1, 7 — 8).

(3459) Pausan. III, 23, 6. Φασὶ δὲ οὐ Λακεδαιμονίων, τῶν δὲ ἐν τῇ ᾿ΑργολίδιΕπιδαυρίων εἶναι.

(3460) Pouqueville, Voyage de la Grèce t. V, p. 579.

(3461) Liv. XXXIV, 45. Sipontum item in agrum qui Arpanorum fuerat, coloniam civium romanorum alii triumviri... deduxerunt. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 144, ed. Bruxelles.

(3462) Liv. XXXIX, 23.

(3463) Cic. C. Rull. 2.

(3464) Come tale si dice quello di Manfredonia, lo stesso che l'antico porto di Siponto.

(3465) Cic. Ad Att. IX, 11.

(3466) Appian. De B. Civ. V, 56, 58. — Cf. Dion. Cass. XVIII, 27, 28.

(3467) Strab. VI, p. 284.

(3468) Gio. Villani, Stor. VI, 46.

(3469) Sarnelli, Cronol. de' Vesc. ed Arciv. Sipontini, Manfredonia 1630 in 4.

(3470) Veggasene la dotta illustrazione del ch. Gervasio, Sopra una iscrizione Sipontina Osserv. Nap. 1851.

(3471) Muratori, Thes. Inscr. MLXXXI, 6.

(3472) Swimburne, Travels t.1, p. 149.

(3473) Horat. Od. IV, 2, 27. Apis Matinae more modoque.

(3474) Epod. XIV, 28.

(3475) Lucan. IX, 182. Et calidi lucent buceta Matini.

(3476) Horat. Od. I, 28.

(3477) Vedi di questo tomo p. 334.

(3478) Cimaglia, Op. cit. p. 290. — Questo scrittore ingannavasi del resto nel credere abitatori di Matino i Mateolani, di cui parla Plinio, e che furono per contrario di Mateola, città della Peucezia.

(3479) Pacichelli, Regno di Nap. in prospettiva t. II, p. 184. — Rogadei, Ital. Cistiber. p. 235.

(3480) Plin. H. N. III, 16, 4. — Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1212.

(3481) Theop. ap. Steph. Β. ν. ᾿Αγησσός.

(3482) Lycophr. Alexandr. v. 1055-65.

(3483) Vedi p. 455.

(3484) Vedi p. 535 seg.

(3485) Volcker, Die Mythol. des Japetischen Geschlechts. Giessen 1824, p. 367.

(3486) Homer. Iliad. B, 738. — Al tempo di Strabone (IX, p. 440) nominavasi Argura. — Cf. Steph. Β. ν. Αργουρα.

(3487) Dion. Cass. Fragm. ap. Tzetze, Ad Cassandr. v. 1232. εἰς Ιταλίαν, ἢ πρίν Αργεσσα ἐκαλείτο; cd. P. Steph. 1801, p. 183.

(3488) Apollon, Rhod. Argonaut. IV, 337.

(3489) Oltre di Montecalvo, che a più grande altezza vi si eleva nel centro a 3962 piedi, tra i monti più alti si distinguono il Sogro all’E., il monte di Rignano al S., il Gangarano all'O., e lo Spigno al N., i quali descrivono quattro curve: l'orientale, dalla punta rossa sino a Viesti; la settentrionale da Viesti a Rodi; l'occidentale da Rodi ad Apricena, e la meridionale da Apricena alla punta già detta.

(3490) Nobile, Prospetto del Gargano nel GIORN. ENCICL. t. IV, p. 83 segg.

(3491) Per la ricca Flora del Gargano vedi Maranta, Methodi cognoscendi simplic. Ven. 1559. Giuliani Mem. di Vieste p. 27 segg.

(3492) De Lucretiis, Della grotta di Montenero nel promontorio Gargano nel GIORN. ENCICL. t. I, p. 161 segg.

(3493) Id., Mem. cit. p. 185 segg.

(3494) L. M. Izzo, Relaz. di un nuovo fenomeno del M. Gargano, nel GIORN. LETT, di Nap. A. 1795, p. 93. — Cf. p. 535.

(3495) Strab. VI, p. 284. — Plin. Η. Ν. III, 16, 4.

(3496) Horat. Od. II, 9, 6 sq. — Cf. Ep. II, 1.

(3497) Steph. Byz. v. Γάργαρα: Εςι καὶ έτερα τῆς Ιταλίας, καὶ τῆς Ἠπείρε ἄλλη.

(3498) Strab. XIII, p. 610. — Serv. ad Georg. 1, 102. — Macrob. Saturnal. V, 20.

(3499) Il simile cambiamento della lettera r in n osservasi in molte voci latine derivate dal greco; cosi p. e. δῶρον fu cambiato in donum, τηρέω in teneo, πρήρης in plenus (Vedi Voss. Delitterarum permutat,).

(3500) Rückert, Troja's Ursprung, ecc. p. 261 segg.

(3501) Antonio Dentice, De situ antiquitate et urbe Montis Gargani citata dall'Engenio (Napoli sacra p. 409, per errore di stampa p. 421).

(3502) G. Mattei, Statistica di Vico negli ATTI della Società economica di Capitanata t. III, p. 45.

(3503) Cirpoli, Mem. sull'ant. Castello Pirgiano. Nap. 1794.

(3504) Serv. ad Æn. XI, 246.

(3505) Id. ibid. XI, 247.

(3506) Vedi la carta del Rizzi-Zannone.

(3507) Micali, Storia degli ant. pop. d'Italia t. I, p. 73 seg. Milano, 1836.

(3508) Herod. 1, 94; IV, 49.

(3509) F. H. Kaempf, Umbricorum specimen I, p. 62, nota (189).

(3510) Dionys. Hal. VII, 3.

(3511) Assemani, Ital. hist. script. t. 1, p. 392 sqq.

(3512) Pouqueville, Voyage de la Grèce t. V, p. 581.

(3513) Ptol. III, 1, 16. — Cf. Giuliani, Memorie di Viesti p. 63 seg.

(3514) Plin. H. N. III, 16, 6. Merinates ex Gargano.

(3515) Plin. H. N. IV, 20, 3.

(3516) Herod. 1, 149. — Cf. Strab. XIII, p. 622. — Agath. VIII, 18.

(3517) Hecat. Fragm. 104.

(3518) Sarnelli, Cronol. degli Arcivescovi Sipontini p. 151. — La città fioriva certamente quando avvenne il martirio di S. Marino monaco, maestro di S. Romualdo, il quale fu sepolto in Merino (Cavaglieri, Pellegrinaggio al Gargano, c. 10. — Cf. Ferrari, Martirologio).

(3519) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 278.– Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 286.

(3520) Giuliani, Mem. della città di Vieste р. 51.

(3521) Vedi la carta di Rizzi-Zannone.

(3522) Tzetz. ad Lycophr. v. 1053, ὁ Ασκλη. πιὸς πρίν Ήπιος δια τὸ πρᾶον καὶ ἡσυχου ἐκαλεῖτο.

(3523) Scylax, Peripl. § XIV. — Cf. Strab. VI, p. 284.

(3524) Lycophr. Alexandr. v. 1052,

(3525) Tzetz. ad Lycophr. v. 1053.

(3526) Vedi p. 315 di questo III tomo.

(3527) Vedi p. 623.

(3528) Cimaglia, Apul. et Daun, vet. geograph. in fin. Antiquit. Venus. p. 297. — Cf. Manicone, Fisica Appula t. 1, p. 188.

(3529) Cosi sicura era nel secolo XIV la tradizione circa il sito de' due monumenti presso di Termoli, che quello di Calcante ponevasi nel sito del tempio di S. Gio. Batista, e quello di Podalirio nell'altro del Salvatore (Vedi l'epigramma riferito dal Romanelli, Scoverte Frentane t. I, p. 144).

(3530) E. Flandin, Souvenirs de voyage en Arménie et en Perse nella REV, DES DEUX MONDES, 15 nov. 1851; p. 593.

(3531) Vedi t. 1, p. 200.

(3532) Tab. Peutinger. §XLIV. Teano Apulo. Ergitium. XVIII. Siponto. XXV. Anxano VIIII. Salinis. XII. Aufidum. XII. — Itin. Antonin. S LXXXIX, in Itin. anc. p. 91. Arenio. Corneli (al. Erguii) XXVI. Ponte Longo. XXX, Sipunto. XXX. Salinis. XV. Aufido. XL.

(3533) Tab. Peutinger. § XLV. Equotetico. Ecas. XVIII. Nuceria Apulae, Praetorium Lucerinum. Arpos. VIII. Siponto XXI.

(3534) Itin. Antonin. § XXX. Ab Equotutico, Ecas. XVIII. Erdonias. XIX. Canusio, XXVI.

(3535) Strab. VI, p. 282. ἡμιονική (ὁδός) διὰ Πευκετίων....καὶ Δαυνίων καὶ Σαυνί. τῶνμέχρι Βενεουεντού.

(3536) Vedi p. 531.

(3537) Itin. Hierosol. § XVI, Itin. anc. p. 191. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 518.

(3538) Erdonia. Ad Pirum. XII. Venusie. — Cf. Pratilli, Op. cit. p 511 seg.

(3539) Itin. Antonin. § XXX.

(3540) Vedi t. II, p. 515.

(3541) Il Lupoli (Iter Venus. p. 220 segg.) più di ogni altro opponevasi indarno al Mazocchi, il quale dottamente sosteneva tale distinzione (Ad Tabb. Heracl. Collect. X, p. 544); ed il Cramer (Descript. of anc. Italy, t. II, p. 264), benché con Strabone distinguesse l'Apulia propriamente detta, pure sotto un tal nome abbracciò tutte le speciali regioni che si compresero nella Japigia.

(3542) Strab. VI, p. 285. Μεταξὺ δ'εὐθὺς ἀπὸ τοῦ Γαργάνου πόλπος ὑποδέχεται βαθύς· οἱ δὲ περιοικούντες ἰδίως᾿Απουλοι προσαγορεύονται. — Cf. VI, p. 283. — Quando il geografo dice altrove (VI, p. 277) che i nativi chiamavano Apulia tutto il paese al di là de' Calabri, e della Messapia, si può ciò intendere della nuova corografia di Augusto; ma non è esatto quando in un altro luogo (V, p. 242) scrive che gli Elleni chiamavano Dauni gli Apuli, sì perché geograficamente la regione de' primi non corrispondeva a quella degli altri, si perchè di ciò che scrive non si ha altra testimonianza, e lo stesso nome di Apulia non può giudicarsi che come ellenico.

(3543) P. Mela De sit. Orb. II, 4. — Nominato il Gargano, che attribuisce ai Dauni, ricorda il seno Uria con tutta la costa dell’Apulia.

(3544) Plin. Hist. N. III, 10, 5. Ita Apulorum genera tria: Teani, duce e Gratis: Lucani, subacti a Calchante… Dauniorum praeter supra dicta, etc.

(3545) Strab. VI, p. 283. ἀνάγκη δὲ, Πευκετίων καὶ Δαυνίων μηδ ὅλως λεγομένων ὑπὸ τῶν ἐπιχωρίων, πλὴν εἰ τὸ παλαιόν, ἁπάσης δὲ ταύτης τῆς χώρας ᾿Απουλίας λεγομένηςνυωί.

(3546) Caes. De B. Civ. I, 28.

(3547) Horat. Sat. 1, 5, 77; Epod. III, 16.

(3548) Polyb. III, 88.

(3549) Strab. VI, p. 285.

(3550) Rosati, Le industrie di Puglia p. 100.

(3551) Mazocchi, Ad Tabb, Heracl. Collect. X, p. 545. — Cf. Manicone, Op. cit. t. I, p. 60.

(3552) Chron. Salern. Lyc. ap. Mazza, De reb. Salern. p. 4.

(3553) Da α priv. e πολύς, frequens, multus. — Cf. Marciano, Descriz. della Prov. d'Otranto p. 73.

(3554) Paul. Diac. De Gest. Langob. II, 1. Apuliaautem a perditione (ἀπολεία) nominatur, citius enim ibi solis fervoribus terrae virentia perduntur,

(3555) Dall'origine stessa alcuni mitologi derivano il nome di Apollo, cioè da ἀπόλλυμι. Ε con tal significato Eschilo (Agam. v. 1081, 1086) fa nominarlo da Cassandra ἀπόλλων εμός, interfector meus. — Cf, ancora le leggende APVLV su' greci vasi, che ricordano il medesimo attributo.

(3556) Senza alberi e senza oasi, la pianura della Puglia è tanto più esposta, agli ardenti raggi solari per la sua grande ampiezza; e però Varrone (De R. R.) scriveva: Ubi lati campi, ili magis aestus; eleo in Apulia loca calidiora, ac graviora.

(3557) Rosati, Le industrie di Puglia p. 132.

(3558) Liv. XXII, 26. — Plin. H. N. 11, 46. — Sen. Nat. Quaest. V, 16. — A. Gell. II, 22. — Horat. Sat. 1, 5, 77.

(3559) Edm. Combes, Voyage en Egypte, en Nubie etc. t. II, p. 339. Paris 1846.

(3560) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 285.

(3561) Strab. XIV, p. 654.

(3562) Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. Collect. X, p. 545.

(3563) Vedi t. I, pp. 39, 122 seg.

(3564) Vedi t. 1, p. 68 seg.

(3565) Homer. II. A, 69 sq; N, 70.

(3566) Vedi t. III, p. 316.

(3567) Eustath, ad Odyss. Q, 28.

(3568) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 143 ed. Bruxelles.

(3569) Vedi l'art. di TEATE o TEΑΝΟ.

(3570) Vedi l'art. di ULURIO.

(3571) Cic. Ad div. XV, 15. Apulia delecta est,inanissima pars Italiae, et ab impetu huius belli remotissima.

(3572) Plin. H. N. III, 16, 4. Promontorium montis Gargani..... portus Garnae, lacus Pantanus.

(3573) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 269.

(3574) Cellar. Geograph. II, 9.

(3575) Mannert, Die Geograph. d. Griech. u. Römer. t. IX, P. II, p. 24.

(3576) P. Mela, De sit. Orb. 11, 4.

(3577) Geograph. VI, p. 285.

(3578) Strab. VI, p. 284. κάμπτοντι δὲ τὴν ἄκραν πολισματιου Ούρειον.

(3579) Plin. H. N. 111, 16, 4. Sipontum, Vria: amnis Cerbalus. — Ptol. 111, 1, 16 — 17. Γάργανον ὄρος, καὶ παρὰτὸν ᾿Αδρίαν κολπον Υριον.

(3580) Dionys. Perieg. v. 379 sq. Φόλα τ' Ιηπυλίων τετανυσμένα ένα μέσφ' μέσο Τρίοιο Παρραλίας, Τρίου, τόθι σύρεται Αδρι Αδριάς ἄλμη Πόντου ἐς ἀγχίπορον ᾿Ακυλήϊαν.

(3581) Catull. Epigr. XXXVI, II. Quae sacratum Idalium, Uriosque apertos. — QuaequeAncona, Gnidumque Arundino sam colis.

(3582) Per le colonie degli Eneadi che l'antichità ci tramandava sotto il nome di Enea vedi Ruckert, Troja's Ursprungetc. p. 249 segg.

(3583) Per tutti questi templi innalzati sulla penisola Pallene, nelle isole di Citera e Zacinto, a Leucade, ad Azzio, in Ambracia, ad Onchesmo, e sul promontorio Japigio, vedi l'importante relazione di Dionigi di Alicarnasso (Archæol. R. I, 42).

(3584) Vedi p. 467.

(3585) Eckhel, Doctr. N. V. t. I, p. 142. — Avellino, Ital. Vet. num. t. I, p. 52 seg. — Carelli, Catal. p. 35. — Forges Davanzati, Mem. cit. p 281.

(3586) Romanelli, Topogr. t. II, p. 119, 283.

(3587) Lex gr. p. 3626.

(3588) Mionnet, Descr. de med. Suppl. I, p. 266, n. 467.

(3589) Theoph. H. P. I, 6 seg. — Diosc. I, 1. — Cf. Fiorelli, Osserv. p. 3, nota (5).

(3590) Appian. Civ. 1, 89.

(3591) Avellino, Giorn. numism. H semn. 4.

(3592) Giuliano, Mem. di Viesti p. 61.

(3593) Cimaglia Op. cit. p. 285.

(3594) Vedi p. 579.

(3595) Strab. XIV, p. 634.

(3596) Vedi p. 278.

(3597) Strab. VI, p. 285.

(3598) Plin. H. N. III, 16, 4. Portus Garnae, lacus Pantanus.

(3599) P. Razano ap. Freccia, De subfeud. p. 64.

(3600) Strab. II, p. 124.

(3601) Strab. VII, p. 315. — Cf. Diodor. Sic. XV, 13.

(3602) Paul. Diac. De gest. Langob. V, 7. — Cf. Pollidori, Vita et Mon. S. Pardi, сар. 13, 15.

(3603) La città non ebbe il nome di Lesina prima della fine del VII secolo, perchè non prima del secolo VIII si nomina il lago de finibus Lisinae, del quale un Radeprando donava la pesca al Monistero di S. Vincenzo a Volturno (Cron. Vulturn. ap. Murat. R. 1. S. t. I, P. II, col. 375).

(3604) Plin. III, 16, 6. — Borcani, Collatini,

(3605) Gromatici Veteres, p. 261. Conlatinus, qui et Carmeianus, elqui circa montem Garganum sunt, finiuntur sicut ager Ausculinus.

(3606) Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 287.

(3607) Strab. VI, p. 285.

(3608) Plin. H. N. III, 16, 4. Teanum Apulorum.

(3609) Cluver. Ital. antiq. p. 1213. — Cellar. Notit. Orb. antiq. p. 706.

(3610) Vedi tomo I, pp. 147, 516.

(3611) Plin. H. N. III, 16, 5. Teani, duce e Graiis.

(3612) Strab. VI, p. 284. — Cf. di questo tomo p. 626 seg.

(3613) Avellino, Ital. vet. numism. p. 15. — Tiberii, Lett. ad Avellino nel Giorn. numism. t. 11, p. 18 segg. — P. di S. Giorgio, Mon. ined. p. 109, tav. 8, fig. 2. — Avellino, Opusc. t. II, p. 66 segg.

(3614) Carelli, Catul. p. 7. — Avellino, Opusc. t. III, p. 115. — De Ambrosio, D'una med. inedita di Tiati nel Bullett. Arch. A. 1836, p. 112.

(3615) Sestini, Descriz. p. 10, tab. I, fig. 5.

(3616) Liv. VIII, 15; IX, 20. — Seguendo forse lo storico diversi annalisti, in questo medesimo luogo nomina i Teanensi e i Teati Apuli, ed oltre alle riferite monete, tali testimonianze furono cagione che il Giovenazzi (Op. cit. p. 13, nota) seguito da altri topografi (Romanelli, Topogr. t. II, p. 286 segg. — Cramer, Descr. of Ancient Italy t. 11, p. 272), Teate o Teano distinguesse; ma il Cimaglia (Antiqq. Venus. p. 284) si avviso il primo che sotto i due diversi nomi si dovesse intendere la città medesima, come il Niebuhr anche sostiene (Hist. R. t. III, p. 208, nota 393); né dir si potrebbe che Teano sorgesse per avventura dalle rovine di Teate, perchè a non dipartirsi da Livio l'una città coesisteva coll'altra, come pur farebbe pensare il Libro delle Colonie, in cui Teate e Teano insieme si ricordano.

(3617) Gromatici Veteres, ed. Lachmann. Berol. 1848, p. 261. Teate. Iter populo debetur. Ager eius finitur viis, sepulturis et ceteris signis,sicut consuetudo provinciae est.

(3618) Cic. Ad Att. VII, 13. Ille iter (Pompeius habebat) Larinum: ibi enim cohortes, et Luceriae, et Theani, reliquaque in Apulia.

(3619) Cic. Pro Cluent. 69.

(3620) De Ambrosio, Mem. cit. Bullett. Arch. A. 1836, p. 110. — Cf. Holsten. Adnot. in Cluver. p. 279.

(3621) Cic. Pro Cluent. 69. — Erronea è perciò ciò la distanza di XII miglia tra Larino e Teano Apulo che vedesi segnata nella Tavola Peutingerana (§ XLV), da emendarsi in XVIII.

(3622) Leo Ost. Chron. II, 30

(3623) Il Giovenazzi (Città di Aveja p. 13) volle distinguere Teano da Teate, e pose Teate a Chienti vecchio, risalendo per la traccia medesima della guasta pronunzia di Chieti in vece di Teate de' Marruccini; ma prima del Niebuhr il Cimaglia (Antiqq. Venus. p. 284) disse Tiati e Teano essere nomi diversi di una città istessa.

(3624) Romanelli, Topogr. t. II, p. 291.

(3625) Gervasio, Sopra una iscriz. sipont. Osserv. p. 45.

(3626) Tab. Peutinger. § XLIV.

(3627) Caes. De B. C. III, 80. — Appian. De B. C. II, 64.

(3628) Stuab. V, p. 220. — Cf. Dionys. Hal. 1, 9.

(3629) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 280.

(3630) Itinéraires anciens, p. 216.

(3631) Fraccacreta, Teatro topograf, della Daunia p. 78.

(3632) Chron. Cav. ad ann. 1137. — Romuald. Salern. e Falcon. Benev. ad ann. 1137.

(3633) Vedi t. I, p. 201.

(3634) P. Mela II, 4. Dauni autem (tenent) Tifernum amnem, Cliterniam.

(3635) F. S. Streber, Numismata nonnulla graeca negli Atti dell'Accad, di Monaco, A. 1835, p. 91.

(3636) Vedi p. 601.

(3637) I Latini scrivevano spesso coll'i i nomi delle città che i Greci scrivevano coll'e, come Cabira, Petilia, Telmisso in vece di Cabera, Petelia, Telmesso; e cosi pure dissero Cliternia in luogo di Cleternia.

(3638) Plin. H. N. III, 16, 6. Vibinates, Venusini, Vlurtini.

(3639) Da ούλος jon, in vece di ὅλος, ικτιο, ed οὔριος, per οὔρειος, montuoso.

(3640) Beretti, Fab. Chorograph. med. aevi in Muratori, R. I. S. t. X, col. 292. — Sono pure indicati a 12 m, da Lucera verso Bovino, nella carta dell'antica Italia del De l'Isle.

(3641) Concil. t. IX, col. 1238.

(3642) Strab. VI, p. 284.

(3643) Ptol. Geogr. III, 1, 80.

(3644) Per un'antica chiesa di questo titolo, il quale poi passò alla Badia de Benedettini.

(3645) Avvenivano i due ultimi ne' primi giorni di settembre del 1843.

(3646) A' Benedittini, che vi dimorano dal 1016 al 1256, vi successero i Cisterciensi, de quali verso il 1400 i Corsali Dalmatini fecero scempio. Papa Gregorio XII la concedé poi a' Canonici regolari Lateranensi, i quali per modo vi si fortificarono, che nel 1565 furono indarno assaliti da poderosa armata Turca. Altre fortificazioni vi eressero i Vicerè, e divenute le isole stanza di soldati, i religiosi le abbandonarono.

(3647) Per la Flora ed altre notizie naturali delle isole vedi la Descrizione dell'egregio G. Gasparrini. Nap. 1838 in 12.

(3648) Fu l'isola che ritenne propriamente il nome di Diomedea (Scymn. Ch. Perieg. v. 430 sqq. — Cf. Steph. Β. ν. Διομήδεια).

(3649) Lycophr. Alexandr. v. 594-609. — Strab. VI, p. 28. — Steph. Βyz. v. Διομήδεια.–Schol. ad Iliad. E, 412, p. 161, b, 43, ed. Bekk. — Eustath. ad Dionys. Perieg. 483, p. 192, 25 sqq. — Phile, De Animal. propr. IV.

(3650) Plin. H. N. Χ, 61.

(3651) Plinio dice nel citato luogo che si vedessero solo nell'isola Diomedea, ma Servio (Ad Æn. XI, 271) scrive che abitavano ancora nell'isola Febra o Elettride incontro alla città di Taranto, la quale poi scomparve in tempi sconosciuti.

(3652) Arrian. Peripl. M. Eux. p. 22. Scymn. Ch. Perieg. v. 792. — Ps. Arist, De Adm. Ausc. c. 131.

(3653) Antonin. Metam. c. 2. — Ælian. IV, 42. — Antig. Caryst. c. 11.

(3654) Mosc. III, 44.—Q. Cal. II, 569.– Ovid. Met. XIII, 576 sq. — Ælian. V, 1.

(3655) Creuzer, Rel. de l'antiquité t. III, p. 27.

(3656) Antonin. Liber. Metam. XXXVII. Serv. ad Æn. XI, 271.

(3657) Ps. Arist. De Adm. ausc. LXXIX, p. 22 ed. Westermann. ιερόν... θαυμαστόν τε καὶ ἄγιον.

(3658) Plin. H. N. XII, 3. — Theophrast. Hist. Pl. IV, 7.

(3659) Plin. H. N. XV, 36.

(3660) Vedi Linneo, e T. Bartolinus, De ave Diomedea diss., cum vera eius effigie aeri incisa ex Mus. Fr. Luchmund. Amst. 1674, in 12.° c. 4 tabb. R.

(3661) Cic. De Div. 1, 8, 14. — Virg. Georg. I, 356. — Lucan. V, 554.

(3662) F. Nork, Andeutungen ein. Syst. Der Myth pp. 210, 224. Leipzig 1850.

(3663) Tacit. Annal. IV, 71.

(3664) Leo Ost. Chron. I, 15. Per altre notizie vedi Coccorella, Cronist. di Tremiti. Venezia 1606 in 4.° — Cav. F. Ceva Grimaldi, Mem. stor. delle Isole e della Badia di Tremiti. Napoli 1844 in 8.° — Bar. De Marguerites, Notice sur les lles Tremiti, Paris 1844 in 8.°

(3665) Cocorella, Cron, cit. pp. 4, 8.

(3666) Che non senza contrasti con gli abitatori primitivi i Greci coloni prendevano possesso dell'Apulia, come delle altre regioni, è bene una pruova la rappresentazione sull'anfora di Celia, ora nel R. Museo di Berlino, nella quale oltre ad una scena bacchica intorno del vaso si vede un combattimento tra i primi e i loro avversarii greci. Sono questi leggermente vestiti con eroica clamide, e quelli con corta sottoveste (χιτών) fermata con larga cintura; e gli uni hanno il capo coperto di elmo, gli altri di un pileo, come i contadini di oggidì. In altri vasi apuli e lucani sul χιτών vedesi talvolta sovrapposta la corazza di quella foggia ornata di tre globi, quale anche si osserva nelle armature ruvesi del R. Museo Borbonico; e se la tromba guerriera de' Greci è dritta, conforme all'uso ellenico, quella degli Apuli è ricurva come quella de' Tirreni (Gerhard, Apulisch. Vasenbild Taf. I. — Cf. Atti del VII Congresso degli Scienziati, p. 653. — Panofka, Annal. del. l'Inst. Archeol. t. XII, p. 226 segg. — 0. Jahn, Archäol. Beiträg, p. 400).

(3667) Strab. VI, p. 281.

(3668) Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 179.

(3669) Liv. VIII, 25.

(3670) Vedi in Livio (VIII, 37) la diversità di tali racconti.

(3671) Fasti Cons. ad ann. 431. Q. Fabius M. F. M. N. Maxim. Rullian. A. C. DXXXI, De Samnitibus. Et. Apuleis. XII. K. Mart.

(3672) Appian. De reb. Samn. IV. — Cf. Victor, De Vir. ill. XXXII.

(3673) Liv. IX, 15.

(3674) Liv. IX, 20. — Cf. Diodor. Sic. XIX, 10.

(3675) Liv. X, 15. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 339.

(3676) Vedi p. 553.

(3677) Appian. De reb. Samn. X.

(3678) Freinshem. Suppl. ad Liv. XIII, 36.

(3679) Liv. XXII, 61.

(3680) Liv. XXII, 9.

(3681) Liv. XXV, 20.

(3682) Appian. De B. Annib. XLIX. Dice che fu saccheggiata la Japigia, ma al più non è da intendere che la Daunia.

(3683) Appian, Civ. I, 17.

(3684) Appian. Civ. 1, 52, 53. — Cf. Diodor. XXXVII, 2, 10. — Il secondo di questi storici altrove (Ibid. 2, 8) dice che gl'ltalici succombevano nella Japigia, combattendo contro C. Cosconio.

(3685) L. 1, § 9 D. de Cens. — Cf. Gruter. Thes. p. 346, n. 5.

(3686) Notitia dignit. in partib. Orientis, c. XXXV, ed. Böcking p. 346, Bonnae 1839. — Cf. Forbiger, Handb. der alt. Geogr. P. II, p. 433.


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