NUOVA ANTOLOGIADI LETTERE. SCIENZE ED ARTI QUINTA SERIE SETTEMBRE OTTOBRE 1909 |
VOLUME CXLIII — DELLA RACCOLTA CCXXVII ROMA DIREZIONE DELLA «NUOVA ANTOLOGIA» Via San Vitale, 7 1909 |
Il fiume Sebeto ha nel mondo una nomea assolutamente sproporzionata alla sua consistenza di ruscelletto arido sei mesidell'anno. Tre quarti dei napoletani quasi ignorano in quale parte della loro città scorra e quali termini di questa bagni quel rigagnolofamoso. Lo chiamano con un diminutivo che dice tutta l'importanza del trascurabile corso d'acqua: 'o sciummetiello. Ma le dimensioni cresconoin ragion diretta del quadrato delle distanze: e nella fantasia dei lontani il Sebeto, celebrato per le vicende storiche e per i costumicaratteristici del suo paese, è fiume immortale, come il Po, l'Adige e il Tevere, ed è considerato come il simbolo significatore di tutta lavita napoletana. Piccolo. fiume glorioso, come il piccolo e irrequieto monte Vesuvio: lungo quelle umili rive, e: su quelle umili falde visse,dal tempo leggendario di Spartaco fino a venti anni fa, un popolo di pescatori, campagnoli e poeti, artefice geniale di reti, di aratri e diarmonie.
Nessun popolo, più di quello napoletano, ebbe tenaci le sueabitudini, a traverso i secoli. Preda di troppe dominazioni e di educazioni diverse, e a volte cozzanti, esso è rimasto il figliogenuino del suo cielo, del suo monte e del suo mare. Nelle pagine pepate del Satyricon, Petronio Arbiter, illustrando l'avventura eroticacapitata ai giovani Gitone, Encolpio ed Ascylto, sedotti dalle grazie di Quartilla, in una festa di sacerdotesse pagane alla grotta diPozzuoli, accenna a persone e consuetudini caratteristiche dell'antica terra cumana, e ci ricorda il «cantastorie», (specie di rapsòdopopolare), il «maruzzaro» (venditor di lumache cotte), la «verdummara» (erbivendola), «'o pannàzzaro» (mercante di panni vecchi), il «cantantea stesa», e non poche costumanze e locuzioni plebee, rimaste immutate al tempo nostro. E siamo all'epoca neroniana. La stessa voce par diudire, dopo circa diciotto secoli. Ecco, nell'anno 1845, come Emanuele Bidera, un greco trasmigrato a Napoli per ragioni politiche, descrivenella sua Passeggiata per Napoli e contorni (1) un libro povero di forma, ma ricco di osservazioni la gente partenopea di quella età: «Lanobiltà non sa del tutto spogliarsi dell'alterezza spagnuola; il mezzo ceto infiora i suoi discorsi di sentenze latine; la plebe solo, tenacealle sue origini, non sa dimenticare di essere stata greca. Essa conserva tuttora usi propri degli antichi spartani. Se vedrai una madreminacciare, scuotere il suo bambino in fasce, non la stimare snaturala, o inumana; ossa lo fa per renderlo desto, forte, paziente alle sventuredella vita; cosi le spartane educavano i loro figli. Se vecchio o vecchia si sposa, viene come in Isparta vituperato dalla plebe. Sequalche furbo t'invola il fazzoletto, lo fa con più destrezza di uno spartano. Ma il lazzarone non è l'ilota, né lo schiavo o il liberto deiromani; esso è un uomo libero, disinvolto, leale, arguto, epigrammatico; e se ereditò le superstizioni dagli etruschi o dailatini, come la jettatura, sono, questi, pregiudizii efimeri, che non allignano nel fondo del suo cuore.
(1) Con questo libro, edito a Napoli dal Cottrau, nel
1846, il Bidera passa in rassegna un anno di vita napoletana: il
1845.
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Le sue feste sacre ora alla Madonna dell'Arco, ora a quella di Monte
Vergine o di Piedigrotta, co' loro carri festivi, pieni di rami,
dicembali, di gioia e di canti, sono un simulacro degli antichi
baccanali. Ha i suoi rapsodi nei cantastorie del Molo; aveva i
suoigiuochi ginnastici; né vi fu chi meglio di lui sapesse assestare
una
pietra. Questa plebe non ha vita intima che nelle poche ore del
sonno:è laboriosa, pacifica. Quel venditore, che da un canto all'altro
empie
la strada di grida per vendere la sua merce, litigioso,
atrabiliare,fiero, spacciata la mercanzia, lo vedrai sdrajarsi
tranquillo e dormire
al sole: è un tiranno da teatro, che ha finita la sua parte.
Questovolgo, che ti sembra di nessuna cosa si curi, è più curioso di
una
ragazza da marito: dove uno guarda, si arrestano tutti, immobili,
aguardare; e che guarda tanta folla di gente? un canario fuggito dalla
gabbia! Plebe amante di forestieri e di conviti, che per
solennizzareuna festività impegna e si disfà delle cose più necessarie
della vita:
improvvida dell'avvenire come il cafro, che vende il suo letto
ilmattino, e ne piange a sera: piena di vita e di attività:
spensierata,
garrula, loquace, schiamazzatrice, incapace di odio, ma tutta lingua
etutta cuore: ecco la plebe napolitana». Certo, in un volgare men
fiorito del latino petroniano, il buon Bidera, à proposito di
Napoli,ripete, su per giù, le medesime cose e illustra gli stessi
personaggi
dello squisito Arbiter elegantiarum. Nè le cronache
intermedie,pervenute fino a noi, accennano a mutamenti nel carattere
popolare: le
varie signorie di Francia e di Spagna riuscirono mediocremente, o
nonriuscirono affatto, a modificare l'indole paesana.
*
**
Fino a venti anni fa: ora, non più. Napoli comincia arinnovarsi, essenzialmente: ereditò da Palepoli le belle tradizioni, le semplici consuetudini, arti e mestieri, e tenne immutata l'animaprimitiva, con le sue esuberanze e con le sue lacune: ora, ella assume figura e consistenza di grande officina. La modernità ha imposto anchea Napoli la sua legge di rinnovamento. I musulmani si tramutano in uomini d'affari. I contemplatori si avviano ad essere calcolatori.L'officina annulla la bottega; la società anonima uccide l'azienda individuale; il trust assorbe l'associazione in partecipazione e ilpubblico mercato. Tale rinnovamento, che importa ricchezza, educazione, igiene, è bene e necessario che avvenga; ma sia consentitoall'osservatore sentimentale di rimpiangere il tramonto di una civiltà fatta di poco cervello e di molto cuore, e di constatare che l'albanuova ricaccia nell'ombra tutta una tradizione magnifica di poesia.
Quanta tristezza è in questi stadi di transizione da un mondoche si sgretola a un mondo che accenna a sorgere! I napoletani di oggi, da trenta anni in su, sono, e devono essere, delle persone melanconichee scontente. Son cittadini di due epoche e però di nessuna epoca. Ricordano il mare a Santa Lucia: e ora a Santa Lucia il mare non lotrovano più Ricordano l'agonia gioconda del teatro San Carlino (1) e di Pulcinella: o San Carlino è morto, e Pulcinella ha ceduto il campo atutta una turba di buffoni esotici.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Ricordano Piazza Castello, a sera, tutta rossa di fiaccole, sonora di
mandolini o chitarre, clamorosa di moltitudine: e Piazza Castello è
oradeserta sotto il chiarore delle lampade elettriche, e intristisco
all'ombra secolare del Maschio Angioino. Napoli sarà una città
grande,ricca e felice: sorgerà anche dal suo rinnovato cuore il poeta
a
cantare la fioritura dello nuovo energie; ma non per questo
inapoletani della transizione avranno men ragione di dolorare per
tanta
poesia che se ne va. I più vecchi giurano addirittura che «si
stavameglio, quando si stava peggio»: quando essi dicono il governo
era
negazione di Dio, ma glorificazione di stomaco: quando Sua
MaestàBorbonica faceva piangere o Sua Maestà Pulcinella faceva ridere.
Ma i
vecchi son brontoloni, o glorificano, naturalmente, oltre misura,
labontà di un tempo che, in fondo, fu quello della loro gioventù. Non
così i miei concittadini d'oltre il 1860: ancor giovani, essi hanno
lastrana sensazione di essere come invecchiati bruscamente: nel giro
di
qualche lustro hanno visto demolire e riedificare la città, e venir
sututta una generazione diversa nel costume e nel sentimento, e pur
contemporanea. Venti anni son bastati a compiere un lavoro secolare
ditrasfigurazione. Ciò che sarebbe dovuto avvenire per moto evolutivo
è
avvenuto in modo rivoluzionario. E i miei compaesani e coetanei
sonrimasti come dire? in un periodo di vita intrauterina: non morti e
non
ancora vivi e vitali. Napoli non è più la città vecchia, e non è
ancorala città nuova: non è più Napoli, e non è ancora Milano. Ha
perduto
Tore 'e Criscienzo (2), il guappo amabile e generoso, il
difensoredisinteressato della donna, del vecchio e del fanciullo; ma
ha Totonno
'e Santo Dummineco (3), il truffaldino evoluto, tipo insidioso
diRocambole partenopeo. Colei che ricamava all'uncino fa, ora, la
canzonettista, esotizza il suo nome, e parla col «caro lei».
Il«giovine di studio» e il «commesso di negozio» si son dati all'arte,
ora: e si cingono del lauro di macchiettisti osceni.
El'esemplificazione potrebbe continuare, e dar la prova di questa
umile
verità: Napoli, per questo aspetto, ha peggiorato nel cambio:
certamalignità esotica ci ha guastato il sangue.
Restaurazione ab imis: d'ambiente e d'anima. Hanno costretto ipescatori di Santa Lucia a uscire dalle lor tane del Pallonetto e dai budelli ingombri di vele e di nasse; han fatto imbastardire, laggiù, lasorgente di acqua ferrata, nostalgia di tutti i nostri visitatori; Tore Starita è morto, e con lui la sua bianca osteria sul mare (4), el'erede ha ingrandito e infranciosato il suo restaurant, a Santa Lucia Nova; hanno dato lo sfratto agli ostricari, c non più il sorridenteMucchietiello fa sentirò il suo invito:
— Ah, chi accatta òstreche, spuònele e anciue !
So' belli frutte pe «ignurine !
(1) Importante nella storia della comedianapoletana. Sorgeva in Piazza Castello. Fu demolito nel 1881. Di esso si occupa ampiamente il Di Giacomo, nella sua Cronaca del teatro SanCarlino (1891).
(2) Salvatore de Crescenzo, famoso camorrista delsecolo scorso.
(3) Antonio Parlati, una delle più triste figuredell'odierno processo Cuocolo.
(4) L'osteria di Salvatore Starita, orascomparsa, era popolarissima, come il suo principale, che i napoletani chiamavano familiarmente Zi' Tore.
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né le brune e carnose lucianelle, nei pomeriggi domenicali, gareggiano
nella conquista del cliente, buongustaio di tarallini e
d'acquasolfurea:
— Signò, cca sta Luciélla vosta (1)
Tutto è finito, laggiù. Al posto degli antichi caseggiati sonsurti alberghi con l'insegna bilingue; e la chiesa di Santa Maria della Catena (2) pare una florida vecchia napoletana, in una compagnia dianemiche e imbellettate chanteuses. Ove erano Starita e le lucianelle crescono ora erbe maligne e si scolorano gli annunzi di pubblicità deifratelli Mele. La tramvia elettrica taglia la vìa, sotto un groviglio di reti aeree e col tintinnìo esasperante del campanello d'allarme,unica voce di modernità nell'attuale solitudine della via, una volta così festosa e assordante di plebe marinaresca. Una vita caratteristicaè stata spenta dal soffio di una più concreta civiltà: e al borgo odoroso di àlighe si è sostituito, finora, il «quartiere dellaBellezza»: cioè, niente.
Come Santa Lucia, così Piazza Castello, e i rioni suburbani diMercato, di Pendino, di Porto: tutte le abitudini particolari si abbattono, come le vecchie case sotto il piccone della «Società dirisanamento», per far posto a una regola di vita nazionale, che si manifesta anche nella uniformità delle nuove costruzioni edilizie.Tutta la poesia di Napoli è sepolta in quelle macerie; le feste popolari di Piedigrotta, di Montevergine, di Santa Maria della Neve edeYArche1 Hello; i venditori di ogni specie di mercanzie, i quali tenevano banco e gridavano le glorie dei lor prodotti su le piazze; ilpubblico banditore, nella ricca divisa di maresciallo del tempo di Murat, celebrante a suon di fanfara le insegne e il vino della nuovaosteria aperta nel rione; il cantor di Rinaldo, laggiù, al Molo, col suo bisunto scartafaccio capovolto, in una mano, e nell'altra labacchetta di abete, destinata a segnare il ritmo della sua rapsodia cavalleresca; il burattinaio rauco, per l'ultimo attrito tra i ligneipersonaggi di Colombina, di don Nicola e di Pulcinella; il pagliaccio del baraccone, con. la casacca cinese, il cappello a cono e il voltoimpiastricciato di farina; i teatrucoli sacri all'opera dei pupi, ai quadri plastici, ai drammoni estratti dalle cronache romanzesche di donCiccio Mastriani e alle comedie di attualità del chitarrista Altavilla e di Totònno Petito: e i posteggiatori (3) ricantanti ai forestieri,brilli di chops, sul terrazzo (del «restaurant Strasburgo» (4), la canzone recentissima di Piedigrotta, e poi l'inno immortale:
O cara Napoli,
suolo beato,
ove sorridere
volle il creato,
tu sei l'impero
dell'armonia!
Santa Lucia!
Santa Lucia!
Non poteva, naturalmente, sopravvivere il cantore alla vita che fornì
materia al suo canto. E il poeta napoletano non c'è più, o agonizza.
(1) Era, ed è tuttavia, l'invito delle venditricidi acqua sulfurea ai loro clienti.
(2) È la chiesa parrocchiale del rione di SantaLucia.
(3) Suonatori ambulanti.
(4) Questo restaurant sorgeva anche in PiazzaCastello; e fu demolito, insieme co' teatri e la baracche di quella piazza, nel 1884.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Poiché il poeta, non ha più nulla da dire, a meno che esso non si
decida a cantar le glorie delle lampadine elettriche,
delcinematografo, del grammofono, del fonografo e dello cartoline
illustrate. La canzone viva, ma in degenerazione. Si è
fatta,anch'essa, decadente: i nostri poeti per poco non traducono in
vernacolo Mallarmé e Oscar Wilde. La piccola fonte, ma
limpida,dell'ingenuità sentimentale si è inquinata, come la sorgente
di acqua
ferrata, a Santa Lucia. La commozione si è attutita: di cuore
odipaesaggio. La Unzione si è sostituita alla sincerità: l'artifizio
all'arte. Il poeta di questa Napoli anfibia vuol cantare l'amore,
eprobabilmente non ha mai amato: vuol piangere nei versi, quando,
forse,
non ha mai pianto nella vita: dice di credere, ed è uno scettico. Da
uncosì fatto stato d'animo, quali strofe possono scaturire, se non
quelle
improntato a volgarità di sensi? Salvatore di Giacomo canta
ancoravittoriosamente, poiché egli sa vivere di memorie e di
rimpianti: la
voce del poeta viene a noi da un inondo clic ci crolla intorno. Egli
èNapoli che se ne va.
* **
All'ombra del patrio campanile commemoriamo, dunque, la poesianapoletana, la quale trovò sempre nella canzone la sua voce più viva e diffusa. Napoli ha fama universale appunto per la sua canzone. Terraessenzialmente musicale, la nostra, nota meglio per le sue nenie e per le sue tarantelle, che non per le istorie del general Colletta, per lesue figure di eroi e di educatori popolari come Tommaso Aniello e Padre Rocco, per le architetture ciclopiche del Vanvitelli e le tele viventidello Spagnoletto, per la dottrina giuridica di Mario Pagano e di Gaetano Filangieri, e per le teste mozze dei repubblicani del 1790.Coloro che mai posero piede sul suolo partenopeo, conoscono e amano Napoli a traverso le strofe e le note di Santa Lucia, diFiniculì-funicnlà!, di Candì, di Comme te voglio amà!, di Scètete, di '0 sole mio. Masaniello, Vanvitelli, lo Spagnoletto è Mario Paganodevono cedere il campo della celebrità patriottica ai poeti e ai musicisti della canzone.
Ha una storia la canzone napoletana! Certo; ed è storia riccadi vicende, suggestiva di memorie, triste o gioconda o insidiosa, come l'anima della sua gente, ancor frammentaria e dispersa nei suoicapitoli e ignorata nelle sue origini (1).
Quando la voce partenopea ha cantato la prima volta? All'etàdi Falero Aborigeno, io penso; e forse all'età delle tre sirene e dei re pastori. «Il tempo nota il Bidera ha disperso le canzoni latine,quelle greche, quelle etrusche, e tutti i canti fescennini, di cui quelli moderni conservano il tipo e le cantilene». A rigor distoria scritta, se si eccettui qualche fugace allusione petroniana a certa specie di canto a distesa, in uso presso i napoletani d'allora,nessun documento di canti popolari, anche dei secoli posteriori, è pervenuto a noi. Né tracce visibili esistono fino al Trecento (1),quando il dialetto era in dignità di lingua scritta.
(1) Sui canti popolari d'Italia, e specie del Mezzogiorno,
han fatto importanti o voluminosi studi il Nigra, il d'Ancona, il
Pitrèe il nostro Vittorio Imbriani. Ma sono, e saranno, incerte e
confuse le
notizie sulle origini di essi.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Nulla si degnavano quei sapientissimi di raccogliere dal volgo: l'umil
canto popolare non poteva trovar posto in pagini illustri.
MesserGiovanni Boccaccio e l'abate Petrarca, ospiti in Castelnuovo, i
quali
pur s'intrattengono intorno alla celebrazione di una festa
napoletanain onore di una Madonna del pede rotto, non mai accennano
alla canora
consuetudine nostra. Di quelli festività religiosa e marinaresca
lenotizie si allargano in cronache quattrocentesche; ma nessun cenno o
framento di canzoni è in quelle antiche carte (2).
Manca la storia: ricorriamo alla tradizione. Nel corso dellevarie epoche, la canzone ha certo mutato forma e ritmo; ma essa è, sostanzialmente, antica come il mare, come il cielo, come l'anima diNapoli. Un popolo emerso dall'alveo di una civiltà che ha consacrato alla donna e all'amore monumenti incrollabili di bellezza; un popolosemplice, sentimentale, contemplativo, stoico, superstizioso, fanatico anche, fino a creder ciecamente, e da secoli, ai miracoli di troppisanti e agli esorcismi d'innumeri fattucchiere; un popolo così fatto trova nella musica e nel canto, come tutte le stirpi incallite in unaspecie di, selvatichezza casalinga, l'espressione immediata del suo sentimento.
Con l'avvento dell'Accademia quattrocentesca, la quale qui, aNapoli, ebbe alla Corte Aragonese assertori e artefici illustri, fra i quali il soavissimo
Jacopo Sannazar, che alle camène
lasciar fa i monti ed abitar le arene,
il dialetto perde, a poco a poco, anche la sua dignità dilingua ufficiale, fino a ritornare, nel secolo decimosesto, alla sua fonte originaria di eloquio esclusivamente plebeo. Pur, in quelli anniil popolo contò i suoi poeti e i suoi rapsodi; ma furono umili cantori, forse anche analfabeti, di una vita troppo chiusa nel trivio: cometali, non degni di storia o di. cronaca. Ed è gran peccato davvero; poiché proprio al tempo estremo degli Aragonesi Napoli ebbe il suopoeta autentico e dolce in Velardiniello, il quale, su la fede dell'arcadico Cortese,
... facea ire a lava
Li vierze, e chella storia componette,
Che fu tanto laudata e tanto brava,
Dove co stile aròieco nce dicette,
Cient'anne arreto, ch'era viva vava.
Ma di Velardiniello, cantor popolare, che nulla ha dainvidiare ai più felici poeti napoletani degli ultimi anni, e che, anzi, di quei poeti può dirsi lo spirituale pater familias, pocheottave a pena noi serbiamo.
È quanto basti a farci rimpiangere tutta la poesia dispersadel suo secolo. Fu, allora, anche il volgo sedotto dalle grazie della rinascenza letteraria: e divennero canti suoi propri, ripetuti eacclamanti per piazze e chiassuoli, lo ancor frasche e amabili villanelle. canzoni d'amore, scritto di solito io lingua, raramente indialetto.
(1) Matteo Spinelli, nei suoi Diurnali, accenna astrambuotti et comune (lol Duecento.
(2) Una specie di cantilena ancora in uso pressole nostre donniciuole, e che si inizia con una invocazione al sole, si fa risalire a tempi anteriori a quelli (di Federico II di S ve via.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
«La villanella o villetta scrivo Salvatore di Giacomo, il quale è
stato
non soltanto il purificatore della nostra poesia vernacola, ma di
essaè anche lo storico geniale e amoroso era sempre una canzono
popolare,
sposso accompagnata dal hallo. Musicalmente, era una
composizionepolifonica, ma questa non impediva allo cantatrici di
renderla
monodica. Fila andava, come tutta la musica profana, sotto il nomo
dimadrigale (1). Cantileno patetiche, e canzoni giocose o satiriche,
lo
villanelle, cui si adattava, di frequente, in armonia col carattere
diesso, un hallo particolare: la ceccona, specie di danza elio
accompagnava le cantileno; la ntrezzata, detta poi tarantella, hallo
diCarattere gaio, svolgentesi a suon di colascione; e il torniello,
ballo
in giro, che accompagnava il canto corale. Rievoca il di
Giacomo,richiamandoli con pazienza cenobitica dalle tombe di
ingialliti
scartafacci e da libri polverosi oramai negli archivi, nomi di
fattorie cantori, e anche versi, di villanelle cinquecentesche e
secentesche
(c2). Tra i primi, Giovanni Leonardo Primavera, agnominato Gian
Lonardodell'Arpa (3), e il Lombardi, lo Spano, il Trabaci, e Giovan
Domenico
Montella; tra i secondi, famosissimi, tal compare Juntto, il
qualesuonava di concerto col Primavera, e qualche volta da solo, al
largo
del Castello, e certo Sbruffapappa, e il divo Pezillo,
suonatoreambulante, Lazaro dei conviti partenopei, preferito dalle
donne
allegre, e del quale intesse le laudi anche il poeta
FilippoSgruttendio.
Si portavano, anche allora, serenate alla «bella del core» ealla «amante crudele»; e c'era, come oggi, il cantatore. Amatissimo e ricercato, a quei tempi, colai Muchio, suonator di cetra; loSgruttendio ricorda qualche strofa di canzonette mandate da costui alla celebrità. Eccone una:
Fare mme voglio na scoppetta a miccio
E de palle la voglio carrecare,
Pe la tirare a Tolla, ch'ha lo riccio
Che mm' ha feruto, e non mme vo' sanare.
E poi, ritornello indecifrabile :
Tubba-catubba, la tubba-tubbella!
Tubba-tubbella, lo chicherichi ! (4)
Era tutta una pleiade di musicisti e poeti e cantori ambulantinel suburbio napoletano. Di villanelle, e anche di canzonette succose di canaillerie, ce n'è a dovizia nella Napoli d'allora.
(1) S. di Giacomo, La prostituzione a Napoli nei secoli
XV, XVI e XVII (Napoli, 1899).
(2) Tra gli altri, discorre di villanelle allanapoletana il novellatore cinquecentesco Fortini, da Siena. E su la canzone napoletana del Cinquecento si hanno notevoli monografiedell'Imbriani, del Morgara e di altri studiosi del bel tema.
(3) Di costui si serbano le Canzoni napoletane atre voci, edite a Venezia noi 1670.
(4) Citano capoversi e frammenti di villanelle ilBasile, il Cortese, il Sarnelli e, più di tutti, il del Tufo, nelle sue volgarissime improvvisazioni poetiche, e il Costo, nel suo Fnggilozio.Altre canzonette e villanelle alla napolitano sono sparse in varie pubblicazioni: tra queste, notevole, una raccolta di Canzoni antichedel popolo italiano. ristampata in Roma nel 189). Si ricordane pure la canzonetta della Zingarella che indovina, quella di una figliuola chechiede marito alla mamma, e quella del Gatto, una satira politica.
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I frammenti custoditi nelle biblioteche non sono che le poche foglie
essiccate di un gran rosaio disperso dal vento. Don Bartolomeo
Capassoil Giobbe dei nostri archivi, venerato e indimenticabile
raccoglitore
di memorie patrie riporta dal Costo i versi iniziali di alcune
villottescritte in dialetto. E non occorre, io credo, altro documento
per
credere alla fioritura rigogliosa del canto popolare di quei
tempi.Canzoni tristi o gaie: nenie e tarantelle e barcarole: facili
melodie
su versi ingenui, anche quando vogliono essere insidiosi:
l'animapopolana vibra in rime e note d'amore, incuriosa, quasi direi
ignara,
della tirannia che là opprime e ammiserisce.
Così, fin oltre la prima metà del Seicento, secolo oltre ognidire funesto alla letteratura casalinga. Imperò l'Arcadia, allora: e fu quella una fase letteraria celebrata e disastrosa. Quasi reazioneall'aristocratico risveglio delle «belle lettere», sorse fra noi tutta una schiera di poemisti (non poeti), i quali inquinarono di artifiziobalordo e sentenzioso le fonti della poesia nostrana. Giovanni Battista Basile onorato, con audacia che non ha riscontri, dell'agnome di Dantenapoletano e Giulio Cesare Cortese, e Filippo Sgruttendio e Capaccio ed altri minori, vantati maestri e antesignani della poesia partenopea,furono appunto di quella poesia i più implacabili e inconsapevoli avvelenatori. E il loro metodo ristucchevole si trascinò per lustri esecoli, alimentato più tardi dalle grasse leccornie dell'abate Cola Capasso, di Niccolò Lombardi, di Sante Villano e del nobilomo OrazioQuattromani; e si spense nei ridevoli aneliti di don Domenico Jaccarino detestabile travestitore napoletano della Comedia dantesca e nellebestemmie della decrepita Accademia dei fìlopatridi, nata e morta, nel giro di pochi anni, durante l'ultimo quarto del secolo scorso. Tutticostoro costrinsero al basso, al mercato e al conflitto col camorrista e con la feminuccia anche le più austere deità mitologiche. Omero,Orazio, Virgilio e Dante furono oltraggiati in travestimenti ignobili. Un ibridismo stilistico e sostanziale, perpetrato da dottori estraneial popolo: retori e filologi, non poeti, Spettava a quelle opere il rogo; furono, invece, quelli autori dalle lor conventicole collocati sugli altari. E il ciarpame delle loro versificazioni ancora ingombra le nostre biblioteche!
***
È l'estate del 1647. La plebe napoletana, guidata dalpescivendolo Tommaso Aniello d'Amalfi, è insorta contro la signoria di Spagna, qui rappresentata dal serenissimo viceré don Rodrigo Ponz deLeon, duca d'Arcos. Insurrezione provocata da un regime vessatorio spinto fino al proposito inverosimile di non lasciare ai napoletanineppure gli occhi per piangere. La turba affamata danna al fuoco i segni tangibili del. suo ammiserimento: i «posti di farina in gabella»e le case e le masserizie degli «affittatori» daziari. Masaniello è proclamato capopopolo: generalissimo: quasi re. E in Piazza Mercatoegli amministra giustizia: giudice e giustiziere: viene a patti con l'altezzoso vice-padrone iberico e in confidenza con l'eminentissimocardinale arcivescovo Ascanio Filomarino; fa le vendette del suo popolo contro tutta la nobiltà, servile o creduta tale, al Governo spagnuolo,prova tolti i deliri o tutte lo seduzioni del potere:
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
e nel e. orso di nove giorni passa rapidamente dall'elevazione alla
catastrofe: è trucidato quattro volte da quelli stessi che lo
hannoelevato su gli altari: è decapitato poni mortem: il suo corpo è
gettato
ne fossni, fuori Porta Nolana: il suo capo mozzo, chiuso in una
gabbia,è offerto, castigo e monito, alla contemplazione degli schiavi
ammutinati: c la moglie del capo popolo, Bernardina Pisa, si riduco
inuna stamberga della città bassa, baldracca esposta a lutti gli
oltraggi
ca tutte le ignominie degli sgherri del vicereame.
Attorno a Masaniello, nell'ora dell'apoteosi, sorgonoproseliti e patrioti degni: degnissimo, fra tutti gli altri, il manipolo costituente la Compagnia della morte, del quale son militigentiluomini c artisti, e fra questi ultimi i pittori Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro, Aniello Falcone o Salvatore Rosa. Nacqueappunto di quelli anni, poco prima o poco dopo la rivolta masanielliana, una delle più caratteristiche e durevoli canzoninostrane: Michelemmà. E al Rosa la tradizione assegna la paternità dei versi e della musica di codesta canzone, che può ben dirsi, come iframmenti di Giulio d'Alcamo e di Rinaldo d'Aquino nella storia della letteratura italiana, la prima rivelazione integrale di questa specienapoletana di componimenti (1). Ancor le nostre nonne ricantano quelle antiche strofe, con le quali il Rosa, pittore e poeta satiricoeminentissimo, offriva l'impronta, ancora ingenua e rozza, di ciò che doveva essere, e fu più tardi, la canzonetta popolare napoletana.
Oggi, l'infantilismo poetico di Michelemmà farebbe sorridereanche il più ignobile dei verseggiatori partenopei; cosi, come Rosa fresca aulentissima desterebbe il compianto anche nel cuore dell'ultimoimitatore di Pietro Paolo Parzanese.
Pure, quanta poesia è in quella semplicità rudimentale! Negiudichi il lettore:
È nata na scarola
(Michelemmà! Michelemmà I)
Oje. mmiez' 'o mare !
Li turche se la jòcano
(Michelemmà ! Michelemmà!)
Oje, a primeral
Chi pe la cimma e chi
(Michelemmà! Michelemmà!)
Pe lo streppone.
Viato a chi la vence
A sta figliola!
Sta figliola, ca è figlia
(Michelemmà! Michelemmà!)
Oje, de notaro,
E porta mpietto na
(Michelemmà! Michelemmà!)
Stella diana,
Pe fa mori li amante
(Michelemmà! Michelemmà!)
A duje a duje.
Pe fa mori li amante
A duje a duje
(1) Si vuole anche che il Rosa abbia raccolto dalla voce
popolare i versi di questa canzone e vi abbia interpolato di suo
ilsolo ritornello corale: Michelemmà! Osservi, in fatti, il lettore
che
la canzone è fatta di endecasillabi, interrotti ciascuno dalla
voceMichelemmà.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Che cosa ci dice il poeta di queste mediocrissime strofe? Men che
nulla: egli loda la bellezza incantatrice di una figlia di notaio,
laquale, nuova fata ariostesca, sa far morire gli amanti a due a due;
e
decanta la beatitudine di colui che saprà vincerla e conquistarla.
Ilritornello corale: Michelemmà! non ha ancora trovato, e certo non
troverà, il comentatore che sappia spiegarne il significato. Esso fa
ilpaio con Tubba catubba del cantore Muchio; e troverà più tardi buona
compagnia in 'O mare e ba!, Oilì-oilà!, Lariulà!, Tiritì-tiritombolà!
ein tanti altri ritornelli di canzonette, i quali, più che voci
significative, son combinazioni foniche, intese ad accrescere
lamusicalità del canto.
Coeva di Michelemmà fu creduta, fino a pochi anni fa, Fenestaca lucive, la più tenera e melanconica nenia napoletana: la canzone nota forse anche agli indigeni del Congo, e che è come il troncoprolifico onde sono emersi tutti i frutti e tutti i fiori del canto popolare partenopeo. Anche la poesia di Fenesta ca lucive fuattribuita, da cronisti troppo facili ed entusiasti, a Salvator Rosa. «Pareva osserva delicatamente il Di Giacomo che mancasse alla cronacadei tumulti del 1647 la circostanza poetica, il personaggio sentimentale, quel fatto d'amore, che so io, il quale lumeggia ogniviva narrazione storica, e con rilievo maggiore, toccando più facilmente l'anima, quella pagina imprime più forte nella memoria». Esi assegnò a Fenesta ca lucive la data di nascita della rivolta masanielliana, «per voler quasi illuminare con un raggio della piùtenera lirica il fosco di quella storia di sangue e di tristizia». Un pensiero gentile, dunque. Una illusione, anche. Ma una bella illusione,che lo storico ha distrutta. Tra i demolitori di questa leggenda è un artista: è colui che ha segnato la culminazione magnifica della poesiacittadina, e che ha saputo scrutare e chiudere in belle pagine l'anima casalinga, a traverso il tumulto dei tanti «castighi di Dio» piovuticidal cielo sotto il nome di dominazioni politiche: un di coloro che han rotto l'incanto è stato Salvatore di Giacomo (1).
Il poeta napoletano rifà la storia dell'antica nenia, e ci fasapere che Fenesta ca lucive fu data per le stampe, su fogli volanti, a un grano la copia, appena nell'anno 1854. Autore o, meglio, rifacitoredella erotica elegia, tal Mariano Paolella, tipografo napoletano, vissuto tra il 1835 e il 1868. Ma già, molto tempo innanzi d'ottenerel'onor dei torchi, essa era cantata dai nostri popolani e dalle nostre donnicciuole: tanto avverte, in una nota in margine alla primaedizione, lo stesso Paolella. Da quando, dunque, durava allora la voga di questa famosissima tra le canzoni napoletane? Non si sa; forse daltempo di Masaniello, forse anche da prima: certo è che di quel canto non esiste traccia, oltre il «foglio volante» del 1854. Poco male, sealmeno potessimo confortarci nel pensiero che Fenesta ca lucive abbia avuto a Napoli i suoi natali. Niente. La bella elegia lirica nacque...in Sicilia; essa fu esimila e, certo, non dal Paolella, il quale, per su stessa confessione, pare si sia limitato a trascriverla soltanto e,
(1) S di Giacomo, Celebrità napoletane (Vecchi, Trani,
1896). 11 di Giacomo ricava le notizie su le origini di questo canto
dauna monografia di Salomone Macini (1870) C'è, in proposito, un
opuscolo
del Molinare del Chiaro: Un canto del popolo, con varianti e
confronti(1881). Di tali origini si occuparono, anche, Lionardo Vigo
e Vittorio
Imbriani.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
forse, opina il di Giacomo, ad aggiungervi le due mediocri sestine
conclusive. dal poemetto di un notaio palermitano, Matteo di
Cianci,esistito nella seconda metà del secolo decimosesto.
Quel notaio narrò in coloriti versi siciliani una storiad'amore e di morte; l'uccisione d'i una giovine baronessa di Carini, Caterina di nome, Iralltta da suo padre, Vinconzo La Grua Tulamanca,signore «iella baronia di Carini, presso Palermo. Amava la bionda castellana, riamala, il suo cugino Vinconzo Vernagallo; e la lorpassione i due giovani confidavano alla solitudine del castello carinese, ove la baronessina viveva, lontana dai suoi. Un empio fraterivelò al La Grua il peccato d'amore di Caterina; e il padre, ferito a morte nel suo orgoglio nobilesco, galoppò, cinto dei suoi sgherri, alcastello, inseguì lungo le arcate solitarie la giovinetta atterrita, e nel cuore di lei infisse due volte il suo pugnale. Ciò accadeva storiao leggenda, verso la fine dell'anno 1563; e l'orrendo parricidio forni la trama al poemetto del notaio di Ganci.
Di una parte appunto di quella composizione poetica la piùpassionale, quella in cui il cantore esprime lo schianto del giovine Vernagallo all'annunzio della morte di Caterina si impossessò il popolomeridionale: e quasi ogni regione del sud italiano ebbe la sua Fenesta ca lucive. Fra tutte, più diffusa e durevole la elegia napoletana: nonnostra come composizione letteraria, ma patrimonio essenzialmente napoletano, pur se derivata, a quanto crede il di Giacomo, da un feliceinnesto di melodia rossiniana e belliniana, come composizione musicale.
Or ecco, e il giovine amante, di sotto le finestre della casa desiderata, apprende che il suo amore è «morto e sotterrato». Udite lebelle sestine, onde traboccano tutta la pena e tutta la tenerezza dell'abbandono irreparabile:
Fenesta ca lucive e mo nun luce,
Segno è ca nenna mia stace malata.
S'affaccia la sorella e mme lo dice:
«Nennella toia é morta e s'è atterrata.
Chiagneva sempe ca durmeva sola:
Mo dorme co li muorte accompagnata.
L'innamorato non vuol credere alla triste annunziatrice; macostei gli riconferma la desolante realtà, e invoca in testimonianza le stelle, le quali, come colpite dal lutto anch'esse, «stannoappassionate». E soggiunge:
Jate a la chiesa, e la vedite pure.
Aprite lo tavuto, e che trovate?
Da chella vocca, ca n'ascèano sciure,
Mo n'esceno li vierme, oh che piatate!
E il derelitto va in chiesa, e raccomanda la morta alla pietàcristiana del parroco:
Zi' parrocchiano mio, tiénece cure:
li llampe sempe tiénece appicciate;
e chiede di morir presto, per riposare accanto al suo beneperduto.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Elegia lirica incomparabile, la quale rimane opera napoletana anche
dopo le necessarie correzioni del di Giacomo e di altri, da
meriassunte or ora. Noi abbiamo dato a Fenesta ca lucive
l'immortalità:
ed essa ci appartiene _per tradizione, per sentimento, pecchè in essa
ètutta l'anima nostra. L'illusione di saperla napoletana anche nelle
origini era una illusione che sarebbe stato bene di non toglierci.
11di Giacomo artista ha dovuto necessariamente subire l'opera del di
Giacomo storico. Noi amiamo tante belle menzogne, appunto perché
lecrediamo verità. E io non so essere affatto grato a don Gioacchino
Tagliartela, monaco napoletano, il quale si affanna di questi tempi
ametter fuori dotte monografie, intese a documentare che i resti
mortali
di Giacomo Leopardi non son quelli che abbiamo venerati per tre
quartidi secolo nella chiesetta di San Vitale, a Fuorigrotta.
***
Si spengono le ultime villotte e dura per crocicchi echiassuoli la eco corale di Michelemmà, alla fine del secolo decimosettimo. Siamo, ora, al Settecento, candido di parrucche,fragrante di cipria e di essenze parisiennes, dovizioso di merletti, di guardinfanti e di falbalà, ciarliero di damigelle, di servette e diabatini, sonoro di clavicembali e spinette, trillante di arie, di cavatine e di canti virtuosi. Tutta la pletorica letteratura dialettalesecentesca fugge la piazza e'il salotto, e va a rintanarsi sotto la polvere degli archivi. L'endecasillabo di Basile cede il posto alsettenàrio metastasiano: civettuolo, garbato, burlevole, demoniaco anche, e adatto a esprimere il sentimento di un'epoca in cui ilmutamento di un regime politico suscitava men romore dell'apparire di un nuovo bollettino di mode. Alle vernacole avventure erotiche, eroicheed eroicomiche dei sudditi di Giove, succedono le grazie, le malizie, le astuzie, i piccoli intrighi e le piccole pazzie sentimentali diZelinda e Lindoro, di Rosaura e Florindo, di Colombina e Pulcinella, di Tolla e don Nicola. Vita minuscola e tutta grazia, la vitasettecentesca. Come la vita, l'arte. Metastasio, il poeta più superficiale e più armonioso che sia mai esistito, può essere ilsimbolo della poesia di quel secolo, quando anche l'opera seria, tratta quasi sempre dà eventi mitologici, aveva espressioni poetichesuperficiali e minuscole, e in dissidio inconciliabile con la frigida solennità degli argomenti preferiti. Il Settecento non offre all'artepoemi e statue e tele complicate e armonie complesse, se non eccezionalmente: son regola la strofetta, il capitello, la miniatura,la cavatina. È secolo, sopratutto, di semplicità: secolo biricchino, d'una ingenuità furbesca. Serba ancora nei suoi primi anni le tracceaccademiche del suo predecessore; ma con l'adolescenza lascia ogni scoria e s'ingentilisce sempre più. Re Carlo III approda a Napoli, co'suoi vascelli carichi d'oro spagnuolo; e inaugura il suo regno felicissimo, e arricchisce di monumenti, di zecchini e di feste il suopopolo. Generoso e magnifico monarca, egli dà formidabile impulso all'arte nelle sue varie manifestazioni, fa della sua Corte un ritrovodi coltura e di eleganza, si confonde co' suoi sudditi, e interviene egli stesso e conferisce nuovi fastigi alla parata, famosa cerimoniamilitare e civile, celebrata annualmente,
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
negl'idi di settembre, in onore della Madonna di Piedigrotta,
e alla quale già avevano partecipato, fia da un secolo innanzi,
iviceré e le vice-regine di Spagna. Napoli è contenta: la città brilla
di luminarie, risuona di canti, s'industria di mode, di ninnoli
egingilli.
Secolo di poesia, questo: quando, conio canta il di Giacomo,
...s'ausavano - ventaglio 'avorio,
polvere 'e cipria - e falbalà.
e quando
...se mettevano - viuline e flaute
pe l'aria ténnera - a suspirà,
e zenniàvano - ll'uocchie d' 'e ffemmene,
chine 'e malizia, - da cca e da llà.
Secolo musicale, sopra tutto. All'opera lirica, ancora un po'austera, del Sarro, del Leo, del Guglielmi, del. Curci, del Tritta, succede e si alterna l'opera eomica, che ha i suoi veraci animatori inPergolesi, Paisiello, Fioravanti, Spontini e Mosca.. La solennità melodica delle «cantate cesaree» si sposa alla merlettatasentimentalità delle canzonette popolari. Queste sono estratto sovente dalle opere più in voga; e diventano, cosi, di patrimonio pubblicoariette, cavatine e serenate del Piccioni, del Paisiello, del Pergolesi. Il popolo le canta nelle sue case, nelle sue piazze, neisuoi ritrovi mondani, e le mette in gara con le canzoni ereditate dal Seicento, prima fra tutte Michelemmà, e con qualche «canzonetta diattualità», ricamata sul bollettino della moda recentissima o su l'ultima ricetta venuta da Parigi a dettare il nuovo cosmetico pervellutare l'epidermide di quelle damigelle e le parrucche di quelli abatini. Alcuno di questi componimenti di «attualità», i quali altronon sono che improvvisazioni di poeti anonimi su musiche di opere del tempo, è rivolto a far la satira, delicata e inoffensiva, di persone odi abitudini locali: così, Filippo Cammarano, commediografo napoletano eccellente negli ultimi anni del secolo, accenna, in una sua comedia(1), a una canzonetta divenuta popolarissima nel 1785, in onore di un gobbetto, d'agnome Bello Gasparre, il quale aveva bottega di calzettaroal Ponte di Chiaia: una specie di piccolo Cyrano partenopeo, geniale, faceto, arguto, spadaccino animoso e roteator di mazza abilissimo. D'unsol uomo, temuto e venerato, come avverte il cardinal Capecelatro in una biografia di quello, il popolo non mai osò di far la satira: e fuil monaco domenicano Padre Rocco, morto quasi in odor di santità nel 1788: un frate che sapeva imporsi al popolano e al monarca: un educatordi popolo, con la parola, col bastone, con l'esempio, e con opere di carità e di civiltà (2). Pure, chi mai potrebbe giurare che anche PadreRocco non abbia fornito argomento a qualche innocente motteggio in versi e musica?
Come di quasi tutte le improvvisazioni poetiche rispondenti apersone o consuetudini di una determinata epoca, di quelle canzonette
(1) Filippo Cammarano, Lo bello Gasparre, e basta così!
(2) Alfonso Capecelatro, La vita del Padre Rocco(Siena. 1881).
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
non esistono esemplari, neppur frammentar!. Se ne serbano, invece, non
pochi di quelle ricavate dalle opere uniche del tempo: e ricordo
Lamolinarella (macinatrice di farina) del Piccinni, Lo frate
nnammorato
del Pergolesi, ed altre, le quali, come queste, prendevano il
titolodell'opera stessa onde erano staccate (1).
A proposito di feste carnevalesche e canzoni, divennepopolarissimo nel Settecento e la sua popolarità si è protratta fino agli ultimi anni del secolo decimonono un «canto dialogato», in cuivengono a dissidio Pulcinella e sua moglie Zeza (vezzeggiativo di Lucrezia), per l'amore e il matrimonio della lor figliola Tolla(Vittoria), con un abate calabrese, di nome don Nicola. La musica di codesta scena gioconda è attribuita, nientemeno, a Domenico Cimarosa.
Pulcinella, custode geloso dell'onor casalingo, avverte suamoglie di tener d'occhio, in assenza di lui, la giovinetta Tolla:
Zeza, Zè, ca io mo esco.
Statte attienta a sta figliola.
Tu Ile si' mamma, e dàlle bona scòla.
Mantiènela nzerrata;
Nun la fa prattecare;
Ca cliello ca nun sa' se po mparare.
Ma Zeza, madre compiacente, non mette in pratica i buoniconsigli maritali; e quando Pulcinella è fuori, ella fa entrare in casa, tricorno e occhiali, l'abatino innamorato, reduce dalla scuola.Tolla vede di lontano il suo amore, e dice alla mamma le sue smanie di fanciulla invaghita:
Mamma, ma' , non vi' chi vene?
Non è chillo don Nicola?
Lo vide ca mo esce da la scola?
Si isso mme volesse, Io mme lo pigliarria,
E n nanze a tata cchiù non ce starria.
Entra l'abate, e intesse il suo idillio con Tolla, mentre Zezainvigila la porta di casa. Ma sopraggiunge Pulcinella; l'abate non fa a tempo a nascondersi; è sorpreso dal babbo indignato; corrono maleparole e legnate; poi tutto finisce lietamente, e don Nicola si sposa con Tolla (2).
Questa scenetta, che contiene in embrione la trama di unadelle tante comedie giocose allor predilette, fu mandata a memoria dai napoletani di ogni grado, e divenne canto di secolare resistenza. Zezaattraversò le piazze, i teatri e le baracche della città. Fino agli anni estremi del secolo scorso, io ricordo baracconi improvvisati, intempo di carnevale, apposta per accogliere e ripetere alla plebe le amorose peripezie di don Nicola e Tolla. Gli ultimi discendenti dellastirpe dei Petito, illustre nella storia del teatro comico napoletano, ancor facevano posto
(1) Ne ricorda parecchie il di Giacomo, nella sua strenna:
Piedigrotta for ever! (Napoli, 1901). E altre se ne riscontrano
invarie pubblicazioni, che è superfluo citare.
(2) Di questo canto esistono vario lozioni: piùcredibile è quella del Mari torana, il quale omemlò l'altra del Cottrau «mancante come avverte il Ma» torana medesimo di alcune strofe, e conle altre disordinate in modo tale, da non più si riconoscere nemmeno dallo scontrafatto originale»
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
nei lor teatrucoli, sempre e solo in carnevale, alla ingenua
composizione poetico-musicale settecentesca (1),
Il secolo si estingue ne' rivolgimenti politici del 1799. Larepubblica partenopea ha vita breve e gloriosa. Il popolo si esalta nei «canti di libertà», raccolto intorno all'albero omonimo, in Piazza delCastello. Poi, ritorna la tirannide borbonica, annunziata dalle orde del cardinal Fabrizio Ruffo e sanzionata dalla esecuzione capitale dicittadini insigni, I lazzaroni della Santa Fede si ubbriaoano di canzoni innominabili, mentre dai patiboli di Piazza Mercato cadono leteste di Mario Pagano, di Domenico Cirillo, di Vincenzo Russo, di Eleonora Pimentel, di Luigia San felice. Il successore di Carlo III,Ile Nasone, plebeo, fanatico c brutale, riprendo lo scettro. Funerali e danze: in tanto orrore, il nonagenario Pulcinella Giancola balbettaagli uditori del teatro San Carlino le sue ultime lepidezze senili. E il secolo si chiude con lo «cantate cesaree», in onor del tiranno.
Tutto le forme dell'arte seppe ingentilire il Settecento:anche la canzonetta popolare. Di questa si può, anzi, dire che fu allora gettato il buon seme, il quale fiori, con esuberanza ancheeccessiva, nella prima metà del secolo decimonono: primo bocciuolo, una canzone di Gaetano Donizetti, su versi dell'ottico napoletano RaffaeleSacco: Te voglio bene assaie: quella che aprì la serie delle canzoni di Piedigrotta, nell'anno 1835.
Una sera d'estate dell'anno 1835, don Raffaele Sacco,scienziato in ottica e ottico di mestiere, con bottega ancor esistente a Napoli in via della Quercia, attraversava quel tratto di strada checongiungeva la piazza Santa Brigida col vico delle Campane, or demolito, quando, dall'interno dell'Osteria del Siciliano, postaproprio in quel punto, si levò un coro entusiastico di qualche dozzina di voci, su gli accordi di un ottavino e di una chitarra. Cantavanoquelli avventori, quasi ebbri di guarnaccia e di moscato di Catania, alcune strofe note agli orecchi del solitario ascoltatore:
Li quarte d'ora sonano:
E uno, e doie, e tre...
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.
Don Raffaele si soffermò ad ascoltare, quasi nascondendosiall'ombra di un fanale, nell'angolo della via. Credeva l'ingenuo passante di sfuggire, così, all'osservazione di quelli che cantavano.Ma dovette ricredersi. D'un tratto, mentre gli stromenti strimpellavano l'intermezzo della canzone, egli udì, come un osanna, gridare il suonome:
— Don Rafele ! Ebbiva don Rafele !
E nel tempo stesso una folla acclamante si riversò, dallaporta della taverna, su la via; e l'ottico fu chiuso in un cerchio insormontabile di clamori. Un delirio di evviva e di applausi. Poi, ilcoro intonò, ancora più gagliardamente:
(1) Notevoli, noi secolo decimottavo, i così detti
«cartelli per lo quadriglie?» ohe prendevano nomo da arti o
mestieripopolari, e che avevano ciascuno la sua canzono. Nel 1744,
apparve
anche, a Napoli, un libro di «Canzoni nuove, divote e belle,
perGiovanni de Simone».
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Saccio ca non vuò scennere
La gradiata a scuro.
Vattenne muro muro,
Appòiete ncuollo a me.
Tu n'ommo comm'a chisto
Addò lo trovarraie?
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.
L'acclamato aveva le lacrime negli occhi e nella gola. Nonpoteva parlare. Accennava con una mano a metter diga a quello straripamento di entusiasmo; ma, senza volere, quella mano egli agitavaritmicamente, come a dar la battuta al canto. Quella folla di popolo, cresciuta fino ad occupar tutta la via, cantava la sua canzone: cantavaTe voglio bene assaie, della quale egli, Sacco, aveva scritto i versi, e Gaetano Donizetti, allor direttore del Conservatorio di musicanapoletano, aveva composto la musica.
L'entusiasmo si propagò rapidamente. Don Raffaele quasi futrasportato a braccia nell'osteria, e lì dovette accettare, fra le varie offerte d'intingoli e manicaretti, anche un bicchiere di «amabileCastelvetrano», regalatogli «col cuore» dal famoso Verdone, il padrone dell'osteria, quello che fece dire ad un improvvisatore suocontemporaneo:
Il Verdone gentil trasse primiero
L'onor della cantina ai nostri lidi.
Stordito e compiaciuto di così frenetica accoglienza, ilpoeta, nel congedarsi dai suoi ammiratori, i quali vollero accompagnarlo fino alla porta della sua casa, finì per confessare, conla voce tremante di commozione, che quella era stata «la più bella serata della sua vita».
Mi raccontava, parecchi anni fa, questo episodio, insieme conaltri aneddoti che or mi sono utilissimi, uno che fu attore e spettatore della scena di quella sera: un borbonico di razza, talFederico Polizzi, di mestiere barbitonsore. E nel suo bel volume Celebrità napoletane, che ha squisite pagine documentali su tipi econsuetudini nostre, Salvatore di Giacomo narra altri episodi relativi alla canzone del Sacco.
Una celebrità elettrica, dunque, quella di Te voglio beneassaie. Pochi giorni bastarono a diffonderla e a farle conquistare tutte le voci e tutti i cuori di Napoli. Teatri e baracche, caffè eosterie, saloni e salotti, piazze e vicoli echeggiavano delle allegre e pur patetiche note donizettiane. I versi del Sacco, così schietti einfantili, parevano fatti apposta per trovare un'eco immediata nell'anima dei napoletani. E quel «prèvete spugliato» di don Raffaelecosì lo agnominava il mio informatore, alludendo alla figura del Sacco che, pel volto pelato e sorridente e per la zazzera lunga fin quasi sugli omeri, somigliava ad un prete in abito borghese provò anche i triboli dell'imitazione e l'onor della caricatura. La canzone ebbecirca una dozzina di imitazioni e fu stampata in diciottomila esemplari. Un vero miracolo a quei tempi! Te voglio bene assaie, non èche il lamento di un innamorato, come si dice, «non corrosposto».
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Egli maledice il giorno in cui si sentì accendere la prima volta per
l'ingrata creatura, e nel medesimo tempo chiede a costei mercé, e
lenarra le sofferenze delle sue notti insonni:
La notte tutte dormeno,
E io, che buò dormi!
Penzanne a nenna mia,
Mme sento ascevoli!
E cerca di commuoverla con la suggestione dei ricordi e colricordo delle promesse:
Ricordate lo iuorno
Ca stive a me vicino
E te scorrevano nzino
Lo lacreme accossi.
Diciste a me: «Non chiagnere,
Ca tu lo mio sarraie».
Te voglio bene assaie,
Ma tu non pienze a me.
Codesta canzonetta superò in celebrità tutte le sue consorellee coetanee, e tenne la priorità fin oltre il 1860. Neppure don Giulio Genoino, un versificatore abbondante e volgare, proclamato a quel tempomaestro di poesia popolare, e che può dirsi il capostipite di tutta la turba di canzonieri onde Napoli fu celebrata e afflitta per oltre unquarto di secolo, potette con le sue Nferte specie di strenne che egli soleva pubblicare in eccezionali ricorrenze festive eguagliare almenoil successo del querulo componimento sacchiano.
Nelle Nferte di don Giulio si trovano i versi di duecanzonette popolarissime poco innanzi il 1848: una dedicata alla festa di Monte Vergine, l'altra a quella di Piedigrotta. Don Giulio era unimprovvisatore felice, ma non si preoccupava soverchiamente, come tutta la folla dei suoi imitatori e successori, della originalità inventiva edella gentilezza formale. Era un fotografo del trivio, non un poeta. Aveva i suoi manichini belli e fatti; non faceva che adattare ad essiuna veste, secondo le circostanze. Ma nella osservazione e nel gergo era napoletano verace. Nella canzone per la festa di Monte Vergine enell'altra per quella di Piedigrotta, egli nulla sa immaginare di diverso dalle doglianze di una moglie ansiosa della gita al santuariodella Madonna e costretta a lottare contro l'avarizia di suo marito, che quella gita non vuole concederle. Ma si veda con quanta efficaciadi colore egli descrive la costumanza e fa parlare la sua «mogliera scontenta». Ecco Montevergene:
A Montevergene la gente a lava,
Sparanno trònole vide partì.
Nc'è ghiuta mammema, nce jette vava,
E chesta è mùtria de non ce j'.
Mm'aggio da mettere le frasche nfronte,
Ll'antrite a piènnole, da cca e da llà;
Mmano na pèrteca, ncopp'a lo ponte,
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Cantanno l'aria «Perucca e ba!»
Non boglio perdere pe tte la fede;
Sarvarme ll'anema mme mporta cchiù.
Si tu si' arèteco, che non ce crede,
E buoje dannàrete, dànnete tu!
Ed ecco Piedegrotta: è sempre la stessa moglie che canta alsuo «marito cocciuto»:
Tu vi' sto lesena comme mme ngotta!
Vi' quanta collera mme fa piglia !
Lo preo, lo nfràceto, né a Piedegrotta
Lo malo fercola mme vo' porta.
E io, che da giovene mme songo ausata
A ssi spettàcole la primma a ghi',
Pozzo ncosciènzia sta gra' ghiornata
Ncasa restàreme p'agnettechì ?
E avrisse l'anema, pe sso golìo,
De farme strùjere, neh, Carmeniè ?
No, portamènce, marito mio,
Si no... capisceme... so' guaie pe tte.
Tu aie cchiù affechiènzia pe li tornise,
E io mo pe scrupolo te l'aggio 'a di :
Vi' ca so' gràvida de quatto mise,
E pe ssi Civeche pozzo aborti.
Tutta la pletora canzonettistica, fino al 1880, cioè finoall'apparizione di Salvatore di Giacomo in questo campo della letteratura partenopea, dilaga per la forma dalla fonte genoiniana e daquella sacchiana per la sostanza, o dall'una, o dall'altra, o dalla fusione di entrambe. Imperversa di quelli anni il diluvio dellacanzone, onde l'eco si espande nel regno delle Due Sicilie, in Italia ed oltre le Alpi e i tre mari. «La nascita di queste canzoni così ilBidera nella sua Passeggiata è un mistero: chi sia il poeta, chi il maestro di sì armoniose melodie, nessuno lo sa, né cura di saperlo;tanto vero, che si ama spesso l'opera, e non l'autore di essa: i piccoli lazzaroni le vanno vendendo, poscia, stampate per Toledo, edesse hanno la durata di un anno» (1). Pure, in tanta colluvie, nomi di poeti e musicisti, e strofe di elegie e satire e serenate e tarantellesono scampati all'oblìo. Ricordo, fra i poeti, il Bolognese, il barone Zezza, Raffaele Colucci, Ernesto del Preité, il tipografo Paolella eartista autentico e trascurato in un'epoca ancor troppo ingombra di volgarità Marco d'Arienzo; tra i musicisti, Gaetano Donizetti, SaverioMercadante, Pietro Labriola, Luigi Ricci, Luigi Cammarano, Carlo Scalisi; e tra le composizioni, oltre Te voglio bene assaie, Laconocchia del Donizetti, Luisella del Labriola su versi di Mariano Paolella, La zeppolaiola del Genoino, Il
(1) Si ricorda, fra gli editori di canzoni, il tipografoAzzolino. Ma i grandi editori e raccoglitori di versi e musiche, dal 1825 al 1879, furono prima Guglielmo e poi Teodoro Cottrau, successiall'editore di musica Gérard. I Cottran raccoglievano canzoni, e sposso so no attribuivano la paternità. E se no trovano moltissimo nelle loropubblicazioni: Passatempi musicali, L'Eco del Vesuvio, L'Ero di Napoli; uà la citazione porterebbe in lungo. Altro editore notevole del tempofu il Fabbricatore, di cui si conservano lo edizioni nella Biblioteca di San Pietro a Maiella.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
cocchiere d'affitto del Cammarano su versi di Domenico Bolognese, Li
capille de Carolina del Labriola, anche su versi del Bolognese,
Locardillo del Riccardi su versi di Ernesto del Preite, e L'amante
scornuso, e La canzone d'Afragola, e cento e mille altre di
autorianonimi o dimenticati, tratto, quasi sempre, dagli «Avvenimenti
del
giorno».
Ad accrescere il tumulto di tante voci canore, irrompe anchela canzone patriottica. E' il 1848. Re Bomba Ferdinando quarto ha concesso al suo popolo la costituzione. Napoli è esultante; il sinistrocapo della polizia regia, Francesco Saverio del Carretto, volge le terga ai napoletani angariati dalle sue nequizie. Il loquacepopolano don Michele Viscusi, di sopra una botto improvvisata a tribuna, va per rioni suburbani a spiegare agl' ignari, con le sueprediche fiorite di male parole, i benefici del nuovo regime politico. Dice corna di del Carretto e dei reazionari, e gloria dei liberali. Eil popolo conchiude le contumelie viscusiano col canto corale:
Bró! Bró! Brebetebró!
Morte a li nfame ! Viva lo Re!
Gl'«infami» sono, naturalmente, i reazionari, già «sudditifedelissimi». Ma sopraggiunge il 15 maggio. Il re viola il patto, e scioglie la Camera dei deputati. Il popolo erige le barricate, e fa aschioppettate con la «guardia svizzera». I liberali o periscono nell'urto, come lo studente Luigi La Vista, o son rinchiusi nellecarceri di Santa Maria Apparente, come Luigi Settembrini, i pittori Saverio Altamura e Achille Vertunni, lo studente Diomede Marvasi e lostesso don Michele Viscusi. E il «popolaccio» così definito il popolo dai giornali conservatori ritorna ora al tiranno, dopo aver parteggiatoper i liberali, e canta ancora, nell'ebbrezza di una nuova Santa Fede:
Brè! Brè! Brebetebrè!
Morte a li nfame! Viva lo Re!
Ed ora, naturalmente, gli «infami» sono i liberali!
Tutto, in quelli anni, serve a motivo o a pretesto dicanzonetta: la venuta a Napoli di papi o re o ambasciatori, l'inaugurazione del sistema di illuminazione col gas o di qualchebottega da caffè o trattoria o salumeria importante, l'ultima moda, il «serraglio delle belve», le «foche ammaestrate», i «quadri plastici»,il Sansone e il Tompouce del baraccone, i nuovi sigari, e anche il «nuovo grasso lucido per le scarpe»: tutto, ripeto, serve di motivo opretesto a lavorar canzonette. La nenia gareggia con la tarantella, la strofa passionale con quella satirica, l'elegia con la caricatura. Ognimodo poetico-musicale trova il consenso popolare: dal canto a figliola, specie di cantilena con coro, celebrante alla festa di Monteverginel'acqua miracolosa di San Modestino di Nola, su la nenia:
Chell'acqna santa, ca scenne a lo core
Gomme scenne l'acquazza a le viole,
E l'acqua ca guarisce de l'ammortì
E sana d'ogne male le figliole;
alla tarantella a due voci, cantata da una figliuola ansiosadi maritarsi e dalla sua madre indulgente:
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
E la luna mmiez' 'o mare...
Mamma mia, mmariteme tu!
Figlia mia, chi t'aggia dà?
Mamma mia, piènzece tu.
Si te do' lo scarpariello,
Lo scarpariello non fa pe te:
Sempe va e sempe vene:
Sempe 'à suglia mmano tene...
E si po' va nfantasia,
'A suglia nfaccia 'a figlia mia!
e, in fine, alla serenata, in cui l'innamorato che parteesprime alla sua donna tutta la pena dell'abbandono:
Io vengo, nenna mia, a cercà licenza,
Ca lo patrone a buordo mm'ha chiammato.
Quanto mme sape a duro sta partenza.
Lo ssape chisto core nnammorato!
A la marina affàcciate dimane:
Vedè te voglio primma de partire.
Tu da terra mme faie nu vasamane,
Da buordo io te risponno co' sospire.
Continua, in tanto, la gazzarra delle «canzoni di attualità»,a tratti rotta da qualche geniale e non impeccabile componimento di carattere sentimentale o burlesco, fino al 1860. Gli straordinarieventi quotidiani son posti in versi e musica da improvvisatori e musicisti volgari, e già forniscono i temi alle parodie sancarlinianedi Pasquale Altavilla e di Antonio Petito. Ma col 1860 ritorna in onore l'inno patriottico. Nel pomeriggio del sette settembre, GiuseppeGaribaldi, accompagnato da pochi uomini, entra a Napoli, e si alloga a Palazzo d'Angri. Francischiello, l'ultimo re di Casa Borbone, obbedisceal consiglio insidioso del suo primo ministro Liborio Romano, e abbandona la capitale del suo regno, e va a chiudersi entro i bastionidi Gaeta. Il popolo in delirio trascina al massacro le guardie di polizia borboniche, i così detti feruce; e inneggia al Dittatore, chesaluta agitando il berretto dalle balaustre di Palazzo d'Angri, accanto a frate Pantaleo, il fiero monaco palermitano, armato di crocefisso edi carabina. Le donne del rione Pignasecca, capitanate dalla bella Sangiovannara, ostessa in quel rione, son rauche per innumerevolievviva alla libertà e al suo gran dispensiero dalla camicia rossa. La coccarda tricolore è simbolo di nuova vita: e trionfa su tutti icappelli e su tutti i cuori. E la canzone non manca: 'A nocca: cioè, appunto, la coccarda, che è esposta nelle vetrine dei magazzini di viaToledo. 'Sul motivo di una sciatteria del Tancredi 'O zuccularo: specie di calzolaio ambulante per feminucce il poeta Tommaso Ruffa improvvisai versi della nuova canzone:
Nenna ne', tengo na nocca:
Te la voglio rialà.
Miettatella mo a la chiocca,
Si cchiù bella vuò parè.
Ah ! si tu non cride a me,
Va a Toleto e va a vedè.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
E il cantore «piega il simbolo dei tre colori della coccarda, che son
quelli del vessillo sabaudo: il bianco è il candore della nuova
fede,il verde dice la speranza di ogni bene venturo, e il rosso...
Chello russo, assaie carnale,
Sa' che vo' significà?
Ca mo simmo tutto eguale:
Simmo frate, o basta cca!
L'esaltazione popolare supera ogni limite, spezza ogni diga,invado anche le caserme e i monisteri. 'A nocca stordisce Napoli. È cantata fino alla raucedine: e manda in delirio la folla che assisteall'ultima «parata» piedigrottesca, il giorno 8 settembre, alla quale interviene acclamatissimo il general Garibaldi. E quei mediocri versi equello mediocrissime note vanno all'immortalità, e tengono per giorni e mesi il campo, insieme con le strofe clic il popolo ripeto alsopraggiungere dei forti bersaglieri di Piemonte:
Noi m'amo bersaglieri:
Veniamo dal Piemonte:
Portiamo scritta in fronte
La bella Libertà!
Nè manca, più tardi, la satira ai nuovi occupatori di Napoli:
Vi' quanto è bella Napole:
Pare no franfellicco:
Ognuno vene e allicca.
Arronza e se ne va.
Poi, si ritorna al canto patetico o satirico. E nell'enormeemporio poetico-musicale, in uno sbalorditivo confusionismo di gentilezza e di volgarità, si distinguono non poche canzonette; e traqueste: 'O mare e ba! che ha versi e note di indicibile nostalgia marinaresca; Dimme na vota sì, che s'inizia con questa felicissimaimmagine:
Quanta prete ce volino a fa' no ponte,
Tanta suspire tu mme si' costata;
Pecchè doie stelle t'hanno miso nfronte,
Pecchè sti stelle mm'hanno affatturato
Dimme na vota sì, ca mme vuò bene!
Non farme cchiù d'ammore ascevolì!
e Lo passariello, tenera e biricchina, e Taggia fa' na mmasciatella, La palommella, Ciento stelle, Fenesta vascia, ed altre che io ricordo, ma non cito nei loro testi, per... difficoltà dispazio. Noto soltanto un duettino d'amore del Paturzo, Chi è che tòzzola? (Chi è che picchia alla porta?) che ebbe lunga fortuna. È iltenero diverbio tra una giovinetta ritrosa e il suo fidanzato, che la invita a venir fuori di casa, nell'ora di siesta, a far l'amore, mentrela mamma dorme. Ma quella non vuole. Finalmente, dopo una fila arguta di botte e risposte, i due si accoppiano; e il duettino finisce... conla concessione di un bacio su la mano. Ella finge l'ingenua; e chiede:
Pecchè sta mano
S'ha da vasà?
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e l'altro, più furbo, giustifica con prontezza:
Pe pura e semplice
Fraternità!
Ma, in tanta abbondanza di produzione, scarsissime e ancoraingombre di scorie son le cose ii poesia. Potette, spesso, in quei tempi, la canzonetta assorgere a dignità d'arte musicale per le melodiedel Donizetti, del Mercadante, del Ricci e d'altri non pochi; non cosi per l'opera poetica. Troppi verseggiatori, anche felici; e poeta unosoltanto: Marco d'Arienzo, il più degno dell'amor popolare, e il più reietto (1). A distanza di secoli, il d'Arienzo raccolse l'ereditàideale di Velardiniello, per trasmetterla a Salvatore di Giacomo. Oltre l'opera di questi tre poeti casalinghi, e di pochi altri, tutto ilresto del patrimonio poetico napoletano a me par vano ingombro, o quasi. Alla accademia macaronica del Basile e alle improvvisazionitriviali del Genoino e degli ultimi e pervicaci imitatori di costui, opposero quei tre solitari, in epoche diverse, la schietta espressionedel sentimento popolare, in veste gentile, quasi direi aristocratica. Seppero essi dirozzare il dialetto, e cancellare dal vocabolariopaesano ogni trivialità, e dallo sterminato emporio delle immagini quelle scegliere, le quali, senza tradire la verità, non offendonol'eleganza e il buon gusto, cioè gli attributi essenziali di ogni opera di bellezza. Furono purificatori, e strapparono al fondaco l'animapopolare, per farla vivere «in più spirabil aere».
Nell'ora stessa in cui don Giulio Genoino e i suoi figliuolispirituali inondavano Napoli e i suoi trentasei casali di lor cantafère, Marco d'Arienzo incastonava nelle scene di una sua operacomica Piedigrotta (2), oltre la famosissima Tarantella napoletana, queste perfette strofe di una Canzona nuvella:
Quanno è vennegna ammore abbampa e coce.
E ncopp' a la collina
Non c'è chi è bella cchiù de Catarina.
Lo iuorno che vedette. a Catarina
Era d'ottobre, e ghieva a vennegnare;
Lucea comme a la stella matutina,
Che fa ll'aucielle e ll'uommene cantare.
Ammore è fuoco doce,
Ch'allumma e coce coce;
Ma ntiempo de vennegna
Abbampa e coce cchiù.
Cuchericù!
Chicherichì!
Core a core si nun se stregne,
Mme faie mori speruto, oje Catari !
(1) Rivendichiamo la buona fama di codesto poeta; poiché
vollero alcuni critici, su notizie troppo vaghe, affermare che
ild'Arienzo facesse comporre da altri, mediante compenso, le cose
poetiche che poi sottoscriveva col suo nome.
(2) Questa opera, così prediletta dai napoletani,fu rappresentata la prima volta al teatro Nuovo di Napoli, nell'anno 1852. La musica è del maestro Luigi Ricci, autore di parecchio altroopere giocoso.
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NAPOLI E LA SUA CANZONE
Par di vivere, leggendo, tutta la tenerezza e tutta la soavità di
un'egloga del Sannazaro. E c'è un'altra composizione di questo
poetapur se tratta, come fu, dalla iscrizione dettata da un popolano
sul
frontone di una taverna o, come vogliono altri, da un
centonedell'abate Capasso, – tutta la placida filosofia napoletana del
carpe
diem. Udite:
Magnammo, amice mieie, un po' vevimmo,
Nzi' c'arde lo locigno a la cannela:
Pocca st'ora de spasso che tenimmo
Scappa, comme pe mare fa la vela.
Nce simmo mo: vedimmoncenne bene!
Lo presente è nu scìuscìo, e nun se vede;
Lo passato è passato, e cchiù non vene;
E a lo dimane chi nce mette fede?
Poesia, questa: appunto perché tale, poco intesa e pocoaccetta, allora. La canzone genoiniana continuò a dominare, nelle composizioni dei successori di don Giulio, quali il d'Ambra, il Rocco,il Bardare, il Bugni, il Teodoro, un tipografo Cardone, i due pubblicisti Beppino Turco e Leopoldo Spinelli, un impiegatuccioStellato, uno scultore Della Campa, e anche un mastro d'ascia Nicola Marfè, fin oltre il 1880. E fu canzone fatta, quasi sempre, su motividi cronaca cittadina, nella quale si intrufolava, a forza o a dispetto, un episodio d'amore. Ogni avvenimento politico o mondano, ogniinnovazione civica o statale, ogni moda, ogni motto e, anche, ogni delitto ebbe la sua canzonetta d'occasione. Per tutti i gusti e pertutte le bocche. Ma, anche allora, il successo fu dei musicisti, i quali vestirono di belle note orridi versi. E ricordo, a questoproposito, l'enorme successo, che ancor dura nel mondo, di Funiculì-funiculà, una canzone destinata a celebrare l'istituzionedella ferrovia funicolare del Vesuvio: brutti versi di Peppino Turco su bella musica del maestro Luigi Denza. Così, di altre canzoni e di altrimaestri. Fra questi ultimi, notevolissimi, oltre il Denza, Vincenzo Valente, Luigi Caracciolo e Daniele Napoletano, i quali, quando siallearono a poeti degni, come il Bracco, il di Giacomo, il Russo, il Cinquegrana, il Fiordelisi, il Marvasi e qualche altro, riuscirono afar della canzone una perfetta composizione d'arte.
Ma il volgo dei poetastri fu debellato da Salvatore diGiacomo.
ANIELLO COSTAGLIOLA.
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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