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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

DE’ VATICINII E DEL NOME DI BACIDE

MEMORIA D’INAUGURAZIONE

PEL NUOVO ANNO ACCADEMICO 1865

LETTA NELLA TORNATA DEL 17 GENNAIO

DAL PRESIDENTE

NICOLA CORCIA

NAPOLI

STAMPERIA DELLA R. UNIVERSITÀ

1865

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

MEMORIA D’INAUGURAZIONE

(Estratto dal Vol. I. degli Atti dell’Accademia di Archeologia, Letteratura e Belle Arti, 1865)

Veramente solenne, illustri colleghi, è per me questo giorno, nel quale per l’insigne vostra benevolenza io mi veggo la prima volta altamente onorato di presiedere ad un consesso non comune ed ordinario, ma che rappresenta tra noi la scienza dell’antichità, le lettere e le arti belle, le più alte tra le manifestazioni che illustrino le città ed i popoli. Più che generosa è stata la vostra scelta, ed io debbo nella sincerità del mio animo a voi renderne le grazie maggiori che so e posso, perché se nel mio cuore è stato sempre vivo, come tuttavia è e sarà, l’amore del sapere, l’amore per le grandi e belle più che per le utili cognizioni umane, per quelle che più nobilitano e sublimano la vita e l’essere dell’uomo, che non lo soccorrono al bene stare ed al godimento anche innocente de' beni di questa terra, non mi sento né mi conosco da tanto di degnamente rappresentarle, ed appena posso far testimonianza co’ miei sforzi e co’ piccoli miei mezzi di sommamente apprezzarle e venerarle. Se l’uomo non vive soltanto di pane in questo mondo, giusta la sublime e divina risposta di Gesù Cristo, ma di ogni parola che proviene da Dio, e con la religione questo pane somministra anche la scienza, non quella che gonfia e travia, che seduce e sconforta, ma che umilia e consola, e in ogni modo indirizza al bene ed alla cognizione del vero, e chi studia prega; il mio cuore a voi esser deve molto riconoscente, che con la vostra nomina voleste meglio contrassegnarmi come un cultore e ricercatore del vero nella scienza dell’antichità e della storia, in quella scienza, che Plinio il giovane raccomandava di onorare con quelle nobili parole: Sit tibi honor antiquitati, sit ingentibus factis, sit fabulis quoque. Che se grande è l’uffizio degli studii e della scienza, nella quale non è dato che a pochissimi di veramente contraddistinguersi, possono nondimeno qualche cosa valere gli sforzi di quelli che in qualsivoglia modo mostrano di onorarla, perché sì gli uni, che gli altri con diversi mezzi intendono allo scovrimento del vero, e tutti più o meno fanno proposito di essere utili all’umana famiglia; e se opera e fine dell'istoria è il solo utile che derivasi dal vero, come Luciano diceva, tanto più lo è della scienza che mira al medesimo scopo, e l’utile materiale poi dispensa al maggior numero, il quale d’altro che di materiale utilità non sa vivere a questo mondo.

Ma co’ vivi rendimenti di grazie che fo a voi, illustri colleghi, che voleste degnarvi di tanto, debbo sopratutto ringraziare la Provvidenza, che qualunque io mi sono, e già in congedo di altre onoranze e faccende ordinarie di ciascun giorno, volle permettermi un onore, al quale aspira, ed aspirar deve ogni animo generoso. Ne’ bisogni stringenti della vita materiale, che la civiltà non modera o diminuisce, ma accresce sempre più da assorbir quasi la parte migliore de' nostri mezzi, e con questi quella delle nostre tendenze, che sono pure spirituali tra le materiali che c’incalzano e ci travagliano, se modo e misura non vi mette il sentimento del dovere e della dignità umana, mi ha sempre parlato la divina parola di Gesù: Non in solo parie vinit homo, e tanto più mi parlava altamente quando vedevami onorato della vostra nomina. Sì non col solo pane, né co’ soli materiali godimenti vive l’uomo in questo mondo, ma con la scienza ancora e con la stima che per questa ha da' suoi simili, e ciò valga per coloro che ogni aspirazione ed ogni sforzo mettono nel crematismo, nell’acquisto, se non colpevole, certamente non generoso delle ricchezze materiali, le spirituali trasandando, che più degni ci fanno della immortalità, come diceva un filosofo, il quale inconseguente nelle sue stesse dottrine, negava poi per altra via e la immortalità e la coscienza umana oltre la tomba. Eccomi dunque, francato e sciolto da giornalieri impegni di uffizio, tutto intento la mercé di Dio agli studi!, e se non mi è stato concesso nel passalo, né mi sarà dato in avvenire di tentare importanti e belle soluzioni storiche o archeologiche, di rischiarare checchessia nel vasto campo dell’ignoto e del sapere umano, eguali sempre saranno in me le aspirazioni all'apprendere, e ad inculcare le nobili fatiche e gli studii nelle scienze, ed in quella segnatamente che come ci è dato tutti professiamo e coltiviamo. Nel sentirmi ingenuamente da meno di quanti onorano questa illustre Accademia, non mi rimarrò mai dal contribuire come so e posso a' nostri comuni lavori, e se non potrò come vorrei degnamente concorrere ne’ consueti studii, non trasanderò in qualunque modo io possa di procurare con efficacia l’adempimento de' miei doveri accademici. Preoccupalo in tempi fortunosi da altri pensieri che non sono quelli del sapere, lo stesso uomo studioso spesso trascura, o rifugge alla contemplazione del vero e del bello; ma la vita passa: Eheu! fugaces labuntur anni! e noi dobbiamo in qualsivoglia guisa attendere in calma a' nostri studii, e rappresentare come possiamo il nostro tempo. Esimii e volenterosi cultori come siete, illustri colleghi, dell’archeologia, delle lettere, e delle nobili arti, voi non avete mestieri d’incitamenti al vostro onorevole ufficio, e dovendo dal mio canto nella mia misura e secondo la capacità propria contribuire ai lavori a' quali siamo tutti chiamati, io mi pregio di ciò fare con la breve memoria, della quale mi onoro darvi lettura nel principio di questo nuovo anno accademico.

Tra gli altri antichi vati, Euclo di Cipro, Museo di Alene, e Lico figliuol di Pandione, Pausania annoverava Bacide, nato nella Beozia, il quale credevasi che divinasse per istinto concessogli dalle Ninfe 1). A chi saper ne volesse precisamente la patria lo Scoliaste di Aristofane risponderebbe essere stata fama che nascesse propriamente nel pago Eleone dell’agro di Tanagra, come afferma anche Eliano 2), seguendo forse entrambi la testimonianza di Teopompo. Se perduta non si fosse l’opera di questo storico, molte cose sapremmo del celebre vate della Beozia, perché Suida ed Eudocia scrivono che nel IX libro delle sue Storie filippiche molte cose mirabili ne narrava, e che tra l’altro purificasse le deliranti donne de' Lacedemoni, alle quali Apollo quest'uomo concedeva per espiarle 3). Aristotele paragonava le Sibille con Bacide 4), e l’ignoto autore del Teage attribuito a Platone ricordavalo con la Sibilla e l’ateniese indovino Amfilito 5), il quale vaticinò a Pisistrato 6). Or sebbene diversi vaticini! ne serbassero Erodoto, Pausania, è lo Scoliaste di Aristofane, e dir si possa che stato fosse contemporaneo di Amfilito, perché si narra che come costui significasse a Pisistrato il tempo opportuno d’invadere la libertà de' suoi concittadini 7), il che forse fu cagione che a Pisistrato si applicasse l’epiteto di Bacide 8), pure sì poco se ne sa dagli antichi che una qualche ricerca ho credulo necessaria sulla sua persona, e su’ vaticinii che gli furono attribuiti. Le quali cose, messe in chiaro come potrò meglio, mi daranno occasione di proporre una congettura sull’origine del tipo del Toro androprosopo nelle monete di Napoli, del Sannio e della Sicilia, sul quale può dirsi che i dotti nummologi tuttavia disputano, senza ricorrere alla ragione vera e più soddisfacente che ci offrono le induzioni dal nome e dagli oracoli di Bacide, non meno che dall’autorità non dubbia di un antico scrittore per ispiegare coll’origine di tali monete il tipo anzidetto.

Ma prima d’innoltrarmi a dire della persona vera, o supposta di Bacide, non disgraderà ch'io riferisca i presagi, pe’ quali ricordavasi da' citali scrittori, e che serbavansi sino al tempo di Pausania, il quale dice di averli letti con quelli di Euclo di Cipro e di Museo figliuol di Anliofemo 9). Or i vaticinii, o i frammenti de' vaticinii che ci serbavano sopratutto Erodoto e Pausania sono i seguenti:

I

Pon mente: al mar di biblo il giogo

Porrà un barbariloquo, dilunga

Via dall'Eubea le assai belanti capre 10).

Con gomene di lino e di biblo, o di papiro, faceva Serse costruire un ponte sull’Ellesponto della lunghezza di sette stadii, o di poco meno di un miglio, per trasportare il suo esercito, e muovere a' danni dell’Ellade. A questo ponte, del quale può leggersi la descrizione in Erodoto 11) alludeva il giogo di corde di biblo del vaticinio, col quale Bacide ammoniva gli Eubci di allontanare dalla loro isola le greggie di capre quando il barbariloquo, cioè Sorse parlante una lingua dalla greca diversa, costruir faceva il ponte pel passaggio delle sue milizie, perché le capre esser potevano preda de' soldati di Serse, o degli stessi Elioni che facevansi incontro ai Persiani; ma non curandosi essi della predizione, o del consiglio, sovraggiunse loro la calamità di perderle, perché in fatti Temistocle, voggendo appressarsi la flotta nemica, ordinava ai suoi capitani di scannare del bestiame euboico quanto ognuno ne volesse, meglio essendo che se ne impadronisse l’armata greca che quella de' Persiani, 12).

II

Ma quando a mo' di ponte al sacro lito

Di Diana spada- d'oro, ed alla cinta

Dal mare Cinosura, in serie poste

Saran le navi, e la nitente Atene

Verrà incendiata con insana speme,

Allor fia spenta dalla dia Vendetta

La poderosa sazietate, prole

Dell'insolenza, in suo furiare orrenda,

Reputante di por sossopra il tutto;

Perchè rame cozzerà con rame,

E per opra di Marte il ponto sia

Rubro di sangue. Allora arrecheranno

Di Grecia il giorno libero il Saturnio

Ampio veggente e la Vittoria augusta 13).

Riferivasi quest’altro vaticinio alla famosa battaglia di Salamina, nella quale debellati i Persiani, respiravano gli Elleni dal gravissimo pericolo che lor sovrastava. Tolta via alle parole l’oscurità poetica, e ridotte al semplice e naturale significato, il presagio diceva che quando avanzandosi i Persiani occupalo avrebbero con le navi tutto lo stretto insino al porlo di Munichia sacro a Diana, e sino all’isola di Cinosura, acciocché a' Greci non fosse dato nemmeno il fuggire, e quando state fossero incendiale le navi degli Ateniesi 14), allora la divina giustizia spenti avrebbe i fastosi ed insolenti Persiani nemici dell’Ellade, perché le due nazioni tra lor combattendo, I Persiani sarebbero stati disfatti, e raffermala si sarebbe la libertà degli Elleni.

Questo medesimo vaticinio lo stesso Erodoto attribuiva ancora a Bacide insieme ed a Museo 15) talché non si saprebbe propriamente di c(hi fosse, se queste due supposte persone non si riferissero, come dirò in appresso, al culto di Bacco e di Apollo, il che è anche manifesto dal seguente altro verso, o frammento, che anche Erodoto riferiva in proposito della stessa battaglia di Salamina. Dice lo storico che il vaticinio profferito da Bacide e da Museo si adempì per intero come quello di Lisistrato, altro uomo fatidico ateniese, su’ rottami delle navi sbalzati al lido dell’Attica detto Coliade, il quale fu questo:

Donne Coliadi friggeran co' remi.

Il senso di questo frammento, rimasto oscuro a tutti i Greci, come Erodoto dice, è chiaramente spiegato dal fatto, che le donne Coliadi abitatrici di quella marina servivansi de' rottami de' remi per accendere il fuoco, e friggere i pesci, come spiegò Mustoxidi, anziché per abbrustolire l’orzo, come traduceva Larcher 16). Strabone riferisce il verso come predizione di Apollo 17), e può credersi che appartenesse al vaticinio attribuito a Bacide perciò appunto che Bacide, come Museo ed Apollo, ci riporta ad un solo e medesimo oracolo. Se non che la differenza del verso come si riferisce da Strabone sta solo in questo, che Erodoto dice φρύζουσι friggeranno, ed il geografo φρίζουοσι inorridiranno, donde le diverse opinioni de' dotti critici, alcuni de' quali sostenevano la prima lezione, altri la seconda, ma senza convalidare con buone ragioni l’una o l’altra lezione; e per tali ragioni accennare da parte mia dico, che se può dirsi che ben potevano le donne Coliadi inorridire al vedere la moltitudine de' remi galleggianti e sparsi sulla spiaggia, può dirsi altresì, e con miglior fondamento che avrebbero fritto, o cotto il loro cibo co’ rottami de' remi medesimi, perché avendo già prima dal promontorio Coliade inorridito alla vista della battaglia, non potevano poi inorridire a quella degli avanzi de' remi medesimi; e l'ambiguità del presagio stava appunto sulle due parole anzidette, così che, pronunziato l'oracolo, non si sapeva se scriver si dovesse φρίζουσι, ο φρύζουσι; ma il leggersi φρύζουσι in Erodoto dà ragione a' valenti critici, i quali quest'ultima lezione preferiscono a quella di Strabone, sebbene Larcher la sua interpetrazione confermasse con una testimonianza di Alcifrone 18). Oltre di che non saprebbesi intendere, perché le soie donne dovevano inorridire alla vista de' remi sparsi e infranti, e non anche gli uomini; ma poiché nel verso si parla solo di donne, esse sole per lo più raccor potevano i rami spezzati, e con quei frantumi cuocere il cibo alle loro famiglie, il che è stato ed è più uffizio delle donne che degli uomini.

III

Del Termodonte e dell'Asopo in riva

Veggo de' Greci la grand'oste accolta,

De Barbari odo il clamor; de' quali

Molti cadran per Lachesi, allor che i Medi

Saettatori l'ultimo di vedranno 19).

Dicevasi dato quest'oracolo in proposito della battaglia di Platea, combattuta nella pianura tra il corso dell'Asopo e del torrente ora innominato che scende dal Glisante 20); ed Erodoto scriveva che altri oracoli simili furon dati da Museo riguardo a' Persiani; ma siccome più che di Bacide sembrano manifeste le ragioni dell’inesistenza di Museo, non par dubbio che così gli uni come gli altri furono supposti, senza che nondimeno negar si possano oracoli e responsi bacchici o dionisiaci, su’ quali io credo che i vaticinii di Bacide si foggiarono e supposero.

IV

E Sparta allor perderà il fiore illustre

E sempre inabitata fia Messene 21).

Nel primo verso la predizione accennava alla battaglia di Leuttra fatale a' Lacedemoni, i quali scacciati avevano dalla loro patria i Messenii per varie cagioni note alla storia, e che Pausania riferisce. Ma vano fu il vaticinio, a cui si allude nel secondo verso, perché i Tebani, ottenuta la vittoria a Leuttra, spedivano subito messi a Reggio, a Messene o Messina nella Sicilia, e nel paese degli Evesperiti nella Libia, dove rifuggiti si erano i Messenii espulsi da Naupatto, ad annunziare che di là e da qualunque altro luogo dove Messenii si ritrovassero, potevan tutti ritornare nel Peloponneso. Così i Messenii nel Peloponneso fecero ritorno, e riacquistarono il proprio paese 291 anni dopo la presa della città d’Ira nella seconda guerra messenia. Pausania alla lunga racconta le vicende de' Messenii e la presa d’Ira 22), la quale oltre al valore degli uomini, e delle stesse donne, fu combattuta anche dalla pioggia, da' tuoni e da' baleni. E lo stesso Bacide, come scriveva Pausania, antivide il modo della presa della città, perché tra le altre sue predizioni fu anche questa 23):

Que’ da Messene pel rimbombo vinta

De' tuoni, e delle pioggie per lo scroscio.

Un altro vaticinio, o frammento de' vaticinii attribuiti a Bacide mi basta riferire, ed è il seguente:

V

Ma quando sulla terra il Titorense

Al sepolcro comun d'Amfione e Zeto

E vasi e prieghi, e libagioni versa,

Dell'ardore del Sol scaldato il toro,

Allor dal grave danno che sovrastale

Difendi la città, chè d'essa al suolo

I frutti mancheranno; e ciò per colpa

Di chi la terra fura, e quindi al tumolo

La trasporta di Foco 24).

Il presagio diceva che quando il Sole è nel segno del Toro, e quei di Tilorca, città della Focide, bramavano che fertili fossero i loro campi, prendessero la terra dal tumulo di Amfìone e Zeto, e a quello di Foco la trasportassero. E così facevano nelle annate in cui temevasi la sterilità della terra; dappoiché Pausania scrisse che gli abitatori di Titorea, volevano dal monumento di Zelo ed Amfìone, un tumulo di terra non grande, prendere la terra, e pigliar la volevano nel tempo che il sole percorre la via del Toro, ossia nel mese di aprile; allora se prendendo quella terra la mettevano dintorno al monumento dell’Antiope, la campagna riusciva fertile ai Tilorensi, ma non egualmente ai Tebani, i quali perciò facevano la guardia al monumento. Antiope ebbe poi il monumento comune con Foco per la seguente cagione, come sappiamo dallo stesso Pausania e da' mitologi.

Dirce, la consorte di Lico, obito in venerazione Bacco più che qualunque altro nume 25). Avendo ella maltrattala l’Antiope, fu uccisa da' figliuoli di lei, Amfìone e Zeto 26). Bacco ne diè la colpa all’Antiope; e perché le vendette eccessive sono sempre odiose a' numi, Antiope divenne furibonda, ed uscita adatto di senno errò per tutta la Grecia. Foco di Ornizione in lei si avvenne, ed avendola guarita, la prese in moglie. E fu questa la cagione di fare il sepolcro comune all’Antiope ed a Foco. Ma è noto che gli Elleni monumenti e cenotafii innalzavano a persone immaginarie quando i numi e i loro attributi, il Sole e fa Luna, e le costellazioni o i segni apparentemente dal Sole percorsi nel Zodiaco, furon creduti uomini e donne, come tutte le persone mitiche che si nominano nella storia favolosa di Antiope; e senza incorrere nel biasimo di quelli che in occasione di una cosa favellano di molte altre, ed in grazia di queste ne dicono altre moltissime, e quasi infinite, mi trattengo dall’esporre il mito, e mi basta dire ch'è di significato puramente astronomico; e per essere relativo alle supposte predizioni di Bacide fa d’uopo considerarlo per le predizioni stesse, le quali non si riferiscono che ad antichi oracoli bacchici ed apollinei, come dirò in seguito. Questo solo mi fa d’uopo notare, che rapportandosi il mito all’anno canicolare dell’Egitto introdotto in alcune regioni dell'Eliade, e sopratutto nella città di Tebe 27), fondata da cotoni egizii, i quali vi riproducevano il nome della madre patria, tale origine spiega pure gli oracoli o le predizioni di Bacide, al quale davasi appunto per patria la Beozia. Ed in proposito della predizione del vate a quei di Titorea è da notare, che l’identità dell’oracolo di Bacide con quello di Osiride, o di Bacco o del Sole, sembra chiara da ciò che Pausania soggiunge del sacrario d’Iside consacrato a Titorea, come quello del figlio del Sole Esculapio 28), che fu il Thosorthrus degli Egizii 29). L’adorazione comune di tali numi a Titorea non è senza significato, e si spiega, come a me sembra, con le relazioni di origine ch'ebbero a vicenda, le quali dalle seguenti osservazioni saranno anche più manifeste.

Il conte de Maistre diceva che Io spirito profetico è naturale all’uomo, e che non cesserà di agitarsi nel mondo 30); ed io direi piuttosto che naturale all’uomo è la curiosità, ed inquieto pe’ suoi destini non cessa di mostrarsi credulo a chi si ardisce rivelare ciò che sapere non può, ed è negato alla mente nostra. Con ciò non nego l’intuito di quelli che conoscendo il loro tempo, e gli uomini e i fatti contemporanei, si mostrano abili a presagire il corso delle cose, i mutamenti e gli effetti di altri fatti, i quali probabilmente provenir possono da quelli che tutti sanno e conoscono: rispetto ancora ed ammiro la divina inspirazione de' Profeti del popolo Ebreo, né negar posso le stesse predizioni degli oracoli, né le Sibille o le sacerdotesse e i sacerdoti di Apollo, di Giove, e di altri numi, e sopratutto i famosi vati Elei e realmente storici della famiglia degli Jamidi, Agesia celebrato da Pindaro 31), ed Agia, il quale era fama che predicesse a Lisandro la presa ad Egospotamos dell’armata degli Ateniesi 32), e Delmonaco che profetava a Sparta regnando Teopompo, e Trasibulo, il quale prendendo parte alla battaglia de' Mantinei a' Manlinei presagì la vittoria contro il re Agide e i Lacedemoni 33), ed Agatino di lui figlio, a cui per lo stesso merito de' vaticinii una statua fu eretta ad Olimpia da quei di Pollone 34). Ma diverso da tutti questi vati, da questi uomini per eccellenza comprensivi, come dagli stessi fratelli Marcii di Roma 35), io credo il caso di Bacide, del quale a me sembra malagevole dimostrare resistenza storica; perché sebbene si affermi che immaginaria ne fu la persona, e supposte furono le raccolte de' vaticinii o de' responsi che si ebbero sotto il suo nome 36), pure di tale affermazione non si danno le pruove necessarie, e dovendo proporle da parte mia, dico che delle due supposizioni, che veramente vissuto fosse al mondo, come affermano gli antichi, o che stato mai non vi fosse, ed il suo nome non sia da spiegare altrimente che col crederlo una persona effettiva, la prima è contraria al Fatto che innanzi che Bacide vaticinasse l’irruzione de' Barbari nell'Eliade Euclo di Cipro già ne aveva scritto ne’ suoi carmi 37); e standosi a tale testimonianza di Pausania, Bacide non sarebbe stato che un imitatore di Euclo, perché cantò al pari di lui la guerra persiana, ed il valore invitto de' Greci per liberarsi da' Barbari; nella quale ipotesi l’uno come l’altro non sarebbe stato che un poeta, senza che attribuir gli si possa alcuna predizione, o vaticinio. Ma le cose che di Bacide si narrano si oppongono a tale supposizione, ed a me sembra che il solo Euclo dir si possa veramente un poeta, non ostante i versi che a Bacide si attribuirono, i quali furono piuttosto versi di un Oracolo, o scritti su i responsi di un Oracolo; e sono anche di credere che Pausania nominò Euclo con Bacide e Museo, perché in tuono di vaticinii Euclo cantava le cose avvenute prima del suo tempo, come si vede da' versi che lo stesso Pausania di lui ci serbava sulla nascita di Omero, i quali sono i seguenti:

Nella marina Cipro allor la diva

Delle donne Temisto un vate insigne

Alla campagna fuor di Salamina

Partorirà. E, Cipro abbandonata,

Lungi dall'onde trasportato, il primo

D'Ellade i mali canterà. Mortale

Ei mai non fia, né vecchio mai per tutte

L'età che poi verranno 38).

Chi sostenesse ch’Euclo vaticinato avesse la nascita di Omero, suppor dovrebbe Euclo di Omero più antico; il che non potendo essere, perché non è nominato tra' poeti anteriori al cantor dell’Iliade, è forza dire soltanto che fu prima di Bacide, come in fatti Pausania afferma, e che Bacide scrisse nella guisa stessa di Euclo. Ma sembrami che ciò di Bacide dir non si possa per le ragioni che seguono,

Per espiare le donne de' Lacedemoni Apollo eleggeva Bacide della Beozia, come ricordava Teopompo; e da questa testimonianza si raccoglie che i vaticinii di Bacide non furono che oracoli apollinei. Il che tanto più è manifesto da che Strabone come predizione di Apollo, o del suo oracolo riferiva il verso, che come vaticinio dell’ateniese Lisistrato, Erodoto ricordava dopo le predizioni di Bacide e di Museo, relative alla navale battaglia di Salamina. Ho già detto che come un frammento di un solo e medesimo oracolo questo verso può riguardarsi 39); e nella stessa testimonianza di Erodoto, il quale dice che il vaticinio di Lisistrato fu insieme profferito da Bacide e da Museo, si ha un’altra pruova, io credo, che Bacide, fu vanamente creduto persona, come noi fu nemmeno Museo 40). Il che tanto più panni indubitabile, perché ciò che si narra di Bacide rispetto alle donne de' Lacedemoni, si racconta pure di Melampo, il quale con certi sacri arcani ed espiazioni, o co’ lavacri della sorgente Anigro, dicevasi che risanato avesse le figliuole di Preto, divenute pazze e furibonde per non aver voluto ricevere i misteri di Dioniso, come nel carme su Melampo scriveva Esiodo, o per aver avuto in non cale il simulacro, o il tempio di Giunone, come affermavano Acusilao e Ferecide, o per altre cagioni simili addotte da Servio 41). In ogni modo ciò che di Melampo, caro ad Apollo, si narra, ci riporta, come è noto da Erodoto, a miti e culti che dall'Egitto furono trasferiti in Grecia 42), e con questi a riti ancora e ad espiazioni che vi furono connessi. Alla notizia di Aristofane, che un Glanide a Bacide fosse stato fratello, di età maggiore di lui,ed anche datore di oracoli, non occorre fermarsi in nessun modo; perche celiando il celebre comico sul nome di Báκις, col nome simile di Βατίς viene a confrontarlo, dicendo che Γλάνις eragli fratello 43), per essere e Γλάνις ο Βατίς nomi noti di pesci. Che Bacide inoltre non fosse nome di persona effettiva si vede da che altri Bacidi si credeva che stati vi fossero, cioè quello di Atene, e quello di Arcadia 44).

Se creder si dovesse che tre Bacidi veramente vi furono, quello di Atene sarebbe vissuto a' dì di Pisistrato, perché Clemente Alessandrino attesta che confermò la tirannide a Pisistrato, significandogli il tempo opportuno d’invadere la libertà de' suoi concittadini 45). Ma siccome per le cose già dette sotto il nome di Bacide fu anzi noto, o si ascose lo stesso Oracolo che dava i vaticinii, vana a me sembra la distinzione di tre Bacidi, come vano il disputare quando fossero vissuti; e i vaticinii che a Bacide attribuirono Erodoto e gli altri antichi, non furono probabilmente immaginati che dagli oracoli di Bacco o di Apollo nella Beozia, in Atene ed in Arcadia. Assurda sarebbe pure l’ipotesi di un solo Bacide, credendosi almanco all’esistenza di quello della Beozia, il quale avrebbe vaticinato le sole battaglie di Salamina, di Platea, e di Leuttra. Egli non poteva certamente vivere più di 150 anni, quanti se ne contano dalla battaglia di Salamina (480 a. C. )a quella di Leuttra (371 a. C. ),con altri 41 anni almeno che si potrebbero attribuirgli al tempo della prima di queste battaglie. E nella supposizione in apparenza più verisimile, che tali battaglie con quella di Platea (479 a. C. ) vaticinate fossero dal Bacide di Atene, in un assurdo anche maggiore s’incorrerebbe, quello di farlo vivere 189 anni, dal principio cioè della signoria di Pisistrato, il quale s’impadronì della rocca di Alene nel 560, sino alla battaglia di Leuttra, senza contar gli anni che aver doveva quando si fa vaticinare a Pisistrato. Senza dunque por mente alle dette epoche memorabili, le quali accordare non si possono col tempo della vita di un solo uomo, e senza pensare all'identità degli oracoli di Bacide, diversi soltanto pei luoghi in cui si consultavano, che furono le città di Cafia, di Atene, di Tanagra, o di Tebe, o in generale la Beozia, gli antichi moltiplicarono manifestamente le supposte persone che li profferivano, come i moderni hanno moltiplicato le stesse favolose persone di Orfeo, Lino e Museo.

Or dovendo dire di tali diversi Oracoli, e dell’origine di essi, per poi farmi a spiegare quella del nome di Bacide, dico che Pausania ricordando il sacrato antichissimo di Bacco presso il teatro di Atene scrive che dentro al peribolo, o recinto, erano due templi e due simulacri del nume, l’Eleuterio, e quello di avorio e d’oro fatto da Alcamene 46). Siccome il primo di tali simulacri è da riputare più antico dell’altro, la cosa stessa dir si dee del tempio di Bacco Eleuterio, il quale prese il nome manifestamente da quello che sorgeva nella pianura sottostante al Citerone, alle cui pendici era fabbricata la città di Eleuteria. Questa città della Beozia, la quale fu denominata dal culto dello stesso Bacco Eleuterio, confinava coll’Attica nell’agro di Eleusine; e sebbene Pausania affermi che gli Ateniesi ne portaron via l’antico simulacro, sembra nondimeno anche verisimile che ad essi si unirono gli stessi Eleuterii, a' quali propriamente mi pare doversi attribuire l’edificazione del tempio, perché quel popolo per avversione ai Tebani, e perché piacevagli di reggersi alla guisa degli Ateniesi, a questi si unì spontaneamente, e senza che forzalo vi fosse con le armi 47); ed in Alene quindi trasferendosi, vi portò il culto della patria, la quale abbandonata non presentava che rovine a' dì di Pausania 48). Ad ogni modo, l’origine del culto di Bacco o Dioniso nella città di Atene è da ripetere senza il menomo dubbio dalla stessa Beozia, dove fu pure nelle città di Tebe e di Tanagra. Quando si trattò dell’edificazione di Messene lo stesso Pausania scrive, ch’Epaminonda e i Tebani col patrio rito sacrificarono a Dioniso e ad Apollo Ismenio 49), e nel tempio sacro a' due numi, i quali in sostanza erano un solo, suppor si possono dati gli oracoli, i quali poi attribuironsi a Bacide. E quanto al culto stesso nella città di Tanagra, oltre che vien ricordato chiaramente dallo stesso Pausania, importa considerare altresì la genealogia del supposto fondatore della città, ossia di Pemandro, il quale dicevasi pronipote di Eleutero, figliuolo di Apollo 50). Or chi non vede che gli epiteti di Bacco e di Apollo divennero persone nella tradizione mitica? Perché non potendo essere alcun dubbio rispetto ad Eleutero epiteto di Bacco, corrispondente al Liber de' Latini 51), il principio del Pemandro, di autore ignoto, ed attribuito a Thaut, o l’Ermete degli Egizii, ci spiega il significato dell’altro epiteto, col quale fu anche intitolato il libro apocrifo anzidetto. Or l’epiteto di Pemandro, o pastore degli uomini (ποιμήν ανδρῶν), è analogo a quello di νόμιος, ο pastorale che anche davasi ad Apollo 52).

L’essere immenso inoltre che in sogno apparisce all’autore di questo libro, si dà a conoscere per lo Spirito della verità, e come rivelatore di arcani misteri sull’origine del mondo, delle diverse generazioni degli animali e dell’uomo 53); e tali attributi sono simili all’epiteto di ἀληθής, cioè vero, sincero, che davasi al Bacide della città di Calìa nell’Arcadia; e giova notare che se dal nome di Pemandra ch’ebbe la città di Tanagra provenne quello di tutto il suo agro, detto Pemandria da Licofrone, e Pemandride da Strabone 54), importa anche più osservare che Tanagra fu detta Grea 55), nome col quale per testimonianza di Stefano alcuni antichi geografi o storici ricordavano l’agro della regione tebaica 56); così che se per cagione di quest'ultimo nome può dirsi sicuramente che la città di Tanagra fu fondata dagli stessi Tebani, tale origine dà ragione del culto di Bacco o Dioniso dalla città di Tebe passato a quello di Tanagra, e dal nome di Pemandro attribuito al supposto fondatore di tale città, ed identico col titolo del libro ascritto ad Ermete, può bene risalirsi all’origine del culto di Bacco nella Beozia, dove giungevano coloni egizii fondatori di Tebe, e col nome della metropoli vi trasferivano il culto di Osiride. La ragione di quest’ultima conclusione si fonda altresì sull'origine di Tebe attribuita a Cadmo di Sidone, o della Fenicia 57); perché colonii fenicii si unirono a quelli che dall'Egitto si tramutarono nell’Ellade, ed il nome di Cadmo or non si considera che come un epiteto del dio Sole, il quale levandosi all'oriente Visita il paese dell’occidente 58), dove Cadmo veniva in cerca della sorella Europa, rapita dal Toro, cioè lo stesso Occidente in possesso de' coloni egizii adoratori del Sole. Una ragione simile dotti interpetri de' nomi mitici danno di quelli della città di Turio, la città del dio Toro, o del Sole 59). E per dire in fine dell’oracolo di Bacco nell’Arcadia, per gli oracoli simili già detti si può credere che di fatto fosse nella città di Cafia, la quale dicevasi patria ad uno de' tre Bacidi, e gli altri nomi di Cydes ed Aletes che davansi ai vate favoloso creder si possono epiteti dell’oracolo, islesso, come quello ch’era venerando e glorioso (κυδήεις), per la celebrità che godeva, e la venerazione in cui tenevasi , ed inoltre vero e sincero (ἀληθής) per la verità e la sincerità de' responsi che se ne ottenevano. Che se più che le colonie fenicie negar si sogliono le colonie egizie nell'Ellade, è da notare che oltre della tradizione altre ragioni importanti vi sono per non farci discredere l’origine egizio-fenicia di Tebe nella Beozia. Osservava Niebuhr che Barva nel dialetto beotico dinotò figliuola e donzella, e Bannah altro non significa negli affini idiomi ebraico e fenicio 60). Co’ nomi egizii di Amun e di Onka Zeus ed Atena si adorarono ancora a Tebe nella Beozia 61); e parve ad Erodoto che Melampo, il quale il primo fra gli Elleni introdusse il nome di Dioniso col culto e la processione del simbolo che gli fu attribuito, le cose spettanti a questo nume udisse da Cadmo di Tiro e da' Fenicii che con lui di Fenicia si tramutarono nella Beozia 62). Perciò forse a Bacco davasi per patria la città di Tebe, come allo stesso Ercole 63), il quale in sostanza non fu che lo stesso Sole, diversamente nominato dagli Egizii e da' Greci, i quali sotto i diversi nomi di Osiride e di Chon, di Dioniso, di Bacco e di Apollo non adorarono che un solo e medesimo nume. Alle quali osservazioni debbo aggiungere che un Timete ricordato da Diodoro Sicolo in un suo carme celebrava la nascita di Dioniso da Aminone ed Amaltea 64), non altro, come sembra, che il Dioniso Milichio con la testa di toro 65), che la tradizione serbata da Silio Italico Faceva regnare in tutta la Libia e nell’Africa 66), e che poi divenne il Minotauro di Creta, così celebre pel crudele tributo de' sette fanciulli e delle altrettante donzelle di Atene che gli erano sacrificati 67), perché l’isola di Creta fu la stazione intermedia per le colonie egizio-fenicie che passavano nell’Ellade, e la Cecropia, o la regione di Atene, come altre greche contrade (la Cadmia o la Beozia, e la Danae, o l’arida Argolide), fu già sotto la dipendenza di Creta, la quale ebbe in Grecia come tre satrapie, o governi subordinati 68). Ed è notabile che analogo a Minas si mostra nel suo nome il supposto re Mynes di Lirnesso, ucciso da Achille 69), e prototipo, come sembra, de' Minii di Orcomeno e della Tessaglia. Questo Mvnes si considera come un affine di Creteo, il cui nome appalesa un’origine cretese, e che facevasi come Mynes regnare sulla Tessaglia e fondarvi la città di Jolco 70); e la stirpe regnante ad Orcomeno, nella cui dipendenza fu Tebe, perché i Tebani le pagavano il tributo 71) distinguevasi col nome stesso che a Tebe, cioè con quello di Eteocleide 72). Ma senza fermarmi più oltre su queste lontane ed oscure origini, non è dubbio che il Dioniso delle tradizioni iibo-fenicie altro non fu che il terribile Dioniso-Moloch, del quale i Fenicii diffondevano il culto con le loro colonie nella Sardegna 73) e nella Sicilia, culto prima disumano ed orribile, perché maledettamente insanguinalo con gli umani sacrifizi!, e poi reso mite e benigno con quello di Bacco, o Dioniso Milichio, da' coloni della Beozia trasferito nella Campania.

Ma un passo di Macrobio a me sembra che compia la dimostrazione delle mie congetture sulla ragione di lutti questi nomi e di tutte queste origini. Macrobio scrive: Taurum vero ad Solem referri, multiplici ratione Aegyptius cultus ostendit: vel quia apud Heliopolim Taurum Soli consecratum, quem Mneuin cognominant, maxime colunt; vel quia bos Apis in civitate Memphi Solis instar excipitur, vel quia in oppido Hermunthi, magnifico APOLLINIS TEMPLO consecratum Soli colunt Taurum, BACIN cognominantes, insignem miraculis convenientibus naturae Solis. Nam et per singulas horas mutare colores affirmatur, et hirsutus setis dicitur in adversum nascentibus, contra naturam omnium animalium. Unde habetur veluti imago Solis in diversam mundi partem nitentis 74). Da Macrobio dunque sappiamo che gli Egizii non solo il toro consecravano al Sole nella città di Eliopoli, la città appunto del Sole, e che questo toro nominavano Mnevi, ma ancora che nel magnifico tempio sacro al Sole nella città di Ermunti o Ermonti, come è detta da Stefano 75), adoravano il toro, detto Bacide o Bacchide secondo alcuni codici, il quale un nome diverso ha in Eliano, cioè ONUFI 76); oltre che il bue Api nella città di Memfi adoravasi come Osiride, o il Sole stesso, come è noto da'monumenti e dagli storici 77); né per altro che pel culto, che prestavasi a questo Onui o Mnevi, cioè al toro simbolo del Sole, una delle città non ignobili dell’Egitto si nominò Onufi 78). Le relazioni del toro col Sole conosciamo ancora da Virgilio, il quale dice che il toro sacrificavasi ad Apollo 79), e sono noti i buoi del Sole nella Sicilia 80), il cui favoloso custode Filacio ebbe nella città di Mile un monumento 81); così che il toro poi divenne figura o simbolo del nume, come altri animali di altri numi; in proposito di che bene ha detto un dotto archeologo: numinis signa erant sacrarum hostiarum figurae, tauri, hoedi, caprae, postremo regum (κούρων) effigies. Haec inter se permiscebantur atque hinc mirae istae species hominum semianguium, semitaurorum, semicaprorum, semiequorum, semiavium et quae alla sunt hujus generis 82). Che se il simbolo del toro fu pur comune al fiume Acheloo, e ad altri fiumi, talché ogni acqua dicevasi Acheloo, e nelle sacre cerimonie sopratutto 83), più universale fu il simbolo stesso applicato al Sole, perché del pari che dagli Egizi i trovasi usato da' Persiani, dagl’Indiani e da' Fenicii 84), senza dire degli Slavi e di altri popoli del settentrione dell’Europa 85).

Alle quali tutte osservazioni e testimonianze debbo aggiungere che il ch. e dotto egittologo Uhlemann, il quale la lezione Padu in vece di Bacin sostiene nell’addotto luogo di Macrobio, tal voce spiega col copto II-AH-GIN, bos sincerus, purus 86), che darebbe ragione non solo del simbolo del toro applicato ad Osiride, o al Sole, ma anche dell’epiteto ἀληθής dato a Bacide, o a Bacco che adoravasi a Calìa nell’Arcadia.

Le ricerche sinora esposte, se non fanno in tutto convenirmi col ch. C. Goettling, il quale senza dire degli oracoli di Bacco, e senza confrontare l’egizio Bacide con quello della Beozia, nega' ed il vate, ed i suoi oracoli, attribuendoli col nome stesso del supposto Bacide ad Onomacrilo, che li avrebbe finti ed esposti in versi come il famoso Nostradamus in versi esprimeva le predizioni di Pietro d’Ailly e di altri astrologi 87), mi guidano insieme alla probabile congettura sulla spiegazione del tipo del toro androprosopo nelle monete di Napoli, del Sannio e della Sicilia.

É già noto che dotti nummologi a tutt’uomo sostengono che questo tipo sia da riferire a Bacco, o Dioniso; ma se evidenti sembrano le ragioni con le quali il ch. Avellino e Streber spiegavano il tipo medesimo 88), che i ch. Jannelli e cav. Minervini riferivano invece all’Acheloo, fiume dell'Acarnania 89), e la bella moneta degli Aluntini nella Sicilia illustrata da Neumann confermerebbe tale spiegazione, perché una copiosa sorgente vi si vede sgorgare dalla bocca del toro 90), un’evidenza maggiore del detto simbolismo riferito a Bacco si raccoglie dall’addotto passo di Macrobio, e per le osservazioni che anche vi faceva il Jablonski 91) parmi indubitabile. In proposito ancora dell’opinione di Eckhel, il quale nel detto tipo riconosceva egualmente Bacco 92), l’Avellino opportunamente notava che le monete di Alunzio anziché nuocere alla spiegazione del celebre nummologo, vieppiù la confermano, se sopratutto si rischiarano col racconto del poeta Nonno, il quale il giovine Ampelo, ossia la vite, fa innaffiare a guisa di rugiada dall’acqua bevuta dal toro che gli si fa incontro 93). La tradizione degl'Indiani del Malabar sul gigante Maidashuren, cioè sul Toro gigante, nato nella città di Nisadaburan non lungi dal monte Meru, e con tutti gli attributi di Bacco, confermerebbe altresì la prima di tali spiegazioni, e non disgraderà che io riferisca il passo di Bayer, il quale di tale tradizione ebbe notizia dalia missione danese a Tranquebar. Indi Tamuli narrant, dice il dotto scrittore, Maidashuren fuisse aliquem, dictum a MAIDHAM et ASUREN, quasi Taurum gigantem, (gigantes autem fingunt heroas suos fuisse) in Nisadaburam urbe, haud longe a Meru monte natum qui taurina cornua gestarit; carnibusque pastus, tum aliarum animantium, tum vaccarum, (quod in Indis summum scelus), et vino ad ebrietatem repleri solitus diis bellum intulerit. Ceterum in comitatu habuisse octo Pudam, seu giganteos et maliliosos daemones, ex familia Indicorum pastorum, quas Kobaler, i. e. Pastores, vocant; curru vectum ab octonis leonibus, aut leopardis, aut tigribus, aut elephantibus. Habetis Nisam, ubi natumferunt Bacchum etiam Graecorum aliqui: habetis Merum montem, unde Jovis μηρὸς Luciani agitatus jocis; habetis κοβάλους Bacchi, et currum et quidquid ad fabulam veteris Graeciae desideretis 94).

Credendo io pur finti con Grettling i vaticinii di Bacide che leggonsi in Erodoto, Pausania ed altri scrittori, i quali su gli oracoli, o su’ responsi effettivi di un nume riputar si possono supposti, credo nondimeno che questi non furono che gli stessi oracoli di Bacco, la cui origine essendo da ricercare per le ragioni riferite nell'Egitto, di là per l’Asia minore e la Tracia il culto di Bacco può dirsi passato nella Grecia, e nelle nostre contrade trasferito dalle colonie elleniche.

Ma se ciò non par dubbio in generale, non è poi ben noto da quale delle greche colonie il simbolo del toro a volto umano sulle monete fu introdotto nel nostro paese, o piuttosto dove fu la prima sede del culto, al quale lo stesso simbolo allude, lo credo che sede primitiva di tal culto fu propriamente la Campania, dove si cominciò ad improntar le monete con quel simbolo, imitato poi da' Sanniti, i quali lo trasferirono nella Sicilia. Le monete col tipo istesso della città di Entella, della quale per forza s’impadronirono i Campani, o i Sanniti già padroni di Capua che militato avevano per Dionigi di Siracusa 95), ed inoltre di Gela, di Eubea, di Alunzio, di Megara, di Stiela e di Selinunte 96), che il detto tipo imitarono, come sembrami, da quello di Entella, darebbero ragione dell'introduzione del tipo istesso nell’isola, comeché anche dir si possa che dal tipo della città di Alunzio tutte le altre città siculo il medesimo tipo imitassero sulle loro monete, per la tradizione che la flotta di Enea fu accompagnata, o guidata alla volta della Sicilia da Patrone di Tirreo 97), città dell’Acarnania 98), dalla quale regione il culto dell’Acheloo si diffuse per tutta l’Eliade 99). Certo è che l’oracolo di Bacco presso di Cuma e dell’Averno 100) con gli altri greci monumenti illustrati da Sickler, i quali si riferiscono al culto di Dioniso presso i Campani 101), oltre delle monete e del culto di Ebone della città di Napoli, chiaramente dimostra il culto di Bacco nella Campania. E di tal fatto danno chiara spiegazione, come a me sembra, l’arrivo e lo stabilimento nella regione stessa, e sopratutto nella città di Napoli, di colonie della Beozia e di Atene, che si davano per patria ai due vali col nome di Bacide, come ho già detto. É noto da Diodoro che dalla Sardegna i Tespiadi della Beozia si trasferirono nelle vicinanze di Cuma 102), e di là io li credo anche tramutati nella città di Napoli,presso Nola, nella Lucania, e fino nella più lontana città di Crotone, pel tipo appunto del toro androprosopo sulle monete di Napoli, e pel culto di Ebone non solo, ma anche di Orione, il supposto gigante cacciatore di Tanagra, o di Tebe nella Beozia 103), come per la città di Iria o Irina in vicinanza di Nola, e per quella di Tebe nella Lucania 104), le quali co’ nomi de' fiumi Tanagro e Platano 105), ci ricordano le città co’ nomi identici, Iria, Tebe e Tanagra nella Beozia 106), come il nome di nipoti de' Tespiadi dato a quei di Crotone 107) ci mostra l’ultima sede di quei vaganti coloni, o delle loro divisioni. Anche la città di Mantova fu fondata da coloni di Tebe della Beozia, a' quali Servio, seguendo forse Catone, la prima origine ne attribuiva 108); così che Bianore, il supposto suo fondatore, al quale i Mantovani eretto avevano un monumento 109), non può considerarsi pel suo nome, ch'ebbe dalla sua fortezza (ἀπὸ τέ βιας καὶ ἀνορέας), come altro nome di Ocno, duce de' Galli che a Mantova si stabilirono, sì bene come un epiteto dello stesso Orione, o anche di Ercole, i quali a Tebe dicevansi nati 110), come la fatidica Manto, la supposta madre di Bianore, dal cui nome dicevasi originato quello di Mantova, non fu che la personificazione della divinazione, per la quale Tebe, o la stessa Beozia in generale fu celebre, e che nella città di Mantova da' coloni Tebani fu introdotta. La stessa divinazione, lo stesso oracolo e culto di Bacco, pel quale il vate Bacide fu immaginato a mio credere, s’introdusse da' Beoti nella città di Napoli, comeché non sia anche inverisimile che pel culto più antico dell’Acheloo o dell’Aspropotamo di oggidì, il fiume dalle acque di argento e cristalline, il quale per gli Acarnani fu come il Nilo divino degli Egizii perché ne fecondava, come ne feconda, la terra, il posteriore culto di Bacco s’immedesimò con quello del fiume, come già mi parve scrivendo è già tempo dell’antica topografia del Sannio 111), e de' due numi facevasene un solo ne’ tempi successivi. Per mezzo de' Teleboi dell’Acamania, primi abitatori dell’isola di Capri 112), col culto della Sirena Partenope, una delle figlie dell’Acheloo 113), il culto del fiume stesso nella nostra antica città potè introdursi, e quello di Bacide, Bacco o Dioniso al culto medesimo unirsi per mezzo de' Tespiadi. Proponendo la quale congettura non intendo dar la preferenza più all'una che all'altra delle spiegazioni che sogliono darsi del tipo controverso delle nostre monete, ma spiegando col nome di Bacide l’origine del culto di Bacco o Dioniso nella Campania, mostrare le ragioni del sincretismo che de' due culti potè farsi in tempi e da coloni diversi e posteriori.

Tali ricerche poteva io presentarvi, illustri colleghi, come inaugurazione del nuovo anno Accademico, e nell’adempiere come ho potuto al proprio dovere la lusinghiera aspettativa non mi manca che la parte vostra, e migliore, colleghi amatissimi, contribuirete all’opera stessa, la quale spero che assai più della mia riuscir debba di gloria al paese, e d’imitazione a quelli che dopo noi verranno nello stesso arringo di spiegare l’antichità, d’illustrare le lettere, ed esprimendo e ritraendo con nobilissimo magistero il bello dell’armonia, il bello nella natura e nell’arte, dar ragione altresì di questo bello, e mostrare la via di ottimamente imitarlo.

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NOTE

(1) Pausan. X, 12, 11. — Cf. Aristoph. Pac. 1070 sq. Cic. De Div. Ι, 18.

(2) Schol. Aristoph. Pac. 1071. Cf. ad Av. 962. Ælian. Var. Hist. XII, 35.

(3) Suid. ν. Βάκυς. — Theop. Fragm. 81, ed. Muller. Cf. Eudoc. Violar. pp. 92, 374.

(4) Aristot. Probl. 30, 1.

(5) Auct. Theag. § 5.

(6) Herod. I, 62. — Clem. Alex. Strom. p. 144 Sylb.

(7) Clem. Alex. Strom. I, p. 333 Sylb.

(8) Schol. Aristoph. Pac. 1071. Suid. ν. Βάκυς. –Zonar. Lex. ν. Βάκυς.

(9) Pausan. X, 12, 11.

(10) Herod. VIII, 20, 2. I versi del vaticinio, come quelli del seguente che leggonsi in Erodoto, sono riferiti secondo la versione del Mustoxidi.

(11) Polymn. XXXVI.

(12) Herod. VIII, 19, 2.

(13) Herod. VIII, 77.

(14) L'incendio di Atene nel vaticinio sembra posto in vece di quello delle navi ateniesi, che Temistocle di fatto voleva dar preda alle fiamme, ma che incendiate non furono per consiglio di Aristide (Plutarch. Themist. 20).

(15) Herod. VIII, 96.

(16) Trad. d'Herodote. Paris 1802, t. V, p. 224.

(17) Strab. IX, p. 393. Cf. Eustath. in Iliad. p. 284.

(18) Koen. ad Pausan. I, 1, 4. — Cf. Larcher, Trad. d'Herodote t. V, p. 506.

(19) Herod. IX, 43, 2.

(20) Pausan. IX, 19, 3. — Cf. Pouqueville, Voyage de la Grèce, t. IV, p. 214.

(21) Pausan. IV, 27, 4. — In questo vaticinio e ne' seguenti riferisco i versi secondo la versione di Sebastiano Ciampi. Milano 1829, t. II, p. 167; t. V, p. 104.

(22) Pausan. IV, 17, 21.

(23) Id. ibid. 27, 4.

(24) Pausan. IX, 17, 5.

(25) Id. ibid. 17, 6.

(26) Pausan. IX, 25, 3 — Cf. Apollod. III, 5, 4, seq. — Hygin. fab. 7.

(27) F. Nork. Mytholog. R. Wörterbuch t. I, p. 74. v. Amphion.

(28) Pausan. X, 33, 11.

(29) Jablonski, Pantheon Ægypt. t. III, p. 194 sq.

(30)De Maistre, Soirées de Saint — Pétersburg. Paris 1831, t. II, p. 385.

(31) Pind. Olymp. VI, 46, 122.

(32) Pausan. III, 11, 5. —Agia fu nipote di Tisamene, anche indovino, e che vaticinò a se stesso. V. Herod. IX, 33-35.

(33) Pausan. VI, 2, 4.

(34) Pausan. VI, 13, 11.

(35) Cic. De Div. I, 40. Plin. Hist. Nat. VII, 33, 33. — Serv. ad Æn. VI, 70 sq.

(36) Vedi Ab. Lecanu, Histoire de Satan. Paris 1861, p. 96. — Cf. Goettling, De Bacide Fatiloquo. Ienae 1859, p. 7.

(37) Pausan. X, 14, 6.

(38) Id. X, 24, 3. Dall'epigramma serbato da A. Gellio (Noct. Att. III, 11) è noto che Salamina fu tra le altre città che si contesero l'onore di aver dato i natali al poeta.

(39) Vedi p. 11.

(40) Nork, Op. cit. t. III, p. 210, v. Musäus.

(41) Ad Æn. VI, 48.

(42) Herod. II, 49.

(43) Aristoph. Eq. 1004. Cf. 970 sqq.

(44) Ælian. Var. Hist. XII, 35. Tzetz. ad Lycophr. v. 1278. — Philet. Ephes. ap. Suid. ν. Βάκυς.

(45) Clem. Alex. Strom. I, p. 333. Sylb.

(46) Pausan. I, 20, 3.

(47) Id. I, 38, 8.

(48) Sebbene Strabone (X, p. 412) due secoli prima di Pausania nomini l'Eleutere, non è da crederla nondimeno che una piccola borgata, perchè dice (IX, p. 410) che al suo tempo le sole città di Tespia e di Tanagra erano tali, non rimanendo delle altre che i nomi e i ruderi.

(49) Pausan. IV, 27, 6.

(50) Id. IX, 20, 1.

(51) Anche Cheresilao, padre di Pemandro, e Iasio, padre di Cheresilao, (Pausan. IX, 20, 1) spiegar si possono come epiteti, o attributi di Bacco e di Apollo; perciocché il primo, cioè quello che ha in mano (χέρσιλαός) o in potestà il popolo, si riferisce alla protezione del nume, per essersi considerati i destini di un popolo in mano del nume che adorava; e l'altro, cioè che salva, che dà la salute (da ἴασις sanatio, come Ἰασώ, la dea della salute, figliuola di Esculapio, v. Aristoph. Plut. 701. Pausan. I, 34, 2. Hesych. v. Ἰασώ), il quale dicevasi figlio di Apollo (Hesiod. ap. Schol. Pind. Pyth. III, 14, Eurip. Androm. 900), non riguarda meno Bacco Eleuterio, e lo stesso Apollo, detto ἀλεξίκακος (αverruncus) ακέσιος, ἀκέστωρ (medicus), σώτηρ (salvator), ἀποτροπαῖος (malorum depulsor), ἱατρομάντις (che annunzia la salute), perchè il sole dopo la stagione invernale sana e salva coi suoi raggi benefici ed annunzia la salute nella primavera.

(52) Cic. De Nat. Deor. III, 23. — Serv. ad Georg. III, 2. Cf. Homer. II. XXI, 448. Hymn. in Merc. III, 557. Pynd. Pyth. IX, 66.

(53) Hermetis Trismegisti Pæmander ad fid. Codd. mss. recogn. Gust. Parthey. Berol. 1854, p. 17.

(54) Lycophr. Alex. v. 326. IX, p. 404.

(55) Homer. Iliad. II, 498.

(56) Steph. Byz. ν. Τάναγρα. Strab.

(57) Plin. Hist. nat. V. 17, 3. Sidon artifex vitri, Thebarumque Boeotiarum parens. Cf. Strab. IX, p. 401.

(58) Gfrörer, Hist. primitive du genre humain. Paris 1864, p. 424. — Cf. I., L. Hug, Untersuch. üb. den Mythos etc. Freyburg 1812, p. 229.

(59) S. A. Kanne, Pantheum d. Aeltesten Naturphilosophie. Tubingen 1811, p. 72. — F. Nork, Etym. symb. mytholog. R. Wörterbuch. t. IV, p. 327.

(60) Niebuhr, Alte Geschichte t. I. p. 254.

(61) Schol. Eschyl. Sept. contr. Theb. 501 — Pausan. IX, 12, 2. — Schol. Eurip. Phoen. 1062.

(62) Herod. II, 49 sq.

(63) Plin. Hist. Nat. IV, 12, 1. Nec cedentes Athenis claritate, quae cognominantur Boeotiae Thebae, duorum numinum Liberi atque Herculis, ut volunt, patria.

(64) Thymœt. ap. Diod. Sic. III, 67 sq.

(65) Athen. III, 78.

(66) Sil. Ital. III, 183, 19 — Cf. Virgil. Æn. IV, 198. Hygin. fab. 133. Poet. Astr. I, 20. — Lucan. IX, 511. — Serv. ad En. IV, 196.

(67) Apollod. III, 15, 8. — Cf. Plut. Thes. § 15.

(68) Gfrörer, Hist. cit. p. 467.

(69) Homer. II. II, 690 — 94. — Schol. ibid. v. 592. Cf. II. XIX, 296.

(70) Homer. II. XI, 258. — Pind. Nem. V, 47. Apollod. I, 9, 11.

(71) Strab. IX, p. 414.

(72) Plass, Urgesch. der Hellenen p. 333.

(73) Jolao, il supposto compagno delle imprese di Ercole (Pausan. I, 19, 3) al quale dalla città di Tespia, o da Tebe della Beozia facevasi condurre la colonia nella Sardegna (Diod. Sic. V, 15, 2. Paus. VII, 2, 2; X, 17, 6), è lo stesso che l'Esmun degli Egizii (Movers, Die Phoenizier t. I, p. 537), il figlio di Apollo Esculapio (Phot. p. 373 ), o lo stesso Apollo Ismenio di Tebe (Pausan. IV, 27, 6 ).

(74) Macrob. Saturn. I, 21.

(75) De Urb. ν. Ερμονθις.

(76) Ælian. Hist. anim. XII, 11.

(77) Herod. II, 153. III, 28. — Diod. Sic. I, 21, 10. — Plut. De Is. et Osir. 29.

(78) Ptol. IV, 5. — Steph. Byz. v. Ονουφις.

(79) Virg. Æn. III, 119.

(80) Homer. Odyss. XII, 353, 398 — Cf. Schol. Par. ad Apollon. Rh. IV, 965.

(81) Nymphod. ap. Schol. Homer. Odyss. III, 301.

(82) Chr. Heinecke, De Lelegibus et Liciis. Wernigerode 1863, p. 10.

(83) Ephor. ap. Macrob. Sat. V, 18.Cf. Serv. ad Georg. I, 9.

(84) Schwench, Myth. der Perser p. 200. — Bohlen, Das alte Indien t. I, p. 255. — Movers, Die Phoenizier t. 1, p. 372 sgg.

(85) Hanusch, Slawische Mythologie p. 313. Cf. Nork, Op. cit. t. IV, p. 326 — 31.

(86) Max. Ad. Uhlemann, Philologus aegyptiacus. Lips. 1853, p. 25.

(87) C. Goettlingii Commentatio de Bacide Fatiloquo. Ienae 1858, p. 7.

(88) Avellino, Opuscoli t. I, p. 81, 132 — Streber, Ueber den Stier mit dem Menschengesichte auf den Münzen von Unteritalien und Sicilien. München 1838.

(89) Fr. Neumann, Populorum et Regum Numi veteres inediti. Vindob. 1739 P. II, p. 116. Cf. Avellino, Opusc. 1, p. 91.

(90) Jannelli, Vett. Oscor. Inscr. Neap. 1841, p. 32, 43. — Minervini, Saggio di Osserv. numism. Nap. 1856 p. 47 sgg. — Cf. Ignarra, De Palaestra Neap. 1770, p. 239 — 50.

(91) Pantheon Ægypt. t. II, p. 17176. Cf. F. Nork, Vorschule der Hieroglyphic. Leipzig 1837, p. 232, 275.

(92) Eckhel, Doctr. Num. t. I, p. 189.

(93) Avellino, Opusc. cit. t. I, p. 93 — Cf. Nonn. Dionys. XI, ν. 156 199.

(94) Bayer, Hist. Bactr. p. 2 seg. Cf. Wise, The history and Chronology of the fabolous ages. Oxford 1764, p. 90, e seg.

(95) Diod. Sic. XIV, 9, 9. — I Campani militarono come mercenarii aüche per Agatocle (Polyb. I, 7, 2 ).

(96) Barthelemy, Manuel de Numismatique. Paris 1851, pp. 124, 127, 129, 131.

(97) Dionys. Hal. Archaeol. Rom. I, 51 ed. Oxon. 1704 t. I, p. 40. Malamente il Mastrofini traduce Patrone da Turi (Antich. di Dionigi d'Alicarnasso. Milano 1823, t. I, p. 71), perchè non era allora fondata la città di Turio.

(98) Liv. XXXVI, 11. Cf. Steph. Byz. ν. Θυρέα.

(99) Ephor. ap. Macrob. Saturn. V, 18.

(100) Liv. XXIII, 36. — Cf. Storia delle Due Sicilie t. II, p. 101.

(101) F. C. L. Sickler, De monumentis graecis Dionysiaca a Campanis celebrata illustrantibus 1812.

(102) Diod. Sic. V, 15. — Cf. Storia delle Due Sicilie t. II, p. 27.

(103) Homer. Odyss. XI, 309. Strab. IX, p. 404. Pausan. IX, 20, 3. Hygin. Poet. astr. II, 34.

(104) Vedi la mia Memoria Sull'origine della città d'Irina nella Campania, letta all'Accademia Ercolanese addì 7 luglio 1857.— Cf. Storia delle Due Sicilie t. III, p. 71 sg.

(105) Storia cit. t. III, p. 88, 101.

(106) Homer. Il. II, 496. Strab. IX, p. 404. — Id. ibid. pp. 405, 413.

(107) Sil. Ital. XI, 18. — Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, p. 371, nota (3).

(108) Serv. ad Æn. X, 201. Et bene dives avis (Mantua fuit), quia non ab Ocno, sed ab aliis quoque condita fuit; primum namque a Thebanis; deinde a Tuscis, novissime a Gallis.

(109) Virg. Ecl. IX, 59, sq., namque sepulchrum Incipit apparere Bianoris.

(110) Homer. II. XIV, 323. Strab. IX, p. 404.

(111) Storia delle Due Sicilie t. I, p. 384.

(112) Virg. Æn. VII, 735. Teleboum Capreas regna.

(113) Apollod. I, 7, 10 — Ovid. Metam. V, 551. Cf. Lycophr. Alex. 721. — Ps. Aristot. De adm. ausc. 103. Strab. VI, p. 249. — Eustath. Ad Homer. p. 1709, 45. — Serv. ad Georg. IV, 562.


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