Eleaml - Nuovi Eleatici

Napoli e la suacanzone 1. L'antica sirena

Napoli e la sua canzone 2. Lultimo canto

NAPOLI E LA SUA CANZONE 

II. L'ULTIMO CANTO
di Aniello Costagliola

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5 Luglio 2013

La canzone napoletana, degenerata, come abbiamo visto inrapido esame, noi pletorici sdilinquimenti di tutta una turba di belatorivolgari, invocava urgentemente la sua purificazione. E a purificarla venne un poeta.

Chi, come me, ricorda la ribellione deiranocchi del pantano genoiniano, determinatasi alla discesa di Salvatore di Giacomo sul campo della letteratura napoletana, può beneintendere e vagliare i benefici apportati da codesto elegante riformatore alla nostra poesia casalinga. Bendici di forma e disostanza: ingentilimento di veste e calor di vita.

Trovò il diGiacomo al suo apparire l'anima paesana agonizzante nell'adipe abbondantissimo di una retorica triviale e goffa; andò per case epiazze e chiassuoli, e in quelli ambienti respirò aria muffita, ma scorse una siepe inesplorata di sentimento, appena intuita, più cheavvistata, da Velardiniello e da Marco d'Arienzo; intese il poeta tutta la bellezza di un'opera di epurazione e di esplorazione: ossigeno eindagine; e a quella si accinse, armato di grande volontà e di buona coltura.

La reazione era inevitabile: tutti i fanatici del«vecchio stile» insorsero contro l'innovatore, e videro, naturalmente, nell'opera di lui una profanazione scellerata e una rivoluzioneviolenta. Che cosa voleva e di dove era sbucato quel giovanotto, che aveva tutta l'aria dello sbarazzino, e andava per le vie della cittàarditamente, col bavero del matiné rialzato fino a toccare il sincipite, le mani nelle saccocce dei calzoni a maglia, il cappellinofloscio di sghembo, il mozzicone di sigaretta fra le labbra, e due occhi dai quali tralucevano una volontà insolente, una ostentazione disuffìsance e una preoccupante melanconia? Credeva, forse, quel piccolo uomo, scappato alla scuola universitaria di medicina e penetrato difresco nel cenacolo giornalistico di. Martin Cafiero, che, così, impunemente, senza aver sudato e ponzato su i volgarizzamenti lessicalie sul pletorico vocabolario dei maestri, si potesse oltraggiare la sacra tradizione di Basile, di Capasso e di Genoino? Audacia, questa, estoltezza. Quei sommi artefici avevano osato di mettere in veste plebea fin gli eroi cantati da Omero e da Virgilio, e, pur contenendosi entroconfini municipali, eran quasi pervenuti a contendere ai più eletti figli in Elicona la palma della poesia. Essi avevano sancito in terminifissi le leggi della ortografia; della ortoepia, della purezza e della proprietà, e dettato sentenze senza appello in materia di belloscrivere maearonico. Trasgredire quelle leggi, correggere o ripudiare quelle sentenze, era delitto di lesa patria e peccato mortaled'ingratitudine. E quel giovine osava !

Osava di chiedere nonagi' insegnamenti scritti dei suoi predecessori, ma alla voce viva del popolo l'anima, l'atteggiamento e la veste della sua poesia. Anche laveste: il convenzionalismo etimologico e sintattico di quanti avevano coltivato prima di lui l'eloquio volgare una maniera di classicismoibrida e in contrasto inconciliabile con la realità della lingua parlata era debellato e reietto.


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Delitto, per quei retori, il proposito dell'innovatore: parola detta e parolascritta, far tutt'uno, e bandire dal vocabolario dialettale ogni sconcezza e ogni trivialità, e, anzi, quel vocabolario arricchire diquelle voci e di quei modi di dire passati, col progredire dei tempi, dalla lingua italiana in possesso della plebe, non più chiusa, come intomba, nel patrio Mandracchio (1). Mutare, inoltre, il verseggiatore in poeta: dare l'anima al verso: conciliare e fondere in necessariacomunione

10 spirito del popolo e quello del suo cantore: vita,insomma, non vegetazione: arte, non artifizio. Non più eroi mitologici, accapigliantisi come baldracche sul pubblico mercato; non piùsentimentalismo superficiale e verboso; ma semplicità, e tenerezza, e calore, e colore, e laconicità: sopra tutto, laconicità, chè questa èla qualità prima del popolano di Napoli, attico di parola e spagnuolo di gesti. Tanto osò Salvatore di Giacomo: e fuse nel suo verso, colmagistero di una tecnica perfetta, verità e poesia.

Control'artista e contro l'arte di lui la vecchia fazione gridò il «dalli all'untore !» E giù apostrofi violente, e invettive, e ingiurie, eanche diffamazioni. Don Emanuele Rocco, don Raffaele d'Ambra, don Leone Bardare, don Giacomo Bugni e gli altri frati zoccolanti dell'ordinebasiliano si raccolsero alle difese in un'Accademia dei filopatridi e intorno al giornalino Lo spassatiempo, sorti appunto, accademia edeffemeride, «per la difesa del patrio idioma popolare». Fu un duello polemico mortale. Salvatore di Giacomo fu accusato di imbastardire ildialetto in un ibrido miscuglio toscopartenopeo; fu accusato di adattare la veste ortografica alle necessità dinamiche del verso e allecomodità della rima, mettendosi, così, contro la sua stessa innovazione; fu accusato di chiedere, spesso, l'ispirazione ad Orazio,al Cantèo e a vecchi canti popolari; e fu detto la sua poesia parere una signorina toscana educata tardivamente a Napoli. Ciò che eraaristocrazia d'arte e incertezza inevitabile all'inizio della riforma fu detto ibridismo e incoerenza. Ma i vecchi, naturalmente, perirononell'attrito, e con essi si spense una letteratura rimasta ostinatamente estranea al popolo, del quale essa aveva pur preteso persecoli di esprimere l'anima e il gergo (2).

Così, mentre donRaffaele d'Ambra balbettava in codesto dialetto acciaccato l'invito all'ebbrezza che una giovine fa al suo damo:

Essa votàjese, e disse: – Viene a méne:

Te voglio fa'  vedè Pocerejale:

La bella via addò ce sta lo bene

E pe docezza non ce sta ll'eguale,

ildi Giacomo dava ai suoi conterranei le sue più schiette e durevoli canzoni: Carulì!, Olìoilà!, Mena, me'!, Serenatella, Era de maggio, elo indimenticabili quartine, che han mandato all'immortalità e avvolto in luce di poesia la squallida marina di Marechiare:


(1) Nome di un rione presso il porto di Napoli. Simboleggiava, un tempo, il caratteristico trivio partenopeo.

(2)La necessità di uni riforma ortografica del dialetto napoletano fu anche affermata da Vittorio Imbriani-Poerio, e sostenuta, in seno allastessa Accademia dei filopatridi, tra le furie di quelli accademici, da Luigi Molinaro del Chiaro.


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Quanno sponta In luna a Marechiare

puro li pisce ce fanno a ll'ammore:

se revotano ll'onne de lu mare,

pe la priezza cagnano culore.

quanno sponta la luna a Marechiare.

A Marechiare ce sta na fenesta,

la passione mia ce tuzzulea;

nu carofano addora 'int'a na testa.

passa ll'acqua pe sotto e murmulea...

A Marechiare ce sta na fenesta.

Un aneddoto, a proposito.

Suldesolato scoglio di Marechiare, fatto celebre dai versi del di Giacomo e dalla musica di Francesco Paolo Tosti, per l'accorrervi deiforestieri sedotti da quel canto, un oste tradusse in cosa viva la fantasia del poeta: la finestretta, il vaso co' garofani e, anche,Carulina, perennemente giovine.
Ein una sua novella, intitolata appunto a Marechiare, il di Giacomo narra di una sua visita a quella marina e di quell'oste, Vicienzo, ilquale, dopo di aver mostrato al visitatore la finestra, i garofani e Carulina, denunciava così il plagio del poeta: — «Venne qui a pranzo ilpoeta; vide la finestra, vide i fiori, fece copia copias, e mise tutto nella canzone».

E di Giacomo confessa:

— «Che tuppè ! Era quella la prima volta che andavo aMarechiare !» (1)

Bestemmiavanoi filopatridi agonizzanti; ma i giovani cercavano avidamente i versi e le prose di codesto debellatore di accademie.

Salvatore di Giacomo

Salvatore di Giacomo


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 Il tenero narratore di Nennelta e di Mattinate napoletane, il poeta orpassionale or caustico or triste, raramente giocondo, di '0 funneco verde, di Munasterio e di Ariette e sunette, il sobrio e coloritocronista del Corriere di Napoli, l'evocatore magico delle più care memorie patrie, l'artista, insomma, nelle varie manifestazioni dellasua attività spirituale ricca di cuore e sdegnosa di pensiero raccoglieva intorno a sè e all'opera sua il consenso della moltitudine.Il popolo cantava le canzoni di lui: in quelle ritrovava se stesso: in quelle esso riviveva con la sua voce e con le sue sensazioni, e quelleprediligeva sopra tutte le altre. E don Salvatore divenne in breve non un poeta, ma il poeta della sua gente.

Memorabile larivelazione del Di Giacomo canzoniere. Egli esordì co' versi di una canzonetta un po' sentimentale e un po' canaille, la quale ancorrisentiva, e nello spirito e anche nella forma, della vecchia maniera. La canzone è quella intitolata Nanni, e altro non esprime che la smaniadi un giovinotto venuto a diverbio con la sua fidanzata, e che si propone di far la pace alla festa di Piedigrotta:

Nanni, so' doie tre notte

ca mme te sto' sunna,nno,

nzuonno te sto' abbraccianno

e chiacchiareo cu te.

Avesse da succedere

sta pace a Piedegrotta?

Mmiezo a lu votta-votta

t'avesse da ncuccià?

Nanni, si ce penzo

mme vene na cosa.

Sta sciamma annascosa

cchiù abbampa accussi.

È overo stu suonno?

Meh, dimme ca si !


Destinati ad essere rivestiti di note dal maestro Gigi Caracciolo, i versi diNanni, per un seguito di vicende che qui non è utile narrare, furono musicati deliziosamente da Mario Costa, divenuto, di poi, il compagnoquasi indivisibile del poeta. A questa coppia di artisti Napoli deve le sue più squisite e perfette composizioni della specie; dico, anzi, cheper l'opera di essi e di pochi altri, tra i quali il Bracco, il Russo e il Cinquegrana, e i maestri Tosti, Valente e de Leva, la nostra canzoneè assorta a dignità di cosa d'arte.

Già nel 1882, da circadieci anni, la canzonetta napoletana era in decadenza, affidata nella sua terra originaria alle cure di mediocri improvvisatori di versi e dimusica. Peggio: il canto destinato annualmente al gran successo piedigrottesco veniva a Napoli imposto, dal 1880, d'oltre Sebeto: ilpubblicista Peppino Turco e il musicista Luigi Denza, figliuolo del proprietario dell'Hotel Quisisana, coglievano da Castellammare diStabia l'alloro settembrino di Piedigrotta.


(1) S. di Giacomo, Celebrità napoletane (Vecchi, Traili, 1896).


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Martin Cafiero volle, nel 1882, noi trarre Napoli a questa specie divassallaggio morale. E incitò i suoi discepoli prediletti, Roberto Bracco e Salvatore di Giacomo, a scrivere, ciascuno, i versi di unacanzonetta popolare. Di Giacomo compose la sua Nannì! E Bracco predilesse un motivo di attualità la vittoria degl'inglesi in Egitto esu quello, prendendo argomento dalla venuta a Napoli dei reduci dal fatto d'arine, dettò lo slrofo simpaticissime di Salamelicche, nelloquali appunto un reduce canta, su musica del Caracciolo, la sua, pena d'innamorato tradito.

Da l'Egitto so' turnato.

strncquo, strutto o sfrantummato;

cu na faccia assaie cchiù nera

de na cappa 'e cemmenera;

rossa 'n capo na sciascina,

comm' a turco de la Cina...

Io mme paro nu pascià;

ma nun tengo che mangia.

Eccitataal cimento, la coppia Turco-Denza raccolse il guanto di sfida: ella trasse anche da un fatto di attualità l'inaugurazione del telefono aNapoli la sua canzone, intitolata appunto '0 telefono; e la sera della vigilia piedigrottesca i tre poeti e i tre maestri, con le lor comitivedi pedoni armali di antenne luminose, convennero in gara. Doveva essere, quella, una guerriglia di fazione; fu, invece, laglorificazione di tutti i contendenti. Su i balconi degli uffici del Corriere e nella piazza sottostante, assiepata di popolo, fu un clamoredi folla osannante, che cinse del suo entusiasmo i sei artefici delle tre canzoni, e li sollevò fra le sue braccia, e li portò in trionfo perla via.

Tempi felici. Tempi di bontà tutta napoletana. Igiovani artisti d'allora non è retorica questa mantenevano nei loro rapporti squisitissimo il sentimento della fraternità. Potevano ancheaccapigliarsi spietatamente; ma si amavano e si rispettavano, in fondo; e i loro duelli erano determinati più da nobili emulazioni, che, comeoggi, da basse invidie. Anche in queste gare, che or si risolvono, nei troppi «concorsi di canzoni», in volgarissimi attriti, in ignobilicongiure, in premeditate insidie, i giovani d'or è un quarto di secolo portavano, mal celata sotto la lorica del loro egoismo di avversari econcorrenti, quella vicendevole cordialità, che assicurava l'onestà della lotta e, questa finita, faceva tornare i lottatori più fratellidi prima. Tale virtù, che è reciproco incitamento e sprone, produsse in ogni tempo e in tutti i campi gli uomini e le cose migliori; senza diessa Napoli oggi, forse, non vanterebbe il suo più squisito poeta lirico in Salvatore di Giacomo e l'Italia il suo più verace poetadrammatico in Roberto Bracco. Solo in forza di questa solidarietà spirituale si può pervenire, dalla umile poesia della canzonettapopolare, alla poesia superiore di Munasterio e di Piccola fonte.

Nellacanzone, come in tutta la sua opera poetica narrativa e storica, Salvatore di Giacomo mette in veste di gentilezza l'anima popolana:quell'anima onde Napoli lascia ogni giorno un brandello sotto il piccone della nuova vita.


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Egli è il poeta del rimpianto: rivivono nel suo canto, a traverso lospecchio di una forma purissima, i sentimenti e le abitudini secolari di una gente che quasi non riesce più a riconoscere se stessa: rivivela Napoli di Santa Lucia e di Posillipo, del vicolo e del sobborgo, della botteguccia e del venditore ambulante, del guappo e della maesta(1), della crestaia e del posteggiatore, della sartina e dello studente provinciale, dell'opera giocosa e di Pulcinella, di Metastasio edell'abate Galiani, di Cagliostro e di Pier Angelo Fiorentino. È la Napoli che ci abbandona ad ora ad ora: la Napoli non ancora forzata aseguire la corrente d'industrializzazione che pervade il mondo, e ancor dedita a sfruttare con mezzi primitivi le risorse dei suoi campi e delsuo golfo.

Salvatore di Giacomo e F. P. Tosti

Salvatore di Giacomo e F. P. Tosti

Bella poesia di una famiglia patriarcale, in una casa lambita dal mare ebenedetta dal sole, ma chiusa a tutte le voci esterne; e oggi anche i napoletani non sono che i consanguinei della grande famiglia umana,intenta a costruire con fili aerei e binari la sterminata rete degl' interessi vicendevoli. Napoli è assorbita in Cosmopoli. Quandoio incontro per le vie cittadine il poeta di questa gente, che i lontani si ostinano ancora a credere quella delle tre effe borboniche,gente amante di feste, avida di farina e pavida di forca, a me pare di imbattermi nel più eletto superstite di una stirpe venerabile, dannatoa rimpiangere la tradizione della sua casa. Passa con lui la giovinezza di Napoli, che fu anche ahimè ! la nostra giovinezza.

Più il poeta siritrae nelle memorie e nel tempo, più la sua poesia si eleva e ci avvince.

Nato a vivere nei salotti settecenteschi, fra le ciarlemaliziose di damigelle e di abatini, fra le grazie del minuetto e le armonie dei clavicembali, fra luci di doppieri e dovizie di smeraldi,egli mal saprebbe dedicare il suo canto e non lo dedica — alla gente sua contemporanea — banchieri e industriali, burocrati, legulei,


(1) Donna d'affari, in genere.


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 dottoresse chanteuses, e allo cose suo contemporanee, mode equivoche, costumilicenziosi, flirt, ricerca dell'affare, vaudeville, pochade, cinematografo e caffè-concerto. È un sopravvissuto idealmente al suotempo, pur rimanendo un cittadino amante di tutte le utili conquiste della modernità. Il canarino sa cantare anche oltre le inferriate dellasua gabbia. Ma la gabbia non c'è più. Napoli non è più la terra classica della spensieratezza, del cuore e, sopra tutto, dellaingenuità e tutta l'arte di Salvatore di Giacomo non è che la glorificazione di una vita che noi vediamo melanconicamente tramontare.Oggi l'artista è straniero in patria. Verrà il critico ad esaminare l'opera di lui, e avvertirà che in essa è il testamento dell'animanapoletana di venti secoli.

Ma limitiamoci al tema.

Coldi Giacomo la canzone napoletana ha cantato il suo canto del cigno, ed è finita o, almeno, si è trasformata essenzialmente, fino a divenire unsuccedaneo di quella parigina: artificiosa, licenziosa, balorda spesso, volgare sempre. Non è più nostra: è imitazione servile. Da produttorioriginali, i nostri poeti si son trasformati in scimie e, spesso, in contraffattori della produzione del boulevard. Ma il nostro poeta nonsi è lasciato avvelenare dalla malattia del secolo. Egli è rimasto il cantore di Carulina, di Catarina, di Nannina, di Carmela, di tutte ledonne semplici, che non soffrono complicazioni psicologiche, che amano facilmente e facilmente tradiscono, per puntiglio, per volubilità o persentimento, non mai per calcolo o per posa, come le superdonne di oggi, professioniste, telegrafiste, telefoniste e canzonettiste. La donnacantata dal di Giacomo conserva visibili e profondi i connotati della sua razza: è un po' greca e un po' spagnuola, non mai francese otedesca o inglese: odia o ama per impulso: vuole l'amore, non l'anticamera dell'amore: è pudica e generosa, è molle ed è violenta, èingenua ed è insidiosa, vuol essere regina e schiava dell'uomo, e, negl'infimi strati sociali, sa vivere anche d'infamia per assicurarl'agiatezza al suo signore, e sa gloriarsi, spesso, della bella guancia segnata dal rasoio dell'«amante crudele». È questa la donna napoletana:angelo o demonio per sentimento, non per sottigliezza di raziocinio. Ed è questo il tipo che ha avuto il suo ultimo e perfetto cantore inSalvatore di Giacomo.

Ricordate Carulina, cosi finemente cesellata dalle note delCosta? (1)

Caruli, pe st'uocchie

nire nire nire,

pe sta vocca rossa

tu mme faie murire.

È ingenua Carulina: ella non sa che

... l'ammore è fatto

comm'a na nucella,

ca si nun la rumpe

nun la può mangiare.


(1) Tutte le canzoni qui mentovate son contenute nel bel volume Poesie deldi Giacomo, edito a Napoli, da Riccardo Ricciardi, nel 1907.


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ECarmela, di Oilì-oilà!, la suggestiva tarantella, di carattere tra cittadino e campagnolo? e la «nenna» di Mena, me' spigliata e sensuale?e i due innamorati di Lariulà, il delicato duettino che ha serbato nella sua trasposizione in volgare tutta la squisitezza del saporeoraziano? e la sedotta di Bimane V 'o dico, la quale non perde la dote dell'ingenuità neppure quando confessa al suo nonno il «dolce peccato»?e le tante e tante altre canzonette, così piene di tenerezza e di nostalgia paesana, da Era de maggio a Luna nova, da E vota e gira aSerenata napulitana, le quali han fatto tenere il campo del successo al di Giacomo e al Costa per oltre un quarto di secolo, non esprimonosempre la stessa sincerità passionale, e una bella semplicità di sentimento, di parola, di gesto?

Forseappunto a questa semplicità, accessibile a tutte le menti e a tutti i cuori, è dovuto il successo durevole di quelle canzonette, come dellevarie altre che il di Giacomo ha dettato or per la musica di Francesco Paolo Tosti, or per quella di Vincenzo Valente o di Enrico de Leva, e,in questi ultimi tempi, per quella di Edoardo di Capua, di Salvatore Gambardella e di altri felici compositori di armonie napoletane. Citofra le moltissime, e non mi indugio su ciascuna di esse, poiché non c'è anima vagante fra cielo e terra che non le abbia almeno una voltacantate o udito cantare: Marechiare del Tosti, 'A capa femmena, 'A sirena, Campagnola e All'erta, sentinella! del Valente, 'E spingolefrancese e Lassammo sta'  del de Leva, Carcioffolà!, A mugliera caprimma 'e spusà..., 'A ritirata d' 'e marenare e Tiritì-tiritombolà! del di Capua, 'E ttrezze 'e Carulina e Don Carluccio del Gambardella, ePe tte moro del de Gregorio. Son queste, del ricco emporio di cose belle, quelle che più immediatamente e a lungo han conquistato l'animapopolare. Ma nulla, oltre la peregrina venustà formale e sentimentale, ha in esse da osservare il critico.

Il maestro Mario Costa

Il maestro Mario Costa

 Le più belle canzoni del di Giacomoson fra le sue meno note; quando il poeta, pur senza uscire dai confini del sentimento paesano, assorge ad altezze di psicologia e di immagini,'evidente che il popolo non possa facilmente intenderlo e seguirlo. Così, poca o nessuna sorte ha arriso a l'appuntamento, a Ll'ortènsie,aLa sensitiva, a Tarantella scura, a Cammina affatata, a Tutto se scorda, che son veri capolavori della specie.


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Il poeta eccelle in tutti i modi della canzone, ma è distinto eincomparabile nella strofa passionale. Ecco la nenia tenerissima del maestro Napoletano: ecco Furtunata:

... un guagliona

cu na capa ionna ionna,

cu na faccia 'e na madonna,

cu 'a salute assaie suttile

e cu n'anema gentile.

La madonnina aveva sedici anni, quando le mori la mamma; edella

sola sola rummanette,

cu nu paté scemunito.

p' 'a miseria e ll'appetito,

Poi,anche il padre lo muore, all'ospedale, E l'orfana, nel giorno sacro alla memoria dei morti, porta all'agenzia di pegnorazione l'ultima suarisorsa un piccolo anello per comperare un cero e pochi fiori ai suoi cari in camposanto. Ritorna appunto dal cimitero, la derelitta, quandosu la via incontra un giovanotto.

E nu giuvinuttiello e mala vita,

piglia, e ncuntraie p"a strata..

E il coro compiange lugubremente:

Ah, povera, povera Furtunata!

Ildestino dell'orfanella si compie. È madre, e va a gettare il suo bimbo all'ospizio dei trovatelli. Il poeta cementa, con tristezza:

E ched' è sta vita nosta?

Comm'è amara e comm'è triste!

Furtunata, ah che faciste!

Sta orlatura ca t' è nata

mo addò 'a puorte? A' Nunziata! (1)

E il coro ripete il suo compianto:

Ah, povera, povera Furtunata!

In Nonna-nonna, un'altra tradita canta la ninna-nanna alla suacreatura:

— Duorme: 'a cònnela è de raso,

'e vammace è stu cuscino.

Te vulesse dà nu vaso,

figlio mio, gentile e fino!

Dorme il pargolo, e suonne d'angele se sonna. Ma, d'un tratto,si sveglia e piange. E la madre, trepidante, chiede:

Pecchè chiagne? Forse, è stato

ca, pe bia d' 'o suonno nzisto,

chi t'ha fatto e mm'ha lassato

tu, durmenno, avisse visto?


(1) L'«Annunziata» è l'antico ospizio napoletano dei trovatelli. Sorge nelrione Mercato, ed è annesso ad un tempio consacrato alla Vergine dell'Annunciazione.


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Quale poeta dialettale ha mai conferito al suo canto, con mezzi così tenui,tale squisitezza di forma e tanta profondità di commozione?

Tuttele vittime d'amore trovano in di Giacomo il loro comentatore e consolatore. Il raccontino di don Aceno 'e fuoco, il guattero deformeche ama la figliuola del cuoco suo principale, ed è respinto, e si dà morte volontaria nel fuoco della sua cucina, pare un'elegia eroticauscita dalla penna di Hugo.

II maestro Enrico de Leva

II maestro Enrico de Leva



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Così,i Tre snidate, compagni in divisibili al reggimento, e allegri e spensierati, i quali si ammalinconiscono il giorno in cui, sperando diaccrescere la loro beatitudine, decidono di eleggersi ciascuno una compagna.

Anche alla così detta macchietta, che facilmente glialtri fan degenerare in caricatura, il di Giacomo sa conferire connotati d'arte. Esempio: quel Don Carluccio, lo sbarazzino spavaldo einnocuo, che s'illude di innamorar tutte le belle donne del «vicolo Fontanelle», e che esalta egli stesso la bontà del suo cuòre «fatto diburro»:

— E tiriti-tiriti-tirità !

Songo 'o capo d' 'a suggità !

Ma stu core è nu butirro:

ncoppa 'o pane se pò mangia.

Felicissimo e il di Giacomo nella poesia paesistica: eglipossiede in sommo grado la virtù di dare anima allo cose. 

Pernon dilungarmi in citazioni, valga per tutte questa, nella quale il poeta rivela in pochi settenari la sua mirabile virtù pittorica, E'Marzo, con le sue alternative di bufere e di tepori primaverili: il comento musicale è di Mario Costa:

Il maestro Vincenzo Valente.

Il maestro Vincenzo Valente


Marzo: nu poco chiove e n'ato poco stracqua: torna a chiovere: schiove: ride 'o sole cu ll'acqua.

Marzo : nu poco chiove

e n'ato poco stracqua:

torna a chiovere: schiove:

ride 'o sole cu ll'acqua.

Mo nu cielo celeste,

mo n'aria cupa e nera;

mo d' 'o vierno 'e ttempeste,

mo n'aria 'e primmavera...

N'auciello freddigliuso

aspetta ch'esce 'o sole;

ncoppa 'o terreno nfuso

suspirano "e viole...


Si eleva la strofa del poeta a vette di psicologia in tre delle menocantate canzoni di lui: Tutto se scorda, Ll'ortènzie, Tarantella scura. Qui il sentimento popolare si complica e si affina: i moti dell'animoobbediscono meno all'impulso o alla reazione, che ad una meditata condizione psichica o ad una particolare filosofia dell'agente.

Tutto se scorda, musicata dal Tosti, è una bella melopea su lavicenda d'amore, eterna e mutevole.


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Tutto, tutto 86 scorda,

tutto se cagna o more,

e na chitarra è ammore,

ca nun tene una corda

Ogge si' tu; dimane,

forse, n'ata sarrà...

E po' n'ata, chi sa!

' si tiempo ce rimmane.


Psicologo di eccezione è il poeta, nella nenia del Valente Ll'ortènsie. Ella hatroppa cura di quei fiori, ma quei fiori son morti: «morti egli canta col nostro amore e come il nostro amore».

Muorte nzieme cu nuie. Muorte nuie simmo:

nun ce ponzammo cchiù, nun ce parlammo,

nun ce vedimmo cchiù, nun ce screvimmo...

E se pò chiammà vita? E nuie campammo?

Meglio, meglio accusi: muorte nuie simmo.

Comele ortensie, disperda il vento anche l'amore. Qui il sentimento si avviva e si fortifica di pensiero: poesia popolare insolita, questa.

Insolitapiù ancora quella di Tarantella scura; a poeta di popolo non può esser consentito di andare più oltre. Irride una donna sensuale e cinica alsuo amante geloso. Pare una sivigliana, appassionata e scettica, lieta anzi di cader trucidata sotto il coltello della gelosia. È del Poe indialetto. Udite:

Tu mme vuò troppo bene e si' geluso,

e io nun so' degna 'e te, ma so' sincera;

tu te si' fatto amaro e capricciuso :

mme lasse a vierno e tuorne a primmavera.

E a primmavera vuò truvà custante

chi nun ardette maie, manco ll'està :

no, fedele io nun so', nun songo amante ;

ma nun mme dice core 'e te lassa.

Ella provoca e punge: un'ironia crudele:

A te te nfoca ammore e gelusia,

e 'a nera gelusia maie nun se stracqua ;

coce sta mano toia, fredda è sta mia,

e simmo tale e quale 'o fuoco e ll'acqua.

E prevede l'epilogo sanguinoso, e ne esulta :

Chi sa qua' iuorno lucere a' ntrasatto

nu curtiello appuntuto aggia vede !

Chi sa qua' iuorno fenarrà stu fatto

ca io cado nsanguinata nnanze a te !

Comeson lontani, oramai, Salvator Rosa, don Raffaele Sacco e don Giulio Genoino ! Ma qualche cosa di quelli antichi permane: ed e il caloredell'anima e il colore del cielo di Napoli.


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Roberto Bracco

Roberto Bracco

Anchenelle derivazioni. Spesso, il di Giacomo ha attinto l'Inspirazione a fonti altrui: alcune sue canzoni e poesie son travestimenti di antichicanti popolari 0 trasposizioni dall'italiano, dal francese e anche dal latino; ma come nella nuova veste o nel passaggio esse son divenutenostre. Esempio: 'E spingole francese, Lariulà!, Malalè, Carcioffolà!, Palomma 'e notte e qualche altra.

***

Contemporanei del di Giacomo, Roberto Bracco e Ferdinando Busso, e successoriimmediati scelgo dalla moltitudine di quindici anni fa Pasquale Cinquegrana e Giovanni Capurro.

Prima di volgere la vela dell'arte sua ad auguste rive, Roberto Bracco offribei fiori alla musa popolare. Di lui si ricordano, ed ebbero lunga fortuna: Abbasta ca po', un duettino civettuolo e sentimentale,musicato dal Valente, e che può dirsi il primo esemplare della specie, cosi ricca, poi, di imitatori, e Palomme morte, una nenia squisita, eAfricanella, un dei pochi modelli di canzóne patriottica, 


e Nupassariello spierzo, Tarantella ntussecosa, Scarpino ianco, Burmenno e, sopra tutte le altre, Comme te voglio amò, onde la eco così umana dipassione, su le belle note di Vincenzo Valente, ancor dura nel mondo.


Comme te voglio ama,

musso 'e cerasa.

si mme te viene a fa'

mmocca na casa!

Te voglio muzzecà,

lu muorzo trase.

e assaie cchiù sfizio dà

de ciento vase!

Ma si lu muorzo po'

te fa dulore,

nu vaso io te lu do'

senza rummore.


E la bella poesia di Nu passariello spierzo, la soavissima nenia diEnrico de Leva? Tradotta in commoventi strofe italiane, noi la ricordiamo, quella nenia, singhiozzata da Paolina, su gli accordi delviolino del cieco Nunzio, nel terzo atto di quel verace poema dramatico, che è Sperduti nel buio.

Nu passariello spierzo e abbandunato

'ncopp' a na casa janca se pusaie.

Chi ne' era ? Nu guaglione allora nato.

Tante d' 'e strillo, 'o passero tremmaie.

E senza sciato, muorto d' 'a paura,

lassaie sta casa janca e 'a criatura.


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NAPOLI E LA SUA CANZONE


Va ramingo il passero alla foresta, ove assiste alla dolce avventurad'amore; poi fa sosta ad una chiesa in funzione nuziale; ma neppure qui il solitario trova la sua pace. La sua pace è là, su la umile capanna,nella quale giace una vecchietta morta.

All' urdem'ora, po', na capanne! la,

zitta e sulagna, 'o passero truvaie:

nce steva, morta già, na vicchiarella

eh' era campata senz'ammore e guaie.

E 'ncopp'a sta capanna accujetata

'o passero passale tutt' 'a nuttata.

Poesiacalda e significativa. È prodigiosa davvero la multiformità di questo artista il più originale e vibrante e complesso artista che oggi vantiil Mezzogiorno italiano; egli ha saputo vittoriosamente ascendere, dalle falde assolate della poesia casalinga, alle vette luminose delTrionfo e di Piccola fonte. Niuna lode migliore io saprei tributare al poeta dramatico, illustrando qui una. forma d'arte che egli ha orareietta per più nobili e durevoli conquiste (1).

Ferdinando Russo

Ferdinando Russo

DiFerdinando Russo, il più napoletano dei nostri versificatori, poeta di costume e, anche, di sentimento, son notevoli una canzone di attualità:Lo sciopero dei cocchieri, una mirabile serenata Scitele I musicata dal Costa, e un'altra musicata dal Valente e scritta in occasione dellavenuta di Guglielmo II di Germania a Napoli. Ben può dirsi questo poeta il più profondo conoscitore del sobborgo napoletano. Spagnolesco eguascone, nessuno meglio di lui ha saputo ritrarre i tipi spiccatissimi della Napoli ciarliera, cenciosa, guappesca, superstiziosa, vagabonda,criminale.

Per questo aspetto, egli occupa a buon diritto ilprimo posto nella nostra letteratura vernacola; e i suoi volumi di versi '0 cantastorie, Sunettiata, Scugnizzo, Gente 'e mala vita,Petrusinella e 'Nparaviso son modelli inimitabili del genere. Parimenti felice egli è nella poesia passionale: 


in Rusario sentimentale, Olibbro d' 'o turco e Montecassino è sincero lo sforzo  che l'artista faper suscitare il palpito del suo cuore: ricca è l'espressione verbale, complicata spesso, ma viva sempre, l'imagine poetica: il pittore deltrivio porta un po' del suo rude color macaronico quando adopera lo risorse della sua tavolozza in ambienti più evoluti l'uro, nellaserenata del Costa — Scetete! egli riesce poeta aristocratico squisito:


(1) Le poesie napoletane del Bracco saranno prossimamente raccolte involume dall'editore Remo Sandron, col titolo: Tiempe passati


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NAPOLI E LA SUA CANZONE


Si duorme o si nun  duorme, bella mia,

8iente pe nu mumento chesta voce;

chi te vo' bene assale sta mmiezo 'a via,

pe te canta na canzuncella doce.

Ma staie durmenno, e nun te si scetata;

sta fenestella nun 'a veco apri.

È nu ricamo sta mandulinata...

Scetete, bella mia; nun cchiù durmì.

Questa serenata, cosi suggestiva,  — è storia —, fuscritta e musicata in men di un'ora, in una sala del famoso Strasburgo!

Quandochiede l'inspirazione alla Napoli dei ricordi, il Russo riesce poeta paesano irresistibile. Di questi giorni egli è ritornato all'anticafonte, con la evocazione di Santa Lucia. Canta un vecchio marinaio. È un superstite della bella schiera di quei luciani che guidarono su leacque amare il vascello funebre recante la salma di Re Ferdinando secondo. Reca quel vecchio nel suo forte cuore moribondo tutto ilrimpianto di «Santa Lucia d' 'a primma giuventù», e delle ricchezze e delle canzoni e delle donne del suo mare...

Arbanno iuorno, dint' 'e vuzze, a mare,

c'addore 'e scoglie e d'òstreche zucose!

Verive 'e bancarelle 'e ll'ustricare,

cu tutt' 'o bene 'e Dio, càrreche e nfose!

E chelli tarantelle 'int' 'a staggione!

Femmene assai cchiù belle 'e chelle 'e mo!

Uocchie 'e velluto, vocche 'e passione,

lazziette d'oro e perno, 'int' 'e cumò!

Nonpuò dirsi poeta napoletano chi non possegga almeno in parte l'anima di questo vecchio. E Russo la possiede tutta. In questo nostro scrittorefraternizzano due spiriti inconciliabili: il poeta e il naturalista; dalla fusione di questi due termini o dall'inevitabile predominio chel'un termine ha su l'altro derivano le bellezze consuete o le rarissime manchevolezze dell'opera di lui. Egli è poeta casalingo nel più vasto ecompiuto significato della definizione.

Il Russo eccelle dapadrone nella macchietta: una di queste, intitolata Pozzo fa'  'oprèvete?, e che descrive appunto le smanie mondane di un seminarista intollerante dell'abito talare, ha fatto il giro di tutti icafés-concert dell'orbe. Chi non rivede sbuffare il comico Maldacea, stretto nella sottana, come in cilicio?

Io so' giovene e so' nato

pe fa' 'ammore e mme spassa!

So' chiammato p' 'o peccato!

Pozzo fa' 'o prèvete?... Bbuh! Bbah!

Maappunto il caféconcert ha segnato, insieme col successo, la fugace transazione del poeta: all'ibridismo toscopartenopeo il Russo, pur nonallontanandosi dallo schietto sentimento paesano, ha dedicato e ancor dedica canzoni saporosissime.


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Cosi anche il Cinquegrana e il Capurro. Il primo pareva venuto a rivestiredi nuova gentilezza l'antica ingenuità poetica del canto nostrano, e diede, alle note del maestro di; Capua in ispecie, strofe agili ecolorite, come quelle di Margaretella, Frunnella 'e rosa, Capille d'oro, Canzone 'e primmavera, ' 0 sentimento, '0 primmo ammore ed altremoltissime, e tutte belle. Ricordo, per tutte, la seconda strofa di Frunnella 'e rosa: àl campione dice bene la qualità della stoffa,adoperata poi dal Cinquegrana per rivestir tipi di caricatura:

Ncopp'a na fronna 'e rosa ce screvette,

nzieme ntricciate, 'o nomme suio e' 'o mio;

'a penna 'int 'a na vena mme nfunnette,

e si assaggiale dulore 'o ssape Dio

Pe nnanze 'a casa mia passale nu viente.

Io mm' 'o chiammaie, e Ile dicette:  — Siente:

tu vaie luntano e puorte sta frunnella;

si vide a ninno mio, e tu dancella.

Pasquale Cinquegrana

Pasquale Cinquegrana

Giovanni Capurro

Giovanni Capurro

L'altro,il Capurro, geniale e modesto, vagabondo simpaticissimo della poesia dialettale, autore di una canzonetta '0 sole mio che ha fattoguadagnare un centinaio di biglietti da mille al suo editore, avrebbe potuto davvero, se le necessità della vita glielo avessero consentito,dar belle forme caratteristiche all'arte del canzoniere; chi ha scritto le quartine di '0 sole mio, e ha saputo animare nella colorita strofafigure e sentimenti di pretta napoletanità, come '0 scugnizzo e Totonno 'e Quagliarella, e dar veste dialettale decorosa alle Odi barbare delCarducci, poteva compiere una così buona opera.

 Notate quantocolore di paesaggio e quanto ardore sentimentale è negli endecasillabi dì 'O sole mio, animati immortalmente dalle note del di Capua:


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Che bella cosa, na iurnata 'e sole!

N'aria serena, doppo na tempesta.

Pe ll'aria fresca pare già na festa...

Che bella cosa, na iurnata 'e sole!

Luceno 'e llastre d' 'a fenesta toia...

Na lavannara lava, e ne n'avanta;

e, pe tramente torce, spanne e canta,

luceno 'e llastre d' 'a fenesta toia

Quanno fa notte, e 'o sole se ne scenne,

mme vene quase na malincunia...

Sotto 'a fenesta toia restarria,

quanno fa notte, e 'o sole se ne scenne.

In ogni quartina è conchiusa dal ritornello, cosi schietto ditenerezza:

Ma n'ato sole,

cchiù bello, oi' ne',-

'o sole mio -

Sta 'n fronte a te!

Ma,ripeto, codesti autentici poeti cittadini si son lasciati fatalmente travolgere dalla corrente modernissima: essi scrivono in abbondanzaversi per macchiettisti e chanteuses.

E ancora: di DanieleNapoletano e di Roberto Marvasi questi calda anima di poeta e pubblicista pugnace ricordo la soavissima Sempe tu!, che vinse il grandprix della canzone napoletana, parecchi anni fa. E del Marvasi è anche notevole, fra le altre, Chi se ne scorda cchiù!, musicata dalBarthelemy.

Co' poeti, i musicisti: Francesco Paolo Tosti,Mario Costa, Enrico de Leva, Vincenzo Valente e, in sottordine, Edoardo di Capua, Giuseppe de Gregorio, Vincenzo di Chiara, SalvatoreGambardella, Ernesto de Curtis: improvvisatori geniali, questi tre ultimi, più che sapienti di contrappunto. Costa, Tosti e de Levaconferivano alle lor composizioni un carattere di signorilità, di tenerezza delicata, di aristocratica soavità melodica. Artisti discuola e di animo superiori, essi ingentilivano di ogni grazia e spogliavano di ogni scoria il sentimento popolare, pur lasciando chelibero esso lluisse nei loro canti, cui toccò quasi sempre la sorte del successo durevole. Ma essi furono interpreti, diciamo, unilateralidell'anima napoletana. Colui che la comprese tutta fu Vincenzo Valente, il più lesto e vario fattor di armonie popolari, il Rockefeller dellapatria canzonetta. Tutte le sue composizioni un emporio per tutti i gusti e per tutte le bocche recano sempre un'impronta di paesanaschiettezza, un'esuberanza di colore locale, e quel segno come dire? di festevolezza patetica, che è la cifra distintiva del caratterenapoletano. Generico utilité, si trovò sempre in ottima compagnia con tutti i poeti: da Bracco allo scultore della Campa, da di Giacomoall'usciere Stellato, da Russo al pittore de Curtis, da Cinquegrana al pubblicista Pellinis, da Capurro al mastro d'ascia Marfé. Non ebbe enon ha preferenze: artista di manica larga e di geniale inconsapevolezza, egli ha pronto l'estro a qualsivoglia ispirazione:dalla melodia aristocratica alla sconcezza del café-chantant.


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Era già celebre quando apparvero alla ribalta i musicisti or mentovati; eson sue quasi tutte le ultime canzoni famosi del tipo genoiniano. l'ondete e assimilate il temperamento musicale del Costa con quello delValente: e avrete il temperamento di tutti gli altri musicisti che oggi popolano la piazza napoletana, e tra i quali sono notevoli il di Capua,il di Chiara, il de Curtis e il Gambardella. Di quest'ultimo ricordo, fra le moltissime e tutte belle sue canzoni, l'immortale Marenariello,su versi del signor Ottaviani, Don Carluccio, su versi del di Giacomo, e, sopra tutte le altre, Tu sola e Serenatella nera, su versi delRusso, e la nostalgica Pusilleco adduruso, su versi del Murolo. 

Il maestro S. Gambardella

Il maestro S. Gambardella

Del diChiara son sempre vive nel cuore e nella memoria dei napoletani 'A vóngola, libraccio a te, 'E tre chitiove, tutte su versi del Capurro; edel de Curtis, gentile evocator delle nostre marine, è indimenticabile, fra le altre qui mentovate, Torna a Surriento, su versi di G. B. deCurtis. Dire, come ho detto, di questi poeti e di questi maestri, è esporre, in linee largheabbastanza, tutta la storia della canzone napoletana dell'ultimo quarto di secolo. Il resto è invasione barbarica ed è silenzio. Fino alconcludersi degli ultimi cento anni, una moltitudine di poeti e musicisti dell'antico stampo ha inondato di rime e ritmi la piazzapartenopea; ma il critico può risparmiarsi la pena della citazione e del comento: la storia deve esser sintesi, e respingere ogni ingombro.Avviso a coloro che cercherebbero qui l'inventario di tutte le canzoni napoletane, che son migliaia. Ricordo solo, fra i musicisticontemporanei del Valente, i maestri Siragusa, Mazzone, Finamore e Nutile, artefici di belle canzoni indimenticabili (1).

Colnuovo secolo, si affollano schiere di poeti eleganti. Son giovani di mente e di cuore, i quali sanno dare intonazione letteraria esquisitezze melodiche alla canzonetta popolare: e noto, nello stuolo innumerevole, Ugo Ricci, Libero Bovio, Ernesto Murolo, EdoardoNicolardi, Giambattista de Curtis, Rocco Galdieri, il Ferraro-Correra, il Ragosta, il Mario e il Guarino, fra i poeti; e il Fanti, il Fonzo,il Falvo, il Capolongo, il Buongiovanni, il Nardella, il Segrè, il Napoli, il Bellini e qualche altro, fra i. musicisti. Spesso, essiportano, nelle loro belle composizioni, come un rimpianto, il palpito dell'anima tradizionale. E queste eccezioni son confortanti e notevoli.Il Nicolardi ad esempio, ha nel suo ricco emporio di canzoniere una poesia, Voce 'e notte, musicata dal de Curtis, che ha battuto il recorddel successo piedigrottesco in questi ultimi anni. È l'antico «invito» dell'innamorato alla sua «bella dormiente»; ma si veda, nel brano cheriporto,


(1) Editori notevoli di canzoni in questo periolo di tempo: il Bicordi, il Santojanni, l'Izzo, il Maddaloni, il Bideri,il Giannini, il del Monacò, ecc. ecc.


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 con  quanta bontà di fattura e quanta ricchezza di osservazione il poeta saesprimere la sua angoscia di amante tradito:

Si sta voce te sceta 'int' 'a nuttata,

mentre t'astrigne 'o sposo tuio vicino,

statte scetata, si vuo' sta' scetata,

ma fa vede ca duorme a suonno chino.

Nun ghi' vicino 'e lllastre pe' ffa' 'a spia,

pecche nun può sbaglià: sta voce è 'a mia...

E' a stessa voce 'e quanno tutt' 'e dduie,

Scurnuse nce parlavamo e' 'o «vvuie».

IlMurolo ci ha dato, fra i tanti suoi altri, questi versi di sapor virgiliano, musicati dal Gambardella. È un frammento di Pusillecoadduruso:

'Ncopp' 'o capo 'o Pusilleco adduruso,

addò stu core se n'è ghiuto 'e casa,

co sta nu pergulato d'uva rosa

e nu barcone cu 'e mellune appise...

E nu canario canta na canzone

'a dint'a na caiòla appesa fore.

E ll'ellera s'attacca a stu barcone

comme ce s'è attaccato chisto core!

Echi può mai dimenticare le bello strofe di Tarantelluccia e di 'E doie risposte, musicate squisitamente dal Falvo, e quelle di Pusilleco,Pusì!, comontate dalla musica di Edoardo di Capua, e quelle davvero mirabili di Core 'e mamma, incomparabilmente musicate dal Capolongo?

LiberoBovio, figliuolo dell'insigne filosofo napoletano e poeta acclamatissimo di una Napulitana, musicata dal Falvo, e di molte altredelicatissime canzoni, fra le quali ricordo Na cammarella, So' diece anne, Marenarella e Ammore 'e quann'ero studente, mette un bel segno disoavità idilliaca nelle quartine di 'A muntagnara, composte per la musica del de Curtis:

Bella figliola, ca staie ncoppa 'o monte,

stanotte ncoppa 'o monte so1 sagliuto,

stanotte ncoppa 'o monte aggio chiagnuto,

e chelli prete ll'aggio nfose 'e chianto.

T'aggio chiammata, e 'o nomme s'è sperduto,

pecchè sta voce 'o viento s'ha purtata...

E mme ne songo sciso triste e muto;

ma ncoppa 'o monte ll'anema è restata.

IlMurolo, il Bovio e il Nicolardi sia detto a loro onore son fra i giovani quelli che meglio intendono e posseggono l'anima tradizionaledi Napoli, e più disdegnano l'ibridismo del caffèconcerto. Infine, del pittore Giambattista de Curtis, che insieme col Valente diede canzonipopolarissime, quali 'A pacchianella e Muglierema comme fa?, è notevole e oramai famosa in tutto il mondo conosciuto la nenia Carmè!, dellaquale egli compose versi e musica, e che fa sentire tutto il fascino della marina di Sorrento:


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Duorme, Carmè !

'0 cchiù doce d' 'a vita è 'o durmi !

Ealtre, ma rare, se ne trovano del Ricci, cui la maggior lode è quella di dirlo poeta napoletano pariginissimo, e del Galdieri, un dei piùprolifici e geniali artisti del mio paese, e degli altri or menzionati. Notevoli, ancora, fra le musiche: A mezanotte, del Nutile, Uocchiec'arraggiuriate e Tu nun mme vuò cchiù bene, del Falvo; Palomma 'e notte, e Ammore che gira, del Buongio vanni; Ammore 'e femmena, delNardella; A Mergellina, del Segrè. E a volerle citar tutte occorrerebbe un volume.

Il maestro E. di Capua

Il maestro E. di Capua

Ma Napoli è mutata: sitrasformano educazione e costumi: l'anima civica si addestra alla conquista di nuove fortune: e, fatalmente, «la voce del cantor non èpiù quella». Certo, i poeti odierni intendono e praticano l'arte loro con una consapevolezza e una pulitezza assolutamente irrintracciabiliai tempi del ftosa, del Sacco e del Genoino. Ma sovente manca alle lor cose poetiche quella ingenuità sentimentale e quella particolaresemplicità, che costituivano il pregio sostanziale della poesia indigena di quelle epoche. Colpa non degli scrittori,ma del tempo: diquesto tempo nostro, sopra tutto, che altro non è se non la notte di passaggio dal tramonto della vecchia civiltà all'alba della civiltànuova.

Tutto oggi è, necessariamente, transizione e, quindi,ibridismo; e tutto è scimiottatura di ciò che per le più larghe vie di comunicazione aperte tra i popoli ci viene in casa. Così, alla nostrabella opera semiseria ha seguito il vaudeville, alla serena commedia paesana la pochade, alla canzonetta popolare quella del café-chantant.


 È periodo di preparazione: i napoletani di oggidì hanno due anime: unain agonia, l'altra in germe: non hanno né l'una né l'altra. Il caffè-concerto è appunto la serra generosa ove fiorisce, oggi, lanostra canzone: oltre la serra, la pianta isterilisce. Tutti i poeti, dai contemporanei e coetanei del di Giacomo a quelli del nuovo secolo,han dovuto cedere alla necessità dei tempi e divenire scrittori di canzoni franco partenopee. Due di essi soltanto han resistito allacorrente: il Bracco, che ha diretto vittoriosamente l'ingegno a più alte mete, e il di Giacomo, che ha la religione delle reliquie paesane.E dei musicisti solo il Tosti ha resistito.

La canzonenapoletana e parlo, s'intende, di quella tradizionale, onde avemmo nei secoli il privilegio di primogenitura è, così, agonizzante, pur avendooggi una legione sterminata di cultori, che ha quasi decupiata la produzione annua dei tempi passati. Tante canzoni: troppe canzoni: dirado la canzone: quella che fu gloria nostra anche quando cantò la volgarità del delitto.


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C'è chi benedice a questa agonia, perché pensa che il fiorire delladelinquenza cittadina abbia costantemente trovato buon seme nel canto nostrano. E ricorda Fronna 'e limone, e le serenate a dispietto, e gliinviti e gli avvertimenti onde la gente di mal affare in libertà usava di comunicare con quella tenuta in prigione, e infine il canto afigliola, che fu, quasi sempre, nelle feste popolari, il preludio di fatti sanguinosi. Tale suggestione sinistra può anche esser vera allume dei canoni di antropologia criminale Ma quella è canzone costantemente escita dalla folla, non mai emersa dal cuor del poeta. Ilpoeta, quando è tale, è sempre un educatore: può anche cantare il delitto, ma per ripudiarlo Nessun poeta, infatti, ha scritto per lecompagnie dei vagabondi nottambuli del furto e del coltello:

Giuvinotte 'e mala vita,

site guappe e ammartenate :

site giuvene annurate,

site serve 'e ll' Umiltà (1),

o ha suggerito al carcerato :

A San Francisco

mo sona 'o risveglio:

chi dorme e chi veglia,

chi fa 'nfamità.

o ha incitato al delitto l'amante che vive della vergognadella sua donna:

Fronna e vurraccia,

si nun te tiene a me, te ntacco 'a faccia!

Ernesto Murolo - Rodolfo Falvo - Libero Bovio

Ernesto Murolo - Rodolfo Falvo - Libero Bovio

Lacanzone del pervertimento è opera degli stessi pervertiti. Il poeta, anche se modestissimo, può cantare in versi brutti, ma condanna ilcrimine, o fa della persona del delinquente oggetto di satira. Ecco: parla un «malandrino» del Capurro:

Io nun teneva manco dudice anne

quanno facette 'o primmo ferimente.

D'allora a mo aggio avuto otto cundanne,

E mm' hanno puosto nomme «o Presidente».

E poi:

Quanno è mez'ora 'e notte

'a ricanna (1) mm''a porto cu me...

Vaco add' 'a «Naso 'e cane»,

e 'o cchiù poco na lira aggio 'avè!


Correttore sentimentale o satirico del costume: sempre. Ritrae e chiude nella suastrofa 'o picciuotto, 'o giuvinotto onorato, 'o sciammèria, 'o scugnizzo e tutti gli altri graduati della milizia camorristica; ma dalsuo estro trae sempre motivi di scredito dei personaggi evocati. Canta la triste solitudine del carcerato; ma il carcerato dice la nostalgiadella sua casa e della sua mamma:


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Sto' dinto a chesti mura carcerato

chiagno, ca nun veco a mamma mia.

Seillustra il delinquente politico, l'elettore influente, l'affarista, l'amico personale del ministro e del deputato, ne fa la caricatura, elo offende: Cinquegrana lo chiama 'o sbruffone.

Crispe, Casale e 'o sinneco

mme parlano c"o tu!

Vulesse io mo nu titolo

'e cavaliere!

Ese canta il delitto passionale, come il di Giacomo nella chiusa di Tarantella scura, egli sublima il proposito maligno fino allealtitudini del sentimento, e di esso esprime tutta la passione e tutto l'orrore:

Chi sa qua'  iuorno lùcere a'  ntrasatto

nu curtiello appuntuto aggia vedè!

Chi sa qua'  iuorno fenarrà stu fatto,

ca io cado nsanguinata nnanze a tte!

Enon ho altro da dire: ho detto abbastanza, e giova concludere. La conclusione è in un interrogativo: è, dunque, questo scritto l'epicediodella canzonetta napoletana? Tutt'altro. La nostra canzone non è morta; essa si rinnova, come la vita onde nasce. Appare ora stanca e sbiaditatra il vecchio e il nuovo; ma quando le nascenti energie saran sistemate; quando tutto il Mezzogiorno italiano, del quale Napoli ècuore, avrà coscienza della sua forza e dei suoi bisogni, e saprà partecipare ai benefici e alle audacie della vita moderna; quando imeridionali cesseranno di invocare come una provvidenza celeste il loro diritto e sapranno sfruttare largamente i tesori ascosi nel mare esotto il suolo della patria; quando ogni casa sarà un laboratorio e ogni cittadino un artigiano della grande officina universale; quando latrasformazione ora iniziata assumerà il carattere di vita stabile, oh allora sorgerà dalla rinnovata vita la perfetta canzone. E l'attesopoeta verrà a raccogliere la lira giacente, per trarre da essa nuove armonie, e poi trasmetterla al suo successore lontano.

Aniello Costagliola.


(1) Rivoltella di grosso calibro, a doppia canna.


Nota. — Quasi tutte le illustrazioni contenute in questo articolo sono statefatte su fotografie cortesemente forniteci dalla Ditta Marino Tafuri, diretta da Luigi Agazio, Napoli. — Errata Corrige: Nella prima parte diquesto articolo (fascicolo 905, pagina 107) si è incorsi in un errore di stampa, che i lettori avranno certamente corretto, ma che è benerettificare. Ove è detto: «Re Bomba Ferdinando quarto», deve dire; «Re Bomba Ferdinando secondo». 






La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra nazione napoletana e global liberalism di Zenone di Elea

Great Britain: Paper Correspondence Despatch relating to the Southern of Italy

Questione napoletana, brigantaggio e mitologia patriottarda antimeridionale

«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» ovvero dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu di Zenone di Elea

Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

Giacomo Margotti

Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci






Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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