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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

DELL’ORIGINE DI ROMA

MEMORIA

LETTA NELLA TORNATA DEL 6 FEBBRAIO 1877, E NELLE SEGUENTI

DA

NICOLA CORCIA

SOCIO ORDINARIO DELL’ACC. DI ARCHEOLOGIA LETTERE E BELLE ARTI

NAPOLI

STAMPERIA DELLA REGIA UNIVERSITÀ

1879

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MEMORIA LETTA NELLA TORNATA DEL 6 FEBBRAIO 1877

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Nec ulli nato post mille saecula praccludetur

occasio aliquid adhuc adjiciendi.

SENECA, Epist. 64.

Che co’ più nobili studii, sopratutto da' principii del nostro secolo, siasi cercato di rischiarare le origini di Roma, è notissimo a' pochi, che sapendo alienarsi da tutto che più incalza il più degli uomini,

Di là da cui non è a che si aspiri,

si rivolgono al passato, e nelle contemplazioni della storia si compiacciono più che nelle troppo volgari aspirazioni del presente. Ma non ostante le molte e ingegnose spiegazioni, qualche dotto è forse tuttavia all’opera mentre scrivo, e se non crede venire alla soluzione ultima del problema, si sforza almeno con nuove indagini altramente persuadersi, cd alzando qualche lembo ancora piegato del velo che ricopre l’antichità primitiva, contribuire come può a rischiarare ciò che bene non sappiamo, e che ad ogni costo vogliamo conoscere. Ma qual cosa conosciamo spesso nell’oscurità de' fatti antichissimi, se non che le idee proprie, o le combinazioni della nostra mente, se qualche cosa non ritroviamo, che pensiamo sì, ma che è fuori delle nostre contemplazioni? Le contraddizioni in ogni modo e le dubbiezze, come in molte altre cose, la mente assalgono anche in questa di cui ragionare mi propongo, e le negano la pace innocente della giusta e placida contemplazione del vero. Perocché, se vi è per esempio la tradizione confermata da' riti religiosi che i Pelasgi furono a Roma, per non trovarsi di fabbricazione pelasgica la Roma quadrata de' tempi posteriori, si è non è guari dubitato dell’arrivo de' Pelasgi sul Tevere. Cluverio tentava il primo di spiegare la leggenda favolosa della nascita de' gemelli, che ha pure il riscontro in alcune altre origini simili narrate dagli Arcadi, e si credo tuttavia alla favola di Romolo e Remo. Si spiegano i nomi de' supposti re di Alba, si trova o si suppone l’autore di quella favolosa dinastia, ed in Alba si crede ancora la metropoli di Roma. Vi sono nomi greci e forestieri di alcune città del Lazio, e dell’origine per lo più greca degli Aborigeni Latini tuttavia si dubita e dell’origine trojana di Alba. Molti nomi geografici ci attestano le fondazioni arcadiche in più luoghi dell’Italia, e si nega fede alla tradizione trasmessaci da' più antichi storici Romani e da Dionigi d’Alicarnasso sull’arrivo a Roma delle greche colonie, che volevansi condotte da Evandro e da Ercole. Si narra la fuga di Giano dalla Perrebia della Tessaglia, ed Ovidio sosteneva il culto di Giano come proprio dell’Italia. Le città di Ravenna, Tarquinia, ed Agilla si dicono fondate da' Tessali, e per una fondazione simile sul Tevere non si ticn conto del più antico nome del Quirinale, né di una curiosa genealogia che bene accenna alla parte ch’ebbero i Tessali alla popolazione primitiva de' sette colli. Gli antichi dicevano la lingua latina simile al dialetto eolico, e senza riflettersi gran fatto agli Eolii, ed alle origini ad essi relative, o gli stessi Eolii si veggono ne’ Sicoli, che sono più antichi e diversi, o si dicono i Latini un ramo degli Arii o Sciti della Media, nel Lazio arrivati prima de' Pelasgi o delle primitive colonie greche. Chi attribuisce le origini a' Siculi e a' Liguri, chi a' Pelasgi, chi a' Tirreni o Etruschi, e chi anche a' Sabini, senza accordarsi sullo origini moltiplici, che davano luogo a tutte questo diverse opinioni e sistemi. Non una, ma più fondazioni vi furono certamente presso del Tevere, e v’è chi viene e dice che Roma fu fondata dal popolo de' Latini, senza dirci chi questi Latini si fossero, e da quali altri popoli propagati colle più antiche emigrazioni de' Greci in Italia. Altre contraddizioni potrei aggiungere, ma le già riferite sono sufficienti a mostrare che non ostante la grande ricchezza degli studii e delle dotte spiegazioni, l’incertezza domina tuttavia per queste spiegazioni medesime, e l’enigma ed il problema non sono ancora sciolti. Benché in tanta lontananza di tempi e di origini a nessuno è certamente concesso di rischiarar pienamente le tenebre del passato, se la tradizione non si riconosce e si spiega co’ mezzi che danno la ragione e le stesse testimonianze degli antichi, pure ciascuno si è avventurato coll’opinione propria, e in tanta diversità e discrepanza di opinioni è proprio il caso di dire con Protagora: L'uomo è la misura di tutte le cose. Ma se la diversità delle misure ci dà ragione della discordanza delle opinioni, alcune esser possono più giuste delle altre, perché al fatto più corrispondono, o più vi si accostano. Nella filosofia, come nella storia, e in tutte le altre scienze, l’opinione migliore le altre esclude, le quali co’ fatti bene investigati non si accordano, che sono il vero che studiare si conviene; e con ciò escludendosi ancora la formola del sofista di Abdera anche nello studio della storia e delle origini, si darà invece ragione all’altra, che solo della retta e giusta investigazione del fatto fuori della contemplazione propria può l’uomo applaudirsi. Tal principio, per ciò che riguarda il subbietto in quistione, mi metteva nella necessità di tutte riandare le diverse opinioni degli antichi non meno che de' moderni critici, onde tutte esaminandole nelle loro relazioni co’ fatti, cioè col vero, tentare la spiegazione eclettica o complessiva a così dire; e l’escursione in somma pertanto tradizioni e spiegazioni sarà utile a vedere come in una cosa sì incerta e sì oscura come tante altre, qualche opinione o spiegazione vi può essere, la quale alle altre può prevalere, e come tutte pel vero combattendo vinte esser debbono da quella che più consentanea a' fatti e contraria all’arbitrio delle opinioni più probabile si presenta per bandire i dubbii e l’incertezza. Dal Cluverio a Forchammer (1623-1868) l’origine di Roma è stata spesso l’oggetto delle più laboriose e dotte ricerche, le quali coll’ingegno penetrante e induttivo di Niebuhr da' primi anni di questo secolo han dato luogo alle spiegazioni migliori, e pel più adequato indirizzo della investigazione sarà d’uopo il conoscerle, perché col confronto delle più importanti sarà agevole il riflettere a quale possiamo con più di verosimiglianza attenerci. Anche per un altro scopo sull’origine di Roma è da ritornare, per quello d’una meno dubbia conoscenza de' più antichi popoli d’Italia, i quali a Roma quasi tutti si raggruppavano, o se ne diramavano; e nella diversità delle opinioni circa le origini ad essi relative sarà utile far ritorno alla quistione per bandire le ultronee o false attribuzioni, o lo scetticismo.

Al principio della sua Storia di Roma Ampère ha detto: La storia si e scritta, ma si ritornerà sempre a scriverla; perché l’ideale storico, come quello dell’arte e della poesia, non sarà mai raggiunto del tutto. Pur sembra che non dovrebbe esser così; perché essendo i fatti conosciuti, si potrebbe scrivere una storia ultima e diffinitiva. Ma i fatti non sono la storia, perché ne sono appena l’involucro, come il marmo lo è della statua; e come lo scultore la statua deve cavare dal marmo che l’avviluppa, così lo storico deve far sorgere da' fatti la forma e la vita. Chi conoscesse tutte le cause degli avvenimenti, chi penetrar potesse nel carattere degli uomini e nello spirito de' tempi, chi scoprir sapesse la concatenazione di queste cause, rianimare gli uomini, far rivivere i tempi, sarebbe in istato di scrivere una storia diffinitiva; ma egli non sarebbe un uomo, però che avendo un'acutezza d’ingegno ed una potestà di risorgimento senza limiti, sarebbe più tosto un nume. La perspicacia degli uomini e la potestà di risorgimento han pure i loro confini; e da ciò risulta che nessuno può comprendere un tempo, e del tutto rianimarlo; ognuno da un sol lato penetra nel passato, ognuno porta la sua luce in questo abisso che avrà sempre le sue tenebre, e concorre a questa interpretazione de' secoli, che non sarà da nessuno portata a termine 1)». Queste cose mi sembrano ben dette per l’ideale storico e per la storia in generale, ma non pe’ fatti che non sono la storia; perché se la storia narra i fatti, e questi per essere naturalmente avanti di ogni narrazione, ne differiscono, se i fatti sono da una parte indipendenti dalla storia, questa ne dipende dall’altra, ed è quasi tutt’uno con essi, come la statua è tutt'uno col marmo; così che se la storia è quasi obbiettiva, e più tale diviene allorché essendo stata da altri trattata, qualche fatto si è messo in più chiara luce, se senza i fatti la storia ideale non può farsi, quanto più la storia ideale è subbiettiva, perché ciascuno vi ha messo l’opera ed il pensiero proprio, tanto più dal vero si allontana, che ne’ fatti consiste, i quali sopra tutto ritrovare dobbiamo e studiare, per l’ideale costruire con tutti gli accessorii, i quali se ad una tradizione mancano, sono da un’altra tradizione, o da un altro racconto suggeriti. E quello che più o meno dico con Ampère, e con la persuasione propria, avviene della storia primitiva di Roma, della quale di ragionare or mi propongo, e voi, Ch. Colleghi, che tante volte benevoli mi siete stati col vostro compatimento, non disgradirete, come spero, il mio saggio d’interpretazione fra le tante investigazioni simili, più facile parendomi di trattarne dopo che tanti dotti i fatti più o meno studiando tramandati dalle tradizioni, questi fatti più che l’ideale storico hanno messo in evidenza, anzi che le ipotesi e le congetture. E benché le soluzioni sono tuttora diverse, e l’uno scrittore è in contraddizione coll’altro, certi punti vi sono tuttavolta, ne’ quali quasi tutti convengono, ed è da convenire, senza di che non si potrebbe venire a capo di niente affermarsi, novità dell'impegno sarà quella di accordarli, onde aggiungendo quel che manca oltre delle pruove a' fatti ed alle tradizioni, tentare di sciogliere ogni dubbio sulle origini greche di Roma, al che sopra tutto si ridurrà tutto il mio discorso. La curiosità e l’importanza del subbietto valgono la pena di ritornarvi, procurando sopra tutto di ritrovar la contropruova di ogni tradizione; e se nella investigazione delle cose ignote altro spesso conoscer non possiamo che lo stesso nostro pensiero applicato ad un passato oscuro e tenebroso, le induzioni ricavato da' fatti ci varranno almeno per accostarci al vero, e non è questo lieve profitto contro le favole e lo scetticismo. E se i dotti, che hanno la piena conoscenza di quanto si è scritto sulle romane origini, molte cose mi vedranno ripere in questo mio studio, nel quale tutto il già detto per quanto mi è stato possibile ho cercato di comprendere per rischiarare l’oscurità del problema, giovami dichiarare che

pe’ meno informati io scrivo, e per la stessa mia persuasione, per la quale senza nulla pretendere sull’altrui dottrina, verrò profittando delle cose dette da tutti per tentare di venire ad una conclusione, che più consentanea al vero si presenta fra tante opinioni diverse.

I

Tradizioni diverse sull'origine della città

Chi avesse il primo Roma fondata, in qual tempo, e per quali occasioni o vicende, sono tante e diverse le memorie degli antichi, che nella grande discrepanza delle testimonianze accrescendosi il dubbio la fede vacilla, ed incerto rimane il giudizio. Ad esaminare tanti e sì difformi racconti molti inclinar potrebbero allo scetticismo; ma la critica discerne il vero dal falso, le probabili dalle supposte narrazioni, e tutte ricordandole ho speranza di mostrare quanta parte vi avesse l’ipotesi, o la fantasia, anzi che l’ignoranza della tradizione, o delle più semplici credenze de' popoli.

Tra' Greci, e da' Greci cominciar dobbiamo, perché furono i primi a scriver dj Roma, Cefalone di Gergite nella Troade 2), scrittore antichissimo e degno di fede, come è detto da Dionigi 3), narrando le cose di Troja 4) diceva la città fondata nella seconda generazione da quelli che con Enea ne scamparono, e l’origine ne attribuì a Remo, duce della colonia, ed uno de' figli di Enea, il quale quattro n’ebbe, Ascanio, Eurilconte, Romolo e Remo 5). Se nella Frigia furono un fiume ed un lago co’ nomi di Ascanio, alle cui sponde fu poi fondata la città di Nicca, ed una contrada anche vi fu detta Ascania 6), ed il lago Ascanio, dal quale nasceva il fiume, oltre di altri nomi ebbe quello di Leontodama 7) perché i leoni domati sono dalle acque de' laghi e delle paludi, a cui accorrono per dissetarvisi, sì fatto nome spiega gli altri due, che sono tutt’uno,cioè quello del lago, e si vede che favolosi sono almeno i due primi figli che ad Enea si attribuivano; e che secondo tale tradizione sostenuta pure da Demagora di Samo 8), ed Agatillo Arcade, questo poeta 9), l’altro poeta o storico 10), la fondazione della città precederebbe di 400 anni almeno quella che a Romolo si attribuiva più comunemente. Ma se dell'epoca è da tener conto, la quale poco più di 33 anni sarebbe posteriore a quella dell’arrivo del supposto Enea nel Lazio, non si conviene della persona del fondatore, perché Verrio Fiacco, il quale trascriveva il primo de' citati scrittori, riferiva che non il figliuolo, sì bene un compagno dell’eroe trojano, fondasse Roma, e le imponesse il proprio nome 11), morto essendo Enea nella Tracia, come lo stesso Cefalone scriveva ed Egesippo 12), antico storico del pari e ragguardevole, il quale scrisse di Pallene nel medesimo paese 13). E così gli storici che, come Clinia e Catone, dal nome di Roma s’immaginavano una donna così nominata, si pensavano che detta fosse da Rome figliuola di Telemaco, da Enea sposata, o pur da Rome sorella di Latino, nato da Ulisse e da Circe, il quale onorata ne avrebbe la memoria coll’imporne il nome alla città; ed altri ancora, o da una figlia di Evandro 14), o da una donna fatidica, la quale predicevagli di fermarsi con gli Arcadi alle sponde del Tevere 15). Più antica dunque de' tempi trojani sarebbe stata tale fondazione, perché a' Trojani nel Lazio precessero gli Epei ed i Feneati che volevansi condotti da Ercole, come questi preceduti furono dagli Arcadi guidati da Evandro.

Ma chi scrisse de' Sacerdoti di Argo, dice Dionigi, e de' fatti operati da ciascuno di essi, affermava per contrario che l’eroe stesso Trojano, venendo con Ulisse da' Molossi (dell’Epiro), la città fondò nominandola Roma da una delle schiave Trojane, la quale ormai stanca dal lungo errare qua e là senza trovare riposo, le compagne indusse a mandare in fiamme la flotta, come giunsero alla foce del Tevere 16). Anche Ellanico ricordava il passaggio di Enea dalla Tracia a' Molossii 17); e col detto scrittore accordavasi Damaste Sigieo, o di Sige o Sigeo nella Troade, di poco posteriore ad Erodoto 18), ed altri storici, de' quali Dionigi non riferisce i nomi, e che tale origine di Roma nelle loro opere perdute ricordavano del pari 19). Né altrimenti, seguendo antiche tradizioni, ne scrissero Aristotele e Plutarco; perché l’uno dice che ritornando alquanti Greci da Troja, sorpresi da fiera burrasca, erravano in più luoghi all’arbitrio de' venti finché giunsero nel Lazio: dove, allettati dalla regione, trassero a terra le navi, e l’inverno vi passarono, per far vela sul nascere della primavera; ma che bruciato per opera delle Trojane il naviglio, per tema di esser menate schiave se i Greci ripatriavano, per necessità presero stanza in quella spiaggia 20). E Plutarco, sulla testimonianza, come sembra, dello stesso Aristotele, narra che presa già Troja, quelli che ne fuggirono sospinti furono da' venti nella Tirrenia, e che approdarono alla foce del Tevere; dove essendo le loro donne costernato e perplesse, e non potendo più a lungo tollerare il mare, una di esse per nome Roma, e che di nobiltà e prudenza le altre superava, suggerì di mandar in fiamme le navi. Il che fatto, gli uomini in prima se ne adirarono; ma essendosi poi di necessità collocati intorno il Pallanzio, e riuscendo loro indi a poco le cose assai meglio che non aveano sperato, e fatta sperienza della fertilità del luogo, e bene accolti trovandosi da' vicini, oltre degli altri onori che fecero alla Roma, la città da lei nominarono, ch’era stata cagione che si edificasse 21). La medesima origine, il cui racconto sembra amplificato sulla testimonianza di Aristotele, alla città attribuiva Eraclide Lembo, vissuto al tempo di Tolomeo Filometore (180-146 a. C. 22). E Xenagora, di patria ed età sconosciute, scrittore di Cronache, e di un’opera sulle isole, che dicesi di conservarsi nella Biblioteca Vaticana 23), la fondazione della città attribuì a Remo, figlio di Ulisse e di Circe, il quale il proprio nome le impose, come gli altri due fratelli Anzia ed Ardea nello stesso Lazio edificarono, e da se denominarono le città così dette 24). Dionigi da Calcide, il quale scrisse delle fondazioni di città diverse, e che fiorì verso il 350 a. C. 25), anche Remo diceva di Roma fondatore, ma dichiara vaio figlio di Ascanio, o secondo altri, di Ematione 26), un compagno di Enea secondo Virgilio 27), ma figlio dell’Aurora e di Titono a detta di Esiodo 28), e spiegato quindi come attributo del Sole diurno, che il giorno riconduce (da ocro), senza ricorrersi ad altra etimologia, e senza quindi potersi credere ad una persona di sì fatto nome. E vi fu pure chi sostenne, seguita a dire Dionigi, che Remo nato fosse ad Italo figlio di Elettra, nata di Latino, genealogia non meno della prima favolosa, e da spiegarsi per quello che è, cioè pe’ nomi della città, dell’Italia e de' Latini messi in relazione con la dea lunare, come nell’altra il supposto compagno di Enea è messo in rapporto col Sole. E chi creder volesse al comico Apollodoro, autore AcW Euxenicle, o della Donna ospitale, la città udirebbe fondata e nominata da Romo, figlio di Enea e Lavinia, e fratello di Romolo, o Romillo 29), Ma secondo Alcimo Siculo, il quale scrisse delle cose italiche e sicole, fu fondata ed ebbe il nome da Romo, figlio di Alba, nato da Romolo, figlio di Enea 30), Né della fondazione della città meglio ci assicura la testimonianza di un Antigono,scrittore perduto come i precedenti di una storia d’Italia,il quale diceva che Romo, generato da Giove, fondò Roma sul Palatino 31).

Ma le testimonianze, o le opinioni abbondano, e tutte mi è forza di riferirle, onde persuadere chi mi legge, ch’esser deve opera della critica raggrupparle e classificarle, per persuadersi che facilmente s’immaginarono su diverse tradizioni, e come in alcune soltanto qualche indizio si serbava degli avvenimenti acni si riferivano. Alcuni affermano Roma, dice Plutarco, figlia d’Italo e di Leucaria 32), altri di Telefo e ad Enea sposata, ed altri ancora di Ascanio, che tal nome le impose; ed altri pure che la fondò Romano, di Ulisse figliuolo e di Circe; altri Pomo di Ematione, da Diomede speditovi da Troja; ed altri in fine quel Romo signor de' Latini, il quale scacciati uvea i Tirreni, dalla Tessaglia andati nella Lidia, e di là passati in Italia 33). Ed Eratostene di Roma voleva fondatore Romolo, figlio di Ascanio, di Enea nipote 34), il quale scemalo Nevio ed Ennio, fu anzi tiglio di una nipote dell’eroe troiano 35). Più distintamente tale origine riferiva lo storico Agatocle, autore di una storia di Cizico e di alcuni Comentarii 36). scrivendo che, mosso Enea dal vaticinio di Eleno, venne in Italia, dove seco menù la nipote, figlia di Ascanio; la quale, tostocliè della contrada s’impadronirono i Erigi, alla Fede consociò un tempio sul Palatino, su cui essendosi poi la città edificata, il nome le fu imposto di lei, che la prima il tempio eresse a quella dea 37). Ma Agatocle si contraddiceva, perché sulla fede di altri storici scriveva ch’Elica nella città INrecinzia fu sepolto presso il fiume Nolo, o a dir meglio nella Berecinzia contrada tra la Frigia e la Lidia, così detta dal lìcrecinto castello 38), e che quindi né Roma figlia di Ascanio, ne Enea venne in Italia, sì bene Romo, a sua detta uno degli Eneadi, il quale avendo la città edificata, le impose il proprio nome 39).

A tutti questi storici riguardava certamente Dionigi quando dopo di aver riferite le testimonianze de' primi, scriveva di aver più altri greci scrittori varii nell’assegnare chi diede l’origine alla città; ma per non parere prolisso, passava agli storici romani 40). E Servio dopo di avere rapportato tre sole diverse opinioni, cioè che la fondassero i Trojani con gli Aborigeni, come notava Sallustio, o che avuto avesse i principi! da Evandro, o da Romolo, opinioni vere, ma secondo la diversità de' tempi, scriveva: Si igitur tantae civitatis certa ratio non apparet, non mirum, si aliarum opinione dubitatur: unde nec commentatores varia dicentes, imperitiae condemnare clebemus: nam antiquitas ipsa creavit errorem: et plerique fundant, plerique augent, et ad se transferunt nomina: quam rem etiam non parvum errorem afferro manifestimi est 41). Benché Servio cosi scrivendo bene credesse agli accrescimenti successivi della città per opera di molti, non mi sembra nondimeno che la stessa antichità creò l'errore, o gli errori di attribuirsi a personaggi diversi l'origine di una città sì insigne, ma furono le supposizioni diverse degli storici che vi diedero luogo, perché pensandosi che nominata fosse da una donna, o da un uomo, fantasticavano a gara sulle persone immaginarie, delle quali ho riferito il lungo catalogo; e poiché Cefalone Gergizio fu il primo, a quel che sembra, a scrivere che il nome avesse da Remo, ciò bastò, perché altri, attenendosi al nome di Roma, dicessero in vece che l’ebbe da una donna, ed altri supposero un Ramo, o Romano, come ho detto. Che i Greci da' nomi delle città, de' popoli e delle regioni immaginarono i fondatori omonimi, è noto da tutta l’antica geografia, e dalle memorie che delle città greche ci serbavano Strabone, Pausania ed altri scrittori, logografi, storici, e poeti; e sebbene si possa facilmente credere che nelle età più antiche, come ne’ tempi storici, uomini e donne celebri, capi di tribù, principi o condottieri di colonie, o altri fondatori simili i propri nomi imponessero alle città che fondavano, o che accrescevano, e in qualunque modo miglioravano e ingrandivano, pure pel sentimento religioso più forte ne’ primi tempi, e da dire più tosto che si denominarono da' numi, o da' favolosi eroi archegeti, numi anch’essi, o epiteti di numi personificati, falsamente poi creduti uomini. Bastino per molte le colonie condotte p. c. da Antenore, e le fondazioni di città attribuite ad Oreste, ad Ulisse, a Diomede e simili, per non dubitare di questo fatto, il quale in tutta la storia delle colonie greche si vede sempre ripetuto. Se Partenope fonda la nostra città, e vi e sepolta, in un tempo abbastanza primitivo, nell’Asia minore è poi detta figlia di Ancco e di Samia, nata dal fiume Meandro 42). Siccome gli stessi pirati, o arditi navigatori dall'Acarnania e da Sanie nell’isola di Cefallenia si condussero nella Campania e nell’Asia Minore, nelle due regioni riprodussero il culto della Sirena che adoravano, nella guisa stessa che il nome di Same fu riprodotto a Samo, e a Samico nell’Elide 43), col culto di Dione in questa seconda città 44), ripetuto da quello della Dione. Dell’Epiro 45), e Samo fu detto figliuol di Tera, perché dall’isola di questo nome uscì una colonia che a Samo si condusse, dove dicevasi padre di Telemaco 46), il quale la patria primitiva de' coloni ricorda nell’Isola Cefallenia. Con fede incrollabile, o con metodo facili imo, i greci storici e geografi, per non dire i poeti più di tutti, i nomi de' popoli, delle città e delle regioni supposero derivati da fondatori omonimi, quando che provennero da circostanze diverse, dalle condizioni fisiche e locali, da' mili relativi, e da' nomi de' numi e de' loro attributi con cui vi furono. adorati. E non che i Greci errassero soltanto, o si dessero facilmente a credere a così fatte origini, ma che anche di tal credenza abusassero si vede dalle favolose opinioni sull’origine di limita già riferite. E non parcelle la stessa antichità creò l’errore, come dice, Servio, ma fu errore della maggior parte di non ricondursi nell’età più remota, alle prime memorie che del Lazio e della città rimanevano nelle pili antiche tradizioni, più tosto che abbandonarsi all'ipotesi, o al giudizio proprio. Tutte le addotte opinioni sull'origine di Roma si riferiscono al tempo meno antico comparativamente, a quello della colonia trojana, posteriore a quello degli Eolii e de' Tessali, come all’età degli Arcadi, de' Pelasgi e de' Sicoli; così che alle memorie che i tempi trojani precedono risalir dobbiamo per dire cose più probabili sulla prima origine della città e del suo nome, che dopo tanto volger di tempi e di vicende sussiste meravigliosamente.

II

Tradizioni meno favolose anteriori alla fondazione
della città attribuita a Romolo.

Primi ad abitare il Lazio e le sponde del Tevere dicevansi gli Aborigeni 47), de' quali la più strana idea ci faremmo, se con gli antichi storici romani li considerassimo come erranti, selvaggi, riparati ne’ monti nella grande calamità del diluvio, e senza leggi e costumi sino all’arrivo de' popoli, che volevansi condotti da Evandro e da Enea. Come mal nota ed oscura è la ragione del nome di Lazio, così ignoto è pure quello di Aborigeni, cioè non sa dirsi qual popolo si ascondesse sotto una denominazione sì generale ed astratta, e diverse essendo le congetture per ispiegarli, la più plausibile attribuzione all’uno ecl agli altri sarà quella che potrà meglio spiegarli tra la disparità delle opinioni e delle etimologie. Gli Javanidi, acni pensava T. Rick, sono troppo distanti da' tempi acuì la tradizione ci riporta circa gli Aborigeni, e anziché pe’ popoli d’Italia, sono più naturalmente spiegati pe’ giovani popoli dell’Eliade, la quale più vicina dell’Italia si trovava alle emigrazioni primitive. R. Rochette riproducendo l’opinione di Dionigi, negli Enotri dall’Italia inferiore passati nella Sabina vedeva gli Aborigeni, co’ quali a detta di Catone e Varrone, si collegavano i Pelasgi per discacciare i Sicoli de' sette colli, e Niebuhr critica tali storici e Dionigi, il quale anch’egli narrava quell’alleanza; così che gli sforzi de' Pelasgi come de' Sabini essendo stati contro de' Sicoli, questi si direbbero con più di verosimiglianza gli Aborigeni delle antiche tradizioni, e lo stesso Dionigi dice in fatti che i primi popoli, che siano ricordati tra quelli che Roma possedevano, o la contrada dove fu edificata, furono alcuni barbari, naturali di quelle terre, chiamati Sicoli, i quali ne possedevano ancora molte altre parti, di che diceva sopravanzare al suo tempo non pochi monumenti, né oscuri, e tra questi i nomi, tuttavia Sicoli, de' luoghi additavano che ne furono già domicilio. E Catone ricordava pure che la più gran parte della pianura de' Volsci era già stata in possesso degli Aborigeni 48), i quali o furono gli stessi Sicoli, o altri popoli, che per l’anteriorità degli altri conosciuti dalla tradizione e dalla storia, erano indicati con quel nome generale. I nomi greci delle città volsche, come il nome stesso di questo popolo, escludono l’ipotesi che stati fossero Sicoli, ch’erano detti barbari, e facendo propendere alla induzione che fossero perciò greci, alcune tradizioni, favolose nella guisa come erano tramandate, madie si trovano vere nella spiegazione, ci mostrano quali altri popoli dobbiamo ancora vedere negli Aborigeni, senza escludere i Sicoli. Se con Xenagora ho detto Remo fondatore di Roma e figlio di Ulisse e di Circe, anche agli Ausoni vicini de' Volsci si dà per fondatore un Ausone, al quale si attribuiva l’identica genealogia, simile a quella di Rome figlia di Evandro, o di Telemaco 49), e di Telegono fondatore di Agilla, detto pur figlio di Ulisse e di Circe 50). Telegono, o Teledamo,

detto anche figlio di Ulisse e di Calipso 51), volevasi fondatore di Tuscolo e Preneste 52), e quel che è più, qual padre d’Italo, che avuto avea da Penelope, a cui sposossi dopo la morte del padre sull’isola Eea, o di Circe 53). A voler con gli antichi tali narrazioni prendere alla lettera, facilmente si discredono; ma altrimente si dirà, se vi veggiamo la mitologia degli Eolii, trasportata nelle loro fondazioni; e senza tale mitologia approfondire, che molto lungi mi divagherebbe dal subbietto, in sì fatte tradizioni non si può disconoscere la presenza degli Eolii nelle marine del Lazio, e poi più dentro terra per le riferite fondazioni, tra le quali Roma si dirà tra le principali, perché oltre il già detto, la lingua latina è simile all’eolico dialetto. Anche gli Ausoni si spiegheranno per gli arditi (αὔσονες da αὔσω, audeo, ausus sum 54) navigatori Eolii, fondatori di Anzio e di Ardea 55), e forse anche di Terracina, o Trachina, come di Lipari 56) e delle molte città de' Volsci, il nome de' quali si spiega per la loro posizione tra le giuncaie delle paludi Pontine 57). I veri Aborigeni del Lazio sembrano dunque gli Eolii, più prossimi a' Romani per le dette tradizioni, che non furono i Sicoli, co’ quali senza verosimiglianza sono stati detti tutt'uno da un dotto archeologo 58). L’opinione che gli Aborigeni del Lazio fossero un tralcio de' Liguri, non è tanto inverosimile perche, come diceva Dionigi, non sapevasene la patria, se l’Italia, o la Gallia 59), quanto perché, sapendosi bene che furono stranieri all’Italia, l’un popolo fu diverso dall’altro, ma vale almeno per mostrarci che i Liguri in parte occuparono qualcuno de' sette colli, il che si conferma colla tradizione riferita da Feste, di averli i Sacrani, o i giovani Sabelli di Reale, in una delle lor sacre primavere, espulsi dal Settimonzio insieme co’ Sicoli 60), i quali lo stesso Dionigi riconosceva come abitatori primitivi della città, che poi dominò i mari e la terra, e che fu patria a' Romani 61). E sebbene Servio in un luogo dice che i Sicani scacciati furono dagli Aborigeni, in un altro che il furono da' Liguri, i quali poi espulsi furono da’ Sacrani, seguiva nondimeno la tradizione stessa, tuttoché confusamente la ripetesse, massime quando soggiunge che gli stessi Sacrani furono scacciati dagli Aborigeni 62). In questo solo la tradizione di Servio da quella di Feste differisce, che i Sacrani dice partiti da Areica 63) anziché da Reale,che si appartenne a' Sabini. Servio, o la tradizione da lui riferita, confonder poteva co’ Sacrani de' Sabini i Pelasgi, che nelle loro sventure si consecrarono a' Cabiri, e una lor primavera pur dedicarono agl’iddii, come dice Dionigi, e senza distinguere l’una impresa dall’altra si narrò in una sola; ma se le due versioni attribuiamo a tempi e popoli diversi, facilmente le crederemo, perché prima i Pelasgi avrebbero espulsi i Sicoli, e poi gli Aborigeni Eolii avrebber fatto lo stesso a' Liguri; il che si accorderebbe altresì con le due origini attribuito ad Ai-dea, l’una cioè che riportavasi ad uno de' figli di Ulisse e di Circe 64), cioè agli Eolii, e l’altra più antica, che ripctevasi da Danae 65), cioè dagli Argivi Pelasgi, i quali vi portavano la memoria della favolosa figlia di Acrisie, come gli Eolii quella di Ulisse. Certo è che oltre del ricordato avvicendarsi de' popoli, così ingenerale accennato, non si sa altro di quell’età primitiva, perché senza distinguersi bene i fatti, appena dopo molto volger di tempi, si narravano gli urti e i movimenti degli uni contro gli altri.

Or chi volesse i Sicoli e i liguri disconoscere nell’agro che poi fu di Roma, alla tradizione si opporrebbe, la quale se spesso s’inganna, o s'illude, massime quando i fondatori di fatto scambia con quelli della religione, o della mitologia, che rappresenta come tanti uomini, semplice e schietta è rispetto a' popoli che mette a capo degli altri, che ne’ sette colli poi sopravvennero.

Ma né i Siedi, né i Liguri, né altri popoli Dionigi tenne per gli Aborigeni de' sette colli, sì bene quelli de' sommi Appennini, i quali essendo stati originati dagli Arcadi Enotri, ed avendo tra loro accolto i Pelasgi, che dall'Epiro giunti erano a Spina sull’Adriatico, con questi espulsero i Sicoli da' dintorni del Tevere, del pari che gli Umbri dalla prossima regione. Senza determinarli così specificamente, la stessa origine presso a poco ne sostenevano Catone, C. Sempronio Tuditano ed altri molti, i quali di accordo gli Aborigeni di Roma derivavano dagli Achei, ma senza distinguere, dice Dionigi, la greca gente di cui furon parte, né la città dalla quale spatriarono, benché scritto avessero che dalla Grecia uscirono molte generazioni innanzi alla guerra trojana. Per esser questa una tradizione popolare, la quale già trovava eco nelle discorse fondazioni delle città intorno di Roma, non si sa dir veramente a quali Greci più davvicino si riferisse, se agli Eolii, o se agli Arcadi; ma in generale concorda con quel che scrive Dionigi nell’affermar Greci gli Aborigeni de' sette colli, perché e più degli altri vi si mantennero, e da altri Greci vi furono sopraggiunti, per fare di Roma una città affatto greca, come con verità sosteneva lo stesso storico. Per aver nominati Enotri gli Arcadi primitivi, l’opinione di Dionigi può tuttavia parere inverosimile; ma egli che credeva con tutti gli altri storici ai due figli di Licaone, non poteva altrimenti nominarli; e sebbene gli Arcadi in Italia furon detti Peucezii ed Enotri dalle regioni che occuparono, non da Peucezio e da Enotro, i quali si supposero da' pini e da' vini che vi abbondavano, l’affermazione de' Romani e di Dionigi è confermata dal fatto, che non solo greci furono i nomi delle più antiche città presso l’Adriatico, greci per lo più i nomi di quelle della Sabina, ma anche identici a quelli delle città di Arcadia; e benché non si possa chiaramente rapportare tutte agli Arcadi quelle della Sabina e dell’Enotria nell’Italia inferiore, ne bastano almeno sci per ciascuna delle due regioni, perché i nomi di tutte non furono che riproduzioni di quelli di altrettante città dell’Arcadia, e sono una pruova non dubbia della tradizione romana, che Dionigi confermava come senza saperlo, col dire semplicemente che gli Aborigeni in vicinanza di Roma furono Arcadi. Ma prima di venire a questa dimostrazione, veggiamo chi fossero i Siculi, chi i Liguri, chi gli Umbri ei Sabini, co’ quali ultimi più chiaramente i Pelasgi si collegarono per disputar con le armi il possesso del la contrada, sulla quale Roma primeggiò ne’ tempi posteriori.

A dir con verità chi fossero i più antichi popoli, di quale origine o stirpe, in molta lontananza di tempi, e con pochissime memorie, è molto malagevole; ma le poche testimonianze e le più importanti degli antichi scrittori ci guidano più o meno a riconoscerli nelle loro affinità o differenze, e ciò basta per una cognizione generale e sommaria, come quella che nelle stesse cose a noi più vicine può solo ottenersi. Poiché vi furono una Siediti o Sicilia presso il Peloponneso, ed una Sicelia nella Tracia 66), è manifesto che stranieri all'Italia furono i Sicoli come tutti gli altri popoli che vi si stabilirono; e poiché barbari sono detti da Dionigi, io credo che Traci fossero appunto, emigrati in tempi antichissimi nel Lazio senza lasciarvi di loro esistenza altro che il nome, ragione di più per crederli barbari, anziché Greci, quali sembra che si supposero da Plinio oda Pesto 67), o anche Eolii, come Rathgeber 68) ha sostenuto. Benché gran parte ebbero gli Polii alla fondazione, o all'accrescimento di Roma, come soprattutto è provato dalla lingua latina analoga al dialetto eolico, diversi da essi furono i Sicoli, tuttoché, di patria sconosciuta. E poiché gl’Illirici sull’Adriatico furono di origine tracica 69), e nella prossima Dalmazia abitata dagli stessi popoli si ha memoria de' Siculoti, benché a piccol numero ridotti a' dì di Plinio 70), per effetto delle guerre proprie e di quelle de' Romani, bastano nondimeno per dimostrarci che i Sicoli dalla Dalmazia vennero in Italia come dalla Liburnia e dalla Japidia vi vennero i Liburni alla foce del Tronto, e gli Japigi della Japigia 71), i quali per essersi distesi al promontorio Lacinio della città di Crotone, confermano la prima origine di questa città agli Japigi attribuita da Eforo 72), e spiegano il nome di quel promontorio, perché venivano dal paese de' Laciniensi della Liburnia 73) prossima alla Japidia; i quali io credo che furono così detti dall’abitare nelle isolette, che sembrano come scisse e divelte dal prossimo continente, di cui appariscono come tanti frammenti 74), senza che siansi avvertiti tal confronto e tale etimologia, non potendosi pensare ad una città di Lacinia, non ricordata da veruno storico o geografo, e se anche vi fu, non fu nominata che per la detta cagione. Perché la Tracia tra gli altri diversi nomi con cui fu distinta, ebbe pur quello di Aria 75), gli Arii o Ariani della Media ebbero a condurvisi, come i Siginni Medi oltre l’Istro e presso gli Eneti sull’Adriatico 76); ed è notabile che i Salentini, in parte di origine illirica o tracica 77), come i Sicoli, a Giove Menzano, o piuttosto Μεζόνος, cioè Massimo, un cavallo sacrificavano col gettarlo vivo tra le fiamme 78); e questo sacrifizio non solo ricorda quello del cavallo di ottobre presso i Romani, nel quale venivano tanto a gara gli abitanti della Suburra e della Via Sacra 79), come parmi spiegato dal sacrifizio simile de' Persiani 80), e dal solenne Asicamedha degl’Indiani originati in parte dagli Arii della Media o della Persia 81), i quali anche un cavallo immolavano, ma dà pure chiaramente ragione del nome di Giove Asbamco, adorato presso Tiana nella Cappadocia 82). Quella sacra usanza, comune a tanti diversi popoli, i nomi del nume e del sacrifizio bene si spiegano con una testimonianza di Erodoto, il quale per dire che i Massageti Sciti sulle sponde dell’Oxo e dell’Arasse al Sole sacrificavano il cavallo, dice che al velocissimo degli Iddìi offerivano il velocissimo de' mortali 83), oltre che ricorda chiaramente che i Massageti adorarono il Sole 84) con che si viene a conoscere, come sembrami, la più antica origine di quel culto, propagato presso i Persiani, anch’essi Sciti ed Arii o Ariani, come da questi, o da quelli portato nell’India, e nella Cappadocia, che fu anche nel dominio della Persia 85). Un curioso passo dell'Oupueck hat ci mostra l'allegoria del sacrifizio del cavallo presso gl'Indiani, e l'Açwa (equus) famoso riferendosi chiaramente al Sole,come al giorno ed all’anno prodotti dall’apparente suo corso diurno ed annuale, non meno che alle stazioni della Luna 86), si dirà manifestamente relativo alle immagini delle 50 Danaidi e de' 50 figli di Egitto figurate nel Portico di Apollo Palatino a Roma 87), le quali alludevano alle solari e lunari settimane dell’anno contate in numero rotondo. In guisa che si vede come i popoli più lontani dell’Asia per la detta usanza religiosa, come per le origini, si congiungevano a quelli dell’Italia, non immediatamente, ma per mezzo de' passaggi di altri popoli, che ne furono più o meno originarii. Ricordando Festo il sacrifizio del cavallo presso gli Spartani e a Rodi, non ne vedeva l’origine più prossima da' Sicoli propagata probabilmente a Roma, come il sacrifizio simile de' cavalli bianchi a Diomede per parte degli Eneti sull’Adriatico 88) può spiegarsi co’ Medi Siginni ricordati da Erodoto.

Col dominio del Lazio anche quello di tutta l’Italia si attribuì pure ai Sicani 89), così che Giovanni Lido non dubitò di dire Sicani "li Etruschi 90); ed a riguardarli con Niebuhr come tutt’uno co’ Sicoli, perché tanto da questi sarebbero stati diversi, quanto gli. Equani dagli Equuli91), di parlarne non mi sarebbe d’uopo, se ad altre origini non accennassero alcune testimonianze degli antichi. Più del l’opinione di Timeo, il quale volutali indigeni della Sicilia 92), che occupata avrebbero prima degli stessi Sicoli secondo altri storici 93), vale certamente la testimonianza di Filisto, il quale li derivò dall’Iberia 94), dove sembra che prendessero il nome dall’omonimo fiume Sicano o Sicori, ch’è il Xucar o Jucar di oggidì, il quale scende da quel caos di montagne, che il fiume stesso divide dal Gabriel, bagna Cuenca, e termina il suo corso presso gli stagni di Albulera nella provincia di Valenza. Ma anziché dall'Iberia al di là de' Pirenei passati fossero in Italia, nell'Iberia si condussero dalle stesse contrade della Gallia, d'onde scacciati da Ligii o Liguri, vennero in Italia, cioè dalle sponde della Sequana o Sauna, che diede il nome a' Sequani della Franca Contea, quelli stessi che gli antichi nominarono Sequani. Anche gli Allobrogi delle Alpi Graje al di là dell'Iscra negli odierni confini dell’Italia furon detti Sequani dallo Scoliaste di Orazio 95), ed ora s’intende perché G. Lido gli Etruschi nominò gente sicana, per la parte cioè, come io mi penso, che l’antica stirpe celtica ebbe nella popolazione mista dell’Etruria, così che nella stessa lingua latina Varrone distingueva le parole galliche 96), o celtiche, nella quale nondimeno prevalsero le greche voci del dialetto eolico, che ne formarono la parte essenziale e costitutiva, come nell’Etruria prevalse la stessa civiltà greca, diffusavi da' Pelasgi e dagli Arcadi, e forse anche dagli stessi Eolii, come da altre colonie elleniche. Or siccome il nome della Sequana si riprodusse nel fiume Sicanus dell’Iberia al di là de' Pirenei, anche il Tevere dir si poteva Sequana Sicani del Lazio, il cui nome Solino favolosamente derivò dal re Sicano, ma con verità disse Iberi, come Filisto 97). Gl'Iberi, il cui nome per le loro emigrazioni dal Caucaso, passò al dì là del Ponto e nella Moschica presso la CoIchide 98), come nell’India 99), nella Penisola spagnuola e nell’Italia, e che tuttavia si conserva negl'Iwerii di oggidì, nell'Imeretia presso la Georgia 100), e le montuose regioni da cui si partirono ne’ tempi più antichi ed anteriori alla storia, per la Tracia e la Macedonia, dalla penisola Hillide, dove fondato avevano non meno di quindici città, colonizzate poi da' Dorii 101), sembrano passati in Italia. Certo è che in tempi rimotissimi dicevansi emigrati nella Sardegna, dove fondarono la città di Norace 102), il cui nome spiega le così dette Norache, che disputano l’antichità alle stesse fabbricazioni pelasgiche, e luoghi di rifugio anziché di abitazioni primitive; e ciò che più importa notare si è che, come nell’India, oltre dell’Iberia propria tra Larica e la Scizia 103), vi furono gli Vmbràe, gli Vmbritti, egli Vberi, gli Odomberi, e gl’Iberingi 104), i quali tutti fanno risovvenire gli Umbri dell’Italia, che dicevansi di origine gallica 105), cioè celtica, e che più probabilmente sono da considerare come gli stessi Iberi, per l’analogia de' nomi di tutti questi popoli; così che siccome gl’Iberi ripetevano nell’India e nella Spagna i nomi delle loro tribù, per essersi notato che i nomi delle città, de' fiumi e de' popoli dell'Iberia spaglinola corrispondono a quelli dell’Armenia e delle vicinanze del Mar Nero e del Mar Caspio 106), così pure quelli di Vmbràc ripetevano in Italia. La penisola Illide che, come gl’Illei che abitarono e diverse tribù greche 107), ebbe il nome dagl'Ilici della Tessaglia 108), che vi si condussero, anziché dal favoloso auriga o Aglio di Ercole 109), dall’Epiro non è molto distante; e ad un paese troppo lungi dall’Italia pensavano gli antichi, quando pe’ nomi identici dell'Eritia presso la costa della Spagna 110), e di quella ne’ contorni di Ambracia 111), dicevano Norace figliuol di Ermete e di Eritea, nata da Gerione, re dell’Iberia marittima presso di Gades, come Pausania soggiunge 112), e dovendosi pel passaggio degl’Iberi in Italia intendere la men lontana, così i nomi, ché il mito del padre e della figlia ci riportano alle vicinanze dell’Illirico e della Liburnia, donde diversi popoli passarono nelle nostre contrade, e con essi gli stessi Dorii che volevansi condotti da Iolao nella Sardegna dopo degl’Iberi. Con la città di Eritio nella Tessaglia 113), si spiega forse l’Eritia favolosa di Gerione 114), come la Sicilia, nella quale una greca iscrizione riferita da Spon narra preso Mileto Bebrico da Ercole 115), anziché la Sicilia propria, è da intendere la regione de' Sicoli della Dalmazia; e senza più oltre trattenermi di una cosa abbastanza oscura, dico che per l’origine de' Sicoli dalla Tracia è curioso notare che davasi il nome di vini di Biblina a certi celebrati vini della Sicilia, la cui pianta dicevasi originaria della Tracia 116); ed Armenida citato da Ateneo scriveva che Bibita o Bibiina fu la stessa contrada poi detta Tisana ed Esimo (ossia le terre di queste due città), i cui vini erano in fama per la dolcezza 117). Sia qualsivoglia l’opinione che più piaccia di supporre sulla vera patria più o meno rimota de' Sicoli, vale molto l’addotta testimonianza di Esichio per dirsi che fossero della Tracia; e giovando notare che anche Traci furon detti gl’Istri al di sopra degl’Illi e de' Liburni 118), creder si possono partiti dalla punta estrema del golfo Strimonico, sul quale con le dette città furono anche Galepso, Dato, ed Antisara 119), per la fertilità poi celebrata, le miniere e gli arsenali, e però il punto più vantaggioso perla navigazione su tutta la costa della Tracia. Tutti i detti beni Strabone attribuiva alla sola città di Dato, poi detta Filippi 120), né so supporli solamente da che in colonie vi si condussero i Tasii dall’isola che sta dirimpetto; e siccome Galepso fu fondata da una colonia di Fenicii 121), chi può dire che non furono gli uni e gli altri popoli quelli che costrinsero i Sicoli ad uscire dal loro paese, ca navigare alla volta dell’Occidente? Ma basta di sapere che stabilironsi prima sulla costa della Dalmazia, dove Plinio e Tolomeo ci ricordano i Siculoti 122), e di là conducendosi nel Piceno, dove pur si ha memoria de' Sicoli 123), da quella regione passarono poi sulle sponde del Tevere, e ne’ prossimi luoghi del Lazio. Giova anche notare che l’Ermolao mutò in Sicum, come si legge nelle vulgate edizioni di Plinio, il nome Siculi di tutti i codici del geografo 124); e senza escludere il nome stesso di Sicum, che ha il riscontro in Tolomeo 125), e che fu forse cagione di quel cambiamento, può supporsi che Plinio ricordasse insieme i Siculi e Sicum per la loro vicinanza. E per ultima pruova che i Siculi dalla Dalmazia o dall’Illirico passarono in Italia, non è senza importanza la tradizione conservata fin negli ultimi secoli sull’origine di Ragusa, la quale essendo stata fondata da quelli che uscivano dall’antica Epidauro, la città capitale degli Enchelei 126), per essersi spesso i Sicoli scambiati co’ Sicani, fu detta fondata da questi popoli, come si legge in uno degl’inni del Tarcagnota:

Rhacusa multis gens Epidauria,

Sicana pubes pluribus 127).

Or la città di Sicane nel Capitanato Distrettuale Sinj dell’odierna Dalmazia 128), ci mostra chiaramente il paese originario de' Sicani, che co’ Sicoli furono i primi abitatori de' sette colli. Per le cose dette circa la probabile origine degli Umbri dagl’Iberi, o tutt’uno con tali popoli, su questo argomento ritornare non mi fa d’uopo; ma importa notare che gli Umbrio Ombri, come detti erano da' Greci, si mostrano anche affini co’ Traci nella favolosa genealogia di Triere nato da Ombriereo e da Trace 129), ma vera certamente, se messe da canto le solite personificazioni del figlio e de' genitori, i Trieri o Treri, i quali co’ Tilatei formavano l’ultimo confine dell’impero de' Traci dalla parte de' Triballi Illirici 130), si diranno stirpe degli Ombrierei e de' Traci. L’analogia del nome de' due popoli Ombri o Umbri ed Ombrierei fu forse cagione ch’Erodoto pose gli Ombrici o Umbri nell’Illirio 131), se pure non i popoli dell’Italia intese ricordare, sì bene gli stessi Ombrierei, perché parlava del corso del Carpi e dell’Alpi, fiumi del Norico e della Pannonia che si scaricano nel Danubio. Se il nome ancora di Umbri si è confrontato con quelli de' Cimbri ed Ambroni dell’Oceano settentrionale, per ispiegare i diluvii, le inondazioni o le piogge, da cui gli antichi derivarono il nome di questo popolo, anche per sì fatte congetture convincer ci possiamo, che gli Umbri non furono né Orientali, né antichissimi d’Italia, o così detti perché sopravanzati al diluvio. Il periodo di tempo ancora al quale si solleva la mente de' naturalisti, e nel quale l’uomo primitivo d’Italia esser poteva spettatore delle inondazioni, o delle fiumane originate dalla fusione delle grandi ghiacciaie degli Appennini, è fuori del dominio della storia, o delle più antiche memorie italiche;e se Dionigi faceva entrare gli Umbri nell'acconto della storia primitiva d’Italia, fu forse perché con altri storici li suppose antichissimi per la riferita etimologia del lor nome. Le emigrazioni galliche avvennero in fine più o meno ne’ tempi storici;e se pure i Celti, dalle cui irruzioni altri ripetono la ragione etimologica del nome di Umbri 132), anche prima de' Galli furono costretti ad uscire dal loro paese per le marine inondazioni, come le tribù l'Yemen da (incile de' laghi 133), e i Cimbri vinti da Mario nel 639 di Roma, sembrano emigrati in Italia dopo degl’Iberi, alle cui emigrazioni ho riportato il nome ed il popolo degli Umbri, e rimangono sempre a spiegarsi i nomi degli altri popoli dell’India, tanto simili a quelli degli Umbri italici.

Ma chi furono i Liguri, e chi i Sacrani, o Sabini, i quali dalle montuose contrade dell’Appennino passarono ne’ luoghi intorno di Roma dopo i detti popoli? Stranieri all’Italia, come i precedenti, li dimostra l’esame delle testimonianze che li riguarda; e senza che mi sia d’uopo alcuna cosa osservare contro le prevenzioni ed i sistemi, dico che Liguri e Liguria furono sinonimi di Ligii e Ligistica, perché se questi furono i nomi greci, quelli furono i nomi latini del popolo e della regione che occuparono, benché più analoghi al nome nazionale, che li distinse da tutti gli altri. Or siccome furon Ligii o Liguri in Italia, di cui tennero le parti estreme sino alle Alpi, e le Alpi stesse, dove bagnate sono dal Tirreno, sul quale dal Varo si estesero sino a Genova, e più oltre sino alle vicinanze di Pisa 134), e che al tempo di Augusto confinati furono alle sponde della Macra, o alla marittima città di Luna 135), così ve n’ebbero sulla costa montuosa della Gallia e nella Spagna, nella Germania, nell’Anglia e nell’Irlanda, ed assai più lungi nella Tracia, nella Colchide, nel Caucaso e nell’Asia, regioni lontane abbastanza per non crederveli dall’Italia emigrati, e dalle quali piuttosto si propagarono. Tutta la spiaggia marittima da' Pirenei all’Etruria si nominò Ligustica ora, come Ligusticum mare il golfo di Lione 136), per ciò appunto che dappresso vi abitarono i Liguri. Massalia, o Marsiglia, era da Ecateo attribuita alla Ligustica presso la Celtica 137), e i Segobrigi della Spagna ricordano quelli della Gallia, sulla cui costa fu poi fondata la detta città. I Salii o Salluvii oltr’Alpe, di tutti i Liguri i più celebri 138), i Bebrici della Gallia 139), con quelli della Spagna 140), i quali fan risovvenire gli altri presso il Ponto, o nella Bitinia 141), e gli Elisii della Germania 142), come gli Elisici della Gallia 143), non furono che della medesima stirpe de' Liguri d’Italia. Antiche tradizioni, comeché da favole accompagnate, chiaramente ricordano emigrazioni di Liguri (Lloegrwys) dalle sponde della Loira o dal Belgio nella Britannia 144), al che accennano senza dubbio i mitici fratelli Ligys, Alchio e Bergio 145), personificazioni manifeste de' Ligii o Liguri della Gallia, di Albione, o dell’Inghilterra, e de' monti dell’Irlanda 146). E non solo i Ligauni delle Alpi marittime e i Ligitani della Spagna 147) annoverar si debbono probabilmente tra gli stessi popoli, ma anche i Ligirii della Tracia, celebri per un oracolo di Bacco 148). Né di una stirpe diversa furono i Ligistini confinanti co’ Colchi 149), con errore detti Libistini da Stefano, e che ci rammentano Ligii o Ligistini della Spagna 150), e della Colchide, acuì Licofrone attribuiva la città di Citea 151),; e che Ligii o Liguri emigrarono da più lontane contrade si vede da che si ricordano nel Caucaso 152), e in generale nell’Asia 153), dove ebbero le lor prime sedi, o a quelle a cui si arrestano, o cominciano le investigazioni storiche e geografiche, benché Eustazio, al contrario del fatto delle emigrazioni più che delle colonie, dall’Europa derivasse i Ligii della Colchide. Se al tempo di Scilace, il quale scrisse il suo Periplo verso il 350 a. C. 154), erano confinati all’Arno 155), ben si comprende che molti secoli prima dalla regione che poi fu l’Etruria, e da quella stessa che fu la Liguria, perché tanto vi si mantennero da darle il proprio nome, si estesero sino a' sette colli, se essi furono veramente quelli che scacciarono i Sicoli. Basterebbero le cose dette per non credere sì fatti popoli originati da' più vicini, se dotti etnografi non li credessero affini degl’Iberi e degli stessi Ambroni, o Ombroni del paese de' Finni 156), e le induzioni come le testimonianze degli antichi sono sufficienti per dimostrarci che per essi come per tutti gli altri affatto straniere e lontanissime furono le origini de' più antichi popoli d’Italia, origini miste e di molte e diverse genti, nelle quali buona parte ebbero i popoli che furon poi detti barbari.

A dir mi rimane de' Sabini, la cui origine non fu meno straniera di quella de' popoli già detti, né è a sorprendersene, io spero, perché la tradizione, col fatto e la ragione in ciò si trovano di accordo. Igino scriveva che Sabo dalla Persia passando nel paese de' Lacedemoni giunse in Italia, e, scacciati i Sicoli, le contrade occupò che poi tennero i Sabini, ed una parte de' Persiani seco condotti cominciò a nominar Caspiri, i quali poi detti furono Casperuli 157). Se non può credersi alla persona del conduttore, perché come Italo e Sicolo fu immaginato dal nome del popolo, o fu anche il nume che i Sabini adoravano, e lo stesso probabilmente che Sabazio, sì fatta tradizione non si dirà immaginata solamente dal nome dell’uno o dell’altro, perché da altri fatti si vedrà confermata, quanto alla patria primitiva del popolo, a cui si riferisce. I Sabini dalla Persia dicevansi passati a Sparta, perché non mancavano di quelli che li sostenevano propagati da una colonia spartana. Ma se di tale colonia non può dubitarsi attestata da Dionigi e da Servio, e che avendo prima fondata la città di Amicla sul golfo di Gaeta, penetrava poi in qualsivoglia modo nella Sabina 158), o si mischiava co’ Sabini intorno di Roma, sì fatta colonia, non più antica dell’età di Licurgo (886 a. C.), per le cui leggi severe dicevansi gli Am idei espatriati, è posteriore a quella de' Sabini, i quali secondo tradizioni più antiche i Liguri scacciavano da' sette colli, o una parte del paese toglievano a' Sicoli, come scrive Dionigi 159). Igino la greca colonia confondeva coll’antichissima emigrazione de' Sabini; ma Silio Italico il nome e l'origine della città di Casperia nella Sabina, seguendo altre autorità, o la semplice tradizione, derivò dalla Battriana, perché Caspiro fu città de' Parti 160), confinanti colla Persia e coll'India, dove, come in Italia, furono pure i Caspiri 161), i quali emigrati vi erano dalla Battriana, come gl'Iberi dal Caucaso; echi dubitar volesse dell’origine di Casperia presso i sommi Appennini 162), un’altra propor ne dovrebbe con una più plausibile etimologia; ma l’adorazione che i Sabini ebbero per la spada, ne mostra l’affinità co’ bellicosi popoli a loro simili. I nomi geografici di certe contrade ci mostrerebbero ancora il corso dell’emigrazione de' Sabini dalla Partia, o dalla Persia nella Tracia, e più oltre in Italia, perché dagli uni agli altri di tali paesi non si trovano che città, popoli e contrade di nomi simili a quello di Sabini. E in fatti Sabis si nominarono una città ed un fiume della Carmania, regione della Persia 163): Sabinite una contrada de' bellicosi Paflagoni sul Ponto Eussino 164), Sabi un popolo della Frigia 165), e Sabi un popolo della Tracia 166); ma se tali omonimie geografiche possono illuderci come quelle che da certuni soglionsi addurre per alcuni popoli senza che abbiano la menoma affinità storica, o che possa storicamente dimostrarsi, altre due ve ne sono che fanno più al proposito per provarci, che i nomi geografici del tutto simili non sono senza significato, perché si spiegano cou’emigrazionc de' popoli, e queste sono i nomi della Cantisene che ne’ più remoti tempi portò una parte del Lazio, e della Laviniasene fuori di questa regione, ma che fa risovvenire la città di Lavi aio. So gli Archeologi, i geografi e gli etimologisti riflettuto avessero alla Cantisene, regione della Partia 167), ed alla Laciniasene de' Cappadoci affini de' Paflagoni, avrebbero più facilmente spiegato il favoloso Cantine compagno di Giano, nel regno d’Italia, ola Cantine elicgli si dava per sorella e con sorte 168), con la solita facile maniera di vedere uomini e donne ne’ nomide' popolie delle con trade. Coll’occupazione de' Stillini Parti facilmente si spiega la Cantisene del Lazio senza ricorrersi a congetture inverosimili 169); e per questo importante con frontoni quale concorda con la tradizione dell’origine de' Sabini dalla Persia, prossimi alla Partia, egli sembra che di là movessero propriamente i Sabini per istabilirsi nelle anzidetto contrade, nelle quali se ripetevano il proprio nome, lasciarono anche con questo quello del paese originario, benché poco vi durò, perché vi prevalse quello di Lazio. Importante per la spiegazione de' nomi simili òche nella Paflagonia fu pure la Sabinite, come ho detto, e in quella contrada può supporsi il punto intermedio, donde i Sabini passarono in Italia, per un’altra emigrazione simile, cioè per la colonia che volevasi condotta da Antenore, il quale anche dalla Paflagonia dicevasi venuto con gli Eneti sull’Adriatico, e fondò la città di Padova 170). Meandrio di Mileto scriveva che co’ Traci vi giunse dalla regione de' Leucosiri 171), il che è lo stesso, perché dalla Cappadocia estesi questi popoli sul Ponto tra l’Halys e l’Iris 172), furon poi uniti alla Paflagonia 173). Ed è notabile che nella Cappadocia fu la regione Laviniasene 174), e tal nome c’inganna per ispiegar quello della città di Lacinia nel Lazio, o è anzi una conferma che Enea, cioè gli Eneadi, o i Trojani giunsero di fatto in Italia? perché Meandrio soggiungeva ch’essendosi gli Eneti partiti in aiuto de' Trojani, dopo la guerra si condussero sull’Adriatico, e quelli che non fecero parte della spedizione per la Troade, divennero Cappadoci. In qualunque modo spiegar si voglia tale curiosa tradizione, uno fra gli altri sarebbe questo, che una parte degli Eneti dalla Siria passò nella Cappadocia, ed un’altra in Italia. I nomi e gli eroi archegeti non meno che la ripetizione de' nomi geografici mostrano da per tutto le colonie e le emigrazioni, ed Uschold giudiziosamente osserva che per la genealogia di Antenore come pe’ suoi figli e la consorte che gli è attribuita, cioè per la mitologia pelasgica, che del resto si rimane di spiegarci, attribuir si debbono a' Pelasgi le colonie e le città che in diverse regioni volevansi condotte e fondate da Antenore 175); al che è da aggiungere che, siccome Asclepiade Mirleano narrava che un Ocela fondava la città di Opsicella nella Cantabria, e che co' suoi figli era venuto in Italia con Antenore 176), ben si può credere che a' Pelasgi stessi si debba attribuire la fondazione di Ocelo nel confine della regione che fu poi del re Cozzio 177), nel sito cioè di Ucello o Uxau in vicinanza di Susa, ed a 16 m. romane da Ticino o Pavia 178); e, in ogni modo, se il nome di Ocelo si ripeteva anche nella Spagna e nella Britannia 179), fu perchè vi emigrarono i Galli, o Insubri, fondatori di Milano e Ticino 180). Ma altri fatti vi sono per mostrarci apertamente l'origine straniera, persiana, partica, scitica o barbara de' nostri Sabini, i quali da' sommi Appennini si diramarono nel Piceno e su' sette colli, ed in gran parte del nostro paese con gli altri popoli che ne derivarono ne' tempi storici.

I Sabini adorarono Marte sotto il simbolo di un’asta (curis, piiris 181), e questo culto passò a' Romani 182), i quali in parte ebbero l’origine dagli stessi popoli. Il nome ed il culto di Quirino in generale si attribuì a Romolo; ma anche, Giano si nominò Quirino 183); e ciò dimostra che se l’attributo del nume della guerra fu applicato ad entrambi, come alla stessa Giunone, fu questa un’attribuzione posteriore, ma l’origine no fu più antica. Con tutta ragione i Sabini si nominarono Quirini o Quiriti, perché con tutti i loro discendenti ben fecero valerla, e a chi non è noto che i Sanniti, i Lucani ed i Bruzii, i quali man mano se ne diramarono, e che furono gente sgherra più degli stessi loro progenitori, con la σαύνια, la picca o la corsesca, conquistarono tutto il paese montuoso e piano dall'Appennino allo stretto siciliano, da per tutto manomettendo le greche colonie che vi si erano stabilite? Or gli Sciti, i primi a popolare la Persia 184), adorarono la spada 185); e se Pomponio Mela e Solino, non a' veri Sciti, ma a' Neuri attribuirono sì fatto culto 186), e se altri scrittori, come Icesio ed Eudosso, citati da Clemente Alessandrino, riferivano in vece che il culto stesso si appartenne ai Sauromati 187), tali diverse testimonianze indicano abbastanza che fu comune a tutte le popolazioni scitiche. Ammiano Marcellino degli Unni dice che non vedevasi presso loro alcun tempio o delubro, e nemmeno un tugurio coperto di paglia; ma che con barbarico rito una spada sguainata piantavano nel suolo, e quella adoravano rispettosamente, considerandola come il dio Marte proteggitore delle loro ampie regioni 188). Nel culto della spada si dà a divedere l’indole fiera e bellicosa di tutti sì fatti popoli, i quali con le armi si facevano largo tra gli altri di più miti costumi per soggiogarli e sottometterli. Sì per la tradizione dunque e sì pel loro culto, io non dubito che alla stirpe scitica appartennero i Sabini; e se in Italia lasciando i fieri costumi che accompagnano le guerre crudeli e perfido, divennero più umani, perché alla fine trovarono di che vivere, la stessa indole nondimeno battagliera e rapace mantennero ne’ loro discendenti. Deplorando Giovanni di Muller in una delle sue lettere le crudeltà e le devastazioni de' lupi delle Alpi dentro e fuori della Svizzera, soggiunge di saper comprendere e talvolta scusare la condotta de' loro capi, ma di nausearsi de' smodati lodatori de' buoni avoli della sua nazione, i quali tutto in essi trovano virtù da andare in estasi alle loro memorie. E che si direbbe al pensare alle stragi ed alle distruzioni operate da' Sanniti, da' Lucani e da' Bruzii? Gli orsi e i lupi della Sabina, del Malese e della Sila furono fatali alla civiltà delle nostre antiche contrade; e se immortali rimasero le memorie delle guerre generose de' Sanniti contro i Romani, chi vorrà lodare i loro eccessi contro Cuma, Capua, Reggio, e le città della Sicilia? Dicasi lo stesso de' loro posteri, i quali da essi appresero a distruggere per sola brama di dominio le altre città greche sino allo stretto, del pari che i Geti e gli Sciti invasero e distrussero le città greche di quasi tutto il contorno del Ponto Russino, come in generale notava un dotto archeologo, e Dione Crisostomo scriveva specialmente di Olbia 189).

Ma per confermare anche con un altro culto l’origine de' Sabini dalla Persia o dalle confinanti contrade, è da notare che sei Persiani adorarono il fuoco, il culto di Vesta (Εσία), o del fuoco istesso, si attribuì a Ninna, di nazione sabino 190). Anche gli Sciti adorarono "Vesta sopra tutti gl’iddii, dice Erodoto, e la nominarono Tabiti 191), il cui nome, spiegato col mongolico tabi, si è riferito propriamente alla dea del buono stato delle famiglie 192), di cui simbolo è il fuoco, perché intorno di esso si riuniscono, e per fuochi si sono contate nel nostro paese e nella Spagna sino a' principii di questo secolo. Ma dall’elemento al fuoco contrario, dall’acqua, dall’acqua congelata, o dalla neve delle montagne, dove più rimane e resta ferma, si sarebbe prima immaginata la dea della famiglia, per poi trasferirsi al fuoco, come si vedrà in seguito; e un’idea, o spiegazione sì fatta, è più favorevole alla notizia di Erodoto, per ciò appunto che gli Sciti più degli altri popoli vedevano le loro vaste regioni dalla neve ricoperte. Una specie di divinazione per mezzo dell’acqua dicevasi pure da Numa a Roma introdotta, che fu del pari in uso presso i Persiani 193), quali all’acqua come al fuoco facevano i loro sacrifizii 194). Né senza ragione il picchio sopratutto elessero i Sabini per loro oracolo, perché i giovani Sabelli guidava nelle lor sacre primavere, come forse guidati avea i loro avoli alle dimore de' sommi Appennini. Senza. dire specialmente delle curiose abitudini di questo uccello, il quale fa risovvenirmi la selvosa montagna della mia patria, dove negli anni miei più giovanili, una volta lo vidi salir chetamente sopra di un alto faggio alla caccia delle formiche, costringendole a' colpi del suo becco ad uscire dalla corteccia dell’albero per cibarsene, dal che δρυοκολάπτης fu detto da' Greci 195), altrimenti che presso di noi è molto in pregio nelle contrade settentrionali dell’Europa. «Il picchio, dice Mickievicz, è un caro uccello delle steppe della Polonia e della Russia. In queste poco arborate pianure si dirige sempre verso gli alberi; seguendolo si ritrova un burrone per nascondersi, poi si scovrono le sorgenti, ed infine si discende verso il fiume. Sotto la guida di questo uccello può sapersi dove si stia, e riconoscere la contrada 196)». E così pure caro e venerato fu il picchio a' Sabini deprimi tempi, i quali per le regioni orientali dell’Europa si condussero nel nostro paese, e non altrimenti che Piceno si nominò la regione che con una o più colonie occuparono dal Tronto all’est, non già perché un pico si posò sulla loro bandiera,come Festo scriveva 197), sì bene perché l’augurio dell’uccello seguirono nelle lor sacre primavere 198). Anche in Grecia seguironsi i vaticinii del pico 199), e lasciamo alla leggenda favolosa di averne fatto un re del Lazio e di Creta, figliuolo della ninfa Canente e di Saturno, nell'uccello poi trasformato dalla maga Circe 200). E si noti che Plauto ai picchi abitatori delle montagne d’oro attribuiva ciò che altri scrittori narravano de' Grifoni presso gli Sciti Arimaspi,a' quali dicevasi che l’oro scavassero con gli artigli 201). Perché la favola si riferiva anche a' Persiani 202), si confermerebbe l’origine de' Sabini da una contrada prossima alla Persia. Gli Sciti ancora non ebbero in uso di alzare statue, are e templi a nessuno de' numi, adorando soltanto Marte nel simbolo della spada 203) come gli Unni, e nessun simulacro di mimesi adorò a Roma al tempo di Noma 204). Ma i Sabini adorarono Sabo, il loro archegete o conduttore, di cui cantavano le lodi nella loro emigrazione, e dal quale ripetevano il proprio nome 205). E poiché un nume omonimo adorarono gli Arabi Sabei, al quale dedicavano la decima dell’incenso che raccoglievano 206), né altro che il Sole secondo Teofrasto 207), od Assabinus fu l’epiteto del Sole Sabis o Sabbi, che presso gli Etiopi soprastava alla raccolta del cinnamono 208), egli sembra che dal culto del Sole i Sabini ebbero il nome prima di giungere nel nostro paese; il quale se fu da essi adorato anche col nome di Ausel, analogo all'Vsil degli Etruschi 209), fu pure conosciuto sotto quello di Sabato da' Frigi e da' Traci, cioè Dioniso o Bacco 210), anziché suo figlio, come scriveva Mnasea 211), e lo stesso che Ati e Adone 212), noti nomi di Dioniso, detto anche Sabadio, e Sabasio da' Cretesi 213), e lo stesso Dioniso Zagreo, invocato negl’inni Orfici come il nume della generazione 214), o della vitale possanza che circola nella natura, che il Sole soprattutto vivifica e feconda.

Per l’origine de' Sabini dalla Persia, o dalla Partia, giova pur notare che gli antichi Annalisti dell’Ungheria ed un dotto storico contemporaneo la genealogia de' Magiari fanno risalire agli Sciti ed a' Parti, e tra gli altri loro antenati dell’Oriente annoverano i Sabini 215). In un sacro inno del secolo XI i Magiari si davano chiaramente il nome di Parti; ed è da notare che in alcune delle nostre provincie, o in quella almeno di Principato Citeriore, Magiaro e Mago Sabino sono sinonimi, né per altro io credo, che per le arti magiche de' Persiani,da' quali i due popoli ebber l’origine. Gli antichi Magiari ancora una religione professarono molto simile a quella de' Persiani 216), perché non ebbero né templi né sacre immagini, come adorarono il fuoco, e cavalli gli sacrificavano, nella guisa stessa che i Massageti Sciti come Dio adoravano il Sole, e far gli solevano sacrifizii di cavalli 217). Come dunque i Magiari verso la fine del IX secolo dalla Partia si condussero nell’Ungheria (Magvar-Orszag), così i Sabini vennero in Italia dalla confinante regione, e per la grande valle del Danubio suppor si possono giunti nel Tirolo; e di là passati sull’Adriatico, prima de' Pelasgi penetrarono in Italia,facendo forse la stessa via di questi popoli, giunti primamente a Spina, ad una delle bocche dell’Eridano 218), poi per poi passare nello stesso paese, dove vedremo giunti gli Arcadi, e dove la storia comincia a riconoscere i Sabini, presso i quali si rifugiarono. È notabile che se nelle fonti del fiume Adrio fu uno de' confini della Persia 219), il nome identico del fiume Adria, ora Tartaro, in Italia 220), ci mostrerebbe che tali popoli detti anche Sabini dal loro culto di Sabo, alla foce dello stesso fiume sarebbero giunti sull’Adriatico, donde passando nelle nostre contrade avrebbero edificata la città di Adria, così detta da quella dello stesso nome sull’zldrio. L’origine della città di Adria nell’Abruzzo dall’altra più antica presso uno de' rami del Po, oltre dell’identità del nome, pare anche manifesta danno de' tipi delle monete Atriane, cioè il gallo, ed è noto da Ecateo che la prima di tali città fu celebre per la fecondità delle sue galline 221). Che se la città di Adria sul Po si volle fondata da Diomede 222), tale tradizione si riferiva ad una fondazione posteriore, per opera degli Argivi, dalla quale sembra ch’ebber l’origine tutte le altre dalle isole Diomcdee fino a Venafro 223). Che i Sabini ancora giàabitarono sull’Adriatico non è dubbio da che si attribuì loro la città di Ravenna 224), alla quale se la tradizione assegnò un’origine diversa col dirla fondata da' Tessali 225), fu perché riguardavasi ad una fondazione posteriore, come avvenne della stessa città di Adria. L’origine de' Sabini così spiegata potrà parere incredibile; ma tale si raccoglie da' fatti e dalla tradizione, che per amore delle origini nostre e del proprio paese disdir non possiamo senza opporci a tutte le testimonianze degli antichi, i quali dall’Oriente ci dicono in generale propagati i diversi popoli dell’Europa.

Sicoli adunque, Liguri, Sabini, e forse anche Iberi si direbbero gli Aborigeni de' sette colli, ed anche di buona parte dell’Italia media, se il nome stesso di Aborigeni applicato non si fosse dalla tradizione più che dagli scrittori ad un popolo diverso, cioè a quello degli Eolii, il quale ebbe la più gran parte all’origine di Roma, talché la stessa lingua latina ne provenne, per la quale, o per l’origine de' Romani dallo stesso popolo, Servio ebbe a dire di essere ormai noto che i Romani furono Greci: Constai autem Graecos fuisse Romanos; e che per Greci s’intesero propriamente quelli della Tessaglia 226), gli stessi che gli Eolii. Ma questi Greci, Tessali o Eolii, furono posteriori a' detti popoli in Italia, tra' quali più antichi degl’Iberi non si conoscono nella stessa Europa. Frammisti a' Ligii stessi tennero il paese in vicinanza del Rodano, il quale fu perciò detto Iberia 227), donde poi si diffusero nella Corsica e nella Sardegna 228), ed anche nella Sicilia col nome di Sicani, che già abbiam veduti abitatori primitivi dello stesso Lazio 229). L’origine di questi Iberi da quelli del Caucaso per quel che notano antichi e moderni scrittori, ha per sé tale evidenza, che non ha più uopo di pruove; ed è soprattutto notabile che presso gli Albani, confinanti degl’Iberi Asiatici furon pure i Ligii 230), Il cui nome ho già detto analogo a quello di Liguri 231). Non una sola età d’uomo fu forse loro bastevole per attraversare inospite regioni, e fermarsi alla fine in quelle che poi ebbero i nomi di Gallia, di Spagna e d’Italia, dove climi più miti e più confortevoli ritrovavano per fermarvisi in sedi più stabili; e dubbio non mi sembra che vi giunsero in condizione di popoli nomadi, quali erano tuttavia nelle lor sedi primitive agli stessi dì di Strabone, il quale dice che vivevano alla guisa degli Sciti e de' Sarmati, co’ quali erano confinanti ed affini 232). L’antica Iberia Asiatica corrisponde all’Imeretia ed alla Georgia di oggidì, l’una irrigata dal Rioni, o dal Fasi, l’altra dal Kour o Mitwari, provincie della Russia, delle quali la seconda ebbe il nome dagl’Iberi agricoltori, Γεοργοί de' Greci, e che P. Mela come Strabone ricorda nelle contrade del Caucaso in contrapposto de' nomadi 233). Bel sangue e bella razza d’uomini come gl'Iwerii odierni 234), il cui nome più si accosta a quello alberi, essi si propagarono nella Colchide e nell’India da una parte 235), e per la Tracia sino all’Italia ed alla Sicilia dall’altra; nelle quali regioni se non lasciarono in nomi di città la memoria del loro soggiorno, fu perché ne’ primi tempi non ne ebbero nelle contrade originarie e nelle altre, ma bastano quelli de' fiumi e de' popoli per non dubitarne; perché come intorno l’isola Pattalene alle bocche dell’Indo nell’Indoscizia furono gli Umbrae 236), analoghi agli Umbritti, i quali con altri popoli poi vi formarono dodici nazioni in dodici città 237), e come dall’Iberia caucasea emigrarono nell’India gl’Iberi e i Colchi, popolazioni scitiche che diedero il nome all’Indoscizia 238), e dalla stessa Iberia orientale gl’Iberi passarono nella Tracia, nella Gallia, nell’Italia e nella Spagna, dove ripetevasi il nome del fiume ITspxg, o Beti, da quello dal quale si nominò anche una regione della Tracia 239), così gli Umbri creder si possono come una parte degli stessi magnanimi Iberi del Caucaso, come son detti dal Periegete Dionigi 240). Per Vataumasia, o il non stupirsi di nulla, che Democrito raccomandava ad altri filosofi, Strabone tra le altre emigrazioni adduceva in esempio quella degl’Iberi occidentali nel Ponto e nella Colchide 241); ma era il contrario che dir doveva, e Varronc in fatti sosteneva che nella Spagna passarono gl’Iberi del Caucaso, Persiani ed altri popoli 242), in opposto di coloro che gl’Iberi asiatici volevano coloni di quelli dell’Europa 243).

Il passaggio de' Medi e degli Armeni nella Spagna 244) è contraria a sì fatta ipotesi, e la stessa favola che il re Nabucodonosor dalla spedizione nella Libia e nell’Iberia trasferì in colonie i popoli soggiogati nella destra spiaggia del Ponto 245), non è per dimostrarci l’origine degl’Iberi occidentali da quelli dell’Oriente? perché il vero sta nell’opposta affermazione, confermata da molti altri fatti simili ricordati nelle tradizioni de' tempi più antichi delle emigrazioni de' popoli dall’Oriente nell’Occidente. Una delle lingue parlate nel Caucaso verrebbe altresì in conferma della ragione dell’omonimia etnografica degl’Iberi orientali e di quelli dell’Occidente, perché la Grande Caterina di Russia scriveva a Zimmermann che il lavoro ch’ella avea impreso sul confronto della lingue, aveale mostrato la simiglianza del celtico idioma a quello degli Ostiaci del Caucaso 246). In ogni modo nessuno de' moderni per ispiegare l’origine ed il nome degli Umbri italici ha pensato di confrontarli con gli Umbrae e gli Umbritti dell’Indoscizia originati dagl’Iberi del Caucaso; e siccome per le origini de' popoli valgono soprattutto le denominazioni comuni ed analoghe, di molta importanza io credo un confronto simile, e più delle stesse testimonianze degli storici e de' geografi. Il Cronaco Pascale inoltre gl’Iberi distingue col cognome di Tirranii, i quali una regione abitarono con la Colchide confinante,con l’Albania e l’Armenia maggiore, e quest'ultima regione coll’Armenia minore il Cronaco stesso nomina Tuscene 247), denominazione della quale è pur da tener conto per confrontarla con quella de' Thusci in Italia, i quali Varrone per la lingua che parlavano, distingueva dagli Etruschi 248); ed il nome stesso di Tirranii, analogo a quello di Tirreni, spiegherebbe la tradizione o la favola dell’emigrazione de' Lidii nell’Etruria 249), né il

nome della città di Tyrra nella Lidia 250), col quale 0. Muller ha spiegato quello de' Tirreni nell’Asia Minore 251), deve sorprendere, ove si confronti con quello de' Tirranii Iberi, perché la Lidia con le vicine contrade fu in origine popolata da' popoli che dall’Armenia minore vi si propagarono. Un’ultima di sì fatte origini si è sostenuta non è molto nell’analogia dell’etrusco non solo coll’armeno, ma anche col danese, o l’antico idioma de' Gaèl$,o de' Celti, per le curiose investigazioni di due dotti filologi, cioè Roberto Ellis a Londra, ed il Barone de B. a Copenhague 252). E benché per le emigrazioni non dubbie de' popoli Asiatici verso l’Europa due grandi strade si mostrassero ad Augusto Guglielmo de Schlegel, una tutta continentale lungo l'Eussino, per la quale fu popolato il settentrione, l’altra per l’Asia Minore, l’Ellesponto e l’Egeo, la Tracia, l’Illirico e l’Adriatico, per la quale Eliade e l’Italia ebbero i lor primi coloni 253), non dice nondimeno qual delle due fu la prima, ed io credo che fosse questa seconda sì pe’ popoli che nelle anzidetto contrade si ricordano anteriori ad ogni principio di civiltà in Europa, sì per quelli che, gli stessi popoli esclusi, quasi tutti, e quali più, quali meno, vivevano da barbari ne’ primi tempi dell’Impero. Che se questi per le steppe irrigate dal Don e dal Wolga, per le vastissime pianure dell’Ukrania, e per quelle che fiancheggiano il corso inferiore del Danubio dal fondo dell’Asia si partivano per devastare l’Oriente e l’Occidente, dall’Oriente della Battriana, o dalla Tartaria venivano in vece i primi esercitando l’agricoltura per trasformare i deserti e le terre incolte in grate sedi delle generazioni umane. Ma per non citare altri scrittori, Ellis ed il Barone de B. soppongono che primi emigrassero i Gaels, ossia Celti o Asiani, e per la Scizia passassero nell’Europa, poi i Traci per l’Asia Minore e la Grecia co’ detti popoli s’incontrarono nella Dacia, nella Pannoniae nella Rezia, ed in Italia alla fine si stabilirono col nome di Tirreni, senza congetturare da che sì fatto nome provenisse.

I Greci rapportandolo a Τύρσις, che non solo dinota torre o propugnacolo' ma anche ambito e circuito di mura, a tali significati riferivano il nome di Tirreni 254); ma essendo più tosto da vedervi un nome etnografico d’ignoto significato, con quello de' Tirranii Iberi più verosimilmente spiegare si potrebbe, perché più antico degli altri nomi simili si presenta in contrade più o meno dell’Italia lontane, come quello dell'isola Tyrrhine presso la Carmania 255), Tyren un luogo di Clazomene nella Ionia 256), Tyrria nell’isola di Cipro 257), Tyrrhene nella Macedonia 258), e Tyrrheum nell’Acarnania 259). Se con questi nomi geografici confrontar non si può quello di Tirreni, valgono almeno a dimostrarci che del tutto forestiero fu un nome sì fatto, e anziché particolare all’antico popolo italiano, da ripetersi più tosto dal più lontano Oriente. Ed anche la città di Tyras col fiume dello stesso nome, dal quale denominavasi 260), e ch'è il Dniester di oggidì, non è in vero da dimenticare per rendersi ragione dell’origine ignota del nome di Tirreni, ove si ponga mente non solo alla prima via da Schlegel assegnata, per la quale dall’Oriente ha creduto passati i più antichi popoli dell'Europa, come ho detto, ma anche alle lontane sedi de' Tirreni, che agli stessi antichi ne rendeano oscura o dubbia l’origine e la cognazione, còme dice Dionigi. In ogni modo con le divisate distinzioni di regioni e di popoli, di abitudini e di costumi, di primitive e meno remote emigrazioni, si avrà forse ragione di annoverare tra gli uni e tra gli altri i più antichi popoli dell’Italia e del Lazio. Come in tutta la storia dell’umanità, noi possiamo per quella dell’Italia di leggieri trasportarci con la fantasia oltre il tempo delle prime tradizioni, che ci ricordano i popoli che prima vi furono, e che poi vi sopravvennero, popoli invasori originati da altri invasori più lontani frammisti ai vinti, quelli che da questi combattuti per forza ne esularono, e quelli ancora che venutivi dappoi, e tramiselciandosi co’ più o meno antichi, costituirono la popolazione della penisola, ma non ostante la lontananza de' tempi, in cui venne a poco a poco a formarsi, abbastanza distinta e diversa si presenta ne’ tempi storici. Le sedi varie e i diversi dialetti, se non appena la mitologia o le credenze popolari, ci mostrano qua e là diversi i popoli d’Italia; così che è questo un fatto che ripugna e si oppone a qualsivoglia idea sistematica contraria che far ci possiamo sulla primitiva etnografia italica. Si potrà più o meno dubitare dell’origine di molti, o di tutti i nostri antichi popoli,ma nessuno potrà contrastamele differenze spiccate e varie, le quali provennero appunto dalle origini eterogenee, confluendovi da diverse regioni in diverse contrade. Ma viene un tempo in cui cominciano a combattersi l’un l’altro, ed è questo il cominciamento della storia, la quale quasi dal principio del mondo si prosegue da che soltanto pochissimi nel tempo e nello spazio sono stati paghi del proprio, e che la tradizione ci trasmetteva,, oltre la quale non possiamo con la mente trasportarci, se sviarci non vogliamo nel campo ingannevole delle ipotesi. Chi fuori della tradizione crede costruire la storia, anziché esporre, interpretare, rischiarare i fatti fuori di noi e della contemplazione propria, non fa che esporre le subbiettive idee proprie, perché queste prende per fatti, i ragionamenti per pruove, e l’autorità propria per quella delle tradizioni, o delle testimonianze. In difetto di altre memorie e di monumenti facilmente possiamo immaginarci l’umanità de' primi tempi, e i popoli d’Italia anteriori a quelli che la tradizione ci presenta ne’ barlumi o ne' principi! della storia; ma altro è la tradizione, ed altro le opinioni nostre e isistemi più o meno verosimili;e questi lasciando a coloro che dar si vogliono il piacere innocente di farne tuttavia dopo molti e dotti tentativi simili, dico che dovendosi la tradizione seguire e comprendere, appena ci è lecito interpretarla o spiegarla co’ mezzi che gli stessi fatti, o la storia con le giuste induzioni ci somministrano. Nella libertà assoluta delle ipotesi vale meglio l’induzione legittima; nella franchezza della negazione, o dell’affermazione, meno fantastica si dirà la spiegazione probabile di quel ch’è oscuro o incerto, e in questo è da seguire e pregiare lo studio della critica, ed applaudire alle spiegazioni ingegnose de' dotti che sapevano proporle, se da tanto non siamo da farle migliori e più soddisfacenti.

III

I primi re favolosi del Lazio

Erano i già esposti i primi dati storici, co’ quali comincia la storia di Roma e del Lazio, e se tuttavia la critica si studia spiegare le origini favolose della città, non è meraviglia che i logografi ed i poeti sulla tradizione già alterata per modo li narrassero, o abbellendoli vieppiù li fingessero, che gli Aborigeni si dichiaravano prima selvaggi, e poi giunti alla felice età d’oro per opera di due re, favolosi più di quelli che s'incontrano al principio della coltura di tutti i popoli. Se con una fede delle più fervide l'età felice dell'umanità da certi scrittori si pensa nell’avvenire, senza potersi intendere che mai le promettano, perché noi dicono, all’origine de' tempi s’immaginava nell’età storica, allorché la dimora de' beati si poneva all’estremità dello spazio. Autori supremi della civiltà del Lazio dicevansi Giano e Saturno, re benefici e numi supremi, perché quasi ogni popolo ha un'epoca divina, in cui regnano i Numi, o gli uomini sono iddii. Ma gli Egizii p. e. il regno de' Numi ponevano per allegoria, o per accennare al tempo anteriore alla comparsa dell’umanità, lo stato selvaggio è contrario allo stesso concetto di que’ savii, i quali immediatamente dopo i numi pongono il primo legislatore Menes, e in ogni modo non può porsi come principio della nostra storia, perché posta l’Italia all’estremità di un gran continente che si prolunga da quello dell’Asia primitiva, i popoli vi passavano piuttosto in condizione di nomadi, e l’ipotesi dello stato selvaggio e ferino, dell’antropofagia e del feticismo, che spesso ritorna, o si continua sulla persuasione degli antichi, si deriva anzi dall’altra che gli uomini nascessero da per tutto e dove la storia comincia a conoscerli, al contrario della tradizione, che li dice propagati dal più lontano Oriente. Ma se con molti fatti che negar non si possono la tradizione trasmetteva pure favole e follie, e le follie della tradizione sono spesso simili alle pazzie imitate de' poeti, è opera della ragione e della critica sceverare e distinguere la fantasia e l’imitazione dal fatto o dal vero.

Giano, dicono i poeti e gli scrittori del Lazio, regnò un tempo sulle sponde del Tevere, messosi ad abitare nella rocca edificata sul colle che dal suo nome fu detto Gianicolo 261). Soltanto perché adorato fu a Faleria 262) nell’Etruria, e nell’Umbria, potè dirsi che dominò anche fuori di Roma e del Lazio; ma Protarco di Traili nella Lidia, o nella Caria 263), di età sconosciuta, ma certamente più antico de' citati scrittori, i quali seguivano l’autorità d’Igino, libèrto di Augusto, al contrario scriveva che, regnando egli con Camese, un uomo indigeno al pari di lui, Camesene fu detta la regione, e Gianicolo la città che insieme edificarono 264). E sia che regnasse solo, sia che con Camese, la giustizia e la pace furono tra gli uomini; e venerati i numi, e i popoli nelle case trasferiti da' tugurii, volevasi pure che regnasse con la sorella Camesene 265), a simiglianza de' re egizii. Benché determinar non si possa l’età de' citati storici, i quali il nome d’una contrada spiegavano con quelli di un uomo e di una donna, pure dir si debbono antichi abbastanza, perché appunto ci davano notizia di uno di que’ nomi topografici, di cui pcrdevasi poi la memoria col prevalere di altri nomi, e la Camisene che fu nel Lazio, la quale ha il suo confronto, come si vedrà, col nome di un’altra contrada fuori dell’Italia, ci serve bene per confermarci con altri nomi l’arrivo nella regione di alcuni popoli dal più lontano Oriente.

Passato intanto il regno in potestà del solo Giano, seguiva a dire Protarco, egli accolse Saturno, scacciato da Giove, il quale approdò alle sponde del Tevere. E da lui appresa l’agricoltura, e migliorate le condizioni del vivere, al regno lo associò per rimunerarlo del benefizio. Battendo la prima moneta, si mostrò anche a Saturno riverente coll’avervi da un lato figurata la propria immagine, e dall’altro la nave con cui l’espulso re era giunto nel Lazio. E regnando concordemente, insieme edificarono due città co’ nomi di Gianicolo e di Saturnia.

Scomparso poi Saturno, non si sa come, pensava Giano di onorarne anche più la memoria col nominar Saturnia tutta la regione che ubbidivagli; ed un’ara anche gli eresse, e le feste saturnali instituì più secoli prima della fondazione di Roma. Le cose stesse presso a poco narrava Trogo Pompeo col dire che Saturno, re degli Aborigeni, ebbe fama di essere così giusto, che nel suo regno non v’ebbe chi servisse, né chi possedesse cosa privata; ma tutte ed indivise erano fra tutti, come se avessero un sol patrimonio; in memoria di che, pareggiate ne’ conviti de' Saturnali le sorti di ciascuno, i servi sederono a mensa co’ padroni 266). Se le aspirazioni al comunismo per tali narrazioni favolose molto antiche si direbbero, l’impossibilità della cosa si trovava nel fatto, che ne rimase appena la memoria, o più tosto l’ipotesi. La tradizione proseguiva tale storia mitologica per più generazioni di re nati da Saturno, ma fuori del territorio di Roma. I Saturnidi dalle rive del Tevere, né senza ragione, come si vedrà, trasferiti si veggono a aurento nella regione de' Rutuli; e tutti questi re, Pico, Fauno,Lavino e Latino, detti furono Marrani, scrive Servio, come Cecropidi quelli di Atene, Tolomei quelli di Egitto, Arsacidi quelli di Persia, Silvii quelli di Alba, ed Augusti gl’imperatori di Roma 267), da quel Marrano, che fu l’antenato di tutti secondo Virgilio 268), ma ignoto a tutte le genealogie, e che vedremo creduto o finto da una mal compresa denominazione de' Latini o Romani de' primi tempi. E perché, come ad ogni uomo, a Saturno ed a Giano le loro consorti si attribuivano in Opi e Diana, o anche in Camise, Venilia, Cama e Iuturna, così la tradizione mitica attribuiva Circe a Pico, Manica a Fauno, Amata a Latino. Al quale elenco de' più antichi tipi del Lazio si può anche aggiungere Marte, così spesso confuso con Pico, e che lo stesso Dionigi ricorda come l’antenato di Fauno 269). Sono tali le persone e i racconti di cui si compone la più antica storia del Lazio. Tutto vi è meraviglioso e divino, e ciò basta, dice Lacroix, per non ritrovarvi niente di effettivo nel senso storico 270); ma per discoprire la realtà istorica nella favola, o per ritrovare nella tradizione favolosa il popolo che vi credeva come ad un fatto storico, spender dobbiamo ogni nostro studio.

Ed a Giano facendo ritorno, benché importi spiegarne le diverse genealogie, i suoi fratelli e i suoi figli, perché furono nondimeno in tempo meno antichi immaginati, per essere da scrittori meno antichi ricordati, quando più si pensava che stato fosse un uomo, non hanno l’importanza della sua origine più probabile, che è quella che più d’investigare fa duopo. Nel carattere mitico di Giano è la spiegazione simile di tutti gli altri; e tuttoché la tradizione che davalo a credere come un indigeno del Lazio 271), a quella sia consentanea della pretesa origine identica de' suoi popoli, per altre tradizioni nondimeno era un esule dell’Ellade, venutovi propriamente da Delfo, o dalla regione de' Perrebi. Questa seconda patria gli assegnava Plutarco; e Dracone di Coreica, senza dirlo ivi nato, accenna, in generale alla sua origine forestiera col riferire che aspirando a cose maggiori, navigò alla volta d’Italia, ed il monte o il colle abitò da Roma non lontano poi detto Gianicolo. Il nome di Ianus ebbe pure il prossimo fiume; e perché, oltre all’essere stato il primo a batter moneta, l’invenzione delle corone, de' ponti tumultuarli e de' navigli gli si attribuivano, molte città nella Grecia, nell'Italia e nella Sicilia l’immagine bicipite imprimer ne solevano nelle loro monete, le quali avevano dall’altro lato un ponte, una corona, o una nave. Ed è fama, proseguiva a dire Dracone, che si sposasse con la sorella Caniesene, dalla quale ebbe la figliuola Olistine 272). Plutarco, sulla testimonianza dello stesso storico, odi altri, gli attribuiva anche un figlio col nome di Ætex 273), e questo suo rampollo con la regione de' Perrebi, dalla quale dicevasi profugo, ci è di guida per conoscere l’origine più verisimile di tal nume primitivo dell’antica Italia, divenuto re nelle mitiche tradizioni del Lazio.

Poiché nell’antica geografia moltissimi esempi si hanno di città fondate da favolosi fondatori omonimi 274),cd anche nell’antica storia s’incontrano città e popoli personificati in persone mitiche dello stesso nome, altrimenti non è da dire dell’Æthex, supposto figlio di Giano, nel quale tutto un popolo veniva personificato, quello cioè degli Æthices dell’Estiotide 275), i quali avevano prima abitato sul Pindo tra la Tessaglia e l’Epiro, e furono colonia de' Perrebi 276). Della spiegazione dell’Æthex figlio di Giano con gli Æthices della Tessaglia tutto il merito è dovuto al Klausen, il quale mettendo in chiaro ciò che per molti altri dotti era rimasto oscuro o inosservato, il primo faceva conoscere una ignota emigrazione su’ sette colli di epoca sconosciuta, ma antichissima, e forse tra quelle de' Pelasgi e degli Arcadi. Il nome del fiume Ianus, lo stesso che quello che poi fu detto Tiber dopo la fondazione di Tibur, perché nelle alture di questa città ha le fonti, non fu per laiche una ripetizione del nome del fiume Ionus presso Oxinia nell’Estiotide, il quale sbocca nel Peneo 277), nell’antica patria degli Æthices 278). E siccome il fiume Inaco nel paese degli Amfilochi presso i detti popoli fu nominato dall'omonimo fiume dell’Argolide 279), per la colonia che dicevasi condottavi da Alcmeone, o anche da Amfiloco 280), così dal fiume Ionus dell’Eticia veniva il nome a quello presso il Gianicolo 281).

Ma se Ἰoνός derivasi da ἴw, lo stesso che ew, andare, ed ogni fiume è andante, perchè dalla sorgente va pel suo alveo e la contrada che inaffia, un'altra origine dee trovarsi del nome Ἰoνός, dal quale Ἰανός si può credere diverso per la sola diversità della pronunzia; e tale origine verrebbe più tosto indicata nel culto comune alle due contrade, delle quali nondimeno la seconda l’ebbe dalla prima, in quello cioè del Sole adorato in entrambe, perché l’astro in fatti si vede andante pel suo corso apparente. Se agli stessi antichi fu evidente il significato di Ianus, riferito al Sole da Nigidio, il quale in coerenza della greca etimologia bene spiegollo con Eanus 282), non mi sarebbe d’uopo anche più dichiararlo col significato de' nomi de' due figli di Amfiarao; ma per l’analogia manifesta di tutti e tre, giovami soggiungere che se Alcmeone è il forte produttore (ἀλκ-μαίων), Amfiloco è chi parla ambiguo (ἀμφι- λοχός per ἀμφι -λόγος), e chi non riferisce al Sole il primo di tali cognomi, chi non ad Apollo il secondo, per l'ambiguità degli oracoli? E si rifletta che se Giano dicevasi anche partito da Delfo, a Delfo fu il cocchio di Alcmeone 283), e gli furono attribuiti i vaticinii, gli stessi vaticinii furono attribuiti ad Amfiloco nella città di Mallo 284), che dicevasi da lui fondata 285), come la rocca sul Gianicolo da Giano, e per la cagione stessa delle predizioni, Amfiloco dicevasi ancora figlio di Alcmeone e di Mallo 286), la ninfa, o la dea degli oracoli. Il fiammeggiante scudo che Pindaro attribuiva ad Alcmeone allude all'astro luminoso; e si noti che lo stesso poeta Alcmeone celebrava come custode di quel che possedeva, perchè i poeti sono protetti da Apollo, e come colui che il confortava allor che il passo moveva verso il nume di Delfo 287). I supposti conduttori delle colonie nell'Epiro, nella Cilicia e a Roma non differiscono che ne’ nomi, ma sono gli stessi 288).

Spiegato così il nome di Ianus con uno de' cognomi solari simile ad Amfìone, Iperione, Endimione, ed agli altri già detti Alcmeone ed Amfiloco, si comprende la favolosa tradizione del profugo Giano dal paese de' Perrebi, gli stessi che gli Æthices 289), i quali nella Tessaglia abitavano la regione tra la Timfea e l’Atamania, ed erano popoli molto audaci e barbari, e molto dediti a' ladronecci 290). Essi ricordano i costumi simili de' pirati Eolii, che ne discendevano 291), perché Bunima, presso Trampia o Timfe, volevasi fondata da Ulisse 292), come Roma da Romo suo figlio. Una conferma della colonia de' Perrebi vedremo in seguito nel nome di Ægonium, che fu il più antico nome del Quirinale. Ulisse fu il prototipo degli Eolii; e siccome gli Atamani, vicini degli Æthices, e propriamente i Cranonii, si condussero nella Japigia 293), e furono probabilmente anche i fondatori di Olchinio (ora Dulcigno) che ricorda i monti Olchinii de' Timfei, così vennero nel Lazio, ma non direttamente, comesembrami, dalla Tessaglia; perché siccome tra gli altri popoli nell’Epiro stabiliti prima della guerra trojana furono gli Æthices 294), così sembra che quelli sul Tevere dall’Epiro vi passarono, anche perché secondo Omero i Perrebi si erano posti ad abitare presso la fredda Dodona nella stessa regione 295). I Perrebi o gli Æthices stabiliti a Roma spiegano la simile origine di Tibur dagli antichi non compresa, non dichiarata da' moderni critici, ma così manifesta che non è da dubitarne. I due fratelli fondatori di questa città fecero immaginare a Virgilio Catillo e Cora in aiuto di Turno contro di Enea 296). Orazio si contenta nominare Argei i coloni greci fondatori di Tibur 297); Stazioli nomina Alcide e Catillo 298), ed Ovidio a Telegono attribuisce la stessa fondazione 299). Ma più esplicita è la testimonianza di quelli che, come fa saperci Plinio, ne onoravano uno de' figli di Amfiarao 300), cioè quell'Alcmeone che con Amfiloco fondato aveva nell'Epiro Argo Amfilochico, il quale non senza ragione è da Stazio scambiato con Alcide, perchè il Sole è insieme Alcmeone ed Alcide, Catillo e Cora riferendosi alla vasca dell'acqua della fonte e della terra sì dilettosa di Tivoli, così che in quella città meglio che altrove riuniti si vedevano la maggior parte degli elementi, onde si allieta la vita dell'uomo, il sole fecondante, la limpida sorgente, e la terra ubertosa, che sì bella rendevano la villa di Vopisco. Il Tiburte Remolo, ricordato da Virgilio 301), ci mostra chiaramente l'origine della città per opera degli Æthices o de' Perrebi, che fermati si erano a Roma; ed essendo indifferente che l'origine stessa riferivasi a Telegono 302), figlio di Ulisse, il quale ci riporta agli stessi Tessali o Eolii, importa notare, che spiegati col culto solare i supposti figli di Amfiarao, sì fatta origine è confermata dalla Sibilla Alburea Tiburtina 303), sacerdotessa di Apollo, perchè tutte le sacerdotesse di Apollo furono Sibille 304).

Or, siccome i numi per lo più fondano le città, edificate di fatto da' popoli che li adoravano, così Giano nella tradizione mitica fonda la città sul Gianicolo, la quale più veramente attribuir si dee agli Æthices, che v'introdussero il culto del lor nume, cioè Apollo, sì perché Giano volevasi anche uscito da Delfo, sì perchè Ianus fu lo stesso chè láος (da law foveo, e quindi medeo), donde "Ιανός, Apollo Clario, o il Sole, come dichiarava l'antico oracolo spiegato da Cornelio Labeone, e che Macrobio riferiva nel seguente modo 305):

Ὄργια μὲν δεδαῶτας ἐχρῆν νηπενθέα κεύθειν.

Ἐν δ' ἀπάτη παύρη σύνεσις καὶ νοῦς ἀλαπαδνός.

Φράζεο τὸν πάντων ὕπατον θεὸν ἔμμεν Ἰάω,

Χείματι μέν τ'᾿Α· ΐδην, Διὰ δ' εἴαρος ἀρχομένοιο,

Ἡέλιον δὲ θέρευς, μετοπώρου δ᾽ ἀβρὸν Ἰάω.

Istrutto ne' misteri, si conviene

Tenerli ascosi. Nell'error la mente

Si fa piccina, e l'intelletto gramo.

Delle cose universe ora ti dico

Che prence è lao. Ei nell'inverno è Ade,

In primavera Dio, Elio di state,

E delicato Iao nell'autunno.

Nigidio dimostrava ancora l'identità di Giano col greco nume Apollo θυραῖος 306), che i Romani tradussero col Ianus Portunus, o Portumnus, il cui nome accennando insieme alle porte ed ai porti (da πορθμεύω, ο πορθμὸς, come portus da φόρτω), perchè nelle porte si entra, e se n'esce, come da' porti le navi escono e vi entrano, l'allusione dell'epiteto è spiegata da Lutazio, il quale diceva che Giano rappresentavasi gemino perchè imperando alle due porte del cielo, sorgendo apre il giorno, e tramontando il chiude 307). Per la ragione stessa era detto Patulcius e Clusius 308), il che poi si riferì al suo tempio, che in tempo di guerra si apriva, e in quello di pace si chiudeva. Dalla greca città di Faleria ne passò a Roma il simulacro con quattro facce 309), corrispondenti alle quattro regioni del cielo, e quindi delle stagioni; ed essendo stato il nume del cielo nell'Etruria 310), non fu che il Sole, o l'Apollo de' Greci, il quale con due facce era a Tenedo figurato, come a Roma, e col nome di Tenne, l'eponimo della stessa isola, vi si adorava con Amfitea, o Emitea, supposta sua madre 311), ma non altra che Diana. E rileva anche più notare che in un papiro egizio è detto che Ra, il nume del Sole, apre le quattro porte del celeste orizzonte per illuminare il mondo 312); e secondo la stessa idea dagli Egizii dicevasi Mentu ο Μών, e Atmu o Toòu, voci ed attributi corrispondenti a janitor e clauditor 313), perchè il Sole le porte del cielo apre col sorgere, e le chiude col tramonto. E tutto questo giova aver detto per quelli che sostengono che la greca mitologia non ebbe antecedenti, e per gli altri che con Ovidio in Giano veder potrebbero un nume particolare ed unico di Roma, o dell'Italia 314). Un nume presentissimo, qual era quello del Sole, esser poteva adorato soltanto da' Romani? Ma lasciando stare ciò ch' è fuori d'ogni dubbio, se il culto di Giano, o del Sole, fu molto probabilmente introdotto a Roma da Perrebi, dalla cui regione dicevasi fuggito in Italia, e dir si potrebbe anche da' Pelasgi, che adorarono i Cabiri, fra' quali tra gli altri annoverar si doveva il Sole sotto il nome di Fetonte o di Dioniso 315), il cui culto ricevuto avevano dalla Tracia 316), dove si può credere propagato dalle colonie uscite dall'Egitto, non per altro che pel suo nome la famiglia Aurelia, prima detta Auselia, e dalla Sabina passata a Roma, vi ebbe cura del tempio di Giano, e pel nome istesso potè pretendere secondo le idee del tempo, alla discendenza del primo supposto re del Lazio, come dicevasi dell'antica famiglia Januaria, della quale fu oriundo il Santo protettore della città di Napoli 317), perchè se Vsil gli Etruschi dissero il Sole, Ausel o Osel ebbero a dirlo i Sabini 318). Benché gli antichi del resto e i moderni hanno benissimo spiegato Giano, egli sembra nondimeno che altrimenti se ne debba dichiarare il nome, e nell’etimologia, oltre delle altre ragioni diverse, si ha l’origine greca del nome di Ianus. Se Ianus altro non fu che l’abbreviazione di Dianas, nome analogo a Diana, giusta la spiegazione di Nigidio 319), una sola fu l'etimologia de' nomi deʼ due numi, probabilmente da διανύω, iter perficio, perchè il Sole come la Luna, viaggia apparentemente per gli spazii celesti, o da Δίς e άνω, il nume superiore, come ὁ ἄνω βασιλεύς, rex supremus, o anche da δίω, celeriter curro; e tutte queste etimologie, come tutte le altre cose che si son dette di Diana, non dimostrano l’origine greca dell’abbreviato nome di Ianus? A queste medesime conclusioni portano i nomi de' genitori e de' figli di Antenore 320), che importa conoscere per farci le giuste idee de' conduttori delle colonie primitive, cioè de' numi, sotto la cui protezione viaggiavano e si stabilivano. Per le quali tutte cose s’intende che Giano fu detto re dell’antica Italia, come Osiride dell’Egitto, Giovedì Creta, e Pelope del Peloponneso, senza dire di altri molti favolosi personaggi simili, i quali per lo più non alludevano che all’astro del giorno, come lo stesso Giano.

Ma per la relazione di Giano con Canuse o Camisene, o di costoro con esso, i quali nomi anziché riferirsi ad un uomo, o ad una donna, furono piuttosto relativi ad una contrada, giova notare che Strabone dice che alla Partiene o Partica si appartenne la Cornisene 321), ed anziché con le ipotesi di Annio da Viterbo, di Bochart, di Nork e di Eckermann 322), la Cantisene del Lazio si spiega meglio co’ Sabini che l’occuparono, ed il nome vi riprodussero della regione di cui furono originarii, e che anziché la Persia e la Battriana in generale secondo Igino e Silio Italico, fu piuttosto la regione già detta, perciò appunto che ne rimase il nome in Italia. I due nomi di Cantisene e Contisene sono analoghi, e quel ch’è più singolare si è, che sono simili alla Cambisene dell’Armenia ed alla Cantisene del Ponto, la prima confinante col paese degl’Iberi e degli Albani, e l’altra presso l’Armenia Minore 323), così che i nono di tutte potendo credersi derivati da quella dell’Armenia, il nome della Cantisene del Lazio può riportarsi più probabilmente anche agl’Iberi; e cresce la meraviglia al considerare che l’odierno distretto di Ktissiai nella Giorgia, già abitato dagl’Iberi, fu anticamente detto Kambetschoicani da' molti buffali che vi sono, i quali nominandosi Kanibetschi da' Giorgiani, e Gaientisch da' Persiani, danno ragione del nome della Cantisene della Persia e della Cambisene dell’Armenia, con cui Klaproth confronta dubitando quello della regione anzidetto 324), senza ricordare la Cantisene del Lazio, la quale, conferma l'etimologia ed il confronto de' due nomi, perché nelle paludi Pontine ora pascolano i buffali come nella contrada della Georgia, o dell'Iberia, e la sconosciuta e indeterminata Cantisene latina non si può meglio altrove indicare che nelle paludi medesime, col detto nome indicate per cagione de' buffali, come dalle mandrie de' buoi il fu l’antichissima Italia sullo stretto 325).

Or siccome una parte del Lazio si personificò in Cantisene e Cantise, l’una supposta sorella e consorte di Giano, e l’altro suo compagno nel dominio, come gli Æthices furono personificati in Æthex, ed il Sole in Giano, primo re del Lazio, così nell’altro re Saturno si personificò il nume che feconda e abbondevole rendeva tutta la regione. Dionigi chiaramente dice: Non è da meravigliare che gli antichi stimassero l'Italia sacra a Saturno, pensandosi che questo dio vi fornisse e saziasse gli uomini di ogni bene 326); ma la saturità riferivasi alla terra anziché agli uomini; e sia che la voce Saturnus derivar si voglia da σάτω, ο παρὰ τῆς σάθης 327), dalla potestă generativa del Cielo, che la terra feconda e rende ubertosa giusta le idee degli antichi 328), sia che suppongasi che col primo arrivo de' Greci coloni nel Lazio la regione si nominasse Σάτυρνια, lo stesso che Σάτυρια e Saturnia per l'ubertà appunto e per l'abbondanza de' frutti della terra, egli sembra che da sì fatte voci de' Greci coloni nel Lazio, Perrebi, Arcadi o Pelasgi, s'immaginasse poi il nume Saturnus o Sateurnus da (Σάτυρνος, lo stesso che Σάτυρος), il quale fertili rendeva le terre, e sazii gli uomini de' loro prodotti. Σατύριον, o Saturium, si nominò ancora la regione presso Taranto 329), che pel nome di Falanto, non il supposto conduttore de' Partenii, ma la città istessa, così detta dalla sua metropoli nell'Arcadia 330), ricorda glistessi coloni Arcadi, come a Roma anteriori agli Spartani, fa preferire la detta etimologia, confermata dal nome primitivo di Σατορνία 331), da σάτω, ο σάττειν, con che si spiegano i derivati satur e satura, come satio e satis, e si hanno l'idea ed il significato di ricolmare, rimpiere e saziare gli uomini sempre insaziabili e mal paghi. Dionigi la voce Saturnus traduceva con Κόρος, che tra gli altri significati ha pure quello di sazietà, e facilmente ci fa comprendere l'idea primitiva che i Greci coloni si fecero del paese nel quale si stabilirono, come ne sperimentarono la fertilità e l'abbondanza. Servio scriveva: Superis autem debemus omnia donec vivimus.... sortimur a Sole spiritum, a Luna corpus.... a Saturno humorem 332); e chi non vede che Saturno era quello che tanto più dava i succhi alla terra,alle piante ed a' frutti?

Derivata quindi ἀπὸ τοῦ κόρου, a saturitate, la parola ibrida κόρονος, saturus, e questa contratta in κρόνος 333), dava luogo a confondere Κόρος con Χρόνος, e quindi alla favola del passaggio di Crono o Saturno nel Lazio quando Giano vi regnava. Le idee evemeristiche anteriori ad Evemero su' numi ben potevano dar credito a tale favola, perchè si narrava, o si credeva, che come Crono espulso avea dal regno Celo suo padre, così Giove scacciò dal regno Crono. Così scrissero vanamente molti autori Latini ripetendo il mito de' Greci 334); ma oltre che tali espulsioni e successioni ne’ regni de' Numi erano del tutto allegoriche come le stesse persone mitiche che vi figurano 335), nel finto Sanconiatone, o nella stessa mitologia de' Fenicii esposta da Filone di Bibli, se si narra l'espulsione di Celo 336), non si parla di quella di Crono; e alle sole favolose tradizioni greche può attribuirsi, originate appunto dal culto di Crono diffuso da' Fenicii in tutti i lidi ne' quali si stabilivano. Sanconiatone, o Filone, narrava soltanto che Crono viaggiasse per tutto l'orbe, e il regno dell'Attica desse a Minerva, quello dell'Egitto a Taaut, e che dopo la sua morte consecrato gli fosse il pianeta del suo nome. Altri, come Manetone e Carace, scrivevano che regnato avesse nell'Egitto e nella Libia 337); ma Esiodo e Pindaro affermavano che dominasse ai termini della terra sulle isole de' Beati 338), o nelle terre occidentali secondo scrittori meno antichi 339). Queste terre occidentali bene esser potevano l'Italia, come l'Iberia, dove in fatti l'antico storico Tallo citato da Teofilo diceva fuggito Crono, e propriamente a Tartesso o a Gadira 340), città nota per uno stabilimento fenicio 341); ma le tradizioni dell'isola di Creta, dove dalla Frigia si dicevano passati i Cureti allevatori di Zeus 342), dimostrano il passaggio del culto di Crono in quell'isola, dalla quale si diffondeva nel più lontano Occidente. Perciò altri antichi scrivevano che Crono regnasse nella Sicilia, e vi fondasse la città di Cronia, la quale, non ostante la testimonianza di Eschilo 343), non so attribuire alla stessa isola, sì bene alla Siria, perchè Carace di Pergamo scriveva che Cronia fu la stessa città che poi fu detta Jerapoli 344). Vero è che Diodoro riferendo la tradizione o la favola de' Cretesi, scriveva che Saturno regnò nella Sicilia, nell'Africa ed in Italia, e da per tutto con presidii posti in rocche e luoghi sicuri i popoli tenne fermi nell'ubbidienza, dal che nelle parti occidentali, e nella Sicilia i luoghi più alti Cronii si nominarono, quanto a dir castelli di Saturno 345); ma dice pure che Cronio nella stessa isola fu un monte, non una città, e questo monte essendo quello che si eleva ad un miglio dalla città di Sciacca, sul quale in vece fu la città di Cabala 346), con Eschilo s'ingannarono Polemone ed Isigono, i quali ricordarono la fondazione di Cronia nella Sicilia 347)), se pure creder non dobbiamo che la città di Cabala, fondata da' Fenicii di Gabala 348), si nominò anche Cronia pel culto di Crono che vi fondarono. Non prima dell'arrivo di Tarquinio di Corinto a Roma, al tempo cioè di Servio Tullio, o anche di Tarquinio Superbo, il dotto Giorgio Sippel non ha molto ha creduto che presso i Romani si confondessero le favole di Saturno e di Crono 349); ma il nome di Σατορνία, ο Saturnia, ch'ebbe già il Lazio, parmi di accennare ad un tempo più antico; e senza allegare l'oracolo di Dodona, che a' Pelasgi ingiungeva di sacrificare a Crono e a Dite, o Plutone, presso Cotila degli Aborigeni 350), perché si è creduto facilmente finto, sembrami più tosto che con lo stabilimento de' Fenicii nella Sicilia nella Sardegna s’introdusse la favola dell’arrivo di Saturno in Italia. La potenza marittima de' Fenicii cominciò con la fondazione di Cartagine (825 a. C. 351); e sia qualsivoglia l’epoca, in cui cominciarono a stabilirsi nelle isole anzidetto, posteriore nondimeno a quella sulla costa dell’Africa, di due età d’uomo, e poco più precedente alla fondazione di Roma attribuita a Romolo, si direbbe l’origine della favola del passaggio di Saturno in Italia.

Fu Crono lo stesso che il nume Ήλ de' Fenicii 352), ed il suo culto sanguinoso nelle due pili grandi isole del Mediterraneo, come nella Fenicia 353), a Tiro 354), a Cartagine 355), a Creta 356), a Rodi 357), a Salamina nell’isola di Cipro 358), ed in altre città e regioni in cui fermati si erano i Fenicii, come a Marsiglia 359), è chiaramente attestato dagli antichi. Nella Sardegna a Crono sacrifìcavansi i più belli prigionierie vecchi scssagenarii 360), e nella Sicilia gli umani sacrifizii allo stesso nume nella parte dominata da' Cartaginesi, di origine fenicia, durarono fino al 479 a. C., allorquando Gelone dopo averli superati nella memorabile battaglia presso la città d'[mera, con un trattato di pace li costrinse ad abolirli 361). Il mito di Tato, gigante dal corpo di bronzo, che la Sardegna custodiva dagli stranieri, come nell’isola di Creta l’osservanza delle leggi di Minosse 362), alludeva alle stesse vittime umane, che i Fenicii v’immolavano a Moloch. Anche il famoso toro di Falaride si è spiegato co’ medesimi sacrifizii che nella Sicilia si offrivano a Crono 363), come nella stessa isola di Creta, dove nel tempio sull’Ida muggivano i buoi di bronzo, ossia vittime umane vi si sacrificavano, quando qualche sventura sovrastava allo Stato 364). In un simile toro di rame da Pergamo portato a Costantinopoli l’imperatore Eraclio fe' consumare dal fuoco l’odiato corpo del suo predecessore Foca 365); e se nello stesso Lazio vittime umane sacrificaronsi a Giove Laziale 366), nel quale si è riconosciuto lo stesso Saturno 367), non è meraviglia che per le esposte cose si narrasse che fuggisse da Creta, ed accolto da Giano, in molte cose ammaestrasse i rozzi abitatori del Lazio, come a incider le lettere sulle pietre, a segnar le monete, e a fabbricare gli utensili alla vita utili 368), perché in tali cose e in altre simiglianti a' popoli occidentali furon primi maestri i Fenicii; e siccome nella Sicilia più che altrove si erano essi stabiliti, non dee sorprendere che in quest’isola Saturno si credesse sepolto 369), Firmico scriveva che Saturno fuggì da Creta, ed in Italia fu nascosto dagli Spartani 370), dagli Sparti cioè,o da' Terrigeni simili nati ne’ campi di Tebe, celebri nella favola di Cadmo 371), e che per l’identità di Cadmo con Ermete, deità degli Arcadi e de' Tirreni Pelasgi., non è meraviglia che si ricordi oltre della Beozia anche in Italia. Gli Sparti Beoti, che sembra rappresentino gli abitatori più antichi della Beozia 372), volevansi di là emigrati nella Laconia 373), e per la colonia spartana che fondava Amicle sulla spiaggia di Gaeta 374), non meno che per gli stessi Sicoli più antichi, i quali dalla regione prossima all’Illirico, dove dicevasi giunto Cadmo con Armonia 375), passarono nel Lazio, potevane ancora provenirla favola in Italia. Così spiegata l’origine del culto di Saturno,ben poteva immaginarsi come colui che insegnò la coltura della vite 376), che più facilmente si attribuirebbe ai Sicoli Traci, come datore di ogni bene, e come quegli che più umani e civili rendesse i costumi de' rozzi popoli del Lazio, perché dopo i Sicoli le prime colonie greche incominciarono ad incivilire l’Italia; e ben si poteva ancora immaginare la beatitudine del suo tempo, relativa all’abbondanza che vi fu goduta da' Pelasgi odagli Arcadi. Poiché in Saturno si adorò il nume dell’agricoltura 377), autore delle abbondevoli produzioni della terra, con ragione in lui si considera una delle deità ctonie da' Pelasgi. E sia che l’adorazione e la leggenda più se ne svolgessero a Creta 378), sia che altrove, il culto erano già da tempi immotissimi stabilito nell’Attica 379), come nell’Elide 380), donde vedremo ima colonia [tassare a Roma, dopo di quella che volevasi condotta da Evandro. In guisa che tutte queste spiegazioni già cominciano a scioglierci l'enigma dell’origine della città, origine greca sì pel culto, sì pe' popoli che vi sopravvennero dopo de' Sicoli; ma altre greche colonie vi si aggiunsero per non farci dubitare di questo fatto, il quale manifestamente corrisponde alle origini simili di altre città del Lazio, della Sabina e dell’Etruria.

IV

Altre tradizioni sull’origine di Roma,
che più si accostano al vero ed alla storia

Dalle tradizioni mitiche su’ primi re del Lazio facendo passaggio a quelle che meno si scostano dalla storia, benché involte del pari nelle favole, a due soprattutto fermar ci dobbiamo, comeché a tutte le altre siano state posposte, prevalendo quella massimamente che riferivasi da Diocle Peparetio, e che adottata prima da Fabio Pittore, fu poi da Dionigi e da altri seguita., ed alla fine più o meno ripetuta dagli antichi e moderni storici.

Dionigi scrive che seguendo Antioco Siracusano, dove dice che regnando Morgete in Italia (non il Lazio, o la Saturnia, ma l’Enotria, o l’istmo prossimo allo stretto 381), a lui da Roma si condusse un fuggitivo per nome Sicolo, un’antica Roma si ritrova, la quale precede i tempi trojani 382), e per conseguenza quella che volevasi fondata da Romolo. Così scrivendo Dionigi non dubitò di attribuire ai Siedi la prima fondazione della città; ma sebbene la Sicelia della Tracia 383), e la prima popolazione della Tessaglia attribuita a' Traci dell’Ellesponto 384), possano far credere che i Siedi Traci parlassero una lingua alla greca affine, ma piuttosto barbara, come quella stessa de' Pelasgi barbarofoni, così che a' Sicoli può attribuirsi il greco nome di Roma, ed interpetrarsi anche col greco il nome stesso del loro paese originario, il quale probabilmente si sarebbe nominato Sicilia dall’abbondanza de' fichi 385), sì fatti popoli, come quelli della Tracia in generale, appartengono a tale periodo della storia primitiva, che appena considerar si possono come sparsi in piccole borgate, come quelli stessi de' tempi posteriori, senza le mura e le fortificazioni, che più comunemente e con le concordi testimonianze degli scrittori si attribuivano in vece a' Pelasgi. Questo sì importa notare, che gli esempi analoghi di altri racconti della più antica storia dimostrano che nel Siedo che conducevasi da Morgete, o nella MorUccia, il paese stesso che poi fu detto Italia nello stretto 386), si personificavano i Siedi scacciati da' Pelasgi, e che tutta la penisola inferiore attraversando nell’Enotria si condussero, o nell’Italia primitiva di Antioco, e poi nell’isola che ne prese il nome. Benché non sia chiaro in qual senso Io Scoliaste di Tucidide diceva i Sicoli coloni degl’Iberi 387), se cioè considerandoli come della stessa stirpe de' Sicani, che dall'Iberia occidentale, o dalle sponde del fiume Sicario, o della stessa Scrinarla, in Italia si condussero, come ho detto 388), o come appartenenti agl’lberi, che già ne’ tempi anche più antichi, veduti abbiamo in Italia 389), il che parmi più probabile, certo è che non Uitti i Siedi furono da' Pelasgi scacciati da' luoghi intorno del Tevere, perche i Sicolcnsi lor discendenti con gli stessi Sicani concorrevano tra' XXII popoli alle ferie latine sul monte Albano per partecipare alla distribuzione delle carni delle vittime sacrificate, e benché fossero da lunghe età già mancati senza lasciar vestigio di loro esistenza tra tutti gli altri, che Plinio conta fino al numero di LUI 390), ne basta nondimeno la memoria de' tempi meno antichi per non crederli tutti usciti dal Lazio. Quando nel 710 a. C. i Locri giunsero nel paese dove si stabilirono, trovarono i Sicoli presso il promontorio Zefirio 391), il capo Bruzzano dell’odierna Calabria; e di questi stessi Sicoli non par dubbio che intendesse parlare Tucidide col dire che anche ai suoi dì in Italia erano Sicoli 392). Gli stessi tempi trojani precede ancora Roma che volevasi fondata da' Pelasgi, come Plutarco riferisce, il quale scrive esservi rimasta tradizione di certi scrittori, che i Pelasgi, dopo essere andati vagando, ed aver soggiogato molti popoli, si misero poi ad abitare il luogo dove la città fu edificata, e che nominarono dal lor valore nelle armi 393), perché Roma (Ρώμη) altro non significò che, fortezza, o valore. Ma forse non tanto dal lor valore nelle guerre, quanto dal fortificar la città dopo aver discacciato i Sicoli, alla nuova città imposero il nome, o a quella stessa di già abitata da questi popoli; perché anche a non voler credere che i Sicoli la città avessero propriamente fondata, come scriveva Antioco, tale testimonianza dovendosi sol riferire al fatto che abitavano il luogo dove poi si vide sorgere, come Dionigi dice sulla fede di memorie antichissime, non può dubitarsi per tali memorie istesse, che i Sicoli vi abitassero piccole borgate, e che una di queste, eia più grande, fu fortificata da' Pelasgi. Or fra tanti e diversi racconti circa la più antica origine di Roma, alle due tradizioni già riferite a me sembra che dar si debba la preferenza per le ragioni che addurrò dopo esaminata la probabilità delle altre, senza escludere nondimeno le successive colonie degli Arcadi, de' Perrebi o de' Tessali, degli Elei, e degli stessi Eneadi, ultimi fra tutti, i quali tutti insieme, e co’ più antichi Pelasgi, formarono di Roma una città del tutto greca, come non so dubitarne.

Non parrà intanto fuor di luogo qualche cosa osservare sul tempo che alcuni credono di assegnare con più di certezza all’arrivo de' Pelasgi in Italia, meno antico di quello che pone Dionigi; perché se da un canto notar si può quanto da poco siasi cominciato a veder meno oscuramente nelle tradizioni primitive, si osserva dall’altro come gli antichi si comportassero nel riferirle, il che non è senza utilità per l’obbietto speciale della mia ricerca. Poiché ai racconti de' diversi storici Dionigi soggiunge che Ellanico scriveva nel Foronide, che dal re Pelasgo, e da Menippe, figliuola di Peneo, nacque Frastore, dal quale Amintore, padre di Teutamide, come da questi Nanas, regnando il quale i Pelasgi, profughi dalla Grecia, lasciarono le navi dove il fiume Spineto sbocca nel Jonio 394), non solo suol distinguersi un secondo Pelasgo, diverso da quello che volevasi nato da Niobe, e quindi il tempo posteriore in cui i Pelasgi giunsero in Italia, anche Nanas si fa venirvi a capo dell’emigrazione 395), il che non è affatto nel racconto del logografo. Che gli antichi per difetto di altre notizie storiche mettessero in serie cronologica e come nati di padre in figlio i cognomi per lo più de' numi, e in vece di storia non esponessero che mitiche genealogie, non è meraviglia; ma stupisce che tutto questo non si comprendesse che al nostro tempo, nel quale riflettendosi appunto e su tali genealogie e su’ nomi che vi figurano, i miti e le favole spiegandosi per quel che sono, si escludono giustamente dalla storia. Se per ispiegare i nomi de' popoli s’immaginarono i primitivi uomini omonimi, che se ne affermavano re, principi o condottieri, Pelasgo fu uno di questi, il quale per la grande antichità del popolo che rappresentò, si disse figlio di Giove e di Niobe, nome della dea lunare, o della nuova Luna, da' Pelasgi adorata e dagli Arcadi, la quale coll’altro nome di Menippe, ossia la lunare cavalla, che galoppa per gli spazii aerei, si diede per consorte all’altro Pelasgo, e figlia di Peneo fu detta, pel fiume di tal nome che irrigava il paese de' Pelasgi. I nomi di Frustare e di Amintore, che incontransi in altri miti 396), e sembrano allusivi ad Apollo, o al Sole, ed al tempo, o alla stagione che gli è contraria 397), spiegano gli antenati di Nanas, il quale se fu detto fìgliuol di Teutamide, fu perché città antichissima de' Pelasgi Arcadi fu Tenti; e siccome Nav dinotò la nave, come Nanas, o INavo, fu detto Ulisse 398), pe’ suoi marittimi viaggi 399), allusivi a quelli degli Eolii, egli sembra che sotto quel nome s’indicassero gli stessi navigatori Pelasgi alla volta d’Italia.

Di lungo discorso non mi fa d’uopo per dimostrare favolose e immaginarie non già le tradizioni, ma le opinioni che l’origine di Roma attribuivano ad un Ramo o Remo, ad una Roma, o ad un Romolo o Romano, nati tutti da genitori incerti, perché supposti figli di altre molte e diverse persone pur favolose. Ho già detto che tali fondatori facilmente si supponevano col personificarsi il nome della città, e la fondazione attribuendone a diverse emigrazioni e colonie di fatto a Roma sopravvenute, ma in tempi posteriori alla prima e più antica fondazione. Sì fatte origini non si fondano quindi che nelle supposizioni di quelli che le proponevano, e bene discrederle possiamo come tutte le altre che riferivansi nella geografia dell’Eliade e delle sue colonie, perché del pari supposte da' semplici nomi delle città e de' popoli.

Né meno favolosa e insussistente è l’origine che alla città attribuivasi da una colonia di Trojani, o di Greci, o degli uni o degli altri riuniti, i quali sbattuti dalla burrasca in Etruria, o alla foce del Tevere, costretti furono a fermarvisi per le navi bruciate da una donna di Troja per nome Roma', perché senza negare l’incendio della flotta che dopo la guerra famosa veleggiava alla volta dell’Occidente, l’arsione delle navi si dice avvenuta in tanti e sì diversi luoghi, che non può pensarsi ad una spiaggia del Lazio. La greca flotta dicevasi arsa alla spiaggia dove poi fu fondata Scione nella Tracia 400), nel porto della città di Luna nell'Etruria 401), nel lido della Daunia 402), in quello di Cajatta o Gaeta 403), alla foce del Neeto nella Crotonitide 404), o anche nel Seteo della Sibaritide, così detto da Setea, non già Roma, autrice del fatto, la quale in punizione del reo consiglio era fama che fosse crocifissa sopra di uno scoglio 405), quello stesso per avventura che portò il nome di Seteo. Come per ispiegare i significati de' nomi di Caiatta, del fiume Neeto, e di Seteo, il fatto dell’incendio si suppose avvenuto nelle spiagge dell’Ausonia e delle due regioni della M. Grecia, così l’incendio stesso si applicò all’origine di Roma per dar ragione del greco nome della città; ma la tradizione su Scione 406), sembra di aver dato origine alle altre. Se l’incendio delle navi si suppose anche avvenuto alla spiaggia della Daunia, fu perché una città di Scione vi fu edificata da una colonia uscita dalla Sciane della Tracia, o della Macedonia 407). Più verisimile rimane dunque la tradizione da Plutarco riferita, adombrata anche in quella di Antioco, senza potersi aver conto di quel che scrive Dione Cassio, il quale dice che dove poi fu Roma fu già un luogo (χώρα), paese o contrada, detto Enotria 408), perché come Varrone e i poeti 409), il nome di Enotria, che si estese negli stessi confini dell’Italia primitiva sull'istmo 410), trasportò al Lazio, o al tratto abitato da' Sabini, come Servio riferisce 411). Le città greche nella Sabina, fondate da' Pelasgi e dagli Arcadi, furono forse anche cagione che molti antichi scrittori i Sabini supposero di greca origine, e più specialmente laconica 412), come que’ popoli stessi pretendevano 413); ma oltre che di stirpi diverse furono i Greci ed i Sabini, i Greci Aborigeni confonder non si possono con la colonia Spartana del tempo di Ligurgo (886 a. C.), che fondava Amicle 414), donde probabilmente i Laconi passarono nella Sabina; e sebbene un dotto scrittore moderno conferma e spiega l’origine ellenica degli Aborigeni dallo stesso storico sostenuta 415), non dice tuttavolta quali popoli fossero propriamente, e supponendoli per parte mia in altra regione dell’Italia, nell’agro che poi fu de' Volsci, dirò che furono gli Eolii, o i Tessali. Nissuno direbbe con R. Rochette che gli Enotri, o gli Arcadi, da' quali il nome di Enotria venne all’Italia inferiore, penetrato avessero nella Sabina 416). L’Enotro re della Sabina fu supposto da Varrone 417), come lo stesso Italo, che Servio dalla Sicilia fece passare in Italia 418), turbando così entrambi la tradizione di tutti gli antichi, perché erano anzi i Sicoli scacciati da' Pelasgi che davano il nome all’isola, ed era il nome d’Italia, non Italo, che dall’istmo incontro allo stretto passava a dinotare le regioni superiori. Anche Tucidide prima di tutti ricorda un certo Italo re de' Sicoli, dal quale dice derivato il nome all’Italia; ma parla de' Sicoli dell’Italia inferiore, i quali originati da quelli che vi erano rimasti nel passaggio della maggior parte nell’isola, divenuti italici si supposero dominati da un Italo, nella guisa stessa che gli Enotri si credettero così detti da un Enotro Aglio di Licaone (il Cielo, o il Sole adorato dagli Arcadi), come altri popoli da altri supposti re o condottieri immaginati da' nomi delle regioni, le quali, come l'Enotria, o la terra del vino (Οίνωτρία 419), e la Peucezia, la terra de' pini (da πεύκοι, pinus), furono nominate da altre circostanze locali, e fra gli altri moltissimi un esempio se ne ha nel supposto fondatore di Ameria nell'Umbria, cioè nell'eponimo Amirus quidam, come il dice Festo, nel mentre che i Dexari Caoni che nell’Epiro abitavano sotto il monte A miro furono quelli che la fondarono 420), e persuaso ne sono per l’analogia delle due denominazioni geografiche, non meno che per le antiche mura di Ameria, simili a quelle delle più antiche città greche dell’Italia, e pe’ noti Caoni dell’Enotria. Più verisimile parve a Dionigi che i Laconi, i quali fondato avevano Amicle sulla spiaggia dell’Ausonia, passati erano nella Sabina 421); ma giustamente Niebuhr l’opinione ne riferiva come un esempio delle diverse spiegazioni degli antichi, che si fanno passar come tradizioni, e che tali non sono 422). Tutte queste cose si sono dette, tutte queste cose si sono supposte, senza bene distinguersi l’Enotria primitiva, gli Aborigeni della Sabina, e quelli dell’agro de' Volsci, ai quali soprattutto rivolgerci dobbiamo, per dire più probabilmente dell’origine della città, la quale per la non dubbia analogia della lingua latina col dialetto eolico ci riporta agli Eolii. Dionigi dice ancora che certi scrittori Romani Roma nominarono città tirrenica 423), e pe’ Pelasgi che in Italia Pelasgi-Tirreni e Tirreni-Pelasgi si nominarono, siamo così a' detti popoli ricondotti, i quali erasi chiamano semplicemente Pelasgi, ova. Eolii, ed ora Tessali; ma perché tutti uscirono dalla Tessaglia sono sempre gli stessi, né gli uni dagli altri differiscono che pe’ tempi soltanto in cui più o meno furono in uso tali denominazioni. In essi riconoscer dobbiamo, se non veramente i primi fondatori della città, ch’ebbe l’origine più prossima da' Sicoli, quelli almeno che fortificandola le imposero il greco nome di P (Ρώμη); perché l’ultima fondazione o ampliazione molto posteriore a' Pelasgi o agli Eolii fu fatta con la riunione di tutte le piccole e grandi borgate, che in diversi tempi e luoghi vi furono da diverse tribù edificate. E siamo così condotti a dire delle diverse fondazioni delle altre colonie successive, dopo le quali dalle memorie diverse de' nomi de' luoghi, da quelle de' popoli che vi sopravvennero, e dalle altre ancora a cui più si prestò fede quando da' Greci si cominciò a scrivere la storia d’Italia, si venne vie via formando la favolosa leggenda della fondazione di Roma, leggenda difficile a spiegarsi per chi si svia nel dedalo delle ipotesi, delle spiegazioni e de' sistemi, o per chi senza seguire con diligenza le tracce della tradizione, non sa darsi ragione de' fatti più tosto che delle opinioni, le quali pe’ fatti stessi si proponevano, ma s’ignoravano insieme, si dimenticavano, o si sconoscevano le ragioni de' fatti medesimi. Fra gli altri di questi fatti è quello che Macrobio riferisce con le diverse tradizioni sulla fondazione del tempio di Saturno: Dice che al nume fu posta un’ara davanti al Senacolo, il più antico, come sembra, de' palagi del Senato ricordati da Nicostrato, nel sito cioè del tempio della Concordia tra il Campidoglio ed il Foro 424), dove col greco rito, cioè col capo coverto, si sacrificava, come stimavasi che prima da' Pelasgi si facesse, e poi da Ercole. E sia che Tulio Ostilio, o Lucio Tarquinio, o anche lo stesso Senato, eretto avesse il primo tempio a Saturno, Macrobio non tralasciava di ricordare i Tritoni con le loro buccine marine sul pinnacolo del tempio, vera allegoria della storia di Roma e dell'Italia, la quale mutola un tempo, oscura e sconosciuta, al che accennavano le code degli stessi Tritoni nella terra nascoste, chiara e quasi parlante cominciò a divenire dal tempo di Saturno e de' Pelasgi 425).

V

Colonia degli Eolii

Ma se del tutto immaginarie e favolose sono le fondazioni che ripetevansi da un Romo o Remo, o da una Roma, nati da genitori tanto diversi, quanti sono gli scrittori che ne proponevano le varie genealogie, o che riportar si devono all'ultima colonia degli Eneadi, tale non può dirsi quella con cui Romo il fondatore volevasi nato da Ulisse e da Circe 426); la quale per essere la più antica, e per esser comprovata e confermata da altri fatti e memorie della più antica storia del Lazio, come la più degna si presenta di studiarsi e comprendersi, anche per la relazione più prossima alla lingua che in Roma fu parlata, e che meno dubbia fa apparirla, non ostante la solita veste mitica con cui si tramandava. Se i Pelasgi collegandosi con gli Aborigeni furono da essi aiutati a discacciare i Sicoli 427), da questi Aborigeni furono essi preceduti nel dominio non solo di una parte della Sabina, ma anche del Lazio più o meno lontano da' sette colli, come la regione de' Volsci, che del pari Catone diceva abitata per lo più dagli Aborigeni 428); e così nell’una come nell’altra i nomi greci di parecchie città con altre greche origini, come quella stessa che attribuivasi a Romo, ci mostrano antichissime popolazioni elleniche anteriori a tutte le altre. Tali Aborigeni esser non possono gli Enotri, come Dionigi sostenne; esser non possono i Sabini, nel cui contado si trovano alcune delle dette città greche, né altri barbari, come i Liguri, perché collegandosi co’ Pelasgi nell’impresa contro de' Sicoli, esser dovevano, come erano di fatto, greci e loro affini; ed è quindi la ricerca più importante da farsi, perché rimasta quasi la più oscura nelle più antiche memorie di Roma e del Lazio. Anche i più recenti scrittori che la primitiva etnografia dell’Italia han fatto soggetto delle loro più accurate e dotte investigazioni 429), tralasciavano la ricerca sull’origine di questi Aborigeni, la quale importerà sempre di fare pel cominciamento più probabile della nostra storia; e Gerlach soprattutto rispetto agli Umbri ed agli Ausoni ha detto, che niente di sicuro può affermarsi sulle affini relazioni delle due stirpi, benché gli Umbri sembrino più prossimi a' Celti, e gli Ausoni all’opposto in più stretta relazione con gli Elleni 430); e sebbene tutti abbiano scritto, come scriviamo, sulle memorie che ci lasciarono gli antichi, pregio delle conclusioni diverse saranno le spiegazioni e le attribuzioni varie, le induzioni e le congetture più probabili, a cui ci menano le testimonianze, le opinioni e le stesse spiegazioni erronee degli antichi storici; ed avendo già detto quel che mi sembra degli Umbri, considerati probabilmente come Iberi 431), degli Aborigeni e degli Ausoni mi rimane a dire, i quali piuttosto che tra loro affini, furono un solo e medesimo popolo, ch’ebbe origine dalla Grecia.

Perché vi furono diversi Aborigeni, i barbari supposti dagli storici romani 432), quelli della Sabina, e quelli in fine del Lazio, e soprattutto dell’agro che fu poi de' Volsci, a tutti questi è da por mente, tutti questi Aborigeni sono da considerare, per vedere a quali più davvicino per l’origine di Roma ci riportino le memorie degli antichi. E i primi lasciando investigare a cui piace, perché molto meno importano alla ricerca, essendo essi come l’uomo primitivo de' geologi fuori della storia, sebbene per altro verso alla storia appartengano per la ragione che furono, come è fama, dirozzati e chiamati alla vita civile da' Pelasgi o dagli Arcadi, rileva più tosto considerare e chiamare ad esame quelli della Sabina e i rimanenti, e questi più degli altri, perché se i primi i Pelasgi aiutarono a scacciare i Sicoli, agli ultimi rimane l’onore dell’origine della città. Nessuno ha detto, ad eccezione di Dionigi, ma senza darne le pruove, a quale delle greche stirpi, a qual popolo della Grecia siano da riportare i fondatori delle città greche nella Sabina, ma il nome di Palladio tra queste 433), la quale poi col passaggio degli Arcadi si ripete sopra uno de' sette colli, i Teutani o Teutidi, primi fondatori della città poi detta Pisa dagli altri coloni che vi sopraggiunsero dall’Elide 434), e le fondazioni e la memoria degli Arcadi sparsa nell’ampio paese che si estende dalla Brenta insino a Cliternia sull’Adriatico, mi fan credere facilmente, che non furono altri che gli Arcadi. Brenta, e quindi Brentesio, Falanto, e Cliternia, come Pallanzio, lo stesso che Falanto, non ci ricordano che gli Arcadi, i quali abitarono appunto le città dello stesso nome nell’Arcadia 435), e che co’ nomi stessi le altre città dette fondarono in Italia 436). In proposito de' monumenti si è detto, che le pietre, anziché le guide e gli scrittori, sono i veri dotti di ogni paese 437), e più dotti ancora io credo, più eloquenti e persuasivi i nomi geografici, i quali con gli altri sussidii della storia, le tradizioni, i miti e che so io, ci appalesano e ci dimostrano le origini. Benché non sia facile dichiarare col greco i nomi di tutte le città agli Aborigeni attribuite nella Sabina, non bastano quelli di Pallonaio, di Tiora, e di Lista, la loro città capitale tra Amiterno e Reate, non quelli delle altre, Cotilia, Batia ed Ereto, non rimangono le mura di tali città, simili a quelle costrutte da' Pelasgi, non lo stesso oracolo di Ermete presso Tiora per dimostrarne le origini greche? Ma più specialmente si diranno fondate dagli Arcadi, quando si considera che la maggior parte di tali città hanno gli stessi nomi di alcune città dell'Arcadia.

Si vedrà appresso che in Evandro, il favoloso conduttore della colonia degli Arcadi sul Tevere, ascondevasi lo stesso lor nume Ermete, ed il fatto che anche nella Troade s’incontra il nome di Evandro, dove annoveravasi tra' figli di Priamo 438), conferma la spiegazione, nella guisa stessa che anche i nomi delle città di Trebulaz Beate nel paese poi conquistato da' corrispondono a quelli di Τρίπολις ο Βασιλίς dell'Arcadia 439). Ed oltre gli altri nomi delle molte città sparse in tutta l'antica Italia, quelli di Α'ρτεμίσιον, Δρῦς, Κόσσα, Ε'ρίνεος, Λάμεα, ο Μαλάνιος nell'Enotria primitiva 440) sull'istmo, che sembrano le più antiche, anche i nomi di Cauna e Catino sul Tevere e nella Caria 441) si aggiungono per non far dubitare del fatto, che tutte fondate furono dagli Arcadi, perché nelle nuove fondazioni ripetevansi i nomi delle loro metropoli. Gli esempi simili altrove accennati di altri popoli 442), dimostrano che fu questa un’usanza comune a tutta l’antichità, e per non dubitarne ora aggiungo che come Gazor e le Rocce Ambrosie ricordano le origini simili nella Cappadocia e nella Spagna, così il nome di Burea in Italia fu una ripetizione della città di Bara nell’Acaja, donde partironsi i fondatori di Sibari 443). Giulio Soury fa la giusta osservazione che la città di Gazor sull’Iris ricordava l’antica città capitale de' Cananei nella Palestina 444), e Giovanni Tristan ne faceva una simile in proposito dell’origine di Gades notando col poeta delle Dionisiache che i Fenicii quella città fondando nella Spagna, non solo vi lasciarono la memoria del culto dell'Ercole di Tiro, ma anche il nome delle rocce, donde eransi partiti, e che poi furono le famose Colonne d’Ercole 445). E così pure la città di Beroe nella Siria, fondata da Seleuco Nicanore 446), uno de' successori di Alessandro, ebbe il nome dalla città omonima della Macedonia 447). E la città di Burea, da Stefano attribuita all’Italia 448), senza che sappiasi dove sia da indicare, io credo che non fu altra che quella, che poi si nominò Eburi, ed ora Eboli è detta, perché la stessa madre patria di quelli che la fondarono fu detta Eborea 449). Per anni molti al nome di Eburi io pensava senza potermene dar ragione, ma or sembrami chiaro che fu una delle XXV città a Sibari soggette 450), e che fondata da' Sibariti, sia prima, sia dopo la distruzione della loro patria, quando co’ Trezenii fondarono Posidonia, il solo suo nome non lascia dubitarne; perché sì come nel nome di Posidonia fu ripetuto l’altro nome di Trezene, ch’ebbe per ragione del suo culto di Posidone, o Nettuno 451), così in quello di Burea si ripeteva il nome della patria de' fondatori di Sibari, che partivansi da Elice e da Bura rovinate da' tremuoti 452). L’origine di molte città pe’ nomi identici alle loro metropoli è confermata dal fatto in paesi e presso popoli diversi. Ma se non è dubbio che sei città almeno nella regione occupata poi da' Sabini fondate furono dagli Arcadi, perché i nomi ne corrispondono ad altrettante città dell’Arcadia, l’origine greca delle altre nella regione de' Volsci e nelle vicinanze di Roma apparisce in vece ne’ nomi greci delle città e de' popoli, come nelle tradizioni mitiche che li riguardano. Apparisce primamente nel nome generale di Ausoni, che fu dato ai popoli lungo la spiaggia da Gaeta sino a Squillace e più oltre, e l’origine greca ne conferma la genealogia tra le solite che li riguarda, con cui dicevansi nati da Ausone figlio di Ulisse e di Circe, o anche di Calipso 453) la quale anche meglio allude alla loro origine oscura e misteriosa agli stessi antichi, la quale perciò è quella che scovrire fa d’uopo, e metter fuori d’ogni dubbio e controversia.

Quando la prima volta per le origini de' popoli io cominciava a darmi ragione delle mitiche genealogie che vi si riferiscono, mi parve che l’unione de' due popoli che adorarono Ulisse e Circe, e che in Italia si stanziarono ne’ tempi preistorici, poterono dare occasione alla tradizione favolosa e vera nel tempo stesso dell’unione di Ulisse e di Circe, dalla quale si fece nascere Ausone, l’eponimo degli Ausoni. Di questi due popoli insieme uniti mi parvero un ramo gli stessi Latini, perché secondo un’altra tradizione riferita da Scimno di Chio, Latino, o il simile eroe personificato del popolo de' Latini, nasceva anch’egli da Ulisse ed da Circe, o da Telemaco e dalla stessa maga favolosa 454). Altre considerazioni ora mi fanno ritornare in diverso modo sulle tradizioni stesse, e primamente dico, che semi parve possibile che i Colchi, che adorarono Circe, dalla spiaggia in cui fondarono Pota, la città degli esuli 455), il che ne indica abbastanza il lontano paese originario, si potevano estendere sulla spiaggia dell’Ausonia, e con gli Epiroti che venerarono Ulisse, o l’ebbero come archegete, dare origine prima agli Ausoni, e poi a' Latini; ora in vece dico che sebbene la più antica origine del culto di Circe sia da attribuire a' Colchi di Pola, credo nondimeno che la famosa maga la stessa che Medea, o la dea lunare degl’incantesimi, non fu introdotta nella leggenda dell’origine de' detti popoli se non dal tempo posteriore ad Omero, il quale dandola a credere come una donna, come tutta l’antichità considerò la stessa Medea, supposta sua sorella, ne poneva la sede sul promontorio, sul quale fu in fatti adorata da' Romani, da che Tarquinio Superbo vi mandò una colonia 456). Per mancanza di notizie, o di altri accenni, che possono fare intravedere un tempo anteriore, non sappiamo se il promontorio fosse già abitato nell’età meno lontana da quella a cui accennava Omero 457). Il tempio di Circe da Strabone ricordato non si può credere più antico della colonia romana; e per non credere alla favola che Circe riguarda, e per credere più tosto al suo culto, ed alle piante medicinali che diedero occasione alla credenza che abitato avesse sul promontorio Circeo, giova notare che nella più grande delle isole Farmacusse sulla costa della Caria se ne mostrava il sepolcro 458), perché così sul promontorio come su tali isole crescevano molte piante medicinali. Ma se con Circe i Colchi si escludono dall’origine degli Ausonie de' Latini, rimangono Ulisse e i popoli acni appartenne, sia come nume, sia come eroe, per ispiegarci nella mitica leggenda l’origine stessa; ed è singolare che si trascuri la detta origine favolosa in un senso, ma vera in un altro, la quale concorda col fatto e con la spiegazione dell’origine degli Aborigeni del Lazio di greca stirpe, e che essendo la principale fra le tradizioni più antiche sull’origine di Roma, fa d’uopo attentamente ponderarla e studiarla più delle altre. Ma per ciò fare, debbo prima di tutto dire di Ulisse, per poterne vedere le relazioni col popolo, che più probabilmente prima degli altri Greci ebbe parte alla fondazione della città, la quale attribuivasi ad una figlia, o ad un figlio dell'eroe d’Itaca.

Tra le persone diverse, uomini o donne, a cui da diversi storici attribuivasi la fondazione di Roma, ho ricordato Rome sorella di Latino, nato da Ulisse e da Circe, Remo e Romano di questi stessi figliuoli, e Romo uno degli Eneadi, e lo stesso Enea, il quale con Ulisse veniva da' Molossi nel Lazio 459). Se tutte queste persone sono evidentemente favolose, perché tutte supposte dal nome della città, non sono favolosi i fatti a cui si riferivano, due colonie cioè, o fondazioni diverse, in una sola confuse contro le tradizioni e la cronologia, di due popoli nel Lazio venuti dalla stessa regione dell'Epiro, ma in epoche e di origine del tutto diverse. E se favolosi ancora sono Ulisse e Circe, come persone considerati più tosto che come numi, tali non furono certamente i popoli che li ebbero in venerazione, e che sono quelli a cui si riferiscono nell’allusione mitica della tradizione a cui davano occasione ed origine. È ormai dimostrato che come Circe, di Medea sorella 460), appartenne ai Colchi, i quali dalla Colchide passarono ad abitare le isole Apsirtidi della Dalmazia presso l’Istria 461), prima o dopo che fondarono Pota nella seconda di queste regioni, così Ulisse appartenne agli Eolii, i quali da Ariscure, o Terracina, si diffusero fino a Temesa e a Scilacio 462) sulla spiaggia del Tirreno. Come secondo la favola giungevano Cadmo ed Armonia nell’Illirico 463), cioè i Cadmei della Beozia che li adoravano, così giungeva Ulisse sulla costa della Sicilia e del Tirreno, per non dire di altri luoghi più lontani, dove giungevano gli Eolii 464), navigatori intrepidi e predatori audaci, ai quali oltre dello stesso scaltro eroe viaggiatore, allude anche Autolico, il suo avolo materno, spavento d’uomini e donne, qual egli stesso si dichiara in Omero 465), perché tali furono gli Eolii, i quali come tutti i pirati creder possiamo assimigliati ai lupi che piombano sulle greggie, pel nome appunto di Autolico (ἀυτὸς- λύκος 466). Odisseo, o l'adirato (Ὀδυσσεύς), espresse il carattere impetuoso degli stessi popoli per predare, o stabilirsi per forza nelle altrui contrade. Ai medesimi Eolii alludono altresì Sisifo e Nausitoo, Ptoliporte e Telegono, i quali come persone diverse s’incontrano nella favola di Ulisse o di Odisseo, il primo come padre dell’eroe favoloso 467), gli altri come suoi figli, con Calipso generati, con Callidice e con Circe, come Telemaco, che si dice in vece nato da Penelope 468). Il nome di Efira dalla più antica città di tal nome della Tessaglia 469), perché gli Eolii furono Tessali 470), in tutte le regioni si vede riprodotto in cui gli Eolii si stabilirono 471); e la pruova che furono anche sulla costa de' Volsci e del Lazio, cioè che vi fondarono alcune città, si ha nella città di Efira da Stefano ricordata in vicinanza della Campania 472). Sia stata qualsivoglia quest'ultima città di Efira, ma certamente qualcuna di quelle che con altri nomi ci sono note sulla costa del Tirreno da Terracina a Sinuessa, perché anche Corinto fu prima detta Efira, ed altre città dello stesso nome nella Tessaglia e nell’Atamania furon poi dette Cranno, come quella ancora dell’isola Icaria ebbe il nome di Oenoc 473), il nome degli Ausoni, che volevansi così detti da Ausane, figlio di Ulisse e di Circe, odi Calipso, e che fu anzi la personificazione degli arditi (Αὔσονες, da αὔσω) 474) navigatori Eolii, lo stesso fatto ci dimostra delle loro fondazioni sulla costa prossima alla Campania, nella quale il Centauro Mares e la Ninfa Manica del Liri, pretesa madre di Latino 475), ci ricordano egualmente i Centauri della Tessaglia, un popolo favoloso, ma immaginato da' pastori a cavallo de' Tessali. E sebbene la città di Efira nell’Ausonia ad Omero sconosciuta, sembra posteriore all’età del poeta, tuttavolta l’antichità rimotissima degli Ausoni, i quali dicevansi primi popoli d’Italia, e che Mares e Manica, cioè gli abitatori della spiaggia, ebbero a loro prototipi, è dimostrata dalla stessa prima fondazione di Clima anche per opera degli Eolii in un tempo anteriore ad Omero. Il passaggio degli Eolii sulle spiagge del Tirreno è pur dimostrato dalle fondazioni di Anzio ed Ardea, che riferivansi agli omonimi fratelli di Romo, nati tutti da Ulisse e da Circe 476), e da quella ancora di Tuscolo e Preneste, che volevansi fondate da Telegono, figlio di Telemaco 477), e però della stessa genealogia favolosa da attribuirsi agli Eolii; ed il fatto stesso è alla fine confermato dalla simiglianza del latino idioma all’eolico dialetto. Per le quali tutte cose, bene si spiega la tradizione della fondazione di Roma, come delle altre città dette, attribuita a Romo figlio di Ulisse, per la parte cioè, e la più importante, che vi ebbero gli Eolii, il cui idioma diede origine alla lingua latina. Né altrimenti che col greco si spiegano i nomi delle città de' Volsci, e quello stesso di questo popolo, del quale finora non si è data una soddisfacente etimologia. Antium è lo stesso che᾿Αντίον, l'albero della nave, che già allude ad un popolo di navigatori. Echetra sembrami detta da ἐχέτης, donde il comparativo ἐχέτερος, ἐχέτερα, ossia la città ricca e possente. Artena io credo detta da ἀρτάω, donde ᾿Αρτάνη, ed ᾿Αρτένα, dall'essere in alto edificata; così che non altra io credo l'etimologia di Arta, città dell'Acarnania. Per la ragione che Virgilio nominò tyrrhena oppida le città de' Volsci, detti Οὐόλουσκοι da' Greci, e pel loro dialetto all'etrusco e all'umbro più conforme che all'osco, il Lanzi inclinò a credere etrusca l'origine de' Volsci 478). Ma niente dimostra l’espressione di Virgilio, la quale alla posizione sul mare anziché all'origine da' Tirreni si riferisco, ed il volsco dialetto ò più analogo al greco, ossia ne fu una corruzione, come tutti i dialetti il sono di altre lingue, né in questo dobbiamo illuderci in guisa da supporre al rovescio il derivato come primitivo. A considerare leggermente il nome di Volsci, si direbbero della stessa greca origine degli Osci, perché se questi per la fertilità delle loro terre, furono detti probabilmente Ὄπσοι e poi Ὄπσκοι, perchè Festo osserva: Ops antiqui dicebant, quem nunc opulentum, ut testimonio est, non solum ei contrarium inops, sed etiam cops.... concedit 479), e l'etimologia del latino ops è quella stessa del greco ὄψον, i Volsci si sarebbero detti dall'essere tutti Osci (da οὔλος ion, per ὅλος ed ὄσκος). Ma a tutt'altro mi sembra di accennare più probabilmente il nome di Volsci, alla loro posizione cioè tra le giuncaie delle paludi Pontine, tra le quali insieme agli Arcadi nella regione che fu poi de' Sabini, io credo i veri Aborigeni de' Latini, e se vogliamo una testimonianza più tosto che una congettura etimologica, Catone ci dice opportunamente: Ager Volscorum plerus Aborigenum fuit; così che il nome di Volsci direi più naturalmente derivato da ὅλος e σχοῖνος juncus, le quali due voci se uniamo in una sola, avremo Ὁλοσχοῖνοι, che poi si contrasse in Ὀλόσκοι ed Όλσκοι, donde il più usato Volsci. Le molte e più antiche città volsche della pianura, che Muciano contava fino al numero di XXXIII 480), più tosto che dalle guerre distrutte, io credo abbandonate per le infezioni delle paludi formate dall'Ufente, un nome che mi sembra di accennare alle pestifere esalazioni. Non si potrebbe altrimenti dar ragione dell'etimologia data da Servio del nome di Atina, così detta, egli dice, a morbis, qui Gracce ἅται dicuntur quos paludis vicinitas creat 481), il che ben s'intende se crediamo Atina tra le città abbandonate, e i Volsci dalle infette paludi passati ad abitare su' monti, tra' quali fondarono l'Atina potens de' tempi storici. Se il nome della città di Ardea si è derivato da arduus 482), in significato di elatus, perché posta in alto, ardaus viene da ἄρω, ἀρέω, tolto, sublatus sum, sublatus pendeo, per la detta posizione della città. A dimostrarci le stesse origini concorre non solo la tradizione circa i Sacrani di Ardea, i quali travagliati dalla peste si votarono ai numi, ed in una sacra primavera abbandonarono la patria 483), ma quella pure degli Aborigeni che scacciarono i Sacrani e i Sicani, e che furono scacciati da questi ultimi popoli 484). Si ricordano ancora gli Aborigeni scacciati da Evandro, come quelli che espulsero Bardano 485), il che si riferisce ai fatti ed alla varia fortuna de' popoli che già erano stabiliti sul suolo dove poi fu Roma, e degli Arcadi che vi sopravvennero. Pruova non dubbia dell’origine greca degli Aborigeni a Roma più vicini si ha pure ne’ Latiniensi, la cui città ebbe a dirsi Latinium, dopo che forse fu detta Aατώ, ο Λάτιον, ο Λατίοι i p popoli che l’abitarono. La memoria da Plinio serbata de' Latiniensi si riferisce agli antichi tempi, in cui mancati ne erano i popoli, e la città scomparsa; e se appena se ne ricordavano le terre pe’ buoni vini che producevano 486), chi può dire dove fosse situata? Questo sì può assicurarsi, ch’era sulla spiaggia, perché sul mare inferiore o sul Tirreno Plinio ricorda i vini Latiniensi, e che nominata essendo da una rupe, sulla quale era posta, come una città omonima di Creta 487), facilmente suppor la possiamo in vicinanza degli Aborigeni dell’agro de' Volsci; e nomi sì fatti non sono senza importanza per dimostrarci l’origine greca non solo del nome de' Latiniensi, ma anche di quello dello stesso Latium, che da quella città si propagò a tutto il paese, massime nella spiaggia, come dalla città di Brenta nella Venezia, dalla quale credo derivato il nome a quella di Brentesio, o Brindisi, si diffuse il nome di Brentani a quelli sull’altro mare, de' quali come un’eco rimase una memoria ne’ Frentani de' Sanniti sul Fortore. Se Saturno si pensò da' greci coloni dopo che fertili sperimentarono le terre del Lazio, potevasi la regione così nominarsi a latendo, dall'esservisi Saturno o Crono nascosto all’ira del figliuolo, che avealo dal regno scacciato in un tempo, nel quale né a Creta né su’ sette colli parlavasi latino, ma greco? E senza più trattenermi di una cosa che non ha uopo di altre riflessioni, dico che sebbene sia difficile indicar il tempo dello stabilimento degli Eolii sopra uno de' sette colli, pure dall’epoca della fondazione di Clima, che si riporta all’anno 1107 a. C., si comprende che più remoto fu l’arrivo Leucadii, che sulla spiaggia dell’Opicia precesse quello de' Calcidesi, e co’ quali Strabone spiegava i viaggi di Ulisse 488), che ne fu l’eroe, o il nume archegete. I Leucadii dominarono ne’ luoghi intorno di Cuina 489); e non vi essendo dubbio sul passaggio de' Tessali Eolii nella Tesprozia, la cui città capitale Efira ricorda la omonima metropoli della Tessaglia 490), non meno che sulla costa dell’Adriatico, dove fondarono la città di Chutum o Chytrum 491), seprima della fondazione di Cuina sono da supporre stabiliti sulla spiaggia dell’Ausonia, ad un tempo da quella non molto lontano può riportarsi l’altra fondazione, perché da quella spiaggia, dove primamente dopo i Leucadii sembra che giungessero bilie isole, che ne serbarono il nome, passarono alla costa del Lazio, ed ultimamente alle sponde del Tevere. Anche i Pelasgi Tessali gli Eolii fondarono e rifondarono la città di Clima nell’Asia Minore 492), ed il passaggio degli Eolii nel Lazio e sul Tevere non si dirà inverosimile per la venuta anteriore de' loro connazionali nell’Epiro nella stessa Ausonia ed Opicia. In conferma delle quali origini mi giova riferire quanto io scriveva è già gran tempo passato circa la più probabile origine della nostra Canni, cioè: «Nell’Etolia fu una città di Calcide, edificata, io credo, da' Cureti che vi si trapiantarono dall’omonima città dell’Eubea, e da questa città prossima a' Tesproti mossero i primi fondatori di Clima. Ora ben si comprende perché è detto tesproto il lido di Clima, e le altre denominazioni di abantia classis e di spiaggia euboica non ci dimostrano meno un’origine del pari non rimota molto dalle nostre contrade. Stefano Bizantino ricorda una città di Eubea nella Macedonia, edificata dagli Amanti, i quali da presso Elafenore dopo la presa di Troja si tramutarono nell’Epiro, ed abitarono presso i monti Ceraunii, dove fondarono la città di Tronio. Sono detti anche Abanti, come Abantia, Amantia ed Amantina la città che fondarono nella Macedonia, e secondo Alessandro Efesio, abitarono pure la Pelasgide Caonia. Poste le quali concordanze della nomenclatura topografica, or ti rimane l’arbitrio di riferire a quali vuoi de' detti popoli non pochi nomi intorno di Clima, che chiaramente ci ricordano l’Epico, sia a' Pelasgi, sia a' Calcidesi o agli Abanti, e sia pure a' Leucadii prossimi agli Ambracioti e da' Caoni. Perché non d’altronde che dall’Epiro ho per fermo che derivati siano i nomi ai celebri luoghi intorno di Clima, la palude Acherusia dir voglio, il lago Aorno, e la stessa favola de' popoli Cimnierii; perocché nell’Epiro troviamo un promontorio Cimmerio, un luogo col nome di Aorno con una pestifera esalazione, del pari che il fiume Acheronte, il quale scorre dalla palude Acherusia, e sbocca presso Ambracia nel Ionio, dopo aver traversato la Tesprozia, ossia il Velikhi di oggidì, che mette nel golfo di Prevesa. Ed oltre all’occupazione che i Pelasgi fecero dell’Opicia, come altrove ho detto, conferma tal conghiettura il mistico suono del bronzo che dicevasi preceduto alla greca colonia, e che accenna, come io mi avviso, al lebete dell’Oracolo Dodoneo, come la colomba che volò innanzi alla greca flotta, fu il vaticinio di una colomba Caonia, di una donna fatidica dodonea. L’Eubea inoltre fu abitata da' Pelasgi, e gli Eolidi traevano, al pari di altre possenti nazioni dell’Eliade, l'origine loro da questi antichissimi popoli, e per l’Eubea e l’Eolide gli eruditi contendono circa la patria primitiva de' Greci fondatori di Cuma. Eolide fu ancora una città omonima: e se ivi la greca colonia rinnovò, come è manifesto, il nome della sua metropoli, mi par vano il ripetere con alcuni scrittori seguaci di Strabone il nome di Cime o Cuma da' flutti (κύματα), che si frappogono sugli scogli della riva. Il perché, senza sostenere una città di Cuma euboica, alcuni abitatori dell’euboica Anteclone unir si poterono a' Calcidesi, come dalle tradizioni sulla Sibilla cumana figlia di Glauco può argomentarsi, perché presso la detta città si diceva avvenuta la metamorfosi di Glauco in mostro marino, efAgiato sulle monete di Cuma. A’ detti popoli si unì forse anche parte de' Tespiadi, i quali poi che tennero per molte età l’isola di Sardegna, dove dicevansi da Iolao condotti (non un eroe, ma un nume archegete, paredro di Ercole), di là espulsi, e probabilmente da' Feilicii, navigando il Tirreno presero stanza nel finitimo agro di Cuma; e tanto più v’ha ragione di credere che nella città stessa si stabilirono, perché a tale emigrazione sembra che accenni il racconto mitico di Dedalo, il quale dalla Sardegna passava a Cuma, e vi fondava il celebre tempio di Apollo 493)». Poiché del resto i Tessali furono Eolii, a questi popoli appartennero gli Æthices, a' quali si riferisce il favoloso Æthex figlio di Giano 494), e senza appartenere ad una colonia separata e diversa, furono della stessa ed unica colonia degli Eolii, i quali con gli altri popoli greci formarono di Roma una città perfettamente greca, e chi dubitar ne volesse, negar dovrebbe, senza altra ragione che la negazione stessa, non solo tutte le riferite tradizioni, ma anche la riconosciuta analogia del latino col greco, che conferma un tal fatto, e che i dotti filologi antichi e moderni han sostenuto e sostengono, e che i classici delle due lingue dimostrano ad evidenza. Tra i LXVIII libri del celebre grammatico Tirannione, già schiavo di Terenzia, moglie di Cicerone, fu quello, in cui dimostrava l’origine del latino dal greco. L’origine stessa sostenevasi da Didimo, da Apione, oda altri grammatici 495); e giova pur notare che Ate

neo, parlando de' nobili fanciulli che presso i Romani facevano l’uffizio di coppieri ne’ sacrifizii, dice che in tutto imitavano gli Eolii, anche ne’ suoni della voce 496), il che ci dimostra l’origine delle sacre cerimonie secondo le antichissime usanze degli Eolii, de' quali i Romani furono in parte originarii. Anche l’usanza del pileo, o del berretto de' Romani, da Servio descritto e da S. Girolamo 497), così detto dal greco πίλος, perché fatto di feltro, o di lana compressa e battuta, ed anche di pelli per la milizia 498), per la parte che all’origine di Roma ebbero gli Eolii e i Tessali, si derivò da questi popoli. Perché il pileo vedevasi sul capo di Ulisse nelle monete e ne’ dipinti 499), facilmente vennemi l’idea di crederlo originato dal berretto de' marinari Eolii, e in tale idea mi confermai per la testimonianza di Dione Cassio, il quale narra che per garentirsi da' cocenti raggi del sole, fu sotto Caligola permesso a' Senatori di portar ne’ teatri il pileo all'uso tessalico 500). Non senza ragione quindi e verità il pittore Nicomaco il primo aggiunse il pileo ad Ulisse 501), sebbene anche pileati si effigiassero i Dioscuri adorati da' Laconi 502), ma più prossima a' Romani fu l’origine dell’uso del pileo dagli Eolii e da' Tessali. Senza alcuna osservazione a tale analogia R. Rochette riferiva la moneta di Clima 503), e più notabile è ancora quella di Mamilio Limetano, nella quale riunite si veggono le immagini di Ulisse e di Mercurio, questo cioè col petaso, il quale senza l’ali è lo stesso che il pileo, nel dritto, e quello nel rovescio stante col pileo sul capo e con in mano il bastone, ed accanto il cane che lo riconosce 504); perché Ulisse non solo rappresentò gli Eolii, talché in tutti i luoghi s’incontra dove essi furono e si condussero, ma come generato da Sisifo, dal quale ebbe l’astuzia, egli sembra che ne fu pure il lor nume Ermete 505), lo stesso che l’Evandro degli Arcadi, come si vedrà in seguito. Per chi volesse il pileo de' Romani anche credere originato da questi ultimi popoli, perché col pilidio il favoloso Telefo di Tegea rappresentavasi egualmente 506), giova notare con Nonio che i servi Romani si radevano il capo per ricevere il pileo, segno di libertà, quod tempestatem servitutis videbatur effugere, nam et naufragium timentes caput radebant 507), il che più a' navigatori Eolii si riferisce, che agli Arcadi. L’origine oscura del resto della più antica Roma, confusa con quella che poi Roma quadrata fu detta, oche fu anche tutt’uno con la stessa, faceva dire a Dione Cassio, che prima della gran Roma, che Romolo fabbricò sul monte Palatino non lungi dalla casa di Faustolo, Roma era stata edificata quadrata da Roma, ovvero Renio, il quale di molto tempo fu anteriore a costoro 508), e ch’era quello che per gli Eolii volevasi nato da Ulisse e da Circe, o da Calipso.

VI

Colonia di Evandro, o degli Arcadi

Dopo non molto, che i Pelasgi si erano a Roma stabiliti, dice Dionigi, nell’anno 60° al più, come narrano i Romani, prima della guerra troiana, giunse ne’ luoghi stessi un’altra spedizione di Elleni, la quale lasciava il Pallanteo, città di Arcadia. Duce erane Evandro, figliuol di Ermete, e di una Ninfa, abitatrice di Arcadia. I Greci la tennero per inspirata da' Numi, e la nominarono Temide; ma Carmenta fu detta nella patria lingua de' Romani, traducendo la greca voce Tespiade (attributo della stessa Temide), perché le odi son dette carmi 509), da' Romani. Non venne quella spedizione di comun sentimento, ma nata sedizione nel popolo, la parte inferiore di suo volere spatriò.

Dominava a que’ tempi sugli Aborigeni Fauno, un discendente, come è fama, di Marte, uomo di azione e di prudenza, e da' Romani riverito con sacrifizii e con inni come genio del luogo 510). Con molta benevolenza egli accolse gli Arcadi, ch’eran pochi, e della sua terra diè loro quanto ne vollero; ed essi, come Temide li avea vaticinando ammaestrati, presero un colle poco lungi dal Tevere, e tanto vi fabbricarono che bastasse alle genti venute con le due navi dall’Eliade. Pallanteo nominarono quel fabbricato come la loro metropoli in Arcadia, e fu poi detto Palagio da' Romani per la confusione che inducono i tempi, il che diede a molti l’occasione di stolte etimologie 511).

Gli Arcadi i quali coabitarono appiè del colle, più monumenti vi eressero nelle forme della patria 512), e santi riti v’istituirono; ma, per inspirazione di Temide, innanzi tutto a Pane Liceo, nume il più antico e riverito tra quelli d’Arcadia, in sito idoneo, da' Romani poi detto lupercale, e che i Greci direbbero Liceo. Era questo, come è fama, appiè del colle, una spelonca, vetusta, grande, coperta da una quercia, ramosa qual bosco: profonde bulicavano le fonti abbasso delle pietre; e lo spazio dappresso ai dirupi era opaco per arbori altissimi e folti. Qui collocando un altare a quel nume, compirono il patrio sacrifizio, che i Romani non mutando cosa alcuna delle antiche allora fatte, ripetevano ne’ tempi successivi dopo il solstizio d’inverno nel mese di febbraio. Ed ergendo poi su le cime del colle un tempio alla Vittoria, anche in questo stabilirono annui sacrifìzii. Fondarono altresì un tempio a Cerere, ed il sacrifizio facevasi dalle donne, ma non usate al vino, come era l’usanza degli Elleni; nel che l’andare del tempo non cagionò poi mutazioni. E Nettuno Ippio ebbe pure il suo tempio e le feste dette Ippocratie, ma Consuali dette da' Romani, nelle quali Roma liberava per usanza dalla fatica cavalli e muli, e ne incoronava le teste di fiori. Altri templi consociarono del pari, altri altari, ed altri simulacri, costituendo purificazioni e sacrifizii, ritenuti poi ne’ modi stessi; in guisa che le consuetudini posteriori davano molto da congetturare su’ riti arcadici antichi 513). È fama che gli Arcadi recassero i primi in Italia l’uso delle lettere greche, note ad essi da poco, e la musica della lira, della tibia e del trigono, non sonandosi in Italia altri armonici strumenti che le sampogne de' pastori;cd è fama che v’introducessero le leggi, vi raddolcissero le maniere del vivere, e che vi diffondessero le arti e le istruzioni, con altre cose in gran numero, onde assai ne furono rispettati dagli ospiti. Questa greca moltitudine, seconda dopo i Pelasgi, ebbe comune l’abitazione con gli Aborigeni in uno degli ottimi luoghi di Roma 514).

Trascritto ho Dionigi, e trascriverlo doveva, perché con più circostanze degli altri antichi storici riferiva la tradizione su Evandro e su gli Arcadi, seguendo forse Fabio Pittore, o più probabilmente Diocle Peparetio, dal quale Fabio attinse il suo racconto 515), ma aggiungendo le osservazioni proprie. La tradizione sulla venuta degli Arcadi a Roma era comunissima fra' Romani, e se dalla Brenta a Cliternia, nella regione degli Equi, come da Pisa fino alle vicinanze di Reate rimangono le memorie delle città da essi edificate, non senza ragione la reggiamo ripetuta da altri storici e poeti 516); e così certi erano i Romani della venuta di Evandro, che giunsero a dire che anche i suoi cani accompagnato lo avessero in Italia 517); il che io credo riferirsi a' grandi cani molossi proprii dell’Epiro, valorosi custodi delle greggio, ed ottimi per la caccia 518), propagati in Italia da' Pelasgi, o dagli Arcadi. Varrone con le buone razze di cani Lucani ed epirotici, celebrava quelli de' Sallentini 519), perché la Sallenzia fu la regione d’Italia più prossima all’Epiro. G. Lido faceva venire Evandro da Tegea 520), la città pivi rinomata di Arcadia per l’uso più antico delle armi di ferro 521); ma con la libertà e l’immunità da' tributi concessa a' Pallantei, l’imperatore Antonino confermò l’antica tradizione nel riconoscere in Pallanzio la metropoli di Roma 522); e più notabile io credo la ripetizione del nome di Palanzio nell’agro di Reate e sul Palatino, che la ragione etimologica del nome delle due città per le vicine paludi del Ladone e del Tevere 523), sebbene una popolazione greca avrebbe sempre imposto il nome alla città presso il secondo di tali fiumi. Ma sia che l’emigrazione degli Arcadi uscisse da Palanzio, sia che da Tegea, così incerta pervenne la fama della genealogia di Evandro, o più tosto è così favolosa, che richiede la necessaria spiegazione, per intenderla come si deve, e dove gli antichi disconvengono, dar ragione della discrepanza delle testimonianze, o delle opinioni. Dionigi e Pausania dicono che Evandro fu figlio di Ermete; ma Apollodoro gli dà per padre Priamo, e Servio il dice figlio di Echemo 524). Nicostrata e Temide ne fu detta la madre da' Greci, Carmenta, Camena e Tiburti da' Romani 525). Pausania, senza nominarla, dice solo che fu figlia di Ladone 526), ossia del fiume di tal nome nell’Arcadia 527), il che se accresce il carattere mitico di Evandro, ci mostra nel tempo stesso qual conto aver dobbiamo di questa, come di altre genealogie simili, nelle quali i nomi geografici si supponevano come persone. Per altri Carmenta è figlia di Evandro, la quale con essolui veniva in Italia 528); ma né madre, né figlia è da dire, sì bene una donna fatidica, che gli Arcadi avrebbero seco condotta, ed una di quelle sei che col nome di Ninfe era fama che vaticinato avessero in Arcadia 529), il che bene si accorda con la tradizione di Pausania che madre di Evandro fosse stata una Ninfa figlia del fiume Ladone di Pallanzio, e spiega perché si nominasse Tiburte, per l’origine della Sibilla di Tibur dovuta agli Arcadi. Il poeta Accio nell'Aereo la genealogia di Evandro ripeteva da Atlante, e dicevalo affine con gli Atridi 530), il che ci riporta ad Ermete, perché madre di Ermete dicevasi Maja figlia di Atlante, e perché Tieste, fratello di Atreo, gli rapì l’ariete dal vello d’oro avuto da Ermete 531). Quell’ariete si riferisce allo stesso Ermete κριοφόρος 532), il quale adduce la primavera, di cui simbolo è rimasto l’ariete ne’ segni del Zodiaco; e la venerazione che per lo stesso nume ebbero gli Arcadi, i quali sostenevano che presso di loro nascesse, non meno che i molti templi ch’ebbe a Roma 533), ci spiegano la discendenza di Evandro da Atlante, quando più chiara ne apparirà l’identità con Ermete per quello che dirò in seguito. Se Servio diceva Evandro figlio di Echemo, fu perché col mitico padre di Evandro confondeva il favoloso re di Tegea uccisore d’Ilio 534), il che si riferisce forse al tentato e non riuscito acquisto del Peleponneso per parte degli Eraclidi, prima che di fatto se ne impadronissero, sia chiunque colui che veder si debba in questo Echemo, e ch’è per avventura da rapportare all’occupazione che dell’Attica fecero gli Arcadi o i Pelasgi; ma importa notare, che anche di Arcadia si diceva, e propriamente di Tegea, perché l’eponimo fondatore di questa città dicevasi figlio dell’arcade o pelasgico Licaone 535); e che quello che gli altri storici nominano Echemo, detto è Echedemo da Plutarco, e se con Marato s’impadronì dell’Attica 536), essendo questi una manifesta personificazione di Maratona, non diverso si dirà Echemo, o Echedemo, e a' Demi dell’Attica è da riferire. Coll’essersi del resto attribuita ad Evandro l’impresa di Echemo che uccideva Ilio, si spiegherebbe la tradizione riferita da Servio, ch'Evandro ad espatriare fu costretto per aver ucciso il padre ad istigazione della madre Nicostrata, o per aver tolta la vita alla madre istessa, già centenaria 537). 11 carattere mitico di Evandro si accresce anche da che volevasi morto nella Messenia, dove Plutarco ne ricorda il sepolcro 538), benché un mitologo che di lui come persona non dubitò, affermasse che non lungi dall’Ara massima ebbe ad avere la sua capanna 539), dove più probabilmente ebbero ad essere gli abituri degli Arcadi. Ma chi considera che i figli de' Numi sono cognomi o attributi de' Numi stessi, e che considerati come persone, loro furono innalzati i cenotafii dove si adoravano, si persuade ch’Evandro, l’uomo valoroso, o benigno 540), fu come Dardano attributo di Ermete, o lo stesso Mercurio, e nella guisa stessa di Bardano divenne una persona nell’idea de' mitologi meno antichi. Ermete fu il nume speciale degli Arcadi, e fu quello che col nome di Evandro guidò e protesse la loro colonia sul Tevere.

S’egli fu detto anche figlio di Priamo 541), fu perché il Priamide Paride fu lo stesso Ermete 542), ed i Pelasgi Arcadi non sono detti da Omero confinanti de' Cilici nella Troade, non vi fondarono la città di Larissa 543) ed altre città, tra le quali fu anche Batta 544), il cui nome si vede ripetuto nella Sabina, e non si diceva Bardano dalla Samotracia, già occupata da' Pelasgi, passato nella Troade? Carmenta è anche una personificazione de' carmi e degli oracoli delle Ninfe degli Arcadi, e di quelli con cui predicevasi l’avvenire a' fanciulli, alla nascita de' quali Carmenta presiedeva, come le Parche della Grecia 545); e perché a' vati ed alle Sibille attribuivasi la conoscenza delle cose passate e future, per compagne a Carmenta si attribuirono le sorelle Porrima o Antecorta e Posteorta, quelle che contavano le cose passate, e le future predicevano 546). Poiché Temide ancora fu un’antica dea fatidica 547), la quale dopo di Tellure e prima di Apollo l’oracolo di Delfo ebbe in possesso 548), dal che fu detta Parnassio, da Ovidio 549), fu perciò anche detta madre di Evandro 550). Or Temide, o Carmenta, è la stessa Maja madre di Ermete; e poiché permetti non fu altro che l’acqua, come detta era da' Siri, i quali perciò Majuri nominavano i condotti delle acque 551), era la stessa che Afrodite nata dalle acque, la quale come fu distinta coll’epiteto di Nicejora o vincitrice 552), Nicostrata, la supposta madre di Evandro, può dirsi una variante di sì fatto epiteto. Or Afrodite, o la personificata forza generativa, la madre dell'essere nato dall’acqua, è madre di Ermafrodito 553), attributo di Ermete 554), l’uomo cioè primitivo androgino, come supponevasi e rappresentavasi da tutto l’Oriente 555). Evandro dicevasi nato in Arcadia, perché ivi pure volevasi nato Ermete da Maja 556); e se per l’alfabeto e la musica della lira, per le leggi e i migliori ordinamenti del vivere, fu Evandro celebrato a Roma, per le cose stesse fu in fama Taaut, o Ermete, nell’Egitto 557), e nella Beozia Cadmo, lo stesso ancora ch’Ermete 558). Né solo egli inventa la lira e dirozza i costumi, ma anche le pie anime conduce a' beati soggiorni dell’Eliso 559); così che come vero benefattore, ebbe il nome di Evandro, il buon uomo, in Arcadia. E poiché narravasi che tutti gli Arcadi superasse per consiglio e valore guerresco, come dice Pausania 560), in questo senso se ne spiega anche il nome di Εὔανδρος, vir strenuus, ma non già ne’ combattimenti e nelle battaglie, sì bene nell’operosità creatrice 561), il che torna all’idea di Ermete itifallico, del gran principio generatore, qual si celebrava nell'iερός λόγος de' Samotraci 562). E basti il già detto, benché assai più vi vorrebbe per tutta spiegare l’origine ed il significato del mito di Ermete, mito greco insieme ed egizio, per mostrarne più chiaramente la relazione o l’identità col preteso conduttore della colonia degli Arcadi, il quale non fu veramente che il lor nume archegete, quello che credevano di averli condotti nel Lazio. Credasi pure altrimenti, rimane sempre che gli Arcadi accrebbero la città fondata da' Pelasgi; echi creder non volesse alla tradizione del loro arrivo sul Tevere, tutte le sacre fondazioni dovrebbe in altra guisa spiegare, tutti i greci riti e le usanze religiose e cose simili, che Dionigi con la tradizione non dubitava di attribuire all’Arcadia. A voler tutto con Ad. Zinzow attribuire in vece a' Pelasgi, come con tale opinione si concilia ciò ch’Erodoto ne racconta,che cioè nomi di numi non conobbero, e che appena,come dice Dionigi, adorarono i Cabiri 563), mentre che di diversi numi si attribuisce loro il culto a Roma, i quali mostrano un secondo momento, a così dire, della greca religione? Ma se così egli sembra con la tradizione romana, io credo che non si possa in tutto seguir Dionigi o la tradizione medesima, dove dice che primi autori della civiltà nel Lazio furono gli Arcadi, perché costoro preceduti vi furono da' Pelasgi, i quali è pur fama che i primi recato avessero l’alfabeto in Italia 564), sebbene anche agli Eolii Tessali convien pensare e per l’alfabeto e per altri principi! di civiltà, quali per que’ tempi antichissimi possiamo supporli, perché se i Pelasgi prima di passare in Italia andarono all’oracolo di Dodona, tale oracolo stabilito suppor non si può nella grande ignoranza de' sacerdoti che vi adorarono Zeus; ed in ogni modo la stessa Dodona e l’oracolo nel l’Epiro creder dobbiamo fondati dagli stessi Tessali, e pruova ne sarebbe l’altra Dodona, che ne fu la metropoli 565). Per la ragione stessa, io credo che dir non si possa con G. Lido che gli Arcadi, non gli Eolii o i Tessali, diffusero l’eolico dialetto nel Lazio 566), al quale lo stesso Dionigi con altri antichi con ragione diceva simile la lingua latina 567), perché gli Arcadi per essere affatto montanari, ebbero meno relazione co' Dori, ed esclusi rimasero nella divisione che gli Eraclidi fecero del Peloponneso 568). E questo non è tutto, perché anche gli umani sacrifìzii si dicono a Roma introdotti dagli Arcadi. Il culto sanguinoso di Saturno, dice Beulé, ebbe sì profonde radici in Arcadia, che quando la grande deità pelasgica fu detronizzata dal Giove di Prometeo e de' Cureti, gli Arcadi continuarono gli umani sacrifìzii su gli altari di Giove. Meno che del culto del nume compiacevansi della vista del sangue, e i Romani lor discendenti, ereditarono questa loro ferocia 569). Se gli umani sacrifìzii fossero stati in uso presso i Pelasgi, non avrebbero nelle loro calamità mandato a consultare l’oracolo, se con le altre decime offrir dovevano anche quelle degli uomini 570). Benché del resto gli umani sacrifìzii dicevansi a Roma aboliti da Ercole, cioè dagli Epei dell’Elide affini degli Arcadi, perché l’Elide fu in origine popolata dalla confinante Arcadia 571), ed in un tempo poco distante da quello della colonia che volevasi condotta da Evandro, sembra nondimeno che vi si proseguissero ne’ tempi successivi, perché anche aboliti o interrotti, ristabiliti furono in onore de' Lari e della Dea Mania da Tarquinio Superbo; né aboliti si dicono del tutto che da Giunio Bruto, il quale cangiò il modo del sacrifizio 572). I sacrifìzii che si fecero a Fauno Luperco 573), ricordano le stesse costumanze abbominevoli; e se soltanto nel 657 di Roma per decreto del Senato fu vietato di sacrificarsi alcun uomo, non è dubbio, dice Plinio, che fino allora si fecero sacrifìzii sì mostruosi 574). Ed in fatti nel 3° anno della guerra contro gl'Illirici, che fu il 527 di Roma, indi a poco nel 530, dopo la grande battaglia di Canne, ed un’altra volta ancora nel 640, allorché le Vestali Emilia, Licinia e Marzia convinte furono di vietati amori, un Gallo ed una Galla, un Greco ed una Greca furon vivi sepolti nel Foro Boario 575). Ma poiché gli umani sacrifìzii furon comuni a tutti i popoli 576), anziché ne’ continuati sacrifìzii degli Arcadi, l’indole degli antichi Romani si appalesa più tosto in quella degli Eolii; e se la sperienza e la storia di tutti i popoli ci mostrano gli stessi fatti, da cui il sentimento dell’umanità rifugge anche a ricordarli, quando per forza stabilir si volevano nelle contrade, che non eran loro proprie, io non voglio con la precisa parola di Sofocle ricordare l’indole della stirpe di Sisifo 577), e qual popolo al mondo meni' de' Romani smentiva il carattere degli avoli?

VII

Fenati e gli Epei condotti da Ercole

Pochi anni dopo degli Arcadi, seguita a dir Dionigi, altri Greci vennero in Italia condotti da Ercole, de' quali alcuni trovando un colle opportuno, lontano al più tre stadii dal Pallanteo, vi si accasarono. Furono i Feneati e gli Epei dell’Elide, disamorati di viaggiare in verso la patria, devastata nella guerra con Ercole. Uniti ad essi furono pure alcuni de' Trojani, fatti prigionieri quando Ercole prese già Troja, regnandovi Laomedonte. 11 colle, sul quale si posero ad abitare, fu il Capitolino, già detto Saturnio, o Cranio, al quale gli Epei si affezionarono in memoria di quello detto anche Cranio nell’Elide in su le terre di Pisa lungo le sponde dell’Alfeo. Ma Eusseno, ed altri mitologi italici si pensano che i Piseati per la somiglianza del loro Cronio, dessero il nome anche all’altro 578), il che è più probabile, perché le greche colonie i nomi delle metropoli e quelli de' patrii luoghi ripetevano per lo più nelle contrade in cui si stabilivano; in guisa che appunto pel detto nome di Cronio, e per tutta la narrazione di Dionigi, non solo s’intende che gli Elei a Roma passarono dall’Etruria, dove fondarono Pisa, con la lor gente accrescendo la città di Tenta o Tenti fondata prima dagli Arcadi, ma si può anche supporre che dall’arrivo degli Epei cominciasse a narrarsi su’ sette colli la favola di Crono o Saturno, la cui venuta sul Tevere poi si trasportava ad un tempo più antico, quando supponevasi che Giano vi regnasse, il nume de’ Tessali o de' Perrebi. In ogni modo, dalla tradizione serbataci da Dionigi non par dubbio che tale emigrazione fu quella stessa ricordata da Strabone, per la quale ebbero origine da una parte Pisa nell’Etruria, e dall’altra Metaponto nella M. Grecia 579). Du Theil dice che soltanto sull’identità del nome si fondò siffatta tradizione; ma oltre che e nella Grecia e per tutte le contrade in cui i Greci si condussero, dall’antichità più remota fin dopo il tempo di Alessandro M., s’incontrano spesso gli stessi nomi delle città per le colonie che, fondandole o accrescendole, non le distinguevano altrimenti che co’ nomi delle metropoli, così che la ripetizione de' nomi geografici, anche quando non ne è nota la fondazione, è per lo più una pruova dell’origine di una città da un’altra dello stesso nome, la città dell’Etruria era già abitata da' Teutani o Teutidi Arcadi, e gli Elei vi si diressero perché vi erano popoli loro affini. L’espressione di Dionigi che alcuni de' Greci furono da Ercole condotti a meno di un mezzo miglio dagli Arcadi, fa manifesto che altri altrove vi si erano stanziati, come a Pisa, e che tutti appartennero ad una sola e medesima emigrazione, ch’ebbe Ercole per archegete, come gli Arcadi l’aveano avuto in Evandro o Ermete, e che fu di un tempo antico abbastanza, perché di poco posteriore alla distruzione di Troja. I Feneati venivano da Feneo, città di Arcadia 580), la quale dicevasi anche patria a Dardano 581), perché dalla stessa città si mosse la colonia che passava nella Troade, e che per modo era decaduta e rovinata ai dì di Strabone, che l’annoverò tra le città arcadiche affatto distrutte, o di cui appena rimaneva qualche rovina582); e sebbene Pausania ne ricorda le fortificazioni dell’acropoli, celebre pel tempio di Minerva Tritonide, dice nondimeno che non vi si vedeva altro che ruderi 583). E questi ruderi tuttavia rimangono sopra di una montagna a 300 passi da Zaracoula, e quel ch’è più notabile, tuttora vi rimane il nome di Feneati, i quali posseggono 12 villaggi, e vivono, dice Pouqueville, come ne’ secoli di Rea, lavorando i campi, o pascendo le greggie 584). Dalla valle di Ferteo presso l’odierno villaggio di Phonia uscirono le principali colonie pelasgiche; e siccome gli Arcadi riguardaronsi vanamente come autoctoni 585), cioè nati dalla terra, e proseleniti 586), nati primi della luna, ed Esiodo autoctone nominò Pelasgo 587), e però come il più antico popolo della terra volevansi dagli antichi 588), è da credere che l’antichità stessa vantassero in Italia, e che da loro si derivasse la tradizione su gli Aborigeni, la quale da' più antichi storici Romani spiegavasi poi come ho detto. Gli stessi costumi pastorali de' primi tempi ricordavano a Pouqueville i pastori Arcadi e del Lazio, essendo l’Arcadia la parte della penisola in cui rimangono i costumi pastorali con una fisonomia storica; perché lontane dal mare e da ogni contatto straniero, le popolazioni del Cillene, delle rive del Ladon e dell’Alfeo hanno udito intorno di esse muggire le orde che hanno invaso e desolato il Peloponneso senza mischiarsi ai conquistatori 589). Da quella contrada dell’Arcadia settentrionale venivano a Roma i Feneati, e con essi gli Epei dell'Elide, la divina regione, come detta è da Omero 590), nella guisa stessa che venuti erano già prima gli Arcadi, che volevansi condotti da Evandro e da Enotro, non dubbia memoria della loro emigrazione; lasciando nella città dà Artemisio dell’Enotria, come nelle altre di Brenta o Brentesio, Falanto e Cliternia sull’Adriatico, le quali tutte ricordano le loro metropoli nell’Arcadia. Appiè della più antica città di Clitor o Clitoria, confinante con Feneo, fu la città di Cliterno 591), con nome identico a quella dell’Italia; e siccome un’altra città dello stesso nome fu già nella regione degli Equi 592), dagli abitatori di quella verso l'Adriatico può supporsi fondata con una loro colonia, il che è tanto più probabile, perché agli Equi si attribuiva un'origine pelasgica 593), lo stesso che arcadica, ed una greca iscrizione in caratteri arcaici si dice da non molto scoperta dove fu la Cliternia men lontana da Roma. E tanto è dire Epei, quanto Arcadi, perché siccome fu un'altra città di Elide in Arcadia 594), e dopo l'Elide cominciava appunto l'Arcadia 595), o viceversa, è questa unapruova della comune origine degli Epei e degli Arcadi, per dirsi che di Arcadi in generale fu la colonia, che a Roma volevasi condotta da Ercole, il che conferma che di Arcadi del pari furono le colonie, che fondavano Metaponto e Pisa; perocché siccome questa nel suo nome faceva risovvenire quello della metropoli nell’Elide, così l’altra spiega perché dicevasi fondata da Epeo, il favoloso costruttore del cavallo trojano 596), e che più veramente non fu che il personificato popolo degli Epei. Prima de' Pisati dell’Elide erano nell’Etruria passati ad abitarci Teutani o Teuticli nativi di Tenti, città di Arcadia 597), e che furono i Teutoni parlanti greco idioma, che Catone diceva di essere già stati a Pisa 598), senza che l’origine ne sapesse, come qualche moderno storico, il quale contro le precise testimonianze degli antichi, e contro la tradizione confermata da' nomi geografici, aveva a sdegno coll’esempio di altri storici anteriori di riconoscere le greche origini delle città. d’Italia, mettendole sempre nell’ombra e nel dubbio contro il fatto e l’evidenza. Ma contro lo scetticismo, il quale è più facile dell’investigazione e delle ricerche, oltre i detti greci nomi altri ancora si sollevano di altre città, le quali sebbene più o meno da Roma lontane, dir non si possono nondimeno che dagli Arcadi fondate egualmente, per l’analogia degli stessi nomi, e sono Falerio o Falisci, Caphie ed Arpino, i cui nomi non ricordano che le simili origini arcadiche.

La colonia degli Epei su’ sette colli, e la tradizione su quella che fondò Pisa nell’Etruria, dove già erano i Teutidi Arcadi, e probabilmente anche altri popoli della Focide 599), fanno intendere perché sulla riva del Tevere si trovasse ancora una città di Falisci. Della greca origine di questa città egregiamente discorreva il Marsh nelle sue Horae Pelascjicae col riscontro soprattutto delle monete coll'epigrafe FΑΛΕΙΩΝ, le quali scoperte a breve distanza da Roma, ad altre monete sono simili che si trovavano nella parte occidentale del Peloponneso. Se le monete, dice Marsh, scoverte in sulla riva dell’Alfeo non appartennero alla città edificata sul Tevere, quelle che si rinvennero sulla sponda di questo fiume, non furono per la ragione stessa di una città del Peloponneso. E poiché nella iscrizione Elea il nome degli Elei leggesi FΑΛΕΙΟΙ in vece di Ἠλεῖοι 600), con ragione è da conchiudere che le monete dell'Elide e quelle de' Falisci ebbero la stessa leggenda. I Pelasgi nel Peloponneso, come dalla citata iscrizione si vede, il nome della città di Elide ebbero ad esprimere con quello di FΑΛΙΣ, che poi gli lonii egli Attici scrissero Ἥλις; e giunti sul Tevere il nome stesso di FAΛΙΣ imposero alla città che vi edificarono, per non essere a' coloni cosa più comune, dice io stesso Marsh, che nominare le città nuovamente edificate co’ nomi di quelle da cui si partivano; così che poi il popolo della detta città fu detto Falisci da' Latini nella stessa forma di Osci, Volsci, Pasci e simili 601). La greca origine di Falisci, o de' Falisci, così dimostrata, è manifesta, salvo che in vece di attribuirsi a' Pelasgi, sembra più tosto di doversi ascrivere agli Epei dell’Elide per lo stesso principio sostenuto da Marsh, e del quale non dubito perla ripetizione de' corni simili geografici nell’Italia, come dentro e fuori della Grecia; e tale spiegazione conferma la tradizione riferita da Dionigi, che sulle rive del Tevere si condusse la greca colonia uscita dall’Elide, riconfermata da quella sull’origine di Pisa, fondata del pari dalla stessa colonia dell’Elide. Per sì fatta colonia si ha un altro documento parlante nel nome della città di Arpinum, per l’antichità rinomatissima e le così dette costruzioni ciclopee, che tuttavia vi rimangono, e più ancora pel suo greco nome, lo stesso che il nome primitivo di Olimpia, che fu Arpina, o Arpinna, nell’Elide 602); né altrimenti che con la terza colonia greca dopo quelle de' Pelasgi e degli Arcadi, con quella cioè degli Epei, o di Arpinna, può spiegarsi il greco nome della nostra Arpino, sia che da Roma ne uscissero i fondatori, dopo che gli Epei o gli Elei vi si erano stabiliti, sia che gli stessi popoli fondando prima Arpinum col nome della madre patria, a Roma poi si condussero in maggior numero e in tempi successivi. Questa seconda supposizione più probabile io credo, perché Arpinum nominata avrebbero la città di lor prima fondazione, per l’usanza comune a tutti i popoli dell’Eliade di ripetere i nomi delle metropoli nelle nuove fondazioni, come si vede non solo dal nome degli stessi Epei dell’Elide, così detti da quelli di Arcadia, perché questi si condussero nell’Elide 603), ma anche dal nome della città, di Elide arcadica ripetuta in quella della omonima regione; e per la comune nazionalità degli Elei e degli Arcadi nella colonia condotta a Roma si veggono gli Epei dell’Elide uniti a' Feneati di Arcadia, co’ quali erano affini. Sono tali le testimonianze degli scrittori, e tali le induzioni che spontanee e legittime si presentano a chi non ha la mente intenebrata da' dubbii e dall’incertezza obbligata sulle greche origini delle più antiche ed insigni città d’Italia, come un patrio storico, il quale su tutto che gli antichi ci narrano delle greche origini italiche spargendo sempre il dubbio dopo di altri, come del Micali, senza alcuna spiegarne che prima non si era fatto, a tutt’uomo si sforza indarno di farle discredere a chi legge, non ostante che bene riconosca, che «tolta di mezzo l’autorità degli antichi, affatto inutile diviene l’arrogante desiderio d’immaginare nell’età nostra nuove istorie opposte a quelle dette da' maggiori, e di potere alle rimembranze loro incertissime sostituire divinazioni più incerte d’assai 604)». Una volta si riconosce l’autorità degli antichi, un’altra se ne dicono incertissime le rimembranze; e chi è che immagina nuove storie contrarie a quelle de' maggiori, cioè de' Greci, chi le contraddice, o chi cerca spiegarle o confermarle co’ dati che gli stessi antichi ci somministrano? chi le contraddice certamente; e senza nominare né nuove né vecchie le storie che dell’antichità nulla ci spiegano, nuove storie veramente direi quelle che senza disconoscere le tradizioni, con nuovi studii le confermano, o la spiegazione ne trovano quando sono favolose; e delle due arroganze ancora, quella di spiegare, illustrare, o confermare con le induzioni o le cognizioni nuove le testimonianze de' greci storici, e quella di dubitarne ad ogni passo, odi volerle far discredere facendo le viste di riconoscerle, questa dirci,la vera, non potendosi arroganza nominare lo sforzo della mente che tende al vero. Ma che che di ciò voglia dirsi, per diversi fatti raccolti da un dotto archeologo si è riconosciuta del pari la greca origine della città di Capua 605), e non tanto i greci vasi avidamente ricercati da' coloni romani ne’ sepolcri della città, o la greca iscrizione scoperta nel supposto sepolcro del favoloso suo fondatore 606), quanto il nome primitivo della città istessa, dimostra sì fatta origine. 11 sepolcro di Capi fu come quello di tanti eroi e simili personaggi favolosi supposti da' nomi delle città che dicevansi da essi fondate, che vedevansi nella Grecia e nelle contrade in cui i greci coloni si erano tramutati, e che spesso si riferivano al culto de' numi creduti uomini; e la greca epigrafe su tavola di rame è da credere del pari supposta sulla stessa favolosa tradizione, non altrimenti che gli oracoli riguardanti le ceneri di Oreste e di Teseo 607), che nessuno vorrà più credere persone storiche dopo i tanti stupii, con cui si è dimostrato il contrario. L’iscrizione si può credere finta per isventare la congiura tramata contro Cesare, perché col nome di Capi ivi sepolto l’uccisione si prediceva ad uno de' discendenti di Iulo, e lutto grandissimo e rovine all'Italia tostoché scoperte si fossero le ossa di Capi. La città in origine si nominò Caphia, come si legge in una delle monete di Napoli 608), e poi Καπύη, come in Ecateo, Strabone e Dionigi 609); ed anziché spiegarsi questo secondo nome con quello di Capvs, padre di Anchise 610), come volevasi da' facili interpetri greci e romani, è da rischiarare il primo con quello della città di Caphie di Arcadia, dal quale può supporsi derivato il nome stesso del favoloso figlio di Assaraco e di Ieromneme. Gli Arcadi si condussero nella Troade da quella stessa città, dalla quale vennero nell’Etruria, cioè da Teuti, sebbene Pausania il nome di questa città scambiò con un favoloso conduttore di tal nome 611), come la tradizione il nome di Falanto, anche città di Arcadia, scambiava coll’ignoto conduttore della colonia de' Partenii a Taranto 612); ed anziché dirsi con la simile tradizione favolosa ch’Enea fondò le colonie Caphie in Arcadia 613), la città di Caphie nominando da Capys suo avolo 614), furono gli Arcadi, che il culto di Capys, il nume de' pascoli, portarono nella Troade, e per essi ancora i nomi di Caphie e di Capys si udirono probabilmente la prima volta nella Campania. Il nome di Κάπυς provenne da κάπη, pascolo, ed oltre che furono celebri i popoli della città di Feneo in Arcadia, ne’ quali da' Feneati volevasi che Ulisse ritrovasse le sue smarrite cavalle, e riavutele ve le ritenesse, dopo di avere in rendimento di grazie eretto un simulacro a Nettuno Ippio ed un tempio ad Artemide Eurippa, a cui tali pascoli si attribuivano 615), racconto ch’è forse da riferire a' Tessali Dorii vicini degli Arcadi, co’ quali ebbero comune l’eolico dialetto 616), come una città col nome di Eolio fu fondata nella Troade da' medesimi popoli 617), nel nome stesso di Cupide si ha la più antica memoria de' pascoli di Capita simili a quelli della città di Feneo. Ma se di tutto questo non sembra di potersi dubitare per la stessa favolosa genealogia di Capys, cioè qual figlio di Assaraco 618) il quale altro non fu che il nume che saziava i greggi e gli armenti 619), come Saturno gli animali e gli uomini, io credo che gli Arcadi fondatori di Capita furono propriamente quelli che a Roma passarono dalle sponde dell’Alfeo, perché sì come le città di Falisci presso di Roma e di Arpino a non molta distanza da Capua ci ricordano ne’ loro nomi due città dello stesso nome della regione da cui si partirono, così quello di Caphiae o Capvae ne fa risovvenire un’altra del distretto de' Feneati, i quali dicevansi a Roma condotti da Ercole. Né da altri che dagli Arcadi di Feneo, della quale tuttavia si vede l’acropoli sul monte Dordovana 620), può supporsi originato il culto di Diana sul Tifate, o il monte degli elei presso Capua 621), perche molto diffuso fu il culto di Artemide in Arcadia, così che non v’era quasi città più ragguardevole che non l’adorasse con diversi epiteti, come riferisce Pausania 622). Pe’ nomi di Caphiae in Arcadia ed in Italia si supposero l’arrivo di Enea in Arcadia 623), e la fondazione di Capita per opera di Capi, e che in vece si spiegano col passaggio degli Arcadi nella Troade e nell’Esperia, dove era fama ch’Enea procreasse Romilo, altro supposto fondatore di Roma 624); e senza ripetere le cose altrove dette sulla fondazione di Metaponto per opera degli Arcadi e degli stessi Epei a Roma condotti da Ercole 625), mi basta dire che l’affinità di questi due popoli è anche manifesta da che Epeo, il preteso fondatore della città della M. Grecia, sotto il cui nome non sono da intendere che gli Epei, al pari di Etolo e Peone, personificazioni simili degli Etoli e de' Peonii, dicevasi nato da Endimione e da Iperippe, figlia di Arcade, genealogia mitica che tra le altre più accostavasi al vero secondo Pausania 626), e che non accennano che al culto solare e lunare degli Arcadi. Di questa colonia, come delle altre, per le anzidetto cose non può dubitarsi; così che per quelle che ora più ci riguardano può dirsi, che gli Epei da Pisa passarono a Falisci o Falerio, da questa città a Roma, e da Roma ancora uscendo con altre colonie fondarono Arpino e Capita, i cui nomi ho spiegati con quelli di Arpinna dell’Elide, e di Caphiae di Arcadia. E se Livio suppose, o altro storico prima di lui, che Capi si nominò il capo de' Sanniti che per sorpresa occuparono Capita nel 420 a. C., e gli storici ricordati da Servio, che Vulturno in vece si nominò la città dal fondatore Etrusco 627), fu perché confusero i due nomi della città con conduttori immaginarii, come l’antico nome di Taranto, originato dalla città di Falanto di Arcadia, fu confuso coll’ignoto conduttore de' Partenii, per essere inoltre probabile che la città di Caphiae o Capua cambiò tale antico nome coll’occupazione degli Etruschi, che venivano da Volaterrae. Le tradizioni sono notissime, perché gli antichi storici che le tramandavano, sono stati studiati e tuttavia si studiano, ma diverse esser possono le induzioni, a cui ci menano, e le già esposte per confermare la tradizione sviFeneati ed Epei passati a Roma mi sembrano indubitabili.

Ad Ercole intanto che i Feneati e gli Epei conduceva sul Tevere, attribuivasi l’abolizione degli umani sacrifizii, che si facevano a Saturno 628); ed era pur fama ch’ei vincesse in battaglia ed uccidesse quel C. M;, barbaro principe di barbara gente che a lui opponevasi, dopo di che i compagni di Ercole, Evandro con gli Arcadi, e Fauno con gli Aborigeni pigliavan ciascuno parte per sé delle terre del vinto 629). Così sulla tradizione mitica narrava Dionigi le circostanze dello stabilimento della colonia de' Feneati e degli Epei, credendo Ercole un eroe, e dando anch’egli l’esempio di un sistema o di una falsa credenza, la quale sebbene al solo Evemero attribuita, comune può dirsi nondimeno a tutti gli storici antichi. Benché Varrone da tal sistema si dipartisse col dire che Ercole fu anzi un nume comune agli antichi popoli, volendo tuttavolta spiegare il racconto su Ercole nel Lazio, egli stesso vi si raffermò meglio degli altri, perché scriveva che il nome d’Ercole fu dato a tutti coloro che illustri si resero con fatti gloriosi, così che giunse a contare non meno di XLIIII personaggi di tal nome 630). E comeché siavi chi approva l’opinione di Varrone con quella di Verrio Fiacco, il quale tutto spiegava con una leggenda locale, ch’ebbe a facilitare l’introduzione di Ercole nel Lazio 631), pure tal modo di vedere non ispiega il mostro Κάκος, ed escludendo anche l’arrivo de' Feneati e degli Epei, contraddice l’origine di Pisa, dovuta alla stessa colonia. Chi è dunque questo Ercole che sì fatti popoli guidava in Italia? Si può credere davvero che fosse un uomo nerboruto e forte, e gigante fra' contemporanei, il quale tanti viaggi imprendeva e tante spedizioni, e giungendo anche al Lazio, tali imprese vi compiva da lasciar memorie sì illustri tra' posteri degli Aborigeni? Così con gli antichi si pensava un dotto uomo, al quale non pareva inverosimile, e tuttavia mi pare di udirlo, che un Ercole vissuto fosse al mondo, autore di grandi fatti e gesta memorabili. Senza qui intrattenermi di sì strana opinione, alla quale è contraria tutta la scienza moderna sulla mitologia di Ercole, dico solo che qualsivoglia soluzione si segua per ispiegarla, rimane sempre a dirsi chi mai fosse il popolo che lo adorava, e le proprie imprese gli attribuiva. La tradizione dice che gli Epei vennero sul Tevere, e ciò basterebbe; ma un’altra ragione di sì fatta tradizione debbo ricordare, ed è che Ercole rappresentò la stirpe pelasgica 632); e siccome Pelasgi già erano venuti su’ sette colli prima degli Arcadi, ai quali altri Pelasgi o Arcadi sopravvennero rappresentati da Evandro, così altri ancora dopo di costoro,simboleggiati in Ercole dell’Elide,vi arrivarono per accrescere e propagare la greca civiltà sul Tevere. Una volta avvenuta la prima emigrazione, altre ne seguirono l’una dopo l’altra, tutte tendendo alla città che i destini volevano padrona del mondo.

Verrio Fiacco scriveva che non Ercole, sì bene Garano, fu quegli che vinse Κάκος, e che fu un pastore di grandi forze dotato 633), quale i Greci Ercole s’immaginavano. E Cassio Emina, seguendo i libri de' Pontefici, diceva che Recarano fu in vece quegli che superò Κάκος, e che anziché indigeno, fu di greca origine. Aurelio Vittore, il quale riferì la testimonianza del detto storico, Recarano considerò con ragione come lo stesso Ercole, non altrimenti de' poeti 634), e dello stesso Servio, il quale dice che partito si era da Delfo, o che almeno venuto era in Italia sotto gli auspicii di Apollo 635). Un insigne archeologo, benché da' sacrifìzii che a Roma si celebravano, non dubitasse dell’origine greca della colonia, che da tal personaggio dicevasi condotta, dice nondimeno di non sapersene l'origine 636); e nella stessa oscurità ed incertezza vedesi ancora un altro non meno illustre e dotto ricercatore di antichità non è guari mancato all’onore di questi studii, perché scriveva: «nessuno ignora il posto che nella storia primitiva di Roma ha il passaggio di Ercole in Italia, ed il suo soggiorno alla sponda del Tevere; ma un denso velo di mitologia vi covre una realità difficile ad esplicare 637)». Ma gli oscuri nomi di Garano e Recarano, i quali hanno un chiaro riscontro in quello del fondatore del Regno de' Macedoni, il quale dal Peloponneso passava a stabilirsi nella Macedonia, l’origine ne mostrano in quella regione, o nell’Arcadia, giusta le riferite tradizioni. Siccome la fondazione di Edessa nella Macedonia, 65 anni prima di quella di Roma, attribuiasi ad un Capano di Argo, decimosesto discendente di Ercole 638), si comprende che fu un Eraclide colui che fondò il regno de' Macedoni in quella città, dove de' primi re Macedoni si vedevano i sepolcri 639); e sebbene dubitar non si possa di un Carano storico, anteriore a Perdicca, ed undecimo de' detti re, diverso da esso fu il più antico, il quale non è che lo stesso Ercole, che col favoloso suo successore ilio, allusivo agl’Ilici della Tessaglia, facevasi regnare tra' primi. Non nitro fu il Garano che conduceva la colonia sul Tevere, e col nome dei Carano della Macedonia emendandosi le testimonianze di Aurelio Vittore e di Verrio Fiacco 640), siamo certi che gli Eraclidi sì fatto nome ripetevano da Ercole, da essi così detto, come colui, nel quale riguardavano il capo, il principe, il signore della propria stirpe 641), perche ciò appunto dinota Κάρανοs il che non avvertivasi dagli stessi dotti, i quali in Carano vedevano una persona stessa con Ercole 642). La stessa leggenda sul primo re favoloso della Macedonia vincitore di Cassco,con vince della riferita origine del nome di Carano. Da' Macedoni si narra, dice Pausania, che regnando in Macedonia, Carano superò in battaglia Cisseo, il quale dominava nel paese confinante. Questo Carano, subito dopo la vittoria, piantò come era r uso degli Argivi, il trofeo; ma un leone, sbucato fuori dell'Olimpo, lo atterrò; e Carano si avvide di non essersi ben consigliato di entrare in discordia implacabile co’ barbari vicini 643). Cisseo vinto da Carano ricorda Cisso supposto re di Argo, e con alcuni altri suoi successori essendo chiaramente favoloso, perché non fu che la personificazione dell’edera (κισσός) attribuita a Bacco, conosciamo con quali nomi si compónevano le successioni de' più antichi regni immaginarli dell’Eliade 644). E tanto Carano vinse Cisseo nella Macedonia, quanto Ercole vinse Κάκος sul Tevere, perché questo riferendosi ad un vulcano 645), e quegli ad un cognome di Bacco, entrambi nelle due leggende furono introdotti allorché creduti uomini metter si dovevano in relazione co’ rappresentanti anche favolosi de' due popoli. Come Cisseo rappresentò i Traci, così Carano rappresentò gli Eraclidi di Argo, passati nella Macedonia confinante alla Tracia. Dall'edera, propria di Bacco, non solo egli si nominò Cisso, ma anche una delle favolose sue nudrici, Cisso un compagno del nume, e Cisseo fu detto re della Tracia, come Cisseide, figlia di Cisseo, o di Ecabe 646). Tutti questi nomi sono spiegati da Cisseo, cognome di Bacco in Acarne città dell’Attica, dove la prima volta dicevasi veduta la pianta dell’edera 647). Cissa fu detta ancora figlia di Piero, il favoloso re dell’Ematia, o della Macedonia, e padre delle nove figlie, alle quali il nome stesso impose delle Muse, con cui venute alla gara del canto, ne furono vinte 648), ma non altre che le Muse medesime, credute diverse per la diversità della regione, nella quale il mito delle Muse fu propagato dalla patria originaria, che fu la Pieria, a cui allude Piero. Cissa fu ancora una città della Tracia 649), e la leggenda intorno dell’edera riferita da Diodoro,conferma la spiegazione di tutti gli addotti nomi, dappoiché scrive che gli Egizii ad Osiride attribuirono l’invenzione di tale pianta, cd a lui la consecrarono, come i Greci a Bacco; e perciò nell’egizio idioma pianta di Osiride si diceva, e nelle sacre cerimonie la preferivano alla vite, per la perpetua verdezza 650). Dichiarata così la persona mitica di Carano, bene può dirsi con un dotto mitologo, che Recarano fu quegli che annualmente riconduce la mandra de' pianeti, ed il sole d’inverno al cielo della primavera. Ristabilendo l’ordine della creazione, regola così i giorni e le notti, i mesi e l’anno 651); e siamo così ricondotti al mito solare di Ercole, del quale non mi è d’uopo ch’io più m’intrattenga per dire chi fosse il conduttore de' Feneati e degli Epoi, cioè il nume che adoravano, il cui culto fu perciò da essi a Roma introdotto, ed al quale i propri fatti attribuirono. L’antico Vulcano sull’Aventino, alle cui falde si apriva l’antro di Κάκος, non si dirà estraneo alle calamità naturali che afflissero i Pelasgi, e li costrinsero ad uscire in buona parte dell’Italia per la siccità tra le altre che intristiva la terra, come narra Dionigi 652), considerandosi che, se ne rimase la memoria molti secoli dopo,comeché oscurata dalla favola la quale voleva che Κάκος o il malvagio, fosse un famoso ladro paesano, che ad Ercole rapiti avea alcuni de' bovi che trovati in Eritea condur dovea ad Euristeo, arder doveva all'età molto remota de' Pelasgi con altri molti che un naturalista contava in gran numero ne’ nostri Campi Flegrei 653). Chi può dire che il vulcano fosse spento al sopravvenire de' Feneati e degli Epei? Ma cessato di ardere nelle età successive, quando sulle memorie dalla tradizione serbate di nomi di luoghi, di numi creduti uomini, e del culto primitivo delle colonie con le credenze stesse di tempi posteriori,si cominciò a voler diradare le tenebre del passato, e si supposero fatti facilmente creati dalla fantasia per darsi ragione di quel che non si sapeva, non è meraviglia che il vulcano invasore delle terre vicine si pensò un ladro gagliardo, e combinandosene l’esistenza con tutto che narravasi delle imprese allegoriche di Ercole, al supposto eroe se ne attribuì l’uccisione, non altrimenti che la fantasia di Omero, o la stessa immaginazione de' Greci dalla Sicilia lontani, combinando le spedizioni degli Eolii co’ fatti locali,il grande vulcano dell’Etna trasmutò in un monocolo gigante acciecato da Ulisse, e detto Polifemo, sia perché era di molta fama in tutte le regioni occidentali, sia perché da molto lungi se ne udivano le fragorose e terribili detonazioni 654). Fra gli altri eccellenti opuscoli di Plutarco, quello vi è sulla loquacità, nel quale insegna come lungi tener ci dobbiamo da questo difetto di taluni, i quali per dire una cosa, ne dicono altre molte, per quasi non mai finirla; ed io spero che lo stesso difetto non mi venga attribuito, se per ispiegare una tradizione, sono costretto altre riferirne,per mostrare, col confronto dell’una coll’altra, come intender si possa quella di cui c’importa intendere il significato.

Dopo narrate le imprese d’Ercole in Italia, le istituzioni e cose simili, tra le quali anche quella di sospingere tra le sue milizie uomini divelti a forza dalle città conquistate, e di metterli infine, se animosi combattessero, ad abitare le terre invase, arricchendole dell’altrui 655), con che ad un’età antica abbastanza attribuiva le colonie militari di Roma de' tempi molto posteriori, simili in certa guisa alle infeudazioni de' conquistatori barbari, Dionigi prosegue a dire come gli uomini lasciati custodi ed abitatori d’Italia, là intorno al colle Saturnio, si ressero un tempo da sé; ma non molto dopo compartendo i propri costumi, le leggi, e i santi riti degli Aborigeni, come già fecero gli Arcadi, ed anche prima i Pelasgi, divennero concittadini degli Aborigeni, talché sembrarono in fine una gente medesima 656). Intanto alcuni aggiungono, dice lo stesso storico, che ne’ luoghi da' Romani abitati Ercole lasciasse due figliuoli,Fallante cioè, natogli da Latina, figlia di Evandro, e Latino da una donzella boreale. Egli seco la conduceva, a lui data dal padre in ostaggio, e custodivala finché si maritasse; ma navigando verso l’Italia, ne fu vinto dall’amore, e la rese madre. Ma essendo ormai per tornarsene in Argo, permise che si restasse sposa di Fauno, re degli Aborigeni; ond’è che molti tengono Latino figlio di Fauno, non di Ercole. Narrano che Fallante si morisse nel fiore dell’età; ma che Latino, divenuto adulto, successe all’impero degli Aborigeni 657). Or non vi vuol molto per vedere quanta verità fosse in sì fatta narrazione dopo di aver dichiarata come del tutto mitica o allegorica la persona di Ercole, e se le favole non accennassero ai fatti, che spiegare si debbono, bene sarebbe il caso di dire con Strabone, che gli storici antichi molte cose ci dicono che mai non furono, e che come uomini dalle favole ond’è piena la storia di quelle età, contrassero una certa abitudine alla bugia 658). Or non tanto le favole della storia primitiva, quanto il bisogno di tutto spiegare, bisogno che pur noi sentiamo, allorché ci facciamo ad investigare i fatti e le cose del buono o del mal tempo antico, era cagione che tante ipotesi si facessero, come nella stessa investigazione delle cose naturali è pure avvenuto, ed avviene tuttavia, e che la geografia e la topografia facevano spiegare col supporsi uomini e donne, che alle contrade ed alle città i propri nomi aveano imposti; e così se da una parte mentivano, o s’illudevano, dall’altra la memoria de' fatti ci tramandavano, che spiegare fa d’uopo. E se Fallante non fu perciò che la personificazione del Pallanteo, come Latino quella del popolo de' Latini, della cui etimologia ho già detto 659), tale è pure da riputarsi senza alcun dubbio Launa, personificata da Launio, o Lavinia, la metropoli de' Latini 660), detta anche Λαούντιον da Stefano, o da chi ne attinse la notizia. Vero è che la supposta figlia» di Evandro è prima detta Cauna dallo stesso Dionigi, o piuttosto da Polibio, ch’egli cita 661); ma l’una è diversa dall'altra, e se runa spiegò con la discendenza da Evandro, l’altra lasciò senza spiegazione, che meglio allo stesso Evandro, ossia agli Arcadi, si riferisce, così che persi fatta notizia,a tutti gli altri storici sfuggita,dir dobbiamo che oltre del Pallanteo,g Arcadi edificarono un’altra borgata o πολίχνη col nome di Caus, Caunus, in memoria di quella che fu nella Telpusia di Arcadia, e che poi divenne la figlia di Evandro nelle favolose narrazioni delle origini di Roma; ed un nome sì fatto, sul quale nessuna osservazione ho trovata de' critici moderni, è per confermare l’arrivo degli Arcadi su’ sette colli, i quali come non dimentichi della città filiale, di Caunei fichi la provvedevano ai dì di Cicerone 662). Questo commercio ne fa credere le relazioni non interrotte ne’ tempi anteriori; e per altre relazioni di origini tra l’Italia e i Canni, Caoni o Coni, non so passar oltre senza ricordare altre fondazioni simili, le quali tutte chiaramente ci mostrano gli spessi passaggi e le colonie degli Arcadi. La Caonia regione si descrive nel mezzo dell’Epiro, e i Caoni che l’abitavano, sono co’ Molossi detti nobilissimi da Teopompo 663). Nessuno degli antichi ha detto l’origine di questi popoli, che un tempo in tutto l’Epiro dominarono 664), ed appena Varrone riferiva la tradizione certamente favolosa che si nominassero da Caone fratello, o compagno ucciso da Eleno, il quale secondo altri sposata avrebbe Cestria, figlia di Caone, il cui nome impose ai Caoni 665). Perché la Cestrina o Cestria si ricorda come una contrada dell'Epiro 666), così detta probabilmente dall’erba famosa, perché di molte virtù, detta κέστρον da' Greci, e vettonica da' Latini 667), non è dubbio che per ispiegare i detti nomi geografici, si supposero le persone omonime, e può dirsi soltanto che i Caoni non furono che popoli dell’Eliade passati ad abitar nell’Epiro, e propriamente dalla Tessaglia, donde Elleno, come figlio di Deucalione e Pirra, dominatore di Ftia, o figlio di Ftio e fondatore della città di Eliade 668), dicevasi originario. Ma Ftia si dice appartenuta ad Eolo, l’uno de' supposti figli di Elleno, il che accenna abbastanza agli Eoli Tessali, o a' Pelasgi, stirpe de' quali furono gli Arcadi 669), né da altri che da questi popoli, può dirsi originato quello de' Caoni, e propriamente dalla loro città di Caus, dalla quale furon detti Cauni, Caoni e Coni, coll’ultimo de' quali nomi sono detti in Italia fondatori della città di Cone nell'Enotria, dove diedero anche il nome alla Conia regione 670). Ecateo ricordava i Caoni Dettati, confinati agli Enchclei, e che abitavano sotto il nome Amerò 671); e chi non vede in costoro i fondatori di Ameria, antichissima città dell’Umbria, attribuita in generale a' Pelasgi da Petit-Radel sì per le costruzioni delle sue mura, come per la notizia di Dionigi, il quale dice che i Pelasgi s’impadronirono di alcune piccole città degli Umbri 672)? ma che più chiaramente attribuir si dee a! Caoni che abitavano a piè dell'Amero, dal quale la città fu nominata, anziché dal supposto Amirus, sì come Festo scriveva 673). E tutte queste fondazioni ci dimostrano sempre un solo e medesimo popolo, benché diversamante nominato ne’ diversi tempi, o secondo le loro origini che si riferiscono ai primitivi Eolii Tessali o Pelasgi, perché tali furono i Caoni e gli Arcadi, come Arcadi furono i Feneati e gli Epei dell’Elide, i quali formarono una delle ultime colonie greche presso del Tevere.

VIII

Colonia de' Ramnii, o Ramnensi

Se finora le tradizioni e i nomi delle piccole borgate intorno del Tevere sono state per me una pruova delle origini diverse de' popoli che concorrevano a formare la città di Roma, è ora il nome di una delle sue tribù del tempo storico che ci fa conoscere un’altra colonia, e probabilmente la penultima, che pur ebbe parte a formare l’antico popolo romano. Questa tribù fu quella de' Ramnii o Ramnensi, la cui memoria rimaneva così distinta da quella degli altri popoli, che Romolo ne formò una delle tribù del suo tempo. Se quella de' Luceri dicevasi derivata da un Lucero re di Ardea, quella de' Taziensi dal re Tazio de' Sabini, la terza de' Ramnii o Ramnensi ebbe nome secondo la più volgare tradizione dallo stesso Romolo, e dal popolo ch'egli rappresentava. Le concordi testimonianze degli antichi non fanno dubitare di così fatta divisione, e quindi delle diverse stirpi che vi diedero occasione, ed acuì appartennero; perché a cominciare da Ennio,tutti convenendone dicono lo stesso 674). Ma se la critica ci costringe a vedere in Lucero o Licomede gli Ardeati più illustri, più rinomati e probabilmente più ricchi degli altri, come in Tazio i Sabini, o i Theti soggetti, quando già si era quasi cancellata la memoria delle colonie degli altri popoli più antichi, chi sono mai i Ramnii o Ramnensi, donde vennero a Roma, e da che furono così detti? Diversi scrittori si son contentati di dire che non furono altri che i Romani; ma da questo nome è ben diverso quello de’ Ramnii o Ramnensi, ed essendo io costretto da' nomi delle altre piccole città o borgate di vedervi del pari un simile nome geografico, già pensai a Ramno, uno de' demi dell’Attica a 60 stadii da Maratona 675), il quale mi parve che desse ragione del nome di quell'antica tribù. Ma perché non pensai del pari ad un’oscura testimonianza di Pesto, un nome puramente locale mi parve di vedervi derivato dal corso del Tevere. Ora l’osservazione di Dver mi fa uscire dal dubbio, e ritornare alla prima congettura, ch'è la vera; e questo stesso fatto di un altro nome geografico che ripetevasi su’ sette colli, conferma a meraviglia l’origine di tutti gli altri, e la verità insieme di tutte le altre già divisate origini. Il dotto autore della Storia de' Re di Roma dice che i Ramnensi furono così detti dal demo di Ramno dell’Attica 676), citando opportunamente il passo di Festo da me dimenticato, nel quale senza parlarsi di Ramno,si legge che gli Ateniesi nella città di Roma vennero a stabilirsi. Ma il passo di Festo tutto intero debbo riferire pervenire alla conclusione a cui lo stesso Dver non è venuto, quella cioè dell’epoca della colonia acni si riferisce. Feste scrive: Historiae Cumanae compositor, Athenis quosdam profectos Sicyonem Thespiadasque (Thespiasque), ex quibus porro civitatibus, ob inopiam domiciliorum, compluris profectos in exteras regiones, delatos in Italiam, eosque multo errore nominatos Aborigines, quorum subiecti qui fuerint Caeximparum viri, unicarumque virium imperio montem Palatium, in quo frequentissimi consederint, appellavisse a viribus regentis VALENTIAM: quod nomen adventu Euandri Æneaeque in Italiam cum magna Graece loquentium copia interpretatum, dici coeptum Rhomem 677); cioè che l’autore della storia di Clima (quello che nominato è Iperoco da Ateneo e da Pausania 678) scriveva che alcuni Ateniesi si condussero a Sicione ed a Tespia per istabilirvisi; ma per la scarsezza delle case, da quella città molti uscirono, e trasferitisi in Italia, vi furono nominati Aborigeni per essere andati molto vagando; e sottomessi al malvagio uomo Caco, si fermarono sul Palatino, e la città nominarono Valentia, da che fortemente v'imperava; il qual nome fu poi cominciato a dirsi Roma dalla venuta di Evandro e di Enea con gran moltitudine di popoli che parlavano greco.

Dal fatto del nome della tribù Ramnense si vede che nel riferito racconto gli Ateniesi sono ricordati in vece della colonia de' Ramnii, i quali perché appartenevano ad un demo dell’Attica, erano pure Ateniesi,oi cittadini proprii di Atene furono uniti Ramnii o Ramnensi; e più che per tale colonia, il passo di Festo è stato oggetto di dotte congetture rispetto alle parole Caeximparum viri, e leggendovi con Muller Caci improbi viri, dico che Iperoco confondeva molto i fatti e le colonie, perché diceva Valentia la città poi detta Roma, mentre che il primo nome fu una traduzione del secondo, non potendosi supporre che a Roma si parlò latino prima che vi si fosse parlato greco per tutte le greche colonie di cui ho già discorso. Ma l’antichità della colonia degli Arcadi, e la memoria de' Tespiadi, a cui gli Ateniesi ricorsero nella loro peregrinazione, facendo ben pensare che lo storico di Cuma confuse i tempi, e che gli stessi Tespiadi si unirono agli Ateniesi, o a' Rammenti per venire insieme in Italia, alla colonia degli Ateniesi e de' Tespiadi nella Sardegna si può rapportare il passaggio de' detti popoli sul Tevere. Se gli Ateniesi co’ Cretesi vennero anche nella Japigia 679), molto antica mi sembra questa emigrazione, ed ha meno relazione col racconto d’Iperoco; e non rimanendo quindi a pensare che all’emigrazione de' Tespiadi nella Sardegna prima della guerra trojana 680), si può credere che furono mandati in colonia sia per la povertà, sia per una cagione simile a quella de' duemilache furono mandati nella Tracia a Samo nell’01. 107,1,352 a C. 681). Padove; Ράμονς vuol dire bianco spino, ed Eustazio dice chiaramente che Ramno ebbe nome ἀπὸ τῶν ἐκεῖ ρ'άμνων, dalle bianche spine che colà nascevano 682); ed ora sappiamo l’origine de' Spinalbini di Roma, che poco prima de' tempi storici si unirono agli altri greci coloni sul Tevere, e vi prevalsero tanto da formare una delle tribù di Roma, che Niebuhr considera con ragione come superiore alle altre 683), perché con le migliori istituzioni prevalsero a tutti. Perché Atene fu divisa in file, o tribù, come queste in fratrie 684), non furono i Ramnii senza influsso sulla divisione simile a Roma. Il culto ancora di Nettuno Equestre a Roma conferma l’origine di quella colonia, perché collo stesso nome (Ποσειδῶν ἵππιος, ο ἵππιος άναξ) fu adorato dagli Ateniesi 685), e quindi da' vicini Ramnii, se non furono anzi gli Arcadi che primamente v'introdussero lo stesso culto, perchè collo stesso nome Posidone, o Nettuno, fu adorato in Arcadia ad Oneio presso il Ladone 686); né altro fu il dio Conso (Κόνσος, ο Κώνσος) a Roma 687), il nume cioè de' secreti consigli, quegli che riputavasi di suggerirli fidi e salutari, e di maggior momento, perché Nettuno era laticum rex, et rerum conditarum 688).

IX

Colonia de' Trojani condotta da Enea

Alla colonia de' Feneati e degli Epei seguì in fine quella de' Trojani, che da Enea volevasi condotta; e di essa Dionigi scrive: Nella seconda generazione dopo la partenza di Eccole, nell’anno 55 al più regnava su gli Aborigeni da 35 anni Latino, quando i Trojani fuggendo con Enea da Ilio già debellata, approdarono a Laurento, spiaggia degli Aborigeni in sul Tirreno, non lungi dalle, bocche del Tevere. Ed avendo da' paesani un luogo per abitarvi, e quanto chiedevano, alzarono poco lungi dal mare in un colle una città, che nominarono Lavinia. Ma indi a non molto, cedendo l’antico nome, ebber quello di Latini dal re di que’ luoghi; elevandosi da Lavinia insieme con gl’indigeni, fondarono una città più grande, Alba denominata; donde uscendo di tempo in tempo molte e molte altre città fabbricarono, abitate in grandissima parte anche dappoi 689). Sedici generazioni dopo la presa di Troja spedirono una colonia nel Pallanteo e nella Saturnia., dove già fabbricato aveano i Peloponnesii e gli Arcadi, e dove erano pur gli avanzi di essi, e fecero che vi abitasse. E cinto di mura il Pallanteo, prese la prima volta la forma di una città, ed il nome ebbe di Roma dal duce della colonia, cioè da Romolo, diciassettesimo tra' posteri di Enea» 690). Altri storici si accordano con Dionigi, il quale dice appresso: La venuta di Enea e de' Trojani in Italia la sostengono tutti i Romani, e monumenti ne sono le usanze nelle feste e ne’ sacrifìzii, i libri Sibillini, gli Oracoli Pitici, e ben altre cose, le quali niuno trascurerà, quasi aggiunte per ornamento» 691). Dopo di che minutamente espone i viaggi e le vicende dell’Eroe dalla partenza da Troja 692); e senza qui ripeterne la narrazione, dico solo che chi vorrà confrontarla con quella di Virgilio, e vederla esposta e spiegata da Uschold e da Ruckert 693), vedrà quanto dal vero si dilungavano altri scrittori moderni, perché senza aver conto della tradizione, o senza spiegarla, riuscivano a vane ipotesi, o allo scetticismo. Altrove ho detto di questi scrittori 694), e senza ridire le cose già notate, dico che fra tutti io credo che ad Uschold e a Ruckert sia dovuta la palma, per avere non solo egregiamente scritto del favoloso racconto della venuta di Enea in Italia, ma del fatto al quale accenna, la venuta cioè degli Eneadi Trojani, adoratori di Enea, nel Lazio. Oltre della tradizione, Ruckert attinge le sue pruove dalla geografia, perché nel Lazio ripetuti si veggono i nomi delle città della Troade, dal culto e dalle usanze religiose de' due popoli, e piace molto il veder nella sua opera ingegnosamente spiegate le origini di molte città, di costumanze e di riti per lo più rimasti oscuri insino a che egli scrisse; così che, più che ogni altro, il suo libro fa d’uopo a chi formar si voglia la più chiara idea delle cose di Roma e della tradizione in relazione ad un gran fatto, che formò epoca nella storia, e più ancora per non discredere con leggerezza quanto più o meno probabilmente ci narrano gli antichi. Se diverse inoltre esser potevano le cagioni, per le quali dicevasi Enea passato dalla Tracia in Arcadia, e propriamente in Orcomeno e Mantinea 695), al passaggio della colonia trojana dalla Samotracia in Italia accenna la tradizione di Critolao, che di là Saone accompagnò Enea nel Lazio 696); ed anche Damaste Sigieo ricordava che dalla Molosside dell’Epiro venne in Italia 697), come pur dicevano confusamente quelli che vel facevano giungere con Ulisse 698). Che morisse nella città di Berecinto sul Sangario nella Frigia, o nella Tracia 699), sembra detto perché qual nume vi si adorava, qual fu veramente, ed ivi si disse poi morto e sepolto per gli onori e i sacrifizii che a lui si facevano; e siccome in fine le colonie erano da' Numi condotte, e i Numi viaggiavano perciò con le colonie, fu detto che Enea viaggiò, non la colonia, non altrimente di Ulisse, per non dir altri supposti eroi, i quali tutti si riferiscono alle moltissime greche colonie sparse per tutto l’antico mondo. Del resto l’ultimo stabilimento de' Trojani nel Lazio può spiegarsi coll'affinità ch’essi ebbero co’ popoli che già si erano condotti ad abitare su’ sette colli, e fu per essi come un rivolgersi alla madre patria abitala da' discendenti de' loro antenati, essendo noto che la Troade, come le contrade sul Tevere, fu popolata dalle colonie de' Pelasgi e degli Arcadi 700), e delle due regioni già occupate da' propri connazionali dopo la rovina della loro patria trascelsero la migliore, che fu il Lazio.

Siculi dunque, Liguri ed Iberi, Pelasgi, Arcadi, Sabini, Feneati ed Epei, Etici o Perrebi, Ateniesi e Trojani i sette colli ed una città di Roma fondarono ed abitarono successivamente molto prima del 753 a. C., quando dal più degli storici, più o meno variando nell’anno preciso, volevasi che fondata fosse da Romolo; né senza ragione il poeta Lupercale Marino cantava 701):

Roma ante Romulum fuit,

Et ab ea nomen Romulus adquisivit.

Sed Dea flava et candida,

Roma Æsculapii filia,

Novum nomen Latio fecit,

Quod conditricis nomine

Ab ipso omnes Romam vocant.

Marino, come tanti altri, credendo ad una Roma fondatrice della città, e poi qual dea adorata a Roma non solo, ma anche a Smirna e ad Alabanda, come è noto dagli storici e da' monumenti, che la rappresentavano coll’ideale di Minerva, o come una specie di Amazone 702), diceva che da Roma ebbe nome Romolo, non al contrario. Ma perché Roma fu detta figlia di Esculapio? Fu perché, come Servio scriveva, essendo Esculapio deus bonae valetudinis: Ρώμη autem robur viresque significat 703)? Nel mio esame della Scienza Nuova i versi di Marino riportando in pruova della preesistenza di Roma a Romolo, io lasciava almeno dieci anni or sono all’interpretazione di altri la ragione dell’ignota genealogia; ed ora la spiegazione aggiungo di ciò che allora non intendeva, cioè che Roma fu detta figlia di Esculapio, perché essendo stata fondata dagli Arcadi, del nume della salute fu detta figliuola nel carme lupercale, perché nella città di Caus della Telfusia di Arcadia si adorò Asclepio, o Esculapio 704). Quanto fosse Esculapio venerato dagli Arcadi si conosce da Cicerone, il quale distinguendo forse con altri tre Esculapii, dice che il primo, figlio di Apollo, si adorava dagli Arcadi; il secondo, fratello del secondo Mercurio, fu ucciso dal fulmine, e sotterrato in Cinosura, promontorio di Arcadia 705); ed il terzo, figlio di Arsippo e d’Arsinoe, il cui sepolcro col bosco a lui dedicato vedevasi in Arcadia non lungi dal fiume Lusio 706). L’Esculapio di Arcadia spiega quello di Roma, ch’ebbe il tempio sull’Isola del Tevere 707), ed essendone il culto originato dagli Arcadi, non può credersi che provenisse in vece da un oracolo di Delfo, o da' versi sibillini di Epidauro, come concordemente narrano Livio, Ovidio e Valerio Massimo 708). Le città furono dette figlie non solo delle loro metropoli, ma anche de' Numi, che vi si adorarono; e senz’altro aggiungere per dichiarare ciò che non mi par dubbio, la testimonianza di Marino conferma quanto ho detto sulla favolosa e positiva insieme figlia di Evandro, non una donna, sì bene una piccola città, o borgata fondata dagli Arcadi. E siccome due città col nome di Catino, oltre quella dell’Arcadia, furono nell’isola di Creta e nella Caria, delle quali la seconda si dice chiaramente fondata da una colonia della prima 709), lo stesso è da dire di questa medesima, perché gli Arcadi si tramutarono a Creta 710), così non è da dubitare che su qualcuno de' sette colli fu pure una Cauna per le dette tradizioni appunto, le quali confermano la venuta degli Arcadi sul Tevere, come nella Venezia, sul Ionio, sull’Adriatico, nell’Etruria e nella Sabina. La tradizione del resto, le usanze religiose, e lo stesso studio nelle memorie de' più antichi tempi non fanno dubitare del fatto della colonia trojana, come delle altre assicurato dalla stessa Cronologia, la quale se ne’ brevi periodi spesso s’immagina, o si adatta a' regni più o meno favolosi, è tale per le colonie anzidetto, che ha tutta l’apparenza del vero. Dionigi ed altri scrittori sulle testimonianze che ne lasciava, sì fatta cronologia ci riferiscono, e prima di procedere oltre mi fa d’uopo raccoglierne le date onde mostrare che l’una come le altre discreder non dobbiamo, perché assegnata era dalla tradizione.

Dell’epoca del primo stabilimento de' Sicoli non vi è memoria serbataci dalla storia, ma quella si sa nella quale espulsi furono da' Pelasgi, e che vale per la venuta di questi popoli, verso il 1370 a. C. 711). E se Ellanico di Lesbo pel tempo delle grandi scacciate de' popoli, con cui ha principio la storia d’Italia, assegnava tre generazioni, o un secolo circa prima de' fatti di Troja, correndo in Argo l’anno XXVI del sacerdozio di Alcione, e scriveva che furono anzi gli Elimei quelli che scacciati furono dagli Enotri, e indi a cinque anni gli Ausoni, i quali fuggivano innanzi a' Iapigi, ad un fatto posteriore e diverso da quello della scacciata de' Sicoli io credo che accennava, il quale anziché su’ sette colli, avvenne piuttosto nell’Italia inferiore; perché di là, dove erano giunti dalla Liguria, come in questa regione venuti erano dall’Epiro, passarono nella Sicilia. Non potendo per mancanza di altre testimonianze, niente aggiungere sulla simile espulsione degli Ausoni, ma che può congetturarsi avvenuta sulle rive dell’Adriatico, perché si dicono scacciati da' Iapigi, donde passarono nell’Ausonia riconosciuta dagli storici, la pruova dell’emigrazione degli Elimei dall’Epiro nella Liguria, e di là nella Sicilia, è nella memoria di sì fatti popoli e delle loro città nelle contrade anzidetto 712), oltre della testimonianza di Ellanico, che dicevali scacciati dagli Enotri. Più chiaramente Filisto di Siracusa scriveva che i Liguri scacciati furono dagli Umbri e da' Pelasgi, il che dimostra che insieme co’ Sicoli i Liguri costretti furono ad emigrare dalle sponde del Te ere. E sebbene Antioco Siracusano, più antico di Filisto, non distingueva il tempo del tragitto, pure accordavasi in certa guisa con Filisto, perché i Sicoli diceva premuti dagli Enotri e dagli Umbri, cioè, più esattamente parlando per la diversa posizione delle regioni occupate da questi popoli, dagli Umbri nella parte media, e dagli Enotri nella inferiore dell’Italia. E se infine Tucidide dice in vece che i Sicoli espulsi furono dagli Opici, questo altro fatto non si riferisce né alla sede primitiva, né al tempo in cui primamente furono scacciati, sì bene ad un’altra espulsione susseguente, allorché dall’agro che poi fu di Roma, giunti erano nell’Opicia, o nella Campania. Così almeno mi sembra che spiegare si possa l’apparente contraddizione degli storici citali da Dionigi 713), nella quale egli non vide chiaramente, perché i popoli, i luoghi e i tempi non distinse, né è meraviglia che da un moderno storico col non vedervi del pari chiaramente si metta innanzi per far dubitare delle narrazioni degli antichi 714). Anziché dubitare ragionevolmente de' conduttori delle più antiche emigrazioni, i quali non furono che gli eponimi de' popoli e delle regioni, o anche non altro che cognomi di Numi, si sono vanamente negati o messi in dubbio gli stessi passaggi o le colonie de' popoli; e fa meraviglia che gli stessi uomini insigni che ne hanno scritto con le stesse persuasioni degli antichi, non siano giunti fin quasi a' nostri tempi a comprendere le ragioni di sì fatte personificazioni. Ma se, senza por mente alla ripetizione de' nomi geografici, Dionigi con la sola tradizione raccolta dagli scrittori che lo precessero, ricordava l’emigrazioni della maggior parte de' detti popoli in Italia, impossibile mi sembra qualche cosa affermare di vero circa le epoche precise di tutti i tramutamenti che ne riferisce; perché calcolate essendo sì fatte epoche sulla data incertissima dell’impresa contro Troja, e sulle generazioni, delle quali si contavano tre ed anche quattro per ogni secolo, come faceva Dionigi 715), tuttavia si disputa sulle date a cui menano i diversi calcoli degli antichi e de' moderni. Ad un tempo molto remoto nondimeno risale la più antica emigrazione degli Arcadi; e senza congetturare come ne calcolasse l’epoca Dionigi, che dicevala avvenuta XVII generazioni prima della guerra trojana 716), basta notare che a tutte le altre fu anteriore, e lasciamo negarla o dubitarne a' soli storici, che non riflettevano abbastanza, sia sulle tradizioni confermate da molti fatti, sia su’ nomi delle città di Arcadia ripetuti in Italia con le nuove fondazioni, non altrimenti che avveniva dentro e fuori della Grecia, e nella stessa Italia con le colonie posteriori. Anche a credere favolosa la divisione de' primi Arcadi per popolare le due notissime regioni rimaste celebri per le loro colonie, e che anche in tempi diversi ne avvennero le emigrazioni, meno antica direi quella xqV Enotria, perché dalla Grecia più lontana. Sia qualunque il calcolo che seguir si voglia per determinare l’epoca della prima, o delle due emigrazioni, una rimane sempre ad assegnarne, alla quale dopo breve periodo seguì quella de' Pelasgi, dopo de' quali meno dubbie rimangono le altre: perché l’arrivo su’ sette colli degli Arcadi di Evandro è determinato dall’anno 60° prima della guerra trojana, secondo la romana cronologia 717). Posteriore a questa data fu l'epoca della venuta de' Feneati e degli Epei, che dicevansi da Ercole condotti, benché non sia precisamente assegnata da Dionigi, perchè dice che pochi anni (ολίγοις δ᾽ὕστερον ἔτεσι) dopo degli Arcadi altri Greci vennero in Italia guidati da Ercole; ma sembra poi determinarla dove dice che nella seconda generazione dopo la partenza di Ercole, cioè nell'anno 55° al più i Trojani approdarono a Laurento 718).Questa data coincide con quella stessa della caduta di Troja secondo Eratostene; ma pel biennio almeno del viaggio degli Eneadi in altre contrade prima di giungere in Italia, a due anni dopo l’ho riferita.

E tutte le epoche anzidetto riunendo in serie cronologica come rapportate ci vengono dalla tradizione seguita da Dionigi, le pongo qui pe’ fatti e le memorie generali con cui unicamente ha principio la storia d’Italia, senza che nondimeno la fondazione di Roma non ancora chiaramente apparisca, se con Plutarco non si voglia attribuirla a' Pelasgi.

1527 a. C. prime, colonie degli Arcadi nella Peucezia e nell’Enotria (Dionys. Hai. I, 13. —R. Rochette, Hist. (Ics Col. cr. 1. 1, p. 225).

1496. I Pelasgi giungono a Spina sul Po (Dionys. 1,18. —Charax, ap. Steph. Byz. v. Δώριον. —R. Rochette, Op. cit. I, p. 294).

1484. I Siculi sono scacciati da' Pelasgi (R. Rochette, Op. cit. t. I, p. 315, cf. p. 295, nota (2).

1375. Gli Arcadi Enotri scacciano gli Elimei dall’Italia inferiore, dove si erano stabiliti circa un secolo prima (Hellan. ap. Dionys. I, 13. —R. Rochette, Op. cit. I, 375).

1370. Gli Japigi scacciano gli Ausoni dalle sponde dell’Adriatico, e i Sicoli dopo aver vagato per 14 anni dalla media alla inferiore Italia, passano da questa, o dalla Morgezia nella Sicilia (Henau. ap. Dionys. Hai. 1,13. —R. Rochette, Op. cit. I, p. 368,375).

1369. Arrivo degli Ausoni Eolii sulla spiaggia del Lazio e dell’Ausonia.

1260. Gli Arcadi di Evandro giungono su’ sette colli, 60 anni prima della presa di Troja (Dionys. Hai. I, 31. — Varr. ap. Serv. ad Æn. VITI, 51. — Ovid. Fast. I, 470 sgg.).

1255. Colonia AE Feneati e degli Epei condotti da Ercole, 55 anni prima della rovina di Troja (Dionys. Hai. I, 35).

1199. Gli Etici o Perrebi dopo la guerra sostenuta co’ Lapiti nel 1200 (Hieron. ap. Strab. IX, p. 439 e 443) giungono su’ sette colli, e poi i Ramnii o Ateniesi a Roma, gli Eneadi Dardani sulla spiaggia di Laurento (Dionys. Hai. I, 40-51), e le colonie Ulissee nel Lazio e nell'Ausonia (Strab. I, p. 26. V, 232, 245, 247. —Serv. ad En. III, 533).

Come approssimative riferisco sì fatte epoche, ma sulle date e le memorie raccolte da Dionigi, sul calcolo di quattro generazioni per ogni secolo, e sull’epoca del 1200 della presa di Troja, media tra quella della Cronaca di Paro (1209 a. C.), e la più seguita di Eratostene (1184 a. C.) alcune ne ho calcolatele se bene creder si possono disputabili,i fatti generali che vi si riferiscono discreder non possiamo,come negar non si possono i fatti de' tempi posteriori, se anche incerte ne sono le date, perché altrimenti la tradizione si negherebbe, senza della quale non può esservi storia, che soprattutto pe’ tempi primitivi non può farsi che con la tradizione stessa, dichiarata spiegata e messa nell’evidenza maggiore che possiamo col confronto di altre testimonianze, spiegazioni e congetture.

Ed onde stringere tutto insieme, giunto ormai alla parte maggiore di questa mia memoria, dico che gli antichi con le loro ipotesi su gli Aborigeni, con la fantasia si trasportavano oltre i tempi della tradizione, e tra gli altri Saufejo, l’amico di Attico da Cicerone lodato pei suoi stridii, per que’ popoli Casci li dichiarava, i quali riparando nelle spelonche, o ne’ più ascosi recessi de' monti, da così fatte loro latenti dimore davano il nome al Lazio 719). Autottoni per altri, come i Fauni favolosi, da' duri tronchi della quercia si dicevano nati, come gli Arcadi 720), e da questi popoli venuti cui Tevere tale credenza può supporsi propagata, benché essendo antichissima tra gli Fileni dell’Asia Minore, accenna a più lontane origini dell’Oriente. Pure Omero, più antico di tutti, non vi credeva 721), e non potendosi perciò stimare una omerica finzione, come dice Servio 722), la spiegazione ritrova nel simbolismo della quercia, che si riferì insieme alla materia ed al Creatore 723). Più veramente come sparsi in villaggi senza mura su’ monti Dionigi gli Aborigeni dichiarava, da' quali diceva che la gente romana ebbe principio, benché sogghigno, che derivando da sé medesimi, a giudizio di altri antichi storici, furono naturali d’Italia 724). Ma anche a credere che tali fossero stati, come non si è dubitato dagli storici ilozoiti, e gli stessi Ateniesi pretendevano con quasi tutti gli storici antichi, giova riflettere che per gli uni e per gli altri le prime memorie cominciano co’ popoli venuti, non giaco’ supposti indigeni, che non hanno storia, e lasciando di supporli adii di dritto, come l’uomo primitivo de' geologi, dico che i veri Aborigeni d’Italia, quelli de' quali non può dubitarsi, furono diversi secondo le diverse contrade, che più o meno vicine si presentavano ai continenti popolati senza dubbio in età più antiche, perché da una parte, o dall’altra si ricordano o si suppongono venuti, gli Iapigi per esempio dalla Japidia dell'Illirico, i Sicoli dalla Tracia, i Pelasgi e gli Arcadi dall’Epiro e dall’Arcadia, gli Ausoni dall’Eolia, gli Encadi dalla Troade unicamente, e simili, i quali alla storia appartengono; e i nomi delle città in Italia ripetuti da quelli delle regioni fuori d’Italia confermano il fatto delle emigrazioni; e gli stessi selvaggi dell’Africa non derogano alla legge, o all’usanza comune, perché se dalle sponde di un lago si conducono a quelle di un altro, il nome vi riproducono di quello che hanno abbandonato. Ma se complesse dir si potrebbero le origini di Roma per le diverse colonie che la tradizione ci ricorda su’ sette colli, agli Eolii, agli Arcadi ed a' Trojani ci riportano per lo più le leggende favolose delle origini Latini; e come ammettere si potrebbe la simiglianza della lingua latina col dialetto eolico senza che gli Eolii nel Lazio non fossero venuti? I greci nomi delle città de' Volsci e del Lazio confermano questo fatto, e lasciando che altri supponga il latino affine coll’idioma degli Arii della Media, non ci dipartiamo da' fatti della tradizione, della filologia e della geografia, per dir cose più probabili de' veri Aborigeni di Roma e del Lazio.

X

Le borgate delle diverse colonie

Ma agli Aborigeni dando un addio, ed ai diversi popoli che successi vamente si stabilivano in vicinanza del Tevere, alle loro fondazioni rivolger dobbiamo la ricerca, per confermar meglio la tradizione, perché le memorie delle borgate su’ sette colli, non meno che i nomi con cui furono distinte, sono un fatto indubitabile, e contro il fatto non vale qualsiasi negazione o sistema, e servendo perciò alla giusta ricerca delle origini per le relazioni che più o meno co’ nomi stessi hanno co’ popoli che le fondavano, per la piena trattazione dell’argomento non debbono tralasciarsi.

Senza pensare al fatto di molte città greche, come Atene, Elide, e Tegea, le quali dall’unione si formarono di più borgate o villaggi di un’origine anteriore o primitiva 725), Ampère felicemente riconosceva la cosa stessa di Roma, e dopo la sua dimostrazione così conchiudeva:

«In sì fatta guisa si formarono i diversi stabilimenti anteriori a quello di Romolo. Su ciascuna delle colline in prossimità del Tevere si fermò una popolazione, che vi edificò non una città, ma una borgata fortificata. Or se mi fo a ricapitolarle quali credo di averle con qualche fatica, ma, come parmi, con qualche verosimiglianza ritrovate, dando loro, onde precisare il risultato di queste ricerche, i nomi che ad esse danno gli antichi, o quelli ch’ebbero ad avere, ma di cui non rispondo, si avranno:

1.º Vaticanum, centro religioso dell'epoca de' selvaggi, più tardi etrusco;

2.º Saturnia, latina sul Campidoglio;

3.º Esquilia, ligure sull'Esquilino, nella Subura e nelle Carine;

4.º Sicelia, sicola sul Palatino;

5.º Tarquinia, etrusca sul Campidoglio;

6.º Sul Palatino, all'occidente, Roma, fortezza de' Pelasgi, che diede il suo nome alle sette altre colline occupate da' Pelasgi;

7.º Sul Palatino, al mezzodì, Palatium, fortezza de' Sabini Aborigeni, stabiliti a fianco de' Pelasgi sul Palatino e le sette altre colline;

8.º Sull'Aventino, una fortezza pelasgica, nominata Romuria, da Roma prima indipendente;

9.º Coelium sul Celio, dove accampavasi un capo di Etruschi.

Ed ecco le nove Rome prima di Romolo 726).

Perche gli antichi già parlavano di villaggi dove poi fu Roma, la notizia delle borgate non è nuova. Livio (I, 4), Cicerone (De Rep. II, 2), Dionigi (I, 80 sq.), Ovidio (Fast. II, 361, 599), e Plutarco (Rom. 6) ricordano almeno quelli del Palatino, e pe' diversi popoli che si stabilirono su’ sette colli, è da convenire con Ampère circa il fatto delle varie borgate che vi edificarono; non così sull’attribuzione o l’origine di ciascuna; e la tradizione seguendo, migliore di ogni nostra ipotesi, che non sia fondata sopra altri fatti e testimonianze, e senza della quale non si può niente affermare, diversamente persuaso da Ampère, qui pongo secondo l’ordine cronologico e topografico le borgate in quistione.

I. Sicelia, poi detta Pallanteo o Palazio coll'occupazione degli Arcadi della regione che fu poi de' Sabini.

II. Sucusa de' Liguri nella Subura e nelle Carine.

III. Roma de' Pelasgi sul Palatino.

IV. Sul Gianicolo Ianiculum, degli Æthices o Perrebi, la stessa che Ænea, o Antipoli, di contro a Saturnia (Plin. H. N. III, 9, 16).

V. Remuria, de' Sacrani di Ardea, o degli Eolii, fondatori della città del Lazio, perchè Romo dicevasi un capo de' Latini.

VI. Cauna, degli Arcadi di Evandro, di sito sconosciuto.

VII. Saturnia, lo stesso che Τάρπη e Tarquinium, degli Elei ed Epei venuti da Pisa.

VIII. Coelium sul Celio, de' Sicoli.

IX. Batia, o Batica, d'onde Vatica e Vaticanum, degli Arcadi della Sabina, o anche degli Eneadi di Alba.

E prima o dopo dell'ultima quella che col nome di Rhamnus dà ragione del nome de' Ramnensi, una delle tre tribù romane del tempo storico, e che fondata fu da' Ramnensi dell'Attica tra Maratona ed Oropo molto prima del 753.

X. Aegonium e Quiria, Quirium, o Curis, de' Tessali e Sabini, sul Quirinale.

1. La più antica, o le più antiche fondazioni, intorno alle quali la città venne successivamente ampliandosi co’ secoli, furono sul Settimonzio, non già le sette colline, sulle quali Roma si estese al tempo de' Re, sì bene le altre più piccole note co’ nomi di Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Oppius e Cispius, che volevansi racchiuse nell’ambito della città dallo stesso Romolo 727). Sul primo di que’ colli, che diede il nome al Pedatino, fin sotto l’impero era un luogo, che serbò il nome di Sicilia 728); e fu ivi la primitiva dimora de' Sicoli e de' Liguri, i quali scacciati ne furono da’ Soprani di Reate 729). Il nome di Sicilia diede luogo a quello di Palanzio, Pallanteo, o Pallazio coll’occupazione degli Arcadi, i quali venivano dalla città di Arcadia così detta 730), e il nome ne riprodussero da quella che prima fondata aveano nella Sabina 731). Dagli stessi coloni Arcadi la città di Taranto fu prima detta Falanto col nome della metropoli, che poi scambiavasi con quello del favoloso conduttore della colonia de' Partenii. Tutte le altre etimologie de' nomi delle due città sono false come quelle che gli antichi avventuravano per ispiegare il nome di Roma 732). Il nome di Palanzio, che fu nell’agro di Reato, spiega chiaramente quello di Roma, perché di là gli Arcadi vi si condussero. L’etimologia di Scaligero, il quale così stimò detto il colle da che i Greci nominarono φάλαντιον gli alti gioghi de' monti, può valere per la città di Arcadia, perché come si spiegherebbe altrimenti un nome topografico a Roma con una greca etimologia senza che gli Arcadi vi fossero venuti? E se la polvere delle rovine della città arcadica si calpesta sul monte a 300 passi al N. O. di Thana 733) non si dirà plausibile l’etimologia di Sickler, il quale il nome di Palanzio derivò da πηλός, o palus, la melma che vi lasciava il Ladone, da cui era bagnata 734). A crederne Dionigi, o la tradizione da lui seguita, il Pallanteo prese la prima volta la forma di città quando fu cinto di mura da' Latini di Alba, i quali dopo l’arrivo de' Trojani fondato aveano quella città, e nel Pallanteo e nella Saturnia mandarono una loro colonia 735). Certo è che con le sedi assegnate a molte migliaia di Latini presso il tempio di Marcia fu il Palatino sotto Anco Marzio unito all’Aventino 736); e l’Afrodisio querceto presso Tropea alla sinistra sponda del Ladone, come il villaggio Afroclisio tra le città di Emonia e di Asea nella stessa Arcadia 737), ci spiegano probabilmente l’origine del culto di quella dea, la quale fu Venere Murtia, o Mirtea 738), tra i due colli, o monti di Roma.

2. Ampère ha dimostrato che l’Esquilino, la Sahara ch’eravi dappresso, il bosco Argileto che confinava con l’uno e con l’altra, e probabilmente le Carine attigue alla Sahara, ebbero nomi iberici 739): in questa parte del Settimonsio fu dunque la parte iberica della primitiva popolazione di Roma, fu il quartiere de' Liguri, di origine iberica. Ma l’ingegnoso scrittore, del quale ricordo la modestia e la gentilezza, par che confonda in una sola le due città, o borgate de' Sicoli e de' Liguri, perché ricorda la città siculo-ligure; e dovendosi l’una distinguere dall’altra, più probabilmente si può a' Liguri attribuire il pago Sucusano 740), da Ampère dimenticato, e che più chiaramente delle etimologie di Humboldt ci ricorda la Σουκώσα degl’Ilergeti nell’Iberia Tarragonese 741); così che gli antichi o malamente confusero con tal pago la Sahara, mentre due se ne debbon riconoscere, uno detto Subura, e l’altro Sucusa, o Succosa, i quali ricordano due villaggi simili dell’Iberia, o se la Subura fu cosi nominata dall’essere stata sotto l’antica Siedici sul Palatino, rimane sempre il pago Sucusano per non farci dubitare dell’antica sede degl'Iberi sul Settimonzio, perché il pago stesso ebbe nome dalla Sucusa o Succosa iberica, anziché dal socco mere gli Esquilini e i Carini contro que’ di Gabio, come gli etimologisti romani si pensarono. Ed è sempre co’ nomi geografici fuori d’Italia, che si spiegano le origini diverse, ma storiche, de' più antichi popoli italici. La Chiesa del resto di S. Agata in Subura sopra un pendio del Quirinale, e la vicina Piazza Sahara ci rammentano tuttavia l’antichissima sede de' Liguri Iberi, come la strada di S. Lucia in selce è per farci risovvenire l'alto tramite che secondo Marziale menava alla Sahara 742), diffamata sotto l’impero, e che fu già la prima delle quattro più antiche regioni di Roma, la quale coll'ampliarsi della città per opera di Servio Tullio, fu poi compresa nella seconda. Servio si fabbricò la casa nel sito più idoneo delle Escjuilie 743).

3, Poiché Sicelia, o Sicilia, fu nome di regione, non di città, non par verisimile che si nominasse Sicelia la città, o la più antica borgata de' Sicoli, e vedremo appresso quella che probabilmente si può a’ Sicoli attribuire col nome identico di una delle città della Tracia, il paese originario di que’ popoli. La notizia di Dionigi, che i Sleali abitarono dove poi fu Roma, è generale, e non esclude che poterono abitare in un luogo diverso dal Palatino. Il nome di Romulei nella Liburnia, il paese prossimo a quello donde vennero i Sicoli, farebbe supporre che da quella fu nominata la Roma primitiva, da attribuirsi agli stessi popoli; ma per essere Romula un nome diminutivo, fa piuttosto credere che si nominasse dalla grande Roma pe’ coloni Romani ivi passati ad abitare, o per semplice imitazione di quel nome, come la Romulea degl’Irpini 744); e più non fermandomi su tale etimologica congettura, dico di parermi più probabile che il nome di Roma attribuir si deve a' Pelasgi. Tra tutte l’etimologie del nome di Roma,etimologie per lo più favolose e mitologiche,

tra le quali io credo che anche quella è da comprendere ch’è piaciuto derivare da Ruma 745), il primato è rimasto a quella di Plutarco, il quale si avvisò che così fosse detta da farsa, perché i Pelasgi vi si fortificarono con quelle opere de' primi tempi, che tuttavia si ammirano non solo nell’Italia e nella Grecia, ma anche in più lontane regioni. Per la ragione stessa dirsi potea Larissa, come le molte città di tal nome da' Pelasgi fortificate presso Capua, nella Grecia e nell’Asia minore 746): ma più adatto fu il nome di Roma, come per indicare l’unica città della forza, perché le Larisse sembrano più tosto le città de' ricchi (da λαρινός) ed insieme possenti, e Roma fu la città de' forti, tanto che a sé sottomise il mondo. Il greco nome di Roma fu poi cambiato in quello di Valentia, sia perché chi è forte vale, e vale spesso sfortunatamente contro la giustizia, sia per nasconderei! nome arcano della città, tanto che Valerio Sorano per averlo manifestato, ne pagò il fio con la propria vita 747). E se appena a' dì di Dionigi rimanevano i vestigi della pelasgica Larissa presso Capua, non è meraviglia che nessuno ne rimanesse della Roma sul Palatino, sformata, ampliata e rifabbricata con le occupazioni successive negli stessi antichi tempi. Anche a supporre con Dione Cassio che la Roma quadrata, ricordata da Ennio 748), fu edificata da un Romo, ovvero Remo, di gran tempo anteriore a' gemelli 749), con che si alluderebbe alla fondazione degli Eolii, perché Romo, o Remo, dicevasi figlio di Ulisse, il quale appartenne agli Eolii 750), diversa fu dalla Roma primitiva de' Pelasgi, e su quella fu poi ingrandita soprattutto da Servio Tullio. La muraglia di questo Re, benché dalle case occupata, serbava nondimeno vestigi della sua struttura al tempo di Dionigi 751), e come vorrebbe trovarsi simile a quella de' Pelasgi di più secoli anteriore?

4. Ovidio fa dire a Giano che la sua rocca fu già sul colle dal suo nome poi detto Janiculum 752). Per le cose dette la città di tal nome sembra edificala dagli Etici o Perrebi, benché meno antica la volevano gli scrittori che l’attribuirono a Remo col dire ch’egli fondò Capua, nominandola dal proavo Capi, Anchina dall’avolo, Eneja, poi detta Janiculuni, e Roma in fine da sé medesimo 753). Senza tener conto di questa tradizione favolosa, ma che ha il significato storico, se le dette fondazioni si riportano per la prima di tali città agli Arcadi, e per le due altre agli Encadi, Festo considerò il Gianicolo come la porta, dalla quale i Romani passarono nell'Etruria 754). Madie su quel colle fu una piccola città, o borgata, conosciamo da che fu poi detta Antipolis 755), come quella ch’era posta di contro a Roma, nel cui recinto fu poi compresa. L’alto colle al di là del Tevere, sul quale fu edificata, rimase a 20 stadii lontano da Roma 756) insino a che al recinto della città fu poi aggiunto da Anco Marzio, temendosi che non vi si fortificassero gli Etruschi, i quali occupando il tratto al di là dal fiume infestavano e dirubavano i commercianti. Il Gianicolo fu connesso con la città non solo con un muro, ma anche col ponte Sublicio, il primo che di legno si costrusse sul Tevere 757). Ed essendo stato questo ponte nel sito di Ponte Milvio, fin là si estese il Gianicolo, ora detto Molitorio, dal quale non solo si vedevano i sette colli di Roma, ma anche i gioghi d’Alba e di Tuscolo, e l’antica Fidene, i giardini suburbani, e il bosco d’Anna Perenna 758).

5. Per la diversità delle testimonianze sembra difficile a bella prima qualche cosa accertare di Romoria, o Remuria, ed anche Romonia; ma le giuste considerazioni portano alla pruova che v'ebbe una borgata di qualcuno di questi nomi simile alle altre. Dionigi racconta che discordando tra loro Romolo e Remo circa il luogo, nel quale edificar dovevano la città, perché Romolo volevala sul Pallanteo, e Remo nella sponda del Tevere, sopra un colle a circa. 30 stadi i dalla città poi edificata, si ridussero alla fine agli augurii, onde lasciar giudicare agli Dei, quali di loro desse il nome e comandasse alla colonia. Romolo prese gli augurii sul Pallanteo, e Remo sull’Aventino,o2?O7?zora, come altri storici narravano. E nata più fiera contesa sul numero degli avoltoi, e su chi aveali veduti volare il primo, perché quanto al numero Romolo ebbe il vantaggio su Remo, come Remo su Romolo, perché il primo vide volare gli uccelli, proruppero in aspra battaglia con quelli che aveano condotti, nella quale caduti non solo Remo, ma anche Faustolo, il quale inerme divider voleva la lite fraterna, Romolo sepellì Remo in Romoria, e Faustolo dove cadde, nel luogo che fu poi il più cospicuo del foro romano, dove presso ai rostri vedovasi il leone marmoreo, posto sul cadavere di Faustolo 759). Plutarco narra le cose stesse, aggiungendo che il così detto Remonio da Remo si nominò poi Rignarium, e che nella rissa cadde anche Plistino, fratello di Faustolo, il quale avea pur concorso ad allevar Romolo 760). Che il racconto s’immaginò da quello del luogo si vedrà in seguito; e senza trattenermi del nome di Rignarium, il quale non ha che fare con quello di Remarla, e sembra doversi emendare con quello di Tignarium, autorizzando tal congettura l’altro nome d'Ἰλίκιον ricordato dallo stesso Plutarco 761), che la Remoria preesisteva al tempo de' supposti gemelli si vede pure da quel che Festo scrive perché più luoghi di nomi simili distingue, l’ager Remurinus posseduto da Remo, Remona, il luogo dove abitò, e Remoria, sulla vetta dell’Aventino, dove prese gli augurii 762), e quest’ultimo si dirà preesistente, senza essere a Remo relativo, e da lui denominato, ma al contrario. Anche Stefano Bizantino sull’autorità di qualche storico che non sappiamo, chiaramente dice che Remarla fu una città in vicinanza di Roma 763). Un dotto scrittore notava che malamente Stefano nominò città un luogo sull’Aventino 764); ma è più probabile tal luogo supporre abitato, che il contrario; e si può più tosto osservare che dir si dovea una πολίχνη, ο χώμη a simiglianza delle altre. Ad una borgata, se non ad una città diversa da Roma e dal popolo che l’abitava, accennano certamente le testimonianze de' poeti 765), e se si crede che intendessero parlare della stessa Roma piuttosto che di Remarla, su quale tradizione a Remo attribuirono la città che generalmente si dice fondata da Romolo dopo di avere ucciso Remo, il quale nessuna città avea fondata? Come derivato dalla lingua latina il nome di Remora. o Remura parve agli etimologisti romani, i quali Rcmores spiegano non solo gli uccelli degli auspicii, ma anche gli uomini di lor natura tardi a risolvere 766); ma se questi furono così detti da remora, non sentendo perche quo’ tali uccelli avessero la stessa etimologia; e Fusto non solo il nome di Romolo, ma anche quello di Remo derivò a viriate, hoc est robore 767), ed accennò così ad un’etimologia greca, a quella stessa, per la quale la città fu detta Ρώμη. Ma perché Roma si distingue da Remarla e Romana, l’etimologia delle ultime due voci si troverà pili probabilmente in quella da cui provenne la voce Remusv cioè da ἔῤῥημαι, come questa da ῥέω, rumpo e fluo, e si riporterebbe al Tevere, e propriamente dove irrompeva con le onde, e la vicinanza del fiume all’Aventino, e però alla Remuria o Remoria, rende probabile la congettura. Il Tevere ebbe diversi nomi, e sebbene altrove, come sotto l’Aventino, se ne udiva lo scroscio delle acque, l’essersi nondimeno ivi indicato fa credere che il luogo fosse abitato da' più antichi tempi. Sia qualsivoglia la relazione o il significato della voce Remuria o Remoria, non par dubbio che vi fu una borgata di tal nome, la quale facilmente fece supporre un Remo, come altri nomi moltissimi di città greche fecero immaginare i fondatori omonimi, che Pausania e Stefano ci ricordano, e per la città di Ameria ripeto il supposto Amirus di Festo, quando che non già il fondatore, ma il monte Amiro della Caonia fu quello da cui provenne il nome di Ameria, perché partendosi da quello, i Caoni il nome ne riprodussero in Italia. La prevalenza su Remuria di Roma, che soggiogandola la popolazione ne fece scomparire unita a quella de' Romani, diede probabilmente l’origine alla favolosa tradizione di Remo spirante sotto i colpi di Romolo. Due città o borgate riunite vi furono dunque, Roma e Remuria, ed il merito della spiegazione non può negarsi a Niebuhr, il quale ottimamente ha detto: Se nella vicinanza di Roma, una città alla quale i Romani per consanguinità erano congiunti, cioè Remuria, or loro alleata, or loro nemica, era caduta sotto le loro armi, riguardar potevano Remo, fondatore di essa, come fratello di Romolo, e da lui ucciso in un momento in cui eccitata ne avea la collera 768). E tra la congettura di quelli che la Remuria vollero sull’Aventino, e quella dello stesso Niebuhr, il quale indicavala sulla sponda del Tevere appiè della collina al di là di S. Paolo 769), questa mi sembra che sia da preferire, perché meglio si accorda con la testimonianza di Dionigi, il quale dice che Remuria sulla sponda del fiume fu a 30 stadii, o poco meno di quattro miglia, da Roma. Ma chi mai, o quale delle greche colonie che si ricordano su’ sette colli, fondò questa Remuria probabilmente una colonia uscita da Ardea, sì perché dicevasi Remo fratello di Anzia e di Ardea, e duce della colonia che fondato avea Roma, sì perché da Ardea in una delle sacre primavere usciti dicevansi i Sicoli e i Liguri 770). E pel passaggio degli Ardeati sul Tevere non si disse ancora che Danae, fondatrice di Artica, un tempo dominò dove poi fu Roma 771)? Il nome di Plistino, fratello di Faustolo, che non manca nel racconto della rissa de' due fratelli, ci giova anticipatamente per confarci credere a nessuno de' personaggi della tradizione favolosa, ma che nondimeno ci riporta facilmente al culto che fu giù alle sponde del Tevere; e senza qui trattenermi del significato puramente allegorico di tutti i personaggi della storia favolosa degli Atridi, basta notare che se si trova Plistino nella leggenda di Romolo e Remo, è perché provenne dalla mitologia degli Argivi, le cui memorie sono comuni a Roma ed alle città vicine 772), così che se Danae dicevasi fondatrice di Artica, fratello di Faustolo si disse a Roma il figlio di Atreo.

6. Se più testimonianze concorrono per non far dubitare delle piccole città o borgate finora ricordate, per Cauna, un altro villaggio simile, vi è appena quella di Dionigi, o più tosto di Polibio ch’egli cita, il quale per impiegare il nome del Pallanteo scriveva che fu così detto da Fallante nato da Ercole e da Cauna, figlia di Evandro, e che morto essendovi nel fiore degli anni, l’avolo materno gli pose sul volle un sepolcro nominato dal nome del giovinetto, benché Dionigi soggiunge che né vide in Roma la tomba di Pallante, né seppe che gli si rendessero i funebri onori 773). Questo almeno doveva bastargli per non credervi in ogni maniera; ma non era tempo di spiegare i favolosi personaggi della credenza popolare, che fu ancora degli uomini più dotti ed eruditi; e Dionigi non poteva nemmeno rivolgere la debita attenzione alla supposta madre del Pallante favoloso. Benché nessun altro storico delle cose di Roma, né greco, né latino, la Cauna ricordasse, il che è stata anche cagione che neppure vi pensassero i critici moderni, il solo nome nondimeno ne è importante e prezioso per non farci dubitare della venuta degli Arcadi a Roma. Che la memoria di Pallanteo di Cauna ci pervenisse nella solita guisa degli antichi, i quali i nomi de' luoghi rapportavano ad uomini o donne che li aveano fondati, o che vi erano stati sepolti, non è meraviglia pe’ moltissimi esempi simili; e rimo e l'altra si spiegano con le due città degli Arcadi, che ne furono le metropoli. Cauna fu tanto figlia di Evandro, quanto Camino (la città di tal nome nell’isola di Rodi) fu figlia di Pandaro, figlilo di Licaone, o di Cercafo 774). Al tempo di Pausania, che ricorda Καοῦς a 25 stadii dal fiume Arse, appena se ne mostravano i ruderi 775), e sembra che mancasse appunto perché abbandonata da' coloni che passarono in Italia e nell’isola di Creta; e la semplice e non dubbia spiegazione che la Cauna della tradizione romana non fosse una donna, sì bene una borgata, ha il suo riscontro nella riferita testimonianza del poeta Lupercale Marino, il quale diceva Roma figlia di Esculapio 776), né per altro, come ho detto, se non perché nella città di Cauna di Arcadia fu adorato Esculapio, bella conferma della tradizione non compresa da Polibio, e che ogni dubbio torrebbe a Dionigi, se vivo meco disputar potesse delle primitive memorie de' sette colli, che meglio degli altri storici del resto ci tramandava con le sue più accurate ricerche. Se più lungi dalle sponde del Tevere estesi si fossero gli Arcadi, verrebbe bene per Lavinia la spiegazione dell’altra figlia che s'attribuiva ad Evandro, cioè Launa, secondo il traduttore italiano di Dionigi 777), il quale alcuna spiegazione non dava per Cauna, ch'era la più importante per le dette origini. Ma ad origini trojane più tosto che arcadiche riportano le tradizioni su Lavinia, e sembra che il nome di Latina sia da emendare in Cauna, persuaso essendo che di una sola città sia da intendere l’attribuzione favolosa delle memorie romane. E se tali cose sono probabili, chi può dire dove fu la borgata di Cauna? Pure può supporsi non lungi dal Pallanteo, il quale se fu nominato dal Palanzio, o Falanto di Arcadia, per la ragione stessa fu dato il nome di Cauna all’altra vicina borgata, ch’ebbe gli stessi abitatori Arcadi con la stessa emigrazione. Le due città di Cauna nell’isola di Creta e nella Caria 778), non si spiegano altrimenti; perché per essersi gli Arcadi condotti ad abitare con una delle loro colonie a Creta 779), ed essendo di quest’isola uscita un'altra colonia che si stabilì nell’Asia Minore 780). fu da' coloni riprodotto il nome della metropoli nelle due contrade, come presso del Tevere, senza che pensiamo ad un Catino favoloso con Stefano, o ad una Cauna con Polibio 781). Senza pensare alla Cauna di Arcadia ed a quella di uno de' sette colli, R. Rochette riconosceva con Erodoto l’origine cretese della città dello stesso nome che fu nella Caria fondata da una colonia di Mileto, la quale fu fondata del pari da coloni Arcadi; ed in proposito del Catino favoloso amante di Bibli, ottimamente osserva, che sebbene la favola ch’entrambi riguarda sembra renderli indegni della fede storica, non ne è nondimeno inverosimile la tradizione; e conchiude che tale esempio imparar deve a diffidare de' principii di alcuni critici, i quali non veggendo nelle tradizioni mitologiche che favole indegne del loro esame, le confondono tutte nel loro ingiusto disprezzo, e si privano così de' lumi che una mente giudiziosa e retta può trarre dalle favole più frivole in apparenza 782); il che io credo che di tutti gli scrittori delle origini italiche sia da dire indistintamente.

7. Non solo tutta l’Italia si nominò Saturnia, ma anche la piccola borgata appiè del Capitolino, lontano al più tre stadii dal Pallanteo, e che per la ragione stessa si nominò Saturnio. Dionigi ne attribuì l’origine alla colonia che volevasi condotta da Ercole, e che fu di Feneati Arcadi, di Epei dell’Elide, ed anche di Trojani, dicendo che il colle fu nominato Cronio o Saturnio in memoria del Cronio dell’Elide in su le terre di Pisa lungo le rive dell’Alfeo 783). Da tale narrazione non differisce quella di Euxeno e di altri antichi mitologi italici riferita dallo stesso Dionigi, i quali sostenevano che i Pisani per la somiglianza del Cronio ch’è presso di loro, dessero il nome anche all’altro; e però sembra che dalla Pisa italica, così detta da quella dell’Elide, e dove si erano già stabiliti gli Arcadi di Teuti, poi sopraggiunti dagli Elei, venissero quelli che passarono ad abitare appiè del Saturnio Capitolino, anziché dall’Elide direttamente; e se prima di essi il colle era già detto Saturnio, sembra ancora che così si nominasse dagli Arcadi più antichi, i quali perciò Σατώρνια nominarono la contrada, e Σάτωρ, ο Σατώρνια la borgata, da σάτω, σάττω, come da Κλίτωρ poi si disse Κλίτερνον nell'Arcadia 784). Ed anche di greca origine si dirà il nome di Capitolium, cioè da καπητὸν, pabulum, derivato da κάπη, praesepe, come per la stessa origine greca la città di Capitium nella Sicilia 785). Più testimonianze del resto ci ricordano la Saturnia borgata, dalla quale Saturnii anche si nominarono gli abitanti di quel castello appiè del Capitolino 786). Ma lo stesso colle si nominò anche Tarpeo, ed a questo egli sembra che sia da riferire la città di Τάρπη, che Stefano in generale attribuì all’Italia 787), e che probabilmente fu così detta da' cofani, che vi si facevano, perché cofano di vimini significa Τάρπι, come per la ragione stessa si nominò la città di Canisio o Canestro, ora Canosa, presso l’Aufido nella Daunia 788). Perché anche nella regione de' Vestini fu una città di Turpe 789), Krahner ne ha riportato l’origine a' Sabini 790), da' quali propagati furono que’ popoli; ma il greco nome fa supporre più probabilmente l’origine greca dell’una e dell'altra dovuta agli Arcadi. In proposito di che rileva notare che grandi rovine, simili alle mura di Alatri e di Arpino, si sono scoperte nella strada delta della Bufola sino al di sotto della rocca Tarpea 791), le quali sono senza più da attribuire alla grande borgata di Saturnia, o di Tarpo.

Per l’Ager vaticanu il quale stendevasi sino a quello di Vejo 792), Niebuhr suppose una città di Vaticum, come l’Ager veientinus si riferiva alla detta città etrusca 793). Ampère al contrario credendo che il Vaticum o Vaticanam fosse più antico, ai selvaggi primitivi del Lazio lo ha attribuito 794), ma senza dire il perche. Se i selvaggi parlano in lutti i luoghi dove si trovano, doveva dare o supporre la ragione della denominazione che ha lasciata tuttavia oscura. Nell’ipotesi che il colle vaticano confinante al Gianicolo nominato fosse da vates, A. Gellio riferiva l’opinione che così si chiamasse da' vaticinii che vi si pronunziavano per impulso ed istinto di un certo Vaticanus deus, penes quem, secondo Varrone, essent vocis humanae initia. Il nonio del supposto nume si legge Vagitanus in alcuni mss di S. Agostino, che riferiva pure l'etimologia di Varrone; e Pesto limitando la prima troppo generale ragione etimologica, i detti vaticini! riferì al fatto dell’essersi per essi i Romani del colle impadroniti, togliendolo agli Etruschi 795). Ma se gli uni s’illudevano con la parola vates, la quale è pure di greca origine, perché derivò da φάτης 796), anche più ingannavasi Varrone nel credere tutt’uno Vaticanus e Vagitanns. E sebbene l’iscrizione su lamina di rame con lettere etrusche sul leccio del Vaticano pili antico di Roma, come dice Plinio 797), e che può credersi una iscrizione di contini, non fa dubitare che gli Etruschi di Vejo sino a quel colle si estesero, suppor non ne possiamo il dominio anteriore al tempo delle greche colonie che su tutti i colli si erano stabiliti; e perché per le cose dette, tutto è greco intorno di Roma, ed è tuttavia lecito congetturare circa la ragione di quel nome finora rimasto senza plausibile spiegazione, dico che si nominò più tosto da Batica, come questa da Batia, poi detta Vatica, o Vatia. Si nominò Βάθος un certo luogo degli Arcadi, Βατίδια un altro nella Troade, e Βάτια in fine una borgata de' Greci Aborigeni della Sabina 798). Sì fatti nomi geografici sembrano di aver avuta una comune ragione etimologica, e senza derivare con Ellanico dal pascolo de' cavalli, (ἀπὸτοῦ πάτου τῶνίππων), ο dagli Spineti (ἀπὸ τῶν βάτων) secondo Stefano, quella della Troade 799), i nomi topografici della Troade e della Sabina attribuir si possono agli Arcadi. Da Pausania sappiamo che non lungi dall’Alfeo nel detto luogo dell’Arcadia, si celebravano in ogni tre anni alle dee Magne le iniziazioni; ed anche da parte lasciando l’induzione che trar se ne potrebbe per le romane origini non solo, ma anche pel nome in quistione, basta supporre che dalla Batia della Sabina originata dagli Arcadi si nominò la Batia presso del Tevere, la quale detta poi Vatia e Vatica, diede il nome al colle Vaticano.

9. Fu antica tradizione de' Romani, che da Cele o Celio Vibenna, venuto dall’Etruria in aiuto di Romolo contro i Sabini, ebbe il nome il monte Celio, sul quale egli si stabilì con la sua gente 800). Si sa da Tacito che lo stesso monte, per esser pieno di quercie, anticamente fu detto Quercetolanus, e che un tal nome cambiò coll’arrivo di quel capo della gente etrusca, il quale Roma andò a soccorrere, oche l’ebbe da Tarquinio Prisco o da altro Re, perché in ciò dissentivano gli storici; ma che certo era che con la sua gente numerosa abitato avesse anche nel piano e presso del Foro, talché da quegli stranieri il Tuscus vicus ebbe il nomo 801). E Dionigi narrando di quelli che mossi dalla fama di Romolo e della sua virtù a lui si unirono con le proprie famiglie, e forze gli aggiunsero considerevoli, dice che il Celio fu così detto da uno di quei capi venuti dall’Etruria 802). Altri il Tuscus vicus dissero edificato da que’ Toscani che limasti vi erano dopo l’assedio di Porsenna; e si sostenne nominato anche da' Volcentani fratelli Cele e Vibenna chiamati in aiuto da Tarquinio 803). I Toscani in vece volevano che Celio Vibenna fu compagno fedelissimo di Servio Tullio, il quale lo stesso monte gli diede ad abitare con la sua milizia dopo che l’ebbe aiutato nelle sue imprese 804). Se per tutti i diversi racconti incerto è il tempo nel quale i Toscani passarono sul Celio, e se incerti ancora sono i nomi o il nome del lor condottiero, non ostante il dubbio di Goettling 805), non può dubitarsi che vi fu una borgata da essi abitata, perché altrimenti come vi sarebbe rimasta la memoria del Tuscus ricusi Niebuhr non dubitò che la borgata si nominò in vece Lacerimi, sia dal Lucerò, Re di Ardua, che soccorso avea Romolo contro Tazio, sia dall’etrusco Lucumonc alleato di Romolo 806). Ma, benché ad altra conclusione può venirsi pel Lucerò di Ardea, che cioè fu il capo de' Sacrani che per la peste ne uscirono, come narra Servio 807), se la maggior parte de' nomi delle borgate de' sette colli furono nomi geografici, che ci ricordano le metropoli de' popoli che vi si stabilirono, nessuna si direbbe de' Sicoli, se ad altri che a questi popoli si attribuissero. La notizia della Sicilia sul Palatino non esclude la congettura che con diverso e più particolar nome si nominò la borgata de' Sicoli, oche fu detta probabilmente Coda o Codos il dà a divedere Coda o Podus Codos nel Chersoneso di Tracia 808), nella quale regione in generale si ricorda la Sicilia, come ho già detto con Esichio 809), così che all’altra Sicilia dell’Attica attribuire si potrebbe l’altra città di Code ricordata da Polemone 810); e quel ch'è più singolare si è che nella Liburnia, nelle cui vicinanze furono i Siculoti, fu una città di Bibium tra Arupium e Romula 811), dal cui nome, ripetuto presso del Tevere con quello di Codos, per una delle solite trasformazioni de' nomi, creder si possono derivati quelli di Celio e di Vibenna o Vivenna, come scriveva Claudio, anziché da' supposti capi degli Etruschi; ed anche a non ammettersi tal congettura, pel secondo di sì fatti nomi rimane sempre il nome geografico di Coela o Coelos per farci credere la più plausibile origine di quello del monte Celio, sul quale i Sicoli edificarono la loro κωμόπολις, o borgata prima di tutti gli altri popoli. Il monte Celio del resto fra le colline della città è nominato dal regno di Romolo, il quale era fama che l’ampliasse coll’unirvi il Quirinale ed il Celio 812); ma per altre memorie Tulio Ostilio dicevasi il fondatore di tal quartiere, perché narrasi che onde fosse più frequentato vi piantasse la reggia, e vi mettesse ad abitare gli Albani, dopo la distruzione della loro patria 813).

Nella rassegna delle borgate de' sette colli Ampère ha dimenticato Quirium, che con Niebuhr poteva con le altre annoverare, e come l’ultima certamente, perché ultimi i Sabini che la fondarono, appariscono nelle memorie di Roma più prossime all'ultima fondazione, che si attribuì a Romolo. Se le altre quasi tutte si nominarono dalle città, dalle quali si partirono i diversi popoli che le fondarono, naturalmente ebbe a nominarsi Quirium quella de' Sabini, i quali sul Tevere passarono dalla loro città di Quiris o Curis, la quale così detta dal loro culto, dalla lancia, simbolo del nume della guerra, si può considerare come la loro città primitiva, che fu metropoli a quella che diè nome al Quirinale, di cui dopo tanto volger di secoli, tuttavia rimanda memoria nella contrada Arci ed Archi nel territorio della Fara, alla sinistra del Tevere, che ivi prende il nome di Fiume Curense 814). L’origine sabina dell’ultima borgata ricordava Varrone scrivendo, che quel colle Quirinale fu detto da' Cureti che da Curi passarono a Roma con T. Tazio, perché vi ebbero gli accampamenti 815), benché sembra che non a' Curiti Sabini, sì bene a' Cureti della Frigia, o di Creta, senza alcuna probabilità, egli pensasse, perché sebbene dicevansi passati in Italia i Coribanti analoghi a' Cureti, non fu nella Sabina che si dissero stabiliti, ma nell’Etruria 816). Meno dubbiamente Festo dice: Quirinalis collis qui nane dicitar, olim Egonus appellabatur, ante quam in eum commigrarent Sabini Curibus venientes, post foedus inter Romulum et Tatium ictum 817). Su tal nome di Egonus non si è gran fatto riflettuto, e per la tradizione su Ætex per me è chiaro che riconoscer vi si debbono i Perrebi, o i Tessali di Egonea de' Maliensi nella Tessaglia 818). Licofrone, il quale questa città ricorda in proposito de' Greci, che trabalzati furono sulla costa della Libia 819), dimenticava questa colonia, che fu più fortunata, né senza ragione Virgilio immaginava il pastore Ægon nella III delle sue Egloghe; perchè, se ben si riflette, molti nomi che si leggono ne ' suoi versi sono come un'eco de' fatti che coll'arrivo delle più antiche colonie greche avvennero in Italia; così che egli sembra che gli Ætices, o i Perrebi, si stabilirono non solo nel Gianicolo, ma anche sul Quirinale, dove nel nome di Ægonus ripetevano quello della città donde eransi partiti, altrimenti senza spiegazione rimane tal nome topografico sul Tevere. Se dalle capre (αίγες), che davano il nome a molti luoghi e città della Grecia, da' Greci abitatori si nominò prima αίγειος, da cui provenne il nome Ægonus, cioè Caprinus, il colle stesso fu poi nominato da' Cureti Sabini, anziché dal culto di Quirinus 820); né so comprendere come Niebuhr credesse che il nome Quirium malamente si derivasse da Quiris e da Cures, tuttochè convenne e riconobbe che la città di Cures fu abitata da' Sabini, così che quando le città di Roma e di Quirium furono l'una all'altra unite con eguali dritti, sulla strada del Quirinale al Palatium fu aperto il Ianum Quirini, ossia l'arco per servir di comunicazione tra il doppio recinto che ne separava le appartenenze rispettive 821); e non parendomi dubbio che Quirium ebbe il nome da' Sabini, per tutte le descritte borgate dico che dall’unione di tutte si formò poi la città successivamente ampliata su gli altri colli. Un luogo d’oro di Strabone, per servirmi dell’espressione di Vico, dimostra che a Roma avvenne come nella stessa Grecia, perché la città che si nominò Elide, non era per anco abitata al tempo di Omero, e tutta la regione di tal nome abitavasi a borgate. Più tardi, dopo le guerre persiane, gli abitanti di molte borgate vi si raccolsero; e così a tutti gli altri luoghi del Peloponneso ricordati dal poeta, tranne pochi, egli dà il nome, non di città, ma di paesi, ciascuno de' quali componevasi di parecchi borghi, donde poi vennero a congregarsi col tempo le città primarie. Mantinea di Arcadia fu dagli Argivi popolata con gli abitanti di cinque borgate, Tegea si compose di nove, e di altrettante Cleombroto, o Cleonimo, formò Tegea. Di sette, o pur di otto, si formò Egio; Patrasso di sette, e Dime di otto. Così pertanto anche Elide crebbe in ampiezza di città, concorrendovi gli abitanti de' luoghi circonvicini, fra' quali dapprima anch’essa annoveravasi 822). E mi fa d’uopo annoverare Atene, alle cui più antiche istituzioni rassomigliano quelle di Roma, e che dicevasi riunita da dodici paghi da Teseo 823)? Da per tutto le popolazioni umane sino ne’ tempi storici abitarono disperse in paghi, o villaggi. Plinio l’attesta della Mesopotamia, lo stesso Strabone con Pausania e Plutarco delle regioni della Grecia, e Cesare e Tacito della Gallia, della Germania, e dell’Elvezia 824). I Sabini ed i Sanniti abitarono anche a borgate 825); e tal fatto, anche dopo che a memoria d’uomini eransi costrutte le mura della città con rozzi e grandi macigni, di cui con grande meraviglia tuttavia si veggon le rovine nell’Asia Minore, nella Grecia e nell’Italia, dà ragione a Lucrezio sulla comparativa novità del mondo e del genere umano 826). Si narra che Romolo i Vejenti costrinse a cedergli i Sette paghi che aveano al settentrione del Tevere; né altrimenti che in paghi o borghi Servio Tullio divise le tribù delle campagne aggregate alle quattro tribù urbane 827). Sì fatta divisione ne’ tempi storici dimostra che simile e maggiore ebbe ad essere ne’ tempi primitivi, e che l’agglomerazione de' popoli nelle grandi città fu molto posteriore. Or così avvenne e non altrimenti sul Tevere, dove la comopoli, o la borgata meglio fortificata, o la sola fortificata, quella che perciò Roma fu detta, diede il nome a tutte le altre all’intorno, che abbracciò nel suo recinto, il quale per le memorie de' colli da' diversi Re poi aggregati alla città non si ampliò che dopo la più memorabile fondazione della città istessa avvenuta nel 753.

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NOTE

1 Ampère, Histoire de Rome à Rome. Paris 1863.

2 Strab. XIII, p. 589.

3 Archaeol. Rom. I, 71. — Cf. ibid. 57.

4 Steph. Byz. υ. ᾿Αρίσβη.

5 Dionys. A. R. I, 71.

6 Nicol. et Euphor. ap. Steph. Byz. υ. ᾿Ασκανία.

7 Serv. ad Æn. I, 271. IV, 159.

8 Eustath. ad Il. IX, p. 558. — Bekker, Anecd. gr. p. 337.

9 Dionys. A. R. I, 48. — Scrisse delle cose degli Arcadi, ed è detto Agatimo da Eusebio e Sincello.

10 Voss. De Hist. gr. ed. Westermann (Lips. 1838), p. 425.

11 Verr. Fl. ap. Fest. v. Romam.

12 Dionys. Hal. A. R. I, 48.

13 Id. ibid. Steph. Byz. ου. Παλλήνη et Μηκύβερνα. — Parthen. Erot. 6.

14 Clin. et Cat. ap. Serv. ad Æn. 1, 278, L'antico storico Clinia sembra quello stesso citato da Agatarchide (ap. Phot. Bibl. cod. CCL), ed alterato se ne crede il nome in Festo sotto il nome di Galitas (p. 269 ed. Muller).

15 Serv. l. c.

16 Dionys. Hal. I, 71.

17 Hellan. ap. Dionys. Hal. I, 47.

18 Hecat. ap. Steph. Βyz. υ. Σίγη. Cic. Pro Arch. 10. — Avien. Or. mar. 42. Suid. v. Δαμάστης. — Trascrisse spesso Eljanico ed Ecateo, e fu censurato da Strabone (I, p. 47) come scrittore favoloso.

19 Dionys. Hal. I, 71. — Schol. Homer. In. Il. Y, 307, p. 562, 46, ed. Bekker. (Веrol. 1825 in 4°).

20 Aristot. ap. Dionys. Hal. I, 71.

21 Plut. Rom. 1. — Cf. Quaest. Rom. 6. De Mulier, virt. 1. — Solin. I, 1.

22 Fest. v. Romam. Serv. ad Æn. I, 278. Cf. Solin. I, 1.

23 Voss. De Hist. gr. ed. Westermann p. 508.

24 Xenag. ap. Dionys. Hal. I, 71.

25 Muller, Fragm. hist. gr. t. IV, p. 393.

26 Dionys. Hal. I, 71.

27 Æn. IX, 571.

28 Theog. 985.

29 Apollod. in Euxen. ap. Fest. v. Romam. Cf. Ilberg ap. Vahlen, Ennianae poes. reliqq. p. XXXI.

30 Athen. X, p. 441. VII, p. 322. — Cf. Schol. Theocr. I, 65. — Alcim. in Tyrrhenia ap. Fest. v. Romam.

31 Dionys. Hal. I, 6. —Cf. Plut. Rom 17. — Antig. ap. Fest. v. Romam. 2

32 Plut. Rom. II, 1.

33 Plut. Rom. 11, 3.

34 Serv. ad Æn. I, 278.

35 Serv. ibid.

36 Schol. Apollon. Rh. IV, 761. — Сіс. De Di v. I, 24. — Egli sembra che della origine di Roma trattasse nella storia di Cizico (Muller IV, p. 290). E vedi Marquardt, Kizycus. Berlin 1836, p. 171.

37 Fest. v. Romam. p. 229, ed. Muller.

38 Serv. ad Æn. VI, 785. — Steph. Byz.. υ. Βερέκυντος.

39 Agath. ap. Fest. l. c. — Cf. Solin. 1.

40 Dionys. Hal. I, 72.

41 Serv. ad Æn. VII, 678.

42 Paus, VII, 4, 1.

43 Strab. VIII, p. 437.

44 Strab, VIII, p. 346.

45 Pherec. ap. Schol. Homer. Il. 2, 486, Strab. VII p. 273 ed. Muller. — Apollod. I, 3,1. — Serv. ad Æn. III, 466. Cf. ad Ecl. IX,47.

46 Schol. Pind. ad Ol. II, 76, 82 sqq.

47 Hyperoch. ap. Fest. v. Aborigines, p. 266 ed. Muller. — Sallust. Catil. 6. — Aurel. Vict. Orig. gent. Rom. 4. Riferendo anche Dionigi d'Alicarnasso (I, 10) l'opinione di quelli che ne traducevano il nome in Aberrigeni, o vagabondi, li paragonava a' Lelegi, uomini collettizii, senza case, e sedi stabili. Heyne (ad Virg. Æn. t. III, p. 370 ed. Lemaire) fra altri moderni, ne vedeva ne' miti la barbarie e l'orrida vetusta, opinione favorevole al sistema di quelli che, come Crizia (ap. Sext. Empir. Ado. Phys. p. 262, ed. Fabr.), Moschione (ap. Stob. Ecl. Phys. 1, 9, 38), Lucrezio (V, 781 sqq.), ed Orazio (Sat. I, 5, 99 sqq.), ora sostengono che selvaggissime furono le origini del genere umano. Ma se questa opinione si trova di accordo coll'altra anche più vana su gli autoctoni, o gli uomini originarii del suolo, dove li ricordano le memorie più antiche, è contraddetta dalla tradizione, che i primi popoli dell'Italia dice emigrati da altre contrade, ed il fatto ed il consiglio dell'emigrazione si oppongono ancora, io credo, all'ipotesi dello stato selvaggio primitivo.

48 Cat. ap. Prisc. V, 12, 65: Agrum quem Volsci habuerunt, campestris plerus, Aboriginum fuit.

49 Serv. ad Æn. I, 277.

50 Comentando Servio le parole di Virgilio (Æn. VIII, 479): Haud procul hinc saxo incolitur fundata vetusto — Urbis Agyllinae sedes, scriveva: Sane hanc Agyllinam quidam a Pelasgo conditam dicunt; alii a Telegono; alii a Tyrrheno, Telesi filio. Ed a proposito di Telegono, altrove (ad Æn. II, 43) dice: Hic sane Ulyxes... filios habuit Telemachum ex Penelope; ex Circe vero Telegonum etc.

51 Eustath. ad Il. p. 1796, 48 sqq.

52 Dionys. Hal. IV, 45. — Plut. Parall. min. 41. — Horat. Od. III, 29, 6 sqq. Ovid. Fast. III, 92. IV, 71. Cf. Trist. 1, 1, 114.

53 Hesiod. Theog. 1014. — Hygin. fab. 127. — Tzetz. ad Lycophr. 895. — Eustath. p. 1660, 7; p. 1676, 44. — Serv. ad Æn. II, 44.

54 Suid. v. Αὐσονίων.

55 Xenag. ap. Dionys. I, 71.

56 Steph. Byz. ν. Λιπάρα.

57 Da ὀλός totus, e σχīvos juncus.

58 Ratgeber, Ueber den Aiolismos der ältesten Kunst zu Rom, ecc. Gotha 1856.

59 Dionys. Hal. I, 10.

60 Fest. v. Sacrani, p. 321 ed. Muller. Sacrani appellati sunt Reate orti, qui ex Septimontio Ligures, Siculosque exegerunt, nam vere sacro nati erant.

61 Dionys. I, 1. II, 1.

62 Serv. ad Æn. VII, 795. Ubi nunc Roma est, ibi fuerunt Sicani: quos postea реpulerunt Aborigines. Id. ibid. XI, 317. Illi (Sicani et Siculi) a Liguribus pulsi sunt; Ligures a Sacranis; Sacrani ab Aboriginibus.

63 Serv. ad Æn. VII, 796. Alii sacranas acies Ardeatium volunt, qui aliquando, cum pestilentia laborarunt, ver sacrum voverent; unde Sacrani dicti sunt. Cf. Aschbach, De vere sacro.

64 Dionys, I, 71.

65 Virg. Æn. VII, 410. — Serv. ad Æn. VII, 372. — Plin. H. N. III, 9, 5. Ardea a Danae Persci matre condita. Il tempio che vi era di Castore e Polluce (Serv. ad Æn. I, 48), fa pensare anche ai Laconi fondatori di Amicle (Serv. ad Æn. Х, 564).

66 Steph. Byz. Ο. Σικελία: Ἔζι καὶ ἄλλη Σικελία, κατὰ τὴν Πελοπόννησον. — Hesych. v. Σικελία: Χώρα της Θράκης.

67 Plin. H. N. III, 10, 1. A Silaro regio tertia, et ager Lucanus Brutiusque incipit; necibi rara incolarum mutatio. Tenuerunt eam Pelasgi, Enotri, Itali, Morgetes, Siculi, Gracciae maxime populi. — Fest. p. 134 ed. Muller: Maior Graecia dicta est Italia, quod eam Siculi quondam obtinuerunt; vel quod multae magnaeque civitates in ca fuerunt ex Graccia profectae. — Plinio veramente sembra di aver escluso i Sicoli dalla comune patria degli altri popoli, appunto perchè dice: Graeciae maxime populi, il che si riferisce a tutti, esclusi i Sicoli.

68 Ueb. den Aiolismos ecc. Gotha 1856.

69 Vedi la dotta dissertazione del Polacco Casimiro Szulc, De origine et sedibus Veterum Illyriorum. Posnaniae 1856 in 8.

70 Plin. H. N. III, 26, 2: M. Varro LXXXIX civitates eo (Dalmatiam) ventitasse auctor est. Nunc soli prope noscuntur Ceraunii decuriis XXIV... Siculotac XXIV. — Cf. Ptol. ΙΙ, 17, 8. Σαρδιῶται, καὶ ἔτι ὑπὸ τούτους Σικουλῶται.

71 Plin. H. N. III, 9, 1. Siculi et Liburni plurimos tractus tenuere, imprimis Palmensem, Praetutianum, Adrianumque agrum. — Varr. Antiq. rer. hum. III, fr. 2: Ad Thraco — Illyriorum gentem pertinent etiam sequentes Italiae populi: Apuli, Dauni, Japyges, Pediculi, Peligni et Salentini.

72) Ephor. ap. Strab. VI, p. 263.

73 Plin. H. N III, 25, 1. Conventum Scardonitarum petunt Iapydes, et Liburnorum civitates XIV, e quibus Lacinienses.... поminare non pigeat.

74 Io credo che i Latini nominarono Lacinienses i popoli che i Greci dissero prima Λακίδες da λακίς, lacinia (segmento, o frastaglio), appunto perchè abitavano nelle isolette Apsirtidi, cioè Cherso ed Osero di oggidì, così dette dall'essere, o supporsi scisse dal continente, anziché dal fratello favoloso della favolosa Medea (Steph. Byz. υ. Αψυρτίδες. Plin. Η. Ν. III, 26). Non poteva secondo la favola, essevi ucciso Apsirto, se in un altro paese lontanissimo se ne mostrava il sepolcro, cioè sul Ponto Eussino (Arrian. Peripl. Pont. Eux. 41), e nelle due contra dei nomi simili delle isole Apsirtidi e di Apsirto o Asparo provennero dalla detta cagione; ma la tradizione favolosa nella prima provenne dagli esuli Colchi fondatori di Pola nell'Istria (Callim. ap. Strab. I, p. 46. Lycophr. Alex. 1021. Tzetz. ibid. ed. G. Canter (1601), p. 161. — P. Mela II, 3. — Plin. H. N. 111, 23, 2).

75 Steph. Byz. υ. Θράκη.

76 Herod. V, 9.

77 Prob. in Virg. Ecl. VI, 31. Varro in tertio Rerum Humanarum refert: Gentis Salentinae nomen tribuse locis fertur coaluisse, e Creta, Illyrio, Italia. — Cf. Fest. v. Salentinos p. 329. Plin. H. N. III, 9, 1.

78 Fest. p. 181. Sallentini, apud quos Menzanae Iovi dicatus (equus) vivus conjicitur in ignem.

79 Fest. p. 178: October equus appellatur, qui in campo Martio mense Oct. immolatur quotannis Marti, bigarum victricum dexterior: de cuius capite non levis contentio solebat esse inter Suburaneses, et Sacravienses, ut hi in regiae pariete, illi ad turrim Mamiliam id figerent; ciusdemque coda tanta celeritate perfertur in regiam, ut ex ea sanguis destillet in focum, participandae rei divinae gratia: quem hostiae loco quidam Marti bellico deo sacrari dicunt, non ut vulgus putat, quia velut supplicium de cosumatur, quod Romani Ilio sunt oriundi, et Troiani ita in equi effigie sint capti. Quasi nello stesso modo di tal sacrifizio parla Plutarco, e dice che facevasi agl'idi di decembre (Quaest. Rom. 97), testimonianza che sembra doversi preferire a quella dello stesso Festo, il quale (v. Panibus p. 220) dice che facevasi negl'idi di ottobre, tempo più lontano da quello del solstizio, pel quale il cavallo al Sole si sacrificava, anziché a Marte.

80 Xenoph. Ciropaed. VIII, 3, 5.

81 Rhode, Ueb. relig, Bild. u. Mythol. der Hindus. Leipz. 1827, p. 489. — Cf. Herod. VII, 62, 2. — Hellan. ap. Steph. Βyz. υ. Α΄ρια, Strab. XV, p. 726,

82 Philostr. Vit. Apollon. I, 6. — Amm. Marcell. XXIII, 6. — Groskurd ad Strab XII, p. 537.

83 Herod. I, 216.

84 Herod. 1, 212, 216: τῶν θεῶν τῷ ταχίστῳ πάντων τῶν θνητῶν τὸ τάχιστον δατέονται.

85 Ios. Hisely, De hist. Cappadociae. p. 100.

86 Il passo dell'Oupneck hat (I, p. 98 ed. Anquetil Du Perron (Paris 1804) è questo: Il sacrifizio del cavallo non è quello che gli uomini veggono nell'apparenza, che cioè un cavallo è sacrificato, ma vuolsi profondamente considerarlo, come si mostra dalle seguenti cose. Le ossa del cavallo sono le stelle fisse, che formano le 28 mansioni della Luna, le sue vene sono i fiumi, la sua criniera le piante e le erbe, l'anteriore metà del corpo la prima metà del giorno (o dell'anno), la sua metà inferiore, l'ultima metà del giorno (o dell'anno). Il luogo, dove questo cavallo rimane, è il gran mare, il cui significato è lo spirito primitivo, o l'anima del mondo (Pran, Atma), perchè da questa tutto procede, e con essa tutto si congiunge. Quel che con tal sacrifizio si ottiene si è, che l'uomo se stesso crede simile a questo cavallo, e tutte le cose come forme di se stesso riconosce, e pensandosi che l'anima (Atma) sia un mare, si sa in quest'anima (universale) annientato. È tale il sacrifizio del cavallo.

87 Schol. Pers. II, 56. Acron tradit, quod in porticu Apollinis Palatini fuerunt L. Danaidum effigies, et contra eas sub divo totidem equestres filiorum Ægypti.

88 Strab. V, p. 215.

89 Virg. Æn. VII, 795. Rutuli, veteresque Sicani. – Serv. ad Æn. ib. Ubi nunc Roma est, ibi fuerunt Sicani: quos postea pepulerunt Aborigines. Id. ad Æn. VIII, 328. Comunae (origines sunt) de diversis (locis), ut Ausones, et Sicani. Id. ad Æn. XI, 317. Usque adfines Sicanos, quos Siculi aliquando tenuerunt, id est, usque ad ea loca, in quibus nunc Roma est: haec enim Siculi habitaverunt: unde est: Et gentes venere Sicanae (Æn. VIII, 328). L’occupazione della Sicilia per parte de' Sicoli scacciati da' Pelasgi fece pensare a Tucidide (VI, 2, 4) un Italo re de' Sicoli, ed a Servio (ad Æn. I, 537) un Italo re de' Liguri, al quale sembra di riferire l'antico oracolo: Plures alare tenar in pote de Satura, che cioè che molti navigar dovevano o prendere il mare (alate da ἄλς, mare) sino a prender possesso (tenar per tenus, pote da potior) della Satura, o Saturnia. Pe' Sicani del resto Cf. Plin. H. N. III, 5, 10. — Macrob. Sat. I, 5.

90 J. Lyd. De Magistr. p. 119.

91 Niebuhr, Hist. Rom. ed. Bruxelles t. I. p. 156, nota 508.

92 Tim. ap. Diod. V, 6.

93 Thucyd. VI, 2, 2. — Diod. Sic. V, 6, 3.

94 Philist. ap. Diod. V, 6.

95 Schol. Horat. Epod. 16, 6.

96 J. Lyd. De Magistr. II, 13, p. 179.

97 Solin. V, p. 94 ed. Panckoucke. Sicaniae diu ante Trojana bella Sicanus réx nomen dedit, advectus cum amplissima Iberorum manu; post Siculus Neptuni filius.

98 Strab. XI, p. 500. — Dionys. Perieg. v. 697. Eustath. ad ejusd. v. 282.

99 Peripl. Mar. Erythr. p. 24.

100 S. F. W. Hoffmann, Die Iberer im Westen u. Osten. Leipz. 1838, p. 103.

101 Scymn. Ch. Perieg. 404 sqq. Tim. fr. 42. Cf. Th. Desdevises — Dezer, Géogr. anc. de la Macedonie. Paris. 1863, p. 58, 62.

102 Paus. X, 17, 5. Μετὰ δὲ ᾿Αρισταίον Ιβηρες ἐς τὴν Σαρδὼ διαβαίνουσιν ὑπὸ ἠγεμόνι τοῦ στόλου Νώρακι καὶ ὠκισθη Νώρα πολις ὑπὸ αὐτῶν.

103 Peripl. Mar. Erythr. p. 24. — Cf. Forbiger, Handb. der alt. Geogr. II. В, р. 509.

104 Plin. H. N. VI, 22. Insula in Gange est magnae amplitudinis gentem continens unam.... Ultra siti sunt Modubae, Uberae... Ib. 23, 5 sq. Narcae deinde.... Ab iis (incolis) Oraturae.... Odomberae.... Post hanc (gentem Pandae) trecentarum urbium Syrieni.... Umbrae.... Hic deinde accolunt Indum.... Amatae.... Dein Sarophages, Umbrittaeque, quorum XII nationes etc. Ptol. VII, 2, 18. Ινδαπρᾶθαι, μεθ᾽ οὖς ῾Ιβηρίγγαι.

105 Solin. p. 72 (ed. Panckoucke. Paris. 1847): Bocchus absolvit Gallorum veterem propaginem Umbros esse; Marcus Antonius refert eosdem, quod aquosae cladis imbribus superfuerint, Umbrios graece nominatos. — Plinio (H. N. III, 19, 1) degli Umbri scriveva: Umbrorum gens antiquissima Italiae existimatur, ut quos Ombrios a Graecis putent dictos, quod inundatione terrarum imbribus superfuissent. Ma la tradizione non si riferisce a' popoli sopravanzati al diluvio noachico, sì bene agli Ambroni della penisola cimbrica, costretti ad espatriare dalle inondazioni del Baltico; e di tali Ambroni, poi detti Umbri ed Ombri, e supposti sopravanzati alle piogge, Festo (p.17) scriveva: Ambrones fuerunt gens quaedam Gallica, qui subita inundatione maris quum amisissent sedes suas, rapinis et praedationibus se suasque alere coeperunt. Eos et Cimbros Teutonosque C. Marius delevit. Ex quo tractum est, ut turpis vitae homines ambrones dicerentur. Della grande inondazione non rimase data certa, e se vi furono diversi allagamenti, e quindi diverse emigrazioni, come notava Posidonio (ap. Strab. II, p. 102), la verità non sta nemmeno tra i 1000 anni di Forchhammer ei 500 di M. W. Fack, di cui veggasi la dissertazione col titolo: Die cimbrische Fluth in ihrer Einwirkung auf den Boden bei Kiel. Kiel 1869.

106 Knobel, Die Volkertafel der Genesis. Giessen 1850, p. 113.

107 Schol. Apollon. Rh. IV, 515. — Steph. Βyz. ο. Υλλεῖς,

108 Tim. ap. Scymn. Ch. v. 404 sqq. Cf. Steph. Byz. Ο. Υλλεῖς,

109 Hesiod. Scut. Herc. 103, 323. Pherec. ap. Steph. Βyz. v. Δυμᾶν. — Ephor. ap. Schol. Sophocl. Trach. 354. Apollod. Ii 7, 8. — Illo dicevasi or figlio di Deianira, ed ora di Omfale (Lutat. ad Stat. Theb. VIII, 507); e per l'isola Melita presso la costa dell'Illirio occupata anche da' Dorii, gli fu per madre attribuita anche Melita (Apollon. Rh. IV, 543 sqq.). La città di Abia nella Messenia, dove si condussero gli Eraclidi, fece anche supporre la balia Abia del figlio di Ercole Gleno (Paus. IV, 30, 1), ossia del Sole risplendente (γλήνος). Perchè Apollodoro (II, 8, 1) narra d'Illo i fatti eroici ch'Euripide (Heracl. 859) attribuiva a Iolao, si dirà tutt'uno questo con quello, sia qualunque l'etimologia di Ιόλαος ο d'Ύλλος. Ma importa notare che i Carii il luogo, in cui Illo dicevasi perito nella lor regione, nominarono Illuala, ed un tempietto vi edificarono sacro ad Apollo, presso al quale poi crebbe il pago collo stesso nome d'Illuala (Apollon. Aphrodis. ap. Steph. v. Υλλούαλα). Per ispiegare Apollonio tutto il nome di tal pago proseguiva col dire, che ala nella lingua de' Carii dinotò il cavallo; e se non fu pel sacrifizio del cavallo al Sole, o ad Apollo, io non so dire qual relazione avesse il cavallo con Illo, il quale altro non sembra che un solare attributo, come con tanti altri il nome stesso di Ἡρακλῆς, ο Ercole, di cui Illo dicevasi figlio; ma quanto riferiva Apollonio facilmente fa pensare all’identità d'Illo e di Apollo, ed al culto solare degl'Illei Dorii propagato nella Caria, tanto più perchè una città deʼ Carii ebbe il nome di Doro (Crater. Maced. ap. Steph. Byz. in fragm. v. Δώρος), che bene ricordava la Doride della Tessaglia, e i Carii co' Lelegi ebber comune l'origine de' Pelasgi. Tessali. Tra gli stessi popoli furono i Perrebi, dalla cui regione dicevasi Giano fuggito in Italia (Draco Corcyr. ap. Athen. XV, 19); e non par dubbio che il culto di Apollo de' Pelasgi sotto diversi nomi fu in altre regioni propagato colle loro colonie.

110 Dionys. Perieg. 558. — Steph. Byz. U. Αφροδίσιας.

111 Hecat. ap. Arrian. Exp. Alex. 11, 16.— Scylax, Peripl. 26, ed. Klausen p.178.

112 Paus. X, 17, 5.

113 Liv. XXXVI, 13.

114 Ephor. ap. Plin. H. N. IV, 36. — Apollod. II, 5, 10. — Stesich. et Pherec. ap. Strab. III, p. 148, 169.

115 Spon, Miscell. erud. antiq. Lugd. 1652, p. 49.

116 Steph. Byz. υ. Βιβλίνη.

117 Armenid. ap. Athen. I, 31.

118 Apollod. ap. Steph. Byz. υ. ῾Υλλεῖς.

119 Strab. VII, 33. — Steph. Βyz. v. ᾿Αντίσαρα.

120 V. p. 19, nota 2).—Più analoga al vero per la geografia si dirà ancora l'opinione di Fréret, il quale sostenne negl'Illirii l'origine de' Sicoli (Mém. de l'Acad. des Scienc. t. XVIII, p. 76), che quella di Bardetti, il quale volle piuttosto che fossero Liguri (De' primi abit. d'Italia p. II, p. 340 sqq.), per la ragione che Filisto (ap. Dionys. I, p. 18), Silio Italico (XIV, 37), е Servio (ad Æn. I, 6) a' Liguri attribuirono. per duce Siculo, o Italo, e perchè i Liguri, non i Sicoli, passarono nella Sicilia. Ma secondo questo sistema, perchè la Sicilia non si nominò Liguria? L'opinione di Filisto nacque da che le città di Elima è di Entella nell'isola furono fondate da' Liguri, che uscirono dalle città dello stesso nome nella Liguria.

121 Harpocrat. et Etymol. Μ. υ. Γάληψος.

122 V. p. 19, nota 2).

123 Plin. H. N. III, 26, 1. Initium Dalmatia Scardona..... Sicum, in quem locum Divus Claudius veteranos misit.

124 Georgius, Divus Paulus naufragus р. 192.

125 Ptol. II, 17, 4.

126 Pouqueville, Voyage de la Grèce t. I, p. 39.

127 Mich. Tarchan. Epigr. Paris, 1529, p. 43.

128 L. Maschek, Repertorio delle località del Regno di Dalmazia. Zara 1872, p.29.

129 Arrian. in Bythin. ap. Steph. Byz.c. Τριήρες.

130 Thucyd. II, 96.

131 Herod. IV, 49.

132 Forbiger, Handb. d. alt. Geographic t. II, p. 383, nota (*)

133 Gli storici Arabi, dice Sacy (Mém. de l'Acad. des Inscr. t. XLVIII, p. 517), riferiscono che molte tribù dell'Yemen, temendo la rovina del Magreb, dove era gran copia di acque, abbandonarono i luoghi natii, e si condussero in altre contrade, e sopratutto nell'Hedschas.

134 Plut. Emil. Paul. VI, 1, 2. — Polyb. 11, 16, 1. Strab. V, pp. 211, 216, 218, 222.

135 Plin. H. N. III, 7, 2. Patet ora Liguriae inter amnes Varum et Macram, CCXI M. passuum. Id. ibid. 20, 2. Padus e gremio Vesuli montis, celsissimum in cacumen Alpium elati, finibus Ligurum Vagiennorum, visendo fonte profluens. — Cf. P. Mela II, 4, 2. — Ptol. III, 1, 3.

136 Strab. II, p. 122.

137 Hecat. ap. Steph. v. Μασσαλία.

138 Strab. IV, p. 203. Plin. H. N. III,7, 1.

139 Scymn. Ch. v. 200. — Steph. Byz. 0. Βεβρίκων. – Dion, Cass. XXXIV, 6. — Zonar. Ann. VIII,

140 Avien. Or. marit. 485. Lycophr. 516, 1305.

141 Steph. Byz. ο. Βεβρίκων. Æn. V, 371.

142 Tacit. Germ. 43.

143 Hecat. ap. Steph. v. Ἑλίσυκοι. –Herod. VII, 165. — Avien. Or. mar. 584.

144 Galafred. Hist. Britann. I, c. 12, 15. — Transact. of the Frish. Academy t. XIV, P I, p. 96. — R. Harries Iones, The Iaphetic Races. Göttingen 1857, p. 9.

145 Tzetz. ad Lycophr. 648, 1213. — Schol. ad Dionys. Perieg. 76.

146 Ps. Arist. De Mundo 3. — Diefenbach, Celtica II, p. 374.

147 Plin. H. N. III, 5, 5. — Mentelle, GEOGR. ANC. V. Ligitani.

148 Aristot. Theologum. ap. Macrob. Sat. II, 17.

149 Diophant. Polit. ap. Steph. Byz. v. Λιβυστίνοι.

150 Thucyd. VI, 2, 2. — Steph. Β. υ. Λιγυστίνη.

151 Lycophr. Alex. 1312. — Eustath. in Dionys. Perieg. 76.

152 Zonar. Ann. X, 4, ed. Bonnae t. II, p. 310.

153 Herod. VII, 72. — Questi Ligii di Erodoto sarebbero gli stessi che quelli della Colchide, a giudizio di Eustazio (in Dionys. Perieg. 76).

154 Klausen, Hecat. et Scyl. p. 271.

155 Scyl. Peripl. § 4. Cf. Claver. Ital. antiq. p. 54.

156 Ptol. III, 5, 20. Cf. A. Knobel, Die Völkertafel der Genesis. Giessen 1850, p. 122.

157 Hygin. ap. Serv. ad Æn. VIII, 638.

158 Dionys. Hal. II, 49. — Serv. ad Æn. X, 564.

159 Fest. v. Sacrani. —Cf. Dionys. Hal.J, 8.

160 Sil. Ital. VIII, 413. Steph. Βyz. υ. Κάσ πειρος.

161 Ptol. VII, 1, 47. — Cf. ib. 49. 1, 42. Steph. Byz. V. Κασπειραίοι.

162 Virg. Æn. VII, 712.

163 Dionys. Perieg. v. 1069. — P. Mela III, 8. — Plin. II. N. VI, 27. — Ptol. VI, 8, 4.

164 Ptol. V, 4, 6.

165 Steph. Byz. υ. Σάβοι.

166 Hecat. fr. 140.

167 Strab. XII, p. 560.

168 Macrob. Sat. 1, 7. — Draco Corcyr. ap. Athen. XV, p. 692.

169 Annio da Viterbo, ripetendo molto di lontano le origini de' popoli dell'Italia, con Camese, il primo Saturno degli Egizii, spiegava il Saturno del Lazio; poi incostante con se stesso, e non ostante la diversità de' nomi, la Camisene del Lazio credeva identica alla Camirene, o alla contrada di Cameria (Antiqq. p. 114, 513, ed. Antuerp. 1552); e Nork, MYTH. WÖR TERB. v. Cameses, e Chamas) sulle traccie probabilmente dello stesso autore dice Camesene una invenzione de' mitografi, i quali al Camese, identico al Chamas o Saturno de' Moabiti, davano la consorte Camesene, come Beltis al dio Belo.

170 Polyb. II, 17. — Liv. I, 1. — Plin. Η. N. XXVI, 7. — Iustin. XX, 1. — Solin. 44.

171 Maeandr. Miles. ap. Strab. XII, p.553.

172 Hecat. fr. 194, 200, 350.

173 Xenoph. Anab. V, 6, 8, 9.

174 Strab. XII, p. 534.

175 Uschold, Gesch. des Trojan. Krieges. Stuttg. 1836, p. 73 sgg.

176 Asclep. Myrl. ap. Strab. III, p.157.

177 Strab. IV, p. 179.

178 Strab. V, p. 217.

179 Ptol. II, 5, 9. II, 6, 23. II, 3, 6.

180 D'Anville, Gaule anc. art. Insubres.

181 Varro ap. Dionys. I, 48. ap. Clem. Alex. Protr. p. 50, ed. Hervet. — Isid.Origg. IX, 2, 84.

182 Cic. de Rep. I, 41. — Iustin. XLIII, 3. Ovid. Fast. II, 478. Bellicus a telo venit in astra deus. III, 79 Et tamen ante omnes Martem coluere priores. Arnob. Ad v. Nat. I, 41. — Serv. Ad Æn. I, 296. Наsta Sabinorum lingua curis dicitur. Наsta enim, id est curis, telum est cum longiore ferro; unde et securis, quasi semicuris.... Mars enim cum saevit, Gradivus dicitur: cum tranquillus est, Quirinus. Denique in Urbe duo eius templa sunt: unum Quirini intra urbem, quasi custodis, sed tranquilli: aliud in Appia via extra urbem prope portam, quasi bellatoris, id est, Gradivi.

183 Macrob. Sat. I, 9. In sacris quoque invocamus Ianum Geminum.... Janum Quirinum.... quasi bellorum potentem, ab hasta quam Sabini CURIM vocant, Plut. Rom. 29. At Quirinum dictum Romulum quidam quasi Martem putant: alii, quod.... spiculum vel hastam veteres vocasse quirin dicunt.... atque in Regia collocatam hastam, Martem appellare.

184 Herod. IV, 11. — Diod. Sic. II, 43. Justin. II, 1, 3. — Amm. Marcell. XXXI, 2. — Il Cronaco Pascale, (p. 47) dopo aver ricordate le grandi conquiste di Sesostri, dice che dalla Scizia ritornando in Egitto scelse 15 mila giovani battaglieri, e li trasferì nella Persia.

185 Herod. IV, 72. — Lucian. Toxaris 37, Jo v. Trag. 42. — Amm. Marcell. XXXI, 2. 23. — Arnob. Ad v. G. VI, 11.

186 P. Mela II, 1, 13.—Solin. c. 16.

187 Clem. Alex. Protr. p. 68.S. Epiphan. C. Hacreses I, 7.—Cf. Bähr, ad Herod. t. II, p. 403 sq.

188 Amm. Marcell. XXXI, 2.— Cf. Jornandes, De rebb. Get. p. 324, ed. Panck.

189 R. Rochette. Antiq. grecques du Bosphore Cimmerien, p. 4. — Dion. Chrys. Orat. XXXVI, t. II, p. 76, ed. Reiss.

190 Dionys. Hal. I, 72.

191 Herod. IV, 59.

192 K. Neumann, Die Hellenen in Skythenlande. Berlin 1855, t. I, p. 257.

193 Varro ap. S. August. De C. D. VII, 35.

194 Strab. XV, p. 732. Διαφερόντος δὲ τῶπυρὶ καὶ τῷ ὕδατι θύουσι.

195 Dionys. Hal. I, 14. — Ps. Arist. De adm. 13.

196 Mickievicz, Les Slaves t. I, p. 200. )

197 Fest. p. 212. Picena regio, in qua est Asculum, dicta, quod Sabini quum Asculum proficerentur, in vexillo eorum picus consederit.

198 Strab. V, p. 240. — Plut. Quaest. R. 21.

199 Eurip. Phoen. 963. Allo stesso picchio si riferisce la favola di Celeo narrata da Antonino Liberale, Met. 19.

200 Virg. Æn. VII, 190. sq. Sil. Ital. VIII, 441. — Cedren. Comp. hist. p. 16. — Joh. Antioch. in Fragm. hist. gr. t. IV, p. 542, 4. — Verr. Fl. ap. Fest. v. Picum regem p. 246. — Tzetz. ad Lyc. 1232.

201 Plaut. Aul. IV, 9, 1. — Cf. Herod. III, 116. IV, 13. — P. Mela II, 1. — Plin. H. N. VII, 2.

202 Baehr, Excurs. ad Herod. t. II, p. 653.

203 Herod. IV, 59.

204 Plut. Numa. 8, sq.

205 Silio Italico (VIII, 421 sqq.) distingue Sanco, il progenitore della gente sabina, da Sabo che davale il nome, ma sono tutt'uno, perchè questo è il nume, e quello il suo attributo.

206 Plin. H. N. XII, 32, 5. Thus collectum Sabata camelis vehitur, porta ad id una patente... Ibi decimas Deo, quem vocant Sabin, mensura, non pondere sacerdotes capiunt.

207 Hist. Plant. IX, 4. p. 174 ed. HeinSii: καὶ ἔφασαν ἀκούειν, ὅτι συνάγεται πανταχόθεν ἡ σμύρνα καὶ ὁ λιβανωτὸς εἰς τὸ ἱερὸν τὸ τοῦ ἡλίου. τοῦτο διεῖναι μὲν τῶν Σαβαίων αγιώτατον δὲ πολὺ τῶν περὶ τὸν τόπον τηρεῖν δ᾽ ἐκεῖ τοὺς Α'ραβας νεόπλους.

208 Plin. H. Ν. Χ11, 42, 4. Metitur (cinпатотит) non nisipermiserit Deus (Jotem hunc intelligunt aliqui): Assabinum illi vocant.

209 Fest. v. Aureliam familiam, p. 23. ed. Muller.

210 Herod. VII, 111. — Strab. X, p. 470. Schol. Aristoph. A v. 874; Lysistr. 389. — Hesych. v. Σάβαζιος.– Cic. De Nat. Deor. III, 23. Diod. IV, 4, 1.

211 Mnas. ap. Phot. υ. Σαβοί. Cf. Fragm. ed. E. Mehler, Lugd. Bat. 1847, p. 97.

212 V. Sainte — Croix, Myst. du Paganis me. t. II, p. 93 sqq. E. Muller, De Attide et Sabatio. — Maury, Rèl. de la Grèce t. III, p. 328.

213 Macrob. Sat. I, 18. — Apul. Met. VIII, 25. — Gruter. Inscr. 22, 6.

214 Hymn. 30, 45, 46, 47, 50.

215 Steph. Horvat, Stor. de Magiari. Cf. Re v. des deux Mondes 1847, p. 1069.

216 Daniel Cornid. Custos Bibl. Pest. in Mercure de France n. 46, 12 oct. 1785.

217 Strab. XI, p. 513. — Herod. I, 216. Lo stesso sagrifizio in uso presso i Salentini (p. 20) non può attribuirsi che agl'Illirici di origine trace o scitica, che dalla opposta spiaggia passarono ad abitare nella Sallensia. Cf. Storia delle Due Sicilie t. III, p. 600 sq.

218 Dionys. Hal.I, 18. Dallo scroscio del Po, e quindi da σπίνω Yycum fragore prosilio) la città avrebbe avuto il nome dagli Arcadi della vicina Andania o Placentia, che vi ebbe l'emporio ne' tempi storici (Liv. XXI, 57); né i nomi identici delle città di Acanto nell'Egitto (Diod. Sic. I, 97, 3) e nella Tessaglia (Steph. Byz. v. Α΄κανθος) mi sembrano indifferenti per ispiegare la stessa origine greca di Spina, alla cui spiaggia approdarono primamente i Pelasgi (Dionys. Hal. I, 17), dall'Egitto passati nell'Ellade, e di là nell'Italia. — L'origine greca di Spina è confermata dal tesoro ch'ebbe a Delfo; ma nell'età di Strabone (V, p. 214) era ridotta ad un piccolo villaggio. Leandro Alberti ne indicò le rovine in parte in Val di Spina, in parte a Dolfo di Spina. Arrowsmith (Anc. a. Mod. Geography p. 224), la pone a Longastrino, e Forbiger (t. II, p. 577) a Spino al mezzodì di Ferrara.

219 Ptol. VII, 1, 42.

220 Theop. ap. Strab. VII, p. 317. — Tacit. Hist. III, 9.

221 Hecat. ap. Steph. Βyz. ν. ' Αδρία. — Cf. Strab. V, p. 214. — Iustin. XX, 1.

222 Steph. Byz. υ. 'Ατρία.

223 Serv. ad Æn. VI, 216.

224 Plin. H. N. III, 20, 1. Ravenna Sabinorum oppidum, cum amne Bedese, ab Ancona CV M. pass.

225 Strab. V, p. 214.

226 Serv. ad Æn. I, 296. II, 4. Graeci proprie sunt Thessali.

227 Scyl. Peripl. 3. — Strab. III, p. 166. – Avien. Or. mar. 608.

228 Sen. Consol. ad Helvid. 8. — Pausan. IX, 17, 4. — Eustath. ad Dionys. Perieg. 458.

229 V. p. 22.

230 Zonar. Ann. Χ, 4.

231 V. p. 30.

232 Strab. XI, p. 500.

233 P. Mela II, 1, 5, 11.

234 Klaproth, Reisen in den Caucasus u. Georgien 1812.

235 Il Fasi bagna l'Imeretia e la Colchide, e l'Indja è uno de' confluenti del Ciro, o Kour nella Georgia. Anche nell'isola Taprobana, o di Ceylan, gli antichi ricordano il Fasi (Ptol. VII, 4, 7. Steph. Βyz. ν. Φάσις), e come l'Indja spiega l'Indo, così il Fasi sembra una pruova che dall'India gl'Iberi passarono nell'isola Taprobana di contro a quella penisola.

236 Plin. H. N. VI, 23, 6.

237 Plin. ib. 23, 7.

238 Peripl. Mar. Eritr. p. 24. — C. Ritter. Erdkunde V, p. 516. Cf. Forbiger, Handb. d. alt. Geogr. I, pp. 503, 509.

239 Steph. Byz. υ. Θράκη. — Id. o. Bairis.

240 Dionys. Perieg. v. 282.

241 Strab. I, p. 61.

242 Plin. H. N. III, 3, 3. In universam Hispaniam M. Varro pervenisse Iberos et Persas, et Phoenices, Celtasque, et Poenos tradit.

243 App. Mithr. 101.

244 Sallust. Jug. 18. Isid. Hisp. Etym. IX, 2, 120 sqq.

245 Megasth. ap. Euseb. Praep. E v. IX, 41.

246 Max Muller, Scienza del linguaggio p. 140.

247 Chron. Pasch. p. 27, ed. Ven. Iberi qui et Tyrranii.

248 J. Lyd. De Magistr. II, 13, ed. Bonnae p. 179.

249 Herod. I, 94. — Le autorità de' molti scrittori citati da Dennis (The Cities and Cemeteries of Etruria. Lond. 1848, t. I, p. XXXII, n. 2) valgono quanto una sola, perchè sono tutti posteriori ad Erodoto. Anche Grote (Hist. of Greece III, p. 229) è contrario a Muller.

250 Etym, M. υ. Τυρ'ρ'α.

251 O Muller, Die Etrusker. t. I, p. 372.

252 R. Ellis, The Armenian origin of the Etruscans. Lond. 1861. — Veggasi ancora l'altra opera dello stesso scrittore: The Asiatic Afinities of the old Italians. Lond. 1870. — Recherche sur l'origine de la ressemblance et de l' affinité d' un grand nombre de mots qui se retrouvent dans le français, le danois, l'islandais, l'anglais, l'allemand, le latin, le grec et le sanscrit. Par. B. Copenhague. 1866.

253 A. W. de Schlegel, Essais Littér. et historiques. Bonn 1842, p. 516 sqq.

254 Dionys. Hal. I, 25.

255 Strab. fragm. epit. Vatic. ed. Kramer v. III, p. 448.

256 Hesych. υ. Τύρην.

257 Aristot. De adm. ausc. 143.

258 Strab. Epit.

259 Xenoph.Hell. VI, 6, 25. Liv. XXXVI,11.

260 Herod. IV, 51. — Scymn. Ch. fr. 56.Corn. Alex. Polyhist. ap. Steph. Byz. v. Τύρας. — Plin. H. N. IV, 26, 1.

261 Virg. Æn. VIII, 358. — Ovid. Fast. I, 63, 245, 284. — Cat. De R. R. 141.

262 Macrob. Sat. I, 9.

263 Plin. H. Ν. V, 29, 7.

264 Protarch. ap. Macrob. Sat. I, 7.

265 Xenon. ap. Macrob. l. c. Cf. Muller Fragm. hist. gr. t. I, pp. 368, 528. — Demoph. ap. I. Lyd. De Mens. IV, 2.

266 Protarch. ap. Macrob. Sat. I, 7. Justin. XLIII, 1.

267 Serv. ad Æn. VI, 760. XII, 529.

268 Æn. XIII, 529. Murranum hic, atavos, et avorum antiqua sonantem Nomina per regesque actum genus omne Latinos.

269 Dionys. Hal. I, 31.

270 Lacroix, Réligion des Romains, p. 54.

271 Labeo ap. I. Lyd. De mens. IV, 1.

272 Draco Corcyr. ap. Athen. XV, 19, p. 692 D.

273 Plut. Quaest. Rom. 22.

274Può vedersene il gran numero in Pausania e Stefano Bizantino in proposito di tutte le città che ricordano, е basta riferire la sola testimonianza di Servio (Ad Æn. II, 4), il quale dice: Graeci proprie sunt Thessali, a Graeco rege, detto figlio di Tessalo da Eusebio (Chron. I, p. 287), e da Stefano (v. Γραικός).

275 Strab. VII, p. 326 sq. Cf. Homer. Il. B, 744.

276 Eustath. ad Il. 1, 346.

277 Strab. VII, p. 327: "Iὸνος εἰς τὸν Πηνειόν συμβολαί.

278 La regione media tra la Timfea e l'Atamania era l'Eticia secondo Marsia (Steph. Β. v. Αἰθικια). La Timfea, che prendeva il nome dalla città di Timfe, o Trampia (Steph. v. Τραμπία), di cui rimangono le rovine pelasgiche, o dal monte Timpe della Tesprozia, da cui scorre l'Aracto o il fiume di Arta di oggidì (Strab. VII, p.227), stendevasi ne' monti Olichinii (Ο'λύτζικα βουνά de' Greci moderni (Pouqueville II, 88, 233) dipendenze del Pindo. Eginio, presso Stagus sul Peneo, era posta nel confine de' Timfei (Strab. VII, 329. Cf. Leake I, p. 421). L'Atamania sulla sinistra sponda dell'Aracto, ora detto anche Lourcha, confinava colla Dolopia presso gli Eniani ed i Perrebi (Liv. XXXVIII, 9), originati da' bellicosi popoli dello stesso nome della Tessaglia (Homer. Il. II, 748), come gli stessi Atamani da' popoli omonimi dell'Atamante della regione medesima (Plin. H. N. IV. 15, 2), cosi detti dal lor nume, anziché eroe, Atamante, del quale non è qui il luogo di esporre il mito, ma ch'è simile a Giano, il nume dell'anno, che dicevasi emigrato dalla Perrebia.

279 Strab. VII, p. 326.

280 Ephor. ap. Strab. VII, p 326. — Thu cyd. II, 68, 3; ib. 102, 5.

281 Klausen. Æneas u. die Penaten p.716, nota.

282 Nigid. ap. Macrob. Sat. I, 9. Cf. Cic. De N. D. II, 27.

283 Paus. X, 10, 4.

284 Paus. I, 34. 3.

285 Strab. XIV, p. 675.

286 Apollod. III, 7, 7.

287 Pind. Pyth. VII, 65, 80 sqq.

288 Per la relazione della Luna col Sole che la illumina, amanti di Elena dicevansi Amfiloco ed Amfimaco (Apollod. III, 10, 8); e come Alcmeone non è diverso da Alcatoo, padre di Automedusa e di Peribea (Apollod. II, 4, 11, III. 12, 7), per la relazione simile spiegati da Amfitea, o Emitca, sposa di Licurgo (Apollod. I, 9, 14), cosi Amfiloco è lo stesso che Amfidamante e Amfotero, figlio di Alcmeone, il quale abito l'Acarnania come il padre e gli Amfilochi, cosi detti dal culto di Amfiloco.

289 Eustath. ad Il. I, 346.

290 Marsyas ap. Steph. Βyz. v. Αἰθικία.

291 Autolico, l'avolo materno di Ulisse, che rappresentò gli Eolii, diè il nome di ᾿Οδυσεύς, l'adirato, al nipote, perchè egli fu, come dice in Omero (Odyss. T, 407 sq.), spavento d'uomini e donne sull'alma terra, quali sono appunto i pirati.

292 Steph. Byz. υ. Βούνιμα.

293 Scylax, Peripl. c. 15—Cf. Storia delle due Sicilie t. III, p. 398.

294 De la Nauze, Mém. de l'Acad. des Inscr. t. VII, p. 151, sqq.

295 Homer. Il. B, 750.

296 Virg. Æn. VII, 670.

297 Hor. Od. II, 6.—Cf. Ovid. Amor, III, 6.

298 Stat. Silo. I, 3, 101.

299 Ovid. Fast. 1 V, 71.

300 Plin. H.N. XVI, 87. Tiburtes quoque originem multo ante urbem Romam habent. Apud eos extant ilices tres, etiam Tiburte conditore eorum vetustiores... Fuisse autem eum tradunt filium Amphiarai, qui apud Thebas obierit una aetate ante Iliacum bellum. —Cf. Solin. p. 70. L'origine greca di Tibur era pur ricordata da Artemidoro (ap. Steph. Byz. υ. Τίβυρις).

301 Æn. IX, 360.

302 Telegono, ricordato anche da Esiodo qual padre d' Italo (Theog. 1014), con gli altri supposti figli di Ulisse, Teledamo e Telemaco (Hygin. fab. 127. Eustath. ad Odyss. XV, 120. Schol. Od.IX, 153), spiegasi per un solare attributo come lo stesso lor padre; e solo per l'adorazione comune in Italia diffusa dagli Eolii, potevasi dire fondatore di Tuscolo e Preneste (Dionys. Hal. IV, 45. Aristocl. ap. Plut. Parall. 41), come Telemaco fondatore di Clusio (Serv. ad Æn. X, 167), ed Ulisse sepolto sul monte Perge di Gortina (Lycophr. 805) nella Tirrenia.

303 Varr. ap. Lact. Defalsa rel. I, 6. — Suid. υ. Σίβιλλα.

304 V. Storia delle Due Sicilie t. II, p. 116.

305 Cornel. Lab. De oraculo Apollinis Clarii ap. Macrob. Sat. I, 18, p. 232. ed. Panck.

306 Macrob. Sat. I, 9. Nigidius quoque refert apud Graecos Apollo colitur qui Θυραῖος vocatur. Pronuntiavit Nigidius Apollinem Janum esse, Dianamque Janam, apposita d littera.

307 Lutat. ap. Lyd. De Mens. IV, 2.

308 Hor. Carm. IV, 15, 9. — Ovid. Fast. I, 129. — Suet. Oct. 22. — Macrob. Sat. I, 9 р. 233 15, p. 275. — Serv. ad Æn, VII, 610.

309 Macrob. Sat. 1, 9.

310 Varro ap. I. Lyd. De Mens. IV, p. 56.Serv. ad Æn. VII, 607.

311 Steph. Βyz. v. Τένεδος. — Verre ne rapi il simulacro bellissimo, dice Cicerone (In Verr. II, 19).

312 Brugsch, Recueil de monuments Egyptiens. Leipz. 1862, p. I, p. 37.

313 Reinisch, Ueb. die Namen Aegyptens in der Pharaonenzeit. Wien 1861, p. 12.

314 Ovid. Fast. I, 90.

315 Dionys. Hal. I, 22. — Haupt, De religione Cabiriaca. Könisberg 1834, p. 21 sq.

316 Gottschick, Apollinis cultus unde ducendus sit? Berlin 1839.

317 Falcone, Storia di S. Gennaro. Nap. 1713, p. LXXVI segg.

318 Fest. p. 23: Aureliam familiam ex Sabinis oriundam a Sole dictam putant.... qui ex hoc Auseli dicebantur. Cf. Varro, De L. L. V, 32. — L'altra etimologia ab auris agitandis, cioè ab aurigandi peritia, che fece mettere due Centauri in atto di tirare un cocchio sopra una moneta di M. Aurelio Antonino, provenne dall'ignoranza che si l'Ausel de' Sabini, che l'Vsil Ο l'Αὐσήλος degli Etruschi (Hesych. s. v. ) provennero da aïw, splendeo, ο σέλας, fulgor; donde Aὐώς gli Eolii nominarono l'Aurora.

319 Macrob. Sat. 1, 9.

320 Se Antenore rappresentò i Pelasgi nemici di Troja (Uschold, Gesch. des Trojan. Krieg. p. 75), i genitori e i figli di Antenore (Dict. Cret. IV, 22. Eustath. ad II. VI, 298) si spiegano con la mitologia degli Arcadi e de' Pelasgi, da Omero cambiata in tante diverse persone, che furono per lo più solari attributi, come Cleomnestra e Teano, la madre e la consorte di Antenore, epiteti o attributi simili di Artemide, o Diana.

321 Strab. XI, 515.

322 Oltre di Annio e di Nork, citati alla pagina 32, Eckermann (Mythol. II, p. 188) pensava alla Camise della Cappadocia; e Bochart (III, 5 in fin.) al semitico camas, cioè abscondere, con che credeva indicato il Lazio. Ma non direttamente dall'Oriente vennero i più antichi popoli del Lazio, e la Camise ancora della Cappadocia e del Ponto (Strab. XII, p. 560. Itin. Anton. p. 60) sono spiegate dalla Cambisene dell'Armenia; né più probabile è la spiegazione di Jacobi (Handw. d. Mythol. p. 198), il quale Camisene ha creduto tutt'uno con Camena o Camenta.

323 Strab. XI, 502. XII, p. 560.

324 Jul. v. Klaproth. Guldenstadt's Reisen nach Georgien u. Imerethi. Berlin 1815, nota alla p. 91.

325 Antioch. ap. Strab. VI, p. 254.

326 Dionys. Hal. I, 29.

327 Macrob. Sat. 1, 8.

328 Varr. De L. L. V, 64. Quod Cælum principium, ab satu dictus est Saturnus.— Cf. Macrob. Sat. I, 10. — Fest. p. 323.

329 Orac. ap. Diod. VIII, 21, 3. — Steph. Βyz. υ. Σατύριον. — Serv. Ad Georg. II, 185. Prob. ibid.

330 Paus. VIII, 35, 9.

331 Steph. Byz. υ. Σατορνία.

332 Serv. ad Æn. XI, 51.

333 I. Lyd. De Mens. ed. Bonnae p. 116.

334 Virg. Æn. VIII, 319. Primus ab actherio venit Saturnus Olympo, Arma Jovis fugiens, et regnis exsul ademtis.... Saepius et nomen posuit Saturnia tellus.

335 Vedi la dotta esposizione del mito di Crono in Buttmann, Mythologus t. II, p. 28 sqq.

336 Sanchuniath. fragm. ap. Phil. Bybl. in Fragm. Hist. gr. t. III, p. 567 sqq. Pel supposto Sanconiatone vedi Movers, Die Phænizier. Bonn 1841, t. I, p. 99 sqq. Renan, Mém. de l'Acad. des Inscr. A. 1858. p. 245. — Fr. Dietrich, De Sanchoniathonis nomine. Marburgi 1864.

337 Manetho ap. Euseb. Chron. I, 20, р. 94 ed. Mai. Charax ap. I. L. Lyd. De Mens. p. 116.

338 Hesiod. Εργ. ν. 168. — Pind. Ol. II, 127.

339 Cic. De N. D. III, 17. — Diod. Sic. V, 66.

340 Thallus ap. Theoph. Ad Autol. III, 29.

341 Plin. H. N. IV, 22. Cf. Avien. Descr. Orb. v. 609 — 14.

342 Strab. X, p. 472.

343 I. Lyd. De Mens. fragm. ed. Bonnae p. 116. Cf. Delle antiche città della Sicilia d'ignota situazione. Nap. 1869, p. 44.

344 Charax ap. I. L. Lyd. De Mens. p. 116. — Carace visse dopo Nerone, perchè questo imperatore celebrava ei suoi successori (Suid. v. Χάραξ).

345 Diod. Sic. III, 61, 3.

346 Id. XV, 15, 3.

347 I. Lyd. De Mens. p. 116.

348 Steph. Byz. υ. Γάβαλα.

349 G. Sippel, De cultu Saturni. Marburgi 1859, p. 71.

350 Dionys. Hal. I, 11. Cf. Macrob. Sat. 1, 7. Steph. Βyz. U. ᾿Αβοριγίνες.

351 Trog. Pomp. ap. Iustin. XVIII, 6.

352 Damasc. ap. Phot. p. 343. — Sanchuniat. fragm. ap. Eusep. Pr. E v. I, 10, 18 — Serv. ad Æn.1, 733. Cf. Movers, Die Phocnisier, t. I, p. 256.

353 Philon. Bibl. fr. 4 sq.

354 Q. Curt. IV, 3.

355 Diod. Sic. XVIII, 86. XX, 14. — Plut. De superst. 20. — Sil. Ital. IV, 766 sq. — D. Hieron. In Jes. XIII, 46. — Tertull. Apolog. 9. Pescen. Fest. ap. Lactant. Di v. Inst. I, 21.

356 Porphyr. De Abst. II, 54. — S. Anast. Orat. ad v. G. Φοινικες καὶ Κρήτες τὸν Κρόνον ἐν ταῖς τεκνοθυσίαις ἐθέσκευον.

357 Schol. Pind. Ol. VII, 160.

358 Lactant. Di v. Inst. I, 21.

359 Heges. ap. Plut. Parall. min. 23, p. 351.

360 Phot. Lex. Σαρδόνιος γέλως.

361 Diod. Sic. XI, 22 sqq. — Theophr. ap. Schol. Pind. Pyth. II, 3. — Plut. Reg. apopht. in Gel. I. Id. De ser. num.vind. 6.

362 Simonid. ap. Phot. p. 500, et Suid. υ. Σαρδόνιος γέλως. — Cf. Plat. Minos 15.

363 F. Nork, Pop. Mythol. P. IX, p. 8 sq. Anche Gillies (Hist. of Greece c. XI, not. 60) sostiene l'inesistenza di Falaride.

364 Schol. Pind. Ol. VII, 160.

365 Zonar. Ann. XIV, 14.

366 Lact. Di v. Inst. I, 21, 3.

367 Nork, Op. cit. p. 19.

368 M. Minuc. Fel. Octa v. 22. — Egli scriveva sulle testimonianze di C. Nepote, Dione Cassio, Tallo e Diodoro.

369 Patrocl. Thur. ap. Arnob. IV, 25.

370 Jul. Firm. Mat. De err. prof. rel. 12.

371 Hellan. et Lysim. ap. Schol. Apollon. III, 1178. — Androt. ap. Schol. Pind. Isthm. VII, 13. — Schol. Eurip. Phoen. 674.Paus. IX, 5, 2. — Amm. Marcell. XIX, 8.S. Hieron. Chron. Euseb. ad ann. ab Abrah. DCLXXXV.

372 Dionys. Rhod. in Fragm. hist. gr. t. II, p. 9. — Hipp. Del. ap. Schol. Apollon. III, 1079.

373 Timagor. ap. Steph. Βyz. υ. Σπάρτη.

374 Il nome della città, ripetuto dall’Α' μύκλαι della Laconia (Homer. Il. B, 584), conferma tale fondazione.

375 Apollod. III, 5, 4.

376 Serv. ad Æn. III, 165. VIII, 319.

377 Festo (fragm. p. 325) scrive: Saturno dies festus celebratur mense Decembri.... et is culturae agrorum praesidere videtur qui deus in Saliaribus Saturnus nominatur, videlicet a sationibus; ma siccome Τάλος, in vece di Kάλος, o il bello, non fu che il Sole, come dice Esichio (v. Τάλος) o il nume che fa pullulare e fiorire, ove il nome stesso si derivò da θάλλω, cosi Saturnus può credersi epiteto dello stesso astro, che fecondando la terra, gli uomini sazia con quanto vi germoglia per alimentarli.

378 Maury, Hist. des rél. de la Grèce t. I, p. 81.

379 Demosth. Ad v. Tim. p. 708. Schol. Aristoph. Nub. 397. — Paus. I, 18, 7. — Маcrob. Sat. I, 10.

380 Paus. VI, 20, 1.

381 Dionys. Hal. I, 12.

382 Id. I, 64.

383 V. nota 1) a p. 18.

384 Herod. I, 57. II, 51. VII, 124. VIII, 115 sq. Cf. Acestodor. ap. Schol. Sophocl. OEd. Col. 1051. — Strab. VII, p. 321, ed altri storici.

385 A questa etimologia non deve fare ostacolo, io credo, la differenza di scrittura tra Σικελία ο συκή, perchè come da φύω provenne φίω fio, donde sum, fui, così da συκή, contratto da συκέη, derivò Σικελία, ed il nome di Sicelia non avrebbe indicato che il paese delle ficaje.

386 Antioch. Syr, ap. Strab. VI, p. 254.

387 Schol. Thucyd. VI, 2, 20.

388 V. p. 22.

389 V. p. 41 seg.

390 Plin. H. N. III, 9, 16. Nel testo leggesi Sicani e Sifolenses, ma da emendarsi in Sicolenses con nome analogo Α' Σικουλήνσιοι, da Tolomeo (III, 3,6) ricordati nella Sardegna, e che certamente appartennero agli stessi popoli.

391 Polyb. XII, 5.

392 Thucyd. VI, 2, 4.

393 Plut. Rom. 1.

394 Hellan. ap. Dionys. I, 18.

395 Petit — Radel, Exam. analyt. et tableau comp. des synchron. de l'hist. des temps héroïq. de la Grèce. Paris 1829, p. 155.–Più prudente fu Clavier, il quale, se credette agli antenati di Nanas (Hist. des prém. temps de la Grèce t. II, p. 250), nol fece venire in Italia.

396 Pherec. fragm. 48, 50. — Acus. fr. 27.— Apollod. II, 7, 7 sq.

397 Φραστήρ, Clocutor, per gli oracoli.

398 Tzetz. ad Lycophr. 1244.

399 A' navigatori Marsigliesi allude ancora il favoloso re Nano, il quale la propria figliola Petta dava in isposa al Foceese Euxeno (Aristot. ap. Athen. XIII, p. 586), cioè il buon ospite (εὔξενος), che stabilivasi su quella spiaggia, perchè πεττω significa ritenere, donde la favolosa figlia di Nano, il fatto cioè de' Foceesi rimasti a fondare ed abitare Marsiglia. Nè diverso si dirà Nannaco, l'antichissimo re de' Frigi anteriore a Deucalione (Hermog. ap. Zenob. Prov0. VI, 10. — Suid. c. Νάννακος. Steph. Β. υ. Ικόνιον), il quale sembra di alludere alla tradizione di Noè, perché preveggendo il diluvio, i figliuoli riuniva in un tempio, ei numi supplicava pel futuro disastro.

400 Serv. ad Æn. X, 180.

401 Conon. Narrat. 13. — Poliaen. Strat. VII, 47. Steph. Βyz. υ. Σκιώνη. — Tzetz. ad Lycophr. 921.

402 Ps. Arist. De Adm. 109, p. 243 ed. Beckmann.

403 Caes. et Sempron. ap. Aurel. Vict. Orig. gent. rom. 10. — Serv. ad Æn. VII, 1.

404 Apollod. ap. Tzetz. ad Lycophr. 921, 1073. Strab. VI, p. 262. — Etym. M. v. Naistos.

405 Steph. Byz. υ. Σηταῖον.

406 Thucyd. IV, 120. — Strab. VII, p. 278, ed. Didot. Steph. Βyz.υ. Σκιώνη. — P. Mela II, 2.

407 La favolosa tradizione può anche attribuirsi agl'Illirici originati da' Traci, i quali ebbero forse parte alla fondazione di Arpi, perchè certe donzelle che in questa città passavano la vita nel celibato, con succhi d'erbe si tingevano il viso (Lycoprh. Alex. 1151 — 58. Tim. fr. 14. Strab. VII. p. 314), e le nere vesti che portavano i Dauni, uomini e donne, presso i quali l'arsione delle navi dicevasi avvenuta, e che adoravano Minerva Alaica (Ps. Arist. De Adm. 109), al cui culto quelle vergini erano forse addette, e nel cui tempio vedevansi le armi di Diomede e de' suoi compagni, sembrano di accennare alla stessa tradizione, la quale ebbe ad essere in voga nella città di Arpi.

408 Dion. Cass. fragm. 5.

409 Varr. ap. Serv. ad Æn. I, 536. — Virg. ibid. et VII, 85. –Sil. Ital. I, 2. — Claud. in Stilich. II, 262.

410 Antioch. Syr. ap. Strab. VI, p. 254.Aristot. Polit. VII, 9, 2.

411 Serv. ad Æn. I, 536. Oenotria autem dicta est, vel a vino optimo.... vel ut Varro dicit, ab Oenotro, rege Sabinorum. VII, 85. Oenotria tellus, proprie Sabinorum tractus.

412 Justin. XX, 1. — Cat. Cn. Gell. et Hygin. ap. Serv. ad Æn. VIII, 638.

413 Plut. Rom. 15. Num. 1.

414 Dionys. Hal. II, 49.

415 Gerlach, Die älteste Bevölkerung Italiens. Basel 1953.

416 R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. 1, p. 240.

417 V. nota 7) a p. 70.

418 Serv. ad Æn. I, 6. Italus enim, rex Siculorum, profectus e Sicilia, venit ad loca, quae sunt juxta Tiberim, et ex поmine suo appellavit Italiam. Id. ibid. 537. Italus, rex Siciliae, ad eam partem venit, in qua regnavit Turnus.—Messa da canto la persona favolosa d'Italo, la testimonianza di Servio è vera, se per la Sicilia s' intende la regione della Tracia, che sembra la vera patria originaria de' Sicoli; ma egli intendeva l'isola dello stesso nome. Per cagione de' Liguri, che secondo alcuni storici scacciarono i Sicoli (Serv. ad Æn. XI, 317), altri supposero Iatlo re de' Liguri (Id. ib. I, 537).

419 Pisand. ap. Steph. v. Οἰνωτρία.

420 Hecat. ap. Steph. Byz. υ. Δεξάροι.

421 Dionys. Hal. II, 49.

422 Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 69.

423 Dionys. Hal. I, 28.

424 Nicostr. ap. Fest. v. Senaculum. — Questo Nicostrato fu forse il Sofista di Trapezunte, il quale scrisse i fatti degl'imperatori Filippo e Decio (Evagr. Hist. V, 24).

425 Macrob. Sat. I, 8, p. 102 ed. Panck.

426 Xenag. ap. Dionys. Hal. I, 63.

427 Dionys. Hal. I, 17.

428 Cato ap. Priscian. V, 12, 65, ар. А. Gell. III, 1, 9.

429 Fr. Gerlach. Die älteste Bevölkerung Italiens. Basel 1835. — W. Froehner, Revision der Unteritalischen Ethnographic. Gottingen 1858.

430 Gerlach, Mem. cit. p. 35

431 V. p. 42.

432 V. p. 13.

433 Vary. De L. L. IV, 8. Palatium, quod Palantieis cum Evandro venerunt, aut quod Palatini Aborigines ex agro Rcatino, qui appellatur Palatium, ibi consederunt. Questa testimonianza di Varrone fa conoscere chiaramente, che vi fu una città di Palatium edificata dagli Arcadi nell'agro di Reate, dalla quale poi si condussero a fondar l'altra sopra uno de' sette colli, dove poi fu Roma. — Solino (p. 28) narra la cosa a rovescio, col dire: Palatium nemo dubitaverit, quin Arcadas habeat auctores, a quibus primum Pallanteum oppidum: quod aliquandiu Aborigines habitatum, propter incommodum vicinac paludis, quam praeterfluens Tiberis fecerat, profecti Reate, postomodum reliquerunt. Cosi scrisse Solino per le due città omonime nella Sabina e dappresso al Tevere, allegando per cagione dell'abbandono di questa la palude del Tevere, che fu anche cagione della fondazione dell'altra; magli Arcadi dalla Brenta a Cliternia facilmente fan pensare il contrario, e preferire in vece la testimonianza di Varrone.

434 Serv. ad Æn. X, 180. Cato Originum 1, qui Pisas tenuerint ante adventum Etruscorum, negat sibi compertum; sed inveniri Tarchontem, Tyrreno oriundum, postquam eorum locorum dominium ceperit, Pisas condidisse; cum ante regionem eandem Teutones quidam, Graece loquentes, possederint.... Alii incolas eius oppidi Teutas fuisse, et ipsum Teutam поminatum. Plin. H. N. III, 8, 1. Colonia Luca a mari recedens, propriorque Pisac inter amnes Auserem et Arnum, ortae a Pelope Pisisque, sive Teutanis, gracca gente. I Teutoni di Catone e i Teutani di Plinio furono i Teutidi di Teuti, città di Arcadia (Paus. VIII, 28, 4 sqq. Cf. Noris, Cenotaph. Pis. Diss. I), fondatori della città poi detta Pisa dagli altri coloni che vi sopravvennero dalla città di Pisa nell'Elide, una parte de' quali andò a fondar Metaponto nella M. Grecia (Strab. V, p. 222). Virgilio alludendo alla seconda colonia disse: Alpheae ab origine Pisae (Επ. Χ, 179). O. Muller (Die Etrusker, Einl. II, 9, 55) sostiene la fondazione anteriore pelasgica, ricordata anche da Licofrone (v. 1359).

435 Paus. VIII, 28, 7. — Id. ib. 35, 9. — Polyb. IV, 70. Paus. —VIII, 4, 5. Id. ib. 35, 9.— Cliternia si nominò dalla città di Cliternum sottostante alla più antica Clitoria sul monte in Arcadia.

436 Originati dalla città di Medeo dell'Epiro (Steph. Βyz. v. Μεδεών) creder si possono i Medoaci della Venezia (Strab. V, p. 216) sulla Brenta, perciò detta Medoacus. Sebastiano Ciampi (Volg. di Pausania t. IV, p. 268, n. 312) ha fatto l'ottima osservazione che da una colonia di Arcadi partiti da Brenta provenne il nome ad un'altra città dello stesso nome nella Venezia, che ha supposto la stessa che Medoaco, ora Chiozza. Brentesio, o Brindisi, ebbe certamente la stessa origine. Dal nome di Falanto, che fu il più antico nome di Taranto, perchè fondata dagli Arcadi di Falanto, s'immagino Falanto, duce della colonia de' Partenii. Cliternia sul Tiferno (P. Mela II, 4. Plin. H. N.III, 16). ricorda la città di Cliternum di Arcadia. E le città di Pallanzio nella Sabina e dappresso al Tevere ebbero per metropoli la città di Pallanzio di Arcadia, la quale sembra fondata da coloni usciti dalla più antica Falanto, perchè di questa Pausania ricorda le rovine (VIII, 35, 9), e l'altra da borgo che era, fu resa città libera coll'immunità delle imposte dall'imperatore Antonino, perchè fu la metropoli di Pallanzio sul Tevere (Paus. VIII, 43, 1 sqq).

437 L. Mazzara, Le Panthéon réndu à son origine. Rome 1845, p. 26.

438 Apollod. III, 12, 13.

439 Paus. VIII, 27, 4. VIII, 29, 5.

440 V. lamem. Gli Arcadi in Italia. Nap. 1876, р. 40 — 44.

441 Dionys. Hal. I, 31. — Steph. Byz. U. Καύνος.

442 Mem. cit. p. 135 seg.

443 Strab. VIII, p. 386.

444 J. Soury, Etudes hist. sur les Religions, les arts de l'Asie ant. et de la Grèce. Paris 1877, p. 207. — La città di Gazor nella Cappadocia è quella che fu detta altrimenti Gaziura da altri (Dio Cass. XXXV, 11. Strab. XII, p. 547. Plin. Η. Ν. VI, 2), e la madre patria, presa e incendiata da uno de' Faraoni (Jos. Fl. VIII, 2, 25), è chiaramente ricordata da Tolomeo (V, 16, 9) col nome di Γάζωρος.

445 J. Tristan, Comm. hist. t. I, p. 491.

446 Euseb. Chron. ad O1. 120.

447 Strab. VII, 26. — Steph. Βyz. τ. Βέροια. — Cf. Nonni Dionys. XL, 469.

448 Steph. Byz. υ. Βουραία.

449 Oros. Hist. II, 3.

450 Strab. VI, p. 263.

451 Strab. VIII, p. 373.

452 Strab. VIII, p. 384 sq. — Paus. VII, 25, 8. — Ælian. De Nat. Anim. XI, 19.

453 Schol. Apollon. IV, 553. — Serv. ad Æn. III, 171, 477. —Tzetz. ad Lycophr. 44, 696.

454 Scymn. Ch. Perieg. 225. Clin. ap Fest. p. 269. — Cf. Storia delle due Sicilie t. I, p. 458.

455 Callim. ap. Strab, I, 46. — P. Mela II, 3.

456 Liv. I, 56. — Dionys. Hal. IV, 63. — Cic. De Nat. D. III, 19. — Strab. V, p. 232.

457 Homer. Odyss. x, 135 sqq. Cf. Apollon. Rh. IV, 659. — Apollod. I, 9, 1.

458 Strab. IX, p. 395.

459 V. p. 9 sg.

460 Dionys. Mytil. ap. Schol. Apollon. 111,200. — Da figlia del Sole secondo Omero (Odyss. K, 138) diventa del Sole e della Luna sacerdotessa negli scrittori meno antichi (J. Antioch. fr. 24, 9. — Malala, Chronogr. p. 117, 21.

461) Callim. ap. Strab. I, p. 46. V, p. 215.

462 Gli Ausoni, che Strabone (VI, p. 256) ricorda come fondatori di Temesa, furono gli Eolii; e Scilacio nella M. Grecia volevasi edificata da Ulisse, che vi fece naufragio (Serv. ad Æn. III, 553). Perchè narravasi che Ulisse naufragò anche alla spiaggia di Mila (Ptol. Hephest. V, 5), ora Milazzo, nella Sicilia, anche colà si stabilivano probabilmente gli Eolii. E se Virgilio (Æn. VI, 529) hortator scelerum nomino l'Eolide Ulisse, fu perchè gli Eolii furono soverchiatori e pirati.

463 Pind. Ol. II, 141. Schol. Pind. Pyth. III, 153, 167. — Strab. I, p. 46. VII, 326. Paus. IX, 5,1. — Steph. Byz.υ. Βουθόη.

464 Uschold, Gesch. des Trojan. Kriegs. Stuttg. 1832, p. 242, 259.

465 Odyss. T, 407 sq.

466 Poiché al contrario Autolico dicevasi figlio di Ermete (Apollod. I, 9, 16), е per favore dello stesso nume tutti superò nell'arti del rapire e dell'inganno (Homer. Odyss. T, 394), per lo stesso Ermete è stato Autolico spiegato da Nork (MYTHOL. WÖRTERB. v. Autolycus); in guisa che essendo il lupo ed il cane dello stesso genere, Aὐτόλυκος sarebbe lo stesso che Ermete κύνο — κέραλος.

467 Tzetz. ad Lycophr. 344. — Eustath. in Homer. 1701, 60.

468 Hesiod. Theog. 1016. — Parthen. Erot. 3. — Paus. VIII, 12, 3.

469 Homer. Il. II, 659. XV, 531. Cf. Strab. VIII, p. 338.

470 Strab. V, p. 220. In concordanza della loro origine dicevasi Eolo re della Tessaglia, e che Endimione dalla Tessaglia condusse gli Eolensi nell'Elide (Apollod. I, 7, 3; ib. 7, 5).

471 Tra la Messenia cioè e l'Elide (Parmenisc. ap. Steph. B. v. Ε΄φυρα), nell'Arcadia, nell'Etolia, nell'Atamania, e nelle isole Cicladi Melo ed Icaria.

472 Steph. Byz. υ. Εφυρα.

473 Cineas, Epaphroditus, et Steph. ib.

474 Spiegando Suida il nome degli Ausoni (υ. Αὐσονίων) soggiunge: καὶ αὔσονες οἱ Βασιλεῖς παρὰ τὸ αὔσω, τὸ τολμω. οἱ πάντα επιτόλμωντες τή προστάγματι; cioè: Et Ausones (sunt) ipsi Reges, ab αΰσω, i. audeo, ausus sum. Qui suis mandatis omnia audent.

475 Elian. V. H. IX, 16. –Virg. Æn. VII,

476 Dionys. Hal. I, 71.

477 Dionys. Hal. IV, 45. — Ovid. Fast. III, 92. IV, 71. — Plut. Parall. min. 41.

478 Saggio di Lingua etrusca. Firenze 1825, p. 531.

479 Fest. p. 190. Cf. Non. De comp. doctr. p. 84, 19, e gli esempi nel Forcellini della voce cops, lo stesso che ops, né diversa che per la pronunzia.

480 Plin. H. N. III, 9, 6. A Circciis palus Pomptina est, quem locum XXXIII urbium fuisse Mucianus ter Consul prodidit.

481 Serv. ad Æn. XI, 630.

482 Ampère, Hist. de Rome à Rome t, I, p. 200.

483 Serv. ad Æn. VII, 795,

484 Serv. ad Æn. XI, 317. VII, 795. VIII,

485 Serv. ad Æn. VIII, 51. III, 170.

486 Plin. H. N. III, 9, 16. XIV, 8, 7. — Cf. Cic. De Arusp. resp. 10.

487 La cretese città di Λατώ fu quella che poi si nominò Καμάρα (Xen. ap. Steph. Β. Ο. Καμάρα). In una iscrizione di Creta più volte sono ricordati i Λατίοι, la cui città ebbe a dirsi Λατώ, ο Λατώς. (Chishull, Antiqq. asiatiques p. 129, 134), ed ora Spina Longa (Höck, Kreta t. I, p. 416). Se per l'origine greca del nome di Latium fa al proposito confrontarlo coʼ Λατίοι di Creta, ricordati anche da una moneta (Eckhel, t. II, p. 315), inconsistente è la colonia cretese nel Lazio, alla quale pensava Clavier (Hist. des premiers temps de la Grèce, t. II, p. 261). Cf. J. Rubino, Beiträge zur Vorgesch. Italiens. Leipz. 1868, p. 53 seg.

488 Strab. Х, р. 451.

489 Ps. Arist. De admir. ausc. 97.

490 Herod. VII, 176, — Strab. IX, p. 444.

491 Schol. Lycophr. v. 913. — Cf. Ephor. ap. Steph. Byz. υ. Χυτόν. — Cf. Arist. Polit. V, 2. — Strab. XIV, p. 645.

492 Strab. XIII, p. 621. — Auct. Vit. Homer. 38. Strab. XIII, p. 582.

493 Vedi le autorità di quanto ho detto nel passo trascritto nella mia Storia delle Due Sicilie t. II, p. 105 seg.

494 V. p. 51.

495 Suid. υ. Τυραννίων, ed. Bernhardy. (Halis. 1853, t. II, p. 1246. Cf. Planer, De Tyrannione grammatico. Berlin, 1852, p. 29 sq. Athen. XV, p. 680. — Cf. Bekker, Anecd. p. 1184. — Cramer, Anecd. IV, р. 147. — Dionys. Hal. I, 89. — Quintil. I, 6, 31. — G. Lido (De Magistr. I, 5) scrive lo stesso, ma dagli Arcadi dice diffuso l'eolico dialetto nel Lazio. Vedi anche Backmann, De Origg. Latinae Linguae. Mulhus. 1613 in 8. °. Voss, Etymolog. Latinum. Amstel. 1701.— E v. Scheid, Proleg. Ad Etymol. L. Lat. Io. Dan. a Lennep. cum Ind. Etymol. voc. Latin. Traj. ad Rh. 1790. – L. Ross, Italiker u. Gräken. Lateinisch ist Griechisch. 2. Bearb. Halle 1859.

496 Athen. X, р. 425.

497 Serv. ad Æn. IX, 616. Cf. VIII, 564, S. Hicron. Ерр. 64, 85.

498 Veget. 1, 20. — Suid. υ. Πίλος.

499 Eustath. p. 804,18. –Millin, Galér. myth.

500 Dion. Cass. LIX, 7.

501 Plin. H. N. XXXV, 36.

502 Catull. 38, 1 — 2. — Fest. v. Pillea.

503 R. Rochette, Odysseide. Paris..... p. 241.

504 Ursin. Famil. Rom. Paris. 1663, p.163.

505 Eurip. Ihp. Aul. 524.– Ovid. Met. XIII, 31. — Hygin. fab. 201. Cf. Uschold, Gesch. des Trojan. Krieges. p. 234. Cf. Nork, v. Sisyphus.

506 Aristoph. Acharn. 439.

507 Non. XII, 38. Cf. Juven, XII, 81 sq. Petron. Sat. 103.

508 Dion. Cass. fragm. 3, ed. Sturz. Lips. 1824, t. I, p. 11. — Cf. Tzetz. ad Lycophr. 1232, ed. L. Sebastiani (Romae 1803), p. 315.

509 Dall'antico casno per cano provenne casmen, e Casmenta, donde Carmenta (Voss. Etym.). Ma casmo derivó dal gr. ἀσμός, coll'aspirazione casmen.

510 Questo dimostra che non fu egli un uomo, ma nume, e, come è noto, il Pane degli Arcadi.

511 Di queste stolte etimologie (ἀτόπων ἐτιμολογίῶν) una ne indica lo stesso Dionigi (I, 23), che la dice di Polibio, cioè che il nome di Pallanteo derivò da Pallante, un giovinetto ivi morto, nato da Ercole e da Cauna, figlia di Evandro; ed altre due ne riferiva Varrone (De L. L. V, 53), cioè da Palanto, consorte di Latino, o dal belato delle pecore (!!) che uscivano ai pascoli, così che il poeta Nevio la città edificata dagli Arcadi nominò Balatia. La vera etimologia è la prima riferita da Dionigi, e dallo stesso Varrone, che dice: quod Palantieis ex agro Reatino, qui appellatur Palatium, ibi consederunt; cosi che stando a quest'ultima testimonianza conosciamo che gli Arcadi dalla prima città ch'edificarono in quel di Reate col nome di Παλάτιον, da quello della loro metropoli, si condussero sul colle poi detto Palatino dal nome della città che vi fondarono, ripetendovi lo stesso nome di Παλάτιον. Altre assurde etimologie, da Pallantia, figlia di Evandro, violata da Ercole, ed ivi sepolta, o da Pallante, figlio dello stesso Evandro, dopo la morte del padre ucciso in una sedizione, sono riferite da Servio (ad Æn. VIII, 51). Da' nomi de' luoghi o delle città gli antichi facilmente supponevano le persone, a cui attribuivano fatti immaginarii e favolosi, che per lo più si riducono ad amori, ad uccisioni, a rapine, e cose simili, che ci conta tutta la mitologia.

512 Tra questi monumenti Dionigi (I, 23) indica i principali negli altari dedicati a Carmenta appiè del Campidoglio presso la porta perciò detta Carmentale, e quelli consecrati ad Evandro appiè dell'Aventino, non lungi dalla Porta Trigemina.

513 Per tutti questi riti e sacre cerimonie, che Dionigi attribuiva agli Arcadi, veggasi la dotta dissertazione di Zinzow (De Pelasgis Romanorum sacris. Berol. 1851 in 4.°), il quale li attribuisce in vece a' Pelasgi.

514 Dionys. Hal. I, 22 — 24. — Per le lettere portate in Italia dal profugo Evandro veggasi anche Igino, fab. 277.

515 Accennava questo storico di Evandro quando narrava de' gemelli trovati presso l'antro dagli Arcadi consecrato a Pane (Dionys. Hal. 1, 79).

516 Liv. I, 5. — Virg. Æn. VIII, 51, 154. — Ovid. Fast. I, 471. V, 91. — Plut. Quaest. Rom. 56. Paus. VIII, 43, 2.

517 J. Lyd. De magistr. I, 21.

518 Martial. XII, 1. — Horat. Sat. 11, 6, 114. — Stat. Achill. II, 27.

519 Varr. De L. L. II, 9.

520 J. Lyd. De Magistr. I, 21.

521 Herod. I, 68. — Paus. III, 3, 6.

522 Paus. VIII, 43, 2.

523 Sickler, Handb. d. alt. Geogr. Cassel 1824, p. 262.

524 Dionys. Hal. I, 22. — Paus. VIII, 43, 2. — Apollod. III, 12, 5. Cf. Hygin. fab. 90. Serv. ad Æn. VIII, 130.

525 Dionys. Hal. I, 31. — Plut. Quaest. R. 56. — Serv. ad Æn. VIII, 336.

526 Paus. VIII, 43, 2.

527 Hesiod Theog. 344. –Strab. VIII, р. 343, 289.

528 Aurel. Vict. Origg. с. 5.

529 Serv. ad Æn. VIII, 336.

530 Serv. ad Æn. VIII, 130.

531 Homer. H. in Merc. 3, 19, 89, 183. Hesiod. Theog. 938. — Apollod. III, 10, 2. Eustath. ad Hom. p. 184, 10. — Cf. Schol. Eurip. Orest. 988.

532 Perchè credevasi che Mercurio più degli altri Dei custodisse e propagasse le greggie, in più città della Grecia fu adorato coll'ariete accanto, come a Corinto (Paus. II, 3, 4), coll'ariete addosso, come a Messene (Id. IV, 33, 4), e a Tanagra (Id. IX, 22, 1), e coll'ariete sotto l'ascella gli Arcadi di Feneo ne consecrarono l'immagine nel tempio di Giove in Olimpia (Id. V, 27, 8).

533 Aristoph. Thesm. 977. — Paus. VIII, 16, 1. ib. 36, 10. — IX, 20, 3. ib. 22, 1. — Schol. Soph. Phil, 1459. — Ovid. Fast. V, 670 sqq.

534 Herod. IX, 26, 5. Apollod. III, 10, 6. — Diod. Sic. IV, 58. — Paus. VIII, 45, 3.ib. 53, 10. Steph. Byz. v. Ἐκαδήμια.

535 Paus. VIII, 3, 4; ib. 45, 1.

536 Plut. Thes. 32.

537 Serv. ad Æn. VIII, 51. — Ovid. Fast. I, 480.

538 Plut. Philopom. 18, 8.

539 Eckermann, Lehrb. d. Mythologie t.. II, p. 205.

540 Nork, v v. Carmentiset Evander.

541 Apollod. III, 12, 5.

542 Uschold, Troj. Krieg. p. 143.

543 Strab. V. p. 222.

544 Eustath. ad Il. II, 818. – Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. I, p. 257 sqq.

545 Preller, Mythol. Rom. trad. par Dietz. Paris 1865, р. 251.

546 Serv. ad Æn. VIII, 336. — Macrob. Sat. II, 7. — Ovid. Fast. I, 633. — A.

547 Apollon. Argon. IV, 800. — Ovid. Met. J, 321. — Serv, ad Æn. IV, 246.

548 Æschyl. Eum. 2 — 4. — Apollod. I, 4, 1. — Paus. X, 5, 3. 56.

549 Ovid. Met. IV, 643.

550 Dionys. Hal. I, 31. — Plut. Quaest. R.

551 J. Lyd. De Mens. IV, 52.

552 Paus. II, 19, 6. — Plut. Ротр. 88. —Таcit. Ann. XIV, 20. — Un Afrodisio villaggio fu anche in Arcadia (Paus. VIII, 44, 2), così detto dal culto di Afrodite, come i molti Artemisii, da quello di Artemide, o Diana, che ho contati almeno fino al numero di quindici.

553 Ovid. Met. IV, 368. — Hygin. fab. 271.

554 Paus. I, 19, 2.

555 Movers, Die Phoenizier t. I, p. 151 sg.

556 Homer. Odyss. VIII, 335. XIV, 435. Perciò fu detto Μαιαδεὺς, ο Μαιάδης (Hipponact. Ephes. fr. 9, 10, ed. Welcker. Gott. 1817).

557 Per l'invenzione che gli si attribuiva de' geroglifici, delle arti, della musica e dell'astronomia (Plat. Phaedr. p. 274. Jambl. De myst. Aegypt. VIII, 1), si è congetturato che il nume Thot, Theuth, o Taaut secondo i diversi dialetti, dinotasse il verbo, o la parola, equivalente al λογος di Platone (Wilkinson, Manners and customs of ancient Ægyptians v. II, p. 3). Ma Jablonsky (Pantheon Egypt. v. Thot) dimostrava che Thot significa stela, o pilastro, e siccome gli Egizii i loro trovati e cognizioni scolpivano su pilastri, che nascondevano nelle siringhe, o aditi de' templi, così Thot altro non fu che la personificazione dell'egizia sapienza sulle colonne scritta o scolpita; e solo in questo senso può dirsi che dinotasse il verbo, o la ragione, che viene da Dio, e che trovava le arti e le scienze.

558 Per Cadmo, che inventava le lettere, e le portava nella Grecia, e che fu lo stesso che Ermete, veggansi Ecateo (in Bekker. Anecd, I, p. 783), Eforo (ap. Clem. Alex. Strom. I, p. 362), Diodoro (V, 57, 5; 58, 3; 74, 1), e Gellio (ap. Plin. H. N. VII, 57). Cf. Welker, Kret. Colon. in Theben p. 31, nota 74. — Neuhaeuser, Cadmilus. Lips. 1857. — Lenormant, La legende de Cadmus nell'opera intitolata Les premières Civilisations. Paris 1874, t. II, p. 313 sqq. — K. Faulmann, Neue Untersuch. üb. d. Enstehung d. Buchstabenschrift u. d. Person d. Erfinders. Wien 1876.

559 Nominavasi perciò "Αγγελος εἰς ᾿Α· ί· δην (Homer. H. II, 572), χθόνιος e νύχιος (Æschyl. Choeph. 727), πομπαίος χθόνιος (Soph. Αj. 832), ταμίας τῶν ψυχῶν, ο πυλαῖος (Diog. L. VIII, 1, 31), ο νεκροπομπός, ψυχοπομπός, ψυχαγωγός (Ευstath. ad Hom. p. 561). E tra quelli che licentia Parcarum ab inferis redierunt è da Igino (fab. 251) annoverato Mercurius Maiae filius, assiduo itinere.

560 Arcad. VIII, 43, 2.

561 Nork, v. Evander.

562 Herod. II, 51, 3.

563 Herod. II, 59 sq. Dionys. Hal. I, 14.

564 Diod. Sic. III, 67, 4. — Plin. H. N. VII.

565 Sulla Dodona della Tessaglia vedi le autorità di Filosseno, di Cinea, di Mnasea e di altri in Stefano ν. Δωδώνη; e per le donne che fondarono l'oracolo in quella dell'Epiro, la dissert. di Perthes, Die Peleiaden zu Dodona. Moers 1869. Cf. F. D. Gerlach, Dodona. Basel 1859.

566 J. L. Lyd. De Mag. I, 15.

567 V. p. 88.

568 Strab. VIII, 334? — Gelbke, De Dialecto Arcadica. Lipsiae 1869, p. 10.

569 E. Beulé, Etudes sur le Peloponnèse. Paris 1835, p. 135. Cf. Suchier, De victimis humanis. Hanau 1848, p. 15 sqq. — L. F. A. Maury, Hist. des Religions de la Grèce ant. Paris 1857, t. I, p. 184, t. II, p. 104.

570 Dionys. Hal. I, 15.

571 Perchè distinguer non si possono due città di Elide, una dell'Arcadia, ed un'altra dell'Elide propria, come dice Stefano (0. 'Ήλις), s' intende bene che l'una regione fu popolata da' più antichi abitatori dell'altra, perchè erano vicine.

572 Macrob. Sat. I, 7, p. 100, ed Panck. Fest. p. 91, e 207. — Varro, De L. L. VI, 25.

573 Aristot. et Dercyll. ap. Plut. Parall. 35, e 38. — Tzetz. ad Lycophr.183. — Schwenck ap. Heffter, Relig. d. Griech. u. Römer p. 502.

574 Plin. H. N. XXX, 3. DCLVII demum anno Urbis, Cn. Cornelio Lentulo, P. L. Crasso Coss., senatus consultum factum est, ne homo immolaretur: palamque fuit in tempus illud sacri religiosi celebratio.

575 Liv. XXII, 57. — Plut. Quaest. R. 83. Oros. IV, 13. — All'ultimo di tali sacrifizii si riferisce la simile testimonianza di Plinio (H. N. XXVIII, 3).

576 V. la citata dissertazione di Suchier dalla prima alla pag. 14.

577 Soph. Aj. 190.

578 Dionys. Hal. I, 25.

579 Strab. V, p. 222. — Virg. Æn. X, 179. Alpheae ab origine Pisae.

580 Homer. II. B, 605. — Paus. VIII, 14, 1 sqq. distingue l'antica dalla nuova; e Stefano (0. Φενεός) dice ch'era sul monte Cillene, e confinante a Clitoria verso borea.

581 Varro ap. Serv. ad Æn. III, 167: Graeci, et Varro Humanarum rerum, Dardanum non ex Italia, sed de Arcadia urbe Pheneo oriundum dicunt.

582 Strab. VIII, p. 388.

583 Paus. VIII, 14, 4.

584 Pouqueville, Voyage de la Grèce t. V, p. 330,333. — H. M. Baird, Modern. Greece Lond. 1856, p. 216.

585 Herod. VIII, 73. — Paus. V, 1, 2. — Cic. De Rep. III, 10. Arcades et Athenienses commenti sunt se de terra, tanquam hos ex arvis musculos, extitisse.

586 Apollon. Argon. IV, 264. — Ovid. Fast. 11, 190. — Cf. Heyne, Opusc. t. II, p. 342 sqq.

587 Hesiod. ap. Apollod. II, 1.

588 Senofonte (Hell. VII, I, 23) dice soltanto ch'erano la sola nazione della Grecia, che vantar potevasi d'essere indigena.

589 Pouqueville, Voyage cit. t. V, p. 312, 314.

590 Odyss. XIII, 275.

591 Gell ap. Chr. Theod. Schwab, Arcadien. Stuttgart. u. Tubingen 1852, p. 44.

592 Plin. H. N. III, 17, 1. — Ptol. III, 1, 56.

593 Ptol. III, 1, 56. Cf. Plin. H. N. III, 17, 1.

594 Steph. Βyz. υ. Ήλις.

595 Scylax, Peripl. 45.

596 Homer. Odyss. VIII, 493. — Aristot. De Adm. c. 108, p. 36, ed. Westermann.

597 Paus. VIII, 28, 4.

598 Cat. ap. Serv. ad Æn. X, 179.

599 Serv. ad Æn. X, 179.

600 Mus. Crit. v. I, p. 356.

601 Herb. Marsh, Horae Pelasgicae. Cambridge 1815, р. 130

602 Paus. VI, 21, 8. — Steph. Βyz. υ. Αρπινα. Strab. VIII, p. 356.

603 Strab. VIII, p. 337.

604 C. Troya, Storia d'Italia nel medio evo, t. I, p. 57.

605 R. Rochette, Journal des Savants 1853, p. 65 sqq.

606 Suct. J. Caes. 81.

607 Herod. I, 67. — Paus. III, 3, 3 sq. VIII, 54, 3. — Filostrato (Her. I, 2) in vece di Tegea nomina Nemea, dove si dissero scoperte le ossa di Oreste; e Servio (ad Æn. II, 116), le dice ancora scoperte in Aricia, e di là trasferite a Roma, dove esser dovevano uno de' pegni della città. — Per la narrazione simile delle ossa di Teseo, vedi Plutarco (Thes. 36), e Pausania (III, 3, 7).

608 R. Rochette, Mém. cit.

609 Hecat. ap. Steph. Byz. υ. Κάπνα. — Strab. VIII, p. 388. — Dionys. Hal. VII, 10.

610 Apollod. III, 28, 2. — Virg. Æn. VI, 768.

611 Paus. VIII, 28, 4. — Altrove dice che conduttori della colonia furono in vece Telefo (I, 4, 6. IX, 5, 14) ed Agapenore (VIII, 5, 2; ib. 10, 10; 53, 7), entrambi come eroi venerati in Arcadia, quando che furono in vece epiteti di Apollo, il primo lo stesso che Apollo σμινθεύς della Misia, di cui dicevasi re (Diod. IV, 33), e l'altro come amante (αγαπῆνορ per ἀνήρ) di Elena (Apollod. II, 9, 8), cioè della Luna.

612 Paus, X, 10, 6.

613 Ariston. ap. Dionys. Hal. I, 40. — Polyb. II, 52. Steph. Βyz. v. Καφνία.

614 Ariaeth. Teg. ap. Dionys. Hal. I, 49. Strab. XIII, p. 608.

615 Paus. VIII, 14, 5 sq.

616 Strab. VIII, p. 333.

617 Theop. ap. Steph. Byz. υ. Αἰολίον.

618 Apollod. III, 12, 2.

619 Ruckert, Troja's Urprung. p. 102.

620 Pouqueville, Voyage de la Grèce t. V, p. 332.

621 Fest. v. Tifata iliceta, p. 366.

622 Con quelli di Condilea ed Apancomene presso i Cafiati (Paus. VIII, 23, 6 — 7), d'Ippia, Eurippa e Pironia presso i Feneati (Id. VIII, 14, 5; ib. 15, 9), e d'Imnia.

623 Ariston. ap. Dionys. Hal. I, 40.

624 Agatill. ap. Dionys. Hal. I, 49.

625 Storia delle Due Sicilie t. III, p. 239 sq.

626 Paus. V, 1, 4.

627 Liv. IV, 37. — Serv. ad Æn. X, 145.

628 Dionys. Hal. I, 29.

629 Dionys. Hal. I, 33.

630 Serv. ad Æn. VIII, 564. Varro dicit, omnes qui feccrunt fortiter, Hercules vocabantur: licet eos primo XLIIII enuтеraverit.

631 Serv. ad Æn. VIII, 203. Solus Verrius Flaccus dicit Garanum fuisse pastorem magnarum virium qui Cacum afflixit. Omnes autem magnarum virium apud veteres Hercules dictos. Cf. Lacroix, Relig. des Romains. Paris 1846, p. 96 sq.

632 J. Uschold, Gesch. des Troj. Krieges. Stuttgart 1863. Beil. Ueb. d. Abstammung der Pelasger u. ihres Heros Herakles, p. 199 — 235. — Sull'origine orientale, e pel significato del mito solare di Ercole, il quale poi divenne un greco eroe, vedi Ph. Buttmann, Mythologus. Berlin 1828, t. I, p. 246 — 72. — A. Vogel, Hercules sec. Graecor. Poetas et Histor. antiquiores. Halis Sax. 1830. — F. C. Movers, Die Phönizier. Bonn 1841, t. I, p. 438 sqq. L. F. A. Maury, Hist. des Rélig. de la Grèce. Paris 1857, t. 1, p. 523 sqq. — R. Rochette, L'Hercule Assyrien, ecc. — Alex. Deustermann, De Herculis Itineribus versus Occidentem. Monast. 1862. Tutti questi scrittori per la piena intelligenza del mito riferiscono le opinioni e le spiegazioni de' loro antecessori, e convengono nel considerare Ercole come il Sole, come aveva già detto Mimnermo a' di di Solone.

633 Vedi nota (3), p. 110.

634 Cass. Hem. ap. Aurel. Vict. Or. G. R. c. 8. Cf. Virg. Æn. VIII, 269.— Ovid. Fast. I, 482.

635 Serv. ad Æn. VIII, 269.

636 R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. I, p. 395 sqq.

637 De Luynes, Le Nummus de Servius Tullius. Paris 1859, p. 42.

638 Vell. Pat. I, 6, 5. — Iustin. VII, 1, 7. Cf. L. Flathe, Gesch. Macedoniens. Leipzig 1832, t. I, p. 17.

639 Diod. Sic. VII, 15.—Solin. p. 120 ed. Pank. Cf. Euseb. Chron. p. 169. — Suid. v. Κάρανος.

640 L'alterazione del nome Caranus in Garanus in Verrio Flacco potè facilmente avvenire per una sola lettera; mala lezione Recaranus in Aurelio Vittore credo originata dalla postilla Rex, messa al margine del libro per ispiegare la greca voce Κάρανος, e poi aggiunta alla voce Caranus.

641 È notabile che nell'elenco de' re della Macedonia di Eusebio e Dexippo riferito da Clinton (Fasti Hell. Lips. 1830, p. 237) ricorrono almeno due nomi, che s' incontrano nella lista de' re di Argo, cioè Thurimas o Turimmas, ed Aeropus.

642 P. e. Klausen, Encas u. d. Penaten. Hamburg 1840, p. 936.

643 Paus. IX, 40, 8.

644 Dicasi lo stesso almeno di Temeno, Medon, e Testio, che si annoverano tra' re Dorii di Argo prima di Aristodamida e di di Fidone 1; e pel primo rimettendomi alla mia Mem. Su' re favolosi dell'Argolide, dico che Medon, cioè il re, si dirà un attributo simile a Carano, come Testio è spiegato dall'omonimo figlio di Ares ere dell'Etolia (Schol. Apollon. I, 146), е Меropo dall'avolo di Fetonte (Ovid. Met. I, 736), o dal supposto re di Coo in aquila trasformato da Giunone (Hygin. P. Astr. II, 16). Qualche dubbio ho pure degli stessi Aristodamida e Fidone I, o almeno sul tempo in cui si fanno regnare, perchè il secondo regnato avrebbe, anziché nel 1104, nel 900 a. C. (K. Diemling, Chron. Studien. Manheim 1863, p. 17). Ma una volta nella tradizione favolosa introdotto da un attributo significante che perdona (φείδιον) il nome di Fidone, si nominò quello del VI secolo a. C. come Carano, uno de' Duci di Alessandro M. (Arrian Exp. IV 6, 1.).

645 Ad un antico vulcano sull'Aventino accenna certamente la favola di Cacus figlio di Vulcano, e che vomitava fiamme dalla bocca (Virg. Æn. VIII, 193).

646 Homer. Il. XI, 223. VI, 299. — Nonn, Dionys. X, 491. XII, 190. — Apollod. III 12, 5. Eurip. Hecub. 3. Serv. ad Æn V, 535. — Hesych. ο. Κισσήεις. Virg. Æn. VII, 320.

647 Paus. I, 31, 6.

648 Anton. Lib. Met. IX, v. Ημαθίδες. – Paus. IX, 29, 2. — Ovid. Met. V, 295 sqq.

649 Plin. H. N. IX, 18.

650 Diod. Sic. I, 17, 4 sq. — Plutarco (De Is. et Osir. 37) dice che l'edera degli Egizii nominavasi Chenosiris, cioè Chen-Osiris; e perchè anche nasceva sul monte Mero nell'India, si suppose la spedizione di Bacco nell'India (Arrian. Indica V, 9); ma i Greci non si condussero ancora in quel paese?

651 Hartung, Relig. d. Römer II, 21 sqq.

652 Dionys. Hal. I, 14. — Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. 1, p. 399.

653 Breislack, Topografia fisica della Campania p. 225 sgg.

654 Rabaut — St. — Étienne è il primo, a mia conoscenza, che coll'Etna spiego il mito di Polifemo (Vedi le sue Opere. Paris. 1826, t. I, p. 225).

655 Dionys. Hal. I, 33.

656 Dionys. Hal. I, 34.

657 Id. I, 34.

658 Strab. VIII, p. 341.

659 Vedi p. 85.

660 Dionys. Hal. V, 12.

661 Id. I, 31.

662 De Div. II, 40. — Cf. Petron. fragm. 44. Plin. H. N. XV, 21.

663 Hecat. et Hellan. ap. Steph. Byz. v. Xaovia. — Theop. ap. Strab. VII, p. 498.

664 Strab. VII, p. 323.

665 Varro ap. Serv. ad Æn. III, 334.

666 Thucyd. I, 46. — Paus. II, 33, 6. — Schol. Aristoph. Pac. 924. — Plin. H. N. IV, 1, 1.

667 Plin. H. N. XXV, 46.

668 Apollod. I, 7, 2. — Conon. Narr. 27. Steph. Byz. υ. Έλλας.

669 Strab. V, p. 221. VIII, p. 345.

670 Strab. VI, p. 254. Cf. XIV, p. 654. Arist. Pol. VII, 9. — Lycophr. v. 983.

671 Hecat. ap. Steph. Byz. υ. Δέξαροι.

672 Petit — Radel, Rech. sur les monuments Cyclopéens. Paris 1841, p. 216.

673 P. 21. ed. Muller: Ameria urbs in Umbria, ab Amiro sic appellata.

674 Enn. Ann. fr. LXX. —Dionys. Hal. 1, 15. — Varro De L. L. 1 V,9. — Cic. De Rep. II, 8. — Liv. I, 13, 36. X, 6. — Ovid. Fast. III, 131. Propert. IV, 1, 31. Serv. ad Æn. V, 560. — Fest. v. Lucomedi pag. 120. — Plut. Themist. I, 4.

675 Paus. I, 33, 2.

676 Th. Henry Dyer, The History of the Kings of Rome. London 1868, p. 52.

677 Fest. v. Romam, p. 266 ed. Muller.

678 Athen. XII, p. 528. Paus. X, 12, 8,

679 Aristot. ap. Plut. Thes. 16, 3. non. Narr. 25. — Cf. Strab. VI, p. 283.

680 Diod. Sic. IV, 29. — Paus. VII, 2, 2. IX, 23, 1. Steph. Βyz. υ. Θέσπεια. — Eustath. ad Il. II, 498.

681 Philochor. fr. 131. – Strab. XIV, p. 638. — Diod. Sic. XVIII, 18.—Clinton, Fasti hell. ad ann. 352. Cf. Muller, Fragm. Hist. Gr. t. II, p. 216, nota.

682 Eustath. ad Dionys. Perieg. 456. Cf. Hesych. v. P΄άμνους.

683 Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 489.

684 Aristot. in Schol. Plat. Axioch. p. 465 ed. Bekker. Plut. Solon XXIII, 8.

685 Paus. I, 30, 4. — Pind. Pyth. IV, 80. Aristoph. Equ. 551 (sul Sunio) Eurip. Phoen. 1707. — Diod. V, 69, 4.

686 Paus. VIII, 25, 5, 10, 2 (a Mantinea). VIII, 37, 10 (presso Acausio).

687 Dionys. Hal. II, 31.

688 Tertull. De spect. 5. — Arnob. III, 31. Serv. ad Æn. VIII, 635. — Reines. Inser. 1, 154. — Ascon. in Verr. II, 10.

689 Con ciò accenna alle XXX Colonie Albane, per le quali è da vedere la Dissertazione del Cav. L. Canina. Roma 1840.

690 Dionys. Hal. I, 35 sq.

691 Dionys. Hal. I, 40.

692 Id. I, 38 — 48.

693 Æn. III, 13 sqq. Uschold, Vorhalle z. Griech Gesch. t. II, p. 315 sqq. — Ruckert, Troja's Urspr. p. 249 — 275.

694 V. Mem. su' Re favolosi della Troade. Nap. 1865.

695 Ariaeth. Teg. ap. Dionys. Hal. I, 49. — Polem. Iliens. ap. Fest. v. Salios, p. 326. — Plut. Num. 13. —Serv. ad Æn. VIII, 285. — Enea dicevasi passato nell'agro di Caphie, perchè l'origine di questa città ripetevasi dal Trojano Capi (Strab. XIII, 608), e pel monte Anchisio, nel quale era fama che seppellisse il padre Anchise (Paus. VIII, 12, 8 sq.); e volevasi passato a Mantinea per le sacre danze guerresche che vi si celebravano simili a quelle de' Salii di Roma (Athen. IV, p. 154. Cf. Muller, Fragm. hist. gr. t. III, p. 126).

696 Fest. p. 329 ed. Muller.

697 Dam. Sig. ap. Dionys. Ha!. I, 72.

698 Vedi p. 7.

699 Agath. Ciz. ap. Fest. p. 269. — Cephal. Gerg. et Hegesipp. ap. Dionys. Hal. I, 49.Serv. ad Æn. VI, 785. — Steph. Byz. U. Bέρέκιντος.

700 Oltre che Diodoro (V, 48) assicurava che i Dardani della Tracia discendevano da' Pelasgi da Dardano condotti nella Troade, per Dardano, ossia il donatore, il quale fondava la città collo stesso suo nome, quella stessa che fu detta Troja, e da cui tutta la Dardania in generale fu nominata (Apollod. III, 12, 1), è da riflettere che, anziché persona storica, eroe e conduttore di colonie, fu un epiteto di Ermete, come Evandro, il quale colle colonie arcadiche qual nume archegete passava a Corito, o Cortona, nell'Etruria, a Creta, a Samotrace, e nella Troade. Se Varrone (ap. Serv. ad Æn. III, 167) il diceva di Feneo, città di Arcadia, per un'altra tradizione favolosa dicevasi nato in un antro della Trifilia, che soggiaceva al monte Foloe dell'Arcadia (Strab. III, p. 346, 358). Le figlie di Teucro, Batia ed Arisbe, a cui sposavasi nella Troade, furono le città cosi dette, che nella stessa regione l'adorarono, come le altre supposte sue mogli Crise e Nesone furono la città di Crise nell'isola di Creta, e l'isola Samotrace, o Nesope soggetta a Lesbo. Heyne (ad Virg. Æn. III, Exc. VI) contentavasi di dire, chele favole che il riguardavano, furono immaginate a Samotrace, e nell'Etruria; ma per la sua genealogia e la sua patria prima di altri era per Ermete spiegato da Völcker, Die Mythol. des Japetischen Geschlechtes. Gissen 1824, p. 96, 129, 193), e veggasi del resto J. Uschold, Gesch. d. Trojanisch. Krieges Stuttgart 1836, t. II, p. 281, e la mia Mem. De Re favolosi della Troade. Nap. 1865.

701 Serv. ad Ecl. I, 20. Cf. Salmas. Plin. Exercit. Traj. ad Rh. 1689 t. I, p. 6.

702 Rutil. Itin. v. 47. — Spart. Hadrian. 19. — Cf. Tacit. Ann. IV, 56. — E. Q. Visconti, Mus. Capit. I, 20. — Mus. Pio Clem. II, 15.

703 Serv. ad Ecl. I, 20.

704 Steph. Byz. υ. Καοῦς. — Cf. Paus. VIII, 25, 1.

705 Steph. Byz. υ. Κυνόσουρα.

706 Cic. De Nat. Deor. III, 22.

707 Suct. Claud. 25. Cf. Gruter. Inscr. p. LXXI, 1. Liv. II, 5. — Epit. Liv. XI.

708 Liv. X, 47. — Ovid. Met. XV, 622 sqq. Val. Max. VIII, 3.

709 Herod. I, 172. — Strab. XIV, p. 652.

710 Paus. VIII, 53, 4. — Euseb. Chron. II, p. 47.

711 Larcher, Chronologie d'Herodote, Sect. II, § 11. — R. Rochette (Hist. des Col. gr. t. I, p. 268) con la stessa data fa passare i Sicoli nella Sicilia, ma pone la venuta de' Pelasgi che li discacciavano con gli Arcadi 126 anni prima, cioè nel 1496 (ib. p. 294), supponendo perciò in tal periodo di tempo da essi fondate le città diverse, che con più, o meno di verosimiglianza vengon loro attribuite; ma tali fondazioni sembrano posteriori al tempo in cui a Roma si stabilirono, se giunti appena secondo Dionigi (I, 19) a Cotilia, dove l'oracolo Dodoneo li dirigeva, si unirono agli Arcadi per discacciare i Sicoli.

712 Oltre che gli Egestei e gli Elimi dell'Epiro (Steph. Βyz. v v. Αἰγεσταῖοι et E'λινι in vece di Ε'λυμοι) spiegano le fondazioni di Egesta e di Elima nella Sicilia, le vere origini delle città di Segesta, Erice ed Entella nella stessa isola sono spiegate dalle città omonime che furono nella Liguria (Ptol. III, 1, 3. Itin. Antonin. p. 531), e che pel passaggio de' Liguri ricordati da Filisto ne furono le metropoli. Gli Egestei ancora dalla Crotonitide dicevansi da Filottete spediti nella Sicilia (Strab. VI, p. 254); e tutti questi nomi di popoli e città ripetuti nelle regioni anzidette dalle contrade originarie dimostrano vera la testimonianza dello storico di Siracusa.

713 Antiq. Rom. I, 13.

714 Troya, Stor. cit. t. I, p. 45 sg.

715 Prideaux, Marmora Oxoniensia. Oxon. 1766, p. 189.

716 Se Dionigi errava nel computo delle generazioni prima della guerra trojana, talché furono ridotte a sette ed a 322 anni prima da Th. Ryck (De prim. Ital. Colonis c. 4), e poi da Clavier (Notes sur Apollodore p. 489 sqq.), qual sarà la data precisa che dovrà seguirsi pel termine della guerra stessa, se sono stati almeno 12 i computi diversi, o erronei degli antichi scrittori? Le date più o meno remote veder se ne possono nel proemio de' Fasti Hellenici di Clinton, e ne' Fragmenta Chronologica di C. Muller (in fin. Herodot. ed. Didot. Paris. 1844); ma non ostante la critica di Ryck, Larcher e Petit — Radel non dubitavano di seguir Dionigi nelle loro dotte Cronologie; e si vegga la Chronologie d'Hérodote del primo, e i Synchronismes del secondo, § CCLVI, е contro Clavier § CCCVIII; se non che questo riguardo a tutti può osservarsi, che credevano veramente persone storiche i personaggi che ricorrono in tutte le più antiche tradizioni, e che non sono in vece che personaggi allegorici e favolosi di diversi significati, cioè o numi, o epiteti di numi, eponimi di città o di popoli, ed altre personificazioni simili; e che perciò nemmeno da' loro supposti regni può esporsi la più antica cronologia, e contentar ci dobbiamo di date approssimative.

717 Dionys. Hal. I, 30.

718 Dionys. Hal. I, 43, 44.

719 Serv. ad Æn. I, 10. Saufejus Latium dictum ait, quod ibi latuerunt incolae, qui quoniam in cavis montium vel occultis, caventes sibi a feris belluis, vel a tempestatibus, habitaverunt, Casci vocati sunt, quos posteri Aborigines nominaverunt.

720 Serv. ad Æn. VIII, 328. — Virg. Æn. VIII, 315. — Juven. Sat. VI, 12 sqq. — Lycophr. 480 sqq.

721 Homer. Odyss. XIX, 163.

722 Ad Æn. VIII, 315.

723 Il simbolismo della quercia e dell’albero in generale fu comune a tutti gli antichi popoli, ed è dottamente spiegato da Nork (Real — Wörterbuch, v. BAUM ed EICHE), e sotto le stesse voci da Friedreich, Die Symbolik u. Mythologie der Natur. Würzburg 1859, p. 167 — 184, ep. 305 sqq.

724 Dionys. Hal. I, 1 sq.

725 Plut. Thes. 24. Strab. VIII, p. 336 e sq.

726 Ampère, Hist. de Rome à Rome. Paris 1873, t. I, p. 262.

727 Fest. p. 340. — Serv. ad Æn. VI, 784. Gli anzidetti villaggi, o borgate, sul Settimonzio (Fest. v. Septimontium p. 340) erano compresi nel pomerio di Romolo, sul quale vedi Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 266, 374.

728 Jul. Capitol. in Pertin.

729 Fest. p. 321. ed. Muller.

730 Dionys. Hal II, 1. — Paus. V, III, 43, 2.— Justin. XLIII, 3. — Liv. 1, 3. — Plin. H. N. IV, 10, 1. Palantium, unde Palantium Romae. Virg. Æn. VIII, 51 — 54. — Varro ap. Serv. ad Æn. VIII, 51, Nonne Arcades exules confugere in Palatium, duce Evandro? — La stessa diversità di nomi simili s'incontra nello stesso Pausania, il quale la città nominò anche Φάλαντον (VIII, 35, 9), che ne sembra il vero e più antico nome.

731 Varro, De L. L. IV, 8. Palatium, quod Palanticis cum Evandro venerunt, aut quod Palatini Aborigines ex agro Reatino, qui appellatur Palatium, ibi consederunt. — C. nota 3) p. 75.

732 Come i Greci immaginarono Falanto, figlio di Agelao (Paus. VIII, 35, 9), ο Palante, uno de' figli di Licaone (Hesiod. ap. Steph. Byz. υ. Παλάντιον), che sembrano di riferirsi allo splendore (da φάλος) ο alla fecondità del Sole (Nork, v. Phalantos), così i Latini supposero Pallante, avolo di Evandro (Paus. VIII, 3, 1. ib. 44, 5), Pallansia, sua madre, o sua figlia (Serv. ad Æn. VIII, 51), o Pallante suo figlio, come anche Palante figlia d'Iperboreo, e Palatia moglie di Latino. L'allusione al Sole è manifesta in Pallante figlio di Crio e di Euribia, e fratello di Astreo e di Perse (Hesiod. Theog. 376, 383. — Apollod. I, 2, 2. — Paus. VIII, 18, 1. VII, 26, 5), e in Pallante figlio di Megamede, e padre di Selene (Homer. H. in Merc. 100).

733 Pouqueville, Voyage de la Grèce t. V, p. 489.

734 Sickler, Handb.d. alt. Geogr. Cassel 1824, p. 262.

735 Dionys. Hal. I, 36.

736 Liv. I, 33. — Dionys. Hal. III, 44. — Anco Marzio cinse di muro anche il Gianicolo, per difendere da' Tirreni la navigazione del Tevere (Dionys. ib. 46).

737 Paus. VIII, 25, 1. ib. XL, 2.

738 Varr. De L. L. V. 154. — Fest. p. 148. Murciae deae sacellum erat sub monte Aventino, qui antea Murcus vocabatur. Cf. Plin. H. N. XV, 36. Serv. ad Æn. VIII, 636.

739 Ampère, Hist. cit. t. I, p. 100 — 104.

740 Varro, De L. L. IV, 8. Junius scribit ab eo (dicta Subura), quod fuerit sub antiqua urbe.... Sed ego a pago potius Sucusano dictam puto Sucusam. Pagus Sucusanus, quod succurrit Carinis. — Fest. p. 309 Suburam Verrius a pago Sucusano dictam ait: hoc vero maxime probat eorum auctoritate, qui aiunt, item appellatam et regionem urbis, et tribum a statico praesidio, quod solitum sit succurrere Exquiliis, infestantibus eam partem urbis Gabinis.

741 Ptol. II, 6, 68.

742 Martial. V, 23, 5. X, 19, 5.

743 Dionys. Hal. IV, 14.

744 Liv. X, 17.

745 Dirò in seguito chi fu il primo autore di questa etimologia; ora ripeto soltanto che anche la voce ruma provenne dal gr. ρῦμα, fluentum. Cf. Gli Arcadi in Italia p. 81, nota 430.

746 Dionys. Hal. 1, 12. — Per le altre città col nome di Larisa nell'Elide, nella Tessaglia, presso Cuma nell'Asia Minore, nella Troade, presso Efeso, nell'isola di Creta, e fin nella Siria presso Apamea, veggasi Strabone, e Stefano (v. Λάρισσα), che ne annovera non meno di dieci, delle quali la più antica sembra quella della Tessaglia, donde i Pelasgi si diffusero nelle anzidette regioni.

747 Plin. H. N. III, 9, 11.

748 Fragm. Ann. III, 10, p. 25 ed. WaThen. — Solin. p. 28 ed. Panck. Dictaque est primum Roma Quadrata, quod ad aequilibrium foret posita. Fest. p. 258 M. Quadrata Roma in Palatio ante templum Аpollinis dicitur. Plut. Rom. IX, 7. ῾Ρωμύλος μὲν οὖν τὴν καλουμένην ῾Ρώμην κουαδράτην, ὅπερ ἐστὶ τετράγωνον, ἔκτισε καὶ ἐκεῖνου ἐβούλετο πολίζειν τὸν τόπον. — Veggasi O. Muller, Die Etrusker II, р. 145. — Becker. Antiq. Rom. I, 106.

749 Dion. Cass. ap. Tzetz. ad Lycophr.

750 V. p. 82.

751 Dionys. Hal. IV, 13.

752 Ovid. Fast. I, 245.

753 Dionys. Hal. I, 64.

754 Fest. p. 104.

755 Plin. H. N. III, 9, 16. Antipolis, quod nunc Ianiculum in parte Romae. — In alcuni codici si legge Æncipolis, per la riferita tradizione di Dionigi, e sono forse da ritenere i due nomi insieme.

756 Dionys. Hal. IX, 14.

757 Liv. I, 33. — Dionys. Hal. III, 46. Cf. Plin. H. N. XXXVI, 23.

758 Martial. IV, 64.

759 Dionys. Hal. I, 76 — 78. — La tradizione favolosa era antica, perchè anche Ennio negli Annali narrava che i due fratelli Certabant urbem Romam Remoramne vocarent (Cic. De Di v. I, 48).

760 Plut. Rom. IX, 7. X, 3.

761 Numa 15, 5. — Dagl’ilices, da cui era forse coverto, provenne quello di tignarium, che riferivasi alle travi (tigna), o a' legnami di costruzione che vi si tagliavano.

762 Fest. p. 277 ed. Muller: REMURINUS AGER dictus, quia possessus est a Remo, et habitatio Remi REMORIA fuit. Sed etiam locus in Aventino ad summum culmen montis REMORIA dicitur, quam inde vocitatum aiunt, quod Remus cum Romulo disceptans de urbe condenda in co loco fuerit auspicatus.

763 Steph. Byz. υ. ῾Ρεμούρια.

764 Th. de Pinedo, Adnot. in Steph. v. ' Psμούρια.

765 Diodor. epigr. in Antholog. I, 26, 2. ᾿Αγός ἄσυ Ρέμοιο νεῖται. — Catull. c. 58 Magnanimos Remi nepotes. — Propert. II, 1, 23. Regna Remi. —Sulpicia, Sat. v. 19. Remulique exturbat alumnos. — Stat. Sylo. II, 7, 60 Remi culminibus. — Juvenal. Sat. X, 73, Turba Remi. — Martial. X, 76. Plebs Remi. XII. S. Domus alta Remi.

766 Fest. p. 277. Remores aves in auspicio dicuntur, quae acturum aliquid remorari compellunt. — Aurel. Vict. De orig. gent. Rom. 21. Remus, frater Romuli, dictus a tarditate: quippe talis naturae homines ab antiquis Remores dicti.

767 Fest. p. 267: Romulus et Remus a virtute, hoc est robore, appellati sunt.

768 Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 193.

769 Id. ibid. p. 206, nota 618.

770 Xenag. ap. Dionys. Hal. I, 71. — Serv. ad Æn. VII, 796.

771 Serv. ad Æn. VIII, 345. 131.

772 R. Rochette, Hist. des Col. t. II, p.

773 Dionys. Hal. I, 23.

774 Homer. Il. 5, 95. — Paus. X, 30, 1. — Le due genealogie non accennano ad altro che al culto delle due città, di Cauna ad Ermete, e di Camiro al Sole, perchè Apollo diè il suo arco a Pandaro (Homer. Il. B, 827), che sembra lo stesso Sole diuturno (Πανδαρός per δηρός) della state.

775 Paus. VIII, 25, 1.

776 V. p. 125.

777 Dionys. Hal. I, 42. —Cf. M. Mastrofini, Le Ant. Rom. di Dionigi. Milano 1823, t. I, p. 61. Nell'edizione di Sylburg (Lips. 1691, p. 60), ed in quella di Oxford (1704, p. 34) anche di Launa, o Lavinia, s'intende Dina, del pari qual figlia di Evandro mentovata da Dionigi (§32), e che ricorda la figlia di Giacobbe.

778 Scylax, Peripl. 98. — Steph. Byz. v. Καῦνος. Strab. XIV, p. 651. Ingannavasi certamente Erodoto (I, 172) nel dire indigeni i Caunii della Caria, quando essi stessi dicevansi oriundi di Creta, come sappiamo dallo stesso storico.

779 Agli Arcadi di Tegea alludono chiaramente i supposti figli di Tegeate, i quali dicevansi fondatori di Cidonia, Catrea e Gortina (Paus. VIII, 53, 4).

780 I coloni di Mileto dell'isola di Creta (Homer. Il. β, 652. Strab. X, p. 479) diedero certamente il nome alla città omonima dell'Asia Minore.

781 Steph. Byz. v. Καῦνος. — Polyb. ap. Dionys. Hal. I, 23.

782 R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. II, р. 139.

783 Dionys. Hal. I, 25.

784 Gell. ap. Ch. Th. Schwab, Arcadien, Stuttgart. 1852, p. 44.

785 Ptol. III, 4, 12. Cf Cic. In Verr. V, 43.

786 Fest. p. 322 Saturnia Italia, et mons, qui nunc est Capitolinus, Saturnius appellabatur, quod in tutela Saturni esse existimantur. Saturnii quoque dicebantur, qui castrum in imo clivo Capitolino incolebant.

787 Steph. Byz. υ. Τάρπη.

788 Strab. VI, p. 283.

789 Il nome odierno di Tarfa simile a Tarphe fa giustamente supporre che ivi fu la città di Τάρφη (Forbiger, Handb. der alt. Geographie. Leipz. 1848, p. 642).

790 Krahner, Die Sage von der Tarpeja. Neubrandenburg. 1858, p. 36.

791 L. Mazzara, Le Panthéon rendu à son origine. Rome 1845, p. 75.

792 Plin. H. N. 111, 9, 2.

793 Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 267.

794 Ampère, Hist. cit. t. I, p. 255.

795 A. Gell. XVI, 17. — Fest. p. 379. Cf. S. August. De Civ. Dei IV, 8, 11.

796 Hesych. Ο. Φάτις,

797 Hist. Nat. XVI, 87

798 Paus. VIII, 29, 1. — Homer. Il. β, 813. Dionys. Hal. I, 14.

799 Steph. Byz. υ. Βατίεια.

800 Varro, De R. R. 1V, 8. — Fest. v. Coelius mons p. 44.

801 Tacit. Ann. IV, 65.

802 Dionys. Hal. II, 36.

803 Fest. v. Tuscum vicum p. 355.

804 Claud. fragm. in Gruter. p. DII.

805 Römische Staatsverfassung p. 232.

806 Fest. v. Lucerenses. p. 119. — Cic. De Rep. II, 9. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 274, 275, 368.

807 Serv. ad Æn. VII, 796.

808 P. Mela II, 2, 7. — Plin. H. N. IV, 18, 12. — Ptol. III, 12, 14. — Cf. Eckhel, I, 2, p. 50. A' Coeleti della Tracia, abitatori di Cocla, gl'interpreti di Livio riferiscono il nome alterato di Coreli nel detto storico (XXXVIII, 40).

809 V. p. 18, nota 1.

810 A. Marcell. Vit. Thucyd. 16, p. 189 ed. Westermann.

811 Itin. Antonin. § LXXVI.

812 Dionys. Hal. II, 50.

813 Liv. I, 30, 33.

814 F. P. Sperandio, Sabina Sacra e Profana. Roma 1790, p. 33-40.

815 Varro De LL. IV, 8.

816 Clem. Alex. Protr. p. 15.

817 Fest. p. 254. — Perchè lo stesso Festo altrove (p. 10) dice che il monte Quirinale si nominò Agonus dalle feste Agonali e dagli Agonii sacrificii che in onore di Giano si facevano (Ovid. Fast. I, 317. 721) da che forse Tullo Ostilio con un sacrario su quel monte stabili i Salii Agonenses (Varr. De L. L. V, 3), gl'interpetri hanno corretto Agonus la voce Ægonus nella prima delle allegate testimonianze di Festo; ma la seconda denominazione non esclude la prima, che spiegasi con la geografia.

818 Hellan. et Rhian. ap. Steph. Byz. U. Αἰγονεία. — Tale città della Tessaglia ebbe nome, a guisa stessa, che dalle Capre ebber nome in Italia Capraia, Capranica, Caprara, Caprarola, Capreo, Caprera, Capriata e Capriati, Caprile, Caprino, Capriolo e Caprona.

819 Lycophr. Alex. v. 903.

820 Varro, De LL. IV, 8. Collis Quirinalis, ubi Quirini fanum: qui a Curetibus, qui cum T. Tatio Curibus venerunt Romam, quod ibi habuerunt castra.

821 Niebuhr, Hist. cit. t. I, p. 268, 270.

822 Strab. VIII, p. 336 sq.

823 Plut. Thes. XXIV.

824 Plin. H. N. VI, 30, 1. Mesopotamia tota Assyrorum fuit, vicatim dispersa, praeter Babylona, ct Ninum. — La Paracheloitide al mezzodì dell'Oeta era divisa in XIV villaggi (Strab. IX, p. 433), е cosi pure la Megaride (Plut. Quest. gr. 17), e la Beozia (Paus. IX, 5, 1.).—Cf. Caes. De B. G. I, 13. — Tacit. De Mor. Germ. 16, 39.

825 Strab. V. p. 228. — Liv. IX, 13.—Plut. Rom. 16, 1.

826 Lucret. V, 325 sqq.

827 Dionys. Hal. 11, 54. — Liv. I, 15.—Plut. Rom. 25. Cf. Dionys. IV, 15.


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