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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

STORIA DELLE DUE SICILIE

DALL’ANTICHITÀ PIÙ REMOTA AL 1789

DI

NICOLA CORCIA

________________

TOMO SECONDO

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA VIRGILIO

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1845


XIII. OPICIA, o CAMPANIA

XIV. PICENTINI

XV. IRPINIA


XIII. OPICIA, o CAMPANIA

Omnium, non modo Italia, sed toto Orbe terrarum pulcherrima Campaniae plaga est. Nihil mollivs coelo: denique bis floribus vernat. Nihil uberius solo: ideo Liberi Cererisque certamen dicitur. Nihil hospitalius mari.

FLORO, 1,16.

I. Corografia, etimologia, e cenno geologico della Campania. — II. Primi abitatori, colonie, e vicende varie della Campania sino alla dominazione romana. — III. Antica topografia della Campania—1. Sinuessa. —2. Acque minerali Sinuessane. — 3. Parino e Villa di Lepta. —4. Monte Mastico. —5. Cedia. —8. Alberghi Cedizìi. — 7, Papia. — 8. Agro e Vico Faustiano. —9. Colli Aminei. —10. Agro Statano. —11. Foro Claudio. — 12. Ponte Campano. —13. Fiume Savone. —14. Agro Falerno. —15. Campo Stellate. —16. Urbana,—17. Foro Popillo. —18. Larissa. — 19. Monte Callicola. 20. Trebula,—21. Venafro. —22. Casilino.—23. Capua. — 24. — Pago di Apollo— 25. Pago di Giove. — 26. Pago delle Muse. —27. Pago di Marte. —28. Laurino. — 29. Pago di Ercole. —30, Pago di Cerere. —31. Pago di Alba. — 32. Vico Caulo. — 33. Monte Tifala. —34. Tempio e Pago di Diana. — 35. Pago e Tempio di Giove. — 36. Accampamenti di Annibale e di Claudio. — 37. Pago di Bellona. 38. Pago di Tutuno. — 39. Pago di Venere e delle Grazie. — 40. Calazia. — 41. Vico Novanense. —42. Ad Nova. 43. Fiume Volturno. — 44. Volturno città. — 45. Fiume Clanio. — 46. Literno. — 47. Palude Literna. — 48. —Vico Fenico lenze. —49. Villa di Scipione. —50. Selva Gallinaria. — 51. Hame. —52. Fossa di Nerone. —53. Cuma. —54. Villa di Poppeo Ermete. —55. Villa di Cicerone. —56. Palude Acherusia. —57. Villa di Servilio Vacia. —58. Campo Laborio. —59. Promontorio Miseno —60. Miseno città. —61. Piscina Dragonaria. — 62. Isola di Prochita. —63. Isola Enaria o Pitecusa. — 64. Porto Giulio. — 65. Bauli. — 66. Piscina Mirabile. — 67. Sepolcro di Agrippina. —68. Baja. — 69. Ville Romane—70. Acque termali Posidiane e stufe di Nerone. —71. Via Erculea. —72. Lago Lucrino. —73. Lago Averno, Tempio di Ecate ed Oracolo de' Morti —74. Grotta della Sibilla. —75. Monte Gauro. — 76. Accademia di Cicerone. — 77. Dicearchia o Puteoli. — 78. Foro di Vulcano. — 79. Colli Leucogei. —80. Terme Angulane. — 81. Fossa Caronea. —82. Monte Olibano. — 83. Grotta Puteolana. — 84. Tempio di Priapo. — 85. Sepolcro di Virgilio. — 86. Promontorio di Posilipo. — 87. Villa di Vedio Pollione. —88. Tempio della Fortuna. — 89. Isola Fetide. — 90. Grotta di Sejano. — 91. Villa di Lucullo. — 92. Isoletta Megaride e Castello Lucullano. — 93. Platamone. — 94. Tempio di Serapide. — 95. Neapoli. — 96. Falera, o Partenope. — 97. Fiume Sebeto. — 98. Acquidotto Claudio. — 99. Atella. —100. Vico Spartano. — 101. Via Ercolana. — 102. Leucopetra. — 103. Fiume Veseri. — 104. Portico d’Ercole. — 105. Retina. — 106. Ercolano. — 107. Opulenti. — 108. Terme Vesuviane. — 109. Pompeja. —110. Pago Augusto Felice. —111. Palude Pompejana e Saline Erculee. —112. Monte Vesuvio. — 413. Acerva. — 114. Suessola. —115. Torà. —116. Fola. —117. Rufra e Battilo. 118. Campi di Celenna. —119. Abella. — 120. Laurinio. —121. Ad Tegularium. —122. Nuceria. —123. Fiume Sarno. — 124. Scoglio d’Ercole. — 125. Monte Lattario. —126. Fiume Canachede. — 127. Stabia. —128. Taurania. — 129. Equa. —130. Sorrento. — 131. Tempio di Giunone. —132. Villa di Pollio. —133. Tempio di Giove. —134. Tempio di Ercole. —13. Tempio di Ecate o di Trivia. —136. Promontorio Ateneo. —137. Tempio di Minerva —138. Via Teorica. 139. Promontorio e Tempio di Apollo. 140. Tempio delle Sirene. —141. Calbio ruscello. —142. Isola di Capri.—IV. Corso e rami della Via Appia per la Campania.


I. Tra il mar Tirreno e l’Appennino che verso di esso s’incurva ed abbassa in un’ampia estensione di paese, è la parte più fertile, più nobile, più illustre delle nostre contrade, se solo ne eccettui la Magna Grecia. E la dilettosa e felice Campania, o la più vasta pianura del sudest di Terra di Lavoro, formata dalle ampie valli che irrigano il Volturno, il Clanio, il Rubeola ed il Sarno, le quali danno insieme la larghezza media di sedici miglia dall'est all'ovest, ed una lunghezza di quarantacinque miglia dal sud al nord. Da una parte è cinta dal mare, dall'altra da alte e continue montagne. La spiaggia, divisa in piccoli seni, baje e promontorii, s’incurva in due golfi, uno da Rocca di Mondragone al promontorio Miseno, l’altro più vasto dal promontorio Miseno a quello della Campanella.

Il monte Massico co' colli di Sessa e i monti di Rocca Monfina questa regione dividono dalla valle del Garigliano, in cui si distese l’Ausonia, ed il ramo che distaccasi dall'Appennino che la circonda, e forma all'ovest la penisola sorrentina, dalla valle del Sele, o dall'antica regione de' Picentini. Gli stessi naturali confini ebbe un tempo colle dette regioni, ed il corso del Volturno da Venafro sin oltre alla confluenza del Sabato, il monte Callicola, i Tifati, il Taburno (1) ne segnarono i confini col Sannio.

La diramazione dello stesso Appennino che corre tra Avella ed Avellino, continuavane sino alle fonti del Samo il limite all'est colla regione degl'Irpini. Furono questi i confini della Campania dopoché al Lazio fu aggiunta l’antica regione degli Ausoni. Il fiume Liti ne formò prima il limite al nord; e stendendosi negli stessi cennati limiti verso del Sannio e della regione degl'lrpini, alle sponde del Siluro giunse in tempi più antichi (2). Il quale ultimo confine, di tempi si remoti quanto fu il dominio de' Pelasgi-Tirreni, non durò certo più oltre del 484 di Roma, allorché, soggiogati i Piceni, gran parte di questi popoli dalle rive dell'Adriatico fu costretta a trapiantarsi a quelle del Tirreno, e vi formò la nazione de' Picentini (3).

Divisa la vasta pianura della Campania in altre pianure minori, prendono queste dentro terra il lo r nome da Capua, Aversa, Caserta, Acerra e Nocera, alle quali si unisce alla marina l’ampia valle del Sebeto. La prima all'ovest ha termine col mare, al sud si unisce con quella di Aversa, all'est confina coll'altra di Caserta e Maddaloni. Questa comunica al sud col piano di Acerra irrigato dal Clanio, e che insinuandosi all'est tra gli Appennini nel sito di Arienzo, vi prende il nome di Palle Caudina. La pianura stessa di Arienzo e di Acerra stendesi al sud alle radici del monte di Somma, all'est s’introduce di nuovo nell'Appennino dove sono i paesi di Cimitile e Tufino, ed é cinta al nord da' monti di Avella, al sud da que' di Lauro. Di là ài Nola la pianura molto si restringe verso il sud, essendo chiusa all'est dalle appendici calcaree dell'Appennino, all'ovest dalle prime alture del monte di Somma, e slargasi quindi di nuovo nell'ampia valle del Sarno, che abbraccia anche l’agro Nocerino. Passati i monti di Nocera, l’Appennino forma la penisola, incontro alla quale, separata per brevissimo tratto, sorge l’isola di Capri. Tra le falde occidentali del Vesuvio e le orientali del colle di Capodichino presso Napoli si distende l’ampia valle del Sebeto, la quale dalla costa si protende alla vasta pianura di Nola, e dal detto colle insino al monte di Procida elevasi in forma di anfiteatro sul mare una catena di colline, sulle quali a maggiore altezza s’innalzano quella de' Camaldoli e i promontorii di Posilipo e di Miseno. Sorge in mezzo l’isoletta di Nisida, staccatasi dal prossimo capo di Posilipo, e più da lunge le isole di Procida e d'Ischia, parti anch’esse una volta del vicino continente. Tre gole, aperte dalla natura nell'arco degli Appennini che circoscrive la vasta pianura campana al nordest, stabiliscono la comunicazione tra essa pianura e le altre dell'opposto lato dell'arco, una volta nel Sannio Caudino: quella di Triflisco, a breve distanza da Capua, tra l’estremità settentrionale de' Tifati e i monti della Piana; quella di Maddaloni, infra il termine orientale de' Tifati e i monti di Durazzano, congiunta co' magnifici ponti della Valle; e l’ultima, detta valle di Arienzo, chiusa al nord da' monti di Durazzano e al sud da que' di Cervinara. Per tali strette passano ora le strade che da Capua menano a Caiazzo e Piedimonte, da Maddaloni a Campobasso, da Arienzo alla volta di Benevento, e per esse ancora è da credere che corressero le tre antiche vie anguste e malagevoli ricordate da Polibio, le quali dal Sannio, dal colle Eribiano, e dalla contrada degl'Irpini menavano alla pianura della Campania (4).

Poiché si distende in vaste pianure chiuse da' monti e dal mare, questa sua forma naturale le otteneva secondo la più comune etimologia il nome di Campania. Perché avendo la mente alcuni antichi scrittori alla vasta pianura ond’è formata, il nome di Capua, o di Kampa, qual si legge nelle medaglie, la più grande ed insigne città che vi sorgesse, derivavano dal campo, o dall'ampia e fertile pianura che la circonda (5). Formando ancora un tratto semicircolare dalla foce del Liri al promontorio Ateneo, v’è chi vuole altresì che si nominasse dal greco καμπή, o dalla curvatura de' monti che intorno la cingono a modo di seno (6); e tali etimologie a meraviglia converrebbero alla natural forma di questa celebre regione, se un’altra ancora, e più certa, non ce ne somministrasse la geografia, cioè la Campania dell'Epiro (7), d’onde passarono i Pelasgi, i quali tutta la spiaggia ne occuparono da Sinuessa alla foce del Siluro, e che più oltre ancora penetrarono, come vedremo, nelle nostre meridionali contrade.

I solerti studi de' geologi ci additano in quest’amenissima e feconda regione il teatro de' grandi commovimenti della natura, la prima età geologica dell'Italia. Prodotta come l’agro romano dall'azione dei fuoco interno del globo, qui più che altrove si riconoscono nella loro grandezza gli effetti della sua forza, e buona parte di essa otteneva quindi il nome di Campi Flegrei, come Pailene, il triangolare chersoneso della Tracia (8). I miti e la poesia vi posero la sede della gigantomachia, e può dirsi che anche oggidì da essa i poeti s’inspirano a cantare coll'incendio de' vulcani la giocondità, la bellezza, la fertilità di questa regione felicissima.

Il monte Massico, comeché in apparenza isolato e diviso dall'Appennino, pur con esso si congiunge, e la comunicazione venne coperta dalle vulcaniche eruzioni di Rocca Monfina, che tagliano, a così dire, il monte in due parti, delle quali la settentrionale è il monte di Camino, la meridionale il Massico propriamente detto. È formato questo monte dal solito calcare giurassico dell'Appennino, e dicasi lo stesso degli altri monti che cingono la pianura campana al nordest, de' quali i Tifati si elevano nel centro. Il suolo di tutta quest’ampia e bella pianura, la quale ha principio dal ponte costrutto presso Calvi, è tufaceo, e gli aggregati vulcanici si veggono intromessi in tutti i seni, in tutte le strette montuose dell'arco di monti che la racchiudono, e s’internano oltre ancora nelle vallate e pianure che si aprono al di là dell'opposto versante di quest’arco. Le conchiglie marine, per lo più del genere delle bivalvi, che in questi tufi si rinvengono; gli strati di pomici e di lapilli sottoposti ed alternanti co' massi di tufo De’ Campi Flegrei; i ciottoli rotolati di lave vetrose, porose ed anche litoidee, che spesso contengono i tufi nella loro massa, e la forma stessa prismatica de' tufi bigi nella parte nordest, sono indizii pel geologo della loro formazione subaquea, e però anche de' vulcani, d’onde si originarono. Ma, anziché da crateri locali, solo da' vulcani di Rocca Monfina provennero i tufi bigi al nordest della Campania, ed a molta distanza li trasportarono i flutti del mare. Obbedendo alle leggi de liquidi, tali impasti vulcanici, simili a correnti materie liquide, penetrarono ne' seni montuosi, si distribuirono ne' punti più bassi, si piegarono e curvarono intorno a' terreni elevati che si opposero al loro corso, in un’epoca posteriore alla conflagrazione de' Campi Flegrei. I tufi bigi di Rocca Monfina, diversi da' giallicci della Campania, e la qualità diversa delle lave de' due sistemi vulcanici, nonché la freschezza, a dir quasi, delle lave di Rocca Monfina, apertamente dimostrano che i volcani del nordest arsero in un'epoca posteriore (9). Nelle vicinanze di Averta cominciasi ad incontrare i tufi giallicci, sottoposti sempre, sia alla terra vegetabile, sia a' tufi bigi stessi alterati, e poche miglia di là dove comincia a variare la giacitura del tufo s’incontrano i Campi Flegrei, che da Napoli, compresevi le isole del suo cratere, si estendono insino alla spiaggia di Cuma.

Il gruppo di colline che compongono questi Campi Flegrei, parte aggiunta al continente da' vulcani sottomarini, considerato come una sola montagna, ha dodici miglia di lunghezza, quattro di larghezza media, e termina al nord colla pianura di A versa, al sud e all'ovest col Tirreno, all'est col Vesuvio. Molte e diverse vulcaniche esplosioni proruppero in questo piccolo spazio di terra, e ben ventisette bocche ignivome vi riconosce un valente geologo. La parte più orientale di questa montagna contiene cinque crateri, e intorno ai primi tre è situata la città di Napoli. La lave del primo, che può dirsi di Capodichino, s’incontrano specialmente presso la chiesa di S. Maria del Pianto. A questo cratere si congiunge il secondo, il quale da Miradois estendesi a Capodimonte. La rupe di Monterone, una volta più soprastante al mare presso il tempio di S. Giovanni Maggiore, sulla quale gli storici patrii dicono fabbricata l’antica Napoli, formava la costa orientale di questo cratere. Il ciglio del terzo, incominciando dal monte Echia, o dall'odierno Pizzofalcone, elevasi verso S. Elmo, e piegando al sud passa sul Petraro, estendesi al palazzo Belvedere e termina nella villa Patrizio. Il promontorio di Posilipo, il quale protendesi in mare quasi tre miglia con una fronte larga circa un miglio, venne formato da due altri crateri, uno meridionale presso il casale di S. Strato, l’altro settentrionale nella parte del capo rivolta a’ Bagnuoli. E l’isoletta di Nitida, congiunta una volta al detto promontorio, e composta tutta di tufo con pezzi erratici di lave, non mancò anch’essa di un piccolo cratere, ravvisato nel suo Porto Pavone.

Il monte de Camaldoli che colla sua base si stende sino alla torre di Marano, appartiene a tre altri crateri contigui, al nordest quello di monte Donzelli che il detto monte congiunge col colle di Capodimonte, al sudovest quello di Soccavo, all'ovest l’altro di Pianura. Al sud del secondo di questi crateri è quello di Fuorigrotta, dalle cui eruzioni originavasi la parte settentrionale del monte di Posilipo. Incontrasi all'ovest il lago di Agnano, formatosi anch’esso nel fondo di uno spento cratere. Prossimi a questo sono gli altri due, uno al sudovest, la cui estremità orientale è il monte degli Spini, l’altro al nord in quello degli Astroni, uno de' meglio conservati di questa contrada. Ma il più importante cratere de' Campi Flegrei dopo il Vesuvio è la Solfatara, di figura quasi ellittica, d'un perimetro di 6850 piedi, ed elevato sul livello del mare 291 piedi. Un altro piccolo cratere si ravvisa nel Fondo di Capomazza, dal cui ciglio al nord e all'est può l’occhio ad agio discorrere la giacitura di tutti questi colli vulcanici. Quindi si aggruppano al nord i crateri di Campana,Pisano, Fosso Spianato e Fossa Lupara, e sorge all'ovest il monte Gauro presso Pozzuoli, il cui cratere è sì ben conservato, la sua forma così distinta, che si ha come uno de' più belli della regione abbruciata, e le espressioni degli antichi che questo monte descrivono, accennano bene al cratere e all'antica accensione che vi notano i geologi (10). Al nord di Campana apresi l’ampia ed ubertosa pianura di Quarto, avanzo del più vasto e prisco cratere de' Campi Flegrei. E il celebre Campo Laborio di Plinio, e le colline ond’è cinto, nonché il nome di Flegreo, col quale lo distinsero i Greci (11), ben si convengono ad un cratere. Ad una pari distanza dal Vesuvio e dal monte Epomeo nell'isola d'Ischia, può dirsi nel centro Ad Campi Flegrei, e sorto forse il primo dalle acque del mare, tutti i vulcani produsse che si dischiusero all'est, ai sud e all'ovest di questo grande impero plutonio. Le molte e grandi correnti di lave del cratere di Quarto, le quali giunsero ad Eversa ed a Patria, alla distanza di quattro in cinque miglia, sono sepolte a grande profondità, e dalla pochissima terra vegetabile che dopo cinque secoli comincia appena a coprire l’ultima eruzione nell'isola d’Ischia, l’età remotissima può arguirsi di tutti questi vulcani.

Nel monte del Gaudo, piccola collina conica ch'elevasi al nord di quelle che cingono l’anzidetto cratere di Quarto, si è notato un altro cratere, non meno che nell'altra, la quale distaccasi dalla cima nordest del Gauro ed ha termine all'arco Felice. Questa collina congiugnesi con un’altra, detta monte di Fraja, all'est del lago di Incoia, che ha l’apparenza stessa di un cratere crollato, e comunica con quello di Cuma, del quale rimane la parte occidentale, e si ravvisano i lati del nord e dell'est. Non isconobbero gli antichi le eruzioni di questo cratere, dappoiché Diodoro Sicolo ricorda il mitico arrivo di Ercole nella pianura cumana per combattervi i Giganti (12). Meglio conservata è la parte più occidentale di questo cratere, ed è quella che forma il colle propriamente detto di Cuma, sul quale sorgeva un dì il celebre tempio di Apollo. I laghi Averno e Lucrino si formarono ancora io due altri crateri, ed a convincersene riguardo al primo coll'aspetto del luogo basta la descrizione che ne fanno Licofrone e lo Pseudo-Aristotile (13); e, comeché occupato nella massima parte dal Monte Nuovo, il cratere del Lucrino, serba nondimeno tutta la regolarità dell'imbuto. Prima dell'esplosione del 1538 serbar doveva l’antica profondità ed ampiezza, capace di ricettare i navili al tempo di Augusto (14). Né vi sono cessati i vapori e le calde esalazioni, e la monte dimostra che la sua una più antica corrente di lava. Diverse bocche ignivome formarono altresì la prossima penisola di tre miglia, dove furono le deliziose ville di Baja e la città di Miseno. Le alture che sono all'ovest tra il lago Lucrino e Baja, appartengono ad una collina semicircolare, la quale da l’idea di un cratere, nella cui parte più bassa formavasi il lago Fusaro. Ma se solo probabile è questo cratere, non può dubitarsi degli ultimi e più grandi che si ravvisano negli stessi dintorni; quello al nordest di Baja, ch’ebbe due bocche, ora dette Fondi di Baja; l’altro al sudovest di questo medesimo cratere, uno de' cui lati è formato dal monte di Procida. Un piccolo vulcano in fine formò la collina che sì bellamente termina il quadro di questo incantevole golfo, cioè il promontorio Miseno, nel cui mezzo è una piccola circolare pianura, chiusa all'intorno dalle pareti del cratere, che tuttora sussistono al nord e all'est (15).

E senza dir ora del Vesuvio, che sarà appresso specialmente descritto, bocche ignivome si notano anche in Gragnano, e di sostanze vulcaniche è formato del pari l’alto piano di Sorrento, a poca distanza dal mare, e chiuso da una serie di collinette in forma di anfiteatro. Se tenero e friabile è l’impasto vulcanico sotto la terra vegetabile che ne forma la superficie, più compatto e più duro è lo strato a questo sottoposto, e più dentro terra si presenta come una vera lava (16). Qui adunque si riconosce un altro cratere, crollato nel vicino mare, o sopra se stesso nel sito medesimo del delizioso e fertile piano. E in sulla vetta del Tifata presso Capua sarebbe stata altresì una bocca vulcanica, se tanto può conghietturarsi dalle acque calde e minerali che rampollano alle falde di questo monte, presso all'antico tempio di Diana (17). Furono questi, secondo i geologi, i vulcani della Regione abbruciata o de' Campi Flegrei, dal monte Massico al promontorio della Campanella, e da' monti appennini al Tirreno; e, comeché a minor numero si restringano da altri dotti osservatori (18), bastano nondimeno a darci una terribile immagine della regione ne' tempi antistorici, ed a spiegarci le favolose credenze de' poeti, che gli aditi v’immaginarono degl'infernali recessi (19). E ben dovettero essere in qualche forza non molto prima dell'età di Omero, almeno nell'intorno di Cuma, benché così ingrandita dal terrore e dalla meraviglia de' primi navigatori greci la notizia ne passasse al poeta, da descrivere la cimmeria regione come negli ultimi confini della Terra, senza lume di sole, con antri e boschi sacri a Proserpina, con fiumi di fuoco, ed avvolta in un'eterna notte (20). Al primitivo cataclisma adunque, che lasciava a secco gli originarli appennini, ond’è la regione circondata,'succedevano altri rivolgimenti della natura, le vulcaniche esplosioni che i vaghi colli ne formarono e le fertili pianure. Quanto è di terreni frammessi tra il Clanio ed il Samo, nonché tra le radici de' monti e del mare, fu opera de' molti vulcani che vi abbruciarono; così che i Campi Flegrei sono di un terreno comparativamente recente, ivi sopravvenuto a riempire l’antico mare. E che il mare già ricoprisse tutte le fertili contrade dell'Opicia, è osservazione degli stessi scrittori men dotti in geologia, attinta dalle stesse osservazioni della natura (21). Nella guisa stessa della natural condizione della Campania v’è chi trova la spiegazione del suo sorgere dalle onde marine. Perché, trovandosi al sud dell'Italia, dove nel mare si sprolunga il continente Europeo, e terminando in punte e capi verso il Tirreno, come tutti i vulcani che ardono nelle alte prominenze meridionali de' grandi continenti, quelli dell'Opicia furono posteriori alla formazione del capo Circeo e di quello della Campanella. Sugli strati calcarei secondarii poggiano ancora gli strati vulcanici, ed il Liri, il Volturno, il Calore, passando dalle lor valli naturali alle valli vulcaniche, corrono in queste su letti vulcanici (22). Le colline tufacee de Campi Flegrei, sparse di conchiglie fossili, i cui analoghi vivono nel Mediterraneo, e con fossili avanzi di grandi mammiferi antidiluviani (come nel tufo di Napoli, presso Pozzuoli e sulla costa sorrentina), analoghi a quelli dell'agro Romano, si reputano sollevate per effetto della trachite che ne forma il nucleo, dopo i terreni subappennini e le ultime correnti diluviane, ed originate forse da un rivolgimento che produsse l’Etna e Stromboli, e che fu coevo agli ultimi sollevamenti notati nella Sardegna, nella Provenza e nella Morea (23).

II. Or risaliamo col pensiero a quelle età rimotissime, in cui la Campania riposavasi una volta all'uscire da' grandi cataclismi e dall'arsione de:vulcani. L’acqua ed il fuoco, come stanchi delle lor lotte gigantesche, sembrano far tregua per dividersi il teatro de' loro combattimenti. Le commozioni della natura sono finite, le pianure sono prosciugate, i promontorii sono formati, le isole sono staccate da questi promontorii, quando questa terra è la prima volta abitata, e quali sono i primi popoli che vengono a popolarla? Nati dal suolo istesso non possiamo, come gli antichi, immaginarli, e se ignoto ci è il tempo in cui comincia ad essere abitata, sappiamo che ab antico la popolarono gli Opici, da' quali la regione ebbe il nome di Opicia.

Or Ausoni, Aurunci ed Opici od Osci furono secondo più testimonianze di antichi scrittori una stessa antichissima gente italica (24), ed è noto da Festo che in quasi tutti gli antichi commentarli scrivevasi Opicus per Oscus (25). Là sola differenza de nomi fc’ distinguere a Polibio gli Opici dagli Ausoni, i quali la contrada abitavano che circonda il cratere (26); e la differenza stessa induceva in errore anche Strabone, o gli autori che seguitava, ponendo gli Ausoni come i più vetusti abitatori della Campania, ai quali succedevano gli Osci nella conquista del paese (27). Delle due denominazioni intanto di Opici ed Ausoni la prima egli sembra più antica, perché degli Ausoni si assegna la genealogia mitica dall'eponimo figliuolo di Ulisse e di Circe (28), e nessuna se ne accenna degli Opici, denominazione greca nel senso di gegènì od autottoni, nati e nudriti dalla stessa terra (Ops) che abitavano (29), alla quale perciò venne il nome di Opicia, indeterminato come quello stesso di Aborigeni, perché non ristretto ad una speciale contrada. Una parte del Sannio fu in fatti degli Opici, e l’antico Lazio formò una parte anch’esso dell'Opicia (30). Perciò reggiamo da qualche scrittore situata negli Opici la città di Laureato, e Tirane liberto di Cicerone dinotava col nome stesso i più antichi e semplici Romani de' primi tempi (31). Se non che, secondo la più antica geografia de' Greci, tutto il paese racchiuso tra l’Enotria eia Tirrenia nominavasi Opicia (32). Antioco Siracusano e Tucidide dagli Opici dicono ancora espulsi i Sicoli, i quali nella più vecchia età l’antico Lazio abitarono ed una parte della spiaggia dell'Adriatico (33); e, secondo queste testimonianze, quanto è dal Tevere alla foce del Siluro, ma non a molta distanza dalla spiaggia, ampia regione in cui si racchiude buona parte d’Italia, i Greci consideravano come l’antica Opicia, abitata da un medesimo popolo. Ma noi considerar dobbiamo l’Opicia dove si conservarono ne' più tardi tempi i monumenti della lingua osca, dir voglio nella regione poi detta Campania (34) con parte nondimeno del Sannio, che i Sabelli tolsero agli Osci colle prime loro conquiste, e dove del pari iscrizioni osche a quando a quando si rinvengono. Si può bene queste iscrizioni supporre altrove distrutte e disperse; ma in questa ipotesi recherebbe sempre sorpresa la lor totale mancanza nelle altre contrade italiche, dove pur dicesi estesa l’Opicia. Che se solo nella Campania considerar dobbiamo veramente gli Opici od Osci, qual fu l’origine loro, o a quale emigrazione appartengono?

Essi sono al certo di que' popoli, a cui senza conghietture aggiugner non possono le indagini storiche; investigazione oscurissima, nella quale concordano nondimeno le opinioni de' dotti, attinte dalle stesse testimonianze degli antichi. Credendoli il Cluverio per tali testimonianze una gente stessa con gli Ausoni, da questi non dubitò derivarli, perché più vaste contrade abitarono (35). Ma, comeché abbiam considerato gli Ausoni nella sola regione, in cui li riconosce la storia (36), e però per derivare l’un popolo dall'altro io credo non doversi allegare l’ampiezza del dominio degli Ausoni, che gran parte abbraccerebbe delle patrie contrade, è da convenire nondimeno col dotto geografo e con altri scrittori, i quali si accordano circa la identità de' due popoli. E poiché, non dagli Aborigeni e da’ Pelasgi, come scrive Dionigi, non dagli Opici come Tucidide, sì bene dagli Enotri e dagli Umbri, o dagli Umbri stessi e da' Pelasgi, come attestano Antioco e Filisto, furono i Sicoli scacciati d’Italia (37), il Niebuhr ne conchiude che Opici ed Umbri furono in origine un medesimo popolo (38). Ma queste contrarie tradizioni, anziché escludersi l’un’l’altra, possiam bene accettarle per vere, se consideriamo i Sicoli scacciati dalle diverse regioni in cui arrivavano, tra le quali prime sarebbero state il Lazio e l’Umbria, poi l’Opicia e da ultimo l’Enotria. Senza ricorrere adunque a tali dimostrazioni, potrà bastarci la concorde testimonianza de' greci scrittori, i quali gli Ausoni, gli Aurunci e gli Osci tenevano per uno stesso popolo. Essi parlavano altresì una lingua stessa, e così per l’identità dell'idioma (39), come per le comuni tradizioni arcadiche, nonché per le colonie che nella Campania si dicevano condotte da Ulisse (40), par che non sia un errore il considerare gli Umbri, gli Ausoni e gli Osci, come una gente stessa dall'Epiro e dalle vicine regioni emigrata in Italia (41) in uno stesso tempo, o in diversi, e distinta con diversi nomi nelle diverse contrade che ne occuparono. Senzaché, è notabile l’analogia de' nomi degli Ophii dell'Etolia e de' nostri Opici od Ophici, come li chiamano Servio e Stefano Bizantino, sebbene una non retta etimologia ne assegnino da' terpenti, àmò rwv όφων (42). Essi erano nella detta regione vicini degli Agrei (43), il cui eponimo abbiam già veduto in Agrio, ch’Esiodo ci dava per un re antichissimo delle sacre isole de' Tirreni (44), e però non solo furono della origine stessa, ma con la medesima emigrazione ancora è da crederli passati in Italia. E sorprende altresì la singolare concordanza della nomenclatura topografica, di già notata dal Cramer, tra le città dell'Umbria e quelle delle altre regioni italiche abitate da popoli che si dicono di razza osca (45), come i Sabini che Zenodoto da Trezene derivava dagli Umbri, i Sanniti progenie sabina, ed altre genti a queste affini, sia che i nomi di queste città si attribuiscano a' Pelasgi, i quali a' detti popoli si tramischiarono e meglio incivilirono (46), sia che si considerino imposti al tempo dell'emigrazione primitiva.

Ma se l’Italia andò soggetta dall'età più remote a diverse invasioni di popoli, questi popoli si disputarono soprattutto dopo gli Opici la più bella parte di essa, la felice ed ubertosa Campania. La fertilità del suolo, la dolcezza del clima, la comodità de' porti gli uni dopo gli altri vi richiamarono diversi invasori insino a che Roma di questo invidiabile Eden non s’impadronisse, per farne la sede delle sue delizie; e, comeché dalle vulcaniche eruzioni de' suoi monti, non dalle successive contese di coloro che se ne disputarono il possesso, come scrive Strabone (47), vi fingessero gli antichi la guerra tra' numi e i giganti, la mitica finzione della gigantomacchia da pure un’immagine delle ripetute lotte de' popoli diversi che vi si stanziarono. E qui ancora, come i giganti da Ercole, i valorosi che riuscirono a stabilirvisi, erano vinti dalle dolcezze di queste dimore impareggiabili; e per tutti basta ricordare i bellicosi e fieri compagni di Annibale, snervati dagli agi e dalle morbidezze di Capua. Non dirò delle favolose colonie fenicie, che alcuni scrittori sol coll'aiuto di mal sicure etimologie s'ingegnano di dimostrare giunte nella Campania (48). Forse anche oggidì non è bandito questo pregiudizio, a cui nessun monumento, nessuna testimonianza storica può per poco dar sembianza di vero, e col Eiù dotto sostenitore delle colonie fenicie, col gran Bochart, mi asta osservare, che non solo per questa regione, ma per tutta l’Italia (in eccezione nondimeno della Sardegna e della Sicilia), non ve ne ha traccia negli antichi storici, e di leggieri confutar si possono le autorità di coloro che altrimenti si avvisano (49).

Or restringendomi alle colonie, delle quali ci rimangono le memorie certe della storia, ai primitivi abitatori primi si unirono i Pelasgi in questo certame della umana voluttà, come Plinio nominò la Campania (50). Quando avvenne la grande emigrazione di questi popoli, 1500 e più anni avanti l’era volgare (51), non solo occuparono tutto il paese tra il Tevere ed il Liri (52), ma penetrarono ancora ne' Opicia, e vi fondarono Larissa con altre città, dice Dionigi (53), delle quali appresso ragioneremo. Le colonie Ulissee nella regione cumana e nella città di Sorrento sopravvennero forse, se non furono più antiche, a quelle de' Pelasgi: esse risalgono a' tempi mitici, né una sola testimonianza può allegarsi per assegnarne la cronologia. Non pochi monumenti sparsi sulla costa occidentale d’Italia, da Frenesie insino all'istmo Scilacio o dall'antico Lazio alla nostra Calabria, serbavano memoria ne' tempi romani di colonie qui giunte dal piccolo stato d’Itaca, e condottevi ancora da' prossimi Leucadii, come ci dimostra il culto del nume di questi popoli, archegete di tali colonie, confuso sin da' tempi Omerici coll'eroe d’Itaca. I luoghi all'intorno di Ciana, e forse questa città istessa, nonché il promontorio sorrentino, ebbero ad essere le sedi di queste colonie Ulissee. Silio Italico dinotava Baja col nome di sede itacesia (54), e ad Ulisse attribuivasi egualmente la fondazione del tempio di Minerva sul promontorio sorrentino. Oltreché, i greci nomi di molti luoghi intorno la città di Sorrento ci rimembrano senza più una greca colonia, della quale non parlano gli antichi, in questa parte della Campania, e ci studieremo di spiegare in seguito la favolosa leggenda del preteso sepolcro di Bajo. Il culto in Napoli d’una delle Sirene ci mostrerà ancora in questa città nostra una colonia dell’Acarnania, d’onde vi passarono ancora i Teleboi, che i poeti riconoscono appena nell'isola di Capri e nelle terre irrigate dal Sarno (55).

Altre colonie si stabilivano dopo queste nel littorale dell'Opicia, e prima di tutte Cuma, secondo la più ricevuta cronologia, venne fondata do Calcidesi (56). In tempi non molto posteriori a questa colonia, alla quale ebber parte anche gli Eolidi, altre ne sopravvennero degli stessi Calcidesi e di Eritrei, i quali occuparono le prossime isole Pilecuse, d’onde costretti a sloggiarne per le sedizioni, i tremnoti e le vulcaniche eruzioni, si dispersero nell'opposto continente, dove fondarono Nola ed Abella, a cui gli antichi attribuiscono del pari un’origine calcidica (57), e di là penetrarono ancora nella regione che fu poi degl’Irpini, dove fondarono, a quel che conghietturiamo, Compsa ed Abellino. Una nuova colonia ancora, composta insieme di Calcidesi dell’Eubea, di Pitecusani ed Ateniesi uniti a’ Cumani fondò la città di Napoli (58), a breve distanza da Falero o Palepoli, che i Rodiani, tramischiandosi a' primi abitatori di già avevano accresciuta con un’altra loro colonia (59). I Samii dopo di questi accrebbero ancora di nuovi coloni, se non fondarono dapprima, la città di Dicearchia o Puteoli, che in origine servi di porto e di emporio a’ Cumani (60).

A tutte queste greche colonie che dopo la guerra trojana i he’lidi occuparono dell'Opicia, si unirono nel dominio della regione in tempi mal noti i Tirreni. Quando i Tirreni, dice Polibio, possedevano le pianure circumpadane, tenevano altresì i Campi Flegrei all'intorno di Capua e di Nola (61). Essi fondarono, secondo più certe testimonianze, la città di Capua, metropoli di altre undici città archegetidi, come ve n’ebbero nell'Etruria (62). Ma una grande incertezza involve l’occupazione della Campania per opera degli Etruschi, e non è noto chiaramente se ne' Tirreni de' Greci, o ne' Toscani de' Latini non si abbiano a vedere piuttosto gli stessi Pelasgi-Tirreni. Dal secolo XVI disputano i patrii scrittori circa le XII città da essi fondate in questa regione senza che siasi venuto ad alcun resultato di vero: ma se furono piuttosto i Pelasgi-Tirreni che le edificarono, e con critici dottissimi ne son persuaso (63), e se per essi fu esteso il dominio della primitiva Campania insino al Silaro, non è forse sì malagevole il rintracciarle. Ponendo Capua come la capitale di questo Stato, e non interpretando alla lettera la testimonianza di Strabone, che veramente molto dappresso a questa città ebbero a sorgere le XII città controverse, abbiamo in prima a breve distanza Sinope e Larissa, e più da lungi sulla costa Falera, Ercolano e Pompeja. Se a queste aggiugniamo alquanto dentro terra Nola e Nuceria, e sulla costa ancora Volturno e Literno più vicine a Capua, e più lontane Marcina e Salerno, avremo colla maggiore probabilità le XII città sconosciute. Le precise testimonianze degli antichi, che all'infuori del Muller, non bene consultarono gli scrittori, i quali pretesero dare il catalogo delle dette città tirreniche (64), e la mirabile analogia de' nomi, in queste ci appalesano, anziché in altre, le XII città archegetidi de' Pelasgi-Tirreni. Or senza dire dell'origine tirrenica del maggior numero, il che faremo nella particolare descrizione di ciascuna di esse, non solo sorprende l’analogia de' nomi di Falerno, Faterò, Literno e Salerno, ma la ripetizione ancora del fiume Ciani e del Campo Stellate dell'Etruria, o della Tirrenia nella Campania. In eccezione della città capitale, nonché di Larissa, Nola e Nuceria, tutte queste città erano ancora poste alla marina; e con ciò si verificherebbe altresì la condizione richiesta da uno de' citati scrittori, che pel traffico de' Fenicj-Tusci, pe’ quali tenne falsamente i Toscani o Pelasgi-Tirreni, si avvisò che tutte si ebbero ad edificar sulla spiaggia. Ed il mare ancora ne' tempi primitivi era più dappresso a Nola, che non é oggidì. La quale situazione delle nostre città tirreniche confermerebbe del pari l’ipotesi del Mailer, che i Pelasgi Tirreni queste colonie campane non formarono con una grande emigrazione per terra, ma piuttosto per mezzo di marittime spedizioni, uscite, come sembra, dall'Etruria a meridionale (65).

Ma non men difficile della fatta disamina è quella che riguarda gli Umbri, che Plinio dopo i Greci mentova tra gli altri abitatori della Campania (66). Oltre del geografo altro scrittore non v’è che qualche tribù, qualche colonia di questi popoli dica stabilita in questa regione; e se tale testimonianza non intendiamo di quegli Umbri, i quali uniti a' Tirreni, a' Dauni e ad altri popoli della riva dell'Adriatico, e forse i Piceni, con un comune sforzo mossero contro Cuma nell'Olimpiade LXIV (229 di Roma), come scrive Dionigi (67), altro mezzo, io credo, non v’è di spiegarla. Questo fatto fu ancora comparativamente recente rispetto ed alle emigrazioni primitive ed alle stesse colonie greche, e Plinio col suo brevissimo cenno una impresa militare confondeva con uno stabilimento effettivo. Egli ancora nel detto catalogo di popoli dopo gli Umbri attribuiva il dominio della Campania a' Toscani, e così in questo, come nel già detto, è da convenire col Cluverio della poca esattezza del dotto naturalista.

E, per tornare a' Tirreni, anche prima che fosse lor tolta da' Galli buona parte dell'Italia superiore, anche prima che Roma soggiogasse il primo stato dell'Etruria di mezzo, fu pe’ detti popoli perduta la Tirrenia campana. Svigoriti dall'abbondanza e dal dolce clima di sì belle contrade, furon costretti a cederle a' robusti abitatori de' paesi montuosi, a' bellicosi Sanniti. Ragionando di questi popoli, abbiam detto come fermatisi ad abitare, dopo che si smembrarono da' Sabini, in un paese, dove erano anche Opici (68), e Trebula che ci rammenta una città omonima della madre patria, dové essere delle prime città che vi eressero, di là si avanzarono sin presso il Volturno coll'ardente brama della conquista. Stanchi i Tirreni dalla guerra, fu loro forza alla fine di ammettere gl'invasori nel comune possesso della città e della regione. Così i Sanniti occuparono Volturno nell'anno di Roma 332 (69), 420 anni avanti l’era volgare; e senza starsene paghi alla comunanza della patria e del paese co' Tirreni, congiurando in notturni sacrifizii e sotto terribili esecrazioni, sorpresero e trucidarono in n giorno di festa gli antichi abitatori (70), o come sembra più probabile, i principali cittadini. Formarono così la nazione de' Campani, la quale prese il nome dalla città di Capua (71). Nel 421 (01. LXXIX, 4) possedevano Cuma, (72), ed in tempi posteriori si distesero sulla rimanente spiaggia, dove di Pompeja, di Marcina, e dentro terra anche di Nola s’impadronirono (73), occupazione alla quale accennano senza dubbio le testimonianze di Scilace e di Scimno di Chio, che situano i Sanniti sul littorale del Tirreno (74).

Furono queste le più antiche vicende della Campania insino a che a Roma veggiam cedere la stessa città di Capua, la cui soggezione compie l’antica storia d’una regione bella e felice, a cui la fertilità e l’amenità furon cagione che le prosperità andassero a pari colle sventure; storia perpetua de' popoli deboli, comeché numerosi, ma svigoriti e snervati dall'abbondanza e dagli agi. Richiesti adunque i Campani del loro aiuto da' Sidicini, contro i quali movevano le armi i Sanniti, uscivano in campo a difenderli: ma il loro soccorso tornò inutile a' loro protetti, dannoso a loro stessi; giacche i Sanniti, non sì tosto li debellarono nel 411, che, lasciati di combattere que' di Teano, si disponevano a sommettere la stessa città di Capua. Ricorrendo allora alla protezione di Roma, si diedero i Capuani in piena potestà della Repubblica. La grandezza di Capua, la sua ricchezza sopra tutte le altre città d’Italia, i suoi campi oltremodo fertili e abbondevoli, e più ancora la speranza di aprirsi con ciò la via alla conquista di tutto il paese, che in parte aveva già ceduto a’ Sanniti, parvero bene a' Romani condizioni tali che colla lor dedizione se ne accettasse la difesa (75). Parlando del Sannio, abbiamo già detto dell'esito della guerra che ne provenne (76), per la quale Capua con altre città minori venne in balia di Roma, se rimase libera dai Sanniti. I quali del resto par che soggiogassero Calazia ed Atella qualche tempo dopo della dedizione da Capuani, né avrebber potuto penetrar tant’oltre senza aver prima anche occupato Suessola ed Acerra (77).

Ritornati intanto i Sanniti alle offese contro i Sidicini, poiché questi ricorsero indarno all'aiuto de' Romani, si collegarono co' Latini, ai quali si unirono gli stessi Campani, memori dell’insulto de' Sanniti, e nella speranza altresì di torsi alla grave protezione della Repubblica. Debellato nel 415 alle radici del Vesuvio l’esercito de' tre popoli, i Capuani, come i Latini, furono multati nel lor territorio. L’Agro Falerno fu diviso alla plebe, e perché non si erano ribellati, a' cavalieri campani fu concessa la cittadinanza (78), ed in onore di essi agli stessi Capuani, ma senza suffragio, due anni dopo, nonché alle città di Cuma e Suessola (79). Ma, non ostante tal condizione, men dura di quella di alcuni tra' popoli Latini, quanto o Campani fosse gravosa la ineguale società con Roma il fé chiaro l’esito della battaglia combattuta a Lautole. Perché, come fu prima vinta da’ Sanniti, che ormai concependo la speranza di sottrarsi dalla soggezione della Repubblica, macchinavano ribellioni, eccitati da' Calavii, tra' principali cittadini di Capua. Livio non ci dice più delle inquisizioni che se ne fecero (80); ma Diodoro con più di particolarità fa saperci che le città campane, ottenuto il perdono, s’ebbero l’antica alleanza (81), appagatasi Roma della morte volontaria degli autori della congiura, e dissimulando per politica la conoscenza d'una ribellione più generale. In potere de' Romani era già caduta la città di Polipoli,o cagione delle ostilità contro la colonia del contado campano e Falerno (82); e scoppiata indi una nuova guerra tra Roma ed il Sannio per la colonia messa nella città di Fregelle, nella quale dopo la memorabile impresa delle Forche Caudine quasi tutta l’Italia contro Roma fu mossa da' Sanniti, come furono nel 440 sconfitti in gran numero, forse nella pianura stessa di Suessola (83), dove prima furono pur combattuti nel 412, i Romani nel seguente anno s’impadronirono di Nola ed Atella, ed indi a poco di Pompeja e Nuceria (84), di già occupate do Sanniti; dopo le quali conquiste non so dire che rimanesse della Campania libero dalla piena signoria della Repubblica.

Aveva intanto Capua goduto, benché nello stato di una disugual confederazione, di lunga pace e tranquillità, onde erano pur grandi, dice Livio, le sue delizie e l’indulgenza della fortuna, quando dopo la giornata di Canne, nella quale Cartagine trionfò di Roma, spregiati i consigli di Decio Magio, e lusingata dalle speranze di Vibio Virio di poter ottenere coll'amicizia di Annibale l’impero d’Italia, che poi divenne affatto serva di Roma. Perché di là a cinque anni che con altre città si diede a' Cartaginesi, dopo un lungo ed aspro assedio di due anni fu costretta di arrendersi a' Consoli Q. Fulvio ed Appio Claudio, e colle altre città ribelli alla Repubblica fu ridotta alla dura condizione di Prefettura (85). Per la prima dedizione furon lasciate alla città le proprie leggi, non fu tolto il pubblico magistrato, fu accomunata la romana cittadinanza, cangiatasi sol di libera indeditizia la sua condizione; per questa rimase nel pieno arbitrio de' vincitori (86). Ma, non ostante la conquista, ritenne Capua la sua maggioranza sopra le altre città campane, ridotte egualmente alla condizione di Prefettura, e tra queste Festo ci ricorda Cuma, Casilino, Volturno, Literno, Puteoli, Acerra, Suessola, Atella e Calazio, governate con Capua da quattro Prefetti, i quali furon poscia aboliti da Augusto (87). Queste città in gran parte quasi per tutto il tempo della guerra con Annibale furono in potere de' Romani; e però Cicerone ebbe a dire che quanto allora potè Capua, il potè per se stessa (88). Solo Calazio ed Atella furono nemiche della Repubblica, e n’ebbero la punizione stessa de' Capuani. Ma alla città di Napoli, in premio dell'antica sua fede, e pe’ piacevoli diporti che i Romani prender vi solevano, credesi che fosse fatta facoltà di godersi di certa libertà e di vivere colle sue leggi e costumanze greche (89); ed oltre che in fatti non si annovera da Festo tra le campane Prefetture, salvo il tributo delle navi sin da quando venne in potere di Roma (90), come Tibure e Preneste ebbe il privilegio che gli esuli Romani potevano sicuramente dimorarvi (91). E rimasta Capua non altro che una città buona ad abitarsi (92), in tutte le guerre ch'ebbero a combattere i Romani, Don solo durò nella fede, ma grandi aiuti ancora porse alla Repubblica (93). Ma ridotta la città ad un nome vano, dopo distrutte un cora Cartagine e Corinto (le tre sole città, le quali, a giudizio de' Romani (94), in tutta la terra sostener potevano la gravità e il nome dell'imperio), Cesare nel suo primo Consolato (694 di Roma) con una legge fecevi dedurre una colonia di 20,000 Plebei, la quale ottenne il nome di Giulia Felice (95), 152 anni circa dopo che fu ridotta allo stato di Prefettura. Debellato Sesto Pompeo, Augusto accrebbe questa colonia, colla quale risorta la città all'antico splendore, onde da Tacito e detta a ragione la maggiore colonia della Campania (96), dopo tutte queste vicende non le rimane con tutta la regione che ad attendere le desolazioni de' Barbari.

Gli scrittori lodano a gara questa regione italica, e quale in fatti pe’ naturali doni si può ad essa anteporre? anzi gli antichi non dubitavano di anteporla a tutta la Terra (97). E in vero, qual v’ha clima più temperato del suo, quale più ubertoso dell'agro campano? Qual terra mai frumentaria, dice Dionigi, supera quelle della Campania, bagnate dalle acque non de' fiumi, ma del cielo? In essa abbondanza meravigliosa di frutta; uno sbucciar due volte l’anno di fiori; in essa campagne che danno tre raccolte, nudrendo dopo i semi del verno quelli per la state, e dopo gli estivi gli altri in fine per l’autunno (98). Non mari di più facile accesso: ivi di viti ricoperti i colli, e più che ogni altro il Vesuvio, emulatore delle fiamme etnee (99). Le acque minerali e termali ne innaffiano i lidi, ed il mare vi abbonda di conchiglie e pesci squisiti. Ebbe Roma nella Campania il fondo più bello del popolo, v’ebbe il capo del danaro, l’ornamento della pace, il sussidio della guerra, il fondamento de' vettigali, il granaio delle legioni, il sollievo dell'annona (100). Così in somma è ricca di naturali beni, che l’avventurato abitatore può dir con un antico citato da Cicerone: «Qui dove abitiamo non intermette il cielo di risplendere, gli alberi di verdeggiare, di covrirsi di pampini le viti, i rami d’incurvarsi sotto i copiosi frutti, le messi di largheggiare le biade, la natura intera di covrirsi di fiori, di rampollar le sorgenti, di vestirsi d’erbe i prati (101). Ed a questa ancora, più che ad altra regione italica si conviene l’elogio di Lucrezio: Suavi fiori ti da la terra, ti sorridono i piani del mare, e immensa si diffonde la luce nell'azzurro del ciel sereno (102). Né solo i preziosi e invidiabili doni della natura le meritavano il nome di Campania-Felice, ma i ruderi e i monumenti ancora dell'arte antica quello le acquistarono di terra classica. Dalla greca eleganza e dalla magnificenza latina, tutta fu ricoperta di belle magioni, di ville sontuose, di marmorei sepolcri, e di Templi, di Teatri, Anfiteatri, ed altri magnifici pubblici edifizii, i quali, comeché distrutti ed abbattuti dal tempo, da' Barbari, dall'umana avarizia e dalle stesse commozioni della natura, serbano tuttavolta fastose reliquie, d’onde può argomentarsi quello che già furono. Ora di queste magnificenze, di queste grandezze non restano che o scarsi rottami, o sole rimembranze. Molte ancora le ricopre il mare, e tale essendo la potenza della fortuna, possiam dire con Pitagora in Ovidio (103): «O Tempo, che tutto divori, e tu, o invidiosa vecchiezza, tutto struggete, e tutte le cose già dalle lunghe età alterate a poco a poco consumate con una lenta morte. Che alcuna cosa duri alla lunga sotto l’immagine stessa io non crederò: così dall'oro al ferro cadeste, o secoli; così tante volte fu rimutata la fortuna de' luoghi». Ma da quello che già fu tutto insieme la felice Campania, passiamo alla descrizione delle sue parti, a quella delle città chi vi sorsero da tempi molto remoti dalla memoria degli uomini.

III. – 1. SINUESSA (Σινόεσσα, Sinuessa).

Era questa la prima città campana che a IX miglia da Minturna incontrava sulla spiaggia e nel corso della Via Appia chi dall'antica regione degli Ausoni, o dal Nuovo Lazio, passava a questa regione (104). Strabone e Plinio la descrivono come l’ultima città del Nuovo Lazio; ma Polibio e lo stesso geografo latino in un altro luogo della sua storia la riconobbero nella Campania (105). Sin dopo la metà del V secolo di Roma, quando era forse ridotta a pochi abitatori, serbò l’antico nome di Sinope, essendo poi detta Sinuessa dalla romana colonia spedita nel suo agro (106), comeché il nuovo nome non fosse che una traduzione dell'antico, il quale accennava alla curvità del seno vescino, sul quale era posta (107). Senza la rimembranza delle celebri viti aminee del prossimo agro Falerno (108) non conosceremmo l’origine pelasgica di questa città, perciocché gli Aminei furono popoli della Tessaglia (109), ed è già

noto da Dionigi d’Alicarnasso e da altri antichi che i Pelasgi Testali furono tra' più antichi popoli che passarono ad abitare l’Italia (110). Altre testimonianze ancora concorrono a mostrarci la detta origine, di già notata da dotti scrittori (111). Diodoro Sicolo parla de' Tespiadi espulsi dalla Sardegna, i quali si stabilirono nella regione prossima alla Cumana (112), originarli al certo della città di Tespia nella Tessaglia, e fondatori di due altre città del nome stesso nella Beozia e nella Sardegna (113). I autografi contano ancora Sinope nella genealogia delle Tespiadi figlie di Asopo, personificazione chiarissima delle città tessale (114). E là diversa etimologia del nome di questa città addotta da Ecateo, dalla voce sanapae (ebrii) de' Traci (115), conferma ancora l’origine stessa, dappoiché suol darsi Pelasgi un’origine trace, od almeno tra le altre regioni abitarono anche la Tracia. Il nome in fine di questa città campana ci ricorda la Ninfa Sinoessa nudrice di Nettuno (116), noto nume de' Pelasgi, al quale è sacro il cavallo nelle medaglie di Larissa (117); talché il nome di Sinuessa non parrebbe veramente da attribuire alla colonia romana, come scrive Livio, ma antico del pari come quello stesso di Sinope.

Nel 456 di Roma, allorché una colonia vi fu stabilita per difendere da' Sanniti quel tratto di paese, questa città era già distrutta, perché gli storici dicono la colonia dedotta nell'agro di Vescia (118), distrutta anch’essa, come abbiamo già detto, 16 anni prima (119). Fu allora che Sinope risorse dalle sue rovine col nome di Sinuessa. Senza sorprendersi da Annibale, perché forte e ben difesa, ne devastò solo l’agro nel 535, quando opponevasi a Fabio (120); e nel gran pericolo di quella guerra, senza aversi riguardo al dritto di esenzione che vantavano come coloni marittimi, furono i Sinuessani costretti ad arrotarsi come gli abitatori di altre città italiche poste sulla spiaggia (121). Dell'accrescimento di un’altra colonia parla Frontino, e comeché senza testimonianza, v’è chi l’attribuisce a Cesare (122). Nel 578 fu ornata di opere pubbliche dal Censore Fulvio Fiacco, il quale tra le altre di eoe rabbellì chiuse il Foro di portici e botteghe ed eresse vi tre porte (123). Le quali memorie ci dimostrano in Sinuessa una città non inferiore alle più mediocri della Campania, che la posizione alla marina dové altresì rendere agiata e popolosa. E benché Ovidio non per altro la celebri che per la frequenza di candide colombe (124), raccogliesi lo stesso da alcuni rari monumenti, salvati appena dalle sue rovine. Vedevasi tra queste nello scorso secolo il seguente marmo, che ci da contezza dell'Anfiteatro della città, del quale riedificava il podio un Sesto Cecilio Birroniano:

SEX. CAECILIVS SEX. F. QVIR. BIRRONIANVS SCRIBA LIBRAR

QVAEST. III. DECVRIARVM IIVIR. QVINQVENN. P. C. SINVES.

GRATISSIMIS PODIVM AMPHITHEATRI A SOLO FECIT

Lo storico di Sessa, il quale questa lapida riferisce (125), dice ancora che al suo tempo qualche avanzo rimaneva dell'Anfiteatro, e lo spettacolo gladiatorio dato da L. Papio Pollio a' Coloni Sinuessani, nonché a Cediciani e a’ Papiensi, del quale è memoria in quest’altro marmo che serbasi a piè della torre della Cattedrale di Carinola (126), non fu dato al certo che nell'Anfiteatro di Sinuessa.

L. PAPIVS L. F. TER. POLLIO DVOVIR. L. PAPIO L. F. FAL. PATRI

MVLSVM ET CRVSTVM COLONIS SENVISANIS ET CAEDICIANEIS

OMNIBVS MVNVS GLADIATORIVM CENAM COLONIS SENVISANIS

ET PAPIEIS MONVMENTVM H-S CCIUU 88 EX TESTAMENTO

ARBITRATV L. NOVERCINI L. F. PVB. POLLIONIS

Eravi forse ancora un Tempio sacro a Mercurio Augusto, come fa supporre la seguente epigrafe, posta sopra un’ara votiva, da un veterano dedicata all'Imperatore divinizzato (127):

DEO SANCTO

MERCVRIO AVGVST. SACRVM

M. FVLVIVS FAVSTVS MIL.

VETERANVS EX VOT. D. D.

Ma il più bel monumento scoperto ne' ruderi di questa città è una lapida marmorea col seguente grazioso greco epigramma del poeta Giuniore (128):

ΙΟΥΝΙΩΡΟΣ

Ακταῖς την ὅμορον Σινυήτίσιν Αφρογένειαν

Ξεῖνε, πάλιν πέλαγος βλέψου ανέρχομενην•

Ναοί μοι στίλβουσιν ὑπ᾿ Ηονος ἣν ποτε κόλποις

Δρούσου καὶ γαμετῆς θρεψεν ἄθυρμα δόμος•

Ἐκ δέ τρόπων πειθώ τε καὶ εἶμερον ἔσπασε κείνης

Πᾶς πόπος, εἰς ἱλαρὴν ἄρτιος εὐφροσύνην•

Βάκχου γὰρ κλισίαις με συνέστιον εστεφάνωσεν,

Εἰς ἐμὲ τῶν κυλίκων ὄγκων ἐφελκομένη•

Πηγαὶ δαὺ περὶ πέζαν ἀναβλύζουσι λοετρῶν,

Παῖς ἐμὸς ἃς καίει σὺν πυρὶ νηχόμενος•

Μή με μάτην, ξεῖνοι, παροδέυετε γειτνιόωσαν

Πόντω, καὶ Νύμφαις Κύπριδα, καί Βρομίω•

Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem

Hospes, rursus pelago cerne egredientem.

Templa mihi collucent per Eonem, quam olim sinu

Drusi, et uxoris enutrivit delicium domus.

Morum vero suadela, et desiderium abstraxit illius

Totus locus hilari aptus laetitiae.

Bacchi enim sedibus me contubernalem coronavit,

Ad me calicum tumorem attrahens.

Fontes vero circa pedem scatent lavacrorum,

Quos meus filius urit cum igne natans.

Ne me frustra, hospites, praetereatis vicinam

Mari, et Nymphis Venerem, et Baccho.

Eone, ancella o libertà di Druso ed Antonia, aveva forse i suoi predii su questa marina con qualche sorgente delle termali e celebri acque sinuessane. Per raccomandare al concorso del pubblico i bagni che fecevi costruire, eresse un tempio a Venere, ed oltre agli alberghi, baracche di verdura anche v'innalzava nella stagione estiva, dove trovar si poteva ogni agio e piacere. La stessa dea con tutti questi agi ricorda nell'epigramma i grati lavacri ohe si trovavano sotto il suo tempio, ed Eone anch'essa invita i i passeggieri ad onorare con Ciprigna e Bacco le Ninfe delle salubri acque sinuessane. Il simulacro rappresentava forse Venere in atto di emerger dal mare, perciò detta Anadiomene, o marina.

Dopo il tempo dell'Impero, quando si conservò ancora nella sua floridezza, non si ba di Sinuessa alcun’altra memoria certa; e, comeché non sia noto il tempo, in cui fu distrutta o abbandonata, è malagevole il credere che già lo fosse nel principio della seconda metà del III secolo, come avvisavasi il Pellegrino, il quale non ad Interamna, non a Vescia, sì bene a questa città riferiva il fatto di Plotino che all'Imperatore Gallieno chiedeva nna diroccata città per ordinarvi la repubblica di Platone (129). Sembra adunque che, anziché colle prime irruzioni de' Barbari, fosse venuta a mancare non meno per la infezione delle vicine paludi, che per opera de' Saraceni, i quali per più di 40 anni stettero sul Garigliano, nella lontananza di meno di otto miglia. La città del resto era situata wiV Appio, e nella memoria di chi rispetta il sapere e l’ingegno la rese celebre l’incontro che Orazio nel suo viaggio di Brindisi v’ebbe diVario, Plozio e Virgilio, le più belle e candide anime, dice il poeta, che la terra producesse, a cui veruno più di lui sarebbe mai stato più affetto (130). La Via Appi a, come dimostrano i ruderi, da Minturna tirava dritto alla punta del Massico che si protende alla spiaggia, ed ivi appunto la città era posta, in una piccola pianura e sul seno di mare, d’onde si derivò secondo Strabone il nome di Sinuessa. Colà gli scrittori patrii ricordano le rovine del suo porto, d’onde bene spesso i marinai hanno estratte anticaglie, di un crittoportico, di un nobile acquidotto e di un’arcata; e per ben distinguerla più grandi avanzi ne rimarrebbero, se le pietre tolte da que' ruderi non si fossero adoperate alla costruzione de' ponti sul Garigliano, quando il Viceré Duca di Alcalà apriva su gli avanzi Appio una nuova strada dal detto fiume alla volta di Napoli (131). Di là del detto sito, verso Rocca di Mondragone, che n’è distante due miglia, e che sorse dalle rovine di Sinuessa, sopra un ponte sul Volturno la Via Appia incontravasi con un’altra strada aperta da Domiziano e celebrata da Stazio, la quale incominciando con un arco magnifico, menava per tutte le

2. Acque minerali SINUESSANE

Nell'agro della descritta città rampollano acque minerali, celebri e frequentate presso gli antichi, che col nome le distinguevano di Acque Sinuessane. Perciò Marziale coll'aggiunto di molle distingueva Sinuessa, e con quello di tepente Silio Italico (132). Come efficaci le vanta Plinio a render feconde le donne e a sanare la pazzia degli uomini (133), ed a questa seconda e più incredibile qualità allude anche Marziale nel suo epigramma a Filostrato (134). Con più di giudizio ne parlava Strabone, dicendo solo che i caldi bagni (θερμά λουτά) di queste acque erane opportuni a certi malori (135), che sarebbero i cutanei e quelli de' nervi secondo i moderni. Sorgono queste acque in più luoghi alla base del monte Cicala, ch’è una collina del Massico, dove ora si dice la Torre de' Bugni, ed altre cinque sorgenti se ne incontrano poco lungi, alquanto più verso l’ovest. Sono sature di gas idrogene solforato, ma non più conservano il grado di calore di una volta (136). Vi si recava Claudio Imperatore per riaversi dal suo malore, e vi moriva avvelenato da Agrippina, da Locusta e dal medico Senofonte (137); vi moriva tra gl'infami amplessi delle sue concubine l’infame Sofonio Tigellino, il celebre favorito di Nerone, segandosi con un rasojo la gola (138). Ora sono affatto abbandonate; ma si frequentarono nel medioevo, quando erano note sotto il nome di Caldane (139). Sulle rovine delle antiche terme riedificava questi bagni sinuessani il duca di Sessa Consalvo di Cordova, ed un marmoreo trofeo v’innalzava alla memoria dell'avolo (140), il gran Capitano, il quale vinceva i Francesi alle sponde del Liri.

3. PETRINO e Villa di LEPTA

Di sopra a Sinuessa sorgeva presso la Via Appio, il villaggio di questo nome, del quale ignota è l’origine e l’etimologia. Perché era posto dappresso alla detta città, Orazio lo rammenta col nome di Petrino Sinuessano (141); e, comeché incerto fosse lo Scoliaste del poeta, se un monte fosse stato, oppure un campo nelle vicinanze della città detta, tutta la probabilità vi è di crederlo piuttosto un villaggio, dal quale pigliò nome anche l’amena villa di Lepta, amico di Cicerone (142). E tale probabilità si fa maggiore al considerare che ivi presso era un tempio dedicato a Venere Felice, come già dimostrarono e le rovine del tempio e la seguente lapida:

VENERI

FELICI

.... C

... HYLA...

NIAE LIB

…….STA….

…………………….

VOTVM SOL

Il tempio, scoverto ne' principii dello scorso secolo, era di forma rotonda e bene adorno di marmi; e lo stesso simulacro della dea vi si rinvenne con un’altra tavoletta votiva, sulla quale, oltre le lettere IA EX V. FEC., vedevasi parte del corpo d’una donna prostesa con a lato una ghirlanda di fiori. Il luogo è detto anche oggidì alla Fenolo, alterazione di Ad Fenerem. Un’antica carta di donazione di Riccardo Principe di Capoa ricorda la Villa Petrina, e non solo da essa è noto che tuttavia sussisteva nel secolo XI, ma ch’era posta altresì verso il mare presso Mondragone (143), e propriamente nel colle appiè del monte Massico, dove ne rimangon gli avanzi.

4. Monte MASSICO (Massicus mons)

Dalle alture di Sessa estendesi il Massico nella direzione del nord al sud; ma, incurvandosi quasi nel suo mezzo alquanto verso l’ovest, riprende all'est la sua direzione al mezzodì. Diviso in apparenza dall'Appennino, è circoscritto dal piano di Carinola e da quelli, ove già furono Minturna e Sinuessa. Le vulcaniche eruzioni ài Rocca Monfina che ne copersero la comunicazione co' prossimi gioghi, tagliarono, a così dire, il monte in due parti, in quello di Camino al nord, e nel Massico propriamente detto al sud, noto ancora sotto il volgar nome di Monte Maggiore. Lungo nel suo dorso circa dieci miglia, si protende in diversi risalti, e più notabili sono quelli della parte meridionale. È formato dalla solita calcarea della vicina regione montuosa, in più luoghi a strati orizzontali, in altri inclinati, senza impronte di corpi marini. Abbonda bensì di stalattiti calcaree, di venature spatose, nonché di marna argillosa, massime presso Cascano, d’onde si cava ad uso di stoviglie che si lavorano nel detto villaggio. Vi sono frequenti, soprattutto verso Mondragone, be'marmi calcarei, adoperati nel real palagio di Caserta, nonché pezzi di alabastro di svariati colori. Abbonda ancora di solfato di calce, noto a' naturali sotto il nome di stucco, e si rinviene così all'ovest verso Sessa, come nelloppostó lato presso Casanova. Non più vi sono le mefitiche esalazioni che vi notano Plinio ed i patrii scrittori de' passati secoli (144). Sonovi ancora non poche grotte, e celebre e più grande tra queste è quella detta di S. Marcellino, dove un concilio si ragunava, come è fama, di 300 Vescovi nel III secolo. Tra le falde de' nostri monti, ove sì rigogliosa e ricca mostrasi da per tutto la natura, quelle si distinsero del Massico, attrici una volta di generosi vini celebrati da' poeti, e per. lutti basta ricordare la testimonianza di Silio Italico, che descrive il Massico come lieto di campi vitiferi (145). Perché molto si protende verso il mare, i PelasgiTessali che ne abitarono le vicinanze, con questo nome lo distinsero, dal greco μαββων, quanto a dire più lungo, o maggiore, denominazione che anche oggidì ritiene, come abbiam detto, e questa semplice etimologia non notata da alcuno, mi conferma nel credere che nel greco, più che in altri idiomi, è da. rinvenire la derivazione de' nomi di molti luoghi delle nostre contrade, che spiegar non si possono colla lingua latina. Da questo monte principiava il celebre Agro Falerno, e però col nome stesso di Falerno, comeché inesattamente, fu distinto da alcuni antichi (146).

5. CEDIA (Caedia)

Dì qua di Sinuessa dal solo Plinio ricordasi Cedia (147), mediocre borgata, soggetta per avventura alla detta città. E memoria de' Cediciani che l’abitavano anche nell'addotta lapida sinuessana posta a L. Papio (148), né più oltre ne sappiamo, essendo affatto ignoto d’onde, o da chi prendesse il nome, e quando distrutta, o abbandonata. Verso Falciano, casale di Carinola, alla sinistra AAVAppia, si veggono vestigi di fabbriche antiche, ed ivi e nelle vicinanze si scoprivano nello scorso secolo antichi marmi, vasi, iscrizioni e medaglie (149), che molto probabilmente appartennero all'antica Cedia.

6. Alberghi CEDIZII (Caeditiae Tabernae)

Presso la descritta borgata, ed a quattro miglia da Sinuessa, come scrive l’Holstein (150), erano i pubblici Alberghi detti Cedizii. Festo che ne parla, dice che pigliarono il nome dal possessore (151); ma si denominarono piuttosto da Cedia, senza che del resto sia noto se s’incontravano prima o dopo di questa borgata sulla Via Appia. Se anzi che delle pertinenze di Cedia, intenderemo di questi Alberghi Cedizii la testimonianza del Cronista Volturnense, il quale Caldane de Celùiis nomina, come abbiam detto, le celebri Acque Sinuessane (152), egli sembra che ne' susseguenti tempi siavi cresciuto intorno un villaggio, del quale altra memoria aon è nella storia al di là del secolo X.

7. PAPIA (Papia)

Nella stessa riferita lapida di Sinuessa si ha memoria de' Papii, abitatori, come è da credere, di un piccol castello o villaggio nelle vicinanze di Sinuessa. Sono essi nominati unitamente a' coloni romani stabiliti nell'agro di questa città, e sembra che il nome prendessero da qualche insigne personaggio della famiglia Papia, conduttore e patrono della colonia, nel tempo stesso, o dopo quella della città detta. Certo è che furono cari a L. Papio Politone, del quale nel marmo si parla, per aver loro lasciato in testamento 12,000 sesterzii (153); il quale, poiché nell'epigrafe è detto della tribù FALERINA, si può forse considerare come qualcuno de' patroni di que' Plebei, ai quali nel 413 fu diviso il vicino agro Falerno, e secondo questa ipotesi il villaggio di Papia potè avere un’origine più antica. Si è creduto del resto che questo villaggio sorgesse di là di Sinuessa, a breve distanza dal mare ed a cinque miglia dal Liri, nel luogo detto il capo di Pappala, ch'è vicino al casale di Quintola (154). Presso la distrutta chiesa di questo casale si lesse la seguente lapida:

L. PAPI. L. L.

TABVLARI

------------------

O. H. S. S.

ed il liberto L. Papio Tabulario, al quale fu posta, confermerebbe la conghiettura che così la gente Papia in questa contrada, come la borgata che vi abitava, prendessero il nome da qualche illustre cittadino romano, qui primamente venuto colla colonia de' Plebei nel detto anno 413.

8. Agro e Vico FAUSTIANO

Lodando Plinio i vini che nell'aro Falerno si producevano, quelli celebra soprattutto dell'Agro Faustiano, così detto dal villaggio del medesimo nome. Era questo villaggio presso Cedia a sei miglia antiche da Sinuessa (155), edificato su' due lati della Via Appia, a giudicarne dal vero significato e dall'etimologia di visus (156). I generosi e nobili vini razzesi che nascono dintorno a Falciano alle falde del Massico, fanno supporre ch’ivi già fosse l’Agro Faustiano, e che in quel casale stesso di Carinola, da cui dista 3 miglia, abbiasi ancora a riconoscere l’antico villaggio, noto per la sola testimonianza di Plinio. Non vi mancano in fatti antiche rovine, a cui da' paesani si da il volgar nome di Villa, e tra queste si scoprivano è già tempo titoli sepolcrali, de' quali appena sopravanza una monca parte del seguente (157):

…….. S. CAVIT NEQVE……...

……...ET SVORVM……..

…...VTI NEQVE IN FVND…….

....SEPELIRI QUEANT……..

NEQVE HOC MONVM…….

9. Colli AMINEI

Non solo l’Agro Faustiano di già descritto, non solo l’Agro Statano e ’I Falerno che or ora descriveremo, dobbiam credere piantati in remotissimi tempi delle rinomate viti aminee da Pelasgi-Tessali che in queste contrade si trasferirono, ma ancora le stesse falde e colline del Massico, d’onde principiava, come diremo, l’Agro Falerno. E questi furono i colli che in origine, io credo, ottennero il nome di Aminei da' detti popoli, comeché in seguito col nome stesso anche gli altri si dinotassero che sono intorno di Napoli e del Vesuvio, piantati del pari di quelle viti col diramarsi degli stessi popoli nella Campania. Senza mentovare i colli, Macrobio parla delle uve che vi nascevano, nonché de' popoli che ve le propagarono (158), ed uno Scoliaste ci ha serbata l’importante notizia che furono i Tessali, i quali ne recarono le vili in Italia (159). Or qual ragione avevasi il Martorelli d’incolpare il Pellegrino di confondere Tessali, Pelasgi ed Aminei, i quali da colli diventano popoli, e colli erranti da giugnere sino al Vesuvio? Non è forse questa l’autorità di Galeno, che il Martorelli seguita? ed aggiugnendo, o sottintendendo colles dopo Aminei, come egli vorrebbe, nel passo di Macrobio, non si può lui più gravemente accusare di fare scomparire i colli, che tuttavia vi sono e vi saranno? Galeno dice che il celebre vino Amineo producevasi nelle ville e ne' colli prossimi a Napoli (160), e potè bene supporre lo storico della Campania che parlasse delle falde del Vesuvio, come il Martorelli supponeva che intendesse l’amena colle di Posilipo (161); e senza né contrastare né seguire alla lettera l’autorità del dotto medico di Pergamo, il quale in Ateneo dice ancora che il vino Massico (lo stesso chiaramente che l’Amineo ed il Falerno) nasceva ne' luoghi intorno di Cuma (162), città che dal Massico era più miglia lontana, non crediamo nemmeno col citato critico all'autorità di Macrobio contraria quella di Virgilio, e che il vino amineo distinguesse dal Falerno, dappoiché le celle falerne che rammenta colle viti aminee (163), nella mente del poeta, conosciuto sì dotto nell'archeologia, si riferiscono piuttosto a' luoghi, all'agro in cui il celebre vino si produceva. Da una lapida di Petilia nella Magna Grecia (164) apprendiamo del resto quanto nelle nostre regioni si diffondesse per mezzo de' Greci la coltivazione delle viti aminee, le sole che in remotissimi tempi si conoscevano in Italia, e che fecondissime oltre ogni credere, davano in ogni luogo vini generosissimi (165).

10. Agro STATANO

Contiguo allegro Falerno era l’altro detto Statano, onde prendeva nome un vino nobilissimo, il quale vinceva in eccellenza tutti gli altri de' vicini luoghi e de lontani, il Falerno, il Faustiano, e quello del Gauro verso Baja e Puteoli (166). Una pari rinomanza danno a questo vino Ateneo e Strabone (167); ma egli è malagevole il determinare la precisa situazione dell'agro che producevalo, e sconosciuta è del pari la ragione della sua denominazione, se non si dirà che vennegli imposto da' Tirreni che presso il Lago di Mezzano abitarono Statonia (168) nell'Etruria mediterranea.

11. FORO CLAUDIO (Forum Claudii)

Rimpetto al miglio VIII da Sinuessa, ed a 2 miglia circa dalla Via Appia sorgeva a sinistra Foro Claudio (169). Non essendo noto se in origine fosse stata qualche borgata di diverso nome, non par dubbio che sotto i Romani si denominò da un qualcuno della gente Claudia. E ben dovè essere di qualche considerazione e grandezza, perché ne' tempi cristiani fu sede vescovile, la quale vi durò sino alla fine del secolo XI, quando il S. Vescovo Bernardo la detta sede trasferiva a Carinola. Lontano da questa città due miglia fu Foro Claudio nella regia strada che mena a Roma ed a Napoli (170), ed all'indicata distanza in una pianura tuttavia ne restano le rovine col volgar nome di Civita rotta, ove si vede un bell'avanzo di chiesa longobardica con affreschi di que' tempi (171), tra' l villaggio di Ventaroli e la così delta montagna spaccata.

12. Ponte CAMPANO

Dopo il miglio IX da Sinuessa, secondo l’Itinerario Gerosolimitano (172), o più veramente dopo il miglio VIII, secondo un’antica colonnetta miliare, la Via Appia passava sul Ponte Campano il piccol fiume Savone, per dirigersi verso di Capua. Poiché Orazio parla di questo ponte, dové essere ivi costrutto sin dal primo aprimento di quella celebre Via; né fu distinto con quel nome, perché era quasi al principio della Campania, sì bene perché dopo breve viaggio incontravasi Capua, alla chi volta partitasi il poeta co' celebri suoi amici, dopo essersi fermati in un villaggetto prossimo al detto ponte (173). Il quale, distrutto da secoli, la delta colonnetta spezzata con intorno alcune militari insegne e la cifra VIII sulle appena leggibili parole IMP. CAESAR, dimostra che non era lungi dal luogo dello Molino de' Monaci, a cinque miglia da Carinola, e si riconosce in fatti nel così detto Porto di Sua, dove se ne scopersero i vestigi nel 1815, nel fabbricarsi un altro ponte a breve distanza (174). Alcuni titoli sepolcrali ivi presso discoperti dimostrano ancora che non lontano era del paci il villaggio, quello stesso per avventura di S. Giovanni, detto a ponte Campano nel medio evo (175), o vuoi anche quello che or dicesi Ciambrisco.

13. Fiume SAVONE (Savo fluvius)

Di qua dell’antico agro di Sinuessa sbocca nel mare il piccol fiume Savone (176), detto pigro da Stazio, perché dividendosi presso alla foce in più canali, e dilatandosi in varie paludi e stagnanti bacini, mancagli il rapido corso degli altri fiumi (177). Dal sito detto le Caldarelle, tra l’Agnena e le falde de' vicini monti, scaturisce in piccole fonti questo fiumicello vicino di Assono di qua di Riardo, le acque accogliendo della china orientale e meridionale del monte di Rocca Monfina. Accrescendosi del detto rivolo, ed a mano a mano ingrossandosi di altri piccoli influenti, scorre tra Calvi e Teano, di cui forma i confini; e passando poscia tra Montanaro, Francolise, Ciambrisco e pel detto Porto di Sua, mette nel mare tra le rovine di Sinuessa e la foce del Volturno. Non ha mancato lo storico di Calvi di notare l’identità de' nomi di questo fiumicello e di quello che bagna la Liguria, avvisandosi che entrambi avessero il nome da' Fenicj, o dagli Etruschi (178); ma furono piuttosto i Pelasgi-Tirreni che così li nominarono, perché abitarono le due regioni, e come dall’Opicia occidentale scacciarono gli Aurunci, dalla Liguria espulsero i primitivi abitatori Liguri, che Licofrone dice progenie de' Giganti Sitonii, e che meno poeticamente diremo derivati dalla Tracia (179).

14. Agro FALERNO (Falernus ager)

Alla sinistra di chi dal Ponte Campano muove alla volta di Urbana comincia, dice Plinio, l’agro Falerno (180). Livio lo estende dalla selva di Vescia a Casilino, o al Volturno (181); così che egli sembra che da una parte fosse limitalo da questo fiume, dall'altra dal Savane, e che distendendosi verso la spiaggia, tutta la contrada abbracciasse, dove già furono Urbana, Foro Popilio e Larissa (182). Posseduto una volta dagli Aurunci, a questi popoli lo tolsero i Pelasgi (183), che gl'imposero il nome, e che altre città abitarono con nomi analoghi in Grecia e in Italia (184). Dal dominio Pelasgi passò a quello de' Campani e poscia de' Romani, che lo divisero a' Plebei nel 413, fondandovi una colonia (185). La quale, se non ne fu sturbata nel possesso, fu soggetta nondimeno alle incursioni de' Sanniti nel 448 (186), agl'incendii ed alla devastazione de' Cartaginesi nel 535 (187). I Pelasgi-Aminei della Tessaglia tutto lo piantarono di viti, e gli antichi lodano a gara la fecondità, i vini e i frutteti di quest’agro (188), che i moderni topografi rinvengono a sinistra dell’Appia tra il Savone, il monte Callicola e Calvi, ch'è quanto dire dal così detto Porto di Sua per tutta la contrada ove sono i casali di Nocelleto, Pizzone, Francolise, Sparanisi e Falciano, e di là per le radici del Massico giugneva a Casanova di Carinola. Disteso in forma di triangolo da' dintorni di Sinuessa sin presso Casilino, molto ampi ne. furono i confini, poiché tra luna città e l’altra non passò una distanza minore di XXI miglia antiche (189).

15. Campo STELLATE (Stellatis Campus)

Confinante all'agro Falerno dalla parte di mezzodì, stendevasi il Campo Stellate a destra della Via Appia, per coloro che da Roma movevano alla volta della Campania; ed arrivando a Casilino, di là lungo il Volturno giugneva alla spiaggia, e pel lido del Savone terminava al Ponte Campano (190). Il nome di questo celebre Campo ci dimostra come il vicino Agro Falerno il passaggio de' Pelasgi Tirreni dall'Etruria meridionale nelle contrade di qua ' del Liri, dappoiché presso la città di Capena, a cinque miglia dal monte Soratte e quasi altrettanto dal Tevere, nel luogo ora detto Civitucula (191), un campo del nome stesso ci ricorda l’antica geografia, dal quale partiti i Toscani, dice Festo, al campo della Campania imposero il nome (192); e così l’uno, come l’altro furono così detti perché fertilissimi e lieti di pascoli (193). Una incursione vi fecero i Sanniti nella seconda guerra, e vi furono combattuti e vinti nel 447 (194). Annibale vi rimase chiuso nel 535, allorché pe’ gioghi del Callicola avendo dal Sannio penetrato nella Campania, per errore di chi guidavaio, in vece di Casino, fa condotto a Casilino (195). E ben noto da Cicerone il consiglio del Tribuno P. Servilio Rullo di dividere questo campo nel 689 con quello di Capua a' coloni Romani, e che l’Oratore con tanta eloquenza dissuadeva all'entrare nel suo primo consolato (196). Ma quello che non riusciva a Rullo, fu fatto da Cesare; il quale collo stesso Agro Campano divise il Campo Stellate a 20,000 cittadini Romani, essendo già prima destinato agli usi pubblici di Roma, e però consecrato da' maggiori detto da Svetonio (197). Questo antico e celebre campo corrisponde a quello che oggidì si nomina Mozzone a 3 miglia da Capua,campo piano ed erboso, dove è fama che spontanee crescessero le rose (198). Forse di egual grandezza del Falerno, poiché Rullo volevate diviso a 5000 coloni, dandone a ciascuno 12 jugeri,faceva almeno la somma di jugeri 60,000, o delle moggia napoletane oltre a 44,000 (199).

16. URBANA (Urbana)

Dopo altre III miglia antiche seguiva sul corso stesso della. Via Appia la piccola città, o borgata col nome di Urbana (200). E detta da Plinio colonia di Silla; e sebbene per la vicinanza dell'aro Falerno e delle altre città qui fondate da' Pelasgi, lo storico della Campania la primitiva origine ne attribuisca a questi popoli (201), pure con più di verisimiglianza si può credere edificata da' Plebei romani, a' quali fu diviso l’Agro Falerno nel 413, dappoiché il di lei nome fa risovvenire Roma, o la città (Urbs) per eccellenza. Da che del resto per ordine del Dittatore L. Silla vi fu spedita una colonia non andò guari e fu aggregata all'ultima colonia di Capua (202), dedotta sotto Nerone (203), e fu allora, come sostiene il Mazocchi, che perdendo il nome di colonia, dové nominarsi prefettura. Ma non altrimenti che colonia trovasi nominata quasi un secolo dopo, come ci dimostra il seguente marmo, posto ad un C. Vibulo Labeone, decurione di essa colonia nel 156 dell'era volgare, il quale dové repristinare il corso del fiumicello Savone e del rivolo che corre nell'agro che fu di Urbana (204):

C. VIBVLVS C. F. STEL

LABEO

PRAEF. ALIM. ET. DECVR

COL. VRBAN

AQVAR. CVRSVS REST

EX S. C.

M. SILVANO ET

AVGVRINO COS

Questa lapida fu scoperta presso a' così detti Molini de Monaci, nelle cui vicinanze sorgeva Urbana, nel IX secolo distrutta forse da' Saraceni.

17. FORO POPILIO (Forum Popilii)

Sorgeva prima di Capua la città, o grossa borgata di questo nome (205), de' cui abitatori fece menzione anche Plinio, soggiugnendo eli erano nell'agro Falerno, per distinguerli da quelli che abitavano un luogo omonimo nella Lucania. Egli nominavali Foropopuliensi (206); ma, perché il Foro, o luogo di mercato, intorno al quale crebbe il paese, sembra così detto da un Popilio, e ne rimangono esempi analoghi nell'antica geografia d’Italia, stimiamo erronea nel geografo, del pari che in Frontino, la denominazione colla quale il primo accennò i popoli, e l’altro il luogo che abitavano, cioè Forum populi (207). Da Dionigi è ricordato col nome di Αγορα Ποπιλία (208), e nell'unica lapida che ne rimase con quello di Civitas Foropopiliensium. Il suo agro del resto dové esser diviso, come raccogliesi da Frontino, ad una colonia romana, ed a quella stessa per avventura de Plebei, a' quali fu dato l’agro Falerno, né altro ne è noto, se non che fioriva tuttavia nella seconda metà del IV secolo, allorché eresse una statua ad un Caio Minucio Eterio colla seguente rozza e scorretta lapida (209):

C. MINVCIO AETERIO SEN, INDVSTRIO VIRO

CVNCTVS POPVLVS CIVITATIS FOROPOPILIENSIVM

LABORIBVS TVIS PATRIAE NOSTRAE GENETALIS INDICAT

MAIOREM HONOREM DIGNVS CVRIAE ET POPVLI

PATRONVS FILIOS PRIMOS IN ORDINE NEPOTES

DIEM MAGISTRATVOS IVRI VENIAM ACCEPISTI

TIBI DIGNO PATRONO VNITVS POPVLVS VNA CVM

LIBERIS NOSTRIS STATVAM LOCO CELEBERRIMO

PATRIAE NOSTRAE PONENDAM CENSVERVNT

Non essendo Foro Popilio segnato in alcuno degl'Itinerarii, era fuori della Via Appia, e però credesi che sorgesse verso il Volturno al nord di questa grande strada, poco lungi dal ponte di Riopersico, nel luogo detto Campo delle pietre (210), dove ruderi si sono già osservati di antiche mura, di marmi, colonne ed altre anticaglie.

18. LARISSA (Λάρισσα, Larissa)

Non lontano da Foro Popilio sorgeva un tempo Larissa, città antichissima, fondata da' Pelasgi allorché in questa regione si stabilirono, e che dalla loro metropoli nel Peloponneso denominarono (211). Senza parlare di questa Larissa nell'Opicia, gli antichi geografi e storici ricordano altre XI città dello stesso nome, sparse nelle diverse regioni occupate da' detti popoli (212); talché, anche senza la notizia di Dionigi, il nome solo basterebbe ad indicarci l’origine pelasgica di questa dodicesima Larissa. L’antica geografia non pochi esempi ci porge di simili omonimie, e ci dimostra insieme che dalla madre patria si derivavano, principio comune, come abbiam detto, a quasi tutti i popoli nel trapiantarsi d’uno in altro luogo colle loro colonie (213). Ed il Pellegrino giudiziosamente osserva che i Pelasgi imponendo a questa loro città il nome della loro originai metropoli, il costume stesso ebbero a ritenere dovunque altre ne edificarono; per modo che dopo due interi secoli, ne' quali stettero nella Tessaglia, né la memoria, né l’amore dell’antichissima patria dimenticarono (214). Dice del resto Dionigi che Larissa era già distrutta da gran tempo, e che non presentava nella sua età altro segno più manifesto che il nome, non essendo neppur questo noto a moltissimi; il che ci da una bella pruova della dottrina e della diligenza di questo storico in comparazione degli storici e geografi latini, i quali né de' Pelasgi, né delle città eh edificarono in Italia ci lasciarono ricordanza, se qualche fuggevole memoria ne eccettui in Varrone, Plinio e Macrobio. Quanto al di lei sito, dobbiamo esser paghi di sapere che fu a breve distanza da Foro Popilio verso la città di Capua, né so perché un dotto critico la credesse fondata sul Liri (215); giacché, se fu alla sponda di un fiume, creder si dovrebbe piuttosto in sulla riva del Volturno.

19. Monte CALLICOLA

Confinava questo monte, come abbiam detto, la Campania dalla parte del Sannio. Greco ne fu il nome, abbreviato da Καλλικολώνη, come si nominò un colle presso il Simoente (216), né altro dinotò che bella od amena collina, e ciò dimostra gli abitatori greci di questa contrada, e quelli propriamente della prossima città di Calc± se non i Pelasgi-Tessali del più lontano Agro Falerno. Che si nominasse ancora Trchiano dalla città di Trebula posta alle sue falde, abbiam detto essere un errore degli scrittori, i quali non riconoscendo il monte Eribiano, mentovato da Polibio nel Sannio, il detto nome stimarono di emendare in Trebiano o Trebulano (217). Lasciando stare le opinioni di alcuni topografi, è da riconoscere il Callicola nell'alto e ripido monte che dal nord di Calvi distendesi tra altri colli minori verso il sud insino al Volturno, che divideva all'est l antico Agro Calcito da quello di Trebula (218). Benché nel suo principio verso Pìetramelara sia molto erto e scabroso, abbassandosi nondimeno in una vallata, da Rocchetta si allunga fino a Triflisco in una catena di amene colline, e però ben gli fu imposto il greco nome di Callicola. Il Volturno lo divide da’ monti Tifati, e da' villaggi edificati alle sue falde prende all'ovest i diversi nomi di monte della Rocchetta, di Giano, di Pastorano, di Camigliano, e all'est è detto monte di Formicola. Del resto degno di memoria nella nostra antica topografia è questo monte per lo stratagemma di Annibale de' sarmenti accesi alle corna di 2000 buoi, col quale impaurì e fugò le romane milizie che sotto il Console Fabio ne custodivano le gole contro i Cartaginesi (219); e facendo passare Annibale pe’ malagevoli stretti di questo monte dalla parte di Rocchetta, e poi costeggiare i monti, alle cui falde sono i casali di Petrulo, Zuni e Visciano, egli è probabile che pepiani di Sparanise, Francolise, Ciambrisco e S. Andrea del Pizzone, fosse sceso nel Campo Stellate, dove egli giugneva, secondo Livio, dall'aro Caleno (220).

20. TREBULA (Τρίβολα, Trebula)

A cinque miglia circa al nordest di Foro Popilio sorgeva Trebula, alle falde del monte Callicola, Plinio coll'aggiunto di Baliniensi (221) ne distingue gli abitatori da quelli di due altre città omonime ch'erano nella Sabina, cognominate Mutusca e Suffena (222), benché non da bagni che avesse, sì bene dalle perenni sorgenti che scaturiscono alle falde dell'alto e vicino monte Frigento è da credere che ottenesse la detta denominazione. Non poco disputano i patrii topografi se appartenne al Sannio o alla Campania; ma, senza contrastare alle due opposte opinioni, è da osservare che fu ne' confini delle due regioni, e che ne' tempi romani andò compresa nella Campania, dove in fatti con Plinio la situa Tolomeo, cioè tra Foro Popilio e Casilino (223). Essendone del resto identico il nome alle mentovate città sabine, ho per fermo che sia da annoverare tra le prime città che i Sanniti diramatisi Sabini edificarono quando cominciarono a dilatarsi nell’Opicia, imponendole il nome della madre patria, la quale sembrami Trebula Mutusca, o l’odierno Monteleone della Leonessa (224), che sovrasta, come questa, ad un’umida e fredda valle (225); e quest’altra singolare analogia di nomi spiegata dalla storia ci dimostra che, anziché fortuita, è da giudicarla necessaria quando la incontriamo nell'antica geografia.

Ma non si ha di Trebula una memoria storica anteriore al 537, allorché per forza dovè darsi ad Annibale, e per forza fu poi ripresa con altre città vicine da Fabio Massimo 6). Frontino la ricorda come colonia (226); ma sconosciuto ne è il tempo, se pur non vorrà dirsi che fu non molto dopo dell'espugnazione del Console romano, in pena dell'essersi data a' Cartaginesi. Ma più probabile mente vi fu spedita da Augusto, e che fosse stata militare si raccoglie dal seguente monco marmo, scoperto nelle vicinanze di Formicola (227):

COLONIS TREBVLANIS

MIL. DISTRIB…...

…... QVIB. PRO…...

.....SING. ETIAM…...

Sotto l’Impero fu di qualche importanza, per esservi stato un collegio di Augustali, e memoria ne serbano le due seguenti mutile iscrizioni, le quali, scolpite sulla stessa pietra, si leggono presso alla chiesa del villaggio di Treglie (228), sorto dalle sue rovine:

A. RVFRIVS. TIAMLI...

A. RVFRIVS. ELEO....

AVGVSTALES

L. D. D. D.

ET. DEDICATIONE. E....

DECVRIONIBVS. H. S. N.

AVGVSTALIBVS. H. S. N.

ORVLO. H. S. N. IIII DEDERVNT

Abbattuta forse pel gran tremuoto che avvenne nel consolato di Amanzio ed Albino, e che danneggiò molto, se non diroccò, non poche città di questa regione nel 345 dell'era volgare (229), non se ne ha notizia oltre del III secolo, quando i Trebulani posero una lapida a C. Giulio Donato Giuliano, Consolare della Campania (230); ed egli sembra che venisse a mancare con Capua non prima del IX secolo. Rinomata pe’ vini generosi (231), i suoi sepolcri hanno anche dato pregiati vasi, ora nel R. Museo; e questo è quanto può dirsi di Trebula i cui ruderi si veggono a piè di un'erta collina, a due miglia da Formicola, e sulla vetta le rovinate mura della sua rocca. In un angolo delle muraglie che la cingevano, di pietre piane senza cemento, accanto alla via è un gran masso di fabbrica, e nel sottostante terreno, tutto sparso di antichi rottami, un rovinato edilizio, che allo storico di Allife parve il sepolcro di qualche illustre personaggio, a giudicarne dalla bella statua a quelle rovine una volta appoggiata, e scavata ivi presso. Scorre daccanto a queste rovine un torrente, sul quale si veggono gli avanzi di un ponte; sopra di questo dall'opposta collina un acquidotto conduceva l’acqua alla città, e per canali di pietra correva in giù quasi insino Formicola, dove giugner ne dovevano le abitazioni e i sobborghi, giacché per un altro ponte, quasi a vista di Formicola, l’acqua dell'acquidotto ripassava il torrente (232).

21. VENAFRO (Οὐέναφρον, Venafrum)

Nell'estrema parte della regione verso il nord, dove confinava con quella de' Volsci, a XVI miglia antiche da Casino sorgeva Venafro (233), in più alto sito della città odierna. Benché molto dappresso bagnavano l’agro il Volturno ivi appunto dove volge all'est il suo corso, non può dirsi, secondo il Cluverio, colla testimonianza di Strabone, ch’era alle due sponde del fiume, perché altrove il geografo dice chiaramente che scorreva appiè della collina, sulla quale era posta (234). Essendo ne' confini de Volsci e de' Sanniti, disputano i patrii topografi se gli uni o gli altri l’avessero in origine edificata; ma, per non esservene testimonianza nella storia, colla più nota geografia la descriviamo nella Campania (235). Che preesistesse ancora al dominio di questi popoli parrebbe dimostrarlo la tradizione che la fondasse Diomede (236), se questa tradizione spieghiamo col culto che vi fu propagato di questo nume archegete delle greche colonie dell’Etolia. Lasciando stare alcune molto volgari etimologie (237), sconosciuta ne è la ragione del nome; ma considerando l’affinità degli antichissimi dialetti italici, lo deriverei da VMEN-APRVPH, che nelle Tavole Eugubine leggiamo per omne ed aper (238), d’onde Venapruph, e quindi Venafrum, a cagione de' molti cinghiali de' suoi boschi, i quali più che ne tempi a noi vicini abbondar vi dovevano negli antichi. Ma, una notizia più remota del 535 non ci rimane di Venafro, quando con altre città nostre accrebbe le romane milizie colla sua bellicosa gioventù per la guerra contro Annibale ne' malaugurati piani di Canne (239). Datasi poscia, come è da credere, a Cartaginesi, fu ridotta con altre città campane alla condizione di Prefettura (240). Presidiata da' Romani nella guerra sociale, fu presa a tradimento da Mario Egnazio, uno de' duci degl'Italici confederati, il quale due coorti vi passò a fil di spada (241); ed ottenuto dopo questa guerra come le altre città il dritto della cittadinanza romana (242), allora forse furono ascritti i suoi cittadini alla tribù TERENTINA, alla quale, come gli Atinati, le lapide ci mostrano aggregati i Venafrani (243). Una medaglia di bronzo a questa città attribuiscono alcuni nummologi co' tipi di Pallade e del gallo con una stella, o con quello del bue a volto umano, e coll'epigrafe FEINAF,come essi leggono (244); ma per modo altri ne credono alterata la leggenda da non renderci sicuri di tale attribuzione, e inclinano piuttosto a supporla di Calidone città dell'Etolia, o anche di Teano (245). Lasciando che altri decida di questa sì dubbia moneta, non voglio lasciar di dire che nell'agro di Venafro molte se ne son rinvenute di quelle, che, di mal nota attribuzione anch’esse, hanno il tipo del bue a volto umano coll'epigrafe VPINA (246), ed ascritte senza più alla Campania. Molto difficile parmi, almeno non è ancora ben dimostrato, di moltiplicar le città ignote alla geografia ed alla storia colle medaglie di oscura attribuzione; e se quelle con la detta leggenda, o con altre ad essa analoghe, non furono di questa città, o pur di Sorrento, come con dotte ragioni sostiene il ch. Cav. Avellino (247), che vi fosse stato il medesimo culto del bue a volto umano, se ne avrebbe almeno una pruova ne' quadretti lapidei che hanno scolpita l’immagine stessa del bue androprosopo, scoperti ne' ruderi di Venafro.

Una forte muraglia di poligoni di gran mole cingeva la città nello spazio degli odierni edifizii, e più oltre ancora verso la cattedrale, ch’è fuori il recinto della città odierna, in un sito oggi coverto di ulivi; perciò rivestite di abitazioni par che fossero le due colline, l’una a fronte dell'altra, sull'una delle quali ora sorge Venafro. Nel mezzo, dove più piano è il terreno, che ora dicesi la Cialaffella, credesi che fosse il Foro, a giudicarne da' rottami di grossi macigni, di colonne, statue e piedistalli, di che abbellir solevasi questa parte delle città antiche. Una vecchia torre si ravvisa nelle mura di S. Leonardo, e dove più, dove meno ne' sottostanti ripiani e nella parte verso il nord osservasi nelle pietre sparse il modo stesso di costruzione (248). Nessuna notizia ci rimane de templi che vi furono; ma le iscrizioni ci ricordano il culto che i Venafrani ebbero per Saturno, Silvano, Giove Celeste e la Dea Bona, ad alcune delle quali deità, pel mantenimento de' templi e de sacerdoti, Augusto assegnava l’erta de' vicini monti (249), buoni forse pe’ pascoli. La popolazione era del resto divisa in collegi de' sodali addetti al culto degli altri mentovati numi, e dalle seguenti lapide si raccoglie di essi collegi, o poste al comune sepolcreto di quelli che vi erano ascritti (250):

D. M. S.

CVLTORIBVS

SATVRNI

IN. AGR. P. IIII

IN. FR. P. IIII

COLLEGIVM

CVLTORVM

BONAE DEAE

CAELESTIS

CVLT. IOVIS. CAE

O.... ALVS. IVSTVS

C. BALBVS. SPERATVS

VENAFRANVS. DIOCENS. etc.

Altre iscrizioni ancora ci ricordano gli Augustali, sacerdoti di Augusto, il quale fu largo di benefizii alla colonia venafrana; dappoiché la via sul monte, la conservazione dell'acquidotto e l’Anfiteatro gli si attribuiscono. La seguente lapida ci rammenta il pubblico veto per la salute della casa Augusta soddisfatto co’ giuochi gladiatorii dell'Anfiteatro (251):

VOTO SVSCEPTO PRO

SALVTE. PERPETVA. DOMVS

AVGVST. CVM. EDIDISSET

MVNVS. GLADIATORVM

POPVLVS. IN. STATVAM. CON

Q. VIBIO. Q. CAESI. T. TER

IIVIR

Se ne vedono i ruderi accanto a' giardini della città, e come quelli di Capua ritengono il nome di Vorlascio. Né rimane la parte interna, benché alterata e ricoperta dalle nuove fabbriche, del diametro di circa 90 passi. Non mancava di eleganza, e si fa capace di più di 8000 spettatori; il che farebbe stimare quasi al doppio la popolazione di Venafro sotto l’impero (252). La quale ebbe ancora le sue Terme, e se ne accennano le reliquie dietro il monistero di S. Francesco, ed altre ancora si credono convertite nella chiesa di S. Aniello (253). Con un grande acquidotto si giovarono i Venafrani delle acque del Volturno per l’uso della città e la irrigazione delle vicine campagne. Gli avanzi che ne restano, ne segnano il lungo corso di circa 14 miglia dentro le mura, e fuori al di sopra del colle de Vescovi, sotto S. Maria dell'Oliveto, dove è aperto nella viva roccia, e di là pe’ monti di Ravindola, Montaquila, S. Paolo, valle della Badia insino alle fonti del fiume. I condotti subalterni che se ne diramavano presso Venafro sin sotto Ceppagna, le acque ne distribuivano alle prossime ville. Un decreto di Augusto, scolpito in varie lapide, delle quali due se ne scopersero ne' villaggi di Pozzilli e Colli, provvide alla conservazione di esso, ed è il seguente (254):

IVSSV. IMP. CAESARIS

AVGVSTI. CIRCA. EVM

RIVOM, QVI. AQVAE

DVCENDAE. CAVSA

FACTVS. EST. OCTONOS

PEDES. AGER. DEXTRA

SINISTRAQ. VACVVS

RELICTVS. EST

La Via Latina, giunta da Casino a S Pietro in fine nella stazione Ad Flexum della Tavola Peutingeriana, dove rivolgevasi a sinistra nel declivio de monti, spartivasi in due rami, l’uno de' quali dopo XVI miglia antiche menava a Venafro (255), e l’altro per 13 miglia odierne a Teano. Comeché in generale precipitata, qualche avanzo ne rimane a traverso de' monti, co' ruderi accanto di ostelli o sepolcri. Nel 731 di Roma fu aperta o restaurata da Augusto, ed è noto dalla seguente lapida che leggesi sotto le torri de' mezzi tempi alla Nunziata Longa:

IMP. CAESAR. FA....

.... COS. XI. TR. POTES.......

EX S. C.

e da quest’altra, ch’era dalla parte di S. Pietro in fine è noto che insino al monte che soprastà a Venafro fu restaurata da Trajano (256):

IMP. CAESAR

DIVI. NERVAE. FILIVS

TRAIANVS. AVGVSTVS

PARTHICVS. PONTICVS, DACICVS

PONTIF. MAX.

TRIB. POT. VIII

IMP. III. COS. V. P. P.

VIAM. VSQVE. ALPINVM

RESTITVIT

Nella metà del VI secolo di Roma era Venafro molto innanzi nell'agricoltura e nelle arti villerecce, e se nc ha memoria da Catone (257). Prima ancora, pel suo piacevol soggiorno frequentavasi da' Romani, ed Orazio rammenta Atilio Regolo, il quale, ad alleggiarsi dagli agitamenti del Foro, vi si recava per godervi giorni sereni e tranquilli (258). Galeno encomia i vini di Venafro (259), e in più gran pregio ancora se n’ebbero gli olii e gli ulivi, a cui davasi il primato fra tutti quelli d’Italia, ed a quella parte soprattutto del suo agro della Liciniano (260). Plinio ricorda in fine le acque acidole di Venafro, utili a' calcolosi (261), che in varie fonti tuttavia scaturiscono da una piccola eminenza calcarea, a breve distanza dall'osteria di Triverno, accosto al Volturno. Un più grande uso che oggidì ne fecero al certo gli antichi, ed è manifesto da' ruderi degli edifizii sparsi largamente nel detto sito, nonché da' tubi di pietra e di bronzo, dalle statuette e fregi architettonici, insieme alla gran copia di monete che l’aratro vi ha spesso discoperti (262).

22. CASILINO (Κασίλινον, Casilinum)

Ritornando alla Via Appia ed al Volturno, incontravasi Casilino a VI miglia antiche dalla stazione ad Nonum, la quale tra questa città intercedeva ed Urbana (263). Situata sul Volturno, il fiume dividevala in due parti (264), l’una all'altra congiunta per mezzo di un ponte magnifico sotto i Romani. Alcuna notizia non v’ha della sua fondazione primitiva; ma può credersi ch'essendovi stato in origine un emporio de' Capuani, a cagione del commercio e della navigazione sul fiume venisse poi ad accrescersi di abitatori e di edifizii. Quando nel 536 in vece di Casino era Annibale guidato alla volta di questa città, per tagliargli la strada con piccol presidio occupatala il Dittatore Q. Fabio Massimo (265). Benché città piccola, il fiume nondimeno e le mura e le torri la munivano, ed è nota da Livio la valorosa ed ostinata difesa delle poche milizie romane che dopo la battaglia di Canne, come seppero che Capua si sarebbe data ad Annibale, uccidendovi gli abitatori, la parte ne occuparono di là del Volturno, Rendutasi ad Annibale, e riscattatasi con danaro, fu restituita a’ Campani e munita d’un presidio cartaginese (266). Ma dové indi a non molto occuparsi di bel nuovo da Romani, giacche il Console Q. Fulvio da Casilino apparecchiavasi all'assalto di Capua nel 539 (267). Strabone la descrive solo dal lato verso Roma (268), e i patrii topografi non dubitano che il romano presidio la parte orientale ne abbattesse verso Capua quando occupavala nel 535 (269): ma, comeché di ciò non siavi testimonianza, per la mancanza nondimeno di abitatori è da credere che con gli auspicii di Cesare una colonia vi dedusse Gracco, come è noto da Appiano e da una medaglia, nella quale si legge CAES. DICT. PERP. e nell'altro TI. SEMPRON. GRACCHUS Q. DES. ITER., e sopra un edifizio a guisa di torre con due porte COL. CASILIN (270). Né andò guari che un’altra colonia ancora vi spedì M. Antonio nel 707, e ne veniva altamente incolpato da Cicerone, così per aver fatto contro le leggi, come per avere così ristretto il territorio di Capua (271). Ma, non ostante questo nuovo accrescimento di coloni, era destino che venisse a mancare ne susseguenti tempi, e Plinio in fatti tra viva e morta ci rimembra alla sua età la città di Casilino (272). Tolomeo la ricorda ancora quasi un secolo dopo (273); ma sembra che fosse ormai disabitata nel VI secolo, giacché Agazia parlando della memorabile rotta che dalle armi di Narsete v’ebbero i Franchi comandati da Butilino nel 554, il fiume solo ricorda col nome della città, presso al quale si erano i Barbari fortificati (274); e sembra che molto prima i Casilinati, al mancare della loro patria, si fossero ritirati a Capua, E benché trovisi anche segnata nella Tavola Teodosiana, chi può negare che non fosse allora altro che il nome d'una semplice stazione della Via Appia? Distrutta dal fuoco Spopoli, ove ricoverati si erano nell'anno 827 i Capuani e i Longobardi dopo l’eccidio di Capua nell'anno 856 il Conte Landone ne trasferì gli abitatori presso l’antico ponte di questa città, dove fu edificata la nuova Capua (275). Rimase nondimeno il nome di Casilino insino al XIV secolo ad un antico borgo della città nuova di là del ponte verso Roma, che fu poscia demolito per le nuove fortificazioni ordinatevi da Carlo V nel 1536 (276). Presso il ponte odierno, a manca di chi vi entra per la porta Romana leggesi la seguente lapida posta in onore di M. Aurelio Antonino, il quale ristorò la Via Appia rovinata dalle inondazioni del Volturno (277), ed è forse l’unico monumento che sopravanzi dell'antica città di Casilino:

Imp. CaeSAR M. AVRE

lius ANTONINVS PIVS

Felix Aug. PARTHICVS MAX

BritanniCVS MAX. P. M. P. P.

COS. III DESIG. IIII

VIAM INVNDATIONE AQVAE

INTERRVPTAM RESTITVIT

A breve distanza dalla descritta città, e dove propriamente fu poscia edificata la chiesa di S. Lazaro della nuova città di Capua, fu un nobile tempio sacro a Cibele, del quale nel 1656 si scoprì qualche avanzo dietro la detta chiesa in una gran muraglia di pietre quadre lavorate, due rottami di colonne, due capitelli con un gran pezzo di cornicione, ed un’ara votiva di bianco marmo posta alla dea da un L. Verino nel 584 di Roma colla seguente epigrafe (278):

MATRI DEVM

MAGNAE

L. VERINVS L. F. FAL

V. S.

SVA PEQVN. ERIGI

CVRAVIT

DEDIC. II. KAL. APRIL. L. HOSTI

LIO ET A. ACILIO COS

23. CAPUA (Καπύη, Capua)

A III miglia da Casilino seguiva le celebre città di Capua (279) metropoli insigne di questa felicissima regione, alla quale molte e diverse origini assegnano gli antichi scrittori delle cose romane, i geografi, i poeti e gli scoliasti. Quelli che delle origini trojane di Roma non dubitavano e di altre città italiche antichissime, dicevano che autore ne fu Capi congiunto e compagno di Enea, o re di Alba nel Lazio (280). E così inveterata e creduta fu questa origine tra' Romani, che poco innanzi l’uccisione di Cesare una tavola di bronzo si disse scoperta dal sepolcro del favoloso fondatore, nella quale l’uccisione si prediceva ad uno de' discendenti di Iulo, e lutto grandissimo e rovine all'Italia tostoché scoperte si fossero le ossa di Capi (281). Ma quella iscrizione, non diversa da tante altre che ci ricordano gli antichi (282), veniva messa, a quel che sembra, da chi conoscendo forse la trama ordita contro Cesare, e credendola inevitabile, con quella frode ingegnavasi di stornarla. Altri scrittori, a men remoti tempi riportandosi, dicevano che Capua prendesse il nome da Capi il duce della colonia sannitica che occupavala ne' tempi storici; ed altri ancora, senza pensare a favolosi fondatori, il nome ne attribuivano al campo, o alla pianura nella quale fu edificata, rinomatissimo per la sua fertilità. Campo è detta ancora da alcuni antichi scrittori (283), con nome analogo attosca leggenda delle sue medaglie, e senza crederlo derivato dal latino campus o da un Campano, come fa Stefano Bizantino coll'usanza degli antichi d’immaginare fondatori omonimi al nome delle città, bene si accorda coll'etimologia del nome di tutta la regione, dalla Campania dell'Epiro, o da uno de' Campilidi, discendente del re Campo nella Caonia, e ci guida perciò a rintracciare ne' Pelasgi-Tirreni che della detta regione passarono in Italia, i più antichi fondatori di Capua (284). Benché Cefalone Gergizio, o più veramente un Ermesianatte di Alessandria, l’avesse per una delle città fondate da' Trojani, diceva nondimeno che gli antichi Greci l’annoveravano con Roma tra le città de' Pelasgi-Tirreni (285). Senzaché, l’occupazione che i detti popoli fecero de' luoghi all'intorno di Capua, nonché della costa del Tirreno da Sinuessa insino alla regione che fu poi de' Picentini, ed una rara moneta di Capua coll’immagine di Telefo (286), nelle genealogie mitiche detto padre di Tirreno (287), o di tutto il popolo personificato, par che non lasciano dubitare della discorsa origine (288). Che fosse fondata da Capi trojano, o da Capi re di Alba nel Lazio, fu una favola messa in mezzo dagli scrittori per ispiegare co' nomi di fondatori omonimi le mal note origini delle città antichissime, e dagli altri ancora, Romani o Greci, i quali, veggendo da molti negato l’arrivo di Enea nel Lazio, perché affermavasi morto in Tracia, o in Arcadia, dopo avervi fondate le colonie Caphie (289), tali tradizioni vollero attribuire alla città di Capua, perché servissero di pruova al favoloso e contrastato arrivo de' Trojani in Italia (290). Livio del resto che crede vane autori gli Etruschi, dice che si nominò prima Volturno, e che tal nome mutò coll'occupazione che ne fecero i Sanniti (291): ma, comeché dotti scrittori si siano ingegnali di conciliare così dubbia testimonianza e col più certo nome di Capua, e coll'origine della città per opera di una colonia giunta dall'Epiro nella Campania (292), difficile mi sembra il credere che veramente ottenesse da principio il detto nome, che fu dell'altra piccola città vicina, posta alla foce del fiume.

Sappiamo intanto da Diodoro che nell'anno terzo dell'olimpiade LXXXV, 438 avanti l’era volgare, si formò la nazione de Campani, né più di un anno differisce il calcolo di Euschio (293). Confondendo alcuni scrittori l’origine della città coll’occupazione fattane da' Sanniti, e l’accrescimento che ne provenne col richiamarvi, come è da credere, gli abitatori de' prossimi villaggi, non sanno disbrigarsi dalla confusione della cronologia che ne risulta; ma la confusione è da attribuire ad essi, non alle rimembranze della storia. Perché, dopo la fondazione primitiva da’ Pelasgi-Tirreni, di unita forse a’ Caoni soggetti ad uno de' Campilidi, principi della Campania dell’Epiro, o anche dopo l’occupazione fattane da Tirreni nell'anno 48 prima della fondazione di Roma, per non rifiutare la testimonianza de' cronologisti seguiti da Vellejo Patercolo (294), dopo l’ammissione della colonia sannitica, i Sanniti fondavano la nazione da Campani, cioè 26 anni dopo la prima occupazione.

Non debbo ripetere le vicende di Capua di già narrate in quelle di tutta la regione. Sol mi resta a dire più distintamente delle diverse colonie che i Romani vi dedussero dopo la guerra sociale, in cui nella fede si mantenne verso la Repubblica. Poiché quella che dapprima dedur vi volle C. Gracco, non ebbe molto probabilmente alcun effetto (295), la prima veramente fu quella guidatavi da M. Bruto, padre dell'uccisore di Giulio Cesare (296), nel settimo consolato di Mario, come si crede, o nel 668 di Roma. Questa colonia, liberando la città dalla dura condizione di prefettura, le arrecò una sorte più tollerabile, e pel naturale orgoglio de' Capuani, in tanta superbia ne salirono i duumviri e i decurioni da arrogarsi il nome di Pretori ed anche di Consoli gli uni, e di senatori e padri coscritti gli altri; e i primi ancora, non diversamente da supremi magistrati di Roma preceder si facevano da littori co’ fasci (297). Alla detta colonia un altra dopo breve tempo ne sopravvenne di veterani, dedottavi da L. Silla, quando dopo la guerra Mitridatica, e come ebbe trionfato del Console Norbano nelle vicinanze di Capua, veniva dichiarato Dittatore, nel 672 di Roma, o un anno dopo (298). Una terza, assai più numerosa e più nobile delle altre, ve ne dedusse G. Cesare nel 695, quattro anni dopo che indarno aveva tentato fondarvela il tribuno P. Rullo (299). E tre altri accrescimenti in fine a quest’ultima colonia faceva Ottavio: il primo essendo triumviro, dopo superati Bruto e Cassio a Filippi; il secondo, come ebbe vinti nel 718 Pompeo e Lepido, ed il terzo, debellato M. Antonio ad Azio (300). Quest’ultima volta la colonia ebbe il nome di Augusta, titolo che con gli altri di Giulia Felice leggesi nel celebre marmo illustrato dal principe de' patrii archeologi, e che appresso addurremo nel dar cenno del famoso Anfiteatro Campano.

Capua fu una città così grande e popolosa, che nessuna ve n’ebbe che superassela nelle nostre contrade, e senza allegare l’ampiezza del suo perimetro, come già si raccolse da' ruderi delle mura, che davano una misura di presso a sei miglia, basta ricordare che i Romani ne' tempi più floridi la pareggiavano alla loro città, a Cartagine ed a Corinto. Aver doveva, secondo i computi più moderati, non meno di 300,000 abitatori, a contare i 20,000 nuovi coloni dedottivi da Cesare, l’accrescimento di questi coloni sotto Augusto, e il numeroso stuolo de' gladiatori, non meno di 40,000, come scrive Cicerone (301). La popolazione di un milione e più di abitanti, che le attribuisce il Mazocchi dopo la deduzione della colonia di Cesare (302), trascende di troppo il circuito segnato da' detti avanzi delle mura, che nella metà dello scorso secolo si vedevano verso il villaggio di Savignano e presso quelli di Morconi, S, Andrea e S. Prisco, Il perché egli sembra che non solo lo spazio occupasse, dove ora sorgono la città di S. Maria e ’I villaggio di S. Pietro, ma quello ancora che intorno intorno li circonda sin oltre all’Arco tuttavia superstite, d’onde usciva una delle vie della città. Di là dell'Anfiteatro ancora si distendeva verso l’ovest ed il nord pel dritto sentiero che mena a S. Leucio, più avanti sino al villaggio di S. Andrea verso il sud, e più oltre sin dentro le mura dell'altro delle Curti, il quadrivio di S. Prisco, e la contrada di Tifone, presso la quale l’antico fossato si ravvisava, e l’uscita ancora della via rivolta al nord, che conduceva al celebre tempio di Diana (303).

Da sette grandi porte uscivano altrettante vie, le quali menavano a diverse parti della Campania. Delle due, dette Casilinense e Fluviale, la prima rivolgevasi verso la città di Casilino, e per essa vi entrava la Via Appia; l’altra che riguardava il nord ed il Volturno (304), usciva verso il tempio di Diana sul monte Tifata. Perché diretta verso il detto tempio ed il villaggio che presso vi crebbe, questa seconda via era anche detta di Diana, ed usciva dalla porta verso il fiume, perciò distinta ancora dagli storici Capuani col nome di Fluviale, come ci assicura la seguente lapida, scoperta è già gran tempo in vicinanza del Teatro (305):

GN LARTIO

GABINIO P. F

PAL FORTVITO

DICTATORI LAN

II. VIR. CAPVAE

QVOD VIAM DIAN

A PORTA VOLTVRN

AD VICVM VSQ. SVA

PEC. SILICE STRAVER

OB MVNIFIC. EIVS

D. D.

La via che usciva dalla porta di Giove (306), menava al tempio di questo nume sullo stesso monte Tifata, e poiché correva in parte al destro lato dell'acquidotto, ebbe anche il nome di Aquario. Tre altre, dette Liternina, Cumana ed Atellana si aprivano nella direzione delle città, da cui prendevano il nome; e l’Albana in fine, d’onde usciva la Via Appia, menava dritto alla città di Calazia (307).

Benché in una città sì grande come Capua molte vie vi furono, di tre sole nondimeno, e certo le più celebri, ci parlano gli scrittori e le lapide, la Seplasia, l’Albana, e quella che dal Foro menava alla porta Cumana. Cicerone ci descrive la prima per luogo di delicatezze e di delizie (308): vi si componevano e vendevano i famosi unguenti de' voluttuosi Capuani (309), d’onde venne il nome a' Seplasarii, di cui parlano alcuni marmi (310), e tanto celebre fu per la voluttà e l’effeminatezza, che degno della Seplasia dicevasi ogni voluttuoso, e a guisa di un Seplasario dice Lampridio che imbellettavasi Elagabalo (311). Non ostante le conghietture degli scrittori Capuani, meglio noto della Seplasia deve stimarsi il sito della via Albana, la quale, se dominavasi dal Foro Albano, distender dovevasi in quel tratto che dalla porta Casilinense menava all’Albana, e propriamente presso il monistero di S. Marco (312). Della terza via, che da uno de' Fori della città dirigevasi alla porta Cumana, è memoria in questo mutilo marmo, che ne ricorda la restaurazione per opera del duumviro L. Alfio (313):

L. ALFIO L. F. FAL

II. VIR. QV......

Q. Q... RO.....

... VIAM SIL....

A FORO.

AD PORT. CVMANAM

SVA IMPENSA

FAC. CVR....

A simiglianza di Roma, la città ebbe il suo Campidoglio, erettovi forse dalla seconda colonia dedottavi da Cesare, ma consecrato da Tiberio quando ritiravasi nell’isola di Capri (314). A crederne la tradizione, ergevasi nel sito dell'antica Torre di S. Erasmo, oggidì Quartiere della Torre, dove già fu una chiesa distinta appunto col titolo in Capitolio; né s’intende perché da altri credasi tutt’uno col tempio di Giove sul Tifata (315). Senza dire del tempio di Apollo, forse favoloso, che per la sua antichità attribuivasi a Dedalo (316), presso il Campidoglio fu il tempio di Giove Tonante, anche come quello di Roma, molto splendido e magnifico. Cinquanta colonne, come è fama, ne furono tolte per abbellirne la chiesa di S. Vincenzo a Volturno, nonché altri marmi bellissimi per adornarne alcune cappelle in Capua (317). Sembra che vi si adorassero ancora Minerva e Diana, a giudicarne dalle statue scopertevi di queste dee. Una monca iscrizione ancora, scolpita sopra un'ara votiva, e scoverta presso questo tempio, chiaramente ricordava Diana Capitolina, ed un altro rottame di marmo, nel quale leggevasi TERMINAL, fa credere che, come nel tempio di Roma, vi si adorasse il Dio Termine, o lo stesso Giove Terminale, come è detto da altri scrittori (318). A fronte del Campidoglio fu ancora un Arco magnifico, rovinato nel 1661. L’uno poco discosto dall'altro si son creduti inoltre i templi della Fortuna e di Martedì (319), il primo de' quali fu trasmutato nella chiesa di S. Niccolò ad Fortunam, ch’esisteva nel secolo XII sulla via Tifatina. Vi furono altresì i templi di Venere Felice, di Cerere e Nettuno; il primo all'oriente del Foro, dove se ne rinvenne la bella statua trasferita in Napoli, come quella di Diana Capitolina, nel Museo Spadafora, ed a breve distanza quello di Cerere. Un altro tempio sacro a Nettuno, ricordatoci da un’ara votiva, era forse presso la porta marittima, o Liternina, ed Ateneo parla di un tempio di Pallade, nel quale gli fu mostro un calice di argento, preteso di Nestore, che aveva a lettere d’oro iscritti carmi omerici (320). Cicerone ci rammenta altresì il tempio della Vittoria (321), e le molte epigrafi quelli di Minerva, di Bacco, di Nemesi, & Iside, di Serapide e di Augusto. Questi ed altri templi sconosciuti erano dentro di Capua; ma fuori della città vi fu ancora l’altro di Castore e Polluce nel sito di S. Leucio, e poco lungi quello di Mercurio. Si scoprirono del primo rottami di colonne, capitelli, statue, e con varii altri marmi la seguente lapida (322):

T. IVNIVS N. F

D. ROSCI Q. L. LINI...

C. NVMOLEI CN. F

D ITEIVS CN. L

M. TISIVS M. F

M. VALERIVS M. L

M. FVFIVS L. F

Q. FVLVIVS FVLVIAE L

C. TITTIVS C. F

P. PACTVMEIVS C. L

O. MONNIVS N. F

A. POMPONIVS C. L

HEISCE MAGISTREI CASTORI ET

POLLVCI MVRVM ET PLVTEVM FACIVND

COERAVERE EIDEMQVE LOEDOS

FECERE Q. SERVILIO C. ATILIO COS

Più colonne ancora si scopersero presso il villaggio di S. Erasmo, dove si alzò quello di Mercurio, nonché la tronca statua del nume con altri marmi, ed un rottame del nobile architrave del tempio coll'epigrafe in lettere palmari (323):

……...RCVRIO SAC. M. FVFIVS

Le belle medaglie di bronzo di Capua quasi tutte ci presentano i tipi de mentovati numi, cioè Giove, Giunone, Palladi Cerere, Apollo, Diana ed Ercole. Quelle di argento, molto rare, hanno il solo capo di Giove laureato, e l’aquila che stringe un fulmine, colla detta leggenda osca retrograda YYYYYY (324). Ed in proposito dell'antico culto Ad Capuani qui cade in acconcio ch’io riferisca un singolare monumento dell'anno 387 dell'era volgare, specie di sacro calendario, il quale alcune ferie e lustrazioni pagane ci rimembra nella città, non ostante il trionfo del Cristianesimo. La iscrizione scoperta pochi anni or sono ne' ruderi dell'Anfiteatro è la seguente (325):

ADMINISTRANTE. ROMANO. IVN. SACERDOTE

FERIALE, DOMNORVM SIC

III. NONAS. IAN. VOTA

III. IDVS. FEBR. GENIALIA

KAL. MAIS. LVSTRATIO. AD FLVMEN

CASILINO

III. IDVS. MAI. ROSARIA. AMPLE AFRE (sic)

VIII. KAL. AVG. LVSTRATIO. AD. FLVMEN

AD. ITER. DIANAE

VI. KAL. AVG. PROFECTIO. AD. ITER. AVERNI

IDVS. OCT. VENDEMIA. ACERVSAE

IVSSIONE. DOMNORVM. FELIX VOTVM

SOLLICITE. SOLVIT. X. KAL. DECEMBR

VALENTINIANO. III. ET. EVTROPIO

Oltre i numerosi templi del Campidoglio, grandi e suntuosi edifizj pubblici abbellivano questa nobilissima metropoli della Campania. Le Curie, i Circhi, il Foro de' Nobili e quello del Popolo, il Teatro, l’Anfiteatro e le Terme, senza dire di altri edifizj minori, la rendevano splendida oltre ogni credere e maesto e degna del numeroso popolo che l’abitava. In una città popolosa come Capua fu un numero ragguardevole di senatori, e Livio in fatti ne ricorda spesso la Curia (326), la quale poiché non doveva essere discosta dal Foro, dal Carcere, dal pubblico Erario, secondo gl'insegnamenti di Vitruvio (327), era senza dubbio in vicinanza della mentovata Torre di S. Erasmo, dove già fu una chiesa, distinta nelle vecchie carte co' titoli in Carcere, ed in Capitolio (328).

Il Foro de' nobili, ricordatoci da Valerio Massimo (329), dovè essere a fronte della Curia, ed in esso per avventura alzar si doveva la statua che que' di Cipro posero all'insigne oratore Eprio Marcello, il quale col suo ingegno tanto onorò Capua sua patria (330), ma che tanto disdoro arrecò alla propria memoria col farsi delatore del virtuoso Trasea (331). Il marmo che ne serbò ricordanza, ora nel R. Museo, una volta nell'atrio della chiesa di S. Prisco presso l’antica Capua, è stato illustrato da uno de' più chiari archeologi patri (332), ed è il seguente:

T. CLODIO. M. F. FAL

EPRIO MARCELLO

COS. II AVGVRI

CVRIONI. ΜΑΧΙΜΟ

SODALI AVGVSTALI

PR. PER. PROCOS

ASIAE III

PROVINCIA. CYPROS

Il Foro del popolo, che quasi nel mezzo della città distendevasi, fu dove ora è il mercato di S. Maria. Benché spoglio di ogni ornamento, quasi intero rimane il Crittoportico, di forma rettangolare e di grandiosa struttura, che serviva di passeggio a’ Capuani. Credesi che avesse due piani, e può leggersene la descrizione negli storici della città (333): basta dire soltanto che la volta e le mura laterali erano dipinte a fresco con vaghe pitture di fiori, uccelli,quadrupedi ed altri ornati, non mancandovi altresì varie figure di uomini e donne, tra le quali tuttavia si ammira il ratto di Europa (334).

De’ ludi circensi, e però del Circo, nel quale si celebravano, si ha memoria dalla seguente lapida, scoperta nel 1653:

L. VETTIO L. FIL.

FAL. SERENO

PRAEF. LVD. CIRCens....

AED. QUAEST. PR.......

PROV. MAVRETaniae.....

COLONIA IVLIA

QVOD MVN. GLadiatorum

ALIAQ. SPECTacula. Edide

RIT. IDIB. Maii...

PRO REDITV Imp. Anto

NINI AVG. PII.....

STATVAM. Ponendam

Decrevit.

I vestigi che ne rimanevano sin nel secolo XVI, lo mostravano molto spazioso e magnifico; ed i grandi acquidotti di marmo e di piombo scavati presso le sue rovine, fanno credere che vi si desse anche l’acqua per le naumachie, come nel Circo Massimo di Roma (335).

Dirimpetto all'ingresso occidentale del Crittoportico vedesi in un giardino un miserabile avanzo del Teatro. Più grandi reliquie se ne vedevano a dì del Mazocchi; ma la parte maggiore del semicircolo fu disfatta per escavarvi alcune fornaci, e per costruirvi la Cavallerizza. I successivi possessori del luogo contribuirono ancora alla distruzione di quest’altro suntuoso edilizio, estraendone marmi, statue, colonne ed altri ornamenti, trasportati in Napoli, Roma ed altrove. Un Q. Annio Ianuario lo ergeva dalle fondamenta, ed otteneva perciò l’onore di essere ascritto nell'ordine degli Augustali da Decurioni Capuani, come ci fa noto la seguente lapida, che ora leggesi nella strada d'Eboli di Capita (336):

D. M. S.

Q. ANNIO JANVARIO

EXACTORI OPERVM PVBL

ET THEATRI A FUNDAMENTIS

HVIC ORDO DECVRIONVM

OB MERITA EIVS HONOREM

AVGVSTALITATIS

GRATVITVM DECREVIT

VIXIT ANN. LXXI VIVOS

SIBI FECIT POSTERISQVE

SVORVM

Questo Teatro fu eretto, come è noto dalla iscrizione, dopo i tempi di Augusto; ma egli sembra che o fosse stato ricostrutto, o che un altro ancora ve n’ebbe più antico, a considerare il trasporto de' Capuani per le sceniche rappresentazioni e per ogni sorta di giuochi e di spettacoli, talché sono noti dalla storia come inventori di adombrare i teatri, per difenderli dal calore del sole, dal vento e dalle piogge (337). Un curioso monumento, son quasi due secoli, fu scoperto presso il Teatro, nel quale si ha memoria di un Luccejo Peculiare che ne fabbricò il proscenio. In figura a mezzo rilievo vi si vede l’artefice lavorando un capitello, e dietro una ruota o argano, girato da due uomini nudi, per innalzare una colonna. Segue appresso Minerva Ergane che ha la destra sulla colonna, ed in seguito Giove sedente e Diana, chiudendo il quadro una donna che sacrifica al Genio del Teatro. Sopra di questo Genio, espresso coll'immagine di un gran serpente barbato e cristato, leggesi Genivs theatri, e sotto tutte le figure:

LVCCEIVS PECVLIARIS REDEMPTOR PROSCENI

EX BISO FECIT

A tutti i mentovati numi l’artefice dedicava l’opera sua, perché con una fantastica visione (ex biso) ve lo confortavano (338).

Oltre delle Terme che i Capuani ebbero presso il Tempio di Diana alle radici del Tifata, oltre quelle presso l’Anfiteatro e 'l Campidoglio (339) e i bagni di Triflisco o di Palombara altre ancora ne ricorda la seguente epigrafe col nome di Severiane (340):

SIGNA TRANSLATA EX ABDITIS

LOCIS AD CELEBRITATEM

THERMARVM SEVERIANARVM

AVDENTIVS SAEMILANVS V. C. CONS

CAMP. CONSTITVIT DEDICARIQVE PRECEPIT (sic)

CVRANTE T. ANNONIO CHRYSANTO V. P

Nell'iscrizione si ricordano le statue che a rabbellir queste terme si scavarono dalle distrutte città della Campania, come da Ercolano o Pompeja ma il Pratilli crede che noti quelle di Capua, sì bene le altre di Roma vi si accennassero, costrutte dall’Imperatore Settimio Severo. Un altro dotto archeologo si avvisa in vece che fossero bene quelle di Capua (341): e veramente non si saprebbe intendere come la lapida si ritrovasse nella Campania (342) relativa alle terme che furono in Roma. A quelle del resto presso l’Anfiteatro sembra da riferirsi quest’ultra lapida trovata nelle sue rovine, che ne ricorda gli abbellimenti marmorei negli epistilii o capitelli e in altre parti, nonché il ristauro àeV apoditerio, o spoliario per opera di una Satellia (343):

SATELLIA M. F. ANVS.

APODYTERIVM. AD. NOVITATEM RESTITVIT

EPISTYLIS. CETERISQVE MARMORIBVS ORNAVIT

Ma il più grande, il più suntuoso, il più memorabile de' pubblici edifizii di Capua fu l’Anfiteatro, il quale tuttavia stupisce anche nelle sue rovine, e della popolazione e magnificenza della città ci da bene un’immagine. Era dentro il suo recinto, benché accosto alle mura. Edificato forse in origine dagli stessi Capuani, a giudicarne dalla colpevole vaghezza ch’essi ebbero pe’ giuochi gladiatorii (344), che seguir facevano anche a' banchetti, e dalla romana colonia ringrandito, Adriano, ricostruendolo (345), lo abbelliva di marmi, statue e colonne, ed alla di lui memoria dedicavalo il suo successore Antonino, come raccogliesi dalla celebre lapida che vi fu posta; la quale, scoperta nel 1726, ora si legge co' noti supplimenti del Mazocchi sotto l’arco di S. Eligio in Capua:

COLONIA FELIX AVGVSTA CAPVA

FECIT

DIVVS HADRIANVS AVG RESTITVIT

IMAGINES ET COLVMNAS ADDI CURAVIT

IMP. CAES. T. AELIVS HADRIANVS ANTONINVS

AVG PIVS DEDICAVIT

Del suo esteriore aspetto, di grandi moli di travertino unite senza cemento nel grande e semplice stile toscano, e tutto adorno di grandi mezzi busti, statue e colonne (346), appena rimane qualche vestigio. I LXXVIII archi che vi si contano colle due porte maggiori alquanto più larghe, danno la circonferenza intera di palmi 1780. Il suo minor diametro totale è di palmi 530, il maggiore di 645, ed alto in proporzione, agguagliava quasi l’Anfiteatro Flavio di Roma, che aveva di altezza 174 palmi. Un gran pavimento marmoreo di lastre quadrate circondavane l’ambito esteriore, dal quale per un solo scalino vi si saliva. E, simile al detto Anfiteatro Flavio, ma più ricco, come credesi, negli ornati, era composto di quattro piani, ciascuno di 80 grandi arcate marmoree; ma difficile è affermarne gli ordini, perciocché chi lo crede tutto dorico, chi gli attribuisce l’un dopo l’altro il toscano, il dorico, il ionico ed il corintio, e chi s’avvisa che anche il terzo fosse corintio. Nella chiave degli archi, con maggior ricchezza adornati nelle porte principali, era un mezzo busto colossale di nume o eroe, di rozzo lavoro da non consonar troppo col resto del nobile edifizio; de' quali due soli or ne rimangono al loro sito, quelli di Diana e di Giunone, ed a' lati di ciascun arco stava una mezza colonna di ordine toscano. Nelle chiavi degli archi del secondo piano, rilevati negli stessi macigni come nel primo, sporgevano busti interi, due de' quali, Apollo e Mercurio, si veggono incastrati nel muro dell'antico Pretorio, nella piazza de' Giudici di Capua. L’ornamento stesso era forse negli archi del terzo ordine, e statue intere abbellivano gli archivolti del secondo e terzo porticato. Nella terza arcata superiore, nella quale era l’ultimo piano per gli spettatori, era un altro ordine di spiragli corrispondenti agli archi di sotto, e sopra gli spiragli il supremo cornicione, abbellito di statue più alte, fogliami e trofei. Il primo, il secondo ed il terzo porticato erano di travertino; il rimanente col retropodio e sottopodio di solida fabbrica laterizia. Ora manca in proporzione l’altezza e la larghezza delle volte, che un altro ordine ne sostenevano, nonché de' pilastri degl'interni recinti. Nella parte interna erano tre circolari corridoi, sottostanti a' sedili degli spettatori. Si suppone di 60 il numero de' vomitorii, d’onde sboccava il popolo per allogarsi ne' sedili della cavea; non vi ha vestigio del podio, il più nobile sito negli spettacoli; vi è sì bene piccola parte dell'ordine de' sedili, e molto del secondo ordine, di opera laterizia. Sotto l’arena sono avanzi di canali che, a quel che si crede, vi portavano l’acqua per le naumachie. Un propileo, o vestibolo a due piani, di grandi e magnifiche colonne, abbellivano la porta meridionale; non pochi intagli di trofei, strumenti bellici, corone, fiori ed altri ornamenti di mezzo rilievo ne adornavano la circonferenza; e chi ha maggior vaghezza di ben conoscere l’icnografia, i varii aspetti, la parte interna e le rovine del sorprendente edifizio può ricorrere alle dotte illustrazioni degli scrittori patrii che ne hanno fatto subbietto di speciali studi e prima e dopo gli scavi del 1826 (347). Credesi del resto capace di 80,000 e più spettatori, poiché si agguaglia a quello di Roma, il quale secondo Publio Vittore non ne capiva meno di 87,000. Dopo che i Saraceni compirono nel IX secolo la distruzione della città antica fu l’Anfiteatro ridotto in fortezza da' Conti Longobardi della nuova: d’allora si cominciò a chiamarlo Berolasi o Berciasi con la città distrutta, la cui etimologia, fra le tante che i dotti ne han date, che più al vero si accosta sembrami quella che derivasi dall'arabo BIRALAS, rocca rotonda, castello munito (348); e da quel tempo, in parte rovinato, si fabbricò colle sue pietre nella nuova Capua l’antica chiesa maggiore colla sua nobile torre, il castello ed altri grandi edifizii; e comeché da ultimo fosse servito ad inseliciare le vie di S. Maria, tanto tuttavia ne rimane da sorprendere di meraviglia, e da richiamare alla mente grandi rimembranze. E certo chi visita quelle grandi rovine non può non ricordare i generosi spiriti di Spartaco, i crudeli spettacoli del mondo romano ed il Cristianesimo.

Q. Fulvio Fiacco fece tutte trasportare in Roma le statue della soggiogata città (349), allora per avventura più grande e più ricca di Roma. Nondimeno da' ruderi dell'Anfiteatro, oltre di altre statue de tempi romani, due ne vennero già fuori di meravigliosa bellezza, e ci mostrano i tesori dell'arte antica, di che abbondar doveva Capua e prima e dopo che venne in potere di Roma. Una di queste statue, che ora abbelliscono il R. Museo, quasi intera, manca solo di parte delle braccia, ed ha il piè destro sopra un elmetto. Come Venere in uno de' tipi delle medaglie di Corinto, un dotto antiquario suppone che avesse nelle mani uno scudo. Abbenché in diversa guisa restaurata, la reputa perciò secondo la comune opinione una Venere Vincitrice, con ispecial culto adorata da G. Cesare (350), e si avvisa che divenisse la divinità tutelare di Capua, dopo la deduzione della sua colonia. L’altra è un frammento di statua di marmo pario, di somma eccellenza, e sembra di appartenere allo stesso greco scalpello; ed anziché una Leda, la danno a credere una Psiche i segni delle alette che aveva su gli omeri. Comeché di non egual pregio, notabile è ancora il supposto Adone, che credesi dell'aurea età di Adriano (351).

Fu questa la celebre metropoli della Campania, questi i suoi pubblici edifizii più notabili e conosciuti. Non dirò delle sue ricchezze, della sua mollezza, de' lussureggianti e perduti costumi de' suoi abitatori. Erano questi nel VI secolo di Roma giunti a tale di licenza e di orgoglio (352) da far bene risovvenire un’altra Sibari: più condannabile nondimeno della città greca fu Capua, che gli orrori delle stragi mescolava a' piaceri de' banchetti, che rallegrava i festini co' crudeli spettacoli de' gladiatori. Strabone dice che le altre città della regione, tranne solo Teano, paragonate con Capua si sarebbero dette cittadelle (353); e si conservò nel suo splendore e nella sua grandezza insino alle prime irruzioni de' Barbari, né cessò prima che fosse distrutta di essere la grande metropoli della Campania. Devastata prima da Vandali nel 455 (354), benché come città fortificata rimanesse da meno di Cuma e di Napoli (355), ritenne nondimeno, come ne' primi tempi, il primato fra tutte le città della regione, essendo stata la sede del Consolare che governavate; e fra tutti quelli, de' quali ci rimangono i marmi, merita particolar rimembranza Postumio Lampadio, lodato come restitutore della patria, e che il Foro, le fontane, le vie della città fece restaurare (356), verso i principii forse del VI secolo, come dalle seguenti epigrafi si raccoglie:

1.

POSTVMIO LAMPADIO V. C

ET INLVSTRI CONS. CAMP

RESTITVTORI PATRIAE ET

REDINDEGRATORI OPERVM PVBLICOR

ORDINIS PROVISORI POPVLI SVBVENTORI

OB INSIGNIA EIVS BENEFICIA PATRONO

LONGE A MAIORIBVS ORIGINALI

ORDO CAPVENSIS VOTI ET OBSEQVI

SVI PIGNVS LOCAVIT

2.

POSTVMIVS LAMPADIVS V. C

CAMPANIAE CONS

FORVM PVBL. FONTES VIASQ

VRBIS REFIC. CVRAVIT

Incendiata e distrutta affatto nell'anno 840 da' Saraceni che favorivano le parti di Radelchi, Principe di Benevento (357), si spicciolò in più borghi, de' quali il più considerevole, ch’era presso l’Anfiteatro, non fu prima distinto con un nome diverso da quello di Berolasi: ottenne poscia l’altro di S. Maria de Suri dalla chiesa e dal borgo che intorno vi crebbe, e ch’ebbe a dirsi dalla famiglia di tal nome, di cui è memoria ne' marmi (358), nominandosi S. Pietro in Corpo il borgo diviso dalla città rovinata; e l uno e l’altro, in processo di tempo di bel nuovo ricongiunti, formarono l’odierna città di S. Maria.

Dalle radici meridionali del Taburno Augusto con un lungo acquidotto fe’ derivarvi le salubri fonti dell'Isclero, che sorge presso il casale dell’Olfizzo. Queste acque il nome ottennero di Acqua Giulia (359), e sono quelle stesse del famoso acquidotto Carolino delle reali delizie di Caserta. Il nuovo acquidotto corre sopra il taglio antico dell'Acqua Giulia, ma è più profondo (360); e senza dire del suo corso lungo le falde de' monti Caudini, i primi vestigi se ne veggono nelle vicinanze di Casolla nel luogo detto le Grotte. Dietro al monte del casale di Mezzano per lungo tratto fu aperto nel tufo di monte Cupo; passava quindi nella strada di Coccagna, e più spessi ne sono i ruderi presso il villaggio di S. Prisco, presso alla Via aquario della città; ed uscendo da questo villaggio nel luogo detto S. Augusto (uno de' sepolcri magnifici degli antichi Capuani') per lungo tratto vedesi la fabbrica antica, sulla quale si condusse il lungo acquidotto (361), il quale girò non meno di ventisei miglia. Sulla strada in fine che da S. Maria conduce a Capua, nello stesso antico corso della Via Appio, sono i ruderi di un grande Arco, del quale rimane solo un’arcata delle tre che lo formavano. I quattro pilastri su cui poggiavano erano ricoperti di marmo e adorni di statue, ed a crederlo con qualche scrittore per liba delle porte della città, sarebbe la Casilense, a doppia entrata come la Carmentale di Roma; ma, a riguardarsi, come i più si avvisano, per un grand’arco trionfale, a chi si dedicasse è mal noto, se pur non fu Adriano, il quale, oltre alla ristorazione dell'Anfiteatro, di altri benefizii dové esser largo a Capuani, che perciò una statua gli eressero colla seguente epigrafe (362):

IMP. CAES. T. AELIO

HADRIANO AVG

PATRI PATRIAE

SVBLEVAVORI ORBIS

RESTITVTORI OPE

RVM PVBLICORVM

INDVLGENTISSIMO

OPTIMOQVE PRINCIPI

CAMPANI

OB INSIGNEM ERGA EOS BE

NIGNITATEM D. D.

Alle falde del Tifata, ora monte di S. Nicola, ebbero lor ville i Capuani: il sito per più di due miglia è molto delizioso e salubre, e fu perciò sparso di piacevoli ostelli, de' quali a quando a quando vennero già fuori bagni, piscine, are, titoli sepolcrali ed altri monumenti (363). Non poche iscrizioni funebri ancora, sepolcri e vasi di pregio si sono scoperti lungo le mentovate vie che da Capua menavano alle città vicine. Alcuni di questi sepolcri, comeché distrutti ed ingombri di cespugli, presentavano nondimeno una varietà di forme ignote a' tempi della repubblica. I monumenti dell'arte ceramica erano già rari in Italia prima del cominciar dell'Impero; poiché la maggior parte de' sepolcri Capuani anteriori a Cesare venivano demoliti da' coloni romani che vi frugarono in cerca di antichi vasi (364); tuttavolta i sepolcri presso di Capua ne hanno dato in gran numero, e fanno supporre che, sebbene l’ultima ad apprenderne l’arte, ne producesse più di tutte le altre città della Campania.

24. Pago di APOLLO

Furono intorno di Capua non pochi villaggi, ch’ebbero l’origine ed il nome da diversi templi a diversi numi dedicati. Oltre l’antica tradizione, da' ruderi si raccoglie, dalle lapide, da' nomi odierni di alcuni de' villaggi stessi che a' secoli sopravvivono, ed è nota inoltre dalla storia l’usanza delle antiche genti italiche di abitare i monti e le pianure spicciolate in villaggi, come si sa soprattutto de' Sabini, e di quasi tutti i popoli che da questi si diramarono (365). Capua ancora come Alene (366) fu popolata dagli abitatori de' prossimi villaggi, i quali, non ostante che dato avessero il meglio della loro popolazione alla celebre città per opera de' Sanniti, pur sopravvivono alla metropoli dopo tanto volger di tempo e di vicende, e ben porta il pregio di tutti annoverarli e descriverli.

E da quello incominciando, il quale pigliò nome dal tempio di Apolloì non così, come della maggior parte, se ne hanno le pruove irrefragabili nelle lapide; ma non lo dimostrano meno la tradizione (367), i grandi macigni del muro settentrionale e del primo ordine della torre della chiesa di S. Elpidio in Casapulla nonché i frammenti di colonne e capitelli d'ordine corintio, le colonne intere, i fregi, le basi, i rottami di grandi cilindri di granito orientale e di fabbriche laterizie nell'ingresso dell'atrio della detta chiesa, nella quale le reliquie si riconoscono del tempio di Apollo (368). Il nome stesso di Casapulla, che nel linguaggio de' mezzi tempi non altro dinotò che Tempio di Apollo, e l’antico stemma del villaggio, il quale rappresenta un’alta torre con sopra un sole raggiante, dimostrano ancora il medesimo culto, il quale non ebbe ad essere distrutto che nel IV secolo, allorché uno de' quaranta SS. Vescovi Africani, fuggendo la persecuzione vandalica, giugneva nella Campania, ed il nome lasciava alla chiesa ed al villaggio di S. Elpidio.

25. Pago di GIOVE (Pagus Iovius)

L’antichità di questo pago, confinante col suo agro all’Erculeo, è ben dimostrata da' monumenti. Si denominò da Giove, ch’ebbe un tempio magnifico sull'orientale pendice del monte Tifata; e non solo se ne ha memoria nella pregevole lapida che appresso addurremo, descrivendo il detto Pago Erculeo, ma ancora dalla seguente, la quale ci ricorda il culto che i pagani che lo abitarono ebbero per Venere, perciò detta Venere Giovia, ed è questa (369):

N. PVMIDIVS. Q. F

M. COTTIVS. Q. F

M. EP1LIVS. M. F

C. ANTRACIVS. C. F

L. SEMPRONIVS L. F

P. CICEREIVS C. F

M. RAECIVS. Q. F

N. ARRIVS. M. F

L. HEIOLEIVS. P. F

C. TVCCIVS. C. F

Q. VIBIVS. M. F

M. VALEKIVS. L. F

HEISCE. MAGISTREIS. VENERVS

IOVIAE, MVRVM. AEDIFICANDVM

COIRAVERVNT. PED. CCLXX, ET

LOIDOS. FECERUNT. SER

SVLPICIO. M. AVRELIO. COS

Nelle carte de' secoli XI e XII questo villaggio denominatasi CasaJove, d’onde si derivò il nome odierno di Casanova (370).

26. Pago delle MUSE

Che a breve distanza dal tempio e pago di Apollo si fosse un tempio innalzato sacro alle Muse, si conghiettura dal nome dell'antico villaggio di Musicile, il quale incontra alla sinistra di Marcianise chi move alla volta di Casapulla, alla distanza di un mezzo miglio. Dall'analogia degli altri prossimi villaggi, che tutti ebbero l’origine ed il nome da antichi templi, si è creduto che anche questo, in latino detto Musicilium, lo stesso che Musicolium, tal nome ebbe dal culto che vi si prestò alle Muse (a Musis colendis), in un tempio più usualmente detto Musacum, come nella città di Taranto (371). Ma, in eccezione di tal conghiettura, nessun monumento si è mai discoperto per assicurarci veramente di questo antico tempio e pago delle Muse, e la credenza ne rimane nell'arbitrio di chi legge.

27. Pago di MARTE

Quest’altro pago prese nome come i già mentovati dal nume tutelare del luogo, dal dio Marte che vi fu adorato. E comeché non siavene memoria né nelle lapide, né negli scrittori, si conghiettura non solo dal nome del gran casale di Marcianise, il quale sorge al mezzodì di Capua, a due miglia dal villaggio di Casapulla, ma da' rottami ancora di finissimo marmo, di grandi colonne di granito e marmo africano, da' lavorati macigni di travertino, oltre di più colonne di verde e giallo antico ed altri monumenti ivi discoperti (372). Il tempio adunque sacro a Marte, al quale appartennero tali rottami, diè nome al villaggio, nel medio evo detto Martianisium e Martanisium (373). Molto antica ancora è la tradizione che un tempio sacro a Marte fosse nella chiesa poi dedicata a S. Martino, e dalla lapida si raccoglie nel 1523 posta nella detta chiesa, nonché dal vecchio stemma del villaggio, che un castello rappresenta custodito da un guerriero (374). E senza dire d’una medaglia che a quel pago si attribuisce, co' tipi di una testa giovanile galeata ed un trofeo (375), della quale non ho certa notizia, non vi mancano titoli sepolcrali per mostrarci il detto luogo abitato Degli antichi tempi (376) oltre alla seguente lapida terminale, situata sotto l’antica porta di Marcianise, dalla quale si raccoglie che sino al detto pago giugneva la pertica campana nella deduzione della colonia in Capua al tempo di Augusto (377):

IVSSV IMPERATORIS CAESARIS

QVA ARATRVM DVCTVM

EST

Per mezzo di questo pago passava l’antica strada che da Capua menava uà Stella, ed è ora uno de' più belli e ricchi casali della città odierna.

28. Pago di ERCOLE (Pagus Herculaneus)

Di quest’altro pago dell'agro Capuano è memoria in una pregiata iscrizione, pubblicata la prima volta dal Mazzocchi e scoperta nel villaggio di Recale, ch'è la seguente:

PAGVS. HERCVLANEVS. SCIVIT. Α. Ο. Χ. TERMINA...

CONLEGIVM. SEIVE. MAGISTREI. IOVEI. COMPAGEI. S.

VTEI. IN. PORTICVM. PAGANAM. REFICIENDAM

PEQVNIAM, CONSUMERENT. EX. LEGE. PAGANA

ARBITRATV. CN. LAETORI. CN. F. MAGISTREI

PAGEIEI. VTEIQVE. EI. CONLEGIO. SEIVE. MAGISTRI

SVNT. IOVEI, COMPAGEI. LOCVS. IN. THEATRO

ESSET. TAMQVASEISEILVOOS. FECISSENT

L. AVFVSTIVS. L. L. STRATO. C. ANTONIVS. M. L.

NICO. CN. AVIVS. CN. L. AGATHOCLES. C. BLOSSI

M. L. PROTEMVS. M. RAMNIVS. P. L. DIOPANT

T. SVLPICIVS. P. Q. PVL. Q. NOVIVS. Q. L. PROTEM

M. PACCIVS. M. L. PHILEM. M. LICCVLEIVS, M. L.

PHILIN. CN. HORDEONIVS. CN. L. EVPHEMIO

A. POLLIVS. P. L. ALEXAND. N. MVNNIVS. N. L.

ANTIOCVS.

..C. COELIO. C. F. CALDO

DOMITIO. CN. F. AHENOBARB. COS.

Questa iscrizione, dell'anno 94 avanti l’era volgare (378), contiene un plebiscito del Pago Ercolaneo, confinante al Pago Giovio. I due paghi in tutto, o almanco nelle cose risguardanti i pubblici giuochi, reggevansi in comune; perciò il Pago Giovio è detto Compago dagli Ercolanensi, come il pago di questi per la ragione stessa dir si doveva Compago da quelli del Giovio. Avvicinandosi adunque il tempo di certe lor feste comuni, e dovendosi repristinare i giuochi nel teatro del Pago Ercolaneo, il pubblico magistrato di questo pago col detto plebiscito stabilì, che i Maestri, o moderatori de' Gioviensi, si avessero il luogo nel teatro, purché a proprie spese ne rifacessero il portico: con tal condizione si avrebbero avuto nel teatro il luogo, come se a proprie spese avessero fatto celebrare i giuochi. Ma, non ostante che in alcuni paghi, come questi, fosse una lievissima immagine di repubblica, poiché l’addotta lapida cade nel tempo in cui Capua era prefettura, prima che fossevi dedotta alcuna colonia, tranne i giuochi ed altre bisogne di lieve momento, in ogni altro grave affare i mentovati paghi venivano retti ed amministrati dal Prefetto, che inviato da Roma, avea sede in Capua (379). Che che si pensi del resto dal lodato archeologo, quanto al sito del Pago Ercolaneo, ch’egli pose nel detto villaggio di Recale fu veramente in quello che tuttavia serba il nome di Ercole nel quale uno degli storici di Capua ricorda ancora i vestigi del tempio, dal quale fu denominato (380).

29. Pago di CERERE

All'ovest del monte Tifata, nella sottostante pianura e verso il celebre Tempio di Diana, un altro ve n’ebbe dedicato a Cerere, a cagione forse della straordinaria copia di spighe che biondeggiavano nelle vicine campagne, dal quale si denominò un altro antico pago dell'agro Capuano. Ed oltre del già distrutto villaggio di Casacellola che ne serbò il nome, essendo chiaramente alterato da Casacerere, ben lo dimostrano gli avanzi del tempio stesso a quando a quando discoperti, cioè colonne, basi, capitelli, cornici di bianco marmo, ed anche statue e bassirilievi, tra' quali ricordasi soprattutto un’ara votiva di assai gentile scoltura, che la dea rappresentava con in mano le spighe ed un cestino di frutta, colla seguente epigrafe, scolpita a lettere cubitali:

L. MVNNIVS L. F. FELIX

VOT. SOL.

Altri marmi ci rammentano del pari alcune sacerdotesse della dea, e sono i seguenti, il primo scoperto nella villa Vecchioni in vicinanza di Casacellula, l’altro in quegli stessi contorni, e poscia trasportato nel casino del Pellegrino in Casapulla (381):

D. M. S.

AVRELIAE TI. F. BLOSIAE

SACERD. DIANAE TIFAT

ET. CVSTODI. SACR. CERER

TI. IVLIVS TI. F. BLOSIVS

SORORI. PIENTISSIMAE

VIX. ANN. XXXVI. D. XVI

HERENNIA. Μ

SACERDOS

CERERI SAC

LOC. D.

30. Pago d'ALBA

Livio fa menzione di un tempio tocco dal fulmine nell'antico agro Capuano, col nome di Ædes Alba (382). Questo tempio, da cui venne il nome alla porta Albana della città, perché nella direzione di esso situata, ne secoli della decadenza fu detto Casa Alba, essendo noto che sin da' primi secoli del Cristianesimo col nome di Casae si dinotavano le Chiese (383). Comeché non si sappia a qual nume fosse dedicato, ne confermano nondimeno l’esistenza i molti antichi marmi qua e là dispersi nell'odierno villaggetto, che di Casalba ritiene il nome, nonché i rottami di colonne ed un avanzo di fabbrica tuttavia in piedi di struttura antichissima (384). Da questo antico tempio adunque ebbe nome un pago, in processo di tempo detto Casalba, ora ridotto a poche abitazioni.

31. Vico CAULO

Non v’è lapida o antico scrittore che ci ricordi quest'altro villaggio molto dappresso a Capua; ma da Plinio e Galeno sono noti i nobili vini Caulini che nascevano nelle sue vicinanze (385). Questi vini presero certamente il nome dal luogo; e che fossevi stato un antico villaggio detto Caulum, o Ficus Caulus, parve al Pellegrino che si possa fuori dubbio raccogliere dall'odierno nome della contrada detta Ficaudo, in vece di Ficaulo, o Fico Caulo, la quale in vicinanza di Capua si distende da ambedue i lati della via consolare verso Cuma e Pozzuoli. I vini che produce, sono tuttavia lodati; ma egli sembra che Galeno il vino Caulino confondesse col Gaurano, quando dice ch’era simile al Falerno (386).

32. Monte TIFATA (Tifata mons)

Quasi ad un miglio dal sito dell'antica Capua elevasi a poca altezza il monte S. Nicola. Consiste in una serie di colline, le quali cominciando al nord presso il Volturno distendesi in forma di acuta piramide all'est, e in guisa di arco si piega verso Maddaloni al sudest, dove è diviso da' monti sannitici di Durazzano. Essendo per lo più alpestre, la natura ricopri vaio di elei, e dagli elceti che già vi abbondarono, vennegli il nome di Tifata (387). Gli antichi che spesso lo ricordano, or gli danno tutto insieme il nome di monte, or nelle sue parti considerandolo, lo distinguono colla denominazione di colli (388). E di sua natura calcareo, e vi abbondano cave di travertino, adoperato nella nobile torre di S. Chiara in Napoli; vi si cava del buono alabastro, e quello che chiamano Colle. Felice, tra S. Clemente e Maddaloni, ha dato del marmo cinericcio, suscettivo di bel lucido. Buoni pascoli vi trovano i greggi nella sommità e nelle falde occidentali nude di alberi, e nelle orientali prosperano gli olivi. I famosi templi di Diana e di Giove, gli accampamenti de' Sanniti, di Annibale, di Claudio Marcello e di Silla, molto celebre presso gli antichi resero questo monte, e ben porla il pregio ad illustrazione della storia di qui descriverli.

33. Tempio e Pago di DIANA

Alle radici del descritto monte fu un tempio sacro a Diana, rinomato e magnifico. A crederne Silio Italico, antichissimo fu questo tempio, perché eretto da' primi fondatori di Capua, i quali egli finge che qual ministra della dea vi adorassero una candida cerva (389). Pausania Io situa a trenta buoni stadii, o quattro miglia in circa, da Capua, e dice avervi veduto un teschio di elefante (390), ch’è da credere un avanzo di quelli condotti da Annibale, ed appeso, come in voto, nel sacrato di Diana. Poi che Silla ebbe sconfitto ne' contorni di Capua il console Nerbano, sciolse un rendimento di grazie alla dea, al cui nume era sacra tutta la contrada del Tifata, e tutti i campi le dedicò intorno del monte, nonché le acque medicinali e salubri che vi erano in gran fama. Una iscrizione incisa nella porta del tempio, ed una tavola di bronzo entro del tempio stesso facevano fede ne' tempi posteriori della sua riconoscente religione (391). Augusto e Vespasiano ristabilirono e confermarono con lapide terminali gli antichi confini a' detti campi posti da Silla, ed è noto dalla seguente epigrafe (392):

IMP. CAESAR

VESPASIANVS

AVG. COS. VIII

FINES LOCORVM DICATOR

DIANAE TIFATINAE

A CORNELIO SVLLA EX

FORMA DIVI AVGVSTI

RESTITVIT

Grande dové essere il concorso a questo tempio, ricco pe doni e i proventi de' suoi vasti campi, ed un pregevole marmo, che in una delle muraglie di esso vedevasi fabbricato, ne fa conoscere il prospetto esteriore, almeno nell'anno 656 di Roma, quando il marmo fu scritto. Per una scalinata magnifica, la quale dopo alquanti scalini in due si divideva, ascendevasi al vestibolo. Era questo chiuso da una muraglia, dal piano in su della scalinata insino al colonnato del portico. Il quale, oltre al prospetto, distendevasi ancora ad entrambi i lati del tempio, era lungo 145 piedi, e veniva intorno intorno circondato da un Calcidico, ampio porticato o lato tetto sostenuto da più pilastri, come spiegasi da uno de nostri dotti antiquarii (393). Tutte queste opere col peculio del tempio furono fatte da' maestri o rettori di esso, i quali vi penero ancora le statue di Castore e Polluce ne' lati del propileo del tempio, o nel primo ingresso de' portici laterali, ed i cui nomi sono cancellati nel marmo, ch’è il seguente (394):

C..... O...S..... D..... I

S..... P.......... E.....

..... L... D..........

..................

I..... Q.... M. ANTONIO

A. POSTVMIO COS

HEISCE MAG. MVRVM AB GRAD

AD CALCIDIC ET CALCIDICVM

ET PORTIC. ANTE CVL IN LONG, P

ET SIGNA MARMOR, CAST. ET POL

ET LOC. PRIVAT. DE STIPE DIAN

EMENDVM..... IENDVM

COERAVERE

Presso al tempio dové essere il sacro boschetto, e se crediamo al Pratilli, anche un Circo, nel quale in onor della dea gareggiavano le quadrighe, nonché un picco! Teatro, ed i vestigi ne apparivano nel passato secolo con quelli altresì delle stanze per le sacerdotesse ricordateci da' marmi. Scaturivano ivi presso acque calde e solfuree, e i Capuani vi costruirono le Terme, di cui parla Vellejo, e che a Diana intitolarono, come il seguente titolo sepolcrale ci fa noto (395):

D. M. S.

C. CORNELIO C. L

EVHODO

LOCATOR. THERMAR

DIANAE

L. CORNELIVS.....

THERMARIVS

PATRI B. M. POS

Dagli antichi acquidotti di queste Terme, ne' mezzi tempi detti formae, credesi derivato il titolo alla chiesa di S. Angelo in Formis, costrutta in parte sulle rovine ed abbellita colle colonne di questo tempio (396). Oltre i ruderi d’una parte delle mura, il vestibolo del tempio di là della detta chiesa, e le lapide co' fregi marmorei già dispersi ivi intorno, in quel sito ancora corrisponde la distanza segnata da Pausania tra l’antica Capua e ’l tempio di Diana. Diverse altre epigrafi del resto, votive o sepolcrali, ci ricordano egualmente il culto ed il tempio della dea; e tra le molte basta ch’io adduca le due seguenti, nella prima delle quali è memoria di un duumviro di Capua, che una statua innalzò λ Diana, avvisatone in sogno (ex mon.), e nell'altra di uno de' maestri del tempio, già onorato dall'Imperatore Antonino del cavallo pubblico nell'età di soli cinque anni (397):

1.

CN. POPILIVS CN. F. FAL

SEVERINVS II VIR. CAPVAE

SIGNVM DIANAE TIFAT

CVM BASI ET EPYSTIL

EX MON. POS

2.

C. VELLEIO C. F. PAL. VRBANO

MAG. FANI DIAN. TIF

HONORATO EQVO PVBL. AB

IMP. ANTONINO AVGVSTO

CVM AGERET AETATIS ANN. V

C. VELLEIVS VRBANVS ET TVLLIA NIGE

PARENTES D. D

Presso di questo celebre tempio crebbe un pago, od anzi un aggregato di più paghi, detto Monte di Diana Ti fatino, il quale che fosse stato ben popolato è manifesto dal seguente marmo che ne ricorda il prefetto juridicundo (398):

D. Μ. S.

C. TEREΝΤΙΟ

C. FIL. PAL

CARINO

PR. I. D. MONTIS

DIANAE. TIF

C. TERENTIVS

HYPERCOMPVS

FILIO. BONO

CONTRA. VOTVM

Del vico di Diana è anche memoria nella lapida già addotta del duumviro Gneo Lartio, il quale restaurò la strada che vi menava dalla Porta Vulturnense di Capua (399); né ad altro luogo egli sembra che accennasse la stazione Addiana, ossia Ad Dianam, segnata nella Tavola Teodosiana al nord del descritto tempio (400). Il sito di Sanano, dove durò un popoloso villaggio sin nel IX secolo, e dove il Mazzocchi poneva il detto pago non coincide coll'indicazione della Tavola; e però altri storici Capuani si avvisano piuttosto che s’innalzasse presso l’antica chiesa di S. Giorgio e la equi dotto che passava a Capua, dove non pochi rovinati edifizii ricordano di un gran villaggio, il quale la china del monte e parte del piano occupava (401). Ed a qualcuno di questi avanzi è forse da riferire la denominazione Ad arcum Dianae che leggesi in alcuni cronisti (402), presso del quale il seguente marmo votivo si rinvenne, dedicato alle Ninfe conservatrici del luogo (403):

NYMPHIS SERVATR.

SACR.

IVLIA MANSVETA LIB

SACERD. D. S. P. V. S. L. M.

34. Tempio di GIOVE TIFATINO

All'occidente di Capua sopra una costa de' Ti[ati la Tavola Teodosiana segna la mansione Jovis Tifatinus (404), dal tempio che vi sorgeva sacro a questo nume, del cui culto presso i Capuani serbano ricordanza le monete e le lapide. Che che ne pensasse il Mazzocchi, si alzò questo tempio sotto la punta orientale del monte, in un erto poggio dell'amena collina, sulla quale siede la città di Caserta, e propriamente nel villaggio di Piedimonte. La rinomata chiesa di S. Pietro della già Badia de' Cassinesi fu edificata sulle rovine di questo tempio, al quale appartennero i nobili marmi e le colonne che ne sostengono le tre navate, nonché quelle di maggior grandezza di granito orientale, sulle quali poggia la volta dell'atrio. La maggior parte de' marmi e le colonne stesse della cattedrale di Caserta furono prese dalle rovine del tempio di Giove. Sul monte cure sorgeva restò sino allo scorso secolo il nome del nume ad un fonte e a due campi sottostanti. Ed oltre a due are votive scoperte, l una lungo la strada che usciva dalla porta di Giove di Capua, l’altra nel prossimo villaggio di Casapulla (405), quest’altra tavola anche votiva de tempi della decadenza ci ricorda non solo il culto del massimo de' numi, ma la salubrità ancora della contrada ch'eragli dedicata (406):

Ι. Ο. Μ.

SVMMO. EXCELLEN

TISSIMO

MAECIVS. PROBVS. V. C. PRAEF

ALIM. QVOD. HOC. IN. LOCO

ANCEPS. PERICVLVM

SVSTINVERIT

ET. BONAM. VALETVDI

NEM. RECIPERAVERIT

V S

35. Accampamenti di ANNIBALE, di C. MARCELLO, e di SILLA

Oltre de' descritti templi, memorabile nella storia è il monte Tifata pe’ successivi militari accampamenti che vi fur posti nelle guerre combattute nella Campania. Primi vi si accamparono i Sanniti nel 412 quando mossero contro i Sidicini (407), ed attendati vi stettero i Consoli T. Veturio Calvino e Spurio Postumio prima che Sanniti venissero tratti nelle insidie della Valle Caudina (408). Di questi accampamenti molto remoti non rimase traccia; ma il nome e gli avanzi de' proprii vi lasciò Annibale, allorché, scacciato da Calazia il presidio latino, vi si fermava ad attendere l’opportunità di liberar Capua dall'assedio nel 536 (409). La Tavola Peutingeriana pone questi accampamenti di là del Tempio di Diana dietro al Tifata (410), verso il villaggio di Marrone, ed anche oggidì rimane il nome di Campo di Annibale alla pianura alquanto inclinata sottostante alla montagna della Croce che vedesi da Caserta; lira la scoverta del vero sito di essi nel vertice del monte verso di Nola, dove tuttavia si vede un vasto recinto di sassi di stupenda grandezza, è dovuta a Carlo III, il quale cacciando si abbattè in quel luogo, e disse essere accampamenti militari (411). Su questo monte ancora, nell'ultimo suo angolo di sopra a Suessola, metteva gli alloggiamenti il pretore Claudio Marcello, il quale tenendo dietro all'esercito di Annibale, le città soccorreva che rimanevano nella fede e nella dipendenza de Romani (412). Per la sola ragione che soprastà alle rovine di Suessola, tali accampamenti alcuni scrittori hanno situato a monte Cancelli (413), ed altri ancora a Marigliano (414); ma è più verisile il crederli nel sito della vecchia città di Maddaloni, il cui nome derivato dall'arabo MAGDALON (rocca, o castello), secondo il Mazzocchi (415), bene accenna alle romane fortificazioni, nelle quali riducendosi gli abitatori delle vicine campagne, diedero origine alla città, dappoi munita, come sembra, al tempo de' Longobardi. Presso la parte occidentale del Tifata dové in fine col suo esercito alloggiare L. Silla, allorché di ritorno dall'Oriente ruppe in questa contrada il console Nerbano (416); onde poi ne consecrò, come abbiam detto, i campi a Diana.

36. Pago di BELLONA

Al nord del monte S. Nicola, ed appena passato il Volturno alla scafa di Triflisco, è il villaggio di Bellona, il quale come gli altri paghi che ricordiamo, ebbe il nome dal tempio della dea del suo nome, edificato a breve distanza. Di questo tempio di Bellona rimaneva sin nello scorso secolo un avanzo a pochi passi dal principio del monte Rogeto, o di Gerusalemme, ed a giudicarne dalla molto breve estensione che si da al diametro del muro di forma rotonda di esso tempio, di non più di 20 palmi, o il tempio era assai piccolo, o ne rimaneva solo la cella (417).

37. Pago di TUTUNO

Poco lontano da Vitulaccio, altro casale di Capua, sorge appiè di un'ampia collina il villaggio di Tutuni, il quale non è inverisimile che il nome e l’origine derivasse da un tempio dedicato a Tutuno, lo stesso che Priapo (418). In questo villaggio non si sono veramente scoperti antichi ruderi, ma il nome ne dimostra l’origine molto remota, ben divisata dallo scrittore che ci serve di guida nel ragionare di questi antichi paghi dell'agro Capuano (419). In questo delizioso villaggio vedesi del resto come una piccola ara, la quale segna l’ottavo Consolato di Augusto con T. Statilio Tauro nell'anno di Roma 727, e che sembra una delle lapide terminali per le deduzioni delle colonie ch’egli fece nell'agro di Capua (420). In uno de' lati vi si legge:

IMP. CAESAR

T. STATILIVS COS

HISCE MINISTRI

FACIVN COER

e negli altri sono i nomi de' ministri mentovati nella lapida, deputati forse alle assegnazioni che si fecero de' detti campi.

38. Pago di VENERE e delle GRAZIE

Lungo la sinistra riva del Volturno si distende il vasto campo Mozzone, nel quale è posto il villaggio di Grazzanise, in latino detto Gratianisium. Il nome accenna alle Grazie, e però si è creduto che un tempio vi sorgesse sacro a queste dive, le quali non è inverisimile che fossero adorate in un campo nella più parte dell'anno lieto di rose e di verdi ed erbosi pascoli (421). Certo è che in quella pianura, la quale corrisponde, come abbiam detto, al celebre Campo Stellate degli antichi, una bell'ara marmorea si rinvenne nel 1649, dedicata a Venere Genitrice ed al Genio di Cesare, colla seguente epigrafe a grandi lettere scolpita:

VENERI GENITRICI

ET GENIO AVGVSTI CAES

SACR

COLONIA IVLIA FEL. AVGVSTA

PACE COMPOSITA

DEDICAVIT

IV KAL. NOVEMBR. Q. FVSIO ET

P. VATINIO COSS

Al pari di Alessandro, vantavasi Cesare di celeste origine. Egli prestava culto a Venere, dalla quale vanamente gloriavasi di discendere (422); ed i coloni romani l’ara innalzavano alla pretesa madre ed al figliuolo, non già quando, come alcuni scrittori si avvisano (423), dopo la guerra contro il gran Pompeo, vittorioso passava per la Via Appia, che attraversava il Campo Stellate, dove l’ara fu rinvenuta, sì bene quando calmava, io credo, le sedizioni di essi coloni nella Campania, i quali malcontenti degli ottenuti premii tumultuavano (424). A questo fatto sembrami riferirsi la pace accennata nel marmo, pel quale soltanto malagevole del resto è rassicurare che la Colonia Giulia ivi ancora ergesse un tempio sacro a Venere; la quale, se vi fu adorata, l’ebbe forse più probabilmente comune con quello delle Grazie, di lei ministre e compagne; né altro può dirsi dell'antico tempio e pago, d'onde credesi originato l’odierno Grazzanise.

39. CALAZIA (Καλατία, Calatia)

A VI miglia antiche da Capua e all'est di questa città sorgeva sulla Via Appia la piccola città o castello di tal nome (425), di maggior rinomanza negli antichi scrittori, ma certo meno importante dell'altra città omonima nel Sannio Poiché nella Tavola Peutingeriana la città sannitica è scritta Gahatie, e questa Calatie, parrebbe che quella si nominasse Galazia; ma da Livio e da una lapida raccogliesi il contrario, e tutti gli altri storici e geografi la nominano Calatia. Non pertanto l’analogia de' nomi delle due città dimostra ch’ebbero un’origine comune, e si può perciò supporre che questa della Campania fosse stata edificata dagli abitatori di quella del Sannio; il perché ove non vogliasi attribuirla Pelasgi, non avrebbe un’antichità più remota dell'occupazione che i Sanniti fecero di Capua. La sua vicinità con Capua stessa potrebbe far credere che fu una delle XII città della federazione tirrenica; ma la sua piccolezza non meno che i tipi delle monete di Calazia montana, simili a quelli della città capitale della Campania, persuadono piuttosto che quella fu piuttosto autonoma e confederata. A questa nondimeno alcuni nummologi attribuiscono le medaglie col capo laureato di Giove nel dritto, e nel rovescio con un cavallo sfrenato e l’osca epigrafe KALATI (426). —Quanto alle sue vicende, non sono note prima del 541 di Roma, allorché fu occupata, scacciandone il presidio romano, da Annibale, il quale da Taranto accorreva per liberar Capua dall'assedio (427): ma nell'anno stesso, dopo la presa della città, ritornò in potere de' Romani (428), e d’allora egli sembra che fosse ridotta alla condizione di prefettura al pari di altre città intorno di Capua (429), le quali seguito avevano le parti de' Cartaginesi. E nel 542, quando i Nucerini furono costretti di passare ad Atella, gli Atellani vennero trasferiti a Calazio, e ne accrebbero la popolazione (430). Notabile nel 578 fu la censura di Q. Fulvio Fiacco e A. Postumio Albino per le pubbliche opere di cui fu arricchita Roma ed altre città italiche, e tra queste non fu dimentica Calazio, che venne cinta di muraglie (431). Dopo che Silla ne aggiudicò tutto l’agro alla colonia dedotta in Capua (432), Cesare vi spedì una colonia militare, della quale avvalevasi Ottavio per combattere Antonio (433); e da questa colonia al certo fu poi eretta la seguente epigrafe scolpita sopra una grande ara consecrata ad Augusto (434):

D. AVGVSTO

PIO FELICI

PATRI PATRIAE

EX S. C.

COL. GALATIA

Quando venne a mancare è mal noto. Si sa bene che durò insino all'anno 852, ma molto malmenata da Pandone il Rapace IV Conte di Capua (435); dopo del quale tempo rimasta poco men che deserta, fu abbandonata in quel secolo stesso, o non guari dopo. Gli avanzi delle mura di questa piccola città, o castello di frontiera dell'antica Capua, che nel sito detto le Gallozze, e più comunemente S. Giacomo, tuttora si veggono tra ’l villaggio di S. Nicola e la città di Maddaloni, sembrano del medio evo; ma le iscrizioni, le colonne magnifiche, le statue, i bassirilievi e i rottami di marmi ivi discoperti, e in gran parte trasferiti nell'episcopio di Caserta, la dimostrano in piccol giro città culla ed ornata di belli edifizii. Nelle lapide usarono i suoi cittadini il greco linguaggio, come nelle due seguenti:

1.

Λ. ΑΥΡΕΛΙΩ ΣΑ

ΒΙΝΩ ΟΝΑΓΡΩ

ΚΑΙ ΑΥΡΕΛΙΩ ΠΙΩ

L. AVRELIVS SABI

NVS DOLIARIVS

FECIT SIBI

ET SVIS

H. S.

2.

ΘΕΑΝ ΜΑΓΑΡΣΙΔΑ

ΤΙ. ΙΟΥΛΙΟΣ ΣΙΡ

ΑΝΕΘΗΚΕΝ

Fu la prima sepolcrale, e l’altra dedicata da un Tito Giulio Siro alla dea di Magarso, città della Cilicia, cioè a dire Minerva che v’ebbe un tempio, nel quale sacrificava Alessandro Magno (436). Altre iscrizioni se ne hanno, ma di poco rilievo, ad eccettuarne queste due altre scolpite sopra due are, l’una dedicata alle Ninfe ed e!Lari Augusti da un liberto della celebre famiglia Magia di Capua, l’altra al Genio della Pace, il quale, col capo radiato e di lungo pallio vestito, vi si vedeva poggiato ad una colonna con nella destra il caduceo e nella sinistra una lira, poggiando il piè sinistro sopra di un globo (437):

LOCVS

NYMPHAR

ET LAR. AVGG

SAC

C. MAGIVS C. LIB

VELLEIANVS

DIVAE AGRIPPINAE AVG

VESTIARIVS

REST. ET DED. K. QV

GENIO PACIFERO

SACRVM

L. VIVASIVS L. FIL

STELL. POMPEIANVS

MIL. COH. II BRACAR

EX VOTO L. M.

40. Vico Novanense (Vicus Novanensis)

Dopo poche miglia da Calazio, nelle falde estreme del monte Tifata incontravasi sullo stesso corso della Pia Appia il Pico Novanense, del quale è rimembranza nel seguente marmo, scoperto tra antichi ruderi ad un miglio da Maddaloni nella collinetta di Carvignano (438).

L. POMPEΙΟ. FELICISSIMO

IMMVNI. DENDR. SVESSVL.

ET. SACERD. M. D. XVVIR. IN

VICO. NOVANENSI. PATRI. L.

POMPEI. FELICISSIMI. DECVR. ET

JIVIR. ET. Q. ALIMENT. OMNIBVS

REBVS. AC. MVNERIB. PERFV

NCTO. D. CVLTOR. I. O. M. S.

HORTENSENS (sic). PATRONO.

B. M. OB. SING. ERGA. SE. LIBE

RALITATEM. ET. PRAES

TANTIAM

L. D. D. D.

Questo villaggio era posto ne' confini della Campania e del Sannio Caudino, e la lapida in fatti da una parte ci ricorda Suessola, di cui era Decurione Pompeo Felicissimo, e da cui esso villaggio dipendeva, e dall'altra i Cultori o il collegio di Giove Ortense, ch'ebbe a prendere il nome dagli orti delle non lontane Forche Caudine, de' quali,: parla Columella (439). Il culto di Giove è del pari ricordato da quest’altra lapida, anche sepolcrale, e scoverta è già tempo negli stessi dintorni (440):

N. PETTIO N. F.

GAL. RVFO

II. VIR. Q. ALIMENT

CVR. PEC. PVBLICAE

CVRATORI FRVMENT

CVLTORES IOVIS

OB MERITA EIVS

L. D. D. D.

Egli sembra che questo Vico Novanense avesse preso il nome dall'altro vicinissimo casale detto ad Novas, né cade dubbio dell'antico suo sito nell'odierno villaggio di S. Maria a Vico, avendo avuto il comune sepolcreto nel luogo detto il Grattale, dove di continuo si sono scavati antichi sepolcri colle solite anticaglie che dentro vi si trovano, cioè monete, vasi, idoletti e lucerne (441). Un dubbio solo può nascere rispetto al mentovato sito della collinetta di Carvignano, se cioè una villa vi fu di Pompeo Felicissimo, come si avvisò il Pratilli, o più veramente un tempietto sacro a Diana, come sostiene il Lettieri. A crederne quest’ultimo scrittore, fu ivi scoperto un frammento di statua di fino marmo, che si appalesò per quella di Diana. Tra le rovine dell’antico Arienzo, nel luogo detto il Castello, che alle campagne sovrasta del Vico Novanense, la tradizione pone un altro tempio di Diana (442), ed un altro ancora sacro alla stessa dea dove ora dicesi alle Cammarelle dagli antichi avanzi, che vi si scopersero nel secolo XVI (443). Comeché in una contrada tutta sacra alla dea della caccia e de' boschi, non è nondimeno verisimile che in si breve spazio tre templi si ergessero, oltre del massimo che fu sul Tifata; e senza contraddire alle riferite memorie, furono piuttosto are che si scambiarono con templi, in eccezione non pertanto di quello che vuoisi edificato al di sopra dell'odierno Arienzo, il cui nome alcuni scrittori derivano appunto da Ara Cynthiae.


41. AD NOVAS

A VI miglia antiche da Calazio, la Tavola Peutingeriana segna la stazione Ad Novas (444), la quale dové prendere il nome da nuovi alberghi o osterie costrutte ad uso de' viandanti sulla Via Appio; così che egli sembra, che la detta stazione debbasi intendere Ad Novas Tabernas. Ed oggidì alla distanza corrispondente all'antica non solo si veggono diversi ostelli distinti col nome di Taverna Nuova, ma il villaggio altresì detto la Nova (445); il quale, comeché ridotto a poche case di agricoltori, è da riconoscere nondimeno de' tempi romani, anteriori al citato Itinerario. Nella pianura in fatti, ove vedesi edificato, si sono spesso scoverti antichi monumenti e rovine di edifizii con rottami di marmi, vasi e statue, ed in un angolo della chiesa del detto villaggio vedesi anche fabbricata la seguente mutila epigrafe:

.. PROC. CA....

C. LEG. AVGG.

R. CVRAT. ALVEI...

COS, CYPRI LEG. AV...

T. LEG. X. GEMIN.

RTINAE PRAEF.

. VRIONI QUA

II. P. S.

Il personaggio, al quale fu posta, dové essere il curatore dell'antico acquedotto, di cui già si scoprirono i vestigi quivi presso nello scorso secolo, ed al villaggio stesso ebbero ad appartenere il Linfeo ed il Fonte restaurati da un M. Aurelio Vestino, di cui ci serbò memoria quest'altra lapida, scoperta del pari in quelle stesse vicinanze (446):

M. AVRELIVS VESTI

NVS AQVILEGVS

LYMPHEVM

ET FONTEM SVA

IMPENSA REST

Fu questo l’ultimo villaggio della Campania ne' confini del Sennio Caudino, poiché dopo altre VIII miglia antiche sorgeva Caudio, città capitale ond'ebbe il nome. E di qua, dopo la descrizione delle città sull’Appia, ritornando alla spiaggia, per ripigliare la descrizione de' luoghi sulla Via Domiziana, diremo prima del Volturno dalle sorgenti alla foce, d'onde proseguiremo a descrivere la Campania lungo il lido e le città dentro terra che poco se ne discostavano.

42. Fiume VOLTURNO (Vulturnus amnis)

Questo fiume, per copia d’acque e per lunghezza di corso il più grande dopo il Liri tra quelli che solcano questa meriggia parte d’Italia, bagnava più il Sannio che la Campania; ma qui tutto insieme lo descriviamo, dove fu più insigne e rinomato pel culto e la navigazione. Da più di trenta sorgenti, a' confini de' Caraceni e de' Pentri, nasce alle radici di un monte altissimo ed erto, otto miglia sopra Venafro, fra Rocchetta e la distrutta badia di S. Vincenzo, perciò detta ad fontes Vulturni. Indirizzandosi per un bel piano, nel tratto di meno di un miglio, pe’ molti altri rivoli che vi scaturiscono si fa ben grande, e girando dietro al paese di Cerro immettesi in una valle, e rapido corre a libeccio. Volgesi quindi ad austro sotto la terra di Colli, dove attraversa un’altra valle angustissima, nella quale precipitando fra sassi e dirupi, di ben lungi fa udire il fragore delle sue cascate. Fra queste rocce e burroni, a cui riguardavano colle loro descrizioni Stazio, Lucano e Silio Italico (447), discende a Montaquila, d’onde cominciando a scorrere in piano, traghettavasi con scafe (448). E proseguendo il suo corso fra Monteroduni e Roccaravinola, e quasi come il Meandro, il celeberrimo fiume della Caria, di qua e di la rivolgendosi, giugne al colle del real bosco di Cupamarza. Passa quindi a lato di Porcino e Mostralo, a scirocco volgesi a S. Maria della Ferrara, e tutto s’interna nel Sannio per Aliano, Alife e Rajano, dove giunto, e lasciata a manca Telese, sotto Cajazzo rivolgesi all'ovest, e tra' colli di Triflisco ed i monti Tifati entrando nella Campania, la divide sino al castello dello stesso suo nome, presso al quale mette nel mare le sue torbide acque, quasi ad eguale distanza dal monte Massico e da' poggi dell'antica Literno. Essendone molto tortuoso il corso, è di ben 80 miglia. Oltre de' rivoli ond’è accresciuto, a dieci miglia in giù dalle sue fonti vi mescono le acque numerosi influenti; il Cavaliere, la Vandra, la Lorda ed il Pongano tra' confini di Colli e Monteroduni; le acque di Tuliverno, della fonte di Venafro, il Lete, il limpido Torano nel territorio di Alife, e sotto Amorosi i due fiumi Sabato e Calore che scendono da' monti degl’Irpini, ed in fine Vlederò che viene dal monte Taburno.

Il nome di Volturno derivasi chiaramente da vultur, e fu pe’ nostri antichi il fiume avvoltojo, come il Nilo nominavasi il fiume dell'aquila dalla rapidità del suo corso. Senza affermare la ragione di tal nome, se pur non fu dal rapire che fa nella piena delle sue acque le terre prossime alle sue ripe, giova ricordare il fiume divinizzato, o Giove trasformato in avvoltojo che i dei Palici della Sicilia generava nella Ninfa Talia (449). Strabone dice che pigliò il nome dalla città edificata alla sua foce (450); ma fu piuttosto il fiume che diede il nome alla città, come di altri fiumi in Italia e Sicilia scriveva Duri Samio (451). Di nome sannitico od osco giudicavalo Varrone (452); ma poiché in altri luoghi, dove né Osci né Sanniti abitarono, troviamo denominazioni identiche (453), è da dire piuttosto di origine tirrenica, o etrusco. Come altri grandi fiumi (454) del resto dimostra che fu adorato dagli antichi Capuani la seguente lapida, scolpita su qualche ara, e già scoverta nel 1667 non lungi dal tempio di Diana (455):

VOLTVRNO

SANCTO

SAC

L. VETTIVS L. F

CN. NOVIVS Q. F

L. OPPIVS L. F

M. MACRIVS M. F

C. CAESELLIVS C. F

A. PLOTIVS A. F

DE SVO FACIVND

COER

E per questo suo culto merita attenzione come quegli che si armonizza nel ciclo degli dei fiumi dell'Italia, col Tevere, il Numico, l’Aufido ed il Po.

Sette ponti vi costruirono gli antichi: il primo a cinque miglia in circa dalle sue fonti, del quale rimane appena la pila verso l’ovest; ponte piccolo, ma che servì al traffico de' Peligni e de' Caraceni che ne occupavano le opposte sponde. Nell'anno 865 era tuttavia in piedi, perché vi passarono i Saraceni quando saccheggiarono la detta badia di S. Vincenzo (456). Poco meno di un miglio in giù, dirimpetto alla terra di Colli, era un altro gran ponte di pietra ad un solo arco fra due altissime rupi, rovinato nel 1774. Dopo che il fiume esce dalle straripevoli sue valli, alla distanza di 10 altre miglia veggonsi i ruderi di un altro ponte di gran mole, detto Ponte Ladrone, che fu anche ad un solo arco, alto almeno 80 palmi sul pelo dell'acqua. Circa a 6 altre miglia avanzi di un altro ponte si scoprirono presso quello ch’edificava Carlo III tra Sesto e Capriati: al quale ponte seguiva quello di Baja, o dell'Inferno, a quattro miglia da Alife, a due ordini di ardii, e di quella specie appunto che gli antichi a guisa di fornici formavano con sotterranee arcate (457). Il quale così alto fu costrutto perché le piene del fiume non lo soverchiassero, ed a livello di sopra vi passasse l’acquidotto che portava a Baja, come credesi, ed alla Piscina mirabile le acque del Torano. Per questo ponte passarono forse i Sanniti a depredare nel contado Falerno, che furono poi sorpresi e disfatti dal Console Sempronio nel 448 (458), e presso di esso sembra altresì che fosse sorpreso il Console Sesto Giulio Cesare da M. Egnazio, uno de' capitani degl'Italici confederati nella guerra sociale (459). Alla distanza di otto e più miglia restano avanzi di un altro ponte, pel quale dall'agro di Alife passavasi a quello di Compulteria. Questo ponte, il quale dalle pile che ne rimangono può anche giudicarsi a due ordini di archi, è detto degli Anicii, e dové essere innalzato o rifatto da uno di quegli Anicii, ricordati nelle lapide Allifane. Veggonsi in fine tra le angustie della valle tra il Tifata ed il Callicola, dove il Volturno entra nella Campania per irrigarla insino alla foce, le rovine di un altro ponte di fabbrica laterizia, che dicono Ponte rotto, non lontano da Triflisco (460), oltre di quello costrutto in sulla foce per la Via Domiziana.

43. VOLTURNO città (Vulturnum)

Alla sinistra sponda e sulla foce del Volturno era la città dello stesso nome, a XV miglia da Sinuessa (461). Livio dice che Capua portò dapprima il nome di Volturno (462); ma egli sembra che lo storico una città confondesse coll'altra, o che i fondatori primitivi di Volturno passarono a fondar la metropoli, alla quale imposero prima il nome di questa ch’era situata sul fiume. Certo è che Volturno non ebbe un’origine diversa da Ostia nell'antico Lazio f da Minturna e da Pompeja nelle nostre regioni, le quali da piccole stazioni di commercianti su' fiumi, presso cui furono edificate, in processo di tempo divennero città importanti. Ed il commercio de' Capuani fu sul fiume da Casilino a Volturno, dove le lor derrate imbarcavano per più lunghi viaggi di mare fuori e dentro la Campania. Nella seconda guerra cartaginese il castello di Volturno fu da' Romani di più forti mura munito, onde ivi giugnendo le vettovaglie per l’esercito che assediava Capua, potessero trasportarsi sino a Casilino (463). E come se ne furono impadroniti, una colonia spedirono a Volturno nel 558 di soli 300 coloni, come a Literno e a Puteoli (464), in difesa senza dubbio della loro conquista. Festo nondimeno l’annovera tra le prefetture campane (465), ed egli sembra che in tale condizione durasse solo insino a che divenne colonia. Infestata da Menecrate nella guerra tra Sesto Pompeo ed Ottavio (466), non se ne sa più altro sino a che Augusto vi dedusse una nuova colonia (467), della quale si leggono i patroni ne' seguenti marmi (468):

1.

L. CESTIO GALLO CERRI

NIO IVSTO IV.... IIO NATALI

1111. VIRO VIAR. CVRAND. TRIB.

LATICLAVIO LEG. VIII. AVG.

QVAESTORI VRBANO AB

ACTIS SENAT. AEDIL. CVRVL

PRAETORI LEG. AVGG. LEG.

XXV. PROCOS. PROVIN

CIAE NARBONENSIS PRAEF.

AERAR. SATVRNI CO....

PATRONO COLONIAE

D. D.

2.

P. AELIO P. F. L. Ν.

AELIANO

ARCHELAO

MARCO

ORIGINIS CLARISS

SIMAE VIRO CVIVS

AETATIS LAVDABILIS

COSTANTIA ET RE

CENS PATRONATVS DIGNI

TAS PROVISIONE CVMVLA

VIT REIPVBLICAE VIRES

P. LVCIVS MAXIMVS LEGATIONE

ABSOLVTVS PATRONO COL

Quest’altra lapida sepolcrale ci ricorda il Collegio di coloro che lavoravano alla fabbrica de' navili al porto di Miseno (469):

CAECILIO LEONTIΟ

CAEC. LEONTI LIB

COLL. FABR. NAV. MISE

NAT. VOLTVRNI CONSIST

B. MEV. FEC

E l’altra seguente, ch’è l’ultima delle più importanti di Volturno, ci da contezza di una delle vie della città, e per le colonne miliari del tempo della Repubblica scoperte nel bosco di S. Martino e nel boscherello di Vico supposta da un patrio scrittore quella stessa che da Sinuessa per Volturno menava a Puteoli, rifatta poscia ed ingrandita da Domiziano (470):

M. ARRIVS M. F

M. SEXTIVS M. F

DVOVIRI DE S. P. VIAM

FACIVND. ET REFICIVND

COER

La città ebbe suoi propri Vescovi ne' primi secoli del Cristianesimo (471), quando più grande era che non è oggidì Castelvolturno, che dobbiam considerare solo come una parte dell'antica Volturno, le cui rovine si veggono tra alcuni vigneti dove dicesi la Civita, non guari discosto dall'antico ponte costrutto sul fiume ad uso della Via Domiziana.

44. Fiume CLANIO (Κλάνις, Clanius)

Alle radici meridionali di monte Cancello, nella valle detta di Cicala, da piccole sorgenti minerali, dolci e sulfuree nasce questo fiume, il quale bagna prima con poche acque i confini della Campania verso il Sannio Caudino. Proseguendo il corso pel bosco di Acerra, nel luogo detto la Forcina gli si unisce il Riullo, che di acque sulfuree aneli esso, sgorga alle falde occidentali del detto monte in vicinanza delle rovine di Suessola. Da altre fonti accresciuto tra Avella e Nola, bagna il territorio di Aversa, e di là con placidissimo e rettilineo corso si scarica nel mare poco più prossimo alla foce del Volturno, che non a' colli di Interno. Molti antichi scrittori, greci e latini, ne fanno chiara menzione, ma pochi ne conobbero il sito. Perché Licofrone che lo nominò Giani, lo scambiò col Sebeto (472), ed Appiano, Plinio e Strabone lo confusero col Livi (473). Ma senza ricordare altri errori simili a questi, greco ne fu il nome, derivato anziché dal Centauro Ciani, come parve ad alcuni, dalle viole che nascono alle sue sponde, e gli stessi abitatori primitivi dell'Etruria e della Campania, i Pelasgi, sembra che il nome imponessero a questo fiume ed all'altro dello stesso nome che bagna l’agro di Chiusi, ora detto la Chiana (474). Correndo del resto per la città di Acerra ed Aversa gli si da ora il volgar nome di Lagni dalla guasta denominazione di Lanius con che trovasi indicato ne' secoli di mezzo (475), e presso la sua foce si è detto anche Fiume di Patria, o di Literno. Verso l’estremità del suo corso gli antichi lo nominarono anche Coleo, come è noto dallo Pseudo-Aristotile, che situandolo presso di Curia, la proprietà gli attribuisce di petrificare gli oggetti che dentro vi si tuffano (476), proprietà che di fatti si ascrive al Clanio (477), e che avendola comune col Silaro, ha fatto crederlo tutt'uno col Ceteo del greco compilatore (478). Né altri che gli Eolidi, i quali furono, come diremo, tra' greci fondatori di Cuma, con tal nome contraddistinsero il fiume che bagnavane l’agro, perché un fiume omonimo ci ricordano gli antichi geografi nell'Eolide, il quale simile, dice Strabone, piuttosto ad un torrente, scorre secondo Plinio dal monte Pindaso (479); altra analogia di nomi, di già notata dal Mazocchi, ma senza indicare il fiume della Campania, la quale dimostra mirabilmente che non è senza ragione quando la incontriamo nella greca e nella nostra topografia. Poiché del resto inondava il Clanio i terreni presso al suo corso dalle vicinanze di Nola insino al mare, con un’opera d’idraulica tenuta per un capolavoro, intrapresa dal Viceré Pietro di Toledo, migliorata dal Conte di Lemos, e perfezionata da ultimo a' dì nostri, le serpeggianti acque ne sono state ravviate al mare con cammino più acconcio per mezzo di un canale di bonificazione a traverso la duna operata dalle alluvioni del Volturno, facendosi prima per altra via strada Del mare attraverso del lago di Patria.

45. LITERNO (Λίτερνον, Liternum)

A VII miglia dalla descritta città sorgeva presso la foce del Clanio a sinistra la città di Literno (480). Essendone sconosciuta l’origine, conghiettura lo storico della Campania che la fondassero i Cumani, e la denominassero Leuterno da' favolosi giganti di questo nome, fugati da Ercole ne' Campi Flegrei (481); ma è forse più analogo al vero di attribuirne i principii a Pelasgi, e di annoverarla tra le città che fondarono intorno di Capua. Essi abitarono questi luoghi e questa spiaggia, ed il nome di Literno, che accennar doveva alla sua posizione sul Clanio, non dissomiglia da quello di altre città che vedremo del pari edificate dagli stessi popoli. Nell'anno stesso che Volturno (558 di Roma) fu accresciuta di una colonia di 300 cittadini romani (482). Festo l’annovera tra le prefetture della Campania, nelle quali i Prefetti si spedivano col suffragio del popolo (483), e comeché poche notizie ne rimangano, possiamo da ciò arguirne l’importanza. Papio Mutilo l’occupò nella guerra sociale, e costrinse a militare co' suoi i prigionieri ed i servi che vi prese (484). Augusto in fine vi spedì un’altra colonia (485), ed appena rimane memoria di un M. Canulejo, Quatuorviro e Prefetto a giudicare le liti di questa colonia, nel seguente marmo, fabbricato in un angolo di un casolare presso il villaggio di Patria (486):

M. CANVLEIO

M. F. STELL. TAVRO

IV. VIRO. LIT. QUAEST

PRAEF. I. D. PRAEF.

ALIM.

MANLIA PROCILIA

MAR. PIENTIS, CVM

QVO VIX. ANN. XLII

Nelle vicinanze di Patria anche oggidì serba il nome di Cannolera il sito dove fu questo sepolcro, o la villa stessa del magistrato di Literno. Si conservò la città in qualche splendore sin verso la fine del IV secolo sotto l’impero di Valentiniano II, avendosi memoria onorevole di un Severiano, Primore di Literno, cioè il primo dell'ordine de' Decurioni (487); ma nel 455 credesi rovinata da' Vandali, i quali altre città desolarono nella Campania. Ebbe nondimeno i propri Vescovi sino ad un secolo dopo (488), quando aveva già cambiato il nome in quello di Patria, per ciò che saremo appresso per dire, parlando della villa e del sepolcro di Scipione; ed abbandonata affatto verso la fine del secolo VIII (489), il territorio ne fu unito a quello di Napoli. Sorger doveva del resto ad entrambi i lati della Via Domiziana, tra la sinistra sponda del Clanio ed il mare, dove fu poscia innalzata la littorale Torre di Patria, presso la quale qualche vestigio ne rimaneva nel secolo XVI (490). Stendevasi forse ancora in sulle falde della collina che fiancheggia la palude, per la quale venne a Literno l’epiteto di paludosa (491). E senza attribuire anche alla città gli altri ruderi che si accennano agli opposti lati del lago, e molto più lungi quasi insino alla Via Appi a (492), che appartennero piuttosto a ville o a sepolcri,! già detti la dimostrano abbastanza città non piccola e ragguardevole, senzaché non sarebbe stata decorata di cattedra vescovile.

46. Palude LITERNA (Literna palus)

In vicinanza della descritta città vedesi la palude, o il lago che ne prese il nome (493), formato da tempi remotissimi dal fiume Clanio, e che alcune sorgenti alimentano e le acque delle vicine campagne, le quali vi si scaricano seguendo l’inclinazione del suolo. Comeché di ampiezza variabile, il suo perimetro non oltrepassa nondimeno le tre miglia in circa. Poco profondo e d’irregolare figura, ha all'intorno una zona ben ampia, ove l’acqua non è più profonda di due palmi. La sua depressione media sotto il mare è di palmi 550: la sua larghezza dal nord al sud, compresa la cuora che lo circonda, può tenersi di palmi 9800; e la larghezza massima dall'est all'ovest si calcola di palmi 6000. Comunica con esso il fiume Radico, o Canale di Vena, il quale prolungasi per quattro miglia nella parte più bassa della maremma sin presso il corso de' Lagni. Le sue acque, essendo stagnanti, serbano lo stesso livello della superficie del lago, il quale nella opposta estremità verso il sud ha una foce, che per lungo corso comunica col mare attraverso della duna che cinge la spiaggia. Più ampio e profondo che non è oggidì, credesi che si stendesse una volta sin presso l’antico Vico Fenicolense, essendo stato poscia ristretto dalle alluvioni del Volturno. Nel principio del suo emissario naturale si ravvisano gli avanzi di un antico ponte, che alzar si doveva in più archi non solo sull'emissario, ma su parte ancora dell'aggiacente terreno paludoso, e venne ivi costrutto nell'aprirsi della Via Domiziana. Ora è noto sotto il nome di Lago di Patria, come cominciò a dirsi fin dal VI secolo. E del resto abbastanza pescoso, e si racconta il caso singolare della state del 1795, quando la massima parte de' pesci, se non tutti, vi comparver morti alla superficie, per effetto, come si giudica da un dotto naturalista, dell'eccessivo riscaldamento del limaccioso suo fondo (494).

47. Vico FENICOLENSE (Vicus Feniculensis)

All'est della descritta palude è il villaggio detto Vico di Pantano, presso il quale alcuni scrittori patrii affermano ritirato in volontario esiglio il grande Scipione, fondandosi sulla testimonianza di Valerio Massimo, dal quale risulterebbe che fu de' tempi romani (495), soggetto forse alla vicina città di Literno. Ma il nome di Patria, che venne a questa città, come or ora diremo, dalla lapida infranta del sepolcro del grand’uomo, fa piuttosto inclinare all'opinione che presso di essa ne fosse stata la villa. Certo è che il detto villaggio, innominato nell'antichità, fu distinto sin dal VI secolo col nome di Fenicolense, come raccogliesi da un’epistola decretale di Papa Pelagio II del 579 (496), dall'abbondanza de' fieni ch’erano nel suo territorio (497), e mutò indi a non molto tal nome in quello di Vico di Pantano dal vicino padule, come già trovasi detto in una carta del 703 riferita dal Cronista Volturnense (498). Da esso Vico fu detta Via Vicana l’antica via che menava a Clima, della quale si riconoscevano i vestigi nello scorso secolo; ed i diversi sepolcri scoperti ne' dintorni ben lo appalesano abitato e frequentalo negli antichi tempi.

48. Villa di SCIPIONE

La descritta città di Literno divenne celebre pel volontario esigilo di Scipione, il domator di Cartagine, poi che molto ingratamente verso di lui si comportarono i propri concittadini. Si ritirò il grand'uomo nelle sue vicinanze, e in una modesta villa trasse i rimanenti suoi giorni. La gran fama di un uomo cosi insigne molti richiamar dovette dopo la sua morte a visitare la sua villa ed il suo sepolcro, come è noto dall'esempio di Livio, di Seneca, e forse ancora di Plinio. Livio dice di aver osservata egli stesso caduta per terra la statua eretta sul suo monumento (499); ed «ho veduta, dice Seneca, la villa di Scipione costrutta di pietre quadrate, il muro circondato da una selva, e le torri ancora erette in propugnacolo da entrambi i lati della villa; una cisterna sottoposta all'edifizio ed a' giardini, baste«vole anche ad un esercito; ed un piccolo ed angusto bagno, tenebroso secondo l’antico costume. In questo angolo quel terrore di Cartagine, al quale Roma è debitrice di non essere stata presa che una volta, bagnava il suo corpo stanco da' rusticani lavori; dappoiché colla fatica si esercitava, ed egli stesso domava la terra, come i nostri antichi usarono di fare. Ecco il meschino ostello ch’egli abitava, ecco il vii pavimento che calpestavano i suoi passi venerabili (500)». Giunti una volta, dice Valerio Massimo, quasi in un tempo stesso alcuni capi di corsali su quella spiaggia, vollero vedere il grand’uomo, tutti attirati dalla sua fama. Pensandosi Scipione che venissero per assalirlo, chiudevasi per difendersi co' suoi domestici. Del che quelli accorgendosi, gittate via Tarmi, e mandati indietro i compagni, si fecero alla porta gridando ad alta voce, che non come nemici, sì bene come ammiratori della virtù, venivano per visitare e trattenersi con uomo sì celebre,cercando quasi un celeste benefizio. Allora le porte furono aperte, e poi ch’ebbero, come un sacro tempio od ara religiosissima, le soglie della porta venerate, con molta avidità la destra baciavano di Scipione; e, lasciati innanzi al vestibolo della casa di que' doni che consecrar si solevano a' numi, lieti dell'avorio veduto, alle loro foste facevano ritorno (501). Scipione colle proprie mani vi piantò mirti ed ulivi, e della vita lunghissima di alcuni alberi sono addotti in esempio da Plinio. Il quale dice ancora ch’eravi una spelonca, dove un dragone custodiva l’ombra del grand'uomo, perché anche ne sepolcri talvolta penetrar vorrebbe l’ingratitudine. Questa villa fu poi posseduta da un Vetuleno Egialo libertino, il quale godé gran fama, dice il naturalista, perché coltivò lo stesso esilio di Scipione (502). Sappiamo dallo stesso Valerio Massimo ch'egli stesso faceva scrivere sul suo sepolcro (503):

INGRATA. PATRIA. NE. OSSA. QUIDEM. MEA. HABES

la quale lapida, scovertasi infranta, come si crede, e dove solo leggevasi la parola PATRIA, diede occasione di così nominarsi la città stessa di Literno; e questa opinione, ch’è la più ricevuta (504), non sarebbe contraria all'avviso di coloro che co' citati scrittori ed altri ancora (505) dicono ritirato Scipione a Literno, non già al vico di cui parla Valerio Massimo. Ma dove propriamente fosse la villa col sepolcro di quel grande, non si sa affatto, comeché il Pratilli la situasse a 500 passi da Vico di Pantano, nel luogo ove al suo tempo dicevasi alla villa, ed ove apparivano non pochi antichi ruderi, e fu già una gran cisterna dappoi riempiuta di terra e di pietre (506), il che si nega da un altro patrio scrittore (507), per essersene perduta ogni traccia.

49. Selva GALLINARIA (Γαλλιναρία ὕλη, Gallinaria Silva)

Ad un miglio e mezzo dall'antica città di Volturno cominciava la rinomata Selva Gallinaria, la quale, arida, sabbiosa e piena di cespugli, come l’isola dello stesso nome rimpetto i monti della Liguria fu così detta dalle galline selvagge (508) che vi abbondavano, spezie di uccelli molto comuni nelle falde delle Alpi e dell'Appennino (509), noti in Italia sotto il nome di Galline, regine. Strabone, senza determinarne la misura, la dice lunga di più stadii, e stendevasi in fatti lungo la spiaggia per otto miglia insino all'antica torre di Patria (510). Era ricoperta di pini (511), e sembra che si mantenesse ad aver pronti i legnami da costruir le navi della romana armata di Miseno. Celebre pe’ ladronecci al pari delle Paludi pontine, divenne anche conta alla storia pel ragunar che vi fecero de' pirati i navarchi della flotta di Sesto Pompeo quando moveva a ribellione la Sicilia (512). Nel medio evo, allorché forse’ tuttavia non mancava di pini, fu detta Pineta di Castello, Pineta Vulturnense o Patriense, ed il nome di Gallinaria rimaneva appena nel X secolo ad una chiesa della Vergine, posta ne' confini della Liburia, la quale finiva col contado di Patria (513); ed ora il nome di Pineta è rimasto alla duna che cinge la costa, sulla quale stendevasi l’antica selva, al di fuori della quale, a breve distanza dal mare, in più luoghi si riconoscono le reliquie della Via Domiziana. Quivi presso alla marina si rinvenne è già tempo un’ara votiva con questa epigrafe:

HERCVLI

DEFENSORI

SAC

CL. OSIMVS CL. L

V. S.

L. M.

E in vicinanza della stessa selva ebbe a scovrirsi la seguente colonna miliare, poi fabbricata in un angolo della villa che fu de' Certosini in Vico di Pantano (514):

XVII

IMP. CAESAR

ANTONINVS

PIVS AVG

COS. III

P. P.

REFIC. CVR

50. HAME (Hamae)

Tre miglia prima di giugnere a Cuma Livio ricorda un luogo col nome di Hamae, rinomato nella storia per la strage de' Campa finché con inganno impadronirsi volevano della città nel 536 (515). Comeché di manifesta origine greca, dappoiché Χαμαι corrisponde ad humi, ed è nota la montagna di Hama presso il borgo di Las nella Laconia (516), un patrio scrittore non dubita secondo il suo sistema di derivarne il nome dal fenicio, pensando che accennasse alle acque calde, e a’ fuochi ascosi presso l’Averno (517). Era questo luogo celebre per solenni e notturni sacrificii, a’ quali tutti i Campani convenivano. La festa vi durava tre giorni, e il sacrificio vi si compieva prima della mezza notte. Livio tacque o non seppe a qual nume i sacrifizii si facevano e le feste si celebravano; ma vi ha tutta la probabilità di credere che altro non fossero che misteri bacchici, dappoiché in ciascun anno si celebravano ancora presso la palude Alcionia nell’Argolide, palude profondissima e senza fine, per la quale, come tenevan gli Argivi, Bacco era disceso all'inferno per ricondurne via Semele (518). La vicinanza della palude Acherusia con Hame, e ciò che diremo de' luoghi infernali di questa contrada, ci disvelano quasi la natura di que' sacrifizii notturni, introdottivi per avventura da' più antichi fondatori di Cuma,) ai quali ben dovettero esser note le tradizioni pelasgiche.

51. CUMA (Κύμη, Cumae)

Dopo VI miglia da Literno, sull'erta di un monte e a breve distanza dal mare, sorgeva Cuma, una delle più antiche città sicole e italiche, dice Strabone, ossia di quelle che ne' più remoti tempi venner fondate da greche colonie (519). E veramente l’alta antichità della fondazione di questa colonia è manifesta non solo dal tempo mitico in che avvenne, ma dalle tradizioni ancora circa le circostanze che l’accompagnarono. Scrive Vellejo che fu norma secondo alcuni alla flotta de' Calcidesi che la città edificarono il precedente volo d’una colomba, e secondo altri fu a lor guida nella notte il suono d'uno strumento di bronzo (520). Così pure era fama che una colomba volasse innanzi alla nave Argo (521), come un corvo guidasse la colonia di Batto, che nella Libia fondò Cirene (522); che i Geffrei, emigrando ad Alene, fossero preceduti dal suono di cembali e timpani (523), e che le Muse sotto la figura di api additassero la strada dell'Asia e le felici sponde del Meleto agli Ionii partiti dall'Attica (524). Il sacro bronzo risuonava nella mano del Ierofante, sia che, come in Atene, evocava Proserpina dall'inferno, sia che mostrava alle giovani colonie la strada sconosciuta verso piagge lontane. I Tanagrei della Beozia, terra non meno amata da Cerere, ad un segno simile obbedivano quando cercavano nuove dimore, ed al cominciare della stagione novella, la primavera, ad Eleusi invocavasi Proserpina e le colonie emigravano (525). La fondazione di Cuma, seguita a dire Vellejo, seguì a quella di Magnesia presso il Meandro, la quale essendo stata fondata verso l'anno 1140 prima dell'era volgare (526), un anno dopo giugner dovettero i Greci nel lido della Campania, ed a quest'epoca in fatti riportano la fondazione di Cuma Euschio e Sincello, cioè all'anno 137 dopo la presa di Troja (527). Un dotto critico intanto ha messo in dubbio l’antichità di questa colonia, perché gli stabilimenti, egli dice, degli Achei e de' Calcidesi in sulle spiagge dell'Enotria e nella Sicilia furono molto meno antichi dell'epoca stessa seguita per la fondazione di Roma; nell'Odissea queste medesime contrade sono fuori de' paesi storicamente conosciuti, e l’epoca della fondazione di Cuma fu calcolata dagli Alessandrini secondo la genealogia de' fondatori (528). Ma il tempo in cui dicesi questa città fondata è posteriore alla guerra trojana, allorché i Greci, dice Tucidide, cominciarono a mandar fuori colonie (529); e senza qui interpretare la testimonianza di questo gravissimo storico, addotta spesso da coloro che negano il passaggio anteriore de' Greci in Italia, bastami rammentarla perché non muovasi dubbio sull'epoca storica del più antico passaggio degli Elleni nell'Opicia.

Ma, ammettendo la detta colonia e l’epoca in cui venne fondata, alcune altre testimonianze ci guidano a ravvisare qualche altro anteriore stabilimento nel luogo, dove fu poi Cuma edificata. La spiaggia non doveva esser vota di abitatori, e mi accordo in questo con un dotto critico, il quale, comeché osservasse che le colonie joniche ed eoliche preceder dovettero l’origine di questa città nostra, non dice tuttavolta quale per avventura potè essere (530). Non dico io già de' Cimmerii de quali Omero secondo alcuni situa la città ed il popolo in quell'angolo dell’Opicia (531), perché si riferiscono piuttosto alla geografia mitica degli antichi, non ad un luogo determinato di questa nostra regione: erano in generale i popoli del nord e dell’inverno (532), non quelli del sud e della primavera, se pur non vogliasi pensare con Strabone, il quale si avvisa che il poeta trasportasse i Cimmerii abitatori di un paese settentrionale e tetro, in un luogo tenebroso e vicino all'Averno in acconcio di una favola da lui inventata e introdotta negli errori di Ulisse (533).

Non voglio nemmen sostenere che questa città fondassero i Pelasgi a cagione del suo nome più antico di Micene, il quale farebbe risovvenire la celebre città di Perseo nell'Argolide, costrutta da' Ciclopi secondo le tradizioni mitiche, e già abitata da' Pelasgi (534), perciocché non può darsi per sicura la lezione delle più antiche edizioni di Euschio (535): ricordo solo che i Leucadii dominarono i luoghi intorno di Cuma, tradizione importantissima serbataci dallo Pseudo-Aristotile (536) e trascurata da tutti gli scrittori patrii, e che col passaggio di questo popolo dell'Epiro (537) nella spiaggia Cumana ci spiega gli omerici racconti sull'arrivo di Ulisse, il quale come nume era adorato nelle città Epiro Trampia ed Eurito (538), passaggio perciò anteriore alla colonia de' Calcidesi e degli Eolidi. Cosi spiegandosi Omero, si consentirà a Strabone che il poeta la favola inventasse de' viaggi di Ulisse, ma questa favola aveva un fondamento di verità nel nume archegete della colonia de Leucadii il quale diveniva viaggiatore come le colonie stesse.

E per tornare agli ultimi coloni, del cui arrivo nell’Opicia si ha l’epoca certa dalla cronologia, gli antichi non sono di accordo circa alla loro patria, o piuttosto li derivano da molti e diversi luoghi; perocché Tucidide, seguito da Vellejo Patercolo, nominò Cuma colonia de' Calcidesi (539), Solino li dice Eubei (540), e Livio e Dionigi di Alicarnasso aggiungono a costoro alcuni Eritrei (541), come Strabone alcuni abitatori di Cuma condotti da Ippocle, e i Calcidesi da Megastene (542). Ma sconosciuta essendo la città, della quale intese parlare il geografo, non pochi scrittori credono che accennasse ad una città di Cuma nell’Eubea (543): ma nessun antico scrittore, tranne Stefano Bizantino, ingannato senza dubbio dalla detta testimonianza di Strabone, parla di una città di Cuma nella detta isola. Or senza negare agli Eubei l’onore di questa colonia, attestata chiaramente da Virgilio (544), ed appresso vedremo quali più probabilmente esser potettero, fu piuttosto Cuma dell’Eolide giacche Scimno di Chio scrive che la nostra Cuma fu dapprima fondata da Calcidesi e poscia dagli Eolidi (545), e dalla testimonianza di questo geografo sono da supporre due greche colonie giunte nell’Opicia in diverse epoche, la prima da Calcide e da Eretria la seconda da Cuma eolica (546), che fu quella la quale qui rinnovò il nome e la rimembranza della madre patria. Ma, senza poter riportare con sicurezza all'anno 1107 av. G. C. l’epoca di questa seconda colonia, tra quelle di due altre fondazioni di colonie eoliche, cioè Neontico e Smirne Abantia classi è detta la flotta della colonia Calcidese, e coll'aggiunto di tesproto distingue Columella il lido di Cuma (547), oltre la denominazione di euboica ch'ebbe ancora la spiaggia cumana; ed alcuni dotti critici per ispiegare tali denominazioni, riferiscono la prima all'isola Eubea e quanto all'altra, sostengono che i greci coloni, ma senza dire se Calcidesi o gli E olii) innanzi di passare nell’Opicia si trattennero nella Tesprozia, o nella vicina Ambracia (548). Questi dotti scrittori si accostano al vero, ma non danno, a quel eh io mi penso, nel vero; giacche la concordanza della nomenclatura geografica di alcuni luoghi della Tesprozia con quelli intorno di Cuma, fa piuttosto supporre, che i detti coloni greci, senza venire di così lontano, e senza trattenersi alquanto di tempo nelle dette regioni, da esse mossero in origine per istabilirsi nell’Opicia, ed il cammino era loro mostrato dalle colonie anteriori degli Enotri e de' Pelasgi.

Nell'Etolia fu una città di Calcide (549), edificata, io credo, da' Cureti che vi si trapiantarono dall’omonima città dell’Eubea (550), e da questa città prossima Tesprozii mossero i primi fondatori di Clima (551). Ora ben si comprende perché è detto tesproto il lido di Cuma, e le altre denominazioni di abantia classis e di spiaggia euboica non ci dimostrano meno una origine del pari non rimota molto dalle nostre contrade. Stefano Bizantino parla di una città di Eubea nella Macedonia (552), edificata dagli Amanti, i quali da presso Elafenore dopo la presa di Troja si tramutarono nell’Epiro, ed abitarono presso i monti Ceraunii, dove fondarono la città di Tronio (553). Essi sono detti ancora Abanti, come Abantia, Αmantia ed Amantina la città ch'essi fondarono nella Macedonia (554), e secondo Alessandro Efesio abitarono ancora la Pelasgide Caonia. Poste le quali concordanze della nomenclatura topografica, or ti rimane l’arbitrio di riferire a quali vuoi de' detti popoli non pochi nomi intorno di Cuma che chiaramente ci ricordano l’Epiro, sia a’ Pelasgi, sia a’ Calcidesi o agli Abanti, e sia anche a Leucadii prossimi agli Ampracioti ed Caoni (555). Perché non d'altronde che è l’Epiro ho per fermo che siano derivati i nomi ai celebri luoghi dintorno di Cuma, la palude Acherusia dir voglio, il lago Aorno, e la stessa favola forse de' popoli Cimmerii; perciocché nell'Epiro troviamo un promontorio Cimmerio, un luogo col nome di Aorno con una pestifera esalazione, nonché il fiume Acheronte che scorre dalla palude Acherusia (556) e sbocca presso Ambracia nel Ionio, dopo aver traversato la Tesprozia ossia il Velikhi di oggidì, che mette foce nel Mediterraneo nel golfo di Prevesa. Ed oltre all'occupazione che i Pelasgi fecero dell'Opicia, come altrove si è detto, conferma tal conghiettura il mistico suono del bronzo che dicesi preceduto alla greca colonia, e che accenna, secondo io mi avviso, al lebete dell'oracolo Dodoneo, come la colomba che volò innanzi alla greca flotta, fu il vaticinio di una colomba caonia, di una donna fatidica dodonea (557). L’Eubea inoltre fu abitata Pelasgi (558), e gli Eoli traevano, al pari di altre possenti nazioni dell'Ellade l’origine loro da questi antichissimi popoli (559); e per l’Eubea e l’Eolide contendono gli eruditi circa la patria primitiva de' greci fondatori di Cuma (560). Nell’Eolide fu ancora una città omonima; e se qui la greca colonia rinnovò, come è manifesto, il nome della sua metropoli, mi par vano il ripetere con alcuni scrittori, che seguono Strabone, il nome di Cuma o Cime da flutti (Κύματα) che si frangono su' scogli della riva (561). Il perché, senza sostenere una città di Cuma euboica, alcuni abitatori dell'euboica Antedone unir si potettero a' Calcidesi, come può argomentarsi dalle tradizioni riguardanti la Sibilla Cumana figlia di Glauco, perché presso quest’ultima città avveniva secondo le favole la trasformazione di Glauco in mostro marino (562), effigiato nelle medaglie di Cuma. A detti popoli infine si unì forse anche parte de' Tespiadi i quali poi che tennero per molte età l’ίsola di Sardegna, dove erano di già stati condotti da Iolao (non un eroe, ma un nume archegete, paredro di Ercole), di là espulsi da altri popoli, e probabilmente a’ Fenicii navigando il Tirreno, presero stanza nel finitimo agro di Cuma (563); e tanto più v’ha ragion di credere che nella città stessa si stabilirono, perché a questa emigrazione sembra che accenni il racconto mitico di Dedalo, il quale dalla Sardegna passava a Cuma, e vi fondava il celebre tempio di Apollo.

Il distretto, dice Strabone, dove questa città fu edificata, fu un tempo felicissimo (564), ed oltre alle testimonianze della storia circa la potenza di Cuma, possiam bene comprendere da questa del geografo la prosperità a cui giunse la greca colonia postasi ad abitare in un fertile suolo molto proprio al commercio ed alla navigazione. È noto ancora da Livio che i Cumani per le lor forze navali divenner possenti su questa spiaggia; e però fecero prima una scorreria nelle vicine isole di Enaria e Pitecusa, poscia si ardirono di stanziarsi nel continente (565), e lo storico accenna senza dubbio non solo alla colonia che stabilirono a Napoli, ma alle altre ancora che a Nola ed Abella, a cui Giustino attribuisce un’origine calcidica (566). Giunta adunque Cuma in breve tempo ad un fiorente stato di ricchezza e di forze, potè non solo resistere a' propri nemici, ma spedir fuori colonie, una sulla costa di Sicilia, cioè a Zanele poi detta Messene (567), verso l'anno 736 A. C., un’altra fuori d'Italia, Tunica ch’io trovo uscita dal nostro paese, in un tempo sconosciuto; dappoiché Pausania scrive essere stata tradizione di que di Tritea nell’Acaja, che fondatore della loro città fu un Celbida, ivi giunto da Cuma degli Opici (568). E non solo resistettero i Cumani alla grand'oste che i Tirreni con altri popoli mossero lor contro per soggiogarli nell'Ol. LXIV, 1 (569), e cinquant'anni dopo, allorché furono soccorsi da una flotta spedita in loro aiuto da Ierone re di Siracusa (570); ma soccorsero poscia i Latini assediati in Arida da Porsenna. Ma il generale che li guidò alla vittoria contro il re Etrusco, Aristodemo Malaco, occupò la repubblica e fecesi tiranno de' suoi concittadini. I quali nondimeno dopo 14 anni d’una vergognosa servitù riacquistarono la libertà uccidendo Aristodemo, ch’ebbe soltanto il merito di aver tirato una grande muraglia di fortificazione intorno al territorio cumano, della quale dopo tanti secoli pur rimangono i vestigi, non per tirannico orgoglio, come scrive Plutarco, ma affin di premunirsi contro nuove aggressioni (571). Ricorda Iperoco l’antico splendore di Cuma e la ricchezza de' suoi cittadini (572), e all'epoca son forse da riferire della lunga pace e prosperità che poscia godettero, dalle quali nondimeno infiacchiti, non valsero a resistere a Campani, i quali occupando la città nel 416 avanti l’era volgare, gravi insulti le arrecarono (573). Fu allora che cominciò a imbarbarire (574), comeché tracce non vi mancassero della civiltà greca, delle antiche leggi ed instituzioni religiose ne' primi tempi dell'Impero (575). Benché dopo tale occupazione si continuasse a battervi monete, le più belle medaglie della città appartengono non pertanto all'epoca della sua autonomia.

La numismatica di Cruna allude o a' miti che v’ebbero relazione, o alle qualità locali del suolo. Vedesi perciò nelle sue medaglie quasi per emblema costante una conchiglia bivalve, sulla quale è spesso effigiata una testa barbata, una cresta di cimiero, un granello di orzo, un granchio marino, un paguro, un ramo, un serpente, una stella. Ed hanno nel dritto una testa di donna con diadema, o senza (la città personificata), quella di Pallade, od una testa virile coronata di alloro; e nel rovescio, oltre la conchiglia, una ranocchia, Glauco e Scilla coll'epigrafe KVME, o KVMAION. Le medaglie co' detti tipi sono di argento, ed una di rame anepigrafe se ne conosce con quelli di Scilla ed Ulisse (576). Altre medaglie, e delle più antiche, hanno come quelle di Temesa nella Magna Grecia il tipo della galea, e sembra che accenni non meno alla celebrità de' Calcidesi come ottimi artefici ne' lavori di ferro e di rame, che alle loro miniere di tali metalli, di cui dicevansi i primi inventori (577).

Alle quali medaglie cumane sono da aggiugnere, io credo, quelle coll'epigrafe ΑΛΛΙΒΑΝΟN, attribuite prima alla città di Allife, e poi ad una ignota città della Campania, da alcuni nummologi situata presso il monte Olibano, che ne avrebbe a lor giudizio serbato il nome. Ma la identità de' tipi di queste medaglie con quelli di Cuma dappoiché presentano nel dritto o la solita testa laureata fra tre pesci, o quella di Apollo, e nel rovescio Scilla con sotto una conchiglia o tra due cigni (578), e la importante notizia serbataci da Esichio, il quale dice che in Italia era un monte, una città ed una palude col nome di Aliba (579), nonché la città di Aliba che fu nell'Eolide (580), d’onde vennero in parte i greci fondatori di Cuma, confermano tal conghiettura. È noto inoltre che Αλίβας nominavasi un fiume delle infernali regioni (581), che i poeti ponevano in Italia presso di Cuma, dove era ed è tuttavia la palude Acherusia, come vi è il monte sul quale ergevasi il tempio di Apollo. Presso la città stessa ponevasi inoltre l’oracolo de' morti, il Cerberio, o il Neciomanteo di Aorno, e Luciano parla scherzosamente della tribù Alibantida, la quale governava Dell'Inferno le anime de' morti (582). Ed anche un ch. archeologo, il quale distingue Cuma da Alliba, nota non pertanto l’identità delle pia antiche medaglie di Cuma e della supposta Alliba (583): alla quale città, e non a Metaponto come scrive Stefano Bizantino, è da credere che riguardasse Omero quando fa dire ad Ulisse di esservi nato a chi dimandavalo della sua patria (584). Per le quali tutte cose non par dubbio che le dette medaglie sieno da ascrivere alla città di Cuma, coniate forse in qualche circostanza straordinaria ignota alla storia, nella quale si volle esprimere ch’era la città presso le infernali regioni d'Italia.

Nel fine della guerra latina i Cumani furono compresi nella pace generale con Capua ed altre città della Campania, fu allora che ottennero il dritto di municipio, ma senza suffragio, il quale ebbe ad esser loro concesso nel 537 (585). Nell'anno stesso il Senato Cumano in vece di parteggiare per Annibale, come i Campani, si dichiarò per Roma, e informando opportunamente il Console Sempronio Gracco, fecegli sorprendere i Campani ad Hame e distruggerne un gran numero. Corse Annibale dagli accampamenti del Tifata ad assalir la città, ma fu difesa dal Console, e i Cartaginesi respinti (586). Festo scrive che Roma vi mandava un Prefetto, ma per rendervi giustizia a' cittadini Romani che vi dimoravano (587). Nel 572 il Senato concesse a Cuma di usare la lingua latina nelle pubbliche faccende e nella vendita delle merci (588); il quale decreto, come ben riflette il Winckelmann, fu piuttosto un comando che una grazia (589), e d’allora si può ben dire che colla lingua cominciassero a mancarvi le greche usanze ed instituzioni. Affatto romana divenne con una delle colonie militari che Ottavio vi dedusse dopo la battaglia di Azzio (590), e declinando così a poco a poco dalla sua prisca importanza, il delizioso sito di Baja che richiamò di preferenza i Romani pel suo clima e la sua amenità, contribuì forse più che altro alla decadenza di Cuma; e Giovenale (591) ne parla in fatti come d'una città spopolata in comparazione di Baja.

Agazia descrive Cuma nella metà del VI secolo come una delle più forti città d’Italia, difesa come era da un vallo, da torri e da propugnacoli (592). Coll'assedio postovi da Narsete contro Totila re de' Goti che vi si era rifugiato, assedio che non riuscì al capitano greco, fu danneggiata non poco, dappoiché introdotte le soldatesche nell'antro sottoposto all'acropoli, sul quale poggiava parte delle muraglie, e scavatovi sotto, fe’ cadere le torri, i minori propugnacoli nonché la porta dalla parte ove erano le mura (593). Perciò indi a non molto un Flavio Nonio Erasto, Preside della Campania Prefetto della flotta in Italia e Conte del sacro Palazzo, rifece le torri, le mura e le porte della città nell'anno 558, che fu il XXII di Giustiniano, come è noto dal seguente marmo già scoperto nelle rovine di Cuma (594):

Μ. Θ Δ.

FL. NONIVS. ERASTVS

V. P. PRAEF. CLASSM. MARIT

COMES S. II. PRAES. CAMPAN

TVRRES VRB. MVROS ET PORT

REFECIT.

DD. N. IVSTINIANO P. AVG ANN

XXXII

Σ. Γ. Θ.

Si sa poco de' pubblici edificii di una città sì illustre, e così scarsi se ne ricordano i ruderi, che malagevole è il conghietturare quelli che rabbellivano; perché, essendo durata insino a' primi anni del secolo XIII, trasformata molto da quello che già fu, assai poco ne rimaneva degli antichi tempi nell'epoca stessa della distruzione (595). Si può ricordar nondimeno che in sulla rocca della città era il celebre tempio di Apollo che, come opera grandiosa ed antichissima, attribuivasi a Dedalo, giunto a Cuma dall'isola di Sardegna (596), ma più probabilmente edificato da’ Tespiadi, e favorisce tal conghiettura il carattere mitico delle Tespiadi, paredre del dio sole, o le settimane personificate, a giudizio di alcuni mitologi: se non che, celebre fu nella metropoli di Cuma il culto di Apollo, come famoso il tempio e l’oracolo del nume (597), e si può del pari attribuirlo alla colonia degli Eolidi. La statua del nume era colossale, ed alta non meno di XV piedi, a crederne un antico storico (598), e dall'altezza del simulacro può argomentarsi quella del tempio, il quale come vastissimo è pur ricordato da Virgilio (599). Licofrone distingue l’Apollo Cumano coll’eponimo di Zosterio (600), ed anziché derivarlo collo scoliaste del poeta dal nome del promontorio, sul quale era il tempio edificato (601), sembra piuttosto che fu così detto dal balteo (ζωτήρ), ond’era cinto, per essere anche nota Minerva Zosteria, adorata nell'Attica (602), e distinguendosi col nome stesso di ζωτήρ l’unica veste che copriva le Amazzoni (603). In sulla cima del monte rimane tuttavia un pezzo di muraglia di egregio lavoro che appartenne a questo tempio, se non alla stessa rocca, ed uno de più solerti ricercatori delle patrie antichità dichiara di averne scoperti i rottami de' gradini e delle colonne quasi simili a quelli del tempio che vedesi davanti il portico del Teatro scoperto in Pompei. Non dissomigliava, a suo giudizio, da' grandiosi templi di Pesto questo antichissimo monumento (604), del quale fra la terra e i cespugli appena or si riconoscono i vestigi. Nel sito stesso dell'acropoli venner fuori nel 1817 cinque gradini di bianco marmo, lunghi undici palmi e mezzo, e fra questi ed una muraglia, la seguente iscrizione sopra una grande ara, ora nel Real Museo;

APOLLINI CVMANO

Q. TINEIVS RVFVS

Tale scoperta accompagnarono e basi, e capitelli, e rottami di grandi colonne, nonché dell'elegante fregio del cornicione, sul quale vedevasi in diversa forma replicala la cetra. Il lodato scrittore vi vede gli avanzi di un tempio romano sacro allo stesso nume, restaurato forse in qualche sua parte da un C. Pomponio Xisto nel secolo degli Antonini, come par di raccogliersi dalle seguenti epigrafi, scoperte nel medesimo sito:

IMP. CAIS. VERO. AVG.

C. POMPONIO XYSTO. CVRANT.

IMP. CAIS. ANTONINO, AVG.

C. POMPONIO XYSTO. CVRANT.

Oltre i mentovati templi, un altro ve n’ebbe sacro a Giove Statore, e ne rimane appena una volta con ruderi d’altre fabbriche di grossi mattoni, che dicono Tempio de' Giganti, per esservisi rinvenuto in una nicchia il busto colossale del nume (605). I molti rottami di pezzi architettonici di finissimo lavoro scoperti ivi presso appartennero probabilmente al medesimo tempio, il quale sembra che sorgesse nel Foro della città, se così può conghietturarsi da un frammento d’una base di statua colla seguente greca epigrafe, che alzar vi si doveva (606):

ΕΔΕΚΜΟΣ ΕΙΟΣ ΠΑΚΙΟΥ

ΙΣΙΔΩΡΟΣ ΝΟΥΛ


ΠΑΡΙΟΣ ΕΠΟΕΕ

Un marmo scoperto a Baja, che nella descrizione addurre. mo di questo celebre luogo della Campania, ci da contezza di un altro tempio dedicato a Vespasiano; e sembra altresì che vi si adorasse Ercole, a giudicarne dalla seguente iscrizione, scolpita per avventura su qualche ara a questo nume dedicata (607):

SANCTISSIMO HERCVLI INVICTO

L. DOMITIVS L. L. ARGYRIVS LANARIVS

HO..... S. P. D. D. DEDICAVIT KAL, IVL

SEX. VETVL. COS.

Qualche tempietto ebbe ad avervi ancora il Genio del Municipio e quest’altra lapida da a crederlo (608):

NVMINI SANCTISSIMO

GENIO MUNICIPI

SACRVM

P. IVBENTIVS. ANCHARIVS. IIVIR

ET IVNIVS. POLLVX. MAIOR IIVIR

ET T. LARGIVS. PAITVS. AVGVR D. DD

Nella parte bassa di Cuma, in un sito molto pittoresco e dilettevole, sono reliquie di bagni, ed a non molta distanza dall'orco Felice. da' Romani innalzato ad ornamento e sostegno della strada che aprirono nella collina tra Cuma e Puteoli. si veggono i pochi ruderi dell'Anfiteatro, del quale pur si ravvisano le tracce de' gradini, de' corridoi e de' vomitorii, e che anche ne' tempi romani ci dimostra la numerosa popolazione della città. Oltre la fortificazione della rocca, di cui restano ruderi delle strade interne lastricate all'uso romano, un gran vallo dal lato di oriente la difendeva, e nella piccola collina che si estende verso la palude Acherusia grandi reliquie si osservano delle fortificazioni esteriori (609). Né altro rimane d’una città sì illustre che qualche avanzi di strade nel piano ora occupato da vigneti, nonché di una porta, nella quale entravasi per la celebre Via Domiziana.

Sono ora scomparsi nell'area della città i templi di opera magnifica ricordati dal Capaccio (610), e che suntuosi edifizii fossero ancora ne' dintorni lo dimostrarono! ruderi scoperti nella pianura sottoposta all'arco Felice, di un tempio, come credesi, il quale aveva daccanto una basilica o sisto, il cui pavimento e le pareti erano di bianco marmo, con fregi, colonne e capitelli di ordine corintio. Dalla iscrizione che vi si rinvenne LARES AVGVS. AGRIPPA, non meno che dalla statua colossale di Augusto, egli sembra che al primo degl'Imperatori lo dedicasse Agrippa; ed a questo grandioso edilizio stesso appartennero forse le molte statue di numi ed eroi scoperte nel medesimo sito dal Viceré Alfonso Pimentel nel 1606, alcune mutile, la più parte intere, ma tutte di egregio scalpello (611). Le belle monete della città ci dimostrano in fine la sua eccellenza nelle arti; ma altra ricordanza non ci resta che de' calici cumani celebrati da Varrone, e che vi si fabbricassero non ignobili vasi è anche noto da Marziale, Plinio e Tibullo (612).

52. Grotta della SIBILLA

La città di Clima, così celebre per l’antichità, nonché pe’ supposti luoghi inferni, gli Elisii e revocazione delle ombre ne' suoi contorni, fu anche rinomata molto per la Sibilla che vi dava gli oracoli da tempi mollo remoti, e forse sin dalla sua prima fondazione. Or a pochi passi dalla porta della città scendendo verso il mare, in un sito sottoposto all'acropoli, la famosa grotta si apre orrenda e tenebrosa (613), nella quale la indovina apriva il futuro. Comeché estesa molto e diramata in altri cunicoli minori, non dobbiamo creder molto a Virgilio, il quale col suo dritto di poeta la descrive come immensa, ed a cui menavano cento aditi e cento porte (614). I rottami che ammontati all'ingresso ed ivi intorno vi ricordano! patrii scrittori, dimostrano che fu già adorno di bianchi marmi di egregio lavoro. Presso a 170 anni dopo che celebravala Virgilio come cosa ammirevole fu mostra a Giustino Martire allorché i luoghi rinomati visitava di questa felice regione. Una basilica egli vide molto vasta e meravigliosa con in mezzo tre vasi di dura pietra per le abluzioni della Sibilla, che nel più interno penetrale della grotta dava i responsi. Alla guisa di un baratro ne ricorda l’ingente e profondo speco anche Agazia (615): ma lasciando stare le iperboliche descrizioni, due grandi cunicoli si osservano nell'antro, uno all'altro superiore, non verticalmente, ma in alquanto obliqua direzione. Il primo, che comunicava col tempio ' di Apollo, si é percosso sino a 260 passi, e quasi nel suo mezzo vedesi la porta, d’onde per una tortuosa gradinata scendevasi al secondo, il quale sembra si distendesse insino all’Averno. In questo, più tenebroso del primo, sono tre gallerie con intorno altri aditi e seni profondi: la prima, a sinistra della scalinata, comunica per mezzo di altri brevi penetrali coll'antro inferiore; e nella seconda, più ampia, in cui si sono osservati pilastri coverti di stucco, e che fu già nel pavimento adorna di musaico, come di oro ed azzurro nella volta, era un’ara o tempio e la più secreta parte dell'antro, in cui le sue orrende ambagi pronunziava la Sibilla. A lato di questa vedesi una comunicazione colla terza, che attraversa l’antro superiore, e in buon tratto si distende per dritto. Si allunga quindi un altro cunicolo molto angusto e tenebroso, nel quale altri seni si scoprono, di cui ignote sono le direzioni. Un calore intollerabile si prova ne' penetrali dell'antro inferiore, massime nelle mentovate gallerie, e nella seconda, dove credesi che già fosse il sito dell'oracolo, al gran calore si uniscono, a quel che dicesi, spiacevoli esalazioni; le quali, se pur vi furono negli antichi tempi, cagionar dovevano come nella Pizia di Delfo la vertigine divinatoria nella Sibilla (616). A’ descritti cunicoli è da aggiugnere un terzo superiore ad entrambi, ed una parte di quest’altro piano dell’antro era quello, dal quale si discende atlantico suo ingresso. La irregolarità, con cui vedesi scavato co' detti aditi e cunicoli, non dimostra tanto l’impostura affin di accrescere l’orrore del luogo, quanto l’origine stessa della grotta, aperta dagli antichi Cumani per estrarne il tufo ad uso delle loro costruzioni. La quale, fornita come era di aperture e spiragli, orizzontali e verticali, oltre all'uso di estrarne senza pericolo le pietre anche in tempo di assedio, presentava altresì un facile mezzo di difesa alla rocca, dappoiché gli spiragli diventavano tante feritoie, e dalle varie aperture che interrate si veggono verso il nord, uscir potevasi contro gli assalitori (617).

Ma ch’è a dir mai della Sibilla di Cuma? A crederne Iperoco, l’antico storico della città, nominavasi Demo (618), e ricordavala Nevio nella sua storia della guerra punica, nonché Pisone negli Annali romani (619). Questi ed altri scrittori quella, io credo, intendevano vissuta a' tempi di Tarquinio Prisco, i cui libri si conservarono sino alla guerra marsica, custoditi da' Decemviri in un’urna marmorea ne' sotterranei del tempio di Giove Capitolino, e che poi per ordine di Augusto furon riposti in quello di Apollo (620). Ma altri la nominano Demofile o Erofile (621), altri Deifobe figliuola di Glauco (622), e Virgilio più di tutti gli antichi colle sue mirabili finzioni ne fece durare la fama anche oggidì. Quelli che la dicevano nata da Glauco, avevano la mente alle tradizioni euboiche, giacché presso l’euboica Antedone affermavasi avvenuta la trasformazione di Glauco in mostro marino (623), e le medaglie tali tradizioni ci mostrano trasferite nella città di Cuma (624). Ma tutte queste autorità uon ci danno tal sicurtà da credere la Sibilla diversa dalla sacerdotessa di Apollo, colla quale la confonde lo stesso Virgilio, e le strette attinenze ch'ebbe col nume cumano sono anche manifeste da che Fileta Efesio scriveva che fosse stata sorella di Apollo (625). La Sibilla Erofile, che volevasi nata innanzi la guerra trojana, nell'inno ch'ella fece al nume nominavasi ancora Diana, sposa di Apollo, ed alle volte figlia e sorella. La sacerdotessa era dunque quasi tutt'uno col nume, ed oltre che gli Alessandrini affermavano che la Sibilla Erofile di Marpesso non fosse stata che l’editua di Apollo Sminteo (626), è noto da una tradizione più antica che Sibilla fu detta la prima sacerdotessa del tempio del nume a Delfo, la quale era fama ch'ivi fosse giunta da Elicona, d'onde erasi partita allevata dalle Muse (627). Possiam dunque senza ingannarci tener la Sibilla cumana come la Pizia italica, e che non una, ma quante vi ebbero sacerdotesse di Apollo a Cuma vi furono Sibille; e così si spiegherà il gran numero di esse, la diversità de' loro nomi, l’età di più secoli che soprattutto alla Cumana si attribuiva. Antiche quanto il culto stesso del nume nella città, l’origine ne risaliva alla prima fondazione della colonia per opera de' Tesproti, i quali come i Macedoni e i Tessali ebber Sibille (628), o per quella degli Eritrei, i quali con maggior calore degli altri Greci disputavano, dice Pausania, intorno alla Erofile, ed un antro mostravano del monte Coricio, dove dicevano ch'ella nascesse (629).

La credenza intanto nell'unica Sibilla di Cuma, la quale ci par vana, se in essa non veggiamo le diverse sacerdotesse di Apollo, fe’ credere che non solo l’antro vi si mostrasse, in cui dava gli oracoli, ma un’urna ancora di pietra, o di bronzo, nella quale dicevasi sepolta. I Cumani, dice Pausania, mostravano nel tempio di Apollo un'urnetta di pietra (λιθου ὑδρίαν... οὐ μεγάλην), in cui dicevano sepolta la loro Sibilla (630); ed oltre della basilica, de' tre vasi e del trono, dal quale vaticinava, i periegeti che Giustino Martire guidarono alle cumane antichità, gli additarono un’urna di bronzo (φακόν τίνα ἐκ χαλκου), in cui se ne serbavan le reliquie (631). Più favoloso ed incredibile ancora è il racconto di Petronio, il quale fa dire a Trimalcione di aver veduto la Sibilla in un’ampolla, e che rispondeva di voler morire ai fanciulli che le dimandavano quello che bramasse (632). Tali favolose tradizioni sono posteriori ai primi tempi dell'Impero, e gli scrittori di quest’epoca alcuna menzione non fanno né della basilica, né del sepolcro della Sibilla; e comeché insino a' principii del IV secolo molti nobili pagani accorrevano al tumulo della Sibilla (633), è da lasciarlo alla volgare credenza come quello di Bajo e di Partono pe, e l’urna delle sue ceneri come l’idria di sasso che sopra una colonna racchiudeva le ceneri di Orfeo nella città di Dion (634), e come la tazza di Ulisse e gli avanzi del suo naviglio nel tempio di Circe ad Anzio (635). I Gergizii, non diversamente dai Cumani, mostravano anch’essi nel tempio di Apollo il sepolcro della Sibilla (636), altra pruova che non si può in diverso modo considerare che come la sacerdotessa del nume (637), tanto più che Erofile eritrea, perché era indovina, fu detta Sibilla (638). La Sibilla Cumana dicevasi ancora sepolta a Lilibeo, città della Sicilia (639); e quest’altra tradizione dimostra non solo la favola del sepolcro della Sibilla, ma accenna ancora, io mi penso, alla prima origine della divinazione sibillina; perciocché la più antica di tutte le Sibille, ed anteriore ad Orfeo, tenevasi quella della Libia, figlia di Lamia di Sidone (640), la quale si fa viaggiare a Samo, a Claro, a Delfo, città tutte celebri pel culto di Apollo. Tutte queste peregrinazioni, dice un dotto mitologo (641), sono libere versioni del fatto vero o supposto che la divinazione sibillina dalla Libia passò nell'Asia, nelle isole dell'Egeo, nella Grecia e nell'Italia: i viaggi dell'arte divinatoria divennero in breve i viaggi della indovina.

54. Lago AVERNO, Tempio di ECATE
ed Oracolo de' MORTI

Di qua di Cuma verso il golfo di Puteoli giace da tempi immemorabili il lago Averno, cratere una volta di uno de' tanti vulcani della Campania. La naturale forma del lago, non meno che i colli vulcanici che lo circondano, ne dimostrano tale origine primitiva, perché, ad eccettuarne una sola apertura che ha al sud,non si ravvisa un imbuto vulcanico più regolare di questo (642). Ed il nome stesso di Aorno, o senza uccelli, come lo nominarono i Greci, d’onde l’Averno de' Latini, ne appalesa l’origine stessa, perché senza pericolo aliar non vi poteva uccello per le pestifere esalazioni che ne uscivano (643). Perciò come un luogo Plutonio, e come porta delle inferne regioni lo tenner gli antichi, ed i primi coloni soprattutto io credo, che dalla Tesprozia nelle sue vicinanze si tramutarono. Alquanto più di mezzo miglio di circuito, è tutto chiuso in giro da colli scoscesi che gli sovrastano da ogni lato, e comeché gli antichi lo dicono profondissimo e quasi senza misura (644), la maggiore profondità delle sue torbide acque non oltrepassa i 500 piedi.

Le concordi testimonianze degli antichi ci ricordano alla sponda di questo lago un tempio sacro a Proserpina, dove sacrifizii si facevano ed un celebre Oracolo si consultava da tempi molto vetusti. Omero, Licofrone, Virgilio ed Ovidio rammentano il sacro bosco della dea, alcuni col nome di Proserpina, altri con quelli di Ecate, o di Giunone Averna (645), e Diodoro Sicolo dice che lo stesso lago era sacro alla figliuola di Cerere (646). Anzi Strabone afferma che tutti i colli imminenti al lago erano in antico (ombreggiati da un selvatico bosco di grandi alberi e inaccessibile, sì che rendevano opaco il lago ed opportuno alla superstizione (647). Or, esservi non doveva il sacro bosco senza del tempio, e che fossevi stato in fatti non solo si raccoglie dalle mitiche tradizioni dell'arrivo di Ulisse, al quale Licofrone, non diversamente da Omero, fa sacrificare a Daira inferna ed a Plutone, come giunse nella regione cumana (648), ma dal preteso prodigio ancora del simulacro, il quale tutto aspergevasi di sudore quando Agrippa per la costruzione del Porto Giulio faceva recidere il sacro bosco. Benché Dione Cassio, che tal prodigio racconta, non sapesse a chi attribuire la sacra immagine, da lui supposta di Calipso o di altra eroina (649), non è dubbio nondimeno che il tempio vi si conservò da' tempi di Annibale (650) a quelli di Augusto, e che recisa la sacra selva, colla profanazione del luogo ne venissero poi mancando l’adorazione e i sacrifizii (651). E però vano a me sembra andar ricercando i ruderi di quel tempio, e basta solo il ricordarlo per la memoria de' culti de' nostri popoli antichi. L’adorazione del resto di Proserpina e Plutone, l’ingresso ne' luoghi inferni e il celebre Oracolo de' morti in sulla sponda dell’Averno non sono senza spiegazione per chi ammette, come parmi manifesto, dalla Tesprozia nella regione cumana il passaggio della favola della dea rapita dal tenebroso Aidoneo, e colla favola tutte le popolari credenze che a' luoghi inferni ed all’oracolo de' morti si riferivano.

Servio dice che tra' laghi Lucrino ed Averno era lo speco, alla cui bocca Virgilio pose le fauci dell’Orco, ed in cui facevasi revocazione delle ombre (652). Anche oggidì i curiosi visitano una grotta alla sponda àeA verno, che pur dicono della Sibilla, verso la cui metà è un cunicolo tortuoso ed angusto, nonché vasche da bagni e stanze adorne una volta di musaici e pitture, opera senza dubbio de' tempi posteriori (653). Ma, o che in questa, o in altra spelonca sconosciuta fosse il celebre Oracolo de morti, Omero fa evocarvi da Ulisse molte ombre di eroi ed eroine, Virgilio vi fa giugnere Enea per consultarvi il suo destino (654). Or le analoghe credenze e sacerdotali imposture in altri luoghi della Grecia e dell'Egitto, coll'origine de' popoli che vennero a stanziarsi nella regione cumana quella ci mostrano ancora di tali superstizioni. I geografi e gli storici ci ricordano il pestifero Aorno nella Tesprozia nonché il fiume Acheronte, il quale scorreva dalla palude Acherusia nella medesima regione (655). Molto celebre era presso i Greci l’Oracolo de' morti (νεκυομαντεῖον) in sulla riva dell'Acheronte, e come ogni altro oracolo andavano a consultarlo (656). Pausania suppone che sussisteva fin dal tempo di Orfeo, e che vi andasse ad evocare l’ombra della diletta Euridice. Senza credere alla lettera alla favola di Orfeo, basta per dimostrarci che tale oracolo fu antichissimo. Dice ancora Pausania che l’oracolo della Tesprozia porgeva ad Omero Videa della Neciomanzia, e che ivi attingeva i nomi de' fiumi infernali (657); ma è da dire piuttosto che qui si ripetesse la istituzione dell'oracolo dalla greca colonia che vi giunse dalla Tesprozia (658), e non par dubbio non solo dall’Eneide, ma da ciò ancora che saremo per dire degli Psicagoghi italici.

Or, le antiche costumanze egizie ci additano l’origine di tali superstizioni passate nella Grecia, d’onde furono trasferite in Italia. Diodoro dice, che in ciascun nomo, o provincia di Egitto, era una palude consecrata al tragitto de' morti, e nelle vicinanze della così detta città tenebrosa presso di Memfi, della necropoli o della città de' morti, erano le porte di Cocito e di Lete (659), riprodotte da Virgilio nella descrizione de' luoghi inferni della regione cumana. Vera altresì il tempio di Ecate, la dea infernale, ivi adorata come presso l’Acheronte nell'Argolide in vicinanza della città Ermione in compagnia di Giunone e di Cerere (660), e come presso VA verno della Campania, Al capo Tenaro nel Peloponneso era altresì un Oracolo de' morti (ψυχομαντεῖον), dovei sacerdoti evocavano le pallide ombre, ed una caverna vi si mostrava, per la quale credevasi che le anime passassero al soggiorno degli estinti (661). Ed è notabile che gli Egizii sacerdoti dicevano che Orfeo dall'Egitto co' riti de' misteri attinse la conoscenza degl'inferi (662). Servio dice ancora che nel VI dell'Eneide Virgilio riprodusse l’arcana scienza de' teologi egizii (663). Alcuni dotti moderni inclinano piuttosto a credere che quanto ivi dice il poeta non si riferisse che alle scene de' misteri eleusini (664): il ramo d'oro colto da Enea per aprirsi il passaggio negl'inferi spiegano alcuni pel ramoscello di mirto, ramoscello mistico degl’iniziati (665). Certo è che l’evocazione de morti fu comune a’ Cananei, o a’ Fenicii, ed è però da credere propagata nella Grecia dalle colonie orientali, che colla lor civiltà vi diffusero i propri riti e superstizioni. Col nome di Oboth erano noti agli Ebrei gli evocatori de' morti (666), e con quello di Ob la loro divinazione (667). Plutarco del resto parla degli Psicagoghi d’Italia, o degli evocatori delle ombre, quelli stessi, come è da credere, della regione cumana, e questa testimonianza basta per confutare Strabone, il quale nega fede ad Eforo, che il detto oracolo pone presso di Cuma (668). Le evocazioni delle ombre far si dovevano con riti e cerimonie simili a quelli che fa Ulisse nella nota neciomanzia dell’Odissea. Apre l’eroe col brando una fossa cubitale, intorno a cui fa libazioni di latte, di vino, e da ultimo di acqua, che asperge di bianca farina, e scongiurate con prieghi e voti le anime degli estinti, dopo aver loro immolati degli arieti nella fossa, gli si congregano dinanzi dal cupo Erebo, traendo immensi lai e clamori, le pallide ombre: gli arieti sono quindi offerti al possente Plutone e alla veneranda Proserpina (669). E noto ancora da Massimo Tirio che chi andava a consultare l’oracolo colle preci cominciava il rito, immolava poi delle vittime, faceva libazioni, e l’anima evocando di chi bramava, parente o amico, apparsagli fra le tenebre uno spettro, difficile a distinguersi, ma parlante e fatidico: il quale, tostoché aveva risposto alla dimanda, scompariva (670). Tutta la sua parte al certo nella realtà di tali apparizioni ebbe la credulità degli uomini; ma che che dir se ne voglia, la difficoltà di recarle ad effetto fece poscia ricorrere al mezzo de' sogni, in cui l’immaginazione di quelli che l’oracolo consultavano, apparecchiata ed accesa, suppliva a' prestigi che una volta si adoperarono, e ne abbiamo certezza da ciò che Plutarco racconta di Elisio di Terina, il quale avendo perduto il figliuolo Eutinoo, e sospettando che fosse stato avvelenato, andava a consultarne l’ombra nell'oracolo de' morti. Dopo gli ordinarli sacrifizii, addormentavasi nel tempio, e vedeva in sogno l’ombra del genitore accompagnata dallo spettro del figliuolo, il quale mettevagli nelle mani una tavoletta, in cui leggeva svegliandosi tre versi, ne’ quali avvertivalo a non pianger la sua morte, ch'era un favore degli dei (671). Queste arti esercitavano i sacerdoti nell'antro dell'eterno, i quali vivevano co' proventi dell'oracolo, e che a cagione di lucro toglievano come a pigione il luogo, perché chiunque navigar voleva in sul lago propiziar doveva innanzi tratto i Mani con sacrifizii secondo il rito da essi prescritto (672).

L’oracolo del resto era posto nella più riposta parte dell'antro (673), e tale oracolo sotterraneo non meno che la strada, la quale anche sotterra dal fondo del lago conduceva Cuma (674), è da credere che contribuissero ad accreditare la favola sostenuta da Eforo, che ivi già abitassero i Cimmerii in case d’ogni luce mute, dette argille tra loro comunicando per mezzo di strade pur sotterranee. Quelli che stavano al servizio del tempio solo di notte uscivano da' loro spechi; e perciò Omero di loro diceva che il sole non mai guardava quegl’infelici popoli (675). Comeché Plinio credesse da senno a tali popoli trogloditi (676), e Festo seguilo da alcuni moderni scrittori siasi ingegnato di spiegare la descrizione del poeta con gli eminenti gioghi della valle tra Cuma e Baja (677), non si può, io mi penso, altrimenti intendere la mitica tradizione sulla città tartarea (678), benché ancora Io stesso Strabone abbia credulo che Omero dalla Scizia trasportasse poeticamente i Cimmerii in sull'Averno, avendo tali popoli conosciuto per le loro incursioni che fecero nell’Asia Minore o poco prima di lui, o nella stessa sua età, come scrivevano antichi annalisti (679). Quando Agrippa qui costruiva il celebre Porto Giulio, questi luoghi empiva di edifizii (680), e non pochi ruderi di fabbriche romane ora si veggono sugli ameni colli che accerchiano il lago, come le pianure superiori sono sparse di sepolcri.

55. Fossa di NERONE (Neronis Fossa)

Dal descritto lago Averno una immensa e stravagante opera imprendevasi dall'Imperatore Nerone, non ultima tra quelle che assai celebre ne resero il nome. Facile egli era ad immaginarle, più facile a comandarle, ma la impossibilità di eseguirle ridevole e folle facevanlo giudicare dalla storia. Gli architetti Severo e Celere, ingegnosi ed audaci adulatori, i quali con l’arte cose oltre natura tentavano, e le forze del principe lusingavano, e che la famosa Casa Aurea gli avevano edificata, notabile per la sua statua di 120 piedi e per la ricchezza e i portici grandiosi, un canale navigabile ancora gli promettevano di aprire dal detto lago ad Ostia sulla marina del Lazio, per aride piagge e monti, essendovi solo da voltarvi le acque delle Paludi Pontine, il resto terra asciutta, o rocce impossibili a rompere, o da non portare il pregio della fatica intollerabile. Tuttavolta Nerone, voglioso delle cose incredibili, fe’ saggio di tagliare il monte prossimo all'Averno, e di questa follia, dice Tacito, rimasero i vestigi (681). Questa fossa, o canale, che sarebbe stato non meno di 160 miglia, scrive Svetonio ch’egli volevala così larga e profonda da potervisi navigare, e che capace fosse di due quinqueremi, le quali scontrandosi, non si urtassero. I prigionieri e i sentenziati a morte furono chiamati da tutta l’Italia a lavorarvi in cambio della lor pena. E non bastando a tale impresa il pubblico erario, un cavaliere romano, Cesellio Basso, prometteva di scoprirgli il luogo, dove serbavasi il tesoro che Didone, fuggendo da Tiro, aveva seco portato in Africa, e che ascoso stava in profondissime caverne (682): curiose e stravaganti promesse, che non sai se più attribuire all’adulazione, o al giuoco che far si voleva del pazzo imperatore. L'opera dové esser protratta molto al di là dell'Averno, o in più luoghi incominciata nello stesso tempo, perché a questa Fossa Neroniana si attribuisce da Plinio la rovina dell'Agro Cecubo presso di Fondi e Gaeta, di cui ogni jugero produceva spesso anfore di vino (683); e gli scrittori patrii da essa dicono derivato il lago di Licola, il quale quasi della stessa figura dal lago Fusaro giace al di là di Cuma.

Lungo la sponda di questo lago si sono a quando a quando scoperti non pochi ipogei degli antichi Cumani, tra' quali nota bile fra tutti fu quello venuto fuori nel 1809, il solo che stasi colà rinvenuto con bassirilievi su' muri. Dalle figure e rappresentazioni espressevi, non par dubbio che fossevi sepolta una danzatrice. Erari espresso il funebre banchetto, l’ombra introdotta nel lieto soggiorno de' beati, lo scheletro dell'estinta che dava come un saggio dell'arte sua a due altri scheletri. Nella scena del funebre banchetto vedesi un triclinio occupato da varii convitati,, e la stessa danzatrice in piedi e rivolta verso una tavola che ha sopra alcuni vasi; in quella del passaggio agli Elisii, da una parte stà Caronte con accanto Cerbero ed una donna, la quale, come presso gli Egizii (684), legge in un papiro l’elogio dell'estinta. Accompagnata questa da un’ombra, è ricevuta da tre altre, dietro delle quali è una roccia, da cui sorge un grande albero, l’ingresso del regno di Pile, l’alta rupe di Proserpina ed il suo bosco (685). Ed oltre i mentovati ipogei intorno il lago, altri sepolcri in gran copia greci e romani si sono al di là di esso discoperti, dal lido del mare alle prossime colline.

56. Lago COCITO, o LUCRINO

Uno stretto e breve passaggio divideva dall'Averno il lago Cocito o Lucrino, del quale un piccolo avanzo oggi si vede tra' deliziosi colli di Raja e Monte Nuovo in quello che ora dicesi Maricello, o lago di S. Filippo. Insino a che i Romani di Cuma e de' vicini luoghi non s’impadronirono ritenne il nome di Cocito (686), nome noto d’uno de' fiumi infernali presso i poeti (687). Essendo allora pescosissimo, e però di grande lucro e vantaggio ali erario della Repubblica, l’antico nome gli fu mutato in quello di Lucrino (688), né eravi fitto de' pubblici vettigali che a quello di questo lago ài anteponesse, essendo fra tutti specioso molto e profittevole (689). Un grande ed irregolare banco di sabbia dividevate da tempi immemorabili dal mare, e col mare nondimeno comunicando, e rompendovisi spesso i fluiti, gl'interrimenti ne restringevano talvolta il perimetro, e Servio ricorda la rimostranza degli appaltatori al Senato, che per modo si arginasse da non venir manco la lucrosa pesca. Il che veniva fatto da Giulio Cesare col dividere con argini quella parte del mare che irromper soleva nel lago, e lasciando solo un breve spazio aperto all'Averno (690); ed in tale stato restò il lago insino a' tempi di Augusto, quando vi si aprì una più vasta comunicazione coll’Averno, per fare de' due laghi il celebre Porto Giulio. Poiché ne' tempi burrascosi le onde marine per modo soverchiavano l’argine, che il camminarvi a piede era malagevole, fu fatto alzare da Agrippa, anche alfine di ridurlo in sicuro porto (691), e tuttavia ne rimangono sott’acqua i rottami, i quali, ove il mare sta in calma, si veggono ad occhio nudo, e i naturali del luogo li chiamano sassi o scogli famosi (692). Vero è che alcuni scrittori negano fede al dotto scoliaste del poeta, il quale con errore, a lor giudizio, attribuiva a Cesare l’opera idraulica procurata sotto Augusto, ma non è inverisimile che un’arginazione precedesse all'altra più nota di Agrippa. Lodano a cielo gli antichi le orate, le ostriche, le squisite conchiglie lucrine (693), e per la pesca non meno che per la naturale amenità del luogo fu molto ricerco da' ricchi e possenti Romani. Per la vicinanza con Baja fu detto talvolta anche lago Bajano (694), che che vanamente pensassero alcuni scrittori, i quali vanno cercando il lago di tal nome diverso dal Lucrino. Occupato nella massima parte dalla vulcanica eruzione che nel 1533 fece sorgere Monte Nuovo, ora vedesi ridotto ad un fangoso stagno, né pescoso come una volta, le sole canne vi allignano ed altre piante palustri. Liete per nobili ville furono le vicinanze di questo lago (695), ed oltre a quella di Sergio Orata, grandiosa e magnifica (696), tra le altre quella dové esservi di Agrippina, poiché salvata dalle insidie di Nerone, non sì tosto tragittava il lago, ch’era portata nella sua villa (697).

V’ebbe ancora un tempio sacro a Venere dalla parte che riguardava Baja (698), ed essendo in somma un luogo molto acconcio per trarvi deliziosamente la vita, fu il più gradito soggiorno de' padroni del mondo. La Via Domiziana ravvicinò poi anche più le distanze, giacche chi all'aurora scioglieva dal Tevere, già valicava verso sera le acque del dilettoso Lucrino (699).

57. Villa, o Accademia di CICERONE

Presso il descritto lago, dalla parte che guarda Puteoli, Cicerone ebbe una villa, delle più magnifiche tra le molte da lui edificate. Era propriamente sulla strada che lungo la spiaggia dall'eterno menava a Puteoli (700). Dall'esempio di quella che fu celebre in Atene la nominò Accademia, e le Quistioni filosofiche vi compose che contraddistinse appunto col nome di Accademiche, come nominava Tusculane quelle che scrisse nella sua villa di Tuscolo. Ed in questa villa Cumana scrisse ancora i libri De Republica (701), i quali, scomparsi e distrutti ne' secoli della barbarie, per opera di uno de' più dotti e solerti investigatori dell'antichità (702) con gran frutto delle lettere tornavano non è guari tempo alla luce da uno de' palimpsesti vaticani. Ricorda Cicerone al suo Attico in qual modo in questa sua villa accogliesse Pilia, la sua donna, che vi dichiarava signora de' villici e de' gastaldi; e sappiamo da Plinio ch’era ammirevole per porticati e boschetti, nonché per un monumento che l’oratore vi pose a celebrare il suo nome, come altrove non aveva fatto. Questa villa così magnifica, non guari dopo la morte dell'Oratore, passò in possesso di Antistio Vetere, con grande onore mentovato dallo stesso Cicerone nelle epistole a Bruto, e che fu poi Console sotto Augusto. Il quale ristauravala e riabbellivala, ed in occasione de' lavori che vi faceva fare, calde sorgenti vi rampollavano, celebrate col seguente epigramma dal liberto dell'Oratore Tullio Laurea, e che Plinio ci conservava, acciocché si conosca, egli dice, da quella maestà il suo ministerio:

Quod tua, romanae vindex clarissimae linguae,

Silva loco melius surgere jussa viret:

Atque Academiae celebratam nomine villam

Nunc reparat cultu sua potiore Vetus:

Hicetiam apparent lymphae non ante repertae,

Languida quae infuso lumina rore levant.

Nimirum locus ipse sui Ciceronis honori

Hocdedit,hacfontes quumpatefecit ope.

Ut, quoniam totum legitur sine fine per orbem,

Sint plures, oculis quae medeantur, aquae.

Le dette acque erano molto giovevoli agli occhi, e piace sentir ne versi del dotto liberto (703) parole di riconoscenza e di ammirazione verso dell'Oratore. E come per continuare questa sede della sapienza, un altro famoso liberto di Cicerone, Tullio Tirone, più libri vi compose di filosofiche quistioni, una specie di enciclopedia, nonché tre famosi libri della vita dell’Oratore, coordinati da Quintiliano. Ma, quanto al sito di questa magnifica villa, non è ben noto se fosse stata alle falde del Gauro, o sì bene a quelle di Monte Nuovo. Al primo silo accennerebbe la testimonianza di Eliodoro, il quale ivi pone le acque giovevoli agli occhi (704); ed al secondo ci condurrebbe piuttosto l’autorità stessa di Cicerone, che presso al Lucrino ricorda la sua villa, e tra queste due opinioni si dividono i patrii scrittori. Ma questa seconda opinione preferendo alla prima, anche perché il Gauro è più dappresso a Puteoli che non a Cuna, senza che additar se ne possano gli avanzi, con più di certezza può assegnarsi alle radici di Monte Nuovo, perché, per effetto della vulcanica esplosione che lo produsse nel 1538, non solo le rovine, ma il sito stesso della villa è da crederne distrutto tra il lago Averno e! villaggio di Tripergole; né altro ne rimase se non che ciò che l’Oratore stesso non vide, dir voglio la sorgente, che poi formò il bagno della punta di Monte Nuovo, e che serbò il nome di Cicerone (705).

58. Villa di POPPEO ERMETE

Oltre della descritta villa dell’Oratore, sul colle che ad oriente colle sue radici si distende alla sponda del lago Lucrino, altre grandi rovine si vedono d’una villa romana, che la storia non ricorda, ma che ci disvelano le anticaglie stesse che vi sono state discoperte, dir voglio alcuni rottami di tubi ivi messi per trasportarvi l’acqua ad uso di bagni o di piscine. Portano questi tubi la iscrizione

C. POPPAEI. AVG. L. HERMETIS

onde è manifesto che la villa si appartenne ad un L. Ermete liberto dell'Augusta Poppea donna di Nerone, la quale, comeché nata da T. Ollio, prese nondimeno il nome di C. Poppeo avo suo materno, per essere condannata la memoria del suo genitore (706). Ma tranne tal ricordanza di chi ebbela in possesso, niente altro può dirsi di questa villa, la quale del resto può supporsi vicina a quella stessa che vi ebbe Nerone, a cui sotto il finto nome di Trimalcione l’attribuisce Petronio (707).

58. Porto GIULIO

Tra le altre opere della romana grandezza nelle nostre contrade la storia ricorda il famoso Porto Giulio, aperto da Augusto nel 717 di Roma col porre in comunicazione l’Averno col Lucrino, e questi due laghi col mare (708). Dione Cassio meglio di ogni altro antico ci descrive questa grand'opera procurata da Agrippa, il prefetto della flotta romana stanziata nel golfo di Baja. Essendo una penisola tutto il tratto che dal lago Lucrino corre al promontorio Miseno, fe’ scavare nel lago da ambe le parti presso il continente l’intervallo che separavalo dal mare (709), verso levante, come egli sembra, dove il Lucrino allontanandosi dall'euripo, accostavasi al continente (710), e proprio da quella parte che oggi dicesi il Caruso, ove le antiche carte della Campania allogano il faro del Porto Giulio, del quale pur si vedevano i vestigi nel secolo XVII (711). Fu questa l’opera maggiore, essendo più breve l’intervallo che frapponevasi fra' due laghi, ed a crederne l’Holstein che nel 1637 osservava questo secondo taglio, era solo di pochi passi (712). Dione dice che per tal modo de' porti molto acconci fur fatti, quelli che gli antichi nominavano cotones (713), ed il porto esterno dobbiamo intendere per ancorarvi le navi, e l’interno ad uso di navale o di darsena. Come nel darsi lo scolo Fucino, le acque sgorgarono con tal veemenza, che non fu senza pericolo di quanti v’eran presenti, così nell'unirsi i due laghi una grande tempesta ne provenne, che fu tenuta un prodigio: spacciavasi che sudasse il simulacro dell’Averno, e sacre preghiere si fecero da' Romani Pontefici per la grandezza del fatto (714). In questo porto ventimila servi manomessi si esercitavano alle marittime imprese, e per essi Augusto trionfava di Sesto Pompeo tra Milo e Nauloco nel mare di Sicilia (715). Egli sembra tuttavolta che nel tempo stesso di Augusto questo porto a poco a poco si abbandonasse per quello di Miseno, perciocché Strabone dice che le sole barche leggiere entrar potevano nel golfo Lucrino, il quale non avrebbe mai potuto servir di porto (716). Nondimeno, a crederne un patrio scrittore, era tuttavia aperto negli ultimi anni del secolo XV, quando Alfonso II d’Aragona per la imminente aggressione di Carlo VIII rivolgevasi a fortificarlo (717): ma non andò guari che, sorto dappresso al Lucrino il Monte Nuovo colla famosa eruzione del 1538, la comunicazione tra' due laghi ne fu ingombra, e l’antico porto distrutto.

Si trovò, è già tempo, presso il Porto Giulio la seguente iscrizione (718), scolpita forse su qualche ara e dedicata a Cibele, detta Dindimena dal monte Dindimo soprastante a Cizico, dove ebbe un celebre tempio (719):

ΘΕΑ. ΔΙΝΔΥΜΕΝΑ.

DEAE DINDYMENAE

EX ORAC

Né voglio trasandare in proposito di questo porto e del Lucrino un favoloso racconto riferito da alcuni antichi sull'amore di un delfino per un garzoncello di Baja. Scrive Plinio, ch'entrato al tempo di Augusto un delfino nel lago Lucrino, un amore grandissimo pose ad un fanciullo, il quale ogni dì da Baja per apprender lettere recavasi a Puteoli. Il fanciullo, cavalcando il delfino, recavasi alla città e riconducevasi a casa; e non sì tosto uscì di vita, che motivasi di dolore anche il delfino (720); il quale veniva sepolto, soggiugne Aulo Gellio, nella stessa tomba dell'amato fanciullo, che avea nome Giacinto (721). Altri fatti narra Plinio dell'amore de' delfini, e comeché di quello del Lucrino alleghi in testimonio Mecenate e gli storici Fabiano e Flavio Alfio, ed anche Apione scriveva essere stato egli stesso testimonio del fatto meraviglioso, e che da Roma accorrevasi e da tutta Italia per vedere il delfino cambiato da Afrodite in docile corsiero, non so nondimeno quale più ammirare se la credulità o la fantasia degli antichi, i quali tante leggiadre favole inventavano, e i casi accreditavano di Arione e di Falanto, dalle onde salvati per opera de' delfini.

60. Palude ACHERUSIA e Campi ELISI

Presso di Cuna, dice Strabone, è la palude Acherusia melmosa laguna formata dalla diramazione delle acque marine (722). Gli antichi geografi, come Artemidoro ed altri che Strabone non nomina, Acherusii ancora nominavano in genere i laghi Lucrino ed Averno (723), che molto acconciamente Floro nominava ozii del mare (724); ma in processo di tempo fu delta Acherusia sol questa laguna, ora nota sotto il nome di lago Fusaro, ed una volta altresì lago di Coluccia, che non trovo spiegati da' patrii scrittori (725). Non più lungo di tre miglia e d’ineguale larghezza, è di figura quasi ovale, e per mezzo di un lungo e stretto canale comunica verso il monte di Procida col golfo di Baja Il suo massimo fondo non oltrepassa i palmi 28, e non altrimente dall’Averno si tiene per uno de' tanti crateri vulcanici de' Campi Flegrei. Licofrone descrive l’Acherusia laguna col solito suo stile iperbolico come fluttuante e procellosa (726), e molto celebre è nella storia de' nostri antichi popoli per le favolose credenze, che dalla sua sponda al buio soggiorno de' morti si scendesse, credenze qui divulgate da' Greci fondatori di Cuma e che i Greci attinte avevano dall'Egitto. Né solo questi miti nella regione cumana si propagarono, ma i nomi stessi de' luoghi inferni, come abbiam detto, vi si trasferirono, perciocché in ogni nonio o provincia di Egitto era una palude consecrata al tragitto de' morti, e in particolare vicino di Menfi era la palude Acherusia, attraverso della quale alle lor tombe si portavano gli estinti (727). Verso il mezzodì comunica con questo lago una molto minore laguna, detta Acqua morta, nella quale con alcuni scrittori è da vedere l’Acheronte di Virgilio, comeché per un fiume piuttosto gli antichi lo avessero nelle lor mitiche descrizioni de' luoghi inferni (728), scorrente, come nella Tesprozia, dalla palude Acherusia (729). Non lungi da Eraclea Pontica era altresì la penisola Acherusia, dove favoleggiavasi che Ercole traesse dall'inferno Cerbero (730), ed Esiodo non altrove pone la stanza del trifauce custode dell’Erebo che ne' contorni di Puteoli (731).

Deliziose ed amene colline stanno al di là della descritta palude, e Virgilio le dinotava col nome di Campi Elisii, i lieti ed ameni soggiorni de' pii (732), che Omero collocava all’estremità del mondo (733), e che più tardi diventavano le Isole de Beati, anche ai confini della terra dappresso al vorticoso Oceano (734). Indarno contendono gli eruditi e i geografi sulla vera situazione di queste e di quelli, perciocché sono fuori del dominio della geografia e in diverse regioni si finsero secondo che si ampliarono le geografiche cognizioni de' Greci; e come dell'Esperia avvenne, la quale fu prima l’Epiro, poi l’Italia, poi l’Iberia, e in fine più lontane contrade, così dové essere di questi Elisii, di queste Isole de Beati, e forse prima non altrove s’immaginarono che presso alla Tesprozia, dove in fatti ponevasi il primitivo regno di Plutone (735). Procedendo i tempi nello stesso circolo lunare si collocarono (736). Il solo Virgilio assegnava agli Elisii il sito nelle vicinanze di Cuma; e senza discredere che il facesse per una tradizione locale, questa tradizione, anziché alle greche credenze nell’età di Omero e di Esiodo, riferì vasi, come presso gli Egizii, alla stessa necropoli della città, agli stessi sepolcri sparsi per gli ameni colli della regione cumana (737).

Presso la menfitica palude ricorda anche Diodoro un luogo circondato da prati e da stagni e selve amenissime di loto e di calami. Questi luoghi fingevano gli Egizii abitarsi da' morti, perché ivi in fatti facevasi la massima parte de lor funerali, e nelle grotte de' contorni i cadaveri si seppellivano. Introducendo Orfeo, dice lo stesso storico, le pene degli empii nell'Orco, gli Elisii depii, e le divulgale finzioni delle ombre, altro non fece che imitare i funerali degli Egizii (738). Erodoto dichiara anch'egli la identità delle cerimonie egizie ed orfiche o bacchiche, che Melampo dall'Egitto trasferì in Grecia (739), e Plutarco in una specie di parallelo delle cerimonie del culto di Bacco ed Osiride, ne nota del pari le scambievoli relazioni a dimostrarne la identità primitiva (740). Credono alcuni dotti, che non prima che l’Egitto fosse aperto alla Grecia, il che avvenne regnando Psammetico nella XXI Olimpiade, i detti miti si propagassero nella Grecia (741); ma se più antica di tale epoca è la dottrina orfica, in più remoti tempi vi passarono forse dalla Tracia dove erano stati trasmessi dall'aia Minore. Ad ogni modo, i verdi prati, finta abitazione de morti, erano presso la palude Acherusia: questa tenevasi qual parte dell'inferno regno di Plutone,quelli come stanza di felicità perpetua, dove i morti si seppellivano, ed anche oggidì nelle amene colline che tramezzano i monti verso Baja e Miseno si veggono in copia ruderi di sepolcri. Quasi analoga del resto a quelle degli Elisii è la descrizione che l'autore dell’0rgonautica attribuita ad Orfeo fa delle Isole de' Macrobii, dopo delle quali egli nomina la sede de' Cimmerii (742), ed è questa un’altra pruova che, anziché nella regione cumana, è da cercare altrove la sede di questi popoli mitici, favola derivata forse dalla fonte stessa delle tradizioni egizie (743). Non pochi greci sepolcri del resto scoperti presso l’ingresso del lago di Licola molte fabbriche nella forma di grandi magazzini, nonché la sua vicinanza stessa alla rocca di Clima, han fatto credere ch’ivi fosse stato il primo e più antico porto di questa città (744).

61. Villa di SERVILIO VACIA

Di là della palude Acherusia, sulla collina che sorge tra i lago Fusaro e ‘l territorio di Miseno si veggono verso la marina gli avanzi della celebre villa di Servilio-Facia, villa magnifica, a giudicarne da' ruderi e da' monumenti, e pel silo amena mollo e deliziosa. É da cercarla all'estremità del lido che tra Cuma ed essa villa incurvavasi, secondo la descrizione di Seneca. Nel feroce tempo della tirannia di Tiberio e di Seiano qui ritiravasi Servilio, e fuggendo que' perversi ebbe lode di saper vivere, o anzi di starsi nascosto (745). È già tempo che, cavatosi nel sito di tali rovine, molte statue si scoprirono di squisita scoltura, d'illustri uomini e di filosofi, e diversi rottami di ben lavorati marmi, avanzi di questa grande villa, la quale molto distendevasi lungo il detto colle. Tra le dette rovine non sono mancati titoli sepolcrali; ma nessuno ci ricorda Servilio, la sua famiglia o qualche suo liberto. Più notabili sono queste due lapide (746):

1.

SOLI. INVICTO. ET. LVNAE. AETERNAE

Q. MINVC..... PARAT. DEO

2.

INVI. VICTORI. TREBONIVS. GALLVS COS

PORTICVM. EX. VOTO. FECIT. DEDICAVIT

X. KAL. MAIAS

APIC. ANNIO. M. ATI.... COS

Seneca del resto ne ricorda due spelonche di grand'opera, pari ad un vasto atrio, non naturali, ma artefatte, una delle quali non aveva mai sole, e l’altra ch’erane illuminata insino al tramonto. Un rivolo, che metteva nel mare e nella palude Acherusia, a guisa di euripo divideva i platani che l’ombreggiavano: questo rivolo era pescoso, e la campagna, esposta al zeffiro, in tutte le stagioni era buona e dilettevole.

62. BAJA (Βαιαι, Baiae)

Tornando alla spiaggia, dopo tre miglia odierne da Cuma seguiva verso l’ovest l’amenissimo sito di Baja (747), ch'è incerto se fosse stato ne' tempi anteriori a' Romani, non dico una città, ma almeno un piccol villaggio. Orazio ricordò Baja col nome di vico, e assai dopo Gioseffo Flavio con quello di piccolo oppi do (πολίδριον): ma questi scrittori (748) appartengono al tempo, in cui i Romani già vi avevano per loro delizia molte ville edificate, per modo che Strabone dice che così prossime vi erano le suntuose magioni, ch’ivi era sorta come una nuova città non meno grande di Dicearchia (749); e Dione Cassio ricorda Baja sol come un luogo della Campania senza dire se fosse almanco un pago o villaggio (750). Scrive intanto Strabone, il quale le tradizioni locali raccoglieva nella sua geografia, ch'ebbe nome da un compagno di disse (751), il che affermano del pari altri scrittori, poeti e scoliasti. Perché Licofrone, Vairone e Servio dicono che Bajo vi fu sepolto (752), e Silio Italico o dinota Baja col nome di sede itacesia, o dice ch’ebbe nome da un guerriero della flotta dulichiana (753), accennando così allo stesso Ulisse, ch’ebbe dominio sull'isola di Dulichio presso gli Oeniadi e la foce dell’Acheloo (754). Né diversamente la rupe di Leuca, celebre pe’ salti degli amanti, volevasi che prendesse nome da Leuca compagno di Ulisse, ch’era zacinzio (755). Ma senza fermarmi ad altre favolose tradizioni, per le quali il nome di Baja attribuivasi alla balia di Euximo compagno di Enea (756), perché favolosi io credo gli arrivi di Ulisse e di Enea in Italia, o almanco richieggono altre spiegazioni, la denominazione di Baja fu piuttosto locale, derivata o dalla evocazione delle ombre nella grotta dell’Averno o anche da' supposti prossimi Elisii.

Che abbiasi ad attribuire ad una colonia uscita da Itaca, condotta se non da Ulisse, da un principe almeno della sua famiglia, il quale vi portò la memoria del favoloso viaggiatore (757), io non credo, comeché io non dubiti dell'essere qui giunte colonie dall’Epiro sotto la protezione del nume archegete, confuso coll'eroe d'Itaca. Or non essendo dubbia la venuta de' Lucadii e de' Tesproti sul lido di Cuma, come da' primi è da credere originata la favola dell'arrivo di Ulisse in questa spiaggia, così è da attribuirsi agli altri la prima origine della neciomanzia, od evocazione delle ombre cantata da Omero. È nota da Erodoto l’origine egizia del celebre oracolo di Giove Dodoneo nella Tesprozia (758), e non par dubbio che i Tesproti e i Pelasgi, stabilendosi su questo lido, i loro misteri, il lor culto, le lor cerimonie religiose vi propagarono, di cui è tanto silenzio negli antichi. Alla neciomanzia cantata anche da Virgilio, e che pur vi ebbero a introdurre, si riferisce, io credo il nome di Baja o del luogo dove le anime, dette Bai dagli Egizii (759), si evocavano; e tale etimologia, avvertita da un patrio scrittore, ma senza darne una soddisfacente spiegazione (760), è da preferire, io credo, alla favola della colonia itacese stabilita su questa amena spiaggia della Campania,

Egli è probabile nondimeno che i Cumani avessero in questo sito da tempi remoti una stazione per le loro navi, a cagione del porto che vi apre la natura, e che vi crescesse, come in quello di Formia una qualche borgata ne' susseguenti tempi, tanto più che anche nel III secolo era Baja nel dominio di Cuma ed un porto ancora v’ebbero dipoi i Romani (761). Ma non per questo intanto fu celebre Baja dagli ultimi tempi della Repubblica insino a quelli di Teodorico. L’amenità del sito e le acque calde per modo vi richiamarono i dominatori del mondo, che dalle molte ville che vi edificarono, ne sorse come una nuova città. A simiglianza di Canopo in Egitto e Dafne in Antiochia fu il ritrovo de voluttuosi prima e dopo la decadenza della Repubblica, i quali vi ebbero le loro ville, i loro bagni, le lor piscine ammirabili, di cui or più grande è la memoria che gli avanzi; e così celebri furono i bagni caldi di Baja, che in tutto l’orbe romano ebbero il primato, né venivan secondi che a quelli di Gadara nella Siria (762). Vi sorgevano templi sacri a Venere, Diana e Cibele: ed il sito ridente ed ameno non convenne meglio che alla prima di queste dee. Sulla base di una statua, certamente della stessa Venere, vi si rinvenne la seguente iscrizione, ora nel R. Museo (763):

VENERI. PROBAE. SANCTISS. SACR.

TI. CLAVDIVS. MARCION

SALVE, MILLE. ANIMARVM. INLVSTRI. CENARE. OPVS. SALVE

PVLCHRI, ONERIS, PORTATRIX. IN. EXVPERABILE. DONVM

RERVM. HVMANARVM. DIVINARVMQVE. MAGISTRA,

MATRIX. SERVATRIX. AMATRIX. SACRIFICATRIX,

SALVE. MILLE, ANIMARVM. INLVSTRI. CENARE. OPVS. SALVE.

Comeché de' tempi della decadenza, per esservi il metro inesattissimo, questa iscrizione non manca nondimeno di certa vaghezza. Properzio ci lasciò memoria del culto di Diana a Baja (764), il quale non appalesarono meno i monumenti scoperti, è già tempo, in quel sito, dir voglio non pochi rottami di pietre marmoree con bassirilievi di cani, di cervi e di pesci (765), reliquie al certo degli ornati del suo tempio. E di quello di Cibele è ricordanza nella seguente epigrafe, scoperta nel 1785 presso il castello di Baja e che un decreto contiene per reiezione del sacerdote della dea nel tempio di Vespasiano a Cuma.

M. MACRIO. BASSO. L. RAGONΝΙΟ

QUINTIANO. C. S. K. IVNIS

CVMIS. IN. TEMPLO. DIVI. VESPA

SIANI. IN, ORDINE. DECVRIONVM

QUEM. M. MALLONIVS. VNDANVS

ET. Q. CLAVDIVS. ACILIANVS. PRAET

COEGERANT. SCRIBVNDO, SORTE

DVCTI. ADFVERVNT. CAELIVS. PAN

NYCHVS. CVRTIVS. VOTIVOS. CONSIDI

VS. FELICIANVS. REFERENTIBVS. PR

DE. SACERDOTE, FACIENDO. MATRIS

DEAE. BAIANE, IN. LOCVM. RESTITVTI

SACERDOTIS. DEFVNCTI. PLACVIT. VNI

VERSIS. LICINIVM. SECVNDVM

SACERDOTEM. FIERI

XV. SAC. FAC. PR

ET. MAGISTRATIBVS. CVMAN. SAL.

CVM. EX. EPISTVLA. VESTRA. COGNOVE

RIMVS. CREASSE, VOS. SACERDOTEM

MATRIS. DEVM. LICINIVM. SECVNDVM

IN. LOCVM. CLAVDI. RESTITVTI, DEFVN

CTI. SECVNDVM. VOLUNTATEM, VESTRA

PERMISIMVS. EI. OCCAVO. ET

CORONA. DVM. TAXAT. INTRA

FINES. COLONIAE. VESTRAE. VTI

OPTAMVS. VOS. BENE. VALERE

PONTIVS. GAVIVS. MAXIMVS

PROMAGISTRO. SVSCRIPSI, XVI. KAL

SEPTEMBRES. M. VMBRIO. PRIMO

T. FL. COELIANO. COS

Questa iscrizione, illustrata da varii scrittori patrii (766), si è creduta della fine del III secolo, e contiene fino alla linea 15 un decreto de' Decurioni di Cuma per la elezione di Licinio Secondo a sacerdote del tempio di Cibele a Baja in luogo del defunto Claudio Restituto, e nel rimanente un rescritto del Collegio de' Quindecemviri di Roma, col quale confermasi reiezione, ed al novello sacerdote si accorda di portar la corona e toccavo (che alcuni spiegano per una collana, altri pel coltello de' sacrifizii) soltanto ne' confini della Cumana colonia, in cui Baja si comprendeva.

A’ templi di Dana,di Mercurio e di Venere da gran tempo il volgo attribuisce i più notabili avanzi Bajani, ma che con più di verità si giudicano reliquie delle sue Terme, e propriamente delle piscine; perché in fatti non furono costruiti in siti rilevati e di bella vista, ma sì bene nella parte bassa, dove le acque scaturivano. Una volta si nominavano Trugli dalla cupola, τρουλλος (767), ond’erano ornati, e che ora in due soli si vede di questi grandi edifizii. La meta appena rimane di quello posto al nord del seno di Baja, e colle muraglie addossato alla prossima collina: ha finestroni e nicchie di varia grandezza, nelle quali si crede s incassassero tavole dipinte ad ornamento della sala. Questa grand'opera, di mattoni insieme e di fabbrica reticolare, somiglia molto nella forma al tempio di Minerva Medica di Roma, perciocché termina in una grande volta, del diametro di circa 91 piedi, e quasi isolata resiste alla distruzione del tempo. Piccole stanze ad uso di bagni o di serbatoi t'accompagnano in gran parte del suo recinto. Verso la metà del seno Bajano, a breve distanza dalla collinetta che si eleva a ponente, sono i ruderi di un altro grande edifizio, anch’esso di bell'opera a volta, e meno alterato da' secoli, comeché sepolto in gran parte nel terreno che l’occupa a grande altezza. È il preteso tempio di Mercurio il quale consiste in un' ampia rotonda di oltre a 100 piedi di diametro, la cui volta, aperta nel centro, ha quattro grandi finestre. Due camere quadrangolari con altri laterali recessi e condotti vi stanno all'intorno, che non meno dell'altro descritto edifizio appalesano reliquie di bagni. E verso il sud del suolo di Baja, ultimo avanzo delle romane magnificenze, si ammira un’altra fabbrica ottagona di elegante struttura, ornata di pilastri binati, e che dicono tempio di Venere. Rivestita d’opera reticolare, nell'interno è rotonda, tutta costrutta di mattoni, ed aperta verso il mare da una grande arcata che servivale di entrata principale. Ha 82 piedi di diametro, e distrutta ne è la cupola. Sonovi ne' lati otto grandi finestre, e sotto di queste altre aperture; ed essendo così esposta al sole dal suo primo levarsi inaino al tramonto, egli è manifesto che altro non era che una gran sala da bagni, perché tali appunto si desideravano e costruivano da Romani ne' primi tempi dell'Impero (768), osservazione che agli altri descritti avanzi anche bene si riferisce. Dietro a questo grande e bello edifizio, e propriamente alle falde del vicino colle sono piccole camere pressoché oscure, adorne nelle volte di eleganti stucchi rappresentanti soggetti erotici, e che faceva forse copiare con altri antichi monumenti d'arte da disegnatori che teneva a Pozzuoli il gran Raffaello (769). E più sarebbe da ammirarvi, se Federico d’Aragona non avesse fatto cavare i marmi e i musaici di Baja per adornarne le sale del real palagio (770). Si sa del resto che i Romani fabbricavano i bagni co più pregiati marmi e colle più suntuose colonne e statue li abbellivano (771), e possiamo da ciò arguire la splendidezza delle terme Bajane, le quali vennero in tanta celebrità, che fra tutte ebbero il primato (772), e solo per poetica adulazione è da credere che Marziale le posponesse a quelle di Castricio.

Le molte memorie che di Baja ci lasciarono gli antichi tutte ne ricordano l’aere salubre, le acque salutevoli, le ville e i palagi suntuosi e magnifici, e con gli agi e le delizie le voluttà ancora, i vizii, i costumi abbominevoli. Annoverando Plinio le diverse qualità di acque, in verun luogo, dice, più largamente vengono fuori che nel golfo di Baja, né con più sorte di rimedii (773). Opportune così al diletto, come alla cura de' mali, da ben remoti tempi ebbero a richiamarvi gl'infermi, ed è noto da Livio che nel 576 di Roma il Console Gneo Cornelio, perduta parte delle membra, recavasi per risanarsi a queste acque calde e minerali, dette allora Cumane (774), quando non ancora i Romani vi avevano tanto edificato da far posporre a Baja la stessa città di Cuma. Ma più che mai è da credere che cominciassero a frequentarsi sul cadere della repubblica, allorché, ormai tralignati i costumi, e già dato il bando alla vita dura, i Romani scompostamente inclinarono alle voluttà e a diletti. Sin dal tempo di Cicerone credevasi eh1 esser non vi poteva onesto uomo che frequentasse Baja, e di esservi stato era l’Oratore rimproverato da Clodio (775). Perciò forse tra le molte ville eli egli ebbe nel Lazio e nelle nostre regioni, ninna ne volle edificare a Baja. La dissolutezza che Cicerone stesso rinfaccia a Clodia, ben dimostra che la vita molle e corrotta eravi già cominciata prima dell'Impero. Meglio è ch’io taccia un frammento di una delle satire di Varrone intitolata Baja, già divenuta celebre pe’ suoi bagni e la sua corruzione, che Properzio voleva che abbandonasse la sua Cinzia (776), e dove le romane matrone vi andavano Penelopi, e ne tornavano Elene (777); perfido luogo che Seneca predicava qual soggiorno di vizii, dove non vedevasi che ubbriachi erranti per la spiaggia, stravizzi di naviganti, né si udiva che il frastuono de' cantanti su' laghi Lucrino ed Averno stridenti pe’ canti e le sinfonie, o le oscene canzoni delle cortigiane che passavano sulle loro barche di tutti i colori (778).

63. VILLE ROMANE

Caduti i costumi, ed ormai passato il tempo, in cui due iugeri di terra non erano neppur bastevoli ad un servo, a' latifondi seguirono le ville, che i Romani si diedero perdutamente a edificare a simiglianza delle reggie di Persia (779), e molte ne costruirono splendide e magnifiche nell'aureo lido, nell'amena regione di Baja. Erano per lo più sul tratto semilunare che nella larghezza di quasi un miglio si estende lungo la spiaggia tra monte Grillo ed il promontorio su cui sta il castello di Baja, ed in difetto di spazio fu occupato anche il mare. De’ piloni ed edifizii le onde allontanarono dal lido (780), e tuttavia si veggono enormi massi di fabbriche a guisa di scogli sott’acqua. Non meno ardite scavazioni costrinsero il monte a indietreggiare dall'opposto lato, e più che ad altro luogo, a' grandi palagi Bajani pensava Seneca quando a' Romani esclamava (781): Non rimarrà dunque alcun lago che voi noa racchiudiate co' vostri alti e superbi palagi? niuna calda sorgente, presso la quale voi subito non ergiate nuove abitazioni alla crapula e alla mollezza? niun seno di mare, che da voi non sia tosto fatto ampliare e circondare di fabbriche? Primi forse ad avervi le loro ville furono Cajo Mario, Cesare, Pompeo e Luculto, uomini grandi, ma che i primi forse la vita abbracciarono come una cortigiana, e i Romani, ormai stanchi delle antiche virtù, seguendone l’esempio, lasciarono libero il campo ad ogni scostume. Al tempo della conquista successe allora quello del piacere, alle acque del Tevere quelle di Baja; dove tante ville, tante superbe magioni furono edificale, che diedero, come abbiam detto, sembianza d'una nuova città, e di sì splendida magnificenza furono adorne, che più facile è a dire che ad immaginare. Fabbricate come erano alcune di queste ville su' monti di Baja, parevano, al dire di Seneca, piuttosto castelli (782), e gl'Imperatori che poscia vi edificarono, fecero a gara di superare ciascuno gli antecessori (783). Ma or che ne rimane? e chi può bene indicarne il sito? Anziché diligenza, pareva piuttosto demenza tale impresa al Cluverio, ed un patrio scrittore dice giocondamente che il volere assegnare il sito alle tante ville bajane è cercare le abitazioni nella Luna (784): esporrò nondimeno le conghietture che più si approssimano al vero sul sito delle più celebri, perché indicarlo di tutte è opera a me ed a ciascuno impossibile.

Il primo a edificare una villa in quest’amena contrada, e propriamente dalla parte della città di Miseno fu Mario (785), villa suntuosa e piena di delizie, a quel che scrive Plutarco, nella quale dopo tante spedizioni e guerre vivevasi mollemente. Cornelia, la madre de' Gracchi, la comperò poscia per 75,000 dramme, e non andò guari che passò nel dominio di Luculto per 500,000 (786). E forse anche prima di Cornelia e di Luculto acquistavala dopo le proscrizioni di Silla C. Curione (787), il quale fu oratore e Console con Ottavio (788). Questa villa stessa si appartenne da ultimo a Tiberio (789), che vi finì la vita (790). E negli stessi contorni ebbe ad essere la villa di M. Antonio l’Oratore, avolo del Triumviro. Cicerone scrive che i pirati ivi gli rapivano uno de' figliuoli dopo averli combattuti su quella spiaggia (791); e di questa villa, stessa egli sembra doversi intendere il racconto di Plutarco, dal quale è noto che i pirati della figliuola dell'oratore s’impadronirono mentre andavasene alla campagna, e che di grandi somme di danaro vi fu d’uopo per riscattarla (792). Cesare deliziavasi molto di Baja (793), e sul monte ivi soprastante ebbe la sua villa, la quale, posta in sito altissimo, vagheggiava i sottoposti golfi (794). Poiché i dominii di Cesare passarono ad Augusto, in questa villa l’invidiosa Livia, per assicurare il trono a Tiberio, aiutata forse dal medico Antonio Musa, co' freddi lavacri, o col veleno toglieva di mezzo il giovine Marcello, lieta speranza dell’Italia e dell'Impero (795).

Come a Tuscolo ebbe Cicerone suo vicino M. Varrone nelle delizie di Baja. Qui pure era solito di recarsi il più dotto de' Romani (796); e non sì tosto una volta di Roma vi arrivava, che moveva dalla sua villa per visitare I’egregio suo amico, partito anch’egli dal suo Cumano per render visita a Varrone (797): uomini rari, la cui memoria non sarà mai che si cancelli nelle solitarie rovine di que' dintorni. La vicinità, dice il Chaupy, che tal fatto fa supporre, da a credere che solo il lago Lucrino divideva le mentovate ville, e non altrove si avvisa che s’abbia a riconoscere quella di Varrone che nelle belle rovine ora note col nome di Scalandone, alla sinistra de' ruderi delle terme che sopravanzano nel medesimo sito (798). Loda Varrone la villa Bajana di Caio Irrio, nobile pe’ grandi vivai di murene. Egli il primo formava i vivai di questi pesci, e nelle cene trionfali di Cesare, ricusandone il prezzo, prestavane sei mila. Piccola era la sua villa, ma i vivai ne furono venduti non meno di 40,000 sesterzii (799).

La ricchezza di Luculto andò in proverbio, ed a chi non è nota la sua magnificenza? Nessuno de' coetanei gli andò innanzi nell'amore del lusso e della splendidezza: egli profondeva ne' suoi palagi e ville i tesori conquistati nell'Asia, e sappiamo da Varrone che tanta sollecitudine davasi della sua villa di Baja, che fece facoltà al suo architetto di dare il fondo a' suoi danari, purché degli antri aprisse dalle sue piscine al mare, onde lesto marino nella nuova luna le rinfrescasse (800). Licinio Crasso, oratore eloquentissimo e de' principali cittadini di Roma, ivi ebbe ancora la sua villa, e Plinio alcune acque gli attribuisce che vaporavano nel mare, e giovevoli ad alcuni malori (801). Tanto amore egli pose nelle murene de' suoi vivai, che mortagliene una, vestivasi a bruno, e pazzamente piangevala come propria figliuola (802). Nella villa Bajana di Calpurnio Pisone, lasciate le guardie, e dimentico della sua grandezza, Nerone frequentava i bagni, davasi a' banchetti (803); e su quel medesimo lido anche Domiziano ebbe le sue piscine, nelle quali chiamati i pesci, dice Plinio, solevano venire alla mano (804). E però Marziale i pescatori avvisava a tenersi lontani dallo stagno di Baja, in cui sacri pesci guizzavano, che chiamali pe’ loro nomi, a lambir correvano la mano imperiale (805). Domizia, zia di Nerone, piacevasi molto delle sue piscine Bajane (806), le quali eccitando con gli altri possedimenti ch'ivi ebbe ed a Ravenna la cupidigia del nipote, anzi tempo facevanla morire di veleno, e Nerone vi costruiva magnifiche case di delizia, che vi durarono lunga età (807). Ed Alessandro Severo, il quale tante magnifiche opere e stagni per onorare i suoi affini costruiva ne lidi di Baja, un palagio con un vivaio vi edificò alla sua madre Giulia Mammea (808). La più parte, se non tutte le ricordate ville, risplender dovevano di tutto il lusso, di tutta la magnificenza dell'arte; ma semplice e patriarcale era quella di un Faustino, la quale senza mancare di campo come quella di Luculto (809), senza mirto infecondo, senza platani e bosso cincischiato, allietavasi del vero e rozzo agreste della natura; e che, ricca de' doni di Cerere e di Bacco, e di varie spezie d’animali, Marziale contrappone al leggiadro suburbano di Basso, buono solo alla vista e senza alcuna cosa alla vita utile (810). Le terme del resto, i suntuosi palagi Bajani erano tuttavia nel loro miglior essere nel V secolo, quando Cassiodoro come un antico de' tempi di Augusto lodava le delizie di Baja (811). Abbandonati ne' secoli che seguirono, la maggior parte degli avanzi ne coperse il mare, e dove fu una volta tanta gioia, tanta voluttà e grandezza ora non è più che trista solitudine. L'insalubrità di Baja e de' vicini luoghi non principiò che nel medio evo, quando cominciarono ad essere spopolati; e non credo esatta la interpretazione che alcuni scrittori danno ad un luogo di Cicerone, per dire che furono malsani anche sul cadere della repubblica (812).

Grandi rovine di fabbriche sono sul monte che sta tra le stufe di Tritoli e il lago Averno, sull’altro che più dappresso si eleva sopra Baja, e su quello che si erge fra Maremorto e 'l golfo Bajano. Negli avanzi di quest’ultimo, ora noto col nome di monte di Procida, alcuni scrittori riconoscono la villa di C. Mario, perché più delle altre era prossima a Miseno, e si sa in fatti da Plutarco che non altrove era la villa di Luculto, quella stessa del famoso Arpinate; ma se fosse stata alla punta di mezzodì, o all'altra piuttosto di settentrione, dove magnifiche rovine tuttavia si veggono, è affatto ignoto. In sul monte che sta sopra Baja era l’altra di G. Cesare, poiché in vicinanza di essa, dice Tacito, nella via che dall’Averno menava a Miseno di umile sepolcro per opera de' domestici era onorata Agrippina (813), e solo quel monte sta dappresso alla detta via, così che il sepolcro della sciagurata imperatrice non altrove credesi eretto che nel sepolcreto di Bauli (814). Sorgeva forse al di sotto il tempio di Venere, edificato, come par verisimile, dallo stesso Cesare che vantavasene nato (815). Che se ne' siti additati furono probabilmente le dette ville, quella di Pompeo è da situare in fine sul monte che si erge tra la stufe di Tritoli e l’Averno (816), ch’è il terzo monte alto della regione di Bajana, la cui vicinanza con Cuma ci fa intendere perché Cicerone tal villa designasse col nome di Cumano (817). Sull'eminenza ancora ove Pietro di Toledo edificava il castello di Baja, la nuova costruzione lasciava il luogo a ruderi di antiche fabbricazioni, e se non vi fu, come parve ad un antiquario (818), la villa di Cesare, qualche altra al certo delle giù mentovate ve ne dové essere, le quali del resto in gran parte ebbero a rimaner coverte dal mare insieme e dalle vulcaniche eruzioni che produssero Monte Nuovo, e che ampiamente sollevarono all'intorno l’antico suolo. Questo può dirsi del sito di alcune delle tante ville Bajane, che uno scrittore patrio una dopo l’altra vanamente descrive con molta fidanza di se e della fede di chi lo legge (819).

64. Acque termali POSIDIANE (Posidianae aquae)

Sul versante meridionale di monte Grillo, a 15 metri in circa sul livello del mare, sono gli antichi sudatorii, ora noti col nome di Tritoli, o di Stufe di Nerone. Vi si arriva per un sentiero aperto nella roccia, nella quale si praticarono ancora gli scavi per trovarvi le acque calde, presso cui le dette stufe si formarono a' tempi dell'Impero. Parlando Plinio della varietà delle acque e de' naturali rimedii di esse, quelle celebra sopra le altre che rampollano nel golfo di Baja. E alcune, egli dice, giovano solo col vapore, ed erano quest’esse, e sono di tanta forza, che riscaldano i bagni, cuocono le vivande, e fanno anche bollir l’acqua fredda. Presero il nome di Po si diane da un liberto dell'Imperatore Claudio, detto Poside da Svetonio (820), il quale, costruendovi forse de' bagni, ebbe a godere de' proventi di queste acque. Di questo sudatorio bajano parlano anche Vitruvio e Celso (821), e che ivipresso fossero ancora de' bagni, oltre all’addotta testimonianza di Plinio, raccogliesi altresì da S. Girolamo, poiché le vedove e le vergini cristiane consigliava a tenersi lontane dal frequentarli.

Ma per dare un’idea di queste stufe, l’interno della grotta, per la quale vi si addentra, è diviso in quattro gallerie, una appresso l’altra, in cui penetra la luce per mezzo di spiragli aperti verso il mare. La prima è più spaziosa delle altre, e nell'ultima è un’apertura simile alla gola di un forno, d'onde esce sempre una nebbia di umido e infuocato vapore. È l’orifizio del cunicolo, il quale mena alla caldissima sorgente che da il vapore. Dopo alquanti passi il cunicolo, cangiando tosto direzione, descrive alcune sinuosità, e di là a circa 40 metri si arriva ad un punto, ove il cammino s’inclina ad angolo quasi retto. Qui si vede l’orifizio di uno di sei altri cunicoli, indarno scavati nel tufo prima di trovarsi la fonte termale. Si accresce ivi il calore; e più oltre procedendo la temperatura si aumenta, il cunicolo si restrigne, ed invece del piano lievemente inclinato, presenta una china rapidissima. Col crescere della corrente vaporosa l’atmosfera riesce sempre più soffocante; ma, raddrizzandosi il suolo, un leggiero gorgoglio indica a chi vi penetra d'essere ormai presso alla sorgente. E qui per modo vi si addensa il vapore, che fa d'uopo alla guida avvicinare la fiaccola agli oggetti per rischiararli; e per quanto è riuscito osservarli al più recente viaggiatore, che non ha guari tempo è penetrato nel tenebroso antro (822), l’acqua termale vi è ripartita in tre piccoli baccini che comunicano tra loro. Nel secondo rampolla la sorgente, e nel più interno è un traforo, d’onde l’acqua zampilla.

La sua temperatura è di 85 gradi, è limpida e inodora: il suo sapore acre e salso ricorda quello dell'acqua di Pullua, e al pari di questa ha proprietà purgative. Non è gassosa; se esalasse acido carbonico, si cadrebbe in asfissia a' primi passi dati nell'antro; il quale non può visitarsi senza pericolo; ma i Romani lo scavavano.

Sulla vetta di monte Grillo era un palagio che si attribuisce a Nerone, e che colle stufe comunicava per mezzo di splendide gallerie; né altro ne sopravanza che alcune volte e colonne in questo sito de' più vaghi e pittoreschi de' nostri dintorni. I bagni che v’erano costrutti, venivano alimentati dalla sorgente della stufa che perdesi nel terzo buccino, e che poi vien fuori appiè del monte. Il quale, tutto di mirto ricoperto (823), annunziava a chi vi giugneva ch’era sacro al piacere ed a Venere, come tutta la regione Bajana. E queste stufe e questo palagio intendeva Dione Cassio quando nella descrizione di Baja diceva che i monti di quella deliziosa contrada hanno in sé molto fuoco ed acqua, la quale entro cisterne portavasi verso il mare, e per via di canali conducevasene il vapore nelle più alle case edificate su que' colli (824). Il perché, oltre il sudatorio di Tritoli, altri ancora ve n’ebbero nello stesso luogo, ed uno de' più antichi illustratori de' nostri dintorni lo rinviene in quello appunto che dice di stare dietro di S. Giacomo, dove si vedono i vapori venire in su de' ruderi delle suntuose fabbriche che vi rimangono (825). Appiè di monte Grillo sono ancora due ampie sale scavate nel tufo, una sul lido, in cui sentesi alquanto di calore, l’altra verso il lago Lucrino, adorna di belli stucchi rappresentanti soggetti mitici, e nel cui fondo ancor vedesi la nicchia, d'onde veniva fuori l’acqua termale.

Il Petrarca ed il Villani riferiscono che in questi bagni erano scritti i nomi e le proprietà delle acque, ed alcune immagini vi si vedevano, le quali accennavano le membra, a' cui malori erano giovevoli. Mossi dall'invidia tre medici di Salerno, vi si recarono nel silenzio della notte per cancellare le immagini e le scritte nel 4243; ma, sorpresi da fiera burrasca tra Capri e 'l promontorio di Minerva, rimasero preda delle onde (826). Alcuni scrittori credono tal racconto una favola; ma nel sito stesso di Tritoli, detto le Tre Colonne dagli antichi avanzi che vi rimanevano, serbava memoria del fatto una tavoletta marmorea, la quale passò in mano di re Ladislao, ed il notajo Dionisio di Sarno veniva richiesto da uno de famigliavi del re di mandarlo a posteri. I maligni medici, se vera è la fama, contraddetta da un Cronista (827), furono Ser Antonio Salimela, Ser Filippo Capograsso e Ser Ettore di Procida (828). Una lunga grotta presso le descritte stufe si vede, la quale per breve cammino da il passaggio all'opposto seno di Baja; ma non è antica, perché attraverso del monte facevala aprire il Viceré Pietro di Toledo per comodo di coloro che da Pozzuoli e da' vicini luoghi si recavano &Baja, quando per la eruzione che produsse Monte Nuovo fu occupata dalla inondazione del mare la strada che lungo il lido vi conduceva (829).

65. Via ERCULEA

Da Baja al golfo Lucrino stendevasi una strada, celebrata da molti antichi scrittori e che la volgar fama attribuiva ad Ercole (830). Non si sa bene se di essa ancora col nome di Via Ercolanea intendesse parlare Cicerone, il quale la encomia come molto deliziosa e di grande spesa, oppure di quella ch’era presso di Minturna, dove con altri di già l’ho descritta (831). Strabone ricorda solo l’argine o diga (εἰργομενος), sopra di cui fu costrutta, che dice lungo otto stadi!, od un miglio odierno, e largo abbastanza per potervi passare con un carro, e colla popolare tradizione, o sulla testimonianza di Eforo, l’attribuisce egualmente ad Ercole, il quale costruivate, egli dice, quando per questi luoghi riconduceva i buoi di Gerione. E siccome, soggiugne, ne' tempi burrascosi i fiotti del mare la soverchiavano in guisa che il camminarvi a piedi era malagevole, Agrippa fecelo alzar davvantaggio (832). Quando questa via rimanesse distrutta non è noto; certo è che tuttavia durava nel VI secolo, allorché encomiavala Cassiodoro co' celebri vivai e le grandi delizie Bajane (833).

66. BAULI (Bauli)

Dall'odierno villaggio di Bacoli scendendo alla marina vedesi il mare incurvarsi in un piccol seno, il quale colla spiaggia che lo circonda ottenne dagli antichi il nome di Bauli. Senza indicarne la condizione, Plinio ricorda collo stesso nome un luogo della contrada (834), posto allo stesso lido (835), e nominato villa da Tacito (836), cioè piccol villaggio, qual veramente lo dimostrano i seguenti due titoli sepolcrali, scoperti dopo la metà dello scorso secolo sul sito di Bacoli (837):

1.

PVNEA

VIXIT ANN. XX

EX COLLEGIO. BAVLAnorum

PERMISSV CORINTHI

PROC. ARTICHNVS. F.


HERODES

2.

APHRODISI F.

ASCALONI

VIXIT ANNIS

XXXXII

LOCVM EMIT

AB ORDINE

BAVLANORVM

DEMETRIVS VILLICVS

Poiché dunque fu in Bauli l’ordine de' Decurioni, ed ebbe i suoi Collegi fu al certo una di quelle ville o vichi che, secondo Festo scrive, facevan repubblica o comune (838). Ond’è che abitato questo sito in origine, coi né da credere, da piccol popolo, divenne procedendo i tempi per la frequenza de' Romani di qualche considerazione. Ma, non bastando a' grammatici di pensare in così fatta guisa, scrissero che l’origine ripeteva da Ercole, il quale, reduce dall’Iberia, e giunto in questo lido della Campania, i buoi vi rinchiudeva che avea rapiti a Gerione (839); e invalse tanto questa tradizione, che qui si alzò un tempio ad Ercole col nome di Bovalio, del quale i patrii topografi accennano gli avanzi di opera laterizia con rottami di colonne in un sito ora occupato dal mare. All'ingresso ancora del medesimo seno enormi moli si osservano di antiche costruzioni, le quali giudicar si possono della villa del celebre oratore Q. Ortensio, e senza le grandi memorie del suo ingegno e dell'eccellenza nell'arte che coltivava gran cagione non si avrebbe di ammirarlo, giacche Plinio dice, che quivi avendo un vivaio, tanta cura si dava di una murena, che ne pianse quando ella morì (840). Questa medesima villa appartenne poscia a Druso, il padre di Germanico, e la moglie Antonia per l'amore che nudriva anch'ella per una murena, le mise i pendenti agli orecchi, e molti traeva a vederla (841). Sembra che passasse quindi nel patrimonio de' Cesari,essendo noto che ivi il crudele e impazzato Nerone accoglieva la madre Agrippina dopoché ebbe tentato di farla morire nel mare che traghettava da Baja a Bauli (842). Q. Aurelio Simmaco molto ne vantò l’amenità del luogo dicendo, che quanto più vedevasi. tanto più l’amore accrescevasi di goderlo. Egli ne attribuisce la fondazione ad un Accendino, che celebra co’ suoi versi, e la dice ancora abitata dal savio Orfito, che diede leggi al popolo di Enea (843), ossia Memmio Vitrasio Orfito, noto Prefetto di Roma ne' tempi della decadenza. Dione Cassio dice che infino a Bauli estendevasi il ponte costruito da Caligola nel golfo di Puteoli (844), e da ciò si comprende che il sito erane a dirittura di questa città, non già sul dorso della collina, poco discosto da Miseno, come alcuni topografi scrivono.

Presso di Bauli sono i ruderi di un anfiteatro, che alcuni scrittori attribuiscono a Baja, ma che fu forse comune agli abitatori di tutti que' contorni. Ed anziché dalla villa di Mammea, supposta in questo medesimo sito, io credo che volgarmente si nominasse Marmeo (845) da' marmi che tuttavia vi rimanevano nel secolo XVI. Più falsamente si è creduto il sepolcro di Agrippina, comeché del resto bene si riferisse alla memoria della infelice fine della Imperatrice, poiché ad occasione delle Quinquatrie, feste sacre a Minerva, e celebri pe’ giuochi gladiatorii (846), Nerone per torte la vita da Anzio attiravala a Baja (847). — I piacevoli colli che accerchiano il piccol seno di Bacoli con quelli non meno deliziosi di Baja e i contorni di Miseno formarono per la loro amenità i Campi Elisii degli antichi; e non solo furono finta abitazione de' morti, ma anche vero e lieto soggiorno de viventi, come dimostrano i grandi ruderi di ville, di piscine ed altri edifizii, ne' quali su per essi ad ogni passo si avviene chi si fa a visitarli. Nell'agro di Bauli qualche tempietto in fine dovè essere dedicato a Flora, dappoiché vi si scoprì è già tempo la seguente tavoletta votiva di bronzo:

FLORAE

TI. PLAVTIVS DROSVS

MAG. II

V. S. L. М.

67. PISCINA Mirabile, e Cento CAMERELLE

A breve distanza dal descritto villaggio, e sulla sommità degli stessi colli che all'est cingono il porto di Miseno ed all'ovest il seno di Baja, vedesi un romano edifizio di così stupenda magnificenza, che fa bene risovvenire i dominatori del mondo. Incavato nella densità del sudo, è di forma quadrilunga, e vi si discendeva per due scalinate, delle quali una sola è oggidì praticabile. Cinque gallerie in questa portentosa costruzione si osservano, formate e separate da 48 pilastri con 60 arcate, su' quali poggia una volta fortissima e solidissima, in cui sono aperti spiragli quadrati per dar passaggio alla luce insieme ed all'aria, veggendosi ancora solo da un lato altre aperture in guisa de' vomitorii degli anfiteatri Lunga nella sua parte interna palmi 256, ha di larghezza palmi 96. Noi ammiriamo questa grand’opera, ma l’uso, il tempo, l’artefice ne ignoriamo, e diverse sono le opinioni a dichiararli. Né credeva uno storico autore il grande Agrippa, il quale ordinavala ad uso di serbatojo d’acqua, per fornire la romana flotta che stanziava nel sottostante porto di Miseno (848). Un grande e lungo acquidotto che cominciava da Serino, avrebbe secondo altri somministrata l’acqua a questa mirabile costruzione (849), per l’uso della flotta non solo, ma di quanti vivevano a Baja, perché ivi non altre acque rampollavano che le termali; né mancano di coloro che vi veggono un vivajo da pesci di qualcuno de' grandi di Roma, i quali ebbero magnifiche ville in questi dintorni. Che alla grande vasca della Grotta Dragonara presso di Miseno questa si aggiugnesse ad uso della flotta, egli è probabile (850); ma difficile e sembra che di cosi lungi, o da circa 50 miglia, qui l’acqua si trasportasse coll'acquidotto, del quale credesi rinvenire gli avanzi presso Capo di Chino ne' così detti Ponti Bossi, nonché nel circondario di Pozzuoli, or nel mezzo della lava della Solfatara, or sulla strada che mena a quel monte, or all'intorno del lago Averno, ed anche sull'arco Felice, che furono piuttosto ad uso di Pozzuoli e di Cuma, nonché delle ville di quelle Amene contrade. Altri opinano, e forse con più di ragione, che questa Piscina, anziché d’acqua di sorgente, fosse stata di pioggia, perché tutte le ville né avessero che costrutte erano in quell'agro; tanto più perché le acque di Baja non servivano che all'uso delle Terme. In proposito di che Columella ammoniva che, mancando acque perenni ad una villa, si ricorra alla piovana, la quale si avrà eccellente, se si fa pervenire nella cisterna per mezzo di tubi di terra cotta (851); e se ne sono in fatti ben ravvisati i segni nella celebre Piscina. È del resto nella sua interezza, e tale oggidì quale una volta fu costrutta; e ciò basta per dare un'idea della sorprendente solidità della sua costruzione.

La chiesa di S. Anna di Bacoli fu costrutta sopra ruderi di grandi piscine, nonché su parte della già descritta Piscina mirabile. A non molta distanza si veggono reliquie di un'altra piscina, nota sotto il volgar nome di Cento Camerelle o Carceri di Nerone v la quale consiste in due ordini paralleli di corridoi, tagliati da un terzo ad angolo retto, e sopr’essa un'altra fabbrica fu eretta, di cui è malagevole determinare l’uso, poiché non corrisponde colla sottoposta. Sulla volta di questo secondo edilizio sorgevane un terzo, il quale pe’ nobili pavimenti a musaico e per le pitture ond’era ornato più chiaramente degli altri si mostra per un avanzo de' più suntuosi palagi di Baja (852).

68. Promontorio e città di MISENO

A breve distanza da Cuma sorge quasi in forma di piramide il promontorio Miseno manifesta produzione vulcanica ai Campi Flegrei. La storia mitica di questi celebri e deliziosi luoghi il nome ne derivava da un compagno di Ulisse (853),o da un eolide trombettiere di Enea che vi fu sepolto; e, comeché questa seconda etimologia prevalse negli antichi scrittori (854), i quali non è noto se favoleggiassero, o se seguissero la stessa volgare fama, l’una e l’altra nondimeno per me sono aliene dal vero, come le stesse navigazioni de' mentovati eroi. La voce Miseno rassomiglia molto al greco μισητοί, e non è inverisimile che coll’aggiunto di odioso si distinguesse da' Greci, perché periglioso a passarlo pel mare che vi è sempre tempestoso (855) massime nella parte occidentale, che i navalestri passano sempre guardinghi per la memoria de' molti naufragi. Disputano alcuni scrittori se questo promontorio, o il vicino monte di Procida ottenesse propriamente il nome di Miseno (856); e che ad entrambi il nome stesso si applicasse parrebbe raccogliersi dalle autorità di Properzio e Gioseffo Flavio, i quali ricordano Miseni al numero del più (857), se non si avesse a riferire alla città stessa, come in una greca epigrafe che ci rimembra la flotta di Miseni (Μισηνῶν στόλος), e la città ed il porto dello stesso nome che furono dappresso al promontorio, e non già al monte di Procida, dimostrano altresì che il promontorio più comunemente fu distinto col nome di Miseno. Ed anziché il monte Gauro) come ad alcuni scrittori è paruto (858), questo promontorio io credo che col nome di Leteone indicasse Licofrone, per essere più dappresso al Lete o Maremorto, che all'Averna palude, nominata dopo dal poeta (859). Parte una volta dell’antico agro Cornano (860), colla deduzione della romana colonia nella città che sorgevagli dappresso ne fu al certo distaccato con qualche parte dello stesso agro di Cuma (861). Pallade, la protettrice de navigli, ebbe un tempio su questo promontorio, alla cui vista giunti i naviganti, le rendevano uno speciale culto (862); ed all'estremità meridionale di esso avvenne il celebre congresso di Ottavio, Sesto Pompeo ed Antonio, i quali vi si riunivano per dividersi Torbe romano, già soggetto alla loro dominazione (863).

Appiè del descritto promontorio, dalla parte di Maremorto, fu la città dello stesso nome, edificata in epoca molto remota e sconosciuta. A crederne Licofrone, fu fondata da’ Napoletani (864); e si può ben supporre che avendovi in origine una qualche stazione per le loro navi, in processo di tempo crescesse in una piccola città, la quale vieppiù ingrandivasi colla romana colonia dedottavi forse da Augusto, e ricordataci da una lapida. E conservavasi nel suo splendore insino al declinare del IX secolo quando era ornata di cattedra vescovile (865), ed era la sede di uno de Conti soggetti al Ducato di Napoli (866). Verso l’anno 860 fu distrutta da’ Saraceni, ed il suo territorio fu allora unito a quello della prossima isola di Procida (867). Pochi avanzi ne rimangono nel luogo ora detto Vescovado di Miseno, tra' quali notabili sono quelli del suo Teatro, il quale, a giudicarne da alcuni rottami di marmo ivi discoperti, fu costrutto con quel gusto ed eleganza che la storia dell'arte attribuisce all'epoca di Augusto; ma ne' ruderi appena si riconosce la scena ed il sito dell'orchestra, oltre a due corridoi, l’inferiore de' quali è tagliato verso la metà da un altro che mette capo nel porto, e che servir doveva di passaggio a quelli della flotta. Non mancò ancora di pubbliche terme, e raccogliesi dalla seguente iscrizione, la quale ci rimembra ancora la Colonia misenate (868):

T. FL. AVITO

FORENSI. II

VIR. ITER. QQ. OMNIB.

MVNERIB. FVNCTO, HIC

IDEM. AD. LAVACRVM. BAL

NEAR. PVBLICAR. LIGNI

DVRI. VEHES. N. CCCC. EN

THECAE. NOMINE. IN PER

PETVVM. OBTVLIT. ITA

TAMEN, VT. MAGISTRATVVS

QVODANNIS. SVCCESSORIB

SVIS. TRADANT. FILIO

T. FL. AVITI. V. E. PATRON. COL

ORDO. ET. POPVL. MISENAT

Oltrepassato il promontorio Miseno, dice Strabone, cioè dirigendo il cammino dall'ovest all'est, e piegando tosto all'ovest, era appiè dello stesso monte il porto della città, dopo del quale là spiaggia s’incurva e fa un golfo profondissimo. In questo porto, per essere stato anticamente bello e profondo, secondo l’espressione di Dionigi d’Alicarnasso, Augusto collocò una flotta per la difesa del Tirreno, come un’altra ne pose a Ravenna in difesa dell'Adriatico (869), e di quella che stanziava nel golfo di Miseno si ha memoria sino al tempo dell'Imperatore Filippo (870), (244-249 di G. C.) Questo porto ora vedesi diviso in due parti da un argine, che vi forma una linea trasversale, opera de' secoli posteriori. Quella che al monte di Procida si avvicina, è lunga passi 700, larga 300; e credesi che volle farsene un vivajo. Essendovi l’acqua divenuta quasi stagnante, si nomina Maremorto, e non manca di produrvi un'aria pestifera, non ostante che di unita a’ contorni volgarmente si nomini Campi elisi!, non meno dall'amenità del luogo, che dalla descrizione di Virgilio. L'altra parte verso il sud, detta Acqua morta, tra la punta de Penali ed il promontorio, corre 750 passi in lunghezza, 300 in larghezza. Bagna Maremorto all'ovest una parte de' favolosi regni Tartarei, nel resto costeggia gli Elisii. Virgilio, in difetto del luogo che non offerivagli un fiume, v’immaginava il Lete delle antiche credenze, il quale correva davanti agli stessi Elisii (871). Dopo che lunghe età ogni macchia avevano cancellata nelle anime che vi dimoravano, dopo cime affatto libere rimanevano dal corporeo lezzo, passavano al celebre fiume dell’oblio, il quale facendo lor perdere la memoria del passato, destava in esse il desiderio di novella vita (872); invenzione de' filosofi antichi per ovviare al difetto essenziale della loro dottrina della metempsicosi. Sono del resto molti avanzi di fabbriche non solo all'intorno di Maremorto, ma ancora grandi moli, o pile di opera laterizia si veggono a fior d’acqua nell'imboccatura di Acqua morta, ossia nel principio del seno che a Maremorto precede. Queste vi erano gettate per rendere il porto comodo e sicuro, proteggendolo così dall'impeto de' marosi, quelle furono forse magazzini, o altre fabbriche simiglianti ad uso del porto stesso, il quale non mancò del suo faro, come quello di Puteoli (873), posto in sul vicino monte.

Molte e molte epigrafi ci ricordano gli Ammiragli, i Trierarchi, i classiarii, la flotta Misenate (874), e basterà ch’io adduca questa sola scolpita sopra un’ara, e notabile sì pel nome di Miseni al numero del più, che per la ripetizione in greco del voto sciolto da uno de' Prefetti della flotta, poco prima dell'impero di Filippo, poiché la flotta stessa è detta nella lapida Pia Vindice Gordiana.

DEO

MAGNO

ET FATO

BONO

VAL, VALENS

V. P. PRAEFEC

TVS. CLASSIS

MISEN. P. V.

GORDIANAE

VOTVM SOLVIT

ΘΕΩ ΜΕΓΙΣΤΩ ΚΑΙ ΚΑΛΗ ΜΟΙΡΑ

ΟΥΑΛΗΣ ΑΡΧΗΝ ΛΑΧΩΝ ΕΠΑΡΧΟΝ

ΜΕΙΣΗΝΩΝ ΣΤΟΛΟΥ ΕΣΤΗΣΑ ΒΩ

ΜΟΝ ΕΚΤΕΛΩΝ ΕΥΧΗΝ ΕΜΗΝ

Oggi chiamasi Miliscola la pianura che si estende tra il promontorio di Miseno e ’l monte di Procida e che da un lato bagna Maremorto, dall'altro il mare dell'isola. In questo piano si esercitavano nelle armi i giovini soldati romani, e non solo si raccoglie dall'addotta volgar denominazione, alterata da Militum schola ma da una lapida altresì che vi fu scoperta, la quale un tal luogo di esercizio appunto ci rimembra de' giovini soldati (Armaturarum) come spiegava Vegezio (875), e che la seguente (876):

SCHOL. ARMATVR.

FL. MARIANO V. P. PRAEF.

CLASSIS ET CURATORI

REIP. MISENATIVM CVIVS

NOBIS ARGVMENTIS

PONTE LIGNEVM QUI PER

MVLTO TEMPORE VETVSTATE

CONLAPSVS ADQVE DESTITV

TVS FVERAT PER QUO NVLLVS

HOMINVM ITER FACERE

POTVERAT PROVIDE FECIT

DEDICAVITQVE OB MERITA EIVS

HONESTISSIMVS ORDO DIGNO

PATRONO

DedicATA IDIB. APRILIB.

QuincTILLO ET PRISCO

COS.

Poco di là de' ruderi della cattedrale il Miseno, o del sito ora detto Torre di Cappella ed al termine di quella spiaggia tuttavia si ammira alle falde del monte un altra delle magnifiche costruzioni romane, la celebre grotta Dragonara, o meglio Traonaria, sia da' sottili tubi di bronzo che vi furono ordinati a condurvi le acque calde, e che gli antichi dicevano dracones (877) dalle spire e flessuosità che imitavano de' serpenti, sia ancora dal greco perché scavata nelle viscere del monte. Le crollale volte ne riempirono in parte la lunghezza e l’ampiezza, e lo spazio medio non è più lungo di 48 piedi, e largo 200. Dodici grossi pilastri quadrali, posti in quattro file, la sostengono e vi formano più gallerie, tutte rivestite di stucco, che si tagliano ad angoli retti, in una delle quali è un’ampia vasca, tuttora ripiena di acqua limpidissima. Poiché l’acqua, che mai non vi manca, distilla dal prossimo monte, si è creduta da alcuni scrittori una cisterna vastissima ad uso della flotta di Miseno, con più di ragione di quegli altri che l’hanno giudicata un magazzino. È noto ancora da Svetonio che Nerone, affin di raccorre in un sol luogo tutte le acque calde di Baja, cominciò a far costruire una grande piscina coverta e chiusa da portici, la quale dal monte Miseno aveva a metter capo all'Averno (878), e questa piscina, che alcuni scrittori confondono colla Fossa di Nerone, altri veggono nella celebre grotta. Ma, comeché in parte rovinata, ben si vede nondimeno che fu opera finita, e probabile a me sembra doversi attribuire alla villa di Luculto (879), tanto più che ivi presso un’altr’opera ricoverta di mattoni si vede, battuta dalle onde marine, ed abbiamo già detto che quel ricco romano voleva che il suo architetto degli antri gli aprisse sul mare per rinfrescare le sue piscine.

69. Isola PITECUSA, O ENARIA (Πιθηκούσσα Εnaria)

Distante 10 miglia odierne dalle rovine di Cuma sorge nel prossimo golfo in forma di piramide una grande isola e montuosa, del perimetro di 15 miglia, lunga 5 miglia dall’est all’ovest, e larga 3 dal nord al sud. Alcuni antichi affermavano che per forza delle marine inondazioni, come Lesbo dall'Ida, la Sicilia dal territorio di Reggio, venisse divelta colle altre vicine isole dal capo Miseno, ma Strabone credevala piuttosto cacciata fuori dalla forza del fuoco, come dicono i moderni, e come pare che provino i fatti analoghi dell'isola di 12 stadii già sorta fra Tera e Terasia (880), e di quella che a' dì nostri compariva presso di Sciacca nella, costa di Sicilia. Certo fe che, non altrimenti ne’ Campi Flegrei, vi s’incontrano in copia crateri e correnti di lave di spenti vulcani. Un gran cratere, quasi a dire primitivo, notava il Breislak nella parte orientale, del quale furono due lati il monte di Campagnano ed il Tripeta. Dava fuori questo cratere le lave del capo d’Arco e delle punte di S. Pancrazio e della Bisaccia, ed ivi intorno si aprivano altre sette bocche ignivome: tre e più antiche presso il lato di Campagnano, da cui provenivano le lave, sopra un masso delle quali fu costrutto il castello d’Ischia, quattro più recenti presso il monte Tripeta, in uno de' quali formavasi il grazioso lago dell'isola. Tali crateri sono meno alterati, e però si considerano come più recenti di quelli della parte occidentale, tanto più che nel 1302 dalla parte orientale dell'ultimo de' mentovati monti sgorgava la gran corrente di lava, ora detto dell'Arso, la quale tanti danni produceva agl'isolani (881), e che nella lunghezza di quasi 3 miglia si estese insino al mare. Qui spegnevasi il fuoco che in remotissimi tempi tutta l’isola produceva, e la cui forza è più manifesta nella parte occidentale.

Sorge ivi l’Epomeo ora detto monte S. Nicola per un eremo ed una chiesa dedicata al santo nella più alta sua vetta. Questo si crede il più antico e il primo monte vulcanico dell'isola, il quale si eleva circa 2605 piedi sul mare. È composto di lave erratiche, pietre alluminose e tufo, e ciò che ne rimane è un avanzo dell'antico cono, del quale si è riconosciuta una bocca secondaria nel sito detto la Falanga. Da questa proveniva forse l’eruzione che scacciò dall'isola i primi coloni. Di un’altra parla Timeo, avvenuta poco avanti la sua età, a un bel circa 250 anni avanti l’era volgare (882). Fu questa assai terribile a’ Pitecusani, ma non è facile il credere alle circostanze che l’accompagnarono. Scrive lo storico che l’Epomeo, scosso da' tremuoti, gittò fuoco, e che in alto spinse il terreno frapposto fra' l monte ed il mare; così che cadendo a modo di tifone sull'isola, il mare si ritirò circa tre stadii; e di lì a poco riurtato dalla forza del fuoco, inondò e coperse l’isola, ed il vulcano si spense (883). Anche Plinio riferisce i naturali rivolgimenti che vi avvennero per effetto dell'Epomeo, una terra inghiottita, uno stagno venuto fuori per forza di tremuoto, e un monte pareggiato alla pianura dopo aver mandato fuori una gran fiamma (884); ma ignoto è se riguardasse alla eruzione ricordata dallo storico siciliano. Ma che che pensar se ne voglia, altri crateri secondarii dischiusero le vulcaniche eruzioni dopo quello dell’Epomeo. Alla base settentrionale del monte quello di Casamicciola, del quale formano il perimetro le colline di Lacco, di S. Antonio e della Sentinella, e di cui rimangono lave non decomposte alla base del fianco orientale. Il monte di Vico che presso il mare si erge al nordest, si tiene del pari per un antico cono vulcanico, comeché termini in una pianura per esserne crollato il cratere. Monte Rotavo e il capo del Caruso si credono originati dalla corrente di lava di un'altra bocca ignivoma nel luogo detto i Canali alla base nordovest dell’Epomeo; e dalla punta dell’Imperatore insino alla cala di Panza, e di là sino alla punta di S. Angelo è un'altra gran corrente di lava, prodotta dal cratere del promontorio dell'Imperatore, il quale ebbe due bocche, quelle di Campotese e di Cetronia (885). Le lave de' monti di Vico e di Rotaro danno alla parte occidentale dell'isola un aspetto selvaggio, che rendono più tetro gli aspri dirupi dell’Epomeo, ma che compensa l’amenità della parte orientale, dove molto più basse sono le colline, e la vegetazione favorita dalla coltura dispiega per tutto la sua bellezza.

Ebbe risola varii e diversi nomi. Molti poeti la rammentano con quello d'Inarime (886), e Plinio osserva che così ancora nominavala Omero (887); ma il poeta parlò solo de' favolosi popoli della Cilicia col nome dì Arimi, e dalla sua espressione εἰν ᾿Αρίμοις (888) i citati poeti scrissero Inarime. Certo è nondimeno che qualche altro antico la nominò Arima, per essere sotto un tal nome mentovala da Stefano Bizantino, nome identico a quello d’una contrada della Frigia (889). I Latini più comunemente l’appellarono Ænaria, e i Greci Pitecusa (Πιθηκούσσα), il cui primitivo dové essere Pitecoessa (Πιθηκόεσσα), come Prinoessa Gonoessa, Egiroessa e Sinoessa e Siessa. Per cominciare dall'etimologia dell'ultima denominazione, che ci spiegherà anche quella di Arima ed Arimi alcuni antichi scrittori, guidati dal significato di πιθήκος simia, non dubitarono che si derivasse dalle molte scimie ond’era abitata (890), e secondo questa ridevole interpretazione egli sembra che non s ingannassero alcuni dotti, i quali il nome E nana giudicarono una versione di Pitecusa (891). Ma Plinio, non dalle scimie, che non sono del nostro suolo, dove in vece fiorisce la vite, l’arancio e l’olivo, derivava il nome di Pitecusa, sì bene dalle officine de' vasi di terra cotta, ἀπὸ τῶν πιθήκῶν (892), le quali per l’argilla plastica di che abbondano le colline di Casamicciola dall'antichità più remota nell'isola si stabilirono; e questa ragione etimologica parrebbe ragionevole, se un’altra ancora non ve ne fosse di maggiore importanza, e del pari originata dalla natura stessa del suolo dell’isola.

Apprendiamo da un lessigrafo la sinonimia tra ἀριμος ο πιθήκος (893), e i favolosi Arimi che abitavano il gruppo delle Pitecuse (894), furono secondo una mitica leggenda mutati in scimie da Giove, per non averlo soccorso nella guerra contro i Titani (895); leggenda che fa risovvenire l’altro mito de Ccrcopi scimie meravigliose, domate nell'aia da Ercole, e che sono in relazione con questo nume, come i satiri con Bacco, e gli uomini-scimie guidati da Hanuman con Rama, il quale dalla penisola indostanica muove al conquisto di Selendiva. L’Ercole lidio, che col nome di Malampigo doma i Cercopi (896), si considera da dotti mitografi come il sole del solstizio invernale; e Giove in relazione con Arimi e i Pitechi spiegasi del pari in un senso astronomico e calendario. Essendo il sole de' soli, la forza suprema che dissipa ciò che tende ad oscurare la purità della luce, gli Arimi o i Cercopi sono i suoi avversarli come i Titani. Gli Arimi promettono di secondare il re de' numi nella sua lotta contro agenti fisici funesti; ma in breve il suolo ridente e coperto di messi si solleva, fiammeggia e trema; gli Arimi insultano alla maestà di Giove. Così pure nel gran simbolo di Ercole gli antichi figurarono la potenza del fuoco che combatte nel globo del sole, come nelle viscere della terra, donde scoppia con torrenti di fuoco nelle vulcaniche eruzioni; e però i i Cercopi si sono considerati come personificazioni de' fenomeni vulcanici, i diversi accidenti delle eruzioni, le piogge di cenere, il fumo e simili che oscurano la luce del sole. Inoltre gl'Itali antichi come gli Egizii per mezzo di vasi, urne e tazze contavano gli anni, i mesi e i giorni; e antichi monumenti vi sono, in cui alcune scimie si osservano che riguardano nelle botti, il cui greco nome (πιθήκος) è lo stesso di quello di scinda. Ed i Cercopi non solo furono pe’ Greci i mesi e i giorni della stagione tenebrosa, ma ancora le occulte potenze della terra. Quando la forza del nume scoppiava in colonne di fuoco da' vulcani delle Pitecuse, le scimie misteriose velavano il suo splendore; vortici di cenere e di pietre intenebrarono la luce del sole (897). Questo mito per le simili circostanze locali da contrade lontanissime i poeti latini e gli scrittori meno antichi trasportarono nell'isola Pitecusa; essendo noto che la Calacecaumene, o regione abbruciata della Mista, la Siria e la Cilicia furono secondo varie opinioni il teatro delle mitiche avventure di Tifone e degli Arimi (898), e nell'ultima delle dette regioni Arima nominavansi i monti presso il fiume Calicadue, o Kelikdui di oggidì (899), come la valle irrigata dall’Ermo co' prossimi colli tuttavia mostra l’antico dominio plutonico (900). — E quanto all'altro nome di AEnaria, difficile è il consentire alle etimologie degli antichi e de' moderni (901); e tuttoché con tal nome fosse mentovata dagli scrittori latini, più naturale non pertanto è il credere che fosse come gli altri già spiegati un greco nome, molto analogo a quello di Oenarca, città della Tirrenia, ricordata dallo Pseudo-Aristotile (902), e che i moderni credono la stessa che Folaterra (903); così che, siccome il nome di Pitecusa,o Pitecoessa, venne all'isola dalle vulcaniche eruzioni, o anche dalle fabbriche de' vasi di creta, come vuole Plinio, così quello di Oenarìa, che i latini alterarono in Ænaria, si derivò forse dall'essere vinifera. Che anche prima dell'arrivo de Greci Omero la mentovasse col nome di Siria (904), è opinione da lasciarsi agli scrittori che gli stessi ultimi confini dell'Oceano omerico vedevano nel mare di Puteoli (905), e che un’isola dell'Egeo tra le Cicladi confondevano con questa della Campania (906).

Ma per passare dalle etimologie e dalle favole alla storia, è noto da Strabone che occupò l’isola una colonia di Eritrei e di Calcidesi (907), di quelli stessi, come non par dubbio, che fondarono Cuma, senza che sappiasene il tempo, ma dopo edificata certamente questa insigne città. Anche Scilace, geografo molto più antico, nell'isola Pitecusa pone una città greca (908), né ad altra che a quella fondatavi da detti popoli può riferirsi tale testimonianza, perciocché poco vi si mantennero gli altri coloni posteriori ricordatici dalla storia (909). Alcuni de' detti coloni intanto dopo essere stati in buona fortuna nell'isola così per la fertilità del suolo, come per le miniere che vi trovarono (910), discordi per la divisione delle terre, per lo scavo di tali miniere, o per altra cagione simile, per una sedizione l’abbandonarono, passando nel continente della Campania. E quelli stessi che vi rimasero in processo di tempo ne furono anche espulsi da' tremuoti e dalle vulcaniche eruzioni. Altri coloni, o solo un presidio, vi spedì poscia lerone I re di Siracusa, dopoché forse presso di Cuma ebbe trionfato de' Tirreni ed anche questi furono costretti a sloggiarne a cagione de' tremuoti e di altri simili accidenti, a cui fu soggetta. Vi sopravvennero tosto i Napoletani; ma ne furono scacciati pur essi dopo una guerra, che lor mossero contro per avventura i Cumani ma che poi riebbero da Augusto, concedendo essi all'Imperatore l’isola di Capri (911). Delle quali diverse vicende se non si sanno le precise epoche, sono ben note le vulcaniche eruzioni onde si originarono, poiché quella del cratere presso monte di Vico costringeva a lasciar l’isola i Siracusani, quella del Rotaro i Napoletani, e che sarebbe la stessa descritta da Timeo.

In qual parte dell'isola avessero posto i Greci le loro prime abitazioni è ignoto dalla storia. Un patrio scrittore avvisavasi che il facessero presso il luogo ora detto Castellane ad un miglio dal lago, per le grandi rovine che vi ricorda di antichi edifizii, e parvegli altresì che ivi ancora avessero i Siracusani alzata la muraglia, di cui parla Strabone (912). E veramente nella valle di Negroponte, ove queste rovine si notano, l’aria temperata e le fresche acque che vi scaturiscono di leggieri persuaderebbero che gli Eritrei e i Calcidesi ivi si fossero stanziati, se un altro luogo alla marina non vi fosse, dove più probabilmente si posero ad abitare, dir voglio il villaggio di Lacco, uno de' più belli e pittoreschi dell'isola. Comeché non si nomini affatto dagli antichi, che fosse nondimeno di molto remota origine, ed anzi che fosse stato il primo luogo abitato, sembra chiaro non meno dal suo nome, che da monumenti scoperti ne' dintorni. Il nome di Lacco affatto greco (da λάκκος pietra) accenna, sia allo scoglio che a guisa di fungo sorge davanti al villaggio in mezzo al mare, sia al luogo petroso e sterile, qual doveva essere all'arrivo de' primi coloni, e sia ancora al piccolo, ma sicuro porto (da λάκκος, lacuna), che vi apre la natura (913). Ivi ancora si scovrirono, è già tempo, preziosi ruderi sulla spiaggia, attribuiti ad un tempio sacro ad Ercole, per un’erma marmorea del nume, che ora serve di battistero alla chiesa di Lacco. E durava tuttavia nel V secolo il nome di Eraclio (Hpaκλεῖον) nel luogo, in cui il corpo di S. Restituì a fu sepolto (914), così che la chiesa di Lacco dové innalzarsi sulle rovine di questo antichissimo tempio. Senza desumere altresì l’antichità molto remota del culto di Ercole in quel sito dalla forma del simulacro, il quale presenta il nume barbato e nudo colla pelle di leone e la clava, come si cominciò a rappresentarlo dopo la XXII Olimpiade, basta dire che fu adorato specialmente nell'Eubea, donde gli Eritrei e i Calcidesi furono originarli, e che certamente ne introdussero il culto nell'isola.

I Siracusani lasciarono anch'essi nelle vicinanze di Lacco una rimembranza certa del loro soggiorno, una epigrafe dir voglio che scolpirono in memoria della fortificazione ricordataci da Strabone Questa epigrafe si legge sopra una grossa pietra di nero basai te sul pendio orientale di Monte di Fico, e al di sopra di esso che termina in un’ampia pianura, o ivi presso, erger dovettero la muraglia. Poiché in fatti non solo la tradizione vi ricorda una città di Geronea dal nome del celebre principe dì Siracusa, ma si parla altresì di un castello di Girone nel diploma di Marino Conte dell’Isola in proposito della fondazione della chiesa di S. Restituì nel II anno dell'Imperatore Michele (915); e la torre quadrata, che a custodia del lido vi faceva innalzare Alfonso di Aragona, credesi eretta probabilmente sull’incominciata muraglia de' Siracusani. Ma in qual vuoi sito dell'isola fosse stata, l’epigrafe è la seguente:

ΠΑΚΙΟΣ ΝΥΜΦΙΟΥ

ΜΑΙΟΣ ΠΑΚΥΛΛΟΥ

ΑΡΞΑΝΤΕС

ΑΝΕΘΗΚΑΝ

Το ΤΟΙΧΙON

ΚΑΙ ΟΙ ΣΤΡΑ

ΤΙΩΤΑΙ

cioè: Pacio figlio di Nimfio, Majo figlio di Pacillo, Prefetti (innalzarono) la muraglia, ed i soldati (916). Lungo la base inoltre di Monte di Vico verso la piccola baja di S. Montano fu la necropoli de' più vecchi abitatori di Enaria, come si è veduto da' molti sepolcri greci insieme e romani ivi discoperti; il che dimostra non solo che Lacco fu ab antico abitalo, ma che lo fu altresì di preferenza in tutta l’isola. I greci sepolcri erano affatto simili a quelli che in gran copia si sono scoperti presso S. Agata de' Goti, Nola ed altre antiche città della Campania dove soprattutto si stabilirono colonie calcidiche.

Ed oltre di Lacco, altra città o borgata dell'isola fu quella che per effetto di tremuoto fu sprofondata e distrutta, come scrive Plinio, e che si suppone non solo nella detta valle di Negroponte, ma anche occupata poscia dal lago, e come la prima città fondata da’ Calcidesi (917). Forse ancora era sulla vicina isoletta di Vivara, alla quale, anziché a Procida, come scrive un dotto critico (918), a me sembra doversi riferire la testimonianza di Stazio, il quale con Enaria nomina Statina, che dice rinata (919), perché prima sprofondata nel mare, poi di bel nuovo cacciata sopra le onde. Altre antiche abitazioni possiamo ben supporre a Forio, Casamicciola, Pansa, Moropano e Barano, perché derivati dal greco ne sembrano i nomi (920), benché alcun antico monumento non si ricordi ne' dintorni ove furono edificati.

Ma né la favola degli Arimi e di Tifeo, né l’origine greca, né l’occupazione de' Siracusani, o la fabbrica de' vasi tanta rinomanza procacciarono all'isola quanto la perennità e le scaturigini delle acque medicinali e termali celebrate da Plinio e Strabone (921). Se il ridente suolo di tutta la Campania ne abbonda, se quasi tutte le nostre regioni non ne mancano, qui soprattutto in tale copia vi sono, e così alla vita utili, che per esse Pisola ottenne su gli altri luoghi il primato. La descrizione di queste salutevoli acque e de bagni che vi furono costrutti non è del mio subbietto: dico solo che l’antico uso di esse è provato anche dalle iscrizioni dedicate ad Apollo ed alle Ninfe, in alcune lapide distinte col nome di Nitrodi. Queste iscrizioni, scolpite sopra eleganti are votive, adorne di bassirilievi, che rappresentano dove Apollo tra due Ninfe, dove le Ninfe stesse con alati i Dioscuri, o due Amori che si disputano la palma, o anche Ninfe che apprestano salutevoli lavacri, si trovano raccolte nel R. Museo, e bastami riferirne solo le seguenti;

ARGENNE POPPAEAE AVGVSTAE

AVGVSTI LIBERTA

APOLLINI ET NYMPHIS

VOTVM L. D

VOTO. SVSCEPTO, APOLLINI. ET. NYMPHIS

M. VERRIVS. CRATERVS. SOL

APOLLINI. ET, NYMPHIS, NITRODIBVS

C. METILIVS, ALCIMVS. V. S. L. A

... VIVS. LEITVS. NYMPHIS. NITRODIS

VOT. SOL. L. ANI

LYMPHIS. V. S. L. M M. TVRRANIVS, DIONISIVS

M. OCTAVIVS. ALEXANDER NVMPHIS. DONVM. DEDIT

CAPELLINA. V. S. L. NYMPHIS

Gli antichi tennero adunque l’isola come sacra ad Apollo ed alle Ninfe, poi che cominciarono a provare i salutari effetti delle sue acque minerali e termali. E Filostrato, il quale nella stia vaga descrizione delle isole ne ricorda anch’egli le calde e fresche sorgenti, e il sotterraneo fuoco e i tremuoti onde fu travagliata, dice ancora che sull'alta sua cima stesse un tempio sacro a Nettuno, il cui simulacro aveva allato una prora insieme ed un aratro (922), e che perciò gl'isolani tenevano come datore di ogni lor bene. Forse ancora vi fu un tempio dedicato ad Augusto, se ciò può supporsi dal seguente titolo sepolcrale, che ci ricorda un sacerdote dell'Imperatore deificato (923):

Μ. ΑΝΤΟΝNIVS. AVGVSTALIS, BATYLLVS

ET ANTONIA AVG. STAEIAISII. M. ANTONIVS

IETERES. SIBI. ET. SVIS

Ma della più antica storia dell'isola infino al medio evo non si sa altro se non che Libone, il suocero di Pompeo, e Pompeo stesso dalla Sicilia, come in luogo sicuro, vi approdavano colle navi migliori della flotta, quando passavano nella Campania per trattare la pace con Ottavio ed Antonio presso il promontorio Miseno (924); e vi è chi crede che per effetto della guerra che indi ne seguì, Pisola perdessero i Napoletani, al quale fatto accennerebbe l’oscura testimonianza di Strabone. E poiché fin dal secolo VIII mutò l’antico nome in quello d’Isca o Isola, allorché soggetta al Ducato di Napoli, tenevasi pel greco Impero (925), egli è probabile che fu così delta, sia dalla naturale fortezza del luogo (ίσχρς), come la descrive Filostrato, sia ancora dalla sua rocca (926), che il maggiore storico della Sicilia crede quella stessa erettavi da' Siracusani (927).

70. PROCHITA (Προχύτη, Prochita)

Distante due miglia da Enaria sorge l’altra non meno dilettosa isola di Prochita, d’irregolare figura e del perimetro di sette miglia. Senza essere dotti in geologia gli antichi già pensavano che fosse stata distaccata dall'isola vicina (928), non per forza nondimeno del vulcano dell’Epomeo, ma per quello dell'isola stessa, del quale tuttavia rimangono le correnti di lave, supponendosi dove pur si voglia il cratere che le produsse, sia tra le due isole, e sia ancora tra Prochita e il continente (929). Da questo fatto geologico, malamente da alcuni scrittori riportato all’epoca storica della nota eruzione dell’Epomeo, le venne il greco nome di Prochita (930), non già dalla favolosa congiunta di Enea, come Nevio scriveva nel primo libro della guerra punica, e gli altri storici ripetevano (931). Appena Livio parla del passaggio che vi fecero i Calcidesi (932), ed anche senza la testimonianza di questo storico si potrebbe supporla popolata in origine dagli stessi coloni greci che fondarono Cuma e si stabilirono nella prossima Enaria; e poiché lo Scoliaste di Pindaro e Stefano Bizantino ricordano un'isola col nome di Cuma, che dicono posta di contro alla Sicilia (933), anziché notare di errore questi scrittori, si può ben credere che gli Eolii di unita ai Calcidesi le imposero in origine il nome della loro città edificata nel prossimo continente, e se ne avrebbe anche una pruova in uno de' luoghi della vicina isola di Enara che tuttavia conserva il nome di Cumano (934). Non solo del resto pe’ tempi remoti, ma anche per quelli stessi dell’Impero non ci danno gli antichi una favorevole idea della sua popolazione. Stazio ricordavala col nome di aspera o incolta (935), e per la solitudine Giovenale ne anteponeva il soggiorno a quello di Suburra clamoroso vico di Roma alle radici del monte Celio (936); né altro può dirsene se non che era abitata da pescatori e coltivatori, che a vicenda si facevan mercato, gli uni delle biade, gli altri delle prede del mare (937). E se non poetica e fantastici si terrà la descrizione che facevane Filostrato, dobbiam dire che gl'isolani vi adorarono come i loro vicini Nettuno agricoltore, come se anche navigando arasse la terra, ed accennando co' simboli della prora e dell'aratro ai prodotti della terra e del mare, ond’essi vivevano. Non poche anticaglie del resto l’aratro vi ha discoperte, ma di soli sepolcri, né trovo memoria di veruna iscrizione, o altro monumento di rilievo ad essa appartenente, che che dicasi da qualche scrittore per inferirne la grande popolazione a' tempi de' Romani. Più frequentata fu senza dubbio nel medio evo, quando formava una delle Contee soggette a' Duchi di Napoli, i quali per sede la elessero de' loro diporti (938), e un palagio ebbero ad avervi ed altre delizie.

1. Monte GAURO (Gaurus mons)

Dalle isole ritornando al continente, da presso a' laghi Sverno e Lucrino distendevasi una volta il monte Gauro, dei quale gli antichi ricordano le vulcaniche produzioni (939), e i moderni geologi riconoscono il cratere, uno de' più belli de' Campi Flegrei (940). Sollevato per avventura alla guisa stessa di Monte Nuovo per effetto del fuoco ch’esercitò tanta forza in queste amenissime contrade, al detto monte rimase unito colla esplosione che producevalo nel 1538. Elevasi nella forma di un tronco cono, e l’imbuto del cratere largo e profondo quanto il monte stesso è detto da' naturali il Campiglione. Poiché alto si eleva tra gli altri prossimi colli, dall'altezza appunto i Greci lo nominarono γαύρος: gli si da oggidì il volgar nome di Monte Barbaro, perciocché, sterile come egli è ed arido nelle falde meridionali, mostrasi ingrato ad ogni sorta di coltivazione, al contrario degli antichi tempi, quando fu in gran fama pe’ generosi vini che produceva, e che tanto lodavano gli antichi nella descrizione della Campania (941). Che lo mentovasse Omero, come alcuni scrittori si avvisano, nella descrizione della infernale regione d’Italia (942), non mi par verisimile, per ciocché la rupe (πέτρη) prossima all'averna palude non é altra che la vulcanica collina, sotto la quale fu aperto l’antro sacro a Proserpina. Il lago Sverno ebbe forse la prima origine dalle acque che scendono da questo monte (943), e l’amara sorgente minerale utile agli occhi secondo gli antichi che ne rampollava dopo la morte di Cicerone nella sua villa (944), non ne appalesò meno la sua formazione vulcanica, così utile ai vigneti piantati alle sue falde. Come i vicini luoghi dové esser lieto di nobili ville; ma appena è noto che ve l’ebbe un Nicomaco, nella quale trattenevasi a diporto Q. Aurelio Simmaco verso la fine del IV secolo (945).

72. DICEARCHIA, O PUTEOLI (Δικαιάρχια, Pulcoli)

A breve distanza dal monte Gauro seguiva sulla costa la città di Puteoli, città antica ed insigne a tempi dell'Impero. Fu in origine navale de' Cumani (946), e sebbene in tal condizione non dové mancare di gente di mare ed altri abitatori, pur non cominciò a riguardarsi come città prima della colonia de' Samii, la quale ν’approdava nell'01. LXII, 3 (947). Stefano Bizantino ne attesta egualmente l’origine samia, nominandola Dicearchia (948), ed in un altro luogo del suo lessico registrandola sotto il nome di Dieta, la fondazione ne attribuisce ad una colonia di Ionii (949), di quei Ionii senza dubbio che abitavano le isole, a cui diedero il lor nome, tra le quali fu Samo (950). I Samii fondarono adunque Dicearchia, come in prima la città fu detta, nel porto de' Cumani, fuggendo le rivolture dell'isola onde si partirono, avvenute dopo la morte di Policrate, non senza il consentimento de' Cumani, travagliati come erano dai Tirreni (951). Segue a dire Strabone che la città mutò l’antico nome in quello di Puteoli, allorché al tempo della guerra di Annibale molti Romani vi spedirono una colonia, così denominandola dai pozzi della contrada, comeché allegò pare l’opinione di coloro che ne derivarono il nome dal putore delle acque sulfuree della contrada (952). L’etimologia stessa ne adussero Varrone, Festo e Stefano Bizantino (953): ma non paghi alcuni moderni critici a tali derivazioni, altre ne posero in mezzo, non pili sicure al certo dalle già addotte; e chi si avvisò che derivasse da Puteal, tribunale del Pretore, credendo così che i Romani avessero con Puteoli voltata nella propria lingua il nome di Dicearchia, ossia sede del Dicarca (954); chi la riferì al tirennio PUTE, solfo (955), etimologia identica ad una di quelle date dagli antichi; e chi ancora all'orientale PUTAL, lottare, combattere, per la mitica battaglia de' Giganti avvenuta ne Campi Flegrei (956). Ritenga il lettore qual voglia di queste etimologie, tra le quali quella mi sembra da preferire dedotta dal putore delle esalazioni sulfuree de' dintorni, così che Puteoli sarebbe nome pretto latino. E non più certa di questa è l’origine del greco nome Dice are hi a, perché le opinioni sono divise tra il giusto governo (δικη αρχή) con che fu prima retta (957), ed il nome del suo fondatore Dicearco (958). Ma, tuttoché sia verisimile che un Dicearco o Dicarco si nominasse il capo della colonia de Samii nessuna induzione può trarsi dalla testimonianza di Stazio, sulla quale si fonda tale opinione (959). Questo non mi par dubbio con un dotto critico, che Silio Italico sotto il poetico nome di Fereciadi indicasse i Puteolani (960), e propriamente i Samii loro maggiori, i quali si recarono a gloria la dimora che appo loro faceva il celebre filosofo Ferecide, maestro di Pitagora (961).

Se non che, a volere attribuire co' nummologi a questa città certe rare medaglie di argento coll'osca leggenda 8ISTレVIS, essa già preesisteva, non solo alla colonia de Samii ma a quella stessa degli altri Greci fondatori di Cuma perciocché, senza credere tali medaglie anteriori all'arrivo de' Samii, l’osco nome della città fa supporla fondata ne tempi rimotissimi da' più antichi abitatori della Campania. Queste medaglie, didracmi di stile arcaico, hanno nel dritto una testa di donna, di faccia, e nel rovescio il toro a volto umano con sotto un delfino. Altre, credute a ragione di un’epoca meno antica, sono di piccolo modulo e del peso di un obolo, e nel dritto presentano l osco nome della città voltato in greco, cioè ΦΙΣΤΕΛΙΑ, con una testa giovane e virile di faccia, e nel rovescio la detta epigrafe osca retrograda co' tipi del delfino e di un grano d’orzo (962). La greca leggenda congiunta all'osca pare che additi la popolazione mista della città.

Ignote intanto sono le vicende di Dicearchia insino alla seconda guerra cartaginese. Di già avevano i Romani cominciato a frequentarne il porto ad occasione di quella guerra; ma nel 537 per comando del Senato fu fortificata da Q. Fabio, e postovi un presidio di 6000 uomini, i quali nel seguente anno seppero resistere ad Annibale che tentava di occuparla (963). Divenuta così un porto ragguardevole e sicuro, quattro anni dopo vi s’imbarca un esercito, col quale C. Nerone muove contro la Spagna (964), ed indi a pochi anni vi giungono ambasciadori Cartaginesi per chieder pace alla Repubblica (965). Tra le altre colonie che nel 555 il tribuno della plebe C. Acilio proponeva mandarsi sulle marittime spiagge delle nostre contrade, fu anche quella da dedursi a Puteoli: il plebiscito ebbe il suo effetto tre anni dopo, nel Consolato di Scipione Africano e T. Sempronio Longo, quando la prima colonia fu accresciuta di altri 300 coloni (966), e perdendo verso quel tempo l’antico nome, cominciò a nominarsi Puteoli (967). Augusto vi dedusse anch’egli un’altra colonia, che dobbiam forse credere più numerosa delle altre, e che dal suo nome fu intitolata (968). Prima di quest’ultima epoca Cicerone mentovò Puteoli col nome di municipio (969), per averne acquistato i dritti dopo la guerra sociale, e per aversi eletto in L. Silla il particolare e proprio legislatore (970); né ad altro politico cambiamento andò soggetta che a quello del tempo di Nerone, il quale diede anche alla città antica il dritto di colonia, e con quella dedottavi da Augusto volle che si nominasse Neronea (971). Non ebbe a durare tal cognome oltre l’impero di Nerone, e sotto i Flavii in fatti fu detta Colonia Flavia Augusta (972), sia pe’ ricevuti benefizi!, sia ancora perché sostenne le parti di Vespasiano contro Vitellio (973); né andò molto, e fu solo distinta col più antico titolo di Colonia Augusta. E se Festo l’annoverò tra le Prefetture, tale testimonianza non dobbiamo riferire ad una punizione della Repubblica, sì bene al particolare governo de' Romani, che di buon’ora cominciarono ad abitarvi, retti come erano da un Prefetto particolare, al quale non furono soggetti i Puteolani cittadini.

A Delo che fu già il maggiore emporio di tutta la terra, successe Puteoli; perciò questa insigne città fu detta Delo minore (974). E noto ancora da Strabone che il suo porto fu de' più frequentati d’Italia, massime dagli Alessandrini, comeché più merci vi portassero che ne estraessero (975); e poiché gli Alessandrini non solo, ma gli leropolitani altresì, que' di Berito e di Tiro vi ebbero le loro stazioni, a ragione Stazio nominò i suoi lidi ospiti del mondo (976). Fanno a tal proposito le due seguenti iscrizioni, la prima delle quali ci rimembra i mercatanti delle città dette in Puteoli, e l’altra i Puteolani che nell'Egitto negoziavano, nell'Asia e nella Siria (977):

1.

IMP. CAESARI

.…………….....

IEROPOLITANI

BERYTENSES

QVI. PVTIOLIS. CONSISTVNT

2.

L. CALPVRNIO L. F. C. CALPVRNIO L. F.

CAPITOLINO

MERCATORES QUI ALEXANDR. ASIAE SYRIAI NEGOTIANTur

Gli avanzi di grandiose fabbriche che tuttavia vi rimangono ben ci mostrano quanti e quali magnifici edifizii vi furono. Tuttora si vede la gran diga ad archi e piloni dell'antico porto, il quale per essere ardito, ingegnoso e difficile fu detto opera de' Ciclopi da un poeta (978); ed opera de' Giganti nominò ancora un altro poeta la costruzione di un ponte sul mare di Puteoli (979), e quello stesso per avventura che si rimembra nella seguente epigrafe posta a Trajano, il quale rifornì la città non solo di mura e di torri, ma anche di edifizii, e fecevi la porta Erculea (980):

D. D. N. N. IMP. CAES. TRAIANVS

P. P. INVICTVS. AVG.

MVRIS. TVR. PON. ET AEDIFICIIS

PROVIDENTIA. SVA. INSTITVTIS. ATQVE. ERECTIS

PORTAM. PVTEOLANORVM. HERCVLEAM

VOCARI IVSSIT.

Frane costrutto il molo con molti pilastri, che ancora resistono alle ingiurie del tempo, e su' quali reggevansi le basse arcate. Tra questi archi inghiottiva e rimandava il profondo mare, mentre il muro superiore impediva che i venti del mezzodì e le onde commosse agitassero le navi. A questo molo il volgo da il nome di Ponte di Caligola, il quale fu fatto di navi fermate in sulle ancore, non di fabbriche, né durò più di due giorni (981), quanto la commedia e il folle trionfo di quell’Imperatore. Poiché la storia del resto non attribuisce opera sì fatta a' Romani, è da giudicare senza più de' greci fondatori della città, de' Cumani o anche de' Samii tanto più che non pochi altri moli alla stessa guisa costrutti ci ricordano i viaggiatori e gli archeologi in molte città della Grecia (982). Caduto in parte per l’impeto delle onde, Antonino Pio lo restaurava, come dalla seguente lapida conosciamo, già situata sopra uno di que' piloni, e che dal mare raccoglieva nel 1575 Francesco Murillo, Soprintendente della regia flotta, per collocarla all'entrata della porla di Pozzuoli (983):

IMP. CAESAR. DIVI. HADRIANI. FIL.

DIVI. TRAIANI. PARTHICI. NEPOS.

DIVI. NERVAE. PRONEPOS. T. AELIVS.

HADRIANVS. ANTONINVS. AVG. PIVS.

PONT. MAX. TRIB. POT. II COS. II.

DESIG. 111. P. P. OPVS. PILARVM. VI

MARIS. CONLAPSVM. A. DIVO. PATRE.

SVO. PROMISSVM. RESTITVIT

Un’altra epigrafe, posta sopra un arco marmoreo nella direzione della dogana antica, o anche sopra una base di statua allo stesso Imperatore eretta, rimembra egualmente, oltre a' molti altri benefizi!, la restituzione del molo di Puteoli (984), e che, comeché mutila, non è soverchio di qui riferire:

AESARI. DIVI.

HICI. NEPOTI. DIVI.

ONINO. AVG. PIO.

OLONIA. FLAVIA.

VPER. CETERA. BEN.

VS. PILARVM. VIG. V.

QVO. ET. MVNITIO.

Oltre degli avanzi di questo porto all'ovest di Puteoli, che dir possiamo maggiore, altri sicuri ricoveri vi fecero gli antichi, pe’ quali tutta la città divenne un emporio grandissimo. Strabone ricorda questi ricoveri (χειροποιήτους όρμους), nonché gli argini (χώματα) gettati nel mare, e le spiagge chiuse in forma di golfi, onde procurare sicure stazioni a' più grossi navili (985); e i ruderi che ne rimangono sott’acqua, simili alla gran diga, nel lido che corre da ponente a levante (986), tuttavia ci dimostrano queste grandiose opere.

In una città sì popolosa ebbero ad essere non pochi templi, e gli scrittori in fatti e le lapide molti ne ricordano, tra' quali più grandi e magnifici furono quelli di Nettuno, di Diana, delle Ninfe, dell'Onore, di Serapide e di Augusto. De’ più antichi fu forse quello di Nettuno, del quale parla Cicerone (987), ed a vista di cui libava in mare al nume insieme e a' venti sereni Ottaviano Cesare quando da Puteoli moveva colla flotta contro Sesto Pompeo (988). Quando il mare sul principio del secolo XVI cominciò a ritirarsi da quella spiaggia, i ruderi di questo tempio, posto all'ingresso del porto, erano tuttavia dalla terra ricoperti, né si cominciò a vederli che da circa mezzo secolo, da che il mare ha principiato a distendersi di bel nuovo in sul lido, ed a trasportar via il terreno. Comparvero allora le colonne con gli avanzi laterizii di una parte dell'edilizio, che tuttavia rimane in gran parte interrato e soli acqua. Era adorno in particolare da un portico magnifico, molto frequentato dai Puteolani, e la magnificenza del colonnato può argomentarsi da quel che ne resta: le colonne hanno due palmi e mezzo di diametro, e dalla prima all'ultima colonna scoperta la distanza è di circa 370 palmi (989). Ed essendo posta Puteoli in una contrada, in cui rampollano in copia acque calde sulfuree e medicinali, doveva senza più credersi onorata della presenza delle Ninfe, alle quali i fonti si consecravano, i fiumi e i mari. Del tempio sacro a queste dive parla Filostrato, e dice ch’eravi una vasca di bianco marmo con una fonte senza mai traboccare, o scemare per quanto se ne attingesse, e non dissimigliava però dal celebre fonte di Manduria nella Salentina. Daniele e Demetrio, segnaci del filosofo di Tiana, a questo fonte si assidevano, dolenti della persecuzione del maestro che da Roma attendevano (990). Prima di giugnersi all’Accademia di Cicerone si veggono antichi ruderi, altri con molte colonne li ricopre il mare. Ivi si crede che questo tempio sorgesse (991), e lo dimostrava ancora la fonte perenne che vi rampollava nel secolo XVI.

Poco più oltre del tempio di Nettuno, a mezzo del cammino alla volta dell'Anfiteatro era il tempio sacro a Diana, che venne a mostrare la seguente lapida votiva, ivi scoperta nel 1728 (992):

DIANAE CVSTODI

SAC

ANNIA FAVSTINAE AVG

PII CAES. LIB

P. S.

Quadrato all'esterno, nell'interno rotondo, non era men suntuoso degli altri già descritti, a giudicarne dagli avanzi delle belle colonne con capitelli corintii che ne vennero fuori, nonché dalla colossale statua della dea, che aveva due grandi ali, ed era scolpita tra un leone ed una pantera. Altre statue di Diana stessa, di Cibele, e della Fortuna, qual si vede nelle medaglie di Trajano, vi si scoprirono altresì nei 1673 con alcune epigrafi dedicate allo stesso Imperatore (993). In vicinanza di questi ruderi del tempio di Diana, che alcuni vogliono solo edifizii termali, come quelli stessi che si attribuiscono al tempio di Nettuno, nel luogo detto la Roccella si rinvennero nel 1836 molti oggetti antichi, de' quali il più considerevole fu una statua marmorea, di bello e fino lavoro, che si riconobbe per un Apollo; e le tre colonne di varia dimensione e struttura scoperte nel medesimo sito con altri rottami di marmo sparsi ivi intorno, hanno fatto credere che fossevi un tempio sacro a quel nume (994).

Da' grandiosi avanzi che ne rimangono può ben giudicarsi che veramente magnifico fu quello di Serapide. E memoria di questo tempio in un marmo pubblicato da più archeologi (995), contenente una legge puteolana dell'anno di Roma 648, di cui questo è il principio:

AB. COLONIA. DEDVCTA. ANNO. XC

N. FVFIDIO. N. F. M. PVLLIO. DVO VIR

P. RVTILIO. CN. MALLIO COS

OPERVM. LEX. II

LEX. PARIETI. FACIENDO. IN AREA. QVAE. EST. ANTE

AEDEM. SERAPI. TRANS. VIAM………...

Oltre le colonne magnifiche che vi si ammirano, e i grandi ruderi di edifizii ad uso di bagni caldi, vi si scoperse nel 1750 una statua di marmo, che colla detta iscrizione serbasi nel R. Museo, e che rappresenta Serapide, o Plutone col Cerbero che appiè gli giace (996). Che che ne dica un dotto scrittore patrio, il quale ammettendo l’edifizio pe’ bagni, nega il tempio e l’epigrafe che vi fu messa (997), non è dubbio che dappresso al tempio fu costrutto un Serapeo, ed altri simili edifizii in altre regioni edificati, dove sorgevano acque calde, fanno supporre le iscrizioni (998); ai quali accorrendo gl'infermi, come ad altro Esculapio, attribuivano a Serapide la lor guarigione (999). Le molte stanze del Serapeo puteolano costrutte accanto al tempio (1000) mostrano che servì ad uso di stufa insieme e di bagno caldo, poiché il vapore vi sorgeva da larghe buche guernite con lastre di marmo, e l’acqua termale che vi fu derivata, raccoglievasi nelle vasche del bagno. Senza riferirne l’epoca, parla Pausania dell'origine di questo edilizio col dire che, essendosi osservata dell'acqua che bolliva nel mare, gli abitanti vi costruirono intorno un’isola per giovarsene di bagno caldo (1001); e scavandosene il pavimento ad una certa profondità si sono veduti massi di fabbrica fondati sotto il livello del mare, come le opere a getto, con che i moli si costruiscono.

Questo Serapeo da lunga stagione a sé richiama pe’ sorprendenti avanzi gli archeologi, gli architetti, i naturalisti. Alcun antico non ne parla, e da tal silenzio concepir possiamo le magnificenze di Puteoli, poiché non meritava una speciale rimembranza tra le altre grandiose opere che vi furono. Esser doveva ricco in bassirilievi e statue marmoree, a giudicarne da’ rottami che dentro se ne rinvennero, nonché dalle statue intere di un Esculapio, di un Amorino, come da' gruppi di un Bacco e di un Satiro, di un Satiro e d'una Ninfa. Poiché Teodosio il Grande con una legge emanata nel 391 ordinava la distruzione de' templi (1002), e col famoso tempio di Serapide in Alessandria, distrutto due anni prima (1003), erano demoliti per tutto l’Impero moltissimi Serapei, cominciò a venir meno quello di Puteoli, se, anziché da' Vandali e da' Saraceni, non venne anche allora abbattuto. Costrutto per avventura a simiglianza di quello della detta città egizia, del quale dopo il Campidoglio, dice uno storico, non era al mondo tempio più magnifico (1004), fu edificato presso del porto, e la prossimità appunto col mare fu cagione che più secoli rimanesse sotto le onde, dopo essere stato già ricoperto dalle alluvioni che scendono dalle prossime colline; e che ciò avvenisse negli stessi tempi romani il dimostrò un sepolcro, scoperto nella nicchia all'occidente della cella (1005). Il mare vi formò poi una piccola laguna, né cominciò a ritirarsene che a' principii del secolo XVI, come dalla vicina pianura all'occidente, fatto che ha tanto richiamato l’attenzione de' geologi, per vedersene oltre a questo sbucate le colonne verso la metà damitili, o dalle foladi, spezie di conchiglie multivalve, che scavano la roccia calcare, in cui si chiudono e vivono. Gli avanzi del resto di questo grandioso Serapeo mostrano un parallelogrammo di 200 piedi su 160 all'esterno, simmetricamente distribuito nelle dette stanze o cellette, attorno di un grande atrio fiancheggiato da portici. Il vestibolo, rivolto all'occidente, con tre porte d’ingresso, una grande nel mezzo e due piccole alati, era ornato di sei grandi colonne. Le volte de' portici erano sostenute da 24 colonne di granito orientale, e sopra di questi, come fanno aperto le scalinate, altri ve n’erano alquanto più piccoli sostenuti da colonne di giallo antico. Sorgeva nel mezzo un vasto basamento circolare, al quale salivasi per gradini situati a quattro opposti punti della circonferenza, e sopra di cui stava una grande ara ottangolare, con un rosone bucato di fianco, d'onde scorreva il sangue delle vittime. Questo basamento era adorno di 16 colonne di un solo pezzo di marmo antico rosso fiorito ed africano, precedute come le altre dell'atrio da altrettanti piedistalli, e che sostenevano un egual numero di statue. Negli spazii intermedii erano 12 vasi marmorei di forma cilindrica, ad uso probabilmente delle acque lustrali, e due grossi anelli di bronzo rimangono nel pavimento, messivi a tenervi in freno le vittime. Era ivi presso una fonte di acqua lustrale; e comeché nelle dette colonne non si rinvenga la proporzione architettonica per sostenere un tolo, o una cupola, pur si è creduto che avessero servito di fatto per un monoptero, al cui architetto piaceva dilungarsi dall'insegnamento di Vitruvio. Incontro al vestibolo era il tempio propriamente detto, o il santuario del nume, aperto sul portico adiacente, e preceduto da un pronao, decorato da sei colonne corintie delle più grandi dimensioni, cioè due all’ingresso del santuario, e quattro davanti; delle quali tre sole ne rimangono ritte sulle loro basi, essendo la quarta rovesciata e rotta. Ed essendo stato questo Scrocco, come tutti gli altri simili,un tempio insieme ed un luogo di guarigione, il grande atrio vedesi circondato da molte stanze, in alcune delle quali gl’infermi dimoravano, altre erano addette ad uso di stufe e di. lavacri. Queste stanze avevano una porta dall'interno, un’altra dall'esterno dell'atrio, disposizione che ci addita un altro generale ricinto. I pavimenti del tempio, de' portici e delle parti di tutto il grande edilizio erano rivestiti di svariati marmi. Restaurato sotto il consolato di P. Rutilio e Gneo Manlio nell'anno di Roma 648, come fa noto l’addotta epigrafe, fu ricostruito sotto gl'Imperatori M. Aurelio Antonino e Settimio Severo, i quali rifecero, se non aggiunsero i portici laterali di stile alquanto inferiore, ed a cui si eressero due statue con iscrizioni su' piedistalli davanti alla cella. Fu allora più riccamente ornato di marmi, e innanzi delle colonne poste le statue, superfluo ornamento che già mostra la decadenza dell'arte. L’acqua termale e minerale, per condotti derivata nel tempio, nasce nel monte appife del quale il tempio fu posto; e senza intrattenermi davvantaggio di questo grandioso edilizio, dico solo che le rovine del portico, la scelta e la prodigiosa quantità de' marmi onde fu ricco, la proporzione delle colonne di ordine corintio, tutto in somma in esso ci addita uno de' più ornati e maestosi monumenti dell'antichità. Re Carlo III, che faceva disotterrarlo, colle colonne e i marmi abbellivano il real palagio di Caserta, e notabili fra le altre sono quelle di alabastro che ne adornano il teatro (1006).

All’origine stessa del tempio di Serapide per opera fa Tirii è certamente da riferire il culto in questa città del dio Dusare che disvelava nello scorso secolo la iscrizione DVSARI SACRVM, scolpita sopra due grandi macigni (1007). Nella nota epigrafe degli stazionarli Tirii si ricordano numi patrii e templi di questi popoli in Puteoli (1008), tra quali senza ingannarci dobbiamo annoverare quello di Dusare, non altro che Dioniso o Bacco secondo Esichio (1009), o piuttosto il dio del fuoco, come il vero suo nome Dhu-Sair fa intendere (1010). Certo è ch’era adorato a Petra, città dell’Arabia, e pel suo culto dava il nome ad alcuni popoli dell'Arabia Petrea, prossimi alla Cassanitide (1011); né meno illustre ebbe ad esserne adorazione de' mercatanti Tirii in Puteoli. Un’arcana e nera pietra quadrangolare, alta quattro piedi, larga due, senza alcuna immagine scolpitavi, e posta sopra base d'oro, era l’unica rappresentazione di questo nume. Vittime gli s’immolavano, ed il sangue aspergevasene in forma di libazione. Ornato di molto oro erane il tempio, e ricco di molti donarii (1012). Or non è dubbio che i due sassi scritti col DVSARI SACRVM appartenevano al simulacro di questo nume in Puteoli, il cui tempio era forse, come quello di Serapide, sullo stesso lido; ma alcun indizio non ci è rimasto a poterlo distinguere fra le molte rovine di antiche fabbriche in quella spiaggia, né sono mancati di coloro che lo credono tutt'uno con quello di Serapide.

Più antico de' templi di Serapide e di Dusare sembra l'altro che fu sacro MOnore, ed innalzato da' coloni romani a simiglianza, come è da credere, di quello che fu in Roma. Se ne ha memoria nello stesso riferito marmo, nella cui seconda faccia si legge:

EISDEM, FORES. CLATRATAS. II. CVM. PASSIBVS. AESCVLNIEIS

FACITO. STATVITO. OCCLVDITO. PICATOQVE. ITA. VTEI. AD AEDEM

HONORVS. FACTA SVNT ……... (1013)

Se questo tempio dell’Onore servì in qualche parte a modello di quello di Serapide, almeno nelle bande a cancello con imposte di eschio, non doveva essere men suntuoso e magnifico; e tale in fatti lo mostrano i nobili ruderi di là degli avanzi del già mentovato tempio di Nettuno.

Dove sorgesse il tempio di Demetera, o di Cerere, è a me ignoto e ad altri patrii scrittori, se pur non si ha a credere nel sito della chiesa de' Cappuccini, dove si vede il marmo che ne serbò memoria, e ch'è il seguente (1014):

CN. CN. LVCCEI [ PATE] R ET FILIVS PR

SACRA DEME[TROS RES] TITVERVNT

LVCCEIA CN. F. POLLA QUI(RINI ET LVC)CEIA CN. F. TERTULLA PIA GALLI

AEDEM DEMETROS ET QUAE CIRCA (AEDEM SITA SV)NT ET PORTICVS PS. RESTITVERVNT

Edificato forse questo tempio da' più antichi abitatori greci, mancò ne' susseguenti tempi il culto della dea, e col culto il tempio stesso, il quale co' portici fu restaurato dalle due Lucceie, come le feste e i sacrifizii furono repristinati da' Luccei padre e figlio ricordati nel marmo.

Quello di Ercole si pruova non solo dalla iscrizione che ricorda la porta Erculea della città, e che certamente dal vicino tempio del nume volle Trajano che pigliasse il nome (1015), ma anche dall'altra seguente che fu votiva (1016).

HERCVLI. GYLIO. INVICTO. SANCTO

SACR. VOTO SVSCEРТО

L. CRASSVS. DE. SVO. FECIT

Un tempio marmoreo innalzava ancora a Giunone Pronuba Silvia Petronilla in memoria del primo di delle sue nozze, come in quest’altra lapida si legge (1017):

SIL. SETRONILLA

M. ANT. IANVARI. CONIVX. GRAVISS.

EX. TT. SS. HH. VT. IVNONI PRONVBAE

SVAE. VIRG. EREPTAE. PRIM.

AEDES. MAR. CONSTRVATVR. IMP.

V’ebbe altresì un tempio eretto al Genio della Colonia, che dedicava il Seviro Augustale Aurelio Ermodione, come appalesò la seguente epigrafe, senza addurre altri marmi che ne fanno eguale rimembranza (1018):

PRO SALVTE. ET. VICTORIA. AVGVSTORVM

DEO. MAGNO. GENIO. COLONIAE. P.

ET. PATRIAE. SVAEQVE

AVRELIVS. HERMODION. SEVİR. AVGVST.

ET. CVRATOR, EORVM

EXTRVXIT. ET DONVM. DAT. L. D. D. D.

Ed almeno tre templi sacri a Giove anche vi furono, come queste altre iscrizioni dimostrano, dalle quali sappiamo che vi fu adorato co' titoli di Ottimo Massimo, di Custode e di Vincitore (1019).

1.

IOVI. O. M. SACRVM

CVM. PORTICIBVS. A. SOLO

SVA. PEC. FECIT

…………………….

2.

IOVI. CVSTODI. SACRVM

EX. INDVLGENTIA. DOMINORVM

SVCCESSVS. PVBLICVS. SER. AEDEM

3.

IOVI. VICTORI

TREBONIVS. GALLVS. COS

PORTICVM

EX. VOTO. FECIT

DEDICAVIT. X. K. MAIAS

ΑΡΡΙΟ. ΑΝΝΙΟ. Μ. ΑΤΙ…. COS

Vi fu infine un tempio magnifico, da L. Calpurnio dedicato ad Augusto. Su gli avanzi di questo tempio, di grandi massi marmorei, che tuttavia sorprendono gli archeologi e gli artisti, fu poi costrutta la chiesa in onore di S. Procolo, che ora forma la Cattedrale nel mezzo della città. Vi si veggono in un muro le sommità di sei colonne di ordine corintio, con una parte dell'architrave e del fregio, sul quale si leggeva:

L. CALPVRNIVS. L. F. TEMPLVM

AVGVSTO. CVM. ORNAMENTIS

Questa iscrizione fu poi collocata sopra la piccola porta della cattedrale stessa, e l’altra che pur vi si legge, ci serbò i nomi dell’architetto L. Cocceio costruttore del tempio, del quale altri rottami marmorei si veggono pure nel campanile (1020).

Il Ginnasio, il Teatro e l’Anfiteatro furono gli altri grandi edifizii che adornarono la città di Puteoli. Poiché nelle greche città per lo più vi furono i Circhi, e gl'Imperatori, trattenendosi in Puteoli, mancar non dovevano di spettacoli, senza rimembrare alcun rudere o monumento, che uno ve ne fosse sospettavasi da qualche scrittore (1021). Certo è che presso la Via Cumana tuttora si veggono grandi ruderi dello Stadio, a cui rimane il volgar nome di Stajo (1022), e che come in Napoli fossevi il Ginnasio, non ne fanno dubitare in fatti le greche iscrizioni atletiche, le quali ci rimembrano i nobili certami di Puteoli (1023). Comeché sfigurati dal tempo, sopravanzano i gradini dello Stadio, di cui si riconosce l’emiciclo, e i cui avanzi si estendono fino a Monte Nuovo, quasi presso alla Villa di Cicerone, che perciò alcuni scrittori riconoscevano ne' ruderi dello stesso Stadio (1024). In questo Ginnasio si celebrarono gli Euschii o Piali certami iselastici, da Antonino Pio istituiti in onore di Adriano, e con altre iscrizioni ne fa fede la seguente (1025):

IMP. CAESARI

DIVI. ADRIANI. FIL.

DIVI. TRAIANI

PARTHICI. NEPOTI

DIVI. NERVAE. PRONEP.

T. AELIO. HADRIΛΝΟ

ΑΝΤΟΝΙΝO. AVG. PIO

PONT. MAX. TRIB. POT. V

IMP. II. COSS. III. P. P.

CONSTITVRI. SACRI

CERTAMINIS. SELASTICI

SOCII. LICTORES. POPVLARES

DENUNCIATORES. PVTEOLANI

Ogni cinque anni i detti giuochi si celebravano (1026), e dalla trionfale entrata sulle quadrighe nelle mura delle città degli atleti vincitori (1027) furon detti isclastici.

Dappresso alla via che menava a Napoli, era posto l’Anfiteatro, altr’opera magnifica che ci fa ben supporre la frequenza eia grande popolazione di Puteoli. Rimasto interrato nella massima parte insino a pochi anni or sono, è ritornato non ha guari tempo alla luce per gli scavi che tuttavia vi si fanno. In fuori di quello di Capua, superava in grandezza tutti gli altri delle nostre regioni, e per la magnificenza accostavasi ancora a Campano. II poco onore fatto ad un Senatore in questo anfiteatro fu cagione che Augusto regolasse meglio l’ordine degli spettacoli (1028); ed oltre di questo fatto ne fanno riconoscere l’antichità la semplice divisione delle sue parti, nonché la fabbricazione laterizia e reticolare, come nell'anfiteatro di Arezzo che risale all'antichità più remota: si giudica perciò il più antico de' celebri anfiteatri del mondo Romano. Quando Teridale, destinato re dell'Armenia, colla moglie, i figliuoli ed altri principi veniva in Italia per ricevere da Nerone il diadema, l’Imperatore per festeggiarlo grandi giuochi gladiatorii faceva celebrarvi. Patrobio, di lui liberto, ne faceva le spese, e tale ne fu la magnificenza ed il dispendio, che per lo spazio di un giorno alcuno non entrò nell'anfiteatro che non fosse di Etiopia, uomini, donne e fanciulli; e per onorare il liberto, Teridate stesso dal suo seggio saettò le fiere, e due tori in un sol colpo feri ed uccise (1029). In questo anfiteatro stesso ebbe a celebrarsi dagli atleti il Butisio agone (1030), o la caccia del toro, in onore di Serapide, o di altro nume di Tirii, giuoco non insolito a qualche altra città della Grecia asiatica, come Strabone racconta di quelli di Acaraca, città della Caria, dove i giovini e gli efebi, usciti nudi dal ginnasio, un toro afferravano, per farlo morire nel mefitico antro plutonio (1031).

Di tutte le rovine puteolane quelle dell'anfiteatro sono le più ammirevoli. Quasi intero nelle sue parti principali, vedesi solo spoglio degli ornamenti onde fu abbellito dalle imperiali splendidezze e magnificenze. Più vasto nell'area dell'anfiteatro Flavio e del Campano, fu di minore proporzione nelle misure del podio alla circonferenza, dalla sommità all'arena. Ma se fu di un terzo meno elevato del Flavio, e però capace meno di spettatori, i sedili del celebre anfiteatro Romano ebbero ad essere più angusti ed in una più ripida inclinazione del Puteolano. Un gran portico, sostenuto da due ordini di pilastri in parte esistenti e di solida fabbrica laterizia gira per tutta la circonferenza dell'ellissi, che ha il maggior diametro di 210 palmi, il minore di 140. Da questo portico si ascende per maestose scale al terzo ordine di sedili ed alle logge superiori, e per altri spaziosi anditi procedenti sullo stesso piano di questo portico esterno si penetra ad un altro portico interno, opera egregia del maestoso edifizio. il lato del secondo portico verso l’arena è diviso ad archi, di sotto a' quali sono le scale pe’ due primi ordini di sedili, e per altre arcate si passa ad un corridojo, il cui secondo muro è lo stesso podio, che l’arena divideva dalla cavea. Da questo stesso corridojo passavasi all'arena per mezzo di porte aperte nel muro del podio, e nel sotterraneo per mezzo di botole fatte sul suolo stesso del corridojo, alle quali altre simili ne corrispondono dalla parte esteriore del podio sull'arena. Quattro principali porte a' vertici dell'asse dell'ellissi, ed a' punti medii tra' vertici vi erano, e fra queste altre quattro più piccole, né vi mancano che la cattedra cd il portico esteriore, di cui sopravanzano a qualche altezza i nudi piloni; ed offre perciò gli archeologi ampia materia d’indagini, perciocché nell'anfiteatro Flavio, in fuori de' magnifici ordini di portici esteriori, tutto il resto è rovina. In tre ordini era distribuita la cavea: il primo, o l’ima cavea, conteneva 6 gradini, la media 17, la terza 17 esistenti. E senza dir oltre di quest’opera magnifica non ancora tutta scoverta, e di cui non poche parti tuttavia rimangono a dichiararsi, aggiungo soltanto che a non voler dipartirsi dal calcolo degli antiquari.!, i quali all'Anfiteatro Flavio non danno meno di 107,000 spettatori, il Puteolano doveva capirne almanco 72,000; ma di troppo forse trascende il vero il primo calcolo, e però alcuni scrittori non gliene danno più di 30,000 (1032). In una delle stanze a volta, in cui si passa dal portico interno, fu eretto nel 1689 dal Vescovo Marchese un altare a S. Gennaro Vescovo di Benevento, in pia rimembranza dell'esservi stato esposto alle fiere co' martiri suoi compagni nel 305 prima divenir decollati per ordine del Consolare Timoteo nella Solfatara (1033). Da ciò venne all'anfiteatro il nome improprio di Carceri di S. Gennaro, oltre al più antico di Colosseo, ch’ebbe comune col Flavio.

Fra il tempio di Diana e l’Anfiteatro, a destra della strada era situato il Teatro, il quale, anziché dal tempo, sformato da' sovrapposti edifizii, il palazzo Portieri e le delizie e i giardini del Viceré Toledo, non presenta più che gli avanzi della dietroscena, di corridoi e di un gran portico (1034). Una mutila iscrizione, scavata ivi presso, e posta al Genio del Teatro di Augusto (1035), fa supporre che a questo Imperatore fu dedicato, se non fu da lui stesso costrutto, come altri si pensano. Certo è che ne parla Aulo Gellio, il quale racconta che un ammiratore di Ennio, che perciò chiamar si faceva Ennianista, con puro accento e con voce sonora era solito leggervi al popolo gli annali del poeta (1036). Sembra che venisse io parte addossato alla vicina rupe; ed oltre di questo, che fu un teatro scoverto, un altro ancora coverto, da Greci detto Odeo, si è sospettato ne' molti ruderi verso il tempio di Nettuno (1037).

Sulla gran piazza della città un’antica statua si vede di uno de' Consolari della Campania, Mesio Egnazio Lolliano, statua molto mediocre scoperta nel 1704, sulla cui base leggesi la seguente epigrafe (1038):

MAVORTII

Q. FLAVIO. MAESIO. EGNATIO. LOLLIANO. V. C. QK. PRAETO

RI. VRBANO. AVGVRI. PVBLICO. POPVLI. ROMANI. QVIRITIVM

CONS. ALBEI. TIBERIS. ET. CLOACARVM. CONS. OPERVM. PV

BLICORVM. CONS. AQVARVM. CONS. CAMP. COMITI. FLAVIALI

COMITI. ORIENTIS. COMITI. PRIMI. ORDINIS. ET. PROCONSVLI

PROVINCIAE. AFRICAE. COLLEGAE. DECATRESSIVM. PATRO

NO. DIGNISSIMO. POSVERVNT

Un’altra statua gli eressero i Suessani, sulla cui base quasi la iscrizione stessa fu letta (1039). Fu Consolare della Campania poco innanzi la morte di Costantino Magno (1040); e nel luogo stesso, in cui la detta statua si scoperse, cioè alle spalle della villa del Viceré Toledo, un’altra ancora se ne rinvenne di un altro personaggio della medesima famiglia (1041), la cui epigrafe, poiché fa riscontro alla già riferita, massime riguardo allo sconosciuto collegio de' Tredici non credo soverchio di qui addurre:

MAVORTI. IVN.

Q. FLAVIO. MAESIO

CORNELIO EGNATΙΟ

SEVERO LOLLIANO

C. P. Q. K

DECATRENSES CLI

ENTES. EIVS. PATRONO

PRESTANTISSIMO

POSVERVNT

Nella contigua piazza della Malva vedevasi ancora una bella base, ora nel R. Museo, scoperta nel 1693 colla iscrizione (1042):

TI. CAESARI. DIVI

AVGVSTI. F. DIVI

IVLI. N. AVGVSTO

PONTIF. MAXIMO. COS. III

IMP. VIII. TRIB. POTESTAT. XXXII

AVGVSTALES

RESPVBLICA

RESTITVIT

Rovinate dal tremuoto molte celebri città dell’Asia Minore e ricostrutte da Tiberio (1043), gli fu eretto un Colosso nel Foro Romano presso il tempio di Venere colle statue di ciascuna città (1044);. In altre città altre statue per gratitudine gli furono innalzate, come dimostra la detta base di Puteoli nella quale le città vi sono simbolicamente espresse in figure femminili, col nome scolpitovi sotto. Dalle sole cinque figure non alterate e corrose, è noto che furono Ireania, Apollonidea Efeso Mirina e Cibira (1045). Ed in fuori di pochi rottami dell'antico acquidotto e di alcuni serbatoi d’acqua, altro non resta di antico di una città così insigne, che i grandi ruderi della Basilica Anniana nella villa Cardito di contro al tempio di Nettuno (1046), nonché gli altri noti da gran tempo sotto il nome di Ponderi (1047), di là della chiesa della Nunziata e alquanto lungi ancora dalla Pia Campana, sulla strada che dalla città mena allarmo. Era il luogo, dove i vettigali si pagavano da chi giugneva in quella spiaggia dall’Oriente, dalla Grecia, o dagli stessi porti d’Italia. Le grandi rovine di magazzini e di altri edifizii che vi rimangono, ci ricordano il grande traffico nella città, e da' rottami di colonne, nonché da un frammento di Pastoforo egizio (sacro ministro, portatore di talamo o tabernacolo) ivi scoperto ed ora nel R. Museo, si è creduto che non vi mancassero edicole, nelle quali i loro numi adoravano i naviganti Alessandrini. Tre vie in questo luogo si riunivano, la Campana, quella di Napoli, e la Cumana, per le quali tanti popoli vi accorrevano ne floridi tempi di Puteoli. Ed oltre al commercio, l’aere mite e salubre, la terra fertile e le acque minerali e termali vi richiamarono, come ne' vicini luoghi, i più cospicui e ricchi Romani, che lo splendore ne accrebbero e la grandezza. Molte arti vi fiorirono (1048), e quella tra le altre di formare il porporisso, o il color rosso di porpora, che vi riusciva di tanta perfezione ed eccellenza da superare le più preziose porpore di Tiro e di Getulia (1049). —Presso la città ebbe Cicerone un’altra delle sue ville, diversa dalla Cumana, e che perciò distingueva col nome di Puteolano. Si sa solo che, come in quella di Tuscolo, egli vi ebbe vicino L. Lucceio (1050), e a determinarne il sito è perciò malagevole. Ma, poiché è noto da Sparziano che Antonino Pio nella forma di un tempio vi ergeva un gran sepolcro ad Adriano, ove ne riponeva le ceneri sino a che non si costruiva la gran mole che destinavagli in Roma (1051), e poco lungi dal celebre sepolcro di Gavia Marciana (1052), ad oriente dell'Anfiteatro, grandi ruderi vi sono che già si giudicavano del tempio di Nettuno (1053), oltre le tre colonne che si ricordano negli orti di Sangro, e più ancora perché vi si rinvennero statue di Adriano, ivi forse é da credere, anziché nell'altra presso di Cuma, si costruisse il sepolcro a quell'Imperatore. Questi ruderi nella parte più bassa verso l’Anfiteatro descrivono un emiciclo, sul quale un’alta e vasta torre innalzavasi, simile alla mentovata mole Adriana: sono a breve distanza rovine di un gran portico, che allo stesso grandioso edilizio appartenne (1054), e che ivi si abbia a riconoscere l'altra villa dell'Oratore, par che lo dimostri altresì la seguente epigrafe che vi fu scoperta:

MAGNO.... INVICTO. IMP. CAES.

D. TRAIANI. PARTHICI. F. DIVI. NERVAE

ΝΕΡΟΤΙ. TRAIANO. ADRIANO. AVG.

PONT. MAX. TR. POT. V. COS. III. ΟΡΤΙΜΟ

MAXIMOQ. PRINCIPI. P. DECRETO. D.

………….POPVL.. CONSENSv.

Per difetto di più precise notizie, così credo potersi accordare le opposte sentenze su monumenti così insigni; e tutto sarebbe piano, se ci fosse pervenuta la topotesia di Puteoli, che Cicerone prometteva ad Attico in una delle sue lettere (1055).

La città, edificata in origine sull'altura (1056), dove ora si vede, di là alla guisa di anfiteatro si estese in sul lido, e da un lato toccò la Solfatara dall'altro la Via Campana, la quale dalla piazza ora delta della Malva innoltravasi nella pianura di Quarto, o ne celebri Campi Leborini (1057), per unirsi più oltre alla Via Appia. Alle radici del piccolo colle a fianco di quell'ampia e fertile pianura, alla quale è rimasto il nome antico, che già ebbe perché si allarga al IV miglio dalla città, fu un tempio sacro a Bacco, del quale tuttavia si vedevan gli avanzi nello scorso secolo con un rottame di colonna di bianco marmo, in cui fra edere e tralci di viti erano scolpite due tigri con un tirso e due tazze. I naturali quel sito nominavano Al Tempio (1058), ed ivi presso si scopersero le seguenti lapide votive (1059), le quali con Bacco ci ricordano gli Orgiofanti, o i sommi sacerdoti ne' sacri misteri del nume (1060):

1.

LIBERO. PATRI, SACRVM

T. T. FLAV. ELECTIANVS, ET

OLIMPIANVS. FIL. EIVS. SACERDOTES

ORGIOPHANTAE

2.

SANCTISSIMO. DEO. PATRI

EX. VOTO. CONSVMMAVIT

IVLIVS, SECVNDVS. FAONIVS

Al comune sepolcreto degli adoratori di Bacco è forse da riferire quest’ultra lapida, scoperta nell'agro stesso di Quarto:

AGER

RELIGIOSORVM

C. IVLIVS. AQVILI

NVS. PORTICVS. ET

SEDILIA. DE SVO

EXTRVXIT

Altri molti titoli sepolcrali ancora vi si rinvennero, tra' quali adduco solo il seguente, letto in un’urna marmorea con bassirilievi (1061), per mostrare che in quel sito fu anche il sepolcreto de' greci fondatori di Dicearchia:

....VXEI BAIΑ ΓΑΛΥΚΗ

ΑΓΑΘΗ

Ammirevoli del resto per dipinti ed ornati di stucco erano alcuni de' molti sepolcri a' iati della Via Campana. Uno di quelli presso la chiesa di S. Vito presentava sulle pareti il Tartaro e l’Eliso, un altro diverse imprese di Ercole. Questo, che fra tutti si distingue per la sua grandezza, si ergeva nella forma di una va. sta colonna sulla sua base, ed ampio come esso è e spazioso è divenuto la dimora di un villico colla sua famiglia.

73. Foro di VULCANO, e Colli LEUCOGEI

Di sopra alla descritta città di Puteoli, alla distanza di quasi un miglio, si allarga una vasta pianura tutta vulcanica, circondata da colli anch’essi vulcanici, la quale forma il più bell'avanzo de' celebrati Campi Flegrei. Perciò Strabone la nominò Foro di Vulcano (Ηφαίστου α ορά), e comeché con soverchio colore poetico, non senza verità la descrisse Petronio. Di là fa egli sorgere Plutone per iscongiurare la Fortuna ad istigare i Romani alla guerra civile, e dice essere un luogo tra Partenope e i campi di Dicearchia tutto sommerso in profonda voragine, bagnato dall'onda di Cocito, d’onde un vapore si alzava che intorno spandevasi in mortifero calore. Nudo d’erba, nudo d’alberi e virgulti,. v’erano solo macigni da squallide pomici anneriti, e intorno chiusi da ferali cipressi (1062). Silio Italico descrive anch’egli l’ardente solfo, le fiamme, i foschi vapori che ne uscivano, le forti scosse de' sottoposti antri di Vulcano (1063): descrizioni poetiche, è vero, ma di poco lontane dal fatto, dappoiché Strabone dice che dal Foro di Vulcano, circondato da colli ardenti, in più luoghi spiravano fiamme quasi da camini, con uno strepito simile al tuono (1064). Nel secolo XV tuttavia vi rampollava l’acqua termale mentovata da Petronio, la quale forte bollendo in su si levava all'altezza di circa 20 piedi (1065). Caldi vapori acquosi e sulfuree esalazioni escono tuttora dal cratere di questo semispento vulcano, il quale in forma ellittica 291 piedi si eleva sul livello del mare, ed ha il superiore perimetro di 6850 piedi. Come ne' tempi antichi, in gran copia vi fiorisce il solfo (1066), d’onde gli venne l'odierno nome di Solfatar a, ed altri molti prodotti vulcanici vi sono, che hanno tanto richiamato l’attenzione de' naturalisti, e che coll'antico cratere in cui si producono, dar possono a' curiosi viaggiatori qualche idea del Vesuvio. Il suolo vi rimbomba sotto i passi di chi si fa a percorrerlo, e ben potrebbe quando che sia di bel nuovo scoppiarne il sotterraneo fuoco, come nel 1198 al tempo di Federico, quando questo Foro di Vulcano si riaccese, e tutto il circostante paese fu scosso da tremuoto (1067); eruzione, alla quale si attribuisce lo strato di materie vulcaniche sulle rovine del tempio di Serapide. Non mancò l’impostura negli scorsi secoli di dirlo frequentato da' diavoli, e di un povero giovane pugliese si racconta che, illuso da un prestigiatore, per uscire di angustie con un chirografo scritto col proprio sangue promettevasi al demonio nel Foro di Vulcano, e colla pena delle triremi pagava il fio della sua empietà.

Una catena d’irregolarissimi e bianchi colli, dagli antichi perciò detti Leucogei (1068), cinge tutta la descritta conca vulcanica, e da molti spiragli ne sorgono a quando a quando e. pestifere esalazioni e vulcaniche fiammelle, come dallo stesso cratere. Un'annua rendita, e non insignificante, ritraevano i Napoletani, a cui questi colli si appartenevano, dalla bianca creta che vi si scavava per intenerire e dare il colore all'alica; ed è noto da Plinio che Augusto decretava che in ciascun anno si desse loro dal suo particolare erario 20,000 sesterzii, per l’uso che di quella creta faceva la colonia dedotta a Capua (1069). Per qualche tempo ho creduto che un particolare magistrato col nome di Λεύκολαρχησας, del quale si ha memoria in due marmi (1070), avessero i Napoletani istituito a raccogliere l’annua entrata della creta de' colli Leucogei ma ora un’altra conghiettura preferisco intorno a questa mal nota dignità, e che produrrò nella descrizione di Napoli. Era Valica del resto pe’ Latini un termine generico, dinotante la cosa stessa che il farro, o la zea de' Greci, il primo fiore della farina di questo grano, ed ogni altra preparazione che se ne faceva (1071). Scaturisce in fine da mentovati colli, alla base settentrionale della Solfatara una sorgente minerale satura di gas idrogeno solforato: Montesecco chiamasi il luogo, e l’acqua è la stessa che Plinio ricorda col nome di Fonti Leucogei (1072), e che le qualità medicinali ha comuni colle altre acque della contrada.

74. Monte OLIBANO

A breve distanza Fonti Leucogei si eleva il piccol monte Olibano, il quale da un lato toccando il mare, termina dall'opposta parte nelle vicinanze del lago di Agnano. Senza esser mentovato da alcun antico storico o geografo, il greco nome se n’è conservato ne' patrii scrittori anche dopo che il grecismo scomparve da queste nostre contrade. Fu adunque cosi detto, perché tutto sterile e petroso (όλος βάνos), ed è noto oggidì sotto il nome più volgare di monte degli Spini, o delle brecce. Le pietre che vi si cavano, sono di lava vulcanica, e forma l’estremità orientale del cratere della Solfatara, al sudovest di quello di Agnano, che diè fuori la lava ond’è composto, e che si estende in larghezza circa un quarto di miglio (1073). Adoperarono gli antichi le pietre di questo monte per lastricarne le pubbliche strade della Campania, ed alle sue rocce alcuni scrittori riferiscono la testimonianza di Svetonio quando ricorda le grandi e difficili opere di Cajo Caligola, tra le quali quella annovera di aver tagliate rupi e balze di durissima pietra (1074). Presso questo monte, dice un dotto naturalista, si veggono sott’acqua quattordici colonne di lava feltspatica del monte stesso, che appartennero ad una fabbrica romana (1075), e probabilmente a qualche villa della vicina città di Puteoli. Queste colonne e le rovine a cui appartennero han fatto supporre ad alcuni nummologi ch’ivi già fosse non meno che un’antica città della Campania (1076), a' geografi ignota ed agli storici, alla quale hanno creduto appartenersi le medaglie coll'epigrafe ΑΛΛΙΒΑΝΟΝ: ma, oltre quello che ho già detto in proposito di tali medaglie (1077), se Olibano è denominazione tutta greca, considerar non si può come un’alterazione di Alliba. Il grande acquidotto che portava l’acqua a Puteoli opera di meraviglioso lavoro, fu da' Romani incavato nelle viscere di questo monte; ed abbattuta la rupe che attraversava, ne fur fatte le colonne del portico di S. Francesco di Paola davanti il Real Palazzo.

75. Fossa CARONEA, e Terme ANGUIANE

All'est de' Colli Leucogei sul pendio di una montagnuola, di prospetto e a breve distanza dal lago di Agnano, è una piccola grotta, larga circa 6 palmi e mezzo, alta 9 palmi, profonda 13 palmi e mezzo. Ha l’apparenza e la forma di una piccola capanna, le cui pareti e la volta sarebbero rozzamente tagliate nella roccia tufacea della collina, e difficile è il giudicare dal suo aspetto, se sia opera dell'uomo, o della natura. L’area di questa grotta è terrosa, nera, umida e infuocata. Piccole bolle gorgogliano in alcuni punti della sua superficie, e danno fuori un fluido aeriforme, il gas acido carbonico, che si raccoglie in una nebbia biancastra sopra del suolo. L’esalazione rappresenta un piano indù nato, la cui più grande altezza corrisponde alla parte più profonda della grotta, effetto fisico della disposizione del suolo. Essendo l’area della grotta quasi dello stesso livello dell'apertura esteriore, trova il gas un’uscita al di fuori per la soglia della porta, e scorre alla guisa di ruscello lungo il sentiero della collina. Un cane vi muore in tre minuti, un coniglio in 2, un gatto io 4, una gallina in 2; una ranocchia in 5, un serpe in 7, e basterebbero 10 minuti per farvi morire un uomo, secondo la sperienza che sopra un delinquente vi faceva fare il Vicerè-Toledo. Per la sua mortifera esalazione fu ben nota agli antichi (1078), i quali altre simili bocche plutonie ricordano, come quella di lerapoli mentovata da Strabone, e l’antro Coricio, o di Tifone, che descrive Pomponio Mela (1079); ma il simile fenomeno più terribile si produce nella valle avvelenata (Bopon-Upas) dell'isola di Giava. Per la sperienza che sul cane suol forvisi pe’ curiosi, ora si nomina volgarmente Grolla del Cane, e poiché il gas acido carbonico nello svolgersi nella grotta è carico di vapore acquoso, è mollo probabile che una sorgente di acqua termale gassosa passi al di sotto dell'area della grotta, e che fornisca l’acido carbonico, conghiettura tanto più probabile, perché le acque del prossimo lago, a 5 o 6 metri al di sotto del livello della grotta, gorgogliano in due o tre lati della sponda ch'è verso 1a grotta. I marinari dicono che quando è limpida l’acqua del lago, si scorgono nel suo fondo alcune correnti che vengono dalla parte della collina; sembra perciò la sorgente d’acqua termale gassosa, la quale perde il suo calore nel versarsi nel lago, ed il gorgoglio vieprodotto dal gas acido carbonico che sprigionasi dalla sorgente (1080).

Se nella descritta grotta placidamente si svolge il gas acido carbonico, si sollevano a breve distanza vapori di gas idrogenò solforato con intensa dose di calorico. Furono questi racchiusi nella fabbrica delle stufe di S. Germano,nelle quali il vapore emana da quattro spiragli: il termometro vi si eleva fino a 40 gradi, e sale anche più alto, se più si approssima a' spiragli. Poiché contengono diversi fluidi elastici,! vapori di questi sudatorii non sono così puri come quelli delle stufe fischia. Di queste stufe del resto fin dal VI secolo si ha ricordanza, dappoiché parlavane S. Gregorio Magno, ragionando di Germano Vescovo di Capua; ma col nome le distingue di Terme Angulane (1081). Non vi essendo presso il lago di Agnano alcuna sorgente, o il nome di Terme si applicò anche a' sudatorii, o qualche fonte minerale anche vi era, poscia scomparsa o perduta nel vicino lago. Né minore dubbiezze ha fatto nascere l’aggiunto d’Angulane, col quale queste terme si trovano distinte. Senza dire della interpretazione de' PP. Maurini (1082), comeché con dotti esempi siasi studiato il Mazocchi di sostenere tal lezione (1083), con più di ragione altri si avvisa doversi leggere Angulane, da anguis serpente, perché tal ve ne ha copia nella state presso del lago, che le terme non solo, ma il lago stesso ne presero il nome (1084). Analoghe al vero anche parrebbero le greche etimologie, secondo le quali il lago sarebbesi detto, sia da αγιάζω, perché vi si purificano e maturano i lini, sia ancora da αγνός puro (1085), così nominato per antifrasi, per essere affatto impuro e pieno di fango; ma tali etimologie farebbero supporre il lago di molto remota formazione, mentre non ve ne ha motto negli antichi, né comincia a mentovarsi che dagli scrittori del secolo XI (1086). Che gli antichi del resto ad uso di stufe si giovassero delle calde esalazioni del luogo, è manifesto non solo da' ruderi che si dicono giacere nel fondo del lago, e che il Mazocchi attribuiva alla Villa Lucullana (1087), ma dagli avanzi altresì di una grandiosa fabbrica, di un laconico o calidario, parte nota delle stufe degli antichi (1088), in cui per mezzo di canali acconciamente disposti i vapori si distribuivano in diverse stanze ad uso degl'infermi.

76. NESIDE (Νῆσος, Nesis)

Congiunto all’Olibano è un altro colle vulcanico detto Monte Dolce perché tutto di tufo, dopo del quale si passa alla vaga e deliziosa pianura Bagnoli. Sorge a breve distanza dal lido l’isoletta di Nisida, divelta dal vicino promontorio di Posilipo ne' sovvertimenti che agitarono in rimote età il suolo della Campania, o prodotta piuttosto come Monte Nuovo dalla stessa forza vulcanica A crederne antiche tradizioni, mefitici vapori esalava negli stessi tempi romani (1089), e la sua forma stessa chiaramente ci addita un antico vulcano. Dal lato di mezzodì si scorge la metà di un cratere, il quale forma il piccolo porto Pavone per ricovero delle barche peschereccie, essendo l’altra metà scomparsa, sia per forza di tremuoto, sia per (impeto delle onde. Non ha di perimetro più di un miglio e mezzo, né fu distinta con alcun nome speciale, per essere sol nota con quello d'Isola (Nesis) da' Greci insieme e da' Latini, d’onde il nome odierno di Nisida. —Lodava Plinio gli asparagi di questa isoletta (1090), ed Ateneo dice che da Puteoli passando a Napoli, vide Neside abitata da pochi uomini, ma da molti conigli (1091). Cicerone l’attribuisce al figliuolo di Lucullo (1092), e per tale testimonianza non meno che per gli antichi ruderi che già si vedevano' sul prossimo scoglio detto Chiappino molti patrii scrittori sostengono che vi avesse una villa con qualche vivajo. Afferma lo stesso l’antica tradizione; ma le antiche fabbriche che tuttavia vi rimangono a ponente e levante del porto, non sono veramente che due braccia di moli che gli antichi vi edificarono come quello di Puteoli, de' quali il primo, quasi per la metà riparato alla moderna, non presenta che quattro piloni, e l’altro sette, la cui sommità ricoprono le acque (1093).

77. Promontorio, e Villa di POSILIPO

Di contro alla descritta isoletta mette capo nel mare il monte di Posilipo il quale dall'Ermio innoltrandosi per quattro miglia in circa verso l’ovest, il golfo di Napoli divide da quello di Pozzuoli e forma un arco del delizioso cratere. Come gli altri colli vulcanici della regione, consiste in un masso uniforme e continuo di tufo, coperto per lo più di fertilissima terra vegetabile, e sparso di pezzi erratici di lave, di pomici e conchiglie (1094). Non senza qualche villaggio ne' tempi greci e romani, tra' quali sono forse da annoverare quelli di Angari e Magalia (1095), non è celebre nelle nostre vetuste memorie che per un’antica e suntuosa villa, di cui ritenne il nome. Si appartenne questa villa a Vedìo Pollione (1096), liberto e ricco cavaliere Romano. Dione Cassio che la situò in generale tra Napoli e Puteoli, dice che Pollione ne fece dono ad Augusto colla casa che vi possedeva (1097), e per le piscine ed altre delizie ben dové essere ammirevole. In queste piscine vivevano pesci che richiamavano per la loro longevità l’attenzione degli scrittori. Di umano sangue il crudele possessore vi nudriva le sue murene, alle quali gettava per pascolo i servi che fallivano (1098). E si racconta che con lui cenando una volta Augusto in questa villa, uno de' suoi servi rompeva un vaso di cristallo. Il feroce padrone già comandava di gettarsi alle murene quando la vita implorava da Augusto, il quale imponeva di spezzarsi tutti i vasi cristallini dell'amico, e questi invece di gettarsi alle murene (1099) il seguente titolo sepolcrale ci serbò memoria di uno de' procuratori di Posilipo, il liberto Eufrate, già servo di Augusto, o di Trajano che poi ebbela in possesso (1100):

D. M.

M. VLPIVS. AVG. LIB

EVPHRATES

QVI. PROCVRAVIT. PAVSILIPO

FECIT. SIBI. ET. SVIS. ET

LIBERTIS. LIBERTABVSQVE

POSTERISQVE, EORVM

Il greco nome (Παυσίλυπος) di questa villa, che accennava alla sua amenità, come se bandisse dall'animo ogni affanno e tristo pensiero (1101), passò a dinotare ne' susseguenti tempi l’amenissimo monte, sul quale fu posta, e si crede che non prima del Sannazzaro e degli scrittori che fiorirono a' tempi aragonesi tal nome ottenesse (1102); perché Varrone in fatti e lo stesso Plinio non lo rammentano che col nome di Monte presso Napoli (1103). Oltre a' sepolcri sparsi su tutta questa grande collina, i patrii scrittori del secolo X. VI molte reliquie ricordano della romana splendidezza su tutto il lido meridionale, colonne, statue, avanzi di templi e di suntuosi edifizii (1104), che le recenti scoperte hanno fatto meglio riconoscere. La chiesa di S. Maria del Faro fu edificata sopra rovine di antiche fabbriche: colonne e capitelli tuttavia vi si veggono, e prese il nome dal fanale del piccolo porto che vi apre la natura, nel quale tuttodì si ricoverano le barche pescherecce. E senza dire dell'antico bagno della Gaiola, detto dal volgo Scuola di Virgilio, nonché delle sostruzioni del rinomato Palazzo degli Spiriti, in tutta la parte della collina che dal promontorio si estende insino a Nitida si veggono ruderi di stupende fabbriche e di vaste peschiere, alcune coverte dal mare, altre lungo il lido cavate nel monte. Ed oltre di moltissimi rottami marmorei e di terra cotta, vi si scoprirono nel 1842 un Teatro, un Odeo, un tempietto, ed altro mal noto edilizio, giudicato un Ninfeo dal Giordano. Il Teatro vasto, più che ad una villa si convenisse, aveva 17 sedili, divisi da due precinzioni; è di opera reticolata, che già fu rivestita di finissi mi e svariati marmi. Sta dirimpetto l’Odeo, intero quasi tutto, del pari abbellito di diverse spezie di marmi, e nelle pareti coverto d’intonaco dipinto. Aveva il portico parallelo alla corda del Teatro, e ricco di ornati ebbe ad essere, rivestito come fu di marmi preziosi, e con molta arte condotto. Senza ricordare le pregevoli anticaglie tra questi nobili edifizii scoverte,dalla mentovata valle scendendo verso il mare, e poco lungi dal tempietto, altre fabbriche costrutte ad arcata si veggono, nelle quali è forse da riconoscere il Circo mentovato dal Giordano. Altre reliquie di antichi edifizii sono nella villa del Cav. Bechi, quelli di una magnifica terma e d'una stanza ornata di vaghi dipinti, dove pur si scoperse il bellissimo gruppo di Dea o Ninfa sedente su mostro marino, che ora abbellisce una sala del R. Museo; né vi ha luogo di que' dintorni, in cui non ti avvieni in ruderi di antiche fabbriche, ingombre da terra o da zolle, che dove sorreggono case moderne, dove servono per covili e ad altri usi villerecci (1105). Fu ancora sul capo di Posilipo un tempio sacro alla Fortuna, adorata quasi su tutta la spiaggia del Tirreno da duzio alla Magna Grecia, e che fu nei tempi romani come il nume proprio della Campania. Serbò memoria di questo tempio il seguente epigramma (1106):

P. VECTORIVS. ZELOTVS

POST. ASSIGNATIONEM. AEDIS

FORTUNAE. SIGNVM. PANTHEVM. SVA

PECVNIA. D. D.

E noto da Pausania che al tempio della Fortuna solevano i Greci aggiugnere quello di tutti i numi (1107), e così fece ancora P. Vettorio, il quale nel tempio della dea da lui edificato del pari consecrava il simulacro di Panico, nel quale tutti i numi si adoravano. Sulle rovine di questo tempio fu poi costrutta una chiesa alla Vergine, perciò detta S. Maria a Fortuna, dove si ricorda qualche avanzo dell'antico tempio.

Poco discosto da' discorsi ruderi nella valle della Gaiola si scoperse nel 1825 l’antica grotta, disgombra e riparata nel 1840, e già nota sin dal secolo XV col nome di Grotta di Sejano (1108). Principiando al sudest della detta valle, si viene giù dilatando tra le ripide falde del Coroglio, ed ha fine al lato nordovest del capo di Posilipo. Lunga palmi 2914, ha varia la larghezza e l’altezza.

I due opposti varchi la rendono luminosa abbastanza lungo tratto per la molta luce che vi entra, e più quello che sbocca sull'erta del Coro gito, ch'è più ampio dell’altro dalla parte della Gaiola. Λ piè della parete sinistra a chi vi penetra da questa parte stessa vi ha tre spiragli che pur la rischiarano, benché con poca luce; e scavata con meraviglioso artifizio nel tufo, s’innoltra e termina uel tasso rivestito di fabbrica di specie svariata. Il sentiero non precede in linea retta, ma svolge alquanto verso la sinistra indi a poco dopo l’ultimo spiraglio (1109). Caduta e franata per vecchiezza, fu restaurata nel V secolo da un Consolare della Campania, come dimostrò il seguente frammento di epigrafe che al principio della grotta si scoperse:

…………………….ONORIO

….……………….PAVSILIP

…….…………...GLECTAM

……..….CATVS VC CAMP

…...PVBLICO REDDIDIT

e restituita così:

IMPP. DD. NN. ARCADIO. ET. HONORIO

PP. AVGG. CRYPTAM. HANC. PAVSILIP

PI. IMPERVIAM. AC. NEGLECTAM

OB. RVINAS. CL. PACATVS. V. C. CAMP.

CONS. VSVI. PVBLICO. REDDIDIT

Questa grotta stessa, a giudizio de' lodati interpetri (1110), sarebbe indicata anche da Strabone nel passo sì controverso delta sua geografia, nel quale si parla di una grotta opera di Coccejo, non diversa da quella che dall'ternu menava a Cuma (1111). Ma più difficile a me sembra potersi applicare alla medesima grotta l’altra testimonianza del geografo, dove parla invece secondo la più comune opinione della grotta napolitana. Sotto di questa parmi aperta la strada che metteva in comunicazione Napoli colle città vicine, né stimo potersi con certezza affermare che a tale uso generale sia stata incavata quella di Posilipo. Il perché, ammettendo per essa il traffico in tempi men remoti, inclino a credere che se non aperta, fu almanco restaurata da qualche ricchissimo, che nella valle della Gaiola ebbe la sua villa.

E quale altro dovizioso Romano potè egli essere, se non Luculto, il quale un monte aprì presso di Napoli (1112)? E senza negare ch’egli ebbe una sua villa nel promontorio Echia, perché ne restò il nome al castello poi fabbricato sulla prossima isoletta, a me sembra che tutta la marittima regione di questo promontorio coll’isoletta Megaride, il capo di Posilipo e l’isola di Nisida si appartenesse a Luculto, il quale per condursi alle delizie ài Nisida potè restaurare, se non aprire il primo la grotta. Ed una testimonianza di Cicerone, da verun altro scrittore non avvertita, viene bene in sostegno di tal conghiettura. Scrivendo a M. Mario, gli dice di non dubitare ch’ei passava in piacevoli letture le ore del mattino giacendosi nel letto, dal quale si perforò lo Stabiano (1113) e si aprì alla vista il Sejano. Or senza supporre un'alterazione tale in questo passo dell'Oratore da potersi riferire allo scavamento della stessa grotta, M. Mario, qualcuno de nipoti, io credo, del celebre C. Mario (1114), in guisa abbatteva poggi e rialti da potersi godere da quella di Miseno la vista delle altre mentovate ville, ed il Sejano soprattutto ch’era men lontano, e che non altrove è da credere situato che intorno la grotta, la quale serbavane il nome. Ho già dello che Luculto acquistava la villa di C. Mario che fu presso Miseno (1115), e ben potè far propria anche questa col nome di Sejano, nome che riteneva dal luogo, od anche da altro possessore più antico; e senza credere ch’egli veramente aprisse la grotta, come con alcuni antichi dal secolo XV sostengono non pochi scrittori patrii, egli è probabile che solo la restaurasse, come Coccejo fece di quella di Cuma, e dell'altra forse ancora più dappresso a Napoli, o che le testimonianze di Varrone, Plinio, Plutarco e Vallejo sono da riferire ad altra opera diversa, comeché non meno grandiosa di quel ricchissimo, così che Serse togato nominavalo Tuberone. Nel difetto di più precise notizie, ogni conghiettura ha il suo valore, cd a tutte del resto più volentieri quella io preferisco che tali grandiose opere nella Campania (1116), come nell'Italia centrale e nella Beozia, anziché da Luculto e da Coccejo, furono fatte in un tempo antichissimo da' Pelasgi (1117), a' quali altre simili opere si attribuiscono, argini, canali, sotterranei emissarii, nonché le meravigliose fabbricazioni poligone, di cui tanti avanzi sono sparsi nell'Asia Minore, nella Grecia e nell'Italia.

78. Isolette LIMON, ed EUPLEA

Tra Nisida ed il capo di Posilipo appena si elevano dal mare altre due isolette, o piuttosto grandi rottami tufacei cadati nelle onde, e staccati dallo stesso prossimo capo nelle vulcaniche commozioni della Campania. Sulla prima, la quale sorge più dappresso a Nisida, fu costrutto il Lazzaretto, dovei naviganti si guardano e le merci sospette di peste; l’altra vicina al promontorio è abitata da un Romito, che augurando a' naviganti prospera navigazione, vive delle largizioni de' passeggieri. Gli antichi la prima nominarono Limon, sia del porto (λιμήν) che presso vi era, sia ancora dalla verzura (λειμων), di che vedevasi ricoperta (1118). Ebbe l’altra nome da Venere, la quale come a Gnido eravi adorata in un tempietto sotto il nome di Euplea (Εὐπλοια), la dea che dava una felice navigazione (1119). Ora dicesi la Gaiola, con nome alterato, come credesi, da caveolae, o da' fornici laterizii delle antiche costruzioni de' bagni di Pollione.

79. GROTTA Napolitana (Neapolitana Crypta)

Oltre la strada che pe’ colli di Napoli questa città metteva in comunicazione con Puteoli, un’altra ne aprirono gli antichi attraverso del promontorio di Posilipo sotto la grotta perciò ora detta di Pozzuoli, e che dalla pianura de' Bagnoli per aritto cammino come oggidì conduceva a Napoli. Al tempo di Strabone era larga abbastanza per due carri andanti in opposta direzione, e la luce riceveva per alcuni spiragli profondamente aperti nel monte (1120). Che ve l’aprisse Coccejo, lo stesso architetto forse che costruiva in Puteoli il tempio di Augusto, nel solo geografo si legge (1121). In un’opera sì grande fa meraviglia il silenzio di altri storici, e però egli sembra che opera di Coccejo ne fosse solo l’ampliazione ed il ristauro. Più antica dunque de' tempi di Augusto è da credere questa grotta, ed aperta piuttosto dagli antichi Napolitani per comunicare con più breve cammino con Puteoli e la loro metropoli, e più probabilmente ancora, come ho già detto, da' Pelasgi, che io considerava come primitivi fondatori di Cuma (1122), e che per l’argomento stesso delle omonimie da altri scrittori per tali si riconoscono (1123). È noto da Petronio ch’era molto bassa (1124), più bassa ancora di quella di Posilipo, e Seneca, il quale una volta da Baja per questa grotta si condusse a Napoli ne descrive anch’egli l’oscurità ed il disagio soffertovi per la polvere ben folta, a cui fu esposto attraversandola in un modo insoffribile; così che ad un lungo ed oscuro carcere assomigliavala (1125). Piuttosto oscura adunque, non ostante gli spiragli mentovati da Strabone, e senza strada lastricata, in tale stato per lunghe età rimaneva insino a che Alfonso I verso la metà del XV secolo di molto facevala ingrandire ed innalzare a' due estremi, con farvi altresì aprire altri spiragli per vieppiù illuminarla (1126). Ed il Viceré Toledo, per meglio condursi alle sue delizie puteolane, facevala anche meglio livellare e lastricare: altri miglioramenti vi fur fatti sotto Carlo III, quando riducevasi nello stato in cui ora si vede. Lunga del resto circa mezzo miglio, e larga quasi 20 piedi, ne varia l’altezza da 20 a 40, e fino a 50 piedi. Solo alla fine di febbraio e di ottobre il sole cadente la rischiara, ed assai bello è il vedere l’effetto de' raggi solari in questa tenebrosa opera dell'uomo.

Restaurandosi, o ampliandosi questa grotta, vi si scoprì nel mezzo, come è fama, un mitriaco bassorilievo, quello stesso che già si vedeva davanti la porta della chiesa di S. Antonio di Vienna (1127), e che ci dimostra che Mitra vi ebbe culto, come in altri antri (1128) in Italia ed in altre regioni ne' principii del II secolo dell'Impero, e forse nella stessa città nostra. Eravi la seguente iscrizione col nome di chi la dedicò:

OMNIPOTENTI DEO MITRAE APPIVS

CLAVDIVS TARRONIVS DEXTER V. C. DICAT

È già noto che Mitra non fu pe’ Persiani, o anche per gli Assirii (1129), che un paredro del sole, o il sole istesso, e i mitriaci bassirilievi, come quello della nostra grotta, non esprimono che un sacrifizio cosmogonico e solare. Un giovane bello e robusto uccide un toro: è il sole che distrugge l’anno vecchio per ricondurre il nuovo; altri emblemi accennano egualmente alla riproduzione della natura, operata dal trionfo di Mitra, o del Sole (1130). Presso l’entrata dalla parte di Napoli di questa medesima grotta fu adorato Priapo. Della sua cappella e del suo culto lasciava memoria Petronio, il quale nel suo Satirico introduce Psiche, ancella di Quartina, a dolersi con Encolpo ed Ascilto dell'averle turbati i sacri riti davanti alla grotta, e li scongiura a non divulgare i misteri celebrati nella cappella di Priapo (1131); la quale fu forse nella stessa grande nicchia che ora vi si vede, alla dritta di chi vi entra dalla parte di Napoli. Il culto del resto di questo nume non è qui senza manifesta relazione crìPelasgi, ai quali si attribuiscono le grandi grotte dell’Opicia, e non dubito perciò di considerarlo come antichissimo.

80. Sepolcro di VIRGILIO

Sull'ingresso della grotta napolitano da più secoli si mostra il sepolcro del cantor dell'Eneide. Infermatosi il poeta nel viaggio che imprendeva per veder Metaponto, morendo a Brindisi disponeva che le sue ossa si trasferissero a Napoli, città a lui prediletta, e dove trasse la parte migliore de' suoi giorni (1132). Il che fa fatto da Augusto, e coll'epigramma che dettava egli stesso, ne furon sepolte le spoglie nella Via Puteolaiia, a due miglia dalla città (1133). La lunga tradizione pone il sepolcro virgiliano nel detto sito, ed ecco in che consiste il celebre monumento. Sopra una volta, sostenuta da quattro muraglie, s’innalza il sepolcro in forma cilindrica, il quale terminava forse in una cupola. Vi si entrava per una sola porta più alta del piano, ora divenuta come una finestra verso la grotta, dall'opposto lato dell'ingresso di oggidì. Due spiragli gli davano la luce, e dentro non si vede che un colombario con dieci nicchie scompartite ne' lati del sepolcro. L’area erane coperta di musaico, come le mura d’intonaco, e nel mezzo sorgeva un’urna marmorea, sostenuta da una base circondata da nove colonne. Sull'urna che rinchiudeva le ceneri del poeta, leggevasi il distico:

MANTVA ME GENVIT, CALABRI RAPVERE. TENET NVNC

PARTHENOPE. CECINI PASCVA RVRA DVCES

Questo distico stesso serbavaci il grammatico Donato, ed ora si legge sopra una lastra marmorea rimpetto all'odierno ingresso del sepolcro. Il Villani racconta che i Napolitani trasferivano Fuma nel Castello Nuovo quando un medico inglese, persuaso che qualche virtù fosse ascosa nelle ceneri di Virgilio impetrava da re Ruggiero di poterne aprire il sepolcro, distillarne le ossa e berne l’acqua per acquistare l’ingegno e 'l sapere del poeta (1134). Ma se vero è il fatto, ve errore nel nome del re, perché il castello non era fabbricato sotto i Normanni; e però altri scrivono che sotto re Roberto l’urna vii trasferisse, donde era già scomparsa alle ricerche di Alfonso I (1135). Queste cose io ripeto coll'autorità della tradizione e de patrii scrittori, comeché si dubiti e della veracità de' racconti e della identità del sepolcro. Ma altre men dubbie testimonianze non vi sono, e se il sepolcro coll'antica sua porta è rimasto quasi 50 palmi sopra la strada odierna, il suo ingresso era bene allo stesso livello dell'antica via della grotta, la quale, prima di sbassarsi, era superiore alla strada di oggidì. La distanza di due miglia antiche, dal sepolcro alla Porta cumana o puteolana di Napoli) corrisponde quasi alla distanza odierna; e per non immaginare il sepolcro Virgiliano in sulla Via Antiniana) giova osservare che se valicavasi la grotta, un altro ramo di strada vi doveva essere, che fuori la grotta alla Via Antiniana si congiungeva. Ed aggiugni che nell'antica villa Ripa, attigua al podere ove questo sepolcro si vede, quest’altra iscrizione si rinvenne (1136):

SISTE. VIATOR. QUAESO. PARCE. LEGITO.

HIC, MARO. SITVS. EST.

la quale, a non giudicarla anche antica, ci dimostra nondimeno la costante tradizione ch'ivi, o poco lungi fu posto.

Scrivendo Stazio a Vittorio Marcello, dice che assiso al margine del tempio di Marone, inspiravasi accanto al sepolcro del gran poeta (1137). Sembra adunque che in forma di un tempietto ergessegli Augusto il monumento, o si ha a riguardar come poetica tale descrizione? Silio Italico, il poeta consolare imitatore di Virgilio, il quale acquistava una delle ville di Cicerone, e che tanta venerazione ebbe pe’ grandi uomini, di cui raccolse statue ed immagini (1138), fece anche suo il podere, accanto al quale sorgeva la tomba del poeta. Deserta quasi ed abbandonata, appena un povero villico la custodiva; ma egli restituivala a' perduti onori, e la faceva lieta di grate ombre di lauri (1139). Con maggiore solennità del proprio festeggiava agl'idi di ottobre il nascimento di Virgilio (1140), né si accostava al suo sepolcro senza il rispetto che avrebbe avuto per un tempio. Gli scrittori patrii parlano di un lauro che da secoli vi cresceva, ma più oltre non vi durò del 1665.

81. PLATAMONE (Πλαταμών)

Nella descrizione de' contorni dell'antica città di Napoli non debbo trasandare un sito col nome di Platamone, grotte naturali o artefatte poste alla marina non mentovate da alcun antico scrittore, ma delle quali ben rimane la rimembranza nell'odierno alterato nome di Chiniamone. Esichio, lo Scoliaste di Arato, e lo stesso Seneca ci dichiarano il significato di tal voce (1141), la quale accennò ancora pe’ Greci a' piccoli scogli che non si levano gran fatto dalle onde (1142), e non altrimenti presentatasi agli antichi abitatori di Napoli il detto silo, dirimpetto all'isola Megaride. Perché anche oggidì i detti scogli rimangono dapppresso al mare, e sul lido i nuovi edifizii occuparono è già tempo le antiche grotte che vi erano sotto l'alta rupe del monte Echia. Strabone parla di simili grotte col nome stesso di Platamone che si vedevano nell'isola di Rodi (1143), e scrittori patrii non mancano per dirci che quelle del Chiatamone. gli antichi Napolitani scavarono per trattenervisi a diporto ne calori della state; e sino al secolo XVII dopo essere state rovinate e chiuse da una muraglia per molti scellerati abusi, dice il Celano, vi concorrevano in copia i popolani a sollazzatisi con allegri pranzi ne' di festivi (1144).

82. Antro di MITRA, e Tempio di SERAPIDE

In una delle mentovate grotte, che tuttavia può osservarsi allato alla chiesa di S. Maria a Cappella, e che per l’ampiezza sorprende i riguardanti, fu già scoperta una mitriaca tavola anaglittica, simile all'altra già mentovata della grotta napolitana, e solo in questo diversa che, senza presentare alcun sacrifizio, mostrava simboli del sole e dell'agricoltura, e non aveva scritta alcuna epigrafe. Si è creduta quella stessa che fu poi trasferita nella regione di S. Maria Annunciata (1145), e ci fa certi che nel detto antro, come in quello della grotta, si adorasse Mitra, il cui culto i monumenti ci mostrano diffuso in tutta la costa del Lazio e della Campania, da A mio alla città nostra (1146).

Alquanto più innanzi di questo secondo antro mitriaco, fu ancora un’edicola, o tempietto sacro a Serapide, ed in una delle sue ecloghe ricordavate il Sannazzaro in vicinanza del marittimo Platamone (1147). Una votiva tavola marmorea, la quale già si vedeva nella scala del palagio del principe di Colobrano, si scoperse in questo medesimo luogo, la quale il nume presentava sotto forma del bue Api stolato ed inghirlandalo, e colla iscrizione:

ΔΙΙ ΜΕΓΑΛΩ ΣΑΡΑΠΙΔΙ

DEO MAGNO SARAPIDI

Comeché a' dì del Capaccio da altri dicevasi in Napoli trasferita da Pozzuoli, ed il Capaccio stesso dubitasse dell'esistenza di un'edicola sacra a Serapide nel detto sito, par che si debba aver conto della testimonianza del Sannazzaro, il quale rammentavala sulla tradizione, benché confondesse l’antro mitriaco col tempietto di Serapide. I diversi rottami di marmo inoltre che già si vedevano sull’ingresso dell'antro di Mitra, i ruderi di muraglie di opera laterizia e reticolare che sopravanzano presso l’angusto e basso cunicolo, pel quale nell'antro stesso si entra, e i tronchi di colonne altresì e qualche bassorilievo con fogliami di elitropio, pianta sacra al sole, di cui Serapide fu il simulacro, non fanno dubitare che ivi i Napolitani un piccol tempio a questo nume edificassero fuori il pomerio della città, come per lo più pe’ templi di Serapide, e d'Iside usarono gli antichi.

83. Isoletta MEGARIDE, e Promontorio ECHIА

Alle grotte Platamonie sovrastava ne' più vecchi tempi un aprico ed ameno promontorio, di contro al quale sorgeva a brevissima distanza un’isoletta, quasi tutta cinta da scogli. La dissero Megaride gli antichi (1148), ed il nome di Echia che colla tradizione gli scrittori patrii danno al promontorio, non è antico meno di quello della stessa isoletta. Parlando Pausania di Pandione, uno de' più antichi re dell'Attica, dice che un monumento gli fu eretto nella Megaride al mare, in sullo scoglio di Minerva, detta Elia, ossia del mergo (1149). Or essendo nell’Attica una piccola rupe in mare detta σκόπελος αἰθίας, ed i popoli che si tramutano in altre contrade per lo più vi ripetono i nomi locali del proprio paese, v’è ragione di credere che gli Ateniesi passati ad abitare in Napoli imponessero il nome di Megaride all'isoletta, ed al promontorio quello di αιθυίας, lo stesso che αιχυίας, d'onde il detto nome di Echia, tradotto ancora con quello più volgare di Pizzofalcone che gli è rimasto. Tra le altre dotte etimologie del Martorelli (1150), questa io credo delle più felici, e sembrami da preferirsi alle altre men naturali proposte da altri scrittori, comeché il nome di Megaride accenni anche bene alle sotterranee cavità che si vedevano sul prossimo lido (1151). I sovrapposti edifizii tutto mutarono l’aspetto ne' susseguenti tempi e della piccola isola e del promontorio. Luculto il primo, per quanto egli sembra, posevi una delle sue magnifiche ville, la quale poi crebbe, a quel che si crede in un piccolo borgo, perciò detto Castellum Lucullanum dagli scrittori della bassa età (1152). Alle fabbriche, alle piscine di questa villa, anziché alla pretesa città di Megara appartennero al certo le rovine di antiche fabbriche ricordate intorno dell’isola da’ nostri scrittori, ed è fama che sott‘acqua vi si scoprissero medaglie, cammei ed idoletti di bronzo (1153). Nel 476 Odoacre vi relegava Romolo Augustolo, l’ultimo degl'Imperatori di Occidente (1154), quando tuttavia vi erano forse i suntuosi edifizii lucullani, perché il castello non fu edificato sull'isola che sotto Guglielmo il Malo nel 1170, il quale amplialo da Carlo I di Angiò nel 1262, cominciò a dirsi Castello dell'uovo per la sua forma, che a quella di un uovo rassomiglia (1155). Si nominò molto prima isola maggiore, e in parte sovr’essa, in parte intorno al prossimo promontorio, tre monisteri e più chiese, o cappelle vi furono, e tra le altre quella che al Salvatore dedicava dopo l'anno 850 S. Atanasio Vescovo di Napoli, per la quale anche Isola del Salvatore fu detta (1156). Fu abitato il borgo insino a principii del X secolo. Poiché i Saraceni infestavano spesso la Campania, onde nel Castello Lucullano non trovassero una rocca, il Duce Gregorio facevalo distruggere nel 910, e trasferirne gli abitatori nella città (1157).

84. NEAPOLI (Νεάπολις, Neapolis)

Seguiva indi a X miglia da Puteoli (1158), e ad un miglio e mezzo dall’isoletta Megaride la città di Neapoli (1159) negli antichi tempi come oggidì celebratissima, e di così remota antichità, che varie sono circa la di lei origine le tradizioni degli antichi, più varie ancora le opinioni de' moderni; e solo un'esatta e rigorosa critica potrà scorgere, se non al vero, almanco al verisimile, tra sì contrarie ed opposte sentenze. Ma innanzi di parlare dell'origine d'una città così insigne, la quale da umili principii volevano i cieli che sedesse metropoli del più bel reame del mondo, distinguer dobbiamo con Livio due città, delle quali ne divenne poi una sola: una detta Palepoli, o meglio Paleopoli, cioè città antica, e l'altra Neapoli, cioè città nuova, poste a breve distanza una dall'altra in questo amenissimo lido della Campania (1160). Plinio notava anch’egli la differenza delle due città, scrivendo: nel lido poi è Napoli de' Calcidesi, e la stessa Partenope, così detta dal sepolcro della Sirena (1161). Or sebbene lo storico si accordi col geografo sulla differenza delle due città, fu non pertanto di lui meno esatto circa la lor fondazione, avendo fatto di entrambe autori i Camalli, laddove Plinio dice soltanto Neapoli edificata da' Calcidesi, gli stessi che i Cumani, come abbiam detto (1162), e mentovando Partenope, dice ch’ebbe il nome dal sepolcro della Sirena omonima, seguendo la volgare tradizione. Or dovrei secondo la cronologia parlar di Palepoli; ma, per non dipartirmi dall'ordine topografico, descriverò prima Neapoli.

Tutti gli antichi che parlarono de' principii di questa città nostra, concordi l’origine ne attribuirono ai Cumani, e Strabone dice fra gli altri che in prima de Cumani (1163), senza che siaci noto se sulla spiaggia fosse stata già prima qualche piccola borgata degli Opici, accresciuta colla colonia de' detti popoli. Trasferendovisi in processo di tempo anche de' Calcidesi, secondo lo stesso geografo scrive, ed alcuni delle Pitecuse (Procida ed Ischia) e di Atene, la nominarono Nuova città, ciò appunto significando Νεάπολις (1164). Ma Lutazio, antico Scoliaste di Virgilio, ci fa. meglio conoscere le circostanze che accompagnarono questa fondazione. Dice che una colonia di Cuma si stabilì a Partenope, e che ben tosto i Cumani, temendo che la città da essa edificata per la sua vantaggiosa situazione nuocer potesse alla metropoli, distrussero la città nascente. In punizione di sì grave fallo, Cuma fu travagliata dalla peste, e non pervennero ad allontanar dalle loro mura il terribile flagello, che col rialzare la città distrutta, alla quale imposero il nome di Neapoli (1165). Secondo l’addotta tradizione, suppone il citato scoliaste che i Cumani edificassero in prima Partenopea ma poiché fondatori ne furono i Rodii, come diremo parlando di Falero, egli confuse la città antica con l’altra di più recente fondazione.

Quando intanto avvenisse la prima fondazione della città e la sua riedificazione non si sa da nessun antico scrittore. Vellejo Patercolo dice solo che Neapoli fu fondata lungo tempo dopo di Cuma (1166), e chi questo tempo suppone 20 anni, chi 200 anni dopo (1167), e non potendosi riguardo a questo far nemmeno una conghiettura, qualsivoglia tempo può supporsi dopo la fondazione di Cuma che non è né manco ben certa. Un patrio scrittore la crede ancora avvenuta all'epoca dell'espulsione de' Cumani per opera de' Campani (1168), 400 anni dopo la fondazione di Roma, e 353 avanti l’era volgare. Ma, comeché quest'epoca star potrebbe coll'autorità di Vellejo, sembrami molto recente, e contrasta coll'epoca stessa dello stabilimento de Calcidesi nell'isola Pitecusa il quale par che non avvenisse molto dopo la fondazione di Cuma ove si riguardi alla vicinanza che passava tra l’isola e la città. Or, secondo l’opinione del citato scrittore, l’arrivo de Cumani sarebbe stato posteriore nel nostro lido dopo quello de' Calcidesi, Pitecusani ed Ateniesi. Né più verisimile a me sembra l’avviso di un celebre critico, il quale la riporta all'epoca della fondazione di Turio nella Magna Grecia, avvenuta anche per opera degli Ateniesi (Ol. LXXIV, 1), 426 a. G. C. (1169).

Ma ecco altre conghietture. Scrive Diodoro Sicolo che movendo Filippo di Macedonia contro le città calcidiche, alcune ne soggiogava colla forza, altre ne sottometteva col timore (1170), e sappiamo da Suida che queste città soggiogate non furono meno di XXII. Distrusse ancora la nobile città di Olinto e coloro che dalla strage e dalla rovina della patria uscirono salvi, furono accolti dagli Ateniesi (1171). Questi Calcidesi uniti ad altri Greci vennero forse a' loro connazionali nella Campania; e senza supporre col Reinolds che tal colonia conducesse Diotimo, quello stesso navarca che guidava la flotta ateniese nella guerra contro la Sicilia, e che i giuochi lampadici istituiva in onore di Partenope (1172), si può con lui credere che la colonia di cui parla Strabone, composta di Calcidesi ed Ateniesi, fosse un effetto della distruzione delle città calcidiche, e che giugnesse ne' nostri lidi dopo la pace tra Filippo e gli Ateniesi, finita la guerra sacra nell'anno 3 dell’Ol. CVIII (1173). Ma uno scrittore patrio che all’opinione del Reinolds si opponeva, stimò in vece che i Cumani non ancora avevano fondata Neapoli quando si liberavano dalla tirannia di Aristodemo, nel 264 di Roma (1174). Se vi avessero, egli dice, fondata la loro colonia, o i coloni avrebbero soccorso Aristodemo contro i congiurati, o i congiurati contro il tiranno, come fecero i fuorosciti Cumani rifugiati a Capua; e conchiude che la colonia fondata a Napoli debba riportarsi al tempo che trascorse tra VOI. LXXII e la XC, od anche la XCI, quando gli Ateniesi combattevano contro la Sicilia (1175). Ma, oltreché non si sa supporre come gli Ateniesi pensassero a fondare una colonia in Napoli nel tempo della guerra contro risola, il De Miro confondeva in singolar modo la prima fondazione di Napoli per opera de Cumani colla colonia di cui parla Strabone, e più probabile parrebbe la conghiettura del Reinolds, meglio confermata dalla storia; così che Tzetze confondeva forse il navarca Diotimo di cui parla Tucidide (1176) con un altro dello stesso nome, il quale avrebbe qui condotta la colonia de' Calcidesi, e che fu arconte in Atene nel 3 anno dell’Ol. CVI, nel tempo appunto della guerra sacra. Ma più antico molto della riferita epoca egli sembra l’arrivo de' Calcidesi e degli Ateniesi co' Pitecusani nella città nostra, a non voler dipartirci da due testimonianze di Aristotile e di Strabone, sfuggite al Reinolds ed a tutti gli scrittori patrii. Scriveva Aristotile che la spedizione delle colonie calcidiche avveniva sotto l’aristocratico governo degl'Ippoboti (1177), o di que' ricchi che nell’Eubea nudrivano cavalli; ed avendo il geografo toccato delle colonie che i Calcidesi fondarono nella Pallette, o nella penisola tra i golfi Termaico e Toronaico, alle falde del monte Atos, e presso la città di Olinto, chiaramente soggiugne: ed a questi molte città in Sicilia ed in Italia debbono la lor fondazione (1178). Or il detto governo degl'Ippoboti o de' Cavalieri i critici moderni riportano verso la metà del secolo VIII avanti l’era volgare (1179), e l’epoca della colonia calcidese coinciderebbe perciò a un bel circa con quella stessa, in cui vennero fondate Nasso e Megara nell'isola di Sicilia.

Senza fermarci ad altre testimonianze sulla primitiva fondazione della città (1180), dall'arrivo di questa colonia all'anno 323 avanti l’era volgare tace la storia delle vicende di Napoli, forse perché più dedita dal principio alle pacifiche arti ed al commercio, abborrendo dalle guerresche imprese, seppe starsi in pace co' popoli vicini. Ma poiché si accese la prima guerra sannitica, e la prossima città di Palepoli cadde in potere de' Romani, si col legò con Roma, non però con eguali dritti, ma coll'obbligo di sovvenire ne bisogni e di danaro e di navi la Repubblica (1181). Polibio l’annovera tra le più celebri e più belle città della Campania, resa anche illustre pel trattato co' Romani, dappoiché come a Tivoli ed a Frenesie vi erano salvi gl'insigni magistrati Romani giudicati rei di pena capitale, i quali vi venivano in volontario esiglio (1182). Il traffico marittimo la rese ricca da' più vecchi tempi; così che non solo nella prima guerra punica fornì la flotta romana di navi da cinquanta remi, ma anche nella seconda offriva da generosa alleata alla città quaranta patere d’oro di gran peso, che stavano ad ornamento de' templi, e dagli antichi Napolitani lasciate pe’ casi difficili (1183). Essendo ben cinta da forti muraglie, Pirro ed Annibale non si ardirono di assaltarla (1184). E non dipartendosi dall'antica alleanza insino al 663, promulgata la legge Giulia, ebbe conferiti i dritti municipali di Roma come altre città nostre, non senza grave contrasto di alcuni cittadini, i quali non diversamente dagli Eracleoli preferivano in vece gli antichi dritti di città federata. Conservò nondimeno alcune greche istituzioni della sua prima origine, come Taranto e Reggio, che Strabone dichiara non essere al suo tempo affatto imbarbarite (1185). Dopo questi tempi altra notizia non si ha di Napoli che delle sue costumanze greche, de' suoi nobili certami, degli studii delle lettere che vi fiorirono, della quiete che gl'illustri Romani venivano a godervi, per alleggiarsi dalle gravi cure della Repubblica. Sotto l’impero non è dubbio che fossevi dedotta una colonia, il che si nega da alcuni scrittori patrii, non ostante la testimonianza di Frontino e de' marmi (1186). E chi ha negato, ma indarno, le lapide (1187); chi ha sostenuto che di colonia avesse solo il nome e l’onore (1188). Ma senza negar fede alle iscrizioni, nelle quali i magistrati ancora delle romane colonie sono mentovati, non è sì facile raffermare il preciso tempo in cui la colonia vi fu dedotta. Che ne acquistasse i dritti sotto Domiziano, come avvisavasi il Mazocchi, non può trovarsene ragione nel marmo bilingue posto al suo antecessore Tito Vespasiano (1189); e se per la legge Giulia aveva Napoli comuni con Roma i dritti municipali, a che quelli di colonia? Né più salde sono le conghietture dell'Ignarra, il quale applicando alla colonia napolitana un passo di Petronio, scriveva che tale divenisse in sul finire dell'impero di Commodo, o sotto Settimio Severo (1190). Tali conghietture sono state confutate dal Jannelli, il quale dimostra che la colonia, a cui accenna il Satirico, altra non è che quella di Puteoli (1191); ed è probabile, ch'essendo stati accolti in Napoli gli Ercolanensi dopo il celebre incendio del Vesuvio, fu la città cognominata colonia a cagione di costoro ch’erano senza patria, ma non prima della metà del III secolo, poiché dalla iscrizione che i Napolitani posero a Munazio Concessiano molto dopo l’età di Tito, si raccoglie ch’eravi tuttavia il Demarco (1192). Ed è noto che data da Caracalla a tutto l’orbe romano la cittadinanza, molti degli antichi municipii preferirono i dritti delle colonie. Se non che, a volere intendere della città nostra la testimonianza di Frontino, egli sembra che molto prima vi avesse Tito dedotta una colonia, dopo l’incendio del vulcano, quando applicava l’animo a ristorare di edifizii le guaste ed afflitte città della Campania (1193). Or passando a dire degli ordini della città, del suo governo, del suo culto e de' pubblici edifizii che vi sorgevano, ho speranza ragionarne con quell’esattezza che potrò maggiore, e con quella brevità che al mio disegno si conviene.

La città, come Atene ed altre città della Grecia era divisa in Fratrie (1194), associazioni religiose di famiglie, specie di confraternite. La fratria ateniese era la terza parte della tribù (1195). L'essere ascritto ad una fratria era segno fra gli Ateniesi di origine genuina (1196), e prima che il magistrato entrasse in carica dimandavasi s’egli era membro d’una fratria, dimanda che implicava quella di comunanza religiosa (1197). Non conosciamo né il numero delle fratrie né delle tribù della città nostra, almeno ne' primi tempi. In Atene vi erano XII tribù, nominate da eroi eponimi, le cui statue vedevansi nel Pritaneo (1198), o nella sede del senato della città. Ogni tribù avea un Prefetto, il quale scriveva il nome de' cittadini che vi si comprendevano (1199): i Tesinoteli con gli scribi eleggevano i giudici in ciascuna tribù, in cui erano ascritti (1200). Non altrimenti ebbe ad essere nella nostra Napoli dove le Fratrie, del pari che in Atene, Turio (1201) ed altre città, prendevano il nome da numi protettori, né si ha certa ricordanza che delle seguenti.

I. Degli Eumelidi (Ευμηλειδῶν). Comincerò da quella degli Eumelidi, riputata la più illustre ed antica. Ne serbarono memoria due pregevoli marmi, de' quali questo è il primo pubblicato da molti archeologi (1202):

ΕΥΜΗΛΟΝ. ΘΕΟΝ. ΠΑΤΡΩΟΝ

ΦΡΗΤΟΡΣΙΝ. ΕΥΜΗΛΕΙΔΩΝ

Τ. ΦΛΑΥΙΟΣ. ΠΙΟΣ.

ΦΡΟΝΤΙΣΤΗΣ. ΑΝΕΘΗΚΕΝ

ΣΙΝ. Τ. ΦΛΑΥΙΩΙ. ΤΕΚΝΩΙ

Si apprende adunque da questa epigrafe che T. Flavio Pio per la dignità forse di Curatore (Φροντιστης) del tempio che la Fratria degli Eumelidi gli accordava, dedicò in esso in suo nome e del figliuolo la statua del patrio nume Eumelo. Ma qual fosse questo nume o eroe non è sì facile affermare, ove non veggasi in esso quell'Eumelo che militò contro Troja (1203), e ch’ebbe regno in Fera, città della Pelasgiolide, dove i Pelasgi espulsi dal Peloponneso si stanziarono (1204). Il dotto scrittore patrio che fa tal conghiettura, ch’egli conferma co' nomi di Eumelide e di Fereziadi che Stazio e Silio Italico danno alla nostra città ed a' suoi antichi coloni (1205), crede che lo stesso Eumelo discendente di Ferete ve li conducesse dopo la guerra Trojana, allorché fu quasi tutta ridotta in servitù dagli Elioni la nazione pelasgica (1206). Ma, senza negare che qui furono Pelasgi, come in altre città della Campania, sotto il nome di Fereciadi (così leggesi nel poeta) sono indicati i Puteolani; ed anziché credere sotto il nome di Eumelo il greco eroe divinizzato, fu piuttosto, io mi avviso, un particolar nume de' Napolitani, nel quale fu personificato il fertile suolo della città, di squisiti pomi e frutta abbondevole, anziché copioso di greggi.

Ma che che vorrà pensarsene, l’altra iscrizione, che ci serbò ricordanza de' Fratori Eumelidi, è scolpita in un elegante cippo, per le nostre antiche memorie importante. E del pari riferito da più scrittori (1207), e parlando appresso de' giuochi della città, ne tornerà il discorso:

Τ. ΦΛΑΒΙΩΙ. Τ. ΥΙΩΙ

ΕΥΑΝΘΗΙ ΝΙΚΗΣΑΝΤΙ

ΙΤΑΛΙΚΑ ΡΩΜΑΙΑ ΣΕΒΑΣΤΑ

ΙΣΟΛΥΜΠΙΑ ΤΗΣ. м. Г.

ΙΤΑΛΙΔΟΣ, ΠΑΙΔΩΝ

ΠΟΛΙΤΙΚΩΝ. ΔΙΑΥΛΟΝ

ΑΝΑΘΕΝΤΙ ΕΝ ΤΗΙ ΦΡΗΤRIAI

ΑΝΔΡΙΑΝΤΑΣ. ΔΙΟΣΚΟΥΡΩΝ

ΣΥΝ. Τ. ΦΛΑΒΙΩΙ. ΖΩΣΙΜΟΙ

ΑΔΕΛΦΩΙ ΤΩ ΑΥΤΩ ΑΓΩΝΙ

ΤΑΓΜΑ ΝΙΚΗΣΑΝΤΙΚΑΙ

ΒΡΑΒΙΟΝ. ΛΑΒΟΝΤΙ

ΕΥΜΗΛΕΙΔΑΙ. ΦΡΗΤΟΡΕΣ

ΑΜΟΙΒΗΣ. ΕΝΕΚΕΝ

La Fratria degli Eumelidi, la quale occupava, come credesi, quella parte della nostra città, dove sorgono le chiese di S. Paolo, S. Lorenzo e il Duomo, adorò ancora Apollo, Cerere e i Dioscuri. Stazio ci rammenta questi numi degli antichi Napolitani (1208), e il tempio di Apollo di tutti io credo il più antico, edificatovi da' coloni Cumani, i quali vi riprodussero il culto della loro metropoli. Avveniva lo stesso nell'isola poiché celebre per un oracolo di Apollo, più antico di quello di Delfo, fu la città di Abe nella Focide (1209), d’onde i Traci o i Pelasgi passavano nell'isola, e il nome di Abanti imponevano a' più antichi abitatori (1210); e in quest'isola istessa, dalla quale gli antichi ripetono le origini di Canta, come Eretria e Tamina furono città sacre ad Apollo, così per la sede dell'oracolo di Apollo Selinunzio distinguevasi la città di Orobia (1211). Sulle rovine del resto del tempio di Apollo fa eretta sotto Costantino la Basilica della città intitolata al SALVATORE (1212), dappoi detta di S. Restituta, e le molte colonne antiche che l’abbelliscono, ne appalesano la magnificenza. Si ricordano dell'antico tempio un gran pezzo di muraglia laterizia sottostante alla cappella del Tesoro, e pavimenti a musaico scoperti presso del Coro. Di una pira da sacrificii fecesi la mensa marmorea dell'altare maggiore, e le due colonne di ordine corintio che stanno ai lati di esso altare e che prima sostenevano il grande arco, sul quale a musaico era effigiata l’immagine del SALVATORE (1213), appartennero allo stesso tempio: il quale credesi che avesse l’atrio e l’ingresso dove fu eretto il campanile, scavandosi le cui fondamenta tra rottami di architravi ed altre colonne lasciate sotterra la simile si rinvenne che fu coverta di fabbrica presso la piccola porta del tempio di S. Paolo (1214).

Un patrio scrittore il culto di Apollo nella città nostra crede tutt'uno con quello di Ebone (1215) che ci dimostrano le medaglie ed una lapida, e lo stesso secondo Macrobio che Bacco o Dioniso (1216), il quale sotto la figura stessa del toro a volto umano e barbato era adorato a Cizico (1217). Con Macrobio si accordano dotti nummologi (1218) ma altri chiari archeologi vi veggono per contrario il fiume Acheloo che ora col nome di Aspropotamo scorre nell’Acarnania (1219). Il culto della Sirena Partenope nella città favorisce questa seconda opinione, perché figliuole dell'Acheloo la favola poneva le Sirene; ed a conciliare del resto le due opposte attribuzioni con un dotto mitologo può dirsi, che i due culti dell’Acheloo e di Bacco in processo di tempo s’immedesimarono (1220), soprattutto perché un antico genealogista scriveva che Bacco era nudrito dalle Ninfe Iadi di Dodona (1221). Ma, o che Ebone fu lo stesso che Bacco, o che fu in vece l’Acheloo, egli sembra ch'ebbe tempio diverso da quello di Apollo, comeché ne' patrii scrittori non siavene rimembranza al pari di quello di Bacco, che Stazio distingue da Apollo. Ecco del resto un marmo, il quale conferma la testimonianza di Macrobio, e da luce alle antiche monete napolitane (1222):

ΗΒΩΝΙ ΕΠΙΦΑΝΕΣΤΑΤΩΙ ΘΕΩΙ

Γ. ΙΟΥΝΙΟΣ ΑΚΙΛΑΣ ΝΕΩΤΕΡΟΣ

ΣΤΡΑΤΕΥΣΑΜΕΝΟΣ ΕΠΙΤΡΟΠΕΥΣΑΣ

ΔΗΜΑΡΧΗΣΑΣ ΛΑΥΚΕΛΑΡΧΗΣΑΣ

Senza qui riferire le spiegazioni diverse date all'ultima parola dell'epigrafe, le quali innanzi addurremo ragionando de' diversi magistrati della città, or da essa ci basta conoscere che G. Giunio Aquila Giuniore, già Prefetto della milizia, Procuratore, Demarco ponevala ad Ebone nume chiarissimo, o presentissimo. Stava del resto davanti al tempio di Apollo un gran cavallo di bronzo, che alcuni scrittori han creduto sacro a Nettuno, altri forse con più di ragione simbolo delle città calcidiche (1223), quale fu la città nostra, fondata da’ Cumani di origine calcidese. In molto pregio in fatti i Calcidesi ebbero i cavalli, e siccome Aristotile scriveva che le colonie calcidiche furono spedite nell'epoca della dominazione de' Ippoboli o de' Cavalieri, egli è possibile che come simbolo ed insegna della metropoli il detto cavallo alzassero i Calcidesi se pure non è da attribuire ad un’origine anche più remota, al culto pelasgico di Nettuno, a cui era sacro il cavallo nelle medaglie di Larissa.

Come i Cumani innalzavano il tempio ad Apollo, gli Ateniesi ergevano certamente quello di Cerere, del quale i nostri scrittori indicano il sito nella chiesa di S. Gregorio Armeno, nello scavare le cui fondamenta si trovarono pareti, statue e pavimento di un tempio antichissimo, ed ivi presso il seguente marmo posto ad una sacerdotessa della dea (1224):

ΚΟΜΙΝΙΑΙ. ΠΛΟΥΤΟΓΕΝΕΙΑΙ ΙΕΡΕΙΑΙ ΔΗΜΗΤΡΟΣ ΘΕΣΜΟΦΟΡΟΥΣΗΣ

ΘΥΓΑΤΡΙ. ΓΥΝΑΙΚΙ, ΠΑΚΚΙΟΥ. ΚΑΛΗΔΟΥ ΑΡΧΟΝΤΙΚΟΥ. ΚΑΙ. ΜΗΤΡΙ

ΠΑΚΚΙΟΥ ΚΑΛΗΔΙΑΝΟΥ. ΑΓΟΡΑΝΟΜΙΚΟΥ ΜΑΜΜΗ. ΚΑΣΤΡΙΚΙΟΥ

ΠΟΛΛΙΩΝΟΣ ΑΡΧΟΝΤΙΚΟΥ. ΤΙ. ΚΑΣΤΡΙΚΙΟΣ. ΚΑΛΗΔΙΑΝΟΣ. ΔΗ

ΜΑΡΧΗΣΑΣ. ΠΡΟΜΑΜΜΗ, ΕΥΣΕΒΙΑΣ. ΕΝΕΚΑ.

ΔΟΓΜΑΤΙ. ΣΥΓΚΛΗΤΟΥ.

A Cominia Plutogenia, Sacerdotessa di Cerere legislatrice, figliuola di Paccio Caledo già Arconte, e madre di Paccio Calediano già Edile, avola di Castricio Pollione già Arconte, Tito Castricio Calediano già Demarco, alla bisavola, in testimonianza di pietà, per decreto emanato. E noto da Stazio che dopo Apollo sopra tutti gli altri numi i Napolitani adorarono Cerere, co' corsi lampadici onorata (1225) come la Sirena Partenope; e così celebre ne fu il culto, che i Romani solo dalle sacerdotesse di Napoli e di Velia quelle trasceglievano che appo loro consecravano alla stessa dea (1226).

Venti secoli non hanno ancora affatto distratto i nobili avanzi dell'ampio ed elegante portico del tempio di Castore e Polluce, trasformato nella chiesa di S. Paolo, davanti alla cui facciata si veggono due grandi colonne corintie, e i torsi colossali de' due numi. Fu eretto a’ Dioscuri e alla città (Partenope) da Tiberio Giulio Tarso, poscia mandato a compimento e dedicato a sue spese da Pelagone, liberto e procuratore di Augusto, come è noto dalla seguente epigrafe già posta nel vestibolo del Tempio (1227):

ΤΙΒΕΡΙΟΣ - ΙΟΥΛΙΟΣ ΤΑΡΣΟΣ · ΔΙΟΣΚΟΥΡΟΙΣ · ΚΑΙ ΤΗΙ · ΠΟΛΕΙ · ΤΟΝ

ΝΑΟΝ - ΚΑΙ ΤΑ ΕΝ ΤΩΙ ΝΑΩΙ · ΠΕΛΑΓΩΝ ΣΕΒΑΣΤΟΥ - ΑΠΕΛΕΥΘΕ

ΡΟΣ - ΚΑΙ · ΕΠΙΤΡΟΠΟΣ - ΣΥΝΤΕΛΕΣΑΣ · ΕΚ · ΤΩΝ ΙΔΙΩΝ · ΚΑΘΙΕΡΩΣΕΝ


Avendo i Napolitani addì 25 gennaro del 581, e addì 30 giugno del 788 ottenuto due grandi vittorie contro de' Longobardi (1228), in rendimento di grazie all'apostolo S. Paolo, al quale i mentovati giorni sono sacri, sulle rovine di questo gran tempio gli eressero una chiesa, che fu insieme dedicata a S. Pietro, come del simile tempio sacro a’ Dioscuri intervenne a Teate (1229). Né rimase nondimeno l’atrio scoverto, formato di sei colonne scannellate, sei di fronte, e due ne' lati delle volte. Poggiava su queste colonne un grande architrave con un cornicione di egregio lavoro, nel cui fregio in due linee a grandi lettere era scolpita l'addotta epigrafe. Su questo cornicione ergevasi un gran timpano, nel quale vedevasi egregiamente scolpito a mezzo rilievo Apollo nudo poggiato sul tripode tra due figure giacenti, la Terra cioè, o piuttosto la Campania personificata, ed il Sebeto. Altre immagini di numi erano fra queste, ma appena presso Apollo distinguer potevasi quella di Giove, e presso il fiume l’altra di Mercurio. Ne’ capi del cornicione e in su la cima del timpano sopra sodissime basi sorgevano grandi statue, due delle quali erano quelle di Castore e Polluce, di cui tuttavia si veggono i torsi a lati della facciata della nuova chiesa. Il gran tremuoto del 5 giugno 1688 fé’ andare in rovina il detto atrio,del quale appena rimangono due sole colonne, come per attestarci la magnificenza di questo antico tempio.

II. Degli Artemisii (Αρτεμισίῶν). In vicinanza della descritta Fratria seguiva l’altra delta degli Artemisii, e se ne ha testimonianza nella seguente lapida posta al Console e Proconsole L. Creperlio Procolo lor comune benefattore (1230):

Λ. ΚΡΕΠΕΡΛΙΟΝ · ΠΡΟΚΛΟΝ

ΥΠΑΤΟΝ · ΑΝΤΙΠΑΤΟΝ · ΤΩΝ. ΙΔΙΩΝ

ΕΥΕΡΓΕΤΗΝ

ΑΡΤΕΜΙΣΙΟΙ · ΦΡΗΤΟΡΕΣ

ΑΜΟΙΒΗΣ · ΧΑΡΙΝ

Non convengono gl'illustratori di questo marmo circa la spiegazione del nome di questa Fratria. Parve al Capaccio che così si nomiuasse dalla colonia degli Artemisii Rodii, all'Ignarra dagli Euboici del promontorio Artemisio, che fra gli altri dell'isola Eubea suppose passati da Cuma ad abitare la nostra città (1231), ed al Martorelli dal culto di Artemide o Diana qui adorata, come raccogliesi dalle medaglie coll'intera leggenda ΑΡΤΕΜΙΕ, o abbreviata APT e col tipo di una testa muliebre (1232). Questa opinione sembrami più certa delle altre, tanto più perche gli Eretriesi adorarono Diana, cognominata Amarinzia (1233), ed il promontorio Artemisio non fu denominato che dal tempio della dea (1234). Il tempio di Artemide o Diana, dal cui culto la detta Fratria pigliò il nome, sorgeva nel sito di S. Maria Maggiore o della Pietrasanta, edificata sulle rovine di esso nel 533 dai vescovo Pomponio, secondo la tradizione serbata nella iscrizione che vi si legge. La vicina strada ritenne il nome della Luna, e non solo un muro laterizio vi si vede dell'antico tempio, ma ancora nobili avanzi di esso, ciò sono un capitello d'una gran colonna d'ordine corintio di marmo pario, ora base del battistero, una sfinge di bellissimo lavoro di marmo rosso fuori la porta della chiesa, nonché altri rottami marmorei fabbricativi intorno e alla base del campanile (1235).

III. De’ Cumani (Κυμαίῶν). Abbiamo notizia di quest'altra Fratria nella iscrizione scolpita sopra un elegante cippo marmoreo, che sosteneva un tempo il battistero di S. Maria della Rotonda. Ricostruendosi la detta chiesa, ora abbandonata, fu salvato dalla distruzione dal Martorelli, il quale festevolmente ne narra la varia fortuna, ed ora conservasi nel R. Museo. È di greca scoltura, e diviso in quattro facce, nella prima delle quali è l’epigrafe; nella seconda è effigiato Vulcano; nella terza Bacco, e nella quarta Minerva loricata ed astata. L’iscrizione, divulgata ed illustrata da più antiquarii è come segue (1236):

М. КОКҚΗΙΟΣ ΣΕβαστοι

ΑΠΕΛΕΥΘΕΡΟΣ ΚΑΛλιστος

ΣΥΝ ΤΟΙΣ ΙΔΙΟΙΣ Τέκνοις

ΤΙΤΙΩ ΑΚΙΛΙΝΩ

ΚΑΙ ΦΛΑΥΙΩ ΚΡΗΣΚΗΝΤΙ

ΤΟΝ ΣΚΥΦΟΝ ΕΚ Λ. Ν

ΟΥ. Δ

ΘΕΟΙΣ ΦΡΗΤΟΡΣΙ ΚΥΜΑΙΩΝ

Μ. Coccejo Callisto, Liberto dell'Augusto (Nerva) co' figliuoli Tizio Aquilino e Flavio Crescente, uno scifo di L libre e di once IV a Numi della Fratria de Cumani (dedicò). Ingegnosa sarebbe la interpretazione del Martorelli, il quale stimò indicati gli Alessandrini adoratori di A nubi nella parola ΚΥΝΑΙΩΝ (1237), se nel marmo non si leggesse invece ΚΥΜΑΙΩΝ; e però non è dubbio che questa Fratria pigliò il nome decumani, fondatori della città (1238), come abbiamo già detto. L’antica statua del Nilo, che, restaurata, nella regione stessa sopra una grande base fu eretta nel 1733, fa credere con ragione del resto che gli Alessandrini in questa parte stanziassero della città nostra, dove anche sorgeva il comune tempio della detta fratria, nel quale egli sembra ancora che ad Iside ponesse l’iscrizione M. Opsio Navio Anniano, e statue innalzasse ad Oro Apollo ed Arpocrate, come la greca epigrafe ci attesta che vi fu pure scoperta (1239).

IV. Degli Antinoiti (Αντινοιτῶν). A breve distanza dalla descritta Fratria, ed ultima nell'ordine del tempo, un’altra ve n’ebbe la quale prese nome da Antinoo, celebre favorito di Adriano, se pur non fu tra le antiche, e mutando culto, mutò anche il nome per adulazione verso quell'Imperatore. Né serbò memoria la seguente lapida scavata in Roma nel primo anno del XVIII secolo presso la porta di S. Sebastiano (1240):

P. SVFENATI. P. F. PAL. MYRONI

EQVITI. ROMANO. DECV

RIALI. SCRIBARVM. AEDILI

VM. CVRVLIVM. LVPERCO, LAVRENTI

LAVINATI FRETRIACO. NEAPOLI. AΝΤΙ

ΝΟΙΤΟΝ. ET. EVNOSTIDON. DE

CVRIONI, IIII. VIRO. ALBA

NI. LONGANI. BOVILLEN

SES. DECVRIONES. OB. ΜΕ

RITA, EIVS, L. D. D. D.

È noto dalla storia che Adriano arse d'insano amore pel bellissimo Antinoo, il quale, affogatosi nel Nilo, e sepolto nella città di Besa nella Tebaide, che fu poi detta Besantinoo (1241), vi ebbe tempio e sacerdoti (1242). Imponeva Adriano che si adorasse come nume, e che templi gli s’innalzassero e giuochi pubblici si celebrassero in memoria di lui, come in Atene, ed Eleusi (1243). Nella detta città egizia, dove dava oracoli (1244), come a Mantinea erano annue iniziazioni a' suoi misteri (1245), fu il principale tempio del nuovo nume, e di là sene diffondeva il culto nell'Impero. Prevedendo l’Imperatore che si potesse colla sua morte dismettere, con un editto ordinava che fosse perpetuo (1246); né gli fallì quasi la speranza, perciocché ne duravano gli adoratori sotto Valentiniano (1247), e si sa da Clemente Alessandrino che al suo tempo con reo culto tuttavia si celebravano le notti di Antinoo (1248). Gli antichi Napolitani adunque, addetti al medesimo culto, la delta Fratria intitolarono al celebre cinedo di Adriano, ed il tempio che in grazia dell'Imperatore gl'innalzarono, credesi poi convertito nella chiesa di S. Giovanni Maggiore (1249). Un’elegantissima immagine di Antinoo vi si scoperse, e si è sostenuto altresì che fossevi stato piuttosto un Panteone, od un tempio da Adriano a tutti i numi dedicato (1250), se pure non fu prima sacro al solo Bacco, del quale si mutò il culto in quello di Antinoo, perché Pausania scrive che molto rassomigliavano al greco nume i simulacri del celebre favorito di Adriano che si vedevano nel Ginnasio di Mantinea.

Degli Eunostidi (Εὐνοςιδῶν). Oltre alla memoria di questa Fratria nell'ultima addotta epigrafe, leggesi ancora in quest’altra, scolpita nell'altra faccia della lapida (1251):

P. SVFENATI. P. F

PAL. SEVERO. SEMPRO

NIANO. DECVRIALI

SCRIBARVM. AEDILIVM. CVRV

LIVM. FRETRIACO. NEAPOLI, EV

NOSTIDON. DECVKIONI. ET

SACERDOTI. APOLLI

NIS. ALBANI. LONGA

NI, BOVILLENSES. OB. MERI

TA. SVFENATIS. HER

METIS. PATRIS. EIVS

L. D. D. D

Questa Fratria si denominò adunque da Eunosto eroe di Tanagra, città della Beozia (1252), e fa credere che fra gli altri Greci, i quali accrebbero secondo Strabone la città nostra, vi furono ancora i Tanagli. L'antico simulacro di Orione, nume e costellazione invocata dagli antichi navigatori, perché apportatrice di nembi e di procelle (1253), e che i Napolitani ponevano dappresso al porto (1254), conferma tal conghiettura, essendo noto il culto di questo nume nella stessa città di Tanagra, come l’origine della sua favola nella Beozia (1255). Nel nobile marmo di Tettia Casta che in parte appresso addurremo, parlasi ancora del mese Leneone, una festa celebrata in onore di Leneo o di Bacco, cosi detto da' Beozii (1256); e ci disvela non solo la Fratria degli Eunostidi, ma ancora il lor comune ipogeo nel borgo fà Vergini la iscrizione bilingue, ivi con altre scavata nel 1790, e che in seguito sarà riferita dove tratteremo de' sepolcri della città.

VI. Degli Aristei (Αρισαίῶν). La memoria di quest’altra Fratria è in uno psefisma, o legge della medesima, scolpito in un marmo riferito dal Martorelli e dal Grutero (1257), ed importante per la cognizione dell'economico governo delle nostre Fratrie:

ΑΡΙΣΤΩΝΟΣ TOT ουΑΛΕΡΙΑΣ

ΜΟΥΣΗΣ ΤΗΣ ΕΑΥΓΟΥ ΓΥΝΑΙΚΟΣ. ΜΗ ΕΞΟΥΣΙΑΝ ΕΧΕΤΩ.

ΣΑΝ Ο ΦΡΗΤΑΡΧΟΣ Η ΟΙ ΧΑΛΚΟΛΟΓΟΙ Η Ο ΦΡΟΝΤΙΣΤΗΣ Η ΟΙ ΔΙΟΙ.

ΚΗΤΑΙ Η ΑΛΛΟΣ ΤΙΣ ΤΗΣ ΦΡΗΤPIAS ΤΗΣ ΑΡΙΣΤΑΙΩΝ ΤΗΝ ΘΥΣΙΑΝ

Η ΤΟ ΔΕΙΠΝΟΝ ΥΠΕΡΤΙΘΕΣΘΑΙ ΠΑΡΑ ΤΑΣ ΤΕΤΑΓΜΕΝΑΣ ΗΜΕΡΑΣ

In proposito di un Aristone e Valeria Musa di lui moglie la Fratria decretava: Non abbia potestà il Fretarco, o i Calcologi, o il Frontista, o i Diiccti, o chiunque altro della Fratria degli Aristici, di aggiugnere sacrificio o cena oltre i determinati giorni, colle altre disposizioni che non fanno ora pel nostro subbietto. Si avvisò il Mazocchi che prendesse nome dal culto di Marte (Αρης), il Martorelli da qualche egregia virtù dell'animo o del corpo di coloro che vi erano ascritti, per essere la voce άριτος di ampio significato (1258): ma l'Ignarra che meglio di tutti in questa notizia delle Fratrie ci serve di guida, pensò piuttosto che si dominasse dal culto di Diana, dagli Ateniesi venerata sotto il nome di Arista (1259). Secondo questa opinione vi sarebbero state due Fratrie, le quali prendevano il nome dal culto della stessa Dea; il che non parmi verisimile, e credo piuttosto che si denominasse dal culto di Aristea, il quale tenevasi qual figliuolo di Apollo, principal nume de' Napolitani, ed anzi per lo stesso Apollo (1260). A questo culto stesso accennerebbe altresì una medaglia di bronzo, la quale rappresenta un capo imberbe e nudo con dietro una stella, e nel rovescio un cavaliere colla leggenda NEOIQAIΤΟΝ (sic), e nell'area PO (1261). In questo sì è da convenire col lodato scrittore che questa Fratria non fu detta dagli Agarici, come scriveva il Wan-Dale, né che due Fratrie vi furono, una degli Aristei, l’altra degli Agami, come sostenne il Martorelli, ingannato come lo scrittore olandese dalla voce ἀγαῤῥις (conventus ), che più volte ricorre nel marmo.

VII. De' Panelidi (Πανηλείδῶν). Un marmo, scoverto nel 1744 presso la chiesa di S. Cosmo e Damiano, e pubblicato la prima volta dal Martorelli, ci serbò notizia di quest’altra Fratria. In esso si legge;

Γ. ΚΑΛΠΟΥΡΝΙΟΣ

ΦΗΛΙΞ

ΤΑ - ΕΡΕΙΣΜΑΤΑ · ΚΑΙ ΤΗΝ OPO

ΦΗΝ · ΚΑΙ. ΤΑ. ΕΞΩ · ΤΟΥ · ΑΓΟΡΕΥΤΗΡΙΟΥ

ΤΗ - ΙΔΙΑ - ΔΑΠΑΝΗ · ΦΡΗΤΟΡΣΙ • ΠΑΝΗΛΕΙΔΩΝ

Il Martorelli nella terza linea lesse ΧΡΕΙΣΜΑΤΑ, e nell'ultima parola dell'ultima linea ΠΑΝΚΛΕΙΔΩΝ, e però sostenne che questa Fratria si dicesse de' Panelidi (1262), per ogni ornamento rifulgenti e illustri. Ma con ottime ragioni l’Ignarra avvisandosi doversi leggere ΕΡΕΙΣΜΑΤΑ Ε ΠΑΝΗΛΕΙΔΩΝ, devesi con lui altramente le due parole tradurre (1263). Difficile è intanto affermare onde questa fratria prendesse il nome. Il citato scrittore congettura che l’ebbe dagli Elidensi Epei, i quali o vennero direttamente a stabilirsi con gli altri Greci nella città nostra, o furono di quelli, ne' quali Dionigi d’Alicarnasso riconobbe i protoparenti degli Albani (1264); e secondo questa spiegazione, la quale per vero altra ne ricerca, la Fratria sarebbesi denominata dalla riunione di tutti gli Elidi della città, come Panionio si disse il luogo dove si ragunavano tutti gli Ionii, e Panlazio quello di tutti i popoli latini (1265). L’iscrizione del resto non è molto antica, come è manifesto dal nome di Calpurnio Felice, alla cui memoria la Fratria si mostra grata per averle edificato i contrafforti, il letto ed altre opere fuori dell'Agoreoterio, o della Curia.

VIII. Degli Enonei, o Ebonei (Οίνωναίων, Ηβωνιοναιῶν). La notizia di quest'altra Fratria raccogliesi dal seguente marmo pubblicalo la prima volta dal Capaccio (1266):

Η ΦΡΗΤPIA HOΝΙΟΝΑΕΩΝ ΛΕΥΚΙΟΝ

ΕΡΕΝΝΙΟΝ ΠΥΘΩΝΟΣ ΥΙΟΝ ΑΡΙΣΤΟΝ

ΑΡΕΤΗΣ ΕΝΕΚΕΝ ΚΑΙ ΕΥΕΡΓΕΣΙΑΣ

ΔΗΜΑΡΧΗΣΑΝΤΑ ΛΑΥΚΕΛΑΡΧΗΣΑΝ

ΤΑ ΓΡΑΜΜΑΤΙΣΑΝΤΑ ΑΡΞΑΝΤΑ ΤΟΝ

ΠΕΝΤΑΗΤΗΡΙΚΟΝ ΘΕΟΙΣ


Non è molto facile il determinare la vera lezione delle paro-

le HONIONAΕΩΝ nella prima linea, e ΛΑΥΚΕΛΑΡΧΗΣΑΝΤΑ nella quarta di questa iscrizione, della quale alcuna spiegazione non dava il lodato scrittore. Il Mazocchi parla della Fratria che prese nome da Ebone, di cui dichiara aver trascritto il marmo che non adduce (1267), e che perciò sembra il già riferito, nel quale egli legge ΗΒΩΝΙΟΝΑΙΩΝ. Di questa opinione stessa fu un altro patrio scrittore, il quale contro l’avviso del Reinesio dice che prese nome da Ebone, o Bacco (1268), del quale abbiamo già addotto un altro marmo. Ma se non si può con certezza preferire la detta lezione, quella di ΤΩΝ ΙΟΝΑΙΩΝ sostenuta dal Martorelli (1269) più si discosta dalla fede del marmo, dalla quale non dipartendosi l'Ignarra, conchiude che prese nome dagli Ateniesi, e da quelli propriamente che abitarono il pago Enone nell'Attica, comeché non si fosse negli antichi tempi diversamente nominata anche l’isola di Egina (1270). Questo dotto scrittore interpreta appresso per magistrato che soprintendeva a pubblico certame, equestre o marittimo, la dignità di Laucelarca, ch’è l’altra voce di dubbio significato nell'epigrafe, e che sebbene il Reinesio legga ΝΑΥΚΕΛΑΡΧΗΣΑΝΤΑ, e spiega con lungo comento per chi sopraintendeva alle cose del mare (1271), richiede nondimeno ulteriori spiegazioni.

ΙΧ. De' Teotadi (Θεωταδαιῶν). La memoria di quest’altra Fratria ci fu serbata dalla seguente epigrafe (1272):

ΘΕΟΙΣ - ΣΕΒ • ΚΑΙ • ΘΕΟΙΣ • ΦΡΗΤΡΙΟΙΣ • ΘΕΩΤΑΔΑΙ

La falsa lezione ΘΕΩΤΕ ΔΑΙΜ del primo de' citati scrittori fu cagione che i patrii archeologi andassero in diverse sentenze e conghietture per ispiegarla. Inutile è l’addurre le lor diverse opinioni (1273), perché svaniscono all'addotta lezione del marmo, prima smarrito e non ha guari rinvenuto e serbato nel Real Museo. Dall'epigrafe adunque chiaro si raccoglie che fu nella nostra città la Fratria de' Teotadi, la quale un Tempio innalzava a' Dei Sebasti o Augusti, e a' Numi fratrii protettori. Con valide ragioni un ch. nostro archeologo sostiene che ne' primi sono da intendere Vespasiano e Tito (1274); ma donde prendessero il nome i Teotadi è sconosciuto, se non fu da qualche rinomata gente, o famiglia della città. Questo sappiam bene che il marmo, scolpito in lettere di bella forma e palmari, formava l’architrave della porta del Tempio, il quale forse sorgeva nel luogo stesso dove l’epigrafe si è scoperta, cioè nell'atrio del Banco della Pietà. Non cadendo dubbio sulla parte ch’ebbero i coloni Ateniesi nel governo civile e politico della città nostra, vi furono forse tante fratrie quanti demi si contavano in Atene; ma oltre le già ricordate e descritte, altra memoria non ne somministrano i marmi, avendo già l’Ignarra confutate le opinioni del Martorelli, il quale XII ne annoverava contro la genuina lezione di essi. Forse non meno di tante ve n’ebbero; ma, oltre le già dette, sconosciuti sono i nomi loro, dappoiché ne mancano i monumenti. Dalle greche fratrie del resto alcuni scrittori derivano gli antichi sedili della città, soprattutto perché essendo anche detti tocchi, si è creduta questa voce alterata dal greco Zumi. I grandi tocchi, di più antica istituzione, paragona il Niebuhr alle tribù, i piccoli alle curie (1275).

Oltre i descritti templi, che come spettanti alle Fratrie, dir possiamo i maggiori della città, altri ancora ve ne furono, a giudicarne dalla tradizione e da altre lapide, le quali altri numi ci ricordano dagli antichi Napolitani. Degli adoratori di Giovo è me moria in questa epigrafe posta al duumviro N. Pezio Rufo, il quale sostenne nella città varii uffizii municipali (1276):

N. PECTIO. N. FIL. RVFO

IIVIRO. QUAEST. ALIMENT

CVR. PEC. PVBLICAE. CVRATOR

FRVM. CVLTORES. IOVIS. OB

MERITA, EIVS. L. D. D. D.

Si ricordano in quest’altra, se pur non è da giudicar di Puteoli. i giuochi che in onore di Nerone ed Agrippina, nonché del massimo de' numi e del Genio della Colonia celebrarono gli Augustali (1277):

Q. VOLVSIO SATURNO

P. CORNELIO, SCIP. COSS.

AVGVSTALES

QVI NERONI CLAVDIO CAESARI

ET AGRIPPINAE AVGVSTAE

I. O. M. ET GENIO COLONIAE

LVDOS FECERE XIII XII KAL. MART.

C. TANTILLVS CC. L. HYLA. CN. POLLIVS

CN. L. VICTOR. C. IVLIVS C. GLAPHYRIOS

CVRATGRIBVS III. II.

Ed a questo medesimo nume sembrano riferirsi queste altre iscrizioni, scolpite in due facce di un’ara votiva, nelle quali Giove è distinto coll'attributo di EIATIO (1278):

F. FLAVIVS. ANTIPATER

VNA. CVM. FLAVIA. ARTEMISIA. VXORE

ET. ALCIDE. LIB.

ASCLEPIVM. ET. HYGIAM. JOVI. EIATIO. VOTVM

T. FLAVIVS. ANTIPATER

VNA, CVM. FLAVIA, ARTEMISIA. VXORE

JOVI, EIATIO. VOTVM. LIBENS, SOLVIT.

Questo Giove Eiazio con dotti scrittori io credo lo stesso che Giove Evazio, o Sabazio (1279), e meno naturale, comeché dotta, parmi la interpretazione del Mazocchi, il quale nelle riferite iscrizioni leggendo Iovi Piazzo, interpetrò Iovi Tonanti, e si avvisò che con tal nome s’intendesse il Vesuvio, che lasciati incolumi in una delle sue eruzioni coloro che gli sciolsero il voto, ebbe consecrate nel suo tempio le statue di Esculapio e d’Igia (1280) Di questo non può dubitarsi col lodato scrittore che la lapida fu posta al tempo di Tito o Vespasiano, e forse da liberti di questi Imperatori. Ma che che altri vorrà pensarne, io non credo potersi con certezza additare il sito del tempio di Giove nella città nostra. Senza recarne pruova, scriveva il Giordano che si alzasse nel sito della chiesa de' SS. Apostoli; ma ivi fu, come diremo, più probabilmente quello di Mercurio. Non fu nemmeno in quella di S. Agnello (1281), perché vi sorgeva il tempio della Fortuna,eA. è forse da crederlo nella chiesa de' Gerolomini, così pe’ vestigi di antiche fabbriche, come per le colonne di pietre antichissime ed ornati di marmi ricordativi dal Celano (1282). Egli è il vero che questo medesimo scrittore dice che dubitavasi se si appartenesse a Marte o a Mercurio; ma altrove furono questi due templi, ed il primo, pel costume degli antichi Cristiani di dedicare agli Angeli i templi di Marte, servì di sostruzione alla chiesa di S. Michele Arcangelo, in rendimento di grazie della vittoria che i Napolitani ottennero su' Longobardi nel 581 (1283), e sopra dell'altro fu eretto quello de' S£ Apostoli, sì perché alcuni cippi e lapide vi si scopersero che portavano scolpito il caduceo di Mercurio, e sì ancora perché essendo questo dio il nunzio ο l’apostolo de' numi, fu di leggieri trasmutato in quello de' veri Apostoli (1284). Se non che un altro scrittore il medesimo tempio attribuisce a Bacco, perché il celebre vaso bacchico vi si rinvenne, che fu convertito in battistero nella Cattedrale (1285). Né ruderi né lapide ricordano gli scrittori patrii che ci diano contezza di un tempio sacro ad Ercole; ma dall'edicola di S. Maria ad Ercole, nella città edificata sin dal VI secolo (1286), congetturano che sorgesse il detto tempio, da cui prese il nome (1287). A’ quali templi un altro almeno è forse da aggiugnere, di affatto ignota situazione, quello dir voglio di Venere, di cui un sacerdote ci ricorda la seguente epigrafe (1288), la quale per l’ignoto ufizio del Laucelarca fa riscontro coll'altra che fu posta a L. Erennio (1289):

ΝΕΟΠΟΛΙΤΑΙ ΣΕΛΕΥΚΟΝ ΤΟΝ ΣΕΛΕΥΚΟΥ ΔΙΣ ΤΥΜΝΑΣΙΑΡ

ΧΟΝ ΑΡΞΑΝΤΑ ΤΕΣΣΑΡΩΝ ΑΝΔΡΩΝ ΛΑΥΚΕΛΑΡΧΗΣΑΝΤΑ

ΑΡΧΟΝΤΑ ΤΩΝ ΔΙΑΠΕΝΤΕ ΕΤΩΝ ΤΙΜΗΤΙΚΩΝ ΙΕΡΕΑ

ΑΦΡΟΔΙΤΗΣ ΕΥΝΟΙΑΣ (ΧΑΡΙΝ ). ΘΕΟΣ

I Napoletani (onorano di una statua) Seleuco, figliuol di Seleuco, due volte Ginnasiarca, Quatuorviro, Laucelarca, Quinquennale onorario, Sacerdote di Venere, in testimonianza di benevolenza. A' Numi.

Quanto abbiam detto de' diversi numi di Napoli non altronde maggior lume riceve che dalle sue monete, le quali in gran numero descritte da' dotti nummologi (1290) per la varietà de' simboli del rovescio, quasi tutte presentano le divinità ricordate. Ve ne ha d'oro, argento e bronzo, ed hanno la intera leggenda ΝΕΟΠΟ. ΛΙΟ, ΝΕΟΠΟΛΙΤΗΣ, ΝΕΟΠΟΛΙΤΩΝ, ο abbreviata ΝΕΩΠ, ΝΕΩΠΟΛΙΤ е simili, ed anche colla leggenda dorica bustrophedon NEODOLI ZAT Neopolitas, la più antica di tutte, la quale dimostra a giudizio dell’Eckhel, che anche i Greci di stirpe dorica furono tra gli antichi coloni della città, contro la sentenza del Matterelli, il quale sostenne che i soli Attici vi si stabilirono. Vedesi nel dritto di tali monete la testa di Apollo laureato, nume archegete delle colonie calcidiche, co' noti simboli del tripode, della cortina e della lira, nonché con gli astri allusivi a' Dioscuri; quella di Pallado per lo più galeata, come sulla più antica moneta di Cuma, con serto di olivo, e civetta incisa nella galea, ed anche espressa in antico stile con lunghi capelli raccolti dal diadema e col simbolo del polipo, tipo del pari imitato da quello di Cuma; quella di Ercole giovine con la clava, tipo attinto dalla simile moneta di Taranto, a cagione dell'alleanza con questa città, della quale appresso sarà detto nella descrizione di Palepoli. Presentano nel rovescio il toro andropocefalo (1291) coronato dalla Vittoria co' tanti e diversi nomi abbreviati de' magistrati della città nel campo, tipo più comune nella moneta di bronzo, veggendosi in quella di argento o colla sola testa, o effigialo per metà, ed i simboli inoltre del tripode, del tridente, del delfino, del caduceo, della fiaccola, di un termine di Priapo, della cicogna, della civetta, del diota, di un grappolo, di un gallo e di altri molti che per brevità tralascio. Oltre di queste ve ne ha non poche, in cui si vede una vaghissima testa muliebre colla chioma all'uso greco ornata di diadema e con monile e pendenti, e perché senza alcun simbolo da potersi riferire a Diana, o a qualcuna delle Grazie, tenuta a ragione della Sirena Partenope, dietro la quale vedesi talvolta una Sfinge, od un uomo che protende un’asta, od una figura galeata portante una fiaccola, od anche una donna con fiaccole in ambe le mani, o la testa del sole radiata, per accennare forse alla colonia de' Rodii, i quali il sole adoravano (1292). Questa stessa testa muliebre vedesi anche ornata di corona turrita in altra medaglia, che nel rovescio ha i Dioscuri; né mancano di quelle che avendo nel dritto una testa imberbe con accanto una stella, offrono nel rovescio un cavallo corrente. In alcune vedesi un elefante che innalza la proboscide sul tripode di Apollo, in memoria certamente della tentata occupazione di Annibale, e spesso ancora un cornucopia, in segno dell'abbondevole e fertile agro della città, al riferir di Dionigi Periegete, onusto di spigose manne (1293).

Passando a descrivere altri monumenti certi che gli antichi ci rimembrano e gli scrittori patrii, cominceremo da uno dei più celebri, dal preteso sepolcro della Sirena Partenope. Come in sul promontorio Circeo mostravasi la tomba di Elpenore, compagno di Ulisse (1294), in una delle isole Diomedee quello del re di Etolia, così pure vedevasi in Napoli il monumento di Partenope (1295). Se non vogliam dipartirci dalla testimonianza di Strabone, dobbiam credere alterata la tradizione di altri scrittori, i quali dicono che vi si mostrava in vece il sepolcro della Sirena (1296). Il greco geografo adoperò la voce μνῆμα monumento, non già τάφος sepolcro, così che è da intendere, io credo, un semplice cenotafio eretto alla memoria della favolosa fondatrice, che il volgo degli antichi teneva per sepolcro della Sirena, e il volgo degli scrittori patrii per avello di Partenope figliuola di Eumelo. Ma Suida dice solo che vi si mostrava la statua della Sirena Partenope, quella stessa, a giudizio di uno storico, che con molti antichi monumenti trasferiva in Ispagna il Viceré Parafan de Ribera (1297). Certo è che Partenope ebbe in Napoli da' più remoti tempi i divini onori: come dea vi fu venerata in un tempio, nel quale dava oracoli, ed era onorata con certami e sacrifizii di buoi (1298). Dell’adorazione di Partenope parlano ancora altri antichi scrittori, ed è nolo soprattutto da Eustazio che tale era in Napoli la Sirena Partenope quale Venere in Cipro (1299); ma altro non so dirne col nostro Stazio, se non che al tempo di Domiziano quasi abbandonato e diruto erane il Tempio (1300), e che perciò ne' primi tempi dell'Impero ne venne mancando il culto. Gli storici patrii tuttavia disputano dove questo sepolcro, monumento o tempio s’innalzasse. La più comune opinione è che sorgesse in sul piccolo colle, dove fu poi eretta la chiesa di S. Agnello (1301); ma di tal parere non vi sono pruove, e le rovine dell'antico tempio che ivi si ricordano, appartennero a quello della Fortuna, o del Genio tutelare della città, come fece manifesto la seguente epigrafe nel detto sito scoperta (1302).

Μ. ΜΑΡΙΟΣ. ΕΠΙΚΤΗΤΟΣ

ΤΗΙ. ΤΥΧΗΙ

ΝΕΑΣΠΟΛΕΟΣ

ΧΑΡΙΣΤΗΡΙΟΝ

ΑΝΕΘΗΚΕΝ

M. Mario Epitteto, rendendo grazie alla Fortuna Napolitana, dedicò il dono. Questa Fortuna, la stessa che la città personificata, era rappresentata qual donna alata e turrita sedente, col Sebeto nuotante a' suoi piedi (1303), ed in tempi men remoti ebbe ad edificarsene il tempio. Se del resto dalla Sirena Partenope prese il nome, come io non dubito, la prossima e più antica città di Palepoli, e quella stessa che fu prima detta Fulcro, nel recinto di questa, anziché in quello di Napoli, doveva trovarsene il monumento, e dove propriamente fosse lascio ad altri il conghietturarlo.

Oltre i mentovati edifizii, i Teatri, il Ginnasio, i collegi degli Efebi, un grande Portico segnalarono questa piccola, ma insigne città della Campania. Due teatri vi furono, uno coverto che i Greci dissero Odeo, l'altro scoverto, e di entrambi lasciava memoria Stazio, celebrando le magnificenze di Napoli (1304). Tra i plausi de' soldati e del volgo de' vicini luoghi più che de' Napolitani stessi per più giorni in uno di questi teatri cantava Nerone, né con tutto che per un tremuoto, quello stesso del 63 av. G. C., tutto quanto si scotesse, si rimase di cantarvi il carme incominciato al suono de' citaredi (1305).

In vicinanza del Foro stava il primo di questi teatri, e tuttavia ne rimangono ed arcate e grandiosi ruderi laterizii nel rione della città, già prima detto del Teatro, ed ora Anticaglia dagli stessi avanzi, gran parte de' quali rimasero occupati dal monistero di S. Paolo e da altri prossimi edifizii (1306); ma dove fosse il teatro scoverto non vi è la menoma ricordanza, comeché non debbo lasciar di dire che alcuni scrittori, senza ammettere due teatri, la testimonianza di Stazio applicano alle parti diverse di un solo edifizio, ed il teatro coverto intendono della scena, lo scoverto della palestra (1307). Passalo adunque il teatro, od uno de' due teatri, era la scuola del filosofo Metronatte, frequentata già da Seneca (1308), ed in luogo del pari ignoto; e nella vicinanza stessa del teatro coverto credesi che fosse il Circo, che Stazio altrove ricorda assieme al Teatro, e di cui come i numi tutelari furono i Dioscuri adorati nel prossimo tempio (1309).

Dove ora sorge la chiesa di S. Lorenzo fu la Basilica della città, cognominata Augustana, perché forse ristorata da Augusto la quale stava fra il Teatro. ed il Ginnasio. Una lapida che già vedevasi nella corte del palazzo Spatafora, conteneva un decreto del Senato di Napoli, in cui ricordavasi la Curia della Basilica Augustana (1310): la strada che corre davanti la mentovata chiesa da essa Basilica fu detta Augustale e nel rifarsi alcune fabbriche di quel monistero non pochi ruderi si scopersero di muraglie laterizie, avanzi della Basilica (1311), nella quale è fama che risedessero i Duchi della città sotto il greco Impero. E continuò questo antico edilizio a servire di pubblico palagio della città, nel quale per trattare le pubbliche bisogne i Nobili e i Popolani si riunivano, infino a che Carlo I di Angiò sotto specie di divozione, ma nel fatto per abolire ogni pubblica riunione di essi, fecelo abbattere per edificarvi la chiesa di S. Lorenzo (1312).

Non uno, ma più Ginnasii, riferisce Strabone essere stati nella città nostra (1313). Ricordando Pausania quello de' Pellenci nell'Acaja, dice che il ginnasio era destinalo alla istruzione degli Efebi, o de' giovini, e non potevasi essere ascritto nel censo de' cittadini senza esser prima divenuto Efebo (1314). Perciò Strabone soggiugne ch'erano in Napoli de' collegi di giovini (Εφηβεῖα), i quali, come in Grecia, vi si esercitavano a! pancrazio e ad altri giuochi, e si può bene affermare che le statue li adornassero de' vincitori, come Pausania riferisce di quello de' Pellenci. Ma se più furono i ginnasii della nostra città, appena di un solo additar si possono gli avanzi nel così detto Portico de' Caserti presso Castel Capuano. Nel primo vicolo allato al detto portico può il curioso de' patrii monumenti tuttavia ravvisarne i ruderi delle antiche muraglie, e nel secondo un grande arco di mattoni riquadrati si osserva, che ancor doveane far parte (1315). Tali rovine chi attribuiva, è già tempo, alle terme, che del resto si costruivano d'appresso a' ginnasii, chi all'anfiteatro (1316), che non fu nella città, od almeno il ginnasio stesso servì poscia sotto gli ultimi Imperatori pe combattimenti gladiatori!, a crederne la seguente iscrizione (1317):

L. EGNATIO. INVENTO. PATRI

L. EGNATII. POLLII, RVFI

HONORATI. EQVO. PVB.

AB IMPERATORIBVS. ANTONINO, ET. VERO. AVG

HIC. OBLITERATO, MVNERIS. SPECTACULO

IMPERATA. EDITIONE, AB. INDVLG. MAX. PRINCIPIS

DIEM. GLADIATOR VM. ET. OMNEM. APPARATVM

PECUNIA. SVA. EDIDIT. COLONI. ET. INCOLAE

OB. MVNIFICENTIAM. EIVS

L. D. D. D.

In sul muro del resto della chiesa dell'Annunziata, di contro al monistero di S. Maria Egiziaca a Forcelle, vedesi una mutila, iscrizione bilingue, la quale, perché scoperta presso il Ginnasio, con ragione si crede che ne ricordi la restaurazione per opera di Tito Vespasiano. Primo a supplirla fu il Mazocchi, alla cui interpretazione seguirono quelle del Martorelli e dell'Ignarra. Senza trattenermi su’ titoli che in essa si davano a Tito, rispetto ai quali dal Mazocchi non disconvengono gran fatto gli altri dotti interpetri, laddove il primo fu pago a supporre che l’Imperatore restaurasse le abbattute fabbriche per cagione delle scosse vesuviane, o del tremuoto che di 13 anni precesse la celebre eruzione (1318) onde furon distrutte Ercolano e Pompei, il Martorelli si avvisò che facessevi rialzare le statue, l’Ignarra che ricostruisse le Terme ed il Ginnasio stesso. Potrà chi ne è vago tali restituzioni osservare nelle opere de' lodati scrittori; a me basta qui riferire quella dell'Ignarra, che mi è paruta la più verisimile (1319):

Αυτοκρατωρ ΤΙΤΟΣ ΚΑΙΣΑΡ

Θεου Ουεσπασιανου υιος ΟΥΕΣΠΑΣΙΑΝΟΣ ΣΕΒΑΣΤΟΣ

Αρχιερευς Μεγιστος ΔημαρχΙΚΗΣ ΕΞΟΥΣ ΙΑΣ ΤΟ Ι

Αυτοκρατωρ το ΙΙ Πατηρ ΠατριδΟΣ ΥΠΑΤΟΣ ΤΟ Η ΤΕΙΜΗΤΗΣ

Εν Νεαι Πολει Δημαρχησας ΑγωνοΘΕΤΗΣΑΣ ΤΟ Γ ΓΥΜΝΑΣΙΑΡΧΗΣΑΣ

Θερμας καὶ Γυμνασιον υπο Σεισμων σΥΜΠΕΣΟΝΤΑ ΑΠΟΚΑΤΕΣΤΗΣΕΝ

Imp. T. Caesar. Divi. VespasiaNI. F. VESPASIANVS. AVG

Pont. Max. Tr. P. X. Imp. XIII. COS. VIII. CENSOR. P. P.

Thermas. Et. Gymnasium. Terrae. MOTIBVS. CONLAPSA, RESTITVIT

Presso del Ginnasio e del già mentovato monistero di S. Maria Egiziaca, se non nel sito del monistero stesso, sembrami che sorgesse il sacro collegio di donne, molto probabilmente addette al culto e a' misteri di Cerere Tesmofora. Né serbò memoria una mutila epigrafe, la quale, scoperta nel 1612 nel diroccarsi alcune case del detto monistero (1320), venne fabbricata alla sinistra della porta, dove tuttavia si vede. Si contengono in questo marmo tre decreti del Senato di Napoli, fatti sotto Domiziano per TETTIA CASTA, sacerdotessa a vita del mentovato sacro collegio, la quale dopo la sua prematura morte, a cagione della sua munificenza per la spesa che sostenne di alcune statue di argento, fu onorata ai una statua, di un clipeo dorato, di un’aurea corona, nonché di un onorevole e distinto luogo di sepolcro. Potendo i curiosi delle patrie antichità ricorrere alla dotta illustrazione fallane da uno de' nostri ch. archeologi (1321), bastami riferire il solo primo decreto del 14 del mese di Leneone (6 febbrajo), ch’è il seguente:

ΤΕΤΤΙΑΙ ΚΑΣΤΑΙ ΙΕΡΕΙΑΙ Τοῦ

ΤΩΝ ΓΥΝΑΙΚΩΝ ΟΙΚΟΥ ΔΙΑ ΒΙΟΥ ΨΗφίσματα.

ΕΠΙ ΥΠΑΤΩΝ ΚΑΙΣΑΡΟΣ ΣΕΒASTOΥ ΥΙΟΥ ΔΟΜΙΤΙανου το.... και

ΟΥΑΛΕΡΙΟΥ ΦΗΣΤΟΥ - ΙΔ ΛΗΝΑΙΩΝΟΣ - ΓΡΑΦ. παρησαν

ΛΟΥΚΙΟΣ ΦΡΟΥΙΙ ΚΟΡΝΗΛΙΟΣ ΚΕΡΙΑΛΙΣ ΙΟΥΝΙΟς Αχιλλας

ΠΕΡΙ ΟΥ ΠΡΟΣΑΝΗΝΕΝΚΕΝ ΤΟΙΣ ΕΝ ΠΡΟΣΚΛΗΤΩΙ ΤΡΑΝΚΟΥΙΛΛΙΟΣ

ΡΟΥΦΟΣ Ο ΑΝΤΑΡΧΩΝ ΠΕΡΙ ΤΟΥτου του πραγματος ούτως εδοξεν.

ΤΗΝ ΓΝΩΜΗΝ ΑΠΑΝΤΩΝ ΟΜΟΛΟΓΟΥΝΤΑΣ ΚΟΙΝΗΝ ΕΙΝΑΙ

ΛΥΠΗΝ ΤΗΝ ΠΡΟΜΟΙΡΟΝ ΤΕΤΤΙΑΣ ΚΑΣΤΑΣ τελευτην καλως ιερασαμε-

ΝΗΣ ΕΙΣ ΤΕ ΤΗΝ ΤΩΝ ΑΠΑΝΤΩΝ ΕΥΣΕΒΕΙΑΝ ΚΑΙ ΕΙΣ

ΤΗΝ ΤΗΣ ΠΑΤΡΙΔΟΣ ΕΥΝΟΙΑΝ ΑΡΓΥΡΩΝ ΑΝΔΡΙΑΝΤΩΝ......... την

δαπανην χαριΣΑΜΕΝΗΣ. ΠΡΟΣ ΤΟ ΜΕΓΑΛΟΨΥΧΩΣ ΕΥΕΡ

ΓΕΤΗΣΑΙ ΤΗΝ ΠΟΛΙΝ ΤΙΜΑΝ ΑΝΔΡΙΑΝΤΙ ΚΑΙ ΑΣΠΙΔΙ ΕΠιχρυσω

Τεττιαν Κασταν ιερείαν ΔΑΠΑΝΗ ΜΕΝ ΔΗΜΟΣΙΑ ΕΠΙΜΕΛΕΙΑ ΔΕ

ΤΩΝ ΠΡΟΣΗΚΟΝΤΩΝ ΟΥΣ ΔΥΣΧΕΡΕΣ ΕΣΤΙΝ ΠΑΡΑΜΥΘΗΣΑΣΘΑΙ.......

.... και του τοπον ΕΙΣ ΚΗΔΕΙΑΝ ΔΙΔΟΣΘΑΙ ΚΑΙ ΕΙΣ ΤΑΥΓΑ ΕΞΟΔΙΑΖΕΙΝ.

A Tettia Casta Sacerdotessa a vita della casa delle donne: decreti.-

Essendo consoli Cesare, figlio di Augusto, Domiziano.... e Valerio Festo: 

nel giorno XIV di Lencone: assistettero alla scrittura Lucio Frugi, 

Cornelio Cereale, Giunio Achilla. Intorno a ciò che riferì a coloro 

ch'erano nel Senato Tranquillio Rufo Antarconte, fu determinato 

che approvando la universal sentenza di essere un comun dolore 

la prematura morte di Tettia Casta, che bene esercitò il sacerdozio, 

e che per la pietà verso di tutti, e per la benevolenza verso la patria, 

fe' dono della spesa di statue di argento.… per aver ella 

magnanimamente beneficata la città, onorino con una statua 

e con uno scudo dorato la Sacerdotessa Tettia Casta, 

a spesa pubblica, a cura de' congiunti, i quali è difficile consolare……., 

e darsi un luogo per la sepoltura, e far le spese per tali cose.

Fuori delle mura, in uno de sobborghi che stavano alla marina, era il portico esposto a zeffiro, il quale splendeva, dice Filostrato, di quanti marmi può vantare la magnificenza, e sopratutto di pitture. In questo portico, imitato come sembra, dal Pecile di Atene, erano molti quadri sospesi, ivi raccolti forse a di segno, perciocché la virtù vi spiccava di parecchi pittori. Questi dipinti declamando spiegava il sofista al figliuolo del suo ospite e ad altri giovanetti quando fu in Napoli, e la descrizione ne lasciava nella sua bell'opera delle Immagini. LXXII erano le tavole dipinte, e rappresentavano per lo più soggetti mitici ed eroici, oltre di ritratti di uomini egregi, ed altri fatti celebrati dalla favola e dalla poesia.

Rinomati certami si celebravano nella città in onore di Partenope e di Augusto. I primi, di remota istituzione, erano annuali, e per un oracolo vi furono introdotti da Diotimo, navarca degli Ateniesi nella guerra contro la Sicilia (1322). Consistevano nel corso colle fiaccole accese, perciò nominati giuochi lampadici, i quali è da credere che anche prima si celebrassero in onore di Cerere, come fra' Greci in onore di questa stessa Dea (1323) e di Minerva, di Vulcano e di Prometeo (1324). Ricordando Pausania l’altare di Prometeo ch'era nell’accademia di Atene, d'onde sino alla città si correva con in mano le fiaccole, dice che stava il giuoco nel mantener, correndo, le fiaccole sempre accese. Spentasi al primo, ei non poteva più ottare alla vittoria, ma diveniva primo il secondo; se né anche a questo rimaneva accesa, vinceva il terzo: se a tutti spegnevasi, la vittoria non restava per veruno. Gli altri giuochi erano quinquennali: furono istituiti in onore di Augusto, e consistevano in concorsi musicali e ginnastici (1325). Duravano più giorni, e per lo splendore con che celebravansi erano pari ai più insigni della Grecia (1326). Di queste rinomate feste napolitane parla spesso Stazio (1327), e poiché istituite furono nel 2.° anno dell'era volgare, come dalla Olimpiade XLIII, corrispondente al Consolato di Severo ed Erenniano (171 dell'E. V.) si raccoglie, nella quale col fratello T. Flavio Zosimo vinceva T. Flavio Evante, Strabone sarebbe stato testimonio della prima celebrazione di questi sacri certami. Augusto, poco innanzi alla sua morte, fu spettatore anch’egli di questi giuochi quinquennali (1328), e nella lapida posta a T. Flavio Evante sono detti Italici, Romani, Augusti, Isolimpici (1329), emuli cioè de' giuochi Olimpici nella Grecia. Si nominano anche Pitici nella seguente epigrafe (1330), dal vincitore Zoilo per l’ottenuta vittoria posta a' numi, e forse a' Dioscuri:

ΖΩΙΛΟΣ - ΖΩΙΛΟΥ


ΘΥΘΙΑ - ΝΙΚΙΣΑΣ • ΘΕΟΙΣ

Tutti i noti giuochi che nelle altre città greche vi si celebravano, ed una iscrizione riferita da varii scrittori T. Flavio di Artemidoro ricorda infatti come vincitore nel pancrazio (1331), la già riferita T. Flavio Evante nel diaulo (1332), quest’altea Apollonio di Ammonio nella pruova del pancrazio, A. Postumio in quella del pentatlo, nonché Serapione come apobala (1333), degni tutti che dopo tanti secoli se ne ripetano i nomi e le vittorie:


ΑΠΟΛΛΩΝΙΟΣ • ΑΜΜ - ΑΛΕ

ΣΕΒ • ΚΡΙΣ - ΠΑΝΚΡ

ΣΕΡΑΠΙΩΝ · ΠΟΠΛΙΟΥ - ΑΛ

ΑΠΟΒΑΤΑΣ

Α · ΠΟΣΤΟΥΜ · ΙΣΙΔΩΡ - ΑΛΕ

ΚΡΙΣΕΟΣΠΕΝΤ


Si resse la città con una mista forma di governo, di Ottimati e di popolo. Come in Atene, alla cui immagine la città ebbe ad essere ordinata dalla seconda colonia di cui parla Strabone, vi furono forse nove Arconti, scelti tra gli eupatridi, o i patrizi!, capo e principe de' quali, come del Senato (Βούλη), era l’Arconte per eccellenza, presso gli Ateniesi detto ancora Eponimo, perché all'anno dava il nome; e di questo, anziché de' semplici Arconti, è da credere che facesse le veci l’Antarconte (Αντάρχων), mentovato nella iscrizione di Tettia Casta (1334), ed in altre greche epigrafi. Giudicava il primo Arconte le cause civili e religiose, e benché manchino! monumenti per accertarcene, come in Atene forse Βασιλεύς nominavasi il secondo degli Arconti, Πολέμαρχος il terzo, investiti di speciali giurisdizioni, l’uno per le cose spettanti al culto, l’altro per gli affari degli stranieri. Temosteti erano detti i rimanenti, ed oltre di altri speciali uffizii, dovevano soprattutto, come è chiaro dal lor nome, vegliare all'osservanza delle leggi ed a difendere i dritti e i privilegi del popolo contro la forza e gli abusi degli altri Arconti e magistrati minori. Capo e rappresentante del popolo era il Demarco (Δήμαρχος), non diverso dal Romano Tribuno della plebe; e siccome l’Arconte deferiva all'autorità del Senato, così il Demarco a quella del popolo, e però in una delle nostre iscrizioni è nominata la Βούλη o il Senato, in un'altra i Βουλεύτοι o i Senatori (1335), e questi fanno bene supporre il Δῆμος, o il Popolo. Le leggi, i Senatoconsulti, i pubblici atti giornalieri nelle pubbliche tavole registrava lo Scriba, magistrato onorevole nelle greche repubbliche (1336), e nella città nostra, che le iscrizioni ci ricordano or col nome di Γραμματεύς (1337), or con quello di Αναγραφεύς (1338). In altri marmi sono mentovati altri magistrati minori: in quello di Ottavio Caprario l’Agoranomo, il quale esigeva l’imposta su tutto ciò che vendevasi nel pubblico mercato, e preveniva le frodi de' venditori e de' compratori; e nell'altro della Fratria degli Aristei, il Fretarco, il Calcologo, il Frontista, il Diicete. Aveva il primo la stessa potestà nella Fratria, di cui era capo (1339), che il Filarco nella Tribù; aveva cura del pubblico erario, vegliava agl'interessi della tribù, convocavala nel bisogno. Raccoglieva il Calcologo (Χαλκολόγος) il danaro della Fratria, erane il Questore che aveva cura del suo pubblico erario, come il Frontista (Φροντίστης), a giudicarne dal suo nome, vi aveva l’uffizio di Curatore, ma piuttosto delle cose sacre che delle profane, e come in Atene faceva forse parte de' Tribunali collegiati, detti appunto Φροντισήσια da Aristofane (1340). Chiamavasi Stratego (Στρατηγός) chi soprintendeva alla milizia (1341), ed è natural cosa che fosse vi altresì il Naucelarco (Ναυκελάρχος), o Prefetto delle Navi, senza anche rilevarne l’esistenza con alcuni epigrafisti dall'ultima parola della citata iscrizione (1342). Come in Atene, vi furono ancora i pubblici ufiziali, a' quali era affidato Falbo, o il pubblico registro de' cittadini (Λευκομα), in Atene detti Ληξίαρχοι, e nella città nostra dall'albo appunto detti forse Λαυκελάρχοι. A tale significato prima di un’altra più plausibile interpretazione parevami si riferisse l’ignota dignità di G. Giunto Aquila, che poneva l’iscrizione ad Ebone; ed altri magistrati ancora ebbero ad esservi, ma basta il già detto di quelli solo ricordati nelle lapide, potendosi gli altri supporre con gli scrittori delle cose di Atene e di altre città greche.

La città era piccola ed inferiore, io credo, in grandezza, non dico a Puteoli, ma alla stessa Pompei; e dico tutto insieme le due città di Napoli e Palepoli in una sola città congiunte a' tempi di Augusto (1343); perciocché non ostante tale riunione, Procopio già la ricorda come piccola quattro secoli dopo, e dalla descrizione di questo storico si raccoglie ch’era posta in alto, e da una parte era bagnata dal mare, dall'altra circondata da valli e da poggi erti e difficili (1344). Era inoltre ben fortificata, e cinta di mura e di torri. Poiché Corrado Imperatore ne abbatté nel 1252 le antiche muraglie (1345), ricostrutte e forse ampliate dopo che adequate al suolo furono da Totila (1346), egli è difficile additarne il preciso perimetro; nondimeno dalle poche reliquie che ne rimanevano al secolo XVII può darsene una descrizione approssimativa colla guida de' patrii storici che tali avanzi ci ricordano. Essendo di forma ovale, non occupava più di quella parte della città odierna, in cui sono i templi di S. Giovanni Maggiore e del Gesù, di S. Marcellino e S. Severino, dilatandosi io allo ove già furono i sedili di Nido e di Montagna, ed abbracciando lo spedale degl'Incurabili, e la vicina chiesa di S. Agnello. Il mare formando un seno, bagnava le radici del colle, sul quale era posta, e d’onde alcune sorgenti scaturivano che ora riempiono de' pozzi nel quartiere di Porto. Questo colle soprastava a tre rupi ed al maro (1347), che giugneva sin presso il tempio di S. Giovanni maggiore, dove era il Faro ed il porto della città: la piazza di Porto e le altre vicine di Portanuova e della Sellaria si ricordano come luoghi paludosi e pieni di giunchi, né furono incorporati nella città prima del 1000 (1348). Nel fabbricarsi il nuovo chiostro di S. Severino se ne scopersero le antiche muraglie, di grandi e lunghi quadroni di macigno al di fuori, di calce e pietre nell'interno, della grossezza di dieci a dodici palmi, e quelle stesse senza dubbio, onde fu cinta per opera de' Greci, ai quali appunto Plinio attribuisce tal forma di costruzione, delta isodomo (1349). Presso la chiesa del Salvatore una partesi vedeva di detta muraglia a' tempi del Summonte, la quale proseguendo verso S. Angelo a Nilo, voltava verso la chiesa di S. Pietro a Fusarello. Di là giugneva insino a Porta Licinia, poi detta Ventosa, nel sito di S. Girolamo, e stendevasi in alto insino alla chiesa di S. Pietro a Majella, ove un’altra porta vi era, detta di Donnorso negli ultimi tempi. Da questa porta girava pel monistero di S. Antonio e seguiva sin sotto la chiesa di S. Agnello, ove alzavasi una torre quadrata. Seguiva più oltre sino all'altra porla di S. Gennaro, trasferita più lungi dove ora si vede sotto Carlo V, e più innanzi insino ad un altro vestigio di porta tra ‘l monistero di Gesù e di Donnaregina; ed appunto dove ora è la porta del Palazzo arcivescovile giudica il Summonte che aprir si doveva un’altra antica porta, la quale, trasferita più oltre ne' seguenti tempi, fu poi detta di S. Sofia; e di là arrivando ove è la porta meridionale del Duomo, lo stesso storico si avvisa ch'esser doveva la Campana, d’onde uscivasi alla volta di Capua. Di là doveva anche in giro discendere l’antica muraglia verso l’odierna stradetta dei Carboni, nel cui mezzo già alcuni avanzi ne rimanevano, d’onde tirar doveva verso basso anche in giro insino ad un’altra porta, e tanto questa quanto l’altra già delta uscir dovevano verso Palepoli. Dall'antico sito della porta Nolana (1350) mollo in qua dell'odierna distender dovevasi anche in giro l’antica muraglia insino all'altra porta che metteva al lido, poco più sopra della fontana di Medusa. Giugneva più oltre il resto delle mura verso occidente sotto il monistero di S. Severo, e più avanti per la strada de' Ferri Vecchi congiungevasi in giro sotto i monisteri di S. Severino, S. Marcellino e le chiese di S. Agnello de Grassi e S. Pietro a Fusarello alla porta Licinia, d’onde col Summonte delle mura della città abbiam cominciata la circoscrizione (1351). Quando per volere di Augusto di due città fecesi una sola, sembra che una nuova parte di mura si fosse costrutta per unir Palepoli a Napoli. Certo è ch'egli ne restaurò le muraglie e le torri, come ci fa noto la seguente lapida, scoperta nell'ampliarsi i fondamenti della chiesa di S. Giacomo degl'Italiani (1352):

IMP. CAES. DIV. F. AVGVSTVS. P. MAXIMVS

COS. XIII. TRIB. POT. XXXII. IMP. XVI

P. P. MVRVM. ET. TVRRES. REFECIT

Ne’ seguenti tempi scrive il Fontano, forse per tradizione, che il perimetro delle mura ampliasse prima Adriano, e poi gli Antonini, agguagliandosi al colle sul quale la città era posta le valli che all'est e all'ovest la cingevano (1353). Benemerito della città fu il Consolare Postumio Lampadio, il quale i templi, le piazze, le vie erte, e quelle forse che alla città salivano dal porto, faceva restaurare prima del 355, se quello stesso Postumio deve reputarsi che fu Prefetto del Pretorio in Roma nel detto anno (1354), e che perciò ebbe ad essere prima Consolare della Campania. Ecco intanto la iscrizione che ne serbò memoria (1355):

POSTVMIVS LAMPADIVS

V. C. CAMP. CONS

TEMPLA CLIVOS ET PLATEAS

NEAPOLEOS RESTITVI CVRAVIT

E di mura e di torri fu ancora munita sotto Valentiniano III verso la metà del V secolo, come quest’altra lapida ci ricorda (1356):

DN. PLACIDIvs valentinianus Augus

TISSIMVS OMNIVM RETro principum

SALVO ADQVE CONCORDI DN. Fl. Theo

DOSIO INVICTISSIMO Aug. ad decus no

MINIS SVI NEAPOLItanam civitatem

AD OMNES TERRA MARique incursus

EXPOSITAM ET NVLLA Securitate

GAVDENTEM INGENTI Studio atque

SVMPTV MVRIS TVRRIBusque munivit

Era del resto divisa in quattro sole regioni, di due delle quali, la Palatina al settentrione, e la Termense o Ercolense all'oriente, ci rimangono in due lapide i nomi antichi, e le due altre, la Montana all’occidente, e la Nilense al mezzodì, sono state così dette da' nostri antiquarii, l’una dalla statua giacente del Nilo, l’altra perché nella parte più elevata si distendeva. Più nobile di tutte era la Palatina perché vi sorgeva il magnifico tempio de' Dioscuri nonché il palagio della città, o la Basilica Augustale, ed eravi il Foro, il quale credesi si stendesse dal largo di S. Lorenzo insino alla chiesa di S. Gennaro all'Olmo. Ma ecco l’iscrizione, posta forse nella base di una statua ad un patrono della città, che di tal regione ci lasciò ricordanza (1357):

M. MAECIO MEMIO FURIO

BALDVRIO CAECILIANO C. V.

PONTIFICI MAIORI AVGVRI

PVBLICO P. R. QVIRITVM XV

VIRO SACRIS FACIVNDIS

CORRECTORI VENETIARVM

ET HISTRIAE PRAEFECTO

ANNONAE VRBI SACRAE CVM

IVRE GLADII COMITI ORDINIS

PRIMI COMITIS ORIENTIS

AEGYPTI MESOPOTAMIAE IVDI

CI SACRARVM COGNITIONVM

TERTIO IVDICI ITERVM EX

DELEGATIONIBVS SACRIS

PRAEFECTO PRAETORIO IVDIC

TERTIO CONSVLI ORDINARIO

PATRONO PRAESTANTISSIMO

REGIO PALATINA POSVIT

I vicoli che dalla principale strada di queste regioni si diramavano, furono quello del Sole che menava al tempio di Apollo per l’odierna strada dell'Arcivescovado; l’altro detto Raggio del Sole. perché metteva colla porta opposta del medesimo tempio; il Draconario riconosciuto in quello della Lava; il Corneliano, oggi detto di S. Maria di Agnone ed il Gurgite ora di S. Giuseppe de' Ruffi, che dagli antichi ebbe nome da un gorgo ο pozzo, la cui bocca di bianco marmo con immagini delle costellazioni il volgo attribuiva a Virgilio (1358). La regione Termense dappresso al Ginnasio pigliò il nome dalle terme, delle quali qualche avanzo tuttavia si vede nelle strade di S. Niccolo de' Caserti e della Maddalena, e quest’altra iscrizione ivi scoverta ne fa fede (1359):

LICINI

ALFIO LICINIO V. P.

PATRONO COLONIAE EX

COMITIBVS REGIO

THERMENSIVM

VERE PATRONO

Questa regione fu detta anche Ercolense, come leggesi in S. Gregorio (1360), piuttosto dal tempio di Ercole, del quale abbiamo già detto, che dagli Ercolanensi che vennero ad abitarvi, perché la lapida, dalla quale vuoisi raccogliere tal denominazione, appartenne ad Ercolano. Vi furono del resto il vico Termense, parallelo all'odierno della Pace; il Lampadio, che lo stesso S. Gregorio ricorda, e che così detto, come sembra, dal corso lampadico che vi facevano gli Efebi dal sito del Ginnasio, si è riconosciuto in quello della Pace; l’Ercolense, oggi de' Tarallari, così nominato dal prossimo tempio di Ercole; quello di Cupidine da qualche edicola di questo nume, ora detto Croce di S. Agostino; il Bajano dagli abitatori di Baja, ed oggidì di S. Arcangelo a Bajano; il Pistorio da' panettieri che vi dimoravano, e che in quello del Divino Amore si è supposto.

Nella regione Nilense, dove si scoperse, come abbiam detto, l’antica statua del Nilo, si distinsero il vico Alessandrino, così detto da' mercatanti di Alessandria ivi stabiliti prima e dopo di Nerone, il quale nella città li chiamò in maggior numero per gli applausi che n’ebbe nel teatro (1361), e creduto identico all'odierna strada de' Bisi; il Vestoriano ed il Calpurniano, paralleli alla detta strada, ed in quest'ultra lapida mentovati (1362).

IMP. CAESARI DIVI VESPASIANI

F. DOMITIANO AVG. GER. PONT

MAX. TRIB. POT. XIII. IMP. XXIII

CON, XVI. CENSORI PERPETVO

PP. REG. VICI VESTORIANI. ET

CALPVRNIANI

E la Via Augustale vi fu in fine, la stessa che l’odierna di S. Liguori, così detta perché al Foro menava ed alla Basilica Augustale. In questa regione stessa egli sembra che gli Alessandrini un tempio ad Iside avessero eretto, nel quale forse in onore della dea M. Opsio Navio Anniano una statua innalzava ad Apollo Oro od Arpocrate, nella cui base si lesse la seguente epigrafe ivi anche scoperta (1363);

ΙΣΙΔΙ

ΑΠΟΛΛΩΝΑ - ΩΡΟΝ

ΑΡΠΟΚΡΑΤΗΝ

Μ · ΟΨΙΟΠ · ΝΑΟΥΙΟΣ

Ο ΑΝΝΙΑΝΟΣ

ΣΤΡΑΤΗΓΟΣ • ΕΠΑΡΚΟΣ

ΣΕΙΤΟΥ · ΔΟΣΕΩΣ - ΔΟΓΜΑΤΙ

ΣΥΓΚΛΗΤΟΥ - ΡΩΜΑΙΩΝ

ΑΓΟΡΑΝΟΜΟΣ • ΤΑΜΙΑΣ - ΠΟΝ

ΤΟΥ - ΒΕΙΘΥΝΙΑΣ • ΧΕΙΛΙΑΡ • E

ΜΑΚΕΔΟΝΙΚ • ΑΡΞΑΣ • Ι · ΑΝΔΡΩΝ

ΑΡΧΗΝ · ΕΠΙ · ΡΩΜΗΣ


Nella regione Montana in fine, o piuttosto del Teatro, si ricordano appena i vicoli del Sole e della Luna, oggi detto della Sapienza, allato alla chiesa di S. Maria Maggiore, dove già fu il tempio di Diana; quello detto ad Arco, mentovato da Petronio (1364), nel quadrivio presso la detta chiesa, il quale da' quattro archi prese il nome che sottostavano ad un’antica torre di opera laterizia, da Pietro di Toledo abbattuti per ampliare la via de' Tribunali; e l’ultimo detto del Teatro, perché al teatro appunto conduceva, e che ora di Cinque Santi ha il nome.

Queste strade e questi vicoli erano pieni di artefici, e i marmi in fatti diversi collegi di arti ci ricordano, quelli de' fabbri, de' dendrofori, de' marmorarii, degli architetti e de' figuli (1365), oltre di altre testimonianze che gli unguentarii ci appalesano (1366), ed altri molti ne fa supporre altresì la celebrata coltura della città, fondata come fu da greci coloni, ed aperta agli stranieri da' più vecchi tempi. Senza dire di quelli che per cagione di traffichi vi concorrevano, quasi in ameno asilo di sollievo e di delizie vi riparavano i Romani, per trovarvi pace e riposo dalle agitazioni della vita politica; senatori, patrizi!, uomini di lettere, o per altre doti illustri e celebri, che l’età, dice Strabone, o l’inferma salute costringeva a desiderar la quiete (1367). Poiché, di miti e dolci costumi, oltre del clima beato, ospitali ozii dava alle Muse e da gravi cure il vivere libero (1368); e che i culti ingegni, e massime i poeti, onorasse, basta a dimostrarlo il fatto di avere come Taranto e Reggio al poeta Archia donata la cittadinanza con altri premii e tributi al suo valore poetico (1369). Perciò nella città, comeché piccola, accorrevasi (1370) a' nobili giuochi del ginnasio, alle letterarie palestre, da Roma e da più lontane contrade (1371). Il proprio genitore lodava Stazio come egregio maestro di molti nobili Romani (1372), e i Napolitani in generale per la lor molta coltura encomiava Filostrato, i quali grecizzavano, egli dice anche negli studii (1373). Come in altre città greche, nella poesia Omerica s'istituivano i fanciulli (1374), e Petronio riferisce che certi poeti vi erano detti Omeristi, i quali con gli omerici versi, o cantando versi alla guisa di Omero, allegravano i conviti (1375). In grande onore vi furono le arti belle: le sue opere faceva ammirarvi la pittrice Lala di Cizico (1376), e Plinio e Petronio un monocroma di Apelle vi ricordano, Teseo in atto di uccidere il Minotauro, la più ammiranda pittura dell’antichità classica (1377). Ed oltre che come dotta lodava la città Columella, e Virgilio (1378) ad ogni altra d'Italia preferivala per gli studii delle lettere e delle scienze, per la medicina e le matematiche (1379), un filosofo, un poeta, ed uno storico, Metronatte, Stazio ed Eumaco (1380), la memoria della sua squisita civiltà ne tramandavano a' posteri, ed a ragione Luciano anteponevala a tutte le città calcidiche.

La rocca della città alcuni scrittori pongono nel sito del monistero di S. Agostino (1381). Il porto, riparato e difeso da tre erte rupi, all'est da quella di Monterone, dove termina il collegio del Salvatore, al nord dallo Scoglioso, alla cui vetta fu edificata la chiesa di S. Angelo a Nilo, ed all'ovest dall'altra innominata ne' nostri scrittori nel silo di S. Giovanni Maggiore sicurissimo era pe’ navili (1382), e dal Molo piccolo dilatandosi nelle prossime regioni della città odierna, arrivava appiè del colle di S. Giovanni Maggiore e poco al di là, alla falda del Monterone sino al secolo XVII una parte rimaneva dell'antico faro (1383). Alle radici del colle di S. Marcellino già si scopersero in alcune grotte grossi anelli di ferro onde legarvi le navi, ed in altre del Mercato si sono vedute ed arena e conchiglie con altri vestigi dell’onde marine (1384). Rincalzato questo porto naturale dalle spesse alluvioni delle soprastanti colline, dalle tempeste e dagli sbocchi del mare, un altro ne fu poi costrutto, il quale oltre la piazza di Porto si distese, e presso la chiesa di S. Onofrio de' vecchi ebbe il suo faro (1385). Un castello suburbano si ergeva presso del porto nella spiaggia, almeno sino al tempo de' Goti, secondo la descrizione di Procopio, il quale ricorda del pari le forti mura della città, difese non solo dalla lor solida costruzione, ma ancora dove dagli alti mentovati dirupi, e dove dal mare, o dal loro scabroso declivio; il perché era forza a Belisario che vi assediava i Goti, d’introdurre i 400 soldati Greci per l’acquidotto che vi penetrava dalla parte di settentrione (1386).

Anche Napoli, dice Strabone, ha sorgenti di acque calde, con edifizii di bagni non inferiori a quelli di Baja, ma molto meno frequentati (1387). Dove propriamente queste acque calde scaturissero non è noto, se pure non furono a breve distanza dal sito dove altre minerali sorgenti tuttavia rampollano, presso il promontorio Echia dove gli antichi scrittori patrii ricordano fonti di acque salubri e minerali che servivano per bagni (1388). Un grande cambiamento sopravvenne in questo lido per gli edifizii che vi furono col tratto del tempo edificati, ed avendo anche il mare già prima occupale le antiche costruzioni, colle fonti delle acque calde scomparvero anche i vestigi delle terme. A queste terme del resto uno storico riferisce la testimonianza di Stazio, ove descrivendo le magnificenze della villa sorrentina di Pollio Felice, gli dice che un solo edifizio, di greci marmi adorno, donde per retta linea la città a fior dell'onde sorge vagli incontro, nello splendore superava i suoi palagi (1389). La seguente iscrizione ricorda in fine nel Consolare Settimio Rustico il restauratore delle terme napolitane (1390); ma ignoto è se a queste si riferisse fuori della città, o pure alle altre dappresso al Ginnasio:

SEPTIMIO RVSTI

CO V. C. CONS. CAMP

PROVISORI ORDI

NIS RESTAVRATO

RI THERMARVM

OB INSIGNEM AMO

REM SPLENDI

DISSIMVS ORDO

ET HONESTISSI

MVS POPVLVS

PATRONO PRAES

TANTISSIMO

Su’ piccoli colli che cingevano la città al settentrione ebbero i Napolitani i lor sepolcreti. Molti certamente rimasero distrutti dagli edifizii che vi furono eretti: qui dirò solo de' più noti e più celebri su' detti colli scoperti, ed in altri siti dalia città occupati. Ragionando il Martorelli della Fratria degli Eunostidi i supponeva che un luogo di dimora dalla città remoto si eleggessero, né altrove gli parve che abitassero che nell'odierno rione de' Vergini affin di tenersi lontani, come dimostrava a suo senno tal denominazione da lor derivatasi, dalla frequenza e petulanza delle donne, adoratori come furono del casto Eunosto (1391). Ma la detta Fratria star non poteva fuori le mura della città, ed il dotto uomo con essa confondeva il suo comune sepolcreto, scoperto in ' fatti ivi presso nel 1790 alle radici del colle della Montagnola. Ecco una iscrizione che ne diè contezza (1392):

ΛΕΥΚΙΑ ΕΥΦΡΟΝΟΣ

ΕΥΦΡΟΝ

ΗΡΑΚΛΕΙΔΟΥ

Η Δ ΕΥΝΟΟΤΙΔΕΩΝ ΘΗΚΗ ΞΕΝΕ ΕΥΦΡΟΝΑ ΚΡΥΠΤΕΙ

ΧΡΗCTON OG ΕΝ ΖΩΟ Κ ΕΠΙΑ ΕΚΕΥ ΘΕΝΟΩ

Le prime parole Leucia di Eufrone, cioè moglie, o piuttosto figlinola di Eufrone, sembrano dopo sovrimposte alle altre Eufrone figliuolo di Ercole, alle quali segue l’epigramma, il cui senso è questo: Quest’urna degli Eunostidi racchiude Eufrone, il quale un mite animo mentre visse chiuse nel petto. Una corona di alloro, dipinta nella volta del sepolcro, accennava alle vittorie che ottenne ne' ginnici certami della città. E dappresso al sito stesso della chiesa di S. Maria de' Vergini scoprivasi nel 1758 un altro sepolcro ornato di colonne col seguente epigramma, scolpito sopra una lastra marmorea (1393):

Αγγελε Φερσεφόνης Ηρμη τίνα τόνδε πρεπεμτεῖς

Εἰς τὸν ἀμείδητον τάρταρον Αίδεω·

Μοῖρά τις ἀεικένεος τὸν Αρίσων ήρπασ᾽ ἀπαυγῆς

Επταέτη, μέσσος δ'ἐςὶν ὁ παῖς γενετῶν.

Δακρυχάρης Πλούτων, οὐ πνεῦματα πάντα βροτεια

Σοὶ νέμεται, τὶ τρυγᾶς ὄμακας ηλικίης.

Nell'oscuro Tartaro, tristo regno di Dite, chi meni,

o Ermete, nunzio di Proserpina? Tra' genitori qui giace

il settenne Aristone, che all'eterea luce rapiva la feroce

Parca. Tuo non è forse, o Pluto, che che di mortale sta

sotto il ciel sereno? Oimè, perché l'acerba età recidi?

Nella volta di questo ipogeo era dipinta col minio in eleganti caratteri quest’altra epigrafe:

ΕΝ ΤΕΙ ΠΡΩΤΕΙ ΚΛΙΝΕΙ

ΤΕΙ ΕΣ ΔΕΞΙΑΝΕΣ ΙΟΝΤΙ

ΘΥΟΣΧΩΤΕΣ ΜΟΡΦΟΥ

ΕΝΕΣΤΙΝ ΤΑΥΤΗΝ ΤΗΝ

ΚΛΙΝΗΝ ΜΗ ΟΙΓΕΙΝ

Nel primo sarcofago, alla destra di chi entra, 

Tioscote figliuolo di Morfo è posto. 

Questo sarcofago non dischiudere. 

In tutta la contrada che dalla porta di S. Gennaro insino alla chiesa di S. Maria della Sanità si stende, altri molti sepolcri posero gli antichi Napolitani, e sopra una delle urne che da uno di questi sepolcri vennero fuori, si lesse la seguente iscrizione (1394):

ALPHIVS HAS AEDES AVLVS SORANVS TVETVR

EX EPICVREIO GAVDIVIGENTE CHORO

Sopra delle altre urne alcuni greci nomi erano scritti, ed egli sembra che il sepolcro appartenne, se non ad una società di Epicurei, ad uno almeno della scuola di Epicuro che fiorì in Napoli, e nella quale da Scirone fu ammaestrato Virgilio.

Altri due sepolcri si scoprivano nel 1673 presso la chiesa di S. Maria della Vita, uno degli aditi che menava alle catacombe. Consistevano in due stanze tagliate nel tufo, in una delle quali erano 24 urne fabbricate nel muro, e nel mezzo una nicchia ornata con lavori di stucco, dentro della quale un vaso di vetro pieno di ceneri. Davanti a questo sepolcro un altro più. grande ne fu scoverto, dipinto con rabeschi ed uccelli. Era vi nel mezzo una mensa di pietra intorniata di sedili, tutti aspersi di minio come la mensa stessa. Ne’ muri stavano anche poste molte urne, e tanto questa quanto l’altra stanza stava chiusa consolida porta coverta di grosse lastre di ferro, e fermata con forti chiavistelli (1395).

Nel giardino che fu de' Tiresiani accanto al R. Museo altri sepolcri vennero fuori nel 1810, alcuni di tufo, e però de' tempi Greci, nella forma di un quadrilungo, e tra questi uno più dii stinto a guisa di tumulo con intonachi e dipinti di rosso, altri laterizii in maggior numero, di epoca più recente, posti tra' più antichi. Si scoprirono ne' primi monete greche, ed in un solo monete greche e latine: le greche erano di bronzo della città col solito tipo del bue antropocefalo, e due soltanto di argento, una delle quali di Eraclea, e le altre di Caligola, di Claudio e degli Antonini; il che dimostra che il sepolcreto fu prima degli antichi abitatori, e servi poi per quelli de' tempi romani. Ne’ sepolcri di tufo si scoprirono ancora vasi dipinti, lucerne, piccoli vasi di alabastro, una rozza statuetta greca, ed anche specchi metallici. Alcuni di questi sepolcri erano cinti da muretti, altri chiusi da massi di fabbrica e dipinti, ed altri con casse di marmo, piramidette al di sopra ed iscrizioni (1396); de' quali tutti veder si possano i modelli nel R. Museo.

Ma dove propriamente si concentrò come in un punto la necropoli della città fu tutta la cima del colle, che or prende il nome dalla chiesa di S. Gennaro de Poveri, dappoiché le circostanti falde del colle di Capodimonte e i vicini poggi, nonché il piano che dinanzi si stende, si sono scoperti pieni di sepolcri. A’ quali sono ancora da aggiugnere quelli delle Catacombe (1397), meno antichi al certo di tutti i già mentovati, e di un'epoca ancora comparativamente recente rispetto alla prima apertura degli antri, in che vennero posti, perché dischiusi questi in origine, come a me sembra, per comunicazioni ed uscite sotterranee, furono poi destinati ad uso di sepolcri. La terra d'Italia, ha detto un illustre scrittore, conserva sin nelle sue viscere il privilegio di esser nobile e poetica: le tombe e le arti dimorano sin nelle sue caverne più oscure, ed eccitano il viaggiatore a penetrarvi, non ostante i pericoli (1398); e questo pensiero in vero si affaccia alla mente di chi si fa a visitare que' tenebrosi cunicoli, che senza vedersi da una semplice descrizione è malagevole di comprendere. Dirò nondimeno, per darne un’idea, che dal destro lato della chiesa di S. Gennaro de' Poveri in una grande rupe tufacea a guisa di spechi se ne veggono due ingressi, i quali menano a due diversi ordini di cripte, l’una accosto dell'altra, comeché non allo stesso livello, delle quali più vasta, ma meno alta, è quella del piano inferiore. Incavate a grandi volte nella roccia, corrono da ponente a levante, e sono alquanto rischiarate da spiragli laterali, de' quali più se ne incontrano nella superiore, per la sua forma irregolare e tortuosa. Diversi latiboli vi sono aperti ne' lati de' grandi ambulacri, e nelle pareti e nel piano delle volte sono piene di loculi e nicchie pe’ cadaveri. Nelle ramificazioni e nelle estremità chiuse da gran tempo, perché i malfattori spesso vi si annidavano, oltre di 400 palmi ora non si allungano (1399). Era già costante tradizione nel secolo XVII che non solo colle altre cripte comunicassero che nella regione stessa furono scavate nella roccia tufacea (1400), ma ancora con due lunghe strade dalla destra per Quarto arrivassero a Pozzuoli, dalla sinistra giugnessero a S. Ermo pel colle della Conocchia, così detto appunto, come si crede, da' sotterranei cunicoli (1401). Forse di troppo trascendono il vero le relazioni che a queste lontane comunicazioni si riferiscono; ma senza negarle affatto, l’analogia della formazione di altre cripte simili che, come quelle di Roma, tra loro comunicano, alla tradizione non sembra contraria, ove soprattutto si ammetta che non per cave di tufo furono fatte, ma per uscite e vie sotterranee (1402).

Nel primo ingresso di queste Catacombe, dove il Vescovo Giovanni I seppelliva ne' principii del V secolo il corpo di S. Gennaro, ivi trasferendolo dal sepolcro del fondo Marciano di Pozzuoli t tra il lago di Agnano e 'l monte Olibano (1403), alcuni scrittori dicono ch’era un sotterraneo tempio di Vulcano (1404), al quale forse appartenne la grande stanza al destro lato, la quale ornata si vede nella volta di antiche pitture molto simili a quelle di Pompei. Né debbo lasciar di dire che in una delle più interne gallerie del piano inferiore una colonnetta si osserva posta nel mezzo nella forma di un fallo, della lunghezza di 5 palmi e mezzo, e che da una parte ha scolpitala parola πριαπος e le prime linee di una iscrizione ebraica, dalla parte opposta il rimanente di questa iscrizione stessa. Incerto uno degl'illustratori delle Catacombe se accennasse a luogo d'iniziazione, o fosse alzata invece sopra un sepolcro, vi riconobbe nondimeno l’immagine del fallo, e si attenne piuttosto alla seconda opinione (1405); alla quale andandosi incontro, l’iscrizione ebraica si è detta scolpita in tempi che uno scisma lacerava la Chiesa, e la parola πριαπος aggiuntavi poscia da empia mano in dilegio di una purissima religione (1406). Rimandando il lettore alle versioni diverse che dell'epigrafe ebraica hanno date i lodati scrittori, più probabile a me sembra che tal curioso monumento debbasi attribuire ad alcuni degli ultimi Gnostici, seguaci di Carpocrate, o di Marcione e Cerdone, i quali la gnosi presentavano colle seduzioni de' più licenziosi principia di morale: essi fecero uno strano sincretismo delle sacre tradizioni ebraiche e della greca mitologia, e legger se ne possono in S. Epifanio i riti ed abbominevoli misteri, che nelle nostre Catacombe ebbero ancora a celebrarsi.

Ma chi scavò queste grotte? I gravi autori che le Catacombe di Roma hanno descritte, coll'autorità degli antichi non dubitano che per iscavarvi arena da murare si aprissero in origine, e che poi i primi Cristiani convertirono ad uso di sepolcri. La voce stessa di renariae, con che si trovano indicate da Cicerone le cave romane fuori della porta Esquilina (1407), e che poi per cimiteri si adoperarono, tale origine ne dimostra. Le Siracusane Latomie, ch'ebbero l’origine stessa, e che tanti macigni fornirono e pel gigantesco ricinto della città e per tanti belli edifizii della greca architettura, servirono prima ad uso di pubbliche prigioni e poi di sepolcri (1408). Ma ben altra da queste egli sembra l’origine delle nostre cripte, le quali molto si stendevano nelle viscere de colli, si diramavano e comunicavano a vicenda, e riuscivano in alcuni punti alla luce. Che fossero, come alcuni scrittori pretendono, sotterranee abitazioni de' più vetusti popoli della Campania, è una bella favola. Senza negare che ne' tempi antistorici in molti luoghi della terra gli uomini abitarono gli antri e le spelonche, poiché oltre alle tradizioni degli antichi (1409), de' Trogloditi di Habech, di Gournah e di Touarick nell'Africa anche oggidì parlano i geografi, ed Eschilo fa dire a Prometeo che prima ch’egli inventasse le case fabbricate, come le agili formiche gli uomini sotto terra abitavano in profonde caverne, ove non penetrava il sole (1410), un patrio scrittore estendeva di troppo la favolosa notizia di Eforo intorno Cimmerii abitatori delle sotterrane argille (1411),la quale si riferiva piuttosto ad un oracolo sotterraneo. Quasi tutti i patrii scrittori le attribuiscono a' Greci; ma bene ha detto un ch. nostro antiquario che né romane, né greche sono da credere. Ricordando egli i vetusti sepolcri cavati nella roccia e scoverti in Orchia e Castel d'Asso, nonché quelli di Canino e di Corneto nell’Etruria media (1412), tanto simili a quelli delle nostre Catacombe, non ha dubitato riferirli agli antichissimi tempi d’Italia (1413), ed io li dirò con dotti scrittori dell'epoca pelasgica. Grotte simili e sotterranei cunicoli aperti ne' monti si rinvengono nella Beozia, abitata da’ Pelasgi, e nota ancora sotto il nome di Tracia (1414): altre somiglianti scavate nella roccia tufacea si veggono intorno di Cuma e dell'Averno, senza che alcuna se ne osservi co' loculi pe’ cadaveri; e così le une, come le altre furono piuttosto strade ed uscite sotterranee come quelle di Frenesie (1415), e ad uso di sepolcri furono poscia da' Cristiani de' primi secoli adoperate quelle di Napoli.

E quando più non bastò a' sepolcri la contrada al settentrione fuori la città, per la sopravvegnenza soprattutto de' Romani, ogni altro luogo ne' contorni fu a ciò eletto, come già dimostrarono le sepolcrali reliquie scoperte non solo fuori la porta di Caputi con iscrizioni latine, con urne ed immagini, ma le altre ancora su pel colle di S. Maria del Pianto, in sulla spiaggia dove poi il Castel Nuovo fu costrutto, e nelle amene pendici di Posilipo (1416). Fiancheggiata di sepolcri, come quella di Pompei era anche la strada che menava a Nola: molti greci epigrammi è già tempo vi furono scoperti, né è soverchio qui addurne uno de' più nobili, conservatoci da uno degli storici della città (1417):

Στὰς ξένε τανδαθρησον επίςαμαι Κλεοπάτραν

Αν φθόνος εἰς Αίδαν 8 χρόνος ἠράγετο·

Μορφᾶς ἃ πρωτεῖον ἔχειν δωρήσατο Κυπρις

Εργα δ'Αθαναῖα τερπνὰ σκοφροσύνας·

Μᾶσα δὲ καὶ σοφίαν, καὶ πακτίδα τὰν φιλέραςον

Συμφωνίαν ἐρατοῖς μειξαμένα μέλεσιν ·

Και γνοὺς ὡς θανάτοιο 8δὲν γλυκερώτερον ἀυτᾶς

Ζῆοι καλὸν τείνας δριον ευφροσύναν·

Εἰ καὶ σε κεύθει κάλλος νέου ὦ Κλεοπάτρα

Τύμβος, καὶ φρεδον σῶμα λέλογχε κόνις·

Αλλ' ἀρετὰ βϊοτᾶς ἀἱὲν ζωοῖσι μέτεςι

Ψυχὰς μανύουσ᾽ ἐυκλέα σωφροσύνην·

Ti ferma, o passeggiero, e sulla stele questa Cleopatra mira, 

cui non il tempo, si ben l'invidia conduceva all'Orco. 

Venere dielle di beltade il vanto, Minerva le prudenti opre gioconde, 

la Musa la sapienza, e la diletta tibia, che della sinfonia 

agli amorosi canti mesceva. Poiché della splendida vita nulla è più dolce, 

(o passeggiero), vivi, colla prudenza il viver tuo drizzando. 

Ma, se ben l'urna tua beltade asconda, o Cleopatra, e in polve 

è sciolto il corruttibil corpo, co' vivi pure tua virtute vivrà, 

e la prudenza la gloriosa alma dimostra.

85. Colle OLIMPIANO, e Monte ERMIO

Sorgeva al nord della città il colle Olimpiano, limitato dalla regione dell'Olivello e dall'antico burrone, dove poi fu aperta la strada del Cavone, e che dall’estremità del Foro Carolino estendevasi per tutto il rione di Pontecorvo. L’antico nome ritenne insino a che non fu occupato da palagi, monasteri ed altri edifizii; e chi lo deriva da’ giuochi che alla sua vetta si celebravano simili a quelli di Olimpia, chi da un tempio ivi innalzalo a Giove Olimpico (1418). Certo è che un antico monumento vi era, poscia abbattuto colle nuove costruzioni, e non solo ivi resta il nome di Vico delle Colonne, ma un rottame altresì di queste colonne fabbricato in un muro ove ha fine, ed accanto al quale è da credere che passasse l’antica Via A miniano.

Diviso da un altro burrone, sul quale fu dipoi adequata la strada della Cesaria (1419), più alto si eleva il monte Ermio all'ovest della città, il quale io credo così detto da un tempio sacro a Mercurio (1420). In origine fu dello per avventura Ἐρμαῖος όρος, dipoi assolutamente Hermacum, come il tempio davanti Salganea, dove dalla Beozia traghettavasi all'isola di Eubea (1421). Non dubito che fosse di antichissima fondazione, e primitiva opera Aq Pelasgi, i quali a Mercurio lo consecrarono in rimembranza dell'altissimo monte Cillene in Arcadia, nel cui vertice stava appunto il tempio di Mercurio Cillenio (Ἑρμό Κυλλήνις), celebrato da Virgilio e Pausania (1422). Or è noto che i Pelasgi da Cillene passarono in Italia (1423), C più scrittori ci fanno nota l’identità di Mercurio con Priapo, notissima divinità pelasgica (1424). Che fosse del resto su questo monte una cappella dedicata a S. Erasmo è favola di alcuni scrittori per spiegare la denominazione di Ermo, perché se non fosse stato antico nome del luogo, dove poi Carlo I fabbricava la torre Belforte e Pietro di Toledo il castello che tuttavia vi si vede, il Fontano non ne avrebbe immaginata la Ninfa Ermi (1425). Alcuni scrittori a questo monte attribuiscono ancora l’antico nome di Trifolino, non dall'erba trifoglio, sì bene dal vino di tal nome che vi nasceva, ad esso applicando la testimonianza di Galeno, il quale annoveravalo tra' vini italici (1426); ma non vi essendo certezza di tale attribuzione, con più di ragione si potrebbe piuttosto nominarlo Prebellico, perché questo vino almeno, per attestato dello stesso Galeno, era in Napoli frequente, e suppor si potrebbe nel monte Ermo e negli altri vicini colli.

86. FALERO, O PARTENOPE

A breve distanza da Napoli, e, come io credo, dalla parte di oriente, sorgeva in sul lido stesso del Cratere la città di Faterò,ne' più remoti tempi edificata ed alla storia affatto sconosciuti. Né serbò memoria Licofrone, e sulla testimonianza di lui, o di Callimaco, anche Stefano Bizantino, che la pose negli Opici (1427). E indicata dall'oscuro poeta col titolo di Torre di Falero (Φαλήρου τύρσις); ma, oltreché non diversamente altri poeti altre città ricordano, Stefano la nomina città, e Licofrone stesso da a Tebe ed a Roma il nome di torri (1428). Poiché Napoli fu edificata da Calcidesi fondatori di Cuma, non par dubbio che la città di Falero fu quella stessa nota sotto i nomi di Palepoli e Partenopei primo per distinguersi dalla nuova città da Cumani, l’altro ch’ebbe dal culto della Sirena omonima. Ma chi da principio l’edificasse non è noto dagli antichi, i quali dando corpo ad un essere mitico, dicono solo ch’ebbe nome dal sepolcro della Sirena Partenope (1429). E gli storici patrii anch’essi, senza bene investigare le origini diverse di tali denominazioni, seguaci dell’evemerismo, o del sistema che nelle creazioni mitiche della greca mitologia non sa altro vedere che principi, condottieri di colonie, eroi ed eroine, o hanno creduto primo fondatore di Falero il noto Argonauta di tal nome, o senza titoli genealogici hanno affermata Partenope figliuola di Eumelo re di Fera nella Tessaglia, giunta con una colonia in questo ameno lido della Campania. Ma, comeché gli antichi non dubitassero che nella penisola sorrentina fosse stata l’antica abitazione delle Sirene (1430), tale dimora, anziché di esseri mitici, dobbiamo intendere del loro culto, e de' greci coloni che vi si stabilirono. E si può anche credere ad Eustazio, il quale mescendo le idee cristiane alla favola de' Greci, narra i casi di una donzella Partenope, sì rigida custoditrice della verginità, che invaghitasi di un Frigio per nome Metioco, punì se stessa col recidersi i capelli, e deponendo ogni ornamento si ritirò nella Campania a condur vita di penitente (1431), dove si perpetuò il suo nome? Il perché dopo tante diverse opinioni, tuttavia rimane a proporre qualche più verisimile conghiettura, e colle stesse testimonianze degli antichi la ci offrirà il semplice nostro modo di vedere nelle origini delle città e de' popoli di tutte le patrie contrade.

Egli sembra che i primi a fondare in questa spiaggia una città, o almanco una grossa borgata fossero stati gli Opici, abitatori originarli della Campania. A questi si tramischiarono in processo di tempo i Pelasgi, i quali tennero, dice Dionigi d’Alicarnasso, non piccola parte di quest'amena contrada (1432) ed un patrio scrittore ha dottamente osservalo che le identiche denominazioni di Faterò o Falerio nella Tessaglia, nell'Attica e nel Lazio dimostrano la comune origine pelasgica, ed un’altra diversa non sa assegnarne all'omonima città di Faterò nella Campania (1433). Come le molte città di Larisse, ripetevano i Pelasgi dalla metropoli nella Tessaglia queste città di Faterò nelle diverse contrade in cui si stabilivano (1434), ed a tutte le altre è da aggiugnere Palerò, o Faterò nell’Acarnania (1435). Così spiegata l’origine del nome delle diverse città di Faterò, senza andare investigando se lor venne imposto dalle spumose e bianche acque del mare o di un fiume, alle cui sponde furono edificate (1436), si vedrà chiaro ne Pelasgi insieme e negli Acarnani i primitivi fondatori di questa città nostra, gli Acarnani o i Teleboi, che la storia ci ricorda come i più remoli abitatori della prossima isola di Capri; né si può credere che si stabilissero solo in questo grande scoglio dell’Opicia, senza occupare del pari la spiaggia da Napoli a Sorrento. Il perché molto dal vero si dilungarono i patrii scrittori, i quali in vece di ri cercare nella geografia una città del nome stesso di Faterò, i cui popoli qui trapiantandosi il nome riprodussero della loro metro poli, pensarono all'argonauta Faterò ricordato da Apollonio e dallo storico Proxeno (1437). Seguirono costoro l’analogia de' nomi (1438); ma se valgono le omonimie nelle ricerche di tal natura, vai meglio seguire l’analogia che ci offrono la geografia e la storia di città o di popoli, anziché di favolosi conduttori di colonie. E sebbene Strabone scrive mostrarsi della venuta degli Argonauti in Italia alcuni monumenti lungo l’Adriatico, nel golfo Posidoniate e nelle isole adiacenti alla Tirrenia (1439), tradizione contraddetta da Timeo, il quale affermava che giugnessero solo presso Cajatta (1440), chi vorrà seguire tali favolose tradizioni? Perciò Io storico della Campania stimava Faterò, ora duce de' Rodiani, ed ora degli Ateniesi (1441), confondendo così i nomi delle due città, le colonie e i tempi. E se di Eumelo ci lasciarono memoria Omero e Strabone, in quale altro antico scrittore trovano i nostri storici che avesse una figliuola per nome Partenopei Certo nella lor fantasia, interpretando a capriccio la testimonianza di Stazio, il quale ricorda la Fratria Eumelide, o la città stessa col nome della Fratria più antica e più celebre.

Ma delle opinioni degli scrittori che diversamente vedevano nelle origini di Partenope due altre non debbo trasandare, le quali più si accostano alla già detta, e che meriterebbero la preferenza, se la prima non si accordasse meglio colla storia e la geografia. Le favolose Sirene sono secondo una di queste opinioni una personificazione de' corsali Tafii o Teleboi (1442), i quali veramente inclinati molto alla navigazione frequentavano fin da' tempi Omerici le coste d'Italia (1443), pe’ Fenicii esercitavano la pirateria (1444), e le donzelle rapite vendevano alle isole della stessa Grecia (1445). E notando un altro scrittore che Licofrone da il nome di Curetidi alle Sirene, e che dalle loro immagini si raccoglie che partecipavano alla iniziazione de' misteri, vide in Partenope una delle sacerdotesse che iniziavano a misteri di Rea e de' Cabiri (1446).

Or il primo di questi scrittori confondeva la dea col popolo che l’adorava, la Sirena Partenope con gli Acarnani o i Teleboi; e l’altro la dea stessa co' misteri Cabirici da' Pelasgi propagati in Italia. Ed alla più probabile spiegazione sarebbesi accostato ancora il Vico, se w Fenicii non avesse confuso i Siri, o se gli fosse stato noto che gli Epiroti furono una colonia di Siri (1447); dappoiché scrive: «Napoli si disse dapprima Sirena con voce siriaca; ed è argomento che i Siri, ovvero Fenicii, vi avessero menato prima di tutti una colonia per cagione di traffichi: dopo si disse Partenope con voce eroica greca; e finalmente con lingua greca volgare si dice Napoli: che sono pruove che vi fossero appresso passati i Greci per aprirvi società di negozj, appunto come ne’ lidi di Taranto fu una colonia siriaca detta Siri, da' Greci poi detta Polieo (1448)». Che i Fenicii del resto avessero dapprima fondata la città, come non dal nome di Sirena, sì bene da quello di Partenope argomentano altri scrittori (1449), è opinione contraria alla storia ed alla cronologia, perciocché i Fenicii ottennero il dominio del mare dopo i Rodii (1450), e questi popoli secondo Strabone fondarono Partenope (1451).

Parlando del favoloso sepolcro di Partenope ho già detto che come dea era nella città venerata, e senza andare più oltre investigando la mitologia delle Sirene mi basterebbe dire che a Falero, come a Sorrento, ne fu propagato il culto da' primi fondatori dell’Acarnania irrigata dal sacro fiume Acheloo, padre di esse secondo i mitografi (1452), se altre testimonianze di antichi non ci chiarissero meglio la significazione del mito, e la vanità della favola Omerica. Dice Omero, come tutti sanno, che le Sirene per modo i naviganti allettavano col canto, che chi udivate facilmente obliava la sposa e i figliuoli, né più movevalo il desio di rivedere la cara patria: avevano intorno il chiaro monumento della loro ferocia, un mucchio d’ossa delle divorate vittime (1453); né un racconto diverso ne facevano altri poeti, seguaci secondo l’arte del meraviglioso e del falso (1454). A spiegarne l’allegoria, quante strane cose non dissero gli antichi? Le meretricie lusinghe (1455), la sapienza delle cose occulte (1456), una nuova e non mai vista specie di uccelli divoratori (1457), un certo soave suono de' flutti nel frangersi a piè de' monti e degli scogli (1458), queste ed altrettali interpretazioni del mito si proponevano, alle quali egli è difficile di credere. Or da un altro canto le Sirene, dee insieme e profetesse, si annoverano tra' principali numi degl'inferi, e predicevano l’avvenire. Sofocle le nomina Vergini di Forco (1459), non già dell'omonimo nume del mare, sì bene dell'Orco, o dell’Erebo padre della Notte (1460), il quale vegliava all'esecuzione delle leggi di Hades o Plutone, e che, come Nereo, Tritone e Proteo, credevasi dotato della facoltà profetica come le Sirene. Le melodiche Sirene, figlie della terra, erano secondo Euripide divinità infernali e compagne di Proserpina (1461), ed è noto che gl'indovini, le Sibille e le Muse uscivano da' sotterranei abissi, o dimoravano presso le acque. Erano nell'inferno sotto l'impero di Plutone, e col suono accompagnavano il canto delle Parche (1462). Si considerano perciò come le Muse della morte (1463), e non solo furono tre, quante le primitive e più antiche muse de' Traci, che nell'età di Orfeo le adoravano nelle vicinanze dell'Elicona (1464), ma sono anche rappresentate sotto la lor mitica sembianza, con quella di uccelli a testa umana in un vaso pubblicato da varii archeologi (1465). Altri antichi scrittori lodarono le Sirene come conoscitrici degli eventi di tutti i secoli, de' fatti passati e degli avvenire (1466), ed esse stesse in Omero vantano ad Ulisse il proprio sapere: conoscono tutto che avviene nell'alma terra, e gli dicono che quanti udirono le lor voci, ne partirono pieni di diletto e di scienza. E tale era pure l’uccello Anka (Ογκα de' Greci), in che fu trasformata la Sfinge indiana o egizia, simbolo per gli Orientali della saviezza e della sperienza del mondo, e che vedesi negli egizii monumenti. Da questo uccello favoloso degli Orientali (1467) finsero i Greci le loro Sirene, giacche i Persiani nominano anche Sireng la Simourg, o l’Anka, che sono una medesima cosa, ed è notabile che gli Ebrei nominavano Bnut e Ione non solo i veri e reali uccelli (1468), ma certi volatili ancora poetici e ieroglifici, che i Settanta tradussero sempre colla voce Σειρήνης Sirene (1469).

Si sono altresì considerate le Sirene come genii psicopompi, che secondo le dottrine antiche al cielo conducevano le anime de' giusti, accompagnandole col loro canto melodioso, agli accordi del flauto e della lira. Le Sirene, dice Platone, inspirano alle anime spiranti l’amore delle cose celesti e divine, l’oblio delle cose mortali. Nella guisa stessa che i demoni degli antichi, i Genii de' Greci, che furono dapprima le anime stesse e che divennero poi i lor genii tutelari, le Sirene, dopo essere state le anime stesse presso gli Egizii, simboli della saviezza e della scienza come la Sfinge (1470), divennero le conduttrici delle anime stesse, la loro guida melodiosa all'infernale soggiorno. Perché stavano pronte, secondo le mitiche credenze, per raccogliere lo spirito de' moribondi, onde innalzarlo sulle ali d’oro alle eteree dimore, la volgare mitologia facevane genii malefici, assomigliandole alle stesse Arpie ed agli uccelli Stinfalidi (1471). Certo è, che da qualsivoglia lato riguardarsi voglia il mito delle Sirene, esso è orientale, i Siri a quel che sembra lo trasmisero nell'Epiro, e gli Acarnani passando nella Campania, lo propagarono in queste contrade.

Dopo i Pelasgi e gli Acarnani una colonia di Rodii accrebbe adunque la popolazione della nostra città, e sulla testimonianza almeno di Strabone potevano gli scrittori patrii confermar la loro opinione che la città prendesse il nome da una donna, seguendo l’istituto di Tlepolemo, che impose il nome di alcune Danaidi alle città da lui fondate nell'isola di Rodi (1472), ed essendo anche noto da Pausania che nell'antichità imponevasi alle città il nome di donne illustri (1473). Ma senza più trattenermi su questo argomento, non mi par dubbio che i Rodii si stabilirono a Falero, detta anche Partenope dal culto della Sirena, anziché a Napoli, dappoiché questa anziché quella avrebbe il geografo nominata nel mentovarci la loro colonia. Difficile é intanto il determinare l’epoca dell’arrivo de' Rodii nell’Opicia, che non trovo nemmeno indicata per conghiettura dal ch. storico delle colonie greche. Si sa solo che tra l’anno 998 a. C., epoca della seconda migrazione de' Greci nell'isola di Rodi sotto la condotta dell'argivo Alcamene, e la prima Olimpiade (776 a. C.) i Rodii si contraddistinsero per le commerciali e marittime intraprese (1474) e senza dire di altre città che fondarono in altre contrade, la città di Gela nella Sicilia ebbe i principii da una colonia riunita di Cretesi e Rodii di Lindo, 44 anni dopo la fondazione di Siracusa (1475). Or, comeché l’epoca certa della fondazione di questa insigne città non sia ben nota, giacché Euschio la pone nell'01. XI, 4 (733 a. C.), e la Cronaca di Paro nell’Ol. V, 4, cioè 25 anni prima (1476), in guisa che Gela sarebbe stata fondata nel 689 a. C. secondo il primo calcolo cronologico, e nel 714 secondo l’altro, ci possiamo non pertanto servire di tali epoche approssimative per la fondazione della colonia Rodia in Partenope avvenuta poco prima, o poco dopo del 714 o del 689, allorché è pure da credere che i Rodii fondassero Elpia o Salapia nella Daunia secondo l’addotta testimonianza del greco geografo.

La città del resto, antica alleata di Roma, serbò la sua piena libertà insino al 429, quando alienandosi dalla Republica, si collegò co’ Sanniti che tenevano Nola, e si rivolse contro i coloni Romani stabiliti nell'agro Campano e nel Falerno. Intimata da Romani la guerra per la insolente risposta de' Palepolitani ai Feciali che chiedevano le cose tolte (1477), due mila soldati Nolani e quattro mila Sanniti furono ricevuti in Palepoli, ed il Console Q. Publilio Filone, accampatosi fra le due città, onde l’una non soccorresse l’altra, assediava Palepoli. Perché più per forza usata da' Nolani, dice Livio, che per lor genio, avevano i Palepolitani dentro le loro mura ammesso il presidio, il quale più che da nemico con gli eccessi v'insolentiva, ed aspettando indarno il soccorso da' Tarentini, autori anch’essi della nuova alleanza, sceglievano il minor male col risolversi di darsi in potere de' Romani. Accordatisi tra loro Ninfio e Carilao, i principali magistrati delle due città vicine, nel mentre che il primo induceva i Sanniti ad imbarcarsi per saccheggiare la spiaggia romana e gli stessi luoghi vicini a Roma, introduceva l’altro tre mila soldati romani dentro di Palepoli, e senza battaglia, col solo grido di allarme i Nolani fuggivano per la strada che menava a Nola, i Sanniti dalla parte del mare. Oltre di Livio, ricordano i Fasti il trionfo del Console su' Palepolitani, poiché da essi propriamente era sorta la guerra. L’alleanza, ma di soggezione verso Roma, fu rinnovata co’ Napolitani, né altra memoria di Palepoli s’incontra più nella storia (1478).

La città, ch’io considero tutt'uno con Falero e Partenope, molto probabilmente era posta verso la foce del Sebeto, comeché Licofrone questo piccolo fiume scambiando col Clanio, la dica in vece situata alla riva di esso, il quale a sei miglia scorre da Napoli. La posizione dappresso al Sebeto chiaramente si raccoglie da Columella e da Stazio, come appresso diremo, e di quà certamente della foce del fiume verso Napoli, perché le due città in una sola poi si riunirono. Il fiumicello ora mette nel mare a breve distanza dall'antica città di Napoli; al di sopra del Carmine adunque, o della piazza del mercato, all'estremo della città odierna esser doveva Palepoli. Poiché ancora nell'occupazione de' Romani i Nolani fuggirono dalla parte opposta per la strada che menava a Nola, la città non può supporsi che all'oriente di Napoli, in un sito assai più piano, e molto dal vero si dilungarono gli scrittori che più lungi l’andarono ritrovando, a tre miglia da Napoli (1479) sulla strada di Nola, o ad altrettante su quella di Ercolano (1480).

87. Fiume SEBETO

All'oriente di Partenope scorreva, come abbiam detto, il piccol fiume Sebeto, quanto scarso di onda e di breve corso, altrettanto ricco di fama e di poetiche lodi. Alunna del Sebeto nominava Stazio la sua bella patria, ed irrorala dall'acqua Sebetide diceva Columella la dotta Partenope (1481). Da una ninfa del Sebeto faceva anche nascere Virgilio il figliuol di Telone vetusto principe dell'isola di Capri (1482), per accennare forse alle relazioni de' Teleboi che ivi e nella vicina costa si stabilirono co' prischi abitatori della città; e tali testimonianze sono bastevoli a dimostrarci resistenza e il nome negli antichi tempi del fiumicello che bagnava quasi le mura di Partenope, e che alcuni scrittori hanno indarno sostenuto diverso da quello che tuttavia a breve distanza ne irriga il fertile piano (1483). E chi il fiumicello confondendo con altre acque per canali condotte nella città, avvisavasi il Sebeto degli antichi non altro essere che le acque del Sabato (1484), uno degl'influenti del Calore e del Volturno; chi ne afferma scomparse ed interrate le onde per cagione della celebre tempesta del 1343 descritta dal Petrarca (1485). Se un avanzo di tali acque fosse quella che scorre a S. Pietro Martire, come pensava il Celano (1486), troppo da presso all’antica Napoli avrebbe avuto corso il Sebeto, il quale anziché scorrere solo presso di Partenope, avrebbe diviso le due città contro la descrizione di Livio. Altri ancora ne vedevano l’origine nelle paludi Nolane, o negli antri del Vesuvio e del vicino Monte di Somma. Lasciando adunque stare queste ed altrettali immaginazioni, eccone l’origine e il corso, sconosciuti a molti de' nostri scrittori.

Aristotile scriveva che dalle copiose goccie d'acqua delle piogge crescono i fiumi; e questo è da dire appunto del Sebeto, perché in quattro grotte sottostanti ad un terreno bibulo molto e incoerente, composto come è di sabbia e produzioni vulcaniche, ha le sue fonti tra Pomigliano d'Arco e Somma, alla distanza di sei miglia dalla città. Dalle volte e dalle pareti di queste grotte, non naturali, ma artefatte, a goccia a goccia stilla l’acqua, che nelle parti inferiori rampolla a zampa d'oca, o sorge poco ed a piccole polle. Le acque delle due prime grotte, quelle cioè della Preziosa e di Taverna Nuova per appositi sotterranei canali si riuniscono, ed incontrandosi con un altro acquidotto, che viene dalla terza grotta, più prossima alle radici del Monte di Somma, e la stessa per avventura a cui il Villani da il nome di Cancellaτο (1487), e quindi dalla quarta lungo il canale della terza già detta per un altro canale corrono verso il serbatojo della Bolla, dentro del quale per un gran sasso divise in due parti eguali, l’una forma propriamente il Sebeto, e l’altra chiusa in altro sotterraneo acquidotto per Poggio Reale verso la città si avvia, accresciuta per la sorgente di un altro canale, che del pari termina in una grotta. Alle acque di questo acquidotto alcuni scrittori riferiscono la testimonianza di Vibio Sequestre, il quale mentovando il Vesuvio, dice che un fiume ne scaturiva (1488); ma per questo fiume è da intendere piuttosto il Veseri, del quale appresso sarà detto. Anastasio Bibliotecario la formazione ne attribuiva a Costantino Magno (1489), autore altresì, secondo la volgare tradizione, delle più antiche chiese della città: importa nondimeno la testimonianza di esso per la distanza dell'acquidotto, cioè di otto miglia da Napoli, perché ci addita la discorsa origine del Sebeto. A questo acquidotto si da il volgar nome di Formale, derivato dal latino Formale, con che gli acquidosi si dinotavano (1490), e nella seguente lapida si ha memoria dell'Edile (1491), il quale cura vane la conservazione:

SEX. FIRMIO. SEX. F.

AEMILIO. SABINO. AED. FORM. III

PLOTIA. DORIS

MARITO. ΟΡΤΙΜΟ. ET SIBI

Originate del resto le acque del Sebeto da quella parte delle piogge che la terra assorbe e giù trasmette pe’ sotterranei meati, le ritiene e conserva il terreno solido e compatto, d'onde scendendo si aprono il varco dovunque uno o più fori lor permettono di zampillare sul suolo, e sorgono o in piccole polle o in maggior copia, o stillano a gocce dalle volte delle grotte e de' canali (1492).

Il Sannazzaro, indicandoci quasi la discorsa origine del piccolo fiume, ecco quel che fa dirne da un pastore della sua Arcadia. «Così per occulto canale indirizzatomi, tanto in qua ed in là andai, che finalmente arrivato in una grotta, cavata nell'aspro tufo, trovai in terra sedere il venerando Iddio (il Sebeto) col sinistro fianco appoggiato sopra un vaso di pietra, che versava acqua: la quale egli in assai gran copia facea maggiore con quella che dal volto, dai capelli, e dai peli dell’umida barba piovendoli, continuamente v’aggiungeva (1493)». Ma chi architettava così utile e così bell'opera? non potendo pensare né ad Osci, né a Romani che furono i meno antichi abitatori della città nostra, il dotto naturalista che ha meglio rischiarata l’origine del fiumicello, sospettava che i Fenicj o i Greci la meravigliosa opera conducessero; ma più probabilmente ne furono autori i Pelasgi, sì perché la critica odierna i Fenicj esclude dalla Campania, sì perché i Pelasgi che bene l’abitarono e la città di Falero con gli Acarnani fondarono, come maestri in tali opere ci vanta la storia. E il nome stesso del fiumicello egli sembra riferirsi a quell'epoca antichissima, per altre denominazioni simili già notate da un dotto filologo (1494), essendo noti i luoghi col nome di Sebatum (ora Sabs presso Brescia), e Sabato, ora Bracciano, sulla Via Claudia nell’Etruria. Ma che che voglia dirsene, al pari di altri fiumi fu il Sebeto come nume venerato dagli antichi Napolitani in un tempietto già restaurato da un P. Mevio Eutico, e a breve distanza dalla sua foce costrutto, e serbavane memoria questa epigrafe (1495):

P. MAEVIVS. EVTYCHVS

AEDICVLAM

RESTITVIT. SEBETНО

Dismesso il nome antico ne' secoli di mezzo, è detto Rubeolus in una carta del Re Roberto, in altre Rubiolus, Ribius e Rivolus (1496); e tali in apparenza diverse denominazioni, anziché proprie per qualche ignota cagione, io credo tutte alterate da rivolus, perché tale veramente è il Sebeto, e, come al Boccaccio, diminuisce veramente a chi lo guarda colla presenza la sua grande celebrità.

88. Acquidotto CLAUDIO

Oltre le acque del Sebeto che per l’acquidotto già mentovato passavano in Napoli, altre ve ne trasportava il grande acquidotto attribuito a Claudio Imperatore, comeché né dell'epoca né dell'autore di tal grandiosa opera non sia memoria nella storia.

Nella valle del Sabato di sopra a Serino nel Principato Ulteriore scaturiscono le acque che in questo acquidotto s incanalarono. A qualche distanza dalle lor prime sorgenti si sprofondano, poi risorgono sotto il mercato di Serino, ed indi a poco s'intromettevano nell'acquidotto. Il quale di là usciva in una valletta, dove rimangono vestigi di un ponte, sul quale passava; e correndo insino al burrone sotto il casale di Aiello, dove sono ruderi di un altro ponte, girava a destra intorno il prossimo monte, e per le campagne di Cesinali e della villetta di Bellizzi. Scorsa un'altra valle ed il villaggio detto la Contrada, dove altri avanzi di ponte si osservano, pe’ trafori del monte di Mortellito, detti dal volgo Grotte di Virgilio, passava sotto il piano di Forino ed usciva nella via che scende a casali di Montorio, per tre miglia tutto scavato nella dura roccia. Di là stendevasi pe’ campi del casale di Perduro, verso quello di Pandola, e scendendo anche sotterra, innoltravasi alla sinistra di S. Severino, girava sotto la Torre di Marcello per la falda del monte di S. Giorgio, ed alla dritta in su dell'osteria di Lanzara. Per tutti que' luoghi, scrive il Lettieri, che ne esplorò il corso nel secolo XVI (1497), appariscono spiragli e cunicoli, parte interi, parte guasti del grande acquidotto, il quale dal detto sito per le falde del monte di Paterno, usciva nel piano diurno, e di là sempre sotterra per la vecchia terra di Sarno arrivava alla torricella in sulla foce del fiume. Passava quindi sopra i grandi archi laterizii nella via che mena a Palma, d'onde correndo per la falda del monte, di sotterra usciva nella pianura per diramarsi a Nola, e più oltre giugneva al podere della Preziosa (1498), come i molti spiragli dimostravano ivi aperti con grande fatica e perizia nell'arte idraulica. Di là sopra grandi archi, d'onde il nome ha preso Pomigliano d'Arco, per Posteria di Casale Nuovo stendevasi sotterra per le campagne di A fragola e S. Pietro a Paterno, dove altri cunicoli rimangono già detti i puzzari, ed ora cantarelli, e sempre sotterra dava in mezzo alla strada di Capo di Chino, Presso la chiesa di S. Giuliano volgeva a destra sotto la collina, dove si veggono grandiosi vestigi di due paralleli ordini di archi ora detti Ponti rossi, pe’ quali in due canali diviso correva l’acquidotto. Innoltravasi più oltre sotto la collina presso la strada di S. Efrem vecchio, sotto la stufa del Reale Orto botanico e di là per la strada della Sanità e pel monistero di S. Teresa degli Scalzi presso la porta di S. Maria di Costantinopoli, uno di due acquidosi introducevasi nelle mura della città, verso la porta Donnorso presso S. Pietro a Maiella, e volgeva infino al quadrivio di S. Patrizia. L’altro ramo pel colle Olimpiano sopra archi laterizii innoltravasi fuori Porla Medina e di là al promontorio Echi a, donde per la spiaggia di Chiaja e per la falda di Posilipo arrivava sopra la grotta che mena a Pozzuoli Ivi spartendosi in due altri rami, l’uno ne andava ad Euplea ed & Bagnoli nelle ville romane (1499), e l’altro pel monte Olibano passava per Pozzuoli, e di là con altri diversi rami correva per Tripergoie, per Baja, in tutta quella regione ripiena di suntuosi edifizii e ville dalla romana magnificenza, e dopo il corso di 42 miglia dava copia di acque non meno alle piscine di quelle ville, che alla grande Piscina mirabile. Perciò si può credere che fosse opera ordinata da Agrippa o da Augusto ad uso della flotta che fu messa nel porto di Miseno, e i canali di piombo scoperti tra Baja e Pozzuoli col nome di Claudio, pel quale a questo Imperatore attribuivalo il Fontano (1500), o sono da giudicare di altri rami dell’acquidotto stesso, o appartennero piuttosto alla sua restaurazione.

89. ATELLA (Α΄τέλλα, Atella)

Sulla strada che diramandosi da Capua conduceva a Napoli, ed all'eguale distanza di IX miglia antiche tra queste due città, sorgeva in una vasta pianura la città di Atella (1501), il cui nome è di affatto ignoto significato. Fu una delle città più mediterranee degli Opici, a' quali concordemente l’attribuiscono gli antichi (1502), senza vestigio di popolazione ellenica. Sconosciute ne sono le vicende primitive. Senza altre pruove che o la prossimità con Capua, o la simiglianza delle sue medaglie con quelle della stessa metropoli della Campania, alcuni scrittori l’annoverano tra le XII città della federazione tirennica (1503); ma di ciò non vi ha certezza, ed altrove ho riferito secondo la mia conghiettura il cataloco di queste città alleate, senza comprendervi Atella (1504). Poiché i Sanniti s'impadronirono di Nola, vi è tutta la ragione di credere che anche questa città occupassero colla vicina Calazia. Queste tre città furono riprese dal Console Caio Giunio nel 441, e comeché Livio dopo di Nola non ricordi occupata da’ Romani Atella, sì bene Atina e Calazia (1505), uno degli storici della Campania avvertiva l’errore de' copisti, perché Alina, egli dice, era molto distante da Calazia di qua del Volturno e da Nola, al che è da aggiungere che in quell'anno non combattevasi co' Volsci. E che Atella fosse stata già nel dominio de Sanniti può esserne anche una pruova il vedersi annoverata da Strabone tra quelle città, le quali, comeché nella Campania, erano già da certi antichi scrittori attribuite al territorio Sannitico (1506).

Divenuta Atella dopo l’occupazione de' Romani un Romano municipio, ma senza suffragio, in tale stato si mantenne insino alla battaglia di Canne. Scossa allora dal terrore di quella rotta memorabile, come altre città si diede in balia de' Cartaginesi (1507); ma dopo la dedizione di Capua si lasciò anch’essa in potere del Console Fulvio, i cittadini ne furono dichiarati liberi col perdere nondimeno la cittadinanza romana (1508), e, come le altre città che si erano alienate dalla Repubblica, fu sottoposta al governo di un Prefetto (1509). Innanzi di darsi a' Romani una parte nondimeno degli Alettoni, temendo forse l’ira de' vincitori, si rifugiò presso di Annibale negli accampamenti della Lucania, il quale facevali ricoverare da’ Turii (1510); ed allora forse, se vera è la tradizione, questi esuli, o buona parte di essi, edificarono l’altra Alcila in quella regione (1511). E poiché i Romani ebbero sottomessa tutta la Campania nel 542, gli Alettoni furono obbligati di passare a Calazia, come i Nucerini ad Atella (1512); e così ne fu quasi dispersa l’antica popolazione.

Le note monete Atellane, battute nelle epoche finora narrate, presentano due delle diverse divisioni dell'asse romano, il triente ed il sestante, e tipi affatto simili a quelli di Capua. Il triente ha nel dritto la testa di Giove laureata, e nel rovescio Giove stesso con la Vittoria in rapida quadriga in atto di scagliare il fulmine, coll’osca leggenda retrograda JOAN Arerl o Aderl, il vero ed antico nome della città. Col medesimo tipo nel dritto il sestante ha nel rovescio due guerrieri stanti armati di gladio che sostengono una piccola troja,noto tipo di trattato di pace,il quale in questa medaglia sembra accennare a quello che i Romani conchiusero con Capua nel 436 (1513). Altri tipi singolari presenta ancora il sestante: nel dritto la testa radiata del sole, e nel rovescio un elefante colle sole prime lettere del nome della città ed anche senza questa epigrafe, medaglie che un nummologo credeva battute allorché si dichiarò per Annibale (1514).

Rimasti intanto fedeli a' Romani nella guerra sociale co' pochi antichi abitatori i nuovi cittadini di Atella, furono de' primi a godere del benefizio della legge Giulia, con che fu concessa a' nostri popoli la romana cittadinanza. Cicerone ne ricorda la condizione municipale, ed oltre alle narrate sventure, la memoria che Foratore ci serbò dell'aver avuto come Alpino un campo vettigale nella Gallia nelle cui rendite tutta riducevasi la sua fortuna (1515), è una pruova della distrazione delle sue terre coll'occupazione fattane da' Romani. E di quelle che le rimanevano ebbe poi a far parte ad una colonia di veterani speditavi da Augusto che Frontino ci ricorda (1516) e la seguente epigrafe scolpita in lettere semipalmari, e già scoperta nelle vicinanze di Melito (1517):

GENIO COLON

AVG. ATELLAN

M. IVNIVS...

SOSIPAT...

Questa colonia, come per lo più intervenne, non fu confusa con gli antichi abitatori. Nella pianta che ce ne tramandò Igino, vedesi in fatti la città, ch’egli nomina oppido di figura quadrata difesa da quattro torri, e la Colonia Augusta a qualche distanza più grande, di figura ottangolare con una torre in ciascun angolo delle sue mura (1518). Molti nobili edifizii ebbero ad esservi, ma appena è memoria del suo anfiteatro, il quale ornato di colonne marmoree, gareggiava con quello di Cuma. Morto Tiberio nella villa Lucullana a Miseno,come si cominciò a trasportarne il corpo, molti levarono le grida dicendo che si portasse ad abbrustolare nell'anfiteatro di Atella (1519): ma ciò che non intervenne a Tiberio morto, fu fatto ad un poeta vivo, il quale per un verso alquanto ambiguo di una farsa, per Caligola oltraggioso, fu bruciato nell'arena di questo anfiteatro (1520). E poiché la città fu celebre per le favole scherzose e satiriche note appunto come di Atellane, un teatro ancora da' più vecchi tempi vi fu forse costruito, nel quale si rappresentavano. Erano queste favole scherzosi e ridicoli intermezzi che si pronunziavano tra gli atti delle tragedie per temperare col riso la mestizia degli spettatori (1521). Si sono credule affatto simili alle favole comico-satiriche de' Greci (1522), in questo solo diverse che nella satirica greca s’introducevano sulla scena Satiri, o persone simili a' Satiri, i personaggi di Autolico e di Busiride, nelle Atellane persone ridicole, come Macco, Bucco, Pappo e Dossenno (1523).

La città del resto fu ampliata e restaurata sotto Costantino Magno dal Consolare L. Celio Censorino, il quale perciò di una statua fu onorato nel Foro di questa stessa sua patria, come fe' noto la seguente epigrafe scolpita sopra un grande piedistallo che vedesi nella piazza del villaggio di Grumo, a breve distanza dalla distrutta città di Atella (1524);

C. CAELIO CENSORI

NO V. C, PRAEF. CANDI

DATO CONS. CVR. VIAE

LATINAE, CVR. REG, VII.

CVR. SPLENDIDAE CAR

THAG, COMITI D, N.

CONSTANΤΙΝΙ ΜΑΧΙMI AVG.

ET EXACTORI AVRI ET ARGENTI

PROVINCIARVM 111. CONS. PRO

VINC. SICIL. CONS. CAM. AVCTA

IN MELIVS CIVITATE SVA ET REFOR

MATA ORDO POPVLVSQVE ATELLANVS

L. D. S. C.

Un ramo del lungo acquidotto delle acque Sabazie nella città s’immetteva, e sotto le rovine degli antichi edifizii si sono scoverti lunghi tubi di piombo in mezzo a gran pietre di selce lavorate che a questo ramo appunto dell'acquidotto appartenevano (1525). Distrutta e desolata Aletta da un incendio nel V secolo, ne accrebbe il numero degli abitatori S. Elpidio (1526), il primo Vescovo della città di cui abbiasi memoria, ed uno di que' dodici celebri Confessori Africani i quali, perseguitali da Genserico rede' Vandali, nel 439 ripararono nella Campania. Né ridusse egli i superstiti cittadini in una delle estreme parti della città, in un villaggio ch’ebbe il suo nome, e che poi corrottamente fu detto S. Arpino. Nel VI secolo la chiesa di Atella era aggregata a quella di Cuma (1527); nondimeno anche dopo ebbe i suoi Vescovi, l’ultimo de' quali fu Euschio, il quale intervenne al Concilio Lateranense nel 649 (1528). Ridotte poscia le ville Atellane all'estremo della desolazione e della miseria per le continue guerre de' Greci Napolitani co' Longobardi, le quali quasi tutte nell'agro di quest'antica città furono combattute, ne restò il nome ai soli paghi e vichi ne' quali fu ridotta. Fuori del casale di Pomigliano di Aletta se ne veggono le rovine, le quali distendendosi verso occidente vanno a terminare sin dentro all'altro villaggio di S. Arpino. Vi rimangono in un piano i fossati che la cingevano, in ciascuno de' lati di 50 passi geometrici ed in un sito alquanto più rilevato l’area della città, all'oriente della quale in un angolo della muraglia ond’era cinta rimane un gran pezzo di fabbrica laterizia, noto sotto il volgar nome ài Castellane di Alella, rovina di una delle sue torri. Più in dentro verso occidente, quasi nel centro della città distrutta, si veggono ancora poche distrutte arcate di una grandiosa fabbrica, volgarmente creduta la Cattedrale, edificata probabilmente su qualche tempio od altro pubblico edifizio di Aletta. Più in là verso occidente, ove incominciano le case di S. Arpino nel sito detto la Ferrumina si scoprirono i vestigi dell'antica strada, la quale dalla stazione Ad Septimum menava ad Aletta; e più oltre ancora nel piano di S. Arpino la circonvallazione della città da quest’ultimo lato all'occidente. Nel recinto tra' mentovati casali e quello di Succivo si sono scoperte non poche antiche medaglie romane, e spesso imperiali, segnatamente di Costantino e de' secoli bassi; e fuori delle mura e negli stessi fossati della città vasi sepolcrali ed altre piccole anticaglie (1529).

90. GRUMO (Grumum)

A due miglia dalle rovine di Atella verso oriente è il popolato villaggio di Grumo, il quale io credo cominciato ad abitare da tempi molto remoti, il che non si è avvertito da' migliori storici della Campania. Altre città di simil nome sono note nelle nostre antiche regioni, una nella Lucania, un’altra nella Peucezia (1530); ma diversa dall'etimologia di queste a me sembra quella di Grumo nella Campania, anziché dal greco, derivata dalla lingua latina. Gruma dinotò a' Latini una certa misura agraria, con che le storte vie si allineavano, e si disse ancora de' luoghi medii, ne' quali quattro rette vie convenivano (1531). Poiché dunque nelle vicinanze di Atella ebbero a convenire quattro strade principali, o almeno i loro rami, che partivano da Capua, Acerra, Napoli e Puteoli, da tal circostanza mi sembra denominato questo antico villaggio, il quale cominciò a crescere, come sembra, intorno a' pubblici alberghi nel punto di convegno delle anzidette vie, se pure non si vorrà piuttosto originato da qualche militare accampamento, quello per l’espugnazione della vicina città di Capua, perché grumi anche dissero i Latini i monticelli che si spianavano nel formarsi i militari alloggiamenti (1532). Pruova inoltre l’antichità di Grumo il seguente titolo sepolcrale che si legge nel cortile della casa che fu de' sigg. Cirillo, dove più volte fui accolto con singolare cortesia, e che tante care memorie mi risveglia nell'animo sì pe’ dotti uomini che l’abitarono, e sì ancora per la grande amistà che mi legò a' loro discendenti:

D. M.

P. ACILIO VERNARIO

FILIO INCOMPARABILI

DECVRIAE II PV

TEOLI QVI VIXIT ANN

XXVIII M. VIIII. D. VIIII

E nel giardino della casa stessa una testa di bianco marmo si vede, creduta di questo P. Acilio ternario, a cui fu posto il monumento, al quale ebbe ad appartenere del pari un leoncino di nero basalte di mediocre grandezza, che io vidi mutilato a terra sotto la riferita epigrafe.

91. Vico SPURIANO (Vicus Spurianus)

Anche alla distanza di due miglia fa Aletta sorgeva verso occidente un altro piccolo villaggio, il quale comeché trasandato o ignoto a topografi di questa felice regione, importa ricordarlo, perché intorno di esso, o sopra le sue rovine io credo che il Conte Rainulfo edificava nel 1030 la città di Aversa. La seguente lapida sepolcrale, scavata nel 1751 presso la Cattedrale di questa celebre città (1533), ci fa certi ad un tempo di questo villaggetto della Campania e della sua situazione:

A. PLAVTIVS. EVHODVS. SIBI. ET. LIBERIS. SVIS.

A. PLAVTIO. DAPHNO. ET. PLAVTIAE. PRIMIGENIAE. ET

PLAVTIAE. LAVRILLAE. ET PLAVTIAE FESTAE. ET. PLAVTIAE. SVCCESSAE. ET

A. PLAVTIO. ASBESTO. LIBERTIS, LIBERTABVSQVE. SVIS.

POSTERISQVE. EORVM. IS. QVI.

PLAVTI. VOCITABVNTVR. VICVS, SPVRIANVS. CVM. SVIS. MERITORIS. ET. DIAETA.

QVAE. EST. IVNCTA. HVIC. MONUMENTO. CVM. SVIS parieTIBVS.

ET. FUNDAMENTIS. HVIC. MONUMENT. CEDET

SI. QVI. EX. IS. SVPRA. SCRIPTI. SVNT. HVNC. MONVMENTVM. AVT.

VICVM. SPVRIANVM

AVT. DIAETA. QUAE. EST. IVNCTA. HVIC. MONUMENTO. VENDERE. VOLENT

TVNC. AD, REMPUBLICAM. COLONIAE. PVTEOLANAE, PERTINEBIT.

Fu un vico fuori le mura di Aletta, edificato presso la villa di uno Spurio, dal quale ottenne il nome di Spuriano. Posseduto quindi da A. Plauzio Evodo, il quale per se, i suoi figliuoli, liberti e liberte pose la lapida e fece il monumento, e da giudicarlo abbastanza antico e di tempi al certo anteriori alla guerra sociale, poiché il possessore A. Plauzio aggiudicavalo alla Colonia Puteolana se a qualcuno de' suoi discendenti fosse venuto talento di alienarlo (1534). Nella lapida del resto si ricordano le osterie o pubblici alberghi (meritoria (1535)) annessi al Vico Spuriano, le cui rovine di qualche grandezza, non affatto distrutte ne' principii del secolo XI, mi fanno supporre che sopra di esse si edificasse la città di Aversa.

92. Via ERCOLANA

Ritornando alla descrizione della spiaggia, usciva da Napoli, o piuttosto da Partenope, una via lungo la marina, la quale menava alla prossima città di Ercolano. Vedesi segnata nella Tavola Teodosiana (1536), e tuttavia ne rimangono gli avanzi delle antiche selci simili a quelle della Via Appia nel luogo detto Pazzigno a breve distanza dalle paludi di S. Giovanni a Peduccio, ad un miglio circa dal Ponte della Maddalena. Ed a questa via stessa appartenne la colonna miliare scavata presso il detto villaggio, e che ora si vede nella sua chiesa, dalla quale può supporsi che fu restaurata verso la metà del V secolo, a giudicarne da' nomi degl'Imperatori che rozzamente vi si leggono scolpiti (1537):

DDDNNNSSS

BALENTINIANO

THIODVSIO ET

ARCADIΟ

BONOREIPVBCE

NATE

Nel sito stesso di Pazzigno, e probabilmente accanto all’antica via, si vede un grande edifizio in rovina, di opera tessellata e laterizia, anziché appartenente a qualche vicina villa, di pubblico albergo piuttosto per comodo de' viandanti.

93. Vico LEUCOPETRA

Tutto il Cratere della Campania, dice Strabone, oltre delle città, è ornato da case e da piantagioni, le quali l’una all'altra succedendosi, danno sembianza di una sola città (1538). Presso le città stesse erano ancora vichi suburbani, e però non senza ragione alcuni scrittori si avvisano che antico sia l’odierno casale di Pietrabianca, e che detto Leucopetra da' prischi abitatori, qual vico suburbano appartenne alla città di Ercolano (1539). Suppone ancora uno de' citati scrittori che si edificasse, o almeno si accrescesse di popolo dagli Ercolanensi dopo la distruzione della loro città. Certo è che vi si scoprì la seguente iscrizione, la quale ci ricorda i Municipi di Ercolano, e però le relazioni di dipendenza da questa città:

M. VINCIO P. F. POST MORTEM MUNICIPES

SVI AERE CONLATO PIETATIS CAVSA POSVER.

Il casale del resto di Pietrabianca portò per breve tempo nel secolo XVI il nome di Pietra d’Oro, forse dal detto di compiacimento e di lode che profferivano l’imperatore Carlo V, il quale reduce dall'Africa nel novembre del 1535 alquanto vi si trattenne prima di passare in Napoli, dimorando nella magnifica villa di Bernardino Martirano.

94. Portico d'ERCOLE (Herculis Porticus)

Tra gli altri luoghi da Petronio mentovati intorno la città nostra, ne' quali pur finge avvenute alcune delle curiose scene del suo Satirico, è il Portico d’Ercole. Nella vicina città di Ercolano questo Portico sospettava uno de' coltissimi comentatori del poeta (1540), e dotti scrittori patrii tal conghiettura avvalorando osservano che da questo portico in fatti di un tempio sacro ad Ercole pigliò nome l’odierno villaggio di Portici (1541), per la naturale amenità così celebre, per le ville e per le reali delizie. Or intorno al tempio del preteso fondatore di Ercolano, che i vicini visitavano nelle solennità del nume, non par dubbio che un piccolo villaggio crescesse dagli antichi tempi, soprattutto dopo la distruzione della città vicina, senza che di quel Portico non si sarebbe dopo tanti secoli perpetuato il nome. Vero è che non dal portico del tempio di Ercole, sì bene dal porto di Retina, o della città stessa di Ercolano si è pur creduto tal villaggio denominato (1542); ma meno naturale è questa etimologia, e più all'altra consentiamo, comeché del resto non si abbia precisa memoria del tempo in che cominciò ad abitarsi. Poiché un’altra celebre eruzione desolava ancora nel 512 questa felice contrada, nella quale l’infocata arena, dice Cassiodoro, a guisa di fiumicello scendeva dal Vesuvio (1543), e Teodorico ordinava generosamente di sollevarsi le danneggiate popolazioni senza nominare il Portico d’Ercole, si è creduto che tal villaggio vi sorgesse in tempi posteriori (1544); ma dal non mentovarsi il luogo nella carta di Teodorico non ci sembra potersi sicuramente conchiudere che il villaggio non esistesse, perché potè bene non esser tocco dall'eruzione vesuviana. Ad ogni modo coll'odierno nome di Portici è già mentovalo in una carta dell'anno VIII dell'impero di Basilio (1545), o dell'anno 874 dell'era volgare.

95. RETINA (Retina)

Seguiva quindi un altro pago o villaggio col nome di Retina, del quale ci lasciò ricordanza Plinio il giovine nella lettera che scriveva a Tacito degli incendii del Vesuvio. Dice egli adunque che i soldati della flotta che stanziava nel mare di Retina, spauriti dall'imminente pericolo dell'eruzione del vulcano, né potendo salvarsi che allenavi, pregavano il Prefetto dell'armata misenate, cioè Plinio il vecchio, che di tanta rovina li liberasse (1546). Che che ne dicano alcuni scrittori, da questa testimonianza si raccoglie, che oltre del pago che sottostava al Vesuvio, aprivasi nella spiaggia sulla quale sorgeva un antico porto della regione, colmato al certo dalle ceneri nell'anno 79. Dall'esser luogo, dove colle funi (retinacula) si fermavano le navi, questo pago della vicina città di Ercolano si è creduto denominato, od anche dalle reti che vi tessevano i pescatori della spiaggia, e con lieve differenza è ora detto Resina.

96. ERCOLANO (Ηράκλιον, Herculaneum)

A breve distanza dal Portico d’Ercole, ed a VI miglia antiche da Napoli (1547) seguiva Ercolano, piccola città edificata egualmente sulla spiaggia in tempi molto remoti. Dionigi d’Alicarnasso, secondo la tradizione, o il nome stesso della città, ne attribuì la fondazione ad Ercole, nel quale, anziché un nume, vedeva un eroe come le volgari credenze e tutti gli antichi Evemeristi (1548).

Alcuni scrittori moderni, veggendo in Ercole personificate le imprese de' Tirii, i quali colle loro colonie si diffusero sulle coste del Mediterraneo, ne hanno ripetuto piuttosto l’origine da’ Fenicii (1549), che a giudizio di altri, non dal culto, sì bene dalla naturale condizione del luogo arsa dal fuoco le imposero il nome (1550). Ma dalle sole etimologie, anche bene spiegate, è difficile ricavare la storia, né l’Ercole fenicio o ellenico è da credere adorato in Ercolano, ma il più antico Ercole assirio Sandon o Sandan (1551), al quale riferivasi la genealogia di Tirreno, personificazione de Tirreni della Lidia, dove ebbe impero la dinastia degli Eraclidi, ramo d’una dinastia assiria, la quale dal detto nume pretendeva discendere (1552). Riconoscendo adunque con Strabone per primitivi abitatori di questa città gli Opici, a' quali si unirono poscia i Pelasgi-Tirreni (1553), a questi ultimi popoli è da attribuire il culto non meno che il nome di Ercolano; il quale ne' tempi primitivi ebbe ad essere veramente Eraclio, o Eraclea, come quello di altre città che nella Tessaglia e nella Macedonia (1554), già abitate da' Pelasgi, a cagione del culto stesso di Ercole furono così dette.

Il più antico scrittore che di Ercolano faccia menzione è Sisenna, storico che fiorì verso il 671 di Roma, il quale additandone il sito sopra un colle presso al mare, dice che tra piccole mura era posta tra due fiumi di sotto il Vesuvio (1555): i quali due fiumi non furono il Sarno ed il Sebeto, o il Sarno ed il Veseri, come alcuni hanno scritto, sì bene due rivoli scomparsi per le eruzioni del prossimo monte, uno che fluiva di qua del Calastro (1556) presso Torre del Greco ad oriente, l’altro presso il Granatello ad occidente, del quale tuttavia rimane una piccola scaturigine in sul lido (1557). Deliziosa e salutare erane la situazione, perché avendo un promontorio sporgente nel mare, dice Strabone, dove il vento di Libia soffia mirabilmente, l’abitarvi era salubre (1558). Questo promontorio è formato da una lava antichissima del Vesuvio, anteriore di molto alla fondazione della città, ed al passaggio de' Pelasgi Campania, da quali Strabone dice che fu abitata come la vicina città di Pompei (1559). E la città stessa si è veduta fabbricata sopra strati di materie vulcaniche affatto simili a quelle, onde fu poi ricoverta. Il primo di questi strati tufacei è coverto di terra vegetale, sul quale al tempo della scoverta si ravvisarono evidenti vestigi di coltura (1560), e questa ben dové precedere la fondazione delle città greche sulla costa, perché queste non ebbero tradizioni sulle eruzioni del Vesuvio. Si è pur detto che vi dominassero i Teleboi e i Cumani (1561); ma di tale occupazione non vi ba rimembranza storica.

Da così remoti tempi sconosciute affatto ne sono le vicende insino a che se ne impadronirono i Sanniti (1562), sia nell'anno stesso che occuparono Cuma, nel 335 di Roma (1563), o indi a poco, e sia ancora nel 429 quando nella regione preponderavano, ed uniti a' Nolani costringevano i Palepolitani a combattere i Romani (1564). Non è neppur noto insino a qual tempo vi si mantennero, perché la testimonianza di Livio, sulla quale alcuni scrittori si fondano per dire che la città fu loro tolta nel 482 dal Console Spurio Carvilio si riferisce ad Ercolano nel Sannio (1565). Il perché si può forse credere che venisse in potestà de' Romani nel 444, quando approdavano alla marina di Pompei per dare il guasto all'agro nucerino che i Sanniti occupavano (1566); né se ne sa altro insino alla guerra sociale, allorché dichiarandosi pur essa contro Roma, era assediata e presa in compagnia del Legato T. Didio da Minacio Magio, atavo dello storico Vellejo (1567). E comeché a tenerla in freno, o per punirla della ribellione, una colonia militare vi stabilisse L. Silla (1568), ottenne nondimeno il dritto di municipio colla pace conchiusa dopo quella guerra memorabile, e in tale condizione rimase insino a che fu distrutta (1569). Gli Ercolanensi come que’ di Pompeja e Noceria furono ascritti alla tribù MENENIA (1570), né ad essi con alcuni storici patrii, sì bene agli Eracleoti nella Magna Grecia è da riferire la testimonianza di Cicerone, che a' privilegi della romana cittadinanza anteponevano le patrie leggi.

Alle discorse vicende politiche che furono le ultime, seguirono le naturali, che pur furono le estreme per questa città, piccola sì, ma amenissima e molto acconcia a menarvi deliziosamente la vita. Un’orribile scossa di tremuoto, prodotta senza dubbio dal Vesuvio, sotto Nerone ne rovinava una parte nell'anno 63 dell’Era cristiana, e mal fermo lasciavane il rimanente (1571);ma dopo 16 anni il vulcano che da lunghe età taceva coperto d’insidiose ceneri tutta seppellivate colla più grande e più memorabile delle sue eruzioni, togliendola così ed a' suoi abitatori, ed allo sguardo degli avvenire per diciassette secoli. Declinava l’autunno dell'anno 79 (1572), ed a' soliti fenomeni che precedono le grandi eruzioni, la siccità grandissima, i tremuoti, le sotterranee detonazioni del vulcano, seguirono le pietre d'immensa mole, ed il fuoco e le ceneri che tutto intenebrarono l’aere ed il sole. Le pomici, le ceneri e i lapilli la terra ingombrarono, l’aere e il mare, e la città giaceva per sempre interrata e sepolta. E fu tale la quantità prodigiosa delle ceneri spinta fuori dal vulcano, che non solo in Roma arrivò e vi oscurò il sole, ma il vento ancora ne portò nell'Asia, nella Siria e nell'Egitto. Mentre il popolo di Ercolano sedeva nel teatro, dice Dione o Sifilino, la città fu dalla cenere ricoperta come la vicina città di Pompei (1573), se pure l’antecedente fatto del tremuoto quando Nerone cantava nel teatro di Napoli non confuse lo storico con quello dell'eruzione: ma a voler anche che fosse sopravvenuta agli spettatori del teatro di Ercolano, essi ben ebbero campo di fuggirne, perché nessuno scheletro vi si scoperse. Lo stesso Tito del resto, che allora reggeva l'Impero, visitò tantosto le calamità della Campania, dove oltre alle due città distrutte, i loro danni risentirono gli uomini, le greggie e le campagne, e generosamente provvedeva a ristorare l’afflitta regione col mandarvi due Consolari, ai quali oltre di altro danaro quello specialmente assegnò che lasciato fosse da coloro che morivano senza eredi (1574). Ed allora gli Ercolanensi furono trasferiti a Napoli, come i Pompejani forse a Nola. Marco Aurelio parla di Ercolano come di città distrutta (1575); né l’induzione che si trae da una iscrizione posta a Domizia, e dall'essere segnata come Pompei nella Tavola Peutingeriana (1576) a me sembra sufficiente per sostenere che fossero abitate ne' tempi posteriori a Tito, perché l’epigrafe potè bene esser posta a Domizia non ancora Augusta, e la Tavola seguiva a segnare le mansioni della strada anche dopo la distruzione delle due città, la cui ultima rovina ebbe forse a compiersi coll'eruzione del 512 regnando Teodorico. Essendo la città situata più da presso il vulcano che non era Pompeja, molto più fu esposta non pure alle immense piogge di ceneri, ma alle alluvioni ancora ed alle correnti di lava. Enormi massi delle une e delle altre vi si accumularono ad una profondità non minore di 60, ed ed in più siti di 112 piedi. Il tufo che ne copre gli edifizii consiste in minute ceneri e pomici: su questo infimo strato corsero poscia altre sei eruzioni di vera lava silicea, ma posteriori di più secoli alla prima che tutta interrava la città; e questa eruzione differisce ancora da quella che distruggeva Pompei, perché laddove un tufo pulverulento questa città ricoperse, penetrandone le parti più riposte, ed ogni cosa e masserizie avvolgendovi, Ercolano fu coperta da ceneri più ardenti che lentamente incarbonì gli oggetti prima che sopra vi corressero vere lave vulcaniche.

Benché più piccola di Napoli e di Pompei, poiché non altrimenti che πολίχνη cittadetta, e φρούριον castello la nominano Dionigi e Strabone (1577), non avea che invidiare a queste due città. I porti sicuri, il mare pescoso, una stanza salubre e gratissima porgeva a' suoi abitatori, esposta e ventilata come era dall'africo: due fiumicelli ne irrigavano le ridenti campagne, e tali avea pubblici edifizii che pareggiavano nell'eleganza quelli delle città vicine. Poche scoverte di antichi ruderi, di musaici ed iscrizioni verso la fine del secolo XV cominciarono a dare indizii della città (1578); ma non prima del 1711 se ne conobbe la vera situazione, allorché ne vennero fuori alcuni frammenti di marmo colorato scavandosi un antico pozzo da un contadino (1579), e quindi due statue, una di Ercole di greco scalpello, un'altra mutilata di Cleopatra, per gli scavi ordinativi da Emmanuele di Lorena Principe di Elbeuf, Generale delle armi dell'imperator Carlo VI, il quale abbisognando di marmi per adornarne una casina presso al Granatello fu il primo a promuovere la nobile scoverta. Questi scavi interrotti, e non prima ricominciati del 12 novembre 1738 per ordine di Re Carlo III (1580), e dagli augusti successori dell’immortale monarca fatti proseguire, ci hanno arricchiti de' più belli monumenti dell'arte antica: statue e busti di bronzo e di marmo, quadri in affresco, ornamenti d'oro e di argento, vasi, suppellettili ed utensili d'ogni sorta, e più di tutti questi preziosi oggetti i preziosissimi papiri, che unica al mondo hanno renduta la scoverta di Ercolano.

Essendo sull'antica città fabbricata in parte l’odierna Resina, e correndo sovr’essa la strada consolare, non si è potuta sgombrare affatto dalle eruzioni vesuviane; se ne scovrì nondimeno il Teatro, il Foro, la Basilica, e due Templi con alquante case, ed a' nostri tempi lungo una via che menava al mare un pubblico albergo con altre private abitazioni. Del Teatro di circa 208 palmi di diametro, tanto ne rimane da ben conoscerne la forma, l’ordine delle gradazioni rivolte verso il mare e le parti accessorie. Il semicircolo ha il numero di scale che conducono a' sedili indicato da Vitruvio, cioè sette, una tirata dal centro, e tre da ciascuna parte, ma differisce da' teatri Romani nel numero e nelle file de' sedili. Poiché erano questi divisi in tre ordini, ognuno di sette file di sedili, in quello di Ercolano si succedono sedici file di sedili senza ripiani o riposi, in modo nondimeno che sopra di questi ve ne ha tre altre file, a cui non si arrivava da' primi sedili, ma per due ampie scale, le quali aperte nell'interno della fabbrica a' due estremi del semicircolo menavano nella galleria coperta superiore, d’onde per mezzo di sette porte andavasi alle sette scale aperte tra le prime file. Da questa galleria stessa per mezzo di due scale più strette andavasi alle tre file di sedili situate sulla galleria coperta, e divise da quattro scale, le quali come le sette scale inferiori sono tagliate ne' sedili medesimi. La galleria coperta, incrostata di bianco marmo, prendeva il lume per quattro grandi arcate ed altre più piccole aperture situate in alto, e sopr’essa era il corridoio aperto, che formava la sommità del semicircolo (1581).

La scena ha la lunghezza di 130 palmi, d’onde, come in tutti gli altri teatri, tre porte conducevano sul proscenio, tra le quali si veggono due nicchie, in cui erano probabilmente statue. Due are si trovarono sulla scena, una a dritta che fu dedicata a Bacco, l’altra a sinistra al nume, in onore del quale, o nella cui festa si rappresentò l’ultimo spettacolo; e tra le porte laterali e quella di mezzo erano forse collocate. Il portico, o galleria coperta dietro la scena, onde il popolo in caso di pioggia potesse ripararvi, stava rimpetto il Foro della città, ed era formato di colonne doriche di mattoni rivestite di stucco: la copertura erane di legno, e nella scoverta vi si osservarono pezzi di travi arse dalle infocate ceneri. L’orchestra erane coverta de' più pregiati e rari marmi di varii colori, ed una sedia curale di bronzo, ora nel R. Museo, vi si rinvenne, la quale ivi posta per qualcuno de' Duumviri della città, non ne fu tolta a cagione della sopravvenuta eruzione; circostanza che confermerebbe il racconto di Dione. Agli estremi del proscenio stanno due piedistalli, su' quali furono erette due statue, una a M. Nonio Balbo, l’altra ad Appio Fulcro dopo la sua morte, come ci ricordano le seguenti iscrizioni scolpite su' lati de' due plinti; ma le statue non vi furono trovate, il che da a credere che dopo il disastro della città già se ne estraessero in parte i preziosi monumenti che l’abbellivano.

Μ. ΝΟΝΙΟ. M. F. BALBO

PR. PRO. COS

D. D.

AP. CLAVDIO. C. F. PVLCHRO

COS. IMP.

HERCVLANENSES. POST. MORT

La lunghezza del proscenio è di 75 piedi, la profondità di 30. Uscendo dalla scena, vi si osservano a' lati piedistalli che sostenevano colonne, e stanze ben dipinte, per le quali uscivasi fuori del Teatro, tutto adorno nella parte esteriore di archi e pilastri con cornici e capitelli di ottimo gusto. De’ detti archi alcuni servivano d’ingresso all'orchestra, altri di adito alle gradinate, per le quali salivasi al grande corridoio. L. Annio Mammiano Rufo, Duumviro Quinquennale della città, il Teatro coll'orchestra edificava a sue spese, e Publio Numisio erane l’architetto, come ci ricordano le due seguenti epigrafi, poste sopra le due principali porte del Teatro stesso (1582):

Annius. MAMMIanus. RVFVS. II. VIR. QUIN. THEATR. ORCH.

DE SVO....…

L. ANNIVS. MAMMIANVS. RVFVS. II. VIR. QVINQ. THEATR. O.

P. NVMISIVS. P. F. ARCH. HERC.

La parte superiore della cavea era adorna di sei cavalli di bronzo, e nel mezzo vi sorgeva una quadriga di bronzo dorato colla statua del personaggio che guidavala di grandezza naturale. Dissipati i pezzi di tal monumento al tempo della scoverta, già rovesciato e mutilato dall'eruzione vesuviana, perdevasi sì bell'opera dell'antichità. La sua circonferenza esteriore sino alla scena è di piedi 290, la lunghezza esteriore di 160, e l'interna di 150. Una tessera di avolio col nome ΑΙΣΧΥΛΟΥ Æschyli trovata nelle rovine di questo teatro ci ricorda che anche spettacoli in greco vi si rappresentavano, e l'ultimo forse fu una tragedia del principe de' greci tragici, del quale la tessera portava il nome. Assegnando il Winckelmann un palmo e mezzo per ogni persona, dall'estensione de' sedili giudicava che sedervi potessero 3500 spettatori, calcolo che più di ogni altro meglio sembrami convenire alla piccola popolazione della città.

A qualche distanza dal Teatro si scovrì una strada, larga cinque a sci tese, fiancheggiata da colonne, per dar forse libero il passo alla gente a piedi, e che correndo in retta linea dal Teatro alla Basilica, si può bene giudicare la via consolare della città che metteva capo alla porta orientale. Uno de' colonnati conduceva a due Templi eretti presso un grande edilizio, che alcuni sostengono un Calcidico, altri il Foro della città. È di figura quadrilunga, con portici nella parte interna, chiusi da un lato da colonne messe nel muro, dall'altro da colonne isolate formanti un peristilio attorno del gran cortile, più basso del livello de' portici. Presso l’entrata di questi portici si trovarono due grandi piedistalli poggiati a due delle colonne isolate, ed all'estremità dell'edilizio una specie di edicola, a cui salivasi per tre scalini. Un continuo basamento occupavane tutta la larghezza, e vi stavano tre statue marmoree; quella del mezzo dell’Imperatore Vespasiano, le due altre acefale, ed assise in sedie cuculi. A lati del recinto erano aperte nel muro due nicchie, innanzi a cui stanno due piedistalli, che sostenevano le statue in bronzo di Augusto e di Claudio Druse. Né muri del fondo del portico erano situate tra gl'intercolunnii altre statue di bronzo e di marmo. Il portico di entrata era diviso in cinque parti eguali; quelle dell'estremità menavano ai portici interni. Presso questo grande edifizio egli sembra che fossero altresì il Ponderale e la Scola, de' quali col Calcidico della città è ricordanza nel seguente decreto del municipio Ercolanense (1583):

PRIDIE KAL. MARTIAS. IN. CVRIA. ADFVERVNT

CVNCTI. QUVOD. VERBA. FACTA. SVNT. M. M. REMMIOS

RVFOS. PATR. ET FIL. II. VIR, JTER. EX. SVA. PEQVVNIA

PONDERA, ET. CHALCIDICVM. ET. SCHOLAM. SECVNDVM

MVNICIPII. SPLENDOREM. FECISSE. QUAE. TVERI, PUBLICE

DECERET, D. E. R. I. C. PLACERE. HVIC, ORDINJ. QVVM

M. M. REMMII, PAT. ET. FIL. II. VIR. ITER. IN, EDENDIS

MVNERIBVS. ADEO, LIBERALES. FVERINT. VT. EORVM.

MONVMENTA. DECORI, MUNICIPIO. SINT. ADEO. DILIGEN

TES. VT. VITIEIS. PONDERVM. OCCVRRERINT. ID. QUE IN

PERPETVVM. PROVIDERINT. PLACERE, DECVRIONIBVS

M.M.REMMIOS.RVFOS. PATR. ET. FIL. DVM EII VIVERENT

EORVM. PONDERVM. ET. SCHOLAE. ET. CHALCIDICI, QUAE

IPSI. FECISSENT. PROCURATIONEM, DARI. VTIQVE. SER

VOS. QUEI. REDEMPTVS, ERIT. EEI, NEGOTIO PRAEPONE

RENT, NEQVE. INDE. ABDVCI, SINE. DECVR. DE

CRETO. ET. M. M. REMMIIS.RVFIS. PAT. ET. FIL. PVBLICE

GRATIAS. AGEI. QVOD. ITERATIONI. HONORI. EORVM

NON. AMBΙΤΙΟΝΕΙ. ΝEQUE. IACTATIONI. SVAE. DEDE

RINT, SED, IN. CVLTVM. MUNICIPI. ET DECOREM

CONTVLERINT.

Rieletti Duumviri di Ercolano i due MM. Remmii Rufi, padre e figlio, ad ornamento e decoro della città oltre i modelli de' pesi, od anche un pubblico edifizio, dove si conservavano, vi edificavano il Calcidico che per un grande porticato acconcio al passeggio ed alla trattazione degli affari si può intendere, e la Scola, o un gran sedile disposto in emiciclo, per luogo d’ozio, o di riposo. Dedicando queste pubbliche opere essi davano anche spettacoli al popolo, e l’ordine del municipio riconoscente ne affidava loro, mentre vivevano, la cura e la conservazione. Al Calcidico, o al Foro, o all'uno ed all'altro dappresso seguiva la Basilica, che la seguente iscrizione ci attesta edificata du M. Nonio Balbo colle porte e la muraglia della città (1584):

N. NONIVS. M. F. BALBVS. PROCOS

BASILICAM. PORTAS. MVRVM

PECVNIA. SVA

Dalle molte statue d'insigni personaggi venute fuori dagli scavi d’Ercolano è manifesto che molto ricco esser ne doveva il Foro ed altri pubblici luoghi della città. Una statua colossale di bronzo eravi eretta all'Imperatore Claudio, un’altra a L. Mammio Massimo Augustale (1585), il quale innalzò egli stesso statue a Livio, Germanico, Antonia madre di Claudio, e ad Agrippina, e fu della città benemerito per averle edificato il Teatro, e adornata la piazza de' camangiari come questa lapida ci ricorda (1586):

L. MamMIVS. MAXIMVS. MACELlum

Cum ORNAMENTIS. ET. MEriTOria S. P. F.

EIDEMQ. DEDICATIONem Celebravit

Ed oltre le belle statue equestri de' due Nonii Balbi, padre e figlio, una statua di marmo, come i Capuani di bronzo dorata (1587), si è creduto che gli Ercolanensi ergessero a Cicerone, per la causa stessa che i Capuani, per averli cioè liberati dalla deduzione della Colonia proposta dal tribuno Rullo (1588).

De’ due Templi, di figura quadrilunga, il più grande aveva due porte d'ingresso, tra le quali era posto un grande piedistallo, che sosteneva, dicono Cochin e Bellicard, una quadriga di bronzo: la cella era situata all'estremità, e quella del piccolo era chiusa da un muro traforato, con una sola porta, rimpetto la quale era posto il nume. Questi due templi erano costrutti a volta, e nell'interno erano ornati di colonne e di pitture (1589). Uno di essi, e forse il più grande, a crederne il Venuti, fu sacro ad Ercole, al preteso fondatore della città, poiché la statua del nume vi si scoperse, alta poco meno del naturale, intorno a cui si rinvennero molti vasi da sacrifizii, patere, simpuli, ed altri di più sorte con manichi ornati di capricciosi bassirilievi (1590). In questo tempio stesso si trovò la bella mensa marmorea, ad uso di sacrifizii, che serbasi nel R. Museo. Nel mezzo in caratteri osci vi si legge:

HERENTATEIS SIM

e nell’abaco, o nel fregio: L. S LA BUS L. AEKIL MEDDIS TCHTIKS HERENTATEJH HEREK1NAL PREPHPHED. In fuori de' nomi de' supremi magistrati della città, i Meddistutici L. Slabio, L. Aquilio, i quali di questa mensa fecero la dedicazione a Penero Ericina, come alcuni antiquarii pretendono, non convengono gl'interpreti dell’osco linguaggio sul significato dell’epigrafe del mezzo, e senza alcuna preferirne dal canto mio, lascio che il lettore ne apprenda le illustrazioni da' dotti archeologi. Luciano dice che ne’ templi de' Numi solevano gli antichi dipingere gl’illustri fatti degli Eroi (1591), ed una bella pruova ne abbiamo da questo tempio di Ercolano, tutto adorno di vaghissimi dipinti, e di greci Eroi soprattutto, il ritorno di Teseo dopo avere ucciso il Minotauro, Telefo allattato dalla cerva, Chirone che nella musica ammaestra Achille, Olimpo che apprende a suonar la tibia da Marsia, Ercole bambino che strozza i serpenti. Come quest’ultimo quadro rappresenta una delle imprese dell'eroe, a cui il tempio fu dedicato, così quello di Telefo sembra alludere all’origine degli antichi abitatori della città, i Pelasgi-Tirreni, ai quali secondo le mitiche tradizioni aveva dato nome Tirreno figliuolo di Telefo (1592). I quattro monocromi sopra marmo, opera forse di uno stesso artefice, Alessandro di Atene, il cui nome trovasi scritto sopra uno di essi, e le altre molte pitture di questo tempio che per brevità tralascio, e che il leggitore può osservare nel R. Museo e nelle dotte illustrazioni degli Accademici Ercolanesi, lo dimostrano de' più magnifici di Ercolano. Aggiungo solo che le belle prospettive di paesini, ville e marine, che pur vi si ammiravano, sono sul fare di quel Ludio, pittore al tempo di Augusto, ricordato da Plinio, il quale fu il primo, dice il naturalista, che trovò la vaghissima pittura delle mura, e che nobili ville dipinse, città marittime, e portici, e seivette, e vivai, fiumi e campagne, con persone che cacciavano, e pescavano, o vendemmiavano (1593); talché se dallo stesso pittore Ludio questo tempio non fu dipinto, il suo genere di pittura almanco vi venne imitato.

L'altro tempio dové esser quello sacro a Cibele, il quale, caduto pel tremuoto prima dell'eruzione, fu restaurato da Vespasiano, e la seguente iscrizione ne fa fede (1594):

IMP. CAES. VESPASIANVS. AVG. PONTIF. MAX.

TRIB. POT. VII. IMP. XVII. P. P. COS. VII. DESIGN. VIII.

TEMPLVM. MATRIS. DEVM. TERRAE. MOTV.

CONLAPSVM RESTITVIT.

Attorno di questi templi erano case più o meno decorate di pitture, alcune delle quali con pavimenti di marmo di diversi colori, ed altre di musaici. E più certo del tempio sacro ad Apollo, che il Venuti suppone dalle statue scopertevi, fu quello dedicato ad Augusto, dappoiché de' Sacerdoti di esso le seguenti epigrafi già diedero contezza:

DIVO. IVLIO

AVGVSTALES

AVGVSTO. DIVI, F.

AVGVSTALES


L. MAMMIΙΟ. ΜΑΧΙΜΟ

AVGVSTALI

MUNICIPES, ET INCOLAE

AERE. CONLATO

DIVO. AVGVSTO

AVGVSTALES

Attraversavano la città lunghe ed ampie strade, dalle quali altre minori si diramavano, per modo che restava divisa in parti regolari e simmetriche (insulae). Comeché non sia facile aggirarsi per le sue rovine, coverte come sono per lo più dalle lave vulcaniche, chi ha veduto Pompeja può ben farsi un’idea di Ercolano. Le strade ne sono del pari lastricate di lava: gli edifizii sono di architettura greco-romana, piccoli per lo più, né hanno finestre che mettano sulle strade; le stanze erano rischiarate dalla parte superiore, e poche se ne sono vedute difese al di fuori da cancelli di ferro. Dipinte nell’interno alla guisa stessa di quelle di Pompeja, e con gli stessi soggetti favolosi o eroici, con animali, rabeschi, vedute di paesi e di marine, avevano il pavimento ricoperto di mattoni e di marmi, ed alcune di musaici (1595). Descrivendo il Venuti una più notabile di queste case, dice che aveva una porta assai grande chiusa da un cancello di ferro: un piccolo corridoio menava in una stanza terrena dipinta di rosso, in cui si trovarono vasi di grosso cristallo tuttavia ripieni di acqua, un piccolo astuccio di bronzo con tre o quattro pugili da scrivere, ed un altro ancora dello stesso metallo che racchiudeva una sottilissima laminetta di argento tutta scritta con caratteri greci (1596). Per una comoda scala salivasi al piano superiore,ove molti vasi di bronzo e di terra cotta, scodelle e treppiedi appalesarono una cucina. Vi si videro uova intere maravigliosamente conservate, mandorle e noci, le quali serbando il loro colore naturale, avevano il frutto incarbonito, o ridotto in cenere. Altrove erano rovine di bagni con pavimento ben lastricato, con entrovi vasi e conche di bronzo, e strigili di più sorte; e più di tutte queste rovinate stanze richiamò l’attenzione una cella vinaria con porta marmorea, divisa in due stanze lastricate di marmo, con intorno ai muri grandi vasi di terra cotta (dolio fabbricati nel calcestruzzo sotto un gradino coverto di lastre marmoree co’ rispettivi coverchi anche di marmo. In un vano aperto nel muro sopra gradini marmorei di svariati colori stavano forse altri piccoli vasi pe’ saggi o le misure del vino.

Ma di tutti i privati edifizii, non pure di Ercolano e di Pompeja, ma de molti che si conoscono degli antichi, il più vasto e magnifico era quello di una villa situata sul mare, fabbricata con gran lusso, per quanto può comprendersi da' vestigi rimasti, da un pavimento di musaico, dalla smisurata spaziosità delle porte co’ loro stipiti e soglie di marmo, nonché dalle molte statue e busti di bronzo che ne adornavano alternativamente un grande stagno nel giardino (1597). Da' più preziosi travamenti che vi fur fatti si è distinta col nome di Villa dell'Aristide, o de' Papiri. Un grande atrio vi si scoperse ornato di colonne laterizie rivestite di stucco. Eravi nel mezzo un bagno, ed a ciascun angolo una colonna terminale sosteneva un busto in bronzo di greco lavoro, uno de' quali portava scolpito il nome dell’artefice. ΑΠΟΛΛΩΝΙΟΣ ΑΡΧΙΟΥ ΑΘΗΝΑΙΟΣ ΕΠΩΗΣΕ Apollonio figlio di Archia Ateniese fece; opere, dice il Winckelmann, de' migliori tempi dell’arte. Davanti ad ognuno di queste colonne terminali era posta una piccola fontana, e vi si trovò pure una statua ed un busto di bronzo ad eguale distanza. Tre vasche altresì l’abbellivano, l’una ornata di 11 Fauni di bronzo, d’onde sgorgavano zampilli d’acqua in una sala lastricata a musaico; la seconda adorna di quattro statuette di Amorini, e l’ultima formava una grande peschiera quadrilunga, abbellita da 11 mascheroni di tigri in bronzo, da cui (acqua scaturiva. 11 gran giardino, circondalo di portici con 10 colonne di fabbrica in un lato, e 22 nell’altro, racchiudeva nel mezzo una grande peschiera, terminante in semicircolo a' due estremi. Si ergevano tra le colonne busti e statue di bronzo e di marmo (1598), e ad una delle estremità della vasca fu trovato il Fauno, o Sileno che dir si voglia, vero capolavoro dell’arte antica. Non lungi ancora, e forse a' Iati di questa bella statua, stavano le due altre non meno ammirevoli de' nuotatori, di una molto naturale movenza, in atto di scagliarsi nell'acqua. Le più belle statue di bronzo, ond’è ricco il R. Museo, e con altre di marmo la più stupenda fra tutte, quella dell'Aristide, vennero fuori dagli scavi di questa suntuosa villa di un semplice uomo di lettere o filosofo, e dalla sua magnificenza immaginar possiamo quelle di que’ grandi di Roma, Mario, Cesare, Pompeo e Luculto, che si posarono spesso dalle cure della repubblica e da' travagli delle guerre nella tranquillità degli ozii di Baja,

Un lungo viale dal giardino menava ad una rotonda esedra, o terrazzo scoperto, posto sopra un rialto di muro in sul mare. Il pavimento di questo rotondo terrazzo rappresentava una vaga rosa geometrica formata da varii pezzi di marmo africano e giallo antico, ed ora si serba nella seconda sala del R. Museo. Più di 1700 volumi di papiri, quasi tutti scritti in greco, si scoprirono in una piccola stanza di questa suntuosa casa di campagna, che aveva scaffali intorno intorno dell’altezza poco più di un uomo, e nel mezzo un altro armadio isolato, ripieno di volumi ne’ due lati, scoperta unica al mondo, che ha renduta sì memorabile la città di Ercolano (1599). I frammenti de' già editi e tradotti dagli accademici Ercolanesi (1600) ci dimostrano nel possessore più un filosofo che un cultore delle lettere e della poesia; nondimeno tra gli altri papiri si è scoverto il frammento di un poema sulla guerra d’Azio, creduto opera di Vario, o di C. Rabirio, ricordalo da Seneca (1601). Piccoli busti in bronzo di Demostene, e di Zenone, due di Epicuro, di Metrodoro e di Ermaco si trovarono pure in questa biblioteca: i due ultimi filosofi, l'uno di Stratonica, l’altro di Mitilene, furono tra gli altri successori di Epicuro (1602), e venerati come furono dal filosofo di Ercolano, chiaro ci mostrano in lui un epicureo che seguì la scuola del maestro e de' di lui successori. Ed oltre di questi numerosi busti e statue, i ricchi utensili da questa casa di villa raccolti, i candelabri, un tripode, un gran vase a cratere, il famoso lettisternio ed il bisellio ornati di bassirilievi di animali e di lavori di tarsia in argentoni ricordano nell’ignoto abitatore un uomo che alla coltura dello spirito accoppiava il gusto delle arti e della splendidezza.

Interrotti gli scavi di Ercolano nel 1770, non si ricominciarono che nel 1828, e sino al 1837 proseguiti, altre belle scoperte hanno prodotte, delle quali dirò brevemente. Sgombrandosi dalle lave il più nobile rione della città, quello che dal Teatro e dalla Basilica distendevasi alla marina, a piccola profondità s'incontrarono pochi sepolcri messi sull’eruzione del 79, poi una semplice casa, poi un’altra mollo grande, giacente in parte sotto l'odierno Vico di mare, che si è detta la Casa d'Argo per un quadro che vi rappresentava la favola d'Io col suo vigile custode. Non meno elegante, spaziosa e magnifica di quella dell’Aristide, ricca di quadri, marmi e pitture, distinguevasi per loggiati, portici e getti d’acqua, oltre di un giardino, d’un boschetto, e di agi d’ogni sorta per la famiglia del ricco possessore. Era formata da un grande atrio con un tablino (archivio, o cenacolo) di rincontro, e camere da letto ne lati lastricate di marmi e musaici, e con be’ dipinti di cortine, festoni, paeselli ed architetture. Seguiva il gineceo, o l’appartamento muliebre, nel quale giravasi per un portico di colonne rivestite di stucco, ne’ cui intervalli pendevano i portieri da un’asta di ferro. Decorato nelle mura da' soliti dipinti, e nel pavimento da eleganti musaici, aveva nel mezzo un giardino di fiori, d’onde passavasi al boschetto, in un lato del quale stavano le sale da pranzo e di ricevimento. Vaghe pitture di edifizii, di storie e Baccanti abbellivano la seconda di queste sale, nel cui mezzo stava il quadro, d’onde la suntuosa casa ha preso il nome. Le colonne che chiudevano il boschetto sostenevano il secondo piano, distribuito da un lato in dispense, ripostigli e granai, da un altro verso la strada in nobili stanze, a cui passavasi per un pensile terrazzo rivolto verso il mare (1603). Comeché da questa bella magione non pochi oggetti si estraessero nella prima scoverta della città, tanti altri nondimeno ne sono venuti fuori da appalesarci i più curiosi oggetti della domestica vita degli antichi (1604). E senza dir oltre di altre piccole abitazioni in altre opere descritte, aggiungo solo che in sito parallelo alla Casa d'Argo scoprivasi nel 1835 un pubblico albergo consistente in due grandi divisioni, in un gran vestibolo ed in un vasto peristilio che formava delle coverte arcate, ove depor si potevano le merci ed aversi il passaggio nelle stanze da dormire (1605). Qui termina la città ed il promontorio, sul quale fu edificata: il mare è alquanto più lontano, cosi che sull'ampia spiaggia star dovevano altri edifizii con deliziosi orti suburbani.

Nobili ville non mancarono al certo ne' contorni della città, ma rimane appena certa rimembranza di quella che si appartenne a' Cesari (1606), e che Cajo Caligola divenuto Imperatore, distruggeva perché per frode di Sejano eravi stata da Tiberio custodita la madre Agrippina (1607). Questa villa era posta sul mare, e i naviganti ne additavano i ruderi ricordando perché fu distrutta, né altrove so crederla situata che fuori Torre del Greco (1608) dove tuttavia si veggono grandiosi ruderi d una magnifica villa romana. Ivi presso stender si doveva l’agro di Ercolano, soprattutto se non molto antico si considera il villaggio di Sola che vi sorgeva dappresso, e che or passiamo a descrivere.

97. SOLA (Sola)

Ricordandosi nella Storia Miscella i diversi villaggi a breve distanza da Napoli, d’onde Belisario raccoglieva abitatoli per ripopolarla dopo le sofferte uccisioni, tra gli altri mentova Sola (1609). Fu questo un villaggio, dal quale poi sorse più copiosa di abitatori l’odierna Torre del Greco, e che tuttavia serbava in alcune sue rovine nel secolo XVII il nome poco alterato di Sora. A crederne un patrio scrittore, i vestigi di distrutti edifizii che nel sito di Sola si veggono, sono fabbricati sull’eruzione vesuviana del tempo di Tito, e però il villaggio non parrebbe anteriore all’epoca della decadenza (1610). Ma ecco quel che ne dice uno scrittore più antico, dopo aver tocco de' ruderi che falsamente si attribuivano ad Ercolano. «La maggior fabbrica che si vede è quella nel luogo detto Sora, in distanza di un ottavo di miglia dal ma re in circa, la quale fabbrica chiamasi da noi volgarmente S. Nicola, distendendosi per lungo tratto verso mezzogiorno, fin quasi vicino una Torre di guardia, chiamata del Bassa, e corrottamente Bassana. Tutta detta fabbrica è da rupi coverta, e soli pravi alberi e viti piantate; e benché sia fra quelle ruine sepolta, non lascia di mostrare le sue antiche grandezze e magnificenze, e nella costruttore della fabbrica ed in alcune pitture, che benché esposte per tanti secoli alla voracità del tempo ed alle ingiurie di acque e di venti, conservano a dispetto dell’istesso tempo la vivacità de' colori». Ricorda appresso i musaici e le mura dipinte di finissimo azzurro di una delle fabbriche più notabili che nel detto luogo si vedevano, e più dappresso alla Torre alcuni capitelli di marmo di non mediocre grandezza trasportati nell’atrio della chiesa parrocchiale, che a qualche tempio appartennero, o ad altro suntuoso edilizio erettovi ai tempi imperiali (1611). Non poche anticaglie ancora vi si scoprirono alla fine dello scorso secolo (1612); e per credere anteriori all’eruzione del 79 i mentovati ruderi di Sola, giova osservare che, anziché fabbricali sulle materie date fuori dal vulcano, il descritto più notabile edifizio erane ricoperto; evidente indizio di antichità più remota.

98. Saline ERCULEE, e Palude POMPEJANA

Prima di giugnersi a Pompeja erano sulla spiaggia alcune Saline ed una laguna di acqua dolce mentovate da Columella (1613). Irrompendo l'esto marino dall'opposto lido di Stabia a quello di Pompeja, vi trasportava limo, alghe ed arena, in mezzo a cui piccoli ristagni facevano i ragagnoli del Sarno, che metteva in mare alla sinistra della città. Erano ivi presso le Saline dette Erculee, non già dalla vicina città di Ercolano, sì bene dall’essere situate di contro all’isolotto di Rivigliano, che Pietra d’Ercole nominarono gli antichi Alle stesse acque salsuginose del Sarno uno scrittore le attribuiva (1614); ma se devesi convenire che la Pompeiana palude era formata dalle acque del fiume, perché Colli in eli a distinguevala coll’epiteto di dolce dir non si possono che formate dalle acque marine ivi ristrette le Saline Erculee, Presso queste Saline bagnavasi Cossinio, consigliere e compagno di Publio Varinio, il secondo capitano spedito contro Spartaco; e salvatosi a stento da' ribelli, erane poi ucciso nella fuga con gran parte dei Romani, che in balia de' nemici lasciavano gli alloggiamenti nelle vicinanze del Vesuvio (1615). De’lavoratori di queste Saline è memorie del resto nelle seguenti epigrafi scritte sopra alcuni muri della città di Pompeja, colle quali si raccomandavano all’edile della città M. Cerrinio Vatia (1616):

M. CERRINIVM

AED, SALINIENSES

ROG.

M. CERRINIVM. VATIAM. AED.

O. V. F. D. R.

Ma e e Saline e la palude scomparvero colla eruzione del 79, la quale mutò del tutto la condizione della vicina spiaggia.

99. Terme minerali VESUVIANE

Di qua della Torre Annunziala, appiè di una rupe tufacea, parte del piccolo promontorio detto per la sua forma l’Uncino, edificarono i Pompejani un grande edilizio di Terme, alla distanza di circa 2 miglia dalla loro città. Si giovarono di un’acqua termo-minerale, che scomparsa, come sembra, a cagione delle eruzioni del prossimo monte, fu vista rampollare di nuovo nel 1759 in quel lido (1617), e quindi disparita nel seguente anno, più copiosa rivenne fuori nel 1831. Di un odore analogo a quello del petrolio, di sapore acidolo marziale, e della temperatura fra i gradi 30 e 31 della scala centigrada, è nota sotto il nome di Acqua Nunziante dal trovatore di essa, il General Nunziante, il quale non sì tosto scoperta vi stabiliva un nobile edilizio di bagni. Presso la sorgente di quest’acqua, e sotto strati orizzontali d’incoerenti produzioni vulcaniche miste a massi petrosi, si scoprirono le antiche terme, che descrivevano un vasto parallelogrammo, colla giunta di altre fabbriche esteriori, consistenti in stanze e botteghe allato di ampia strada. Di questa fabbrica, che aver doveva due piani, siccome dalle volte cadute, da musaici a quelle sovrapposti e da altri indizii si dedusse, si scoprì tutto l'esterno muraglione, lungo 264 palmi, che con due altri si congiunge della stessa grandezza ad angolo retto. Parallelo al primo corre un altro muro interno, fra' quali si costrussero stanze d'eguale ampiezza. L’area interna era pure da altri muri suddivisa, che altre stanze circoscrivevano con altri bagni, a cui alcuni pozzi, cavati dall’esterna parte del muro, davano probabilmente l'acqua. Una stanza simile al frigidario delle Terme Pompejane, un'altra pel bagno a spruzzo o a getto, e tre altre ancora disposte pel bagno a secco o a vapore in que’ ruderi riconosciute (1618), mostrano ch’erano acconce ad ogni bisogno per l'opportunità delle acque, ond’è sì ricco il felice suolo della Campania. Una medaglia di Massimiano, collega di Diocleziano nell'impero (285-305) scoperta in una delle mentovate stanze, ha fatto credere con ragione che almeno 250 anni durarono dopo la distruzione di Pompeja, e che furono poi sommerse da grandi alluvioni che colle materie vulcaniche vi trasportarono gusci di conchiglie terrestri evoluminosi massi dilava, che non poteva certamente lanciare il Vesuvio alla distanza di due e più miglia.

100. OPLONTI (Oplontis)

Dopo VI miglia da Ercolano nella Tavola Peutingerana è segnato Oplonti (1619), o, come leggeva il Cluverio, Opulenti (1620), senza che sappiasi se fu una borgata, o piuttosto una semplice mansione della via Consolare, la quale pigliò il nome da una magnifica e suntuosa villa di qualche ricco cittadino di Pompei o delle città vicine, per antonomasia detto Opulente. Non è questo nome insolito nell’antica geografia, essendovi memoria di Opulenza e degli Opulentini nell’agro di Mantova (1621); ma che il nostro Oplonti fosse stato piuttosto una villa situata sulla grande strada si può con qualche vcrisimiglianza raccogliere dal silenzio di Plinio e Tolomeo, e dal fatto ancora che tutta l'amena spiaggia della Campania era di ville ripiena, come già abbiam detto colla testimonianza di Strabone (1622). Ad ogni modo, non pochi avanzi di antichi edifizii con reliquie di pitture presso Torre Annunziata discoperti fanno sospettare che ivi fu situato Opulenti od Oplontiche fosse (1623), anche perché ivi corrisponde la distanza segnata nella Tavola. Se non che, se una villa più notabile alla mansione della strada dava il nome, altre abitazioni ancora non vi mancavano, come le più recenti scoperte hanno dimostrato. Non pochi avanzi ne sono venati fuori lungo la strada ferrata, in sulle alture e più da presso della città odierna, tutte co’ soliti musaici, colonne e dipinti simili a quelli di Pompeja, nonché con frammenti di sculture nelle prime, fra' quali un Fauno con una piccola pantera.

101. Fiume VESERI (Veseris fluvius)

Ricordando Livio, Cicerone e Valerio Massimo la battaglia da' Romani combattuta contro i Latini, dicono che avvenne presso Veseri, e soprattutto Livio, più specialmente accennandone il luogo, dice che fu data a breve distanza dalle radici del Vesuvio, presso la via che menava a Veseri (1624). Questa testimonianza bastò al Cluverio per sostenere che alle falde del vulcano fu già una città di quel nome, alla quale la via conduceva mentovata dallo storico latino (1625). Ma il biografo degl’illustri uomini Romani dice che il Console Manlio Torquato combatté i Latini presso il fiume Veseri (1626), e però altri sostengono che in questa contrada della Campania furono insieme un fiume ed una città dello stesso nome (1627). Ma se il fiume non fu altro che il Sebeto, come si avvisò il Pellegrino, la città di Veseri sarebbe stata troppo vicina a Palepoli, e se fu posta alle falde del Vesuvio a giudizio del Cluverio, la città sarebbe stata troppo lontana dal fiume. Per difetto di più precise testimonianze, si può seguire qualsivoglia di tali opinioni; ma più volentieri io credo che non abbiasi a riconoscere in Veseri che un fiumicello della regione, né altro ebbe ad essere che la così detta Acqua della Foce, la quale sorgendo ne’ monti di Samo, bagna il territorio di Bosco alle falde del Vesuvio, e passando per Pompeja, s’immette sotterra, e presso Torre Annunziata, dove dà moto alle macchine della Polveriera, sbocca nel mare. E bene io credo, il che non si è notato da nessuno de' citati scrittori, che il nome di Veseri sia antichissimo, essendo noto un fiume quasi omonimo, cioè Veresi, il quale bagnava l’agro di Preneste (1628), e non dubito che da questo fu denominato il fiumicello della Campania de' Pelasgi che dal Lazio e dalla Sabina vi si propagarono, e che in processo di tempo fu detto Veseri, se pure in vece di Οὐέρεσις non abbiasi anche a leggere Οὐέσερις nel testo di Strabone.

102. РОМРЕЈА (Πομπηία, Pompeii)

A III miglia da Oplonti sorgeva presso la foce del Sarno, nel fondo del Cratere, fu celebre città di Pompeja (1629). Una volta almeno ogni mio lettore avrà visitata Pompeja. Il gusto, se non lo studio delle arti ci abbellisce la vita, e le rovine sopratutto delle città l’animo ci sollevano alla nobile contemplazione del passato e al bello dell’arte antica. Poche sono le memorie storiche di questa città, ma molto si apprende dalle sue rovine, le quali illustrate da chiari antiquarii ed artisti, la perdita ci compensano di qual vuoi scrittore dell'antichità classica. Hai tutto dinanzi agli occhi il teatro de' costumi di diciotto secoli or sono, la più chiara e splendida testimonianza della vita pubblica e privata de' tempi romani. Ritorna, o lettore, a Pompeja, per meglio idearti la civiltà antica! Va, e contempla, dice un poeta, la città silenziosa! osservane i nobili avanzi, grandi ancora nella lor decadenza. Riguarda que’ dipinti ancor vivi sulle mura, che i secoli non han potuto distruggere. 0 Pompeja! tu sei bella anche fra le tue rovine. Il tuo nome vivrà splendido e glorioso come quello degl'illustri sventurati: tu ci restituisci i tesòri perduti dell'arte antica, e però vivrai sempre nella memoria degli uomini (1630).

I primi fondatori, e probabilmente gli Osci, la edificarono sopra una piccola eminenza, formata da uno strato di lava di un’eruzione vesuviana de' tempi antistorici. Come le altre città della spiaggia, toccava prima il mare; ora ne è distante due miglia per le naturali mutazioni sopravvenute nella contrada. Greco è il suo nome, derivato non già, come scriveva Solino, dalla favolosa pompa, con che Ercole vi menava i buoi tolti a Gerione (1631), sì bene dall’essere luogo acconcio a spedire (πομπευω) per le acque del Sarno le derrate della Campania, e Strabone dice in fatti che Pompeja era l’arsenale marittimo delle vicine città di Nola, Nuceria ed Acerra, e che essendo situata sul fiume, si portavano mercanzie così a seconda, come a ritroso del suo corso (1632). I Pelasgi-Tirreni, i Sanniti, i Romani gli uni dopo gli altri vi dominarono (1633), come in altre città campane, e forse ancora prima de' Sanniti le greche colonie di Cuma e di Napoli se ne insignorirono. I Sanniti vi si mantennero almeno fino al 308 avanti l’era volgare, quando dopo la presa di Allife la flotta romana comandata da Publio Cornelio approdava Pompeja, per dare il guasto all’agro nucerino ch’essi già tenevano (1634). Occupata forse allora da' Romani come punto importante della costa, non si nomina tra le città campane che presero le armi contro la Repubblica. Ma nella guerra sociale, istigata dai Sanniti, si dichiarò al pari di Ercolano contro Roma, e fu soggiogala da Silla (1635). Nella pace generale ch'indi seguì, ottenne come le altre città i dritti di municipio; ma ciò non ostante i Triumviri vi spedivano in punizione una colonia militare. I Pompejani mal sofferivano, come era natural cosa, i coloni Romani; ai quali tra altri comuni dritti negando l'uso del portico della città, nonché i dritti eguali ne’ suffragi per l’elezione de' magistrati (1636), una grande discordia ne provenne, della quale accagionato P. Silla, il nipote del Dittatore e capo della colonia, sarebbe stato condannato dal Senato, se non avesse in Cicerone trovato il suo difensore. Altre colonie vi spedirono Augusto e Nerone, come dalle iscrizioni si raccoglie, né altra rimembranza storica ne rimane prima del tremuoto e dell’eruzione onde fu distrutta, che la micidiale contesa co’ Nucerini. Si godevano essi lo spettacolo de' gladiatori che nell'anfiteatro della città dava Livineio Regolo, un romano Senatore già rimosso dal Senato; e per lieve cagione dalle parole ingiuriose passando ai sassi ed al ferro, finivano con un’atroce strage, nella quale prevalse la plebe de' Pompejani; ai quali furono perciò dal Senato per dieci anni interdetti gli spettacoli, i collegi che contro la legge formati avevano furono disciolti, e Livineio con altri autori della sedizione puniti di esiglio (1637). Gravissimi danni soffriva Pompeja col tremuoto del 63, i quali fur tali da far dire a Seneca che ne rimanesse subissata (1638), più prossima come era al vulcano, onde fu prodotto. Al tremuoto seguì la memorabile eruzione, dalle cui ceneri giacque ricoperta, per non tornare alla luce che dopo 17 secoli.

La storia dell’estrema fortuna di questa città è la stessa dell’estremo fato di Plinio, vittima della filantropia e della scienza, come quasi si narra di Empedocle, morto dalle fiamme dell’Etna. Una nuvola d’insolita forma e grandezza simile ad un pino fu vista sul vulcano, che dalle diverse materie eruttate di bianca mutavasi in fosca al variare delle ceneri e de' lapilli. Bramoso Plinio dapprima di osservare da presso que’ nuovi fenomeni, poiché il Vesuvio aveva taciuto da tempi immemorabili, da Miseno, dove comandava la flotta, sopra agile navile voleva egli solo appressarsi al vulcano; ma saputo il pericolo di quelli che stanziavano nel porto di Retina (1639), sale in vece sulle quadriremi per soccorrere con gli altri soldati della flotta quanti erano sulla spiaggia sottoposta al Vesuvio. Le ceneri piovevano sulle navi, tanto più calde e dense, quanto più al vulcano andavasi incontro, e colle ceneri pomici e pietre nere arse e calcinate dal fuoco. Dubbioso se a tanto pericolo doveva dare indietro, deliberavasi a volger la prora verso Stabia, per andarne da Pomponiano. Presso del quale ristoratosi, confortando l’amico ed ogni altro impaurito, abbandonavasi al sonno: ma la cenere e le pomici per modo si ammontavano da superare l’altezza delle porte, la casa barcollava alle gagliarde scosse del vulcano, e tutti ne uscivano fuggendo il pericolo. Con guanciali sul capo per ischerno di ciò che cadeva dall’alto, nella notte più tenebrosa, comeché spuntasse il giorno, usciva Plinio sul lido per tornare alle navi; ma essendo tuttavia procelloso e contrario il mare, si pose a giacere sopra un povero lenzuolo, e le ceneri spesse e le sulfuree esalazioni che gli altri posero in fuga, lo soffocavano. In que’ momenti stessi restava sepolta Pompeja, e fu tale la forza del tremuoto che univasi all’eruzione, che davano indietro i carri di que’ che per salvarsi uscivano da Miseno, né per forza di pietre fermar si potevano; ristretto si vide il mare, e quasi respinto dal tremuoto, così che, prolungatosi il lido, molti pesci restarono in secco. Una spaventevole ed immensa nube, illuminata a quando a quando da lunghe liste di fuoco, intenebrò il giorno, e la caligine divenuta maggiore, la più oscura notte si fece, che lutto avvolgendo, gli uomini ed il paese, l’uno fe’ chiamar l’altro a vicenda disperatamente come prossimi a perdersi ed a morire; e senza ripetere con Plinio il giovine che ci narra il caso spaventevole, il vario stato de' Misenati e de' popoli vicini, che più facile è ad immaginare che a dire, dileguatosi in fine il tenebrore e apparso il sole, ma scolorito, come se stesse ecclissato, mostrava agli atterriti riguardanti ogni cosa cambiata e coperta da monti di cenere (1640). Forse le stesse triremi a cui Plinio comandava, furono lasciate in balia delle onde, ne’ prossimi luoghi salvandosi i soldati e i marinai; certo è che a tre miglia di qua da Castellamare, sotto una terra tutta ripiena di ceneri e lapilli sino alla profondità di 40 piedi, in mezzo all'antico seno di mare navigabile che lambiva le mura di Stabia e di Pompeja, si scopersero non è molto 12 alberi di cipresso interrati verticalmente, ed appena inclinati all’orizzonte, conservati dalle acque minerali ch'ivi sono copiosissime (1641). Le vulcaniche eruzioni tutto colmarono quel seno, e formando la pianura odierna che dall’oriente di Rivigliano si protende in retta linea e separa Stabia da Pompeja, rende testimonianza dell’esatta narrazione di Plinio, il quale dice che fu visto restrignersi il mare e prolungarsi il lido.

Per quattro giorni almeno ed altrettante notti una continua pioggia di ceneri cadde sulle due città, e tutti gli abitatori ne cacciò via, in fuori di pochi di Pompeja più tardi alla fuga, ritenuti forse dalla speranza o dall’avarizia; poi le acque a poco a poco ne’ più riposti luoghi delle case trasportarono le materie incoerenti di scoscendimenti di terra poscia avvenuti, ed è da notare con un dotto geologo che il tufo onde le due città furono ricoperte, identico a quello di Somma e della campagna di Napoli, differisce da' prodotti del Vesuvio (1642). Ma, comeché così interrata Pompeia, la tradizione non solo, ma gli apparenti monumenti ancora ne serbarono ricordo. Tanto ne appariva al principio del secolo XVI da ben distinguerne le torri, alcune case, i teatri e i templi quasi intatti (1643); in altri edifizii, strade e templi abbattevasi l’architetto Fontana, scavando per entro la città nel 1592 il sotterraneo acquidotto onde portare alla Torre le acque del Sarno; ma tale era la non curanza de' tempi da lasciar tuttavia sotterra una città cosi celebre. Incerto ancora ne diveniva posteriormente il sito, perché altrimenti non si leggerebbe di quelli che contro la comune opinione la collocavano ne’ ruderi già noti sotto il nome di Civita (1644). Gli ammirati e preziosi monumenti di Ercolano avevano di già richiamata l’attenzione di Carlo III, e le statue che nel 1748 tornarono in luce nel piantarsi alcune viti sul suolo che copriva Pompeia, proseguir ne facevano gli scavi per ordine del generoso monarca che amava le arti e la magnificenza. La città era posta sopra un piccolo colle, bagnata in parte dal mare, che non offriva del resto un sicuro ricovero a' navili. Distendevasi in forma ellittica e nel perimetro di circa due miglia: poco meno di tre quarti di miglio nella sua maggiore lunghezza dalla porta di Ercolano all’Anfiteatro, non arrivava la minore ad un mezzo miglio dal Foro Nundinario alla porta di Nola. Era perciò un’estesa e popolosa città della regione, più ampia della vicina Ercolano; ma solo una quarta parte in circa lungo il lato occidentale delle mura se n’è scoverta. Al nord-ovest della porta verso Ercolano era un pago suburbano in parte scavato, e da questo comincerò a descrivere Pompei.

Questo pago era detto Augusto Felice, dalle due colonie dedottevi da Silla insieme e da Augusto (1645), e più iscrizioni ne serbarono ricordanza. Senza qui addurre la più antica a scovrirsi, che si leggerà nella descrizione dell’Anfiteatro, eccone una sola che come le altre ci ricorda in M. Arrio Diomede nno de' magistrati che ressero il pago stesso (1646):

M. ARRIVS. T. L. DIOMEDES

SIBI. SVIS. MEMORIAE

MAGISTER. PAG. AVG. FELIC, SVBVRB.

A questo M. Arrio Diomede si è attribuita la bella casa pseudo-urbana, di contro alla quale ne sta il sepolcro coll’addotta epigrafe, ma senz'altra ragione che di tale posizione (1647). Era delle più grandi e nobili case della città, e così conservata rimase da danni del Vesuvio, che vi abbiamo quasi un modello delle case di campagna de' Romani nel primo secolo dell’Impero. Per alcuni gradini decorati da due colonne laterali salivasi all’atrio o cavedio (1648), circondalo da 14 colonne scannellate di ordine dorico, che formavano un nobile ed elegante peristilio, o portico coverto, ne’ cui quattro lati girar si poteva senza bagnarsi in. tempo di pioggia. Un gran recipiente marmoreo aprivasi nel mezzo per le acque piovane (impluvium) che raccoglievansi in una cisterna, in cui attingevasi l’acqua da due piccoli pozzi. Dal sinistro lato dell’atrio passavasi al giardino superiore a livello dell’atrio stesso, e dirimpetto è una sala aperta ad uso di ricevere, e chiusa forse, dice il Mazois, da porte quadrivalve, e forse invetriate. A sinistra della sala sono due stanze per chi soprintendeva all’atrio (servus atriensis), il quale introduceva nella casa quando la sala era aperta, e trattenevasi nella cella più piccola quando era chiusa. Per un corridoio (fauces) allato di questa cella si entra in un’ampia galleria, illuminata alle due estremità da finestre sporgenti su terrazzi, e che offeriva un piacevole ambulacro quando la stagione non permetteva di godere de' portici esterni, o delle logge. Un busto dipinto sulla parete di una delle stanzette che si aprivano sulla galleria ed allato della sala, dà a credere che fossevi una biblioteca, per l’usanza degli antichi di ornare co’ ritratti de' grandi uomini i luoghi addetti allo studio ed in ispecie le biblioteche (1649). A’ due estremi della galleria stessa stanno due altre stanze, o gabinetti che guardavano sulle logge superiori del giardino, d onde avevasi la bella vista del golfo. Destinate pe’ servi erano le altre stanze intorno dell’atrio, in fuori di una sola a sinistra ad uso di anticamera (prococton) a fianco della quale stava quella dello schiavo cubiculario, e d’onde passavasi alla stanza da letto con alcova chiusa da cortina, o conopeo (1650), di cui si trovarono gli anelli, e con un sito concavo, rivestito di stucco o di marmo, ad uso forse di toletta (mundus muliebris) per essersi scoperti più vasi da profumi ed olii cosmetici (1651). Le finestre di questa stanza davano sul giardino, ed altre aperture circolari fattevi sopra permettevano anche di chiuderle senza privarsi del lume. Troppo lungo riuscirei a voler descrivere l’appartamento de' bagni, posto a sinistra dell’adito, e fornito di quanto bramar si poteva in questa sensuale delizia, di cui tanto abusavano gli antichi. Dico solo che nel tepidario si trovò un telaio mobile incarbonito, al quale tuttavia stavano uniti i vetri (1652), e che convinceva di errore coloro, i quali non ostante la testimonianza di Plinio, affermavano che nell’antichità i vetri non si conoscessero. Nel guardaroba (vestiarium) di questo bagno si rinvennero vestigi di stoffe calcinate con avanzi di armadii e tavolette arse dalle ceneri.

La forma della stanza accanto alla supposta biblioteca indicherebbe una sala da pranzo (triclinium) e forse per la state, meno esposta come era ai cocenti raggi del sole, e colla porta aperta sulla loggia verso la campagna e la marina. Stavano di lato altre due stanze, una forse per la famiglia, e l’altra rovinata affatto e d’uso sconosciuto. Dalla galleria passa vasi ad un’ampia sala (occus cyzicenus), che serviva come triclinio insieme e luogo di riunione, e le cui finestre si aprivano, come vuole Vitruvio (1653), verso il giardino, le logge e le pergole che le ombreggiavano, non meno che alla bella vista del mare e del Vesuvio. —Per un corridoio a destra ed una scaletta interna a sinistra scendevasi al piano inferiore. Diverse stanze, le più grandi della casa e le meglio ornate di mosaici e pitture (1654), ad uso di sala, di triclinio e di altri usi ignoti, precedevano un portico riccamente ornato che circondava il giardino, il quale aveva in mezzo un vivaio con un getto d’acqua adorno di statue, e più innanzi un pergolato sostenuto da sei colonne con un sedile, e ne’ lati una sala ben decorata, una fontana, un gabinetto ed il larario con nicchia per una statuetta di Minerva. Stava di lato e verso il mare un recinto coverto forse d’una pergola. e molto frequentato, poiché vi si calava dal giardino del piano superiore. Da due lati di questo piano si scende ad un sotterraneo, o corridoio a tre lati, che corrisponde al portico superiore e rischiarato da spiragli, ad uso di cella vinaria per le anfore che tuttavia vi si veggono poggiale al muro (1655). Appiè della gradinata che vi conduce spiravano soffocati dalle ceneri quanti della famiglia cercarono trovarvi un asilo: diciassette scheletri immobili nella loro ultima attitudine mostravano a chi prima scovrì questo sotterraneo una terribile scena della catastrofe che distruggeva Pompei (1656). Il padrone alla propria famiglia preferendo i tesori cadeva anch’egli con uno schiavo alla porta del giardino (1657). A questa casa era annesso il podere, che formavano altri giardini ed un campo, io cui scopri vasi il terreno lavoralo a solchi ed un'aja di fabbrica per battervi le biade.

Di prospetto alla descritta casa cominciano i sepolcri sulla strada fuori la città, che usciva dalla porta verso Ercolano. Molto belli a vedere sono questi sepolcrali monumenti, non poche particolarità ci manifestano, ed anche a parer soverchio mi aggrada brevemente descriverli. Primi sono quelli della famiglia Arria, posti sopra una specie di continuo basamento, il quale serve di sostegno al terreno destinato al comune sepolcreto di questa famiglia. Presso al muro di ricinto a sinistra si veggono due piccoli termini (columellae) di bianco marmo con teste appena abbozzate per indicare le tombe di un figlio e d una figlia di Arrio Diomede con queste due iscrizioni:

1.

M. ARRIO

PRIMOGENI

2.

ARRIAE. M. L

VIII

La cifra VIII sotto quella di Arria indicava forse ch’ella era Voltava figliuola di Arrio Diomede. Sotto un muricino che questi monumenti sembra separare dagli altri è posta quest’altra epigrafe:

ARRIAE. M. F.

DIOMEDES. L. SIBI. SVIS

Quindi seguita il sepolcro dello stesso Arrio Diomede, del quale ho già riferita l'epigrafe, e che in una tavola di marmo si vede-sopra due fasci di littori scolpiti sulla faccia del sepolcro (1658). Sta dappresso un altro monumento in forma di nicchia e senza epigrafe. Sotto queste tombe, in un muro d’opera incerta a grandi caratteri si legge la seguente iscrizione scolpita sopra una lastra marmorea:

N. VELASIO. GRATO

VIX. ANΝ. ΧΙΙ.

Fu posta dietro di essa l'urna del giovinetto Grato, figliuolo forse di qualche liberto degli Arrii. Segue a questo l’avello del fanciullo Salvio informa di piccola nicchia coll’epigrafe: SALVIVS. PVER. VIX. ANN. V. Dietro a questi piccoli sepolcri un altro ve n’è ben grande e tutto diruto, dal quale non si raccolse che il seguente semplicissimo titolo, bel monumento della tenera affezione delle donne, che dice assai più di qual vuoi verbosa epigrafe:

SERVILIA. AMICO. ANIMAE

Tra altri rovinati sepolcri si erge appresso il più grande che a L. Ceio della tribù MENENIA ed a L. Labeone due volte eletto Duumviro Quinquennale innalzava il liberto Menomaco. Come quello di M. Arrio Diomede era costrutto di rozze pietre ricoverte di stucco. Distrutta affatto ne è la parte superiore, e consisteva in una gran base quadrata ed alta ornata di statue e bassirilievi. Un rottame d’una statua marmorea trovatavi d’accanto era forse il ritratto d’uno di coloro a cui fu erette, ed al monumento stesso appartennero per avventura due altre statue di pietra vesuviana scoperte a qualche distanza. Nella faccia laterale verso la città era scolpito un guerriero, quasi della grandezza naturale, ed in piedi presso il suo cavallo; la faccia opposta era decorata da un pergolato e da scudi, e quelle di dietro da un fregio di armi. Sullo. zoccolo rimangono tracce d’iscrizioni fatte a pennello, e al di sopra la seguente vi si leggeva in una tavola di marmo:

L. CEIO. L. F. MEN. L. LABEONI

ITER. D. V. I. D. QVINQ.

MENOMACHVS. L.

Presso questo sepolcro cinque Pompeiani, tra' quali una donna, furono soffocati dalle ceneri del Vesuvio, essendosene trovati gli scheletri con monete di argento e di bronzo ed un mazzo di chiavi.

Indi segue l’altro monumento di grandi pietre di travertino e di semplice forma, nobile ed elegante, che Alleia Decimilla sacerdotessa di Cerere alzava a' due Libella padre e figlio in forma di un grande piedistallo sopra un'alta base. Anziché vero sepolcro, fu piuttosto un monumento onorifico, ed eccone l’epigrafe posta a' due opposti lati:

M. ALLEIO. LVCCIO. LIBELLAE. PATRI. AEDILI

II. VIR. PRAEFECTO. QUINQ. ET. M. ALLEIO. LIBELLAE. F.

DECVRIONI. VIXIT. ANNIS. XVII. LOCVS. MONUMENTI

PVBLICE. DATVS. EST. ALLEIA. M. F. DECIMILLA. SACERDOS

PVBLICA. CERERIS. FACIENDVM. CVRAVIT. VIRO, ET. FILIO

Dietro questo monumento vedesi un piccolo ricinto, destinato senza dubbio alla sepoltura di qualche oscura famiglia pompeiana; e si eleva da presso un’altra tomba di bel travertino, non solo senza epigrafe, ma anche appena incominciata. Tutti questi sepolcri s’innalzano alla sinistra della strada. Passando alla destra, rimpetto al sepolcreto della famiglia di A. Diomede, è il Triclinio funebre edificato dal liberto Callisto ad un Gneo Vibrio della tribù FALERINA, come nella iscrizione si legge posta sul fastigio della facciata del monumento (1659):

GN. VIBRIO. Q. F. FAL.

SATURNINO

CALLISTVS. LIB.

Una piccola e bassa porta dà l’ingresso al recinto di muri reticolati, in mezzo a cui il triclinio fu eretto. Ne’ muri era dipinto a riquadri, con in mezzo capri, grifi ed uccelli; ed oltre il plinto di muro che formava il tumulo della mensa, vi rimane in tre lati un altro rialzamento di muro, sul quale erano disposti i pulvinari de' letti pe’ convitati. Il tronco di colonna che fabbricato si vede presso la mensa, serviva forse a sostenere l’immagine dell’estinto, in onore del quale celebravasi il funebre convito, od anche qualche gran vase per le libazioni. In questi triclini! si spargevano fiori purpurei e di croco, come su’ sepolcri (1660), imbandivasi il convito in onore de' trapassati (silioernium) fra' parenti ed amici nell’anniversario della loro morte, e delle loro azioni si ragionava, molto lodevole costumanza, alla quale Polibio attribuisce una delle cagioni della romana grandezza (1661).

Seguita a questo triclinio il bel sepolcro marmoreo sopra ampia base di grosse pietre vesuviane, che la liberta Nevoleia Tiche a se vivente innalzava ed a C. Munazio Fausto, non meno che a loro liberti e liberto, come nella iscrizione si legge:

NAEVOLEIA. I. LIB. TYCHE. SIBI. ET

C. MVNATIO. FAVSTO. AVG. ET. PAGANO

CVI. DECVRIONES. CONSENSV. POPVLI

BISELLIVM. OB. MERITA. EIVS. DECREVERVNT

HOC. MONVMENTVM. NAEVOLEIA, TYCHE. LIBERTIS. SVIS

LIBERTABVSQ. ET. C. MVNATI. FAVSTI, VIVA, FECIT

Sopra questa epigrafe è il busto di Nevoleia, e al di sotto è scolpita in bassorilievo con 18 figure la funebre cerimonia della consecrazione del monumento, o il sacrifizio che si fece ne’ funerali di Munazio. Vedesi nel mezzo un fanciullo che sull'ara mette un'offerta, quindi una specie di cippo che figura il sepolcro, ed appresso un giovanetto, forse il figliuolo di Munazio: stanno a dritta i magistrati del municipio e gli Augustali, al cui collegio Munazio appartenne, ed a sinistra la famiglia di Nevoleia, uomini, donne e fanciulli, che con panieri di fiori e di frutta si avanzano all'ara per presentare con mesto volto le lor preci ed offerte; e fra tutti sembra distinguersi in atteggiamento di dolore la stessa Nevoleia. Sull'uno de' lati del monumento è scolpito il bisellio (1662), del quale fu onorato Munazio, e nell'opposto lato un naviglio, di cui egli sembra governare il timone, e con fanciulli che ne ammainano le vele, immagine dell'uomo che colla morte dopo lunga navigazione entra nel porto (1663), o simbolo della professione stessa di Munazio, addetto al commercio ed alla navigazione (1664). Piccoli acrolerii si elevano ai lati del recinto, e per una porta molto bassa entrasi nel colombario di piccola dimensione, in cui sono due ordini di nicchie, cinque nell'uno, e sei nell'altro. Nella più ampia di prospetto una grande urna racchiudeva forse le ceneri di Munazio e di Nevoleia; ed un gradino che vi gira intorno, innanzi a ciascun’urna sosteneva una lucerna (1665). Tre grandi vasi di vetro, rinchiusi in altri di piombo, contenevano acqua, vino ed olio con ceneri ed ossa, avanzi delle libazioni che si offerivano agli estinti (1666), quando chiudevasi nel sepolcro ciò che ne rimaneva dal rogo (1667). Sin da' tempi di Omero fu in uso in Grecia tal costumanza, e tuttavia durava nel mondo romano vivente S. Agostino (1668).

In un recinto allato del descritto sepolcro stava quello della famiglia Nistacidia dello stesso Pago Augusto Felice, come l’iscrizione ci ricorda sul muro di prospetto:

NISTACIDIO. HELENO

PAG. PAG. AVG.

NISTACIDIO. JANVARIO

MESONIAE. SATVLLAE. IN. AGRO

PEDES, XV. IN FRONTE. PEDES XV

Tre cippi, o rozze immagini marmoree messe nel suolo dello stesso recinto ricordano coloro che vi furono sepolti. In una si lesse NISTACIDIAE SCAPIDI, ed in un’altra più grande NISTACIDIVS HELENVS PAG. Stanno innanzi a questi cippi piccole mensole di marmo, per collocarvi offerte, cioè corone, bende, frutta, focacce e fiori (1669). Il piccolo vase che anche interrato vi si vede, serviva forse alle funebri libazioni, od anche per serbarvi freschi nell'acqua fiori e verdi ramoscelli.

Segue a questo il cenotafio dell'Augustale C. Calvenzio Quieto, uno de' più nobili monumenti sepolcrali di Pompei. Formato di bianco marmo con ornati di ottimo stile, s’innalza sopra tre scalini ed un alto piedistallo di fabbrica rivestiti e decorati di stucco. Senza alcuna porta e colombario, mostra che fu un’altra tomba onorifica, compita forse poco prima dell'eruzione, a giudicarne dal quadro sostenuto da due vittorie alate in bassorilievo nel muro del fondo del recinto, nella cui tavola marmorea non si ebbe tempo di scolpirvi l’epigrafe; ma nella base superiore di prospetto si legge questa:

C. CALVENTIO. QVIETO

AVGVSTALI

HVIC. OB. MVNIFICENT. DECVRIONVM

DECRETO. ET. POPVLI. CONSENSV, BISELLII

HONOR. DATVS. EST

Il bisellio decretato a Calvenzio vedesi scolpito sotto questa epigrafe, in più bella forma e più ornato dell'altro già mentovato, e nelle facce laterali sono scolpite civiche corone, il più bell'omaggio che la città riconoscente offeriva al suo benemerito cittadino. Nel muro del recinto si elevano sei acroterii, co' pilastri già ornati di bassirilievi e di stucco, tra' quali notabili erano quelli della Fama, della Vittoria, e di Edipo che indovina l’enigma della Sfinge, simbolo forse agli antichi dell'uomo che colla morte conosce meglio se stesso (1670).

Segue un vasto spazio o sepolcreto con un solo termine funebre, chiuso davanti da un muro di rozza fabbricazione, e nell'opposto lato della strada è un altro gran sepolcro di piccole pietre di tufo, con una bella porta di un sol pezzo di bianco marmo girante sopra due cardini del marmo stesso. Dopo tre gradini entrasi in una stanzetta rischiarata da piccolo spiraglio, e decorata nel fondo da una nicchia, o cappellina con frontespizio sostenuto da pilastretti. Un altarino di creta cotta, alcuni vasi di vetro sul gradino che gira ai lati dell'avello, due anfore di grande dimensione, un vaso di marmo, un altro ben grande di alabastro orientale pieno di ceneri ed un anello d'oro con pietra d'agata zaffirina vennero fuori da questo sepolcro, rimasto incompiuto perché senza intonico e decorazioni nelle mura interne. —Pochi passi più lungi è un recinto con una porta, quasi tutto rovinato, che il Mazois, presente allo scavo, non seppe affermare se fosse stato un sacello consecrato ai numi protettori delle vie (due strade ivi si riuniscono), o piuttosto un luogo destinato a bruciarvi i cadaveri (ustrinum) (1671).

Sul destro lato della strada presso quello di Calvenzio è un altro bel monumento in forma di torre rotonda sopra una base quadrata, rivestilo di stucco a scompartimenti in guisa di pietre di taglio. Su gli acroterii di prospetto erano graziosi bassirilievi di stucco, tra' quali distinguevasi quello che rappresentava lo scheletro d’un fanciullo sopra un mucchio di pietre colla madre (1672) in atto di coprirlo con una benda funebre, per accennare ad una vittima forse del tremuoto del 63, la prima ad occupar questa tomba.

Un’angusta e rapida scalinata mena al colombario, decorato ne' muri di dipinti a fresco con delfini, su' quali in compagnia delle Ninfe, secondo i misteri Eleusini, si credevano i virtuosi trasferiti dopo morte alle Isole Fortunate. nate. Quattordici nicchie intorno di questo colombario erano destinate a contenere altrettante urne sepolcrali, e sorgeva nel mezzo un gran pilastro con quattro piccole arcate, tre delle quali chiuse da vetri, ed una da uno spesso velo sospeso ad alcuni chiodi, per racchiudere forse un’urna, o anzi una lucerna (1673).

Nel lato di prospetto in vece di sepolcri è un lungo ordine di archi laterizii, destinato forse ad uso di ambulacro, e più oltre rimangono diversi ruderi di atterrati edifizii. Ma accanto all'ultimo descritto avello, separato solo da un muro, ve ne ha un altro, il più nobile in questa strada dopo quelli di Nevoleia e di Calvenzio, ai quali somiglia nella forma. I tre gradini sullo zoccolo e la facciata del muro di ricinto erano ornati di bassirilievi di stucco rappresentanti genietti, animali e cacce. Una grande iscrizione in be’ caratteri ufficiali giù messa nel plinto del muro esteriore, e trovata a terra nella scoperta dei monumento, ci ricorda che appartenne alla famiglia degli Scauri, ed è la seguente:

.... RICIO. A. F. MEN

SCAVRO

II VIR. I. D

DECVRIONES. LOCVM. MONVM.

CXOCXO IN. FVNERE. ET. STATVAM. EQVESTR

SCAVRVS. PATER. FILIO

Essendo stato molto benemerito de' Pompeiani il Duumviro A. Castricio Scauro (1674), non solo essi fecero le spese de' di lui funerali, ma una statua equestre ancora gli decretarono nel Foro. I funerali ne furono celebrati con magnificenza, perché vi si diedero cacce d’animali (venationes) e pugne gladiatorie, di cui serbavano ricordanza i curiosi bassirilievi di stucco che decoravano i gradini, non meno che la base del sepolcro. L’iscrizione a pennello sul primo di questi bassirilievi: MVNERE Q. AMPLIATI. P. F. SVMMO, ricordava che tali giuochi diresse Q. Ampliato figlio di Publio. V’erano altresì scritti i nomi di alcuni gladiatori: BEBRIX, HIPPOLVTVS, NOBILIOR, NITIMVS, tra' quali due a cavallo. Questo sepolcro fu profanato e rovistato come il precedente.

Dappresso al sepolcro di Scauro è un piccolo recinto di mura con ingresso verso la strada, nel quale non si rinvenne che uno de soliti cippi sepolcrali coll'epigrafe:

IVNONI

TYCHES. IVLIAE

AVGVSTAE. VENER

Questa Tiche, ministra di piaceri di Giulia Augusta, alla cui dea protettrice Giunone (1675) consecravasi la colonnetta funebre, o fu la stessa Nevoleia liberta di Giulia, o una di lei sorella. —Quindi si vede una grande base quadrata di pietre vulcaniche con tre gradini di marmo, ma senza l’altra base superiore. Senza esterna decorazione, e mancante di urne nel colombario, si è giudicato un monumento rimasto incompiuto (1676). Cicerone dice che gli antichi Romani a molti decretarono statue, ma a pochi i sepolcri (1677); e non ostante le antiche costumanze venute meno quasi lo stesso si vede fatto a Pompei poiché i più importanti de' descritti monumenti furono eretti a magistrati, o ad altri personaggi benemeriti, di tal pubblico onore meritevoli.

Sul principio della via di Nola e dirimpetto il sepolcro de' due Libella e gli altri che seguono sono le rovine di un vasto edifizio in forma rettangolare, composto di un portico esteriore, le cui arcate quasi tutte rimanevano nel tempo della scoverta, e di botteghe con rozzo intonico su' muri. Queste botteghe avevano un piccol piano superiore, al quale salivasi con scale di legno, in fuori de primi gradini di pietra o di mattoni. Un terrazzo terminava tutto l’edihzio, dietro del quale altri ve n’erano, d'onde in bella vista si scopriva il Vesuvio con gli Appennini e le città della costa. Eravi una fontana ed un abbeveratoio, oltre due cisterne che raccoglievano le acque pluviali, e due focolari esterni colla disposizione di tutto l’edilizio ci dimostrano in esso un’osteria di campagna pe’ villani che colle loro frutta e derrate si recavano a Pompei (1678). Seguono altre botteghe meglio decorate e dipinte, appartenenti ad un edilizio diverso (1679), od anche pubbliche scuderie, dove si fittavano i veicoli per recarsi nelle città vicine.

Incontro a questi pubblici ostelli, alla destra della strada, è un grande recinto, in un lato del quale alcune vasche si veggono costrutte, (l'ignota destinazione (1680). I greci sepolcri co' soliti vasi dipinti, e forse de' Calcidesi, sotto questo recinto scoperti, già fecero conoscere che da tempi molto remoti fu addetto a' sepolcri con tutta la prossima contrada come al tempo de' Romani.

Dal detto recinto si sale ai loggiati di una casa addossata al prossimo colle, e da alcuni creduta quella che presso la città ebbe Cicerone (1681), ma più probabilmente di un M. Crasso Frugi, per la seguente iscrizione messa sopra una nicchia, la quale faceva parte del bagno di questa casa (1682):

THERMAE

M. CRASSI, FRVGI

AQVA. MARINA. ET. BAL.

AQVA. DVLCI. IANVARIVS. L.

Un vestibolo, un atrio, intorno al quale erano distribuite le stanze da dormire (cubicula), con terrazzi e gallerie formavano questa casa pseudourbana. Nel piano inferiore era un giardinetto cinto da un portico, sul quale tuttavia rimane un’altra loggia, d’onde godevasi la vista della città e della campagna. Una porta segreta metteva nel supposto recinto de' roghi ed alla strada. Vi si scoprirono due piccoli musaici di paste di vetro, opera di Dioscoride di Samo, entrambi con tre figure muliebri con maschere comiche nel viso ed un fanciullo (1683). Questa casa termina in un vicolo, ai cui angolo era un piedistallo, che già sosteneva la statua del Tribuno T. Svedio Clemente con questa epigrafe (1684):

EX AVCTORITATE

IMP. CAESARIS

VESPASIANI, AVG.

LOCA. PVBLICA. A. PRIVATIS

POSSESSA. T. SVEDIVS. CLEMENS

TRIBVNVS. CAVSIS. COGNITIS. ET

MENSVRIS. FACTIS, REI

PVBLICAE. POMPEIANORVM

RESTITVIT

Nell'ingresso del vicolo era dipinto sul muro un gran serpente (così gli antichi solevano rappresentare i Genii locali) in atto di avvicinare la bocca alle offerte di frutta che gli si presentavano sopra un mattone fabbricato nel muro. Eravi di sopra una iscrizione fatta a pennello, ma appena vi si lesse la parola SALVS. Una lucerna ardeva davanti al serpente, il quale qui figurava il Genio che presedeva al vicolo (lar compitalis).

Alla descritta casa di M. Crasso Frugi segue un portico ed alcune botteghe lungo la strada, l’ultima delle quali ha un banco di fabbrica come quelli de' termopolii della città, di cui appresso sarà detto. Affin di rendere questo luogo più dilettevole a coloro che vi si fermavano, si fornì di sedili e d’una pergola sostenuta da colonne (1685). Sorge dirimpetto un edilizio in forma di una grande nicchia, decorata di frontespizio e di belli ornamenti di stucco in gran parte distrutti. Questa nicchia sta in mezzo di un emiciclo colla volta sostenuta da pilastri con capitelli, che formava un luogo di trattenimento e di riposo per gli oziosi di Pompei. Accanto al sedile un’altra casa pseudourbana si scoprì nel 1838, la quale appunto come le case di campagna, di cui parla Vitruvio (1686), dopo l’ingresso ha il giardino e la pergola, diversamente da quelle di città, le quali finiscono col peristilio ed il giardino. L’adito di questa casa vagamente dipinto conduceva in un giardinetto, o xystus, coperto forse da una pergola di fiori e di verzura, sostenuta dalle quattro colonne che tuttavia vi rimangono incrostate di musaico con vaghissimi ornamenti, una delle più curiose scoperte di Pompei. Dello stesso musaico di paste di vetro sono altresì rivestiti i muri e la nicchia d’una fontana rimpetto all'ingresso di questa casa. Nel sepolcro vicino scoprivasi un bel vase cinerario di trasparente vetro turchino con figure ed ornamenti di opaco vetro bianco (1687).

Dopo l’emiciclo è un altro sepolcro di grossi macigni di piperno rivestiti di stucco. Poggia sopra un alto zoccolo, ed è ornato di quattro pilastri corintii, sotto a' cui capitelli era messa un’iscrizione: la faccia laterale ha tre soli pilastri, da' quali pendono due graziosi festoni. Allato di questo sepolcro è un piccolo muro di recinto di opera reticolata. Due altari di quelli detti acerrae, che presso i sepolcri si collocavano, formano nel mezzo un ingresso molto angusto che menava all'avello, e che si vedeva anche chiuso da un’anfora. Seguono a questo recinto altri quattro basamenti di sepolcri rovinati, o non ancora compiuti, notabili pe’ grandi macigni vulcanici e gli ornamenti di cornicioni, di capitelli e larghi pezzi di marmo che dovevano decorarli. L’ultimo di questi sepolcri aveva sul muro esteriore la seguente epigrafe (1688):

T. TERENTIO. T. F. MEN.

FELICI, MAIORI, AEDIL

HVIC. PVBLICE. LOCVS

DATVS. ET. HS. 88

FABIA. PROBI. F. SABINA. VXOR

Al di dentro eravi un triclinio funebre, e nel mezzo della porta interna si trovò un marmo coll'iscrizione T. MAIORI. Innanzi la porta della città sorgeva infine da questo lato sinistro un grandioso monumento onorario con una statua di bronzo, della quale si rinvenne appena un frammento della veste.

Nel destro lato della strada tra altri rovinati edifizii è notabile quello d’ignota destinazione, il quale all'ingresso della porta ha due coni tronchi fabbricati nel muro, ne' quali parve ai Mazois di riconoscere quelle colonne coniche sacre ad Apollo Agieo che presso i Greci presedeva alle pubbliche strade (1689). Seguita un altro sedile semicircolare di pietre di tufo con un gradino, sul quale più volte ebbe a posarsi Cicerone, e a risovvenirsi de' suoi colloquii coll'Augure Scevola (1690). Nella spalliera dell'emiciclo a grandi caratteri si legge la seguente epigrafe fatta a pennello, la quale ricorda il prossimo sepolcro di Mamia sacerdotessa di Cerere (1691):

MAMIAE. P. F. SACERDOTI. PVBLICAE. LOCVS. SEPVLTVR.

DATVS. DECVRIONVM. DECRETO

Appiè de' gradini dell'emiciclo è quest’altra iscrizione, posta pel sepolcro di un M. Porcioì del cui recinto da le dimensioni in 25 piedi di larghezza, ed in altrettanti in lunghezza:

M. PORC. M. F

EX. DEC. DECRETO

IN. FRONTEM. P. XXV

IN. AGRO. PED. XXV

Questo sepolcro, del quale ora non rimane che la base di grosse pietre di travertino con avanzo della parte superiore di tufo e scorie vulcaniche, sosteneva la statua di Porcio (1692), uno de' Duumviri Pompeiani, il quale presedè, come vedremo, alla costruzione del Teatro coverto. I mascheroni di creta cotta in atteggiamento di dolore e di pianto che vi si trovarono, fecero credere che vi fossero anche sepolti i comici della città (1693), opinione non preferibile all'altra di coloro che vi hanno veduto una semplice decorazione. —Per una piccola gradinata dietro il sedile semicircolare si passa al sepolcro della sacerdotessa Mamia decorato da mezze colonne scanalate laterizie con capitelli corintii, e cinto da un parapetto formato da piccole arcate. Eleganti decorazioni di stucchi, di pitture e di nicchie ne adornavano le pareti interne, ed il pilastro quadrato che vi sorge nel centro, sosteneva l’urna colle ceneri di Marni a (1694). Sta dappresso un altro recinto, nel cui muro di separazione erano confitti alcuni teschi di buoi, o di cavalli. Alcuni scrivono che vi si ardessero e seppellissero animali (1695), ma parve al Mazois che vi fossero soltanto messi a disegno di formare una maniera di decorazione. Altri sepolcri, tutti scoperti rovinati, stavano dirimpetto fino alla porta della città, e di non comune costruzione, a giudicarne da' marmi dalle colonne e da' fregi che li adornavano. Di contro all'ingresso del più vicino alla porta, consistente in un piccolo arco aperto, era un cippo coll'iscrizione:

M. CERINIVS

RESTITVTVS

AVGVSTALIS

L. D. D. D.

E nel mezzo del sepolcro era un basso altare con quest'altre epigrafe (1696):

M. CERINIVS

RESTITVTVS

AVGVSTALIS

LOCO DATO

D. D.

Alla tomba di Porcio segue un altro sedile semicircolare, il quale aveva al di sopra un orologio solare di marmo. Fu fatto a spese di due Duumviri della città, ed è noto da questa iscrizione:

L. SEPVNIVS. L. F. SANTILIANVS

M. HERENNIVS. A. F. EPIDIANVS

DVO. VIR. I. D. SCHOL. ET. HOROL.

D. S. P. F. C.

Dopo questo sedile accanto alla porta della città è una cappellina, dedicata a qualcuno de' numi che presiedevano alle strade (ViaIes Dii), ed ornata di pitture ora scancellate. Era dipinta nella nicchia il simulacro del nume, e sorgeva innanzi una pietra cubica, per offerirvi fiori e frutta, ardervi profumi, o immolarvi uccelli (1697). Ne’ lati dell'edicola, di fuori e di dentro, vi erano poggerelli di pietra ad uso de' viaggiatori che vi si fermavano per propiziarsi o ringraziare il nume; e qui ha fine la strada de' sepolcri, la quale attraversava il pago suburbano Augusto Felice.

Quasi tutta la città circondavano alte muraglie senza formare alcun angolo prominente, essendo stato principio di fortificazione presso gli antichi di evitare gli angoli acuti, favorevoli più agli assalitori che agli assediati (1698). Comeché non formate di massi poligoni, sono nondimeno di un’alta antichità. Le giunture verticali sono inclinate sulle orizzontali, in guisa che presentano nella superficie esteriore la figura di un trapezio, maniera di fortificazione usata da' Greci, veggendosene gli esempi nelle mura di Messene, Platea e Cheronea, nonché in quelle di Cortona, Fiesole. e Volterra, città dell'Etruria. Alcune lettere tra osche e greche antiche si veggono scolpite su molte pietre di queste muraglie, ad uso di riscontri per gli operai, ed il Mazois che facevane la scoverta, non seppe decidersi se gli Osci propriamente o i Calcidesi le costruissero (1699). Ma se primitivi fondatori di Pompei furono i Pelasgi (1700), non so credere che non vi si fortificassero; ed oltre delle mura da ascriversi a questi popoli (1701), le stesse lettere di riscontro io considero perciò come appartenenti al primitivo alfabeto, che i Pelasgi i primi recarono nel Lazio (1702). Al muro di cinta guernito di torri era unito il terrapieno (agger), che allontanava i danni delle macchine, al quale succede un contromuro, ma solo verso settentrione ed occidente, per essere la città negli altri due punti naturalmente difesa dal luogo stesso e dal mare. Larghi 14 piedi, vi si saliva per gradinate spaziose abbastanza per lasciare il passo a più soldati di fronte, ed erano merlati io guisa che verso la campagna presentavano in apparenza una doppia cinta di baluardi (1703). I tremuoti e le guerre diroccavano queste mura: le brecce apertevi e le diverse riparazioni dimostrano che Pompei fu smantellata più volle, e l’ultima senza dubbio da Silla. La unga pace, di cui godé l’Italia, ai tempi di Augusto e de' primi suoi successori, rese inutili le fortificazioni della più parte delle città della costa; e forse allora si demolirono quelle di Pompei verso il porto, per fabbricarvi le belle case a più piani, delle quali tuttora rimangono i ruderi (1704).

Le torri sono di tufo ricoverto di stucco, modo di costruzione il quale dimostra che furono aggiunte alle mura lunghe età dopo, altra induzione per conghietturare l’antichità remotissima delle mura stesse, dappoiché le più antiche città greche non ebbero torri egualmente. Sono di figura quadrangolare, e servivano anche per le uscite secrete in tempo di assedio. Al pari di quelle di Orcomeno nella Beozia, di Daulide e di altre città della Focide, si veggono poste a distanze ineguali, in maggiore prossimità quelle verso la porta occidentale, ad una distanza doppia ed anche quintupla le altre verso il settentrione, perché il terreno scosceso non faceva temervi ravvicinamento delle macchine (1705).

In queste mura, che cingevano la città nel perimetro di quasi due miglia, erano aperte in dentro cinque porte, dalle rispettive direzioni dette di Ercolano di Stabia del Sarno di Nola e del Vesuvio. In fuori della prima e della terza, le altre sono distrutte. Quella di Ercolano ha tre passaggi, l’arco maggiore del mezzo, largo 20 palmi in circa, e due a lati larghi palmi 9, stretti ed alti alla maniera degli archi degli antichi acquidotti. Nel mezzo de' pilastri è un intaglio, come nelle porte in cui abbassavasi la saracinesca (1706), ed a questa porta esteriore seguita un’altra interna, della stessa costruzione, alla distanza di 31 palmi. Al di fuori la porta era imbiancata, e sull'intonico si lessero al tempo della scoverta rosse epigrafi fatte a pennello sopra altre più antiche e scancellate con una leggiera mano di bianco, le quali annunziavano cacce e pugne gladiatorie nell'Anfiteatro. Vi si notificavano perciò gli spettacoli, e forse ancora gli altari de' cittadini (1707). La porta esteriore verso il Santo è distrutta, l’interna fu restaurata all'epoca della costruzione delle torri, e sull'arco allato della testa che ne decorava la chiave stava la seguente iscrizione osca (1708):

C. PVPIRIIS. C.

MER. TVC. AAMANAPHPHER

ISIRV. PRVPHATTER.

L'iscrizione ricorda chiaramente una dedicazione ad Iside del supremo magistrato della città, il Meddistutico C. Popidio, ma non è noto se fosse stata della porta stessa restaurata. Poiché non v’ebbe più Meddistutico nella città divenuta colonia romana, o l’iscrizione si riferisce, dice il Mazois, a riparazioni anteriori a quelle che ora vi si osservano, o fu messa sulla porta come un monumento importante per le antichità di Pompei (1709). La chiave della volta di questa porta fu ornata con una gran testa femminile, che ben può credersi un simulacro della stessa Iside, cd è più probabile che l’epigrafe si riferisse alla ricostruzione della porta per opera di un Popidio della medesima famiglia di colui che riedificava il tempio della dea; e senza immaginarla di una molto remota epoca, l’ufizio di edile o di duumviro vi venne per avventura espresso con quello di Meddistutico (1710).

STRADA CONSOLARE

La porta di Ercolano mena alla strada consolare della città, larga 14 palmi, con rialzi o marciapiedi (margines) di grosse pietre quadrate da ambe le parti pe pedoni, largo ciascuno 10 palmi e mezzo, i quali conducevano ai due ingressi situati ne lati dell'arco maggiore. Entrando nella città vedesi a dritta una casa con ampia porta a livello della strada. I molti ferri di ruote che vi furono scoperti, fecero già credere che vi si noleggiassero i veicoli, e che corrispondesse agli odierni luoghi di posta, da Augusto ordinali nelle principali città dell'Impero (1711). Rimangono di rincontro gli avanzi di una piccola, ma graziosa abitazione, nella quale si notano un triclinio, un'edicola col simulacro dell’Abbondanza, ed una stanza da dormire. Tre belli dipinti ne decoravano le mura, e se ne legge la descrizione nell'opera degli Accademici Ercolanesi (1712). Seguono due termopolii, o botteghe di calde e dolci pozioni, nel primo de quali si lesse l’epigrafe a pennello PERENNIN, NINPHEROIS, nome forse di chi vi vendeva le calde bevande ed i liquori, come nelle odierne botteghe da caffè (1713). Una porta nel fondo menava all'abitazione. Stava d'appresso un pubblico albergo, quello di Giulio Polibio ed Agato Vajo, i cui nomi si lessero nelle seguenti iscrizioni fatte a pennello allato della porta d’ingresso:

C. CVSPIVM. PANSAM

AED. MVLIONES. VNIVERSI

AGATO. VAIO

IVLIVS. POLYBIVS. COLLEGA. FECIT

La seconda iscrizione chiaramente ci ricorda in Giulio Polibio un collega di Agato Vajo, col quale i mulattieri si raccomandavano all'Edile C. Cuspio Pansa, e non sembra perciò da dubitarsi che fossevi una pubblica osteria, anche perché nel gran cortile si scoprirono gli avanzi di tre carri, i cui cerchi di ferro si serbano nel R. Museo. Eravi ancora dipinto sul muro un Mercurio con una borsa in mano, noto nume de' mercatanti. Due botteghe vi erano annesse con fornelli per cuocervi le vivande, una delle quali comunica coll'interno dell'albergo, che richiede del resto migliori spiegazioni.

Si presenta a dritta il pubblico albergo di Albino, a giudicarne dal nome scrittovi in rosso davanti la porta: ALBINVS. Dalla prima porta destinata pe carri si passa in alcune spaziose stanze, ove sembra che dormissero e riponessero le loro merci i viandanti. De’ focolari vi si osservano e grandi pilastri ad uso di mense nonché altre stanze pe' passeggieri. Dal secondo atrio si scende in un sotterraneo, il più spazioso e meglio conservato della città (1714), probabilmente ad uso di cella vinaria. Due scheletri di cavalli vi si scoprirono colle loro testiere e freni rispettivi, e sulla soglia si vede scolpito un gran fallo, forse ad allontanare il fascino. Dopo un termopolio.) non dissimile dall'altro già descritto, ed appartenente per avventura a questa casa stessa, segue un’altra casa atterrata coll'epigrafe presso la porta: POPIDIVM RVFVM. AED. Ο. V. F. (Orat Vt Faveat). In seguito di altre molte case atterrate tre altre se ne veggono co' nomi non già de' possessori, sì bene di alcuni Edili della città, M. Cerrinio, C. Nivillio, C. Ceio Secondo, ai quali si raccomandavano coloro che vi dimoravano, e probabilmente i più ricchi negozianti di Pompei. Tutte queste case rimpetto al porto erano a più piani, con terrazzi sporgenti alla marina, e con magazzini, ai quali discendevasi per grandi e dolci rampe (1715); ma sono quasi rovinate affatto, ed in alcune appena rimane la soglia, e si trovò in una sola un elegante musaico nel vestibolo che rappresenta un leone. Sorprendono da questo lato i crittoportici, nonché i bagni e serbatoi d'acqua che vi furono costrutti (1716).

A’ termopolii sulla sinistra della strada segue una delle nobili case di Pompei, detta comunemente, non si sa perché, Casa delle Vestali, se non fosse pel vestibolo, che ha quasi la forma di un tempio. Senza trattenermi a riferirne la distribuzione, quasi simile alle altre che descriverò, dico solo che le immagini delle Grazie ignude con altri voluttuosi dipinti ne ornavano la stanza da letto, e che non mancava di bagno, nel quale una gentile statuetta, rappresentante forse una Najade, dalle poppe versava l’acqua. Un portico magnifico, ornato di graziosi dipinti di cervi, sfingi e fioretti, circondava il giardino nell'appartamento contiguo. Erano allogati ne lati i gabinetti donneschi, e quello della toletta (mundus muliebris) con analoghe pitture (1717), in cui si trovarono molti ornamenti femminili e lo scheletro di un cagnolino. Vede si in fondo il larario in emiciclo ornato di nicchie, con un'ara nel mezzo pe'sacrifizii e le offerte a' Penati. Questa casa era tutta abbellita di musaici e pitture, tra le quali è notabile quella di un Fiume, ora nel R. Museo (1718). Nel musaico che adornava il vestibolo del secondo appartamento a grandi lettere leggevasi SALVE, iscrizione ospitale non insolita nelle case pompeiane.

La porta postica della descritta casa ha l’uscita in un vicoletto, notabile per tre altre belle case, due delle quali hanno dato vaghi e pregevoli dipinti: Iside ed Osiride con in mezzo Arpocrale nel primo ingresso e sul muro interno della prima, di cui abbellivano Patrio tuscanico prospettive di palagi con giardini, anatre nuotanti in un laghetto, ed un ballerino con quattro danzatrici. Si raccolse in questo atrio un elegante vaso di bronzo, che serbasi nel R. Museo. Altre graziose pitture decoravano la stanza da letto: due giovani deità che si denudano innanzi ad Amore, un genietto con vasi di odori, e con altre danzatrici e Baccanti Amazzoni fuggenti inseguite da guerrieri a cavallo. Anche più ornata era la casa contigua, in un lato del cui atrio vedesi il larario già sacro ad Apollo citaredo del quale si trovò il piccolo simulacro di bronzo, che ha nella cetra tre corde di argento. Nell'opposta nicchia era dipinta una cerva seguita da un suo piccolo allievo, e nel muro sinistro della stanza da letto un Narciso. Un pregevole quadro della Pace alata distaccato da altro muro, forse dopo il tremuoto del 63, vi si scoprì ancora con altri eleganti oggetti, i frammenti d'un bisellio di bronzo con meandri d’argento, una piccola bilancia, un bel candelabro e molti vasi di bronzo. Vaghe pitture altresì abbellivano la terza casa, attribuita ad un Marco Pupio, per l'iscrizione fatta a pennello accanto alla porta: M. PVP. AED. ROG. Ed oltre de' musaici che come le altre la decoravano, ne vennero fuori eleganti vasi di vetro e di bronzo, nonché una mensa di marmo sostenuta da un giovine barbaro.

Tornando alla strada consolare, dopo la così detta casa delle Vestali un’altra se ne incontra nobile e spaziosa, con grande atrio scoverto, a' cui lati erano distribuite 13 stanze abbellite da graziose pitture. Di prospetto aveva il giardino, dove si rinvennero le aiuole coll'antico terreno. In una delle stanze assai più vasta delle altre si scoprirono 40 strumenti chirurgici ed un musaico sul pavimento rappresentante uno scheletro con nelle mani due vasi. Si è creduta perciò una scuola anatomica e chirurgica, ed è notabile che alcuni strumenti non sono gran fatto diversi da quelli di oggidì; perché gli stessi bisogni scorgono spesso l’uomo alle medesime invenzioni, e l’umano ingegno è andato perfezionando i trovati trasmessi colla lunga tradizione.

Dopo alquante case rovinate segue l’officina de' pubblici pesi (Ponderarium), come in Ercolano (1719), o piuttosto l’edilizio destinato ad un deposito di merci (telonium), dove pagatasene il dazio (portorium). Per ampia porta entrasi in una sala ornata di pavimento a musaico, nel cui fondo si erge un piedistallo che sosteneva forse una statua. Vi si scoprirono in copia pesi marmorei nonché di basai te di diverse grandezze, e segnati con buchi, o punti in rilievo (1720). Gli avanzi di un carro scoverto nel cortile con due scheletri di cavalli co' loro arnesi danno a credere che per le due stradette di rincontro vi si trasferivano le merci dalla marina, dove rimangono non poche camere a volta ad uso forse di magazzini.

Appresso ad una bottega da sapone e di due altri termopolii questa linea di case ha fine con un serbatoio d'acqua cd una piccola fontana. Essendo le acque del Sarno inferiori di livello all'elevazione di Pompei, vi si trasportarono quelle del Sabato con un ramo del celebre acquidotto che dava l’acqua quasi a tutta la Campania (1721).

STRADA DELLE PUBBLICHE MURA

Nell'unione di questa strada colla consolare si presenta una delle più nobili e suntuose case della città, quella di C. Sallustio, secondo l’iscrizione in rossi caratteri ed a pennello che leggevasi accanto alla porta: C. SALLVSTIVxM M. F. Due pilastri con capitelli figurati, rappresentanti vecchi Fauni che altri più giovani ammaestrano al suono della piva, fregiano la porta d’ingresso. Da questa porta per un androne, solito nelle case di Pompei, si passa al vestibolo posto di fianco a dritta, per mezzo del quale, oltre dell'androne, comunicavasi coll'atrio scoverto o senza portico, e con in mezzo la solita vasca per le acque piovane. Ad un lato di questa vasca sopra base marmorea stava una cerva di bronzo, che dalla bocca versava l’acqua in una bella conca di marmo greco, e che portava sul dorso un giovine Ercole di elegante lavoro, gruppo che alludeva alla terza fatica del favoloso eroe, quella di portar viva ad Euristeo la famosa cerva Cerinitide sacra a Diana (1722). Ai due lati dell'androne, presso l’angolo che forma questo passaggio entrando nell'atrio, una porla conduce ad una stanzetta che vi è addossata. Sta a destra dell'atrio la cella dell'ostiario, ed a sinistra l’anticamera (prococton) a cui seguono in entrambi i lati due stanze dipinte a cassettoni di diversi colori con quadretti di maschere comiche, di uccelli e quadrupedi: per la seconda di queste stanze a destra entravasi ad un’altra divisione della casa, della quale appresso sarà detto. De’ due sfondi dell'atrio (alae), grandi quanto le stanze laterali, quello a destra introduce in una stanzetta, destinata probabilmente al servo alricnse, a cui è addossata un’altra stanza con ingresso dalla parte del portico che circondava il giardino. Per far ordine coll'uscio si fece nell'ala destra un uscio finto, il quale, come mostra la pittura in sul muro, serviva per larario, (1723). A fianco dell'ala sinistra è uno spazio aperto con una gradinata che menava ad un appartamento d’inverno. Di prospetto all'atrio seguiva il tablino (1724), il quale erane probabilmente separato da cortine (parapetasmata) e che aveva da un lato un triclinio di està, e dall'altro un corridoio che menava ad un portico d’intorno un giardinetto, o xvstus, formato di colonne scanaliate senza piedistalli, il quale si accosta nondimeno più all'ordine romano che al dorico. Per tre scalini si sale al giardinetto, piantato di fiori ed erbe odorifere, perché per la sua piccolezza contener non poteva né alberi né arboscelli. Eravi nel centro uno spazio vuoto forse per la base di qualche statua, e per supplire al difetto della verzura tutto il muro opposto al portico è dipinto con pergole e fontane e con uccelli che vi bevono, soliti dipinti in questa parte delle case romane, di cui parla Plinio (1725). Ad una delle estremità di questo giardinetto si vede un importante monumento de' costumi della vita privata de' Romani, un triclinio di està, decorato con eleganza. Il rialzamento di muro ond'è formato si usò prima coprirlo di tre letti e coltri (stragulae) poi di un letto continuo detto stibadio, quando si banchettava (1726): la tavola rotonda nel centro era di marmo, e, come mostrano i pilastri quadrati di prospetto, nonché i buchi ne' muri, era ombreggiato da una pergola. Eleganti pitture ora scomparse ne decoravano i muri, ed un curioso fregio vi correva di sopra, nel quale erano dipinte le diverse vivande che recar si potevano nel banchetto. In un lato eravi una fontana, in cui scaturiva l’acqua da una Sfinge, e di sopra un altro getto d'acqua raccoglievasi in una vasca fabbricata nel muro. Tra i due pilastri che sostenevano la pergola era un piccolo altare per le libazioni. Da due cisterne attingevasi l’acqua per Fuso della casa e del giardino, una al termine del portico presso il triclinio l’altra di prospetto ali altra estremità del giardino, e segue immediatamente l’entrata postica della casa. Allato della stanza coll'ingresso nel portico è uno spazio aperto con una stufa ed una gradinata che conduceva al terrazzo situato sul portico. Alla destra del tablino un corridoio menava al portico stesso, ed eravi addossata a dritta una cucina, che ha l’ingresso all'estremità orientale del portico. Da questo medesimo lato per un corridoio passavasi ad una stanza con ingresso sulla strada al settentrione, la quale conduce ad un vasto atrio pe’ servi, nell'angolo orientale della casa. Tra questa parte della casa e le due botteghe annessevi sulla strada del Foro e ad oriente del vestibolo si estende lungo la via occidentale come una seconda abitazione col solo ingresso nella terza stanza a sinistra dell'atrio. Da questa stanza, che mena ad un’altra più piccola ad uso di cella di chi custodivala, si passa ad un portico sostenuto da colonne ettagone, il quale gira su tre lati di un atrio rettangolare con piccola vasca verso il mezzo. Due stanze addostate al muro della strada occidentale stanno a due lati di questo atrio, o giardino, poiché non presenta alcuna traccia di pavimento, e verso il mezzodì un triclinio. Eravi ancora la cucina particolare, e dappresso una gradinata che menava ad un piano superiore, o ad un terrazzo. Non incontrandosi questa seconda divisione nella più parte delle case pompeiane, vi si può riconoscere una specie di gineceo, o abitazione per le donne (1727), e fa supporre che se non quando la città fu distrutta, in origine almanco fu abitata da una famiglia greca. Il fondo de' muri del portico è del resto dipinto a nero, ma decoralo profusamente di ornati in giallo nel più elegante gusto. Le colonne erano dipinte con quel colore usuale nelle case di Pompei, detto sinopis ponticum, o rubrica sinopica dagli antichi (1728), specie di ocra rossa vivacissima, ed un dipinto, il più grande che siasi trovato nella città, occupa tutto il muro dell'atrio tra le due mentovate stanze. Sta in mezzo a due statue anche dipinte, e rappresenta Atteone trasformato da Diana in cervo, forse per accennare alla riposta destinazione di tale appartamento. Altri due quadri erano ne' lati opposti, uno del ratto di Europa, e l’altro d’Elle caduta nell'Egeo con Frisso che passa a nuoto sopra il montone dal vello d’oro. Le due stanze alle estremità del portico, ad uso di dormirvi, avevano il pavimento di rari marmi africani, e i muri contornati sino ad una certa altezza anche di marmo. Un bel quadro di Venere con Marte e Cupido decorava anche quella a destra, in cui si vede una piccola nicchia pel nume familiare (1729); e nel cubicolo a sinistra si scovrirono otto colonnette di bronzo, in cui erano incastrati de legni dorati, che servivano di decorazione al letto. La grande stanza con ingresso a lato del portico era un triclinio, ove il luogo della tavola e de' letti ond’era cinta in tre siti era segnato dal pavimento a musaico. Sulla sinistra del portico era una loggia o terrazzo, e nello spazio rimpetto al triclinio una gradinata che vi menava, nonché una stufa ad uso probabilmente del triclinio Nel prossimo vico si trovarono quattro scheletri, della matrona forse che abitò la descritta casa, e delle sue schiave, le quali insieme cercavano di salvarsi, a giudicarne da' molti ornamenti d’oro e muliebri trovativi di accanto, oltre di uno specchietto d'argento, di un candelabro e vasi di bronzo.

Delle quattro botteghe annesse a questa splendida magione la prima a sinistra apparteneva ad un panettiere. Vi si vede nel fondo un forno non diverso da quelli di oggidì, intorno al quale si trovarono vasi di creta ben grandi per l’acqua ad impastar la farina, e verso il muro sono tuttavia situati tre grandi molini di pietra a braccia (1730), che fanno risovvenire la dura condizione del padre della commedia romana, di PLAUTO dir voglio, dalla sorte destinato a girare uno di questi molini (1731). La bottega che segue a questa oltre dell'ingresso sulla strada ha comunicazione coll'atrio, ed il padrone della casa vi faceva vendere al certo i prodotti de' suoi predii, olii o piuttosto vini, a giudicarne da' grandi dolii di creta colta fabbricati nel muro, comeché anche fornelli vi siano di uso mal noto. Le due altre botteghe al sinistro lato dell'androne e del vestibolo hanno un pozzo comune nella spessezza del muro, onde sono divise. L’ultima, con un banco di fabbrica, ha due altre stanze di seguito lungo la strada al settentrione, ma senza ingresso da questa parte, e però rischiarate probabilmente dall'alto. Tali botteghe, come tutte quelle di Pompei, venivano chiuso da due partite di legno, le quali giravano su cardini, ed erano fermate da paletti (pessuli).

Appresso alla descritta casa di C. Sallustio, la cui famiglia ebbe forse relazioni di origine col celebre storico dello stesso nome (1732), l’altra tutta rovinata si vede, che aveva sul muro l’epigrafe L. C. C. DVVMVIR, alla quale altri titoli pompeiani fanno riscontro, e che però si può bene riferire al Duumviro Lucio Cecilio Capello,, la cui magistratura cadrebbe nell'anno di Roma 762 (1733). Sul muro di questa casa stessa leggevasi ancora una delle poche iscrizioni osche che di Pompei ci rimangono, ed è la seguente (1734):

EKSVK. AMIVIANVR. EITVNS

ANTER. TIVDDI. XII. INI. VEI

SADINV. PVPH, PHAMAAT

MD. AAKIDIIS. V

Comeché diversamente interpretata da' patrii archeologi, ricorda chiaramente una pubblica opera procurata dal Meddistutico Acilio, il cui nome leggesi nell'ultima linea, e che per acquedotti e canali diramasse per la città le acque del Santo sostiene il Jannelli (1735), comeché guidato dalla semplice analogia di alcune parole col latino (Anter Tiurri XII Ini Vei Sarinu) non siami alieno dal supporre che la duodecima torre della città verso del Santo restaurasse, od anche il contro muro dirimpetto a quella torre medesima. Era questa casa a due piani, e nell'inferiore si è appena distinto una sala, un bagno, un giardino, e quello ch’è più notabile, un ergastolo per gli schiavi, le cui celle appena contener potevano un uomo di media corporatura. — Rimpetto alla casa di Sallustio nel vicoletto a sinistra ve n’è un'altra con una delle solite epigrafi a pennello nel canto del muro: MODESTVM AED. R., la quale come tante altre simili ci lascia nel dubbio se l’Edile Modesto l’abitasse, o se piuttosto chi vi dimorò nell'anno stesso in cui Pompei fu distrutta all'Edile Modesto con quella raccomandavasi. Certo è che per la sua piccolezza ad un Pompeiano appartenne di mediocre fortuna, non veggendovisi dopo il lungo androne che un atrio displuviato (1736) e due stanze nel fondo, delle quali la più grande serviva forse per triclinio l’altra per dormirvi. Di fianco a questa una scala menava al piano superiore, o al terrazzo. A destra dell'atrio era posta la cucina, a cui era addossata un’altra stanza con ingresso nell'atrio stesso, ed a sinistra una bottega: ma tale era il gusto de' Pompeiani per le arti che non ostante la sua piccolezza, questa casa era tutta decorata di pitture, e nell'atrio già si vedevano i quadretti di Achille riconosciuto da Ulisse a Sciro, e di Ulisse stesso in atto di trarre il brando contro Circe e le sue ancelle che colle incantatrici bevande gli andavano incontro.

Rimpetto a questa casa, nell'altro lato del vicoletto, fra altre rovinate abitazioni una ne rimane che fu già a due piani e di bella forma ed architettura. Molto vago de' fiori può dirsi chi l’abitò, perché non solo li coltivava nelle aiuole in mezzo de' portici, ma anche dipinger li faceva in grembo alle leggiadre Ninfe, di cui decorava le pareti dell'atrio, ed a contener fiori erano forse anche destinate le molte fiale di vetro scoverte sotto la caduta scalinata che menava al piano superiore (1737). Indi seguiva l’officina di un fabbro, in cui si scoprirono cerchi ed assi di ruote, strumenti aratorii, tenaglie e martelli, e che non mancava del bagno, sì necessario a chi l abitò. Addossata all'atrio di questa casa, ma coll'ingresso dalla parte del vicoletto, era un altro pubblico forno co' soliti molini a braccia, o girati anche da asini (1738), i grandi vasi dì creta per l’acqua presso del pozzo, nonché la stufa, dove impastavasi il pane, perché nel forno stesso dove si cuoceva gli antichi usarono di macinare il grano. Un sacrifizio al nume del luogo, la dea Fornace, della cui deificazione parla Ovidio (1739), era dipinto in un muro del forno, co’ soliti genii tutelari nella figura di serpenti incontro di un’ara, sulla quale stava un frutto simile ad un pino. Questo forno era annesso ad una piccola casa, non per altro notabile che pel suo atrio tetrastilo, non comune a Pompei.

Passando nel destro lato della strada, dopo la già mentovata casa col musaico del leone (1740), e di alcune altre rovinate seguiva quella coll'epigrafe a pennello SVETIVM I. F. HERENNIVM, dappresso alla quale è l’altra che dalla simile iscrizione C. IVLIVM POLVBIVMIL VIR. VATIA R, non meno che dalla sua grandezza e da' musaici e pitture che la decoravano, si può forse credere di uno de' Duumviri di Pompei C. Giulio Polibio. Fu liberto di Augusto, ebbe ancor egli i suoi liberti (1741), ed altre iscrizioni pompeiane ne lasciarono ricordo. Questa casa del resto era posta in deliziosa prospettiva, e comeché quasi tutta atterrata, tanto pur ne rimane da farla giudicare una delle belle case della città. Due porle menano a due sale (1742), intorno alla prima delle quali sono distribuite diverse stanzette. Quindi si entra in un vasto atrio corintio, il cui portico formato da arcate e pilastri ornati di mezze colonne circonda un cortile con una fontana Intorno del portico erano diverse stanze (1743) ed un’altra piccola fontana. Per alcune scalinate da una parte passavasi ad un sotterraneo, dall’altra ad altre stanze del piano superiore, il quale molto e riccamente decorato è da credere, perché ne caddero rottami d’intonaco con segni manifesti di dorature. Cinque botteghe vi erano annesse, ed occupavano la facciata; quella che nell'ordine è la quarta comunica nell’interno della casa, e doveva essere addetta alla vendita de' prodotti che il proprietario otteneva da' suoi predii. Su’ muri di queste botteghe si son letti i nomi di due venditori, Equano e Vatia che le avevano a pigione, e che al Duumviro Giulio Polibio si raccomandavano: C. I. POL. II. VIR. I. D. AEQVANVS. — C. IVLIVM POLVBIVM II. VIR. VATIA ROGAT. — Seguono altre botteghe rovinate coll'ingresso in un vicoletto, il quale mette capo in una delle grandi strade della città, quella della Fortuna, che di qua si estende infino alla porta di Nola. Nell'opposto lato quasi dirimpetto all'ultima casa descritta, un’altra ne rimane più piccola coll'atrio scoverto, fornita di bagno a destra, e le cui ampie stanze a sinistra erano ornate di pitture rappresentanti Didone abbandonata, una scena tragica, e diversi strumenti musicali. Varii pezzi di flauti anche vi si scoprirono, e si è perciò attribuita ad un maestro di musica, od anche ad un Corago, il quale nell'arte esercitava i cori per le rappresentazioni drammatiche. Sotto il larario in fondo dell'atrio si dipinsero i soliti serpenti incontro di un’ara, a cui un sacerdote versava le sacre libazioni (1744).

Seguono altre due case, della prima delle quali altro non rimane che il liminare, nel muro della seconda si lesse C. I. PRb SCVM, e quindi si arriva ad un’officina farmaceutica, dove la strada dividesi in un bivio. Un gran serpente che morde un frutto con frondi non dissimili da quelle dell'ananas eravi dipinto sul muro come per insegna, e molti vasi vi si scoprirono co' farmachi dissecchi, nonché un bel candelabro di bronzo. Al destro Iato della strada uscendo da questa farmacia tra le altre iscrizioni segnale a pennello si lesse il seguente programma di locazione:

INSVLA ARRIANA

POLLIANA. GN. ALIFI. NIGIDI, MAI.

LOCANTVR. EX. I. IVLIS. PRIMIS. TABERNAE.

CVM. PERGVLIS, SVIS. ET. COENACVLA

EQVESTRIA. ET DOMVS. CONDUCTOR

CONVENITO. PRIMVM. GN. ALIFI

NIGIDI. MAI. SER.

Ma la più notabile scoverta fatta in questa strada fu quella di un quadrante solare, il quale tuttoché come l’altro già ricordato (1745) non adattavasi alla latitudine di Pompei (1746), per ovviarsi nondimeno al difetto di costruzione situavasi forse sotto l’angolo richiesto dal luogo. Diverse botteghe seguivano del resto sul lato dritto del termine della strada insino a che si giugne a due altre case, su' muri delle quali si lessero i soliti nomi scritti a pennello di magistrati municipali della città: A. SVETTIVMPOPIDIVM AED. — MARCELLVM D. Ο. V. F. (diguum orat ut faveat). Tre altre ancora ne rimangono a sinistra, due co' nomi di alcuni duumviri, e l’altra con quello forse del proprietario: GN. HILARIVS. SABINVS, dopo della quale s’incontra l’osteria d’una Fortunata, che aveva daccanto una bottega con banchi di bellissimi marmi. Una fontana simile alla già descritta poneva fine a questa linea di case, e l’acqua vi scaturiva da una pietra con bassorilievo di un’aquila che si avventa ad una scimia.

STRADA DELLE TERME

In fuori della strada che seguita a quella de' sepolcri che più volte s’inflette prima di giugnere al Foro, la maggior parte delle strade scoverte sono parallele e si tagliano ad angolo retto. Queste strade sono strette, e capaci appena di due carri: di distanza in distanza alcune pietre con un intervallo pel passaggio delle ruote formavano una specie di ponte per passarsi da un marciapiede all'altro in tempo di pioggia. In mezzo di tre strade, quella finora descritta, l’altra a questa parallela, in cui trovasi la così detta casa delle Danzatrici., e l’altra che le taglia ad angolo retto, e che ha preso il nome dal tempio della Fortuna, è posta una delle più nobili e più vaste case di Pompei, quella così detta dell'edile PANSA dalla prima epigrafe che presso la porta in rossi caratteri vi fu letta: PANSAM. AED. PACATVS ROG., la quale offre per sé sola l’unicoesempio nella città dell'insula degli antichi.

Incluse le botteghe sulla facciata ed il giardino all'estremità, che occupava il terzo di tutta la lunghezza, l’area di questa casa era di circa 300 piedi per 100. Due pilastri con capitelli di ordine corintio ne decoravano l’ingresso, ben alto per dar lume al vestibolo, e pel solito androne con pavimento a musaico passavasi all'atrio toscano con riquadrature di marmo, inclinato verso l'impluvio per dare scolo alle acque, e con tre stanze a destra ed altrettante a sinistra decorate di musaici e pitture. Il tablino anche con pavimento a musaico, e chiuso forse da balaustri di bronzo o di legno, od anche con semplici cortine, ha da un lato una grande stanza, dall'altro un passaggio al peristilio con altra stanza parallela. Per due gradini di marmo si passa al peristilio formato da 16 colonne di rocce vulcaniche, quattro di fronte e sei ne' lati (1747), con in mezzo un giardinetto di fiori ed una peschiera. Quattro stanze da letto decorate di figure di graziose ninfe, di una Najade e d’una Danae stavano alla sinistra del peristilio (1748), ed alta destra eravene un’altra ad uso di biblioteca, o per disporvi le cose necessarie alla mensa prima d’introdurle nel triclinio ond’era seguita rimpetto all'ultima stanza da letto. Una vasta sala (oecus cyzicenus) stava di contro al peristilio (1749) con a destra un larario ed a sinistra un lungo passaggio per introdursi nel giardino, ed a lato di cui era la cucina (1750) con una stanza pe’ servi ed un’altra con ingresso sulla strada. Un portico precedeva il giardino (1751), nel cui angolo a destra era una cisterna con un serbatoio. Delle quattro botteghe sulla facciata l’ultima a sinistra aveva comunicazione colla casa, e lo schiavo detto dispensator vi vendeva i prodotti de' fondi del padrone. Due forni altresì vi erano annessi agli angoli della facciata, de' quali quello a sinistra aveva un gran fallo colorito di rosso in un mattone per allontanare il fascino, coll'iscrizione: HIC HABITAT FELICITAS, a dinotar forse la frequenza del forno e l’agiatezza di chi amministravalo. Ma più notabile ancora è il bassorilievo che presenta scolpita una specie di croce latina nel muro rimpetto la porta principale, che fa contrasto col serpente, immagine del Genio del luogo, nel muro opposto, il quale mostra per avventura che la fede del Cristianesimo era penetrata a Pompei al tempo di Tito. Addossate in fine alle stanze da letto erano altre stanze con ingresso sulla strada e con un piano superiore, dietro l’ultima delle quali aprivasi un cortile che dava lume ad uno de cubicoli di questa bella casa. Nella parte opposta erano altre stanze, a cui entravasi anche dalla strada, più grandi e più agiate, ad uso forse di ricevervi gli ospiti. Incontro alla casa descritta seguono nel vicoletto non poche altre case quasi tutte atterrate, fra le quali è una bottega con gran porta e dolii, che portava scritto a pennello il nome di un duumviro della città al tempo di Vespasiano, M. Epidio Sabino (1752). Si veggono quindi altre cose rovinate, tra le quali si scoprì una bottega d'un venditore di colori.

Nel rettangolo di edifizii parallelo a quello, di cui faceva parte la grande casa di Pansa, sono comprese quella così detta del Poeta tragico e la Fullonica cui seguono due altre case che hanno preso nome da una grande e da una piccola fontana. Chi colle note descrizioni delle altre case pompeiane visita il primo di questi edifizii, di leggieri vi riconosce il vestibolo, l’atrio tuscanico, il tablino ed il peristilio. Nelle due grandi botteghe ai lati del vestibolo che comunicano coll'androne, si spacciavano forse i prodotti che il proprietario raccoglieva da' suoi predii, e da' molti e preziosi oggetti che si scoprirono (1753), non meno che dalla disposizione di esse, con grandi aperture nella facciata, si è anche supposto che la casa appartenesse ad un gioielliere od orefice. Nel pavimento dell'adito è rappresentato un gran cane incatenato coll'iscrizione CAVE CANEM, e nell’atrio sono vagamente dipinte varie storie dell’Iliade (1754); perciò uno de' dotti illustratori di Pompei questa casa descrive sotto il titolo di Casa Omerica (1755). Criseide condotta sulla nave da Agamennone, l’addio di Briseide ed Achille, Giunone che va da Giove sull’Ida, ed un altro bel quadro, di cui solo rimane la meta di una Venere, decoravano l’atrio. Vagamente dipinte alla grottesca sono le due pareti del tablino, e nel mezzo del muro a sinistra vedesi in un quadro forse Ifigenia quando in Tauride riconosce Oreste, pittura non comparabile a quelle dell'atrio, ma notabile per gli ornamenti delle figure messi d’oro a mordente. Uno degli stupendi musaici fu messo ancora nel mezzo del pavimento pure a musaico, quello rappresentante un coragio, ossia portico della parte postica di un palco scenico, in cui il Corago distribuendo maschere e vesti, presiede all'abbigliamento degli attori. Anche vagamente dipinti sono i muri del portico, che ha nel fondo il larario, ed un quadro del sacrifizio d’Ifigenia nel lato opposto. Verso la destra è la porta di dietro della casa (posticum), donde talvolta usciva il padrone, ingannando i clienti che lo attendevano nell'atrio (1756). Bellissima è l’esedra o triclinio che si apre a destra sotto del portico, onde veniva rischiarala. Tutta vagamente dipinta alla grottesca, nel mezzo de' muri aveva due quadri, quello di Leda che accanto a Tindareo vezzeggia i figliuoli nati dall'uovo, e l’altro di Arianna abbandonata da Teseo. Accanto a questa stanza è la piccola culina, e sporge ancora sotto il portico un’altra stanza, ad uso forse di cubicolo. La prima dopo del postico, e che sporge nell'atrio, nel muro verso la porta ha dipinto un papiro spiegato con uno stilo, delle tavolette ed un calamaio, e però destinata ad uso di scrittoio, o biblioteca. rimpetto al cortile eravi altresì il dipinto che ha dato il nome alla casa in alcune descrizioni della città, quello del Poeta, il quale assiso sopra piccolo sgabello e con in mano un papiro declama de' versi innanzi a due personaggi. Nella stanza contigua, sporgente anche sul portico, ha i graziosi quadretti di Venere con Amore che pescano, Narciso che si vagheggia nel fonte, ed Arianna sul lido di Nasso derelitta da Teseo. Un’altra stanza coll'ingresso nel tablino è adornata con grottesche e maschere sceniche. Delle stanze sporgenti sotto l’atrio la prima è dipinta in soli tre lati, e la parte col solo intonaco rimpetto la porta fa supporre che parata di qualche drappo servisse per situarvi un. letto. La stanza vicina, dipinta a compartimenti rossi e gialli, ha in tre quadri il ratto di Europa, Elle che dall'ariete cade nel mare, ed un Mercurio. In mezzo graziosissime grottesche cammina il fregio attorno di questa stanza, nel quale come ne' bassirilievi di Figalia fu dipinto un combattimento delle Amazoni: le prodi guerriere dentro cocchi, a cavallo ed a piedi si veggono con diversa qualità di armi combattere contro uomini in varie guise armeggianti. Nel centro della parete si effigiò la favola di Elle e Frisso, la quale accennando a lontane marittime spedizioni si vede spesso ripetuta nelle case di Pompei occupata ne' traffici del mare, ed una simile pittura venne anche fuori dagli scavi di Ercolano (1757). Nell'altra parete vedesi Giove che cangiato in toro tragitta il mare colla rapita Europa, e a' lati di questi quadri sono pattini volanti con varii ornamenti muliebri. Tutte queste stanze, ornate di musaici, erano generalmente chiuse da porte a due partite, ed avevano lume da una finestra (1758). Accanto alla porta dell'altra stanza era una piccola scala che menava ad un terrazzo, od anche al piano superiore (1759). Nell'angolo contiguo a questa casa si lesse l'iscrizione osca retrograda: NV. Π. KIUIIIS, che uno de' nostri ch. archeologi dall'analogia col latino, nonché dal silo in cui fu scritta non lungi dal teatro, spiegava: Numerii, vel Manii, poema capies (1760), ma più probabilmente un semplice nome, e da spiegarsi Μ. P. CIPIVS (1761).

Seguitando a dire delle altre case in seguito a quella di Pania, alle spalle di essa, ma con ingresso nella strada detta di Mercurio nell'altro lato di questo rettangolo di case, era una Fullonica, che disvelavano le curiose pitture su due pilastri del portico. Nel primo ingresso dell'androne incontrasi a sinistra la stanza del portinaio, od anche del servo addetto a ricever le vesti da purgare e lavare. Segue un gran cortile scoverto, lungo 45 piedi e largo la metà, cinto in tre lati da un portico fiancheggiato da pilastri con archi, e colle stanze destinate i Fulloni, nonché alla padrona dell'edilizio, poiché ad una donna, come fe’ noto uno de. ’ dipinti, almeno al tempo di Tito, appartenevasi la Fullonica. Nell'angolo del peristilio, a sinistra di chi entra nel cortile, era una bella fontana con un zampillo d’acqua, e nel lato dirimpetto senza pilastri un pozzo, quattro grandi vasche e due piccole. Nell'angolo opposto sono cinque specie di nicchie con poggerelli di fabbrica per gli operai che i panni purgavano nelle conche, operazione espressa in uno de' dipinti sopra uno de' pilastri accosto alla fontana (1762). Si passa quindi in una vasta camera, occupata nella maggior parte dal lavatoio, ove si rinvenne un vaso ripieno di terra bianca (la cintolia, o il sasso), per imbiancare le vesti usala dagli antichi secondo Plinio (1763). Un forno eravi ancora col solito amuleto del fallo, ed un piano superiore con terrazzi, si necessarii per sciorinarvi i panni usciti dagli apparecchi.

Una piccola casa segue alla Fullonica, con due stanze a fianco dell'androne, una ben grande, un’altra piccola, e coll'impluvio cinto da sei colonne di ordine dorico. I frammenti di colonne di minor dimensione trovali nell'atrio fanno ben supporre che appartenessero ad un portico del piano superiore, a cui salivasi per la scalinata posta alle spalle della piccola stanza a lato dell'androne (1764). —Appresso a questa piccola casa è quella che ha preso il nome da una grande fontana ornata da vaghi musaici, e non meno. per questa fontana notabile che pe' dipinti che la decoravano. Due stanze con ingresso nell'atrio toscano fiancheggiano il vestibolo, ed alla più grande posta a destra seguono Ire altre stanze quasi di ugual grandezza dell'altra a sinistra. Altre due stanze sono allato del tablino, la più grande delle quali, ad uso forse di triclinio, aveva comunicazione col piccolo peristilio di tre colonne davanti alla fontana, che decoravane il fondo. Questa fontana, rivestita di marmi, musaici e conchiglie, ha la forma d'una edicola con nicchia e fastigio: l’acqua scaturiva in mezzo alla nicchia da una larga lingua di bronzo, sulla quale è rappresentata una testa di fiume, e discendeva nella vasca per sei scalini di marmo; da una mezza colonnetta vi sgorgava anche un zampillo. Sul modio di marmo rotondo nel mezzo della vasca era forse situata una statua. Due maschere sceniche di marmo pario, in cui mettevasi delle lucerne, dalla bocca e dagli occhi di notte la illuminavano. Tra le pitture che decoravano le stanze di questa casa notabile è quella d’una scena di commedia, la quale ci mostra che non tutti gli attori si mascheravano, e le pareti del portico ov’è la fontana furono vagamente dipinte con alberi, fontane, animali ed uccelli. Quasi simile alla precedente è la casa che segue coll'altra fontana, e comeché più piccola, ricca del pari nondimeno in ornati e musaici. Ha la facciata a grandi bugne intagliate in pietre di tufo, e nel primo ingresso dell'adito vedesi a dritta una porta, d’onde per una scaletta salivasi al piano superiore, od anche su' tetti. Il suo atrio toscano, tutto dipinto alla grottesca con figurine volanti su fondi rossi, ha un’ala sola a dritta, anche decorata con grottesche e figure di donne, un citaristo ed una citarista. Ne’ muri del tablino, con bel pavimento musaico, sono dipinti frutti ed uccelli, e su quelli corrispondenti ai due lati di colonne che formano il portico si veggono altrettante colonne simmetriche, con be’ paesi, figure (1765) e marine negl'intercolunnii. Nel fondo del peristilio, come nella prossima casa, è la fontana nella forma stessa della giù descritta, e tutta decorata di musaico e conchiglie. L’acqua zampillava nella vasca di questo fonte dal becco di un’oca, che tiene abbracciata un putto alato di bronzo, ed altri getti scaturì vano ancora da due maschere sceniche, una verso il centro della nicchia, un'altra accanto ad un pescatore seduto, non meno che da ima fiasca presso un altro pescatore dormiente. Un canale di piombo distribuiva in fine le acque nel peristilio pe’ varii usi domestici (1766); ed oltre l’eleganza di questa casa, fecero manifesta la ricchezza ed il buon gusto di chi l’abitò i belli oggetti che vi si scoprirono (1767). Un’altra casetta coll'ingresso nella via di Mercurio metteva fine a questo rettangolo di edifizii, e faceva l’angolo d’una stradetta dall'altro lato della strada principale.

Al di là della stradetta scoprivasi ancora una bottega, chele due pitture a' lati dell'ingresso disvelavano di un falegname; dappoiché due falegnami in atto di segare si veggono appunto in uno di questi dipinti, e nell'altro è rappresentato Dedalo che mostra a Pasife la vacca di legno, l’arte cioè del maestro incontro all'immagine ideale e poetica dell'arte stessa personificata in Dedalo. Questi due dipinti si serbano nel R. Museo, e sono una pruova fra altre moltissime del genio degli antichi, che le più comuni cose della vita nobilitavano colla tradizione storica o poetica. Niente di notabile offerì la piccola casa che seguita a questa bottega; ma, l’altra contigua delfiancheggialta dell'adone, o àe' Ermafrodito, è delle più preziose così pe’ vaghi dipinti ond’è decorata, come per la sua semplice distribuzione. Piccole camere vi si veggono solo alta sinistra dell'atrio, e, senza tablino, ha in vece un peristilio di cinque colonne congiunte con un piccolo muro d’appoggio, sul muro del cui fondo vedesi il dipinto di Adone ferito sostenuto da Venere e circondato da Amorini, il quale tutte le altre pitture pompeiane sinora scoperte vince per la proporzione delle figure, che oltrepassano alquanto il naturale. Di contro al peristilio sono tre camerette, decorate nel modo più singolare e leggiadro di ornamenti e gruppi voluttuosi di Satiri e Baccanti, in cui l’eleganza dello stile velala licenza della composizione, e tra questi capricci dell'arte antica senza ritegni come la civiltà ch’esprimeva un quadro sopratutto si distingue unico per la sua finitezza e composizione tra i simili monumenti pompeiani, quello che a questa casa ha dato il nome, ossia un Ermafrodito alla toletta, soggetto oltremodo curioso e pel carattere de' personaggi ond’è composto, e pe’ particolari ed accessorii, illustrato particolarmente da un dotto archeologo (1768). Veramente ricca pe’ cultori dell'antichità e delle arti fu la scoperta di questa piccola, ma bellissima casa di Pompei, perché oltre i mentovati belli dipinti, ne venivano fuori oggetti di argento in gran numero (1769), ed allo stesso ricco possessore di essa che cercava di salvarli appartenevano forse gii altri quattordici vasi di argento di greco lavoro che si scoprivano poco lungi, fra' quali due calici si distinguono ornati di graziosi bassirilievi (1770), e rappresentanti Centauri, Centauresse ed Amorini. Le case che seguono quella dell'Adone, nel lato stesso di questo rettangolo di case, non distinguendosi gran fatto per l’ampiezza e le decorazioni, non hanno meritato la speciale attenzione degl'illustratori della città; ed è degno solo di ricordo che nell'ultima di queste case, detta àeV Apollo dalla più notabile pittura che la decorava, si scoprirono gli avanzi di un piccolo forziere di avorio dipinto, monumento singolare di questo ramo dell'arte presso gli antichi.

Il quadrivio allato al descritto angolo di case era ornato da un arco trionfale con due fontane, dirimpetto ad un altro arco all'estremità della strada che direttamente conduce alForo. Una statua equestre di bronzo, grande come il vero, e simile al Marco Aurelio del Campidoglio, decorava il primo di questi archi (1771), e per la seguente mutila iscrizione che anche vi si trovò dappresso innalzato probabilmente ad Augusto (1772):

AuguSTO. CAESARI.

..... PARENTI. PATRIAE.

Alla destra di questo arco medesimo per chi viene dalla Strada de Sepolcri due strade, lievemente inclinate l’una verso l’altra, conducono a due angoli del Foro. Le pubbliche Terme occupavano quasi tutto lo spazio compreso tra queste due strade, e sono sì conservate, che ben fanno intendere quanto su' bagni degli antichi ha lasciato scritto Vitruvio. Rivolte in gran parte al mezzodì, furono costrutte in un luogo basso della città, ove da' venti boreali le riparavano i circostanti edifizii, posizione appunto raccomandata da Vitruvio e Varrone. Divise in due appartamenti, in uno degli angoli di tutto l’edilizio rimpetto alla casa di Pansa è l’ingresso del bagno più piccolo e meno agiato ed elegante, che si è supposto quello per le donne. Al vestibolo fornito di sedili (scholae) per le schiave segue una lunga sala ove si lasciavano le vesti e trovavasi il bagno freddo (frigidarium) con due lunghi sedili per ispogliarsi e riposare. Da questa sala passavasi nel tepidario, il quale comunica colla stufa (calidarium), alla cui dritta era il bagno caldo, e nel fondo una grande nicchia semicircolare (laconicum), nella cui volta regolavasi la temperatura con una valvola (1773), con in mezzo una rotonda vasca (labrum), per lavarsi a quanto sembra solo le mani e il viso.

L’altro bagno ha tre ingressi. Entrandosi nel principale, che si apre nella strada che mena al Foro, scesi tre gradini trovasi il vestibolo o portico, d’onde si passa al cortile, il quale ha un ambulacro coperto che lo cinge in tre lati, sostenuto da 11 colonne e 4 pilastri di fabbrica rivestiti di stucco e dipinti. I sedili disposti intorno i muri servivano per gli schiavi che al bagno accompagnavano i loro padroni, e per coloro altresì che servivano ne' bagni stessi. Nell'archivolto dello spogliatoio (apodyterium) ben dipinto di giallo ed ornato di fregio con delfini, chimere e vasi, era aperta una finestra, chiusa da una sola gran lastra di vetro. Entravasi quindi nel frigidario, notabile molto per la conservazione e la vaghezza. Il tepidario, a cui dava il calore una grande braciere di bronzo (1774), era illuminato da una finestra, nel cui telaio di bronzò si trovarono incassati quattro bellissimi vetri; e decorato da vaghi ornamenti di stucco nella volta, aveva un cornicione sostenuto da Telamoni (1775) di terra cotta figurati in Atlanti. La stufa, o calidario ha da un Iato il laconico con in mezzo il labro di bianco marmo, nel cui centro da una borchia di bronzo per le parziali lavande pollava l’acqua calda. Sull'orlo leggesi la seguente iscrizione in lettere di bronzo incastrate sul marmo:

CN, MELISSAEO. CN. F. AVRO. M. STAIO. M. F. RVFO. II. VIR. I. D.

LABRVM. EX. DD. EX. P. P. F. C. CONSTAT. H. S. D. CC. L.

la quale ci fa noto che i Duumviri Gn. Melisseo e M. Staio curarono che a pubbliche spese questo labro si facesse (1776). Compiute queste Terme, Tito forse ne commetteva la dedicazione (1777) a Gn. Alleio Nigidio Maio, il quale perciò dava 'Pompeiani un magnifico spettacolo, di cui leggasi il seguente annunzio in un’epigrafe fatta a pennello sul muro del cortile delle Terme stesse, alla dritta di chi v’entra (1778):


MAIO

DEDICATIONE

PRINCIPI COLONIAE


FELICITER

TermaRVM. MVNERIS. CN. ALLEI. NIGIDI. ΜΑΙ

.....VENATIO, ATHLETAE. SPARSIONES, VELA, ERVNT

Parte principale di questo spettacolo fu un combattimento di gladiatori; e fu notabile altresì per una caccia di fiere, giuochi atletici, spargimento di profumi (balsami, liquori odorati e croco di Cilicia) (1779), e pel velario, onde fu coverto l’Anfiteatro. Un augurio di felicità facevasi ancora nell'annunzio al principe della colonia (1780), il quale senza alcuna potestà o giurisdizione, vi aveva solo la dignità stessa che il principe del Senato in Roma.

Diciannove botteghe erano annesse all'edifizio delle Terme. In una di quelle sul lato nella strada dell'arco due scheletri si scoprirono, l’uno coll'altro abbracciati, dalla struttura delle cui ossa congetturavasi la diversità del sesso, da' denti la freschezza dell'età; così che il sovrastante pericolo d’una morte disperata non valse a disgiungerli.

STRADA DI MERCURIO

Questa grande strada, la quale si stende quasi in linea retta dalla porta a’ Iside all'arco trionfale di Augusto, o di Tiberio e al tempio della Fortuna, traversava la città quasi in tutta la sua lunghezza, ed esser doveva una delle più belle di Pompei, giacché menava direttamente al Foro, e si sono in essa scoverte le abitazioni più considerevoli, decorate col maggior gusto e ricchezza delle altre, come quelle del Meleagro, e la più ricca ancora e la più vasta del Questore, o de' Dioscuri. Nel quadrivio che con questa strada forma una vietta trasversale era una pubblica fontana, in cui l’acqua pollava da una testa di Mercurio scolpita in basso rilievo. Da tale immagine ha preso il nome questa strada delle più larghe della città, avendo oltre a 35 piedi di larghezza. Grandissimo fu certo il traffico che i Pompeiani vi facevano, a considerare le molte botteghe che vi sporgono, le molte effigie della Fortuna e di Mercurio dipinte sull'esterno degli edifizii, e le tante iscrizioni su' muri di essa strada fatte a pennello, colle quali da' venditori e commercianti imploravasi il favore degli Edili e de' Duumviri, magnificandoli come buoni, ottimi colleghi, e degni della Repubblica. Tra queste notevoli sono quelle colle quali i fruttaiuoli (pomarii) si raccomandano agli Edili Giulio Sabino, Marco Cerrinio, e al Duumviro M. Olconio Prisco, e bastami fra tutte riferire solo quest’ultima:

M. HOLCONIVM


PRISCVM. II. VIR. I. D.

POMARI UNIVERSI


CVM HELVIO VESTALE ROG.

Cominciando la descrizione delle case poste su questa grande strada da quella detta del Meleagro, la penultima nel primo de due rettangoli di edifizii verso le mura fiancheggiati da questa strada medesima, la freschezza de' dipinti e qualche stanza rimasta incompiuta nelle decorazioni hanno fatto credere che appena compivasi di rifarla quando veniva coverta dalle ceneri. Vi si veggono altresì gialli monocromi ad imitazione delle dorature, con che il lusso romano copriva i muri delle camere, e quest'unico esempio di pittura in Pompei mostra per avventura la novità del suo ristauro, se non della costruzione (1781). Questa casa era del resto molto riccamente ornala di pitture, e si veggono primamente nell'adito. Nello zoccolo nero sono tra varie riquadrature Cariatidi sostenenti aste, da cui pendono festoni di frondi e di fiori. Su i fondi rossi sono dipinte grottesche architetture, con in mezzo varie figure, e fra queste architetture stavano due quadri e quattro Baccanti. Uno di questi quadri rappresenta Mercurio che fa dono di una borsa ad una donna scettrata e coronata (la Fortuna), e l’altro dirimpetto è quello che a questa casa ha dato il nome, il Meleagro che accanto di Atalanta si riposa dopo la caccia di Calidonia (1782). Nel fregio bianco fra architetture grottesche si dipinsero Cariatidi e sacerdotesse, che ora appena si distinguono. La stanza a sinistra dell’adito con una porta sull’atrio, e con un’altra sul peristilio, e con una stretta cd alta finestra verso la strada, un’altra bassa e spaziosa sotto il portico, comeché riccamente dipinta (1783), non sembra nondimeno destinata che per cella dell'ostiario. L’atrio corintio ha alla sponda del compluvio un fonte nella forma di un plinto intarsiato di svariati marmi, a cui è aderente una tavola marmorea con due cavità e coverchi anche di marmo, per serbarvi forse in vasi fresche le bevande che si ministravano sulla tavola. Nello zoccolo rosso scuro che cinge questo atrio si veggono Nereidi sedute su foche ed altri mostri marini, e vi sono sopra dipinte architetture grottesche in campi neri con quadri e figure volanti (1784). Anche decorato di belle pitture è il tablino su cui corre un ricco fregio di bassirilievi di stucco e pitture, come nelle terme di Tito a Roma, maniera di decorazione la quale mostra egualmente che questa casa decoravasi non guari prima che la città fosse distrutta. Segue al fregio una fascia gialla, in cui si dipinsero figure volanti, e nel mezzo delle tre pareti tre quadri, uno già cancellato, l’altro esprimente un’Iside ed il terzo Marte con Venere. Nello zoccolo di color rosso sono Nereidi come nell'atrio, e nell'angolo sinistro una nicchia con scompartimenti di tavole per l’armario Lari, come nella casa di Trimalcione che descrive Petronio (1785).

A fianco dell'atrio è una stanza più grande delle altre con una scala per salire alla parte superiore della casa, e destinata forse ad uso di magazzino, sì per non essere dipinta e sì per avere un doppio ordine di buchi nelle pareti, onde fermarvi sostegni di legno ad un doppio ordine di tavole. Abbellite altresì di molte pitture e quadri sono le tre stanze che seguono alla dritta dell'atrio, dopo delle quali vedesi il triclinio. Una porta rimpetto il compluvio conduceva al peristilio posto a fianco dell'atrio, la quale in quattro partite era divisa, per dischiudersi in parte, e perché non oltrepassasse di troppo la grossezza de' muri quando era aperta. Il peristilio, de' più magnifici e adorni delle case di Pompei è cinto da 24 colonne di un ordine capriccioso che tiene alquanto del dorico. Piantato nel mezzo di fiori e verzure, ombre e fraganze gratissime ne riceveva, avendo insieme mormorio e frescura perenne di limpide acque da un fonte che stava nel mezzo, rivestito nella parte interna di uno stucco dipinto di bel celeste. L’acqua vi zampillava dal centro di una colonna, e scaturiva da una specie di gradinata di otto scalini. Nello zoccolo rosso intorno i muri del peristilio si veggono Nereidi sopra mostri marini e piante con uccelli che vi volano intorno. Ne’ pilastri di grottesca architettura che dividono questi muri sono vagamente dipinte figure in varie attitudini, e non meno di 17 quadri si sono raccolti de' molti che li decoravano. Ne’ calori della state covrivasi di tende attaccate ad aste di ferro negli architravi degl'intercolunnii, e nella base delle colonne rimangono anelli di ferro per le corde con che si alzavano ed abbassavano. Rimpetto il peristilio, tra due esedre o gallerie, è un salotto (occus il quale partecipa de' salotti egizii e ciziceni descritti da Vitruvio (1786). Nel lato in cui si apre sotto il peristilio medesimo è decorato da quattro colonne, le quali superano in grandezza quelle che in numero di 12 cingono internamente questa stanza. I monocromi che abbellivano i muri di questo salotto sono tutti ornati di architetture grottesche, fra le quali erano quadri pur di un sqI colore dipinti (1787). La più piccola delle due esedre ha una cornice riccamente intagliata senz’altro ornamento, e l’altra molto ricca di pitture ha nero lo zoccolo con Telamonii sopra dipintivi, tra i quali si osservano e Nereidi come nell'atrio, e vasi di belle e svariate forme. Ne’ fondi rossi sopra lo zoccolo sono vaghe e bizzarre architetture, tra le quali panni celesti che hanno nel mezzo danzatrici e Baccanti.

Un fatto della favola di Pavé è nel muro riguardante il peristilio. La più grande stanza è il triclinio di fianco all'esedra, e con due porte, una verso il peristilio, l’altra incontro un corridoio che mena alle cucine, era forse illuminata dall'alto, od anche da finestre nella parte alta ora distrutta de' muri. È ricco del pari delle solite architetture grottesche con figure volanti, ed eroi stanti sullo zoccolo, in cui altre ancora ne sono effigiate, quali sedute, e quali sostenenti la cornice. De due quadri che ne abbellivano le pareti si conservò un solo del giudizio di Paride. Al sinistro lato del triclinio è un’anticamera (procoeton) a cui segue un cubicolo, non meno adorno di graziose grottesche, fra le quali è notabile in un quadrettino una vaga donzella sedente con accanto un Amorino che tiene un ventaglio. E per dire in fine delle stanze destinate al vivere domestico, il corridoio allato del tablino comunica coll'atrio, col peristilio e con la parte postica (1788) della casa. Su questo corridoio sorge prima un cubicolo, che ha un recesso per il letto a modo di un’alcova, e le altre quattro stanze che si veggono di seguito erano forse l’ergastolo o l’abitazione de' servi, perché senz’alcuno ornamento erano ancora da scarsa luce rischiarate. Dove questo corridoio si ripiega per cingere il muro postico della casa si apre da prima una stanza alla dritta del salotto ciziceno egizio semplicemente decorata, e forse ad uso di cubicolo, e sul corridoio stesso sporge quindi la cucina, che in testa al focolare ha dipinto un serpente avviticchiato alla cortina del tripode di Apollo con due Camilli in atto di assistere ad un sacrifizio. Pel corridoio si sale in fine alla terza scala della casa, e si entra in tre altre stanze, le quali anguste e disadorne dimostrano essere state povere celle di servi (1789).

Segue a questa bella casa quella detta d'Inaco e d’o pel migliore dipinto ond’era ornata, il quale rappresentava la metamorfosi della reale donzella amata da Giove. Tra le stanze intorno all'atrio toscano della seguente e più importante casa del Centauro notabile è quella destinata per dormirvi, con un'alcova ed un piccolo gabinetto per serbarvi de' vasi. Una forte cassa di legno guernita di chiodi e listelli di bronzo (arca ferrata), non insolita nelle case pompeiane, si trovò dappresso a questo cubicolo, ove si veggono pure alcune cavità per armadii. Il tablino con due nicchie per le immagini degli antenati, è decorata di belle pitture: danze bacchiche sul muro di fronte all'ingresso, e due quadri su' muri laterali. Uno di questi quadri che alla casa ha dato il nome, rappresenta Dejanira sopra un carro rivolta verso Alcide, a cui presenta Ilio suo figliuolo, ed il Centauro Nesso che ginocchioni la prega a passare l’Eveno sul suo dorso; l’altro era quello di Meleagro a fianco di Atalanta con a' piedi l’ucciso cinghiale di Celidonia. In fondo dell'esedra era un piccolo giardino cinto da portici ornati da 16 colonne doriche, che sostenevano un altro ordine jonico per un terrazzo superiore e qualche altra camera ornata di piccoli pilastri corintii, come pochi frammenti caduti dall'alto facevano supporre (1790). Nel mezzo del giardino era posta un’elegante tavola di marmo ed una piccola statua di Apollo colla sua lira, d'onde rampollava l’acqua d’una fontana; od anziché ad uso di abitazione per gli schiavi creder si possono destinate per celle vinarie le camere sotterranee situate al di sotto. Vedesi in seguito un gineceo circondato da un peristilio, a fianco del qual e un altro se ne osserva, il quale formando un piccolo appartamento ha fatto credere che fosse una casa aggiunta alla già descritta, la quale restauravasi in fatti quando avveniva l’eruzione, come facevano manifesto le anfore, un molino e i mattoni che vi si trovarono al tempo della scoverta (1791). A sinistra del tablino è il triclinio, la più grande stanza della casa, di cui ornava il pavimento un musaico magnifico, che or decora una stanza nel R. palazzo di Capodimonte (1792).

La casa che dopo questa forma uno de' lati del quadrivio, era delle più ragguardevoli di Pompei. Composta di due parti separate tra loro comunicanti, ha separati ingressi, de' quali il più grande e meglio decorato sembra che fosse destinato ad uso della famiglia di chi l’abitò, l’altro pe' servi e gli uffizii domestici. La facciata erane ornata di bugne coverte di stucco e divise da piccole cornici: dipinti ad azzurro erano gli spazii che dividevano una bugna dall'altra, ed anche la cornice che decorava la porla principale era riceverla di stucco, ornamenti non ovvii nelle case pompeiane, e che questa casa ci mostrano come una delle più nobili della città. Sopra uno degli angoli della porla fu dipinta una bella immagine di Mercurio colla borsa in mano e in atto di correre, ed il vestibolo con pavimento signino (1793) e decorato con belle grottesche, aveva ne' muri laterali i belli dipinti di Castore e Polluce in allo di frenare i loro cavalli, d’onde è derivato uno de' nomi di questa casa. La stanza a destra con ingresso nello stesso vestibolo sembra quella che occupavasi dal portinaio, e l’altra a sinistra con ingresso nell'atrio dal servo atriense. L’atrio con pavimento signino come nel vestibolo corrisponde all'atrio corintio descritto da Vitruvio, ed è uno de' pochi esempi che ci rimangono di questo splendido stile architettonico. Un portico formato da 12 colonne scanalate e rivestite di stucco circondavano l’impluvio, ornato duna graziosa fontana di marmo rappresentante una pianta acquatica, su cui sono scolpite ranocchie e lucertole: vaghi dipinti nello stesso stile del vestibolo adornano l’atrio con grottesche su fondi gialli e rossi (1794). Delle diverse stanze a varii usi destinate che cingono l’atrio, le due a dritta, senz’alcun ornamento di pitture, e con buchi ne' muri per pinoli a sostenervi due ordini di tavole, servivano per guardaroba e dispensa (1795). Quella del servo atriense e le altre due seguenti erano illuminate da una finestra che mette sulla strada, e le altre dall'atrio per mezzo di un ingraticolato messo sulle porte. Anche a serbarvi proviande era forse destinata quella dappresso alla stanza del servo atriense, e decoravano l’altra piccoli, ma belli dipinti di Baccanti, di un Narcisso, e di Diana che attirata dalla bellezza di Endimione scende dall'empireo. Niente di notabile è nelle due stanze che seguono, se non che la seconda ha il pavimento a musaico. In fronte dell'ala che segue a queste stanze si trovarono situate due grandi casse (1796), dalle quali a questa bella magione venne il primo nome di Casa del Questore,e sul plinto all'altro lato dirimpetto eravene forse un’altra. Comeché non pare dubbio che nella città risedesse un Questore, ed è noto dal frammento di una iscrizione osca (1797), tale attribuzione è solo verisimile, e secondo questa ipotesi può credersi che il sito destinato a ricevere i danari pubblici fosse nell'ala stessa, nella quale è un plinto che vi gira intorno per uso di sedile.

Molto bello a vedere è il tablino con pavimento a musaico, e decorato de' più belli dipinti. Nero ha lo zoccolo ed abbellito colla solita varietà di grottesche e figure di leoni e Centauri combattenti, nonché di Amorini in carretti tirali da capri e cervi. Vi si veggono altrove figure uscenti da porte in un colonnato arricchito di festoni di frutti e fiori. I muri ne sono dipinti a panni celesti con fimbrie in oro, e con sopra gruppi di Satiri e Baccanti: sul muro a dritta vedevasi Ulisse che scopre Achille tra le donne nella reggia di Licomede, e su quello a sinistra la contesa tra Agamennone ed Achille. Ammirevole è ancora il fregio, lungo il quale si dipinse una stretta linea di paeselli, uno de' quali si è supposto rappresentare il ritorno di Ulisse ad Itaca. —Pel corridoio alla sinistra del tablino passavasi nel giardino, e la stretta scalinata che vi rimane menava forse alle soffitte, perché i deboli muri sostener non potevano, a quanto sembra, un piano superiore. La stanza contigua, probabilmente un cubicolo, con pavimento signino e rabeschi, era decorata da' belli dipinti di Cefalo e Procri, di Narciso, e di una Ninfa che consegna un fanciullo a Bacco e Sileno per iniziarlo all'uso del vino; né altro che un triclinio d’inverno si può credere la stanza nell'altro lato, grande quanto il tablino, ed illuminata da una grande finestra che aprivasi nel peristilio del giardino. Sullo zoccolo decorato con Amorini volanti di un’ammirevole esecuzione si veggono grottesche architetture con figure di sacerdoti, tra le quali sono panni rossi e celesti con dipinti svariali secondo i colori di questi panni (1798): belle pitture su fondi bianchi abbelliscono ancora la parte superiore de' muri. — Pel tablino entrasi nel peristilio di sole cinque colonne doriche che vi sostengono il tetto, e che hanno di lato e dirimpetto corrispondenti mezze colonne aderenti a' muri. Il giardino, piantato di fiori e piante odorifere, era chiuso da un ingraticolato a coloro che praticava coverto da una pergola (xystus cum pergula), e con pavimento signino: nell'edicola che vi sorge rimpetto il tablino il padrone della casa adorava il suo nume familiare (1799). Ne’ muri che cingevano questo giardino fra le colonne finte si veggono dipinte vaghe scene di verzieri, vivai, fontane ed uccelli, e ne' compartimenti delle pareti della parte coperta del peristilio stavano quadri bellissimi: due scene comiche, un’Iside, Fedra ed Ippolito, e nel muro che fiancheggia il xisto si veggono anche dipinte belle casine e campagne. Nell'altro termine del portico è l’ingresso di una grande stanza, che per l’eleganza ond’è decorata può supporsi un cubicolo del dovizioso padrone di questa casa. De’ due quadri non distrutti uno rappresenta la favola d’Io, e l’altro, grazioso oltre ogni credere, Adone che dopo la caccia si riposa tra Ninfe ed Amorini. Per l’altra porta che segue si passa nella cucina, la quale ha di lato una scala per salire alle soffitte, e destinata senza dubbio all'uso speciale della famiglia, a considerarne la posizione insolita nella più elegante parte della casa (1800). Seguono una stanzolina ed una camera più grande, la quale serviva forse per cubicolo di qualche servo privilegiato, decorata come è da mediocri, ma vaghi dipinti.

Passando a dire della parte più splendida di questa nobile magione, per una specie di vestibolo tra le due stanze a destra dell'atrio, si entra in un altro atrio o cortile sostenuto da 8 colonne striate, rivestite di stucco, e co' capitelli che tengono alquanto del corintio. Col pavimento di musaico, ha stupende pitture ne' muri: vedi nello zoccolo vasi diversi, come se fossero d’oro, d’argento, o di vetro, e nelle pareti piccoli armadii con frutti ed animali, nonché quadri bellissimi (1801), e tripodi dipinti come se fossero d’oro ne' pilastri a' quattro angoli dell'atrio, che rendevano delizioso un giardino ed una grande piscina con una colonna nel mezzo, d'onde pollava un zampillo. Di contro schiudevasi una sontuosa sala (oecus), o triclinio col pavimento e le pareti tutte incrostate di pregiati marmi, e rischiarato da una finestra sporgente nel xisto sotto la pergola. Due sole stanze la fiancheggiano, e la seconda sembra che fosse stata un cubicolo. Per le due porte di questa sala o triclinio si passa ad un corridoio, d’onde uscivasi alla piccola porta postica della casa che mette nel vicoletto (angiportus) il quale divide i due rettangoli di edifizii posti sulla grande strada di Mercurio. Per una porta in fine rimpetto la piscina si entra in una parte della casa più semplice delle altre, la quale ha l’adito nel lato stesso in cui è l’ingresso della parte nobile, il cortile di maniera toscana col solito impluvio, e stanze diverse decorate da semplici pitture, destinate forse agli ospiti, oltre di altre povere celle di servi, di cui sarebbe soverchio più intrattener chi mi legge (1802).

Nel principio del rettangolo di case, diviso, come ho detto, dal vicoletto, e di contro al tempio della Fortuna Augusta, si vede una piccola taverna, simile ad una bottega col solito banco di fabbrica incrostato di marmi, nel quale sono murati tre vasi di piombo per contenervi liquidi, e con gradini marmorei per mettervi in mostra i commestibili. Sotto questi gradini è dipinto il genio tutelare nella usata immagine del serpente nell'atto di mangiare le offerte disposte sull'ara, e vedesi dappresso un piccolo focolaio per cuocervi le vivande. Due porte conducono alle stanze annesse di questa taverna. Per quella dirimpetto all'ingresso si passa a due camerini, che comunicano colla casa contigua, nel primo de' quali sono due curiosi dipinti analoghi alla sua destinazione, perché, fatta pe’ bevitori, presenta effigiati il trasporto e lo scarico del vino (1803). L’altra porta che nella taverna corrisponde, introduce ad un altro stanzino che ha l’uscita nel vicoletto, i cui laidi dipinti mostravano aver servito per lupanare. Fra le scene di crapula ivi rappresentate una presenta quattro figure sedenti a desco, a cui un fanciullo arreca del vino. Curioso a vedere è l’abbigliamento della seconda e quarta figura: sopra una tunica che giunge loro sino alla metà delle gambe portano una specie di vestimento nero con cappuccio, e sopravi una stola, o lista di panno che lor cala sino sotto la cintura. Queste figure sono di due donne, e fanno risovvenire Messalina, la quale coverta col cappuccio di notte (cucullus nocturnus) era solita di recarsi ne' prostriboli (1804): le due altre portano sopra una lunga tunica un’altra specie di vestimento di altro colore, aperto d’avanti e di dietro (1805). In un altro dipinto vedesi un uomo vestito di una tunica oscura, che versa da bere ad un soldato vestito di una tunica fatta e listata a guisa delle pianete sacerdotali. Sul capo del soldato sta scritto: M. F. PILA MARCVM TVTILLVM, M. Furio Pila (saluta) M. Tutillo (1806). I camerini di questa taverna comunicano colla piccola,ma elegante casa contigua, la quale, decorata come si trovò da belli dipinti, deve supporsi di un ricco e ragguardevole abitatore di Pompei, Dall'adito si raccolse una pittura di stupendo artifizio, Perseo che libera Andromeda dal mostro marino; né ammirevoli meno sono le altre, che si trovarono nelle altre parti della casa, Ulisse e Penelope Paride ed Elena, Edipo e la Pizia, e la più curiosa di tutte, per la novità non meno, che per vedersi ripetuta con poca diversità in un’altra stanza della casa stessa, la quale si è creduto rappresentare Eleno che in presenza di Priamo ed Ascanio annunzia ad Enea la predizione di cui parlasi nell’Eneide (1807).

Rimpetto la descritta taverna, verso l’angolo della casa della piccola fontana era un pubblico fonte, in cui l’acqua scaturiva da una testa di Mercurio. La terza cantonata del quadrivio è formata da una casa, la cui facciata lavorata di molti stucchi ne mostra la ricchezza della decorazione. Ove sorge la quarta cantonata del quadrivio stesso è una bottega tutta dipinta a colonne con varii compartimenti di marmi colorati. Sopra un pilastro è dipinto un ministro che mena un bue al sacrifizio, e sul pilastro opposto quattro uomini che portano un palco, attorno al quale sono legati molti vasi unguentarii, e sopra di esso varie persone si veggono in varie faccende occupate intorno di un cadavere; pittura che ha fatto supporre che la bottega appartenesse ad un unguentario, o venditore di balsami per preparare i cadaveri prima di bruciarsi. Dopo questa bottega è l’ingresso di una casa, in cui vedesi a destra come in tanti altri siti di questa strada dipinto un Mercurio con a' piedi un globo, a cui si avvolge un serpente, che verso il nume alza il capo quasi in atto d’implorarlo propizio al padrone della casa, di cui era il Lare o genio protettore. Sul pilastro opposto di questo ingresso è dalla parte interna dipinto un altro globo con un corno d’abbondanza, e verso la strada si vede sul pilastro stesso effigiata una Minerva con una fanciulletta in atto di fare una libazione sopra di un’ara. Dentro la bottega contigua comparvero un Giove ed una Giunone co' soliti emblemi dell'aquila e del pavone (1808). Molte delle solite iscrizioni fatte a pennello si leggevano su' muri delle dette botteghe, e per brevità bastami addurne solo la seguente:

AVLVM VETTIVM FIRMVM

AEDILEM ORAT VT FAVEAT DIGNVS EST

CAPRASIA CVM NYMPHIO ROGAT

Un'altra osteria era annessa ad un’altra casa contigua, e vi si scoprì sul muro dipinto un Mercurio, il quale mostra una borsa alla Fortuna, immagini ripetute spesso in questa grande strada della città, come nell'interno delle case che la fiancheggiano, e simboli manifesti del mestiere de' Pompeiani che vi abitavano, i quali col commercio si auguravano l’acquisto delle ricchezze (1809). Seguo no a queste case le due altre note co' nomi de' loro antichi proprietarii, AVELLIVS FIRMVS e POMPONIVS, che vi si leggono scolpiti presso la porta. Dopo le quali vedesi quella che ha ricevuto il nome di Casa dell’Ancora dal musaico che ne decora il vestibolo. Una magnifica loggia vi si ammira dietro il tablino decorata da grandi colonne doriche, e che dominava un grazioso giardino cinto ne' lati da numerose nicchie e piedistalli per busti e statue di eroi e personaggi illustri (1810). Ultima è la casa detta del Naviglio da una trireme dipinta sul pilastro di una bottega ad essa contigua, dove forse si vendevano masserizie spettanti all'attrezzo delle navi. Questa casa ha l’ingresso principale nella strada che rade un fianco del tempio della Fortuna e detta dell'arco, ed ha due altri ingressi nella strada di Mercurio, che appartenevano veramente ad un’altra casa contigua, la quale vi fu annessa e che si restaurava e decorava nel momento della catastrofe della città. Graziosi gruppi di vasi sono dipinti nel vestibolo, ed a dritta vi si vede la piccola cella dell'ostiario. Oltre delle decorazioni architettoniche di uno stile ammirevole nel muro di prospetto dell'atrio corrispondente all'altezza di un piano superiore, altri belli dipinti lo abbellivano (1811), tra i quali i più notabili sono quelli di Cerere e Bacco, e i più belli ancora di Zeffiro e Flora, e delle Baccanti, dall'ultimo de' quali si è derivato l’altro nome più usuale con che questa casa si distingue. Vi dimorò ad evidenza un ricco e cospicuo abitatore di Pompei, il quale per abitare più agiatamente acquistava la casa vicina, ed una comunicazione vi apriva per mezzo del corridoio alla dritta del triclinio della casa propria. Questa seconda divisione consiste soltanto negli avanzi di un portico con una grande stanza di fronte e due piccole stanze a' lati, che occupano insieme un lato di un cortile triangolare, nel cui centro è un triclinio con una tavola nel mezzo (1812).

STRADA DELLA FORTUNA

Di contro all'ultima casa descritta ed accanto al quadrivio dell'arco è un’area, o piazzetta, nella quale sorgeva l’edicola della Fortuna Augusta. Era quest’area di proprietà di M. Tullio figlio di Marco, come faceva noto la seguente epigrafe scolpita sopra un pilastro di lava

M. TVLLII. M. F.

AREA. PRIVATA

Il tempietto tutto incrostato di marmo è di lavoro corintio, disposto in forma di prostilo, con quattro colonne nella fronte, come prescrive Vitruvio. Per tre scalini si sale sopra lo zoccolo, interrotti da un podio, sul quale è un piedistallo per una statua. Otto scalini conducono allo stilobate o basamento, ed entrasi sotto il pronao, o antitempio; il quale ha due colonne ne' lati e quattro di fronte, con quattro pilastri corrispondenti al muro della cella. Due nicchie quadrate si aprono ne' due lati interni della cella stessa, ed ha una gran nicchia ovale nel mezzo, ove stava il simulacro della dea. Sull'architrave marmoreo del frontespizio dell'edicola leggesi l’iscrizione:

M. TVLLIVS. M. F. D. V. I. D. TER. QUINQ. AVGVR. TR. MIL.

A. POP. AEDEM. FORTVNAE, AVGVST. SOLO, EX, PEC, SVA

Questo M. Tullio, il quale eresse a sue spese il tempietto alla Fortuna Augusta, fu persona molto autorevole in Pompei, per avervi meritato le principali magistrature municipali, il sacerdozio di Augure, e il tribunato dell'esercito. Non sembra estraneo alla gente Tullia, e si può supporre un nipote dell'Oratore rifuggiate nella villa ch’egli ebbe in Pompei, ne' tempi pericolosi de' primi Cesari. Presso alle nicchie che adornano i fianchi interni della cella, due statue si trovarono grandi come il vero, una di donna, e l’altra di uomo: questa seconda presenta un uomo consolare vestito della toga pretesta, dipinta di color porpora violacea, nel cui volto hanno alcuni ravvisato le fattezze di Cicerone. Sopra due plinti di bianco marmo, uno de' quali doveva far base a qualche cosa di sacro uso, e l’altro sosteneva una statua, si leggono le due seguenti epigrafi, le quali ci ricordano non meno il tempietto della Fortuna Augusta che i suoi ministri (1813):

1.

AGATHEMERVS. VETTI

SVAVIS. CAESIAE, PRIMAE

POTHVS. NVMITORI

ANTEROS. LACVTVLANI

MINIST, PRIM, FORTVN. AVG. IVSS

M. STAI, RVFI, CN. MELISSAEI, APRI

D. V. J. D

P. SILIO, L. VOLVSIO, SATURN

COS.

2.

TAVRO. STATILIO

TI, PLATILIO, AELIANO, COS

L. STATIVS. FAVSTVS. PRO

SIGNO. QVOD. E. LEGE. FORTVNAE

AVGVSTAE, MINISTORVM (sic) PONERE

DEBEBAT. REFERENTE. Q. POMPEIO. AMETHYSTO

QVAESTORE. BASIS. DVAS. MARMORIAS (sic) DECREVERVNT

PRO SIGNO PONIRET

Passando a dire de' privati edifizii posti alle spalle del tem pio della Fortuna, e coll'ingresso sulla strada che dalla dea stessa ha preso il nome nelle descrizioni della città, il primo che s’incontra è quello che si è detto Case delle forme di creta dalle forme che vi si scoprirono da far piccoli simulacri (1814). Seguono tre altri edifizii, dottamente e minutamente descritti da uno de' nostri più chiari archeologi (1815), e tali descrizioni seguendo, ne dirò in breve quanto basta per far meglio comprendere a chi ne ha vaghezza il modo di abitare degli agiati cittadini di Pompei. Il primo di essi, che con una delle solite denominazioni attinte dagli oggetti scoperti ài è detto Casa dei bronzi, o delle Erme, ha la faccia esterna formata da grosse pietre vulcaniche tagliale a foggia di parallelepipedi, frontali lapidee di Vitruvio (1816), e colla porta in mezzo a due botteghe (1817). Di lato alla porta di quella posta a sinistra leggesi l’iscrizione in caratteri rossi:

FVSCVM

AED.

Q. POSTVMIVM QVIR

E tra la porla dell'altra bottega e la casa contigua l’altra epigrafe seguente:

C. CVSPIVM. PANSAM

F. SATVRNINVS

CVM. DISCENTES (sic) ROG.

Per tale epigrafe meglio direbbesi di Saturnino questa casa pompeiana, ed egli sembra che lo stesso proprietario co' giovani che ammaestrava nel suo mestiero di fabbro e negoziante di bronzi (negotiator aerarius) acclamasse il duumviro. Per la porta d’ingresso, ornata da pilastrini, e con uscio a due partite spiegantisi in dentro, si entra nell'androne inclinato verso la strada, ed aperto verso l’atrio. Quattro stanze sono a' iati di questo atrio tuscanico col solito impluvio, due a destra, e due a sinistra, in tre delle quali appariscono i segni della cassa di legno (antepagmenta), de' cardini, e de' paletti (pessuli) con che si fermavano, e che avevano perciò le porte a due partite. La prima a destra, a giudicarne dall'incavo destinato a ricevere un letto, si può credere un cubicolo, e ne' muri della prima a sinistra si veggono tre incavi rettangolari per riporvi vasi o altre masserizie, e forse ancora le immagini de' Lari. Per le due ali dell'atrio entrasi nel tablino, aperto verso l’atrio stesso, e con soglia dalla parte del peristilio che serba anche le tracce degli antepagmenti. Alla sinistra del tablino, in cui anche i conviti s’imbandivano (1818), è una stanza o oecus con due uscite, luna più angusta celiala sinistra dell'atrio, l’altra più ampia verso il peristilio, e serviva forse di cubicolo o triclinio (1819). —A destra del tablino pel corridoio (fauces) con soglia, e che perciò chiudevasi dalia parte dell'atrio, passavasi al peristilio di colonne laterizie rivestite di stucco (columnae dealbatae), due ne' lati minori oltre l’angolare, sei in uno de' lati maggiori incluse le angolari, e con altrettanti pilastri che hanno prominenti due mezze colonne nell'altro, la cui trabeazione è coronata da un canalone con antefixa di creta, rappresentanti teste di leone, maniera di decorazione che Vitruvio insegna per le grondaie (1820). E vi si nota questo di particolare, che hanno buchi per chiodi che sostenevano un parapetto o sponda di legno, che chiudevano la parte inferiore, spiegandosi a guisa di porta nell'intercolunnio messo all'ingresso. Nel canale che lambisce il piede delle colonne si accoglievano le acque che colavano dal tetto poggiato sulle colonne stesse, donde passavano nelle vasche poste nello spiazzo. In questo peristilio si. trovarono quattro di quei dischi o medaglioni marmorei ornati dì bassirilievi nelle lor facce, i quali, come mostrano non poche pitture ercolanesi e pompeiane (1821), gli antichi sospendevano negl'intercolunnii de' porticati, ne' peristilii delle private abitazioni, onde servissero di bell'ornamento ne' due aspetti del colonnato. Senza trattenere il lettore de' meno importanti per le figure, dico solo che uno di tali dischi (1822), da una parte rappresenta una Nike o Vittoria, la quale in una mano ha il nautico ornamento detto aplustro (ἀφλατον), simbolo di vittoria navale, e qualche cosa offre coll'altra per cibo ad un gran serpe che si avvolge intorno una colonna; e dall'altra un guerriero barbato, con lunga chioma, che in atto di distendere il passo in avanti, con una mano scuote l’asta, coll'altra offre una gidea. Ed il ch. archeologo, che questa casa pompeiana ha descritta, colla solita sua dottrina richiamando classiche autorità di scrittori e di monumenti, nella Nike riconosce la Vittoria Salaminia, simboleggiata nella figura di Athena o Minerva, che da per cibo una focaccia melata (μελιτόεσσα) al gran serpe che credevasi custodire l’acropoli di Atene (1823), e vede nel guerriero Ajace, a cui attribuivasi in gran parte il felice successo della battaglia di Salamina (1824). Per la porta interna (posticum) della stanzetta alla destra del peristilio uscivano nell'angusto vicoletto (angiportus) che conduce al Foro non solo coloro che dimoravano nel pian terreno, ma quelli altresì che abitavano le stanze superiori (coenacula), a cui conduce la scaletta che nella stessa piccola stanza si vede (1825).

In mezzo del muro di fronte del peristilio sta un gran triclinio con soglia marmorea senza tracce di antepagmenti e di presuli, e che chiudevasi perciò con sole cortine o veli (centones) come l’oecus, o conclave che ha alla sinistra, al quale, oltre della grande soglia verso del peristilio, passavasi ancora dal triclinio per mezzo d’una porticina a sinistra. Vedesi all'altro lato uno stanzino (1826) con chiodi e buchi nel muro, oltre di un incavo per un armadio, che si può ben supporre destinato a serbarvi gli utensili necessarii ad imbandire la mensa (apotheca triclinii). A queste belle stanze con ogni eleganza dipinte segue la culina (1827) con altre dipendenze (cellae familiaricae), una delle quali si può credere un cellarium, dove le cose si riponevano da servire soltanto per pochi dì (1828); e notabile è il dipinto sul muro della culina a sinistra, il quale oltre del Lare con situla a sinistra e rython nella destra che tiene elevata, presenta un Vulcano clamidato, con pileo ornato di bende e corona, e che colla destra tiene una tenaglia con cui stringe il ferro di un’accetta; altra pruova che in questa casa dimorasse un fabbro e negoziante di bronzi, il quale vi figurò il re dell’arte sua, come il nume di Lenno si nomina nelle medaglie (1829). Presso questo rozzo dipinto è anche una piccola nicchia incavata nel muro, destinata senza dubbio a qualche immagine di nume domestico, e probabilmente dello stesso Vulcano, le cui immaginette di creta si solevano collocare presso i camini (1830). —Per toccare delle pitture che questa casa decoravano, ben si può noverarle tra le più perfette e leggiadre delle case della città. A fondo nero sono interamente dipinte le tre pareti dell'esedra, o triclinio, d’onde Casa della parete nera questa casa anche si è detta, e tali eleganti rabeschi vi si ammirano, che formano la meraviglia di chi si fa a riguardarli. Le altre stanze sono decorate nel gusto stesso di architetture e grottesche con pochi soggetti storici,ma con tale originalità che tutte le altre simiglianti vincono al paragone; e vi è questo di notabile nel muro in fondo del peristilio che, sebbene ornato di due compartimenti tra colonne, vi mancano i dipinti negli spazii tra gl'intercolunni, il che fa credere questa parete non compita di decorarsi; e che artisti diversi da' dipintori di rabeschi e prospettive dipingevano i quadri, i quali maggior sapere, come è naturale, richiedevano nell'arte (1831).

Notabile è l’altra casa che segue, e che col nome si è distinta di Casa de capitelli figurati. Due risalti di fabbrica (antae) lievemente sporgenti dal muro questo edilizio distinguono dalle case vicine. A’ due lati dei limitare risaltano anche appena due altri pilastri, notabili pe’ capitelli scolpiti che hanno alla cima, d’onde a questo edilizio è venuto il nome (1832). Due scalini di travertino, messi tra i due mentovati pilastri, menano alla soglia anche di travertino, alla quale erano adattate due partite (fores) di legno, piegantisi in dentro, ciascuna delle quali fermavasi con un paletto (pessulus), che introducevasi nel corpo della stessa partita. La porta introduceva nell'androne, nelle case pompeiane frequentissimo, ornato di semplici pitture nelle pareti, inclinato verso la strada, e formato di lapillo battuto (ex testa nucleus) con minuti pezzi di marmo bianco che formano diverse figure. Dall'androne si passa all'atrio tuscanico, nel mezzo del quale, alquanto più a destra di chi entra, vedesi l’impluvio, con un fonte nel mezzo (1833). Otto diverse stanze cingono l’atrio, quattro a destra e quattro a sinistra. La prima a destra colla soglia di travertino e i soliti incavi pe' pessuli era la stanzetta del portinaio (1834), il quale per la feritoia aperta verso la strada poteva osservare chi voleva introdursi, ed esser chiamato di fuori. Le altre celle o stanze erano destinate a varii usi domestici, sia a passarvi la notte, e però dette cubiculo, sia a racchiudervi le cose da conservarsi (1835), tanto più perché custodite erano con chiusure. La seconda e la terza di queste stanze a destra dell'atrio comunicano tra loro, e ciascuna ha ancora l’apertura sull'atrio stesso co' soliti vestigi di porte a due partite che si spiegavano nella parte interna, ed erano munite de' soliti paletti. Se la stanza più grande presso la cella dell'ostiario era destinata a dormire, l’altra più piccola, colla quale comunica, può credersi l’anticamera (procaeton), che accompagnava il cubicolo (1836). Nella quarta stanza, ben dipinta e col pavimento di musaico, si può riconoscere un altro nobile cubicolo, soprattutto perché lo spazio meno ornato nel pavimento, e separato da una elegante fascia dal resto di esso, sembra appunto destinato ad essere occupato dal letto. Le altre quattro stanze a sinistra dell'atrio hanno le simili soglie di travertino, e le chiusure a due partite spiegantisi dalla parte interna. Dalla seconda per mezzo di una scala di fabbrica salivasi al piano superiore, e dal pulsale di argilla che si trovò nel canto a sinistra, non par dubbio che servisse solo per attigner l’acqua, senza recarsi nell'atrio, e per dar l’ingresso al detto piano. Le altre stanze colle solite pitture nelle mura non paiono destinate che per abitarvi. Apprendiamo da Plinio, Seneca e Giovenale, che negli atrii collocavano i Romani in armadii di legno le immagini in cera de' loro maggiori (1837), ed in una delle ali, od estremità dell'atrio verso il tablino, quella che sta a destra, il lodato archeologo le crede appunto situate, soprattutto perché un muricciuolo vi s'innalza per garentire il basamento sul quale erano poste, e che distinguesi dalla parte lasciata senza l’ornamento di musaico che ha il pavimento. Una cassa guernita di ferro (ferrata arca) sotto la speciale vigilanza del fido servo atriense custodiva agli antichi il danaro o i codici (1838), e nell'atrio di questa casa, e precisamente a destra nell'angolo verso il tablino, se ne rinvennero gli avanzi, bassirilievi, lamine ed altri pezzi di bronzo e di ferro con chiodi e frammenti di legno a questi aderenti, intorno e sopra un poggiuolo di fabbrica, sul quale era fermata. Oltre le figure di bronzo allusive al culto dionisiaco, con che questa cassa fu adorna, Bacco fanciullo ascoso nell'arca eravi espresso, per impedirne la violazione, e si ha con ciò altra pruova del culto che professava a Bacco il possessore di questa casa.

Due pilastrini di fabbrica, lievemente sporgenti dal muro e con intonico striato, fiancheggiano l’ingresso del tablino. Una semplice striscia di marmo ne distingue il suolo da quello dell'atrio, verso del quale par che non avesse alcuna chiusura; ma che se ne covrisse la veduta con semplici cortine o veli adattati a quattro scapi può dedursi da tasselli di marmo messi nel musaico che segue alla mentovata striscia marmorea. Dalla parte rivolta al peristilio ebbe un ampia soglia con una porta a quattro partite, spiegantisi verso il peristilio medesimo. Dal tablino entravasi in due stanze a destra, in una sola a sinistra, e notabile è quest'ultima per la più grande apertura che ha verso il peristilio, oltre quella verso l’ala sinistra dell’atrio, e sembra un oecus quadratus che serviva nelle case greche a' conviti virili, ed una sala dinotava altresì ad altri usi destinata. Il peristilio, di figura rettangolare, ha tre soli portici, uscendo in un lato dal muro le semplici mezze colonne, che in ciascun lato sono sei, scanalate e rivestite di stucco. Nel secondo intercolunnio è una nicchia di fabbrica per le immagini de' Lari, o per altro nume familiare; e sull'alto de fusti di quasi tutte le colonne verso il porticato è messo un uncino di ferro, per sospendervi lampadi, festoni, o altri ornamenti (1839). Alla sinistra del peristilio sono in fine tre piccole e rozze stanzette, le quali cellae familiaricae nominar si possono con Vitruvio (1840).

Alla descritta casa un’altra ne segue, la quale, comeché delle più anguste della città, fra le altre nondimeno si distingue per eletti e vaghi ornamenti (1841). Quattro pilastri di mattoni e di fabbrica ne distinguono il muro di fronte, e fra' mattoni di quelli accanto alla porta ne furono messi due più grandi, in cui è rappresentata un’aquila colle ali spiegate che ha tra gli artigli un serpente, simbolo di felice augurio agli antichi (1842). Sotto la figura dell'aquila leggevasi a lettere rosse: POPIDIVM SECVNDVMAED.,ed in nere... IVM MODESTVM. IVVENEM. PROBVM. AED. Oltre l’apertura che mena all'androne, tre altre se ne osservano che introducono in tre botteghe a sinistra dell'atrio. Nella prima si spacciavano certamente i prodotti de' fondi del proprietario, o di qualche sua industria, perché ha un’apertura con soglia che conduce nell'atrio stesso, al contrario delle due altre, separate affatto dal resto dell'abitazione, le quali dovevano locarsi, e dicevansi propriamente meritoria. Nelle due stanze a destra dell'androne, delle quali la prima esser doveva la cella dell’ostiario si notano de' buchi nel muro sulle porte, destinati, coma sembra, a ricever le travi pe’ tavolati frequenti nelle case pompeiane, per serbarvi le domestiche proviande, e che horrea pensili a si può ben dirli con un autore georgico (1843). Sul suolo dell'atrio tuscanico, oltre del solito impluvio sono diverse aperture di pozzo, e nel muro rimpetto la porta stava redicola, ornata di colonnette di stucco, e destinata al culto de' Lari. A sinistra dell'atrio tre stanzette si osservano per uso di abitazione, mancando per l’angustia del sito le altre a destra colle solite ali. Il tablino è ornato di soglia di marmo verso Patrio senza vestigio di chiusura, ma chiudevasi forse l’altra soglia simile verso il peristilio, e sul secondo degli scalini messi dinanzi al muro che a destra situavasi per avventura l’armadio colle immagini de' maggiori. Il muro opposto ha vaghissimi dipinti di uccelli, rabeschi, maschere e festoni, nel cui mezzo stava il nobilissimo quadro di Dirce legata al toro, che fra gli altri delle pareti pompeiane si ammira nel R. Museo. Il corridoio, pel quale passavasi al peristilio, ba dalla parte dell’atrio una soglia con vestigi di porta a due imposte che si aprivano dentro il corridoio stesso, e da questo entrandosi nel peristilio si osserva a sinistra la scala, che metteva ad un terrazzo o ai piano superiore. Due colonne ha il peristilio nella fronte ed una mezza colonna che risalta dal muro, avanti la quale è un puteale circolare di terra colta amovibile, situato sopra una base forata di tufo. Nel lato destro oltre l’angolare ha una sola colonna e l’altra risaltante dal muro. Queste colonne sono scanalate e imbiancate, poggiano sopra plinti semplici e mancano di capitelli. Dipinti con pergolati, alberi ed uccelli erano i muri del peristilio verso le colonne, ed in quello di fronte è poggiata una bella fontana, ornata di musaici, ed a foggia di edicola, in cui sta un Sileno dal cui otre scendendo l’acqua e balzando pe’ sottoposti scalini, cadeva nella maggiore delle tre vasche rettangolari che le stanno dinanzi. Tra i molti particolari di questa fontana, illustrati dall'egregio archeologo, onde attingo la descrizione di questa casa (1844), e da altri ch. antiquarii (1845), notabile è il quadretto a musaico, che mostra un ippopotamo presso la sponda del Nilo, a cui un navalestro lancia un sasso dal suo palischermo, rappresentanza che con altre simiglianti ci dimostra quanto in Pompei il culto e le cose dell'Egitto si conoscevano, per cagione certamente di reciproco commercio. Per una soglia di pietra vesuviana entrasi in fine dal peristilio alla culina con un grande focolajo di fabbrica, dopo della quale, come nelle altre case descritte, vedesi il cesso (αφεδρων), ed il tubo che vi corrisponde nell'angolo a sinistra del muro di fronte ci mostra che la casa aveva un piano superiore, d'onde esso tubo discende.

Si vede dopo una casetta attribuita ad un venditore di pasticci (artocreata), a cagione di una specie di forno a riverbero di una costruzione nuova e singolare che vi si rinvenne, e che sembra non aver potuto servire in fatti se non pel lavoro di un pasticciere (cupedinarius). Ma più che per tale particolarità è notabile pe’ belli dipinti che la decoravano, fra' quali, tutti di soggetto mitico e d’uno stile sublime, si distinguono il gruppo delle tre Grazie, Diana ed Endimione Perseo ed Andromeda (1846).

L’abitazione a questa contigua si è detta Casa de' capitelli figurati da' capitelli de due peristilii che vi sono, il primo d'ordine jonico, il secondo d'ordine dorico, ed anche Museo delle pitture da' rari e preziosi dipinti che in copia rabbellivano. I detti capitelli vi si veggono alterati nel loro stile primitivo, impiastrati come sono di stucco e colore, ed appalesano perciò l’ultimo periodo dell'arte nella città che volgeva alla decadenza. Ma veramente ammirevoli sono i dipinti da questa grandiosa casa già tolti, e quelli che tuttavia vi rimangono. In una delle sue stanze, oltre a vaghe decorazioni architettoniche e trofei, si dipinse un vecchio che da una gabbia estrae degli Amorini ed un altro dipinto mostra un soggetto molto comune nelle case pompeiane, Arianna abbando nata da Teseo. Altri dipinti ancora di soggetti erotici attinti alla leggenda de' numi ne sono stati illustrati (1847), e così questi come quelli che non si sono rimossi dal loro sito fanno ben giudicare del la ricchezza con che Pompeiani decoravano le loro case. Una stanza di questa casa aveva lo zoccolo tutto rivestito di marmi, che nondimeno si trovarono tolti: fu tra questi una lapida, tagliata per la metà, e dalla impressione delle lettere lasciata nel cemento il ch. Cav. Avellino lesse la seguente epigrafe, importante non meno per la memoria deprimi ministri del Augusto Felice suburbano, che per l’emendazione de' Fasti Consolari comuni (1848):

DAMA, PVP. AGRIPPAE

MANLIANVS. LVCRETI

ANTEROS. STAI. RVFI

PRINCEPS. MESCINI

MINISTRI. PAGI

AVG. FEL. SVBVRBAN

PRIMI. POSIERVNT (sic)

TI, CLAVDIO. NERONE. ITER

CN. CALPVRNIO. PISONE. COS.

Ricca del pari di belle decorazioni e pitture è l’altra casa che segue, detta prima di Dedalo poi Casa della Caccia dal gran quadro rappresentante una caccia di anfiteatro nel muro del fondo del peristilio. Per un grazioso piccolo vestibolo, dipinto di rosso con zoccolo nero, e con figure, tra le quali si distingue quella di Pane si passa nell'atrio quadrato senza portico col solito compluvio ed un piccolo puteale all'estremità in forma di ara rotonda scanalata. Sei stanze d’ineguale grandezza si aprivano a dritta ed a sinistra dell’atrio, dipinto a fondo rosso ne' muri, ed ornato anche di figure negl'intervalli tra le porte di esse stanze. Nella prima a destra si sono dileguate le pitture che la decoravano; quasi intere le serba per contrario la seconda, ornala in ciascuna delle sue pareti di medaglioni e figure, oltre de quadri principali, una Venere pescatrice una Leda col cigno divino, ed una Danae seminuda, la quale nelle vesti raccoglie Toro che Amore le fa piovere sopra: un fulmine disegnato nel campo accenna la presenza di Giove. Oltre la ricca decorazione della terza camera nello stesso lato, più grande delle precedenti, e come sembra un triclinio è ammirevole pel dipinto che ne covre tutta la parete del fondo, la prospettiva di una scena di teatro col suo proscenio le macchine e la rappresentazione della principale azione del dramma d'Achille in Sciro, il momento in cui l’eroe al suono della tromba guerriera si lascia riconoscere tra le vesti donnesche. Appena bastevoli per un letto sono le altre tre camere nel lato sinistro dell'atrio, perché vivendosi a que' dì all'aria aperta, sia al Foro o al Teatro, sia nelle stesse mura domestiche, una camera non doveva servire che per dormirvi. —Il tablino ha lo zoccolo dipinto a compartimenti di marmo prezioso, ed il fregio coronato da una cornice di stucco: a fondo celeste sono le pareti divise da colonnette, con figure volanti nel campo, e con quadri di rosso oscuro nel centro, maniera di decorazione che ricorda l’uso primitivo di sospendere al muro, o d’incastrarvile tavole dipinte, sole produzioni della pittura degli antichi maestri greci. Il quadro del muro sinistro rappresenta Teseo nudo che da Arianna riceve il filo per non isviarsi nel laberinto; e quello del muro destro Dedalo che alla regina di Creta assisa in trono mostra la sua opera della vacca di legno. Questo quadro si vede dipinto sullo stesso modello che servì per la bottega del falegname (1849), ma con maggior diligenza; il che pruova che i decoratori ripetevano per lo più gli stessi disegni con sole varianti a grado del proprietario o dell'artista. Alla destra del tablino è una camera oblunga coll'ingresso anche sull'atrio, dipinta a compartimenti rossi e gialli, ornati di gruppi di Ninfe rapite da Baccanti. Si stende a sinistra il corridoio che menava al peristilio, e che da anche l’ingresso ad un cubicolo, nel cui fondo bianco mancano le pitture che dovevano decorarlo. Il peristilio è formato come per l’ordinario di colonne unite con piccolo muro di appoggio (pluteus) su due lati, e di un muro su due altri: nel mezzo è una vasca rotonda rivestita di marmo. Sul muro del fondo è dipinta la caccia d'un leone, d'un cinghiale e d'una pantera, in cui le figure sono la metà del naturale come quelle degli stessi animali, raro dipinto pel soggetto e la proporzione, per non dire per l’estro di esecuzione, la franchezza e la forza del pennello. Due paesetti storici presenta l’altra parete in uno spazio in forma di edicola dipinto in rosso, il cui subbietto più importante è una marina siciliana con Polifemo e Galatea per principali figure. Alla sinistra del peristilio si aprono due stanze, la prima delle quali in forma di triclinio ha i muri dipinti a compartimenti nello stile architettonico con molto gusto e ricchezza, ma senza i quadri che vi si dovevano dipingere: (altra, destinata per cubicolo, e decorata quasi nello stesso modo, ha serbato un bellissimo gruppo di un Fauno nudo che tiene tra le braccia una Ninfa nella parete a destra; Diana sorpresa nel bagno da Atteone nella parete opposta, e in quella di fronte Apollo nudo ed assiso che poggia la sua lira sopra una roccia, e di prospetto Argo che veglia sulla vacca Io posta in mezzo, dipinto meno perfetto de' già detti. Questa casa, dice il ch. archeologo (1850),dal quale ho attinte queste brevi notizie, ebbe ad appartenere ad un uomo di gusto, il quale nelle decorazioni ebbe un pensiero unico, l’amore che nelle antiche credenze confondeva l’Olimpo e la terra. Questo pensiero, che in tante guise si esprime su tutte le pareti di Pompei, e in questa casa più che altrove, chiaramente appalesa l’indole di una società voluttuosa, la quale credeva solo al piacere, e se tuttavia credeva a' suoi numi, il faceva solo per imitarne gli esempi delle proprie debolezze.

Un’altra casa magnifica, la più vasta della città, forma come quella di Pansa un’isola perfetta nel sinistro lato della strada della Fortuna, in situazione parallela a quella del Naviglio, e delle Baccanti: è quella che si è detta Casa del Fauno, o del Gran musaico da' due ammirevoli monumenti che vi furono scoverti. Ebbe due separati ingressi, ciascuno in mezzo a due botteghe, e tre volte si legge il nome di uno de' duumviri della città, una volta col suo collega, ne' soliti caratteri rossi sulla facciata:

M. HOLCONIVM PRISCVM

C. CAVIVM RVFVM IIVIR

.... MARCELLVS FECIT

M. HOLCONIVM PRISCVM

PHILIPPYS GAVDENS

M. HOLCONIVM PRISCVM

VERECVNDISSIMVMD. R. P. Μ.

D. O. O. V. F. DIGNISSIM....

Alla porta dell'ingresso a destra, stretta, alta ed ornata da pilastrini corintii, seguiva una seconda porta con soglia marmorea, decorata da vestiboli di due tempietti con piccole are e colonne corintie. Lo spazio intermedio (diathyron) aveva la volta decorata a cassettoni dorati (1851). Un musaico rappresentante una ghirlanda bacchina decorava l’androne, che menava all'atrio scoverto, lastricato di svariati marmi con in mezzo il solito impluvio ed una fontana adorna della preziosa statuetta in bronzo di un Fauno ebbro e danzante che uno de' suoi nomi ha dato a questa splendida magione. Tre stanze a destra ed altrettante a sinistra sono distribuite intorno dell'atrio, delle quali la prima a sinistra comunica colla bottega contigua, e l’altra corrispondente a destra è notabile non meno pel piccolo rialto per allogarvi due letti, che pel musaico di un Fauno e d’una Baccante e per le belle pitture su' muri: le due altre camere seguenti comunicavano coll'appartamento contiguo, e la prima di queste veniva appena rischiarata da scarsa luce per una feritoia munita da un denso vetro (1852). Adorne di vaghi musaici erano le due ali dell’atrio ed il tablino meno che le due sale a' due Iati, la più grande delle quali a destra, tutta aperta sul peristilio come il tablino stesso, serviva senza dubbio per triclinio: il Genio bacchico con una tazza fra le mani figurato nel musaico del pavimento sembra che v'invitasse i convitati a brindisi ed alla gioia. Il peristilio di 28 colonne d’ordine ionico che circondava il giardino con fonte nel mezzo, è pure decorato nel pavimento di trapezii di diaspri, agate e paste bianche ed azzurre molto belli a vedere. Sta dirimpetto l’esedra, o l’oecus corinzio-ciziceno col gran musaico della battaglia, monumento meraviglioso ed unico, il quale, anche senza le testimonianze degli antichi che ci ricordano le grandi opere de' greci maestri, basterebbe per se solo a darci un'idea de' prodigi dell'arte greca, così nella pittura, come ne' musaici. Senza qui ripetere le spiegazioni diverse che di questo inestimabile monumento dell'arte antica hanno dato celebri archeologi patrii e stranieri, tra le quali quelle che sostengono una scena di una delle battaglie tra Alessandro e Danio pel consenso de' più meritano la preferenza (1853), aggiungo solo che nel tempio della Pace in Roma vedevasi ai giorni di Vespasiano la pittura della battaglia d'Isso fatta da un'Elena, figliuola di Timone egizio (1854); così che il gran musaico pompeiano si può forse credere una copia di questa pittura (1855). Per un corridoio a destra del triclinio passavasi al giardino (1856), cinto da un grande peristilio di 44 colonne doriche, come appunto insegna Vitruvio doversi fare i portici, co' segni delle cortine negl'intercolunnii. Una Scilla di marmo colorita e sostenente una tavola presso un puteale scoprivasi tra le colonne di mezzo nel lato verso il tablino, e nel muro di fronte che termina la casa si veggono due nicchie per le immagini de' Lari (1857). Seguivano un armadio di legno ed il sacrario domestico, innanzi al quale sgorgava una fontana, e si veggono dopo distribuite quattro stanzette pe servi o i ripostigli (cellae familiaricae). Una gradinata nella seconda di queste stanzette metteva meniani (1858), o pure a' terrazzi formati da colonne corintie, e nel mezzo di esse è un corridoio che mena alla porta postica della casa.

Passando a dire dell'altra parte di essa, o dell’appartamento privato, un servo in una ignobile stanza a destra del corridoio che mena al piccolo peristilio doveva custodirne il passaggio a chi vi entrava dal peristilio medesimo. Questo secondo appartamento aveva del resto un ingresso simile all'altro descritto, con un androne dopo la seconda porta che conduceva all'atrio tetrastilo, odi sole quattro colonne che vi sostengono il tetto, intorno al quale sono distribuite 8 stanze. Quella a sinistra dell'androne era un ripostiglio, perché vi scoprivano armadii e vasi di terra cotta, e l’altra a destra può supporsi quella del servo atriense. Sono a questa contigue due altre stanze che tra loro comunicano, ad uso forse di cubicoli con gabinetto annessovi, presso la cui soglia si trovò un tesoro di monete e di ornamenti muliebri (1859). L’altra che segue, e che tutta aprivasi nell'atrio, era forse un’esedra, in cui scoprivasi una cassa e lo scheletro d’una fanciulla, a cui forse lo spavento della morte lasciava cader di mano i preziosi oggetti già mentovati. Seguono due altri ripostigli, nel più piccolo de quali si rinvennero molti scheletri ed utensili, e nel più grande uno specchietto di argento, molti vasi di bronzo, una statuina dì Flora, un’arula coll'osca parola Fluusae (Fioraci, e la mutila iscrizione osca, in cui è motto del Questore. Un'altra stanza con due scale per le stanze e dispense superiori (coenacula, horrea) comunicava con un corridoio che si stende dietro il muro del piccolo peristilio. Su questo corridoio si aprivano una stufa con una stanza contigua, la culina ed una dispensa (penus). Segue una grande esedra per l’inverno, che si trovò ripiena di anfore e di altri vasi di terra cotta a tempo ripostivi, come sotto i portici e nelle altre sale della casa; i quali colle sculture bacchiche ed i musaici ivi scoperti hanno fatto credere che vi dimorasse un negoziante di vini. Niun dipinto con figure abbellisce questa splendida casa, ma ricca era di musaici, tutti di pietre dure, e in generale di una esecuzione ammirevole, i quali colla vaghezza del disegno, la grandezza della disposizione ed il gusto de' particolari in architetture appalesano in questo edifizio tutta la nobiltà e la purezza dello stile greco.

La casa che un vicoletto divide dalla già descritta, formava del pari un’isola perfetta, e grande e bella come quella del Fauno, presenta nella sua principale disposizione molta simiglianza colla casa stessa. Le mura se ne veggono in parte spoglie dello stucco ond'erano rivestite; altrove collo stucco ed il colore si supplì alle lastre di marmi preziosi, con che i ricchi Romani di quell'età decoravano i muri delle stanze; indizio sicuro che venisse danneggiata in parte dal tremuoto del 63. Questa casa, una delle più magnifiche di Pompei, detta del Labirinto, a cagione di un bel musaico che rappresenta la lotta di Teseo col Minotauro nel labirinto di Creta, ha due atrii corrispondenti colle due parti distinte ond’è formata, l’una destinata per gli affari e gli ospiti, che come i Greci ora diciamo foresteria (1860), l’altra per la famiglia e gli amici; l’una decorata colla semplicità analoga alla sua destinazione, (altra coll'eleganza che corrispondeva all'opulenza di chi abitavala (1861). —Un gruppo di altre dieci piccole e rozze case è alle spalle della casa del Labirinto, una sola coll'ingresso nella grande strada di Mercurio, otto nel vicoletto che costeggia il lato sinistro della casa anzidetta (1862), e la decima nell7altro vicoletto a questo parallelo, dopo del quale è un basso muricciuolo, a cui poggiava il terrapieno in forma di scarpa, e di semplice terreno, che difendeva e copriva da questa parte le mura della città. Nell'altro rettangolo di edifizii in seguito della casa del Fauno due case appena si sono scoverte, delle quali la seconda non mancava de' soliti dipinti erotici ne' muri dell'atrio e del tablino (1863). — Disgombra non è gran tempo dalla terra la strada verso la porta di Nola in questa direzione stessa, non pochi programmi e curiosi dipinti sono venuti fuori sui muri delle botteghe e degli edifizii che la fiancheggiano. I programmi, fatti al solito a pennello, si riferiscono tutti a nuovi magistrati della città, ed eccone alcuni:

CN. HELVIVM. SABINVM

AED. V. B. D. R. O. V. F.

L. PAQVIVM. ET. CAPRASIVM

DIGNISSIMOS. II. V. 1. D.

CLAVDIVM

II. VIR. ANIMVLA. FACIT

RVSTIVM. VERVM. A. V. A. S. P. P.

AVGVSTO. FELICITER, AEDILES. SIC. DECET

C. IVLIVM. POLYBIVM

AED. OVF

PANEM. BONVM. FERT

.... VSTIVM. AE

ROGAMVS. DIGNVS. EST

PAQVIVM. ET. CAPRASI....

PROBISSIMOS. D. V. I. D. OVF.

FVSCVM. AED. IPHIGENIA. FACIT

A. VETTIVM

FIRMVM. VERECVNDISSIMVM

IVVENEM. D. V. A. S. P. P. O. V. FACIATIS

Erano i voti ch’esprimevano i venditori in quelle botteghe per l’elezione de' nuovi magistrati municipali, e tra tutti i programmi è singolare quello relativo all'edile C. Giulio Polibio, lodato perché procurava al popolo buona qualità di pane. Tra' dipinti notabili sono quelli di due busti di donne di grandezza colossale, l’una con pendenti agli orecchi, il capo coverto da pelle di elefante colla proboscide alzata, e con arco e turcasso pendenti dal dorso; l’altra ornata nella testa di merli o torri, da cui pendono due gambe, tra' quali ornamenti si veggono in entrambe delle spighe, personificazioni manifeste di due regioni annonarie del popolo romano, l’Egitto e la Sicilia (1864). Vedi appresso una pigiatura di vino eseguita da Satiri in una vasca rettangolare (lacus), con ampio vaso davanti per raccoglierlo: un uomo vestito di breve tunica si vede curvo riguardar nel vaso, in cui par che metta anche le mani. Un tralcio di vite carico di uve e foglie covre a guisa di pergolato i tre Satiri danzanti, ed un uomo nudo con solo perizoma nel davanti si avanza con un canestro pieno di uve, e col capo coverto da un panno che gli discende su gli omeri, cornei facchini di oggidì quando gravi pesi trasportano sulle spalle. Nell'opposto lato della strada, rimpetto alle due colossali teste muliebri, è un quasi simile dipinto di Satiri che premono le uve, e vedi altrove un Mercurio in atto di correr veloce, come nelle facciate di altre botteghe. Dietro al nume sopra una tronca colonna è un gallo, ch’eragli sacro, e dinanzi un serpente che si avvolge ad una figura emisferica, la sacra testuggine coverta di rete (ἀγρηνὸν) propria della cortina, simbolo della divinazione accordatagli da Apollo quando aveane la lira, la quale in un guscio di testuggine fu dapprima composta (1865). Si osserva in seguito un vago dipinto di Bacco in atto di poggiarsi ad una vite carica d’uve che gli fa ombra co' pampini, e nell'opposto lato un Mercurio clamidato di fronte, che ombreggia del pari una vite colle foglie e le uve pendenti. Un Amorino con canestro nelle mani abbellisce ancora l’ingresso di una casa magnifica non per anco scoverta, dopo della quale apresi la strada che menava a' Teatri, e all'angolo seguente altri belli dipinti vi sono di Mercurio di Bacco e Libera e di Ercole; da' quali, oltre di altri esempi simiglianti, apparisce l’uso de Pompeiani di adornare con pitture non solo le interne pareti, ma anche le facce esterne delle loro case, né solo per vaghezza ed ornamento, ma anche per ragioni di religione e di culto. Il che è soprattutto manifesto dalle tante mentovate immagini di Mercurio che render si volevano propizio nelle lor giunterie, e che ben fanno risovvenire il romano bottegaio di Ovidio il quale in tunica rimboccata e puro mercé l’acqua lustrale chiedeva perdono al dio de' furfanti delle piccole mancanze di fede già commesse, e di quelle che sperava di commettere (1866).

Dalla detta strada che mena alla porta di Nola un vicolo tortuoso discende che si è detto de' falli, perché in gran numero vi si veggono effigiati nella facciata delle abitazioni; e siccome in queste si sono spesso scoperti osceni dipinti, non è forse inverisimile che vi dimorassero cortigiane in gran numero. Un forno, tre case, altri ingressi di edifizii non in tutto ancora scoperti sono venuti fuori dagli scavi in questo vicolo non è molto operati. Molto rozza sembra la terza di queste case, e senza descrivere partitamente le altre due ben grandi e bene ornate, l’una all'altra contigue, nelle quali s’incontrano le solite divisioni delle case pompeiane, dico solo che nel lato destro del tablino della prima sopra un poggiuolo decorato da intonico dipinto a foggia di marmi di varii colori si scoprivano gli avanzi di una cassa di piombo per serbarvi il danaro, come nelle altre case descritte (1867). Due insigni dipinti decoravano ancora questo tablino, uno de' quali rappresenta Amore disarmato e ligato, rivolto come per cercare aita ad una donzella in belle vesti e ricca di ornamenti, che gli stende la destra: un’altra donna più maestosa e sedente (forse Venero) lo riguarda, e ne tiene in mano il corythos, o guaina dell'arco. Un Amorino chiude il quadro dietro la dea, e da tale dipinto questa casa si è detta dell’Amore punito. Nel muro opposto è l’altro dipinto, nel quale una donna si vede in atto di frugare in una cassettina come fosse dorata le vesti che vi appaiono riposte: sta incontro Venere sopra grandiosa sedia di appoggio, che prende pel gomito Marte in piedi dietro la sedia, e innanzi ad un albero vola un Amore. Piccoli bassirilievi di stucco abbellivano ancora un cubicolo dell'altra casa, uno di Amori volanti, un altro unito al dipinto di un erma itifallico imberbe con simboli bacchici, davanti a cui sta un'ara, dopo della quale si vede di fronte in bassorilievo di stucco un Vulcano (1868).

STRADA DEL FORO

Dal descritto vicolo de' falli tornando indietro verso il Foro, per una grande strada tra botteghe ed osterie si arriva al piccolo arco trionfale mossovi all'ingresso, a cui mette capo l’altra grande strada che dal Foro appunto ha il nome, e che in retta linea discende dall’altro arco trionfale al termine della Strada di Mercurio. Oltre le solite botteghe, una sola casa col vestibolo sostenuto da sette pilastri si è scoverta sul sinistro lato di questa strada, la quale dal gran dipinto sopra una parete dell'atrio si è detta Casa di Bacco. Vi si vede il nume assiso in un gran giardino, ed altri belli quadri decoravano il triclinio, una Baccante che da bere ad un fanciullo, un’altra Baccante abbracciala ad un Fauno in atto di festosa danza, e quello che si è detto la Carità greca (1869). Un pavimento di diversi preziosi marmi di ammirevole artifizio ornava ancora questa stanza, in cui si scoprirono eleganti sedili simili ai divani di oggidì (1870). Oggetti in gran numero, pochi di pregio, moltissimi di vetro, di terra cotta e di bronzo, venivano fuori dagli scavi delle dette botteghe, come da quelle intorno alle Terme, e nel rettangolo di edifizii parallello alle Terme stesse (1871), e due fra le ultime si distinguevano per un curioso dipinto e le insegne che avevano ai lati dell'ingresso. Due gladiatori tra loro combattenti si veggono nel primo col lanista pronto a presentare a! vincitore la bacchetta (rudis) in premio della vittoria. Vi si leggono ancora i nomi de' gladiatori co' numeri, a quel che sembra, delle ripetute vittorie e disfatte di entrambi:

TETRAIDES. PRVDES

PRVDES. I. XIIX. TETRAIDES. L. XI

così che l’uno sarebbe stato invitto 18 volte, l’altro superato (Zapsus) 11 volte. Per serbare intatto il suo rozzo dipinto, l’autore di esso soggiugneva più sotto: Abiat Venere Bombeiana iradam qui hoc laeserit, imprecazione che ricorda una iscrizione simile scoperta a Roma nelle Terme di Tito (1872). Due piccoli bassirilievi ai lati dell'altra bottega rappresentano una capra, e due servi che su gli omeri portano una grande anfora pe’ manichi sospesa ad un paletto; e siccome nella prima di queste botteghe si è veduto pel dipinto una scuola di gladiatori così l’altra per le dette insegne si è attribuita ad un lattaio. Sta dirimpetto un’edicola de9 Fiales Dii con ara e sedili di fabbrica, e più oltre nel lato opposto una casa non in tutto scoverta, in una delle Cui stanze si scoprì una mensola di pietra egizia colla seguente epigrafe (1873):

ΓΑΙΟΣ ΙΟΥΛΙΟΣ ΗΦΑΙΣΤΙΩΝOC

ΤΙΟΣ ΗΦΑΙΣΤΙΩΝ IEPATETC AC

ΤΟΥ ΠΟΛΙΤΕΥΜΑΤΟΣ ΤΩΝ ΦΡΥ

ΓΩΝ ΑΝΕΘΗΚΕ ΔΙΑΦΡΥΓΙΟΝ

LKZ KAICAPO ΦΑΡΜΟΥΘ CEBACTH

In fuori di qualche greco nome su' muri pompeiani, questa greca iscrizione è l’unica finora scoverta nella città, alla quale parendo estranea (1874), si può supporre ivi portata da qualche Alessandrino come la stessa tavola ieroglifica nel tempio sacro ad Iside. — Ma, passando al Foro, il piccolo arco trionfale che vi sorgeva all'ingresso, su' pilastri laterizii tuttavia serba porzione de' marmi, di cui fu coverto. A ciascuno di tali pilastri stava aderente una colonna corintia di bianco marmo, e quattro nicchie quadrate si veggono tra' pilastri, una delle quali sta sopra una fontana, di cui rimangono i cannelli di piombo. Oltre della statua equestre su quest’arco trionfale situata, come hanno fatto ben supporre i frammenti di bronzo che se ne scoprirono, altre statue di cittadini benemeriti ornavano senza dubbio i molti piedistalli con fregio dorico che sono a lato di quest’arco lungo un portico di colonne. Sorge alla sinistra un tempio sopra alto podio o basamento, a cui salivasi per due scalini separati da una vasta piattaforma, dopo della quale gli scalini occupano tutta la larghezza del peristilio periptero. Era questo tempio di quelli detti prostili e di ordine corintio; le colonne sgw picnostili, ossia messe a breve distanza l’una dall'altra, ed ha il portico esastilo, o con sei colonne di fronte. Chiuso da muri dipinti col solito color rosso, sì comune nelle pareti pompeiane, il suo recinto interno in forma di quadrilungo ha in due lati un ordine di otto colonne ioniche. Nel mezzo della soglia si veggono tracce di buchi per cardini di porta a due partite; la cella ch'era dipinta e con pavimento marmoreo, si è supposta ipetra o scoverta, ed è probabile che vi erano due ordini di colonne uno sull'altro, come in uno de' templi di Pesto. Per tre piccole porte nel fondo entrasi in tre stanzette falle a volta, destinate alle cose sacre, e che servivano di basamento ad altrettanti simulacri. Senza postico, una stretta scalinata metteva da questa parte ad un vistoso loggiato sopra il vestibolo. I molti rottami di marmi e di statue scoperti nel sotterraneo di questo tempio e intorno di esso hanno fallo ben conghietturare che danneggiato dal tremuoto del 63, restauravasi quando avveniva l’eruzione del 79 (1875). Tra questi rottami si distinse una testa colossale di marmo rappresentante Giove, che fece già crederlo un tempio sacro a questo nume (1876), opinione seguita da' più, in sostegno della quale può osservarsi che Vitruvio ad esempio de' templi prestili adduce quelli di Giove e di Fauno nell'isola Tiberina (1877), e che ipetro ancora era il tempio che a Giove tonante dedicava Augusto nel Clivo capitolino (1878). Ma non ostante tutta la sua disposizione che apertamente lo dimostra per un tempio, nel quale probabilmente serbavasi il pubblico tesoro, che Vitruvio colloca nel Foro, si è voluto anche supporlo un luogo di assemblea simile a quella del Senato di Roma, e secondo questa ipotesi le tre stanzette nel fondo avrebbero servito per depositarvi i pubblici atti della città. Tutto l’edifizio del resto, costrutto di pietre e di rocce vulcaniche, fu coverto col solito stucco marmoreo, e comeché produr doveva un effetto grandioso, decorato come doveva essere di statue ne' piedistalli del frontone e negli angoli del basamento del portico, non può dirsi di un’esatta esecuzione, a cagione forse della celerità del ristauro, perché le colonne variano di diametro, variano negli spazii.

Da questo tempio si entra nel Foro di figura rettangolare, lungo 344 piedi, e largo 107 in circa, cinto in tre lati di colonne doriche, di ruderi di templi e di altri pubblici edifizii, e al termine del quale si vede di contro al tempio di Giove il piccolo arco di trionfo tra molti piedistalli. Aveva tre ingressi ad arco, due al settentrione, ed uno al mezzodì, chiusi da inferriate per impedirne forse l’ingresso a coloro che non avevano il dritto di dare i suffragi, ed era lastricato di travertino a larghe dimensioni, di cui appena rimane qualche avanzo. Le colonne del portico ond’era cinto sostenevano un loggiato. Su i due grandi piedistalli a' iati dell'arco star dovevano statue equestri, su gli altri più piccoli semplici statue di magistrati benemeriti, tra le quali erano quelle dì A. Sallustio, C. Cuspio Pansa,Rufo, Gelliano e Scauro, come ci ricordano le iscrizioni, essendosi degli altri perduta l’onorevole rimembranza. Primeggiavano tra le mentovate epigrafi gli elogi di Enea e di Romolo, simili ne' caratteri e nella cornice in cui si veggono scolpiti. Non si scoprirono del primo che questi soli frammenti (1879):

AENEAS VenERIS

ET. ANCHISAe DardaNOS

QVI. CAPTA. Troia SVPER

FueraNT IN Italiam adduxit

…………..M. SV………...

………………………………….

…………….I.B. ……………...

……………..CON…………….

…………......IOS. TRIS. Dein

de. Quum. Subito. NON. CONpa

Ruisset, Dictus. Est. INDIGENS

Et in Deorum NVMERO RELATVS

L’elogio di Romolo, scoperto anche in frammenti, è come segue (1880):

ROMVLVS. MARTIS

ALIVS. VRBEM. ROMAM

CondiDIT. ET. REGNAVIT. ANNOS

QUADRAGINTA. ISQVE

Acrone, DVCE. HOSTIVM

Et reGE. CAENINENSIVM

InterfECTO. SPOLIA. OPima

lovi FERETRIO. CONSECRAvit

RECEPTVSQVE. IN. DEORVM

NVMERVM. QVIRINI. nomine

APPELLATus est.

Vi si osserva altresì in un lato un piccolo sacello, spoglio de' marmi che lo decoravano, come gli stessi piedistalli delle statue. Le tre sale, costrutte sullo stesso livello nella parte meridionale, rimpetto il tempio di Giove, sembrano tre piccoli tribunali, a giudicarne dall'emiciclo che si osserva in ciascuna di esse, dove seder dovevano i giudici, e consiste in un basamento, di cui rimane qualche avanzo (1881).

Alla sinistra del Foro stava la carcere con porte molto anguste munite di sbarre di ferro e stanze senza luce, nelle quali si scopersero due scheletri di sciagurati ne' ceppi, che già si vedevano nel R. Museo di Portici. Segue nel lato stesso un lungo edifizio, che si è creduto destinato a' granai pubblici, presso del quale in un gran pezzo rettangolare di travertino erano incavati i moduli delle pubbliche misure: cinque grandi pe’ grani nel mezzo, quattro piccoli pe’ liquidi negli angoli del macigno, che si votavano dalla parte inferiore (1882). Nella seguente epigrafe che vi si legge furono scolpiti i nomi de' Duumviri deputati a formarli per decreto de' Decurioni nell'anno 748 di Roma, a seguir la conghiettura di uno de' nostri ch. Archeologi (1883):

A. CLODIVS. A. F. FLACCVS. N. NARCAEVS. N. F. AVELLIANVS. CALEDVS

D. V. I. D. MENSVRAS. EXAEQVANDAS, EX. DEC. DECR.

Si veggono dopo i grandiosi ruderi di un tempio sacro a Venere, a cui salivasi per sedici gradini, e che stava in mezzo a tre recinti successivi, il muro esteriore, un portico di 48 colonne d’ordine dorico, trasformate collo stucco in ordine composito, ed un secondo portico più piccolo ora senza le colonne, in cui sorgeva il tempio colla piccola cella. A ciascuna colonna del primo portico stava aderente un piedistallo per sostenere statue, delle quali si trovò appena una sola in forma di erma, avvolta in manto o toga, perché quasi distrutto il tempio dal tremuoto, come si vide al tempo della scoverta dalle mura smosse e da' gradini inclinati, fu anche spoglio di queste statue e degli ornamenti che lo decoravano. Il pavimento del sacro ricinto presenta un bel lavoro di marmi colorati con una bella fascia di musaico. Si vede in fondo il piedistallo, dove sedeva la divinità, e che sia stata Venere non par dubbio così da' frammenti di una statua della dea, che ora vedesi restaurata nel R. Museo, come dalla più importante iscrizione che nella cella vi fu scoperta, e ch è la seguente (1884):

M. HOLCONIVS. RVFVS. D. V. I. D. TERT.

C. EGNATIVS. POSTVMVS. D. V. I. D. ITER

EX. D. D. IVS. LVMINVM

OPSTRVENDORVM HS 888

REDEMERVNT. PARIETEMQVE

PRIVATVM. COL. VEN. COR

VSQVE. AT. TEGVLAS

FACIVNDVM. COERARVNT

Davanti ai gradini del tempio si vede una grande ara di travertino, due altre più piccole nell'angolo a sinistra del secondo ricinto colle solite iscrizioni, delle quali basterà riferire quella che leggesi nella prima, che vi è due volte ripetuta:

M. PORCIVS. M. F. L. SEXTILIVS. L. F. CN. CORNELIVS

CN. F. A. CORNELIVS. A. F. IIII. VIR. D. D. S. F. LOC.

Nella parte postica dimoravano i sacerdoti. I muri del tempio, coverti di stucco e di pitture, rappresentano vaghi paeselli, case di campagna, danze, sacrifizii, scene delle sponde del Nilo, coccodrilli e palme. Vi erano altresì due quadri, uno di Ettore trascinato dal carro di Achille, l’altro di Achille in atto di scagliarsi col brando contro Agamennone, nonché alcune curiose scene di battaglie di nani. In una delle stanze de' sacerdoti si trovò il celebre dipinto di Bacco in riposo con Sileno che suona la lira, pel quale a Bacco credevasi dapprima il tempio dedicato.

Una piccola strada dal tempio di Venere separa la Basilica, grande monumento che sebbene io parte rovinalo, per tale nondimeno manifestavano non solo la disposizione architettonica secondo i precetti di Vitruvio (1885), ma il nome ancora di BASSILICA due volte graffito in rozzo carattere presso una delle porte laterali. Un’ampia gradinata di quattro gradini, coverta da un portico di un doppio ordine di colonne doriche, conduce a questo edilizio rettangolare sostenuto da 24 grosse colonne ioniche scanalate ne' due grandi lati, e da quattro ne' lati minori, comprese le angolari: ne' lati del muro sostenevano il gran portico altrettante mezze colonne, ed alle quattro estremità colonne accoppiale. Su queste colonne poggiava un loggiato, illuminato da finestre aperte ne Iati del muro, di cui rimane qualche traccia, eia navata di mezzo rischiaravano finestre aperte sulle colonne maggiori. Si erge nel fondo, o nel lato minore incontro alla porta d’ingresso, una piattaforma che sostiene sei colonne di fronte, ed a cui menano due piccole scalinate laterali: vi sta dinanzi un piedistallo, che sosteneva una statua equestre di bronzo dorato, di cui appena si scoprirono una gamba ed un piede del cavallo, nonché un pezzo del panneggio anche dorato della statua. E noto dagli antichi che nelle Basiliche romane amministravasi la giustizia, ed il popolo e i negozianti vi si riunivano per trattarvi i loro affari (1886) è perciò non è dubbio che in questa Basilica di Pompei sulla piattaforma sedeva il duumviro che giudicava le liti, e che il resto del ricinto serviva per le popolari assemblee, l’elezione de' magistrati ed altre simili bisogne di pubblico interesse, nonché per lo spaccio di mercanzie nell'inclemenza delle stagioni. Due scalette menano dietro il tribunale ad alcune camere basse con aperture circolari guernite di sbarre di ferro, e due porte laterali danno sulle due strade adiacenti. Tutto l’edifizio è di opera cementizia coperta d’intonico dipinto a colori di marmo ed a compartimenti.

Curiose iscrizioni e versi di poeti illustri si leggono graffiti per passatempo su questo nobile edifizio. Presso la porta principale qualche poeta scriveva inesattamente il distico Ovidiano (1887)

Quid pote tam durum saxo, aut quid mollius unda?

Dura tamen molli saxa cavantur aqua.

A breve distanza da questo medesimo sito si sono letti due versi di Ovidio con due altri di Properzio (1888), uniti come i poeti stessi nella loro vita gaia e gioconda (1889):

Surda sit oranti tua janua, laxa ferenti

Audiat exclusi verba receptus amans.

Janitor ad dantes vigilet: si pulset inanis,

Surdus in obductam somniet usque seram.

Quest'altra, graffita sul muro stesso nell'anno 18 dell'era volgare, ci ricorda il giuoco de' Pilicrepi, o giuocatori di palle di Pompei:

Ti. Caesare Tertio Germanico

Caesar. Iter. Cos

Amianthus Epaphra Tertius Ludant

Cum Hedysio. Iucundus Nolanus Petat

Numeret Citus Et Stacus Amianthus

Poiché i tre compagni mentovati nell'iscrizione erano forse superati nel giuoco da Edisio per l'imperizia di Epafra, qualcuno di essi dopo il giuoco scriveva sul muro stesso:

Epaphra, Pilicrepus non es (1890).

Nelle due altre seguenti si nota la solita pronunzia osca, in cui alle e sostituivansi due i (1891):

Pyllhus Cii....

Conliigae Sal.

Moleste Felo quod

Audivi Tii Mortuom

Itaque Vale

Pyrrhus Getae

Conlegae Salutem

Moleste Fero quod

Audivi Te Mortuum

Itaque Vale

Niimo iist biillus nisi qui amavit.

Nemo est bellus nisi qui amavit.

Quest'altro distico di Properzio (1892) emenda i manoscritti e le vul-

gate edizioni del poeta:

Quisquis amator erit, Scithiae licet ambulet oris,

Nemo adeo, ut feriat, barbarus esse volet.

I seguenti giambi letti sul muro stesso della Basilica fanno risov-

venire l'Ofello di Orazio, il quale usando di apparecchiarsi a de-

sco un cavolo col piede d' un affumicato prosciutto, era spiace-

volmente sorpreso all'arrivo di qualche inatteso ospite (1893):

Quoi perna cocta est, si convivae adponitur

Non gustat pernam, lingit ollam aut caccabum.

Un consiglio agli amanti di tenersi lontani dalle calde acque di

che era ricca la Campania, ed alcune massime morali sono le mi-

gliori tra tutte le altre insignificanti ed indiscrete iscrizioni graf-

fite su'muri della Basilica:

Quisquis amat, calidis non debet fontibus uti,

Nam nemo flammis ustus amare potest.

Minimum malum fit contemnendo maximum,

Quod, crede mi (non contemnendo ) eritminus.

Non est exsilium ex patria sapientibus (1894)

Rimpetto alla porta laterale sinistra della Basilica hanno l’ingresso due case contigue, situate sull'orlo del pendio che declina verso il mare, e note sotto il nome del generale Championet che facevale scovrire nel 1799. Nella prima a sinistra decorata con semplicità, e colla solita distribuzione che incontrasi nelle altre case pompeiane, è questo di particolare che il peristilio è circondato da un muro di appoggio (pluteus) che vi unisce lo colonne, e l’oecus ciziceno che vedesi nel fondo dopo il peristilio dava l’ingresso ad un terrazzo sporgente verso il mare e costrutto sulle mura della città. —Tutta adorna di pitture e musaici era la seconda, nella quale si scoprirono quattro scheletri di donne co' loro braccialetti, orecchini ed altri ornamenti d'oro, nonché varii utensili di argento e rame. Senza descriverne le varie parti ond'era composta, dico solo che distinguevasi per un elegantissimo cortile tetrastilo ossia sostenuto da quattro colonne rivestite di stucco colorito. Il compluvio che vedesi nel mezzo è tutto di bianco marmo, e notabile per la sua decorazione è la stanza o cubicolo allato del tablino, avendo lo zoccolo dipinto di rosso ed il fondo di bel celeste, ed oltre i soliti rabeschi, nel muro rimpetto l’ingresso aveva un grazioso quadretto di una donzella seminuda sorpresa da un nudo giovane nell'atto di fare un sacrifizio a Priapo e sulle altre pareti vaghi medaglioni di Amorini alati, uno de' quali accanto ad un pavone, un altro che guida una colomba, ed il terzo che a se tira un capriuolo. Questo cubicolo aveva ancora al di sotto un'altra stanza sotterranea, la quale non mancava della sua semplice decorazione: nel fondo della casa si osserva un secondo atrio, e tutti ornati di musaico a varii lavori si veggono in fine i pavimenti di questi due atrii, delle diverse stanze e del peristilio, dal quale godevasi una veduta amenissima verso i monti di Stabia ed il mare, in cui tutta specchiavasi la città (1895). Da questa parte stessa, ove Pompei dechinava verso la marina, alcune altre case si sono scoperte di poco rilievo, assai danneggiate, ma con oggetti preziosi.

Altri pubblici edifizii fiancheggiano alla destra il Foro, ciò sono un Augusteo, il Senacolo un tempio, il Calcidico col crittoportico di Eumachia, ed un altro recinto di uso mal noto. Tra sei botteghe supposte di cambia monete (tabernae argentariae) pel gran numero di monete di bronzo scopertevi dinanzi, e per una porta ornata di due ordini di colonne, si entra nell’Augusteo, già prima creduto un Panteon dedicato a Dei maggiori pe’ dodici piedistalli disposti in circolo nel mezzo dell'atrio scoperto, cinto Una volta da peristilio. Questi piedistalli sostenevano piuttosto un tolo o rotonda di legno, come se ne veggono in parecchie pitture pompeiane, massime su' muri del tempio di Venere. Stanno a destra lungo il muro di ricinto undici cellette, ed il fondo è diviso a tre compartimenti: quello di mezzo consiste in una cella con nicchie, ed a dritta è una sala cinta intorno da un poggiuolo a guisa di triclinio, a sinistra un sacello con un altare. Belli e curiosi dipinti in gran numero decoravano i muri di questo nobile edilizio, rilevanti non meno per la loro eleganza che per la varietà de' subbietti. In mezzo assoliti compartimenti che rappresentano vaghe composizioni architettoniche, tra le cui aperture si veggono dipinti altri edifizii, stavano quadri pregevoli di soggetti storici, Penelope ed Ulisse Etrae Teseo econ una Baccante la musa Taira (1896). Per tali pitture questo edilizio il Geli inclina a riconoscere per un Losche, o luogo di riunione (1897) in uso in molte città greche sin da' tempi di Omero (1898), e senza rifiutare tal conghiettura, il pompeiano monumento considerar si potrebbe come opera primitiva de Greci, comeché venisse poi sotto i Romani consecrato alla famiglia Augusta. Perché non solo le quattro nicchie nella cella, ma le due statue ancora anepigrafi scoperte giacenti a terra presso due di tali nicchie, e la grande base che vi sorge nel mezzo, hanno appalesato nell'ignoto edilizio un Augusteo, o tempio sacro ad Augusto, come a Benevento e presso il Foro della città di Pisa (1899), per non dire di altre città, nelle quali similmente Augusto fu adorato. Delle due statue marmoree una di lavoro ammirevole rappresenta una sacerdotessa in atto di accingersi al sacrifizio, col capo cinto di corona e con nella destra un piccolo vaso d'incenso, e l’altra è giovenile e nuda con piccolo mantello all'eroica: nella prima con dotte autorità un ch. archeologo vede effigiata Livia, consorte e sacerdotessa di Augusto, nella seconda il giovine Disuso figliuolo di Tiberio (1900). Nel suo sacrario privato a Tomi Ovidio ogni dì onorava d’incensi i simulacri di Augusto, Livia, Druso, Tiberio e Germanico (1901), e statue simili esser dovevano nel pompeiano monumento, nel quale quella di Augusto sorger doveva sulla gran base, presso di cui scoprivasi uno de' bracci sostenente un globo, simbolo dell'impero. Altre pitture manifestano la destinazione stessa dell'edifizio, perché in uno de' muri del pronao del tempio sopra un trofeo dipingevasi una figura imperatoria coronata dalla Vittoria, ed alcune navi accennano alla giornata di Αζζίο. Ne' capitelli ancora delle due colonne corintie che sostengono un piedistallo tra le due porte maggiori si veggono le aquile romane, in onore, come sembra, di Augusto, di cui un'altra statua fu forse eretta sul piedistallo, se non fu anzi di Tiberio che divinizzavalo. Ma pubbliche cene ancora vi si celebravano; perché quanto può ricordare un suntuoso banchetto vi fu anche rappresentato (1902), senza dire di altre leggiadre figure che vi si ammirano di Baccanti e Citariste, di numi e genii recanti frulli ne dischi, di Vittorie su carri veloci, e di giovani e belle sacerdotesse in atto di offerire papaveri e i doni di Cerere. Questi varii dipinti sono distribuiti ne' compartimenti de' muri e nello zoccolo, ed altri se ne veggono ancora ne muri del sacello, come cavalli marini e grifoni, cani che inseguono cervi, ed una lionessa alla caccia di due tori. Il dipinto di mezzo è distrutto, ed il solo che si è conservato nel recinto dove è il poggiuolo presenta Romolo e Remo in grembo della loro nudrice Acca Laurenzia co' numi che li proteggono dall'alto. Il poggiuolo, disposto intorno a tre lati del recinto, largo in circa tre piedi, non piano, ma inclinato, e diviso nel mezzo del lato verso il muro da uno stretto passaggio, sembra destinato a tagliarvi le carni delle vittime, il cui sangue scorreva nel canaletto appiè del poggiuolo. Nelle cellette par che s’imbandissero le mense pe più ragguardevoli personaggi della città, come nel recinto del tolo si apparecchiavauo le vivande (1903) nelle feste in onore di Augusto; e che il tempio si fosse eretto in onore del primo degl'imperatori toglie ogni dubbio il frammento di un'iscrizione scoperta in vicinanza del principale ingresso del monumento, la quale ci ricorda il sodalizio degli Augustali che vi sacrificavano, e che nel piano sopra le cellette avevano forse le loro stanze (1904).

Si osserva quindi un vasto edilizio in forma di emiciclo aperto verso il Foro, creduto per sentenza de' più l'aula, o la curia destinata alle adunanze de Decurioni. Un altare vi si erge nel mezzo, e, fornito di sedili, era decorato di colonne, e di nicchie che contenevano statue, alle quali si riferivano forse i frammenti delle iscrizioni che vi si scoprivano. —A questa Curia vien dopo un ampio recinto decorato di nicchie e con una tribuna, a cui si sale per una piccola gradinata. Si è creduto una scuola pubblica, a cui si è dato il nome di Verna dalla seguente iscrizione a pennello che si legge dietro una delle sue porte (1905):

C. CAPELLAM. D. V. I. D. O. V. F. VERNA. CVM. DISCENTIBVS.

Che nelle liberali discipline delle lettere vi si ammaestrasse la gioventù pompeiana non par dubbio dalla tribuna insieme e dall’epigrafe; ma anziché una semplice scuola di grammatica, è forse meglio da credersi in origine una scuola di Retori (1906). Un dipinto pompeiano del resto riferir si potrebbe al Foro ed a questa scuola di declamazione (1907).

Segue di fianco all'aula decurionale un tempietto con picco lo vestibolo ornato di quattro colonne, e con l'area scoperta e senza portici, nel cui fondo si alza la cella, a cui si sale per due scalette costrutte ai fianchi dello stilobate. Tutta rivestita di mar mo era questa parte del sacro edilizio, ed appena qualche avanzo ne rimane, essendo stato dagli stessi antichi tolto via, come in altri pompeiani monumenti. Si vede nella cella il piedistallo della statua, ma ignoto è il nume a cui fu eretto, né so dire perché si è creduto sacro a Mercurio; e comeché presso di esso scoperto, è da credere situato nel Foro (addotto elogio del fondatore di Roma, pel quale da altri si è detto sacro a Romolo, o a Quirino. In mezzo all'area sta un altare di marmo con basso rilievo in fronte esprimente un sacrifizio, e con strumenti di culto ne' fianchi, come acerre, austorii, patere, vitte, secespile e ghirlande. È tutto circondato da un recinto di muro decorato con pilastri e riquadrature, ed ordinato con buono stile, tuttoché quasi per intero costrutto coll'opera laterizia coperta di stucco. Sepolto dall'eruzione anzi di essere terminato, perché senza stucco sono i muri della cella, e l’altare di marmo non si vede finito (1908), chi sa dire il nume a cui fu consecrato?

Si ammira in seguito un importante e suntuoso edilizio, eretto dalla pubblica sacerdotessa Eumachia (1909) nel nome proprio ed in quello di Frontone suo figliuolo, e che dedicava alla Concordia ed alla Pietà Augusta, come leggevasi nella grande iscrizione messa sul frontone dell'edilizio, di cui non si scopersero che pochi frammenti, ma ch’era ripetuta in piccolo sull'architrave della porta minore, posta come segue nel mezzo del lato meridionale:

EVMACHIA. L. F. SACERD. PVB. NOMINE. SVO. ET

M. NVMISTRI. FRONTONIS. FILI. CHALCIDICVM. CRYPTAM. PORTICVS

CONCORDIAE. AVGVSTAE, PIETATI. SVA. PEQVNIA, FECIT. EADEMQVE. DEDICAVIT

Vi si veggono davanti l’ingresso sedici pilastri quadrati tutti rivestiti di bianco marmo. Una gran porta è nel muro dell'ingresso, scompartito di otto nicchie: due grandi ovali aperte insino a basso, quattro piccole rettangolari accanto a queste incavate in alto, e due altre grandi anche rettangolari aperte in sopra, a cui menano due scalette. Dalla porta principale si entra a' portici tutti marmorei e sostenuti da 48 colonne corintie di bianco marmo, che si distendono per 148 piedi in lunghezza, e 87 in larghezza. Nel mezzo del lato che guarda la porta di entrata è una nicchia semicircolare con due pilastri che ne sostenevano l’architrave, ed una grande base nel centro, su cui sorgeva forse la statua della Concordia Pietà, quella stessa, come sembra, che vi si rinvenne senza testa e senza il braccio destro, e che in tunica talare ed avvolta in manto con lembi dorati sostiene col sinistro un corno di abbondanza. Due altre nicchie ovali men grandi, e quattro finestre stanno a fianco della nicchia di mezzo, e questo lato de' portici era rivestito di marmo al pari di quello di levante, adorno anch’esso di due grandi nicchie e quattro piccole rettangolari. Chiudono i portici negli altri due lati i muri della Cripta, a cui si penetra per due porte da' portici, ed in cui pure conduce per un piano dolcemente declive tra sei scalini la porta del lato di mezzodì. Meno che nei lato davanti l’ingresso, dove sorgono i pilastri, cingeva la Cripta tutto l’edifizio, e, tutta coperta, prendeva lume da 28 finestre che sporgono sotto i portici. Belli dipinti la decoravano: fiori nello zoccolo, nell'alto de' muri fra' soliti compartimenti di rabeschi simulacri di edifizii e paesi, ed a giudicarne da quel che ne rimane, nel fondo del lato di mezzodì in un gran quadro era forse rappresentato il tumultuare che fa il popolo in una piazza. Vi restano le tracce delle porte, a' cui lati si veggono due incavi circolari, destinati a promulgarvi, come sembra, i pubblici atti del municipio (1910). Tutto l’edifizio in fine è intorno fasciato da un cornicione corintio sostenuto da pilastri anche corintii.

Questo è l'edilizio; ma se bene vi si osservano la Cripta e i portici, non si è ancora di accordo sull’uso e la situazione del Calcidico, perché chi con dotte ragioni lo reputa formato da' sedici pilastri che adornavano l’ingresso e vi formavano un grande vestibolo (1911), e chi per contrario lo ritrova nelle tre absidi di prospetto allo stesso principale ingresso tra un lato minore del portico e della cripta (1912). Secondo questa opinione si è supposto una piazza pe’ negozianti, nella quale era pure una specie di curia, che aveva il suo tribunale nell'abside di mezzo (1913), dove forse era eretta la statua della Concordia Pietà. Ma se tale era l’uso del Calcidico, come amministrar vi si poteva la giustizia, se locavasi a' Fulloni? perciocché nel mezzo del lato orientale della Cripta è una nicchia rettangolare, nella quale ad Eumachia, la fondatrice dell'edifizio, i Fulloni ergevano una statua, come si legge nella base che sostenevala:

EVMACHIAE. L. F.

SACERD. PVBL

FVLLONES

Questa statua è molto al naturale scolpita, e la sacerdotessa di molto gradevole avvenenza presenta come assorta in religiose meditazioni. E ad Eumachia rincalzavano i Fulloni, perché onde dare opera all'arte loro, ne ottenevano l’impluvio de' portici, nel quale in fatti si veggono a sinistra tre bocche di fogna, cinque poggiuoli già rivestiti di marmo, ed un rettangoletto di lastrico a massello atto ad arginare poca acqua, che ad altro servir non potevano che ad una Fullonica (1914), perché i poggiuoli servivano per lavarvi e rasparvi sopra i pannilani, ed il rettangoletto per condensare con saltarvi sopra le lane (1915).

Nel muro esterno della Cripta si è letto del resto il seguente verso di Virgilio, graffito forse dallo stesso Pompeiano che gli altri versi con qualche chiodo segnava su' muri della Basilica:

Carminibus Circe socios mutavit Olyxis (1916).

E curiosi programmi fatti a pennello anche vi si scoprirono, che non credo soverchio di addurre. Nel seguente si contiene l’annunzio di pugne gladiatorie, d’una caccia di fiere nell'anfiteatro coperto di tende:

A. SVETTII, CERII

ÆDILIS. FAMILIA. GLADIATORIA, PVGNABIT

POMPEIS. PR. K. JVNIAS. VENATIO. ET. VELA

ERVNT

In questi altri leggiamo le solite acclamazioni di alcuni artefici della città per gli Edili da eleggersi:

SABINVM. ET. RVFVM. AE. D. R. P.

VALENTINVS

CVM. DISCENTES

SVOS, ROG

C. CVSPIVM. PANSAM. AED

AVRIFICES, VNIVERSI

ROG.

L’ultimo di questi programmi di tutti gli orafi pompeiani ci ricorda l’opulenza della città, e strada degli orefici ha fatto nominare in alcune descrizioni quella che fiancheggia l’edilizio di Eumachia. Non pochi preziosi ornamenti muliebri si scoprivano in fatti nelle botteghe che vi erano, le quali allato delle porte si veggono decorate da eleganti pilastri. Nelle facciate delle case di questa strada si nota uno stile puramente greco, e due fontane pure vi si veggono, come quasi in tutte le altre strade, decorate con leggiadria. Oltre il termine di questa strada scoprivasi uno scheletro, supposto di un sacerdote d’Iside dalle varie immaginette isiache trovate fra altri oggetti preziosi a lui d'accanto (1917).

Alle spalle dell’Augusteo, dell'aula decurionale e del tempio che vien dopo alcune case rovinate si veggono, botteghe ed osterie, di cui dirò brevemente. Eleganti pitture abbellivano le facciate delle botteghe, tra le quali è notabile il Bacco che stringe un grappolo d’uva e che ha a' piedi nna pantera presso la porta di un’osteria all'angolo della strada che si allunga insino al Calcidico. Tra le botteghe di questa strada stessa si scoprì quella di un pasticciere cupedinarius con molti utensili di cucina, diverse forme per la pasticceria, una delle quali in guisa di conchiglia,ed un suggello da imprimere sulla pasta (1918). Oggetti in gran numero si raccoglievano dagli scavi qui praticati (1919), e tra questi sono degni di ricordo due calamai coll'inchiostro tuttavia visibile, un gran vase di bronzo di bellissimo lavoro, una bella e grande tazza di alabastro orientale, due falli di bronzo, ed oltre de' comestibili in copia che si serbano nel R. Museo, que' curiosi pezzi di osso con buchi per sospendersi, scoperti anche ne' sepolcri, e che sono da tenere probabilmente per amuleti, formati come si credono dalle ossa degli animali offerti in sacrifizio (1920). Delle tre case scoperte su questa strada stessa la prima dietro l’Augusteo ha tolto il nome del Re di Prussia (Federico Guglielmo III) perché alla di lui presenza scoperta nel 1822. Lasciando di descriverne le poche stanze ond'è composta, dico solo ch’eravi una fontana con pavimento a musaico rappresentante oche e delfini, e tra' dipinti che la decoravano eravi quello di Marte in un bosco con Venere che si vagheggia in uno specchio nella figura di un girasole (1921). —L’una all'altra contigue e coll'ingresso sul vicoletto che fiancheggia uno de' lati dell'Augusteo si veggono due altre case, la più nobile delle quali si è delta di Venere e Marte, o delle Nozze di Ercole da' due vaghi dipinti che ne decoravano il tablino ed il cubicolo. Questa casa, che ha offerto due musaici, non mancava di bagni e di stufe, nonché di un vasto giardino con due vivai in mezzo di un ampio peristilio. Dall'antico pozzo non tocco dall'eruzione si attinge l’acqua anche oggidì, e per essere alquanto solfurea si crede anche medicinale L’altra casa, comeché meno considerevole, si trovò nondimeno adorna di vaghi dipinti in un cubicolo, quelli d'una Nereide, d’un Narcisso, e d’una Venere che pesca, a cui Amore mostra la preda da uno scoglio, e perciò detta della Pescatrice.

Altre case importanti per le loro decorazioni e per gli oggetti scopertivi sono nel rettangolo di contro all'edifizio di Eumachia, tra la strada della Fontana dell'abbondanza che taglia ad angolo retto quella che mena a' Teatri, e l’altra a questa quasi parallela che termina al portico triangolare del teatro maggiore. Quella che sorgeva dietro al recinto d'uso sconosciuto presso il Calcidico si è detta Casa del cinghiale dal musaico dell'androne, che un cinghiale rappresenta addentato da due cani. Altri musaici, che figurano muraglie e baluardi di una città, e forse della stessa Pompei, ne decoravano l’atrio, ed un bel dipinto vi si è scoperto ancora in una delle stanze, quello di Ercole e Iole (1922). Di molto rilievo per l’archeologia fu la scoverta della casa a questa contigua, la seconda che si è offerta come abitata da un Chirurgo, il quale esercitava insieme l’arte del farmacista. Oltre de' farmachi riposti in una scatola di legno v mortai e pistelli di varie proporzioni, vi si scoprivano molti strumenti di chirurgia, alcuni de' quali in astucci, di cui si attende la prossima illustrazione. Due quadri ancora di pregio ornavano le pareti di due stanze di questa casa, in uno de' quali vedesi Urania, la Musa dell'Astronomia, colle Grazie, perciò anche detta Casa delle Grazie, e nell'altro Adone spirante tra le braccia di Venere (1923). In questa casa e nelle altre vicine si sono lette diverse iscrizioni graffite per capriccio e passatempo, delle quali basterà riferire le due seguenti fra tutte più importanti, l una sopra una colonna d’un peristilio, l’altra sopra la parete di un cubicolo:

Hic Viinatio Pugnabiit

VK Siiptiimbriis

Et Fiilix ad Ursos Pugnabiit

Aelius Magnus Elotillae Suac

Rogo Domina Salutem

Nella prima, comeché scritta in latino, si nota la pronunzia oscaT e l’altra, evidente cominciamento di un'epistola erotica, fa risovvenire quelle di Aristeneto ed Alcifrone (1924). Si osservano del resto in due altri lati di questo rettangolo di case quelle che da loro più segnalati dipinti hanno ottenuto il nome dell'Apollo e Coronide, del Pane, dell'Auge ed Ercole, ed un'altra, nominata dell'Adone, si vede sul quarto lato, in situazione opposta a quella del Chirurgo, a cui è anche rimasto il nome della Regina Carolina, perché alla di lei presenza scoperta. Questa casa, di una classe mezzana tra quelle della città, e distribuita in pari modo delle altre, ha di particolare un atrio corintio, di cui sostengono il tetto pilastri quadrati, che sono dipinti a fogliami come il muricciuolo (pluteus) che circonda (impluvio. Presenta altresì il raro esempio del tablino chiuso nell'opposto lato dell’atrio, ed il triclinio circolare, con greca voce detto propriamente stibadium (1925), ed anche sigma dalla sua figura simile alla greca lettera C (1926). Quasi scomparse sono le belle pitture che ne decoravano le pareti, ma si ammirano nel R. Museo i due quadri che vi si scoprivano, quello di Perseo ed Andromeda così comune nelle case pompeiane, e l’altro più bello di Adone e Venere, in mezzo a cui sta Imeneo colla sua fiaccola ed un ramo di palma. Vi si scopriva altresì un curioso frammento di pittura grottesca, che rappresenta un pigmeo artista in atto di ritrarre un altro pigmeo sedente: non vi mancano gli allievi da un lato, uno in atto di disegnare, e l’altro di macinare i colori, e dall'altro due amatori che osservano il ritratto; un grande uccello in atto di cantare vi esprime forse qualche cantante o musico per levare la noia a chi facevasi ritrarre (1927).

Un vicolo, detto Dodici Dei dalle immagini de' dei maggiori grossolanamente dipinti all'angolo di un muro (1928), divide le case descritte da un altro gruppo di abitazioni, delle quali tre sole si sono scoverte coll'ingresso sulla strada della Fontana dell'abbondanza, dette dell'Ero e Leandro, del Medico, e di FVSCVS, o Imperatore Francesco II. Sta l’ultima di queste case in uno degli angoli del quadrivio formato dalla strada stessa, e da quella che dall'altra verso la porta di Nola arriva infino a' Teatri. Non meno decorata delle altre case pompeiane co' soliti dipinti e musaici, è notabile per un bel gineceo, e ricco ne fu anche lo scavo in molti vasi di bronzo, uno di argento ornato di figure di Fauni, due pendenti d’oro, e con altri vasi di vetro e terra cotta anche un fornello di ferro (1929). Le molte botteghe del resto che questa strada fiancheggiano, attestano il fiorente commercio e la ricchezza della città: dall'insegna si riconoscono quelle, ove lavora vansi i musaici; e tanto queste botteghe, in alcune delle quali nobili arti si esercitavano, quanto le tre fontane che la strada abbellivano, fanno supporla una delle più frequentate dì Pompei. Dal corno di abbondanza scolpito sopra una delle dette fontane questa strada suol dirsi della Fontana dell'abbondanza, ed anche de Mercanti, ai quali si è attribuita: certo è che per la sua prossimità col Foro, e per la comunicazione che offeriva tra questa piazza e i due Teatri era una delle principali strade di Pompei. Notabile ancora è pel ristauro della facciata delle case antiche, e le botteghe situate ne lati dell'ingresso di queste case si distinguono per l’altezza e la precisione di apparecchio delle loro muraglie, costruite in tufo vulcanico di Nocera, e senza rivestimento di stucco dipinto; il che fa supporre che questa parte della città veniva meno danneggiata dal tremuoto del 63, e che la costruzione ne risale ad un’epoca più antica, quando l’uso dello stucco dipinto non era ancora divenuto un abuso.

Molte botteghe si sono del pari scoverte ne' due lati della strada che da quella verso la porta di Nola discende alla volta de' Teatri. Hanno tutte accanto all'ingresso le solite acclamazioni a pennello pe’ nuovi magistrati municipali, ed ornate spesso si veggono nell'intorno di svariati e vaghi dipinti, sicuro indizio dell'agiata condizione de' negozianti pompeiani, i quali alluso ordinario delle loro botteghe accoppiavano nell'eleganza delle decorazioni il gusto delle arti. Tra le mentovate iscrizioni notabile è quella degli Offectores, ovvero Ritintori (1930), che si è letta nel lato sinistro della detta strada:

POSTVMIVM. PROCVLVM. AED

OFFECTORES. ROG.

L’edifizio, col quale comunica la bottega, al cui ingresso l’iscrizione si legge, era appunto l’officina di questi ritintori, nel cui porticato si sono scoverti nove massi di fabbrica di diverse grandezze, ciascuno de' quali ha un cavo per un grosso vaso o calderone di piombo (cortina), in cui mettevansi i panni co' liquidi colori, e sotto vi si vede anche l’apertura per la fornace. Accanto al principale ingresso si vede pur dipinto un facchino in atto di portare da un lungo bastone pendenti i panni che tingevansi nell’officina, e ch’è come l’insegna dell'arte, a cui nell'officina stessa davasi opera.

Questa strada mette capo ad un altro gruppo di nobili edifizii, e dal suo termine incontro ai propilei de Teatri un altra strada si distendeva che fiancheggiando il tempio d’Iside giugneva all'Anfiteatro. Sta alla dritta di questo tempio un recinto murato, nel quale entravasi per due porte, una sulla detta strada, l’altra sullo spazioso portico triangolare allato del teatro maggiore. Rinchiude questo recinto un atrio quadrilungo, cinto su tre lati da un portico di colonne doriche, e da tre stanze in solo lato. Due ineguali piedistalli vi sorgono in un canto, con una piccola scalinata di sei gradini addossata al piedistallo più alto. Mal noto è l’uso di questo edilizio, perché chi lo considera qual curia o tribunale, costrutto presso il teatro ed il Foro secondo i precetti di Vitruvio (1931), chi per contrario vi ritrova un sacro recinto annesso al tempio d’Iside (1932). Ho detto ancora che il Reuvens tale edilizio considera come una scuola di Retori (1933), e come in questo circondato da portici alcune pitture di Ercolano tra portici presentano il maestro co' discepoli; anzi uno di tali dipinti sopratutto presenta nell'atrio del portico un piedistallo con una statua equestre (1934), non dissimile dal monumento di Pompei nel quale sopra un piedistallo sorgeva anche una statua. Favorevole alla prima opinione sarebbe l’epigrafe che appresso si addurrà, e che negli Olconii Rufo e Celere ricorda gli edificatori della Cripta, de' tribunali e del Teatro, se ad altro simile edilizio non si potesse del pari riferire, e se presso una delle porte del recinto non si vedesse oltreacciò il bacino delle lustrazioni (1935). Il perché chi tiene per la seconda opinione, il più grande piedistallo colla piccola scalinata considera qual tribuna, d'onde l’isiaco Demiurgo dettava le sacre lezioni, o faceva libazioni alla dea e ad altri numi egizii. Sul piccolo piedistallo stava del resto una statua di un ignudo giovanetto scopertavi d’accanto, e che un’iscrizione scolpita sopra una lastra marmorea appalesava di un M. LUCREZIO DECIO. Sul muro che il descritto edilizio divide dal tempio X Iside si trovò la seguente iscrizione osca, scolpita sopra pietra calcare (1936):

V. AADIRANS. V. EHTIYVAM, ПААМ

VEREIIAF. ΠΥΜΠΑΙΙΑNAH. TRESTAA

MENTVD. DEDED. EFSAK. EHTIYVAD

V. VIHNIKIFS, MR. KVAISSTVR. ПУМП

AIIANS. TREEBVM. ΕΚΑΚ. ΚΥMBEN

NIEIS. TANCINVD. VISANNAM

DEDED, ISERVM. DRVFATTED

Questa iscrizione terrebbe ogni dubbiezza, se i ch. archeologi patrii non disconvenissero nella spiegazione; perché chi la riferisce al tempio stesso consecrato ad Iside secondo le ultime parole (ISIRVM. PRVFATTED) della iscrizione stessa (1937), chi vi ritrova un tribunale secondo l’analogia che somministra la voce TRHBVM della quinta linea (1938). A seguire ancora l’analogia delle parole TRISTAAMENTVD DEDED non par dubbio che di un legato vi si parli, e di danaro piuttosto che di edilizio, per esservi motto del Questore della città (KVAPSSTVD PVMPAIIANS), che regolar ne doveva l’uso secondo il volere di chi alla città lasciavalo in testamento.

Al descritto edilizio segue del resto il tempio Abside, uno de' più singolari monumenti della città, il quale atterrato certamente dal tremuoto del 63, che non poco danneggiava Pompei, veniva in parte ricostrutto da un Numerio Popidio, perciò aggregato nell'ordine de' Decurioni, e se ne ha memoria nella seguente epigrafe collocata in sulla porta del tempio (1939):

N. POPIDIVS. N. F. CELSINVS

AEDEM, ISIDIS. TERRAE. MOTV. CONLAPSAM

AFUNDAMENTO. P. S. RESTITVIT. HVNC. DECVRIONES, OB, LIBERALITATEM

CVM. ESSET. ANNORVM. SEXS, ORDINI. SVO. GRATIS. ADLEGERVNT

Introdottosi in Roma il culto & Iside, ora abolito, ed ora repristinato, se ne ha memoria certa dal Consolato di Pisone e Gabinio, o dall'anno 58 avanti Fera volgare, insino a' tempi di Nerone (1940), e tra questi tempi senza dubbio, se non anche prima, introducevasi anche in Pompei per opera degli Alessandrini, che certamente, come a Puteoli e a Napoli, vi stanziavano, e che come naviganti aver dovevano un culto particolare per la dea, detta Pelagia, o marina (1941), come regina del mare ed inventrice della navigazione, nuovi attributi che riceveva prima ad Alessandria e poscia a Corinto.

Si veggono al primo ingresso del tempio le tre parti, ond’era composto, il recinto circondato da un portico di colonne ordinate alla maniera dorica, il pronao, e la cella o il santuario. Non vi mancavano all'entrata due eleganti vasi lustrali di bianco marmo, nonché una cassettina di legno per raccogliervi le pubbliche largizioni. Nel recinto, ch’era scoperto, e che costituiva il tempio della specie creduta la più antica, detta ipetra, vedesi a destra una porta a guisa di edicola decorata di frontispizio e di eleganti bassirilievi di stucco (1942), d'onde per una piccola scalinata scendevasi ad un bagno in una camera sotterranea, per le lustrazioni de' sacerdoti, o degli iniziati a' misteri. A’ due lati dalla porta sono due piccoli. altari, eretti innanzi a due simulacri della dea in bassirilievi, e tra due altri altari rimpetto a questi, e destinati, come sembra, alle offerte, si scoprivano tavole isiache di basalte scolpite di ieroglifici. Per imporvi a chi entrava il silenzio necessario a misteri, nella nicchia di prospetto alla cella era dipinto un Arpocrate, ed un inginocchiatoio con un banco di legno scoprivasi al di sotto per comodo degli adoratori. Una piccola gradinata conduce al pronao o vestibolo, di cui formavano la facciata sei colonne d’ordine corintio, che ne sostenevano il frontispizio. Ne' lati della cella erano nicchie con statue, ed a traverso della specie di podio che sosteneva il simulacro d’Iside si vede aperto un cuniculo con due angusti ingressi agli estremi, d'onde i sacerdoti al credulo volgo davano forse gli oracoli (1943). Dentro la nicchia nell'opposto muro della cella si scoprì una statuetta di Bacco con una tigre, in parte dorata, in parte dipinta, che dedicava N. Popidio Ampliato; ed in un angolo del portico si trovò un’altra piccola statua d’Iside, dorata del pari e dipinta, e dedicata da L. Cecilio Febo, come nelle epigrafi si legge messe su' piedistalli. Nell'angolo opposto eravi una statua di Venere Anadiomena, dorata e dipinta come le già dette, ed allato un erma marmoreo, che sosteneva il ritratto di bronzo di uno de' magistrati inferiori del Pago Augusto Felice coll'iscrizione seguente (1944):

C. NORBANI

SORICIS

SECVNDARVM

MAG. PAGI

AVG. FELICIS

SVBVRBANI

EX. D. D.

LOC. D.

Oltre due grandi are ne' lati del tempio, destinate a bruciarvi le vittime, altre ancora accanto alle colonne vi si veggono erette, sia per le offerte, e sia ancora per ardervi incensi. Per cinque archi si entra quindi nella più capace stanza del tempio, sul cui pavimento di musaico si leggono i nomi di coloro che ne la decoravano:

N. POPIDI. CELSINI

N. POPIDI. AMPLIATI

CORELIA CELSA

Questa grande stanza, nella quale gl'iniziati, come si crede, si riunivano, era tutta sparsa ne' muri di pitture allusive al culto isiaco, dappoiché vi si vedeva (apoteosi dio, la stessa che l’Iside egizia, due giganteschi Ermeti, due sacre barche, animali e serpenti avvolti come intorno al caduceo di Mercurio, nonché due immagini della dea sedente, l una coverta di un velo, l’altra scettrata e con al braccio sospeso un secchio, a' piedi un cranio ed altri serpenti al fianco, uno de' quali avvolto ad un albero con frutti (1945). In questa stanza aprivasi la porta d'una camera contigua, per serbarvi i sacri arredi, poiché vi si rinvennero strumenti da sacrifizii, due sistri, un candelabro di bronzo, idoli egizii di basalte, e due lettisternii, uno di avorio, e l’altro di bronzo con fregi di argento, su quali allogavasi la dea nel farle le sacre offerte. Ed oltre alle statue di Bacco, di Venere e Priapo vi si scoprì ancora quella della stessa dea di stile egizio.

Su’ muri del tempio erano dipinti emblemi relativi al culto isiaco, ed effigiati i sacerdoti nelle loro bianche vesti di lino. Notabili tra queste figure, che ora si veggono nel R. Museo, sono quelle illustrate da un ch. archeologo (1946). Presenta una di esse un sacerdote di Anubi colla testa di cane, come rappresentar si soleva il nume stesso; un'altra un altro sacerdote con un hydrion o secchiello in mano, il primario profeta, che tal vaso portar soleva sul petto, e che presedendo al santuario ammaestrava ne' precetti de libri sacerdotali (1947). Vi si vede altresì una sacerdotessa, o ierodule, la quale nella destra stringe un sistro, e nella sinistra tiene un disco con oggetti forse di offerte; nonché un altro sacerdote col capo raso, dal lodato archeologo creduto uno sfragista, uno cioè di quelli che i buoi da immolarsi segnavano col marchio (1948); ma, anziché tal marchio, ad una catenuzza tiene piuttosto sospesa una lucerna, o una specie di scarpa. Un'altra figura di sacerdote in atto di leggere un papiro vi rappresenta quello che gli Egizii dicevano scrittore sacro (ιερογραμματεύς), ed anche pteroforo dalle penne che gli adornavano la lesta (1949), le quali accennavano alla mitica tradizione che uno sparviero recato avesse a' Tebani sacerdoti il libro rituale del culto egizio (1950). Sulla parete in cui stanno queste figure si vede anche un gatto con sopra il capo il sacro fiore del loto in segno di consecrazione, per simboleggiare qualche tempio di Bubasti, dove il gatto specialmente si adorava, come in altre città altri animali. Nell'altro Iato si vedevano i sacrificatori che conducevano le vittime, donne e vergini in allo di offrire cesti di fiori e di frutti, ed altre con colombe ed ibis e specie di tirsi ornati di fiori di loto; si vede in fine sul davanti del quadro una mensa piena di offerte colla dea in sul lettisternio. Alla sinistra del resto del recinto del tempio sono due stanze con una culina ed una cella penaria ad uso de' sacerdoti, i quali senza abbandonare la dea nella catastrofe della città,tutti perivano nel tempio stesso; perché diversi scheletri vi si scoprirono, ed uno sopratutto inclinato ad un muro nella prima delle dette stanze con in mano una scure, colla quale rompendo il muro per salvarsi, restava soffocato dalle ceneri. E senza tutti riferire i molli oggetti che vi si rinvenivano, de' quali può vedersi la rassegna in altri scrittori (1951), dico solo che fra questi si distingue una mezzaluna di argento, noto simbolo della dea assimigliata a Diana (1952), e che la tavola isiaca ba nella sommità scolpite quattordici figure, delle quali la seconda e la quinta hanno volto umano, le altre sono tutte anubidi, e sotto di esse sono venti linee di ieroglifici incisi con eleganza (1953).

A fianco del tempio d’Iside si vede un altro tempietto, il più piccolo sinora scoperto in Pompei ma notabile per la sua specialità, a paragonarne la grande ara prossima alla cella, simile a quella di un dipinto di Ercolano rappresentante una cerimonia isiaca (1954). Si è creduto sacro ad Esculapio e Priapo, ed anche a Giove ed Giunone per le statuette di terra cotta che vi si scoprirono: attribuzioni tutte incerte, perché incerti sono i soggetti che rappresentavano tali piccoli simulacri, detti dal Winckelmann di Esculapio ed Igia, e gli altri non appartenevano forse al nume principale ch’eravi adorato. Entravasi nel sacro recinto di questo tempietto per un piccolo portico di due colonne, di cui appena rimangono alcuni avanzi delle parti inferiori. Nel mezzo del recinto sta un'ara di tufo vulcanico ornata di fregio dorico, ed era nel resto composto di un pronao tetrastilo colla corrispondente cella, della cui area e pareti restano tracce colla inferiore parte delle colonne, mancando nondimeno tutte le parti superiori, come in quasi tutti i pompeiani edifizii. Ma, comeché così distrutto, un capitello di anta corintia ornato nel mezzo con testa duomo rimanevane fra i ruderi per dimostrarci di era nobilmente decorato (1955). —Da questo tempietto voltandosi sulla strada che fa angolo con quella del tempio A Iside e che fiancheggia il piccolo Teatro, varie botteghe rovinate si veggono a sinistra, due case a destra, la prima delle quali, rovinata affatto, meno che nell’atrio col peristilio sostenuto da dieci colonne laterizie, si appartenne ad uno scultore Senza dire di tutti i diversi strumenti dell'arte che vi si scoprivano, martelli, martelline, scalpelli, seghe, squadre e compassi, molti e diversi lavori di marmo ne ingombravano l’atrio, tra i quali dieci erme, frammenti di statue abbozzate, un amuleto, un orologio solare ed un uovo di marmo. Perché un pezzo di marmo segato per metà e tuttavia colla sega in mezzo anche vi si scoperse, egli sembra che nell'atto del lavoro l’eruzione sorprendesse l’artista e i fattorini, che fuggendo il pericolo erano più lungi soffocali forse dalle ceneri. In una delle botteghe della parte opposta scoprivasi uno scheletro di donna con monete, pendenti ed armille d’oro, e tutte sono osservabili non meno perle pitture che per la copia de' marmi, ond’erano decorate (1956).

I descritti edifizii cingono in parte l’emiciclo del teatro maggiore, fiancheggiato da spazioso portico, i cui propilei stanno di fianco al tribunale, o alla curia isiaca. Questi propilei, o ingresso al detto portico, consistono in un portico in antis sostenuto da sei colonne di ordine ionico, i cui profili, capitelli ed ornati, comeché ritraggono dell'architettura greca, mostrano nondimeno le solite forme, proprie soltanto de' pompeiani monumenti (1957). Il gran portico di 56 colonne di tufo riceverle di stucco, eretto nel piano in sul vertice della collina, d’onde la vista spaziavasi verso il mare e le vicine città della spiaggia, era di figura triangolare, ed aveva nell'ingresso a dritta un atrio quadrilungo ornato anche di colonne, nel mezzo una conca di bianco marmo con una fontana che avea l’acqua dalia metà di una colonna. Di prospetto sta un piedistallo, sul quale una statua fu eretta ad un patrono della colonia pompeiana, Marco Claudio Marcello, secondo l’epigrafe che vi si legge:

M. CLAVDIO. C. F. MARCELLO

PATRONO

Il destro lato di questo portico fiancheggia un gruppo di abitazioni, al cui angolo esterno è la casa detta dell'Imperatore Giuseppe II che fu già una delle più belle case di Pompei. Non dissimile nella distribuzione alle altre case della città, aveva l’atrio toscano, e in seguito al tablino un magnifico porticato, sostenuto nel mezzo da colonne, nell'intorno da pilastri, che il Mazois riguarda come una splendida basilica privata, e come un bello esempio dell’oecus corintio descritto da Vitruvio (1958). Eravi un piano inferiore situato sotto i terrazzi, e dal triclinio non meno che da' piccoli forni osservati negli ultimi non si dubita che vi erano stanze destinate alle riunioni e ai pranzi della sera nella state, alla vista deliziosa della vicina spiaggia. Oltre il terrazzo che covriva il piano superiore della casa, due altri ve ne erano che a guisa di anfiteatro scendevano verso il porlo e il mare, e sotto uno di questi terrazzi stavano comodi bagni, notabili per la loro particolare costruzione, ne' quali scoprivasi ano scheletro dì donna con ornamenti d’oro ed uno striglie di argento (1959).

Ma passando a dire de' due teatri, il più grande era scoverto e tutto rivestito di marmo nell'orchestra, ne' gradini della cavea e nella scena. Sul primo grado dell’orchestra stava un'iscrizione in lettere di bronzo incastrata nel marmo, la quale ci fa noto che veniva dedicato al Patrono della Colonia Marco Olconio Rufo, personaggio ragguardevole perché di molte cariche onorato. Stando l’epigrafe disposta nel seguente modo

M. HOLCO

II. VIR. I. D.

ITER. QVINQ.

FLAMINI

AVG.

NIO. M. F. RVFO

QVINQVIENS

TRIB. MIL. A. P.

PATR. COLON. DD

egli sembra che' sorgesse nel mezzo la statua di M. Olconio, essendovi ancora le prese delle grappe che la sostenevano (1960). I frammenti di due altre iscrizioni, una nel fregio che decorava la scena, l’altra sopra una delle due porte introducenti all'orchestra, ci ricordano ancora che questo teatro fu edificalo da M. Olconio Rufo insieme e da Celere, e sono le seguenti (1961):

M. M. HOLCONII. RVFVS. ET. CELER

CRYPTAM. TRIBUNALIA. THEATRVM. S. P.

M. M. HOLCON – I. RVFVS. - ET CELER

CRIPTAM. TRIbunal. Theatr. S. P.

AD. DECVS COLONIae

Dietro la scena di questo teatro corrispondeva un piccolo portico, addetto certamente all'uso proprio degli spettacoli; ma l’altro maggiore che segue a questo con camere e botteghe intorno, mentre servir poteva di ricovero agli spettatori in tempo d’improvvisa pioggia, come prescrive Vitruvio, era pure, a quel che sembra, destinato ad uso di pubblico passeggio.

Nel sinistro lato di questo teatro grande destinato alle rappresentazioni tragiche (1962); un portico conduceva all'orchestra del piccolo, o dell'OJco, addetto come sembra alla comedia ed al canto. Costrutto di tufo, aveva di lava vesuviana le scale tra i cunei: il parapetto del proscenio, e la scena erano rivestili di marmo. Tutto di marmi di svariati colori era ancora il pavimento dell'orchestra, e in una fascia di marmo cipollino a lettere di bronzo in essa incastrale si legge che il Duumviro M. Olconio Vero figlio di Marco adornò questa sola parte del teatro, alla cui costruzione erano deputati da' Decurioni della città i Duumviri Caio Quinzio e Marco Porcio, come si legge in quest’altra epigrafe:

C. QVINCTIVS. C. F. VALG.

M. PORCIVS. M. F.

DVO. VIR. DEC, DECR.

THEATRVM. TECTVM

FAC. LOCAR. EIDEMQ. PROB.

Questa iscrizione scolpita in marmo stava nel muro esterno del teatro, e così questo come l’altro costruiva l’architetto M. Artorio Primo, come leggesi in un’altra epigrafe posta fra entrambi: M. ARTORIVS. M. L. PRIMVS. ARCHITECTVS. Una curiosa epigrafe graffita sulla muraglia a dritta del portico ci dimostra che l’Odeo era già in essere sotto il Consolato di M. Messalla e L. Lentulo, nell'anno 751 di Roma, tre anni avanti l’era volgare. Questa epigrafe, oltre il detto anno, rimembra il mese e il giorno, in cui tre uomini del volgo, tra quali quell'Epafra forse dell'iscrizione de' pilicrepi (1963), con otto assi per ciascuno i favori comperavano di un’abbietta cortigiana, ed è la seguente (1964):

Ad. XI. K. Decembr. A. XV

Epafra. Acutus. Auctus

Ad. Locum. Duxserunt

Mulierem. Tychen. Et. Pretium

In. Singulos A. VIII

M. Messalla. L. Lentulo. Cos.

Ma molto prima della segnata epoca i due teatri furono eretti, e le memorie della costruzione di entrambi che ci hanno serbate le addotte epigrafi, non si riferiscono che alla nuova disposizione ch’ebbero sotto i Romani. Costrutti in origine all'uso greco, perché la scena eravi alquanto ritirata, e nel mezzo della cavea non corrispondeva una scala, che venissero poscia ridotti all'uso romano si vede dalle divisioni introdotte secondo i gradi degli spettatori ne' teatri per ordine di Augusto (1965).

Nel piccolo teatro si contano del resto 17 file di gradini divise da quattro scalinate: quattro altre file, separate dalle prime con un parapetto di marmo che ha a' due estremi un grifone alato, erano destinate a' magistrati e a' biselliarii. Sul pavimento dell'orchestra si legge a grandi lettere di bronzo il nome di uno de' duumviri che soprintendeva agli spettacoli:

M. OCVLATIVS M. F. VERVS II. VIR. PRO LVDIS

Non debbo tralasciare intanto le spiegazioni diverse che dell’uso speciale del gran portico rettangolare contiguo al piccolo teatro (1966), oltre del già detto, hanno dato i nostri archeologi. Circondato, come si vede, da più di 40 piccole stanze, in due delle quali si scoprivano molini ad olio e a grano, in un’altra una fabbrica da sapone, si è creduto un Foro nundinario, così che le dette stanzette parvero costrutte ad uso di magazzini (1967). È singolare altresì che in una delle stanzette stesse si trovavano quattro scheletri di sciagurati morti ne' ceppi, che si serbano nel R. Museo. Ma la scoperta di alcune armi e cimieri, attribuiti secondo la mentovata opinione a coloro che custodivano i prigioni, faceva già prima, al tempo della scoperta, credere il portico un quartiere di soldati, e per tale si sostiene dalla maggior parte degl'illustratori di Pompei (1968). A cagione delle armi stesse si è creduto ancora un convitto di gladiatori, supponendosi destinate all'abitazione della famiglia gladiatoria le cellette che vi stanno all'intorno, la casa più grande in uno de' lati con cinque stanze tra grandi e piccole al lanista che addestravali a' giuochi (1969). Le spade, le celate, le corazze, le gambiere ed altre armadure ivi scoperte, così per la loro straordinaria grandezza, come pel sito dappresso al teatro, hanno fatto supporre ancora che servissero pel teatrale apparato, al quale Vitruvio alcuni luoghi assegna, come in questo portico, ne' portici de' teatri (1970). Fra tanti dispareri malagevole saprebbe il decidere, se presso la porla della casa già delta non si fosse scoperto lo scheletro di un cavallo con gli avanzi della sella, e sotto l’arco della scalinata che conduceva al piano superiore della casa stessa lo scheletro di un uomo supposto di un Centurione, il quale senza abbandonare il suo posto, vi moriva co' suoi 38 soldati, de' quali anche gli scheletri si scoprivano. Trofei di armi dipinti con varie figure all'eroica si videro ancora nell'esedra di questa casa, ora convertita in cappella pe’ veterani di Pompei, e lutto fa credere nel gran portico la stazione militare che custodiva la città. —Sul muro della terza casa che a destra fiancheggia la strada che discende a teatri si lesse una curiosa iscrizione a pennello che annunziava la perdita di un’urna vinaria (1971), e non credo soverchio il riferirla, perché ci mostra come i Pompeiani per le private bisogne il mezzo stesso di annunzio adoperavano che per le cose d’interesse pubblico.

Urna vinaria periit de taberna

Sei eam quis retulerit

Dabuntur

H. S. LXV. Sei Furem

Qui Abduxerit

Dabitur Duplum

A Vario

Verso l’estremità meridionale dell’altro portico triangolare ed a breve distanza dalle mura, oltre di un emiciclo ad uso di sedile che aveva un orologio solare, si stende dal nord al sud il rettangolo di un rovinato edifizio sacro, dallo stile della sua architettura detto il tempio greco, e creduto sacro ad Ercole o a Nettuno. Dalla sua proporzione nobile e maestosa, non meno che dal suo sito verso il mare si è ben supposto un avanzo dell'arte greca primitiva ed il più antico tempio di Pompei eretto da' primi coloni greci che si stabilivano nell’Opicia, e chi l’attribuisce a' Pelasgi (1972), chi non gli da un’antichità più remota di otto secoli avanti l’era volgare. L’epoca del dominio de' Calcidesi nella regione è media tra queste, e quasi coevo si può anche credere del tempio di Apollo a Cuoia. Tutto l’edifizio ergevasi sopra un podio, o basamento alto cinque piedi, ed aveva intorno cinque gradini scoperti consumati in parte, e sembra che tutto già fosse in rovina sin dal tempo dell'ultima catastrofe della città, e per effetto del gran tremuoto che prima abbatteva molti pompeiani edifizii. Dalla distanza di due fusti di colonne rimasti in piedi si è conosciuto che aver doveva un intero peristilio, d’undici colonne ne' lati maggior, di sette ne' minori; e come nella basilica di Pesto, vi si vede uno de' pochi esempi di antico tempio con dispari numero di colonne nella fronte. I capitelli, simili a quelli de templi pestani, sono di ordine dorico, ed in due parti era diviso al di dentro, delle quali la più interna, ch'era propriamente il santuario, tuttavia serba il suo altare circolare. Sta al di fuori una lunga pietra quadrata, forse per le offerte, e sembra che vi fossero stati due ingressi dal portico, ne due lati della colonna di mezzo. In tempi meno antichi fu il pavimento della cella coverto di musaico, come di stucco tutto l’edifizio, il quale nella sua lunghezza totale, incluso il podio, è di circa 120 piedi, la larghezza di circa 70. Innanzi i gradini si vede un recinto, supposto un sacro boschetto (1973). —Alla sinistra del descritto tempio si vede un Indentale, o tempietto sacro ad Ercole, o a qualche altro nume delle genti minori (1974), e formato da otto colonne tufacee disposte in circolo, come i monopteri colonnati che descrive Vitruvio di ordine tuscanico senza alcuna cella (1975). E già noto che questa specie di templi si ergeveno ne' luoghi tocchi dal fulmine (1976), e che il detto nome ebbero da che vittime vi s’immolavano di due anni (1977). Da quello scoperto Pompei si e conosciuto che vi sorgeva nel mezzo un’ara in forma di puteale, su cui la vittima s'immolava. Nell'epistilio eravi del resto scolpita la seguente iscrizione osca:

NI TREBIIS. TR. MER. TVH

AAMANAPHPHER

cioè: Numerius Trebius Ter. Meddis Tuhticus faciundum curavit. Si osserva quindi un lungo spazio, o stadio ad uso della corsa, ed oltre i sepolcri lungo la strada che ne ha preso il nome, un’altra necropoli sembra che si prolungasse verso il mare, come danno a credere due preziosi monumenti sepolcrali scoperti quasi dirimpetto al quartiere de' soldati. Uno è un sedile in forma rettilinea colla seguente iscrizione nella spalliera, che ricorda un duumviro e tribuno della città, al quale in quel sito fu dato da' decurioni il luogo del sepolcro:

… N. CLOVATIO. CN. F. II VIR. ID. TR. MIL, LOC....

L’altro monumento, di maggiore importanza, consiste in un gran bassirilievo scolpito in due grosse lastre di marmo greco fra oro congiunte, il quale sembra che decorasse la faccia esterna del sepolcro di un altro pompeiano magistrato. A guisa di cornice lo adorna un elegante rabesco di fogliame, in cui si notano quattro uccelletti, de' quali uno si vede in atto di prendere col becco una farfalla (psiche), ed è distinto in tre zone orizzontali con tre diverse rappresentazioni: la pompa funebre preceduta da littori, la pugna gladiatoria (munus), e la caccia (venatio), che ne' funerali appunto si celebravano (1978). Un altro sepolcrale recinto, già prima scoperto, in questo sito ci accerta di un’altra necropoli della città (1979), la quale non so dire se fosse da meno di quella fuori la porta Erculanea, perché tra oscuri cittadini vi veggiamo del pari sepolti coloro che bene meritato avevano della patria.

Alle innocue e lodevoli rappresentazioni della scena unirono i Pompeiani i feroci ludi gladiatorii. Al pari di tante altre città del mondo romano ebbe Pompei il suo anfiteatro, né nel trasporto pe’ giuochi dell'arena fu da meno della stessa Capua (1980). Questa passione diffusa in tutte le condizioni di quell'età, dall'imperatore sino all'ultimo schiavo, spiega non solo l’immenso numero degli anfiteatri, ma la mancanza stessa de' poeti tragici nella letteratura latina. La vera tragedia era al Coliseo, ed altre città ancora mi restano a descrivere, le cui più insigni rovine appartengono all’anfiteatro. Questa nuova creazione dell'architettura covri dapertutto il suolo romano, come per rimanere nell'avvenire il segno materiale della barbarie rinascente degli ultimi secoli pagani, ed una bella pruova della greca umanità abbiamo nel fatto che mentre i Romani si appropriarono contro la fierezza de' loro antichi costumi tutte le delicatezze de' giuochi scenici della Grecia, ripugnarono i Greci a' crudeli giuochi gladiatorii ed alle cacce delle fiere de' Romani. L’anfiteatro di Pompei, cospicuo monumento per antichità e magnificenza, posto sopra una collina a breve distanza dalle mura, è di figura ellittica, e ne' due estremi dell'asse maggiore dell'ellisse ha due grandi porte, non già ad oriente ed occidente, come negli altri anfiteatri, sì bene una fra settentrione ed occidente, l’altra fra oriente e mezzodì. In sull'arco del primo ingresso era ripetuta di fuori e di dentro la seguente epigrafe:

C. QVINCTIVS. C. F. VALGVS

M. PORCIVS. M. F. DVOVIR

QVINQ. COLONIAE. HONORIS

CAVSSA. SPECTACVLA. DE. SVA

PEC. FAC. COER. ET. COLONEIS

LOCVM. IN. PERPETVOM. DEDER.

I duumviri quinquennali, in onore de' quali questa iscrizione fu messa, furono quelli stessi ch’eressero l’Odeo: per essi veniva per sempre assegnato a' coloni un posto nell'anfiteatro, il che era poi cagione della grave contesa tra i Pompeiani e i coloni stessi, come ho di già detto (1981). Entrandosi nella prima porta, vi si veggono l’una incontro all'altra due nicchie rettangolari, in cui statue si eressero a due personaggi della gente Cuspia, della pompeiana colonia molto illustre e benemerita, come si raccoglie dalle iscrizioni onorarie che vi furono poste:

C. CVSPIVS. C. F. F. PANSA. PONTIF.

D. VIR. I. D

C. CVSPIVS. C. F. PANSA. PATER. D. V. I. D

IIII. QUINQ. PRAEF. ID. EX. D. D. LEGE PETRON

Il primo di questi due Cuspii veggiamo onorato di ufizio sacro e politico, il secondo di sole cariche politiche, e tra le altre quella di Prefetto per l’osservanza della legge Petronia, legge umanissima, che a' crudeli padroni toglieva la potestà di condannare capricciosamente alle bestie i propri servi negli anfiteatri (1982).

Il più lungo diametro dell'arena dall'una all'altra porta è di palmi 253, il più breve di 133, e misurati entrambi dalle logge superiori, il primo è di palmi 515, di 395 il secondo. Il podio, o l'infima cavea, non solo vi è diviso con una precinzione di pietre di tufo dalla cavea superiore a premunir gli spettatori dalle fiere incrudelite, ma ha pure quattro divisioni che ripartivano il podio stesso, due verso le porte di cinque gradini, due altre nel mezzo di quattro gradini più spaziosi, ciascuno con porte separate. Nell'orlo di questo podio o parapetto si osservano i bucai, ne' quali stavano fermati graticci di ferro per renderlo più sicuro (retia arcendis feris podium protegentia) (1983), ed altri graticci o cancelli simili chiuder dovevano le due grandi entrale dal lato dell'arena, come da piombi si vede nelle due spalliere dove erano fermati. Diverse pitture, or cancellate, analoghe all'edifizio, ornavano all'intorno il podio, erme con larghi scudi, cacce e combattimenti di fiere, lanisti e gladiatori,alcuni de' quali coronati da Vittorie con corone e palme nelle mani. Molte iscrizioni ancora vi si osservano scolpite per decreto de Decurioni nell'orlo sinistro in memoria de' duumviri che presiederono alle cacce ed a' giuochi, e che concorrevano dopo il tremuoto del 63 alla restaurazione dell'anfiteatro, rifacendone i cunei e gli archi de' rovinati ingressi (lumina). Questi duumviri della colonia romana furono tutti maestri del pago Augusto Felice, ed ecco le dette iscrizioni che ne serbano ricordanza:

MAG. PAG. AVG. F. S. PRO LVD. EX. D. D.

M. ATVLLIVS C. F. CELER II. VIR. PRO LV.

CVN. F. C., EX. D. D.

L. SAGINIVS II. VIR I. D. PR. LV. EX D. D. CVN.

NISTACIDIVS. N. F. CINX. II. VIR. PRO LVD. LVM.

A. AVDIVS. A. F. RVFVS II. VIR. PRO LVD.

P. CAESETIVS, SEX, F. CAPITO. II. VIR. PRO LVD. LVM:

M. CANTRIVS. M. F. MARCELLVS, II. VIR, PRO LVD, LVM.

CVNEOS. 111. F. C. EX. D. D.

Due ambulacri coverti girano intorno l’arena (1984), e colle lor volte sostengono l infima cavea, dove stavano i subsellii de' magistrati, degli augustali, de sacerdoti e di altri cittadini ragguardevoli. La seconda cavea contiene 12 scalini, e vi sedevano i cittadini, e la terza formata da 18 scalini era destinata al popolo, dopo della quale termina il grande edilizio in un bell'ordine d’archi e di logge, la somma cavea, a cui davasi anche il nome di cattedre per esser coverta e destinata alle donne. Il posto che ogni spettatore occupava negli scalini si vede segnato da linee, ed ha il suo numero fatto a pennello. Senza cavee sotterranee per le fiere, queste si ritenevano forse nelle quattro stanzette presso i due ingressi de portici. Per mezzo di sei scale dal lato della città, e per due delle torri da quello delle muraglia passavasi allo scoverto ambulacro esterno, il quale con quaranta vomitorii metteva nella somma e media cavea, e venti scalette menavano ad un corridoio coverto con quaranta aperture, dalle quali passavasi ai sedili destinati alle donne. Più grande che alla città convenivasi, contener poteva 18 a 20 mila spettatori; ma a' Pompeiani vi si univano gli abitatori delle città vicine, ed è noto dalla grave contesa co' Nucerini (1985). La seguente iscrizione del resto, non ancora illustrata da veruno scrittore patrio, e con errore attribuita a Stabia (1986), tra altri giuochi quelli ricorda di tori e di gladiatori che celebravansi nell'anfiteatro, ed il trasporto ci dimostra che per essi avea il popolo di Pompei (1987):

CLODIA A. F.

LASSIA M. F.

A. CLOD1VS

A. CLODIVS A. F.

L. CELLIVS L.F.

SACERDOS

SACERDOS

Μ. P. PAL. SCRIBA MBW.

FLACCVS. IIVIB. I.D. TER. QVIVQ.

MER. CALVVS

PVBLICA

PVBLICA

MAGIST, PAG. AVO.

TAIB. MIL. A POPVLO.

DECVRIO

CERER1S. D. D.

CERER1S. D. D.

FEL.SVB.


POMPEIS

PRIMO. DVOMVIRATV. APOLLINARIB. IN. FORO. POMPAM

TAVROS. TAVROCENTOS, SVCCVRSORES. PONTARIOS

PARIA. III. PVGILES, CATERVARIOS. ET. PYCTAS. LVDOS

OMNIBVS. ACRVAMATIS. PANTOMIMISQV. OMNIBVS. ET

PYLADE. ET. HS. N. CCIDO. IN, PVBLICVM. PRO. DVOMVIRATV

SECVNDO. DVOMVIRATV. QUINQ. APOLLINARIBVS. IN. FORO

POMPAM. TAVROS. TAVRARIOS, SVCCVRSORES. PVGILES

CATERVARIOS. POSTER. DIE, SOLVS. IN. SPECTACVLIS. ATHLETAS

PAR. XXX. GLAD. PAR. V. ET. GLADIAT. PAR. XXXV. ET

VENATION. TAVROS. TAVROCENTAS. APROS, VRSOS

CETERA. VENATIONE. VARIA, CVM. COLLEGA

TERTIO. DVVMVIRATV. LVDOS. FACTIONE. PRIMA

ADIECTIS. ACRVAMATIS, CVM. COLLEGA

CLODIA. A. F. HOC. MONVMENTVM. SVA. IMPENSA.

SIBI. ET. SVIS

Ma se al considerare questo ed altri simili edifizii si racca priccia alle feroci scene di sangue che fanno ricorrere alla mente, e che doveva far cessare il Cristianesimo,ammirevoli sono per la disposizione e la struttura, e bene si è detto che riguardati dal lato dell'arte risolvono i problemi di costruzione più complessi e difficili tali opere speciali de' Romani, che dalla Grecia apprendevano la forma de' teatri e de' templi, ma che dovevano ad essi soli la forma degli anfiteatri. Potendosi nell'anfiteatro di Pompei entrare ed uscire per cento diverse aperture, per 40 che menavano alle cattedre, per altrettante che alla media e somma cavea, per 17 che conducevano all'infima, oltre a due altri ingressi a' lati dell'arena (1988), in pochi istanti riempir potevasi e rimaner voto di spettatori, ed entrando ed uscendo la moltitudine restava divisa in quattro parti da' muri che chiudevano il passaggio nel mezzo de' corridoi. —Di contro alla porta settentrionale sta un arco laterizio, giù decorato di colonne or rovinate: a destra vedesi un triclinio, ed anziché supporlo funebre, era piuttosto destinato ai gladiatori, ai quali si davano lauti banchetti prima d'introdursi nell'arena.

A breve distanza dall'Anfiteatro scoprivasi una grande casa, che un programma di locazione mostrava d’una Giulia Felice, la quale essendo nel perimetro delle mura, non si può considerare al pari di quelle di Diomede, di Cicerone e di M. Crasso Frugi, come appartenente ad una villa presso la città. Era suntuosa e magnifica. Distendendosi in forma rettangolare, veniva cinta da un portico su tre lati, formato in quello di prospetto da pilastri marmorei, negli altri due da pilastri laterizii, che intorno intorno vi sostenevano pergole e cenacoli. Nel muro del portico della facciata vi erano nicchie con statue, e nel mezzo del viridario tra questi portici grandi vasche d’acqua o piscine. Scoprivasi in un angolo un sacello che si vede nel R. Museo, nel cui mezzo slava un tripode di bronzo sostenuto da tre Satiri. Devota a' numi egizii, Giulia Felice faceva effigiare nel sacello Iside, Osiride, Anubi ed Igica, e fra gl'idoletti che vi si scoprivano furono quelli di Arpocrate e Priapo, nonché altri di Apollo e delle Muse co' nomi in lettere greche. Suntuosi bagni formavano la parte più rilevante di questa casa, della quale non si conoscono altri particolari, perché disgombra da' lapilli nel 1755, veniva di bel nuovo dalla terra ricoperta. Il programma, letto sopra uno de' muri, è il seguente:

IN PRAEDIS IVLIAE SP. F. FELICIS

LOCANTVR

BALNEVM VENERIVM ET NONGENTVM TABERNAE PERGVLAE

COENACULA EX IDIBVS AVG. PRIMIS IN IDVS AVG. ANNOS CONTINVOS QUINQUE

S. Q. D. L. E. N. C.

Questo programma riferivasi certamente alla casa stessa, poiché colle 90 botteghe (1989), ond’era cinta, vi si ricorda il bagno, nonché le pergole e i cenacoli disposti su i portici, che alle vili cortigiane solevansi locare e ad altre persone miserabili (1990). Il Winckelmann congiungendo le sigle dell'ultima linea dell'epigrafe con un’altra iscrizione di acclamazione scrittavi al di sotto, interpretavale: Si quis dominam loci eius non cognoverit adcat Svectium Verum Aedilem (1991); ma più analoghe al vero sono le spiegazioni del Rosini, e delle due che ne offre parmi preferibile la seconda: Si quis damnatum lenocinium exerceat ne conducilo (1992), perché altrimenti non si saprebbe intendere come proponendo Giulia Felice anche la locazione di un Venerio (1993), ne volesse poi escludere chi esercitasse il lenocinio.

Da questa rapida descrizione della città chi non l’ha mai veduta può ben comprendere che poche grandi abitazioni vi erano, se altre pur non ne verranno fuori dagli scavi nell'altra metà non ancor discoverta; ma in tutte le piccole case niente si vede omesso di quanto render le poteva aggradevoli e comode, ed una pruova ancora ch'erano bene adattate agli usi del tempo è nella somiglianza della loro distribuzione. Al quale proposito non so trattenermi dal riferire un curioso passaggio di un celebre orientalista riguardo alle case della Cina, molto simili a quelle di Pompei. Parlando di Mai-mai-tchin città ed emporio di commercio alle frontiere della Russia, dice che «le strade sono diritte e conducono alle porte, dividendo la città in quadrati regolari: le case sono contigue le une alle altre, e di rado le finestre danno sulla strada. La porta principale di ciascuna casa mena nel cortile, intorno al quale sono situati gli appartamenti, la cucina, i magazzini ed altre stanze. Alla porta esterna si legge per lo più il nome del proprietario, il titolo allegorico della sua bottega, o i caratteri che significano felicità e lunga vita. Dalla parte del cortile le stanze e i pergolati sono dipinti a vivi colori; ed entrando nella porta, l’ospite è ricevuto dal padrone e da' domestici che cacciano via gli enormi cani del cortile (1994)». Così generale del resto era il gusto della decorazione in Pompei, che si potrebbe crederla ornata dagli stessi artisti, diretti da un solo maestro. Le case vi erano decorate con semplicità, poiché in fuori de' pavimenti e de' musaici, non si trovano marmi che a' Teatri ed agli altri edifizii pubblici; ma il gusto più dilicato, la più fina ricercatezza si veggono adoperati negli stucchi e nelle decorazioni interne ed esterne. Le pitture erano di un gusto sì generale a Pompei) che puoi dirla tutta dipinta, e rassomigliano a que' rabeschi che cominciarono ad usarsi sotto Augusto, e che sono sì disapprovati da Vitruvio (1995). Ma, senza disconvenire da tal maestro, non si può non ammirare la leggiadria e la finezza di tali decorazioni, e cercare d’imitare ciò che hanno di buono. I quadri fanno la meraviglia degli artisti e degli uomini di gusto, meraviglia che si fa maggiore al pensare che tali opere erano prodotte da artisti di un merito secondario, e che lavoravano ad appalto, come chia ramentedice lo stesso Vitruvio. —Dalle più alle sorgenti del Sanie derivarono i Pompeiani le acque ad uso della città, e ciò bene si osserva non meno da' ruderi di un antico canale nella valle del Monaco ed a' fianchi del monte di Sarno, che da' molti cunicoli, i quali alle terme ed alle fontane in gran numero e pubbliche e private le distribuivano (1996). E per compiere questa descrizione, forse troppo lunga pel mio disegno, ma troppo breve per la conoscenza di una città così celebre, dico che Pompei situata sopra un vasto scoglio, prodotto da eruzioni antichissime, alla riva di un mare celebre per la bellezza del suo lido, all’ingresso d’una fertile pianura, e presso un fiume navigabile, offeriva ad un tempo una posizione militare, una piazza di commercio ed un sito di delizie. Disgombra dalle sue rovine, ora si offre ai più eletti studi degli archeologi e degli artisti, ali ammirazione di ognuno che, sottrattosi per poco alla vita usuale, ai piace di contemplare il passato e gli ammirevoli monumenti dell'arte antica (1997). I dintorni esser ne dovevano ancora lieti di belle case di campagna e di ville, e per quelle che non sappiamo basta ricordare che alla marina, poco prima della porta per cui si entra in Torre Annunziata, si sono scoperti i ruderi d'una villa magnifica (1998). Non mancava in fatti di ampie e ben ornate stanze con pavimenti di musaico e pareti dipinte alla guisa stessa di quelle di Pompei, Da una di tali pareti fu distaccato il bel dipinto rettangolare che rappresenta il mito di Narcisso e di Eco e trasportato nel R. Museo, una delle più vaghe composizioni conservate sulle antiche pareti che mollo si assomiglia al fare de' greci dipinti su' vasi (1999).

103. Fiume SARNO (Σάρνος ποταμός, Sarnus fluvius)

Da monte Locolano, sterile collina a cui sottostà la città di Sarno, e dall'altro monte che a maggiore altezza più oltre si leva, per quattro limpide fonti (la Foce, la Gualchiera, la Cerola e S. Maria), scorre il fiume Sarno in altrettanti rami diviso, poi riuniti in un solo presso Scafati, insieme all'altro che scende dal colle di S. Mauro in vicinanza di Nocera. Di là ad un miglio con placido corso scorrendo tra profonde ripe, nel seno stabiano mette foce dove comincia ad alzarsi la catena de' monti sorrentini. Coi nome stesso di oggidì lo ricordano gli antichi (2000), e comeché denominazioni identiche si conoscano nell'antica geografia (2001), par nondimeno che ne' più vecchi tempi si dicesse Saro, nome che più si accosta a quello di Sarrasti che ne abitarono le vicinanze, come il monte stesso, nel quale ha le fonti (2002). Servio coll’autorità del greco storico Conone dice che i Pelasgi il detto nome gl'imponevano dal fiume del paese, onde venivano in Italia (2003), e la simile usanza ci disvelano altre omonimie moltissime tra i luoghi d'Italia e di Grecia, nonché delle vicine contrade. A questa origine medesima io credo doversi riferire i nomi analoghi di Sarnis nell'agro di Trento (2004), di Sarranati nell'Umbria (2005), e Saro nominavasi altresì un fiume dell'Asia minore, dove come nella valle del Po passarono del pari colonie di Pelasgi (2006). Disputano i patrii topografi se il Sarno stesso fosse il fiume Dracene descritto da Procopio nel narrare la battaglia tra i Goti e Narsete alle sue sponde avvenuta nel 553; ma seguendo il Pellegrino che ne sostiene l’identità (2007), alle ragioni di questo dotto critico aggiungo solo ch'ebbe a dirsi propriamente Τραχων, così che non dal serpeggiare del suo corso par che avesse poi il nome di Dracone come alcuni si avvisano, sì bene dal solcare profondamente il terreno, e tale per vero Procopio lo descrive (2008). Per le sue ripe assai più profonde che ora non sono, era in fatti un dì navigabile in buon tratto dalla foce dentro terra, ed ho già detto che dal tragittarsi appunto le derrate così a seconda come a ritroso del suo corso (2009) ebbe appunto il nome la città di Pompei posta alla sua riva. A cagione di privati guadagni cessava di esser navigabile da circa tre secoli (2010), e ristrette ancora ne rimanevano le acque in piccole lagune con notabile danno de' vicini luoghi. Nondimeno anche oggidì e per l’alveo del fiume e per molti euripi i naturali del circondario di Sarno sopra lunghe gondole, note sotto il nome di lanari, trasportano agevolmente da luogo a luogo i prodotti della terra e della loro industria, in guisa che le campagne dal fiume irrigate danno sembianza del Della innaffiato dal Nilo; giacché intersecate da canali per ogni verso, e tutte dalle fluviali acque bagnate, tra esse il fiume gradevolmente serpeggia in mezzo di ricche borgate e campestri abituri.

104. Monte VESUVIO

All'oriente delle descritte città sorge nella pianura il Vesuvio, prima elevazione del grande sistema vulcanico della Campania che si prolunga insino a Cuma. Originato ne' tempi primitivi da sottomarine esplosioni al pari de' vicini monti di Somma e di Ottajano (2011), che hanno una base comune, il suo nome dové accennare pe’ primi popoli della regione alla sua natura fervente ed accesa, e Galeno dice appunto che dicevasi Vesrno a cagione del fuoco (2012). Traducendo gli scrittori greci i nomi latini del vulcano (Vesvius, Vesbius e Vesuvius), lo nominarono Βεσβιος, Ουεσβιος, Βεσουβιος ο Ουεσσνιος, e dagli uni e dagli altri si sono studiati i moderni ricavarne l’etimologia orientale; ma il vero nome nella lingua osca, all'umbra affine, sembra Ocre Fisofe, come leggesi in una delle Tavole Eugubine (2013). Anziché trasandate dagli scrittori, molto remote dalla memoria degli uomini se ne hanno a credere le eruzioni: esse trascendono i tempi storici. Strabone nondimeno e Diodoro Siculo parlano degl'indizii di eruzioni molto anteriori alla loro età, alle quali par che accenni anche Polibio, situando i Campi Flegrei intorno di Nola (2014), perché avendo arso secondo i geologi anche il vicino monte di Somma, questo in fatti sorge più verso della città. La cima del Vesuvio, dice il geografo, piana in gran parte, è tutta sterile e cinericcia, con grandi cavità tutte di pietre fuligginose, come se fossero abbrustolite dal fuoco. Quindi ne congettura le antiche eruzioni (2015), e Diodoro Sicolo anch’egli, ponendo nella circostante pianura la mitica battaglia di Ercole contro i Giganti, dice che il Campo Flegreo era cosi nominato appunto dal colle che a simiglianza dell’Etna mandava fuori gran fuoco, e che molti segni serbava dell'incendio primitivo (2016), al quale appartengono le rocce laviche, di cui vedesi lastricata e in parte edificata la città di Pompei, e sotto del suo suolo istesso si sono riconosciute tre correnti di lave di questi tempi antistorici: meno antico si crede tuttavolta del monte di Somma, dal fondo del mare sollevato come i Campi Flegrei (2017). Siccome alcuni greci poeti posero Encelado sotto VEtna, Tifeo sotto Pitecusa, non mancò Claudiano di porre Alcioneo sotto il Vesuvio (2018): correva anzi la tradizione tra' Napoletani che sopra più giganti ardesse il Vulcano, e di Alcioneo sopratutto mostravano le ossa prodigiose (2019), che la geologia dimostrava a' dì nostri di specie di animali perduti, e che per tanti secoli accreditava la favola de' giganti. Nonno ancora fa partire dalle sue vicinanze Fauno in aiuto di Bacco, e con verità lo distinse coll'epitelo di tricolle (2020), perché sopra una sola base s'innalzano i tre monti gemelli di Somma, di Ottajano ed il Vesuvio propriamente detto.

Le amene falde di questo monte, il verdeggiante pendio, le montane sue fondamenta cel mostrano nato co' più gran monti vulcanici; ma la sua erta, formata da aduste zolle e di sassi abbruciati, ed il simile suo vertice, che or s’innalza, or si abbassa, e molto più le ardenti lave che ne prorompono e lo ingrandiscono fanno credere che si fosse poi innalzato a quell'altezza in cui ora si vede. Fu già una fiorita ed amena collina. Accennando Floro i diversi monti della Campania, bellissimo fra tutti nominò il Vesuvio (2021). Coverto di ulivi e di scelte viti, come sede gradita di Bacco e di Venere lo cantavano i poeti (2022), e più volte prima e dopo la più celebre delle sue eruzioni oltre de) fuoco ne disertavano i verdeggianti poggi e gli ameni campi circostanti, non già mitici combattimenti di giganti, ma vere ed accanite battaglie. Contro i Latini ed i Cartaginesi vi pugnarono i Romani (2023), contro i Saraceni i Napoletani, contro i Francesi gli Aragonesi (2024); e ne' suoi profondi spechi ascondevasi Spartaco, il fiero Trace, con Crisso, Enomao ed altri furibondi gladiatori (2025), che vindicati in libertà contro le crudeltà di Capua e di Roma si levavano disperatamente, e alle falde del monte vincevano gli eserciti di Varinio Glabro e P. Valerio.

Tale era un dì questo monte, ora assai diverso da' tempi che precedettero l’era cristiana. Non ha più l’aspetto di anfiteatro che gli attribuisce Dione (2026),ha meno di suol verdeggiante; e se arenosa è pur la sua parte verso Nola, arenosissima è quella rivolta alla marina. Non ha per lo più verun’altra apertura che nel cratere della cima, divisa talora all'intorno in più bocche. Quando dopo un periodo immemorabile erompeva nel 79 colla prima eruzione storica, troncava la vetta del vetusto suo cono, ed un avanzo dell’antico cratere si vede nella valle semicircolare detta atrio del cavallo nella parte occidentale, canal dell'arena nella settentrionale, che il Vesuvio divide dal monte di Somma. In ogni tempo devastò campagne e villaggi; or sembra sicura nondimeno quella parte rivolta alla Madonna dell'Arco,inondata nondimeno anch’essa più volte da' torrenti di fuoco. Riconoscono alcuni geologi una sottomarina comunicazione tra' vulcani della Sicilia, di Pitecusa ed il Vesuvio, e non vi ha in fatti gagliarda eruzione dell'Etna e del vulcano della Compatita che non accresca il fermento delle isole Eolie (2027). Nel Vesuvio, come de' Campi Flegrei, par che la natura riunendo i vulcani di tutte le epoche, abbia voluto porre pe’ geologi una compiuta scuola di mineralogia vulcanica; ma i cristalli sì svariati del Vesuvio appartengono a' tufi metamorfici del monte di Somma. Dirotte piogge cadendo intorno il vulcano nelle grandi eruzioni, come in quelle dell’Etna e de' vulcani dell'America, trasportano alla base voluminosi torrenti di fango, ed a questi anziché alle eruzioni fangose date fuori dello stesso vulcano attribuisce un geologo la causa principale dell'interramento delle città vicine (2028), oltre delle solite ceneri, le quali spesso sono giunte in molto lontane contrade, e sino a Bizanzio nell'eruzione del 472 (2029). Alzandosi il monte in forma di cono, l’inclinazione ne varia tra i 35, 40 e 45 gradi, l’altezza ne giugne a 1185 metri sul livello del mare: il cratere molto variabile nella profondità, ha per l’ordinario il gran diametro di 500 metri, e di 30 miglia si calcola il perimetro di tutta la sua base. Essendo come l’Olimpo della nostra Campania, i nostri antichi vi adorarono Giove con gli epiteti di Summano e di Vesuvio, come le seguenti iscrizioni ci manifestano (2030):

IOVI. O. М.

SVMMANO

EXSVPERANTISSIMO

IOVI

VESVVIO

SAC.

D. D.

105. ACERRA (Αχεῤῥαι, Acerrae)

Di contro al monte di Somma, e quasi all'eguale distanza di sette miglia tra Napoli e Capua, sorgeva Acerra nello stesso sito di oggidì. È di un’origine così remota che non è nota alla storia; ed investigandola il Mazocchi, l’attribuiva a' Tirreni, perché altre due città omonime furono ne' paesi che abitarono, una quasi alla confluenza dell’Adda e del Po, un’altra Umbria (2031); conghiettura ch'io credo simile al vero, a considerare il dominio che i Pelasgi-Tirreni ebbero sulla prossima spiaggia, e che ben poterono perciò fondare anche quest’altra città dentro terra. Né altra origine che la greca saprei ancora assegnare al nome stesso della città, il quale sembrami accennare alla trista (άχηρη) condizione del luogo nel quale fu posta; perché, sebbene edificata in una pianura fertilissima, i pestiferi vapori delle stagnanti acque del Clanio la resero spesso negli antichi tempi vuota di abitatori (2032), e secondo questa etimologia lo stesso fiume che scorreva presso le sue mura potè sembrare ai prischi abitatori un vero fiume Acheronte, un fiume del dolore (αχεοος poos). Senzaché, una città di un nome simile nell’Estiolide, dir voglio Acharrae (2033), abitata similmente da’ Pelasgi, par che confermi la detta origine greca di questa nobile città dell’Opicia.

Ma agli abitatori primitivi Pelasgi, od Osci, toglievano Acervo i Sanniti (2034), e dopo la guerra che i Romani contro di essi combattevano, a cagione de' gravi danni sofferti, veniva donata della romana cittadinanza, ma senza suffragio, nel 422 (2035); né altro ne sappiamo insino a che fu assediata da Annibale nel 536 dopo che indarno avea campeggiato contro Nola. Fuggendo gli Acerrani nelle città vicine, lasciarono la patria in balia de' nemici, che l’incendiavano e distruggevano; ma dopo cinque anni i reduci cittadini rifabbricavano le arse abitazioni (2036). E da cosi forti muraglie era cinta, che potè lungamente resistere all'assedio di Papio Mutilo nella guerra italica (2037), dopo della quale ottenne al pari delle altre città il dritto della romana cittadinanza. Augusto vi dedusse in fine una colonia militare (2038), e con questa ha termine la storia delle antiche sue vicende.

Acerra ebbe ad essere città popolosa, e ricca di pubblici edifizii; ma appena è noto dalla seguente lapida (2039) ch’ebbe templi sacri ad Iside e Serapide, nonché ad Augusto:

GN. STENNIO EGNATIO GN. STENNI

EGNATI RVFI F. FAL. PRIMO AED. IVIR

IIQQ. OMNIBUS ONERIBVS ET

HONORIBVS FVNCTO SAC. P.

DEAE ISIDIS ET SERAPIDIS CVRAT

OPERVM PVBLIC, INGENVI HONORATI

ET AVGVSTALES PATRONO DIGNISSI

MO OB INFINITA MERITA EIVS CV

IVS DEDICATIONE SINGVLIS VNI

VERSISQ EORVM SS. CENTENOS M

DEDIT DIEM AVTEM LVDORVM PLENISSI

ME EXHIBVIT LD, DD

Su’ ruderi di uno de' detti templi veniva poi forse eretta la cattedrale, tra le cui rovine la lapida scoprivasi nel 1790, e sembra ancora che fossevi un anfiteatro, ad arguirlo da' giuochi nella stessa epigrafe ricordati.

106. SUESSOLA (Suessula)

A quattro miglia da Acerra, e nella stessa grande pianura limitata al nord da' monti di Caudio, stava quest’altra città ne' confini della Campania (2040) e de Sanniti-Caudini. La prima memoria storica che ne rimane è del 412, quando nelle sue vicinanze M. Valerio combatteva l’esercito de' Sanniti (2041), che già forse l’occupavano, perché posta come era ne' confini della loro regione, ne divenne in breve una facile conquista. Nel 415, allorché i diversi popoli del Lazio e della Campania furono da' Romani secondo il loro merito retribuiti per la guerra contro i Latini, ed in alcune loro città furono spedite colonie, altre ottennero il dritto di cittadinanza senza suffragio, Suessola fu tra queste ultime, ed ebbe pari dritti a quelli di Cuma e di Capua (2042). Nondimeno dalla fiera risposta che i Sanniti davano a' Romani nel 428 di azzuffarsi tra Capua e Suessola per decidere chi avesse a signoreggiare l’Italia (2043), sembra che di bel nuovo l’occupassero; ma poiché furono loro ritolte Nola, Acerra ed altre città vicine (2044), par che anche perdessero Suessola nel 440. Che dopo tali vicende mal tollerasse la soggezione di Roma è manifesto dall'avere facilmente inclinato alle parti di Annibale come la vicina città di Capua, perché non sarebbe stata altrimenti ridotta alla condizione di prefettura (2045). Né reggiamo poi diviso l’agro ad una colonia de' veterani di L. Silla nell'anno 662, quando altre colonie simili furono spedite a Nola ed a Capua (2046), e di questa colonia è anche memoria nella seguente lapida del sesto anno di Tiberio Cesare (2047):

CN. PVBLILIO. L. F. FAL.

MAG. EQVIT. PROV. GALL.

II. VIRO. CVRATORI. OPE

RVM. PVB. COL. SVESSVL.

RESTITVTORI. SACROR.

CERER. QUA. DIE

POPVLO. EPVLVM. DED

M. SILANO. ET. L. NORBANO, COS

RESP. SVESSVLANORVM

D. D.

Egli sembra che da' più antichi tempi qual nume principale i Suessolani adorassero Cerere, di cui Gneo Pubblio repristinava il culto (2048), né di altri numi o templi della città si ha memoria, se pur non vi fu quello di Ercole, al quale M. Giuno Severiano coll'ordine ed il popolo di Suessola dedicava un’ara colla seguente epigrafe pel felice ritorno dall’Asia dell'Imperatore Settimio Severo (2049):

HERCVLI SANCTISS

INVICTO SACRVM

PRO REDITV IMP. CAES. L. SEPTIMII

SEVERI PII PERTIN. AVG. ORDO

ET POP. SVESSVL. M. IVNIVS. M. F.

SEVERIANVS IIVIR. D. D.

Tra le altre rovine della città chi ne scrisse la storia ricorda quelle di un gran teatro (2050), e di giuochi fatti celebrare dallo stesso M Giunio Severiano ci serbava memoria la seguente mutila epigrafe, posta al Genio di Suessola (2051):

………………………..

LVDOS ET I……..

GENIO REIP…...

SVESSVLAN…...

M. IVNIVS. M. F….

SEVER.

………………………..

Decorata Suessola di sede vescovile, sembra che si conservasse nel suo splendore Re primi secoli cristiani; ma verso l’anno 880 soggiaceva alla distruzione de' Saraceni non solo, ma degli stessi nostri principi ancora, i quali in lor compagnia non cessarono per alcuni anni con incendii, stragi e rapine di andar disertando queste contrade (2052). Innanzi che verso la seconda metà dello scorso secolo il Conte di Acerra edificasse una nobile casa di campagna su' ruderi del teatro della città, molte fabbriche rovinate, marmi, colonne ed altri rottami rammentavano al viandante l’antica Suessola: or non vi rimane che una gran torre, qualche avanzo di muraglie, e pochi ruderi del teatro presso il mentovato palagio dove si dice il bosco di Acerra, ma dove bosco non si vede, sì bene pochi e spicciolati arbuscelli nella vasta pianura, dove sono acque stagnanti, tra le quali sorge uno degli influenti del Ciardo, detto volgarmente il Riullo. In sul monte all’oriente delle rovine della città sembra che i Suessolani avessero la loro rocca, che poi si ampliò in un forte castello nel medio evo.

107. RUFRA E BATULO (Rufrae, Batulum)

Ricordo insieme questi due castelli o villaggi della Campania perché Virgilio insieme nominavali parlando del dominio di Ebalo, il quale mal pago al paterno retaggio aggiungeva all'isola di Capri le contrade irrigate dal Sarno, quelle dove sorgevano Batulo e Rufra, nonché i campi di Celenna insino ad Abella (2053). Servio, il dotto comentatore del poeta, nominò anch'egli Rufra e Batulo castelli della Campania, e non ostante tali autorità alcuni topografi patrii, seguendo Silio Italico, il quale con Rufra confondeva Raffio città del Sannio, in questa regione situavano i due castelli già detti (2054). Ma che andassero lungi dal vero è manifesto non solo dalla situazione stessa de' luoghi, ma ancora da una testimonianza di Catone. Perché Ebalo, o i Teleboi, per allargare la loro conquista insino ad Abella non potevano altrimenti giugnere a questa città che soggiogando tutto il paese tra i confini di Napoli ed Abella, non meno che la contrada che si distende dalla parte australe e settentrionale del Vesuvio. In questa seconda contrada, che più davvicino congiunge Abella all'isola di Capri, si deve dunque naturalmente riconoscere i due castelli, anche senza l’autorità di Catone, il quale pone Rufro nell'agro di Nola, parlando de' luoghi idonei all'acquisto delle masserizie e degli strumenti rurali nonché delle mole da molino (2055). Il perché non altrove che nell'odierno casale di Cisterna è da credere situato l’antico castello di Rufra, giacche tuttavia, come ne’ tempi romani, vi è una cava di pietre molari, cd ivi si lavorano meglio che altrove (2056). Altri scrittori un altro sito assegnarono a Rufra, cioè in Presentano nell'agro di Teano e ne' confini da Sanniti (2057); ma questa opinione non ha altro appoggio che il trovamento della seguente lapida presso l’osteria di Tora in sulla Via Latina:

M. AGRIPPAE. L. F.

PATRONO

RVFRANI COLONI

Un’altra iscrizione scoperta nel sito stesso ricorda altresì i Rufrani-Vicani, o gli abitatori del villaggio di Rufra, ch’ebbe ad essere nella medesima contrada, ma che non esclude quello della Campania, Questa iscrizione è così riferita dal Pratilli (2058):

IMP. CAES. COS. VII

RVFRANI VICANI

AEDIFICIA. SVNT

…………………………

…………………………..

Quanto all'altro castello di Batulo, del quale non è altra memoria che in Virgilio, non sembra da riconoscere che nelle vicinanze stesse di Rufra, e non essendo da ammettere l’opinione di chi lo vorrebbe a Paduli nel Sannio (2059), opinione insussistente per la detta confusione che Silio Italico faceva di una città di questa regione con un’altra quasi di simil nome nella Campania, fu più probabilmente nel luogo detto Molara di Brusciano a poca distanza da Cisterna i dove si sono scoperti antichi sepolcri (2060). Servio dice del resto che i detti castelli furono fabbricati da Sanniti, e se così fu, que' Sanniti par che intender si debbano che occuparono Nola, come or ora diremo nella descrizione di questa città.

108. Campi di CELENNA (Arva Celenna)

Ricordando Virgilio gli angusti dominii di Ebalo, a' descritti castelli unisce, come ho detto, i campi di Celenna. Non essendo questi ‘campi noti per qualche altra testimonianza di storico o geografo, avvisavasi l’Heyne che il poeta intendesse i campi Caleni, sopratutto perché in alcuni manoscritti ei leggeva arva Calenae, o Calennae (2061); ed alcuni topografi patrii, credendo Celenna una città, hanno preteso ritrovarla nell’odierna Celenza alla riva del Fortore nel Sannio, perché con Silio Italico non dubitarono che a questa regione si appartenesse con Rufra e Batulo (2062). Ma Servio dice che Celenna era un luogo della Campania (2063), e troppo distanti da' detti castelli sono le campagne dell'ausona città di Cale. Se Celenna del resto fu anche un castello cornei già detti, egli sembra che non altrove sorgesse che presso le vulcaniche campagne alle falde del Vesuvio, d’onde è da credere che prendesse il nome nella lingua de' più antichi abitatori greci di queste belle contrade, sieno i Teleboi, e sieno i Pelasgi, o i Calcidesi. Celena in fatti si nominò una città della Frigia, come fu detta anche Apamea, perché posta in un suolo vulcanico (2064), e l’una e l’altra città prese nome dalle nere pietre vulcaniche eruttate dal fuoco. Servio dice altresì che Celenna della Campania era luogo consecrato a Giunone, e per tale attribuzione ci avveniamo anche ne' Pelasgi, i quali un culto speciale ebbero per questa dea, ed il celebre tempio le edificarono ne' confini dell’antica Campania, che poi furono quelli della regione de' Picentini.

109. NOLA (Νῶλα, Nola)

A IX miglia da Suessola (2065) nel sito stesso di oggidì sorgeva Nola, una delle più cospicue città campane ne' passati tempi e negli odierni. Attribuendola Ecateo agli Ausoni (2066), o agli Opici, ricordava forse le colonie degli altri antichi popoli che ne accrebbero la popolazione, e primi fra tutti con dotti scrittori io credo i Pelasgi-Tirreni. Solino dice chiaramente che fu fondata Tirreni, che Vellejo Patercolo nomina Toscani, ed a crederne antiche tradizioni serbateci dallo stesso storico, sarebbe stata fondata nell'anno stesso di Capua, 48 anni cioè innanzi alla fondazione di Roma (2067). Con tali testimonianze concorda quella di Polibio, il quale scrive che ne' campi intorno di Nola ebber dominio i Tirreni (2068), e credo che non sia uopo ripetere che non furono gli Etruschi sì bene i Pelasgi-Tirreni (2069). Vi sopravvennero quindi i Calcidesi (2070), di quelli cioè che si stabilirono a Cuma e nella prossima isola Enaria, d'onde per le vulcaniche eruzioni sloggiarono per istabilirsi nel continente della Campania. Mal nota è l’epoca di questa seconda colonia, comeché alcuni scrittori più antica non la credano di un secolo anteriore all'età di Timeo (2071); ma i Calcidesi che l'isola abbandonavano dopo la seconda eruzione mentovata dallo storico siciliano si univano forse agli altri espulsi dalla prima, e l'epoca di questa colonia rimane sempre mal nota. Agli Eubei del resto, compagni de' Calcidesi nella fondazione di Cuma e propriamente agli Stirei nome di un popolo conosciuto dell’’Eubea, ed originario dell'Attica come i Calcidesi e gli Eritrei, un ch. archeologo riferisce la testimonianza di Solino (2072), che altri scrittori altrimente interpretano; e senza negare tal conghiettura, rimangono sempre le testimonianze di Polibio e Vellejo Patercolo per farci nota la più antica fondazione pelasgica della città. Il nome stesso di Nola, e le medaglie, i vasi ed altri monumenti dell'arte greca nel suo agro scoverti, dimostrano del resto la più recente colonia greca che, accrescendola di abitatori, vi propagava la greca civiltà. Poiché la vasta pianura in cui venne edificata né ha pietre, né da fiume è bagnata, si è creduta detta Nola (2073), e con verità fu descritta da Livio per una città campestre, non da fiume o dal mare circondata (2074). E le monete (rarissime sono quelle di bronzo) colla leggenda ΝΩΛΑ, ΝΩΛΑΙ, ΝΩΛΑΙΟΣ, e ΝΩΛΑΙΩΝ, sono simili a quelle di Napoli poiché col tipo costante del bue simbolico andropomorfo presentano o la testa di Apollo) dio tutelare delle città calcidiche, o quella di Pallade di Atene, od anche una testa muliebre, talvolta ornata d’una benda, personificazione forse della città (2075). Né solo i tipi di tali medaglie chiaramente accennano alla sua origine greca ed alle sue relazioni con Atene, ma anche i vasi dipinti, in gran numero scoperti ne' suoi sepolcri, sono affatto simili a quelli dell’Attica e per l’arte, e per le rappresentazioni, perché offrono quasi sempre i miti attici (le gesta di Teseo, le guerre delle Amazoni) nonché i riti religiosi, le costumanze, gli esercizii ginnastici e simili, ed anche ateniesi sono i nomi de' personaggi, a cui i vasi venivano donati (2076). È noto ancora da Dionigi quanto alle parti de' Greci (que’ di Napoli) inclinassero i Nolani nella guerra tra i Romani e i Sanniti (2077), ed anziché credere Nola con un dotto scrittore una città divenuta greca (2078), è da reputarla dall’origine una città greca.

Nel principio del V secolo di Roma era Nola una popolosa e fiorente città, ed a tale di potenza era giunta da collegarsi e far guerra co’ Sanniti (2079); ma pericolosa è l’alleanza co' potenti, e se alle forze sannitiche soggiacque la grande città di Capua, tanto più facilmente venir doveva in lor potestà anche Nola con altre città vicine. Ma gran tempo non vi si mantennero, essendo stata lor tolta nel 441 dal dittatore C. Petelio, o dal console C. Giunio, secondo i diversi racconti degli annali romani (2080). E non solo colla fedeltà, ma anche colle sue forti muraglie seppe resistere a tutti gli sforzi di Annibale, che indarno cercò di occuparla nel 537 (2081); e la guerra presso Nola combattuta da Marcello fu la prima a rinfrancare il coraggio de' Romani dopo la strage di Canne (2082). Nella guerra sociale venne in potere de' confederati, ed i Sanniti vi si mantennero infino al termine della guerra (2083): ma assediati da Silla, la guarnigione sannitica diede alle fiamme la città (2084). Risorse nondimeno dalla sua distruzione, né altro sappiamo della sua varia fortuna de' primi tempi, se non che fu poi occupata da Spartaco nella guerra servile (2085), e che una colonia vi dedusse in fine Vespasiano (2086). Se non che, nominandosi in due lapide Felice Augusta la nolana colonia come quella di Capua (2087), egli sembra che un’altra colonia di veterani vi avesse già prima spedita L. Silla, un anno dopo che dalla città scacciava gl'italici confederati.

Fu Nola una grande città, ed a giudicarne da' ruderi delle mura che tuttavia vi rimanevano nel secolo XVI, almeno di tre miglia era l’intero suo perimetro circolare (2088); ma dopo che Alarico nel 409 (2089), i Saraceni negli anni 860 e 904 la saccheggiavano e distruggevano, veniva ridotta nella piccolezza in cui ora si vede. Cinta da mura fortissime e da spesse torri difesa (2090), aveva 12 porte, d’onde altrettante strade menavano alle città ed a' luoghi vicini. Due grandi anfiteatri vi sorgevano nel mezzo, l’uno marmoreo di là del castello, l’altro laterizio più antico,di là dalla porta verso Napoli, de' quali, per essersi la città rimpiccolita, alquanto lungi dalle mura si vedevano gli avanzi. Del secondo molti archi e volte ne rimanevano nel 1664, ma del primo ne restò appena qualche vestigio, distrutto come fu e spogliato de' suoi marmi nel secolo XV da Carlo Carafa e dal Conte Orso Orsini per edificarne i loro palagi, il primo in Napoli (2091), l’altro in Nola, la torre della cattedrale fino all'altezza di 80 palmi è anche tutta fabbricata di questi marmi (2092). Quasi tutti i templi servirono di sostruzione a chiese cristiane. su quello della littoria s'innalzò la chiesetta di S. Vittoria, su quello di Giove la basilica di S. Felice, il primo vescovo della città; ed oltre la tradizione, il culto che i Nolani ebbero pel massimo de' numi ci ricorda ancora la seguente lapida (2093):

CLVVIVS M. F.

IIVIR

CAVDI IIVIR

NOLAE IIIIVIR QVINQVENNAL

DE SVO FACIVNDO

COERAVIT IDEM RESTITVIT

IOVI O. M. SACR.

Sopra un altro tempio si edificò ancora l’altra basilica di S. Felice in piazza, come quello di Apollo (2094) fu consecrato al Salvatore sotto la torre Megaldina. Ad eguale distanza tra i due anfiteatri stava il tempio di Augusto, il quale consecrava Tiberio ed ergevano i Nolani forse sulla casa stessa ove Augusto moriva (2095), ed altri ruderi di là a dugento passi si sono creduti di un tempio sacro a Mercurio, del quale, come di Augusto, in L. Stazio ci rimembra un sacerdote il seguente titolo sepolcrale (2096):

L. STATTIO. L. L. PHILEROTI. MAGISTRO

MERCURIALI. ET. AVGVSTALEI

NOLAE. ET. DIERIAE. O. L. RVFAE. VXORI

ET. L. STATTIO. L. L. AMPLIATO. EX

TESTAMENTO. L. STATTI

PHILEROTIS

Ad altri templi accenna S Paolino dove narra le superstizioni degli antichi Nolani, a quelli di Cibele, di Venere e di Bacco (2097), l’ultimo de' quali ebbe ad essere uno de' più antichi, ed erettovi da’ Calcidesi, ad arguirlo dalle cerimonie e da' riti bacchici figurati in molti vasi venuti fuori da' nolani sepolcri. Era la città divisa per regioni, e le lapide ci ricordano la regione romana, e la giovia (2098) che dal detto tempio di Giove prendeva il nome. E come infine in due templi della Fortuna erano posti i rispettivi confini delle città di Cale e di Teano (2099), così due templi di Ercole sembra ancora che segnassero i rispettivi limiti tra Nola ed Abella fuori delle due città (2100). Oltre i vasti sobborghi intorno le mura, che i Romani incendiavano nella guerra del 441 (2101), motte ville e borgate suppor dobbiamo nel circostante contado, dalle quali si credono poi surti i non pochi paesi che quasi serbano i nomi delle famiglie romane ne' dintorni di Nola, come Marigliano, Casa Marciano, Comignano, Saviano, Pomigliano d'Arco e simili (2102). —Delle diverse strade che uscivano dalla città una conduceva secondo una lapida alla volta dell’Apulia, né altra si può intendere che quella che per Laurinio menava ad Abellino, d’onde per Eclano passava alla detta regione. Questa strada nello spazio di due miglia veniva lastricata da un duumviro della città al tempo di Trajano, come la detta lapida ci ricorda (2103):

TI. CLAVDIO. TI. FIL. COR. BITHYNICO

QV. II. VIR. AED. II. VIR. I. D.

II. VIR. QVINQ. PRAEF. FABR.

HIC. PERMISSV. TRAIANI HADR. AVG.

VIAM. PASSVVM. DVVM. MILLIVM

EVNTIBVS. IN. APVLIAM. SILICE

NOV…...... S……..S……... R. C.

………………………………………………..

Si è detto che il mare fosse già più vicino a Nola che non è oggidì e non solo dalla naturale condizione del piano di Palma, sotto il quale dicesi trovarsi arena, conchiglie e pietre rose dalle acque marine, ma dalle denominazioni ancora di porlo ad un miglio dalla città, e di campo marino alquanto più lontano (2104). Ma, comeché fosse memoria del mare presso la città anche dopo la memoranda eruzione, per la quale si è creduto il mare di là ritirato come dalle vicinanze di Pompei, altri scrittori ciò reputano una vera favola accreditata dalle grosse alluvioni del prossimo monte di Cicala (2105).

110. AD TEGLANVM

Dopo cinque miglia antiche dalla descritta città è segnato nella Tavola Peutingeriana un grande edilizio alle radici del Vesuvio colla sopra scritta indicazione (2106), che non fu già il sito della città di Tegiano, come ha pensato un patrio archeologo (2107), sì bene una mansione della via che da Nola menava a Nuceria, e che secondo la correzione dell'Holstein (Ad Teglarium, o Ad Tegularium) prese nome da una tegolaia che vi era, siccome altre simili stazioni si denominarono dagli alberi, da' canali, dalle statue e dalle osterie, presso cui erano situate (2108). Il sito della detta stazione corrisponde per la distanza all'odierna terra di Palma a quattro miglia da’ Nola, la quale perciò si può credere originata dalle abitazioni cresciutevi intorno sin da' tempi della decadenza dell'impero.

111. LAURINIO (Laurinium)

Anche da Nola distante 6 miglia odierne è un villaggio col nome di Lauro, la cui antichità ci dimostra un’epigrafe scolpita sopra un’ara di travertino ora in Napoli, ma che già vedevasi a Nola (2109). Oltre i Lauriniensi abitatori del pago, il quale perciò ebbe a dirsi Laurinium, l’epigrafe ricorda un sacrifizio degli adoratori o sacerdoti di Augusto, celebrato per avventura nel natale dell'imperatore divinizzato, sia nel tempio del pago medesimo, sia in quello di Nola ed è la seguente:

AVGVSTO

SACRVM

RESTITVERVNT

LAVRINIENSES

PECUNIA SVA

CVLTORES

DD

Senza dire de diversi arredi di un sacrifizio, scolpiti a bassorilievo in due lati dell’ara, importa osservare che nel sinistro lato un ministro vi si osserva armato di scure e nell'atto di guidare una vacca, ed una vacca appunto si prescrive immolarsi all’ara della gente giulia in una delle tavole arvali, di cui cita opportunamente la testimonianza il patrio archeologo che il detto monumento ha illustrato (2110). Dal pago Laurinio prendeva nome del resto una delle porte di Nola (2111), perché la strada ne usciva che vi conduceva, quella stessa, come ho detto, che menava alla volta degl'Irpini e dell'Apulia.

112. ABELLA ('Αβέλλα, Abella)

Al nord est di Nola, sul pendio di un monte ed alla distanza di dieci miglia da questa città sorgeva Abella, di pari antichità ed origine, essendo stata egualmente fondata Adì Calcidesi (2112). Ma se con questa colonia prese forse il nome dalle avellane, come scrive Servio, già preesisteva col nome di Mera, che alcuni scrittori derivavano dal favoloso principe Murano (2113). Il greco nome di Μοῖρα tradotto col latino Moera, accenna alla separazione di una colonia, ed anziché crederla degli Enotri, come si è avvisato un dotto archeologo (2114), sembra piuttosto dei Pelasgi-Sarvasti fondatori di Nuceria. Forse ancora Moera o Moeranum ebbe il nome da Μοῖρα, una delle Parche, Lachesi dir voglio, la Sorte o il Destino, a cui la città veniva forse intitolata; certo è che tal denominazione ce ne disvela l’origine greca, essendo nota un’omonima borgata dell'Arcadia, presso di cui volevasi nato Nettuno (2115), noto nume de' Pelasgi. In fuori di tal conghiettura sulla primitiva fondazione della città, che pur sostiene chi ne scrisse la storia (2116), niente altro può dirsene de' tempi più antichi, se non che quando fioriva in popolazione dopo che venne occupata da’ Calcidesi produsse una colonia, alla quale dové la sua origine la città di Abellino negl’Irpini, e non solo è manifesto dal nome degli Abellinati che ci ricorda la metropoli Abella, ma dal greco cognome altresì col quale furono distinti, cioè Protropi, o trasferiti. Da altri popoli fu accresciuta la città ne tempi storici, dagli antichi abitatori del contado di Capua, poiché trucidali per una sedizione, dice Servio, i cittadini che tenevano i luoghi intorno di questa città, quelli che scamparono all'eccidio si rifugiarono a Merano (2117); e senza intendere perché il Pellegrino tal fatto attribuisca alla città di Nola (2118), io non dubito che abbia a riferirsi all'occupazione che i Sanniti facevano di Capua. Sembra del resto che Abella al pari di Nola venisse poi in potestà degli stessi popoli, dappoiché Strabone la ricorda fra le città vicine della Campania, alcune delle quali, egli dice, furono occupate da Sanniti (2119), né ad altri che a questi popoli stessi è forse da ascriversi la celebre iscrizione osca, scoperta tra le sue rovine, se fu già prima fondata ed abitata da colonie greche. Questa iscrizione opistografa, la più lunga e rilevante che ci rimanga dell'osco idioma, ha esercitalo l’ingegno de' più chiari archeologi patrii e d’Italia (2120) rimettendo il lettore alle loro dotte e diverse divinazioni, mi basta riferire il principio della parte anteriore del marmo, per mettere sotto l’occhio del lettore che più che di altro vi si parla di determinazione di confini Ira le due città di Nola e di Abella, posti come ho già accennato, con due templi di Ercole (2121):

EKKVMA

TRIIBALAK... VM

LIIMITV... LA... RV...

HEREKLEIS PHIISNΑΜ ΜΕΡΗΙ

IST EATRAD PHEHHVSS PV

HEREKLEES PHIISNAM AMPH

ET PERT VIAM PVSSTES

PAI IDESI PVSTIN SLACII

SENATEIS SVVEIS TANKI

NVR TREBALACAVVM LF

KFTVB... FNEM IVK TREBA

RAKKIVPH PAM NVVLANVS

TREBALAKAT TVSET NAM

VETTEVPH NVVLANV MESTVE

Niente altro si sa del resto delle antiche vicende della città se non che Vespasiano vi spedì una colonia come nella vicina città di Nola (2122), alla quale certamente appartengono quasi tutti i marmi che ne avanzano. Che fosse prima stata una prefettura, come si è avvisato uno storico (2123), oltreché non se ne legge il nome nel catalogo di Festo, è vana opinione derivata dalla non retta intelligenza di alcuni di questi marmi, ne quali si ha memoria de' Prefetti Iuri Dicendo, i quali allora si creavano nelle colonie quando non vi erano i Duumviri (2124).

Le rovine che di questa città rimangono di sopra alle sorgenti del Clanio, a due miglia in circa ed al nord dell'odierna la ben la dimostrano grande e ragguardevole. Si stendevano le sue mura nel perimetro di circa tre miglia, nel cui mezzo tuttavia si veggono i ruderi di un anfiteatro. Il quale era propriamente nella parte orientale della città, dove tuttavia se ne scorgono le rovine nel luogo detto le Grotte di Antonello: e nel piedistallo d’una statua, posto a sostegno di uno de' pilastri del mercato di Avella, si vede anche scolpito colla seguente epigrafe in memoria di L. £gnazio Invento, che ne ripristinava i giuochi al tempo degli Augusti Antonino e Vero (2125):

L. AEGNATIO. INVENTO, PATRI

L. AEGNATI, POLLII, RVFI

HONORATI. EQVO. PVB.

AB. IMPERATORIBVS. ANTONINO

ET. VERO. AVG. HIC, OBLITERATO

MVNERIS. SPECTACVLO

IMPETRATA, EDITIONE

OB. INDVLGENT. MAX, PRINCIPIS

DIEM. GLADIATORVM. ET. OMNEM

APPARATVM. PECVNIA. SVA. EDIDIT

COLONI. ET. INCOLAE. OB

MVNIFICENTIAM. EIVS

L. D. D. D.

La seguente lapida ne ricorda anche il teatro (2126), sicuro indizio della gentilezza e civiltà greca, che durava nella città sino ne' tempi romani:

CN. PLAETORIO ONIRO

AVGVSTALI

BISELLIARIO

HONORATO ORNAMENTIS

DECVRIONAL,

POPVLVS ABELLANVS

AERE CONLATO QUOD

AVXERIT EX SVO AD

ANNONARIAM PEQVNIAM

H. S. X. N. ET VELA IN THEATRO

CVM OMNI ORNATV

SVMPTV SVO DEDERIT

L. D. D. D.

Ed oltre del tempio sacro ad Augusto, che ci fa manifesta la memoria dell'Augustale, a cui la riferita lapida fu posta, un altro ve n’ebbe sacro a Giove, ed in quest’altra epigrafe se ne ricordano gli adoratori (2127):

N. PETTIO. N. F. GAL. RVFO

II. VIR. ALIMENTO. PEC. PVBLICAE

CVRAT. FRVMENT.

CVLTORES. IOVIS. OB. MERITA. EIVS

L. D. D. D.

Di questi templi e di altri ancora che fa supporre un’ara a Diana dedicata, ad Apollo, a Cerere ed a Bacco (2128), appena rimangono gli avanzi di un solo, ben grande, come scrive il Pratilli, ma senza darne altro ragguaglio. Al tempo di Costantino Magno già cominciava la città a decadere, e ne da pruova la ristorazione che delle sue vie e de' pubblici edifizii vi faceva uno de' Consolari della Campania Barbario Pompeiano, come leggiamo nella seguente lapida (2129):

POMPEIANI

BARBARIVS POMPEΙΑΝ

V. C. CONS. CAMP. CIVITA

TEM ABELLAM NVDA ANTE

SOLI DEFORMITATE SORDEN

TEM SILICIBVS E MONTIBVS

EXCISIS NON E DIRVTIS

MONVMENTIS ADVEC

TIS CONSTERNENDAM

ORNANDAMQVE CVRA

VIT

CVRANTE V. C. TI. PRO

CVLO PATRONO ET CVR

ABELLANORVM

Sin da' primi tempi del Cristianesimo sembra decorata di sede vescovile, ma non si ha memoria di un Vescovo più antico di Timoteo, il quale interveniva nel concilio celebrato da Simmaco nel 499 (2130). E comeché non si abbia precisa notizia della distruzione di Abella, par nondimeno che fosse abbandonata dopo l’occupazione che nell’anno 881 ne facevano le soldatesche di Attanasio Π, Duca e Vescovo di Napoli (2131). Disadatto il suo agro alla produzione del frumento, tal mancanza largamente compensava co doni di Pomona (2132).

113. TORA (Thora)

É memoria di questo borgo, o castello della Campania nel solo Floro, dal quale sappiamo che soggiacque con altre città e castelli della regione alle devastazioni di Spartaco uscendo dal Vesuvio, dove erasi fortificato. E che, anziché un luogo di qualche considerazione, fosse stato piuttosto una borgata, chiaramente si raccoglie dallo storico, il quale accennata la devastazione di Torà e di altre ville e borghi, passa a dire delle stragi e de saccheggi che gli schiavi fecero in Nola, Nuceria ed altre città (2133). Altra memoria non vi è di Torà, che io credo del resto dal suo nome di fondazione greca, e forse di una parte degli Ateniesi che uniti a’ Calcidesi accrebbero la popolazione di Napoli, dappoiché Stefano Bizantino parla di alcuni popoli greci col nome di Θοραὶ (2134), abitatori secondo Spon di un borgo dell’Attica alla marina tra Falero e ‘l promontorio Sunio. La situazione di questa borgata della Campania è rimasta ignota a migliori topografi patrii, perciocché chi la confuse con Cosa, di cui parla Vellejo (2135), e chi con Taurania (2136). Ma senza negar fede alla testimonianza di Floro, e descrivendo altrove con altre autorità le città mentovate che furono luoghi diversi, non so bene affermare se fu nel luogo detto la Torà verso i confini dell'antico agro di Suessola, il quale tuttavia ne serba inalterato il nome, e dove si vedevano nello scorso secolo Avanzi di antichi edifizii (2137), o se si abbia anzi a credere presso Casatuori, nelle vicinanze de' villaggi di S. Valentino e S. Marzano nel territorio di Sarno, che del pari serba traccia dell'antico nome, e che oltre degli antichi sepolcri scoperti nelle sue campagne da indizio di antica popolazione ne' ruderi di vecchie muraglie e di vetusti edifizii scoperti nel suo territorio (2138). Se non che, la vicinanza di Casatuori colla città di Nocera, dove passavano i ribelli gladiatori dopo la devastazione di Tora, qui più che. altrove fa credere che un dì sorgesse questa grossa borgata della Campania, della quale altra rimembranza non ritrovo nella storia.

114. NUCERIA (Νουκερία, Nuceria)

A IX miglia antiche dalla stazione ad Tegularium, nella fertile valle tra' l Vesuvio e 'l monte Gauro, ed a pari distanza dal mare (2139), incontravasi questa città antichissima, l’ultima delle città mediterranee della Campania (2140). Nelle medaglie e negli scrittori coll’aggiunto di Alfaterna distinguesi dall'omonima città dell’Umbria detta Camellaria (2141), e sembra che tale denominazione accennasse come altre simili alla prossimità del fiume Sarno, che irrigavane le campagne (2142). Oltre della città, Plinio nomina ancora gli Alfaterni tra i popoli della regione (2143), ma che siano tutt’uno è manifesto da Livio e Diodoro, nonché dalla leggenda delle dette medaglie, nelle quali si legge NVFKRINVM ALAFATERNVM. Tra gli antichi popoli italici di già spenti innanzi alla sua età lo stesso Plinio ricorda ancora altri Alfaterni negli Equicoli (2144), il che dimostra, come io mi avviso, che tal denominazione era greca come tante altre, e da riferirsi all'idioma pelasgico. Nella regione degli Equi o Equicoli abbiamo in fatti riconosciuto origini pelasgiche (2145), e l’origine di Nuceria a questi popoli stessi si attribuisce.

Perché è noto dalla testimonianza di Conone che con altre città venne fondata da’ Pelasgi-Sarrasti, i quali intorno il Samo si stabilivano (2146), e questa tradizione vien confermata non solo dal culto de' Nucerini per Nettuno e Giunone, come appresso sarà detto, ma dall'autorità ancora di Filisto Siracusano, il quale in due luoghi della sua storia perduta questa città attribuiva alla Tirsenia, o alla costa della Campania, che tal nome prendeva da' Pelasgi-Tirseni (2147). Questo storico la nomina Nucria, denominazione derivata dalla più antica Nuferia, che apprendiamo dalla detta leggenda delle medaglie, e che, identica all'altra di Nuceria, alcuni credono accennare alla copia delle noci dell'agro nucerino (2148). Le medaglie del resto, di argento e di bronzo, hanno per tipi nel dritto una testa giovenile con corno di ariete, ed accanto una civetta, o un delfino, o un delfino ed una conchiglia, e nel rovescio un uomo nudo col capo cinto di alloro, che colla sinistra tiene un ramo, colla destra frena un cavallo, oppure i Dioscuri colla leggenda ECVINVM. Poiché la città era posta alle radici del Gauro, e l’agro erane bagnato dal Sarno, altre medaglie accennano alla vicinanza in cui era del monte e del fiume, e nelle prime a distinguere dalle altre città omonime questa Nuceria della Campania è la greca epigrafe NOTKΡΙΝΩΝ ΓΑΥΡΟΥ (2149), nelle altre più antiche l’osca SAPNINER (2150), coll'eroe indigeno Epidio Nunciono, o Nucerino, espresso nel dritto, il quale precipitato nel Sarno, uscivane trasfigurato secondo la mitica leggenda, ed indi scomparso era tenuto qual nume (2151).

Ma appena dall'anno di Roma 444 si ha notizia della varia fortuna di questa città antichissima. Amici in prima de' Romani i Nucerini, si collegavano dopo co’ Sanniti (2152), e li reggiamo in fatti assalire la ciurma della flotta ancorata nella marina di Pompei che saccheggiava l’agro circostante. Sopraggiunto Fabio coli esercito, e chiedendo indarno la pace che aveano prima ricusata, furono per forza soggiogati nel 445 (2153). Nel 536 dopo lungo assedio fu Nuceria presa per fame da Annibale, saccheggiata ed arsa (2154), ed a credere Silio Italico, diroccate ne furono anche le mura (2155); e poiché Annibale a Turio trasferiva gli Atellani, che gli erano rimasti fedeli fra tutti i popoli della Campania, i Romani accasarono in Atella gli espulsi da Nuceria (2156). Nella guerra spartacida fu la città di bel nuovo data alle fiamme e distrutta (2157), dopo le quali vicende si ricorda tra le più cospicue città d’Italia destinate da' Triumviri in premio della guerra a' loro soldati (2158); e senza ammettere una diversa deduzione di colonia fattavi da Augusto, questa sembra quella stessa mentovata da Frontino, il quale nomina la città Nuceria Constantia (2159). Questa colonia di veterani veniva rinforzata sotto Nerone (2160), ed indi a sei anni il gran tremuoto che in gran parte rovinava Pompei ne abbatté non pochi edifizii (2161), né altro è noto delle antiche vicende di Nuceria.

Le principali divinità da' Nucerini adorate, Giunone e Nettuno, anche senza la precisa testimonianza di Conone, basterebbero a far risovvenire i Pelasgi, poiché Nettuno tenevasi qual re di questi popoli (2162), né altrimenti che col titolo di Argiva si adorò Giunone ne’ Picentini. Il culto di questi due numi si mantenne nella città insino a' tempi romani, e quello di Giunone viene attestato da Plinio, che ricorda il sacro bosco della dea (2163), quello di Nettuno dalle medaglie osche di argento col tipo del cavallo come in quelle di Larissa, nonché da questa iscrizione onoraria (2164):

M. VIRTIO. MF. MEN

CERAVNO. AEDILI. IIVIR. IVRE

DICVNDO. PRAEFECTO. FABRVM V. VIR

CVI. DECVRIONES. OB. MVNIFICENTIAM

EIVS. QVOD.

QVOD. EQVVM. MAGNVM POSVERAT

ET. DENARIOS. POPVLO, DEDICATIONE. EIVS

DEDERAT. DVVMVIRATVM. GRATVITVM

DEDERVNT. NVCERIAE

Alzava M. Vira io in onore del nume un grandioso cavallo di bronzo o di marmo forse nel foro della città, nella cui dedicazione distribuì danari al popolo di Nuceria: fu perciò gratuitamente creato duumviro da' decurioni nucerini, ed in memoria gli fu eretto il detto onorario monumento (2165).

Al tempio di Giunone, ch'ebbe ad essere il più conspicuo della città, appartengono forse i bellissimi avanzi di antiche sculture architettoniche, di che è ricca la chiesa di S. Maria maggiore, la quale più che sopra alcun altro tempio antico è da credere innalzata sopra quello di Giunone, perché se a questo tempio era unito il sacro bosco, come Plinio ci fa sapere, dobbiam supporlo fuori di Nocera, e la detta chiesa sta appunto ad un miglio dalla città (2166). Senza congetturarne l’attribuzione, alcuni dotti scrittori non dubitano anch’essi che si dedicasse alla Vergine con frammenti di un tempio pagano ne' primi tempi di Costantino, o de' suoi immediati successori (2167). Tutta piana ne è l’architettura, ma nell'interno è di forma circolare, onde alla chiesa stessa è venuto il nome di S. Maria della Rotonda, una bassa volta, ora caduta, sorgeva su piccole sproporzionate arcate, le quali si veggono basate su 40 colonne di varie specie di marmi con diversi capitelli, ma tutti di ordine corintio. Adorno di bassi rilievi erane lo stilobate. Essendo le colonne binate, o disposte a due a due, vi formano un doppio colonnato, in mezzo del quale si vede no buccino ottangolare, in cui i Greci usavano di battezzare per immersione nei primi secoli del Cristianesimo. Vi ebbe un baldacchino, formato anche da colonnette corintie, delle quali più di cinque non ne rimangono; e tutta la disposizione architettonica dell'edilizio mancando di bellezza, mostra la decadenza dell'arte (2168). —Ne’ due villaggi ancora detti Vescovato e le Pareti, che ora tramezza la strada odierna, qualche rovina si vede della città antica, come ne' vicini luoghi di Casa Arzana e Campo di Augusto rimane memoria nel primo dell'incendio di Annibale, nell'altro della colonia romane dedottavi da Ottavio, della quale resta pur qualche traccia nel nome del casale d’Iroma, o piuttosto di Roma, dove ebbe forse la sua principal sede col tempio sacro ad Augusto, i cui sacerdoti ci ricordano i seguenti titoli sepolcrali (2169):

T. GELLIO. T. L. INGEN.

AVGVST.

OPTIMO. PATRONO

T. GELLIVS. T. L. INGEN

N. SVCCESSVS AVGVSTALIS

NVCERIAE

MARCIAE MEROAE CONIVGI CVM

QUA VIXIT AN. LIII

Fu Nocera sede vescovile da' primi tempi, e per tradizione si crede che S. Prisco ne fu il primo Vescovo; ma l’età non ne è nota, come quella del Vescovo Felice, il quale verso l’anno 401 in più parrocchie divise il popolo nucerino (2170). E poiché dalla più alta antichità fu la città da molti villaggi e paghi circondata come oggidì, da tal circostanza Nocera de' Pagani fu detta, anziché dall'essere stata ricetto de' Saraceni, sia dopo la sconfitta al Garigliano nel 915 come scrive il Volaterrano (2171), sia dopo la rovina del castello di latti nell'isola di Sicilia, quando veramente Federico II li mandò ad abitare a Lucera (2172). Un’agevole strada da Nuceria menava a Salerno, la quale lastricata forse da che i Romani colle loro colonie occuparono le due città e da Trajano ingrandita, la seguente epigrafe scolpita sopra una colonnetta miliare ci ricorda che fu restaurata da Gordiano nel 243 (2173):

IMP. CAESAR

Μ. ΑΝΤΟNIVS GOR

DIANVS PIVS FELIX

AVG. POΝΤ. ΜΑΧΙ

MVS. TRIB. POTEST. IV COS. II

PP. PROCOS. VIAM

QUAE A NVCERIA SALER

NVM VSQVE PORRIGITVR

PRISTINA INCVRIA PROR

SVS CORRVPTAM PROVI

DENTIA SVA KEDEMTO OR

DINARIO VECTIGALI ME

TIS MILLIARIBVS RESTITVIT

115. Scoglio d'ERCOLE (Herculis Petra)

Ritornando alla spiaggia per descrivere le rimanenti città che vi sorgevano, alle foci del Sarno nel seno stabiano, e incontro alla Torre Annunziata sorge un’isoletta col nome di Rovigliano già detta Scoglio d’Ercole dagli antichi a cagione, come sembra, di un tempio sacro a questo nume, al quale tutta quasi era dedicata la vicina spiaggia. Una statua di Ercole di bronzo vi si scoprì in fatti verso la fine del secolo XVI nel cavarsi le fondamenta di una torre che tuttavia vi rimane (2174). Di questo tempio e di qualche prossimo abituro rimanevano forse gli avanzi insino al secolo XII, quando l’abate Gioacchino vi fondava una badia (2175), essendo nota l’antica usanza di fondare badie e monasteri in su' ruderi de' templi e delle ville antiche; ma altra notizia non se ne ha che della singolarità narrata da Plinio de' melanuri, che ora dicono occhiate i quali correndo al pane gettato nell'acqua, a verun cibo non si accostavano messo all'amo (2176). Quest’isoletta, o anzi scoglio, è ora poco dal lido discosta e dalla strada che mena a Castellammare ma molto lontana esser ne doveva prima dell'eruzione del 79, per cui tanto mutavasi la condizione del prossimo lido.

116. Monte LATTARIO, e Fiume CANACHEDE

All'occidente di Castellammare alto si eleva il monte Faito, così detto dalla copia de' faggi ond'è coverto, e che monte Tauro nominarono gli antichi a cagione della sua elevazione (2177). Senza indicarlo col suo nome, Galeno ne ricordò la grande altezza (2178); ma monte Latteo (το Γαλακτος οροos) lo nominò Procopio, narrando de' Coli che, combattuti da Narsete, vi si rifugiavano nel 553 (2179). Meglio di tutti lo descrive Cassiodoro, celebrandolo per la fecondità delle erbe, per gli armenti che vi pascevano in gran numero, per l’eccellenza del latte che vi producevano, dal che fu detto monte Lattario (2180), ch'è la vera denominazione che ottenne ne' secoli della decadenza. Antiche reliquie di abitazioni e di sepolcri si sodo scoperte alle sue falde (2181), e più che da un Eleuterio, dallo stesso nome di Lattario a me sembra colla più parte de' patrii scrittori derivato quello della città di Lettere, che da qualche antico villaggio poi crebbe nel medio evo. Questo monte verso l’isola di Capri abbassa alquanto i suoi gioghi, che sono le verdeggianti Taurobule degli antichi (2182), che nell'odierna denominazione di Tuori quasi serbano la prisca denominazione. —Dalle viscere di questo monte scaturiscono le moltiplici vene di acque minerali, che cosa celebre resero l’antica Stabia, ed un piccol fiume, detto Cannatello, anche ne scende, il quale scorrendo per l’antico agro della città stessa, a breve distanza dalla foce del Sarno si scarica nel prossimo seno. A crederne il dotto etimologista, che da' nomi odierni de' vicini luoghi è risalito agli antichi, il nome di Cannatello è alterato da Canachede, e così fu detto da' Greci che vi ebbero le sedi dallo strepito (καναχή) che fa nel discendere dal monte, nel quale ha le fonti (2183).

117. STABIA (Σταβιαι, Stabiae)

Distante III miglia antiche da Pompeja (2184) e dal corso del Sarno sorgeva anche in sulla spiaggia del Cratere ed alle radici del Gauro (2185) la città di Stabia. Fondata forse in origine ed abitata dagli Osci, e come sembra ancora da' Sarrasti, che le antiche tradizioni pongono come fondatori primitivi di Nuceria e di altre città di questa contrada, qualche greca epigrafe scoperta nel suo agro fa anche supporre che vi si fossero distesi i greci fondatori di Sorrento (2186);ma che fosse stata, almeno ne' tempi posteriori, nel dominio de' Nucerini, può dedursi dall'ampiezza dell'agro di questi popoli, che infino al mare si distendeva (2187), nonché dalla supremazia che Nuceria ebbe sulle piccole città del suo distretto (2188). La storia del resto non ci ricorda che la sua distruzione, avvenuta nella guerra sociale per opera di L. Silla, il quale per modo l’abbatteva nell'anno 89 avanti l’era nostra, che i superstiti abitatori all'eccidio della loro patria si riducevano ad abitare spicciolati in villaggi, ed in tale condizione Plinio ricorda l’antica Stabia (2189). A tali remoti principii alcuni scrittori patrii riportano gli odierni paesi di Gragnano, Lettere, Privato, Piemonte ed altri di minor conto che stanno su per le pendici del Gauro. La città nondimeno serbò il suo nome nel suo borgo, come raccogliesi dal racconto di Plinio il giovine, il quale presso Stabia narra avvenuta la morte di Plinio il vecchio nella grande eruzione vesuviana dell'anno 79. E poiché, come nello stesso scrittore si legge, l’eruzione vesuviana arrivò fino a Stabia e ne' dintorni, e le case coverte di cenere e di pomici movevansi conquassate da terribili tremuoti (2190), a quest'ultima rovina ebbero a soggiacere i villaggi che ne ritenevano il nome. Perciò Galeno, il quale fiorì a' tempi di Antonino Pio sul finire della prima metà del li secolo, ricorda Stabia col nome di terricciuola (2191), che intender si dee ciò che rimaneva della città antica nel sito stesso dove fu costrutta..

Dal titolo segnato sopra alcuni tubi di piombo scoperti presso la città (P. SABIDIVS POLLIONIS PR. V), si è creduto che già fosse una prefettura (2192); ma, oltreché non vi è memoria di altra sua ribellione contro Roma, che di quella per la quale rimase distrutta, ad interpretare Praefectus Vrbis le ultime parole dell'addotto titolo, vi si potrebbe meglio intendere chi vi faceva le veci di Duumviro. Certo è che fu città di qualche conto, a considerare la testimonianza di Plinio che la nominò oppido, o città chiusa da mura, non meno che qualche suo monumento risparmiato dal tempo e la memoria de' suoi pubblici edifizii. Dalla seguente epigrafe in fatti é noto che i Senatori Stabiensi curarono di costruire i sobborghi ed il porto per comodo de' cittadini e de' marinai (2193):

ΠΡΟΑΣΤΕΙΑ • ΛΙΜΙΝΤΕ • ΠΡΟΣ • ΠΟΛΙΤΗΙΟΝ - ΚΑΙ • NAVTI

ΛΙΟΝ - ΕΠΙΤΗΔΕΙΟΤΗΝ • ΒΟΥΛΕΥΤΑΙ • ΣΤΑΒΙΟΙ • Σ • Σ

ΔΙΦΙΛΟΣ - ΚΑΙΤΟΙ ΒΡΑΔΗΣ • ΑΡΧΙΤΕΚΤΟΝ - ΠΡΟΣ • ΠΡΟΣΤΑΓΜΑ

ΟΜΩΝ - ΤΑΧΥΣ • ΕΡΓΑ • ΟΛΙΜΠΙΑΔΙ • Α

Chi non crede questa epigrafe più antica del V secolo dell'era volgare (2194), chi più probabilmente de' tempi prossimi al cadere della repubblica, perché vi è memoria dell'architetto Difilo, quello stesso, come sembra, che nel 699 dirigeva i lavori della villa di Q. Cicerone presso Arce (2195); ad ogni modo egli è manifesto che uno de' sobborghi stava appunto nel sito dell'odierno Castellammare, dove era il porto di Stabia, e che la città era di là non molto lontana, e, come sembra, alla destra in sullo stesso lido, dove in fatti Galeno descrive il paesello di Stabia. Ma anziché questo, il sobborgo piuttosto posto alla marina, per essere cresciuto di popolo ne' secoli successivi, è da credere decorato di sede vescovile alla fine del V secolo (2196). Certo è che per le acque medicinali non solo, ma pel latte ancora degli armenti stabiani, e per la stessa posizione ancora del luogo amena e dilettevole, venne in tanta celebrità, che da lontane contrade vi si recavano i malsani a risanarsi dalle loro malattie (2197). Il sito in fatti è tra' più belli di tutto il vaghissimo cratere della Campania, e se gli antichi la natural temperie dell'aria e la proprietà del terreno e delle acque di ciascun luogo divinizzarono, tanto più ebbero a venerare il Genio encorio di Stabia, ed una lapida ci fa conoscere che un tempietto appunto gli avevano eretto (2198):

D. D.

M. CaeSIVS. DAPHNVS

Duo. BidenTAL. NVCERIAE. ET

Vetustam. AEDEM. GENI. STABIAR

Labantibus. MARMORIBVS. VEXATA

ProviDE. RESTITVIT

Questa lapida si scoprì presso la chiesetta di S. Maria delle Grazie alle radici del monte Lattario, dove sembra che il tempietto s’innalzasse, in un punto che segnava il confine tra l’agro di Stabia e quello di Nuceria. Sull'amena collina alla sinistra della città era anche un tempio sacro a Diana, sulle cui rovine sembra che poi si ergesse la chiesa di S. Maria di Pozzano. Questa chiesa tuttavia indicavasi negli scorsi tempi col nome di Fano, ed un’ara marmorea vi si scoprì nel 1585, la quale accenna al culto di Diana, per esservi scolpita una testa di cervo, ed ora si vede posta per base alla croce della piazza di Castellammare (2199). Ne’ vicini luoghi di S. Marco Vetere, Varano e Carmiano molti antichi vestigii ricordano gli scrittori patrii, e nell'ultimo segnatamente di un tempio dedicato a Plutone io un’oscura spelonca, dove ne rimanevano le colonne nel secolo XVI (2200). Ed oltre di un altro tempio, creduto sacro a Giano, nel luogo oggi detto Fajano (2201), varii titoli sepolcrali, greci e latini, si sono anche scoperti in quelle vicinanze (2202), e per tutti mi basta addurre solo il seguente di un medico oculista, il quale ci dimostra che alla cura degli occhi speciali medici si applicavano fin da' tempi antichi:

CN. HELVIVS. CN. L. IOLLA

MEDICVS. OCVLARIVS

Non è dubbio che l’antica Stabia era da Castellammare poco discosta, e pe’ molti ruderi di antiche fabbriche scoperti presso il ponte di S. Marco bene si è detto ch’ivi esser doveva il meglio della città (2203). Altri avanzi di strade, di edifizii, di qualche villa suburbana e di sepolcri sono venuti fuori nel circostante territorio, e nel luogo detto Carrara, in sulla via che mena a Nocera, usciva una delle strade della città fiancheggiata da sepolcri come quella di Pompei (2204). Sul piccolo colle di Varano un dotto archeologo supponeva la casa di Pomponiano (2205), l’ospite di Plinio nella celebre eruzione del 79, e nel 1838 vi si scopriva in fatti il vestibolo d'una casa ornato di colonne e con alcune stanze decorate co' soliti dipinti a fresco. Altri privati edifizii ed una villa vi si scoprivano nello scorso secolo, che, come quelli di Pompei con vaghe pitture decorati, di rari e preziosi oggetti arricchivano il R. Museo. Una di queste case, scoperta nel 1754, e nota agli archeologi sotto il nome di Casa del Genio, da un genietto di argento che vi si trovò, era simile nella disposizione alle case pompeiane, e l’altra fu detta della Venditrice degli Amori dal bel quadro che abbellivane una delle pareti. La villa, detta del Filosofo dal raro cammeo che lo rappresenta, aveva un bel peristilio di 70 colonne, ed oltre di molte stanze, ne vennero fuori alcune statue di Venere e di Ninfe di stucco che la decoravano (2206).

118. TAURANIA (Taurania)

Dal solo Plinio sappiamo che fu anche nella Campania la città di questo nome, e comeché non più sussistesse ai tempi del geografo (2207), non mancò nondimeno di ricordarla qual città d'Italia anche Stefano Bizantino, sia sulla testimonianza dello stesso Plinio, sia di altro scrittore più antico (2208). Non ostante tali testimonianze, negava il Cluverio essere stata in Italia una città di tal nome, e sostenne che Stefano intendesse parlare di Taurasia, città degl’Irpini, od anche di Augusta de' Taurini (Torino), opinione nella quale anche conveniva una de' dotti annotatori del geografo bizantino (2209); ma senza conoscere il sito della detta città della Campania all'opinione stessa si opponevano gli altri dotti annotatori di Stefano (2210). Né di aiuto migliore ci sono le ricerche de' topografi patri, perché o non ragionano affatto di Taurania, o disputano del di lei sito. Il Capaccio confondevalo con quello di Pompei (2211), ed il Pellegrino questa città volle piuttosto in quel di Nola, o in altro luogo ancor più vicino a' Sanniti, che questa ed altre città vicine ebbero in lor dominio, giacché Plinio, egli dice, «nulla più congiunse il sito di Taurania con quello di Stabia, di quel che si facesse del sito di Casilino, il quale da Stabia è di molte miglia lontano, avendo egli voluto notare la loro comune sciagura». Perciò situava Taurania poco lungi da Palma, ove un casale tuttavia serba il nome di Taurano (2212). Ma, poiché Plinio la nomina dopo di Stabia, dilungandosi dal solito sistema dell'ordine alfabetico, dobbiam tenerne l’indicazione come topografica, comeché dopo anche rammenti Casilino, ma per. la ragione che come le altre città già dette era già per mancare ed essere abbandonata. Ed una carta del medio evo non solo conferma tal conghiettura, ma ci ricorda ancora il sito di Taurania nelle vicinanze di Stabili, e propriamente nel luogo poi detto Propicinano (2213); onde è da conchiudere che stava tra Stabia e Sorrento, e distratta forse come Stabia da Silla, alcuna traccia non ne rimaneva a cagione della sua piccolezza.

119. EQUA (Aqua)

Fu nel seno stabiense un’altra piccola città, o piuttosto grossa borgata col nome di Equa, alla distanza di quattro miglia da Stabia. Egli sembra che per la sua piccolezza a' tempi romani, o perché ancora al pari di Stabia nella guerra sociale abbattuta, non si ricordasse dagli antichi geografi e storici; ma de' gioghi equani, che da essa città presero il nome, celebri pe’ vini che producevano, parlò Silio Italico, e senza anche credere al racconto del poeta, il quale narra la morte del valoroso Marrano di Equa nella battaglia del Trasimeno, nonché alle milizie dagli Equani messe in campo in pro de' Romani (2214), tale finzione ben ci dimostra una città ed un popolo, se non così ragguardevoli come le città e i popoli vicini, tali almeno da meritare una rimembranza nella storia; perché, come altrove ho già detto, Silio Italico non seppe guari dilungarsi nelle poetiche finzioni dalla realtà istorica. Fondata per avventura dalla stessa primitiva popolazione greca, che sotto il nome del suo nume archegete Ulisse stabilivasi sulla penisola sorrentina (2215), od anche dalla cresciuta popolazione de' vicini Stabiensi o Sorrentini, prese il nome ne' tempi romani dalla sua posizione, dir voglio dalla pianura (aequum), nella quale fu edificata. Certo è che nel medio evo sul monte soprastante al lido, ove da' patrii scrittori si crede situata, fu già un villaggio col nome di Massa Equana, ora detto Massaquana, tra' più ameni e deliziosi casali di Vico-Equense,dove egli sembra che gli antichi Eguani, lasciando la spiaggia, si ritirassero dopo la distruzione della loro patria. Ora nessun vestigio ne rimane, ma qualche avanzo delle sue antichità osservava il Freccia nel secolo XVI (2216), e quelli ricordati da un patrio scrittore, che più di ogni altro sostenne l’esistenza della città di Equa, in altro non consistono che in un magnifico serbatoio d’acqua, nell'estrema parte interna della marina equense, e propriamente alla punta del canale detto Rio d’arco, nonché ne' vestigi di una strada tagliata nella roccia lungo il luogo detto lo Serajo, la quale servir doveva di comunicazione tra gli Stabiensi e gli Equani (2217), giacché gli altri ruderi ch’egli descrive di opera reticolala, così nella collina che sovrasta verso il nord al piano di Equa, come nel rimanente del littorale insino allo Scrajo anzidetto, appartennero piuttosto alle ville che vi edificarono i Romani. Maone al pari dalla vicina città di Statlia andasse dispersa in ville per l’effetto stesso della distruzione di Silla, si può conghietturare dagli avanzi delle antiche fabbriche che si veggono ne' casali di Ticciano, Bonea e Massaquana, nell'ultimo de' quali ritennero specialmente i dispersi abitatori l’antico nome della loro patria (2218). E senza essere stato un luogo di qualche importanza non si saprebbe intendere del resto come la poetica espressione di Silio Italico rimanesse ne' secoli posteriori al villaggio anzidetto (2219). La sua situazione del resto si può argomentare presso a poco da quella della sua madre chiesa, della quale rimangono gli avanzi nella base del suo campanile; ed è noto in fine che re Carlo di Angiò, raccogliendo nel 1300 le sparse reliquie dell'antica popolazione di Equa, sul piano del monticello che soprastà a quello della città antica fondò Vico, perciò contraddistinto coll'aggiunto di Equense. Ivi edificò una villa ed una casa di delizie, e per formarne una vera città ottenne da papa Bonifacio VIII che la cattedra vescovile dell'antica Equa in Vico si trasferisse.

Poco distante da Vico Equense sulla falda del prossimo monte sorge un villaggio col nome di Sejano. Senza potersi negare l’antica origine della denominazione di grotta di Sejano, questo villaggio si é creduto edificato su gli avanzi di un'antica villa che anche da un Sejano pigliò il nome (2220), ed a questa si é pur riferita la testimonianza di Cicerone già addotta nel parlare di quella grotta (2221). Molto favorevole a questa opinione è per vero l’odierna denominazione del villaggio, originata dall'antico nome chela villa aveva dal possessore, qualche ricco Romano detto Sejo o Sejano, così che la villa di M. Mario, d’onde vedevasi quella di Sejano, esser doveva dal lato del Sarno o di Pompei, se non fa la stessa villa che Cicerone aveva nelle vicinanze di questa città (2222). Certo è che presso la grolla di Posilipo esser dovevano Sejani edifizii come in sul lido di Ostia (2223) e sulla spiaggia di Vico Equense, dove antichi ruderi di alcune vasche e di un acquedotto rimangono all'estremità del già detto canale Rio d'Arco, che alla mentovata villa di Sejano si sono attribuiti.

120. SORRENTO (Συῤῥεντον, Surrentum)

Alla distanza di 6 miglia da Equa seguiva Sorrento nello stesso sito di oggidì. Senza indicarci qual popolo greco intendesse, Igino ne ricorda la greca origine, e Tacito riferisce la tradizione che a' Greci attribuiva il dominio della spiaggia (2224), sulla quale la città venne fondata. E che fossero stati i Teleboi ed altri popoli dell’Acarnania, l’ho accennato al principio della descrizione di tutta la regione, non sapendo crederli soltanto confinati nella vicina isola di Capri, dove solo la tradizione riconoscevali, e Virgilio nelle conquiste di Ebalo accenna all'occupazione che facevano della prossima spiaggia (2225). E non solo all'origine da' detti popoli con alcuni scrittori ho per fermo che alluda la favola delle Sirene, che le tradizioni mitiche ponevano in sul vicino promontorio e sulle adiacenti isolette (2226), ma il nome stesso della città si può credere un derivativo di quello dell'isola di Siros dell’Acarnania (2227), e forse una delle Echinadi incontro alla foce dell'Acheloo. Ma a questa colonia primitiva un’altra è da crederne sopravvenuta anche di Greci adoratori di Ulisse, o che questo nume o eroe avevano per archegete, perché da Ulisse dicono le tradizioni greche fondato sul promontorio il tempio di Minerva. Queste tradizioni chiaramente accennano a greche colonie stanziatesi in sulla penisola sorrentina, né altrimenti spiegar si possono il favoloso arrivo di Ulisse e le fondazioni di città che gli si attribuiscono sulla costa del Tirreno, come sulla spiaggia dell'Iberia (2228).

Senzaché, le greche denominazioni de' luoghi intorno di Sorrento (2229), del pari che la rimembranza delle sue Fratrie che ci ha serbata una lapida, ci dimostrano la greca origine della città. Aggiungi le monete colle leggende VPINA, TPINAI, TPIANOS, TPIETES, che alcuni nummologi di accordo attribuiscono ad una ignota città della Campania (2230), che per uno de' più dotti è questa città istessa (2231), per non dubitare che fu fondata ed accresciuta da greche colonie, tra le quali, ammessa l’attribuzione delle dette medaglie, a me sembra ch'ebbe la sua parte l’isola Irina nel seno argot ico (2232), il cui nome ci darebbe la ragione della leggenda delle dette medaglie, e che, essendo in vicinanza dell'altra isola col nome di E (ira, ci spiegherebbe l’esistenza della città del nome stesso nell'Epiro e presso la Campania (2233), derivate entrambe dall'emigrazione de' Pelasgi nell'Epiro e in Italia. Ed alla probabile congettura di un recente scrittore che Sorrento venne fondata da questi ultimi popoli (2234) è da aggiungere il tipo di alcune delle dette medaglie, che ricorda il culto di Giunone, poiché presentano la testa della dea argiva come quelle di Crotone, essendo i tipi delle altre gli stessi di quelli di Nola. Un’altra colonia ancora ci ricorda una mitica tradizione riferita da Diodoro Sicolo. Liparo, figliuolo del re Ausone, ribellatiglisi contro i fratelli, dall'Italia fuggiva nell'isola, a cui dava il suo nome: dove giunto Eolo, e sposatosi a Ciane, figliuola di Liparo, aiutavalo a ritornare in Italia e ad occupare la regione intorno di Sorrento. Avendo ivi con gran lode regnato, un magnifico sepolcro eragli eretto, e dalla gente del paese onorato col culto che rendevasi agli eroi (2235). Senza credere con un patrio archeologo veramente Liparo sepolto nelle vicinanze di Sorrento (2236), perché come Ausone è una personificazione del popolo omonimo, così Liparo lo è dell'isola, il mitico racconto accenna ad un passaggio di navigatori dall'Italia all'isola stessa, e quindi ad un ritorno dall'isola al nostro paese di Liparoti, i quali del resto per la tradizione stessa all'eroe eponimo innalzarono forse un eroico monumento, come a Giocasto figliuolo di Eolo nel luogo, ove poi fu edificata la città di Reggio (2237).

Strabone attribuisce Sorrento a’ Campani (2238), e lasciando stare una variante lezione de' codici del geografo, per la quale anziché la città si è creduta indicata tutta la fertile contrada da Pompei insino al capo di Minerva (2239), in tale indicazione non è da vedere con uno degli storici della Campania una soggezione alla città di Capua (2240), sì bene una semplice notizia corografica, comeché da' posteriori geografi si descriva nell'agro de Picentini (2241). Poiché del resto tutta la regione venne in potestà de' Romani nel 441, perde Sorrento colle altre città la propria autonomia; e però mal soffrendo la romana dominazione, la veggiamo poi ribellarsi con quasi tutti gli altri Greci abitatori della spiaggia e darsi ad Annibale (2242). Non indifferente forse nella guerra italica, nella quale altre città della Campania pe’ dritti municipali presero le armi, ebbe in fine a dividere il suo agro con una colonia speditavi da Augusto (2243), né si sa altro delle antiche vicende di questa nobile città, le cui memorie accennano ad un ampio territorio ne' lati settentrionale e meridionale della penisola.

I molti templi ed altri pubblici edifizii questa città mostrano grande e popolosa, e frequentata per la sua amenità non solo da' popoli vicini, ma anche da' lontani, e forse ancora qualche loro stazione vi ebbero gli Alessandrini, come in altre celebri città della regione, Puteoli, Napoli e Pompei (2244). Nel Foro della città eressero i Sorrentini statue a benemeriti cittadini, ed è noto da quelle che furono innalzate a Flavio Fausto e L. Arrunzio colle seguenti epigrafi (2245):

FLAVIO. FVRIO. FAVSTO. V. C. TRIBVNO

AB. ORIGINE. PATRONO

OB. MERITA. LABORVM. SVORVM. VNIVERSVS. ORDO

ET. POPVLVS. SVRRENTINORVM

STATVAM. NOBILITATI. EIVS

FACIENDAM. CVRAVIMVS

L. ARRVNTIO. P. F. L. N.

MEN. RVFO. EIEDIO. PROCV

LO. VIX. AN. XXXIII

HVIC. DECVRIONES. STATV

AS, DVAS. ALTERAM. EX

PECVNIA. PVBLICA. ALTE

RAM. EX. AERE. A. POPVLO

CONLATO, IN. FORO. PO

NENDAS, DECREVERVNT

E poiché Sorrento ebbe a partecipare colle altre città della Campania alle beneficenze di Adriano ricordate dal suo biografo, una statua gl'innalzava forse anche nel Foro, dandogli il titolo di Principe ottimo Massimo, onore che non fu dato allo stesso suo padre Trajano, e serbavano memoria quest’altra lapida (2246):

IMP. CAESARI, DIVI. TRAIANI, PARTHICI. F.

DIVI, NERVAE. NEPOTI. TRAIANO, HADRIANO. AVG.

PONT. MAX. TR. POT. V. COS. OPTIMO. MAXIMOQ.

PRINCIPI. DECVRIONES, MUNICIPESQ.

SVRRENTINI. PECUNIA. CONLATA

Una statua ancora eressero i Sorrentini a Fausta imperatrice, come quest'altra iscrizione ci fa noto, unico monumento che di Fausta abbia serbato la memoria (2247):

PIISSIMAE. AC. VENERAVI

LI DN. Faustae AVG

Coniugi. VICTORIS. AVG

CONSTANTINI. Matri

DDD. NNn

CONSTANTINI

CONSTANTI. ET. ConstAntis

…………………………………………………..

Non pochi templi adornavano la città, nel suo recinto quello di Cibele, nel sobborgo quelli di Apollo e Nettuno, fuori le mura l’altro di Cerere, e presso il mare quello di Venere. Solo da un’ara quadrata, che incastratasi vede nell'arco su cui s'innalza la torre del duomo, si è credulo che fossevi un tempio sacro a Cibele (2248), il quale per fama si stima nel centro della città e poco lungi dal Foro, da altri si vuole piuttosto nel sito della Nunziata, ma per la sola ragione del travamento di quell'ara. De’ templi sacri ad Apollo ed a Nettuno rimasero appena pochi rottami marmorei ed oscure tradizioni, come dell'altro della Fortuna che anche presso la città dicesi edificato (2249). Se qualcuno di questi templi, o un altro diverso, fesse quello di una delle Fratrie della città, io non so dirlo; certo è che a due numi era consecralo come altri templi della città di Napoli (2250), alla quale e per l’origine greca, e per l’istituzione stessa delle Fratrie fu tanto simile la città di Sorrento, ed ecco l’unica epigrafe greca che ne serbò ricordo (2251):

ΚΑΙΔΙΚΙΑ Μ

ΘΥΓΑΤΗΡ ΟΥΙΚΤΡΙ

ΦΡΗΤΟΡΟΙ Υ ΘΕΟΙΣ

BACIN ΣΚΥΦΟΝ

Fuori le mura e ad oriente della città si ricordano gli avanzi di un tempio di Cerere, innalzato appunto fuori il recinto delle mura, come è noto da Vitruvio (2252). Fra magnifico e grandioso, a giudicarne dagli avanzi di opera laterizia e reticolare che ne rimanevano dove poi fu costrutta la casa de Guardati, tra' quali si scoprì un bel pavimento a musaico, e più di 30 colonne, alcune di porfido, altre di basalte, ed un’ara di marmo pario, che di là trasferita ancor oggi si vede accanto la chiesa de' SS. Felice e Baccolo. La seguente iscrizione ci ricorda una sacerdotessa della dea:

……….AE. L. F. MAGNAE

….…...DOTI PVBLICAE

….…...IS. ET. CERERIS

In quel sito medesimo stava il Circo, nel luogo detto la Rota dall'edifizio stesso, il quale il nome di Circo ha pur lasciato ad una vicina prominenza nel lido; e non solo tali denominazioni questo pubblico edilizio ci ricordano, ma anche la seguente lapida scoperta nel luogo stesso (2253):

L. CORNELIO. L. F. MEN. NEΡΟΤΙ

FLAMINI, ROMAE. TI. Caesaris

AVGVRI. AED. II. VIR. QVinquen.

PRAEF. FABR. BIS. HIC. TOGAE. VIR

CRVSTVLVM. ET. MVLSVM. POPVLO

AEDILITATE. SPECTACVLVM. GLADIAtorum

CIRCENSIVM. EDIDIT. OB. HONOREM

DECVRIONIB. MAGNAM. CENAM. QVIN

QVENNALITATE. SVA. LVDOS. SP....

HVIC. DECVRION. PVBLICE. LOCVM

FVNERIS. ET. STATVAM Decreverunt

Sopra una rupe, d’onde si scende al lido ora detto marina grande, sorgeva il tempio di tenere. Eravi la dea adorata col nome di Vittrice, ed erettovi forse Liparoli, tra' quali il culto della dea propagavano i coloni di Gnido (2254), quell'epiteto le aggiungevano i romani coloni in adulazione di Augusto, adottato da Cesare, il quale vantavasi della stirpe di Anchise e di Venere (2255).. Non dubbia memoria ne serbava la seguente lapida (2256):

……………………………………….

SACERD. PVBLIC. VENERis

VIC. MATRONAE. STATVAM

... ATO. IN. AEDEM. VENERIS

SaCRAVERVNT. HVIC

FunVS. PVBLICE. LOCVM. SEPVLTVRAE

ET. STATVAM. DECREVERVNT

A questo tempio accennava anche Virgilio nel suo elegantissimo epigramma a Venere indirizzato (2257), nel quale promette alla dea di consecrarle nel tempio un Amorino marmoreo,ove fossegli riuscito di mandare felicemente a fine la sua Eneide. E senza credere con un patrio scrittore che veramente il Cupido Virgiliano fosse quello che trovavasi nell'indicato luogo (2258), poiché Virgilio non compiva il suo poema, e non ebbe a fare la promessa consecrazione, importante nondimeno riusciva tale scoperta per accettarci del sito del tempio, le cui rovine sono ora dalle acque coperte. —Oltre di questi templi, presso qualche vicina sorgente eressero i Sorrentini un sacro edilizio alle Ninfe, che ornato di colonne, di statue e fontane esser non doveva tra gli ultimi edifizii che abbellivano la città. Era nel luogo detto Stigliano, dove una casa con una deliziosa villa ebbero i Donnorso, e insino allo scorso secolo ne rimaneva un pavimento a musaico con alcune grotte e i canaletti che vi trasportavano le acque (2259). L’epigrafe che vi fu posta, ne serbò memoria (2260):

... ECTO. NYMPAEO. CVM. PLVMBO

SVRRENTIN. DEO

Né vi mancarono le terme, restaurate con gli acquidotti e le fontane dall'Imperatore Adriano, come da quest’altra iscrizione si raccoglie (2261):

IMP. CAESAR

AELIVS. HADRIANVS

ANTONINVS. AVG. PIVS

P. P.

AQVAEDVCT. FONTES

ET. THERMAS. PVB.

SVA. IMPENSA. RESTIT

ORDO. DECVRIONVM

MVNIFICENTIAE. PIENTISS. PRINC.

La salubrità dell'aere (2262), i vasi (2263), i vini de' colli di Sorrento (2264) molta lode ottennero dagli antichi: pescosi altresì i suoi lidi, Ennio celebravali sopratutto pel pesce fagro, come pel glauco quelli di Cuma (2265). Orazio ancora per tutti i luoghi da' Romani ricerchi pe’ villeschi diletti ricorda Brindisi e l’amena Sorrento (2266), e con verità le molle rovine de' dintorni io credo attribuite alle ville de' Romani che il lor nome anche lasciarono a' circostanti casali (2267); né voglio trasandare che in questa città finì la vita tutta una famiglia di liberti di Augusto, che nella sua casa ebbero diversi ufficii, un topiario, un circitore, un cubiculario, un atriense, ed altri ancora ricordati dalle sorrentine epigrafi.

121. Villa di POLLIO FELICE

Vien dopo di Sorrento la marina di Puolo, dove la baja della città rimane divisa da quella di Massa, ed in sul colle che a destra alquanto si eleva sul mare stava la villa di Pollio Felice, il cui nome tuttavia rimane in quello del luogo. Nato Pollio a Puteoli, da 'Napolitani ottenne la cittadinanza, ed oltre alla casa ch'ebbe ad Ercolano ed i poderi presso Taranto, la splendida villa si edificò sulla spiaggia sorrentina celebrata da Stazio. La poesia, l’eloquenza, l’astronomia con amore coltivò, e ricco come egli era e seguace dell'epicurea filosofia, alle nobili discipline accoppiò le villesche delizie e la magnificenza. Superbo una volta de' poetici onori, ebbe cari i plausi di Napoli e Puteoli, dove spesso aggiravasi nel suo cocchio; ma messa in non cale ogni vanità e grandezza, ai tumulti delle città preferì i beati ozii della sua villa, spaurito forse ancora dal feroce dispotismo di Domiziano. Avvenutosi un dì Stazio sull'Appia con Pollio e Polla la sua donna, è invitato a trattenersi alquanto seco loro nella villa sorrentina, ed il poeta riconoscente con un carme quelle delizie celebrava e chi le ebbe in possesso. Dinanzi alla casa, dice il poeta, sta il tempio di Nettuno, dall'altra banda quello di Ercole, l’uno per proteggere il monte, l’altro la marina. Un gran portico, opera degna d’una città, copriva l’obliqua strada che menava alla magione, e lo paragona a quello di Corinto, che dal porto appunto alla città si distendeva. Ed oltre del sito delizioso della bella casa e della villa, d’onde tutto l’ameno lido e le città colle isole si scoprivano, ne loda i bagni, i viali, i frutteti, gli svariati marmi e le immagini in cera e in bronzo de' grandi uomini, poeti, capitani e filosofi, e le tavole dipinte che Pollio vi avea raccolte (2268). Chi ha cara la memoria de' rari uomini con piacere può visitare dopo tanti secoli i ruderi di questa villa, che tuttavia rimangono nel Capo di S. Fortunata, ove e cisterne si veggono e parecchi avanzi di fabbriche reticolate, nonché un gran bacino scavato nella rupe di figura quasi ellittica, nel quale il mare forma un vago e placido laghetto. Qui erano que' bagni che Stazio chiamava la prima grazia del luogo, ed ivi presso star doveva il tempio di Nettuno, e propriamente nel sito dell'antica torre di S. Vincenzo, del quale vestigio non rimane perché distrutto dal mare, il cui livello è ora più alto che non fu ne' tempi antichi (2269).

A sinistra della marina di Puolo sorgeva secondo alcuni il tempio di Ercole, nel luogo ora detto Portigliene dagli antichi ruderi di opera reticolata, che da altri per vero, e più probabilmente, si attribuiscono al portico anzidetto (2270). Antico e quasi cadente era quel tempio: e Pollio non solo restauravalo, ma anche ingrandivalo, e come fu compito ginnici giuochi fe’ celebrare in onore del nume. Non lontano esser doveva il tempio di Giunone, del quale, come degli altri, più volte fa cenno lo stesso Stazio, né altrove si è creduto situato che nel Capo stesso di S. Fortunata, nel luogo detto Madama Giulia, che bene accenna al nome della dea ch’eravi adorata (2271).

122. Promontorio, e tempio di MINERVA

Dopo la descritta villa si avanza nel mare il promontorio di Sorrento o della Campanella, detto Ateneo o di Minerva dagli antichi (2272), a cagione del celebre tempio a questa dea innalzatovi da tempi antichissimi. Strabone scrive che alcuni lo nominarono anche Prenusso, denominazione che ha dato occasione a varie conghietture ed emendazioni di critici. Perché chi ha creduto che tal nome corregger si debba in Sirenusso o Sirenusio, per essere stato secondo la favola la sede delle Sirene (2273), chi ha preteso essersi detto Pro nesso, come quello che è posto di contro all'isola di Capri (2274). A giudizio di altri ancora, senza esservi d’uopo di alterare il testo del geografo, il nome stesso di Prenusso accenna al prolungamento di esso promontorio (2275), o derivasi da πρηνίζω precipitare, epiteto caratteristico di quel suolo, per effetto di una rivoluzione fisica separato dal suolo di Capri (2276). Ad ogni modo, più templi vi erano, e se crediamo ad alcuni scrittori anche una piccola borgata, o villaggio, cioè Atene, da Stefano Bizantino ricordala in Italia, e che annovera la quinta tra le città dello stesso nome (2277). Senza confondere questo luogo coll'oppido Minervio che Livio attribuisce alla Salentina (2278), a volersi accordare con questi scrittori, egli sembra che intorno al celebre tempio di Atena o Minerva si fossero da remoti tempi riunite delle abitazioni, che poi formarono un piccolo villaggio (2279). Ad Ulisse del resto, come ho detto, la tradizione attribuiva la fondazione del tempio, come nella costa meridionale dell'Iberia (2280), e senza crederlo più veramente fondato da una greca colonia ivi giunta dall'Epiro, come quella de' Teleboi, la tradizione non sarebbe che una favola; né senza ragione i greci coloni ve lo edificarono, perché l’olivo sacro alla dea ebbe a prosperarvi da tempi remotissimi.

In molta venerazione fu questo tempio, e non solo de' popoli vicini, ma degli stessi Romani ancora, essendo noto da Livio che trepidandosi per l’esito della guerra contro Perseo ed alcuni prodigi avvenendo, agli altri pubblici sacrifizii e preghiere fu ordinato sacrificarsi colle maggiori vittime sul promontorio di Minerva (2281). Approssimandosi i nocchieri all'isola di Capri, facevano alla dea sacre libazioni (2282). Nell'estremità del monte di Termine verso la marina qualche vestigio ne rimaneva a' principii del secolo XVII, e medaglie, vasi e marmi vi si scoprivano, e gli stessi capitelli delle colonne di ordine corintio colla civetta sacra alla dea. nonché il pavimento di opera tessellata colle gemmette che il suolo sorrentino produce (2283), abbellimenti che accennano ad un’epoca non molto antica. Quando su questo tempio fabbricavasi una torre di guardia più ne scomparivano i vestigi (2284), ma il porto che aprivasi verso ponente al di sotto del tempio serbò il nome di Ieranto, certamente dal tipo, sacro alla dea, da' cui rottami sembra poscia edificata la vicina chiesa di S. Maria della Lobra, così detta dall'antico delubro (2285).

Accennando Strabone questo promontorio nel principio della sua geografia, dice che dal lato opposto al golfo posidoniate eravi il tempio delle Sirene (2286), il quale sembra diverso da quello che poi ricorda nella descrizione del promontorio stesso (2287). Questo tempio accenna anche Frontino nel ricordare la romana colonia da Augusto dedotta nell'agro sorrentino (2288), né diversamente dal greco geografo un antico compilatore lo celebra pe’ molti donarii ed offerte, nonché pel concorso de' popoli vicini (2289). Stefano Bizantino dice ancora che in grande venerazione vi erano le Sirene (τιμῶνται καθ' ὑπερβολήν) (2290), ed il culto che vi ebbero sin dalla prima fondazione di Sorrento diede occasione alle favole da Omero narrate e da altri antichi che Ulisse seppe evitare il soave canto delle Sirene, al quale non isfuggendo i Centauri perivano di fame inseguiti da Ercole per la Tirsenia (2291). Ammettendosi del resto che i due templi vi furono eretti da due diverse colonie, e quello delle Sirene prima dell'altro sacro a Minerva, è forse soverchio l andare investigando perché vi si edificassero l’uno a breve distanza dell'altro (2292). Ma se bene è noto che il tempio di Minerva stava sulla sommità (επ' άκρω) del promontorio, dove pur se ne ricordano i vestigi, ignota affatto è la situazione di quello delle Sirene, e per sola conghiettura si è detto che sorgesse sopra una delle eminenze che fanno corona Sorrento, detta Schifani, così che il nome odierno di Monte Comune di tutte quelle colline è paruta una traduzione dell'antica κοινόν όρος, dall'essere frequentato appunto per visitarvi il tempio delle Sirene (2293). Col promontorio Ateneo del resto ha fine il golfo dagli antichi detto Cratere, perché fatto dalla natura a somiglianza d’una tazza, ed oltre delle città descritte da tante abitazioni circondato e da tanti giardini che, come oggidì, già rendevano sembianza di una sola città (2294).

123. Promontorio, e tempio di APOLLO

Sorge nel seno pestano un promontorio detto Acrapolla incontro alle Sirenuse, alle quali brevissimo è di là il tragitto. Poiché apertamente greca ne è la denominazione, derivata da Akrk Απολλώνος, ossia promontorio di Apollo, un tempio esser vi doveva sacro a questo nume, e che fossevi stato di fatto non par dubbio dagli avanzi che se ne ricordano, e da una testimonianza di Strabone. Nella chiesa dedicata a S. Pietro alle pendici del promontorio si veggono antiche e grandi colonne con capitelli lavorati alla greca (2295), ed il geografo dice che oltre del tempio di Minerva un altro ne mostravano i Sorrentini, notabile per le antiche tabelle votive (ἀναθήμαπα παλαιά) che vi dedicarono gli abitanti circonvicini veneratori di quel luogo (2296). Senza poter supporre questo tempio innominato un’altra religiosa fondazione anche sacra a Minerva (2297), o quello stesso in onore delle Sirene (2298), parmi piuttosto con un patrio archeologo edificato in relazione alla favola delle stesse Sirene, perché Igino dice che andando esse in traccia della rapita figliuola di Cerere, giunsero nella terra di Apollo, dove per volere della dea, per non aver dato aiuto a Proserpina, furono trasformate in uccelli (2299). La terra di Apollo, o del Sole, accenna nel mito alla Sicilia (2300); ma trasferita dall'isola la sede delle Sirene al promontorio Ateneo, qui sembra che poi s’innalzasse anche un tempio sacro ad Apollo, e par manifesto sopratutto se più che ad altro si riguardi alla detta denominazione di Acrapolla. Certo è che nel giorno di Pasqua concorrendo il popolo ne' tempi andati ad un porticello presso il sito del mentovato tempio, ne ritornava con le barche cantando le litanie (2301): questa pompa oggidì si celebra nel dì che segue a quello della Resurrezione, nella quale per un’antica strada attraverso de' monti Sireniani la di vota compagnia si reca a visitare e la cappella di S. Pietro e le prossime isolette Sirenuse, ed un patrio archeologo vi vide come una rimembranza dell'antico religioso costume di spedir le teorie, o le sacre legazioni ad Apollo, a cui pure accennerebbe il nome di Torca del termine della detta strada in sul monte Canutario, che sarebbe la via teorica (θεώρικη οδός), per la quale portavansi le sacre offerte al nume, perciò detto anche Teorio da Esichio (2302).

124. Isola di CAPRI

Non più di 3 miglia distante dal descritto promontorio sorge risola che gli sta incontro, d’onde pe’ naturali sovvertimenti si è creduta distaccata in tempi remotissimi (2303), ma più probabilmente solo da una gran valle occupata dal mare divisa dall'Appennino, come Pisola della Sicilia da' vicini monti della Calabria. La formazione dolomitica nelle erte della spiaggia meridionale, e le caverne che come nella vicina Costa di Amalfi vi si trovano ne limiti di contatto della dolomite con gli spessi strati calcarei, mostrano chiaro a geologi che in gran parte ne vennero sollevate le masse da' vulcani sottomarini. Di circa 9 miglia di perimetro, oltre a 3 miglia si estende nella massima sua lunghezza, ad un miglio e mezzo in larghezza. La sua massima elevazione sul livello del mare dalla vetta di monte Solavo, che in due parti la divide, è di circa 1800 piedi. Tacito ne da una vera e bella descrizione. E solitaria, dice lo storico, e senza porti, ed appena possono accostarvi i piccoli navili: il verno vi è dolce pel monte che le ripara I venti crudi; rivolta per tastate a ponente, con amena vista del mare aperto e della costa bellissima (2304). Col nome di Capriene descrivevala Ecateo, il più antico de' geografi (2305), e non par dubbio che i Greci tal nome le imposero dalle capre selvagge che vi ritrovarono, alle cui immondizie i naturalisti attribuiscono i depositi di aspetto bituminoso all'occidente della grotta dell'Arco ed in alcuni siti della roccia di Anacapri (2306). Primi ad occuparla sembrano stati i Teleboi (2307), poco dopo dell'epoca trojana, poiché Omero già parla dell'Isola delle Sirene (2308), le quali essendo tutt’uno con questi popoli, dalle sponde Acheloo le tradizioni mitiche le dicono passate presso il Peloro della Sicilia, e di là nelle vicinanze di Capri. Nati i Teleboi secondo le mitiche genealogie da un figlio di Licaone (2309), e però tra le antichissime genti arcadiche, da' lidi Acarnania passarono alle isole vicine, ed a Tafo sopratutto, una delle Echinadi (2310), dove presero il nome di Tafli (2311), popolo di pirati e di arrischiati navigatori che abitava le foci dell’Acheloo (2312), e che di la scorreva i lidi della Sicilia e dell'Italia. Come nel mito delle Najadi trasmutate nelle Echinadi espressero gli antichi il passaggio de' Teleboi dall'Acheloo alle isole vicine (2313), cosi le Sirene dalle rive del fiume stesso passate ne’ lidi dell’Opicia altro esser non possono che gli stessi Teleboi qui giunti dall'Acarnania, e solo secondo questa spiegazione può vedersi nell'isola di Capri con alcuni antichi Pisola delle favolose e crudeli incantatrici (2314). Telone, il re loro, vero o finto da Virgilio, dal suo imitatore è detto adoratore di Nettuno (2315), ed il poeta ci serbava così memoria di un popolo navigatore. É senza tutto ammettere ne' racconti di Virgilio, ma senza nemmeno tutti discrederli, nell'unione di Telone con una ninfa del Sebeto può ben vedersi l’amichevole relazione tra i fondatori di Falero, Acarnani aneli essi, e i primi fondatori di Capri. Certo è che l’isola fu abitata da Greci, e sino al tempo di Augusto vi veggiamo serbato il greco linguaggio e le usanze greche, i certami degli Efebi, come nella città di Napoli (2316). Strabone dice che già furono nell'isola due piccole città, dipoi una sola (2317); ma poiché anche oggidì, oltre della città che ne porta il nome, nella più alta parte dell'isola sorge il villaggio di Anacapri, in questo è da vedere, io credo, l’altra piccola città ricordata dal geografo, la quale serbando l’antico nome greco di Capri superiore, comeché impiccolita, non venne mai a mancare ne' tempi successivi. Antica è in fatti la scala di 533 scaglioni, per la quale vi si sale dalla valletta della marina, e senza tutte attribuire alle quattro imperiali ville che vi costrusse Tiberio le molte rovine che vi rimangono, alcune creder si possono delle antiche abitazioni. Forse ancora l’altra città antica può considerarsi nelle rovine della valletta di Orico, d’onde una strada si partiva per condurre al superiore piano di Damecuta; e questa denominazione di Orico mi appalesa un altra colonia di Epiroti sopravvenuta a quella de' Teleboi dalla spiaggia della Caonia (2318) incontro alla città di Otranto, ed al promontorio di Leuca.

Augusto che si piacque degli ameni soggiorni della Campania, volle che l’isola gli cedessero i Napoletani che la possedevano, dando loro in cambio l’isola Enaria (2319). Spesso vi si trattenne, e rabbellì di edificii ed antiche armi vi raccolse ed ossa di animali di specie perdute, allora e poi attribuite a' giganti (2320), e fu questo forse il primo museo paleontologico delle specie antidiluviane, i cui avanzi, non rari nel vicino promontorio di Sorrento (2321), tanta celebrità acquistar dovevano alla scienza del secol nostro. Ma più celebre divenne Capri per la dimora di Tiberio. Era l’isola l’immagine della sua anima: solitaria e selvaggia, pareva destinata più all'esiglio, che alla dimora del padrone del mondo. Antiche e profonde selve, ombrose valli, terribili precipizii, e intorno tetre caverne e rocce inaccessibili, presentavano un aspetto feroce e disgustevole: perciò appunto per sua dimora la trasceglieva Tiberio, straziato da' rimorsi. Dodici ville vi fece edificare, alle quali ei sembra che imponesse il nome de' dodici dei maggiori, poiché una Svetonio ne ricorda che fu detta di Giove (2322). Comeché gl'imperiali edifizii facessero per avventura conservare i susseguenti imperatori (2323), non vi è memoria nella storia che altri di essi vi si recassero dopo di Tiberio; anzi da luogo di delizie veggiamo poi l’isola mutata in luogo di esilio dal fatto di Commodo, il quale vi rilegava Crispina e Lucilla (2324), la moglie e la sorella, ne' più umane, ne' più continenti di quel tiranno.

Molte rovine di antiche fabbricazioni, di strade, archi, condotti e ricettacoli di acqua, bagni e sepolcri tutta l’isola ricoprono in ogni lato, e dove sopratutto più vaghe e ridenti ne fece le situazioni la natura. Con assai diligenza queste rovine sono state descritte da benemeriti antiquarii (2325), e lungo riuscirei e soverchio a volerle partitamente ricordare. Pago perciò a brevissime indicazioni, dirò solo che nella valletta della marina, a maestro del villaggio di Capri, dove abbondano gli antichi ruderi, stava l'antica città dell'isola, la quale distendevasi ancora nel piano di Campo Pisco, e non è dubbio dalle molle diroccate muraglie nonché dalle numerose cisterne che vi rimangono: oltre di che una greca epigrafe vi si scoperse, la quale, contenendo un divieto di eccitare tumulti e di porre mani profane nelle are erette nel Foro, o nel pubblico agro della città, ben ci dimostra che nell'intorno era il recinto della città istessa. L’epigrafe è questa (2326):

ΔΗΜΟΣ • ΜOΥΤΙΣ ΕΓΕΙΡΗ

ΚΕΛΑΔΟΝ ΟΥ ΔΑΙΜΟΝ ΒΩΜΟΝ

ΕΠΙ ΑΓΟΡΑΝ Κ. ΑΓΡΟΝ ΔΗΜΟΚIO

Ne’ dilettevoli siti di Truglio e di Aiano furono due delle imperiali ville, come un’altra più grandiosa nell'estremità della mentovata valletta, nel sito che appunto dalle grandi rovine di essa ha preso il nome di Palazzo a mare (2327). Nella cala ora detta dell'Unghia marina, in sito opposto all'odierna marina di Capri, era l’antico porto dell'isola: alla punta di Tragara si veggono in fatti sott’acqua avanzi di solide fabbricazioni ad uso del porto stesso, ch’estendevasi insino al capo di Marcellino, e la vicina spiaggia di Mulo non ha preso il nome che dall'antico molo. La prossima grotta dell'arsenale, in cui pur sono ruderi di antiche muraglie, serviva a costruirvi i navili, e nel piano sottostante alle antiche fabbriche delle Camerellc (estese arcale per sostenere una strada e ad uso insieme di acquidotto) stava il circo della città, pe’ certami degli Efebi, di cui tanto piacquesi Augusto (2328).

In su la spiaggia della mentovala grotta, in un sito di bella vista del mare aperto e che i colli difendono da' venti aspri, grandi avanzi si veggono di bella magione con ben disposti appartamenti, decorati d’intonachi di vivissimi colori e con vaghi dipinti di uccelli. A queste rovine, notabili ancora pe’ pavimenti a tasselli e di lastre marmoree, de' quali un ammirevole avanzo si serba nel R. Museo, fu dato il nome di villa Giulia, per la epigrafe che vi si rinvenne: YACINTHI IVLIAE AVGVSTAE, ed è forse da considerare come la prima villa da Augusto edificata. Antichi ruderi non mancano altresì nell'isolotto che sorge nel prossimo piccolo seno di Tragara, detto il Monacane, nel quale meglio che altrove è da credere l’isoletta Apragopoli, così detta da Augusto per l’oziosa vita di quelli del suo seguito che per vivervi spensierati vi si recavano (2329). —Poco lungi dall'altura di Tragara, in un sito ancora di bella vista, altre poche rovine si veggono, che la tradizione e gli archeologi ascrivono ad un'altra delle ville di Tiberio. S’incontra più oltre la grande valle di Matromania, alla cui estremità verso il mare si veggono dentro un’ampia caverna i ruderi di un tempio dello stesso nome, con pochi avanzi delle pareli e della volta, nonché di due muri semicircolari e della grande nicchia a cui si sale per 12 scalini, oltre di altre nicchie più piccole scavate nella roccia, nelle quali star dovevano statue. Vi sono altresì rovine delle dipendenze del tempio, intonachi e pitture nell'interno della grotta, e fuori altre fabbriche rovinate ad uso forse de' sacerdoti, con un’ampia cisterna che serba tuttavia l’acqua. Oltre di molti rottami di statue e frammenti marmorei, vi si trovò il pregevole bassorilievo mitriaco che or si vede nel R. Museo, e che col nome dell'antro dimostra che il tempio fu dedicato a Mitra, il Fetonte degli Assirii (2330). Vi si scoprì ancora un quadrante solare, un altare di bianco marmo, ora nel Museo brittannico (2331), ed il seguente sepolcrale epigramma (2332), posto a qualche liberto di Augusto, o di Tiberio:

ΟΙ ΣΤΥΓΙΟΝ ΧΩΡΟΝ ΥΠΟΝΑΙΕΤE DAIMONES ΕΣΘΛΟΙ

ΔΕΞΑΣΘ ΕΙΣ ΑΙΔΗΝ ΚΑΙ ΜΕ ΤΟΝ ΟΙΚΤΡΟΤΑΤΟΝ

ΟΥ ΚΡΙΣΕΙ ΕΚ ΜΟΙΡΩΝ ΗΠΡΑΣΜΕΝΟΝ ΑΛΛΑ ΒΙΑΙΩΙ

ΑΙΦΝΙΔΙΩΙ ΘΑΝΑΤΩΙ ΜΗΝΙΟΣ ΕΞ ΑΔΙΚΟΥ

ΑΡΤΙ ΜΟΥ ΕΝ ΠΡΟΚΟΠΗΣ ΤΑΞΕΙ ΠΑΡΑ ΔΕΣΠΟΤΕΟΝΤΙ

ΑΡΤΙ ΔΕ ΚΑΙ ΓΟΝΕΩΝ ΕΛΠΙΑ ΕΜΗΝ ΣΤΕΡΕΣΑΣ

ΟΥ ΔΕΚΑ ΠΕΝΤ ΕΤΕΩΝ ΟΥΔ ΕΙΚΟΣΙ ΤΕΡΜ ΕΝΙΑΥΤΩΝ

ΕΚΤΕΛΕΣΑΣ ΓΟΕΡΟΣ ΟΥΚ ΕΣΟΠΩ ΤΟ ΦΑΟΣ

ΤΟΥΝΟΜΑ ΜΟΙ ΥΠΑΤΟΣ ΛΙΤΟΜΑΙ Δ ΕΤΙ ΤΟΝ ΣΥΝΟΜΑΙΜΟΝ

ΤΟΥΣ ΔΕ ΓΟΝΕΙΣ ΚΛΑΙΕΙΝ ΜΗΚΕΤΙ ΤΟΥΣ ΤΑΛΑΝΑΣ

Qui Stygiam incolitis regionem, Daemones almi,

Excipite intra Orcum me quoque ter miserum,

Parcarum haud fato raptum me, sed violenta

Morte improvisa ex vi superum haud merita:

Jam cumulabat sat multo me munere Caesar

Cum patres a spe, et me quoque reppulerit;

Et non quindenus, non se vicenus et annus

Volverat, infelix haud jubar intueor:

Nomen mi est Hypatus, sed et illud adhuc rogo fratrem,

Putresque ingemere haud ulterius miseros.


Più oltre procedendo s’incontra la celebre ed alta roccia (Punta di Chiavica), d'onde Tiberio precipitar faceva i condannati, rupe spaventevole che circa 600 piedi si eleva sul livello del mare, e che fin da' tempi di Svetonio si è sempre mostrata come una singolarità dell'isola (2333). Si veggono poco lungi i ruderi della torre del fanale, che in forma quadrata or s’innalza a soli 60 palmi, ma che ben alto fa credere la sua larga base, e tale da illuminare lo stretto insieme e gran parte dell'isola, così che emulo della Luna era detto da Stazio (2334). Un altro rovinato edifizio vedesi dappresso, le cui mura rinchiusero forse Crispina e Lucilla, perché un bassorilievo in terra cotta vi si scopriva di pregiato lavoro, con due figure femminili in atto supplichevole e colle chiome scarmigliate, credute appunto le due imperiali donne che per la loro malvagia vita da un altro malvagio meritarono l’esiglio (2335).

Un'altra villa, e delle più magnifiche e deliziose per l’amenità del sito, stava sul colle di S. Michele, una parte de' cui ruderi è quella stessa ridotta a cappella coll'altare a S. Michele innalzato. Vi guidava una strada condotta sopra grandi arcate ad uso anche di acquidotto, ed oltre non pochi rottami di marmi e di belli ornati architettonici, vi si scoprirono due intere colonne di cipollino egizio, ed altre spezzate di giallo e rosso antico. — Sulla falda del colle che sorge rimpetto al già detto, poco lungi dal villaggio di Capri, e nel luogo detto Castiglione, altra villa fu costrutta, che avea bagni e loggiati, e pitture ammirevoli nelle mura (2336). E qui ancora, più che nella valletta di Tragara, dove le celebri Spintrie si scoprirono (2337), fu l’abbominevole Sellaria, o il particolare serraglio di Tiberio, perché un sito vi ritiene il nome di Sella Orta, e la tradizione all'infame luogo l’attribuisce. — Presso di questa ed in un sito anche amenissimo si veggono le rovine di un’altra villa, la quale estendevasi sino alla prossima contrada di Valentino; ma pochi ruderi ne sopravanzano. Vi conduceva la mentovata strada delle Camerdle, ed oltre le medaglie e i soliti rottami marmorei, vi si scopri un simulacro di Apollo, il titolo sepolcrale ΘΕΑΝΩ ΘΗΝΙΚΟΥ ΧΑΙΡPE, ed una base di statua in marmo africano, opera di Atanadoro, noto scultore di Rodi (2338), la quale come le iscrizioni de' musaici di Pompei ed Ercolano dimostra a mio credere che di greci artisti erano per lo più le migliori opere, con che queste ville furono decorate. L’iscrizione che sulla base si legge è questa (2339):

ΑΘΑΝΑΔΩΡΟΣ ΑΓΗΣΑΝΔΡΟΥ

ΡΟΔΙΟΣ ΕΠΟΙΗΣΕΝ

Nella estremità orientale dell'isola si ammirano i nobili avanzi della più sontuosa e grande di queste imperiali ville, e quella stessa credula da più ch’ebbe il nome da Giove. Oltre delle grandiose fabbriche, su parte delle quali fu eretto il romitorio di S. Maria del Soccorso, be dipinti ed intonachi vi rimangono come quelli di Pompei, pregiati monumenti ne vennero fuori (2340), ed è fama che in uno de sotterranei di essa già si vedesse una equestre statua di Tiberio. — Queste otto ville stavano ne' dintorni del villaggio di Capri. Altre quattro ne furono edificate presso quello di Anacapri, ed una tra queste nell'amenissima altura di Capodimonte, di sotto alla rocca dell'isola costrutta nel medio evo. Comeché da remota età demolita e spoglia di monumenti, pur vi si sono scoperti e pavimenti a musaico, e rollami di colonne e di statue, nonché di basi e di capitelli. — Verso libeccio di questi ruderi eravene un’altra nel luogo detto Timberino, tra le cui rovine è fama si scoprisse un cavallo di marmo, una lapida con greca epigrafe, e i soliti marmorei pavimenti. Estendevasi quest'altra villa ne' luoghi detti Feterino e Pozzo, e nel secondo sopratutto si sono scoperti bassirilievi di squisita scoltura, colonne e lastre di marmo di molto pregio, nonché frammenti di ornati, ed oltre di un’antica cisterna, vi sono avanzi di una strada, che come le altre serviva pure di acquedotto. —Altra nobile villa si è riconosciuta nel luogo detto Monticello, dove pure e musaici, e busti di statue e rottami di colonne e tavole di marmi colorati si sono scoverti. —Ma meglio si conservano i vestigi di queste imperiali ville nel piano di Damecuta, bello e dilettevole, che a guisa di promontorio si avanza nel mare nell’estrema parte dell'agro di Anacapri, e dove i soliti avanzi si sono rinvenuti. Emulava questa villa colla sua magnificenza quella di Giove, e come la più stupenda perciò si riguarda edificatavi da Tiberio. Da questa villa, oltre della strada che guidava alla sottoposta marina, un’altra per le viscere del monte conduceva alla si nota grotta azzurra, posta verso maestro del piano di Damecuta. Questa grotta meravigliosa, nota sin dal secolo XVI (2341),poi smarrita e di bel nuovo scoperta, ha l’adito nella curvatura del capo delle Gradelle, a cui non può entrarsi che con piccolo schifo. Di figura quasi ellittica, è larga circa 404 palmi, lunga circa 196, con una profondità di quasi 80 palmi d'acqua, e di altrettanta altezza sino alla più elevata parte della volta: è detta azzurra perché per effetto della rifrazione della luce di azzurro vi si veggono colorate le acque, di azzurro le facce e la volta, ed in colore azzurro vi si mutano i volti di coloro che vi entrano con ogni cosa che v’introducono, e da' vestigi delle fabbriche in essa ravvisati non par dubbio che la sensualità romana se ne servisse per luogo di bagno assai dilettevole. —Dione dice che l’isola di Capri non era buona a nulla (2342); produsse solo il poeta Bleso, autore di scherzevoli poesie (2343).

IV. Descrivendo l’Ausonia, ho cennato l’origine e il primo corso della Via Appia insino a Sinuessa, di questa regina delle vie romane (2344), di cui tuttora sorprendono gli avanzi. Bene in essere era tuttavia nel V secolo, come è noto da Procopio, il quale dice che non veggendosene a' suoi dì smosso un macigno, serbava la sua prisca bellezza. Uno spedito viandante da Roma in cinque giorni poteva per essa giugnere a Capua (2345), e da Sinuessa a questa città correva per lo spazio di XXI miglia antiche (2346),d’onde poi prolungata da Gracco (2347), gran parte attraversava delle nostre antiche regioni.

A questa nobilissima strada un’altra in processo di tempo ne fu congiunta lungo la spiaggia della Campania, la quale poi rifatta da Dominano quando forse molti pubblici edifizii io Roma ergeva e restaurava (2348), il nome ottenne di questo Imperatore. Questa bella strada ci lasciò descritta Stazio con tutti i colori della poesia (2349), ed uscendo da Sinuessa sotto un magnifico arco di trionfo (2350), per Cuma e Baja fu lastricata insino a Puteoli (2351), d’onde poi fu prolungata per Napoli, Ercolano, Pompei e Sorrento (2352). Un bel tratto di questa strada rimane in quella che prende a Pompei il nome da' sepolcri, e che tutta la città traversando conduceva a Nola per congiungersi all'altra che menava ad Abellino ed alla volta dell’Apulia (2353). Per le campagne poi occupate dalle paludi di Mondragone, in sulle foci del Saone, e del Volturno, dove qualche vestigio rimane dell'antico ponte che vi fu costrutto (2354), lungo la Selva Gallinaria, per le falde del Gauro, e le belle spiagge di Cuma e di Puteoli, traversava la Pia Domiziana paesi ridenti di tutte le bellezze della natura, ed era inoltre dalle arti e dalla industria degli uomini vagamente adornata, perché templi, edicole, are, sedili (scholae), archi di trionfo, sepolcri, ville, giardini, portici ed alberghi per ogni dove erano a' Iati di essa edificati; e i più notabili avanzi che or se ne veggono tra altre antiche rovine, sono tra' pochi ruderi della città di Cuma, sotto il colle su cui sorge X Arco Felice, e presso l’anfiteatro di Pozzuoli. Nel IV secolo, e propriamente verso l’anno 366, questa bella strada veniva restaurata dal Consolare Giulio Felice, e la seguente epigrafe ne lasciò ricordo, scoperta tra le rovine di Sinuessa (2355):

…………………………………………………..

DD. NN. FL. VALENTINIANI P. F....

SEMPER AVG. ET GRATIANI CAESARIS

VIAM AQVAR. ILLVVION. ET S......

CTVR. INTERRVMPTAM. AB SINVESSA

CVMAS VSQVE. IN EAQ. PONTES. Substruc

SIONESQ. MILL. P. XV.........

IVLIVS FELIX

CAMPANIAE CONSVLARIS

Presso quell'anfiteatro stesso avea principio la Via Campana o Consolare, che pei campi Leborii, dove ora sono i villaggi di Quarto e Marano, menava a Capua. Il nome stesso avea la strada che più direttamente da Cuma conduceva alla città medesima (2356), d’onde altre strade si partivano: quella che menando direttamente al Vico Fenicolense, di là dividevasi in due rami, uno verso Literno, l’altro verso Cuma, come già mostravano gli avanzi e i sepolcri, e che fin nel medio evo serbò il nome di Via Vienna (2357); quella ch'era diretta per Atella e Napoli (2358); quella che per Calazia, Suessola, Nola e Nuceria menava a Salerno, d’onde attraversando il resto della regione de Vicentini e poi tutta la Lucania e tutta la Brezia terminava alla Colonna di Reggio in sullo stretto della Sicilia. Questa strada è indicata nell'Itinerario di Antonino col titolo d'Iter ab urbe, Appia Via recto itinere ad Columnam (2359), ed una importante iscrizione scoverta a Polla serbò memoria del suo autore, il Proconsole Aquilio Gallo, quello stesso probabilmente che fu Pretore nella Sicilia (2360). Ed oltre la strada che da Puteoli con camino più breve traversando la grotta toccava lungo la marina il castello Lucullano e giugneva a Napoli, un’altra ancora ve n'ebbe più lunga su pe’ colli vicini alle due città. Questa seconda, di cui tuttavia restano le tracce nelle vicinanze di Pozzuoli, dirigendosi pc' monti Leucogei o la Solfatara e per le falde dell'Olibano, scendeva per le balze accanto il lago di Agitano, d'onde traversando le vicine campagne saliva la collina di Posilipo e giugneva ad Antignano (2361). Perciò col nome di strada Antiniana è indicata dagli scrittori patrii, e da alcune colonne miliari scoperte ά Seccavo e ad Antignano, è nolo che, ordinata da Nerva, fu mandata a compimento da Trajano. Le dette colonne furono messe al V miglio antico, ed all'ottavo da Puteoli, ed ecco l’iscrizione della prima, identica alla seconda (2362).

V

IMP. CAESAR. DIVI

NERVAE. F. NERVA

TRAIANVS. AVGVStus

GERMANICVS. Pontifex

MAXIMVS. TRIbunicia

POTESTATE. VI. IMP. II

COS. IIII. PATER. PATRIAE

INCOHATAM. A DIVO. NERVA

PATRE. SVO. PERAGENDAM

CVRAVIT

Al trivio dell'osteria delle Rose questa strada partivasi in due rami, uno che in retta linea per la grotta menava a Napoli, e l’altro che piegando a sinistra sino al ponte di Fuorigrotta, saliva per la collina di Wenzel (Canzonella), d'onde per la Scampia usciva alle Case puntellate. Dalla collina del Vomero, dove antiche ville ci dimostrano i monumenti scoperti, scendeva quasi parallela all'odierna strada dell'Infrascata, e dietro il monistero di Gesù e Maria passava sopra un ponte, il quale detto Ponte Curvo (2363) dalla sua inclinazione, il nome di Pontecorvo ha lasciato a questa contrada della città, d’onde scendeva per metter capo nella piazza di Nido, dove fu la porta Puteolana, e propriamente dove l’obelisco di S. Domenico fu eretto (2364). E senza ripetere i diversi rami di strade tra le altre città nella parte mediterranea della regione, dico solo che il ramo della Pia Latina che Venafro congiungeva con Casino, restaurava verso la fine del III secolo il Preside della Campania Giunio Massimo, come la seguente lapida ci ricorda, scoperta presso l’osteria del Sesto nel corso di quella strada (2365):

EX, DECRETO. ET. AVCTORI

TATE. IVNI. MAXIMI. V. C.

PRAEF. ALVEI. TIBER. ET

CAMPANIAE. VIarum

ΜΑΧΙΜΙΑNI. AVG. COS.....

VIATORES. QVIB. TVTEL.....

PR..... PERPET. SECVR.....

.... VIAM. LATINAM.....

BENEVENTO. TELES.....

ALIF.... EX. EA. CALAT.

..... VENAFR. CASIN. VSQVE

.... PEDI...... ATQVE...

AB. LATROCIN...... RA..…


XIV. PICENTINI

I. Antica corografia, e cenno geologico della regione de' Picentini, — II. Origine, e vicende di questi popoli. — III. Topografia de' Picentini. — 1. Isolette Sirenuse. — 2. Cosa, o Cossa. — 3. Macrina, o Marcina. — 4. Metelliano. — 5. Salerno. — 6. Picenzia. — 7. Eburi, o Eburo. — 8. Fiume Silaro.


Seguiva appresso la Campania la piccola regione de Picea tini, i quali, comeché non indigeni del nostro paese, menativi nondimeno ad abitare per forza di conquista, e tramischiati a' nativi, diedero ne' tempi storici il lor nome al versante meridionale del ramo degli Appennini che limitò il Cratere della Campania, nonché alla destra della inferiore valle del Sele che si comprende nella vasta pianura adiacente alla costa di Salerno. Questo paese attribuirono a' Picentini Strabone, Plinio e Dionigi Perigete (2366), più esatti nella lor circoscrizione di Tolomeo e Pomponio Mela, il primo de' quali restrinse i Picentini tra il Sarno ed il Silaro, ed attribuì loro Nola e Nuceria dentro terra, Sorrento e Salerno sulla spiaggia (2367), e l’altro con più di errore tutta là regione Picentini pose nella Lucania (2368). Poiché quant’é dal promontorio Ateneo insino alla foce del Silaro si appartenne a Picentini, questa regione tra' detti punti estremi ebbe per natural confine il mare lungo la costa meridionale del mentovato ramo degli Appennini, e più oltre lungo le pianure di Salerno e di Eboli sino alla foce del Sele: dentro terra la catena de' monti che col nome di Tori limitano la fertile pianura nucerina e termina a Pietri, nonché l’altra che da presso le fonti del Sarno e del Sabato si dirama verso quella del Sele. Il corso di questo fiume dalla foce presso Posidonia alle sue fonti dividevali più da’ Lucani a destra che dagl'Irpini a sinistra, e i monti in fine che dividono i due principati dagli stessi Irpini. Abitarono adunque i Picentini le contrade, in cui oggi si comprende gran parte di Principato Citeriore, che lungo la costa di Amalfi, i monti della Cava e ’l golfo di Salerno, al di là di Eboli sino alle fonti del Sele dentro terra si distende, ampio paese per poco numeroso popolo, che vi ebbe poche città, ma molte borgate forse e molti villaggi sconosciuti all'antica geografia.

Tutta la costa di Amalfi termina in molte punte e capi, e i gioghi de monti che vi si elevano, non presentano che uniformi massi di calcarea grossolana a diversi strati, mista di sostanze eterogenee, di schisto, carbonato calcareo, aggregati tufacei, pomici e lapilli. I più alti sono il Cerbelliano, ed il Falesio, che nelle più alte vette si elevano a circa 1300 piedi dalla spiaggia. Tra le rocce di Scala sopra isolata pianura torreggia il primo di questi monti con tre piccoli piani, e con rapide pendenze e selve sul dorso. All'ovest tiene il Gauro, di forma tricuspidale, orrido e per lo più nudo di vegetazione, che da Castellammare si distende a Positano per 11 miglia. Il Gauro ed il Falesio abbondano di erbe medicinali, e varie limpide sorgenti, scarse all'ovest di Positano, copiose al nordest dì Amalfi, rampollano dalle loro viscere.

Questi monti con tronchi o aguzzi coni, tondeggianti e dirupati, e con pendenze più o meno ripide verso il mare, formano colle loro diramazioni molte valli, per lo più poco profonde ed anguste, tra le quali stanno i più ridenti paesi della costa. La quale dal promontorio Ateneo stendendosi fino al capo d'Orso per circa 18 miglia, dal capo di Montalto in modo lievemente flessuoso si sviluppa insino a Positano (2369) dove facendo quasi un angolo si distende alla punta di Fenica. Oh! come è bello in un dì sereno il contemplarvi il sol nascente: le cime de' boschi, le creste de' monti, le punte delle rocce apparendo in prima appena rischiarate, si veggono in un tratto fiammeggiare di rosso, di giallo, di violetto, ed in fine inondate di luce, mentre dall'opposto lato ombre lunghissime si stendono come per servire di contrasto a tanto splendore: il mare immenso ed il vario frastaglio delle sottostanti rive compiono il quadro rallegrante ed inesprimibile (2370). Di là si elevano i monti di Agevola, di grato aspetto e ridente, tra' quali giganteggia quello di S. Angelo, che si eleva sul livello del mare a 4370 piedi. All'angusta ed oscura vallata sottoposta alla terra del Furore, che orribile e solitaria s’inflette in forme strane e irregolari e per cui serpeggia il ruscello detto lo Schiatro, vien dopo la pianta di Conca, che più delle altre si prolunga nel mare; quindi la valle, in mezzo a cui siede Amalfi, tra montagne e colline così dalla natura ordinate e disposte, che presentano una vaga insieme e singolare prospettiva, unica forse fra le simili alpestri contrade. Da ogni lato lieti villaggi e borgate si aggruppano intorno sul pendio de' colli, o in anfiteatro si elevano insino alla vetta de' monti. Al di là di questi villaggi, all'entrata di una valle così tetra ed angusta che rassembra la bocca di una vasta caverna, la cui volta sarebbe crollata, vedesi Atrani. Nella successiva valle di Ravello, quasi a livello del mare s’incontra il sito delizioso di Mormorala, così detto dal mormorio delle acque sgorganti da una tenebrosa caverna, che molto si prolunga serpeggiando nelle viscere della roccia. Incredibili a dire sono le svariate forme, le tessiture, le grandezze delle stalattiti che pendono dalle pareli di questa grotta, nel cui fondo con gran fragore si precipitano le acque, e fra sassi rimbalzando in due rami si partiscono per mettere nel prossimo mare (2371).

Vedi quindi l’incantevole lido di Minori co' suoi ameni frutteti e giardini, nonché la bella pianura di Majori colla sua lunga e spaziosa marina. Di sopra si stende la pittoresca e stupenda vallata di Tramonti, così detta perché tutta cinta da monti e da colli, all'ovest dalle alpestri vette di Montalto, all'est da' gioghi del Falesia (2372) e del Mirteto, al nord da quelli dell'Albinio e del Chiancolella verso Nocera. Questa valle, che i geologi considerano come un tipo perfetto e il più singolare di una valle sollevata da' vulcani sottomarini, è pittoresca e meravigliosa, felice miscuglio di monti, di colli, di piani, di valli, di sparsi villaggi, di vaghe prospettive e modeste abitazioni. Da Majori alla volta del golfo orientale di Salerno molte grotte si aprono sulla costa, con torri qua e là costruite da Pietro di Toledo per segnalare le irruzioni barbaresche. Appiè delle balze d'una montagna, d'onde scendono alcune sorgenti, si stende nel mezzo di una valle una piccola marina nota col nome di Salecerchia, che vi forma una piccola cala. Tre celebri badie, l’una all'altra contigue, già occuparono il fianco orientale ed occidentale della montagna ora deserti: la prima sotto il nome di S. Maria de Vistellis, l’altra di S. Niccolò de Carbonaria, e la terza di S. Maria de Olearea. Sopra antichi ruderi queste badie ebbero ad esser costrutte, ma di quale città non è noto, perché il nome di Salecerchia come Sala Buca (2373), Sala di Marciliana e simili, accenna ad una città antica, la quale prese poi forse il nome dal prossimo tempio di Ercole. Ma non voglio trasandare la congettura di un dotto archeologo, il quale la città di Fisteliaì di cui sono note le medaglie prima attribuite a Posidonia e poi a Puteoli riconosce nel sito della prima delle dette badie, il cui titolo di S. Maria de Vistellis, che in molte carte si legge de' secoli XIII, XIV e XV (2374), ricorderebbe il nome della città detta (2375).

La catena de' monti, allungandosi verso la parte meridionale, protende nel golfo di Salerno il famoso capo d'Orsoa cagione delle spesse correnti molto pericoloso a' naviganti. Rompendosi le acque del mare in una grande e profonda caverna nella bonaccia e nelle tempeste, de' rimbombi vi formano così spaventosi come se fossero gli urli di un orso. Da questo capo discopri ad un colpo d'occhio da un lato l’immenso mare, dall'altro la lunga giogaia di monti l’uno all'altro accavallati, e dove affatto nudi, dove coperti di verzura. All'estremità del capo un luogo banco di scogli disposto a guisa di circo, si distacca dalla massa principale, e molto avanzandosi nel mare ha ricevuto il nome di punta del Tumulo. Con rispetto insieme e terrore i marinai di Napoli e di Amalfi ripetono i nomi di questi capi terribili: vi raccontano alla lunga la fatale istoria di que' loro compagni che l’orso ha divorati, o che dormono nel tomolo. Perigliosi ancora rendono questi lidi i banchi di scogli sottomarini, che alla profondità di due otre braccia molto si distendono nel mare, e guai alla barca che in tempo di burrasca si è avventurata sulla secca del Gaetano; così chiamano i naviganti queste scogliere.

Dal Capo d'Orso innanzi procedendo verso l’est trovasi dopo un miglio la piccola borgata d'Erchia dipendente da Majori, e così detta, come dalle carte si raccoglie, da un tempio di Ercole. A breve distanza sta Cetara, ultimo possedimento degli Amalfitani ne' secoli di mezzo, in un’augusta vallata di molto trista apparenza, a piè delle imminenti balze del monte Falesia. Comeché non siavene memoria negli antichi, antico nondimeno si crede questo paese, e detto Cetaria, come un’antica città della Sicilia (2376), da' Cetarii o pescatori e salumieri che lo popolavano (2377). Antico ancora da a crederlo il prossimo porto di Fonti, il quale creduto con errore il porto Argoo che fu nell'isola di Elia (2378), dalla natura difeso nel lato australe da lungo braccio di scogli, è ora tutto sott’acqua (2379); ed a giudicarne dalla sua odierna condizione, di grande capacità ebbe ad essere negli antichi tempi, così che sicuro ricovero vi trovavano i navili di Pesto, Velia, Salerno e Marcina, non meno che di altre città marittime della Campania, che con quelle cambiavano i loro prodotti. Quando nel IX secolo i Saraceni di Cetara s’impadronirono, il vicino porto di Fonti servì loro per ancorarvi le proprie galee, d’onde scorrevano per devastare le prossime contrade. —Al di là di Cetara e della piccola marina di Erchia, che sembra ascondersi sotto il grande scoglio del tempio di Ercole, l’aspetto della costa diviene orribile: non v’incontri più traccia né di abitati, né di vegetazione; per ogni dove immense rocce delle più strane forme, le une che si drizzano a guisa di obelischi alti da sette ad 800 piedi, le altre in alto sospese in forma di volte di archi rovinati, sotto i quali senza chinare il capo sarebbe passato qualche Titano della favola. Queste piramidi e queste rocce che ti paiono discendere dal cielo, colla base s’internano nel mare a perpendicolo: le onde spinte da' venti vi si rompono furiosamente e le corrodono; e però presentano in ogni lato bizzarre squarciature, profonde caverne, da cui pendono gigantesche stalattiti, o grotte anguste e tortuose, la cui bocca è per metà ascosa ne' flutti. Internandosi il mare in questi abissi, ne trae voci singolari, mugghi spaventosi simili a quelli dell'orso affamalo; perciò il capo formato da tali rocce ha ricevuto il nome di Capo d’Orso. Bello è il vedere dalla torre del Cane, posta sull'ultima punta di questo capo, tutto il golfo di Amalfi, che le ricche borgate di Majori, Minori ed Atrani sembrano cingere come una sola città, e che dominano alti monti coverti di villaggi e di gotici castelli in piedi o rovinati.

Passato il capo del Tumolo e gli scogli del Gaetano, le grotte si moltiplicano e la forma delle rocce diviene più straordinaria (2380). Di sotto a queste rocce e delle solite torri di guardia del secolo XVI, si veggono piccole cale, o seni sabbiosi che sembrano ascosi sotto le montagne, alla cui vetta menano lunghi e stretti viottoli a pendio. La linea flessuosa della strada da Amalfi a Salerno da lungi si distingue nella montagna sopra di queste torri e di questi seni solitari!, ed or si vede discendere presso la riva, ora rampicarsi alla cima delle rocce più elevate, di cui contorna arditamente i nebbiosi coni. Ma, più ti dilunghi dal capo del Tumolo, e più l’aspetto del paese diviene terribile: da una terra promessa ti sembra di passare in un orrido deserto. Tutta la costa che di là si estende alla marina di Pietri è singolarmente trista, perché non presenta che grandi pendenze qua e là coverte di alberi, o dirupi di rocce calcari coronati da naturali merli ed obelischi. Di distanza solcano queste balze strette e profonde valli, in cui scorrono le torbide acque di un torrente.

Alla marina di Pietri ha termine l’istmo di CXX stadii, o di 15 miglia odierne che si eleva dalle vicinanze di Nocera (2381), e formato da' detti monti che si distaccano dal principale ramo degli Appennini nella direzione del sudest. Più che la notabile isolata situazione di questi monti, la loro configurazione sino alla considerevole altezza di 3000 a 4000 piedi questo ramo distingue dagli altri, e lo costituisce altresì tra i più belli e speciosi esempi della legge di sollevazione, che or la geologia conta tra le sue più importanti dottrine. Formati questi monti da strati regolari calcarei, sono ricchi di petrificazioni appartenenti alla formazione giurassica superiore per effetto della diffusione della dolomite, manifesta soprattutto ove i violenti squarciamenti sono sì chiaramente espressi nelle forme delle alte creste delle coste meridionali, che obliquamente ed a picco si precipitano verso il mare. Dove le masse delle rocce sono aspramente divise, dove a guisa di torri e minaretti s’innalzano per modo che nelle loro forme diventano alpine, ivi è prevalsa la dolomite, spesso sopra piccola estensione. Le numerose caverne come nell'isola di Capri vi si trovano per lo più ne' limiti di contatto della dolomite con gli spessi strati calcarei; ed anche le acque atmosferiche, che la porosa dolomite di leggieri assorbisce, sorgono in copia in questa limitata zona, d'onde derivasi e la rigogliosa vegetazione della valle di Tramonti e l’industriosa attività desuoi numerosi abitatori. I grandi depositi tufacei nell'interno di queste valli come quelli di Rocca Monfina distinguono ancora questo notabile ramo dell’Appennino (2382).

I monti Diccimari al nord della Cava, il Caruso all'est di Materdomini) e l Metelliano al sud di S. Lucia non si elevano sul livello del mare più di 1100 piedi. La calcarea di questi monti giace a strati irregolari, e contiene dove filoni di pietre silicee, dove cristallizzazioni spatose, ed anche strati di sabbia quarzosa sovrapposta ad argilla con avanzi marini. —Dalle vicinanze di Vietri si diramano verso il nord sino a' monti di Giffoni, d'onde si ripiegano verso Test sino a quelli di Acerno le solite rocce calcari, a strati grossolani schistosi, in cui non mancano filetti di carbon fossile, che fra massi di sabbia quarzosa calcarea e di marna argillosa pur s'incontra ne' prossimi colli. Di alquanto diversa costituzione geologica sono le diramazioni che dall'ovest della montagnuola ove sono le rovine dell'antico castello di Salerno si uniscono da un lato a dorsi del monte della Foce e de' Diccimari, dall'altro si prolungano dalla collina del Torrione per ingombrare la così detta Foria di Salerno. La marna argillosa de' col li abbonda di quisquiglie marine, e i monti che tutti variano in altezza non maggiore di 1500 piedi, sono di calcarea tutta irregolare e rovesciata. Non mancano altresì vestigi di antichi vulcani e nella dirupata roccia di S Marco a 200 passi dalla porta orientale di Salerno, e nel monte Stella, che a maggiore altezza si eleva fra' mentovati monti a due miglia all'est della città (2383). Lungo il mare verso le foci del Sele si distendono in fine per circa 26 miglia fertili pianure, le quali allargandosi per 6 a 10 miglia sono comprese nelle così dette piane di Salerno, di Montecorvino e di Eboli, di un terreno sino alla profondità di 10 palmi per lo più argilloso calcareo sopra strati di materie che appalesano l’antico soggiorno del mare.

II. I Picentini che la descritta parte del nostro paese abitarono, non furono una di quelle colonie de primi tempi, che smembrandosi da un popolo numeroso, sotto gli auspicii di un nume in più abbondevoli dimore si stabilivano; fu sì bene una di quelle che costrette dal dritto della vittoria a lasciare le natie contrade, doverono contro lor voglia cedere al volere de' vincitori. La nazione de' Picentini, scrive Strabone, è una piccola porzione staccata da Picenti dell’Adriatico, e da' Romani trasferita sul golfo posidoniate (2384). In qual tempo avvenisse questa forzata migrazione de' Picenti non è«noto da verun antico, e il più degli scrittori delle cose nostre e romane senza alcuna autorità posero il loro arrivo nell'anno di Roma 463, 290 prima dell’era volgare (2385). Ma poiché i Consoli P. Sempronio ed Appio Claudio non prima del 478 (484 secondo la cronologia del Niebuhr) vinsero e soggiogarono i Picenti, è da dirsi piuttosto che dopo i due celebri trionfi che su questi popoli ottennero avvenisse l’anastasi de' Picentini; perocché negli ultimi tentativi di guerra che per opera di Lollio contro i Romani fecero i Sanniti, si ribellarono lor contro i Picenti, e furono nello stesso anno disfatti da P. Sempronio (2386). Essendosi sottomessi, ne furono contati 360,000 (2387), i quali componevano al certo tante famiglie, non trattandosi di un censo militare degli uomini in istato di portare le armi, e con un mezzo non insolito a' grandi conquistatori (2388) furono con violenza trapiantati nella detta regione. Né é malagevole intendere perché furono così da Romani dal corpo della lor nazione smembrati e qui trasferiti, perché avendo nell’ultima guerra fidato i Sanniti nell'alleanza de' Picenti, s allontanarono dal mar superiore gli antichi abitatori onde i Sanniti non avessero alcuna comunicazione colla spiaggia; e se qui più che altrove vennero i Picenti trapiantati, fu forse per lo stato di decadenza in cui dopo tante guerre eran venuti i Sanniti, già prima de Picenti verso la metà del V secolo vinti e soggiogati nella Campania. Dopo averli abbattuti e prostrati anche dopo fin nel cuore del loro paese, fu una propizia occasione pe’ Romani e di assicurarsi de' vinti Picenti col trasferirli molto lungi dalla patria ne luoghi ove dominarono i Sanniti, e di ripopolare insieme quella parte delle nostre contrade venute nel loro dominio.

Condotti i nuovi coloni ad abitare su' monti che terminano col promontorio Ateneo, ne provenne la nuova divisione fra il lato occidentale, e i lati orientale e meridionale di questo ramo degli Appennini; perocché questi divennero il nuovo limite della Campania, in quello si comprese la regione de’ Picentini, la quale si allargò ancora in tutto il resto della Campania antica insino al Silaro. Quali città abitassero in sulla penisola, all'infuori di Cosa e Marcina che solo accrebbero di popolazione, perché già preesistenti, non è noto da Strabone, o altro geografo. Sembra dunque che solo piccoli villaggi e borgate vi edificassero,come eia natura del luogo e la lor condizione stessa comportavano: ma cominciando a distendersi su' fertili piani racchiusi tra' monti e ’l mare di là di Salerno, è probabile ch edificassero Picenzia, a non molta distanza dalla spiaggia, in rimembranza del proprio nome e della perduta patria.

De’ Picentini non ν'ha memoria illustri negli antichi e quasi vissero oscuri nella storia. Smembrati per forza dalle patrie sedi, e in piccol numero trapiantati in una regione soggiogata da' Romani, appena ebbero a vivere il meglio che per lor si poteva, senza tentar nuove cose. Godettero così del novello paese senza verun contrasto quasi un intero secolo; ma poiché, nemici come furono al nome romano, seguendo l’esempio di altri popoli, parteggiarono per Annibale, colla distruzione della loro città primaria pagarono il fio della lor ribellione alla Repubblica. La colonia spedita a Salerno servì a ritenerli nell'obbedienza; né ciò bastò, poiché furono pur condannati alla più dura condizione che fra Romani vi avesse, quella di servire da pubblici tabellarii, o corrieri delle romane milizie; condizione troppo dura per certo, ma non tale da essere o taciuta, o con interpretazioni temperata (2389), perché imperando Roma non ne fu verun popolo esente, e non deve ascriversi ad infamia una pena imposta col dritto della vittoria. Strabone del resto come punti estremi della regione lungo la spiaggia pone le Sirenuse e la foce del Siluro, nella estensione di 260 stadii (2390), o di 32 miglia e mezzo di oggidì, e dalle dette isolette comincerò a descriverne le poche città che vi ebbero.

III. — 4. Isolette SIRENUSE

Tra le due punte di Montalto e S. Germano, in situazione opposta a quella di Sorrento, si elevano le Sirenuse, piccoli ma celebri scogli nelle memorie favolose de’ nostri popoli. Co’ nomi analoghi di scogli e sassi delle Sirene li ricordano gli antichi (2391), e molto poeticamente li mentovò Claudiano con quello di Saxa musica (2392), essendo ben nota la favolosa tradizione omerica, che le Sirene vi abitassero, le quali colla musica e col canto allettando i naviganti, a se li richiamavano per divorarli (2393). Questa tradizione mitica, la quale non può trovare spiegazione che nel culto delle Sirene, dall'Epiro nel prossimo promontorio trasferito da' Teleboi (2394), innanzi che qui fosse in fama, ebbe sedi più lontane, l’isola di Creta e il promontorio Peloro nell'isola di Sicilia (2395); e senza credere con alcuni che gli scogli delle Sirenuse per effetto de' fuochi sotterranei siano venuti fuori dal fondo del mare dopo l’età di Omero, che qui si trasferisse dopo che nella Sicilia mi par dimostrarlo il progresso della navigazione di que popoli, prima nell'isola, poi nell'Italia. Ed al mito stesso sono da attribuire origini più lontane, origini asiatiche; e poiché nate dall’Acheloo si dicevano le Sirene, la meno remota di luogo sarebbe l’Acheloo del Sipilo (2396), poi quella dell'Acheloo dell'Acarnania, donde colla venuta de Teleboi passò nella Sicilia e nella Campania. Le isolette sono cinque, tre delle quali più grandi quanto il numero delle Sirene, sono a 500 e più passi lontane dal lido, e co vicini scogli formano una specie di cratere vulcanico. Comeché non si può ravvisarvi veramente un vulcano attivo de' tempi remotissimi, manifesta ne è nondimeno l’origine da un eruzione sottomarina, non meno dalle materie vulcaniche onde sono ricoverte, che dalle grandi caverne che vi si veggono, come nella vicina isola di Capri e nella Costa Amalfitana (2397). In fuori del favoloso soggiorno delle Sirene, non è noto se qualche edifizii vi costruissero gli antichi: deserte ancora oggidì e ne' secoli di mezzo, una di essa non servì che per luogo di esiglio alla repubblica di Amalfi (2398). Da una cappella in onore di S. Pietro venne il nome ad una di queste isolette; un’altra è detta Isola rotonda dalla sua forma, e la terza il Castelletto dal piccolo castello che contro le irruzioni de' corsali vi fu eretto al tempo di Re Roberto (2399). Sono anche note sotto il volgar nome di Galli; ma più che alle tre isolette è da credere questo nome imposto a' vicini scogli, i quali, spuntando appena dal mare, sembrano gallare tra le onde.

2. COSA, o COSSA

Su tutta la costa che poi prese il nome da Amalfi non v’ebbe altra città che questa, della quale non si ha memoria anteriore all'anno di Roma 481, quando vi fu spedita una colonia nel tempo stesso che a Pesto situata a non molta distanza nel medesimo golfo (2400). A giudicarne dal solo nome di questa città, egli sembra che i Pelasgi-Tirreni dalla vicina spiaggia della Campania a questa che fu poi de' Picentini si distendessero, e bene io credo si avvisasse il Pellegrino di attribuirne loro la prima fondazione coll'imporle il nome della loro città che stava in sul lido dopo di Populonia (2401). Ma altra notizia non si ha che della romana colonia che vi fu spedita, la quale mantenendosi nella fede verso Roma, colle altre diciotto colonie latine offerì aiuti alla Repubblica nella seconda guerra cartaginese (2402). Dopo 43 anni, chiedendo i Cossani che fosse accresciuto il numero de' coloni, ve ne furono spediti altri mille (2403); né si sa altro delle vicende di questa città, se non che ribellatasi nella guerra sociale, venne occupata da Minazio Magio dopo di Ercolano e Pompei (2404). Come la città di Cossa negl’Irpini, detta anche Compsa l’antico nome cambiò in quello di Consa, così anche questa si disse Conse nel medio evo, ed è noto dall'annalista Ruggiero di Howeden, il quale narrando il viaggio di Riccardo Cuor di Leone, che moveva alla volta della Palestina, dice che da Salerno per raggiugnere il suo navilio arrivato a Messina, passò per Amalfi, Conse e Scala (2405). Questa città corrisponde all’odierna Conca, edificata sul dorso inferiore de' monti di Agevola; ma poiché nessun antico monumento vi si è scoperto, tutt’altra può credersene la posizione, e più che altrove, alla marina esser doveva situata (2406).

3. MACRINA, o MARCINA (Μάκρινα, Marcina)

Indi seguiva sulla spiaggia Marcino) città ricordata da Strabone (2407) MACRINA, O MARCINA (Μάκρινα, Marcina) e da Stefano Bizantino, ove si ammetta, come par naturale, la correzione che il Cluverio e i dotti annotatori del geografo fanno della voce Μαμάκρινα in Μάκρινα (2408): ma poiché Ma μaκρva leggesi ne' manoscritti (2409), io son certo che Μάκρυνα ne fosse il vero nome, il quale ben ci guida a rintracciarne l’origine. Stefano l’attribuì Ausonia; ma Strabone scrive che venne fondata da' Tirreni (2410), origine confermata da Plinio, il quale dice che l’agro picentino si appartenne un tempo Toscani (2411). Non fa d’uopo il ripetere che questi toscani o Tirreni non furono gli Etruschi sì bene i Pelasgi-Tirreni, che molte città fondarono sulla spiaggia della Campania) e più oltre si distesero verso del Silaro) ed in appoggio di tale origine, sostenuta anche dal Niebuhr (2412), vengono una medaglia, una testimonianza di Apollonio Rodio, e la lezione stessa de manoscritti di Stefano ricordata dall’Olstenio. Un ch. nummologo patrio non ha dubitato attribuire a questa città una rara medaglia di bronzo, la quale ha nel dritto una testa giovenile laureata, e nel rovescio tra un delfino (simbolo. di città marittima) ed una clava la leggenda in lettere osche retrograde MAKPIIS (2413) Per tale leggenda in caratteri pretti sannitici, il lodato nummologo questa medaglia crede coniata dopo che la città fu conquistata da’ Sanniti, e però il vero nome di essa sembra che sia stato Macriis o Macrina, il quale fa risovvenire il fiume ed il luogo omonimi dell'flruna, secondo l’osservazione del Muller (2414); così che greco è il nome di questa città, e così delta dalla sua forma lunga, come l’isola Eubea (2415). Da Macrina si disse probabilmente Marcino, e non mancano esempi di simili metatesi, se pure non abbiasi a supporre un errore ne' codici di Strabone, il quale non diversamente da Stefano scrisse anch'egli Μάκρινα. Queste osservazioni maggior lume ricevono dall'autore dell'Argonautica, dal quale sappiamo che vi furono Pelasgi col nome di Macriensi, perché dice che quando gli Argonauti giugnevano a' Dolioni abitatori di Cizico, furono da questi popoli creduti i Pelasgi-Macriensi (2416).

Ma, in fuori della sua origine da' Pelasgi, niente altro si sa delle varie vicende di questa città insino a che venne occupata da' Sanniti, i quali vi si mantennero insino a' tempi di Strabone, e però anche dopo, quando erano già finite le guerre per le quali piuttosto distrutta che conquistata fu la lor nazione da' Romani. E se non fu per la sua poca importanza, non si sa dar ragione del silenzio che poi ne serbarono Plinio e Tolomeo. Senza supporre con alcuni scrittori che venisse diroccata da' Goti nel 410, o da Genserico nel 455 (2417), ignoto è per quali guerre o invasioni venisse distrutta o abbandonala. Certo è che nel VI secolo appena ne rimaneva il nome nel luogo ove già sorse (2418), alla marina sottostante all'odierna città di Pietri, la quale edificata nel 793 da Grimoaldo Principe di Salerno nella falda a mezzodì del monte Butornino (2419), tal nome otteneva appunto dalle antiche rovine di Marcino. Niente si sa ancora de' pubblici edifizii che vi erano, ed appena rimane memoria di un antico tempio, sul quale fu costrutta la chiesa di S. Antonio per confermarci la discorsa origine della città. La tradizione ed un Cronista questo tempio attribuiscono a Priapo, perché il simulacro se ne rinvenne di bianco marmo, che bene ci rimembra il culto fallico che i Pelasgi v’introdussero, e che nella città si conservò insino a' tempi romani (2420).

4. METELLIANO (Metellianum)

A tre miglia circa in su della descritta città merita ancora di essere ricordata in questa regione una borgata tra' monti col nome di Metelliano, di un’origine certamente antica, ma sconosciuta. Tuttoché non sia raro l’esempio di borgate e villaggi sorti da antichi accampamenti militari, che in processo di tempo crebbero in città grandi e popolose (2421), non è verisimile, come alcuni sostengono (2422) che questa borgata de' Picentini pigliasse il nome dagli accampamenti postivi dal Console Q. Cecilie Metello, quando nell'anno di Roma 546 moveva controi Bruzii che si erano dati al partito di Annibale (2423). Oltre che troppo lontani dalle regioni di tali popoli si sarebbero accampati i Romani, il Console batteva la Via Appio, né ancora perla regione de Picentini erasi aperta la Via Aquilia che menava nella Lucania e nella Brezia; e senza confutare ancora l’opinione de' citati scrittori, che nel luogo stesso si fosse dedotta una colonia dopo quella spedila a Salerno, egli sembra più verisimile che da qualche villa di un Metello avesse propriamente l’origine al più tardi ne' primi tempi dell'Impero (2424). Certo è che il borgo di Metelliano è di un’antichità anteriore al medio evo (2425), e non solo dal suo nome di leggieri si raccoglie, ma dalle molle antiche fabbriche ancora scopertevi nello scorso secolo, dagli acquidotti, dalle fontane e da' serbatoi d’acqua, talché una chiesa vi fu già eretta sotto il titolo di S. Maria della Peschiera (2426). Ammirevoli sopratutto sono le antiche arcate a tre ordini che tuttavia rimangono al di sopra della grotta di Bunea, alzale per l’acquidolto che portava l’acqua a questo villaggio di Metelliano (2427); nel quale riparando gli abitatori di Marcino nella distruzione della loro patria diedero la prima origine alla città di Cava, ricordata nelle carte più antiche col nome di Civitas Mitilianensis Cavae (2428) e per lo stesso villaggio antico e per le grotte naturali del vicino monte, che pur di Metelliano ritenne il nome.


5. SALERNO (Σαλερνον, Salernum)

Dopo un miglio da Marcino, ed 8 da Nuceria seguiva sullo stesso tratto di strada la città di Salerno (2429), la quale avendo da un lato il mare, dall'altro il fiume Imo, da questa posizione appunto egli sembra che prendesse il nome. Poiché ἀλερ lo stesso che ἄλs, dinotò a' Greci il sale insieme ed il mare (2430), dall'antico Αλερνον derivò Σάλερνον, come da ἄλs, i Latini dissero sal; e le aspirazioni s, F, I essendo affini, Σαλερνον è lo stesso che Ηάλερνον ο Γάλερνον, denominazioni analoghe a quelle di città pelasgiche, le quali però ci disvelano in questa città l'origine stessa (2431). Aggiungi una rara medagliuzza di argento coll'epigrafe AVERN in lettere greche arcaiche e co' tipi della colomba e di Nettuno a questa città attribuita (2432), la quale ce ne mostra e il più antico nome, e la successiva colonia di Sibariti e Trezenii fondatori di Posidonia (2433), onde fu accresciuta, perché gli stessi tipi si veggono sulle medaglie di Sibari, e di Lao colonia de' Sibariti. Or sia dunque che si denominasse dalla sua posizione tra l’Imo ed il mare, sia che dal pelasgico HAVEP, lo stesso che FALEX, nome di Mercurio, a tempi remotissimi ne risale la fondazione, all'epoca in cui i Pelasgi nella Campania, e nella regione che poi fu de Picentini, si stabilirono. Tuttoché Strabone ricordi solo Marcino come fondata da' detti popoli, dall'analogia de' nomi non è dubbio che più oltre si distesero sulla vicina spiaggia, da una parte fondando Cosso, dall'altra Salerno, così che quest’ultima città ha considerata il Mùller come lor città principale, e tra quelle XII città arebegetidi che Strabone attribuiva a’ Tirreni nella Campania, come nell'Etruria media. La discorsa origine rende anche molto verisimile la singolare analogia del nome di questa città a quello di un’altra della Rezia alle sponda dell'Adige, cioè Saturnie (2434), e sono note dagli antichi le origini de' Reti da' Tirreni (2435).

Ma la prima memoria storica di Salerno è dell'anno di Roma 558, quando una colonia vi fu spedita di romani cittadini nell'anno stesso che a molte altre città delle nostre regioni (2436) dopo la seconda guerra cartaginese, nella quale, a crederne Silio Italico, prese le armi in favore della Repubblica (2437). Fu allora che venne fortificata (2438), ed egli sembra che ampliati ne vennero pure i confini del suo agro verso la foce del Silaro, ad attribuire a questa città stessa ciò che Livio soggiunge, dell'essersi cioè diviso a' coloni agro de' Campani, perché insino al Silaro, come di già si è detto, l’antica Campania si distese (2439), e Lucano a Salerno attribuisce i ben coltivati campi irrigati da questo fiume (2440). Essendo la città dal mare discosta, fu da Plinio ricordala come situala dentro terra (2441), e Strabone più chiaramente dice che sorgeva alquanto al di sopra del mare (2442); così che non par dubbio che stesse propriamente alle falde del colle che soprastà alla città odierna, e tale situazione si fa anche manifesta dalle carte del medio evo, nelle quali la nuova città in sulla marina si distingue dall'antica (2443).

Godendo Salerno come colonia romana i dritti della metropoli, non solo non prese parte nella guerra sociale, ma si oppose ancora ad uno de' capitani degl'italici confederati, a Papio Mutilo, il quale per forza occupava la città dopo la presa di Stabia, e costringeva a militare co' suoi i prigionieri ed i servi che vi prese (2444). In fuori di questo fatto, non si ha memoria di altre antiche vicende di Salerno insino a che divenne sede de' Correttori della Lucania e de' Bruzii, quando ebbe a crescere in popolazione e splendore, dal tempo di Costantino a quello di Valentiniano e Valente, i quali nel 364 una legge diressero al Correttore Artemio in Salerno (2445)Che già fosse frequentata ne' secoli anteriori da Romani illustri, oltre dall'esservi la romana colonia, può raccogliersi altresì dal fatto di L. Plozio Planco, il quale avendovi, come sembra, una sua villa, vi si rifugiava nella proscrizione de' Triumviri (2446). Aggiungi e la salubrità dell'aere, che Antonio Musa, medico di Augusto, consigliava ad Orazio (2447), e i copiosi doni di che Pomona e Bacco arricchivano l’agro della città. Perciò questi due numi veggiamo di preferenza adorati a Salerno i e di Pomona sopratutto si ricorda il tempio nella seguente epigrafe (2448):

T. TETTIENVS. FELIX. AVGVSTALIS

SCRIBA. LIBRAR. AEDIL. CVRVL.

VIATOR. AEDIL. PLEBIS, ACCENSVS

CONSVLI. H. S. L. M. N. LEGAVIT

AD. EXORNANDAM. AEDEM. POMONIS

EX. QUA. SVMMA. FACTVM. EST. FASTIGIVM

INAVRATVM. PODIVM. PAVIMENTA, MARM. OPVS. TECTORIVM

Dal sacerdozio di T. Tettieno Felice sappiamo altresì che vi fu un tempio sacro ad Augusto (2449); ed al culto di Bacco accenna ancora quest’altra lapida, dalla quale è noto che un altro Tettieno, figliuolo del precedente, dedicava ai nume una statua di bronzo inargentata (2450):

DEO. MAGNO

LIBERO, PATRI

SACRVM

T. TETTIENVS. T. F.

FELIX, SCRIBA. LIB.

AEDIL. CVR. VIATOR

AEDIL, PLEBIS. ACC.

COS. PATRON. COL. NOL

AN. PROC. AVG, PATRIM.

FLAMEN. DIVI. COMM.

ET. DIVI. ANTONINI

FELI. XV. VIR. SAC

FAC. CVRAT. LVD. ΜΑ

GN. MAG. VIC. REGION

VIII. FOR. R. PRAEFEC

COH. VI VIGIL. STAT

EX. AER. ARGEN. S. P. P.

Adorarono ancora i Salernitani Giunone Lucina, la grande dea protettrice de' parli novelli, nella quale fu anche personificato il matrimonio; ed è noto dall'epigrafe scolpita nella base della statua che rappresentavala con nella destra un bambino e nella sinistra una fiaccola, simbolo della luce della vita, a cui i neonati aprono gli occhi. L’iscrizione è questa (2451):

IVNONI LVCINAE

T. ALBIVS. T. F. VOL. ALBANIVS

IVLIA. ALBANIA, FLAM. AVG.

HON. VS. COLL. DENDROPHOR.

PATR. QUINQ. DD.

Un tempio sacro a Priapo come nella vicina città di Marcina ci ricordano ancora le lezioni de' Ss. martiri Salernitani Fortunato, Cajo ed Ante (2452); né vi ha memoria di altri pubblici edifizii della città, se non di qualche piccolo anfiteatro, a giudicarne solo dal seguente titolo sepolcrale (2453):

ACERRIO. FIRMEO. LEONTIO

PRIMARIO. VIRO. ET. EDITORI

MVNERIS. SVI. CVM. FERARVM

LIBYCARVM. QVI. VIXIT. ANN

XXX. DIGNISSIMO. FILIO

CONSACRABERVNT

6. PICENZIA (Πικεντία, Picentia)

A circa 7 miglia da Salerno ed a poco più di un miglio dal mare sorgeva quest’altra città, metropoli un tempo de' Picentini (2454). Non essendo mollo lontana dalla spiaggia, fu annoverata da Mela tra' luoghi marittimi della Lucania (2455), nella quale regione con errore comprese i Picentini; ma più esattamente Plinio situavate dentro terra come la vicina città di Salerno (2456). A giudicarne dal nome e dall'addotta testimonianza di Strabone, è certamente da tenere qual sede principale de' Picentini; ma essendovi forse un’altra città di già prima edificata, egli sembra che questa piuttosto occupassero, alla quale imposero il nome della lor nazione. Ed a tal conghiettura da luogo la leggenda di alcune rare medaglie, da chiari nummologi attribuite a Picenzia. Una di queste medaglie, di oro, ed appartenente al gabinetto di Milano, ha nel dritto una lesta di donna, e nel rovescio l’epigrafe retrograda ΠΙΣΕΙΝΙΣ in greci caratteri arcaici con un sorcio sopra una conchiglia. La simiglianza di questo tipo ad un rovescio d'una medaglia di Cuma fece già questa medaglia attribuire ad una città della Campania (2457); ed altre medaglie incuse di Posidonia si descrivono colla leggenda ΠΟΣ ο ΠΟΣΕΙ nel dritto, e FIIS nel rovescio retrograda, o colla semplice leggenda FIIS retrograda ed in rilievo da una parte e dall'altra, e col tipo di Nettuno che brandisce il tridente (2458). Questa città di ΠΙΣΕΙΝΙΣ ο FIISFINIS, che per difetto di altre testimonianze indicar non si può con nome che più si accosta a denominazione greca o latina, sarebbe stata la città confederata con Posidonia, la quale l’antico nome mutò in quello di Picentia quando venne occupata da Piccinini. La confederazione di Picentia con Pesto nella seconda guerra cartaginese (2459) viene in sostegno di tal conghiettura, confermata ancora da Stefano Bizantino, il quale ricorda Picentia come una città tirrenica (2460), non perché posta sul Tirreno, ma perché primitivamente fondata, io mi avviso, da' Pelasgi-Tirreni come le vicine città di Macrina e Salerno.

Questo può dirsi congetturando della più remota fondazione della città. Ma, quanto alle più note vicende di essa, colla venuta di Annibale cogliendo i Picentini l’occasione di ribellarsi contro gli oppressori de' loro maggiori, unitamente a' Pestani si collegarono co' Cartaginesi; ma, finita la guerra, furono da' Romani scacciati dalla città e costretti ad abitare in villaggi (2461). Non è noto se allora i Romani la città distruggessero; certo è che fu poi ripopolata, perché Floro l’annovera tra le città incendiate e distrutte nella guerra sociale (2462). Continuò nondimeno a sussistere ne' susseguenti tempi, insino al IV secolo dell'era volgare, trovandosi mentovata nella Tavola Peutingerana. Poiché non si contano, come ho detto, che sole 7 miglia da Salerno alle sue poche rovine, e 13 dal Scie, entrambe erronee sono le distanze segnate nel detto Itinerario da questa città a Salerno ed al Silura, segnandosi a VIII miglia dal fiume nel viaggio verso i Lucani, e a XII miglia da Salerno in quello alla volta Irpini (2463); così che è da emendare in XIII il primo numero, ed in VII il secondo. Il nome di Bicenza o Piacenza or rimane del resto ed alle poche rovine di una rocca addossata ad una roccia, ed alla chiesa di S. Maria a Vico in vicinanza del fiume Picentino e del ponte di Cagnano su questo fiume costrutto (2464). Quella chiesa sembra edificata su qualche tempio fuori il perimetro della città, che alcuni scrittori con errore attribuirono a quello di Giunone Argiva, situato dopo la foce del Silaro, secondo la descrizione di Strabone (2465).

7. EBURI (Eburi)

Distante 12 miglia da Picentia, ma fuori della strada che menava nella Lucania, incontravasi quest’ultima città de' Picentini. Plinio per vero ne annoverò i popoli tra' Lucani (2466); ma poiché il sito della loro città riconosciuta nell'odierna Eboli è all'occidente del Silaro, che divise le due regioni, è da considerare piuttosto come appartenente a’ Picentini. I monumenti dimostrano nondimeno che preesisteva alla venuta di questi popoli, ma per difetto di altre testimonianze, egli è difficile andarne investigando e la ragione del nome e l’origine primitiva; né può ammettersi l’etimologia di alcuni moderni geografi (2467) dal greco su εὐ βῶλος (bonus ager), perché piuttosto che ad Eburi o Eburum, che ne fu il nome più antico, si converrebbe ad Ebulum, come la città fu detta ne' tempi posteriori. Certo è che i Greci si distesero nel suo agro, ed è manifesto non solo da' greci sepolcri ne' dintorni della città, ma da' vasi dipinti ancora di bella fabbrica in essi scoperti (2468). Ma perdute affatto ne sono le memorie più antiche, e che vi fossero Seviri Augustali ed un Collegio di Dendrofori sappiamo appena dalla seguente iscrizione, scolpita sopra la base di una statua eretta ad un Patrono del municipio degli Eburini (2469):

L. D. D. D.

T. FL. T. F. FAB. SILVANO. PATR. MVN

EBVR. II. VIR. II. QQ. QUEST. ARK. CVR

REI. FRVMENT. HVIC. COLL. DEND

ROPHORR. OB. EXIMIAM. ERGA

SE. BENIVOLENTIAM. ET. OPEM. PER

PETVAM. STATVAM. DIGNISSIMO

PATRONO. POSVERVNT. CVIVS. STA

TVAE. HONORE. CONTENTVS. овт

VLIT. COLL. HS. VIII. M. N. VT. QVODANNIS

NATALI. EIVS. DIE. III. IDVVM. DECEMBR

CON. FREQUENTENT. ET. OB. STATVAE

DEDICATIONEM. CONTVLIT. HS. XXX. N. II

QQ. EOR. II. VIR. AEDILIC. SING. ET. LIBE

RIS. DEC. SING. HS. XX. N. VI. VIRIS. AVGVS

TALIB. HS. XII. N. COLL. DENDROPHORR

FAB. SING. HS. MILLE. N. ET. EPVLVM

PLEBEIS. SING. XII. N. ET. VISCERATIONEM

La iscrizione è dell'anno 183 dell'era cristiana, quando la statua fu eretta a T. Flavio Silvano, imperando Commodo e nel consolato di M. Stiaccio ed Albino, dappoiché nell'altro Iato della base si legge:

DEDICATA IV KAL. APRIL

M. STLACCIO AL

BINO C..... STEIAN

La detta base si vede fabbricata sotto il campanile della chiesa parrocchiale di S. Maria dentro la città odierna, ed in un muro dell'altra fuori della città stessa incastrato si vede il frammento COLLEGIVM EBVLITANVM, il quale dimostra, a mio credere, che in Ebulum si cambiasse l’antico nome della città sin da' tempi della decadenza.

Fu edificata l’antica Eburi in sulla collina di Montedoro, a circa dugento passi e al nord della città odierna, in un sito più prominente e di più bella vista. Vi rimanevano vestigi della sua rocca e delle sue mura di grossi macigni senza cemento insino ai 4640, quando di là tolte servirono a lastricarne la nuova città. A breve distanza da questa rocca, che per sotterranea strada comunicava coll'odierno castello sopra S. Sofia, rimangono ancora avanzi di mura massicce di poligonia costruzione, che dimostrano l’antica fabbricazione e fortificazione greca, oltre de' greci sepolcri scoperti sotto quelli dell'epoca romana (2470). La badia di S. Pietro a' marmi prese appunto il nome dagli antichi ruderi della città su Montedoro nel luogo detto S. Pecchia (2471). Di là partivasi una strada, la quale giunta alle sponde del Scie, per mezzo di un ponte eravi continuata insino a Pesto, entrando in questa città per una delle maggiori porte situata a settentrione (2472).

8. Fiume SILARO (Σίλαρις, Silarus)

Alle falde del Paflagonee (2473), uno degli alti gioghi dell’Appennino, da molte orribili crepacce nasce questo fiume tra' più grandi delle nostre contrade, che per poche miglia dalle sue fonti gl'Irpini divise da' Lucani, ed i Lucani stessi da’ Picentini verso la fine del lungo suo corso. Perciò a questi ultimi popoli attribuivalo Dionigi Periegete (2474), che altri scrittori e geografi ascrivono alla Lucania perché appunto divideva le due regioni. Non sì tosto nato presso il comune che di Caposele ha perciò preso il nome, lo accrescono le acque de' vicini monti di Calabritto, Laviano e Valva, e già copioso e veloce passa sotto il ponte di Oliveto. Per lo spazio di due miglia dall'una e dall'altra sponda riceve quindi le minerali sorgenti che a breve distanza rampollano ne' vicini colli, e di là del ponte di Confarsi più ne accresce il volume il fiume Negro, il quale scende dalle gronde occidentali del monte Sirino. Più oltre avanzandosi, e perduta alquanto la sua limpidezza riceve le acque del Traente e della Tensa, che vengono da' monti di Campagna, nonché quelle delle paludose pianure di Eboli. Ν' influisce più oltre il Calore, che scende da' monti di Laurino, ed a 5 miglia dalle rovine di Pesto (2475) dopo il corso di circa 40 miglia per fertili ed amene campagne mesce le sue acque nel mare, dove pel tratto di tre miglia vi si distinguono quando dalle piogge accresciute vi scorrono intorbidate. Gli antichi gli attribuirono la proprietà di petrificare le foglie e i ramoscelli che vi cadono (2476), e pescoso come è oltremodo, di acque limpide e copiose, alla guisa di altri grandi ed utili fiumi lo venerarono (2477), come ad un patrio scrittore faceva manifesto un bellissimo basso rilievo scoperto tra le rovine di Pesto, nel quale veniva rappresentato e di are e di statue onorato (2478). Fu detto Σίλαρις da' Greci, e Silarus da' Latini; ma il nome primitivo di Σειλα, che leggesi in una delle medaglie di Posidonia (2479), è serbato nella lunga tradizione de' popoli, che da secoli lo nominano Sele.


XV. IRPINIA

I. Corografia degl'Irpini, e cenno geologico del paese che abitarono. —II. Origine e vicende degl'Irpini. — III. Antica topografia degl'Irpini. —1. Monte Partenio, e templi di Vesta e di Cibele. — 2. Abellino. —3. Monte ed oppido Amarano. — 4. Fiume Sabato. —5. Sabazia. — 6. Fulsule. — 7. Taurasia. —8. Fiume Calore. —9. Corneliano. —10. Cisauna. — 11. Fratuento. —12. Ferentino. —13. Foro Nuovo. —14. Cluvia. —15. Bebiano. —16. Equotutico. —17. Vescellio. —18. Volana. —19. Palombino. — 20. Trivico. — 21. Lago Ansanto e Tempio di Mefite,— 22. Compsa. — 23. Castro Caressano,— 24. Aletrio. — 25. Romula. —26. Aquilonia. — IV. Corso della Via Appia per questa regione.


I. Di lato al paese de' Picentini e tra le confinanti regioni de' Sanniti Caudini, de Danni e de' Lucani si estese l’Irpinia (mi si accordi il nome da quello del numeroso popolo che l’abitò), quasi tutta racchiusa come le altre tra' limiti posti dalla natura ne' gioghi de' monti e nel corso de' fiumi. Occuparono gl'Irpini le opposte radici del monte Taburno, con le variate colline che, gradatamente discendendo le une dopo le altre, giungono alle vaste pianure della Puglia; e tre fiumi principali non solo ne irrigarono i fertili campi, ma li divisero ancora da' popoli vicini, il Sabato ed il Calore al nord da' Sanniti Caudini, l’Aufido all'est da' Dauni, la catena dell'Appennino all'ovest e al sud da' Lucani insieme e da' Picentini, nonché da una parte della Campania orientale, d’onde vi penetrò una greca colonia, che diede l’essere a due delle loro illustri città, Abellino e Compsa. In questi limiti, ne' quali presso a poco si comprende l’odierna Provincia di Principato Ulteriore, si tennero gl'Irpini ne' più remoti tempi,quando indipendenti dalle altre popolazioni sannitiche, formarono un popolo distinto, non meno ragguardevole degli altri del pari derivati da Sanniti. Ma totostoché cessero con questi alla romana dominazione, colla nuova corografia di Augusto furono con gli Apuli, i Calabri e i Salentini compresi nella seconda regione d’Italia, colla stessa città di Benevento (2480), già prima una delle primarie città del Sannio Caudino.

I monti appennini calcarei dall'est all'ovest, i monti terziarii dall'ovest al nord e dal nord all'est cingono questa regione d’una figura quasi triangolare. I primi che la circondano propriamente insino al sudest, tra' quali a maggiore altezza si eleva il Terminio presso Serino, a 4110 piedi sul livello del mare, sono tutti a strati confusi, raffiguranti un cono talvolta dirupato ne' fianchi, e dove più, dove meno l’uno sull'altro accavallati. Questi monti senza interruzione s’innoltrano dall'est all'ovest: soltanto quello di Chiusano, di un’elevazione di 3462 piedi, ed il meno alto tra i rimanenti (2481), si vede come distaccato da' gioghi del Faliese di Forino e di Solofra. L’interno della regione è tutta sparsa di monti terziarii e colline con valli, le quali spesso si estendono in pianure ne' centri. Queste valli prendono il nome da' fiumi onde sono irrigate, il Sabato, il Calore, il Cervaro, e l’Ofanto. La parte bassa di queste valli, dove piana, dove alquanto inclinata, è siliceo-calcarea sparsa dentro di ciottoli, e solo in qualche sito della valle del Sabato vi ha tufo sabbionoso, or compatto, or friabile, come vi ha marna turchiniccia nelle altre. Tutta la regione del resto presenta una sì strana confusione di rocce secondarie e terziarie, che rendono malagevole al geologo di ' classificarle con sicurezza. Essendo le une alle altre sovrapposte, in più luoghi si veggono le rocce secondarie sorgere in mezzo de' depositi terziarii come tanti punti di locali sollevamenti (2482). Sono tra queste quelle di Montefusco e Montemiletto al nord di Avellino, e nella vicinanza del dominio vulcanico sono composte esclusivamente di rocce calcari arenacee che passano sovente ad un grès compatto, e tanta analogia presentano con certe rocce di tal natura, che figurano nel dominio secondario delle altre regioni. Questi monti che si elevano tra' depositi posteriori, non sono perciò probabilmente che le porzioni di già sollevate all'epoca geologica, in cui altre parti della roccia stessa formavano tuttavia il fondo del mare, dove i depositi terziarii si poterono ad esse sovrapporre; e come le montagne di Montemiletto e di Montefusco le contrade di Frigento e di Roccaminarda giudicar si possono locali sollevamenti del calcare giurassico, il che impedivali forse di esser tocchi da' depositi posteriori (2483). Le marine deposizioni del resto sulle basse e medie eminenze, non mai in su gli alti gioghi della regione, dimostrano il notabile abbassamento delle acque del mare che le tennero già sommerse. Più che altrove i sedimenti marini con scheletri di pesci e gusci di conchiglie si sono osservati di sotto alla marna del suolo di Casalbore, ne' colli di Ariano, alle falde di Trevico, negli strati sabbiosi di Tufo, Pratola e Lapio, nelle colline di Montella, nell'arenaria del monte òa Avellino, nelle cui pertinenze si scoprirono ancora ossa di elefante, o di altra mal nota specie geologica. La spaziosa valle che, bagnata in parte dall'Ofanto, si stende tra i monti di Avella, Avellino e Conza, più a lungo delle altre ebbe a rimanere per la sua bassezza tutta occupata dal mare; e per non tralasciare la congettura di un patrio geologo, dico che chi prima dalle eminenze di Ariano, e poi da quelle di Mirabella, volge l’occhio intorno intorno attentamente considerando la naturale condizione del paese, gli corre alla mente l’idea di una vastissima e profondissima laguna, il cui diametro sarebbe stato di quasi 40 miglia, da Monteforte alle vicinanze di Camporeale. Sollevato il livello delle acque dalle torbe degli alti monti circostanti, nonché dalle eruzioni del Culture e del Vesuvio, manifeste nella regione, e dal disfacimento stesso del monte Serra presso l’antica Eclano, monte di formazione primitiva che si eleva tra' due vulcani, e che come un’isola sarebbesi sollevato nel mezzo dell'ampissimo lago, ebbero a traboccare verso la Daunia per le vallate di Bovino e del così detto Buccolo di Troja, tutte di ciottoli, di sabbia ed altre deposizioni simili ricoperte (2484). Ma che che vogliasi di ciò pensare, la forza dell'interno fuoco del globo che in tutto il paese sollevava i monti secondarii, tuttavia si manifesta non solo nella celebre Valle di Ansanto, ma ancora nelle acque minerali e sulfuree che in copia vi rampollano in più luoghi, ne' dintorni di S. Giorgio la Molava, di Mirabella, di Altavilla, nel colle di Monticchio ed altrove. Non lievi indizii di remotissime accensioni sotterranee si appalesano altresì nelle mofete di Malvizza e S. Regina presso Ariano, al nordest del Vallone delle Caldure al di là di Frigento insino al monte di Pizzofalcone ed alla Pietra di Peluso, la quale presenta nelle sue fenditure l’effetto d’ignee esplosioni: spaventose detonazioni vi si udivano nel 1781, e i grandi tremuoti che in tutti i tempi hanno scosso il paese, confermano le congetture de' geologi che in gran parte fu sollevato da' vulcani sottomarini. Senza parlare delle minerali produzioni che tutta circondano la Valle di Ansanto, delle quali appresso sarà detto, ve ne ha molte e copiose in tutta la regione. Ricco di allumina è la calcarea del Terminio, e molto allume di piuma si produce nella grotta di Ariano, come le più graziose fioriture ne pendono da quella sotto la Savina nelle vicinanze di Montella. Sono rocce di salgemma presso i villaggi di Sorbo e Salsa, enormi depositi di gesso tra' l lago di Ansanto nel bosco di Migliano, come vi ha gesso selenite nelle pertinenze di Vallata; né vi mancano cave e filoni di carbon fossile al nordest di Rocca S. Felice, presso il vallone delle Caldare, ed alle sponde dell’Ofanto in vicinanza di Cairano. Una cava di pirite, con solfo, ferro e rame si è notata nell'agro di Carife, nonché del ferro idrato ne' monti di Volturava. Dalle rocce di Chiusano e Montemarano scaturisce in copia il petrolio, e malta o pece minerale presso il torrente delle Caldare all'ovest di Torcila. Ma notabili sopratutto vi sono alcune cave di pietre e di marmi da decorarne templi e palagi signorili. Una cava di alabastro è nel monte di Chiusano, altre di pietre specolari e verdastre nell'eminenza di Frigento, che levigate pareggiano il verde antico; ed oltre quella di un marmo grossolano con bianche e trasparenti lamette presso Ariano, la più nobile è quella di Gesualdo, da cui si cavano non solo marmi di diversi e be' colori, adoperati nelle decorazioni del real palagio di Portici, ma un altro ancora di molto pregio di color giallo finissimo e rilucente (2485).

II. Gl’Irpini furono una delle grandi colonie sannitiche, che lasciando le patrie dimore per la cresciuta popolazione, si divisero da' loro padri, come questi da' Sabini, per andare in cerca di nuove stanze in tempi sconosciuti, e più età certamente prima del V secolo di Roma, quando già come un popolo distinto compariscono nella storia (2486). Che se i Sanniti furono guidati da un toro nelle terre degli Osci, un lupo fu il condottiere degl'Irpini nelle contrade di là del Taburno, e da questo animale, che in lingua sannitica addimandavasi Irpo, il nuovo popolo s’ ebbe il particolar nome d’Irpini. È questa l’unica tradizione serbataci da Strabone sulla primitiva origine di questo popolo e del suo nome (2487), che alcuni moderni scrittori hanno cercato altramente spiegare ed il lustrare. E chi fermo all'opinione che i nomi de' popoli si derivarono dalle primarie città delle loro regioni, ha giudicato piuttosto esservi stata una loro città in origine detta Hirpi, d'onde si denominarono; così che la riferita tradizione non ad altro accennerebbe che alla fondazione primitiva di questa ignota città (2488) edificata coll'augurio di un lupo, come altre con quello di altri animali (2489). A questa opinione stessa sembra accennare un altro patrio scrittore, ravvisando l’antica città d'Irpino nell'odierna Arpaja (2490); ma questa sorse dalle rovine di Caudio non prima del X secolo, e siamo fuori della regione Irpina. Il perché un ch. archeologo ha creduto piuttosto che dalle Irpe famiglie, celebratissime per certi prodigi nell'agro de' Falisci, a' nostri Sanniti si derivasse il nome d’Irpini, e che qualcuno dell'rpa gente si ebbero a conduttore nella loro emigrazione. Poiché non solo gli Equi-Falisci, soggiugne un altro patrio antiquario, ma gl’Irpi stessi considerar si possono come progenie de' vicini Equi, perciò veggiamo di quelle famiglie propagato il nome verso Hirpo o Harpa, ove sono da cercare i popoli Arponi mentovati da Plinio, e quello del popolo nelle città di Aeculanum, Aequum-Tuticum, ed Aeca (2491). Ingegnose conghietture per vero, ma contrarie non solo alla testimonianza di Strabone, il quale secondo la tradizione disse gl'Irpini gioventù de' Sanniti, ma a quella ancora di Plinio, Servio e Solino, da' quali sappiamo che pochissime furono le Irpe o Irpine famiglie nell'agro de' Falisci nell’Etruria, le quali sacrificando annualmente in sul monte Soratte in onore di Apollo, con religiose gesticolazioni esultavano senza alcun danno sulle fiamme, ed erano perciò per decreto del Senato esenti dalla milizia e da ogni balzello (2492). A vedere una relazione di origine tra queste famiglie e gl'Irpini, direi piuttosto che dallo stesso Sannio nell'agro de' Falisci si fossero tramutate ne' più remoti tempi d’Italia, ed a quella emigrazione potrebbe dirsi di accennare l’allegorio irpo, simbolo del paese boscoso e selvaggio donde si partivano, o in cui si stanziavano. Strabone infatti non fa menzione né di Irpini come Servio, né d’Irpe famiglie, come Plinio e Solino, quando parla de' prodigi che in sul monte Soratte si operavano; nomina sì bene la dea Feronia, in onore della quale celebravasi in ciascun anno una festa, ed attesta similmente il prodigio di coloro che senza abbruciarsi calcavano le bragie, invasati come erano dalla loro dea (2493). Or è già noto che questa divinità fu sabina, ed ivi perciò ne parrebbe trasferito il culto da una primitiva colonia di Sabini, se non fosse più verisimile che i Pelasgi piuttosto lo addussero, come dirò, nelle nostre regioni. Servio dice ancora che il monte Soratte era sacro agli Dei infernali, e che Irpini Sorani, cioè Lupi Plutonii, si nominavano i Falisci da che per liberarli da una pestilenza l’Oracolo imponeva loro a vivere di rapine, o d’imitare i voraci lupi che in uno de' loro sacrifizii rapite avevano dal fuoco le interiora delle vittime; ed a riferire a tale favolosa tradizione l’origine degl'Irpini, non sarebbero stati così nominati da che furono guidati da un lupo nelle contrade che poi occuparono, sì bene dal rapinare e saccheggiare gli altri popoli ne' quali si avvennero, e in mezzo a cui si stabilirono. Fu questo il costume de' loro maggiori (2494), e non altrimenti comportar si dovevano essi stessi quando nel cercar nnove stanze ebbero a vivere dell'altrui, e colla forza e colle armi farsi strada nelle loro emigrazioni (2495). La rozzezza de' tempi e l’esempio de' Cimbri, che ne' loro vessilli portavano una testa di toro (2496), potrebbero ancora far pensare ad una insegna colla testa di un lupo. Ma l’addotta tradizione delle Irpe famiglie nell'agro de Falisci un’altra e forse più verisimile origine ci da a credere di questo popolo. È noto che Polisco fu fondata in tempi remotissimi da una colonia argiva (2497); i Pelasgi fondavano Argo, e sulle medaglie di questa città si conservò sempre insino a' tempi romani l’effigie del lupo (2498). Or le medaglie, e le più antiche sopratutto, che con ragione furono dette altrettanti enigmi (2499), avevano per lo più impressi i sacri emblemi della religione; e l’immagine del lupo è già nota qual tipo allegorico del Sole levante (2500), di cui Licaone stabiliva il culto in Arcadia sotto il nome di Dis Liceo (2501). Il perché io son di credere che alcuni de' Pelasgi, giungendo in Italia, come quelli che adoravano l’allegorico lupo, fossero stati da' nostri indigeni Sabini o Sanniti nel loro idioma detti Hirpini, ed avessero quindi dato il lor nome alla colonia sannitica; perocché per me non è dubbio che gran parte i Pelasgi ebbero nell'incivilire i nostri antichi popoli e nel comunicar loro il proprio culto, come nel corso di queste storiche ricerche sarà detto, ed è sopratutto notabile che nella Sabina si stabilirono i Pelasgi per la testimonianza di Varrone (2502), che uno scrittore torcendo dal vero dice dalla Sabina passati nella Grecia.

Certo è che Irpini separatamente da’ Sanniti si nominarono non sì tosto si costituirono in popolo indipendente colla distinzione della lor propria regione. La quale indipendenza e si raccoglie da più antichi scrittori, i quali Hirpini senz'altro aggiunto di Samnites li denominarono, ed è manifesta dalle poche memorie delle loro vicende. E già chiara apparisce la distinzione de' due popoli in Polibio, il quale indicando le strade che menavano alla Campania, ricordò quella che veniva dalla regione degl'Irpini (2503); è nota da Livio e nel catalogo de' popoli che dopo la battaglia di Canne si ribellarono da' Romani, e dove riferisce la risposta data da Annibale a’ Sanniti insieme ed agl’Irpini che chiedevan soccorso contro i Romani (2504). Appiano ricorda ancora separatamente i due popoli (2505), e si è però bene osservato non doversi ritenere la distinzione fatta da alcuni scrittori in Sanniti-Irpini, come vi furono i Sanniti-Caudini ed i Sanniti-Pentri, come se Irpini fossero appartenuti alla generale federazione sannitica (2506). Che se Strabone annoverò Irpini Veti Sanniti (2507), non per altro li accomunò con questi popoli che per l’origine che ne trassero. È perciò che la lor regione descriver si deve separatamente dal Sannio ed anche nell'opinione di chi li volesse tutt’uno co’ Sanniti, si dovrebbe sempre particolarmente descrivere il loro speciale distretto. —Poche memorie ci rimangono degl’Irpini, i quali sembra che cedessero ben presto alla potenza de' Romani dopo la presa di Taurasia e Cisauna nel 459, nel corso della seconda guerra sannitica. Si danno ad Annibale dopo la grande battaglia di Canne; ma facilmente ritornano all’obbedienza della Repubblica, scacciati i Cartaginesi dall'Italia. Riprendono le armi nella guerra sociale; ma quali altre città, oltre di Eclano, allora si ribellassero non ricorda la storia. Certo è che coll'occupazione che Silla faceva di questa città, la più illustre della regione, a quel che sembra, ne' tempi romani, ha termine ogni gloriosa memoria degl’Irpini, de' quali co' luoghi notabili ora dirò le città che abitarono.

III. – 1. Monte PARTENIO, e templi di Vesta e di Cibele

Ne’ confini della Campania e della regione degl’Irpini s innalza l’alto ed esteso monte Partenio, formato da un gruppo di nove monti, alcuni nudi di piante, alpestri ed inaccessibili, altri meno ripidi e coverti di varie sorte di alberi con alcune valli fra mezzo. Per la sua grande altezza, in fuori della state, si vede sempre coverto di neve nelle più alte eminenze. Erbe medicinali, e ' varie generazioni di fiori vi nascono in copia nelle pendici orientali e meridionali, ed alabastro ancora ed ignobili marmi danno le sue viscere. D’una lunghezza di 25 miglia, il suo perimetro oltrepassa le 45 miglia; ma il monte Partenio propriamente detto, che più alto si eleva fra gli altri monti che lo circondano, ha un circuito di sole 12 miglia. Il nome è antico, ma dalla sola tradizione serbato al pari di quello di Paflagone altro monte di confine tra l’Irpinia e la Lucania. Una costante fama riferisce che vi si venerasse Cibele la dea delle montagne (2508), e di quelle sopra tutto che come questa sono ripide e scoscese, d'onde sembra che in origine ottenesse il greco nome di ὄρος Κύβηβος da' greci coloni di Abella. Per questo nome primitivo io suppongo che poi vi si edificasse un tempio a Cibele ne' primi tempi dell'impero, quando l’Ιtalia covrivasi di templi della dea (2509). Comeché la distanza segnata nell'Itinerario di Antonino non corrisponda alle falde del Partenio, io credo che per errore di qualche trascrittore, o dello stesso Itinerario, si segni la mansione Ad Matrem magnam che accennerebbe appunto al tempio della Madre degli Dei ad XI miglia da Equotutico ossia nove e più miglia odierne di là di Ariano. Certo è che nel santuario che alla Vergine vi ergeva S. Vitaliano Vescovo di Capua ne principii dell'ottavo secolo (2510), quando fuggendo le persecuzioni e le calunnie de' Capuani ritiravasi nelle solitudini di questo monte, tuttavia si veggono quattro colonne antiche, le quali si additano come avanzi di questo tempio colla stessa base di alabastro della statua della dea (2511). D'allora egli sembra che cominciasse a dirsi Mons Virginis e non già Virgiliano per la favolosa dimora che vi facesse il cantore dell’Eneide (2512). Presso la Badia di Loreto in un sito più basso alle falde del monte, dove si scoprivano reliquie di fabbriche e grandi vasi di pietra, è fama ancora che sorgesse un tempio sacro a Vesta e ne serbava il nome una croce, che ad abolire l’idolatria vi fu eretta ne7 primi tempi del Cristianesimo, e che tuttavia si nomina la Croce di Vesta. Ma meno antico di quello di Cibele, questo tempio può credersi ivi innalzato da Taziano Consolare della Campania (2513), il quale Pontefice di Vesta è nominato in una lapida di Abellino, e che pel culto verso la dea innalza vaio nella regione ch’ebbe sotto il suo governo.

2. ABELLINO ('Αβέλλινον, Abellinum)

Qual fosse stata la città capitale degl’Irpini non è noto dalla storia, ma Abellino fu una delle loro città primarie; e comeché negli ultimi tempi romani, la veggiamo annoverata la prima da Tolomeo tra le sole quattro città che attribuì a questi popoli (2514). Plinio ne ricordò appena gli abitatori nella seconda regione d'Italia; ma nel particolare aggiunto di Protropi col quale li distinse da altri popoli omonimi che furono tra’ Marsi (2515), ci lasciava una notizia importante per riconoscerne l’origine, non già dagl’Irpini stessi, ma de' Calcidesi fondatori di Abella nella Campania d'onde la città era poche miglia discosta. Dappoiché non solo nel derivativo Abellinum fu serbata memoria della sua metropoli, ma il greco nome ancora di Protropi, cioè trasferiti, bene accenna alla detta colonia de' primi tempi, anteriore io credo alla stessa occupazione degl’Irpini, e non investigata da nessuno de' topografi patrii. Se veramente a questa città si appartenesse il noto monumento delle Cariatidi, e se si sapesse veramente antico, confermerebbe la sua discorsa origine, perché ci mostrerebbe antiche relazioni degli Abellinati con gli Ateniesi, che Strabone annovera tra gli antichi coloni di Napoli (2516), e che perciò facilmente suppor si possono passati co' Calcidesi stessi a fondar Nola ed Abella, e forse ancora le loro colonie Abellino e Compsa. Ma, oltreché prima il Maffei, e poi altri archeologi ne hanno richiamato in dubbio l’antichità (2517), da Napoli sembra trasferito in Avellino (2518), e di là di bel nuovo a Napoli trasportato, dove ora si conserva nel R. Musco. Questo monumento riferito da varii scrittori (2519), e particolarmente illustrato da uno de' nostri antiquarii (2520), consiste in tre tavole di marmo grechetto, sulle quali in pieno rilievo sono scolpite tre statue di donne, due in piedi, le quali colle mani e col capo sostengono un capitello ed una delle tavole, la terza in mozzo in lagrimevole situazione seduta appiè di un tronco, d’onde diramasi un grazioso stelo con varii rami e fiori, che termina in un tirso. In parte sul fronte della tavola superiore, in parte nel campo della tavola del fondo è scolpita la seguente epigrafe:

ΤΗ ΕΛΛΑΔΙ ΤΡΟΠΑΙΟΝ ΕΣΤΑΘΗ

ΚΑΤΑ ΝΙΚΗΘΕΝΤΩΝ ΚΑΡΥΑΤΩΝ

E un trofeo che si riferisce al fatto della città di Caria nella Laconia, presa e diroccata dagli Ateniesi, che ne passarono i cittadini a fil di spada, e le donne ridussero in ischiavitù perché parteggiato avevano pe’ Persiani (2521); e che se antico fosse di fatto, ci mostrerebbe che di tale avvenimento avrebbero voluto gli Ateniesi serbar ricordanza non solo nelle città dell'Attica, ma anche nelle loro colonie.

A crederne alcuni scrittori, la città si nominò anche Abella come sostengono colla seguente epigrafe (2522):

M. LVCCEIVS M. F.

ΑΝΑΧΙΜΑNDER, PRAEF. ABELLAE

HERCVLI. DICAVIT

Ma di ciò non vi è certezza, perché M. Lucceio Anassimandro potè ben essere Prefetto Abella, e dedicare ad Ercole qualche ara Abellino (2523); oltreché, non potendosi supporre molto antica la lapida, non si può credere che la città tuttavia serbasse ne' tempi romani il nome della sua metropoli. Comeché del resto senza testimonianze,alcuni storici si sono studiati nondimeno narrarne la varia fortuna e nelle guerre sannitiche, e nelle altre che infino ad Augusto afflissero senza posa queste nostre regioni (2524); ma, nulla sapendo affermarne pel silenzio degli antichi, dico solo che datasi Compsa ad Annibale, lo stesso ebbe a fare Abellino, e perciò forse Silio Italico, senza nominare le due città, condannava in generale la vanità degl'Irpìni, perché indegnamente avevano rotta la fede a' Romani (2525). Una colonia militare vi fu poi dedotta colla legge Sempronia, dice Frontino (2526), ossia dal Tribuno C. Sempronio Gracco, il quale concedendo nel 631 la cittadinanza a tutti gl'Italiani, ripartiva i campi, e le provincie riempiva di nuove colonie (2527) né guari tempo dopo di tale deduzione si può credere innalzata a Licinia, la moglie del generoso tribuno, una statua colla seguente epigrafe, dopo che ucciso Caio, ella ritiravasi probabilmente nella colonia dedotta dal marito (2528):

LICINIAE C. F.

ORDO ET POPVLVS

ABELL. OB. BENEVOLEN.

GRAC. STATVAM

COLLOCAND

CENS

Non era la città posta nel sito dell'odierna Avellino, si bene presso Atripalda che quattro miglia ne è lontana, nel sito che ritiene il nome di Civita, e dove tuttavia si ravvisa l’intero circuito delle sue mura di opera laterizia, con gli avanzi di qualcuna delle sue torri: i sobborghi si estendevano verso il mezzodì e l’occidente, ed era tutta situata in luogo aperto e di bella vista. In quel perimetro ne sono venuti fuori i molli monumenti, le lapide, le statue (2529), le colonne, i rottami marmorei, le monete, gli acquidotti ed i sepolcri suburbani. Appena la seguente lapida ci ricorda uno de' pubblici edifizii della città, la Basilica, edificata da un M. Antonio Rufino (2530):

Μ. ΑΝΤONIO. RVFINO. C. V.

PRO. MERITO. LABORVM

STVDIORVM. SVORVM. QVI

BASILICAM. CIVITATIS. NOSTRAE

PECVNIA. SVA. A. SOLO. FECIT

PATRONΟ. ΟΡΤΙΜΟ

ORDO. SPLENDIDISSIMVS

COLONIAE. ABELLINATIVM

Ma vi rimangono i ruderi di un Circo o Anfiteatro al sudest de' sobborghi, ed oltre di un tempio dedicato ad Augusto che ci ricordano alcune lapide di Augustali (2531), un altro se ne è creduto sacro a Giano dalla testa del nume che vi si rinvenne (2532), e l’ara dedicata da Anassimandro ci ricorderebbe ancora un altro tempio sacro ad Ercole. Altri templi sacri a Pallade, a Diana, a Giove ci ricorda la tradizione ne' dintorni della città (2533), e presso l’ultimo anche un Campidoglio, come in molte romane colonie. Certo è ch’ebbe la sua rocca nel sito dove poi verso il secolo X fu edificata Atripalda, e in sulla collina ad oriente le Terme, dove se ne veggono gli avanzi con una sorgente di acqua solfurea, e qualche traccia dell'acquidotto che vi portava le acque del fiume Sabato.

3. Monte ed oppido AMARANO

Sopra un monte di mediocre altezza è situata la città vescovile di Montemarano, dove fu certamente un antico oppido irpino di nome sconosciuto, se non con quello stesso di Amarano, come si nominò Giove ch’ebbe ad avervi un tempio, e che vi fu adorato da' popoli vicini nella guisa stessa che col nome di Summano in sul monte ora detto di Somma (2534). Dimostra questo nome e questo culto la seguente lapida votiva, di là forse trasferita e che ora si legge nel campanile di Locosano (2535):

ERAISCVS

EGGIAE NERVLLAE

SER. IOVI

AMARANO

ARAM POSVIT

Non pochi vestigi di antichità vi rimangono, massime nel suo castello, e molte mutile statue togate anche vi si scoprirono nel secolo XVII; e lo stesso Castelvetere, da Montemarano poco discosto, si è creduto altresì originato da un’antica rocca dello stesso sconosciuto oppido irpino (2536). Il quale nel 662 fu accresciuto di popolazione dagli Eclanesi che dalla loro patria scacciava l’Imperatore Costante, e da questi nuovi cittadini un rione di Montemarano tuttavia si nomina vico di Eclano (2537).

4. Fiume SABATO

Nelle falde del monte Terminio presso Serino e Solofra ha le prime sorgenti il Sabato, de' più considerevoli tra' piccoli fiumi delle nostre contrade. Non appena nato, si fa copioso colle molte limpide sorgenti che sgorgano in un falso piano a guisa di anfiteatro. Scorrendo dal nord al sud la valle di Serino, vi raccoglie le acque delle soprastanti alture; ed irrigate le fertili campagne di Atripalda, s’ingrossa ne' piani di Arcella co' rivoli di Avellino, Monte forte e Mercogliano, d’onde irrigando gran parte della regione dopo il corso di 24 miglia si unisce al Calore nel sinistro lato di Benevento. È fiume pescosissimo e di ottime acque, e però i Romani con un grande e lunghissimo acquidotto le derivarono per gran parte della Campania meridionale da Napoli insino a Pozzuoli ed alle ville vicine. Il suo nome, analogo a quelli di molti luoghi del mondo antico, e dell'Italia sopratutto (2538), si derivò forse da qualcuno de' culti asiatici nelle nostre regioni diffusi dalle colonie primitive, e massime da' Pelasgi, i quali vi addassero il culto de' Cabiri, uno de' quali volevasi padre del dio Sabazio (2539), soprannome dato a Bacco de' Traci (2540), dal cui culto sembra derivato il nome alla città di Sabazio nella Tessaglia tra Stenae e Dium (2541), e che essendo in più intima connessione colle nostre origini, spiegherebbe il nome di questo fiume e della città posta alle sue fonti per l’occupazione dei Pelasgi, anteriore certamente a quella degl’Irpini.

5. SABAZIA (Sabatia; Sabatium)

A breve distanza dalle fonti del descritto fiume sorgeva Sabazia, città che al pari di altre molte dell'antica Italia e della Sicilia prese il nome dal fiume stesso presso il quale fu edificata. E già fioriva nel VI secolo di Roma, quando con altri popoli Irpini davasi al partito di Annibale non sì tosto dopo la battaglia di Canne entrava in questa regione (2542). Egli sembra che la città innominata, a tre miglia dalla quale Annone si accampava presso il Calore due anni dopo, cioè nel 538, fosse Sabazia (2543). Certo è che indi a quattro anni, ritornando alla fede de' Romani che con gli altri popoli giurava al Proconsole Fulvio, diede se stessa in pieno arbitrio della Repubblica, e fu dichiarata libera, ma priva affatto della romana cittadinanza e delle prerogative del nome latino (2544). Comeché altre memorie in fuori di queste non ci rimangono de' Sabatini, le addotte testimonianze di Livio ci assicurano nondimeno della loro città, che che ne dica un patrio topografo, il qual& si avvisò che sotto il nome di Sabatini tutte le popolazioni intender si debbono, le cui campagne erano irrigate dal Sabato (2545). Ma tale supposizione è contraria ed alla tradizione ed alle rovine che tuttavia si mostrano di Sabazia. Il Cluverio a questa città attribuiva i grandi ruderi che rimangono in sul vertice d'una collina tra Peata e Terranova (2546); ma comunemente si riconosce da' nativi nella valle tra' monti di Sirino, nel luogo detto Ogliara, che serba ancora il nome di Civita. Ivi se ne veggono le grandi muraglie che in figura ellittica hanno il perimetro di quasi tre miglia, con avanzi di porte, di torri quadrate e cisterne, e nell'opposta parte del corso del Sabato che circondavala, anche vestigi vi rimangono de' fossati (2547). Sono tali le rovine di Sabazia ne cui dintorni antichi villaggi e borgate esser vi dovevano, a congetturarlo sopratutto dal nome di Sala, che ritiene uno degli odierni casali di Serino, e che ad antichi ruderi accenna, come altrove ho già detto.

6. FULSULE (Fulsulae)

Fioriva questa città nel tempo della seconda guerra cartaginesa, per averne lasciato chiara memoria Livio, sebbene in generale l’attribuisce al Sannio, perché negli antichi annalisti, come nella stessa lapida dell'ipogeo degli Scipioni, da questa non ancor distinguevasi la regione de$ Irpini. Datasi al partito di Annibale, fu presa di viva forza da Fabio con Compsa ed altre città del Sannio Caudino nell'anno 538. Esser doveva perciò ben fortificata ed anche popolosa, a contare almeno 2000 Irpini in istato di portare le armi che vi furono trucidati o presi de' 25,000 che Livio ricorda oppressi da' Romani in tutte le altre città espugnate in pochi giorni da Fabio (2548). Un'altra ricordanza ne serbava Floro, annoverandola tra le città abbattute nella guerra sociale, benché per errore de' copisti vi si legga Fesulae (città dell'Etruria) in vece di Fulsulae (2549). L Olstenio questa città riconobbe nell'odierno Montefusco (2550) a 12 miglia da Avellino, detto anche Montefulsule nel medio evo (2551) con un nome che più si accosta all'antico, e di cui è difficile assegnare l’etimologia. Egli è il vero che un patrio topografo altrove la situava, attribuendola al Sannio (2552); ma la detta analogia di nomi gli è affatto contraria.

7. TAURASIA (Taurasia)

A breve distanza dalla riva del Calore, ove giunge quasi alla metà del suo corso, sorgeva Taurasia, una delle primitive città degl’Irpini. Senza credere con alcuni che qui la colonia sannitica guidata dal toro primamente si stabilisse, potè ben essere edificata da uno smembramento di que' Sanniti primitivi. Ma non ve ne ba memoria anteriore al 459, nel quale anno egli sembra che cedesse all'assalto di Scipione Barbalo In una delle iscrizioni del celebre monumento degli Scipioni in Roma scoperto nel 1780 presso la porta S. Sebastiano tra gli altri gloriosi fatti di quel celebre romano si ricorda la presa di questa città con Cisauna, trascurata da Livio, dal quale sappiamo soltanto che Scipione Barbato in qualità di Legalo comandava le romane soldatesche sotto il Console Papirio, che combatteva i Sanniti nel detto anno 459 (2553). L’iscrizione in versi senarii, ridondanti talvolta di un piede come il rozzo verso saturnio (2554), è come segue:

CORNELIVS. LVCIVS. SCIPIO. BARBATVS GNAIVOD. PATRE

PROGNATVS. FORTIS. VIR. SAPIENS. QUE. -QVVIVS. FORMA. VIRTVTEI, PARISVMA

FVIT -CONSOL. CENSOR, AIDILIS. QUEI. FVIT. APVD. VOS. -TAVRASIA. CISAVNA

SAMNIO, CEPIT - SVBIGIT. OMNE. LOVCANA. OBSIDESQVE. ABDOVCIT

Taurasia dové adunque venire in potestà de' Romani dopo la famosa giornata di Aquilonia, né altra ricordanza ci serbò la storia che quella de' suoi campi, che poi furono divisi nel 572 a’ Liguri Apuani (2555), e che sono celebri per la vittoria che il Console Manio Curio vi riportò contro Pirro nel 478 (2556). La memoria nondimeno di Taurasia sopravvive nell'odierno Taurasi, sopra un’eminenza, alla destra ed a due miglia dal Calore, dove fu forse l’acropoli della città, se non la città istessa. Altro non vi rimane che un’antica torre diroccala in parte nel 1806, e qualche avanzo delle solide muraglie ond’era circondata, una parte delle quali si vede sepolta nelle scuderie del palazzo baronale. A breve distanza vi rimane un sotterraneo cunicolo nel luogo detto Piano degli Angioli, ad uso forse di uscita segreta in caso di assedio; ed ivi presso scoprivasi nel 1796 una grande colonna di travertino, la quale poggia sopra solido fabbricato. Appartenne ad un tempio, o ad altro edilizio? Io non so dirlo, ma non infruttuosi sarebbero gli scavi per assicurarci della vera situazione della città, e di qualche sua grande fabbrica (2557).

8. Fiume CALORE

Alle molte e belle varietà de siti che nella regione formano i rami dell'Appennino, come per accrescerne le vaghezze si unisce il Calore, così detto da tempi immemorabili (2558). Col nome di Tornola ha le sue prime fonti nell'agro di Bagnoli, dove le falde dell’altissimo monte Cervalto avvallandosi alquanto, e in piccoli monticelli diramandosi formano la pianura del monte di Lacina (2559), la quale, vaga ed amena, anche nella state vedesi di freschissime erbe ricoperta e di molte varietà di fiori. In una delle selve ond’è cinta sorge il fiume, il quale colle sue chiare e gelide acque irrigandola, scende poi giù per balze di rocce con gran romorio; e facendosi tratto tratto maggiore colle acque del Calente, della Polentina, de' Frodano e de' torrenti delle vicine eminenze, dopo vani giri per le radici dell’Appennino scorrendo sempre limpido, si conduce alle fertili campagne taurasiae. Di là girando verso il nord si accresce insieme colle acque del Tropoaldo e del Mischiano per rivolgersi all'ovest, dove il ponte Valentino ne doma la confluenza col Tammaro. Radendo le mura di Benevento, dopo il ponte Manfredi si congiunge col Sabato, e di nuovo rivolgendosi verso il nord tra Solipaca e Telese passa sotto il gran ponte di ferro intitolato alla regina M. Cristina, e giunto al villaggio di Torelli si scarica nel Volturno, d'onde sarebbe navigabile insino a Benevento, come il Volturno stesso dalla foce alla confluenza.

9. CORNELIANO (Cornelianum)

Da' popoli che l’abitarono vegnamo in cognizione di quest’altra città nelle vicinanze di Taurasia Plinio ricorda appena questi popoli tra gl’Irpini (2560); ma apprendiamo da Livio la ragione del lor nome, e ‘l tempo in cui nella regione si stabilirono. Onde por fine una volta alla guerra Ligustica, i Consoli P. Cornelio Celego e M. Bebio Tanfilo, ai quali in buona parte i Liguri Apuani (2561) si erano renduti nel 572, proponevano al Senato di trasportarli al pari de Piceni molto lungi dalle lor terre natie, e perché non tentassero cose nuove, e perché perdessero insieme ogni speranza di ritorno. E così da' monti di Anido gli stessi Consoli che li avevano debellati tradussero a pubbliche spese 40mila Liguri con le mogli e i figliuoli nell'agro che fu de' Taurasini, già divenuto di pubblica ragione dopo l’espugnazione di Taurasia (2562). Presero così il nome da' due Consoli insieme agli agri che furono loro assegnati, ed alle città che poi si edificarono. Benché Plinio e Frontino ricordino insieme, l’uno i due popoli, e l’altro l’agro di ciascuno di essi, è ben da credere nondimeno che abitassero terre e città l’una dall'altra discoste, ed è manifesto non solo da' ruderi diversi di queste città, ma dalla seguente iscrizione ancora che ci ricorda un Curatore particolare de Liguri Corneliani (2563):

SEX. MINIO. S....

TER. SILVANO

AED. II. VIR. II. QUINQ

PATR. COLON. ALLIFANAE

QVAEST. SAC. PAL. IM. QUAEST.

DEFENS. RP. PRAEF. R. FRVMENT

CVRAT. CIVITAT. ATINATIVM

ITEM. CVRAT. LIGVRVM. COR

NELIANORVM

CONTVBERNIVM. VENERIS

PATRONO. OB. MERITA, EIVS

L. D. D. D.

Due volte i detti popoli ebbero poi a dividere i loro campi ad altre colonie romane de' veterani che militarono pe’ Triumviri, e di quelli che pel solo Ottavio (2564), ed a queste due colonie sono da attribuire coll'addotta epigrafe le altre lapide di Corneliano, tra le quali mi basterà riferire solo le due seguenti che ci ricordano il culto di Silvano, distinto con gli epiteti di Cas artico e di Cesarianense, per essere le altre tutte sepolcrali (2565):

PRO, SALVTE

ET. REDITV

L. TVRSELIAE. MAX

IMIL. TVRSE

LIVS. RESTVRIVS, L.

SILVANO. CA

SANICO. VOT

LIB. SOLVIT

SILVANO


CAESARINENSI


TROPHIMVS


ACT...


EX VOTO

Sulla sinistra sponda del Calore, a breve distanza dall’antico ponte sul quale a VI o VII miglia da Benevento passava la Via Appia, nel luogo già detto S. Sofia, ed or S. Donato, si veggono molti antichi ruderi e grandi avanzi di acquedotti, ne’ quali si è riconosciuto il sito di Corneliano (2566). I belli ed antichi edifizii, di cui parla il Pratilli nell’accennare il corso Appia nella spaziosa ed amena pianura del Covante (2567), ebbero ad appartenere in parte ad una delle romane colonie che vi furono dedotte (2568); e non solo nel vicino agro di S. Maria Ingrisone si scoprivano nel 1819 due piccoli simulacri di Ercole in bronzo, rottami di vasi, pietre sepolcrali, acquidotti e ruderi di solida fabbrica, ma anche ne prossimi contorni di Dentecane, dove gli storici della regione credevano posta la immaginaria città di Samnio (2569), si scavarono, è già tempo, avanzi di fabbriche antiche, monete ed iscrizioni (2570); così che tutte in generale queste anticaglie ebbero ad appartenere alle antiche dimore di buona parte Liguri Apuani, e delle due romane colonie che poscia vi sopravvennero.

10. CISAUNA (Cisauna)

Senza alcun altra antica testimonianza, rimase memoria di quest’altra città nella sola addotta iscrizione dell'ipogeo degli Scipioni. A seguir la conghiettura del Visconti, egli sembra ch’ebbe a dirsi propriamente Cis-Aufìna, riducendosi quasi alla semplice aspirazione eolica la differenza tra Auna ed Aufina, e per distinguersi dall'altra città omonima de' Vestini, ch’era situata di là dell'Appennino (2571). Comeché malamente confusa da un celebre critico con Ceraunilia città della Daunia (2572), fu nella regione degl'Irpini, ed a breve distanza da Taurasia, poiché espugnata nella stessa azione di guerra dal luogotenente di Papirio nell'anno di Roma 459; ma le opinioni si dividono circa il di lei sito; perché chi la vorrebbe Chiusano per la sola analogia del nome (2573), e chi a Locosano, già detto Cusano e Cossano, per la ragione stessa. Entrambe queste terre sono nelle vicinanze di Tatuasi, la prima a 4 miglia verso il sud sulla dritta del Calore, l’altra ad un miglio in circa verso l’est, sulla sinistra dello stesso fiume; e la ragione di preferir questa a quella è nella tradizione, per la quale, senza riconoscervi propriamente il sito di Cisauna, si è creduta sempre di molto remota fondazione (2574), coeva di Taurasia e della colonia de' Liguri Apuani, condotte ad abitare da' Romani nelle vicine campagne. Forse ancora può riconoscersi in Castrovolere in quelle stesse vicinanze, che nel 1426 con Chiusano, Montaperto e Villa Parolisi possedevasi dal celebre Sergianni Caracciolo (2575). Se non che, ben lungi da questi luoghi per la situazione di Cisauna ci trasportano le congetture di un patrio antiquario, il quale ha sostenuto che occupasse il sito del casale di Fondigliano, a due miglia da Bagnoli, dove non poche rovine di antichi edifizii con acquedotti portano il nome Cosina, e molti antichi rottami si veggono adoperati nella fabbrica del monistero che vi fu costrutto. Nel fabbricato accanto alla chiesa vi si legge l’iscrizione:

C. POMPVLLIVS. P. F. HOR

PRIMIPILVS. TRIB. MIL. PRAEL. AEQVulano

CARIA. P. F. GEMELLA. VXOR

ARBITRATV

GEMELLAE. VXORIS. ET. PHILO

DAMI. L.

Negli angoli di questa lapida sono scolpiti trofei ad armature, e al di sopra soldati in marcia armati di pilo col vessillo spiegato, che accennano al grado militare di C. Pompullio, il quale, se genuina è la lezione della lapida, avendo militato sotto Silla nella guerra contro di Eclano, si è supposto di aver fatto parte di una delle romane colonie dedotte nella regione irpina. Altri rottami di titoli sepolcrali che vi si veggono ricordano altre famiglie di questa romana colonia, la quale si è creduto che nel sito di Bagnoli avesse avuto le sue terme (2576). Tali conghietture e monumenti non ho voluto trasandare; ma incerta tuttavia mi sembra la vera situazione di Cisauna.

11. FRATUENTO (Φρατούεντον, Fratucntum)

Dopo di Eclano Tolomeo attribuisce agl'Irpini la città di Fratuolo (2577), e v'è tutta la ragione di sospettar guasta la lezione di questo luogo del geografo, per non esservene memoria in alcun altro geografo, o storico. È bensì memoria de popoli Fratuentini di unita a' Compsani in una lapida che leggesi nel castello di S. Angelo de Lombardi, ed io non dubito che il Φρατούολον del greco geografo abbiasi perciò ad emendare in Φρατούεντον. Vero è che un patrio topografo vide ne’ Fratuentini della detta epigrafe gli abitatori di Fratuerzio che Plinio pose nella Salentina, per essere in essa ricordali di unita a’ Neritini (2578); ma la testimonianza di Tolomeo, il luogo degl'Irpini in cui l’iscrizione fu rinvenuta e la memoria insieme de Compsani fanno credere con più di ragione che si abbiano a riconoscere in questa regione. L’iscrizione è la seguente (2579):

D. PATER, SENATORIS. M.

P. OPPIVS. GAL, MARCELLINVS

SPLENDIDVS. EQVES. R. P. N. P.

PRON. P. ABN. CVR. CIVITATIVM

COMPLVRIVM. PRINCPS (sic) COL. AECLANENS

PATRONVS. COMPS. FRATVENTINOR. NERITINOR

SIBI, ET, EPPIAE, FIRMAE. VXORI, KARISSIMAE

ET. TETTAEO. MARCELLINΟ. ΝΕΡΟΤΙ

VIVVS. FECIT

Poiché questa epigrafe da luce al geografo, emendando l’errore de' copisti, per se sola basterebbe a mostrarci la città di Fratuento fra gl'Irpini, comeché altri riferir voglia a Ferentino i popoli in essa ricordati (2580). Ma l’autorità di Frontino da lume anch’esso a Tolomeo, e ne riceve egualmente dalla lapida, e non ci fa insieme dubitare della detta città Da questo scrittore apprendiamo che Pirro fu vinto da' Romani ne' campi Arusini presso la città di Statuente, come ha la maggior parte de' codici, o Fatuento, come leggesi in alcuni altri (2581). Il Cluverio, che bene interpretò a nostro credere i campi Arusini pe’ Taurasini, non ostante che Floro, Orosio e Giornande scrivono concordemente Arusini anch'essi. perché l’errore ebbe ad essere solo di Frontino o di Floro scrittori contemporanei, sostiene nondimeno che debba intendersi Benevento la città detta (2582), come in fatti scrive Plutarco (2583). Ma più difficile è la mutazione di Benevento in Statuento o Fatuento, diedi queste ultime parole in Fratuento, ed il greco biografo potè di leggieri cambiare in una città assai più nota quella ch'egli non conosceva, e eh è sol rammentata da Frontino. Ma in qualsivoglia modo intender si vorranno tutti questi storici, rimane ferma l’autorità della lapida che ci ricorda i Fratuentini, e però la città di Fratuento. La quale, per l’addotta testimonianza di Frontino, non par dubbio che fu nelle vicinanze di Taurasia; ma in fuori di coloro che l’hanno creduta situata nel sito stesso di S. Angelo de' Lombardi, dove la riferita lapida si vede (2584), nessuno il sito ne ha investigato, per essersi confusa colle altre città dette. Se non che, nell'oscurità del di lei sito, direi che stesse in sul monte detto Monticchio in vicinanza di Torcila v dove sin verso la fine del secolo XI fu una grossa terra, distrutta da Roberto Guiscardo nel 1076 (2585), e d'onde a S. Angelo de' Lombardi si è creduta trasportata (addotta lapida con gli altri seguenti titoli sepolcrali (2586):

D. M.

POPPIVS. MARCELLINVS

IVNIAE. FORTUNATAE, SIBI

AMANTISSIMAE. F.

D. M.

CAESIAE IVCVNDAE

L. FIRMANVS. C. B. Р.

D. M.

P. COR. RVFINO

QVI. VIXIT. ANNIS

LVII. M. VII. D.

XV. SP. VI. IDVS

OCT. P. DATIANO

ET CIPIAΝΟ Μ

CON

12. FERENTINO (Ferentinum)

Quest’altra città degl’Irpini ci è nota dal solo Livio, il quale narra che, presa e saccheggiata Romulea, Fabio Massimo guidò l’esercito contro Ferentino nel 456. Era la città forte per arte e per natura, e così gagliardamente vi si difesero gli assediati, che non meno di 3000 ne morivano intorno le mura (2587). Due anni dopo, presa la città di Milionia, seguita a dire lo storico, il Console L. Postumio trasse le legioni contro Ferentino, le quali senza combattere se ne impadronirono, perché abbandonata dagli abitatori al pari di altre città vicine (2588). Poiché Livio altrove Milionia attribuisce a Alarsi (2589), non si sa intendere come il console traesse l’esercito contro Ferentino da così lontana regione, se pure Milionia città de Alarsi non fu diversa da Milionia città de Sanniti, come congetturava un dotto critico (2590); e vi è bene da sospettare ancora due città di Ferentino, una nel Sannio, un’altra nel paese degl’Irpini, alla quale con più di sicurezza egli sembra potersi riferire il primo racconto di Livio, per essere non molto distante da Romulea, perché Fabio Massimo, o Lucio Volumnio secondo altri annali, appena espugnata questa città, passava coll'esercito contro Ferentino. Non credo ancora ben provato che nel sito di Ferrazzano, ne' confini tra la Capitanata ed il Contado di Molise, fosse già l’altra città omonima appartenente a’ Sanniti, come un patrio scrittore ha sostenuto (2591); ma riferendosi alle due città diverse le due diverse testimonianze dello storico, ne scomparisce l’incertezza per coloro che le dette città confusero non solo con Ferentino, città degli Ernici, anche con Perento città dell’Apulia. Egli sembra del resto che Ferentino decadesse indi a non molto dopo l’espugnazione de' Romani, poiché altra menzione non se ne trova negli antichi, anche supponendo con un patrio scrittore che ne venissero poi assegnati i campi a' Liguri (2592), il cui nome ben ci sembra che si serbasse, sebbene alterato, nella vicina terra di Lioni (2593). Forse anche prima, dopo la seconda guerra cartaginese, andò soggetta ad altre devastazioni; certo è che appena ne rimase il nome in una contrada a due miglia da Nusco, e ad un miglio dal distrutto paese di Oppido, nella valle della Caravella, o montagna di Lioni, dove molti ruderi di muraglie si veggono, e nelle cui vicinanze si sono sempre scoperte spezzate armature, corniole e monete; ma, in fuori di due sole iscrizioni sepolcrali, sono false le altre che vi si dicono scoperte, perché non sono che una copia di due de' noti frammenti de' Fasti consolari capitolini risguardanti i Sanniti (2594). Credo nondimeno che l’agro di Ferentino estendevasi insino a' dintorni di Caposele nelle cui vicinanze sopra un alto piano del monte soprastante a vista delle rovine di Oppido scoprivasi nel 1834 la seguente lapida da me trascritta sopra luogo, la cui lezione è poco diversa da quella già fornita a ch. archeologi (2595):

SILVANO S A C R V M VOTO SVSCEPTO PRO SALVIE DOMITIANI AVG. N. L. DOMITIVS PHAON AD CVLTVM TVTFCLAMQVE ET SACRIFICIA IN OMNE TEMPVS POSTERV (SIC) IIS QVI IN COLLEGIO SILVANI HODIE ESSENT Q V IQV E POSTEA SVBISSENT FVHDVM IVNIANVM ET LOLLIANVM ET P E R C E N E N I A N V M ET STATVLLIANVM SVOS CVM SVIS VILLIS FINIBVSQVE ATTRIBVIT. SANXITQVE VT EX REDITV EORVM FVNDORVM. Q. SSS. K. IANV. ILI, IDVS FEBR. DOMITIAE AVG. N. NATALE ET V. K. IVLIAS DEDICATIONE SILVANI ET XII K. IVLIAS ROSALIBVS ET IX K. NOVEMBR. NATALE DOMITIANL AVG. N. SACRVM IN REPRAESENTI FIERET. CON VEN IRLNTQVE LÌ QVI IN COLLEGIO ESSENT AD EPVLANDVM CVRA NTIBVS SVIS CVIVSQVE ANNI MAGISTR. HVIC REI DOLVM MALVM AFVTVRVM QVOMINVS EA QVAE SVPRASCRIPTA SVNT FIANT MANJFESTVM EST CVM PRO SALVIE OPTVMI PRINCIPIS ET DOMINI FVNDI CONSECRATI SINT DIESQVÈ S A C R IFIC I O R V M COMPRE BENSÌ. PRAETEREA LOCUS SIVE EA PARS AGRI SILVAEQVE ET VIVARII QVAE CIPPIS POSITIS CIRCA SILVANVM DETERMINATA EST SILVANO CVI DAT ET VIAE IVS AD SILVANVM. PER FVNDVNQVE SICIANVM OMNIBVS PATEBIT. LIGNIS QVOQVE ET EX FVNDO GALLICIANO ET AQVA SACRI CAVSA ET DE VIVARIO PROMISCVE LICEBIT VTL HAEC SIC DARI FIERI PRAESTARI SINE DOLO MALO IVSSIT PÈRMISITQVE L. D Ο Μ I T I V S PHAON CVIVS OMINE S. L O C V S F V IT


13. ECLANO (Αίκούλανον, Aeculanum, Aeclanum)

A XII miglia Abellino sorgeva sulla Via Appia questa città tra le più cospicue Irpini. Ad avventurare una conghiettura sulla città capitale di questi popoli, io direi che fu questa. Oltre della sua importanza che ci manifestano le sue memorie e i molti monumenti, quasi nel mezzo della regione era posta, ed una gran de popolazione, almeno in sul cadere della Repubblica, ci mostra l’ampio perimetro delle sue mura. Mal sicura io credo la ragione etimologica del suo nome dall'origine de suoi popoli dagli Acqui prossimi a’ Sabini, perché gl’Irpini, come ho detto, si originarono Ari Sanniti, ed è forse più analogo al vero derivarlo da equulus, per essere stati di piccoli, ma generosi cavalli attrici le sue campagne, e Giovenale accenna in fatti alle nobili razze de' cavalli irpini (2596). Secondo questa etimologia, Equulanum sarebbe stato il nome primitivo della città; ma negli scrittori per vero e nelle lapide leggesi sempre Aeculanum ed Aeclanum. Se intero ci rimanesse il XVI libro delle storie di Dionigi, avremmo la più antica ricordanza di questa città nel corso della seconda guerra sannitica; ma appena il nome ce ne rimane, e questo anche alterato da' copisti di Stefano Bizantino, il quale accennavala come castello d'Italia coll’autorità dello storico di Alicarnasso (2597). Le vicende de' tempi posteriori si possono più supporre che accertare, e senza precise testimonianze io non so dire se ottenesse come altre città del vicino Sannio Caudino il dritto della romana cittadinanza senza suffragio nel 433 (2598). Che col suffragio non l’avesse ottenuto prima della guerra italica, è manifesto dall'essersi ribellata in questa guerra, nella quale fu facilmente espugnata da Silla, sì per non potere resistere al numero de' Romani, e sì ancora perché fabbricate di legno ne erano le mura (2599), come altre città mentovate dagli antichi (2600), e fu allora che senza combattere si diedero al vincitore le altre città irpine. Eclano ebbe poi a dividere il suo agro a' romani coloni; e comeché Frontino appena accenni la colonia eclanense, alla quale fu diviso il campo come a quella di Canosa (2601), egli sembra che due colonie militari vi venissero tradotte, una de' veterani di L. Silla, un'altra di quelli di Ottavio, come par manifesto dalla seguente lapida (2602) posta a Q. Pedio, patrono di essa colonia, e figlio di Q. Pedio console collo stesso Ottavio (2603) dopo aver militato in più guerre come luogotenente di Cesare:

Q. PAEDIO. Q. FIL

PRAETORI. TRIB. MIL

PATRONO. COLONIAE

RESP. AECLANENSIVM

D. D.

Cresciuta quindi in popolazione e splendore, la veggiamo annoverata da Tolomeo tra le quattro più grandi città degl'Irpini, e forse per amenità di sito, per magnificenza di pubblici e privati edifizii, per maestà di maestrali e per gloria militare a verun’altra città della regione non cedeva il luogo, e nel suo antico lustro si mantenne insino a che dopo lungo assedio venne espugnata ed in gran parte abbattuta dall’Imperatore Costante nel 662 (2604). Posta in un'amena pianura quasi alla confluenza del Calore e dell’Arvio che ora dicono le Fiumarelle, in un fertile territorio, alimentar poteva un gran popolo, e come tale la dimostrano le lapide e i superstiti monumenti che in gran copia sono venuti fuori dalle sue rovine. A poca distanza da Mirabella nel luogo detto le Grotte se ne veggono i grandiosi vestigi con gli avanzi delle mura reticolate, onde fu cinta dalla romana colonia. Queste mura rovinate ne mostrano grande il circuito, e fra le rovine della sua porta orientale scoprivasi la seguente lapida che ci ricorda in alcuni Quatuorviri della città quelli che per decreto del Senato curavano la rifazione delle porte, delle torri e delle mura (2605):

C. QVINCTIVS. C. F. VALG. PATRON. MVNIC

M. MAGI. MIN. F. SVRVS. A. PATLACIVS. Q. F.

IIII. VIR. D. S. S. PORTAS. TVRREIS. MOIROS

TVRREISQVE. AEQVAS. QVM. MOIRO

FACIVNDVM. COIRAVERVNT

Oltre del Foro e della Curia e di altri pubblici edifizii per rappresentare in piccolo nelle colonie, secondo Aulo Gellio, la maestà del popolo romano (2606), oltre dell'anfiteatro e delle terme di cui rimangono le reliquie, molti templi vi furono sacri a Cerere Giunone, Diana Nemorense, Iside e Silvano, agl’imperatori divinizzali Augusto ed Adriano, ed alle imperatrici Faustina e Giulia Pia (2607). Tutti questi numi ci ricordano le lapide e le are eclanensi, e le più importanti son queste:

CANTRIAE

P. F.

LONGINAE

SACERD. FLAM.

Augustae, IVLIAE. PIAE

Magnae, MATR. DEVM

SaceRD, ET. ISIDIS. REGINAE

Наес. ОВ. HONOREM

SACERD. HS. L. N. R. P. D.

P. D. D.

CANTRIAE. P. FIL

PAVLLAE, SACERD

AVGVSTAE. AECLANO

CN. ENNIVS. DEXTER, MATRI

ET. NVTRICI, SVAE. FECIT

HAEC. ARGENTEAM. STATVAM. FELICITATIS

AECLANI DEDIT

Nella direzione della Via Appia che traversava la città, un magnifico acquidotto di grandi pietre di taglio vi trasportava le acque delle copiose sorgenti del nordest, ed alle private abitazioni distribuendole, declinava verso ponente a breve distanza da' ruderi dell’anfiteatro, il quale, appena riconoscibile come esso è, da' giuochi che vi si celebravano serba il nome di Jòcolo (2608). E molto dappresso alle mura in verso oriente si veggono gli avanzi delle terme, che da un ramo del grande acquidotto già detto avevano le acque. Da questi avanzi dell'anfiteatro, delle terme, e da quelli stessi della città si sono scavate statue di numi e di personaggi illustri in gran numero fin dal secolo XVI (2609), le quali tutte colle molte lapide poste a' magistrati municipali, agl'Imperatori ed alle persone cospicue ben ci dimostrano che fu una città splendidissima. Fra tutte queste iscrizioni scelgo la seguente posta ad un insigne benefattore di Eclano lodato per l’eloquenza, e che ne' pubblici edifizii ristoravala, ed altri ancora ne aggiungeva per lo splendore della città non meno che per Fuso de’ cittadini (2610):

MANNACHIO

PRO. SINGULARIBVS. ERGA

CIVITATEM, NOSTRAM

MERITIS. INDVSTRIAE

ET. ELOQVENTIAE, PRAECI

PVO. ET. IN. OMNI. ADFECTV

PRAESTANTISSIMO

FABRICATORI, EX. MAXI

MA. PARTE. ETIAM. CIVI

TATIS, NOSTRAE, MVLTA

ET. VSVI. ET. ORNATVI

ADDENTI. VMBONΙΟ

MANNACHIO. V. C. PA

TRONO. DIGNISSIMO

ORDO. CIVITATIS. AECLA

NENSIVM. STATVAM

PONENDAM. CENSVIT

Pe’ molti titoli sepolcrali, io credo, della gente Babria ne' sepolcri di questa città scoperti (2611) sospettava un patrio antiquario che vi sortisse i natali il favoleggiatore Babrio (2612), del quale oltre i frammenti nel Lessico di Suida, appena cinque favole pubblicate dal Tyrhwit già si conoscevano, ed ora CXXIII ne sono note, di recente scoperte da Μ. M incide Minas nel monistero di S. Laura sul monte Atos (2613). La congettura non è lontana dal vero; considerando sopratutto che in Eclano le lettere latine e greche si coltivarono, ed una bella pruova ne porge la singolare memoria che di se ci lasciava in un elegante epigramma il poeta comico Pomponio Bassulo, traduttore di alcune commedie di Monandro, ed autore egli stesso di nuove commedie sventuratamente perdute (2614). Il poeta fu ancora duumviro quinquennale nella sua patria, come si legge nella stessa lapida, scoperta non ha guari a Grottaminarda.

D. M.

M. POMPONIO. FIL, M. N. M. PRON

M. ABN. COR. BASSVLO

IIVIR. QQ

NE MORE PECORIS OTIO TRANSFVGEREN

MENANDRI PAVCAS VORTI SCITAS FABVLAS

ET IPSVS ETIAM SEDVLO FINXI NOVAS

ID QUALE QUALE EST CHAR(itib esto) DATVM. B. v.

VERVM VEXATVS ANIMI curis anXIIS

NONNULLIS ETIAM CORPOris doloRIBVS

VTRUMQUE VT ESSET TAEDIO supra MODVM

OPTATAM MORTEM SVA manu legit, MIHI

SVO DE MORE CVNCTA haec dixit tristia

VOS IN SEPULCHRO HOC PRECOR exinciDITE

QVOD SIT DOCIMENTO posteris omnibus

INMODICAE NE QUIS VITae huius tenax siet

CVM SIT PARATYS PORTVS tranquillissimus

QUI NOS EXCIPIAT AD Quietis exitum.v

OS ETIAM VALETE DONEC vixeritis

CANT. LONG, MARIT. V. A. L. M. I.

Né voglio lasciar di dire che in Eclano moriva un famoso auriga, più volte da Domiziano arricchito di doni e coronato per le sue vittorie, come nel suo titolo sepolcrale si legge (2615):

C. CEPIDIO. NIGERIO

AVFVSTIANO

INVICTO. AVRIGATORI

IN. FACTION. VARIS, PLV

RIES. AGITATO. SEMPER

VICTORI. AB. IMP. DOMI

TIANO, AVG, CAES. PLV

RIESQ. CORONATO. PRE

MISQ. III. AVCTO. P. S.

VIX. ANN. LXIV. M. III

LVCILIA. APPVLEIA, VXOR

MAR. B. M. Fecit

14. FORO NUOVO (Forum Novum)

Dalle città poste nelle valli del Sabato e del Calore passando a quelle che stavano verso i confini del Sannio e dell’Apulia, primo ad incontrarsi alla sinistra di Echino era Foro Nuovo, a X miglia antiche da Benevento (2616). Era un villaggio sorto nel sito di un pubblico mercato, in sulla strada consolare (2617). Il dotto annotatore del Cluverio questo villaggio poneva alla sinistra di Buonalbergo, dove scopriva non poche reliquie di distrutte abitazioni (2618); ma fu propriamente nel luogo detto Fuorno nuovo, manifesta corruzione del nome antico, presso un bosco tra Paduli e Benevento, alla sinistra della regia strada (2619), dove corrisponde la distanza segnata negl'Itinerarii, e si sono trovate in gran numero medaglie greche, imperiali e familiari,nonché corniole, in una delle quali rappresentante Apollo citaredo si lesse l’iscrizione ΔΑΖΟT, nome noto di uno de' supremi magistrati di Salapia e di Arpi (2620).

Vi si scopriva ancora una colonnetta miliare col numero XII, altra distanza da questo villaggio ad Equotutico, e la seguente epigrafe (2621):

XII

N.

FLAVIO

VALERIO CONSTANΤΙΝΟ

PIO FELICI

INVICTO AVG.

VI CONSTANTI

NI FILIO

DD. NN. THEODOSI

ARCADI ET HONORI

BONO REIP. NATVS

15. CLUVIA (Cluvia)

Fuori della strada consolare, e più verso i monti sannitici stava quest’altra città degl’Irpini che Livio attribuì al Sannio nell'ampio significato di tutte le regioni occupate da' popoli di una medesima stirpe. Nel corso della seconda guerra sannitica fu la città occupata da una romana guarnigione, e nell'anno 443 non avendo potuto i Sanniti prenderla colla forza, l’ebbero colla fame. Comeché i Romani si dessero prigionieri, furono nondimeno crudelmente battuti colle verghe, e poi trucidati. Irritato da questa crudeltà il console C. Giunto Bubulco, cominciò le sue imprese coll'assaltare le mura di Cluvia se ne impadronì di viva forza, e tutti gli adulti vi passò a fil di spada (2622). Dopo essere stata così il teatro di tali orrendi stragi, non si sa altro di Cluvia se non che una romana colonia vi fu tradotta; e non solo si raccoglie dalla seguente iscrizione letta in un tegolo (2623):

MAX. FIG.

COL. CLV

ma dalla precisa testimonianza ancora di Frontino, dal quale sappiamo che i confini ne furono messi secondo quelli del vicino agro Bobiano (2624), ch’esser potrebbe e quello di Bojano, e quello di Bebiano, città poste ugualmente nelle vicinanze di Cluvia dal citalo scrittore agrario detta Clibes. E singolare, che il monte, alla cui falda questa città era situata, serba il nome volgare della città stessa, cioè Montechiodi, a breve distanza da Buonalbergo, così che i ruderi che l’Olstenio attribuiva a Foro Nuovo, appartennero per avventura alla stessa Cluvia. non solo gli avanzi di antichi edifizii scoperti in sulla falda di quel monte, ma altre anticaglie ancora, cioè rozzi vasi, idioletti, corniole e gemme incise, danno certezza ch’ivi sorgesse Cluvia dalla quale si è creduto che prendesse il nome la tribù, alla quale i Sanniti furono ascritti dopo la guerra sociale (2625), ed anche la stessa gente Cluvia di Roma (2626), poiché di altra città di Cluvia non si ha ricordanza in Italia.

16. BEBIANO (Bebianum)

Se dal nome del popolo che l'abitò si conghiettura detto Corneliano uno degli oppidi de' Liguri in questa regione trasferiti, altrettanto dir si deve di quello di buona parte degli altri ch'ebbero la sorte comune, e che Bebiani si nominarono dal Console M. Bebio Tanfilo (2627). Come l’origine stessa di Corneliano, ebbe Bebiano le medesime vicende insino all’ultima colonia tradottavi da Augusto, cd ignoto affatto alla patria topografia rimaneva insino a principii di questo secolo quando una iscrizione tra grandiosi ruderi lo appalesavano per modo,da non lasciare alcun dubbio della sua precisa situazione. A poco più di due miglia al mezzodì di Circello in un sito che dal bosco onde fu coverto serba il nome di Macchia, vasti ruderi si veggono di antiche muraglie, rottami di marmi, di grandi colonne ed altre anticaglie sparse in gran copia, tra quali sopra una base di statua scoprivasi la seguente epigrafe (2628), posta ad un ignoto patrono de' Liguri-Bebiani:

PATRONO. QVI. CON

LAPSVM. TERRAEMOTV

BALINEVM. REFICI

CVRAVIT. AC. SVA. PE

CVNIA. FECIT, OB. MV

NIFICENTIAM. EIVS

ORDO. ET. POPVLVS. LIGV

RVM. BAEBIAN

ORVM. POSVERVNT

Quasi identica è l’altra lapida che si scoperse dopo tra le medesime rovine (2629), e che dal popolo de Liguri Bebiani fu messa per avventura sulle stesse terme che restaurava il loro ignoto patrono, perché anche cancellalo ne è il nome:

…………………………….

PATRONO

QVI. BALINEVM. TERRAEMOTV. CONLAPSVM

SVIS. IMPENSIS. REFICI. IVSSIT

POPVLVS. LIGVRVM. BAEBIANORVM

P. P.

Quest’altra epigrafe ci rammenta un tempio che a Giove dedicava un L. Trebonio Primo:

IOVI. OPΤΙΜ. ΜΑΧ

L. TREBONIVS. PRIM

AEDEM. HANC. CVM. POR

TICIBUS

F. C.

E senza riferire i molti titoli sepolcrali nel luogo stesso scoperti, e di là ne' vicini villaggi trasportati, in mezzo alle stesse rovine gran parte si rinvenne di una tavola alimentaria in rame (2630), dall'Imperatore Trajano data in pro de' poveri figli dei Liguri Bebiani, della quale basterà ch’io adduca le prime linee:

IMP. CAES. NERVA. TRAIANO. AVG. GERMANICO IIII

Q. ARTICVLEIO. PAETO. II. COS

OB, LIBERALITATEM. OPΤΙΜΙ. ΜΑΧΙΜIQ, PRINCIPIS OBLIGARVNT. PRAEDIA. LIGVRES BEBIA

NI. VT, EX, INDYLGENTIA, EIVS. PVERI, PVELLAEQ. ALIMENTA. ACCIPIANT

Molti paghi in questa tavola sono mentovati (il pago Equano il Ligustino, il Romano, il Meflano, il Luciano, il Seculano, il Mefano, il Celano, Erculaneo, il Salutare, il Marziale, l’Articulano, il Feciano, l’Albano, l’Ebicano, il Libitano, l’Equiculano, il Cetano, ed il Catillino), tra i quali tutti quello che ricordava il paese nativo de' coloni, cioè il pago Ligustino, sembra essere stato il più considerevole, essendo il solo, la cui popolazione sia rammentata col titolo di Republica de' Ligustini, nome col quale i greci scrittori indicavano i Liguri (2631); ed alcuni furono nell'agro beneventano, altri sparsi per le campagne de Liguri-Bebiani, i quali tennero quelle che bagnano il Solano, il Tammarecchio ed il Reinello (2632). L’antica via di questa colonia è tutta fiancheggiata d'iscrizioni pubbliche o sepolcrali, e tra le molte non ha guari scoperte mi basta addurre la seguente (2633):

D. M.

T. PETRONIO

PONTICO CO

LLEGIVM. DEN

DROPHORVM

COLLEG, B. M. F.

ET PONTICAE

PATER INFELI

CISSIMVS

....XI

Altri monumenti daranno più estese ricordanze di Bebiano, mancato e distrutto non si sa per qual cagione, da chi ed in qual tempo, se pur noi fu nel IX secolo da Saraceni, i quali nell'anno 888 tutta desolarono la regione beneventana (2634).

17. EQUOTUTICO (Equustuticus)

Dopo XII miglia antiche da Foro Nuovo seguiva sulla stessa Via Appia la città di Equotutico (2635), tra le più ragguardevoli degl’Irpini. Una tradizione serbataci da Servio ne attribuiva l’origine a Diomede (2636), favoloso fondatore di altre vicine città della Daunia, ma nume archegete di primitive colonie greche (2637), a qualcuna delle quali è però da riferire l’origine della città, forse anteriore all'occupazione degl'Irpini. Ad interpretare per città principale l’espressione di metropoli, con che un antico storico indica Tuxio (Τούξιον) città de' Sanniti, si potrebbe intendere di questa, e non già di Caudio, come altrove ho congetturato, ciò che Plutarco narra di Fabio Fabriciano ch’espugnò la città, e ne trasferì a Roma il simulacro di Venere Vincitrice (2638). Perché più che a Caudium veramente la parola Τούξιον si avvicina a Τούτικον, come la città è detta da Tolomeo che I attribuisce Sanniti (2639); ma Equus Tuticus ne fu il vero nome che leggesi in Cicerone (2640), corrispondente ad Equus Magnus, come è chiaramente nominata in uno degli antichi Itinerarii (2641), ed è ben noto del resto che la voce osca Tuvtiks non altro dinotava che magnus (2642); così che il nome della città corrisponderebbe nella nostra lingua a Magnocavallo, non so se per qualche statua a Diomede dedicata, o pe’ grandi cavalli che alimentava il suo suolo. Ma la storia non ci serbò memoria delle sue vicende, e sconosciuto ancora rimanevano il silo insino alla fine dello scorso secolo. Dalle sole distanze degl'Itinerarii un celebre geografo diceva di essere presso Castelfranco (2643), e ne indovinava il sito, perché stava appunto nella pianura di S. Eleuterio, dove rimangono reliquie della Via Appio,, e si scoprirono titoli sepolcrali e colonne milliarie anche con epigrafi. Che fosse città agiata e popolosa può raccogliersi dalla seguente lapida che ne ricorda le pubbliche terme,ma forse non più antiche dell'età di Adriano (2644):

Ι. Ο. Μ.

C. ERRICIVS. C. F. FIRMVS

PERMISSV. DECVRION. C. B.

BENEVENTO...... AIDILIS

IIVIR. ID. QUAESTOR

CVRATOR. OPERIS. THERMARVM

DATVS. AB

IMP. CAESARE. HADRIANO. AVG.

Quattro strade consolari s’incrociavano nel sito di questa città: la via Appia Trajana che vi menava da Benevento, la Claudia Valeria, quella che da Bojano portava a Venosa, ed un’altra via detta Erculea, che ci ricorda la seguente epigrafe scolpita sopra una colonna miliare scoperta in que' dintorni (2645):

IMP..... AT.... C.... S.

M. AVREL. VALER.

MAXENTIVS. P. TI

INVICTVS. AVG.

PONTIF. MAX. TRIB.

POTESTATE. VIAM

HERCVLEAM. AD

PRISTINAM FACIEM

RESTITVIT

La vicinanza di questa città con Ariano, edificata sopra tre prossimi colli, ha fatto supporre che dalla distruzione dell'antica città sorgesse la nuova intorno qualche antico tempio di Giano, e quindi detta da Ara lani, ma con troppo facile etimologia.

18. VESCELLIO (Vescellium)

Due sole memorie ci rimangono di quest'altra città degl’Irpini; la prima che fu presa dal Pretore M. Valerio (2646), il quale nel 536 soggiogava le città irpine datesi a' Cartaginesi; la seconda che tuttavia sussisteva al tempo di Plinio, che ne ricorda gli abitatori col nome di Vescellani (2647). Può riconoscersi con verisimiglianza nell'odierno Vetroscello presso Baselice e Roseto, ma solo per una certa analogia del nome (2648); ed in quelle vicinanze stesse furono forse le altre due città del pari espugnate da M. Valerio, Vercellio e Sicilio, delle quali altra ricordanza non rimane, e di cui senza monumenti mi è impossibile assegnare la precisa situazione.

19. VOLANA (Volana)

Non meno ragguardevole delle descritte città irpine fu quest'altra, della quale, a crederne un ch. critico, è sconosciuto il vero nome; perciocché nelle volgari edizioni di Livio, che ne serbò memoria, leggesi Volana, e ne' manoscritti Vella, Velia e Veletia. La prima lezione parve già al Niebuhr di nessuna autorità (2649), ma non so con quanta ragione, giacche una città del nome stesso trovavasi nell'Etruria (2650). Parendomi adunque le lezioni Velia e, Veletta manifeste alterazioni di Velia, e non potendosi questa sostenere, ritengo quella di Volana contro il giudizio di così dotto critico. Ad ogni modo, non rimane altra memoria storica di questa città se non che fu presa dal Console Carvilio nell'anno di Roma 459 dopo più giorni di assedio (2651); il che dimostra non solo la forte resistenza de suoi cittadini, ma la validità ancora delle mura, le quali diroccate, sembra che non più si riedificasse. Perciò non rimanendone alcuna traccia, fu annoverala dal Cluverio tra i luoghi sconosciuti del Sannio (2652). Se Italio, città del Sannio Caudino fu molto probabilmente a Vitulano, come dimostra lo stesso nome odierno, il quale non è che una traduzione dell'antico (2653), non si può con alcuni topografi riconoscervi Volana (2654); e nel difetto di monumenti e di migliori conghietture è da dire piuttosto che fosso nella terra di Ansano situata tra Monteleone ed Accadia (2655), e supposta ancora l’oppidulo innominato di Orazio, ove dopo 24 miglia dalla villa presso Trivico fermavasi nel suo viaggio da Roma a Brindisi (2656). Certo è che fu abitata negli antichi tempi, ed è manifesto non solo da' molti ruderi che vi si dicono scoverti, ma da qualche titolo sepolcrale altresì, come quello di un Messenio Osco, ricordato, ma non riferito, da un patrio topografo (2657).

20. PANNA (Πάννα)

Nell'odierna provincia di Capitanata, ma ne' confini di Principato Ulteriore, sopra un monte altissimo sorge la terra di Panni, che io non dubito di annoverare tra le antiche città degl’Irpini. Strabone, parlando del Sannio, dice che poche città ne sopravanzavano alle devastazioni di Silla, e tra queste nomina Πάννα (2658). Or è noto che L. Silla non propriamente i Sanniti, sì bene gl'Irpini combatteva nella guerra sociale (2659), ed il nome di Panni ci assicura della vera lezione del geografo, ritenuta co' manoscritti dal più recente editore di esso, Gustavo Kramer di Berlino. Ognun vede del resto quanto sia stata facile l’alterazione di Πάννα in Παυ'να, come leggevasi nelle altre edizioni di Strabone; e questa conghiettura sul sito di Panna mi par bene preferibile ed all'opinio, ne di coloro che ritenendo Παύνα, la riconoscevano nella Valle Caudina (2660), ed alla credenza degli stessi vecchi cittadini di Panni i quali affermando antichissima la loro patria, credevano che dal culto di Pane prendesse il nome (2661).

21. PALUMBINO (Palumbinum)

A non molta distanza da Poiana esser doveva Palumbino, ricordata egualmente da Livio, e non meno di Poiana fortificata, comeché Carvilio ch’espugnavala nella medesima guerra, se ne impadronì nel giorno stesso in cui ne assali le mura (2662). La poca resistenza che v'incontrarono i Romani derivò forse dalla presa della città vicina: ad ogni modo, altra memoria non ve ne ha nella storia, ed è però di oscura situazione. Lo storico del Sannio, senza bene esaminarne la probabilità, dice credersi per tradizione che fosse stata presso Polcarino (2663), a quattro miglia da Ariano; ma in una diversa contrada fu combattuto da' Romani nel 459; e ad avventurare una conghiettura, fu piuttosto a Pietrapalomba, che più si accosta al nome antico. Appena ne rimangono i ruderi del castello quasi sulla riva dell’Ofanto, a circa due miglia dal ponte di Pierdiloglio; fu già una grossa terra della regione insino al 1076, quando dopo l’espugnazione di Monticchio facilmente veniva in potestà di Roberto Guiscardo con Carbonara, Monteverde ed altre terre vicine (2664).

22. TRIVICO (Trivicum)

Fuori il corso della Pia Appia, ed alla distanza di circa un miglio e mezzo da questa via, stava Trivico, mentovata dal solo Orazio nella festevole descrizione che ci lasciava del suo viaggio da Roma a Brindisi (2665). Che se da nessun geografo o storico fu ricordata, fu forse perché niun fatto d'armi vi avvenne, o perché, ed è più probabile, non fu di molta considerazione: tale almeno la darebbe a credere il suo nome, che le fu imposto per avventura dall'essere stata in origine una unione di tre vichi, piuttosto che una città od un oppido ragguardevole. Ma di qualche rilievo era già Del V secolo, quando divenne città vescovile (2666). L’odierna Trivico, posta in sulle falde di un erto monte, è alquanto lontana dal sito dell'antica presso il fiume Lavello, nel luogo dove ne rimangono i ruderi col nome di Civita.; ed egli sembra che in quell'alpestre giogo si salvassero i Trivicani nelle guerre distruttive del medio evo, o per cagione ancora de' gagliardi tremuoti, che spesso hanno scossa tutta quella regione. La Via Appia diramavasi in fatti in un’angusta valle per condurre al detto sito, prima di giugnere all’Osteria delle noci, nelle cui vicinanze era la villa dove albergava il poeta, della quale pochi avanzi pur rimangono che di Villa serbano il nome (2667).

23. Lago ANSANTO, e Tempio di MEFITE

Quasi nel mezzo della regione, e alquanto al sudest di Trivico sta la famosa valle di Ansanto, pe’ fenomeni geologici notabile da tempi immemorabili. Benché ricordata da altri antichi, Virgilio nondimeno diede maggior fama a questa valle, che pose nel bel mezzo d’Italia, sia considerandone la larghezza tra due mari, e sia ancora la lunghezza, innanzi che vi si comprendesse la Gallia Cisalpina. Poiché vi si svolgono io copia e mofete e gas micidiali, dice che per essa aprivasi il varco all'inferno (2668); e poetiche immagini destava ancora nella brillante fantasia di Claudiano dove canta il ratto di Proserpina (2669). Essendo posta questa valletta tra Rocca S. Felice e Frigento, sembra che abbia dato il nome al secondo di questi paesi, dal gorgoglio che da lungi fa udire a chi vi si appressa nelle nere e fetide acque di una pozzanghera, o piccola laguna, negli antichi tempi non diversa da oggidì. Compresi gli antichi da un religioso rispetto pe’ fenomeni che quel suolo manifesta, con una parola la indicarono, che dinota d’ogni intorno santo (2670), ed il nome che tuttavia serba di Valle di Santoli non è che un’alterazione dell'antico, e quello di Caronte con che i nativi indicano l’acqua del bulicame che vi si osserva, è quasi identica all’Acheronte spirante dalla voragine, come dice il poeta. Perché nell'imo della vallata sono pozzanghere di fetidissima acqua nera, agitata in tutta la sua superficie da un moto di ebollizione, la maggiore delle quali non oltrepassa i 160 piedi di perimetro, e 5 o 6 piedi di profondità, comeché più profonda e più spaziosa fosse ne' tempi andati (2671). Più gagliarda è l’agitazione dell'acqua verso il centro del laghetto, dove s’innalzano scrosci dell'altezza di 3 piedi, ed altri minori zampilli e più piccole bolle sorgono da lati sino all'estremo lembo della voragine. Molti spiraceli ancora s’incontrano verso la bassa falda del prossimo colle, ed. il gas idrogeno solforato sbucando da que' trafori, forma un concento di strida, se tale può dirsi, veramente infernale. E molto analoga al vero è la descrizione che ne lasciava Virgilio; poiché gli alti monti sotto i quali egli dice ch'era situata, sono i circostanti appennini di Lioni, di Nusco e di Montella essendo umili poggi le eminenze più prossime alla valle. La selva che da due lati la spalleggiava, sono i boschi della Rocca e di Migliano all'oriente e al settentrione; né vi manca il torrente accennato dal poeta, il quale serpeggia nel mezzo della valle, ma solo in tempo di pioggia, e va a sgorgare nel Fredano il quale poi mette nel Calore. Ben da lungi, sin dalla distanza di 15 miglia, ferisce le narici il fetido gas a chi si avvia nella valle, secondo la gagliardia o la direzione de' venti che disperdono quelle esalazioni, e più e più approssimandosi si fa distinto all'udito il rombo delle acque ed il fischio de' gas che spirano da' sotterranei meati (2672). Né solo il pestifero aere del piccolo lago, nel quale secondo Plinio moriva chi vi entrava (2673), è un vero Aorno, letale agli uccelli ed altri animali, ma perniciosa ancora a' viventi ne è stata spesso la mofeta nel seno del mentovato torrente, massime nel così detto guado mortale terribile agli uomini ed agli animali per l’esalazione del gas carbonico ed idrogeno solforato (2674). Presso il lago e nella valle si veggono frequenti concrezioni alluminosi, e solfato di allumina cristallizzato; e per quanto la valle si estende, nonché per molte miglia in distanza dal lago, il solfato di calce, di cui tra l’Ansanto ed il bosco di Mignano v’ha un enorme deposito, detto la Gessara. Lungo il torrente sin oltre i bagni di Villamaina si trovano altri immensi massi di gesso e cristallizzazioni selenitiche di forme curiose e bizzarre, nonché di solfato ed ossido di ferro; ed uno strato solfureo copre tutta la superficie della pianura contigua al lago e delle terre adiacenti.

A cagione degli effluvii micidiali gli antichi tennero sacro il luogo, al pari de' simili antri Plutonii, e degli spiragli vulcanici sparsi pel mondo (2675), e come presso alle mura della città di Cremona (2676), un tempio innalzarono presso del lago alla dea Mefite (2677), la dea delle mefitiche esalazioni, o le esalazioni stesse personificate, chiara pruova fra le altre di ciò che diceva Metrodoro di Lampsaco, la mitologia essere una fisiologia (2678), l’adorazione delle forze della natura, primo periodo di tutte le mitologie. E forse dietro la cella di questo tempio era l’orrido speco di cui parla Virgilio, ove stava racchiuso il bulicame dell'acqua fatale, se pur non fu la voragine del bulicame medesimo; e se non ve ne apparisce vestigio al pari dello stesso tempio, è forse perché era fatto ad artifizio come l’antro così celebrato di Delfo, ove la Pizia dicevasi agitata dal profetico spirito, e che probabilmente era pure un vapore mofetico, a cui la sacerdotessa regger non poteva. Certo è che la dea vi fu adorata, e ne rende testimonianza anche la seguente epigrafe, scolpita sopra un'ara votiva (2679):

PACCIA. Q. F.

QVINTILLA

MEFITI. VOT

SOLVIT

I malsani che concorrevano alle acque minerali che presso vi rampollano (2680), per ottenere l’implorata guarigione, vi recavano i loro voti, le vittime che tuffavano nel gorgo (2681), ed alcune immaginette della dea, di nera argilla cotta al sole; ed alcune se ne sono scoperte in fondo di una vasca, la sola che vi rimaneva degli antichi ruderi del tempio e dell'antro.

24. COMPSA (Κῶμψα, Compa)

Alla distanza di 29 miglia da Abellino sorgeva sopra piccolo colle in vicinanza dell'Ofanto quest’altra città tra le più antiche e ragguardevoli degl’Irpini, la quale essendo posta ne confini meridionali della regione, fu con errore da Tolomeo attribuita alla Lucania (2682). Fu detta insieme Compsa e Cossa, ed il primo. de' due nomi sopratutto ne disvela l’origine anteriore, io credo, all'occupazione degl'Irpini, da una greca colonia, quella stessa che partendosi da Abella fondava Abellino. Il greco nome di questa città, che accennava forse piuttosto alla sua adornezza, che alla loquacità de' suoi abitatori, appalesavasi ad un patrio archeologo (2683), senza che del resto ne investigasse i principii, che io attribuisco, come ho detto, alla colonia de' Calcidesi, la quale aveva primamente fondata la città di Cuma, e dalle isole Pitecuse che tenne egualmente, passò dentro terra, come ci narrano Strabone e Trogo Pompeo (2684). I Calcidesi fondavano nel continente Nola ed Abella, e dalla seconda di queste città diramavasi un’altra colonia ch'edificava Abellino, ed a questa colonia stessa io attribuisco l’origine di Compsa e di qualche altra vicina borgata, tra le quali è certamente da annoverare quella che ritenne il nome di Pietra Pagana, dove sopra una porta si veggono in rozzo bassorilievo riunite le immagini di Giano e della Sibilla (2685), quella cioè di Cuma, metropoli primitiva di tutte queste popolazioni. Ma delle più antiche vicende di questa città dalla sua origine all'anno di Roma 536, non si sa altro se non che dopo la battaglia di Canne due possenti cittadini, Stazio e Trchio, vincendo la fazione de' Mopsii che tenevano pe’ Romani, vi chiamarono i Cartaginesi, e la diedero in lor potestà. Avviandosi Annibale alla conquista della Campania, vi lasciò tutta la preda ed i bagagli con parte dell'esercito sotto il comando di Magone per impadronirsi delle altre città irpine (2686). Ma due anni dopo con altre città fu ripresa a viva forza da Fabio (2687), ed allora forse vi rientrarono i Mopsiani i quali, fedeli a' Romani, erano usciti dalla città all'avvicinarsi di Annibale. Era dunque allora una città illustre, e nel suo splendore si mantenne anche dopo, come apparisce dalle lapide che ne rimasero. Che fosse città ricca e popolosa è manifesto dall'aver avuto moneta propria, cosa singolare tra le città irpine, le quali tutte, in fuori di Aquilonia non batterono monete, e la due monete di Compsa perché di origine Calcidese, sono forse da credere anteriori all'occupazione degl’Irpini i quali si servirono forse della moneta sannitica. I tipi in fatti delle monete compsane di bronzo sono simili a quelli della Campania colla leggenda ROMANO, dappoiché nel dritto presentano la testa di Pallade galeata coll'epigrafe COSA, o quella di Marte barbato, e nel rovescio un busto di cavallo colla stessa epigrafe COSA, o COSANO (2688). Senza un numeroso popolo, non vi sarebbero stati ancora numerosi magistrati, poiché quattro vi erano gli Edili, quattro i magistrati a giudicare le liti, e quattro i Quinquennali o Censori, come dal seguente titolo sepolcrale si raccoglie (2689):

C. BEBIO. C. F. GAL. LVPVLO. ΠΙΙ. VIR. AED

ΙΙΠ. I. D. ΠΠ. VIR. QVINQ. PLEBS. VRBA

NA. EX. AERE. COLLATO. L. D. D. D.

La sua non ristretta popolazione ci vien mostrata anche dall'anfiteatro, che ricordavaci questa lapida scoperta tra le sue rovine (2690):

GAL....

IIII Augustalis IIII

VIR QQQVINQVIENS. Qua

EST. ALIMENTorum

XVVIR. MATRI Statuam

OB MERITA EIVS et splend

DIDAM EDITIOnem mu

NERIS GLADIATOrii

PLEPS VRBANa aere

CONLATO CVIVS DEdicat

POPVLO VTRIVSque

SEXSVS CETEris

BIDVO. DEdit

L. D. D. D.

Non si sa nulla de' templi e di altri pubblici edifizii della città; ma nel Foro forse, od anche nella Curia M. Mindio Massimino lasciava un monumento della sua quinquennalità o censura municipale in una statua dedicata a Mercurio, non perché, come scrive un dotto epigrafista (2691),a questo nume era forse devoto, o perché nell'immagine di esso esprimeva la propria, ma perché specialmente adoravasi nella città come in Eclano, ed è noto in fatti che un altro Quinquennale di Eclano innalzava del pari una statua al nume stesso anche per l’onore ottenuto della quinquennalità (2692). Questa è del resto l’iscrizione scolpita sulla base di Compsa, in fuori de' nomi diversi, identica a quella di Eclano (2693):

M. MINDIVS. M. F.

GAL. MAXIMINVS

STATVAM. MERCVRII

OB. HONOREM. QUINQ

POSVIT

CVIVS. DEDICATIONE. DEDIT

POPVLO. VIRITIM, DENARIOS. SING

L. D. D. D.

Presso al Foro ancora esser doveva, come in altre città, il pubblico edifizio, nel quale si conservavano i pubblici pesi e le misure, che la seguente lapida ci ricorda fatte a spese di un C. Umbrie Eudrasto (2694), come forse veniva eletto Quatuorviro:

C. VMBRIVS. EVDRASTVS

FORTUNATVS. IIII. VIR

MENSVRAS. LEGE. CIVITATIS

PROPRIO, SVMPTV

L’Imperatore Antonio Pio fu per decreto de' Decurioni Compsani onorato di una statua nell'anno 138 dell'era nostra, ed è noto dall'iscrizione scolpita sulla sua base, ch'è questa (2695):

Imp. Caes. Divi. HADRIANI

FILio, DIVI, TRAIANI

PARTHICI. NEPOTI

DIVI. NERVAE. PRON.

T. AELIO. HADRIAΑΝΟ

ΑΝΤΟΝΙΝO. AVG. PIO

PONTIF. MAX. TRIB

POTEST. II. COS. II

P. D. D.

Né tra le poche lapide sepolcrali che di questa illustre città ci rimangono, voglio trasandare la più importante, dalla quale si raccoglie che nominavasi anche Cossa (2696):

-------------------------------

IN QUEM INDVXI SARCOPHAGVM

IN QUEM DVM RECEPTVS (sic) FVERIT CORPVS MEVM

NVMQVAM VLLI LICEAT ACCIPERE VEL APERIRE VEL VEXARE OSSA MEA

NEQVE FILIVS NEQUE NEPOTES NEQUE ALIA ADFINITATE VLLVS

SI QUIS AVTEM AVSVS FVERIT INFRINGERE VEL APERIRE VEL VEXARE OSSA MEA

INFERET POENAE NOMINE REI PVBLICAE COSSANAE FOLLES MILLE

SANE NEVIA PRISCA

SI PERMANSERIT VSQ. IN

DIEM FINITIONIS

SVAE RECIPIETVR

IBI IVXTA MARITVM SVVM

Non è dubbio del resto che l’odierna Consa sia succeduta all'antica nel nome, se non in tutto nella sua precisa situazione, perché si crede che già fosse stata, nel piano alla riva dell’Ofanto, dove qualche avanzo ne rimane (2697). Da che le sue antiche mura, afforzate forse da' Conti Longobardi che vi ebbero sede, venivano abbattute per patto tra Carlo Magno ed il principe di Benevento Grimoaldo I nel 787 (2698), cominciava a decadere, e più ancora per effetto de' tremuoti ne' tempi successivi (2699), che la ridussero alla piccolezza in cui ora si vede, in sul colle dove fu per avventura la sua rocca.

Nell'agro di questa città ricorda Livio un tempio sacro a Giove Viculino ossia protettore de' vichi e de' paghi, nel quale il prodigio dello strepito di alcune armi accresceva il numero di quelli che si spacciavano in Italia nella guerra contro Annibale (2700). Il sito di questo tempio, comeché molto malnoto, si è voluto trovare nel luogo detto Tempete presso il piano di Voghino nel già feudo di S. Ilarione ove si sono ravvisate rovine di vetusto edilizio (2701).

25. Castello CARISSANO (Castrum Carissanum)

Niuno scrittore di antica topografia patria faceva motto di questo castello, ricordato da Plinio nel riferire uno de' soliti naturali prodigi che accennavano a disastri per gli antichi, quello di una pioggia di lana (2702). Egli è malagevole l’andare investigando la spiegazione di questa singolare pioggia che S. Girolamo riferisce anche avvenuta presso gli Atrchati, popoli della Gallia (2703): certo è che il Castello Carissano fu negl’Irpini, perché Plinio soggiugne che in vicinanza di esso un anno dopo del Consolato di L. Paolo e C. Marcello veniva ucciso T. Annio Milone, e propriamente assediando Compsa nella guerra civile, secondo scrive Vellejo Patercolo (2704). Ma non in Compsa, detta anche Cossa, come ho di già detto, sì bene in Cossa nell'agro Turino perdeva la vita Milone, come è noto da Cesare (2705), al quale più dobbiamo credere sì perché storico contemporaneo, e sì ancora perché la guerra non combattevasi nella regione degl’Irpini, sì bene in quella de' Bruzii. I citati scrittori confondevano Cossa o Compsa degl’Irpini con Cossa, antichissima città dell'Enotria (2706), occupata poscia da’ Bruzii. Il perché il Cluverio, aggiungendo fede a Cesare anziché a Vellejo, e credendo alterato il luogo di Plinio, proponeva di doversi leggere Cassanum in vece di Carissanum (2707). Ma senza negar fede a Cesare e senza emendare Plinio, io mi avviso che fu errore di Vellejo seguito dal naturalista quello di attribuire a Cossa w$Irpini il fatto avvenuto a Cossa nell'agro di Turio, errore derivato dalla identica denominazione delle due città, se pure non vogliasi supporre aggiunte da qualche copista le parole in Hirpinis. Ad ogni modo ci rimane sempre la testimonianza di Plinio per sapere nella vicinanza di Compsa il mentovato Castello Carissano. So bene che un dotto archeologo ha voluto riferire a Teora presso Consa Vagro Turino ricordato da Cesare (2708); ma la guerra, il ripeto, non combattevasi negl’Irpini, e tuttavia si mostra nell’odierna città di Cassano nella Calabria un'antica torre, dalla quale la tradizione dice scagliata la pietra che uccideva T. Annio Milone, quello stesso ricco cittadino romano nella vita insidiato da Godio e difeso da Cicerone. Posta adunque la vicinanza del Castello Carissano con Compsa, non è dubbio che non si dee altrove andar ritrovando che nell'odierna terra di Cairano; ed oltre una certa analogia dell'antico nome, lo dimostra non solo la tradizione per la quale si afferma antica rocca di Compsa, ma le anticaglie ancora scoperte nel circostante agro. Antiche armi e monete familiari e dell'impero sono venute fuori da' molti sepolcri scavati alla pendice del monte ove sta edificato; e se niun patrio scrittore ne favellò fu perché nulla seppero di tali anticaglie, e perché senza altro esame seguirono la correzione che il Guverio faceva al citato luogo di Plinio.

26. ALETRIO (Aletrium)

Tra gli altri popoli della regione Plinio ricordò gli Aletrini (2709), il cui oppido ebbe a dirsi Aletrium e se ne è riconosciuto il sito nell'odierno Calitri (2710), a poca distanza da Cairano. Dal nome moderno egli sembra che questo altro luogo degl'Irpini potè dirsi anche Caletrum, che io trovo del pari antico nome di una città dell'Etruria (2711); e forse la differenza tra Aletrium e Caletrium o Caletra non è da ascrivere che alla sola pronunzia.

27. ROMULEA (Romulea)

A XXI miglia antiche da Eclano l’Itinerario di Antonino segna la stazione Sub Romula sulla Via Appia (2712), da quale prendeva il nome dalla città che sorgeva al di sopra tra' monti, detta Romulea da Livio. Nell'anno 456 di Roma era città forte e popolosa, non più grande, ma più ricca di Murganzia città del Sannio, alla quale il Console Decio mettendola in paragone diceva a' soldati che egual fatica ad espugnarla vi avrebbero sofferta, ma ottenuto maggior bottino (2713). Presa in fatti senza ostacoli, fu saccheggiata: duemila e trecento Irpini, o Sanniti che la presidiavano vi furono uccisi, e fatti prigionieri non meno di 6000 con bottino grandissimo, che il soldato era costretto a vendere come quello di Murganzia. Di questa piccola Roma degl'Irpini altra antica rimembranza non rimane che quella di Stefano Bizantino, il quale come Livio, e forse anche Diodoro Sicolo, l’attribuì in generale a' Sanniti (2714). Dalla riferita distanza è manifesto che sorger doveva nel sito dell'odierna Bisaccia, situata sopra un’erta falda dell’Appennino e che trovasi così detta sin dal secolo XI certamente da una delle più profittevoli industrie de' di lei abitatori, che lavorando di molti pannilani fanno ancora di molte grosse tasche o bisacce da viaggio con liste di panni intarsiate di molti vaghi colori. Fu già città vescovile sin da' primi secoli (2715), altra pruova della sua antichità, che rendono anche più certa alcune antiche epigrafi ivi scoperte, tra le quali più importante è quella che accenna ad un’edicola sacra alle Ninfe dell’Ofanto:

NYMPHIS AVFIDI

SERVATRIC. SACRVM

C. MAGIVS. C. F.

VELLEIANVS

REST. ET. DEDICAVIT

Sopra una colonnetta miliare leggevasi anche l’iscrizione: SENATVS POPVLVSQVE ROMANVS; e da un sepolcro venne fuori quest'ultima posta ad un Romano Cavaliere (2716):

Q. FOSSIO. Q. F. Q. N.

EQVITI. ROM. TRIB. COH

AEDILI PROPRAETORI

VIX. ANN. LI. M. X. D. III

AMICI. FECERVNT

28. AQUILONIA (Aquilonia)

Oltre della città di questo nome che fu nel Sannio, un’altra ve n’ebbe nella regione degl'Irpini. Plinio in fatti ne ricordò gli abitatori col nome di Aquiloni (2717), che al Cluverio piacque emendare in Aquilonienses (2718), ed è annoverata la prima da Tolomeo tra le quattro città che attribuiva a' detti popoli (2719). Ma alcuna notizia storica non ne rimase, perché le memorie che alcuni moderni scrittori le attribuiscono coll'autorità di Livio, appartengono all'omonima città sannitica. Essendo segnata nella Tavola Peutingerana dopo IX miglia antiche dalla stazione Subromula (2720), tale distanza guidava l’Olstenio a situarla nell'odierna Lacedonia (2721), opinione che sembra confermata dall'epigrafe della sua rara medaglia di bronzo, la quale dimostra non meno l’identità di questa città vescovile coll'antica Aquilonia, che il vero nome di essa nel linguaggio degl'Irpini, cioè Acudunnia. Questa medaglia ha nel dritto una testa di Pallade coll'osca leggenda AKVDVNNIAD, e nel rovescio un guerriero stante, il quale colla destra tiene una patera, colla sinistra un’asta ed uno scudo (2722). L’odierno nome di Lacedonia è una manifesta alterazione di Acudunnia, e la detta medaglia supplisce al difetto delle testimonianze storiche per attestarci l’importanza di questa città irpina. Le monete romane di oro, argento e bronzo scoperte nelle vicinanze di Lacedonia (2723) ci dimostrano ancora un’antica popolazione; se non che i grandi avanzi se ne veggono a quattro miglia da Lacedonia, e propria mente tra Monteverde e Carbonara, posizione che da alcuni ha fatto crederla nel sito di quest’ultimo paese; ma non questo, sì bene Lacedonia, come dimostra il nome, successe all'antica Acudunnia, e bene osservava il Pratilli ch'essendo stata l’antica città presso Carbonara, nella prima distruzione di essa i suoi cittadini edificassero la nuova Aquilonia, poi detta corrottamente Lacedonia, sull'erto del monte, di là circa a quattro miglia verso settentrione (2724). — Di là a 6 miglia antiche la Via Appia passava sul ponte dell'Aufido (2725), uno de' punti estremi della regione Irpini confinante colla Daunia. Questo ponte per la detta distanza si è riconosciuto eretto nel sito di quello ora detto di S. Venere, ed a quel che sembra, fatto costruire primamente da Trajano, veniva poi rifatto da M. Aurelio Antonino, come faceva noto la seguente lapida scoperta in quelle vicinanze (2726):

IMP. CAESAR. M. AVR

ANTONINVS. AVG.

ARM. PARTH. P. P

ET M. AVR, COMMO

DVS. AVG. PROCOS

REFICIEND. CVR

IV. Diverse grandi strade attraversavano il paese degl'Irpini, ma nella parte superiore confinante all'Apulia. Più lunga era quella che dal grande arco a Trajano eretto a Benevento per Nuceriola dirigevasi dal Calore all'Ofanto ne' confini della regione (2727). Era questa strada un ramo della Via Appia, e tuttavia ne rimangono le tracce nella grande ed amena pianura del Covante, come del ponte, sul quale passava il Calore, detto Ponte Rotto, perché ne restano appena due ineguali pilastri. Un antico edilizio, e forse un gran sepolcro, detto il Fortino di Lucio Furio, distante poco più di un miglio dal detto ponte, e sopranno de' colli pe’ quali passava, questa strada ne addita il corso alla volta di Apice (2728), che lasciava a sinistra. E pel tenimento detto il Vado de' morti e la Laureta insino al luogo denominato S. Vito, dove più ne apparivano le reliquie nello scorso secolo, saliva sopra l’amenissima collinetta, dove già fu Eclano. Da questa città menava dritto verso Frigento, d’onde per alcuni piccoli colli ed amene valli lasciavasi alla destra Fontanarosa per correre allato di Gesualdo, dove ne rimanevano i vestigi fra molti rovinati sepolcri. Innoltravasi quindi per una gola di varii monti dov’è Guardia Lombarda, d’onde seguiva fiancheggiata di ostelli e sepolcri fin sotto Bisaccia, o dell'antica mansione Sub Romula, a due miglia dalla quale fu un qualche nobile tempio, a conghietturarlo dalle rovine di un grande edilizio fra marmi e rottami di grandi colonne che già vi si vedevano. E pel sito della Cavallerizza svolgendo alquanto a sinistra menava verso Aquilonia alla destra da Lacedonia, dalla detta mansione distante circa VI miglia antiche, non XI, come per errore si legge nella Tavola Peutingerana. Per luoghi piani ed ameni menando verso Ofanto lasciava a destra Monteverde e Carbonara, ed a 6 miglia in circa da Lacedonia passava sul mentovato ponte di S. Venere, il quale comeché più volte rifatto qualche vestigio pur serba della prisca magnificenza (2729). La seguente lapida, che ora vedesi a Fontanarosa, ci ricorda la restaurazione di questa strada insino a Venosa per opera di M. Aurelio, lodato dal suo biografo come quegli che si mostrò sollecito delle strade di Roma e dell'Impero (2730):

IMP. CAES

Μ. ΑΝΤΟΝΙΝΟ

AVG. ARM. PARTH

PATRI, PATRIAE

VIA AD PONTEM

AVF. ET. VENUSIAM

AQVAR. INTERRUPT

ET LATROCINIS

RESTITVTA

AECLANENSES

D. D.

E su questa strada stessa L. Silla ebbe ad innalzare un’ara o tempio a Venere Ericina dopo ch’ebbe trionfato degl'Irpini, come si raccoglie dalla seguente lapida scoperta poco lungi dal Vulture a 5 miglia prima di giugnersi a Venosa (2731):

VENERI

ERYCINAE

VICTRICI

L. CORNELIVS SVLLA

SPOLIA DE HOSTIB.

VOTO DICAVIT

Un altro ramo prendeva una direzione più settentrionale alla sinistra di Benevento, e passando l’Appennino presso Equotutico menava ad Eca (Troja) nell'Apulia. Era vi tra queste due ultime città la mansione ad Aquilonis (2732), la quale nel luogo corrispondeva ora detto Buccolo di Troja, ove a forza di scalpello si vede aperto il monte per tracciarvi la strada (2733), e così gagliardi vi spirano i venti nella stagione invernale, che bene spesso atterrati vi rimanevano i viandanti co' carichi e le vetture, circostanza la quale ci spiega la ragione onde fu così detta dagli antichi. Il viaggio fatto da Attico per questa strada (2734), quella stessa che in prosieguo chiamavasi Egnazia (2735), ci mostra ch’era bene antica; e tra questa strada stessa e l’anzidetta eravene una terza, la Via Trajana, la quale uscendo del pari dal grande arco a Trajano innalzato a Benevento, un breve spazio correva coll’Appio, e, passato il Calore sul ponte a X miglia dal suo cominciamento, giugneva ad Eclano. Per questa via, anteriore a Trajano che restauravala, giunto a Benevento, avviavasi Orazio alla volta di Brindisi, e da Eclano per le campagne di Grottaminarda e per la villa presso Trivico passava ad Ascoli, ch'è più probabilmente la piccola città che dice non potere esprimere nel verso, notabile pel pane bianchissimo, ma sprovveduta affatto di acqua (2736). Ricorda il poeta come molto faticosa la prima giornata del suo viaggio da Roma alla villa di Trivico; ed in fatti, non solo per tutto montuoso vi è il suolo, ma dodici miglia quasi ebbe ad essere più lunga della seconda, la quale fu di miglia XXIV, quante presso a poco da Trivico ad Ascoli ne passano oggidì (2737). Oltre il ramo di strada ancora che da Equotutico pe’ contorni di Castelluccio de Sauri e per Alvano menava a Venosa, e che sembra la strada Erculea già ricordata (2738), era l’Irpinia traversata dalla lunghissima strada che nello spazio di 592 miglia romane (2739) quasi tutte tramezzava le nostre antiche regioni dalla città di Troento alla Colonna Reggina, e che in questa venendo dal Sannio entrava propriamente dopo il ponte sul fiume Tamaro supposto nel sito di Ponte Landolfo (2740), d'onde dopo XXII miglia giugneva ad Equotutico, e di là per le stazioni Ad Matrem Magnam ed In Horatianum, riconosciute ad Orsara e presso Candela, colla Via Appia congiungevasi a Venosa. A non voler supporre un errore nell'Itinerario di Antonino, che questa lunghissima strada ci descrive (2741), e senza potersi spiegare il nome della seconda delle mentovate mansioni, dove fu per avventura qualche elegante villa, se non un pubblico palagio de' magistrati provinciali, la prima ebbe nome certamente da un tempio sacro a Cibele, che su questa strada potè essere come sullo stesso monte Partenio. Egli sembra del resto che questa grande strada, nella quale mettevano la Via Valeria e la Latina, altra non fosse che la Via Numida mentovata da Orazio e Cicerone, perché non meno lunga dell'Appia conduceva egualmente a Brindisi (2742); così che ebbe quel nome non solo nel tratto col quale univasi alla Via Valeria nella regione de Peligni, ma ancora in tutto il lunghissimo suo corso.

FINE DEL SECONDO VOLUME

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NOTE

(1)Sono questi, io credo, i monti de' Sanniti e degli Osci, che cingevano la Campania secondo Strabone (lib. V, p. 242), perchè i due popoli ne tenevano i versanti opposti, non già quelli di Sessa e di Teano, come parve al Cluverio (Ital. antiq. p. 1057).

(2) Strab. V, p. 251.

(3) Liv. Epit. XV. Flor. I, 19. Eutrop. II, 9. Strab. V, 251. Plin. Hist. N. 111, 18, 1.

(4)Polyb. III, 90.

(5)Diodor. Sic. , 31. . Liv. IV, 37. Capuamque a campestri agro adpellatam. Cf. Plin. Hist.. III, 9, 11. Fest. v. Capuam.

(6)Pellegrino, Campania, p. 99, 660.

(7)Alexarcus et Aristonicus ap. Serv. Ad n. III, 334, 335. Epirum campos nonhabere omnibus notum est; sed constat, ibi olim regem nomine CAMPUM fuisse, eiusque posteros Campylidas dictos, et Epirum Campaniam vocatam In honorem eius (Chaonis) Epirum, quae Campania dicebatur, Chaoniam nominavit Helenus.

(8)Theagen. ap. Steph. Byz. v. . Strab. VII, p. 330. Eustath. Ad Iliad. B, p. 291.

(9)L. Pilla, Osserv. geognost, negli ANALI CIv. t. I, p. 137 segg. Brocchi, Conchiologia fossile subapp. t. I, p. 60, 86.

(10)Iuvenal. Sat. IX, 57. Auson. Edyll. III, 209, Serv. ad Æn. III, 571. Sunt terraedesudantes sulphur, ut pene totus tractus Campaniae, ubi est Vesuvius et Gaarus, montes: quod indicat aquarum odor calentium.

(11)Plin. Hist. N. XVIII, 29, 3. – Cf. 111, 9, 8.

(12)Diodor. Sic. IV, 21. Κατεύτησεν εἰς τὸ Κυμαῖον πεδίον.

(13)Lycophr. Alexandr. v. 704 seq. Pseudo – Aristot. περὶ ταυμασ. ακουσμ. δ.

(14)Dio Cass. XLVIII, 50. – Strab. V, p. 245.

(15)Breislak, Top. fis. della Campania p. 225 segg.

(16)Id. Op. cit. p. 29 segg.

(17)Carletti, Stor. della reg. abbruciata, p. XXXVIII.

(18)Sette soli contavane prima del Breislak il Carletti, ciò sono il Vesuvio, quello del Tifuta, di Pianura, degli Astroni, della Solfatara, del lago Averno, e del monte Epomeo nell'isola d'Ischia. Il Pilla (Geolog. volc. Della Camp. t. 1, p. 15) segue il Breislak, ed il Daubeny, convenendo con questo valente geologo sul maggior numero de' crateri, alcuni supposti imbuti crede opera delle acque (Descript. of Volcanos, London 1826; p. 176).

(19)Se nel secolo XVI poneva il Mazzella la bocca dell'Inferno nel Monte Nuovo non reca meraviglia ch' egualmente pensassero gli antichi molti secoli prima.

(20)Homer. Odyss. K, v. 511 sqq.; A, 13 sqq. – Cf. Daubeny, Op. cit. p. 177.

(21)Carletti, Op. cit. p. XVII segg. – Pelliccia, Ricerche sull'ant, stato dell'estr. ramo degli Appennini, p. 15 segg.

(22)N. Pilla, Geolog. volc. della Campania, t. II, p. 14 е 56.

(23)Dufrenoy, Journal des Savans A. 1839, p. 684.

(24)Antioch. Syr. ap. Strab. V, p. 242. Την χώραν ταυτήν Οπικοὺς οικήσαι, τουτοὺς δὲ καὶ Αὔσονας καλεῖσθαι.–Aristot. Polit. VII, 10. Οπικοί, τὴν ἐπωνυμίανΑὐ. σονες κληθέντες. – Serv. ad Æn. VII,727.

(25)Fest. v. OBSCUM, p. 189, ed. Müller. In omnibusfere antiquis commentariis scribitur Opicum pro Obsco, ut in Tuini fabula quinta: «Qui Obsce et Volsce fabulantur, nam latine nesciunt.»

(26)Polyb. ap. Strab. V, p. 242.

(27)Strab. V, p. 242. In più grandi errori si avvolgeva un altro scrittore citato dal geografo senza nominarlo, dappoiché parlava di Opici, Ausoni ed Osci, i quali gli uni dopo gli altri avrebbero occupato questa felice regione.

(28)Vedi tomo I, p. 458.

(29)Opi, la grande dea de' culti italici, confondesi con Cerere, terra, madre e nudrice,detta anche Ompnia da ὄμπνη, nutrimento, massime de' frutti della terra, voce che derivasi per tal modo dal primitiνο όπω (Villoison, Mém. de l’Acad. des Inscr. t. XLVII, p. 343 seqq.).

(30)Aristot. Polit. VII, 10. – Dionys. Hal. Antiq. R. I, 38.

(31)Lyd. De Mens. I, 13. – Tiroap. Aul. Gell. XIII, 9. Non è dubbio che alla rozzezza degli Opici riguardasse nella sua mente M. Aurelio quando scriveva: Igitur paeneme opicum animantem adgraecam scripturam pepulerunt homines (Frouton. Op. p. 52, ed. Mati). E più esagerata ancora, e però men vera, è la comparazione di Aristide Quintiliano (De Mus. II, p. 72): Αναισθητόι τε εισὶ, καὶ βοσκηματώδεις, ὡςοἴτε περὶ τὴν Οπίκίαν καὶ Λευκανίαν.

(32)Aristot. Polit. VII, 10.

(33)Antioch. Syracus. ap. Dionys. Hal. I, 22. – Thucyd. VI, 2. Cf. tomo I, p. 4.

(34)Fest. V. MAESIUS: Osci enim aregione Campaniae, quae est Oscorum, vocati sunt.

(35)Cluver. Ital. antiq. p. 1059, 30. Verum tamen ita ego opinor; omneis quidem Auruncos atque Opicos seu Oscos fuisse Ausonas; at non vice versa.

(36)Vedi tomo I, p. 461.

(37)Dionys. Hal. Archaeol. I, 14.

(38)Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 77.

(39)Varro, De L. L. VI, 3. – Cf. Henop, De Lingua Sabina p. 40 seqq.

(40)A queste colonie Ulissee si aggiungono quelle giunte in Roma, Tuscolo e Preneste (Dionys. Hal. I, 63. – Ovid. Fast. III, 91; Sil. Ital. VII, 691 – Zenodot. ap. Steph. Byz. v. Πραίνεστος), e l’origine stessa può attribuirsi alla città di Arimini nell'Umbria, poiché con alcuni nummologi inclino a credere di Ulisse la testa barbata, coverta del pileo conico che vedesi sul dritto della medaglia di questa città.

(41)Jannelli, Vel. Osc, inscr. p. 4, 18 seqq. – Anche il Freret (Oeuvres, t. IV, p. 223) crede gli Osci di que’ Greci primitivi, i quali, tramischiati con altri popoli, presero in Italia nomi particolari, perdendo il generico che di già avevano di Aborigeni o Pelasgi.

(42)Steph. Byz. ν. Οπικοί. – Serv. ad Æn. VII, 730.

(43)Strab. X, p. 451, 465. – Cf. Thucyd. III

(44)Vedi t. I, p. 459.

(45)J. A. Cramer, A geograph. and hist. Descr. of ancient Italy, t. 1, p. 252.

(46)Non è qui il luogo di andar considerando la civiltà pelasgica, di che altrove sarà discorso; or mi basta il ricordare che a' Pelasgi si attribuiscono le grandi muraglie e le fortificazioni delle più antiche città italiche, analoghe a quelle dell'Epiro, di che a lungo parlano il Dodwel ed il Petit – Radel, e che i Pelasgi portarono in Italia il primo alfabeto (Plin. Hist. N. VII, 56) Tacito ne attribuisce l’introduzione a Demarato (Ann. II, 14); ma questa tradizione si riferisce alla sola aggiunzione di alcune lettere all'alfabeto primitivo (Lanzi, Saggio, p. 191).

(47)Strab. V, p. 243.

(48)Martorelli, Delle prime colonie venute in Napoli. Principi della civilizz. de' Selvaggi d'Italia. Nap. 1807.

(49)Bochart, GEOGRAPH. SACRA, p. 582. Tamenut ita dicam quod res est, non his facile assentior. Quia si qui populiin Italia fuissent Phoenicii generis, sexcenties id observassent Punici belli scriptores Polybius, Livius, Silius Italicus, Appianus, ali. Neque id latuisset Annibalem, qui eo ipso argumentoItalos, tanquam populares suos, ad defectionem sollicitasset...... Neque hilum me movet eorum auctoritas qui in diversa sunt sententia, quia nihil quicquam afferunt quod non possit facile dilui,

(50)Plin. Hist. N. III, 9, 8. Et hoc quo Osci, Graeci, Umbri, Thusci, Campani.

(51)I Pelasgi furono scacciati dalla Tessaglia da Deucalione (Dionys. Hal. 1, 9), il quale secondo la Cronaca di Paro (Epoch. 2) cominciò a regnare in Licoria sul Parnaso 797 anni avanti la prima Olimpiade, 1572 anni av. G. C.; e senza qui riferire le opinioni diverse de' dotti circa l’anno del lor primo arrivo in Italia, questo importante punto di cronologia esamineremo nella narrazione storica.

(52)Dionys. Hal. I, 1.

(53)Id, ibid. 12.

(54)Sil. Ital. VIII, 538.

(55)Virg. Æn. VII, 734. – Cf. Serv. ibid. – Tacit. An. IV, 67.

(56)Strab. V, p. 243.

(57)Justin, XX, 1. – Sil. Ital. XII, 161.

(58)Strab. V, p. 246.

(59)Strab. XIV, p. 654. – Steph. Byz. τ. Παρθενόπη.

(60)Euseb. Ad Olymp. LXIV. – Steph. Βyz. ν. Ποτίολοι.

(61)Polyb. II, 17. – L'Heyne, il quale come il più degli scrittori vede gli Etruschi nella colonia de' Tirreni passata nella Campania, riporta questa colonia al tempo della fondazione di Capua e di Nola, all'anno 801 av. G. C. (De Fabular, religionum que Graecar. ab Etrusca arte frequent. nat. et caus. in Nov. Comm. Gotting. t. III, p. 43).

(62)Strab. V, p. 242. – Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 347. – Steph. Βyz. ν. Περ. ραίσιον.

(63)Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 41, 43, 71. – Müller, Die Etrusker, t. I, p. 170.

(64)Vegga il lettore sul proposito le opinioni diverse del Capaccio (Hist. Neap. p. 825), del Pellegrino (Campania, p. 6652), del Marchese de Attellis (Op. cit. t. II, ρ. 302), e del De Muro (Ric. stor. di Atella, p. 25). – Il Müller del resto non indicò con certezza che otto sole città (Op. cit. p. 168 seg.), e tra queste annoverando Sorrento, la quale fu piuttosto di origine diversa non fece alcun caso di Sinope, Larissa, Literno e Falero.

(65)Müller, Die Etrusker, t. I, p. 176.

(66)Vedi p. 18 nota (3) di questo tomo.

(67)Dionys. Hal. VII, 3.

(68)Vedi t. I, p. 384.

(69)Liv. IV. 37. Prius bello fatigatis Etruscis, in societatem urbis agrorum que acceptis.

(70)Liv. IV, 37—Cf. X, 38 — Strab. V, p. 242.

(71)Diodor. Sic. XII, 31.

(72)Id. ibid. 76.

(73)Strab. V, p. 247, 249.

(74)Scylax, Perici, p. 239, ed. Gail.— Scymn. Ch. Perieg. v. 235.

(75)Liv. VIII, 29, 30.

(76)Vedi tomo I, p. 389.

(77) Suessola era già in potere de' Sanniti prima del 427, perchè in quell’anno rispondono a' Legati Romani: «inter Capuam Suenulamaue coltra caitrii conferemo» (Liv. VIII, 23).

(78)Liv. VIII, 2, 8, 11. – Cf. Diodor. Sic. XVI, 89.

(79)Liv. VIII, 14. – Dimentico di questa testimonianza il Pellegrino, fa una lunga ricerca rispetto al quando e al come i Campani divennero socii de' Romani, e contro il vero si avvisa che non prima tali divenissero della sconfitta alle Forche Caudine, dopo della quale con amore accolsero e soccorsero i vinti ed inermi Romani.

(80)Liv. IX, 25, 26.

(81)Diodor. Sic. ΧΙΧ, 76. Αἱ δὲ πόλεις τυχεσαι συγγνώμης, εἰς την προϋπάρχεσαν συμμαχίαν ἀπακατέστησαν.

(82)Liv. VIII, 22. Cf. Dionys. XV, 4.

(83)La battaglia fu data nelle vicinanze di Caudio, e dopo la sconfitta i superstiti Sanniti fuggirono a Benevento (Liv. IX 27).

(84)Liv. IX, 28, 38, 41. Cf. Pellegrino, Op. cit. p. 697.

(85)Liv. XXIII, 5, 6, XXVI, 14, 15.

(86)Liv. XXIII, 5; XXVI, 16.

(87)Dio Cass. LIV, 4.

(88)Cic. De lege Agr. 1, 7.

(89)Strab. V, p. 246. – Cf. Pellegrino, Op. cit. p. 724 sgg.

(90)Liv. XXXV, 16.

(91)Polyb. VI, 14, 8.

(92)Liv. XXVI, 16. Habitari tantum, tamquam urbem, Capuam, frequentarique placuit: corpus nullum civitatis.

(93)Cic. De lege Agr. II, 33.

(94)Id. ibid. II, 32.

(95)Vell. Pat. II, 44. – Frontin. De Colon. p. 105.

(96)Strab. V, p. 248. – Vell. Pat. II, 81. Tacit. IV, 3.

(97)Cic. Deleg. Agr. II, 28. Ager Campanus, orbis terrae pulcherrimus.

(98)Dionys. Hal. I, 28.

(99)Flor. 1, 16, 6.

(100)Cic. De leg. Agr. II, 29.

(101)Cic. Tusc. Quaest. I, 28.

(102)De Rer. nat. 1, 7 seq.

(103)Metam. XV, 234 sqq.

(104)Itin. Antonin. p. 108. – Strab. V, p. 234.

(105)Strab. V, p. 234. – Plin. III, 9, 6. XXX, 4. – Polyb. III, 91, 4.

(106)Liv. X, 21. In saltu Vescino.… ubi Sinope dicitur graeca urbs fuisse, Sinuessa deinde ab colonis appellata. Cf. Plin. 111, 9, 6.

(107)Strab. V, p. 234.

(108)Macrob. Saturn. III, 20.

(109)Aristot. ap. Phylarg. ad Georg. II, 97. Servio (ad Æn. I, 321) parla de' popoli Amimnei della Tracia, e Riano (ap. Steph. ν. Αμυμνοι) degli omonimi Amimni dell'Epiro.

(110)Dionys. Hal. I, 9 sqq.

(111)Pellegrino, Campania p. 148,457.Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 43. – Il ch. Raoul – Rochette non dubita egualmente dell'origine pelasgica di Sinope per l’omonimia di questa città e della celebre città del Ponto, fondata del pari da una colonia pelasgica. (Hist. des col. t. I, p. 237). Ed il Sanfelice, il Pratilli, il Cayro, notando anch'essi la detta identità di nomi, giungono a dire che fosse stata edificata da' Sinopesi del Ponto.

(112)Diodor. Sic. V, 15. Οἱ δὲ Θεσπιάδαι της νήσου (Σαρδώ) προεσῶτες ἐπὶ πολλὰς γενεάς, τὸ τελευταῖον ἐξέπεσον εἰς την Ιταλίαν, καὶ κατώκησαν εν τοῖς κατα Κυμην τόποις.

(113)Steph. Βyz. ν. Θέσπεια.

(114)Diodor. Sic. IV, 72. – Natal. Com. Mythol. p. 882.

(115)Hecat. Fragm. 352, ed. Didot.

(116)Thes. Corint. ap. Etym. M. ν. Αρνη.

(117)Mionnet, Descr. de méd. t. II, p. 15.

(118)Liv. X, 21. – Vell. Pat. I, 14.

(119)Vedi tomo I, p. 495.

(120)Liv. XXII, 14.

(121)Liv. XXVII, 38.

(122)Frontin. De Colon. p. 107. – Cf. Cayro, Lazio vecchio e nuovo t. II, p. 193.

(123)Liv. XLI, 27. In questo luogo dello storico è una lacuna.

(124)Ovid. Metam. XV, 715. Niveisque frequens Sinuessa columbis.

(125)De Masi, Mem. stor. Degli Aurunci, p. 178.

(126)Pellegrino, Campania, p. 144. – Pratilli, Via Appia, p. 164. – La trascrizione del Grutero (p. CCCCXLVIII, n. 4) non è esatta; nondimeno dopo POLLIONIS vi si legge SUPERIORIS ET HAEREDIS.

(127)Spon, Miscell. erudit, antiq. p. 43.

(128)Visconti, Op. varie t. II, p. 70. Il lodato celebre archeologo crede molto probabile che l’epigramma fosse di quel M. Pompeo Teofane Giuniore, noto poeta dell'Antologia, e che con molta lode vien ricordato da Strabone (XIII, p. 618) e da Tacito (Annal. VI, 18); anzi il il geografo ci fa noto il favore di che godeva presso Tiberio, il fratello appunto di Druso e 'l cognato di Antonia mentovati nell'epigramma. – La latina versione letterale che ne riportiamo, è del nostro dotto Ab. Ottaviani,dal quale con ispeciale comento venne illustrato (In vet. inscr. graec. prope Sinuess. repert. Comm. Neap. 1822). Solo alle parole ad litus ho sostituito nel terzo verso le altre per Eonem, perchè di Eone vi si parla, allevata da Druso ed Antonia, la quale eresse il tempio.

(129)Pellegrino, Campania, p. 139.

(130)Horat. Serm. I, 5, v. 41 sqq.

(131)De Masi, Mem. st. di Sessap. 156.

(132)Stat. Silv. IV, 3. Cf. Dio Cass. LXVII, 14. – Tab. Peutinger. Segm. V.

(133)Plutarch. in vit. Othon. in princ.

(134)Martial. Epigr. VI, 42. – Sil. Ital. VIII, 526.

(135)Plin. Hist. N. XXXI, 2. – Anche nell'Attica presso l’Imetto era una fontana sacra a Venere, le cui acque gli antichi credevano di tal virtù da render feconde le donne (Suid. v. Suid. v. Κυλλός). E le stesse virtù eroiche si attribuiscono da tempi antichi all'acqua di Citara nell'isola d'Ischia, alla quale perciò venne il detto nome dal greco κύτεριου.

(136)Martial. Epigr. XI, 83.

(137)Strab. V, p. 234.

(138)Breislak, Topograf. fis, della Campania, p. 103 seg.

(139)Tacit. Ann. XII, 66, 67. – Dio Cass. LX, 6.

(140)Tacit. Hist. I, 72.

(141)Chron. Vulturn. ap. Murat. R. I. S. t. I, P. 11, p. 468. Il Cronista le nomina Caldanas de Caetitias, che il Muratori legge de Calatias, ma che devesi emendare de Caeditiis, perchè nelle pertinenze della distrutta Cedia.

(142)Pratilli, Via Appia p. 167. – Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 457.

(143)Horat. Epist. 1, 5, v. 7.

(144)Cic. Epist. VI, 19.

(145)Pratilli, Via Appia, p. 238 seg.

(146)Plin. Hist. N. II, 95, 2. — Pon – n. De bell. Neap. V, p. 121 Grar. — Leonardo di Capoa, Delle mofete p. 19.—Breislak, Topograf. Fis. della Campania, p. 95 segg. Sil. Ital. VII, 207. Fior. 1, 1 β.—Philargyr. in Georg. II. 143 Martial. XII. 57.

(147)Plin. Hist, N. Xiv, β.

(148)Vedi p. 28.

(149)Pratilli, Via Appia p. 243 —Hol – sten. Adnot. in Cluver. p. 252.

(150)Adnot. ad Cluver. p. 252.

(151)Fest. v. Caediliae Tabernat.

(152)Vedi p. 31 nota (10) – Cf. Pellegrino, Campania, p. 142.

(153)Vedi p. 28.

(154)Pratilli, Via Appia, p. 164.

(155)Plin. H. N. XIV, 6.

(156)Varro, De L. L. IV, 35. Vici a via, quodexutraque parte viae sunt aedificia.

(157)Pratilli, Via Appia p. 241.

(158)Macrob. Saturn. II, 16. Uvarum ista sunt genera: Aminea, scilicet a regione: nam Aminei fuerunt, ubi nunc Falernum est: asinusca, atrusca, albiverus.

(159)Philargyr. ad Georg. II, 97. Amineos Aristoteles in Politicis scribit Thessalios fuisse, qui suae regionis vites in Italiam transtulerint, atque illis inde nomen impositum.

(160)Galen. Therap. ΧΙΙ, 4. Ο' Αμιναίος ἐν τοῖς περὶ Νεάπολιν χωρίοις γενόμε νος. – De Antidot. 1, 3. Ο τε (οἶνος) ἐν Νεαπόλει κατὰ τοὺς ὑποκειμένους αυτή λόφους, Αμιναῖος.

(161)Pellegrino, Campania p. 528. Martorelli, I Fenicj primi abitat. di Napoli p. 193 sgg.

(162)Galen. ap. Athen. Deipnosoph. I, 24.

(163)Virg. Georg. II, 95.

(164)Gruter. Thes. Inscr. p. ccxv, n. 2.

(165)Columella, DeAgric. c. 2, et 9. Pallad. in Febr. tit. IX.

(166)Plin. H. N. XIV, 6. Cf. XXIII, 21.

(167)Athen. Deipnosoph. 1, 24. – Strab. V, p. 234.

(168)Strab. V, p. 226. – Cf. Senec. Nat. Quaest. III, 25.

(169)Pratilli, ViaAppia p. 243.

(170)Vit. S. Bernardi ap. Mich. Monach. Sanct. Capuan. p. 24.

(171)Holsten. Adnot. Ad Cluver. p. 258. Pellegrino, Campania p. 463. – Zona, Stor, di Calvi p. 133. – Pezzullo, Disc. stor. di Teano р. 28.

(172)Itin. antiq. ed. Wesseling. p. 611.Non essendo stato questo ponte sulla foce del Savone a 3 miglia da Sinuessa, è erronea la correzione di miglia III in vece di IX che il Romanelli fa al citato Itinerario.

(173)Horat. Sat. 1, 5, v. 45. Cf. Schol. ad h. 1.

(174)Zona, Stor. Di Calvi p. 178, 2. ediz.

(175)Pratilli, Via Appia, p. 177, 243, 244. – Holsten. Ad Cluver. p. 252.

(176)Plin. H. N. III, 9, 9.

(177)Stat. Sylv. IV, 3, v. 66.

(178)Liv. XXVIII, 46. – Zona, Stor, di Calvi, p. 180.

(179)Lycophr. Alexandr. v. 1356. – Cf. Plin. IV, 8, 2. Steph. Βyz. ν. Σιθωνία. Hegesipp. ap. eund. v. Παλλήνη.–I Sitonii della Macedonia (Herodot. VII, 122. Plin. IV, 17, 5), dappresso alla patria di Aristotile, si possono considerare come propagati da quelli della Tracia; e per dirla di passaggio, la tradizione di Licofrone spiega l’origine trace de' Sicoli, e conferma, oltre la testimonianza di Esichio, che dice la Sicilia regione della Tracία (ν. Σικελία), anche le altre di Filisto Siracusano, e di Festo, il primo de quali nomina Liguri, e non Sicoli, i popoli scacciati dall'Italia da' Pelasgi (ap. Dionys. Hal. I, 13), e l’altro (v. Sacrani), e l’altro pone insieme Sicoli e Liguri come primi abitatori del Settimonzio, o del luogo dove poi fu Roma.

(180)Plin. Hist. N. XIV, 6.

(181)Liv. X, 21; XXII, 15. Cf. VIII, 11.

(182)Vedi pagg. 41, 42, 43,

(183)Dionys. Hal. I, 12.

(184)Falerio nella Tessaglia (Steph. Byz. v. Φάληρον); Falerii nell'Etruria (Strab. V, p. 226. Dionys. Hal. I, 12); Faleria nel Piceno (Plin. H. N. III, 13.), regione posseduta da' Pelasgi (Sil. Ital. VIII, 445), e Falero negli Opici (Lycophr. Alexandr. v. 717 Steph. Βyz. v. Φάληρου). – In un titolo sepolcrale riferito dal Gori (Inscr, antiq. Flor. t. I, p. CXV, n. 4.) si ha anche memoria di un Falerno, che pose la lapida al fratello Euclito.

(185)Liv. VIII, 11.

(186)Liv. IX, 44. – Diodor. Sic. XX, 90.

(187)Liv. XXII, 14. – Sil. Ital. VII, 159.

(188)Virg. Georg. II, 95. – Horat. Sat. II, 3, 115. – Sil. Ital. VII, 164. – Liv. XXII, 15. Strab. V, p. 242. Cf. p. 26 di questo tomo.

(189)Pratilli, Via Appia p. 246. – Zona, Stor. di Calvi p. 176. Rinaldi, Mem. stor. di Capua t. I, p. 219.

(190)Rinaldi, Op. cit. t. I, p. 170.

(191)Galetti, Disc. intorno al sito di Capena. Roma 1756.

(192)STELLATINA TRIBUS dicta, non acampo eo, qui in Campania est, sed eo, qui prope abest ab urbe CAPENA, ex quo Tusci profecti, Stellatinum illum campum appellaverunt.

(193)Atejus Capito ap. Fest. V. STELLAM.

(194)Liv. IX, 44; XX, 31. Cf. Diodor. Sic. XX, 90.

(195)Liv. XXII, 13.

(196)Cic. De leg. Agr. I, 7; II, 31. Cf. A. Gell. N. A. XIII, 24.

(197)Sucton. in Caes. c. XX.

(198)Volaterrano, Geograph. p. 85. Cf. Pellegrino, Campania, p. 426, 500 segg.

(199)Rinaldi, Op. cit. t. I, p. 219.

(200)Tab. Peutinger. Segm. V, F.

(201)Pellegrino, Campania p. 464.

(202)Plin. H. N. XIV, 6. Falernus ager aponte Campano, laeva petentibus Urbanam coloniam Syllanam, nuper Capuae contributam, incipit. – Cf. Mazocchi, In mut. Camp. Amphit. tit. p. 46.

(203)Tacit. Ann. XIII, 31.

(204)Pratilli, Via Appia p. 246.

(205)Ptolem. Geograph. p. 66.

(206)Plin. Hist. N. 111, 9, 11. Foropulienses ei Falerno.

(207)Frontin. De Colon, p. 85.

(208)Dionys. Hal. Antiq. Rom, I, 18.

(209)L'epoca approssimativa di questo monumento, che il Pellegrino (Campania, p. 460) lesse presso la Chiesa di S. Bartolomeo in Capua, Capua, è del 367, come dimostra un'altra lapida posta allo stesso Eterio nel consolato di Lupicino, il quale nel detto anno fu Console con lovino.

(210)Pratilli, Via Appia p. 236.

(211)Dionys. Hal. Archaeol. I, 12.

(212)Steph. Βyz. v. Λάρισσα. – Strab. IX, p. 440; XIII, p. 620 – 21. – Herodot. I, 149 – Diodor. II, 50. – Pausan. II, 23.

(213)Vedi Prefazione, p. XXV.

(214)Pellegrino, Campania p. 459.

(215)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 27, nota (60).

(216)Homer. Il. Τ, 53. Αλλοτε πὰρ Σιμόεντι θέων ἐπὶ Καλλικολώνη.–Cf. ibid. v. 151. – Strab. XIII, p. 597.

(217)Vedi tomo I, p. 338.

(218)Pellegrino, Campania p. 420. – Zona, Storia di Calvi p. 167.

(219)Liv. XXII, 13.

(220)Plin. H. N. III, 9, 11.

(221)Plin. H. N. III, 17, 2. – Cf. Varro ap. Dionys. 1, 14. – Strab. V, p. 228.

(222)Ptol. Geogr. p. 74.

(223)Cluver. Ital. antiq. p. 683. – Chaupy, Mais. d'Horace t. III, p. 93.

(224)Martial. Epigr. V, 71. Humida quae gelidas submittit Trebula valles. Cf. Trutta, Antich. Allif. p. 333. Furono ancora Trebia nell'Umbria e Treba negli Equi (Plin. H. N. III, 9, 19), e queste identiche denominazioni di città ben ci dimostrano la comunanza di origine de' popoli che le abitarono.

(225)Liv. XXIII, 39.

(226)Frontin. De Colon. p. 108.

(227)Trutta, Op. cit. p. 336. – Pratilli, Via Appia p. 342. – Il citato autore agrario la nomina municipio, e sarebbe anche questa una pruova dell'età non molto antica della colonia, quanto a dire dopo la guerra sociale.

(228)Trutta, Op, eie p. 335.

(229)D. Hieron. ad Euteb. Chron. 01. CCLXXXI. Cf. Theoph. Chron. ad ann. 334, p. 25 ed. Ven.

(230)Pratilli, Op. cit. p. 343.

(231)Plin. Hist. N. XIV, 6.

(232)Trutta, Op. cit. p. 335.

(233)Itin. Antonin. p. 303.

(234)Strab. V, p. 238, 243. Cf. Cluver. Lat. antiq. p. 1182, 10.

(235)Plin. H. N. III, 9. – Ptol. p. 74.

(236)Serv. ad Æn. XI, 246. Sane Diomedes multas condidisse per Apuliam dicitur civitates... et Beneventum, et Venafrum ab eo condita esse dicuntur.

(237)Da Vena frugum, dice il Cotugno (Mem. stor. di Venafro, p. 40), taluni derivarono il nome della città, pe' suoi campi ubertosi; da Venus ed Aphros pel suo sito generativo; da Vinifer, perché ferace di vino.

(238)Lanzi, Saggio p. 630, 651.

(239)Sil. Ital. VIII, 400.

(240)Fest. v. Praefecturae.

(241)Appian. Civ. I, 41.

(242)Cic. Pro Planc. IX.

(243)In otto lapide riferite dal Cotugno (Op. cit. p. 281 segg.) leggesi il nome di questa tribù.

(244)Sestini, Lett. Numism. t. VII, p. 1. Mionnet, Descr. t. I, p. 126.

(245)Millingen, Consid. p. 206.

(246)Cotugno, Op. cit. p. 53, 299.

(247)Opuscoli, t. III, p. 103 segg.

(248)Cotugno, Op. cit. p. 51 segg. e p. 89.

(249)Frontin. De Col. p. 140. Summa montium jure Templorum ab Augusto sunt concessa. – Cf. p. 108.

(250)Murat. Thes. Inscr. p. CLXXXI, n. 2, n. 9. Cotugno, Op. cit. p. 84, 91. – Una iscrizione scomparsa parlava di Silvano, il cui tempio si suppone nel luogo detto S. Ianno, dove non mancano antichi ruderi.

(251)Cotugno, Op. cit. p. 94.

(252)Id. ibid. p. 260 segg.

(253)Id. ibid. p. 303, 304.

(254)Murat. Thes. inscr. pag. COCCALL, n. 5. – Morcelli, Opp. t. I, p. 235.

(255)Tab. Peutinger. segm. V, F. – Cf. Holsten. Ad Cluver. p. 254.

(256)Cotugno, Op. cit. p. 309. – Una colonna miliare ancora, scoperta nelle pertinenze di Monteroduni, segnava il miglio CX da Roma, e poiché aveva scolpito il nome di Cesare Augusto, Console la XIII volta, da Venafro ad Isernia dové curarne la costruzione. Il luogo serba tuttavia il nome di Centismo. Cf, Grossi, Lett. su Volsci t. I, p. 83.

(257)De R. R. I, 135, 136, 146.

(258)Horat. Od. III, 3, 55.

(259)Galen. ap. Athen. Deipnosoph. I, 24.

(260)Plin. H. V. XV, 3, 2. – Martial. XIII, 98. – Horat. Od. II, 6; III, 5.

(261)Plin. H. N. XXXI, 2.

(262)Cotugno, Op. cit. p. 252.

(263)Tab. Peutinger. Segm. V, r.

(264)Liv. XXII, 15. Urbs Volturno flumine dirempta. Cf. Strab. V, p. 238, 249.

(265)Liv. ibid.

(266) Liv. XXIII, 17 — 20. — Valer. Max. VII, 6. —Sil. Ital. XII, 426. Obsessis vitam pensaverat auro. —Strab. V, p. 219.

(267) Liv. XXV, 20, 22.

(268) Strab. V, p. 219. ἐπὶ δὲ ΡώμηςΚασίλινου ἵδρυται ἐπὶ τῷ Οὐουλτούρνω ποταμῶ.

(269) Pellegrino, Campania p. 389—Pratilli, Op. cit. p. 235.

(270) Appian. Bell. Civ. III, 40 —L. Nonni III Comm. in Goltz. Nomism. tab. XI, n. 9, p. 44.

(271) Cic. Philipp. II, 40.

(272) Plin. H. N. III, 9, 17. Sunt et morientis Casilini reliquiae.

(273) Ptol. Geograph. p. 66.

(274) Agath. De reb. gest. Iustin. II, p. 40, 47, ed. Paris. —Cf. P. Diac. De gest. Lang.

(275) Erchemp. Chron. §. XXIV, XXV. —Leo Ost. Chron. 30. —Anon. Casin. Chron. 16. —Porphyrogen. Deadm. Imp. XXVII.

(276) Pratilli, Via Appia p. 257.

(277) 259. — Le lapide, i frammenti di colonne, i fregi che si veggono fabbricati nelle mura delle chiese e delle case, e le stesse colonne della cattedrale appartengono all’antica Capua.

(278) Vecchioni, Mss. ap. Pratilli, Via Appia p. 262.

(279) Tab. Pentinger, segm. V, r.

(280) Cephalon. Gerg. ap. Etym. M. v. Καπύη Cael. Antip. ap. Serv. ad Æn. X, 145. —Virg. ibid. — Sil. Ital. XI, 30. Dardana ab ortu—Steph. Byz. v. Κάπυα.

(281) Cornel. Balb. ap. Sucton. in T. Caes. c. LXXI.

(282) L’epitaffio di Orfeo; quello trovato a Smirne sul sepolcro di Omero conservato nell’Antologia; la tavoletta di bronzo scritta da Esculapio e letta da Alessandro nel tempio di Apollo (Lucian. in sculap. c. 10); la iscrizione sul sepolcro di Alcmeone (Plutarch. De gen, Socr. c. 7); i versi scritti in una colonna da Ercole, scoperta presso Ipala città degli Eniani (Pseudo — Arist. De adm. c. 145); le iscrizioni raccolte in templi antichissimi da Evemero, che contenevano le imprese degli Dei, e quelle soprattutto di Giove nel suo tempio Trifilio (Diodor. Sic. V, 46; 1. — Plutarch. De Is. et Osir. c. XX. —Lactant. De falsa rel. I, 11).

(283) Hor. Miles. ap. Phavorin. Lex. v. Καμπανοί. —Steph. Byz. v. Κάμπος. — Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 357.

(284) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. p. 41, 43 — Müller, Die Etrusker t. I, p. 170.

(285) Cephal. Gergit. ap. Etym. M. v. Kaπυη.

(286) Avellino, Bullet. archeol. A. 1842, p. 11.

(287) Lycophr. Cassandr. v. 1242. —Philostr. Heroic. II, 18.

(288) Non so pensare al mitico racconto di Telefo propagato in Italia senza aver la mente a' popoli che ve lo diffusero, sia agli Arcadi che si stabilirono in Roma, sia a Pelasgi — Tirreni che si stanziarono in Roma ed in Capua. Nato egli di Ercole e di Auge secondo le favole, veniva nudrito da una cerva sul monte Partenio in Arcadia (Diodor. Sic. IV, 33). Cognominato Latino, faceva che si chiamassero Latini quel, li che prima si dissero Cezii (Suid. v. Λατίνοι). Roma volevasi cosi detta da Roma figliuola di Telefo (Plutarch. in vit, Rom.) Senza credere tali favolose genealogie, riportar ne dobbiamo l’origine a' detti popoli che le propagarono in Italia. La città, il monte, il re co' nomi di Corito nella Tirrenia (Serv. ad Æn. III, 170) chiaramente ricordano il re Corito di Arcadia, da' cui pastori fu trovato Telefo (Apollodor. Bibl. III, 9, 1, 5).

(289) Aristo ap. Dionys. Ist. I, 40. —Cf. Polyb.. II, 52. — Steph. Byz. v. Καφυΐα.

(290) Pratilli, Via Appia p. 322.

(291) Liv. IV, 37. — Quasi lo stesso scrive Servio (Ad Æn. X, 145) purché vi si legga Volturnum in luogo di Aliternum.

(292) Il nome di Vulturnum non sarebbe stato, secondo il Mazocchi che la traduzione dell’antico nome di Capua, perché Vultur, d’onde si derivò, è un uccello dalle unghie adunche, e Servio scrive che i Toscani la fondarono coll’augurio di un falcone, detto Capys nella lingua etrusca (Dell'orig. de' Tirreni nel t. III de' Saggi dell’Accad. di Cortona, p. 42. — Cf. Bochart, Chanaan p. 585). E malagevole mi sembra il poter sostenere la derivazione del nome di Vulturnus. da Elatria, città dell’Epiro e della Tirrenia, come pensa un dotto nummologo (Millingen, Consid. p. 193).

(293) Diodor. Sic. ΧΙΙ, 31. τὸ ἔθνος τῶν Καμπανῶν συνέςη — Cf. Euseb. Chron. Ad Ol. LXXXVI.

(294) Catone, secondo lo stesso storico (I, 7), diceva fondata Capua 230 anni innanzi che fosse presa da' Romani, cioè nel 152 di Roma; epoca troppo recente, la quale non si potrebbe altrimenti spiegare che col supporvi giunta una parte de' Tirreni espulsi da' Galli al tempo di Tarquinio Prisco (Liv. V, 34, 35 — Polyb.. II, 17).

(295) Vedi contro le opposte sentenze del Giovenazzi (Città di Aveja) e del Lupoli (In Corfin. inscr. p. 21) le ragioni del Mazzocchi (De Amphit. p. 45) e del Madwig (Opuscolo, p. 289).

(296) Cic. De leg. Agr. II, 34, 92. —Cf. Mazocchi, Op. cit. p. 7, 10. — RinaIdi, Mem. di Capua t. I, p. 207.

(297) Cic. Pro Pis. c. XI; Post. Red. c. VII; De leg. Agr. II, 33. —Cf. Noris, Cenotaph. Pis. I, 3.

(298) Frontin. De Col. p. 104—Liv. Epit. LXXIX. —Appian. Civ. I, 98. —Cf. RinaIdi, Op. cit. p. 211.

(299) Cic. Ad Alt, II, 16, 18. — Appian. Ciò. II, 10. —Dio Cass. XXVIII, 7. Frontin. De Col. p. 104 — Vell. II, 44 — Sucton. in Caes. XX.

(300) Appian. Civ. IV, 3. —Vell. II, 81, — Dio Cass. XLIX, 14 — Cf. Mazocchi, Op. cit. p. 36 sqq.

(301) Ad Att. XIV, 7. Gladiatores Caesaris, qui Capuae sunt... sane commode Pompeius distribuit, binos singulis patribus familiarum. Secutorum in ludo IOD fuerunt.

(302) In mut. Camp. Amphit. tit. p. 22. Campanam coloniam si a decies centenis millibus fuisse inhabitatam dixero, parcis. sime me puto definiturum.

(303) Pratilli, Via Appia p. 271. — Alquanto più ristretto ne crede il perimetro il Rucca (Capua Vetere p. 48), a cagione de' sepolcri scoperti all'oriente della città, nonché verso il villaggio di S. Andrea, dove aprivasi la porta Cumana.

(304) Liv. XXVI, 6. — Cf. Pratilli, Op. cit. p. 313.

(305) Vecchioni, Mss. t. XIII ap. Pratilli p. 312.

(306) Liv. XXVI, 14.


(307) Pratilli, Op. cit. p. 273 segg.

(308) Cic. Pro Sext. VII. Cf. De leg. Agr. II, 34.

(309) Fest. V. SEPLASIA: Forum Capuae, in quo plurimi unguentarii erant. — Pompon. in Adelph. ap. eund. Unde unguentum, nisi quod ex Seplasia est? Cf. Ascon. Ped. in or. Cic. in L. Pis. II, 24.

(310) Gruter. Thes. inscr. p. DCXXXVI, n. 12. — Pratilli, Via Appia p. 296.

(311) Lamprid. in vit. Elogab. XXX.

(312) Pratilli, Op. cit. p. 299.

(313) Id. ibid. p. 300.

(314) Sucton. in Tiber. c. XL. —Cf. Tacit. Ann. IV, 37. — Anche Silio Italico (XI, 265) ricorda gli alti Campidogli di Capua, nell’introdurre i Capuani a mostrare le loro magnificenze ad Annibale; ma non altro v’intendono gl’interpreti che i suntuosi edifizj della città, i templi e la rocca.

(315) Rucca, Op. cit. p. 293.

(316) Virg. Æn. VI, 19. —Sil. Ital. XII, 102. — Auson. Idyll. X, 301.

(317) Quelle di S. Agata e S. Francesco nella cattedrale, e l’altra del Pellegrino nella chiesa de' Conventuali.

(318) Pratilli, Op. cit. p. 287.

(319) Liv. XXVII, il, 23.

(320) Athen. Deipnosoph. XI, 4, 13.

(321) Cic. De Div. I, 43.

(322) Pratilli, Op. cit. p. 267, 289.

(323) Id. ibid. p. 289 — 90.

(324) Daniele, Mon. att. di Capita. Nap. 1802. —Millingen, Consid. p. 193.

(325) Avellino, Opuscoli, t. III, p. 216. — Può leggersene la molto dotta illustrazione del lodato archeologo: qui basta il dire che le ferie nella lapida indicate sono i voti per la salute del regnante Imperatore; le feste pel Genio del principe stesso, o del popolo romano; la lustrazione delle messi, uscendo dalla porta verso il Volturno sino a Casilino, la festa delle rose di primavera; la lustrazione per le messi raccolte, uscendo dalla porta fluviale verso il tempio di Diana ed andando per la via campana all'Averno; in fine le ferie vendemmiali, dirigendosi alla palude Acherusia presso Cuma.

(326) Liv. IX, 6; XXIII, 2; XXVI, 13.

(327) De Archit. V, 2.

(328) Pratilli, Op. cit. p. 29

(329) Val. Max. IX,

(330) Auct. De causs. corr. eloq. c. 8.

(331) Tacit. Ann. XVI, 21 sqq. — Cf. Hist. IV, 6 sqq.

(332) Avellino, Osserv. nelle Mem. della R. Accad. Ercol. t. II, p. 363 segg.

(333) Mazocchi, De Amphit. p. 158 — Pratilli, Op. cit. p. 294. — Granata, Op. cit..t. I, p. 116. — Rucca, Op. cit. p. 34.

(334) Ora serve di sostruzione al grande edifizio ad uso di carcere ed ospedale della Provincia.

(335) Pratilli, Op. cit. p. 292. — Oltre di questo Circo, lì quale sorgeva nel giardino della casa Masucci, un altro ve n'ebbe nella parte occidentale della città, nel luogo che dicevasi le Pietre di Carneo, oggidì giardino de' sigg. Pugliese (Rucca, Op. cit. p. 52).

(336) Mazocchi, De Amphit. p. 173.

(337) Val. Max. II, 4, 6. — Ammian. Marc. XIV, 4.

(338)(1) Questo monumento ora si vede sotto l’arco di Eligio in Capua, ed è stato pubblicato da vani. Vedi Mabillon, Iter Italicump. p. 101 —Mazocchi, De Amph. in fin. — Cf. Pratilli, Op. cit. p. 309 seg.

(339) Erchemp. Chron. § XLIV. —Cf. Granata, Op. cit. p. 121. —RinaIdi, Mem, cit. t. I, p. 266.

(340) Pratilli, De Consol. della Camp. p. 48, —Martorelli, De Th. Cal. in addit. p. XXXVI.

(341) Morcelli, Opp t. I, p. 233.

(342) Nel villaggio di Frignano piccolo non lungi da Aversa, dove è da credere trasportata dalle rovine di Capua. Ora e nel R. Museo.

(343) Pratilli, Op. cit. p. 303. —Il Mazocchi (De Amphit. p. 116 sqq.) la riferisce allo stesso Anfiteatro.

(344) Cic. De Orat. III, 33 — Liv IX, 40. —Strab. V, p. 280. —Sil. Ital. XI, 44 sqq. —Nic. Damasc. ap. Athen. IV.

(345) Gran trasporto ebbe Adriano per le opere pubbliche. Gli storici del tempo non poche gliene attribuiscono (Xiphilin. Epit. Dion. LXIX, 9, 10.), cosi che in quasi tutte le città dell’Impero, dice Sparziano (in vit. c. 19) diede opera a qualche pubblico edilizio. Recavasi nella Campania, verso il 119 dell'era volgare, ed allora incominciavasi forse per suo ordine la ricostruzione del celebre Anfiteatro di Capua.

(346) Le colonne di giallo antico, di 2 palmi e tre quarti di diametro, che adornano il R. Palazzo di Caserta, appartenevano a questo Anfiteatro.

(347) Mazocchi, In mutil. Camp. Amphith. tit. Comin. Neap. 1797 in 4.°—Rucca, Capua Vetere Nap. 1828 in 8.u—De Lauretiis Descriz. dell'Anfiteatro Campaпо. Nap. 1835 in 8.°— Alvino, Anfiteatro Campano restaurato ed illustr. Nap. 183 in fol.

(348) Assemani, Ital. hist. Script, t. I, p 349.

(349) Liv. XXVI, 27.

(350) Dio Cass. XLIV, 22, 43.

(351) Millingen, Uned. Mon. p. 5, 15; Pl. IV, VIII. — Cf. Winckelmann, Opp. t. III n. 875. — Finali, Mus. Borb. p. 77, 179, 241.

(352) Liv. XXIII, 2, 4. —Sil. Ital. XI, 33 sqq.

(353) Strab. V, p. 248.

(354) Hist. Miscell. XV, p. 98.—Porphyrogen. De Adm. Imp. c. XXVII.—S. Greg. M. Dial. III, 2.

(355) Procop, Debell, Got. I, 14.

(356) Pratilli, De' Consolari della Camp. p. 116.

(357) Erchemp. Chron. ad ann. 840. Anon. Casin. Chron. 1, 24.

(358) Rinaldi, Op. cit. t. I, p. 321.

(359) Dio Cass. XLIX, 14. –Vell. Pat. II, 81.

(360) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 89.

(361) Pratilli, Via Appia, p. 273. — — Granata, Stor. civ. di Capua t. I, p. 216 — 17.

(362) Pratilli, Op. cit. p. 316.

(363) Pratilli, Op. cit. p. 334.

(364) Sucton. in Caes. LXXXI. Quum in colonia Capua deducti lege Iulia coloni ad extruendas villas sepulchra vetustissima disjicerent, idque eo studiosius facerent, quodaliquantum vasculorum operis antiqui scrutantes reperiebant.

(365) Strab. V, p. 249.

(366) Plutarch. in Thes. p. 21 Bryan. — Liv. XXXI, 26.— Euseb. ad Ol. LXXXVI.

(367) Mich. Mon. Sanct. Capuan. p. 69. Audimus in agro Campano retenta, etsi corrupte, nomina sacellorum Apollinis, Herculis, Cereris et Bellonae.

(368) Granata, Stor. civ. di Capua t. I, p. 19. — Natali — Sifola, Diss. ist. sull'ant. Tempio di Apollo in Casapulla p. 28 segg.

(369) Gruter. Thes, inscr. p. LVIII, n. 8.

(370) Pratilli, Via Appia p. 277. — Granata, Op. cit. p. 17. — Natali — Sifola, Op. cit. p. 59. Senza vedere il Pratilli l'identità del pago Giovio col detto villaggio di Casanova, si avvisò che fosse stato tra 'l tempio di Giove e la porta di Capua che prendevane il nome; ed il Daniele (Numism. Cap. p. 76) fu incerto se si ergesse nell'aprica collina soprastante a' villaggi di Piedimonte e Casolla, dove non mancarono antichi ruderi, o in quelle vicinanze.

(371) Polyb. VIII, 27. — Natali — Sifola, Op. cit. p. 93.

(372) Granata, Op. cit. t. I, p. 21 segg.

(373) Mich. Mon. Sanct. Capuan. p. 592.

(374) Natali — Sifola, Op. cit. p. 90.

(375) Attellis, Civilizz. de' Selvaggi d'Italia t. II, p. 335.

(376) Pratilli, Via Appia p. 338, 339.

(377) Pellegrino, Campania, p. 722.

(378) Supplisce all'anno DCLIX i frammenti capitolini, in cui appena si legge… CALDVS L. DOMITIVS. C.... — Nell'ottava linea della lapida leggi: TAM QUASEL SEI (Quasi) LVDOS

(379) Mazocchi, De Amphit. p. 164 segg.

(380) Egizio, Lett. a Langlet p. 62. Granata, Op. cit. p. 18. — Cf. Natali — Sifola, Op. cit. p. 53 segg.

(381) Vecchioni, Mss. ap. Pratilli, Via Appia p. 280. Natali — Sifola, Dissert. cit. p. 62 — Cf. Granata, Op. cit. t. I, p. 33.

(382) Liv. XXXII, 9; XL, 45.

(383) Ducange Lex. v. Casa.

(384) Natali — Sifola, Op. cit. p. 49.

(385) Plin. Hist. N. XIV, 8. Campania nuper excitavit novis nominibus auctoritatem... juxta Capuam Caulinis. — Gal. ap. Athen. Deipnosoph. 1, 24.

(386) Pellegrino, Campania p. 516.

(387)(2) Fest. v. Tifala. — La voce sembra osca, o sabina, giacche πρίνος dissero i Greci Felce. Fu in uso anche presso i Latini, perche Feste ricorda la Curia Tifata di Roma, e Plinio la città di Tifata nel Lazio, cosi detta dagli elei, come Frenesie.

(388) Sil. Ital. XIII, 219. Tifata umbrifero generatum monte Calenum — Nutrierant. — Liv. VII, 29. Tifata, imminentes Capuae colles.

(389) Sil. Ital. XIII, 124 seqq. Numen erat jam cerva loci, fumulamque Dianae — Credebant.

(390) Pausan. in Elid. V, 13.

(391) Vell. Pat. II, 25.

(392) Pratilli, Via Appia p. 281.

(393) Bechi, Del Calcidico e della Cripta di Eumachia p. 23. — Veggasi anche Plinio Epist. II, 17. Casaub. in Hadrian. p. 20.

(394) Pratilli, Op. cit. p. 284. — Daniele, Mon. ant. di Capua p. 87. — Marini, Fr. Arv. p. 615, n. 80.

(395) Pratilli, Op. cit. p. 279,

(396) Mich. Mon. Sanct. Cap. p. 72.

(397) Mich. Mon. Op. cit. p. 71. — Capaccio, Hist. Neap. p. 102. — Pratilli, Op. cit. p. 279, 283.

(398) Mazocchi, In mutil. Camp. Amphith. tit. p. 48.

(399) Vedi p. 38 di questo tomo.

(400) Tab. Peutinger. segm. — V, F. Addiana. Lovis Tifatinus, Castra Aniba.

(401) Pratilli, Op. cit. p. 282. — Granata, Op. cit. t. 1, p. 31.

(402) Chron. Cassin. I, 56 ad ann. 945.Cf. Mich. Mon. Sanct. Cap. p. 69.

(403) Pratilli, Op. cit. p. 283. 73.

(404) Vedi p. 79, nota (4).

(405) Danicle, Numism. Capuana p. 72,

(406) Pratilli, Op. cit. p. 335.

(407) Liv. VII, 29.

(408) Liv. IX, 2.

(409) Liv. XXIII, 36. — Sil. Ital. XII, 486.

(410) Tab. Peutinger. segm. V, F.

(411) Mazocchi, Adnot. ad Camp, Fel, Pellegr. t. II, p. 280 ed. Gravier —.Ignarra, De Palaestra p. 301, nota (20).

(412) Liv. XXIII, 17, 31, 32, 46, 48.— Cf. XXIV, 17; XXV, 7, 22.

(413) Auct. adnot. mss. ad Liv. in Bibl. S. Angeli Nidi. — Lettieri, Storia di Suessola p. 55.

(414) Turboli, Ric. stor. di Marigliano.

(415) Adnot. ad Campan. Fel. Pellegrin. t. II, p. 279 ed. Gravier.

(416) Flor. III, 31. — Jul. Obseq. De prodig. c. CXVIII. — Plutarch. in Sylla.

(417) Gaeta, Lett. ap. Natali — Sifola, Op. cit. p. 104. — Granata, Op. cit. p. 16.

(418) S. August. De Civ. D. IV, 11. – Arnob. Adv. G. IV, p. 131, 133 Maire.

(419) Natali — Sifola, Op. cit. p. 107.

(420) Pratilli, Via Appia p. 331.

(421) Natali — Sifola, Diss. cit. p. 97 segg.

(422) Appian. De bell. civ. II, 151. ᾿ΑπὸΑγχίσου τε καὶ ᾿Αφροδίτης. –Dione Cassio (XLIII, 5 infin.) dice ancora che studiavasi di persuadere di avere da Venere una certa bellezza di forme.

(423) Mich. Mon. Lett. ap. Pratilli, Op. cit. p. 250. — Rinaldi, Mem. stor. di Capua t. I, p. 251.

(424) Dio Cass. XLII, 7.

(425) Tab. Peutinger. segm. V, F. — Strabone due volte la nomina sulla Via Appia (V, p. 248; VI, 282 ), ed una colonnetta miliare col numero VI che già vedevasi nel sito delle sue rovine, conferma la testimonianza del citato Itinerario.

(426) Ignarra, De Pal. p. 232. Daniele, Forche Caudine p. 12. — Avellino, Ital. vet. num. p. 27. — Millingen, Anc. Coins p. 4; Consid. p. 191.

(427) Liv. XXVI, 3.

(428) Liv. XXVI, 16.

(429) Fest. v. Praefecturae. Pratilli, Op. cit. p. 360.

(430) Liv. XXVII, 3.

(431) Liv. XLI, 27.

(432) Frontin. De Colon. p. 104, 137.Cf. Mazocchi, De Amphit. p. 32, 45 sqq Pratilli, Via Appia p. 360.

(433) Appian. Civ. III, 40.

(434) Pratilli, Op. cit. p. 362. Sostiene questo scrittore che Cesare spedi alla Calazia sannitica la colonia; ma questa colonia è detta Galatia, come la città da Livio, e perciò fu spedita nella città campana.

(435) Erchemp. Chron. n. xxx.

(436) Arrian. De Exp. Alex. II, 6. Tzetz, ad Lycophr. v. 444. — Steph. Byz. Μάλαρσος.

(437) Pratilli, Via Appia, p. 361 segg.

(438) Id. ibid. p. 365. — Lettieri, Stor. di Suessola p. 144. — Daniele, Forche Caudine p. 17, 11 ed. — Il marmo ora si conserva nel R. Museo.

(439) De Agric. X, Caudinis faucibushorti.

(440) Pratilli, Op. cit. p. 371.

(441) Lettieri, Stor. cit. p. 148.

(442) Guicciardini, Merc. Camp. p. 30.

(443) Lettieri, Stor. cit. p. 147.

(444) Tab. Peutinger. segm. V, 4. Cf. Itiner. Hierosol. p. 610 Wesseling.

(445) Lettieri, Storia di Suessola, p. 142.

(446) Pratilli, Via Appia, p. 386, 387.

(447) Stat. Silv. IV, 3, 73. Vallibus aviis refusum. — Lucan. Pharsal. II, 422, Dilabitur inde Vulturnusque celer. — Sil. Ital. VIII, 529 Fluctuque sonorum.

(448) Sil. Ital. XII, 521. Vulturna citata Tramittunt alna vada.

(449) Creuzer, Rel. De l'antiq. t. II,p. 447 (nota 4).

(450) Strab. V, p. 243.

(451) Dur. Sam. ap. Steph. Byz. v. Ακραγαντες.

(452) Varro, De L. L. IV, 55. Quod oritur in Samnio, Volturnus, nihil ad Latinam linguam.

(453) Nell'Etruria e nella Rezia (Steub, Die Urbevohner Rätiens p. 73, 83).

(454) Max. Tyr. Diss. XXVIII.

(455) Vecchioni Mss. ap. Pratilli, Op. cit. p. 261. — Senza aver conto della parentela di Volturno con Fauno e Giano, ricordata dagli scrittori evemeristi (Arnob. Adv. Gent. III, p. 117), è da notare il culto del dio Volturno presso gli Etruschi (Varro, De L. L. VI, 21. — Fest. v. Volturnalia).

(456) Erchemp. Chron. c. XXXIX. — Leo Ost. 1, 34, 35.

(457) Sidon. Apollin. Epist. I, 5. Crypticis arcubus fornicabant.

(458) Liv. IX, 44. — Diodor. Sic. XX, 90.

(459) Appian. Civ. 1, 45. — Cf. Trutta, Antich. Allif. p. 230.

(460) Pratilli, Via Appia p. 223 — 26.

(461) Tab. Peutinger, segm. V, F. Cf. Strab. V, p. 243.

(462) Liv. IV, 37.

(463) Liv. XXV, 20.

(464) Liv. XXXIV, 45. — Varro, De L. L. IV, p. 12 Bip.

(465) Fest. v. Praefecturae.

(466) Dio Cass. XLVIII, p. 385.

(467) Frontin. De Colon. p. 141.

(468) Pellegrino, Campania p. 176, 177.

(469) Pratilli, Via Appia p. 182.

(470) Gruter, Thes. Inscr. p. CLII, д. 2 — Cf. Pratilli, Op. cit. p. 181.

(471) Labbe, Coll. Concit. t. V, p. 809.

(472)Lycophr. Alexandr. v. 718.

(473) Appian. De bell. civ. I, 39. — Strab. V, p. 233. Λεῖρις ποταμός, Κλάνις δ'έκαλεῖτο πρότερον. Plin. Hist. N. III, 9, 6.

(474) Strab. V, p. 226.

(475) Erchemp. Hist. Lang. LVI, LXXIII.

(476) Aristot. De mirab. auscult. XCV, ed. Westermann.

(477) Lettieri, Storia di Suessola p. 62.

(478) Huet. Ad P. Silentiar. De Therm. Pyth. v. 98 sqq.

(479) Strab. XIII, p. 616. — Eustath. ad Homer. Odyss. XIII, 520. — Hesych. v. Κήτειοι. — Plin. Η. Ν. V, 33, 3. Cf. Mazocchi, Sylv. Phaleg. in fin. t. I, Spicileg. Bibl. p. 252.

(480) La Tavola Peutingeriana segna XII miglia antiche tra Volturno e Literno, ma è manifesto errore del copista, il quale alla cifra VII sostituì XII; e più erronea è la distanza di XXIV miglia tra questa città stessa e Sinuessa, segnata nell'Itinerario di Antonino (p. 122) che devesi ridurre a XIV, perchè oggi non ne corrono più di dodici.

(481) Pellegrino, Campania p. 182. — Cf. Strab. VI, p. 281.

(482) Liv. XXXIV, 45. — Cf. XXXII, 29.

(483) Fest. v. Praefecturae.

(484) Appian. Civ. 1, 42.

(485) Frontin. De Colon. p. 103.

(486) Pratilli, Via Appia, p. 185.

(487) Simmac. Epist. VI, 5.

(488) Labbe, Collect. Conc. t. VI, p. 513. Assemani, Ital. hist. Script. t. II, p. 339.

(489) Ioann. Diac. Chron. ap. Muratori R. 1. S. t. I, P. II, p. 348.

(490) Cluver. Ital. antiq. p. 1099, 40. — Mastrominico, Ricerche sul Vico Fenicolense, p. 9.

(491) Sil. Ital. VIII, 532. Stagnisque palustre Liternum. — Cf. VI, 653.

(492) Pratilli, Via Appia p. 184, 185. Carletti, Descriz. della reg. abbruciata p. 288.

(493) Stal. Sylv. IV, 3, 66. — Sil. Ital. VII, 277.

(494)(1) Carletti, Descriz. della Reg. abbruciata, p. 289 — Osserv. di un fenom. nel Lago di Patria, Nap. 1796. — Breislak, Top. fis. della Camp. p. 60.

(495) Val. Max. V, 3, 2. Vici eum ignobilis accolam fecerunt. Cf. Pellegrino, Campania p. 187. Mastrominico, Ric. stor. intorno all'ant. Vico Fenicolense. Nap. 1802.

(496) Labbe, Coll. Concit. t. V, col. 809.

(497) Mazzocchi, Adnot. ad Campan. Fel. Pellegrin. t. II, p. 277 ed. Gravier.

(498) Muratori, Rer. It. Scr. t, I, P. II, р. 348, 371.

(499) Liv. XXXVIII, 32.

(500) Senec. Epist. LXXXVI.

(501) Val. Max. II, 10, 2.

(502) Plin. Hist. N. XVI, 44; Cf. XIV, 4.

(503) Valer. Max. V, 3, 2.

(504) Il solo Mazzocchi (Adn. cit. ad Campan. Pellegr. t. II, p. 275) si oppone a questa tradizione, interpretando Patria nel senso di regio, come s'intese nel medioevo.

(505) Strab. V, p. 243. — Oros. IV, 20.Lo stesso Seneca nell'epistola LI dice ancora: Literni honestius Scipio, quam Baiis exsulabat; e fuori porta Capena in Roma, dove fu sepolto secondo altri scrittori (Liv, XXXVIII, 51 ), gli fu eretto piuttosto un cenotafio.

(506) Pratilli, Via Appia p. 186.

(507) Mastrominico, Op. cit. p. 33.

(508) Strab. V, p. 243. — Varro, De R. R. III, 9, 17.

(509) Buffon, Hist. nat. des Oiseaux v. GELINOTTE.

(510) Cluver. Ital. antiq. p. 1101. — Pratilli, Via Appia p. 183.

(511) Juven. Sat. III, v. 305. Gallinaria pinus.

(512) Strab. V, p. 243.

(513) Pratilli, Diss. de Liburia t. III Coll. Chron. p. 254.

(514) Id. Via Appia p. 183, 184.

(515)Liv. XXIII, 35.

(516)Pausan. III, 24.

(517)) Martorelli, Delle ant. colon, venute in Nap. t. I, p. 14.

(518)(4) Pausati. Corinth. XXXVII.

(519)Strab. V, p. 243.

(520)Vell. Pat. 1,4.—Cf. Stat. Silv. III, B, 18. —Sal. Bass. Carm. ad Pis. v, 79 — 80.—Wernsdorf, ad Post. lat. min. t. III, p. 274 Lemaire.

(521) Apollon. Rhod. II, 328, 551. — Propert. II, 26, 39.

(522) Callimach. Hymn. in Apoll. v. 66. — Cf. Spanhem. ibid.

(523) Etym. MS. Bibl. reg. Paris. ap. Lemaire ad Vellej. p. 9 (nota 3).

(524) Philostr. Icon. II, 8, p. 283 Olear.

(525) Creuzer, Rel. de l'antiq. t. V. p. 698. — Cf. Interp. ad Ovid. Fast. II, 740.

(526) R. Rochette, Hist. des Col. 11, p. 46.

(527) Euseb Chron. II, p. 100. — Sincell. Chronograph. p. 181.

(528) Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 162.— Un patrio scrittore, sorpreso egualmente dell'antichità di questa colonia, sostiene che πρεσβυτάτη non dinota in Strabone la più antica, si bene la più celebre (Martorelli, Delle ant. col. in Nap. t. II, p. 432); ma rimane sempre l' altra espressione del geografo: παλαιότατον κτίσμα.

(529) Thucyd. VI, 4.

(530) Heyne, in Virg. Opp. t. III, p. 101. Lemaire.

(531) Homer. Odyss. XI, v. 14. Ενθα δε Κιμμερίων ἀνδρῶν δήμος τε πόλις τε. – Cf. Pelliccia, Ant. stato dell'estr. ramo degli Appenn. p. 53.

(532) Eustazio (in Homer. p. 1671) avverte che un'antica lezione in Omero ha Χειμέριῶν in vece di Κιμμεριῶν, da χειμέριος invernale; ed anziché a queste nostre contrade accennava perciò il poeta a' popoli dell'inverno, o del settentrione (Ukert, Geogr. des G. undR. t. I, p. 26, not. 55 Völcker, Uber Homerische Geogr. p. 152).

(533) Strab. I, p. 20.

(534) Eurip. Iphigen. v. 1500. — Strab. VIII, p. 371.

(535) Nelle più antiche edizioni del Cronaco di Eusebio leggesi Μυκηνη in vece di Κυμη.

(536) Aristot. Περὶ Οαυμ. ακούσμ. XCV (97): Τουτον δὲ τὸν τόπου λέγεται κυριεύεσθαι ὑπὸ Λευκαδιῶν. — Nell'edizione procurata di recente dal Westermann leggesi Λευκαυῶν; ma è da preferire certamente la lezione antica.

(537) Strab. X, p. 451.

(538) Klausen, Eneas und die Penaten p. 1133.

(539)Thucyd. VI, 4. — Vell. I, 4.

(540) Solin. c. II, p. 10, d ed. Salm.

(541) Liv. VIII, 22. — Dionys. Ist. VII, 3.

(542) Strab. V, p. 243.

(543) Così pensarono il Capaccio (Hist. Neap. p. 632), cd il Martorelli (Ant. col. venute in Napoli t. II, p. 20). Il Du Theil Geograph. de Strabon. t. II, p. 252) fu dell’istesso avviso, citando un luogo di Strabone (X, p. 447), nel quale parlasi solo de' Calcidesi.

(544) Virg. Æn. VI, 2.

(545) Scymn. Ch. v. 235 sqq.

(546) R. Rochette, Op. cit. t. III p. 110.

(547) Colum. De cult. hort. X, v. 130.

(548) Scalig. Ad Calic. Kirg. N. 14. — Ignarra, De Palaestra, p. 254.

(549) Strab. X, p. 451.—Ptol. III, 15.

(550) Archemach. ap. Strab. X, p. 465.

(551) Non ravvisando tale origine il Sannazzaro ed il Parrasio, sostituivano le lezioni te Protei, e Prochytae all’oscuro Thesproti di Properzio (Alex, ab Alex. Genial, Dicr. t. I, p. 239).

(552) Steph. Byz. v. Εύβοια,

(553) Etym. M. v. Azars—Hesych s.. Lycophr. v. 1043.

(554) Antigon. Perieg. Maced. ap. Steph. Byz. v. Αβαντίς. — Callimach. ap. eund. Καὶ Αμαντίνην ὤκησαν Ωρικίην.—Anche Proxeno (ap. Steph. v. Χαονία) annoverando i popoli dell'Epiro vi comprende gli Abanti. —Cf. Apollon. Rhod. IV, v. 12 14 — Pausan. in Eliac. p. 331.

(555) Herodot. VII!, 47.

(556) Strab. VII, p. 324 — Plin. H. N. IV, 1.— Pausan. X, 30 — Plinio non riguardava come favolosi i Cimmeria, perché presso di Cuma ricordavano la città.

(557) Serv. ad virg. Eclog. IX, 13.

(558) Dionys. Ist. I, 10.

(559) Strab. V, p. 221.

(560) Una parola alterala da' copisti nel testo di Strabone ha fatto sostenere ad un patrio scrittore che i Fenicj fossero stati i primi fondatori di Cuma, perché il geografo fa menzione degli Arabi che condotti da Cadmo si fermarono in tempi remotissimi nell’Eubea (Strab. X, p. 4 46. — Cf. De Attellis, Op. cit. t. II, p. 364); ma un dotto critico ha osservato che la voce Apaβες in Strabone è un'alterazione di Αβαντες riconosciuti co’ Cureti come primi abitatori dell'Eubea (Tzschtick, ad Mel. t. III, p. 679).

(561) Strab. V, p. 243.

(562) Ovid. Metam. XIV, v. 903.

(563) Diodor. Sic. V, 13. —Cf. p. 27 di questo tomo.

(564) Strab. V, p. 243.

(565) Liv. VIII, 22.

(566) Iustin. XX, 1, 13. — Cf. Sil. Ital. XII, 116.

(567) Thucyd. VI, 4. — Cf. R. Rochette, Hist. des Col. t. III, p. 286.

(568) Pausan. VII, 22. —Cf. Strab. VIII, p. 341.

(569)Dionys. Hal. VII, 3 sqq. — Cf. Σικαλωνή ιστ. ap. Scalig. ad Euseb. Chron.

(570)Diodor. Sic. ΧΙ, 51. Cf. Σιναγωγή cit. — Pindaro celebrò questa vittoria de' Siracusani collegati a' Cumani con una delle sue Odi ammirabili (Pyth. I, 137), ed in memoria di essa Ierone consecrò tre elmidi bronzo nel tempio di Giove in Olimpia, sull'uno de' quali, trovati nel 1817, si lesse la greca iscrizione Ιάρον ὁὁΔεινομέ Δνεος–καὶ τοὶ Συρακόσιοι — τῶ ΔὶΤυρράν᾽ ἀπὸ Κύμας (Boeckh, Corp. Inscr. grace. n.16 — Welcker, Syll, epigr. graec. p.174).

(571)Plutarch. De mul. virt. p. 306.

(572) Hvperoch. ap: Athen. XII, 11.— Trasmodavano negli aurei ornamenti, vestivano floride vesti, e si recavano in cocchi con le mogli nelle lor ville.

(573) Diodor. XII, —Dionys. H. XV, 0—Strab. V, p. 213. —Liv. IV, 44, 52.

(574) Vell. Pat. 1, 4, Cumanos Osca mutagli Licinia.

(575) Strab. V, p. 243.

(576) Mionnet, Descr. t. I, p. 114. — Avellino, Ital. vet. num. t. I, p. 33. —Mus. Borb. t. il, tab. XVI, n. 21.

(577) Steph. Byz. v. Χαλκίς et Αἰδηψος. — Eustath. ad Dionys. Peneg, v. 764. —Gaedoni, Bullett. dell'inst. 1844 p. 189.

(578) Millingen, Consid. p. 141.

(579) Hesych. v. Αλίβας: Όρος, ἤ πολις, οἱ δὲ λιμνη ἐν Ιταλία.

(580) Ephor. Fragm. LXXXVII ed. Marx. p. 199.— Strab. XII, p. 827.

(581) Suid. ν. Αλίβας: ὁ νεκρός, ἤ ποταμὸς ἐν Αδοῦ.

(582) Lucian. Neciomant. c. 16.

(583) R. Rochette, Journal des Sav. 1834, p. 283. In vece di Scilla il lodato archeologo nell'essere di doppia natura col capo e la parte superiore di un corpo di donna nudo e l'estremità di pesce vede Addirdaga o Derceto, la Donna — Pesce, dea della Siria, che vedesi sulle medaglie di Ascalona, dove credevasi che avesse regno (Ctes. ap. Diodor. II, 4), rappresentata in molti bronzi etruschi (Micali, Mon, tav. XXIX, n. 5; e tav. XXXI, n. 4.), e che si rinviene su tanti vasi di maniera tirreno — egizia scoperti nella Campania,

(584) Homer. Odyss. Ω, ν. 304. — Steph. Byz. v. Αλύβας. — Tzetz. Hist. Chil. XII, 404.

(585) Liv. VIII, 14; XXIII, 31.

(586) Liv. XXIII, 35, 37.

(587) Nieburh, Hist. R. t. III, p. 268.

(588) Liv. XL, 24.

(589) Opp. t. III, p. 620.

(590) Frontin. De Colon. p. 104.

(591) Sat. III, 2.

(592) Agath. Hist. 1, 8. Ανωδὲ ἔρυμναπεριβέβληται, πύργοις τε καὶ ἐπάλξεσι καρτερώτατα εξειργασμένου.

(593) Id. ibid.

(594) Damiani, Mss. ap. Pratilli, Via Appia p. 381.—Nell’opera to' Consolari ripete il Pratilli questa iscrizione (p. 96), e dice che Flavio Nonio Erasto ristaurò ancora il porto di Cuma vicino di Baja e di Miseno; ma o delle sole porte, o del solo porto è forza intendere le parole ET PORT della lapida, e più analogo al vero è che ne rifacesse le sole porte.

(595)(1) Divenuta Cuma ricetto di ladroni fu distrutta da' Napolitani nel 1207. (Acta S. Iul. ap. Bolland. t. II, p. 878 ).

(596)(2) Virg. Æn. VI, 15 sqq—Sallust. ap. Serv. ad Æn. 1. c.

(597)(3) Plin. Hist. N. XXXIV, 3.

(598) Coel. Antip. ap. Sery. ad Æn. VI, v.9.

(599) Virg. Æn. VI, 19. Immania templa.

(600) Lycophr. Alexandr. v. 1278.

(601) Tzetze, ad Lycophr. v. cit.

(602) Pausan. I, 31. —Cf. IX, 1.

(603) Polluc. Onomast. VII, 68.

(604) De Iorio, Guida di Pozzuoli e contorni p. 78.

(605) Questo busto che fu messo ad ornamento della piazza del regio Palazzo dal Vicerè D. Pietrantonio d'Aragona, è ora nel R. Museo.

(606) De Iorio, Op. cit. p. 81 seg. — Tab. II, n. 20.

(607) Mormile, Antich. di Pozzuolo p. 201. — Capaccio, Hist. Neap. p. 730. — Co' riscontri di altre due iscrizioni l'Hultmann (Miscell. epigraph. p. 356 — 57) corregge in Lanarius il nome Ianuarius della seconda linea, ed in Vetul. l'altro Vtul. dell'ultima, come con errore si riferisce dal Capaccio, ed avverte che l'epigrafe è dell'anno 136 dell'era volgare, in cui con L. Celonio Commodo Vero fu console Sesto Vetuleno.

(608) Reines. Syntagm. Cl. I, n. 296. — Non potendosi dopo i Duumviri nominar nella lapida un Augure, sì bene un Augustale, di dignità meno insigne, egli sembra che nell'ultima linea legger si debba Aveva. col lodato scrittore, e secondo questa opinione è probabile che in Cuma fosse ancora un tempio sacro ad Augusto.

(609) De Iorio, Op. cit. p. 77, 81, 85.

(610) Hist. Neap. p. 629.

(611) Mormile, Op. cit. p. 180. — Capaccio, Op. cit. p. 629.

(612) Varro ap. Non. —Martial. IV, 50. — Plin. Hist. N. XXV, 46. — Tibull. II, 3, 50.

(613) Lycophr. Alexandr. v. 1279.

(614) Virg. VI, 42 sq. Excisum Euboicae latus ingens rupis in antrum: Quo lati ducunt aditus centum, ostia centum.

(615) Iustin. Cohort. ad Graec. p. 35 ed.

(616) Mazzella, Antich. di Pozzuoli p. 97 segg —Carletti, Op. cit. p. 235 segg.

(617) De Iorio, Viaggio di Enea p. 41 segg.

(618) Hyperoch. ap. Pausan. Phocaic. X, 12.

(619) Varro ap. Lactant. I, 6.

(620) Dionys. Hal. Antiqq. IV, 62. —Sucton. in Aug. c. XXI.

(621) Lactant. 1, 6.

(622) Apollon. Argon. I, 1310. — Athen. VII, p. 96. — Virg. Æn. VI, 36.

(623) Ovidi Metam. XIII, 905, et ibi Intpp,

(624) Come sulle monete di Gergizio, città della Troade, vedevasi l'immagine della Sibilla (Phlego ap. Steph. Byz. ν. Γέργις), cosi su quelle di Cuma osservasi effigiato Glauco, supposto padre della Sibilla, coll'immagine di un mostro barbato che termina in due pesci, ed anche Scilla, la quale per simbolo de' suoi amori con Glauco ha in mano il pesce omonimo, frequente e pregiato presso Cuma (Enn. ap. Apulej. Apolog.)

(625) Philet. Ephes. ap. Schol. Aristoph. in Av. v. 962.

(626) Pausan. Phoc. c. XII.

(627) Plutarch. De Orac. Pyth. ecc. Cf. Clem. Alex. Strom. I, p. 19 ed. Flor.

(628) Clem. Alex. Strom. 1, p. 35. — Suida ancora celebra Dodona, cittadella Tea prozia, per l’oracolo delle donne fatidiche (v. — Δωδώνη). Erano le stesse sacerdotesse di Giove, le quali dai nome inspira te, dice Pausania, davano gli oracoli di sopra una quercia (Cf. Serv. ad Virg. Eclog. IX, v. 13).

(629) Pausan. Phoc. c. XII.

(630) Pausan. ibid. c. XII. —Questa piccola urna era forse quella stessa che mostravasi nella Chiesa di Cuma, o davanti di essa verso la fine del IV secolo (Acta Bonon. S. Januar. ap. Mazocchi in fin. Kal. Marm. Neap. t. I, p. 271.

(631) Iustin. Cohort. ad Graec. p. W ed. Col.

(632) Petron. Satyr. c. XLVIII.

(633) Acta S. Ian. cit. ap. Mazocchi p. 271.

(634) Pausan. IX, 30.

(635) Strab. V, p. 232.

(636) Phlego Gerg. ap. Steph. v. Γέροις.

(637) Più estesi particolari intorno le Sibille può trovare il lettore nelle opere del Galleo, del Reisk, del Blondel, dd Fabricio, e del Petit, il quale col Salmasio (Ad Solin. p. 80 sqq) sostiene che una sola ed antichissima vi fu donna fatidica, cioè l'Eritrea, con nome proprio detta Sibilla, dalla quale altre indovine presero il nome di Sibille. Veggasi anche Arrian. ap. Eustath. Ad Iliad. b, p. 206; e questa sola Sibilla fu onorata di una statua o stele (Chron. Pasc. p. 108).

(638) Plutarch. De Pylh. Orac.

(639) Solin. e XI—Isidor. Or. VIII, 8.

(640) Heraclid. De Orac. ap. Clem. Alex. Strom. I, p. 19 Cf. Alesandr. De Africa ap. Plutarch. Sympos. V, 2.

(641) Parisot, Dict. Mythol. v. SIBYLLE..

(642) Carletti, Op. cit. p. 276. —Breislak, Top. fis. della Campania p. 289.

(643) Virg. Æn. VI, 239 sqq. —Lucret. VI, 740.

(644) Diodor. Sic. IV, 22. —Strab. V, p. 244.—Vib. Sequ. De lac.—Aristot. De admir. c. 102.

(645) Homer. Odyss. Κ, ν. 509. ΑλσεαΠερ. σεφονείης.–Lycophr. Alexandr. v. 608. Οβριμοῦς τ᾿ἄλσος ουδαίας Κόρης.— Virg. Æn. VI, 118 — Ovid. Met. XIV, 114.

(646) Diodor. Sic. IV, 22.

(647) Strab. V, p. 244.

(648) Lycophr. Alexandr. v. 710. Cf. ib. Bachmann. Dionys. Hal. Fragm. XII, 22.

(649) DioCass. Hist. R. XLVIII, p. 388.

(650) Liv. XXIII, 35.

(651) Fa meraviglia Diodoro Sicolo, il quale narrando come storico l'arrivo di Ercole ne' Campi Flegrei ele opere da lui fatte intorno al lago Averno, (IV, 22), dice poi che si favoleggiasse sull'Oracolo de' Mani nello stesso luogo: Μυθολογούσι δὲ τὸ μὲν παλαιόν γεγενήσθαι νεκυομαντεῖονπρὸςαὐτῆ, ὁ τοῖς ὑστερον χρόνοις καταλελυσθαί φασίν.

(652) Serv. ad Æn.. III, 386.

(653) Guicciardini, Mercur.

(654) Homer. Odyss. XI.—Virg. Æn. VI.

(655) Thucyd. I, 47—Strab. VII, 324. — Pausan. X, 30. —Plin. H. IV. IV, 1.—Steph. Byz. v. Αχέρων.

(656) Herodot. V, 92.

(657) Pausan. IX, 30.

(658) Non è difficile del resto l’osservare perché il culto di Proserpina fosse qui con giunto all’Oracolo, e questo a quello. Mondo dì Cerere nominavasi presso gli Etruschi la dimora de' morti, la tomba comune delle passate generazioni. Cerere qui non differisce da Proserpina, o a dir meglio Cerere — Proserpina è Da, la terra che produce tutto, che distrugge tutto, e tal punto di veduta ci conduce alla sacra isola di Samotracia, dove tale era la dottrina de' Cabiri (Muller, Die Etrusker II, 95). Perciò l’oracolo può supporsi ancora d’istituzione pelasgica primitiva, dappoiché un dotto mitologo osserva che quasi tutti gli antichi culti pelasgici celebrando l’agricoltura facevano commemorazione de' morti (Parisot, Dict. mythol. v. ERICHTHONIVS).

(659) Diodor. Sic. I, 92, 96.

(660) Strab. VIII, p. 344. —Steph. Byz. v. Ερμιον. —Zenob. Prov. Cent. II, p. 33.

(661) Plutarch. De ser. num. vìndic. XVIII.

(662) Diodor. Sic. 1, 96.

(663) Serv. ad Æn. VI, in primo.

(664) Warburton, Div. Leg, p. 182, 215. — Ste — Croix, Myst. du pagan. I, p. 355 sqq.

(665) Schol. Aristoph. Ad Ran. v. 330.

(666) Deuterquom. XVIII, 10, 11 — Isaia VIII, 19.

(667) Levit. XX, 27—Reg. 1, 28, 7.

(668) Strab. V, p. 244.

(669) Homer. Odyss. XI, V. 25 sqq. —Cf. Porphyr. De antro Nymph. XXVIII, p. 26 ed. Gesner.

(670) Max. Tyr. Diss. XIV, 2. —Veggasi del resto una gemma che rappresenta tale specie di evocazione nel Ficoroni (Gemm. antiqq. liter, tab. IX, 4), nonché un vaso illustrato dal Minervino, nel quale é espressa l'Omerica neciomanzia (Bullett. archeol. Nap. 1843, p. 100).

(671)(1) Plutarch. De Consol. ad Apoll. p. 109 B.

(672)(2) Strab. V, p. 214.

(673) Id. ibid. πολὺ ὑπὸ γῆς ἱδρυμένου.

(674) Strab. V, p. 245.

(675) Homer. Odyss. XI, 15.

(676) Plin. H. N. III, 9. Lacus Lucrinus et Avernus, unta quem Cimmerium oppidum quondam.

(677) Fest. v. Cimmerii. — V. Mannert t. IX, 1, p. 718. —Pelliccia, Ric. sull'estr. ramo degli Appenn. p. 36 segg.

(678) Sil. Ital. XII, 132. Noctemque profundam — Tartareae narrant urbis.

(679) Strab. I, p. 20. —Vedi ancora p. 103 di questo tomo. —I Cimmerii furon detti anche Cerberii (Hesych. v. Κερβέριοι) t e perciò sembrami che Scimno di Chio nominò Cerberio l’Oracolo de' morti presso l'Averno.

(680) Str. V, p. 245. —Dio Cass. XLVIII, p. 565.

(681) Tacit. Annal. XV, 42.

(682) Sucton. in Neron. c. XXI. —È curiosa l’interpretazione del Carletti (Descr. della reg. abbruciata p. 280), il quale fa dire a Svetonio che il cavaliere romano diceva sepolte le ricchezze di Didone di là del l’Averno.

(683) Plin. Hist. IV. XIV, 4, 0 — Cf. p. 409 del I tomo di quest’opera.

(684) Diodor. Sic. 1, 92 p. 103 Wesseling.

(685) Per le dotte spiegazioni di questo celebre ipogeo che può dirsi unico, vedi De Iorio, Scheletri Cumani dilucidati, Nap. 1810 in 8.°—Sickler, De monum, aliq. graec, in sepulcro Cumaeo recenter effoss. Wimariae, 1812 in 4.°—Olfers, Uber ein Grab bei Cumae, Berlin.

(686) Sil. Ist. XII, 116. Ast hic Lucrino mansisse vocabula quondam Cocyti memorat.

(687) Homer. Odyss. K, v. 614. — Virg. Æn. VI, 132, 297.

(688) Isidor. Origg. XIII, 19.

(689) Fest. v. LACVS LVCRINVS p. 121 ed. Muller.

(690) Serv. Ad Georg. II, 101.

(691) Strab. V, p. 245.

(692) Capaccio, Hist. Neap. p. 784, —Arditi, Del porto di Miseno p. 24.

(693) Val. Ma. IX, 5. —Martial. III, 60, 3 V, 47; XIII, 77, 85—Horat. Sat. II, 4.

(694) Martial. IV, 30. —Tacit. Ann. XIV; 4 — Plin. H. N. XIV, 5.

(695) Dio Cass. XLVIII, p. 505.

(696) Val. Max. IX, 1.

(697) Tacit. Annal. XIII, 5.

(698) Stat. Silv. III, 1, v. 150. Et Lucrina Venus: Phrygioque e vertice Grajas — Addiscis, Misene, tubas.

(699) Stat. Silv. IV, 3.

(700) Cic. Ad Att. XIV, 16. Quum Piliae nostrae villam ad Lucrinum, villicos, procuratores tradidissem. — Cf. Academ. I, 1 — Plin. Hist. N. XXI, 3, 1.Digna memoratu villa est ab Averno lacu Puteolos tendentibus imposita litori.

(701) Cic. Ad. Q. Fr. IX, 5. Cum essem in Cumano scribere non cessavi... Sermo in novem et dies, et libros distributus de statu Civitatis et optimo Cive.

(702) L'eminentissimo Cardinal Maio.

(703) Di Tullio Laurea si hanno anche greci epigrammi nell'Antologia.

(704) Heliodor. Despect. Ital. ap. Stob. Sermo XCVIII, — Cf. Scotti, Dissert. corograf. di Miseno e Cuma, p. 129 segg.

(705) Chaupy, Maison d'Horace t. II, p. 240. — Carletti, Op. cit. p. 283.

(706) Tacit. Annal. XIII, 4.. — Cf. Guarini, Comm. IX, p. 26.

(707) Petron. Satr. c. LUI.

(708) Sucton. in Aug. XVI. —Virg. Georg. IL 161 sqq. —Horat. De arte poet. v. 63. — Cassiodor. Chron. ad ann. 717.

(709) Dio Cass XLVIII, p. 563. —Cf. Antiphil. Byz. Anthol. 559.

(710) Arditi, Il porto di Miseno p. 30.

(711) Capaccio, Ist. Neap. p. 783.

(712) Holsten. Adnot. in Cluver. p. 233.

(713) Serv. Ad Æn. I, v. 431, — Fest. V. Cotones p. 37 ed. Muller.

(714) Serv. et Philargyr. ad Georg. II, 161.

(715) Sucton. in Aug. XVI. — Vell. Pat. 19.

(716) Strab. V, n, 215.

(717) Mazzetta, Descriz. del R. di Nap. p. 166.

(718) Reines. Syntagm. Cl. I, n. CCXXXV.

(719) Strab. XII, p. 575 — Cf. Steph. Byz. v. Δίνδυμα.

(720) Plin. H. N. IX, 8, 1.

(721) Aul. Gel. N, A. VII, 8.

(722) Strab. V, p. 213—Plin. H. N. III, 8, 8, Acherusia palus Cumis vicina.

(723) Id. ibid. p. 215.

(724) Flor. 1, 16, 4.

(725) Nominavasi Sfìsarium ed Isfosarium sin dal medio evo (Chiarito, Com, sulla Cost. di Fed. p. 110, 149).

(726) Licophr. Alexandr. v. 695.

(727) Diodor. Sic. 1, 96.

(728) Virg. Æn. VI, 298.

(729) Vedi p. 120 nota (1).

(730) Diodor. Sic XIV, 31.—Dionys. Perieg. v. 790. — Xenoph. VI, p. 292. — Schol. Apollon. II, 730.

(731) Hesiod. Theogon. v. 310.

(732) Virg. Æn. VI, 638 sqq.

(733) Homer. Odyss. △, 563 — 69.

(734) Hesiod. Εργ v. 170 sqq — Per la descrizione di queste Isole vedi Pind. Olymp. 11, 109 — 149. —Xenocr. Αξίοκος in fin. — Lucian. XXVII, 14. — Val. Flacc. I, 813 sqq. — Plutarch. Consol. ad Apollon. p. 120 c. Perizon. Ad. Ælian. p. 217 — 48. — V. ancora l’Isola bianca degli Eroi nella Periegesi di Dionigi, v. 612 sqq.

(735) Le Clerc, Bibl. univ. t. VI, p. 66.

(736) Serv. ad Æn. V, 736.

(737) Perciò non posso consentire al Martorelli (I Fenici ecc. p. 32 seg.) che per l'epoca omerica il mondo finisse nel mare di Puteoli.

(738) Diodor. Sic. I, 96. — Cf. Champollion — Figeac, Egypte ancien p. 131 seqq.

(739) Herodot. II, 81. Cf. ibid. 49.

(740) Plutarch. DeIs. et Osir. § 13, 28. — Cf. Ste — Croix, Myst. du Pagan. t. II, p. 51 sqq.

(741) Lobeck, Aglaoph. p. 313. Müller, Proleg. mythol. p. 382. — Ambrosch, De Charonte Etrusco p. 39.

(742) Orph. Argon. v. 1110 — 23.

(743) Michaelis, Epimetr. ad Lowth De poesi sacra Hebr. P. I, p. 194 sqq.

(744) De Iorio, Guida di Pozzuoli ecc. p. 85.

(745) Senec. Epist. VIII, 56. Exclamabant homines: o Vatia, solus scis vivere. At ille latere sciebat;nonvivere multumautem interest, utrum vita tua otiosa sit, an ignavia.

(746) Capaccio, Hist. Neap. p. 675.

(747) Tenuta anche ragione della differenza tra 'l miglio antico e l'odierno, è erronea la distanza di 6 miglia che S. Giustino Martire pone tra Cuma e Baja (Admon. ad gent. p. 35).

(748) Horat. Epist. I, 15, 7. — Ioseph, Flav. Antiqq. Iudaic. XVIII, 14.

(749) Strab. VI, p. 246. Εκεῖ γὰρ ἄλλη πόλις γεγένηται, συνωκοδομημένων συνωκοδομ βασιλείων ἄλλων ἐπ᾿ ἄλλοις, οὐκ ἐλάττον τῆς Δικαιαρχίας. Questo luogo del geografo fu diversamente interpretato dal Martorelli (Ant. col. ven. in Nap. t. 1, p. 202 ), il quale pensò che a Baja un'altra Napoli si edificasse, e non sono mancati altri scrittori per sostenere, ma indarno, tale città immaginaria.

(750) Dio Cass. XLVIII, 50.

(751) Strab. V, p. 245.

(752) Lycophr. Cassandr. v. 694. — Varro ap. Serv. ad Æn. ΙΧ, ν. 710. — Serv. ad Æn. III, v. 441.

(753) Sil. Ital. VIII, 538; XII, 115.

(754) Strab. X, p. 453. — Serv. Ad Eclog. VI, v. 76.

(755) Ptol. Efest. ap. Phot. — Cf. Strab. X, 452.

(756) Lutat. ap. Serv. ad Æn. IX, v. 710.

(757) R. Rochette, Hist. des Col. t. II, p.338.

(758) Herodot Euterpe 55 — 57.

(759) HorapolL Hierogliph. I, Hocschel. Εςι γαρ τὸ μὲν Βαι, ψυχή.

(760) Capaccio, Hist. Neap. p. 693.

(761) Plin. Hist. N. III, 9, 9. Cuna e Chalcidensium, Misenum, portum Baiaram.

(762) Eunap. in Iamblich.

(763) Nel primo e nell’ultimo verso in vece di CENARE leggi GENERE coll’Ignarra (De Phratr. p. 118), ed avrai bene il senso della terza e dell'ultima linea, ad altro intendimento riportate dal Martorelli (De Theca p. 373), il quale non vi credè alcun errore del quadratario.

(764) Propert. Eleg. I, 11.

(765) Carletti, Descriz. della reg. abbruc. p. 335. Vedi in Ateneo (VII, 26) le autorità di Apollodoro, Melantio ed Egesandro, dalle quali si raccoglie che la triglia soprattutto era consecrata ad Ecate a Diana, e che si portava intorno nelle feste della dea.

(766) Tomassini, Comm. in tit. Bajis rep. in fin. Comm. in marm. Corfin. Neap. 1785. — Cassitto, Giornale Encicl. t. I, p. 80. — Romanelli, Viaggio P. II, p. 184.

(767) Du Cange, Dict. Med. Lat. v. TRULLUS.

(768) Senec. Epist. LXXXVI, l. At nunc blattaria vocant balnea, si qua non ita aptata sunt, ut totius diei solem fenestris amplissimis recipiant.

(769) Vasari, Vite t. VIII, p. 92 ed. de' Classici.

(770) Giustiniani, Dis. Geograf. t. II, p. 183.

(771) Senec. Epist. LXXVI, CXXII.

(772) Martial. Epigr. IV, 42.

(773) Plin. U. N. XXI, 2. —Cf. Strab. V, p. 214 — Martial. VI, 42, 7.

(774) Liv. XLI, 16. Ad Aquas Cumanas profectus, ingravescente morbo, Cumis decessit.

(775) Cic. Ad Att. I, 13.

(776) Propert. I, XI, 27.

(777) Martial. I, LXIII.

(778) Cic. Pro Coel, XV.—Senec. Ep. LI.

(779) Strab. V, p. 223. ταῖς ἐπαύλεςι βασίλεια κατασκευαξομένων Περσικά.

(780) Horat. Od. II, 18.

(781) Senec. Epist. LXXXIX, 20.

(782) Senec. Epist. LI. Scias non villas esse, sed castra.

(783) Joseph. Flav, Antigq. Jud. XVIII, 9.

(784) Cluver. Ital. Antiq, p. 1126. — De Iorio, Op. cit. p. 92.

(785) Plin. H. N. XVIII, 7, 1. Novissima villam in Misenensi posuit C. Marius sevties Consul.

(786) Plutarch. in vit. Mar. t. II, p. 524.

(787) Schol. ad Cic. Fragm. p. 143 ed. Lemaire.

(788) Cic. in Brut. c. 59 sq.

(789) Phaedr. Fab. II, 6. —Tacit. Annal. VI, 60.

(790) Sucton. in Tiber. LXXIV. — Dio Cass. LVIII, p. 638. — Auct. Olymp,

(791) Cic. Pro lege Man, XII.

(792) Plutarch. in vit. Pomp, t. III, p. 445.

(793) Cic. ad Au. XII, 39. Ibi sum, ubi is (Caesar) qui optimas Baias habebat quotannishoc tempus consumere solebat.

(794) Tacit. Annal. XIV, 9.

(795) Serv. ad n. Nl, Wl—Cf. Propert. III, 18. — Dio Cass. LUI, 33.

(796) Cic. ad Fam. IX, 2.

(797) Cic. Q. Acad. 1. 1. In Cumano nuntiatum est nobis a M. Varrone venisse eum Roma: paulumque cum eius villa abessemus ipsum ad nos venientem vidimus.

(798) Chaupy, Op. cit. t. I, p. 291.

(799) Plin. H. N. IX, 81.

(800) Varro, De R. R. III, 17, 9.

(801) Plin. H. N. XXI, 2.

(802) Macrob. Saturn. III, 15.

(803) Tacit. Annui. XV, 52.

(804) Plin. H. N. X, 89.

(805) Martial. IV, 30.

(806) Tacit. Annal. XIII, 21.

(807) Xiphilin. Epit. Dion. LXI, 17.

(808) Lamprid. in vit. Alex. Sever.

(809) Plin. H. N. XVItl, 7, 1.

(810) Martial. IV, 58.

(811) Cassiodor. Variar, IX, 6. Baianis litoribus nihil potest esse praestantius, ubi contingit, et dulcissimis deliciüs vesci, et impraetiabili munere sanitatis expleri.

(812) Si congratula l'Oratore con Baja, perchè tantosto era divenuta salubre a Dolabella (Ad Fam. IX, 12), ossia che non per gradi avcane ricevuto giovamento e sollievo, ma in breve spazio di tempo; e i detti scrittori vorrebbero contro verità inferirne che all'opposto di quello che era, in un tratto erasi dimostrata salubre al marito di Tullia, la figliuola di Cicerone.

(813) Tacit. Annoi. XIV, 4.

(814)De Iorio, Op. cit. p. 96.

(815)Vedi p. 83 di questo tomo.

(816) Loffredo, Antichità di Pozzuolo, p. 20. — Cf. Cluver. Ital. antiq, p. 1118.

(817) Cic. Ad Att. IV, 10.

(818) Chaupy, Op. cit. t. I, p. 291.

(819) Carletti, Op. cit. p. 337 segg.

(820) Plin. Hist. N. XXI, 2, 3. — Cf. Sucton. in Claud, cap. XXVIII.

(821) Vitruv. De Archit. III, 17.— Celsus, De Medic. II, 6.

(822) C. James, Voyage scientifique à Naples p. 76 seqq. Paris 1844. Cf. Bulffon, Lett, mem. t. II, p. 166 segg.

(823) Horat. Epist. I, 15.

(824) Dio Casa. XLVIII, p. 388.

(825) Loffredo, Antichità di Pozzuolo, p. 16.

(826) Petrarca, Epist, V, 4. — Villani, Cron. di Partenope I, 29. — Il citato Cronista nell'altra sua opera su’ Bagni, descrivendo quelli di Tritoli (cap. 28) si esprime cosi; Dalla radice della ripa altissima è cavata una ampia casa, et in quella sonno facte ammano immagine, che teneno le mane alti lochi della passione, che guarisce questo bagnio. — Cf. Lombardo, Synopsis de Balneis schol. ad cap. 48.

(827) Chron. Cassin. 1, 36. — Cf. Mazza, De reb, Salern, p. 151 segg.

(828) Capaccio, De balness p. 84.

(829) Bartoli, Thermol. Aragon. t. 1, p. 89.

(830)Lycophr. Cassandr. v. 697. Diodor. Sic. IV, 22, 2. Propert. leg, III, 18, 4. —Et sonat Herculeo structa labore via. —Sil. Ital. XII, 118.

(831) Vedi t. I, p. 509.

(832) Strab. V, p. 245. ᾿Αγριππας δὲ επεσκεύασεν.

(833) Cassiodor. Variar. IX, 6.Quantis ibi molibus marini termini decenterinvasi sant? quantis in visceribus aequoris terra promotuest? — Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1123.

(834) Plin IV. III, 6, 9.

(835) Sil. Ital. XII, 136. Herculeos videt ipso in litore Bauros.

(836) Tacit. Annal. XIV, 4. Id Villae nomen est, quae Promontorium Misenum inter et Baianum lacum flexo mari adluitur. Più esatto di Plinio è Tacito.

(837) Pratilli ap. Calogero Op. t. XXIX. p. 337 segg. —Scotti, Dus, corograf. di Miseno e Cuma, n. 122.

(838) Fest. v. Vici, p. 371 Muller. Ex vicis partim habent rem publicam et ius dicitur.

(839) Serv. ad Æn. VI, 107; VII, 662. Symmach. Epist. 1, 1.

(840) Plin. Hist. N. IX, 81 — Cf. Cic. Acad. IV, 3—Varo, De R. R. III, 17.

(841) Plin. H. N. IX, 81.

(842) Tacit. Annui. XIV, 4. —Sucton. in Neron. XXIV.

(843) Symmach, Epist. cit.

(844) Dio Cass. LIX, p. 652.

(845) Mazzetta, Op. cit. p. 191.

(846) Ovid. Fast. Iti, 809 segg.

(847) Tacit. Annal. XIV, 4.

(848) Capaccio, Hist. Nap, p. 682. p.

(849) Boccaccio, De flumen. — Summonte, Hist. di Nap. t. I, p. 230.

(850) Crede il Winckelmann (Opp. t. VII, p. 159) che il meraviglioso serbatojo venisse riempito coll’acqua piovana, come può congetturarsi da' canali che vi furono messi dall'alto.

(851)Columella, De R. R. 1, 5.

(852)De Jorio, Op. cit. p. 99 segg.

(853)Strab. V, p. 245. , (.) — Cf. I, p. 26.

(854)Virg. E. VI, 234.— Sil. Ital. XII, 155. –P. Mela II, 1. — Solin. VIII, 4.

(855)Quaranta, Viaggio Archeol. negli ANN. CIV. 1839, p. 39.

(856)Scotti, Diss. cit. p. 19. —Jatta, Discorsi p. 85.

(857) Propert. I, 11, 4. — Joseph. Flav. Antiqq. XIX, 1.

(858) Pelliccia, Ricerche cit. p. 27. —Gargiulli, Trad. dì Licofrone p. 46.

(859) Lycophr. Alex. v. 703 Λιπὼν δὲ Λη. θαιῶνος ὑψηλὸν κλετας, λίμνην τ' Αορνού.

(860) Liv. IV, 5. — Cf. Scotti, Diss. cit. p. 13.

(861)Scotti, Diss. cit. p. 13.

(862) Stat. III, 3, 21.—Cf. Winckel.

(863) Plutarch. in M. Anton. V, 96 Bryan.

(864) Lycophr. Alexandr, v. 737.

(865) Vedi la serie de suoi Vescovi nel Chioccarelli, de Episc. Nap. p. 146.

(866) S. Greg. M. Epist. VII, 22.

(867)Joann. Diac. Act. trans. S. Soss. ap. Falcone, Ist. di S. Gennaro II, 9.— Chron. Episc. Neap. ap. Muratori t. I, P. H p. 317. — Mazocchi, Kal. Neap. p. 346.

(868) Scotti, Op. cit. p. 14. — Lupoli, In mutil. Corfin. inscr. p. 229.

(869) Sucton, in August. XLVIII. — Tacit, Annal. IV, 5. Dio Cass. XLVIII, p. 389.

(870) Spon, Miscell. erud, antiq. P, 244.

(871) Virg. Æn. VI, 705.

(872) Id. ibid. 745 sqq.

(873) Plin. H. N. XXXVI, 12.

(874) Vedi il lungo catalogo di queste iscrizioni nella illustrazione del Porto di Miseno dell'Arditi p. 12, 44.

(875) De arte mil. II, 7. — Cf. Salmas. ad Spartian. Hadr. c. 26. — Vales. ad Ammian. Marc. 14, 11. — Scotti Dissert. Cit. p. 15.

(876) Lupoli, In mut. Corfin. Inscr. p 274.

(877) Senec. Quaest. Nat, III, 24,

(878) Sucton. in Neron. c. XXXI.

(879) Paoli, Antich. di Pozzuoli, p. 35.

(880) Strab. 1, p. 54. ὡσαύτως δὲ (ὑπὸτοῦ πυρὸς) καὶ ταςΛιπαραίων νήσουςκαὶ Πιθηκούσσας. – Cf. p. 57, 60.

(881) Villani, Ist. For. VIII, 83.

(882) Timeo sopravvisse ad Agatocle, tiranno di Siracusa (Suid. Τίμαιος, p 911), il quale mori nell’Ol. CXXII, 4 (Diodor. Sic. XXI, 12 cf. XIX, 9), ossia nel 288 av. G. C.

(883) Timeo ap. Strab. V, p. 218.

(884) Plin. H. N. II, 88. — Egli nomina Epopo il monte in vece di Epomeo, e con tale autorità il Casaubono (ad Strab. V, p. 218) ed il Beckmann (ad Pseudo — Aristot. De mir. Auscult. p. 79) legger vorrebbero Ἐπωπέα in vece di Ἐπωμέα in Strabone; ma quest'ultima io credo la vera e genuina,lezione, poiché derivasi da ἐπὶ supra ed ώμος humerus, ed è noto che favoleggiavasi che stava di sopra al gigante Tifeo (Pherecid. Theogon. ap. Schol. Apollon. II, 1214); così che non dinotò altro a' Greci che il sopraspalle, o fu anche cosi detto da ἐπί ed ὠμός saevus, accennando alla ferocità del favoloso gigante.

(885) Breislak, Top. fis. della Campania p. 317 segg. —Andria, Delle acque miner. P. II, p. 13 segg. — Daubeny, Descr. of Vulcanos, p. 180 seq. — Lyell, Prìnc. of Geology t. 1, p. 327 segg.

(886) Virg. Æn. IX, 717. — Ovid. Met, XIV, 89. —Sil. Ist. VIII, 312 —Lucan. IV, 93. — Stat. Silv. II, 2, 76. — Valer. Flacc. III, 101.

(887) Plin. H. N. III, 12.

(888) Homer. Il. B, 783.

(889) Steph. Byz. v. Αριμα. — Cf. Hesych. v. Αριμα. SeIden. in Prolog. De Diis Syris.

(890) Ovid. Met. IV, 90. —Cf. Xenagor. et Æschin. ap. Harpocrat. v. Κέρκοψ.

(891) Il Salmasio (in Solin. p. 97, 321 ed il Bochart (Hierozoic. III, p. 991) pensarono che in luogo di Ænaria legger si debba Enaria, dappoiché simus cd enaris sono sinonimi, e la loro opinione fu seguita dal Mazocchi (In vet. Kal. Neap. p. 333, nota 85).

(892) Plin. H. N. III, 12, 3. Pithecusa, non a multitudine simiarum (ut aliqui existimavera), sed a figlinis doliorum.

(893) Hesych. v. Αριμος.

(894) Strab. XIII, p. 626.

(895) Callimach. ap. Natal. Com. Mytholog. p. 85.

(896) Diodor. Sic. IV, 31.— Eustath. ad Odyss. XIX, 247. —Ovid. Mei. XIV, 89— Etym. M. et Suid. v. Κέρκοψ. — Diodoro come gli scrittori evemeristi vedeva ne’ Cercopi un popolo di ladroni.

(897) Creuzer, Rel. de l’antiq. t. II, p. 182.— Parisot, Dict. mythol. v. CERCOPES.

(898) Xanth. Lyd. et Demetr. Sceps. ap. Strab. XII, p. 579; XIII, p. 626—Sclioi. Hesiod. Theog. v. 301.— Eustath. ad Homer. B, 783. —Tzetz. ad Lycophr. v 825.

(899) Callisthen. ap. Strab. XIII, p. 626

(900) W. J. Hamilton, Reseavehes in Asia Minor ete. t. II, p. 136.

(901) Che così si fosse detta dall’esservi approdata la flotta di Enea (Plin. H. N. III, 12.—Festus, v. Ænaria), e con molta semplicità quegl'isolani dicono nella baja di S. Montano, non è probabile, perciocché avrebbesi dovuto dir piuttosto Ænaria o Æneia. L’etimologia di Servio (ad Æn. IX, 716) è quella stessa proposta dal Salmasio e dal Bochart, dalle scimie, quas Graiorum lingua ἄῤῥινας, id est, enares dicunt, scrive il dotto cementatore. Il perché il Vossio (Observatt. ad Melam II, 7, 179) sulla testimonianza di Strabone, il quale dice che l’isola era celebrata pe’ suoi metalli, si avvisò che pigliasse il nome dalle cave metalliche, cosi che ab aheno sarebbe si detta Ahenaria, e quindi Ænaria.

(902) De mir. auscult. c. XCIV.

(903) Mazocchi, Origine de' Tirreni negli Atti dell’Acad. di Cortona t. II, p. 59 segg.

(904) Homer. Odyss, 0, 402.

(905) Martorelli, I, Fenicj p. 130.

(906)) Vedi Schlichthorst, Geogr. Homeri p. 115. —Mannert, Geogr. der Griech und Rom. t. VIII, p. 741.— Volcker, Uber Homerische geogr. und Weltkunde p. 21.

(907) Strab. V, p. 247. Cf. Liv. VIII, 22.

(908) Scylax, Peripl. v. Καμπανοὶ.

(909) Molto si dilunga dal vero il Pelliccia (Ricerche cit. p. 64), col riferire l'epoca della detta colonia al principio del III secolo di Roma, dappoichè gli Eritrei non ebbero il dominio del mare che nell'Olimpiade LXVI secondo Eusebio, cioè nel 512 dell'era volgare. Ma, oltrechè non si può supporre che cosi tardi i fondatori di Cuma si risolvessero ad occupare l'isola cosi vicina alla loro città, non so nemmeno credere che la lasciassero vota di abitatori insino all'arrivo di altri loro connazionali.

(910) Miniere d'oro, dice Strabone, che i moderni naturalisti mettono in dubbio.

(911) Strab. V, p. 247. — Cf. Sucton, in Aug. c. XXII.

(912) Jasolino, De' rimed. nat. d'Ischia p. 21.

(913) Mazocchi, In vet. Kal. Neap. p. 333 (nota 88 ).

(914) Id. ibid. p. 334 (n. 100). — Cf. De Siano, Storia d'Ischia, p. 55.

(915) Leggesi in questo diploma: Simul que offerimus vobis et integra casa de intus Castro nostro Gironis (Sabbatini d'Anfora, Il vet. Calend. Nap. mese di maggio, p. 78.

(916) Alcuni dotti inglesi scoprirono i primi verso la fine dello scorso secolo questo importante monumento; ma la inesattezza della copia che ne rilevarono, non fece bene interpretarlo dal Martorelli (Delle ani. Col. t. I, p. 262 seg.). Più correttamente, comeché non in tutto bene, fu letto dall'Ignarra (De Palaestra p. 301, nota 20), dal De Siano (Op. cit. p. 85), dall’autore del Tableau topograf. p. 86, ed in fine dal ch. Raoul — Rochette (Mem, de Numism. p. 114).

(917) Jasolino, Op. cit. p. 21.

(918) Wernsdorf, Excurs. in Lucil Ætnam t. III Poet. min. p. 178 ed. Lemaire.

(919) Stat. Silo. III, 5, 104. Ænariaeque lacus medicos, Statinasque renatas.

(920) Forio da φορός, ο φορία, per la fertilità ed abbondanza del luogo ove venne edificato. — Casamicciola, nome alterato da Casanizzola, e questo derivato da Ασηνιζόλην sordem lavat totam, a cagione delle acque medicinali e termali che vi sono. Pansada πανσείω, e Moropano da μοροπονέω, denominazioni che accennano entrambe a tremuoti ed altri naturali sconvolgimenti. Barano in fine da παρ ἀνίαν contra maerorem, per l'amenità del sito. Vedi queste ed altrettali etimologie nelle erudite note del Ziccardi alla descrizione dell'isola del cav. Chevalley de Rivaz.

(921) Plin. H. N. XXXI, 2. — Strab. V, p. 248.

(922) Philostr. Icon. II, 17, p. 8.35 Olear.

(923) Capaccio, Hist. Neap. p. 570.

(924) Appian. Civ,.V, 69, 71. 1

(925) S. Leon. M. Epist. 11, 6.

(926) Volaterrano, Comm. Urb. VI, col.189. — Giovio, Ist. t. II, p. 79. Altre città antiche, sembrano ancora cosi dette dalle loro fortezze, come Iscana città delI'Illirio (Steph. Β. ν. Υσκαια ), ed Isca città nell'isola di Albione. Lo storico d'Ischia inclina ancora a derivarne il nome da quella specie di fichi, di che l' isola abbonda, da' Greci detta ισχάς, e che i naturali appassiscono.

(927) Fazello, De, reb. Sic. I, p. 8.

(928) Strab. V, p. 247. Του μὲν οὖν Μισηνου πρόκειται νῆσοσ ἡ Προχύτη, Πιθή κουσσῶν δἔστιν ἀπόσπασμα. –Plin. H. N. II, 88.

(929)) Breislak, Op. cit. p. 308 seg.

(930) Plin. H. N. III, 6. Quia profusa ab Ænaria erat. — Serv. ad Æn. IX, v. 714. Prochyta ab effusione dicta est: fundere enim est προχύειν.

(931) Naev. ap. Serv. loc. cit. Cf. Dionys. Hal. I, 44.

(932) Liv. VIII, 22.

(933) Schol. Pind. Pyth. Od. I, p. 190. Steph. Βyz. v. Κύμη.–Anche Sinuessa è detta da Stefano città della Sicilia.

(934) De Siano, Op. cit. p. 75.

(935) Stat. Silv. II, 2, 76.

(936) Juven. Sat. III, v. 5. Ego vel Prochytam praepono Suburrae. Cf. Martial. II, 18, 2.

(937) Philostr. Icon. 11, 17 p. 835 Olcar.

(938) Chron. Ubald, ad ann. 937, c. XXII.

(939) Vedi p. 11 di questo II tomo, — Descrivendolo ancora Sidonio Apollinare dice: Vulcanus aestuosis — Media incoquit cavernis.

(940) Breislak, Topogr. fis, della Campania p. 281. Cf. Daubeny, A descript, of Volcanos p. 176.

(941) Flor. 1, 16, — Stat. Silv. IV, 3. Plin. H. N. III, 5; XIV, 6. — Galen. De Antid. 3.

(942) Homer. Odyss. K, v. 515. Cf. Pelliccia, Ricerche ecc. p. 27. — Gargiulli, Trad. di Licofrone p. 46, nota (1).

(943) Columella, De R. R. 1, 5. — Sidon, Apoll. Carm. 18.

(944)) Eliodor, ap. Stob. Sermo XCVIII. Cf. p. 11.

(945) Symmach. Epist. VIII, 23.

(946) Strab. V, p. 245.

(947) Euseb. Chron, II, p. 340 ed. Maii.

(948) Steph. Byz. v. Ποτίολοι. — Cf. v. Δικαιάρχεια.

(949) ld. v. Δίκαια.

(950) Dionys. Perieg.. 533, 534. —Cf. Eustath. ibid.—Veli. Pat. I, 14.

(951) B. Roche Ite, Op, cit. t. Ili, p. 429.

(952) Strab. V, p. 245.

(953) Varro De L. L. V, 4,25.— Festus, V. Puteolot.—Steph. Byz. v. Δικαιάρχια,

(954) Ignarra, De Palestra Neap. p. 185, nota 6.

(955) Mazocchi, Opuscula, t. I, p. 78.

(956) Martorelli, I Fenicj ecc. p. II.

(957) Festus, v. PUTEOLI. Quod ea civitas quondamjustissime regebatur.

(958) Pellegrino, Campania, p. 239.

(959) Stat. Silv. il, 2, 96. Nec incideant quae te genuere Dicharchi — Moenia. — Il Markland (ad. h. I.) crede che il poeta avesse scritto Dicarchae moenia, elisi i due dittonghi per Δικαιάρχεια.

(960) Sil. Ital. XII, 158. Regressus adaltos — Inde Phorecyadum muros.

(961) Drakenb, ad loc. Sil. cit.

(962) Altre ancora delle meno antiche hanno gli stessi descritti tipi, ma la sola leggenda osca (Millingen, Cons. p. 290 seqq.) Eckhdl (Doctr. Num. t. I, p. 160) confutò l’opinione del Mazocchi e dell Ignarra, i quali tali medaglie attribuivano a Pesto, ed altre opinioni ancora i dotti nummologi forse produrranno per l’attribuzione di queste incerte medaglie.

(963) Liv. XXIV, 7, 13.

(964) Liv. XXVI, 17.

(965) Liv. XXX, 21.:

(966) Liv. XXXII, 29. —XXXIV, 45. –Cf. Vell. Pat. 1, 15. — Val. Max. IX, 3.

(967) Strab. V, p. 245.

(968) Frontin. De Colon. p. 106.

(969) Cic. De L. Agr. II, 31.

(970) Plutarch. in vit. L. Syllae sub fin.

(971) Tacit. Annal. XIV, 27. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 197. — Guarini, Illustr. apolog. del Marmo Puteolano, p. 13 segg.

(972) Si lesse questo titolo in varii tubi di piombo, e si ripete in una delle iscrizioni poste ad Antonino Pio. Vedi p. 171.

(973) Tacit. Hist. III, 57.

(974) Fest. v. Delum minorem.

(975) Strab. XVII, p.793. Cf. Sucton. in Aug. c. XXVIII. — Senec. Epist. LXXVII.

(976) Stat. Silv. III, 5, 76.

(977) Capaccio, Hist. Neap. p.707. — Ignarra, De Palaestra p. 289.

(978) Antiphil. ap. Holsten. ad Steph. Byz. ν. Δικαιάρχια.

(979) Philipp. Epigr. in Anthol. IV, tit. 2.

(980) La terza linea di questa iscrizione è riferita secondo la restituzione del Reinesio (Sintagm. p. 251), poiché nel Capaccio (Hist. N. p. 710) leggesi: MVRIS. CVRIONEN. EDIFICIS; e nel Mazzella (Antich. di Pozzuolo p. 8) MYRIS CYRIONENSIBVS.

(981) Sucton. in Calig. XIX.

(982) Non altrimenti che opera de' Greci, anziché de Romani, tenevasi questo molo da coetanei del Loffredo (Op. cit. c. XI), e vedi le notizie raccolte dal De Fazio de moli simiglianti (Disc. sul miglior sistema di costruz. de' Porti, p. 200 segg.) della Grecia antica, di Eleusi, di Mitilene, di Egina, Gnido, Nasso, Deio e Corinto.

(983) Mormile, Op. cit. p. 87. — Capaccio, Rut. N. p. 720. —Mazzella, Op. cit. p. 34.

(984) Riferita primamente dal Pighio (Hercul. Prodic. p. 496), e dal Capaccio (Op. cit. p. 717), ma in diverso modo nell'ordine delle linee, da questi scrittori altri l’attingevano, ed il Muratori supplivala nel suo Tesoro (p. MCVII, 4). Rimandando il lettore alla dotta illustrazione fattane dal Gervasio, dico solo che dubbia, o piuttosto falsa, è la lezione VIG. V. nella quarta linea, per la quale si è detto che XXV, ed anche XXIX fossero i piloni del molo puteolano, de' quali non più di tredici veramente ora se ne veggono.

(985) Strab. V, p. 245.

(986) De Fazio, Osserv. sul Porto Giulio p.34 segg.

(987) Acad. II, 25.

(988) Appian. Civil. V, 98.

(989) De Iorio, Op. cit. p. 37.

(990) Philostr. Vit. Apoll. VIII, 11, Olcar.

(991) Loffredo, Op. cit. p. 6. Cf. De Iorio, Guida cit. p. 38 seg.

(992) Pratilli, Via Appia p. 202.

(993) Loffredo, Antich. di Pozzuolo p. 5. — Plantimone ap. Mazzella, Antich. di Pozzuolo p. 26. — Pratilli, Op. cit. p. 202.

(994) Lucignano, Bullett. Archeol. di Roma, A. 1836 p. 162.

(995) Capaccio, Hist. Neap. p. 726. — Grutero, Thes. Inscr. p. CCVII. — Marquez, Dell'ordine dorico con app. sopra un'antica tavola di Pozzuolo, p. 117 segg. Guarini, Illustr. apolog, del marmo PUTEOLANO A COLONIA DEDUCTA. p. 38 segg. — Eger, Lat. Serm. vet. reliq. p. 148, Paris

(996) Adorato Serapide da tempi remotissimi a Mentì, ed a Babilonia, dove già era un Serapeo al tempo di Alessandro Magno (Appian. Exp. Alex, VII, 25), vieppiù se ne divulgò il culto dopo che Tolomeo Sotere per causa di sogni faceva trasportare in Alessandria il colosso di Giove Dite o Infernale da Sinope, città del Ponto. Giunto il simulacro in Egitto, dal Cerbero e dal drago per Plutone lo riconoscevano il primario sacerdote Timoteo e Manctone sebennita, ed eragli imposto il nome di Serapide, divinità indigena ed analoga al greco Plutone (Tacit. Hist. IV, 83 — 84. — Plutarch. De it. et Osir. XXIV. —Dionys. Perieg. v. 255); ed appunto perché tenevasi qual dio de' morti (lulian. Imp. Orat. IV), invocavasi forse per la conservazione della vita e della salute,

(997) Carelli, Della sacra architettura presso i Greci, p. 110 segg.

(998) Osann, Silloge p. 169.

(999) Credevasi che stando gl'infermi una notte nel suo tempio, il nume lor prescriveva per mezzo di sogni la cura delle malattie Cic. De Div. II, 59. —Varro, Frag. p. 276 Bip.). I sacerdoti erano naturalmente gl’interpetri di questi sogni, e gl'infermi consigliavano nella cura de' loro mali, come nel Plutonio dì Acaraca, città dell'Asia Minore; del che è da leggere Strabone (XIV, p. 630).

(1000) Di queste stanze se ne contavano non meno di 70, la più parte ornate di marmi e di musaici.

(1001) Pausan. VIII, 7.

(1002) Cod. Teodos. XVI, 10, 11 — Cf. S. Aug. De Civ. Dei V, 26.

(1003) Sozomen. H. E. VII, 15. — Socrat. H. E. IX, 16. —Suid. v. Σάραπις—Flechicr, Hìst. de Theodose, p. 325 segg.

(1004) Ammian. Marcell. XXII, 16. —Può leggersi in Rufino (H. E. II, 23) la particolare descrizione di questo tempio, altri ancora ve n’ebbero a Tebe ed a Menfi, e che il Serapeo Puteolano fosse un’imitazione di quello di Alessandria sembra dimostrarlo il fatto analogo de' più celebri Esculapei della Grecia Europea ed Asiatica imitati dal più antico di Epidauro, nel quale similmente annesse al tempio del nume erano le stanze d’incubazione per gl’infermi (Strab. VIII, p. 374. —Pausan. Corinth. c. XXVI).

(1005) Questo fatto fa sospettare, che anche a questo tempio si estendessero i due decreti del Senato, con che ordinavasi nel 58, e poi nel 50 avanti l'era volgare la demolizione degli altari e de' tempj di Serapide (Dio Cass. XL, 47} XLVIII, 26. —Val. Max. 1, 3, 3).

(1006) D'Ancora, Guida dì Pozz. p. 59— De Iorio, Ricerche sul Tempio di Serapide Nap. 1820. —Paolini, Mem. di Antiche p. 131 segg. — Palatino, Si. di Pozzuoli e Cont. p. 201 segg.

(1007) Martorelli, I Fenici p. 345. —Ignarra, De Pal. p. 291.

(1008) Gruter. Thes. p. MCV. Καὶ ἀναλίσκοντες εἰς θυσίας, καὶ θρησκείας τῶν πατρίων ἡμῶν Θεῶν, ἐνθάδε ἀφωσιωμένων εν ναοῖς.

(1009) Lex. v. — Δεσάρην, του Διόνυσου, ΜαCαταίοι. — Cf. Bochart, Phaleg, p. III, 443. —SeIden. De Diis Syris p. 222.

(1010) Movers, Die Phoenizier t. f, p. 337 seg.

(1011) Ptolem. Geograph. p. 154. —Steph. Byz. v. Δεσαρή. —Forbiger, Hand. der alten Geograph. t. II, p. 745.

(1012) Suid. v. Θεὺς Άρης p.1317. — Мах. Tyr. Diss. VIII, 8.

(1013) Quanto alla lezione Honorus in vece di Honoris, giova ricordare che in un senatoconsulto riguardante i Tiburtini leggesi sub aede Kastorus (Visconti, Iconogr. Rom. t. I, p. 61, e in quello de' Baccanali nomina latini. — Cf. l’iscrizione del Pago Giovio p. 71.

(1014) Ignarra, De Palaestra p. 162. — Il citato scrittore e l’Ocelli, il quale questa iscrizione anche riferisce (n. 1498), interpretano Praetores le lettere PR della prima linea; ma il Lorenz (D? Praetor. Municip. p. 11) legge Pecunia R. P. cosi che i due Luccei repristinarono il culto della dea col danaro pubblico, e le due Lucceie restaurarono il tempio col denaro proprio.


(1015) Vedi p. 170. —Altri credono tutt’uno questo tempio con quello di Ercole Boalio in Bauli, e che la porta pigliò nome dall’essere posta in prospetto di esso tempio.

(1016) Mormile, Op. cit. p. 192. —Capaccio, Hist. Neap, p. 729. — Il nume è cognominato Gilio nella lapida, come uccisore di belve.

(1017)Capaccio, Op. cit. p. 731.

(1018)Mormile, Op. cit. p. 192. — Capaccio, Op. cit. p. 728.

(1019)Carletti, Descr. cit. p. 166 67.

(1020)Mazzella, Op. cit. p. 25.

(1021)Capaccio, Hist. Neap. p. 740.

(1022)De Jorio, Guida cit. p. 62 segg.

(1023)Selden. Marmora Arundell. p. 35. —Reines, Syntagm. Cl. V, n. 20. — Cf. Ignarra, De Pal. p. 227.

(1024)Loffredo, Op. cit. p. 12.

(1025)Lasena, Del Ginnas. Nap. p. 114. — Gruter. Thes. p. CCLIV, 4; CCCXIV. —Capaccio, Hist. cit. p. 255. —Artemidor. Όνειροκριτ. 1, 28. —Faber, Agonist. p. 264. —Cf. Ignarra, De Pal. p. 740.

(1026)Spartian. in Adrian. c. XXVII.

(1027)Plin. Epist. X, 119, 120. — I premii de' giuochi iselastici, Trajano scriveva a Plinio, allora solo cominciavano per gli Atleti, quum quis in civitatem suam ipse εισήλασεν.

(1028)Sucton. in Aug. c. XLIV.

(1029)Xiphilin. Epit. Dion. Cass. LXIII, in princ.

(1030)Epist. Tyr. ap. Gruter. p. MCV. Cf. Ignarra, De Pal. p. 274 seqq.

(1031)Strab. XIV, p. 650.

(1032)Per una pi ampia conoscenza di questo grandioso monumento vedi la dotta opera del Can. Scherillo, Studio dell'Anfiteatro Puteolano. Nap. 1845.

(1033)Acta Sinc. Bonon. S. Jan. —Acta SS. Bolland. App. ad t. VI, p. 19 Sept. — n. 8, p. 87 — Muratori, Thes. Inscr. Mazocchi, In vet. Kalend. Neap. p. 272.

(1034)Palatino, Stor. di Pozzuoli p. 197.

(1035) Mazzella, Op. cit. p. 44.

(1036) Aul. Gell. N. A. XVIII, 5.

(1037) De Iorio, Guida cit. p. 48.

(1038) Giornale di Napoli, A. MDCCIV, n. 8, p. 57. — Muratori, Thes. Inscr. p. DCCII, II. 2.

(1039) Pratilli, Consolari della Camp. p. 73.

(1040) Tillemont, Zfàe. £ccI. t. IV, pp. 615, 670 segg.

(1041) Giorn. cit. A. MDCCIV, n. 10, p. 74.

(1042)D'Ancora, Guida di Pozzuoli, p. 67.

(1043)Strab. XII, 579} XIII, 627. — Tacit. Annal. II, 47.

(1044)Phleg. Trall. De Mirab. XIII.

(1045)Winckelmann, Opp. t. V, p. 244 segg. —Questa base fu pure pubblicata con dotto comento dal Gronovio (Thes. Antiqq. Graec, t. VII, p. 447), nonché dal Montfaucon (Antiq, expl, t. III, pl. 118, p. 194, 195), e dal Bulifon (Ragionamento, ecc. Nap. 1694), ma non con esatte spiegazioni.

(1046)De Iorio, Guida cit. p. 57. — Palatino, Stor. cit. p. 198. —Cf. Capaccio, Hist. Neap. p. 713.

(1047)Loffredo, Op. cit. p. 7.

(1048) Pe’ Collegi di queste arti vedi Capaccio,Hist. cit. p. 731 seqq.

(1049) Plin. H. N. XXXV, 26.

(1050) Cic. Ad Div. V, 15.

(1051) Spartian. in Adrian. XXV.(7) Palatino, Star. di Pozzuoli e Cont. 183 segg.

(1052) Vedi il dotto comento della iscrizione posta a questo sepolcro del ch. Can. Lucigliano (In vet. Litt, Marmor Puteol. effoss. Neap. 1831.

(1053) Loffredo, Op. cit. p. 5. — Capaccio, Hist. cit. p. 725.

(1054) Palatino, Stor, di Pozzuoli e Cont. p. 183 segg.

(1055) Cic. Ad Att. I, 13.

(1056) Strab. V, p. 245.

(1057) Plin. H. N. XVIII, 11.

(1058) Pratilli, Via Appia p. 206.

(1059) Mormile, Op. cit. p. 197.—Сарасcio, Hist. cit. p. 728.—Gruter. Thes. p. LXIV.

(1060) Euseb. Praep. Evang. II, 3.

(1061) Giustiniani, Diz. geograf. t. VII, p. 334. Cf. t. V, p. 332 segg.

(1062) Petron. Satyr. CXIX, v. 67 seqq.

(1063) Sil. Ital. XII, 133 seqq.

(1064) Strab. V, p. 246. Ηφαίστου ἀγορά, πεδίου περικεκλειμένου διαπύροις οφρύσι καμινώδεις ἐχούσαις ἀναπνοὰς πολλαχοῦ καὶ βρομώδεις ἱκανῶς.

(1065) Elys. De Bala. ap. Capaccio p. 752.

(1066) Lucil. De Etna, v. 429.

(1067) Capaccio, Hist. Neap. p. 764.

(1068) Plin. H. N. XVIII, 29, 5 — Cf. Mazocchi, In vet. Neap. Kalead. p. 348.

(1069) Plin. H. N. XXV, 50, 1.

(1070) Capaccio, Hist. Neap. p. 900.

(1071) Plinio (H. N. XVIII, 28, 1) preferisce quella che preparavasi nell'agro di Verona e di Pisa, e soprattutto nella Campania, e le preparazioni ad uso di medicina dice che furono invenzione romana dopo l'età del gran Pompeo (H. N. XXII, 61).

(1072) Plin. H. N. ΧΧΧΙ, 2.

(1073) Breislak, Op. cit. p. 240. — Hamilton, Oevres p. 191.

(1074) Sucton. in vit. Calig. c. XXXVII. Cf. Auct. De Mirab. Puteol. p. 13.

(1075) Brocchi, Conchiologia fossile subapp. p. 129.

(1076) Carelli ap. Millingen, Consider. p. 142. — Il Fiorelli (Mon. ined. p. 20), non altrimenti dal mio avviso, non è alieno dal credere sotto il nome di Allibani indicati gli stessi Cumani,

(1077) Vedi p. 108.

(1078) Plin. Hist. N. II, 93, 3.

(1079) Strab. XIII, p. 629. — Cf. Mela, De sit. Orb. I, 13. — Cf. Dio Cass LXVIII, 27.

(1080) C. James, Voyage scientifique à Naples p. 16 Paris 1844.

(1081) S. Greg. Dial. IV, 40.

(1082) Nelle note al citato luogo di S. Gregorio Magno si avvisarono che intendesse di terme presso Città S. Angelo, già detta Angolo dagli antichi, presso di cui è una sorgente minerale alla sinistra sponda del torrente Piomba; ma senza recarsi cosi lontano, il Vescovo di Capua poteva ben giovarsi delle tante acque minerali e termali, di che è si ricca la Campania.

(1083) Mazocchi, De Castro Lucull. in fin. De Eccl. Neap. vic. p. 214.

(1084) Scherillo, Dell'aria di Baja ecc. р. 40.

(1085) Loffredo, Op. cit. p. 28.

(1086) Pellegrino, Campania p. 268.

(1087) Mazocchi, Op. cit. p. 207. — Cosi pensava anche il Biondi (Ital. ill. fol. 88), il quale, per ispirare la testimonianza di Plutarco (λόφες ανακρεμαννυντος αυτ8 μεγάλοις ορύγμασι) supponeva aperta da Lucullo una fossa dal lago ai prossimo mare, opinione seguita anche da altri scrittori.

(1088) Vitruv. De Archit. V, 10.

(1089) Lucan. VI, 90. Tali spiramine Nesis — Emittit Stygium nebulosis aerea saxis. —Cf. Stat. Silv. II, 2, 77. —Ed a quest’antichissima conflagrazione accennerebbe altresì il poeta Lucilio (Ætna, v. 427), ove si ammetta la lezione del Wernsdorf (Poetae lat. min. t. III, p. 276).

(1090) Plin. H. N. XIX, 8.

(1091) Athen. IX, 22.

(1092) Cic. Philipp. X, 4. At hunc (Brutum) ipsis ludorum disbus videbam in insula clarissimi adolescentis Luculli propinqui sui. — Cf. Ad Au. XVI, ср. 2, 3.

(1093) 15. —De Fazio, Op. cit. p. 58.

(1094) Pe’ crateri, onde fu prodotto vedi Breislak., Topog. fis. della Camp. p. 218.

(1095) Le rovine de molti sepolcri ci appalesano tali villaggi, e quello di Angari può credersi un'alterazione del greco Αγκυρα, come l'altro omonimo che fu sulla costa Sorrentina. Magalia è chiaramente una corruzione di Μεγάλια, perché tra gli altri forse distinguevasi per la sua grandezza.

(1096) Plin. H. N. IX, 78.

(1097) Dio Casa. LIV, 23.

(1098) Senec. De Clem. I, 18 —Plin. H. N. IX, 39.

(1099) Dio Cass. LIV, 23. — Senec. De ira III, 40. —Tertullian. De Pall. sub fin.

(1100) Fabretti, Inscr. p. CXCIX, 486. —Mazocchi, De Castro Lucull. c. III, nota 19.

(1101) Posilipo e anche un epiteto che Sofocle (Naupl.) dà a Giove.

(1102) Mazocchi, Op. cit. nota 20.

(1103) Varro, De R. R, III, 17. — Plin. H. N. IX, 80.

(1104) Fabio Giordano, Frag. Nap. 1841.— Capaccio, Hist. Neap, p. 371.

(1105) Fusco e Giampietro, Giunta al Com. sul Framm. di FABIO GIORDANO p.106 segg.

(1106) Falco, Antich. di Nap. p. 10. — Capaccio, Hist. N. p. 229. — Gruter. Inscr. p. I, n. 6. — Avellino, Bullet. Archeol. A. 1843, p. 40.

(1107)Pausan. Corinth. II.

(1108)Pontan. De Bello Neap. VI.

(1109)Fusco e Giampietro, Op. cit. p. 10.

(1110)Com. crit. archeol, al Framm. Di FABIO GIORDANO p. 70 segg.

(1111)Mentovata la grotta che dall'Averno menava a Cuma. il geografo seguita a dire: . (V, p.245). Senza addurre le interpretazioni dimolti archeologi a questo luogo di Strabone, citati nella traduzione del Du Theil (t. II, p. 259, nota 3 ), dico solo che il Cluverio (Ital. ant. p. 1130, 19 ) e Gustavo Kramer, recente e diligentissimo editore del geografo (STRAB. GEOGRAPH. t. I, p. 388) credono aggiunte da qualche interpolatore le parole ; ed a questa opinione pi volentieri io mi accosto; cosicch egli sembra che qualche Scoliaste le controverse parole scrivesse al margine del geografo, per dare contezza di un'altra delle grotte che tuttora si veggono nella regione Cumana. Questa grotta, ch' egli del pari attribuiva a Coccejo, diceva di essere in una posizione interna , andandosi da Dicearchia ; e non altrimenti da Gioseffo Flavio (Antiqq Iud. XVIII, 9), sotto il nome della Nuova citt dinotava i grandi e suntuosi edifizj Bajani. Oltre alla grotta che dall'Averno menava a Cuma, della quale parl Strabone, e che fu scoverta nel 1841, un'altra ve ne ha che dall'Averno stesso conduce al Lucrino, alla quale accennava lo Scoliaste, s perch intorno a quel lago fur fatte le grandi opere di Agrippa, si ancora perch parlavane Virgilio col dire che dalla sua soglia la via incominciava che menava alle onde Acherontee (. VI, 293); il che d a credere che, essendo gi scavata in tempi antichissimi solo a pi ampia ed agiata forma riducevasi da Coccejo (Scherillo, Dell'aria di Baja ec. p. 57

(1112) Plutarch. in Lucull. p. 518, ed. Francof. — Cf. Varr. De R. R. III, 17 —Plin. H. N. IX, Si. — Vell. Pat. II, 33.

(1113) Cic. Epist. Ad Div. VII, 1. Neque tamen dubito, quin tu ex illo cubiculo tuo, ex quo tabi Stabianum perforasti, et patefacisti Sejanum, per eas dies matutina tempora lectiunculis consumpseris.

(1114) La lettera fu scritta nel 698, e C. Mario era già morto nel 668, nel primo mese del suo VII Consolato. Il nipote e figlio adottivo dello stesso suo nome uccidevasi a Preneste nel 672, per non darsi vinto a Silla (Appian. I, 75, 91).

(1115) Vedi p. 140.

(1116) Di tutte le grotte Campane a lungo discorre il Sanchez (Campania sotterranea, Nap. 1833).

(1117) Ersch e Gruber, Encicl. art. PELASGER, §. 5 in fin.

(1118) Gl'interpreti di Omero spiegano in herbosum pratum le parole del poeta κατ' ἀσφοδελὸν λειμώνα (Odyss. Ω, ν. 13).

(1119) Stat. Silv. III, 1, 146. Et placidus Limon, numenque Euplaea carinis. — Cf. Pausan. I, 3. — Plin. H. N. VII, 39; XXXVI, 4, 5.

(1120) Strab. V, p. 246.

(1121) Id. ibid. p. 245.

(1122) Veggasi la mia Memoria, Della venuta de' Pelasgi in Italia ecc. nel PROGRESSO quad. XLVI.

(1123) Ersch e Gruber, Encycl. art. PELASGER, § 5 in fin.

(1124) Petron. Fragm. XIV.

(1125) Senec. Epist. LVII.

(1126) Bartol. Thermol, Aragon, P. II, p. 17 segg.

(1127) Capaccio, Hist. Neap. p. 196. — FALCO, Antich. di Nap. p. 12. — Carletti, Top. di Nap. p. 294.

(1128) Porphyr. De antro Nymph. c. 20. — Iul. Firm. De err. prof. rel. p. 76.

(1129) Plin. H. N. XXVII, 68. Eumithien, Beli gemmam sanctissimi Deorum. sibi Assyrii appellant.

(1130) Vessati i popoli, come ben riflette l’Eichhorn, dalla romana tirannide, avidamente ne abbracciarono i misteri, perche simboleggiandosi in essi la rinnovazione della natura, colla speranza di tempi migliori porgevano un sollievo alle loro miserie. Perciò li veggiamo abbracciati anche prima da' pirati della Cilicia, che distruggeva il gran Pompeo, e da' quali ne apprendevano il culto i Romani (Plutarch. In vit. Pomp. t. I,.Opp. p. 631); ma non cominciò ad adorarsi in Roma prima del regno di Trajano (Freret, Acad. des Inscr. t. XVI, p. 272 seq. — Cf. Ste Croix, Myst. du Pagan. t. 11, p. 121 seqq. e soprattutto Eichehorn, De deo Sole invicto Mythra nel t. III. Comm. Soc. Gotting. e De Hammer, Mithriaca. Paris, 1833.

(1131) Petron. Satyr. c. XVLXVII. —Cf. ib. Intpp. et Ignarra, De Pal. p. 187.

(1132) In Napoli apprendeva le lettere latine e greche, ivi scriveva le Georgiche e parte ancora dell'Eneide (Serv. ad Æn. I in princ, — Donat. in Virg. vit.)

(1133) D. Hieronym. Chron. Euseb. ad Olymp. CX, 4. — Donat. in vit. cit. Cf. Phocas, P. Virg. Mar. vit. v. 105. — Servio dice che moriva a Taranto.

(1134) Villani, Cron. di Partenoре с. 33.

(1135) A crederne il De Stefano, l'urna tuttavia sussisteva al suo tempo (De’ luoghi sacri di Nap. p. 85), e che seco la portasse in Genova il Cardinale di Mantova, scriveva l’Hercdia (Capaccio, H. N. p. 300).

(1136) Capaccio, Hist. Neap. p. 390. — Celano, Giorn. IX, t. IV, p. 287.

(1137) Stat. Silv. IV, 4, 51. — Il Cluverio (Ital. antiq, p. 1153) troppo alla lettera interpretando l'espressione di Stazio, il quale dice che scriveva sul lido ove arde il Vesuvio, situa vaio alle radici di questo monte; ed il Martorelli, il quale la torre di Falero andò ricercando sul colle di Mergellina, sostenne che il preteso sepolcro di Virgilio si appartenesse in vece a Partenope, De Th. Cat. p. 679); vane opinioni che non si sostengono alla più leggiera critica.

(1138) A queste statue ed immagini egli rendeva quasi un culto religioso, e tra' ritratti più degli altri onorava quello di Virgilio (Plin. Epist. III, 7).

(1139) Martial. Epigr. XI, 49, 50.

(1140) Id. XII, 67, 3. Octobres Maro consecravit idas.

(1141) Hesych. v. Πλαταμών—Schol. Arat. ad v. 259. — Scure. Epist. LVI. Platamona medius rivas....euripi modo dividit. Così leggono alcuni in vece di Platanona. S’ingannò molto il Martorelli che il nome di Platamone derivava da' platani che l’ombreggiavano (Fenicj p. 220).

(1142) Galen. Lex, Hippocr. v. Πλαταμών.

(1143) Strab. V, p. 224.

(1144) Pontano, De bell. Neap. VI, p. 147, ed. Grav. Capaccio, Hist. Neap. p.400. — Celano, Giornata V, p. 67.

(1145)Capaccio, Hist. Neap. p. 202. — Carletti, Top. di Nap. p. 296.

(1146) V. Ph. a Turre, De vet. mon. Antii.

(1147) Eclog. V, v. 5. Aequoreus Platamon, sacrumque Serapidis antrum — Cumfonte et Nymphis adsultavere marinis.

(1148) Plin. H. N, III, 6. Inter Pausila pum. et Neapolim Megaris. — Stat. Silv. II, 2, 80.

(1149) Pausan. in Att. c. V, e XLI.

(1150) I Fenicj ecc. p. 219. —Cf. Capaccio Hist. N. p. 377.

(1151) Hesych. v. Μέγαρα. —Cf. Mazocchi, De Ecct. Neap, p. 220.

(1152) Marcell. Com. Chron. ad a nn. 476. — tornandes, De Ren. success. c. 103. — S. Greg. Epist. III, 1; X, 19. — Eugipp. Kit. S. Severin. ap. Bolland. t. I, f. 4.

(1153) Falco, Antich. di Nap. p. 16. —Celano, Giorn. V, p. 78.

(1154) Vedi gli autori citati nella nota 1.

(1155) Collenuccio, Ist. di Nap. lib. III, p. 39. — Capaccio, Hist. Neap. p. 405.

(1156) Chiarito, Com. alla Conti, di Fed. II, p. 189. —Sabatini d’Anfora, Il vet. Cal. Nap. t. I, p. 81.

(1157) J. Diac. Hist. transl. S. Severin. III, 9 ap. Bulland. t. l, f. 1100, col. 2—UbaId. Chron. Duc. Neap. § XVII.—Cf. Chioccapelli, De Episc. Neap. f. 109.

(1158) Itin. Antonio, p. 123. —Nella Tav. Peutingerana è rappresentata con porto distinto, ma senza distanza.

(1159) A 12 stadii dalla città l’A. della vita di S. Atanasio (c. II, § 14) pone l'isola Megaride.

(1160) Liv. VIII, 22. Palaepolis fuit haud procul inde, ubi mine Neapolis sita est: duobus urbibus populus idem habitabal. Cumis erant oriundi.

(1161) Plin. III, 9, 9. Littore autem Neapolis Chalcidensium, et ipsa Parthenope a tumulo Sirenis appellata. Così leggo il passo del geografo, benché diversa sia l’interpunzione dell’Arduino, per far dire a Plinio che Neapoli fu al pari di Cuma fondata Calcidesi, cioè: Neapolis Chalcidensium et ipsa, Parthenope a tumulo, ecc. Ed una diversa interpunzione ancora fu proposta dal Pellegrino (Campania, t. I, p. 283) per far distinguere il sito delle due città, cioè che Partenope era dopo di Napoli, scrivendo: Littore autem Neapolis, Chalcidensium et ipsas Parthenope a tumulo ecc. Ma secondo la proposta lezione rimane l’una e l’altra indicazione, e però anche la descrizione del geografo.

(1162) V. p. 104.

(1163) Scym. Ch. v. 251. —Dionys. Ist. Exc. Leg. I, 739. —Liv. VIII, 22. —Vell. Pat. I, 4. —Strab. V, p. 246. —Schol. Lycophr. v. 731 seqq.

(1164) Agli Ateniesi un patrio scrittore aggiugne gli Egineti (Ignarra, De Phrat. p. 76), ch’ebbero insieme secondo Euschio il dominio del mare dopo i Rodii, e lo arguisce dai nume della Fratria degli Enonei, come appresso sarà detto.

(1165) Lutat. ap. Philargyr. ad Virg. Georg. IV, v. 564.

(1166) Vell. Pat. 1, 4. Magnopost intervallo.

(1167) Caracciolo, De sacr. Eccl. Neap. mon. p. 63. — Pellegrino, Campania p. 288.

(1168) Ignarra, De Phratriis p. 76.

(1169) Niebuhr, Hist. Rom. I, 1, p. 146.

(1170) Diod. Sic. XVI, 52, 53.

(1171) Suid. v. Κάρανος — Cf. Agatharch. ap. Hudson t. I, p. 18, 21.

(1172)Timeo, Fragm. XCIX ed. Didot. — Tzetz, ad Lycophr. v. 732.

(1173)Reinolds, Origines Neap. In MISCELL. OBSERV. t. V, p. 47 seqq.

(1174)Dionys. Hal. VII, 10 — 11.

(1175)De Miro, Epist. ad Reinolds in cit. MISCELL. OBSERV. t. X, p. 448 seqq.

(1176)Thucyd. 1, 45; VIII, 15.

(1177) Aristol. Polit. IV, 3. —Cf. Strab. X, p. 447. —Pericle faceva cessare tal preponderanza verso l'anno 416 avanti l'era volgare (Plutarch, in Pericl. § 26.)

(1178) Strab. X, p. 447. Καὶ της Ἰταλίας δέ καὶ Σικελίας πολλα χωρία Καλκιδέωνεςίν.

(1179) Raoul — Rochette, Hist. crit. des Col. grecques, t. III, p. 201.

(1180) Come favolosa dobbiam riguardare quella che adErcole attribuivano Diodoro ed Appiano secondo Tzetze (ad Licophr. v. 716), e non ha nessuna realità l'altra ammessa sulla testimonianza di Scimno di Chio, giacché la vera lezione del geografo ὁ Φωκαεῶν τ᾿Ελέα πόλις in vece di τε Νεάπολις, ο riguarda Elea presso di Posidonia (Letronne, Fragm. de Scymnus p. 75). Il geografo inoltre parla (v. 251) ancora della fondazione di Napoli per opera de' Cumani presso l'Averno.

(1181) Liv. VIII, 26. — Cf. XXXV, 16 — Cic. Pro Balbo XXIV. Ignarra, De Pal. p. 160.

(1182) Polyb. III, 91; VI, 12.

(1183) Id. 1, 20. — Liv. XXII, 32.

(1184) Zonar. VIII, 4. — Liv. XΧΙΙΙ, 1.

(1185) Cic. Pro Balb. 8. — Epist. XIII, 30. — De Leg. Agr. 11, 31. — Strab. V, p. 246; VI, p. 253 — Cf. Mazocchi, Ad Tab. Heracl. p. 489. — Ignarra, Op. cit. p. 161 seqq.

(1186) Frontin. De Col. p. 106. — Reines. Syntagm. p. 429.

(1187) Martorelli, De Th, Cat. p. 427 seqq.

(1188) Giordano ap. Lasena, Del Gìnnas, p. 69—Pellegrino, Campania p. 308. — Franchi, Diss. sulla Liburia Duc. p. 37.

(1189) Mazocchi, De Neapolit. Col. Diatr. III in fin. De Eccl. Neap. vic. p. 234, 240. — Il dottissimo scrittore l'epoca della colonia onoraria deduceva ancora dall'onore del patronato che sotto Nerva si dà a Bebio Cominio in una iscrizione riferita dal Ligorio; ma a chi non è sospetta la fede di questo epigrafista?

(1190) Ignarra, De Pal. p. 217 seqq.

(1191) Jannelli, In Perrott. Cod. Phaedr. Diss. p. CLXXXIX seqq.

(1192) Rosini, Diss. Isagog. Ad Hercul. vol. p. 100. — Cf. Jannelli, Op. cit. p. CCXXXVI.

(1193) Suct. in Tit. Vesp. c. VIII. Cf. De Laurentiis, Camp. Fel. Antiqq. P.1, p.214.

(1194) Strab. V, 246. Varro, De L. L. IV.15.

(1195) Schol. Aristoph. in Av. v. 765.

(1196) Id. ibid. v. 1669.

(1197) Dinarch. ap. Harpocrat. v. Έρκετος. — Pollux, Onom. VIII, 9, 85.

(1198) Schol. Aristoph. in Pac. v. 1183.

(1199) Id. in Av. ν. 430.

(1200) Id. in Vesp. v. 775; in Plut. v. 277.

(1201) Plat. Euthydem. p. 453. Cf. Schol. Aristoph. in Equ. v. 235. — Diod. XII, 90.

(1202) Capaccio, Hist. Neap. p. 35. — Reines. Syntagm. II, 156. — Corsin. Agonist, p.105 — Martorelli, De Th. Cal. p. 608. Ignarra, De Phratr. p. 98.

(1203) Homer. Iliad. B, 714. Εύμηλος, τὸν ὑπ᾿Αδμήτῳ τεκε δια γυναικῶν, Αλκηστις.

(1204) Strab. V, p. 221.

(1205) Stat. Sylv. IV, 8, 49. — Sil. Ital. XII, 158. — Non credo qui necessario confutare l'opinione di alcuni patrii scrittori, i quali seguendo il Calderino riferirono la denominazione di Eumeli dea Partenope figliuola di Eumelo come lo stesso Mazocchi (De Eccl. Neap. p. 140). Furono già confutati dal Martorelli (Op. cit. p. 615 — 16) e dal Silla (Fondazione di Partenope, p. 32 segg.) Altri ha creduto Eumelo lo stesso che Apollo ed Ebone: Eumelo che compose pe' Messenj il carme ad Apollo (Pausan. Messen. IV, 4).

(1206) Ignarra, De Phratriis p. 98 — 100.

(1207) Corsini, Agonist. p. 103. — Martorelli, Op. cit. p. 609. — Ignarra, De Palaestr. p. 150; De Phratr. p. 106.

(1208) Stat. loc. cit. — È anche memoria di questo tempio in una iscrizione riferita dal Capaccio (Hist. Neap. p. 57).

(1209) Herodot. VIII, 33. — Steph. Byz. ν. Αβαι. — Il tempio dedicato al nume era notabile, dice Erodoto, per le ricchezze, i tesori e la gran copia di donarii.

(1210) Aristot. ap. Strab. X, p. 445.

(1211) Strab. X, pp. 445, 447.

(1212) Ioh. Diac. Chron. Episc. Neap. in Zosim. — Chron. Vulturn, in Murat. R. 1. S. t. 1, p. 350. — Mazocchi, De Eccl. N. p. 5.

(1213) Oltre la costante tradizione, l'antica tavola del SALVATORE che nel Duomo si venera nella cappella del SAGRAMENTO, accenna all'antico culto di Apollo o del Sole, che la verità cristiana, dice il Martorelli, dedicava al divin Sole, o al SALVATORE, Perchè e preme col piede una grande immagine del Sole, ed in mano ha un libro, in cui leggesi: Ego sum lux mundi; per dare cosi a intendere ch' Egli si è la vera luce del mondo, non quella che preme col piede (Martorelli, De Th. Çal. p. 617. Cf. 1 Fenicj, p. 283).

(1214) Celano, Giorn. I, p. 48, 50, 78, 113.

(1215) Mazzarella — Farao, Delle XII Fratrie Auico — Nap. p. 51.

(1216) Macrob. Saturn. I, 18. Item Liberi patris simulacra.... barbata specie, sanili quoque, uti Graeci eius, quem Bassarea, item quem Brisea appellant, et ut in Campania Neapolitani celebrant, HEBONA Cognominantes.

(1217) Athen. XI, 8.

(1218) Eckhel, Doctr. N. V. t. I, p. 129 sqq — Avellino, Opusc. t. I, p. 81 segg.; t. III, p. 310. — Bullet. Archeol. Nap. A. I, p. 131.

(1219) Ignarra, De Pal. p. 239 seqq. Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 37 seqq. — Cf. Millingen, Consid. p. 131.

(1220) Creuzer, Rel. de l'ant. t. V, p. 516.

(1221) Pherecyd. Fragm. XLVI in FRAGM. HIST. GRAEC. ed. Didot, p. 84.

(1222) Il Capaccio (Hist. Neap. p. 185 che riferisce questo marmo, dice che vedevasi nelle case de' Santini. Leggesi anche nel Grutero (p. XXXVI, n. 5), ma senza l' ultima parola, di malagevole interpretazione.

(1223) Waser. De Nummis. — Cf. Caracciolo, De Eccl. Neap. mon. p. 66. —І Napoletani de secoli posteriori credevano che per arte magica ve lo alzasse Virgilio, e per la superstiziosa credenza, che girandovi intorni i cavalli infermi, li guarissero da' loro malori, fu disfatto per fondersene la campana della Cattedrale nel 1322 (De Stefano, De' luoghi sacri di Nap. p. 16). Ora se ne serba la sola testa nel R. Museo.

(1224) Capaccio, Hist. Neap. p. 215, 218. — Reines. Syntagm. p. 358. Martorelli, De Th. Cal. p. 712.

(1225) Stat. Silv. IV, 8, 50.

(1226) Cic. Pro Balb. c. XXIV.

(1227) Capaccio, Op. cit. p. 220. — Gruter. Thes. Inscr. p. XCVIII, n. 7. — Martorelli, Op. cit. p. 469 — 70; 619. — Palladio, Archit. t. IV, p. 8.

(1228) Il Celano (Gior. II, p. 106) con altri storici dice contro i Saracini; ma l'Assemani (Ital. Hist. Script. t. I, p. 463 — 514) ha dimostrato l'errore de' nostri scrittori.

(1229) Vedi tomo I, p. 149. — Cf. Reines. Syntag. Cl. VI, n. 37.

(1230) Capaccio, Op. cit. p. 75.

(1231) Ignarra, De Phratriis, p. 156.

(1232) Martorelli, Op. cit. p. 521. Accanto alla testa di Artemide vedesi l'ape su queste medaglie di Napoli; perciocché all'ape riforirono gli antichi l'idea della pura ed innocente nutritura de' primi uomini. La Ninfa Melissa, personificazione dell'ape, avea loro appreso secondo la favola a nudrirsi di mele, e le prime sacerdotesse, del pari dette Melisse, avevano imparato a' popoli a coltivare gli alberi fruttiferi (Mnaseas ap. Schol. Pind. Pyth. IV, 106). Or la dea di Efeso, Diana 0 Artemide, dinotò a' Greci la grande, la buona nutrice, la madre degli uomini per eccellenza, e la Luna stessa, come quella che presedeva alla produzione de' vegetabili, era pur nominata Melissa (Serv. ad Æn. 1, 434).

(1233) Strab. X, p. 448.

(1234) Herod. VII, 176. — Egli sembra del resto che il Procolo, al quale la Fratria degli Artemisii alzò la statua, debbasi coll'Ignarra (De Phrathr. p. 152 sqq.) giudicare il dottissimo grammatico da M. Aurelio creato Proconsole della Campania.

(1235) Celano, Giornata II, p. 133.

(1236) Maffei, Mus. Veron. p. 479 — Corsini, Not. graec. p. 17. — Martorelli, Op. cit. p. 638. Ignarra, Op. cit. p. 183.,

(1237) Martorelli, De Th. C. p. 641 seqq.

(1238) Ignarra, Op. cit. p. 171.

(1239) Martorelli, Op. cit. p. 644 seqq.

(1240) Fabretti, Inscr. p. 436.

(1241) Epiphan, in Ancor. n. 108. — Amm. Marcell. XIX, XIX, p. 164.

(1242) Hegesipp. ap. Eusch. H. E. IV, 8.In una iscrizione Autinoo è posto nello stesso trono degli Dei Egizii: σύνθρονος τῶν ἐν ΑἰγυπτωΘεῶν (Spanhem. Depraest. Num. p. 657).

(1243) Osann, Sylloge p. 305.

(1244) Origen. Adv. Cels. III, p. 132.

(1245) Pausan. VIII, 9.

(1246) S. Athanas, Adv. G. c. IX. — Theodoret. Orat, VII.

(1247) Tristan. Comm. hist. sur les méd. des Emp. Rom. p. 543.

(1248) Clem. Alex. Coh. ad Gent. p. 32 Sylb.

(1249) Lasena, Del Ginnas. Nap. p. 104 Celano, Giorn. IV, p. 29.

(1250) Ignarra, Op. cit. p. 201 seqq.

(1251) Fabretti, Inscr. cit. p. 456.

(1252) Bello della persona, modestissimo e di severi costumi, resisteva Eunosto, figliuolo di Elieo, alle carezze di Ocna: di pretesa violenza accusavalo l'impudica a' propri fratelli, ed il giovanetto moriva per le loro mani, Poiché Elieo imprigionava gli uccisori, Ocna disvelava la calunnia; e mandati in esiglio gli autori del misfatto, precipitavasi da uno scoglio. Un tempio era perciò eretto ad Eunosto e consecrato un boschetto, dal quale severamente tenevansi lontane le donne (Myrtis ap. Plutarch. Ελλην. XL).

(1253) Virg. Æn. I, 535. — Manil. Astronom. V, 58. Maximus Orion, magnumque amplexus Olympum.

(1254) Questo simulacro in bassorilievo fu scoperto nel sito stesso dove ora si vede, nel muro dell'antico sedile de' Patrizii di Porto. È detto dal volgo Niccolò Pesce, il quale fu in vece un celebre nuotatore a' tempi di Federico di Aragona (Kircher, Mund. subterr. t. I, p. 98). Iviera forse ancora il suo tempio, ed a crederne il Capaccio (Hist. Neap. p. 227), in memoria del trovamento di tal simulacro solevano i Napolitani nella notte della natività del Signore ardere una barca.

(1255) Pausan. IX, 20, 3. — Nella Beozia ebbe origine la favola di Orione: la tradizione di quelli che lo volevano nato nell'Eubea (Strab. X, p. 446), tradizione seguita dal Martorelli (Gli Euboici ecc. p. 351), non ha altro fondamento che l'analogia del nome tra Orione ed Oreo, una delle città dell'isola.

(1256) Hesych. v. Ληναιος.

(1257) Thes. Inscr. p. CXXV. — Il Capaccio (Hist. Neap. p. 238) ne riferì molto scorrettamente sol poche linee,ma intero si legge nell'opera del Martorelli (De Th.Cal. p. 625).

(1258) Mazocchi, De Eccl. Neap. p. 140. — Martorelli, Op. cit. p. 629.

(1259) Pausau. Att. I, 29. — Ignarra, Op. cit. p. 138.

(1260) Pind. Pyth. Od. IX, 112.

(1261) Neumann, Numi vet. ined. p. 111.

(1262) Martorelli, Op. cit. p. 632.

(1263) Ignarra, Op. cit. p. 171.

(1264) Dionys. Hal. Antiq. R. II, 2. — Cf. Ignarra, Op. cit. p. 172.

(1265) Hullmann, Sur la prem, organ. de la societé romaine ap. Niebuhr, Hist. Rom. t. IV, p. 83.

(1266) Hist, Neap. p. 900.

(1267) Mazocchi, De Eccl. Neap. p. 140, col. 2.

(1268) Grande, Orig. de' cognomi, p. 27.

(1269) De Theca calam. p. 653. Cf. Delle ant. colon. venute in Napoli, t. 1, p. 279.

(1270) Iguarra, Op. cit. p. 178.

(1271) Reines. Syntagm. p. 203. — Il Grande (Op. cit. p. 27) è del medesimo avviso.

(1272) Capaccio, Hist. Neap. p. 237. Gruter. Thes. p. CXII, n. 8. — Cf. Reines. Syntagm. CI. VI, n. 37. — Wandale De Fratriis, etc. p. 728.

(1273) Mazocchi, De Cathedr. Neap. p. 140 (nota). Martorelli, Op. cit. p. 672. — Ignarra, Op. cit. p. 94. — Mazzarella — Farao, Delle XII Fratr. e Attico — Nap. p. 144.

(1274) Avellino, Bullett. archeol. p. 22 — 24.

(1275) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 385.

(1276) Pauvin. De Urbe Romae p. 496.

(1277) Comechè questa iscrizione leggevasi nel tempietto edificato dal Pontano (Manut. Ortogr. Rat. p. 453), non sembrami di Napoli, perchè la colonia, o il nome di colonia non vi si suppone che dopo i tempi di Tito.

(1278) Quest'ara riferita dal Capaccio (Hist. Neap. p. 243) e dal Grutero (Cl. I, n. 21), vedevasi tra le molte iscrizioni raccolte dal Mazza nella sua villa di Posilipo.

(1279) Reines. Syntag. p. 232. — Holsten. Ad Steph. Byz. p. 276. — Di Giove Sabazio parla Arnobio (De err. prof. rel. c. XI), ed Esichio la voce Σαβάζειν spiega per ευαζειν, βακχεύειν.

(1280) Mazocchi, De love Fiazzo Diss. in OPUSC. t. II, p. 33 sqq.

(1281) Caracciolo, De Sacr. Eccl. Neap. mon. p. 293. — Incostante con se stesso questo scrittore, aveva già detto (Op. cit. p. 156) che sorgesse nel sito del Duomo, dove è noto che fu quello di Apollo.

(1282) Giornata I, p. 159.

(1283) Braun. Civit. Orb. Terrae lib. V, Praef. p. 11. — Caracciolo, Op. cit. p. 293.— Cf. Assemani, Op. cit. a p. 215, n. 5.

(1284) Caracciolo, Op. cit. p. 293.

(1285) Mazzarella Farao, Delle Fratrie Attico — Nap. p. 53.

(1286) S. Greg. Epist. II, 97.

(1287) Tutini, Origine de Seggi p. 21. Questa edicola è oggi cambiata nella cappella di S. Eligio de' Chiavettieri.

(1288) Capaccio, Hist. Neap. p. 900. — Il Martorelli, (De Th. Cal. p. 635) dopo la parola ΤΙΜΗΤΙΚΩΝ nella terza linea suppli ΑΓΩΝΩΝ, e l'onoraria dignità di Quinquennale conferita a Seleuco, intese di Prefettura degli onorevoli certami quinquennali, del che fu censurato dall'Ignarra (De Phratr. p. 180).

(1289) Vedi p. 222.

(1290) Rasche, Lex. Numm. v. NEAPOLIS. — Eckhel, Num. Vet. Syll. I, p. 1. — Mionnet, Descr. t. 1, p. 115 sqq. — Avellino, Ital. Vet. Num. p. 34 sqq. Opusc. t. II, p. 41 52. — MUS. BORB. t. II, tav. XLVIII. — Millingen, Consid. p. 129 sqq. — Non sono di certa fede quelle che riferisce il Capaccio (Hist. Neap. p. 191, 299, 213) colle leggende TTX, e XAPI, e perciò attribuite alla Fortuna, e ad una delle Grazie.

(1291) La recente scoperta de' tori colossali antropocefali in uno de' sotterranei palagi di Ninive dimostra l'origine asiatica di tale rappresentazione mitica, e tra le abbreviate leggende che sotto il bue a volto umano si veggono sulle medaglie di Napoli, notabile è quella segnata ΙΣ, ch' escluderei da' nomi de' magistrati, perchè vedesi anche sulle simili monete di Compulteria. Né a Diana, ma a nome del pari di magistrato, si riferiscono le leggende ART, O ARTEΜΙΣ, a giudizio di dotti nummologi.

(1292) Strab. XIV, p. 652.

(1293) Dionys. Perieg. v. 358 σταχύων βεβριθός ἀμάλλαις.

(1294) Scyl. Peripl. §VIII. — Theophr. Hist. Plant. V, 9. Plin. H. N. XV, 29.

(1295) Strab. V, p. 246.

(1296) Plin. H. N. III, 9, 9. Steph. Byz. ν. Νέαπολις.

(1297) Suid. ν. Νέαπολις. — Capaccio, Hist. Neap. p. 39.

(1298) Lycophr. Alexandr. v. 719.

(1299) Dionys. Perieg. v. 357, et ibid. Eustath. — Lutat. ap. Philargyr. ad Georg. IV, 564.

(1300) Stat. Silv. V, 3, v. 104.

(1301) Celano, Giorn. I, p. 192.

(1302) Capaccio, Hist. Neap. p. 230. — Ricorda il Celano i vestigi di questo tempio, scoverti nel cavarsi le fondamenta del Belvedere del monistero di S. Gaudioso, tra' quali molti capitelli e colonne scanalate di bianco marmo si rinvennero, nonché un'urna di marmo africano sostenuta da colonnette.

(1303) Sanclementi, t I, p. 123 seqq. Avellino, Bullett. Archeol. Nap. A. I, p. 40.

(1304) Stat. Silv. III, 5, 91. Et geminam molem nudi tectique theatri. — Cf. v. 13.

(1305) Sucton. in Ner. c. XX. — Tacito dice (Annal. XV, 33), che cadesse il teatro finito lo spettacolo; ma più fede merita Seneca, autore contemporaneo.

(1306) Pontan. De bell. Neap. VI, p. 147 Grav. — Cf. Celano, Giorn. II, p. 55.

(1307) Lasena, Dell'ant. Ginnas. Nap. p. 81. Cf. Ignarra, De Pal. p. 120, nota 13.

(1308) Senec. Epist. LXXVI, 3. Praeter ipsum theatrum Neapolitanum, ut scis, transeundum est Metronactis petentibus domum.

(1309) De Laurentiis, Camp. Fel. Antiqq. t. I, p. 210.

(1310) Celano, Giorn. II, p. 79. — La detta lapida che leggesi anche nel Grutero (Thes. p. CCCLV, 1), è diversa da quella riferita dal Capaccio (Hist. Neap. p. 98), e che si appartenne piuttosto a Puteoli, dove in fatti una iscrizione ricorda la Basilica Aug. Anniana.

(1311) Della Porta Mss. ap. Celano, Giorn. 11, p. 81.

(1312) Summonte, Ist. di Nap. t. II, p. 206.

(1313) Strab. V, p. 246. Cf. Dio Crisost. in Melancoma.

(1314) Pausan. Acaic. c. XXVII.

(1315) Lasena, Dell'ant. Ginnas. p. 179. — Celano, Giorn. III, p. 227 segg.

(1316) Giordano ap. Lasena, Op. cit. p. 181. — Cf. Mazocchi, De Camp. Amphit. p. 158.

(1317) È riferita dal Capaccio (Hist. Nap. p. 263), il quale dice di averla letta; ma sembrami di altra città vicina, e forse di Puteoli. Dicasi lo stesso dell'altra, ad dotta anche dal Capaccio (p. 264), e comentata dal Gervasio (Ant. Iscr. di Nap. p. 2.).

(1318) Seneca, Quaest. Nat. VI, 1.

(1319) Mazocchi, De Eccl. Neap. p. 235.— Martorelli, De Th. Cal. p. 536. — Ignarra, De Pal. p. 109.

(1320) Eugenio, Napoli sacra p. 426.

(1321) G. Minervino, L'antica lapida napoletana di Tettia Casta a miglior lezione ridotta ed illustrata. Nap. 1845. — Cf. Cav. Avellino, Opusc. t. II, p. 300. — T. Avellino, Bull. Arch. Nap. n. LVII, p. 37.

(1322) Lycophr Alexandr. v. 732. Πλω τήρςι λαμπαδούχου ἐντυνεῖ δρόμου. – Cf. Timaei Fragm. 99 ed. Müller.

(1323) Themist. Orat. XII. — Vana è perciò l'opinione del Van — Dale approvata dal Martorelli (Op. cit. p. 416), che la testimonianza di Stazio (Sil. IV, 8, 50 — 51) abbiasi a riferire a' sacri ministri della dea.

(1324) Herodot. VIII, 98 — Schol. Aristoph. in Ran. 1087. — Pausan. in Att. c. 30. — Istri Fragm. 3, 4 in FRAGM. HIST. GR. ed. Müller F. 418. — Higyn. De Astr. II, 15. — Auct. ad Herenn. IV, 46 — Veggasi pel dippiù Corsini, Fasti Att. t. II, p. 346.

(1325) Il Fabri (Agonist. 1,3,26) dimostra che ne' certami musici avevano parte anche i poeti, e lo stesso vuol provare ne' giuochi romani quinquennali da quelli di Napoli imitati da' Romani, come osserva il Lipsio (Ad Tacit. Ant. al. XIV).

(1326) Strab. V, p. 246. Πεντετηρικὸς ἱερός ἀγών..... ἐνάμιλλος τοῖς ἐπιφανεστάτοις τῶν κατὰ τὴν Ελλάδα.

(1327) Silv. III, 5, 92 — Cf. Vell. Pat. II, 123, — Dio Cass. LVI, 29.

(1328) Sucton. in Aug. c. XCVIII.

(1329) Vedi p. 212.

(1330) Capaccio, Hist. cit. p. 251.

(1331) Id. ibid. p. 251. — Reines. Syntag. p. 368. — Spon, Miscell. erud. antiq. p. 363.

(1332) Vedi l'iscrizione ap. 212.

(1333) Ignarra, De Pal. p. 174. Consisteva il giuoco degli Apobati nel salire da una delle ruote nel cocchio, e discenderne egualmente senza pericolo, correndo i cavalli. Questo certame era ad un tempo equestre e pedestre, perchè disceso dal cocchio l'Apobata doveva correndo raggiugnerlo, per ripetere il suo giuoco (Etym. Μ. ν. Αποβατικός).

(1334) Vedi lin. 6. — Cf. Beckh, Corp. inscr. gr. n. 353, 2222.

(1335) Grutero pp. МХХVН, 5; ССССXXVII, 11. Cf. Minervini, Diss. cit. p. 52, 54.

(1336) Strab. VIII, p. 385.

(1337) Vedi l'iscrizione alla p. 222.

(1338) Gruter. Thes. p. CCCCXXVII, 11.

(1339) Suid. ν. Φρατρία.

(1340) In Nub. Cf. ibid. Schol. passim.

(1341) Vedi l'iscrizione alla p. 214.

(1342) Cosi avvisavasi il Reinesio (Syntag. р. ССII), col quale convenendo il Martorelli (De Th. Cal. p. 655) per Prefetto del porto intendeva il Naucelarca. Il Grutero ancora nelle sue note e correzioni avverte che in vece di ΛΑΪΚΕΣΑΡΧΗΣΑΣ leggevasi nel marmo NATKELAΡΧΗΣΑΣ. Μa che lo avesse con ogni diligenza trascritto il Capaccio, come egli stesso afferma, può esserne una pruova l'interpretazione del Giordano, il quale l'ignota voce spiegava Albae factionis princeps, credendo che si riferisse agli aurigarii del Circo e dell'Ippodromo (Capece, Opusc. t. 1, p. 70, nota 12). Non si può avere alcun conto della interpretazione del Muratori (Thes. p. XCVII, n. 1), il quale traduceva Leucadis Praefectum; e senza ripetere quella dell'Ignarra già riferita (p. 222), per compiere la rassegna di tutte le interpretazioni della mal nota voce, dico che il Tutini (Orig. de' Seggi p. 242) traducevala per Tribuno della plebe, ed il ch. Avellino ha spiegato i Laucelarchi per sacerdoti di Cerere, iniziati ne misteri di questa dea (De' lavori della R. Acc. Ercol. pel 1845, p. 7).

(1343) A tale riunione alludeva forse Solino,comechè la sua testimonianza si riferisce solo al nome di Napoli che Augusto, egli dice, volle che si preferisse a quello di Palepoli.

(1344) Procop. Debell. Goth. 1, 8. — Quasi di due miglia è, come diremo, il perimetro di Pompei, e quello di Napoli non oltrepassava i 2363 passi quando fu fatto misurare da Ruggiero (Falco Benev. Chron. ad ann. 1140), anche dopo le successive ampliazioni sotto gl'Imperatori Bizantini.

(1345) Villani, Cron. di Partenope C. LXXII,

(1346) Procop. Debell. Goth. III, 8.

(1347) Pontan. Debell. Neap. VI in fin.

(1348) Villani, Cron. di Partenope c. XIII. — Cf. Tutini, Orig. de' Seggi, p. 8.

(1349) Plin. H. N. XXXVI, 31, 1. Graeci elapideduro, aut silice aequato construunt veluti lateritios parietes. Quum itafecerint, isodomon vocant,

(1350) Queste due porte furono come le altre nelle successive ampliazioni della città, l'una trasferita presso Castel Capuano, l'altra prima sotto il quadrivio di Forcella, e dopo più oltre da Ferrante I dove ora si vede, e fu, come ne' tempi antichi detta Nolana, perché la strada uscivane che conduce a Nola (Summonte, Ist. di Nap. t. I, p. 45 seg. — Cf. Giordano ap. Tutini p. 4.5.

(1351) Vedi anche il Discorso del Lettieri.

(1352) Summonte, Ist. di Nap. t. I, p. 60、

(1353) Pontan. De Bell. Neap. VI in fin.

(1354) Spon, Miscell, erud. antiq p. 168. —Tillemont, Hist. des Emp. t. IV, p. 403.

(1355) Capaccio, Hist. Neap. p. 14. — Pratilli, De Consolari p. 115.

(1356) Ignarra, De Phratr. p. 216.

(1357) Panvin. Fasti Rom. p. 407. — Gruter. Inscr. p. CCCCXXX.

(1358) Tutini, Op. cit. p. 18 seg. — Celano, Giornata I, p. 175.

(1359) Tutini, Op. cit. p. 21.

(1360) Epist. II, 59. Rustica.... in civitate Neapolitana... in regione Herculensi, in vico, qui Lampadiusdicitur, monasterium ancillarum Deoconstituit.

(1361) Sucton. in Neron. c. XX. Captus autem modulatis Alexandrinorum laudationibus, qui de novo commeatu Neapolim confluxerant, plures Alexandria evocavit.

(1362) Tutini, Op. cit. p. 28.

(1363) Martorelli, De Th. Cal. p. 644.

(1364) Satyr. cap. XLIV. Sed memini Safinium: tunc habitabat ad Arcum veterem. Cf. Iguarra, De Pal. p. 191.

(1365) Capaccio, Hist. Neap. p. 97 seqq.

(1366) Varro ap. Non. Marcell. c. 3. — Аpollon. Heroph. ap. Athen. XV, 15, Plin. H. N. XIII, 1.

(1367)Strab. V, p. 246. Cic. ProR. Post.

(1368)Sil. Ital. XII, 31 seq. Nunc molles urbi ritus, atque hospita Musis Otia, et exemplum curis gravioribus aevum. Cf. Ovid. Met, XV, 712. Horat. Epod. V, 43. Cic. Pro P. Sull. c. V.

(1369)Cic. Pro Arch. I, 3.

(1370)Stat, Silv. III, 5, 78.

(1371)Philostr. Icon. proem. Dio Chrys. Orat. XXVIII. A. Gell. IX, 15.

(1372)Stat. Silv. V, 3, 176.

(1373)Philostr. loc, cit.

(1374)Petron, Satyr. V, 11 12, Strab. I, p. 29.

(1375)Petron, Satyr. LIX. Su gli Omeristi citaredi di altre citt greche vedi Ateneo XIV, 7.

(1376) Plin. H. N. XXV, 40, 22.

(1377) Petr on. Satyr. LXXIII. —. Plin. H. N. XXIII, 7.

(1378) Colameli. De cultu hort. 134. — Virg. Georg. IV, 564.

(1379) Donat. in Virg. Vit. II.

(1380) Senec. Epist. XCIII— Athen. XIII, p. 377.

(1381) Celano, Giorn, IV, p. 62.

(1382) Non per le ricchezze, ma pel sicuro porto, Annibale bramava occuparla (Sil. Ital. XII, 28 seq.).

(1383)Celano, Giorgi, IV, p. 38,

(1384)Id. Giovi, IV, p. 39. Giustiniani, Di. geogr. I. V, p, 203.

(1385)Le cagioni stesse, e la grande tempesta del 1343 con tanta vivezza descritta dal Petrarca (Epist. V, 5) riempirono questo secondo porto, dopo del quale laltro si costrusse, che per la minore ampiezza de' pi antichi fu detto Molo piccolo, e nelle vecchie carte Marocino (Tutini, . cit p. 8, 9. Carletti, Top, d Nap. p. 73).

(1386)Procop. Debello Goth. I,8, 9.

(1387)Strab. V, p. 246.

(1388)Celano, Giorn.V, p. 97Maranta ap. Capaccio ist. Nap p. 02

(1389)Stat. Sil. II, 2, 83 sqq. Cf. Capaccio, ist. cit. p. 283.

(1390)Scoperta nel seminario arcivescovile di Napoli, dalle schede del Mazocchi la raccolse il Gervasio Iscr. di ap, p. 6

(1391)Martorelli, De Th. Cat. p.

(1392)Ignarra, De Phratr, p. 126.

(1393)Ignarra, Da Phratr, p. 124.

(1394)Parla il Celano di questo sepolcro Giornata VII, (p. 14), ma molto erronea la lezione dell'epigramma, il quale come fu letto dal Mazocchi riferito dall'Ignarra (Op. cit. p. 18, nota 3).

(1395) Celano, Giornata VII, p. 140 — 41.

(1396) Giustiniani, Di un sepolcreto grecorom. p. 49 segg.

(1397) Questa voce non è più antica de' primi secoli dei medio evo, derivata da κατὰ presso, eχύμβη nave, con che si cominciò a dinotare in Roma prima la contrada del Circo di Massenzio, nel quale si facevano le naumachie, o le finte battaglie navali, poi le sepolture de' sotterranei presso la basilica di S. Sebastiano, o il Cimitero di S. Callisto (Mazocchi, Kal. Neap. t. III, p. 898 seqq. Roestell, Roms Catacomben p. 374, 75. — R. Rochette, Tableau des Catacombes de Rome p. 101 seq. ed. Bruxelles.

(1398) De Barante, Melanges t. III, p. 60.

(1399) De Jorio, Guida per le Catacombe p. 29.

(1400) Quelle della Sanità, di S. Severo, di S. Maria della Vita, di S. Efrem vecchio e di Poggio Reale.

(1401) Capaccio, Hist. Neap. p. 425. — Celano, Giorn, VII, p. 130 segg. — Pelliccia, Diss, cit, p. 23, 35, 69, 158,

(1402) Per altri importanti particolari che non sono del mio subbietto veggansi le citate opere del Pelliccia e del De Jorio.

(1403) Joh. Diac. Chron. Episc. Neap. XIV. Cf. Lucignani, In marm. Puteolis effoss. Comm. p. 116 seq.

(1404) Caracciolo, De sacr. Eccl. Neap. mon. p. 244.

(1405) Sanchez, Campania sotterranea p. 471.

(1406) Fusco, Dichiar, di alcune iscr. delle Catacombe p. 7 seg.

(1407) Cic. Pro Cluent. c. 3. Asinius autem.... in arenarias quasdam extra portam Exquilinam perductus occiditur. Cf. Varro, De R. R. 1, 2. — Sucton. In Ner. XLVIII. — Vitruv. De Arch. 11, 4.

(1408) Thucyd. VII, 86. — Diodor. Sic. XIII, 32. — Plutarch. in Nic. p. 541 F. Cf. Bonanni, L'ant, Siracusa p. 96.

(1409) Herodot. III, 19; IV, 183. — Strab. XVI, p. 1113. — Mela, De sit. Orb. 1, 4.

(1410) Æschyl. Prometh. v. 452 — 53, κατώριχεςδἔναῖον ὥστ'ἀησυροι μύρμηκες ἄν. τρων ἐν μυχοις ἀνηλίοις. –Plin. H. N. VII, 57. Antea specus erantprodomibus. Lucret. V, 951. Nemora atque cavos menteis sylvasque colebant. — Cf. Juven. Sat. VI, in princ. — Vitruv. De Arch. II, 1.

(1411) Ephor. ap. Strab. V, p. 244. — Cf. Pelliccia, Diss. de Coemeterio p. 18 seqq.

(1412) Per questi sepolcri vedi i Ragionamenti dell'Orioli.

(1413) De Jorio, Op. cit. p. 58.

(1414) Müller, Orchom. p. 145. — Bode, De Carm. Orph. aet. p. 113 sqq.

(1415) Parlando Strabone (V, p. 239) di questa città, dice chiaramente che il suolo erane tutto perforato da strade sotterranee, le quali discendevano sino alla pianura, e servivano in parte come acquidotti, in parte per le uscite segrete (ταῖς μέν υδρείας χάριν, ταῖς δ'εξοδων λαθραίων), e giova ricordare collo stesso geografo che Preneste come la vicina città di Tiburi fu di origine greca, che il Niebuhr intende per pelasgica. Le stesse catacombe di Roma non sono limitate alle sole mura della città, ma giungono sino a Palestrina ed al mare, nell'antico Lazio e nell'Etruria (Doni, De restit. salubr. agri Rom.)

(1416) Ignarra, De Phratr. p. 130. — Fab. Giord. ap. Pelliccia, Diss. De Coemeterio p. 34, 190. — Giustiniani, Mem. cit. p. 98.

(1417) Capaccio, Hist. Neap. p. 44. — Reines. Syntagm. p. 824. — Nella versione letterale ho seguito le correzioni di questo dotto epigrafista.

(1418) Falco, Antich, di Nap. p. 17. — Саpaccio, Hist. Neap. p. 420.

(1419) Carletti, Top. di Nap. p. 319.

(1420) Con meno di verosimiglianza il Carletti (Op. cit. p. 307) avvisavasi che pigliasse il nome da' molti Falli ermici, posti sul vertice del monte per segni terminali tra l'agro di Napoli e quello di Pozzuoli.

(1421) Liv. XXXV, 50.

(1422) Virg. Æn. VIII, 138. — Pausan. Arcad. c. XVII.

(1423) Dionys. Perieg.v. 347. 347. φύλαΠελασγῶν, ῶν Οἱ ποτε Κυλλήνηθεν ἐφ᾿ Εσπερίην αναβάντες.

(1424) Herodot. II, 51. Artemidoro (Ονειροκρ. 1, 47) parla egualmente di Mercurio Cillenio col fallo eretto.

(1425) Martorelli, I Fenicj ecc. p. 199.

(1426) Galen. ap. Athen. I, 24.

(1427) Lycophr. Alexandr. v. 717. Steph.Byz. ν. Φάληρον.

(1428) Id. v. 1209, 1273.

(1429) Plin. H. N. III, 9, 9. Parthenope a tumulo Sirenis appellata. — Solin. II. Parthenope a Parthenopae Sirenis sepulcro.

(1430) Plin. H. N. III,9, 10. Surrentum, cum promontorio Minervae, Sirenum quondam sedes. — Mela II, 4. Petrae, quas Sirenes abitavere, Minervae promontorium.

(1431) Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 358.

(1432) Dionys. Hal. I, 12.

(1433) Ignarra, De Phratr. p. 80 — 81.

(1434) Per tutte queste città vedi Philocor. Fragm. XI. — Rhianus ap. Steph. Byz. ν. Φάληρου et Φαλόρη. — Liv. XXXV, 43. — Steph. Byz. ν. Φάλαρα. — Dionys. Hal. I, 12. Filocoro sopratutto annovera Falero tra le XII città primitive dell'Attica popolata da' Pelasgi (Strab. IX, p. 397) e Dionigi dice che Falerio, come che abitata da' Romani, serbava nondimeno certe piccole scintille dell'origine pelasgica: μικρὰ ἄττα ζώπιρα του Πελασγικου γένους. Cf. p. 39, nota 7 di questo volume.

(1435) Strab. X, pp. 450, 459. — Questa medesima città è detta Παλαιρεύς da Tucidide (II, 30), denominazioni identiche, perchè l'isola di Paro si disse anche Faro.

(1436) Tale etimologia non può stare per tutte le città di Falero, alcune delle quali furono mediterranee.

(1437) Apollon. Arg. I, 96. — Proxen. ap. Schol. ibid.

(1438) Prima di questi scrittori Tzetzc (Ad Lycophr. v. 717) affermava contro la cronologia che la città di Falera fondasse Falaride, tiranno di Agrigento.

(1439) Strab. I, p. 21.

(1440) Timaeus ap. Diod. Sic. IV, 56.

(1441) Pellegrino, Campania p. 298, 758.

(1442) Silla, Fond. di Partenope p. 60 segg.

(1443) Homer. Odyss. I, 181 sqq.

(1444) Id. ibid. XV, 427 sqq.

(1445) Id. ibid. XV, 403 sqq — Cf. Brzoska, De Geogr. mythica, p. 8.

(1446) Gargiuli, Le Sirene C. II, nota 7. — Poiché colla voce τελετή esprimevasi insieme l'iniziazione e la morte, ed i misteri erano morte mistica (Temist. ap. Stob. Serm. CCLXXIV, p. 884), spiegò questo scrittore l’origine della favola che a vera morte ne andassero coloro che si accostavano alla dimora delle Sirene.

(1447) Polemo ap. Lyd. De Magistr. IV, 46.

(1448) Vico, Scienza Nuova § CII.

(1449) In questa opinione convengono il Martorelli e il De Attellis; se non che il primo deriva il nome di Partenope da Parthenop. cioè clima beato, fertile, felice (Ant. Col. di Nap. Li, p. 149), e l'altro da Parten — Ops, ossia Fruttifera Opi (Civilizz. de' Barbari d'Italia t. II, p. 451).

(1450) Euseb. Chron, p. 321, 324 ed. Maii.

(1451) Strab. XIV, p. 654. —Cf. Steph. Byz. v. Παρθενόπη.

(1452) Apollod. 1, 3, 4. —Higyn. Fab. 125. — Serv. ad Æn. V, 864.

(1453) Homer. Odyss. M. 39 sqq.

(1454) Loesches, in parva Iliad. — Pseudo Orph. Argon, v. 1277 sqq. —Apollon. Rh. Argon. IV, 892 sqq. —Virg. Æn. V, 864.

(1455)(1) Serv. ad Æn. V, 864. — Secondo questa interpretazione, anche Luciano (XXXIII, 2) come donna impudica considerava Partenope. Cf. Dorion, De Pisc. ap. Nat. Com. p. 751.

(1456) Cic. De Fin. V, 18.

(1457) Ovid. Met. V, 552 sqq. — Plin. H. Ν. Χ, 49.

(1458) Archipp. Depisc. ap. Nat. Com. p. 751.

(1459) Sophocl. ap. Plutarch. Sympos. IX, 14, 6. Cf. Lobeck ad Ajac. р. 342.

(1460) Phanocl. ap. Stob. Serm. LXII, p. 399. — Varro ap. Fest. v. Orcum. — Cf. Meineke ad Euphor. Fragm. p. 122.

(1461) Euripid. Helen. Act. I, v. 166 — 179.

(1462) Plat. Cratil. p. 403. — De Rep. X, subfin. — Cf. Procl. in Tim. p. 239. Creuzer, Ægyptiaca p. 246 — 352.

(1463) R. Rochette, Journal des Savans 1836, p. 587.

(1464) Pausan. IX, 29, 2. — Cf. Heyne, De Musis in Opusc. Acad. t. II, p. 307.

(1465) Inst. Archeol. t. I, tav. XLVI. — Annali t. IV, p. 333 — 35. — Micali, Monum. tav. XCIV.

(1466) Eraclid. Allegor. Homer. p. 211 Schow. — Cic. De Fin. V, 18. Sext. Empir. Adv. Gramm. I, 1.

(1467) Ecco ciò che ne dice ii Durrimecnoun, una delle opere più stimate da' Turchi in istoria naturale e favolosa: Quest'uccello è femmina, con seno e testa di donna; parla con gli uomini, ma il suo corpo è di uccello (De Hammer, Rouleau ae papiro. trouvè en Egypte expliquè, p. 2, nota 1.

(1468) Levit. XI, v. 16. — Deuteronom. XIV, 15.

(1469) Iob. XXX, 29. Αδελφος γέγοναΣειρήνῶν. — Michaea 1, 8. Ποιήσεται κοπετόν ὡς δρακόντων, καὶ πενθος ὡς θυγατέρων Σειρήνων νων. — Isaia XXXIV, 13. Καὶ ἔσται επαύλειςΣειρήνων. — Cf. Jannelli, Tent. Herm. In Hierograph, crypt. p. 58.

(1470) Il Capaccio (Hist. Neap. p. 30) si oppone a coloro che trasportarono la Sirena Partenope dall'immagine espressa sullo scudo di Partenopeo, uno de' sette Eroi che pugnarono a Tebe, e sostiene che fu anzi una Sfinge; ma egli non vide la identità de' due esseri favolosi sostenuta da altri scrittori, e la Sfinge appunto ha perciò relazione col nome del detto eroe.

(1471) Anthol. Palat. XI, 96 —Myth. Vat. I, III. —Eudoc. Violar. p. 81 ed. Villoison. —Tzetze ad Lycophr. v. 653. — Dietro il tempio di Artemide Stinfalia si vedevano, dice Pausania (VIII, 22, 5) delle statue rappresentanti giovani donzelle con gambe di uccelli, come le Sirene si effigiavano su' monumenti.

(1472) Strab. XIV, p. 654.

(1473) Pausati. Boeot. in princ.

(1474) Clinton, fasti Hellenici,

(1475) Herodot. VII, 153—Thucyd. VI, 4.

(1476) Euseb. Chron, p. 330 ed, Maii. — Chron. Par. Epoch. XXI.

(1477) Dionys. Hal. Fragm. lib. XV, 4 — 7. — Liv. VIII, 22, — Ricorda Livio i soli Palepolitani come nemici de' Romani; Dionigi per contrario i Napoletani: ma poiché gli uni e gli altri, comechè divisi in due città, formavano un solo popolo, e il greco storico parla de' due partiti che discordavano quanto alla guerra, sono certo da intendere i Palepolitani in coloro che amarono meglio la guerra e l'alleanza co' Sanniti.

(1478)Liv. VIII, 23, 20, 26 Fasti Capitol. ad an. 42.

(1479)A. Leone, e Nola cap. 6. Cf. Capaccio, is. Neap. p. 46.

(1480)Cluver. Ital. antiq. p. 1153.—Cf. Pellegrino, Campania p. 305.

(1481) Stat. Silv. I, 2, 263. Pulchra tumeat Sebethos alumna. — Columella, De R. R. X, v. 134. Doctaque Parthenope Sebethide roscida lympha.

(1482) Virg. Æn. VII, 735. Anche Vibio Sequestre nel suo catalogo de' fiumi scrive: Sebethos Neapolis in Campania.

(1483) Il Summonte (Ist. di Nap. t. I, p. 238) anche si oppose a tale opinione.

(1484) Lettieri, Relazione ecc. in Giustiniani Diz. Geograf. t. VI, p. 399. — Sanfelice, Campania p. 19.

(1485) Carletti, Top. di Nap. p. 68.

(1486) Giornata IV, p. 115.

(1487)(1) Cron. di Parten. I. 17. — Il De Falco (Antich. du Nap. p. 17) conobbe l’origine del fiumicello nella sola grotta della Preziosa, antico e fertile podere de' monaci di S. Severino.

(1488) Vib. Sequ. De Mont. Besbius, Cam. Paniae, fluvium emittens.

(1489) Anastas, De Munif. Constantin, ap. Bin. t. I Condì P. I, p. 216. Fecit etformam aquaeductus per milliaria octo.

(1490) Vitruv. De Archit. VIII, 7. —Frontin. De Aquaed. XVII, XXXVI.

(1491) Capaccio, Hist. Neap. p. 339.

(1492) Monticelli, Sull’origine delle acque del Sebeto p. 16 segg.

(1493) Sannazzaro, Arcadia prosa XII.

(1494) Steub, Die Urbewohner Rätiens p. 25.

(1495) Capaccio, Hist. Neap. p, 439. — Gruter. Inscr. p. XCIV, n. 9. —Penso il De Falco (Op. cit. p. 19), che il detto tempio fosse eretto nel sito della cappella della Maddalena.

(1496) Chiarito, Comm. sulla Cost. di Fed. II, p. 149, nota 5.—Giustiniani, FIUMI, Laghi ecc. t. III, p. 157.

(1497) Dopo quattro anni di fatiche ne presentò la relazione al Vicerè Toledo nel 1560, il quale pensava di restaurarlo; ma la grande spesa faceva desisterlo dal nobile divisamento.

(1498) Se di fatto passava per quel podere, tal circostanza sarebbe favorevole all'opinione del Lettieri, il quale diceva le acque del Sebeto derivate da quelle del Sabato.

(1499) Il Lettieri dice ancora che da una parte sopra archi sul mare diramavasi a fida, e dall’altra rivolgevasi verso il monte che si eleva presto il lago di Agnano —, ma non io se siano esatte tali indicazioni, perché i piloni del porto dell’isola confondeva forse con gli archi dell'acquidoso, e non li ha notizie certe di piscine costrutte sopra del lago.

(1500) De bello Neap. VI in fin.

(1501) Tab. Peutinger. XXVI, ed. Fortia d’Urban.

(1502) Diomed. III, 437. — Polyb.. ap. Steph. Byz. v. Α΄τέλλα. — Val. Max. II, 4. Atellani autem ab Oscis acciti sunt.

(1503) Capaccio, Hist. Neap. p. 825. De Muro, Ric. sull'orig. ecc. di Atella p. 33.

(1504) Vedi pag. 20.

(1505) Liv. IX, 28. — Cf. Pellegrino, Campania p. 697. — De Muro, Op. cit. p. 53, nota (1).

(1506) Strab. V. p. 249.

(1507) Liv. XXII, 61. — Per eccesso di timore che fece dimenticarle l'equità, dice Silio Italico XI, 15. Fas superante metu.

(1508) Liv. XXVI, 34,

(1509) Fest. v. Praefecturae.

(1510) Appian. Annibal. VII, 49. — Zonara IX, 6.

(1511) Mantuano, Troph, Gonsag. IV, 918 sqq. De Muro, Op. cit. p. 78.

(1512) Liv. XXVII, 3. — Per tale racconto di Livio non tutti gli Atellani abbandonarono la patria, come scrive Zonara (ἐκλιπόντες την πολιν αυτῶν, πανδημεὶ πρόςτου Αννίβαν ἐχώρησαν).

(1513) Liv. IX, 20. — Cf. tomo I, p. 389, tomo II, p. 22

(1514) Millingen, Méd. grecques ined. p. 25. — Ancient greck Coins pl. 11, n.6. — Consid. p. 191. — Avellino, Opusc. t. II, p. 29 segg. — MUS. BORB. tav. XVI, n. 13, 14. — Cf. Lenormant, Introd. à l'etude des vases peintes) P. I, p. 36 38 — L’attribuzione delle descritte medaglie ad Aletta è dovuta al primo de' citati nummologi, col quale convenendo il ch. Avellino, ne discorda solo quanto al tipo dell'elefante, che crede simbolo del sole, senza vedervi alcuna relazione co' Cartaginesi.

(1515) Cic. Epist. XIII, 7.

(1516) De Colon. p. 102.

(1517) Pratilli, Via Appia p. 210. — Nel Calendario delle Nundine delle Colonie romane scoperto ad Alife (Trutta, Antich, Alif. p. 54) è anche memoria degli Atellani.

(1518) Hygin. in R Agr. Script. p. 197.

(1519) Sucton, in Tiber. LXXV.

(1520) Id. in Calig. XXVII. — Le colonne e i marmi dell'Anfiteatro Atellano in parte si ad operarono per abbellire la Cattedrale di Aversa, in parte per ornare in Napoli il grandioso edifizio degli Studi.

(1521) Schol. Iuven. ad Sat. III, 176.

(1522) Eichstaedt, De dram, Graec. Com. sat. p. 64 sq.

(1523) Diomed. III, p. 487 ed. Putsch. Cf. Munk, Defub. Atell. p. 28 seqq.

(1524) Pratilli, De' Consolari della Camp. p. 64. — Muratori, Thes, p. ΧΧΙΧ, η. 8.

(1525) Lettieri, Disc. ap. Giustiniani, Diz. geograf. t. VI, p. 406. — De Muro, Ricerche cit. p. 189.

(1526) Acta S. Elpid. ap. Bolland. t. V, m. Maii p. 282.

(1527) S. Greg. M. Epist. II, 10.

(1528) Ughelli, Ital. Sacr. t. X, р. 18.

(1529) Franchi, Diss. sulla Liburia Ducale p. 86 segg. Visitai nel 1832 le rovine di Atella, le quali ben corrispondono alla descrizione datane dal citato dotto giurisperito.

(1530) Strab. VI, p. 254. — Plin. H. N. III, 16, 7.

(1531) Non. Marcell. I, 316.

(1532) Hygin. in Agrimens. Goes. p. 164.Cf. Fest. v. Grumus、

(1533) Mazocchi, De Eccl. Neap, vic. p. 212. Cf. Lupoli, In mut. Corf. Inscr. p. 209.

(1534) Dell'alienazione di questa specie di vichi rimane un altro esempio in Cicerone (Epist, ad Fam. XIV, 1).

(1535) Juven. Sat. 111, v. 234. — Papin. Dig. XXXII, 1, 91. — Ulpian. Dig. VII, 1, 13. E dicevasi ancora Meritoria taberna (Val. Max. 1, 7 ext. 10). Era la Dieta una stanza pel servo che custodiva il sepolcro (Iscr. ap. Gruter, 964, 2).

(1536) Tab. Peutinger. XXXVII.

(1537) De Laurentiis, Univ. Camp. Fel. Antiqq. P. 11, p. 231 sq.

(1538) Strab. V, p. 247. κατασκευασμένος… τοῦτο δὲ ταῖς οἰκοδομίας καὶ φυτείας.

(1539) Capaccio, Hist. Neap. p. 442. — Vargas-Macciucca, Del Casale di Pietrabianca p. 4.

(1540) Petron. Satyr. c. CVI. Sed Lycas memor ad huc uxoris corruptaecontumeliarumque, quas inHERCULIS Porticy acceperat. Cf. Burmann. ibid.

(1541) Martorelli, De Th. Col. p. 711.Ignarra, De Pal. p. 188.

(1542) Sanfelice, De Orig. Camp. p. 116.

(1543) Cassiodor. Epist. IV, 50.

(1544) Giustiniani, Diz. geograf. t. VII, p. 258.

(1545) Giustiniani, Diz. cit. t. VII, p. 258.

(1546) Plin. Epist. VI, 16. Retinae classiarii imminente periculo exterriti (nam ea villa subiacebat, nec ulla, nisi navibus, fuga) ut se tanto discrimine eriperet, orabantetinae e Las siarii imminente periodo exterriti (nam ea villa subiacebat, nec ulla, nisi navibus, fuga) ut se tanto discrimine eriperet, orabunt, — Il Matterelli (De Th. Cat, p. 568) questo luogo contro la precisa testimonianza di Plinio voleva piuttosto nominato dalla villa di un Papirio Peto, uomo consolare e ricco, il quale gran tempo secondo Cicerone (Ad Au. XIV, 25) si trattenne in Ercolano, ed altri ancora, alterando la costruzione dell'addotto passo del geografo, hanno sostenuto contro verità di trattarsi de' Classiarii di Miseno (Cochin e Bellicard, Observ. sur les antiqq. d’Herculanum, p. X, nota).

(1547) Tab. Peutinger. XXVII. —Comeché il Cluverio (Ital. antiq, p. 1154) prima della scoverta della città s'ingannasse nel situarla con alcuni scrittori patrii a Torre del Greco, ben corresse nondimeno in VI la cifra XI della Tavola.

(1548) Dionys. Hal. 1, 35. Ηρακλης.... που λίχνην επώνιμον αὐτου κτίσας Solino senza intendere lo storico, prese πολιχνην urbwculam per nome di città, e scrisse che i compagni d’Ercole fondarono Policne. — Marziano Capeila (De Nupt. Phil. VI, 1) scrive ancora: Ab Hercule Herculanium ad radicem Vesuvii.

(1549) Rosini, Bus. isagog. p. 12.

(1550) Martorelli, I Fenicj ecc. p. 15.

(1551) Vedi su questo nume le dotte osservazioni del Movers (Die Phoenizìer, p. 458 68).

(1552) Strab. V, p. 219. — Lycophr. Alexandr. v. 1248 seq. —Cf. R. Rochette, Jour noi de Savans A. 1813, p. 347.

(1553) Strab. V, p. 247.

(1554)Scylax. LXVII. Liv. XXVI, 22.

(1555) Sisenna ap. Non. Marceli, c. 3. Quod oppidum Herculaneum, tumulo in excelso loco propter mare, parvis moenibus, inter duas fluvias infra Vesuvium collocatum.

(1556) Cosi chiamasi volgarmente il lido delizioso, dal quale quasi intero si ha il prospetto della città di Napoli, e che sembra un'alterazione del greco nome καλή — ακτή, ossia bel lido.

(1557) Rosini, Op. cit. p. 21 — 22. — Il primo è detto rivolo di Sola in una carta dell'Archivio de' SS. Seggio e Bacco riferita dal Chiarito (Com. alla Cosi, di Fed. II, v. Sola).

(1558) Strab. V, p. 247.

(1559) Il geografo (loc. sup, cit.) nomina veramente prima i Tirreni poi i Pelasgi come abitatori antichissimi delle due città; ma, come già notava l’Ignarra (De Phratr. p. 78) essi furono un popolo stesso, e però sembra che abbiasi a leggervi εἶτα Πελασγοί Τυρρηνοι in vece di εἶτα Τυρρηνοι καὶ Πελασγοί. Ed anche secondo il sistema di Dionigi d’Alicarnasso, che li tenne per popoli diversi (Archeol. I, 17), nominar doveva prima i Pelasgi, dopo i Tirreni, tenuta ragione delle epoche diverse delle loro emigrazioni.

(1560) Rosini, Dia. isagog. p. 9.

(1561) Per la sola ragione che nella città vi fu un Calcidico sostenne il Munter (De Herculaneo p. 14) che vi dominassero i Calcidesi fondatori di Cuma.

(1562) Strab. V, p. 247.

(1563) Liv. IV, 44, 52. — Diodor. Sic. XII, 76.

(1564) Liv. VIII, 25.

(1565) Vedi tomo I, p. 370.

(1566) Liv. IX, 38.

(1567) Vell. Pat. II, 16, 3.

(1568) I campi delle città vinte furono divisi a XLVII legioni (Epit. Liv. LXXVII).

(1569) Ricorda Vitruvio (II, 6) i municipii intorno il Vesuvio, cioè Ercolano e Pompei, e la condizione stessa ci dimostrano le iscrizioni scoperte nelle rovine della prima di queste città, e quelle segnatamente che furono poste in onore degl'Imperatori e di altri personaggi della casa Augusta,le quali appalesano un romano municipio devotissimo a' dominatori (Diss. isagog. p. 59).

(1570) Vedi le iscrizioni nella Diss. Isagog. p. 57.

(1571) Senec. Quaest. Nat. VI,1. — Tacito (Annal. XV, 22) questo avvenimento riportò ad un anno prima; ma più fede merita il filosofo, autore contemporaneo, che più s' intrattenne de' particolari che lo accompagnarono.

(1572) Dio Cass. LXVI, 24: κατ'αὐτὸ τὸ φθινοπωρον, a 9 di dicembre, emendando col Rosini la testimonianza di Plinio (Ep. VI, 16).

(1573) Sifilino dice: καὶ προσέτι (τέφρα ἀμύθητος) καὶ πόλεις δύο ὅλας, το τε Ηρκελάνεον, καὶ Πομπηίες, εν θεάτρω τε ὁμίλε αὐτῆς καθημένα, κατέχωσε. 11 Martorelli (De Th. Cal. p. 561) traduce: praeterea (ineffabilis copia cineris) ambas urbes Herculaneum, et Pompejos, populo illius sedente in Theatro, undique obruit; ed osserva che, se sedeva nel teatro il popolo di Pompei, lo storico avrebbedetto ἐν δεάτρω τ8 όμιλ8 ταύτης καθημένα.

(1574) Xiphilin. Epit. Dion. LXVI, 24.Cf. Sucton, in Tit. VII.

(1575) M. Aurel. Adse ips. IV, 30.

(1576) Per queste opinioni vedi D'Ancora Scavi d'Ercol. p. 27. — Venuti, Delle prime scov. di Ercolano p. 98. — Rosini, Op. cit. c. XIV, n. 17.

(1577) Seneca distinguendo Ercolano col semplice nome di oppidum, nomina Pompei celebre città della Campania.



(1578) Capaccio, Hist. Neap. p. 461. Cf. Bianchini, Ist. univ. p. 216.

(1579) Questo pozzo, 86 palmi profondo, tuttavia si vede dietro la scena del Teatro della città.

(1580) Venuti, Op. cit. p. 57.

(1581) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 245 segg. — Cochin e Bellicard, Op. cit. p. 9 segg.

(1582) Venuti, Op. cit. p. 59. — Rosini, Op. cit. p. 57.

(1583) F. Giordano ap. Gervasi, Iscriz. di Nap. p. 56. — Il Capaccio (Hist. Neap. p. 462), seguito dal Reinesio e dal Rosini nella terza linea legge PONDERALE.

(1584) Rosini, Diss. isagog. p. 58.

(1585) Entrambe queste statue con altre della città sono nel R. Museo,

(1586) Antich. di Ercolano t. VI, p. 338.Cf. Rosini, Op. cit. p. 57. Questo edifizio aveva prima costrutto M. Spurio Rufo.

(1587) Cic. in Pison. c. XII.

(1588) Walchius, Cicero Herculanensis in Act. Soc. lenae. t. I, p. 115.

(1589) Cochin e Bellicard, Oserv. sur les antiqq. d'Herculanum, p. 19.

(1590) Venuti, Op. cit. p. 101 segg.

(1591) Lucian. Toxaris VI.

(1592) Dionys. Hal. Antiqq. R. 1, 19.

(1593) Plin. Hist. N. XXXV, 10. — Osservo qui di passaggio che, sebbene Plinio questo Ludio distingua da un altro Marco Ludio Elota di Etolia, il quale di rinomate pitture abbelliva il tempio di Giunone in Ardea, come portava l'iscrizione che in onore di lui vi si leggeva, egli sembra che l'uno artista non sia stato diverso dall'altro. E vero che Plinio dice che la iscrizione era in antiche lettere latine; ma il prenome di Marco ch'egli si ebbe, ci dimostra un greco pittore dell'epoca in cui la Grecia era ormai divenuta provincia Romana. Per non credere del resto ch'egli il primo tale specie di pittura inventasse, basta leggere Vitruvio (De archit. VII, 5), il quale già attribuivala agli antichi, e però sembra che solo l'introducesse in Italia; e quanto alla Grecia, eravi già in uso sino da' tempi di Platone, cioè 300 e più anni prima di Ludio (Plat. in Crit. princ.), e sono note inoltre le megalografie, o pitture di mitologia e di storia, de' greci templi, dalle varie descrizioni che ne ha lasciate Pausania. E pure sulle testimonianze di Plinio alcuni scrittori si fondano per affermare antichissime le pitture di Ardea, e per dire la pittura trovata in Italia prima che in Grecia!! Vedi del resto Winckelmann, Opp. t. II, p 972 segg.

(1594) Antich. di Ercol. t. VIII, LUCERNE p. 69, tav. XI. — Diss. isagog. p. 59.

(1595) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 33.

(1596) Venuti, Op. cit. p. 120.

(1597) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 32.

(1598) Paderni, Framm. di Lett. nelle Phil. Trans. di Londra t. X, p. 328, 493, 550.

(1599) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 157.

(1600) Quelli di Epicuro (De Natura), di Polistrato (De iniusto contemptu), di Metrodoro (De sensionibus); i molti di Filodemo (De Musica; de Rhetorica; de Vitiis et Virtut.; de Vita et morib.; de Deor. vivendi rat.; de eo quod iuxta Homer, est bonum populo; de Philosophis), ed il mentovato frammento del poema di Vario, ο Rabirio.

(1601) Senec. De Benef. III, 2.

(1602) Diog. L. X, 9, 16 sqq.

(1603) Bonucci, Ercolano p. 36 segg.

(1604) Oltre di moltissimi utensili e suppellettili, nonché preziosi frammenti di piatti di vetro azzurro, vi si rinvennero legumi in copia e grano colla pala per isventolarlo, vasi pieni di olive di farro, di lenti e di mele, fichi secchi, noci e nocciuole, mandorle e prugne, casse ripiene di pasta, un gran pezzo di tela, tre campanelli, ed una scopa non diversa dalle moderne (Bonucci, Op. cit. p. 40 segg.).

(1605) Bulletta Archeol. A. 1835, p. 129.

(1606) Non è ben noto se veramente vi sorgesse la villa di Papirio Peto, come il Martorelli sostenne (De Th. Cat. p. 569 e l’altra che altri scrittori vi attribuiscono a Q. Ponzio, fu in vece nell’agro di Trebula (Cic. Ad Att. V, 2, 3, 4).

(1607) Senec. De Ira III, 22.—Da questa villa forse, crescendo l’odio di Tiberio, veniva la magnanima sposa di Germanico relegata nell'isola Pandataria.

(1608) In un podere del sig. Flaccavento.

(1609) Hist. Miscelli. XVI, p. 107. Murat. Coiligens perdiversas villas Neapolitanae civitatis viros, ac mulieres domibus habi taturos immisit, idest Cumanos, Puteola nos, et alios plurimos Liburia degentes, et Playa,et Sola et Piscinula.

(1610) Rosini, Diss. isagog. p. 94, nota (4).

(1611) Balzano, L'antica Ercolanop. 16 seg.

(1612) Franchi, Diss, sull'orig. del territorio di Napoli p. XXXIX.

(1613) De Agric. X, v. 135. Dulcis Pompeia palus vicina salinis — Herculeis.

(1614) Siani, Mem, di Sarno p. 173.

(1615) Plutarch, in M. Crass. III, p. 259 ed. Bryan.

(1616) Rossini, Diss. isag. tab. VII, n. 2.Guarini, Fasti Duumvirali di Pompei p. 169.

(1617) De Bottis, Descriz, degl'incendii del Vesuvio p. 60.

(1618) Vedi l’esatta iconografia di queste Terme nel fascicolo XII degli ANNALI CIVILI, accuratamente descritta da H. Liberatore. — Tra gl’infiniti rottami di antica gli e da' ruderi di queste Terme raccolti notabili sono quelli di cristalli piani al pari di quelli che chiudevano una finestra delle Terme di Pompei, nonché molte colonnette di creta, il cui uso dichiara Vitruvio ragionando della formazione delle terme (De Archit. V, 10).

(1619) Tab. Peutinger. XXXVII.

(1620) Ital. antiq. p. 1155, 20.

(1621) Vedine la pianta con quella della Cetonia Augusta nel Goesio (Antiqq. Agrar. p. 194) di là del fiume Axino.

(1622) Vedi pag. 271, n. 93.

(1623) Romanelli, Topogr. t. III, p. 846. — La distanza corrisponderebbe veramente secondo il Lapie nel Bosco di Villarosa (Itiner. anciens p. 213).

(1624) Liv. VIII, 10. —Cic. De Off. III, 31; De fin. 1, 7. —Val. Mas. VI, 4, 1.— Dionigi d’Alicarnasso, il quale ricorda anch’egli questa celebre battaglia (Exc. Legat. p. 2320), non ne indica il luogo.

(1625) Cluver. Ital. antiq. p. 1187, 30.

(1626) Aurel. Vict. De vir. ill. c. 26, 28. — Cf. Vib. Sequ. De flum. p. 20.

(1627) Pellegrino, Campania p. 318. —Cf. Rosini, Dus. Isagog. p. 85, n. 17. —La gente VESERIA. che il Pellegrino ricava da una lapida di Capua, dimostra solo che il nome di Veseris fu comune alla lingua latina, non che fessevi stata una città, d’onde quella gente fu originaria.

(1628) Strab. V, p. 239. ῥεῖ δὲ διὰ τῆς χώραςΟὐέρεσις ποταμός.

(1629) Tab. Peutinger. XXXVII.

(1630) Th. Babington Macaulay.

(1631) Solin. cap. VIII. Quis ignorat, conditos ab Hercule in Campania Pompeias; qua victor ex Hispania pompam boum duzerat?

(1632) Strab. V, p. 247. — In Atene, come è noto da Demostene, — nominavasi un luogo alquanto lungi dal mare, ma destinato a far conserva di grani per trasportarsi per via di barche. —Cf. Diss. isag. p. 17.

(1633) Strab. V, p. 247. —Cf. pag. 278 di questo tomo, nota 1.

(1634) Liv. IX, 38.

(1635) Vell. Pat. II, 16.

(1636) Cic. Pro Sfila, c. XXL Qui ita de ambulatione et de suffragiis suis cum colonis dissenserunt, ut idem de communi salute sentirent.

(1637) Tacit. Annal. XIV, 17 A. di Roma 813, di G. C. 60.

(1638) Senec. Nat. quaest. VI, 1. Cf. Tacit. XV, 22, e nota (3) pag. 276, di questo tomo.

(1639) Seguito la più ricevuta lezione del passo di Plinio, già ad dotto alla pag. 273, nota (2).

(1640) Plin. Epist. VI, 16, 20.

(1641) Fra gli alberi interrati alcuni se ne sono veduti con cerchi di ferro e guanci alla testa, ed uno ancora terminava a calcese, come tuttavia si usa ne' bastimenti latini. E nel terreno stesso si sono scoperti bozzelli, cerchi, anelli di ferro, chiodi triangolari e simili arnesi da navigli, non meno che crostacei e pesci petrificati (Liberatore, Reliquie di un ant, navile in Mestigna, Abb. civ. vol. VII, n. 27 segg.).

(1642) Dufrenoy, Journal des Savans A. 1839, p. 690. — Cf. Lippi, Fu il fuoco o l’acqua che distrusse Pompei? Nap. 1816. — Il ch. Scacchi sostiene piuttosto che le piogge sopravvennero all eruzione (Bullet. Arch. Nap. A. I, p. 41 segg.), e forse ancora è da attribuirne in parte la sommersione a torrenti di fango prodotti dallo stesso vulcano, come quelli di cui parla Platone nella Sicilia (Phoed. ed. Ast, p. 603), e Posidonio (ap. Strab. 1, p. 58) nella pianura di Lylanto presso la città di Calcide. — Cf. Humboldt, Cosmos t. 1, p. 529.

(1643) Sannazzaro, Arcadia, Prosa XII.

(1644) Macrini, De Vesuv. p. 33—Pellegrino, Campania, p. 759. — Holsten. Ad not. in Cluver. ad p. 1155.

(1645) È noto da' marmi che le colonie da Silla dedotte a Capua, Nola e Benevento, e da Ottavio Augusto accresciute, non si nominarono diversamente (Gruter. pag. MLXXXV, n. 14, e p. 374 del 1° tomo, p. 57 del II di quest'opera).

(1646) Diss. isagog. p. 81.—Un’altra epigrafe fu scoverta nel tempio d Iside, ed è stata illustrala dal ch. Avellino (Opusc. t. III, p. 11 segg. —Cf. t. II, p. 288).

(1647) Il Dupaty (Letti sur l’Italie, lett. 92) l’attribuiva ad un Aufidio; ma con quale autorità?

(1648) Descrivendo Varrone il cavedio (De L. L V, 161), dice essersi nominato atrio dagli Atriensi Toscani. Erano dunque una parte stessa delle antiche case romane. Veggansi a tal proposito le dotte osservazioni dell Avellino (Descriz. della IV casa Pompeiana ecc. p. 16, nota 2) contro l’opinione del Bikker, il quale ha creduto l'atrio diverso dal cavedio (GALLVS, t. I, p. 76 seg.)

(1649) Plin, H. N. XXV, 2. —Scuce. De tranquilla anim. c. 9. — Plin. Jun. Epist, IV, 28. — Juven. Sat. II, 7 — 8.

(1650) Specie di rete, o velo talvolta intessuto di fili d’oro, usato dagli Alessandrini, da' quali ne passò l’uso a' Romani, e così detto dalle zanzare (κώνωπαι), contro le quali stendevasi sul letto (Schol. Crucq. ad Horat. Epod. IX, 16).

(1651) Per gli ornamenti di una dama romana reggasi la dotta opera del Bottiger intitolata Sabina.

(1652) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 37.

(1653) De Archit. VI, 6.

(1654) Queste pitture con eleganti musaici pompeiani furono illustrate dagli Accademici Ercolanesi, e staccate in parte da' muri di questa villa si veggono nel R. Museo.

(1655) Vedi la più minute descrizione di queste casa nella lodate opera del Mazois P. II, p. 91 segg. — Saint — Non, Voyage pittoresque t. II, p. 126 — 38.

(1656) La cenere coll'acqua che consolidavasi attorno di questi scheletri, lasciavano le curiose impronte di un braccio, di un omero, e soprattutto di un seno co' tratti d’una veste fina e leggiera, che que’ veli trasparenti fa risovvenire che Seneca chiamava un vento tessuto.

(1657) Trasportava il servo vasi di argento e di bronzo, ed il padrone in una mano aveva delle chiavi, e monete, monili ed altri ornamenti nell'altra.

(1658) Questi fasci alludono alla magistratura ch'egli ebbe nel Pago Augusto Felice, ed altri simili vide scolpiti il Saint — Non sopra una colonna che ad ornava il sepolcro di un Augustale di Canosa (Voyage pittoresque t. II, p. 550). Poiché erano rappresentati senza scure, egli credeva che indicassero la semplice qualità di Augustale, ma il monumento di Pompei smentisce tale interpetrazione.

(1659) Sembra che il Mazois non abbia conosciuta questa iscrizione, dappoiché scrive che il triclinio esser doveva comune, e servire mediante una lieve retribuzione a tutte le famiglie che avevano sepolcri. in questo lato della strada (Ruines de Pompei, P, I, p. 40).

(1660) Virg. VI, 881— Juvenal. Sat. VII, 308.

(1661) Polyb.. VI, 53, 54. —Veggasi del resto Stuck. Antiqq. Conviv.

(1662)Specie di lungo scanno capace di due persone senta spalliera e bracciuoli con pulvinare ornato di frange, sul quale sedevasi ne' pubblici spettacoli, e la cui forma ci hanno disvelata questo ed un altro monumento di Pompei oltre di due bisellii propri di bronzo.

(1663)Che gli antichi su' sepolcri scolpissero le navi noto da altri monumenti e da Petronio (Satyr, c. XVI), e Cicerone parlando della morte dice: Portu potius paratum nobis et perfugium putemus (Tusc. Quaest. I, 49).

(1664)Elpenore prega Ulisse a porre sulla sua tomba un remo, col quale vivo remigava, onde fosse noto a' posteri il suo mestiero (Homer. Odyss. A, 77).

(1665)Mazois, Op. cit. P. I, p. 40 seg.

(1666) Virg. Æn. VI, 221 sqq.

(1667) Nel recinto di questo sepolcro si trovò ancora un termine con questa iscrizione, posta forse al fratello di C. Munazio Fausto: C. MVNATVS ATIMETVS VIX ANNIS LVII.

(1668) Homer. Odyss. A, 23 — 50. — S. August. De Sanctis, Serm. 15.

(1669) Vedi Ferret. Musae lapid. ant. p. 141.

(1670) L'attitudine, l'abbigliamento e la fiaccola che ha in mano la donna effigiata sul quarto bassorilievo, mostravano una di quelle Preficae, o Bustuariae, ad dette per mestiere alle cerimonie funebri.

(1671) Mazois, Ruines de Pompei P. I, p. 39.

(1672) Il lodato scrittore (Op. cit. p. 46) considera l'abbigliamento di questa figura, al pari di quello di un'altra sullo stesso monumento che compie un dovere funebre, come quello delle antiche donne campane, tanto simile all'odierno delle donne di Sora e di Mola di Gaeta.

(1673) Mazois, Op. cit. P. I, p. 46.

(1674) La spessa ripetizione del nome CASTRICIUS nelle iscrizioni Erculanensi fece supporre al Clarac (Pompei p. 18, che abbiasi a leggere CASTRICIO nella parola mutila della prima linea della lapida. Al Mazois piacque piuttosto leggere ARICIO (Op. cit. P. 1, p. 47, nota 1).

(1675) È questa la spiegazione che ne da il Mazois (Op. cit. p. 59 nota 1), e parmi preferibile alle altre.

(1676) Nella pianta della città del ch. Cav. De Iorio è segnato al num. 18 come appartenente ad una Servilia.

(1677) Cic. Philipp. IX. Maiores nostri statuas multis decreverunt, sepulcra paucis.

(1678) Vi si scopri in fatti lo scheletro di un asino, gli avanzi di una carretta, ed oggetti di proviande.

(1679) Mazois, Op. cit. P. I, p. 55.

(1680) Vi furono probabilmente fabbricate ad uso de' fulloni, o de' curandai.

(1681) Nella villa presso Pompei Cicerone scrisse in gran parte i trattati degli Uffizii della Divinazione e della Vecchiaja. Ma questa che il primo gli attribuì il Piranesi, situata alle porte della città, lungo la grande strada, ed in vicinanza del porto, non avrebbe potuto offerirgli, come osserva il Mazois (Op. cit. p. 86), quella tranquillità ch'egli vi godeva lontano dagl'importuni (Epist. XV, 16). — Cf. dead. Quaest. II, 25. —Epist. VII, 3.

(1682) Comeché riportasse questa iscrizione il Winckelmann, (Opp. t. VII, p. 175) conghietturava nondimeno (ibid. p. 268) che in questa casa pseudourbana si doveva riconoscere la villa che presso Pompei ebbe l’Imperatore Claudio, dove morivagli il figliuolo Druso, soffocato da una pera che trastullavasi a spingere in alto per raccorla colla bocca (Lips. Antiqq, lect. II, 6).

(1683) Vedine la descrizione nel Winckelmann, Storia dell'arte XII, XII, 1, 10; ed Opp. t. VII, p. 266.

(1684) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 241.

(1685) Presso del portico una madre sventonta fu colta dalle ceneri vesuviane col suo bambino e due altre figliuole: gli scheletri se ne trovarono uniti, poiché abbracciati si tennero sino all'ultimo respiro. Tre snella d’oro, e due graziosi orecchini con perle pendenti da Gli d'oro a guisa di bilance si rinvennero presso questi scheletri, e a breve distanza tre altri se ne scoprirono, presso uno de' quali si raccolsero 69 monete d’oro e 121 di argento.

(1686) De Archit. VI, 8.

(1687) Bechi, Relazione degli scavi di Pompei nel vol. XII del R. Mus. Bobb. p. 8.

(1688) Rosini, Dìss. isag, p. 62. — Oltre del luogo pel sepolcro dell'Edile mentovato nell’iscrizione, la città concesse ancora 2000 sesterzi! perché si edificasse.

(1689) Mazois, Op. cit. P, I, p, 28. — Cf. Nigid. ap. Macrob. Saturn. 1, 9. —Horat. Carm. IV, 6, 27.

(1690) Cic. De amic. 1. In hemicyctio sedente ut solebat.

(1691) Sacerdotessa di Cerere fu ancora Alicia Decimi Ha (p. 302), ma il tempio di questa dea non si è ancora scoperto in Pompei.

(1692) Piranesi, Antiqq. de Pompeja pl. XXXVIII, fig. 5.

(1693) Saint — Non, Voyage pitt. t. II, p. 140.

(1694) Mazois, Op. cit. P. 1, p. 28. — Gl’illustratori di Pompei, i quali dicono che questo sepolcro terminasse in una volta, lo confondono coll'altro che stava dirimpetto il sedile, e che fu demolito non si tosto scoperto (Winckelmann, Opp. t. VII, p. 259).

(1695) Romanelli, Viaggio a Pompеі есс. p. 65.

(1696) Winckelmann, Opp, t. VII. p. 260.

(1697) Oltre di un tripode sostenuto da Satiri di bel disegno e lavoro, con un elmo ed una lancia vi si trovò uno scheletro, quello certamente dilla scolla messa alla porta che senza abbandonare il suo posto salvavasi nell’edicola al sopravvenire dell’eruzione.

(1698) Vitruv. De Archit. 1, 5.

(1699) Mazois, Op. cit. P. 1, p. 35.

(1700) Vedi p. 294.

(1701) Tali muraglie hanno alcuni attribuite senza verità agli Etruschi; ma il modo onde sono costrutte e le mentovate lettere di riscontro fanno dite agli autori inglesi dell’illustrazione di Pompei (11. p. 65) we shall have another reason for believing this method of building to be, if not Pelasgic, at all events not necessarily Etruscan.

(1702) Plin. Hist. N. VII, 57, 3.

(1703) Il muro esterno, secondo le misure del Mazois, doveva avere circa 25 piedi di altezza, e l'interno sorpassava il baluardo circa 8 piedi. L’ uno e l’altro furono costrutti di piperno, in fuori de quattro o cinque primi filari di pietre del muro esteriore, che sono di grossolano travertino.

(1704) Mazois, Op. cit. P. I, p. 35— Cesare dopo la fuga di Pompeo metteva nella città una guarnigione di tre coorti (Cic. Ad Au. X, 16). All'epoca dunque del cominciamento della guerra civile si possono riferire col lodato scrittore le riparazioni che vi si veggono di opera incerta.

(1705) Tutte simili, sono composte di più piani: la piatta forma superiore, un piano a livello del baluardo fatto a volta e guernito di feritoie, un altro simile al di sotto, e l’uscita delta posteria a livello del pomerio. Questi piani comunicano tra loro per mezzo di gradinate o di rampe dolci.

(1706) Questa specie di porte i Greci nominavano καταρρακται, επιρρακται, portae pendulae, recidentes.

(1707) Vedi Suid. ν. Λεύκωμα.— Tali annunzi! si facevano in ogni altro luogo della città, su’ muri delle case e de' pubblici edifizii, alcuni ne rimangono in Pompei, altri si conservano nel R. Musco, e nella successiva descrizione ne ad durrò i più notabili.

(1708) Il ch. Jaunelli (Vet. Osc. inscr. p. 83) spiega: CAIVS POPIDIYS CAIFILIVS DVVMVIR IVRI DICUNDO OPVS REDEMIT ET ISIDI PERSOLVIT.

(1709) Mazois, Op. cit. P. I, p. 83.

(1710) Clarac, Pompei p. 85. —Gf. Guarini, Fasti duumvir. di Pompei p. 21.

(1711) Sucton. inAug. XLIX. Iuvenes primo modicis intervallis per militares vias, dehinc vehicula, disposuit.

(1712) Vedi il tomo V.

(1713) Vi si veggono de' gradini per situarvi le tazze, ed in fondo un fornello, e ciò ch’è più notabile, sul poggio marmoreo come nelle case di Bénarés e di alcune botteghe de' nostri paesi di provincia, rimangono i segni circolari delle tazze, lasciativi dalla bevanda che vi si conteneva.

(1714) Bonucci, Pompei descritta p. 83.

(1715) Mazois, Op. cit. P. I, p. 20.

(1716)Romanelli, Viaggio a Pompei ecc. I, p. 95.

(1717)Vi si veggono donne in atto di acconciare altre donne, note presso i Romani col nome di ornatrices, cosmetae, psecades.

(1718)Nella dispensa (penus) co' molini agrano si scoprirono vasi di vetro pieni di tre di grandi anfore pel vino, che ricorda olio, datteri ed altre frutta dissecche oltre di grandi anfore pel vino,che ricordavano il consolato di Cesare e Cicerone.

(1719)Vedi pp..262 e segg. di questo volume.

(1720)Questi pesi veggonsi nel R. Museo, ed in alcuni si leggono le sigle PON (pondo), C. PON (Centum pondo), in altri TA (talentum). Sopra piccoli pesi quadrați di piombo leggesi ancora ZME, e nell'opposto lato HABBEBIS (sic). Vi erano pure bilance a due coppe e stadere simili alle odierne co' numeri da I ad VIII segnati nelle aste e col peso pendente di 22 once che figura un Mercurio: altre avevano ancora i numeri duplicati nella parte opposta, Lungo l'asta di un' altra bilancia si leggono le parole: IMP. VESP. AVG. IX. C. IMP. AVG.T. VI. T. EXACTA IN CAPITO, cioè verificata nel Campidoglio sotto l'ottavo consolato di Vespasiano Imp. Augusto, ed il sesto di Tito Imp. Augusto.

(1721)Avvertiva tal diramazione il Lettieri, dappoich scrive: Et poco pi abbascio da detto aquedotto anticho nel piano de PAL. Ma derivava un altro ramo de acqua, quale va verso il locho dove stava anticamente la citt de POMPEI, che era in quello alto che st infronte la Torre dela Nonciata, et in detto locho ne appareno multi vestigii Discorso ecc, nel t. VI del DIZ. GEOGRAF. di Giustiniani, p. 410).

(1722) Apollod. Bibl. H, 5, 3.

(1723) Vi si vede un gruppo di quattro figure intorno di un tripode in atto di sacrificare al nume familiare, espresso al di sotto nella solita immagine di un serpente. Solevano i Romani dipingere ancora i serpenti nel muro de luoghi pubblici che volevansi mondi di ogni bruttura, onde gli adulti per riverenza, i fanciulli per paura non vi si accostassero (Pers. Sat. I, 113).

(1724) Questa parte de' romani edilizii era cosi detta dalle tavole delle cose operate nelle magistrature (tabulae rationum), che vi si collocavano (Plin. H. N. XXV, 2. — Fest. v. Tablmum, — Cf. Varro ap. Non, c. 2.

(1725) Plin. Jun. Epist. V, 6. Ramos, insidentesque ramis aves imitata pictura.

(1726) Serv. ad Æn. I, 702. Antiqui stibadia non habebant, sed stratis tribus lectis epulabantur. Unde et Triclinium sterni dicitur. Un pregiato dipinto venuto fuori dagli scavi di Ercolano ci mostrava ancora un biclinio (Pitt. d' Ercolano t. I, p. 79)

(1727) Il Mazois lo ha considerato piuttosto come un Venereo.

(1728) Plin. H. N. XXXVI, 6.

(1729) Vi si trovò un idoletto di metallo, un vasetto d’oro del peso di 3 once, una moneta d'oro, e dodici altre di bronzo di Vespasiano.

(1730) Consistevano in un cono incavato girante sopra un altro cono convesso. la farina scendeva da due forami praticati nel primo, ma non poca fatica durar vi dovevano gli animali o gli schiavi per produrla.

(1731) Aul. Gell. N. A. III, 3. Varro et plerique alii memoriae tradiderunt quaerendum victum ad circumagendas molas, quae trusatiles appellantur, operam pistori locasset. Tre comedie ancora egli scriveva nel molino, quelle intitolate Saturion, Addictus, ed un'altra obliata da Aulo Gellio: questo sia detto per coloro che spesso lamentano ai di nostri la poca curanza degl' ingegni e delle lettere.

(1732) La celebrità di questa famiglia in Pompei è anche nota dal Duumvirato di Q. Sallustio, del quale serbava ricordo una iscrizione riferita dal Guarini (Fasti Duumvirali di Pompei. p. 41).

(1733) Romanelli, Viaggio cit. t. I, p. 116.— Guarini Op. cit. p. 96.

(1734) Rosini, Diss. isag. p. 39.

(1735) Vet. Osc. Inscr. p. 92.

(1736) Atrii displuviati, cioè scoperti, si chiamavano quelli, ne' quali i travicelli che sostenevano la gronda, davano in dietro lo scolo delle acque (Vitruv. VI, 3).

(1737) Un bel musaico rappresentante un cinghiale inseguito da un cacciatore, e già raggiunto dal suo cane, era sull'ingresso di questa casa. Di sopra leggevansi i nomi degli artefici: FESTVS CVM TORQVATO.

(1738) Un curioso bassorilievo in terra cotta scoperto a Pompei rappresenta un asino attaccato ad un molino. Nell’Egitto del re sto, nella Grecia sin dall’età di Omero e nella Palestina le schiave giravano i molini come presso i Romani (Exod. XI, 5. — Homer. Odyss. H, 103. — Antipat. Thessal. ap. Brunck, Analecta graec, t. II, p. 119, i quali non mancavano intanto de' molini ad acqua (Vitruv. X, 10).

(1739) Fast. II, 525. — Cf. Lactant. De falsa rel. 1, 20.

(1740) Vedi p. 316.

(1741) Gruter. Inscr. p. LXXV, n. 9. — Guarini, Op. cit. p. 75 segg.

(1742) Considerando questa casa il Mazois come di un ricco abitatore di Pompei, ne notava la singolarità delle due entrate principali e del doppio vestibolo (Op. cit. P. II, p. 51).

(1743) In una di queste stanze si trovò un elegante musaico che rappresenta Atteone.

(1744) Eleganti utensili di bronzo e di vetro vennero fuori dallo scavo di questa casa, nonché un bel vaso di alabastro ed una tavoletta di porfido.

(1745) Vedi p. 312.

(1746) Essendo formato per un'elevazione del polo di 42 gradi, conveniva alla latitudine egizia di Menfi, e sembra che si fosse fatto per questa città, secondo le osservazioni del Delambre.

(1747) I capitelli ionici di queste colonne, due delle quali tuttavia rimangono al loro sito, furono collo stucco trasformati in una specie di ordine pseudocorintio, o composito, e ciò mostra che la casa fu restaurata e riabbellita forse dopo il tremuoto del 63.

(1748) Cinque scheletri, alcuni de' quali riconosciuti di donne da' loro pendenti, si scoprirono in una di queste stanze, con un anello, una moneta d'oro di Nerone, quattro di argento e molte altre di rame.

(1749) Un vaso ed utensili di argento, due candelabri con alcune lampadi di bronzo e due ali dello stesso metallo, frammenti di qualche statua, furono i più importanti oggetti che vi si rinvennero.

(1750) Vi fu dipinto sul muro un sacrifizio a’ Lari col capo ornato di nimbo, ed anche due serpenti, immagini de' Lari stessi, al di sotto e a' lati di una piccola ara. Diverse cose eh mangiare si dipinsero ancora a lati del quadro: una lepre, una filza di uccelli, un’altra di pesci, un cinghiale, un gran piatto con pasticci, e nell'altro un’anguilla allo spiedo, un prosciutto, un tombolo ed una testa di maiale.

(1751) Il più grande e più ornato candelabro che reggasi nel R. Museo vi fu scoperto, oltre del gruppo di Bacco e di un Faunetto, avvolto in un pezzo di tela per trasportarlo altrove e salvarlo nella catastrofe della città.

(1752) Romanelli, Viaggio cit. p. 127. — Guarini, Fasti Duumvir. di Pompei p. 159.

(1753) Due collane, due braccialetti, quattro smanigli®, quattro orecchini ed un anello ornato di niccolo.

(1754) Omero (Odyss, VII, 91) ricorda cani effigiati in oro cd argento alle porte della reggia di Alcinoo, e Petronio (Satyr, XVIII) nel descrivere la casa di Trimalcione riferisce le stesse particolarità del cane dipinto presso la stanza del portinaio nonché le pitture de fatti dell'Iliade nell'atrio.

(1755) Bechi, MUS. BORB. v. II, tav. LV.

(1756) Horat. Epist. L 3, 31. Et rebus omissis —Atria servantem postico falle clientem.

(1757)Pitture di Ercolano t. II, tav. LVII. Cf. Bechi, MUS. BORB. vol. II, tav. XIX.

(1758)Queste finestre si chiudevano con una saracina orizzontale, in cui correva di lato lo sportello nell'aprirsi, e si spingevano avanti nel chiuderle.

(1759)Veggasi per una pi ampia contezza di questa casa, oltre l'illustrazione fattane dal Bechi (MUS. BORB. t. II, tav. LV LIX), anche quella del Raoul Rochette e J. Bouchet con tutti i dipinti ed i musaici.

(1760)Guarini, Comm, IX p. 17 seqq.

(1761)Vedi i non pochi M. Cipii nell'indice de' nomi propini in fine della Raccolta epigrafica del Reinesio.

(1762)Questo dipinto si vede nel R. Museo con gli altri del torchio, o della gualchiera, e quello di un operaio in atto di cardare una tonaca, e d'una donna sedente or. nata di braccialetti e collana (la padrona della Fullonica la quale esamina un drappo, che le consegna una donzella. Vedesi a fianco anche un servo con in dosso un ordegno per distendervi i panni da insolfarsi, sul quale sta una civetta, simbolo di Minerva, la dea tutelare degli opificii. Veggasi del resto l’opera di C. Schoetgenio, Triturae et Fulloniae antiqq. 1763 in 8.

(1763) Plin. H. N. XXXV, 17.

(1764) In questa casetta, smembrata colla stanza, a cui entravasi dall'atrio della Fullonica, non si rinvennero che cinque bottiglie di forma quadrata, una delle quali racchiudeva delle grosse olive in olio, ed un'altra, a quanto sembra, della salsa vegetale anche in olio (Rapp. di Covelli nel MUS. BORB. v. III, p. 8.

(1765) Un pescatore che tira la sua rete, una donna a cui un vecchio porge un fanciullo, ed un uomo a cavallo seguito da un cane e con un cappello appuntato, quasi simile a quello degli odierni villani della Campania.

(1766) Bechi, Rel. Cit. nel Mus. BORB. V. III infin.

(1767) Una bellissima tavola di marmo a tre piedi di greco lavoro, candelabri, braccialetti, anelli, orecchini e monete, nonché una statua di Venere — Proserpina, sulla quale deità può consultarsi l'illustrazione del Gerhard, Poligrafia Fiesolana 1826 in 8.°

(1768) Raoul Rochette, Choix de peintures de Pompei, Nap. II.—Cf. Fouilles de Pompei, Lett. a M. de Salvandy p. 19 — 20.

(1769) Crateri, calici, patere, tazze, cucchiai ed uno specchio, i quali sommano il numero di 61.

(1770) Vedi la dissertazione del ch. Cav. Quaranta, Di quattordici vasi di argento dissotterrati in Pompei.

(1771) Dappresso a quest'arco moriva un Pompeiano soffocato dalla cenere, fuggendo col suo piccolo tesoro di 60 monete di argento.

(1772) Da altri si è creduto eretto a Tiberio ed a Caligola.

(1773) Vitruv. De archit. V, 10; p. 206, ed. Galiani.

(1774) Questa braciera ha nel mezzo di tondo rilievo una vacca, e nel tepidario stesso si trovarono tre panche pure di bronzo con quattro piedi, che cominciando con una testa di vacca finiscono in un piede anche di vacca, simbolo del nome di chi li faceva, poiché sopra vi sta scritto: M. NIGIDIVS VACCVLA P. S.

(1775) Cosi detti dal greco τλῆναι, sostenere. L'etimologia di Atlante è la stessa.

(1776) Non costava più di 700 sesterzii, cioè circa 32 ducati di oggidì. Un bacino così fatto. come osserva il ch. Bechi, esatto illustratore di queste Terme (MUS. BORB. t. H, tav. XLIX — L II) costerebbe circa ducati 300 a' di nostri.

(1777) La dedicazione di pubbliche opere era di dritto imperiale (Ulpian. L. 9. de rer. div. Cf. Mazocchi De Amphit. p. 100).

(1778) A giudicarne dalla freschezza che si notò ne caratteri al tempo della scoverta (1820), sembra che di pochi mesi tale dedicazione precedesse la distruzione della città.

(1779) Lucret. II, 415. —Martial. De specie III, 7; Epigr. V, 20, 7; IX, 39, 0.

(1780) In mezzo dell'O della parola DEDICATIONE leggesi l'altra poly, la quale sembra un'aggiunzione in greco al feliciter, per dire molto felicemente.

(1781) Bechi, Bel. cit. nel MUS. BORB. t. VII, terra cotta con della calce per gli stucchi, p. 12. —Poco discosto ancora dal puteale altro indizio che questa casa decoratasi al presso il giardino si trovò un gran vase di sopravvenire dell'eruzione.

(1782) Bechi, MUS. BORB, t. VII, tav. XVIII.

(1783) Vi sono capricciose grottesche e Baccanti, e ne' muri più larghi in due quadri un Satiro con una Ninfa, e Mercurio che fa dono della lira ad Apollo.

(1784) Ne' quadri vedevasi Venere che assiste Vulcano il quale fabbrica le armi per Enea, tre figure credute le tre parti del mondo note agli antichi, e in due frammenti Paride con Elena e Dedalo che canti, e ne' muri più larghi in due quadri presenta a Pasife la vacca di legno.

(1785) Petron, Satyr. XXIX. Praeterea grande armarium in angulo vidi, in cuius aedicula erant Lares argentei positi, Venerisque signum marmoreum.

(1786)De Archit. VI, 5, 6.

(1787)Due soli ne rimangono: un Teseo che si trattiene con Arianna, ucciso il Minotauro; e la metamorfosi di Tiresia

(1788)Per questa parte postica, che a' incontra sempre nelle case della citt, s'introducevano i viveri, le masserizie, e tutti gli ufficii ignobili si facevano per non deturpare le parti nobili dell'abitazione.

(1789)Bechi, Rel. cit. nel MUS, BORB. t. VII, e tav. A, B.

(1790) Oltre vasi di vetro e di terra cotta, altri oggetti vi si rinvennero, tre in marmo, due erme cioè di Bacco barbato, ed un piccolo simulacro di Ercole con abbigliamento e berretto frigio e con un cane tra le braccia, e molti in bronzo: un busto d'incognito, un altro di Tiberio giovine, che serviva di ornamento ad una cassa dello stesso metallo sottostante ad una bilancia; un piccolo Tritone ed una Sirena a bassorilievo per ornamento di qualche suppellettile; un tripode, due candelabri, un romano di bilancia formato da un piccolo Mercurio, vasi di diverse sorti, due scatolette con pillole e farmachi, ed un anello colla parola AVE in grandi lettere.

(1791) Bonucci, Pompei décrite p. 144. De Iorio, Guida di Pompei p. 106.

(1792) Rappresenta un leone che alcuni Amorini in mezzo a Baccanti tengono incatenato con ghirlande. Un tempio ancora vi si vede ed una figura che con un diota fa una libazione, scena allusiva al dramma dionisiaco, in cui il vino e l’amore trionfavano della forza e della ferocia.

(1793) Formato di forte smalto che poteva lustrarsi come il marmo, e che prese il nome dalla città di Signia, ora Segni, celebre pe’ suoi tegoli (V. Vitruv. VIII, 7; p. 336 ed. Galiani. — Plin. H. N. XXV, 12).

(1794) Fiori, rettili ed uccelli sullo zoccolo, e al di sopra le belle immagini di Giove sul trono coronato dalla Vittoria, della Fortuna e di Bacco con un piccolo Fauno.

(1795) Vi si scoprirono vasi di vetro e di bronzo, e nella prima specialmente noci, lenticchie, grano e fichi dissecchi.

(1796) Questa iscrizione è stata spiegata dal ch. Avellino (H. MUS. BORB. t. VII, in fin.)

(1797) Queste due casse erano di legno, nell'interno foderate di rame, e nell'esterno fasciate di ferro, con maniglie, serrature, borchie, chiodi ed ornamenti di bronzo. Si trovò in una il resto del danaro che racchiudeva in 45 monete d'oro è 5 di argento, essendosene estratto il più dagli stessi Pompejani mercé di uno scavo fatto nella stanza contigua all'ala dell'atrio.

(1798) De' tre dipinti fatti nel mezzo de' compartimenti rossi un solo rimaneva salvo dal tempo, quello di Teti in atto d' immergere Achille bambino nello Stige; due altri quadretti erano ne' compartimenti celesti, un citaredo bellissimo, ed una Nereide che corre le onde sul dorso di un Tritone: porta uno scudo, e si può credere Teti che reca le armi ad Achille.

(1799) Questo nume era forse Bacco, perchè nell'ara postavi davanti è rappresentata una pantera che alza la bocca verso un tralcio d'uva.

(1800) Vi si vede sul focolare rappresentata la dea Fortuna, nonché i soliti serpenti, genii tutelari del luogo.

(1801) Meleagro che parte per la caccia del cignale di Calidonia; Andromeda liberata da Perseo; Medea che medita I' uccisione de suoi figliuoli; la prole di Niobe saettata da Apollo e Diana; una Fortuna, un'Igia, una Baccante, ed un Pigmeo che fa danzare una scimia. Questi belli dipinti ora si ammirano nel R. Museo; e pure questa casa rimane come un intero museo di antica pittura.

(1802) Più speciali notizie di questa nobile casa può trovare il lettore nelle belle descrizioni fattene dal ch. Bechi (Rel. cit. nel t. V. del R. MUS. BORB.), e da W. Geli, Pompeiana, New series, t. II p. 14, 51. Cf. Raoul Rochette, Leti. cit. p. 26 segg. —Bonucci, Op. cit. p. 146 segg.

(1803) All'uno de' due carri veggonsi aggiopati due buoi, e dall’altro sono distaccati due muli. Trasportavasi il vino in un gran de otre, formato forse dall’ampia pelle di un bue, da una delle cui gambe vedesi scaturire e riporsi nelle anfore. — Nell'altro stanzino, ove si gozzovigliava, vedevasi Polifemo sopra uno scoglio, a cui sta di spalle Galatea seduta sopra un delfino, ed in un altro quadretto una Ninfa che pesca con un genietto alato e tre Amorini.

(1804) Juven. Sait VI, v. 118.

(1805) Al di sopra di queste figure si veggono pendere de' piuoli d’una specie di rastrelliera di legno varii oggetti, tra' quali distinguer si possono alcune cipolle e budelli d’animali ripieni di carne salata.

(1806) Cosi legge e spiega il Bechi (Rel. cit. nel t. IV del R. MUS. BORB. p. 5); ma non debbo tralasciare che il Bonucci (Pompei decrite, p. 180) legge l’iscrizione DAMIHI FRIGIDVM PVSILLVM, che significherebbe: Versami un tantino di vino freddo.

(1807) Virg Æn., III, 370 sqq. —Cf. Raoul — Rochette, Leti. cit, p. 28. — Senza supporre del resto una necessità pel padrone di questa casa decorata da sì belli dipinti. costretto a distaccarne le stanzoline contigue alla taverna per richiamare avventori allo spaccio del suo vino, è da vedervi piuttosto una testimonianza irrefragabile della proterva corruzione del mondo romano nel primo secolo dell impero, che altre pitture di Pompei fanno ben manifesta.

(1808) Bechi, Rel. Cit. nel R. MUS. BORB. t. IV in fin. —Cf. tav. A.

(1809) Sull'ingresso di questo albergo quattro scheletri si scoprirono con quattro braccialetti cd altrettanti anelli, una moneta d’oro di Vespasiano, 63 di argento e 28 di bronzo.

(1810) Nella principale nicchia del fondo si scoprirono due busti, uno virile e l'altro muliebre.

(1811) Un Giove sedente, una Giunone, un guerriero, un Genio che porta sulle spalle un’Abbondanza, cd il Genio della musica che sostiene quello della poesia (Bonucci, Op. cit. p. 154).

(1812) W. Gell. Pompeiana II Ser. t. I, p. 181 seg.

(1813) Nella prima di queste iscrizioni i sacerdoti della dea sono detti MINISTRI PRIMI, ed a considerarli come tali, non già rispetto alla dignità, si bene al tempo in cui vennero creati, il tempio non sarebbe stato più antico del 756 di Roma, nel Consolato di P. Silio e L. Volusio Saturnino ricordato nella lapida (Guarini, Fasti duumvir. di Pompei p. 71).

(1814) Alcune di queste forme che si serbano nel R. Musco, si trovarono coverte di mastice, e contenevano le immaginette come quelle che si scoprono ne' sepolcri.

(1815) Avellino, Descrizioni della II, III e IV casa pompejana alle spalle del tempietto della Fortuna Augusta. Nap. 1837, 1840, 1843 in 4. °

(1816) De Archit. II, 8.

(1817) Queste due botteghe (tabernae) comunicano coll'atrio, e però lo spaccio che vi si faceva era nell'interesse dello stesso padrone della casa, il cui servo o figlio eravi preposto (institor).

(1818) Varro ap. Non. Marcell. v. Cohortes.

(1819) Di bel musaico ha il pavimento, e tra i dipinti che ne decoravano i muri in fondo rosso si distinguono alcune Vittorie e grifi, nonché Perseo in atto di correre volando in soccorso d'Andromeda.

(1820) Vitruv. De Archit. III, 5. In simis, quae supra coronam in lateribus sunt aedium, capita leonina sunt scalpenda.

(1821) Per le citazioni di tali pitture ed altri monumenti analoghi, da cui ai racco glie l’uso di tali dischi, vedi la prima delle citate descrizioni dell'Avellino p. 82, nota 2. Cf. Finali, R. Mus. Bona. t. IX, tav. B.

(1822) Degli altri tre uno rappresenta nelle due facce una maschera teatrale; un altro Bacco dall’una faccia, e due Fauni dall’altra; ed il terzo da un lato Ercole con clava, e dall’altro un Satiro che suona la fistola.

(1823) Herodot. VIII, 41.

(1824) Id. VIII, 121 — Pausan. I, 33.

(1825) Una meschina stanzetta senza comunicazione col resto della casa si osserva a sinistra e fuori del postico, destinata per avventura a ricovrare nella notte qualche misero, il quale vi dormiva sopra un povero tettuccio disteso sul suolo (Χαμεύνη).

(1826) Si trovò qui lo scheletro di qualcuno della famiglia, che corsovi per rifugiarvisi, vi trovò la morte; ed un altro scheletro con monete accanto scoprivasi nell’ala destra del peristilio di questa casa stessa.

(1827) Nel grosso focolajo di fabbrica che vi si vede non vi è traccia di fumajuolo, che osservasi in altre case di Pompei.

(1828) Serv. ad n. I, v. 708. Inter penum et cellarium hoc interest, quod cellarium est paucorum dierum... penus vero, temporis longi.

(1829) Eckhel, Docir. Mum. t. VII, p. 473.

(1830) Eustath. ad Odyss. P, v. 485.

(1831) Raoul — Rochette, Leti, cit. p. 34.

(1832) Nella faccia esterna presentano un Sileno ed un Satiro in compagnia di Menadi coronate di edera, e nell'interna due gruppi di quelli che gli archeologi sogliono denominare affectus conjugum; rappresentazioni ovvie ne' capitelli degli edifizii pompeiani, le quali accennano al culto dionisiaco, o alle iniziazioni ai misteri, ed alla tranquilla ilarità degl'iniziati nel partirsi dal mondo.

(1833) Una vasca di marmo grechetto, della forma di una lampada o lienuco circolare a dieci becchi, ornava questo fonte; e le quattro anatre di marmo ed un rospo poggiato su piccola base che vi si rinvennero servivano da zampilli.

(1834) Tugurium janitoris. Aurel. Vict. Caes. c. 8.

(1835) Perciò Varrone il nome di cella derivava a celando (De L. L. IV, 33).

(1836) Plin. Epist. II, 17.

(1837) Plin. H. N. XXV, 2. —Senec. De Benef. III, 28.—Juvenal. Sat. VIII, 19 — 20.—Cf. Polyb. VI, 53.—Vitruv. VI, 4.

(1838) Appian. Civ. IV, 44. —Serv. ad Æn. I, 726.—Cf. Avellino, Descriz, cit. della III casa ecc. p. 47 segg.

(1839) Si scoprì io questo peristilio un fusto tronco di cipollino, sul cui piano superiore è inciso un orologio solare; ed un altro orologio simile di marmo si rinvenne nello scavarsi il peristilio stesso, che si giudicò caduto dal piano superiore dell’edifizio.

(1840) De Archit. VI, 10.

(1841) La scoverta della fontana che ne adornava il peristilio, fattasi nel 1 giugno 1833 quando il Gran Duca di Toscana di sua presenza onorava gli scavi pompeiani, le ottenne il nome di Casa del Gran Duca Leopoldo.

(1842) Cic. De Dir. I, 47.

(1843)Columella, De R.R. 1, 6, 16; II, 52.

(1844)Avellino, Descriz. della quarta casa Pompejana ecc. Nap. 1843 in 4.

(1845)Quaranta, ANNALI CIV. t. III, p.56. Finati, MUS. BORB. t. XI, tav. 61.Bechi, Op. cit.ibid. tav. A, B in fine.

(1846)Raoul Rochette, Lett. cit. p. 35.

(1847)Nel R. Museo Borbonico t. X, tav. 56 Ganimede assiso, a cui Amore guida Giove cambiato in aquila; t. XII, tav, 2 Apollo e Ciparisso; tav. 3 Leda col cigno; tav. 33 apollo, e Dafne che comincia a trasformarsi in lauro. —Cf. Avellino, Il Mito di Ciparisso. Nap. 1841.

(1848)Avellino, Opusc. t. II, p. 288. —Cf. le Osserv. del ch. Borghesi ibid. p. 306 segg.

(1849)Vedi p. 332.

(1850) Raoul — Rochette, Lett. cit. p. 36 — 41.

(1851)Non era ancor tutta decorata quando la città rimaneva distrutta, perché vi si scopriva un piatto di piombo con colori e fogliette d’oro e che tutta la casa si compisse non guari prima dell eruzione non par dubbio da' molti ornamenti di porte che fra vasi di bronzo e strumenti da muratori si trovarono nell’atrio (V. Bonucci, Il gran Musaico, e la Magione del Fauno. Nap. 1832).

(1852)Sotto la soglia di queste camere si scoprirono ossami di uccelli, forse già inchiodati sulle porle, come sulle grandi porte de' palagi suoi farsi oggidì.

(1853)Queste spiegazioni da preferirsi alle altre, come a me sembra, sono dell’Avellino, del Quaranta e dei Niccolini; se non che disconvengono sul luogo della battaglia, dappoiché il primo de' lodati ch. archeologi sostiene esser quella avvenuta alle rive dei Granico, il secondo l’altra sull’oso, cd il terzo quella di Arbella. Veggasi la rassegna di tutte le altre spiegazioni nell'opuscolo del mio dotto amico e collega cav. Finati (Sala del gran Musaico Pompeiano Nap. 1816). Né debbo trasandare la più recente spiegazione datane dal professore H. Schreiber di Friburgo, il quale ha riconosciuto nel musaico la vittoria riportata su’ Galli da Romani a Clastidio (Polyb. ll, 34. —Piu tardi. in Marcell. —Val. Max. 1, I) città della Liguria, ora Chiasteggio, e la morte del lor generale Viridomaro ucciso da Marcello (Die Marcellus Schlacht bei Clastidium; Mosaik — Gemälde zu Pompeu. Freiburg, 1813 in 4.°).

(1854)Ptolem. Efest. ap Phot. lib. IV.

(1855)Anche il Raoul — Rochette, il quale nel musaico riconosce rappresentata la battaglia tra Dario ed Alessandro sulla riva dell’Isso (Lett. cit. p. 42) inclina a credere che fosse la copia di qualche eccellente dipinto greco, e forse quello del celebre Fiosseno (Plin. H. N. XXV, 10, 36).

(1856)Era ornato certamente di statue, a giudicarne dalle statuette di Apollo, Bacco, della Concordia, delle Grazie e di un Paride che vi si trovavano in frammenti.

(1857)Si scoprivano poco lungi due tripodi e due candelabri di bronzo, un ramo di alloro, e le ossa di una colomba sulle sue uova.

(1858)Vedi su questa parte delle case romane Pseudo—Ascon, in Cic. Divinat. § 50. — Paul. Diac. Excerp. in Fest. v. Maeniana. — Cf. Hieronym. Ep. 106, n. 63.

(1859)Due grandi braccialetti, due pendenti, e sette anelli d'oro con bellissime gemme incise.

(1860)Di queste parti delle case greche per gli ospiti che vi si ricevevano dette distintamente parla Vitruvio col nome stesso di hospitalia (De Archit. VI, 10) — Cf. Canina, Archit. Rom. P. II, p. 762, 770. — Raoul Rochette, Lett. cit. p. 44.

(1861) In ciascuno di questi atrii si scovrirono nel solito luogo le solite casseferrate, per serbarvi il danaro necessario alle spese giornaliere del commercio ed a' bisogni della famiglia.

(1862)Nella minuta descrizione che ne fa il ch. Avellino (Bullett. Archeol. A. I, p. 65 segg.) non mancano particolarit curiose in questa specie d'ignobili abitazioni.

(1863)Un gruppo di un Satiro e d'una Baccante, Leda col cigno, Adone ferito sostenuto da tre Amori, Ercole disteso a' piedi di Onfale e circondato da Amorini. Questo grazioso dipinto formava il quadro principale della parete destra del tablino, e stava in mezzo a due altri quadretti di Adone sulle ginocchia di Venere, e di un Fauno che abbraccia una Ninfa

(1864)Da queste regioni, ricche nella produzione del frumento, traevano i Romani le provisioni necessarie per l’annona della capitale dell’Impero, e dell’effigie di. Alessandria e della Sicilia ornavasi il muro di una delle più frequentate e spaziose strade di Pompei, dove come a Pozzuoli esser doveva uno degli emporii di quel commercio, e dimoravano i mercatanti che vi erano addetti. E senza dire del tempio d’Iside, altre tracce patenti gli scavi pompeiani hanno somministrate di Alessandrini che nella città abitavano, e che vi avevano anzi case magnifiche e suntuose.

(1865)Apollod. Bibl. III, 10, 2. Hymn. in Mer. v. 47 sqq. Cf. Avellino, Bullett. Archeol A, J, p. III.

(1866)Ovid. Fast. V, 681 sqq. Ablue praeteriti periuria temporis, inquit: — Ablue praeterita perfida verba die — Da modo lucramihi, da facto gaudia lucro: — Etface, ut emptori verba dedisse juvet.

(1867)Vedi pagg. 339, 353.

(1868) Vedi pe’ più minuti particolari di questi belli dipinti e delle case in cui sono stati scoperti le illustrazioni del ch. Avellino (Bullett. Archeol. A. III, p. 4 segg.)

(1869)Vedi dell'ultimo quadro l'illustrazione del ch. Quaranta, R. Mus. B. t. I, tav. 5.

(1870)Bechi, Rel. cit. nel R. MUS. BORB. t. II, p. 3; ivi t. IV, tav. B in fin. Cf. Bonucci, Op. cit. p. 163.

(1871)Pu vedersene la rassegna nelle citate descrizioni del Bonucci (p.160), e del De Iorio (p. 61 seg.).

(1872)Duodecim Deos et Dianam et lovem

Optimum Maximum habeat iratos

Quisquishic minxerit aut c..…

(1873)De Iorio, Guida cit. p. 63, tav. IV, n. 2.

(1874)W. Gell, Pompeiana II ser, vol. II, p.63. La citt, di cui G. Giulio Efestione detto sacerdote nella lapida () sembra Alessandria, ed il Gell avverte opportunamente che nell'ultima linea vi si ricorda uno de' mesi egizii, Pharmouthi, il quale corrispondeva al nostro aprile.

(1875) De Iorio, Guida di Pompei, p. 65.

(1876)Romanelli, Viaggio cit. t. I, p. 149.

(1877)Vitruv. De Archit. III, 2.

(1878)Canina, Archit. Rom. P. II, p. 168.

(1879)Vedine la restituzione fattane dall’Avellino (Bullet. cit. A. III, p. 35), il quale osservando che confrontano colle parole di alcuni scrittori delle cose romane., dottamente congettura che tal conformità di espressioni derivassero da qualche solenne elogio che di Enea era nel Foro romano, d’onde questo elogio pompeiano veniva forse imitato.

(1880)Arditi, La legge Petronia p. XIV. Orelli Sylloge n. 5053.

(1881)Mazois, uines de Pompei, t. III pl. XXXXXXVI p. 48 50.Cf. R. Rochette, Journal des Saans 1843, p. 474.

(1882)Veggasi a tal proposito l'erudita opera del Cagnazzi, Su i valori delle misure e de' pesi degli antichi Romani, desunti dagli originali esistenti nel R. Museo Borbonico. Nap. 1825.

(1883)Guarini, Fasti Duumvirali di Pompei p. 79.

(1884)Arditi, La legge Petronia p. 9. Stando questo tempio pi dappresso al Foro che alla Basilica, pel Foro egli sembra che i Pompeiani Decurioni con 3000 sesterzii acquistassero il dritto di chiudere le finestre del Collegio de' Venerei, del quale insino al tetto innalzarono ancora una cadente muraglia. Veggasi del resto il dotto commentario del Guarini Dejure lumin. obstruend. Comm. III, p. 63 seqq.

(1885)Il ch. Cav. Canina la Basilica pompeiana rassomiglia a quella della colonia Giulia di Fano, disegnata e diretta dallo stesso Vitruvio, la quale presentava una particolarit di costruzione non comune colle altre (Archit. Rom. P. II, p. 277 seg.)

(1886)Plin. Epist. II, 14, 8; V, 21, 1. Quintil. Inst. Or. X, 5, 18; XII, 5, 6. Paul. Dig. 34, 2, 33. Vitruv. V, 1, 2.

(1887)De Arte Am. I, 475.

(1888)Ovid. Amor. I, VIII, 77. Propert. IV, 5, 47.

(1889)Ovid. Trist. IV, 10, 44, 53.

(1890)Solevasi giuocare colle palle di vetro e per lo pi ne' bagni e nelle terme (Gruter, Inscr. DCXXXVII, 1. Stat. Silv. 1, 5, v. 57. 58. Senec. Epist. LVI, 2), ed una iscrizione di acclamazione ricorda ancora i Pilicrepi a Pompei (Diss. isag. p.66, tab. X).

(1891)Il Wordsworth, il quale ingegnosa mente illustra queste graffite iscrizioni, in proposito dellosca pronunzia cita opportunamente il metrico epitaffio nel Vaticano, nel quale si nota la pronunzia stessa presso i Latini del volgo: TU LAPIS OPTIISTOR LIIVITUR SVPIIR OSSA RESIDAS (Te lapis obtestor leviter super ossa residas).

(1892) Eleg. III, 16, 13.

(1893) Horat. Sat. II, 2, 116 sq.

(1894) Chr. Wordsworth, Inscript. Pompeianae discovered on the wales of buildings at Pompeii, London 1837.

(1895)Mazois, Ruines de Pompei P. II, p. 61 62; pl. XXI, XXIII. Bechi, R. MUS. BORB. t. V, tav. 25.Cf. Bonucci, Op. cit. p. 175.

(1896) Vedine le illustrazioni del ch. Bechi nel K. Mus. Borb. t. I, tav. A, B in fin.; t. II, tav. 12.

(1897) Da, Λέσχη. — Cf, Gell. Pompeiana II, Sr. t. I, p 49.

(1898) Homer. Odyss. Σ, 329. —In quello de' Delfiesi, ricco delle belle pitture di Polignoto, rappresentanti soggetti Omerici e della tradizione eroica, favellavasi di cose gravi insieme e favolose; e celebre ancora per le pitture e gli eroici monumenti era il Lesche di Sparta, de' quali vedi Pausania (Phoc. XXI, 1; Lacan. XV).

(1899) De Vita, Antiq. Benev. t. I, p. 261. — Noris, Cenotaph. Pis. I, 4. —Anche Vitruvio presso il Foro e la Basilica edificava il tempio di Augusto nella città di Fano.

(1900) Avellino, Conghietture ecc, nelle Mem. della R. ACCAD. ERCOL t. II in princ. Cf. le illustrazioni del Finati nel R. MUS. BORB. t. III, tav. XXVII, XXVIII.

(1901) Ovid. Epist. ex P. IV, 9, v. 108 sqq.

(1902)) Buoi e pecore a sinistra dell’ingresso, un corno di abbondanza rovesciato su piatti, vasi pieni di frutti con Amore e Psiche e Genietti che intrecciano ghirlande. E vedi su’ muri del peristilio de' pesci, un tacchino (meeans), canestri pieni di uova, oche, pernici spiumate, altri vasi pe’ frutti e molte anfore del vino; e sulla porta presso il poggiuolo a guisa di triclinio pezzi di carne, un fendente per tagliarla, uccelli, prosciutti ed una testa di maiale.

(1903) Vi si scopri un recipiente per le acque immonde pieno di reste di pesce, e più lungi alcune anfore e vasi di bronzo.

(1904) Una cassettina con 1036 monete di bronzo, 41 di argento, un anello d'oro con pietra scolpita ed un altro di argento, scoperta presso la piccola porta, eravi messa come alle porte di alcuni templi odierni per depositarvi i tributi della pubblica beneficenza. Veggansi del resto le citate descrizioni del Gell (t. 1, p. 46 segg.) e del Bonucci (p. 184 segg.)

(1905) Bonucci, Pompei dècrite p. 180.

(1906) In questo lato del Foro, anziché presso il tempio d’Iside, è più naturale il riconoscere la scuola di Retori, di cui parla il Reuvens (Epimetr. De quibusd. monum. cum Polliorus hist. coniuct. ad Thorbeckii comm. De C. Asinio Pollione, p. XV).

(1907) Antich. di Ercolano, t. III, p. 210.

(1908) Se ne vegga la descrizione del Bechi, R. MUS. BORB. t. I, tav. XXVII. —Cf. Canina, Archit. Rom. P. III, p. 215.

(1909) Questo nome greco in italiano significa Beneficenza.

(1910) Presso uno di questi incavi vedesi una porta finta dipinta a stucco giallo, che imita i diversi compartimenti e fanello di bronzo della porta vera già distrutta.

(1911) Bechi, Del Calcidico e della Cripta di Eumachia p. 12, 23 segg.

(1912) Canina, Archit. Rom. P. III, p. 273.

(1913) W. Gell, Pompeiana II Ser. t. I, p. 17.

(1914) Vedi pag. 330.

(1915) Plin. H. N. XVI, 92, 1; XXXV, 50, 2. — Senec. Epist. XV, 4.

(1916)Virg. Eclog, VIII, v. 70.

(1917) Stringeva nella mano una borsa di tela grossolana con 360 monete di argento, 6 di oro ed altre di rame, e con questo piccolo tesoro voleva anche salvare forchettine, patere e coppe di argento, un cammeo colla figura di un Satiro danzante, anella con pietre preziose, e vasi di bronzo e di rame.

(1918) Sopra alcuni pani scoperti in Pompei, nella forma di quelli che i Greci dice vano οκταβλωμι, cioè con otto tagli, si lesse l'epigrafe SILIGO, CRANII. E. CICER, impressa appunto con suggello simile, ed è noto da Plinio (XVIII, 9) che il pane di siligine cuocevasi talvolta nella tegghia.

(1919) Per la minuta rassegna di tali oggetti vedi Bonucci (Op. cit. p. 189 seg.), e De Jorio Guida cit. (p. 74 seg.)

(1920) De Jorio, Metodo per rinvenire i sepolcri p. 133, nota 2. — Cf. Id. Del più rimarchevole in Napoli e contorni p. 117.

(1921) Vi si scoprivano anelli, pendenti e smaniglie d'oro; statuette, bilance, frammenti di ornamenti da letto, sistri, strigili e calamai di bronzo, ed un disco di marmo con bassirilievi, unico avanzo di quelli che ornar ne dovevano il peristilio.

(1922) Vedi Il Mito di Ercole e Iole illustrato da G. Minervini. Nap. 1842.

(1923) Due pezzi di galloni, due orecchini d’oro, ed una statuetta di bronzo di un giovanetto con gli occhi di vetro e con cappello frigio, si rinvenivano ancora negli scavi di questa casa.

(1924) Vedi le dotte osservazioni dell’Avellino su queste ed altre simiglianti iscrizioni gradite sulle mura di Pompei, Nap. 1841.

(1925) Diminutivo di στιβάς, ossia letto di foglie ed erbe, significazione primitiva di questa voce. Cf. Serv. ad Æn. 1, 702.

(1926) Martial. Epigr. XIV, 87.

(1927) Mazois, Ruines de Pompei P. II, p. 68.

(1928) Oltre queste figure di numi, notabile è anche quella che vi rappresentava Plutone, dipinto sul muro stesso da un pittore dozzinale, e non dissimile dalla figura del diavolo, in ciera feroce e terribile, e con corna e piedi biforcati.

(1929)Bonucci, Op. cit, p. 195. De Jorio, Guida cit. p 78.

(1930) Fest. v. INFECTORES: Offectores qui proprio colori novum officiunt. Cf. v. OFFECTORES, p. 112, 192 ed. Müller—Avellino, Scavi di Pompei nel BULLETT. ARCH. A. II, p. 6, 85.

(1931) Romanelli, Viaggio cit. t. I, p. 190.—Cf. L. Goro, Wanderungen durch Pompei p. 146.

(1932) Bonucci, Op. cit. p. 198.

(1933) Vedi p. 376.

(1934) Antich. di Ercol. t. III, p. 213.

(1935) Tra alcuni vasi ed amuleti si scoprirono ancora sacri utensili nelle tre stanze contigue al portico triangolare.

(1936) De Jorio, Guida cit. p. 83, tav. IV, n. 5.

(1937) Jannelli, Vet. Osc. inscr. p. 85 segg.

(1938) Avellino, Conghietture sopra una iscriz. sannitica. Append. p. 20 segg. —In ciò solo da quella del lodato archeologo differisce in generale la spiegazione del Guarini (Comm. XI, p. il seg.), che la parola EITIWAM in vece di Pecuniam intende per Aedem. oppure Aediculam; la parola VEREH—AI spiega Cereri (Isidi) in luogo di Civitati, e TRFFBVM traduce Tertio.

(1939) Non convengono gli archeologi circa la spiegazione della parola SEXS, nell’ultima linea, e chi con dotte ragioni si avvisa che Numerio Popidio non avesse più di 6 anni quando ricostruiva il tempio, chi invece crede che ne avesse 60. Senza nulla aggiugnere alle osservazioni del Morcelli (Opp. t. I, p. 235), del Ravizza (Prose, p. 160), del Carcani (Mem. della R. Accad. Ercol. t. I, p. 235) e del Guarnii (Valore della cifra Sexs in un marmo di Pompei. Nap. 1836), dico solo che l'essersi nella lapida mentovata l'età di chi riedificava il tempio è una circostanza favorevole all'opinione di coloro che sostengono che Popidio Celsino non avesse più di sei anni.

(1940) Val. Max. 1, 3, 3— Dio Cass. XL, 47; XLII, 26; XLVII, 15—Tertull. Apolog. c. VI; Ad Nati. I, 10. Lucan. VIII, 831.—P. Victor. in. XII reg. Vib. Rom. — Pe’ riti del culto della dea vedi sopratutto Clemente, Alessandrino (Strom. VI, 4), Apuleio (Metam. XI), e Tibullo Eleg. I, 3, 23 sqq.

(1941)Lucian. VIII, 3, 1.—Cf Pausan. II, 4, 13.

(1942)Oltre degl'iniziati in atto di pregare, tali bassirilievi rappresentanoenere e Marte, Mercurio che abbraccia una Ninfa, Amorini e Genietti come in atto di volare recando alcune sacre cassettone. Il fregio erane anche decorato di delfini ed ornamenti allusivi al culto isiaco.

(1943)Su questo podio si scoprivano due teschi umani, gli avanzi di due casse di legno arse dalle ceneri, che fra altri oggetti rinchiudevano una piccola tazza d'oro, un amuleto e duc candelabri di bronzo.

(1944)Vedi in proposito di questa iscrizione le dotte osservazioni dell'A veli ino sa' Secundarum e Summarum Magistri, o magistrati superiori ed inferiori de' paghi degli antichi (OPUSC. t. III, p. 33 segg.)

(1945)Oltre i rottami di teste, piedi e braccia di marmo appartenenti a statue di legno, scopri vasi in questa stanza lo scheletro di un sacerdote, che senza darsi pensiero della morte imminente sedevasi a desco, e si trovavano per terra i resti del pranzo (gusci d’uova ed ossa di pollo) co' vasi della tavola.

(1946) Clem. Alex. Strom. VI, 4.

(1947) Quaranta, R., MUS. BORB. t. X, tav. 21.

(1948) Plutarch. De Isid, et Osir. XXXL— Porfir. De abstin. IV, 7.

(1949) Democr. ap. Clem. Alex. Strom. I, p. 307.

(1950) Il suo uffizio era de' più importanti, perché alla cognizione della scienza ieroglilica accoppiar doveva quella del globo e dell’Antej, l’astronomia, le cose sacre, e le misure.

(1951) Saint—Non. Voyage pittoresque t. II, p. 110, 124. —Bonucci, Op. cit. p. 203— De Jorio, Guida, cit. p. 87.

(1952) Apulci. Metam. XI in princ.

(1953) Finati, R. Mus. Borb. t. 11, P. I, p. 18, 83.—Cf. Mem. della R. Accad. t. I, p. 178; t. II, p. 27.—Per tutto il tempio vedi Migliacci, Riflessioni sul tempio d'Iside. Nap. 1765.

(1954) Antich. di Ercol. t. II, p. 309. Cf. De Jorio, Peintures antiq. de Portici p. 7.

(1955) Canina, Archit. Rom. P. III, p. 213. —Nella cella del custode (aedituus) si scoprivano diversi utensili sacri ed una piccola culla di terra cotta, alla cui estremità stava aderente un busto di fanciullo, specie di ex voto offerto al nume.

(1956) Romanelli, Viaggio cit. t. I, p 206.

(1957) Bechi, R. MUS. BORB. t. V, tav. XI.

(1958) De Archit. VI, 5. Cf. Mazois, Op. cit. P. II, p. 73.

(1959) Romanelli, Viaggio cit. t. I, p. 187. — Tra gli altri oggetti che ne venivano fuori, notabili sono due eleganti specchi di metallo ed alcuni strumenti da fiato, uno de' quali accanto alla sua cassettina ridotta in pezzi, ed un altro formato di osso, bronzo ed avorio (De Jorio, Guida cit. p. 82).

(1960) Bechi, R. Mus. 1, I, tav. XXIX.

(1961) Rosini, Diss. isag. p. 61.

(1962)Delle due tessere teatrali di osso che vi furono scoverte una ha nel dritto la prospettiva del teatro, e nel rovescio il nome di Eschilo (AICΧΥΛΟΥ) per dinotare che rappresentavasi una tragedia di questo poeta. Vi è sopra segnato il numero romano XII e sotto il numero greco IB che vale lo stesso, e che dinotavano il gradino della II cavea a chi presentava la tessera, non essendovene d'uopo per la prima e per l'ultima (V. PITT. ERCOL, t. IV in princ.)

(1963)Vedi p. 371.

(1964)Clarac, Pompei p. 89 segg.

(1965)Nell'orchestra e ne' quattro gradi contigui si veggono i posti delle persone ragguardevoli separati dalla cavea mercé di una cinta (praecinctio) e sopra la cavea le gallerie o i corridoi coperti destinati alle donne e a forestieri. Su i quattro gradi contigui all’orchestra si situavano i bisellii e le sedie curuli pe’ magistrati e le autorità municipali della città (Bechi, R. MUS. BORB. t. I, tav. XX XVIII. — Canina, Archit. Rom. P. III, p. 323 seg.)

(1966)Era formato da 74 colonne doriche scanalate dalla metà in su, e rivestite di stucco dipinto a color rosso, giallo e turchino, avendo nel mezzo un vasto giardino. Sulle colonne si veggono le solite iscrizioni graffite per passatempo, nonché figure di gladiatori, guerrieri e navigli.

(1967)Romanelli, Viaggio cit. t I, p. 243.

(1968)Bonucci, Op. cit. p. 212. —Jorio, Guida cit. p. 91 segg.

(1969)Bechi, R. MUS. BORB. t. V, tav. X, XI

(1970)Vitruv. De Archit. V, 9. —Cf. Paolini, Mem. su' monum. di antich, ecc. p. 263.

(1971)ordswort, Inscr. cit. p. 26.

(1972) Paolini, Op. cit. p. 266.

(1973)Saint — Non, Voyage cit. t. II, p. 140 seg. — Romanelli, Viaggio cit. t I, p. 179 seg — Goro, Wanderungen durch Pompei p. 137.

(1974)Rosin. Diss. isag. cap. XIII, 10, 13. —Cf. Gruter. inscr. p. XCVI, 5, 6.

(1975) Vitruv. De Arch. IV, 7.

(1976)Gloss. Labb. v. Bidental. — Cf. Fest. v. Fulguritum—O. Muller, Die Etrusker t. II, p. 170.

(1977)Serv. ad Æn. IV, 57; VI, 39. — Nigid. ap. Gell. N. A. XVI, 6. — Non. Marc. 1, 264. Fest. v. Bidental.

(1978)Avellino, Bullett. archeol. A. III, gladiatori;, le cacce, le coppie e le famiglie p. 83 seg.

(1979)Romanelli, Viaggio cit. t I, p. 182.

(1980) Fanno ciò manifesto i molti programmi scoperti in su' muri della città, ne' quali distintamente leggiamo indicati i giuochi gladiatorii, le cacce, le coppie e le famiglie de' gladiatori, nonché i giorni che tali crudeli spettacoli dovevano durare, e talvolta duravano quattro giorni di seguito. Vedi queste iscrizioni nella Diss. isagog. tab. IX, n. 2, 4, 6.

(1981) Vedi p. 294.

(1982) Modest. L. 11, § 2 D. ad Leg. Cornel. de Sicariis.—Cf. Gravina, De Orig. Iur. III, 21.—Arditi, La Legge Petronia illustrata ecc. Nap. 1817.

(1983) Plin. H. N. XXXVII, 3.—Cf. Calpurn. Egl. VII, v. 47.—In altri anfiteatri per tenere lontane le fiere dagli spettatori, un euripo o canale si faceva intorno l'arena (Sucton, in Caes. c. 39).

(1984) In su' muri di questi corridoi molte iscrizioni fatte a pennello ed anche col carbone si sono lette, e dove si celebra un gladiatore in più combattimenti riuscito vincitore: Multa munera vicisti, dove si legge un'imprecazione contro di un altro: Burca) tabescat.

(1985) Vedi pag. 294—Della vittoria ottenuta da' Pompeiani rimase ancora, oltre la testimonianza di Tacito, un curioso disegno con una iscrizione graffita sul muro esteriore di una casa nella strada di Mercurio. Vi si veggono a sinistra due rozzissime figure, quali si sogliono fare in su' muri da' fanciulli, o dalle persone del volgo, delle quali una tira l’altra con una fune su pe’ gradini dell'anfiteatro, ed a destra un’altra figura meglio disegnata di un guerriero col suo scudo in atto di scendere con una palma in mano dallo stesso anfiteatro, e sotto l'iscrizione: Campani ridona una cum Nucerinis peristis.

(1986) Capaccio, Foresiere p. 1016. — Gud. Inscr. ani. p. CVI. — Cf. Capasso, Topograf. stor. archeol. della penisola sorrentina, p. 19.

(1987) Con ogni maniera di spettacoli e giuochi pubblici volle celebrare A. Clodio Fiacco i suoi tre primi duumvirati. Oltre la pompa nel Foro, e cacce di tori, vi ebbero gladiatori di diverse specie ed atleti, pugili a truppe (catervarii) come in una festa celebrata da Augusto (Suct. Aug. 46), ai giuochi de' quali si aggiunsero sinfonie di tibicini (acroamatis) al pari di altre feste, di cui parla la storia (Suct. Vesp. 19; Lamprid. Alex. Sever, 31), nonché pantomini, e lo stesso Pilade, celebre istrione a' tempi di Augusto (Macrob. Satura. II, 7; Dio Cass. LIV, 17) che ci disvela ancora l’età della lapida, la quale fu propriamente Fanno di Roma 732, ma il primo duumvirato di A. Clodio Fiacco fu di due anni prima, reggendosi in un’altra lapida riferita dal ch. Avellino (Opusc. 1. 11, p. 194) duumviro la terza volta, come nella già riferita, con Olconio Rufo nel XIII consolato di Cesare e di M. Plauzio Silvano. Vedi del resto una greca iscrizione riferita dal Muratori (p. DCXLIII, 1), che quanto a' giuochi fa riscontro alla già riferita.

(1988) Vi è ancora un ingresso, il più angusto di tutti, col quale sommano le cento aperture già dette, e chi lo soppone per introdurre le fiere nell'arena, chi per trasportarvi i cadaveri de' gladiatori estinti ne' giuochi, i quali con uncini venivano barbaramente tirati allo spoliario, il quale sembra la rotonda cameretta che si vede a destra, in cui scoprivasi lo scheletro di un leone. La detta porta dicevasi libitiense e sandapilaria, perchè per essa passava il cataletto (sandapila) de' gladiatori uccisi.

(1989) Mazois, Op. cit. P. II, p. 101, nota 1.

(1990) Plaut. Pseud, act. I, se. 2, v. 79. — Suct. Gramm. XVIII, 2, —Prop. Eleg. IV, 5, 68.

(1991) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 173.

(1992) Rosini, Diss. isag. c. X, § 23.

(1993) Anziché pubblico, come quello dagli accademici Ercolanesi ricordato in Ercolano (BROEZI t. II, p. 393), questo Venerio sembra privato come quello che il Mazois descrive nella casa della Caccia (Op. cit. P. II, p. 77). Due iscrizioni Pompeiane (Diss. isag. tab, X, n. 1, 2) ricordano ancora i Venerii, servi addetti all’uopo, come Giulia Tiche, di cui ho già riferito il titolo sepolcrale (p. 307).

(1994) J. Klaproth, Mèm. relatifs à l'Asie. t. I, p. 64 seg.

(1995) De Archit. VII, 5.

(1996) Siani, Mem. della città di Sarno, p. 27. — Cf. De Jorio, Guida cit. p, 157.

(1997) Per la compiuta descrizione di Pom. pei, oltre le opere citate, reggasi particolarmente la classica opera del Mazois, terminata di recente dopo 20 anni di fatiche, continuata dall’architetto M, Gau. Paris, Didot; 4 vol. in fol. —HERCVLANVM ET POMPEI, Recueil gènéral de peintures, bronzes, mosaiques ete. découverts jusqu'à ce jour, et reproduits d’après tous les ouvrages publiés jusqu'à present, avec un tèxte explicatif de M. Barrò, Paris, Didot; 8 vol. in I.

(1998) Nel podere del sig. Scognamiglio.

(1999) Avellino, Bull. Arch, A. III, p. 31.

(2000) Strab. VI, p. 217. — Stat. Sitv. II, 2, 285. —Plin. H. N. III, 9.

(2001) Steph. Byz. v. Σάρνος —Strab. XII, p. 511.

(2002) Vib. Sequ. De flumin. p. 18. Oberi.

(2003) Serv. ad Æn. VII, 738. Piumini, quem incolerent, Sarno nomen impostasse (Pelasgos ex appellatone patrii fluminis.

(2004) Tab. Peutinger. XII.

(2005) Plin. H. N. III, 19, 3.

(2006) Xenoph. Anab. 1, 4, 1. — Strab. XII, p. 535. — Liv. XXXIII, 41.—Cf. Forbiger, Handb. der alten Geograph. P. II, p. 106.

(2007) Campania p. 330. — Cf. Macrin. De Vesuv. p. 63.

(2008) Procop. De Bell. goth. IV, 35. την τε γην αποτέμνομενοςὡς βαθύτατα, έκα,, τέρωθεν ὥςπερ ἀποκρεμαμένας ποιεῖται τας ὄχθας.

(2009) Strab. V, p. 247. επίνειόν ἐστιν ἡ Πομπηία, παρὰ τῶ Σάρνῳ ποταμῶ καὶ δε, χομένω τὰ φορτία καὶ ἐκπέμποντι.

(2010) Il Conte di Celano signore di Scafati, alzando una diga presso la Barra, ne restringeva le acque per dar moto con esse a' suoi molini, ed alla fine del XVI secolo il Conte di Sarno con lungo e profondo canale allo stesso effetto le trasportava a Torre Annunziata (Siani, Mem. cit. p. 16., Cf. Degli Uberti, Disc. stor. Idraul. sul fiume Sarno, Nap. 1844).

(2011) Gioeni, Litolog. Vesuv. p. XXVI segg. — Breislak, Top. Fis. della Camp. p.107.

(2012) Galen. Therap. V, 12.

(2013) Lassen, Spiegaz. delle Tav. Eugub. nel Museo del Reno 1832, p. 387. — Il nome di Vesuvius si è creduto ancora identico al sanscritto Vasu, il nume del fuoco degli antichi Indiani, e Vasuv — ayatana, o dimora di Vasu, si nomina ne' Purana un vulcano ne' monti di Al—Burz.

(2014) Polyb. II, 17.

(2015) Strab. V, p. 247.

(2016) Diodor. Sic. IV, 21. Οὐεσθιος, ἔχων πωλλά σημεῖα του κεκαυσθαι κατὰ τοὺς ἀρχαίους χρόνους. Cf. Lucret. VI,747.

(2017) Dufrenoy, Journal des Savans 1839 p. 687.

(2018) Claudian. Derapt. Proserp. III, 184.

(2019) Philostr. Heroic. c. 2.

(2020) Nonn. Dionys. ΧΙΙΙ, 19. τριλόφοιο πελώριδα πέζαν ερίπνης. –Non bene conoscendo il Bochart (Chanaan p. 582) che tre, non due, sono i monti l'uno all'altro vicini, leggeva nel poeta διφόιο.

(2021) Flor. I, 16.

(2022) Virg. Georg. II, 224. — Martial. IV, 44.

(2023) Liv. VIII, 8. — Plutarch. in Marcell.

(2024) Giovio, Hist. IV.

(2025) Plutarch. in Crass. — Appian. Civ. I, 116. Vell. Pat. II, 30. Flor. III, 20.

(2026) Dio Cass. LXVI, 24.

(2027) Dolomieu, Voyage aux îles de Lipari p. 140.

(2028) Breislak, Op. cit. p. 157.

(2029) Procop. Debello goth. II, 4.

(2030) Pellegrino, Campania p. 316. — Reines. Syntag. Inscr. 1, 244 — Cf. Martorelli, I Fenicj p. 16.

(2031)Polyb.. III, 34. Plutarch, in Marcel. P. 300 Steph, Byz. v. Tab. euting. XICf. Mazocchi, Opusc. t. II, p. 141) E merita osservazione che come nelle altre regioni gi mentovate (p. 403) dell'Italia superiore, sincontrano nella Campania riuniti a non molta distanza nomi di luoghi e popoli simili a quelli delle regioni stesse, dir voglio Sarno, Acerra e Sarrsti.

(2032)Virg. Georg. II, 223. Et vacuis Clanius non aequus Acerris. — Sil. Ital. VIII, 335. Et Clanio contemptae semper Acerrae.

(2033)Liv. XXII, 13.

(2034)Strab. V, p. 249.

(2035)Liv. VIII, 17. Vell. Pat. I, 14, 4.

(2036)Liv. XXIII, 17; XXVII, 3 Appian. De reb. Pun, LXIII.

(2037)Appian. De Bell. civ. 1, 42, 45..

(2038) Frontin. De colon, p. 102. Acerras muro ducto colonia. Divus Augustus deduci jussit.

(2039)Lupoli, Iter enusinum p. 12.

(2040)Strab. V, p. 249. Plin. H. N. III, 9, 11.

(2041)Liv. VII, 37.

(2042)Liv. VIII, 14.

(2043)Liv. VIII, 23.

(2044)Id. VIII, 28. Diodor. Sic. XIX. 101.Cf. Pellegrino, Campania p. 638.

(2045)Fest. v. Praefecturae.

(2046)Frontin. De Col. p. 107. — Cf. Liv. Epit. LXXVII.

(2047) Pratilli, Via Appia p. 349 —Lettieri, Stop. di Suessola P. I, p. 210—Questa lapida delle rovine di Suessola fu trasportata nella vicina città di Acerra.

(2048) Della dea stessa sembra che fosse Malo sacerdote Pompeo Felicissimo, del quale ho riferito la lapida nella descrizione del Vico Novanense (p. 86), perché vi è detto SACERD. M. D., cioè Magnae Deae.

(2049) Pratilli, Op. cit. p. 349.

(2050) Lettieri, Stop. cit. P. I, p. 237.

(2051)Pratilli, Op. cit. p. 349.

(2052) Erchemp. Hist. Langob. n. 44, 48, 56,72.

(2053) Virg. Æn. VII, v. 739.

(2054) Vedi t. I, p. 323.

(2055) Cato, De R. R. c. 22. Nolae ad Rufri maceriam claves, — Cf. c. 135,

(2056) Turboli, Ricerche storiche di Marigliano p. 39.

(2057) Holsten. Adnot, in Cluver, p. 259., Spon, Miscell. erud. antiq. p. 178..

(2058) Via Appia, p. 331. Per errore certamente vi si legge Puprani in vece di Rufrani.

(2059) Cassitto ap. Romanelli, Topograf. t. II, p. 463.

(2060) Turboli, Ric. cit. p. 41.

(2061) Heyne, Not. ad Vkg. Opp t. III, p. 340 ed. Lemaire.

(2062) Ciarlante, Mem, del Sannio p. 47. — Romanelli, Topograf. t. II, p. 464.

(2063) Serv. ad Æn. VII, 739. Junonis locis Campania. est Celenna, sacer Junoni.

(2064) Strab. XII., p. 577. — Arrian. De exp. Alex. 1, 30. — Steph. Byz. v. Araxua. —Plim H. N. V, 29; 41, 1.—Il poeta Archia nomina lipoma KEXahurn; la collina sulla quale era situata Apamea (ANTHOL. GR. Epigr. VIII, p. 321).

(2065) Tab. Peutinger. J. XXII.

(2066) Steph. Byz. v. Νῶλα.

(2067) Solino II, 16. Nola a Tyriis (constituta) Lipsio ad Vellej. I, 1, legge a Tyrrhenis. —. Ignarra, De Phratr. p. 77. — Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 70. — Vell. Pat. 1, 4. Quidam haius temporis tractu aiunt a Tuscia Capuani, Nolamque conditam ante annos fere DCCCXXX. — Cf. Pellegrino, Campania p. 654.

(2068) Polyb. II, 17.

(2069) Vedi p. 19 di questo II tomo.

(2070) Iustin. XX, 1. Nolani, Abellani, nonne Chalcidensium coloni sunt? — Sil. Ital. XU, 161.Chalcidicam Nolam.

(2071) Martorelli Delle col. di Nap. t. II, p. 65. —Pelliccia, Ricerche CCC. p. 69.

(2072) R. Rochette, Hist. des Col. t. III, p. 119. —Cf Muller, Die Etrusker I, 169.

(2073) Da nw particella privativa, e λᾶς λᾶ, che fiume e pietra dinotò a' Greci (A. Leone, De Nola cap. IV). Tal ragione etimologica disapprova il Capaccio per dire che fu nominata piuttosto da νωλειμή, per avere fortemente resistito alle incursioni de' nemici (Hist. Neap. p. 888). Ma, a seguire tale etimologia, la città non avrebbe avuto nome prima di tali incursioni. Nell’osca iscrizione di Abella è detta NUYLA, e questo sembra il nome più antico della città, comeche di sconosciuto significato.

(2074) Liv. XXIII, 22.

(2075) Carelli, Catal. s. v. NOLA.—Mionnet, Recueil t. I, p. 122.Avellino, Ital. vet. num. t. I, p. 45. Opusc. t. II, p. 63.—Millingen, Consid. p. 136.

(2076) DrHancarville, ntiq. t. ll, p. 135 — Tischbein, Recueil t. I, p. 21.

(2077) Dionys. Ist. Excerpt. p. 2313, ed. Reiske. — Cf. Millingen, Op. cit. p. 136, nota (2).

(2078) Lenormaut, Introduction à l’étude des vases peints p 43.

(2079) Vedi p. 258 di questo II tomo.

(2080) Liv. IX, 28. —Strab. V, p. 249. — Diodoro Sicolo (XIX, 101) riferisce lo stesso fatto, ma confonde il dittatore Petelio con Q. Fabio, dittatore anch'egli, ma due anni prima, nella stessa guerra contro i Sanniti (Liv. IX, 22).

(2081) Liv. XXIII, 14 sqq.; XXIV, 13. — Sil. Ist. XII, 162.

(2082) Cic. Brut. III. Primum Marcelli ad Nolam praelio populus se romanus erexit.

(2083) Diodor. Sic. Fragm. lib, XX XVII, p. 540 Wessel. Σαυνιτῶν ὀλίγοι, καὶ Σαβελ λοι διατρίβοντες ἐν τῇ Νώλα. –Cf. Liv. LXXIII. —Vell. Pat. II, 17, 1.

(2084) Liv. Epit. LXXIX. — Appian. Cw. 1, 42, 50, 65.

(2085) Fior. III, 20, 5.

(2086) Frontin. De Col. p. 106.

(2087) Remondini, Star. Eccl. di Nola I. 1, p. 24, 40.

(2088) A. Leone, Op. cit. cap. VII.

(2089) S. August. De Civ. Dei. 1, 10.

(2090) Sil. Ist. XII, 162. Campo Nola sedet, crebris circumdata in orbem — Turribus, et celsofacilem tutatur adiri — Planitiem vallo.

(2091) Rimasto incompiuto questo palagio, i PP. Gesuiti vi edificarono il lor collegio; e verso il 1600 detestanti marmi un altro palagio fu costrutto entra Nola, ove poi anche i Gesuiti dimorarono (Ferraro, Del Cimiterio Nolano p. 15).

(2092) Remondini, Stor. cit. t. I, p. 103 seq.

(2093) Appiani, Inscr. p. CXXVII.

(2094) Un frammento di titolo sepolcrale di un Flamine del nume si vede fabbricato nel suolo della chiesa di Cimitile, dove fu il sepolcreto degli antichi Nolani t e cosi detto per alterazione di Coemeterium,

(2095) Suct. o. CXVIII. —Tacit. Annal. IV, 67. — Cf. Dion. Casa. LVI, 2.

(2096) Gruter. Inscr. p. CCCXVII, 5.

(2097) Postribulum Veneris, simul et dementia Bacchi — Numeri erant miseris, S. Paul. De S. Fe’. Natal. c. XI, v. 169 70.

(2098) Capaccio, Hist. Neap. p. 883. —Cf. Ramondini, Stor. cit. t I, p. 22 23.

(2099) Vedi tomo I, p. 506.

(2100) Vedi p. 420.

(2101) Liv. IX, 28.

(2102) Turboli, Ricerche cit. p 3 — 2.

(2103) Reines. Syntag. p. 236. — Cf. Pratilli, Via Appia p. 414.

(2104) Ferraro, Op. cit. p. 11.

(2105) Vetrani, Seb. the vindic. p. 190. — Cf. Remondini, Storia di Nola t I, p. 343 segg.

(2106) Tab. Peutinger. XXII.

(2107) Rosini, Diss. isagog. p. 84. — Cosi pensava il citato scrittore a cagione di un marmo riferito dal Capaccio (Hist. Neap. p. 351) e da altri, nel quale si ha memoria della Reip. Tegianensium; ma Tegiano appartenne, come vedremo, alla Lucania.

(2108) Holsten. Ad Cluver, p. 261.

(2109)(1) Capaccio, Hist. Neap. p. 884. — Remondini) Storia di Nola t. I, p. 91.—Ora si vede nel cortile di una casa in via di Chiaja n. 88, ove trovasi stabilito il Consolato del Brasile.

(2110) Marini, Nivali p. 81.—Minervino, Bullet. Arch. A. III, p. 102 seg.

(2111) A. Leone. De Nola c. VII.

(2112) Iustin. XX, 1.

(2113) Serv. ad Æn. VII, 740. Quidam hanc civitatem a rege Murano conditam MOPRAM nomine vocatam ferunt. — Ambrogio (De Nola p. 10 in Delect. Script. Ber. Neap.) ha derivato il nome di Abella dal greco ἄελλα, da' turbini de' venti impetuosi che spesso vi spirano.

(2114) R. Rochette, Hist. des Col. grecques t, 1, p. 237.

(2115) Pausan. VIII, 8.

(2116) D’Anna, Avella illustrata, t. II, p. 422.

(2117) Serv. ad Æn. I. c. Cum loca circa Capuam possiderent, orto tumultu interiis se, aliosque fugientes Moeranum abiisse.

(2118) Pellegrino, Campania p. 678.

(2119) Strab. V, p. 249.

(2120) Passeri, Pict. etr. in vate. t. III, p. LIV sqq. —Remondini Di un’iscriz. osca. Genova, 1760. — Lanzi, Saggio p. 626 segg. — Guarnii, In cipp. Oscoavellan. divin. Neap. 1839. — Jannelli, Vet. Oscor. Inscr. p. 101 segg. —Ultimo a pubblicare la lapida è stato il ch. Lepsius, ma senza tentarne la interpretazione.

(2121) Da questa opinione stessa non si allontana lo storico dà Avella, ed uno de' due templi suppone presso l’odierno ponte della Schiava, l’altro nel punto di confine po sto nel passato secolo tra Avella e Tufino (D’Anna, Stor. cit. t. I, p. 69)

(2122) Front in. De Col. p. 106.

(2123) Remondini, Stop. cit. t. f, p. 266.

(2124) Noris, Cenotaph. Pis. Diss. I, c. 3. — Cf. Lupoli, In mutil. Corfin. Inscr. p. 128.

(2125) D Anna, Stor. cit. t. II, p. 161, 155, 160. —Cf. Remondini, Stor. cit. p. 269.

(2126) Capaccio, Hist. Neap. p. 896. — Pratilli, Via Appia p. 445. — Gruter. р. МХСІХ, II. 2.

(2127) Capaccio, Hist. cit. p. 897.

(2128) Gud. Inscr. p. XXVI.

(2129) Pratilli, De Consolari della Campania p. 68. —Degnamente gli Abellani lodavano nella lapida il Consolare dell’avere lastricata e rabbellita la loro città silicibus emontibus excisis, non e dirutis monumentis; e senza altre memorie e leggi, che ordinavano la conservazione de' monumenti, questa lapida basterebbe per ricordarci la barbarie che prima delle barbariche irruzioni di già invadeva il mondo romano.

(2130) Labbé, Coll. Concil. t. V, p. 444.

(2131) Anon, Salem. Chron. CXXVII. — Cf. Erchemp. Hist. Longob, LXVII.

(2132) Sil. Ital. VIII, 545. Pauper salci cerealis Abella. — Virg. II, VII, 740. Et quos maliferae despectant moenia Abellae.

(2133) Fior. III, 20. Deinceps Thoram, totamque pervagantur Campaniam. — In alcune vulgate edizioni leggesi falsamente oram.

(2134) Steph. Byz. v. Θοραὶ.

(2135) Pellegrino, Campania p. 323.

(2136) Romanelli, Topogr. t. III, p. 346.

(2137) Turboli, Ricerche stor. di Marigliano p. 15, nota.

(2138) Siani, Mem. di Samo p. 67. — Essendo ignota a questo patrio topografo l'esistenza di Torà, supponeva che i mentovati villaggi sorgessero sulle antiche dimore de' Sarrasti e della Colonia Nucerina e che da' conduttori della colonia, alle famiglie consolari Toria, Valente e Marcia appartenenti, prendessero il nome.

(2139) Tab. Peutinger. XXII. — Plin. H. N. III, 9, 10.

(2140) Polyb. III, 91, 4. Τελευταιον δέ τῶν Νουκερινῶν ἔθνος. — Il Martorelli (Delle ant. Col. t II, p. 470) legger vorrebbe XII, perché i Sorrentini stavano veramente sulla spiaggia; ma io credo che lo storico aveva la mente a' popoli più considerevoli della regione.

(2141) Plin. H. N. III, 19, 2.

(2142) Altrove ho fatto cenno di tali denominazioni di città dappresso i fiumi con desinenze in erno, urna ed irno (t. I, p. 491), e tale spiegazione del mio dotto collega Sig. Principe di S. Giorgio parmi più accettabile di quella del Millingen (Consid. p. 197), il quale non crede diverso da Elatria, salvo l'intercalazione del digamma (F), il cognome di Alfaterna.

(2143) Plin. H. N. III, 9, 11.

(2144) Id. ibid, I(1, 17, 3. Ex Acquicoli interiere Camini, Tadiates, Cadici, Alfaterni.

(2145) Vedi tomo I, p. 264, 272.

(2146) Serv. ad Æn. VII, 738. Conon in eo libro, quem de Italia scripsit, quosdam Pelasgos, aliosque ex Peloponneso convenas, ad eum locum Italiae convenisse dicit, cui nullum antea nomen fuerit; et flumini, quem incolerent, Sarno nomen imposuisse ex appellatione patrii fluminis, et se Sarrhastes appellasse. Hi inter multa oppida Nuceriam condiderunt.

(2147)Philist. Syrac. Fragm, XLI Muller.

(2148) Troyli, Ist. Nap. t. I, P. II, p. 115.

(2149) Di questo monte, o piuttosto di un villaggio omonimo posto alle sue pendici, unitamente a Nuceria parla anche (VIII, 533. Illic Nuceria et Gaurus navalibus aptus); e comechè nè questa lezione del Lefebvre de Villebrune (Sil. Ital. corrigé sur quatre manuscrits etc. Paris, 1781), né alcuna delle altre siano bene assicurate, egli sembra che l'incertezza nasca appunto dalla confusione che il poeta faceva di questo monte presso Nuceria coll’altro presso Pozzuoli. Più al primo che al secondo conviene del resto il nome di Gauro, dal greco γαύρος, superbus, perché molto più alto, né so supporre con alcuni dotti annotatori di Silio quello presso Pozzuoli atto alle navali costruzioni, perché nudo di alberi ab antico, e buono soltanto alla coltivazione delle viti. Veggansi del resto le dotte osservazioni dell’Avellino sulle dette medaglie (Opusc. t. III, p. 151 segg.)

(2150) Sestini, Mon. vet. p. 14. —Lanzi, Saggio p. 512, 2.a ed.

(2151) Sucton. De Clar. Rhet. c. IV. —Il ch. Avellino inclina a credere questo Epidio rappresentato anche nel rovescio della detta medaglia, in vece di uno de Dioscuri, o di Marte, come è paruto ad altri nummologi (Opusc. t. I, p. 95).

(2152) Diodor. Sic. ΧΙΧ, 65. πρὸς δὲ τους Σαμνίτας συμμαχίαν ἐποιησαντο. (Οl. CXVI, 2).

(2153) Liv. IX, 38, 41.

(2154) Liv. XXIII, 15.

(2155) Sil Ital. XII, 415. Atque aequavit mænia terrae.

(2156) Appian. Hannibal. VII, 49.

(2157) Flor. III, 18.

(2158) Appian. Civ. IV, 3. — Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1186.

(2159) Frontin. De Colon. p. 106.

(2160) Tacit. Annal. XIII, 31.

(2161) Senec. Quaest. Nat. VI, 1.

(2162) Schol. Aristoph. in Av. v. 1139.

(2163) Plin. H. N. XVI, 57, 2.

(2164) Pellicano, D'un antico monum. in marmo. Nap. 1826.

(2165) L'iscrizione è scolpita nel mezzo di una finta base, composta di più pezzi di marmo bianco, che fingesi sostenuta da due piccoli telamoni a basso rilievo, tra' quali è scolpito un bisellio, e vi si veggono ne' lati due littori o rhabduchi co' fasci delle verghe, e con due bacilli fra le mani, che accennano alla dignità duumvirale, di cui Virtio fu rivestito (Avellino, Opusc. t. III, p. 173).

(2166) Forse ancora vi si riunirono le colonne del tempio di Nettuno, perchè ne' capitelli di alcune di queste colonne, come in due monete della città, vi si veggono scolpiti i delfini (Winckelmann, Opp. t. VI, p. 192).

(2167) D'Agincourt, Storia dell'arte, t. I, p. 134. Vedi la pianta e lo spaccato di questo tempio nell'opera stessa, tav. VIII, n. 9, 10. Cf. Swinburne, Travels in the two Siciles t. II, p. 113. London 1785.

(2168) Un grande edifizio scoprivasi nel 1843 poco discosto da questo tempio, con diversi idoli ed altri oggetti sotto il pavimento di una stanza, colà ascosi colla speranza forse di vedere l'antico culto ristabilito.

(2169) Giustiniani Diz. geograf. t. VII, p. 41.— De Nigris, Campania ant. e nuoνα p. 156.

(2170) Epist. decr. IV Innocent I.

(2171) Comm. Urb. lib. VI, p. 85.

(2172) Jamsilla, Hist. in princ.—Ricc. a S. Germ. Chron. ad ann. 1223.

(2173) Garrucci, Antiquit. Salern. Disquis. p. 39, tab. II.

(2174)paccio, Hist. Neap. p. 474. Cf. la mss. Descriz. di Castellammare supposta di G. Battista Rosania lodato dal citato storico, che conservasi nella Biblioteca Brancacciana.

(2175)G. De Laude, Apolog.

(2176)Plin. H. . XXII, 8, 1.

(2177)La denominazione di Tuori data agli alti monti s'incontra spesso nella catena degli Appennini, ed noto da Stefano Bizantino v. ) che gli antichi chiamavano Tauri gli alti monti e i fiumi violenti:

(2178)Galen. Therap. V, 12.

(2179)Procop. Debell, goth. IV, 35.

(2180)Cassiodor. Var. XI, 10.

(2181)Frezza, De subfeud. p, 81.—Cf. De Meo, Annali l. XII, p. 9.

(2182) Stat. Silv. III, 1, 129.

(2183) Gargiulli, Mem. della R. Acc — Ercol. t. I, p. 314.

(2184) Tab. Peutinger. $ XXVII.

(2185)All'antico nome di Gaurus di un solo e medesimo monte, che dalle vicinanze di Nocera si stende al di sopra di Castellammare, successero quelli di Albinio presso la prima di queste città, di Aureo presso l’altra. Colla seconda denominazione fu data una diversa forma latina alla volgare pronunzia di Auro in vece di Gauro, e dalle carte dal Milante (De Stabiis p. 114) non sembra più antica del secolo XI.

(2186)Che fosse stata piuttosto di greca origine pare dimostrarlo una greca città omonima che fu nella Galatia (Tab. Peutinger. $ CXLII).

(2187) Polyb.. III, 91, 4.

(2188) Vedi p. 424.

(2189) Plin. Hist. N. III, 9. Stabiae oppidumfuereusque ad Pompeum, el L. Carbonem Consules pridie Kal. Maias; quo die L. Sylla legatus bello sociali id delevit, quodnunc in villas abiit.

(2190) Plin. Epist. VI, 16 e 20.

(2191) Galen. Therap. V, 12 τὸ δὲ χορίου ἀυτὸ τὸ ἐπὶ τῇ θαλαττη αι Σταβίαι κατὰ τὸν πυθμένα του κόλπου.

(2192)Lancellotti, Epist. de Stabile p. 18.

(2193)Capaccio, Hist. Heap, p. 900. Cf. Corsini, De siglis vet. moc. p. 64. Piacentino, De siglis p. 158.

(2194) Rosini, Diss. isag. p. 91.

(2195) Cic. ad Q. Fr. III, 1.— Cf. Lancellotti, Epist. De Stabiis p. 12. — Il Raoul Rochette (Lettre à M. Schorn p. 286) crede questo Difilo mentovato anche in una iscrizione latina pubblicata dal Corsini (Not. Graec. p. 61), e quello stesso ancora esser potrebbe che Vitruvio (De Arch. VII, praef.) ricorda come autore di un trattato sulle macchine.

(2196) Il Vescovo Orso di Stabia soscriveva il sinodo romano Celebrato da Simmaco nel 499 (Ughelli, Ital. sacrt t. VI, p. 655).

(2197) Simmac. Epist. VI, 17. Stabias ire desiderant, ul reliquias longae aegritudibis armentali lacte depellant. — Cassiodor. Cariar. XI, 10. —Cf. Plin. ff. N. XXI, 5, 1.— Columella, D. R. R. X, v. 133. Fontibus Stabiae celebre.

(2198) Winckelmann, Opp. t. VII, p. 141.La restituzione della lapida è quella del Rosini (Op. cit. p. 87). Un’altra ne ha proposta il Guarini (Comm. VII, p. 32), il quale interpreta: Augustal. Nuceriae. Et, Stabiar, Aedem, Geni, Stabiar.

(2199)Milante, De Stabiis p. 9.

(2200)Capaccio, Hist. cit. p. 471. Milante, Op. cit. p. 13.De Ruggieri, Stor. di S. Maria di Pozzano p. 17. Martucci, Lettere p. 63. Or non vi si vede che una catacomba colle solite rozze immagini sulle pareti, e sopra la porta i ruderi di una grandiosa fontana,

(2201)Milante, Op. cit. p. 9.

(2202)Capaccio, Hist. cit. p. 473.

(2203) Capaccio, Hist. cit. p. 471. Milante, Op. cit. p. 13. Della Torre, Storia del Vesuvio c. 2, . 42. Parisi, Cenno storico di Castellammare p. 15.

(2204)Fra questi sepolcri uno se n' scoperto a guisa di tempietto con un musaico di bianco marmo che aveva nel mezzo la figura di uno ippocampo.

(2205)Rosini, Diss. isag. c. XIII, 3.

(2206)Per tutte queste anticaglie vedi Anxxxxx'i Ercolano t. III, tav. 55.

(2207)Plin. H. N. III, 9, 17. Intercidit xxxxxx Campania) et Taurania

(2208)eph. yz, .

(2209)luver. Ital. antiq. p. 89. Cf. Berxxxxxxwh. p. 697, nota 12.

(2210)Pinedo, ad Steph. s. v. p. 640.Holsten. ibid. p. 315.

(2211)Capaccio, Hist. Neap. p. 470.

(2212)Pellegrino, Campania p. 336. Di questo avviso stesso il Rosini (Diss. isag. c. XII, p. 16).

(2213) De Bissi, APPEND. MONUM. ad Ser. Princ. Longobard. p. LXXXI. lohannes Vestararius ipsius Domini Principis clarefecerat, ut venumdedisset ei Maraldus Episcopus sancte sedis Sirrentinae terracum casa fabrita.... et venumdederat ei ipse Episcopus inclita res sua de Propiciano, ubi TAURANICO dicebatur.

(2214) Sil. Ital. V, v. 464 sqq. Patriosque sub ipso Quaesivit montes leto, ac felicia BacchoAequana, et Zephiro Surrentum molle salubri. — Cf. v. 172.

(2215) Vedi p. 437.

(2216) Freccia, De subfeud. p. 58. Revisi eo itinere Æquensium vetustates. — Ed il Capaccio (Hist. Neap. p. 497) anche scrive: Antiquam urbemfuisse, vetera osten. dunta edificiorum monumenta, et sinus ille ab antiquis proceribus atque Imperatoribus habitatus,

(2217) Parascandolo, Leti. sull'ant. città di Equa p. LXXXVIII—XCI.

(2218) Giustiniani, Diz. geograf. t. X, p. 52.

(2219) Vedi le osservazioni in contrario del Capasso (Mem. cit. p. 26 segg.)

(2220) Capasso, Mem. cit. p. 31. — Cosi ha pur sostenuto il ch. Cav. Di Cesare in una breve memoria che vedrà la luce nel IV volume degli atti della R. Accademia Ercolanese.

(2221) Vedi p. 197 di questo II tomo.

(2222) Milante, De Stabiis p. 47.

(2223) Varro, De R. R. III, 2, 8. Metuo ne pro villa emam Ostiae in litore Seianas aedes.

(2224) Frontin. De Col. p. 107. Ager eius ex occupatone tenebatur a Graecù, ob eonsecrationem MinervaeTacit. Annoi. IV, 67. Graecos ea tenuisse, Capreasque Teleboi s hubitatas, fama tradit.

(2225) Virg. Æn. VII, 734 sqq.

(2226) Plin. H. N. III, 9, 10. Surrentum cum promontorio, Sirenum quondam tede. M. Silv. II, 2. Sirenum nomine muros, — Cf. Bochart, Chanaan, I, 33, col. 393.

(2227) Steph. Byz. v. Σύρος—Cf. Capasso, Mem. della penis. Sorrentina p. 39.

(2228) Strab. V, p. 247 — Cf. III, p. 149— R. Rochette, Hist. dee Col. grecques t. II, p. 338. —Jannelli, Vet. Ote, inscr. p. 21, — Klausen, Æneas und die Penaten p.1132.—Eckermann, Lehrbuch der mythol. E. B. p. 273, 74.

(2229) Senza tutte ammettere dal greco derivate le denominazioni di molti luoghi nella penisola Sorrentina investigate dal Gargiulli (Mem. cit. p.315 segg.), indubitabili mi sembrano quelle di punta di Scutalo da σκυταλος, capo; Alimone, o lido senza porto, da ἀλίμενος; Carotto, cioè ripa grande, da κάρ ed ὄχλος; Cermenna, monte scosceso, da κρήμνύμενα; Trasaella da Opaσκαέλλα, sede religiosa, da qualche antico tempio; Mortora da poχoopy, monti che affaticano; Cruara da Κριου άκρα, testa di montone, dalla figura del promontorio ora detto Capo di S. Fortunata. Altre di queste denominazioni sono versioni de' nomi antichi, come Meta tradotto da τέρμα, villaggio alle falde di Monte chiaro, già detto Λαμπρόν ὄρος, che dinota lo stesso.

(2230) Ignarra, De Pal. p. 269 Millingen, Méd. gr. ined, p. 13. — Consid. p. 138.Fiorelli, Osserv. p. 3.

(2231) Avellino, Lett. a Gargiulli nel Gior. Encicl. A. VII, p. 328 sgg. Opuscoli, t. III, p. 103 sgg. A questa città istessa si attribuiscono le monete di bronzo coll'analoga leggenda IDNO in caratteri osci e di quasi barbaro lavoro, con quelle colla leggenda TPINA, le une e le altre scoperte per lo più sul promontorio Ateneo.

(2232) Plin. H. N. IV, 19, 5. In argolico (sinu), Pityusa, Irine, Ephyre.

(2233) Vedi tomo I, p. 466, e nota (6).

(2234) Capasso, Mem. cit. p. 39 segg.

(2235) Diod. Sic. V, 7; p. 336 Wesseling.

(2236) Gargiulli, Le Sirene p. 59.

(2237) Heraclid. Pont. Ds. Polit. c. XXV. — Callimach. ap. Tzetz. ad Lycophr, v. 743, 938. — Diod. Sic. V, 7. —Eustatb. in Dionys. Perieg. v. 340.

(2238) Strab. V, p. 247.

(2239) La variante e συρεόν, ο σύραιον (Kramer, not. ad Strab. p. 392), nella quale ai è vanamente sostenuto una denominazione orientale (Parascandolo, Lett. cit. p. 37 — 49).

(2240) Pellegrino, Campania p. 336.

(2241) Plin. H. N. III, 9, 17. A Surrento ad Silarum amnem....ager Picentinus, Ptol. III, 1, 7. ed. Nobbe.

(2242) Liv. XXII, 61. Defecere ad Poenos… Surrentini et Graecorum omnis fere ora.

(2243) Front in. De Col. p. 107.

(2244) Il Capaccio (Hist. Neap. p. 611) ti ricorda una statua di basalte che già vedevasi presso il sedile della città, e che avea tra le gambe una base scolpita con simulacri e caratteri egizii.

(2245) La base, sulla quale è scolpita la prima di queste iscrizioni, si vede sotto l'arco della torre della Cattedrale, l'altra è perduta.

(2246) Doni, inscr. Cl. III, n. 14. —Cf. Capasso, Mem. cit. p. 30.

(2247) G. Hensen, Bull. dell’Inst. Archeol. 1845, p. 63. —Poiché colle sue calunnie indusse Costantino a fare uccidere il proprio figliuolo Crispo, nel 326, scoperta la falsità delle di lei accuse, fu messa a morte anch'essa. Dal titolo di Sorrento si raccoglie che il nome di Fausta fu cancellato nelle iscrizioni.

(2248) Quest'ara, di cui fa menzione il Pokocke (Vovages, t. III, p. 202), in due pezzi divisa, da una parte rappresenta la dea assisa sopra un carro tirata da leoni con corteo di sacri ministri, e dall’altra persone con faci accese in atto di correre.

(2249) Capaccio, Hist. Neap. p. 511. — Gargiulli, Mem. cit. p. 318.

(2250) Vedi pp. 217, 222, 223 di questo secondo tomo.

(2251) Di questa iscrizione il Capaccio (Hist. Neap. p. 238) appena pubblicò scorrettamente le prime parole; tornata in luce, sopra una base si è allogata nell’atrio della Cattedrale, ed intera l’ha pubblicata il Capasso (Mem. cit. p. 87, n. 21).

(2252)De Archit. III, 2.

(2253) Riferita scorrettamente da varii scrittori ed epigrafisti, ora si vede nel portico della chiesa di S. Antonino (Capasso, Mem. cit. p. 81.)

(2254) Strab. VI, p. 275. Horat. Carm. 1, 30.

(2255) Appian. De bell. civ. 11, 151. — Dion. Cass. XLIII, 5.

(2256) Spon, Miscell. erud. antiq. p.197. — Anastas. Op. cit. p. 144.

(2257) Anthol. Lat. I, epigr. 63. Cf. ib. Scalig.

(2258) Gargiulli, Lett. nel Giorn. Encicl. A. VII, t. II, p. 227 segg.

(2259) Donnorso Mem, cit. p. 20.

(2260) Capaccio, Hist. Neap, p. 508.

(2261) Anastas. Antica, Surrent, p. 166.

(2262) Sil. Ital. V, 466. Zephyro Surrentum molle salubri,

(2263) I vasi sorrentini, di cui parlano Plinio (H. N. XXV, 2) od altri antichi (Maritai. Epigr. XIII, III; XIV, 102. —Macedon. Epigr. in Anthol. III), non si debbono, io credo, con fondere con quelli di greco lavoro scoperti ne' sepolcri dell’antica città (Molegnano, Descriz. ecc. p. 19), tra' quali notabili sono quello del Pourtales — Gorgier, in cui si veggono effigiate le Sirene, e l’altro del ricco Museo Santangelo, che rappresenta una cena dionisiaca. Molti be' vasi ancora della celebre raccolta del D’Hancarville vennero fuori dal suolo di Sorrento, i quali acquistati poi dall'Hamilton, ora abbelliscono i più preziosi musei d’Inghilterra.

(2264) Colum. De R. R. III, 2, 10. —Ovid. Met, XV, 710 Surrentino generoso palmite colle. —Pers. Sat, III, 93. —Plin. H. N. XIV, 2. —Strab. V, p. 243. —Athen. I, 24—Procul. 33 D. t. 6, L. ult.

(2265) Enn. ap. Apulej. Apolog. p. 468 Surrenti phagem, glaucum Cumas apud. — Questo pesce è detto phager da Plinio (H. N. XXII, 53), cd ora lo chiamano frugolino.

(2266) Horat. Epist. 1, 17, 52.

(2267) Persico, Op. cit. p. 18 — 21.

(2268)Vedi per la descrizione di questa villa l'intero carme di Stazio (Silv. II, 2) — Cf. III, 1. — Swinburne, Op. cit. t. I, p. 88 segg. — Capasso, Mem. cit. p. 54.

(2269)Gargiulli, Mem. cit. p. 324.

(2270)Persico, Op. cit. p. 22 23.

(2271)Gargiulli, Mem. cit. p. 324.

(2272)Strab. I, p. 22; V, p. 247. Mela, 1, 4. Plin. H. . III, 9, 10.

(2273)Il Casaubono (ad Strab. I. c.) cambiò Πρηνουσσον in Σειρηνουσσῶν. — Cf. Pelliccia, Op. cit. p. 90 (nota).

(2274)Parascandolo, Leti. cit. p. 56.

(2275)Da giogo, ed , cangiato quindi in (Gargiulli, Mem. cit. p. 328).

(2276)Mazony de Laural, L'Heraclade, notes p. 263.

(2277) Steph. Βyz. v. Αθηναι—Cf. Turneb. Advers, XVI, 20.—Capaccio, Hist. Neap. p. 539.

(2278) Liv. XL, 18.

(2279) Erano tali i vestigi che ne rimanevano negli scorsi secoli, che si attribuivano ad una città. Certo è che un acquidotto per la montagna di S. Costanzo vi conduce va l'acqua della sorgente del casale di S. A gaia (Persico, Descriz. di Massa p. 3).

(2280) Strab. V, p. 247. —Asclep. Myrl. ap. Strab. III, p. 157.

(2281) Liv. XLII. 20.

(2282) Stat. Silv. II, 2. — Cf. Ovid. Epist. 78 — Seneca, Epist. 77.

(2283) Persico, Descriz. di Massa, p. 40.

(2284) Donnorso, Mem, di Sorrento p. 9.

(2285) Distrutta la prima chiesa di Maria della Lobra (nella prima fondazione edificata alla marina nel luogo detto Fontanella, e di là trasferita nell'eminenza di Palma, e poi nel luogo detto il Capitello nel 1564), alcune colonne intere vi restarono che appartennero all'antico tempio, e di queste due delle più belle, trasportate in Napoli, furono collocate alla porta dei palazzo vecchio de' Vicerè, le altre furono messe innanzi la porta della nuova chiesa di S, Maria della Lobra, che poi passarono nel collegio de' Gesuiti di Massa (Persico, Op. cit. p. 13).

(2286)Strab. I, p. 22.

(2287)Strab. V, p. 247.

(2288)Frontin. De Col. p.139. Iter populo debetur p. XV ubi Sirenae.

(2289)Ps. Arist. De adm. ausc. in Opp. Aristot. t. II, p. 728, B; ed. Duval.

(2290)Steph. yz. .

(2291)Ptol. Efest. ap. Phot. CodAW p. lSO. ed. Bekker. Altrove (p. 152) dice ancora che le Sirene uccisero Telemaco tosto che lo seppero figliuolo di Ulisse.

(2292)Si creduto che ci fosse per le relazioni mitiche che avevano con Minerva, le quali comech ingegnosamente esposte da alcuni archeologi, pi manifeste mi sembrano con Giunone, e con Giunone averne io credo, perch un simulacro della dea nella citt di Corone a nella Beozia in una mano teneva le Sirene (Pausan. Boeot. c. 34).

(2293)Gargiulli, Mem. cit. p. 323. Si supposto ancora sul colle di Capodimonte, alr occidente e a vista della citt (Capasso, Mem, cit. p. 82); ma altro non vi si ricorda che rovine di sepolcri (Donnorso, Mem. di Sorrento p. 15).

(2294)Strab. V, p. 247,

(2295)Donnorso, Mem. cit. p. 19.

(2296)Strab. V, p. 247.

(2297)Du Theil, Geograph. de Strabon t. II, p. 270 nota (1).

(2298)Capasso, Mem. cit. p. 51.

(2299)Hygin. Fab. CXLI. ed. Staveren.

(2300)Homer. Odyss. M, 274.

(2301)Donnorso, Mem. cit. p. 19.

(2302)Hesych. . . Gargiulli, Mem. cit. p. 329 segg.

(2303) Strab. I, p. 60.

(2304) Tacit. Annal. IV, 67.

(2305) Hecat. Fragm. XXIX, ed. Didot.

(2306) Atti degli Asp. Natur. t. II, P. I, p.17. Cf. Breislak, Top. fis. della Camp. p. 42.

(2307) Virg. Æn. VII, 735. —Stat. Silv. III, 5, 100. —Sil. Ital. VII, 418. Teleboum pumiceae sedes.—Tacit. IV, 67.

(2308) Homer. Odyss. M, 167 sqq.

(2309) Hecat. Fragm. CCCLXXV.—ApolIodor. Bibl. 111, 8.

(2310) Strab. X, p. 461.—Schol. Apollon. 1,77.—Per le favole e le imprese di questi popoli vedi Creuzer Pherecid. Fragm. p.104 sqq.

(2311) Schol. Apollon. 1, 750: Τηλεβόι, οι Τάφιοι.–Cf. Tzetz. ad Lycophr. v. 134. Plin. Η. Ν.

(2312) Homer. Odyss. O, 426. Ταφιοι, ληισορες ανδρες. Strab. Χ, p. 458.—Aristot. Polit. ap. Strab. VII, p. 321. Plaut. Amphitr. prol. et Act. 1, sc. 1.

(2313) Ovid. Metam. VIII, fab. 5.

(2314) Apollon. Rh. IV, 891.—Serv. ad Æn. V, 861.—Cf. Martorelli, I Fenicj p. 108 segg.—Silla, Fondaz. di Partenope p. 60 segg.

(2315) Sil. Ital. XIV, 443. Et Neptunicolae transverberat ora Telonis.

(2316) Suct. in Aug. c. 98.

(2317) Strab. V, p. 248.

(2318) Per Orico, città e porto dell'Epiro, basta vedere Ecateo (Fragm. LXXV), Strabone (VII, p. 316) e Plinio (H. N. III, 26,3).

(2319) Suct. in Aug. c. XCII.—Dion. Cass. LII. 43. —Strab. V, p. 248.

(2320) Suct. in Aug. c. LXXII. Qualia sunt Capreis immanium belluarum ferarumque membra praegrandia, quae dicuntur Gigantum ossa, et arma Heroum.

(2321) Nella marina di Merano, mossosi un gran pezzo di terra di più di 60 moggi pieno di vigne e di olivi, sprofondò nel mare, e vi si scoprì, dice il Persico (Op cit. p —. 42) il cadavere di un gigante, che serbavasi nel celebre gabinetto del naturalista imperato. Era qualche scheletro di mastodonte.

(2322) Tacit. Annal. IV, 67. — Cf. Suct. in Tib. c. LXV. — Lips. ad Tacit. Ann. 1.c.

(2323) Un condotto di piombo vi fu scoperto coll’iscrizione M. AVHELIVS IMP,

(2324) Dion. Casa. LXXII, 4.

(2325) Hadrawa, Ragguagli ecc. Nap. 1793. — G. M. Secondo, Relazione ecc. Nap. 1808. — C. Castore di Rezzonico, Descriz. dell'isola di Capri con note del Romanelli. Nap. 1816. —R. Mangoni, Ricerche stor. ed archeologiche dell'isola di Capri, Nap. 1834, vol. 2 in 12 (la più accurata e diligente descrizione dell’isola e delle sue antichità;. — Le antiche ruine di Capri disegnate e restaurate dall’architetto F. Alvino, ed illustrate dal Cav. B. Quaranta. Nap. 1835 in fol.

(2326)Pelliccia, De Christ. Eccl. polit. t. m, p. m.

(2327)Dagli scavi della prima di q.este viile vennero fuori cinque statue di marmo acefale, tra le quali una colossale riconosciuta di Tiberio, ora nel Musco Vaticano; e presso l'altra si scoprirono le quattro magnifiche colonne di giallo antico che abbelliscono la cappella del R. palagio di Caserta, e le altrettante di cipollino egizio che decorano l’aulica cattedrale di Capri, or chiesa di S. Costanzo, protettore dell'isola. Altre colonne, pavimenti marmorei. una bellissima ara sacra a Cibele, ora nel Museo brittannico. Candelabri, rottami di statue e di vasi, uno de' quali ripieno d’oltremarino. si trovarono nella terza.

(2328)Sucton. in Aug. c. CXVIII. —Oltre alla tradizione che nel detto sito fosse di fatti, alcuni gradini vi si scoprirono. ed il suolo ancora vi si vede scavato ed appianato in forma di Circo.

(2329) Sucton, in Aug. c. CXVIII.Cf. Mangoni, Op. cit. p. 138.

(2330)Nonn. Dionys. XXI, v. 249.

(2331)Hadrawa, Op. cit. p. 92.

(2332)L'interpretazione del Martorelli, De Th. Cal. p. 479.

(2333)Sucton. in Tib. c. LXII. Cf. Bayle, Dict. crit. v. MACON, rem. D.

(2334)Silv. III, 5, 101.

(2335)Questo bassorilievo con un altro rappresentante un Fauno ed altre anticaglie dell'isola vennero in possesso del sig. Heigelin, che li colloc nella sua villa a Capodichino. Ivi presso fu anche scoperto il titolo sepolcrale TPE. Taurice di Tajo, addio.

(2336) Tra' molti pregevoli oggetti scopertivi meritano speciale ricordo un vaso magnifico di bianco marmo acquistato dall’inglese Styvena, con bassi rilievi rappresentanti un sacrificio; il bel pavimento che adorna una delle stanze della R. villa la Favorita; due bellissimi pattini di greca scoltura, piangente l’uno e l’altro che ride; un sorprendente cammeo coll’immagine di Germanico, presentato alla imperatrice Caterina di Russia, nonché un altro cammeo con una Vittoria alata ed il zodiaco, donato al celebre pittore Tischbein.

(2337) Dagli eccitatori e trovatori di nuove disonestà il nome di Spintrie con greca voce (σπινθήρ) introdotto da Tiberio, passò alle medaglie che tali disonestà sogliono mostrare, del che vedi Magio (Miscell. II, 4), e Turnebo (Advers. V, 1); ed altre ancora se ne riferiscono, le quali da un lato hanno una testa d'uomo coll'epigrafe C. MITREIVS MAG. IVV., dall'altro un edilizio di figura ellittica; cosi che l’uno presentava forse il direttore dell'infame luogo, l'altro l’edilizio stesso.

(2338)Winckelmann, Opp. IV, 241.—Marini, Iscr. Alb. cl. V, p. 146. —Cf, Raoul—Rochette, Lettre à Schorn, p. 233.

(2339)Guarini, Bulletta dell'Inst. Archeol, A. 1832, p. 155.

(2340) Vasi, medaglie, candelabri di bronzo, rottami di busti e di statue, una bellissima statua di Ninfa, un raro basso rilievo rappresentante un vecchio sopra un cavallo con in groppa una giovane donna ignuda portante una fiaccola, nonché lo rare colonne che abbelliscono la chiesa del Salvatore, e le pietre preziose incastrate nella collana e nella mitra di S. Costanzo.

(2341) Capaccio, Hist. Neap. p. 545.

(2342) Dion. Cass. LII, 43.

(2343) Steph. Β. v. Καπριήνη.—Due composizioni, il Mesotriba ed il Saturno, ne cita Ateneo (III, p. 111; XI, p. 489) Cf. Walckenaer ad Teocrit. p. 294.

(2344) Stat. Sil. II, 2.

(2345) Procop. De bello Goth. I, 14.

(2346) Tab. Peutinger, XXXII.

(2347) Plutarch. in vit. Gracch.

(2348) Nel suo XVII Consolato, nell'anno 95 dell'era nostra (Dodwell, Annal. Statian. 1, 9).

(2349) Stat. Silv. IV, 3.

(2350) Martial. Epigr. VIII, 65.

(2351) Dio Cass. XXVII, 12.

(2352) Tab. Peutinger. XXXIV, XXXVII.

(2353) Vedi p. 417.

(2354) Stat. Silv. IV, 3, 70.— Cf. Pratilli, Via Appia p. 178.

(2355) Pratilli, De' Consolari p. 77.

(2356) Sucton. in Aug, c. XCIV. —Plin. H. N. XVIII, 11.

(2357) Chron. Vulturn. ad ann. 854. —Cf. Pistilli, Via Appia p. 339 segg.

(2358) Tab. Peutinger. XXVI.

(2359) Itin. Antonin. XXIX.

(2360) Flor. III, 19.



(2361) Questo colle in alcune antiche carte citate dal Giustiniani (Diz. geograf. II, p. 202) è detto Antoniano; ma altri sostengono che fosse cosi nominato perché quasi rimpetto si eleva al lago di Agnano.

(2362) Pratilli, Op. cit. p. 176.

(2363)Come oggid presso la cappella del Romito al Vomero, ne rimanevano i vestigi in questa parte del suo corso al principio dello scorso secolo.

(2364)Bartoli, Thermol. Aragon. P. II, p. 104. Falcone, Vita di S. Gennaro p. 451.De Laurentiis, Camp. Fel. antiqq. . II, p. 217 seqq.Scherillo, Dell'aria di Baja, p. 61.

(2365)Pratilli, De' Consolari p. 58.Perch tutte queste, non riporto le ultime cinque linee dell'epigrafe.

(2366) Strab. V.p. 231. Μετὰ δὲ τὴν Καμπανίαν.... τὸ τῶν Πικέντων ἔθνος οίκεί.... διήκουσι δοἱ Πικευτες μέχρι του Σιλάρι δοςποταμού. — Plin. H. N. III, 9, 17. A Surrento ad Silarum amnem triginta millia passuum ager Picentinus. — Dionys. Perieg. v. 360.61. Υπέρ Σειρηνίδα πέτρης – Φαίνονται προχοαὶ Πευκεντίνου Σιλάροιο.–Αγχι δὲ Λευκανοί.

(2367) Ptolem. Geogr. III, 1, 7, 69.

(2368) P. Mela, De sit. Orb. 11, 4. Silarus amnis, Picentia, Petrae quas Sirenes habiLavere, Minervae promontorium, omnia Lucaniae loca.

(2369) Senza credere con alcuni questo paese molto antico, e così detto da qualche tempio sacro a Nettano, dal dorico Ποσειδάν in vece di Ποσειδῶν (Camera, Stor, di Amalfi p. 409), parmi nondimeno che gli dessero l'origine i Posidoniati dopo l’eccidio della loro patria per opera de' Saraceni. Dall’antica Posidonia almeno par mi ivi trasferito un frammento di antico basso rilievo di bianco marmo, in cui vedesi tra pesci un gran mostro marino, come ad un monumento sepolcrale della città stessa, che accanto al già dettosi vede nella chiesa di S. Maria, forse appartenne la lunga iscrizione riferita dal Pansa (Stor. di Amalfi t I, p. 319), della quale bastami riferire le sole due prime linee: APPVLEIVS L. L. L. SALVIVS ALEP. POSID, APPVLEIVS L. L. L. FELIX CINA. L. APPVLEIVS L. L. L.TVMVLVM, VSTRINVM. DE. SVO DEDERVNT. IN FRONT, P, F. IIS. IN. AGR. P. X. N. EIS A.

(2370)Camera, Stor. cit. p. 403. grande altezza, donde pu scoprirsi un

(2371)Pansa, Stor. di Amalfi t. II, p. 163.

(2372)Questo monte con vette altissime, e da per tutto verdeggiante di ulivi, carrube e piante boschive, io credo di greca denominazione, derivata appunto dalla sua grande altezza, d'onde pu scoprirsi un ampio paese (Hesych. v. . Cf. Fest. v. Fala). E forse anche dalla sua alta posizione avea il nome Phalesia, citt di Arcadia (Pausan. VIII, 35, 3).

(2373)Vedi tomo I, p. 189.

(2374)Pansa, Stor. cit. t. II, p. 57, 101, 104, 124. —In altre carte (ibid. p. 142, 200) la badia è detta S. Maria de Avistella, e de Avistellis.

(2375)Luynes, Sur la sylloge de Millingen, nelle NOUV. ANNALES t. I, p. 89.

(2376)Cic. in Verr. V, 43. Plin. H. N. III, 8, 14.

(2377)Varr. ap. Nonn. Marc. I, 224. Colum. De R. R. VIII sub fin. Cf. Adenolfi, Stor. della Cava p. 163.

(2378)Diod. Sic. Bibl. IV, 56.

(2379)Casaburi, Notiz. istor. di Marcina, p. 34.

(2380)Questa parte della costa, che bene si pu dire una piccola Traconitide, fa risovvenire quel verso di Sofocle: ' . Fragm. 420).

(2381)Strab. V, p. 251.

(2382)H. Abich, Top. geognost. Uber sichts —Karte d. continent. vulkan. Gegen. den des Königr. Neapol. Braunschweig, 1811 in 4.°

(2383)Oltre dell'acqua minerale che rampolla a breve disianza dalla mentovata roccia, è tutta da un terreno arido e cinericcio circondata (Ferretti Diss. sull'acqua miner, di Salerno. Nap. 1700), ed il monte che s'innalza con un cono tronco a simiglianza di cratere, ha la base coverta di tufo di color piombino, ed una delle falde tagliata a perpendicolo con una piccola voragine, per la quale si crede scorrere una delle sorgenti del piccol fiume Imo, che scendendo da' monti di S. Severino irriga le campagne orientali di Salerno.

(2384)Strab. V, p. 251.

(2385)Cluver. Ital. antiq. p. 1188. —Sigon. Deantiq. iur, ital. 1, 15. — Pellegrino, Campania p. 660. —Pelliccia, Ricerche p. 138.

(2386)Eutrop. II, 9. —Oros. IV, 4. — Frontin. Strateg. 1, 12, 3.

(2387)Plin. H N. III, 18. Tercenta LX millia Picentium in fidem populi romani venere.

(2388)Tre esempi batta per tutti ricordarne di luogo e di tempi lontanissimi, il primo di Salmanasero re degli Assirii che dopo la presa di Samaria nel 722 a. G. C. trasportò gl'Israeliti nell’Asssiria, e feceli abitare a Rhalarh, in Rhabor, sul fiume Gozan, e nelle città de' Medi (Reg. IV, 17, 6); il secondo de' Romani, che nella regione degl’Irpini trasferirono, come vedremo, i Liguri Apuani; il terzo di Carlomagno, il quale, debellati i Sassoni nel 796, trasferivali in gran parte nella Transilvania (D’Herbelot, Bill. Or. v. SAZ. p. 762) ed in altri suoi stati (Sismondi, Hist. des Francais t. I, p. 500).

(2389) Parlando il Freccia (De subfeud.) di questa pena data da' Romania' popoli ribelli, l'ometteva, credendola disdorosa a' Picentini; e 'l Surgente (Adnot. ad Neap. illustr. p. 421) stimò temperare la creduta infamia col dire che vi fossero sol condannate le persone vili e plebee.

(2390) Strab. V, p. 251.

(2391) Virg. Æn. V, 864. — Solin. II, p. 10 Salmas. — Hygin. Fab. CXLI.

(2392) Claud. Epigr. L, v. 3. Musica saza fretis habitabant dulcia monstra.

(2393) Homer. Odyss. M, 40 sqq.

(2394) Vedi p. 450.

(2395) Steph. Byz. v. Απτερα. — Cf. Winckelmann, Mon. ined. t. II, p. 120. — Serv. Ad Æn. V, 864. — Claud. De rap. Pros. III, 255. — E veramente e lo Pseudo — Orfeo (Argon, v. 102) descrive le Sirene sopra un erto scoglio, e i monumenti raccolti dal Begero (Ulysses Sirenes praetervectus. Colon. 1703), dal Gori (Mus. Etrusc. t. II, p. 279) dal Paciaudi (Mon. Pelop. t. I, p. 139), dal Fabretti (Addend. ad Tab. Iliac.), e da altri dotti archeologi, anziché sopra isole, mostrano le Sirene sopra un alto promontorio.

(2396) Homer. 1. Ω, ν. 615.

(2397)Swinburne, Travels t. II, p. 165. Breislak, Top. fis. de' la Campania p. 36.

(2398)Vi fu continuato il doge Mansone II, rendutosi intollerabile a' suoi concittadini.

(2399)Camera, Stor. Di Amalfi p. 421.

(2400)Vell. Pat. I, 14. Cf. Liv. Epit. XIV. S'ingannano coloro che questa colonia credono dedotta a Cossa nell'Etruria.

(2401)Pellegrino, Campania p. 323. Cf. Strab. V, p. 225.

(2402)Liv. XXVII, 10. Et ab altero mari Pontiani, Paestani, et Cossani.

(2403)Liv. XXX, 24.

(2404)Vell. Pat. II, 16.

(2405)R. de Howeden, Annal. in R. A. S. v. p. 198. t. I, p. 673. Cf. Antonini, Lucania. P. I, p. 83, nota (2).

(2406)Camera, Stor, della citt e costiera di Amalfi p. 399.

(2407)Strab. V, p. 251.

(2408) Steph. Βyz. v. Μαμάκρινα. — Cf. Cluver. lial. antiq. p. 1190. — Pinedo, Ad Steph. p.440, nota 47. — Berkel, ib. p. 533.

(2409)Holsten. Not. et castigat. in Steph.

(2410)Strab. 1. c.

(2411)Plin. H. N. III, 9, 17.

(2412)Hist. Rom. t. I, p. 43.

(2413)Avellino, Opuscoli t. III, p. 93 segg. A cagione appunto del detto tipo del delfino, la medaglia non pu ascriversi a Mure citt mediterranea del Sannio, come ai sono avvisati altri nummologi.

(2414)Strab. V, p. 322. Muller, Die Etrusker I, p. 106.

(2415)Schol. Aristoph. in Nub. v. 212.

(2416)Apollon. Rhod. 1, 1023. — Macris si nominò ancora secondo lo stesso poeta risola de' Feaci (IV, 640), e Macris ancora l’Eubea, abitata un tempo da’ Pelasgi (Dionys. Ist. 1, 10), nonché l'isola omonima distinta col nome di Abanziade, ed appartenente agli Ellopii (Callimach. in Del. v. 20. Μάκρις Αβαντίας Ἑλλοπήῶν).

(2417)Antonini, Leu. a M. Egizio p. 88. Polverino, Deserti, della Cava p. 80.

(2418)S. Greg. Epist. IX, 67.

(2419)Anon. Salern. cap. XXIVCf. Muratori, Annali ad ann. 793.

(2420)Anon. Saler. Chron. ad ann. 793. Si ricorda questo tempio anche in una iscrizione nella sagrestia dellAnnunziata di Cava, Cf. Polverino, Op. cit. p. 78.

(2421)Sono noti da Plinio Castra Dannibalis nel Bruzio, Castra Lulia e Castra Caecilia nella Lusitania, e Castra Cornelia nell'Africa.

(2422)Beltrano, Deserti. del R. di Nap. p. 171.— Polverino, Storia di Capa p. 67.

(2423)Liv. XXVIII, (1) O.

(2424) Adinolfi, Stor. della Cava p. 49.

(2425)Parlando il Freccia (De subeud.) della città di Cava, scrive a tal proposito: Vetustatemmagnam exhibet eo in loco, qui Miuillianus dicitur, et sanctus Caesarius, sedes ibi Normandorum ducum.

(2426)Polverino, Stor. cit. p. 68.

(2427)Adinolfi, Stor. cit. p. 43.

(2428)Vedi un frammento di una carta del l’anno 897 del Monistere della Trinità di Capa, riferito dal Polverino (p. 69).

(2429) Tab. Peutinger. XXXII.

(2430) Hesych. v. Αλερ. — Festo scrive ancora che la città di Falerio fu così denominata a Sale, ed i Latini dissero prima Saler e Saled (Varro ap. Non. III, 191).

(2431) Ricorda Ovidio (Fast VI, 103) il sacro boschetto di Helerno presso il Tevere, ed altrove (p. 39, nota 7) ho notate le singolari analogie di nomi delle città di Faleria nella Tessaglia e nellEtruria, nell’Acarnania e nell’Opicia, dove fu ancora l’agro Falerno.

(2432) Carnicci, Antiquit. Salern. disquis, p. 211.

(2433) A’ Sibariti, ma per sola divinazione, l’origine della città attribuiva il Ventimiglia (Prodromo alle Mem. del Princip. di Salerno p. 19).

(2434) P. Ciac. Hist. Langob. III, 9. —Cf. Steub, Urbewohner Rätiens. p. 121. — A’ Foresi, primi fondatori di Marsiglia, è da attribuire, io credo, la prima origine del Castrum de Salernis sulla costa della Provenza (Statut. C. Berengarii ap. Giraud, Hist. du droit francais t. II, p. 9).

(2435) Justin. XX, 5 — Plin. H. N. III, 21, 1.—Steph. Byz. v. Ραιτὸ.

(2436) Liv. XXXIV, 45.

(2437) Sil. Ital. VIII, 384.

(2438) Strab. V, p. 251. Ἐπετείχισαν δ'αὐτοὺς Σάλερνον Ρωμαίοι φρουρᾶς χάριν.

(2439) Vedi p. 7.— Cf. Ventimiglia, Op. cit. p. 61.

(2440) Lucan. II, 422. Radensque Salerni culta Siler.

(2441) Plin. H. N. III, 9, 17 Ager Picentinus.... Intus oppidum Salerni.

(2442) Strab. V, p.251. ὑπὲρ τῆς θαλάττης.

(2443) In una carta senza data del Principe Siconolfo si legge: In hac noba Salernitana civitate; — ed in un’altra dell'anno 880 del principe Guaiferio: Intus hanc nobam Salernitanam civitatem (Adenolfi, Stona della Cava, p. 15).

(2444) Appian. De bell. civ. 1, 42.

(2445) Due iscrizioni appena ci ricordano i Correttori Annio Vittorino, ed Alpinio Magno (Ventimiglia, Prodromо р. 91, 98), il primo tra la fine del II ed il principio del III secolo, ed il secondo essendo Cesari Costantino e Costante, e vivente Elena, madre di Costantino Magno (323 — 328).

(2446)Appian. De bell. civ, IV, 12. Val. Max. VI, 8, 5. Plin. H. N. XIII, 5, 1.— Questi scrittori dicono che vi fa sorpreso in una latebra, e ben potè essere la grotta ricordata dal Boccaccio e cavata nel monte a lato del palazzo del principe di Salerno (Decam. Giorn. IV, nov. I), altra pruova che la città ne' tempi antichi era sull'alto del monte che domina la città odierna.

(2447)Horat. Epist. 1, 15, 1, e 25.

(2448)Gruter. inscr. p. XCIV, n. 2. Cf. Morcelli, Opp, t. I, p. 244.

(2449)Che vi fossero i Seviri Augurali noto dalla lapida sepolcrale che fu posta a T. Testio Libertino, uno di questi sacerdoti di Augusto (Gruter. Inter. p. CCCCLXXIII, n. 8).

(2450)Murat. Thes, p. DCXIX, n. 1.

(2451)Reines. Syntag, Cl. I, n. CCLXXXIII.

(2452)Paesano, Mem, della Chiesa Salernitana p. 7.

(2453)Gruter. Inscr. p. CCCXLIII. Cf. Ventimiglia, Op. cit. p. 179 segg.

(2454)Strab. V, p. 251.



(2455)P. Mela, II, 4.

(2456)Plin. H. N. III, 9, 17. Intus oppidum Salerni, Picentia.

(2457)Mionnet, Descr. de md. Suppl. t. I, . 254.

(2458)Duc de Luynes, Monnaies incuses de la grande Grce nelle NUV. ANN. ARCHOL t. 1, p. 430. Non voglio tacer nondimeno che le medaglie colla leggenda FIISF sono dall'Avellino attribuite a Vescia (Opusc. t. H, p. 56), come alla sola Posidonia le altre coll'epigrafe FIIS, nome del fiume mentovato da Licofrone (Bullett. Arch. A. 1, p. 24).

(2459)Sil. Ital. VIII, 779 seq.

(2460)Steph. Byz. . . Cf. Mazocchi, Ad Tab. Heracl. p. 43.

(2461)Strab. V, p. 251.

(2462)Flor. III, 18.

(2463)Tab. Peutinger. XXXVIII, XXXIX.

(2464)Polverino, Descr. stor. della Cava p. 46.

(2465)Strab. VI, p. 232.

(2466)Plin. H. N.III, 15, 3. Lucanorum autem, Atenates, Bantini, Eburini.

(2467)Ortel. Thes. geogr. v. EBURI. Cor. Peille, Dict, univ. geogr. V. EBURI,

(2468)Bullett. Archeol. di Roma A. 1836, p. 166. — Uno di questi vasi è stato illustrato negli Annali dell'Inst, Archeol. t. IV, p. 407.

(2469)Lupoli, Opusc. 254 seqq.

(2470)Bullett. Archeol. A. 1836, p. 102, 103.

(2471)E. Bacco, Descr. del R. di Napoli p. 75.

(2472)Bullett. Archeol. A. 1834, p. 166 seg. Le monete romane, e il modo di costruzione di questo ponte, di cui si scopri un pilastro alla riva del fiume detto di S. Cecilia ed una lunga muraglia per sorreggerlo, mostrano unopera romana e non greca.

(2473)Il nome antico, ma ignoto a' classici, e di unorigine oscura, n si nominPaflagonio che un fiume appi delIda (Quit. Smru. Posthom. II, 560).

(2474)Vedi p. 460, nota (1).

(2475)Questa distanza presso a poco indicava Lucilio in quel suo verso serbatoci da Probo (ad Georg. III, 146: Quattuor hinc Silari adflumen, portumque Alburnum.

(2476)Strab. V, p. 261.— Plin. H. N. U, 3. —10. Sil. Ital. VIII, 583.

(2477)Maxim. Tyr. Diss. VIII. — Tacit. Ann. 1, 79. Spectandas etiam religiones sociorum, qui sacra etlucos et aras patriis amnibus dicarint.

(2478)Antonini, Lucania t I, p. 185.

(2479)Avellino, Bullet. Arch. A. I, p. 24.

(2480) Plin. H. N. III, 16, 6. C Caetero in tus in secunda regione, Hirpinorum colonia una Beneventum, auspicatius mutato nomine, quae quondam appellata Maleventum: Aeculani, Aquiloni, Abellinates cognomine Protropi, Compsani, Caudini: Ligures, qui cognominantur Corneliani, et qui Bebiani: Vescellani, Aeculani, Aletrini.

(2481) Il Taburno di Vitulano si eleva a 3846 piedi, il Portento di Mercogliano a 3834, il Lacinio di Bagnolo a 3888.

(2482) I monti argillacei si elevano da' 2320 a 2760 piedi sui livello del mare.

(2483) Cassitto, Riassunti statistici sul Principato Ulteriore. Avellino, 1845. — P. de Tchihatchoff, Coup d'œil de la constit, geolog. des prov. du R. de Naples, p. 108, III. Berlin, 1842.

(2484) Giovene, Opp, P. II, p. 463 segg.

(2485)Le 32 colonne della galleria della reggi di Caserta, ciascuna di un solo pezzo, sono di questo marmo.

(2486)Liv. XXII, 61.

(2487)Strab. V, p. 250.

(2488) Rogadei, Italia cistiberina cap. XIV, p. 201.

(2489) Secondo le tradizioni greche, un corvo guidò la colonia di Batto che nella Libia fondava Cirene (Callymach. Hymn. in Ap. V. 66, et ib. Spanhem).

(2490) Mazzola, Descriz. del R. di Napoli, p. 104.

(2491) Guarini, Ricerche sull’ant. città di Eclano p. 7 e seg. —Cf. ivi Cassitto.

(2492) Plin. H. A. VII, 2. — Solin. c. II, p. II, b;cd. Salmas. —Serv. ad Æn. II, 787. Soractes mons est Hirpinorum in Flaminia collocatus.

(2493) Strab. V, p. 226.

(2494) Liv. IX, 13. In montibus vicatim hablantes, campestria et maritima loca ipsi montani atque agrestes depopulabantur.

(2495) A questa conghiettura più ai attiene il Lupoli (Iter Venusinum p. 135), ed osserva che alle rapine de' primi tempi bene accennano le genti Lupa e Lupaia che s'incontrano spesso nelle lapide Irpini, i quali forse ebbero cosi anche a dirsi da un'arma lor propria (ab hirpice), come dalle aste (saunae) i Sanniti.

(2496) Plutarch. in vit. C. Mar.

(2497) Steph. Byz. ν. Φαλίσκος: πόλις Ιτα λίας, ἀπίκος Αργειῶν — Cat. ap. Plin. H. N. III, 8, 2. Falisca Argis orta. — Solin. cap. II, p. 9. Quis ignorat condita esse.… Agyllam a Pelasgis; ab Haleso Argivo Phaliscam? — Questa città era anche celebre pel culto di Giunone (Frontin, De Col. p.95), nota divinità pelasgica.

(2498) Vedi i nummologi.

(2499) Prudent. De Coron, hymn. 21.Laurent. v. 117, 120. Argenteorum enigmatum. — Not, ibid. p. 899. Figuras denariorum, aenigma, oscura parabola; inde aenigma dicit nummorum glossa vetus.

(2500) Macrob. Saturnal. 1, 17. Prisci Graecorumprimam lucem, quae praecedit solis exortus, λύκεν appellaverunt, ἀπὸ τὸ λεύκε, id est, temporis..... λυκου autem solem vocari etiam Lycopolitana Thebaidos civitas testimonio est: quae pari religione Apollinem, itemque lupum, hoc est λύκον, colit, in utroque solem venerares; quodhoc animal rapit et consumit omnia in modum solis, ac plurimum oculorum acie cernens tenebras noctis evincit: ipsos quoque λύκος ἀπὸ τῆς λύκης, id est a prima luce appellatos quidam putant: quia hae ferae maxime id tempus aptum rapiendo pecori observant, quod antelucanum post nocturnamfamemadpastum stabulis expellitur.

(2501) Pausan. VIII, II, 3; XXXVIII, 6 7.

(2502) De R. R. III, 1, 6. Lingua prisca et in Graecia Aeoles Boeotii sine afflatu vocant colles Tebas: et in Sabinis, quo a Graecia venerunt Pelasgi, etiam nunc ita dicunt.

(2503) Polyb.. III, 90.

(2504) Liv. XXII, 62; XXIII, 43—Cf. Sil. Ital. VIII, v.

(2505) Appian. De bell. civ. 1, 39, Si.

(2506) Romanelli, Topogr. t. II, p. 299.

(2507) Strab. V, p. 230. Dopo aver notata l’origine degl’Irpini da’ Sanniti, conchiude dicendo: περὶ μὲν Σαυνιτῶν ταυτα.

(2508)Confusi i misteri della Cibele asiatica con quelli di Rea e di Cerere, Euripide distingue l'ultima di queste dee coll'epiteto di

(2509)Molto pi antico nondimeno fu il culto della Madre Idea, trasferito in Roma da Pessinunte citt della Frigia fin dal tempo di Annibale (Liv. XXIX, 11), quando non solo si confuse con quello che rendevasi alla Dea ellenica, ma con gli altri ancora di altre divinit locali ed analoghe, Opi, Maja, Bona Dea, Terra e Fauna.

(2510) Questo celebre Santuario fu poi ampliato dal S. Abate Guglielmo da Vercelli, il quale dopo molte pellegrinazioni ritiravasi anch'egli su questo monte, e venne dedicato nel 1124 (Paul. Reg. in Vit. S. Vitaliani. — Mich. Mon. Santuar. Capuan. p. 39).

(2511) Alcuni bassi rilievi si veggono ancora fabbricati in uno de' muri, e in su gli archi dell'Ospizio de' divoti che si recano al santuario; ma sembrano ivi d'altronde trasferiti, come uno de' due sepolcri marmorei che or vi rimane, e che, se vera è la fama, vi faceva trasportare, per sepellirvisi, Re Manfredi (Giordano, Cronache di Montevergine p. 38).

(2512) Primo forse ad accreditar questa favola fu il nostro Giovanni Villani (Cron. di Partenope I, 33).

(2513) Jacuzio, Hist. Constantini Magni, p. 48, nota (2).

(2514) Ptol. 111, 1, 71.

(2515) Vedi nota (1), p. 483. — Cf. Plin. H. N. III, 16, 6.

(2516) Strab. V, p. 246.

(2517) Maffei, Art. crit. lap. III, 1.— Cf. Bullett. Arch. Nap. A. III, p. 56.

(2518) Dopo il Capaccio che ne riferisce l’iscrizione tra quelle di Napoli (Hist. Neap. p. 356), il Bellabona dice che vedevasi nel giardino dei Principe di Avellino (Ragguagli p. III).

(2519) Lupoli, Op. cit. p. 43. — Mazois, Ruines de Pompei P. I, p. 24.

(2520) Parascandolo, Illustraz. di un marmo greco rappresentante le Cariatidi. Nap. 1817.

(2521) Steph. Byz. v. Κάρυα—Heavch. v. Κάρυα. — Vitruv. 1, 1.—Cf. Reines. Syntag. p. 284.

(2522) Bellabona, Ragguagli cit. p. 115— Fu fabbricata questa lapida in un angolo della chiesa della Maddalena in Atripalda, ma cancellati dal tempo ne sono i caratteri (Pionati, Ricerche t. I, p. 86).

(2523) Lupoli, Iter Venus., p. 53.

(2524) De Franchi, Avellino illustr. p 2 seg. — Bellabona, Op. cit. p. 101) seg.; 105 seg. — Pionati, Ricerche t I, p. 118, 140, 194, 210, 223.

(2525) Sil. Ital XI, 11.Tum gens Hirpini vana, indocilisque quietis, Etrupisse indigna fidem.

(2526) De Colon. p. 102.

(2527) Vell. Pat. II, 6.

(2528)Questa statua tuttavia si conserva nella villa del sig. Bello di Atripalda, ed un'altra statua eretta alla stessa figliuola di Crasso si vede in un portico delle case de' fratelli Alvino di Avellino coll'iscrizione LICINIA C. FILIA (Pionati, Op. cit. t. I, p. 239).

(2529)Oltre quella di Licinia, e de' Consolari Taziano e Gaudenzio, che ci ricordano le lapide, delle molte scopertevi ne rimangono appena quelle di Caligola e di Nerone.

(2530)Non so crederlo facilmente, come ha pensato il Lupoli (Iter Venus. p. 55, 57), quello stesso grammatico Rufino di Antiochia, il quale visse nel V secolo, del quale una delle opere pu vedersi nella raccolta degli antichi Retori del Capperoner (p. 346 57.

(2531)Vedi le lapide riferite dal Pionati (Ricerche cit. t. II, n. 20, 26, 27, 56).

(2532)Pionati, Ricerche cit. t. I, p. 57.

(2533)Bellabona, Ragguagli cit. p. 93.

(2534)Vedi p. 407.

(2535)Cassitto ap. Romanelli, Topogr. t. II, p. 321.

(2536)Bellabona, Ragguagli di Avellino p. 25.

(2537)Guarini, Ricerche di Eclano p. 60.

(2538)Oltre di un fiume omonimo nella Brezia (Itin. Antonin. 28), vi furono due citt di Sabata, una nella Liguria (Ptol. III, 1, 45), un'altra nell'Etruria, d'onde prendevano nome i Sabatia Stagna (Sil. Ital. VIII, 491).

(2539)Cic. De Nat. Deor. III, 23.

(2540)Schol. Aristoph. ad Vesp. v. 9.Cf. Herodot. VII, III. Diodor. Sic. IV, 4. Strab. X, p. 471. ed i Glossografi.

(2541)Tab. Peutinger. CXXXIII. Larissa. Olympium XV. Stenas X. Sabatium XV. Dum XII.

(2542)Liv. XXII, 61; XXVI, 33.

(2543)Liv. XXIV, 14,

(2544)Liv. XXVI, 34. Campanos omnes, Atellanos, Calatinos, Sabatinos, extra quam qui eorum, aut ipsi aut parentes eorum, apudhostes essent, liberos esse jusserunt, ita ut nemo eorum civis romanus aut latini nominis esset.

(2545)Romanelli, Topogr. t. II, p. 314.

(2546)Cluver. Ital. antiq. p. 1199.

(2547)Bellabona, Ragguagli cit. p. 5. Amenta, Capitolo in fine della Vita di Lionardo di Capoa. Venezia 1710. Della Vecchia, De' Campi Taurasini p. 118, nota (1).

(2548)Liv. XXIV, 20. Millia hostium in hisurbibus vigintiquinque capta, autoccisa.

(2549)Flor. III, 18.

(2550)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 270.

(2551)Catal. Baron. R. Neap. n. 410 Cf. Ricca S. Germ. Chron, ad ann. 1193.

(2552)Vedi tomo I, p. 347.

(2553) Liv. X, 40—Frontin. Strateg. II, 4. 2. Cf. E. Q. Visconti, Opp. var. t. I, p. 30. — Il Niebuhr (Hist. R. t. III, p. 339), suppone ch’espugnasse le due città in qualità di legato, nell'anno stesso in cui Cimetra veniva in potestà del proconsole Fabio.

(2554) Poiché la mancanza degli m finali trovasi in epigrafi anche men vetuste, non di un'altra città, come si è preteso, si bene della regione è da intendere la parola Samnio, in cui, generalmente parlando, anche gl’Irpini si comprendevano.

(2555) Liv. XL, 38, 41.

(2556) Flor. I, 18. —Oros. IV, 2. —Frontin. Strateg. IV, 1, 14. —Cf. Plutarch. in Pyrr. XXV. —Il Cluverio (Ital. antiq. p. 1201) bene avverti l’errore di lezione de' due primi citati storici, i quali questi campi nominano Arusini e che con errore situano nella Lucania. Vedi ancora appresso l’art. di Fratuento.

(2557) Presso questi ruderi si scoprirono molti ornamenti muliebri di bronzo ed avorio; e tutte queste brevi notizie ho dalla gentilezza del mio egregio amico sig. Colonnello Degli Uberti di Taurasi, il quale per la sua dottrina ed amore della patria merita ch'io ne faccia onorato ricordo.

(2558) Liv. XXIV, 14. — Appian. Annibal. XXVI.

(2559) Questo monte, che verso la cima ha un lago perenne, si può credere cosi detto, sia da qualche naturale squarciatura (λακίς) che presenta, sia dall’aver formato la parte indivisa (lacinia) di una delle romane colonie dedotte ne' vicini campi, la qua le si è supposta, come diremo, nella città di Cisauna.

(2560) Vedi p. 483, nota (1).

(2561) La città di Pontremoli nel Genovesato si suppone che occupasse il sito della loco città capitale.

(2562) Liv. XL, 38, 41

(2563) Pistilli, Descriz. delle città sul Liri p. 97. — Guarini, Illustr. dell'ant. Camp. Taurasina p. 6.

(2564) Frontin. De Colon. p. 139. Ager Ligureis Bebianus et Cornelianus, Muroductus III virali lege. Iter populo non debetur. Ager eius post bellum Augustianum veteranis est adsignatus.

(2565) Guarini, Illustr. cit. p. 26, 27.

(2566) Guarini, Mem. cit. p. 22 seq. — Il Cronista Alessandro Telesino questa pianura nomina Ltocobante (1, 16).

(2567) Pratilli, Via Appia p. 452.

(2568) Tra le altre anticaglie scoperte ne' dintorni notabile fu un anello segnatario colle parole: FORTIS. COR. CETHEGI, che ci ricorda, se non uno de' due Consoli deduttori della colonia de' Liguri, qualcuno almeno de' suoi discendenti.

(2569) Bellabona, Ragguagli cit. p. 7. — Di Franchi, Avellino illustrato p. 158.

(2570) Giustiniani, Diz. geogr. t. IV, p 204.

(2571) E. Q. Visconti, Opp. t. I, p. 28. — Cf. tomo I di quest'opera, p. 48.

(2572) Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 336. — Perche contraria alla cronologia, del pari lontana dal vero io credo l’opinione di coloro che intender vorrebbero di Cisauna ciò che Livio e Diodoro raccontano di Censennia e Serenata. Vedi Millingen, Consid. p. 263, t. I, p. 307.

(2573) Guarini, App. alle Ric. sulla città di Eclano, p. 1718.

(2574)Alcuni, dice il Bellabona (Op. cit. p. 27 ), la credono luogo di diporto degli antichi Taurasini, altri che avesse avuto i principii nella divisione de' campi che i Romani fecero a' Coloni.

(2575)Regest. 1410 R. Arch. fol. 13.

(2576)Della Vecchia, Ricerche cit. p. 94 segg.

(2577)Ptolem. III, 1, 71. Questa lezione stessa serbano co' manoscritti i più recenti editori del geografo, il Nobbe ed il Wilberg.

(2578)Romanelli, Topograf. t. II, p. 106, e 325, nota a.

(2579)Lupoli, Iter Venusinum p. 108. —. Questo scrittore che molto eruditamente interpetrò l’epigrafe, non fa motto de' popoli in essa rammentati.

(2580)Della Vecchia, Op. cit. p. 31, 89 segg.

(2581)Frontin. Strateg. IV, 1, 14. —. Questi campi ampiamente si estesero non solo nella vicinanza di Taurasia, ma nelle pianure ancora di Lioni, e di Nusco; ed è notabile che presso l'ultimo di questi paesi una collina sparsa di antichi sepolcri serba il nome di Acarnania, la quale chiaramente ricorda la patria degli Epiroti, che ivi presso caddero estinti in gran numero nella battaglia tra Pirro e i Romani (Santoli, Op. cit. p. 53 — Della Vecchia, Ricerche cit. р. 28).

(2582) Cluver. Ital. Antiq. p. 1201.

(2583) In vit. Pyrrhi. XXV. — Cf. Freinshem. Suppl. Liv. XIV, 29.

(2584) Bellabona, Ragguagli di Avellino, p. 30. — De Meo, Annali t. VI, p. 6, e segg. — Cf. t. VII, p. 11.

(2585) Leo Ost. Chron. Casin. III, 44.Cf. Bellabona, Ragguagli cit. p. 11.

(2586) Santoli, De Mephiti et Vall, Anxanti p. 44 segg. Questo scrittore dal nome del monte vi suppone vanamente l'antica città di Echia o Ecla.

(2587) Liv. X, 17. Locus erat munimento naturaque tutus.... ad tria millia hostium circa muros caesa.

(2588) Liv. X, 34.

(2589) Liv. X, 3.

(2590) Sigon, ad Liv. loc. cit.

(2591) De Santis, Notiz. ist. della terra di Ferrazzano. Nap. 1741.

(2592) Della Vecchia, Ricerche sulla posizione de' Campi Taurasini, p. 55 segg.

(2593) Da Liguri si disse probabilmente Liuri, d'onde in processo di tempo Liuni e Lioni; né diversamente si avvisava il Santoli (De Mephiti et Vall. Anxanti, p. 51).

(2594) Della Vecchia, Mem. cit. p. 12, 34.

(2595) Guarini, Varii monum, con crit. osserv. p. 13 segg. —Avellino, Opuscoli, III, p. 305— Il luogo dove questo pregevole monumento fu scoperto, serba il nome di Farete, dalla muraglia certamente che vi rimaneva di un antico edilizio, del quale ora appena rimangono i fondamenti; ed è ben da credere che fosse dello stesso tempio o Collegio di Silvano mentovato nella lapida. Oltre del voto che per la salute dell’Imperatore Domiziano al nume delle selve scioglieva L. Domizio Faone, liberto della gente Domizia, alcuni suoi predii colle lor fabbriche rurali lasciava in legato pel mantenimento del tempio e pel culto del nume stesso, nonché per alcune feste in onore di Domiziano e dell'imperatrice Domizia, per la dedicazione a Silvano, e per le rosali solennità.

(2596) Juven. Sat. VIII, v, 62. Sed venale pecus Corithae posteritas et Hirpini, si rajugo Victoria sedit. — Cf. Cassi Ilo ap. Guarnii, Ricerche sulla città di Eclano p. 5.

(2597) Steph. Byz. v. Αἴκαλον (leggi Αἰκού. λανού).

(2598) Vell. Pat. I, 14. Cf. t. I, p. 357. Vedi del resto su' varii stati e cambiamenti politici di Eclano le congetture del Guarini Op. cit. p. 27 segg.)

(2599) Appian. Civil. 1, 51.

(2600) Cinte di muraglie simili Strabone (XV, 698) ricorda Palibotra, la massima città degl'Indi, e Cesare le città de' Galli (De Bell. gall. VII, 23).

(2601) Frontin. De Col. p. 126.

(2602) Guarirti, Op. cit. p. 35, 101.

(2603) Vell. Pal. II, 65. —Gruter. p. CCXCVII.

(2604) Anon. auct. translat. S. Mercur. ap. Guarini, Op. cit. p. 69.

(2605) Oltre delle torri proprie, ai parla nella lapida delle torri aequae, cioè eguali all'altezza de' metapirgi, e tali dicevansi nelle antiche fortificazioni le torri minori e terminanti al piano della cortina, come castelli o pirgocastelli le grandi torri elevate (Promis, Storia di Alba, p. 143).

(2606) A. Gell. IV. A. XVI, 13.

(2607) Lupoli, Iter. Venus. p. 91 sqq. —Guarini, Op. cit. p. 79 segg—Cf. iter vagum9 M. H. p. 16.

(2608) Guarini, Ricerche cit. p. 48.

(2609) In fuori di quelle che un Viceré spediva nella Spagna (Coleti, App. all'Ughelli, Ital. Sacr. t. X, p. 6), le altre quasi tutte consistono in rottami; ma fra queste si distinguono una Cerere ed una statua consolare ora in Avellino, un Marsia, due busti di Castone Polluce, una testa di Omero, cd un' altra di un Fauno di finissimo alabastro.

(2610) Lupoli, Iter Venus. p. 104.. — Cf. Guarini, Ric. cit. p. 104.

(2611) Lupoli, Op. cit. p. 123, 127. — Guarini, Ric. cit. p. 129, 134, 147.

(2612) Il sig. Cassitto ap. Romanelli, Viaggio a Pompei ecc. P. I, p. 209.

(2613) Or e ne contano otto edizioni procurate dal Boissonnade, dall'Orelli, dal Lach mann, dal Weisc, dal Dubner, e da altri dotti di Germania. Vedi del resto su Babrio e la favola greca un importante articolo di R. Dareste nella Rev. des deux mondes (NOUV. SER. t. XIV, p. 261).

(2614) Questo epigramma in versi senarii, illustrato e supplito dal ch. Guarini (Iter vagum, M. I. p. 6 seg.), in parte componeva, come sembra, lo stesso Pomponio Bassulo insino al quarto verso, il resto procurava che si scolpisse sul sepolcro del marito Cantria Longina, la stessa sacerdotessa per avventura, di cui è memoria in una delle lapide già riferite. Veggasi del resto la diversa lezione del D. Mommsen (Bull. dell'Inst. Arch. 1847, p. 94)

(2615)Guarini, Ric. cit. p. 160.

(2616) Tab. Peutinger, XLV.

(2617) Itin. Hierosol. XVI. Mansio ad Equum Magnum. Mutatio Vicus Foro Noνο. ΧΙΙ.

(2618) Holsten. Adnot. in Ital. antiq. p.271.

(2619) Romanelli, Topogr. t. II, p. 329. L'origine di Paduli si ripete ancora dagli antichi abitatori di Foro Nuovo (Bellabona, Ragguagli cit. p. 10).

(2620) Liv. XXVI, 38. — Cf. le medaglie delle dette città.

(2621) Lupoli, Iter Venus. p. 149.

(2622) Liv. IX, 81. Quo die aggressus estmoenia, vicepit, atque omnes puberes interfecit.

(2623) Guarini, Excursus epigr. Comm. XIII, p. 45.

(2624) Frontin, De Col. p. 123. Clibes. Ager eius lege Julia est assignatus. Finitur, sicut ager Bobianus.

(2625) Panvin. De Civit. Rom. c. LI.

(2626) Romanelli, Topogr. t. II, p. 332.

(2627) Vedi p. 498.

(2628) Guarini, Illustr. Dell'ant. camp. Taurasina p. 38.

(2629) Guarini, Excursus epigr. III. Comm. XV, p. 90.

(2630) Divisa in tre colonne, delle quali la prima è molto mancante, in molti e diversi articoli contiene il nome dei debitore, quello del fondo ipotecato, il suo sito, la stima del suo valore, la somma ricevuta, e l’annuo canone da pagarsi. Fu divulgata in parte la prima volta dal Guarini col Comm. XVI del 1832, poi supplita, come qui si legge, dal ch. Borghesi (Bullett. Archeol. A. 1833, p. 147), ed illustrata dal Garrucci (Antich. de Liguri Bebiani, Nap. 1845, dall'Henzen negli Annali dell'Istituto (Tabula alimentaria Baebianorum, deque publicis Romanorum alimentis etc. Romae 1844), e di bel nuovo dal Garrucci (Monumenta reip. Ligurum Baebianorum etc. Romae 1846), de' quali veder si possono le diverse restituzioni.

(2631) Polyb.. II,!. —Cf. Strab. IV, 203.

(2632) Garrucci, Mem, cit., p. 16, 22. — Qualcuno di questi paghi fu forse nelle terre di Piani, e delle Casaline sotto S. Giorgio la Molava, dove si sono scavati titoli sepolcrali, scoperti similmente ne' contorni di Pago, ove le lapide de' Cosinii, de Camurii e de' Munazii con più di probabilità fanno supporre che già fossero i paghi Mefano e Meflano (Garrucci, Rei, di scoperte nel Sannio Irpino, nel Bullett. Arch. Nap. A. V, p. 71).

(2633) Vedi queste iscrizioni pubblicate dal Garrucci nel cit. Bullett. p. 70 segg.

(2634) Erchemp. Hist. Longob. LXXIV.

(2635) Tab. Peutinger. XLV.

(2636) Serv. ad Æn. VIII, 9. Diomedes… tenuit partes Apuliae: et edomita omni montis Gargani multitudine, in eodem tractu civitates plurimas condidit: nam et Beneventum etAequumtuticum ipse condidit.

(2637) Se ne avrà la spiegazione nella descrizione della Daunia.

(2638)Ps. Plutarch. Parall. XXXVII. Cf. t. I, p. 357.

(2639)Ptol. III, 1, 67.

(2640)Epist. Ad Att. VI, 1. La testimonianza di Cicerone corregge gl'Itinerarii, ne' manoscritti de' quali leggesi Æquustuticus.

(2641)Itin. Hierosol. XVI.

(2642)Interpp. ad Liv. XXVI, 6.

(2643)D'Anville, Analyse geogr. de l'Italie p. 218.

(2644)Vitale, Storia di Ariano p. 6.

(2645)Id. ibid. p. 16.

(2646)Liv. XXII, 37. Ex Hirpinis oppida tria, quae a populo Romano defecerant, infidem recepta per M. Valerium Praetorem, Vercellium, Vescellium, Siciliumque.

(2647)Plio, H. N. III, 16, 6.

(2648) Cassitto ap. Romanelli Topogr. II, p. 354. — Nel territorio di Biccari fu ancora un fondo col nome di Vetestrello (Giustiniani, Diz. geogr. t. II, p. 273), il quale sembra cosi detto da Vescellio, o Vercellio; ed in questa supposizione le tre città erano ne' confini della regione colla Daunia. Ne debbo lasciar di dire che nell'odierno Vetroscello si è pur conghietturato il sito di uno de' paghi de' Liguri Bebiani mentovati nella ricordata tavola alimentaria, detto Aetruscianum (Garrucci, Mem. cit. p. 30).

(2649)Hist. Rom. t. III, p. 366, nota 116.

(2650)Polyb. II, 16. noto ancora da Plinio (Hist. nat. III, 16) che Volana nominavasi pure una delle sette bocche del Po.

(2651)Liv. X, 45. Jam Carvilius Volanam, et Palumbinum, et Herculaneum ex Samnitibus ceperat: Volanam intra paucosdies.

(2652)Cluver. Ital. antiq. p. 1198.

(2653)Vedi t. 1, p. 349.

(2654)De Martino, Iscr. di Vitulano mss. Castaldi, Ant. iscr. di Vitolano nelle Mem. della R. Accademia Ercolanese t. II, p. 50 segg.

(2655)Romanelli, Topogr. t. II, p. 341.

(2656) Horat. Sat. 1, 5, v.

(2657)Giustiniani, Diz. geogr. t. 1, p. 201.

(2658)Strab. V, p. 250.

(2659)Liv. Epist. LXXV. L. Sulla Hirpinos domuit.

(2660)Vedi tomo I, p. 369.

(2661)Giustiniani, Diz. geogr. t. VII, p. 126.

(2662)Liv. X, 45.

(2663)Ciarlante, Mem. del Sannio t. I, p. 86, ed. 1823.

(2664)Leo Ost. Chron. Casin. III, 44.

(2665)Horat. Sat. 1, 5, v. 79.

(2666)Il primo suo vescovo si crede S. Marco, uno di que' vescovi Africani perseguitati da Genserico (Ughelli, Ital. Sacr. t. VIII, p. 379. Cf. Martirolog. Rom. p. 396).

(2667)Pratilli, Via Appia p. 507 seg. Tra le rovine di Civita, dice questo scrittore non aver altro potuto riconoscere che una mezza colonna fregiata di trofei militari in basso rilievo; ma due titoli sepolcrali egli adduce, scavati in sul ramo dell'Appia che vi conduceva, ed altri ancora so per udita essersene scavati in que' contorni.

(2668)Virg. . VII, 563 sqq. Cf. Cic. Dediv. 1, 36.

(2669)Claudia. De raptu Proserp. 11, 350.

(2670)Da , contratto in , e sanctus

(2671)Lionardo di Capua dice che a' suoi tempi aveva una larghezza di 40 passi (200 piedi), ed un'altezza di 50 (230 piedi).

(2672)Brocchi, Osserv. is. sulla Valle di Ansanto nella BIBL. ITAL. t. XVII, p. 367 segg. Santoli, De Mephiti et vallibus Asanti. Neap. 1783.

(2673)Plin. H. N. 11, 93.

(2674)Pi volte vi sono morti greggi intere di pecore, viandanti co' loro cavalli, e tra i molti un Giuseppe Albenzio di Laviano mia patria add 11 settembre del 1705.

(2675)) Strab. XIV, p. 650.

(2676)Tacit. Hist. III, 33.

(2677)Plin.H. N.II, 93.

(2678)Tatian. Adv. Graec. 1.

(2679)Lupoli, Iter Venus. p. 145. Due lapide della citt di Potenza ci ricordano ancora la dea Mefite, ivi adorata coll ignoto epiteto di Utiana.

(2680)Il nome di Vicoli che serba un sito accanto al lago suppone il Santoli (p. cit. p. 92) cos detto da un piccolo borgo ad uso deglinfermi che a risanarsi da loro malori si recavano alle vicine acque minerali ora dette di Villamaina Ivi star dovevano ancora i sacerdoti della dea Mefite i quali spacciando le loro preghiere alla dea ed a' numi infernali, dalle virt medicinali delle acque traevano profitto; e le analoghe costumanze e superstizioni qui ci disvela il racconto che Strabone ci lasciava del Caronio di Acaraca nell'Asia minore (XIV, p. 650).

(2681)Serv. Ad Æn. VII, 563. Ibi aditus dicitur Inferorum, quod gravis odorjuxta accedentes necat,adeout victimae adhunc locum non immolarentur: sed odore perirent ad aquam adplicatae.

(2682)Ptol. Geogr. III, 1, 70.

(2683)Il Lupoli (Synodus Compsana 1826) interpretando il greco nome di Compsa, dice che dinotasse Civitas Ornata. Qualunque de' molti significati della greca voce le si voglia attribuire, che avesse una greca denominazione anche manifesto dal nome del fiume che irrigava la Tracia (Herodot. VII, 109).

(2684)Strab. V, p. 247.Iustin. XX, 1.

(2685)Vi si legge ancora nelle vicinanze sopra una rupe la seguente epigrafe:

C. BAEBIVS. LV

PVLVS. ET. C. BA

EBIVS. LVPVL. F.

SILVANO, DEO

VOT. S. L. M.

La gente Lupula di Compsa è anche nota da un'altra iscrizione, che appresso si riferisce.

(2686) Liv. XXIII, 1.

(2687)Liv. XXIV, 20.

(2688)Millingen, Consid. p. 230.

(2689)Gruter. p. CCCLXXIII. Lupoli, In Corfin. Inscr. p. 213.

(2690) Guarini, Excursus IV epigraphicus p. 76.

(2691)Morcelli, Opp. t. I, p. 229.

(2692)Pratilli, Via Appia p. 458. Altri esempi simili ci porgono altre lapide citate dal Lupoli (In Corfin. Inscr. p. 252) di statue erette a' numi patrii per l'onore ottenuto di qualche carica municipale.

(2693)Gruter. Inscr. p. LI, n. 3.

(2694)Id. . XXII, n. 1. Un altro Umbrio ci ricorda un titolo onorario riferito dal Muratori (Thes. Inscr. p. MMXVI, n. 4), nel quale detto Patrono della Colonia Beneventana, e sembra che fosse lo stesso Qutuorviro di Compsa

(2695)Tuttavia si vede in casa Turri, a S. Pancrazio (Bullett. dell'Inst. Archeol. A. 1845, p. 55).

(2696) scolpita sopra un sarcofago di breccia, che ad uso di vasca fu messa fuori della citt odierna; n da credere pi antica della fine del II, o de' principii del III secolo, quando la parola follis pass a dinotare una specie di moneta (Lamprid. Elagab. 22); e l'ignoto Compsano che voleva punito di un' ammenda di 1000 folli chi si fosse ardito di turbar le sue ossa, intendeva forse quelli del minimo valore, che equivalevano a due piccoli danari (V. Gronov. Depecun. vet. IV, 13, 16. Comm. ad L. 5 Cod. Th. de Praetor.).

(2697)Erchemp. Hist. Lang. IV.

(2698) Romuald. Salern. Chron. ad ann. 990. — 11 tremuoto del 1694 ridusse la città all'ultima desolazione.

(2699)Oltre i gi mentovati, si ricordano anche quelli del 780 e del 978.

(2700)Liv. XXIV, 44.

(2701)Cassitto ap. Romanelli, Topogr. t. II, p. 360.

(2702)Plin: H. N. II, 57, L. autem Paulo, C. Marcello Coss. lana pluit circa Castellum Carissanum, juxta quod post annum T. Annius Milo occisus est.

(2703)D. Hieron. Chron. ad ann. 368. Un turbine di vento trasportandovi forse da qualche vicino luogo della lana in copia, faceva spacciare la prodigiosa pioggia (Vedi Guettard, Notes sur le II livre de Pline t. 1, p. 402; Paris 1771 in 4.).

(2704)Vell. Pat. II, 68.

(2705)Cacs. Debello Civ. III, 22. Perci ingannavasi anche Giovanni Lido, il quale confondendo la detta citt dell'Enotria con Compsa degl'Irpini, ch'egli nomina (, c. 6), presso di questa dice avvenutoil prodigio della pioggia di lana, che annunziava la morte di T. Annio Milone.

(2706)Steph Byz. v.

(2707)Cluver. Ital. antiq. p. 1203, 20.

(2708)Lupoli, Synodus Compsana 1826.

(2709)Plin. H. N. III, 16, 6.

(2710)Cassitto ap. Romanelli Topog. t. II, p. 354.

(2711)Liv. XXXIX, 55. 1

(2712)Itin. Antonin, XXX. La distanza di XVI miglia segnata dalla Tavola Peutingerana ( XXIX) falsa.

(2713)Liv. X, 17. Ad Romuleam urbem hinceamus,ubi vos labor haud major, praeda major manet.

(2714)Steph. yz. .

(2715)Ughelli, Ital. Sacr. t. VI, col. 1024.

(2716)Pratilli, Via Appia p. 405.

(2717)Plin. H. N. , 16,6.

(2718)Cluver. Ital. antiq. p. 1203.

(2719)Ptol. III, 1, 71.

(2720)Tab. Peutinger. XXXIX.

(2721)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 274.

(2722)Carelli, Catal. p. 10. Millingen, Consid. p. 177.

(2723)Giustiniani, Diz. geogr. t. III, p.417.

(2724)Pratilli, Via Appia p. 466. Questa io credo la vera opinione da seguirsi sulla situazione e riedificazione di Aquilonia, e gli altri topografi, i quali tengono assolutamente per Carbonara o per Lacedonia dovrebbero dire a quale altra citt si appartennero i grandi ruderi gi detti.

(2725)Tab. Peutinger. XXXIX.

(2726)Pratilli, Op. cit. p. 469. Lupoli, Op. cit. p. 178.

(2727)Itin. Antonin. XXX, p. 34 ed. Fortia d'Urban, La Tavola Peutingerana (XXXIX) ne distingue meglio le stazioni: Benevento. Nuceriola IIII. Calor. F. VI. Eclano. . Sub Romula. XVI. Aquilonia. XI. Ponte Aufidi. VI. Venusiae XVIII

(2728)Bench questa terra fosse di qualche considerazione fin dall'ottavo secolo (Leo Ost. 1, 17) pur non facile il credere che fosse antica, e che da essa prendessero il nome le viti apicie, celebrate da Plinio (H. N. XIV, 4), e Varrone (De R. R. I, 25), come scriveva il Bellabona (Op. cit. p. 27).

(2729)Pratilli, Via Appia p. 452 69. Chaupy, Maison d'Horace 1. III, p. 514 segg.

(2730)Jul. Capitolin. XI. Vias etiam urbis atque itinerum diligentissime curavit.

(2731)Pratilli, Op. cit. p. 471.

(2732)Itin. Hierosol. XVI, p. 192, ed. Fortia d'Urban.

(2733)Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 491.

(2734)Cic. Ad Att VI, 1.

(2735)Strab. VI, p. 282.

(2736)Horat. Sat. 1, 5, 87.

(2737)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 493.

(2738)Vedi p. 515. Questa strada pi oltre si stendeva collo stesso none nella Lucania, come si vedr nella descrizione di questa regione.

(2739)Il Lapie veramente non ne ha misurate pi di 555, ed altri topografi egualmente in pi luoghi hanno emendate le distanze dell'Itinerario di Antonino.

(2740)Pratilli, Via Appia p. 504.

(2741)Itin. Antonin. XXVIII, p. 30 ed. Fortia d'Urban.

(2742)Horat. Epist. I, 18, 20. Brundusium Numici melius via ducat an Appi. Cf. t. I, p. 136, 381 seg.


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1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 [PROPAGANDA EDITORIALE] HTML ODT PDF
1843 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO PRIMO) HTML ODT PDF
1845 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO SECONDO) HTML ODT PDF
1847 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO TERZO) HTML ODT PDF
1852 Storia delle Due Sicilie dall’antichità più Remota al 1789 - Nicola Corcia (TOMO QUARTO) HTML ODT PDF
1841 Nicola Corcia - Delle origini italiche e della diffusione... di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 Risposta ad un articolo del Signor Nicola Corcia inserito nel PROGRESSO di Napoli HTML ODT PDF
1860 Della venuta de' Pelasgi in Italia - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1862 Di alcune città greche nel Sannio - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1865 De’ vaticinii e del nome di Bacide - Nicola Corcia HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE PRIMA) HTML ODT PDF
1879 Dell'origine di Roma - Nicola Corcia (PARTE SECONDA) HTML ODT PDF
1879 Relazione sull'opera “Dodone et ses ruines” - Nicola Corcia HTML ODT PDF





La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra nazione napoletana e global liberalism di Zenone di Elea

Great Britain: Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

Questione napoletana, brigantaggio e mitologia patriottarda antimeridionale

«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» ovvero dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu di Zenone di Elea

Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

Giacomo Margotti

Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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