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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

DELLA VENUTA DE' PELASGI IN ITALIA

E DEL LORO STABILIMENTO NELLE REGIONI

CHE ORA FORMANO IL REGNO DI NAPOLI

(Articolo estratto dal PROGRESSO. Quaderno XLVI)

Πολύπλανον δε και ταχυ το έθνος (Πελασ γῶν) προς επαναστάσεις, κυζήδη τὸ επι πολυ, χαι ἀδρόαν ελαβε την ελλειχιν.

STRAB. XII, p. 922, с.

Fu la nazione de' Pelasgi vagante, e molto inclinata alle emigrazioni.Essa grandemente si amplio, poi soggiacque ad una rapida decadenza.

1860

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DELLA VENUTA DE’ PELASGI IN ITALIA

Molte cose vi sono all’antichità appartenenti, le quali, tutoché si lasciano appena dimostrare in un modo incompiuto Pr mezzo delle conghietture cavate dalle testimonianze degli frittoci e da' monumenti, non sono non pertanto meno reali ed autentiche all'occhio dello storico critico. Quello che in generale qui affermiamo, può applicarsi segnatamente alla mal nota storia de' Pelasgi, circa la loro venuta ed il loro. stabilimento soprattutto nelle nostre antiche regioni. Quale oscurità non circonda ed involge le vicende di questo gran popolo a dir quasi misterioso, e che fu una volta possente in Grecia ed in Italia? quante opinioni e sistemi non furon proposti insino ad ora e da' moderni e dagli stessi antichi per rischiararne le origini, le migrazioni ed i fatti? Se non che, laddove le cose ad essi spettanti sono men dubbiose e meno oscure nella Grecia ed in altre vicine contrade, poco sappiamo, tranne scarsissime memorie, del loro stabilimento in Italia, e soprattutto nelle nostre regioni, si perché nessun antico ne parlò quanto bastava a diradar le tenebre delle loro vicende, e sì perché i loro fatti si confusero per avventura con quelli di popoli divenuti possenti dopo di loro, e che si resero illustri in tempi più acconci ed opportuni alle storiche narrazioni; o perché infine la storia ne parla sotto altri nomi in un periodo di tempo in cui più civili divennero, come con quello di Tirreni ed Etruschi, ne’ quali vi è chi vede gli oscuri e misteriosi Pelasgi d’Italia, ed in cui sono forse veramente da riconoscere, per non recare in mezzo o il sistema dell'autottonismo, o qualche altro ìli questo più strano che ingegnoso.

Poiché poche ed incerte memorie ci sono sopravanzate de' Pelasgi, de' quali più lungamente forse di tutti gli antichi scriveva Anticlide nella sua opera De’ ritorni (1), i moderni, quali dalle antichissime costruzioni note agli eluditi sotto il nome di ciclopee, nella Grecia e nell'Italia disseminate, quali dalla geografia e dalle religioni comparite, si sono studiati di rintracciare le antichissime sedi pelagiche in Italia. La comunanza di origine de' popoli, quando la storia si tace su questo argomento, può anche dedursi o dalle reliquie de' prischi idiomi, o da quelle de' costoni; ma poiché oscura anzi che no è per noi la lingua parata da' Pelasgi, e non ci rimane memoria de' loro costumi, a chi vuole discorrere per via di conghiettura di questi popoli altro mezzo non rimane, tranne i due già rammentiti, che per più sicura e dritta via condur possa allo scovrimento del vero istorico. E veramente chi consideri, per non dir altro, come i popoli in generale, nel tramutarsi d’una in un'altra contrada, hanno procurato in ogni tempo riprodurre ne’ nuovi paesi dove si stanziarono i nomi di quelli che avevano abbandonati, non terrà per certo per mal fondato argomento quello che si può trarre dalle omonimie de' luoghi; e basterebbe a ciò l’autorità di un gravissimo storico (2), se a' moderni tempi non avessimo veduto farsi altrettanto da' popoli che dall'Europa nel nuovo mondo si trasferirono. Ne’ Puranas degl’Indiani, antiche leggende in versi di questi popoli, il Wilfort ha riconosciuto fatti e nomi simili a quelli di cui i Greci ed i Latini hanno discorso; e segnatamente da queste rassomiglianze di nomi si è studiato dedurre una specie di concordanza, colla nostra antica cronologia di Occidente (3); e del medesimo argomento mi avvalerò per rintracciare le sedi pelasgiche nelle nostre antiche regioni, il tutto confermando colle precise testimonianze degli antichi scrittori circa i luoghi in cui nel nostro regno si stabilirono.

Ma affin di procedere ordinatamente in questa mia qualsiasi ricerca, panni necessario prima di ogni altra cosa andar notando colla scorta degli antichi gli stabilimenti de' Pelasgi in altre contrade, onde per tal modo sian fatti aperti i principii di non poche nostre città, le quali riferir non si possono ad altre proposte origini senza o favoleggiare co’ Greci, o dilungarsi dal vero co’ moderni con istentate e sovente false etimologie. Si volgerà quindi il mio discorso sulle origini di questi popoli secondo i moderni; né si vorrà credere, almeno lo spero, opera solamente di erudizione il rintracciare le origini de' Pelasgi, perché alla loro storia si connette quella di una gran parte dell’umanità, ed ora soprattutto che non pochi eruditi spendono i loro studi nell’illustrare gli oscuri periodi delle primitive emigrazioni, colle quali comincia propriamente la storia, non credo superflua questa qualsiasi ricerca. La quale l'ho impresa soprattutto per l’amore che porto alla patria storia, della quale la prima pagina quasi è questa venuta de' Pelasgi, e di cui molto oscuri sono i primi periodi né debitamente illustrati, e però degni che vi meni intorno la penna qualche valentuomo, dopo i tanti preconceputi sistemi elucubrati su dotte etimologie, e che però sono a mio giudizio lontani, non dico dal vero, perché sarebbe strano il pretendere di cogliere il vero in ricerche di tal natura, ma da quella verisimiglianza, a cui l’uomo di senno più volentieri si acquieta.

Quasi tutti gli antichi avevan per fermo che i Pelasgi fossero un’antica gente diffusa per tutta quanta l’Eliade e le sue isole, e i cui principali stabilimenti furono nell’Arcadia e nella Tessaglia (4). Se creder dobbiamo un antico scrittore citato da Strattone, i Pelasgi abbracciarono una vita militare, ed avendo a sé attirato molti altri, a cui comunicarono il proprio nome, salirono in molta celebrità fra gli Elleni non solo, ma fra tutti gli altri ancora ai quali pervennero (5). Ed Eustazio non solamente fa de' Pelasgi un gran popolo, ma li rappresenta come disseminati quasi per tutta la terra. Erano secondo lui,. questi popoli-erranti come i nomadi, e sempre pronti a cambiar dimora, anziché intesi a formare durabili stabilimenti (6). Altri al contrario ne fecero una nazione sedentanea nella sua sede primaria, dalla quale spediva colonie nelle diverse isole, e nelle terre del continente di Europa e dell’Asia (7). Ad ogni modo non può dubitarsi che nel Peloponneso e nella Tessaglia i Pelasgi durarono più lungo tempo in corpo di nazione, e che da queste contrade, come da un centro comune, le diverse popolazioni pelasgiche si mossero per ispargersi all’oriente, all’occidente e al settentrione della Grecia, dalle rive del Tevere fino a quelle del Fasi.

Molti scrittori innanzi a noi, e forse il Dupuis, il Larcher, il Raoul-Rochette ed il Niebuhr meglio di qualunque altro, rintracciarono colla scorta degli antichi i grandi stabilimenti e le colonie di questi popoli (8); il perché non volendo, per non far troppo lunga questa scrittura, ripetere il già detto, mi basterà dire soltanto che l’Arcadia (9) posta al centro del Peloponneso, questa medesima contrada, e la Tessaglia furono le principali sedi di questo gran popolo, e gli Achei, gli Eoli, i ' Dori, da cui i Lacedemoni discendevano ed altre possenti nazioni della Grecia, traevano la loro origine da' Pelasgi della Tessaglia. I quali si distesero ancora al ponente di quest’ultima regione fino al mar Jonio in tutte le contrade conosciute sotto il nome di Epiro, Caonia,e di paese de' Molossi; e da ciò si deriva che molti autori, come Strabone, chiamavano nazioni pelasgiche le diverse popolazioni dell’Epiro, perché i Pelasgi ebbero signoria in quel paese (10), ossia del continente che giace di rincontro a Corcira ed alle isole cefallenie, da' monti Acrocerauni fino al Rione. Colla quale testimonianza è concorde quella di Menecrate eleate, il quale in un’opera per noi perduta affermava, che tutta la spiaggia bagnata dall’Ionio, cominciandosi da Micale, e tutte ancora le isole a quella spiaggia adiacenti, furono un tempo da' Pelasgi abitate (11). E dall'Epiro ancora passar dovettero ad occupare la prossima Liburnia, o da questa regione emigrare ne’ tempi più antichi in quella contrada; perciocché i Peucezii, che si voglion condotti da Peucezio fratello di Enotro e figlio di Licaone nella regione da' Greci detta Peucezia, ed ora Terra di Bari, furono di razza pelasgica, e tra i Laburni Plinio rammenta alcuni popoli detti Peucezii da Callimaco (12). E questa testimonianza non dovrà certo disprezzarsi se si considera che l’isola presso la prima foce dell’Istro conservò fino a' tempi romani il nome di Peuce (13), dalla quale e dal prossimo continente sembra derivata la gente de' Peucezii. Ambracia nella Tesprozia dicevasi fondata da un nipote di Pelasgo (14), del quale dicevansi similmente discendenti i Driopi che abitavano presso il Parnasso (15). Ad Atene mostravasi il muro pelasgico (16), e gli stessi Ateniesi portarono il nome di Pelasgi nel tempo del dominio di questo popolo in tutta l’Eliade (17). I più antichi abitanti della Macedonia furono i Pelasgi (18), che veggonsi similmente stabilirsi nella Beozia e nella Focide (19), nelle vicinanze del monte Atos (20), e su tutta la costa della Tracia.

Dalla quale enumerazione delle diverse contrade della Grecia e dell’Epiro da' Pelasgi abitate chiaramente si raccoglie non esservi contrada conosciuta in questa parte del continente di Europa, dove non abbia avuta la sua dimora l’antica nazione de' Pelasgi, ed ove non abbiano avuto propri stabilimenti. Che se alle isole della Grecia facciam passaggio, vedremo del pari che tutte le occuparono: il che pruova che alla possanza continentale congiunsero la marittima, e che quanto ai Greci appartenne, fu anticamente sotto il dominio de' Pelasgi, a cui gli Elleni, o gli stessi Greci, poscia successero..

E per dire ancora per sommi capi del dominio insolare de' Pelasgi, la più popolata, la più antica, e la più celebre di queste isole fu Creta dalle cento porte, dove i Pelasgi ebber colonie (21), e dove quelli propriamente di Arcadia fondarono Gortinia e Cidone, due delle principali città di quest'isola (22), la quale pigliar dovette per opera degli stessi Pelasgi il nome di Creta da quello del luogo di Arcadia cosi nominato, dove gli Arcadi dicevano nato ed allevato il lor Giove.

L’Eubea fu abitata da' Pelasgi (23), e l'Isola di Rodi ebbe il nome di Pelasgia dall'essere abitata dagli stessi popoli (24) appartenenti alla grande nazione de' Pelasgi, le cui colonie in diversi tempi passarono di Arcadia e di Tessaglia in Italia. Pelasgia ancora si denominò Lesbo (25), dove i Pelasgi, per testimonianza di Erodoto, si stabilirono (26), come Pelasgia similmente si denominò la città d’Issa in quest’isola (27), la quale fa facilmente risovvenire l'isoletta di questo nome nel lago Fucino, che fu del pari abitata da' Pelasgi (28). E senza più allungarci in parole, Chio, Sciro, Lenno, Imbro, Deio e Coo furono tutte da' Pelasgi abitate (29).

Discorse cosi in genere le sedi primitive de' Pelasgi in altre contrade, farem passaggio alla loro emigrazione in Italia e nelle nostre regioni. Senza indagare quando e come l’Italia sia stata primamente popolata, ch'è molto malagevole ricerca, e che da altre preliminari soluzioni deve discendere che il nostro presente argomento non riguardano, certo è che l’emigrazione de' Pelasgi è la più remota che si possa storicamente affermare. Gli antichi, cosi greci come latini, concordemente prepongono i Pelasgi ad ogni altro popolo nel colonizzare l’Italia (30). Il solo Dionigi d’Alicarnasso, perché volle far credere gli Aborigeni Euotri, li pospose a questi ultimi popoli; ma questo scrittore, comunque dotto e delle antichità peritissimo, ma sistematico, è stato cosi confutato in questa sua opinione, alla quale la ragione de' tempi è contraria (31), che non crediamo necessario l’intrattenerci ad impugnarla.

Niuno degli antichi scrittori del resto ci fece conoscere meglio di Dionigi le vicende de' Pelasgi e il loro passaggio in Italia; le quali vicende comeché miste a circostanze o poco verisimili, o immaginate ed aggiunte dallo storico, non lasciano non pertanto in molti punti di esser tenute come vere, o almanco dal vero non molte lontane. E dobbiamo stare alla di lui testimonianza quando dice, che furono essi da Deucalione scacciati dalla Tessaglia, e che alcuni occuparono Creta, altri le Cicladi, altri l’Estiotide, regione sottoposta all’Olimpo ed all'Ossa; ed altri passarono nella Focide e nell’Eubea, altri nell'Asia e nelle spiagge bagnate dall'Ellesponto, e soprattutto in Lesbo, e la massima parte di essi ai loro consanguinei di Dodona, donde passarono in Italia (32). Questa pelasgica dispersione avvenne dunque secondo lo storico di Alicarnasso a' tempi di Deucalione, e della famosa inondazione che nelle più antiche greche tradizioni va sotto il di lui nome, e che al più tardi avvenne dieci o quattordici anni' avanti che cominciasse a regnare in Licoria, ossia nell’anno 31 di Cecile, e però 344 anni avanti la presa di Troja. Vero è che il marmo di Paro pone il principio del regno di Deucalione nel nono anno di quel principe, ed Euschio nel XVI, e quel diluvio secondo un altro computo non fu anteriore alla caduta di Troja che di 320 anni (33); ma queste diversità di calcoli debbonsi avere come sì lievi da non dovere soffermar troppo in un avvenimento di epoca così remota.

Notato cosi ad un bel circa il tempo della pelasgica emigrazione in Italia, apprendiamo da Dionigi, che i Pelasgi dopo essersi tenuti alcun tempo co’ loro parenti che abitavano in Dodona, come si avvidero che la terra non bastava a nudrirli in comune, di là si mossero seguendo l’oracolo che loro ordinava di navigare verso l’Italia, a quella stagione detta Saturnia. Onde fatto apparecchio di navi, passarono l’Jonio, procurando di giungere nella terra che l’oracolo lor prometteva. Ma cosi per l’imperizia de' luoghi, come pe’ contrarii venti, portati più oltre capitarono ad una delle bocche del Po detta Spineto, dove i navigli lasciarono e i meno idonei a più lunga spedizione con un presidio per avervi una ritirata, se i loro disegni non riuscivano. E superando i monti d’Italia, caparono nell'Umbria, regione vicina degli Aborigeni, la quale tutiché si tenesse da popoli grandi per numero ed antichità, dové cedere il luogo ai Pelasgi, i quali di alcune cittadelle degli Umbri anche s’impadronirono. Ma movendo lor contro una grand’oste di questi popoli, si avanzarono tra gli Aborigeni, che da' vicini luoghi concorsero per discacciarli..

Trovandosi intanto i Pelasgi intorno di Colila nell’Abruzzo, città degli Aborigeni presso del lago Velino, ch'era tenuto sacro, come videro che dentro vi ondeggiava un’isoletta, concepirono ch’ivi alla fine si compiesse il vaticinio di Dodona, perciocché l’. oracolo aveva lor detto: che ne andassero alla terra de' Sicoli, e propriamente a Cotila degli Aborigeni, ove l’isoletta ondeggiava, e colà frammisti a que’ popoli decime a Febo offerissero. Sopravvenendo allora gli Aborigeni con grand'oste, alzarono i Pelasgi ramoscelli di olivo, ed inermi si presentarono dichiarando le loro sorti, e pregando che in quei luoghi li accogliessero, perciocché l’oracolo ivi appunto gl’indirizzava. Udendo ciò gli Aborigeni, cosi per obbedire all’oracolo, come per avere in quelli tanti alleati per la guerra che avevano co’ Sicoli, venendo a patti co’ Pelasgi, concesser loro la terra intorno al sacro lago. Dopo ciò buona parte de' Pelasgi persuasero gli Aborigeni a congiungersi con loro, che uscivano a combattere contro gli Umbri, a cui presero Cortona, città grande, felice, della quale si valsero come di antemurale e di guardia. Conquistarono ancora altri luoghi non pochi, coadiuvando gli Aborigeni nella guerra che tuttavia avevano co’ Sicoli finché dalle loro sedi li bandirono affatto. E cosi l’un popolo e l’altro, Pelasgi ed Aborigeni abitarono promiscuamente molte città fabbricate da loro, o tenute un tempo da' Sicoli; tra le quali furono Agilla, detta poi Cere, e Pisa, e Saturnia ed Alsio, con Falerio, Fescennio ed altre ancora (34).

Ma quando e come i Pelasgi avessero primamente passato gli Appennini, e fossero stati ammessi in una parte del territorio degli Aborigeni, Dionigi non dice; né è meraviglia, perciocché l’esatta memoria del tempo e le circostanze non si potettero conservare di cosi rimote vicende. E non pertanto verisimile che l’alleanza con gli Aborigeni fu di pochi anni alla lor venuta posteriore. Dappoiché avendo gli Aborigeni lungo tempo sostenuta la guerra contro de' Sicoli, coll’alleanza de' Pelasgi giunsero finalmente a debellarli; cosicché alla fine dell’ottantesimo anno prima della caduta di Troja (35) i Sicoli furon costretti a lasciare l’Italia, ed a passare nell’Isola, che da essi pigliò il nome.

Cacciati dall'Italia i Sicoli, i Pelasgi fecero sì che lor soggiacesse tutto il paese tra il Tevere ed il Liri (36); ma che quindi si fossero distesi al di là e di qua delle contrade da questi due fiumi bagnate, è chiaro dallo stesso Dionigi, non meno che da altre testimonianze degli antichi; perciocché dall’Etruria scacciarono gli Umbri (37), dall’antico Lazio espeller dovettero gli stessi Sicoli e gli Aurunci (38), o si mischiarono con essoloro, e la Campania ancora occuparono, dalla quale i medesimi Aurunci discacciarono (39), e della regione in fine che fu poscia detta Lucania s’impadronirono (40). Ed in quest’ultima contrada soprattutto estender dovettero il loro dominio dopo lo scacciamento de' Sicoli, perché Plinio afferma che anche da questi popoli fu abitata; il che intender si deve di un breve soggiorno che vi fecero prima che passassero nella prossima isola, da cui forse i medesimi Pelasgi li discacciarono. Ad ogni modo, del dominio de' Pelasgi in altre nostre antiche regioni, e delle città che propriamente vi edificarono o abitarono, salvo Larissa che fondarono nella Campania, nominandola dalla madre patria che lasciata avevano nel Peloponneso (41), e tranne Ercolano, Pompeia (42) e Nuceria (43), che similmente li abitarono in questa regione, niente altro sappiamo dagli antichi scrittori; ma da' nomi di alcuni nostri popoli e città argomentar possiamo quanto ampiamente nel nostro paese si allargò la lor signoria; cosi che dir possiamo che da essi i nostri più antichi popoli la lor prima civiltà riconobbero.

E tralasciando Alba ne’ Marsi che per le sue fortificazioni si considera come città ciclopea (44), cioè pelasgica, ed il paese degli Eroici, dove Igino, sebbene per una mal fondata ragione, trovava Pelasgi (45), abbiamo in prima per fermo che una parte della gente pelasgica si stanziasse nella regione de' Peligni, della ragione del cui nome non si è data per anco alcuna plausibile spiegazione. Perciocché a me sembra che l’origine di tal denominazione ascriver si debba a quella del nome di qualche primaria città della contrada, sia perché in processo di tempo se ne perdè la memoria, sia perché, e più verisimilmente, mutò il suo nome antico in quello di qualche altra città che figurò nella storia de' susseguenti tempi. E son di credere che questa città antichissima dové nominarsi Pelinna, e la città omonima della Tessaglia dove i Pelasgi abitarono (46), non meno che la vicinità della regione de' Peligni ai luoghi ove in prima que’ popoli giunsero, di leggieri me lo persuadono; dalla quale dir si dovettero Pelinni i Pelasgi non solo, ma anche i più antichi abitatori di quella parte del nostro paese, che insieme abitarono. Ma cessata in processo di tempo la pelasgica dominazione per le conquiste forse de' Sabelli o Sanniti, appena rimase l’antica denominazione del popolo ch’ebbe nome di Peligni, mutatosi per avventura il nome della città in quello di Sulmona o Corfinio, che furono le più cospicue città di quella contrada, come il simile intervenne ad alcune altre città di pelasgica fondazione, le quali del pari ne’ tempi meglio conosciuti della storia altramente dall’antico nome si nominarono.

E qualche parte ancora della prossima contrada de' Frentani occupar dovettero i Pelasgi, come mi fa conghietturare il nome di Larino, città primaria della medesima. Alcuni scrittori riferendo all'etrusco Lar, Lari (padrone, signore) l’origine del nome di questa città ragguardevole, agli Etruschi ne attribuirono la prima fondazione; ma poiché niuna autorità istorica può questa origine confermare, e crediamo con un dotto criticò e con altri che gli Etruschi ricevettero da' Pelasgi gli elementi delle arti e i lumi religiosi, e però la civiltà (47), e veggiamo inoltre il nome di Larissa comune a molte città pelasgiche nella Tessaglia, nell’Argolide, nell’Asia minore, nell'isola di Creta e nella Campania, ai Pelasgi attribuiamo piuttosto l’origine di Larino.

Che se le discorse cose circa l’origine del nome di Peligni e di Latino parer possono non accettabili a chi abbonendo dalle conghietture brama solo appigliarsi alla precisa verità istorica, quella della città di Maloento panni senza più indubitabile e certa. Di pelasgica fondazione io reputo questa città sannitica, detta poscia da' Romani Beneventum (48), del cui prisco nome gli eruditi addussero strane e mal sicure etimologie. Perciocché Procopio, credendo quella voce latina, prima d’ogni altro affermò, per ciò essersi denominata Maleventum, perché un furioso vento spirante dalla Dalmazia batteva il colle sul quale si ergeva, ed era di tanto impeto e forza da sollevare in alto cavallo e cavaliere (49). Il Salmasio e lo storico di questa città, mal paghi ragionevolmente a questa etimologia, altre ne posero in mezzo; ed il primo arguì che non per altro essa ottenne quel nome, se non per la copia de' bestiami, essendosi detta da μαλα dorico per μελον pecus (50), e l’altro da' travagli da Diomede che volevasene fondatore, sofferti innanzi che in questa città si stabilisse (51). Ma quando anche accettar si volesse la prima di queste etimologie, non veggiamo perché si avrebbe dovuto dir piuttosto Maloento che Meloento, oltre che non la parte del Sannio dove primeggiò Maloento, ma sì la Daunia fa dagli antichi celebrata per la copia de' bestiami. E quanto alla seconda, non può credersi che il preteso fondatore di essa la nominasse con nome latino, e che accennasse a cattivi augurii, perché troviamo sempre le città denominate nell’idioma de' popoli fondatori, e niuna poi che fosse di mal augurato nome: l’origine adunque della denominazione di Maloento, che ci rivela la sua prima fondazione, è da riferirsi piuttosto a gente pelasga, che consecrandola ad Apollo Maloento, che con tal nome adora vasi in Lesbo, città da' Pelasgi abitata (52), le imposero il nome del Dio al quale la consecrarono.

E per non uscire ancora del Sannio, per città pelasgica similmente teniamo Telesia, la quale tuttoché posta dagli antichi geografi e storici in questa regione, non fu certo fondata da' Sanniti, così perché le città degli altri popoli cominciarono ad occupare fin da che da' loro progenitori sabini si distaccarono, così perché il di lei nome è apertamente da riportare ad origine greca. Il nome di Telesia chiaramente accenna per noi a sacri misteri che vi si celebravano (53), e che i Pelasgi a' nostro giudizio recar vi dovettero nello stabilirsi in questa contrada.

Dal dominio di buona parte della regione, che coll’occupazione de' Sanniti pigliò poscia il nome di Sannio, i Pelasgi passar dovettero a quello della prossima Campania, dove più manifesta è la loro presenza, e dove le chiare testimonianze degli antichi porgono occasione a rintracciare l’origine di alcune città di sconosciuta fondazione. Abbiam già veduto con Dionigi d’Alicarnasso che i Pelasgi nella Campania fondarono Larissa, cosi denominandola dalla metropoli da cui si partirono. Questa città, perché lo storico dice essere stata edificata a breve distanza del Foro Popilio (54), esser dovette nelle vicinanze di Trebula e del Volturno, per essere stato questo Foro ivi da' moderni riconosciuto (55). Ma oltre di Larissa, abbiamo anche osservato coll’autorità di Strabone ehPelasgi abitarono Ercolano e Pompeia, e che secondo Conone Pelasgi similmente fondarono Nuceria, il cui nome primitivo e se star dobbiamo alla testimonianza di Stefano Bizantino, fu propriamente Nucria (56). E che una porzione della gente pelasga si fosse ancora stabilita sull'isola di Capri, è manifesto dalla tradizione conservataci da Tacito, secondo la quale negli antichissimi tempi d’Italia i Teleboi l’abitarono (57): or la genealogia de' popoli riannodava i Teleboi ai figli di Licaone ed a' Pelasgi, perché tra i cinquanta figli di lui contasi un Teleboa (58), il quale impor dovette il suo nome all'isola cosi nominata, prima già detta Tafo, e dal quale pigliò nome la Teleboide, parte dell'Acarnania (59). E di pelasgica fondazione, tuttoché forse edificata primamente dagli Opici, io reputo del pari la stessa città nostra, come facilmente m’induce a credere il suo nome antichissimo di Falero rammentato da Licofrone (60), il quale facendo risovvenire l’altra città omonima di Faterò presso l’Oeta nella Tessaglia (61), non che quelle di Falara e Falore nella medesima regione (62), per non dire di Falerio, la stessa che Falisco, e fondata, secondo Solino, da Falerio Argino (63), e della denominazione di Terra faleria che si dà ad Atene nel distico scolpito sul sepolcro di Museo (64), rende probabile una simile conghiettura. Il nome dunque di Falero che ne’ più vecchi tempi ebbe la nostra città, non a Falera Argonauta devesi attribuire (65); non da φαλαρις o φαληρις specie di uccello, come scrive il Vargas-Macciucca, hassi a derivare (66), ma si da una denominazione pelasgica comune per non si sa qual cagione alle città rammentate. Al che si aggiunga che un ch. critico, ragionando della Fratria degli Eunostidi, non dubitò di attribuirne l’origine a' Pelasgi, che sotto la condotta di Eunosto giungendo nella Campania, e nella nostra città stanziandosi, come lor nume lo adorarono, e del suo nome la loro fratria denominarono (67). Se non che maggiori dubbiezze sorgono sul nome di Partenope, che alcuni patrii scrittori, ragionevolmente discredendo la favola della Sirena, o volendo piuttosto richiamarla a verità istorica, l’attribuiscono, come è noto, a Partenope figlia di Eumelo re di Fera in Tessaglia (68); ma poiché questa genealogia non è fondata che sul nome di Eumelido ch'ebbe una delle nostre Fratrie, avrebbero forse fatto meglio di riferirla a Partenope di Samo, figlia di Anceo e di Santia, come scrisse uno degli antichi poeti genealogisti, Asio da Samo (69), perché avrebbero trovato almeno in costei un personaggio per certo men favoloso. A proposito di che è degno di osservazione che quell’Anceo figlio di Nettuno regnò su’ Lelegi, co’ quali molte relazioni, secondo Dionigi, ebbero i Pelasgi; per il che essi ancora furon quelli per avventura che i primi nominarono Partenope la città nostra. Nella quale opinione m’incontro con quella di un ch. critico, il quale vide nelle Sirene altrettante sacerdotesse che iniziavano ne’ misteri di Rea (70), perché Licofrone in fatti le nomina Curetidi (71), ed è già noto che i Cureti erano i ministri de' Cabiri di Samotracia, l’origine de' cui misteri si attribuisce concordemente dagli antichi a' Pelasgi (72).

Né meno di pelasgica origine è da riputarsi la città di Capua, della quale comunemente si ascrive la fondazione agli Etruschi. Perciocché, secondo un’antica tradizione conservataci dall'Etimologo Magno e da Servio, la fondò un Campo, principe che regnava in Epiro su i Caoni, e l’Epiro stesso fu detto Campania (73). Egli è vero che gli antichi sono pieni di tali origini, perché essendo loro mal noti i primi fondatori della città e le origini de' nomi de' popoli, di leggieri foggiavano nomi di principi e condottieri a quelli simiglianti; ma nella detta tradizione è rammentato l’Epiro, che già abbiam veduto abitato da' Pelasgi, ed inoltre essa ci guida ad un altro racconto, dal quale si raccoglie che intendevasi forse parlare di Capi, il quale ci addita similmente che Capua ebbe Pelasgi abitatori, comeché in un tempo posteriore a quello della grande emigrazione pelasgica, della quale abbiamo discorso. Essendoché su i confini del paese de' Feneati di Arcadia, Pelasgi. ancor essi, era una città di Caphyes, che volevasi fondata da Enea, e che prendeva il nome dal trojano Capys (74), dal quale, dice Servio, i Caphyati o Capuani si denominarono (75); ed in conferma di questa origine è da notare una rassomiglianza di culto tra le due città, per essere stata Diana divinità comune a' Caphyati di Arcadia ed a quelli d’Italia, ossia a' nostri antichi Campani o Capuani (76), essendo già noto il tempio di Diana Tifatina, il quale sorgeva sulla vetta occidentale del monte che sovrasta alla città di' Caserta. Ad ogni modo, se star vogliamo alla testimonianza di Dionigi, dopo le prime e più antiche colonie degli Enotri, de' Pelasgi e di Evandro, un’altra ne giunse in Italia condotta da Ercole di altri Greci, tra i quali furono i Feneati di Arcadia, che stabili? si dovettero nella Campania, e, come appresso vedremo, anche in una delle regioni che poi furono della Magna Grecia.

Ma per passar oltre a rintracciare altre città di origine pelasgica, la vicinanza di Larissa abitata da' Pelasgi con una città di Cime o Cuma (77) detta Friconide (78), mi la sospettare che Pelasgi ancora fossero stati i primi fondatori di Cuma nella Campania, dove edificarono primamente Larissa. La vicinità di Cime con Larissa persuaderebbe già questa origine, se non vi fosse una precisa testimonianza di un antico, dalla quale apprendiamo che Cime fu fondata da' Tessali (79), che abbiam già detto essere Pelasgi. E però facilmente mi persuado che la colonia de' Calcidesi, la quale vuoisi la prima fondatrice di Cuma, non dové trovarvi il luogo voto affatto di abitatori, si perché Pelasgi per avventura innanzi ai tempi omerici si erano colà stabiliti, e si ancora perché lo stesso Omero facendo giugnere in que’ dintorni Ulisse, dice che vi trovò una città ed un popolo (80). E son di credere altresì che non senza ragione lo stesso poeta, ne’ luoghi d’intorno a Cuma avesse posto i popoli Cimmerii, le beate sedi de' giusti e il Neciomanteo di Aorno; perciocché in questo egli dové seguire le prische tradizioni, non meno che le popolari credenze del luogo che, a nostro giudizio, primi i Pelasgi vi recarono, e che avendo egli il primo cantate ne’ suoi versi, porse occasione ad altri poeti non meno che ad alcuni celebri artisti d’imitarlo (81). Nell'Epiro in fatti troviamo un promontorio detto Cimmerio, un luogo col nome di Aorno con una pestifera esalazione, ed il fiume Acheronte che scorreva dal lago o dalla palude Acherusia (82); e però non cosi di leggieri neghiam fede alla tradizione serbataci da Plinio, dell'essere stato presso l’Averno l'Oppido cimmerio (83), come vi fu e v'è tuttavia la palude Acherusia, luoghi tutti che debbono, a quel che a me sembra, il lor nome a gente pelasga venutavi dall’Epiro.

Ma uscendo della Campania, dove non possiamo per conghiettura ravvisare pelasgici stabilimenti oltre i già divisati, ma dove assai più esser ve ne dovettero per 1amenità di questa regione, passeremo a dire di quelli che furono nella Lucania, dove aiutati da simiglianti induzioni rintracceremo altre città parimente di origine pelasgica. E senza dire di Pandosia, città rammentata da Teopompo e da altri in questa contrada, e celebre nella nostra antica storia per la morte ch’ivi presso v’incontrò re Alessandro di Epiro (84), la quale fu fede un tempo de' re Enotri, Pelasgi anch'essi, e già distrutta molto innanzi a' tempi di Plinio (85), nella Lucania fu similmente il fiume Acheronte o Acherusio (86), come vi fu nell’Epiro, e dal quale impor si dovette il nome alla città di Acheruntia, che tuttavia sussiste col nome di Acerenza; perciocché ho per fermo con un antico che i fiumi dettero il nome alle città presso le quali scorrevano (87). Ed a questa ancora aggiugniamo Grumento, che dal suo nome un ch. critico stimò similmente di pelasgica fondazione (88), ed il cui nome primitivo sembra essere stato Κρυμύεις, onde la latina denominazione Grumentum, formata da Κρυμόεντος, come da Μαλοεις si fece Μαλοεντον e Maleventum. E sulle orme di questo celebre scrittore che ci porge tal conghiettura di leggieri ci persuadiamo che i Pelasgi non per altra cagione cosi la nominarono se non per la freddezza del di lei sito, come quella che in vero era posta sulle più alte e fredde montagne della Lucania; essendo già noto che i Greci dissero κρυμός il freddo. Ed anziché attribuire colle favolose tradizioni a Giasone l'edificazione del Tempio di Giunone Argiva posto dopo le foci del Silaro, secondo scrive Strabone (89), sarà al certo più sicuro attribuirlo a' Pelasgi; perciocché a Nuceria in fatti, città pelasgica, adoravasi Giunone (90), come ancora a Falerio, dove Dionigi d’Alicarnasso trovò nel culto della stessa Dea, non meno che in certe usanze, segni manifestissimi di gente pelasga (91); ed inoltre affermavasi da alcuni antichi che fondatori del tempio di Giunone in Samo fossero stati del pari gli Argonauti (92).

Dalla Lucania passar dovettero i Pelasgi nella prossima regione, che per le molte colonie greche che ne’ tempi storici vi si stanziarono pigliò il nome di Magna Grecia, in comparazione, conforme a noi sembra, delle altre che spicciolate qua e là si stabilirono nella Campania, e nelle isole adiacenti, non meno che nella Daunia e nella Salentina. È parso in fatti al Petit-Radel che da Butroto, città dell’Epiro, oggi Butrinto, sciogliessero i Pelasgi nel venire in Italia (93), e noi questa conghiettura confermiamo con una omonimia che troviamo nel fiume che scorreva presso la città di Locri (94), e che tuttavia conserva l’antico nome; il perché, per l’addotta autorità di Duri Samio, il quale molte città vuole denominate da' fiumi che loro scorrevano dappresso, crediamo ch'ivi i Pelasgi fondar dovettero una città col medesimo nome, la quale da quello de' nuovi coloni fu detta Locri, come il simile intervenne ad altre città, le quali per opera de' nuovi abitatori mutarono il lor nome antico con quello de' popoli che poscia le occuparono, ed avvenne soprattutto, come noi crediamo, ad una delle due colonie di questa medesima famosa città detta Malea (95), la quale essendo stata poscia occupata da' Brezii, mutò, a quel che sembra, il suo nome in quello di Mamerzio, dal dio Mameri, o Marte che quei popoli adoravano; essendoché le rovine di Mamerzio sono molto probabilmente da ricercare in un luogo detto La Mella (che sembra una corruzione di Malea), nelle vicinanze di Oppido, e della distrutta città di Locri (96). E crediamo altresì che l’altra colonia di Locri dallo stesso Tucidide rammentata col nome d’Itone, della quale fa pur menzione Stefano Bizantino (97), fu anche in origine fondata da' medesimi Pelasgi, poi accresciuta ed abitata da' Locresi; perciocché nella Tessaglia fu similmente una città di questo nome, la quale fu cosi denominata dalla copia del grano che il suo territorio produceva, e che Omero celebrò come madre feconda di bestiami (98). Ma che che voglia pensarsi di queste nostre conghietture, l’origine di Butroto ci sembra almanco più plausibile di quella messa in mezzo da un celebre critico, il quale ragionando del pari delle colonie pelasgiche in Italia, vide tra la città di Butroto di Epiro e Budruntum presso Bario quella simiglianza di nome (99) che non v'è; perciocché quando anche questa città della Peucezia si fosse detta Budruntum, e no ’l fu, perché si nominò anzi Butuntum, la medesimezza della denominazione de' due luoghi è manifestissima in quelli da noi rammentati, e la nostra conghiettura é meglio dimostrata dall'esistenza di una città d’Itone abitata da' Pelasgi nella Tessaglia, e da un’altra ancora nell'Epiro (100).

Metaponto ancora sembra essere stato occupato da Pelasgi, se ci è lecito ridurre a storia ciò che Diodoro favolosamente narra di Eolo e di Arne sua figliuola (101); ed è degno, di osservazione che il più antico nome di questa città, cioè Aliba, è omonimo a quello di un’altra città della Tracia (102), dalla quale è da credere, come appresso sarem per dire, che i Pelasgi fossero la prima volta passati nella Grecia.

Né forse c’inganniamo se crediamo doversi similmente a gente pelasga attribuire l’origine della città di Crotone nella stessa Magna Grecia; perché ivi infatti adoravasi Giunone (103), deità pelasgica, ed oltre che per la comunanza di origine vennero a' Crotoniati in tempi posteriori i Feneati di Arcadia, quando arrivarono a Capua, perciocché in fatti presso Fenea erano le sorgenti del Crati, e Pausania dice apertamente che da questo fiume pigliò nome quello della Brezia (104), apprendiamo da Dionigi di Alicarnasso, che l'ultima città a sopravvivere alla decadenza de' Pelasgi in Italia fu la famosa città di Crotone nell'Umbria, la quale, mutato poi nome ed 'abitatori, fu detta Cortona (105). Né sembra da dubitare che quest’ultima città fosse stata cosi denominata da' Pelasgi; perciocché nella Tessaglia, onde furono da Deucalione discacciati, alla foce del Peneo fu una città antichissima detta Γυρτων ο Γυρτωνη (106), in memoria della quale, come avvenne di Larissa nella Campania, sembra che nominata avessero quella che tolsero agli Umbri in Italia; né ci deve soffermare la lieve diversità de' nomi, perchè le lettere Г e K, come ancora l'Y e l'O, sono adoperate spesso l'una per l'altra, e la canina trasposizione è quasi a tutte le lingue familiare né ad altra città sapremmo riportare la tradizione di Teopompo, il quale dice che Ulisse abitò e mori in Gortinea città della Tirrenia, dopo che tornato in patria ebbe conosciuto la vita della non casta Penelope (107).

Alle già dette città di pelasgica origine, le quali furon poscia occupate da' Brezii, aggiunger ne possiamo un’altra, cioè Lampezia, perché nell’isola di Creta da' Pelasgi abitata fu una città detta Lampe (108), e comunque si voglia fondata da Agamennone, è già noto che le fondazioni delle città che a' Greci si attribuivano, non erano per lo più che accrescimenti per via di colonie delle primitive popolazioni. Ed aggiungasi che in Lesbo, similmente da' Pelasgi abitata, mostravasi il sepolcro di Lampeto figliuolo d’Iro (109), che fu per avventura uno di coloro che a' Pelasgi imperò, e dal quale la città pigliò il suo nome. La quale origine l’altra ci mostra similmente della città della Daunia che prese il nome di Argo-Ippio, o Argirippa, quando vi giunse la greca colonia che molti antichi scrivono ivi condotta da Diomede, ma che prima nominavasi Lampe, come quella dell'isola di Cretà, e come due altre di simil nome nell’Acarnania e nell’Argolide; la qual cosa non avvertendo il celebre Malocchi, dichiarò scorretto il luogo di Stefano Bizantino, ed affermò doversi leggere Αρπη (110); e però per le già dette cose a noi sembra doversi preferire la lezione di Lampetia a quella di Clampetia che leggesi in Pomponio Mela (111).

E prima di uscir della Magna Grecia diremmo ancora con Licofrone che Pelasgi similmente abitarono Terina, e presso il Memblete, se in questo poeta, come in altri ancora dopo di lui, il nome di Pelasgi non fosse adoperato in genere per Elleni; oltre che, siccome la pelasgica emigrazione molto tempo avvenne innanzi alla guerra trojana, Cassandra, della quale egli scrive i vaticinii rispetto ai Greci reduci da Troja, non poteva divinare che de' tempi posteriori all guerra trojana; onde abbiam voluto ciò ricordare perché altri non s’inganni su questa testimonianza dell’oscuro poeta.

Ma Pelasgi ancora stabilir si dovettero nella Japigia, se ci è lecito conghietturarlo da una tradizione di Virgilio, il quale dice che Enea depositò un vaso di bronzo nel tempio di Giunone, grande divinità de' Pelasgi d’Argo, ch’era nel paese de' Salentini, sul quale leggevasi il nome di questo principe trojano (112); e sia vera o no la venuta di Enea in Italia, questa tradizione non potevasi accreditare senza intime relazioni tra lui ed i Pelasgi d’Arcadia, e senza che Pelasgi non si fossero stabiliti fin dalla loro prima emigrazione nella mentovata regione. E in fatti Enea, secondo altre tradizioni, giunto nel Lazio, vi fu ricevuto dalle antiche colonie arcadiche e pelasgiche, che riconobbero in lui un principe nato dal loro padre comune, dal grande Atlante, che regnò su i Pelasgi (113).

Che se dalle nostre regioni facciam passaggio alla prossima Sicilia, raccoglieremo similmente dadi’ uniformità di nomenclatura di luoghi disparati e distanti un’altra pruova de' graduati stabilimenti de' Pelasgi in quest'isola, comunque affermar non possiamo con sicurezza a quali abbiansi ad attribuire, se a quelli che vennero sotto il nome di Enotri, il cui passaggio in Italia precedette quello de' Pelasgi della Tessaglia, o a questi Pelasgi medesimi. E prima di ogni altro popolo tra i più antichi abitatori della Trina cria si presentano i Ciclopi, che tennero i dintorni dell’Etna ed il paese de' Leontini (114), e di cui ve ne furono del pari nell’Asia minore, nella Tracia (115) e nel Peloponneso, dove le mura innalzarono di Tirinto (116) e di Micene argiva (117), i quali come i Cabiri di Lenno, di Samotracia e della Macedonia (il nome stesso dinotava gli dei e i loro adoratori), penetravano colla lampada sulla fronte nelle profondità della terra per cavarne i metalli; il che porse occasione a' poeti di farli monocoli e ministri di Vulcano nelle fucine dell'Etna per fabbricare i fulmini a Giove. E si guardi ad un altro mitico racconto, nel. quale sembra simboleggiata la colonizzazione degl'industriosi Pelasgi, dir voglio la favola di Dedalo, che fuggendo la collera di Minosse, da Creta (città pelasgica) si rifugia nella Sicilia, ove è accolto e protetto. I Pelasgi, come Prometeo, inventore delle arti, furono per ogni dove perseguitati e domi dalle razze guerriere che gl'inschiavirono.

Strabone inoltre tra i popoli della parte settentrionale de' monti che formaron poscia l’alta Macedonia conta gli Elimioti (118), ed altrove rammenta Elimeia città di questa contrada (119); e Stefano Bizantino ricordò gli Egestei quale antico nome de' Tesproti (120). Che la Tesprozia, prossima alla Caonia, fu come questa abitata da' Pelasgi, lo abbiam sopra veduto; e quanto agli Elimioti, non si può nemmen porre in dubbio che fossero di razza pelasgica, perché Stra bone nominò Pelasgi i popoli dell'Epiro (121), e la notizia soggiunta da questo geografo, che la città di Elimeia volevasi cosi nominata da Elima re de' Tirreni, è un’altra pruova che fosser Pelasgi, perciocché egli è manifesto per altre testimonianze, che Tirreni e Pelasgi non furono ch'uno e medesimo popolo. Il perché a questi Elimioti ed Egestei, anziché a' favolosi compagni di Enea immaginati da' poeti, attribuiremo con più di verità la fondazione di Elima e di Egesta nella Sicilia, tuttoché del resto la tradizione del passaggio del principe trojano nell'isola si riannoda ad un’altra emigrazione, similmente pelasgica, ma posteriore.

E seguitando a rintracciare altri luoghi nella Sicilia, non li troveremo meno denominati ed occupati da gente pelasgica. Pelagonia fu in fatti una contrada della Macedonia superiore detta Tripolite dalle tre città che vi erano, abitate da' Pelasgi (122), e Pelagonia fu una regione di quest'isola (123). Perga fu un monte della Tirennia tessala presso la città di Gortinia, ove dicevasi essere stato sepolto Ulisse (124), e Pergus fu un luogo soprannominato l'umbilico della Sicilia, presso il quale i poeti finsero di aver Plutone rapita Proserpina (125). Petra fu nella Tessaglia un luogo consecrato a Nettuno Petreo, da' Tessali venerato (126), e Petra fu similmente una città dell'Isola, il cui nome fu riferito a Nettuno padre di Polifemo (127); altra pruova che stranieri l'avessero edificata, e che i Ciclopi furon Pelasgi. Nella Tessaglia ancora furono un monte ed una città col nome di Pelio (128), e Pelia fu detta l’isola sulla costa della Sicilia presso il promontorio Drepano, ora di Trapani. Che se consideriamo in fine l’antico nome di Tessaglia essere stato ne’ più vecchi tempi. Eolia, come scrive Diòdoro Siculo (129), a' primi Pelasgi inclineremo di attribuire il nome e l'occupazione delle isole eolie; ed è degno di osservazione che parlando Palefato di queste isole le nominò isole de' Tirreni (130), per la comunanza di origine, come abbiam già accennato, di questi popoli co’ Pelasgi.

Impadronitisi i Pelasgi, continua Dionigi, delle ampie e belle contrade dell'Italia, ne ebbero por le città: poi fondandone altre ancor essi, crebbero presto e molto in forze, in ricchezze ed altri beni (131). Ma lunga stagione non godettero della loro prosperità. Essendo essi nella loro maggior floridezza, furono sbattuti dall'ira de' celesti, e quali ne perirono per divine calamità, quali pe’ barbari confinanti: eia parte più grande ne fa dispersa fra i barbari, o di bel nuovo tra i Greci. Pochi ne sopravanzarono per cura degli Aborigeni; ma il più di essi, colti da mali e da morti frequenti più dell’usato, ridotti a penuria d’ogni cosa, perché la siccità intristiva la terra, e guastandosi financo i parti delle bestie e delle donne, si levarono dall'Italia, ed andarono errando per la Grecia, ed anco tra i barbari. Erano ancora non pochi espulsi dagli avversarii; e cosi la gente pelasga errò dispersa in molte contrade (132). I Pelasgi che non perirono, né si disgiunsero per fare colonie, si rimasero, pochi di molti, con gli Aborigeni, sotto le leggi de' luoghi ne’ quali si lasciavano, ed in cui col volger degli anni, i posteri loro fondarono Roma (133).

Queste cose racconta lo storico d’Alicamasso sulla decadenza e dispersione de' Pelasgi in Italia, e innanzi che oltre procediamo col nostro discorso, qui sia detto per passo, come a questa prima origine della città eterna da essolui, o meglio da' più antichi Scrittori, da' quali ne attinse la tradizione, attribuita a' discendenti de' Pelasgi, non si sono gran fatto fermati i moderni, ed alla quale consente ancora la tradizione conservataci da Plutarco, il quale scrive che secondo alcuni. antichi i Pelasgi dopo essere andati vagando per la maggior parte del mondo, ed aver soggiogata la maggior parte degli uomini, si unirono ad abitare nel luogo, dove dal loro valore nell'armi diedero il nome alla città di Roma (134); perciocché non significò altro ai Greci che fortezza o valore; il qual nome veggiam poi tradotto in quello di Valentia, nome sacro della città, che non era lecito pronunziare senza pagarne il fio colla vita, come infatti lo pagò il tribuno della plebe Valerio Sorano (135). E forse non tanto dal loro valore nell’armi in generale quanto dall’avere i Pelasgi vinti e scacciati i Siculi, che quel luogo abitavano prima della loro venuta, quel nome imposero alla città di cui s’impadronirono. Ad ogni modo, che che di ciò voglia dirsi, questa origine ci sembra non lontana dal vero, anziché le altre veramente favolose rammentate dagli antichi, le quali altra ragione non hanno che l’esser foggiate, secondo l’uso dell’antichità, su nomi di eroi od eroine, o altri simili personaggi eroici e. favolosi (136).

Ma per tornare onde ci siam dipartiti, Dionigi d’Alicarnasso afferma che l’epoca nella, quale cominciarono a decadere i Pelasgi fu quasi nella seconda generazione innanzi la guerra troiana, tuttoché durando anche dipoi si ridussero alla fine ad un gruppo di gente. E salvo la città di Cortona nell’Umbria, perirono tutte le rimanenti de' Pelasgi.

E seguita a raccontare che varii poi furono e molti che occuparono le sedi abbandonate da' Pelasgi secondo che 'ciascuno vi confinava; ma le migliori e le più si rimasero pe’ Tirreni (137). Ma a noi sembra che a troppo remoti tempi lo storico d’Alicarnasso riporta questa decadenza de' Pelasgi, se pur non vogliasi pretendere così antica la potenza de' Tirreni in Italia; perché dovettero rimaner Pelasgi nelle contrade dove le. greche colonie molto dopo la guerra di Troja si stabilirono, se troviamo rammentato da un antico che i coloni delle terre nominavansi Pelasgi dagl’Italioti (138). Che se i Tirreni occuparono le contrade dell’Italia superiore abbandonate da' Pelasgi e al proprio dominio vi sottomisero quelli che vi sopravanzarono, la loro soggezione nelle contrade della Magna Grecia dovette avvenire in tempi molto posteriori. Ivi potettero seguitare a fiorire in certo modo fino all'arrivo delle colonie elleniche; ma quando queste divennero possenti, e lo furono in breve tempo, ceder dovettero alla lor signoria, coltivando loro i campi in qualità come di vassalli, conforme dall'addotta testimonianza di Stefano Bizantino è manifesto, il quale la condizione di questi Pelasgi paragona a quella degli Eloti in Lacedemone, de' Gimnesii in Argo, de' Corinefori in Sicione, e degli Dmoiti in Creta, schiavi tutti addetti alla gleba, come i villici del medio evo. E però Pelasgi Cicerone nominò i villici (139), ed Apollonio disse pelasgico il pungolo, col quale Taratore sprona i buoi alla fatica (140). Non v'ha dubbio del resto che nelle greche colonie della Magna Grecia vi fossero stati schiavi coltivatori delle terre, perciocché chiaramente lo apprendiamo da Timeo, il quale parlando de' Sibariti, dice che prendevano una volta l'anno per debito del tributo, che pagar dovevano le città soggette al loro dominio, un determinato numero di uomini, che dovevano servire nella coltura de' campi (141); ne’ quali senza dilungarci forse gran fatto dal vero veder dobbiamo i soggiogati Pelasgi, comunque alla. sorte comune forse dovettero soggiacere anche in buona parte i più antichi abitatori. Ed a proposito di ciò, non siamo molto alieni dal credere col Niebuhr, che nei Brezii, pastori de' Lucani, che a questo popolo si ribellano per costituirsi in libera cittadinanza, non fossero tramischiati molli Pelasgi (142).

Non però di meno a molte migliaia d’individui toccò una sorte migliore; perciocché si accordò il dritto di cittadinanza ad una moltitudine di abitanti (143), e ciò solamente può spiegare come a Sibari ed a Crotone si vide riempire di cittadini una muraglia tale che una piccola parte del suo ricinto sarebbe bastata a' discendenti de' primi coloni: la maggior parie adunque di questi plebei esser dovettero particolarmente Pelasgi. Tuttoché adunque la storia non dica quando propriamente avvenisse la schiavitù generale de' Pelasgi in Italia, dobbiam credere che ciò sia avvenuto quando in essa prevalsero le greche colonie, cioè nella grande potenza di Sibari e Crotone, allorché fondavano colonie sul mare inferiore, come nella Grecia avvenne quando similmente prevalsero le popolazioni elleniche, le quali con ultimo sforzo abbatterono Troja, città pelasgica, colla cui caduta sembra chiudersi il periodo di questo gran popolo nella storia del mondo. La vittoria di Roma sul mondo ellenico fu certo la tarda vendetta de' Pelasgi. L’Eneide celebra questa vittoria. Il poeta della tirrena Mantova deplora la rovina di Troja, e canta il suo rinascimento nella fondazione di Roma, come Omero aveva celebrato nell'Iliade la vittoria degli Elleni e la caduta della grande città pelasgica (144).

Ma per passare a dire dell'origine di questo popolo misterioso, sulla quale non poco si è esercitata la critica de' moderni, e che lascerà senz’altro tuttavia agli eruditi d’istituire sempre nuove ricerche, furono i Pelasgi d’una sola e medesima origine? furono Greci o stranieri? Pelasgo fu egli nome di nazione, o persona?

Se creder vogliamo ai Greci ed a coloro che dalle greche tradizioni non si dipartono nel narrare i principi! de' Pelasgi-, niuno vi fu che innanzi ad Inaco avesse nella Grecia stabilito un reame, perciocché i re di Sicione, come finti nomi, sono stati ragionevolmente da' dotti rifiutati (145). Occupando Inaco il Peloponneso, e munito dalla natura del luogo, come. quello del quale altra entrata non v’era che per l’angusto istmo, si narra che per cinquant'anni avesse il primo regnato su gli Argivi, tre secoli avanti che Cecrope regnasse nell'Attica (146). Figlio di lui fu Feroneo, al cui tempo Aezio, e dopo di lui Licaone suo figliuolo, regnarono i primi in Arcadia (147). Feroneo generò Niobe dalla quale e da Giove nacque Pelasgo (148). Il quale congiunto a Dejanira figlia di Licaone (149), successegli nel regno di Arcadia, e la regione che prima da Aezio e Licaone, Aezia e Licaonia addimandavasi, con tutto il Peloponneso dal suo nome nominò Pelasgia, e Pelasgi gli abitatori, nomi che durarono per trecent'inni in sino a Danao, il quale similmente dal suo nome li nominò Danai (150). E dicono che ai tempi di Pelasgo gli abitatori della regione di gole radici ed erbe si pascevano, e ch’egli il primo introducesse l’uso delle ghiande, di cui gli Ar. cadi anche dipoi trovato il grano lunga stagione proseguirono a fare il proprio alimento (151). Non avevano dimore stabili; non alcuna terra coltivavano; erano cacciatori e pastori; ma loro regione, frammezzata com’era da bracci di mare e da. monti, non consentiva la grande vita pastorale degli Sciti, de' Tartari e degli Arabi, né la formazione di grandi società. Tutti gli animali domestici non conoscevano; il cavallo fu ad essi recato per mare, e s’ebbe come un dono di Nettuno: non conoscendo alcuna coltura, l’introduzione fra loro delle tre grandi coltivazioni del. frumento, dell'olivo e della vite che a Cerere, a Minerva ed a Bacco si attribuirono, altro non. dimostrano sotto il lor velo mitologico che il progresso dovuto a gente straniera che in mezzo ad essi si stabili. Niuna di queste tre colture conoscevasi in Grecia al tempo d’Inaco; tutte le arti domestiche v'erano del pari ignorate, e gli uomini non si vestivano che delle pelli degli animali, di cui s’erano pasciuti.

Or se favolosa non è questa tradizione, egli è manifesto che questo stato de' Pelasgi fu affatto inferiore. a quello di tutti gli abitanti dell'Asia, di tutti i Negri dell'Africa, i quali le arti praticano e l’agricoltura, di tutti i popoli pastori di queste due parti del mondo, a cui l’agricoltura viene interdetta dalla condizione del paese, 'ma che non pertanto sonosi di molto avanzati nella società civile; è inferiore altresì alla condizione de' popoli cacciatori dell’America, i quali conoscono almanco il mais ed il pomo di terra, e che fabbricano qualche stoffe, ed appena comparar si potrebbe allo stato de' selvaggi dell'Austrolasia.

Cosi stando queste cose, veggiamo che mai hanno pensato i moderni circa l’origine de' Pelasgi il cui rom: par che dinoti in genere tutto il periodo anteriore agli Elleni. Osservò bene il Larcher, esser molto da meravigliare che il Bochart, il quale vedeva Fenicii dappertutto, non abbia fatto venire i Pelasgi dalla Fenicia (152): pur vi fu chi sostenne simile opinione, cioè il Reinesio, il quale nella sua dissertazione sulla lingua punica (Ιστορουμένα linguae punicae cap. II, S. 14 e 15.) pretende che i Fenicii avendo popolato anticamente l’isola di Tafo, di là passarono nell’Attica, dove presero il nome di Pelasgi. Che avessero i Fenicii popolato quest'isola non è dubbio, perché si raccoglie da Erodoto; ma che occupando l’Attica pigliassero per testimonianza di Dionigi d'Alicarnasso e Cuciano il nome di Pelasgi, è un errore, perché questi scrittori no ’l dicono; e però questa opinione non merita alcuna fede, oltre che è apertamente contraria alla cronologia, essendoché i Pelasgi prima de' Fenicii ottennero il dominio del mare (153),. ed allo stato primitivo di questo popolo, stato di barbarie assoluta, nel quale non erano sicuramente i Fenicii allorché stabilivano colonie. E poiché inoltre le testimonianze più numerose e più degne di fede presso gli antichi si accordano a fare de' Pelasgi un popolo di origine europea, cade similmente ancora l’opinione di molti scrittori patrii, i quali pretesero che appartenessero alla dispersione falegica (154); derivando il lor nome, sia da phaleg. (dispergere), sia da phelescheth-goi (Philistiin gens), o dichiarandoli apertamente per Fenicii (155). Il perché, se fosse meglio confermato dalla storia, crederemmo più verisimile il sentimento d’Isacco Newton, il quale tenne i Pelasgi per que’ nomadi che dominarono per alcun tempo l’Egitto, scrivendo nella sua Cronaca abbreviala di Europa da' tempi più remoti fine ad Alessandro Magno, che Misfragmutosi, il quale regnò dopo Mefra nell’alto Egitto nell’XI secolo avanti l’èra cristiana, fece senza posa la guerra a' Pastori, che costrinse a ritirarsi nella Palestina, nell’Idumea, nella Siria e nella Libia; onde poi sotto la condotta di Lelege, di Aezeo, d’Inaco, Pelasgo, Eolo, Cecrope ed altri condottieri si sparsero nella Grecia, la quale, come il resto dell'Europa, era abitata da' Cimmerii erranti, e dagli Sciti venuti dal ponto eussino (156).

Il Pinkerton pretese per contrario che fossero questi medesimi Sciti, dando per pruova della sua sentenza che πελαγιζειν vuol dire inondare: or avendo gli Sciti inondato la Grecia, dovettero addimandarsi Pelasgi (157). Valeva forse meglio, per sostenere una simile opinione, interpretare per lingua scitica la barbara lingua che, secondo Erodoto, parlavano i Pelasgi; e tuttoché per alcuni il gotico ed il greco sono un medesimo idioma, non si potrà mai credere che Pelasgi e Goti siano lo stesso popolo. E il pretendere inoltre che i Pelasgi fossero Sciti, perché Deucalione era figlio di Prometeo re di Scizia, è una puerilità da lasciarsi allo scoliaste di Apollodoro; opinione del resto contraddetta. dalla mitica tradizione, dalla quale si raccoglie che questo Deucalione scacciò, i Pelasgi di Grecia.

E proseguendo a dire di altre opinioni su questa oscura origine de' Pelasgi, il Bailly nelle sue lettere sull'Atlantide, della quale scrisse Platone nel Crizia, crede che fossero Iperborei, che Diodoro siculo pone verso il nord ed in un’isola del mar glaciale (158); e scrive cosi. «I Greci si dovettero tramutare d'uno in un altro luogo come tutte le nazioni del mondo; or perché non sarebbero stati vicini degl'Iperborei? Essi portavano in prima il nome di Pelasgi, e questi potrebbero aver preso il lor nome da un mare detto particolarmente Pelago, o il gran mare, di cui Platone parla nel ragionar dell'Attantide (159)». Ma questa origine, comunque aver possa qualche verisimiglianza, soprattutto per la tradizione conservataci dal mentovato filosofo, che alcune tavole in lingua iperborea contenenti le favole e le storie di que’ popoli vedevansi nell'isola di Delo, dove si risolse di porre la rimembranza dell'isola divina lasciata nell'Asia, è poi dedotta dal nome di Pelagi che non ebbero, perciocché si denominarono anzi Pelargi.

Ma poiché siamo intorno all'esame delle opinioni di coloro che dal nome di questi popoli voglion la loro origine derivare, vi è chi nega l’esistenza di un Pelasgo, dal quale il più de' Greci li volevano denominati, essendoché questo re non si è per avventura immaginato che dal nome della contrada, come Licaone, il quale vuoisi suo figlio, dalla Jicaonia, e simili, di cui moltiplicar si potrebbero gli esempi, pel noto costume degli antichi di personificare i nomi delle città e de' popoli; il che consentendo ad un dotto critico (160), meglio ci sembra fondata l'opinione di chi vuole (161) i Pelasgi o piuttosto Pelargi, così detti dall’esser venuti da' monti (πέλαι) nelle pianure (άργοι), spiegazione la quale ci sembra più ragionevole al certo di quella proposta da Mirsilo di Lesbo che, come abbiam detto, li voleva così nominati dall’andare erranti come le cicogne, e che ci pare confermata dal nome di molte città che furono nella Tessaglia, nell’Acaja e nella Macedonia, e nelle quali s’incontra il tema comune di Pele. Questa opinione del resto ci conduce, come vedremo, al sentimento di coloro i quali stimano che i Pelasgi fossero Traci. I poeti in fatti chiamano la Tracia una contrada selvaggia, e la rappresentano con colori ch'escludono ogni idea di civiltà, di sapere e di scienza (162). E però barbare molto esser, dovettero le prime popolazioni che da questa contrada passarono nella Grecia, conforme appunto la tradizione rammenta il primo periodo de' Pelasgi; né ciò deve meravigliare, perciocché la provvidenza pose nell'umanità il germe di un progresso continuo, del quale è destinata a cogliere i preziosi frutti dopo lungo volger di età, di fatiche e di stenti.

Né voglio trasandare un’altra opinione, secondo la. quale dagli Asgi, Abasgi o Lasgi vuolsi derivato il nome di Pelasgi. Erano que’ popoli tribù di Cimmerii, abitanti tra il Ponto, la Meotide e il mar Caspio; e che di là si fossero in Grecia tramutati vuoisi dimostrarlo dall’avere essi avuto nelle loro spedizioni assai spesso a compagni i Cauconi, tribù cimmeria non meno de' Lasgi. La posizione presso il Caucaso di quelle nazioni, dice chi avventura questa opinione (163), e la certezza in cui per tanti monumenti noi siamo, che il settentrione dell'Asia anticamente ebbe climi più propizii de' presenti, e i rivolgimenti colà seguiti, fanno presumere, che ivi fosse stata coltura, e più facilmente che altrove gli uomini si preservassero dai grandi cataclismi. Ecco come ne' tempi in cui la Grecia e i paesi adiacenti uscivano appena da' diluvii di Ogige e Deucalione, forse fuggendo da simili catastrofi vennero fuori i Cimmerii e i Pelasgi, costeggiando e formando stabilimenti, mercé la superiorità che avevano possedendo arti e lettere su gli avanzi di que’ popoli periti in que’ disastri. I Greci dissero pelago il mare profondò e tempestoso; poterono dunque chiamare Pelasgi gli uomini venuti dal mare: ed in confermazione di quanto afferma il citato scrittore, ricorda, che come alle foci del Po stabilironsi Pelasgi, alquanto oltre presero sede gli Heneti (Veneti), originari! di un paese sulle coste dell'Asia, non molto distante da' Lasgi su mentovati. E col detto autore si accorda un ch. critico quanto all’origine del nome de Pelasgi, deducendolo da Πεγασγηγαγῶς, onde per contrazione Πελασγὼς, chi venendo per mare s’avvicinò alla terra; e generalmente interpretando tal denominazione per ignoti stranieri arrivati in Grecia, stima di ravvisare in costoro Fenicii ed Egizii, de' quali ci fu gran movimento, egli dice, dopo la colonia di Enotro (164). Ma oltre che gli Enotri sono pur essi Pelasgi, abbiamo già innanzi osservato con Euschio che i Fenicii ottennero il dominio del mare dopo i Pelasgi, e però è manifesto che non si abbiano a confondere con essi.

Da ultimo un patrio scrittore negando affatto questa venuta de' Pelasgi in Italia, vuole anzi che dall’Italia fossero passati nella Grecia; né deve ciò maravigliare, perché egli anziché negare i Pelasgi, negava la storia (165). Finalmente il Dupuis volle piuttosto che fossero Etiopi, e si studiò dimostrarlo, oltre dalle precise testimonianze di Esichio e Plinio, da' quali apprendiamo che l’isole di Lesbo e Samotracia portarono il nome di Pelasgia ed Etiopia (166), anche dal culto de' Pelasgi, il quale si riannoda a quello dell'alto Egitto e dell'Etiopia.

Il Larcher, senza sostituire a questa altra più probabile opinione, forte si leva contra questo sentimento, e noi senza andar più oltre in questa ricerca, comunque non crediamo che da una si fuggevole autorità si possa cavare l’origine enimmatica di questo popolo, non neghiamo che una qualche colonia di Etiopi fosse giunta in tempi remotissimi in quelle isole, ed abbia comunicato a' Pelasgi la propria civiltà e religione; perciocché non può negarsi che molte relazioni ne’ remotissimi tempi vi siano state, le quali mostrano il progresso della civiltà dall’India all’Etiopia ed all’Egitto., e dall’Egitto alla Grecia ed all’Italia. Né queste relazioni si dimostrano da certe analogie d’idiomi, d’arti, e di religioni, ma da precise testimonianze di antichi scrittori. E infatti, oltre alla testimonianza positiva di Eusebio (167), altri passi più decisivi si trovano in Filostrato ed in Nonno (168) rispetto al passaggio d'una colonia indiana nell'Africa, riferita ancora storicamente da Sincelio (169).

E per quello che riguarda la lingua che i Pelasgi parlavano, Erodoto, tuttoché avesse udito quelli che tuttavia al suo tempo sussistevano, nulla seppe con sicurezza affermare; disse nondimeno che parlavano barbaro idioma (170). Ed al padre della storia pare che acconsenta parimente Platone, dove dice che gli Ateniesi parlavano ne' più remoti tempi una lingua barbara (171). Or questa barbara lingua si dovrà intendere per noi un idioma affetto diverso dal greco, oppur tale che avesse con esso qualche affinità ed analogia? Omero chiama i Cani di barbara favella, senza che fossero stati barbari, e solo perché, giusta la sentenza di Strabone, usavano una maniera di parlare mescolata di greche voci, ma rozza ed impedita (172); ed un moderno inglese, col quale si accorda anche il Prideaux pretende che i Pelasgi parlassero eolico, e che questo fosse il più antico dialetto di Grecia (173); il che può esser probabile, perché in fotti Strabone dice che primieramente i Pelasgi si mescolarono in Tessaglia con gli Eolii (174); e perché inoltre, come a me sembra, i Pelasgi Sono scambiati con gli Eolii in una tradizione conservataci da Vellejo Patercolo, e ch'egli attinse sena' altro da altro più antico scrittore; dove dice che questi ultimi popoli, ne’ tempi delle più antiche emigrazioni, dopo lunghi ed infiniti errori, occuparono terre illustri, e diedero nascimento alle fomose città di Smirne, Cime, Larissa, Mirine, Mitilene, e ad alcune altre dell’isola di Lesbo (175). E veramente chi non riconosce in questi lunghi ed infiniti errori degli Eolii il carattere delle pelasgiche emigrazioni, e nelle dette città, tranne Smirne, della cui origine mancano le più remote rimembranze, i pelasgici stabilimenti, secondo ciò che più sopra abbiam ricordato? Perciocché Cime tenevasi già da' Pelasgi fin dopo i tempi della guerra trojana; Larissa è senza più città pelasgica, e per tali si debbono altresì riconoscere Mirina e Mitilene, perché la prima fu in Lenno, e l’altra in Lesbo, isole occupate un tempo da Pelasgi.

Ma per tornare là donde ci dipartimmo, è parso ad un altro critico moderno, che la lingua pelasgica era diversa ri da quella de' Greci, ma in relazione con essa, presso a poco come quella degli Afgani e de' Persiani (176). Forse dunque l’idioma pelasgico servi di base al greco, come all'etrusco ed al latino, per la connessione soprattutto di quest’ultimo idioma col dialetto eolica (177), e perché, seconde il Lanzi si avvisa (178), esser non ci poteva essenziale differenza tra l'etrusco ed il greco. Ed anche il Muller, non senza buone ragioni, si avvisa che l’epiteto di barbarofoni da Erodoto applicato a' Pelasgi, ad altro non accenni che ad un particolare dialetto; e la sua spiegazione sostiene con un altro passo dello storico, il quale applica a certi dialetti ionici la medesima espressione con cui condannò il linguaggio de' Pelasgi. Ad ogni modo, oltreché sarebbe tuttavia assai dubbioso se le popolazioni a cui si riferisce, fossero veramente ed originariamente pelasgiche, con un dotto e spiritoso scrittore inglese osserviamo, che a persuaderci che nel pelasgico idioma fossero almanco gli elementi del greco concorrono le seguenti ragioni; 1.° perché negli stati da' Pelasgi primamente abitati, come l'Arcadia e l'Attica, e d'onde non furono 'espulsi da altre tribù, il linguaggio apparisce non meno greco di quello delle contrade d'onde i Pelasgi furono espulsi prestissimo; 2.° perché gli Elleni, piccola popolazione che lentamente progredì, se giunsero a soggiogare, non per ciò estirparono i vinti Pelasgi. Or nelle conquiste de' pochi che fra i molti si stabiliscono, continuando l’idioma de' più, quello de' pochi può influirvi, arricchirlo, alterarlo, non distruggerlo (179); e come inoltre Pelasgi ed Elleni si sarebbero intesi nella lega amfizionica, della quale tre sole tribù erano elleniche, le restanti pelasgiche, se non fosse stata una grande affinità tra i loro linguaggi?

Or non potendomi io in tanta discrepanza di opinioni usurparmi autorità di giudizio, facilmente mi accosto al sentimento di coloro che veggono nell’attiva ed intelligente tribù, de' Pelasgi un ramo della grande famiglia trace, sparsa in prima nell’Asia minore, e quindi in tutto il mezzodì dell’Europa (180). E mollo probabile in fatti che dalla Tracia, abitata, come dice Erodoto, dalla più grande di tutte le nazioni (181), si fossero sparse le barbare tribù che portaron poscia il nome di Pelasgi, e soprattutto dalle falde dell’Emo, che sembra aver dato il nome all'Emonia, come si nominò ne’ più vecchi tempi la Tessaglia (182), dove abbiam ravvisate le più antiche sedi de' Pelasgi. E in questi Traci o Pelasgi son forse da ravvisare i Borigoni di Licofrone (183), perché non si assegna altra ragione della denominazione dell'Emo, che dal nome di Emo figlio di Borea (184), confondendo egli cosi i nostri Aborigeni co’ Pelasgi, come Dionigi d’Alicarnasso li confonde con gli Enotri. Ed oltre che Strabone chiaramente afferma un’emigrazione di Traci nell’Attica condotta da Eumolpo, nel. dire come i barbari abitarono anticamente l’Eliade, non trascura di rammentare che i Pelasgi e i Lelegi, i Driopi e i Cauconi, popoli al certo di una comune generazione, si divisero il paese dentro e fuori l’istmo, e che i Traci, gl’Illirii e gli Epiroti erano ancor più vicini anticamente che non ne’ tempi posteriori dell'Eliade (185). E questa vicinanza de' barbari co’ popoli che abitarono la Grecia, e quelli soprattutto che occupavano paesi aspri e montuosi, che si comprendevano nella indeterminata e comune denominazione di Traci, sembra che meglio spieghi l’origine del nome di Pelasgi, quanto a dire vicini; essendoché i più antichi abitatori del paese, innanzi che vi giungessero gli altri, che poi furon detti Pelasgi, vedendosi assaliti da gente straniera, non sapendo con qual nome chiamarli, li nominaron Pelasgi, cioè vicini.

Or sarebbe da dire qual religione, quali arti, quali istituzioni e quale civiltà in genere avessero i Pelasgi ai più vecchi abitatori dalle nostre contrade arrecate; ma per non fare soverchiamente lunga questa scrittura, rimettendo ad altro miglior tempo questa per certo malagevole trattazione, or pognamo fine alle cose che abbiam potuto discorrere co’ lumi della storia e congetturando circa questi popoli stanziatisi nel nostro paese. E convien contentarsi di conghietture quando la storia poco o nulla afferma di positivo su ciò che siam bramosi di sapere; il perché conchiudo che nel tesoro delle induzioni erudite ve ne potranno essere delle più fine, ma delle più sicure, non crederei.

NICOLA CORCIA

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NOTE

(1) Strab. VI, pag. 339.

(2) Polyb. VIII, pag. 538.

(3) V. Mem. dì Calcutta, t. IX, p. 82.

(4) Strab. V, p. 221.

(5) Ephor. ap. Strab. 1. c.

(6) NEstath. Ilias. II, v. 840.

(7) Dupuis, Sur les Pelages, Mém. de l'Acad. d'Inscriptions et Belles Lettres, t. II, p. 50.

(8) Dupuis, Mém. cit., t. II, p. 44 — 116, e t. III, p. 37 — 151. — Larcher, Chronologie d’Herodote, t. VII della trad. di questo storico, pag. 215 — 277. — Niebuhr, Hist. Rom. p. 25 — 60, ed. Bruxelles.

(9) Questa regione, che da essi prese il nome di Pelasgia o Pelasgide (Steph. Βyz. ν. Πελασγια. - Pausan., Arcad. p. 459. - Nic. Damasc. Excerpt. p. 494) innanzi alla loro venuta nominavasi Drimode (Plin. Hist. nat. IV, 10. p. 242), quanto a dire selvosa o boscosa.

(10) Strab. V, p. 221.

(11) Menecrat. Περι κτίσεων ap. Strab. XIII, p. 621.

(12) Plin. III, 25, p. 195. Asiae gens Liburnorum iungitur, usque ad flumen Titium. Pars eius fuere Mentores, Hymani, Enchelae, Bani, et quos Callimachus Peucetias appellat.

(13) Dionys. Perieg., v. 301.

(14) Steph. Byz. ν. Αμβρακια.

(15) Schol. Apollon. I, v. 1218 ap. Dupuis, Mém. cit.

(16) Dionys. Halic. p. 22. — Pausati. Attic. p. 26.

(17) Schol. in Dionys. Perieg. v. 420.

(18) Justin. VII, 1.

(19) Dionys. Halic. p. 14.

(20) Thucyd. IV, c. 109. — Pomp. Mela II, 2.

(21) Strab. V, p. 221. — Eustath. Odvss. XIX, V. 177.

(22) Pausan). Arcati, p. 280.

(23) Dionys. Halic. p. 14

(24) Shph. Byz. v. Po. — Amm. Marceli. XVII, 7.

(25) Strab. V, p. 221. — Plin. V, 39. — Enstath. ad Dionys. Perieg. v. 349 e 535.

(26) Herodot. Terpsic. c. 26.

(27) Steph. Byz. v. Irra.

(28) Dionys. Halic. p. 12.

(29) Strab. XIII, p. 621. — Eustath. ad Dionys. v. 533. — Eustath. Hat. XIX, v. 3a6. — Eustath. ad Dionys. v. 349, etc.,

(30) Scymn. Ch. Perieg. v. 221. Πελασγοί.... οἱ Πρότερον κατοικίσαν τις ἐκ της Ελλάδος. – Plin. III, 9, p. 89. Latium antiquum.... tenuere… Aborigines, Pelasgi; — A Silaro regio tertia.... Tenuerunt eam Pelasgi, Oemotri.7)

(31) Ryck. De prim. Ital. colon. ad calc. Holsten. Notae et castigat. in Steph. Byz., p. 412.

(32) Dionys. Halic. Rom. I, 10.

(33) V. Cluverio hai. antiq. p. 85

(34) Dionys. Halic. I, 6 u.

(35) Philist. Syrac. ap. Dionys. Balie. I, 13.

(36) Dionys. Balie. I, 1.

(37) Plin. III, 8. p. 82. — Etruria est ab omne Macra; ipsa mutatisaepe nominibus, timbroinde exegere antiquitus Pelasgi,

(38) Plin. III, 9, p. 89. — Latium antiquum.,.. tenuere alti aliis temporibus Aborigines, Pelasgi Arcadcs, Siculi, Aurunci, Rutuli. Anche qui Plinio pone i Pelasgi prima degli Arcadi; ma senza ordine cronologico indica gli altri popoli che tennero questa contrada; perciocché per le cose sopra discorse, i Siculi e gli Aurunci furono per le testimonianze di Dionigi d'Alicarnasso anteriori a' Pelasgi.

(39) Dionys. Balie. 1, 12.

(40) Plin. III, io, p. 109. — A Silare regio tertia, et ager Lucanus Brutiusque incipit: nec ibi rara incolarum mutatione. Tenuerunt eam Pelasgi, Ocnotri, Itali, Morgetes, Siculi, Graeciae maxime populi: novissime Lucani, — Che i Siculi avessero tenuto la Lucania si raccoglie ancora da Stefano Bizantino, il quale sulle memorie degli antichi scrittori da lui seguite, alcune città di questa regione, allorché giungendo sino allo stretto siciliano, non era stata ancor divisa dalla Brezia, dice appartenere alla Sicilia, come Metauro e Tropea.

(41) Dionis. loc. sup. cit,

(42) Strab. V, p. 247.

(43) Conon. ap. Serv. od, En. VII, 738.

(44) Niebuhr, Hist. Rom. ed. Paris, t. V, p. 370.

(45) Rigin. ap. Macrob. Satura, V, 18.

(46) Steph. Byz. v. Πελιννα. — Questo medesimo scrittore rammenta ancora Peletronio monte della Tessaglia, dove fu una città del medesimo nome; Pele, due città della medesima ragione; Fella, città della Macedonia, della Tessaglia, dell’Acaja, e Pellene o Pettina, città similmente dell’Acaja; le quali essendo state tutte in regioni da' Pelasgi abitate, confermano per la simiglianza del tema l'origine pelasgica del nome di Pelinni o Peligni,

(47) Creuzer, Religions de l'antiquité, t. II, p. 403.

(48) Plin. III, 16. p. 154. Hirpinorum colonia una Beneventum, auspicatius mutato nomine, quae quondam appellata Maleventum.

(49) Procop. De bell. goth. 1, 15.

(50) Salmas. Exercit. plin. p. 86.

(51) De Vita, Antiq. benev. Diss. I, p. 15.

(52) Hellanic. ap. Steph. ν. Μαλοεις: Απολλων εν Λεσβω και ο τόποςτε τερου Μαλοεις.

(53) Oro Tebano diceva che le Telete (τελεταί) erano grandi feste accompagnate da misteriose cerimonie, ed il grammatico Timeo, ed un antico lessicografo spiegano τελεταί per cerimonie e sacrifizi misteriosi (Etym. Magn. ν. Τελεταί, col. 751. – Tim. Lex. Plat. p. 251). Fu questa la vera significazione di tal voce, la quale non pertanto si adoperò ad indicare i misteri in generale, e talvolta le feste e i sacrifizii.

(54) Dionys. Halic. I, 12.

(55) Pellegrino, Campania, Disc. II, p. 459.

(56) Steph. Byz. v. Νουκρια.

(57) Tacit. Ann. IV, 67. Capreasque Thelcbois habitatas fama tradit.

(58) Apollodor. Bibl. III, 8.

(59) Steph. Byz. ν. Τηλεβοίς.

(60) Alexandra, v. 717.

(61) Steph. Byz. v. Φαληρον.

(62) Steph. Βyz. v. Φαλαρα ο Φαλώρη.

(63) Solin. VIII. Quis ignorat, condita esse, Agyllam a Pelasgis.… a Phalerio argivo, Phalerios?

(64) Diog. Laërt. De Musaeo. — Tutte queste denominazioni di luoghi disparati rendono vana a mio credere la derivazione del nome del porto di Atene detto Falereo, da quello di Falero (Pausan. II, 1.)

(65) Furono di questa opinione l'Olstenio (Not. et castigat. in Steph. Byz. p. 340), Camillo Pellegrino (Apparato alle antichità di Capua II, 4,) Lasena (Ginnas. napolet. VI, 4) ed altri nostri scrittori.

(66) Delle antiche colonie venute in Napoli, vol. I, p. 160 e segg.

(67) Ignarra, De Phratriis, p. 119.

(68) Domizio Calderino (ad Ovid. Met. VII, v. 39o) seguito da molti patrii scrittori, sembra il più antico autore di questa opinione; ma il Lasena scrive che Stazio nominò Napoli Eumelide, perchè Apollonio disse ευμελιης Falero.

(69) Pausan. Acaic. c. IV.

(70) Gargiulli, Le Sirene. v. nota 7. al canto II, p. 49.

(71) Lycophr. Alexandr., v. 671.

(72) Herodot. Euterp. 51.

(73) Etym. magn. s. v. Κάμπος. — Serv. ad En. III, v. 334.

(74) Dionys. Halic. I, 39.

(75) Serv. ad Æn. X, v. 145.

(76) Pausan. Arcad. p. 254. — Heliac. I, p. 159.

(77) Strab. XIII, p. 621.

(78) Id. ibid. — Herodot. Clio, 149.

(79) Ο' δὲ Θησεις ην των την Κυμην κτισαντων εν τοις πρωτοις Θεσσαλών, απο Ευμηλο το Αδμητα. κ. τ. λ. Aucl. Vit. Hom. infin. Herodot. p. 748.

(80) Homer. Odyss. XI, v. 14. Κιμμερίων ἀνδρών δμμος τε πόλις τε.

(81) Il più felice imitatore di Omero fu in questo Virgilio, ed a chi non è noto il suo famoso episodio nel VI della sua Eneide? Silio Italico similmente lo imitò quando fa discendere Scipione all'inferno (Punicor. XIII, v. 801 — 803). A questi due poeti è da aggiungere Ovidio (Metamorph. XIII, v. 5 — 122) e Quinto Smirneo (Posthomer. V, v. 198 e 199), i quali trattarono il medesimo soggetto. E gli antichi rammentano ancora la Miniade sulla morte di Melcagro, il poema intitolato Il ritorno dall'inferno, attribuito ad Augia di Trezene o ad Eumolpo di Corinto (Bibl. Graec. t. I, p. 384), un poema di Archiloco, есс. — E quanto agli artisti, vedevasi a Delfo un gran quadro, sul quale Polignoto di Tafo aveva rappresentato Ulisse che ritorna dall'inferno per consultar l'anima del divo Tiresia (Pausan. Phoc. c. 28 — 31); ed è soprattutto degna di memoria la tavola di Nicia di Atene sul soggetto medesimo, che doveva avere grandissimo pregio, se Attalo re di Pergamo gliene offri 60 talenti, ch'egli generosamente ricusò per farne dono alla patria (Plin. XXXV, 40.)

(82) Strab. VII, p. 324. Plin. IV, 1. — Steph. Βyz. v. Αόρνος.

(83) Plin. III, 9. p. 95. Lacus Lucrinus et Avernus, juxta quem Cimmerium oppidum quondam.

(84) Teopomp. ap. Plin. III, 15 p. 147. — Strab. V, p. 256. — Suidas, ν. Τόνον. — Liv. VIII, 24.

(85) Plin. IV, 1, 218. Locus Pandosia.

(86) Liv. loc. cit. — Hesich. ν. Πανδοσία.

(87) Duris ap. Steph. Bys. v. Ακραγαντες.

(88) Niebuhr, Op. cit. t. I, p. 46, nota 148.

(89) Strab. VI, in princ.

(90) Plin. Hist. nat. XVI, 32.

(91) Dionys. Halic. Antiq. Rom. I, 12.

(92) Pausan. Acaic. c. IV.

(93) Bullet. archéol. t. I.

(94) Liv. XXIX, 7.

(95) Thucyd. III 1, 5.

(96) Grimaldi, Annali del R. di Nap. t. I, p. 154.

(97) Steph. Byz. v. Irov.

(98) Homer. Il. II, v. 696: Ιτωνα τε μηδερα μηλον.

(99) Raoul — Rochette, Hist. des établiss. etc. t. I, p. 231 nota.

(100) Steph. Byz. l. c.

(101) Diodor. Sic. Bibl. IV, p. 188 segg.

(102) Steph. Byz. ν. Μεταποντιον.

(103) Dionys. Perieg. v. 373.

(104) Pausan. Arcad. p. 250.

(105) Dionys. Halic. Antiq. rom. I, 17.

(106) Herodot. Clio, 57. — Mela, II, 3.

(107) Theopomp. ap. Tzetze, in Lycophr., v. 806.

(108) Steph. Byz. ν. Λαμπη.

(109) Id., ν. Λαμπετιων.

(110) Diatr. I, cap. 5. ad Tab. Heracl.

(111) De situ Orbis, II, 4.

(112) Dionys. Halic. Antiq. Rom. p. 41.

(113) Id. ibib. p. 49.

(114) Strab. I, p. 20.

(115) Auct. περι ταυμασ. ακουσματ.

(116) Pausan. Corinth. XXV.

(117) Id. Acaic. XXV.

(118) Strab. IX, p. 434.

(119) Id. VII, p. 326. — Cf. Steph. Byz. s. v.

(120) Steph. Byz. v. Αιγεσταιοε.

(121) Strab. V, p. 221.

(122) Strab. VII, p. 326. — Ptolem. III, 13.

(123) Steph. Byz. v. Πελαγονία..

(124) Lycopr. Alexandr. v. 805.

(125) Ovid. Metamorph. V, v. 385 e segg.

(126) Scholiast. Pind. Pyth. Od. IV, v. 246.

(127) Plin. III, 8. — Ptolem. III, 4.

(128) Virg. Georg. I, v. 281. — Horat, lib. III. Od. 4. — Omero novera i Tessali fra gli abitatori di Pelio nel catalogo de' popoli concorsi all'impresa di Troja.

(129) Diodor. Sic. Bibl. IV, 24.

(130) Hist. incredib. n. 21.

(131) Dionys. Halic. Antiq. Rom. I, 14.

(132) Id. I, 21.

(133) Id. I, 14 e 15.

(134) Plutarch. in Romul. in princip.

(135) Plin. III, 9. — Serv. ad Georg. I, v. 499. — Plutarch. Quaest. Probl. 60.

(136) Si possono leggere in Dionigi d'Alicarnasso e Plutarco le favolose origini di Roma, riportate ad eroi od eroine, ed immaginate dal nome della città medesima.

(137) Dionys. Halic. Antiq. rom. I, 17.

(138) Steph. Byz. v. Χιος.

(139) Cic. de Finib. II, 4.

(140) Argonaut. III. v. 1322.

(141) Timaeus ap. Athen. Deipnsoph. XII, 6.

(142) Hist. Rom. I, pag. 57.

(143) Id. ibid. pag. 56.

(144) Michelet, Hist. Rom. t. I, p. 180, ed. Bruxelles.

(145) Joh. Marsham; Salamas. De lingua hellenist. p. II, c. 1, ed altri cit. da Prideaux, Marmora Oxoniensia, not. hist. p. 128. I. IV.

(146) Euseb. Chron. — Pausan. Arcad. — Apollodor. Bibl. — Herodot. I.

(147) Pausan. ibid. — Apollodor. ibid. Dionys. Halic. Antiq. Rom. Euseb. ibid.

(148) Dionys. ibid. Pausan. VII. — Apollodor. ibid. — Diodor. Sic. Nonnus Dionys. XXXII, v. 1237. — Scholiast. ad Stat. Theb. IV.

(149) Dionys. lib. I.

(150) Pausan. Dionys. Apollodor. ibid. — Eustath. in Dionys. Perieg. v. — Strab. V, p. 221.

(151) Pausan. VIII in princ.

(152) Larcher, Chronologie sur Herodote, t. VII della trad, di questo storico, p. 216.

(153) Euseb. Chron. p. 315 ed. Maio.

(154) Mazocchi, Táo. Heracl. cap. II, sect. 1. — Vargas — Macciucca, I Fenicii primi abitatori di Napoli, p. 303 — 311. — Lupoli, In mutil. vet. Corfin. inscript. p. 71 — 76.

(155) Attellis, Princip. della civilizz. de' selvaggi d'Italia, t. I, art. 6, p. 221 — 348.

(156) Newton, Chronologie, des anciens royaumes corrigée, p. 10.

(157) Pinkerton, Abrégé de geographie. etc.

(158) Diodor. Sic. Bibl. II, 13.

(159) Bailly, Lettres sur l'Atlantide, p. 359.

(160) Rabaud de St. Etienne, Mém. de l'Acad. des Inscript. et belles lettres.

(161) Wachsmuth, Hellenische alterthumskunde, t. I. p. 23, ap. Allmayer, Précis d' Hist. anc. p. 145, nota 4.

(162) Androtion. ap. Ælian. Var. Hist.

(163) Compagnoni, Trad. di Diodoro, t. II, p. 420, nota.

(164) Ciampi, not. 13 al lib. VII di Pausania.

(165) Melchiorre Delfico. De' Pelasgi, App. al discorso prel. Dell'ant. numism. della città di Atri. E noto il suo libro sull'incertezza della storia.

(166) Hesych. v. Ethiop. — Plin. V., 39.

(167) Chron. Num. 402.

(168) Philostr. Vit. Apollon. Tyan. III, 20. — Nonnus, Dionys.

(169) Syncell, Chronograph. p. 120, ed. Venet. Αίθισπες ἀπότοῦ Ινδού ποταμού ἀναστάντες πρὸς τὴ Αἰγύπτω ώκησαν. Æthiopes, ab Indo fluvio profecti, supra Ægyptum.

(170) Herodot. 1, 57.

(171) Plat. nel Cratilo, p. agaa, ed. Francof. 1602.

(172) Strab. XII, с. 7.

(173) H. Marsh, Horae pelasgicae, cit, dal Mustoxidi, Erodot. t. I, p. 159.

(174) Strab. V, p. 221.

(175) Vellej. Pat. 1. 4.

(176) Niebuhr, Hist. Rom. t. VI, p. 179, ed. Paris.

(177) V. i Prolegemoni di Scheid all'Etymologicon linguae grecae del Lenep.

(178) Lanzi, Saggio di lingua etrusca.

(179) Bulwer, Athens, its rise andfall, in princ.

(180) Freret, Observ. gen. sur l'orig. etc. des premiers habit. de la Grece; Oeuvres, t. I, p. 267 e seg. — Schlosser, Hist. univ. de l'antiq., t. 1, p. 371. — Eichhoff, Parallèle des langues de l'Europe et de l'Inde, p. 24.

(181) Terpsic. inprinc. Θρηίκων δὲ έθνος μέγιστον εστι πάντων ἀνθρώπων.

(182) Steph. Byz. ν. Αἰμονία.

(183) Lycophr. Alexandr. v. 1254.

(184) Steph. Byz. ν. Αιμος.

(185) Strab. VII, p. 321.


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

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