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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026) |
| NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO |
MEMORIEDELLA REGALE ACCADEΜΙΑ ERCOLANESEDI ARCHEOLOGIAVOLUME IX NAPOLI DALLA STAMPERIA NAZIONALE 1862 |
DI ALCUNE CITTÀ GRECHENEL SANNIOMEMORIADEL SOCIO ORDINARIO NICOLA CORCIA |
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Nella prima Memoria ch’io ebbi l’onore di leggere a questa dotta Accademia io vi accennava, chiarissimi Colleghi, di città preelleniche nella regione del Sannio, che io intravedeva in questa come in altre contrade del nostro paese, delle quali mi sarei occupato di ragionare per la regione già detta. Coll'occasione che mi porgono le recenti scoperte nelle antiche rovine presso Pietrabbondante1) nella Provincia del Contado di Molise, che conosciamo per la munificenza del nostro Augusto Monarca, e delle quali ha dottamente discorso il ch. collega sig. Principe di S. Giorgio, io ora sciolgo la mia promessa, e di un subbietto mi tratterrò non sospettato nemmeno dagli antichi, ai quali se ricorriamo per attingere le migliori notizie geografiche e storiche de' popoli primitivi, molte cose pure non vi troviamo, ignote ad essi stessi, e che solo una critica più rischiarata può forse rintracciare nel buio dell’antichità e delle primitive emigrazioni. Scilace, Scimno di Chio, Dionigi Periegete, Strabone, Plinio e Tolomeo espongono più o meno la geografia de' loro tempi, senza darsi pensiero della più antica, la quale ci disvela i più remoti stabilimenti de' popoli che si operarono nel nostro paese. E quanto poi ne’ tempi moderni a così fatte ricerche abbia nociuto, e forse tuttavia noccia l’ipotesi dell’autottonismo e della italica civiltà primigenia, come alcuni sostengono, lascio considerarlo a voi, alla cui mente non fanno velo i sistemi preconceputi, e che schiettamente vi fate ad interrogare l’antichità, onde spiegare quello che non si sa, o che si sa imperfettamente. Che se oscura molto ed incerta è la storia più antica, lodevole sforzo sarà quello di penetrare colla mente ne’ secoli primitivi per discoprire coll’aiuto appena di pochi nomi o reliquie di culti qualche fatto ignoto alla storia. E tale sembrami appunto quello di un mondo preellenico nelle nostre contrade, del quale mi sono studiato di presentarvi, dotti Colleghi, appena un breve saggio, e che spero quando che sia di mostrarvi più distesamente.
Or venendo al mio assunto, dico che i nomi greci delle città sannitiche Afidena, Cimetra, Tirseta, Fistelia, Plistia, Alife, Telesia, Cercapoli, Arrenila e Maloento, ci disvelano un antico dominio de' Greci primitivi nel Sannio; e i vasi dipinti, le monete, e le costruzioni ciclopee sono per confermarci in un modo non dubbio questo fatto da altri non riferito alla sua vera origine primitiva.
E cominciando dalla città di Aufidena, la sola che Tolomeo attribuiva a' Sanniti Caraceni 2), benché altre due anche se ne avessero, Caracio o Caricio, da cui pigliavano il nome, ed Aquilonia 3), sulle quali egli sembra perciò che Caricio primeggiasse ne’ tempi più remoti almeno, e per le fortificazioni (àpaxs;) onde fu cinta, la vera lezione del suo nome panni essere stata Afidena, come in alcuni mss. si legge del Libro delle Colonie, lezione preferita nella più recente lezione del Lachmann 4), e tale lezione ne mostra bene col primitivo nome greco, poi mutato da' Romani in Aufidena anche l’origine greca. O la città fu dapprima detta Afidena dalla sua lieta posizione, da àcp7]3ùv(o, exhilaro, o Afidena fu nome derivato da ’AiBva, come si nominarono diverse città greche nell'Attica 5), nella Laconia 6), e nell'Epiro 7). Questi non dubbii riscontri vieppiù avvalorano la congettura da me fatta quando la prima volta di questa città io scriveva nella Topografia antica delle nostre contrade, allorché senza pensare al suo nome primitivo, dalle sole antiche costruzioni pensavami ch'essendo anteriore al dominio de' Sanniti, fondata fosse in origine da' Pelasgi. Scopriva il Fox nelle sue fortificazioni la più notabile analogia di costruzione colle fortificazioni ciclopee di Tirinto, da lui altrove non mai vedute. Massi immensi vi si osservano di aspra roccia non mai tocca dallo scarpello, gli uni su gli altri sovrapposti come fusti di colonne, ed aggiustati con pietre negl'interstizii, che il vero stile ci additano mentovato da Pausania 8). Oltre delle mura poligone di considerevole grandezza osservate da un altro erudito viaggiatore sull'erta collina al di là di Riotorto 9), a breve distanza dall’odierna Alfidena dove fu propriamente la città antica, il topografo della Lucania riferiva i frammenti di una iscrizione da lui veduta ivi presso, cioè a Villetta nella valle di Alfidena, sulla sinistra del fiume Sangro, sulla cui sponda scopertasi nel 1725 la rozza fabbrica di un bagno con un acquidotto che vi portava l’acqua del fiume, a quello aderente si trovò una pietra dolce, di circa palmi tre di diametro, rotta in più pezzi, in cui erano undici grossi caratteri intagliati in due rette linee, i quali benché dal tempo consumati, tre ne erano del tutto simili a quelli di un sepolcro scoperto presso la città di Pesto.
I caratteri della iscrizione veder si possono nel lodato scrittore, il quale non dubitò di attribuirla a' Pelasgi 10); ma senza sostenere tale attribuzione, perché le lettere pelasgiche non furono certamente che quelle del primitivo greco alfabeto, che portarono in Italia 11), notabile nondimeno deve dirsi la simiglianza de' caratteri delle due epigrafi di un tempo primitivo, su’ quali gran fondamento sarebbe da fare se per riferire l’origine della città sannitica agli stessi popoli un altro argomento non vi fosse, quello dell’analogia del nome di Afidena con Afidila, città dell’Epiro. Senza dire con un moderno scrittore che l’Epiro fosse stato la patria primitiva dei Pelasgi 12), dove piuttosto si stabilirono, passando- vi di più lontano, dall’Arcadia e dalla Tessaglia 13), o di più lungi ancora, cioè dalla Fenicia, come non ha guari ha creduto il Behr 14), certo è che dall’Epiro tramutandosi in Italia 15), e stabilendosi nel nostro paese, molto probabile è che alla città che poi fu de' Sanniti imponessero il nome di quella che lasciato avevano nell’Epiro.
Certo è che il nome di Afidena o Afidua è nome greco, e non potendosi per le dette costruzioni ciclopee crederla edificata da' posteriori Elleni, è da attribuirla, io credo, a' Pelasgi primitivi. Che greci del resto furono i fondatori delle città nella valle del Sangro, oltre di Carie io, o Caracio, oltre di Afidena,o forse ancora della stessa Acquilo aia, che suppongo in origine detta Acilonia (da ἄκυλος) la ghianda dell'elce, che potè in parte somministrare alimento a' rozzi Pelasgi Arcadi, i quali facevano stiacciate delle ghiande di faggio 16), si conferma altresì dall’antico nome del fiume, il quale anziché Σάγρος; come lo nomina Strabone 17), fu piuttosto Sarus, come è detto da Tolomeo e Vibio Sequestre 18), sì perché in questo anziché nell'altro può trovarsi una greca origine, per esser noto il fiume di nome analogo Σάρων del Peloponneso nella Trezene, che dava il nome al golfo Saronico secondo Eustazio 19), sì perché potè avere tal nomò appunto perché pescoso, al che accenna il nome stesso di σάρων, che dinota la rete de' pescatori.
E passando a dire di Cimetra, sappiamo appena da Livio che fu assediata e presa da Q. Fabio dopo ch’ebbe combattuto i Sanniti presso la città di Tiferno nel 45 di Roma 20). Perciò nella mia Topografia io congetturava che si appartenesse Sanniti Pentri. Ma dovunque vogliasi situata, il che è molto malagevole di affermare, certo è che greco ne fu il nome, per essere stata così detta dalla sua posizione in sito elevato e sublime, dove godevasi per lo più aria pura e serena (da xEipiat jaceo, ed atOpa, aerìs serenitas), come quasi tutte le antichissime città pelasgiche in sulle alte cime delle montagne.
Un’altra città sannitica, ignota a tutti i topografi patrii, fu Tirseta, che conosciamo dalla sola memoria che serbavano Stefano Bizantino sull’autorità di Filisto nel libro XI delle sue storie 21).
Greco del pari ne fu il nome, né significò altro che Turrita, da τυρσις, turris, perché ben munita di torri, mura e propugnacoli, talché sarebbesi potuto dire egualmente Eupirgo (ευπυργος). Ma chi può dire dove fu posta? Nondimeno per l'analogia del nome si può forse supporre nell’odierna terra di Torella, a 9 miglia da Trivento, e posta in sito eminente come le altre.
La quarta città con greco nome nel Sannio sarebbe Fistelia, la quale senza testimonianza di geografo o storico, il che è molto singolare, conosciamo dalle sole monete, le quali scoperte non ha guari nel Sannio in maggior numero che altrove, al Sannio han fatto ultimamente attribuirla da' ch. colleghi Principe di S. Giorgio e Cav. Minervini.
Le monete di argento coll'iscrizione SISTVVS, BISVVS, BISTVVIS, ΦΙΣΤΕΛΙΑ, furono dapprima attribuite a Pesto dal Passeri, dal Mazocchi, dall'Ignarra e dal Paoli 22). Il Guarnacci credè in vece che fossero di Fesulae 23), ed il Magnoni della sannitica città di Plistia, che annoverò tra quelle della Campania 24). Gli argomenti di ciascuno di tutti questi archeologi non parvero sì concludenti all’Eckhel da non poter dubitare di qualcuna di tali attribuzioni, e con migliore giudizio affermò di doversi le dette monete annoverare tra le incerte 25). Parve al Millingen più verisimile che fossero di Puteoli, opinione alla quale sembra d’inclinare il Barthelemy, recente autore di un Manuale di antica Numismatica 26); ma il Millingen meglio ripensando giudicò più ragionevole conghiettura che Fìstelia fosse una delle città della Campania, senza dir quale, per lungo tempo sottomesse a' Pelasgi-Tirreni, a' quali furono tolte da' Campani-Sanniti 27). Secondo questa opinione parrebbe che tali monete battute fossero prima che i Sanniti conquistassero Capua e la Campania, cioè prima del 420 avanti l’era volgare 28), ma l’Eckhel già avvertiva l’epoca comparativamente recente delle monete istesse, scrivendo in proposito delle dette epigrafi in lingua e caratteri osci SISVVS, BISTVVS e BISVVIS: Literae oscae nullatenus sunt signum remotae antiquitatis quod variis eruditis visum, sed praevalentìum in urbibus Graecis Osco rum indigenarum 29), e con più di verità avrebbe forse detto, sed praevalentium in urbibus graecis Samnitum irruentium.
Che lo stesso dir si debba della medesima lingua osca spero in altra occasione dimostrare, e senza dire di altre opinioni, per le quali la città di Fistelia credevasi nel sito della Badia di S. Maria de Fistellis sulla costa Amalfitana 30), o pure come parve a me stesso, nel Piano degli Stelletani tra Roccagloriosa e Castel Ruggiero, dove rimangono antichi ruderi, prima di giungersi al golfo di Policastro 31), io credeva piuttosto che Fistelia fosse nome di una città che con nome diverso conosciamo nella storia, come Alliba la quale altra non fu molto probabilmente che la città di Cuma, perché Aliba fu città dell’Eolide 32), d’onde vennero in parte i Greci fondatori di Cuma, Aliba si nominò un monte, una città, ed una palude in Italia 33), e la tribù.
Alibantida imperava nell’inferno alle anime de' morti 34), denominazioni tutte che facilmente fanno ricorrere alla mente e Cuma, e la palude Acherusia, e il Neciomanteo dell’Averno 35). Ma le molte monete con le riferite leggende non ha guari tempo scoperte a 3 miglia da Toro, distante 3 miglia da Campobasso, con verisimiglianza han fatto supporre che la ignota città debba attribuirsi al Sannio. Il ch. collega Cav. Minervini ha sopratutto questa opinione sostenuto, avvisandosi che di Fistelia scrivesse Livio, dove ricorda le molte città del Sannio saccheggiate e nuovamente soggiogate da Q. Fabio, perché ribellate si erano nella seconda guerra cartaginese 36).
Queste città furono Compulteria, Telesia Compsa, Mele, Fulfulae, secondo l’ordinaria lezione dello storico, ed Orbitanio tutte nel Sannio Caudino, in fuori di Compsa, che Livio contro verità attribuiva alla regione medesima. Tranne la lezione Fagifulae, sostituita con qualche glosa all’ignota Falfulae per la memoria de' Fagifolani di Plinio 37), tutte le altre varianti de' mss. di Livio, Fulfulae, Fìlulae, Frisulae, Furfulae, Fursulae, Fiusulae e Fulsulae, lezione ritenuta dall'Holstein, si riferiscono ad una città istessa, mentovata anche da Floro col nome di Faesulae 38), come la celebre città dell’Etruria che fu la madre patria di Firenze; ma non sembrami che si possa riconoscervi la Fistelia o Fistluìs delle monete. Perché oltre alla dissimiglianza tra i detti nomi e le riferite varianti, il sito di Fistelia che si suppone nelle vicinanze di Toro, dove le monete furono scoverte con altre molte degli Allibarti, Hyrina, di Neapoli, Nola, Fella, Posidonia, e di alcune città della Magna Grecia, è fuori la regione de' Caudini, che Livio dice sopra-: tutto devastata dalle armi e dal fuoco de' Romani: Caudinus Samnis gravius devastatus; perusti late agri, praedae pecudum hominumque actae. Oppida vi capta, Compulteria, Teleria, Compsa, Melae, Fulfulae, et Orbitanium. 39).
Se in vece di Compsa degl’Irpini crediamo ancora con uno storico del Sannio che Livio scrivesse Cassa, che fu probabilmente nella terra odierna di Cusano 40), o la stessa Cossa egli scambiasse con la più celebre e più nota città di Compsa, ci persuaderemo che quelle devastazioni non avvennero che nel Sannio Caudino, i cui abitatori veramente più che gli altri Sanniti nemici erano de' Romani pe’ fatti antecedenti. 11 perché più verisimile mi sembra la congettura dell'Holstein, che nella ignota città riconoscersi debba Montefuscolo di oggidì 41), e che Fusculae sia la più verisimile lezione di Livio, perché l'epiteto di fuscus applicato al vicino monte potè dare origine per avventura al nome della città che vi fu edificata, detta Fusculae assolutamente, alla quale analoga si può credere ancora Faesulae, come in Floro si legge, denominazione che può credersi nata dal greco φαιος, che corrisponde al fuscus de' Latini. Ma che che dir si voglia di queste congetture, rimane sempre probabile che la città di Fìstelia fosse stata nel Sannio; e sebbene contro l’attribuzione della ignota città ad una regione tutta mediterranea quale fu il Sannio la difficoltà potrebbe farsi a cagione del tipo del delfino nel rovescio delle dette monete, il quale accenna piuttosto ad una città marittima, pure a me sembra che tale difficoltà svanisca, ove si consideri che si adottò in quelle monete uno de' noti tipi della città di Napoli, il bue a volto umano col delfino.
Ma nessuno ch’io mi sappia ha investigato l’etimologia del nome di Fìstelìa, del quale BISTVVIS e simili non sono che la pronunzia barbara, e questa ricerca, convalidata dalla scoperta delle monete con la detta leggenda nel Contado di Molise, esser può di più forte argomento onde vieppiù attribuirla alla regione che fu poi Sanniti, e ad accennarne la situazione.
Da' Lessici è noto che i Greci dissero Ισθλη la pelle di capra, sinonimo d'Ιξαλη. Alla prima di queste voci aggiungendosi il digamma, avremo Fισθη, e con più facile pronunzia Fισθελη, d'onde Φιστελια, come nella leggenda delle dette monete. La leggenda barbara, o sannitica, io credo un’alterazione, o corruzione della denominazione primitiva, denominazione greca come i nomi di tutte le altre città di greca origine, che or vado riconoscendo nel Sannio in un tempo anteriore alla conquista de' Sanniti. Che se Fìstelia dinota pelle, di capra, la denominazione analoga di Capracotta guiderebbe a riconoscervi il sito della ignota città, ed a chi mi dicesse tal denominazione analoga non essere bastevole, risponderei esservi pure un argomento di fatto quasi per dimostrarlo, dir voglio un grande recinto di mura ciclopee in una delle vette di Capracotta nella più elevata situazione della Provincia di Molise 42); e ciò che più importa osservare si è che al di sopra di quelle rovine, e propriamente presso il così detto Fonte del Romito ad un mezzo miglio in circa dalle rovine istesse, ed a tre miglia da Capracotta, scoprivasi presso di antica muraglia la celebre tavola di bronzo con iscrizione sannitica, la più estesa che finora si conosca, e che riguarda, come sembra, culti e sacrifìzii a molti e diversi numi, e con quella parecchie monete, tra le quali una ancora coll’epigrafe SIVTIB.
Di Plistia, Alife, Tdesia, e Maloento io diceva quanto al mio scopo faceva mestieri nell'antica Topografia delle nostre regioni, ed ora ne dirò ancora quanto basta per la greca denominazione che tutte hanno comune con le altre già dette, affin di dimostrare il primitivo dominio de' Greci nel Sannio innanzi che occupato fosse da' Sanniti.
Non solo Plistia è greca denominazione, la quale ha il suo riscontro e la sua analogia nel fiume Πλειστος della Focide 43), ora detto Xeropotamo, ma anche l’origine greca ne dimostrano i greci vasi scoperti ne’ sepolcri presso S. Agata de Goti 44), tra la quale città ed il Taburno si crede che fosse posta, e propriamente nel luogo detto Presta, alterazione manifesta dell’antico nome, il quale è anche noto per non pochi antichi ruderi 45).
Lo stesso dicasi di Alife, di greca denominazione anch’essa, e così detta, come prima a me parve, dall'abbondanza dell'olio che vi si raccoglieva, per la quale la città, quasi con nome analogo a λιπαρα, pingue e grassa di olii dir si poteva per eccellenza tra le altre di quelle vicinanze. Ma meglio pensando al greco nome di AVIBHA, che nei due noti esemplari delle greche monete della città si legge, analogo a quello di NVIBN con leggenda osca o sannitica di altre monete della città istessa 46), e che ha le manifeste analogie con lutti i derivati del primitivo λεω, λιω, cioè λειος, nel dialetto eolico λειφος, ο λειπω (d'onde λιπαρος), λειβω (d'onde il latino libo, λειβεσθαι, e λειβητρον, irrigatio), λειφω, αλειφω, αλειφα, nelle quali tutte voci viene espressa l’idea di fluire,scorrere lievemente, ora credo piuttosto che così si dicesse dall’abbondanza delle acque, che irriguo e fertilissimo ne rendevano il territorio come oggidì, perché oltre a quelle del fiume Torano in tre rami diviso, diverse altre sorgenti vi sono, le quali ben possono dar ragione dell’antico nome. Le colline del resto di Alife sono così di olivi ricoperte, che sacra a Minerva dir la potevano gli antichi, come la città di nome simile Aliphera nell’Arcadia, dove dicevasi che nata fosse ed allevata Minerva 47), perché ivi proprio dicevasi che Giove la facesse venir su dal suo cervello, e che perciò per l’abbondanza stessa degli olivi, o anche perché irrigala dalla sorgente Tritonide dové avere il nome di Aliphera anziché dal supposto Alifero, figliuol di Licaone, secondo Pausania.
E quanto a Telesia, il Niebuhr sol per conghiettura avvisa vasi che fondata fosse da' Pelasgi 48), e se greco in fatti ne è il nome, il quale ha non insoliti riscontri in alcuni nomi propri, come Telesio, statuario ateniese, Telesio, poeta tebano, contemporaneo del Tarentino Aristoxeno 49), e nella militare telesia saltazione de' Macedoni 50), fu per avventura così detta a cagione di qualche celebre oracolo, pel quale si ebbe a dir sacra (Τελεσιη), o perché a Giove Telio o Telesio la consecrarono i Pelasgi, adorato specialmente a Tegea città di Arcadia 51). Ma senza proporre altre conghietture per ispiegare un tal nome, nessuno può contraddire che greco fosse, e lascio che altri meglio lo investighi.
Ma molte pruove concorrono a dimostrarci greca l’origine della città di Maloento, nome che i Romani senza intenderne il significato per augurio migliore mutarono in Beneventum 52), come se prima si nominasse Maleventum.Le pruove sono la fondazione che attribuivasene a Diomede, la sua denominazione stessa di Μαλοεις, d’onde quella di Μαλοεντός;, e la leggenda delle sue monete MAVIES e MAVIESA in caratteri arcaici, le quali hanno per tipi la testa laureata di Apollo, o della Ninfa, dea, o sirena Partenope nel dritto, ed il toro a volto umano nel rovescio. Bene si avvisarono dotti nummologi di attribuire tali monete a Maloento 53), così detto dal caso genitivo di Μαλοεις;, analogo alle leggende delle monete MAVIES e MAVIESA, ed al nome di quel re Pelasgo di Gravisca o Regisvilla presso Cere nell'Etruria, Maleote dir voglio ricordato da Strabone, e detto Maleus da Lutazio, il quale dopo avere in que’ luoghi regnato per qualche tempo sopra i suoi connazionali pelasgi, è fama che, di colà partitosi, andasse in Atene 54). Alla quale analogia di MAVIES e Maλοεις;, o Maloento se bene riflettuto avesse il Raoul Rochette, non avrebbe dubitato della identità di quel nome con quello di Benevento 55), perché se Beneventani fu prima detto MaÀoevTo;, o piuttosto MaÀoetov, come in alcuni mss. di Festo si legge, ed il Salmasio, lo Scaligero ed il Niebuhr tal voce riconobbero di pura origine greca 56), l'identità è manifesta, sopratutto perché il medesimo tipo di Apollo laureato si vede nelle monete coll’epigrafe BENEVENTOD.
Ma sì i nummologi che le dette monete attribuirono a Benevento, sì i dotti critici che nel nome di Maloento riconobbero l’origine greca della città, non ispiegarono la ragione di quel nome, che io rintracciai chiaramente in un epiteto dello stesso Apollo delle monete Beneventane, cioè Μαλοεις, col quale si distinse presso Mitilene nell’isola di Lesbo, dove coll’aggiunto di Maloento era specialmente adorato, come sappiamo da Ellanico, Tucidide ed altri scrittori 57). La città dunque prese il nome dal culto del nume che sopra gli altri adorarono i suoi primi fondatori, cioè Apollo, nume principale de' Pelasgi, sì di quelli che tennero la tirrenica isola di Lesbo, la quale fe’ dare il nome di Tirreno a Pitagora per la breve dimora che fecevi il filosofo 58), e che poi fu cagione di tante vane pretensioni e di più vane scritture, con cui si sostenne che Pitagora fu etrusco, nome che si volle pur estendere alla supposta Samo nella Magna Grecia, sì degli altri che furono in Italia 59), ai quali non mi par dubbio di doversi attribuire l’origine di Maloento.
E quanto a Diomede, il supposto o mitico fondatore della città, il Niebuhr scriveva: «Sino a Maloento si estese (nella tradizione) l’impero del figliuol di Tideo; nella quale città fu mostrata a Procopio la testa del cignale caledonio, e senza dubbio Maloento ebbe il nome da' Greci, o da' Pelasgi. Niun popolo ellenico non fu a quel ch'io sappia sì prossimo a' Pelasgi (pianto gli Etoli, e le reliquie del cignale di Caledonia dinotano una colonia dell’Etolia » 60). All’origine stessa inclinò il Raoul Rochette 61); ma in diversi luoghi della mia Topografia Storica io accennava come le tradizioni di Diomede di Etolia si confusero con quelle di Diomede di Tracia, il cui culto passò nelle nostre contrade per mezzo degli Eneti stabiliti sull’Adriatico, e tra le altre cose io scriveva: «La Tracia poi detta Calcidica fu celebre per le favolose tradizioni di Diomede, il quale di umana carne pasceva le sue cavalle (Apollodor. II, 5, 8. Palaephat.
De incredib. II, 4, 31. Hygin. fab. XX), e questo nume solare, come ora si riguarda, gli antichi facilmente confusero coll’eroe di Etolia. Altrove ho già detto che un cavallo bianco a Diomede sacrifìcavasi sino a' tempi di Strabone dagli Eneti dell’Adriatico (Strab. V, p. 215), e da un antico scrittore greco, storico o geografo, dir voglio Meandri©, sappiamo che uniti agli Eneti vennero ancora popoli Traci dalla regione de' Leucosiri (Meandr. ap. Strab. XII, p. 552. Cf. p. 543). Orda questi popoli propagandosi il culto di Diomede, dalle sponde del Timavo (Strab. V, p. 215) alla città di Ancona (Sevlax, PeripL p. 6), e di là alle isole Diomedee (Strab. VI, p. 283), ed in altre città della Daunia, di tutte le città in cui si adorava fu detto il fondatore 62), ed ora aggiungo, dove giunsero coloni Traci, molto affini co’ Pelasgi nelle primitive tradizioni. Perciò il culto di Diomede si confuse con quello di Apollo, come i Traci co’ Pelasgi, il che pur si vede dal tipo del cavallo corrente sul rovescio delle monete beneventane; e per tutte queste osservazioni a me pare che dubitar non si possa della greca, o peasgica origine di Maioento.
A tutte queste città di greca origine nel Sannio io aggiungeva non è guari tempo quella dei Cercali o di Cercopoli in una memoria letta a questa dotta Accademia 63), e senza ripetere le cose già dette dico soltanto, che la testimonianza di Diodoro Sicolo, ch'è l’unico storico che ne fa menzione, mi guidava dal nome di κερκος cauda a riconoscervi la città de' Caudini traduzione latina della greca voce Cercali o Cercopi, né altri che i ladri e gli assassini che si annidavano presso le vicine gole dei monti, poi note e si celebri col nome Forche Caudine, come alle Termopili ed altri luoghi simili dell’Eliade. Questa città de Cercoli, ignota a tutti i geografi e storici, e ritrovata nello stesso Sannio, accresceva in me il convincimento del dominio dei Greci in quella regione, col quale facilmente si spiegano le greche denominazioni che sono andato spiegando, ed una novella pruova ora ne somministra la rara moneta de' Pitanati scoperta non è molto con quelle di Fistelia e di altre molte della Magna Grecia nell’indicato sito presso Toro, o S. Giovanni in Galdo nel contado di Molise.
Questa moneta, che ha l’epigrafe ΠΙΘΑΝΑΤΩΝ ΠΕΡΙΠΌΛΩΝ, conferma la notizia di Strabone, che nel Sannio fosse una colonia di Spartani, la quale vedevasi, dice il geografo, in quelli propriamente che nominavansi Pitanati, da Pitane, borgo della Laconia; sebbene il geografo stesso dichiarava essere stata favola dei Tarentini, di origine laconica, per tenersi amico coll’adulazione di un’origine greca un popolo possente e bellicoso 64), ed io stesso scriveva esser verisimile che la denominazione de' Pitanati nel Sannio fosse una denominazione vaga come la stessa tradizione che facevali originarii della Laconia 65). Ma ora sembra che non si possa dubitarne, senza che del resto possa dirsi o congetturarsi dove stessero ad abitare, ma certo presso qualche altra città del Sannio, di cui furono suburbani (ΠΕΡΙΠΟΛΩΝ) come sono detti nella moneta, non diversamente da quelli presso la città di Locri, ricordati da una moneta simile 66).
E tra le città di greca origine nel Sannio è pure da annoverare Arrentia, mentovata dal solo Stefano Bizantino 67), e malamente confusa con Arretion, o Arezzo, nell’Etruria, che lo stesso geografo ricorda, e con felice congettura alle nostre contrade restituita dal Forbiger nel suo elaboratissimo manuale di Geografia universale antica 68); ed oltre l’analogia tra Arienzo ed Arrentia sembrami che tale congettura confermi la denominazione stessa di origine greca, da αρῥην forte, valoroso, sia che così si denominasse dalle fortificazioni, sia che dal segnalato valore di coloro che l’abitavano.
Il Sannio fu così devastato con lunghe guerre almeno di 7 o anni da' Romani, che indarno, dice Floro, ricercavasi poi il Sannio nel Sannio stesso 69). Come il Coro delle Trojane nell'Ecuba di Euripide dir poterono allora i superstiti Sanniti: «Tu, o patria, non sarai più detta l’inespugnabile delle regioni italiche; tale ti ha ricoperto una nube de' tuoi nemici, così sei disfatta dalle romane spade! Le torri che ti coronavano, ora giacciono al suolo agguagliate, né più, o miseri, entreremo nelle nostre case arse ed annerite dalle nemiche fiamme!» Il tempo e gli uomini facevano il rimanente per distruggere in modo gli stessi recinti delle città disfatte, da non lasciare più traccia di quelle che gli storici ricordano e i geografi. Pure a quando a quando dopo venti e più secoli da quelle devastazioni e rovine vengono fuori anticaglie di ogni sorta, iscrizioni, monete ed armi, e ruderi qua e là sono dispersi per ricordarci il popolo valoroso, che sì gagliardamente contrastò alle armi de' Romani. Si annoverano tra queste le non poche rovine che si vanno scoprendo presso Pietrabbondante, tra le quali più notabili sono un recinto di mura di grossi poligoni, una iscrizione sannitica ed un teatro, come conoscevamo non è molto da una relazione del nostro socio corrispondente Cav. Genovese, con dotte osservazioni partecipata a quest’Accademia dal sig. Principe di S. Giorgio.
Poiché in un campo davanti la scena del 1 accennato teatro alla distanza di mezzo miglio si scoperse, è già tempo, la seguente iscrizione:
NV. VESVLLIA |
Novius Vesullia |
IS. TR. M. T |
us. Trebii (f.) meddix tuticus, |
EKIK SAKARA |
hoc sacel- |
KLVM BVVA |
lum Bovi |
IANVD |
ano |
AIKDAFED |
aedificavit |
Sostenne il Mommsen che ivi fosse l'antica città di Boviano, supponendo quella della Colonia degli Undecumani mentovata da Plinio 70), nel Bojano odierno, alla distanza di 12 miglia al mezzodì di Pietrabbondante. Ma l’Huschke, il quale ha di recente tutte le iscrizioni osche e sannitiche nuovamente illustrate e spiegate, crede in vece che l’antica Boviano fosse nel sito delle rovine presso Capracotta e che nelle altre di Pietrabbondante fu piuttosto un tempio comune della federazione sannilica, riconoscendo nondimeno nella città antica, come si vede dalle ciclopee fabbricazioni, una. città fondata primamente dagli Ausoni, o da' Pelasgi 71). Secondo quest’altea opinione la Colonia degli Undecumani sarebbe stata nel Boviano o Bojano di oggidì, come avvisavasi lo stesso Mommsen; ma oltreché le romane colonie si stabilivano in vicinanza di altre città, come a cagion di esempio, per non dipartirmi dal Sannio, osserviamo di quella che si pose ad abitare presso la città di Sepino, ed altrimente non si saprebbe intendere perché la colonia romana prendesse il nome di una città piuttosto distante, l’iscrizione osca può supporsi trasportata presso Pietrabbondante dall’antica città di Boviano, o dalle sue vicinanze, in un tempo in cui quelle rovine si ricomponevano per formarne una qualche nuova abitazione de' Sanniti dopo le sofferte devastazioni, come si vede non solo dall’altra iscrizione scopertavi di recente, la quale anziché in luogo cospicuo si vede mezzo fabbricata in una di quelle antiche muraglie, ma da' frammenti ancora di altre iscrizioni osche o sannitiche fabbricate similmente alla rinfusa ne’ muri di quelle macerie. Dubbio è perciò che fossevi l’antica città di Boviano, o il tempio della federazione sannitica, come dubbio è ancora che riconoscer vi si debba la città di Aquilonia, che altri, come è noto, sostengono che sorgesse nel sito di Annone per una tradizione di più secoli, comeché anticaglie non vi si siano ritrovate per confermare tale situazione. Ma le città che da' tempi antichi seguitavansi ad abitare per lunga serie di secoli non lasciavano per lo più tracce di antichità, trasformandosi sempre, e forse anche imbarbarendo dalla civiltà primitiva. Per tutte queste ragioni io mi avviso che una diversa città sannitica s’innalzasse presso Pietrabbondante, e la denominazione di Calunnia che ora si dà a quelle rovine mi guida a riconoscervi la città di Tuxium, della quale non parlava nessuno de' topografi patrii, e nessuno degli scrittori di antica geografia. Questa città sannitica conosciamo da un frammento dello storico Dositeo serbatoci da Plutarco ne’ suoi Paralleli, nel quale si legge: Φαβιος Φαβρικιανος, του μεγαλου συγγενης Φαβίου, πορθησας Τουξιον μετροπολιν Σαυνίτων, την παρ' αυτοις τιμωμενην νικηφορον Αφροδιτην επεμψεν εις Ρωμην... ὡς ἱστορει Δοσίθεος εν τριτῳ Ιταλικων. Fabio Fabriciano, cognato di Fabio Massimo, devastando la città di Tuxio, metropoli de' Sanniti, trasportò a Roma la (statua della) Venere vincitrice ch' essi adoravano, come narra Dositeo nel terzo libro delle cose italiche. Questo storico delle cose italiche conosciamo dal solo Plutarco, il quale ne’ Paralleli ne cita due soli passi del III libro delle sue storie, uno de' quali è il frammento riferito, e l’altro quello in cui parla di Comminio Susuro Laurentino, e della Ninfa Egeria, genitori di un altro Comminio 72); e poiché discorriamo del Sannio, di cui pure scriveva Dositeo, non so francarmi dal sospetto che qualche favolosa origine romana applicasse alla città Cominio Cerito, città sannitica, della quale ignota è l’origine del nome, sebbene si conosca che sorgesse nel sito dell'odierno Cerreto. Ad ogni modo, lo storico Dositeo è certamente diverso dall’astronomo dello stesso nome, nativo di Colone 73), e da Dositeo grammatico del III secolo, posteriore perciò a Plutarco 74).
Poiché la città distrutta da Fabio Fabriciano è detta metropoli de Sanniti> nel primo tomo della mia storia mi avvisai che alterato ne fosse il nome in Plutarco, e che la testimonianza di Dositeo si riferisse a Gaudio, la quale fu difatti una delle tre metropoli de' Sanniti, supponendomi che facilmente il nome di Καυδιον da' copisti si alterasse in Τουξιον. Ma la volgare denominazione del luogo delle dette rovine ora fa credermi che ritener si debba la lezione Τουξιον, perchè rimasta alle rovine stesse tale denominazione, ed indicandosi in processo di tempo con la proposizione κατα, abbreviandosi e sempre più alterandosi in vece di κατα Τουξιον si disse Catunzia.
Il grecismo che pe’ nomi di molte città si manifesta nel Sannio, sia che provenisse da coloni passativi dalla parte meridionale delle nostre contrade, dove fu fiorente per le tante colonie primitive che vi si stabilivano, sia che vi si propagasse in vece dalla parte settentrionale, il che più probabile mi sembra pe’ Pelasgi sopratutto che sappiamo di avere occupata la regione che poi tennero i Sabini 75), par che confermi la spiegazione della volgar denominazione di Catunzia, dove le dette rovine si rinvengono, in κατα Τουξιον, apud Tuocium, oltre di che in parecchie provincie del nostro paese rimane tuttavia dagli antichi tempi l’uso della preposizione κατα nel volgare idioma, nel quale molte greche voci pur rimangono, né dico di quello della regione che fu l’antica Campania, ma delle altre più lontane dalla sede de' greci coloni sulla marina.
Or se vera è, come io non dubito, l’induzione che dalla volgare denominazione odierna facciamo per riconoscervi l’antico nome di Τουξιον, a questa città panni che attribuir si debbano le rovine già dette. Né mi fa ostacolo a tale attribuzione il nominarsi da Dositeo metropoli de Sanniti, perché anziché riputarsi veramente metropoli nel significato di Caudio, e di Caricio o Caracio, le quali diedero il lor nome Caudini ed a' Caraceni (sconosciuta è l’altra de' Sanniti Pentri, perché Boviano fu sede principale de' Sanniti solo nella guerra sociale), il fu sì bene nel senso di città principale tra i molti villaggi che i Sanniti abitavano intorno, come abitarono di fatti a simiglianza de' Sabini, da cui si propagarono 76); e così si spiega la lor grande popolazione, per la quale metter potevano insieme sempre nuovi eserciti dopo le grandi battaglie coi Romani.
Sia dunque che Tuxio devastata o distrutta fosse da Fabio Fabriciano, cognato del celebre Console Fabio Massimo, col quale egli militava, sia che venisse del tutto meno ne’ secoli posteriori, non mi par dubbio che pel detto frammento e per le rovine presso Pietrabbondante si debba riconoscere nel sito di Catunzia per l’analogia di questa alterata denominazione col nome di Tuxio.
Sappiamo del resto da Dositeo che il vincitore da questa città a Roma trasferiva la Venere Vincitrice., da' cittadini adorata della città distrutta. Venere vincitrice, come da quei di Tuxio, un pari culto ebbe dagli Alifani, Telesìnì e da' Calatici, ed una singolare legge de' Sanniti riferita da Strabone spiega forse la preferenza che questo popolo bellicoso ebbe per la dea dell’amore. Il geografo scrive: «E fama che i Sanniti abbiano una bella legge, e molto opportuna per muovere alla virtù. Perocché non possono i padri dare le proprie figliuole in moglie a chi essi vogliono; ma ogni anno eleggono dieci fanciulle e dieci giovani, e la migliore al migliore si dà, poi la seconda di pregio al secondo, e così via via: e se mai qualcuno che abbia ricevuto tal premio, mutandosi diviene malvagio, lo dichiarano infame, e gli tolgono la moglie che gli fu data 77)».
Per sì fatta legge figliuoli veramente del valore e dell’eroismo dir si potevano i Sanniti, figliuoli della bellezza più che gli altri nostri popoli, così che la madre comune a tutti nelle lor vane credenze del paganesimo nelle imprese gloriose de' nati da que’ geniali congiungimenti riceveva gli omaggi e l’adorazione di tutti. Sappiamo degli Elleni che le imprese proprie attribuivano a' numi che adoravano, ad Ercole i Pelasgi e i Dorii, ad Ulisse gli Etoli, e simili, e così i Sanniti forse a Venere, per la costumanza già detta, la quale al valore spronava ed alla guerra in difesa de' propri lari, ed anche per la conquista, perché veramente per la conquista del paese de' Sidicini nacque la prima guerra co’ Romani, la quale poi in tutte le altre si moltiplicò, le quali distrussero il Sannio, e quasi la stessa nazione dei Sanniti. Ma un’altra ragione dar si potrebbe, e questa anche sufficiente, del culto di Venere vincitrice presso i Sanniti, ripetendolo da' Pelasgi stessi di Argo, i quali, come è noto da Pausania, l’adorarono pel fatto d’Ipermestra, la quale accusata dell’avere disobbedito a' comandi di Danao per aver salvata la vita, ella sola fra tutte le sorelle, al suo Linceo, giudicata dagli Argivi, uscì assoluta dal giudizio, ed in ringraziamento di ciò dedicò una Venere Nicefora 78); cosi che antichissimo dir si potrebbe il culto della dea nel Sannio, dove lo trasferirono i Pelasgi di Argo. E questo bastami di aver detto della Venere Vincitrice di que’ di Tuxio; il qual nome per l’analogia che ha col greco τοξον arco, sembrami di origine greca, come quelli delle altre città di cui ho discorso, sebbene la greca fondazione de' tempi primitivi della città è più manifesta nelle mura ciclopee che ne rimangono.
Queste mura certamente accennano ad un tempo di molto anteriore a quello de' Sanniti, cioè a quello de' Pelasgi, i quali io non dubito che stabiliti si fossero nel Sannio, sì per tutti i già spiegati nomi di città di manifesta origine greca, sì per le molte costruzioni ciclopee che sparse si veggono su per le cime de' monti sannitici, e per la figura del phallo alato che si è veduto sulle mura di Sepino 79), del quale non può riportarsi l’origine che a' Pelasgi, i quali adorarono Mercurio itifallico 80), la cui statua antichissima veneravasi in Atene nel tempio di Minerva Poliade, pel phallo appunto avvolta in rami di mirto 81), le quali cose qui ricordo per ispiegare perché del phallo s’insignissero diverse porte e mura dell’Etruria, come quelle di Sepino, e per dimostrare il passaggio de' Pelasgi nel Sannio.
Ma come costruzione comparativamente meno antica è certo da considerare il teatro, l’edilizio più notabile che rimanga tra le rovine di Pietrabbondante e senza poterlo, supporre costrutto da' bellicosi Sanniti, i quali più che le arti della pace amarono quelle della guerra, e per le lunghe guerre contro i Romani sostenute a ben altro ebbero a pensare che a scenici spettacoli nel miglior tempo della loro floridezza, come una veramente singolare apparizione è da giudicare nel Sannio; perché se altre città più ragguardevoli di quest’antica regione non l’ebbero, il Teatro della ignota città presso Pietrabbondante è per isfìdare alle più ardite congetture degli archeologi, né è meraviglia che della nuova città edificata sulle rovine della città antica;non rimanga come di questa alcuna memoria, perché poste entrambe come tante altre delle nostre contrade in siti lontani da ogni traffico e comunicazione con altri popoli di più facile e maggiore frequenza.
Un’altra città di greca denominazione nel Sannio, posta a' confini della regione, fu Cinna ignota a tutti i topografi patrii non solo, ma quasi a tutti gli scrittori ancora di antica geografia. Scrive Diodoro che i Sanniti andavano saccheggiando tutte le città che parteggiavano pe’ Romani. Ma andati colà coll’esercito i Consoli cercavano di porgere aiuto agli alleati ch'erano in pericolo: e messisi a campo in faccia de' nemici presso a Ciana, quella città liberarono dal terrore in cui era. Pochi giorni dopo, venutosi al fatto d’armi, una grande battaglia fu combattuta, nella quale molti morirono da ambe le parti; ma in fine i Romani furiosamente spintisi innanzi sbaragliarono i nemici, ed inseguendoli per lungo tratto, più di dieci mila ne uccisero. Ignoravasi ancora l’esito della battaglia, quando i Campani, presi da sprezzo, ribellaronsi da Roma. Questo fatto avvenne nel 4-° anno dell’Ol. CXVI 82), 313 avanti l’era volgare, o piuttosto un anno dopo, se crediamo a Livio, il quale nel 441 Roma, 3ii a. C., dice eletti inuovi Consoli, L. Papirio Cursore per la quinta volta, e C. Giunio Bubulco per la seconda 83), nell’anno anteriore al cui Consolato Diodoro scrive avvenuta la strage de' Sanniti.
Ma quale fosse la città di Cinna è finora rimasto ignoto a tutti gli scrittori di antica geografia. Perché sebbene il Cluverio conoscesse la testimonianza di Diodoro, pure per non sapere dove la città si ritrovasse, si avvisò che intender si dovesse Luceria 84), ma con migliore giudizio il Wesselingio ed il Niebuhr pensarono al contrario che fosse in vece una ignota città sannitica posta ai confini della regione 85), senza nondimeno indicarne il sito. E tale si fu appunto, come mi è avvenuto di conoscere per una investigazione semplicissima, dal cominciare a sospettare che fosse di greca denominazione.
Dappoiché leggendo ne’ Lessici che Ktwa i Greci nominavano una specie di pianta graminacea, ed apprendendo meglio dà Dioscoride che fosse una specie di αγρωστις la quale nascendo nella Cilicia riscalda i buoi quando ne mangiano, e che i naturali di quella regione chiamar solevano Κιννα 86), la spiegazione di Dioscoride mi ha guidato al travamento della città in quistione. L’ αγρωστις altro non è che la gramigna, che i Francesi dicono chiendent, denominazione analoga al nostro dentecane o dente canino (triticum repens di Linneo), e questo nomé della pianta mi ha guidato a riconoscere nell’odierno villaggio di Dentecane l’antica città di Κιννα di Diodoro, nel cui nome si riconosce la greca derivazione, da κινος; cane, perché le sue foglie mangiate vengono da' cani, quando han bisogno di purgarsi.
Né questa è una semplice congettura sortami nella mente per l’identità del nome della pianta e di quello del villaggio, perché questo villaggio, o casale di Pietrode fusi, in provincia di Principato Ulteriore, nel Circondario di Montefusco, da cui dista tre miglia, è molto antico sì per le iscrizioni sepolcrali scopertevi de1 tempi Romani, riferite dal Grutero e dal Giustiniani 87), e sì ancora per l’oscura tradizione che fosse una città sannitica, e quella stessa, dalla quale si volle falsamente denominato tutto il Sannio 88). Di questa città, poi ridotta a piccolo villaggio dopo che fu del tutto distrutta da Lautrec nel 15 2 8, tranne la sola Badia di Santa Maria, intervenne come a Panna, che Strabone attribuì a' Sanniti 89), quando che fu veramente degl'Irpini, sebbene di origine sannitica anch’essi, e da me primamente riconosciuta nell’odierno comune di Panni 90), anche in Principato Ulteriore, come la detta città di Cinna; la quale fu così detta dall’abbondanza che produceva della detta pianta graminacea, come Omface nella Sicilia prese nome dalle lambrusche, o viti selvagge, i Fagifolani nel Sannio da' faggi, e simili. Per le quali osservazioni rimane confermato l’avviso di quelli che volevano si denominasse Dentecane, anziché Periticane, come falsamente si legge in alcune carte del medio evo 91), conosciamo che non solo nella Cilicia si denominò Kιννα l’αγρωστις di Dioscoride, ma anche in Italia, dove v'ebbero Greci, ed una nuova denominazione geografica si aggiunge al Lessico di Enrico Stefano, spiegata nel modo già detto.
E per tutte queste congetture rischiarata la greca origine di tutte le dette città, e di alcune ancora indicata la ignota situazione, rimane solo che s’investighi il sito d’Imbrinìo e di Mistia nel Sannio, la prima delle quali conosciamo da Livio, e l’altra da Stefano Bizantino 92). Per ora non so né posso indicare dove situata fosse, sia l’una, sia l’altra di tali città, ed osservo solo che Mistia è pretto nome greco, così che fu in tal guisa nominata perché distingue vasi forse per qualche iniziazione, o per qualche oracolo. Per tutte queste denominazioni io veggo Greci da per tutto nel Sanalo, senza considerare le altre nostre regioni, nelle quali sono del pari manifeste le origini e le denominazioni greche non sospettate dagli stessi antichi, e di queste mi terrò a pregio di ragionare in un’altra memoria sulle città primitive di tutte le nostre contrade.
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(1) Questa Memoria fu letta nella tornata del dì 7 settembre 1858.
(2)Ptol. Geogr. III, 1, 66 edit. Nobbe, p. 152, , ,
(3)Liv. X, 44.
(4) Cromatici Veteres, p. 259. Berolini 1858.
(5) Hellanici fragm. LXXIV, Hist. Gr. Fragm. ed. Muller, t. I, p. 55.
(6) Steph. Byz. v. Apì$va.
(7) Herod. IX, 72. —Strab. IX, p. 396. —Pausan. H, 22,6. —Piotateli. Thes. 31.
(8) Annali dell’Inst. areheol. t. 1, p. 186.
(9) Kraven, Ecccursion in the Abruzzi t. Il, p. 59 — E’ noto ancora che presso l’antica città scoprivansi con diversi antichi oggetti corniole e monete, e vasi dipinti ne’ sepolcri (Romanelli, Topografia t. II, p. 487).
(10) Antonini, Lucania 1. 1, p. 72.
(11) Plin. Hist. N. VII, 57. Ex quo aeternum literarum usum. In Latium eas attulerunt Pelasgi.-Cf. Dionys. Hal. Antiqq. Rom. I, 24, il quale riferisce la tradizione, che gli Arcadi i primi recassero in Italia l'uso delle lettere greche, note ad essi da poco, e Diodoro Sicolo (III, 57,1) dice che le lettere fenicie furono poi dette pelasgiche, perché i Pelasgi furono i primi a fame uso; e la tradizione riferisce che Lino le cose di Bacco, ed altre favole scrivesse in lettere pelasgiche (III, 67, 4).
(12) A. Zinzow, De historiae graecae primordiis p. 9, sq. Berolini 1846.
(13) Dionys. Hai. I, 18.
(14) Dalla genealogia di Pelasgo, figliuol di Nettuno, e fratello di Agenore, in una recentissima e dotta opera il Barone Behr sostiene che passassero nell’Ellade per mare, e dalla Fenicia perché Agenore era il nome simbolico della Fenicia, la madre patria delle sue colonie, rappresentate da' fondatori mitici Cadmo, Taso, Cilice e Fineo, supposti figliuoli di Agenore. Ed una pruova ancora di si fatta origine egli trova nel noto nome di Larissa, come nominaronsi molte città fondata da Pelasgi, tra le quali fu quella presso Capua, già distrutta al tempo di Dionigi d’Alicarnasso (Antiquit. Rom. I, 12); perciocché in tutti i dialetti semitici el-arish significava, e significa tuttavia la fortezza. Non potendo i Greci né scrivere né forse pronunziare el-arish, o pure ’l-arish, come scrivono gli Arabi, ne fecero Larissa, aggiungendo una vocale finale per l’eufonia (Behr, Recherches sur l'histoire des temps héroiques de la Grèce, p. 1 Sseg. Paris 1886). Da quel ’l-arish, io aggiungo, potè derivare l’etrusco Lar, che davasi a' possenti signori fortificati ne’ castelli.
(15) Dionys. Hai. Antiqq. Rom. I, 10.
(16) Lycophr. Alexandr. v. 482
(17) Strab. V, p. 242.
(18)Ptol. III, 1, 19. Vib. Sequ. De flum. p. 12 Oberl.
(19)Ad Dionys. Perieg. v. 422.
(20) Liv. X, 15. Fabius etiam urbem Cimetram cepit: ibi capta armatorum duomillia quadringenti: caesi ferme pugnantes ad quadringentos triginta.
(21) Steph. Byz. v. Τυρσητα.
(22) Gori, Symb. litt. t. II,p. 45 seg. Mazocchi, Tabb. Heracl. p. 530.— Ignarra, De Pal. Neap. p. 262. — Paoli, Paesti rudera, seu Paestanae Diss. Romae 1784. tab. XLVIII.
(23) Guarnacci, Origini italiche t. II, p. 227.
(24) Magnoni, De Paesti orig. negli Opuscoli, p. 33.
(25) Eckhel, Doctr. N. V. t. I, p. 159.
(26) Millingen, Anc. Greek Coins, p. 77. —Barthélemv, Nouveau Manuel complet de Numismatique ancienne, p. 112. Paris 1851.
(27) Millingen, Considérations sur la Numismatique de l'ancienne Italie, p. 201.
(28)Liv. IV, 37. X, 38.— Strab. V, p. 242. — Diod. Sic. XII, 31.
(29)Eckhel, Op. cit. p. 160.
(30)De Luynes, Sur la slloge de Millingen nelle Nouv. ANNALES t. I, p. 89.
(31)Storia delle Due Sicilie t. III, p. 60 seg.
(32) Ephor. fragm. LXXVH, ed. Marx,p. 199. — Strab. XII, p. 827.
(33) Hesych. v. Αλιβας.
(34) Lucian. Necyomant. c. 16.
(35) Vedi la mia Storia delle Due Sicilie t. II, p. 109.
(36) Bullett. Archeol. Nap. A. III, p. 134 sgg. Cf. Saggio di Osservazioni Numismatiche, p. 15 segg.
(37) Plin. Hist. Nat. III, 17, 2. Aufidenates, Esernini, Fagifolani.
(38) Flor. III, 18.
(39) Liv. XXIV, 20.
(40) Trutta, Antichità Allifane, p. 261.
(41) Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 270.
(42) F. S. Cremonese, Notizia di antichità scoperte nelle vicinanze di Agnone, Bullett. dell’Inst. Archeol. A. 1848, p. 148.
(43) Pausan. X, 8, 5.
(44) Rainone, Orig. di S. Agata de' Goti, p. 17-30.
(45) Egizio, Lettera a Langlet, p. 52.
(46) Vedi Minervini, Saggio di osserv. numismatiche, p. 11 segg.
(47) Pausan. VIII, 26, 6.
(48) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 46, ed. Bruxelles.
(49) Philoch. Fragm. 186. — Aristox. fragm. 73.
(50) Marsyas ap. Athen. XIV, p. 629. Script. Gr. Bibl. t. XXVI, p. 42. — Hippagoras ap. Athen. XIV, p. 630. Fragm. hist. Gr. t. IV, p. 430.
(51) Pausan. VIII, 48, 6.
(52) Pauli Diac. Excerpta ex lib. P. Festi ed. Miiller, p. 34. Beneventum, colonia cum deduceretur, appellari coeptum est melioris ominis causa. Namque eam urbem antea Graeci incolentes Μαλόεντον appellarunt. —Festi fragm. p. 340, ed. Muller: Segesta quae nunc appellatur, oppidum in Sicilia est, quod videtur Aeneas condidisse praeposito ibi Egesto, qui eam Egestam nominavit; sed praeposita est ei S littera, ne obscoeno nomine appellaretur. Ma vane sono tali osservazioni di Festo, perché Segesta fu così detta da' fondatori Liguri, abitatori di un’altra Segesta nella propria regione, ed il nome di Egesta derivò dagli Egestei che vi passarono dalla Crotonitide (Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254), come meglio spiegherò in un’altra memoria.
(53) Carelli, Num. Ital. vet. descr. p. 10. — Millingen, Ano. greekcoins. Lond. 1831. Cf. Consid. p. 224.
(54) Strab. V, p. 226.
(55) Raoul-Rochette, Journal des Savans 1854, p. 243.
(56) Salmas. Exerc. Plin. p. 46, col. 2. d. — Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 46. — Cf. Sturz. ad Hellanic. Fragm. p. 93.
(57) Hellanic. ap. Steph. Byz. v. ca, p. 116. Hellanic. ap. Steph. Byz. v.
Μαλλοεις. – Hesych. v. Μαλοεις. – Thucyd. III, 3. – Cf. Plehn, Lesbiaса, р. 116.
(58)Aristox. ap. Diog. Laert. VIII, 1.
(59) Dionys. Hal. I, 23.
(60) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 141 seg.
(61) Hist. des Colon. Gr. t. t. II, p. 307 segg.
(62)Storia delle Due Sicilie, t. III, p. 434.
(63) Vedi Memorie della R. Acca demia Ercolanese, t. VIII, p. 43 s.
(64) Strab. V, p. 250.
(65) Storia delle Due Sicilie, t. I, ρ. 386.
(66) V. Αρρεντια. Cf. Paul. Diac. Hist. Langob. V, 7.
(67) A. Forbiger, Handb. deralten Geogr. t. III, p. 648. Leipzig 1848.
(68) Sestini, Lett. numism. t. III, p. 25.
(69) Fior. I, 16. Ita ruinas ipsas urbium diruit (Roma), ut hodie Samnium in ipso Samnio requiratur; nec facile appareat materia quatuor et viginti triumphorum.
(70) Plin. H. N. II, 17, 1. Colonia, Bovianum vetus, et alterum cognomine Vndecumanorum.
(71) Ph. E. Huschke, Die Oskischen und Sabellischen Sprachdenkmäler. Elberfeld 1856, p. 29 seg.
(72) Plutarch. Parall. XXXIV.
(73) Müller, Fragm. hist. gr. t. IV, p. 400.
(74) Fabric. Bibl. gr. t. VII, p. 59. XII, p. 514. Boecking, praef. ad Dosithei Ερμηνευματα (Bonn. 1831).
(75) Varro, De Re R. III, 1. Lingua prisca, ut in Graecia Aeoles Boeotii, sine afflatu vocant colles Tebas; ut in Sabinis qui a Graecia venerunt Pelasgi etiam nunc ita dicunt.
(76) Plutarch. Romul. XVI, 1.- Così abitarono pure gli Opici, nelle cui contrade si stabilirono le colonie sabelliche (Strab. V, p. 250).
(77) Strab. V, p. 250.
(78) Pausan. II, 19, 6.
(79) Schnars, Rusland. n. 328.
(80) Herod. I, 51. Artemidor. Oneirocr. I, 47. — Cf. Cic. De N. D. III, 22.
(81) Pausan. I, 27, 1. Il Ciampi, dotto traduttore ed annotatore di Pausania, non dà la vera ragione perchè quella statua fosse coperta di rami di mirto.
(82) Diod. Sic. XIX, 76.
(83) Liv. IX, 28.
(84) Cluver. Ital. antiq. p. 1214 — Che fosse stata Caudio anch'io malamente congetturava nel descrivere quella città capitale de' Sanniti (Storia delle Due Sicilie, t. I, p. 358).
(85) Wesseling. ad Diodor. Sic. t. II, p. 378, nota 57. — Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 244, ed. Bruxelles.
(86) Dioscor. Mat. med. IV, 32. Francof. 1598 in fol.
(87) Giustiniani, Diz. Geogr. t. IV, p. 204, seg. Per que’ contorni, egli dice, spesso si scavano ruderi di antiche fabbriche, monete ed iscrizioni. Sul vicino Calore si vedono gli avanzi di un ponte.
(88) Bellabona, Ragguagli della città di Avellino, p. 7. — Franchi, Avellino illustrato, p. 158. — Маstrullo, Montevergine sacro, p. 392.
(89) Strab. V, p. 250.
(90) Storia delle Due Sicilie, t. II, p. 517 seg.
(91)Nelle carte angioine è detto Venticanum (Regest. 1309, A. fol.
329 a t. ap. Giustiniani t. IV, p. 202), e nella Bolla della Diocesi Beneventana Castrum Venticani (Bullar. Roman. t. III, p. II, n. 13).
(92) Liv. VIII, 30. — teph. Byz. ν. Μυστια.
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