Eleaml - Nuovi Eleatici


GIACOMO MARGOTTI

GIACINTO DE SIVO

PAOLO MENCACCI

MEMORIE DOCUMENTATE

PER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA

RACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO

_______________


VOLUME III – PARTE I

ROMA

TIP. DEGLI ARTIGIANELLI DI S. GIUSEPPE

Via Monferrato, 149

1886

1879 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF
1881 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF
1889 - Memorie documentate per la storia della rivoluzione italiana - Paolo Mencacci HTML ODT PDF
UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SUL PIEMONTE

I - CARLO ALBERTO
II - RELAZIONI COLLA SANTA SEDE
III - DIFFIDENZA E SLEALTA VERSO LA SANTA SEDE
IV - QUESTIONI E DIFFICOLTA COLL’AUSTRIA
V - LE NOZZE DEL DUCA DI SAVOIA
VI - CAMBIAMENTI NEL MINISTERO IN SENSO LIBERALE
VII - NUOVE DIFFICOLTA COLL’AUSTRIA
VIII - MENE E AGITAZIONI SETTARIE
IX -  LE SCUOLE DI METODO
X -  CONATI RIVOLUZIONARI NELLE ROMAGNE
XI - PRODROMI DELLA RIVOLUZIONE DEL
XII -  LA RIVOLUZIONE ORMAI PADRONA DEL CAMPO
XIII -  MISSIONE DI DELLA MARGHERITA A PIO IX
XIV -  LA RIVOLUZIONE PROGREDISCE
XV -  L'ANNO 1847
XVI -  DUE FATTI ACCELERANO LA CATASTROFE
XVII - AGITAZIONE IN ITALIA INCORAGGIATA DALL’INGHILTERRA

LIBRO PRIMO

CAPO I - LA TOSCANA NEL 1848
CAPO II - LA TOSCANA E LA RIVOLUZIONE DEL 1859
CAPO III - SPODESTAMENTO DEL GRANDUCA
CAPO IV - QUESTE COSE NARRATE DAI LORO AUTORI
CAPO V - UNA LEZIONE DEL GOVERNO INGLESE AL SARDO
CAPO VI - A PARMA
CAPO VII - ATTITUDINE DEL GOVERNO DUCALE PERFIDIA DEL...
CAPO VIII - IL GOVERNO PARMENSE E I BELLIGERANTI
CAPO IX - ULTIMI MOMENTI DEL GOVERNO DUCALE
CAPO X - UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SU PARMA
CAPO XI - GLI ULTIMI MOMENTI DEL GOVERNO DUCALE
CAPO XII - A MODENA
CAPO XIII - LA NEUTRALITA DEI DUCATI E IL DUCA DI MODENA
CAPO XIV - IL GOVERNO SARDO NEI DUCATI
CAPO XV - IL PRINCIPE NAPOLEONE NEI DUCATI
CAPO XVI - NELLE LEGAZIONI PONTIFICIE
NOTA DEL CARDINALE ANTONELLI
Nota del Conte di Cavour sullo scopo della guerra
Qualche appunto alla Nota di Cavour

LIBRO SECONDO

CAPO I - I FATTI DI PERUGIA
Una smentita autorevole al Times
Vittime delle stragi di Perugia che invece passeggiavano...
CAPO II - LA PRESA DI PERUGIA E IL BOMBARDAMENTO DI
CAPO III - RIBELLIONE DI SVIZZERI A NAPOLI
CAPO IV - INAUDITA INGERENZA PIEMONTESE NELLE DUE
I - Rivelazioni intorno alla calunniosa invenzione della tortura
II - Il sicario che pugnalò il direttore di polizia in Sicilia
CAPO V - IL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO
CAPO VI - IL GALANTUOMO
CAPO VII - I COSÌ DETTI VOLONTARI
LETTERA ENCICLICA DELLA SANTITA DI N. S.
ALLOCUZIONE DELLA SANTITA DI N. S. -  Concistoro Segreto
VENERABILI FRATELLI
Venerabiles Fratres
NOTA DELL’E.MO SEGRETARIO DI SUA SANTITA AI VARII...
LETTERA DI S. S. PAPA PIO IX ALL’E.MO CARDINAL...

LIBRO III

CAPO I - INGHILTERRA E RUSSIA E LA PACE DI VILLAFR...
CAPO II - IL TRATTATO DI ZURIGO
CAPO III - IL DUCA DI MODENA E IL TRATTATO DI ZURIGO
CAPO IV - LA GUERRA DEL  1866 PRENUNCIATA NEL 1859 
CAPO V - I VOLONTARI ROMANI - Parole di Sua Santità
CAPO VI - PRIMIZIE DELL’ITALIA REDENTA
CAPO VII - UN TERZETTO: NAPOLEONE, IL GALANTUOMO E
Lettera di Napoleone al Re galantuomo
RISPOSTA DEL GALANTUOMO A NAPOLEONE
LETTERA DI GIUSEPPE MAZZINI A VITTORIO EMMANUELE
Proclama del General Garibaldi
Proclama di Garibaldi agli studenti di Pavia
CAPO VIII - NAPOLEONE III, MONSIGNOR PIE E IL POTERE
CAPO IX - IL TRATTATO DI ZURIGO E L’OPUSCOLO LE PAPE
Lettera di Napoleone III a Pio IX
Nota del Conte di Cavour mentre viola il Trattato di Zurigo
Allocuzione tenuta dalla Santità di Nostro Signore Pio IX
ENCICLICA CHE CONDANNA LE USURPAZIONI PIEMONTESI

LIBRO IV

CAPO I - IL TRATTATO DI ZURIGO, PEGNO NON DI PACE
Lettera del Re Galantuomo al S. Padre - Risposta del Santo Padre
CAPO II - LA CESSIONE DI SAVOIA E DI NIZZA
CAPO III - UN PO’ DI DOCUMENTI INTORNO ALLA CESSIONE
Discorso della Corona - Qualche nota al Discorso della Corona
CAPO IV - DOCUMENTI CHE PRECEDETTERO E...
CAPO V - LA CESSIONE DI NIZZA E SAVOIA INNANZI
Relazione del Conte di Cavour alla Camera per la cessione
CAPO VI - IL TRATTATO DEL  24 MARZO IN FRANCIA
CAPO VII - ANNESSIONE DEI DUCATI E DELL’EMILIA
VITTORIO EMMANUELE II - Annessione della Toscana
L’Italia governata per  40 anni da impresari da teatro
CAPO VIII - SPIGOLATURE DIPLOMATICHE
Politica inglese - Una lettera di Cavour intorno alle annessioni
CAPO IX - L’ANNESSIONE DELLE ROMAGNE
Nuovi disegni di Napoleone III
CAPO X - CONTRADDIZIONI - «La lettre impériale et la...
Circolare del Governo Sardo contro la scomunica
CAPO XI - «LE SECRET DE L’EMPEREUR»
Preziose confessioni del Duca di Gramont
CAPO XII - LA POLITICA DI NAPOLEONE III E LA S. SEDE
CAPO XIII - UN’APPENDICE AL «SECRET DE L’EMPEREUR»

CONCLUSIONE
CAPO XIV - IL SEGRETO DEL RE GALANTUOMO
UNA PAGINA DELLA «CIVILTA CATTOLICA»
CAPO XV - TESTIMONIANZE INOPPUGNABILI INTORNO AL
Addio di Massimo d’Azeglio, Commissario piemontese in Bologna
CAPO XVI - IL COSÌ DETTO VOTO DELLE POPOLAZIONI
Guerra aperta della rivoluzione contro il Cattolicismo
Circolare protestante scoperta dagli Austriaci
Lord Shaftesbury e il protestantesimo in Italia
Gli Ebrei pregano pel Regno d’Italia
IL GOVERNO PONTIFICIO MANDA I PASSAPORTI AL...
LA GUERRA ALLA PROPRIETA FONDIARIA

UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SUL PIEMONTE

L’augusta Casa di Savoia, la Monarchia piemontese da otto secoli durava felice e gloriosa, perché fondata sulla pietà e sulla giustizia, unico saldo fondamento dei regni, che senza giustizia altro non sono se non grandi ladrocini mana latrocinio, (1), quando l’anno 1831, colla morte di re Carlo Felice si estingueva il ramo primogenito dei Re sabaudi. Gli succedeva il ramo dei principi di Carignano, e Carlo Alberto fu Re, ad onta della parte da lui avuta nei conati rivoluzionari del 1821, dalla quale macchia, sebbene procurasse di lavarsi combattendo la rivoluzione in Spagna sotto gli ordini del Duca di Angoulèmme, rimase sempre l’oggetto delle speranze della frammassoneria, che in pochi anni riuscì pur troppo a fare della Monarchia piemontese, guardiana delle Alpi e campione del dritto, il corifeo della rivoluzione, e il banderaio della nuova invasione di barbari in Italia.

Soli quindici anni bastarono alla setta anticristiana per compire tale mostruoso cambiamento, e questi quindici anni sono tale una lezione, che non è permesso allo storico di trasandare: e noi, colla scorta del celebre Memorandum del Conte della Margherita, Ministro di Stato dell’infelice Carlo Alberto, vedremo come si operasse, e come il Piemonte di alleato dell’Austria ne divenisse nemico, di conservatore si facesse rivoluzionario, di cattolico diventasse settario anticristiano.

I - CARLO ALBERTO

È un enimma a sciogliersi, — scrive il conte della Margherita nel suo sapiente, ma troppo dimenticato Memorandum, — come un Principe, dotato di tante belle qualità, siasi lasciato trarre ad opere non alle medesime consentanee; un Principe religioso, nelle pratiche di pietà esattissimo, rigido verso se stesso quanto amabile cogli estranei, di carattere nobile, di sentimenti elevati, pur abbia con una mano protetta la causa della giustizia, e coll'altra imbrandito la spada per combattere a favore di una causa, per lo meno, molto dubbia. Non amante del regnare, più oppresso che insuperbito dalla maestà del trono; pure ambi più estesi domini. Aveva parteggiato per la Duchessa di Berry in odio dell'usurpazione; sostenuto D. Carlos per adotto ai principi che quel Principe rappresentava; eppure di quei principi fece un rogo sull’ara della rivoluzione! Era affezionato agli Istituti religiosi, li apprezzava, conosceva il vantaggio di promuoverne l’incremento; pure lasciò che fossero manomessi, espulsi: con una parola li avrebbe salvati, e non la pronunziò. Non accennare queste contraddizioni, è impossibile; tacerle per rispetto alla sua memoria, non sarebbe un ossequio alla medesima… Aveva Carlo Alberto la Religione nella mente e nel cuore, Pernio politico ed elevatezza di spirito; conosceva la vanità degli incensi che si profondono avanti ai Sovrani, le astuzie, le perfidie e i fini di coloro che tengono sempre acceso il turibolo; aveva intima convinzione esser suo dovere la prosperità dello Stato. Sprezzante di ogni agio, da nessuno de' suoi Ministri era superato nell’attenzione al quotidiano lavoro; non l'ometteva quando giaceva a letto con ardente febbre: e se, per riguardo, si abbreviava la relazione degli affari, lo comportava a malincuore. Affabile con tutti, accessibile all’ultimo de' suoi sudditi, riceveva con tale degnazione di modi, che ben dirsi poteva di lui: Augebat famam ipsius decoris cum quadam maj estate...

A fronte di tante eccelse qualità, — sono parole dell’illustre Conte, — stava una sola passione, la passione d’Italia indipendente per opera sua: questa fu la cagione fatale di sue sventure, e di quegli atti che erano in contraddizione colle sue virtù. Egli sentiva la voce di queste,ma volea che servissero alla passione; della pietà volea dar prove, pii famose, quando, Re di gran parte d’Italia, potesse far fiorire di tutto l’antico suo splendore ornata la Religione, e contro chiunque impugnasse i diritti della Chiesa, non rispettasse i domini della Santa Sede, alzare gagliardamente la spada. Col senno politico calcolava i pericoli dell’impresa; ma la passione gli faceva sperare di superarli; non curando la vita, i cimenti non l’atterrivano, a vincere determinato o morire. In lui non era eccesso di fantasia che vien meno nell'occasione; lo provò col fatto. Voleva quanto era giusto; ma la passione gli suggeriva che giustizia era render l’Italia indipendente, che i diritti delle nazionalità non si prescrivono mai, poterne essere il campione senza colpa od errore. La forza di una passione è così grande che è un eroismo immenso il resistervi; né per resistervi basta l’interna voce della coscienza, se all’uomo non vengono, nella battaglia che sostiene con se stesso, in aiuto i consigli dei savi. Questa fu la disgrazia di Carlo Alberto; se per la maggior parte gli avessero detto il vero, se gli avessero detto: — l’Italia non è vostra, lasciatene i futuri destini in mano di Dio; —avrebbe vinto se stesso, deposto il vagheggiato pensiero. Ma personaggi di grande autorità s’univano agli adulatori, e contraddi cevano tali principi, ne svolgevano altri che solleticavano la passione, l’ingrandivano, la confortavano e la facevano trionfare nel suo cuore. Troppo ineguale era la lotta; pochi quelli che parlavano per la giustizia, moltissimi gli altri. Noi volevamo soffocare il pensiero intimo di tutta la vita, gli altri lo applaudivano: e qual’è l’uomo che, a fronte di ciò che ardentemente desidera, non porga di preferenza orecchio a chi tenta provargli essere nel suo diritto, che a chi glielo nega? — Loquimini nobis placentia (2), è una terribile verità. — Così il Senato di Cartagine, non dando retta agli assennati consigli di Annone, e quelli seguendo di chi voleva la guerra contro i Romani, fu cagione di tante sciagure, quante poi vennero sopra quella famosa Repubblica,...

Accennata la forza della passione che lo moveva, da tanti consigli corroborata, da pochi combattuta, si spiegano tutti gli atti che ne erano la conseguenza. Per giungere al suo scopo accarezzava quelli che si mostravano caldi d’eguale amore. Questi, siccome sapeano i sentimenti del Re in fatto di Religione, ne vestivano il manto, e ne guadagnavano la fiducia; non gli facevano udire attorno che parole di grande venerazione per la Chiesa, di gran zelo per la causa di Dio, con profondi sospiri sui pericoli da cui era minacciata la Santa Sede per la presenza degli Austriaci in Italia (3). Quindi coloro che volevano fare, se fosse stato possibile, serva dello Stato la Chiesa, declamavano contro le leggi di Giuseppe II; insinuavano che sarebbe opera non men bella liberare i Vescovi e il Clero di Lombardia dall’oppressione in cui giacevano, quanto liberare dalla tirannide dei Turchi i Cristiani della Siria! Tutti questi discorsi tenuti da gente. scaltra, appoggiati da quelli adulatori che nelle corti abbondano, e ciò per lunga serie d’anni, tolsero a Carlo Alberto assolutamente il lume ch’era necessario per discernere il vero; però il suo senno gli avrebbe impedito di dar mano a una avventata impresa, se la morte di Gregorio XVI e l’avvenimento di Pio IX al trono pontificio (an. 1846) non cambiavano le condizioni dell’Italia.

L’entusiasmo, sebbene bugiardo, di tutto il liberalismo per Pio IX, colpì il Re:per lui fu tutta cosa religiosa; e siccome gli era rappresentato il nuovo Papa come destinato a liberare l’Italia, non parve vero a Carlo Alberto di avere per modello il Sommo Pontefice, né più dubitò di essere nelle vie del giusto, e che fosse lecito quanto era lecito al Sommo Pontefice. Questi, — lo afferma l’illustre uomo di Stato, e lo confermarono i fatti, — non pensò mai di concorrere a tali imprese. Pio IX per bontà di animo, e sperando vincere il cuore de' liberali con prove di generosità, si era mostrato a loro favorevole, e, come Pontefice e come Sovrano geloso dell’indipendenza della S. Sede, voleva che fosse rispettata anche dai Sovrani, come nei più antichi tempi l’aveano difesa i suoi predecessori. Egli era nel suo diritto; ma a Carlo Alberto si dimostrò che il Papa voleva andare più oltre: essere bell’opera in lui di superarlo. — Facile cosa fu il persuaderlo, mentre le apparenze venivano in appoggio di quelle asserzioni: ed ecco come un Re virtuoso, che amava la giustizia, si trovò trascinato fuor della retta via. Ebbe dei dubbi: si consigliò; ma furono sgraziatamente tolti, poiché persone, che vestivano la divisa ecclesiastica, per illusione propria o per debolezza di carattere, rispondevano nel senso che più grato riuscisse al Re. Dagli astuti si andò più avanti assai. Si prevalsero delle sue tendenze religioso per confermarlo nell’idea che santa era la causa abbracciata, e voler Dio da lui che fosse liberata l’Italia dagli stranieri; quindi col suo potere guarentisse la S. Sede da ogni estera violenza, poiché fra essa e le altre parti dell’Europa egli rimarrebbe come forte antemurale a sua difesa. — Disgraziato Principe! Si trovarono profeti che vedevano il falso, e lui chiamavano, in nome di Dio, campione della santa impresa, e lo accertavano della vittoria!...

Questa è, — conchiude della Margherita, — lo credo con intima convinzione, la vera spiegazione dell’enimma. Tutto quanto fece per inaugurare il famoso risorgimento italiano Carlo Alberto lo fece con coscienza erronea, ma con coscienza; era persuaso che Pio IX pensava in egual modo, e che pensando egli come il Sommo Pontefice era nella via sicura; perfino la guerra, che dichiarò all’Austria, la dichiarò con la ferma idea che era nel suo diritto!...

Una volta dato il fuoco alla mina, non fu più padrone d’impedirnele conseguenze, e nemmeno quegli atti che in cuor suo deplorava, ma che erano come mezzi per giungere al fine. Quivi l’amore della giustizia, il senno, lo spirito di religione furono soverchiati; agli stimoli della passione che incalzava, si aggiungeva la ripugnanza dell’amor proprio a retrocedere, il timore d’avvilirsi se non proseguiva. In tutto ciò, — dice della Margherita, — non è possibile scusarlo, né gettare un velo su tanto errore... Dobbiamo tener conto delle illusioni di gioventù, che lasciano pur sempre traccia anche negli anni maturi; dobbiamo tener conto dell’idea di rendere libera l’Italia per poi farvi fiorire la Religione e la giustizia: e certamente, se riesci va, il liberalismo che come mezzo accarezzava, dopo la vittoria avrebbe o convertito o spento. — Posto che fosse stato possibile, e che il movimento fosse stato meramente politico, e non anticristiano e settario, sì come provarono i fatti.

«Non lo dico per semplice conghiettura, — aggiunge l’affezionato Ministro, — ho letto di quel cuore come in pien meriggio più d’una volta gl’intimi arcani. Se non lo scuso sotto l’aspetto dei principi religiosi e di giustizia, nemmeno lo scuso in politica; poiché dovea conoscere che troppo disuguale era il cimento, e più d’una volta mi vennero alla memoria, specialmente quando già moveva verso Mantova e Verona (an. 1848), quelle paroll Vangelo: Quis Rex iturus qommittere bellum adversus alluni Regem, non sedens prius cogitai, si possit cum decem millibus occurrere ei, qui cum viginti millibus venit ad se? (4)

«So che quelli ai quali sorridea l’idea della guerra cosi detta italiana, diranno che vi era pure eventualità in favore, che era proprio di grande animo il tentarla; ma queste eventualità, sia che si deducano dalla condizione in cui era l’Impero in quell’epoca, sia dal furore che spiegavano gl’Italiani (settari) contro i barbari, non reggono. L’Impero d’Austria era sconvolto da una tremenda rivoluzione; ma, o monarchia o repubblica, il Governo era pur sempre l’Austria, colla forza di 35 milioni a fronte di una di cinque, che era la nostra, e di sei, se si aggiungeva la Toscana, che mandò alcuni valorosi sul campo, ma in troppo scarso numero, contro l’oste contraria, e gli insorti di Lombardia non in ordine ancora, né disciplinati; passato è il tempo dei Capitani di ventura, né servono meglio di quello che servirebbero i cavalli di Frisia a fronte delle artiglierie.

«Pio IX, — sono parole del celebre Ministro di Carlo Alberto, — non prese mai parte alla guerra; per difendere la integrità dello Stato, permise che le sue milizie si recassero al confine; il generale Durando passò il Po per combattere gli Austriaci, non consapevole, non consenziente il Sommo Pontefice, che se ne corruccio altamente: né poteva essere in altro modo; tutto ciò doveva prevedersi. Si dovea considerare che i Governi di Milano e di Venezia sarebbero più gelosi dei trionfi di Carlo Alberto, che veri alleati; se ne servivano infatti come di spada da gettarsi dopo la vittoria. Il furore, l’odio degli Italianissimi anzi che essere contro i Tedeschi, era contro i principi di Religione e di giustizia; i Tedeschi (si notino bene queste parole di della Margherita) non erano che il pretesto, e si sarebbero accontentati anche di un Principe di qualunque nazione, se per mezzo suo avessero conseguito di emanciparsi da ogni idea religiosa, che era il fine da loro desiderato. Due sole erano le eventualità in favore dell’impresa: un’insurrezione italiana simile a quella di Spagna contro i Francesi; ma altra causa, altro entusiasmo, altro popolo; ovvero che l’esercito imperiale potesse mancare a' suoi doveri: e conosciuta la fedeltà di quei Generali, di que’ soldati, cui debbo la Casa d’Austria l’integrità della Monarchia in ogni¿parte valorosamente sostenuta, non v’era dubbio sull’esito; quando fosse stato d’uopo, come in Ungheria stese all’Imperatore amica mano lo Czar, in Lombardia sarebbero scesi Bavari e Sassoni a difendere la causa di una Potenza germanica.

Certamente nel numero di quanti spinsero alla guerra e presero le armi, vi erano alcuni che sinceramente per amor d’Italia e del suo risorgimento (supposto) affrontarono i pericoli; ma erano al paragone così pochi da non potersene quasi far menzione, né Carlo Alberto dovea aver tanta fidanza da credere, che l’entusiasmo inspirato in molti dai sonetti del Filicaia e dalle canzoni del Petrarca dovesse comunicarsi alle masse e farle insorgere contro gli Austriaci, onde più non si avesse a dire che l’Italia è destinata a servir sempre o vincitrice o vinta

Quanto alle innovazioni, Carlo Alberto non vi fu indotto dalla persuasione che fossero generalmente desiderate, né pel timore d’esservi colla violenza astretto: ben sapeva che la maggior parte di coloro che ne esprimevano il voto, non avrebbero mai alzato lo stendardo di una colpevole ribellione, e gli audaci che lo avrebbero tentato sarebbero stati annichilati. Carlo Alberto credette fare con quelle più della metà del cammino pel conseguimento dell’italica corona. Quest’idea non era nuova, — nota il savio Ministro; — non mi arresto al 1821; mi ricordo, che, ancor giovane, quando il re Vittorio Emanuele ricuperò lo Stato, udii dai nostri liberali d’allora deplorarsi che non avesse imitato Luigi XVIII, solo mezzo di estendere in breve i confini del Regno. Non so con qual fondamento allora sognassero tale maniera d’ingrandimento per la Casa di Savoia: posso bensì accertare che se non era per la speranza di tanto acquisto, Carlo Alberto,’geloso della sua autorità, non avrebbe mai consentito a cosa che la diminuisse, e scemasse poi il prestigio della stessa italica corona che voleva conquistare; ma il conquistarla era sua passione, e se per questa sacrificò la vita, qual maraviglia che abbia sacrificata la sua autorità, che era pure assai meno della vita?...

Io mi riassumo, — conclude l'illustre Conte, — in dire che Carlo Alberto avea tutte le qualità per essere un gran Re, degno successore d’Emanuele Filiberto e di Carlo Emanuele III; ma la fatale passione lo spinse in via diversa.

Ho sempre ravvisato in questo uno di quei segreti della Provvidenza, la quale, quando vuole punire un popolo, permette che chi essere potea il migliore dei Re, divenga strumento nelle sue mani di castigo. Oh! quanto bene a proposito mi tornano al pensiero i solenni accenti del Marchese di Valdegamas, pronunziati alle Cortes delle Spagne nella seduta del 30 gennaio 1850: «Tutti i cammini più opposti, diceva egli, in quest'epoca conducono a rovina: gli uni si perdono per cedere, gli altri per resistere. Ove la debolezza ha da essere mortale, vi sono Principi deboli; se l'ambizione ha da esser cagione di rovina, ecco Principi ambiziosi; dove il talento stesso ha da condurla, ivi pone Dio principi illuminati!»

Intorno alla persona di re Carlo Alberto molte cose e importanti dicemmo nel primo volume di queste Memorie, e il lettore farebbe bene di rileggerle adesso, (vedi parte II. pag. 62) Ma molte altre sarebbe da dirne: noi però non scrivendo la biografia di quell'infelice monarca seguiteremo a raccoglierne solo quel tanto che giudicheremo necessario al più chiaro intendimento di queste Memorie.


Torna su



II - RELAZIONI COLLA SANTA SEDE

«M’è d’uopo, — dice nel suo Memorandum il Conte della Margherita, — andare qui di pari passo su due punti culminanti: vale a dire le relazioni con la S. Sede, tanto a cuore di Carlo Alberto, e quelle (delle quali diremo in seguito) col Governo austriaco, così antipatico ad esso Re.»

Il ripristinamento della Nunziatura Apostolica, sospesa da molti degliimportanti atti del Ministero di della Margherita nell’anno 1839. L’ottenne, recandosi egli stesso a Roma ai piedi del Pontefice Gregorio XVI, e cogliendo, a fine di occultare lo scopo del suo viaggio, l’occasione della solenne Canonizzazione che ebbe luogo in quell’anno nel giorno della SSma Pentecoste. Carlo Alberto mostrò la sua soddisfazione per questo fatto con un suo autografo del 30 agosto da Racconiggi, nel quale diceva all’illustre uomo di Stato: «Cette Nonciature, obtenue comune nous en étions convenus, est un évènement qui vous fait infiniment honneur, et pour lequel je vous porte une vraie gratitude.»

L’importanza di tale avvenimento apparisce meglio dalle seguenti parole del medesimo Memorandum: «L’influenza di massime erronee avea sempre opposto ostacoli insuperabili, che si traducevano nelle conferenze diplomatiche come esigenze decorose della Rcal Corte: in verità altro non era se non che si amava di aver il meno possibile di relazioni colla S. Sede, e si temeva presso il sovrano l’influenza di un rappresentante del Somme Pontefice. Cosi fu al tempo di Carlo Emanuele III, cosi dopo.»

Qui il nobile Conte fa notare di passaggio la veracità storica degli scrittori della rivoluzione, del Gualterio segnatamente, il quale fa andare a Torino nel 1840 monsignor Gizzi, senza carattere ufficiale, finché venne accreditato come Nunzio; invece che monsig. Gizzi fu per vari anni incaricato d’affari della S. Sede fino al 1835, nel quale anno fu surrogato dal can. Campodonico, che vi era nel 1839, quando monsignor Massi pel primo fu nominato Nunzio; monsignor Gizzi lo fu solo due anni dopo. Non è meno veritiero il Gualterio, quando al capo 38 dice come fosse massima della Casa di Savoia il non volere nella sua Corte un rappresentante ufficiale della S. Sede: mentre vi furono sempre o Nunzi, od incaricati d’affari. La Nunziatura fu sospesa al tempo del re Carlo Emanuele III, per una questione personale di monsig. Merlini;sorta nel 1751 sotto Benedetto XIV.

Il Conte della Margherita rileva ancora altre inesattezze del Gualteriocirca le relazioni del Piemonte coll’Austria all’epoca della guerra tra il Beyd’Egitto e il Sultano; ma, una di tali inesattezze, che risguarda le cose religiose di Piemonte, vuol essere raccolta perché caratteristica. Dice adunque il Gualterioche in quei giorni la Cattolica riceveva due potenti soccorsi, uno dei quali era la nomina dell’Arcivescovo di Torino nella persona di monsig. Franzoni, già Vescovo di Fossano, avvenuta con intrighi, e carpita al Re sorprendendo la sua coscienza. In quei giorni, — nota l’illustre Conte, — mons. Franzoni, compieva invece l’ottavo anno da che era stato translato dalla sede di Fossano a quella di Torino. — Cosi si scrive la storia! — Passa a dire poi delle negoziazioni colla S. Sede per abolire le decime in Sardegna e per la immunità personale del Clero, felicemente condotte da lui, ad onta degli ostacoli che, al solito, opponevano i dottrinari, nemici o falsi amici dei Re, che, quando possono mettere in opposizione lo Stato colla Chiesa, vanno tutti in giolito. Dice ancora del sordo lavorio settario che si faceva nell’Università, e del terreno che vi si preparava a' danni della Chiesa, rimovendo l’illustre cavaliere Luigi di Collegno da Presidente Capo della Riforma, carica che gli dava la suprema direzione degli studi e dell’Università.

Intanto nel 1841 moriva il Nunzio Apostolico, monsig. Massi; re Carlo Alberto gli fe’ celebrare l’esequie con solennissima pompa, e monsig. Franzoni, Arcivescovo di Torino, ne disse l’orazione funebre. Il Conte nota qui un fatto che giova recare, come quello che fu la prima origine delle persecuzioni che più tardi ebbe a subire quell’insigne prelato, quando la rivoluzione si fu definitivamente insediata al Governo in Piemonte. Ricorda egli nel Memorandum le seguenti parole dell’orazione funebre relative al ristabilimento della Nunziatura Apostolica: «Alcuni credono che la presenza di un Nunzio scemi l’autorità dei Vescovi, e loro dispiaccia. Io, lo dico qui e lo giuro al cospetto di un cadavere che mi ricorda la mia tomba, ho fatto plauso alla venuta di un Nunzio Pontificio che stringe i legami colla S. Sede.» Queste franche parole, riferite al Re, non gli dispiacquero; poiché i malevoli non aveano ancora sussurrato alle sue orecchie contro il venerando Arcivescovo. Fatti allora accorti dei generosi sentimenti di mons. Franzoni, incominciarono a censurare gli atti suoi, e inventarono tante assurde cose a diminuire nell’animo di Sua Maestà quell’alto concetto che così giustamente aveva pel degnissimo Prelato, e del quale diedegli chiare prove, conferendogli nel precedente anno il Collare del Supremo Ordine della SS.ma Annunziata. — A monsignor Massi succedeva nella Nunziatura Apostolica monsig. Gizzi, Arcivescovo di Tebe, uomo per le sue doti e pei talenti egualmente accetto alla reale Corte.


Torna su



III - DIFFIDENZA E SLEALTA VERSO LA SANTA SEDE

«Quanto alla Convenzione relativa all’immunità personale del Clero, continua a dire della Margherita, — mi occorre un pensiero. Pubblicisti di nuova scuola hanno fra noi recentemente dichiarato, che i Concordati e le Convenzioni colla Santa Sede, non hanno la forza dei Trattati conchiusi colle altre Potenze. A loro idea, non sono più contratti bilaterali che obbligano le due parti: obbligano sempre la S. Sede, e guai se non li osserva ad literam; ma eluderli, cancellarli è in facoltà dello Stato, che pur si era con ogni solennità di forma astretto ad osservarli! Buon per tali pubblicisti se parlassero per ignoranza; ma sono in ogni dottrina esperti: come possono dunque in buona fede credere esclusi dal dovere della legge naturale, che comanda, ut quilibet fiderà datarti servet, coloro che l’hanno al Romano Pontefice impegnata?»

Si conchiudeva frattanto una Convenzione per la reciproca consegna dei malfattori colla S. Sede, con la quale l’illustre uomo di Stato, intavolava pure pratiche per negozi di maggiore importanza, che non sortirono effetto, perché non fu secondato; la loro conchiusione avrebbe arrecato gran vantaggio alla Religione, e questo si doveva evitare! «Sono così pochi, — scrive egli, — coloro che apprezzano tale vantaggio, meno ancora chi lo desideri, e tanti i contrari, che non senza annegazione di quiete e di amor proprio io intraprendeva tali affari. Per essi io aumentava ognor più il numero di coloro che mi desideravano allontanato dai fianchi del Re, e aumentava l’affibiatami riputazione di gesuitismo, che allora già prevaleva per notare quanti erano ligi alla Religione. Gran che! negli Stati protestanti se vi ha un Ministro, un Magistrato che professi altamente la sua credenza e la pratichi, sale in riputazione, è l’oggetto di encomi, e se ne magnifica il nome; e nei paesi cattolici di rado è che un uomo di Stato, se non è indifferente alla causa di Dio, se non considera la Chiesa come dipendente dello Stato, non perda i suffragi, per poco non si giudichi incapace di grandi affari.»

Era intendimento del sapiente Ministro di togliere la Savoia, relativamente alla Religione, dalla condizione in cui si trovava. Quivi i decreti del Concilio di Trento, in materie non di Fede, non erano eseguiti; si pretendeva che non vi fosse stato mai promulgato. I decreti della Congregazione di Roma, non erano né ricevuti né pubblicati; s’impediva dal Senato di Chamberv a qualunque Vescovo della Savoia di riconoscerli. In Savoia gli appelli, detti di abuso, dalle sentenze dei tribunali ecclesiastici ai tribunali laici erano in pratica. I Vescovi di quelle provincie davano le dispense matrimoniali, conferivano le parrocchie senza concorso, avevano la collazione dei benefici, ed esercitavano altre facoltà, non accordate mai dalla Santa Sede ai Vescovi de' regi Stati. Era disegno di della Margherita che il Re estendesse l'applicazione dell'Istruzione di Benedetto XIV e l’osservanza dei decreti del Concilio di Trento alla provincia ecclesiastica di Savoia. Riconoscendo le speciali circostanze di quella, e il possesso in cui erano i Vescovi di que’ privilegi che verrebbero a perdere, era necessaria qualche modificazione, lasciar loro molte facoltà riguardanti l’amministrazione delle diocesi, e perciò conveniva trattare colla Santa Sede. Togliendo gli appelli per abuso, i Vescovi della Savoia avrebbero ottenuto un largo compenso a qualche diminuzione d’autorità. La Savoia poi sarebbe stata sottratta all'influenza delle libertà gallicane, che sono cosi contrarie alle buone relazioni che esistere debbono fra la Santa Sede e i Vescovi. Queste libertà non hanno mai avuto neppure in Francia autorità legale; lo disse esplicitamente il Conte di Montalembert alla Camera dei Pari: «Les libertés gallicane n’ont jamais existé sous forme authentique, n’ont jamais eu force de loi; recueillies par des légistes, par des jurisconsultes sansaucune mission, elles n’ont jamais été revêtues du caractère solennel de la loi nationale: et elles ont été condamnées par une Assemblée du Clergé de France en 1639, qui les a définies: Servitutes potiusquam libertates». Quanto più conveniva sottrarvi la Savoia!

Nell’anno precedente (1841), monsignor Vibert, nominato Vescovo di San Giovanni di Morienna, si recò a Roma per esservi consacrato. Fu il()solo, dopo S. Francesco di Sales, che per simile scopo, fra i tanti Vescovi della Savoia, si recasse ad limina Apostolorum. Il pretesto era, che? essendo essi al di là delle Alpi, troppo lungo, troppo dispendioso diveniva il viaggio; ma quando anche avessero voluto intraprenderlo, non lo permettevano i Ministri del Re, che consideravano come segnalato privilegio da conservarsi, che quei Vescovi non fossero conosciuti a Roma!... Si voleva assolutamente impedirò, sono parole dell’illustre Ministro, che ai piedi del S. Padre s’infondessero in loro idee di devozione alla Sede Apostolica e che vi stabilissero relazioni che non si gradivano. Tale pratica si aveva egualmente pei Vescovi di Sardegna; per gli uni e per gli altri era un’errore che io sempre ho combattuto. I Vescovi esercitano la loro giurisdizione sotto la dipendenza del Sommo Pontefice, e tanto vale impedire che ne sentano l’oracolo, quanto sarebbe aver Ministri che non avvicinassero mai il Sovrano.»

Altri fini avevano i contrari, ed altro aspetto davano alla cosa. Affinchémons. Vibert si recasse a Roma, il Conte lo munì di uno speciale incarico in nome del Re: si seppe altrove troppo tardi la sua gita per impedirla. L’incarico era di conoscere le disposizioni della S. Sede relativamente al progetto sopra enunciato, che d’accordo con lui aveva quel degno ecclesiastico elaborato; furono le proposte accolte con somma riconoscenza verso il Re, e fu facile porsi d’accordo in massima. Prima di conchiudere, faceva d’uopo preparare il terreno, disporre gli altri Vescovi della Savoia, specialmente il Metropolitano di Chamberv, che pel suo gran sapere e pel credito di cui degnamente godeva aveva il maggior peso. Monsignor Vibert, giunto che fu nella sua diocesi, ebbe l’incarico di conferire co’ suoi colleghi, e lo compì con tutto quello zelo di religione che lo distingueva. La cosa era bene avviata: tutti i Vescovi della Savoia, e primo fra tutti Monsignor di Chamberv, professavano quella rettitudine di principi che cosi eminentemente esalta i Pastori de' popoli; alcune modificazioni si proposero dipendenti dalle circostanze de' luoghi e de' tempi; facile era il difinitivo accordo, ma l’animo mancò a Carlo Alberto. Era la cosa al punto di porsi in atto; doveva parlarne col conte Avet, Reggente della Gran Cancelleria, doveva colla sua autorità sovrana imporre silenzio agli oppositori, poiché applaudiva al progetto; ma non ne fece mai cenno, e tutto il lavoro e le fatiche di monsignor Vibert rimasero perdute… «Era a compiangere il Re, — nota il Conte, — se nelle vertenze religiose non sempre seguiva l’impulso del suo cuore: tante erano le ragioni contrarie che udiva, non solo da Magistrati che andavano in relazione, ma da vari membri del Clero, che, magnificando sempre la sua autorità, spingevanla oltre i limiti del potere temporale, chiamando usurpazione quella della Chiesa!»— Qui della Margherita entra a fare una osservazione che diviene palpabile di verità in questi giorni.

«Si studiano gli avversari della S. Sede, — dice egli, — di confondere nella persona del Papa le due qualità, per poter tacciare di indebita sommissione ad un Principe straniero ogni atto d’obbedienza al Capo visibile della Chiesa nelle materie che sono sotto la sua unica autorità; sono i medesimi che vorrebbero quelle due qualità separate, e, spogliato il Papa del potere temporale, non rispettarlo neppure come il primo de' Vescovi. Tali idee, tali progetti sono antichi; li professavano nelle Corti di Madrid, di Lisbona, delle Tuilerie, di Vienna, di Napoli, Aranda, Pombal, Choiseuil, Kaunitz e Tannucci. Non ardivano certamente esprimerle; ma vi preparavano la via, movendo guerra alle supposte pretensioni di Roma, sotto pretesto di difendere l’Autorità regia dalle usurpazioni del Papa. A quali sorti furono condotte le monarchie, dacché quelle massime prevalsero, tutti l’hanno con dolore veduto; ma sgraziatamente senza profitto. Poiché, ristorate le antiche monarchie nel 1815, si ritornò da tutti i Gabinetti agli stessi errori (5), e Ministri e Magistrati mostrarono assai più zelo nel resistere alla S. Sede, che ai nemici interni ed esterni della pubblica quiete: così hanno preparato nuove calamità all’Europa; né sorgerà mai èra migliore, o, sorgendo, non durerà a lungo, se Principi e Ministri cattolici, non si faranno una gloria di stringersi, come membri della grande famiglia cristiana al Supremo Pastore. Costantino, Teodosio, Carlomagno furono grandi in tutta l’estensione del termine fra i Monarchi le cui gesta narra la Storia; foglia non vi fu degli allori di loro corone appassita per la loro sommissione ai Sommi Pontefici. I giovani che si dedicano a maneggiare col tempo gli affari di Stato studino la storia di tutti i regni, e imparino che non portò né rovina, né danno ad alcuno mai la sommessione alla Chiesa; che nulla toglie alla Regia Maestà la riverenza per le somme Chiavi; che innumerevoli sono gli esempi di Principi e di Stati percossi da ogni genere di sventure e di umiliazioni per aver questi principi disprezzato.

«Citerò, — conclude il sapiente uomo di Stato, — un diplomatico spagnuolo di gran senno, D. Diego Saavedra. Costui fu impiegato in negozi importantissimi del Re Cattolico: assistette in Roma a due Conclavi, in Ratisbona all’elezione dell’Imperatore, e nella Svizzera a otto Diete; studiò sopra una grande scala gli affari del mondo, fu quindi Consigliere del Supremo Consiglio delle Indie, e lasciò un libro di cento imprese politiche per ammaestramento dei Principi. Ecco come si esprime all’Impresa XXIV: «Distinti sono fra loro i poteri spirituale e temporale; questo si adorna con l’autorità di quello, e quello si mantiene col potere di questo. Eroica obbedienza quella che si osserva verso al Vicario di Colui che dà e toglie gli scettri. Si glorino i Re di non sottomettersi a giurisdizioni e leggi straniere; ma non mai alla forza de' Decreti Apostolici».


Torna su



IV - QUESTIONI E DIFFICOLTA COLL’AUSTRIA

Fin dell’anno 1843, si suscitò la fatale questione dei Sali, che doveva qualche anno dopo dar pretesto a tanto sdegno contro l’Austria, e servire mirabilmente i disegni di quelli che meditavano di rigenerare a modo loro, cioè, colla rovina delle antiche istituzioni, ogni parte d’Italia.»Sono i fautori di rivoluzioni sempre in agguato d’ogni occasione che lor porga il destro d’insorgere: e che importa che non sia sempre fra i tumulti ed il sangue? Anche fra il semplice tripudio degli evviva, ogni qualvolta son essi che li promuovono, può dirsi che insorgono, non colle armi contro l’autorità, ma con mendaci dimostrazioni d’affetto contro i principi che l’autorità sostengono.

Nel 1751, fu sottoscritto in Torino dal cavaliere Ossorio, per parte di Sua Maestà il re Carlo Emanuele III, una convenzione coll’Austria. Questa potenza accordava il transito per la Lombardia de' sali, di cui le regie finanze si provvedevano a Venezia per servigio dello Stato. La Sardegna in corrispettivo rinunciava al commercio attivo dei sali coi Cantoni Svizzeri, per uso de' quali era stabilita una raffineria in Cannobbio, che doveva essere soppressa. D’allora in poi i Cantoni che si provvedevano del sale in Piemonte, ne ricevettero la somministrazione dall’Austria. Nei trattati del 1815 questa convenzione fu richiamata in vigore con tutte le altre anteriori; ma dal canto della Sardegna la riunione di Genova al regno procacciandogli più comodo mezzo di provvedersi del sale, si cessò ben presto di profittare del transito per Lombardia.

L’Austria provvedeva il sale al Canton Ticino, ma nella misura corrispondente alla popolazione, e non oltre ai bisogni, per ovviare che il sale, che da essa era fornito, ritornasse in frode nella Lombardia, con pregiudizio dell’erario. Sia che la misura fosse insufficiente, sia che effettivamente dal Cantone Ticino si rimandasse in contrabbando, il fatto è che il Governo del medesimo, dopo avere invano supplicato quello della Lombardia a fornire maggior quantità di sale, si rivolse al Piemonte per provvedere alle sue esigenze. Più d’una volta nel passato si era aderito a tali istanze; ma segretamente, perché si riconosceva il legame della convenzione del 1751; però si voleva considerare come non più sussistente, perché le finanze piemontesi più non intendevano di provvedersi del sale a Venezia. Nel 1833, essendo andato a Torino un agente di finanze austriaco per aggiustare vari punti di discussione in altre materie, si fece cenno della Convulsione del 1751, e l’impiegato del Re, che col medesimo trattava verbalmente, gli disse, che più non intendevasi farne uso; ma queste semplici parole, espresse per circostanza e non dichiarate mai officialmente non furono rilevate dall’Austria, né si potevano considerare come una denunzia.

Nel 1843 il Governo del Ticino fece più premurose istanze, e il conte Gallina, Ministro di finanze, conchiuse un contratto per cui s’impegnava a provvedere una data quantità di sale per lo spazio di quattro anni.

«Allora soltanto, dice il Conte della Margherita, compresi che era una flagrante violazione della diplomatica transazione del 1751, arando il Ministro imperiale m’indirizzò officiali doglianze, delle quali tosto conobbi tutta la ragionevolezza. Il mio primo atto fu di trattenere l’originale contratto, che, mandatomi dal Ticino colle ratifiche del Governo, rimettere doveva al primo Segretario delle finanze, cui non lo trasmisi mai. Però la parola del Re era data, stipulato il contratto, duro il retrocedere, e fu forza impegnare la discussione e interpretare la Convenzione del 1751, la sua durata, la sua forza, le condizioni della medesima; furono consultati i Magistrati consiglieri della Corona, si addussero argomenti più o meno speciosi; tradotti in linguaggio diplomatico, furono oggetto di più note che si scambiarono coll'imperiale Legazione, che altre ne indirizzava più o meno acerbe: di queste una ve ne fu che il Principe di Schwarzenberg, rimettendomela, accompagnò d’un frizzo: Je vous adresse, mi disse, une note sur l'affaire des sels, et vous trouverez qu’elle est bien salée. Studiando più a fondo la materia, aveva riconosciuto essere intieramente falsa, erronea, contraria ad ogni principio del diritto pubblico la pretenzione che la Convenzione del 1751 fosse risoluta e senza vigore: era stata richiamata nei Trattati del 1815, né fu mai denunziata; come poteva essere cessata, sol perché a noi conveniva così?

«Gli argomenti dei consiglieri della Corona,segue a dire il Conte,non mi avevano fatto variare d’opinione, ed a quelli del Gabinetto di Vienna era difficile trovare risposta. Ostinarsi, quando non si ha ragione, equivale al dire: Sic volo, sic jubeo, sitproratione voluntas. Ma questa massima, buona pei Turchi, quando le scimitarre dei Giannizzeri servivano di argomento per troncare le questioni, non poteva essere da noi adottata. Invece di cercare cavilli nuovi, dissi francamente al Principe di Schwarzenberg che la Convenzione era in vigore, e che il nostro contratto la violava; al tempo stesso gli dimostrai la convenienza che la Corte imperiale, per oggetto di sì lieve importanza, cedesse dal canto suo in ordine al già fatto contratto, e che, spirato il termine, non sarebbe rinnovato. Credo che se tutti i Ministri del Re avessero avuto i miei principi di politica, l’Austria vi avrebbe aderito, non temendo la condotta avvenire. Il Principe di Schwarzenberg però non dissimulava che la compiacenza del primo Segretario delle finanze pel Cantone Ticino procedeva più dalla soddisfazione di ferire l'Austria, che dal desiderio di servire il Cantone: e siccome aveva ragioni ben fondate a non dubitarne, e i suoi dispacci le contenevano, l’imperiale Corte non si trovò disposta a conciliare la cosa nel solo modo possibile in allora, e che io suggeriva; poiché non dubitava che, al termine dei quattro anni, si sarebbe trovato il modo di ricominciare la discussione.»

Al Conte di Sambuy, regio Ministro in Vienna, della Margherita inculcava di far conoscere al Principe di Mettermeli la convenienza di prontamente terminare la discussione in modo onorevole per le due Corti, che non dovevano essere in disaccordo per si lieve causa. Lo secondava il di Sambuv con tutto lo zelo di cui diede sempre non dubbie prove, e forse sarebbe riuscito nell’intento, se l’affare non dipendeva dal signor Rubeck, che aveva la direzione delle finanze, che al Piemonte era particolarmente contrario, e non si potè piegare mai. Il Principe di Metternichcomprendeva benissimo che non era affare meritevole di tanto impegno per la Corto imperiale; ne scorgeva pure la poca importanza, a fronte del dissapore che arrecava, il Principe di Schvarzenberg; ma ritorceva l’argomento, dicendo: non comprendere, come il Piemonte posponesse le buone relazioni con una Corte amica, alleata e stretta con antichi e recenti legami di famiglia a Casa Savoia, alla soddisfazione des gens de sac et de corde, come quelli che allora dominavano il Cantone Ticino, e che non potevano godere la nostra simpatia. «Buone osservazioni, — nota il nobile Conte, — come buone erano le mie; ma se così ritrosi eravamo noi, non avendo la ragione dal canto nostro, posso di soverchio lagnarmi che la sostenesse chi l’aveva tutta dal suo?»

L’Austria non cedendo, il Re, persuaso che né la giustizia, né l’onorsuo permettevano l’infrazione di un patto solenne, decise che il sale non sarebbe dato, né eseguito il contratto. Ciò parve dovere por fine alla vertenza; ma invece altro non fece che cambiare il punto della discussione. Nell’accordo del 1751 il Re di Sardegna aveva rinunziato al commercio attivo del sale, ma non si era parlato del transito; il conte Gallina pensò di permettere al Governo dal Cantone di provvedersi di sale estero nel portofranco di Genova od a Marsiglia, e di permetterne il transito pei Regi Stati fino a Locarno. Il danno per l’Austria, cui aveva ovviato colla Convenzione del 1751, era il medesimo, e non poteva non dolersene; ma non era così fondata in ragione come nel primo punto, che era diametralmente in opposizione al senso ed alla lettera degli articoli pattuiti. «La questione del transito, — scrive il Conte, — era disputabile, e siccome io aveva chiaramente dichiarato che, come il Ministro degli affari esteri, non poteva mai aderire alla violazione di una Convenzione, né dirla senza vigore mentre tuttora lo aveva, cosi in questa seconda parte sosterrei il nostro diritto, e lo sostenni. Parevami poi che l’Austria poteva far terminare ogni cosa provvedendo essa maggior quantità di sale ai Ticinesi che più non l’avrebbero altrove cercato; ma essa non vi acconsentiva, affermando, essere quello che già somministrava sufficiente: essa la questione del transito interpretava in modo diverso da noi, lo sosteneva implicitamente vietato dalla più volte enunciata Convenzione. Le pratiche per quest’affare, gli scambi di note, le discussioni tanto in Torino che a Vienna non ebbero mai termine fino alle risoluzioni violente che scoppiarono poi nell’anno 1846».

L’acerba discussione de' sali non impediva però che le due Corti non pensassero a stringere vieppiù i legami di famiglia che le univano. Si trattò infatti il matrimonio del principe Eugenio di Carignano con S. A. I. l’arciduchessa Maria, figlia dell’arciduca Ranieri e sorella della Duchessa di Savoia; ma quella Principessa fu da immatura morte rapita all’amore dei parenti e alle speranze dell’augusto fidanzato.

Intanto nuovi dissensi sorgevano da altri lati, e gli animi si alienavano reciprocamente e s’inacerbivano i rancori: si sarebbe detto che una mano fatale trascinasse i due Stati a una non lontana rottura.

Per un altro incidente diplomatico, — continua a dire il Memorandum, — si fu in diverbio coll’Austria. La medesima propose al Piemonte di prender parte alle trattative di un accordo fra essa, il Gran Duca di Toscana, e i Duchi di Modena e di Lucca. Nella previsione della morte dell’arciduchessa Maria Luigia, Imperatrice, vedova di Napoleone I, e Sovrana per la sua vita durante di Parma; si propose di fissare le basi delle future cessioni, ed i limiti dei rispettivi Stati. Secondo le stipulazioni del Trattato di Parigi del 10 giugno 1817, alla morte di lei, il Duca di Lucca, prendendo possesso de' Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, il suo Stato passar doveva al Gran Duca di Toscana, che a termini dell’articolo 102 dell’atto finale del Congresso di Vienna, cederebbe al Duca di Modena i distretti toscani di Fivizzano, Pietra Santa e Barga, con alcuni altri dello Stato Lucchese. Ognuno de' Principi aveva interesse a regolare in tempo l’esecuzione di tali disposizioni e di variarle secondo le reciproche convenienze. Il Piemonte, come limitrofo di questi Stati, aveva pure motivo a prendervi parte, e la proposta dell’Austria fu accettata. Il marchese Carrega, Incaricato d’aíaridel Re a Firenze, ebbe ordine di assistere alle conferenze; furono queste condotte felicemente a buon termine; ma vi erano articoli che non convenivano, fra i quali una clausola che dava all’Austria la reversibilità di Pontremoli, che si cedeva dalla Toscana al Duca futuro di Parma.

Avendo il Piemonte la reversibilità allo Stato di Piacenza, non poteva essere indi. ferente a ciò, che l’Austria prendesse possesso in qualunque siasi tempo di quel territorio, per l'inconveniente che vi troverebbe, quando il Ducato di Piacenza, che si estendeva tino alla Nura, fosse riunito ai Regi Stati. Il Conte della Margherita ordinò al marchese Carrega di far delle difficoltà; ma le altre parti erano premurose di conchiudere, e &i prosegui lino a termine la negoziazione sul riflesso che i Sovrani disponevano a piacer loro de' propri territori, né poter il Piemonte ragionevolmente farvi ostacolo. Per togliere ogni difficoltà il Plenipotenziario austriaco dichiarò, che quello del Re non sottoscriverebbe il Trattato, la Sardegna essendo stata ammessa alle conferenze per una informazione, e non per prender parte alle stipulazioni.

La questione Dichiarò allora della Margherita che se la Corte di Vienna, giacché le altre non ciano di quell’avviso, persisteva nell’escludere la Sardegna dalla stipulazione del Trattato, egli non si crederebbe più in obbligo di conservare il secreto, e in nome del Re protesterebbe presso le Corti tutte che avevano sottoscritto l'atto del Congresso di Vienna contro le clausole del Trattato di Firenze, né quelle sarebbero soddisfatte, che nell'applicarne i principi stabiliti nel 1815, non si fossero chiamate a concorrer vi. Bastò tale dichiarazione per far sospendere le negoziazioni per il Trattato; finché l'Austria, mossa dalle premurose istanze del Gran Duca di Toscana e del Duca di Modena, i quali in quelle stipulazioni avevano desiderato vantaggi, nel seguente anno aderì a che la Sardegna entrasse parte contraente nel Trattato. Fu questo conchiuso il 28 di novembre del 1844, e all’art. 8 l'Imperatore d’Austria convenne che tutta la porzione della Lunigiana, cioè Pontremoli, Bagnone,non che i distretti estensi di Traschictto, Villafranca, Castevoli e Mulazzo sarebbero ceduti al Re di Sardegna, allorquando si verificasse il caso della reversibilità del Ducato di Piacenza, come parte del compenso che per questa città l’Austria, cui essa era riservata, sarebbe in obbligo di dare, a termini dell’articolo addizionale al Trattato del 20 maggio 1815, fra la Sardegna e l’Austria.


Torna su



V - LE NOZZE DEL DUCA DI SAVOIA

Un avvenimento importante veniva a compiersi in questo tempo, atto per se solo a stringere i legami delle due auguste Case d’Austria e di Savoia, reso però affatto inutile dall’azione maligna delle sètte.

«Il più importante avvenimento di quest’anno (1841), dice il Memorandum fu la negoziazione del matrimonio di S. A. R. il Duca di Savoia con l’arciduchessa Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri e della sorella di Carlo Alberto; matrimonio che non piacque ai nemici dell’Austria, ma consigliato al Re dal giusto desiderio di dare al suo erede nel Regno per compagna ed a' suoi sudditi per futura sovrana una Principessa, che altamente fosse arricchita di "tutte quelle doti, che la rendono cara al consorte e l’affetto guadagnano non meno che la devozione de' soggetti. Vi si riuscì pienamente e vi fecero plauso i fedeli servitori della Corona, che nei molteplici legami di famiglia che uniscono le auguste stirpi di Savoia e di Lorena non videro mai minacciata l’indipendenza dello Stato». — Il matrimonio tra Vittorio Emanuele, duca di Savoia, e l’arciduchessa Adelaide di Austria si celebrò nell'aprile del 1842, in mezzo alla soddisfazione e alla esultanza universale.

Le nozze però dell’erede del trono con un’Arciduchessa d’Austria, per le quali esultavano i sudditi leali, non piacquero a coloro che miravano segretamente a tutt’altro che a legarsi colla temuta e odiata Potenza. Il Re a tale unione aveva aderito perché gli era cara l’augusta nipote, e fu la madre di lei, sua sorella, che nel 1841 in Racconigi trattò l’affare, e vinse ogni ritrosìa. Questa non da altro procedeva che dal timore di far cosa che spiacerebbe a coloro nella mente dei quali brulicavano le idee cosi dette italiche, e che erano solamente massoniche. S’avvide Carlo Alberto dell’impressione prodotta, e volle temperarla col mostrare più rigidità e nessuna condiscendenza all’Austria negli affari che con essa si trattavano, e col dimostrarsi meno inclinato verso il Ministro degli affari esteri, come autore di un legame contrario alle intenzioni politiche segretamente serbate in petto. Il Re fu meco in quel tempo, — dice della Margherita, — men largo d’atticortesi; ma a misura che ci allontanavamo dall’epoca della celebrazione del faustissimo nodo, a questi atti egli fece ritorno. Come fosse a mio riguardo poco preme; verso l’Austria si manifestò ben più chiaramente, e questo è ciò che io non avrei consigliato mai.

«Prima d’inoltrarmi in quest’argomento, — aggiunge il Conte — è mio dovere di fare un’osservazione che torna tutta in encomio dell’augusta nostra Regina. Talmente guadagnò essa colle sue virtù, colla grazia de' suoi modi, e con atti di beneficenza i cuori, che perfino coloro, che l’essere austriaca le apponevano, furono costretti a venerarla. Madre feconda di augusta prole i voti di tutti i sudditi si concentravano su di lei, quando Iddio permise venissero troncati dalla morte.»

Mentre le trattative dell’augusto maritaggio tuttora duravano (an. 1841) aveva luogo la visita che S. A. I. il Duca di Modena fece alla Corte di Savoia, che doveva lasciare altrettanto buone quanto inutili traccie.

Allora i vari Principi italiani consideravansi tra loro come fratelli, siccome padri erano piuttosto che Sovrani dei loro popoli; quindi il visitarsi a vicenda era considerato quale dimostrazione d’affetto, pel comun bene, e non segno sleale di diffidente amicizia. Con tali sentimenti, crediamo, essendo il re Carlo Alberto a Racconigi, ricevette la visita di Francesco IV, duca di Modena, sovrano di piccolo Stato, dice della Margherita, ma di mente atta a reggere un Impero; ebbi l’onore di conferire con lui, e mi rimase il desiderio che ogni Principe avesse quanto lui quel retto sentimento del giusto e del vero per cui si guadagnano i vituperi dei tristi e le benedizioni dei buoni». E diceva giusto il sapiente Ministro.


Torna su



VI- CAMBIAMENTI NEL MINISTERO IN SENSO LIBERALE

Trovandosi tuttavia la Corte nella reale villa, ebbe luogo un’importante cambiamento nel Ministero; Carlo Alberto, nota il Memorandum, non era inclinato a tali mutazioni, e non a torto. I Ministri che non hanno speranza di godere a lungo della fiducia del Sovrano, non hanno neppure quella di acquistare fama, ch'è grande incentivo ad operare cose oneste e belle.

Non fu però la volontà del Re, che diede luogo al cambiamento; ma quella del Conte di Pralormo, che, mal fermo in salute e disgustato di una più lunga ingerenza negli affari dello Stato, ottenne il suo ritiro. Tale circostanza, dice il nobile Conte,mi forni una prova che Carlo Alberto non inclinava ad affidare la direzione degli affari a persone, che professassero opinioni veramente monarchiche. Il Ministero degli affari interni venne offerto al Conte di Collegno; e ciò sembrerebbe indicare il contrario; ma se avesse avuto volontà di affidarglielo, a me ne avrebbe dato l’incarico, e non al cavaliere Villamarina che non poteva approvare quella scelta. Sospettai che fosse una cosa intesa, e che l’offerta era fatta solo per far credere a quelli delle mia opinione che camminar volesse con noi.

«Il Conte di Collegno per delicatezza d’animo fece qualche obbiezione all’addossarsi la responsabilità di un Ministero: voleva prima parlare col Sovrano. Le obbiezioni furono rappresentate a Sua Maestà come un rifiuto, e più non si trattò di lui.»

Al tempo istesso il Marchese Cavour, vicario di polizia, riferiva aSua Maestà che sulla voce, che il Conte di Collegno potesse essere nominato Primo Segretario di Stato per gli affari interni il prezzo delle corone e degli scapolari era aumentato! additando così ch’egli avrebbe il suffragio delle persone religiose, e non mai, per giusta conseguenza, quello degli spiriti illuminati cui conviene appagare...

Tale è la legge de' sofisti che mantengono ovunque lo spirito della rivoluzione, l’osserva Haller:«Tous ceux quirestaient fidèles à leurs devoirs, qui reconnaissaient un Dieu dans le Ciel et un Roi ou un maître quelconque sur la terre, ne pouvaient et ne devaient être que des gens à préjugés, des imbéciles, des superstitieux, etc.» (6)

Vi fu chi credette che se il Conte di Collegno assumeva il Ministero, non avrebbe tardato il Conte della Margherita ad essere rimosso. «Non era cosa impossibile, — nota l’istesso Conte, — due uomini del nostro carattere non voleva il Re nel suo consiglio. Io doveva essere solo, non aver mai chi mi secondasse, non mai un collega col quale potessi aprire l'animo mio. Pienamente d’accordo sarei stato col Conte di Collegno, e non col danno del regio servizio; eppure solo di noi si temeva! L’astro che seguiva Carlo Alberto non lo conduceva a venture, e tutte gliele promettevano dimostrando fiducia in loro i liberali. Per illudere i realisti si disse non essersi dato a uno di loro il Ministero, perché noi vollero! Offerto fu solo a uno, e in quel modo che ho detto.»

Il Re riunì le Segreterie degli affari interni e delle finanze in una, e le affidò al Conte Gallina. Poco tempo prima aveva tolto le incombenze della Polizia dal Ministero dell’interno, per affidarle alla Segreteria di guerra e di marina. «Il Conte Gallina, — prosegue della Margherita, — non voleva assolutamente impicciarsene, né aveva torto; i suoi antecedenti non consentivano in lui tale ufficio. Mi disse che si era trattato di incaricarmene, ma che il Re aveva preferito il Cavaliere di Villamarina; a qual fine, i futuri avvenimenti lo hanno chiarito. Io lo compresi fin d’ali ora; vidi in tutte le macchinazioni, negli artifizi, ne’ raggiri di quei giorni la strada che andava a battersi, e che la mia posizione sarebbe più difficile. Il Re non mi chiese mai consiglio in tali cambiamenti; dopo fatti, me ne parlava. Il mio serio contegno, accompagnato da rispettoso silenzio, gli dava a conoscere che non mi sfuggiva la retta interpretazione di ogni cosa, e Carlo Alberto mi capiva, né voleva adontarsene. Giunto non era il tempo di licenziarmi, e sapeva bene il Re, che la soddisfazione di dire che io lo aveva lasciato non gliela darei mai. L’onore mio, la mia coscienza vi erano impegnati; soffrivo le amarezze pel bene dello Stato e per la tenacità delle mie opinioni».

Quanto alla politica, notavansi ogni giorno (ann. 1841) i progressi dello spirito rivoluzionario nella vicina Svizzera; vedeva l’illustre Ministro, non senza inquietudine, in quel paese così vicino crescere ogni di più l’audacia settaria. I soli Cantoni di Uri, di Schwitz, di Untervalden si preservavano dal funesto contagio; Lucerna ne era stata vittima, e se in quest’anno si riebbe, fu pel voto generale di quel buon popolo, che, guidato dall'immortale Giuseppe Leu, scosse il giogo de' radicali. Lo subiva ancora il Vallese; i Governi di Zurigo, di Argovia, di Berna insolentivano, trattavano le estere Potenze come se avessero avuto la forza di resistere. Ma ben sapevano, — nota avvedutamente della Margherita, — che non aveano a temere se non che guerra d’inchiostro. Oh quanto lamentava io l’attitudine troppo rispettiva dell’Austria! Debolmente sosteneva con energiche parole, e non con fatti mai, i suoi diritti violati dal Cantone d’Argo via nella soppressione dei conventi, di quello di Muri specialmente, antica fondazione della Casa di Habsburg, e sul quale aveva incontestabili vagì mi l'Imperatore.» Le note dell’Austria erano gentilmente comunicato al Conto della Margherita, d’ordine del Principe di Mettermeli, dal Ministro imperiale. Esse, aggiunge egli, erano fondato sulla giustizia e stese con l’assennato talento del Principe; ma io non celava mai l’opinione una, che i rivoluzionari non si persuadono, né convertono con ragioni; non valere con essi che la forza adoperata a tempo, vale a dire quando si ha diritto di adoperarla in difesa della società minacciata e per ottenere giusta riparazione de' torti sofferti». — E qui il loti ore farà bene di rileggere quanto dicemmo e i documenti che recammo, in ordine all’Austria e alla framassoneria nella Introduzione generale di queste Memorie posta in testa al primo volume. (7)

In mezzo a queste cose un grave avvenimento chiamava a sé l’attenzione di Europa. Nel giugno del 1841 moriva Federico Guglielmo III, re di Prussia, ed aveva successore il principe erede Federico Guglielmo IV, che godeva fama d’inclinare a maniera più. larga di governo, per cui si eccitarono nei liberali della Germania quelle speranze stesse, che avevano i nostri concepite all'avvenimento al trono di Carlo Alberto.

«Non posso a meno di osservare, — sono parole di della Margherita,— che Federico Guglielmo IV, dall’epoca che sali al trono, tino al fine del 1847, più volte mi fece desiderare che non avesse tanta fiducia ia chi l’adulava colla speranza della Corona germanica, con quelle arti stesse (lo noti il lettore; che si adoperavano per sempre più invaghire Carlo Alberto di quella di Italia. Ebbe Federico Guglielmo i suoi giorni di dure pruove, e potò conoscere qual è l’affetto di chi più applaude ai Re quanto più ne medita la rovina; col suo senno si arrestò in tempo, e salvò la dignità e l’indipendenza della sovrana autorità.»


Torna su



VII - NUOVE DIFFICOLTA COLL’AUSTRIA

Nel 1834 si era conchiusa con l’Austria una convenzione per impedire l’enorme contrabbando, che si facea a danno dei due Stati sulle rive del Ticino, e pel Lago Maggiore.

Questa convenzione aveva duplice vantaggio: uno per le finanze, ponendo fine a tante frodi che ne scemavano gl’introiti, l’altro per la morale delle popolazioni limitrofe, che ogni dì più si corrompevano dedicandosi al lucroso esercizio del contrabbando; ma si era conchiusa solo per due anni, e duratura sol fino a quando non se ne dichiarerebbe il termine sei mesi prima. Ogni qualvolta era l’epoca della scadenza, il Ministro delle finanze dimostrava l’intenzione di farla cessare; ma si era indugiato a prendere tale misura. Si osservava che i vini, principale commercio di alcune provincie dei regi Stati col Milanese, erano in Lombardia aggravati di un dazio troppo considerevole e quasi esclusivo; speravasi che l’Austria, pel timore di vedere rotta l’anzidetta convenzione a lei ancor più giovevole che alla Sardegna, avrebbe aderito alle sue istanze. Non vi consenti mai, sia perché voleva favorire i proprietari del regno Lombardo-Veneto, sia perché il Ministro di finanze austriaco non era disposto a suo favore, sia poi perché la Corte di Vienna «non aveva motivi di essere condiscendente verso uno Stato, in cui non trovava mai, — sono parole del Memorandum, — quella reciprocità di agevolezze che a lei si chiedeano.»

Pochi mesi dopo le auguste nozze si annunziò che più non s’intendeva di mantenerla, e dovette essere per l’Austria un ammonimento a non illudersi sulla natura delle sue relazioni, malgrado dell’augusto legame. Temperò nondimeno l’illustre Ministro per quanto fu in lui l’amarezza del Principe di Schwarzenberg dandogli speranza che, combinandosi fra le due Corti un Trattato di Commercio, la convenzione riviverebbe.

Ma fuvvi un altro argomento di difficoltà coll’Austria: i confini deidueStati presso Pavia erano oggetto di. una discussione che durava da gran numero d’anni: poiché incominciata prima della rivoluzione di Francia, e poco dopo la conchiusione del Trattato di Worms del 1743. Pretendeva l’Austria che il talweg del canale, detto il Gravellone, che separa dai regi Stati la città di Pavia e forma un’isoletta, eccettuata dall’imperatrice Maria Teresa dalla porzione del Pavese ceduta al re Carlo Emanuele III, segnasse il«confine tra l’Impero e il Regno. Si pretese sempre dalla Corte di Sardegna che tutto il canale verso i regi Stati le appartenesse, e non principiare il territorio se non alla sponda sinistra del canale. «In regola generale, — osserva il della Margherita, — è vero che il talweg nota la divisione dei confini; ma nel Trattato si dichiarò esplicitamente che la metà dell'alveo del fiume Ticino stabilisse ilconfinedel Lago Maggiore fino al suo confluente col Po, eccetto l’Isola formata dal canale presso Pavia, che rimaneva annessa alla città. La questione pareva non dubbia a nostro favore; tale fu il parere unanime degli Avvocati Generali e dei Magistrati consultati in vari tempi; ma quelli dell’Austria argomentavano diversamente, e non fu mai possibile porsi d’accordo. Frattanto il passaggio del canale era assai incomodo pei viaggiatori e pel commercio: trattavasi di far un ponte; l’Austria non aderiva che fosse fatto da noi, perché era un troncare la questione a nostro vantaggio; offeriva di far essa per meta la spesa ed era allora sciolta a vantaggio suo. Il Conte Gallina, non senza savio accorgimento, proponeva che in tal caso non vi fosse più dazio di passaggio, quale da noi riscuotersi soleva pel ponte di barche; restava sepolta la questione nelle acque del Gravellone per tutti i secoli, senza pregiudizio del diritto sostenuto. L’Austria alfine s’arrese; ma il ponte non fu fatto mai. I disegni degli architetti austriaci non furono graditi dal Conte Gallina; egli ne propose uno all’Austria, e si trovò che nelle cresciute del fiume sarebbe stato più metri sotto il livello delle acque; parea proposto a bella posta, perché fosse ricusato. La questione che durava da più di cinquanta anni, fu con tali arti protratta, e rimase vigente. In sé la cosa era di poca importanza, poiché non ci dava, né toglieva un palmo di territorio: era questione di dignità per non parer cedere anche in cosa esigua alle pretese del più forte, e meritava di essere sostenuta; però non approvai mai che non si terminasse in quel modo che salvasse dignità e diritto. Non accenno minori contese, che erano continue.»

Malgrado di tali tendenze, certamente poco grate a Vienna, il Principe di Metternichsaggiamente giudicava, che non conveniva spingere troppo oltre il risentimento, anzi diplomaticamente, separando le questioni d’interessi materiali dalla politica, mostrava aver per questa una grande fiducia nel Re, e faceva comunicare dal Principe diSchwarzenbergal della Margherita i dispacci diretti alle Ambasciate e Legazioni imperiali presso le grandi Potenze, sempre che si trattasse dei maggiori affari dell'Europa, perché li ponesse sotto gli occhi di Sua Maestà; così le relazioni del Ministro sardo col Principe di Schawarzenberg erano costantemente buone, franche e leali; egli non dissimulava con lui le sue opinioni sulle tendenze del Piemonte, sul poco affetto verso l’Austria, né egli dissimulava a lui ciò che aveva in cuore, e la fierezza di uno Stato che non vuol parere vassallo del più forte. «Egli rispettava queste suscettibilità, — nota il Conte, — e non mostrò mai diffidenza di me, persuaso che non l’avrei ingannato mai. Altri v’erano fra gli uomini di Stato che non godeano delle sue simpatie, il suo ingegno perspicace scopriva ancora quello che avrebbono voluto occultare, e perciò non era gradito; il Re lo temeva, cioè temeva il suo sguardo e il suo sorriso col quale nelle udienze che accordava al Principe, questi dava a capire che apprezzava al loro giusto valore le parole e le cortesie.»

In mezzo a siffatte cose (an.1844) fuvvi cambiamento nella Legazione austriaca; il Principe diSchwarzenbergfu destinato alla Corte di Napoli, e venne in suo luogo il conte Buol deSchauenstein,scelta gradita dal Re. Egli venne sotto i migliori auspici, e non diede motivo a non applaudirsi di sua presenza, specialmente quando le circostanze, divenute assai difficili, gli diedero luogo di mantenere la sua posizione con dignità, senza orgoglio, con calma e prudenza non ismentite mai; lo che fa prova di non poca saviezza, e di maturo senno diplomatico; si vedrà meglio a suo tempo.

Torna su



VIII - MENE E AGITAZIONI SETTARIE

I torbidi di Bologna che nel 1843 accaddero, commossero il Re, che avrebbe desiderato che i suoi Stati fossero limitrofi a quelli del Sommo Pontefice per intervenire in suo aiuto… «Oh! piaciuto avesse a Dio», — esclama qui il fedele Ministro ch’egli fosse stato in grado di dare sfogo a cosi generosi impulsi! non avrebbe allora avuto riguardo pei rivoluzionari, e avrebbe posto il suo onore in debellarli, e più mai non avrebbe potuto convenire con loro, ne seguirne lo traccio in tutt'altro sentiero. — A dì 22 di agosto scriveva infatti al Conte da Racconigi:

«Les événemens de Bologne sont assez graves, et me font toujours plus regretter quo nos États ne soient point confinans de ceux du S. Père, sans quoi nous pourrions toujours l'assister sans aucune vue ni d’ambition, ni d’intérêt, ce que je vous prie de dire au Nonce.»

«Io, — scrive il nobile Conte, — non amava pascolar la protervia deinostri liberali colla soddisfazione di leggere nelle gazzette le prodezze dei loro aderenti, e perciò passai sotto silenzio gli avvenimenti di Bologna; se ne lagnarono col Re, il quale non comprendeva il loro scopo, e la lagnanza era la miglior prova ch'io aveva ragione. Mi esternò egli il desiderio, che inscrissi un articolo relativo a quei torbidi. Lo feci, ma in tali termini, da non far paghi i desideri di chi l’aveva a Sua Maestà suggerito.

«Quei torbidi movevano dagli agenti di Mazzini e da suoi partigiani, gente perduta, che maneggia gli stili, meglio che le armi generose; che nulla avrebbero osato se non avessero avuti per fautori quei liberali di più alta sfera, che, a parer mio, sono mille volte più pericolosi. Sarebbersi mai messi in campo il medico Muratori, il capitano Ribotti ed altri di eguale stampa, seguiti dalla più vile ciurmaglia, se i Tanara, i Zambeccari, e più altri nobili di Bologna e delle Marche non avessero loro tenuto mano? Oh! imparassero una volta e loro, che, non contenti degli agi, degli onori, della quiete di una vita onesta, sognano venture che stravolgono gli Stati e fan piangere tante famiglie!»

In mezzo a tali cose, si stabili in quest’anno, coll’approvazione del Re, la Società Agraria che tenneil suo primo congresso in Alba. «Bellissima cosa in massima parte, — esclama della Margherita,— e da promuoversi, come tutto quanto tende al vantaggio del paese! ma il beneficio io non vedeva di buon occhio; poiché, guardando sotto la corteccia di quell’aureo frutto, vi scorgeva la semenza corruttrice: Timeo Danaos et dona ferentes. — Tanto bene, progettato, offerto da molti che non avevano campi da migliorare, non interessi da tutelare, né s’erano mai distinti per atti di vera umanità a prò’ della patria, mi faceva dubitare che avesse qualche altro intendimento. Vedere fra i membri ascritti persone di alto carattere e di elevata condizione non era motivo a farmi cambiar d’opinione; poiché sappiamo che molti di questi coprivano in buona fede i disegni dei loro adulatori.» — Era questo un momento di grande agitazione e d’instancabile attività da parte della framassoneria, che sempre nuove cose inventava per agitare gli animi, e per spingere innanzi e popolarizzare i suoi subdoli intendimenti. Dalla Società Agi aria poco stante si passava alle Letture di famiglia: e il savio uomo di stato continua:

«Se memoria non mi falla, fin dall’anno 1836 ebbero principio le Letture popolari, giornaletto che si lasciò con troppa facilità pubblicare, sebbene le tendenze dovessero far avvertiti che era un primo saggio di fallaci lezioni, dirette a quella classe che ha bisogno di lavoro, di quieto, non di essere spinta a maggiori speranze che, non realizzandosi, ne annientano la felicità. Vi furono articoli talmente in opposizione alle idee che giustamente dominavano, che l’estensore fu rimproverato dal cavaliere Lazzari, nelle cui mani era la Polizia; ma a qual prò, se presentandosi al Cavaliere di Villamarina ne riceveva tutt’altra accoglienza?… Fu forza alfine proibire le Letture popolari: ma, con nuova inconseguenza, si permise che risorgessero col titolo di Letture di famiglia. Con questi atti l’autorità dava mano a chi doveva a frenare, e si rendeva complico degli avvenimenti futuri in maniera da non esservi quasi modo d’imputarli ai loro autori.» I settari infatti andavano avanti, mettendo fuori sempre cose più speciose e maggiori.


Torna su



IX - LE SCUOLE DI METODO

Monsignor Pasio, Vescovo di Alessandria, era il capo dell’Università; malgrado dei suoi talenti, stava sotto l’influenza di Professori, o di persone estranee alla Istruzione, assai più di lui accorte, che lo abbindolarono, persuadendolo ad introdurre in Piemonte le così dette Scuole di Metodo. Gridare contro queste era la medesima cosa che andar mendicando la taccia d’ignorante. A me però basta pensare, — dice saviamente della Margherita,— che sia gli antichi, sia i moderni sapienti dottori e letterati in qualunque scienza od arte divennero tali, malgrado che non fosse praticato quel sistema, per conchiudere che non è indispensabile alla perfezione dell’umano sapere. Resta a vedere se leétéfuture avranno ingegni superiori a Dante, a Galileo, a Machiavelli, a Bacone di Verulamio, a Grozio, a Bossuet e a tanti altri, per lamentare che costoro non siansi resi ancor più grandi per mancanza delle Scuole di Metodo. Ma queste scuole hanno una tendenza che non è a favore della Religione, dell’autorità e dell’ordine; perciò le favorisce chi tutto vuol porre a scompiglio: e ciò è sufficiente per disapprovarle. Onestissimi uomini professano diverso parere; ma sono di quelli che non guardano mai sotto la corteccia delle cose, oppure, se qualche cosa travedono della frode, amano occultarla pel gran timore di essere annoverati fra gli oscurantisti (adesso direbbersi intransigenti), e da meno del secolo illuminato in cui ebbero la sorte di nascere. Fra nessuno di questi annovererò monsignor Pasio; so bensì che inavvedutamente servì ai cupi disegni della setta che lavorava a porre i germi di un perfido insegnamento nel nostro paese.» Scrisse egli infatti al Console generale del Re in Milano per avere un professore di Metodica lombardo, che introducesse la rara dottrina ne’ regi Stati, ancor digiuni di si prezioso tesoro!

«Il cavaliere De Angeli, aggiunge il Conte, persona dabbene, a me fidatissima, nulla faceva d’ordinario mai senza mio ordine; la sola volta che per inavvertenza fatale non mi comunicò l'avuto incarico, fu questa. Proveniva da un Vescovo, dal Capo del Magistrato della riforma degli studi; supponeva che io ne fossi consapevole, quindi non credette poter proporre miglior soggetto dell’abate Ferrante A porti, il propagatore in Lombardia di simili innovazioni, e perciò celebrato da tutte le Corti liberali. Per dare nel segno che si aveva in mira, non potea proporre meglio; ma nulla di peggio pel bene del Piemonte, e se ne avessi avuto sentore, certamente l'Aporti non sarebbe venuto in Piemonte, finché non si aprisse a lui quale terra di asilo dopo i disastri del 1848».

Fu applaudita la proposta da monsignor Pasio, e più assai da chi lo indettava, e facilmente si fece gradire al Re, tanto più che l’arciduca Massimiliano, (infelice Arciduca!) viceré del Regno Lombardo- Veneto, raccomandava la persona dell’Aporti. Quando lo seppe il Conte era tardi, e lo deplorò altamente; ma non poteva impedirlo. Quanto alla Metodica era di quelle materie in cui il Re credeva che egli parlasse per passione, per ispirito di parte; non era affare diplomatico, né giudicò opportuno essere il primo ad aprirne con lui il discorso.

Il Re era alla real villa di Racconiggi, addì 18 agosto, quando indirizzava al Conte una sua lettera in cui, con amaro cordoglio, gli comunicava l'opposizione di mons. Franzoni alla nomina fatta dell’abate Aporti, e la proibizione dal medesimo data agli Ecclesiastici d’intervenire alle Scuole di Metodo. Egli se ne mostrava sdegnato, e dichiarava che né la nomina, né la Scuola di metodica non sarebbero revocate, biasimando l’imprudenza dell’Arcivescovo: ne lo informava per sua norma nei rapporti con monsignor Franzoni, onde sapesse come egli giudicava degli atti suoi, per cui si scatenavano le passioni, e si unirebbero tutti i liberali, e persone di religione ancora, contro il partito dell’Associazione Cattolica, — dont on vous fait, diceva, mon cher la Marguerite, un des plus ardens soutiens. — Aggiungeva, essere in procinto di fare dei cambiamenti nel Ministero, e che per l’imprudenza dell’Arcivescovo non potrebbe più chiamare, in luogo di chi si ritirerebbe, alcune persone di gran merito, perché potavano credersi affigliate a quel partito: gli imponeva quindi d’informare la Santa Sede di quest'affare per giustificare Sua Maestà, far censurare dal Santo Padre l’Arcivescovo e difendere l'Università da ogni prevenzione cui per tal fatto venisse soggetta.

Della Margherita rispose al Re, che non conveniva scrivere a Roma con tanto precipizio, e prima di udire da monsignor Franzoni tutti i motivi che aveva e che forse interessavano la sua coscienza: non esser conveniente, né necessario giustificare a Roma i sentimenti religiosi di Sua Maestà, abbastanza colà conosciuti; doversi usare grande delicatezza in quest'affare, trattandosi di Aporti, considerato a Roma come l'introduttore in Italia degli Asili d’Infanzia secondo il piano dello scozzese Owen, protestante, capo d’una setta Sansimoniana; che fin dal 1837, d’ordine del Santo Padre, si era diretta ai Vescovi dello Stato Pontificio una circolare per proibire le Scuole infantili, quelle appunto promosse dall’Aporti, e doversi assai riflettere prima di parlarne (8).

Aggiungeva poi il conte: «Quant à ce qu’on peut dire de moi, je n’ypense jamais; je ne dois compte de mes actions qu’à Dieu et au Roi. Votre Majestà sait que je n’ai jamais appartenu, que je n’appartions à aucune association, et pour ce qui est de la Sociétà Catholique, ceux qui en parlent savent parfaitement qu’elle n’existe plus; l’on s’en sert comme d’un épouvantail et d’une dénomination convenue pour désigner ceux qui ne transigent pas avec leurs devoirs,… Quant à la cause catholique et royaliste, j’avoue que j’ysuis dévoué de toute mon âme; mais je n’ai pas la prétention d’en être un bien fort soutien.»

«Qu’il me soit encore permis d’exprimer une pensée sur la lettre de V. M. Si le cas venait. d’un changement dans le Minisère,le Roi dans notre pays est tellement maître de la situation, tellement au dessus des influences de l’opinion publique qui bouleversent tant d’autres États qu’il ne peut être géné dans son choix.»

Dopo aver risposto al Re prevedendo le conseguenze funeste di quest’affare, si adoperò il Conte presso monsig. Franzoni, affinché calmasse l’animo del Re, coll’esporgli tutte le ragioni del suo operato. Monsignore si recò a Racconiggi ebbe un abboccamento con S.M. che, appena terminata l’udienza, s’affrettò di scrivere a della Margherita il seguente foglio che prova come ogni rancore fosse dileguato nell’animo di Carlo Alberto. E così sarebbe stato, se i malevoli e quanti avevano interesse di togliere al Re la fiducia che meritamente poneva nell’Arcivescovo, non avessero con nuove menzogne e astuzie riacceso il fuoco. Ecco la lettera di Sua Maestà:

«Je m’empresse devous écrire deux mots, — très-cher la Marguerite, — pensant que vous aimerez à connaître les résultats de mon entrevue avec l’Archevêque. Je vous dirai donc à la hâte que nous nous sommes parlé à cœur ouvert, et que j’ai tout lieu d’en être parfaitement satisfait; tout donc est terminé. Je vous conterai demain les détailles. En attendant vous m’obligerez de ne plus rien écrire à Rome, et si vous avez parlé avec monsieur Sacconi, (9))faites-moi aussi plaisir de lui dire, ou de lui faire savoir qu’il n’en fasse point une affaire. Car maintenant j’aurais du regret que l’on reparla de cette malheureuse affaire et que l’Archevêque en eût des ennuis. Nous combinerons demain ce qu’il faudra écrire pour tout terminer d’une manière avantageuse.

Racconis le 21 août 1844.

Votre très-affectionné

CHARLES ALBERT.


Poco tempo dopo Carlo Alberto scrisse al Conte un’altra lettera sull’argomento con rediviva irritazione, dicendogli, che l’atto dell’Arcivescovo dava luogo a reclami contro il Clero che s’ingerisce nelle cose temporali, e legava a lui le mani per impiegare persone apprezzabilissime!

L’introduzione della Scuola di Metodo colla venuta d’Aporti fu feconda sorgente di tristi conseguenze. In apparenza il Re era riconciliato con monsignor Franzoni; ma in realtà da quell’epoca non fu mai più visto di buon occhio, e chi aveva interesse a mantenerlo in tale disposizione d’animo non trascurò alcuna occasione di aumentarla; fu quello il preludio della rivoluzione nel 1847.

L’Arcivescovo non era il solo che si tentava per ogni via di mettere in mala parte presso il Re: quanti vi erano più fedeli al Trono erano il bersaglio di critiche e di accuse il più delle volte assurde. Il Conte della Margherita non era mai risparmiato, mentre doveva fare l’avvocato degli altri e scoprire al Re le frodi con cui si cercava di alienare l’animo suo dai migliori fra i suoi servitori. Il Conte de Maistre, governatore della Divisione di Nizza, era più specialmente oggetto di gravi attacchi; e ben li meritava per la fermezza de' suoi principi; ma aveva anche il gran torto di essere figlio del sommo filosofo del secolo, il conte Giuseppe de Maistre, le cui dottrine gettano tanta ombra sulle peregrine scoperte dei moderni celebrati sofisti.

Ebbe in questa circostanza a persuadersi l’illustre Ministro che se il Re nell'intimo dell'animo non aveva cambiato a suo riguardo, volea però che nel pubblico apparisse diminuito il suo favore, e che nessuno potesse dubitare mai che egli avesse avuta la minima ingerenza ne’ seguiti cambiamenti. Trattandosi della nomina de' Ministri degli interni e delle finanze, né potendo essi sottoscrivere le proprie patenti, né perciò quella della separazione delle due Segreterie, cose tutte che dovevano eseguirsi ai 29 di agosto, giorno di sua relazione a Sua Maestà, che aveva luogo ogni giovedì in quella reale villa, era secondo gli usi che rassegnasse alla firma le sovrane risoluzioni però si chiamava appositamente il conte Avet, reggente la Gran Cancelleria, affinché neppure il suo nome a piè delle patenti offuscasse la vista di quanti nella recente discussione dell’Arcivescovo e di Aporti, avevano spiegato la loro avversione per il primo. Non chiamò, è vero, il Cavaliere di Villamarina, il più anziano fra i Ministri; ma siccome quello non era per lui giorno di lavoro col Re, la cosa non produceva alcun effetto. Servì assai tal incidente per far accorto il Conte, che la sua posizione diverrebbe ogni giorno più difficile e meno lusinghiera. Qui aggiunge egli un incidente curioso che vuol essere raccolto a meglio conoscere la rivoluzione e i suoi corifei.

«Non debbo passar sotto silenzio, scrive egli, un fatto, che prova la sincerità delle opinioni di certi corifei del partito liberale che misero a soqquadro l’Italia. Il principe di Canino, Carlo Bonaparte, quel desso che nella Repubblica Romana si distinse per la sua ingratitudine verso la S. Sede, e per la sfrenatezza delle sue proposizioni, in quest’anno, mentre già teneva ai ribaldi, coi quali si associerebbe poi per coprirsi col berretto frigio, chiedeva umilmente al Re gli conferisse il titolo di Altezza. Non si diresse a me, come non lo fece quando supplicò Sua Maestà di tener al sacro fonte un suo figlio: sapea ben egli che gente, della sua tempra nulla potea sperare da me, che anzi non lasciava di far palese al Re, che il favorire lui, era fare uno spreco delle grazie sovrane. Carlo Alberto, consultò uno de' primi Presidenti di maggiore riputazione; costui volesse fare la Corte al Re, o non s’avvedesse che la cosa non conveniva, presentò una memoria in cui consigliava Sua Maestà ad aderire. Il Re però esitava, e mi consegnò quella memoria; l’avermela rimessa bastò perché il Principe repubblicano non sentisse più a parlare dell’ambito titolo di Altezza. Fatevi beffe, lasciò scritto messer Francesco Guicciardini, di quelli che predicano libertà, non dico tutti, ma ne eccettuo ben pochi per ognuno di questi tali che sperasse aver più bene in uno Stato stretto, che in uno libero, vi corre rebbe per le poste. Non so se il Canino fosse nel segreto dei moti di Calabria, e della spedizione degli sciagurati Bandiera, che ebbe luogo in quest’anno; ma la cosa è assai probabile, poiché egli ebbe sempre parte in quante trame s’ordirono ai danni dell’Italia».


Torna su



X - CONATI RIVOLUZIONARI NELLE ROMAGNE

La framassoneria che quasi ogni anno arrecava il pianto in qualche famiglia, per la disperata prova cui spingeva, ora in una or in altra parte d’Italia, i più scapestrati della setta, vittime esposte dell'antiguardo della rivoluzione alla giustizia de' Governi, scelse nel 1845 la Romagna per campo, ed ebbero luogo i tristi fatti di Rimini. Appena il Re ne fu informato, scrisse al Ministro della Margherita la seguente lettera:

«Cette déplorable affaire de Rimini, qui était prévue depuis long- temps, vu le grand mécontentement (provocato dai frammassoni) qui existe dans les Légations, m’afflige par la pensée du chagrin qu’en éprouvera le S. Père, auquel, comme vous savez, je suis profondément dévoué: mais que pouvons nous faire, n’étant point confinans avec ses États, ce que je regrette vivement! Tout dépend de ce que feront les Autrichiens: s’ils sont entrés immédiatement, com«me nous devons le croire, tout est déjà fini au moment que je vous écris, à part les mécontentements; s’ils ne sont point entrés, ce qui paraît impossible, oh! alors nous sommes, peut être, près de grands événements, car le mal risque de s’étendre beaucoup... et la France voudra s’en mêler. Le Pape sait ce que je pense... le danger ne fait que redoubler mon dévouement... Attendons ce que Dieu lui inspirera. Répétez seulement au Nonce les expressions de mon attachement et dévouement au Saint-Père».

Quei movimenti, sebbene prestorepressi, diedero motivo al libretto di Massimo d’Azeglio, che ebbe tanta influenza sui futuri avvenimenti. Egli in quell’anno percorse l’Italia per moderare i rivoltosi, che non prorompessero in sedizioni e violenze da fruttare danni alla causa liberalesca, per la quale egli era più che ogni altro caldo, fin dalla prima gioventù.«Né faccio fede, — dice della Margherita, — perché fummo nei nostri freschi anni compagni, non di opinioni politiche, ma di ameni studi, ed era egli allora qual è adesso. Nel 1821 già stava per correre nel Regno di Napoli a prender parte alla guerra contro l’Austria; trovandomi in Roma, lo trattenni, assicurandolo che il cimento sarebbe vergognoso pei liberali. Pochi giorni dopo il facile passaggio dell’esercito austriaco per le gole d’Antrodoco gli provò che aveva bene accertato dicendogli, che non era troppo da sperare nuove Termopili,né v’erano Leonidi nel Regno ai quali fosse gloria congiungersi».

Massimo d’Azeglio percorse gli Stati Pontifici, non per soffiare il fuoco, del che non era ormai più d’uopo; ma per indirizzare il movimento, bo. e temperare la sfrenatezza de' cospiratori impazienti. «Nelle Legazioni le brighe e le insinuazioni aperte datano dal viaggio di d’Azeglio».

I Casi di Romagna, scritti da lui, erano stati preceduti fin dall’anno innanzi dalle Speranze d’Italia, di Cesare Balbo: libri destinati non ad avvivare i desideri, ma a frenarne lo scoppio immaturo. Balbo e d’Azeglio, sebbene assai caldi per un fatale concetto, ne volevano il trionfo per vie pacifiche. «Impossibil cosa! — esclama della Margherita; — lo provò l’evento, e il sangue che abborrivano si versò per cagione di loro dottrine, non solo nei campi di Lombardia, ma in Sicilia, in Napoli, in Roma e in altri luoghi d’Italia.»

I moti di Rimini facendo temere al Santo Padre che scoppiassero torbidi in altre parti, monsignor Antonucci, Nunzio Apostolico, ebbe ordine di richiedere il Re, perché spedisse alcuni legni della reale marina ad incrociare sulla spiaggia degli Stati Pontifici dalla parte di Civitavecchia. Tosto fu data la più favorevole risposta; ma poco dopo fu detto che le apprensioni essendo cessate, più non era d’uopo di prendere quella misura. «Non lo dissi al Nunzio, — scrive della Margherita, — ma sospettai, quando mi fece questa seconda comunicazione, che il Cardinale Lambruschini, avendoci pensato meglio, fosse già in qualche diffidenza… A quel primo sospetto sulle tendenze nostre diede forse luogo una medaglia, che il Re fin dall’anno scorso fece coniare per darla in dono ai letterati, che di qualche opera gli facevano omaggio. L’aquila fra gli artigli del Leone, in esergo il motto: —j’attende mon astre, — e le immagini di quattro illustri Italiani avevano un significato agevole a comprendersi. Regalata quella medaglia a molti che alla cultura delle scienze accoppiavano idee politiche, non certamente gradite a Gregorio XVI, né all’Eminentissimo Lambruschini, fu considerata come un’ispirazione italica, come annunzio di futuri eventi, e primizia di velate speranze. Improvvido consiglio in chi ideò far servire la venerata effigie del Re a segno di politici movimenti! Mi vi sarei opposto se fosse stato possibile; ma Carlo Alberto volle assolutamente che fosse coniata. — Memorie dolorose; ma a che gioverebbe tacerle? Siano gli errori dei nostri tempi ammonimento salutare ai posteri, e imparino i Principi a diffidare di chi a ogni loro pensiero sorride».


Torna su



XI- PRODROMI DELLA RIVOLUZIONE DEL 1848

Giungeva intanto l'anno 1846, ed incominciava la dolorosa storia dei rivolgimenti italiani: la mina era preparata da lunga mano, e coloro che dovevano sventarla appressarono essi stessi la face, e tardi s’avvidero del loro errore.

La discussione colf Austria intorno ai sali, e la politica del Re nelle cose d’Italia diedero a pensare assai a della Margherita per iscongiurare l’uragano o ritardarne lo scoppio; nondimeno si conchiuse un trattato colla Corte di Napoli, e colla Francia una convenzione addizionale a quella del 1843 sulla proprietà letteraria.

Propose pure al Re di estendere più oltre che non si era mai pensato le relazioni commerciali, profittando del trattato della Gran Brettagna coll’Impero cinese, per cui restavano i porti del Celeste Impero accessibili alle altre Nazioni.

«Il Re, nota il Conte, gradiva assai la cosa; ma il Cavaliere di Villamarina, che non secondava mai quanto io proponeva, andò cosi a rilento nell’allestire la nave, trovò tanti pretesti di economia e di cattiva stagione, che gli avvenimenti del 1847 ci sorpresero prima di mandare ad effetto il progetto».

«Coll’Austria — aggiunge egli — si era trattato assai nel 1845, ma infruttuosamente, il Gabinetto di Vienna era assai tenace e il re Carlo Alberto non lo era meno; mantener viva la questione era suo scopo. Il conte di Sambuy, inviato straordinario presso l’imperiale Corte, morì in quest’anno senza essere riuscito a far comprendere che era interesse dell’Austria di agevolare il fine della vertenza.»

Il marchese Alberto Ricci, suo successore, non fu più felice. Il conte Buol fece intendere a della Margherita che la sua Corte si stancherebbe di tanti inutili negoziati; e poiché il Piemonte perseverava nel pregiudizievole transito dei sali pel Ticino, adotterebbe misure di rappresaglia contro il suo commercio. Il Conte ripeté ciò che aveva manifestato al Principe di Schwarzenberg prima che partisse, cioè, che se l’Austria con qualche misura acerba cercasse di soddisfarsi, inasprirebbe la vertenza, non senza gran danno. «Non dover noi, — diceva, — dissimularci duplice essere la questione: quella del transito del sale, di materiale e secondario interesse; politica l’altra, questione di dignità il non ritirarci dall'impegno preso col Cantone del Ticino; che negli accordi questa dignità doveva serbarsi, e se L’Austria, non ammettendolo, addottava misure di rappresaglia, servirebbe il partito che fomenta la zizzania fra le due Corti e vuol renderle nemiche; questo partito tripudierebbe al primo atto ostile dell’Austria, e non essere nell’interesse di lei dar alimento alla rivoluzione in Italia».

L’Austria aumentò il dazio sui vini del Piemonte a segno di escluderne affatto l’ingresso in Lombardia, con immenso pregiudizio dei proprietari che non avevano altro sfogo. Si commossero i nemici dell’Austria a tale notizia, e ne profittarono accogliendo con giubilo l’occasione d’irritare il Re. «Le mie premure, continua a dire il Conte, per condurre a buon termine ed onorevole la vertenza divenivano ogni di più inefficaci; ma dal 10 aprile fino al 2 maggio ebbi campo ad osservare che, se l’aumento del dazio sui vini irritava in apparenza assai più coloro che non aveano altro interesse che di spingere la cosa all’estremo, o che non comprendevano la conseguenza d’ogni avventatezza, quelli che realmente ne soffrivano desideravano la revoca e il fine delle differenze. Seppi che in Lombardia si aveva eguale desiderio; poiché ehi era avvezzo ai vini di Monferrato ne sentiva la privazione; e la contesa fra le due Corti avea animato la speranza dei nemici dell’Austria specialmente in Milano. Da ciò argomentai che vi era ancora la possibilità di un’onorevole soluzione; ma per questa era d’uopo che avessi nelle mani l’affare, che convincessi il Re e quanti lo inasprivano, che l’onore nazionale m’era a cuore quanto a loro, e che potevano acquetarsi in me e lasciarmi libero della questione. Inescusabile semplicità! Sapeva che non era di buon conto, e pur mi lasciai sedurre da quell’idea, e anch’io cooperai, volendo tutto l’opposto, a ordire il funesto dramma. Con questo intendimento, che andò a rovescio, proposi l’articolo memorando della Gazzetta Piemontese del 2 maggio, coll’idea che arrendevole diverrebbe l’Austria per l’impressione prodotta in lei dall’articolo, seguito da più energiche mie osservazioni. Si è sempre detto e stampato che quella pubblicazione l’aveva voluta il Re, che io solo fra i Ministri vi era opponente. Cosi fosse! ne menerei gran vanto, avrei seguito miglior consiglio».

Produsse grande effetto l’insolita pubblicazione, gli spiriti torbidi si commossero, gli agitatori si posero all’opera. Massimo d’Azeglio era in Piemonte, vedeva segretamente il Re, lo infervorava nelle sue simpatie italiche, nell’avversione all’Austria. Per più spingerlo, progettò una dimostrazione; i suoi partigiani furono d’accordo; decisero che avrebbe luogo al giovedì 7 del mese, e che ogni foggia d’applausIaccoglierebbe il Re quando si recherebbe alla solita rivista delle truppe in campo di Marte. Già erano preparati i mazzetti di fiori, le ghirlande che dovevano dalle finestre e dai balconi spargersi per mani gentili sul capo del Re al suo passaggio; preparate erano le odi e i sonetti a celebrarne il fausto ardire. Fu annunziata la cosa, non per le stampe, ma con mille messaggi onde riuscisse più clamorosa, e più numeroso fosse il concorso; il Re acclamato, portato alle stelle, per la sua generosa dichiarazione, avrebbe udito fra lo schiamazzare de' plaudenti il caro grido di Evviva il Re d’Italia!«Conobbi allora, — dice addolorato della Margherita, — quanto io era stato incauto: la prima, la sola concessione che feci per dominare l’opinione e averla nelle mani, ebbe la sorte di tutte le concessioni, che tornano a danno di chi se ne fa scudo; ma quando il dardo é lanciato, non è più in mano di chi lo scoccava il trattenerlo».

Carlo Alberto fu in quel mattino agitato da mille moti; chi lo spingeva a recarsi al campo di Marte, chi lo tratteneva. Chiamò il Conte che già era risoluto a non recarvisi, e il solo chiamarlo ne era una prova; ciò non ostante lo confermò nella sua risoluzione: non dover mai un Re cercare gli applausi per gli atti che dipendono dalla sua sovrana autorità, di cui non deve conto ad alcuno. Ricevere gli applausi, — nota savissimamente il Conte, — èautorizzare in altra circostanza i biasimi: e gli affari di Stato non volersi trascinare nelle piazze.

«Ho confessato l’errore, — aggiunge egli; — non però le sorti nostre sarebbero state altrimenti migliori; poiché coloro che erano in agguato per cogliere un'occasione, ne avrebbero trovate mille: e nello stato in cui erano le cose, tosto o tardi inevitabile era lo scoppio. Quella fu l’esca che appiccò il fuoco; ma mille erano pur troppo preparate, e solo si attendeva la prima favorevole circostanza».

Il Re diviso fra speranza e timore titubava: guerreggiare coll’Austria era per lui una cara idea; ma capiva pure a qual cimento poneva lo Stato; perciò condiscese a proporre che si sottomettesse la questione all’arbitrato di un’altra Potenza. Aderì la Corte di Vienna, e scelse la Russia.

In questo mentre avveniva tale fatto che doveva cambiare le condizioni d’Italia: la morte del Pontefice Gregorio XVI accaduta il 1 giugno 1846, e il 16 dell’istesso mese la elezione di Pio IX.

Fu allora che l’Imperatore di Russia, o siane stato richiesto dall’Austria, ovvero per puro amore di pace, e affinché la vertenza non degenerassein trionfo della causa rivoluzionaria, diresse rimostranze sui dissapori del Piemonte con quella Corte.

Ilsignor Kokoskine trovandosi in congedo, il signor Tomhaven, Incaricato d’Affari comunicò al Conte della Margherita le istruzioni avute dal Conte di Nesselrode. L’imperatore Nicolò lamentava che l’attitudine presa dal Re verso la Corte di Vienna fomentasse le idee liberali, e spargesse l’inquietudine in Italia; quindi chiedeva spiegazioni sopra la futura condotta politica della Sardegna, sembrandogli che il Re deviasse dal sistema con tanta saviezza fin allora seguito. «Il passo dell’Imperatore, — nota il Conte, — era qual s’addiceva a una grande Potenza amica, e non poteva non apprezzarsi; ma il Re ne fu turbato, poiché credette che fosse suggerito dal Principe di Metternich, ed era talmente fisso in quell’idea, che non senza difficoltà ottenni la facoltà di rispondere all'Incaricato d’Affari della Russia, con quella temperanza che conveniva, per non disgustare una Potenza che parlava nel nostro interesse».

Frattanto il Re lo spingeva a darsi fretta per munire il conte Augusto di Collobiano, suo Ministro a Pietroburgo, di tutti i documenti atti a far valere le sue ragioni. Della Margherita aveva ogni interesse in farlo, e le istruzioni dirette a quel diplomatico lo provarono. Pure il Re era inquieto; un giorno, mentre disponeva la spedizione del corriere gli scrisse: «Le départ du courrier doit dépendre des notions que vous avez données à Collobiano; s’il a tous les matériaux possibles pour nous défendre. Vous seul pouvez juger si vous lui avez tout envoyé, ou s’il n’y aurait point urgence de lui envoyer autre chose; je m’en remets à vous pour cela. Je vous fais seulement réfléchir, que comme vous ne manquez pas d’un bon nombre d’ennemis, il ne faut point que vous vous mettiez dans le cas, si l’on nous donne tort, que l’on puisse dire, que vous n’avez point donné toutes les pièces indispensables, et que finalement l’on dise: c’est la faute de la Marguerite».

«Io ben sapeva, —diceilfedele Ministro, —quanto si lavorasse presso il Re, perché mi desse congedo; ma ciò non mi moveva punto; bensì m’era di stimolo il pensiero del mio dovere, e la certezza che se cedeva il posto non sarebbesi tardato a prendere ben altra via, né aver io altri nemici che quelli della Monarchia».

L’arbitrato della Corte di Russia non ebbe luogo, poiché l’imperatore Nicolò non l’accettò: offri bensì d impiegare i suoi buoni uffici per aggiustare i punti Controversi fra le due Corti, proponendo Una negoziazione amichevole invece di una sentenza arbitrale. Si accettò; ma neppure questo mezzo di Conciliazione ebbe effetto. «Il Re, —conclude il Conte, — aderiva al consiglio di coloro che assolutamente non la volevano, ed era pur facile ottenerla. Conseguita l’avrei in una sola conferenza, e onorevole: se il Re mi avesse autorizzato a transiggere col conte Buol». Ma non si volle. E il Memorandum aggiunge:

«M’offri l’imperiale Ministro, mentre ancor si sperava l’arbitrato della Russia, la revoca del dazio sui vini di Piemonte, la disapprovazione della notificazione del Governatore della Lombardia che quello annunziava come una rappresaglia e perfino, se l’esigevamo, di ritirare la stessa notificazione. In compenso di tali concessioni domandava che il transito dei sali pel Ticino fosse sospeso fino alla decisione arbitrale; che si mandasse un Commissario a Vienna per intendersi sulle diverse questioni e che nella Gazzetta si pubblicasse questo preliminare accordo. Io declinai all’istante l’ultima condizione, perché feriva l’amor proprio della Corte di terminare tanto rumore con un pallido articolo di giornale; ma m’incaricai di riferire al Re le altre, che considerava non solo come accettabili, ma neppure sperabili per parte di sì grande Potenza. Il Re approvò ch’io non avessi ammesso l’inserzione di alcun’articolo nella Gazzetta; ma ricusò che si trattasse l’affare a Vienna e di mandarvi un Commissario».

l conte Buoi, non senza molto prima sostener la tesi, aveva ceduto sul punto dell’articolo, cedé pure sull’invio del Commissario, e si limitò a chiedere la sospensione del transito. «Poteva, chiede qui il Conte, ragionevolmente negarsi? Eppure si negò! Prima di dare tale risposta al Ministro Imperiale, diressi al Re una memoria ragionata sulla questione, e pregai Sua Maestà di considerare che tutto il vantaggio era di accettare l’unica proposta, cui l’Austria limitava le sue istanze. Sospendendo il transito non rinunciavamo al diritto già sottoposto all’arbitrato; ma ottenevamo che una grande Potenza disapprovasse i suoi atti, revocasse le misure che ci cagionavano il danno di due milioni all’anno: aggiungeva che, ricusando, l’Austria a buon diritto rappresenterebbe la nostra condotta in quest’affare, a fronte di sua condiscendenza, come eccessivamente aspra ed ostile. Questi fatti, conosciuti dal pubblico, spiacerebbero tanto in Piemonte che in Lombardia, vedendosi sacrificati gl’interessi de' popoli in vista delle concessioni dell’Austria, non più trattandosi di rinunciare a un diritto, ma di sospenderne l’esercizio fino alla decisione; poter l’Austria, giustamente ferita, adottare ben altre misure pregiudizievoli al commercio sardo, e specialmente al porto di Genova, mentre noi non avevamo per rappresaglia che l’insignificante commercio dei formaggi della Lombardia da assoggettare a nuovi pesi. La sospensione del transito non pregiudicarne il diritto; essere evidente che, avendo la Corte di Sardegna chiesto di sottometterlo ad un arbitrato, ammetteva che era contestabile, non come diritto inalienabile di Sovranità, ma per le modificazioni che poteva aver subite colla Convenzione del 1751. Osservava essere forse la prima volta negli annali della Monarchia di Savoia, che in una questione grave con una grande Potenza, e specialmente coll’Austria, siasi veduta una Corte ' così altera ritirarsi in faccia alle nostre pretese, ammettere le nostre domande, annullare le misure ostili, e insistere per una sola condizione che non feriva i nostri diritti, non pregiudicava i nostri interessi, e ci liberava dai pregiudizi dell’attuale stato di cose. Conchiudeva col pregare il Re di considerare se conveniva di cambiare la posizione onorevole che ci veniva fatta, per tentare le eventualità di una più lunga discussione che non eravamo certi di condurre a miglior termine».

Questa memoria fu apprezzata da un solo dei Ministri, quello di grazia e giustizia, che tutta ne riconobbe la giustezza: gli altri con bei sofismi la combatterono. Il Re dichiarò che non voleva sospendere il transito; fu allora che il Conte della Margherita esacerbato gli disse: «Non mi resta per soddisfare Vostra Maestà, che proporre al Ministro d’Austria di prostrarsi ai piedi del Re e chiedergli scusa di quanto è avvenuto».

Da quel momento non rimase più speranza di veder terminata la vertenza; era evidente che non si voleva.

H prudente Ministro rivolse allora le sue cure a mitigare la sinistra impressione che la condotta politica del Piemonte produceva in tutte le Corti; ma era malagevole fatica persuadere con parole contrarie ai fatti. Soltanto poteva assicurare i Ministri esteri che, mentre il portafoglio era nelle sue mani, potevano esser certi che nessuna novità essenziale accadrebbe.


Torna su



XII -LA RIVOLUZIONE ORMAI PADRONA DEL CAMPO

Intanto un avvenimento significante si produceva in quest’anno, e fu il Congresso dell’Associazione Agraria, tenutosi in Mortara.— Nel capitolo XI del suo Memorandum, il Conte della Margherita esprime la sua opinione intorno a tale associazione, e noi lo rilevammo, né ebbe egli in questo incontro motivo a cambiarla. «Ogni anno maggiormente mi persuasi, — sono sue parole, — che non mi era ingannato. Si erano stabiliti comizi agrari in tutte le provincie che corrispondevano con quello della capitale; vi presero parte molti onesti uomini col solo intendimento di favorire l’agricoltura; ma vi primeggiavano uomini ben conosciuti per pensare a tutt’altro che alla coltura dei campi, dei gelsi e delle vigne, non possedendo molti di essi un iugero di terra, né conoscendosi così zelanti del pubblico bene, da faticare per un oggetto che non tornasse a loro profitto».

Il Presidente eletto dai soci fu il conte di Salmour; ma, spirato il termine, quando vennesi all’elezione del nuovo, si voleva cadesse sopra persona più avvanzata nelle idee liberali. Vi furono sedute tumultuose, cosicché il Re, per troncare ogni questione, nomina di sua autorità Presidente il conte Filiberto di Collobiano, dalla cui sagacia e devozione alla sua persona faceva caso per frenare gli spiriti dei membri più accalorati, e non lasciare che l’associazione oltrepassasse i limiti per cui fu istituita. «Ogni anno si teneva un congresso generale; quest’anno si tenne a Mortara, e per la prima volta oltre i soci vi convennero vari pretesi amatori di Georgica d’altre parti d’Italia, tutti iniziati ai disegni della framassoneria. Si trattò poco di agricoltura, assai di politica, se non nelle sedute generali, in quelle ove non si trovavano a conferenza che i caporioni del risorgimento italico, caldi come erano, non si potevano tanto frenare che non prorompessero anche fuori dell’aula segreta in discorsi' che palesavano le loro mire, e ciò fra i tripudi del convito, onde fu il Conte di Collobiano costretto a porvi fine, e troncare le riunioni. Non si passò più oltre; ma vi fu di soverchio, perché quelli che non erano affatto ciechi, più non dubitassero qual fosse l’oggetto dell’associazione».

—Quanto sarebbero da meditare adesso queste gravi parole dell’illustre uomo di Stato. Purtroppo anche adesso si tengono adunanze nelle quali uomini da bene prendono per oro puro quel che riluce, mentre è solo un orpello da cuoprire il brutto ceffo della setta!

In mezzo al lavorio continuo dei cospiratori, da più mesi era Carlo Alberto sollecitato a francamente decidersi per la cosi detta causa italiana, e a farlo pubblicamente palese con qualche atto che togliesse ogni dubbio rivoluzione. sul suo intimo pensiero. Il primo essere doveva l’allontanamento del conte della Margherita. — Come potevano i mestatori aver fede in lui, finché la somma degli affari politici era in mano di chi tanto avversava il progresso delle idee richieste dai tempi e dai destini della Casa di Savoia, chiamata a nuove gloriose venture? — «In tali frangenti, — scrive il Conte, — io non mi mantenni transigendo. colle mire del Re; le combatteva anzi sempre, e quando mi parlava delle future emergenze piene di belle speranze per l’ingrandimento degli Stati, rispondeva sempre: «Si, applaudo anch’io all’ingrandimento; ma purché sia senza lesione di giustizia». E il discorso rimaneva troncato. Combattere in questo modo era suo dovere; ma non bastava. Io, — aggiunge egli, — sentiva un peso sulla coscienza, come se in sì gravi circostanze non esaurissi mai la questione; temeva di avermi a rimproverare col tempo quel più che avrei potuto dire. Eppure il Re, appena scorgeva la tendenza delle mie parole, divertiva il discorso; tutte il mio pensiero capiva a volo, ma io non poteva esprimerlo. Allora mi determinai di sottomettergli un rapporto, e il 2 giugno lo presentai». Eccolo testualmente nella sua parte più importante:

Rapporto del Conte della Margherita al Re

Sire,

«Aumomentoù toutes les Cours de l’Europe ont les veux sur nous, persuadées que nous sommes à la veille d’un changement politique, ou d’une révolution; au moment où les voix des libéraux et leurs journaux accréditent les bruits qui ont jeté l’alarme dans toute l’Italie, et encouragé les espérances des ennemis du repos public; au moment où ces mêmes libéraux désignent déjà mon successeur au poste que je tiens de la confiance de Votre Majesté, il est de mon devoir de Lui exposer quelle est notre situation politique.

«Après 32 ans de service, dont 19 passés auprès des Cours étrangères, je me trouve déjà depuis plus de 11 années, par la grâce de V. M. à la tête du Ministère des affaires étrangères, et quel que soit l’avenir, je ne faillirai pas, dans cette circonstance, aux devoirs que m’impose la charge dont j’ai été honoré. Je trace à Votre Majestà le tableau de la marche politique suivie depuis qu’Elle est montée sur le trône... ».

Dopo questo preambolo l’illustre Conte ricordava quanto si era fatto per rendere piena la indipendenza della Sardegna e tutte le circostanze, nelle quali era stata nobilmente sostenuta, quindi aggiungeva:

«J’ai tracé le tableau de cequis’est passé sous lerègnedeVotre Majestà jusqu’à ce jour, j’aborde la situation présente qui menace de décolorer ce qu’il offre de plus beau. La faute en est toute entière à ce mauvais esprit dont notre pays, moins qu’aucun autre, avaità prouvé les atteintes, mais qui a fini par y souffler son haleine funeste. Ce mauvais esprit est l’esprit de la révolution, l’ennemi de Dieu et des Rois, qui prend toutes les couleurs, toutes les devises pour parvenir à son but, pour bouleverser les États. Chez nous, il s’est paré du beau titre Italien; il feint de vouloir ressusciter la grandeur de cette Péninsule, d’en réunir les différentes parties, de lui donner une nouvelle position en Europe. Il le feint; car, à quelques exceptions près, la masse des libéraux vise décidément à abattre les trônes, à détruire les églises, à en confisquer les biens, à supprimer les Ordres Religieux (10), à dilapider la fortune publique, et peu leur importe que l’Italie soit réunie ou partagée en différents États, pourvu qu’ils en soient les maîtres.

«Les révolutionnaires savent, qu’en arborant leur véritable drapeau, ils seraient honnis, et ne trouveraient point accès auprès des Souverains; aussi ils ne parlent que de l’oppression de l’Italie, de la haine de la domination étrangère, de la gloire qu’aurait celui qui entreprendrait la tâche de la délivrer. C’est ainsi que les révolutionnaires ont flatté le Roi de Naples et le Grand-Duc de Toscane, espérant de les séduire, et ils ont réussi à leur faire adopter une marche incertaine, qui peu à peu a démoralisé les peuples et diminué la force des Gouvernements. Aux peuples ils ont donné l’espoir d’une plus ample liberté, d’une Constitution, qui, à leur dire, les rendrait heureux. Le peuple soumis au sceptre de Votre Majestà a été le moins accessible à ces coupables manœuvres; on l’a travaillé, mais il n’a pas encore pris en haine la Religion de ses pères; il conserve tout son amour pour l’Auguste Maison de Savoie; il est de tous les peuples le moins disposé à la révolution, celui qui comprend le mieux la folie des utopies libérales. Malgré cela, des faits, que Votre Majestà connaît, ont, tout-à-coup donné l’éveil aux désirs cachés du parti qui vise au pouvoir et à l’abaissement de la Royauté: on a mis en avant l'Italie, on a eu l’audace de Vous désigner, Sire, comme le Roi de ce Royaume futur: et par qui Vous font-ils décerner cette couronne? Est-ce par les vœux de ce que l’Italie renferme do gens honorables, intègres, amis véritables de leur patrie et qui vous ont toujours admiré? Non… C’est par ceux qui, jusqu’à présent, se sont montrés les plus acharnés adversaires de Votre Majesté, par ceux qui ont été les instruments ou les fauteurs des rebellions contre les Gouvernements légitimes, par ceux qui sont prêts à fouler sous leurs pieds la justice et tout ce qu’il y a de plus saint, au nom de cette indépendance qui nous est bienplus chère à nous, qui ne la séparons jamais de ce qui est juste et loyal, respectant les droits des autres, tandis qu’au prix de notre sang nous soutiendrons les nôtres.

«Sous l’influence fatale de ces apôtres de révolution, l’opinion des Cours qui nous admiraient s’est ébranlée; elles demandent s’il est vrai que Votre Majestà a changé de principes; s’il est vrai qu’Elle abandonne sa glorieuse étoile pour courir les chances d’un avenir si sombre que celui qu’annonce le génie de la révolution. Cet avenir est facile à prévoir; dès que l’heure du bouleversement serait sonnée, on se jetterait contre l’Autriche pour la refouler au delà des limites de l’Italie; mais comme personne n’ignore que la désorganisation compte de tous les États, en supposant même que tous se soulèvent à a fois, empêcherait la réunion d’une force suffisante pour lutter contre ’Autriche, on se tournerait du còtà de la France: et voilà la belle indépendance qu’on prépare à l’Italie: on la délivre des étrangers pour la livrer à d’autres étrangers; l’histoire de tous les temps vient à l’appui de ce qui arriverait encore à présent; mais les révolutionnaires expriment assez leurs espérances pour qu’il soit besoin de faire des inductions du passé, pour annoncer ce que nous aurions à attendre.

«Que deviendrait le bel héritage de la Maison de Savoie?……………….

…………………………………………………………………………………………...…...

La Couronne d’Italie même ne la dédommagerait pas de ce qu’elle commencerait par perdre, puisque cette indépendance dont nous jouissons, cette patrie que nous aimons, est bien à nous, elle est bien à Votre Majesté. La Couronne d’Italie ne serait, en pareille circonstance, qu’une Couronne mal acquisequi tôt ou tard échapperait à la main qui l’aurait saisie par toute autre volonté que par celle de Dieu.

«Et moi aussi, Sire, malgré ce que je viens de dire, je souhaite pour mon Souverain cet agrandissement de pouvoir et de domaines que les ancêtres de Votre Majestà ont su si glorieusement obtenir en saisissant les circonstances que la Providence leurs a offertes; je ne nourris point ce désir comme une chose qui ne doive se réaliser que dans les siècles futurs, je vois des chances non éloignées qui peuvent ajouter de nouveaux fleurons à Votre Couronne, Sire. Je vois la Suisse déchirée par des dissentions intestines, le Valais, les Conservateurs du Canton de Vaud, les habitants des Communes détachées de la Savoie tournant leurs regards vers Votre Majesté, et lorsqu’ils verraient crouler l’édifice de la liberté Helvétique, ne renouvelleront-ils pas le vœu, déjà exprimé de tout leur cœur, d’être ralliés sous Votre sage et paternelle autorité? Je vois l’Empire d’Autriche menacé de toute part, miné dans son intérieur, affaibli chaque jour, et cette vaste Monarchie toute préparée à se démembrer. — La Gallicie est encore troublée; la Hongrie est excitée par l’esprit libéral à se rendre indépendante; la Bohême est toute prête à en suivre l’exemple; la Prusse est sur le point de lui enlever sa prépondérance en Allemagne………………………………………………………..

………………………………………………………………………………………………..

Si la guerre étrangère éclatait, comment défendrait-elle l’Italie? Né serait-elle pas forcée de l’abandonner? Et ces faits sont-ils dans le vague de l’avenir, ou ne paraissent-ils pas pouvoir se réaliser de nos jours? Alors Votre Majestà aura un beau rôle à jouer: alors Elle pourra, comme Victor Amé, comme Charles Emmanuel, qu’Elle soit l’alliée de l’Autriche, ou qu’Elle soit contre elle, obtenir en réalité et d’une manière glorieuse et légitime, par le consentement de toutes les Puissances, ce que les révolutionnaires promettent sans pouvoir le donner. Je suis navré de douleur quand je vois mal interpréter les intentions de mon auguste Maître, et quand je considère l’avenir qu’on voudrait enlever par l’espoir d’un avenir illusoire dont, se vérifierait-il, Votre Majestà ne voudrait jamais, car sa grande âme repousse ce qui n’est pas conforme aux lois de la justice, ce qui pourrait ternir sa gloire, ce qui serait improuvé par Dieu. — La haute opinion dont Votre Majestà jouit auprès de toutes les Cours, auprès de toutes les personnes vraiment éclairées, et qui professent les saines doctrines, se maintiendra dès qu’Elle déjouera avec fermetà les coupables manœuvres des ennemis du bien public, quelque soit le masque qui les couvre: ceux qui ont pu hésiter un instant, qui sont dans l’attente, seront rassurés, et notre patrie ne tombera pas dans l’abîme qu’on lui prépare.

J’ai épanché mes sentiments dans le cœur de Votre Majesté; je me sens soulagé; je croirais trahir mes devoirs, je manquerais à la confiance dont Elle m’a honoré, si dans ce moment, où rien n’est perdu encore, je ne lui avais pas soumis les réflexions que font naître les intentions dévoilées des révolutionnaires, l’alarme qui commence à se répandre et l’inquiétude des Cabinets étrangers. Toujours Votre Majestà m’a permis de lui dire la vérité, qu’Elle me le permette encore à présent. Le sort des États est sans doute dans les mains de Dieu; mais Dieu a donné aux Rois les movens, l’autorité, la force de les sauver de toute atteinte. Il leur en a fait un devoir. Heureux les Princes qui ont à gouverner un pays comme celui de Votre Majesté, où il suffit que l’on connaisse sa volontà pour y obéir, non comme on obéit aux tvrans, mais à des Princes qui, étant les Pères de leur peuple, ont autant d’enfants que de sujets. Je suis le dernier de tous, mais je ne le cède à aucun en dévouement et en respect pour la Personne sacrée de Votre Majesté.

Turin 2 Juin 1846.

Le très-humble et très-fidèle serviteur et sujet

SOLAR DE LA MARGHERITE.


La posizione del Conte della Margherita presso il re Carlo Alberto, per un anno e quattro mesi che durò ancora alla testa degli affari politici non fu punto variata per quel rapporto, ne divenne anzi più schietta, e poche parole gli servivano poscia per significare più assai….


Torna su



XIII - MISSIONE DI DELLA MARGHERITA A PIO IX

Progrediva intanto lo spirito di vertigine, e l'esplosione non sembrando lontana nell’uno o nell’altro degli Stati italiani, il centro di tutte le mene e congiure essendo allora in Roma, in Roma che esercitava tanta influenza in tutta la penisola. Il nobile Conte determinò di recarvisi per iscandagliare egli stesso il precipizio e quanto fosse il rischio di cadervi.

Era allora Segretario di Stato il Cardinal Gizzi, e sapendo che non era uomo da poco, sperava il Conte di trame utili nozioni. Altronde Carlo Alberto, che aveva una gran devozione pel Successor di San Pietro, mostra vasi ligio ad ogni ispirazione che da Pio IX venisse, come prima venerava le opinioni di Gregorio XVI. A mio riguardo, dice il Conte, questi si era espresso sempre in modo da insuperbirmi, ove avessi potuto credere di meritar tanto suffragio. Se Pio IX dimostrasse di altrimenti sentire di me, era impossibile che io rimanessi al Ministero. In Piemonte si parlava assai del mio prossimo ritiro, al dir dei liberali, io era il solo ostacolo che impediva Carlo Alberto di prendere l’iniziativa d’un più largo modo di Governo, solo attuabile per compiere i felici destini cui l’Italia era sotto il suo stendardo chiamata. Per questo lato pareva pericoloso l’assentarmi, pure, scandagliato il terreno, vidi che non era matura la trama, e Carlo Alberto ancor titubante; esser anzi prova della mia noncuranza per le mene dei contrari l’assentarmi, e che più mi gioverebbe studiare in Roma qual fosse per essere fra poco la sorte di tutta l’Italia, e le forze dei diversi partiti. Mi determinai dunque a tal viaggio, ne parlai col Re, che al primo momento approvò l’idea; anch’egli desiderava ch'io gli portassi un retto giudizio sullo stato delle cose tanto travisato dai giornali e dai rapporti clandestini che riceveva. Pochi giorni dopo titubava, e mi fu forza affrettar la partenza prima che mi revocasse la data licenza; andai a riceverne gli ordini a Racconiggi, e gli dissi che all’indomani partirei; allora mi palesò le sue inquietudini, temeva fosse mio scopo di rappresentare al Santo Padre la convenienza di più oltre non favorire le speranze de' liberali, e di trattenerlo nella via delle riforme. Risposi non recarmi io a Roma per porger consigli, andarvi per vedere quali conseguenze avrebbero pel servizio di Sua Maestà le nuove massime di Governo, e la tendenza del partito che saliva in auge. Mi lasciò partire raccomandandomi il segreto e che non si sapesse ove io mi volgeva che il più tardi possibile, era anche tale il mio interesse per dar meno tempo alle brighe che si ordirebbero a' miei danni, e infatti era partito da Genova che ancor non si sapeva in Torino, e vi fu taluno fra il Corpo Diplomatico che fu informato del mio arrivo in Roma dal Ministro di sua Corte colà residente.

«Io giunsi in Roma addì 29 di agosto 1846; vidi immediatamente il Cardinal Gizzi, Segretario di Stato, e il posdomani ebbi l’alto onore di essere ricevuto dal Santo Padre. Fui altamente commosso dalla bontà con cui mi accolse e compreso d’ammirazione pel suo alto sentire in quanto riguardava il compimento delle eccelse funzioni, cui Dio l’aveva destinato; vidi essere suo intimo desiderio portare all’amministrazione dello Stato tutti quei rimedi che i tempi esigevano; ma essere risoluto a non lasciarsi trascinare più oltre. Pio IX mi parlò colla serena tranquillità di una retta coscienza della gravità delle circostanze in cui trovavasi l’Italia, e non nascondendo a sé stesso gli eventi cui s’andava incontro, si abbandonava in Dio perché l’assistesse nel tempo della tempesta.

«Pochi giorni dopo potei scrivere al Re: aver io visto vari Cardinali del Corpo Diplomatico; la rivoluzione, secondo l’opinione di tutti, non era a farsi, ma fatta. L’entusiasmo sfrenato, anzi insolente che aveva destato l’amnistia non aver altro motore che di costringere il Papa a nuove concessioni. I busti di Gregorio XVI in molte provincie erano stati villanamente insultati; nelle orgie, nelle congreghe si vociferava contro lui, mentre si acclamava Pio IX; le autorità senza forza, lo slancio delle passioni tener del delirio, ed essere ormai quasi impossibile calmare l’effervescenza, ed a meno che l’Austria e la Francia intervenissero, una catastrofe essere inevitabile. Il solo conte Rossi, Ambasciatore di Luigi Filippo, parca tranquillo sull’andamento delle cose; in una lunga conversazione avuta con lui, mi spiegò le sue idee e mi disse aver dato consiglio al Sommo Pontefice di soddisfare al più presto ai bisogni reali del paese per evitare torbidi, e mantenere la Santa Sede indipendente dalle altre Potenze. Rendeva quindi conto a S. M. di varie cose di ordine suo trattate, poiché se il Gualterio fu bene informato dell'impressione che fece sul Re il mio viaggio a Roma, non mostrò esserlo egualmente stato quando asserisce, che non volle darmi alcuna missione ufficiale; infatti ne’ pochi giorni che vi rimasi, mi spedì un corriere di Gabinetto per incaricarmi di varie cose che desiderava ottenere pel bene dello Stato, e fra le altre di una relativa agli Ecclesiastici di Sardegna che ricusavano, dopo l’abolizione dei feudi, pagare certi tributi che prima corrispondevano ai signori dei medesimi, cosa semplice e giusta che conveniva comporre. Con quella degnazione che mi ha sempre dimostrata mi diceva: «Je désirerais que vous puissiez obtenir quelque chose pour notre Gouvernement, sansquoi notre administration vous démolira à votre retour; on a déjà tant et tant parlé de votre voyage.»

«Mi fermai in Roma fino al 12 di settembre onde essere presente alla pacifica dimostrazione del giorno 8, festa della Natività di M. V. in cui il Santo Padre andò a tener la solita cappella nella chiesa di Santa Maria del Popolo; vi andò in gran pompa fra migliaia di bandiere bianche e gialle, fra una moltitudine di popolo che echeggiar faceva l’aria di evviva. Balconi e finestre erano pomposamente addobbati, li fregiavano iscrizioni allusive dell’epoca che s’inaugurava. Non mi piacque l’insieme, e vidi che i tempi si facevano grossi.

«La mia presenza in Roma aveva pur prodotto qualche impressione sul partito che alzava il capo e che sapeva ch’io non mi illudeva sulle sue tendenze, né aveva la dabbenaggine di lasciarmi abbindolare dalle esagerate proteste di devozione al Papa ed ai Sovrani.

«Il Cardinal Gizzi mi disse fin dalla prima volta che lo vidi esser contento che la notificazione da lui emanata per calmar l’effervescenza degli applausi fosse stata pubblicata prima del mio arrivo, poiché non avrebbero mancato di attribuirmela. Nessuno si persuadeva che non fossi in Roma per qualche gran fine occulto. D’ogni cosa diedi nuovo ragguaglio al Re nel rassegnargli la relazione della mia udienza di congedo dal Santo Padre. Mi sorprese più della prima volta la sua tranquillità sulla condizione della cosa publica, poiché ormai aveva visto cogli occhi miei e udito da esperti personaggi il vero, però sentendo da quell’aurea bocca così intieramente espressa la volontà di fare il bene e di resistere alle esorbitanze dei rivoluzionari non potei non pensare fra me che quell’anima generosa era degna di migliori tempi, e non di regnare fra le furie scatenate col sorriso traditore sulle labbra a' danni suoi e dell’Italia.

«Avendo bene esaminato le condizioni politiche della Santa Sede feci ritorno in Lucca, ivi chiamai il marchese Carega, Ministro del Re a Firenze, per aver nozioni esatte su varie cose di Toscana; io aveva deviato da quella Capitale per non dar luogo a nuove osservazioni se mi fossi presentato al Gran Duca, e in fretta mi recai a Torino. Il Re che altre volte, appena passavano alcuni giorni senza vedermi, era impaziente di parlarmi, doveva esserlo assai più adesso, che reduce da Roma in circostanze così critiche, la mia relazione gli doveva essere di sommo interesse, pur non mi chiamò, aspettò che venisse il giorno del mio solito lavoro ministeriale. Capii che l’impressione prodotta dal mio viaggio lo aveva turbato, e l’impronta del suo turbamento non mi si occultò quando lo vidi; notai il sommo imbarazzo in cui era parlando di Roma, e che aveva un segreto in cuore che non mi apriva.»

Torna su



XIV - LA RIVOLUZIONE PROGREDISCE

In mezzo a queste cose il Congresso degli scienziati italiani aveva luogo in quest’anno a Genova e fu più significante ancora dei precedenti pel maggior concorso di Italiani, che da ogni parte della penisola convennero a trattar delle sue future sorti. L’imminenza di una crisi rendeva gli animi dei novatori più arditi, e vi volle tutta la saviezza del marchese Antonio Brignole che lo presiedeva, per frenare gli spiriti irrequieti, smaniosi di prorompere, fra i quali si distingueva il principe Carlo Luciano di Canino. Il marchese Brignole era troppo fedele ai veri interessi del Re per esser messo nel segreto delle sètte, e la sua attitudine non piacque ai liberali; il suo bellissimo discorso di apertura non fu da loro apprezzato. Egli ebbe il gran torto d’invocare i benefizi della Religione, cui la scienza è inseparabile sorella; lodò le fatiche dei missionari cattolici, e a tutt’altro pensavano quei Signori che a promuovere gli interessi della Religione; ad altra propaganda che a quella della fede attendevano, e il marchese Brignole non aveva fatta alcuna allusione all’ideata unione d’Italia, agli splendori futuri di una terra preparata, credevan essi, a risorgere più forte e più bella. — Qui il Conte della Margherita riprende a parlare delle relazioni del Piemonte coll’Austria, e scrive:

«Ora ricordo le tante mene che avevan luogo fra il Piemonte e la Lombardia che intendevano ad una fratellanza di rivoluzione, da durar quanto essa e nulla più. Non potei impedire che il Re desse ricetto a tanti nemici dell’ordine pubblico, che allora, fingendo di aver modificatc le loro idee dichiaravano che non dai popoli, ma dai Sovrani doveva operarsi il gran riscatto; che a quelli toccava aspettare da questi i benefizi di un nuovo sistema; ma specialmente dalla saviezza di Pio IX, dalla spada di Cario Alberto, dagli alti concetti d’entrambi attendersi il risorgimento della patria. Fra costoro esuli,. da varie parti per la loro condotta politica, ve n’erano di quelli che furono trascinati nelle rivolte per amore di quelle utopie che negli scritti e nei discorsi dei corifei della setta avevano imparate; ma altri ve n’aveva che ben sapevano dover quelle utopie soltanto servir di mezzo per ben altre innovazioni, non certo in ossequio dei Sovrani ai quali allora si prodigavano gli applausi.

Fra questi secondi era Terenzio Mamiani, esule da Roma per la sua ribellione a Gregorio XVI. Pertinace nelle sue idee, costui non profittò dell’amnistia amplissima di Pio IX, perché le porte di sua patria gli erano aperte a condizione di essere suddito fedele; preferì rimanere in Parigi, ma i suoi aderenti qui lo chiamarono ove già era stabilito uno dei focolari, d’onde si propagava la rivoluzione in Italia. Il Re un di me ne fece cenno, perché autorizzassi l’Ambasciatore a Parigi a rilasciargli il passaporto. Risposi che prima scriverei al medesimo per aver precise nozioni sugli attuali suoi sentimenti, né dopo le risposte mi diedi premura di riferirle; un mese dopo, essendo in Genova me ne richiese. Feci osservare al Re che non era conveniente dar ricovero ad un Romano che persisteva nelle idee di ribellione a fronte della bontà di Pio IX, le informazioni del marchese Brignole avermi indotto a più non occuparmene. Il Re non gradi la cosa, ed insistette perché dessi l’ordine del passaporto; neppure questa volta credei che fosse servirlo l’eseguire i suoi comandi, e ri tardai finché, allegandomi tante ragioni per provare che in Genova sarebbe men pericoloso che a Parigi, capii che assolutamente voleva ne’ suoi Stati quell’eroe, e inutile essere più lunga opposizione. Tutto compresi quando lessi nella nona dispensa dell’Ausonio del 1846 i seguenti versi:

Poi nel gran dì che allo stranier per sempre

Chiuse fian l'Alpi e sol'una famiglia

Dal Tanaro all'Oreto il Ciel rischiari,

Nel feroce antiguardo e presso a tale

Sceso d'Emmanuelli e d'Amedei

Commiste andran liguri insegne e sarde,

E in bei rischi di guerra e di ventura

Sol fian leggiadre di valor contese

Meritate quassù d'alti diademi.

«Cosi fece egli parlare un Angelo dal cielo ai Genovesi per l’anniversario della cacciata dei Tedeschi.

Come fu detto più sopra Le speranze d'Italia di Cesare Balbo fin dal 1844 avendo fatto sognare dietro a quelle utopie il risorgimento italiano; I casi della Romagna di Massimo d’Azeglio avevano prodotto una sensazione assai più grande, e per ultimo il famoso libello, o piuttosto sconnesso zibaldone di cattiverie e d’imposture intitolato: Il Gesuita Moderno del Gioberti, servi allo scopo di chi non voleva solo atterrare gli ordini pubblici; ma muover guerra alla Religione. Tali opere, parlandosene con grande apparato di rispetto, erano proibite in Piemonte: proibite in apparenza, poiché si diffondevano, e sotto gli auspici di coloro stessi ai quali toccava vegliare per impedirlo; era un arra di magnifiche speranze offerta ai liberali, cui diede il Re in quest’anno altro pegno del suo desiderio di compiacerli nella rimozione di monsignor Pasio.

«Egli era stato, come già dissi, nominato capo delle Università per toglierne il cavaliere Collegno non amico di novità pericolose nella grave materia della pubblica istruzione; ma il Vescovo d’Alessandrianon poteva andar più oltre; i tempi incalzavano, ed un Vescovo era mal collocato per progredire. Fu dunque rimandato nella sua Diocesi, e posto in sua vece alla superiore direzione degli studi come Presidente Capo del Magistrato della Riforma il marchese Cesare Alfieri, che aveva nome di essere devoto alle idee liberali. Prese possesso della carica nel novembre del 1846.

Pochi giorni dopo il ritorno di Sua Maestà da Genova e nel di primo di dicembre, centenario della scacciata dei Tedeschi da quella città nel 1746, ebbe luogo la famosa dimostrazione, pacifica, in quanto non turbò la quiete interna, ma assai ostile all’Austria contro cui era diretta. Il Governatore avendola tollerata, nessuna autorità essendosi opposta, né il Re avendo dimostrato disapprovarne il contegno, avrebbe avuto diritto d’imperiale Ministero di chiedere formali spiegazioni, ed anche i passaporti ove gli si negassero soddisfacenti; ma l’Austria allora tutto tollerava e furono assai moderate le poche osservazioni che mi diresse il conte Buoi. Preferì non aver aspetto di conoscere la gravità di quel significante avvenimento.


Torna su



XV - L'ANNO 1847

In Torino, in Genova le mene dei rivoluzionari aumentavano sotto gli auspici delle autorità che dovevano frenarle; la cospirazione apparente era contro i barbari che si volevano scacciare, la vera era non meno contro l’Austria che contro le istituzioni delle Monarchie italiane. Libri e libelli si stampavano a Lugano, a Locarno, a Firenze, a Roma, più o meno clandestinamente, che delle sorti future ragionavano con una tale congerie di lodi a chi renderebbe libera l’Italia, e di vituperi a chi l'opprimeva, con tanta fiducia nel successo, che non si sapeva, se maggiore fosse il delirio delle idee, o la temerità dei progetti. A Carlo Alberto s’indirizzavano tutti i voti, ma siccome non avevasi intiera fiducia in Lui, e temevasi non perseverasse, a temperare la gioia degli scritti adulatori altri se ne diffondevano in cui si mostrava tutta la diffidenza che verso un Re assoluto serbavano i rivoluzionari, anche quando a loro si unisce. E il Memorandumcontina:

«Se gli encomi gli piacevano, più assai lo indispettivano i sospetti, e per dar contrasegni di sua ferma volontà di porger mano alla grande impresa, lasciava, che scritti avversi all’Austria s’introducessero negli Stati. Èvero che per poter rispondere ai richiami della Corte imperiale non era dato patentemente facoltà ai librai di riceverli e di rivenderli, anzi la Commissione di revisione li proibiva, però non impediva che si diffondessero; la polizia di quando in quando ne faceva sequestro, ma si sapeva, che se cinquanta esemplari cadevano nelle sue mani, a migliaia sotto gli occhi suoi si diffondevano. Quando poi trattavano della nostra questione di finanze coll’Austria, il Re voleva non fossero mai impediti, poiché era discorso di querele nazionali, e il men che premesse agli autori e a chi li leggeva era il sale del Ticino. L’agitazione del Piemonte si comunicava in Lombardia, ove agenti segreti promovevano le congiure e annunziavano i prossimi ardimenti del Re di Sardegna. La Corte di Vienna era in allarme per la quiete de' suoi domini in Italia; ma siccome l’Ungheria, la Boemia, l’Austria stessa davano a pensare, non prese mai a nostro riguardo un contegno risoluto.

«Il conte Buol faceva osservazioni più o meno forti sulla nostra attitudine, ma io scorgeva che erano parole che non si tradurrebbero in atti e perciò inefficaci. Io non poteva giustificare la tendenza troppo manifesta che si spiegava fra noi, né la tolleranza di tante dimostrazioni ostili contro dell’Austria; ma come Ministro del Re doveva pur cercar modo di rispondere alle continue interpellanze, e perciò non cercando a palliare il significato di tante cose che spiacevano, ne attribuiva la colpa all’Austria stessa, che persistendo nelle pretese lor dava pretesto. Con dolore vedeva il Re ingolfarsi ognor più in una via pericolosa e non glielo taceva; ma coll’Inviato austriaco il mio contegno era qual s’addiceva al Ministro degli affari esteri (povero Conte!).

La stampa, la diffusione dei libelli non era sotto la dipendenza del mio dicastero, ma lo erano i pochi giornali politici dello Stato, e in questi, specialmente nella Gazzetta Ufficiale, non permetteva mai s’inserissero articoli che secondassero le passioni e fossero ad alcuna Potenza ingiuriosi. Non permetteva poi l’introduzione dei giornali di Toscana e di Roma che esprimevano i voti, le speranze, i progressi del partito rivoluzionario. L’una e l’altra proibizione dispiaceva assai a chi voleva che l’eloquenza dei futuri oratori fosse conosciuta in tutta l’Italia per dar desiderio di quelle innovazioni che li avrebbero condotti alle tribune dei Parlamenti e ai seggi ministeriali, fors’anco alle dignità consolari e dittatorie; spiacendo loro, io spiaceva al Re; pur tenni fermo finché l’occupazione improvvida della città di Ferrara dagli Austriaci mi obbligò a cedere, sia nell’ammettere alcuni giornali di Roma e di Toscana, sia nel lasciar libero il corso agli articoli che ne trattavano frenando sempre lo slancio dell’estensore onde con troppo zelo non si palesasse Italiano nel senso che si dava a tal nome; nome altre volte di popolo generoso ed or divenuto sinonimo d’uom che dice, e forse crede amare la patria, mentre la tradisce e la mena in rovina…

La condizione delle cose pubbliche andò in tutto l’anno inoltrandosi di continuo con quella legge fisica, applicabile anche ai rivolgimenti politici, motus in fine velocior. La venuta in Italia dell’inglese Riccardo Cobden servi di stimolo al movimento. Apostolo del libero scambio, e di nuove dottrine e di moda, si beavano ne’ suoi detti coloro che tutto credon bello, ed egualmente applicabile ad ogni Stato, ciò che si ammanta col nome di libertà. Nel suo passaggio per Torino ebbe dimostrazioni di ossequio e di stima... Eguali applausi ricevette in ogni città d’Italia; non s’avvedevano i nostri savi così profondi in economia politica, ch’egli parlava benissimo, è vero, ma per gl’interessi dell’Inghilterra, non per quelli dell’Italia. Amor di patria dettava a lui quelle teorie; per vera non curanza di tale amore, i nostri liberali lo applaudivano.

Le corrispondenze del Re coi duci del partito liberale aumentavano sempre. «Io, prosegue il Conte, conosceva gli andirivieni di Corte; sapeva chi per la stanza della Biblioteca e della regia Armeria si introduceva al Re; chi erano gli introduttori e i messi ufficiosi del misterioso commercio; e i miei colleghi nel Ministero che facevano intanto? Vedevano o no la via che si batteva? Troppo accorti erano per illudersi; un tale spingeva la barca, in ciò solo ingannandosi che non previde che farebbe egli stesso naufragio; altri manovravano in modo che le gomene lor non uscissero di mano quando, saltando sulla spiaggia, la nave rimarrebbe fra le procelle.»

In mezzo al frastuono de' liberali tripudi e all’agitazione dei partiti non si dimenticava la Chiesa: non si dimenticava per proseguire contro essa la guerra sorda, antica, che tende ad incepparne l’azione; né l’entusiasmo per Pio IX era ritegno a fare cose che al Pontefice non poteano riuscire grate.

Con una circolare del 4 febbraio del Viceré di Sardegna diretta ai Vescovi ed ai Magistrati si volle impedire la libera comunicazione colla Santa Sede, storcendo il senso delle regie Prammatiche, e affettando rispetto pei decreti del Concilio di Trento, che nulla avevano che fare coi ricorsi degli Ordinari e de' fedeli a Roma. Il cavaliere De Launay, militare distinto e non avverso alla Chiesa, non avrebbe per sé stesso immaginata la cosa; l’ordine gli fu dato da Torino. La Santa Sede fece osservazioni; monsignor Antonucci, Nunzio Apostolico, me ne parlò, ne riferii la cosa, combattei la misura, ma non vi si pose rimedio; in tutto si adeferiva a Pio IX, purché non vi si trattasse di cose di Chiesa.«Uomini di un giorno di vita si credono di vin certa quando le hanno rapito un qualche diritto, compressa una qual che libertà, rapita qualche sostanza in uno di quei piccoli angoli del mondo che si chiamano Stati, in uno di quei momenti che si chiamanoetàe generazioni di una Nazione. Oh miseri! Essi son vermi effimeri di angusta terra, e la Chiesa è universale di tempo, di luogo, di infinitezza, di verità; essa è un principio incarnato; non è vinta, né può essere vinta mai, perché come perirebbe mai ciò che è universale, e sfugge ad ogni decomposizione? Così l’autore del Saggio intorno al Socialismo, profondo libro che meriterebbe di essere attentamente letto e studiato; ma ciò non si farà perché adesso i dizionari, i giornali e i compendi bastano a far gli uomini eruditi e sapienti. Enciclopedici divengono in apparenza, in realtà rimangono men che mediocri!


Torna su



XIV - DUE FATTI ACCELERANO LA CATASTROFE

Mentre tanto incalzavano gli avvenimenti e tutta l’Italia era sul cratere di un vulcano, due atti, non a sufficienza studiati dall’Austria, assai accelerarono la catastrofe. Uno fu la già mentovata occupazione di Ferrara, «sul conto della quale, — dice il conte, — non tacqui lamia opinione al Ministro austriaco. Tenendo presidio nella fortezza per condizione del Trattato di Vienna, la città era in sua mano senza che vi fosse necessità di prenderne possesso e di sollevare le ire Italiane: a meno che, stanco il Gabinetto di Vienna di tante dimostrazioni, avesse deciso non in Ferrara soltanto, ma in ogni Stato porvi colla forza un termine. Provocato in tanti modi a guerra, rispondeva con una misura che parea presa ad arte per suscitar nuovi torbidi; non fu consiglio di sana politica. Il Sommo Pontefice protestò, poiché la fortezza, e non la città di Ferrara dal Congresso di Vienna era stata consegnata all’Austria, né Pio VII vi aveva consentito. Il Ministro imperiale mi mostrò un disegno di quella piazza da cui argomentar potevasi che le fortificazioni del forte, essendo unite a quelle che circondano la città, il diritto di presidio si estendesse nell’interno di tutto il ricinto; aggiungasi che l’articolo 103 dell’atto finale del Congresso di Vienna, stabilendo che l’Austria avrebbe diritto di guarnigione nella Piazza di Ferrara, la parola Piazza non si applica soltanto alle cittadelle, ma è generico per indicare le fortezze, o le città munite di bastioni, A tutto ciò non vi ha che opporre, diplomaticamente parlando; ma è certo che non vi era necessità di tale atto, e le conseguenze furono pessime. Il re Carlo Alberto si adirò per affetto al Papa e per avversione. all’Austria; il Cardinal Ferretti, Segretario di Stato, il miglior uomo del mondo, ornamento per le sue virtù del Sacro Collegio, e modello dei Vescovi, ma della politica e degli affari di Governo non abbastanza esperto aveva preso fuoco, e si volse al marchese Pareto, Ministro di Sardegna, manifestandogli che Carlo Alberto era il solo alleato del Santo Padre, che questi aveva ricusato le offerte dell’Ambasciatore di Francia, e che in noi soli confidava. Alla chiamata del Sommo Pontefice non poteva io opporre le fredde considerazioni della politica, massime a fronte dei sentimenti del Re.»

Il Conte della Margherita spedì tosto un corriere a Roma per porre a disposizione di Pio IX tutti i mezzi che erano in potere del suo governo. «Offrimmo, dice egli, di fare incrociare i battelli a vapore della reale marina sulle coste della Romagna; di tenere un bastimento a disposizione di Sua Santità pel caso, che inoltrandosi gli Austriaci verso Roma (?!!), volesse lasciare i suoi Stati e ritirarsi fra noi. Il Re non tenne celata la cosa, e vi fu nuovo slancio di entusiasmo; si esagerò, e si disse ad arte, da persone che vedevano abitualmente il Re, ch’egli aveva protestato contro l’occupazione di Ferrara e si preparava a difendere Pio IX. I giornali di Roma e di Toscana ripeterono tali notizie, e dal Po all’Amo, al Tevere s’avvicendarono intrighi, speranze, clamori nella forza dei quali confidavano gli avversari della pace.» H Re voleva che il Conte inserisse nella gazzetta un articolo del giornale il Felsinso di Bologna assai violento; obbedirlo equivaleva a fargli prendere partito intempestivamente, era gettar il guanto all’Austria, quasi sfidarla a guerra. Si oppose, il prudente Ministro, lo scongiurò a preservare i suoi Stati dai disastri che minacciavano tutta l’Italia: essere ancora il Piemonte, fra tante agitazioni in condizione migliore, non poter peggiorare se il Re non voleva; ma crescere le inquietudini e le smanie dei perturbatori con articoli di una gazzetta sottomessa alla sua censura, non poterlo egli mai, né doversi ciò fare. Riuscì questa volta non forse a persuaderlo, ma a non fargli violenza.

Ilsecondo atto non bene avveduto dell’Austria fu la comunicazione fatta al Conte, per rassegnarla al Re, di una lettera del Principe di Metternich al Granduca di Toscana. Le frasi e il senso di questa lettera, — dice egli, — furono travisati, così pregio è dell’operariferire qual fosse in verità, trattandosi di un documento interessantissimo, che diedi a leggere a Sua Maestà, e tosto restituii all’imperiale Ministro; chi ne parlò, lo fece senza cognizione esatta del suo tenore. Il Gran Duca di Toscana aveva fatto esprimere al Principe di Metternich per mezzo del cavalier Lenzoni suo Incaricato d’Affari a Vienna varie osservazioni sulla posizione in cui si trovava. Il Principe per meglio corrispondere ai desideri del Gran Duca, diresse a S. A. una lettera in cui trattava a fondo della condizione delle cose pubbliche in Italia. Considerava questa come travagliata dal liberalismo e dal radicalismo, essere questo, come accadeva pure in Francia, in procinto di soperchiare il primo cui egregiamente dava l’epiteto Vinetto. I grandi vocaboli Unione e Nazionalità non esser che la divisa apparente del gran progetto di porre tutto il paese in rivoluzione. L’unità in Italia non esser fattibile, mentre nessun Sovrano potea riunirla sotto il suo scettro, e quello che l’avrebbe osato, incontrerebbe nelle Potenze d’Europa tale un ostacolo da impedirglielo. L'odio all’Austria derivare principalmente perché la sua possanza in Italia rendea vani i disegni dei rivoluzionari contro i Principi; tolta quella forza, più facile sarebbe volgere contro di loro la cospirazione. Dava quindi utili consigli a quell’augusto Sovrano, facendogli osservare che, essendo egli Arciduca d’Austria, come il re Ferdinando di Napoli era della famiglia dei Borboni, né l’uno né l’altro sarebbero considerati come italiani da chi voleva scacciare tutti gli stranieri dalla Penisola, onde la Nazione avesse Governi meramente italiani. — Questo è a un dipresso il preciso tenore di quella lettera. Avendo per abitudine il Ministro austriaco di impegnarmi a non prender copia dei documenti riservati, io lealmente glieli restituiva senza trascriverli, e così fu di questo. Il Gran Duca di Toscana essendo membro dell’imperiale Famiglia, i consigli del Principe di Mettermeli nulla avevano di strano; ma la comunicazione fatta al Re aveva troppo l’aspetto di dargli indirettamente una lezione e farlo avvertito sulla sua posizione, se non analoga a quella del Sovrano di Toscana nella qualità di Arciduca, pienamente analoga per le condizioni dei due paesi e per la via che simultaneamente si seguiva con un medesimo scopo. Se ne risenti il Re, e nel restituire in suo nome al conte Buol quel documento, altro non dissi se non che Sua Maestà l’aveva letto. Quanto di più si narrò su tal fatto è falso, non si parlava della libertà della stampa, né della Guardia Civica, non vi era la minaccia, se questa seconda si fosse istituita, di intervenire colle armi; non vi era alcuna allusione diretta a noi; il Re non era nominato. Ciò malgrado, il suo risentimento facilmente si spiega; assai mi dispiacque tal comunicazione, e se fosse stato lecito occultarla, l’avrei fatto. Avendone il Re parlato con uno de' miei colleghi, il quale forse non comprese bene la cosa, fu riferito al Ministro d’Inghilterra che quella lettera conteneva minaccie d’intromettersi negli affari interni dello Stato, ed egli tali cose comunicò tosto al suo Gabinetto nel dispaccio del 19 agosto riferito nei documenti presentati al Parlamento brittannico. Notisi che la comunicazione ebbe luogo in detto mese, sebbene la data della lettera del Principe al Gran Duca fosse dei primi di aprile, e meglio sarebbe stato certamente che non ci fosse stato dato parte degli ammonimenti diretti al Gran Duca; poiché fu esacerbare il Re senza profitto. D’intervenzione non si udì mai, e l’Austria sapeva che neppur offerta amichevolmente sarebbe stata accettata. A questo proposito un dì che discorreva col conte Buol delle cose italiane e della prossima rivoluzione, egli mi fece destramente comprendere che, malgrado delle nostre differenze attuali, la sua Corte sarebbe sempre pronta a darci nuove prove di amicizia ed aiutarci per comprimere qualche movimento tentato contro la quiete del paese o l’autorità del Re. — Io gli risposi: questo non sarà mai. Abborro la rivoluzione; ma sol che qui si voglia impedire non la temo, e nel più stretto cimento non chiamerei mai soccorso straniero; vincere colle proprie forze o soccombere; chiedere aiuto non mai, la naturale mia fierezza vi ripugna.» Ci permettiamo qui di dissentire dall’ottimo Conte: è propriamente il caso di chi, vedendo andare a fuoco la propria casa preferisce vederla incenerita piuttosto che valersi dell’opera altrui per salvarla! E il salus populi suprema lex esto?…

«Mentre noi camminavamo in tal guisa, segue a dire il Conte, la nostra attitudine era l’oggetto della censura di tutti i Gabinetti d’Europa; io doveva di continuo sentirmi dai Ministri delle Corti amiche domandare dove tendevamo, dove andrebbe a finire lo stato violento in cui ci eravamo posti. Non cessavano dal far elogi alla savia amministrazione del Regno di Carlo Alberto fino allora ammirata, alla prosperità del paese sempre crescente, alla condizione politica che avevamo acquistata, e mi chiedevano se volevamo tutto porre a repentaglio per non so qual mania di odio contro una Potenza amica ed un’ambizione smodata. TouteslesCours vous respectent, vous avezacquis en Europe uneposition au dessus de votre puissance réelle,pourquoi la compromettre? Così mi diceva un diplomatico e me lo ripeteva anche dopo la mia uscita dal ministero. Era proprio fra il martello e l’incudine; quei riflessi nel mio interno approvava, eppure doveva palliare, interpretare nel miglior modo gli atti del Re, temperare i timori. Non ho mai dissimulato lo scopo e le mene de' nemici dell’ordine pubblico, ma mi restringeva a dichiarare loro, che finché a me indirizzavano tali osservazioni era prova che nessuna innovazione nel sistema era adottata. Non erano solo i Ministri di Russia, di Prussia, né quei di Baviera o di Napoli che mi parlavano in tal senso: la Francia non ci disapprovava meno, e il signor di Bourgoing che reggeva la Legazione in assenza dell’Ambasciatore mi comunicò alcuni dispacci del signor Guizot sulle cose d’Italia che mi resero pianamente convinto, che di noi si giudicava in egual modo a Parigi, che a San Pietroburgo, Vienna e Berlino.

«Fra gli altri era osservabile nel dispaccio del 18 settembre, diretto allo stesso signor Bourgoing, il seguente periodo sulle tendenze dei rigeneratori d’Italia. «Les populations italiennes rêvent pour leur patrie des changements qui ne pourraient s’accomplir que par le remaniement territorial, et le bouleversement de l’ordre européen c’est-à-dire par la guerre et les révolutions. Plus d’une fois déjà l’Italie a compromis ses plus importants intérêts; même ses intérêts de progrès et de liberté, en plaçant ainsi ses espérances dans une conflagration européenne.»


Torna su



XV - AGITAZIONE IN ITALIA INCORAGGIATA DALL’INGHILTERRA

Soltanto a Londra, nota qui il Conte della Margherita, eravamo ammirabili per senno politico, e per una tendenza da eccitare tutte le simpatie di lord Palmerston, grand’uomo di Stato per gli interessi della fazione antisociale, ma non già per la pace e pel sostegno de' buoni principi in Europa. Il signor Abercromby, Ministro della regina Vittoria, applaudiva alla bella attitudine presa; con me moderatamente, ma con alcuno de' miei colleghi più oltre procedeva, e sempre che aveva udienza dal Re, ne secondava le idee e gli faceva travedere l’influenza dell’Inghilterra disposta a sostenerlo contro le pretese dell’Austria. Era stato indotto in errore sul contenuto della famosa lettera del Principe di Metternich al Gran Duca; e male perciò da lui informato, lord Palmerston diresse dispacci da comunicare a S. M. dai quali risultava in sostanza, non approvare il Gabinetto inglese che l’Austria volesse intervenire negli affari interni ed impedire la libera azione del Re. Questi dispacci produssero pessimo effetto, e le parole con cui li accompagnò il signor Abercrombv sempre più tennero fermo il Re nella via che seguiva. Egli non considerava che quanto ridondava in approvazione di sua condotta, ma io che aveva pur parlato col Ministro brittanico, e sapeva a fondo il pensiero del Gabinetto di Londra, potei dire al Re cose assai gravi per farlo riflettere alla conclusione finale su ogni possibile evento. Se l’Austria intervenisse per impedire le riforme liberali, l’Inghilterra vi si opporrebbe certamente; ma non era pensiero di lord Palmerston favorire l’ingrandimento del Regno sardo con alcun cambiamento nei limiti degli Stati italiani; se le concessioni liberali erano per Carlo Alberto il mezzo di giungere ad ampliare i domini, di questo non si curava il Ministro brittannico, sole quelle voleva. Era evidente; ma il Re non voleva persuadersene e altri magnificava l’appoggio dell'Inghilterra in modo a Lui più lusinghiero.

L’agitazione cresceva in tutta l’Italia; disordini, dimostrazioni fragorose ebbero luogo successivamente nelle principali città, né fu eccettuata Milano, malgrado la sorveglianza della Polizia austriaca; lascio a chi stenderà la storia di quest’epoca, il descrivere tante aberrazioni di popoli sedotti, e tanto accecamento in chi non voleva i disordini e pur li promoveva; lascio ad altri il dire qual compassione destava tanto scialacquo di amor patrio; l’effervescenza fu al colmo: dimostrazioni popolari imponenti e formidabili avevano luogo in Toscana; quel leggiadro popolo, di così mite natura, si era invelenito all’alito pestifero della rivoluzione; non parlo di Livorno città già rotta, per l’asilo dato a tanti sciagurati d’ogni genere, a più perverse arditezze; ma Siena, la dolce Siena, cui pensar non posso senza ricordarmi i begli anni dell’infanzia che in riva all’Arbia ho passati; ma Firenze città così colta, e Pisa e Arezzo tutte insomma travagliava la febbre contagiosa dell’epoca. Nella Capitale dimostrazioni tumultuose, il Gran Duca costretto a deporre il color giallo e nero distintivo dell’imperiale famiglia pel bianco e rosso, cui succedere dovevano i tre colori, or detti nazionali, sconosciuti ai nostri maggiori, ai più grandi Italiani d’ogni età, importazione straniera, invenzione della setta; che se ricordano in Francia i tre colori un’epoca calamitosa, ricordano pure segnalati, gloriosi trionfi; ma al di quà delle Alpi non ricordano che stranezze, disordini e noncuranza delle vere patrie glorie. In quelle tumultuose dimostrazioni il grido di viva Pio IX, viva Carlo Alberto echeggiava per le vie, e vi si aggiungevano quelli di viva Gioberti, viva Villamarina, considerati l’uno pel suo contegno e per le sue antiche prove, l’altro pei suoi scritti come stromenti della causa liberale. Villamarina doveva goder poco di quest’aura di favore; l’Abate era destinato a salir più in alto, poi cader vilipeso nell’ignominia; apparve qual funesta meteora sull’orizzonte, qual meteora si spense.

In Lucca pure, in Parma ardeva lo spirito di rivoluzione; ardeva in Modena, frenato però dal giovane Francesco V, che, seguendo le orme del suo augusto genitore, solo tra i Sovrani d’Italia, non ricevette mai gl’incensi di chi li profonde al cospetto de' Principi, cui giova ingannare. Francesco IV aveva sempre avversato la rivoluzione, conosceva qual fosse lo scopo de' sedicenti liberali, non transigè mai con loro. Né lo rimeritavano con un odio implacabile: saggio amministratore della cosa pubblica, osservator di giustizia, segnando i giorni colle beneficenze, fu chiamato tiranno, assetato di sangue, indegno di reggere popoli italiani. Tali ingiurie sono altrettante gemme che aumentano la fama dei Principi.

A Roma le cose andavano sempre peggio; fu in tali circostanze che il Conte indirizzando al Re una relazione sugli avvenimenti di ogni parte d Italia, chiudeva con queste parole: «Cette folle effervescence finira par une grande humiliation, tandis que l'on ne rêve et on ne parleque de gioire.» «Era addì 11 settembre; mi rivenne in mente, —aggiunge egli, — tal lettera nell’agosto dell’anno seguente, e m’avvidi che pur troppo era stato anche questa volta profeta.» E continua:

Le invenzioni maligne, delle quali ho fatto menzione fin dall’anno 1844 contro i più distinti personaggi, crebbero assai in questo (1847), poiché si faceva maggiore l’audacia dei tristi a danno dei buoni. Sopra tutto gli adombrava il senno e la fermezza di monsignor Fransoni, e quel senno, quella fermezza dipingevano al Re come caparbietà forsennata. Pur troppo fecero impressione sull’animo suo; le imposture erano così ben inorpellate che pareano vere; la virtuosa fermezza di monsignor Fransoni rappresentavano come fantastica e furibonda. Ma egli ai tanti suoi torti, quello aveva aggiunto, in una lettera pastorale del 7 giugno di quest’anno, di avvertire i fedeli, che i plausi a Pio IX, non gli si facevano per quello che era, ma per quel che avrebbero voluto che fosse, e aggiungeva: «Non il battere fragoroso di palma a palma, né l’incomposto acclamare tumultuoso sono gli applausi che possono a lui riuscir graditi, ma bensì l’ascoltare docilmente gli avvisi e il pronto eseguirne, non che i comandi, gl'inviti.» Cosi smascherava monsignor Fransoni i cattivi, e ne lo rimeritavano spargendo che aveva perduto il senno.

Uno dei nostri distinti diplomatici, non retrogrado, non sospetto ai liberali, il Conte di Pollone, Inviato del Re a Londra, ove in quest’anno mori in fresca età, ma dopo avere lodevolmente servito la Corona, giudicava quanto da noi accadeva con quel vero sentimento di amor patrio, che non si perde in follie. Egli fin dal 13 di ottobre dell’anno scorso mi scriveva una lettera, da cui traggo le seguenti frasi: «Il me revient que maintenant tous ceux qui se permettent de désapprouver les imprudences commises, ou à commettre, et qui ne s’inclinent pas devant N. N. N. N. comme des héros de la future grandeur italienne, sont mis à l’index, déclarés obscurantistes, voire même ennemis de la cause italienne. Ceci me rappelle les fanfaronnades de 1821; des mots, des mots. Vox, vox, praetereaque nihil, Le faire sans dire me parait inverti. Dire ne coûte rien; mais dire, quand on ne peut pas faire, peut cependant coûter très cher dans de certaines circonstances».

Fu successore del Contedi Pollone nell’importante carica d’Inviato del Re in Londra il cavaliere Adriano di Revel.

I giornali romani, quei della Toscana, che lodavano alle stelle il Re,lamentavano soltanto che non ponesse in altre mani il Ministero degli affari esteri, piuttosto che lasciarlo in quelle di della Margherita; articoli assurdi, acerbi si pubblicavano sul suo conto, e veniva in loro aiuto l'Ausonio, pubblicato in Parigi sotto gli auspici della famosa principessa Belgiojoso. Per quanto alla sua persona non badava; «altra, dice egli, era la spina che mi pungeva il cuore, la prosperità del Piemonte, la gloria nostra in cimento: ben sapeva che da me dipendeva volgere in applausi interminabili le antipatie, e non solo esser celebrato ne’ fogli, ma guadagnar per le nuove sorti da correre la fiducia del Re, che di buon grado mi avrebbe serbato al mio posto e pareva che tanto tardasse a rimuovermi quasi per indurmi a conversione.»

«Un giorno mi chiese qual novità vi fosse; risposi: «Il mio congedo, e il marchese Alfieri nominato al mio luogo.» «Che avete risposto?» chiese il Re. «Ho risposto: che, ove in tal condizione di salute mi trovassi da non poter reggere alle fatiche del Ministero, pure non chiederei mai di ritirarmi in un tempo in cui gli uomini d’onore debbono sacrificare se stessi, e rimanere sulla breccia fino all’estremo.» Il Re altro non aggiunse; voleva farmi intendere che bramava lo supplicassi di liberarmi dal peso degli affari.»

Un abbietto giornale che si pubblicava in Roma, La Palladi annunziò un bel dì, che il Conte si era finalmente deciso a favore della causa; lo portò al Re, sorridendo di tanta scempiaggine; l’estensore dell’articolo ne faceva plauso, come di gran conquista per la causa italiana.

Il 29 di agosto, due giorni prima che il Re facesse ritorno dalla Villa di Racconiggi, scrisse al Conte intorno ad alcuni affari; ma essenzialmente per dirgli che lo spirito pubblico si spiegava contrario a lui in un modo inesprimibile, che non i soli liberali, ma vari realisti ancora, e alcuni fra i Vescovi lo avevano abbandonato, che perfino a Roma egli non era più tenuto in quel conto di prima. Questa comunicazione era chiara abbastanza,— dice il Conte,— per farmene comprendere la conseguenza. Risposi all’istante a Sua Maestà in un rispettoso foglio che l’opposizione che si dichiarava contro di me non mi sorprendeva, da gran tempo esistere, e dover ragionevolmente aumentare, dacché i nemici dell’altare e del trono avevano la facoltà di alzare il capo. Non essere maggiore la sorpresa pel concetto di me ora formato in Roma, ove ogni influenza è nelle mani dei nemici della Santa Sede. Dolermi l’abbandono di alcuni fra i Vescovi e Realisti; ma è quello che è accaduto sempre in Francia, in Ispagna, e altrove riguardo a' Ministri che non piegavano a seconda dell’opinione nei momenti di pericolo per servire con onore e coscienza il Sovrano e la patria. Conchiudeva:«AprèslagrâcedeDieu, je ne tiens qu’à celle de V. M. Les circonstances sont bien graves; mais il faut avoir le courage de traverser cette crise, préserver le pays des malheurs qui accableront bientôt tout le reste de l'Italie, et soutenir notre indépendance, dont V. M. est si justement jalouse. Nous y parviendrons, avec l’aide de Dieu, en ne nous laissant point effrayer par les prétentions d’un parti qui n’a de force que lorsqu’on le craint. Les moyens dont il fait usage ne sont pasnouveaux: tout lui est bon pour attaquer ceux qui ne le suivent pas; à aucun prix je ne voudrais obtenir ses suffrages.»

«Prevedendo, continua il Conte, ciò che doveva accadere, e non volendo si supponesse mai ch’io pensava a spontaneamente lasciare il posto, né che il Re, per mitigare il dispiacere de' Realisti, loro dicesse ch’io lo aveva abbandonato, dichiarai a tutti i membri del Corpo Diplomatico ch’io era risoluto a rimanere nell’ufficio, finché il Re non disponesse altrimenti, e in questo senso diressi in data dei 7 di settembre a tutte le Legazioni di Sua Maestà presso le Corti estere una circolare.

«La quiete pubblica del Piemonte si mantenne sempre, la quiete materiale; perché l’agitazione degli spiriti era estrema, ma i capi e i motori della rivoluzione sapeano che questa verrebbe dalla Reggia, e intesi erano che i voti del preteso popolo si esprimerebbero da compre voci, con pacifiche dimostrazioni di esultanza, fra canti, inni ed evviva, non mai con disordini o furori che comprometter potessero il successo della santa impresa. Preludio di guerra fin d’allora apparvero i Tirtei per infiammare le menti; ma i capi della grande cospirazione frenavano chi volesse prorompere in atti intempestivi: avrebbero tempo, lor si dicea, a gettare la maschera, a dar famose prove di patrio amore! Infatti in una di quelle serate in che convenivano sui ripari gli aderenti alle future novità, e nelle quali si faceva echeggiare l’aria di evviva a Pio IX, al Re, a Villamarina, vi fu una voce che gridò: abbasso La Margherita! Ma fu soffocata all’istante, s’impose silenzio; bastava il grido di evviva a Villamarina, per esprimere l’opinione sul conto di chi si considerava suo avversario. Tali dimostrazioni, e le più significanti dinnanzi al palazzo del Governatore, Conte della Torre, non mairepresse, perché il Re non lo permetteva, davano chiaro a divedere quanto in breve accadrebbe.

«Intanto in un proclama il conte Lazzari, Ispettor generale di polizia, s’indirizzava non più ai sudditi del Re, ma ai cittadini; questa parola mi ferì, e sapea pure che il Conte non era uomo da timidi concetti, né inclinato ad adulare il volgo; ma dissemi, così aver voluto Sua Maestà! Io non era più in ufficio; il Re non dettava più dall’alto del trono, come i suoi antenati, la sua volontà ai sudditi, ma l’esprimeva ai cittadini! vocabolo questo, come osservò il Conte de Maistre, che non può essere tradotto in alcuna lingua, proprio sol della Francia, assai prima che la rivoluzione lo facesse suo, per disonorarlo.»

In questo medesimo tempo i bugiardi giornali d’Italia pubblicavano la grande notizia della richiesta fatta al Re dall’Austria della consegna della fortezza di Alessandria, e la generosa risposta con cui si era respinta l’oltracotanza imperiale!«L’Austria, scrive il nobile Conte, non ha mai in tutta quest’epoca fatto né quella, né altra domanda che attentasse alla nostra indipendenza. Lo dichiaro solennemente; poiché, anche in quei frangenti, l’avrei accolta con quella fierezza che s’addiceva ad un Ministro del Re. Pure tali assurde voci correvano, e, alimentando l’inquietudine, servivano a far progredire la rivoluzione, figlia naturale del padre della menzogna.»

«Non posso passar sotto silenzio il Congresso agrario di Casale, ove, come ne’ precedenti, più che di agricoltura si trattò di Pio IX, dell’Italia, dell’Austria, di politica in somma, di politica nello stile e coi concetti che convenivano a riunione di tanti ingegni così mirabilmente versati in argomenti, che non avevano alcuna relazione coi loro studi, colle loro professioni, colla sfera d’azione in cui erano circoscritti, quando chi negli ospedali, chi nelle manifatture, chi nelle belle arti, o nelle lettere impiegavano, più utilmente assai per la società, l’opera loro. Il più importante incidente di quel Congresso fu la famosa lettera del Re al Conte di Castagnetto in cui, proprio trascinato dalla sua cattiva stella, lasciò scorrere quelle note frasi sull’Italia, che ripetute in tutti i giornali, produssero cosi penosa sensazione, non solo nelle Corti estere, ma in quanti veneravano l’augusta persona di Carlo Alberto. Quelle frasi sole furono lette e pubblicate; ai pochi iniziati a maggiori cose fu confidato un altro periodo di quel foglio, che mi riguardava. — Scriveva il Re, che dopo il ritorno da Racconiggi non aveva ancor trovato occasione propizia per parlarmi del mio ritiro dal Ministero; ma che la cosa avrebbe egualmente luogo a suo tempo. — Assicurati dal reale messaggio, evitarono il menomo atto che sembrar potesse fare violenza a Sua Maestà, e le dimostrazioni pacifiche non furono turbate da alcun grido sedizioso.»

In mezzo a queste cose un fatto rilevante si produceva, che vuol essere notato. Il Santo Padre, divisando di mandare un Ambasciatore straordinario a Costantinopoli per corrispondere agli omaggi che il Sultano Abdul Mejid gli aveva fatto presentare da Chekib Effendi (fatto singolarissimo), chiese al re Carlo Alberto un bastimento pel trasporto di monsignor Ferrieri, destinato a quella missione. Vi condiscese all’istante il Re, lieto della preferenza, e che sotto gli auspici della sua bandiera facesse vela e approdasse alla capitale degli Ottomani il rappresentante del Romano Pontefice.

Nell’istesso tempo si pensò dai corifei della Confederazione italiana di stabilire una lega doganale fra la Santa Sede, la Sardegna e la Toscana; il fine era politico, ma ne aveva pure uno di vero vantaggio commerciale, e l'illustre Ministro vi concorse col suo voto. Il S. Padre mandò a tal effetto per suo Plenipotenziario monsignor Corboli Bussi, e il Granduca, il commendator Martini; ma l’uno e l’altro, intavolando secolui ufficialmente le trattative, conferivano su quell’oggetto e sopra molti altri con persone estranee agli affari politici: dovevano forse essi avanzare proposizioni, cui il Conte non avrebbe dato ascolto, e l’uno e l’altro attendevano il suo ritiro con impazienza. «Mons. Corboli, facendo plauso alle novità del giorno, dice il Conte, e con la beata fidanza dei moderati, era persuaso, che il sistema neutro, scolorito da essi con tanta cognizione dei bisogni e dei desideri dei popoli, e dalle pretensioni degli agitatori imaginato, ampiamente soddisfacesse ed acquietasse chi voleva ben altri cambiamenti. Egli non vedeva in me che un retrogrado ostinato ne’ suoi principi, e sebbene io non potessi più durare a lungo, pure la sua parola volle dire anch’egli per togliere il solo ostacolo alla libera manifestazione delle auree dottrine, che ancora si riprovavano, ovunque giungevano le mie facoltà e la mia voce. Ebbe poi a conoscere con qual ingratitudine fu ricompensato da coloro cui serviva, e tardi s’avvide, che anch’egli si era pasciuto di nebbia e di vento generatore di tempeste.» — Quanto mai sono da meditare adesso, mentre scriviamo, queste parole del grande uomo di Stato, e quanto maggiormente meditare le dovrebbero coloro, che appunto in questi giorni, come monsignor Corboli, si lasciano ingannare dalle più velenose vipere della setta, e si cullano di speranze, che nulla giustifica, e che tutto invece obbligherebbe a respingere.

«Più importante avvenimento, continua a dire, nei primi giorni dell’ottobre fu l’arrivo di lord Minto; un segreto presentimento, fin dal 1 dì che mi fu annunziata la sua venuta, fu ch’ei moveva verso il bel paese a' danni di tutti i Sovrani d’Italia. Nella prima conferenza che ebbi con lui, nulla mi disse che non fosse conforme ai retti principi, quali doveano pronunciarsi dal membro del Gabinetto di una Potenza da secoli alla real Casa di Savoia strettamente unita; ma troppo mi disse perché non comprendessi non essermi ingannato sul motivo del viaggio. Mi affrettai a prevenire il Re prima che gli accordasse udienza, e ad avvertirlo che i discorsi di lui tenderebbero a incoraggiare il progresso delle idee liberali; che a Firenze e a Roma, dove si recherebbe, darebbe stimolo a quel partito che non aveva bisogno di sprone. La sola cosa utile che mi aveva espressa, e che mi ripeté in una seconda conferenza, era che l’Inghilterra non tollererebbe mai un’alterazione ai trattati del 1815, né una variazione qualunque territoriale in Italia. Non la tacqui al Re, ed era la sola che gli dispiacesse delle tante dichiarazioni di quel personaggio. Il Re fu da lui esortato a porre prontamente mano alle riforme che appagar potevano i decantati voti del popolo. E cosi uno straniero, ponendo in non cale la felicità di otto secoli di paterna amministrazione, consigliava d’abbandonare le massime che l’avevano formata, cresciuta e conservata, per adottarne altre che l’esperienza degli ultimi cinquanta anni di rivoluzioni dovea fargli comprendere quanto fossero fallaci, di quanti disastri foriere.

«So di certa scienza, che lord Palmerston non si limitò alla venuta del conte Minto in Italia per dar mano agli sconvolgimenti sotto il nome di riforme: egli aveva mille agenti di rivoluzione. In Piemonte carteggiava con Massimo d’Azeglio, lo animava a far progredire i suoi principi, assicurandolo dell’appoggio dell'Inghilterra. Quanto diverso fu il contegno dell’inclito Duca di Wellington verso l’amica Corte di Sardegna! Uscendo dal Ministero, al tempo di Carlo Felice, scrisse a questo Sovrano per avvertirlo delle cautele ad aversi per mantenere alla Corona il possesso di Genova. Così si conservano gli alleati, se ne aumenta la fiducia, se ne acquista la riconoscenza. Né l’inclito Duca, né lord Aberdeen, né altri di si nobil tempra non sarebbero scesi mai a tali arti infide per turbare la quiete di uno Stato, serbatosi sempre leale ne’ suoi rapporti colla Gran Brettagna. Alle esortazioni di lord Minto tenevano dietro quelle di monsignor Corboli, e l’uno e l’altro appoggiavano l’impazienza della fazione che, ormai stanca di tanto aspettare, voleva cogliere il frutto di sua baldanza.»

Non si sarebbe creduto mai che il Cavaliere di Villamarina, che aveva di continuo dato pegni di fiducia ai sedicenti liberali, lor sarebbe venuto meno in questi solenni momenti. Qualche tempo prima i novatori di Genova avevano mandato tre deputati a Torino, che, arrogandosi di esser interpreti dell’intiera popolazione e di esprimerne i voti, chiedevano al Re libertà di stampa, guardia nazionale ed altre cose gravissime. Non ebbero in Torino risposta; ma, ritornati in patria, il Cavaliere diresse al marchese Doria, capo della deputazione, una lunga, anzi lunghissima risposta. In quella dichiarava in sostanza: essere Sua Maestà decisa a difendere l’indipendenza dello Stato da qualunque straniera aggressione, ma non mai si comprometterebbe verso le grandi Potenze spingendo, non aggredito, le armi fuori dei confini; esser falsa la voce che egli avesse intenzione di muover guerra per l’indipendenza di altri Stati, a meno che il Sommo Pontefice, dato di piglio alla Croce, bandisse la guerra di Religione, cosa considerata come non impossibile! Annoverava i benefici fatti da Sua Maestà ai suoi popoli durante il suo Regno, ma non esser tempo di aggiungervi quello della libertà della stampa, di cui saviamente indicava gli inconvenienti. — Toccato quindi di leggieri il punto che concerneva la guardia nazionale, raccomandava che si tleggesse bensì la sua lettera a quelle persone che era necessario, ma fosse considerata come privata e confidenziale. — Spiacque tale risposta, e fu tanta la sorpresa, che quasi la credevano da Della Margherita e non dal Cavaliere di Villamarina sottoscritta: egli perdette da quel giorno il favore dei liberali; si dimise un po’ bruscamente dalla direzione superiore della polizia: la cosa spiacque assai al Re, che tosto gli tolse anche il portafoglio della guerra e marina.

Giunse finalmente il giorno 9 ottobre: recatosi il Conte in segreteria prende in manóil numero dell’Ausonio, giornale scelleratissimo che si stampava in Parigi, giunto in quel mattino, e letto un articolo ingiurioso contro il Re, manda ordine all’istante all’ufficio della Posta che siano ritenuti tutti gli esemplari diretti alle persone che da Sua Maestà avevano avuto facoltà di riceverlo. Pensando però che il Re sentirebbe in breve delle querele, volle prevenirlo e profittare dell’occasione per scrivergli; sebbene dovesse vederlo in quel mattino medesimo per fargli sentire qualche parola di verità. Ecco questa lettera, che fu l’ultima che nelle qualità di Ministro gli diresse:


«Sire,

«J’ai défendu ladistributiondell’Ausoniod’aujourd’huiqui contientunarticleinfame:

lorsqu on nattaque que moi je laisse libre cours aux journaux, car je suis fort indifférent à leur diatribes, et je suis décidé à ne pas m’en laisser imposer, ni à rien changer à mes opinions, ni à ma conduite; mais lors qu’ils ne respectent pas la personne sacrée du Roi, ni son autorité, qu’il tient de Dieu, et non de la volonté des libéraux, ce serait un crime de leur permettre de corrompre et de fausser l’esprit public.

«On veut de force faire la révolution dans ce pays, qui est heureux sous tous les rapports, et qui n’en veut pas; il y a même des Royalistes qui, par manque d’esprit, ou plus encore par un excès de peur, indigne d’une âme noble, conseillent des concessions. Ils ne pensent pas que notre avenir, notre bonheur, notre gloire, et notre indépendance même, sont attachés à la fermeté avec la quelle on re poussera les insinuations libérales, quelles que soient les couleurs dont on les pare pour les justifier. J’aurais cru de manquer gravement à mon devoir, si par crainte d’un accroissement de défaveur, j’avais laissé distribuer l’Ausonio; ce n’est pas de moi qu’il s’agit, mais de Votre Majesté.

«Le 9 octobre 1847.»


Appena ricevuta questa lettera, il Re gli manda in risposta un biglietto del seguente tenore: «Vous avez très-bien fait, mon cher La Marguerite, de défendre le numéro de l'Ausoniode ce jour. Quant aux révolutionnaires, ils ne me font certes point peur, et rien au monde ne me fera faire un pas de plus, de ce que je me suis fixé». — PoveroPrincipe;quale illusione!

Andòil Conte tre ore dopo alla relazione: era il Re in contegno imbarazzato; parlo assai del Cavaliere di Villamarina e della difficoltà dei tempi. Della Margherita gli disse, tutto essere nelle sue mani, da lui dipendere le sorti dello Stato, e avrebbe grande gloria resistendo al torrente, che non soverchierebbe, purché guardasse con fermezza in faccia coloro che tanto rumore menavano, audaci sol quando sapevano di non correre alcun rischio. Il Re lo udì con aspetto malinconico, parca quasi sconfortato; lo lasciò, e poche ore dopo S.M. gli scrisse ' il seguente foglio:


«Très cher la Marguérite,

«Ilm’est infiniment douloureux dedevoir reprendre lecours d’une des dernières lettres que je vous écrivis de Racconnis; mais diverses circonstances se réunissent pour rendre impossible la continuation de votre présence au Ministère. Comme je vous porte une sincère estime, et une vraie affection, je désire que la chose se passe de la manière la plus noble; qui ne puisse point avoir Pair d’une disgrâce, et qui me mit à même de pouvoir de nouveau vous employer. Voilà ce qui me parait le mieux: c’est que vous m’écriviez pour medemander, en alléguant quelque raison, d’être dispensé momentanément des affaires, tout en offrant de conserver la direction du Ministère jusqu’à ce que j’aie pu vous remplacer. Alors je vous ferai Grand de Couronne, en cherchant à arranger la chose de la manière la plus»agréable pour vous.

«Le 9 octobre 1847.

«Votre très affectionné

«CHARLES ALBERT.»


Era un costringerlo nel modo più cortese a chiedere la sua licenza; ma era assolutamente contrario a quanto aveva deciso e dichiarato. Rispose dunque immediatamente al Re:


«Sire,

«Je comprends que votre Majestà souhaite mitiger l’impression que produira dans le public la démission du Marquis de Villamarina,et j’ai trop d’habitude du dévouement pour ne pas lui offrir de grand cœur le portefeuille qu’elle m’a confié, si elle m’en témoigne l’intention; mais dans les circonstances actuelles, se serait faire une tache à ma réputa tion, que de demander moi même mon éloignement. Aucune circonstance de famille ne me justifierait; puisque je devrais plus tòt faire le sacrificede toutes mes convenances personelles pour le service du Roi.

«Je vénéré les ordres de Votre Majesté, et j’abandonne à sahaute sagesse les dispositions qu elle devra prendre.»


Il domani ricevette il seguente scritto di ufficio dal conte Avet, Reggente la Grande Cancelleria:


Torino il 9 ottobre 1847.

«Ill.mo ed Ecc.mo Sig, Pron. Colmo.

«S. M. degnavasi questa mattina di farmi conoscere come i sentimenti di speciale benevolenza che al reale suo animo vennero ispirati dalle prove di profonda devozione date costantemente alla M. S. dalla S.V. Ill.ma ed Ecc.ma, e che erano con singoiar compiacimento rammentate dall’Augusto Nostro Signore, dovessero di presente dar luogo ad importanti considerazioni che consigliavano S.M. di esonerare l’E. V. dalla carica di Primo Segretario di Stato per gli affari esteri.

«Mentre la M.S. ordinavami di porgere questo annunzio alla S.V. Ill.ma ed Eccell.ma, e di attestarle nel reale suo nome l’alto pregio in cui Essa tiene gli eminenti servigi da lei prestati con raro zelo, di cui S.M. si riserva di ulteriormente valersi all’opportunità in beneficio dello Stato, mi dava ad un tempo l’onorevolissimo incarico di partecipare all'E. V. essere alla sua reale munificenza piaciuto di compartirle un nuovo tratto di sovrana grazia, nominandola a Grande di Corona.

«Mi recherò a doverosa cura di fare, quanto a quest’ultimo oggetto, gli occorrenti uffici presso il Dicastero competente, onde la benefica sovrana determinazione abbia regolarmente il suo effetto.

«Frattanto io prego l’E. V. di voler accogliere l’omaggio de' sensi che sono in me destati dalla presente congiuntura, in un cogli atti del profondo ed inalterabile ossequio con cui mi pregio di professarmi,

«DellaS.V. Ill.ma ed Eccell.ma

«Dev.mo Obb.mo Servitore

«AVET.»


In seguito di questo documento il Conte della Margherita agli 11 ottobre lasciava definitivamente la regia Segreteria, ove rimase soli due giorni per ricevere i complimenti del Corpo Diplomatico, e dei personaggi dello Stato che vollero esprimergli, sinceramente gli uni, con nascosta soddisfazione gli altri, il loro rammarico, e scrisse al Re l’ultima sua professione di fede in questi termini:


«Sire,

«Avant d’avoir l’honneur d’être aux pieds de V. M. je m’empresse de lui exprimer ma reconnaissance. J’étais loin de penser auMinistère des Affaires Étrangères, lorsqu’on 1835 Elle daigna m’enconfier la direction, et j’ai reconnu dans cet appel la volonté de Dieu. Je crois n’avoir aucun reproche à me faire sur le zèle avec lequel j’ai tâché de remplir mes devoirs; l’approbation de V. M. satisfait mes vœux.

«J’espère que notre pays sera toujours tranquille, appréciant le bonheur d’un gouvernement paternel comme celui de V. M.; mais s’il était dans les décrets de la Providence que des jours de danger dussentsuccederà ceux-ci, Votre Majestà me connaît assez pour que j’aie besoin de lui dire, que c’est alors que je souhaiterais lui donner denouvelles preuves de mon dévouement pour son service.

«Ma profession de foi politique est inébranlable; je crois que le Roi tient son autorité de Dieu seul, etqu’en le servant, c’est Dieu que je sers.

«Je garderai toujours le souvenir des bontés de V. M. et je suis avec un profond respect.

«Turin le 11 octobre 1847.

«De Votre Majesté

«Le très humble et très fidèle Serviteur et sujet

«SOLARDE LA MARGUERITE.»


Il Renefu pago; ricevette il Conte in privato; lo trattenne alungo nel modo il più affabile; lo volle convincere che, nella tendenza attuale dello spirito pubblico in Italia, egli non poteva più ritenerlo al Ministero. Della Margherita non lasciò di rispondergli che ben lo comprendeva; ma pensasse che si andava incontro a tempi burrascosi assai, e transigere colla rivoluzione era lo stesso che divenirne vittima: esser facile impedirne lo scoppio, impossibile trattenerla dopo averle aperto le porte. Il Re gli fece intendere che, terminata la procella, s’affretterebbe di richiamarlo: essere temporaneo il suo allontanamento; frattanto fosse spesso a vederlo, che Egli lo desiderava. «Cortesi parole, — dice melanconicamente l’affezionato Ministro, — volle il Re mi fossero ripetute da altri personaggi: la memoria n’è scolpita in cuore; io lo compiangeva, non per me addolorato, ma per Lui che lasciava all’orlo del precipizio.»

Il suo successore fu il Conte di San Marzano, Inviato del Re a Napoli, e già stato Segretario di Legazione sotto i suoi ordini inMadrid: egli aveva un nobile cuore, devoto era al Re, di molta virtù fregiato. Si sapeva inclinato a politiche mutazioni, perciò fu scelto. Quando arrivò, della Margherita lo presentò egli stesso al Corpo Diplomatico, che radunò a convito per assistere, come con qualcheduno di loro si espresse, ai suoi funerali.

Il 31 ottobre fu il primo Consiglio di conferenza tenuto davanti al Re, dacché della Margherita non era più ministro; in quel dì si decretarono ed annunziarono le riforme. «Ad alcune delle medesime, dice il Conte, non mi sarei certamente opposto, bensì allo spirito che le dettava, allo scopo che pronunziavano. A tale pubblicazione tennero dietro le note dimostrazioni di entusiastico tripudio, e, malgrado del pacifico carattere che loro si dava, erano tali da farmi insuperbire, pensando, che finché io stava duro qual rupe al mio posto, la rivoluzione esprimeva speranze, ma non contava trionfi.»

«Dopo il ritorno del Re da Genova, — conclude egli, — mi presentatialcune volte, perché con molta bontà me ne faceva istanza, però sempre più di rado quanto più egli progrediva; né più io gli parlava delle cose pubbliche, e, parlandomene Egli, io rispondeva col silenzio e collo sguardo. Inutile è porger la mano a chi s’annega, se preferisce a qualunque umano soccorso, lottare coi flutti. Non fui chiamato al Consiglio di tutti i Ministri di Stato, in cui si discusse e decise affermativamente di concedere lo Statuto, ma da quel dì non mi presentai più alle udienze del Re, non lo vidi che nelle funzioni di Corte, e per l’ultima volta quel fatale venerdì in cui si cantò il Te Deum pel trionfo dei Milanesi insorti, e il Re stava sulle mosse per la malaugurata guerra del 1848. Tornò vinto; più non mi sentii l’animo di presentarmi a Lui, che pur con tanta bontà seppi desiderarmi: troppo io era costernato pe’ suoi disastri e pei nostri, e più non lo vidi mai. Oh, se avessi saputo che lo attendeva a Novara l’ultima sventura!»

—E qui basti del Memorandum del Conte Solaro della Margherita. Ed ecco come il Piemonte di alleato dell’Austria ne divenisse nemico, di conservatore si facesse rivoluzionario, di cattolico si cambiasse in settario anticristiano.

La caduta dell’illustre uomo di Stato dal Ministero sardo di poco precedette quella del Governo monarchico tradizionale della Sardegna.

La caverna di Eolo, aperta una volta, nulla più tratteneva l’impeto dei venti furibondi. Tolta la diga del grande Statista cristiano, la setta anticristiana irruppe, e fra le ovazioni e le minacce, prima inebriato, poi atterrito, si trascinò dietro l’ambizioso e infelice re Carlo Alberto. Questi, immaginando di aver seco il Papa, e di fargli bandire la crociata pel conquisto d’un poco santo regno d’Italia, lasciò studiatamente inasprire gli antichi dissapori coll’Austria fino ad aperta guerra: cosi che, spintosi armata mano in Lombardia, invece di conquistare la Corona d’Italia, vi perdette la propria! Gli osanna della sua entrata trionfale in Milano si volsero in crucìfiggs alla sua uscita. Umiliato, abdicò, fuggi a nascondersi ad Oporto in fondo al Portogallo, dove, scoronato, mori di crepacuore poco dopo, lasciando al figlio e successore suo Vittorio Emmanuele, marito di un’Arciduchessa Austriaca, il triste incarico di sottoscrivere un solenne trattato di pace coll’Austria, per ricominciare subito contro di essa quella subdola perversa guerra di setta, che, dopo dieci anni di cospirazioni col settario Imperatore francese, doveva metter capo alla nuova guerra di armi e di ’delitti della quale ci stiamo occupando. — Ed ora facciamo ritorno ai fatti dei Principati italiani, da noi solamente accennati nel precedente volume.


Torna ad inizio pagina


LIBRO PRIMO


Torna su



CAPO I


Torna su



LA TOSCANA NEL 1848. — UNA PAGINA DEL RAVITTI

Non fu possibile svolgere nel nostro secondo volume la rivolutone dei Ducati e delle Legazioni pontificie, mancandocene affatto lo spazio, e ne dicemmo solo quel tanto che giudicammo necessario pel concatenamento cronologico dei fatti della guerra di Lombardia. Ci riservammo però di dire più diffusamente di quelle cose in questo terzo volume, e farci così strada a narrare la invasione delle Due Sicilie, e quella delle Marche e dell'Umbria. Incominciamo adunque dal Granducato di Toscana, dando uno sguardo retrospettivo su quel troppo mite governo, per il quale il magnanimo Granduca Leopoldo II accumulò sul suo capo un tesoro d’immane nerissima ingratitudine. Nel fare ciò metteremo di nuovo a profitto le pagine preziose del Ravitti, che citeremo presso che a verbo, aggiungendovi solo quel tanto di più che ci fu dato raccogliere altrove.

«Sino al 1848, — scrive il Ravitti, — la Toscana rimase immune da rivoluzioni, ove nessuna necessità di rigore scompose il dome stico accordo dei sudditi con un principe che avea per tradizione la patriarcale bontà (11).» Mentre da tutte parti gridavasi: riforme, riforme! la Toscana era il paese che men d’ogni altro di riforme abbisognasse.«Giammai, — disse Alfonso Lamartine (12), — vi fu tanto liberalismo sul trono come allora; si che le Corti accusavano Leopoldo IIdi guastare per soverchio di coscienza il mestiere dei Re.» Pure riforme vennero spontanee, senza veruna costrizione, allorché Carlo Alberto, proclama poi iniziatore della libertà italiana, non peranco aveva mosso alcunpasso sulla via delle concessioni. Prima del Piemonte Leopoldo II dette una larghissima legge sulla stampa (pubblicata il 6 maggio 1847); poco appresso una Consulta di Stato; nel settembre 1847 la Guardia cittadina, dichiarata istituzione permanente dello Stato; il 15 febbraio 1848, prima del Piemonte (13), franchigie civili collo Statuto. Leopoldo II, pel primo con Roma, tentò un patto doganale di tutta Italia per allargare i traffichi e le industrie nazionali, e congiungere i materiali interessi degli Stati della penisola, avviamento a più alti vincoli fra loro. Leopoldo II nei primordi di questo patto, avversato poi dal Piemonte, combatté e vinse il sistema delle proibizioni e protezioni, colà vigenti, e fece prevalere le celebri e libere teorie della Toscana (14). Leopoldo II, col Pontefice, primissimo promotore, iniziava quella lega italiana, la quale, accedutovi volenteroso il Re di Napoli, doveva andare a vuoto per gliincagli frapposti dal Piemonte, che in tutta la loro bruttezza rivelarono le idee piemontesi di usurpazione e di universale signoria sull’Italia.

Battuto sui colli di Custoza e di Volta l’esercito sardo: seguito nel dì 9 agosto 1848 in Milano l’armistizio, richiesto dal re Carlo Alberto; venuto Livorno in balia de' demagoghi; le milizie toscane colà spedite a ristabilire la legittima autorità, andate perdute, parte senza alcun prò, parte per seduzione, in tanto bisogno di una forza disciplinata, fu proposto all'Assemblea fiorentina, e vinto il partito, di arruolare un seimila uomini di soldatesche straniere. Ma, mancato il tempo ad effettuare il disegno, da Livorno dettata la legge al Granduca, dimorante tuttavia nella capitale, senza che nessuno sapesse trovar modo a cavarlo da quelle strette, venne al potere col Ministero democratico il Guerrazzi, portando al colmo il disordine e l’anarchia, e tutto cadde sotto il giogo d’una fazione. Sciolte le Assemblee legislative, elette le nuove fra la pressione delle più sfacciate violenze, in mezzo a tanto scompiglio fu messa in campo la Costituente. «Insana idea! — esclama lo Zobi, — anzi utopia, perocché nulla vi fosse da costituire in Toscana, dove la monarchia costituzionale non aveva mestieri che di senno e di fermezza per consolidarsi in quell’ordine che aveva conseguito (15).» Lusingandosi rimuovere con ciò altre sciagure, neppure alla Costituente (parrà incredibile!) non negò il Granduca il suo assenso. Ma quando vide che la Costituente toscana importava adesione alla Costituente romana, vale a dire allo spoglio della temporale potestà de' Pontefice, egli, che sarebbe passato sopra a' suoi diritti di Sovrano, non volle passar sopra a' suoi doveri di principe cattolico. — Stupendo esempio che ammirerà la storia e renderà feconde a suo tempo Iddio!

«Il partito, — scriveva il magnanimo Leopoldo II, — al quale ricusarono persino la loro adesione molti dei più liberali uomini di» Stato, e rappresentanti del popolo, alzò una nuova parola d’ordine: la Costituente! Ragioni politiche mi mossero a non negare neppure a questa il mio consenso; benché i miei diritti, nonché il mio trono ereditario, venissero subordinati alla sentenza di un’Assemblea Costituente. Ma, quando si volevano attribuire a quest’Assemblea simili» facoltà per disporre delle forme di Governo dell’Italia tutta, non esclusi gli Stati Pontifici, non credei, come principe cattolico, dipotere andare più oltre».

Questa lettera, scritta dal Granduca Leopoldo II all’Imperatore d’Austria da Porto S. Stefano, l'11 febbraio 1849, e riferita dal Gennarelli nel suo libro: Le sventure italiane sotto il pontificato di Pio IX (pag. 46, Firenze, 1863.) rimarrà monumento imperituro della pietà e magnanimità di quel mitissimo fra i Monarchi, come della empietà e perfidia di coloro che gli strapparono dal capo l’avita corona.

Leopoldo II ritrattosi a Porto San Stefano, aspettava di colà le milizie, offertegli dal cognato, Re di Sardegna, e con riconoscenza accettate (16), che, unite colle toscane, sotto gli ordini del generale De Laugier, avrebbero potuto mettere a segno Livorno e spazzare dal governo la fazione dominante (17). U soccorso dei Piemontesi, che il Guerrazzi (molto avvedutamente) chiamava ospiti mal graditi e pericolosi (18), la efficacia dei quali dipendeva anzitutto dalla sollecitudine, andò in dileguo. Gridati triumviri, e imposti alle due Camere per violenza di plebe pagata, Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni, Ministri costituzionali del Granduca; aboliti due giorni appresso il Consiglio generale e il Senato; convocata un’Assemblea col diritto di decidere del destino politico del paese e della Monarchia; Leopoldo II, esautorato di fatto, protestò: e, lasciato Porto San Stefano, dond’ebbe a udire le salve d’artiglieria con le qualinella vicina Orbetello solennizavasi, d’ordine dell’intruso Governo, la proclamazione della Repubblica, si rifugiava a Gaeta (19).

Dopo Novara, un bel giorno, il 12 aprile 1849, Firenze si riscuote; gli alberi della libertà, innalzati ad ogni angolo di strada e in ogni piazza, sì che Firenzepareadiventata la selvaggia selva di Dante, cadono atterrati; le campane della città suonano a festa, e il Municipio, fra immenso popolo, e le grida mille volte ripetute: Viva Leopoldo! Abbasso Guerrazzi! Il Granduca come prima! invade il Palazzo Vecchio, scaccia il Guerrazzi, Dittatore, proclama ristabilita la legittima sovranità di Leopoldo II. La Commissione governativa, eletta per reggere lo Stato in nome del Granduca sino al suo ritorno da Gaeta, abolisce la Costituente, proibisce i Circoli, scioglie la Guardia di sicurezza, chiama in città la Guardia Nazionale del contado. La notte, che segui il 12 aprile, tutte le colline che fanno corona a Firenze brillavano da ogni parte per gli accesi fuochi di gioia. Canti di allegrezza allietavano le campagne illuminate come ogni più remoto angolo della capitale. Dovunque non si udiva che una voce: «Viva Leopoldo! e dovunque non si udiva che ripetere: «Questa volta non sono più grida pagate». Unanimità favolosa! Tutte le provincie aderirono con entusiasmo. La sola Livorno protestò, convenutivi a riparo in gran numero i demagoghi fugati da Firenze e dal Granducato, la maggior parte stranieri a Toscana.

Livorno rimasta in mano di un’accozzaglia cosmopolita, rifiuto e onta d’ogni civile consorzio, quegli eroi da galera, pareano decisi a difendervisi energicamente. Fortificata la città, erette barricate in tutte le strade, le milizie toscane, guidate dall’arcadico generale De Laugier, affatto insufficienti a domarla, sorgeva la necessità suprema che una forza armata qualunque accorresse dal di fuori a salvare il paese dall’abisso in cui poteva precipitare. I cinque della Commissione governativa toscana si maneggiarono prima a riannodare le pratiche per un intervento di Piemontesi, poi per un intervento di Piemontesi uniti ai Napoletani, poi di Francesi e d’Inglesi (20).

Ma il Piemonte, dopo Novara, doveva pensare a' fatti suoi, e, com’ebbe a dichiarare il De Launay, Ministro per gli affari esterni in Torino, Vittorio Emmanuele non avrebbe messo un nodo di milizie a disposizione del Granduca, se non qualora questi «fosse in grado di assicurare il Governo di Sua Maestà, che l’ingresso della truppa sarda in Toscana non susciterebbe nuove complicanze, né incontrerebbe opposizione seria per parte di altre Potenze»(21). Napoli aveva sulle braccia Sicilia e Roma; Francia e Inghilterra vogliosissime di porre un piede, in qualunque modo fosse, in Livorno, per gelosia l’una dell’altra declinarono l’offerta. Pure bisognava finirla, a fronte del grave pericolo che dalla insorta Roma le bande dei demagoghi si gettassero in Toscana e manomettessero ogni cosa. — Ciò che avvenne infatti poco appresso quando Garibaldi, fugato da Roma co’ suoi, si gettò sopra Arezzo, lanciando a' Toscani quel furioso proclama del 19 luglio 1849, riportato nei Casi della Toscana, pag. 252-253. — Non restava forzatamente altro intervento possibile (ed era il più legittimo e naturale) all’infuori dell’austriaco.

Quei della Commissione avrebbero accettato soccorsi da monarchie e da repubbliche, da protestanti e da maomettani, da chiunque, purché non venissero dall’Austria! quando l’Austria per ragione di Trattati e dello stato stesso delle cose, era quella che più d’ogni altro aveva diritto d’intervenire. L’Austria, che dopo l’armistizio di Milano aveva fatto sentire come si sarebbe astenuta dall’invadere la Toscana, a patto che essa si mantenesse tranquilla nell’interno e rinunziasse ad ogni ostile apparecchio, per diritto di guerra vi poteva intervenire, tanto meglio dacché Toscana era venuta meno alla condizione, trattandosi sol di sapere, come disse più tardi il Ministero Ricasoli (22), se il vinto potrà imporre la legge al vincitore, Toscana ad Austria. La restaurazione né cancellava i primi torti, né le offese più recenti, né assicurava l’interno del paese. E gli Austriaci vennero, il Granduca né invocante, né contrastante.

L’andata di Leopoldo II a Gaeta, la chiamata degli Austriaci in Toscana e (’abolizione dello Statuto costituiscono la somma delle incolpazioni ribadite sino alla nausea, che gli uomini della Rivoluzione, tutti intesi ad accusare i Sovrani d’Italia, per mascherare agli occhi de' lontani le proprie nequizie, misero in campo contro di esso; tre incolpazioni dimostrate insussistenti e falsissime, secondo gli stessi documenti pubblicati dalle più chiassose lancie spezzate del partito della calunnia e della menzogna. Entrando in Toscana, in un proclama del 14 maggio 1849 da Empoli (riferito dallo Zobi: Memorie economico-politiche sulla Toscana. Vol. I. pag. 280 — Firenze, 1860), il generale d’Aspre, comandante le schiere austriache, aveva detto: «I vincoli di sangue ed i molti trattati hanno determinato l’Imperatore a cedere al desiderio del Granduca, e quindi, chiamato da lui, veniva a rassicurarlo sul trono». Nicomede Bianchi poi, nella sua Storia della Politica austriaca, pubblicava una lettera del maresciallo Radetzkv al Granduca, del 2 febbraio 1849 da Verona (ristampata nel libro: Toscana e Austria pag. 72) nella quale scrivevagli «abbandonasse pure i suoi Stati, che, tosto sottomessi i demagoghi di Sardegna, egli volerebbe in suo soccorso con trentamila uomini». Or su codesta lettera del 1860, undici anni dopo che fu scritta, lo Zobi (Memorie sulla Toscana, Vol. I pag. 271-275), fabbricava uno dei suoi castelli in aria, affermando addirittura: «Il Granduca eseguì appuntino gli ordini del Maresciallo; si fermò alcuni giorni nel picciol porto di Santo Stefano all’estremo confine del Granducato, per attendere gli eventi: e il segreto della sua condotta sta tutto in questa lettera.»

Caso strano! — nota il Ravitti, — sia ruggine sopravvenuta tra i due, siainvidiuccia di scrittore, sia smania di dare in luce documenti ignorati, o ad arte pretermessi da quell’instancabile frugatore d’archivi ch’è lo Zobi, sia pur forse, per un qualche residuo di pudore, supponibile anche in chi meretriciamente usa tutto falsare e tutto vilipendere; sia sa Iddio che, il Gennarelli, altro degl’impiastrafogli razzolatori al soldo delPiemonte, dà sulla voce al collega, e risponde (Le sventure italiane, pag. 17): «Codesto non è vero. La lettera del conte Radetzkv è in data del 2 febbraio, e il Granduca il di 11 accettava l’intervento offertogli dal Re di Sardegna, e lo accettava col cuore profondamente commosso, come un aiuto inviato dalla Provvidenza nel giorno della sventura; ringraziando il Re come un buon fratello, che porge la mano al fratello,all’amico». E perché anche i ciechi avessero a vedere che non è vero, stampa (pag. 20, nota 56) la lettera del Granduca al Re di Sardegna, del 19 febbraio, penultimo giorno della dimora di Leopoldo II a Porto San Stefano, in cui scrive: «non rigettare quell’offerta piena di generosità ed amicizia; al contrario desiderare il momento di vedere effettuato quel disegno, dichiarando che sarebbe stato fortunato se andasse debitore al Re della pace primitiva ristabilita in Toscana;» stampa (pag. 48) la lettera del Granduca all'Imperatore d’Austria, del 26 febbraio da Gaeta, in cui non gli celava come avesse accettato il soccorso delle armi piemontesi; stampa (pag. 83) la lettera del Generale d’Aspre al Granduca, del 12 maggio da Livorno, dodici giorni prima del proclama da Empoli, con cui lo prega di dichiarare che le truppe austriache sono in Toscana col suo consenso; stampa (pag. 50) che in risposta alla lettera del Granduca all’Imperatore d’Austria, del 26 febbraio, e ad altre due sue precedenti, in nessuna delle quali si conteneva una richiesta vera e propria d’intervento, l’Imperatore rispose solamente il 27 marzo; stampa (pag. 9193) la Memoria del Ministro toscano Martini al Generale d’Aspre, del 24 maggio da Gaeta, che fu l’unica risposta data da parte del Granduca alla lettera del Generale, del 12 di quel mese, nella quale Memoria è messo in piena evidenza che le milizie imperiali non vennero in Toscana contro la volontà di Leopoldo II, ma però senza una di lui espressa richiesta.

Francia e Inghilterra né si opposero, né protestarono contro quell’intervento, ch’era necessità ineluttabile, di cui tutta la colpa doveva rigettarsi su chi l’aveva cagionata, non certamente sull’Austria, né sul Granduca, colla più solenne ingiustizia addebitatone. L’Austria che aveva annunziato a Parigi e a Londra di riserbarsi l’esclusivo intervento del Granducato, precisamente come la Francia serbava a sé l’esclusivo intervento a Roma, si decise intervenire in Toscana, allorché vide la Francia essersi decisa ad intervenire nello Stato Pontificio.

Circuita dagli Austriaci Livorno, il lungo assedio durava due ore! Ma le scarse milizie toscane, tornate all’obbedienza del Granduca, trovandosi in condizioni le più miserevoli, si rendeva assolutamente necessario che le forze militari, venute a ristabilire il buon ordine, rimanessero a consolidarlo e a tutelare i pubblici interessi. Per tal modo mutavasi in occupazione quell’intervento, che lo stesso Gabinetto di Torino dichiarò (23) come: «In conseguenza dei passati rivolgimenti politici, i quali hanno recentemente agitato la penisola italiana, poteva spiegarsi dietro quelle considerazioni che si deducono dalla natura degli avvenimenti medesimi.» Sinché il Granduca potesse riorganizzare il suo esercito, fu convenuto pertanto che gli Austriaci rimanessero, e rimasero senza che né per questo venisse in niun modo compromessa la dignità del paese e l'indipendenza del supremo governante (24); né l’erario toscano avesse a sostenere per le milizie ausiliari uno spendio maggiore di quello che sarebbe stato occorrente, per mantenere truppe sue proprie, il quale ne fu anzi minore di assai; né gli affaccendati sempre a raccattare obbrobri per versarli sul capo di Leopoldo II e degli Austriaci, potesser neppure per ombra mettere insieme una pagina sopra severità, eccessi, indisciplinatezza delle soldatesche imperiali. — Così il Ravitti, il quale aggiunge in nota alcuni dati importanti che vogliono essere fedelmente raccolti.

Essendosi l’Austria addossato il soldo ordinario delle milizie ed il carico del loro equipaggiamento, la spesa a carico della Toscana risultò meno gravosa che d’ordinario conseguiti in casi consimili, in particolare di quella sostenuta dal Piemonte nel 1821, allorché l’Austria venne a cavare i Reali di Savoia dalle zanne dei carbonari. Cessato il bisogno, gli Austriaci partirono da Toscana nel maggio 1855, in seguito ad iniziativa di Leopoldo II, per diritto riservatosi colf Articolo 1° della Convenzione austro-toscana del 1850. Ridolfi, Ricasoli e consorti dissero (Toscana e Austria, pag. 109, nota 38) sapere da buona fonte che l’occupazione austriaca aveva costato ventitré milioni di lire toscane, quantunque l’anno avanti fosse stata dallo Zobi (Manuale storico, pag. 511) portata la somma a trenta milioni. Nel 1859 poi lo stesso Zobi (Cronaca degli avvenimenti in Italia. Vol. I. pag. 374) alza ancor più il conto, elevandolo con meravigliosissima precisione a L. 31,913,291.1.11. 79/180 «non compresi i trasporti, gli alloggi, le indennità accordate a' conventi ove stanziarono le truppe, e le spese fatte nelle fortezze», tenuti a calcolo tutti i quali altri asseriti stipendi a carico del pubblico Erario e delle Comunità, dichiara non credere punto esagerata la maggior somma di L. 36,614,739.2, enunziata dal Cini nell'opuscolo: Sui danni economici recati dall’Austria alla Toscana.

Affermò ancora lo Zobinel 1858 (Manuale Storico pag. 527-528) «Costa alla finanza l'esercito toscano, di cui non può recarsi in dubbio il bisogno, circa L. 9,500,000: ed abbenché tale spesa annua possa ad alcuni sembrare ingente, non è dato sperarne alleviamento». Or bene: dato che fosse stato possibile mettere subito in piedi un esercito di soldati del paese, ne’ sei anni in cui gli Austriaci stettero in Toscana, questo esercito sarebbe costato cinquantasette milioni; alla quale somma, contrapposta quella senza dubbio alcuno esageratissima delle L. 36,600,000. affermata dal Cini, l'Erario toscano ebbe un risparmio di L. 20,400,000. Che se, come infatti sembra ed ognuno dovrebbe pensare, quando riflettasi che il libercolo Toscana ed Austria fu dettato all’unico scopo di accumulare quanti più era sperabile sanguinosi oltraggi al Granduca, fosse più assai d’accosto al vero la somma enunciata dai caporali della rivolta del 27 aprile 1859 in ventitré milioni di lire, l’erario toscano risparmiava per effetto dell'occupazione austriaca trentaquattro milioni in sei anni, vale a dire, intorno a 5,600,000 lire per anno. Cosi potè il Granduca convertire in benefizio una militare occupazione.

La disciplina delle milizie, è giustizia confessarlo, si mantenne sempre eccellente, da rarissime eccezioni in fuori, alle quali era portato pronto riparo. Nella stessa Livorno, dove gli Austriaci entrarono a forza d’armi, quando ebbero messo lo stato d’assedio, che durò più di cinque anni, appena quattro fucilazioni vennero eseguite in tutto quel tempo dopo regolare giudizio, o sopra persone fattesi ree, chi di latrocinio, chi di ferimento proditorio e di assassinio. L’Italia ha avuti a' tempi nostri esempid’umanità, più che da suoi figli, da soldati stranieri. Sulla condotta dei quali noi, imparziali con tutti, citeremo la testimonianza dello stesso Governo toscano, che, parlando appunto di Livorno, ebbe a dire che lo stato d'assedio di quella città crasi ridotto a una nuda parola, e l’autorità militare applicava punizioni anche più miti di quelle che sarebbero inflitte dalle leggi civili. Dispaccio del Duca di Casigliano, Ministro Toscano, al barone Hugel, Ministro d’Austria a Firenze, riportato dallo Zobi (25).«Più bell’elogio crediamo non sia toccato mai a veruna soldatesca». (26).

Tre anni più tardi Leopoldo II, ben a ragione conturbato alla Leopoldo n vista dell’incessante lavorio delle sètte scalzanti le basi della società, giustamente sfiduciato dalla dolorosa esperienza del passato, dichiarò abolito (27) un sistema di governo, che gli stessi più solenni costituzionali avevano dimostrato impossibile, e di cui non restava più traccia nella massima parte d'Italia; che se Governo parlamentare ci ha ad essere in Italia, bisogna che sia in tutti gli Stati della Penisola; altrimenti codesta foggia di reggimento, inaugurata in un luogo, sarà sempre altrove, prima o poi, pericolosissima arma in mano di facinorosi, incitamento e pretesto a bollori ed a rivolture. O tutti o nessuno; sta nell'umana natura il rimanere non di rado adescati più presto da vaghe apparenze e da nudi nomi pertinacemente fatti risuonare alle orecchie, che non dalla tacita e severa materialità di certi fatti. «Pareva che lo Statuto, nota il Ravitti, dovesse essere la felicità della Toscana, il Principe l'aveva concesso. Messo alla prova, quantunque condotto da uomini che i liberali ripongono tra i sommi, il Governo costituzionale amala pena potè reggere pochi mesi. I benefizi sperati non si raccolsero; i mali temuti non si evitarono; le civili franchigie furono convertite in pubblico danno; l'autorità sovrana, disconosciuta da prima, resa quindi inabile ad oprare il bene, dovette cedere alla violenza di una Rivoluzione che rovesciò tutto, Statuto, Principe, Dinastia». — È assioma di dritto che la legge deve essere a vantaggio del popolo; quando invece riesce a danno del medesimo, il Principe non solamente può, ma deve abrogarla.

Proclamando abrogato lo Statuto, Leopoldo II dichiarava morto un morto, da lunga pezza freddo, abbandonato cadavere. «Lo Statuto era rimasto abrogato sin da quando i Deputati toscani, quali vennero con visiera alzata a muover guerra al Granduca, quali fuggirono, qual ammutolirono su' loro scanni, e si lasciarono sopraffare da una banda di schiamazzanti faziosi, che, invasa la sala del Consiglio generale, imposero il Triumvirato. Lo Statuto fu distrutto dai democratici quando sciolsero per sempre il Senato e la Camera, e restrinsero i poteri politici in una sola Assemblea, acciecati dalle passioni e dallo spirito di setta (28)».

In codesto civile contratto una delle parti, i rappresentanti delpopolo,non seppe o non volle mantenere le cose giurate. Giurarono e promiserodiprovvedere al bene inseparabile della patria e del Principe, e abbandonarono l’una e l'altro in mano dei demagoghi, e il Principe la sciarono spodestare (29). La milizia cittadina non accorse a difendere il trono costituzionale; guardò le sue armi e stette. Lacerato il contratto da una delle parti, — e quella parte non fu il Principe — questi, che a fine di pubblico bene crasi spogliato della propria autorità, per dovere di coscienza trovavasi costretto a riprenderla a tutela e difesa del paese. Era a quel filo che si avevano ad appigliare gli agitatori politici per ritessere la tela delle congiure.

Per le calamità degli anni scorsi, alle quali, e il governo coll’erario dello Stato, e il Granduca col suo privato denaro avevano generosamente sovvenuto, e per le grandi spese della guerra testé cessata, la pubblica amministrazione era disordinata, e fu necessità inevitabile contrarre imprestiti ed accrescere imposizioni. Nulla meno il governo proseguiva il bonificamento della maremma grossetana; dava opera ad asciugare il padule di Bientina; gettava un più vasto e più dell’antico sicuro porto in Livorno; dava incremento alle vie ferrate; fondava un Uffizio di Statistica; riordinava magnificamente gli Archivi del Granducato; faceva restaurare i monumenti più insigni, apriva un grandioso Istituto tecnico in Firenze, e uno ne formava per l’insegnamento nautico in Livorno stessa; dava vita a una scuola delle miniere in Massa Marittima, mentre che Licei e Ginnasi e scuole secondarie e scuole minori sorgeano in ogni città, terra e borgata del Granducato, a sbugiardare d’avanzo quel rotante marchese Cosimo Ridolfi, che, dopo avere nel 1841, quand’era presidente generale degli Scienziati a Firenze, ricordato a costoro (30)«in quanto pregio fosse tenuta la scienza e la dottrina dal magnanimo Leopoldo II»nel cui nome ebbero vita e fiorirono le scientifiche riunioni italiano, venne poi nel maggio 1859 con viso imperterrito a dire (31) che «inToscana non ci sono scuole né primarie né secondarie; e l’uomo, imagine divina, hanno ravvicinato ai bruti.» «E fu la Toscana, nota il Ravitti, che alle esposizioni mondiali di Londra e Parigi riportò la palma su tutti gli altri Stati italiani, conseguendo ragguagliatamene premi più numerosi e segnalati.»


Torna su



CAPO II


Torna su



LA TOSCANA E LA RIVOLUZIONE DEL 1859

Sopraggiunto il Congresso di Parigi nel 1856, — segue a dire il Ravitti, — solo il Governo toscano, fra quelli tutti degli Stati italiani, dalle irose contumelie del Cavour compare non vilipeso, non calunniato. Costituita la Società Nazionale Italiana; convertiti i Ministri di Sardegna, accreditati presso le Corti della Penisola, in rettori, tutori e aguzzini della Società; tramutati i palazzi inviolabili delle Legazioni sarde in Uffici di posta, depositi d’armi, opifici di macchinazioni, fucine di rivolture, templi di fellonia; occorreva che in Firenze, a rappresentare Vittorio Emmanuele, re di Sardegna, venisse qualcuno che si sentisse si onesto e capace d’infingersi purissima colomba, sincero e leale sino all’ultimo istante verso il Granduca, e nello stesso tempo guidatore accortissimo di tali orditure da potere a momento opportuno, senza proprio periglio, con pari disinvoltura, sostituire nel governo dello Stato sé medesimo a lui. E a Firenze, nel 1857, Re Vittorio mandava per ciò il commendatore Carlo Boncompagni di Mombello. Là, nelle due parti, — scriveva più tardi un suo collega (32), nella Camera dei Deputati in Torino — bisognava un uomo a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo pensiero e la sua impressione, un che parlasse molto senza mai compromettersi; un carattere facile ed uomo affabile, perché non lo si stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al sorriso, ai modi cortesi, l’animo benevolo, carattere senza angoli: Boncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a suo comodo imbaggianare Leopoldo II, e provocare l’annessione.» Mentre vanamente fra i diplomatici dello universo si sarebbe ricercato alcun altro all’onesta bisogna più acconcio, ei potè conseguire che dalla bigoncia dell’Alta Camera d’Inghilterra, lord Stratford di Redcliffe, uno de' più illustri veterani della diplomazia britannica, proclamasse (33) che il Granduca di Toscana avrebbe avuto il diritto di farlo arrestare ed IMPICCAREalle inferriate del suo palazzo.

In Toscana, come altrove, la Società Nazionale, condotta da Cavour, aveva fatto prestamente proseliti. Dobbiam rammentare come (i)P(arMu)il programma sociale, destrissimamente compilato, parlando sempre di unificazione, — ben altra cosa che unità, — parlando sempre di utilità del concorso governativo piemontese e di stare per la casa di Savoia, non sotto la casa di Savoia, finché casa Savoia sarà per l’indipendenza italiana in tutta l’estensione del ragionevole e del possibile (34), aveva dato facoltà di raccogliere in un solo fascio costituzionali unitari, costituzionali federali e repubblicani (35).

Ma le diffidenze, mai sopite del tutto fra i residui elementi dei vecchi partiti, fecer sì che, pur dando il loro nome alla Società Nazionale, e repubblicani e costituzionali federali e costituzionali unitari, tenessero di sottomano combriccole secondarie, ciascuna fazione per proprio conto. Fermo sempre di operare da se quando la occasione si presentasse propizia, ed eccettuato solo un numero infinitesimale di demagoghi di purissimo sangue, che si teneano in disparte, i repubblicani eransi uniti per ora a' costituzionali unitari. Cosi in Toscana, riconosciuta da ognuno, da buoni soci, la suprema autorità direttrice del Boncompagni, i seguaci della Società Nazionale si ripartivano in due fazioni (36) con diramazioni e pratiche in tutto il Granducato. La fazione che si appellava nazionale, ed anche piemontese o popolare, capeggiata su luoghi da gente infatuata di piemontismo, nemica di mezzi temperamenti, avversissima alla dinastia regnante, e che faceva consistere, per sua propria confessione, la dignità e grandezza d’Italia nel giungere alV unità politica sulle rovine del Papato (37), e la fazione de' costituzionali federali, che a Firenze più propriamente chiamavano fazione aristocratica, quali avrebbero o dicevano che avrebbero preferito conservata la dinastia, a patto si rimettesse lo Statuto e si alleassero col Piemonte in pace ed in guerra, fazione guidata da' soliti ambiziosi che volevano, più che tutto, forzare il principe a cacciar via i Ministri per aversi poi essi i primi posti.

Aderivano agli aristocratici, anche detti allora per ispregio i conservatori, coloro, — sono parole del Ravitti, — che, anelanti ad impieghi ed avanzamenti, null'altro in sostanza desiando che soddisfare alle cupide voglie di ambizione e di lucro, fingevansi spasimati degli ordini costituzionali; que’ pochi che sotto il mitissimo reggimento del Granduca, tolti d’ufficio per notorie infedeltà e fellonie, avean perduto col posto lo stipendio (38); qualche scribacchino che non peranco avea trovato a chi vendere la penna versatile; qualche avvocato senza clienti e qualche medico senz’ammalati, cui lo scarso ingegno o la svogliatezza non davano agio di trarre sussistenza onorata dalla professione; e una mano di vilissimi e insignissimi ingrati, pe’ quali i benefizi e gli onori avuti dal principe erano adesso incentivo a ribellione; e tutti que’ tra gli Accademici Georgofili, che, col marchese Ridolfi, eransi dati, per passatempo e per moda, non diciamo già all’agricoltura, che è cosa troppo nobile, ma alla castalderia (39).

Questi, o appena poco più, erano gli aderenti degli aristocratici; gente buona a ingrassare nelle rivoluzioni, quando siano fatte, ma incapace di mettersi allo sbaraglio. Cosi fra essi scarsissimi quelli che in buona fede e senza secondi fini cercassero la felicità e la grandezza del paese, ben presto posposti ai più pratici del mestiere.

Del resto pochissimi tra i patrizi eran della partita, e solo, nota il citato storico, Ricasoli, Peruzzi, e specialmente il medico Giuseppe Barellai riuscirono ad accalappiare parecchi altri; pochi poi quelli del ceto medio, nessuno del clero, diciamo nessuno, perché otto o dieci preti matti non fanno nulla (40); nessuno del contado, fedeli in gran parte gl'impiegati dello Stato: «e perché fedeli, rimossi poi se coprivano posti importanti, o, diversamente traslocati e impinguati perché tacessero, e col silenzio mostrassero di aderire al nuovo ordine di cose (41)». Poiché, come insegna Niccolò Macchiavelli (42), vi sono tra gli uomini tre generazioni di cervelli: l’uno che intende da per sé, l’altro che discerne quel che altri gli spieghi, e il terzo che non intende né da sè, né per dimostrazioni d’altri; fra quest’ultima specie, in Toscana, come altrove dovunque, i Comitati Nazionali avevano reclutata la più parte degli affigliati, anco nelle città secondarie; i quali, senza capire proprio nulla, facevano, quasi a dirsi, atto di presenza in tutte le pubbliche rassegne. Capi di bottega, tirati alla setta, e che avevano trassfuso ne’ loro garzoni i propri fervori, costituivano il nodo de' giannizzeri dei Comitati; gente manesca, rotta ad ogni sfrenatezza, e capace, al bisogno, di farsi largo coi pugnali, rafforzata dalla pagata feccia di più vili mascalzoni.

Rettori della fazione nazionale di Firenze erano: Ermolao Rubieri, Vincenzo Malenchini, il pastaio Giuseppe Dolfi, Pietro Gironi, quel desso che, per delitti politici, il principe Liechtenstein aveva chiesto fosse spedito a Livorno (43), con altri, la più parte in addietro repubblicani. Caporani della fazione aristocratica sedevano a scranna: Bettino Ricasoli, Cosimo Ridolfi, Ubaldino Peruzzi, Neri Corsini, Tommaso Corsi, facendo da segretario Celestino Bianchi, dietro a' quali primeggiavano: Vincenzo Salvagnoli, Giambattista Giorgini, Leopoldo Galeotti, Gino Capponi, Guglielmo Cambray-Digny. — Qui il Ravitti fa un ritratto a miniatura dei capi più attivi del movimento:

«Ilbarone Bettino Ricasoli, scrive egli, strano tipo di signor feudale dell'evomedio, trapiantato in pieno secolo decimonono,discendeva da una famiglia, la cui storia si confonde a quella piena di avventure della repubblica fiorentina, da una famiglia di cui si è provato nel 1861 come due e due fan quattro che il primo ceppo fu Geremia (44). Non aquila d’ingegno, ma perseverante; carattere tenace a toccare l’ostinazione 5 sino dalla gioventù al più alto grado presumente di sé, arrogante, orgoglioso, superbo, ambiziosissimo, fatalista come un musulmano di stampo primitivo, fattosi protestante per non avere a confessarsi ateo; uno di quegli esseri sempre seri, sempre gravi, sempre fieri, che nulla scuote, nulla commuove, nulla adombra, nulla atterrisce, uno di quegli esseri senza cuore che bravano tutto e tutti, e non perdonangiammai; fino al 1847 aveva viaggiato, sovraneggiato nelle sue torri e nelle sue terre, attese all’agricoltura con successo vero, e fatti eccellenti vini di Chianti (45).

Giunto nel 1847 l’antico discepolo di Tito Manzi, che, già ministro di Polizia durante il Regno d’Etruria, era stato a' suoi dì tra i più caldi partigiani dell’indipendenza ed unità d’Italia (46), si risovvenne delle lezioni e degli obblighi di buon settario; scrisse e mandò al Granduca una memoria (47), in cui senza giri gli domandava istituzioni costituzionali per la Toscana. Leopoldo II non se ne adontò; anzi, sopraggiunte le difficoltà tra Toscana, Modena ed Austria, a proposito della cessione del Ducato di Lucca, il Granduca, avendo scelto per arbitro Re Carlo Alberto, gli mandò il barone Ricasoli, che compì la sua missione con abilità.

Scoppiata intanto la rivoluzione, Ricasoli si fa giornalista: fonda in Firenze con Salvagnoli e Lambruschini, e sostiene col denaro un periodico, che ha per titolo La Patria e per programma la frase obbligata dal giorno: fuori i barbari! Ricasoli è il più spinto di tutti, spiega anzi, e colla pertinacia propria del suo carattere impetuoso, difende il suo programma unitario d’una monarchia nazionale e dell’Italia libera dal Papa e dall'Austria. E trattato da utopista, ed egli se ne adonta. Montanelli e Guerrazzi salendo al potere, egli, che non può padroneggiare, se ne sdegna, si dimette dalle funzioni di gonfaloniere di Firenze, non abbastanza elevate per la sua ambizione; declina qualunque partecipazione al governo democratico, si dà operosissimo a manovrare di sott’acqua per ristabilire il Granduca, tosto che vede le cose della rivoluzione volgere al peggio. Guerrazzi lo aveva preso in tale sospetto, che, accusato di nascondere dei cannoni al servizio del Granduca, faceva visitare dalla polizia la dimora de' suoi antenati; ed infatti la Polizia trovò dei cannoni dietro i vecchi merli delle torricelle di Brolio, ma erano cannoni di legno dipinti in bronzo, per effetto del paesaggio. Figuri chi può la collera dell’iroso barone; la fatale parola: Delenda est Charthago! è pronunziata, e il 12 aprile 1849 Bettino Ricasoli a fianco del conte Cambray-Digny muove ad abbattere la signoria del Guerrazzi. Proclamano ristabilita la sovranità di Leopoldo II, e Bettino Ricasoli è uno dei cinque della Commissione eletta a governare lo Stato, sinché ritorni il Granduca.

Ricasoli richiamava il Granduca, il Granduca venne dopo venuti gli Austriaci; Ricasoli pensava esser fatto Ministro costituzionale, il Granduca pensò non farne nulla. Allora l’altero Barone rimanda al principe la decorazione ricevuta, e va a seppellirsi nel suo castello di Brolio. Ei non respira più che per cospirare: cospira in tutto, cospirasempre. Col pomposo titolo di Biblioteca civile dell’Italiano venne in luce in Toscana una pubblicazione inspirata dal Malenchini, avente per iscopo d’indirizzare le menti all’idee propugnate nel Programma della Società Nazionale di Cavour, avviamento manifesto alla rivoluzione, oltraggio sanguinoso al Governo; il quale nullameno, con maravigliosa indulgenza, lasciava fare; sopprimeva un giornale cattolico fiorentino che aveva preso a confutarla, proibiva altri giornali di fuori che l’avversavano; fra questi l’Armonia di Torino. Il giornale soppresso fu II Giglio. Ed ecco Ricasoli prendervi parte con Cosimo Ridolfi, Peruzzi, Corsi, Cempini, Celestino Bianchi, confessati, a cosa riuscita,«fidi e devoti agenti del Ministero piemontese (48)». L’autorevole storico aggiunge un ritratto parlante del Ridolfi e scrive:

«Cosimo marchese Ridolfi, uomo inquieto, simulatore, di smodata ambizione, di cui un arguto ingegno, Francesco Domenico Guerrazzi, ebbe a dire (49): o che non ha intelletto, o la passione glielo toglie; spacciatore assiduo di nuove teorie d’agricoltura, che non fecero né bene né male alla coltivazione delle terre toscane, e furono solamente occasione e pretesto di turbolenze e di congiure; fondatore e proprietario del famoso Istituto agrario di Meleto, senza del quale né certamente Toscana sarebbe stata una landa deserta, né avrebbe avuto tal semenzaio di facinorosi; era perciò stato maestro di scuole popolari, professore all’Università di Pisa, presidente del Congresso degli Scienziati a Firenze, presidente dell'Accademia dei Georgofili, essa pure convertita, sua mercé, in nido di agitazioni politiche, sotto il velo di severi studi di agricoltura e di economia. Da lunga pezza intimo di Leopoldo II, da lui trattato non come suddito ma come amico, da lui ospitato nei suoi palagi, colmo d’onori, elevato ai primi gradi, affidatogli quanto avesse di più caro al mondo, l’educazione del proprio figlio, il principe Ferdinando, ereditario; giunto il 1848 erasi veduto balestrato dalla rivoluzione al seggio ministeriale e di capo di Gabinetto. Ingolfata temerariamente la Toscana in una guerra rovinosa, Ridolfi cadde rovesciato dalla propria inettezza, come molti anni indietro era caduto dall’ufficio di Direttore della Zecca, dovuto lasciare per rovinose innovazioni; cadde senz’aver saputo stringere in un fascio le forze vive e intelligenti del paese, senz’aver saputo prevenir nulla, non lasciando dietro a sè, e alle vanitose iattanze, che disordine, confusione, rovine, e tutto in balìa di una setta, che, distrutta ogni ombra di libertà, s’indragò tanto da rendere inevitabile l’intervento straniero. Poi, quando l’intervento sarà un fatto, questo Centauro Chirone, questo Ridolfi medesimo, verrà co’ confratelli ad assordare l’aere di omei perché il Principe chiamò in Toscana gli Austriaci. Oh! i mentitori! — esclama qui il Ravitti. — Chi chiamò stranieri nella patria nostra, non fu Leopoldo II; chi li chiamò? voi, piloti di loquace arroganza ed incapacità senza pari, voi foste! Ottimo a suscitare civili discordie, quanto inabile al governo degli uomini, ora Cosimo Ridolfi stava cogli Aristocratici, soltanto appunto perché aristocratico, niente affatto anelando allo scopo che costoro dicevano di vagheggiare ed alcuni vagheggiavano nella realtà. Roso dal tarlo dell’albagia, Cosimo Ridolfi si sarebbe dato al diavolo, se il diavolo lo avesse assicurato del primo posto ne’ suoi domini; edora era tra' più zelanti a tramare,perché e il Principe,che lo aveva sì largamente beneficato, e il discepolo che accarezzò per dieci anni, calcassero un giorno la via dell’esilio.»

Il cavaliere Ubaldino Peruzzi, per ambizione degnissimo di star terzo nel sinedrio; quella gentile volpetta, come lo tratteggiò Petruccelli (50);«spirito facile e flessibile, cui lo ingegno pronto e la franchezza del promettere mai non fallano»fu nel 1848 gonfaloniere di Firenze, lavorò callidamente contro il Governo di Guerrazzi per sollecitare il ritorno del Granduca. Dimessosi nel 1849 per la solita fiaba della chiamata degli Austriaci, parve rimasto in fondo al cuore costituzionale federale, abbastanza fermamente da farsi accusare più tardi, ancorché Ministro del Regno d’Italia, quale federalista, o, come afferma quel bizzarro di Della Gattina (51),«regionista, ciò che torna lo stesso.»

Costituzionale federale, forse più fermamente procedendo, almeno con più lealtà e disinteresse, era il principe Don Neri Corsini, marchese di Laiatico, in addietro Governatore di Livorno e Ministro pegli Esteri di Leopoldo II, di famiglia affezionatissima ai Granduchi, e nipote di quell’altro Neri Corsini, che il 12 giugno 1815, firmò in Vienna il trattato di alleanza difensiva fra Austria e Toscana (52), ed alla cui memoria, venuto a morte nel 1845, Cosimo Ridolfi, Urbano Peruzzi con altri del partito signoreggiante in Toscana dopo il 27 aprile 1859 avevano fatto coniare una medaglia d’onore colla leggenda: A Neri Corsini, toscano,perché nei Ministeri di Stato mantenne la dignità del principe e della patria. — Strana cosa in vero! Tutti cotestoro, che oggi lodano per mantenuta dignità dello Stato il Principe alleatosi all’Austria e il Ministro che segnò il Trattato; e domani, dopo aver fatto ogni possibile per astringere Austria a venire in Toscana, vituperano e sbalzano il Principe stesso per non mantenuta dignità dello Stato! —

Guglielmo conte Cambray-Digny, boriosa mediocrità mediocrissima, quegli che il 12 aprile 1849 a capo del Municipio fiorentino restaurava il Granduca, poi membro della Commissione governativa, ornai non avea più speranza che in un diavoleto qualunque per risarcirsi delle perdite patite nelle bische e negli amorosi ripeschi. Sbalzato appena il Granduca, il misero in mangiatoia, creato Commissario civile presso il Corpo di osservazione, ufficio senza scopo e senza occupazione, inventato apposta per lui. Poi il fecero Sopraintendente alle regie possessioni, Intendente dei beni della Lista civile, Direttore dell’Istituto agrario, e insino a, risum teneatis amici, professore di Meccanica! poi di Gran Cacciatore, con una rendita di ventimila franchi Fanno, lo cacciarono in non sappiam quante fruttuose Commissioni, Senatore del Regno, piastrato de Santi Maurizio Lazzaro.

Il marchese Gino Capponi, troppo maggiore del suo nome, discendeva da quel Pier Capponi, che stracciò i capitoli in faccia a Carlo VIII, volente schiava della Francia la Repubblica fiorentina.

Fornito di talenti, che, come al neghittoso del Vangelo, non fruttarono nulla o ben poco; parte la educazione signorile; parte la troppa copia d’ogni facoltà, che, ben dissero (53), suol fare afa e ammortire la naturale vigoria dell’animo; parte una certa bonarietà, che altri direbbe rilassatezza e fiacchezza; parte la pratica per tutta la vita e l’amicizia di tutti i liberali sperticati, che a suo tempo lo aveano tratto nelle file de' Carbonari, avea finito col riescire in tutto un uomo a mezzo, mezzo letterato, mezzo marchese, mezzo democratico, mezzo cristiano, mezzo incredulo. Caduto il Ministero Ridolfi, venne a presiedere un Ministero suo proprio, per scendere dal piedestallo dopo avere aggiunto ruina a ruina (54)».

Più tardi fu altro di quella Commissione governativa per Leopoldo II richiamato, la quale, senza consultare il Granduca, pretendendo piuttosto imporgli la propria sua volontà, proclamò e promise che non tornerebbe se non principe costituzionale (55).

Quando nel 1857 Pio IX, viaggiando pei suoi Stati, traversò nel ritorno la Toscana, il Granduca avendo fatto richiedere al Capponi la sua villa fuori di Porta S. Gallo, per breve sosta del Pontefice, rispose: la villa esser piena di ragliateli e troppo lungo lavorio il ripulirla. Replicò il Granduca, provvederebbe egli alle spese; e Gino Capponi dire (villanamente) di viva voce,«che ei non dava chiavi per alloggio del Re di Roma; ma che se avesser voluto sforzare le porte, erano padroni». Ed ora vecchio, cieco ¿’ambedue gli occhi, (meritato castigo!) in cuor suo costituzionale federale davvero, stava fra i costituzionali federali da burla, da far l’ufficio della patina agli stivali.

Salvagnoli, Galeotti, Giorgini, Corsi, erano quattro avvocati. — Chi non conosce per fama oggidì Vincenzo Salvagnoli, il cinico espositore dell’assioma politico; colla verità non si governa? (56).

Ingegno vivo e pronto, parlatore sciolto ed arguto, scrittore concettoso e terso, facile e destro maneggiatore del suo periodo, forte nelle leggi, fu per lunghi anni fra i più valenti giureconsulti del foro toscano. Fattosi Carbonaro, involto ne’ moti del 1831, si trovò poi unito con quanti vi ebbero mano, né mai da allora ristette a procacciarne di nuovi. Da quell’epoca data la grande intrinsichezza in cui visse col principe Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, mentre questi dimorava a Firenze, intrinsichezza non rotta con lui divenuto Napoleone III Imperatore. Dal 1862, dichiaratosi fautore di ordinamenti federativi per la italiana penisola (57), ribadì il chiodo del 1847 (58). Ha già nel 1848 era unitario; anzi preso in uggia per sfegatato Albertismo, e da demagoghi signoreggianti fatto segno ad aspri insulti di plebe ¡usino nella sua casa, lasciata Firenze, si rifuggiava a Nizza, ove rimase lungamente, e donde tornò per essere in Toscana il più instancabile de' cospiratori in permanenza del conte di Cavour. Adesso stava con Ridolfi, con cui era alle rotte dal 1848, da quando questi non aveva mantenuto a lui ed agli antichi compagni, che lo avevano reso sicuro del loro aiuto, le promesse fatte prima di entrare nel Ministero (59).

Ridivenuti amici, lo erano come cani e gatti.

Galeotti, gran faccendiere della rivoluzione, la scialava a quei di da Autonomista-federale. E per Lorenista costituzionale, ciò che allora suonava lo stesso, si dava il Giorgini, Lorenista almeno, sino al 26 aprile 1859 (60); intimo amico di Bettino Ricasoli, genero di Alessandro Manzoni. Designato a professore sino da quando era a balia, a vent’anni era stato fatto professore davvero, perché assaggiasse quasi tutte le cattedre della facoltà legale e filosofica, come colui che sa ogni cosa; si che i maligni dicevano che non aveva voglia di far nulla, ed era indifferente di tenerlo qua o là, che tra le infreddature, il dolor di corpo, il mal di capo, e una cosa e l’altra, non arrivava mai a far venti lezioni all’anno (61).

Scettico, di que’ che non mai s’abbassano a guardar per sottile, figlio d’un lucchese venuto a Firenze in cerca di fortuna, e beneficatissimo da Leopoldo II, fratello di altri due beneficatissimi dal Granduca, Giovanni Battista Giorgini, sì largamente egli medesimo beneficato da codesto eterno beneficatore, Leopoldo II, sfogava la sua gratitudine col cospirare.

Cosi, mentre i Nazionali, retti dal Comitato centrale, tenevano dietro ad uno scopo ben definito uniti e compatti, neppure fra i primati medesimi della fazione aristocratica vi avea concordanza di propositi. Solo la ben minor parte di essi seriamente desiderando la conservazione della dinastia lorenese, altri erano ormai nazionali pretti e sputati, cavouriani nel più stretto senso, che stavano provvisoriamente cogli Aristocratici, sia per avversione invincibile a trovarsi insieme con demagoghi, che li aveano in altro tempo aspramente angariati, come il Salvagnoli; sia per tenere debitamente informati d’ogni andamento particolare della fazione, tanto i padroni di Torino, quanto i Nazionali, come Celestino Bianchi che in casa del Dolfi mestava in quel partito eziandio. Altri poi erano Nazionali appena dissidenti, che non avrebbero anche disgradita l’autonomia della Toscana, fermo sempre di farvi essi la prima figura, e salvo a darsi del tutto alla signoria torinese quando all'ambizione e al borsello tornasse meglio il farlo, come Ricasoli, Ridolfi, Peruzzi, quasi che abbisognassero d’ulteriore conferma quelle parole di Francesco Guicciardini (62):«Non crediate a costoro che predicano sì efficacemente la libertà, perché quasi tutti, anzi non è forse nessuno che non abbia l’obbietto agliinteressi particolari; e la esperienza mostra spesso, ed è certissimo, che se credessero trovare in uno Stato stretto miglior condizione, ci correrebbero per le poste». Quanto avveniva fra' capi, avveniva a un dipresso fra gli inferiori, quasi tutti venderecci come un Cambray-Digny, gente che si appiccicava a' vestiti de' banderai, loro parendo che uomini come un Ricasoli, un Ridolfi, un Capponi, dovessero portare miglior fortuna che non i novellini ed oscuri Rubieri e Dolfi. Lo stesso accadeva allo incirca tra le due fazioni. I Nazionali avevano bisogno degli Aristocratici, di que’ gran nomoni, per abbagliare le moltitudini; e questi avevano bisogno della mano e dell'opera ardita de' primi per entrare in porto. Il che spiega e le quereluccie sorte in sulle prime nel grembo stesso degli Aristocratici, e le discrepanze e le dissenzioni fra le due fazioni, sino a che l’astuzia, gli intrighi loro, e l’audacia. di Cavour e dei Cavouriani l’ebbero vinta del tutto.

I capi delle due fazioni tenevano adunanze secrete, ora separatamente, ora insieme; i capi dei Nazionali in casa di Giuseppe Dolfi, i capi degli Aristocratici in casa di Bettino Ricasoli e del Boncompagni, il quale con grande cura li andava lisciando e piaggiando, stante il credito che ai più di loro veniva dalla nobiltà delle famiglie, dalle possedute ricchezze, dalle aderenze molteplici: tutti poi di tanto in tanto convenivano presso il Boncompagni, in una stanza appartata del palazzo della Legazione sarda, al fioco lume d’una lucerna che gettava i languidi raggi sopra una bandiera tricolore, ivi posta a segnacolo di comuni speranze.

Di ritorno a Torino da Plombières, Cavour faceva venire a sé il Salvagnoli per dargli rimbeccata, che avesse ad apparecchiare uno scritto propugnante la necessità per l’Italia e per l’Europa di por fine al dominio austriaco nella Penisola, e di assicurarne l’emancipazione mediante l’alleanza francese, da dirsi solo modo di conseguirla, mettendo in vista come la Francia se ne sarebbe avvantaggiata, e come l’Europa non avesse motivo alcuno ¿’inquietarsene (63). Da Torino passò a Parigi, di dove, già fatto consapevole dai frequenti colloqui con Cavour e Napoleone III dell’alleanza pattuita fra la Francia e il Piemonte, e della guerra che in breve dovea rompersi, corse a Londra ad accertarsi degli intendimenti di Palmerston, Russell, Gladstone (64), il cui evento agli affari gli era stato assicurato prossimo e convenuto pel momento opportuno (tutte cose stabilite e preparate dalla frammassoneria.) Reduce a Firenze, sul cadere del 1858, era cosi il Salvagnoli il primo ad arrecare a' compagni notizie certissime e circostanziate di quanto andavasi maturando.


Torna su



CAPO III


Torna su



SPODESTAMENTO DEL GRANDUCA

Ilsegnale, segue a dire il Ravitti venne da Parigi il primo giorno del 1859. Boncompagni, chiamatovi affrettatamente da Cavour, tornava a Torino, già fino dai primi dì del gennaio, con segrete istruzioni, annunziando agli amici in Toscana un fatto grave, gravissimo, prossimo ad avvenire in Italia; e annunziandolo con parole tanto significative da destare sospetto ne’ diplomatici stranieri accreditati presso il Granduca, che ne scrissero come di cosa misteriosa alle lor Corti. Il disegno per levarsi dai piedi Casa di Lorena da tempo aveano stabilito in Torino. Ben presto gli avvenimenti avrebbero sospinto Leopoldo II a un crocicchio, donde, voglia o non voglia, sarebbe poi stato costretto di moversi per l’una o per l’altra delle tre vie che vi metteano capo: o l’alleanza coll'Austria, o l’alleanza co’ Franco-sardi, o la neutralità, dichiarata o no. Se si stringeva all’Austria, avrebbero avuto buon giuoco, e in mano un pretesto acconcio a fare apparire bastevolmente giustificata ogni ostilità verso di lui. Se si gettava in braccio a Sardegna e Francia, più tardi un nonnulla, fatto sorgere dagli eventi, avrebbe potuto essere sufficiente per ¡sbalzarlo dal trono, allorquando, guardata la Toscana dalle loro armi, allontanate dal Granducato le milizie del paese, tutto fossevi messo alla mercé de' nuovi amici. So in fine ei si appigliasse al rimanersi neutrale, avuta cura di non riconoscerla comunque fosse, avrebber detta codesta sua neutralità una finzione, utile all’Austria, dannosa agli alleati, e Leopoldo II avverso alla causa, proclamata santa, dell’indipendenza italiana,infeudato all’Austria, schiavo dell’Austria, scherano dell’Austria, per poi, a momento opportuno, vilipeso e schernito, capovolgerlo. Che il Granduca si decidesse a senso del trattato d’alleanza coll’Austria, del 12 giugno 1815 non parea loro verosimile; che ciecamente si desse in balìa a Sardegna, ancor meno. Non restava pertanto che la neutralità ed a questa probabilità informarono le orditure.

Bisognava adunque prima di tutto, rendere, per effetto delle ordituremedesime, impossibile la neutralità: quella neutralità perfetta che il buon senso s’accorda ad approvare come il buon diritto, consistente nell’astenersi ¿a qualsivoglia partecipazione diretta o indiretta ad ostilità con l’una o l’altra delle parti belligeranti, nel rinchiudersi in un attitudine puramente passiva o di aspettazione, nel rimettersi alla lealtà degli avversari, nel rifugiarsi più strettamente sotto la protezione delle Potenze garanti. Si doveva porre il Granduca nella necessità di dichiarare a quale partito determinasse appigliarsi; e allorché detto ei si fosse chiaramente neutrale, cominciare a intuonare: abbandonasse il pensiero della neutralità, alzasse la bandiera tricolore, voltasse le spalle all’Austria, si unisse in pace ed in guerra a Sardegna e Francia, che dalla lealtà dell’una nulla aveva a temere, dalla lealtà dell’altra tutto ad attendersi; con che acquietata ogni cosa, il paese avrebbe assentito che gli stessi Ministri rimanessero ai loro posti. Quanto più si appressasse il momento, tanto maggiormente avevano ad instare, pressare senza dare respiro, spesseggiare gli assalti, più e più svelati e solenni, si che le preghiere al Principe avessero a vestire da ultimo le sembianze di schiette intimazioni. O Leopoldo II cedeva, e poco appresso sarebbe stato perduto; o resisteva, e allora verrebbero addirittura a una sollevazione, a rovesciare il governo, a cacciare la dinastia regnante. Ma una sollevazione, non ostante che dovesse, come volevano, pigliare apparenza di una composta e solenne protesta popolare, non avrebbe potuto dar fuori senza il concorso delle milizie, od almeno di quelle stanziate a presidio di Firenze.

Stavano le milizie toscane agli ordini del tenente generale Federico Ferrari Da Grado (65), uomo lealissimo, severo, inflessibile, malauguratamente senza influenza sullo spirito de' soldati, senza verun ascendente o legame d’affetto. Negli ultimi tempi ei non vedea che con gli occhi di un capitano Giambattista Masini e di un Diego Angioletti (66), che si aveva presi, l’uno in qualità di Segretario del Ministero della Guerra, l’altro di Aiutante. Guadagnati questi due; compri alcuni capi di corpo, come il Danzini ed il Cappellini (67); corrotti, precipuamente per opera di codesti, parecchi ufficiali ed un certo numero di sottoufficiali; i settari del Comitato centrale facevano grandissimo assegnamento sulle milizie, nelle cui fila era riuscito ad insinuarsi qualche antico volontario del 1848. Nullameno, travagliato pure com’era l’esercito toscano, ben sapendosi che col più gran numero degli ufficiali la grandissima maggioranza de' soldati n’era sempre troppo affezionata a' suoi Principi, per potere sperare di impiegarla ad abbattere la dinastia, si doveva limitare a domandare solamente che richiedessero la bandiera tricolore e l’ordine di unirsi a' Sardi, se la guerra fosse venuta a scoppiare. Gli ufficiali che fossero rimasti fedeli, o sarebbero poi trascinati dagli altri, o avrebbero dovuto cedere ai popolari concitamenti. Gli ufficiali superiori, sulla cui incrollabile fedeltà non poteva nudrirsi il più lieve dubbio, come il generale Ferrari, il colonnello De Baillou, che comandava la fanteria stanziata a Firenze, il colonnello Ripper, comandante a Livorno, ed altri, sarebbero astretti a dimettersi. Ora, moine e corte bandita avrebbero tratto nell’inganno i soldati. In riserva doveano essere le armi e le munizioni per ispingere la rivoluzione agli estremi, qualora una parte della milizia avesse opposta la forza (68)»; anni e munizioni che il Boncompagni aveva nascosamente accolte e distribuite in più luoghi, dopo che, forse colla connivenza degl’impiegati delle Poste, erano passate in Firenze sotto il titolo di equipaggi della Legazione di Sardegna!

Così predisposto tutto, Buoncompagni, reduce appena in Firenze, cominciava ad ismascherare le batterie, facendo fare un primo passo per insinuare al Baldasseroni, venuto fra i Ministri del Granduca in fama di liberale (69), che nel caso probabile di non lontana guerra, ilGoverno toscano poteva interamente affidarsi a Sardegna, siccome a quella, che, affermavasi, aveva interesse di sostenere sul trono (?!) la dinastia di Lorena (70). Poco appresso, lo stesso Boncompagni tentava direttamente il Lenzoni, Ministro delle cose esteriori, scaltramente usufruttando della discordia, male vecchio del Governo toscano, che, entrata negli animi di coloro che avevano in mano la somma della pubblica cosa, era cagione che la Toscana titubasse senza appigliarsi a verun partito: discordia resa più che mai manifesta, quando in quei giorni medesimi venne dato alle stampe in Firenze un libercolo sotto il titolo: Toscana ed Austria, sottoscritto da Cosimo Ridolfi, Bettino Ricasoli, Corsi, Cempini e Celestino Bianchi, vero autore di esso. Che di quello scritto, dichiarazione aperta di guerra alla Casa di Lorena, formale atto di accusa contro Leopoldo II, zeppo d’insulti plebei all’indirizzo dell'Austria, propugnante l’alleanza colla Sardegna, avendo il Ministero dell'Interno ordinato il sequestro e il divieto di diffusione, Boncompagni corse a lagnarsi (incredibile impudenza!) presso altri del Governo granducale perl’insulto e pe’danni arrecati al Barbera, suddito piemontese, stampatore di quell’opuscolo incensurabile, ed ottenne, non solo che fosse revocata in dubbio la facoltà del sequestro, ma ancora che lo scritto (par di sognare!) fosse licenziato al pubblico; con che un librettaccio, per tal guisa elevato a pubblico manifesto di rivolta, senz’altro merito da quello in fuori che gli veniva dalla circostanza (71), raddoppiava di credito, ed era fatto valere a protesta di sottoscrizioni adesive, ottenute cogli stessi mezzi con cui avean messe su, dopo il Congresso di di Parigi, le sottoscrizioni agli indirizzi a Cavour ed ai cento cannoni di Alessandria. E intanto, stendendosi dall’alto, l’incertezza e l’esitazione penetravano, miasma funesta, ne’ pubblici uffizi, insensibilmente dissolvendo il vigore dell'ordinamento governativo.

Già dal marzo Cavour aveva fatto diramare ai Comitati della Società Nazionale le già note Istruzionisecretesul modo con cui a momento opportuno dovevano contenersi rispetto alFinsorgcre, alle milizie che si fossero potuto sedurre, ai Commissari provvisori da istituirsi a nome di re Vittorio Emmanuele, ai reclutamenti, e simili provvidenze in caso di riescita (72). Di ritorno il Ridolfi da Torino, ove si era recato col Corsi e colCarroga«onde concertare col conte di Cavour il futuro movimento toscano (73)», parendo ormai certo che il Governo di Toscana si sarebbe attenuto a starsi neutrale, fu data l’ultima mano ai disegni. In ogni città, in ogni castello, in ogni terra del Granducato, agenti operosi, camuffati sotto mille aspetti, inviaronsi a ravvivare il fuoco sacro, ed infervorare gli aderenti, a corrompere gl'incauti, a spaventare i pusillanimi, recando ambasciate e risposte, ordinando e disponendo tutto quanto era da farsi sinché a' caporioni fosse riuscito il colpo a Firenze Era già stabilito chi dovesse assumere le redini del Governo quando il Granduca fosse partito, chi dovess’essere Prefetto, chi Segretario, chi Commissario per illuminare la pubblica opinione, A tutti i ferri di bottega si doveva dare qualche cosa per averli aiutatori e cooperatori all'imprcsa. Tutti i vanitosi e gF inetti s’avessero a lusingare. Non doversi in sulle prime fare scandali né torcere un capello a nessuno, e molto meno sparger sangue, ché dal sangue pullullano gli odi, e dagli odi le discordie e le civili perturbazioni. I pubblici impiegati che non si potessero corrompere, o, come chiamavanli, incaparbiti del Lorenese, si avessero a castigare col bastone della bambagia. Doversi mettere in discredito la gente onesta, calunniarla nei Giornali, spaventarla per toglierla di scena (74); mentre che, come nel 1848, donne, specialmente patrizie, note alcune per ¡sfrontata libidine, ed altre che il pudore consideravano al più come un precetto del Galateo, posta giù ogni vergogna, i vezzi ed artifizi del sesso usavano a procacciare fautori alla causa dei mestatori. — Precisamente come si fa adesso, mentre scriviamo, a fine di pervertire le buone famiglie romane, e staccarle dal Papa, cooperandovi, scientemente o inscientemente certi cosi detti buoni...

Leopoldo II, dichiaratosi schiettamente per la neutralità, proclamata costituzione fondamentale della Toscana sino dal tempo di Leopoldo I, non restava ai sommovitori che dare seguito a quella parte del loro programma, tracciata in previsione di codesta eventualità, la più probabile, anche perché la Toscana con poche milizie, di fresco ordinate, del tutto impreparate alla guerra (75), non poteva essere di alcun momento nelle sorti della battaglie. Impertanto Boncompagni spingeva Laiatico a indirizzare, il di 18 marzo, al Baldasseroni una lettera, resa pubblica (76), in cui richiedevasi esplicita accettazione della politica francosarda. Poi, verso la fine di marzo, il medesimo Boncompagni ripeteva presso il Baldasseroni il tentativo già fatto direttamente presso il Ministro Lenzoni.

In mezzo a siffatte perfidissime macchinazioni, e mentre tutto disponevasi per affrontare l’Austria, la Toscana per la prima diveniva teatro di avvenimenti tristissimi. Insoliti capannelli di gente male intenzionata aggruppavansi nelle piazze, e i soldati, fraternizzando con essa, vociavano in modo da destare serie apprensioni; le autorità tardi si avvidero come il Governo fosse già esautorato e impotente. I cospiratori, non molestati dal Governo, avevano a maraviglia fatto, come suol dirsi, i fatti loro. H plenipotenziario sardo, Boncompagni, per insinuazione del suo Governo, avea proposto al Gabinetto di Firenze un’alleanza offensiva e difensiva contro l’Austria nella guerra imminente; ma ne aveva avuto, come era naturale, un diniego, trovandosi la Toscana stretta col Gabinetto di Vienna, non meno dalla parentela, che da' Trattati; era dunque evidente che la Toscana non si sarebbe allontanata dalla tradizionale politica. Tale notizia, ad arte propalata dai mestatori, provocò i primi atti della ribellione, già organata dal Comitato della nota Società Nazionale: e, primi fra tutti, è vergognoso il dirlo, i Comandanti dei Corpi militari, insieme colla Ufficialità, recatisi dal Granduca, dichiararongli: non essere più possibile mantenere la disciplina nelle milizie, reclamanti bandiera tricolore, e promessa di prendere parte alla guerra della così detta indipendenza. Di fatti, ordinatasi una generale rivista dell’esercito, i soldati diedersi a gridare: «Viva il Piemonte! Viva l’Italia! Abbasso gli Austriaci! Poste le cose a tale estremo, il Granduca chiamò D. Neri Corsini, gli diè incarico di formare un nuovo Gabinetto, e d’intendersi col Ministro di Sardegna per tutto il resto. Ma queste disposizioni non calmarono la rivoluzione, che, ferma in attaccare la Dinastia, si sarebbe forse, in quei primi momenti contentata dell’abdicazione del Principe a favore del figlio suo maggiore, Ferdinando. Ciò fu discusso fellonescamente in una riunione tenuta in casa del Boncompagni, al quale erasi unito il marchese di Laiatico, Corsini.

Fu redatto pertanto un foglio, in cui erano poste le condizioni del partito dominante, come ultima transazione a tranquillizzare il paese, ed erano le seguenti:


«Abdicazione di Sua Altezza il Granduca, e proclamazione di Ferdinando IV.

«Destituzione del Ministero, del Generale e degli Uffiziali che si sono maggiormente pronunziati contro il sentimento nazionale.

«Alleanza offensiva e difensiva col Piemonte.

«Pronta cooperazione alla guerra con tutte le forze dello Stato, e comando supremo delle milizie al Gen. Ulloa.

«L’ordinamento delle libertà costituzionali del paese dovrà essere regolato secondo l’ordinamento generale d’Italia».

Il Granduca ricevette dignitosamente siffatto messaggio, e rispose che sulla domanda dell’abdicazione, essendo cosa di grave momento, avrebbe dovuto riflettere. Convocato il Corpo Diplomatico, gli notificò la intimazione del partito ribelle, e dimandò se sicura poteva essere la sua famiglia da personali insulti. Gli Ambasciatoridi Francia e d’Inghilterra promisero che, per loro parte, l’avrebbero messa sotto l’egida delle loro bandiere (che avevano coperto tutte le rivoluzioni da quasi mezzo secolo), e il Boncompagni, capo, organatore e direttore del movimento, gliene fece (inaudita impudenza!) formale promessa. Dopo di che il troppo mito Leopoldo II, partì alla volta di Bologna, invitando il Corpo Diplomatico a seguirlo.

La rivoluzione rimaneva cosi padrona assoluta del campo: e, poco curando che il Principe avesse lasciato un Ministero che lo rappresentasse, elesse un Governo provvisorio, una specie di triumvirato, composto da Ubaldino Peruzzi, Vincenzo Malenchini ed Alessandro Danzini; i quali, prendendo possesso del Governo a nome di Vittorio Emmanuele, diedero fuori la seguente grida:


«Toscani!

«Il Granduca e il suo Governo, invece di soddisfare ai giusti desideri, manifestati in tanti e diversi modi, e da si lunga pezza dal paese (il paese erano essi!), lo hanno abbandonato a sé stesso. In questa critica situazione, il Consiglio Municipale di Firenze, solo vestigio esistente dell’autorità, si è raccolto straordinariamente ad oggetto di provvedere alla necessità imperiosa che urge, di non lasciare la Toscana priva di governo, ed ha nominato gl'individui qui sottoscritti per amministrarla provvisoriamente.

«Toscani! Noi abbiamo accettato questo grave peso solamente pel tempo necessario, perché S. M. Vittorio Emmanuele possa provvedere prontamente, e per la durata della guerra, a governare la Toscana in guisa da concorrere efficacemente a liberare il paese... »

Al Generale Girolamo Ulloa fu affidato il comando dell’esercito, e per sopperire ài bisogni finanziari del momento, il Sindaco pubblicò un altro proclama, ordinando di requisire danaro, cavalli e tutto quanto necessitar poteva per la guerra dell’indipendenza.

Di tali avvenimenti il governo provvisorio diede contezza al Ministro Cavour con una Nota, nella quale incaricavate di farsi interprete presso il Re, affinché a nome del popolo toscano (che non ne sapea a fatto nulla) accettasse la Dittatura del Granducato. A tale invito il Ministro sardo rispose: il Re gradire la fiducia che in lui le provincie toscane riponevano; ma che, trovandosi alla vigilia di una grande guerra, non credea convenevole accettare la Dittatura, sibbene gradiva l’offerta delle milizie toscane, che avrebbe riunite a quelle del Piemonte; e consentiva a porre sotto il suo protettorato (vedi degnazione!) quel governo, delegando a tal fine tutti i poteri al Ministro Boncompagni, il quale avrebbe assunto il titolo di Commissario straordinario del Re per la guerra dell’indipendenza.

Con tale ripiego Cavour pretendeva salvare il suo Governo dalla responsabilità degli avvenimenti di Toscana, da lui orditi, preparati e provocati, e nel tempo stesso, senza pubblicità, vi s’imponeva con Peruzzi e Boncompagni, a sé fidati, e membri della Società Nazionale di Torino. — E questo il momento di rileggere l’epistolario di La Farina (77).

Al marchese Gualterio, che su tutti fu sollecito di partecipare al Ministro Cavour la felice riuscita della rivoluzione, questi rispose telegraficamente: Coraggio, amici, e daremo all’Italia il rinnovamento dal, Gioberti ideato». Dando l'Italia in balìa di chi non avea nelle vene stilla di sangue italiano, sì come appunto affermava il Gioberti.

Torna su



CAPO IV


Torna su



QUESTE COSE NARRATE DAI LORO AUTORI

Ma è bene imparare queste cose dai banderai stessi della incredibile congiura. Noi non aggiungeremo commenti; il lettore però abbia bene innanzi agli occhi le Istruzioni di Mazzini e quelle della Società Nazionale, come ancora le lettere di Cavour a Vittorio Emmanuele e al La Marmora, e quelle di La Farina: cose tutte da noi recate.

Don Neri Corsini, Marchese di Laiatico, in una sua lettera pubblicata in Firenze pei tipi di Barbera e Bianchi, e intitolata: Storia di quattro ore, narrando l’accaduto nella mutazione del Governo in Toscana, dice che, «non ostante l’agitazione dei partiti e l’esaltazione del popolo», pure durava «lo stesso silenzio e la stessa inazione del Governo; la stessa sicurezza in tutti quelli che contornavano il Principe e che continuavano a dire ed a credere che l’idea della nazionalità, dalla quale tutto un popolo era compreso e commosso, non era che l’effetto degli intrighi di pochi faziosi».

«Fra questi contrari pareri del Governo e delle più cospicue persone, sentenziò il fatto dell’esercito; il quale, il martedì 26 aprile, quando sapevasi in Toscana che era spirato il termine Ultimatum austriaco al Piemonte, e credevasi che già fossero cominciate le ostilità, inalberò le bandiere tricolori sui forti, e fraternizzò col popolo, sì che (dice il prelodato Marchese di Laiatico) il prezioso vincolo della disciplina, se non era del tutto infranto, era però grandemente indebolito. Il Generale Ferrari nondimeno che, vestito del suo uniforme, andava, secondo il suo solito, visitando le caserme, imperterrito proseguiva il suo cammino e non fu insultato».

«Il Mercoledì 27 aprile (segue il Marchese) tutta l’imponenza del pericolo si era ad un tratto rivelata agli occhi del Principe e dei suoi Ministri, per le dichiarazioni unanimi di tutti i capi di Corpo, che protestavano non potersi più contenere la truppa senza il vessillo tricolore e la promessa di prendere parte alla guerra dell'Indipendenza».

Nel qual frangente il Granduca chiamò a sé il predetto Marchese, il quale, «prima si portò alla Legazione sarda, donde, concordate alcune cose, andò ai Pitti, dove parlò prima col Cavalier Baldasseroni e cogli altri Ministri, i quali dissero, che il Principe era disposto a secondare le attuali tendenze del paese, facendo piena adesione al Piemonte ed alla Francia: che prometteva, composte le cose, la riattivazione della Costituzione»; e intanto, pregarono il Marchese di adoperarsi per formare un nuovo Ministero, perché non avvenissero tumulti. Ritornato il Marchese alla Legazione sarda con tali annunzi, gli amici suoi, che colà trovò raunati, dichiararono che, «ci voleva l’abdicazione del Granduca Leopoldo II e l’esaltazione al trono del Granduca Ferdinando IV suo figlio». Ciononostante era opinione di molti fra i Capi del movimento che la conservazione della dinastia fosse inconciliabile colla politica nazionale».

Il Marchese accettò dunque di riferire le due condizioni al Granduca, che intanto avea conceduta alle truppe la bandiera tricolore. Il Principe, udite le condizioni, che il Marchese avea recate colla convinzione «che erano necessarie per salvare la dinastia», si ristrinse a Consiglio coi Ministri e col Corpo diplomatico, e deliberà di partire dalla Toscana senza punto abdicare: e partì difatti lo stesso giorno, accompagnato dal Corpo diplomatico fino alla frontiera, dirigendosi alla volta di Bologna e poi di Ferrara.

Partito cosi il Granduca, il Municipio di Firenze «venuto in cognizione che il Granduca avea abbandonato il territorio toscano, senza aver emessa veruna disposizione relativa a chi dee rappresentarlo nella di lui assenza», (aveva ben lasciato il suo Ministero) nominò lo stesso giorno del 27 aprile un Governo provvisorio nelle persone del Cav. Ubaldino Peruzzi, Aw. Vincenzo Melenchini e Magg. Alessandro Danzini. I quali, premesso pure che «il Granduca e il suo Governo hanno abbandonato a sé stesso il paese», assunsero lo stesso giorno «questo grave incarico di reggere provvisoriamente la Toscana per il solo tempo necessario, perché Sua Maestà il Re Vittorio Emmanueleprovveda tosto, e durante il tempo della guerra, a reggere la Toscana in modo che essa concorra efficacemente al riscatto nazionale».

A tutta la Toscana fu notificato il nuovo Governo, i cui membri, sotto il 28 aprile, diressero al Conte di Cavour in Torino una nota in cui lo pregavano «di volersi fare organo presso S. M. il Re della rispettosa loro domanda, che piaccia, cioè, alla prelodata Maestà Sua assumere la Dittatura della Toscana, finché durerà la guerra contro il nemico comune». — Rispondeva a quella domanda il Cavour il 30 aprile, dicendo, che i membri che l’aveano scritta «saranno facilmente capaci delle ragioni di alta convenienza politica che non permettono a S. M. di accettare la Dittatura profferta nella forma proposta». Aggiunse che S. M. accettava il comando delle milizie e la protezione del Governo toscano, delegando e tal fine i necessari poteri al suo Ministro plenipotenziario Comm. Boncompagni, fatto cosi Commissario straordinario del Re in Toscana per la guerra dell'Indipendenza.

Poco prima era giunto da Torino il Generale Ulloa, delegato dal Governo sardo per prendere il comando delle milizie toscane. Queste partirono poi in qualche numero, la mattina del 29 da Firenze, accompagnate da un ordine del giorno del Generale Ulloa, che cominciava cosi: «Soldati toscani! Voi non potete starvene oziosi quando il cannone forse già tuona in Italia contro l’austriaco. E come potrebbero i prodi di Curtatone non accorrere alla chiamata dei prodi diPastrengo, di Goito e della Cernaia?»

Le milizie toscane si fermarono poi alle frontiere delle Filigare, dove, il 1 maggio, il Generale Ulloa si condusse a visitarle, e con suo ordine del giorno annunziò che «i soldati hanno già dimostrato, con queste prime marcie, come potranno da forti spingersi e mantenersi sui campi di battaglia». Subito dopo quest’ordine del giorno il Monitore Toscano del 1 maggio annunziò che «qualche voce sinistra, sparsa da malevoli sulle condizioni nelle quali trovasi la truppa, e false notizie diffuse da un individuo tra i soldati, aveano messo qualche diffidenza, che fu prestissimo dissipata».

Inoltre essendosi «sparsa la voce (secondo l’istesso Monitore, del 3 maggio) che i volontari, dei quali si vanno organizzando i corpi in Prato, vengano là inviati dal Governo, non già con animo di mandarli, organizzati che siano, sui campi dell’onore, ma si bene di spargerli nelle fortezze a guarnigioni, il Governo crede che non sarebbe della sua dignità lo smentirla con pubbliche dichiarazioni: fa però noto che ei sa su chi contare e da chi guardarsi, e che, forte come si sente, punirà con tutto il rigore chiunque pretende opporsi al conseguimento del santo scopo che ei si è proposto».

Ed essendo accaduto poco prima che «il Commissario straordinario sardo a Massa richiedesse aiuto di truppa in Toscana perché gli Estensi minacciavano Massa e Carrara», il Generale delle milizie Toscane ne mandò colà alcune; dicendo a tal proposito il Monitore Toscano, che «le disposizioni del generai comando sono prese in modo che, non solo la frontiera dalla parte di Bologna e di Pistoia è perfettamente guardata, ed è provveduto efficacemente al mantenimento dell’ordine interno; ma si può ancora disporre di una parte della forza armata in aiuto degli Italiani delle provincie finitime».

Narra poi il Corriere mercantile di Genova che l’uffiziale toscano mandato in Carrara dal Governo provvisorio, fu da un tale pugnalato. E il Diritto di Torino annunzia che «il feritore fu fucilato sulla piazza di Carrara».

Lungo, e forse impossibile, ci sarebbe il solo compendiare i vari decreti e provvedimenti che in quei primi giorni emanò il Governo provvisorio. I principali sono l’incarico dato al Commissario sardo di esaminare la proposta «dell'istituzione provvisoria di una forza armata destinata a sostituire la truppa al mantenimento dell’ordine»; la notizia data al paese che «lo stato delle finanze è tale che non è necessaria al Governo nessuna nuova operazione persopperire a' bisogni della guerra».

L’incarico dato al Marchese di Laiatico di una missione straordinaria presso le Corti di Francia e di Sardegna, e presso il Quartiere Generale dell’esercito franco-sardo; l’amnistia conceduta ai rei di delitti politici; la chiusura dei corsi accademici di Pisa e Siena; la revisione decretata de' codici penali civile e militare, e di procedura criminale militare; l’abolizione della pena di morte; la dichiarazione che il Governo non ha bisogno di ricorrere alla leva pel grande (?!) concorso di volontari, la dimissione da' loro uffici data a moltissimi, (cosa significante) tra' quali alGeneral Ferrari, e a tutti i Ministri; il ristabilimento nella Chiesa di Santa Croce delle tavole di bronzo, dove sono scolpiti i nomi dei morti nella guerra del 1848; l’invio di Commissari nelle provincie per illuminare la pubblica opinione (dunque tutto un popolo non era compreso dall’entusiasmo per la cosi detta causa nazionale); la circolare ai Vescovi toscani del Segretario del Governo, sig. Celestino Bianchi, in cui si invitano a far recitare nella S. Messa la colletta pro tempore belli; si raccomanda loro che «le dimostrazioni religiose riescano gravi, ordinate, solenni»; e perciò si ammoniscono «a non permettere che nessuna insolita funzione religiosa si celebri senza aver prima deliberato colle autorità governative»; l’abolizione del decreto che vieta alcune forme di pubblicazioni politiche per via della stampa; la restituzione in vigore dei due articoli dello Statuto fondamentale del 15 febbraio 1848, in cui tutti i Toscani, senza distinzione di culto, sono fatti uguali al cospetto della legge; l’abolizione del decreto che abolisce le due Università di Pisa e Siena, e fonda l’Università toscana, ecc. ecc. Ciò quanto all’interno governo della Toscana. — Quanto poi alle relazioni del Governo provvisorio colle Potenze estere, egli in prima, sotto il 2 di maggio, «ha circolato ai membri del corpo diplomatico, già accreditato in Toscana, un documento in forma di Memorandum, in cui espone all’Europa le cagioni e l’indole del movimento. Il Memorandum, fra le altre cose accenna a pubblicazioni importanti per la elevatezza delle vedute e per il nome di chi le firmava».

«Non ostante queste ed altre rappresentazioni, diceva, il Governo toscano a tutti i consigli, a tutti gli avvisi, a tutte le ammonizioni rispondeva sempre con una parola sola: Neutralità».

«Inoltre il Governo Granducale si comportava come se si trovasse a fronte del sentimento anarchico e artificiale di una fazione.

«Il che era falso (?!?!) giacché anche l’esercito toscano avea dato prontissimi segni di animo concorde coi cittadini. La sua disciplina era eccellente, la sua fedeltà INATTACCABILE; ma tutto l’operato del Governo dovea condurre immancabilmente all’effetto di sciogliere nella truppa i vincoli dell’obbedienza. Così è difatti accaduto».

Qui il Memorandum aggiunge, a modo suo, altre cose, che già conoscono i nostri lettori, e che non ripeteremo.

Il 30 aprile poi il Governo provvisorio annunziò che «i rappresentanti delle Potenze estere, tranne quello d’Austria, continuano a tenere sopra le loro abitazioni le respettive armi; e, oltre la legazione di Sardegna, anche quelle di Francia e d’Inghilterra hanno aperto (cosa edificantissima!) col Governo provvisorio relazioni officiose».

Or mentre a Firenze il Boncompagni pubblicava proclami per chiamare alle armi il popolo, e invitarlo a far causa comune col Piemonte, il Granduca protestava solennemente contro tale scellerato intervento nei suoi Stati, prima da Ferrara, e poi da Vienna.


Torna su



PROTESTE DEL GRANDUCA DI TOSCANA

I

«Ferrara il 1 maggio 1859.

«Le recenti violenze, usate dalla rivoluzione eccitata dal Piemonte, avevano per iscopo d’impormi a consentire ad atti contrari al decoro della mia persona come Sovrano, e contrari alla volontà mia, ed a dichiarare la guerra, violentando il primario diritto inerente alla sovranità. Dinanzi a cotesto stato di cose, io mi vidi costretto di abbandonare l’amata Toscana, e cercare colla mia famiglia asilo fuori di essa presso uno Stato amico, con cui mi legano trattati di vicendevole soccorso. Già in Firenze, la mattina del 27 aprile, ho solennemente protestato dinanzi i componenti il Corpo diplomatico, accreditato presso la mia persona, contro codeste violenze, dichiarando nulli, non avvenuti, e di nessun valore gli atti stessi: e quest’oggi, primo maggio, in Ferrara protesto nuovamente e solennemente contro quella violenza usatami, e ripeto la dichiarazione, allora formalmente espressa, della nullità degli atti suddetti, i quali apertamente tendono a rovesciare uno stato di cose, sanzionato dal trattato di Vienna del 1815, firmato e garantito dalle Potenze europee. Intendo perciò che tutta la responsabilità di quegli atti cada su coloro, che, contro ogni giustizia, gli hanno voluti imporre.

«LEOPOLDO m. p.»

II

«Vienna 21 maggio.

«Nella mia dichiarazione, in data di Ferrara 1? maggio, ho protestato contro le violenze della rivoluzione, che mi costrinsero ad abbandonare i miei Stati, e dichiarai come nulli e non avvenuti gli atti del 27 aprile.

«Io era allora ben lontano dal prevedere che un Sovrano, al quale mi congiungono legami di parentela, ad onta dei sussistenti trattati e del diritto intemazionale, senza che dal canto mio fosse avvenuta una prò vocazione, potesse usurpare il supremo potere ne’ miei Stati, col dichiararsi protettore della Toscana, e nominare un commissario regio per govomare il Granducato. Mi vedo quindi costretto a protestare contro questo atto d’ingiustizia. Io protesto solennemente contro quella usurpazione e contro gli atti di qualsiasi genere, che avessero a partire da qualunque potestà arbitraria, istituita ponendo in non cale i miei diritti sovrani.

«LEOPOLDOm. p.»

III

«Vienna 28 maggio.

«Nelle mie anteriori dichiarazioni, date da Ferrara l.° maggio, e da Vienna 21 maggio, ho protestato in modo solenne contro le violenze che mi costrinsero ad abbandonare i miei Stati, e contro l’usurpazione dei miei sovrani diritti da parte di S. M. il Re di Sardegna, che si costituì protettore della Toscana e v'istituì un commissario regio, quale capo del governo, pel quale ufficio destinò quello stesso individuo, eh! è ancora accreditato presso la mia persona quale rappresentante di S. M. sarda.

«Nuovi avvenimenti mi costringono a rivolgermi per la terza volta alle Potenze amiche, che sottoscrissero il trattato di Vienna del 1815, per protestare energicamente contro la misura presa dal Governo di S. M. l’Imperatore de' Francesi riguardo alla Toscana.

«Violando i trattati in vigore e il diritto delle genti, senza una previa dichiarazione di guerra, senza che alcun atto da parte mia avesse potuto provocare rappresaglie od offrire un pretesto ad ostilità un corpo di truppe francesi sbarcò nei miei Stati, ed un Principe della famiglia imperiale di Francia si è arrogato i diritti sovrani, col disporre dei miei sudditi per formarsi un esercito.

«Questi fatti, coi quali si dispone de' miei sudditi e delle mie truppe, costituiscono delitti flagranti contro tutte le leggi divine ed intemazionali; ne appello quindi al sentimento di giustizia di tutti i Governi amici, mentre io, come protesto per mezzo di questa dichiarazione, protesto contro quei fatti, che sono manifestamente aggressivi, e dei quali non è preceduta alcuna dichiarazione da parte di un Governo, che non ha nemmeno richiamato l’ambasciatore accreditato presso la mia persona.

«Io protesto da ultimo, in modo solenne ed energico contro siffatta usurpazione, inaudita nella storia, de' miei diritti sovrani.

«LEOPOLDO m. p.»


Torna su



CAPO V


Torna su



UNA LEZIONE DEL GOVERNO INGLESE AL SARDO

Accennammo al modo come lord Normanby avesse parlato del Boncompagni, maneggiatore della rivolta di Toscana: conviene ora recare dei documenti. Anticipiamo in ciò fare le date per non lasciare troppo distacco a si importante rivelazione.

Dopo il discorso di lord Normanby all'alta Camera di Londra, il 7 giugno 1859, lord Stratford di Redcliffe, udendo come la milizia avesse fatto causa comune con la rivoluzione, tutto essendo anticipatamente preparato, non potè frenarsi dal dire: che «il Gran Duca di Toscana avrebbe avuto il diritto, non solo di fare incatenare il cav.» Carlo Boncompagni, ma di farlo anche impiccare all’inferriata del suo palazzo.»

Siffatte parole ristampate sui giornali ufficiali della Gran Brettagna, riprodotte e chiosate da altri periodici, fecero impressione positiva nella floscia diplomazia dei nostri giorni; non già perché il Boncompagni avesse cospirato contro il Granduca, ma perché avesse abusato del sacro carattere, che avea presso la Corte toscana. Per la qual cosa il Boncompagni fece inserire nel Morning-Post una lettera, nella quale esponendo, a modo suo, la parte ch’egli avea avuto negli avvenimenti di Toscana cercava discolparsi dalle imputazioni appostegli. Il rimedio fu peggiore del male, avvegnacché i fatti narrati dal cospiratore stesso venivano con ciò più apertamente dichiarati.

«Amisura,—così la lettera del Boncompagni, —che la guerra tra il Piemonte e l’Austria diveniva imminente, io ho compreso che una rivoluzione in Toscana era inevitabile, se il Governo ricusava d’associarsi al movimento nazionale. Da quel momento io ho fatto pratiche presso il Ministero per indurlo ad entrare nell’alleanza francosarda, ed anche nella Domenica di Pasqua, 24 aprile, due giorni prima della rivoluzione, ho rimesso al signor Lenzoni, Ministro degli affari esteri, una nota, con la quale io domandava al suo Governo di unirsi all’alleanza, mostrandogli il pericolo della posizione nella quale egli si era posto.

«Nello stesso tempo che io dava questi consigli al Governo, usai di tutta l'influenza che io poteva esercitare sui capi del partito liberale, per raccomandar loro di astenersi da qualsiasi atto illegale (mentre compiva la massima delle illegalità), da ogni moto rivoluzionario, da ogni esigenza a riguardo della politica interna, da ogni recrimina rione sul passato, che avrebbe potuto somministrare alla Corte, o al Governo pretesti per diffidare dal partito nazionale. Quando vidi che in seguito dcV ostinazione del Governo, la rivoluzione era sul punto di scoppiare, esortai i capi del movimento, con cui io era in relazione, ad impedire ogni spargimento di sangue, e tutto ciò che potea essere un disonore del paese (mentre lo spingeva al massimo disonore).

«Il 27, durante l'insurrezione, rivolsi un discorso al popolo (e chi gliene dava il dritto?), che si era radunato sotto le mie finestre, e adoperai tutti i mezzi, che erano in mie mani, per impedire ogni eccesso; affinché la famiglia ducale, abbandonando Firenze di pieno giorno, ed in mezzo a un popolo in rivoluzione, potesse trovarvi i riguardi dovuti alla sua posizione ed alle sue sventure (da esso Boncompagni procacciatele).

«Grazie al buon senso del popolo fiorentino, e degli uomini che la dirigevano, mi fu agevole il riuscirvi».

Con questa lettera, è chiara la confessione del Boncompagni dell’essere egli in relazione coi capi del movimento, e della grande influenza che su loro esercitava; è chiaro com’egli di tutto fosse inteso, e la rivolta dirigesse; locché veniva pure confermato dalla' prima grida pubblicata dal Governo provvisorio, il quale, accettando quell’incarico a nome del Re subalpino, col fatto dichiarava decaduto dal trono ilGranduca. Ora, se il Boncompagni non avesse avuto la direzione della congiura, avrebbe dovuto almeno serbare le forme esterne d’una politica prudenza, come fece il conte di Cavour, che a nome del Galantuomo disaccettava la Dittatura: così egli, nelle apparenze, si sarebbe sottratto alla responsabilità addossatagli dal Parlamento inglese.

Lord Normanbv, letta questa lettera, mandò allo stesso Morning-Post un suo scritto, nel quale l’illustre uomo di Stato, senza reticenza, espone i fatti, che non potevano essere ignorati da un Ministro inglese.


«Londra 11 di settembre 1859.

«Signore,

«Siccome io leggo assai di rado il Morning-Post, soltanto nel ricevere il vostro giornale dell'8 settembre venni in cognizione di una lettera del sig. Boncompagni, diretta al medesimo giornale, e nella quale commentava il discorso da me tenuto alla Camera dei Lordi il 7 giugno trascorso. In questa tarda replica pertanto io non trovo che il signor Boncompagni contraddica seriamente alcuno dei fatti da me segnati sul suo conto.

«Essa ammette di avere nella Domenica di Pasqua diretta una Nota al sig. Lenzoni, nella quale eccitava il Governo toscano a stringere una lega tra la Toscana, la Sardegna e la Francia nello scopo di muovere guerra all’Austria.

«E possibile che tra i doveri diplomatici del sig. Boncompagni vi fosse quello di chiedere a un Sovrano indipendente la rottura dei Trattati, nei quali esso avea impegnato la propria fede; ma ciò, di cui non vi ha esempio anteriore, è che dichiara come egli si prevalesse del suo carattere diplomatico per accordare nella Legazione sarda ogni sorta di protezione alla cospirazione, organizzata contro il Governo toscano, presso il quale egli era accreditato.

«Che ciò sia vero, è bastantemente provato da un fatto, che egli non oserebbe negare: dall’avere, cioè, arringato dal proprio balcone una turma di rivoluzionari, ai quali diresse parole di ringraziamento per quanto aveano operato; come non potrebbe negare che, quanto di illegale accadde in quel giorno stesso, fosse conseguenza dei consigli da lui dati nella sua ufficiale residenza.

«E in seguito di tutto questo, e per assecondare i disegni da lui concepiti, il Marchese di Laiatico, allorché il Granduca affidavagli l’incarico di comporre, d’accordo con una Commissione, un nuovo Ministero, rispose al proprio Sovrano col domandargli l'abdicazione!

«Egualmente non può il sig. Boncompagni negare di essere stato quindi pubblicamente nominato Ministro degli esteri del paese stesso. Ma siccome io sono intimamente convinto di non avere esposto che la semplice verità, così non dubito di asserire, che se tutta l’influenza sarda, e gli agenti sardi fossero stati esclusi dai Ducati; se, come a tutta ragione s’esprimeva il Moniteur, i destini d’Italia fossero stati affidati ad uomini che avessero avuto più a cuore l’avvenire della patria comune, che piccoli e parziali successi il risultato di tutte le attuali complicazioni sarebbe riuscito assai più favorevole all'Italia medesima.

«Ed infatti, se fosse stata in Toscana accordata piena libertà di manifesterò il vero in tutta la sua schiettezza, assai strane rivelazioni si sarebbero avute intorno a quanto si è fatto in quel paese nei quattro ultimi mesi trascorsi, e specialmente intorno alle turpi macchinazioni adoperate, perché particolari ed interessate speculazioni in una turbolenta minorità avessero il carattere di una volontà universale, non che intorno all’irregolare maneggio del denaro pubblico, del quale il sig. Boncompagni ha disposto talvolta con assoluta influenza, e di sovente senza veruna responsabilità. Il medesimo frattanto si meravigliò ingenuamente della severità con cui vennero giudicate le sue azioni da coloro stessi che trassero vantaggio dalla confusione, cui egli dette opera; ma il sig. Boncompagni non s’illuda: nessuno ignora che una cospirazione diretta da un diplomatico estero contro il Sovrano, presso il quale è accreditato, è una infrazione di tutti quei principi di buona fede, sui quali soltanto possono mantenersi le relazioni internazionali...

«NORMANBY.»


Né il Governo inglese, a disapprovare i fatti avvenuti in Toscana si tenne pago alle proteste dei Lords; volle meglio manifestarle coi fatti.

Un bastimento inglese, il Conqueror, fu inviato a Livorno per tutelare gl'interessi da' sudditi brittannici; ma, essendo entrato ed uscito da quel porto senza salutare la bandiera sarda, il Marchese d’Azeglio, Ministro piemontese alla Corte della Gran Brettagna, presentò risentite rimostranze a lord Malmesburv, ritenendo che «un tale atto avesse avuto luogo senza la conoscenza, e sopratutto senza l'assentimento del Governo della Regina».

A questa specie di minaccia, il nobile Lord rispose immediatamente senza punto dissimulare il proprio pensiero: «Mi vedo obbligato a supporre che la vostra lettera non sia ufficiale; che, se fosse altrimenti, vi dovrei domandare: in quale qualità fate simile inchiesta al Governo della Regina? Ciò posto, non vedo inconveniente a dirvi che il bastimento di S. M. il Conqueror, ancorato a Livorno, ha ricevuto dal Governo l’ordine di non salutare la bandiera del Governo provvisorio di Toscana...»

La risposta era troppo chiara ed esplicita; il plenipotenziario sardo credè opportuno di considerare l’incidente come esauritoli — Ma quale onta! Quale dei piccoli Principati, distrutti dal Piemonte, ricevette mai un simile schiaffo?...


Torna su



UNA DIGRESSIONE

CLEMENTE PAPI E LEOPOLDOII

Non vogliamo chiudere questa pagina delle nostre Memorie senza aggiungere un aneddoto intorno al granduca Leopoldo II, che ci avvenne di leggere, appunto mentre stavamo scrivendo della Toscana, in un recente libro del Duprè, famoso scultore fiorentino, aneddoto che dipinge a meraviglia il cuore benigno e magnanimo di esso Granduca. Eccolo testualmente:

«Una di quelle nature pacifiche, — dice il Duprè, — sempre contente, descritte sì bene dal Giusti nell'Amor pacifico, e che ho conosciuto bene, era il Prof. Clemente Papi, eccellente fonditore in bronzo. Quando lo conobbi, era traji cinquanta e i sessant'anni, di giusta statura, grosso, colorito e sempre ridente, sempre con liete novelle e barzellette. I muscoli indignatoci era come se non gli avesse; madre natura pare si fosse dimenticata questa particolarità. La sua fronte era costantemente spianata, l’arco del sopracciglio, o parlando o ascoltando, non si aggrottava mai, qualunque si fosse l’argomento in discorso, ed avveniva per l’abitudine costante di ridere che ridesse o serbasse la bocca disegnata a sorridere anco nei momenti più seri della vita. Quest’uomo, che per molti rispetti era eccellente, come artefice, come parente, come maestro, pareva non avesse cuore o l’avesse candito nello zucchero; eppure mori in compendio di male al cuore!… Un fatto che dipinge al vivo l’indole del Prof. Papi, è il seguente:

Avendogli ordinato il Granduca la fusione in bronzo dell’Abele, ed avendo egli compiuti tutti i lavori preliminari per quella fusione, cioè, fatta la forma sul gesso originale, calcato il loto entro la forma per il cosidetto nocciolo onde ottenere colla leggerezza la sicurezza del getto stesso, fatto il getto in cera e, dopo gli opportuni ritocchi su questa fatti da me, rivestita del grosso mantello, e armata e cerchiata di ferro onde potesse resistere alla corrente del liquido metallo, e dopo situato nella fossa e scaldata per farne uscire dagli sfiati la cera, e,quindi cotta, onde acquistasse la consistenza voluta per quella operazione, preparata la lega del metallo e postolo in fornace, attaccato il fuoco e dopo quindici o venti ore manifestatasi la fusione del metallo (operazione brevemente detta, ma che costò molti mesi di travaglio e di spese), fu aperta la valvola, perché discendesse nella sottoposta forma. La singolarità dell’impresa, il tempo e i sacrifizi impiegati, io strano e quasi misterioso luogo, ove l’operazione seguiva, gli ardori del fuoco della fornace e i gas che da quella ne uscivano, l’ansietà degli operanti, la loro estrema stanchezza in quel momento decisivo, la lampada che ardeva dinanzi al Crocifisso e la preghiera pria d’aprire la valvola, incutevano un senso indefinito di meraviglioso e d’ignoto, di pauroso e di sacro. La valvola fu aperta; il metallo scorreva giù dalla cannella al canale conduttore alla forma liquido e chiaro, come è appunto il metallo in fusione; la gioia era dipinta su tutte quelle affannate persone, che tanto aveano faticato attorno a quell’opera; già il metallo era colato in gran parte entro la forma, e questa avea resistito, perché rivestita di grosso mantello cerchiato di ferro, né dava indizio di cretti, né detonazione alcuna sentivasi come non rade volte accade, quando l’aria di dentro non si sprigiona sollecita, allorché entra il metallo. Il Papi dritto e raggiante stava per abbracciare i suoi alunni, quando alcune fiammelle violette nella bocca della fornace annunziarono il raffreddamento del metallo, che gradatamente allentava la sua caduta, e perdeva del suo splendore. Lo stupore, l’abbattimento si dipinse su tutti i visi: un pallore mortale reso più strano dal riverbero della fornace gli aveva resi come spettri. Il metallo non correva più, colava a bioccoli come una polenta; s’accagliò, si fermò; la statua era poco più ché a metà fusa; tutto era perduto. A quella vista i poveri operanti sfiniti e trambasciati caddero per terra, si contorcevano e piangevano dirottamente. Io tra lo stupore e il rammarico di quell’opera fallita, la scena di desolazione di quella povera gente, e il dolore non visibile, ma pur forte, che dovea provare il Papi, non sapevo che dire: la lingua mi si era come annodata. Desideravo di uscire da quel luogo di dolore; mi pareva che quella gente, maestro e operanti, dovessero restar soli per disfogare la loro ambascia. Il Papi mi tolse da quello stato. Si avvicinò, e mi disse aver promesso al Granduca di dargli notizia della fusione, che sperava dargliela egli stesso; ma che, essendo mancata, non si sentiva il coraggio di dargli questa brutta nuova; pregar me di fare quella parte. Mi strinse la mano, e si voltò per licenziare gli altri che avea invitati o permesso che fossero presenti a quell'operazione.

Era inoltrata la sera, quando mi recai a' Pitti. Parlo col Paglianti, camerazzo del Granduca, e domando se mi può essere permessa un’udienza. Il Paglianti mi conosceva e sapeva che il Granduca mi vedeva volontieri. Dopo pochi momenti fui introdotto nel suo gabinetto; in poche parole gli narrai il fatto. Come egli era solito, ascoltò attentamente, pensoso, ma non turbato; si sarebbe detto che ascoltasse una cosa possibile, probabile e prevedibile. Poi cominciò e disse:

—Povero Papi! pover’ uomo! chi sa come sarà restato, e come ora si trova dolente; il vostro lavoro, che v’è costato tanta pena, è tutto perduto. Son penetrato del vostro dispiacere e del dolore di quel pover uomo. Pensiamo intanto a consolarlo. Tornate da lui e ditegli a nome mio che si faccia animo; che a tutto c’è rimedio; ch'egli (e di questo ne son certo; non ha nulla a rimproverarsi, che quando uno ha praticato con esattezza e con premura tutte quelle cautele che debbono assicurare il buon esito di un’opera, e che, malgrado di ciò, l’opera non e riuscita, niuno può dargliene carico, e io meno d ogni altro. Ditegli che le battaglie s; vincono e si perdono nello stesso modo; qualche volta uno sbaglio può far vincere, e si può perdere malgrado tutte le previsioni. Ditegli questo ed altro; ditegli tutto quello che può venirvi in mente per consolarlo, e diteglielo a nome mio. Andate subito da lui, consolatelo; le vostre parole gli apporteranno un po’ di calma. Son certo che gli farete un gran bene, e potrà forse un poco riposare stanotte; ma son sicuro che, se non gli parlate, quel pover’uomo non dorme. Andate, che è tardi. —

Andai, andai quasi di corsa; dal palazzo Pitti alla via Cavour c’ è un bel tratto; ero tatto sudato. Picchio; dopo un pezzetto si affaccia la sua donna di servizio.

—Chi è? — dice.

—Son io; aprite.

—Ohi è lei sor professore?

—Si, son io. Aprite; ho da dire due parole al vostro padrone.

—Il padrone è a letto; glie le dirà domani.

—No; devo dirgliele ora. Se è a letto non importa: l’avrà caro nello stesso modo. — Ma se dorme! o che Io vuol destare?

—Dorme! — fec’io, — dorme?

—Sì, dorme, gliel'assicuro; è più di due ore che dorme; era tanto stracco, quando è tornato a casa!

—Allora, quando tu m’assicuri che dorme, la mia commissione non ha più luogo, e quando si desta 'domattina probabilmente) gli dirai che ero venuto da lui in gran fretta per dirgli due parole che avean virtù di far dormire; ma che, avendolo trovato nel primo Mono, glie le dirò un’altra volta, sebbene possan parergli stantie. — Quale virtù o quale stoicismo nel celebre artista! ma pure quale benignità nel magnanimo Granduca!


Torna su



CAPO VI


Torna su



A PARMA

Diversamente procedettero le cose nel Ducato di Parma. Scoppiata appena la guerra, la Duchessa Reggente, temendo un colpo di mano da parte dei settari, manifestò al suo popolo la risoluzione di allontanarsi temporaneamente dalla capitale col seguente documento, dato sotto il 1 di maggio.

«Noi Luisa ecc.

«Poiché gli umani desideri delle grandi Potenze non sono riusciti ancora alla riunione di un Congresso europeo, nel quale sia studiato di appianare con ragionevoli concessioni e saggie provvidenze le difficoltà insorte, e intanto, in si grande prossimità ai reali nostri domini, si è accesa la guerra, i doveri di madre c’ impongono di porre in sicuro dalle eventualità di essa i nostri amatissimi figli. Abbiamo perciò dovuto prendere la determinazione di allontanarci per tal fine dallo Stato temporariamente,costituendo, siccome costituiamo in Commissione di Governo i nostri Ministri, affinché, durante la nostra assenza, reggano e amministrino lo Stato in nome del duca Roberto I e con tutti i nostri poteri, secondo le leggi e le forme già stabilite, ed attenendosi in bisogno alle istruzioni speciali che abbiamo date ad essi per i straordinarie circostanze. Nella confidenza di riprendere tra breve personalmente l’esercizio della nostra Reggenza, esprimiamo saldi e sinceri voti perché sia preservato da calamità questo diletto paese, e prevalgano negli animi la mitezza dei sentimenti e i consigli della ragione».

Ma lo stesso giorno accadeva in Parma uno dei soliti movimenti tali quali erano preparati dal Piemonte e ordinati dalla Società Nazionale,Poperadella quale era in tutta la sua attività in quel momento, e l'Opinione di Torino, nel suo numero dei 4 maggio scriveva:

«Ilgiorno 1. corrente, la popolazione di Parma si radunò in numero considerevole (questa volta non è tutto un popolo) domandando di volersi unire al Piemonte. La Duchessa, anziché aderire al voto della popolazione, se ne fuggi, costituendo una reggenza composta dei suoi Ministri. La popolazione non ha accettata la reggenza, e dichiarò volersi unire al Piemonte immediatamente».

«Conseguenza di questa dichiarazione popolare fu il seguente avviso:

«I sottoscritti membri del comitato nazionale di Parma, riconosciuto il volere generale della popolazione, e il conforme sentimento delle truppe, hanno oggi assunto il governo della città e delle provincie di Parma, a nome di S. M. il Re Vittorio Emmanuele; solo però temporaneamente e fino a che un Commissario Regio venga a pigliare il reggimento del paese. Parma, 1. maggio 1859.

«Questa dichiarazione è stata fatta in doppio originale, e sarà inserita nella Raccolta generale delle leggi.

«Firmati: Riva Salvatore, Armelonghì Leonzio,

Avv. Giorgio Maini, A. Garbarini.»


Contro la quale dichiarazione la Commissione di Governo lasciata dalla Duchessa protestò cosi:

«Colla dichiarazione che ci si presenta dai sigg. avvocato Leonzio Armelonghi, professore dottor Salvatore Riva, avvocato Giorgio Maini ed ingegnere dottor Angelo Garbarini, essendosi verificato il caso di forza prevalente, preveduto nelle istruzioni lasciateci oggi stesso da Sua Altezza Reale, Luisa Maria di Borbone, Reggente gli Stati Parmensi pel duca Roberto I, ed atteso il pericolo di minacciati imminenti disordini, Noi sottoscritti, componenti la Commissione di governo creata dalla prevenerata Altezza Sua Reale, cessiamo dall'esercizio del ricevuto incarico, esprimendo però in conformità di esse istruzioni: l.° che protestiamo per la conservazione del dominio e dei diritti dei figli di Sua Altezza Reale medesima sugli Stati Parmensi; 2.° che raccomandiamo con tutto calore, anche secondo i vivi desideri di Sua Altezza Reale, quanto valer possa più efficacemente al mantenimento dell’ordine, della sicurezza e della quiete della Capitale e di tutto lo Stato; 3.° che raccomandiamo altresì gl’interessi delle truppe Parmensi, anche prosciogliendole dal giuramento, in modo che non restino senza congrua destinazione o provvedimento.

Parma, il 1. maggio 1859 alle ore 9 pomeridiane.

(Fatto in doppio originale).

«Firmati: E. Salati, G. Pallavicino, G. Lombardini, A. Cattani.

«Visto e ricevuto.

«Firmati: Riva Salvatore, Amelonghi Leonzio, Maini Giorgio, A. Garbarini.»


Fu quindi pubblicata in tutto il Ducato la seguente notificazione, data sotto il 2 di maggio:

«La rivoluzione pacifica di ieri, operata con mirabile concordia da tutte le classi sociali, ha condotto i sottoscritti membri del Comitato nazionale di questa città, a costituirsi in Giunta provvisoria di Governo per gli Stati parmensi in nome di S. M. il Re di Sardegna Vittorio Emmanuele II. La Commissione governativa, nominata prima di partire dalla Duchessa Reggente, cedendo alla solenne manifesta'zione del voto pubblico, ha rassegnato i suoi poteri. Questo stato di cose è affatto temporaneo e durerà fino a che tra breve un commissario di Sua Maestà sarda verrà a pigliare il reggimento del paese. Opportune comunicazioni sono già state fatte al Governo del Re. Intanto si mantenga saldo più che mai quell’ordine perfetto che ha regnato fin qui, e per il quale soltanto si possono volgere gli sguardi a una meta sola, ad accrescere cioè le forze della Nazione per concorrere più efficacemente alla guerra dell’Indipendenza Italiana.

«Riva Salvatore, Armelonghi Leonzio,

Maini Giorgio, A. Garbarini».


Seguirono tale Notificazione alcuni decreti di nomine ad impieghi e di instituzione della Guardia nazionale, tutti dati sotto il 2 maggioperché il giorno seguente la truppa (che era stata compresa nella dichiarazione del Comitato nazionale di Parma colle parole: Riconosciuto il conforme sentimento delle truppe) mandò alla giunta provvisoria la seguente intimazione:

«La truppa, fedele a' suoi giuramenti, chiede e vuole che scompaia ogni insegna rivoluzionaria, e che sia all'istante riconosciuto il Governo di S. A. R. la Duchessa Reggente pel figlio Roberto I. Non conseguendo entro il termine di un’ora una risposta conforme a questo desiderio della truppa, ed un eseguimento immediato, la truppa stessa prenderà disposizioni efficaci per conseguirlo.

«Sottoscritto CESARE DA VICO

«Colonnello Comandante le RR. Truppe».


Ricevuta quest’intimazione, la Giunta provvisoria immediatamente sidisciolse: e la Commissione di Governo promulgava la notificazione che siegue:

«I sottoscritti che, nella sera del dì 1., maggio corrente, cedendo alla forza prevalente, dovettero cessare dagl’incarichi di Commissione di Governo, loro affidati da S. A. R. l’Augusta Reggente con atto di quello stesso giorno, informati ora come, per intimazione delle Reali Truppe, protestantisi ferme nell’ubbidienza al Reale Governo, la Giunta provvisoria ch’erasi eretta abbia rinunciato ad ogni esercizio di potere; e chiamati dalle pressanti istanze delle Autorità costituite, dalla deliberazione unanime del Municipio, da gran numero di altri notabili della città, e per più special modo dalle fedeli Milizie, dichiarano alla buona popolazione di Panna, alle Truppe Reali ed a tutto lo Stato, che riprendono l’esercizio dei loro poteri, per usarne alla conservazione della quiete e sicurezza pubblica, ed al reggimento del Paese in nome di S. A. R. il Duca Roberto I.

«Parma, 3 maggio 1859.

«E.SALATI,

«G.PALLAVICINO,A. LOMBARDINI»


Il Corriere Mercantile di Genova narrando la caduta del Governo provvisorio la spiega cosi:

«La nuova Giunta di Governo è caduta, dopo sole 36 ore di esistenza, in seguito di una rivolta militare dei soldati verso gli uffiziali.

«Si crede generalmente che diversi uffiziali abbiano nascostamente agito per far nascere la reazione».

«Intanto il giorno 4 di maggio ritornò in Parma la Duchessa Reggente: il fatto è cosi narrato dalla Gazzetta di Parma del 5:

«Ieri sera verso le ore dieci, S. A. R. l'Augusta Duchessa Reggente, aderendo al voto unanimamente espresso da tutte le rappresentanze civili e militari, ha fatto ritorno in questa Capitale, dove è stata accolta con vera esultanza da questa buona popolazione, la quale, già da parecchie ore ingombrando la piazza del R. Palazzo e le contrade che ad esso conducono, con viva impazienza l'aspettava. La prevenerata A. S. R., precorrendo il desiderio ardentissimo delle RR. Truppe, prima di entrare nella Sua Residenza, recavasi alla R. Cittadella, dove veniva accolta dalle più entusiastiche ed affettuose dimostrazioni della sua milizia. L’Augusta Signora, discesa di cocchio, ebbe la soddisfazione di passare frammezzo alle file di tutti i corpi, permettendo di continuo ai più vicini Uffiziali e soldati che le baciassero la mano. D’un tratto venne illuminato l’altare della Cappella, dove le milizie l’accompagnarono, affinché, in mezzo a loro, pregasse e ringraziasse la Divina Bontà, che la riconduceva felicemente nei suoi Stati. Al partire dalla Cittadella, l’Augusta Signora non potè impedire che le milizie ne traessero esultanti il cocchio sino alla più prossima contrada della città. Condottasi alla sua Residenza, trovò, senza che ne fosse preceduto invito, ai piedi dello scalone, ad ossequiarla, i Ministri di Stato, le cariche di Corte, monsig. Vescovo, le autorità costituite ed altri notabili cittadini, sebbene non investiti di uffizi pubblici. Non è possibile il dire quanto S. A. R. si dimostrasse profondamente commossa a queste sincere e spontanee dimostrazioni di riverenza, di affetto e di devozione. Chiunque ne fu testimonio dirà che queste parole, ben lungi dall’esagerare i fatti, appena ragguagliano il vero»,

Il giorno 5 poi fu pubblicato in Parma il seguente proclama:

«I disordini del di primo di questo mese, sebbene avvenuti contro la volontà dell’immenso numero di cittadini fedeli, le cui ottime intenzioni però difficilmente si esprimono fuori delle private loro pareti, non giustificarono che troppo le mie previdenze materne a tutela della sicurezza degli amati miei figli. Ma i sentimenti di fedeltà manifestatasi nelle RR. truppe, riovendo tosto l’autorità illegittima che s’era intrusa, richiamando al potere la mia Cemmissione di governo col suffragio unanime delle autorità costituite, del municipio e degli altri più notabili del paese, ed esprimendo ardentemente il voto del mio ritorno, io mi son tostamente ricondotte in mezzo di voi per riprendere r esercizio della reggenza. E qui mi fermo, coraggiosa e fidente nella lealtà delle truppe e della popolazione, in quell'attitudine di aspettativa che è per noi di assoluta necessita. Poiché, mentre mi è permessa dal vero spirito dei trattati, debb’essere la miglior salvaguardia del paese; non potendo l’alta giustizia e civiltà delle Potenze belligeranti offendere chi non offende e compio intanto il proprio dovere, mantenendo l’ordine sino a quelle risoluzioni, con cui la sapienza dell'Europa saprà ricondurre e stabilire in modo permanente la pace.

«Dalla Reale nostra Residenza di Parma, il 5 maggio 1859.

«Luisa Reggente.

«Da parte di S. A. R. Il Segretario intimo di gabinetto

«F. PALLAVICINO.»


Èsuperfluo l'aggiungere che, con decreto del 4 maggio, la Commissione di Governo dichiarò:

«Nulli e come non avvenuti gli atti della Giunta provvisoria, costituitasi di proprio moto la sera del 1 maggio, e discioltasi alle ore otto del giorno 3».

Nulla v’ha di più commovente, come la narrazione dell’entusiasmo popolare per il ritorno della Duchessa Reggente di Parma. La storia narrerà come fallissero le trame del Piemonte e della frammassoneria per ottenere la defezione delle fedeli milizie parmensi, e corrompere lo spirito delle popolazioni; intanto consegniamo in queste nostre Memorie la seguente lettera autografa dalla medesima Duchessa, augusta sorella di Enrico Idi Francia, diretta ai propri figli, la quale può dirsi la epopea di questa fortunosa epoca:

LETTERA DELLA DUCHESSA REGGENTE AI FIGLI

«Miei dilettissimi figli,

«Benedetto Iddio e la Sua Santa Madre! Che giornata è stata questa de' 4 maggio! Non poteva credere che il mio cuore avesse avuto a provare in vita una felicità simile a quella, che provai quando vi diedi in sul nascere il mio primo bacio materno. Questo ineffabile sentimento è stato anche sorpassato da ciò. che ho provato ieri trovandomi in mezzo a' miei fedeli Parmensi. Avrei voluto parlare, ma il mio cuore era cosi gonfio da soffocarmi; altronde, in mezzo a quel figliale clamore, io non poteva farmi udire; ma ho voluto vedere le truppe, e passare tra le loro file.

«Ripiglio la mia Odissea dal mio viaggio da Mantova. Arrivata, sempre trottando, a Brescello verso le 8 di sera, ho trovato il Conte dell’Asta, che vi era stato chiamato dal maggiore Modenese, che voleva dargli le lettere spedite dalla Giunta or son due giorni(dovrei dire due mesi? ho perduta ogni idea di cronologia). Egli mi ha dato mille dettagli importanti, di cui io era avida… Vi invia le gazzette e la copia di alcuni atti, che vi daranno un idea della storia delle 3 giornate di maggio 1859, nelle quali la truppa italiana di Casa Borbone ha cancellato la memoria di altre 3 giornate! la chiusa è stata di una quarta giornata, quella, cioè, del mio ritorno.

«A Sorbolo ho trovato i gendarmi, e la maggior parte delle guardie del corpo. Tutti volevano scortarmi; ma Comelli ha detto: «Altezza Reale, le guide! con un tono cosi commovente e così fermo, che non mi ha lasciato se non al Palazzo.

«Da Sorbolo a Parma la via era disseminata di soldati, i quali mi hanno voluto seguire al passo ginnastico. Appena ho veduta la l(a)compagnia' de' cacciatori, son saltata fuori della vettura; i soldati gridavano con tutta la forza de' polmoni (sebbene non facessero altro che gridare da 30 ore), ed in questo giubilo, doppia felicità era per me udir ripetere mille e mille volte il caro nome di Roberto! Ma quale immensa obbligazione per te, figlio carissimo, divenire uomo del tuo dovere, quando vedi a che si sono esposti migliaia di tuoi fedeli Parmigiani per serbarti il loro giuramento di fedeltà! Uno di essi mi ha gridato: Morire sì, ma vedere no!

«Da Sorbolo a Parma, tutte le case de' paesani erano illuminate, e la povera gente gridava a' soldati: Viva Roberto I!

«Giunta alla porta San Barnaba, alla luce del gas, ho trovato lo Stato maggiore. Da prima ho dato la mano al maggiore Perrini, poi il Colonnello mi ha pregato di passare al Castello, dove ci siamo recati per la via de muri. Non vi i parola umana per dire ciò che è accaduto in questa cittadella! Penso che non lo dimenticherò per tutta la eternità. Dopo aver veduto tutti i miei bravi soldati, sono entrata in Cappella per la durata di un’A ve Maria; la musica ha suonato Faria solenne della preghiera, e in questo momento tutte le grida sono cessate. Quali ringraziamenti al Dio della giustizia e della misericordia!

«Io ho parlato un poco per ciascuno a tutta questa brava gente.» Essi han voluto trascinare la mia carrozza sin presso i Cappuccini, e si ostinavano a condurmi fino al Palazzo; ma ho detto loro due parole, chiamandoli: miei cari figliuoli! ed essi mi hanno obbedito sul momento. Ciò è tanto più bello, ché da tre giorni non obbediscono ad alcuno. Desidero, che i quattro cari figli, che ho dati in luce, mi sieno obbedienti come lo sono i figli che mi ha dato la fedeltà al giuramento.

«A Palazzo, nuove accoglienze degli alabardieri, de' quali né pure uno si è mosso di giorno e di notte fin da domenica. Officiali e soldati vanno a maraviglia; poi il Vescovo, i Ministri, e tutto ciò che vi potrete immaginare. Verso mezzanotte abbiamo cenato (avevamo pranzato a Luzzara con le guide e co’ cavalli Giggio era di servizio al palazzo; egli ha cenato con noi, e si è messo a piangere udendo ciò che il Duca aveva detto: che noi eravamo nel mese della Beata Vergine, quando ha saputa la notizia della restaurazione del governo.

«Addio, miei tesori:

«LUISA.» (78).


Stupendi, commoventi, ma pur troppo inutili fatti, di fronte alla perfidia e alla violenza della setta, che pur doveva trionfare a nostro castigo!


Torna su



CAPO VII


Torna su



ATTITUDINE DEL GOVERNO DUCALE. PERFIDIA DEL GOVERNO SARDO

Sua Altezza Reale la Duchessa Reggente nel ritirarsi da Parma, il 30 aprile, aveva voluto risparmiare al suo popolo i mali d’una lotta intestina, mentre colla neutralità vuoleva sottrarlo ai disastri della guerra. Ad ogni costo, — dice il Signor de Rianceynel suo libro: Madame la Duchesse de Parme devant l'Europe, — ella avrebbe respinto ogni idea d’intervento d’una forza straniera. Nel traversare Mantova, il 2 di maggio, per trasferirsi in Svizzera, il comandante di quella piazza, Tenente-maresciallo barone de Culoz,s’affrettò a farle omaggio,e poiché le chiedeva i suoi ordini pel Feldmaresciallo conte Gyulai, offrendole di mettere a sua disposizione le milizie imperiali, necessarie per ristabilire l’autorità legittima nel Ducato, l’augusta Duchessa risposegli testualmente così:

«Io mi sono ritirata dal mio Stato per non essere obbligata a rompere la neutralità. Non volevo essere causa di nuovi torbidi nel mie paese, volevo anzi impedirli. Se sopravvenisse un governo usur patere, nemmeno, allora io domanderei a forze straniere di ristabilire il mio Governo. Ma se, terminata la guerra, i diritti dei miei figli non saranno stati rispettati, m’appellerò all'Imperatore d’Austria, come alle altre Potenze, a fine di garantire questi diritti e farlivalere pacificamente».

Questa risposta, della quale il Generale chiese ed ottenne da Sua Altezza Reale un appunto scritto, veniva pronunziata il domani stesso del giorno, in cui ogni speranza di pace era svanita, e le ostilità erano incominciate tra l’Austria e il Piemonte, il domani del giorno in cui i manifesti di Francesco Giuseppe, di Napoleone III e di Vittorio Emmanuelerimettevano alla aorte delle armi la decisione del nefasto litigio.

Il 3 di maggio, come dicemmo, veniva restaurata col Governo legittimo a Parma la quiete nel Ducato, e la Duchessa Reggente indi rizzava al suo popolo il proclama del 5 di maggio da noi recato.

La sola notizia della restaurazione dell'autorità legittima e la lettura di quel proclama bastarono perché ritornasse l’ordine inBorgotaroe in Pontremoli, le sole due città, che, per essere più vicine al Piemonte e più esposte alla sua malvagia influenza, avevano momentaneamente soggiaciuto al movimento rivoluzionario. Gli emblemi della ribellione disparvero, come per incanto, senza il menomo impiego della forza, mentre i magistrati riprendevano le funzioni loro a nome della Reggente.

Piena d’una generosa fiducia, e volendo mostrarla apertamente, la Duchessa, che ai primi moti della rivoluzione aveva allontanato da Parma a Brescello i reali figli, tosto li richiamò, e il ritorno di Roberto I fu un nuovo trionfo. L’augusta madre era andata ad incontrarlo a grande distanza dalla città, e al ritorno le acclamazioni e l’ebbrezza di gioia del primo giorno rinnovaronsi con maggiore entusiasmo.

Questo fatto, presso che unico nella storia contemporanea, produsse un effetto immenso, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Era, nota il de Riancev, una vittoria magnifica del dritto sulla rivoluzione; una protesta energica incomparabile in favore della sovranità e della monarchia; una nuova gloria per l’augusta Casa di Borbone; era una risposta ad hominem ai sogni degli ambiziosi, alle follie degli utopisti, alle speranze colpevoli degli uomini del disordine. Un popolo, un esercito che sanno sbarazzarsi in un istante del giogo della rivoluzione, che sanno da sé soli ristaurare l’ordine manomesso, richiamare il proprio Principe: ella è questa cosa rara e memorabile, tale da meritare il plauso dei contemporanei e l’ammirazione dei posteri.

Siffatta lezione fu intesa da pertutto, da per tutto compresa; risuonando profondamente nel cuore degli onesti, nei quali rianimava il coraggio e la fiducia. Quando la causa della giustizia ottiene una vittoria, sia pure su di un teatro ristretto, ogni uomo di cuore e di onore ne prova la gioia più viva, e può dire come i Vescovi a Clodoveo: Victoria tua, victoria nostra. (79)

All’annunzio del ritorno della Duchessa di Parma le principali Potenze sembrarono svegliarsi, e, stropicciandosi gli occhi, mandarono felicitazioni all'augusta Figlia di S. Luigi. Ma nessuna di tali felicitazioni riuscì più gradita al suo cuore di sovrana e di madre, quanto quella inviatale dal Pontefice Pio IX, l’amore del quale per la famiglia reale di Parma, raddoppiato dalle tribolazioni, in ogni incontro erasi mostrato altrettanto pronto quanto affettuoso e costante.

La gioia dell'augusta Famiglia di Parma e del suo popolo doveva essere di breve durata! I disegni della framassoneria e il programma di Plombières dovevano avere a ogni costo compimento: e l’ebbero.

S. A. R. la Duchessa Reggente, ad onta delle gioie del ritorno, aveva misurato la gravità del pericolo tuttora esistente. La setta implacabile era stata vinta; ma per ciò stesso diveniva più temibile perché, forte di forze straniere, era aizzata dalla vendetta. La storia dei trentacinque giorni che passarono dal 4 maggio al 9 giugno, è la storia di una lotta continua, ardente, prodigiosa tra tutte le più malvagie passioni scatenate dalla perfidia settaria (sicura ormai, ad onta di tutto, di prevalere, per prepotenza di forza materiale e per indifferenza o complicità dei potentati europei) contro il buon dritto e la volontà del paese riusciti per un momento vittoriosi nella prova.

Fin dal 6 maggio il Governo ducale, di fronte all'agitazione compressa appena del partito ribelle, avea dovuto, come è naturale, prendere alcune misure energiche. Erano stati scoperti depositi d’armi e di munizioni venute dal Piemonte. Un ordine del Direttore di polizia imponeva la consegna delle armi da guerra che fossero nelle mani di semplici particolari; fu richiamata in vigore la legge che interdiceva le armi proditorie: era necessario mettere al sicuro la vita dei cittadini dal pugnale dei così detti liberatori d’Italia; poiché la rivoluzione non avrebbe avuto in quel momento il coraggio, né l’audacia di scendere nelle strade e d’impegnarsi in una lotta aperta colla legittima autorità. Sapeva bene la setta che, quali che fossero le sue istigazioni, le promesse degli affiliati raccolti negli Stati vicini, o gli eccitamenti e il danaro degli agenti piemontesi, le probabilità di una insurrezione le sarebbero state contrarie.

La popolazione, lieta del ritorno della Reggente, mai si sarebbe associata al movimento, sia pure con una complicità di tolleranza. L’esercito, tuttora entusiasmato pel recente trionfo, era più fermo più fedele e meglio animato che mai. Bisognava che il Governo ducale raccomandasse agli ufficiali e ai soldati, a questi principalmente, la calma, la moderazione, la pazienza. Più d’una volta nella cittadella e nelle caserme le milizie si erano mostrate pronte a fulminare la città alla prima velleità di sommossa. I Ministri e i capi di corpo, ad evitare sanguinose collisioni, facevano di tutto per contenere tale ardore; ma, convien dirlo, la longanimità dei soldati era messa a ben dura pruova; infatti gli agitatori, troppo vili per ingaggiarsi in una lotta aperta, esalavano il loro dispetto con continui insulti. Tutti i giorni ne’ caffè, nei pubblici ritrovi, nelle strade, chiunque portasse un uniforme militare era esposto a lazzi, a motteggi e ad insulti vigliacchi, così che, senza una sommessione eroica agli ordini dei capi, sarebbe stato impossibile di non prenderne immediata vendetta. — Altrettanto accadeva in Roma (e ne fummo testimoni più volte) e nelle altre città d’Italia, dove pur l’autorità legittima si manteneva; ma troppo mite per imporne ai rivoltosi, fatti audaci dell’appoggio ormai aperto di Francia e di Sardegna (80).

Nel medesimo tempo il partito piemontese, ossia la nota Società Nazionale, sobillava ed agitava le classi medie della società, come la parte corrotta della borghesia e quella più corrotta ancora della nobiltà, scarsa, se vuoi, di numero, ma pur potente per influenza e per pecunia; e colle armi sempre velenose dell’astuzia, della menzogna e della calunnia, che minano i troni senza che altri se ne avvegga, metteva a confronto la lunganimeinazione dei sovrani legittimi colla spavalda attitudine del Galantuomo, fattosi campione d’Italia, poiché fu potente per altrui potenza.

Cosi a Parma, poiché altro non si sarebbe potuto, levavansi a cielo le vittorie gallo-sarde; mentre biasima vasi la proclamata neutralità che impediva il Ducato di levarsi in armi per la causa della italica liberazione. Pure il Governo non avea impedito alcuno dal passare il confine per raggiungere i cosi detti volontari; ma coloro che maggior mente gridavano erano appunto quelli che si rimanevano poi a riposar i loro sonni tranquilli nel proprio letto. — Era il caso di quel furbo istrione, che nel 1848, mentre i Francesi assalivano la Roma di Mazzini, col fucile da caccia ad armacollo, gridava ai gonzi che spingea alle breccia del Gianicolo: «armiamoci, e andateci!»

Del resto costoro con fine ipocrisia, affettavano di separare la Duchessa Reggente dal suo Governo, e, costretti dal rispetto unanime dicui Sua Altezza era in possesso, risparmiavano la sua augusta persona, attestandole una ipocrita deferenza, e facendo ricadere sul Governo tutto il peso del loro malanimo, coglievano i pretesti più inverosimili per as salirlo. Il Governo li disprezzava da principio; ma poi vide la necessità di confonderli. Il de Rianceyne cita un esempio fra tanti.

—Gli agitatori, dice egli, avevano per scopo principale il suscitare dissensi tra il Ministero parmense e il Governo francese. Non potendo rappresentare la Duchessa Reggente quale alleata dell’Austria, speravanodare al suo Gabinetto apparenze di nimicizia contro la Francia. Sparsero pertanto la voce che il Console francese fosse stato insultato da' soldati dell’esercito ducale; che questi fossero entrati colla sciabola in mano nella casa del sig. Paltrineri, e che, non contenti di violare un domicilio protetto dal dritto delle genti, avessero lordato di fango lo stemma imperiale; aggiungendo che siffatti insulti sarebbero rimasti impuniti.

Il fatto, mandato subito ai giornali piemontesi, secondo le ingiunzioni della setta, espresse nelle lettere da noi recate del famoso

La Farina, avidamente sfruttato dalla coloro malignità, era tale da produrre un grosso effetto. Per buona ventura non ne fu nulla, e il signor Paltrineri, alla lealtà del quale il marchese Pallavicino fece pubblicamente appello, si affrettò di dare la più completa smentita a quella insigne menzogna.

Ecco la corrispondenza scambiata in proposito tra il Ministro e il Console, che fu pubblicata dalla Gazzetta di Parma:

Al Sig. G. Paltrineri, cav. della Legion d'Onore, Console Onorario, incaricato dell’agenzia consolare di Francia a Parma,

«Illustrissimo Signore,

«Leggo con sentito rammarico nel N. 127 del Monitore Toscano (foglio ufficiale) l’estratto di un articolo tolto dal Corriere Mercantile di Genova, nel quale, fra le altre calunnie che vi sono prodigate contro Parma, vi è detto, che individui appartenenti alle milizie parmensi, hanno commesso un atto di brutale offesa al Console di Francia, lordandone lo stemma, e penetrando armati di sciabole e pistole nel suo appartamento,

«Il Governo di Parma non si abbassa fino a raccogliere le calunnie così frequenti che certuni fogli del giorno pubblicano contro di lui; la sua dignità non gli permette nemmeno di supporre che le medesime possano trovare credito. Ma i riguardi che deve e che professa verso il Governo da Vostra Signoria rappresentato (riguardi dei quali mi lusingo che ella abbia avuto cento prove) e poiché si è fatto in questa circostanza un oltraggio troppo grave alla verità, sono a fare appello alla sua testimonianza personale, e a pregarla di smentire nel modo che crederà più opportuno una così assurda e indegna asserzione.

«In attesa della sua cortese risposta, mi compiaccio di rinnovarle, illustrissimo signor Cavaliere, l’espressione della mia distinta considerazione.

«Parma, 31 maggio 1859.

Firmato, PALLA VICINO».


Ed ecco la risposta del Paltrineri:


A Sua Eccellenza il Marchese G. Pallavicino, Ministro degli Affari Esteri, ecc, ecc,


«Eccellenza,

«Parma, 31 maggio 1859.

«Ho ricevuto la lettera che Vostra Eccellenza mi ha fatto l’onore di scrivermi questa mattina, colla quale l’Eccellenza Vostra mi fa conoscere tutta la sorpresa che ha provato nel leggere nel Corriere Mercantile di Genova, e nel N. 127 del Monitore Toscano una corrispondenza da Parma, nella quale si è avuto tanta audacia da dire che individui appartenenti alle milizie reali, hanno commesso un alto di offesa brutale al consolato di Francia, lordando lo stemma imperiale, ed entrando nell'appartamento del Console armati di sciabole e di pistole,

«Indegnato non meno di Vostra Eccellenza della calunnia che si è osato spargere e pubblicare su di queste pretese ingiurie allo stemma imperiale e alla mia abitazione, mi affretto di rispondere a Vostra Eccellenza, e dichiaro a voce alta, che nulla di tutto ciò è avvenuto, e autorizzo l’Eccellenza Vostra a dare a questa mia dichiarazione tutta la pubblicità che crederà conveniente per smentire siffatta menzogna, anche facendo stampare questa lettera; e lieto di poter rendere in questa occasione un omaggio solenne alla verità, prego Vostra Eccellenza di voler gradire l’espressione dei miei sentimenti di alta stima e di distintissima considerazione.

Firmato, G. PALTRINERI

Console Onorario a Parma,


Ad onta di tutto ciò, il male si facea strada e l’irritazione giungeva a un grado pericoloso. I partiti repubblicano e piemontese si erano accordati, seguendo le insinuazioni della Società Nazionale; una collisione già si prevedeva, sebbene pel momento il risultato non potea essere dubbioso. L’esercito l’avrebbe desiderata; poiché la pazienza dei soldati era all’estremo. Stanchi delle invettive e degli oltraggi, provveduti di munizioni e di artiglieria, occupando militarmente la città e la cittadella, presto avrebbero potuto ridurre al dovere la ribellione. Non era dunque da questa parte il pericolo. Certamente la Reggente avrebbe fatto ogni cosa per risparmiare al suo popolo gli orrori di una guerra civile; ma, ridotta all’estremo, ella non avrebbe indietreggiato nel 1859, più che noi facesse nel 1854, quando venne assassinato il Duca suo consorte. Il timore adunque non era che nei mezzi occulti della setta e nel tradimento; quindi è che, per essere più libera nelle sue risoluzioni e per mettere al sicuro i reali figli dal pugnale dell’assassino, si era privata del bene di averli presso di se. Avea dunque affidata alla prudenza devota e al sapere del rev. Abate Navello, prete di Nizza, uomo ad un tempo di talento e di cuore, i suoi figli, accompagnati dal giovine e cavalleresco Marchese di Malespina, affidando le figlie a una istitutrice premurosa e fedele. Ella avea mandato il duca Roberto e il Conte di Bardi a S. Gallo in Svizzera, dove i Principi dovevano proseguire laloro educazione.

Messo così in sicuro quanto avea di più prezioso al mondo, solo la sua persona e la sua vita erano in giuoco; era ormai pronta a ogni evento, e aspettando di piè fermo la rivoluzione, col cuore sanguinante avrebbe accettato la lotta e salvato l’ordine e il buon diritto insieme colla corona del figlio. Ma la setta era troppo scaltra per ingaggiarsi in un conflitto, mentre era altronde precedentemente sicura del fatto suo. Il pericolo doveva venire dall’estero.

Sua Altezza Reale la Duchessa Reggente avea dichiarato findal primo momento come intendesse osservare scrupolosamente la neutralità: neutralità, che avea servito di primo pretesto all’insurrezione del 1 maggio. Richiamata appena dalla fedeltà de' suoi sudditi, avea rinnovato nel manifesto del 5 la ferma volontà di mantenere l’istessa attitudine.

«Questa attitudine, ripetiamo le sue parole, mi è permessa dal vero spirito dei trattati; è dessa la migliore salvaguardia del paese; l’alta giustizia e lo spirito di civiltà delle potenze belligeranti non soffriranno che venga assalito chi non offende».

Il diritto dei neutri è una delle più belle conquiste della civilizzazione cristiana; i trattati lo sanzionano a gara, ed è stato finora una delle basi dell’ordine europeo. Se riguardo ai grandi Stati niuno pensa a violarlo, perché sanno e possono farlo rispettare, per gli Stati secondari il medesimo diritto è sacro e garantito dal diritto dei deboli.

La Reggente avea mantenuta la sua indipendenza di fronte all’Austria senza rompere i legami di amicizia e di buon vicinato colla Corte di Vienna. Chiederle di più era pretendere che si arrotasse Botta la bandiera del Piemonte, vale a dire che rinunziasse alla sua libertà per seguire una politica palesemente ostile ai principi conservatori, tutta devota alla rivolnzione, in lotta aperta colla Santa Sede, non aspirando se non a ripiombare l’Italia intera negli orrori di una guerra, che ad occhi veggenti ben sapea di non poter fare senza l’aiuto altrui. L’augusta Duchessa sentiva che non si ’sarebbe liberata da una preponderanza straniera, se non se per subire la preponderanza, ben più esigente e malsana, di altra straniera potenza.

La neutralità adunque fu il programma mantenuto irremovibilmente dalla Duchessa. Questa neutralità, dice ancora il de Riancey, non era ciò che nel diritto delle genti si chiamerebbe neutralità perfetta, poiché non poteva andare fino al punto d’interdire sul proprio territorio gli armamenti di una delle potenze belligeranti. Ma prima di tutto gli armamenti dell’Austria a Piacenza, per esempio, non era in potere del Governo di Parma di impedirli. La cittadella era occupata non in virtù di una concessione sovrana, né di un soccorso richiesto dal Principe; ma sì in virtù di solenni trattati europei, di convenzioni stabilite dal volere delle cinque grandi Potenze, trattati e convenzioni, posti sotto la loro garanzia collettiva.

Ben avea potuto la Duchessa di Parma rinunziare di prevalersi dei vantaggi del trattato nel 1848; ben avea potuto ricusare, il 2 maggio, l’offerta delle forze imperiali austriache (mentre il Piemonte per pigliarsi la roba altrui aveva chiamato i Francesi, sacrificando per fino una giovane e innocente figlia del suo Re), ma non l’era possibile andare più in là. I trattati che imponevano l’occupazione della cittadella di Piacenza erano imperativi e assoluti, ed erano l’opera dell'Europa intera. La Duchessa non aveva alcun mezzo di eluderli o di infrangerli. Il Governo di Parma avea solo potuto restringerli nel loro spirito fino all’ultimo limite del suo diritto (81).

La neutralità adunque del Ducato di Parma, sia pure imperfetta, era cosi leale ed intera dal lato della Duchessa e del suo Governo come lo permetteva la situazione fattale dai trattati del 1815.

Tale neutralità, che il jus pubblico e il buon senso egualmente riconoscono, consiste in astenersi da ogni partecipazione diretta o in diretta ad ostilità contro l’una o l’altra delle parti belligeranti; in chiudersi in un attitudine puramente passiva e di aspettativa; in affidarsi alla lealtà degli avversari, e in rifugiarsi più strettamente che mai sotto la protezione delle Potenze garanti. Del resto questa neutralità era stata riconosciuta dall’Austria egualmente che dalla Francia, in condizioni per lo meno altrettanto sfavorevoli, riguardo agli Stati della Chiesa. Il territorio di questi Stati, osserva l’autore citato, — era occupato non solamente in un punto e da una guarnigione, come Piacenza, ma in due provincie e nella sua capitale, da due corpi d’esercito, appartenenti ai due imperi in guerra; le Legazioni da una parte con Anconaavevano accolto milizie austriache, Roma e Civitavecchia milizie francesi, e ciò dietro appello del Sovrano Pontefice, spossessato dei suoi domini dalla rivoluzione, e ora ne erano una guardia permanente.

Senza dubbio qui il carattere sacro del dominio pontificio rendeva più rispettabili ancora i diritti e la persona del Sovrano degli Stati della Chiesa. Senza dubbio l’interesse del mondo cattolico, superiore a un interesse europeo, lo copriva di un’egida inviolabile. Senza dubbio il Padre comune di tutti i fedeli ha il dovere di rimanersi in pace con tutti i Cristiani e di gemere sullo lotte degli Imperi, specialmente allorché questi sono cattolici.

Altronde se il Papa è un Sacerdote e il Capo della Chiesa di Gesù Cristo, Sua Altezza Reale la Duchessa di Parma era una donna, una vedova augusta, una principessa tutrice di orfanelli minori: titoli venerati dall’antichità, e per fino dai barbari, quando avessero qualche cosa di sacro, posi che il nostro secolo avrebbe dovuto onorarsi di proclamarli inviolabili. La Duchessa di Parma pertanto colla rettitudine della sua coscienza era convinta che tale situazione difficile, ma inappuntabile, sarebbe accettata senza la menoma esitazione. Che anzi il suo Governo aveva potuto persuadersene per le assicurazioni avute dalle altre parti interessate, ed era in diritto di credere che tali assicurazioni sarebbero state mantenute ed estese: ed agì immediatamente in conformità di tale persuasione.

Il Governo di Parma, prima che incominciasse la guerra, aveva accolto con favore il disegno di un congresso: e allorché le proposte della Gran Brettagna gli vennero comunicate, si era dichiarato pronto ad accoglierle; allorché l’Austria avea fatto obbiezioni sia sopra i quattro punti da sottomettere alla riunione delle cinque grandi Potenze, sia contro il modo di rappresentanza degli Stati italiani in seno del congresso o presso di esso, questo Governo aveva formulato le riserve più espresse in favore del suo diritto di accedere al congresso a di adottare la forma di rappresentanza che gli sembra meglio concimarsi cogli interessi dei Principi italiani...

Era questo certamente, — nota lo storico succitato, — far presentire a Vienna che la politica austriaca incontrerebbe a Parma il medesimo sentimento d’indipendenza, segnalato già colla rottura dell’unione doganale e colla cessazione dell’occupazione militare del Ducato. Di ciò dubitavasi cosi poco, che da quel momento nei ritrovi e nei giornali della capitale si rimproverava ai ministri di Su Altezza Reale il loro liberalismo e le loro tendenze piemontesi.

Dal canto suo il Governo francese avea senza difficoltà riconosciuto che la sola condotta, che poteva consigliarsi alla Duchessa di Panna, era di rimanere in quiete, senza prender partito nò per l’Austria, né per il Piemonte; e fin dal 19 gennaio, il conte Walewsky si era aperto in questo senso con il signor Mon, Ambasciatore di Spagna, incaricato di rappresentare la Reggente.

Dalla stessa Torino giungevano a S. A. B. le testimonianze più rassicuranti e affettuose. Il 9 d'aprile il Conte di Cavour esprimeva in propri termini al signor Coelio, Ministro di Spagna e rappresentante di Parma, «la sua ammirazione e quella del suo augusto Signore per l’alta saggezza e la prudenza squisita colla quale la Duchessa di Parma governava i suoi Stati nelle congiunture cosi difficili che traversava l’Italia». — Le stesse belle parole dicea quel tristo ai rappresentanti del re Francesco II un anno dopo! —

Il passaggio del Ticino, 29 aprile, avendo dato il segnale della guerra, S. A. R. Luisa di Borbone non avea esitato di sperimentare per la prima volta gli effetti della neutralità. Abbiamo recato la risposta da essa fatta al Generale de Culoz, siccome ancora le parole cosi precise del suo proclama del 5 maggio; del resto nelle istruzioni lasciate il 1° maggio alla commissione di governo prima della sua partenza S. A. R. comandava specialmente «di conservare la neutralità, che noi gli imponiamo come un dovere». Ora, il 3 maggio, allorché le milizie fedeli chiedevano al marchese Pallavicino di mettersi alla loro testa per ristabilire il Governo ducale, fu redatto nella cittadella un processo verbale sottoscritto da tutti i capi di corpo, nel quale era espressamente stabilito, che«l’antico Ministero riprenderà l’autorità suprema in nome del Duca di Parma per seguire la politica di neutralità adottata da S. A. R. nelle gravi difficoltà del momento».

Alcuni giorni dopo, il 12 di maggio, appena ristabilito Perdine e attutite le prime scosse, la Reggente notificava alle varie Potenze la sua risoluzione, resa anche più irremovibile dallecircostanze, intornoalla neutralità; e il suo Ministro degli affari esteri rivolse atuttele Potenze europee un Memorandum che contiene il racconto fedele degli avvenimenti dei primi giorni di maggio, e termina col proclama del giorno 5, Memorandum che qui testualmente rechiamo:

Torna su



MEMORANDUM

Adressé par S. E. le Ministre des affaires étrangères de Parme aux Puissances amies, sur les événements dont cet État a été le théâtre durant les premiers jours de mai 1859.

«Ce fut le 27 mars 1854, que Madame la Duchesse Louise Marie de Bourbon, frappée par la plus cruelle des épreuves, auxquelles le Très-Haut, dans ses conseils impénétrables, avait voulu soumettre l’âme religieuse et virile de l’auguste fille d’Henri IV, dut prendre dans ses mains la régence des États de Parme, au nom de son fils le Duc Robert I(er), qui en était devenu le souverain légitime.

«Depuis ce jour, Son Altesse Royale ne cessa pas un seul instant de s’appliquer à rendre ce pays tranquille et heureux, avant à cœur non seulement de s’acquitter des devoirs que lui imposait la souveraineté, mais de pouvoir, le jour où elle transmettrait à son fils les rênes du gouvernement, montrer à tous qu’elle avait rempli consciencieusement sa triple tache de mère, de tutrice et de Régente.

«Des révolutions, des complots, des calamités publiques suscitèrent tour à tour des obstacles à l’accomplissement des intentionsmagnanimes de Son Altesse Royale. Pendant qu’une sage administration amenait la restauration des finances, et qu’un régime doux et clément lui gagnait, peu à peu, le cœur de ses sujets, assurant ainsi le bien être et la tranquillité de l’État, le gouvernement de Son Altesse Royale mettait tous ses soins à entretenir les meilleures relations avec les Gouvernements étrangers, et ceux-ci ne cessaient, en retour, de lui témoigner les sentiments d’une parfaite amitié.

«Au commencement de cette année, des divergences politiques, prenant de jour en jour de plus grandes proportions, placèrent deux pays limitrophes au notre dans une position hostile. L’État de Parme se vit alors entouré de nouvelles et graves difficultés; il s’efforça de les surmonter, suivant une ligne de tolérance et de prudence. LaRégente se trouvait liée à l’Autriche par un traità d’alliancedefensive, que ses prédécesseurs avaient stipulé avec cette puissance en 1848. Elle ne voulait ni que la foi fût violée de la part de son Gouvernement, ni qu’un recours au traité vînt altérer cette conduite prudente, qui pouvait empêcher de plus grandes complications entredeux voisins. La bienveillante entremise de quelques Puissancesavant proposé de pacifier l’Italie moyennant un congrès, le Gouvernement de la Régente ne se rangea pas du côtéde ceux qui la contrariaient.

«Tous les efforts des grandes Puissances, qui auraient voulu une solution pacifique de la question italienne, avant échoué, on se vit à la veille de la guerre. Madame la Duchesse persista dans sa conduite. La révolution de la Toscane vint ajouter à l’enthousiasme pour l'idée nationale, qu’entretenait en cette ville la proximité du théâtre de la lutte. Tout imbue qu’elle était de cette idée, la plus grande partie des Parmesans tenait à la conservation de la dynastie et à une confédération italienne. Cependant, des agitateurs infatigables travaillaient à profiter de l’anxiété publique pour renverser le Gouvernement légitime. Ils mirent en œuvre toutes sortes d’artifices pour corrompre les troupes; ils n’obtinrent qu’un très-faible succès. Les officiers surtout, fidèles en tout temps, offraient peu d’espérance de corruption. On désigna plusieurs d’entre eux comme voués à l’exécration publique; leur fermeté fut ébranlée. On en vit quelquesuns, dont l’esprit avait déjà succombé à ces insinuations trompeuses, mettre en circulation une pétition adressée à Son Altesse Royale, laquelle, quoique rédigée en termes respectueux, ne tendait à rien moins qu’à induire le Gouvernement à s’écarter de la politique qu’il s’était tracée. H s’adressèrent à leurs collègues avec des arguments spécieux, et beaucoup d’officiers, surpris, y mirent leur signature sur la foi de leurs camarades, sans intention malveillante.

«C’était le 1(er)mai, Madame la Duchesse Régente vit alors qu’elle ne pouvait désormais compter sur ses troupes pour l’appui de la politique qu’elle s’était prescrite; elle se vit exposée ou aux conséquences incalculables d’une révolution, ou à jeter le pays dans les calamités d’un conflit intestin. Il ne lui restait donc qu’à s’éloigner de ses États et mettre en sûreté ses enfants, sans toutefois oublier ses devoirs et renoncer à ses droits. Elle publia une proclamation qui constituait le Ministère en commission de gouvernement, lui donnant une instruction spéciale de ne se dessaisir de son mandat que dans le cas où tout effort pour le garder pourrait donner lieu à des désordres. Ce cas échéant, la commission devrait protester pour laconservation des droits de souveraineté des fils de Son Altesse Royale sur l’État de Parme.

«Vers midi, Madame la Duchesse quitta cette capitale avec les Princes, le cœur navré, se dirigeant vers la Suisse. Peu d’heures après son départ, la commission de gouvernement, ainsi qu’on l’avait prévu, se vit forcée à résigner ses pouvoirs, en présence de lasommation que lui fit un soi-disant comité national, qui déclara prendre le gouvernement au nom de S. M. le roi Victor Emmanuel II; La populace, assemblée sur la place du Palais, où siégeait la commission, appuya de ses cris la sommation du comité, arborant un grand drapeau aux trois couleurs italiennes. La commission réclama et obtint du comité une déclaration écrite de Pacte qui s’accomplissait; ensuite elle écrivit, signa et remit sa protestation, conformement aux ordres de la Régente.

«Le lendemain, le comité publia différentes notifications par les»quelles: 1.° il se constituait en junte provisoire de gouvernement pour les États de Parme, au nom de S. M. le roi de Sardaigne Victor Emmanuel; 2.° déclarait que cet état de choses ne durerait que jusqu’à ce qu’un commissaire, qu’on attendait, vînt prendre le gouvernement du pays, et il assurait que des communications avaient été faites à ce sujet au Gouvernement du Roi; 3.° il déléguait à la direction de chaque département ministériel les secrétaires généraux, et confirmait les autorités civiles et militaires, les fonctionnaires publics et les employés; 4° il arrêtait que les actes publics porteraient l’intitulé de Junte provisoire au nom de 3. M. le roi de Sardaigne Victor Emmanuel IL; 5.° il instituait une garde nationale et en confiait l’organisation à Mrs. Auguste Rossi, Joseph Clementi et François Canobbio, qualifiant les deux premiers de capitaines dans l’armée sarde et le troisième de sous-lieutenant dans la même armée.

«Loin d’adhérer à cette révolution, la plus grande partie de la population la désavoua hautement. On contestait même à la junte tout mandat populaire, on n’ajoutait foi à aucune des assertions qu’elle publiait. La ville se montrait partout mécontente, consternée.» Personne n’ignorait que les membres de la junte appartenaient au parti républicain; on s’aperçut alors que c’était ce parti qui avait opéré le mouvement révolutionnaire.

«Les troupes ne tardèrent pas à connaître qu’elles avaient été mystifiées; elles virent toutes les conséquences de la démarche à laquelle on les avait entraînées. Elles furent désolées d’un égare ment momentané: le repentir fut bientôt remplacé par la plus vive irritation. On leur demandait des fusils pour l’armement de la garde nationale; pour toute réponse, ils les brisèrent. Mr. Rossi, le pré tendu capitaine piémontais, voulut les haranguer, il eut de la peine à se soustraire à leur fureur. Une pareille tentative avant été faite ensuite par un membre de la junte; elle eut le même résultat Les démonstrations hostiles au Gouvernement intrus prirent, en peu d’heures, un caractère très-sérieux. Soldats et officiers (ces derniers aussi avaient reconnu le piège dans lequel ils étaient tombés), résolurent de rétablir le Gouvernement légitime Dans là nuit, ils prirent toutes tes dispositions nécessaires pour l'accomplissement de leur projet.

«Le lendemain matin, 3 mai, toutes les troupes quittèrent leurs casernes et se rendirent à la cittadelle; là, elles déclarèrent qu’elles ne reconnaissaient que le Gouvernement de Robert 1(er); qu'elles ne voulaient obéir qu’aux autorités constituées par le souverain à qui les liait un serment de fidélité. Un peloton de chasseurs porta à la junte une intimation signée du commandant des troupes. Ily était dit que les troupes, fidèles à leurs serments, n’entendraient désormais tolérer aucun emblème révolutionnaire, et voulaient que le Gouvernement de Son Altesse Royale Madame la Duchesse Régente fât rétabli. Si, daîns une heure, elles n’avaient pas une réponse conforme à leur volonté, et si celleci n'était pas accomplie, elles àuràient recours à des mesures efficaces.

«La junte quitta précipitamment les bureaux où elle s’était installée, se dérobant par la fuite à l’indignation publique. Son exemple fut imité par les cinq officiers (aucun officier supérieur) qui avaient été les promoteurs de l’adresse; leurs camarades volèrent à leurs pestes, où ils parvinrent à calmer l’effervescence des soldats, tout en donnant une sage direction à leur excellent esprit. Un peloton fut envoyé chez le marquis Pallavicino, membre de la commission du gouvernement, et en même temps président du département militaire, pour l’inviter à se rendre an milieu des troupes. Il s’yrendit, et fut reçu aux cris de vive la Régente! vive le Due! vive le président H chercha avant tout, à s’assurer de la spontanéité du mouvement et de l’esprit de subordination, ne voulant pas prendre part à un mouvement qui ne tendrait pas an maintien de l'ordre le plus rigoureux.

«Avant manifesté aux troupes ses intentions, elles se déclarèrent disposées à l’obéissance et à ta discipline. On leur présenta le drapéau de la famille régnante; elles l’entourèrent avec un enthousiasme religieux et touchant, renouvelant leur Serment de fidélité.

«La municipalité faisait en même temps un acte exceptionnel d’adhésion an Gouvernement de Son Altesse Royale Robert 1(er); le maire et plusieurs notables de là ville, quoique non revêtus d’un caractère officiel, s’adressèrent personnellement aux Ministres de Son Altesse Royale Madame La Duchesse Régente, les priant de se rendre au vœu général, en reprenant, pour le bien de la Ville, les rênes du gouvernement. Les Ministres qui étaient en ville s'y prêtèrent sur-le-champ, et un d’entre eux, qui s’était rendu à sa maison de campagne, assez loin, en fit autant aussitôt qu’il en fut averti.

«Le maire publia un manifeste, où il annonça, de la part de la municipalité, le rétablissement de la commission de gouvernement, et invita les citoyens à ne pas troubler la tranquillité, leur faisant comprendre, que c’est seulement des grands événements qui s’agitent ailleurs que dépend le repos du pays.

«La commission de gouvernement déclara, dans une notification aux citoyens, que, l’après-midi du 1.(er)mai, elle avait dû céder à une force supérieure; mais que la junte provisoire s’étant retirée devant la ferme volonté des troupes fidèles au Gouvernement légitime, la commission se rendait aujourd'hui aux vives instances que lui réitéraient la municipalité, de nombreux notables de la ville et particulièrement les troupes royales; qu’elle reprenait l’exercice du pouvoir, se proposant de l’employer pour sauvegarder l’ordre, la tranquillitépublique et le Gouvernement, au nom de Son Altesse Royale le Duc Robert 1(er).

«Pour rassurer entièrement les esprits, pour satisfaire au désir impatient de la troupe rovale et de la meilleure et plus grande par tie des citoyens, il ne manquait qu’une chose, la présence deMadame la Duchesse. On lui annonça, par des dépêches télégraphiques, l’heureux changement de la situation; on la pria da se rendre de nouveau à sa résidence.

«Constamment animée par le désir du bien des sujets de son fils, soutenue par ce courage qui ne lui a jamais fait défaut, elle reprit immédiatement le chemin de cette capitale, et y arriva le 4, à dix heures du soir. Une foule de personnes l’attendaient sur la place, dans les avenues du palais ducal, et l’accueillit avec de joueuses acclamations.

«Un noble sentiment de reconnaissance avait déterminé Son Altesse Royale à se rendre d’abord à la citadelle. L’enthousiasme des soldats éclata de la manière la plus touchante. Se conformant à un désir qu’ils lui témoignèrent, elle entra dans la chapelle pour remercier avec eux la divine Providence d’un si heureux retour. Au sortir de la citadelle, elle ne put les empêcher de traîner eux-mêmes sa voiture jusqu’à l’entrée de la ville. Descendue à la résidence royale, elle y trouva les Ministres d’État, les chargés de la cour, l’Évêque, les autorités constituées, et plusieurs citoyens distingués, quoique nulle invitation n’eût été faite. On ne saurait donner une idée de l’émotion profonde que causèrent à Son Altesse Royale des hommages si spontanés de dévouement.

«Si à Borgotaro et à Pontremoli, le désordre ne cessa pas le même jour, la cause en doit être attribuée à la distance; l’ordre ne tarda pas cependant à y être rétabli, sans que nulle part on ait dû recourir, un seul moment, à l’emploi de la force, ou même à une sommation verbale.

«En reprenant la Régence, Son Altesse Royale publia une proclamation dont la conclusion reflète à elle seule les sentiments, la politique, la dignité et la fermeté de l’Auguste Princesse. Elle dit à ses sujets:

«Je reviens et reste ici avec courage, confiante en la loyauté des troupes et de la population, gardant cette attitude d’attente qui est pour nous une nécessité absolue, puisque tandis qu’elle m’est permise par le véritable esprit des traités, elle est la meilleuresauvegarde du pays, la haute justice et l’esprit de civilisation des puis sauces belligérantes ne permettant pas d’attaquer qui n’offense pas.» En même temps, je remplis mon devoir en maintenant l’ordre jusqu’à ce qu’une paix permanente soit rétablie solidement par la sagesse de l’Europe. —

«Parme, 12 mai 1859.

«Signé, J. PALLAVICINO».


Torna su



CAPO VIII


Torna su



IL GOVERNO PARMENSE E I BELLIGERANTI

Ilgiorno12 maggio, data del Memorandum, furono spedite speciali istruzioni ai Vari rappresentanti della Corte di Parma per raccomandare lorodi far apprezzare dai Sovrani, presso i quali erano accreditati, la politica di neutralità che il Governo credea necessario di seguire.«Sua Altezza Reale, vi si diceva,()ha preferito lasciare i suoi Stati piuttostoché far ricorso a forza straniera». In prova di che veniva citato il rifiuto dato dalla Duchessa al comandante austriaco della fortezza di Mantova, esprimendo il desiderio «che le grandi Potenze s’impegnino a riconoscere e a far rispettare questa neutralità, che è conforme alla condizione in cui si trova il Ducato». Tale è lo spirito delle comunicazioni che il Conte di Stackelberg e il signore Isturiz furono pregati di trasmettere alle Corti di Russia e d’Inghilterra.

Ancora più esplicite erano le dichiarazioni mandate ai gabinetti dei tre Stati belligeranti.

Un dispaccio del medesimo giorno 12, ricordava al signor Mon i consigli di neutralità da lui trasmessi; mentre svolgeva i pericoli che non risparmiavano al Ducato «le minacce continue degli agitatori e la gravità degli avvenimenti esteriori che si compiono inprossimità immediata del suo territorio»; e insisteva affinché l’Ambasciatore facesse apprezzare dal gabinetto delle Tuileries,«la costanza di S. A. R. nel mantenersi nelle condizioni della neutralità; partito che, nella effervescenza attuale degli spiriti, può dirsi il più difficile e il più pericoloso; ma tuttavia il più leale e conveniente ad un piccolo Stato e alla sua garanzia di fronte alle Potenze, principalmente in una questione di nazionalità».

Verso il gabinetto di Torino il Governo parmense era anche più esplicito. Venivano spediti due dispacci, sotto l’istessa data del 12, al signor Coelio: uno per pregarlo di segnalare al conte di Cavour l'abuso che si era fatto dagli insorti del nome di S. M. il Re di Sardegna, abuso di cui sicuramente il gabinetto di Torino non potrebbe essere un crudo complice: giacché«il Governo di Sua Altezza Reale stima che, se la giunta rivoluzionaria avesse voluto rimettere il potere a S. M. il Re, essa avrebbe veduto rigettare con indignazione un disegno così contrario non solamente al buon diritto, ma ai legami di parentela che uniscono le due Case regnanti, e a quelle relazioni di leale amicizia e di buon vicinato che sempre hanno esistito tra i due Stati».

L’altro dispaccio era inteso a pregarlo di stabilire in modo preciso la politica di neutralità che S. A. R. aveva diritto di vedere riconosciuta; «tanto più, vi era detto, che Ella stessa non ha esitato ad abbandonare i suoi Stati piuttostoché mancarvi, e che ha ricusato, per rientrarvi il soccorso di ogni forza straniera, come ha dichiarato al Generale comandante la piazza di Mantova».

Riguardo all’Austria, non contento di dare, il medesimo giorno 12 di maggio, istruzioni eguali al commendatore Thomassin, incaricato d’affari della legazione di Parma a Vienna, e d’inviargli le proprie parole della Reggente, il Ministro degli affari esteri di S. A. R. aveva un colloquio col conte Paar inviato di S. M. I. e R. l’Imperatore, il 14, e gliene riassume il contenuto in un dispaccio nel quale fa le seguenti dichiarazioni:


«S. A. R. la Duchessa Reggente, nostra augusta sovrana, ha giudicato necessario di restare neutra nella presente guerra; perché questa guerra non è punto diretta contro gli Stati di Parma, i quali si mantengono nei migliori rapporti con tutte le Potenze, comprese le belligeranti, e perché nessuna ragione può indurre S. A. R. a prendervi parte. Di più Essa è stata indotta a questo partito daldesiderio di risparmiare al proprio paese le calamità della guerra.

«Mi affretto, conchiudeva il marchese Pallavicino, di chiamare l’attenzione del Governo imperiale e reale a fine di ottenere i riguardi e i temperamenti necessari per non pregiudicare punto gli effetti dell’attitudine nella quale S. A. R. intende perseverare».

Solenni esempi autorizzavano l’augusta Reggente a credere, che tale leale attitudine sarebbe apprezzata e rispettata.


Il 13 di maggio la regina Vittoria d’Inghilterra avea proclamato la sua neutralità, e le flotte e gli eserciti di Sua Maestà brittannica erano là per farla rispettare. Luisa di Borbone non avea né quegli eserciti, né quelle flotte, ma era donna e Sovrana come lei e, non meno dei suoi, erano rispettabili e sacri i propri diritti.

Ai confini di Parma, non altrimenti che quella del Ducato, era stata proclamata la neutralità degli Stati Pontifici, ai primi giorni di maggio; ed era stata riconosciuta formalmente dalla Francia il giorno 3, e dall’Austria il 13 dello stesso mese. Solo il Piemonte, per questa volta leale, avea ricusato di dare al comun Padre dei fedeli e al dritto europeo questo legittimo omaggio di venerazione. La situazione degli Stati della Chiesa, come si è detto, era, in diritto, identica a quella di Parma e in fatto forse più difficile. Le grandi Potenze rimaste spettatrici impotenti della grande non meno che scellerata lotta, offrivano alla magnanima Duchessa su questo riguardo i migliori incoraggiamenti. L’Inghilterra per mezzo del signor Campbell Scarlett, ministro di Sua Maestà brittannica presso la Corte di Parma, faceva esprimere alla Reggente «la soddisfazione provata per il ritorno trionfale di S. A. R.; ritorno, esclusivamente dovuto alla lealtà del suo popolo e alla fedeltà ed attaccamento delle milizie nazionali, senza alcun aiuto straniero». E il diplomatico inglese insisteva sugli elogi dovuti «alla moderazione e alla saggezza che la Duchessa Reg gente e il suo Governo hanno sempre manifestato, adottando una politica così saggia, cosi giusta e leale per il bene dei popoli e la sicurezza del trono». — Parole magnifiche che non dovevano servire a nulla, o solo a paralizzare quel bene dei popoli e quella sicurezza del trono, che la virtù sovrana della Figlia di S. Luigi sinceramente bramava. — Omaggi simili le venivano resi dalle Corti di Berlino e di Pietroburgo!

Il Governo di Parma non si adoperava meno nell'interno affinché la neutralità fosse scrupolosamente osservata.

Le milizie austriache, siccome è noto, occupavano la cittadella di Piacenza al momento in cui gli eserciti imperiali avendo rotto il confine sardo, si avanzavano presso che senza ostacolo.

I Piemontesi si ripiegavano sopra Alessandria, quando la Francia non era ancor giunta in loro soccorso. Il Comandante della fortezza di Piacenza, credendo favorevole la circostanza, richiese dal Podestà e dal municipio una quantità considerevole di vino e di acquavite; la domanda era accompagnata dall’offerta di pagamento immediato. Il Podestà è il governatore, che esercitava le funzioni di commissario reale per la Reggente, temettero di compromettere l’attitudine passiva dello Stato annuendo al desiderio del Generale austriaco; eglino rimisero subito la cosa al Ministro degli affari esteri, tacciando «di illegali e contrarie ai trattati del 1817 le richieste dell’Austria».A rigore di posta il Ministro rispose prescrivendo un rifiuto perentorio, e dichiarando che ai suoi occhi simiglianti richieste sono del genere delle requisizioni di guerra che si fanno in paese soggetto o ne mico e che «la città di Piacenza non è in nessuna di queste due condizioni».

Una neutralità cosi fattamente osservata dal gabinetto di Parma sembrava dover meritare riguardi egualmente premurosi da parte delle Potenze belligeranti. Vane speranze!

A Vienna il Conte di Rechberg, non già che sconoscesse il dirittodella Duchessa Reggente di proclamare la sua neutralità; ma esitava temendo le necessità che potevano sorgere dagli avvenimenti della guerra, e pensava che i Gallo-sardi, il Piemonte principalmente, non userebbero verso la Duchessa i riguardi che reclamava. Per quel che riguarda il Piemonte, il Ministero austriaco punto non s’ingannava. La prima risposta del gabinetto di Torino si fé’ attendere lungamente. Il Ministro di Parma non era riuscito a raggiungere il Conte di Cavour se non il 21 di maggio. Invano il marchese Pallavicino avea reiterato lettere ed anche dispacci telegrafici per affrettare la conferenza della quale desiderava conoscere il risultato: «Il più vitale interesse del momento, — dicea egli in uno di tali dispacci, — è quello di assicurarsi che la neutralità adottata sia presto riconosciuta dalle parti belligerantì, e prima che la guerra non scenda fino qui». Ad onta di tanta insistenza, solo il 23 maggio, il secondo giorno dopo il primo scacco subito dall’esercito austriaco e dopo il combattimento di Montebello pervennero a Parma le prime rivelazioni del pensiero del gabinetto torinese, vale a dire di Cavour.

Tale pensiero era al solito ambiguo e niente affatto franco: sembrava ancora indeciso; inclinare piuttosto verso il favorevole che verso l’ostile. Il Conte di Cavour incominciava col dichiarare «che il Governo sardo era estraneo agli avvenimenti dei primi giorni di maggio, che la miglior prova si era che egli non avea mandato a Parma alcun commissario reale (non ne aveva avuto il tempo) sebbene gli venisse domandato, come avea fatto in Toscana e a Modena».

Il Conte di Cavour aggiungeva, quanto alla neutralità del Ducato: essergli difficile l’ammetterla «mentre che Piacenza è occupata da cinquantamila Austriaci che di là minacciano le truppe alleate». Come se l’occupazione di Piacenza fosse il fatto del Sovrano di Parma e non quello di solenni trattati europei noti a tutti!

Più riservata e benevola, quanto sinceramente non sappiamo, rinnovava la Francia le assicurazioni di rispetto e d’interessamento pe r la Reggente: si limitava soltanto a fare delle obbiezioni, «fondate sulla situazione geografica degli Stati di Parma riguardo alla guerra attuale».

Il Governo di Parma si affrettò di rispondere a tali obbiezioni, producendo contro le pretenzioni, tuttora poco formulate del Piemonte, argomenti decisivi, riassunti con rara chiarezza nel memorandum che sotto la data del 25 di maggio, fu dal Ministro degli affari esteri diretto alle varie Corti europee; ed eccolo testualmente:


Torna su



NUOVOMÉMORANDUM DEL GOVERNO DI PARMA ALLE CORTI D’EUROPA

«Lorsque, les différends entre les gouvernements de LL. MM.

«l’Empereur d’Autriche et le Roi de Sardaigne ne pouvant plus être amenés à un arrangement, la guerre éclata entre ces deux puis sauces, l’attention du gouvernement de S. A. R. Madame la Du chesse Régente de Parme se porta. sur les conditions, tout à fait particulières, où il se trouvait devant les graves éventualités qui allaient se préparer; conditions délicates, difficiles, périlleuses.

«Il fallait avant tout songer que les États limitrophes des puissances belligérantes seraient probablement le théâtre d’opérations militaires.

«Dans l’impossibilité d’empêcher, en prenant une attitude que les gouvernements forts peuvent seuls déployer, toute sorte d’attaques sur son territoire, quelle était la ligne de conduite que le Gouvernement de Parme devait se proposer?

«La conduite de ce Gouvernement ne pouvait être indiquée que par la nature de la guerre, combinée avec ses conditions spéciales.

«Ce n’était pas contre l’État de Parme que la guerre étaitdirigée. Cet État se trouvait alors, de même qu’à présent, dans les meilleures relations avec les Cabinets, y compris, ceux des puissances belligérantes, qui n’ont cessé Je lui donner des témoignages de sympathie!

«Il pouvait donc se regarder, et être en même temps regardé comme étranger à la guerre; cette considération fixa son attitude.

«Les conséquences des traités et sa position géographique peu vent toutefois offrir des cas compromettants.

«Mais si l’une ou l’autre de ces deux conditions, ou toutes deux à la fois, s’opposent à ce que l’État de Parme reste entièrement libre et indépendant, de droit et de fait, nul ne pourra ni ne devra prétendre qu’il s’identifie avec l’une ou avec l’autre des parties belligérantes; et si toutes les formes de la neutralité ne peuvent pas obtenir sur son territoire cet accomplissement exact qu’elles y trouveraient s’il était détaché et éloigné du théâtre de la guerre, et si, par suite de causes antérieures aux événements actuels, il n’était pas occupé parles forces d'une des parties belligérantes, ce n’est pas là un grief qu’on puisse porter contre lui.

«Les grandes puissances, signataires du traité de 1817, assignèrent (article troisième) à la famille régnante actuelle le Duché de Parme, le déclarant réversible à l’Autriche en cas d’extinction de la ligne masculine; elles déterminèrent aussi (au cinquième article) que la forteresse de Plaisance, offrant un intérêt plus particulier au système de la défense de l'Italie, S. M. I. et R. Apostolique conservera dans cette ville le droit de garnison les frais de l’entretien à sa charge avec une force qui, en temps de paix, sera déterminée à l’amiable entre les hautes parties intéressées».

«Ils’ensuit que le Souverain de Parme, en temps de guerre, aété placé dans la condition de supporter dans son État la puissance militaire de l’Autriche sans aucune limitation de forces, et cela non pas dans l’intérêt de Parme, mais pour servir à des vues plus élevées, connues par les puissances signataires du dit traité, vues dont l’appréciation n’est pas réservée au Souverain de Parme, et qui sont déjà l’objet d’interprétations et de contestations différentes.

«Des conventions subalternes furent ensuite conclues, et elles durent être stipulées d’après l’esprit du dit traité, lequel, nous aimons à le répéter, ne se rapporte qu’indirectement au Duché de Parme, vu le motif formellement exprimé, que la forteresse Plaisance fut remise à l’Autriche pour servir au système de défense de toute l’Italie,

«C’est donc aux puissances à juger, en tout cas, de la portée du traité en question, et dans les circonstances actuelles on ne voudra pas voir un sujet de reproche dans un fait isolé qui serait de nature à faire supposer une association à l’une des deux parties, une fois qu’un tel fait ne tient pas à l’esprit de gouvernement, mais à la nécessité indéclinable des choses.

«L’Europe entière connaît l’esprit qui anime la Duchesse Régente de Parme.

«Depuis le moment où Elle a pris les rênes du gouvernement, Elle a toujours montré qu’Elle savait être à la tête d’un État italien, qu’Elle en voulait garder l’autonomie, qu’Elle était la Mère des sujets de son Fils.

«Nous bornant aux preuves qu’Elle a données de tels sentiments dans le courant de l’année présente, nous dirons que, lorsque la Russieet l’Angleterre proposèrent un congrès pour arranger d’une manière pacifique les affaires d’Italie, S. A. R. se montra prête à yprendre part.

«Persuadée que les forces nationales sont les seules qui conviennent à ladignité d’un prince, et qui puissent lui donner un appui moral, e est à elles que S. A. R. a uniquement voulu se confier.

«Lavolonté de son peuple et de ses troupes l’avant rappelée récemment au sein de ce pays, on a pu se convaincre qu' Elle ne comptait pas, à l’intérieur, des adversaires puissants, et Elle a manifesté n’avoir pas de raisons pour en craindre au dehors.

«Il suffit de parcourir ses actes, mais surtout le Mémoire aux Cabinets sous la date du 12 de ce mois, pour connaître que si S. A. ne peut imposer sa volonté aux circonstances, Elle ne cesse de la déployer dans toute sa force pour écarter ou diminuer, autant que possible, les calamités qui deviendraient bien graves si l'une ou l’autre des puissances belligérantes venait, en ennemie, traverser ou occuper ses Duchés.

«Certes, il est difficile de persévérer dans cette ligne de conduite, d’autant plus qu’il est des personnes qui voudraient pousser Madame la Régente à embrasser l’un ou l’autre parti; ce qui donne lieu à une lutte, à des imputations qui exigent une constance à toute épreuve, mais qui ne pourront jamais ébranler une résolution que la prudence, au milieu des avis et des devoirs les plus opposés, conseille comme une nécessità indéclinable.

«Que l’opinion publique et les cabinets, par un égard bien dû à S. A. R. la Duchesse Régente de Parme, veuillent donc examiner sa conduite en face des difficultés qui l’environnent; cela suffira pour éloigner toute pensée d’hostilité contre l’auguste Princesse.

«On reconnaîtra que S. A R., tout en désirant embrasser nette ment un parti, se voit placée dans une situation tellement exceptionnelle que chaque résolution rencontre des obstacles insurmontables.

«Quelle attitude fallait-il donc choisir? Il fallait, à l’intérieur, maintenir l’ordre par les forces de l’État, tâcher d’éloigner de notre territoire les calamités de la guerre, ou, au moins, les diminuer autant que possible; garder un maintien impartial envers les puissances belligérantes jusqu’à la fin du conflit; se confier à la sagesse des grandes puissances, pour n’avoir pas un jour à être regardée comme matériellement ou moralement responsable des faits qui se se raient passés dans les Duchés, soit par suite de leur situation topo graphique, soit par contrainte, malgré tous les efforts pratiqués pour garder l’impartialité qu’on s’était proposée.

«Il est à espérer que les puissances, et surtout les puissances belligérantes, voudront apprécier les raisons que nous venons d’ex poser; que les égards, dont les États du Saint-Siège, où trois forteresses sont occupées, en vertu des Traités, par des forces autrichien nés, ont été l’objet, pourront être accordés à Madame la Duchesse Régente de Parme, qu’Elle sera considérée, Elle aussi, dans sa condition tout à fait particulière, comme non impliquée dans la guerre et gardant une attitude qui n’est hostile à personne.

«Parme, ce 25 mai 1859.

«Signé:JOSEPH PALLAVICINO».


Torna su



CAPO IX


Torna su



ULTIMI MOMENTI DEL GOVERNO DUCALE

IlGoverno di Parma non si limitò riguardo alla Francia e allaSardegna, ad aspettare, l’effetto della consegna del surriferito Memorandum; l’augusta Duchessa volle di più incaricare di una missione speciale e di fiducia due dei più eminenti personaggi della sua corte, che andassero a Torino, ad Alessandria e, se fosse d’uopo, anche al campo affine di appoggiare e dichiarare meglio le ragioni esposte nel Memorandum stesso. Il comm. Cattani Senatore e Ministro dell’Interno, e il conte d’All'Asta, Governatore di Parma e maggiordomo dei palazzi reali. Uomo integro e conciliante il Cattani sembrava dover trovare favorevole accoglienza presso il gabinetto di Torino, siccome il d’All'Asta, a cagione della sua alta carica nella corte ducale, avrebbe dovuto ottenere favore presso il Governo francese. Vane speranze! Avevasi a lottare con un disegno prestabilito.

Gl'inviati di Parma erano partiti il 27 maggio; quando gli avvenimenti guerreschi rapidamente si succedevano gli uni agli altri, e la marcia trionfale dei Gallo-Sardi metteva in agitazione presso che tutta la penisola. Corpi distaccati, avanguardia più o meno confessata della Sardegna, avvicinavansi ai confini parmensi, e le apprensioni erano ormai giunte a tale che la Duchessa Reggente non esitò più a separarsi di nuovo dai suoi figli, mandandoli in luogo sicuro.

Gli inviati partiti immediatamente, ottennero dalla Francia parole rispettose per la Reggente, assicurazioni di riguardi, di favore pel suo Governo; ma il tumulto dei campi, le necessità strategiche, le incertezze della lotta non lasciarono luogo a risposte più rassicuranti od esplicite: tutto rimase nell’indecisione e nell’incertezza; era appunto quello che voleva Cavour. Libero così dal lato della Francia, costui non ebbe più misura. I fatti erano per parlare più efficacemente che la diplomazia: e ad essi si appellò il sardo ministro. — Li aveva troppo. bene apparecchiati egli questi fatti per non affidarvisi interamente.

L’attacco contro il Ducato incominciò dunque dalla parte di Pontremoli, dove, sul confine, si erano ammassate le forze rivoluzionarie fornite dalla Toscana e sostenute dal Piemonte. Già una banda, composta di così detti volontari appartenenti a corpi franchi, si era formata sul territorio sardo, e, unita ad alcuni borghesi della città, era riuscita a sorprendere e disarmare i soldati parmensi ad onta di una energica resistenza. Nella mattina, malgrado dell'opposizione degli altri posti militari, il movimento estendevasi a Bagnone e a Villafranca dove avevano dovuto cedere a forze superiori.

I municipi, sotto la pressione degli invasori, avevano votato la decadenza del Governo ducale e l’annessione al Piemonte, colla richiesta obbligata di un commissario sardo. Delle sei assemblee che componevano il municipio di Pontremoli, solo il Consiglio degli Anziani di Bagnone avea protestato, e anziché obbedire alla pressione della piazza aveva dimesso le sue funzioni: esempio che in quei momenti era un atto d’eroismo!

Alle tre pomeridiane una colonna di forze sarde e toscane irrompeva senza ulteriori riguardi nella città. Il generale Ribotti, uno dei soliti condottieri delle bande della setta, comandava quella colonna. E meritava tale onore. — Dopo di avere costui fatto le prime prove tra le file dei ribelli dello Stato Pontificio, avea diretto nel 1843 l’insurrezione delle Romagne contro la legittima autorità. In quell’epoca, sotto nome mentito, avea percorso le Legazioni pontificie da per tutto eccitando l’ardore dei carbonari. A Bologna, un giorno di festa avea passato in rivista un gran numero di affigliati, riconosciuti da lui solo per un segno di convenzione. Era egli allora sotto la direzione di quel Cipriani, che nella rivoluzione del 1859 teneva la dittatura militare delle Romagne; questo capo di cospiratori gli aveva consegnato 17,000 franchi. Era il tempo della congiura degli infelici fratelli Bandiera; i segnali posti sulle cime degli Appennini avevano chiamato all'armi gli uomini della rivolta. Alla testa di una banda di costoro Ribotti attaccò Imola, e fu respinto; ma poco mancò che non si impadronisse della città e non prendesse quattro Cardinali che si trovavano presso l’Emo Mastai Ferretti, allora Vescovo di quella città, che fu poi Pio IX, i quali dovettero la loro salvezza al nostro venerando amico, commendatore Luigi Tosi, di cara e rimpianta memoria, il quale, in quel tempo Governatore di una delle vicine città, ebbe sentore del colpo di mano che si tentava, ed egli stesso corse ad avvertirli; cosicché ebbero agio di separarsi e mettersi in salvo. Più d’una volta ci avvenne d’udire della sua bocca i particolari dell’attentato fallito.

Codesto Ribotti adunque fu quello che colla bandiera piemontese ruppe il confine parmense entrando a Pontremoli. Questa città, come dicemmo, aveva ceduto da principio al movimento rivoluzionario, quando laistantanea ristaurazione a Parma della autorità legittima avevarianimato il coraggio dei buoni e prodotto una felice reazione; ma l’arrivo dei nuovi invasori, che formavano quasi una divisione, non davanessuna speranza di poter resistere. Il Prefetto però, marchese Appiani di Piombino, fece il suo dovere, e, impostogli dal Ribotti di riconoscere l’autorità della Sardegna, egli ricusò: e fu subito arrestato per ordine del Generale e guardato a vista. I gendarmi e i soldati di finanza che vollero rimanere fedeli, furono circondati, disarmati e gettati in prigione, onde provassero subito il godimento della proclamata libertà!

Nel medesimo tempo un corpo di settecento Toscani con una sezione di artiglieria era mandato sulla Cisa dinanzi a Pontremoli. Era ella questa la violazione più flagrante del diritto delle genti e della neutralità troppo fedelmente osservata dal Governo ducale. Senza dichiarazione di guerra, entrare, armata mano su di un territorio amico e neutro, impadronirsi di una città pacifica,, arrestare i rappresentanti dell’autorità legittima, incarcerare gli agenti di un Governo indipendente è tale un fatto che s’incontra soltanto all’epoca delle invasioni dei barbari, e che non trova riscontro nei tempi presenti se non nella irruzione dei Giacobini di Francia o nelle prepotenze del primo Napoleone.

Siffatta violenza, nota il Riancey, poteva essere o il fatto personale di un capo di banda, od un atto inqualificabile del Governo sardo di cui colui impiegava il nome e la bandiera. Nel primo caso poteva tentarsi la resistenza, e Parma non avrebbe mancato di opporla. Nel secondo sarebbesi trattato di mettersi in lotta aperta colla Sardegna ed anche col suo potente alleato: e in questo caso la lotta diveniva del tutto ineguale. Saputisi appena i fatti di Pontremoli, la Duchessa Reggente inviò un battaglione di linea ad osservare le mosse degli invasori, ordinando al suo Ministro degli affari esteri di chiedere immediatamente per telegrafo spiegazione e riparazione al conte di Cavour. L’augusta Duchessa era in diritto di credere che la neutralità da essa più volte proclamata, ed a sostenere la quale appunto in quel momento trovavasi a Torino uno dei suoi ministri, sarebbe almeno in apparenza rispettata, e che il Governo sardo sarebbe stato abbastanza onesto da disapprovarne la violazione. Il dispaccio diceva così:

«Mi vien riferito che, contro ogni diritto, il Prefetto Reale marchese Appiani di Piombino è tenuto in ostaggio a Pontremoli da un sedicente generale Ribotti, e che guardie di finanze e gendarmi sono arrestati. Faccio appello a V. E. per la loro liberazione immediata, salvo ad intrattenere V. E. più lungamente con lettera di questi fatti. Le chiedo una risposta telegrafica.»

Partito il telegramma il 30 maggio, la risposta venne solo il giorno dopo. Il Conte di Cavour si esprimeva cinicamente cosi: «Il Ducato di Parma essendo la base d’operazione (falsissimo) dell’armata nemica, non è possibile d’impedire che, anche da parte nostra non accadano ostilità.»

È inutile di notare l’astuzia villana di questo dispaccio, essendo essa distintivo caratteristico di quel tristo uomo di stato. Le ostilità, l’istessa occupazione erano prevedute dal Governo parmense; ma non il modo brutale con cui veniva rotta la neutralità: nemmeno l’arresto del Prefetto era soggetto di disapprovazione e di scusa pel Ministro sardo! Ilmarchese Pallavicino chiede nuove spiegazioni, esigendo una dichiarazione formale dal gabinetto di Torino. «Pontremoli, diceva, è già in rivoluzione; il Principe Napoleone sta per portare il suo quartier generale a Pistoia, da dove deve passare a Modena, e pro hábilmentea Parma. Il Governo ducale ha fatto all’Austria dichiarazioni, che equivalgono a proteste, contro gli atti di ostilità dei quali può essere base l’occupazione di Piacenza. La situazione di Parma è assolutamente indipendente dalla volontà del suo Sovrano: è la conseguenza del trattato del 1817, o della estensione che altri si crede in diritto di dargli. S. A. R. chiede una risposta categorica.»

A questo punto il Cavour getta la maschera. Egli aveva saputo dal Cattani e dal suo collega i particolari dell’invasione di Pontremoli; gli inviati parmensi erano stati arrestati dal generale Ribotti, e solo rilasciati a cagione della loro missione diplomatica: e Cavour sceglie appunto quel momento per significare al Governo ducale, che Cattani«la Sardegna non può in alcun modo riconoscere una neutralità che è non solo in contraddizione col carattere dell’attuale movimentoitaliano; ma che in dritto e in fatto si è trovata rotta violentemente a suo detrimento fin dal principio delle ostilità dell’Austria contro il Piemonte.» — Cavour rigettava cosi le dimandedel Cattani.

Le allegazioni cavourresche erano del tutto smentite dal dritto e dal fatto. Il fatto era la più che scrupolosa osservanza della neutralità, dannosa all’Austria non al Piemonte. Il diritto non permetteva d’imputare al Governo della Duchessa Reggente fatti superiori alla sua volontà e imposti al suo Governo dall'Europa. Pure qualche cosa si era guadagnato. Era il 4 di giugno, e la Duchessa sapeva orinai come solo dall’estero venisse il pericolo pei suoi Stati. Il Piemonte era il nemico implacabile suo come di tutti i principati italiani; l’Austria impigliata negli imbarazzi di una guerra disgraziata non gli dava nessuna assicurazione; la Francia aveva belle parole, e teneva il sacco alla Sardegna.

Quanto alle altre potenze neutrali, la Duchessa Reggente riceveva espressioni di simpatia e buoni uffici, ma nulla più. La Spagna sembrava esserle tutta devota, e il Ministero inglese spiegava la sua influenza, ordinariamente ascoltata a Parigi, perché facesse pressione sul Governo sardo a favore di Parma; il Signor Campbell Scarlett, inviato brittannico, faceva dal canto suo il possibile, secondando le istruzioni precise del conte Derby, primo Ministro della Regina Vittoria, e del conte Malmesbury:eccellenti cose, prive però di ogni forza e di ogni valore di fronte a un partito malvagiamente preso e pertinacemente seguito. L’augusta Duchessa era dunque sola di fronte alla rivoluzione trionfante che ormai nulla più frenava.

L’invasione impunemente compita, approvata anzi ormai apertamente dal Governo subalpino che copriva della sua protezione le più scellerate intraprese, la presenza anzi delle sue milizie, facendo parte delle forze del Ribotti il reggimento piemontese Reali Navi; la probabilità di un colpo di mano sulla capitale; più ancora la certezza che quelle prime bande invaditrici erano per essere seguite da corpi francesi; le notizie delle vittorie degli alleati: tutto concorreva nel Ducato, come, del resto, nelle Romagne e nella rimanente Italia, tutto concorreva ad agitare gli spiriti, a favorire gli intrighi piemontesi e a sollevare le speranze dei settari. Intanto le milizie fedeli erano ogni giorno più fatte segno a dimostrazioni ostili, a ingiurie, a violenze; mentre a quando a quando giovani inesperti o traviati andavano a crescere il numero dei così detti volontari. — Vedremo poi, togliendolo dalle memorie di Ricardo, come si procacciassero siffatti volontari. — Il Governo non poneva ostacolo alla loro partenza; sebbene il pianto e la desolazione in cui spesso lasciavano quei disgraziati giovani le tradite famiglie avrebbero dato il diritto a queste di essere tutelate. Il Governo si interessava soltanto perché quelle emigrazioni non facessero strepito e non turbassero la quiete esterna del paese.

Nel medesimo tempo, come in tutto il resto dalla Penisola si levavano acielo gli avvenimenti dell’alta Italia, esaltando con istudiata insistenza, esagerandole, le gesta del Garibaldi, affibbiatogli il prestigio del genio dell’indipendenza: il fermento nei caffè e nei pubblici ritrovi diveniva di giorno in giorno più significante, e la Duchessa Reggente, sebbene in tutte le classi della società conservasse un ascendente che nessuno sconosceva, pure, anche nel ricevere gli omaggi ordinari, di leggieri poteva scorgere sui volti l’incertezza e il malcontento. I suoi Ministri erano fatti segno a un’avversione non più dissimulata; la loro sicurezza personale era compromessa; mentre voci sinistre si levavano contro di loro e si facevano udire sul loro passaggio. La pubblica ansietà si raddoppiò alla partenza dei reali figli; l'esercito credette che la Reggente li avesse seguiti, e incominciava a mormorare. Sua Altezza Reale però si mostrò alle milizie, e ne fu salutata e acclamata: dimostrazione di fedeltà che eccitò viemmaggiormente le ire del partito del disordine, il quale dalla fiacchezza del Governo prendeva ogni ora più ardire.

La vittoria di Palestre, avvenuta il 30 maggio, pose il colmo all’esaltazione; così che, posta da banda ogni dissimulazione, si facevano apertamente voti per l’annessione al regno del Galantuomo. Emissari andavano apertamente incontro alle bande del Ribotti, sollecitandolo a marciare su Parma, della quale promettevano aprirgli le porte. Rumori vaghi intanto si spargevano annunzianti l’avvicinarsi dei volontari toscani e dei corpi franchi, tra i quali trovavansi sette ufficiali cacciati dalle truppe ducali il 4 maggio. Si era dunque nei continui allarmi, nelle inquietudini e nei terrori vaghi che sogliono precedere le crisi sociali.

Infrattanto più che mai si affettava di separare la Duchessa Reggente dai suoi Ministri, che venivano pubblicamente minacciati. Ad onta di tutto ciò la augusta Donna restava calma e risoluta. L’attitudine delle milizie la rassicurava; ufficiali e soldati invocavano una occasione di misurarsi coi ribelli che avevano non ha guari messo al dovere; dai vari quartieri, dalla cittadella, dalle provincie i rapporti unanimemente attestavano l’eccellente spirito delle milizie, e ogni volta che la Duchessa passava dinanzi a un posto militare l’entusiasmo dei soldati sfidava gli artefici deh disordine.

La diplomazia nell’istesso tempo sembrava interessarsi della posizione della Duchessa Reggente, che colla sua dignitosa attitudine destava la simpatia degli onesti. Offerte di soccorso e di asilo venivanle fatte dal Governo spagnuolo, e il signor Escalanteera presso di lei per proteggerla al bisogno; parole generose venivanle dalla Regina Vittoria, una fregata inglese era a sua disposizione, e un rifugio reale ' aperto a Malta o in ogni altra terra soggetta alla Grande Brettagna che avesse voluto scegliere. Il signore Scarlett era venuto a Parma per stare agli ordini di S. A. R. La Duchessa avea risposto con gratitudine, dichiarando di aspettare di pie’ fermo gli avvenimenti, fidata nel suo buon diritto, non volendo altra egida che quella della sua neutralità.

L’Inviato inglese, giunto a Parma il 3 giugno, la incoraggiava ad aver fiducia nell’azione pressante del Ministero: e in realtà il 7 giugno, — due giorni soli prima che la Duchessa fosse costretta ad abbandonare definitivamente il Ducato, — il Conte di Malmesbury raccomandava al Lord Cowley di rinnovare le sue istanze presso il Gabinetto delle Tuilleries, affinché la Francia impiegasse tutto il suo credito sul Ministero sardo perché rispettasse il Ducato e ne ritirasse le sue genti. Il dispaccio diceva così:

«La presenza di codeste milizie sul territorio parmense non può essere considerata se non come un impiego crudele e ingiustificabile della forza contro uno Stato piccolo o debole, governato da una Donna, sprovvista di risorse sufficienti per mantenere la propria indipendenza contro le violenze di un esercito invasore, quantunque desiderando evitare di prender parte alla guerra desolatrice che infierisce sui confini, e facendo il possibile per governare il suo popolo con umanità e giustizia.»

Un eguale linguaggio teneva il Gabinetto inglese al sig. James Hudson, ministro a Torino, e gli era dato ordine d’interporsi presso del ministro Cavour onde ottenere il richiamo del corpo invasore. Nessuno di tali tentativi valse a riuscire. E gli avvenimenti rapidamente si succedevano.

La vittoria di Magenta, l’entrata dei Gallo-Sardi a Milano portavano al colmo l’esaltamento del partito piemontese. Gli Austriaci intanto evacuavano Piacenza.

Gli avamposti delle forze sarde erano a poche ore da Parma; una divisione marciava su Piacenza; l’esercito del principe Girolamo Napoleone era per irrompere nel Ducato: ogni speranza era perduta. La Duchessa resiste pur tuttavia; Ella vuol correre l’ultimo rischio; il suo potere è ancora in piedi, e la sua altiera attitudine non ancora aveva permesso che venisse assalito degli interni nemici. Ma in mezzo a tante ansietà viene colta da una irritazione di polmoni, e una febbre violenta la inchioda in letto. Era la sera dei 7 di giugno.

Il giorno innanzi Ella aveva riuniti i Ministri, e, misurando la gravità crescente degli avvenimenti, aveva pesato le alternative e le risoluzioni da prendere. Lo stesso giorno era uscita in carrozza coi Ministri di Spagna e di Inghilterra; aveva percorso i luoghi più frequentati per provare la sua sicurezza. Già le si era parlato di partenza; ma avea ricusato.

La dimane, ad onta della oppressione e delle sofferenze che la travagliavano, raccoglie intorno a sé i suoi consiglieri. Questa volta, dice il Riancev, il parere è unanime. La misura della iniquità era al colmo: a Luisa di Borbone non rimane altra scelta che di cadere prigioniera de' nemici più sleali che ricordi la storia, o di fuggire cogli Austriaci. Aspettiamo ancora, dice la Duchessa. La magnanima Donna vuol portare fino all’ultimo estremo la resistenza.

Intanto le minacele si moltiplicano da tutte le parti. I Ministri dichiarano di non potere più rispondere di nulla; che sono impotenti a trattenere l’effervescenza delle milizie; che sta per iscoppiare una collisione sanguinosa; che la vittoria all’interno sarà dolorosa e inutile; che il domani Parma sarà invasa; che la Sovrana perderà il vantaggio della sua costante moderazione; che Ella comprometterà forse per sempre i diritti di suo figlio; che la ritirata è il solo partito da prendere, il solo che sia consentaneo colla neutralità, ormai violata e impossibile: il solo che di sua natura, dopo le solenni proteste, chiama in suo favore l’appoggio dell'Europa e la garanzia delle Potenze (mio Dio quale appoggio, quale garanzia!...) che finalmente S. A. R, partendo, non cede già alla rivoluzione, ma si ritira dinanzi alla forza delle cose, all’impero delle circostanze che infrangono la sua volontà e la sua libertà annientano.

Dominando, la violenza del male, Luisa di Borbone si alza e presiede un ultimo consiglio. Senza adottare ancora un risoluzione assoluta, Ella vuole preparare ogni cosa. Detta i proclami e le istruzioni da pubblicarsi; ne discute i termini, ne regola le disposizioni. Da sò stessa vi aggiunge favorevoli condizioni per le sue valorose milizie. Gelosa della fede del giuramento militare e delle fedeltà alla bandiera, Ella dichiara che intende sciogliere le milizie dal loro giuramento se si trovino esposte a colpevoli istigazioni od a criminose esigenze. Nel medesimo tempo, risoluta a risparmiare il sangue dei suoi sudditi, ordina all'esercito di allontanarsi e di sciogliersi piuttosto che impegnarsi in una inutile lotta. Si era al mercoledì sera, e la Duchessa resisteva ancora.

Il domani, 9 giugno, alle 11 della mattina, dopo una notte d’angoscia crudele, più per la lotta che sosteneva che non per la malattia, i Ministri fanno un supremo tentativo presso di Lei. Cogli occhi pieni di lagrime e col cuore sollevato a Dio S. A. R. cede finalmente! Ella parte. Ma vuole prima rivedere i suoi servi più fedeli: e con voce rotta dal dolore, ma collo spirito tranquillo, Ella stessa annunzia loro la sua partenza...

Le vien fatto intendere che l’esercito proverà una pena immensa a rassegnarsi alla ritirata. Ed Ella stessa affronta questa difficoltà dolorosissima. Tosto fa chiamare nei suoi appartamenti la compagnia di servizio a palazzo: si rivolge ai soldati, e parla loro il linguaggio dell’affetto e dell'autorità, al quale sono avvezzi ad obbedire; li ringrazia della loro fedeltà e della loro devozione, e dichiara che. Ella è per fare nuovamente appello a codesti sentimenti comunicando loro la necessità in cui si trova di allontanarsi. Gli incarica di riferire le sue parole ai loro compagni d’arme: siano essi i testimoni della violenza che le circostanze le fanno, della protesta che rinnova contro l’invasione dei suoi Stati e contro la violazione dei diritti di suo figlio, i quali domandano ed esiggono dall’esercito il sacrifizio della sua giusta vendetta. Egli è questo l’ultimo attestato di devozione che richiede da loro la loro Sovrana!

I soldati ascoltano impietriti dall’emozione; uno di loro esclama: Ma però non ci si possono togliere i nostri Principi; sono il nostro bene; ci appartengono! In mezzo alla desolazione scoppiano grida di Viva il Duca! viva la Reggente! S. A. R. tenta comprimerli con nuove espressioni di gratitudine e di confidenza. — L’augusta Duchessa finalmente parte. La sua carrozza traversa le vie di Parma come per una uscita ordinaria. Il ministro Pallavicino, il signor Campbell Scarlett,il signor Don Escalante l’accompagnano (82).

La notizia della partenza si era sparsa rapidamente; sul passaggio della Duchessa il rispetto e il dolore erano impressi su tutti i volti. Un silenzio profondo era l’espressione della desolazione dei buoni e ad un tempo l’involontario tributo di rispetto dei tristi. Tanto la gran Donna aveva saputo ispirare venerazione in tutti! E coloro istessi che erano per trionfare del suo allontanamento non osavano manifestare la loro gioia.

Vittima della dignità e della indipendenza sovrana, partiva, la Duchessa di Parma, portando seco quel diritto augusto contro del quale, come dice Bossuet, tutto ciò che si fa è nullo da per sé stesso (83).

La notizia della partenza della Duchessa gettò la costernazione e lo stupore nella città. H seguente proclama affisso da per tutto veniva letto avidamente:

Proclama

«Quale sia stato il governo della mia Reggenza ne invoco a testimoni voi tutti, abitanti dello Stato, e la storia. Idee più ardenti, lusinghiere per menti italiane, sono venute ad inframmettersi ai progressi pacifici e saviamente liberali, ai quali tutte le mie cure erano rivolte; gli avvenimenti che or si succedono mi hanno collocata fra due contrarie esigenze: prender parte a una guerra, che si dice di nazionalità, e non far contro le convenzioni, alle quali, Piacenza in più special modo, e lo Stato intero erano già sottoposti lungo tempo innanzi che io ne assumessi il governo. Non debbo contraddire ai proclamati voti d’Italia; né venir meno alla lealtà. Onde, non riuscendo possibile una situazione neutrale, quale pur sembravano consigliare le condizioni eccezionali fatte da quelle convenzioni al mio territorio, cedo agli eventi che premono, raccomandando al Municipio parmense la nomina d’una Commissione di governo per tutela dell’ordine, delle persone e delle cose, per provvedere all’amministrazione pubblica, per dare la congrua destinazione alle regie milizie, e per le altre provvidenze che siano comandate dalle circostanze. Io mi ritiro in paese neutro, presso gli amati miei figli, i diritti dei quali dichiaro di riserbare pieni ed illesi affidandoli alla giustizia delle alte Potenze ed alla protezione di Dio.

Degni popolazioni di tutti i comuni del Ducato, da per tutto e e sempre la vostra memoria resterà cara al mio cuore.

«Parma, il dì 9 giugno 1859.

«LUISA, Reggente».


La Duchessa Reggente aggiungeva le seguenti istruzioni che dovevano essere rese pubbliche:


«I. I ministri di Stato e il Presidente del Dipartimento militare cesseranno le loro funzioni non appena avrò io lasciato Parma.

«II. Tutti gli altri Magistrati, funzionari e impiegati di ogni classe rimarranno fermi ai loro posti rispettivi.

«III. I Segretari generali provvederanno provvisoriamente agli affari ordinari dipendenti dai tre Ministeri di Grazia e Giustizia, dell'Interno e delle Finanze.

«IV. Le firme per le legalizzazioni saranno date al Ministero degli Affari Esteri dal Segretario generale di questo dipartimento per il Ministro.

«V. Tutto ciò che riguarda la Casa reale è raccomandato al conte Luigi Tedeschi — Radini, comandante gli Alabardieri reali, fino alritorno del conte Edoardo d’All'Asta, attuale governatore provvisorio dei palazzi reali e intendente della Casa reale.

«VI. Il Municipio di Parma si riunirà immediatamente, dietro convocazione del Podestà di Parma, per nominare la commissione di governo.

«VII. Fino all'entrata in esercizio di questa commissione le reali milizie staranno sotto gli ordini del loro Ispettore generale, comandante generale Antonio Grotti, e manterranno colla più grande disciplina l’ordine pubblico. Quindi saranno messe sotto gli ordini del Governo, e se avvenimenti di forza maggiore le mettessero in condizioni difficili potranno considerarsi come sciolte dal loro giuramento.

«VIII. Sono accordati tre mesi di soldo con ritenuta agli Ufficiali, un mese ai Sott’Ufficiali e un mezzo mese ai soldati delle milizie in attività di servizio, i quali dopo di avere concorso alla difesa e al mantenimento dell'ordine volessero rinunciare al servizio militare.

«IX Le presenti istruzioni e il mio proclama di oggi, saranno pubblicati e sparsi da per tutto a cura del nostro Segretario intimo di gabinetto.

«Parma 9 Giugno 1859.

«LUISA,Reggente

«Per S. A. R. Il Segretario intimo di gabinetto,

«PALLAVICINO.»


L’augusta Duchessa si rivolgeva quindi alle sue valorose milizie col seguente proclama:


«Ufficiali, Sottufficiali e soldati.

«Il mio cuore è tutt'ora commosso dalle dimostrazioni entusiastiche di devozione e di fedeltà, colle quali mi avete non ha guari accolta al mio ritorno a Parma.

«Fidente in voi, io non avrei avuto altro desiderio più ardente che di continuare il cammino nella via di miglioramenti d’ogni genere a pro dello Stato, a vantaggio di tutti, senza escludere nemmeno quelli che, senza causa che io conosca, si sono fatti miei nemici.

«Ma vi sono nel mondo forze irresistibili dinanzi alle quali, in dati giorni ogni volontà deve arrestarsi. Desse interrompono l’esercizio della mia Reggenza appena a metà del suo corso, e mi costringono ad allontanarmi dal mio paese e da vol.

«Insieme uniti cediamo dignitosamente, poiché la resistenza condurrebbe a collisioni sanguinose, che io voglio sopra ogni cosa evitare. E voi colla più assoluta obbedienza ai vostri capi, col mantenimento della più rigorosa disciplina, smentite in faccia all'Italia, i rimproveri di licenza sfrenata e d’istigazione al disordine, di cui le calunniose accuse di fogli stranieri hanno voluto macchiarvi.

«Per quanto mi fu dato di decidere e di sperare, ho pensato a quelli fra di voi che preferiscono ritirarsi dal servizio; lascio agli altri la facoltà di considerarsi come sciolti dal giuramento di fedeltà; gli uni e gli altri, nulladimeno, non si considereranno come liberi se non quando il mantenimento dell'ordine interno sarà stato solidamente assicurato.

«Ufficiali, sottufficiali e soldati. Il vostro Principe vi apprezzerà e vi amerà sempre, anche da lontano; i suoi diritti restano garantiti dalla fede dei Trattati e dalla giustizia dei popoli e dei Re.

«Parma,, il 9 giugno 1859.

«LUISA».

Con un ultimo atto la Duchessa Reggente autorizzava il Municipio di Parma di aggiungersi trenta notabili, i quali insieme col Consiglio formerebbero un Municipio straordinario, incaricato di prendere le misure eccezionali richieste dalle circostanze, e finalmente, per il tempo che correrebbe tra il momento della sua partenza e la entrata in funzioni della Commissione di governo da nominarsi dal municipio, Ella conferiva i suoi pieni poteri, col titolo di commissario straordinario, al cavaliere Luigi Draghi, direttore della Polizia generale. Eguali poteri venivano spediti al governatore di Piacenza. Al primo momento le autorità costituite della Duchessa adempirono la loro missione.

Il Principe Soragna, Podestà di Parma, riunì il Consiglio; furono scelti i trenta notabili, e il signor Draghi rimise loro i suoi poteri interini. Quindi fu pubblicata la seguente


Torna ad inizio pagina


NOTIFICAZIONE

«Il Podestà di Parma fa sapere che, in ordine alle conseguenze della grande guerra nazionale che ha luogo in Italia, per le quali la nostra città è sul punto di trovarsi in condizioni eccezionalmente gravi, il Consiglio municipale, colla sua deliberazione di ieri, rivestito della sanzione sovrana, si è aggiunto i trenta cittadini notabili dei quali seguono i nomi:seguono i nomi:

Professore Giovanni Adorni, Dottore Girolamo Musiari,
Ingegnere Evaristo Armani, Guglielmo Mussi,
Dottore Edmondo Barbieri, Comm. Giovambattista Niccolosi,
Cavaliere Antonio Bertani, Ermenegildo Ortalli,
Presidente Pietro Bruni, Professore Giovanni Passerini,
Luigi Campolonghi, Marchese Carlo Paveri Fontana,
Conte Girolamo Cantelli, Giacomo Pighini,
Giulio Carmignani, Professore Giuseppe Piroli,
Professore Bernardino Cipelli, Ingegnere Sante Rapaccioli,
Dottore Marcello Costamezzana, Prof. Giuseppe Rizzardi Pollini,
Conte Luigi Malespina Crescioni, Dottore Giovanni Rondani,
Avvocato Achille Marinelli Dallay, Ercole Rossi,
Consigliere Antonio Gazzi, Avvocato Pietro Torrigiani,
Dottore Antonio Lombardi, Dottore Carlo Ughi,
Professore Antonio Marchi, Canonico Giovanni Visconti.

«Il Consiglio, così ricostituito, prenderà le misure che le circostanze renderanno necessarie, nel numero delle quali è compresa la creazione di una guardia nazionale pel mantenimento dell'ordine.

«Parma, 9 giugno 1859,

Firmato: «D. SORAGNA».


Codesto Municipio non appena costituito, perché male costituito, divenne subito istrumento di rivolta. Il Podestà, presidente di esso, non volendo associarsi alle sue deliberazioni disonoranti, si dimise dalla carica, e gli agenti sardi, che non aspettavano nulla di meglio, presero ad esercitare sopra i suoi membri una pressione che ormai non avea più ritegno. Dal suo seno uscì il segnale della defezione, la paura e la viltà fecero il resto.

Alle 4 della sera con stupore universale veniva data fuori la seguente deliberazione, vero frutto di tradimento e di vergogna:


«IL MUNICIPIO DI PARMA:

«Visto il proclama di S. A. R. la Duchessa Reggente Luisa Maria in data di oggi;

«Nomina una Commissione di governo, incaricata di reggere il paese fino a che il governo del re Vittorio Emmanuele vi provveda.

«Essa è composta dei signori conte G. Cantelli Presidente, Vice Presidente Dottore Bruni, Ingegnere Dottore Ev. Armani, e assume immediatamentel’esercizio della sua autorità.

«Parma, il 9 giugno, alle 4 e ½pomeridiane.

«Per il Podestà, il indaco

«G.VINCENZI.

«I Segretari provvisori: G. OSENGA,S. RAPPACCIOLI».


Cosi, appena partita la Duchessa, al suo Governo e ai suoi rappresentanti subentrarono i soliti commissari sardi, pronti a ghermire la preda da lunga mano apprestata. Il Governo invasore nominò suo commissario a Parma un tal Pallieri, che subito s’istallò sovrano nel Ducato.

Il 9 giugno era pertanto giorno di lutto per le infelici popolazioni parmensi; la setta avendo trionfato a Magenta, i Gallo-sardi erano padroni di Milano; inutile era di sperare più alcun rispetto ai diritti dei legittimi Principi, e alla neutralità da essi proclamata e lealmente osservata. Alla sua volta il Ducato di Parma restava involto dalle armi straniere, come già lo era dalle perfide arti del Governo Loggia di Piemonte; la eroica Duchessa, a fine di mettere in salvo, colla propria dignità, l'augusta famiglia e i diritti dei figli, riparava in Svizzera, e il 20 giugno da San Gallo emetteva solenne protesta a nome del figlio Roberto 1°, minorenne, contro il procedere del Governo piemontese,... prima verso la provincia di Pontremoli; poscia verso altre parti dei Ducati; sia fomentando e appoggiando la rivoluzione; sia occupandole a mano a mano colle sue milizie; sia accogliendone la dedizione, contro ogni diritto, in onta alle stipulazioni dei Trattati europei, e dei più speciali col Piemonte, e senza provocazione o causa giusta di guerra (84).

Ed ora togliamo qualche cosa di più dal più volte citato Ravitti.


Torna su



CAPO X


Torna su



UNO SGUARDO RETROSPETTIVO SU PARMA. UN’ALTRAPAGINA DEL RAVITTI

A Parma, morto il duca Carlo III, la duchessa Luisa, assunta la Reggenza durante la minorità del duca Roberto I, aveva affidata l’amministrazione dello Stato a un nuovo Ministero, composto del commendatore Enrico Salati pel dipartimento di Grazia e Giustizia; di Giuseppe Cattani per l’Interno; del marchese Giuseppe Pallavicino, ad un tempo eletto a Segretario intimo di Gabinetto per gli Affari Esterni; di Antonio Lombardini per le Finanze.

Di pronto e svegliato ingegno, scrive il Ravitti era Cattani, anima e forza motrice del Ministero: e di codesta sua supremazia scaltramente usando o piuttosto abusando, seppe imprimere tale indirizzo da conseguire che l’operato degli altri Ministri a pieno col suo concordasse. Mentre «facilmente lusingava e prometteva quel che poi con suo grave discredito non manteneva (85)», punto nulla scrupoloso nella scelta dei mezzi per quanto si riferisce a cose politiche, partigiano fanatico di tutto che fosse piemontese, non proteggendo se non individui del suo sentimento, e in ogni modo cercando fossero beneficati, colla melliflua facondia seduceva gli uni, trascinava gli altri, di tutti servendosi ai suoi scopi. — Mente assai limitata, altissimamente presumente di sé, prepotente, prontissimo al promettere quanto al dimenticare il promesso, il marchese Pallavicino, facendo pompa coi liberali di sentimenti liberalissimi, e perciò applaudito nel 1848 e 1849 (86)», era schiavo docilissimo della volontà del Cattani; e quotidianamente chiamato a trattare della somma degli affari dello Stato colla Reggente, abusava dell’ascendente morale che, naturai conseguenza del suo ufficio di Segretario intimo di Gabinetto, aveva, a poco a poco acquisito sopra la Duchessa. — Lombardini, Ministro di Finanza senza viste finanziarie, economista gretto e limitato, grande manipolatore di cifre, incapace di approfittare d’un centesimo per proprio conto, altri dicevano infarcito di liberalismo, quantunque nel vero né durante il tempo in cui stette al Ministero, né prima, non avesse mai professato opinioni liberali. Dal momento poi che il Piemonte minacciò l’ultima riscossa, non cessò di gridare contro gli iniqui maneggi di Cavour, predicando agl’illusi che quest’uomo traeva la povera Italia a perdizione. — Dotto in cose legali, quantunque di non grande levatura, il Salati, galantuomo a tutta prova, realmente affezionato alla legittima sovranità del Ducato, era stato conservato, siccome innocuo, nel posto di Ministro di Grazia e Giustizia, che avea coperto regnando il Duca Carlo III; ma, debole all’estremo, si lasciava in piena buona fede trascinare da taluno de' colleghi e dei suoi dipendenti a tutte quelle disposizioni che si desideravano prese da lui nell’interesse del loro partito. — Severo il Ravitti! Ma v’è di più: e noi lo citiamo presso che a verbo a fine di togliere da noi la responsabilità di quanto afferma. Egli seguita a dire così:

—Pure, come caddero (i suddetti Ministri) governarono senza stima e senza fiducia. Senza stima e senza fiducia degli uomini della legittimità e del diritto, che li vedeano, onnipotenti presso la Reggente, proporre e consigliare disposizioni né sempre dettate da imparziale giustizia, né sempre conformi a principi di rettitudine vera, e dare all’Europa meravigliata lo spettacolo di una politica, che, non tenendo alcun calcolo di Trattati vigenti e d’interessi veri del paese, per farsi tutta piemontese, nello stretto rigore del termine, scalzava le radici medesime del trono. Senza stima e senza fiducia degli uomini della rivoluzione, ai quali pareva non mai si facesse abbastanza, e il Ministero dissero misto d’astuzie gesuitiche e d’oltracotanze austromilitari, ed il Pallavicino cospiratore co’ gesuiti e co’ legittimisti, avente in devozione l’Austria, perché proteggeva gli uni e gli altri, inteso a tenere la Duchessa ferma in quella strada per compiacere alla»Compagnia, a Vienna, a sé stesso (87); e questo, nota il Ravitti, in paese ove la Compagnia non aveva alcuna influenza e non esisteva nemmeno; e ove fra i Ministri tutti il più avverso a Vienna era giusto quello stesso Pallavicino… (88).

In tutti gli avvenimenti compiutisi durante il tempo in cui la duchessa Luisa tenne il potere, è d’uopo tirare una linea di divisione ben netta fra il Ministero e la Reggente, qualunque pur fosse la parte diretta naturalmente serbata all’alta e sicura intelligenza della Principessa, che sola seppe conquistare e serbare venerazione e confidenza, che uomini più esaltati di un partito cui nulla è sacro, né sesso, né virtù, né sventure, poterono bensì calunniare, contaminare non mai. — Figlia di Francia, discendente della prima stirpe reale del mondo, di San Luigi, di Enrico IV, di Luigi XIV, Luisa di Borbone aveva sortito da natura doni maravigliosi, una rara elevatezza di mente, una rettitudine di spirito incomparabile, una energia di volontà e una forza di perseveranza veramente virile, la pietà sincera, la franca benevolenza, la prontezza al perdono, la lealtà generosa che affronta il periglio, la devozione che non conosce se non il dovere. Educata alla scuola dell’infortunio, a trentaquattro anni rimasta sola, senz’appoggio, con quattro fanciulli tenerelli, in un paese che non conosceva se non per averlo amato siccome sua patria di adozione, nuova agli affari dello Stato, ella si era trovata tutta ad un tratto rivestita d’un potere cinto da ogni parte di ostacoli e di perigli. Abbisognavano riforme: comincia nella sua casa medesima, sbandisce il lusso oneroso, le inutili pompe. Riordina le Finanze, sminuisce i pubblici aggravi, e traverso le crisi alimentari di tre anni, le inondazioni, il colèra ed i torbidi, aumenta i soldi e le pensioni degl’impiegati, paga quattro milioni del debito dello Stato, e crea una riserva nel tesoro.

Carlo III aveva portato le milizie parmensi a una forza numerica che in verun modo stava in proporzione col novero degli abitanti e co’ mezzi finanziari dello Stato. Una riduzione notevole era certamente provvedimento urgen te ed inevitabile, ma che altronde doveva essere condotto con grande circospezione. Passato appena di vita Carlo III, il Pallavicino, cumulate al duplice suo uffizio di Ministro agli Esterni e Segretario di Gabinetto le mansioni di Presidente del Dipartimento militare, dava opera a codesta bisogna con ardore siffatto che ben rivelava, come, purché reagire in tutto e possibilmente rovesciare tutto quanto era stato fatto fino allora, ben più che i dettami dell’equità e della ragione si seguissero gl’impulsi della passione, e come la milizia, che aveva troppo brillato sotto il Duca defunto, si voleva ora opprimere ed avvilire in ogni modo. Le truppe furono ridotte; e senza riguardo alcuno alla trista condizione in cui collocavansi, si posero in disponibilità di servigio, parte a metà e parte a due terzi di soldo, circa un centinaio di ufficiali la maggior parte sprovveduti affatto d’altri mezzi di sussistenza, e fra loro moltissimi carichi di famiglia. Non è a dire il malcontento prodotto da codesta malaugurata, mal ponderata, impolitica misura, per la quale circa un terzo degli ufficiali, sudditi parmensi essi pure, veniva lanciato nella miseria; tennero dietro molte altre deliberazioni improntate di eguale carattere. (89)

Tali procedimenti non potevano condurre che a una conseguenza, rendere generale fra le milizie il pensiero di aversi ostile il Ministero, e più d’ogni altro quel marchese Pallavicino, che, sfornito affatto d’ogni cognizione di cose militari, era presidente del Dipartimento militare. Venuto a capo degli Uffici presso quel Dipartimento, e nel 1856 al comando di tutte le milizie dello Stato il colonnello Cesare Da Vico, riusciva bensì a questi di conciliare le prctenzioni del Ministro coi giusti reclami, sempre avanzati dairesercito, di migliorare la condizione degli ufficiali in disponibilità, che in breve tempo poterono anche essere posti nuovamente in attività di servigio. Ma dopo che vidersitutte a poco a poco vergognosamente non tenute le mille promesse fatte dal Pallavicino al Da Vico di sostenerlo nella nuova sua posizione e seguirne le proposte, dopo la minaccia che ai comandi superiori delle milizie e della Brigata, se declinati dal Da Vico, sarebbero chiamati ufficiali forestieri, che ben si vedeva donde sarebbero fatti venire, quell’opinione tornò a ringagliardire, né bastò a toglierla l’aumento accordato del 10 al 20 per 100 del soldo degli ufficiali e de soldati (90).

Durante la Reggenza della Duchessa, era succeduto a Direttore della Polizia generale dello Stato un dottore Luigi Draghi, uomo d’ingegno, settario fino dalla gioventù, venduto corpo ed anima al partito piemontese. Fondata la Società Nazionale del Cavour, instituito in Parma un Comitato di questa, il Draghi, fatto cavaliere dai Borboni fu mandato a farne parte. Stando la Polizia in si degne mani, è facile pensare che dovesse avvenirne (91).

Incalzando gli avvenimenti sullo schiudere del 1859, e ripetutamente insistendo il Da Vico, Comandante delle milizie, presso il Ministro Pallavicino, affinché si usassero più giuste e concilianti maniere verso parecchi ufficiali meritevoli di speciali riguardi; si agisse con maggiore franchezza e senza mezzi termini contro pochi ufficiali, fra' quali un ufficiale superiore in attività di servizio, onde conoscere sino a qual punto si avesse a far calcolo della pubblica opinione che con lettere anonime, dirette allo stesso marchesePallavicino,li accusava d’infedeltà ai loro giuramenti e di segrete intelligenze coi rivoluzionari, e perché si precisassero positive istruzioni, dietro le quali si dovesse regolare il militare pel caso possibile di tentativi di ribellione; alle stringenti rimostranze il Pallavicino non si diede per inteso, continuò l’oppressione a quanto apparteneva al militare; dell’opinione pubblica non si volle tenere alcun conto, ed anzi quell’ufficiale superiore, indicato nelle lettere anonime, da quel momento divenne il segreto confidente dello stesso Pallavicino. Al Comando dell’esercito ninna istruzione fu data, comunque persistentemente tenendosi pago il Ministro a tenere le milizie nel pericolo, per quanto si comportassero con prudenza, di dare in fallo per non potere conoscere a quale scopo realmente mirasse il Governo, e se questo avrebbe seguito le parti dell'Austria o del Piemonte, in un momento in cui ognuno riconosceva impossibile quella che ai più pareva ridicola neutralità dello Stato parmense, e il Ministero si sbracciava affermare sarebbe proclamata qualora le ostilità fossero venute a scoppiare. — Qui il citato storico fa una osservazione grave: e noi continuiamo a citare.

—Che Stati dell’Italia centrale più discosti dal terreno probabile delle grandi battaglie, non confinanti né coll’Austria né col Piemonte, potessero parlare di perfetta neutralità nelle lotte imminenti, quando incerto affatto poteva ancora apparire l’esito finale, né forse vi aveva luogo a riporre piena fiducia nelle milizie del paese, questo si poteva benissimo comprendere ed anche tenersi appieno giustificato, fosse pure per sola ed ovvia prudenza; quand'anche interessi dinastici sembrassero dover consigliare piuttosto una franca alleanza contro la rivoluzione. Che in istato di pace e perfetta tranquillità il Ducato di Parma potesse cercare di mantenersi quanto più gli fosse dato indipendente da chicchessia, anche questo si capiva agevolmente, e il sentimento della propria dignità, la tutela dell’autonomia dei popoli senza offendere i doveri dell’amicizia verso Potenze alleate, non potevano anzi che trovar lode e stima da tutte parti, quando verso tutte parti ne fosse fatto esercizio con perfetta ed eguale lealtà. Ma che allo scoppio delle ostilità, dappresso al teatro della guerra, anzi più propriamente nella periferia del teatro stesso della guerra, il Ducato di Parma, per l’importantissima fortezza di Piacenza, rientrando nel sistema medesimo di difesa d’una delle due parti contendenti, si volesse e potesse mantenere una neutralità nella realtà favorevole solo a chi non possedesse Piacenza, tutto ciò per verità non era altrettanto agevole a concepire, e molto meno ancora a porre ad effetto; sembrando, almeno ai più, naturale e forzata conseguenza dello stato delle cose la necessità pel Ducato di Parma di seguire le sorti di quel Potentato che teneva Piacenza in sue mani. A fronte dell'ingorda avidità d’un vicino, cui da oltre due lustri le baionette imperiali erano state unico freno ed ostacolo a impedire la vagheggiata annessione dei domini ducali, pel Sovrano di Parma l’alleanza coll’Austria diveniva necessità vera, ineluttabile, suprema, quel di in cui l’antico litigio fra il rispetto ai Trattati e la rivoluzione risorgente si apprestassero a sciogliere anco una volta a colpi di cannone.

Allorché i Comitati Nazionali furono convertiti in Comitati d’arrolamento ad uso dell’esercito sardo, il Comitato parmense, non astretto ad avvolgersi fra quelle ombre e cautele di cui non poteano far senza tutti gli altri Comitati italiani al di fuori del Piemonte, piantava uffici di arrolamento a Parma in case che ognuno conosceva, con una pubblicità e sicurezza ben giustificate dall’aversi membro del Comitato stesso il Direttore della Polizia generale del Ducato, il Draghi! E quando il Comandante delle milizie ne portò lagnanza in iscritto al Ministero, n'ebbe in risposta che questa notizia riusciva affatto nuova, ma che sarebbesi provveduto. E il Ministero provvide infatti, con far traslocare gli uffici in strade più remote, continuando ad arrotare come prima. L’egregio Direttore di Polizia, encomiatone con calde parole il patriottismo, muniva gli arrotati del foglio di passo per emigrare; poi, spesso fomiti di lettere commendatizie per parte di un’alta notabilità militare parmense in pensione, gloriosamente s’avviavano in Piemonte. Gli arrotati degli altri Stati d’Italia attraversavano svelatamente lo Stato di Parma, passando per le stazioni di corrispondenza che i Comitati avevano stabilite nel Ducato, ove le autorità politiche accordavano loro ogni agevolezza e protezione. Tutto ciò che il Da Vico, sportane lagnanza d’ufficio al Ministero, potè ottenere, si fu che non attraversassero la città di Parma con distintivi soldateschi. Il militare non doveva darsene per inteso; altronde, di esso, per verità, solo pochissimi individui, già noti per l’anteriore loro condotta, pei loro principi e per la incapacità, caddero nell’inganno che la rivoluzione loro apprestava (92).

Il Duca di Modena, avendo fatto avvertire il Governo parmense di avere spedito verso il confine minacciato una parte delle sue milizie, Pallavicino, chiamato a sé il colonnello Da Vico, con esso convenne che una egual misura si prendesse nello Stato, aversi a disporre per la spedizione di milizie al confine, la linea di osservazione parmense doversi porre in corrispondenza coll’estense. Da Vico dispone attende l’ordine che doveva porre in marcia le schiere; ma dopo alcuni giorni sono parole del Ravitti il Pallavicino, volgendo in derisione il provvedimento preso dal Duca di Modena, sospende ogni partenza (93).

I giorni dei grandi tranelli si appressavano. Il 29 di aprile eral’onomastico de) duca Roberto. Giusta l’usato, la Corte, i Ministri, i pubblici funzionari convenivano nella Cattedrale; la Reggente Luisa stava al suo posto. Allora allora il suo cuore aveva esultato alle vive acclamazioni con cui le milizie schierate lungo le vie e l’accorsa popolazione avevano dal palazzo alla Chiesa salutato il corteggio reale. Nullameno, durante la Messa, i nobili lineamenti del volto della Duchessa tradivano ad intervalli una inquietudine grave, vanamente combattuta dell’eroica fermezza di quel fortissimo animo. Talora lagrime silenziose le cadevano dal ciglio...

L’ora delle dure prove s'avvicinava per la madre e per la sovrana. Gli eventi di Firenze eranle noti, quando, momenti prima di avviarsi alla Cattedrale, un avviso misterioso le aveva annunziato che una dimostrazione a favore del Piemonte avrebbe avuto luogo in quel dì. Néera menzogna.

All’albadi quel mattino medesimo un colpo di mano era stato deciso dal Comitato Nazionale di Parma. I capitani Bucci, Briccoli e Caleagnini dovevano esserne gli esecutori. — Filippo Bucci, dopo essere passato successivamente dalle milizie parmensi all’esercito piemontese, era più tardi ritornato al servizio militare del suo paese, ed era pervenuto al grado di Capo della Sezione del Genio. Spirito mutabile scrive il citato storico senza consistenza, oggi partigiano delle più esagerate dottrine rivoluzionarie, domani fautore sviscerato dell’Austria, aveva ottenuto a forza di sollecitazioni presso il Generale conte Crenneville, l’Ordine imperiale della Corona di ferro, e, appena ricevutolo da Vienna, s’era riaccostato un’altra volta ai rappresentanti della democrazia, sinché l’oro di Cavour l’ebbe compro. — Emiliano Briccoli, comandante il Corpo d’artiglieria, aveva servito nella guerra del 1848; non privo d’influenza, né d’ardire, venduto a Torino, degno emulo del toscano Danzini. Il marchese Celio Caleagnini, capitano nel battaglione dei Cacciatori, scapestrato, vizioso, dissipatore, era uno di que’ sventurati, pei quali, immersi sino alla gola nel più abbietto lezzo della crapula e del lupanare, la nobiltà del sangue e la memoria incontaminata degli avi non valgono a rattenere sulla via dell’onore (94).

Nell’interno della Cattedrale la funzione religiosa aveva avuto termine. Al di fuori fra la popolazione, accalcata come d’ordinario, potevi per altro notare faccie sconosciute, forestiere, sinistre, e fra esse taluno affermare che quel comandante delle truppe comandava l’ultima sua parata. In quel mentre il Colonnello Da Vico, che teneva il comando sul luogo, viene a conoscere come corresse per la città voce, che nel momento in cui le soldatesche sfilerebbero, secondo il costume, innanzi al Palazzo Reale, parte di esse avrebbe fatta una dimostrazione. Desse stavano schierate parte sulla piazza del duomo, parte nelle strade che fiancheggiano la Cattedrale medesima, spingendosi fino a tutta la contrada di Santa Lucia. Da Vico se ne pone alla testa, sbocca sulla piazza del Palazzo Reale, la Duchessa comparisce al verone. Preso il suo posto innanzi al Palazzo, egli attende con ansia, deliberato a quelle misure che la prudenza e l'urgenza avessero consigliato. Le milizie d’ogni arma sfilano con perfetta compostezza. Non una parola, non un atto vengono a turbare la festa. La popolazione si allontana in silenzio, i gufi precursori della tempesta, gli uomini del disordine, le faccie ben note de' 20 marzo 1848 e 22 luglio 1854 tornano a rintanarsi nell'ombra. Il Ministero, quantunque avvertito, e, come fu accertato indubbiamente più tardi, a giorno di tutto, non aveva prevenuto di nulla il comandante delle milizie, né se ne diede per inteso dappoi. — Lo afferma il Ravitti (95).

Il resto di quel dì, come il successivo 30 passarono in generale trepidazione, fra mezzo a voci d’ogni maniera; solamente la sera di quest’ultimo giorno, trovandosi al caffè militare, alcuni ufficiali furono consigliati ad allontanarsene perché persone di pessimo aspetto ed armate stavano appiattate nei dintorni in attesa di momento opportuno per esplodere le loro armi da fuoco sopra gli ufficiali ivi raccolti. La notte scorse in uno stato apparentemente normale, in quella calma pesante che sempre precede alle grandi bufere. Ognuno sentiva come qualche cosa di grave vi fosse nell’aria. Gli esempi vicini, improvvisi e inattesi, scaldavano le fantasie più mobili e più pronte ad esaltarsi. L’inaudito successo della rivolta a Firenze, la notizia dei fatti delle contermini Massa e Carrara, le mille arti del Comitato Nazionale, le promesse, le minaccie, e sopra tutto l’oro di Cavour, ringagliardivano le speranze degli uni, i timori degli altri.

I membri del Comitato: Armelonghi, Riva, Maini, Garbarini, Draghi davano norma e indirizzo ad ogni combriccola. Leonzio Armelonghi e Giorgio Maini, giovani avvocati di Parma, caratteri ardenti ed impetuosi, avevano acquistata una ben trista rinomanza, più ancora che non per la violenza delle loro opinioni democratiche, per lo zelo con cui avevano assunta la difesa di tutti gli accusati tratti in giudizio non solamente perle cospirazioni del 1854, ma eziandio per gli assassini che vi tennero dietro. (96) — Salvatore Riva, prima Carbonaro, poi affratellato della Giovane Italia, erasi trovato al suo posto nei torbidi del 1821, 1831, 1848. In quest’ultimo anno, mentre sosteneva le dottrine democratiche nel giornale L’Indipendenza Italiana, aveva costantemente rifiutato di allearsi coi liberali costituzionali, ed erasi con incessante energia opposto all’annessione del Ducato di Parma al Regno di Sardegna. Uno de' più abili professori dello Stato, come medico, godeva di riputazione incontestata e numerosa clientela. — L’ingegnere Angelo Garbarmi, in addietro mazziniano, era figlio di un integro magistrato, che forse, senz’aderire alla causa rivoluzionaria, s’indusse ad accettare il carico di membro del Governo provvisorio surto a Parma dalle rivolture del 1831. Ed ora questi quattro repubblicani sedevano fra i più calorosi fautori della Casa di Savoia, sacerdoti della setta di Cavour. — Miracoli della Società Nazionale, o piuttosto della frammassoneria, alla quale ubbidivano.

La domenica appresso, primo di maggio, non erano ancora le 7 del mattino, che il Comandante delle milizie recavasi presso il marchese Pallavicino. Avendogli esposta la gravità della situazione e la impossibilità di continuare più a lungo in un sistema di indifferenza, gli dichiarava essere un’illusione quel preteso stato di neutralità; il Governo in un modo o nell’altro doversi ornai pronunciare: le milizie potendo versare in circostanze stringenti si da vedersi obbligate ad agire senza attendere istruzioni, essere d’uopo si decidessero a dar loro ordini positivi, perché non avesse ad avvenire che, tenute all’oscuro de' veri intendimenti del Ministero, si comportassero in senso opposto a codesti intendimenti. Il Pallavicino rispondeva: «Non potere il Governo, seguire una politica diversa da quella che aveva abbracciata; se il Comandante delle milizie non era soddisfatto delle condizioni in cui versava lo Stato, uscisse pure colla truppa, e per suo conto, sotto la sua personale responsabilità incominciasse nella città di Parma una controrivoluzione».

A cosiffatta risposta il Colonnello Da Vico, per declinare da sé qualsivoglia responsabilità, affrettossi al suo ufficio, e senza indugio scriveva:


«All’Eccelsa Presidenza del Dipartimento militare di Parma.

«Protocollo riservato N. 96.

«IL COMANDANTE DELLE TRUPPE.

«Nella condizione di assoluta incertezza in cui si trova lo Stato, nella generale apprensione cagionata dagli avvenimenti che si succedono, la truppa, e più particolarmente gli ufficiali, sono fatti oggetto della generale esecrazione (jabbricata dal Comitato rivoluzio

narió) perché non si dichiarano, e non danno l’ultima spinta acciò il Governo accordi quanto le popolazioni desiderano. (?!)

«H contegno degli ufficiali fu da qualche giorno una continua esemplare prova di prudenza e di annegazione. Ma in questo momento le cose sono pervenute a tal punto che lo scrivente Comando dichiara non potere più oltre continuare in questo stato più che anormale; e quando non si prenda una qualche positiva determinazione, forse non potersi ora far molto calcolo della truppa, (che però poco dopo ristaurava da per sé il legittimo governo) quando pure si astenesse da una dimostrazione contraria al Governo.

«Questa cosa si porta a conoscenza della Superiorità, affinché nelle attuali contingenze si degni dare quelle disposizioni che stimerà più opportune.

«Parma, il 1 maggio 1859.

«DA VICO»


Anima del Comitato Nazionale e caporioni della cospirazione militare, Armelonghi e Bucci, s’erano divise le parti; a quello la rivolta da trivio, a questo la rivolta di caserma. Una lettera, redatta con perfida abilità fra di loro, doveva essere presentata dal Bucci all’adesione degli ufficiali, da essi sottoscritta e rimessa alla Reggente.

La minuta di quest’atto, dice il Ravitti, esiste in mano del colonnello Da Vico, e ritiensi scritta di pugno dell’avvocato Armelonghi. La lettera diceva cosi:


«Altezza Reale!

«I doveri della disciplina, e il giuramento che ci lega al Sovrano, non fanno osta«colo, crediamo, che noi domandiamo,rispettosamente a Vostra Altezza Reale di por fi«ne a una situazione, che, nei solenni momenti in cui siamo, potrebbe agli occhi del paese renderci indegni del posto che occupiamo e del nome d’Italiani.

«Nel momento in cui la questione dell’indipendenza nazionale si risolve sui campi di battaglia, una più lunga incertezza ci sarebbe dolorosa, essa ci obbliga a domandare a Vostra Altezza di toglierci all’inazione presente, contraria alla virtù del vero soldato e del cittadino.

«Se questo voto trova accesso presso Vostra Altezza, noi sentiamo nel nostro animo la certezza di provare colla nostra bravura che non siamo indegni delle sollecitudini che Vostra Altezza ci ha costantemente prodigate.

«Con venerazione e devozione ci proclamiamo

«di Vostra Altezza

«I fedelissimi sudditi ed obbedientissimi servi.»

(seguono le firme)


Approvata in precedenza questa lettera (97) dal Ministro Pallavicino — segue a dire il Ravitti — quaranta ufficiali firmarono, fra questi i due Maggiori comandanti il 2(n)battaglione di fanteria ed il battaglione de' Cacciatori, la più gran parte in perfetta buona fede, alienissimi dal sospettare lo scopo iniquo cui sarebbe fatto servire quel documento. Più e più molti rifiutarono risolutamente di apporvi il loro nome. Colla lettera del Colonnello Da Vico e l’istanza collettiva degli ufficiali alla mano, dopo essersi stretto a colloquio coi colleghi del Ministero, Pallavicino portavasi presso la Duchessa, che in particolare quel di egli aveva saputo rendere inaccessibile a chiunque non dividesse le sue opinioni. Dal giorno innanzi voci sinistre, allarmanti, eranle portate a notizia senza posa, d’ora in ora incalzando. Uomini alto locati, di purissima ed incrollabile fede, fu detto fossero minacciati nella vita, e costretti ad allontanarsi; nella città gli onesti, impauriti e tremanti, si nascondevano: cose ben giustificate e scusabili in paese dove il ferro assassino aveva provato di non sapersi arrestare dinanzi a veruna enormezza, e mentre l’agitazione, abilissimamente sostenuta, cresceva rapidamente. Quantunque dotata da natura di coraggio non comune in donna, la duchessa Luisa, cui un pugnale aveva freddato il padre e un pugnale il marito, non aveva potuto guardarsi da quello sgomento che dalla casa del popolano era salito alla magione del principe. Fatta persuasa che niun calcolo fosse ormai a formare sulla fedeltà delle milizie, convinta di non poter piùalungo durare afronte di pericoli che le si dicevano d’istante in istante imminenti, trepidante pe’ figliuoli, non durò molta fatica ad arrendersi a’pressanti consigli.

Immediatamente i giovani Principi sono diretti a Brescello, forte castello nel Ducato di Modena, sulla via per Mantova, ove la Duchessa verrà a raggiungerli colle Principesse sue figlie. Il Consiglio de' Ministri è costituito in Commissione di governo. Un atto sovrano viene steso e confidato al marchese Pallavicino, con cui questi, nella qualità di Segretario intimo di Gabinetto, è autorizzato a prosciogliere all’occorrenza le milizie dal giuramento di fedeltà. Si compila un proclama ài popoli dello Stato, sotto la data del l (n)maggio. Poi, col cuore spezzato, la Duchessa parte, ricalcando il cammino dell’esilio undici anni prima battuto. La rivolta aveva trionfato prima ancora di aver potuto nella realtà dar fuori.

Radunati prestamente intorno a se i Ministri, i Capi dei dicasteri, fra' quali il Draghi, il Comandante della Brigata e i Comandanti dei Corpi militari attivi, il Pallavicino, annunziata la partenza della Duchessa, propose si avesse a discutere sul da farsi nelle urgenti circostanze in cui si trovava lo Stato. Com’era da attendersi, i Ministri e i Capi di dicastero da essi dipendenti manifestarono: doversi continuare nel sistema di aspettativa e di neutralità sino allora seguito; se movimenti ostili della popolazione venissero a turbare la quiete, non avesse a seguire veruna misura repressiva; in fine si attendesse dagli eventi l’iniziativa di quanto fosse a farsi. — Solo il Colonnello Da Vico ebbe coraggio di opporre: non essere più tempo di continuare, come per lo passato, senza una positiva norma di quanto voleasi operare; essere ormai indispensabile che il Ministero chiaramente spiegasse la politica che intendeva seguire; non poter egli, Comandante delle milizie, imporre norma alcuna ai Ministri; ma,quanto a se, terrebbe o rinuncierebbe il comando a seconda della presa deliberazione; a prevenire una catastrofe essere però sommamente urgente che questa determinazione si prenda, che se ostile fossesi dichiarata la popolazione, era dolorosa bensì, ma inevitabile necessità dover reprimere, ove si manifestasse, qualunque movimento rivoluzionario. A tali parole, accolte con gran freddezza e piuttosto con visibile opposizione, i Ministri si traevano d’impaccio collo sciogliere l’adunanza e dichiarare: voler essi, prima di devenire a concreta determinazione, sentire (lo afferma il Ravitti) quali fossero le intenzioni del Comitato Nazionale parmense, o delegare a quest’uopo il Direttore Draghi con incarico di trattare e riferire!... (98)

Infrattanto bande, pagate dal Comitato scorrazzavano, per le vie di Parma, gridando: Vival’indipendenza! Siccome era giorno festivo, stante i regolamenti in vigore, i soldati uscivano alle 3 pomeridiane dai quartieri a diporto, né avendo potuto il colonnello Da Vico, trattenuto dal Pallavicino nel palazzo del Ministero dalle otto del mattino fino alle ore 5 12 del pomeriggio, dare veruna disposizione in contrario, i soldati erano usciti all ora consueta. Alle porte delle caserme gruppi di emissari e di popolo, di parenti, di conoscenti, di amici (le milizie, composte di sudditi parmensi, non mai si tramutavano di guarnigione) eccitavano i soldati con elogi e rimbrotti. Il capitano Bucci, che sopra i fondi della cassa del Genio aveva fatto ai soldati distribuzioni di vino e sigari, diede il segnale della fratellanza col popolo. I soldati si sparsero per la città bevendo e cantando. Come a Firenze, il Comitato pagava tutto.

Nel frattempo Draghi dal Comitato tornava a' Ministri e dai Ministri al Comitato, venuto a piantare le sue tende nelle sale della Podesteria di Parma, e costituitosi di propria autorità in Giunta di Governo sotto la Presidenza del Riva. La notte cadeva, e già i pacifici cittadini si davano alla speranza, che tutto fosse per quel giorno finito; quando la Giunta rivoluzionaria, accompagnata dallo stesso Draghi, si avviava, preceduta da una grande bandiera tricolore, al palazzo del Ministero, dove i Ministri dichiararono di deporre quel potere che poche ore prima la Duchessa aveva loro affidato. Una imbrogliata e fiacca protesta, sotto forma di atto di cessione, con cui le milizie erano ad un tempo prosciolte dal giuramento, fu stesa e ricevuta dalla Giunta usurpatrice. Al colonnello Da Vico, che in questo mezzo aveva calorosamente richiesto al Pallavicino accogliesse la sua domanda di dimissione dal servizio militare, questi non volle accordarla (99).

Primo pensiero dalla Giunta fu di chiamare a sé il colonnello Da-Vico, e ordinargli di far conoscere la forza delle milizie, la quantità delle armi e delle munizioni (100). Saputolo, al capitano Calcagnini si diede l'incarico di partire senza indugio per Torino ad offrirvi al Re di Sardegna il Ducato e la brigata di Parma. La notte intera quei della Giunta si occuparono ad estendere un proclama, a preparare decreti, a far nuove nomine. Gli atti pubblici e le sentenze delle Autorità giudiziarie dovevano portare l’intitolazione: La Giunta provvisoria di Governo, in nome di Sua Maestà il Re di Sardegna Vittorio Emmanuele II. Alla direzione dei Ministeri furono destinati un Giambattista Mori all’Interno, Boldi alla Giustizia ed alla Pubblica Istruzione, Nicoli alle Finanze, la Giunta riserbando a sé gli attributi del Ministero degli affari esteriori. Tutti gl’impiegati civili e militarisi confermarono. Fu ordinata l’istituzione d’una Guardia Nazionale, affidandone il comando in capo al Gallenga Mariotti (101), e l’organamento ai tre sedicenti ufficiali sardi: Rossi, Clementi e Canobbio.

Registri d’iscrizione dovevansi aprire nella gran sala dell’Università; tutti gli individui dai venti ai quaranta anni erano invitati ad iscriversi.

Fin qui tutto era andato a seconda. Gl’imbarazzi non dovevano cominciare se non col sole novello. Di primissimo mattino la Giunta manda a chiamare il Direttore della stamperia ducale. «Che cosa volete stampare»? dice il Direttore entrando. «Sei tu Buttafuoco»? gli si domanda. «Si».«Bene; vattene, e mandaci un compositore». «Questo non vi servirà molto senza i caratteri». «Non vogliamo ragioni; obbedisci». Il Direttore si ritira, e manda un operaio. La Giunta durò la più grande fatica ad ottenere che il suo proclama fosse stampato. Era già questo un bel principio di sovranità! — L’annessione alla Sardegna ripugnava ad ognuno, perfino a' più fervorosi fautori dell’indipendenza italiana. La Giunta non ispirava ad alcuno fiducia di sorta; il colore ben marcato delle opinioni demagogiche de' suoi membri spaventava gli onesti. La creazione d’una Guardia Nazionale, che non si aveva neppure osato rendere obbligatoria, non era nei gusti de' pacifici abitanti. Una resistenza passiva cominciò a formarsi, e le magistrature ne diedero l’esempio. I tribunali rifiutarono di giudicare in nome della Giunta, e rimasero chiusi. I notai non vollero stendere verun documento. Armelonghi e Maini richiesero al Tesoriere dello Stato una somma di ventimila franchi. Volentieri, rispose questo impiegato, a condizione che mi mostriate sopra qual capitolo del budget questi 20,000 franchi devono essere imputati». I due avvocati montarono sulle furie, gridando che la burocrazia inceppava tutto. «Dite gli scudi della burocrazia»! replica il Tesoriere, e si ritira. Non un centesimo uscì dalla cassa.

Gl’imbrogli crescevano; eppure erano un nonnulla a petto di quanto le milizie apprestavano alla Giunta. La partenza della Duchessa aveva costernato vivamente ufficiali e soldati; la singolare precipitazione con cui la Commissione di Governo s’era dimessa li aveva mossi a sdegno. Soldati, un momento traviati, non avevano durato fatica a sentire l’umiliazione delle ovazioni, di cui erano stati oggetto da parte della plebe. Quel contatto, quella fratellanza con quanto la città contava di più vile ed abbietto, aveva in loro prontamente prodotto un senso di supremo disgusto; e dal disgusto alla ripulsione non vi ha che un passo e brevissimo. Ognuno provava vergogna della parte che si aveva voluto infliggere alle milizie: e coloro medesimi, che all’ultimo istante s’erano lasciati sedurre per metà, sentivano il pentimento e il dolore farsi strada nel loro animo. Meno pochi venduti al Piemonte, né gli stessi ufficiali che avevano sottoscritto la lettera alla Reggente pensarono mai di cooperare con questa alla caduta della dinastia; né i soldati, che per le strade avevano gridato: Vival’Indipendenza! sospettavano punto che per essi quel grido suonasse invece: Abbassol’Indipendenza! Il loro patriottismo si rivoltava all’idea di perdere l’autonomia dello Stato, e vedersi essi medesimi confusi nelle file dell’esercito sardo. La fede giurata, l’attaccamento alla dinastia, l’affetto a codesta Principessa, le cui sollecitudini stavano presenti nella memoria d’ognuno, riacquistarono irresistibile predominio.

Ben presto questi sentimenti si manifestavano altamente. Avvertita all'istante dai pochi felloni, la Giunta vide l’estensione del pericolo che la minacciava, e tentò scongiurarlo. Ormai ella non poteva più dubitare che le milizie covassero il pensiero o di ristabilire il legittimo Governo, o di allontanarsi, se non fossero in questo riuscite. Uno degli organatori della Guardia Nazionale, il Bossi, venne tantosto inviato dalla Giunta alle milizie perché tentasse di scongiurare. la procella. Benché ei si annunzi capitano dell’esercito di S. M. il Re di Sardegna, ognuno sa perfettamente che non è rivestito di grado alcuno, che mai n’ebbe in un esercito regolare qualsiasi: non è un piemontese, ma un romano assoldato nel 1848 nelle bande del Garibaldi.

Non osando indossare un vestito militare, Rossi si presenta in abito civile alla Cittadella, e comincia un’arringa calorosa di soldati, che chiama: «bravi patrioti, campioni della sacra causa dell’indipendenza». «Chi siete voi»? gli rispondono da tutte le parti. «Noi non vi conosciamo. Ritiratevi. Non conosciamo che la nostra Duchessa, non serviamo che il suo Governo». Rossi insiste, s’anima, parla di colori italiani, di vessillo nazionale. Cento voci soffocano la sua parola ad un tempo. «Noi non seguiremo la vostra bandiera», gli gridano. «Noi abbiamo una bandiera sola: quella del nostro paese, quella della nostra Duchessa. Mostrateci solamente un cappotto del nostro duca Roberto, e andremo in capo al mondo». Un diluvio di fischi, di urli, d’invettive, di vituperi, di minaccie, obbliga il malcapitato oratore a svignarsela più che di fretta. Ei si ritira borbottando: «Son ben indisciplinati»! A tale notizia Armelonghi accorre. La sua eloquenza non ha migliore successo. L’irritazione dei soldati raddoppia, ed egli si allontana atterrito. Poco più tardi, giunge da parte della Giunta l’ordine d’inviare immediatamente tre compagnie di fanteria, una in esplorazione verso Colecchio e Tornovo, l’altra verso il Taro e Viarola, la terza verso Colomo, Serbola e Ponte d'Enza. «Perché quest’ordine»? domandano i soldati. «Per andare a mettervi in guardia contro il nemico comune», si risponde loro. «Come! replicano i soldati. Voi pretendete dunque mandarci a combattere i nostri camerata, i soldati della nostra Duchessa! E voi, vi resterete a casa nostra? Noi non partiremo»! La Giunta dovette rassegnarsi, e comprendere che toccava a lei di ubbidire, anziché essere ubbidita. Le milizie rimasero dov’erano.

Sino dal mattino di quel dì il colonnello Da Vico aveva ripetuto in iscritto la sua domanda alla Giunta per rientrare nella vita privata. Nulla fu trascurato per rimuoverlo; ma ei tenne fermo per ottenere la sua dimissione al più presto possibile; finché, verso la mezzanotte, la Giunta avendogli inviato ordine di consegnare alle 9 antimeridiane del 3 alla Guardia Nazionale tutti i fucili esistenti nella armeria colle relative munizioni (102), ei scriveva alla Giunta che, senza attendere le sue deliberazioni, si ritirava dal comando delle milizie e della Brigata, e lo rimetteva al colonnello cavaliere Andrea Perini. Nello stesso istante rimandava la guardia militare posta al suo alloggio.

Dalle primissime ore del 3 maggio insolita agitazione scorgevasi nelle vie di Parma; drappelli di soldati avviavansi dalle caserme della città alla cittadella, che sta fuori delle mura. Correva voce che colà il disordine fosse al colmo, e le milizie ammutinate. Il colonnello Da Vico, che, ciò udito, crasi all’istante recato in Cittadella, trovava le milizie che vi aveano stanza, spontaneamente portatesi sotto le armi altamente gridando: volere recarsi in città a ristabilire a viva forza l’autorità della Duchessa (103). Molti degli ufficiali presenti avevano pure abbracciato questo partito, quando il colonnello Perini dichiarava al Da Vico: essere sua ferma intenzione di partire senza indugio colle milizie raccolte in Cittadella e muovere sopra Brescello. L’esacerbazione dei soldati cresceva a vista d’occhio; l’ordine di partire per Brescello avrebbe condotto indubbiamente a un conflitto. Senza più il Da Vico dichiara al colonnello Perini che da quel momento ripiglia il comando, spontaneamente deposto alcune ore prima, e che non si ebbe tempo o presenza di spirito per contestargli, e, approfittando dell’esaltamento dei soldati e delle disposizioni d’animo, degli ufficiali, annunzia che avrebbe accompagnate le milizie lungi da Parma solamente allorché fosse riconosciuto impossibile ogni sforzo per ristabilire il Governo della Reggente e del duca Roberto. Pochi momenti dopo inviava alla Giunta rivoluzionaria l’intimazione che recammo (104).

Nello stesso tempo partecipava egli ai Ministri dimissionari il tenore di questa intimazione, invitandoli a riprendere le redini del Governo, in nome della Reggente, e avvertendoli che ritirava tosto tutte le milizie nella Cittadella. A quelle alloggiate nei quartieri della città diede ordine di raggiungerlo all’istante nella Cittadella con armi, bandiere e casse dei Corpi. Dando alla Gendarmeria eguale comando, e ingiunse di riunire e condurre con sé tutte le guardie esistenti nei vari appostamenti in città, ad eccezione solo di quello all'ergastolo, i due pezzi d’artiglieria appostati al Palazzo reale, tutti i cavalli della realCorte e dell’Ufficio delle Poste. E tutto fu puntualmente eseguito.

Un forte distaccamento di cacciatori risoluti erasi avviato alla residenza della Giunta ribelle. Il sergente Percgo, che li comanda, entra e depone sullo scrittoio del presidente l’intimazione del Comandante delle milizie. La Giunta avrebbe voluto tentare un conflitto, armando i più arditi; ma perentorio il termine accordato, sulle mura della Cittadella già disposti gli artiglieri colla miccia accesa presso ai cannoni rivolti verso la città, e le disposizioni prese dal Da Vico fecero sorgere il timore che, si venisse senz’ altre cerimonie ad un bombardamento. D’altra parte l’attitudine della popolazione non le lasciava ormai dubbio che non poteva fare verun calcolo sopra l’immensa maggioranza di essa. I cacciatori, fermi alla porta, non sembravana punto disposti a tollerare una risposta che non fosse di loro soddisfazione. Fremente e rassegnata, la Giunta non si perdè in deliberazioni, e senza indugio estendo e consegna al sergente questa risposta:

LA GIUNTA PROVVISORIA DI GOVERNO PER GLI STATI PARMENSI

«Al Comando delle reali Truppe.

«La Giunta, fedele al suo divisamento di non usare violenza e di non essere cagione che la città di Parma sia funestata dallo spettacolo miserando di una guerra civile, abbandona, dietro il dispaccio di codesto Comando in data d’oggi, i poteri governativi dei quali ier l’altro la Giunta stessa è stata investita.

«Parma, 3 maggio 1859.

Sottoscritti: «AVV. GIORGIO MAINI, ARMELONGHI LEONZIO,

A.GARBERINI,S. RIVA».


E il sergente Perego parte, pubblicando nelle vie per le quali passa la caduta della Giunta. Prima che spirasse l’ora accordata il colonnello Da Vico riceveva l’atto di abdicazione forzata, con che l’intruso potere chiudeva quella burlesca esistenza di trentasei ore. Allora allora il marchese Pallavicino aveva raggiunte le milizie in Cittadella; gli altri Ministri, che non avevano ricevuto com'esso un invito appoggiato da baionette (105), non comparvero. — Lo nota il Ravitti, il quale continua narrando:

—Ricevuto il dispaccio con che la Giunta si ritraeva dalla scena, parve acconcio al Pallavicino di arringare le milizie schierate. Fu ventura che per caso il colonnello Da Vico alle prime parole divergesse ad altro l’attenzione dei soldati (106)... Poi, steso un ridicolo ed imbarazzatissimo documento, con cui protestava di accettare il Governo anche a nome degli altri Ministri, ferma, a capo delle condizioni alle quali dichiarava di consentire a ripigliare il potere, la neutralità proclamata, si allontanava dalla Cittadella per raggiungere i colleghi che lo attendevano al palazzo del Ministero, percorrendo la non brevissima via dalla Cittadella al palazzo in compagnia del Draghi, già a tutti noto membro operosissimo del Comitato Nazionale e principalissimo strumento nella caduta del Governo ducale; né allora, né poi, sono parole del Ravitti, valsero rimostranze e sollecitazioni perché il carico di Direttore della Polizia generale gli fosse tolto, e rimesso a persona più onesta e fedele (107).

In questo mezzo il colonnello Da Vico aveva fatto rioccupare sìdalle milizie i soliti appostamenti in città, e spediti sicuri messi alle altre milizie nello Stato, loro annunziando l’avvenuta restaurazione della Reggenza ducale. Il Municipio, le magistrature, le autorità costituite, tutto quanto Parma contava di più elevato per nascita, per posizione, per intelligenza, ogni ordine di persone, si erano affrettati di associarsi alla vittoria, e di far ressa intorno ai perplessi membri della cessata Commissione di Governo. Quando a Dio piacque, fu pubblicata quella fiacca scrittura del Ministero, con cui facea noto che ripigliava il reggimento del paese per usarne alla conservazione della quiete e sicurezza pubblica in nome del duca Roberto.

—Recammo testualmente questa notificazione al Capo VI del presente volume, pagina 124. —

Corse voce a quel tempo, e fu ripetuta dappoi, che gli uomini della rivoluzione si adoperassero alacremente perché nella sera stessa del 3 maggio si avesse a disfare il fatto dalle milizie nel mattino. Che qualche cosa macchinassero e attendessero, è certo. In tutto quel di, e fino a tarda ora della notte, specialmente dal Pallavicino, s’insistette con singolare premura nell’affermare, non essere saggio che la Duchessa avesse a tornare. I membri della Giunta ribelle e gli ufficiali che aveano mancato alla fede giurata, fuggiti da Parma nella mattina del 3, stettero nelle vicinanze sino all'alba del 4, solamente allora pigliando definitivamente la via del Piemonte (108). I fili telegrafici, non mai spezzati in niun luogo, avrebbero potuto già dalle 9 del mattino del 3 partecipare a Mantova, dove si trovava la Duchessa, la restaurazione del suo potere; nulladimeno soltanto alle 10 e 38 minuti della notte fu consegnato all'ufficio telegrafico in Parma il dispaccio, diretto al Delegato austriaco per la provincia di Mantova, con cui Pallavicino le faceva dare la prima notizia del fatto.

Il giorno 4, lasciativi i figliuoli, la duchessa Luisa abbandonava Mantova. Il suo ritorno in Parma è annunziato per le sei della sera;ma appena tocco il territorio dello Stato, le festive accoglienze delle popolazioni e delle milizie scaglionate lungo la via, ritardano il suo cammino. Questo cagiona nella capitale una commozione a gran fatica contenuta. Erano otto ore; l’inquietudine si propaga, gli animi sentono il timore che ostacoli impreveduti non siano sopraggiunti. I soldati si affliggono, poi s’irritano. Il sospetto comincia a serpeggiare nel loro animo. Già essi dicono: «Ci avrebbero ingannati? Ci avrebbero falsamente annunziato un ritorno che si è forse attraversato»? Le incertezze mal celate, le parole del Ministro Pallavicino, ritornano alla loro memoria, ed il suo nome si mescola con sempre maggiore frequenza nelle mormorazioni sinistre. L’autorità degli ufficiali sembra sul punto di essere disconosciuta. Invano, per rassicurare l’ansietà dei soldati, gli ufficiali offrono di rimanere in ostaggio e alla loro discrezione, se i dubbi si realizzassero. Quando un ufficiale grida: «Andiamo a domandare alla Madonna il pronto arrivo della nostra Reggente»! I soldati accorrono alla cappella. Un’altra ora stava per trascorrere, allorché un’immensa acclamazione s’eleva. Era la Duchessa che discendeva di carrozza alla porta della Cittadella.

In un istante le milizie si riordinano in battaglioni; le file si aprono, e la Principessa passa in mezzo d’ogni compagnia. La disciplina dura fatica ad infrenare l’ardore dell’entusiasmo. La sua prima visita era stata a queste milizie, mantenutesi così leali in un momento in cui tradire si diceva un merito; la prima preghiera della Sovrana era un atto di gratitudine a Dio. La cappella s’illumina, e le benedizioni della Religione consacrano la vittoria della giustizia e del buon diritto. All'uscire dalla cappella l’allegrezza non ha più freno. I soldati rompono le file; ad essi l’onore di trascinare la carrozza reale sino alla prima via della città. Colà l’ascendente della Duchessa ottiene a mala pena che si lasciassero riattaccare i cavalli. Mille fiammelle illuminano le strade. Un immenso corteggio si forma ed accompagna la benvenuta. Dopo il trionfo militare l’ovazione popolare, non meno splendida, non meno sincera. Fu la più dolce, la più meritata ricompensa di tutta una vita di devozione, di virtù, di amore.

Il giorno appresso, Luisa di Borbone proclamava: «Qui mi fermo coraggiosa e fidente nella lealtà delle milizie e della popolazione, in quell’attitudine di aspettativa ch’è per noi di assoluta necessità, non potendo l’alta giustizia e civiltà delle Potenze belligeranti offendere chi non offende».

Un atto di energia aveva salvato il trono di Roberto I; come un atto di energia avrebbe salvato quello di Leopoldo II (109). La famiglia dell'ingegnere Garberini, uno dei componenti la dispersa Giunta rivoluzionaria, avendo nella notte del 3 al 4 avvertito il comando delle milizie come in sua casa esistessero parecchie casse che si rinvennero contenere molti fucili con baionette e molti pacchi di cartuccie a palla; il Ministero, alle perentorie richieste di quel Comando, che s’intimasse la consegna delle armi esistenti nello Stato, commise al Draghi, — rimasto al suo posto più che mai saldo e incrollabile! — di pubblicare una balorda notificazione, con cui s’invitava a consegnare al Municipio tutte le armi che si trovassero presso le famiglie della città di Parma, a meno che non vi fossero autorizzate da speciale permesso. Non essendo comminata nessunissima pena per chi mancasse di farlo, ognuno ne rise, e le armi rimasero ove si trovavano.

In mezzo a queste cose la magnanima Duchessa, sotto la data del 6 maggio, ad attestare la riconoscenza sovrana, scriveva al Pallavicino: «Non posso trovare parole per lei; ma dico solo che è un’aggiunta non piccola alla mia felicità il vedere che è stato lei che co’ miei soldati parmensi ha ristabilito l’ordine e il governo di mio figlio».

Qui il Ravitti fa un grave appunto.

—Il giorno prima, 5 maggio, dice egli (110) a un’ora pomeridiana, alla presenza del Ministro Lombardini e del Comandante la brigata, colonnello Da Vico, Pallavicino aveva chiamate rivoluzionariee milizie che due giorni avanti richiamavano il loro legittimo Principe. Pochi giorni più tardi Da Vico si ritirava dal comando, che fu in sua vece affidato al colonnello Perini, restandone Ispettore onorario il pensionato generale Grotti (111).

La sola notizia della ristabilita autorità legittima in Parma bastò per far rientrare nel dovere le due città del Ducato, Pontremoli e Borgotaro, che più vicine al Piemonte, e più lontane dalla capitale, avevano aderito al movimento. Senza che fosse d’uopo adoperare la forza in niun luogo, senza nemmeno un’intimazione verbale, le insegne della rivolta disparvero, e spontaneamente le magistrature ripresero l’esercizio delle loro funzioni in nome della Reggente.

Frattanto in que’giorni medesimi, Sir Scarlett, Ministro inglese, rivelava al suo Governo:

«Quanto ebbe luogo a Parma non fu che una parte e particella (partand pracel) d’una cospirazione ordita dal Piemonte coll’aiuto del partito repubblicano, ed avente ramificazioni in tutte le città d’Italia, benché il successo di tale movimento sia limitato al presente alla Toscana e ai Ducati. Risulta dalla circolare firmata da Garibaldi, e che fu inviata a tutti i Comitati e Sotto comitati nelle città d’Italia, che, appena la guerra fosse divenuta certa, si doveva, per quanto era possibile, fare scoppiare l’insurrezione e proclamare immediatamente un Governo in nome del re Vittorio Emmanuele sotto un Commissario piemontese. Il piano fu preparato di lunga mano, e quanto fu eseguito qui a Firenze, tenuto in iscacco a Parma unicamente per la popolarità della Duchessa Reggente, non è che un anello nella catena d’una cospirazione stesa a traverso la Penisola, un’opera abilmente condotta dagli emissari del Piemonte»(112).

Torna su



CAPO XI


Torna su



GLI ULTIMI MOMENTI DEL GOVERNO DUCALE SECONDO IL RAVITTI

Il concentramento degli Austriaci sulle linee del Po e del Mincio venne in buon punto per trarre d’impaccio il famoso Principe Napoleone, che col suo 5° Corpo era venuto in Toscana a farsi un regno di Etruria, che nessuno voleva, e che gli costò la più crudele disillusione. Intanto però quel concentramento, mentre apriva il passo a quel triste sire onde trarsi, se non con onore, almeno senza derisione, dallo svanito regno, si traeva dietro la caduta delle legittime sovranità nei Ducati, e la ribellione negli Stati pontifici.

A Parma gli avvenimenti sì rapidi che contrassegnarono i primi giorni del maggio1859, mentre si compiva la restaurazione perla sola. forza della fedeltà, avevano dischiusa, malgrado il trionfo del 4 maggio, una nuova era gravida di difficoltà e di perigli. La sconfitta sofferta alle porte stesse del Piemonte, cosi solenne, cosi perfetta, doveva naturalmente ferire nel più vivo gli uomini della rivoluzione, i direttori di scena in Torino, ai quali l’offeso amor proprio vie meglio solleticava a conseguire più pronta la rivincita. Le file settarie, sconnesse per lo sperpero del comitato parmense, presto si riannodarono sotto la protezione del Draghi. Troppo scarsi o troppo vili per impegnare una lotta a viso scoperto, gli agitatori disfogavano il loro dispetto col rendere oggetto d’insulti senza posale milizie fedeli; la longanimità dei soldati fu, si come accennammo, messa alle più dure prove.

Ogni giorno, nelle vie, nelle osterie, nei caffè, chiunque portava una divisa militare si vedeva esposto ad ingiurie; lettere anonime, minaccio di morte fioccavano senza tregua agli ufficiali. Più d’una volta, nella Cittadella e nelle caserme, i soldati, avendo manifestata l’intenzione ben decisa di fulminare la città alla prima velleità di sommossa, i capi di corpo duravano la massima fatica ad infrenare e comprimere quei bollori. Era evidente che si aveva mutato tattica; e non potendo più sperare nulla sulla via delle seduzioni e del tradimento, si ponea ora in opra ogni mezzo per far perdere la pazienza a' soldati, sinché si lasciassero trasportare a qualche atto sconsiderato e violento. Le raccomandazioni dei comandanti agli ufficiali e ai soldati, a questi sopra tutto, perché si contenessero nella calma, nella moderazione, nella tolleranza, e l’eroismo della sommissione vinsero sugli animi concitati. Altronde, occupando la Cittadella, da questa e dalle loro caserme, padroni della città, sicuri di non avere più traditori nelle loro file, concordi, numerosi, provveduti di munizioni e d’artiglierie, il sentimento della propria forza contribuiva a renderli generosi; tenendosi certi che se la sommossa avesse osato alzare il capo nelle vie, nò l’esito sarebbe rimasto dubbioso, né la Reggente sarebbe stata in forse, come non lo era rimasta punto il 22 luglio 1854.

Quanto alla Duchessa, l’idea della neutralità, siccome vedemmo, era siffattamente fissa nell’animo suo, che per niuno evento avrebbe voluto ormai dipartirsene. A fine di non allearsi coi Franco-sardi, aveva riparato a Mantova per chiedere di là asilo alla Svizzera neutrale; a fine di non allearsi coll’Austria avea rifiutato a Mantova, il 2 maggio, qualsivoglia soccorso dall’Austria, come prima avea rinunciato di prevalersi del benefizio del Trattato del 1848 che le dava il dritto di chiederlo.

Alla mente elevata e lucidissima della Reggente l’istinto della madre rivelava che non già contro la neutralità del Ducato ne volevano i gerofanti della setta vittoriosa, ma sì e unicamente contro il trono di suo figlio, molesto inciampo al cammino suo trionfale. E perciò indirizzava il 12 maggio ai rappresentanti presso le Corti straniere quelle istruzioni che accennammo (113), e che contenevano solenne conferma della sua neutralità, e il desiderio, che «le grandi Potenze s’impegnino a riconoscere e a far rispettare questa neutralità che è conforme alla condizione in cui si trova il ducato, non avendo né dato, né ricevuto alcuna cagione d’offesa da parte di veruno Stato».

Allorquando in sul principio di quell’anno fatale la Francia, insinuava alle Corti italiane, che nel caso di eventuali ostilità, non pigliassero partito né per l’Austria né per la Sardegna, il governo parmense dichiarava essere quella appunto la sua politica: e il governo di Francia erasene mostrato soddisfatto. Il ministro Walewski infatti assicurava il sig. Mon, ministro di Spagna e ad un tempo rappresentante la Corte di Parma a Parigi, del perfetto appagamento dell’Imperatore, essendo quella, la sola condotta (sono sue parole) che potesse essere consigliata alla Duchessa di Parma».

E la cosa andò bene così finché le sorti pendevano incerte, e finché le prime vittorie sugli Austriaci non vennero a dare baldanza ai congiurati della setta onde scoprire senza ambaggi i prestabiliti disegni. Tale fu infatti la iniqua tattica dei frammassoni collegati verso i legittimi governi d’Italia, a priori destinati a perire: finché la lotta fu pericolosa ed incerta si accarezzavano giudaicamente quei Principi perché o non si collegassero fra di loro contro il comune nemico, o non aggiungessero forza all’Austria col loro concorso, come in virtù dei Trattati sembrava dovesse accadere. Ma vinta l’Austria e allontanato il pericolo, alle carezze di prima succedevano i rimbrotti e, gettata via la maschera, novelli lupi della favola, accusavano i Principi, stessi scelleratamente traditi, di intorbidare loro le acque per divorarseli siccome ben tosto avvenne. Cosi fu nei Ducati, cosi nelle Romagne, così nelle Due Sicilie, fe presto lo vedremo) sempre bugiardi, traditori sempre!

Mon, segue a dire il Ravitti, ebbe un bel ricordare ciò che gli aveano detto in addietro, e i pericoli corsi dalla Reggente per mantenersi neutrale, si come avevano voluto. Pur continuando a protestare per la Reggente, come a suo tempo si era continuato a protestare per la Corte di Toscana, assicurazioni ipocrite di rispetto, d’interessamento, di benevolenza, d’amicizia, il conte Walewski trovava ora solo obbiezioni da opporre sulla «situazione geografica degli Stati di Parma riguardo. alla guerra attuale». Mon insisteva, e Walewski ripetere, che «l’Imperatore era al campo; ma egli prenderà i suoi ordini». E gli ordini tardarono tanto che i settari capitanati dal Piemonte fecero i fatti loro, lasciando gridare la Duchessa insieme cogli onesti di tutto il mondo. E qui a costo di ripetere in qualche parte il già detto raccogliamo in un quadro col Ravitti gli ultimi sforzi fatti dal Governo ducale per sostenersi.

Abbiam veduto come trasmettendo a Torino la nota del 12 maggio il gabinetto parmense inviasse lo stesso giorno al signor Coelio, rappresentante di Spagna e di Parma presso il Re sardo, i due dispacci che qui richiamiamo, nell’uno dei quali era fatta speciale insistenza al Cavour, affinché il governo di Torino si dichiarasse sulla richiesta «di stabilire nettamente la politica di neutralità che la Duchessa Reggente ha diritto di vedere riconosciuto»; nell’altro venia segnalato a quel governo «l’abuso che era stato fatto del nome del Re di Sardegna da parte degli insorgenti, abuso di cui certamente ilGabinetto di Torino non potrebbe essere creduto complice, perocché il Governo ducale stima, che, se la giunta avesse voluto rimettere il potere al Re, essa avrebbe veduto respingere con indegnazione (quanta ingenuità!) un progetto cosi contrario, non solamente al buon diritto, ma si ancora ai legami di parentela che uniscono le due case Regnanti, e da quelle relazioni di leale amicizia, e di buon vicinato che hanno sempre esistito fra i due Stati».

Don Coello non riuscì a raggiungere il Cavour se non il 21 magCavinoti(prt)" gio, ad onta di tutti i dispacci e le insistenze del Pallavicino onde avere una risposta dal sardo ministro. Intanto era accaduto il combattimento di Montebello con una mozza vittoria dei francesi: e il governo di Torino giudicò venuto il momento di fare una mezza rivelazione riguardo a Parma; Cavour il 23 maggio, rispondea al dispaccio del gabinetto parmense del 12 undici giorni dopo quella data, che il Governo sardo era stato estraneo agli avvenimenti dei primi di maggio, e quanto alla neutralità del Ducato, «essere difficile, diceva, mentre Piacenza è occupata da cinquantamila Austriaci minaccianti gli alleati Gallo-sardi». Come se, nota il Ravitti, l’occupazione di Piacenza da parte dell’Austria fosse un fatto dipendente dalla libera volontà dal Sovrano di Parma; come se senza risalire alle origini di quel dritto di occupazione, l’articolo quinto del Trattato segnato in Parigi il 10 giugno 1817, non avesse quarantadue anni prima sancito; che «la fortezza di Piacenza, offrendo un interesse più particolare al sistema di difesa dell'Italia, l’Austria conserverà in quella città, sino all’epoca delle reversioni, dopo l’estinzione del ramo spagnuolode' Borboni, il diritto di guarnigione, della quale le spese ed il mantenimento saranno a peso dell’Austria, e la sua forza in tempo di pace determinata tra le parti interessate»; come se per codesta stipulazione l’Austria non avesse avuto ogni più ampio diritto di tenervi in tempo di guerra quel qualunque numero di truppe che meglio le fosse piaciuto!

Alle obbiezioni di Walewski, alle difficoltà di Cavour, la Reggente Luisa rispose, il 25 maggio, col noto Memorandum che recammo (114) indirizzato alle Corti d’Europa; e colla missione dei due inviati speciali, il Cattanie il Dall’Asta, incaricati di recarsi a Torino, e al campo degli alleati, presso l’Imperatore de' Francesi, per giungere a veder chiaro. Il 27 maggio i due inviati partirono: tutto ciò diveniva troppo molesto. La situazione si faceva insostenibile, bisognava ormai dichiararsi: e da Torino e dal campo alleato i fili telegrafici portarono l’ordine che si facesse la luce: e subito l’alta voce dei fatti doveva arrecarla e piena.

L'attacco, come fu detto, incominciò sul confine parmense dal lato di Pontremoli. Il 27 maggio, durante la notte, una banda d’armatiappartenenti a Corpifranchi che si andavano raccogliendo sul territorio sardo, varcato il confine, sorprendevano, assalivano, disarmavano gli appostamenti de' gendarmi e delle Guardie di Finanza a Zeri, unode' sei Comuni dalla città di Pontremoli. Nel mattino l’aggressione si estende. Invano gli altri appostamenti tentano opporsi, che forza è cedere alla superiorità del numero. Ai Municipi s’impone di votare (spontaneamente, già s’intendej la decadenza del Governo ducale colla prestabilita annessione al Piemonte, e la relativa richiesta d’un Commissario sardo. Con coraggio veramente ammirabile, in condizioni sì fatte, il Consiglio degli Anziani di Bagnone, una delle sei assemblee costituenti il Municipio di Pontremoli, ricusa di obbedire alla violenza trionfante, protesta e si dimette dal ufficio. A tre ore una forte colonna con artiglierie entra nella stessa Pontremoli, guidata dal Ribotti, e composta di parte del reggimento di fanteria della marina di guerra sarda Redi Navi e alquanta fanteria delle milizie regolari toscane,le quali fin dal giorno 24 maggio dipendevano dal Principe Napoleone. Cosi, mentre a Parigi il Walewski assicurava il ministro Mon che prenderebbe gli ordini dell'Imperatore, l’Imperatore stesso daFPiemonte dava quegli ordini, portando, senza dichiarazione di guerra, le ostilità contro chi in tutti i modi avea protestato e provato di non volere pigliar parte alla guerra. Cosi, pel più brutale abuso della forza, si portavano le armi contro due oggetti sacri fra le nazioni più barbare, una madre e un fanciullo, non d’altro rei, che di non avere ai loro cenni dugento mila baionette per far rispettare quella neutralità che ognuno in Europa, da Francia e Sardegna in fuori, aveva riconosciuta.

violenze. Qui il Ravitti narra ì fatti di Pontremoli, e come i gendarmi e i doganieri ducali, fedeli al loro Sovrano, venissero accerchiati, disarmati bistrattati e gettati in prigione; gli stemmi parmensi abbattuti; l’intimazione di Ribotti al Prefetto ducale, Appiani di Piombino, di riconoscere il governo sardo, e il rifiuto dell’Appiani e l’arresto ordinatone dal Ribotti. Quindi l’interpellanza telegrafica fatta dal Pallavicino al Cavour il 30 maggio su quei fatti, e la risposta telegrafica, data dal Cavour un giorno dopo, pretendendo giustificarli e affermando: Parma essere la base d’operazione dell'armata nemica, perciò impossibile impedire le ostilità della Sardegna. — Menzogna sopra menzogna! mai il Ducato non fu base d’operazione degli austriaci, o potè diventarlo. Non un solo soldato austriaco stette mai sulla destra sponda della Nura. Se il movimento degli alleati avesse avuto a scopo una minaccia di fianco su Piacenza la violazione del territorio Parmense avrebbe avuto luogo da Bobbio sulla sinistra riva di quel fiume, non da Pontremoli il più lontano angolo del Ducato sul versante Mediterraneo degli Appennini (115).

Del resto l’inutile missione degli inviati parmensi Cattani e Dall’Asta, e il silenzio di Cavour sull’arresto del marchese Appiani, non disapprovato affatto nella risposta telegrafica, ben potevano interpretarsi quale una dichiarazione di guerra; ma la Duchessa esigette dal fedifrago governo di Torino una spiegazione formale, e l’ebbe nel famoso dispaccio, in cui diceva finalmente senza velo di non voler riconoscere in maniera alcuna la neutralità del Ducato, e rimandava il Cattani.

Era il 4 giugno, e la augusta Duchessa sapeva finalmente quale era per essere la sorte sua e quella del Ducato. Gli avamposti del Ribotti erano solo a poche ore di cammino da Panna. Il 7 e l'8 giugno gli invasori, sebbene lentamente, si avvicinavano, e il fuggire o il restar prigioniera era la sola alternativa che le rimanesse. Piena di ama rezza, inferma, Luisa di Borbone restava pur salda ad onta di tutte le preghiere e le insinuazioni dei Ministri. Il 9 giugno però un dispaccio annunziava la ritirata degli Austriaci da Piacenza; non rimaneva altro scampo se non la partenza, e, in mezzo al compianto generale, partì. Abbiamo veduto tutto ciò; siccome abbiamo veduto che la Duchessa era accompagnata da Sir Scarlett, che la lasciò solo a Mantova, da Don Escalante, che la seguì fino a S. Gallo in Isvizzcra, e dal Pallavicino che rimase con lei, finche, rotti dalla perfidia i patti di Villafranca, calpestato il successivo trattato di Zurigo e proclamato da Torino il così detto Regno d’Italia, spazzata ogni legittima dinastia dalla penisola, la rivoluzione si trovò costituita in Governo su tutto il nostro infelicissimo paese. — Qui il Ravitti lancia una terribile accusa contro il Pallavicino, e noi rechiamo le sue parole nella fiducia di vederle autorevolmente smentite. «Un bel dì (scrive egli in nota a pag. 164, tom. II) dopo di avere sino allora intascati dalla cassetta privata della Duchessa gli emolumenti che percepiva in Parma, il marchese Pallavicino si dipartiva da essa, protestando l’assoluta necessità di dare assetto ad urgentissimi interessi famigliari. Mai più si rivide. Andò a Torino, e ne ripartì con in saccoccia un decreto, per cui fu liquidata la sua pensione di Ministro, e gli si pagarono gli arretrati a partire dal giorno 9 giugno 1859, giorno in cui si era allontanato colla Reggente da Parma».

La partenza della Duchessa, segue a dire il Ravitti, aveva gettato i soldati in una cupa costernazione. Chi rifiutava di credervi, chi protestava di voler andare a cercarla e a ricondurla sotto la protezione di quelle armi fedeli che l’aveano già instaurata sul trono. A gran pena potevansi persuadere e contenere, quando la notificazione del Municipio, da noi recata (116), venne a colmare la misura. Un documento così odioso ed abbietto dovea naturalmente ferire nel più vivo del cuore quelle brave milizie che, per avere debellata la rivolta nel maggio, avevano a risentire più che mai pungente l’ingiuria fatta a' suoi legittimi Principi. L’attitudine ferma e risoluta delle milizie accese le ire degli uomini della rivoluzione, che si sentivano ormai padroni del campo, sicuri come erano del pronto soccorso delle soldatesche rivoluzionarie. Si formarono gruppi minacciosi presso alle caserme e innanzi ai posti di guardia. Bentosto chiunque porta una divisa militare è assalito per le vie, insultato, oppresso, spogliato. Ilposto della Piazza d'armi viene attaccato da una turba, che pretende a grandi grida le armi, e con promesse e minaccie tenta corrompere o intimidire i soldati. Gli ufficiali fanno loro prendere le armi, e quell’accozzaglia è dispersa. Per evitare una nuova collisione il distaccamento è fatto ritirare in Cittadella; ma per istrada parecchi di quei soldati cadono pugnalati vilmente a tradimento. Nell’¡stesso tempo tutti i posti militari vengono assaliti, e i meno importanti disarmati, mentre gli uomini ne venivano feriti ed uccisi.

Alla vista dei commilitoni, che accorrono sanguinosi e in disordine, i battaglioni acquartierati nella Cittadella più non si contengono, e danno di piglio alle armi. Invano gli ufficiali tentano di calmare gli spiriti concitati, invano ricordano loro che la Reggente medesima, partendo, avea chiesto da essi il sacrifizio della loro giusta vendetta. «Non è la Duchessa, rispondono, che abbia dato l’ordine di non far fuoco sui ribelli; sono gli ufficiali che vanno d’accordo coi briganti e vogliono tradirci; al bisogno, abbiamo cartuccie anche per essi!».

Alla fine, a furia d’istanze, lo Stato Maggiore perviene ad ottenere che si astengano da ogni sortita aggressiva contro la città; nulla di meno i soldati rifiutano di lasciare più a lungo esposte al furore dei rivoltosi le milizie disperse nell’interno di essa. Si convenne di concentrarle nella Cittadella, e nella loro impazienza gli artiglieri tirano dall’alto delle mura del forte tre colpi di cannone. A questo segnale di all'arme, il secondo battaglione di fanteria e il drappello degli operai d’abbigliamento accorrono. Quei colpi di cannone aveano sparsa la costernazione nelle file dei settari. Un nerbo d’armati si precipita verso la caserma della Pilotta, dove avevano stanza il corpo delle guide reali e una compagnia dei cacciatori. Queste milizie uscivano in quel mentre in buon ordine. Accolte da fuoco abbastanza nutrito, dovettero aprirsi il passo con una carica vigorosa; parecchi caddero da ambe le parti, volti in precipitosa fuga gli assalitori. La guardia del palazzo reale potè coi suoi due cannoni ritrarsi in Cittadella senza essere molestata. I soli gendarmi rimasero in città, sobillati dal Draghi e dal maggiore Guastalla, loro comandante, comperato con trenta mila franchi (117); per cui furono altamente encomiati dalla commissione rivoluzionaria parmense in un suo decreto del 10 giugno.

Intanto le campane della città suonavano a stormo, e barricate si alzavano agli sbocchi delle vie; un ritorno offensivo delle milizie era il supremo terrore dei capi rivoltosi, come il più ardente voto dei soldati. Ma invece a 11ore di notte, mentre la città s’illuminava e le campane chiamavano gl'insorti alla difesa delle barricate, le milizie frementi, ma docili alla voce dell’obbedienza, uscivano di Cittadella dalla Porta di Soccorso. Con maraviglioso esempio di moderazione, di generosità e di annegazione si avviavano verso il confine estense nella direzione di Brescello; era convenuto che, deposte in luogo sicuro le bandiere, le artiglierie e le armi, si scioglierebbero. A un miglio da Brescello, la brigata sotto gli ordini del generale Grotti, che ebbe il comando supremo delle milizie parmensi la mattina del 9 giugno, quando la Duchessa stava per partire, si arrestò, mentre un aiutante di campo andava ad avvertire il comandante del forte del loro arrivo.

Dopo alquante ore di riposo veniva al Generale la risposta del Duca di Modena: proseguissero il cammino fino a Gualtieri, borgata nelle vicinanze di Guastalla, dove troverebbero quartieri e viveri.

La sera di quell’istesso giorno, 10 giugno, parecchi messi giungevano in Gualtieri affine di proporre agli ufficiali e ai soldati offerte di danaro e di gradi a nome del governo ribelle di Parma. Le milizie rigettarono quelle profferte, tenendosi paghe ¿dia facoltà accordata dalla Reggente di andarsene ciascuno dove meglio credesse. Il generale Grotti avea intanto deposto il comando nelle mani del colonnello Perini, e la mattina dell'11, sulla piazza di Gualtieri, le milizie, prosciolte solennemente dal giuramento di fedeltà, col massimo ordine, si disciolsero. Ufficiali e soldati ebbero congedi individuali, e le casse dei corpi pagarono a ciascuno il soldo stabilito dalla Sovrana. I fucili e le altre armi e munizioni vennero caricati su’ carri; un certo numero di ufficiali e di soldati fu accolto nelle milizie estensi, i più si separarono in varie direzioni, solo pochissimi presero la via di Parma. Rimase soltanto la scorta necessaria ad accompagnare in luogo sicuro le bandiere, i cannoni e le armi, risoluta di non abbandonare codesto prezioso deposito se non a missione compiuta. La sera stessa il colonnello Perini collo Stato Maggiore della Brigata e la scorta, toccavano il confine austriaco a Borgoforte, e il giorno 12 entravano nella fortezza di Mantova a tamburo battente e a bandiere spiegate. Queste furono deposte alla granguardia della piazza, dopo avervi ricevuti tutti gli onori militari. Una convenzione si stipula tra il Perini e il Governatore della fortezza di Mantova, per cui le artiglierie e le armi si danno in custodia a quell’arsenale; finalmente si rilasciano congedi ai soldati, che rientrano isolatamente alle loro case.

Ben diversa fu la sorte toccata a un battaglione di fanteria che, trovatosi verso Pontremoli, e non avendo potuto congiungersi alle altre milizie emigranti, si lasciò raggirare e persuadere da' parlamentari speditigli incontro dal governo rivoluzionario; così che, lasciate, learmi, si disciolse, dietro promessa giurata che ufficiali e soldati, rientrando in Parma, non avrebbero a subire la menoma offesa. Primo però a sperimentare gli effetti della lealtà de' rivoluzionari fu il maggiore Bonzi, comandante dello stesso battaglione, che, dopo aver compito il disarmo e il licenziamento de' suoi soldati, ultimo e solo si accostava a Parma; ma, appena oltrepassata la porta, un colpo di fucile gli è tirato contro a bruciapelo, e la palla gli sfiora il volto, mentre una turba sfrenata gli si stringe addosso con gridi di morte, appuntandogli al collo le baionette e i pugnali; le decorazioni e le insegne gli sono violentemente strappate e calpestate, la divisa lacerata in mille pezzi; poi viene trascinato per più di due ore lungo le vie della città tra fischi, motteggi, urli, imprecazioni, ingiurie, maltrattamenti, e il lealissimo governo provvisorio lascia fare! (118).

Quando a Dio piacque, quei manigoldi gettano il Bonzi più morto che vivo in una prigione della Casa di forza. Tutto quel di e il successivo, gli altri ufficiali del battaglione, che, fidenti nella promessa dei governanti, erano rientrati in città, sono maltrattati del pari e gettati nella stessa prigione; né ad alcuno è dato riacquistare la libertà, se nona patto di entrare al servizio del Re di Sardegna! Sono questi i preludi della cannibalesca scena riservata allo sventurato colonnello Anviti. Per lo che i faziosi di Parma, si acquistarono in Italia e fuori una fama peggiore dei selvaggi e degli antropofaghi (119).

Fatta intanto dichiarare dal Municipio di Parma «ripristinata l’annessione al Regno di Sardegna decretata nel 1848», que’ Triumviri proclamarono: «La Commissione di governo ristringer deve la sua azione a preparare l’avvenimento del nuovo governo. Coloro i quali si resero colpevoli verso il paese saranno sottoposti al rigore delle leggi (120). Gli ufficiali, che sedussero la truppa», furono dichiarati nemici della patria, privati del grado, delle onorificenze, degli stipendi (121). — Nel pervertimento d’ogni senso morale, chi vien meno all’onore, chi tradisce vilmente, è un eroe; chi non lo fa, chi adempie sino all’ultimo il debito dell’uomo onesto, è messo al bando, e quegli è il traditore! Eppure a quegli ufficiali medesimi i rivoltosi di Parma, la più grande parte furtivamente introdottivisi dal Piemonte, andavano debitori della loro salvezza; eppure senza quegli ufficiali, non mai la sommissione de' soldati ducali avrebbe potuto raggiungere, nella condizione d’animo in cui erano, in sì alto grado l’eroismo dell’annegazione.

A Piacenza, appena sgombra dagli Austriaci, analoghi procedimenti; le stesse mene, gli stessi effetti. Il Municipio, dichiaratosi «rappresentante naturale del popolo»decretava: «Rivive nella sua interezza la legge del 17 marzo 1848, il Patto che Piacenza strinse coll'illustre martire Carlo Alberto, di sacra memoria. Piacenza e il Du cato ritornano oggi sotto il reggimento di Vittorio Emmanuele»(122). Nel medesimo tempo il governatore ducale, marchese Manara, veniva arrestato e gettato in prigione; vi rimase due mesi.

Il 14 giugno Ribotti entrò in Parma a capo delle sue soldatesche sardo-toscane. Il giorno appresso in testa alla Gazzetta ufficiale (123) comparve quel documento con cui i tre del Governo provvisorio di Parma, cioè, Cantelli, Bruni ed Armani, in più particolare modo si studiavano tramandare i loro nomi alla posterità, decretando: «Danni interessi e spese saranno pagati dal tesoro pubblico alle vittime della giornata del 22 luglio 1854, che senza provocazione alcuna erano state esposte alla licenza barbara e sfrenata de' soldati austriaci e parmensi». Il 22 luglio 1854 Parma aveva avuto per le vie lo spettacolo di bandiere rosse, coccarde rosse, berretti rossi, sciarpe rosse, barricate, pugnalate a tradimento, colpi di fucile sulle milizie dalle finestre, e sul capo ai soldati tegole e pietre dai tetti delle case (124). Alla lor volta le milizie senza provocazione alcuna, già s’intende, tirarono colpi di fucile e di cannone. Le barricate si sfasciarono, e qualche soldato con licenza barbara e sfrenata prese a mirare si giusto sui tetti, che il Barrila, capo dei dilettanti, discese in istrada speditamente, senza scendere per le scale. Poi senza averne ottenuto il permesso né dal conte Girolamo Cantelli, nò dal Barilla, i soldati condussero a vedere il sole a scacchi intorno ad un centinaio di quegli amatori del color rosso (che i Parmeggiani aveano avuto la bonomia di credere colore repubblicano) presi colle armi alla mano, mentre attendevano alle innocenti loro esercitazioni! Cinque anni più tardi, i tre che reggevano lo Stato di Parma in nome del Re di Sardegna decretavano ricompense nazionali ai rossi del 22 luglio 1854! Che il Governo del Re di Sardegna e i Triumviri parmensi ci avessero intinto ne’ baloccamenti di quelle povere vittime? Comunque sia, se era, impossibile mentire alla storia con maggior sfrontatezza, era somma;mente difficile imaginaredecreto, che in più alto grado fosse maggiormente nauseabondo e ridicolo.

Lo stesso giorno 15 giugno il principe Eugenio di Savoia-Carignano, Luogotenente-Generale di Vittorio Emmanuele, dichiaravaassunto dal Re di Sardegna il reggimento degli Stati parmensi (125). j Due giorni più tardi, i Triumviri sparvero dalla scena; il conte Pallieri, nominato Governatore, pigliò in mano a Parma le redini del potere, alzò gli stemmi di Savoia, si fc’ prestare solenne giuramento; di sudditanza da tutte le autorità. Il conte Girolamo Cantelli, un momento sovrano, dovette star pago al modesto incarico di segretario ‘ del nuovo signore, il Pallieri. Due piemontesi Marco e Rocci, l'uno Deputato al Parlamento di Torino per Ivrea, l’altro antico Intendente di Voghera, giunsero colla nomina d’Intendenti sardi a Parma e a Piacenza. — L’annessione era fatta, il Ducato sovrano era divenuto una provincia piemontese, e Parma sua città capitale, si trovava ridotta a città di provincia!

L’augusta Duchessa Reggente intanto, stabilitasi nel Castello di Warteg, si dedicava all’educazione dei suoi quattro figli, il duca Roberto e il Conte di Bardi, e le principesse Margherita ed Alice, e dava loro l’esempio delle più sublimi virtù, ammirata da tutta Europa; quando, colta da improvvisa infermità, cessava di vivere in Venezia il l.° febbraio 1864. — Ella nasceva in Francia ai 21 di settembre del 1819 dal Duca di Berry e dalla principessa Carolina delle Due Sicilie, e. i congiungeva in matrimonio, ai 10 decenibre 1845, col duca di Parma Carlo Enrico Ferdinando di Borbone. E noto per la storia dei nostri sciagurati tempi quanti colpi terribili accompagnassero la esistenza di questa eroica Principessa dalla culla alla tomba. Figlia diun Principe assassinato, pronipote di un Re decapitato, nipote di un altro Re morto in esilio, essa vide un giorno, dopo nove anni di matrimonio, a' 26 di marzo 1854, ricondurre nella reggia ducale di Parma il suo sposo, pugnalato da mano settaria, e spirare indi a poco; lo abbiamo narrato nel nostro secondo volume (126). I doveri pubblici che le incombevano, come madre e reggente, per il figlio minorenne, lasciarono appena al suo dolore il tempo di disfogarsi; e mirabile fu la sapienza con che seppe governare il suo Stato fino a che non fu soverchiata dalla rivoluzione (127).

Mentre, sotto la perfida direzione di Cavour si compiva la invasione dei tre Principati sovrani, assistendovi impassibile la corrotta Europa, egli metteva più che mai in movimento le sue astuzie per coonestare la usurpazione dei medesimi, a' Sovrani dei quali attribuisce di essere quasi vassalli dell’Austria, e con una Nota, pubblicata in vari giornali francesi, e nella torinese Opinione de' 4 luglio si sforzava dimostrare alle Corti estere che «la neutralità dichiarata nella presente guerra dagli anzidetti Ducati era impossibile in diritto ed in fatto, e perciò necessario, che essi dovessero seguire la sorte della Potenza austriaca, alla quale avevano volontariamente confidato i loro destini». — Non vi fu mai usurpazione difesa con più sofistici e bugiardi argomenti!


Torna su



CAPO XII


Torna su



A MODENA

La caduta di Modena segui da presso quella di Parma. L’11 giugno il duca Francesco Ipartiva anch’egli dai suoi Stati, lasciandovi una reggenza; ma il dittatore Favini, come il Pallieri a Parma, coll’aiuto del Governo sardo, vi si insedia due giorni dopo in nome di Vittorio Emmanuele.Non istaremo noi qui a ricordare tutte le espilazioni del danaro lasciato dai legittimi Principi, cd usufruito dai caporioni della rivolta; né tutte le farse, i raggiri usati per affascinare le povere popolazioni, sempre e dovunque ingannate da' faziosi e lese ne’ loro voti, nelle loro aspirazioni e ne’ veraci loro interessi; raccogliamo invece qualche documento a fine di chiarire meglio la storia.


Il Messaggero di Modena del 30 maggio narrava genuinamente i fatti cosi:

«Dopo il concentramento delle truppe estensi sopra Fivizzano, queste occupavano la provincia di Lunigiana, che fronteggia i Comuni usurpati di Massa, Carrara e Montignoso, rimanendo sguernita l’altra provincia dell’Oltrappennino estense, cioè la Garfagnana, la quale, divisa dalla catena delle Panie, occupa la valle superiore del Serchio, e volge aperta e indifesa verso la Toscana. Una strada però le mette fra loro in comunicazione, e questa, movendo dall’alta Garfagnana, mette capo al disotto di Fivizzano.

«L’essersi il Granducato assoggettato al protettorato del Re di Sardegna, e Faver questi, tuttoché senza la menoma provocazione per parte nostra, dichiarato di considerarsi in istato di guerra col Duca di Modena, poneva già da qualche tempo le truppe estensi, che si mantenevano nella linea che corre dal Cerreto a Fosdinovo, in una posizione men vantaggiosa; giacché, se queste potevano reggere agli attacchi che si movevano loro di fronte, erano però sempre esposte di fianco a quelle minacce, che fossero provenute da un corpo che rimontasse il corso del Serchio, ove per l’aggravato servizio delle medesime non potevasi predisporre una efficace opposizione. In tale condizione di cose, dopoché la Toscana cominciò ad essere occupata da truppe francesi, la destinazione delle quali si dichiarò bensì incerta, ma che però si lasciò supporre dalla stampa d’ogni colore come minacciosa verso i Ducati, la Reale Altezza del nostro Sovrano dovette stimare necessario di provvedere alle sinistre eventualità, alle quali le avvisate località esponevano le proprie fedeli truppe, ritirando le stesse dall’Oltrappennino, e riconcentrandole al di quà del medesimo.

«Per conseguenza il 22 del cadente mese, le forze estensi, dopo aver prese dalle autorità comunali le disposizioni occorrenti per la tutela dell’ordine interno, si ritiravano tranquillamente, stabilendo il successivo giorno 23 i loro accantonamenti oltre il Cerreto nei luoghi prestabiliti.

«Quanto poteva temersi accadeva. Dopo il ritiro delle nostretruppe,prima emigrati e guardie nazionali sarde, poi forze più o meno regolari sarde e toscane, impedivano alle Comunità estensi della Lunigiana, e poscia della Garfagnana, il regolare loro andamento, e vi spingevano sopra violentemente quella usurpazione medesima, che già s’era stabilita ed organizzata in Massa e Carrara. Tali fatti parlano troppo alto da se medesimi per dispensarci dall’accompagnarli con parole di detestazione. Poche però ne aggiungeremo, non solo per riferire come il Bollettino officiale della guerra ci racconti nel suo N. 49, in data Torino, 24 maggio, che «gli Austriaci giunti a Reggio, si ritirano cogli Estensi a Brescello, ove il Duca fa preparativi di difesa atterrando alberie inondando le pianure»; ma inoltre per consigliare i redattori dei Bollettini stessi a procacciarsi migliori corrispondenti da queste parti; giacché i lettori Modenesi e Reggiani, abbattendosi nelle suddette erroneità, potrebbero facilmente lasciarsi indurre a non credere più all’Officialità di tutte le notizie dai medesimi riferite. Quanto alla stampa non officiale, non moveremo parole, onde non imbrattarci nel fango in cui essa si avvolge».

E nel num. del 3 giugno dello stesso Messaggero si leggeva: «Sino dal 31 maggio, un posto nemico essendosi stabilito sull’Abetone, cacciandone i dragoni estensi e disarmandovi alcune guardie di Finanza, e sapendo che a S. Marcello e a Pistoia vi erano forze parte francesi e parte toscane, e corpi franchi, furono prese disposizioni per difficoltare a una colonna nemica il passaggio sulla strada Giardini, creandovi degli ostacoli.

«Il primo del corrente si aveva notizia che il posto suddetto sull’Abetone si rinforzava, ed infatti il mattino del giorno successivo fece esso una scorreria in Fiumalbo. I picchetti dei dragoni estensi e un distaccamento di linea si ripiegarono sino dietro gli ostacoli sopra detti, nel mentre che una colonna estense con artiglieria, animata da ottimo spirito, partiva ieri da Modena nelle ore pomeridiane diretta per Pavullo, dove sappiamo essere la medesima giunta oggi al mezzodì. Nonostante le molte contrarie voci sparse, lo Stato nostro è tranquillo, benché alquanto allarmato da siffatte scorrerie, e dalla possibilità di vedersi invaso da un corpo d’armata francese, che provenisse dalla Toscana.

«Intanto S. A. R. ottenne che considerevoli forze imperiali cooperassero insieme colle truppe proprie a difenderlo, il più efficacemente che sarà possibile, e godiamo nell'annunciare che le prime colonne delle medesime giungeranno tra noi col giorno di domani». Infatti nel numero seguente dello stesso giornale si legge: «Quei considerevolirinforzi di truppe imperiali da noi annunciati, arrivarono sabato mattina, 4 giugno, sotto il comando del generale maggiore barone Iablonski, ed oggi stesso ne giungono altri nello Stato».

Nel medesimo tempo recavano i fogli sardi un decreto, dato a Torino sotto il 28 maggio, dal principe Eugenio di Savoia, luogotenente del Re, col quale sono dichiarate far parte delle poste dello Stato sardo le poste della Lunigiana. Gli uffici telegrafici di Massa e Carrara sono pure posti sotto l’amministrazione sarda. Il confine telegrafico sardo-toscano, per la misura delle zone, è stabilito a Porta. — Così senza complimenti si andava innanzi pigliandosi la roba degli altri, e le cosi dette Potenze amiche stavano a guardare!...

Lemedesime cose si producevano su per giù da per tutto; ma più perfidamente ancora, se è possibile, a Modena. IlMessaggero di Modena fin dal 2 maggio metteva opportunamente a riscontro le violazioni e usurpazioni piemontesi colle relazioni internazionali, tuttavia mantenute tra i due Governi. La Gazzetta Piemontese del medesimo giorno 2, riferendo il terzo Bollettino ufficiale della guerra, in data di Torino 30 aprile, sera, recava:

«Massa e Carrara, pronunziatesi spontaneamente e senza alcuna collisione, per la causa nazionale, hanno proclamata la dittatura del re Vittorio Emmanuele. Essendo quella popolazione minacciata da una colonna di truppe estensi, il Governo, che si considera in stato di guerra col Duca di Modena, ha spedito forze militari per proteggere e mantenere la pubblica tranquillità».

La spontaneità dell'asserito pronunciamento apparisce tutta quanta in un passo del Monitore Toscano dell’istesso 2 di maggio. Esso dice così:


«Il Governo sardo ha nominato a Commissario straordinario Giusti. Spontaneità dei popoli, delle citta di Massa e Carrara 1 avv. V. Giusti, il quale, appena giunto in Massa, emanò il seguente proclama:

«Cittadini della provincia di Massa e Carrara,

«Sonlieto di tornare fra voi in sì fausto momento. Questi paesi, liberi del giogo estense, acclamarono spontaneamente il Re prode, il re Vittorio Emmanuele.Il sottoscritto, assumendo il Governo di questa provincia (era stata fino allora Principato sovrano) in nome del Re dittatore, spera di trovare in voi tutti cooperazione ed aiuto a mantenere la tranquillità e il buon ordine. Viva, ecc.

«Massa 27 aprile 1859.

«Il Commissario straordinario

«V. Giusti».


Questa data vale un tesoro! Quando anche le milizie estensi si fossero ritirate da Massa e Carrara nelle ore pomeridiane del 27, pure avendo lasciato quelle città obbedienti e tranquille, non poteva il 27 stesso il Commissario sardo essere nominato dal suo Governo in seguito di rivolgimenti e di acclamazioni, cui non si era dato il tempo di esistere… Bisogna credere invece che il Giusti coi suoi poteri e colle spontanee acclamazioni in tasca stesse già pronto in sul confine per giungere in tempo a compiere il proprio mandato, cioè ad imporre il marchio della dedizione a una violenta ed improvvisa usurpazione...

«Il Governo del Re, — chiede il citato Messaggero di Modena, — ha occupato militarmente Massa e Carrara, (secondo afferma la Gazzetta Piemontese) perché si considera in istato di guerra col Duca di Modena? — Ebbene, mentre che il 27 aprile la Sardegna usurpava territori estensi, il giorno stesso il Conte di Cavour partecipava da Torino al Governo ducale la nomina del commendatore Minghetti a segretario generale del Ministero degli affari esteri, aggiungendo, che questi rimarrebbe autorizzato a firmare quindi innanzi in assenza di lui le corrispondenze; ed infatti il 29 successivo faceva ciò, trasmettendo certificati di consegne eseguite, siccome è di prattica tra Stati amici, che si sussidiano vicendevolmente in materia di giustizia. Come si può dunque tutto insieme considerarsi in guerra col Duca di Modena e dar passo verso il suo Governo a pacifiche formalità?...»


Ma la Gazzetta Piemontese, in data di Torino 8 maggio, un pò tardi per verità, pretendeva giustificare il suo Governo colla seguente Nota:

«Nel 3° Bollettino Ufficiale della guerra fu già dichiarato, come il Governo estense, persistendo nel mantenere stipulazioni, le quali sono una vera alienazione di sovranità a benefizio dell’Austria, e concedendo il passaggio sul suo territorio a truppe austriache, le quali possono assalire i regi Stati, fa atti d’inimicizia palese verso il Governo del Re, il cui contegno perciò verso il Governo modenese non può non essere quello dell'ostilità. Questa è la sola risposta che stimiamo dover fare alle imputazioni e alle contumelie che il Messaggero di Modena, giornale ufficiale del duca Francesco V, rivolge contro il Governo del Re».


Ad un articolo siffatto, il Messaggero alla volta sua rispondeva:

«La considerazione per parte della Sardegna di trovarsi in istato di guerra col Duca di Modena fu confessata solo il 30 aprile, vale a dire, tre giorni dopo che il Governo del Re aveva consumati gli atti più ostili verso un vicino inoffensivo. Undici giorni dopo l’usurpazione eseguita se ne danno i motivi, e questi sono: l’avere Modena conservato un trattato di alleanza puramente difensiva coll'Austria, e l’avere conceduto il passaggio sul proprio territorio a milizie austriache. Ora, dopo aver comprovato così apertamente coi fatti le proprie aspirazioni d’ingrandimento, come può anche la Sardegna incolpare Modena se non si è affrettata a denunciare quel trattato, che fu si utile nel 1848 dopo le prime nemiche usurpazioni, e che potrà forse anche, cosi disponendo la Provvidenza, reintegrarla alle seconde? Finalmente come mai può il Governo sardo dare per cagione di una violazione, da esso eseguita il 27 aprile, la comparsa delle truppe imperiali in Modena, verificatasi solo il 2 maggio? E come può incriminarci d’aver noi in detto giorno chiamato da Bologna un battaglione austriaco, non perché passando sul nostro territorio si portasse ad offenderlo, ma perché sussidiasse la guarnigione estense della Capitale troppo diminuita pei distaccamenti spediti a difesa dell’Oltrappennino, mentre sino dal 26 aprile (prima ancora della risposta di Cavour all’Ultimatum dell’Austria) il Governo medesimo subalpino vedeva giungere sul proprio territorio le prime legioni di quel poderoso esercito francese che esso aveva chiamato d’oltre Alpi?».

Ma il ragionare è cosa inutile di fronte a un disegno prestabilito, lungamente elaborato, e avvalorato da soverchianti forze straniere. Quindi è, che S. A. I. il duca Francesco V, dopo di essersi sostenuto per oltre un mese contro tutte le arti e perfidie degli alleati di Plombières, pubblicava il giorno 11 di giugno un editto, col quale, ricordate le condizioni dello Stato, di cui una parte era già occupata dalle forze di Sardegna, mentre pure la Francia minacciava dai confini toscani; e, fatto anche allusione alle cose decadute nel limitrofo Stato parmense, diceva che, «non volendo esporre i suoi sudditi ai mali inseparabili di una difesa, in quel momento probabilmente infruttuosa, era venuto alla determinazione di allontanarsi dalla capitale con gran parte delle sue milizie. Per non lasciare il paese senza governo, e per provvedere all’andamento della pubblica amministrazione, istituiva una Reggenza, composta del conte Luigi Giacobazzi, Ministro dell’Interno, come presidente; conte Giovanni Galvani, consigliere al ministero degli esteri; cav. dott. Giuseppe Coppi, consultore al ministero di buon governo; conte Pietro Gandini, intendente ai beni camerali; e dott. Tommaso Borsari, consigliere nel tribunale di revisione. Autorizzava poi la Reggenza ad istituire una guardia urbana, composta di capifamiglia e padroni di negozio, dai 25 ai 50 anni, che poneva sotto il comando del maggiore Stanzani, e finalmente dichiarava, che, qualora, per forza maggiore, la Reggenza dovesse cessare, essa si scioglierebbe previa formale protesta. Chiudeva con la riserva e protesta contro ogni lesione dei suoi diritti sovrani. »

Ma, come a Parma, così a Modena, partite le milizie ducali, fu inaugurato il Governo del Re subalpino con' un proclama del giorno 13, sottoscritto da alcuni individui costituitisi in Governo provvisorio. Al quale Governo provvisorio succedette, già s’intende, quello del commissario sardo, che fu il troppo famoso Farini. — Se si dee però credere a certi proclami e notificazioni, pubblicati dallo stesso Governo intruso, sembra che nel Ducato, dopo il nuovo ordine di cose, avessero luogo «atti di violenza, vendette ed estorsioni» tutto fiore di libertà, inaugurata dal Governo ristoratore dell’ordine morale in Italia.

Il Duca di Modena, senza spiegare alcun rigore straordinario avea continuato a conservare la più perfetta tranquillità pubblica di fronte all’abbandono di Piacenza da parte degli Austriaci. Ma al trionfo della usurpazione a Parma, alla discesa del Ribotti colla sua gente dagli Appennini, e al pericolo imminente dell’avanzarsi dei Francesi del principe Napoleone dalla Toscana, si sentì spinto ad abbandonare la sua residenza, senza esservi punto forzato dalla sommossa, senza aver a reprimere né tentativi rivoluzionari, né movimenti ostili de' sudditi; verso i quali certamente non ebbe altra colpa, che gli meritasse Podio dei settari, fuorché quella di avere per lunghi anni beneficato e retto lo Stato con un governo, che fu vero modello di saggezza cristiana. Instituita una Reggenza a governare lo Stato, presieduta dal Ministro dell'interno conte Luigi Giacobazzi, partì dalla capitale l'11 a capo della valorosa Brigata estense, la cui storia rimarrà celebre negli annali della fedeltà.

Ma ritirate appena da Modena, nel mattino del 13, le ultime milizie, ecco ripetervisi le solite stereotipate manovre ché alle sole influenze e alle forze dello straniero, chiamato in Italia dal Governo-loggia di Piemonte, andavano debitrici dello loro riuscita. Gli emissari sardi, gli uomini della Società Nazionale Italiana, sebbene meno numerosi a Modena che altrove, dan fuori, come rospi dopo le pioggie estive, scorrono la cavallina, strepitano, gridano i soliti: Abbasso! e Viva all’Italia! Con gran fracasso gli stemmi del Governo legittimo sono abbattuti dalle botteghe dei tabaccai, alle porte dei pubblici Uffici; la bandiera tricolore si porta in piazza ed in giro con relativo accompagnamento di evviva a Vittorio Emmanuele ed a Napoleone III, primo soldato e primo capitano dell’indipendenza italiana!«La plebe facea impeto nella reggia per discacciarne la Reggenza istituita da Francesco V.» (128). La plebe! sempre e da per tutto la plebe! Vale a dire la canaglia.

La grande maggioranza delle popolazioni oneste si sdegna, guarda paurosa, tremante si nasconde, o si allontana. Se i capi dei Municipi non sono della partita, o si dimettono spontanei dall’ufficio per non macchiarsi d'infamia, o si costringono a battere in ritirata più che di fretta. Municipio nuovo, Governo nuovo si eleggono; e sempre vengono a fame parte, così stabilito in precedenza, gli antesignani del movimento locale.

Il primo atto de' governanti e dei Municipi novelli è di dare il paese a Casa Savoia. Dovunque nel 1848 erano riusciti a porre in piedi un simulacro di votazione popolare per l’annessione al Piemonte, appena seduti a scranna gl’intrusi rettori sentenziano «rivivente l’antico Patto», e con un tratto di penna la nuova annessione è fatta. Poi venivano gli squarci di brillante eloquenza a contrassegnare l’effimera vita dei Governi provvisori, sinché giungesse da Torino il fortunato spedito a governare e sgovernare i paesi. Così a Modena i cinque, con loro manifesto del 13 giugno, proclamarono: «Disciolti per le immortali vittorie italo-franche i vincoli politici che ci tenevano costretti al Governo estense, rivivono come per diritto di postliminio quelli che pe’ nostri voti concordi e liberissimi accomunarono nel 1848 le sorti nostre alle sorti de' magnanimi Subalpini».

Il 15 giugno, un avvocato Luigi Zini, emigrato estense, s’insediò in Modena Commissario straordinario di Stia Maestà sarda, il cui primissimo atto fu di decretare, lo stesso giorno 15, che fosse posto sotto sequestro (vale a dire rubato) il patrimonio particolare del Duca; e i quinqueviri rientrarono nel nulla. Lo stesso dì parte delle soldatesche del Ribotti venne a pigliar possesso di Modena; e una usurpazione di più era compiuta.

Quanto al duca Francesco V, solo il giorno innanzi, 14 giugno, dopo di avere con tutto agio impiegato quattro giorni a percorrere le quaranta miglia, che separano Modena dal Po, valicato il fiume a Borgoforte, aveva oltrepassato i confini dei suoi domini.

Le circostanze che accompagnarono la caduta delle legittime sovranità dei Ducati sono piene di utili insegnamenti. Néil Duca di Modena, né la Reggente di Panna fuggivano dinanzi all’insurrezione, che non esisteva, o per necessità di disfatta subita in guerra; si ritrassero unicamente per semplice e forzata conseguenza della concentrazione che gli Austriaci operavano in quello stesso momento. Tanto la Duchessa Reggente, che aveva rinunziato di prevalersi del trattato del 4 febbraio 1848, per non ¡stabilire, all’occorrenza, il suo punto d’appoggio sull’Austria; che il 2 maggio 1859 a Mantova aveva ricusato ogni offerta di armati era stata costretta di cedere alla pressione straniera, come il Duca di Modena, che franco e schietto avea seguito altra via; tant’era vero che la guerra occulta e palese, mossa da oltre-Ticino e oltre-Alpi ai minori Sovrani d’Italia, era guerra a' troni ed alle dinastie, non alle persone de' regnanti, od alla politica de' loro Governi, guerra di spogliazione e di rimpasti territoriali prestabiliti dalla framassoneria. Era serbata alle milizie di Francesco V, e di Luisa di Borbone, sovrani di Stati, fra i più piccoli d’Italia e i più esposti per postura geografica alle mene del Governo di Torino, era serbato a codeste milizie esclusivamente composte di sudditi del paese, di dare il più splendido esempio di fedeltà, di devozione e d’introllabile costanza, che da anni gli annali militari rammentino.

Quanto ai settari di Modena essi amavano il progresso. Non si tennero paghi, come a Parma e a Piacenza, a soli triumviri; vollero quinqueviri, e i cinque furono: Giuseppe Tirelli, Pietro Muratori, Emilio Nardi, Giovanni Montanari, Egidio Boni, liberali sperimentati e cittadini generalmente stimati», afferma lo Zobi, ben sapendo che per essere veritiero avrebbe dovuto scrivere: cittadini tutt’altro che generalmente stimati. — Ma la verità non serve per fare le rivoluzioni.

La Duchessa di Parma s’allontanava, lasciando dietro a sé facoltà di prosciogliere dal giuramento i suoi soldati; essa partita, la ’ ribellione alza il capo, e i suoi soldati la schiacciano, quasi a dire, a dispetto del Sovrano. Più tardi la Duchessa è forzata riallontanarsi, italiani a uscire prosciogliendo un’altra volta i soldati; e un’altra volta i soldati resistono a tutte seduzioni, a tutte minacce. Perduta ogni speranza di ripristinare sul trono i suoi Principi, per l’aperta invasione straniera, i soldati di Parma escono dallo Stato a raggiungere un cantuccio di terra sicura ed amica, ove deporre le armi, mettere in salvo colle bandiere l’onore militare, disciogliersi, disperdersi, ramingare, lieti e superbi di non seguire altra bandiera, di non portare altra coccarda.

IlDuca di Modena parte, e le sue truppe lo seguono, orgogliose di dividere con esso lui i dolori dell’esilio. Quattro anni più tardi quelle milizie, impassibili ad ogni blandizia, ad ogni promessa, indifferenti ad ogni minaccia, messe al bando dal potere intruso nella lor patria duravano ancora, fra privazioni e disgusti, frammezzo a delusioni, tetragone ai colpi dell’avversa fortuna, quasi che nulla fosse, cosi bene ordinate e cosi numerose quanto il di in cui erano uscite da Modena, dopo di avere nel frattempo afforzate le loro file con giovani eletti, che, sprezzanti di ogni pericolo, avevano varcato il Po a frotte per raggiungere dal natio suolo estense le bandiere di Francesco l'a Bassano, sicché questi con giusto orgoglio potè dire: «La mia truppa, divisa dal proprio paese, si è reclutata con volontari assai meglio che quando io teneva l’autorità in mano»(129). E quando, per cause del. tutto indipendenti dalla loro volontà, come da quella del Duca, per forza maggiore, quelle milizie deposero le armi, tutti, può dirsi, gli ufficiali, e notevole numero de' soldati al rivedere la patria desideratissima preferivano il vivere sopra terra straniera, vestire altri panni, comunque fosse mangiare il duro pane del profugo. Centocinquantotto ufficiali, o con grado pari ad ufficiale, appartenevano alle truppe ducali. Rimasero tutti sul territorio austriaco, e tutti passarono nell’armata imperiale, ad eccezione di un solo, cui circostanze peculiarissime imponevano la stringente necessità di rimpatriare. Molte centinaia di sottoufficiali e soldati seguirono l’esempio dei capi, ed entrarono al servizio austriaco. Quasi un duecento rimasero sul suolo dell’Impero senza prendere servizio militare (130). — Devono essere stati davvero tirannici i Governi di Francesco di Modena e di Luisa di Parma, se aveano saputo ispirare ai loro sudditi sentimenti sì fatti!

Ormai tre Sovrani d’Italia erano fuori dei loro Stati, per frode e per inganno, non per ribellione di sudditi, non per fellonia di soldati. Non era la Toscana che avesse messo al bando Leopoldo II; il ceto medio, egualmente lontano dalla superba ambizione di perversi patrizi e dalla ignoranza della plebe, il contado, la classe de' trafficanti, salvo rare eccezioni, l’ordine ecclesiastico, questi quattro elementi costituenti il nerbo della società, non vi ebbero parte non solo, ma furono sopraffatti dall’audacia di sediziosi, fatti arditi dalla certezza dell’impunità e del trapotente appoggio straniero. Il moto del 27 aprile era stato opera di alcuni patrizi, ai quali la pertinacia nel congiurare procacciò un po’ di nome, di alcuni avvocati e di alcuni medici, che, col soccorso del Governo sardo, comperarono o ingannarono pochi uffiziali e soldati, e la plebe più abbietta. E guai a chi avesse osato dire, non essere vero che la Toscana eran essi. No, l’esercito toscano non vendette per vii moneta coll’onore il paese; tratto in errore, quando l’errore conobbe era troppo tardi. Néi popoli dei Ducati di Parma e di Modena cacciarono essi le auguste Case di Borbone e di Este: a Parma, come a Firenze, la rivoluzione fu importata dal di fuori; a Modena venne dopo partito il Duca. A Firenze, a Parma, a Modena, la ribellione, fattasi innanzi rivestita della livrea dello straniero, allontanati appena i Sovrani legittimi, si indraca oltracotante per rinunziare sotto pretesto d’indipendenza la propria autonomia. Triumviri e quinqueviri, venduti al Piemonte, arrogatisi di propria autorità il potere, di propria autorità invocano dittature, decretano annessioni, vendono al Piemonte i paesi. La Dittatura, l’annessione! Ecco le supreme ragioni, i voti supremi di codesti feri ‘campioni della libertà e dell'indipendenza! Quattordici individui, sostenuti da due Governi e da due eserciti stranieri, s’impongono per sorpresa a' popoli ignari e tranquilli, e, con un tratto di penna, dispongono iniquamente delle sorti presenti e future di 2,800,000 anime! (131).


Torna su



CAPO XIII


Torna su



LA NEUTRALITA DEI DUCATI E IL DUCA DI MODENA

Ilmezzo termine della neutralità, scrive il De Volo (132), era esso applicabile ad alcuno degli Stati della Media Italia, per sfuggire al pericolo e alla minaccia di essere assorbiti, o, per dir meglio, era questo mezzo termine sostenibile in diritto ed in fatto? Se hanvi condizioni per le quali la risposta avrebbe dovuto essere affermativa, eran quelle dello Stato papale, sia pel carattere eminentemente pacifico del Sovrano Pontefice, sia perché non legato di preferenza con una piuttosto che con altra delle Potenze cattoliche, e perché, ove queste gli offrissero il presidio delle loro milizie, avevano a lasciare in sui confini del territorio della Chiesa i loro particolari dissidi, e secondare in comune l’intendimento di una disinteressata difesa contro i nemici interni ed esterni.

Infatti, il 3 maggio 1859, il Cardinale Antonelli ebbe ad annunziare la neutralità di tutto il territorio pontificio, perché fosse riconosciuta dalle Potenze e rispettata dai belligeranti. L'Austria non tardava di corrispondervi con dichiarazioni le più adesive ed assicuranti; ma la Francia ed il Piemonte vi contrapponevano condizioni, che, lasciando loro la più estesa libertà di azione, rendevano illusorio il riconoscimento ad essi domandato. A mostrare oltre a ciò inattendibile nel fatto la neutralità pontificia aggiungevasi, i Franco-sardi altro in sostanza non essere, che gli ausiliari della rivoluzione: è quanto dire di una potenza non soggetta ad alcun patto, e professante anzi l’annientamento di ogni diritto. Una tale circostanza militava del pari contro qualunque altra sovranità legittima in Italia, che avesse voluto allora pronunciarsi neutrale.

Ma la Toscana, Modena e Parma erano altresì legate coll’Austria da Trattati di alleanza e di assistenza militare, da cui avevano recentemente rifiutato di sciogliersi. Laonde, nota il citato storico, la neutralità toscana e parmense reggeva anche assai falsamente in diritto, e se per parte dell’Austria fosse stata tollerata, per parte degli alleati poteva facilmente impugnarsi. 11 granduca Leopoldo non ebbe d’uopo di farne l’esperimento, essendone stato dispensato dalla perfidia più che matura di Boncompagni e del Comitato nazionale. La Duchessa Reggente di Parma, quantunque invocasse con integerrima buona fede e con fermezza più che virile quest'egida della neutralità, ne provò un completo disinganno, quando, dopo avere resistito da sola inutilmente alla invasione de' suoi Stati, finì coll’abbandonarli il 9 giugno, congedandosi da tutti i suoi fedeli, che l’accompagnavano col desiderio e coll’affetto.

Solo il Duca di Modena non s’attaccò a fantasmi, non declinò dalla rettissima via, non ismentì il carattere suo di Sovrano indipendente, che accettava la sfida della rivoluzione, che non titubava, per quanto poderosi alleati ella vantasse, che preparavasi a resistere con tutti i suoi mezzi, con tutte le sue forze. Laonde, se anche avesse dovuto cedere, non lo si poteva dir vinto, e certamente poi non umiliatosi mai a mendicare concessioni, che gli avrebbero procacciato il dispregio. Se invece di essere egli Duca di un piccolo Stato, sono parole dell’autorevole De Volo, lo avesse il secolo nostro avuto a capo di un grande impero, la rivoluzione assai difficilmente avrebbe trionfato; l’astuzia, la menzogna, la perfidia, il tradimento, avrebbero avuto in lui un ostacolo insormontabile.

Egli fu e si mantenne alleato fedele dell’Austria, senza cessare di essere per ciò meno italiano di quelli che attiravano sull’Italial’intervento della Francia, per lo meno altrettanto straniera quanto l’Austria; mercé che l’alleanza di lui con questa tendeva a conservargli quel che era suo, mentre l’alleanza del Piemonte colla Francia mirava ad usurpare l’altrui.

L’ultimo periodo adunque del governo del Duca di Modena non può non avere rapporto all’esistenza di questa alleanza coll’Austria con questo peraltro, che, lungi dal volere egli involgere il Ducato nelle conseguenze disastrose della guerra, ebbe in animo piuttosto di preservamelo, od almeno di allontanarne i disordini della forzata politica trasformazione.

Il Santo Padre avea rinunziato in quanto a se al presidio straniero della Francia egualmente che dell’Austria: e sebbene l’una e l’altra occupassero ancora allo scoppiare della guerra Roma e le provincie, in condizione ben diversa si trovavano i due presidi austriaco e francese per rispetto alla neutralità dello Stato papale.

A formarsi un’idea giusta di questa diversità di condizioni, è d’uopo anche riflettere che le milizie francesi, appoggiate al porto di Civitavecchia, da esse militarmente occupato, e sicure del Mediterraneo, potevano senza alcun rischio assottigliarsi quanto a loro piacesse, ed anche con una sola compagnia di soldati il loro posto e il loro prestigio in Roma sarebbersi conservati. Le milizie austriache all’incontro, non egualmente sicure nell’Adriatico, e quindi costrette a tenersi aperta la strada di terra, per conservare tutta ' la linea sulla quale erano disposte, ossia da Ferrara e Bologna sino ad Ancona, avevano d’uopo di serbarsi abbastanza numerose: ciò tanto più rispetto alle ostilità, che loro suscitavansi all’interno dalla fazione rivoluzionaria.

A ciò si aggiunga che la Francia non volle mai allora aderire che per le rispettive guarnigioni venisse stabilito il raggio entro il quale, in vista della neutralità, avessero avuto a risguardarsi immuni; ed anzi pretese essa, contro ogni dritto e per sola prepotenza, di stanziare i suoi navigli da guerra in Ancona, di approvvigionarsi colà, e di scegliere quel porto a base ulteriore dalle sue operazioni guerresche (133).

Era evidente che Napoleone mirava a rendere cosi inattivo ed isolato un corpo di quindici mila Austriaci, ché a tanto ascendevano le forze imperiali disseminate da Ancona a Bologna, comprese quelle, per ragione dei Trattati, stanziate a Ferrara ed a Cornacchie. Era quindi naturale, che l’Austria alla sua volta tendesse a svincolare queste sue milizie; laonde, approfittandosi della licenza loro data dallo stesso Sovrano Pontefice, a disposizione del quale sino allora erano lasciate, pensò di raccogliere, occorrendo, in Ferrara quelle poste nelle città lungo l’Adriatico sino in Ancona, e tenne pronte quelle di Bologna a prendere la via di Modena.

La convenienza di queste misure di precauzione fu resa maggiore per l’occupazione della Toscana, operata, come è noto, dal quinto corpo dell'armata francese; in conseguenza di che, affine di togliere il caso che i movimenti nell’Oltrappennino, richiamando colà il nerbo delle milizie estensi, facessero si, che il passaggio eventuale per Modena potesse essere difficoltato, si convenne col Duca, appoggiandosi alla Convenzione militare esistente, che un battaglione della Brigata Habermann della guarnigione di Bologna venisse appunto in Modena trasferito. Ciò effettuossi il 2 maggio, e poiché di quanto accadde in simile occasione fecesi nel campo liberalesco sommo scalpore, così, seguendo il De Volo, ne diremo qualche cosa, a fine di mettere al suo luogo anche su questo la verità.

Il duca Francesco V, siccome era suo costume al giungere di indigene od estere, recossi a cavallo col suo seguito incontro al battaglione, ed attraversava per ciò la via Emilia, salutato, secondo il solito, da tutti quanti si imbattevano sul suo passaggio. Solo a metà del portico del Collegio, alcuni individui, quasi ad evitare di vederlo, erano improvvisamente entrati nel Caffè, allora Sandri, mentre due o tre di loro rimasti al di fuori né si scopersero il capo, né deposero il sigaro, ed anzi fissarono il Duca con atto provocante. L’ufficiale dei Dragoni di scorta, irritato a sì sconveniente e strano procedere, non potè trattenersi dallo spingere il cavallo verso di loro, che peraltro si affrettarono a riparare essi pure nel Caffè, mentre di colà si udì allo stesso istante un fischio sonoro. L’ufficiale giunto allora sulla soglia della bottega, ordinò a due dei suoi uomini, di penetrarvi per conoscere l’autore di quell’insolenza, ed essi poco dopo ne escirono traendo agli arresti una persona di apparenze sospette, non modenese (nota bene), armata di pistola corta.

A coloro, ai quali sembrasse eccessivo lo zelo spiegato dall’ufficiale e da' suoi dipendenti, è d’uopo rammentare, che in quel tempo la considerazione meritamente goduta dal Sovrano rendeva così raro il negatogli rispetto, quanto è raro al presente lo scorgere di mezzo alla folla alcuno che si inchini spontaneamente sul passaggio dei nuovi dominatori, anche fregiati del titolo di capi eletti dalla nazione (i quali, sia detto tra parentesi, per farsi salutare, salutano essi pei primi tutti quelli che passano). Il Duca nemmeno si accorse di quanto accadeva dietro di lui; ma la gente sparsa nella contrada, al movimento occorso nella scorta, per timore, — purtroppo in quei giorni non infondato, — di un principio di tumulto, senza rendersene esatto conto, si diede a fuggire, a tale che, presa da molti la direzione di Rua Grande, la guardia del palazzo ducale, che videseli correre incontro, si mise sotto le armi in atto di difesa. Se non che, chiarito in breve l’equivoco, tutto rientrò nella consueta calma, che non venne di poi mai più turbata. Tale fu la sommossa di Modena nel maggio del 1859.

Alleggerito, per la presenza del sopraggiunto battaglione austriaco il servizio militare in Modena, che fino allora pesava unicamente sulle milizie estensi, poterono queste essere dal Duca, per tutto il mese di maggio e pei primi di giugno, impiegate a guarnire gli altri punti, minacciati dall’invasione straniera ed a predisporre la resistenza, ove fosse stato il caso di impegnarvisi con ragione. E poiché le provincie meridionali di Massa e Carrara, della Garfagnana e della Lunigiana, per la loro staccata posizione oltrappenina, avevano dovuto abbandonarsi alle orde, disordinate bensì, ma prevalenti in numero, degli usurpatori toscani ed alle bande de' corpi franchi, sostenute da forze regolari sarde, si rivolse il nerbo della difesa sulla strada detta dell’Abetone, donde i Francesi, sbarcati a Livorno, accennavano di penetrare, e fecesi in pari tempo approntare Brescello, sia per conservare da quel lato aperta la comunicazione col grosso dell’esercito austriaco, sia per sostenervi in caso estremo un assedio.

Le disposizioni prese a questi due scopi furono molteplici ed opportune, e svelano ad un tempo l’attitudine militare e lo spirito calmo, attivo e sagace del Duca, che le ordinava, non meno che la prontezza, la bravura, l’annegazione degli ufficiali e delle milizie estensi, che le eseguivano. Che se la prevalenza numerica degli assalitori, e più d’ogni altra cosal’esito della campagna resero in gran parte vane simili disposizioni, non è perciò che non fossero e avvedutamente concepite, e validamente attuate.

Intanto il giorno istesso della battaglia di Magenta, 4 giugno 1859, un’altra brigata austriaca, comandata dal Generale Jablonsky, trasferivasi a Modena, e quantunque entrasse così a far parte del corpo imperiale operante sulla destra del Po, fu per volere espresso dell’Imperatore, già costituitosi comandante supremo dei suoi eserciti in Italia, posta a disposizione del Duca, al cui giudizio rimetteva il riconoscere in sino a quando avesse potuto ritenerla nel Ducato. Con ciò avevansi bensì forze presso che eguali da contrapporre all'avanguardia del quinto corpo francese, la quale, traendo con sé alcune compagnie toscane, contava circa cinque mila combattenti, e già aveva spinti i suoi avamposti a poche miglia sopra Fiumalbo; ma oltre che sarebbesi così accesa la guerra in mezzo alle popolazioni del Modenese, avrebbesi anche dato causa ad inutile spargimento di sangue, tutte le volte che la principale lotta combattuta fra l’Austria e i Franco-sardi avesse continuato a svolgersi col vantaggio di questi. Il Duca ne interpellò l’Imperatore al suo quartier generale in Verona, e n’ebbe il 10 giugno risposta per telegrafo, che l’esercito si ritirava sul Mincio. Un indugio ulteriore in Modena, qualunque ne fosse stata la causa, sarebbe riuscito azzardato, e pieno di gravissima responsabilità. Quasi contemporaneamente si ebbe la notizia dello sgombro completo delle Legazioni da parte degli Austriaci. Altro dunque non restava nel momento al Duca da risolvere, se non se di riunire le proprie milizie a quelle austriache che erangli affidate, e di seguire con esse la. direzione concentrica impressa all’esercito imperiale, avviandosi intanto verso il Po. Istituita quindi, come dicemmo, una Reggenza, presieduta dal conte Luigi Giacobazzi, in sino allora Ministro dell’Interno, ordinò per la mattina del giorno 11 la partenza.

La tranquillità somma, che non aveva cessato di regnare in Modena, lasciava appena sospettare ai più, da quali gravi effetti un tale movimento, in apparenza militare, avrebbe dovuto essere seguito. Ciononostante l’allontanamento del Duca, per quelli che con più matura riflessione, massime dopo la giornata di Magenta, avevano accompagnato lo svolgersi degli avvenimenti, riuscì oltremodo penoso; di guisa che, al diffondersene l’imminente certezza, la qual cosa per gli accennati apprestamenti nonpotè non manifestarsi, persone d’ogni condizione e ceto accorsero sull'albeggiare del giorno designato al palazzo ducale. Esse attestavano all’amato Sovrano anche una volta la loro devozione e i voti ferventi, che facevano perché l’assenza di lui fosse breve, e migliori eventi lo riconducessero, siccome era accaduto nel 1849, alla sua residenza e lo ridonassero all’amore de' suoi sudditi. Il dolore di questa forzata ed amara separazione era tanto maggiormente diviso dal Duca, in quanto che egli sapeva come i rapporti di reciproco affetto che lo legavano al suo popolo, ad onta degl'insidiosi maneggi dei settari, fossero rimasti inalterati, e come egli avesse quindi a cedere dinanzi ad estranee violenze, che imponevansi egualmente sul suo diritto, e sul sentimento dominante nel Ducato e nelle provincie, che gli si volevano sollevare e rapire. Dovette quindi assai combattere seco stesso per sottrarsi all’influenza della dimostrazione di leale attaccamento, onde era fatto segno, e lo si vide con male repressa commozione, di mezzo a quelli che lo attorniavano e riempivano costernati le scale e gli atri ed il cortile, salire lestamente a cavallo, per to. gliersi a scena così affannosa (134).

Recossi quindi, sua Altezza Imperiale, alla piazza d’armi, dove le milizie schierate null’altro attendevano che di essere passate da lui in rassegna, per mettersi in marcia.

Quivi giunto, egli fece leggere un ordine del giorno, col quale, accennando le cause delle prese determinazioni, diceva:

«Soldati! Voi mi avete dato nei mesi scorsi, in mezzo a mille tentativi di seduzione, prove della più inconcussa fedeltà… Verrà giorno in cui il mondo vi renderà giustizia; la vostra coscienza e la parte onorata della società ve la rendono fin d’ora… Io confido dunque doppiamente in voi nei presenti giorni, che sono di prova bensì, ma che potranno essere insieme giorni di gloria...»

Entusiastiche, unanimi acclamazioni accolsero queste parole di elogio e d’incoraggiamento, e i bravi soldati estensi, compresi da un giusto orgoglio per essere scelti a dividere la sorte del loro Sovrano e duce, si misero festosi a seguirlo: e ciò non per momentaneo esaltamento, ma, come lo si vedrà in seguito, per effetto di vera onorata fedeltà.

Néil Duca, traendo seco la parte attiva delle sue milizie, crasi reso dimentico dei servigi prestati e dei sentimenti che animavano anche quelle di riserva, alle quali anzi aveva per mezzo dei loro comandanti significato, che se non avevale egualmente chiamate sotto le armi, ciò proveniva soltanto dall’essersi dovuto combattere un nemico esterno, il che non costituiva il loro compito ordinario, istituite com’erano a mantenere la tranquillità interna, che non ebbe a soffrire turbamento. Congedandosi intanto da esse, faceva voti, perché la buona e laboriosa popolazione di campagna, cui quelle milizie appartenevano, si mantenesse, siccome per lo passato, religiosa e costumata, e serbasse l’antico suo affetto alla legittima dinastia estense.

Non però l’intero presidio di Modena ebbe a lasciarla sguernita il dì 11giugno, essendoché, per ordine del Duca, vi sostò un battaglione di Austriaci, a fine di tenervi aperte le comunicazioni colla brigata pure austriaca, che stava per giungervi da Bologna, e per dar tempo a chi volesse sottrarsi alla irruente rivoluzione; anzi a tal fine, la prima tappa fu stabilita a Carpi. Quivi le colonne estensi ed austriache giunsero avanti il meriggio, e il giorno appresso, solennità della Pentecoste, ne ripartirono, peraltro a tarda ora, e dopo avervi assistito in piena parata alla santa Messa, parte entro il duomo e parte schierata nella grande piazza adiacente. La marcia fu diretta per Novellara e Guastalla, ove arrivarono alle quattro pomeridiane, precedutevi di qualche ora dalle altre milizie estensi, che eransi egualmente allontanate da Reggio, sotto il comando del Tenente-colonnello Casoni.

Intanto gli effetti degli ordini contraddicenti, in cui caddero con tanta frequenza i comandanti austriaci nella campagna del 1859, eransi estesi anche a Brescello, che il Duca, nell'intento di non uscire affatto dallo Stato prima di esservi costretto da necessità assoluta strategica, voleva rimanesse pronto alla difesa, sinché non si sapesse essere la Lombardia, e più particolarmente Cremona, in pieno potere dei Gallo-sardi. E quantunque il Generale Wimpffen, quasi ad assecondare cotesto intendimento, avesse spedito a Brescello il giorno 11 un battaglione austriaco con ingiunzione di rinforzarvi il presidio estense, di mantenervisi ad ogni costo e di tener custodite le opere esterne con forti avamposti; ciò nonostante il giorno dopo, non solo richiamò urgentemente a Borgoforte il detto battaglione, ma fece altresì avvertire le milizie estensi, che il ponte sul Po, colà costruito dai pontonieri austriaci, andava fra poco ad essere levato, onde si regolassero come avrebbero avvisato opportuno. Questo sgombero precipitato di Brescello, che stava in opposizione diretta colle istruzioni precedenti, si effettuò quindi con danno non lieve del materiale da guerra accumulato in quella testa di ponte, essendoché molti cannoni vi dovettero essere posti fuor d’uso, anziché asportarli, e le munizioni si gettarono nelle acque del Po.

Il Duca, che da Carpi erasi recato a Mantova per gli opportuni concerti con quel comando centrale, non aveva tardato di raggiungere i suoi a Guastalla, e quivi, reso informato dell’accaduto, si adoprò tanto per ripararvi quanto era tuttavia possibile. Spedi a tal fine a Brescello il piroscafo Vicenza col necessario numero di artiglieri e pionieri, per sottrarvi tutto quello che si potesse ancora salvare, e ciò fu prontamente eseguito sotto la direzione del Colonnello Sigismondo Ferrari, che ne ebbe l’incarico.

Ma oramai troppo premeva ai comandanti austriaci di porsi al di là di Po, sgombrandone compiutamente la sponda destra; laonde, essendo sopraggiunta per la via di Modena quell’ultima brigata austriaca, che procedeva da Bologna e dalle Romagne, fu pel giorno 14 stabilito il passaggio definitivo presso Borgoforte.

A ciò pure aggiunge vasi, che il concentramento degli Austriaci, traendo seco il loro abbandono di Piacenza, Napoleone III aveva urgentemente ingiunto al cugino principe Girolamo di portare tutte le sue divisioni su quella piazza; per il che non un semplice distaccamento, ma il corpo intiero francese, dal medesimo comandato, era per invadere il Ducato, mentre il piemontese Ribotti conduceva altre soldatesche sardo-toscane, asserte volontarie, ad occupare Parma, che dopo la partenza della Duchessa Reggente era stata involta nel rivoluzione.

Le milizie estensi non potevano non associarsi ad un tale ordine, che pure le risguardava; dappoiché nel resto della guerra, che stava per compiersi, la sorte loro trovavasi congiunta a quella delle austriache. La brigata modenese, comandata dal suo Generale Saccozzi, mosse alle 5 del mattino del 14 giugno da Guastalla e, passato il Po, arrestavasi sino alle 4 pomeridiane a Borgoforte, donde, avendo alla testa lo stesso Duca, si avviò a Mantova, e vi giunse in sole tre ore di marcia, incontratavi dall’Arciduca Guglielmo d’Austria, dal Tenente-maresciallo Culoz, comandante la fortezza, da gran numero di Generali ed ufficiali superiori austriaci, e salutata con fratellevoli fragorosi evviva dalle milizie imperiali attendate nel campo trincerato.

Così il duca Francesco l'e le sue fedeli milizie attive uscivano da quella parte d’Italia, che apparteneva a lui, non solo per avito legittimo retaggio, ma, e assai più, perché ne aveva acquistato colla giustizia e coi benefizi l’amore e la gratitudine, e apparteneva alle milizie perché vi erano nate e cresciute, e ora vi lasciavano quanto possedevano di più prezioso e più caro, i beni e la famiglia. Ove si pensi, che le milizie estensi reclutavansi da tutte le classi sociali, e che volenterose preferivano seguire il loro Sovrano, mentre insinuazioni lusinghiere e vantaggiose profferte congiuravano a distornele; se ancora si rifletta che a ciò non furono né violentate, né costrette, ma vi si condussero con generoso e spontaneo entusiasmo; non si può non iscorgere in questa loro nobile attitudine un plebiscito solenne, ben altrimenti reale e splendido di quanti ebbero in seguito a porsi in iscena con menzognero giuoco di prestigio (135).

Se non che il contegno ¡stesso degli abitanti di città e di campagna, in mezzo ai quali effettuavasi simile ritirata, unica nel suo genere, perché assomigliava piuttosto ad una marcia festosa, deve pure essere contrapposto trionfalmente alle millantate aspirazioni di affrancamento e di unità nazionale, che certi appassionati scrittori hanno in quell’epoca rinvenute e sognate là dove meno esistevano. Essendoché il rispetto più commovente, la tristezza e l’abbattimento manifestavansi ovunque sul passaggio del Principe e de' suoi soldati, e non era infrequente l’udire chi imprecasse ai provocatori e alle cause di si deplorato allontanamento, in mezzo a fervidi voti per un pronto e glorioso ritorno. Con tutto ciò il non desiato affrancamento e l’interessato monopolio dell’unità nazionale, forti soltanto dell’estero intervento, si imposero anche alle provincie modenesi.

Torna su



ALCUNI DOCUMENTI INTORNO LA INVASIONE DEI DUCATI

Ora raccogliamo qui uniti insieme alcuni atti dei Sovrani spodestati, taluni dei quali furono da noi soltanto citati o recati in sunto; e saranno una confutazione di più delle affermazioni bugiarde del Cavour.

Protesta del Duca di Modena

S. A. R. il Duca Francesco V, non appena perpetrati i primi atti briganteschi contro i suoi Stati, emetteva la seguente protesta:

«Il Governo di S. M. il Re di Sardegna si era da alquanto tempo costituito in istato di provocazione e di minaccia contro di Noi, proteggendo i nostri sudditi o ribelli, o delinquenti, e tentando di subornare le nostre truppe, alcuni individui delle quali accoglieva con festa ed aggregava pubblicamente alle proprie, quando, immemori dei loro giuramenti, disertavano le nostre bandiere.

«Ciò aveva determinato i nostri energici reclami, appoggiati alle convenzioni vigenti col Governo suddetto; ma quando dovemmo persuaderci ch’esso preferiva di vedere annullate le convenzioni medesime, piuttosto che farci giustizia, giudicammo di rimanere silenziosi, confidando che Faver Noi sempre lealmente osservati e fedelmente custoditi i rapporti di buon vicinato verso di quel governo varrebbe per ottenerci finalmente dal medesimo la ben dovuta corrispondenza.

«Un tale silenzio, lo diciamo cori dolore, non ci è più ora permesso.

«In presenza dei noti fatti che si svolgevano nei limitrofi Stati toscano e sardo, credemmo indicato dalle circostanze di ordinare che le truppe, le quali guernivano i nostri territori di Massa, Carrara e Montignoso si concentrassero il giorno 28 del prossimo passato aprile in Lunigiana, e affidavamo in pari tempo il Governo de' territori stessi, cogli opportuni poteri, a un commissario nostro, ed in suo difetto ai capi dei rispettivi Municipi. Tali misure, che toglievano anche la presunzione di qualsivoglia possibile ostilità per parte nostra, erano ben diversamente corrisposte dal Governo piemontese.

«Appena partite le nostre truppe, un commissario, agente in nome di Sua Maestà Sarda, prendeva il Governo del paese, impedendo ogni libera azione governativa alle nostre Autorità; carabinieri sardi, violando il Nostro territorio, giungevano ad appoggiarlo. Truppe toscane, passate sotto la dittatura sarda, venivano chiamate a contenervi ogni moto legittimo; in seguito truppe sarde lo occupavano definitivamente e il Bollettino Ufficiale della guerra, N. 8, in data 30 aprile, inserito il 2 corrente nella Gazzetta Piemontese, foglio ufficiale di quel Regno, dichiarava essere state quelle forze spedite contro una colonna di truppe estensi che minacciava quelle popolazioni, ed averlo fatto, perché il Governo del Re si considerava in istato di guerra col Duca di Modena.

«Consci dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini di non aver mai fornito alcun legittimo pretesto al Governo sardo di ammettere per parte sua una cosi fatta considerazione, dopo averla constatata ingiusta, dobbiamo anche dichiararla contraria ad ogni analoga consuetudine internazionale, I rapporti infatti tra il nostro Governo ed il Governo del Re sussistevano ancora come per lo passato: il Ministro Plenipotenziario di Sardegna non aveva cessato di essere accreditato presso di Noi; le Convenzioni di Commercio postale e telegrafica erano sempre osservate da una parte e dall’altra; la pace adunque non era rotta per alcun modo, e lo stato di guerra non esisteva quando il Governo del Re di Sardegna inviava i propri Commissari e le proprie truppe sul territorio estense. Ad onta di tutto ciò Noi credemmo di dirigerci anche una volta al Governo di Sua Maestà per invitarlo a dichiarare se esso accettasse la responsabilità dell’operato dai suoi agenti, o se pure la rifiutasse; ma il medesimo ci corrispose deliberatamente accettandola!

«Di fronte quindi a un cosi aperto attentato contro il diritto delle genti, a una così flagrante violazione dei Trattati, alla usurpazione a mano armata ed in piena pace di un territorio che ci appartiene per diritto di eredità ed in forza dei Trattati, dobbiamo a Noi stessi, dobbiamo ai nostri sudditi fedeli, e a quelli ancora che perfidamente fossero stati traviati, il protestare altamente, come effettivamente protestiamo colle presenti, contro ogni atto del Governo sardo e de' suoi agenti dal giorno 28 delle scorso aprile in poi, giorno della loro violenta intrusione nel Nostro Stato (136). Protestiamo inoltre contro le conseguenze tutte deducibili degli atti stessi, e contro le qualìsivogliano usurpazioni ulteriori, che fossero per proseguirsi in danno nostro e dei nostri fedeli sudditi.

«In pari tempo, appoggiandoci sul nostro buon diritto, dichiariamo formalmente di riservarcene ogni legittimo esperimento, e di fare, siccome facciamo attualmente, sulle ingiurie patite, o che saremo per patire anche in seguito, un franco appello alle Potenze amiche e segnatarie dei Trattati del 1815, perché nella loro giustizia e nel comune interesse dell’osservanza dei patti solenni d’Europa, portino sulla situazione da Noi segnalata ogni più pronto ed efficace provvedimento.

«Dato in Modena, questo giorno 14 maggio 1859.

«FRANCESCO m. p.»


Questa nobile protesta, come era naturale, non arrestava punto rifrazione settaria, e alla vigilia di doverle resistere ' armata mano il duca Francesco Irivolgeva alle sue milizie il seguente:

Ordine del giorno

«Soldati!

«L’inimico minaccia di penetrare nel Nostro Stato dal lato dell'Abetone, ove ha spinto la sua avanguardia.

«Il 1° battaglione del reggimento di linea con una sezione d’artiglieria e un distaccamento di dragoni a cavallo avrà l’onore di affrontarlo pel primo, ov’egli si avanza.

«Soldati! Voi meritate fin d'ora la mia fiducia, ed aspetto che in quest'occasione non smentirete le qualità che fanno il vero soldato, cioè valore unito alla fermezza, ed inconcussa fedeltà al giuramento e alle vostre bandiere. Voi formerete l’estrema avanguardia di un corpo che fra pochi giorni vi sosterrà efficacemente in queste pianure, ae che sarebbe, se verrà il caso, testimonio della vostra bravura, della vostra fedeltà e della vostra disciplina. Io voglio che siano i soldati estensi che affrontino pei primi lo straniero invasore del Nostro territorio che è pure Nostra e vostra patria. Esso sarà forse preceduto da masnade rivoluzionarie. Se pur doveste ripiegare in buon ordine dinanzi al primo, permetterò che non si contino i secondi, dei quali vi lascerò fare buona giustizia.

«Modena, 2 giugno 1859.

«FRANCESCO.»


Le disposizioni e le mosse saviamente fatte dal Duca di fronte alla invasione, avevano infuso nella maggioranza fedele della popolazione le più lusinghiere speranze; quando la notizia della sanguinosa battaglia di Magenta e le sue inevitabili conseguenze fecero fatalmente del tutto cambiare la situazione nello Stato estense (137).

Un avviso ufficiale del quartier generale austriaco, ricevuto da Sua Altezza Reale il 10 giugno, alle 5 pom., portava che l’armata imperiale si ritirava dietro il Mincio, e quasi contemporaneamente si ebbe notizia dello sgombro delle Legazioni Pontificie. S.A. R. prevedendo questo caso, aveva già col mezzo della sua legazione a Vienna provocata ed ottenuta la seguente ministeriale dichiarazione:

«A M. LECOMTEDE VOLO, MINISTRE RÉSIDENT DES.A.R.MONSEIGNEURLEDUE DE MODENE

«Dèsla reception de la note verbale que M. leComtede Volo, Ministre RésidentdeS.A.R. Monseigneur le Ducde Modène, a bien voulu luiadresser sous la date du 25 d. c., le ComtedeRechbergRothenloewen, Ministre de la Maison et des Affaires Entrangères do S. M. I. et R. Apostolique, apris les ordres del'Empereur, son Auguste Maître, au sujet du désir du gouvernement de Modène tendant à voir dès à présent établir en principe que les troupes modénaises après avoir franchi la frontière autrichienne pour combattre à côtédes armées impériales recevront, à titre de prêt, des caisses militaires du gouvernement impérial la solde et les frais d’entretien et de subsistance remboursables après la guerre, ou dès que le territoire modénais sera reconquis.

«Le Comte de Rechberg Rothenloewen a maintenant la satisfaction de pouvoir prévenir M. le Comte de Voloque Sa Majesté l’Empereur a daigné adhérer au principe sus-indiqué, lequel par conséquent serait immédiatement appliqué, le cas échéant, et que )e Comte Gyulai a déjà reçu des instructions en conséquence.

«Vienne, le 31 mai 1859».

Dinanziallairruzione dei Gallo-Sardi, ormai vincitori in Lombardia, il Duca Francesco Irivolgeva alle sue milizie questo nuovo

Ordine del Giorno

«Soldati!

«La campagna prevista da qualche tempo è incominciata. II vostro Sovrano è colle fedeli sue truppe per dividere con esse la sorte della medesima, e per difendere i diritti suoi più sacri contro l’indegna violenza d’uno straniero conquistatore, e della rivoluzione di cui si fece capo.

«Soldati! Voi mi avete dato nei mesi scorsi in mezzo a mille tentativi di seduzione prove della più inconcussa fedeltà; alcuni indegni tra voi hanno mancato al loro dovere: voi avete veduto in un paese vicino mancarne altri in maggior numero e divenire spergiuri; ciò non ostante voi siete rimasti fedeli.

«Verrà giorno in cui il mondo vi renderà giustizia esso pure; la vostra coscienza e la parte onorata della società ve la rendono fin d’ora.

«Soldati! Io confido dunque doppiamente in voi nei presenti giorni, che sono di prova bensì, ma che potranno essere insieme giorni di gloria.

«Cedendo al numero, ci ripiegheremo intanto sul Po, pronti a combattere l’inimico, dove le circostanze l’esigessero, a fianco della fedele e prode I. R. armata austriaca, nostra alleata.

«Accompagnati dai voti di ogni uomo onesto, potremo, a Dio piacendo, in breve riavere il perduto, e voi, dopo sostenute onorate fatiche godere in seno dei vostri della quiete e dell’ordine, al ristabilimento del quale potrete gloriarvi di aver contribuito a costo ancora del vostro sangue.

«Modena, 10 giugno 1859.

«FRANCESCO».


La lettura di quest’Ordine fu udita dalle milizie col massimo giubilo, e l’entusiasmo loro non ebbe confine. Gli evviva e le acclamazioni al ben amato Sovrano l’accompagnarono e la susseguirono. Prima però della partenza S. A. R., memore dei servigi prestati e dei sentimenti che informarono ognora le milizie di riserva, volle che dal Generale comandante, loro se ne attestasse nell’augusto suo nome la sua gratitudine, come si scorge dal seguente brano del relativo decreto che sotto la data del 10 giugno fu ad esse comunicato.

«Il non averle Noi chiamate sotto le armi, diceva il Duca, come era nostro divisamento, non derivò che dall'occasione che mancò, e dalla qualità del nemico esterno, contro cui le milizie non sono chiamate a combattere.

«Nel congedarci intanto da esse, facciamo voti di trovare al nostro ritorno la buona e laboriosa popolazione di campagn a coi sentimenti in cui la lasciamo: cioè, religiosa, costumata, e quindi affezionata al nostro legittimo Governo»

Sul punto finalmente di lasciare Modena, S. A. R. il Duca Francesco Irivolgeva ai suoi sudditi questo

Proclama

«In seguito dell'avvenuta invasione di una porzione dei nostri Stati per parte della Sardegna, che, essendosi dichiarata in istato di guerra contro di Noi, non tralascia inoltre di eccitare perfidamente a rivolta i singoli paesi, tostoché rimangono privi di truppe regolari;

«Di fronte alla minaccia permanente per parte della Francia che, come alleata al Piemonte, ha già condotto un numeroso corpo d’armata nella limitrofa Toscana, e spinte notabili forze sul confine, che ingrossano ogni giorno e fanno perfino scorrerie nel nostro Stato, colla mira evidente d’invaderlo quanto prima;

«In presenza finalmente degli avvenimenti accaduti nel limitrofo Stato parmense, che sempre più facilitano da quella parte l’invasione nemica, e per non esporre i nostri sudditi ai mali inseparabili di una difesa in questo momento probabilmente infruttuosa, ci siamo determinati di allontanarci da questa Capitale con gran parte delle nostre fedeli truppe.

«Per non lasciare però il paese senza Governo, e perché l’amministrazione pubblica proceda colla dovuta regolarità;

«Disponiamo quanto segue:

«1(n)E istituita una Reggenza che, durante la nostra assenza, governerà a nostro nome, conferendole Noi a tale oggetto i necessari poteri, e dalla quale dipenderanno le Autorità tutte dello Stato.

«2° Questa verrà composta del conte Luigi Giacobazzi, ' nostro Ministro dell’Interno, in qualità di Presidente, e ne saranno membri:

«Il conte Giovanni Galvani, Consigliere del Ministero degli Affari Esteri;

«Ilcavaliere dottor Giuseppe Coppi, Consultore del Ministero di Buon Governo;

«Il conte Pietro Gandini, Intendente Generale dei beni camerali presso il Ministero delle Finanze;

«Il dottor Tommaso Borsari, Consigliere del Supremo Tribunale di Revisione;

«Questi reggeranno ancora i rispettivi dicasteri cui appartengono, rimanendone temporaneamente esonerati i Ministri.

«3° A tutelare viemaggiormente la pubblica e privata sicurezza, essa viene anche autorizzata, ove lo ritenga opportuno, a creare, in vista delle attuali circostanze, una guardia urbana, la quale si comporrà indistintamente di tutti i capi di casa e padroni di negozio dai 25 ai 50 anni, e che dovrà dipendere dal Comandante militare da Noi nominato nella persona del Maggiore Stanzani.

«4° Quando la presenza del nemico, od altre circostanze di forza maggiore impedissero alla Reggenza di funzionare, essa dovrà sciogliersi, previa formale protesta della patita violenza, lasciando agli usurpatori o ribelli la responsabilità del loro operato.

«Nell’annunziare questa determinazione a tutti i nostri sudditi, e nel prendere momentaneamente congedo dai molti di essi che ci sono, e, vogliamo credere, ci resteranno fedeli anche nelle peripezie, alle quali la Divina Provvidenza ci riserbasse, crediamo però di nostro diritto e di nostro dovere il dichiarare fin d'ora nulli tutti gli atti, ordini e disposizioni che potessero emanare da qualunque Governo usurpatore che qui si stabilisse, e chiamiamo responsabili anche in futuro tutti i sudditi che si rendessero autori, istrumenti e complici di atti illegali e lesivi i nostri diritti e quelli di nostra famiglia, e così di quegli atti che venissero da loro commessi contro i fedeli nostri sudditi.

«Dato in Modena dal nostro Ducate Palazzo, questo giorno 11 giugno 1859.

«FRANCESCO.»


Intanto, sotto la data dei 10 giugno, il giorno dopo la partenza della Duchessa di Parma, e il giorno prima che il Duca di Modena lasciasse il Ducato, il conte Cavour, dirigeva agli agenti diplomatici sardi, la seguente nota, da noi accennata più sopra, che togliamo tradotta dall’Opinione del 4 luglio sopra il testo francese pubblicato dai Débats.

Nota del Ministro sardo per giustificare l’invasione dei Principati italiani

«Col mio dispaccio circolare in data di ieri vi feci conoscere che i Ducati di Modena e di Parma, come anche la Lombardia, appena liberati dalla presenza delle truppe austriache, decretarono la decadenza dell'antico governo, come anche la loro annessione al Piemonte; rinnovando cosi Fatto di dedizione alla casa di Savoia ch’essi avevano fatto una prima volta undici anni sono. La posizione eccezionale di quei paesi mi obbliga ad entrare in alcuni dettagli a questo riguardo colle legazioni del Re.

«Egli è evidente, che, al principio della guerra, il Piemonte non avrebbe potuto riconoscere la neutralità dei Ducati, anche quando fosse stata proclamata in modo formale. Infatti i Duchi di Modena e di Parma erano legati con convenzioni particolari, che, in disprezzo dei Trattati generali (tutto l'opposto della verità), abbandonavano il territorio dei loro Stati alle armate austriache, e quindi stabilivano fra l’Austria e i Ducati dei rapporti obbligatori, incompatibili coi dòveri di una neutralità vera. Queste convenzioni sono note. I Trattati del 24 dicembre 1847 e del 4 febbraio 1848 recano espressamente che gli Stati di S. A. R. il Duca di Modena e di S. A. R. il Duca di Parma entrano nella linea di difesa delle provincie italiane dell’Imperatore d’Austria (ossia degli Stati italiani, sempre minacciati dalla framassoneria); e che per conseguenza quest’ultimo ha il diritto di fare avanzare delle truppe sul territorio di Modena e di Parma, e di farvi occupare le fortezze tutte le volte che i suoi interessi potrebbero esigerlo. In forza d’una disposizione di questo stesso Trattato, che dà la misura della previdenza del Governo austriaco, i sovrani di Modena e di Parma si sono impegnati a non conchiudere con nessuna altra potenza una convenzione militare qualsiasi, senza il consenso preventivo del Governo imperiale di Vienna.

«Queste stipulazioni così chiare e cosi precise non permettevano ai Ducati di conservare la neutralità (eppure la osservarono scrupolosamente). I Duchi di Parma e di Modena avrebbero dovuto denunciarle (ma appunto il denunciarle era un atto di lesa neutralità verso una delle parti belligeranti) preventivamente alle ostilità, affine di ricollocare i loro Stati nelle condizioni volute per pretendere ed ottenere le immunità dei neutri. Ora nulla di questo è avvenuto; al contrario i Ducati furono aperti alle truppe imperiali che si radunavano sulle frontiere del Piemonte, che sono diventate anch'esse una delle basi d’operazione del nemico. Le ostilità erano cominciate, il Piemonte era invaso dalla frontiera d’uno di questi due Stati (falsissimo!) senza che ne seguisse nessuna protesta per parte dei Principi, che in tal modo prestavano mano all'attacco. Le convenienze, come anche i doveri internazionali avrebbero almeno imposto che una comunicazione qualunque fosse fatta alla Sardegna per darle spiegazioni sulle intenzioni e sulla condotta di questi Governi in circostanze tanto straordinarie. (E al Piemonte, che da più di dieci anni cospirava, e da oltre un mese faceva atti di ostilità contro i Ducati non impone vano nulla i doveri internazionali?). Nessuna comunicazione venne fatta in questo senso. La Sardegna trovavasi conseguentemente, in diritto ed in fatto in istato di guerra con quelli Stati, che erano divenuti parte integrante del sistema militare dell’Austria. (Il Governo sardo lo dichiarava soltanto un mese e mezzo dopo incominciale le ostilità),

«I Governi di Modena e di Parma non potevano nemmeno cercare un pretesto nell’ignoranza delle intenzioni della Sardegna; giacché, dopo il 1848, non abbiamo mai cessato dal protestare contro le stipulazioni, che costituivano una violazione flagrante dei Trattati europei (erano invece i Trattati europei che avevano atto questa situazione), ed un pericolo permanente contro la sicurezza delle nostre frontiere (non fu dunque il Piemonte che violò le frontiere austriache nel 1848?), L’invasione austriaca, che si compì sfruttando il territorio piacentino (non sconfinarono dunque ad Abbiategrasso gli Austriaci, procedendo direttamente dalla loro Lombardia?) non provò che troppo la giustizia delle nostre previsioni.

«Il Duca di Modena, come arciduca d’Austria, partecipava agli oàì (sarebbe stato più vero dire alla giusta indegnazione) della sua famiglia contro il Piemonte; il suo cuore come la sua corona erano all’estero; esso dovea seguire le sorti della Potenza a cui avea infeudato i suoi Stati. Sua Altezza Reale la Duchessa di Parma non si trovava nelle stesse condizioni; la sua nascita, le qualità personali che l’onorano, inspiravano un ben sincero interesse: il suo Governo avrebbe dovuto seguire una linea di condotta più degna e più conforme a' suoi doveri internazionali. Sventuratamente il Gabinetto di Parma fu trascinato da quel pendio su cui esso sdrucciolava: esso non volle uscire dalla posizione che volontariamente aveva accettato in confronto dell’Austria. E sul territorio di Parma che l’invasione del Piemonte fu preparata; è di là che le truppe imperiali sono partite per invadere e nostre provincie (menzogna sopra menzogna). Piacenza era divenuta a base delle operazioni offensive del conte Gyulai (se ciò (osso stato vero non avrebbe aspettato tanto il Piemonte per protestare).

«Si disse che un Trattato europeo avea confidato all’Austria il tener guarnigione in ((india città. Noi non contestiamo il fatto; ma questa servitù militare non aveva che uno scopo difensivo, com’è espressamente detto nel Trattato a cui si fa allusione, e le Potenze sottoscrittrici ebbero cura di dichiarare, che tutti i diritti regali del sovrano territoriale erano riservati. Ora fu per una convenzione speciale e volontaria tra l’Austria o Parma che quest’ultima abdicò i diritti più essenziali della sovranità, lasciando all’altra tutta la libertà di estendere le opere di fortificazione in Piacenza e di costruirne di nuove, promettendo ogni aiuto ed assistenza al genio austriaco, aggiungendogli dei lavoratori, fornendogli i materiali necessari (articolo 7, della Convenzione 14 marzo 1822). Fu infine per un Trattato particolare e liberamente convenuto che i Sovrani di Parma (e i fatti attuali ne qrrovavano la ragionevolezza) diedero il diritto all’Austria di penetrare sul territorio dei loro Stati, tutte le volte che essa lo giudicasse a proposito. La Sardegna protestò contro la estensione delle fortificazioni di Piacenza che cambiava la natura e lo scopo dell’occupazione: essa protestò contro il Trattato del 4 febbraio 1848. 11 Governo di Parma dichiarò forse di subire la legge del più forte? Dimostrò forse qualche dispiacere per quanto avveniva sotto i suoi occhi? (Non aveva da dichiarare né da dimostrare nulla, poiché agiva l'Austria in virtù dei Trattati, stipolati appunto contro la rivoluzione minacciante, riconosciuti e approvati da tutta Europa). Tutto si disponeva a Piacenza per l’invasione degli Stati del Re; l'Ultimatum di Vienna giungeva a Torino; i corpi dell’armata austriaca si mettevano in moto; essi entravano in Piemonte. Voghera, Tortona erano occupate, Alessandria era minacciata, le nostre comunicazioni con Genova compromesse, e il Gabinetto di Parma si tacque; esso non si curò menomamente della sorte d’uno Stato vicino, col quale manteneva relazioni amichevoli. Non fu se non quando i piani del nemico andarono falliti, non fu se non quando le armate del Piemonte e della Francia, avendo alla lor volta preso l’offensiva, gli Austriaci erano alla vigilia di sgombrare i Ducati di Parma e di Piacenza, non fu che allora che si parlò di neutralità e del desiderio di prendere dei concerti militari colla Sardegna a riguardo del Parmigiano e del Piacentino (tutto il contrario! fu invece il Piemonte quello che negò di riconoscere la neutralità di Parma allora soltanto quando si vide vittorioso). Era troppo tardi. Il Gabinetto di Parma non aveva del resto tampoco il diritto di fare proposte di tal fatta. Coll’articolo 4 del Trattato del 1848 era formalmente impegnato a non conchiudere convenzioni militari qualsiasi, senza il consenso dell’Austria (aveva dunque fatto il proprio dovere).

«Questi fatti e queste ragioni, che importa di ben far conoscere e ben comprendere, spiegano e giustificano la condotta del Governo del Re (che da quasi venti anni, coi mezzi i più perfidi e sleali, in faccia all'Europa istupidita, cospirava alla ruina degli Stati italiani per pigliarseli). Qualunque fosse l’interesse che portasse alla persona della Duchessa di Parma, esso non poteva fare alcuna distinzione fra Parma e Modena. La neutralità di questi Ducati era impossibile in diritto ed in fatto: essi dovevano seguire la sorte della Potenza, alla quale avevano volontariamente confidato i loro destini. La legazione di S. M. conformerà il suo linguaggio alle considerazioni che precedono.

«Gradisca, ecc.

«CAVOUR».


Con questo indecente cumulo di sofismi e di menzogne, accozzate insieme colla più raffinata ipocrisia da chi affermò che colla verità non si governa, si pretese giustificare una colossale iniquità, una mostruosa violazione d'ogni diritto. Le Potenze europee, chi più chi meno, vi apposero il visto. Ma non s’ingannò nessuno.

Il lettore ò ormai al caso di rispondere da per se a questo bugiardo documento, quindi ci contentiamo di aggiungere soltanto lo proteste della Duchessa di Parma e del Duca di Modena.

Protesta di S. A. R. la Duchessa di Parma contro l’invasione piemontese

«Noi Luisa Maria di Borbone, Reggente, pel Duca Roberto I, gli Stati Parmensi, ecc.

«Egli è col più vivo dispiacere che, allontanata dal paese, che Noi reggevamo con vero affetto in nome dell’orfano nostro Figlio, veniamo a sapere i più gravi cangiamenti politici avvenuti contro le disposizioni da Noi lasciate, e contro i diritti e gli interessi del Duca di Parma. Noi dobbiamo dunque, a nostro malgrado, volgere lagnanze verso una parte dei sudditi nostri, e verso un Governo vicino che intese a soppiantarci, e, senza giusti motivi, considerarci come nemici. Per vero Noi non dovevamo attenderci a simili avvenimenti. Nell’interno avevamo avuto, nella ristorazione spontanea del 3 di maggio ultimo, un pegno rassicurante dei buoni sentimenti dei nostri sudditi. Quanto all’esterno erano incessanti le dimostrazioni di una cordiale amicizia da parte di tutte le Potenze, comprese le belligeranti, la quale amicizia rispondeva perfettamente alla politica da Noi costantemente seguita.

«Eppure gli avvenimenti succedutisi nei domini di nostra famiglia, prima in Pontremoli, poi nella capitale, indi a Piacenza ci presentano lesioni recate ai diritti di nostro figlio, il Duca di Parma Roberto I; e però non possiamo ristarci di protestare pubblicamente e solennemente, come pel presente atto protestiamo: contro gli atti di ribellione coi quali i Municipi di Parma, di Piacenza e di Pontremoli, erigendosi ad interpreti delle popolazioni, hanno preteso di scioglierle dalla sudditanza ducale, ed hanno proclamata l’annessione del paese al Regno sardo; contro il procedere del Governo piemontese prima verso la provincia di Pontremoli, poscia verso altre parti dei Ducati, sia fomentando e appoggiando la rivoluzione, sia occupandole a mano a mano colle sue truppe, sia accogliendone la dedizione, contro ogni diritto, in onta alle stipulazioni dei Trattati europei e dei più speciali col Piemonte, e senza provocazione o causa giusta di guerra. E coerentemente rifiutiamo ogni argomento che voglia farsi valere come ragione, o pretesto di diritto o di fatto per renderci solidali coll’Austria negli atti di ostilità, che questa Potenza ha esercitati verso il Piemonte, partendo dalla fortezza di Piacenza; contro tutti coloro che nel corso delle vicissitudini politiche abbiano recato o recassero per qualunque modo lesione ai diritti di nostro Figlio; diritti che pel presente atto intendiamo di conservare in tutta la loro integrità.

«Protestiamo poi e dichiariamo di considerare tutti gli atti verificati e che si verificassero contrari ai diritti dell’amatissimo nostro Figlio nei Ducati di Parma per ogni effetto irriti e come non avvenuti; protestiamo contro le loro conseguenze, e ci riserbiamo di far valere in qualsiasi tempo e in ogni modo che sia di ragione, i diritti tutti sopra enunziati. E queste proteste Noi facciamo dinanzi a Dio e agli uomini, non solo nell’interesse di nostro Figlio, ma in quello ancora de' sudditi di lui: e intendiamo che siano significate alle Potenze, sulle quali riposa il diritto pubblico europeo. Facciamo poi appello alle stesse Potenze, confidando che nella loro alta giustizia, nell’interesse dei Trattati, dell’inviolabilità dei diritti dei Sovrani e degli Stati, e nella loro magnanimità, vorranno prendere a cuore ed efficacemente sostenere la causa del giovinetto Sovrano di Parma.

«Dato a San Gallo, in Svizzera, questo giorno 20 di giugno 1859.

«LUISA».


A questa nobile protesta di S. A. R. la Duchessa Reggente dì Parma, seguiva quella pubblicata due giorni dopo da S. A. I. R. il Duca di Modena, che è del tenore seguente:

Protesta del Duca di Modena

«Allorché per opera del Governo Sardo ebbe luogo l’usurpazione dei territori del nostro Stato posti al di là dell'Appennino, facendo un appello alle Potenze segnatane del trattato di Vienna del 1815 protestammo altamente contro quel fatto lesivo d’ogni nostro sovrano diritto, e in onta al più ovvio diritto delle genti. Però a quella parziale usurpazione altre ne successero quindi e tali che tutto il nostro Stato è ora nelle mani dell'usurpatore.

«Noi ci opponemmo e alle interne mene e agli esterni tentativi ai confini, fino a che ci fu possibile; ma dopo che il Governo sardo ebbe commessa quella prima usurpazione, e alle chiestegli spiegazioni dichiarò unicamente e senza alcun plausibile motivo di trovarsi in guerra con Noi, e quando allorché il più potente suo alleato, senza tampoco alcuna dichiarazione, collocando anch’esso le sue truppe al confine e facendo scorrerie sul nostro territorio, Noi dovemmo conoscere troppo chiaramente le ostili intenzioni degli alleati a nostro danno, e Noi ci trovammo nell'impossibilità di più oltre sostenerci come Sovrano indipendente.

«L’avanzarsi delle truppe Franco-Sarde nella Lombardia, che nel rendere sempre più grave la nostra posizione, mostrava anche l’inefficacia della resistenza, ci determinò di allontanarci colle fedeli nostre truppe dalla Capitale, e poco dopo dallo Stato, lasciandovi solo quella parte che potesse bastare a tutelare i pacifici nostri sudditi.

«Ciò annunciammo ai medesimi con nostro editto dell’11giugno, col quale istituimmo anche una Reggenza, la quale doveva governare in nostro nome per quel tempo che saremmo stati obbligati a rimanere assenti dal nostro Stato.

«Ma non appena Noi ci fummo allontanati colle nostre truppe, e anche colle alleate imperiali e reali, che Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, aveva sì generosamente messe a nostra disposizione a tutela dei nostri diritti contro gli esteri invasori; che gl’interni agitatori, che da molto tempo erano ispirati dal Governo Sardo, si opposero alla Reggenza da Noi nominata, nulla curando le sue proteste contro gli atti lesivi dei sovrani nostri diritti, l’obbligarono a ritirarsi.

«La stessa violenza praticarono essi contro i legittimi rappresentanti del Municipio di Modena, surrogandovi essi stessi un sedicente Governo provvisorio, il quale dandosi per organo del paese, annunziava alla popolazione di aver già richiesto al Governo sardo un suo Commissario, nelle cui mani deporrebbe l'arrogatosi potere. Non andò guari infatti che il Commissario Sardo comparve, il quale senza più si costituì Capo del Governo in nome del Re di Sardegna.

«Così il Governo Sardo fiancheggiato da un altro assai più potente, senza il cui aiuto gli sarebbe stato impossibile di compiere la serie delle violenze e delle usurpazioni che di lunga mano andava meditando e preparando con tutti i più illeciti mezzi, ha raggiunto, almeno per ora, la meta delle sue mene anche riguardo al nostro Stato.

«Egli è contro queste violenze, contro queste usurpazioni a danno dei sovrani ereditari nostri diritti, che Noi ci troviamo di nuovo in obbligo di altamente protestare come protestiamo presso chiunque onori anche la giustizia e specialmente presso le Potenze segnatane del Trattato di Vienna, dichiarando nel medesimo tempo come nulli e non avvenuti tutti quegli atti che nel nostro Stato possono aver luogo contro i diritti di sovranità nostra e di nostra Famiglia, sia che provengano da sudditi ribelli sia che emanino da esteri Governi usurpatori.

E così protestiamo e dichiariamo nella fiducia che l’alta saviezza delle grandi Potenze non sia per tollerare che al diritto pubblico europeo si sostituisca il fatto compiuto, non che il diritto del più forte.

«Villafranca, 22 giugno 1859.

«FRANCESCO.»


Torna su



CAPO XIV


Torna su



IL GOVERNO SARDO NEI DUCATI

Vittorio Emmanuele, che per opera dei framassoni aveva già tutto in pronto per farsi padrone d'Italia, al rompere delle ostilità, aveva nominato a suo Luogotenente Generale del Regno Eugenio principe di Savoia Carignano, e nello stesso tempo indirizzava due proclami: uno all’armata, chiamandola alle armi per vendicare l’oltraggio, che, fatto al Re(?!), ripercuoteva sulla Nazione, l’altro, non già al suo popolo piemontese, ma sì, (non sappiamo in virtù di quale diritto) al popolo italiano, annunziando essere egli assalito dall’Austria sol perché non fu insensibile ai famosi gridi di dolore (suggeriti dal Bonaparte) che si levavano in tutta Italia; senza che però la vera e reale Italia nulla ne sapesse. — Essendo questo il primo documento diplomatico, con cui il Galantuomo dichiarava combattere sui campi di Lombardia la causa d’Italia, noi lo recammo a suo luogo (138) testualmente. Il Re subalpino, che non avea nelle vene nemmeno una goccia di sangue italiano», come se già stato fosse Re d’Italia, si rivolgeva al Popolo Italiano, e lo chiamava sotto le sue bandiere, gridando causa della guerra l’Austria, contro della quale aveva cospirato per dieci interi anni insieme col suo triste alleato di Parigi, a fine di costringerla ad ogni costo alla guerra, ipocritamente affermandosi vittima.

Quel proclama inqualificabile, che per se solo era una solenne e flagrante violazione del più elementare dritto delle genti a scapito dell’autorità legittima dei vari Sovrani d’Italia, fu degno principio della iniqua guerra che doveva essere il segnale dello spodestamento di tutti i Principi italiani, secondo gli accordi di Plombièrcs e le Istruzioni Segrete della Società Nazionale diretta da Cavour.

—In Toscana intanto, spodestato pel primo il Granduca, si come abbiamo narrato, il governo usurpatore moltiplicava gli atti e le grida, e per mezzo del suo Monitore li strombazzava da pertutto, perché da pertutto si sapesse la sua ignobile esistenza, dichiarando e affermando pomposamente il suo stato di guerra contro la Casa d’Austria, che aveva fino allora ricolmato di benefici i suoi Stati d’Italia.

Quindi è che, sebbene i fatti parlassero abbastanza chiaro, pure «onde constatare (diceva il Monitore Toscano, giornale del nuovo Governo, il 27 maggio), a tutti gli effetti, la esistenza dello stato di guerra fra la Toscana e l’Austria, S. E. il Commissario straordinario, con dispaccio in data del 25 corrente, ha inviato a Torino, a S. E. il Conte di Cavour, per l'uso opportuno, la seguente dichiarazione:

«Il Governo della Toscana, considerando che l’esistenza del Governo che regge la Toscana durante la presente guerra d’indipendenza, ebbe origine dal voto della nazione (?!), risoluta ad associarsi a quella guerra, iniziata dal Piemonte contro l'Austria, ed a sottrarre lo Stato dagli influssi austriaci, che si erano fatti sentire alla nazione colla occupazione del suo territorio, colla distruzione delle sue libertà (?!), colla usurpazione dello prerogative della Sovranità; che il protettorato della Toscana, chiesto dal paese ed accettato dal Re Vittorio Emmanuele, ebbe per necessaria conseguenza di riunire le forze dei due Stati in difesa della indipendenza italiana; che quantunque questi fatti stabiliscano abbastanza lo stato di guerra tra la Toscana e l’Austria, tuttavia importa che sia espressamente dichiarato, affinché non rimangano dubbie le relazioni dello Stato colle Potenze estere, dichiara: — La Toscana è associata alla Sardegna ed alla Francia nella guerra che attualmente combatte contro l’Austria per la indipendenza d’Italia.

«Firenze, 25 maggio 1859.

«IlCommissario straordinario

«BONCOMPAGNI».

«Visto: Il Ministro interino degli Affari Esteri

«RIDOLFI».


«A seguito di questa dichiarazione (aggiunge il Monitore Toscano del 31 maggio) il Governo della Toscana ha ritirato l'exequatur ai Consoli austriaci, residenti nei porti toscani, e sospeso, durante la guerra, le ingerenze dei Consoli toscani, residenti nei porti austriaci».

Il giorno 29 maggio nei prati delle Cascine a Firenze, si faceva da Mons. Arcivescovo la solenne benedizione delle bandiere destinate all’esercito toscano. «Dopo la quale benedizione (diceva il Monitore suddetto dei 30 maggio) Monsignore Arcivescovo presentava al Generale dell’esercito toscano 4200 medaglie coll’effigie dell’Immacolata Concezione, pregandolo a volerne far parte ai militi d’ogni arma presenti alla funzione».

Lo stesso giornale, nel N(a). dei 31 maggio, dopo accennato come da pochi giorni attraversassero Firenze vane milizie francesi del 3’. Corpo, comandato da S. A. I. il principe Napoleone, diceva: «Chi vede le cortesie senza fine che i Toscani usano ai Francesi, e rammenta il fiero contegno tenuto cogli Austriaci, dovrebbe crederci due popoli diversi». Ed erano infatti, essendo che al vero popolo toscano era subentrato il popolo settario, accorso dal Piemonte, dall'Italia e da tutto il mondo, turbolento e rivoluzionario per sostenere i pochi congiurati toscani, essendo noto a tutti come le turbe dei cosi detti patrioti, nel modo istesso delle compagnie comiche, passassero da un paese all’altro per rappresentare la solita commedia, la cosi detta pubblica opinione.

Il 31 maggio finalmente giungeva in Firenze, in mezzo a grandi applausi e feste, il famosissimo principe Napoleone, che prendeva alloggio nel palazzo della Crocetta.

Sembra però che tutte le palle, come volgarmente è detto, non riuscissero rotonde, e il Monitore toscano pubblicava nel N(n). del 1° giugno il seguente curioso Ordine del Giorno:


«Firenze 31 maggio 1859.

«Soldati Toscani!

«Un milite della 1 Compagnia del 4’. Reggimento in guarnigione a S. Marcello, era messo in arresto per aver ricusato di prestarsi all’assegnata fazione. Parecchi suoi camerata osarono, con minaccia di parole e di atti, esigere che esso fosse liberato. Un tale esempio d’insubordinazione, vergognoso sempre, è detestabile in un annata collocata in faccia al nemico, che ha ragione di esultare di ogni nostro fallo, e al fianco di un generoso alleato, che deve arrossire per noi, vedendo così turpemente violata quella disciplina, che esso è assuefatto a rispettare sempre, ma specialmente in tempo di guerra, sapendo che senza vera disciplina non vi è vero soldato. Io, per fai' valere l’autorità di cui sono investito, non ho esitato un momento a ordinare il disarmo della Compagnia che si è ammutinata, e di sottoporre i colpevoli ad un Consiglio di guerra subitaneo, lasciando a questo la libertà di sentenziare con tutto il rigore della legge. Io non ho inteso bensì di chiuder la via alla clemenza (convien dire che grande fosse la paura per parlare di clemenza chi non l’ebbe mai) e a tal uopo ho concesso che l’esecuzione della sentenza venga sospesa, affinché la suprema Autorità Governativa abbia agio di pensare se e fino a qual punto, sia opportuno lo esercitare il diritto di grazia, per risparmiare all’armata l’onta cui soggiacerebbe, se i nostri alleati nell’essere testimoni della sentenza, dovessero essere informati (grave confessione!) del genere di colpa che la rese necessaria. Io spero che in quest'atto di mitezza sarà riconosciuto non altro che un pegno delle mie paterne disposizioni, e che io non avrò più il dolore di vedere rinnovati questi fatti obbrobriosi. Lo spero per propria soddisfazione; lo spero per decoro dell’armata; ma più di tutto lo spero per la salute della patria; perché non può esservi indipendenza senza vittoria, né vittoria senza disciplina: e sarebbe troppa vergogna, che mentre soldati francesi e piemontesi, osservando la disciplina, cooperano alla vittoria, i soldati toscani impedissero la vittoria con infrangere la disciplina.

«Il Generale in Capo

«G. ULLOA.»


E pare infatti che il diritto di grazia fosse esercitato, per non informare gli alleati del genere di colpa di cui c’informa il Monitore Toscano.

Della prossima entrata in campo delle milizie toscane accampate alle Filigare si ebbe in prima un cenno in una lettera, che il principe Napoleone indirizzò il dì 8 giugno al Generale Ulloa, la quale dice cosi: «Generale. Visitando ieri gli accantonamenti dell’armata toscana alle Filigare, io sono stato colpito dal contegno delle truppe della Prima Brigata sotto il Comando del Colonnello Stefa nelli, dalla loro aria marziale, e dal buono spirito che le anima. Vogliate testificarne loro la mia soddisfazione. Io ho ferma convinzione che nel giorno della battaglia esse sapranno fare onore all’Italia col loro valore e con la loro fermezza».

Questa lettera del principe Napoleone fu fatta nota all’esercito toscano in un Ordine del giorno, in cui, detto in prima, che «la lode dei valorosi è pei valorosi il più bello dei premi», aggiunge, parlando ai soldati, la certezza che «nell’ora della prova da voi invocata, e io ve la prometto ormai vicina, voi mostrerete che non è nuova ai soldati toscani la via della vittoria».

Siccome poi i danari sono 1 arma principale di siffatte guerre, «il Governo della toscana deve e vuole concorrere con tutte le sue forze guerra, alla guerra dell'indipendenza per estirpare ogni dominazione austriaca da qualunque parte d’Italia, e per impedire la ristorazione in Toscana di un ordine di cose che ripugna al voto della Nazione? considerando che a tal fine sìa necessario valersi di tutti i modi per far fronte ai bisogni ordinari; ma che tutta volta non si richieda presentemente di aumentare la tassa prediale, decreta:

«Art. I. La tassa prediale a profitto dell’erario dello Stato è determinata pel futuro anno 1860 in Lire sei milioni trecentomila.

«Art. II. Questa tassa viene divisa fra le varie Comunità, secondo il reparto approvato colla Notificazione del dì 20 novembre 1858 (139).

«E con altro decreto considerando che, nello stato presente di guerra, siano utili tutti quei provvedimenti, che possan mettere la Finanza in grado di disporre prontamente delle sue rendite; considerando che risguardo all’introito della Tassa Prediale questo intento può ottenersi senza aggravio dei singoli contribuenti e delle Comunità, che hanno per legge il carico della percezione e del pagamento della Tassa Prediale alla Depositeria, decreta:

«Art. I. Le Comunità dello Stato, ciascuna per la sua quota parte, sono autorizzate ad emettere tante Cedole Comunali, quante corrispondano nel loro valore totale alla somma di Lire sei milioni da esse dovute a conto dal secondo semestre della Tassa Prediale del 1859 e del primo del 1860.

«Art. IL Queste Cedole Comunali saranno al Portatore; saranno fruttifere a due centesimi per Lira al giorno per ogni cento Lire, frutto equivalente al sette e trenta centesimi per anno.

«Art. III. Il pagamento delle Cedole Comunali, e dei loro frutti è garantito col prodotto della Tassa Prediale del 1859 e 1860, e solidalmente dalla Finanza toscana, a cui esclusivo e definitivo carico stanno i frutti.

«Art. IV. Le Cedole Comunali saranno divise in sei categorie, quanti sono i bimestri nei quali scade il versamento delle quote della Tassa Prediale nella Depositeria».

Con decreto poi degli 11 giugno, il Governo della Toscana considerando che alla salvezza della patria è necessario che l’esercito, il quale combatte per la sua indipendenza, sia provvisto di quanto occorre agli usi di guerra, ed alla propria sussistenza; che mentre si combatte per l’Indipendenza della patria è dovere d’ogni Italiano contribuire in tutti i modi al successo dell’impresa; che mentre si provvede a questo fine si debbe altresì rendere indenne la proprietà privata, decreta:

«Durante la presente guerra è stabilito in favore degli eserciti alleati il diritto di espropriazione sui cavalli, bestie da soma e da tiro, sussistenze, foraggi, carri ed ogni altro mezzo di trasporto, e sulle provvisioni da guerra d’ogni genere, appartenenti ai Cittadini dello Stato, od ai commercianti in detti oggetti».

Quindi il Monitore Toscano dei 16 giugno facea noto quanto segue:

«Le schiere francesi, comandate dal Principe Napoleone varcarono giàl’Appennino, e con esse scenderanno nelle pianure lombarde anche le milizie toscane, che forse nei luoghi stessi, illustrati dalle pugne del 1848, son chiamate a dar prova di nuovo valore. Fra breve altre le seguiranno, non peranche ben ordinate e provviste di tutti i fornimenti di guerra; né con questo la Toscana avrà pagato il suo tributo di sangue all'Italia, perché fino a tanto che 20 mila Toscani non saranno in armi, il paese non avrà fatto il debito suo. Però non ci restiamo dall’eccitare i volontari ad accorrere sotto la bandiera nazionale, essendo necessario che, mentre i primi combattono, altri si addestrino, né venga meno l'ardore e la coraggiosa perseveranza, che deve condurci alla sospirata indipendenza.

«Ma perché la Toscana possa reggere a tanto sforzo ed alimentare quanto è da lei una guerra, la quale non cessa di essere ardua e malgrado delle splendide vittorie già conseguite e dell'alleato potentissimo che con noi combatte; è necessario che tutte le forze vive del paese si stringano in una potente concordia di azione. Chi non sente quello che chiede a tutti la patria, quando sui campi di battaglia si decidono i suoi destini, è inutile che faccia voti per il suo risorgimento. Fomentare divisioni e distrarre gli animi dalla grande impresa nazionale, sarebbe oggi lo stesso che aiutare i nemici d’Italia, i quali quando non potranno più contare sulle armi, conteranno sulle nostre discordie.

«Ora che le milizie toscane hanno varcato il confine, e tante famiglie cominceranno a palpitare per i loro cari, ora più che mai conviene che la Toscana si atteggi a quel contegno grave e tranquillo che si addice a così solenni momenti. Quando i nostri fratelli si perigliano nelle battaglie, noi non possiamo senza ingiuria a loro ed alla patria starcene spensierati a contendere di ciò che non è guerra. Non lacrime e non sgomenti femminili, non distrazioni senza scopo; ma severità di contegno e animo parato ad ogni sacrifizio. A chi non è al campo, incombono altri doveri non meno sacri. Mentre dai combattenti si affranca la nazione, da chi rimane nella vita civile si deve pensare a costituirla. Opera è questa non meno importante della prima, e vuole unità di concetto e virilità di atti. Nell'esaltazione febbrile, nel fatuo agitarsi, si disperde miseramente l’energia vera dell’animo, quella sola che dà la perseveranza nei forti propositi. E noi abbiamo bisogno di queste virtù per durare in una impresa, della quale ci possono far misurare la gravità anche gli stessi buoni successi».

IlGenerale Ulloa dava poi alle milizie il seguente Ordine del Giorno:

«Uffiziali, Sott’Uffiziali e Soldati. I nostri voti sono appagati: io vi conduco ad affrontare il nemico. Quando si voleva far di voi un cieco strumento dell'Austria, voi sdegnaste quella condizione vilissima, e, rispondendo alla voce che vi chiamava sotto la bandiera italiana, con un volere maravigliosamente concorde, sorgeste tutti come un sol uomo, gridando Viva l’Italia! Sì, Soldati: Viva l’Italia!Ma affinché l’Italia viva bisognerà fugare l'Austriaco che la calpesta. E sarà fugato, se voi saprete combattere impavidi con la ferma risoluzione di vincere o di morire. Soldati! io son certo del vostro coraggio e della vostra disciplina, e che saprete emulare i vostri fratelli di Piemonte ei vostri amici di Francia. La pugna è vicina, la vittoria sicura. Avanti adunque. L’Italia ci guarda.

«Il Generale in Capo

«G.ULLOA.»


Ilseguente articolo poi, che si leggeva nel Monitore Toscano del18 giugno, P(u)ò dare al lettore un’idea dello stato di alcuni animi irrequieti in quella parte d’Italia:

«Avvenimenti più grandi di quanti ne siano mai stati in Italia commovono ora profondamente gli animi, e fanno precorrere il pensiero ad un ordinamento d’Italia, il quale porti rimedio ai mali di questo paese da tanti secoli diviso. Per quanto queste disposizioni degli animi siano lodevoli, importa che le aspettative dell’avvenire non turbino l’opera del presente, importa stanno premuniti contro ogni illusione che potessero racchiudere germi di discordia.

«Compiuta la rivoluzione che separò per sempre la Toscana dalla dinastia austriaca di Lorena, lo Stato si pose sotto la protezione del Re che propugna l’indipendenza italiana, ed oggi un suo Commissario provvede al governo di questa provincia (provincia! mentre da secoli era uno degli Stati più prosperi di Europa). Le vittorie riportate sul nemico, le unioni di Milano, di Parma, di Modena, i moti delle Romagne, dettero incitamento alle aspirazioni verso le unioni che siano atte a rendere l’Italia grande e forte: aspirazioni oneste e legittime che erano ancora confortate dalle parole del nostro potente alleato l’Imperatore dei Francesi, il quale, invitando gl’Italiani ad unirsi in un solo intento, quello della liberazione del paese, assicurava che non porrebbe ostacolo alcuno alla manifestazione dei liberi voti della nazione. Ma conviene che la espressione di quei voti non turbi la concordia cittadina, e che non impedisca quella severa disciplina che è necessaria sempre, ma che è necessaria vieppiù quando si sta a fronte di un nemico, il quale, non ostante le vostre vittorie è sempre potente e pericoloso. Al popolo toscano civilissimo, al popolo toscano che fece prova di tanto senno (?!) il dì 27 aprile, non occorre rammentare che i suoi voti non debbono venire espressi coi moti di piazza. Ma può essere opportuno ricordargli? indirizzo da darsi a quei voti. Non debbono essere rivolti né al Commissario, né ai Ministri che gli stanno intorno. Né Puno,né gli altri hanno autorità, tranne quella emanata dal re Vittorio Emmanuele che incaricò il Commissario di assicurare l’ordine interno, e di promuovere gli apparecchi della guerra d’indipendenza: unanimi in volere tutto ciò che contribuisca all'indipendenza, all'unione, alla libertà della patria italiana, essi debbono cooperarvi attenendosi precisamente al mandato che fu loro commesso, né questo mandato si estende a ingerirsi dello assetto definitivo della Toscana.

«I voti di coloro che intendono promuovere l’unione della Toscana colle altre provincie italiane, debbono rivolgersi al re Vittorio Emmanuele, il quale procede d’accordo col suo magnanimo alleato: debbono essere ispirati da quella rispettosa fiducia che è dovuta al Principe, il quale, dopo avere mantenuto alto ed incontaminato il vessillo italiano, mentre l’Austria preponderava su tutta la penisola, porta ora degnamente il glorioso titolo di primo soldato dell'indipendenza. Questa fiducia esige che i due supremi condottieri dell’impresa non siano turbati dall’occuparsi della guerra che deciderà le nostre sorti; che non siano disturbati dal consigliarsi con tutti quei riguardi di prudenza politica, senza cui non riuscirebbero nel grande assunto di costituire l’Italia; questa fiducia esige che il popolo toscano si lasci guidare dal suo protettore con quel sentimento di disciplina che, appena uscito da una rivoluzione, lo indusse ad invocare, anziché la libertà di discutere la sottomissione ad un’autorità dittatoria».

Torna su



CAPO XV


Torna su



IL PRINCIPE NAPOLEONE NEI DUCATI

La ritirata degli Austriaci da Milano e dalla linea dell'Adda, e il successivo concentramento dell’esercito, che ne conseguitò, sul Mincio e sul Po, lasciavano il campo aperto a' sovvertitori. Rotti gli argini, le onde della rivolta, che da Sardegna e Toscana rumoreggiavano minacciose, non dovevano più arrestarsi se non alle sponde dell’Adriatico. La Toscana, secondo i disegni del Bonaparte, tolta al Granduca, doveva avere un Re; ma poiché già era stato deciso che in Italia non vi fossero più Re per la grazia di Dio, bensì per la grazia del popolo, ch’è quanto dire per suffragio universale, facea mestieri che il Re d'Etruria in aspettativa venisse a fare da sé i fatti suoi, ed era giusto che i futuri suoi sudditi potessero mirarlo in volto e apprezzarne i meriti personali, le virtù, il valore! Fu annunziato adunque che un quinto corpo d’esercito, da raccogliersi in Toscana, verrebbe aggiunto all’esercito francese d’Italia, affidatone il comando al principe Napoleone, con incarico, dissero, d’intraprendere sul fianco sinistro degli Austriaci operazioni militari di grande rilevanza. Partito da Parigi coll'Imperatore, il principe sbarcava con esso lui, a Genova il 12 maggio. — Poco tempo prima, la mattina del 31 gennaio di quell’anno, nella stessa Genova lo stesso principe Napoleone, reduce da Torino, ove si era recato ad impalmare l’infelice Maria Clotilde di Savoia, aveva avuto lungo colloquio con Mazzini, convenutovi espressamente all'uopo (scienti e permettenti quel medesimo Cavour e quel medesimo Governo sardo, che non molto avanti aveano in Genova fatto condannare a morte in contumacia il Mazzini) colloquio in cui il fondatore della Giovine Italia, nella solenne assicurazione del principe che l'Italia sarà fatta libera, unita e forte», promise di non turbare con verun movimento repubblicano la prossima guerra d’indipendenza (140).

Per compiere le importanti imprese guerresche che si affermavano affidate al 5°. corpo in Toscana, una delle due divisioni di fanteria, di cui quel corpo si comporrebbe, approdava a Genova; ma appena a terra, la Divisione è spedita a rinforzo del Corpo di Baraguay d’Hilliers a Voghera.

Il 12 maggio l’Imperatore de' Francesi scrive al principe cugino che l'altra divisione parta per Livorno e Firenze. «La comparsa a Firenze, dice Napoleone III (141), d’un Corpo d’esercito di cui s’ignora il numero produrrà un grande effetto, e forzerà gli Austriaci e dividersi.» Il telegrafo reca a Tolone l’ordine di porre sulle navi la Divisione Uhrich, e il 23 maggio il principe sbarca a Livorno colle prime milizie. Il principe, imagine vivente della presunzione boriosa e della vanità ciarliera, era già a Toscana notissimo, tanto per certe clamorose avventure, allorché soggiornava 7in sua giovinezza a Firenze, quanto per ben conte gesta mentre era comandante d’una Divisione in Crimea. Ei s’avea fatto per di più precedere da un lettera esplicatoria (142), perocché lo storico stipendiato della Campagna d'Italia (143) afferma: «un’attitudine ben netta, ben franca (!?), era la sola che potesse convenire alcugino dell'Imperatore»; nella quale scriveva al Commissario del Re di Sardegna in Toscana: «Sopra la domanda di due inviati toscani presso l’Imperatore, ho ricevuto l'ordine di occupare la Toscana. L’Imperatore ed il Re vogliono ch'io prenda sotto il mio comando le truppe italiane. Sono spedito dall’Imperatore per uno scopo esclusivamente militare, per aiutare il paese nella guerra dell’indipendenza italiana ch’egli ha intrapresa. Mi sta a cuore che facciate bene conoscere da per tutto, ch’io arrivo, non come un principe francese con viste politiche; ma unicamente, come comandante in capo del 5. Corpo per operazioni militari. La scelta della mia persona non fu fatta dall’Imperatore se non perché i quattro primi corpi d’esercito sono già scaglionati sul Po, mentre la più gran parte del mio si trova ancorain viaggio.» Quest’ultima era infatti la più semplice, la più chiara, e sopra tutto la più convincente ragione del mondo per giustificare la sua nomina al comando delle soldatesche spedite in Toscana. E una verità poi dicea il principe, là dove affermava che inviati toscani avevano supplicato l’imperatore Napoleone affinché mandasse qualche Reggimento francese a Firenze. Solamente il Principe, scrivendo al Boncompagni, tacque come ciò fosse avvenuto. Ninna Potenza straniera, dalla Francia in fuori, aveva voluto riconoscere il nuovo Governo di Toscana, l’Inghilterra in particolare, avendo avuto occasione ufficiale di manifestare il suo pensiero in modo che non ammetteva replica (144). Di più la stessa Inghilterra erasi altamente adombrata allorquando si cominciò a buccinare che la Toscana potesse essere stata promessa ad un principe francese. Per lo che, a fine di non intorbidare gli animi maggiormente, e poter dire che se truppe francesi andavano in Toscana, questo avveniva unicamente perché i Toscani ne avean fatte calorose istanze per necessità di difesa, l’imperatore Napoleone fece dire al Gabinetto di Torino che facea mestieri provvedessero a quest’uopo. Cavour si affrettò darne avviso al suo Boncompagni, che fè partire la deputazione, ricevuta la quale da Napoleone III, il principe cugino s’ebbe il permesso d’andarsene.

Prima ancora di por piede a terra, dalla rada di Livorno, a bordo della Regina Ortensia, su cui aveva fatto la traversata, il principe indirizzò un proclama ai Toscani (145), in cui dichiarava: essere stato detto da Napoleone III, non aver egli che una sola ambizione, quella di far trionfare la santa causa dell’indipendenza, e di non lasciarsi mai guidare da interessi di famiglia e ripeteva la mia missione è unicamente militare. Più tardi però, allorché il principe renderà conto all’Imperatore delle incruente azioni delle milizie che Io seguivano (146), dirà che la sua missione era stata politica e militare, e che la sua missione politica consisteva essenzialmente: «nel mantenere la Toscana nella linea di condotta tracciata dall’Imperatore de'Francesi) nel non lasciar degenerare l’espressione del sentimentopatriottico; nell’organizzare militarmente tutte le risorse che si potessero trarre, non solo dalla Toscana, ma eziandio dai Ducati di Parma e di Modena) e sopra tutto di permettere agli abitanti di fare erompere senza ostacolo l'espressione della loro riconoscenza per le benevole intenzioni di Sut Maestà l'imperatore Napoleone III». Se non che in un’epoca memorabile per copia di contraddizioni (tale, che la storia non rammenta forse l’eguale) una contraddizione di più e una di meno parve cosa non meritevole punto di osservazione. Comunque fosse, il principe aveva tenuto almeno nel suo Rapporto il linguaggio che «si addiceva a un’attitudine, lo dice il Bazancourt, ben netta, ben franca, la sola che potesse convenire al cugino dell’Imperatore» (?!); confessando che la sua missione politica stava nel fare appello alla rivolta quanto ai Ducati di Modena e di Parma; e, quanto ai Toscani, nel fare appello a quell’obbedienza ch’essi dovevano (?!) all’Imperatore de' Francesi, ed a quella riconoscenza, cui non potevano venir meno per le benevole intenzioni dello stesso Imperatore di regalare un Regno d’Etruria a quella brava persona del principe cugino.

La discesa delle armi francesi in Toscana, — nota il Ravitti, — ricognizione della rivolta, per cui il legittimo sovrano era stato cacciato dal trono, suggello d’autorità alla ribellione, intantoché ne assicurava il successo, era una di quelle rivoluzioni del diritto politico internazionale, che verun artifizio di linguaggio diplomatico avrebbe potuto onestare. Napoleone III mandava i suoi soldati in paese il cui sovrano non aveva fatto la più piccola offesa alla Francia, come la più piccola offesa non le avevano fatto i principi di Parma e di Modena; in paese il cui sovrano aveva anzi detto e ridetto alla Francia di voler starsene neutrale nella lotta, e invano chiesto e richiesto che questa sua neutralità fosse riconosciuta da essa. Napoleone III mandava un principe della famiglia imperiale di Francia, il principe più prossimo al trono, ad esercitar diritti di sovrano col disporre di sudditi toscani per formarsi un esercito (147), ed a guerreggiare l’Austria in un paese che non peranco aveva dichiarata la guerra all’Austria (148). Da Livorno, aperte personalmente le ostilità col Ducato di Modena, compiuta, col disarmo di quattro doganieri estensi, la sua prima ed ultima impresa in tutta la durata della guerra (149), venne il principe il 31 maggio a Firenze, e vi rimase.

Ma i Toscani, cui nulla caleva quanto a loro riguardo potessero avere convenuto a Plombières i due alti cospiratori, non si davano veruna premura di mantenersi nella linea di condotta tracciata dall’Imperatore de' Francesi; pigliando alla lettera la solenne assicurazione delprincipe che la sua missione aveva uno scopo esclusivamente militare, ogni di più guardavansi dal permettersi che «erompesse l’espressione della loro riconoscenza per le benevole intenzioni dell’imperatore de' Francesi, Napoleone». Non dubitando di fare al principe la più grata cosa con ubbidire alla calda sua raccomandazione, che si facesse ben conoscere dappertutto, essere egli arrivato, non come un principe francese con viste politiche, ma unicamente come comandante in capo del 5.° Corpo per operazioni militari, i Toscani eransi fatto un dovere di porre ogni miglior loro studio nel distinguere fra il comandante de) 5.° Corpo d’operazione, e la persona del principe francese. Le pratiche copertamente messe in piedi da esso principe per guadagnarsi i voti dei Toscani, quantunque condotte con molta finezza (150), non potevano farsi strada fra mezzo alla repulsione universale. Avversato dalla grande maggioranza degli abitanti, rimpiangente que’ miti Granduchi, che durante un regno più che secolare avevano fatto prospera e felice la Toscana; avversato dalla parte piemontese, o, com’ella stessa chiamavasi, nazionale, che, spinta dal Boncompagni, ben sapeva come disotto del foglio, su cui era da Torino venuta l’istruzione segreta: «Quando verrà in campo la candidatura del principe, lasciate correre», si leggeva l’istruzione segretissima: «Quando verrà in campo la candidatura del principe, attraversatela in ogni guisa»; avversato da tutti, che invano si veniva a dire: «La stirpe dei Bonaparte potersi dire italiana, e più specialmente fiorentina d’origine»; pronti a rispondere: «Adesso però i suoi interessi averla resa francese, e per conseguenza straniera all'Italia»; il principe non sapeva capacitarsi come potesse accadere a lui, cugino d’un Imperatore e genero d’un Re, che né per moine, né per oro non avesse a riuscire la più piccola cosa di quanto poco prima per oro e per moine era venuto a bene ad un semplice commendatore Boncompagni (151)!

Il principe aveva un bel mostrarsi cortese, gentile, italianissimo ogni suo detto, ogni suo atto era volto in derisione. Avendo egli dichiarato che facea mestieri fornire il suo esercito di alcune centinaia di cavalli, de' quali pativa penuria, fu ingiunto che quanti cavalli erano in Firenze convenissero in luogo determinato. All’equina rassegna il principe stesso andò, e lungamente stette; ed ecco i burloni affermare che, non riuscendo il principe ad affezionarsene i padroni, avea pensato di cominciare dall’affezionarsi i cavalli. Il novero microscopico de' sudditi di S. M. Gerolamo Napoleone I, re di Etruria, non cresceva d’una uniti. Quei quattro grami accaparrati per lui in precedenza, che lo Zobi chiama «radicali anelanti di pretesti e metti-scandali»(152), né godevano la pubblica stima, né esercitavano influenza di sorta alcuna. Ancorché ingegno di modesta levatura, fu forza al principe di capire che la sua base d’operazione in Toscana era del tutto sbagliata e falsa, né poteva riescire ad altro che al ridicolo. Il concentramento degli Austriaci sulle linee del Po e del Mincio venne in buon punto a trarlo dal mal passo. Quel concentramento si traeva dietro la caduta delle legittime sovranità nei Ducati e la ribellione negli Stati pontifici.

Ed ecco ora il Rapporto del famoso principe al cugino Imperatore:

Rapporto di S. A. 1. il principe Napoleone comandante il Quinto Corpo dell’Armata d’Italia all'Imperatore

SIRE,

Quartiere generale di Goito, 4 luglio 1859.

Fino ad ora la missione del 5(O)corpo, di cui Vostra Maestà degnossi affidarmi il comando, fu politica e militare.

La sola divisione d’Autemarre, da Vostra Maestà trattenuta per Farinata, poto andar lieta che uno dei suoi reggimenti, il 3° zuavi, azzuffatosi col nemico, si coprisse di gloria a Balestro. Anche un altro, il 93°, ebbe il contento di combattere a Montebello.

Il 5° corpo, raccoltosi in Toscana, doveva per missione politica: 1° Mantenere quel Ducato nella linea di condotta indicata da Vostra Maestà, vale a dire non lasciar degenerare l’espressione del sentimento patriottico, e specialmente organizzare militarmente tutti i mezzi che si potevano trarre da quel paese, come pure dai ducati di Parma e di Modena

2° Costringere colla presenza del vessillo francese sulle frontiere della Romagna il governo austriaco ad osservare stretta neutralità negli Stati del Papa;

3°Garantire gli abitanti contro un ritorno offensivo dell’Austria e permettere loro di manifestare liberamente la propria simpatia per la causa dell'indipendenza italiana e la loro riconoscenza per le benevoli intenzioni del Governo di Vostra Maestà.

La missione militare del 5° corpo era:

1°D’impedire che un corpo austriaco entrasse nella Toscana, e di privare il nemico delle preziose risorse dell’Italia centrale;

2°Di minacciare il lato sinistro dell’armata austriaca, compromettendo le site linee di ritirata, e di determinare il suo abbandono dei Ducati di Parma e di Modena subito dopo la prima vittoria dell'esercito alleato.

Questi diversi fini sono stati felicemente conseguiti, e senza colpo ferire, colla sola presenza a Livorno, a Firenze ed all’uscita degli Appennini delle truppe del 5° corpo.


I. Riguardo alla politica:

La Toscana godé la maggior tranquillità, senza che venisse turbata la sua libertà Protetta dal vessillo francese, l’armata toscana, disorganizzata nel 27 aprile, potè in breve tempo riorganizzarsi in modo, che attualmente essa dà al 5° corpo da 8 a 10,000 soldati armati, equipaggiati e pronti a misurarsi col nemico. Una divisione dì volontari, sotto gli ordini del generale Mezzacapo, si organizza egualmente a Firenze, senza che il paese rimanga privo del reggimento dei gendarmi toscani, forte di 2000 uomini e sufficiente per mantenere la quiete. Inoltre la neutralità non é stata dal nemico violata negli Stati pontifici.

Finalmente l’entusiasmo destatosi in tutti i luoghi percorsi dal 5 ’ corpo, dal giorno del suo sbarco a Livorno sino a quello della sua congiunzione coll’armata di Vostra Maestà; le ovazioni (ormai tutti sanno come si fabbricassero siffatte dimostrazioni) che ricevette esso ed il suo capo a Livorno, a Firenze, a Lucca, a Massa, a Parma e in tutti i luoghi grandi e piccoli in cui dovette soffermarsi; sono un irrefragabile testimonianza che non potrebbe mancar di produrre un grande effetto morale.


II. Riguardo alla parte militare:

La presenza del 5" corpo in Toscana, od anzi di una divisione di fanteria, di una brigata di cavalleria e di nove batterie, trattenne i corpi austriaci, i quali dalle sponde del Mincio sembravano pronti a gittarsi sulle ricche pianure presso la sponda destra del Po. La presenza del 5' corpo, pronto ad uscire contro l'armata austriaca, incusse in quell'annata un gravissimo timore, per cui essa si affrettò, appena avvenuta la battaglia di Magenta, ad abbandonare Ancona, Bologna e successivamente tutte le posizioni sulla sponda destra del Po, distruggendo opere che avevano costato molto tempo e danaro.

Tali sono, o Sire, i risultamenti della spedizione ordinata da Vostra Maestà del 5° corpo in Toscana e nei Ducati (e per ciò anche in Parma di cui l’istessa Maestà Sua aveva riconosciuta la neutralità).

Mi resta di far conoscere a Vostra Maestà in brevi parole le operazioni, sgraziatamente tutte pacifiche finora, della parte di questo corpo stanziato in Toscana.

Il 12 maggio ultimo (è bene notare questa data), quasi tutta la 1° divisione del 5° corpo, divisione di Autemarre, sbarcava a Genova.

Io stesso mi trovava in quella città con una parte del mio stato maggiore.

Il 14 il 3° dei zuavi della divisione d’Autemarre venne mandato a Bobbio.

Il 17 il 5° corpo, tranne la divisione d’Autemarre, ricevé da Vostra Maestà l’ordine di recarsi a Livorno, ove dovevano essere trasportate direttamente dalla Francia le truppe della 2(1)divisione (Uhrich) che venivano da Parigi. La brigata di cavalleria leggiera del generale Lapérouse ricevé egualmente l’ordine d’imbarcarsi per Livorno, mentre la divisione d’Autemarre veniva provvisoriamente staccata dal 5° corpo ed aggiunta al 1° corpo a Voghera.

Il 23 maggio, sbarcai a Livorno, ove non tardavano a concentrarsi la 2(a)divisione, la brigata di cavalleria, l’artiglieria divisionaria, l’artiglieria di riserva ed il parco che arrivava dalla Francia.

Il 31 maggio, io trasportava il mio quartier generale a Firenze. La l(a)brigata della divisione, la cavalleria, l’artiglieria e tutti i servizi amministrativi si concentrarono in quella città, mentre la 2 brigata si recava da Lucca a Pistoia, occupando con appostamenti avanzati tutte le uscite degli Appennini ed il nodo delle strade. Il generale toscano Ulloa, dietro mio ordine, portava la brigata organizzata della sua divisione parimente alle uscite principali della Romagna, minacciando gli Austriaci.

Il 12 giugno, ottenuto il fine politico che Vostra Maestà anzi tutto voleva conseguire colla presenza del 5° corpo, potei cominciare il mio movimento per congiungermi colla divisione di Autemarre ed unirmi all’armata di Vostra Maestà.

Mentre dirigeva la divisione toscana sopra Parma pel Ducato di Modena e per la via della gola dell’Abetone, feci marciare le truppe francesi che si trovavano da Lucca a San Marcello ed a Firenze, per Lucca, Massa, Pontremoli e Parma.

Questa marcia di sedici giorni, eseguita in condizioni atmosferiche per lo più poco favorevoli, mi provò la vigoria e l’eccellente disciplina delle truppe di Vostra Maestà.

La divisione del generale Uhrich (14(n)battaglione di cacciatori, 18,26°, 80 e 82 ’ di linea), il 6° el’8°di usseri della brigata Lapérouse, lo squadrone delle guide toscane che unii alla nostra cavalleria, le nove batterie divisionarie o della riserva, le due batterie del parco del 5 corpo, dovettero marciare sotto un’elevatissima temperatura, e parecchie fiate queste truppe dovettero sopportare violenti uragani che ingrossarono i torrenti e produssero alcune difficoltà.

Lo stato sanitario si mantenne nelle più favorevoli condizioni, e non posso che lodarmi della perfetta disciplina conservata in tutti i corpi sì dai capi che dagli uffiziali.

Il contatto delle popolazioni non diede luogo a lagno veruno.

Il passaggio del Po a Casalmaggiore, a 12 chilometri da Mantova come pure la costruzione del ponte di barche furono operazioni eseguite con intelligenza, attività e zelo.

Le truppe che conduco a Vostra Maestà, e che ora agiscono colF armata principale a Coito, saranno degne, non ne dubito, di quelle che, più avventurate, batterono già il nemico.

Il principe comandante il 5° corpo

dell'armata d’Italia

NAPOLEONE(Gerolamo).


Torna su



CAPO XVI


Torna su



NELLE LEGAZIONI PONTIFICIE

Circolare dell’Emo Legato di Bologna intorno alla neutralità pontificia.

«Legazione di Bologna ecc.

«Ill.mo Signore.

«Col mio circolare dispaccio 1° corrente, (giugno) num. 847, partecipai a V. S. Illustrissima come dal Governo di Francia si fosse formalmente riconosciuta la neutralità del nostro Stato. Un eguale riconoscimento essendosi ora verificato anche da parte dell’Austria, a di lei norma ed a maggiore tranquillità di codesta popolazione, rimetto a V. S. Ill.ma copia di altro dispaccio pervenutomi su tale oggetto ¿alla Segreteria di Stato, e così concepito:

«Em. Rev. signor mio osseq.

«Dichiaratasi dal Governo pontificio all’Austria e alla Francia, e quindi a tutte le altre Potenze, la neutralità che esso costantemente professa pel suo speciale carattere, e dalla quale non»potrebbe mai allontanarsi; si è avuta ampia ed esplicita assicurazione dallédue prime, per noi in ispecial modo importante, che verrà sotto ogni rapporto rispettata. Tale assicurazione, che partecipo a V. E., dovrà giovare assaissimo a calmare gli spiriti ’ agitati in questa provincia, non potendosi temere che avvenga un conflitto nel nostro territorio fra le milizie avversarie. Ella quindi procuri di divulgare tale notizia, potendo anche aggiungere che in seguito di ciò deve ritenersi impossibile qualsivoglia attacco dell’una contro dell’altra, dappoiché si riguarderebbe da ognuno come vio lenza fatta al Governo della Santa Sede. Con sensi di profondo ossequio mi onoro baciandole umilissimamente le mani».

Questa circolare fu diretta dall’Emo Legato di Bologna ai Governatori e Gonfalonieri della Legazione bolognese; e il Dispaccio in essacitâti,sottoscritto dell’Em. Segretario di Stato di Sua Santità è del seguente tenore:

NOTA DEL CARDINALE ANTONELLI

ai membri del Corpo diplomatico residenti in Roma per proclamare la neutralità della S. Sede

«Dal Vaticano, 5 di maggio 1859.

«Le speranze del mantenimento della pace in Europa svanirono. Secondo le dichiarazioni dei fogli ufficiali ed i preparativi formidabili di guerra di due grandi nazioni, pare che le ostilità siano per cominciare prestissimo. Un tale stato di cose angustia il cuore del Santo Padre, che, rivestito del carattere di padre comune dei fedeli, e nella sua qualità di Vicario di Colui che è l'autore della pace, come pure pel dovere del suo ministero apostolico, non desidera e non chiede altro a Dio nelle sue preghiere, se non di vedere regnare sulla terra la pace, che è un bene prezioso e caro. Cionondimeno Sua Santità, nell’amara tristezza onde è ripieno il suo cuore, ama di affidarsi al buon volere delle Potenze per impedire o diminuire almeno, se non è possibile evitarli, i gravi pericoli che minacciano l’Europa. Qualunque piega prendano gli avvenimenti, S. Santità chiede con ragione che, in caso di guerra, siano rispettate le relazioni di neutralità che il Governo Pontificio deve conservare a cagione del suo carattere speciale; neutralità dalla quale non potrebbe mai allontanarsi, come l’ha dichiarato in altre circostanze, e lo dichiara ancora oggidì per giuste ragioni. Sua Santità spera adunque che in questa guerra sarà rispettatala sua neutralità e sarà allontanata dagli Stati della Chiesa ogni collisione, che potrebbe riuscire dannosa al Governo e ai sudditi della Santa Sede. Benché il Santo Padre confidi interamente nelle ragioni sovra esposte; nondimeno, essendo la quistione importantissima, credette dover dare ordine speciale al sottoscritto Cardinale, Segretario di Stato, d’inviare a Vostra Eccellenza la presente Nota, con preghiera di comunicarla al proprio Governo, e fargli comprendere la convenienza di lasciare il Governo Pontificio e gli Stati di lui in una condizione, che non turbi nulla affatto la neutralità che gli è propria in conseguenza del suo carattere eccezionale: neutralità riconosciuta dal diritto pubblica, e sempre ammessa dalle Potenze in simili circostanze. Attendendo che Vostra Eccellenza voglia rispondere affermativamente a questa comunicazione, il sottoscritto ha l’onore di rinnovarle i sentimenti della sua profonda considerazione.

GIACOMO CARDINALE ANTONELLI.

Ad onta di così fatte assicurazioni, gli Austriaci, tutto che sul territorio neutrale di Bologna, potendo ad ogni ora essere avviluppati dalle mosse del 5° corpo d’esercito nemico, condotto dal principe Napoleone, e da' Garibaldini, abbandonavano, sì come dicemmo, le città pontificie, da essi occupate, che non tardarono ad essere invase da' rivoluzionari, sostenuti sempre dall’oro, dalle armi e dalle male arti sarde: lasciavano quindi a mano a mano Piacenza, Pizzichettone, Cremona, Brescia, e ai 17 di giugno occupavano Montechiaro.

Nel dispaccio del 12 febbraio del seguente anno 1860, diretto dal Ministro Thouvenel all’Ambasciatore francese a Roma, volendosi dare una spiegazione sul modo come furono occupate le Romagne da' rivoluzionari in questa occasione, si dice, tra l’altro: Dès l’instant où les Autrichiens se retiraient, les populations se trouvèrent indépendantes, sans avoir besoin de quelque excitation particulière». (Identicafrasenella lettera di Vittorio Emmanuele a Pio IX, che recheremo). Coll’altro dispaccio però del 29 del mese stesso il Card. Segretario di Stato fa osservare che sarebbe inutile ricordare i veri motivi, pei quali le Romagne rimasero preda della rivoluzione; ma pel movimento di ritirata degli Austriaci esser sufficiente discarico il rapporto del 4 luglio 1859, da Goito diretto all'Imperatore de' Francesi dal suo cugino, nel quale si dice, che il 5° corpo d’armata, da lui comandato, tra gli altri incarichi aveva quello«decontraindre les Autrichiens d’observer strictement la neutralité dans les États du Pape; e poi soggiunge, che lapresenza dello stesso 5(n)corpo d’armata, prêt à déboucher surl’armée autrichienne, avait inspiré à cette année une crainte assez vive, pourqu’elle se hâtât d’abandonner Ancòne, Bologne, et successivement toutes les positions sur la rive droite du Po.E nel noto opuscolo del Senatore de la Guerronière: Pendantquelalibertà(?!) de l’Italiesejouaitsurles champs debataillede Magenta et de Solferino, le reposde la Ville éternelle ne fut pas troublé unseul instant, par tous les bruits qui montaient de toutes les parties de la péninsule. La révolution qui emportait les trônes de Parme, de Modène et de Florence n’ébranla pas le Vatican… Pendant ce temps que faisait l’Autriche? Elle abandonnait subite ment toutes les places commises à sa garde. De sa part, nous en sommes convaincus, ce n’était pas un calcul, mais une nécessité de la stratégie. Mais cet abandon précipité devait avoir des conséquences faciles à prévoir»(153).

La perfidia, la menzogna e le figure rettoriche, più che le armi ed i cannoni, fecero l’Italia dal 1859 in poi: la raffinatezza dell'ironia toccava in quell’epoca il suo apogeo!


Nel medesimo tempo il Giornale di Roma del 30 maggio recava il seguente comunicato:

«Molte notizie, che intorno allo Stato Pontificio vediamo pubblicate in alcuni giornali, sono cosi false e strane, che crediamo nostro dovere di non smentirle, essendo solo degne di disprezzo. E infatti qual cosa di più strano di quello che abbiamo trovato nella corrispondenza di Roma, 21 corrente, pubblicata dal Monitore Toscano, foglio del governo usurpatore, cioè, che il Generale, comandante in capo dalla divisione francese in questa capitale, abbia fatto ammonire, perché agitatori, alcuni distinti prelati, e arrestare un sacerdote? La notizia poi che l’E.mo e R.mo. Signor Card. Antonelli abbia fatto vistosissimo acquisto di rendite di un prestito estero, mostra lo spirito di malignità, da cui sono animati certi corrispondenti; e l’indicare perfino i nomi dei banchieri, che avrebbero fatto la operazione, dimostra a qual punto possa giungere la loro impudente invenzione».

Pure qualche cosa di vero trovavasi in quelle notizie: ed ecco quel che ne so io di propria scienza.

—I caffè, i ritrovi tutti di Roma erano infestati da spie di varie forme del Governo bonapartesco, che da dieci lunghi anni, sotto specie di sostenerlo, teneva in disgustosissima tutela il Governo del Papa. Tra i frequentatori del Caffè di piazza S. Andrea della Valle, amichevole ritrovo di più d’una persona dabbene, eravi il compianto abbate D. Leonardo Falconi, (mio amico e precettore fin dal 1844, quando la venerata memoria di mio padre, abborrendo dalle Università, a lui mi affidò per continuare gli alti studi di filosofia e di diritto). Ora questo dotto e pio ecclesiastico, Beneficiato del Capitolo Vaticano, leggendosi un giorno da taluno le menzognere assicurazioni del Bonaparte verso la S. Sede, si permise di dire francamente che quelle assicurazioni non gli ispiravano la menoma fiducia, di fronte ai fatti che giornalmente avvenivano in Roma e nelle provincie, dove i congiurati contro l’ordine pubblico imbaldanzivano ogni giorno più sotto la protezione della Polizia francese: cosa che gli stessi ciechi avrebbero veduto. — Non l’avesse mai detto! — Scattò su un certo abate còrso, che da qualche tempo si faceva vedere nell’istesso Caffè, protestando in modo inurbano e violento contro le parole del Falconi. La cosa sembrò rimanere lì; ma invece, riferita all’Ambasciatore francese, divenne soggetto di fiere rimostranze alla Segreteria di Stato, esigendo l’Ambasciatore stesso la punizione del Falconi. Informato di ciò Pio IX, egli che molto lo stimava, per liberare la S. Sede da ulteriori noie, e il povero abate da possibili vessazioni della polizia bonapartesca, per mezzo di Mons. Saverio de Merode, allora suo Cameriere Segreto Partecipante, gli fece dire, come farebbegli cosa grata se si ritirasse per qualche giorno presso i PP. Passionisti dei SS. Giovanni e Paolo, tanto quanto bastasse per dimostrare all'Ambasciatore francese, averlo Egli di proprio impulso punito. La faccenda così fu finita: ma non fu la sola che si producesse in quei tristi giorni.

Intanto al primo annunzio della vittoria di Magenta, i mestatori, che sotto le ali del governo francese agitavansi continuamente in Roma,fecero udire quà e là grida sediziose, che mentre erano promosse dall’attitudine della Francia, e dagli emissari del Bonaparte e del Cavour, pur non ostante e nel medesimo tempo il Comandante del Corpo di occupazione, si sentiva in dovere di disapprovare, almeno ufficialmente; quindi il Giornale di Roma del 7 giugno recava il seguente Avviso:


«Romani,

«Una viva gioia riempi ieri il vostro cuore ed il nostro. Questa gioia sarebbe stata per noi anche più viva, se, fedeli ad un avvertimento, fin qui compreso a meraviglia, voi aveste saputo contenerne la clamorosa espressione. Niun fautore di disordine venga a frammischiarsi oggi nelle vostre file; togliete qualunque pretesto alla malevolenza, affinché le misure di repressione, che noi potremmo esser chiamati a prendere, non possano cadere sugli amici dei Francesi. Credete, Romani, che il silenzio è per noi penoso, e che, privati del bene di combattere a lato dei nostri fratelli d’armi, ci sarebbe stato ben dolce di poterli almeno acclamare. Ma s’essi tengono ben alto in questo momento il vessillo della Francia, noi teniamo qui quello dell’ordine, e sapremo farlo rispettare. Questo ancora è un nobile vessillo!

«Roma, 7 giugno 1869.

«Il Generale di Divisione,

«Aiutante di campo di S. M. l’Imperatore de' Francesi

«CONTE DI GOVON (154).

In mezzo a questa iniqua altalena e a questo agitarsi di uomini e di cose, tra il tradimento e la violenza, e tra la sorpresa e lo stupore delle inconscie popolazioni, Cavour non posava. Ai 14 giugno, spediva una delle sue solite Note a' rappresentanti sardi presso le Corti estere, condita dei più potenti narcotici oratori per istupidirle: cosa altronde facilissima, essendo la framassoneria padrona di tutti i gabinetti di Europa. Secondo il suo sistema, colorisce con raffinata astuzia lo scopo della guerra, attribuendo all’Austria di essere l’oggetto dell’odio universale, e magnificando le virtù del Piemonte, che lo rendono idolo di tutti i cuori, perché esalta il sentimento di nazionalità, il progresso de' lumi, la diffusione della istruzione, promuove il riposo (?!!) di Europa, che però non può altrimenti ottenersi, che permettendo allo stesso Piemonte di ingoiarsi in buona pace tutta Italia. Ma in fine della Nota si smaschera cinicamente, o conchiude: «Portiamo fiducia la più assoluta, che l'equilibrio europeo non sarà turbato dalla estensione territoriale di una grande Potenza, e che vi sarà in Italia un regno fortemente costituito, qualè naturalmente indicato dalla configurazione geografica, dalla unità di razza, di lingua, di costumi, e quale la diplomazia aveva già voluto formare in altritempi nello interesse comune dell’Italia e dell’Europa. Col dominio dell’Austria e degli Stati, che hanno associato i loro destini a quelli del l’Austria, scompariva una causa permanente di torbidi; l’ordine sarà garantito, il focolare delle rivoluzioni estinto (sfido io; è divenuto un incendio!), l’Europa potrà dar opera con tutta sicurtà alle grandi imprese di pace, che sono l’onore del secolo. Ecco il punto di vista sotto cui si debbono presentare gli avvenimenti, che si svolgono in Italia. La lotta, che l’Austria ha provocato (col colloquio di Plombières?), deve avere per risultato la sua esclusione da un paese, che la forza soltanto avea sedtiposto ad un giogo odioso ed intollerabile. La nostra causa è nobile, e giusta (?!); noi possiamo, noi dobbiamo proclamarlo altamente, e portiamo piena fiducia nel trionfo del buon diritto»(disgraziato buon dritto!). Una impudenza simile s’incontra di rado nella Storia. Unità di razza, di lingua, di costumi in Italia?!... Nessuno ebbe detto mai simile enormezza. — Una sola unità esisteva realmente in Italia: la unità della Fede; ma era quella appunto che si voleva distrutta per mezzo della Unità politica dal Piemonte massonizzato.

Tutti codesti sogni dorati però faranno orrendo riscontro con la realtà, quando al Piemonte sarà riuscito in virtù dei famosi fatti compiuti, di usurpare gli Stati indipendenti d’Italia, e specialmente le Due Sicilie, che il Governo subalpino con la forza soltanto tiene sottoposto ad un giogo veramente odioso, intollerabile, per servirci della frase cavouresca.

Nota del Conte di Cavour sullo scopo della guerra

Rechiamo il testo della nota or ora accennata:

«La conoscenza che voi avete dei principi che hanno sempre diretto la politica del Governo dì Sua Maestà; e le frequenti comunicazioni che io ho avuto la cura di fare alla Legazione in questi ultimi tempi, hanno dovuto mettere in grado d’apprezzare gli avvenimenti politici e militari che sonosi testà compiuti in Lombardia. È nonostante utile di rendersi conto oggi dell'origine e delle cause di questi fatti, e di precisare così anche più apertamente (poiché si trovava vincitore) le intenzioni e gli atti del Governo del Re. Fin da quando la quistione italiana, negata dagli uni, attenuata dagli altri, prese il primo posto (grazie alla framassoneria) fra le preoccupazioni dell Europa, il Gabinetto di Sua Maestà, con quella sincerità che gli è propria (??!), ha fatto conoscerel’estrema difficoltà della situazione. A quest’effetto, nel Memorandum del 1° ultimo scorso marzo, diretto al Governo brittannico, e ch'è stato poscia pubblicato dalla stampa, io mi sono dedicato ad esporre i risultati della dominazione austriaca in Italia, risultati che non hanno analogia nella storia moderna.

«Io ho dimostrato che l'antipatia e l'odio universale contro il Governo austriaco provenivano prima dal sistema dì governo ch’era inflitto ai Lombardo-Veneti, poscia, e sovratutto, dal sentimento di nazionalità (suscitato dalla framassoneria), soffocato dalla dominazione straniera. Il progresso dei lumi, la diffusione dell'istruzione, che l’Austria non poteva intieramente impedire, avevano reso più sensibili quelle popolazioni alla triste lor sorte, quella di essere governate, dominate da un popolo, col quale esse non hanno alcuna comunanza né di razza, né dì costumi, né di lingua. Gli Austriaci, dopo un mezzo secolo di dominazione, non erano ancora stabiliti in queste provincie; essi vi erano accampati. Questo stato di cose non si presentava come un fatto transitorio, di cui si potesse prevedere il termine più o meno vicino; ma si aggravava di giorno in giorno, e non faceva che peggiorare. Noi dicevamo che una tale condizione non era contraria ai Trattati, ma che era contraria ai grandi principi di equità e di giustizia, sui quali riposa l’ordine sociale (dunque quei Trattati erano basati sulla ingiustizia e sulla iniquità; bel complimento alle Potenze europee!). Se si perviene a tirar l’Austria a modificare i Trattati esistenti, aggiungevamo noi, non si avrà una soluzione definitiva e duratura, e bisognerà contentarsi dì palliativi più o meno efficaci (cosi che l’Austria qualunque cosa avesse fatto avrebbe sempre fatto male a priori). Tuttavia nella speranza di rendere più tollerabile la sorte dei Lombardo-Veneti (155) e di allentare momentaneamente una situazione così grave, noi ci siamo affrettati, sulla dimanda che ci era fatta, di indicare gli spedienti che ci parevano più propri per ottenere il risultato che si desiderava. Disgraziatamente l’Austria si mostrò più che mai contraria ad ogni conciliazione; ella era decisa a mantenere colla forza questa preponderanza illegale (?!), che ella aveva conquistato sugli Stati, riconosciuti indipendenti nei Trattati. Ella raddoppiava le minaccie ed accelerava i formidabili preparativi militari, diretti contro il Piemonte (per paralizzare i preparativi di questo contro di lei), che era la sola barriera opposta alla sua dominazione esclusiva in Italia.

«I piccoli Stati, che avevano legata la loro sorte a quella dell’Austria, e che avevano al medesimo titolo riscossa l’animavversione dei loro sudditi (evidente menzogna, dopo i fatti principalmente di Parma e di Modena, testé narrati), non potevano più mostrarsi solleciti dei loro doveri verso i loro popoli (156). Complicazioni serie ed inevitabili sembravano imminenti. Il riposo dell’Europa si trovava cosi in pericolo. Allora la proposta d’un Congresso fu fatta dalla Russia, gradita dalle grandi Potenze e accettata dal Piemonte. La base del Congresso era il mantenimento dello statu quo territoriale, cioè dei Trattati, che assicuravano all’Austria i suoi possessi in Italia.

«Si sa ciò che è accaduto: l’Austria, che vedeva messi in discussione, non i suoi diritti legali, che erano espressamente riservati, ma le usurpazioni ch’essa avea compiute in onta delle stipulazioni europee (e l'Europa non se riera accorta?), l’Austria gettò la maschera a un tratto: malgrado gli impegni formali presi coll’Inghilterra di non attaccare il Piemonte, essa lanciò la sua armata contro gli Stati di S. M., (quando fu evidente quelle proposte non aver altro scopo, che di compiere gli apparecchi guerreschi contro di lei) e i suoi Generali dicevano altamente che l’Imperatore sarebbe venuto a trattare a Torino. I fatti, per vero, non risposero alle spavalderie degli Stati maggiori, e le armate austriache hanno dovuto limitare le loro gesta a spogliazioni ed atti di crudeltà inqualificabili (inventate, come nel 1848, dalla setta) contro le popolazioni inoffensive. Il nemico è stato respinto dal territorio piemontese, e le vittorie di Palestre e di Magenta (grazie alle armi straniere e ai noti tradimenti) ci hanno aperta la Lombardia.

«Fu allora che gli avvenimenti confermarono le nostre apprezziazioni sullo stato morale delle provincie Lombardo-Venete e dei piccoli Stati che avevano fatto causa comune coll’Austria. I sentimenti delle popolazioni scoppiarono, le autorità municipali, le stesse autorità municipali, ch’erano state istituito dall’Austria, hanno proclamata la caduta dell’antico Governo (sotto la pressione degli alleati vincitori), esse hanno rinnovata l’unione del 1848, e confermata unanimemente la loro annessione al Piemonte (157). La municipalità di Milano l’ha proclamata sotto la portata stessa del cannone austriaco (quando gli Austriaci si erano allontanati). Il Re, accettando quest’atto spontaneo della volontà nazionale, non lede in alcun modo (?!) i Trattati esistenti; giacche l’Austria, ricusando l’accettazione di un Congresso, che avea per base il mantenimento di questi Trattati, ed invadendo gli Stati di S. M., ha lacerato (strana teoria!), in ciò che la riguarda, le transazioni del 1814 e del 1815.

«Le provincie italiane, che la fortuna e la guerra (e non diritti secolari?) aveano sottomesse forzatamente al suo dominio, sono rientrate nei loro naturali diritti, rese libere due volte nel corso di undici anni, la loro volontà si è manifestata senza ostacolo e senza pressione. Nel 1848, come nel 1859, quei paesi si sono spontaneamente uniti al Piemonte, come fratelli che ritrovano fratelli dopo una lunga e dolorosa separazione (158). Lo scopo della guerra attuale, S. M. lo confessa altamente, è l’indipendenza italiana e l'esclusione dell’Austria dalla Penisola (per farla schiava del governo meno italiano che vi fosse, secondo affermava il Gioberti). Questa causa è troppo nobile per dissimularne la portata; essa è troppo sacra per non ottenere anticipatamente le simpatie dell'Europa civilizzata. Noi dobbiamo anche riconoscere che queste simpatia non mai ci fallirono; giacche la politica del Governo del Re è sempre stata la stessa ed ha incontrato l’approvazione non solo della pubblica opinione, ma dei Gabinetti (pur troppo!).

«L’Europa, colla voce de' suoi uomini di Stato i più eminenti, testimoniò l’interesse ch'essa portava alla sorte dell'infelice Italia (che pur affogava nell'abbondanza d’ogni ben di Dio). Soltanto in questi ultimi tempi, alcuni sospetti e alcune diffidenze più o meno mascherate parvero sorgere. il generoso (?!) intervento dell’imperatore Napoleone in favore di un alleato ingiustamente (?!) attaccato e di una nazione oppressa fu sino a un certo punto disconosciuto. Si vollero prestare viste ambiziose e disegni di ingrandimenti colà, dove non era che una nobile devozione alla causa della giustizia e del buon diritto (e Nizza e Savoia?) e il buon dovere imperioso di tutelare la dignità e gli interessi della Francia. Le dichiarazioni esplicite dell’imperatore Napoleone III al momento di sguainare la spada hanno già calmato notevolmente le apprensioni. Il proclama di Milano, cosi chiaro, cosi preciso e cosi nobile, ha dovuto dissipare tutti i dubbi che avrebbero ancora potuto sussistere negli animi prevenuti (e il colloquio di Plombiéres?).

«Portiamo la fiducia la più assoluta, che l’equilibrio europeo non sarà turbato dall’estensione territoriale di una grande potenza, e che vi sarà in Italia un regno fortemente costituito, quale è naturalmente indicato dalla configurazione geografica, dall'unità di razza, di lingua e di costumi (?!), e quale la diplomazia aveva già voluto formare in altri tempi nell’interesse comune dell’Italia e dell’Europa. Col dominio dell’Austria e degli Stati che hanno associato i loro destini a quelli dell’Austria scomparirà una causa permanente di torbidi, l'ordine sarà garantito, il focolare delle rivoluzioni estinto (V iniquità e il caos regneranno sovrani in Italia, sì come ora vediamo coi nostri occhi); l'Europa potrà dare opera con tutta sicurtà alle grandi imprese di pace (colte guerre sterminatrici del 1866 e 1870?) che sono l'onore del secolo. Ecco, signor Ministro, il punto di vista sotto cui dovete voi presentare gli avvenimenti che si svolgono in Italia. La lotta che l'Austria ha provocata (??) deve avere per risultato la sua esclusione da un paese, che la forza solo aveva sottoposto a un giogo odioso e intollerabile (159). La nostra causa, amo ripeterlo, terminando questo dispaccio, è nobile e giusta, noi possiamo, noi dobbiamo proclamarlo altamente, e portiamo piena fiducia nel trionfo del buon diritto.

14 giugno 1859,

«CAVOUR»


Il famoso storico italiano Cesare Cantù, non punto sospetto di parzialità per l’Austria, nella sua Cronistoria dell’’Indipendenza Italiana (Vol. Ili, pag. 244) risponde, senza addarsene, alla surriferita Nota del malvagio uomo di Stato. Noi recammo già quelle autorevoli parole; pure giova di ripeterle: «All’Austria, istigata incessantemente, rivoltatile i sudditi, sottrattile i soldati, reso impossibile il governare, che restava più altro a fare? Solo doveva farlo bene, e noi seppe: e l’esito le diede torto!» Perché gli alleati framassoni gallo-sardi fecero la guerra allora soltanto quando a furia di male arti, di corruzione e di tradimenti si furono vigliaccamente assicurati dell'esito.

Qualche appunto alla Nota di Cavour

Nel recare la surriferita nota del famoso Conte quando, imbaldanzito pei troppo felici successi ottenuti contro l’Austria in virtù delle armi francesi, credette dare un lume di più sui suoi intendimenti, ci sembrò poter bastare per confutarla di rimandare il lettore ai documenti arrecati e ai vari luoghi delle nostre Memorie, che pienamente la sbugiardano. Ma, sul punto di licenziare alle stampe il presente fascicolo, un autorevole amico ci fè sentire come tornerebbe meglio e più efficace ed utile se riassumessimo qui noi stessi quei luoghi e que documenti. Lo facciamo dunque senz’altro, anche a costo di arrecare un qualche ritardo alla presente pubblicazione.

Cavour, nel dar ragione della sua Nota ai rappresentanti sardi all’estero, incomincia dall’accennare con una disinvoltura più unica che rara alla conoscenza che essi avevano «dei principi che hanno sempre diretto la politica del governo di Sua Maestà».

Non sappiamo cosa avranno risposto in proposito quei suoi dipendenti. Taluno però avrà potuto ricordare e confrontare la Circolare del Ministro Plezza del 1848 col Memorandum di Cavour del 1859. Plezza infatti, prima della guerra del 1848, diceva cosi:

«Si tratta di difendere le nostre istituzioni… Inoltre la Religionecattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l’Austria fu sempre nemica delle prerogative della Santa Sede, e intende adiffondere nei suoi Stati e in quelli, su cui ha qualche influenza, principi e massime e regole di disciplina e di culto poco ortodosse e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltre che, se l’Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi domini: terrebbe al Papa le Legazioni; distruggerebbe la sua indipendenza politica, con grave danno della libertà ecclesiastica…»(L’Imperatore vinse e non fece nulla di tutto questo).

Con queste parole il Plezza, a nome del Re sardo, il 1° agosto 1848, nell’atto di muovere contro l’Austria, chiedeva al Clero preghiere pel trionfo delle sue armi.

All’incontro Cavour il 1° marzo 1859, solo dicci anni dopo, egualmente a nome del Re sardo, nell’atto di iniziare egualmente la guerra all'Austria diceva ai governi protestanti di Londra e di Berlino:

«Per un cerio lasso di tempo la condotta ferma e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Poma temperava i sinistri effetti della dominazione straniera. I Lombardo-Veneti si sentivano emancipati dall'Impero che la Chiesa esercitava nelle altre parti della penisola... ; e questo era per loro un compenso, a cui attribuivano una grande importanza. Questo compenso venne loro tolto in forza dell ultimo Concordato, il quale, come è notorio, assicura al Clero una maggiore influenza e più ampi privilegi che in qualunque altro paese… La distruzione dei savi principi introdotti nelle relazioni dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e da Giuseppe II, fini per far perdere ogni forza morale al Governo austriaco nello spirito degli Italiani».

Ora ci saprebbe dire qualcuno quali sono i principi, che hanno sempre diretto la politica del Governo sardo? quelli di Plezza, o quelli di Cavour?…

Cavour dice poi di aver «dimostrato che l’antipatia e l’odio universale contro il Governo austriaco provenivano dal sistema di governo che era inflitto ai Lombardo-Veneti… Il progresso dei lumi, aggiunge egli, la diffusione della istruzione, che l’Austria non poteva interamente impedire, avevano reso più sensibile quelle popolazioni alla triste loro sorte».

In fatti «in nessun paese, in nessuna epoca, — dice il Botta, storico liberale, — furono maggiormente onorate, che nell'Italia sotto Giuseppe II, le scienze che aiutano a sopportare la vita, le lettere che l’abbelliscono. Degno esecutore degli ordini suoi, il Conte di Firmian arrivò nella Lombardia austriaca, e questa provincia divenne così florida sotto la sua amministrazione, che fu visto realizzarsi per essa, non temo dirlo, il favoloso racconto della etàdell’oro». (BOTTA: Storia d'Italia Tom. I, pag. 10). Che ne dice il lettore?

Il piemontese del Pozzo, altro liberale, già referendario al Consiglio di Stato di Napoleone I, diceva del Governo austriaco in Lombardia: «Nel riprendere possesso, dopo la caduta di Napoleone, del Governo delle provincie italiane, Francesco I non si condusse né da conquistatore, né da despota senza senno; ma da sovrano illuminato, Il Governo austriaco, nel Regno Lombardo-Veneto, rispettava scrupolosamente tutti i diritti acquisiti sotto il governo allora abolito. Mi ricordo di aver visitato di quando in quando Milano, prima del 1820, e l’impressione che me ne rimase fu, che nella pratica vi si godea molta libertà. L'azione della polizia era appena sensibile. Gli stranieri andavano e venivano senza essere sottoposti a tante ricerche ed esami. I Milanesi si riunivano quando e come volevano. In somma la vita vi era guanto mai libera e gradita; sospirai profondamente quando fui obbligato di tornare a Torino, questa triste città, così monotona, e la memoria ricorre sempre a Milano». (Del Pozzo: Della felicità che gl'Italiani possono e debbono dal Governo austriaco procacciarsi. Pag. 79 e 117).

Del resto, quanto al «progresso dei lumi, alla diffusione della istruzione, che l’Austria non poteva interamente impedire», Carlo Vitaliani, emigrato politico di Brescia, fu costretto a convenire nel 1851, solo otto anni prima che il Cavour eruttasse la sua Nota, che fra gl’Italiani sotto la dominazione dell’Austria, gli studi erano più avanzati e più generalizzati che in ogni altro Stato della penisola». (Vedi: L’Ancora d’Italia. — La verità a tutti).

Ma la risposta più categorica alla sua nota la dà lo stesso Cavour; ecco infatti quello che scriveva in proposito l’autorevole francese signore d’Ideville la dimane della guerra d’Italia: «Bisogna essere giusti; questi oppressori (gli Austriaci) erano i più dolci e i migliori fra i tiranni. Il loro solo delitto, ed era tale! era quello di portare l’uniforme bianca, e di parlare la lingua tedesca. L’amministrazione austriaca passava per onesta, intelligente, e, a questo proposito, mi ricordo di un motto sorprendente,pronunciato avanti a me, nella stessa Milano, dal Conte di Cavour; — Sapete voi, diss’egli, un giorno al signor di Talleyrand, quale fosse nella Lombardia, durante l’occupazione austriaca, il nostro nemico più terribile, quello di cui aveva maggior paura, e del quale ogni giorno contavo con terrore i progressi? — No. — Ebbene, fu l’Arciduca Massimiliano, l’ultimo viceré del Regno Lombardo-Veneto Egli era giovane, attivo, intraprendente. Erasi consacrato intiera mente al difficile incarico di cattivarsi i Milanesi, e certo vi sarebbe riuscito. Già la sua perseveranza, le sue buone maniere, il suo spirito giusto e liberale ci aveva tolto numerosi partigiani. In nessun tempo le provincie lombarde erano state così prospere così bene amministrate. Incominciavo ad inquietarmi...». Ma il Governo austriaco richiamò l’Arciduca, e Cavour, respirando, continuò il mal giuoco a suo bell’agio. (Vedi il nostro Vol. I, part. II, pag. 31).

Ma circa lo spirito dei Lombardo-Veneti vale un fatto, che supera ogni altra prova. Lo recammo a pag. 55 del nostro volume II, part. II, e qui lo riassumiamo. — La Gazzetta di Milano dei 19 marzo 1859, quando la guerra di diplomazia era al suo colmo e quella delle armi stava per iscoppiare, scriveva: «In soli quindici giorni altri ventunmila soldati italiani del Regno Lombardo-Veneto, che si trovavano in temporaneo congedo, raggiunsero le bandiere austriache appena udito l’ordine di raggiungerle; e, quello che è più maraviglio>so, alcuni non aspettarono neanche l’ordine speciale; ma spontanei si presentarono alla sola generica notizia di quella sovrana disposizione.» Questi fatti, — notava saviamente la stessa Gazzetta, — i quali non ammettono contraddizione, sono più eloquenti di ogni ragionamento nel dimostrare quale sia ancora in queste provincie, malgrado di tante insinuazioni ostili e lusinghiere, lo spirito di ordine, la fedeltà al legittimo sovrano, la riverenza alle leggi, congiunta, per avventura, anche ad un senso innato e squisito di religione, che fa posporre al dovere anche le più seducenti promesse».

«Pochi sono al contrario (lo diceva la Gazzetta di Savoia, dei 17 marzo 1859), pochi sono al contrario finora i giovani piemontesi, che accorrono volontari nelle file dell’esercito, il quale fino dai primi di marzo era quasi tutto alle frontiere tra Alessandria e il Ticino: un sessantamila uomini tra fanteria, cavalleria e volontari di varia specie».

—Ma noi stessi udimmo dalla bocca di ufficiali superiori francesi, anzi da un ufficiale d’ordinanza dell’imperatore Napoleone, dopo la pace di Villafranca, come le popolazioni, specialmente del contado, fossero del tutto ostili ai così detti liberatori gallo-sardi, al punto, che. ordini severissimi fossero dati onde impedire che i soldati si sbandassero nelle marcie, e venissero cosi uccisi dai terrazzani che li consideravano come nuovi invasori del loro paese. —

Quanto ai Trattati dell’Austria coi minori Stati italiani, che Cavour dice legali ed iniqui ad un tempo, il gran mastro di rivoluzioni Lord Palmerston, nella Camera dei Comuni (seduta dei 25 febbraio 1859), interpellando i Ministri, non poteva fare a meno di riconoscere, che «l’Austria ha con alcuni dei piccoli Stati d’Italia Trattati, legittimi nella loro origine e nel loro scopo, al pari di quelli che legano il Portogallo all’Inghilterra, e che tutte le Potenze, ed anche la Francia, debbono avere un eguale interesse a rispettare i Trattati esistenti».

Ma a che vale tutto ciò, quando Cavour, dando ragguaglio al suo Re del famoso colloquio di Plombières, il 24 luglio 1858, un anno prima della slealissima guerra, cinicamente scriveva:

«Egli (l’Imperatore) debuttò, dicendo, essere risoluto di appoggiare la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Au stria, purché questa guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria (?!), tale da poter essere giustificata agli occhi della diplomazia, e più ancora a quelli della opinione pubblica in Francia e in Europa (sarebbe stato meglio che potesse essere stata giustificata dinanzi a Dio).

«La ricerca di questa causa, aggiunge Cavour, presentando la principale difficoltà da risolvere per mettersi d’accordo, credetti dover trattare questa questione prima di tutte le altre». Dopo varie proposte più o meno frivole, che l’Imperatore rigettò, dicendo, che questioni di mediocre importanza non potevano dar luogo a una grande guerra, destinata a cambiare la carta di Europa; l’astuto Ministro trovavasi impicciato; ma venne a spicciarlo Napoleone.

La mia posizione continua egli, diveniva imbarazzante; giacché io non aveva più nulla di ben definito da proporre. L’Imperatore mi venne in aiuto, e ci mettemmo insieme a percorrere tutti gli Stati d’Italia per cercarvi questa causa di guerra, così difficile a trovare. Dopo di aver viaggiato per tutta la Penisola inutilmente, ci trovammo quasi senza accorgercene a Massa e Carrara, e iscoprimmo quello che cercavamo con tanto ardore… Convenimmodiprovocare un indirizzo degli abitanti a Vostra Maestà per domandare protezione, ed anche per richiedere l’annessione di quei Ducari alla Sardegna (la cosa era piuttosto disinvolta!). Vostra Maestà non accetterebbe la proposta dedizione (vedi delicatezza d’un galantuomo!)) ma, facendo sua la causa delle oppresse popolazioni, dirigerebbe al Duca di Modena una Nota altiera e minacciosa. Il Duca forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente. Vostra Maestà farebbe occupare Massa, e la guerra incomincerebbe. Come il Duca di Modena ne sarebbe la causa (???), l’Imperatore pensa che sarebbe popolare, non solamente in Francia, ma sì ancora in Inghilterra e nel resto di Europa (settaria), atteso che, a ragione o a torto, quel Principe è considerato come il capro emissario del dispotismo. Altronde il Duca di Modena, non avendo riconosciuto alcuno dei Sovrani che hanno regnato in Francia dopo il 1830 (e aveva fatto bene assai), l’Imperatore ha meno riguardi da avere verso di lui che verso alcun altro Principe». Le cose così ben combinate tra i due galantuomini, tosto si venne a' fatti.

La framassoneria, sotto il nome di Società Nazionale, apparecchiava intanto la rivoluzione, dovunque potè, tra le pieghe della bandiera francese e sotto l’egida della inviolabilità diplomatica, e nell’ottobre del 1858, nemmeno tre mesi dopo il famoso colloquio, tra il Ministro Cavour e il La Farina, segretario della Società Nazionale, si stabilì il piano d’insurrezione d’Italia per la primavera del 1859. (Lo recammo per intero a pag. 38 e segg. del nostro Vol. II, part. II, cap. III.). Da esso, ciò non ostante, trascriviamo il seguente brano, che combacia a capello con quel che è detto nella lettera cavourresca.

«Suppongo che il movimento debba aver luogo il 1° maggio. Il Governo farà in modo che verso quell’epoca si trovino alla Spezia due battaglioni di linea, due compagnie di bersaglieri e quattro pezzi di campagna. La notte del 30 aprile s’insorgerà a Massa e a Carrara; is arresteranno le autorità estensi, e si disarmerà il presidio.Questo movimento sarà aiutato da una banda, che moverà da Lerici, e da una che moverà da Sarzana La mattina del 1° maggio Garibaldi riunirà a' suoi militi insorti di Massa e Carrara, traverserà gli Appennini, ed ingrossato da un’altra banda, che moverà da Varese per Pontremoli, si getterà su Parma, dove potrà giungere il 3 maggio dopo mezzodì (quale precisione!)… Se il presidio uscirà a combatterlo, i nostri amici s’impossesseranno dell’arsenale. Presa tra due fuochi, è probabile che la truppa parmense porrà giù le armi, o si sbanderà. Se vorrà combattere, sia dentro, sia fuori la città, bisognerà accettare il combattimento; se saremo battuti, ci ritireremo sugli Appennini; se vinceremo, marcieremo rapidamente sopra Reggio e quindi sopra Modena. Il Governo piemontese, che in tutto questo non avrà preso alcuna parte apparente, protestando la necessità di assicurare i suoi con fini, occuperà Massa e Carrara; e, lasciate quivi due compagnie di linea e pochi Carabinieri, colla rimanente truppa farà custodire i due passi degli Appennini, naturalmente fortissimi, collo scopo apparente di difendersi dagli Austriaci, con lo scopo reale di dare animo ai sollevati di Parma… La notte del 2 maggio i nostri amici del Lombardo-Veneto taglieranno i fili elettrici, romperanno le strade ferrate, metteranno fuoco, dove sarà possibile, a tutti i magazzini di viveri, foraggi, attrezzi militari. La mattina del 4 una parte della flotta sarda con qualche truppa da sbarco entrerà nel porto di Livorno (in piena pace col Granduca!). Il pretesto di questa comparsa si ha benissimo nei moti della Lunigiana e del Pontremolese, che potrebbero cagionare un intervento austriaco. Si ritiene per certo, che questa sola apparizione basterà a cacciare in fuga il Granduca e il suo Governo; si ritiene per certo che la truppa toscana non si batterà contro i cittadini, vedendo vicini i Piemontesi».

—Questo disegno fu approvato e accettato da Cavour la notte del 19 ottobre 1858, come afferma lo stesso La Farina, e come dicemmo a pagine 38 e seg. Vol. II, part. II.

La Farina la sapeva ben lunga, cosi che fino dagli 8 di luglio 1858, dieci giorni prima del colloquio di Plombières, poteva scrivere da Torino al dott. Ottavio Mazzi: «Avvenga o non avvenga questa guerra, se noi saremo forti e ben ordinati, L'OCCASIONE DELLA GUERRA LA CREEREMO NOI». E il 1°di settembre dell’istesso anno, il medesimo La Farina poteva scrivere egualmente da Torino all’ab. Filippo Bartolomeo a Messina: «Ieri sono stato all’arsenale, e vi assicuro che mi sono cadute lacrime di tenerezza dagli occhi, quando ho veduto l'immenso materiale da guerra che vi si sta apparecchiando». (Vedi pag. 37, Vol. II, part. II.). — Ma era l’Austria quella che provocava!...

E ciò è tanto vero che il Conte di Cavour, Ministro plenipotenziario di S. M. il re Vittorio Emanuele II, sotto la data di Parigi, il 12 aprile 1856, vale a dire durante il famoso Congresso per la pace, e tre anni prima che l’Austria mandasse al Piemonte il suo Ultimatum del 19 aprile 1859, poteva scrivere al collega Rattazzi, e dirgli del favore incontrato presso Lord Clarendon, e del disegno, già stabilito, di far guerra all’Austria coll’aiuto straniero di Francia e d’Inghilterra, e conchiudere con le seguenti parole da noi già recate, ma che volentieri ripetiamo a chiusa di questi appunti:

«… Come però si tratta scriveva Cavour di questione di vita o di morte, è necessario di camminare molto cauti; egli è perciò che credo opportuno di andare a Londra a parlare con Palmerston e gli altri capi del Governo. Se questi dividono il modo di vedere di Clarendon, bisogna prepararci quetamente, fare l’imprestito di 30 milioni, e, al ritorno di Lamarmora (stava ancora in Crimea) dare all’Austria un Ultimatum, CH'ESSA NON POSSA ACCETTARE, e incominciare la guerra». (160)

E ora passiamo a dire di alcuni conati rivoluzionari, che per allora andarono falliti.


Torna ad inizio pagina


LIBRO SECONDO


Torna su



CAPO I


Torna su



I FATTI DI PERUGIA

Nel nostro Volume II (parte 2' pag. 242) toccammo della insurrezione di Perugia; importa ora dirne più di proposito.

Rapporto del sig. Colonnello Schmid comandante del 1.° Reggimento estero al servizio della Santa Sede sull’attacco di Perugia.

«Siccome ebbi già l’onore di annunciare col mezzo del telegrafo, la città di Perugia fu ridotta in potere del legittimo Governo della S. Sede. Ora mi reco a dovere di rimettere il dettaglio della eseguita operazione.

«Il 20 corrente alle 2 antim. mossi da Foligno col mio reggimento accompagnato dalla sezione di artiglieria indigena, da un picchetto di circa 60 gendarmi e da un altro di circa 30 guardie di Finanza, ed avanzai lentamente e con tutta precauzione fino al ponte S. Giovanni, che poche ore prima era stato abbandonato dagli insorti. Da qui m’inoltrai, passando il Tevere, verso il borgo, che pareva inabitato e deserto; ma appena i gendarmi a cavallo, che formavano l’estrema avanguardia vi penetravano, parti dall'interno d’una casa chiusa un colpo di fucile. Senza occuparmi del villaggio, continuai per circa un mezzo migliora marcia sulla strada maestra, ove incontrai il sig. Cav. Lattanzi, Consigliere di Stato, spedito innanzi espressamente in Perugia dal superiore Governo per insinuare il pacifico ristabilimento dell'ordine e la sottomissione al legittimo Sovrano. Egli mi comunicò, che i suoi tentativi per ridurre i faziosi al dovere erano stati infruttuosi e che erano questi ostinatamente risoluti a difendere la città contro qualunque attacco.

«Conosciute le intenzioni ostili degli insorti, e sapendo ancora ch'essi aspettavano rinforzi dalla Toscana, mi decisi di non più ritardare l’assalto, malgrado che la truppa fosse affaticata dalla continuata e lunga marcia. Feci deporre i sacchi ai soldati, e, formate tre colonne, avanzai verso la città in mezzo alle loro grida di entusiasmo militare. La prima colonna sotto gli ordini del sig. Maggiore Famerat, seguita dall'artiglieria, inoltra vasi per la strada nuova. La seconda, comandata dal sig. Maggiore Dupaquier,avanzaraper la strada vecchia; e la terza composta di due compagnie volteggiatori, occupando l'intervallo fra le due prime, penetrava nei campi ed attraversava alcuni giardini, dove scontratasi con dei tiraglìori imboscati, cominciò il fuoco ed in breve li respinse dietro i trinceramenti. Alle 3 pom., ad onta dei tagli sulle vie, le tre colonne pervennero davanti al frontone di S. Pietro, punto che loro fu dato per direzione, e guadagnavano le posizioni contro un fuoco vivissimo del nemico nascosto dietro le mura e le barricate.

«Tentai da principio con qualche colpo di cannone di sconcertare i ribelli; ma non ottenendo l’intento, e vedendo l’impazienza della mia truppa, che a stento aveva fin lì trattenuto, ordinai l’attacco. Mi è impossibile descrivere l’ardore e il coraggio con cui la mia brava e valorosa gente, acclamando al Sovrano Pontefice, si lanciò contro le alte mura della città, e contro le barricate che chiudevano l’ingresso della porta. Siccome non vi erano che poche scale, e gl'istromenti di zappatori furono rotti al primo impiego, non rimase altro mezzo per superare le mura che rampicarsi i soldati gli uni sopra gli altri. In pochi minuti videsi atterrata la bandiera della rivolta, e sventolare al suo posto il vessillo pontificio. Gli insorti respinti ritiravansi alla porta S. Pietro dove erasi formata la seconda linea fortificata di difesa, occupando le case della strada interna. Qui cominciò un combattimento più vivo sotto un fuoco micidiale: la truppa, irritata dalla pertinace resistenza non senti più freno, ed atterrate le barricate s’impossessò della posizione, prendendo a una a una le case, dai cui tetti e fenestre si tirava su la truppa. Allora i nemici sorpresi dal terrore, e trovando impossibile ogni ulteriore resistenza ritiravansi precipitosamente nell’interno della città, cercando invano un’ultima difesa in differenti punti.

«Finalmente, dopo tre ore e mezzo di accanito conflitto, la truppa impadronivasi, in mezzo ad una dirotta pioggia, della piazza del forte, e quivi innalzava con immenso giubilo le insegne del suo Sovrano. Percorse tutte le vie, non s’incontrò più resistenza, e come perincantesimo i sediziosi disparvero; in tal modo Perugia fu interamente occupata dalla truppa.

«La condotta valorosa in generale degli uffiziali superiori e subalterni, dei sottoufficiali e dei soldati, non ha smentito la fama militare dei Reggimenti esteri al servizio della Santa Sede, e li mostrerà degni della fiducia che il Governo ha in loro riposto. Nédebbo tacere che eguali prove di energia e di coraggio io mi ebbi dalle truppe indigene d’ogni arma, le quali presero parte all'operazione. E trovo meritevole di esser notato il fatto del gendarme Paolo Cavalieri, che, sebbene ristretto nei profossi, chiese in grazia di potersi associare aicombattenti, e che nella mischia fu sventuratamente colpito da una palla, riportandone la rottura di una gamba con pericolo di vita, come pure rimase ferito da una palla l’altro gendarme Paoletti. Io poi mi riservo di dare un rapporto distinto sui militari che si sono maggior' mente segnalati. Le perdite sono state sensibili fra noi: numero 10 morti, fra' quali il Capitano Ab’Uberg; e 35 feriti, compresi il Capitano Britschgye il Tenente Cruffer; ma sono state molto più considerevoli fra il nemico, e quantunque non si conoscano finora con tutta precisione, non sono certamente minori di 50 morti e di un centinaio di feriti, oltre 120 prigionieri. La sera medesima la truppa fu rinchiusa nei differenti locali destinati a caserme, e l’ordine e la disciplina restituirono ovunque la calma.

«Il numero dei ribelli che combattevano si ritiene approssimativamente di 5000; erano comandati da un certo colonnello Antonio Cerroti, venuto espressamente dalla Toscana, dal conte Cesàri e da Giuseppe Danzetta, perugini, alcuno dei quali dicesi ferito. La maggior parte uscendo per le varie porte della città si salvarono, ritirandosi precipitosamente sul territorio toscano; ma diversi sono ancora nascosti, e di giorno in giorno anche questi si riducono in potere del Governo militare da me istituito. Ora la tranquillità e l’ordine fra la popolazione sono ristabiliti; ed anche i dintorni, come Città di Castello, le Fratte, ecc. fecero atto di volontaria sottomissione al Governo della S. Sede. Una colonna di circa 50 volontari toscani, che si era presentata già a Passignano, conosciuto l’avvenimento, retrocedette verso il proprio paese. Il disarmo progredisce e si raccoglie una quantità considerevole di munizioni e di armi.

«Dato così discarico della mia missione non mi rimane che assicurare essere unico desiderio della mia truppa di provare la nostra devozione e fedeltà all'Augusto Sovrano e Governo, che abbiamo l’onore di servire». (Giornale di Roma 27 giugno 1859)


Il 21 giugno poi il Colonnello Schmid pubblicò in Perugia il seguente proclama:

«Un pugno di faziosi, accresciuto dal numero di sedotti, osò di attentare alla Sovranità della S. Sede. Mandato dall'Augusto Sovrano Pontefice Pio IX a ripristinare tra voi il suo legittimo Governo, sarebbe stato mio desiderio di evitare ogni conflitto. Coloro però che eransi impossessati della cosa pubblica vollero spingere l’audacia fino a resistere armata mano, e le mie truppe in tal frangente non mancarono al loro penoso quanto imperioso dovere.

«Ora sarà mia cura di ristabilire e tutelare l’ordine pubblico; al quale effetto, valendomi dei poteri conferitimi, dichiaro e ordino quanto appresso: 1. E ripristinato in tutta la sua integrità il legittimo pontificio Governo. 2. Tutti gli atti dell'intruso Governo provvisorio sono nulli e di niun effetto. 3. E stabilito un Governo militare da durare fino a nuove disposizioni. Perugini, rispettate le leggi, e io rispondo della disciplina delle mie truppe».

Dallo stesso comando militare veniva emanata lo stesso giorno lanotificazione che segue:


«Governo Militare.

«Entro ventiquattr’ore dovranno essere depositate presso il Co»mando militare tutte le armi da taglio e da fuoco, e le munizioni d’ogni specie. E proibito l’uso di qualunque distintivo militare. E proibito del pari qualunque contrassegno o manifestazione sediziosa. I contravventori saranno puniti a tenore delle leggi marziali. La consegna delle armi e munizioni avrà luogo nella cosi detta sala dei notari».

Ricondotto cosi l'ordine in Perugia, venne rimesso (scriveva l’Osservatore del Trasimeno) alla domenica di giugno di festeggiare l’anniversario dell'incoronazione del regnante Sommo Pontefice Pio IX, e la restaurazione fra noi del legittimo Governo. Una notificazione del capo del Municipio sin dal 24 ne avvisava la città, e la invitava a dar pubbliche testimonianze della sua devozione ed esultanza. Le artiglierie militari annunziavano questa festa. Alle ore 10 acceduta al maggior tempio S. E. il Generale di brigata, signor commendatore Antonio Schmid, comandante della città col suo numeroso Stato maggiore e tutta la uffizialità pontificia, non che le autorità giudiziarie e tutti gl’impiegati governativi, si cantò la Messa solenne apiena orchestra, presente pure la municipale magistratura con tutto il corpo universitario, ed il civico concerto che corteggiava le autorità nel loro ingresso in chiesa. L’E.mo e R,mo nostro Vescovo, signor Cardinale Gioacchino Pecci, fece pontificale assistenza, e al fine della Messa intuonò l’inno ambrosiano, e benedisse solennemente il popolo col Venerabile. Le bande militari alternavano le loro armonie nell'atto della religiosa funzione, e poi nella sera, in cui per cura del Municipio ebbe luogo una splendida illuminazione nelle principali vie. Sull'esempio del medesimo furono egualmente illuminati i pubblici stabilimenti e le private abitazioni generalmente; ed anche le circostanti colline con fuochi e fanali davano segni di festa».

Siccome poi i fatti di Perugia furono travisati con istrana, o, per meglio dire, con quella solita foggia con cui tutti gli atti del Governo pontificio sono ora descritti da una certa stampa, così il giornale di Roma del 30 giugno conteneva, in prima, quanto segue: «Mentre ci riserviamo di dare quanto prima minuti ragguagli sui fatti di Perugia, per ismentire tutto ciò che si è sparso calunniosamente a voce e colla stampa, dobbiamo intanto dichiarare essere una maligna invenzione la lettera che si fa circolare sottoscritta dal Sostituto del Ministero delle Armi e diretta al signor Colonnello Schmid, come istruzione della condotta da tenersi in Perugia. Né dal Sostituto del Ministero delle Armi, né da alcuna altra persona o dicastero, sono state date al Colonnello Schmid sia le istruzioni e le norme che si contengono nella suddetta lettera, inventata solo dai nemici dell’ordine e dai sistematici detrattori del Governo pontificio, sia altre di simil fatto».

Il Giornale, di Roma poi, secondo aveva promesso, diede, nel suo num. dei 4 luglio, la seguente esatta relazione dell’accaduto in Perugia trale milizie pontificie e i ribelli alla legittima autorità. Non a dubitare che presso i savi e gli onesti, questa spassionata e precisa relazione non debba aver maggior fede che le vaghe e passionate descrizioni dei vari giornali, che il foglio ufficiale combatte e confuta. Esso dice così:

«Le menzogne e anco le calunnie, che sono state pubblicate e continuamente si vanno pubblicando dalla stampa rivoluzionaria intorno agli avvenimenti di Perugia, ci obbligano ad esporli nella piena loro verità, desumendoli da fonti sicure e imparziali, perché ognuno comprenda quale fede prestare si debba a tutto ciò che hanno scritto il Monitore Toscano, il Corriere Mercantile, il Monitore Bolognese ed altri periodici di eguale natura. E il Governo non lascia intanto di fare ulteriori investigazioni, per prendere le opportune provvidenze, laddove non si fosse agito secondo le leggi della disciplina militare.

«Abbiamo già detto come il giorno 14 p. p. alcuni faziosi usurpassero il legittimo Governo, e spinti da comitati, che dirigono ovunque la rivoluzione, proclamassero un Governo provvisorio, alla testa del quale collocavansi uomini ben noti anche nella rivoluzione del 1831 e del 1849. Il Governo pontificio non poteva mostrarsi indifferente a quell'atto di ribellione; nel dovere di reprimerlo, ricorse ai mezzi necessari e convenienti: e nel desiderio di non trovarsi indotto a ricorrere a misure di rigore volle dapprima inviare a Perugia il sig. cav. Lattanzi, Consigliere di Stato, perché profittando dell’autorevole influenza che egli esercitare poteva in quella città, ove per molti anni fu prima giudico e poi presidente del tribunale, cercasse di richiamare i ribelli all’ordine e all’obbedienza verso il proprio Governo, anziché esporsi alla conseguenza di una forza armata. Il sig. Lattanzi, assumendo la sua qualifica di patrizio perugino, per dare maggiormente alla sua missione un carattere amichevole, la mattina del 20 presentossi alla Giunta del sedicente governo provvisorio, per renderla persuasa a non fare resistenza alla truppa, che veniva spedita dal Governo, e riceverla amichevolmente; che ogni resistenza sarebbe stata inutile e fatale contro una forza ben agguerrita e risoluta. Non omise di rappresentare le vittime, che opponendosi si sarebbero fatte, e i danni che ne avrebbe avuto la città. Ma disgraziatamente a tali insinuazioni non fu dato ascolto. Guardabassi, Faina e Berardi, che formavano la giunta provvisoria, risposero, che il paese voleva resistere, che tutti, donne, vecchi, fanciulli avrebbero gettato dalle fenestre e dai tetti quanto avessero potuto avere per respingere la forza colla forza.

«Tornata vana ogni pratica, il signor cavaliere Lattanzi dovette abbandonare la città, e tutto riferire al sig. Colonnello Schmid, che alla testa della sua truppa stava al vicino ponte S. Giovanni. Non appena questa si mise in marcia, si esplosero contro di essa de' colpi di fucile; laonde il Comandante giudicò inutile ogni altra intimazione, nel timore che i faziosi, calpestando ogni legge e consuetudine, e senza un centro di subordinazione, non avessero rispettato neppure chi avesse egli inviato a parlamentare. Ecco la genuina relazione dei fatti che hanno preceduto l’attacco della' città, e che i fuggiti membri del sedicente governo provvisorio hanno voluto travisare, appena giunti in Toscana.

«Dal rapporto del Colonnello Schmid, già inserito nel Giornale di Roma, ognuno ha potuto conoscere le particolarità del combattimento sostenuto dalle truppe per domare i ribelli e ridurre all’ordine la città. Un conflitto a mano armata, e specialmente fra soldati e ribelli è sempre deplorabile, perché seco porta tristi conseguenze: e gravissima quindi dev’essere la responsabilità di coloro, che pongono il legittimo Governo nella dolorosa necessità di sostenere i propri diritti colla forza. Le stesse relazioni pubblicate dai fautori e sostenitori della rivolta di Perugia fanno conoscere (Vedi Monitore Toscano 27 giugno, che furono chiamati alle armi i cittadini, che in poche ore si ebbero 3000 uomini accorsi da diversi punti di Perugia, decisi di respingere la forza colla forza, che furono subitamente armati, e che tre ufficiali italiani (fu detto per errore nel rapporto che vi fosse il Colonnello Cerati, quando invece era vi il sedicente comandante di piazza Carlo Bruschi) arrivarono dalla Toscana ed assunsero la direzione della difesa, collocando la gente armata nei luoghi opportuni. E noto però che siffatti difensori componevansi di molta minutaglia, di gente raccogliticcia presa dai dintorni, dalla campagna, e accorsa pure dalla vicina Toscana; tutti sedotti da denaro e promesse, come ancora ci è noto che disperata fu la resistenza, che la sera del 19 giunsero in Perugia 400 fucili da munizione mandati dal commissario sardo, cav. Boncompagni; e che coloro i quali mancavano di armi si avventavano dalle porte, dalle finestre e dai tetti contro la truppa, con acqua bollente, con sassi, pugnali ed altri strumenti di distruzione. Ora quale meraviglia che i soldati assaliti con tanto accanimento si avanzassero con impeto per la propria difesa, e per vendicare la morte dei commilitoni, che venivano uccisi al loro fianco?... E in una simile lotta, ove maggiore di molto era il numero dei ribelli (si fanno ascendere a 5000), quale meraviglia che ne siano avvenuti incendi, guasti di case, e anche disgraziatamente morti di persone non colpevoli? Chi conosce i fatti della rivoluzione di Parigi nel 1849; il bombardamento di Genova accaduto nello stesso anno; chi non ignora le conseguenze che nel 1848, ebbero a deplorare, appunto nelle lotte fra le truppe del Governo e i rivoltosi, Berlino, Vienna e altre città; come ancora chi ricorda i fatti di Novara, dopo la battaglia del marzo 1849, senza risalire al principio di questo secolo, ci potrà fare ampia ragione.

«I faziosi di Perugia dal monastero di S. Pietro per tutto il borgo fino a S. Ercolano fecero una accanita resistenza. In molti luoghi dalle case si sparava e si gettavano sassi ed altri strumenti di offesa contro i soldati. Sulla via di S. Pietro da trenta ribelli erano saliti sul tetto dell’Orfanotrofio della Provvidenza, per battere con armi da fuoco e con sassi i soldati che si avanzavano: e fuggendo lasciarono sette fucili entro il locale. Essi scalarono il tetto del monastero delle Colombe, su cui avevano portato pietre ed altro: violentarono la porta dell’attiguo monastero della Maddalena, per avere accesso sui tetti e alle finestre, ma non riuscirono a sfondarla. Nella via S. Pietro a tutti aveano intimato, anche con minaccie, di lasciare aperte le porte delle case, per avere libero accesso alle medesime; e in molte fino dalla mattina avevano radunato sassi per scagliarli dalle finestre. Dovunque i rivoltosi si avventavano contro i soldati; quando il loro comandante di piazza di sopra nominato vide venir meno le difese esterne del frontone e monastero di S. Pietro, entrò in città gridando ad alta voce, che coloro i quali stavano su i tetti o alle fenestre continuassero la resistenza, gettando tutto ciò che fosse loro venuto in mano. Davanti a siffatta resistenza i soldati furono costretti di agire militarmente; dal che derivarono conseguenze deplorabili per certo, ma che in simili circostanze torna impossibile l’evitare.

«Fu poi grande la resistenza entro al monastero di S. Pietro, dove alcuni dei ribelli rimasero uccisi, e altri feriti. Nella mischia lo stesso chiostro non fu immune da guasti; i Religiosi andarono incolumi. Anche dopo seguita l’occupazione del monastero, un soldato svizzero, mentre bevea nella cantina con altri suoi compagni, fu ucciso da un colpo di fucile tirato dagli insorti, che stavano nascosti. Nel borgo di S. Pietro furono viste ardere, colpite forse a caso da qualche proiettile, la casetta di certo Vignaroli, la casa e la tintoria dei fratelli Santerelli, e la casa del tabaccaio Francesco Borromei, il quale fu ucciso (non colla moglie, come asseriscono le relazioni degli indicati giornali) da una palla, nell’atto che stava dietro una gelosia. Fu invasa e spogliata la casa del fabbro Mauro Passerini, colla morte del medesimo, della moglie Carolina e della cognata Candida, perché i militi vi trovarono un loro compagno ucciso. Soffrirono guasti le case del possidente Giacomo Rossi, di Antonio Tommasini, di Salvatore Rosa, di Giacomo Temperini, del conte Valenti e di Adamo Ceccarelli. Le case, che aveano porte e finestre chiuse, e da cui non partiva alcuna offesa, non soffrirono per parte delle truppe molestia veruna. Lo stesso sarebbe accaduto delle altre, qualora avessero rimosso ogni causa di sospetto.

«L’inserviente del monastero delle Colombe, sui tetti del quale stavano molti ribelli, cadde vittima, nell’atto che usciva di casa: lo stesso avenne di Feliciano Cirsi, giovane di caffè. Incontro all’ospedale presso S. Ercolano rimase uccisa l’ostessa Francesca Marini incautamente affacciatasi alla fenestra, e sulla piazza piccola un vecchio calzolaio. L’ebanista Emilio Lancetta fu ucciso nel momento che da una fenestra faceva fuoco sulla truppa. Il sig. Temperini fu ferito in una mano; il Corriere Mercantile di Genova lo dice spogliato di 2000 scudi, e il Monitore Toscano parla del doppio. Eccoci alla contraddizione di coloro che sono però sempre d’accordo ad esagerare: a noi non consta né dell’una né dell’altra. Né consta che sia stato ucciso Adamo Ceccarelli, in un colla moglie, come asserisce il Corriere Mercantile. L’uccisione di un tamburino avvenuta davanti alla spezieria Bellucci destò tanto furore nei soldati, che entrati in essa, ne fecero guasto, minacciando di morte lo stesso Bellucci: ma ben presto avvedutisi che il colpo mortale era partito da una finestra di prospetto lo lasciarono immune. Il Monitore Bolognese però, organo della Giunta rivoluzionaria impadronitasi di quella città, da ad intendere che il Bellucci sia stato ucciso. Di fronte alla porta S. Croce, essendosi gettate pietre dal tetto di una casa, i soldati vi entrarono furibondi e sventuratamente nello scompiglio, in cui non è dato di potere distinguere il colpevole dal pacifico cittadino, rimase vittima Irene Gioia Polidori, sartrice e due sue lavoratrici furono ferite.

«Con eguale risentimento i soldati entrarono nella locanda di Giuseppe Storti, perché da essa partirono colpi di fucile, che uccisero un milite e ferirono il tenente Cruffer, e dalle fenestre gettavansi sassi ed ogni sorta di domestiche suppellettili. Ivi taluni si avventavano con armi alla mano sui soldati, e fra quegli eravil’ex-postiglione Luigi Bindocci armato di fucile. Nella mischia rimasero uccisi il locandiere Storti, il cameriere Luigi Genovesi e l’ex-postiglione. Al cadere della sera del giorno dell’attacco, che finì alle 7. % poni, i soldati già stavano casermati: ma diversi rimasero sbandati, e questi durante la notte vagarono per la città facendo perquisizioni nelle case d’onde erano partite le offese per conoscere se v’erano armi nascoste. Forse costoro misero sossopra la locanda Storti, ove stava alloggiata una famiglia americana la quale venne guarentita nelle persone dal contegno di taluno degli stessi militi. Alcuni oggetti sottratti sono stati ricuperati per restituirli ad essa famiglia.

«I membri della Giunta sul declinare del combattimento, seguendo Fusato stile da aizzare alla rivolta, e quindi alla vista di un pericolo schermirsene, si presentarono al Municipio rinunciando all’usurpato potere: e subito se ne fuggirono con gli altri principali compromessi, passando per la porta di Baiagaio, e proseguendo pel Colle del Cardinale si diressero verso la Toscana. I capi della rivolta di Perugia si vantano di aver dato gloria all’Italia, perché hanno potuto adunare intorno a sé una moltitudine di faziosi o di incauti, sedotti con promesse e con danaro, perché hanno immerso la patria nella sventura. A tanto vediamo giunta la depravazione degli animi, che molti reputano non più infamia, ma onore e gloria il ribellarsi al proprio Principe, il promuovere e sostenere la rivolta sotto titoli speciosi.

«E fu dopo la dichiarazione dei componenti la Giunta, che il Gonfaloniere e qualche anziano, che trovavansi al palazzo municipale, nel desiderio di fare quel bene che potevano maggiore in tale frangente, innalzarono la bandiera bianca sulla torre della piazza. A fronte di ciò i ribelli dai tetti e dalle finestre in via S. Pietro continuarono a far resistenza, provocando il maggior inasprimento dei soldati, il che servi pure ad accrescere i mali della città, a moltiplicare vittime da una parte e dall’altra. Cosi avvenne che il segretario comunale Porta, compromesso nel movimento rivoluzionario, rimase ucciso mentre percorrendo la via sventolava un fazzoletto bianco. Egual disgraziata sorte subirono i due impiegati nel dazio e consumo imbattutisi ove avea luogo la lotta. Alla mattina un ordine severo del Comandante richiamò la truppa alla più rigorosa disciplina, per impedire inconvenienti. E molto devesi all’integrità degli uffiziali, che pieni di zelo vi coadiuvarono, siccome seppero meritarsi lode anche dalla stessa municipalità, per la condotta che tennero fin dal loro ingresso in Perugia.

«Questa nuda esposizione dei fatti dimostra qual fede meritino le relazioni pubblicate dai giornali, che abbiamo suindicati. Non contenti di aggiungere al numero degli uccisi non pochi portieri, un Fabbretti, una figlia del capitano Polidori, alcuni Monaci di S. Pietro, certi coniugi Busti e Checcarello, aggiungono che i Frati del Monte si divertivano a tirare sui poveretti che fuggivano aggiungono che una bambina lattante fu strappata dalle braccia della madre e gettata al Tevere. Questo solo bastò a caratterizzare i corrispondenti tanto ben istruiti delle cose, che fanno perfino correre il Tevere entro Perugia! per rendere più poetica la descrizione. La bandiera enera posta sull’ospedale fu da' militi rispettata, ma i detrattori gridarono che fu fatto fuoco contro di essa ancora. E non paghi d’inveire contro la truppa, gli apologisti e sostenitori della rivolta, accusano il Governo pontificio come autore della sciagura di Perugia, e per destare contro di esso la pubblica opinione hanno osato perfino d’inventare ordini superiori diretti a permettere atti di violenza e di barbarie.

«E quasi che siffatta invenzione fosse poco, nell’intendimento di provocargli odio, i suoi sistematici detrattori fecero impostare in Perugia fogli in bianco, incaricandosi poi eglino medesimi di scrivervi menzogne, esagerazioni e calunnie, e così diffonderle, dando loro un impronta di vero, perché forniti del bollo postale della città, ove hanno avuto luogo i fatti esposti. Per certuni non vi è risparmio di mezzi immorali per conseguire il loro intento. Le stesse relazioni, che abbiamo viste pubblicate, in gran parte furono scritte in Toscana dagli stessi faziosi autori della rivolta. Il Governo pontificio é il primo a deplorare l’avvenimento di Perugia: ma terribile responsabilità pesa su coloro che spinta le cose agli estremi, sono poi fuggiti accompagnati dalla esecrazione degli onesti loro concittadini. Il Santo Padre frattanto per soccorrere ai più urgenti bisogni di quegl’infelici che hanno sofferto in simile avvenimento, ha disposto una non lieve somma in loro vantaggio».

Il Giornale di Roma del 5 luglio aggiungeva: «La relazione (sopra i fatti di Perugia) che ieri abbiamo pubblicato, serva di risposta anche a ciò che in data di Roma 20 giugno ha scritto l’ornai troppo noto corrispondente del Journal des Débats il quale, con una impudenza tutta sua propria, fra le altre menzogne, ardisce asserire che, prima d’incominciare l’attacco, uscì di città con bandiera parlamentaria il signor Porta, che fu ucciso niente meno che da sei palle unitamente a quattro suoi figli! Fra le tante relazioni date dal partito rivoluzionario nessuna contiene questa particolarità: era riservata al corrispondente del Débats, perché ogni onesta persona si persuadesse alquanto egli spinge la invenzione e la menzogna».

Ed a proposito dello stesso corrispondente, nel suddetto Giornale di Roma dei 27 giugno si legge:

«Il ben noto corrispondente francese di Roma al Journal des Débats nell’annunciare, in data del 15 corrente, che in Roma sono stati estratti dalle carceri diversi malfattori e meno sorvegliate sono le persone che hanno per furti subito condanna, onde turbare pacifiche dimostrazioni, non fa altro che aumentare il numero delle menzogne di che abbonda nelle sue corrispondenze, e dimostra che sulle piazze raccoglie le sue informazioni».

Una smentita autorevole al Times

Intorno ai riferiti fatti di Perugia ci viene comunicato il seguente documento, diretto alll'WeeklyRegister, che rettificava autorevolmente le inesattezze divulgate dal Times, magno organo della cosi detta opinione inglese:


«Ill.mo Signore,

«La vera relazione dei fatti di Perugia si trova nell’articolo che le inviamo estratto dal foglio ufficiale di Roma (che forse è già arrivato a Londra per qualche altro mezzo) e ristampato nel giornale di Perugia L’Osservatore del Trasimeno, del 6 di luglio, N. 58. Noi che siamo stati testimoni di tutto possiamo assicurarvene la esattezza. Aggiungiamo pochi particolari affine di correggere gli errori contenuti nella corrispondenza del Times. Il signore Americano, Perkins, che ne è lo scrittore, tenendosi nei suoi appartamenti dentro l’albergo durante il combatti mento, ed essendo immediatamente partito per Firenze la seguente mattina, non potè vedere se non poco o nulla coi propri occhi. Egli ha scritto sotto l’impressione di ciò che ha udito da altri, e probabilmente da qualcuno di quegli stessi che si compromisero nel fatto, e che, essendo fuggiti, presero insieme con lui la via di Firenze. Un cortese gentiluomo inglese, sig. Ross Weadensbury, il quale ha una villa fuori Perugia, aveva invitato il sig. Perckins ad abbandonare la città quel giorno, e di prendere alloggio presso di lui; ma egli ricusò, e volle restare sul teatro degli avvenimenti. Lasciamo di notare i molti errori contenuti nella corrispondenza relativamente agli antecedenti della rivolta, alla venuta da Roma del Reggimento Estero al servizio della Santa Sede, alla feroce resistenza dei ribelli e all’assalto della città. Abbastanza è detto su di ciò nell’articolo che vi mandiamo (quello del Giornale di Roma, da noi recato Ci ristringiamo a quello che accadde nell’albergo dove il signor Perckins era alloggiato.

«Questo albergo fu l’ultimo luogo di difesa che i soldati incontrarono dopo una lunga linea di fabbricati di circa cinquecento metri di estensione, i quali presso che tutti furonocostretti di prendere d’assalto: giacché gli insorti vi si erano nascosti dentro, e da essi assalivano le milizie con fucilate e sassi. L’istesso tetto dell’albergo fu occupato da un numero di armati che assalivano i soldati con palle e tegole, dalle quali fu ucciso un sergente e ferito un ufficiale. Dentro l’albergo, non nel piano abitato dal signor Perkins, altri uomini armati facevano fuoco dalle fenestre. I soldati infuriati irruppero dentro, ed uccisero il locandiere e due servi trovati colle armi alla mano; la famiglia americana, l’albergatrice e le donne di servizio furono salve, poiché uno dei soldati, di nome Conrad, accorgendosi come fossero forestiero, si mise in sentinella a custodirne la porta, e vi rimase tutta la notte a garanzia delle persone, dicendo loro esser questo l’ordine del suo Capitano. l’Americano gli offrì in ricompensa una borsa di denaro, che ricusò, rispondendo, che egli non aveva fatto se non il proprio dovere.

«La seguente mattina, essendo andato in quartiere e trovando nelle mani dei suoi compagni alcuni oggetti di valore appartenenti al signor Perckins, egli li prese e li riportò al loro padrone. Commosso da tanta cortesia l’Americano forzò il soldato ad accettare un biglietto del valore di circa quindici lire, che il buon militare depose nelle mani del suo Comandante. — Sarebbe da ricordare che l'individuo il quale compì quell’atto così onorevole e virtuoso appartiene egli pure all’esercito contro del quale il signor Perckins scrisse in cosi aspri termini! — Di più egli ha fatto un riclamo al Governo Pontificio per mezzo del suo Ministro in Roma, per danni arrecati al suo bagaglio. Il governo ordinò immediatamente una verifica, e una procedura venne istituita intorno ai fatti accaduti nell’albergo, dalla quale sono tolti i particolari che vi diamo. Parecchi oggetti vennero ricuperati, e già gli sono stati restituiti; né si è mancato di provvedere ulteriormente per una piena indennità.

«Egli è vero che l’albergo essendo stato preso d’assalto, fudanneggiato dall’impeto e dall’ira delle truppe. Ma questa disgrazia avvenne solo in quelle case dalle quali erano venuti gli attacchi, ed è del tutto falso che vi fosse ordine o permesso alcuno di rubare e saccheggiare, come fu asserito, o che ciò fosse fatto in alcuna parte della città fuori dello stradale ove era organizzata la resistenza.

«Infatti gli ufficiali si adoperarono strenuamente ad impedire ciò dapertutto, e molte, persone devono la propria salvezza alla loro vigilanza. Molto più grandi disastri sarebbero potuti accadere se si consideri la ferocia e il tradimento spiegati dai ribelli contro le milizie mandate a restaurare l’ordine. I soldati non viddero mai alcuno dei loro nemici all’aperto di fronte a loro: tutto fu fatto in agguato dietro mura e bancate, dai tetti, dalle finestre e da altri luoghi sicuri. Tali furono gli uomini che compromisero pacifici cittadini, entrando violentemente nelle loro case per far fuoco sui soldati. Ad onta di tutto ciò, nella lunga e sanguinosa resistenza di più di tre ore furono solo trovati circa venti morti tra i cittadini, mentre undici ne ebbero i soldati. Senza dubbio il fatto è deplorevole; ma la colpa non può ricadere se non se sopra coloro che il 14 dello scorso giugno alzarono la bandiera della rivolta col lutto e la disapprovazione della massima parte dei cittadini e senza qualsiasi partecipazione del consiglio municipale e della magistratura; e sopra coloro che in seguito, a coronare la propria fellonia, raccolsero ed armarono gente comprata con danaro e seducendola col proposito di resistere alla pubblica forza; sebbene il Legato di Perugia, dalla città dove si era rifugiato, valendosi dell’intervento di persone prudenti (e ultimamente anche il Santo Padre nella Sua benignità, per mezzo di un Consigliere di Stato mandato da Roma, avesse procurato d’indurre i ribelli a ritornare all’ordine prima che le milizie giungessero.

«Da un ordine del giorno del Generale francese in Roma era ben noto che le milizie avevano lasciato la capitale il 14 dello scorso giugno, e durante i sei giorni che impiegarono per raggiungere Perugia vi fu tempo più che sufficiente per la resa. Ma tutto fu inutile di fronte al fatto di pochi faziosi nemici della Santa Sede e di ogni legittimo potere, animati dallo spirito di distruzione e di anarchia.

«Tali sono i particolari che abbiamo ordine di darvi da parte del Reverendissimo nostro Vescovo in risposta all’onorevole lettera vostra del quattro corrente. Rallegrandoci per la premura che mostrate per la causa cattolica e per la difesa della Santa Sede, ci raccomandiamo alle vostre orazioni, e uniti con voi in spirito nell’unione della cristiana carità ci professiamo con ogni stima e considerazione:

«Per commissione del Reverendissimo Vescovo

«Perugia, 14 Luglio 1859.»

«DELAURENZI

P. Vic. Gen.

«FRANCESCO GAGGIA,


Superiore dei Preti della Missione di S. Vincenzo de' Paoli.

Vittime delle stragi di Perugia che invece passeggiavano sane e salve

Il Sommo Pontefice Pio IX, scriveva l'Armonia (ora Unità Cattolica), nella sua lettera al Cardinal Patrizi chiamò imaginarie e menzognere le stragi di Perugia. L’ Opinione invece del 27 di luglio, N. 208, pubblicava una nota degli uomini morti o feriti durante le stragi. I feriti sono cinque uomini e due donne, i morti diciotto uomini e quattro donne. Ma L’Opinione aggiunge che non è possibile di stabilire i fatti in modo autentico e giu 'idico! Dunque… la conseguenza viene da sé.

Intanto l’Opinione ha dimenticato un po’ troppo presto una lettera ch’era stata obbligata a pubblicare nel suo N. 198 del 17 di luglio, da cui risultava che nove e più persone, le quali si davano vittime delle stragi di Perugia, passeggiavano liberamente sane e salve la città! Per ricordare all'Opinione questa lettera, a cui non seppe dare nessuna risposta, la pubblichiamo nelle nostre colonne. Eccola:


«Dal Convento il Monte di Perugia, 8 luglio 1859

«Pregiatissimo Signore,

«Avendo io letto nel rinomato suo giornale del 27 giugno ultima pag. N. 178 un articolo ricavato in parte dal Corriere Mercantile di Genova e intitolato i Casi di Perugia, nel quale articolo i Religiosi di questo mio Convento, detti Zoccolanti, con impudente disinvoltura vengono tacciati di aver tirato colpi nell’infausto dì 20 di esso mese sopra i cittadini fuggenti di Perugia, mi affretto a protestare altamente contro questa calunniosa imputazione, affermando a sicurtà, che nessun Religioso dei cosi detti Zoccolanti fece il minimo atto o moto contro chicchessia, non che abbia tirato colpi di sassi o di fucile. Del che può far fede tutta la città di Perugia, nella quale non s’intese mai a parlare di tali invenzioni maligne, se non quando vennero i fogli forestieri a narrarcele.

«Ed affinché la S. V. conosca quanto pure siano le fonti, dalle quali il citato Corriere Mercantile attinse queste notizie, e qual fede quindi si meriti il suo corrispondente fiorentino, le basti il sapere, che vari individui da me personalmente conosciuti, i quali in esso stampato diconsi uccisi, passeggiano anche oggi liberamente sani e salvi la città, come il Bellucci, il Mari, lo Spadini e la sua moglie, le tre donne della casa Temperini, la Palmira Fieri, il Vafrino Fabretti, ecc. ecc.

«A termini di legge prego la S. V. di far inserire in un prossimo numero del pregiatissimo suo giornale questa mia lettera.

«Gradisca frattanto i sensi della distinta mia stima e mi creda della S. V. Bregma,

«Dev.mo Servo

«P.MICHEL-ANGELOda Perugia, Guardiano».


Torna su



CAPO II


Torna su



LA PRESA DI PERUGIA E IL BOMBARDAMENTO DI GENOVA

Abbiamo veduto come non fosse lecito in quel tempo di parlare in modo diffidente verso i cosi detti redentori d’Italia, e molto meno era lecito di scrivere.

Il giornale l'Armonia, sebbene si conducesse nel modo più prudente e circospetto, chiedendo per fino al Governo di Torino una censura preventiva, che gli fu negata, pure dispiacque a quei banditori di libertà, i quali ne soppressero la pubblicazione col seguente Ukase:

MINISTERO DELL'INTERNO ECC.

Veduto il N°. 159. in data d’oggi, 30. giugno, del giornale l’armonia della Religione colla Civiltà stato sequestrato; attesoché per articoli inscritti in detto numero 159, risulta essere iniziato procedimento criminale per contravvenzione alla legge 28 aprile ultimo scorso;

Veduti l’articolo 3 e l’art. 4’., ultima linea di detta legge di 28, aprile.

Abbiamo ordinato:

A datare dalla notificazione del presente decreto la pubblicazione del giornale l'Armonia della Religione colla Civiltà è sospesa a tempo sino a che il Tribunale avrà pronunziato la sua sentenza nella causa correzionale, come sopra iniziata.

Il Questore di pubblica sicurezzadi Torino è incaricato di far eseguire la regolare notificazione del presente decreto.

Dat. Torino, addì 30. giugno 1859.

(Per copia conforme)

Il ministro C. CAVOUR.

Per il Questore

L’Assessore OLIVERO.


Affinché il lettore possa apprezzare tutta la giustizia ed il liberalismo di questo decreto (scriveva la stessa Armonia, dopo recatolo) ci conviene dire alcune cose degli Orrori di Perugia che diedero luogo all’articolo, al sequestro ed alla sospensione del giornale.

Nel Giornale di Roma del 21 giugno 1859, troviamo una breve nota sulla rivolta di Perugia, repressa dalle truppe spedite da Roma. Da essa vedesi come il Governo prima di venire all’uso della forza, abbia adoperato i mezzi di dolcezza invitando i ribelli a sottomettersi al legittimo potere, mandandovi apposta una persona di fiducia. La qual cosa non sappiamo se sia stata fatta da altri Governi, benché liberalissimi, prima di incominciare a bombardare le città ribellate, ovvero a mitragliare il popolo nelle piazze e nelle strade. Non è poi necessario di far osservare che l'uccisione di donne e di inermi, tanto amplificata dai nostri giornali, è un’aggiunta di chi spedi la notizia a Torino. E difatti vediamo che il telegramma dei giornali francesi non esprime altro se non che Perugia, essendosi ribellata, fu sottomessa dopo un combattimento di tre ore dalle truppe spedite da Roma. Ecco la nota del Giornale di Roma, che demmo nella sua parte sostanziale a pag. 243, Vol. II, parte 2 e che diamo qui intera a miglior corredo della nostra Cronaca:

«Non è ignoto come nel giorno 14. del corrente pochi faziosi usurpassero in Perugia il legittimo potere, proclamando un regime provvisorio.

«A reprimere quest’atto di ribellione il Governo stimò opportuno di spedirvi persona di fiducia per intimar loro di rientrare nell’ordine, dovendosi nel caso contrario far uso della forza.

«Riuscite vane le adoperate insinuazioni, una colonna di truppe comandate dal Colonnello Schmid, secondo gli ordini ricevuti, mosse a quella volta, e dopo un combattimento di tre ore penetrò da tre (161) diversi punti nella città, e vi ristabilì il Governo legittimo con soddisfazione dei buoni.

«Il Santo Padre onde manifestare la somma sua soddisfazione al menzionato colonnello, si è degnato promuoverlo al grado di Generale di brigata, ed in attenzione di speciali rapporti, onde premiare quelli che si sono maggiormente distinti, ha ordinato che si facessero i dovuti elogi alle truppe che presero parte a questo fatto, e che così bene si distinsero».

Il 28 giugno 1859 la stessa Armonia scriveva:

— L'Opinione d’oggi (25), dopo aver riferito la nota del Giornale di Romain lode dell’esercito pontificio, grida rabbiosa: «La reazione erge il capo baldanzosa a Roma. Perfino il linguaggio del giornale ufficiale è mutato. Quel foglio comincia ora a qualificare il Governo di Modena col nome di nuovo governo rivoluzionario, e quello di Parma col titolo di governo rivoluzionario subentrato al legittimo di S. A. la Duchessa Reggente. Queste denominazioni sono date da un giornale ufficiale, che si pubblica sotto la protezione delle armi francesi e da un Governo che sussiste mercé l'appoggio di quelle armi accordategli dall'imperatore Napoleone, l'eletto del suffragio universale. Il Governo di Roma contravviene non solo ai riguardi dovuti ai suoi protettori, ecc.». Tralasciamo per brevità altri giornali che rinfacciano al Generale Govon i suoi grandi e nobili doveri.

Ciò posto diciamo: è lecito ai nostri avversari sfringuellare e scapestrare a talento contro il Governo della S. Sede, e scagliare le più scellerate ingiurie contro il venerando capo dell’Angelico Pio IX.; ma a noi non è dato di rispondere per le rime a questi iniqui assalti. Havvi però un mezzo di far conoscere agli uomini di buona fede e di buon senso la verità vilmente e codardemente travisata. Da una parte stanno L(f) Opinione, La Gazzetta del Popolo, L'Unione, L’Espero, Il Fischietto e soci; dall'altra sta la parola del Governo pontificio e quello del Governo francese, e insieme col Governo tutta la stampa francese, eccettuato il Siede. A chi dovrassi prestar fede da un uomo di buon senso? Crediamo che la scelta non può esser dubbia.

Gli orrori adunque di Perugia, e le altre abbominazioni che si spacciano dai nostri giornali contro il Governo pontificio, sono mere calunnie della sètta, la quale si rode le pugna, perché Napoleone III, si oppose alla rivoluzione nello Stato romano. E siccome non si osa battere direttamente Veletto del suffragio universale, si batte il Governo pontificio protetto da lui e dalle sue armi.

Il 30 di giugno 1859, l'Armonia sotto il titolo: Finitela cogli orrori di Perugia pubblicava il seguente articolo che provocò il decreto sopraccennato del Conte di Cavour:

«Per troncare con un solo fendente sugli orrori di Perugia, noi avevamo alla mano tale argomento da non ammettere replica di sorta. Ma siccome quell’argomento ricordava una patria sventura, cosi ci contentammo di accennarlo di volo per far cauti i nostri avversari, che, se non la finivano con le loro ipocrite invettive, l’avremmo fatta finir noi. Vedendo che la tristizia una colla balordaggine prosiegue ad imprecare contro il Governo pontificio, ci troviamo costretti per diritto di legittima difesa a ricorrere a quest'arma, con nostro grandissimo rammarico.

«Noi accenniamo agli orrori di Genova nell’aprile del 1849, Potremmo far un contrapposto alle singole accuse lanciate contro il Governo romano coll'addurre gli stessi atti (e forse anche più severi), a cui saviamente e giustamente ricorse il nostro Governo ed il Generale Lamarmora nei fatti di Genova. Ma dolendoci troppo il trascinare questa piaga, ci contenteremo di ricordare i punti principali del fatto, dai quali risulterà che tutto, il chiasso che si fa per gli orrori di Perugia, non è che l’opera dello spirito di parte, e delle più accanite passioni contro il Governo romano, unicamente perché è Governo della Santa Sede. Se in codesta ricordanza d’un fatto doloroso havvi qualche cosa di odioso e biasimevole, ne ricada la colpa contro quei rabbiosi e sciocchi che vi ci tirarono per i capelli.

«Con decreto del 3 aprile Genova fu posta in istato d’assedio. Il Ministro, nella relazione che precedeva il decreto, diceva: «Una mano di popolo, secondata da alcune compagnie di guardia nazionale,dimentiche del dovere loro, tentò di costituire un comitato di pubblica sicurezza, in cui figuravano i nomi dei principali agitatori… Al palazzo Tursi crasi raccolta quella parte della guardia nazionale che appoggiava i voti degli agitatori. L’Intendente generale si recò colà per esortarli a non turbare l'ordine, essi, cui il mantenimento ne era specialmente confidato, risposero con oltraggi e minaccie, ed avendolo fermato in ostaggio, ottennero dal Luogotenente generale comandante la divisione, in premio della libertà del mede simo la consegna alla guardia nazionale dei due forti dello Sperone e del Begatto. Colla stessa violenza riuscì a questi sediziosi diarrestare ecc... Importa di provvedere che sia circoscritto e spento questo primo tentativo di sedizione; che sia tolta quella generosa città dalle mani dei traditori della patria, che suscitando in presenza del nemico la interna ribellione, svelavano apertamente i loro disegni, sin qui coperti con bugiarde declamazioni ecc».


Il Generele Lamarmora, creato commissario straordinario di Genova, eseguì il decreto, e prese la città d’assalto il giorno 3 di aprile. Potremmo qui recare il bollettino della guerra spedito dal Generale Lamarmora il 6 dello stesso mese. Ma ci pesa troppo questo racconto. Contentiamoci dell’Ordine del giorno alle truppe vincitrici dei ribelli. Eccolo:

«Col vostro valore e colla vostra fermezza avete reso un vero servizio alla patria: voi liberaste i Genovesi da un partito tirannico, cagione di tante nostre sciagure. Mentre i Genovesi affrontarono i pericoli, alcuni codardi commettevano deplorevoli eccessi) quelli saranno ricompensati, questi severamente puniti; grazie alla vostra energia, questa orrenda guerra civile fu terminata in due giorni.

«Deponiamo ogni odio pei fatti passati: riconoscete i Genovesi come fratelli e come amici.

«Contando sulla vostra disciplina, ho garantito a tutti rispetto alle persone ed alle proprietà».

«Tenete per sacra questa mia data parola».

«Il Luogotenente generale.

«ALFONSO LAMARMORA».


«Ora ponete in luogo dei sediziosi di Genova i faziosi di Perugia; invece del Luogotenente Lamarmora, il Colonnello Schmid; invece degli elogi del Giornale di Roma alle truppe, l’ordine del giorno del generale Lamarmora; in luogo della ricompensa promessa al Colonnello, la ricompensa accordata al Generalo Lamarmora, e poi diteci che differenza passa tra gli orrori di Perugia e il ©ero servizio alla patria di Genova.

«Rimarrebbe da fare il confronto tra i deplorabili eccessi dei codardi di Genova, e gli eccessi che s’imputano agli Svizzeri di Perugia. Ma tiriamo un velo su questa vergogna più turpe delle altre. Contentiamoci di dire, che gli eccessi degli Svizzeri sono calunnie. E gli eccessi di Genova sono provati da sentenze giudiziarie, le quali essendo state pubblicate sulle cantonate di Genova, potremo riferire nel nostro giornale, se i nostri avversari non la finiscono una volta con queste invettive.

«Ma perché nulla manchi al paralello tra Genova e Perugia soggiungeremo che il pretesto della rivoluzione fu tanto nell’una quanto nell’altra città la guerra contro l’Austriaco, la guerra dell’indipendenza, ecc. Genova non voleva né pace né tregua contro l’Austria, anche dopo i disastri di Novara. Perugia (ossia i settari di Perugia) vuole che Roma concorra alla guerra contro il barbaro; e perché il Governo nega di rompore la guerra all’Austria, si rivolta!

«Conchiudiamo. La repressione della rivoluzione colla battaglia di tre ore fatta dal Governo romano, è l’abbominazione delle abbominazioni. La repressione della rivoluzione colla battaglia di due giorni è opera eminentemente patriottica! Ecco i giudizi delle grandi teste di legno che fanno tanto chiasso».

Il processo per la pubblicazione di quest’articolo del valoroso foglio torinese ebbe luogo davanti il Tribunale di Torino il 28 luglio, e il 29 il Presidente diè lettura della sentenza. Il fisco avea domandata la condanna del gerente dell’Armonia a tre mesi di prigione, a lire mille di multa, ed ancora a due me d di sospensione. Il Tribunale condanna invece l'Armonia a un mese ancora di sospensione, a datare del 29 di luglio 1859, a due mesi di prigionia ed a lire mille di multa.

A cagione di questa sospensione e processo l’Armonia fu costretta a qualche settimana d’ozio involontario. Intanto avvenne la pace di Villafranca che mutò la scena, e lo permise di scrivere di nuovo, e un po’ più liberamente

Quanto al resto degli Stati Pontifici, in più di un luogo si produssero conati rivoluzionari per opera, come da per tutto, di emissari sardi e di settari del paese: ma furono presto repressi. In Ancona il 24 di giugno alle 10 e mezzo antimeridiane il sig. Generale di Brigata commendatore Allegrini dalla cittadella scendea nella piazza maggiore di quella città alla testa delle sue milizie, e fatti occupare i vari posti di guardia, quello della piazza e delle porte, in mezzo al più perfetto ordine faceva innalzare l’arma del Sommo Pontefice, che veniva salutata dal cannone della cittadella con 21 colpo. In sulle ore 7 pom. dello stesso giorno, leggevasi affissa la seguente Notificazione:

«Per disposizione del Governo Pontificio vengo rivestito del comando civile e militare di questa città. A tutelare quindi l’ordine»pubblico credo frattanto emanare le seguenti disposizioni:

«1. Viene istallato in questa città un governo militare.

«2. Nel termine di ventiquattr’ore, a datare dalla pubblicazione della presente, dovrà aver luogo un completo disarmo, per cui tutti saranno tenuti depositare le armi da fuoco e da taglio, anche non proibite, alla delazione, in un locale apposito presso questo palazzo delegatizio, ed»un ufficiale le riceverà, rilasciandone riscontro.

«3. Sono vietati gli attruppamenti di persone.

«4. Verrà severamente repressa qualunque opposizione ed offesa alla truppa e forza politica.

«5. La contravvenzione ai menzionati articoli sarà conosciuta e punita da un consiglio di guerra.

«Ancona 24 giugno 1859.

«Il comandante la città e fortezza

«F.ALLEGRINI, Generale di brigata»


Il giorno seguente giunse in Ancona una brigata comandata da S. E. il sig. Generale Kalbermattcn.

Anche in Viterbo si volle da taluno tentare qualche atto riprovevole, che venne cosi narrato dal Giornale di Roma dei 5 luglio: «Qualche agitatore, spinto da reiterati eccitamenti venuti dall’esterno, il giorno 20. p. p. tentar volea di turbare l’ordine anche nella città di Viterbo provincia del Patrimonio di S. Pietro: ma l’autorità governativa prese le opportune disposizioni mentre la magistratura comunale, il ceto patrizio e varie persone della classe dei commercianti recaronsi a dovere di esprimere a Monsignor Delegato della città e provincia i loro sentimenti di costante fedeltà e devozione al Governo della Santa Sede, associandosi coi funzionari municipali, alla forza politica e alla milizia, per prevenire qualunque disordine e impedire che fosse rovesciata la legittima autorità. E tali sentimenti furono dalla intera città manifestati in modo solenne nel giorno seguente col festeggiare con segni di molta esultanza l’anniversario dell’incoronazione del regnante Sommo Pontefice. E Sua Santità appena informata da S. E. Rina. Monsig. Ministro dell'Interno di quanto era avvenuto a Viterbo, degnavasi di esternare ai Viterbesi, per mezzo del medesimo Ministro, la sovrana sua soddisfazione, e per tratto speciale di sua benignità fregiava della croce di cavaliere di S. Gregorio Magno il capo attuale di quella magistratura. Dobbiamo poi rendere noto che molte magistrature comunali, le quali erano in funzione nelle città, ove la violenza della rivoluzione rovesciava il legittimo potere, si sono dimesse dal loro ufficio: hanno fatto altrettanto quasi tutti i giudici ed altri addetti ai Tribunali di prima istanza, il Tribunale di appello in Bologna, e moltissimi dei governatori e degli impiegati, i quali non hanno voluto servire l’intruso governo. Questo contegno è di molta soddisfazione al cuore paterno del Santo Padre, che sa considerare chiunque anco nelle gravi circostanze compie il proprio dovere».

In mezzo a siffatte cose, e mentre l’ultima Nota cavurresca edificava l’Europa, il Giornale di Roma dei 24 giugno scriveva: «Tutti i giornali francesi riportano, togliendola dal Pays (giornale dell’impero), la risposta che S. M. Vittorio Emanuele avrebbe dato a una deputazione di Bologna presentatasi al quartiere generale dello stesso Re, e della quale questa è la sostanza: — Disse, cioè, di far ben capire ai Bolognesi che bisogna che l’Europa non possa accusare S. M. di agire per ambizione personale, e di sostituire l’appropriazione piemontese al dominio austriaco. — «Il Santo Padre, il capo venerato dei fedeli, soggiungeva, è rimasto alla testa del suo popolo: egli si mantiene nel pie no esercizio della sua autorità temporale, cui non solo dobbiamo ri spettare, ma consolidare; onde disapproverò ogni atto sovversivo contrario all’equità e nocevolc alla nobile causa che serviamo».

«Come possiamo ben credere, aggiungeva il Pays, il linguaggio dell'imperatore Napoleone III in questo incontro è stato conforme a tutte le precedenti sue dichiarazioni. Una corrispondenza dell’Univers, data da Roma, fa conoscere nelmodo seguente l’accoglienza fatta al nostro quartiere generale a una deputazione dogli abitanti di Bologna: — Si racconta che, una deputazione bolognese essendosi recata dall’Imperatore per fargli conoscere la situazione delle Romagne ed il preteso loro desiderio di incorporarsi al Piemonte, sarebbe stata rimandata con parole poche opportune ad animarli. L’Imperatore avrebbe detto: «Ritornato a casa vostra, obbedite al vostro Sovrano, e sappiate che io non sono venuto in Italia per indebolire, ma per far rispettare la sua potenza». — Erano tutte lustre per ingannare gli ingenui cattolici, e per appagare coloro dei quali lo Spirito Santo dice essere infinito il numero.

Circa i fatti di Bologna è intanto necessaria una rettificazione importante. Il Monitore di Bologna del 13 giugno, narrando il mutamento di Governo colà avvenuto, avea detto, che «il Corpo municipale stimò opportuno di secondare il movimento, e recarsi in corpo presso 8. E. il Cardinale Milesi, esponendogli lo stato delle cose, e la necessità di lasciar libero il corso ai desideri del popolo (che non ne sapeva nulla). Sua Em.(za)il Cardinale Milesi, per obbligo degli uffici di Legato, ch'egli esercitava fra noi, dovette presentare varie e gravi osservazioni. Ma, scosso al fine e convinto dal risoluto contegno della città, sapendo di già abbassati gli stentini pontifici, non compatibili colla neutralità da noi rinnegata, e non ignorando che le truppe indigene qui dimostravansi disposte a far causa comune col popolo (falsissimo), egli apparecchiavasi alla partenza, e l’effettuava ben tosto, sotto la scorta di un distaccamento di dragoni, ed accompagnato da alcune persone distinte».


Al quale racconto l’Emo Cardinale Milesi, Legato di Bologna, così rispose con sua rettificazione data in Ferrara sotto il 14 giugno:

«Nel Monitore di Bologna del 13 corrente, N. 1°, leggesi una nuova narrazione dei deplorabili avvenimenti del giorno innanzi, secondo la quale, dopo la partenza delle truppe austriache, e dopo il moto rivoluzionario, il Corpo municipale sì sarebbe recato dal Cardinal Legato per esporgli la necessità di lasciare libero il corso ai desideri del popolo. Dal che si raccoglierebbe: 1° che l’intiero Consiglio si presentasse al Cardinal Legato, tanto valendo quella espressione il Corpo municipale 2° che vi si recasse di sua elezione; 3’ che l’accesso avesse luogo dopo la partenza delle truppe estere, e dopo il disordine che successe immediatamente a quella partenza.

«Ora sta in fatto: 1° che la sola Magistratura fu dal Cardinale Legato nella sera dell'11; 2’ che vi si recò non per sua elezione, ma per un invito scritto del Cardinale, che ne sperava la cooperazione a sostegno della legittima autorità e dell’ordine; 3° che per conseguenza il Congresso ebbe luogo prima del tumulto della notte e della mattina seguente, per trattarvi del pericolo prossimo e dei modi di scongiurarlo. Resta dunque che l’intimazione al Cardinal Legato dopo il disordine fu fatta, non dal Corpo municipale, ma da tre individui, i quali non appartengono alla magistratura. Ciò si nota, non perché si riconosca nel Municipio la facoltà di operare quanto ha poi operato nel giorno 12, essendo che le sue risoluzioni siano sostanzialmente irrite e nulle; ma soltanto perché la verità dei fatti in argomento così grave non soffra alterazione».

In fra tanto, il 18 giugno il Sommo Pontefice, con una Lettera Enciclica riprovava e condannava gli atti di ribellione fomentati dal Governo sardo per usurpare, non solo alcune provincie della S. Sede, ma anche gli Stati dei legittimi Principi italiani. E due giorni dopo, con solenne allocuzione protestava contro le sacrileghe usurpazioni delle provincie di Bologna, di Ravenna, di Perugia, e rammentava agli empi autori delle medesime di essere incorsi nella scomunica maggiore, e nelle altre pene e censure ecclesiastiche fulminate dalla Chiesa: confida però nelle promesse solenni, fatte dall'Imperatore de' Francesi, che, cioè, «non solo nulla sarà tolto al Potere temporale della S. Sede, ma con ogni potere sarà difeso e conservato».

In mezzo a queste cose, il giorno 11 di giugno moriva in Vienna il famoso Principe di Metternich, che tanta parte ebbe negli avvenimenti politici di questo secolo, essendo stato causa, forse principale, del riconoscimento di tutti i governi rivoluzionari in Francia, in Spagna, in Portogallo e da per tutto. Il lettore rilegga in propositol’Introduzione al primo Volume di queste nostre Memorie e quel che raccogliemmo dal Memorandum dell'illustre Conte Della Margherita a pag. 131. Parte II. Vol. I. Ma sia detto ciò di passata.

Torna su



CAPO III


Torna su



RIBELLIONE DI SVIZZERI A NAPOLI

Quel che si era fatto dalla setta nel resto d’Italia si tentava anche a Napoli e con quei mezzi ¡stessi apprestati dal legittimo governo per impedire la rivoluzione. — Fra i reggimenti svizzeri, che formavano una parte ragguardevole dell’esercito napolitano, e che da più di 30 anni nei più svariati e difficili incontri avevano dato prove luminose di fedeltà, di valore e di disciplina, la setta, per mezzo del Villamarina, Rappresentante sardo presso il re Francesco II, succeduto da poco a Ferdinando II, suo padre, e di un altro Diplomaticosatero, riuscì a comprare a furia d’oro sonante alcuni individui, che si diedero pronti agli ordini suoi, suscitando un breve, ma grave turbamento.

IlGiornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie dei 14 luglio 1859, narrava il fatto così:

«Corrono già oltre i 30 anni dacché il Governo delle Due Sicilie tiene a suo servizio quattro reggimenti svizzeri. Essi mostraronsi sempre onesti e valorosi militari, sì che seppero meritare quella stima che ispirar denno uomini perseveranti nel bene operare. Sventuratamente però da qualche giorno par che il genio della discordia e della sedizione abbia voluto scuoter la sua face nelle file dei soldati del 2° e 3° reggimento; imperocché una inusitata ostentazione nello esatto adempimento delle quotidiane militari discipline, un silenzio concentrato, un aspetto torvo in contraddizione dell’abitualefisonomíadi quella militare famiglia non isfuggirono allo accorgimento di qualche Uffiziale. Quella non consueta calma, priva affatto del brio, da cui sono d’ordinario animati i soldati svizzeri fuori servizio, sospettar faceva che gli animi fossero criminosamente preoccupati, e che meditassero qualche reo disegno, quello che fatalmente essi attuarono. Difatti non un solo individuo delle compagnie scelte del 2° Svizzeri, che stanziavano nel quartiere del Carmine, ebbesi a notar mancante allo appello vespertino di pochi giorni precedenti a quello del 7 luglio, in cui i soldati del 2° e 3° reggimento, trascender doveano ai più riprovevoli eccessi.

«Presenti tutti, anche prima dell’ora consueta dello appello della sera di giovedì 7, si fecero que’soldati specialmente notare per attitudine cogitabonda e severa. Non molto dopo le 8 pom. presentassi alla porta del quartiere del Carmine un soldato del 3° Svizzeri, munito di cuoiame, come se fosse in servizio, ma frettoloso ed ansante da farlo supporre incaricato di missione importante; e arrivando consegnava una carta scritta nelle mani di altro soldato, non riconosciuta perché già notte, il quale ivi stavasene senza dubbio in aspettativa. Pochi minuti dopo, all’udirsi un forte sibilo, molti soldati delle accennate quattro compagnie scelte del 2°, precipitosamente indossarono il cuoiame, presero le armi, discesero dalle caserme tumultuando e tirando fucilate in aria, e con viva voce esortando i compagni a seguirli. In tal guisa, forzando la guardia che stava a custodia della porta del Castello, evasero da quella circa 160 granattieri e cacciatori, i quali, preceduti da tamburi che battevano il passo di carica, recaronsi al quartiere ai SS. Apostoli, ove hanno stanza le 8 compagnie di fucilieri dello stesso corpo. Sorpresa ivi la guardia di buon governo, la quale debolmente si difese, impadronironsi delle bandiere del proprio reggimento, che stavano nella stanza del picchetto degli Uffiziali contigua alla porta d’ingresso.

«Divulgatosi in quelle caserme un tale atto di aggressione, principiossi a far fuoco nei cortili e dalle finestre di quel quartiere, tanto dagli assalitori, quanto da' loro complici, i quali in numero di 60 circa, in tale trambusto, uni ronsi ai granattieri e cacciatori del Carmine evasi. Cosi rinforzato quel drapello di agitatori, senza il minimo indugio si diresse al quartiere di San Giovanni a Carbonara, occupato dal 3(n)Svizzeri. Ivi forzò il cancello d’ingresso, dietro del quale trovatosi il Maggiore Wolff con i pochi uomini della guardia di buon governo onde resistere all'urto degli assalitori, fu da questi gravemente ferito. I complici della sedizione, plaudenti all'inopinato attacco, facendo fuoco in aria testimoniavano in modo non equivoco la loro adesione. Difatti buon numero di questi soldati, armandosi con la massima sollecitudine vennero ad unirsi ai congiurati. Cotestabanda di armati noverava già nelle sue file oltre i 300 uomini, e cosi forte marciò sempre tumultuando sul quartiere a S. Potito.Ivi approssimandosi, facendo un vivo fuoco, e preceduti sempre da tamburi che non cessavano di battere il passo di carica, forzarono la porta di entrata, la quale, poiché la sedizione non trovava complici in quel quartiere, fu valorosamente difesa dalla sparuta forza che vi era a guardia. Ciò non dimeno la porta dovette cedere all'impeto della forza sempre crescente degli aggressori; fra mezzo i quali con pericolo della vita tentarono di aprirsi il passo con la sciabola in pugno gli Uffiziali del 4° reggimento, accorsi allo strepito incessante degli spari. In tal guisa l'imponente numero de' ribelli penetrava nel quartiere. Rovesciando violentemente ogni ostacolo, impadronivasi delle bandiere custodite nella contigua stanza di picchetto degli Uffiziali, e continuando a trarre fucilate, battendo il passo di carica avviaronsi tutti per la strada di S. Teresa che mena a Capodimonte.

«Un conflitto tanto accanito e disuguale pel significante numero degli aggressori contro quei pochi che, nel momento della sorpresa, trovaronsi armati fra i difensori, dovea far deplorare a questi ultimi significanti perdite. Difatti il Maggiore Morel sarebbe rimasto morto con un colpo di sciabola a sega vibratogli alla testa da un guastatore, se un solerte e valoroso soldato, che riportò fracassato un braccio per essersi fatto scudo del suo superiore, non glie lo avesse abilmente schermito. Il Tenente Rovèrèa trafitto da una palla e da quattro colpi di baionetta cadde, e morì poco dopo, come pure caddero morti tre soldati. Il Tenente de Haller ebbe ferita la testa con un colpo di baionetta, ed un altro colpo ferì alla gamba il Tenente Stetteler; del pari, sebbene più leggermente, furono feriti tre Uffiziali e parecchi soldati. Il vivo fuoco di moschetteria richiamò l’attenzione delle due compagnie di granatieri dello stesso 4°. Svizzeri accasermati in S. Domenico Soriano. Una di esse accorse tosto sul teatro del combattimento, che i sediziosi avevano già abbandonato per dirigersi, come dicemmo, alla volta di Capodimonte. Delirante com’era il 4° reggimento nel desiderio di riprendere le sue bandiere, uscirono le compagnie già formate cogli Uffiziali che per i primi erano ivi giunti, ed unitamente, alle altre compagnie di S. Domenico Soriano si fecero tutti ad inseguire i ribelli, comunque invano, perocché eransi allontanati con passo celere.

«Intanto, nel ricevere il primo annunzio della cominciata sedizione, S. E. il Tenente-generale Filangeri, Principe di Satriano, Ministro della Guerra e Presidente del Consiglio dei Ministri, accorrendo personalmente in tutti i punti dell'avvenuto conflitto, si diresse da prima al Carmine, dove non era del tutto cessato il fuoco, e prendendo dovunque minuta ragione degli avvenimenti, adottava, durante l’intero corso della notte del 7, le più valide misure di precauzione per tutelare la tranquillità della Capitale dai criminosi tentativi, che probabilmente potevano aver luogo da parte di detenuti nelle diverse prigioni della città, qualora un segreto accordo vi fosse stato coi sediziosi svizzeri. L’Ecc. za Sua venne in ciò efficacemente secondata da S. E. il Tenente-generale Lanza,Comandante la piazza, dal Maresciallo Barone Garofalo, Direttore della guerra, dal sotto capo dello Stato maggiore Tenente colonnello Buonopane, dagli Uffiziali tutti di cotesto corpo e dalle altre autorità militari. Tutti recaronsi personalmente in giro per la Capitale, non escluse le autorità di polizia. Volle in tal guisa il Governo mostrare ai pacifici cittadini quanto gli fosse a cuore risparmiar loro le tristi conseguenze di un inopinato quanto deplorabile avvenimento. Rafforzate le guardie ai posti di tutte le prigioni della capitale, e raddoppiata ovunque la vigilanza, nulla fuvvi a temere nello interno della città. D’altra parte il Brigadiere Nunziante, Duca di Mignano, Aiutante Generale di S. M. il Re N. S., con l’abituale sua operosità portavasi ove il bisogno il richiedeva, e di preferenza ne’ quartieri occupati dall'11° di linea e dal 13° cacciatori svizzeri, formanti la brigata dipendente dagli ordini suoi, nel fine di riunire que’ due corpi onde essere pronto a qualsivoglia evento.

«Allontanandosi così il pericolo dall’interno della capitale, il Generale Nunziante faceva rientrare in quartiere l'11° di linea, ed egli stesso col 13° cacciatori svizzeri recavasi nel quartiere del ponte della Maddalena per seguire più da presso i movimenti dei sediziosi.

«Preceduti dallo strepito delle armi e de' tamburi, quella massa incedente alla reggia di Capodimonte, dove tenea stanza il Re con tutta la Real Famiglia, a misura che più si approssimava al parco di Capodimonte, faceva in sulle prime nascer ferma credenza nelle mura della Reggia che per effetto del tristo quanto imprevedibile evento avveratosi nella capitale un possente rinforzo di truppe venisse colà spedito a maggior tutela del real castello. Comunque fosse questa la ipotesi bene accolta del momento, pure le militari previdenze, da militari discipline dettate, non permisero che nell'oscurità della notte una imponente forza armata si avvicinasse ad un posto così rilevante, come quello deputato a custodire la RealFamiglia, senza conoscersi prima lo scopo della sua missione. Epperò fattasi la militare ricognizione, si ebbe scienza, non senza grande stupore, che la forza dalla quale speravasi protezione veniva invece animata da spirito sedizioso. Chiusi i cancelli, le vigili guardie furono tosto messe in ordinanza e pronte a respingere colla forza delle armi ogni stolto e criminoso tentativo. Il RetroAmmiraglio Del Re, cui era commessa la direzione dello scarso presidio del Real Palazzo, S. E. il Duca di Sangro, ambedue Aiutanti Generali di S. M. N. S., preceduti dal Tenente Colonnello Schumacher, si fecero incontro a que’ turbolenti militari armati, per conoscere quali cagioni aveanli fin là spinti nello stato della più colpevole e scandalosa attitudine. Alle interrogazioni fatte loro, voci confuse levaronsi e indistinte da mezzo a quella moltitudine agitantesi in mille guise. Ciascuno adoperava quanta maggior forza raccoglier potea per levar più alta la propria voce e soperchiare quella degli altri, per modo che suscitossi ben tosto fra essi una strepitosa gara, dalla quale nacque una contrai dizione si strana, ed una manifestazione di pensieri sì disordinatamente e confusamente espressi, che in quell'assordante convocìo agli enunciati personaggi non altro venne dato di udire se non incomposte svariate pretese in vari modi articolate.

«Quantunque fosse stato fermamente imposto a tali faziosi di ritornare quieti ai corpi, ed in sulle prime avessero mostrato voler ubbidire, pure poco dopo riprese le grida da alcuni capi, furono seguiti dagli altri, essendo riusciti anche infruttuosi gli sforzi del Brigadiere de Riedmatten per moderarli. Alla perfine fra gli strepiti ed i clamori sempre crescenti, si decisero que’ ribaldi a dirigersi per la discesa che mena a Capodichino, minacciati com’erano alle spalle per la via d’onde eran venuti dal movimento del 4° Svizzeri, inteso unicamente a raggiungerli. Difatti, poco dopo arrivava in quel real sito di Capodimonte un battaglione dello stesso reggimento, comandato dal Colonnello Weis, e una sezione di artiglieria, che si fecero a seguir le tracce de' fuggitivi. Concentratisi questi nel campo delle manovre a Capodichino, ove rimasero fino all'aurora del seguente di 8, il Brigadiere Wittembach che dirigeva la suddetta colonna, per cagione delle fitte tenebre della notte, divisava essere impossibile di più avvicinarsi a quella posizione, ed invece andò a riunirsi con l’altro battaglione del 4° Svizzeri, proveniente dalla via del Reclusorio. Fermaronsi entrambi al bivio de' Ponti Rossi e di Capodichino, aspettando ivi il chiarore del giorno.

«Intanto i sovvertitori dell'ordine e della militare disciplina, radunate avendo, come dicemmo, sul campo anzidetto le loro forze ascendenti a 400 uomini ad un bel circa, trascesero alle più brutali violenze verso gli abitanti di quelle adiacenze, sino al villaggio di S. Pietro a Paterno. Dovunque scassinaron case, involarono oggetti, misero a soqquadro il paese, malmenarono, percossero quanti vennero loro d’innanzi, e, per colmo d’infamia e di ferocia, barbaramente trucidarono ‘ il bettoliere posto alla dogana di Capodichino, dopo essere stati da quell’infelice largamente provveduti di vino e di commestibili.

«Il movimento concentrico di varii battaglioni che militarmente occupavano le diverse strade convergenti sul campo di Capodichino, non altro scopo avea che quello rilevantissimo di precludere ai faziosi ogni via, ogni sentiere che potesse offrir loro adito facile per irrompere sulla capitale, e spargervi di nuovo il terrore e la costernazione. A ben conseguire siffatto precipuo risultamento, il Brigadiere Nunziante, di concerto con l’altro Wittembach ed il Comandante del 13° Cacciatori, dispose che a' primi albori della dimane un battaglione del 4° Svizzeri si trovasse sulla strada vecchia, ed un altro del medesimo corpo sulla strada nuova di Capodichino, per fare occupare da questo ultimo la traversa che pure conduce al campo, mentre lo stesso Brigadiere Nunziante, col 13° battaglione di Cacciatori svizzeri, divise questo in due colonne per la via di Poggioreale, dirigendone una sulla strada del nuovoCamposanto,sarebbe questa uscita dalla parte orientale del campo, e l'altra, sboccando e distendendosi pe’ lati ovest e sud, venivasi a formare nell'insieme un sistema da stringere in una cerchia ben compatta tutta intera Farea del campo.

«Severa ingiunzione fu fatta ai soldati di non rompere il fuoco, senza ordine preventivo de' superiori, il qual ordine si tenne fermo a non dare, sino alla riputata provocazione di fatto da parte degli insorti, nella umana intenzione di risparmiare possibilmente lo spargimento del sangue. E ciò è tanto vero, che prima di mettere a vista dei ribelli le forze che li circondavano, la quale apparizione avrebbe potuto suscitar in essi Fimpeto di malnata indignazione, o quello di prematura reazione nascente dal pretesto della propria difesa, si volle usare verso quegli uomini pervertiti dalla colpa, e meritevoli soltanto del massimo rigore delle leggi militari, la longanimità che più regna nel cuore di chi con prudenza e cristiana carità dispone del dritto e della forza. Sicché il Brigadiere Sury, il Brigadiere de Riedmatten,ed altri Uffiziali, si adoperarono con orali mezzi di persuasione, ad oggetto di distogliere quelli sconsigliati da ogni disperata ed inutile resistenza. Ma Fesito di tale nobile tentativo si fu quello che era da aspettarsi dalla esasperazione di gente eccessivamente aberrata. Ond'è che alle pacifiche esortazioni ed alle ammonizioni paterne fatte da' ripetuti Uffiziali, quelli sciagurati risposero col fucile, facendo fuoco o minacciando. Ed i pochi che in sulle prime mostrarono pacifiche determinazioni, approssimaronsi sommessi solo per esprimere strane pretese, o per meglio colpire al segno con le fucilate, o per dar tempo che con maggior sicurezza si potessero avvicinare i compagni, per tentare di aprirsi risolutamente il passo.

«Allo scorgersi un’attitudine cotanto sinistra ed incerta; ma che bene faceva intravedere l'indole malvagia ed ostile de' faziosi, i battaglioni, preceduti da qualche compagnia disposta da tiragliatori, sboccarono in colonne di divisioni da tutte le vie convergenti sul campo, e successivamente spiegandosi le sezioni di artiglieria ponevano in batteria i pezzi. Non pertanto gli Uffiziali anzidetti non cessavano dallo esortare que’ribaldi alla resa. Costoro non seppero altrimenti rispondere che con vivo fuoco contro il 4° Svizzero ed il 13° Cacciatori, in guisa che caddero feriti i Tenenti Thorman del 4° e vari soldati e trombetti dell'uno e dell'altro corpo.

«Allora il sentimento di equità comandava di non tener più inerti soldati bravi e disciplinati esposti ai colpi micidiali di furenti sediziosi, e di fare nel medesimo tempo che nel più breve termine avesse fine una lotta, la quale prolungandosi avrebbe fatto deplorare maggiori perdite. Il fuoco adunque cominciò su vari punti, e da parte de' ribelli, facendosi vivo, buona mano di essi slancia vasi sui cannoni per impadronirsene. Allora tiraronsi coi pezzi due colpi a mitraglia. Caddero al suolo morti e feriti, ed ogni conflitto cessò in quell’istante. Abbassarono cedendo le armi i vinti. I pertinaci fuggirono in poco numero, i quali dopo brevi scorrerie per le circostanti campagne, dove commisero ogni sorta di eccessi, ripetendo gli atti di violenza e di ruberia esercitati la notte precedente a Capodichino, furon quasi tutti dalla pubblica forza disarmati e presi. Rimasero sul campo 20 morti e 75 feriti, e 262 de' faziosi tolti prigioni, con gli stendardi ricuperati, e consegnati nel momento al 4° Svizzeri furono da questo reggimento scortati nel quartiere di S. Potito. Il 13° battaglione Cacciatori rientrò con due soli feriti nel proprio quartiere». — Fin qui il Giornale Ufficiale napoletano.

Conseguenza di questi deplorevoli fatti si fu lo scioglimento, premeditato e scaltramente apparecchiato dagli emissari della setta massonica, dei Reggimenti svizzeri. Sebbene solo un numero cosi ristretto d’individui prendesse parte al narrato ammutinamento, cosi che ne risultasse anzi una prova maggiore della fedeltà di quelle milizie, che volonterose da per sé stesse repressero lo sciagurato attentato; pur nondimeno due decreti del Generale Filangeri, che reggeva in quel tempo il Ministero della guerra, produssero, se non direttamente, almeno indirettamente la dispersione di quelle fidate milizie, e ciò nel momento appunto in cui il Regno era per trovarsi nel maggior bisogno della loro efficace cooperazione. — Una circostanza degna particolarmente di nota fu quella che tanto su i cadaveri degli ammutinati rimasti sul campo, quanto sui prigionieri, presi sul fatto stesso, o successivamente arrestati dai regi gendarmi dopo dispersi, furono rinvenute molte monete d’oro di conio estero, ciò che provava evidentemente d’onde avesse origine l’ammutinamento. Ma di questo avremo a recare tra poco qualche importante ducumento a scandalo dei posteri e a edificazione dei lettori.

Ed ecco tutta Italia scossa nelle naturali sue basi, e spinta su quella fatale china, che in men di 10 anni doveva rovesciarne da capo a fondo i legittimi ordinamenti e stabilirvi il caos materiale e morale, nel quale, per castigo di Dio, da ventisette anni infelicemente ci agitiamo.

In mezzo a siffatte luttuosissime cose, e in mezzo allo scapestrare delle debaccanti masse settarie, ebbre per gli ottenuti trionfi, si adunava poco stante il Congresso di Zurigo, destinato a rendere stabile 1& pace, ma più veramente a perpetuare la guerra tra la giustizia e l’ingiustizia, tra la pietà e l’empietà, tra il Cristianesimo e il satanismo, che altro non è la infernale setta della framassoneria.

Frutto dello sciagurato Congresso fu un solenne Trattato, prima violato che sottoscritto, si come siamo per vedere. — Ma prima aggiungiamo alcuni documenti importanti intorno alla ingerenza perfida del Governo sardo nel Regno delle Due Sicilie, col quale ciò non ostante manteneva tuttora relazioni amichevoli!


Torna su



CAPO IV


Torna su



INAUDITA INGERENZA PIEMONTESE NELLE DUE SICILIE

Il 22 luglio 1859, nel ricevere le congratulazioni del corpo diplomatico, Napoleone gli diceva:

«L’Europa fu in generale ingiusta verso di me che fui felice di poter conchiudere la pace, quando l’onore e gli interessi della Fran eia erano soddisfatti, e di provare che non poteva essere mia intenzione di porre a soqquadro l’Europa e di eccitare una guerra generale. Spero che ora tutte le ragioni di dissenso svaniranno e la pace sarà di lunga durata. Ringrazio il corpo diplomatico delle sue congratulazioni».

Al lieto avvenire promesso da questa pace si confortano gli amici dell'ordine; sopratutto nel reame delle Due Sicilie la grande maggioranza degli onesti si abbandona a tale dolce illusione, senza sospettare quale terribile catastrofe sovrasti alla felice loro patria.

Intanto tutto è movimento sedizioso nelle officine delle macchinazioni piemontesi. Cavour è in corrispondenza co’ cospiratori di tutti gli Stati italiani, e per mezzo de' suoi emissari fa penetrare elementi di rivoluzione specialmente nelle Due Sicilie. Quivi lo scarso partito del disordine s’inorgoglisce appena cominciata la guerra d’Italia. Né la vigilanza della polizia, né l’arresto di agitatori provenienti dal Piemonte riescono a comprimerne la baldanza. —

Il conte Groppello, incaricato di affari sardo, fomenta i disordini in Napoli, e il giorno 7 giugno vi promuove una dimostrazione sediziosa per mezzo di volgari schiamazzatori: circoscritta nelle vicinanze della sua abitazione (alla Riviera di Chiaja) col pretesto di festeggiare la vittoria di Magenta. Ad infrenare ogni ulteriore attentato basta rimprigionare una quindicina di quei turbolenti, che dopo pochi giorni di detenzione la clemenza del Re fa ritornare in libertà, dietro promessa di vivere tranquilli.

E qui una tardiva rivelazione dimostra ad evidenza come fossero incontentabili i cospiratori della emigrazione napoletana a Torino, dai quali si coglie appunto il destro da codesta benignità del giovane re Francesco II per lanciare da Torino stesso a' 15 ottobre 1859 un proclama eccitante i Napoletani alla ribellione. Del quale, tralasciandola verbosa prolissità, rechiamo un significante paragrafo, che prova mitezza nel Governo, calma ne’ popoli delle Due Sicilie, e odio implacabile ne’ faziosi venduti al Piemonte; esso diceva cosi:


«Napolitani!

«…Vi spingeste a una dimostrazione la sera dei 7 e degli 8 giugno, incontraste, ed era regolare, una resistenza nella sbirraglia, e forse anche nella truppa; ma non si fece fuoco contro di voi, né di voi si fece strage, poiché non trovereste chi ciò possa comandare, chi ciò possa eseguire. Si fecero degli arresti, né so supporvi così codardi da non bravare il carcere, e cotesto Governo dovette smettere la sua tenacità compressiva, e dopo pochi giorni liberava gli arrestati. Son pochi giorni che cotesto Governo si consigliò fare altri arresti; ma mise subito in libertà i catturati, e destituì il Prefetto di Polizia sig. Governa ed altri sgherri. — E dopo questi esempi che dovevano rendere animosi anche i timidi, voi ve ne restate neghittosi e spaventati, e non proseguite il sentiero appena e per una sola volta battuto! È inqualificabile questa vostra condotta!! Ma che? vi trovate beati sotto un Governo che è la negazione di Dio? (162).

Intanto per mezzo di due ragguardevoli personaggi spediti in missione straordinaria presso l’imperatore Napoleone in Lombardia, il giovane Re si congratula per le riportate vittorie, che egli crede dover riuscire al vero benessere della penisola, e tuttoché fosse piaciuto ad uno de' recenti biografi di Cavour (Nicomede Bianchi, Vita del Conte di Cavour pag. 87) attribuire al Sovrano di Napoli di aver affermato a un diplomatico che lo felicitava pel suo avvenimento al Trono, di non conoscere altra indipendenza in Italia che la indipendenza napoletana pure non sarà un torto avere amata a preferenza la grandezza e la libertà della sua patria; e molto meno ridonderà a biasimo la taccia datagli dallo stesso appassionato scrittore, il quale, contradicendosi indi a poche pagine scrive, che la pertinacia della Corte di Napoli a non riconoscere le usurpazioni del Piemonte negli Stati del Papa, si riferisce a quel politico sistema di vassallaggio volontario verso la Corte di Roma, a cui Francesco II aveva sacrificata l’indipendenza della sua Corona, ed al quale era rimasto così tenacemente legato da non tralasciare di sottomettere con sue lettere autografe all’approvazione del Papa i consigli benevoli datigli da altro Potentato». — Possa ogni Sovrano cattolico essere sempre cosi tacciato!

Le insidie piemontesi convergono nella Sicilia, dove tra la indifferenza della popolazione, si fanno baldorie dai faziosi pe’ trionfi di Solferino. E preso di mira quel direttore di polizia Maniscalco, che, per impedire dimostrazioni sediziose nella sera dei 3 luglio, è costretto di far arrestare alcuni giovani di nobile casato; onde poi si cerca assassinarlo il giorno 27 novembre di questo stesso anno, alla porta della cattedrale di Palermo, in mezzo alla propria famiglia per mano di ignoto sicario, e si procura scuoterne la fermezza con minacciosi biglietti anonimi.


Ad accrescere gli eccitamenti in quei giorni, Cavour fa approdare a Messina alcune navi della marineria sarda, il cui comandante, procuratosi un Indirizzo a nome di quegli abitanti (menato in trionfo da diari torinesi), ne coglie il destro di una pomposa risposta, riportata dagli stessi giornali. Gioverà conoscere codesto incredibile impudente documento:


«Rada di Messina 24 giugno 1859.

«Abitanti di Messina!

«L’accoglienza cordiale ricevuta ieri nel metter piede sul suolo siciliano, ha colmati di gioia, riconoscenza ed orgoglio, noi che apparteniamo alla famiglia italiana, di cui Vittorio Emmanuele è il capo (?!), e rivendica ora i diritti, mettendosi alla testa dell’armata italiana come il primo soldato della sua indipendenza. Queste prove non ci erano necessarie per convincerci del vostro attaccamento alla patria comune e alla gloriosa Casa Savoia CHE VI CONTA GIA PER SUOI FIGLI DI CUORE E DI PENSIERO. Abitanti di Messina ricordiamoci della parola pronunziata da Napoleone III dopo la gloriosa battaglia di Magenta, quando nell’ingresso a Milano col coraggioso Vittorio Emmanuele disse: «Oggi siate tutti soldati.»

«Abbiamo queste parole sempre fisse nella mente, come uscite dal labbro del vendicatore (?!) dei diritti de' popoli, dal salvatore (?!) delle nazioni. — Siciliani! I vostri doveri come soldati italiani, sono pel momento la tranquillità, la prudenza, l’unione, la saggezza. Per voi non è venuta ancora Fora di marciare contro il nemico comune e contro coloro che lo sostengono. Ma quest’ora non tarderà a suonare, e noi siamo certi di vedervi allora correre sotto la bandiera del Re Galantuomo». (Questo proclama è pubblicato da vari giornali piemontesi, e dall'inglese Tablet, 9 luglio 1859).

Ed ecco come il Piemonte, per mezzo di un comandante del suo naviglio scopre sempre più i suoi intendimenti d’incoraggiare la rivolta per l’annessione della Sicilia sotto il suo dominio. Non dee quindi recar sorpresa se conseguentemente il partito fazioso, incoraggiato apertamente dal Governo di Torino, che comincia ad ingrandirsi in Italia, in virtù della Francia, dopo la battaglia di Solferino, osasse imperversare a fronte alta e con audacia, fino a dare pubblicità in quei giorni al seguente Indirizzo dicendo fellonescamente al re Francesco II:


«Sire!

«In questo momento solenne, nel quale i cuori di 21 milioni di uomini palpitano di speranza e di gioia per la risurrezione della nostra patria, le parole dei Napoletani si diriggono a voi giovane Monarca. I troni della Penisola sono sul punto di passare come reminiscenze storiche; alcuni di essi sono già caduti per non più rialzarsi. Il vostro trema già sotto i vostri piedi. Ma gli resta un appoggio, non più nel despota abborrito del Settentrione; ma ne’ nostri voti che sono più forti delle migliaia di Croati. La ripristinazione dello Statuto Costituzionale, giurato al Dio di vendetta dal defunto vostro genitore, è la sola àncora di salvezza che si offre a voi in mezzo ai tempestosi flutti del sangue dei nostri fratelli. Chiuderete voi l’orecchio alla gran voce del vostro popolo? Sventura a' Re, che dormono su i loro cannoni! Quando una idea è generale, quando è divenuta predominante, essa si ride della mitraglia, e spezza le baionette del dispotismo, le quali si rivolgono contro coloro che le mettono in movimento. Rammentate la storia della vostra Dinastia. Il pugnale della patria (?!) colpì Enrico IV, Luigi XVI, Filippo d’Orléans, il Duca di Berrv,il Duca di Parma, e vostro padre. Il seme dei Ravaillac, e dei Milano non è infecondo. Ma codesti tristi auguri sien lungi da voi, benché più volte sien divenuti fatti storici! La costituzione richiamata in vigore; un ministero che non sia più di diversi colori, immorale, oppressivo; una polizia vigilante, ma non tirannica e dispotica: tali sono i mezzi infallibili per consolidare la Vostra Dinastia».

E su questo tenore continuando il minaccioso libello, osa ricordare al Re di avere nelle vene il sangue della Venerabile Maria Cristina di Savoia; che suo padre visse undici anni di esilio e di angoscie; che il mondo applaudisce al vincitore di Sebastopoli e di Magenta, e conchiude «… il solo pensiero che noi siamo italiani ci farà vendicare gli oltraggi della nostra patria, e lavare le nostre ferite nel sangue dei traditori. Considerate ed agite.».

Con le minaccie adunque del regicidio gli uomini venduti al Piemonte, sperano di ottenere una costituzione liberale! — «In verità (osserva al proposito il giornale inglese The, Globe, luglio 1859) la corruzione deve toccare il colmo in quello Stato, dove si osa scrivere siffatta proclamazione: ma da codesta corruzione non potranno mai sorgere uomini liberi, né cittadini indipendenti»! — I fatti giustificarono a pieno questa previsione.

Dal citato libro del Tofano si possono raccogliere le perfide svariate mene degli emigrati napolitani a Torino. Ad offrirne un sufficiente ragguaglio, specialmente pel periodo di tempo cui si riferisce il presente lavoro, è d’uopo rimontare a talune pratiche degli anni precedenti. Rechiamo i brani che vi si riferiscono con le parole stesse del Tofano:

«Postomi in corrispondenza coll’illustre Manin, fui tra i pochi emigrati a Torino (1856) a fondare il comizio nazionale col programma: unificazione, monarchia italiana. Il solerte ed animatissimo Giuseppe La Farina, segretario del comitato, più d’ogni altro cooperò a tanta opera. Eleggemmo a nostro presidente il bravo marchese Pallavicino, e a vice presidente Garibaldi. Ci ponemmo in corrispondenza con le altre provincie italiane che gemevano sotto il dispotismo; e da per tutto si costituirono comitati corrispondenti col centrale di Torino. Si sentiva il bisogno e l’ansia, che in qualche parte di questa Italia nostra incominciasse un movimento che fosse di fomite e spinta ad un movimento generale, e che, mirando in apparenza ad una politica federazione, potesse condurre all’Unità italiana sotto la monarchia del nostro re Galantuomo, Vittorio Emmanuele. Trascrivo qui due lettere di Manin, perché veggansi i suoi principi che noi rappresentavamo nel comitato, ed i modi a tenersi per cominciare un movimento:


«Concittadino egregio.

«Parigi 18 febbraio 1857.

«… Rispetto agli affari di Napoli permettetemi di enunciarvi per ora le mie idee sommariamente, a guisa di aforismi, senza dimostrazioni. 1° I patrioti napolitani e siciliani, dimessa ogni idea di separazione o preminenza, dovrebbero far causa comune, contro il comune nemico, che ha troppo spesso profittato delle loro discordie. — 2°La non abolita Costituzione del 1848 offre un terreno eccellente per incominciare la campagna. — 3° L’agitazione legale, condotta con intelligenza, concordia ed energia, o produrrà la restaurazione delle libertà costituzionali, o preparerà la rivoluzione. — 4°Se sono restaurate le libertà costituzionali, se ne profitterà per licenziare la guardia pretoriana svizzera, e fare alleanza col Piemonte contro l’Austria. — 5° Se scoppia la rivoluzione, si proclamerà immediatamente Vittorio Emmanuele Re d’Italia. — 6° Qualora il Governo piemontese rifiutasse o tentennasse, si progredirebbe l’opera della emancipazione nazionale, mediante un governo provvisorio, appoggiato da un’assemblea eletta a suffragio universale, che rappresenterebbe l'Italia insorta, e riserverebbe a guerra finita la decisione delle quistionipolitiche. — 7° A questo movimento, inaugurato con bandiera simpatica al Piemonte, il popolo piemontese non potrebbe essere né ostile, né indifferente, e quindi forzerebbe il suo Governo a prender parte attiva alla guerra nazionale, ecc.

firmato «MANIN».


«Egregio concittadino.

«Parigi 13 aprile 1857.

«Il quadro che mi fate delle condizioni di Napoli, è troppo triste (?!). Nondimeno credo, non bisogna lasciarsi andare allo scoraggia mento, e quindi alla inazione. Osservo qualche sintomo di vita e di direzione intelligente. Se, usando della influenza vostra potestesecondarli, lo crederei utilissimo. Un partito numeroso, attivo, perseverante, appoggiato da agenti inglesi opera sul terreno legale (?!), la sua parola d’ordine è: Esecuzione della Costituzione del 1848. A me sembra che nelle congiunture presenti, sia la sola possibile. Se in ciò consentite con me, vogliate prestare il concorso della grandissimaautorità del vostro nome. — In quanto alla Toscana, sono perfetta mente del vostro avviso. Credo doversi tentare l’agitazione costituzionale, la quale non ha pericolo alcuno, e può avere utilità grande.» Chi impedirebbe che si facessero circolare e firmare infinite petizioni pel ristabilimento della Costituzione del 1848? E un pezzo che dico e faccio dire questo cose, ma sinora senza frutto. Ora che andate in Toscana vedete di scuotere quella inerzia. — (È cosa evidente che, salvo pochi settari sostenuti dall’estero, nessuno voleva saperne della rivoluzione).

firmato «MANIN».


Il Tofano intorno a questi perfidi concerti produce una sua lunga lettera al medesimo Manin da Torino, 10 marzo 1857, nella quale sono da notare le seguenti parole:

«... Scrivendo a' miei amici di Napoli, ho predicato, dicendo loro: Fondetevi, rammassatevi, mirate ad un unico scopo, cioè quello di scuotere il secolare dispotismo; se siete capaci di una rivoluzione di violenza, o se volete progredire in quella legale, uno deve essere il vostro grido: Indipendenza e Libertà! e sotto questo solo stendardo debbono accamparsi i veri liberali. Non vi è bisogno che indichiate le formegovernative, né indichiate chi possa assumere il potere dello Stato: solo così avrete forza per abbattere la tirannide. Dopo poi trionferà quel partito che sarà o più saggio o più forte: chiunque non acconsenta a questo programma, cacciatelo da voi; esso è cane ringhioso, è un satellite del Borbone, è un Austriaco mascherato da patriota. — Debbo dirvi che coteste mie parole sono state gradite. Ma è sperabile a Napoli un movimento di forza? No; il disinganno del 1848 è troppo recente; tutto si oppone pel momento ad un moto rivoluzionario colà. Al più potrebbesi avere un altro movimento alla Bentivegna, con le stesse conseguenze funeste, improficue, ritardive… E’ tanta poi la sfiducia ne’ tempi che corrono, e la flagrante ricordanza de' disinganni del 1848, che nella Toscana non si alza un grido, non si avanza una petizione, mentre ivi potrebbonsi tentare impunemente tutti i mezzi legali: ivi non vi è pericolo che soldatesca accoppi la popolazione, non vi è pericolo di carceri, di torture, di condanne: eppure si tace e si aspetta che altro popolo della penisola facesse».

Lo scrittore continua narrando le sue pratiche per eccitare complotti settari in Firenze, dove, con l’autorità delle anzidetto lettere del Manin, spiegava come sotto l'ingannevole parola FEDERAZIONEsi dovesse celare lo sgabello alla tanto desiata unità italiana, sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele (pag. 123 a 127); indi riporta una lettera scrittagli dal marchese Giorgio Pallavicino, presidente della Società Nazionale, ai 22 di agosto 1857, in questi termini:

«Il programma fu esaminato e discusso coscienziosamente da' più venerandi uomini di cui oggi si pregia l’Italia: Manin, Ulloa, La Farina, Foresti, Garibaldi, ecc. La parola unificazione sostituita all’antica di unità è il sapiente trovato di Manin. E noi, uomini positivi facciamo intendere con questa parola che ci contenteremo anche della parte, quando ci to mi impossibile l’avere il tutto. L’ho detto più volte, ed ora lo ripeto: unificandoci, raccoglieremo le forze che ci occorrono per conquistare la nostra indipendenza; unificati, potremo difenderla. Ogni passo dunque, ancorché piccolo e minimo in que sta via, sarà da noi accettato. Ma noi dobbiamo combattere a tutto potere qualunque deviazione, e deviazione massima sarebbe il creare in Italia nuovi centri unificatori. Né abbiamo uno e basta. Piemonte sia la palla di neve che scende dalle Alpi e fa la valanga. — Non vorrei un movimento toscano. La Toscana inerme non pesa sulla bilancia politica; ma vorrei una rivoluzione nelle Due Sicilie, perché quel Regno è fornito di buone armi. L’unione dell’esercito napolitano e piemontese, sotto unica bandiera, sarebbe il capolavoro della politica italiana. — Ma come indurre i Napolitani a fare il sacrificio della propria autonomia? I partiti non s’impongono. — È vero, io rispondo, ma s’impongono le idee, quando sono giuste (?!). Se miniamo dunque, e verrà il giorno del ricolto. Quanto a pregiudizi di municipio, non vogliono essere rispettati, ma combattuti. L’Italia Una è lo scopo, cui tendono oggidì moltissimi uomini pratici tra i quali mi limito a citare Daniele Manin. Per ottenere questo scopo, io non veggo che un solo mezzo, quello additato nel nostro programma. — Quanto a me non vorrei vedere i diversi Stati d’Italia liberi e federati. Ora non si tratta di libertà, ma indipendenza.» Fusione dunque col Piemonte, e non imitazione. Italia Una e non Federata. La federazione, sommo beneficio della Provvidenza in America e nella Svizzera, prive di glorie municipali, sarebbe in Italia sorgente perenne di funeste rivalità tra provincie e provincie ecc.

firmato«GIORGIO PALLAVICINO».


Il Tofano si diffonde a narrare le pratiche fatte a Torino allo arrivo de' Napolitani detenuti politici amnistiati, al più famigerato de' quali attribuisce inclinazioni alla dinastia legittima delle Due Sicilie: ecco le sue parole, e i documenti cui accenna:

«Giunto Poerio a Torino (1859) si smascherò un piano politico già da altri discusso ed accettato in corrispondenza col Poerio stesso a Londra, secondo il quale il figlio di Ferdinando II avrebbe dovuto ridonarci lealmente la Costituzione, calzare il coturno italiano, e, federato leale col Piemonte, cacciare l’Austriaco dall’Italia nostra; ed in codesta aberrazione cadde il Poerio perché fatalmente toccò Londra, e vi si mescolò pure una buona dose della sua nobile magnanimità (?!), poiché egli patrocinava i Borboni, de' quali era stato vittima (Vedi Vol. I, cap. III, lib. II. Pag. 161 e seg.). — Io a tutta possa, perché amico del Poerio e degli altri che il seguirono, mi opposi a codesta inqualificabile aberrazione. Non mi fermo su tale doloroso argomento, né voglio togliere la maschera a chicchessia, e molto meno a chi firmò contemporaneamente due opposti programmi che qui trascrivo, incominciando da quello per la sperata e patrocinata mistificazione borbonica.

—I°PROGRAMMA:«Nelle presenti condizioni d’Italia, e mentre tanta parte di essa, col potente e generoso alleato francese combatto per liberare l'intera Penisola dal giogo straniero, i sottoscritti esuli delle Due Sicilie, concordemente opinano che, quante volte il Governo, nella proporzione richiesta dall’ampiezza delle sue forze, tosto e francamente concorra nella causa della indipendenza nazionale, sia debito del partito liberale di quelle contrade di dargli pieno e leale appoggio, affinché non manchi nessuna parte della Penisola all’opera della indipendenza d’Italia ed all’ordinamento della sua nazionalità. — Torino, 4 giugno 1859».

(Seguono le firme di 8 emigrati napolitani).


«Ecco ora l’altro programma dettato nella riunione in casa Mancini:

—II°PROGRAMMA: «I sottoscritti esuli di Napoli e di Sicilia, residenti in Torino, in vista della dichiarazione fatta dal Governo delle ’ Due Sicilie della sua neutralità nella guerra dell’indipendenza nazionale d’Italia, esprimono unanimi la loro esecrazione per un tale atto che suggella una storia di dolori e di oppressione per quel misero paese. Esprimono inoltre la loro riconoscenza e la più esplicita adesione alla politica generale e nazionale di Vittorio Emmanuele II, e del magnanimo alleato Napoleone III. Deliberano che una deputazione, composta dei signori Mancini, d’Ayala, Castiglia, Poerio, Romeo, con facoltà di aggiungervi altri membri, esponga in una memoria con franchezza e convenienza i precipui fatti, e le ragioni per cui sia desiderabile che non venga accettata la dichiarata neutralità del Governo napolitano dalla Francia e dal Piemonte; e che non sia più lungamente tollerato il presente sistema politico dell’Italia meridionale. Commettono ai medesimi di scegliere i mezzi più opportuni per richiamare su quel documento la considerazione di coloro, i quali possono efficacemente giovare al trionfo della causa italiana, e di proporre la presente all’accettazione degli emigrati non intervenuti nella odierna adunanza. — Torino, 7 giugno 1859».

(Seguono le firme). — Passato con una votazione favorevole di voti 33 contro 4. —

«E tra i membri della commissione, aggiunge il Tofano, con molta prudenza si nominò il Poerio, nella speranza di portare la conciliazione, ove fatalmente era surto dissidio scandaloso. La speranza restò delusa, ed in me ciò non poteva esser dubbioso».


Ora ecco in quali termini il medesimo Tofano racconta le suddette cose all’altro emigrato napolitano marchese Ottavio Topputi, residente a Firenze:

«Signor Marchese carissimo,

«Torino, 12 giugno 1859.

«… Il nostro bravo Carlo Poerio, stando a Londra a contatto di quegli astuti e cupi diplomatici, si è persuaso che non si permetterà mai la detronizzazione de' Borboni di Napoli, e che il meglio da potersi fare, è quello che non si faccia opposizione al novello Re; che si cooperi in tal modo colla diplomazia perché si attuasse la costituzione nel nostro paese, d’onde poi la necessaria conseguenza di accedere alla guerra della nostra indipendenza. Egli sostiene che cosi vuole anche l'imperatore Napoleone, e quindi cosi vuole pure il Go verno piemontese; ma su di ciò ho taluni miei dubbi, e sarebbe stoltezza ed ingratitudine mettersi in controsenso di questo Re e di que sto Governo. Scialoia è nella stessa persuasione, e prima che Poerio qui giungesse, si permise scrivere una lettera a Napoli in tali sensi. Entrambi però mettono, come a condizione indispensabile dello appoggio al novello Re, di uscire dalla proclamata neutralità e di concorrere alla guerra della indipendenza. Io non ho potuto essere di questa opinione né come cittadino, né come politico. Ho con Poerio ragionato, strepitato, gridato; ma invano. Si era già spinto, e non ha saputo ritrarsi… Io ho sostenuto essere vafra la politica inglese, la quale, sostenendo i Borboni, vuol creare una opposizione d’interesse e di scopo tra l'Italia settentrionale e la meridionale, in modo che se un giorno (ed è ben prevedibile) la Francia venga in guerra con l’Inghilterra, si avrebbe il bruttissimo ed enorme scandalo di vedere i Napolitani combattere contro i Piemontesi ed i Toscani. E rispondendo alla obbiezione che, cioè, l’Inghilterra vuole i Borboni a Napoli come antimurale della influenza francese in Italia, ho sostenuto che, se anche l’imperatore Napoleone, a guerra finita, non la facesse da leal cavaliere, come ora la fa, sarebbe sempre miglior consiglio che l'Italia tutta subisse una sola influenza, cioè la francese. Così ho pensato; ma le mie parole furono gettate indarno. — Debbo qui per verità dire che i miei amici Poerio, Scialoia e gli altri, pensando nel modo suespresso, vi sono indotti da amore ardentissimo (?!) pel proprio paese, e da calcolo del possibile; mentre essi dicono che, una volta il Borbone postosi per la guerra della indipendenza, cesserebbe la vergogna della inazione del nostro paese, e, se fraude borbonica vi fosse, dovrebbe o neutralizzarsi, o soggiacere al voto rischiarato della»nazione. Udite ora che si è creduto di fare in contrario di ciò che fecero Poerio, Scialoia ed altri ad essi uniti. — La sera del 2 corrente giugno 1859, erano in mia casa Poerio, Scialoia, Imbriani, Pisanelli, d’Ayala ed altri. Giunge un invito firmato da Leopardi, Mancini, Cordova, Piria, Tommasi ed Antonio Fiutino, cosi espresso:

—«I sottoscritti, nello intento di preparare una riunione generale della emigrazione delle Due Sicilie, per consultare di comune accordo a ciò che meglio convenga farsi dalla medesima nelle presenti condizioni politiche di quella parte d’Italia, si riuniranno il giorno di lunedì6 giugno corrente, alle ore 2 pom. nella casa del sig……….

«Torino, 1 luglio 1859». —

«Io accettai l'invito, lo accettò benanche Ayala; gli altri si opposero. Credetti che la riunione si componesse di uomini avvezzi a discutere ed i cui nomi fossero conosciuti, e potesse così influirsi sulla opinione del paese, l’Italia tutta, ed anche neiconsigli della cupa diplomazia. — Mi vi recai: trovai unite circa 30 persone, la cui maggior parte componeasi di quelli che soffrirono la catena, e che vennero cacciati dal Regno con Poerio. Ma essi avrebbero dovuto esser chiamati con la intera emigrazione, quando pochi uomini, scelti tra quelli avvezzi a discutere, avessero formulata una opinione a seguirsi. Non commento la utilità di questo mio progetto, poiché è chiaro per sestesso. — Si propose di farsi una salda protesta contro la neutralità dichiarata dal novello Re; quindi elaborarsi un memorandum in tali sensi, ricordando tutte le perfidie (?!!) della Casa Borbonica; memorandum che non solo sarebbesi pubblicato, ma presentato allo imperatore Napoleone, al re galantuomo Vittorio Emmanuele, e sarebbesi spedito a tutti i gabinetti delle grandi Potenze, meno l’Austria (163). — Il eccetto mi piacque e vi acconsentii. Mi riserbai peraltro discutere la forma, e sostenni preliminarmente: 1° che, standosi all’invito, doveasi sottomettere questo progetto alla intera emigrazione dimorante in Toscana ed in Piemonte. 2° Che, ove cosi non si fosse fatto, e non trovandosi il memorandum sottoscritto da nomi conosciuti, sarebbe preso come una velleità personale, senza alcuna influenza ed avrebbe dimostrato le nostre piaghe, che sono pur tante! facendo noti i nostri funesti dissidi. Ma ebbi in questa discussione lo stesso infortunio; non fui inteso: e così, anziché seguirsi un partito conciliativo, si sono rizzate orgogliose le personalità; e si fa così chiaro e manifesto, che il nostro paese ha bisogno di un Re che, facendola da supremo dittatore, metta a partito gl'illusi, i pazzi, gli ambiziosi, i tristi. Ma sarà costui Francesco II? Io non credo a' miracoli, ecc.».

Era però tale il predominio da padrone che il Governo di Torino aveva acquistato su i fuorusciti napolitani, ivi cospiranti in suo servizio, che quando costoro, in virtù dell’amnistia concessa dal re Francesco II, ritornarono a Napoli, il Cavour e complici si adirarono del nonvederli all’opera di mettere subito in rivoluzione il paese. Eoeone una chiara rivelazione dall'istesso Tofano:


«Dando riscontro (sono sue parole) a lettera significativa del mio amico Poerio a Torino, così a lui scrissi:

«Caro Carlo,

«Bologna, 26 agosto 1860.

«A me non piacque al certo che gli emigrati ripatriassero; ciò non pertanto trovo ingiusta la stampa di Torino che vomita improperì contro di essi (164). Sia stata qualunque la loro intenzione nel rientrare, è certo che si posero in grave pericolo e coraggiosamente vi durarono. Che se poi si fa ad essi torto di non sentirsi ancora il paese in rivoluzione, il torto sarebbe soltanto giusto se essi con vanità e leggerezza se ne fossero lusingati e lo avessero promesso. A riguardo poi di non sentire ancora il paese insorto, io domanderei ai Piemontesi ed agli abitatori tutti di queste provincie annesse, quale rivoluzione di violenza hanno essi fatto per ottenere i vantaggi che ora posseggono e godono? Ringraziassero la fortuna che concesse a questa parte d’Italia un Re galantuomo, ecc».

—Preziosa confessione! Non per malcontento o ribellione di popoli si forma la cosiddetta Italia Una, ma per le inaudite, innumerevoli perfidie del Governo di Torino, d’accordo co’ faziosi scarsissimi dei paesi agognati, e sotto la ispirazione di altro prepotente Governo, che aveva interesse di dominare in Italia e tenerne spodestati ed esuli i legittimi Principi. —

Il re Francesco II, malgrado delle insolenti minaccie, continua a dar opera alle riforme credute più convenienti a' suoi popoli, ed eccederebbe di gran lunga le modeste proporzioni di questo lavoro il voler minutamente discorrere de' suoi atti governativi. — Crediamo però necessario di far precedere qui una riflessione, che avrebbe potuto anche meglio collocarsi altrove. — A cospiratori ed a violenti aggressori non è bastato di spogliare ed assassinare, essi han voluto, secondo il loro sistema, calunniare altresì le loro vittime addebitando loro or tirannia ed ora incapacità, dopo averle circondate d’inganni e di tradimenti; ma il mondo onesto saprà qual rispetto si debba alla triplice maestà di una corona incontaminata, di una sventura immeritata, e di un esilio nobilmente sopportato.

Altronde le popolazioni tradite sperimenteranno fra le tante amarezze anche la verità di queste tre conseguenze: 1° Che la rivoluzione produce appunto quei mali, dei quali ha voluto calunniare altri e se n’è servita di primo pretesto alle sue mene. 2° Che tutti coloro i quali condannavano questi mali quando non esistevano, ma l’inventavano da cospiratori, indettati da un ambizioso vicino, non si sono poi trovati d’accordo nel riformarli, e ne hanno introdotti altri effettivi e di gran lunga maggiori. 3° Che molti di cotesti pretesi riformatori non sanno quel che fanno, e que’ pochi che lo sanno, e che per la natura delle loro azioni meritano il nome di rivoluzionari, meritano pure la maledizione del genere umano ora e sempre. Da questa dura esperienza si apprenderà pure potersi ridurre a tre classi ilnumero di coloro, che si scagliano di più contro un Governo legittimo dopo averlo rovesciato:

1° Quelli che per odio inveterato lo attaccavano sistematicamente per lo innanzi, agognando poteri e ricchezze per sé stessi, lasciando poi oppresso il popolo, del quale dapprima simulavano prendere la difesa. 2° Quelli che ne hanno consumata la rovina con la forza per fanatismo o perversità, e rimangono indispettiti per non aver avuto parte sufficiente nelle spoglie opime. 3° Quelli da ultimo che, dopo aver servito per proprio utile un Governo, lo tradiscono, e corrono a servirne i nemici per avere un guadagno maggiore.

Nulla intanto omette il Governo di Napoli per ¡scongiurare i pericoli che lo minacciano. Egli ne è informato dal suo rappresentante a Parigi co’ seguenti dispacci:

1°«A’19 di giugno 1859. — Si tratta di guarentigia limitata: intavolati i negoziati tra Russia, Prussia ed Austria: si cerca finire a Verona». (Accenna all’accordo fra queste tre potenze per far finire la guerra d’Italia, mercé una coalizione armata, ciò che fa affrettare la Francia a conchiudere la pace dopo Solferino).

2°«A’di 1 luglio. Parlando col conte Walewsky dell’ultima circolare di Cavour (Vedi pag. 257 di questo vol.)fe su le conseguenze che costui spera dalla presente guerra, mi si è domandato quale senso io attribuissi a quell’atto. Io ho risposto:«Si preparano i documenti per poi lamentarsi di avere avuto un boccone troppo piccolo in Italia: in fatti quando Cavour osa sognare un regno di tutte le popolazioni, come indica «la configurazione del suolo, la uniformità di origine, di razza, di costumi», è chiaro che egli aspira a divenire Re di tutta Italia.» — Il conte Walewski mi ha soggiunto: «E vorrà comprendervi pure Roma e Napoli»? Io ho replicato: «Sì, purtroppo, secondo la circolare». — E Walewski ha ripigliato: «Mi compiaccio che l’abbiate ancor voi così interpretata; ma Cavour fa i conti senza l’oste»; pronunziando queste parole con un tono molto irato contro l’arrogante ministro del Re di Sardegna.

3°. Lo stesso dì I(o)luglio.«Trattasi della eventualità di una Confederazione Italiana, alla quale il real Governo napolitano sarebbe invitato a prender parte dalle grandi Potenze mediatrici, riunite in congresso. Per ciò la Prussia cerca mettersi d’accordo colla Russia e coll’Inghilterra per proporre la mediazione, ed imporre la pace a' belligeranti, quando sarà giunto il momento opportuno. Questo si crede essere, quando l’Austria, perduta la Lombardia, fosse per perdere anche la Venezia. Allora si proporrà all’Imperatore de' Francesi di contentarsi della sola annessione della Lombardia e dei Ducati al Piemonte; all’Austria di erigere Venezia in uno Stato indipendente con un Arciduca; restituire Toscana al proprio Sovrano, e tutti e tre col Papa e col Re delle Due Sicilie formare una federazione italiana».

Studiando nuovi provvedimenti a benefizio della Sicilia, il Re intende per ora delegare quivi come suo luogotenente un Principe della reale famiglia, e vorrebbe indurre ad accettare questo posto suo zio, il Conte di Trapani (165). Il ministro siciliano Cumboriesce a persuádemelo.Ma disponendosi egli alla partenza, le trame rivoluzionarie incalzano per impedire l’attuazione di un disegno che forse avrebbe calmata ogni suscettibilità del popolo siciliano; false notizie, rumori allarmanti di rivolta nell'isola, dimostrazioni minacciose, tutto è messo in opera per farlo abortire (166). E di fatti lo scopo della rivoluzione non ha nulla di comune colle riforme e colle concessioni temperate della sovrana potestà. La rivoluzione è radicalmente opposta alla dinastia dei Borboni e alla autorità di tutti i Principi della Penisola. Gli avvenimenti, dei quali diremo in seguito, ne stabiliscono ad evidenza la verità, e dimostrano il vero carattere dello sconvolgimento in cui si voleva precipitare il Reame delle Due Sicilie. — Così l’intervento massonico vuoi subdulo, vuoi palese si esercitava da per tutto nei più scaltriti e maligni modi senza un ritegno, né un riguardo al mondo.

Come opportuno corollario alle cose narrate aggiungiamo qui due documenti:


I - Rivelazioni intorno alla calunniosa invenzione della tortura per iscreditare il Governo delle Due Sicilie

La migliore confutazione alle calunnie romanzesche inventate dagli scrittori della setta contro il Governo napolitano, viene data dal dottore Giovanni Raffaele Siciliano, deputato al Parlamento di Torino, il quale nella Camera stessa (tornata 16 luglio 1864) rivela di esser egli l’inventore della famosa Cuffia del silenzio e delle torture di Sicilia; e di aver ciò praticato per istigazione del Goodwin, console inglese a Palermo, scrivendone lettere al Crispíe al Morning-Post. Ora il dottor Raffaele, come suole accadere, dopo che una cospirazione trionfò, reclama il privilegio delta invenzione; ed implicitamente viene a dimostrare, che egli cosi attivo in secondare la congiura ed eccitare l’odio contro i Borboni, aveva in propria casa frequenti riunioni di congiurati, dove si scrivevano le note da spedire al conte Amari, al Marchese di Torrearsa, ecc., senza aver mai sofferta la menoma molestia da quella efferata polizia borbonica, e senza essergli stato mai violato il domicilio. Ma, sottentrato il nuovo governo rivoluzionario, la consorteria del suo antico complice La Farina, ne ordina due volte l’arresto, gli fa violare di notte il domicilio e lo trascina alla deportazione senza giudizio.

«Chi l’avrebbe mai detto, esclama allora il deputato Raffaele, siarresta, si deporta, s’impone lo stato d’assedio, si fa il disarmo e si fucila! E per questa via il Governo pretende giungere, non dico a compiere l'Italia una, che ciò sarebbe utopia il pretenderlo; ma almeno a conservare l’acquistato? Possiamo aspettar questo dagli uomini che ci governano? Il passato protesta contro di loro, essi non hanno più la fiducia del proprio paese». Così parla in Torino nel 1864 un deputato di Sicilia, e quel che è più, il vero autore delle immaginarie torture, le quali però sono un pallido fantasma a fronte delle effettive e reali torture piemontesi sul muto Antonio Cappello e su tutti i paesi della Sicilia.

La storia imparziale terrà conto un giorno come in via officiale non giungessero mai reclami a Napoli sulle pretese esorbitanze che in Sicilia avrebbe commesse la polizia; ma nella stampa estera leggendosene le diatribe di sopra accennate, il Re vi spediva motu proprio visitatori segreti per esplorare sul corso della giustizia e sulla condotta di tutti i pubblici funzionari. — Il Cassisi nella sua opera (Atti e progetti del Ministero per gli affari di Sicilia in Napoli dal 26 luglio 1849 a giugno 1859) a pag. 88, riferisce che:

«D’ordine del Re furono scarcerati e restituiti in libertà vari individui siciliani indebitamente perseguitati, e sottoposti a giudizio criminale i funzionari pubblici, rei di abuso di autorità».

II - Il sicario che pugnalò il direttore di polizia in Sicilia

Abbiamo detto più sopra dell’attentato contro il Direttore di Polizia a Palermo; ora ecco qualche cosa di edificante in proposito:

—I congiurati siciliani, irritati per la inflessibile severità del direttore Maniscalco, pensano a farlo uccidere. Trovano il sicario, e fu il camorrista Vito Farinella, cui fu pagato il prezzo del sangue in 600 ducati da' capi cospiratori Trigona, principe di S. Elia, Antonio Pignatellidi Monteleone, Barone Riso, il figlio del Marchese Rudini, il Principe di S. Cataldo, il professore Casimiro Pisani, il principe Corrado Niscemi, Francesco Riso, popolano, ed altri. Costoro dopo ferito il Maniscalco, pensano a mettere in salvo il sicario, e simulano nelle loro officiose visite al ferito un profondo dolore. In seguito uno dei congiurati, Antonio Riso, ferito e moribondo dopo il fatto della Gancia, ne fa ampia rivelazione, e lo stesso Farinella ne mena vanto alla presenza di Garibaldi in Palermo, mostrando il certificato del Monteleone e del barone Riso; ed ha avuto 15 ducati mensili di gratificazione, che gli si corrispondono dal Governo massonico italiano. — Il De Sivo: tom. 3. pag. 142, riporta tali notizie, e cita pure le Memorie del Maniscalco.

Torna su



CAPO V


Torna su



IL PRINCIPIO DEL NON INTERVENTO

Napoleone III il 7 febbraio 1859 inaugurava la sessione legislativa, dichiarando, che «l’interesse dellaFrancia e da per tutto dov’èuna causa GIUSTA è civilizzatrice da far prevalere»: e il Moniteur del 4 marzo, scriveva: «Lo stato delle cose in Italia, sebbene antico, ha preso in questi ultimi tempi agli occhi di tutti un carattere di gravità, che doveva naturalmente colpire lo spirito dell’Imperatore; perché non è permesso al capo di una grande potenza, qual’è la Francia, d'isolarsi nelle questioni che interessano l’ordine europeo». Il 3 maggio poi lo stesso Napoleone annunziava ai Francesi, che egli scendeva in Italia per sostenere l’indipendenza italiana, e una causa che s’appoggia sulla giustizia). Quindièche fino alla pace di Villafranca il principio dell'intervento predomina in tutto e per tutto in Italia: intervento diplomatico, intervento rivoluzionario, intervento armato, né alcuno si leva per dire all’imbizzarrito Piemonte: «Lasciate in pace gli Stati altrui». Né altri è capace, di far sentire al Bonaparte, che se l’Italia è condannata a servire sempre, perché sempre diffidente verso il Papa, suo cuore e suo capo, non è poi necessario che cambi padrone.

L’intervento armato della Francia nel 1859 dura poco oltre un mese, tanto quanto duro la guerra; ma 1 intervento rivoluzionario sotto le alidelle aquile imperiali divenne perenne: e i fatti più mostruosi e incredibili presso nazioni civili si producono in ogni angolo d’Italia a servizio della rivoluzione. Parma, Piacenza, Modena, Firenze, Napoli, Bologna, Roma divengono svariato teatro delle svergognate trame di diplomatici settari. In Toscana il cav. Carlo Boncompagni, un giorno prima rappresentava il Piemonte presso il Granduca, e l'8 maggio 1859, cacciato il Granduca, piglia, con eroica disinvoltura, le redini di quello Stato! Scoppia la rivoluzione in Bologna e agenti piemontesi, essendo il Piemonte in piena pace col Papa, prendono possesso della città! Villamarina a Napoli, la Minerva a Roma cospirano in pieno giorno contro i Governi stessi presso i quali sono accreditati: e lungi dal destare alcun reclamo delle Potenze amiche di quei paesi così iniquamente traditi, tutti tacciono, se non approvano. Eppure Napoleone III nel cominciare la guerra, rivolto al popolo francese, il 5 maggio 1859, aveva detto: «Noi non andiamo inItaliaa fomentare il disordine, né a crollare il potere del S. Padre che abbiamo ristabilito sul suo trono». (167)

Intanto nell(')atto ¡stesso che si metteva fine alla guerra tra i due Imperatori di Francia e d’Austria, stabilivasi, con strana contraddizione, un principio d’intervento nello assestamento delle cose italiane, secondo gli accordi seguiti l'11 luglio 1859, e conosciuti sotto il nome di preliminari di Villafranca. In essi il Bonaparte astutamente, e Francesco Giuseppe lealmente, pattuivano di favorire la formazione di una Federazione Italiana, che il Piemonte aveva sempre impedito, e che la framassoneria non voleva, cui pretendevasi ciò non ostante inaugurare col dettar legge al Papa, chiedendogli d'introdurre nei suoi Stati riforme, che non dubitavano di chiamare indispensabili.

Ma da vedere e non vedere il principio dell'intervento si cambiava in quello del non intervento; e tale conversione sembra essersi fatta a Torino dopo la guerra di Lombardia, allora quando il famigerato Gioacchino Napoleone Pepoli, andato quivi a trovare il coronato cugino, ebbe da lui tali promesse, che, il 22 novembre 1862, autorizzarono l’istesso Pepoli a dire pubblicamente nella Camera dei Deputati queste interessanti parole: «L’Imperatore, quando lo vidi qui (in Torino) dopo la pace di Villafranca, e che gli chiesi se sarebbe rispettato il voto del mio paese; mi rispose: — «Purché l’ordine attuale non sia turbato, io vi prometto che non vi sarà intervento». (Atti ufficiali della Camera N. 906, pag. 3523).

Il massimo disordine essendosi compiuto col rovesciamento dei legittimi Governi, non si voleva altro intervento, purché l’ordine di quel disordine non fosse turbato! ché in tal caso, sarebbe intervenuto egli, il Sire francese.

Libero a tutti d’intervenire a favore della rivoluzione, inibito a tutti d’intervenire a favore dei traditi legittimi Governi, tale è in sostanza il principio immorale, contro natura, assurdo, che tutti i Governi europei accettarono ad occhi chiusi come cosa la più naturale del mondo, in virtù del quale ciò non ostante venivano senza ribrezzo cancellati dalla carta di Europa, in piena pace, quattro Stati dei più ragguardevoli e prosperi, e si scuoteva il trono più augusto e antico del mondo cristiano e civile! IlPapa e i Vescovi, soli fra tutti, alzavano la voce contro tanta scelleratezza; ma erano voci nel deserto, e solo rimanevano come giusta protesta per onore della Chiesa e della tradita umanità. Monsignor Gerbet, illustre Vescovo di Perpignano, fra gli altri, in una sua dotta Lettera pastorale dei 25 di luglio 1860, sugli errori del tempo, designava al suo Clero i seguenti principali a fine di combatterli:

«1° La dottrina evangelica circa l’assistenza fraterna riguardare soltanto gli individui; in nessun caso potersi applicare alle vicendeoli relazioni tra Stato e Stato, e a favore di quel Governo legittimo che fosse ingiustamente assalito da nemici interni od esterni.

«2° La regola ciascuno per sé applicata ai Governi, essere la espressione del giusto egoismo, che vuoisi prendere per norma nelle relazioni internazionali.

«3° La pirateria, proibita dalla legge di Dio tra particolari, essere permessa tra gli Stati».

Che direste voi mai, esclama qui la più volte citata Armonia, se, per cagion d’esempio, Tizio fosse per affogare e chiedesse aiuto al vicino, e questi gli rispondesse: «Amico, aiutati, che Dio ti aiuterà: sono pieno di simpatia per te; ma nell’acqua non vi sono caduto io. Se riesci a salvarti da te solo, ne godrò assai; ma aiutartinon m’è possibile, perché sto pel gran principio del non intervento». Siffatta risposta, crudelmente ridicola nelle relazioni private, non lo è meno nelle relazioni internazionali. Il non intervento pertanto è l’egoismo sollevato a diritto delle genti, è l’isolamento dei Re e dei popoli, è la negazione della carità fraterna riguardo alle nazioni. E appunto perché il gran principio del non intervento è un’assurdità, veggiamo che in pratica riesce una impossibilità, e il non intervento non serve ad altro, che ad impedire l’intervento dei buoni, e a favorire quello dei tristi.

L’istesso Napoleone III, che dopo la pace di Villafranca proclamava il principio del non intervento, sentì come si mettesse incontraddizione con sé medesimo; ordinò quindi al signor Thouvenel, suo Ministro per gli affari esteri, di purgarlo da quella taccia, ciò che subito fece col dispaccio del 30 gennaio 1860, nel quale era detto: Se il Governo dell'Imperatore, è egli stesso intervenuto, noi fece se non cedendo a circostanze imperiose, perché nello stato delle cose, in Italia, i suoi interessi glie ne imponevano la necessità». Di guisa che solo unico movente per i Governi come per gl'individui, rimaneva stabilito il freddo e vile interesse, il più cinico egoismo: non lo spirito di reciproca carità e assistenza, voluto dal Vangelo, e dalla stessa natura, per le società e per le nazioni, come per gl’individui.

Come adunque, aggiungeva L’Armonia, Napoleone III per interesse era intervenuto nel 1859 in Lombardia, egualmente per interesse s’intervenne dal Piemonte nel resto d’Italia, e s’impadronì dei Ducati di Parma, di Modena, della Toscana, delle Romagne, e finalmente delle Marche, dell’Umbria e del Regno delle Due Sicilie. E Garibaldi potè correre da Genova a Palermo, da Palermo a Napoli, e Fanti e Cialdini poterono invadere le terre della Chiesa, né l’Imperatore dei Francesi se ne dolse mai, e, dolendosene, parve incoraggiare quei fatti scellerati e inqualificabili.

Cosi il Conte di Cavour il 12 di aprile del 1860 poteva dire alla Camera dei Deputati subalpini: «La cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica, che in si breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze e a Bologna». E quel famoso Ministro, che nel Congresso di Parigi, e poi a Torino aveva sostenuto, non potere i Governi invocare l’aiuto altrui, per ragione d’interesse, per ottenere l’aiuto della Francia le cedeva senza arrossire la culla della Casa di Savoia e la fedele Nizza. Da quel momento tutti gli ostacoli e le apparenti esitazioni del Governo napoleonico furono come per incanto rimosse. Il 2 marzo 1860 Cavour con un dispaccio all’incaricato d’affari di Sardegna dichiarava di essere pronto a cedere Nizza e Savoia; ed ecco il 18 marzo dell’istesso anno pubblicarsi il decreto che annetteva l’Emilia al Piemonte, il 22 quello dell’annessione della Toscana. Il 24 di marzo dell’anno di grazia 1860 Farini e Cavour sottoscrivevano il trattato di cessione, alla Francia della Savoia e di Nizza, e il 26 di marzo la Scomunica del Papa con la maledizione di Dio, suggellavano lo sciagurato impudentissimo mercato!

Intanto in mezzo alla gioia degli inauditi successi ottenuti i gerofanti della setta prorompevano in edificantissime confessioni. Marco Minghetti, il grave manipolatore della famosa Convenzione del 15 Settembre, sorella maggiore della ormai altrettanto famosa legge delle guarentigie, il 27 di giugno 1860 diceva in piena camera: «Siamo tutti rivoluzionari, e il Conte di Cavour pel primo!»Carlo Luigi Farini il 29 dell’istesso mese aggiungeva: «Io credo potersi affermare, come diceva il mio onorevole amico, il deputato Minghetti, che qui siamo tutti o quasi tutti rivoluzionarii». E il giorno prima, il 28 giugno, il deputato Gabella aveva detto: «Napoleone III si è posto alla testa della rivoluzione europea, lo dice e lo fa dire ogni giorno negli scritti suoi e dei suoi fidati. Figlio della rivoluzione, egli è abbastanza sagace per non rinnegare la propria madre». (Atti uff. della Camera N. 108 e 112). Ma ciò non punto impediva che il 12 gennaio 1863 il Bonaparte protestasse di aver difesa la indipendenza d’Italia senza patteggiare con la rivoluzione!!!

Il principio del non intervento per poco sembrò naufragare nel settembre del 1860, al momento dell'invasione delle Marche e dell’Umbria; ma non ne fu nulla: anzi venne meglio che mai ribadito, per la inerzia inesplicabile delle Potenze europee incantate, o, per dir meglio, imbecillite e incatenate dalla sfinge della framassoneria. Il Bonaparte aveva, egli è vero, soventi volte confessato il dovere che incombeva alla Francia di vegliare alla difesa del Sommo Pontefice: e il Conte di Persigny il 31 di agosto del 1860 aveva detto a Saint-Etienne, che la spada del figlio primogenito della Chiesa continuava «a cuoprire colla sua elsa (de sa garde) la persona augusta del Pontefice e il trono venerando della S. Sede».

Anzi il Duca di Grammont, Ambasciatore di Francia a Roma, dichiarava che,«se le milizie sarde invadessero le Marche e l'Umbria», Napoleone III sarebbe forzato ad opporvisi (serait forcé de s'y opposer)». Ma era uno dei soliti inganni. Quando il Console francese di Ancona andava a dir questo al generale Cialdini, il generale, più franco del Grammont, rispondevagli senza equivoci: «Noi conosciamo meglio di voi le intenzioni dell'Imperatore». E le intenzioni di Napoleone III erano state manifestate a Cialdini e a Farini, quando recaronsi a Chambery il 29 di agosto 1860, per complimentarlo a nome di re Vittorio Emmanuele. Intanto il Journal des Débats, il 5 settembre dell'¡stesso anno, con compiacenza recava: «Il Movimento, giornale di Genova, fa osservare che, dopo il ritorno del sig. Farini dal suo viaggio a Chambery, la politica del Ministero ha preso un andamento più deciso, che si abbandonarono le misure abbracciate contro i volontari, e che gli apparecchi di guerra si fanno con raddoppiamento di attività».

Infatti a Chambery appunto Napoleone III, Cialdini e Farini trattarono della invasione dell'Umbria, delle Marche e del Regno delle Due Sicilie: prova ne sia un dispaccio del sig. Thouvenel, Ministro del Bonaparte, dato a Parigi il 18 ottobre 1860, nel quale apertamente confessa che l’Imperatore «non disapprovò la invasione». Il sig. Thouvenel soggiunge: «S. M. I. supponeva che la caduta della Monarchia napoletana sarebbe completa, che una rivoluzione si susciterebbe negli Stati Romani, che la sovranità del S. Padre sarebbe riservata». Quel che supponesse o sapesse Napoleone III noi noi sappiamo; egli è certo però, che, mentre proclamava il gran principio del non intervento, acconsentiva che Farini e Cialdini intervenissero a’danni di Napoli e di Roma. La cosa parve così strana, che in molti ingerì il sospetto (sospetto solo diciamo, ché Luigi Napoleone non era capace di tali ribalderie!) che egli menasse tanto rumore di quella invasione, ne disapprovasse il Governo sardo, richiamasse da Torino il suo rappresentante, e promettesse al Papa un più forte presidio e una opposizione energica ai nemici della S. Sede solo per impedire che alcun’altra Potenza intervenisse, e affinché le Nazioni cattoliche si rassicurassero, pensando, che il solito figlio primogenito aveva risoluto di difendere il Papa e il suo Regno. Ma tale sospetto si accrebbe, anzi divenne certezza, pei modi tenuti dal Bonaparteverso il Re di Napoli, fingendo di proteggerlo finché fuvvi pericolo che qualche potentato amico lo soccorresse; abbandonandolo poi in balìa dei suoi nemici, quando fu certo che il principio del non intervento non sarebbe violato da nessun Governo di Europa, e quando tutto fu pronto per un sollecito felice successo contro Gaeta e contro il Re Francesco II.

Ma non preoccupiamo il campo degli avvenimenti, che sempre più gravi sono per svolgersi dietro il disegno umano-diabolico elaborato nei covi massonici, con malizia illuminata dalla sovrumana sapienza di Satanasso.

Aggiungiamo invece qualche particolare che ci faccia conoscere meglio, se pur ne fosse bisogno, uno dei principali esecutori del disegno settario.


Torna su



CAPO VI


Torna su



IL GALANTUOMO

La pace di Villafranca aveva posto termine alla guerra d’Italia, del 1859. L’Austria aveva perduto gli antichi possedimenti di Lombardia, e, malgrado del famoso proclama di Milano, il Granduca di Toscana, e i Duchi di Modena e di Parma, perdevano i loro Stati, e la 8. Sede le belle provincie di Ferrara, dell'Emilia e delle Romagne, divenuta ogni cosa preda dell’ambizioso subalpino. A mascherare viemmeglio la pattuita usurpazione, il Trattato di Zurigo riservava poi i diritti dei Principi ingiustamente spodestati: e, aggiungendo la derisione al danno, perché si credesse che la pace ornai doveva rimanere salda e inalterata, e l’età dell’oro fiorire nella disgraziata Italia, si mise fuori un indigesto disegno di Confederazione, nella quale sedessero a lato dell’usurpatore, già signore di più di mezza Italia, i Duchi spodestati, la Santa Sede per metà spodestata, e il giovane Re di Napoli da spodestare, Presidente onorario il Papa!

Ma furono lustre bugiarde da gabbare i creduli Cattolici di Francia, e tenere a bada i Potentati europei, che non prendessero ombra da un troppo sollecito precipitare di cose. Il vinto di Sedan, quel grande ¡strumento della framassoneria, ungeva di miele la tazza fatale, affinché meglio i potenti della nostra epoca la trangugiassero.

Quindi in una delle solite lettere, che esprimono tutto un programma, e delle quali aveva fatto monopolio pe’ suoi interessi il Sire francese, poco prima che il Congresso si raccogliesse in Zurigo pel diffinitivo trattato di pace, dava a re Vittorio fratello voli avvertimenti, inutili a priori, intorno alle precipitate annessioni che giorno per giorno veniva facendo il Governo sardo, calpestando buona fede e trattati.

Di Napoli e del Regno di Francesco II, poco prima salito sul trono di suo padre, punto non si parlava nella lettera imperiale; importava sopra ogni altra cosa di dissimulare, basandosi sopra un dilemma che diveniva inevitabile, tosto che il dominio piemontese si fosse con la perfidia e con la forza stabilito nel resto d’Italia, paralizzata l’Austria. E il dilemma era questo: — 0 il giovane re Francesco II accede alla Confederazione, e noi lo schiacceremo con tutto il peso dell’Italia settentrionale e centrale, sotto la potente influenza dell’ingrandito Piemonte e del disinteressato alleato d’oltralpe; o non accede, e noi lo isoleremo e ne renderemo impossibile la esistenza, coll’astuzia e il tradimento, salvo l’assalirlo apertamente, come prima codesti mezzi morali avranno prodotto il loro effetto. —

Intanto si pensava alla prima ed ultima cosa necessaria per un governo che non si fondi sulla giustizia, vale a dire al danaro: e mentre i Principi spodestati, uscendo dai loro Stati, li lasciavano ricchi e colmi di ogni bene di Dio; dopo un paio di mesi di sgoverno dei proconsoli sardi, si rendeva urgente un’enorme prestito: e un dispaccio telegrafico del mese di ottobre dello stesso anno 1859 diceva: «Le condizioni finanziarie dell'Italia centrale sono tali,che, se non si provvede, il ritorno dei Duchi è inevitabile». Tutto era dunque questione di danaro e di corruzione!

La quale cosa prova, come opportunamente notava la valorosa Armonia di Torino: 1° Che i Governi rivoluzionari sono sommamente scialaquatori; 2° che i Governi dell'Italia centrale non erano secondati dal voto e dall'affetto delle popolazioni; 3° che questi medesimi Governi avevano a priori perduto ogni credito in faccia all’Europa; si contrattava dunque un prestito di 40 milioni a carico delle invase provincie, e il Piemonte garantiva!…

Del resto in meno di un mese la libertà, arrecata all’Italia dalle baionette straniere, le costava cento milioni da pagare all’Austria pel debito di Lombardia; altri milioni da pagare al monte Lombardo; sessanta milioni d’indennità al disinteressato alleato, intanto che si provvedeva per l’annessione di Nizza e Savoia; quaranta milioni per le fortificazioni da inaugurare l’era di pace, promessa dalla setta; quaranta milioni per l’Italia centrale, perché non torni a darsi ai Duchi spodestati; cento milioni di prestito per il Piemonte; cento cinquanta milioni di altro prestito autorizzato dal decreto del 12 luglio 1860!...

Da tutto questo mostruoso manipolamento di capitali dovevano uscir fuori i famosi mezzi morali, necessari, indispensabili per ingoiare il resto degli Stati della Chiesa e il regno delle Due Sicilie, cui si disperava ottenere per mezzo delle sole armi.

Ma su questo proposito l’Herald di Londra, in un suo importante articolo intitolato: Estratti dei dibattimenti di Torino (decembre 1862) recava rivelazioni edificantissime, che fa d’uopo raccogliere:

«Durante il recente dibattimento nel parlamento italiano (scriveva l’autorevole giornale) sulla questione di fiducia nel Ministero, il marchese Pepoli, ministro di agricoltura, parlò colla maggiore abilità di cui fosse capace, e con una franchezza che avrebbe dovuto essere inconveniente per il suo Re e per i suoi colleghi.

«E noto che il sig. Pepoli è cugino dell’Imperatore dei Francesi, e che ebbe parte principale nell'annessione dell'Emilia e della Romagna al Regno di Piemonte. Le sue rivelazioni portano perciò seco loro un’autorità più che ordinaria quando parla dell'attitudine dell’imperatore Napoleone dopo la pace di Villafranca, e dei mezzi coi quali il popolo dell'Italia centrale venne persuaso a divenir suddito della corona di Sardegna. Sembra con concludente evidenza, che, durante il periodo precedente l’inanime ed entusiastico voto dell’annessione al Piemonte, la somma di 185 mila lire fosse spesa dal marchese Pepoli per pagare la guardia nazionale e per maturare in altri modi la pubblica opinione in questo non molto esteso territorio; della quale somma 160 mila lire furono antistate dal pubblico tesoro di Torino e 25 mila prese sopra cambiali accettate dall’istesso re Vittorio Demanuele. Questo certamente sembrerebbe incredibile se noi non avessimo il fatto dalla autorità del ministro del Re, e se noi non lo trovassimo riferito nel rapporto del Governo (Atti Ufficiali N°. 907, pag. 3528) e non fossimo sicuri che nessuna contraddizione o rettificazione ufficiale sia comparsa sino ad ora.

«Al contrario si capirà come il Presidente della Camera, il quale pare fosse vagamente conscio che la cosa feriva in un modo o in un altro l’onore del Re, procurasse di scusare Sua Maestà colla circostanza che egli era allora Re di Sardegna e non d’Italia, e che accettava le cambiali in qualità di principe italiano, e non già come sovrano di tutto il paese. Ma il semplice volgo fuori d’Italia comprenderà difficilmente che un Re, il quale ordina che sia pagato danaro dal pubblico tesoro, e poi che mette il suo proprio nome reale sopra una cambiale per la somma di 100 mila lire per sostenere e stimolare una insurrezione nel paese di un principe vicino, colla veduta di procurarsi un acquisto di territorio per sé, abbia agito in una non molto dignitosa, leale e regale maniera, e la scusa addotta sia in realtà il più grossolano aggravio dell'accusa. Se le Legazioni fossero state attualmente annesse al regno d’Italia in quel tempo, esse avrebbero avuto un assoluto diritto di ricorrere al pubblico tesoro, e anche un certo riclamo sulla borsa privata del Re; ma, esitanti come erano in quel momento tra un’obbedienza e l’altra, la somministrazione di danaro, necessaria per decidere le loro aspirazioni, sa di bassa corruzione».

Nel replicare poi all’accusa fatta dal sig. De Cesare, a proposito che il precedente ministero di Rattazzi nulla fece per appoggiare le annessioni del 1859, il March. Pepoli rispose come segue: — L’onorevole De Cesare cade in un serio errore quando asserisce, che il Governo del Re non ha aiutato o sussidiato l’Emilia altrimenti che col prestito pel quale si è reso garante. L’onorevole ministro Oytana antistò quattro milioni al governo dell’Emilia. Questi quattro milioni saranno naturalmente ripagati coi prestiti successivi. In conferma della mia asserzione mi appello alla testimonianza dell’onorevole Farini, il quale può asserire che, senza l’anticipazione di codesti quattro milioni, sarebbe stato difficile di andare innanzi cogli armamenti, che, grazie al Generale Fanti, furono condotti con grande alacrità dal governo dell’Emilia. Quanto al governo di Bologna, egli è vero che. dopo la convocazione dell’assemblea io non ebbi più ulteriormente ricorso al Piemonte, né ricevetti il sussidio finché non fu garantito nel prestito generale con le altre provincie dell’Emilia; ma nei primi giorni (precisamente il giorno dopo la pace di VillafrancaJ, quando le casse erano esauste e non vi era modo di pagare la guardia nazionale, io stesso portai a Bologna duecento mila franchi che il Ministro delle finanze in Piemonte generosamente mi concedette per il bisogno. Aggiungerò un altro fatto. — Il prestito di Romagna incontrava grandi difficoltà, e siccome non poteva trovare un banchiere che volesse incaricarsi di contrattarlo, io venni a Torino affine di esporre lo stato degli affari. Allora il Re, che è sempre assai generoso della sua privata fortuna, vedendo le ristrettezze finanziarie nelle quali ci trovavamo, mi si fece garante, con un atto che gli fa il più grande onore (V.!) per la somma di 500 mila franchi (sensazione, movimento e conversazione animata in vario senso). Ed infatti avvenne allora che vari banchieri, che avevano fatto pompa del loro patriottismo, si mostrarono disposti a scontare la cambiale con la firma augusta che loro veniva offerta (movimenti diversi, grida di bravo, bravo!). Ed ecco perché ho detto che, senza il sussidio del Piemonte, io non avrei avuto modo di far nulla. (Bravo! dice bene! — Da varie parti: Parlate! Avanti. No, no). Mi permettete, o signori, di continuare? Questa è vera storia (!!!) che io vi dico». (Interruzione).

Il Presidente: «Io vi prego di notare che il Re, di cui si parla, è il Re di Sardegna, il quale in quel tempo, non era il reggitore delle provincie alle quali l’onorevole Ministro fa allusione, e che il sussidio riferito dal ministro, fatto in quel tempo, quantunque possa ridondare in onore (?!) del Principe; non ha che fare col carattere di Re d’Italia». (Grida di bravo! Sì, No. Sì).

Pepali: — «Sì, o signori, io ho ricordato questo fatto, che possiamo aggiungere a tutti gli altri che fanno tanto onore al nostro Re, e lo rendono l’oggetto della più calda affezione nelle nostre provincie e in tutta l’Italia». (Mormorio di assenso e di dissenso).

«Dopo tutto ciò, conclude l’Herald, che abbiamo udito dell’entusiasmo ed unanimità colla quale il popolo dell'Italia centrale chiedeva un’Italia unita, egli è certamente una straordinaria confessione da parte del Marchese Pepoli, che, senza questo immenso sussidio del Piemonte, non avrebbe potuto far nulla, e che in fatti l’annessione non avrebbe avuto luogo. Quindi se fosse esatto, come è asserito, che la maggior parte di questo fondo fu speso in armamenti, diretti (nota bene), dal piemontese Ministro della guerra, quale era la necessità di questi armamenti durante il periodo in cui pendeva il voto per il suffragio universale, mentre che quelle provincie erano rappresentate a tutta Europa come in uno stato di perfetto contentamento per le loro nuove libertà, e per il principio trionfante del Non intervento»?

Ma un fatto più grave e di un cinismo anche più mostruoso, di quelli recati nel surriferito articolo dell'Herald, e che meglio risponde a coloro, i quali, sceverando la persona del Re Vittorio Emmanuele dalla terribile responsabilità della catastrofe Italiana e della ruina di tanti Troni, stoltamente rappresentano il reale Galantuomo poco meno che quale una vittima innocente della settaria malvagità e perfidia, che di lui avrebbe fatto, suo malgrado, un cieco istrumento dei suoi scellerati intendimenti, cade in acconcio di aggiungere qui il seguente rilevantissimo articolo dell'Unità Cattolica (19 agosto 1870) jntitolato: II Re, Brofferio e Mazzini.

Mazzini era stato da poco arrestato dal Governo del Ministero Lanza, per uno di quei giuochi diplomatici il segreto dei quali appartiene alle alte sfere della rivoluzione. L’ Unità Cattolica, colta tale occasione, pubblicava il suo articolo, e diceva così:

—Ora che Mazzini è in carcere, e si fa un gran parlare di lui nella Camera e fuori, non sarà inutile ricordare un episodio che Angelo Brofferio pubblicò in Torino il 14 e 15 gennaio 1861, nei numeri 5 e 6 del giornale intitolato: Roma e Venezia. Era sul fine del autunno 1859, e Mazzini desiderava che Vittorio Emmanuele leggesse una lettera che aveagli indirizzata. Laonde mandò uno de' suoi al Brofferio perché gliela recasse. E Brofferio parlò prima a Rattazzi, allora ministro, e poi fu chiamato dal Re. Ed ora citiamo a verbo il racconto di Angelo Brofferio:

«Dopo il mio colloquio con Rattazzi, dice egli, il Re mi faceva chiamare al suo palazzo. Fui ricevuto alle sette della sera, e non ebbi commiato che dopo le nove. Poiché l’augusto interlocutore m’introdusse con arguto ragionamento in tutti i Gabinetti dell’Europa, e me ne fece vedere, una dopo l’altra, le tenebrose prospettive, e, quasi a conclusione del suo discorso, esclamò: — Eppure a qualunque costo si farà l’Italia!...

«Venne facilmente il momento di presentare la lettera di Mazzini.Quella stampata egli la sapeva già a memoria. Quando giunse all’avvertimento di mandare Garibaldi in Sicilia, rise cordialmente, e disse: — Mandarlo? Non è questa la difficoltà; la difficoltà è il trattenerlo. — E fu proprio cosi.

«Venuto alla conclusione soggiunse: —Salutate Mazzini per me; ditegli, che ho letto con piacere i suoi scritti, e che apprezzo le sue buone intenzioni: desidererei soltanto una cosa...

—Quale Maestà?

—Mazzini mi vuol dare sulla carta cinquecento mila uomini; io sono più discreto. Mi contenterei di duecento cinquanta mila in effettivo.

—Sire, io mi fo mallevadore che il popolo Italiano, tolta la consorteria dei falsi liberali che lo addormentano, farà miracoli.

—Ebbene, si svegli, e vedremo.

—Vorrebbe, Vostra Maestà, permettermi di domandare una conferenza a Mazzini per ridurre in atto pratico le sue proposte?

—Ma che? E egli in Piemonte? Ditegli che si prenda guardia.

—Vostra Maestà non vorrebbe certamente farlo arrestare!

— Io? no davvero! ma se lo sapesse l'Avvocato Fiscale

—Ebbene, perché il Fisco non lo sappia, se Vostra Maestà me lo permette, io lo inviterò alla Verbanella nel Canton Ticino, dove metteremo insieme le basi della pace fra la Repubblica e la Monarchia, senza che l’una sia divorata dall’altra.

«La permissione mi fu data, e io resi noto a Mazzini il mio desiderio, al quale egli rispose colla lettera seguente, diretta all’amico, da cui mi veniva rimessa con facoltà di leggerla a Rattazzi e a Vittorio Emmanuele».

«E qui Brofferio, stampava la lettera di Giuseppe Mazzini, ch’egli stesso fece leggere a Rattazzi: lettera alquanto lunga, ma molto importante, come quella che conteneva la proposta di fare tutto quello che fedelmente si è fatto. Mazzini diceva: «Il Governo Sardo accetti Garibaldi»e prometteva l’insurrezione della Sicilia, e dopo, quella di Napoli. Dichiarava però Mazzini francamente, ohe, dopo l’Unità d’Italia sotto la Monarchia, egli avrebbe continuato ad essere Repubblicano: «Sono repubblicano, diceva, rimarrò repubblicano: e mi serbo, in ogni caso,intatto il mio diritto di propaganda pacifica repubblicana per via di stampa; mi varrò dell’azione ove e quando diventi possibile, se la proposta della lettera al Re non è adottata. Veneratore della sovranità»nazionale, convinto dai fatti che oggi la maggioranza (settaria) del paese non solamente accetta, ma invoca la Monarchia di VittorioEmmanuele, devoto all’unità nazionale più che ad ogni altra cosa, credo debito mio di dire al Re: se volete davvero ed efficacemente conquistare l’unità nazionale, siamo pronti a cooperare. Vinciamo insieme; taceremo sul resto. Quando il paese, emancipandosi, si darà a voi, ciò di che non potete dubitare, non ci opporremo, non agiteremo in contrario. Il dì dopo, in esilio o in paese, scriverò, come prima, la fede dell’anima mia; prima ci limiteremo a porre sulla bandiera: Unità, Libertà».

E Mazzini, fedele alla sua parola, prima lasciò fare l’Unità d'Italia,e poi scrisse «la fede dell’anima sua». H Ministro Lanza lo fa arrestare a Palermo, ed ha ragione; ma state certi che non si compirà il processo. E non si compirà per ciò che è avvenuto nel 1859, e venne raccontato da Angelo Brofferio nel 1861!

Fin qui l'Unità Cattolica, alla quale i fatti diedero purtroppo ragione.

Ora dal racconto intitolato Ricardo (168), (che altro non è se non se le memorie di uno dei principali agenti di Cavour, che sotto tale nome serviva la frammassoneria, raccolte dalle sue carte per suo espresso volere) togliamo il seguente brano, dal quale in modo autentico rileverà il lettore come Mazzini mettesse in atto la promessa dei 600 mila eroi, da lui fatta a Vittorio Emmanuele.


Torna su



CAPO VII


Torna su



I COSÌ DETTI VOLONTARI

—Se vi è stato carnevale lungo e per tutta Italia speso tutto in allegrie, in divertimenti e mattezze le più singolari, fu esso quello del 1859. Durò infatti da oltre due mesi, essendo in quell’anno caduto il giorno delle ceneri ai 9 di marzo. E fu tale una smania in tutti, che io direi meglio manìa, di darsi bel tempo in festini, in teatri, in mascherate, in canti, giuochi, veglie, e che so io, che non si era veduta mai né tanta gente buttarsi con più impeto a tali divertimenti, né essere stata mai cosi universale la bramosia, fattasi insaziabile, di godere in quei giorni. E ciò si vide non solo nelle città, ma ben anco nelle castella, nei villaggi e in tutte le più piccole borgate di campagna. In ogni luogo si avevano le loro feste da ballo per tutta notte, e popolatissime, i loro teatri o teatrini; e, se per queste cose mancavano le case grandi o le sale necessarie per le adunate, sulle vie più larghe, nei crocicchi delle strade, sui sacrati delle chiese si alzavano capannello e baracche per le marionette e pei burattini. E di buon grado i signori della città aprivano i loro casini di campagna ai loro villani ed ai loro contadini pei festini: anzi vi mandavano suonatori a proprie loro spese per farli ballare e divertire.

Si vedevano por ogni dove gli artigiani di ogni ragione, i quali, sebbene poco o nulla lavorassero, perdendo quasi tutte le notti in danze, in veglie e in bagordi, avevano quattrini per sollazzarsi e per mangiare e bere allegramente; e di buoni bocconi e di scelto vino nelle locande o trattorie, che vogliate dire, nelle osterie e taverne, e persino nelle pubbliche piazze, in una allegria, che mai la simile, di canti e di suoni e di perfetto baccano.

La gente del contado, a più miglia di distanza, traeva alle città nelle ore del pomeriggio di ogni di per vedere le corse dei barberi o del fantino al pallio, e nei di festivi a grandi torme venivano per le magnifiche mascherate che nei corsi si facevano vedere in vive rappresentanze dei più bei fatti storici del Medioevo: e vedevi negli abiti di quel tempo e in quelle assise i Cavalieri delle Crociate e i fanti sfoggiare alla grande. Vedevi richiamati gli antichi Baroni e Duchi colle loro corti, e con essi cocchi e carri trionfali. E qui scene le più vaghe, e colà farse le più ridicole. Con ciò sia che tutte le maschere di teatro vi avevano sempre posto distinto, e davano ogni dì il più grandioso spettacolo ad ogni sorta di persone... Con tutto ciò non mai una satira, non mai uno sfregio o ai governi o alle autorità si vide in quelle comparse. Anzi dirò di più: non si ebbe in quei giorni a deplorare nessun disordine, né ì soldati vennero mai a raffrenare tumulti, né i gendarmi a carcerare nessuno Dal che si confermarono i maggiorenti delle città e delle terre in quel principio, le più volte falso, che quando un popolo si diverte e gozzoviglia lietamente, sta quieto, né pensa a sommosse o a disordini. Donde il permettere e il concedere tutto ciò che dimandavano pei pubblici divertimenti...

Ma che vuol dire, dicevano gli uomini più assennati e dabbene, che vuol dire in quest’anno cotesta allegria sì generale? che significa cotesta smania di carnevale che si vede in tutti? Pare che siano presi piccoli e grandi da stranissimi capogirli... I buoni padri di famiglia, le buone madri non sapevano tenere in casa i figli loro e le figlie, che sembravano divenuti frenetici in quei giorni... E pur troppo stringendosi nelle spalle allargavano eglino pure la mano, e li lasciavano andare: tanto più che vedevano l’esempio di altre buone famiglie, e sentivano ripetersi da persone amiche: —E carnevale; che ci volete fare?... Bisogna chiudere un occhio sulla gioventù... Lasciateli divertire, sono essi giovani… Ai 9 di marzo siamo alla fine. Per quattro giorni, che male c’è? D’altronde un carnevale più bello e più allegro non si è veduto mai a memoria d’uomo. —

Tutti vedevano l’effetto: e nessuno, anche dei più avveduti, sapeva grotta opera set dare in brocco a discernere la causa vera. Ma dalle istruzioni che noi sappiamo aver avute Ricardo per Forlì, deduciamo che i settari ne furono i motori ad ottenere il loro intento: né risparmiarono spese ad eccitare in tutta Italia l’entusiasmo del piacere, del quale sono fonte i divertimenti: tra i quali riuscirebbe poi facile, anzi facilissimo l’arrolamento per la guerra. Un cotale arrotamento infatti sarebbe stato in altra maniera assai difficile, e forse impossibile per moltissimi Italiani, che sanno gridare e fare i rodomonti nelle vie pacifiche della città, sulle piazze, nei caffè, ai teatri; ma… vogliono risparmiare, come dicono i Romani, la panza pei fichi...

Aggiungete che di loro natura gl'Italiani, più forse di quei di altre nazioni amano i passatempi, i divertimenti e le gozzoviglie, alle quali cose si buttano con tutta l’anima; ed essendo in quei momenti di piena allegria ebbri, e, fui per dire, fuori del senno, sono facili e pronti a tutto promettere per non troncare la via in che si sono messi del piacere. I settari italiani essi pure, fondati su tale carattere, si diedero con tutta la forza ad eccitare il desìo dei piaceri, ed a procurare ad essi i divertimenti nel suo proprio tempo, che è il Carnevale, per accalappiarli e farli del partito, e scriverli per la guerra...

Quindi i danari pronti all’uopo, quindi uomini preparati e mandati per destare i freddi, e più avvivare gli ardenti, e soffiar a gran fiato. Ecco la causa, per molti occulta, del grande tramestio del Carnevale del 1859.

Il giorno stesso nel quale Ricardo arrivò a Forlì, ove era aspettatissimo dai fratelli, ebbe subito congresso sull’affare importantissimo dell’arrolamento. Indi mostrò copia della lettera che Camillo Cavour gli avea fatto vedere, per cui egli ebbe a dire: — Va bene.

Di poi soggiunse: — Il tempo però più propizio per la nostra caccia è la notte, e in essa i festini da ballo. I giovanotti nostri là caldi si prendono bene. — Divise quindi la città come in tanti rioni o quartieri, ed a ciascuno prepose uno, che dovesse prendere in affitto un appartamento, o almeno una bella sala con libera una stanza vicina, per aprirvi un casino di divertimento, principalmente per farvi feste da ballo. Egli si scelse quello che dissero di s. Filippo, perché assai prossimo alla chiesa di quel santo. E in questo casino noi introduciamo i nostri lettori, in quella stessa maniera, colla quale noi fummo introdotti da Ricardo in corpo ed in persona la notte dei tre di febbraio di quest’anno 1859.

In una sala sufficientemente ampia eravi un numero grande di giovani forlivesi, da quello che appariva, dai 16 ai 30 anni o poco più, ed un buon numero di giovanotte, vestite in gran pompa, né molto ritenute e modeste. Le quali, entrando accompagnate o sole, dalla sala passavano a una stanza ove deponevano i loro cappelletti e gli scialli, o le sopravesti di vario nome, e rientravano tutte vezzose, o, dirò meglio tutte molli e cascanti, e in abiti perfettamente indecenti, che erano poi quegli abiti che sì sogliono dire di società. In faccia a quella camera ve ne era un’altra, che io direi pasticceria, caffetteria, fiaschetteria; tanta era l’abbondanza che vi era di paste dolci, confetture e ghiottornie di ogni ragione, e vini del paese sceltissimi, e ' vini forastieri dei più squisiti; forti e razzenti. Da questa stanza si passava ad un’altra senza ritornare nella sala, ove vi era uno scrittoio con sopravi aperto un libro di carta bianca, e calamai, e penne, e polverini. Dalla stanza, dirò così delle donne, si passava ad un’altra camera, cui non descrivo per debito di verecondia. Cinque erano i suonatori, e non vi era strumento veruno a corda; ma erano tutti a fiato e di ottone. In una sala non tanto grande e con molte persone era uno stordimento tale che mandava quasi il cervello a zonzo, sebbene quei maestri suonassero egregiamente. Alle tre ore di notte cominciava il festino, e durava per lo più fino verso le cinque antimeridiane. Ma il forte, ossia il bello della festa era dopo mezza notte, quando veniva gente dal teatro. I giovani, stanchi dal ballo, erano condotti nella stanza del caffè già detto, e qui mano alle bottiglie... e: — Bevi e mangia, — si sentiva dire ciascuno. Il caldo del ballo col caldo dei vini generosi e degli spiriti, che tracannavano, li portava quasi fuori di mente. Allora erano tratti alla camera dello scrittoio, ove erano sempre alcuni, che dicevano al mal capitato: — Vieni qua, scrivi...

—Che devo scrivere?

—Il tuo nome tra gli eroi, che devono far libera la patria! —

Il mal accorto scriveva, senza saper quasi quello che si facesse, il suo nome; riceveva una polizzetta, e se n’andava, sentendosi intimare: che, alla prima chiamata, partirebbe; pena la vita.

Quando poi si scuoteva, e restava libero e fuori del parosismo della febbre italiana, s’accorgeva l’infelice dei ceppi in che si era messo, e tardi conosceva che non si poteva liberare a niun patto... Se si diceva figlio unico di madre vedova e povera, si sentiva rispondere: l’Italia penserà alla tua madre... Se capo di casa, se sposo, se debole di forze; avea per risposta, che l’Italia penserebbe alla famiglia, provvederebbe alla sposa, gli darebbe vigore e lena...

Iscritto dunque ai ruoli, siccome volontario, la sola morte il potea cassare. La più parte degli arrotati facevasi a tirar altri; e chi ai caffè, chi nelle bettole, chi alle case di giuoco coi danari alla mano, piegavano molti a dare il loro nome per la guerra.

Mi passo qui dal parlare delle ragazze e spose italianissime, le quali, peggio della Plautilla (la seduttrice di Ricardo), che dovete rammentare (169), in Forlì come in Bologna, e nei casini dei balli, e nei teatri, e in ogni luogo sapevano piegare i giovani agli arrolamenti con quelle frodi ed inganni che il pudore vuole taciuti.

Ricardo, sebbene fosse il primo caporale della setta in Forlì, e tutto fosse da lui guidato e diretto, non compariva in azione. Egli aveva un certo tale col nome di provveditore, ed a costui facevano testa tutti gli ascritti, per mezzo di lui correvano i denari, e da lui avevano le carte di via, e le più larghe promesse.

Aveva nominato quattro assessori dei più sicuri mazziniani, i quali si erano circondati di molti adepti, ed erano stabiliti per sedurre i soldati svizzeri (come si fece poi a Napoli) che risiedevano in Forlì, i soldati pontifici italiani, gl'impiegati del Governo, e specialmente quelli di Polizia. Aveva ancora eletti dodici fidatissimi, che erano le sue spie. E questi, ben pagati, dovevano traforarsi da per tutto, e riferire le cose viste e sentite, specialmente i passi del Governo e gli ordini che venivano da Roma. Infine aveva messo in piedi dodici cursori volanti, che dovevano rapidamente portare le notizie, e riceverle, ai paesi e alle città vicine senza dare vista di sé, siccome uomini di affari, che volavano su certi carrettini a due ruote con un socavallo, detti biroccini. Cosi impiantata la seduzione, gli riuscì a maravglia la sua infernale missione. — Fin qui il Ricardo.

Chiudiamo la prima Parte del presente Volume coi seguenti documenti Pontifici:


Torna su



LETTERA ENCICLICA

DELLA SANTITA DI N. S. PER PROVVIDENZA DIVINA

PIO PP. IX.

A tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinari dei luoghi aventi grazia e comunione colla Sede Apostolica.

PIO PP. IX

Venerabili Fratelli

Salute ed Apostolica Benedizione

Quel moto di sedizione, che testé scoppiò in Italia contro i legittimi Principi, anche nei paesi confinanti coi Domini Pontifici, invase pure, come una fiamma d’incendio, alcune delle Nostre Provincie, le quali, commosse da quel funesto esempio, e spinte da esterni eccitamenti, si sottrassero dal paterno Nostro reggimento, cercando anzi, collo sforzo di pochi, di sottoporsi a quel Governo italiano, che in questi ultimi anni fu avverso alla Chiesa ed ai legittimi suoi diritti e ai sacri Ministri. Or, mentre Noi riproviamo e lamentiamo questi atti di ribellione, coi quali una sola parte del popolo in quelle sturbate provincie sì ingiustamente risponde alle paterne Nostre cure e sollecitudini; e mentre apertamente dichiariamo essere a questa Santa Sede necessario il civile principato, perché senza alcun impedimento possa esercitare, a bene della Religione, la sacra sua podestà (il quale civil principato si sforzano di strapparle i perversissimi nemici della Chiesa di Cristo); a Voi, Venerabili Fratelli, in si gran turbine di avvenimenti indirizziamo la presente lettera, per dare qualche sollievo al nostro dolore. '

E in quest’occasione anche vi esortiamo che, secondo la provata vostra pietà, e l’esimia vostra sollecitudine per l’Apostolica Sede e la sua libertà, procuriate di compiere quello, che leggiamo aver già prescritto Mosè ed Aronne, supremo Pontefice degli Ebrei (Num. cap. XVI.): Tolte thuribulum et hausto igne de altari mitte incensum desuper, pergens cito ad populum, ut roges pro eis; iam enim egressa est ira a Domino et plaga desaevit. — E parimenti vi esortiamo a pregare, come già quei santi fratelli Mosè ed Aronne, i quali, proni in faciem dixerunt: Fortissime Deus spirituum universae carnis, num aliquibus peccantibus contra omnes ira tua desaeviet? (Num. cap. XVI.). — A questo fine, Venerabili Fratelli, vi scriviamo la presente lettera, dalla quale prendiamo non lieve consolazione; giacché confidiamo che Voi risponderete abbondantemente ai Nostri desideri e alle Nostre cure.

Del resto Noi dichiariamo apertamente che, vestiti della virtù che discende dall’alto, la quale Dio, supplicato dalle preghiere dei fedeli, concederà alla infermità Nostra, soffriremo qualunque pericolo e qualunque acerbità, piuttosto che abbandonare in veruna parte l’Apostolico dovere, e permettere qualunque cosa contraria alla santità del giuramento, con cui Gi siamo legati, quando, Dio cosi volente, salimmo benché immeritevoli sopra questa suprema Sede del Principe degli Apostoli, rocca e baluardo della Fede Cattolica. Ed augurandovi, Venerabili Fratelli, ogni allegrezza e felicità nel compiere il vostro dovere pastorale, con ogni affetto compartiamo a Voi e al Vostro Gregge l’Apostolica Benedizione, auguratrice della celeste beatitudine.

Dato in Roma presso San Pietro, il di 18 di Giugno dell’anno 1859, del Nostro Pontificato il Decimoquarto.

Rechiamo il testo latino della riferita Enciclica:


Torna su



Venerabiles Fratres, salutem et Apostolica Benedictionem

Qui nuper per Italiani erupit contra légitimos Principes seditionis motus, in regionibus etiam Pontificiae ditioni finitimis, non nullas ex Provinciis nostris, quaedam velati incendi! flamma, pervasi!; quae quidem et funesto ilio permotae exemplo, et externis actae incitamentis, a paterno nostro regimine sese subduxerunt; et vero etiam paucis adnitentibus id quaerunt, ut Italico illi subiiciantur Gubernio, quod per annos hosce postremos Ecclesiae, ac legitimis illius iuribus, sacrisque administris se gessit adversum. Dum Nos rebellionis huiusmo di actus et reprobamus et dolemus, quibus quaedam tantum popoli pars turbatis in iisdem provinciis iniuste adeo respondet paternis studiis curisque Nostris; ac dum necessarium esse palam edicimus Sanctae huicSedi civilem principatum, ut in bonum religionis sacram potestatem sine olio impedimento exercere possit; quem quidem civilem Principatum extorquere eidem connituntur vaferrimi hostes Ecclesiae Christi; Vobisin tanto rerum turbine praesentes damus litteras, Venerabiles Fratres, ut aliquod dolori Nostro solarium quaeramus. Atque hac occasione Vos etiam hortamur ut prò explorata pietate vestra, prò eximio erga Apostolicam Sedem eiusque libertatem studio, id praestandum curetis, quod olim Aaroni, supremo Hebraeorum Pontifici, praescripsisse legimus Moysem (Num. cap. XVI.): tolle thuribulum, et hausto igne de altari mitte incensum desuper pergens cito ad populum, ut roges prò eis; jam enim egressa est ira a Domino, et plaga desaevit. Itemque Vos hortamur, ut preces fundatis quemadmodum sancti illi fratres, Moyses nimirum atque Aaron, qui proni in faciem dixerunt fortissime Deus spirùuum universae carnis, num aliquibus peccantibus contra omnes ira tua desaeviet? (Num. Cap. XVI). Ad hoc scilicet, Venerabiles Fratres, praesentes ¿Vobis mittimus litteras; ex quibus non parum solatii percipimus, quippe confidimus, desideriisVos curisque Nostris cumulate responsuros. Ceterum palam hoc profitemur, indutos Nos virtute ex alto, quam infirmitati Nostrae immittet fidelium precibus exoratus Deus, quidvis discriminis, quidvis acerbitatis antea perpessuros quam Apostolicum alla ex parte deseramus officium, ac quidquam admittamus contra iuramenti sanctitatem, quo nos obstrinximus, cum licet immerentes Supremam hanc Apostolorum Principis Sedem, arcem et propugnaculum Catholicae fidei, Deo sic volente, conscendimus. In pastorali vostro tuendo munere omnia laeta ac felicia, Venerabiles Fratres, Vobis adprecantes, coelestis auspicem beatitatis Apostolicam benedictionem, Vobis, gregique vestro peramanter impertimur. Datum Romae apud S. Petrum, die 18 Iunii anno 1859. Pont. Nostri an. XIV.


Torna su



ALLOCUZIONE DELLA SANTITA DI N. S.

PER PROVVIDENZA DIVINA

PIO PP. IX.

Tenuta nel Concistoro Segreto del giorno 20 Giugno 1859

VENERABILI FRATELLI

Al gravissimo dolore, onde insieme con tutti i buoni, siamo compresi per la guerra insorta tra nazioni cattoliche, una massima afflizione si aggiunse per la luttuosa rivoluzione e perturbazione di cose, che testà avvenne in alcune Provincie del nostro Dominio Pontificio, per iniqua opera e ardimento al tutto sacrilego di uomini empi. Voi ben intendete, Venerabili Fratelli, che noi ci dogliamo con queste parole di quella scellerata congiura e ribellione di faziosi contro il sacro e legittimo civile Principato Nostro e di questa Santa Sede; la quale congiura e ribellione alcuni perversissimi uomini, dimoranti in quelle stesse nostre Provincie non temettero di tentare, promuovere e compire con clandestini ed iniqui conventicoli, con vergognosissime pratiche, tenute con persone di Stati circonvicini, con libelli frodolenti e calunniosi, con armi provvedute e venute di fuori, e con moltissime altre frodi ed arti perverse.

E non possiamo non lamentarci assaissimo che questa iniqua congiura sia primieramente scoppiata nella nostra città di Bologna; la quale, colmata di benefizi dalla nostra paterna benevolenza e liberalità, due anni or sono quando vi abbiamo soggiornato, non aveva lasciato di mostrare e di attestare la sua venerazione verso di Noi e questa Apostolica Sede. Infatti in Bologna il giorno duodecimo di questo mese, dopo che inopinatamente ne partivano le milizie austriache, subito i congiurati con insigne audacia, conculcando tutti i divini ed umani diritti, e rilasciato ogni freno all'iniquità, non ebbero orrore di tumultuare e di armare, raunare e guidare la guardia urbana ed altri, e recarsi all’abitazione del Nostro Cardinale Legato; ed ivi, tolte le arme pontificie, innalzare e collocare in loro vece il vessillo della ribellione, con somma indegnazione e fremito degli onesti cittadini, i quali non temeano punto di riprovare liberamente sì gran delitto, e di applaudire a Noi ed al Nostro Pontificio Governo.

Poi dagli stessi ribelli fu intimata la partenza allo stesso Cardinale Nostro Legato, il quale, secondo il dovere del suo ufficio, non lasciava di opporsi a tanti scellerati ardimenti, e di sostenere e difendere i diritti e la dignità Nostra e di questa Santa Sede. Ed a tal segno di iniquità e impudenza vennero i ribelli, che non temettero di mutare il governo, e chiedere la dittatura del Re di Sardegna; e per questo fine mandarono loro deputati allo stesso Re. Non potendo dunque il Nostro Legato impedire tante malvagità, e più a lungo sostenerle e vederle; pubblicò a voce ed in iscritto una solenne protesta contro quanto si era fatto da quei faziosi a danno dei diritti Nostri e di questa Santa Sede; e, sforzato a partire da Bologna, si recò a Ferrara.

Le cose in Bologna, tanto iniquamente fatte, vennero cogli stessi colpevoli modi operate altresì in Ravenna, in Perugia e altrove, con comun lutto de' buoni, da uomini scellerati: sicuri che i loro impeti non potessero venire repressi e rotti dalle nostre pontificie milizie; le quali, trovandosi in poco numero, non potevano resistere al loro furore e alla loro audacia. Laonde nelle suddette città si vide per opera de' faziosi conculcata l’autorità d’ogni legge divina ed umana, e oppugnata la suprema civile potestà Nostra e di questa Santa Sede, e rizzati i vessilli della ribellione, e tolto di mezzo il legittimo Pontificio Governo, ed invocata la dittatura del Re di Sardegna, e spinti o costretti alla partenza i Nostri Delegati, dopo pubblica protesta, e commessi altri non pochi delitti di fellonia.

Niuno poi ignora a che principalmente mirino sempre cotestiodiatori del civil Principato della Sede Apostolica, e ciò che essi vogliano, e ciò che desiderano. Per fermo tutti sanno come, per singolare consiglio della Divina Provvidenza, è avvenuto che, in tanta moltitudine e varietà di Principi secolari, anche la Romana Chiesa avesse un dominio temporale a niun’altra podestà soggetto, acciocché il Romano Pontefice, sommo Pastore di tutta la Chiesa, senza essere sottoposto a verun Principe, potesse con pienissima libertà esercitare in tutto l’Orbe il supremo potere e la suprema autorità, a lui data da Dio, di pascere e reggere l’intero gregge del Signore, e insieme più facilmente propagare di giorno in giorno la divina Religione, e sopperire ai vari bisogni dei fedeli, e prestare aiuto ai chiedenti, e procurare tutti gli altri beni, i quali, secondo i tempi e le circostanze, fossero da lui conosciuti conferire a maggiore utilità di tutta la repubblica cristiana. Adunque gl’infestissimi nemici del temporale dominio della Chiesa Romana perciò si adoperano d’invadere, di crollare e distruggere il civil Principiato di Lei, acquistato per celeste provvidenza con ogni più giusto ed inconcusso diritto, e confermato dal continuato possesso di tanti secoli, e riconosciuto e difeso dal comune consenso dei popoli e dei Principi, eziandio acattolici, qual sacro ed inviolabile patrimonio del Beato Pietro; affinché, spogliata che sia la Romana Chiesa del suo patrimonio, possano essi deprimere ed abbattere la dignità e la maestà della Sedè Apostolica e del Romano Pontefice, e più liberamente arrecare ogni gran danno e fare asprissima guerra alla santissima Religione, e questa Religione medesima, se fia possibile, gettare del tutto a terra. A questo scopo per verità mirarono sempre e tuttavia mirano gl’iniquissimi consigli e tentativi e frodi di quegli uomini, i quali cercano di abbattere il dominio temporale della Romana Chiesa, come una lunga e tristissima esperienza a tutti chiaramente e apertamente fa manifesto. Per la qual cosa, essendo Noi obbligati, per debito del Nostro apostolico ministero, e per solenne giuramento, a provvedere con somma vigilanza all’incolumità della Religione, e a difendere i diritti e i possedimenti della Romana Chiesa nella loro totale integrità e inviolabilità, non che a sostenere e rivendicare la libertà di questa Santa Sede, la quale libertà é senza niun dubbio connessa colla utilità di tutta la Chiesa cattolica; e per conseguenza, essendo Noi tenuti a difendere il Principato, che la Divina Provvidenza donò ai Romani Pontefici, acciocché essi liberamente esercitassero in tutto l’Orbe l'amministrazione delle cose sante, e dovendo Noi trasmetterlo intero e inviolato ai Nostri Successori; perciò Noi non possiamo non condannare veementemente e detestare gli empì e nefandi conati e ardimenti di sudditi ribelli, e loro fortemente resistere.

Pertanto, dopo che per la reclamazione del nostro Cardinale Segretario di Stato, mandata a tutti gli Ambasciatori, Ministri e incaricati d’affari delle estere Nazioni presso di Noi abbiamo riprovato e detestato i nefarì ardimenti di cotestiribelli; ora in questo vostro amplissimo Consesso, o Venerabili Fratelli, elevando la Nostra voce col maggiore sforzo che possiamo dell’animo Nostro, protestiamo contro tutto ciò che gli anzidetti ribelli hanno osato di fare nei predetti luoghi; e colla Nostra suprema autorità condanniamo, riproviamo, rescindiamo e aboliamo tutti e singoli gli atti sì in Bologna, sì in Ravenna, si in Perugia, e sì in qualunque altro luogo fatti, ed appellati in qualunque modo, da essi ribelli contra il sacro e legittimo Principato Nostro e di questa Santa Sede, e dichiariamo e decretiamo che i prefati atti sono nulli del tutto, illegittimi e sacrileghi.

Di più, ricordiamo a tutti incorrersi, senz’altra dichiarazione, da tutti quelli che in qualsiasi modo ardiscono di scuotere il potere temporale del Romano Pontefice, la Scomunica maggiore, e le altre pene e censure ecclesiastiche, fulminate dai Sacri Canoni, dalle Costituzioni Apostoliche, e dai decreti dei Concili Generali, specialmente del Tridentino (Sess. XXII, cap. II. De Reform.); e quindi dichiariamo esservi di già miseramente incorsi tutti coloro, i quali a Bologna, Ravenna, Perugia e altrove, sono stati arditi coll’opera, col consiglio, coll’assenso e per qualunque siasi altro modo, di violare, perturbare ed usurpare la civile potestà e giurisdizione Nostra, e di questa Santa Sede, e il Patrimonio di S. Pietro.

Intanto, mentre spinti dal debito del nostro ufficio siamo costretti, non senza grave dolore dell’animo, a dichiarare e promulgare tali cose, commiserando alla lagrimevole cecità di tanti figliuoli, Noi non cessiamo di dimandare umilmente e istantemente dal clementissimo Padre di misericordia, che colla sua onnipotente virtù affretti quel giorno, cosi desiderato, nel quale possiamo nuovamente accogliere con gioia fra le paterne braccia questi figliuoli nostri ravveduti e ritornati al proprio loro dovere; e vedere redintegrato in tutti i nostri Pontifici Stati l’ordine e la tranquillità, allontanatane ogni perturbazione. Sostenuti da tale fiducia in Dio, siamo eziandio confortati dalla speranza che i Principi di Europa; siccome per lo addietro, così ora eziandio pongano di comune accordo e sollecitudine ogni loro opera nel difendere a conservare intero questo Principato temporale Nostro e della Santa Sede; importando sommamente a ciascuno di loro che il Romano Pontefice goda pienissima libertà, affinché si possa debitamente soddisfare alla tranquillità di coscienza dei Cattolici che dimorano nei loro Stati. La quale speranza per certo da ciò ancora viene accresciuta, che gli eserciti francesi, esistenti ora in Italia, secondo quello che il nostro carissimo in Cristo figliuolo, l’Imperatore dei Francesi, ha dichiarato, non solo non faranno cosa alcuna contro il poter temporale Nostro e di questa Santa Sede, ma anzi si adopreranno per difenderlo e conservarlo.

Ed ecco il testo latino della pontificia Allocuzione:


Torna ad inizio pagina


Venerabiles Fratres

Ad gravissimum, quo cum bonis omnibus, propter bellum inter catholicas nationes excitatum, premimur dolorem, maximus accessit moeror ob luctuosam rerum conversionem ac perturbationem, quae in nonnullis Pontificiae Nostrae ditionis Provinciis nefaria impiorum hominum opera ac sacrilego prorsus ausu nuper evenit. Probe intelligitis, Venerabiles Fratres, Nos dolenter loqui de scelesta sane perduellium contra sacrum legitimumque Nostrum et huius Sanctae Sedis civilem principatum coniuratione et rebellione, quam vaferrimi hominesin eisdem Nostris provinciis commorantes, tum clandestinis pravisque coetibus, tum turpissimis consiliis cum finitimarum regionum hominibus initis, tum fraudulentis calumniosisque editis libellis, tum exteris armis comparatis et invectis, tum perversis quibusque aliis fraudibus et artibus moliri, fovere, et efficere minime reformidarunt. Nec possumus non vehementer dolere, infestam huiusmodi coniurationemprimum erupisse in civitate Nostra Bononiensi, quae paternae Nostrae benevolentiae ac liberalitatis ornata beneficiis, duos fere ab hinc annos, cum ibi diversati sumus, suam ergo Nos et hanc Apostolicam Sedemvenerationem ostendere ac testari haud omiserat. Bononiae enim die duodecima huius mensis, postquam Austriacae inopinato discesserunt copiae, nulla interposita mora, coniurati homines audacia insignes, domnibus ivinis humanisque proculcatis iuribus, laxatisque improbitatis habenis, haud exhorruerunt tumultuari, atque urbanamcohortem aliosque armare, cogere, educere, atque Cardinalis Nostri Legati aedes adire, ibique ablatis Pontificiis Insignibus, eorum loco rebellionis vexillum attollere et collocare cum summa honestiorum civium indignatione ac fremitu, qui tantum facinus improbare ac Nobiset Pontificio Nostro Gubernio plaudere haud extimescebant Hinc ab ipsis perduellibus eidem Cardinali Nostro Legato profectio fuit denunciata, qui prò sui muneris officio tot scelestis ausibus obsistere, ac Nostram et huius Santae Sedis dignitatem et iura asserere ac tueri minime praetermittebat. Atque eo sceleris et impudentiae rebelles devenerunt ut minime veriti sint gubernium immutare, et Sardiniae RegisDictaturam petere, et ob hanc causam suos ad eumdem Regem deputatosmittere. Cum igitur Noster Legatus haud posset tantas impedire improbitates, easque diutius ferre et intueri, solemnem tum voce tum scripto edidit protestationem contra omnia quae a factiosis hominibus adversus Nostra et huius Sanctae Sedis iura fuerunt patrata, ac Bononia decedere coactus Ferrariam se contulit.

Quae Bononiae tam nefarie peracta sunt, eadem similibus criminosis modis Ravennae, Perusiae, etalibi flagitiosi homines, communi honorum omnium luctu, agere minimedubitarunt, aud timentes posse suos impetus a Pontificiis Nostris copiis reprimiae refringi cum illae numeropaucae eorum furori et audaciaeresistere minime possent. Quocirca in eisdem civitatibus a perduellibus omnium divinarumhumanorumque legum conculcataauctoritas,et suprema civiljs Nostra atque huius Sanctae Sedis oppugnatapotestas,etefectionis erecta vexilla, etlegitimum Pontificium Gubernium de medio sublatum, etSardiniae Regis Dictatura petita, et Nostri delegati publicaemissa protestatione adprofectionem vel impulsi,vel coacti, etallamultarebellionis admissa facinora.

Nemoveroignorat quo isticivilis Apostolicae Sedis principetus osores semper potissimum spectent, etquid ipsi velintquidcupiant, quid exoptent. Omnes quidem norunt singulariDiviniae Providentiae consilio factum esse ut, intantatemporalium Principum multitudine et varietate,Romanaquoque Ecclesia temporalem dominationem, nemini prorsus obnoxiam, haberet; quo Romanus Pontifex, summus totius Ecclesiae Pastor, nulliunquamPrincipisubiectus supremam universi Dominici gregis pascendi regendique potestatem auctoritatemque, abipso Christo Domino acceptam, per universum,qualatepatet, orbem, plenissima libertateexercere, ac simul faciliusdivinam religionem magis in dies propagare, et variis fidelium indigentiis occurrere, et opportuna flagitantibus auxilia ferre etalla omnia bona peragere posset, quae pro re ac tempore ad maiorem totius christianae reipublicae utilitatem pertinere ipse cognosceret.Infestissimiigitur Romanae Ecclesiae temporalis dominii hostes civilem eiusdem Ecclesiae Romanique Pontificiaprincipatum,caelestiquadamrerumdispensatione,et vetusta pertotiam continentia saecula possessione, ac iustissimo quovis alio optimoqueiure comparatum, et communi omnium populorum etPrincipum, vel acatholicorum, consentione uti sacrum inviolatumque BeatiPetri patrimonium semper habitum ac defensum, invadere,labefactare, ac destruere connituntur; utRomanaEcclesia, suo spoliatapatrimonio,Apostolicae Sedis Romanique Pontificiedignitatem, maiestatemque deprimant, possumdent,etliberius sanctissimae religionimaxima quaque damna, ac teterrimum bellum inferant, ipsamque religionem, si fieri unquam posset, funditus evertant. Hucsane semper spectarunt ac spectant nequissima illorum hominum consilia, molitiones etfraudes,quitemporalem Romanae Ecclesiae dominationem convellereexoptant, veluti diuturnaactristissimaexperientia omnibus dare aperteque demonstrate

Quamobrem cum Nos, Apostolici Nostri muneris officio solemniqueiuramentoastricti, debeamus religionis incolumitatisummavigilantia prospicere, ac iura etpossessione Romanae Ecclesiae omnino integrainviolatasque tueri, ethuius Sanctae Sedis libertatem, quae com universaeEcclesiae utilitate estplane coniuncta, asserere etvindicare, ac proindeipsius Principatum defendere,quoad liberamrei sacrae in totaterrarumorbeprocurationem exercendam Divina ProvidentiaRomanosPontificesdonavit, illumque integrum etinviolatum NostrisSuccessoribus transmittere, idcirco non possumus non vehementerdamnare, detestari impios nefariosque perduellium subditorumausus, conatus, illisque fortiter obsistere.

Itaque postquam per reclamationem NostriCardinaliaSecretariiStatus, missam adomnes Oratores, Ministros et negotiorum Gestores exterarum Nationum apud Nos ethanc S. Sedem, nefarios huiusmodi rebellium ausus reprobavimus acdetestatisumus; nunc in amplissimohoc vestro consessu, Venerabiles Fratres, Nostram attollentes vocem maiore qua possumus animi Nostri contentione protestamur contra ea omnia, quae perduelles in commemoratis locis agere ausisunt,et Suprema Nostra auctoritate damnamus, reprobamus, rescindimus, abolemus omnes etsingulos actus tumBononiae, tumRavennae, tumPerusiae, tumalibi abipsis perduellibus contra sacrum legitimumque Nostrum ethuius S. Sedis Principatum quovis modo factosetappellatos,eteosdem actus irritos omnino, illegitimos, etsacrilegos esse declaramus, atque decernimus. Jnsuper in omnium memoriam revocamus maiorem excommunicationem aliasque ecclesiasticas poenas etcensuras a sacria Canonibus, Apostolicis Constitutionibus, etGeneralium Conciliorum, Tridentinipraesertim (Sess: 22. cap: 11. de Reform:) decretis inflictas etulla absque declaratione incurrendas abiisomnibus, qui quovismodo temporalem RomaniPontificiapotestatem impetere audeant: in quas proindeeos omnes misereincidisse declaramus, quiBononiae, Ravennae, Perusiae, etalibi civilem Nostrum ethuius Santae Sedis Potestatem, etiurisdictionem, ac BeatiPetri patrimonium, opera, consilio, assensu, etalla quacumque ratione violare, perturbare, et usurpare ausi sunt.

DumveroofficiiNostri ratione compulsi haec, non sane levi animiNostri dolore, declarare et edicere cogimur, miserrimam tot filiorum caecitatem illacrimantes a clementissimo misericordiarum Patrehumiliter enixeque exposcere non desistimus, ut omnipotentisua virtute efficiat, ut quamprimum optatissimus illucescat dies,quo et ipsos filios resipiscentes, atque ad officiumreductos, iterum paterno sino cum gaudio eccipere, et omni perturbationesublata ordinem tranquillitatemque in tota Pontificia Nostra ditione restitutam ridere possimus. Hac autem in Deo fiducia suffulti ea quoque spe sustentamur, foreut Europae Principes, uti antea, itahoc etiam tempore suam omnem operam in temporali Nostro, sanctaeque huius Sedis principatotuendoet integre servando, consociatis studiis consiliisque impendant;cum eorum cuiusque vel maximeintersit, Romanum Pontificem plenissima fruì libertate, quo Catholicorum conscientiae in eorumdem Principum ditionibus commorantium tranquillitati rite consul tumsit. Quae quidem spes augetur, propterea-quod Gallicae copiae in Italia degentes, iuxta ea quae Carissimus in Christo FiliusNoster Gallorum Imperatordeclaravit, non modonihil contra temporalemNostramethuius S. Sedis dominationem agent, ¡mmo veroeamdem tuebuntur atque servabunt.

A questi augusti documenti aggiungiamo il seguente, diretto alle Corti europee per ordine di Sua Santità.

NOTA DELL’EMO SEGRETARIO DI SUA SANTITA AI VARII RAPPRESENTANTI DELLE POTENZE

Dal Vaticano, 12 luglio 1859.

In mezzo ai timori e agli affanni occasionati dall(')attuale deplorabile guerra, pareva alla Santa Sede di poter vivere tranquilla, dopo le numerose assicurazioni che avea ricevuto; assicurazioni alle quali erasi perfino aggiunta quella, che il Re di Piemonte, dietro il consiglio dell(')Imperatore dei Francesi suo alleato, avea ricusato la dittatura che gli era offerta nelle provincie insorte degli Stati Pontifici. Ma ò doloroso il rilevare che le cose accadono affatto altrimenti, e che si compiono sotto gli occhi del Santo Padre e del suo Governo dei fatti, che rendono ogni giorno più inqualificabile la condotta del Gabinetto sardo verso la Santa Sede; condotta che dimostra chiaramente, che vuol togliere alla stessa Santa Sede una parte integrante del suo dominio temporale.

Dopo la rivolta di Bologna, che Sua Santità ebbe già occasione di deplorare nella sua Allocuzione del 20 Giugno, questa città divenne il punto di convegno di una turma di uffiziali piemontesi, venutivi dalla Toscana o da Modena, affine di prepararvi alloggi per le milizie piemontesi. Da cotesti Stati esteri introdussero migliaia di fucili per armare i ribelli e i volontari, e cannoni per accrescere la sedizione delle provincie ribelli, e rendere più audaci i perturbatori dell'ordine. Un altro fatto, che rende compiutamente illusorio il rifiuto della dittatura, sopraggiunse a mettere il colmo a questa violazione flagrante della neutralità, unita a un’attiva cooperazione per mantenere la rivolta negli Stati della Chiesa. La nomina del Marchese d(')Azeglio in qualità di Commissario straordinario nelle Romagne (come risulta dal decreto di S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia, Luogotenente generale di Sua Maestà Sarda, del 28 Giugno, e dalla lettera del Conte di Cavour sotto la stessa data), per dirigere il concorso delle Legazioni alla guerra, e sotto il pretesto specioso d’impedire, che quel movimento nazionale non portasse alcun disordine, è una vera attribuzione di funzioni che lede i diritti del sovrano territoriale.

Le cose procedettero con tale rapidità che le milizie piemontesi sono già entrate sul territorio Pontificio, occupando Forte Urbano e Castel franco, ove giunsero bersaglieri piemontesi e una parte della brigata Real Navi. Tutto ciò nello scopo di opporre coi rivoltosi una resistenza energica alle milizie pontificie, che furono spedite per rivendicare il potere usurpato nelle provincie ribelli, e di creare nuovi ostacoli alla esecuzione di questo disegno. Finalmente per completare l’usurpazione dalla sovranità legittima, due uffiziali del genio, di cui uno piemontese, furono inviati a Ferrara per minare e distruggere quella fortezza. Così odiosi attentati, nella cui esecuzione si manifesta una flagrante violazione del diritto delle genti a più di un punto di vista, non possono non riempire di amarezza l’animo di Sua San tità, e cagionarle una viva e giusta indegnazione, aumentata ancora dalla sorpresa di vedere, che tali enormezze sono l’opera del governo d’un Re cattolico, che avea accettato il consiglio datogli dal suo augusto alleato di ricusare la dittatura che gli era offerta.

Tutte le misure prese per prevenire e attenuare questa serie di mali essendo riuscite vane, il Santo Padre, non dimentico dei doveri che gli incombano per la protezione dei suoi Stati e per l’integrità del dominio temporale della Santa Sede, essenzialmente connesso coll’indipendenza e col libero esercizio del supremo pontificato, reclama e protesta contro le violazioni e le usurpazioni commesse malgrado l’accettazione della neutralità, e vuole che la sua protesta sia comunicata a tutte le Potenze europee. Confidando nella giustizia che le distingue, orede ch’esse vorranno dargli il loro appoggio; esse non permetteranno il successo di una violazione cosi aperta del diritto delle genti e della sovranità del Santo Padre. Egli spera ch’esse non esiteranno a cooperare alla sua rivendicazione, e a questo fine invoca la loro assistenza e la loro protezione.

Ad onta di tali deplorevoli cose, il Santo Padre Pio IX, che all’incominciare della guerra si era rivolto al mondo cattolico chiamandolo alla preghiera; conchiusa la pace di Villafranca, si rivolgeva all’Emo Cardinale Patrizi, suo Vicario Generale, nei seguenti termini:

LETTERA DIS. S. PAPA PIOIX ALL’EMO CARDINAL VICARIO DOPO LA PACE DI VILLAFRANCA

«Signor Cardinale,

«Tutto il mondo cattolico conosce quali meno stati nella presente lotta in Italia i nostri sentimenti, i quali altro non ebbero in mira che il conseguimento della pace, ed a tal fine abbiamo diretto a tutto l'Episcopato nostre lettere, le quali lo invitavano a far pubbliche preghiere per ottenere dal Dio della pace un tanto dono. Ora che questo dono è stato conseguito, incarichiamo lei, sig. Cardinale, di avvertire i fedeli di questa Capitale del Cristianesimo, affinché vogliano intervenire alle solenni azioni di grazie da offrirsi al Signore per essersi degnato di far cessare il più terribile di tutti i flagelli, che è la guerra. Quali saranno per essere le conseguenze di questa pace, Noi le attenderemo con calma, e confideremo sempre nella protezione che Dio si degnerà di concedere adesso e sempre al suo Vicario, alla sua Chiesa ed al mantenimento dei diritti di ambedue. Intanto si seguiteranno le solite preci dopo le Messe private, sostituendo all’orazione prò pace quella pro gratiarum actione.

«Ringraziare Iddio per la pace ottenuta fra le due grandi potenze belligeranti è nostro dovere: ma il seguitare la preghiera è un vero bisogno; giacché varie provincie dello Stato della Chiesa sono ancora in preda dei sovvertitori dell’ordine stabilito; ed è in queste provincie stesse, ove in questi giorni da una usurpatrice straniera autorità si annunzia che Iddio fece l’uomo libero delle proprie opinioni, siano politiche, siano religiose (170), dimenticando così le autorità stabilite da Dio sulla terra, alle quali si deve ubbidienza e rispetto; dimenticando del pari la immortalità dell'anima, la quale quando passa dal transitorio all’eterno dovrà rendere conto speciale anche delle sue opinioni religiose ab Giudice Onnipotente, inesorabile, imparando allora, ma troppo tardi, che uno è Dio, una è la Fede, e che chiunque esce dall’Arca dell'Unità sarà sommerso nel diluvio delle pene eterne. E dunque evidente la necessità di proseguire la preghiera, affinché Iddio si degni nella sua infinita misericordia di ristabilire la rettitudine della mente e del cuore in quelli che furono trascinati a fuorviare dal cammino della verità, ed ottenere che piangano, non sulle imaginarie e menzognere stragi di Perugia, ma sulle proprie colpe e sul proprio accecamento. Questo accecamento ha spinto negli scorsi giorni una turba di forsennati, per la maggior parte ebrei, a cacciare con violenza qual che famiglia religiosa dal suo sacro ritiro. Questo stesso accecamento ha prodotto tanti altri mali che affliggono e straziano il cuore. Ma la preghiera è più potente dell’inferno, e qualunque cosa si domanderà a Dio da quelli che sono congregati nel nome suo, sarà infallibilmente ottenuto. E che cosa domanderemo? Che tutti i nemici di Gesù Cristo, della sua Chiesa, di questa Santa Sede si con vertano e vivano: convertantur et vivant.

«Riceva, Signor Cardinale, l’Apostolica Benedizione che di cuore le impartiamo.

«Dal Vaticano, 15 luglio 1859.

«PIUS PP. IX»


Torna ad inizio pagina


MEMORIE DOCUMENTATE


Torna su



PER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA


Torna su



RACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO

_________________

VOLUME III – PARTE II

ROMA

TIP.DEGLI ARTIGIANELLI DI S. GIUSEPPE

Via Monferrato, 149

1888

PARTE SECONDA

LIBRO III


Torna su



IL TRATTATO DI ZURIGO


Torna su



CAPO I


Torna su



INGHILTERRA E RUSSIA E LA PACE DI VILLAFRANCA

Prima di dire del famoso trattato di Zurigo è mestieri di fare un breve riassunto della politica de' Gabinetti di Londra e di Pietroburgo relativamente all'Italia, dalla quale politica si ha la spiegazione di più di un fatto posteriore. Quando il Governo francese dopo la vittoria di Magenta partecipava spontaneamente all'Inghilterra a quali condizioni conchiuderebbe la pace coll’Austria, Lord Russel si limitava a trasmettere il relativo dispaccio all’Ambasciatore austriaco, dichiarando di non avere ad emettere veruna opinione sull'oggetto; ma entrava tosto in trattative co’ Gabinetti di Berlino e di Pietroburgo per indurli ad unirsi coll’Inghilterra per una mediazione comune, e tale da imporre ai belligeranti un accomodamento sopra basi da lui preparate.

Ma ad un tratto l’annunzio della pace di Villafranca viene a fardileguare le speranze di Lord Russel ed a fargli sfuggire la parte di pacificatore dell'Europa alla quale agognava; non avendo preso parte alla guerra, l’Inghilterra non è calcolata per nulla nella conchiusione della pace. Per tanti anni essa ha menato gran rumore per le sue vaghe simpatie verso l’Italia, ed ora gli Whigs al potere veggonsi con dispetto messi da banda; nel 1859 come nel 1848 hanno lasciato sfuggirsi la occasione di figurare in Italia, limitandosi ad infruttuose declamazioni. La disdetta del Gabinetto Whig è dunque immensa alla notizia della conclusione della pace; ma le opposizioni violenti che Cavour suscita nella stampa italiana contro i preliminari di Villafranca, offrono all’Inghilterra una propizia occasione per ingerirsi nelle faccende italiane, e per mettersi risolutamente alla testa di tutti gli elementi rivoluzionari, rimasti malcontenti per la cessazione della guerra. — Fedelmente eseguito il Trattato di Villafranca avrebbe indebolita la influenza austriaca in Italia; ma avrebbe lasciata sussistere, e, come contrapesonecessario, avrebbe perpetuata la influenza francese. Lord Russel vede la possibilità di sostituire ad entrambe queste influenze quella della Gran Brettagna. Impedire il compimento delle stipulazioni di Villafranca, valeva tanto quanto rendere impossibile la piena riconciliazione di Francia ed Austria, e la conchiusione di quella grande alleanza continentale, uno dei terrori della politica Inglese. Servire la ingordigia del Piemonte, e far riuscire i suoi progetti di annessione, valeva lo stesso che incatenare co’ vincoli di riconoscenza e di necessità quello Stato novello che andrebbe ad arrogarsi il nome di Regno d’Italia, che le sarebbe debitore della propria nascita, e del quale essa sarebbe unica protettrice. All'interesse politico si unisce l'interesse commerciale. Un trattato di commercio e la introduzione di un libero scambio (171) sono il premio con che il Piemonte paga e pagherà le simpatie della protezione brittannica, a spese del commercio di Genova e degli altri Stati italiani che andrà ad annettersi. Estendere quindi su di questi la dominazione sarda, equivale ad assicurare alFInghilterra un regime di favore in quelle ubertose contrade, ed a conquistare in servizio della industria inglese que’ mercati che Trieste e Marsiglia hanno finora usufruito. Le mire ambiziose del Piemonte, riprovate dalla Francia, trovano dovunque un zelante appoggio nella diplomazia della Gran Brettagna; ed il gabinetto Whig, che vantavasi come il solo capace a saper mantenere l’alleanza francese, non lascia mezzo alcuno intentato per togliere alla Francia il frutto della guerra d’Italia. — Il cambiamento politico è quindi immediato.

Appena firmate le stipulazioni di Villafranca, Lord Russel le critica amaramente, le definisce ineseguibili, e fa nascere mille ostacoli che impediscano di attuarle. Egli scrive (25 luglio), che «lasciare la Venezia all’Austria indebolisce le frontiere del Piemonte ingrandito colla Lombardia, e gl’impone enormi spese per la erezione di nuove fortezze; che stabilire in Italia una Confederazione con l’Austria e col Papa è lo stesso che mettere in pericolo la indipendenza italiana, le istituzioni del Piemonte, la libertà di coscienza, di educazione, di stampa». Insiste adunque perché si rinunzi alla Confederazione, o se ne escluda assolutamente l’Austria. Lord Russel non si contenta di inutilizzare le stipulazioni di Villafranca, ma impone, come condizione preliminare di un Congresso, lo sgombro delle milizie francesi ed austriache dall’Italia, impegnandosi queste due potenze di non ricorrere a mezzi coercitivi per l’attuazione de' trattati, ed a rispettare le decisioni che sarebbero prese da' popoli d’Italia in quanto a' loroSovrani, ed a' loro futuri destini. Egli termina, dichiarando: — essere inutile la riunione del Congresso, se l’Austria non vi intervenisse; e poi mette in campo tali condizioni, da rendere quasi impossibile la partecipazione di questa potenza al Congresso stesso. — Né solamente nei dispacci confidenziali Russel biasima i contraenti di Villafranca, egli riproduce tutte le sue critiche in pieno Parlamento. Dal suo discorso, e da quello di Gladstone (28 luglio) risulta chiaramente in tutta Europa che l’Inghilterra disapprova le stipulazioni di Villafranca, le giudica impraticabili, e minaccia di non assistere al Congresso, se non in quanto l’Italia centrale fosse rimasta libera di scegliere quel Governo che gli piacesse. Russel entra in rapporti officiosi co’ rappresentanti improvvisati dalla rivoluzione in Italia, e dichiara ai signori Lajatico e Fontanelli, che «l’Inghilterra non aveva a dar loro consigli, ma avrebbe rispettate le decisioni de' Toscani e de' Modenesi (settari)». Mentre spinge alla elezione e alla riunione immediata di assemblee popolari in Italia, e ne’ suoi dispacci a Pietroburgo (12 agosto) fa gli elogi dei capi del movimento Italiano, si sforza di dimostrare all’Austria (16 detto;, che i Toscani sono nel diritto (?!) di regolare i loro affari interni, che la sicurezza e gl’interessi vitali dell’Austria non rimarebbero lesi (!?) dalla scelta che sarebbe fatta di una nuova dinastia per regnare sulla Toscana, ed in tono quasi comminatorio aggiunge, che «l’Inghilterra protesterebbe qualora si adottassero misure coercitive, e potrebbero derivarne gravi complicazioni». — Tale è lo zelo con che Lord Russel si fa l’avvocato de' Governi provvisori d'Italia, che, dopo la lettura di uno dei suoi dispacci, il Conte Walewski non può fare a meno di dire a Lord Cowley (17 agosto): «Sarebbe tropporincrescevole se il contenuto di questo dispaccio fosse conosciuto in Toscana; ciò servirebbe d’incoraggiamento al partito rivoluzionario, e contribuirebbe a prolungare la incertezza della situazione».

Al marchese d’Azeglio, Ambasciatore sardo a Londra, Lord Russel dice, che «il Re di Sardegna farebbe bene ad accettare la sovranità offertagli dall’assemblea di Firenze, e di occupare immediatamente la Toscana, allegando la necessità di mantenervi il buon ordine, e riserbando solamente all’Europa di sanzionare la creazione di un gran regno dell’Italia del Nord».

Contemporaneamente (17 settembre) scrive a Parigi: — esser presumibile che Austria, Russia e Prussia rifiutino di riconoscere in Toscana altro Sovrano diverso dal Granduca; ma che questo rifiuto non impedirebbe di risolvere la questione. «Austria e Russia, dice, aveano lungamente rifiutato di riconoscere la Regina Isabella di Spagna, ciò che non aveva impedito a costei di regnare, e sottomettere i ribelli (cosi detti), che ne contrastavano le pretese».

Questo avviso però non solamente non piace alla Francia, ma non è neppur adottato dallo stesso Piemonte, al quale il consenso di Europa sembra meno inutile di quanto crede il Ministero inglese. La Russia in pari tempo protesta contro ogni combinazione, che «facesse derivare la origine de' futuri Governi italiani dal diritto d’insurrezione». — Così che, con ributtante cinismo, tutti agivano pel proprio interesse, rigettato ogni principio di giustizia e di lealtà.

Il Giornalismo sovrabbonda di notizie circa gli speciali riguardi e la marcata deferenza con che il Gabinetto russo si comporta verso la Francia. Essendosi con asseveranza propagata la voce di un’alleanza Franco-russa in questa epoca, un giornale tedesco scriveva: — «Volete sapere che avvenne a Stoccarda nel 1857? I due imperatori Alessandro e Napoleone si diedero la parola di non intraprendere nulla senza prima avvertirsi vicendevolmente. Ciò è molto, e vale meglio di un pezzo di carta. Napoleone avverti Alessandro II di voler far guerra in Italia. Dopo la battaglia di Solferino, Alessandro avvertì Napoleone di non procedere più oltre, perché l’Ungheria minacciava sollevarsi, e la Russia non poteva tenersi passiva a fronte di un movimento in quel paese. EccoIL VERO MOTIVOdell’armistizio di Villafranca. Forse oggidì a Pietroburgo si conoscono gli eventuali progetti di Luigi Napoleone verso l’Inghilterra: il prossimo avvenire ce ne chiarirà». Cosi La Nuova Gazzetta Prussiana, 25 aprile 1860.

Checchessia di ciò, certo è che nel Congresso, tenuto a Varsavia a' 24 ottobre dell’anno 1860 dalle tre grandi potenze nordiche, la Russia mostra la sua deferenza per la Francia, e questa nel 1864, in occasione delle generali simpatie dell'Europa per la restaurazione dell’autonomia polacca, dichiarava officialmente di conservare memoria de' buoni uffici dello Czar di Russia, sia pel secondo Impero francese, sia per l’ultima guerra combattuta da questo in Italia. In questo senso sono i dispacci diplomatici dei Ministri di Napoleone III, anzi nel suo discorso d’inaugurazione, a' 5 novembre 1863, al Senato e al Corpo Legislativo confessa francamente: «Allorquando scoppiò la rivoluzione in Polonia i governi di Russia e di Francia erano nelle migliori relazioni; dopo la pace, le grandi questioni europee li avevano trovati di accordo, e io non esito a dichiararlo, durante la guerra d’Italia, come al tempo dell'annessione di Nizza e di Savoia, l’Imperatore Alessandro MI PRESTÒ L’APPOGGIO PIÙ SINCERO E PIÙ CORDIALE. Questo buon accordo richiedeva riguardi, e dovetti credere la causa polacca ben popolare in Francia per non esitare a cimentare una delle prime alleanze del Continente, e levare la voce in favore di una nazione ribelle agli occhi della Russia; ma agli occhi nostri erede di un diritto scritto nella storia e nei trattati».

L’attitudine della politica Russa, durante la guerra d’Italia, è favorevole al Governo francese, e si mostra inchinevole a seguirlo in tutte le quistioni d’interesse generale. La posizione del Gabinetto di Pietroburgo offre una speciale caratteristica: egli vede l’Austria in una situazione simile a quella in cui egli medesimo si ritrovava nel tempo della guerra di Oriente (1854), e gusta una specie di soddisfazione contracambiandola con la stessa condotta serbata allora dall’Austria, la quale étonna le monde par la grandeur de son ingratitude (172). E tanto più credesi a ciò autorizzato in quanto che dal 1848 egli considera il Gabinetto di Vienna come a lui obbligato, e quindi manchevole di riconoscenza. I suoi sentimenti erano conosciuti prima della guerra d’Italia, e qualche sinistro argomento, se n’ebbe fin dalla epoca del congresso di Parigi (173); né l’Austria può aspettarsene altri, né a questa grave situazione riesce essa a provvedere col ritiro del ministro Buol, la cui presenza al potere passava come un ostacolo. Le simpatie del Gabinetto di Pietroburgo sono per la Francia, al punto di vedere senza inquietarsi una guerra in Italia che assume le sembianze di guerra di Nazionalità. La Russia adotta dunque il principio della localizzazione della guerra, col pensiero prestabilito di cooperare con tutti i suoi sforzi a farlo prevalere. Più le circostanze si aggravano e più essa s’impegna in questa via; con che la sua politica è diversa da quella dell’Inghilterra in questa crisi; imperocché il gabinetto Tory, energico dapprima verso la Germania, sembra dappoi piegarsi nella sua attitudine; mentre la Russia, senza agire da principio attivamente presso le Corti tedesche, spiega in seguito un carattere pieno d’interesse nel solo punto di vista del diritto pubblico di nuova data, e del trionfo della politica francese in Italia.

La sua maniera di vedere è riassunta in una circolare del Principe Gortchakoff dei 15 (27) maggio 1859 ai rappresentanti russi all’estero in senso ostile alle premure che la Confederazione germanica mostrava per soccorrere l’Austria nella guerra… Nel riandare le prime trattative iniziate dal Governo inglese presso la Dieta germanica; le dichiarazioni fatte dal Governo francese di voler vivere in buona intelligenza con l’Alemagna, e le altre del gabinetto di Berlino che nelloarmarsi protestava farlo per pura difesa, il Principe Gortchakoff espose l’opinione della Russia su le diverse fasi della quistione d’Italia, e sul contegno che conviene alla Germania in tali congiunture. — Per chi sa interpretare le reticenze diplomatiche, il senso di queste conclusioni non è dubbioso: esse significano evidentemente che, se la Germania dichiarasse guerra alla Francia, verrebbe a mettersi in opposizione coi trattati europei su’ quali riposa la sua esistenza, e che la Russia, segnataria di questi trattati, si crederebbe nel diritto di dichiarare la guerra alla Germania. Infatti gli armamenti del Governo russo e l’agglomerazione delle sue milizie sulle frontiere limitrofe all’Austria, accennano essere egli pronto, se la guerra si fosse generalizzata, a fare per lo meno qualche potente diversione a prò della Francia, a riguardo della quale egli si comporta con lealtà e simpatia evidente in tutte queste complicazioni, mentre studia al contrario di umiliare e indebolire l’Austria, sulla quale fa pesare il sistema di neutralità armata, e la posizione equivoca, della quale il Gabinetto di Vienna aveva ciato l’esempio durante la campagna di Oriente, senza però perder di mira, che le ostilità si concentrassero in un determinato raggio e la pace potesse ottenersi sotto le condizioni da imporsi con l’accordo de' Governi inglese e prussiano.

Non è però da tacersi la risposta data alla suddetta circolare Russa dal barone de Beust, Ministro degli Affari Esteri di Sassonia, ai 5 giugno dell’istesso anno, diretta dal sig. de Koenneritz, rappresentante sassone a Pietroburgo. — In essa con molta vivacità si rivendica per l’Alemagna la piena libertà delle sue determinazioni; si confutano con acrimonia le parole della suddetta circolare del principe Gortchakoff, che vorrebbero condannare la Confederazione germanica ad una parte puramente passiva, o almeno difensiva, benché non vedesse invasa una qualche porzione del suo territorio. —

Da questi documenti non rimane più dubbio sull'efficacia del concorso della Russia a favore della Francia; ciò che altronde non isfugge al Gabinetto di Vienna, il quale, a sbarazzarsi da ogni inceppamento, si risolve ad accettare la pace dopo Solferino, ed a contrattare isolatamente con l'avversario, sena' altra mediazione, siccome abbiamo già accennato in questo volume, ed esporremo in seguito.

Ecco la parte sostanziale della circolare della Russia, quale è riportata nell’Annuaire des deux mondes, 1859, pag. XLI:

«Notre désir, comme celui de la majorité des puissances, est de localiser la guerre, parce qu’elle a surgi de circonstances locales, et quec’est le seul moyen d’accélérer le retour de la paix. La marche que suivent quelques États de la Confédération germanique tend aucontraire à généraliser la lutte, en lui donnant un caractère et des proportions qui échappent à toute prévision humaine, et qui, dans tous les cas, accumuleraient des ruines et feraient verser des torrents de sang. Nous pouvons d’autant moins comprendre cette tendance qu’indépendamment des garanties, qu’offrent à l'Allemagne les dé-datations positives du Gouvernement français, acceptées par les Puissances, et la force même des choses, les États Allemands s’écarte raient par là de la base fondamentale qui les relie entre eux. La Confédération germanique est une combinaison purement et exclusivement»défensive; c'est à ce titre, qu'elle est entrée dans le droit public européen sur la base des traités auxquels la Russie a apposé sa signature. Aucun acte ostilen'a été commis par la France vis-à-vis de la Confédération, et aucun traité obligatoire n'existe pour celle-ci qui motiverait une attaque contre cette puissance. Si par conséquent la Confédération se portait à des actes hostiles envers la France sur des données conjecturales, et contre lesquelles elle a obtenu plus d'une garantie, elle aurait faussé le but de son institution et méconnu l’esprit des traités qui ont consacré son existence. Nous conservons plainement l'espoir que la sagesse des gouvernements écartera des déterminations qui tourneraient à leur propre préjudice et ne contribueraient pas à fortifier leur assiette intérieure. Si, ce qu’à Dieu ne plaise! il en devait être autrement, nous aurions en tout cas rempli un de voir de franche et sincère amitié. Quelle que soit l'issue des complications actuelles, l'Empereur notre auguste maître, parfaitement libre de son action, ne s'inspirera que des intérêts de son pays et de la dignité de sa couronne dans les déterminations que sa Majestà sera appelée a prendre».

Anche prima della pubblicazione di questo documento diplomatico, tralucendo la intimità delle relazioni della Russia con la Francia, il Times del 25 aprile 1859 annunziava la esistenza di un trattato segreto fra queste due potenze, ciò che spaventava il Governo inglese, il quale si spingeva a chiederne spiegazioni a Pietroburgo. Di colà gli si rispondeva: non esistervi trattato; ma che gli accordi intervenuti tra Francia e Russia non poteano pregiudicare la Gran Brettagna. Lo stesso Times nel riandare questo incidente sembra prestar fede alla possibilità di una tripla alleanza per distruggere la influenza inglese in Europa, se pur non fosse per preparare una invasione: invoca dunque questo motivo per divenire l’organo di tutti gli allarmisti, ed il promotore instancabile della organizzazione de' volontari inglesi. Gli altri organi di pubblicità della Gran Brettagna partecipano chi più chi meno a codeste preoccupazioni che per qualche tempo si diffondono nella pubblica opinione nazionale.

Intanto da una corrispondenza di Pietroburgo al giornale di Bruxelles, 18 ottobre 1865, si trae il seguente giudizio su la situazione politica fatta all’Europa dalla violazione de' trattati del 1815 e dalle perfidie politiche in Italia:

«… L’Europa è una grande nave che per quaranta anni ha vogato con qualche sicurezza. Quaranta anni di pace, di progresso e di prosperità senza esempio sono stati i frutti delle saggie disposizioni prese nel 1815 per la stabilità di questa nave. Le si diede per zavorra la unione intima, leale e moderata delle tre grandi Potenze monarchiche, i capi delle quali istruiti a una scuola terribile, illuminati da lunghe sventure, vincitori in fine della rivoluzione e della guerra permanente, avevano riconosciuto che quind’innanzi la loro alleanza cementata con sentimenti cristiani, era la sola àncora di salvezza che potesse prevenire un naufragio universale. Quell’ancora si è tenuta salda per 40 anni: tutti i partiti sono stati obbligati di riconoscerne i benefici, allorché abili nuotatori 12 anni fa tagliarono la gomena fra le due acque. Non si trattava allora che della Russia: l’Europa non si accorse de' pericoli dei quali quel primo turbamento non era che il primo passo. Fin d’allora la politica non ha mirato che a far rivivere ne’ rapporti europei la malafede e la doppiezza, che per sempre ha disonorato la politica italiana del medio evo (?!), e che a quell’epoca brillante nella quale rinascevano le arti, facevano nondimeno dell’Italia la terra classica di crimini più odiosi e di una vera barbarie al punto di vista della morale e della giustizia. E dopo quel tempo, la diplomazia e la stampa, non hanno cessato di famigliarizzare i popoli con lo impiego sempre più abituale della calunnia e dell’inganno, e mentre la nostra etàsi crede giunta all’apogeo della perfettibilità umana a forza di scoperte abbaglianti, non si avvede che la probità e la giustizia, pronte a scomparire, sono alla prima fila delle necessità di ogni vera civiltà. — Il Principe Gortchakoff era quasi in disgrazia alla Corte, e se n’è rialzato con un motto vivace. Prendendo il thè presso l’Imperatrice, disse: «Quando considero me stesso, mi riconosco perfettamente incapace; ma sono tentato a gloriarmi di me stesso quando mi paragono a quelli che mi circondano.»


Torna su



CAPO II


Torna su



IL TRATTATO DI ZURIGO

I preliminari della pace essendo già stabiliti tra gl'Imperatori di Francia e Austria, non rimaneva più che procedere alla conclusione di un Trattato solenne. Scelta a luogo di convegno la città di Zurigo in Svizzera, che volevasi rimunerare cosi della neutralità da essa mantenuta durante la guerra, vi si portarono in sui primi di agosto i plenipotenziari dei tre Stati interessati. Rappresentavano la Francia il Conte Bourqueney e il March, di Banneville, l’Austria il Barone di Meysembug e il Conte Karoly, il Piemonte il Cav. Desambrois. Questi dovea chiedere che le fortezze di Mantova e Peschiera restassero unite alla Lombardia; che con questa non passasse al Piemonte alcuna parte del debito austriaco; fosse rispettato il così detto voto delle popolazioni della Italia centrale; alla Sardegna spettasse la direzione militare e diplomatica nella Confederazione Italiana; al Re di Sardegna venisse restituita la Corona di ferro: tali le istruzioni date al Desambrois.

L’8 agosto riunironsi i plenipotenziari per la prima volta, dopo di che l’inviato sardo si astenne dall’intervenire alle conferenze che poi si tennero tra i plenipotenziari francesi ed austriaci, nelle quali venne stabilita la cessione della Lombardia che l’Austria faceva alla Francia, dalle mani della quale dovea poi riceverla il Piemonte; per il che tra i soli plenipotenziari di Francia e d’Austria dovea pattuirsi la cessione, e, fatto l’accordo tra i due Imperi, rimaneva solo al Piemonte libero lo accettare o rifiutare il dono della Lombardia.

Intanto venivano pubblicati da parte dell’Austria e della Prussia i documenti diplomatici relativi alla questione della mediazione, una delle cause che produssero il repentino cessare della guerra, mediazione che da quei documenti apparisce proposta dalla Francia per mezzo dell’Inghilterra, e dopo che questa e la Russia ebbero dichiarato, non meno chiaramente della Prussia: non aver esse avuta niuna parte nella proposta della mediazione che arrestò improvvisamente i combattenti forzandoli a deporre le armi. In seguito di che sarebbe sembrato che la buona intelligenza tra l’Austria e quelle Potenze dovesse rinascere, od almeno non dovessero più ripetersi da parte sua i lamenti del sofferto abbandono. Ciò non pertanto egli è certo che l’Austria si mantenne nei sentimenti espressi nel manifesto imperiale, e che le relazioni tra Prussia e Austria ne rimasero grandemente raffreddate.

Infatti parecchi giornali austriaci, fra i più importanti, letti gli accennati documenti, recisamente ne traevano per conseguenza che l’Austria fu tradita dalla Prussia. La Gazzetta Austriaca diceva, che la Prussia non concesse altro all'Austria, che l’offerta della sua mediazione: cosa altrettanto facile che inutile. E a far capire la inanità dell’offerta, chiedeva se la Prussia sarebbe stata contenta dell’Austria nel caso, che essendo le sue provincie Prussiane o quelle di Poseninvase dal nemico, l’Austria si contentasse d’impedire che l’Alemagna le venisse in aiuto; offrisse però la sua mediazione pregando umilmente il nemico di concedere quelle provincie a qualche principe secondogenito della casa di Prussia. La Gazzetta di Vienna poi affermava che l’esercito prussiano non per altro era stato posto in istato di guerra, che per contenere l’Annover, la Sassonia, la Baviera e il Wurtembergpronti a difendere la corona austriaca. Purtroppo fin d’allora era nei disegni della frammassoneria la distruzione del Cattolico Impero degli Absburgo a profitto dei Luterani Hohenzollern: intanto dava mano a indebolirlo. — Su di ciò recheremo poi una pagina del Ricardo, che il lettore farà bene di leggere attentamente.

In mezzo a siffatte rivelazioni, che danno a chi pensi il filo degli avvenimenti dei quali tocchiamo ormai l’ultima fase; il Trattato di pace, che da Zurigo tolse il nome, veniva conchiuso e firmato; ed a noi giova riferirlo qui interamente.

__________


Torna su



Trattato di Zurigo

«Art. 1. Vi sarà per l’avvenire, pace ed amicizia tra Sua Maestà l’Imperatore de' Francesi, e Sua Maestà l'Imperatore d’Austria, come ancora tra i loro eredi e successori, i loro Stati e sudditi respettivi.

«Art. 2. I prigionieri di guerra saranno immediatamente resi da una parte e dall’altra.

«Art. 3. Per attenuare i mali della guerra, e per una derogazione eccezionale, alla giurisprudenza generalmente consacrata, i bastimenti Austriaci catturati, che non poterono ancora essere oggetto di una condanna da parte del consiglio delle catture, saranno restituiti.

«I bastimenti e carichi saranno restituiti nello stato in cui si troveranno, nel momento della consegna, dopo il pagamento di tutti gli sborsi e di tutte le spese alle quali avranno potuto dar luogo la condotta la guardia e l’istruzione delle dette catture, come ancora del nolo dovuto ai catturatori; e in fine, non potrà essere reclamata alcuna indennità per ragione di catture colate a fondo o distrutte, non meno che per i sequestri operati sulle mercanzie, che erano proprietà nemiche, quando anche esse non fossero state ancora oggetto diuna decisione del consiglio delle catture.

«E ben inteso d’altra parte che i giudizi pronunziati dal consiglio delle catture sono definitivi, ed attribuiti agli aventi diritto.

«Art. 4. Sua Maestà l’Imperatore d’Austria rinunzia per sé e per tutti i suoi discendenti e successori, in favore di Sua Maestà l’Imperatore de' Francesi, ai suoi diritti e titoli sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Peschiera e di Mantova, e dei territori determinati dalla nuova dilimitazione che restano in possesso di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica.

«La frontiera, partendo dal limite meridionale del Titolo, sul lago di Garda, seguirà il mezzo del lago fino all’altezza di Bardolino e di Manerba; ove essa raggiungerà in linea retta il punto d’intersecazione della zona di difesa della piazza di Peschiera con il lago di Garda.

«Questa zona sarà determinata da una circonferenza il cui raggio calcolato a partire dal centro della piazza, è fissato a 3,500 metri, più la distanza del detto centro alla spianata del forte il più avanzato. Dal punto d’intersecazione della circonferenza cosi disegnata col Mincio, la frontiera seguirà il Thalweg della riviera fino alle Grazie, si estenderà dalle Grazie in linea diretta, fino a Scarzarolo, seguirà il Thalweg del Po fino a Luzzara, punto a partire dal quale non è nulla cambiato ai limiti attuali, tali quali esistevano prima della guerra.

«Una commissione militare istituita dai Governi interessati sarà incaricata di eseguire il disegno sul terreno nel più breve termine possibile.

«Art. 5. Sua Maestà l’Imperatore de' Francesi dichiara la sua intenzione di rimettere a Sua Maestà il Re di Sardegna i territori ceduti in virtù dell’articolo antecedente.

«Art. 6. I territori ancora occupati, in virtù della convenzione dell’8 Luglio passato, saranno reciprocamente evacuati dalle Potenze belligeranti, le milizie delle quali si ritireranno immediatamente al di là dei confini determinati dall’articolo 4.°

«Art. 7. Il nuovo Governo della Lombardia prenderà a carico suo i tre quinti del debito del Monte Lombardo-Veneto.

«Egli si accollerà egualmente una parte del prestito Nazionale del 1854, fissato tra le alte parti contraenti a quaranta milioni di fiorini (moneta di convenzione).

«Il modo di pagamento di questi quaranta milioni di fiorini, sarà determinato in un articolo addizionale.

«Art. 8. Una commissione internazionale sarà immediatamente istituita per procedere alla liquidazione del Monte Lombardo-Veneto, la divisione dell’attivo e passivo di questo stabilimento si effettuerà prendendo a base la ripartizione di tre quinti per il nuovo Governo, e di due quinti per l’Austria.

«Dall’attivo del fondo d’ammortizzamento del Monte e della sua cassa di depositi consistente in effetti pubblici, il nuovo Governo riceverà tre quinti, e l’Austria due quinti; e quanto alla partita deiFattivo, che si compone di beni rustici o di crediti ipotecari, la commissione effettuerà le ripartizioni tenendo conto della situazione degli immobili, in maniera da attribuirne la proprietà, per quanto sarà possibile a quello dei due Governi sul territorio del quale saranno situati.

«Quanto alle differenti categorie di debiti iscritti, sino al 4 Giugno 1859, sul Monte Lombardo-Veneto, ed ai capitali messi a interesse nella cassa dei depositi del fondo d’ammortizzamento, il nuovo Governo si obbliga per tre quinti, e l’Austria per due quinti, sia di pagare gliinteressi, sia di rimborsare il capitale, conforme ai regolamenti fino ad oggi in vigore. I titoli di credito di sudditi Austriaci entreranno di preferenza nella quota dell’Austria che, in termine di tre mesi, a datare dallo scambio delle ratificazioni, o piuttosto se può farsi, trasmetterà al nuovo Governo di Lombardia quadri specificati di questi titoli.

«Art. 9. Il nuovo Governo di Lombardia succede ai diritti ed obblighi risultanti da contratti regolarmente stipulati dall’amministrazione austriaca per gli oggetti d’interesse pubblico concernenti specialmente il paese ceduto.

«Art. 10. Il Governo Austriaco rimarrà incaricato del rimborso di tutte le somme versate dai sudditi Lombardi, dai Comuni stabilimenti pubblici e Corporazioni religiose, nelle casse pubbliche austriache, a titolo di cauzioni, depositi o consegne. Egualmente i sudditi austriaci, Comuni, stabilimenti pubblici e Corporazioni religiose, che avranno versato somme, a titolo di cauzioni, depositi o consegne nelle casse della Lombardia, saranno esattamente rimborsati dal nuovo Governo.

«Art. 11. Il nuovo Governo di Lombardia riconosce e conferma le concessioni delle vieferrate, accordate dal Governo Austriaco sul territorio ceduto, in tutte le loro disposizioni, e per tutta la loro durata, e segnatamente le concessioni risultanti da contratti conchiusi in data del 14 Marzo 1856, 8 Aprile 1857, e 23 Settembre 1858.

«A partire dallo scambio delle ratificazioni del presente Trattato il nuovo Governo è surrogato a tutti i diritti e a tutte le obbligazioni che risultavano per il Governo Austriaco, dalle concessioni succitate, in ciò che concerne le linee di vieferrate situate sul territorio ceduto.

«In conseguenza, il diritto di devoluzione che apparteneva al Governo Austriaco circa quelle vieferrate, è trasferito al nuovo Governo di Lombardia.

«I pagamenti che rimangono a farsi sulla somma dovuta allo Stato dai concessionari, in virtù del contratto del 14 Marzo 1856, come equivalente delle spese di costruzione di dette ferrovie, saranno effettuati integralmente nel tesoro austriaco.

«I crediti degli intraprendenti di costruzioni e dei fornitori, egualmente che le indennità per espropriazioni di terreni, riferentisi al periodo in cui le vieferrate in questione erano amministrate per conto dello Stato e che non sarebbero stati ancora saldati, saranno pagati dal Governo Austriaco, e, per quel tanto che essi sono tenuti, in virtù dell’atto di concessione, dai concessionari a nome del Governo Austriaco.

«Una convenzione speciale regolerà, nel più breve termine possibile, il servizio internazionale delle vieferrate tra i paesi rispettivi.

«Art. 12. I sudditi lombardi domiciliati sul territorio ceduto col presente trattato, godranno, durante lo spazio di un anno a datare dal giorno dello scambio delle ratificazioni e mediante una dichiarazione antecedente all’autorità competente, della facoltà piena ed intera di asportare i loro beni mobili con franchigia di diritti, e di ritirarsi, con le loro famiglie, negli Stati di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica; nel qual caso la qualità di sudditi austriaci sarà loro mantenuta. Essi saranno liberi di conservare i loro immobili situati sul territorio della Lombardia.

«Eguale facoltà è accordata reciprocamente agli individui originari del territorio ceduto di Lombardia, stabiliti negli Stati di Sua Maestà l’Imperatore d’Austria.

«I Lombardi che profitteranno delle presenti disposizioni non potranno essere, a motivo della loro scelta, inquietati, né da una parte né dall’altra, nelle loro persone o nelle loro proprietà situate negli Stati rispettivi.

«Lo spazio di un anno è esteso a due anni per i sudditi originari del territorio ceduto della Lombardia, che all’epoca dello scambio delle ratificazioni del presente Trattato si trovavano fuori del territorio della Monarchia Austriaca. La loro dichiarazione potrà essere dalla rappresentanza austriaca la più vicina, o dall’autorità superiore di una provincia qualunque della Monarchia.

«Art. 13. I sudditi Lombardi che fanno parte dell’armata Austriaca, ad eccezione di quelli che sono originari della parte del territorio lombardo riservato a Sua Maestà l’Imperatore d’Austria col presente Trattato, saranno immediatamente liberati dal servizio militare, e restituiti ai loro focolari.

«Resta inteso, che quelli fra di essi che dichiareranno di voler restare al servizio di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica non saranno per nulla inquietati per ciò, sia nelle loro persone, sia nelle loro proprietà.

«Le medesime garanzie sono assicurate agli impiegati civili originari della Lombardia che manifesteranno l’intenzione di conservare le funzioni che occupano a servizio dell’Austria.

«Art. 14. Le pensioni, tanto civili che militari, regolarmente liquidate, e che erano a carico delle casse pubbliche della Lombardia restano pagabili ai loro titolari, e se vi ha luogo, alle loro vedove ed ai loro figli, e saranno pagate nell’avvenire dal nuovo Governo di Lombardia.

«Questa stipulazione si estende ai pensionati, tanto civili che militari, come ancora alle loro vedove e figli, senza distinzione di origine, che conserveranno il loro domicilio nel territorio ceduto, e gli stipendi dei quali, soddisfatti fino dal 1814 dal passato Regno d’Italia, sono allora passati a carico del tesoro austriaco.

«Art. 15. Gli archivi contenenti i titoli di proprietà e documenti amministrativi e di giustizia civile sia relativi alla parte della Lombardia il cui possesso è riservato a Sua Maestà l’Imperatore d’Austria col presente Trattato, sia alle provincie Venete, saranno rimessi ai Commissari di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica, appena si potrà fare.

«Reciprocamente, i titoli di proprietà, documenti amministrativi e di giustizia civile concernenti il territorio ceduto, che possono trovarsi negli archivi dell'Impero Austriaco saranno rimessi ai Commissari del nuovo Governo di Lombardia.

«Le alte parti contraenti si obbligano a comunicarsi reciprocamente, sulla domanda delle autorità amministrative superiori, tutti i documenti e informazioni relative agli affari concernenti ad un tempo la Lombardia e la Venezia.

«Art. 16. Le corporazioni religiose stabilite in Lombardia potranno liberamente disporre delle loro proprietà mobili ed immobili, nel caso che la nuova legislazione, sotto la quale esse passano, non autorizzasse la conservazione dei loro stabilimenti.

«Art 17. Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi si riserva di trasferire a Sua Maestà il Re di Sardegna nella forma consacrata dalle transazioni internazionali, i diritti ed obbligazioni risultanti dagli articoli 7, 8, 9, IO, 11, 12, 13, 14, 15 e 16 del presente Trattato, come ancora dall’articolo addizionale menzionato nell’articolo 7.

«Art. 18. Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi e Sua Maestà l’Imperatore d’Austria si obbligano a favorire con tutti i loro sforzi la creazione di una Confederazione tra gli Stati Italiani, che sarà posta sotto la presidenza onoraria del S. Padre, e lo scopo della quale sarà di mantenere l’indipendenza e l’inviolabilità degli Stati confederati, di assicurare lo svolgimento de' loro interessi morali e materiali e di garantire la sicurezza interna ed esterna dell’Italia con l’esistenza di un’armata federale.

«La Venezia, che rimane posta sotto la corona di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica, formerà uno degli Stati di questa Confederazione, e parteciperà agli obblighi come ai diritti risultanti dal patto federale, le cui clausole saranno determinate da un’assemblea composta dei rappresentanti di tutti gli Stati Italiani.

«Art. 19. Le circoscrizioni territoriali degli Stati indipendenti dellTtalia, che non presero parte nell’ultima guerra, non potendo esser cambiate che col concorso delle Potenze che hanno presieduto alla loro formazione e riconosciuta la loro esistenza, i diritti del Gran Duca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma sono espressamente riservati tra le alte parti contraenti.

«Art. 20. Desiderando veder assicurati la tranquillità degli Stati della Chiesa e il potere del S. Padre, convinti che questo scopo non potrebbe essere più efficacemente ottenuto che con l’adozione di un sistema adattato ai bisogni delle popolazioni e conforme alle generose intenzioni già manifestate dal Sovrano Pontefice, Sua Maestà l’Imperatore de' Francesi e Sua Maestà l’Imperatore d’Austria uniranno i loro sforzi per ottenere da Sua Santità, che la necessità d’introdurre nell’amministrazione de' suoi Stati le riforme riconosciute indispensabili sia presa dal suo governo in seria considerazione.

«Art 21. Per contribuire con tutti i loro sforzi alla pacificazione degli spiriti, le alte parti contraenti dichiarano e promettono che, nei loro territori respettivi e nei paesi restituiti o ceduti, alcun individuo compromesso all’occasione degli ultimi avvenimenti nella penisola, di qualsiasi classe e condizione, non potrà essere inquisito, molestato o turbato nella persona o nella sua proprietà, a cagiono della sua condotta o delle sue opinioni politiche.

«Art. 22. Il presente Trattato sarà ratificato, e le ratificazioni saranno scambiate a Zurigo nello spazio di quindici giorni o più presto se si può fare. In fede di che i plenipotenziari respettivi l’hanno firmato e vi hanno apposto il sigillo delle loro armi.

«Fatto a Zurigo, il decimo giorno del mese di Novembre del l’anno di grazia 1859.

«Firmati (L. S.) BOURQUENEY

(L. S.) BANNEVILLE

(L. S.) KAROLY

(L. S.) MEYSEMBUG.»


Articolo addizionale al Trattato firmato, tra la Francia e l’Austria, a Zurìgo, il 10 Novembre 1859.

«Il Governo di Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi si obbliga verso il Governo di Sua Maestà Imperiale Reale Apostolica di effettuare, per conto del nuovo Governo della Lombardia, che glie ne garantirà il rimborso, il pagamento di quaranta milioni di fiorini (moneta di convenzione) stipolati dall’articolo 7 del presente Trattato, nel modo e alle scadenze qui appresso determinate:

«Otto milioni di fiorini saranno pagati in argento contante, mediante un mandato pagabile a Parigi, senza interessi, nel termine di tre mesi, a datare dal giorno della firma del presente Trattato e che sarà rimesso ai plenipotenziari di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica al momento dello scambio delle ratificazioni.

«Il pagamento di trentadue milioni di fiorini restanti, avrà luogo a Vienna, in argento contante e in dieci versamenti successivi ad effettuare, di due in tre mesi, in lettere di cambio su Parigi, in ragione di tre milioni duecento mila fiorini (moneta di convenzione) ciascuna. Il primo di questi dieci versamenti avrà luogo due mesi dopo il pagamento del mandato di otto milioni di fiorini, come sopra stipolato. Per questo termine, come per tutti i termini seguenti, gli interessi saranno contati al cinque per cento, a datare dal primo giorno del mese che seguirà lo scambio delle ratificazioni del presente Trattato.

«Il presente articolo addizionale avrà la medesima forza e valore come se fosse inserito parola per parola al Trattato di questo giorno.

«Esso sarà ratificato in un solo atto, e le ratificazioni saranno scambiate nel medesimo tempo.

«In fede di che i plenipotenziari respettivi hanno firmato il presente articolo addizionale e vi hanno apposto il sigillo colle loro armi.

«Fatto a Zurigo, il decimo giorno del mese di Novembre dell’anno di grazia 1859.

«Firmati (L. S.) BOURQUENEY

(L. S.) BANNEVILLE

(L. S.) KAROLYI

(L. S.) MEYSEMBUG.»


Il trattato di pace era dunque compito, e sarebbesi detto che per uno spazio più o meno lungo di tempo dovessero riposare le armi e il bel sorriso della pace fiorire sul volto dei travagliati popoli italiani. Ma invece quel trattato sembrò tener luogo di scintilla elettrica che appiccassefuoco alle polveri da far saltare in aria, non che il resto d’Italia, grande parte della stessa Europa. In fatti mentre gli uomini di alto affare, maggiorenti della frammassoneria, tenevano esternamente il broncio, e in cuor loro gioivano, ben sapendo come il trattato di Zurigo altro non fosse che un debole ostacolo al raggiungimento della unificazione d’Italia e del fine ultimo della setta, la distruzione del Papato; gli organi dei partiti di azione si mostravano non solo malcontenti, ma vogliosi e pronti a nuove guerresche imprese.

Però non erano solo i noti organi rivoluzionari che agita van si per agitare, il Governo Sardo istesso, senza molti riguardi, in quella che con una mano sottoscriveva il Trattato, con ambedue apparecchiava nuove imprese. Cosi si venivano raccogliendo fucili per la nuova guerra che nessun uomo onesto immaginava o credeva possibile in quel momento; né trattavasi già di poche migliaia di facili da servire per uno scopo qualunque di ordine interno o di sicurezza contro ulteriori invasioni possibili di stranieri nemici, ma se ne voleva la bagattella di un milione. E poi da notare come siffatta idea fosse tutta cosa del famoso Garibaldi, il quale con febbrile attività scriveva lettere per ogni dove ad aprire soscrizioni per la compra di quello armi.

In Lombardia, paese nuovo, fu presa sul serio la cosa, e il municipio di Milano si sottoscriveva per 100 mila lire. Non cosi al di là del Ticino, nelle antiche provincie piemontesi, dove le popolazioni si mostravano talmente attediate e stanche di cosiffatti giuochi liberaleschi, che non si osò nemmeno proporre la sottoscrizione: della quale cosa lagnavasi il Diritto, deplorando codesta specie di dissenso tra Piemontesi e Lombardi. Mazzini poi, senza esservi neppure invitato da alcuno faceva l’offerta di 200 lire, aggiungendo alla soscrizione alcune parole che tutti i giornali sotto gli occhi del Governo Subalpino furono solleciti di pubblicare: «Le armi, diceva egli, sono tutto per noi. E necessario che affratellandosi rapidamente in questa soscrizione, gl’Italiani rivelino virili propositi e si separino finalmente da quell’indecoroso cinguettio di ottimisti codardi, che aspettano libertà e patria da una decisione di conferenze ipotetiche fra Regnanti stranieri». Nel medesimo tempo, l’istesso Mazzini pubblicava quella lettera a Vittorio Emmanuele II, di cui già avemmo a toccare, datata del 20 settembre 1859, nel mentre che i plenipotenziari stavano manipolando la pace a Zurigo. In quella lettera eccitava il Galantuomo ad osare, e gli suggeriva le parole da dirsi all'Imperatore dei Francesi: «Dite a Luigi Napoleone: io diffidai dell’Italia, accettai una pace non mia. Ma l’Italia non ha difficoltà di me, e io sento gli obblighi che quella fiducia m’impone. Io ritratto l’accettazione. Farò, libero da ogni vincolo ciò che Dio eia mia patria m’ispireranno. A voi non chiedo, se non una cosa, l’astenervi da ogni intervento nelle cose nostre, (faceva il gradasso dopo Napoleone gli aveva dato il frutto delle proprie vittorie) e lasciare, come prometteste, l’Italia libera di compiere coll’opera propria l’impresa che iniziaste con me. E, a quel patto, avrete me grato, l’Italia amica sempre (?!) alla Francia». Il Momento poi, giornale di Milano raccontava che una persona è stata incaricata dal celebre Tribuno di presentare al Re Vittorio Emmanuele quella lettera stampata ed accompagnata da un’altra lettera autografa in carta color di rosa, che sua maestà ha ricevuto con ¡squisita gentilezza». Era la lettera recata dal Brofferio a Vittorio Emmanuele, della quale non ha guari ci intrattenemmo. Il Progresso, giornale milanese, riproduceva la lettera del Mazzini al Re, nel suo numero 85 del 6 di ottobre, e venne sequestrato!... Ma era un velo trasparente da salvare alla meglio le apparenze.

Cosìla tempesta addensava di nuovo sulla povera Italia e se ne udiva il tuono da ogni parte. Il Generale Da Bormida, Ministro Piemontese per gli affari esteri, portatosi in Francia ed abboccatosi con Napoleone III a S. Cloud, ritornava a Torino con la lettera del 20 di ottobre al Galantuomo, da noi già accennata e che porteremo testualmente tra poco, colla quale l’Imperatore dei Francesi dichiaravasi vincolato dagli accordi di Villafranca, e aggiungeva essere necessario stare ai patti tracciando un programma di ordinamento d’Italia da sostenersi in un prossimo Congresso. La lettera Imperiale pubblicata pel primo dal Times, fu riprodotta da tutti i giornali del movimento, i quali però a coro dichiaravano, non doversene tener conto, doversi invece procedere innanzi con fermezza e ordine, stante che l’ordine salva le nazioni, e ripetevano il programma Napoleonico della liberazione d’Italia dall’Alpi all’Adriatico, quale unica logica che scioglie ogni questione.

Intanto Garibaldi era chiamato improvvisamente a Torino, ed aveva parecchi colloqui col Re. Si pretese allora che questi desse all’eroe dei due mondi consigli e ordini conformi alla lettera di Napoleone III; ma invece il Galantuomo e l’Eroe s’intendevano insieme per fare da sé. Fu detto a prova di ciò, che, uscendo dalla udienza reale, Garibaldi si mostrò contentissimo del suo sovrano. Il riferito colloquio di Brofferio con Vittorio Emmanuele, pubblicato dai giornali e non smentito mai da alcuno, prova la giustezza di tale sentenza che viene irrefragabilmente dichiarata dal Proclama di Garibaldi, datato da Genova il 26 novembre 1859, che testualmente recheremo.

L’attitudine del Garibaldi avendo commosso il Gabinetto delle Tuileries, il Governo piemontese lo richiamò dall’Italia centrale. Recatosi a Nizza sui primi di decembre, passava a Savona, dove in una allocuzione annunziò pubblicamente una prossima riscossa. Quindi si portava a Genova nelle vicinanze della quale si trattenne, per essere pronto ad ogni occorrenza. Intanto a fine di essere più libero e indipendente nell’agire si dimetteva dal comando delle bande, lasciando ad altri il penoso incarico di scioglierle.

E qui fa d’uopo ravvicinare alcune date. — L’11 di Luglio si stabilivano tra i due Imperatori i preliminari di pace a Villafranca; l'8 di Agosto si adunavano i plenipotenziari a Zurigo, per il Trattato solenne; il 20 Settembre Mazzini scriveva a Vittorio Emmanuele di osare, e rompere il Trattato prima di concluderlo; il 20 di Ottobre Napoleone scriveva a Vittorio Emmanuele perché si osservasse la pace; il 10 Novembre si sottoscriveva il Trattato di Zurigo; Garibaldi era chiamato a Torino e si abboccava con Vittorio Emmanuele, e il 23 dello stesso mese dirigeva ai suoi compagni d'armi il suddetto proclama, vero squillo di guerra con cui si rispondeva al trattato di pace. — Queste poche date dicono più di una intera istoria. Le mediti con noi il lettore, che non sarà senza profitto.


Torna su



CAPO III


Torna su



IL DUCA DI MODENA E IL TRATTATO DI ZURIGO

Ipreliminari dei II Duca di Modena, scrive l’illustre autore della vita di Francesco V, dopo la battaglia di Solferino, crasi trasferito a Vienna, dati alcuni pochi giorni agli alletti di famiglia, e visitata la sorella sua l’Infante Beatrice ed i nipoti Don Carlos e Don Alfonso, che trovavansi allora ospiti dell'Imperatrice Marianna a Plcskowits presso Reichstadt, condotta poi anche la Duchessa a Sàrvàr e più tardi a Leopoldskrone presso il Re Luigi di Baviera, padre di lei, si applicò totalmente alle cure, certo meno aggradevoli, che in que’ scabri frangenti erangli imposte dai suoi doveri di Sovrano. Il 4 agosto ebbe egli a tal fine un abboccamento col conte Rechberg (174), e gli espose senza ambagi le condizioni, secondo le quali sarebbegli stato unicamente decoroso, per non dire possibile, il rientrare nc' suoi Stati coerentemente ai Preliminari.Queste erano: non obbligo di riforme vaghe e indeterminate; non protezione di truppe francosarde; non amnistia per delitti comuni e per qualsivoglia altro commesso avanti il 13 giugno; rìstaurazione legittima contemporanea delle Legazioni pontificie, della Toscana e di Parma; rifusione di danni a chi di ragione. Con ciò annuisce il Duca di farsi rappresentare alle conferenze di Zurigo mediante speciale mandato a uno dei negoziatori austriaci, che fu il barone di Meysembug (175), dandogli a lato, per le corrispondenze col Ministro Estense residente a Vienna, il signor Enrico Schiel.

Che il Duca accreditasse un suo rappresentante a Zurigo era conseguenza di aversene appunto a scopo colà le conclusioni definitive di pace, le quali non potevano statuirsi se non in concorso di tutte le parti, che volontariamente, o forzatamente erano state belligeranti. E non crasi forse la Sardegna, dichiarata in istato di guerra col Duca di Modena? Ciononostante il porsi a trattative coi commissari francesi implicava per Francesco l'un riconoscimento diretto di Napoleone III, la qual cosa ripugnava in guisa ai principi sino allora francamente dalla Corte di Modena professati, che, per superarne la contrarietà, dovette il conte Rechberg ricorrere a considerare come, in caso diverso, l’insistenza manifestata dall’Imperatore d’Austria, per esigere ad ogni costo la ristaurazione del Ducato, sarebbe riescita frustranea. Il Duca ciononostante per quella squisita lealtà, che eragli propria, volle offrirne una coerente spiegazione al Conte di Chambord,accertandolo della invariabilità de' suoi sentimenti a riguardo di lui, e facendogli aperto, come quell'atto fossegli imposto e dai riguardi dovuti al Capo dell’Austriaca Famiglia e dalle aspirazioni cui aprivano il cuore i tanti fedeli sudditi modenesi.

Ma anche questa ritrosia confermava ulteriormente la diffidenza con cui il Duca mirava a quel dedalo d’inganni, dove altre speranze di ristaurazione, quantunque date ad intendere siccome meno avversate, andarono a smarrirsi. E di tale diffidente avvedutezza diede egli saggio, non arrendendosi ad un incentivo, che molti di lui meno forti avrebbe persuasi. Segnati i Preliminari di pace, il reingresso dello sue milizie nel suolo estense non poteva essere coerentemente impedito; ed è fuor di dubbio, che vi sarebbero state accolte con favore, per non dire con entusiasmo, dalle affezionate popolazioni, le quali ne attendevano e sollecitavano coi loro voti il ritorno. E ciò parve dovere sì fattamente per se stesso effettuarsi, che gli stessi comandanti austriaci, sotto gli ordini dei quali stavansi le milizie ducali, le trasferirono nel 2G luglio dai quartieri, ove sino allora trovavansi, in località più vicine allo Stato di Medena, ossia in Castagnaro, Spinimbecco, Vigo e Villa Bartolomea. Esse pure ardevano dal desio di ricalcare il suolo nativo, e se erano state in sino allora prodi e costanti, tanto più il sarebbero nel momento, in cui il dovere compene travasi colle individuali affezioni. Contuttociò l’ingiunzione della partenza, che da un giorno all’altro attendevasi, non poteva emettersi se non dal Duca, e questa ingiunzione sospirata, quest'ordine che pareva foriero di tante lusinghe, non venne, perché troppo saggie e troppo mature riflessioni il rattennero.

Sarebbe stato è vero questionabile se la Brigata estense, avendo violazioni sarde combattuto a lato degli Austriaci, dovesse risguardarsi vincolata alle demarcazioni dell'armistizio. In ogni modo la questione avrebbe potuto risolversi contrapponendo a ciò una serie di assai più ardite infrazioni della contro parte, siccome erano i tremila franco-tiratori di Ulloa a Modena, i millecinquecento Garibaldini alla Mirandola, i quattrocento Sardi a Reggio ed altri duecento a Guastalla, tutti quivi sopraggiunti appunto durante l’armistizio. Ma la ragione precipua, onde il Duca tenne allora sempre sospeso l’ordine del reingresso, si

fu quella piuttosto di non compromettere le sue provincie con accoglienze leali e con partecipazioni entusiaste, che dal di fuori avessero potuto essere represse, essendovi fondamento a temere, che k forze tutte rivoluzionarie sarebbersi al primo istante concentrate negli Stati limitrofi all'Estense, per aprire con esso una lotta, che non poteva non riuscire assai dura ai popoli fedeli del Ducato.

Ma è pur d’uopo seguire le vicende e le esitazioni che incontravano le trattative a Zurigo.

I Commissari sardi vi si recarono coll'animo deliberato di rovesciare le basi preliminari, e di pretendere invece, che Mantova e Peschiera restassero unite alla Lombardia, che al Piemonte non pesasse nemmeno un bricciolo del debito lombardo, che si rispettasse il cosi detto voto dell’Italia Centrale, il che significava evidentemente la non ristaurazione del Granduca di Toscana e del Duca di Modena, finalmente, che la confederazione futura italiana fosse sotto la direzione militare e diplomatica della Sardegna. I Plenipotenziari austriaci tenevano a programma nettamente tracciato l’atto di Villafranca ed il seguente negoziato concluso il 12 luglio a Valeggio dal conte Rechbergcirca alla quota di debito pubblico che avrebbe accompagnata la cessione della Lombardia. I Plenipotenziari francesi, seguendo l’indole del loro mandante, vacillavano in una continua altalena ed allontanavansi dal punto di mira con sempre nuovi e inattesi progetti.

Napoleone III quando mosse a soccorso della rivoluzione concentratasi in Piemonte, proclamò non avere altra intenzione, che quella di renderel’Italia a se stessa, senza farle cangiar di padrone. Ma da Milano, reso baldo per la vittoria di Magenta, annunziava con termini anche più decisi: l’Italia libera dalle Alpi all’Adriatico. Di poi, sconfortato alla presenza del quadrilatero, timoroso della resistenza, che avrebbegli opposta la Germania; stanco forse anco dei disagi della guerra; impensierito per le infermità, che allagavano il suo campo; nel proporre l’armistizio e gettare le prime idee di una intelligenza pacifica; offerse, come fu accennato, di creare un Regno Lombardo-veneto, con a capo il fratello istesso dell'Imperatore Francesco Giuseppe, la qual cosa era bensì un tranello per l’Austria, e più direttamente per l’Arciduca Ferdinando Massimiliano; ma era anche insieme una contraddizione urtante alle promesse pompose e ripetute di affrancamento completo d’Italia.

Persino in sul procinto d’intraprendere le conferenze a Zurigo, ed allorché il barone di Bourquenav vi si trovava già pronto, l’altro plenipotenziario, marchese di Banneville, dirigevasi a Vienna, affine d’indurre il Gabinetto austriaco a riconoscere piuttosto l’opportunità di un Congresso europeo. E che passi analoghi fossero stati diretti dal Governo napoleonico anche a Londra, lo si ebbe chiaro dalle spiegazioni, che lord John Russel forniva su di ciò in quel tempo alla Camera dei Comuni.

L’Austria non volle per altro convenire nella necessità di un intervento diplomatico europeo, ne per quanto concerneva la pace, ne per quanto risguardava l’Italia; ed accordò tutto al più, che quando fossero state assentite le massime fra le parti veramente interessate, avrebbe potuto farsi luogo a una coerente notificazione ai Gabinetti segnatari del Congresso di Vienna, perché ne prendessero atto.

Evidentemente questi tentativi francesi miravano a scomporre il già convenuto a Villafranca, massime m quanto aveva rapporto alla restaurazione dei Ducati. Quando da parte sarda e francese ebbesi la persuasione, che pel tramite delle trattative non vi si sarebbe riesciti, si adoperavano altri mezzi, a cui gli svantaggi subiti dall’Austria e la barriera del non intervento assicurarono la più grande ed immancabile impunità. Il che per altro non tolse alla spudorata duplicità napoleonica, forse per ingannare anche nello stesso inganno, di atteggiarsi qualche volta a tutrice del diritto e ad avversaria di pretese esagerate ed ingiuste. Così in un articolo del Moniteur Universel ebbe a leggersi: «Il Governo francese lo ha dichiarato, gli Arciduchi non saranno ricondotti nei loro Stati da una forza straniera; ma una parte delle condizioni della Pace di Villafranca non essendo eseguita, l’Imperatore d’Austria si troverà svincolato da tutti gli impegni presi a favore della Venezia…»Ciò fu generalmente riguardato siccome una seria ammonizione data da Parigi ai troppo fervidi sostenitori del voto dell’Italia centrale; ma i meglio informati sapevano, che i negoziatori austriaci, per vincere una volta le tergiversazioni dei sardi, avevano dovuto dichiarare, che ove la clausola concernente i Ducati non fosse stata mantenuta, anche dalla cessione della Lombardia avrebbe avuto a recedersi. La nota adunque del Monitore era una traduzione assai diluita di questa minacciosa rimostranza, la quale, presa nel suo vero senso, avrebbe assai probabilmente ricondotto sino alla ripresa delle armi.

Si lasciò anche trasparire nella pubblicità una lettera da Napoleone diretta a Vittorio Emanuele da Saint-Claud del 20 Ottobre 1859 nella quale trovansi i seguenti appunti:

«Noi domandiamo che Parma e Piacenza sieno unite al Piemonte perché quel territorio gli è indispensabile dal punto di vista strategico. Noi domandiamo, che la Duchessa di Parma sia chiamata a Modena. Che la Toscana, aumentata forse da una porzione di territorio, venga restituita al Granduca Ferdinando. Che un sistema di saggia libertà venga istituito in tutti gli Stati d’Italia… etc. etc.»

Recheremo poi intiera questa curiosa lettera.

Ed eccoci già a una combinazione affatto nuova, di cui la parte più ipocrita è quella riferentesi al Granduca di Toscana, essendo troppo noto come Napoleone, sotto il manto di promuovere e favorirne il ritorno, spedisse nobili emissari a Firenze per ordirvi trame a favore di altri pretendenti. Quasi meno oltraggioso, perché più svelata era l’esclusione definitiva del Duca di Modena, coll’espediente non meno fallace di sostituirvi la Duchessa di Parma. Però se questo artifizio di spostare uno, che vi si trovava radicato, per sostituirvi altri, che più facilmente avrebbe potuto esserne svelto, erasi voluto dare anche apparenza di un serio proposito, trascinando persino a concorrervi la stessa Corte di Vienna. Dandovisi in fatti l’aspetto di salvare in certo tal qual modo i diritti della Casa Regnante di Parma, compenetrandoli in quelli di Modena, fu Vituperatore Francesco Giuseppe indotto a proporre al Duca di promuovere, anzi combinare fino d'allora, un matrimonio fra l’Arciduchessa Maria Teresa d’Austria-Este, nepote di lui, e l’Infante Roberto Duca di Parma. I giovani Principi contavano l’uno dieci anni e l’altro undici. La questiono dinastica modenese sarebbesi risoluta nel senso della successione femminile, salvi a chi di ragione i diritti di riversibilità, nel caso di estinzione della nuova Famiglia Austro-Estense-Borbonica (176).

In sulla fine di settembre l’Imperatore d’Austria aveva avuto effettivamente su di ciò un apposito colloquio col Duca Francesco V, in cui quest’ultimo, senza lasciar di avvertire la niuna reale consistenza, la nota ostentazione, o tutto al più l’intenzione diretta e secondaria della fatta proposta, espresse non avere ad ogni modo ragione alcuna, per non prestar fin d’allora il proprio assenso ad un tal matrimonio, ove i duo designati a sposi, giunti all’età opportuna, non vi si fossero rifiutati, e per lo incontro vi avessero provata facile propensione. Ma anche questo mezzo termino, come tutti quelli che ordivansi per mostra o per fini passeggieri, aveva già servito al suo scopo, né ora stato ideato perché si avverasse, e non si avverò.

Per tal modo, protraendo di giorno in giorno, di mese in mese la conclusione delle trattative, deviandone l’attenzione con sempre nuovi e vaghi progetti, facendo credere a una promessa simulata di concertare interessi dinastici col nuovo assetto liberale di una Confederazione italiana, cospira vasi instancabilmente per assodare le definitive annessioni, e quando l’opera potè stimarsi compita (177), non ebbesi più difficoltà alcuna di procedere alla chiusura e sottoscrizione dei Protocolli, lasciandovi pure anche, senza ulteriore contrasto, le clausole divenute illusorie dei mantenuti diritti degli Arciduchi.

Ai 10 di novembre si sottoscrissero tre Trattati di Pace: l’uno tra l’Austria e la Francia, l’altro tra la Francia e la Sardegna, il terzo fra tutte e tre le parti contraenti. Di questi atti fondamentale e come chiave degli altri era il primo. L’Austria vi concedeva alla Francia la Lombardia ad eccezione di Mantova e Peschiera, tracciata quindi apposita linea confinaria. La parte cessionaria assumeva tre quinti del debito applicato al Monte Lombardo-Veneto, non meno che un compenso di quaranta milioni di lire alla parte cedente; i soldati lombardi facienti parte dell’esercito imperiale sarebbero stati rimandati alle loro case, e le pensioni precedentemente accordate dall’Austria a' sudditi lombardi sarebbero passate a carico del nuovo Governo di Lombardia. Finalmente i due Imperatori si impegnavano di concorrere a costituire una Confederazione degli Stati Italiani, che avesse per iscopo la loro indipendenza ed inviolabilità, egualmente che il prospero incremento dei loro interessi materiali. E un apposito Art. 19, in termini alquanto involuti, vi stipulava: «Le circoscrizioni territoriali degli Stati indipendenti d’Italia, che non parteciparono all’ultima guerra, non potendo essere cangiate, se non col concorso delle Potenze, che hanno presieduto alla loro formazione e riconosciuto la loro esistenza; restano espressamente riservati tra le alte Parti contraenti i diritti del Gran-Duca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma».

Qui, come ognun vede havvi una promessa, nella quale introducesi, certo avvertitamente, l’inciso: «Stati indipendenti chenon parteciparono all’ultima guerra» affine di aver titolo per eccettuare il Sovrano di Modena, che all'ultima guerra aveva partecipato come alleato dell’Austria. Ciononostante il principio svolto in essa promessa, che cioè la sorte degli Stati indipendenti non potesse cangiarsi senza il concorso delle Potenze, le quali ne riconoscevano l’esistenza, vi è espresso in termini assoluti e tali da fare apparire non bene equipollente la deduzione, che solo i diritti astratti, ad essi Stati inerenti, abbiansi a riservare. Con assai più di coerenza avrebbe avuto a dedursene, che le condizioni degli Stati suddetti avessero a pienamente ripristinarsi, né immutarsi potessero, quandanche coll’assenso dei legittimi possessori, senza l'intervento appunto delle Potenze garanti dell’equilibrio europeo.

In ogni modo col Trattato di Zurigo, per quanto concerne la restaurazione degli Arciduchi, erasi fatto un passo indietro a confronto dei Preliminari; poiché in questi stipulavasi senza reticenza il loro reingresso nei Ducati, ed in quello non riserbavansi che i loro diritti!...

Il Duca non ebbe quindi d’uopo di accedere con nessuna firma, e con nessuna ratifica al Trattato, né derogò in modo alcuno all’astenimento suo di riconoscere Luigi Napoleone quale Imperatore dei Francesi. Ordinò definitivamente alle sue truppe di lasciare le posizioni avanzate verso la frontiera estense, e di internarsi di nuovo a Sanguinetto ed a Cerea. E la riserva de' suoi diritti, come quella del Granduca di Toscana, si limitò a conservare una rappresentanza diplomatica presso la Corte di Vienna, la quale con ciò associava le sue proteste a quelle degli Arciduchi, per la non osservanza dei patti solennemente firmati.

ISTRUZIONI DEL DUCA DI MODENA AL SUO RAPPRESENTANTE

Le istruzioni onde fu munito il Barone di Meysembug, o per meglio dire, le dichiarazioni mediante le quali il Duca di Modena Francesco V. acconsentiva ad essere rappresentato nelle trattative di Zurigo erano del seguente testuale tenore:

«Ogni qualvolta vogliasi effettivamente il ristabilimento ne’ suoi Stati del Duca di Modena, siccome è condizione dei preliminari di pace, devesi anche volere che questo ristabilimento sia completo, possibile e durevole, essendo contrari alla buona fede la supposizione che ammettasi solo in apparenza il fine e che si neghino col fatto i mezzi di pervenirvi.

«Perché adunque il ristabilimento sia completo, fa duopo che non vi si contrappongano condizioni, le quali implichino un sacrifizio quasi totale di quella dignità che rendesi indispensabile all’esercizio delle prerogative sovrane. — La riconoscenza adunque dell’attuale Imperatore dei Francesi non deve includere alcun atto umiliante pel Duca di Modena, e tale certo sarebbe per rispetto a' suoi antecedenti quello che oltrepassasse la semplice ricognizione implicita, derivante dal prender parte alle stipulazioni ed alla segnatura del trattato di pace, e dal successivo scambio delle ratifiche. Con ciò, senza uopo di altre speciali formalità o dichiarazione, dovrebbero intendersi attivati gli occorrenti rapporti officiali fra il Governo di Modena e il Governo francese, i quali non avrebbero ad apportare conseguenze e sviluppo maggiore di quello che si collegano ordinariamente colle relazioni di reciprocità esistenti fra Stato e Stato.

«Perché il suddetto ristabilimento riesca possibile è necessario che rimanga libero Fuso dei mezzi a ciò conducenti, e che si derimano, od almeno non si promuovano gli ostacoli che vi si oppongono. Ora la promessa della restituzione del Ducato è illusoria, quando resti al nemico la facoltà di chiamare i soccorsi di tutta la rivoluzione italiana, e venga impedito al Duca di avere egli aiuto. Giacché se il Duca non dubiterebbe di giungere a stabilire il suo Governo e fosse certo che i soli malcontenti dello Stato potessero opporglisi, è certo d’altronde di poterlo stabilire se da un lato è libero ai ribelli di avere ’ soccorsi da tutte le demagogie d’Italia, ed egli sia limitato ai suoi soli mezzi. Bisogna adunque far cessare lo stato di anarchia e’ di rivolta nel quale si trova la media Italia, il che non potrà certo effettuarsi se non che con mezzi coattivi. Quanto al Ducato di Modena, siccome è presumibile che vi affluiscano sempre dei rivoltosi appartenenti ad altri Stati italiani, è indispensabile al Duca di Modena la riserva di un soccorso austriaco pel caso che le truppe modenesi rimaste fedeli non fossero sufficienti a ridurli al dovere. Il Duca di Modena non potrebbe peraltro tollerare di essere nella propria restaurazione coadiuvato da truppe piemontesi, senza compromettere la propria dignità in faccia ai suoi sudditi, ed in pari tempo l’indipendenza del proprio Stato.

«Finalmente, perché il ristabilimento del Duca di Modena sia durevole, bisogna che il trattato di pace non contenga altre restrizioni al potere legittimo che quelle prenominante nei preliminari di pace e che si riassumono nell’amnistia e nella Confederazione. — Il condizionare un simile ristabilimento a riforme costituzionali, non farebbe, sotto l’influenza delle presenti circostanze, che consolidare sul paese il trionfo (e)l’impero degli elementi rivoluzionari, e rendere insostenibile e precario l’esercizio del potere legittimo e sovrano.

«Ogniqualvolta adunque il risultato delle pendenti negoziazioni a Zurigo conduca: I. ad esigere per parte del Duca di Modena una ricognizione dell’Imperatore dei Francesi più speciale ed esplicita della semplicemente implicita di sopra accennata: II. a sottrarre al Duca ogni necessario aiuto, nel mentre rimane libero alla rivoluzione di rinforzarsi tutto giorno ed estendersi contro di lui, o ad obbligarlo (a)d accettare un soccorso piemontese: III. a condizionare la ristaurazione a forme costituzionali, ed a promesse elastiche di riforma, che aprono la porta a tutte le esigenze e sono sempre il germe della rivoluzione il Sig. Bar. Di MeysembugNON FARA USOdel pieno potere conferitogli dal Duca di Modena, il quale in simile caso, riservandosi l’intangibilità de' suoi diritti, preferirà di non prender parte ad un atto, che senza garantirgli diffatto la ricupera del Ducato e la stabilità della sua ristaurazione, imporrebbegli l’umiliante ed infruttuoso sacrifizio delle sue convinzioni.

«Ogniqualvolta per lo incontro la recognizione implicita sia sufficiente, sieno accordati i mezzi convenienti ed opportuni per sostenere la ristaurazione e per vincerne od allontanarne gli ostacoli, e non s’imponga alcun obbligo coattivo di riforme, il prelodato Sig. Bar. Mevsembug, nel prender parte, occorrendo, a nome del Duca di Modena alle corrispondenti trattative e nel fare anche uso del pieno potere conferitogli, si incaricherà ancora delle seguenti condizioni e schiarimenti:

«I. Che il Governo legittimo sia nel medesimo tempo ristabilito a Bologna, a Parma, in Toscana e che il governo piemontese rientri per rispetto agli altri Stati d’Italia nei rapporti che escludono per sempre qualunque causa di diffidenza e qualunque sospetto di ingrandimento.

«II. Che l’atto federale basato sopra principi conservativi e di mutuo soccorso non solo contro minaccie estere, ma bensì contro interni sconvolgimenti, sia accettato in tutte le sue parti da S. M. l’Imperatore d’Austria, da S. Santità il Papa, e da S. M. il Re delle Due Sicilie, e che la presidenza del Sovrano Pontefice sia reale e non nominale.

«III. Che l’amnistia sia limitata ai delitti puramente politici commessi fra il 13 giugno ed il 12 luglio (vale a dire dopo la partenza del Duca da' suoi Stati, e fino alla stipulazione dei preliminari di pace). Escludendone per conseguenza i delitti comuni, o misti, le diserzioni e gli assassini. Intorno a quest’ultimo punto al Sig. Bar. di Meysembug riuscirà assai facile di dimostrare l’assurdità che apporterebbe l’interpretare l’amnistia in un modo che permettesse ai ribelli di mantenersi fino all’ultimo istante padroni dello Stato, o che ammettesse l’impunità della diserzione, del latrocinio e delle uccisioni solo che a tutto ciò potesse applicarsi un movente od un carattere politico.

«Per quanto da ultimo riguarda i prigionieri, che trovansi ora sostenuti in Mantova, si forniranno le prove sufficienti a dimostrare: I. che i loro reati rimontano ad epoca antecedente agli ultimi avvenimenti politici: II. che sebbene ascritti a sètte segrete, sono per altro nella quasi totalità condannati per delitti comuni: III. che la loro traduzione in Mantova ebbe per iscopo di preservare il paese dalla calamità della loro liberazione, pel caso che durante le sommosse avesse questa potuto accadere sotto pretesto politico.

«Approviamo pienamente le presenti istruzioni, totalmente conformi alle nostre viste.

«Vienna, 6 agosto 1859.

«FRANCESCO.»


Il Plenipotenziario imperiale, prestando da prima troppo facile fede alle scaltre finzioni di Parigi, volle indurre il Duca a discendere in qualche modo dai principi a cui era stato vincolato; ed a tal fine indirizzavagli una lettera, la quale dall’idioma tedesco fedelmente tradotta, era così concepita:


«Serenissimo Arciduca,

«Graziosissimo Duca e Signore.

«Altamente onorato dalla graziosa confidenza che Vostra Altezza Reale si è degnato riporre in me col trasmettermi il pienpotcre di rappresentare eventualmente i di lei eccelsi interessi presso queste conferenze c(i pace, mi affretto di porre rispettosamente a' suoi piedi l’espressione del mio umile ringraziamento.

«Ciononostante, con rispettosa franchezza, mi è duopo confessare che io non credo di potere così facilmente lusingarmi che entro ai limiti prefissimi mi troverei in grado di fare uso del pienpotere clementemente impartitomi. Se io non mi illudo,, l’Imperatore dei Francesi trovasi ora in una, sebbene lenta, però decisa trasformazione di idee di fronte al partito italiano del movimento. Se coteste tendenze guadagnassero ogni giorno più di consistenza a me pare che la Confederazione progettata acquisterebbe possibilità di vita e di prospero risultato.

«Ma a questo fine è al tutto necessario il facilitare le buone ed ancora non bene sviluppate disposizioni di quel potentato che dispone delle sorti della Francia, senza perdere di vista le esigenze ed i pericoli della di lui posizione. La Confederazione, a sostegno reciproco contro gli esterni ed interni nemici, deve rendere indispen sabili i contratti speciali. L’osservanza di questi non sarà quindi inseparabile dalla futura Costituzione federativa. Ma che poi l’intero esperimento della nuova organizzazione d’Italia riesca, su di ciò può essere permesso nudrire qualche dubbio. In ogni modo per altro pare certo, che la probabilità di riuscita sarà tanto più grande, quanto più colla restaurazione dei legittimi governi nella media Italia verrà costituito un elemento conservativo, intorno al quale col rapido avvicendarsi degli avvenimenti, quale accade nel nostro tempo, altri consimili elementi possano aggrupparsi. Da questo punto di vista considerata, la cosa è certo meritevole d’esser tentata. Molte preocupazioni che si presentano all'animo di V. A. R. dovrebbero se non sparire, almeno diminuirsi, se Ella si compiacerà di far conto della considerazione che in quest’epoca, così abbondante purtroppo di politici rovesci, l’inevitabile riconoscimento dei fatti compiuti non include in se in modo alcuno una approvazione degli avveni menti e delle dottrine, da cui vennero promossi.»

«Zurigo 16 agosto 1859.

«MEYSEMBUG.»

Il seguito delle trattative e gli avvenimenti in onta alle medesime nel frattempo favoriti sotto mano in Italia da agenti napoleonici, giustificarono appieno lafermezzacollaqualeFrancesco V, che fino da principio non si era illuso, mantennesi al proprio programma; e di fatti parecchie settimane più tardi lo stesso Bar. Meysembug, cosi confidenzialmente esprimevasi col Ministro Estense, residente a Vienna.

«Mon Cher Comte

«Zurich le 5 Octobre 1859.

«Vous êtes trop bon, je le sais pour m’en vouloir de mon long silence. N’ayant rien de consolant à Vous dire, j’ai mieux aimé garder le silence, pour ne pas venir ajouter aux pénibles impre sions que sans doute vous remplissent l’âme de tristesse. La question de la restauration des gouvernements légitimes dans l’Italie centrale a été traitée en première ligne à Biarritz. Je suppose que Mg(r)l’Archiduc a été tenu au courront des différentes phases qu’elle a parcourues. La tournure qu’ont priseici les négociations m'a empéché jusqu’à présent de faire usage des Pleins-pouvoirs que S. A. R.» a daigné me conférer. Je Vous prie, Monsieur le Comte, de vouloir bien en informer Mg(r)l’Archiduc, en me mettant à ses pieds.

«Veuillez du reste être bien persuadé que j’ai saisi toutes les occasions qui se sont présentées pour défendre et pour soutenir énergiquement vis-à-vis des Plénipotentiaires français la juste cause et les légitimes intérêts de S. A. R. L’heure de le justice n’a pas encore sonné, en attendant qu’elle arrive, que reste-t-l a faire? Se résigner à la volonté de Dieu.

«Le D.(r)Schiel, en partant d’ici, m’à prié, Monsieur le Comte, de le recommander à Vos bontés. En déférant à ce désir, j’aime à lui rendre le témoignage qu’il à fait ici ce qu’il a pu pour être utile à ses commettants, et que si son séjour n’a pas été plus fécond en résultats, la faute n’en est qu’aux circonstances.

Agréez, mon cher Comte, l’hommage de mon bien sincère dévovement.

«MEYSEMBUG.»


Qui il Conte de Volo aggiunge cosa che merita essere registrata: «È noto, scrive egli nella importante Vita di Francesco V che il conte Reiset, per adempiere senza fatica alla missione conferitagli, e probabilmente per attenersi esattamente agli ordini avuti, i quali risolvevansi in una solenne impostura, per quanto almeno riguardava lo Stato di Modena, si contentò di trascorrerlo in ferrovia, pago di conferire col Commissario governativo sardo nei brevi istanti di fermata alla stazione di Modena. Le sue relazioni sullo spirito pubblico del Ducato, ispirate a tale scrupoloso amore di verità, incontrarono non v’ha dubbio l’approvazione piena dell’imperiale mittente, e gli valsero in seguito d’esserne gratificato col posto di Ministro plenipotenziario francese presso la Corte Granducale di Darmstadt.

«Quivi egli si trovava ancora nella primavera del 1862, quando io mi recai al seguito di S. A. R. la Duchessa Adelgonda, che andava ad assistervi con pietosa premura la sorella, Granduchessa Matilde,in quella che fu l’ultima sua malattia. Trascrivo dalle mie memorie d’allora ciò che intorno a quel degno personaggio ebbi a riferire nelle mie corrispondenze al Duca Francesco Inel frattempo rimasto a Vienna:

«Ieri sera il conte Lützow,Ministro austriaco, diede una piccola soirée, alla quale andai, non avendo trovato ragione alcuna per dispensarmene. Eravi il Ministro degli Affari Esteri di qui, Barone Dalwig,. colla sua signora, ed oltre a ciò i Ministri Plenipotenziarì di Prussia, di Russia, un Segretario di Legazione russo, una signorina inglese, Anna Doli, ed il conte de Reiset,Ministrofrancese. Quest’ultimo, che ebbe già la famosa missione nell'Italiacentrale, e che non cessa di dire, avere egli fatto il possibile per riconciliare i popoli (che non ne avevano il menomo bisogno) coi loro Sovrani, ma avere incontrato in tutte le classi la piùdecisa, insormontabile contrarietà (cosa falsissima), aveva detto a Lützow(lo seppi solo ieri sera) che era molto contento di potermi incontrare, per fornirmi le prove di tutta la lealtà dei suoi sforzi, specialmente per rispetto al Ducato di Modena; però le sue fanfaronate non ebbero nessuna verificazione. Egli, dopo fatte le generiche presentazioni, si tenne sempre ad una rispettosa distanza, dedicando i suoi discorsi, di una leggerezza evidentemente studiata, alla contessa Lützow,padrona di casa, ed a madamigella Anna Doli. Dove avesse voluto di fatto fornirmi prove, ecc. sarei stato molto curioso di sentirmi indicare i nomi delle persone con cui egli si è messo a contatto nel Ducato, affine di discernere l’opinione delle differenti classi della popolazione. So che egli va anche spacciando di sapere l’italiano, requisito indispensabile per l’avuta missione. Con me avrebbe dovuto svelarsi anche su questo punto. In ogni modo ha creduto più prudente di evitare ognipericolo; il che non impedirà che ne’ suoi dispacci pomposamente dichiari di avermi confuso e convinto.

«… Darmstadt, 24 maggio 1862.»

E qui ci sembra utile di aggiungere un documento assai importante, che mentre molto rischiarava in quel momento la situazione dell’Austria, e ne faceva la più valida difesa, diveniva poi cagione dell’attuale sua situazione, così piena di pericoli, avendo portato a capo del cattolico governo austriaco, il protestante autore del medesimo documento, vale a dire il conte Beust,chiamato ad assumere il governo dell'Austria costituzionalizzata. — Nel leggerlo abbia il lettore presente il Capo I di questo Libro III, e particolarmente la Circolare russa del 15 maggio 1859, da noi recata a pag. 8 della seconda parte di questo volume.

RISPOSTA DEL MINISTRO DI SASSONIA ALLA CIRCOLARE RUSSA DEL15 MAGGIO1859

A M. de Koenneritz, Ministre résident du Roi à Saint-Pétersbourg

«Dresde, le 15 juin 1859.

«Le prince Wolkonsky m’a donné lecture d’une dépêche que lui a adressée M. le prince Gortschakoff à l’effetde constater l’attitude du gouvernement impérial en présence des complications survenues en Italie et de la guerre qui en est résultée, ainsi que la manière dont le gabinet de Saint-Petersbourg croit devoir juger la position des gouvernements d’Allemagne au milieu de ces mêmes évènements.

«Le gouvernement du Roi, mettant une confiance entière dans les sentiments nobles et élevés de S. M. l’Empereur de toutes les Russies, n’a aucun doute sur le caractère bienveillant et équitable des dispositions dont le gouvernement de S. M. I. est animé envers l’Allemagne et les différents gouvernements de la Confédération germanique; ce n’est donc qu’avec reconnaissance que nous avons pu accueillir cette importante communication, et je vous prie, monsieur, de vous en faire l’interprète auprès de M. le prince Gortschakoff.

«Nous croyons donner au gouvernement impérial la meilleure preuve de la sincérité de ces mêmes sentiments, en répondant avec une égale franchise aux différentes observations qui viennent de nous être faites.

«La dépêche de M. le prince Gortschakoff se divise en deux parties distinctes. — La première, qui est rétrospective, passe en revue les négociations qui ont précédé le commencement des hostilités, et rappelle le congrès proposé par la Russie pour les empêcher; la seconde, qui s’occupe du présent et de l’avenir, s’applique de préférence à faire ressortir les vues du gouvernement impérial sur la tâche réservée aujourd’hui à la Confédération germanique.

«Quant à la première, M. le prince Gortschakoff saura apprécier les considérations qui nous engagent à mettre une certaine réserve à en aborder le sujet. Il n’en trouvera pas moins excusable qu’un gouvernement allemand se permette de ne pas partager le jugement sévère infligé à la conduite du gouvernement autrichien, lequel, suivant les développements de la dépêche de M. le prince Gortschakoff, serait seul responsable des calamités de la guerre. Le gouvernement du Roi a rendu dans le temps pleine justice aux efforts tentés par le cabinet de Saint-Petersbourg pour les prévenir par un Congrès européen; mais, à moins de manquer à l’impartialité envers un gouvernement confédéré, il nous serait impossible de nous arrêter à l’épisode du Congrès, représentant une phase et non l’ensemble des faits qui ont précédé et amené la guerre, au lieu de nous reporter à l’origine des complications qui ont fini par la faire éclater; et alors nous ne saurions oublier que le gouvernement autrichien, n’ayant rien fait qui pût donner ombrage ni à ses voisins ni à une puissance quelconque en Europe, fut inquiété d’abord et menacé ensuite dans le paisible exercice de ses droits de souveraineté. Il nous est difficile encore de ne pas nous convaincre que si de pareilles entreprises, au lieu de rencontrer des sympathies, avaient encouru le blâme non équivoque de l’Europe, le fléau de la guerre eût été très probablement épargné à l’humanité, avant même que la question du Congrès fût posée.

«Nous serons plus explicites sur les questions qui se rattachent à la position et à l’attitude des gouvernements allemands. Ici nous avons une mission à remplir, et nous devons de sincères remerciements à M. le prince Gortschakoff de nous avoir fourni l’occasion d’entrer dans quelques explications propres à éclairer les gouvernements étrangers sur ce qui se passe aujourd’hui en Allemagne.

«La dépêche de M. le ministre des affaires étrangères de Russie témoigne des regrets au sujet de l’excitation se manifestant dans quelques parties de l’Allemagne; elle exprime la crainte que cette agitation n’ait sa source dans un malentendu, et ce malentendu elle le trouve dans la tendance de quelques États de la Confédération germanique à se préoccuper d’un danger imaginaire et à en faire naître de très-réels, non seulement en ne résistant pas à des passions dont le développement pourrait mettre en péril la sécurité et la force intérieure des gouvernements, mais encore en fournissant des griefs sérieux à un État voisin et puissant, au moment même où ils en reçoivent des déclarations rassurantes.

«Il y a évidemment un malentendu, mais ce n’est pas du côtédes gouvernements allemands qu’il faudra le chercher.

«M. le prince Gortschakoff veut bien nous rappeler plus loin que la Confédération est une combinaison purement et exclusivement défensive, et que si aujourd’hui elle se portait à des actes hostiles envers la France, elle aurait faussé le but de son institution et méconnu l’esprit des traités qui ont consacré son existence.

«A ce sujet nous devons commencer par faire une légère réserve. Sans vouloir examiner jusqu’à quel point le mot de combinaison peut s’appliquer à une union d’États indépendants, reconnue indissoluble, et comptant parmi ses membres deux grandes puissances européennes, nous nous permettrons de relever que la Confédération germanique, par son organisation, a en effet un caractère principalement et essentiellement défensif, mais qu'on ne saurait prétendre qu’elle est une combinaison exclusivement défensive. Les traités sur la base desquels elle est entrée dans le droit public européen, — je me sers des propres paroles de M. le prince Gortschakoff, — et auxquels la Russie a apposé sa signature, lui reconnaissent le droit de paix et de guerre. Les États allemands se sont toujours montrés très-jaloux de se conformer aux lois fondamentales qui régissent la Confédération et de ne pas s’en écarter, mais par cela même ils peuvent prétendre à les conserver intactes.

«Nous prions cependant M. le prince Gortschakoff de ne pas perdre de vue que, dans notre pensée, il ne s’agit en aucune façon de méconnaître ce caractère défensif par excellence, ni de sortir du cercle des dispositions défensives qui se trouvent dans les lois fondamentales.

«L’article 47 de l’acte final de Vienne, et dont il a été question trop souvent dans ces derniers temps pour qu’il soit nécessaire d’en citer le texte, a prévu l’éventualité qui se présente aujourd'hui comme fait accompli, et pour que les gouvernements allemands songent à remplir les devoirs qu’il leur impose, ils n’ont besoin ni de céder à des passions qui compromettent leur sécurité, ni de se préoccuper d’un danger à venir. Nous pourrions rappeler d’ailleurs que jusqu’ici la Confédération n’a pas encore arrêtà les décisions qui sont l’objet de la sollicitude de M. le prince Gortschakoff et lui inspirent des craintes pour la solidité de notre assiette intérieure»; mais loin de soulever une question d’opportunité, nous préférons lui donner une preuve de notre confiance dans les dispositions amicales du gouvernement impérial, en acceptant ainsi une discussion anticipée.

«Ce n’est pas pour la première fois que la Diète de Francfort est appelée à discuter la mesure des obligations fédérales de l’Allemagne envers les deux grandes puissances faisant partie de la Confédération. Il n’est pas inutile de rappeler des précédents d’assez fraîche date; ils prouveront de quelle manière on a entendu jusqu’ici son caractère défensif, sans donner lieu à aucune objection de la part des grandes puissances qui ont signé les traités, sur la base desquels l’Allemagne est entrée dans le droit public européen.

«Il y a quelques années, la Russie, à la suite d’un différend avec l’empire ottoman, fit occuper par ses troupes les Principautés danubiennes. L’intervention des grandes puissances, avant pour but d’amener une entente, resta infructueuse par suite du refus de la PorteOttomane d’accepter purement et simplement l’arbitrage de la conférence de Vienne, et ce fut alors la Turquie qui déclara la guerre à la Russie. Elle eut pour alliés l’Angleterre et la France.

A cette époque la Confédération germanique, sur la proposition de l’Autriche et de la Prusse, prit une résolution portant que tout acte d’agression contre les possessions non allemandes de l’Autriche et de la Prusse serait considéré comme équivalant à une attaque contre le territoire fédéral, et, quelques mois plus tard, les troupes autrichiennes occupant les Principautés danubiennes, la Confédération amplifia la dite résolution dans ce sens qu’une attaque contre cette force armée, se trouvant en dehors du territoire autrichien, serait encore considérée comme une agression dirigée contre la Confédération.

«Je ne sache pas que ces décisions aient provoqué des protestations ou seulement des remontrances ni à Paris, ni à Londres, ni même à Saint-Pétersbourg, et cependant le gouvernement impérial de Russie aurait certainement trouvé matière à s'y opposer, si l’attitude de la Confédération avait été contraire aux traités.

«Mais si la Confédération est restée alors dans les limites de ses droits et de ses devoirs, pourquoi s’exposerait-elle aujourd’hui à fausser le but de son institution et à méconnaître l’esprit des traités en prenant des résolutions analogues?

«Ou bien n’existerait-il pas d’analogie entre les circonstances actuelles et celles d’alors?

«Il y a en effet une différence à noter. En 1854 la Confédération avait en vue l’éventualité d’une agression venant de l’Est, comme elle tourne aujourd’hui ses regards du côtéde l'Ouest. Mais à cette époque l’intervention de la Diète n’avait été précédée d’aucun acte ni d’aucune démonstration tendante à menacer le territoire autrichien ou prussien; aujourd’hui, au contraire, cette intervention n’a pas encore eu lieu; mais, en revanche, le territoire autrichien est envahi.

«Voudrait-on enfin nous objecter à Saint-Pétersbourg, qu’à cette époque l’Allemagne avait plus à redouter de la Russie qu’elle n’a à craindre aujourd'hui de la France? La dépêche de M. le prince Gortschakoff nous rappelle que le gouvernement français a solennellement proclamé qu’il n’a aucune intention hostile à l’égard de l’Allemagne. Elle nous apprend en même temps que cette déclaration a été accueillie avec un assentiment empressé par la majorité des grandes puissances. Nous nous souvenons également d’un Manifeste proclamant l’intention de délivrer l’Italie des Alpes jusqu’à l’Adriatique. Cette déclaration aurait-elle aussi obtenu l’assentiment empressé des grandes puissances?

«Le dépêche de M. le prince Gortschakoff constate une fois de plus l’intention du gouvernement impérial de veiller au maintien de l’équilibre européen. Nous sommes profondément pénétrés de ce que cette manifestation a de rassurant pour l’avenir de l’Europe. Nous savons apprécier au même degré l'importance de l’intérêt que le gouvernement impérial déclare attacher à l’intégrité de l’Allemagne. Nous aimons de plus à nous persuader que si la Russie en faveur de l’Allemagne a portà des sacrifices, elle ne les regrette pas; car, ainsi que nous le dit la dépêche de M. le prince Gortschakoff, la Russie ne s’inspire que de ses intérêts, et il s’est présenté telles circonstances où la Russie à son tour, a eu à se louer de l’Allemagne, guidée également par les inspirations de ses propres intérêts. L’Allemagne aujourd’hui ne demande pas des sacrifices, elle ne réclame que son indépendance dans l’accomplissement de ses devoirs fédéraux.

«En parlant ainsi, nous n’avons pas la prétention de prendre la parole au nom de l’Allemagne. Mais lorsqu’il s’agit des affaires fédérales et du maintien des droits aussi bien que des obligations de la Confédération, nous croyons chacun des gouvernements allemands appellé à élever la voix, et nous ne craignons pas, pour notre part, d’être démentis par nos confédérés.

«Veuillez donner lecture de la présente dépêche à M. le prince Gortschakoff.

Signé «BEUST».


Questo documento, come illettore vede, rimette al loro posto le cose imbrogliate appositamente dagli arruffapopoli della framassoneria, è dunque ben fatto di darne anche la traduzione italiana per chi non fosse abbastanza familiare coll’idioma francese.

«Al Sig. di Koenneritz Ministro residente del Re di Sassonia a Pietroburgo.

«Dresda, 15 Giugno 1859.

«Il Principe Volkonskymi ha letto un dispaccio, direttogli dal Principe Gortschakoff allo scopo di constatare l’attitudine del Governo imperiale in presenza delle complicazioni sopravvenute in Italia e della guerra che ne è risultata, come ancora la maniera con cui il gabinetto di Pietroburgo crede dover giudicare la posizione dei governi di Germania in mezzo a questi medesimi avvenimenti.

«Il Governo del Re, avendo piena fiducia nei sentimenti nobili ed elevati di Sua Maestà l’Imperatore di tutte le Russie, non ha alcun dubbio sul carattere benevolo ed equo delle disposizioni da cui è animato il Governo di S. M. I. verso la Germania e i vari governi della Confederazione Germanica. Noi abbiamo dunque accolto con riconoscenza questa importante comunicazione, e la prego di farsene interprete presso il Principe Gortschakoff.

«Noi crediamo dare al Governo imperiale la prova migliore della sincerità dei medesimi sentimenti col rispondere con eguale franchezza alle diverse osservazioni che ci sono fatte.

«Il dispaccio del Principe Gortschakoff si divide in due parti distinte. — La prima, retrospettiva, passa in rassegna i negoziati che hanno preceduto il principio delle ostilità, e ricorda il Congresso proposto dalla Russia per impedirle; la seconda, che riguarda il presente e l’avvenire, si applica di preferenza a far risaltare le viste del Governo imperiale sul compito oggi riservato alla Confederazione Germanica.

«Quanto alla prima, il Principe Gortschakoff saprà apprezzare le considerazioni che ci obbligano a una certa riserva nel l’abbordarne il soggetto; egli non perciò riconoscerà meno scusabile un Governo tedesco, se si permette di non dividere il giudizio severo da esso inflitto alla condotta del Governo austriaco, il quale, secondo il tenore del dispaccio del Principe Gortschakoff, sarebbe il solo responsabile delle calamità della guerra. Il Governo del Re rendette già piena giustizia agli sforzi fatti dal gabinetto di Pietroburgo per prevenirla mediante un Congresso europeo; ma, a meno di mancare alla imparzialità verso un Governo confederato, ci sarebbe impossibile di fermarci all’episodio del Congresso, che rappresenta una fase e non l’insieme dei fatti che hanno preceduto e condotto alla guerra, invece di riportarci alle origini delle complicazioni che hanno finito col farla scoppiare; e allora noi non potremmo dimenticare che il Governo austriaco, nulla avendo fatto che potesse dare ombra né a' suoi vicini, né ad una Potenza qualsiasi in Europa, fu prima inquietato e poi minacciato nel pacifico esercizio dei suoi diritti sovrani. Ci è difficile ancora di non convincerci che, s? simiglianti intraprese, in luogo d’incontrare simpatie, avessero incorso il biasimo non equivoco dell’Europa, il flagello della guerra sarebbe stato probabilissimamente risparmiato all’umanità prima ancora che la questione del Congresso fosse messa innanzi.

«Saremo più espliciti circa le questioni riferentisi alla posizione e all’attitudine dei governi alemanni. Qui noi abbiamo una missione da compiere, e dobbiamo sinceri ringraziamenti al Principe Gortschakoff di averci fornito occasione di entrare in qualche spiegazione capace di illuminare i governi esteri intorno a ciò che avviene adesso in Germania.

«Ildispaccio del signor Ministro degli Affari Esteri di Russia esprima rincrescimento per la eccitazione che si manifesta in alcune parti della Germania; mostra anzi il timore, che tale agitazione provenga da un malinteso, e questo malinteso lo trova nella tendenza di alcuni Stati della Confederazione Germanica a preoccuparsi di un pericolo immaginario e a farne nascere di veramente reali, non solo col non resistere a passioni, lo svilupparsi delle quali potrebbe mettere in pericolo la sicurezza e la forza interna dei governi, ma ancora col fornire seri motivi di lagnanze a uno Stato vicino e potente al momento appunto in cui ne ricevono dichiarazioni rassicuranti.

«Evidentemente vi ha un malinteso: ma non dovrà cercarsi dalla parte dei Governi alemanni.

«Il Principe di Gortschakoff si compiace ricordarci più innanzi che la Confederazione è una combinazione puramente e esclusivamente difensiva, e che, se oggi si portasse ad atti ostili verso la Francia, falserebbe lo scopo della sua istituzione e sconoscerebbe lo spirito dei trattati che hanno consacrato la sua esistenza.

«A questo proposito dobbiamo cominciare dal fare una lieve riserva. Senza voler esaminare fino a qual punto la parola combinazione possa applicarsi a una unione di Stati indipendenti, riconosciuta indissolubile, e contante tra i suoi membri due grandi potenze europee. noi ci permetteremo di rilevare come la Confederazione Germanica, pel suo organamento abbia infatti un carattere principalmente ed essenzialmente difensivo; ma non si potrebbe pretendere che ella sia una combinazione esclusivamente difensiva. I trattati in virtù dei quali essa è entrata nel dritto pubblico europeo, — mi servo delle parole stesse del Principe Gortschakoff,—e ai quali la Russia ha apposto la sua firma, riconoscono in lei il dritto di pace e di guerra. Gli Stati alemanni si sono sempre mostrati gelosissimi di conformarsi alle leggi fondamentali che reggono la Confederazione, e di non scostarsene; ma per cióstesso possono pretendere di conservarle intatte.

«Preghiamo ciò non ostante il Principe Gortschakoff di non perdere di vista che, nel nostro modo di vedere, non si tratta punto di sconoscere questo carattere difensivo per eccellenza, né di uscire dalla cerchia delle disposizioni difensive che trovansi nelle leggi fondamentali.

«L’articolo 47 dell’Atto finale di Vienna, di cui si è trattato troppo spesso in questi ultimi tempi perché sia necessario di citarne il testo, ha preveduto la eventualità che si presenta oggi come fatto compiuto, e perché i Governi alemanni pensino di adempiere i doveri che loro impone, essi non hanno bisogno né di cedere a passioni che compromettano la loro sicurezza, né di preoccuparsi di un pericolo avvenire. Potremmo altronde rammentare che finora la Confederazione non ha ancora stabilito le decisioni che sono l’oggetto della sollecitudine del Principe Gortschakoff e che gli ispirano timori. Per la solidità del nostro interno stato», ma lungi dal sollevare una questione di opportunità, noi preferiamo di dargli una prova della nostra fiducia nelle disposizioni amichevoli del governo Imperiale, accettando così una discussione anticipata.

«Non è la prima volta che la Dieta di Francfortè chiamata a discutere la portata degli obblighi federali della Germania verso le due grandi potenze facenti parte della Confederazione. Non è inutile di richiamare precedenti di abbastanza recente data, essi proveranno in qual modo si è inteso fin qui il suo carattere difensivo, senza dar luogo ad alcuna obbiezione da parte delle grandi Potenze che hanno firmato i trattati sulla base de' quali la Germania è entrata nel dritto pubblico europeo.

«Qualche anno fa la Russia, in seguito di una contestazione con l’Impero Ottomano, fece occupare dalle sue milizie i Principati Danubiani. L’intervento delle grandi Potenze avente a scopo di ricondurre il buon accordo restò infruttuoso per il rifiuto della Porta Ottomana di accettare puramente e semplicemente l’arbitrato della Conferenza di Vienna: e allora fu che la burchia dichiarò la guerra alla Russia. Essa ebbe alleate l’Inghilterra e la Frane a.

«A quell’epoca la Confederazione Germanica, dietro la proposta dell’Austria e della Prussia, prese una risoluzione in forza della quale ogni atto di aggressione contro i possedimenti non alemanni dell’Austria e della Prussia sarebbe considerata come equivalente a un attacco contro il territorio federale, e qualche mese dopo le milizie austriache occupando i Principati Danubiani, la Confederazione ampliò la detta risoluzione nel senso che un attacco contro quella forza armata, anche trovandosi al di fuori del territorio austriaco, pure sarebbe considerata come un’aggressione diretta contro la Confederazione.

«Che io mi sappia quelle decisioni non hanno provocato proteste o solamente rimostranze né a Parigi, né a Londra, nemmeno a Pietroburgo, e ciò nonostante il Governo imperiale di Russia avrebbe certamente trovato materia ad opporvisi, se l’attitudine della Confederazione fosse stata contraria ai trattati.

«Ma se la Confederazione è restata allora nei limiti dei suoi diritti e dei suoi doveri, come si esporrebbe ella oggi a fare violenza allo scopo della sua istituzione e a sconoscere lo spirito dei trattati prendendo risoluzioni analoghe?

«Onon piuttosto esisterebbe una analogia tra le circostanze attuali e quelle d’allora?

«Evvi infatti una differenza da notare. Nel 1854, la Confederazione aveva in vista le eventualità di una aggressione che veniva dall’Est nell’istesso modo che ella rivolge oggi ì suoi sguardi dalla parte dell’Ovest. Ma a quell’epoca l’intervento della Dieta non era stato preceduto da alcun atto, né da alcuna dimostrazione tendente a minacciare il territorio austriaco© prussiano; oggi, al contrario, questo intervento non ha ancora avuto luogo; ma invece il territorio austriaco è invaso.

«Si vorrebbe finalmente obbiettarci a Pietroburgo che in quell’epoca la Germania aveva più a paventare della Russia che non ha oggi da temere della Francia? 11 dispaccio del Principe Gortschakoff ci ricorda che il Governo francese ha proclamato solennemente di non avere alcuna intenzione ostile riguardo alla Germania. Ci fa sapere nel medesimo tempo che questa dichiarazione è stata accolta con un concorso premuroso dalla maggioranza delle grandi potenze. Noi ci ricordiamo egualmente di un manifesto proclamante l’intenzione di liberare l’Italia dalle Alpi all’Adriatico. Tale dichiarazione avrebbe forse anch’essa ottenuto il consentimento premuroso delle grandi potenze!

«Il dispaccio del Principe Gortschakoff constata una volta di piùl’intenzione del governo imperiale di vegliare al mantenimento dell’equilibrio europeo. Noi siamo profondamente penetrati di ciò che tale manifestazione ha di rassicurante per l’avvenire d’Europa. Sappiamo altrettanto apprezzare l’importanza dell’interesse che il Governo imperiale dichiara annettere all’integrità della Germania, ci piace di più persuaderci che se la Russia ha fatto sacrifici in favore della Germania essa non li deplora; giacché, come ci dice il dispaccio del Principe Gortschakoff, la Russia non si ispira se non dai propri interessi: e si è presentata qualche circostanza in cui la Russia alla sua volta ha avuto a lodarsi della Germania, guidata egualmente dalla ispirazione dei propri interessi. La Germania oggi non chiede sacrifici essa, ma riclama la propria indipendenza nell’adempimento dei suoi doveri federali.

«Parlando così noi non pretendiamo di prendere la parola a nome della Germania; ma quando trattasi degl affari federali e del mantenimento dei diritti come degli obblighi della Con federazione noi crediamo ciascun governo germanico essere chiamato ad alzare la voce, e non temiamo dal canto nostro di essere smentiti dai nostri confederati.

«Compiacetevi di leggere il presente dispaccio al Principe di Gortschakoff.

Firmato«BEUST».


Ed ora rechiamo una pagina del nostro ormai famoso Ricardo, che spargerà non poco lume sul compimento dell’opera massonica iniziata al Congresso di Parigi a' danni dell’Austria e a vantaggio del governologgia di Piemonte.

Torna su



CAPO IV


Torna su



LA GUERRA DEL 1866 PRENUNCIATA NEL 1859 - UNA PAGINA DEL RICARDO

Il lettore conosce ormai il Ricardo, il cui protagonista omonimo, finita la guerra, trovavasi a Torino in un crocchio di settari malcontenti della pace. Ricardo dava cattive notizie di Roma e dei Romani; quando un vecchio framassone lo interrompeva, dicendo: — Hai ragione... L’ora non è ancora giunta. Il frutto non è per anco maturo. Bisogna mandare colà libri, libretti e fogli; donne, e delle scelte all’uopo...; fotografie, con tutto ciò che fa mettere in obblio il bizzochismo e il gesuitismo: e noi saremo padroni di Roma... (178) — Sempre la corruzione! corruzione in ogni cosa!

—Di tal ragione, notò un di quei cotali andiamo troppo per le lunghe. —

E il vecchio soggiunse: — Camillo (il Conte di Cavour) ha detto che in dieci anni ci dà l’Italia fatta. E io credo che dia nel segno; ma non bisogna dormire: bisogna che ci diamo attorno a lavorare di mani e di piedi per arrivare allo scopo; né perdersi per le difficoltà che ci si attraversano. I dieci anni non sono ancora passati.

—E io credo, disse un Piemontese, che se non si fa dormire Napoleone, come voleva fare Orsini, non riusciremo a niente; e non solo dieci, ma quindici, ma venti anni passeranno belli e bene; tutti noi sarem’iti a cassone, e l’Italia non sarà fatta.

—Ma che parli tu, riprese il vecchio; che ti sogni? E senza di luiavremmo noi ciò che abbiamo dell’Italia? Napoleone, se voi non lo sapete, alla scuola dello zio e dei settari di vari riti, si è fatto il primo trappoliere del mondo; conciossiaché mal voi sapreste decidere se egli più valga nel far trappole od in coprirle. Egli è uomo che con molto garbo sempre accenna in coppe e dà in bastoni. Che volete? La sa fare allo stesso gran diavolo. Credetemi, il demonio perderebbe la partita con lui. Egli è clericale coi clericali, turco coi turchi, ateo cogli atei… ma non di cuore, sapete, 0 di sentimento; ma per gabbar tutti, e farsi di tutti e di tutto appoggio ai suoi divisamenti. Mi vien detto che sia suo principio, che il Gran Prete debb’essere abbattuto dai preti, e per essi spogliato del temporale, unico impedimento a fare l’Italia: si, si pei preti e pei frati. E non mi fa meraviglia che questo sia il suo parere; perché so di certo che egli suol dire, che suo zio intanto è caduto, in quanto non ha saputo ingannare bene i preti: né egli vuol cadere nello stesso errore. Voi ben ricordate quanto parino gridato i nostri fratelli di tutte le Vendite contro Napoleone, perché eolie armi francesi ha rimesso il Papa in trono; eppure chi è che adesso non conosca, che coloro, i quali tanto gridarono e scrissero e minacciarono, erano pienamente sciocchi ed imbecilli? E per vero, guardate: egli si trovava a tal punto, o di lasciarlo rimettere in trono da altre Potenze, e Napoli colla Spagna vi riuscivano, e l’Austria avrebbe fatto il resto: e sapete voi con quale macello dei nostri! Con tale una perdita da non poterci forse più riavere; ovvero doveva muovere, come Presidente della Repubblica francese, a favore della mal sagomata e peggio ordinata Repubblica di Mazzini, e perciò farsi a combattere le Potenze cattoliche alleate: al che non era ancor preparato, né la Francia aveva bastante forza da prevalere… E poi sarebbe egli adesso Imperatore?… Dunque egli da Presidente fece, e doveva fare tutti gli sforzi, muovere ogni pietra per la spedizione dei Francesi a salvare il Papa: e vi riuscì coll’applauso di tutti i Cattolici francesi, e principalmente del Clero alto e basso: e doveva, come capo della grande Nazione, andare a Roma, e doveva voler essere solo e fare tutto da sè. Non doveva volere Napolitani, non Spagnuoli a parte dell’onore che egli aveva da mostrare doversi tutto alla cristianissima Francia. Sbuffarono Mazzini e Garibaldi coi loro rompicolli. Minacciarono arrovellati i Mazzasette francesi colla loro Montagna; e Giggi (Luigi Napoleone) disse: «Voi non capite niente, siete bestie, e se mai uomini, uomini di ieri, che non hanno esperienza Lasciate fare a me e statevi zitti; e se volete gridare, gridate pure, ma a buona distanza, che non vi arrivi io, ché vi do del bastone tra capo e collo»...

—E senza dubbio, disse baldanzoso un fuoruscito romano i primi Francesi, che vennero, si credevano entrar senza colpo ferire...

—Ebbene, faceste allora il primo dei marchiani spropositi, esclamò il vecchio! — Pazienza: la cosa è fatta! E il Presidente dellaRepúblicafrancese, quanto guadagnò? La battuta di Roma republicanagli fu scala a divenire Napoleone III... Intanto videro come seppe fare colui a mettere sul trono il Papa, a farsi strada al trono per sé, ed insieme, non dimenticando chi era, seppe salvare i nostri fratelli, se non tutti, almeno i capi, che oggi figurano tanto bene. Ai più compromessi fè dare passaporto e denari; ai meno amnistia, prima implorata dal Governo Pontificio, e poi voluta assolutamente ed ottenuta. Agli impieghi rimessi i nostri… E così rannodate le nostre Vendite e rimessi in azione i nostri agenti… Voi conoscete i dispacci e le lettere private e pubbliche di Luigi Presidente: e ciò basta. Intanto Roma e lo Stato Pontificio in festa; Francia tutto briosa e lieta della gloria sua, e il Presidente che raccoglie tutti quei milioni di voti per essere eletto Imperatore dei Francesi!... Se non avesse fatto così, sarebbe mai riuscito a tanto? E noi saremmo mai al punto in che siamo, e in tante speranze fondatissime di far l’Italia interamente? E coloro che principalmente concorsero ad alzare Napoleone, chi furono? I Vescovi francesi ed i preti, che Napoleone seppe sì bene cu... cu... lia... re. — Tutti fecero una grande risata, dicendo: — Bravo! Bene!… —

Tra questa allegria e tra queste risate entrò certo Quirinio, il quale era uno di coloro che, per gran mercé, potè scappare di Parigi, e pian piano, dalla Francia ricoveratosi in Isvizzera, dopo alcuni anni, era venuto a Torino, dova aveva possa. Costui era entrato a parte della congiura di Orsini contro Napoleone. E avvegnaché cercatissimo dalla Polizia francese, sott’altro nome e con altro passaporto era fuggito. Fante lesto della setta, e più che esperto, aveva fatto segnare il suo passaporto il giorno innanzi alla famosa bomba che Orsini gittò sotto il cocchio di Napoleone. Ora, entrato e in breve venuto in cognizione di che si parlava, onde tanto si rideva, disse: — Credete a me, Orsini è stato troppo avventato. So bene che quella bomba ha fatto mutar subito stile e condotta a Napoleone e sollecitare la sua venuta in Italia; ma le cose non erano ancor mature. Il ministro di Polizia francese, dopo l’attentato, gli disse: «Se voi, o Maestà, non mutate politica, io non mi posso più ripromettere a salvarvi la vita.» E fu gioco forza che Napoleone chinasse il capo e dicesse: «E troppo presto: ma la vita preme di più che l’Italia. Mi fa specie che gli Italiani non mi capiscano! Non vi sono più buone teste nelle nostre Vendite italiane: che Ministero meschinissimo hanno in Piemonte! deputati e senatori di poco conto! Arriveremo fin dove potremo; ma non potremo far tutto. Per Roma poi, se non mi obbediscono, io me ne laverò le mani, e lascerò ad essi far ciò che vogliono, e coloro storpieranno tutto l’ordito e l’imbastito sì bene. Tal sia di loro». —

—Napoleone è un traditore, o almeno un impostore! ripigliò il Piemontese. Beccatosi la Savoia e Nizza: buona notte, non fa altro. E chi sa mai che medita? Ciò che si dice di lui è troppo certo: Quando parla, mentisce; quando tace, congiura. Se dunque non si trova un novello… Orsini che lo scuota, altro che dieci anni aspetteremo ancora.

—Ma io, lo vorrei scuotere io, ripigliò un altro che non so chi fosse, in modo che fosse l’ultima mossa che dà.

—Oh! la buona gente che siete! riattaccò il vecchio. Ma non vedete che adesso studia il modo di darci il quadrilatero?

—Io con voi altri moderati non ci reggo, disse, scuotendo la testa, il Romano. Andate a morir tutti quanti di acc... Faremo l’Italia quando sarem crepati tutti. —

E il vecchio: — Adesso, per tua regola, Napoleone adizza un gran cane molosso contro codesto cane dell’Austria. Già si sentono gli aspri ringhi, già si veggono i dossi rabbuffati. Sono essi amendue mordenti, e ne vedrem grande strage. È decretata la vittoria alla Prussia; ma prima è necessario guadagnare alcuni Generali Tedeschi; ossia, dirò meglio, anzi dirò proprio, i Generali dell’Imperatore d’Austria, in quella stessa maniera onde fu guadagnato il Generale che ci lasciò passare il Ticino... Però, anche sotto accusa, l’abbiamo potuto salvare, non constando di seduzione. Perché, se non lo sapete, vel dirò io secretamente,l’Austria dee scomparire tra le Potenze. Codesto Imperatore cattolico ha da esser ridotto a semplice Arciduca d’Austria colla sua Vienna. Questo è lo scopo che ci siamo proposto noi, fin da quando l’abbiamo voluto Imperatore. Ma per far questo ci vuol tempo, maneggio, arte, inganno, ecc. ecc. e colle Camere e coi Ministri che sieno dei nostri. Si debbe usare grande arte nelle promozioni dell’esercito. Dobbiamo metter su i nostri graduati, e debbono occupare le alte cariche dell’Impero i nostri giurati. Fatto ciò, noi andremo a gonfio vele, non solo a Roma, ma a sradicare la Chiesa dei Papi.

—Intanto con tutte le tue belle cose, soggiunse il Piemontese, e i bei progetti il quadrilatero è ancora in mano dei barbari. E, finché il quadrilatero non è nostro, non si farà giammai l’Italia.

—Oh, come siete furiosi! rispose indispettito il vecchio. Dà tempo al tempo, bestia, e vedrai. Non hai capito ciò che ho detto fin qui? Napoleone si adopera per noi più di quello che noi crediamo. Tutto il maneggio suo adesso è l’umiliazione dell’Austria. Finché l’Austria è potente, sarà potente ancora il Vecchio del Tebro. Caduto che sia Checco-Peppin, a lui ci vuol poco o richiamare i Francesi da Roma, od anche, se vuoi, a farli mandar via dal Papa stesso (precisamente come accadde); e allora siamo in un momento padroni noi; e allora, col principio dei fatti compiuti, possiamo quello che vogliamo. Napoleone allora dovrà mandar note sopra note, disapprovazioni, minaccie… Ma il fatto sarà fatto!.. E noi a Roma. — Nel dir queste cose il vecchio si brandiva tutto, stropicciava le mani, sorrideva, faceva gesti, pronunziava le sue parole staccate, e quasi sillabate. Indi continuò: — Voi mi dite: Ma intanto il quadrilatero sta là!... E verissimo; ma vi sta, perché Napoleone ha voluto che vi restasse perché con facilità si poteva prendere. Egli però vede, o, dirò meglio, prevede poterlo avere senza tanti sacrifizi d’uomini e di denari; quindi si è fermato dopo una vittoria la più splendida, avvegnaché accompagnata da grandi sacrifizi di uomini e di denari, vi ripeto, perché m’intendiate, e aspetta il momento favorevole, che è vicinissimo, per donarci il quadrilatero.

—Mi piace questa parola con facilità, ripigliò il Romano. Tu devi dire questa parola ai fanciulli, che ti crederanno; ma non a noi. Napoleone lo avrebbe detto nel suo proclama, nel suo manifesto: lo avrebbe fatto trombettare pel Monitore... Ma si contenta di far dire soltanto: perché la guerra avrebbe preso larghe dimensioni...

—No, no, riprese più adirato il vecchio: non intendo parlare a ragazzi; ma ad uomini che ragionano, e che non si lasciano portare dalla corrente egli stolti che vogliono parlare a modo loro, e decretare senza aver conoscenza delle cose, né delle persone. Riflettete bene a ciò che dico: la moderazione di Napoleone III lo indusse, dopo la grande vittoria di Solferino, a far proposte di pace all’Austria per imitare lo zio Napoleone I, che nel 1797, vittorioso, offrì la pace all’Austria vinta. E come allora una delle conseguenze fu l’indipendenza della Lombardia, cosi in questa pace, dell’8 luglio 1859, fu la stessa indipendenza... Le posizioni di Napoleone coll’alleato erano mirabili. L’esercito contava 250,000 uomini. In meno di 40 giorni aveva conquistata la Lombardia, e il potere austriaco della Venezia trovavasi alla vigilia di cadere dinanzi a Verona. Napoleone era, protetto alle spalle da un fiume, di cui era padrone in ambe le rive. La dritta dell’esercito alleato si prolungava a Goito, la sinistra arrivava fino a Peschiera, il centro era a Valeggio. Occupava una catena di colline sulle quali poteva mettere le artiglierie da fulminare il piano. Colà potevasi raccogliere e ben ordinare l’esercito, prima di spingersi in codesto piano. Poteva quindi restarvi a piacimento senza essere attaccato, ovvero scendere per attaccare il nemico in quell’ora che gli si fosse presentata più propizia per una battaglia. Inoltre l’esercito avea una squadra formidabile che bloccava l’Adriatico, e poteva, quando che il volesse, operar sopra Venezia... Aveva un materiale di 2000 bocche da fuoco, delle quali 40 erano cannoni rigati di nuovo modello, e un parco d’assedio unico in Europa. Dietro ai fianchi di questa armata vittoriosa stava un paese amico, sgombrato dagli Austriaci, e pronto a fare ogni sacrifizio, piuttosto che ricadere tra gli artigli dell’Aquila bifronte. L’Imperatore d'Austria aveva anch'esso un armata di 200,000 uomini; ma di questi, 60,000 erano truppe fresche; aveva un artiglieria di 1,500 pezzi di cannoni da campagna, ma di vecchia data. Era trincerato questo esercito dietro l’Adige, le cui sponde erano difese da fortezze credute più forti di quello che sono in realtà. — Ma il quadrilatero, voi dite, il quadrilatero? — Ragionate meco. Peschiera era già per cadere; Mantova e Legnago erano inutili: e, a tempo suo, da vincersi o con un assedio o con un assalto. Peschiera, infatti, attaccata dalle cannoniere trasportate nel lago di Garda, e nello stesso tempo investita da terra colle truppe alleate non avrebbe potuto resistere a lungo. L’assedio di Mantova non era indispensabile per assicurare la marcia di un’armata vittoriosa nel quadrilatero. Bastava bloccare questa piazza con alcune migliaia di uomini, per rompere le comunicazioni con Verona. Napoleone I diceva: «Con un equipaggio di assedio, noi prenderemo Mantova, quando vorremo, in venti giorni». Questa piazza debbe la sua forza alla sua posizione, e questa stessa è quello che facilita il blocco.

—Verona sola era terribile. Ma, dopo Sebastopoli, non vi sono più piazze inespugnabili. Caduta Peschiera, la strada a Verona sarebbe stata libera da tutti i lati, e poteva essere investita da ogni parte. L’armata austriaca stava addosso ad un fiume, in terreno difficile per le sue evoluzioni: in cattiva posizione per attaccare l’esercito alleato, e in mediocre, se era attaccata. Lo spirito dell’armata mal disposto e avvilito (qui il vecchio non era nel vero), le finanze ornai al termine di bancarotta. Dietro a se la rivoluzione, dinanzi il vincitore, e quasi direi, sotto le stesse sue tende di campo i suoi nemici (pur troppo!).

—Ciò posto, non si può dire che la conquista del quadrilatero, nonsolo era possibile, ma facile? LA PRUSSIA, LA PRUSSIA DEBBE FARE ILRESTO!...— Fin qui il vecchio settario.

Furono tenuti altri parlari, che io non rammento più; ma da tutto noi scorgemmo che il vecchio era molto innanzi nei gradi della setta e nei segreti della medesima.

Queste cose scriveva Ricardo nelle sue Memorie, nel 1859, e noi le pubblicavamo nel 1864. Il lettore mediti su di esse, e rammenti bene che solo due anni dopo, nel 1866, l’Austria era vinta a Sadova dall’attuale suo alleato di Berlino!...

Ma se i maggiorenti della Setta non si preoccupavano gran fatto delle cose dell’alta Italia e della posizione che tuttora rimaneva all’Austria nella Venezia, forte s’inquietavano invece della condizione di Roma e dell’attitudine apertamente avversa dei Romani, se se ne eccettuino quei pochi scostumati o ambiziosi, che formavano quel miserabile prudentissimo Comitato romano, che si palesò solo dopo che i bombardatori di Roma si furono impossessati della loro patria da essi tradita. Ora mette bene 'qui di aggiungere una parola sullo stato della Città, mentre le vittorie gallo-sarde maggiormente riscaldavano colle speranze le teste del famoso Comitato.


Torna su



CAPO V


Torna su



I VOLONTARI ROMANI

Abbiamo detto più sopra dei volontari della setta, diciamo ora brevemente dei volontari della S. Sede, e questo ci darà luogo ad aggiungere alcuna cosa intorno allo stato di Roma in quei giorni. Lo facciamo trascrivendo pressoché a verbo un capitolo delle memorie della invasione garibaldina del 1867, che sotto il titolo: LA MANO DI DIO NELL’INVASIONE DI ROMA,pubblicammo dopo cessato quel flagello, che, insieme col cholera, afflisse le nostre povere contrade in quell’epoca (179).

—Dal 1849 in poi, scrivevamo noi nella citata opera, non mancarono mai ragguardevoli persone e uomini generosi delle migliori classi Tenutivi per dadi Roma che offerissero il loro braccio al Papa,

Mettendo da banda tutti i Romani (e non sono pochi) che ora militano volontari nei vari corpi indigeni (ed anche fra gli Zuavi), fin dal 1849 il Principe Aldobrandini, venuto appositamente dal Belgio a Gaeta, ed altri Romani, si offrivano al S. Padre per formare un corpo di volontari (180); ma l’intervento cattolico rese inutile quella profferta. Ripristinato il Governo pontificio, e vista la mala piega che prendevano le cose di Europa per opera dei framassoni tosto il pensiero di una dimostrazione armata per parte dei Romani rivenne in campo, e dopo le accuse lanciate a Parigi contro il Papa nel Congresso, in cui si pretese assicurare l’esistenza del Gran Turco, scuotendo quella del Papa, se ne intese tutta l’urgenza. Quindi nell’istesso anno 1856 una eletta di giovani Romani, insieme con alquanti ragguardevoli stranieri, concepivano il disegno di una milizia, composta di volontari cattolici, alla quale, per imprimerle maggiore solidità, si dava il carattere di un ordine cavalleresco. La cosa era bene avviata, e già si avevano le più ampie adesioni da Francia, da Germania e da altre contrade; si poteva dire fatta (ne abbiamo sott'occhio i processi verbali regolarmente redatti dal Comitato direttivo, che si adunava presso un pio e zelante personaggio) (181), e se ostacoli inattesi non vi si fossero opposti, fin d’allora, forse sotto altro aspetto e sotto altronome, avremmo avuto i Zuavi pontifici; ma ragioni, che qui è inutile di ricordare (182), resero frustranei gli sforzi di quegli uomini generosi.

Malgrado di ciò la buona sementa non andò dispersa. Le persone si separarono; ma lo spirito, che era sincero spirito di devozione à ogni costo verso la S. Sede e verso il Pontefice, rimase e germinò sotto terra. Venne la guerra di Lombardia: quanti buoni e generosi Cattolici non vi si illusero! Non così i nostri giovani amici del Comitato romano. — Ferveva quella infaustissima guerra, e ai primi felici successi degli alleati gallo-sardi i settari mostrarono in Roma una baldanza smisurata. I bullettini della guerra, affissi rivoluzionariamente tutte le sere pei caffè, d’ordine delle autorità francesi, eccitavano ogni giorno più il fermento. Già dagli italianissimi si percorrevano le vie della città, tumultuando e inneggiando alle vittorie contro l’Austria; già si acclamava un sovrano che non era quello di Roma, e alle acclamazioni si univano le grida di morte ai preti! morte ai neri! A quelle turbe tumultuanti, composte di quanto v’ha di peggio nel nostro popolo, vedevansi frammischiati, con immenso dolore dei buoni, individui appartenenti a un esercito amico, l’esercito d’occupazione francese (lo abbiamo veduto coi nostri occhi, nessuno vorrà negarlo). Né solo i semplici soldati francesi, ma i sott’uffiziali e gli uffiziali, per fino appartenenti alla gendarmeria, prendevano parte e animavano quelle dimostrazioni settarie. Su questo proposito ci sovviene un fatto che non va dimenticato.

—Un certo uffiziale dell’esercito francese, uomo dei più versi al Papa e più noti fomentatori di quelle sciagurate dimostrazioni, veniva qualche tempo dopo richiamato in Francia. Prima di partire volle vedere Pio IX, al quale osò presentare una fotografia rappresentante il tradito Pontefice, pregandolo di scrivervi un qualche motto. Pio IX, presa la penna, vi scrisse le parole dette da Gesù Cristo a Giuda: «Amico ad quid venisti»? Non sapendo di latino, l’uffiziale se ne andò a mostrare trionfante lo scritto pontificio ai suoi amici. Ma quale non fu la sua sorpresa, quando Monsignor Bastide, cappellano militare, dal quale sapemmo il fatto, gliene spiegò il significato! Questo uffiziale è quel desso che, poco prima, aveva avuto l’insigne coraggio di scendere da Castel Gandolfo con una compagnia dei suoi soldati in Albano, e di caricare con fuoco di pelotone alcuni dragoni pontifici raccolti tranquillamente in un’osteria, sotto protesto che sparlassero dei Francesi, uccidendone o ferendone parecchi, oltre un povero paesano ucciso.

Mentre queste cose avvenivano alla vista di tutti, ed i buoni ne gemevano, e molti ne temevano per l’onore e la sicurezza di Roma, i nostri amici invece, prendendo coraggio dalla gravità stessa del pericolo, meditavano cosa che riscuotesse Roma dall’abbattimento in che sembrava piombata per l’audacia dei suoi nemici, e dicesse al mondo il vero sentire dei Romani.

Senza che l’uno sapesse dell’altro, due centri si formavano contemporaneamente, uno composto di giovani appartenenti all’alta classe della società, alla borghesia l’altro. Un giorno, era il mese di giugno, una persona assai dabbene, che faceva parte di questi ultimi, certo cavaliere Cartigoni, si portò da un giovane suo conoscente e gli comunicò il disegno dei suoi amici di offrire al S. Padre un corpo di volontari romani, invitandolo a farne parte anch'egli. Questi si mostrò pronto ai suoi desideri; però fecegli osservare, come egli,

formando già parte da molto tempo dall'altro centro che più volte aveva tentato una cosa simile, si trovasse nella necessità di farne parola ai suoi amici: forse, aggiungeva, essi potrebbero accettare una fusione dei due centri; e cosi di fatto riuscì la cosa. Da quel momento non vi fu più che un solo Comitato, intorno al quale già si aggruppava un bello stuolo di giovani devoti e coraggiosi. Fu redatto un Indirizzo, e nove, scelti fra di loro, ebbero l’insigne onore di presentarlo a nome di tutti a Sua Santità.


Correva il giorno 2 luglio, quando appunto il fermento settario era al colmo per le vittorie dei Gallo-sardi in Lombardia: parla vasi niente meno che di governo provvisorio; allorché il S. Padre riceveva nella sua privata biblioteca quei nove giovani Romani. Il Marchese D. Giovanni Patrizi-Montoro leggeva il seguente indirizzo:


«Beatissimo Padre,

«Mentre la cattolica e generosa nazione francese veglia sulla Vostra Sacra Persona, o Beatissimo Padre, e l’Augusto suo Imperatore solennemente dichiara volere non solo protetto, ma consolidato il vostro temporale dominio, sarebbe viltà d’animi sconoscenti che i Romani, vostri fedelissimi sudditi, non si stringessero ai piedi vo stri per offerirvi un omaggio di loro profondissima venerazione.

«Altra volta un torrente impetuoso che qui traboccò da ogni parte soffocò loro nel cuore quegli affetti, che avrebbero voluto manifestare a prova ancora di opere.

«Oggi, riverenza di sudditi e amore di figli, li muove nelle circostanze attuali a consacrarvi le loro fatiche, le loro persone, le loro vite. Essi troppo bene conoscono, che la gloria vera di Roma è l’avere a Sovrano il Capo visibile della Chiesa, e questa gloria nobilissima han fermo in cuore di custodire e difendere gelosamente.

«Quest’atto spontaneo di sincera devozione noi, ammessi alla venerata presenza della Santità Vostra, a nome eziandio di molti altri vostri fedelissimi sudditi, vi supplichiamo vogliate ricevere e benedire, e sanzionarlo col disporre di noi come di cosa del tutto Vostra.

«Possa questa nostra offerta confortare il cuore di Vostra Beatitudine, afflittissimo pel traviamento di tanti figli sleali, e testimoniare alle Nazioni Cattoliche che i Romani vanno superbi dell’alta missione che hanno avuto di conservare quel temporale dominio, che rassicura libero e indipendente il Sommo Pontefice nell'esercizio del suo Primato.

«Degnatevi, o Beatissimo Padre, compartirci la Vostra Apostolica Benedizione che umilmente imploriamo.

SALVIATIDuca D. SCIPIONE

PATRIZI-Montoro Marchese D. GIOVANNI

RICCIMarchese FRANCESCO

GRAZIOLIDuca D. MARIO

FORTICav. GIUSEPPE

GAROFALI ANNIBALE

FILIPPANI TOMMASO

LENTI ANTONIO

MENCACCICav. Paolo (183)».


L’augusto volto di Pio IX fu visto profondamente commosso. Egli lodò molto lo spirito di devozione che animava quei giovani; le ringraziò, e, pronunziando le parole più amorevoli e incoraggianti, concluse presso a poco in questa sentenza:

Parole di Sua Santità

«Questo che voi intendete di fare, con tanto vostro rischio, è un bell’atto di cui Dio terrà certamente conto un giorno... Ora, per verità, i momenti sono supremi, né sappiamo cosa la Provvidenza sia perdisporre nel domani. Ciò non ostante la bella dimostrazione che voi mi fate non deve restare inutile. Formare un corpo numeroso cosi su due piedi, in questi momenti, sarebbe cosa impossibile; sia dunque intanto una nobile protesta in faccia al mondo. Voi siete nove, ecertamente ciascuno di voi conta almeno dieci amici di cuore che sentano egualmente: ebbene riuniteli; sarete un centinaio di giovani congiunti nello spirito e nell'affetto. Sarete pochi, ma sarete compatti; sarete un germe fecondo, che con la benedizione di Dio, potrà fruttare assai». — E sì dicendo, il magnanimo Pontefice, benedicendoli con viva effusione di cuore, li congedava.

Da quel momento con grande alacrità si prese a formare il nuovo n nuovo Corpo, e per molti giorni fino a tardissima notte si lavorò a comporre il regolamento e l’organamento della nuova Guardia, che fu detta di Onore. Intanto i cento erano presto divenuti trecento, e ogni giorno crescevano numerose le richieste di ammissione; quando all’improvviso la battaglia di Solferino, la pace di Villafranca, la proposta fallace di una Confederazione italiana sembrarono cambiare affatto di aspetto le cose.

La cessazione del pericolo, e l’ampliazione contemporanea della già esistente Guardia Palatina (184), fecero sospendere l’opera incominciata, e anche questa volta il disegno dei Volontari restò ineseguito (185).

In mezzo a queste cose la pace di Villafranca conduceva l’esercito piemontese nelle Romagne e nell(')Emilia, le quali provincia venivano cosi strappate di fatto al dominio della S. Sede. L’anno seguente, 1860, s’invadevano armata mano le Marche e l’Umbria, e coll’abbominevole agguato di Castelfidardo si rubavano anche queste al Pontefice. Le milizie subalpine erano alle porte di Roma, e i cospiratori attendevano ogni giorno che entrassero nella Eterna Città. Presso che totale era lo scuoramento nei buoni, al colmo la baldanza dei tristi; quando tra i nostri giovani amici sorse il pensiero di un nuovo genere di milizia, la milizia della preghiera.

Correva il mese di marzo del 1861, allorché fu stabilito d’invitare i Romani a portarsi a S. Pietro nei giorni di Venerdì, mentre il S. Padre vi scendeva coi Cardinali per la visita della sacra Stazione, e di unirsi a pregare con lui pel trionfo della Chiesa e per la salvezza di Roma. Grande fu il concorso nel primo Venerdì, grandissimo oltre ogni espettazione nei Venerdì susseguenti. Quel ritrovarsi in così straordinario numero alla tomba di S. Pietro, rianimò il coraggio di tutti, in quello che sbigottiva i rivoluzionari, i quali, a turbare quel movimento religioso, minacciarono di far scoppiare bombe in mezzo alla folla (e ne fecero pur troppo scoppiare più d'una in vari luoghi), e che so io altro di peggio. Ma ottennero l’effetto contrario; poiché il concorso aumentò di cento tanti. Non andò guari e incominciarono le grandi dimostrazioni romane in onore del Papa, e le luminarie del 12 aprile, famose in tutto il mondo, ad impedire le quali indarno si arrovellarono nei più scellerati modi i settari. — Ma di queste cose diremo a suo luogo.

Intanto diamo fin d’ora i seguenti appunti: in ordine al fallito progetto dei Volontari Romani.

10Luglio — Lettera del Card. Antonelli al Duca Salviati, colla quale gli commette la cura di istituire fra i membri della Deputazione, presentatasi al S. Padre il 2 luglio, una commissione per la compilazione di un disegno e un Regolamento per la nuova guardia.

13 Luglio. — Nomina e riunione della commissione la quale in quel medesimo giorno e nei successivi si occupa del disegno suddetto.

22 Luglio. — Lettera del Duca Salviati al Card. Antonelli compiegandogli il disegno compilato.

28 Luglio. — Lettera del Card. Antonelli al Duca Salviati, colla quale si partecipa l’approvazione sovrana al disegno di Regolamento, e si dichiara non incontrarsi difficoltà intorno alla compilazione del Regolamento disciplinare.

29 Luglio. — Riunione della Commissione in quel giorno e nei successivi per la redazione del Regolamento disciplinare, e poscia di un Regolamento generale che comprende le disposizioni generali e e le disciplinari, consultando in proposito i vari regolamenti delle diverse armi dello Stato Pontificio, e sottoponendo finalmente il lavoro all’esame del Sig. Colonnello Mazzoli, nominato all’uopo dal Cardinal Antonelli.

22 Agosto. — Lettera del Duca Salviati al Card. Antonelli, colla quale si accompagna il Regolamento definitivo.

3. Settembre. — Lettera del Card. Antonelli al Duca Salviati colla quale a nome di Sua Santità viene approvato il Regolamento, facendovi però alcune osservazioni.

10  Settembre. — Lettera del Duca Salviati al Card. Antonelli in risposta alla precedente: aderendo a tutti i rilievi espostivi. Si osserva soltanto, che togliendo alla guardia che si desidera istituire l’assistenza continua presso la sacra persona di Sua Santità, molti di quelli che ambivano prendervi parte si allontaneranno: che altro motivo di disgusto si rileva nel porre la nuova guardia sulla medesima linea della Guardia Palatina, e che altronde, aumentandosi sensibilmente il numero di questa, non si saprebbe ravvisare l’utilità di un nuovo corpo.

12  Settembre. — (Cioè sette giorni dopo l’approvazione del Regolamento definitivo della Guardia d’Onore volontaria). Ordine del giorno del Marchese Gnglielmi alla Guardia Palatina, nel quale si dichiara:

1. Che la detta Guardia prenderà d’ora in poi il nome di GuardiaPalatina di Onore (distinzione conceduta alla nuova Guardia con la lettera dell’Emo Antonelli in data 28 luglio).

2. Che la Guardia Palatina avrà la bandiera (privilegio domandato e concesso per la Guardia di Onore).

3. Che sono chiamati a far parte della Guardia Palatina Possidenti ed Impiegati (ciò che non era nell’antico Regolamento della Palatina).

4. Che la Guardia Palatina manderà ogni giorno un picchetto nell’Anticamera Pontificia (e cosi si contrastava la concessione di un servizio in turno colla nuova Guardia).

5. Che la Guardia Palatina prende posto immediatamente dopo la Guardia Nobile (la parola immediatamente non esisteva nel primo Regolamento della Palatina).

6. Che gli Ufficiali e Soldati della Palatina sono rivestiti di un grado superiore a quello che occupano effettivamente nel Corpo (privilegio non concesso alla Guardia d’Onore volontaria).

7. Permesso del porto d’armi benché vetite.

Tutti questi privilegi uniti insieme, e molti altri, che si trascurano per amore di brevità, e finalmente il ragguardevole aumento della Guardia Palatina, che da piccolo numero era per formare due Battaglioni, fanno sì che la Deputazione dichiari: crederebbe tradire la sua devozione al Sommo Pontefice, se non deponesse ai suoi piedi il pensiero che nelle presenti circostanze l’istituzione di una nuova guardia, potrebbe difficilmente essere utile alla sacra persona di Sua Santità ed alla causa della Religione e dell’ordine. Protestando però oggi, come sempre una fedeltà che è risoluta di manifestare a prova ancora di opere, qualora le ne venga dato occasione; lo che di fatto avvenne nel 1867.

E qui a modo di corollario aggiungiamo due documenti relativi al primo disegno di Volontari Cattolici, agitato fin dal 1854, e umiliato al Santo Padre nel 1856.

NOTA

concernente la creazione di un Ordine Cavalleresco, militare, Cattolico, il cui disegno fu umiliato a S. S. Papa Pio IX il 23 febbraio 1856

Fino dal momento in cui la rivoluzione ha osato sacrilegamente di giungere Ano alla sacra Persona del Capo della Chiesa, tentando impadronirsi dei suoi Stati, molte corti cattoliche furono prese da religiosa premura, e, nella incertezza della politica europea, interrogava ciascheduna sé stessa, sedai seno dell’intiero Cattolicismo sorger potesse una milizia fedele, pronta ad immolarsi per la salvezza del Padre comune dei fedeli e preservare i suoi Stati dagli incessanti pericoli, da' quali sono minacciati.

Penetrati, da una parte dall’obbligo che corre al Cattolici di contribuire alla conservazione dei domini del Sommo Pontefice e alla indipendenza della 'sua temporale autorità, e conoscendo dall’altra i pericolosi politici ondeggiamenti, a' quali può esporre la Santa Sede un intervento costante, sebbene amico, hanno molti pensato di far rivivere lo spirito cavalleresco degli antichi tempi e, a lode della nostra epoca, hanno incontrato favore e simpatia.

Gli unì, sperando di rinvenire nelle vestigia dei più gloriosi ordini cavallereschi gli elementi a ciò necessari, hanno creduto sufficiente di richiamare il passato per verificare il presente; altri, pensando che ad epoca novella si convenissero istituzioni novelle e più proprie, hanno opinato doversi queste creare.

Noi qui non esamineremo come niuna di queste nobili e generose idee abbia potuto ancora essere applicata. Ma se tutte attestano verso il Cattolicismo un diritto che non può di presente esser contestato, manifestano paranco il dovere, nel l’adempiere al quale ciascuno si tiene onorato, poiché nel rivendicare l’uno si soddisfa all’altro.

Rimarransi sempre sterili tali elementi? Si lascierà estendersi questo fuoco di devozione pura e feconda, o si permetterà che si spenga per il cattivo esito di alcuni tentativi isolati? Neppure il pensiamo.

Spinti dalle medesime simpatie e convinzioni di coloro che ci precedettero! e desiderando di raggiungere lo scopo medesimo, ci siamo studiati di risolvere il medesimo problema. Tuttavolta, illuminati da molti savi e prudenti nostri Vescovi, abbiamo abbandonato le idee puramente speculative per appigliarci a quelle essenzialmente prattiche, e, dopo aver sottoposti i nostri lavori ad uomini i più competenti, ci siamo determinati di umiliarli ai piedi di Sua Santità.

La benevola accoglienza, ed i contrassegni di approvazione e di incoraggiamento ricevuti, facendo sperare in fine il compimento dei voti dei Cattolici, se vengano secondati i nostri sforzi, poniamo loro sott’occhio in una breve analisi, le basi principali del disegno presentato a S. S. e parlando loro di una questione che lì ha cotanto preoccupati, noi non ci crediamo se non il debole eco dei loro sentimenti, delle loro idee.

Senza dubbio tale analisi provocherà delle osservazioni, e più d’uno ignaro delle considerazioni che ci hanno fatto adottare diversi articoli, li giudicherà diversamente da noi. Facciamo riflettere che il nostro scopo è stato quello di sgravare Perario pontificio, di far fronte a tutte le spese dellordine il più limitatamente che sia possibile, e che il disegno non può ancora esser definitivo.

In conseguenza senza fermarci sulle imperfezioni del lavoro, e sperando che i Cattolici, che se ne sono occupati, o che vi prenderanno interesse ci trasmetteranno i loro consigli, noi abbiamo l’onore di esporre ciò che segue:

La creazione di una milizia, od Ordine cavalleresco è molto costosa, e siccome nò il Papa può esigerne il mantenimento dai Cattolici, né questi domandarlo al pontificio erario, è così di necessità che l’iniziativa dell’opera sia interamente dei Cattolici.

In secondo luogo, il Pontefice non può sanzionare che opere stabili e di sicura durata, quindi per la creazione di un’Ordine attivo cavalleresco, è necessario che sia almeno garantita antecedentemente la dotazione di un certo numero di membri

Ora per ottenere questi diversi risultati crediamo di procedere nel modo seguente:

1.°Formare in ogni Diocesi un comitato per provocare e ricevere gli ingaggi provvisori dei Cattolici, che bramano entrare nell’Ordine di S. Pietro, come Cavalieri d’onore, aggregati, fondatori o donatori.

2.°Costituire del pari per Diocesi, coi mezzi indicati nel disegno la dotazione perpetua d’un Cavaliere d’armi e di giustizia.

3.°Ricevere gli ingaggi provvisori dei Cattolici che aspirano al Cavalierato d’armi e di giustizia, uniformandosi all’una o all’altra delle obbligazioni finanziarie dettagliate nel progetto.

La formazione dei Comitati non esclude l’azione individuale degli uomini di cuore e di devozione, che possono agire senza obbligarsi a delle riunioni talvolta difficili.

Gli ingaggi richiesti saranno condizionati, cioè subordinati alla pubblicazione del Breve d’istituzione, e niuna somma verrà versataprima di essa,la quale verrà richiesta, appena sarà assicurata la dotazione di un certo numero di Cavalieri.

Sarà egli presumere troppo dalla devozione dei Cattolici, lo sperare che andranno essi onorati e gloriosi fornendo almeno un Cavaliere d’armi e di giustizia per Diocesi, onde contribuire alla fondazione dell’Ordine? La fede che ha creato tante opere sante ci fa sperare che quella del denaro di S. Pietro col suo nuovo scopo e ben caratterizzato, con le facilità che accorda per l’associazione di tutti gli elementi generali, con i vantaggi spirituali e temporali che vi sono annessi, con le felici conseguenze che può produrre, posta sotto gli auspici della beata Vergine Immacolata, non avrà minor successo delle anteriori.

Che una nobile ed entusiastica iniziativa sorga in ciascuna Diocesi; che tutti i pensieri diretti da molti anni a raggiungere lo scopo che ora si brama, uniscansi in una azione comune; che ogni Cattolico si associ a questa novella Crociata, confidando nella tenera benevolenza del nostro S. Padre Pio IX verso i suoi figli sottomessi e devoti, speriamo che si degnerà cedere alle nostre premure appena nella sua prudenza e saggezza giudicherà poterlo fare opportunamente.

In quanto a noi, dedicati coll’anima e col cuore all’opera di cui si tratta, ci stimeremo felici ponendoci immediatamente in relazione con ogni persona, e con qualunque comitato vorrà secondare i nostri sforzi, e diriggendoci specialmente a voi, o Signore, di cui ci sono noti lo attaccamento alla S. Sede, il pio zelo, e lo spirito di sacrifizio, abbiamo osato sperare che non rifiuterete di accettarne la missione.

Compiacetevi gradire in antecedenza i nostri più sinceri ringraziamenti non che i sentimenti di alta stima e di distinta considerazione, con cui abbiamo l’onore di essere ecc.

Circolare ai Cattolici

La necessità di tutelare la sacra persona di S. S. dagli attacchi, che i nemici di nostra santa Religione continuamente diriggono contro il suo temporale dominio per abbattere in seguito più facilmente lo spirituale, si rende ogni sgiorno più manifesta.

È questo un’interesse, un dovere della Cattolicità intiera, e vi saranno moltissimi fra i Cattolici che riconoscono, è vero, questa necessità, fatta più imperiosa dalla tristezza dei tempi; ma quanti fra questi si troveranno disposti ad agire?

Fu pensiero di molti ardenti Cattolici l’instituire un’Ordine militare, il cui scopo fosse quello di custodire la sacra persona del Vicario di Cristo, e difenderne i temporali domini. Il difetto però di unità di centro, e la moltiplicità dei disegni lasciò finora fra i desideri questo nobile pensiero.

A togliere pertanto questa difficoltà, prima di formulare un disegno qualunque, alla Cattolicità intiera è necessario rivolgersi, esporre la necessità di una istituzione che provveda a questa mancanza, e dai più zelanti richiedere il più zelante concorso.

Il vantaggio che un esteso Ordine militare, composto da tanti membri di tutte le cattoliche Nazioni, e stabilito in Roma e negli Stati della Chiesa, potrebbe recare alla indipendenza del Sommo Pontefice non è a mettersi in dubbio. Divenuto una forza imponente, e sostenendosi colle proprie rendite formate dalla pietà e dallo zelo dei Cattolici, renderebbe inutile qualunque parziale intervento straniero, e solleverebbe le Finanze dello Stato da spese considerevoli, permettendo la diminuzione di quella forza, che deve ora mantenere.

Sembra pertanto, che chi per poco rifletta agli incalcolabili vantaggi che una istituzione di tal genere arrecherebbe, non dovrebbe da buon Cattolico, tardare un momento ad approvare che un qualche disegno venisse formulato, e che fatto ed approvato non promettesse il più efficace concorso a mandarlo ad effetto.

Sappiasi adunque che molti Cattolici in Italia, Francia, Germania e Spagna non attendono che l’adesione di un numero sufficiente di persone per riunirsi in Roma, stendere un disegno, farlo circolare fra quelli, che avranno già approvato il pensiero, e mandarlo subito ad esecuzione.

Si dirigge pertanto questo foglio alla S. V. pregandola, qualora annuisse a quanto sopra, renderlo alla persona, da cui le verrà rimesso, firmando la seguente dichiarazione:

Io sottoscritto aderisco pienamente all’idee qui sopra espresse, riconosco la necessità di provvedere con qualche istituzione alla tutela del Sommo Pontefice, e alla difesa de' suoi temporali domini, e prometto, qualora un di segno venga formulato ed incontri la piena mia approvazione, di contribuire l’opera mia, affinché si mandi quanto prima ad effetto. — Firma —»

Seguono le osservazioni, e potrà ancora manifestarsi dalla persona, se vuole prender parte alla formazione del disegno, cosa che verrà accolta con sommo piacere da coloro che stesero questo foglio.


Torna su



CAPO VI


Torna su



PRIMIZIE DELL’ITALIA REDENTA

Prima di procedere innanzi nello svolgimento delle nostre Memorie, raccogliamo alcuni fatti, vero fiore di ribalderia massonica, che subito si manifestarono nelle varie città e paesi dove i liberatori si trovarono padroni della cosa pubblica, senza nemmeno curarsi di salvare, almeno per poco, le apparenze di quel bene che da tanti anni promettevano al nostro infelice paese, che pur ne godeva abbastanza sotto i Governi tiranni dai quali si pretese emanciparlo.

Sia pel primo il fatto deplorevolissimo avvenuto a Bergamo non appena incominciate le conferenze pel Trattato di Zurigo: lo rechiamo colle parole stesse di un testimonio autorevole che così scriveva alla Civiltà Cattolica:

«Poco dopo la metà del mese di agosto (1859) Monsig. Pietro Ribalderie saLuigi Speranza, Vescovo di Bergamo, fu interrogato da una commisgamo(gh)° pfanà sione municipale, se volesse assistere ad una Messa funebre, che si sà°(ne ddla Chie)" voleva cantare in suffragio di tutti coloro, che erano morti nella recente guerra sotto la bandiera piemontese. Monsig. Vescovo acconsentì alla domanda, e disse, inaspettate circostanze averlo impedito di prevenire tanto cortese invito del Municipio, e offerirsi egli stesso di buon grado a cantare la S. Messa pontificalmente. In questo colloquio si trattò ancora se fosse conveniente di tenere, dopo la Messa, un'orazione funebre; ma dopo alcune osservazioni di Mona. Vescovo, riconobbe anche la commissione municipale, ciò non convenire, e doversi seguire l’esempio di altre città, che si erano tenute soddisfatte della sola Messa. Per questa religiosa cerimonia fu stabilito il giorno 3 settembre; e quantunque Mons. Vescovo desiderasse celebrare nella basilica di S. Maria Maggiore, tuttavia il municipio amò meglio la chiesa di S. Bartolomeo. Agli estinti fu in questa chiesa alzato un catafalco in tutto uguale al monumento Siccardi in Torino. Avendo poi il Vescovo potuto sapere, che ne’ borghi si preparava una dimostrazione contro di lui, e si buccinava che un laico volesse salire il pulpito, no diede tosto contezza al sig. Intendente, il quale assicurò il Vescovo della tranquillità della città, e del savio e religioso contegno in che si sarebbe contenuta la popolazione di Bergamo. Cosi assicurato Monsignor Vescovo, la mattina del detto giorno si portò alla chiesa di S. Bartolomeo in compagnia del Capitolo della Cattedrale, e vi pontificò solennemente la S. Messa, alla quale assistettero le autorità civili e militari con gran concorso di popolo. Mentre si celebrava furono tante le ingiurie che si scagliarono anche ad alta voce, contro il Vescovo, tante le villanie che si dissero contro il Santo Padre, tante le bestemmie vomitate contro Dio e i Santi che le persone anche di mezzana coscienza abbandonarono la chiesa per non esser testimoni di tanto scandalo. Finita la Messa pontificale, mentre il Vescovo si spogliava dei sacri paramenti, fu nella chiesa un muoversi ed un agitarsi; si udivano voci indistinte; si comprese alla fine essere esse di alcuni giovani, che tentavano ascendere il pergamo per recitarvi una preparata orazione. Siccome il Rettore della chiesa aveva fin dal mattino fatto togliere la scala che mette sulla bigoncia, perciò fu d’uopo che l’oratore, aiutato dalle braccia e dalle spalle dei suoi amici, scalasse il pulpito. Quando Mone. Vescovo entrava in sacristía,il sig. Pasino Locatelli, noto pei suoi sentimenti poco conformi alla Cattolica Religione, recitava una sua orazione funebre, che aveva già data alle stampe. L’orazione fu al tutto pagana; i morti a Magenta e Solferino erano i morti a Maratona e alle Termopili, e nulla più; nessuna speranza, nessuna idea di Religione o di altra vita; non mancarono però amare allusioni a Mone. Speranza, e al Clero di Bergamo.

Ad insulto sì inaspettato e sacrilego Monsignor Vescovo, entrato nellaSacristía, ad alcuni che gli stavano intorno, e precisamente al Rettore della Chiesa, disse che, giacché la chiesa, di S. Bartolomeo era stata tanto villanamente e tanto pubblicamente profanata, e poiché si voleva con tali atti mettere in burla l’autorità che ha il Vescovo sulla predicazione che si tiene nelle chiese, era suo volere che si sospendesse ogni funzione ecclesiastica in detta chiesa fino a nuovo suo avviso, e che, di notte e senza pompa, si trasportasse il SS.mo Sacramento nella vicina chiesa dell’Ospitale. Qui non si disse, né si fece altro. Ritornato poi il Vescovo nell’alta città e nel suo episcopio, alle 3 ore pomeridiane sottoscrisse il decreto dell’interdetto, che alle 5 fu comunicato alla Chiesa; e fu ingiunto al rettore della medesima di non trasportare il SS.mo Sacramento alla Chiosa dell’Ospitale; ma di celebrare, nella seguente mattina, una Messa in S. Bartolomeo e consumarvi le Sacre Particole consécrate.

Intanto si sparse la voce dell’interdetto per la città; servendosi i malevoli dello stupore del popolo come di istrumento delle loro ire contro il Vescovo e contro la Religione. Si formarono vari assembramenti di persone: si declamò ad alta voce questo interdetto essere ingiusto; doversi liberare la Chiesa dalle catene del Vescovo; essere il Vescovo un’Austriaco, e far tutto contro il sentimento nazionale. Si corrompe con denaro e con vino la feccia del popolo; e fu ordinata la congiura, che doveva aver luogo la sera. È da notarsi che i corruttori e i capi sovvertitori di questa volta, erano quelli stessi, che avevano ordita la dimostrazione del carnevale del 1858, la quale fu felicemente sventata. Ma poiché volevasi coprire lo spirito d’irreligione che agitava i mestatori, si volle innanzi tutto compiere sacrilegamente un atto di Religione; e fu che si accompagnò solennemente il SS.mo Sacramento che, contro l’ingiunzione del Vescovo, trasportavasi fuori della chiesa; al qual accompagnamento presero parte colla torcia accesa in mano, perfino molti protestanti, tratti evidentemente da tuttaltro spirito che di devozione.

Monsignor Vescovo aveva saputo (e lo sapevano tutti) la cattiva impressione prodotta in alcuni dal suo interdetto, ed era stato informatoche alcuni avevano fermato di fare in sulla sera una viva dimostrazione contro di lui, e aveva anzi veduto tre giovinastri venuti a cavallo nella piazzetta ch’è davanti al suo palazzo, millantarsi che quella piazza in sulla sera sarebbesi mutata in Campo di Marte. Perciò aveva dato un secondo avviso all’Intendente della provincia, perché provvedesse alla sicurezza della sua persona, e alla quiete di una città non avvezza per anco agli scandali. L’Intendente fece sapere al Vescovo, per mezzo del Rmo Pro vicario Can. Bombardieri, che stesse di buon animo e sicuro: lui sapere tutto e avere dati tutti gli ordini necessari, perché nulla avvenisse che potesse compromettere l’ordine pubblico. Poco dopo questa assicurazione del sig. (r)Intendente, ossia appena ricevuta la benedizione del SS.mo Sacramento, la turba del popolo uscì dalla chiesa gridando villanie contro il Vescovo, e, vomitando bestemmie e imprecazioni le più spaventevoli, corse all’alta città. Seguiva un’altra caterva di popolo non cattivo, ma curioso di vedere l’esito di questo conato. Tre o quattro mila uomini si presentarono nella piazza maggiore della città alta e davanti l’episcopio. Quelli che erano stati corrotti dall’oro, armati di coltelli e di stili, come forsennati, non potendo altrimenti entrare nel palazzo, lo scalarono, e poi ne ruppero le porte perché fosse aperto l’adito a tutta la vile canaglia. Non si possono descrivere a parole le nequizie che furono commesse in quell’ora dentro al palazzo d’un Vescovo tanto dotto, tanto pio, e tanto amato dai buoni. Furono fracassate tutte le porte, furono rotti tutti i cristalli delle fenestre, furono spezzate le sedie delle sale, furono rubate le cortine, le stoviglie e le posate, vennero messi a ruba tutti gli utensili e gli arnesi da camera, e persino il boccale che serviva per la cotidianaamministrazione del Sacramento della Cresima. Non contento di questo, il popolaccio cercava la persona del Vescovo, per isfogare la rabbia sua e per mantenere i suoi patti sacrileghi. Quando giunse la ciurma innanzi la porta d’una cameretta dove erasi ritirato Mona. Speranza e ne tentò l’ingresso, il Vescovo stesso si presentò col volto ridente e sereno alla presenza di tutti. Fu universale lo stupore in vedere il Vescovo non conturbato in mezzo a tanta tempesta. Ma la turba, aizzata dalle grida dei lontani, non trovò freno; insultò il Vescovo nei modi più villani e più sacrileghi, con isputi, con urti e con pugni nel volto; gli fu stropicciata la bandiera piemontese sulla fronte, di che porta ancora una leggera ferita. Perfino uno stilo balenò dinanzi a lui. Tra tanta feccia si videro persone colla assisa della guardia nazionale e del corpo del Garibaldi; ma niuno che appartenesse alla truppa né francese né sarda!... Vi fu chi gridogli in viso: raccomandatialla tua Madonna! della quale Monsignore è devotissimo. Mentre il Vescovo era in balia di questa turba ubbriaca, entrò nel palazzo il Podestà, l’Intendente e un Colonnello francese. Quando il Vescovo potè stringere la mano del Colonnello, si vide salvo, e si ritirò con lui in una stanza malconcio e dolente nella persona, ma sereno e dignitoso; la turba intanto si disperse.

È da notarsi che il sig. Intendente, senza parlare prima col Vescovo, promise alla turba, in nome del Vescovo, che la chiesa di San Bartolomeo alla domane sarebbe aperta. Come il Vescovo seppe questo, si lagnò dell’impegno preso; ma furono tante le preghiere dell’Intendente, che il Vescovo, per non mostrarsi troppo severo e per non offendere la sua coscienza, giusta la quale aveva creduta spediente questa pena, rimise tutto l’affare al suo Provicario, il quale credè conveniente per evitare mali maggiori, di assolvere la chiesa dalle censure ecclesiastiche.

Tutta la città, meno la ciurmaglia che non manca in nessun luogo, rimase dolentissima di questo sacrilegio. Il Municipio nel giorno seguente presentò al capitolo della Cattedrale i sentimenti della sua riprovazione per l’accaduto, e il Generale francese, che comandava la guarnigione della città, mandò un suo aiutante e il comandante di piazza a Mons. Vescovo per condolersi dell’attentato commesso contro la sacra sua persona, e per promettergli ogni sua protezione, se fossero nate circostanze somiglianti. Il Clero tutto poi fece al suo Vescovo un commovente ed energico indirizzo che fu pubblicato ne’ giornali.

Intanto le leggi sarde venivano promulgate in ogni luogo dove la nuova dominazione aveva potuto stendere i suoi artigli, principalmente quelle che risguardavano i beni dei corpi morali e degli istituti di carità e beneficenza. Ma una nuova ne emanava il Dittatore Farini, che è pregio dell’opera di ricordare. La Gazzetta di Modena del 4 ottobre recava:

«Il Dittatore ha ordinato che sia sollecitamente compilata una statistica comparativa dei crimini commessi dall’epoca dell’instaurato Governo nazionale fino al presente, e di quelli commessi in un eguale asso di tempo sotto il cessato Governo».


Nell’istesso tempo un bando di un tale G. Cavallini, novello Intendente generale di Parma, diceva:

«Cittadini!

«L’Europa contempla con meraviglia il senno politico, la nuova concordia, il perfetto ordine, la calma dignitosa delle popolazioni dell’Italia centrale».

Peccato che mentre così belle e liete cose stava contemplando l’Europa, e mentre gli ufficiali del Farini stavano per metter mano alla ordinata statistica comparativa, un fatto orrendo si compiesse sotto i loro occhi in Parma precisamente il giorno dopo in cui era stata pubblicata la citata legge dittatoriale. Ecco il fatto; lo trascriviamo inorriditi dall’autorevole Cattolico di Genova:

«Ieri l’altro, 5 ottobre, a sera, all’arrivo della seconda corsa della ferrovia provegnente da Bologna, giunta alle ore 5 v2pomeridiane, a questa stazione di Parma, fra i viaggiatori venne riconosciuto, o, per meglio dire, da uno dei viaggiatori medesimi veniva denunziato, che in uno dei vagoni, che pochi momenti dopo dovevano proseguire il viaggio per Piacenza, eravi il Colonnello Anviti appartenente alle sciolte milizie della Duchessa reggente. Non so da chi venne arrestato e condotto alla caserma dei carabinieri reali. Appena che in città seppesi questo arresto, si cominciarono a formare contro la caserma stessa, gruppi di popolo, che di mano in mano aumentando, cominciarono a gridare di volere il prigioniero nelle loro mani, minacciando di morte anche i carabinieri stessi che lo custodivano a portone chiuso. Io non sò con quali mezzi, ma il fatto sta che questo popolo, o, per meglio dire, queste belve, penetrarono in detto luogo, ne trassero fuori l’infelice, ed a colpi di stile, di bastone, ed in altri modi oltraggiandolo lo strascinarono fino al caffè degli Svizzeri posto in strada S. Michele, che soleva frequentare. Là giunti, l’infelice, che non era peranco del tutto spento, fu collocato sopra d’un tavolo, e a colpi di spada gli fu tagliata la testa. Il carnefice, a quanto mi si dice, fu un volontario reduce del campo. Alla testa insanguinata si è voluto far trangugiare una tazza di caffè, le si è posto un sigaro in bocca, ed in questo modo fu portata sulla colonna che sorge in uno dei quadrati della nostra piazza grande; una torcia da vento le fu collocata dinanzi, onde fosse meglio veduta, e il popolaccio divertendosi, facèva suonare da suonar tori ambulanti, accompagnando egli stesso colla voce, inni patriottici!... Ma questo non è tutto: il corpo dello infelice Colonnello, rimasto nelle mani di un’altra banda, per ben tre ore continue fu barbaramente mutilato, e gambe e braccia venivano strascinate per tutte le strade fintanto che una pattuglia credette alla fine venuto il momento di farlo deporre. Ecco la narrazione genuina di un fatto che ricorda i tempi della più feroce barbarie (186).


L’autorità dopo di avere assistito impassibile per quattro ore a quell’orrendo scempio, faceva affiggere nelle pubbliche vie, il di seguente, questo proclama:


«Cittadini!

«Ieri sera la vostra città è stata contristata da un fatto che non sarà mai abbastanza deplorato. Un miserabile venne a mostrarsi a quel popolo che aveva crudelmente offeso. La febbre della vendetta invase alcuni sciagurati, gli accecò, li rese furenti e li trasse a bruttar le mani nel sangue. Fosse stato il più perverso degli uomini, toccava alla legge il punirlo.

«Parma, 6 ottobre 1859.

«L’Intendente Generale

«Cavallini».


Il degno Intendente aveva parole più dure per l’assassinato che non per gli assassini! Ma l’orrore suscitato nel cuore di ogni persona onesta, fosse anche liberale, fu sommo in tutta Italia. Il famoso Massimo D’Azeglio, gran turcimanno della setta e di Cavour, aveva parole di fuoco per quel fatto: «Ora la posizione è cambiata (scriveva egli nei giornali di quell’epoca); l’Italia ha la fronte macchiata, e deve abbassarla con vergogna; ora non è più inviolabile. Bisogna dirlo con parole che mostrino non essere estinto in Italia il senso morale, il senso d’onore, il senso patrio; bisogna chiamare le cose cd loro nome, e dire che il caso di Parma è uno spaventevole misfatto; e non parlarne a fior di bocca, come leggo in certe corrispondenze ed in certi giornali; non parere fare piuttosto il processo alla vittima che a' suoi assassini; non contentarsi di trovarvi una lezione per i cattivi governanti caduti; ma osservare se non ve ne fosse una più severa per i governanti presenti. Di questo fatto non sono colpevoli soltanto gli attori, ma ne sono colpevoli tutti coloro che non tentarono di opporvisi. E ci si dice che l’esecuzione fu rapida tanto danon dar tempo a repressioni! Ma non fu scoperto quello sciagurato alle 5 dopo mezzogiorno, e non finì alle 9 della sera? Che faceva il Governo? che facevano gli spettatori? Finché non è reso al pubblico di tutto ciò conto, la responsabilità più grave pesa sull'intera città di Parma. Questa responsabilità s’aggrava sul Governo ogni giorno di più che trascorre, senza che ci giunga l’annunzio delle disposizioni prese per scoprire e punire chi èreo».

Le parole del D’Azeglio destarono la rabbia dei settari, gli organi dei quali, non dubitarono di trovare più reo lui, che non gli assassini dell’infelice Anviti.

Il giornalismo estero anche il più liberale si mostrò altamentecommosso per quel fatto: «E cosa da deplorare, scriveva Les Débats che né la Gazzetta Ufficiale di Parma, né il bando che essa pubblicò abbiano dato sopra ciò alcuna spiegazione soddisfacente; diciamolo francamente, quel bando proclama (dell’Intendente Cavallini), tanto per ciò che dice, quanto per ciò che tace, non corrisponde punto a quello che richiedeva la coscienza pubblica. Quali che fossero i lamenti del popolo contro l’Anviti, il rappresentante dell’autorità che sottoscrisse quel bando, avrebbe dovuto capire che il suo dovere in tale funesta occasione, era di fare il processo agli assassini e non alla vittima siccome egli fece».

L’istesso Bianchi Giovini, nel suo numero 21 ottobre dell'Unione, in una corrispondenza da Parma, narrato il fatto, concludeva così: «Abbiamo qui un Governo dittatoriale, e il Dittatore (Farini) si è circondato fatalmente di uomini, che appunto per essere stati sempre, durante la loro vita, niente altro che cospiratori, non hanno alcun prestigio; non possono esercitare alcuna forza morale. L’anarchia è nel governo (bel cambio che avevano fatto quegl'infelici popoli!) lasciate che domani si presenti un altro Anviti, e si ripeterà la scena».

I rei intanto rimanevano impuniti, e se qualcuno venne arrestato gli lofu solo pro forma. S’intimò un disarmo, e solo poche spade e qualche arma di lusso vennero consegnate, mentre che era notorio a tutti che ben 5000 fucili ed altre armi erano in mano del popolo, da esso trafugate dalla cittadella il giorno della rivoluzione: senza dire dei pugnali e di altre armi proditorie di cui i settari e la plebaglia erano a dovizia forniti. La cosa era così smaccata che l’istesso corrispondente del Times scriveva a quel giornale da Bologna, sotto la data del 15 ottobre, queste precise parole: «Sono partito da Parma questa mattina, non volendo più essere testimonio dello spettacolo lagrimevole che presenta quella città agli occhi di tutti coloro che amano sinceramente la causa italiana».

Né meglio procedevano le cose nelle ribellate Romagne, sullo stato tristissimo delle quali, il Giornale di Roma del 2 novembre aveva la seguente corrispondenza: «La scorsa Domenica (23 ottobre) nel Comune di S. Lazzaro, piccolo paese distante circa tre miglia da Bologna, quel presidente municipale, Berti Pichat, in occasione dell’innalzamento degli stemmi sabaudi, volle che si cantasse il Te Deum nella chiesa delle Caselle. Trovandosi questa chiesa chiusa, se ne atterrarono le porte; ma il fabbro perciò delegato ricusò di aprire il ciborio, la cui chiave, come quella della chiesa, era stata portata via dal parroco D. Giuseppe Ardizzoni. Per questo fatto quell’ecclesiastico venne poi arrestato in un col suo cappellano Landi, e vuoisi che ambedue siano stati trasportati in un convento del Piemonte, dove debbono rimanere per tre mesi a loro spese. Guarentisco la prima parte; ma annuncio semplicemente, come voce non priva di fondamento, la seconda. Nel giorno 26 poi in Bologna si presentarono per tre volte persone di Governo a queirEminentissimo Arcivescovo, per reclamare gli atti giudiziari della sua Curia. La terza volta erano accompagnati dalla forza, col cui mezzo portarono via molti atti e le chiavi degli archivi. Potrei noverarvi molti altri soprusi e violenze adoperati dai rivoltosi nelle Romagne, ma me ne astengo per gli ostacoli che in queste provincie si incontrano nello scrivere e nel parlare, quantunque siamo ora governati da uomini che si spacciano amanti di libertà e che dicono di rispettare le altrui opinioni: il fatto però contradiceil detto e noi ci troviamo, anche sotto questo rapporto, assai male».

Altri fatti non meno gravi venivano narrati dal Giornale di Roma sotto la data dei 28 ottobre: «Dal nostro corrispondente particolare (dice esso) viene scritto quanto segue: — Ritornava Monsignor Vescovo di Rimini nella propria residenza da Coriano, dov’erasi condotto per assistere all’elezione della Superiora di una Comunità Religiosa, quando un milite, ben non si conosce con quale pretesto, fecesi ad imprecare contro di lui e il minacciò della vita. Immediatamente formossiattorno al palazzo episcopale tanto concorso di quelle indisciplinate milizie in armi, da non lasciare dubbio che la città avesse a perdere il suo Pastore, come già molte chiese della diocesi vedonsi orbate dei loro parrochi.

«Le apprensioni crebbero in modo che, per più ore, diedesi credito alla voce che il Vescovo fosse stato arrestato. Avvaloravano questa opinione generale gli arresti di molti Sacerdoti verificatisi nei precedenti giorni, le vessazioni e gl insulti patiti da Monsignor Vescovo di Bertinoro e Sarsina. Tra i parrochi ed ecclesiastici carcerati nella diocesi di Rimini, mi restringerò ad accennare l’arciprete di Saludecio che ammanettato fu tradotto alle prigioni; due sacerdoti fratelli Solari di Marciano, Don Tito Brigidi di Cattolica, l’arciprete di CiólaDon Semprini, e due preti di Mondaino. Cinque degli ecclesiastici arrestati furono, il giorno 19 corrente, per ordine del Garibaldi, fatti tradurre a Bologna, ove, racchiusi dapprima nelle pubbliche carceri, furono successivamente trasportati in un altro sicuro luogo di reclusione. Standosi al detto di persone imparziali, pare che il loro arresto fosse cagionato dalla diserzione di molti militi, i quali, mal vestiti e peggio trattati, non vogliono più saperne di una causa che loro non ispira fiducia, e che dai più viene reputata, come è, sacrilega. Alcuni di quegli sciagurati ebbero quindi ricorso alla carità dei ministri del Santuario, per ottenere un sussidio, e questi concedendolo, incorsero nella taccia di provocatori e fautori della fuga, e pare di più che il maltalento sia giunto al segno di simulare diserzioni, affine di poter colpire d’arresto i sacerdoti limosinieri.

«E che si creino pretesti, per fare ad ogni costo delle vittime, si argomenta dalla generale assicurazione che l'arciprete di Saludecio mai non ebbe occasione di parlare neppure una volta con militi. Né deve recare ciò meraviglia ove si rifletta che il Garibaldi, nell’eccitare tutti ad armarsi, e nell'arringare i suoi adepti, ha detto sovente che, per liberare l’Italia è d'uopo disfarsi dello straniero e dei preti. In Bologna però i pretesi moderati, per non mancare alle loro istruzioni, dirette a far si, che si peli la quaglia senza farla strillare, non approvarono, giusta quanto mi si scrive, un tale passo. E doveva, nel giorno 21 farsi dei summenzionati cinque sacerdoti un giudizio sommario, sembrando che si avesse in pensiero di rilasciarne tre, ai quali sarebbe impossibile imputare altra colpa, tranne quella di avere soccorso il prossimo, secondo lo spirito del Vangelo.

«Per questi fatti, tale sgomento s’impadronì degli animi nelle Romagne, da venirne quella notabile emigrazione di ecclesiastici, di che diedi cenno nella lettera precedente. Non sono poche le parrocchie, specialmente nella diocesi di Rimini, ove non trovasi più un sacerdote che celebri i divini uffici e porga gli estremi conforti. Da Saludecio fuggì il cappellano due altri sacerdoti che ivi dimoravano. A mia notizia, posso accertare che, nella sola provincia di Urbino e Pesaro rifuggiaronsi ventiquattro sacerdoti, anche illustri, dei quali sarei in grado di specificare i nomi e i titoli. A questa emigrazione di ecclesiastici, se ne aggiunge altra notevole di persone laiche, tra le quali circa venti Bertinoresi sfuggiti alla persecuzione, e non d’altro rei ché di avere protestato contro gli attentati commessi a danno del loro Vescovo e contro la violata immunità del palazzo episcopale, ove si praticò una rigorosissima perquisizione. Forse da questi sacrileghi procedimenti è ingenerata la voce, che oggi corre, dell'arresto di quel Prelato. Se il Signore non ne assiste, si vanno preparando per le Romagne ben molte sciagure».

Infatti il Giornale di Roma del 4 febbraio 1860, quando già da oltre due mesi vigeva il Trattato di Zurigo, faceva il seguente quadro, forse troppo benigno, delle condizioni d’Italia: «La rivoluzione, diceva, progredendo in Toscana nella sua via, crede finalmente aver toccato il punto cui già accennava, e che la mostra nudamente nel suo verace aspetto. Nell'avviso che dentro ai confini di quella regione sia essa pervenuta ad attutire ed estinguere ogni affetto all'autorità legittima del Sovrano, spiega oggi le sue forze a dirigere gli assalti contro la Religione, ed ogni arte adopera per allargare e distendere la perturbazione e il disordine fuori di quel territorio, facendone principalmente segno le provincie che durano nella obbedienza della Sovranità pontificia. Gli atti coi quali i signori Ricasoli e Salvagnoli manomisero la giurisdizione e la indipendenza del potere ecclesiastico in Toscana sono pur troppo noti; e celebrità infausta hanno già acquistato i decreti e le circolari, contro cui levò altamente la voce quel coraggioso Episcopato. Ha pure notorietà il decreto con che da ultimo sonosi voluti annullare gli articoli che, nel 1851, si convennero fra la Santa Sede ed il Governo granducale sopra alcuni punti di affari ecclesiastici, nell'intendimento di divenire poi ad un completo concordato per provvedere ai bisogni di quella parte nobilissima della Cattolicità. Che dire poi delle indebite esigenze che al Clero s’imposero? che dell'abbiezione cui venne ridotto?

«Non sono bastate le offese che per codeste disposizioni si fecero all’organismo vitale della Chiesa: si passò ancora a dettar legge al Clero nell’esercizio del sacro suo ministero. Dal barone Ricasoli fu diramata una circolare, e fu ingiunto venisse dessa personalmente intimata in Firenze e nei capoluoghi o residenze dei Delegati, a tutti i Parrochi toscani che in quei contri governativi dovettero, con loro grave disagio, perfino dagli alpestri luoghi trasferirsi per ascoltarne il contenuto, e dichiarare per iscritto di averne ricevuta comunicazione. Gli stessi Delegati, a quanto dicono, sì a male in cuore compierono al duro officio verso quei rispettabili Ecclesiastici, che alcuni lo fecero precedere dalle scuse del più vivo e sentito rammarico.

«S’impongono poi ài clero le preghiere della liturgia, ed il ministro Salvagnoli intimò di far recitare la Colletta pro Victoriorege nostro electo… Nulla è trascurato perché si scemino ai popoli i mezzi ad avere gli aiuti spirituali. Si vietò ai religiosi, specialmente Francescani, di più accettare novizi. Non si risparmiano le intimidazioni e le minacce, più o meno gravi, al ceto sacerdotale. Parrochi e Sacerdoti, tanto secolari che regolari, ogni giorno si incarcerano, e le spie assediano le chiese per notare, riferire, svisare ogni parola che possa dare appiglio a corroborare la calunnia e dar pretesto all’angaria.

Mentre però è di tanta vigilanza circondato il clero cattolico, a quanto si assicura, si lascia all’apostata Gavazzi libertà d’insegnare l’errore da una scuola aperta a Pistoia in un locale posto di contro alla chiesa detta dell’Umiltà, insultando così alla fede di quei cittadini che in quel tempio riconoscono il loro più caro e di voto santuario.

«La stampa poi è lo strumento più attivamente adoperato nell’empia guerra. Molti scritti imprecanti all’Ordine Ecclesiastico sono diffusi a larga mano; a migliaia di copie si sparse quella lettera di Garibaldi alla scolaresca di Lombardia, che è una vera provocazione all’esterminio del clero. Né cosa si lascia intentata perché la stampa sia mezzo al pervertimento della fede, alla corruzione della morale. Le Bibbie protestanti non solo dall'estero si fanno entrare, ma i torchi del paese si occupano a riprodurle perché alla organizzata diffusione non venga meno il numero delle copie. E mentre è vietata la introduzione dei giornali saggi, sol che tocchino ancora indirettamente il potere che colà si è insediato, ogni altro periodico che, sia col semplice dettato, sia ancora coll’aiuto delle più sconce e laide figure, si faccia messaggero di empietà, trova accesso e favore. Le rappresentazioni teatrali mettono il colmo agli strumenti della generale depravazione. Negli istituti destinati alla educazione scientifica e letteraria ogni licenza di dottrina è permessa; anzi in alcune università si adottarono a libri di testo opere e dottrine condannate dalla Santa Sede. I reclami dell’autorità ecclesiastica arrivano indarno.

«In tanto dolorose ed acerbe condizioni, in cui geme la Chiesa in Toscana, è però consolante il vedere come la fede si ravvivi, la frequenza dei Sacramenti si accalori, ed il concorso alle chiese si aumenti. In qualche luogo la popolazione si mostrò indignata di tanti scandali, sicché il Governo, almeno in apparenza, e in Firenze e in Pisa ha dovuto in qualche cosa indietreggiare. Quando però nelle popolazioni si osservano tali e sì pronunziati elementi di bene, è a sperare che le arti dei tristi non potranno prevalere.

«Queste arti che, per le discorse cose, veggonsi dirette ad una guerra implacabile contro la Religione, non è a dire come d’altra parte siano pur rivolte al rovesciamento della pontificia temporale sovranità nelle finitime provincie, obbedienti al Governo della Santa Sede, provocandole alla ribellione cogli appelli, colle seduzioni, cogli intimidamenti, col danaro, e incitando alla defezione ed al tradimento le milizie fedeli. Senza mistero, e mercé la pubblicazione dei periodici di Firenze, è messa in palese la esistenza colà di un comitato perugino fornito di una burocrazia e di una cassa, la quale dispone di notevoli pecuniarie risorse. Da questa sorgente emanano più particolarmente quelle provocazioni alla sommossa che dall'Umbria arrivano sin nelle Marche. Da Cortona specialmente vengono gli eccitamenti in Perugia; mentre ad Ancona e Pesaro si trasmettono le più false ed allarmanti notizie, tra le quali ultimamente quella della sollevazione di Perugia e della defezione di tutta la pontificia sua guarnigione. La fedeltà delle milizie pontificie è per ogni dove tentata con proclami stampati, quali acclusi in lettere provenienti dalla Toscana o da Rimini, quali diffusi in gran copia nelle varie città da emissari, e tutti concepiti con linguaggio di blandizie ai soldati, di avversione al Governo cui giurarono fedeltà, e di aperto eccitamento’ alla diserzione, anche sotto promessa di avanzamento o di premio.

«E mentre questi attentati con ogni impudenza si commettono, nelle Romagne non si rifugge dai cosidetti consigli di guerra, sotto lo specioso pretesto di favore accordato alla diserzione della gioventù, sedotta a far parte delle orde ribelli, di condannare alla galera un Arciprete ed altri Ecclesiastici, non rei di altro, che di aver soccorso la indigenza di qualche giovane, che tornava al domestico focolare.

«Ma di somiglianti ingiustizie, velate sotto il manto della legalità giudiziaria, la più ributtante è certo il lungo ed aspro sosteni‘ mento nelle carceri del Torrone a Bologna dello specchiato e dotto Inquisitore Padre Feletti dell'ordine dei Predicatori, arbitrariamente arrestato mentre riposava nella coscienza della propria innocenza, e processato senza querela di parte, e solo per astio dell'intruso potere, che gli fà delitto l’aver compiuto nei tempi andati ciò, che era sacrosanto dovere del suo officio.

«Queste cose si verificano in paesi dove il potere si fa usbergo di uno stemma, che ricorda tanta fede alla Religione, e giuoca all’alta lena per ingannare e travolgere la opinione degli onesti, oggi offerendo individui rivestiti di titoli disdetti in una regione perché siano riconosciuti in un altra, i quali poi dimani sono di questi stessi di quà spogliati affinché tornino convalidati di là; e terminandosi, allorché il bandolo si crede smarrito, e farsi valere dovunque giovino per portare a termine i propositi di tradire la giustizia, gl’interessi e la causa dei popoli. Gli esempi non sono pochi: eloquente però è quello del General Fanti, disdetto per decreto di esser piemontese, perché tutti sapessero appartenere all'Italia centrale, fu poscia disdetto per altro decreto dall’appartenere a questa, affine di tornare al primitivo onore. Ma mentre la forza del secondo decreto elideva quella del primo, si è terminato col convalidarli ambedue, come piemontese ha seggio nel ministero, come cittadino dell'Italia centrale ne comanda l’esercito».

L’istesse mene e le stesse perfide arti venivano impiegate più o meno apertamente negli Stati napolitani, e in tutto il resto d’Italia, se non forse con maggiore intensità e scaltrezza; ma di ciò avremo a dire lungamente tra poco.

In mezzo appunto a cosi fatte cose si manipolava e si firmava il riferito, famoso Trattato di Zurigo, violato prima che sottoscritto.

Torna su



CAPO VII


Torna su



UN TERZETTO: NAPOLEONE, IL GALANTUOMO E MAZZINI

Napoleone III vedeva Poperasua andare alla peggio, e tra l’audacia del Governo Sardo, lo scapestrare delle passioni e la baldanza feroce dei settari, l’Italia vera andare in fascio e, principalmente, a rovescio dei suoi intendimenti; pensò dunque di scrivere una delle solite sue lettere all'alleato Galantuomo da frenarne il cammino, se non da arrestarlo. La lettera era tutt’un programma, e diceva cosi:

Lettera di Napoleone al Re galantuomo

«Signore, mio fratello.

«Io scrivo oggi a V. M. per esporle la situazione presente degli affari, per rammentarle il passato e per mettermi d’accordo con lei, sulla condotta che dev’essere tenuta per l’avvenire. Le circostanze sono gravi; è necessario lasciar da parte le illusioni e gli sterili rimpianti, ed esaminare accuratamente la reale situazione degli affari. Cosi, non si tratta oggi di sapere se io abbia bene o male operato nel conchiudere la pace a Villafranca; ma piuttosto di ottenere dal trattato i risultati più favorevoli per la pacificazione dell’Italia e pel riposo dell’Europa.

«Prima di entrare nella discussione di questa questione io desidero vivamente rammentare ancora una volta a V. M. gli ostacoli che resero tanto difficile qualunque negoziazione e qualunque trattato definitivo.

«In punto di fatto, la guerra presenta spesso minori complicazioni della pace. Nella prima due soli interessi stanno a fronte l’uno dell’altro: l’attacco e la difesa; in questa al contrario si tratta di conciliare una moltitudine d’interessi, sovente di opposto carattere: e questo precisamente avvenne al momento della pace. Era necessario conchiudere un trattato che assicurasse nella miglior possibile maniera l’indipendenza dell’Italia, che soddisfacesse il Piemonte, ed i voti(?!) della popolazione, che pertanto non ledesse il sentimento cattolico, e i diritti dei Sovrani, pei quali l’Europa provava un’interesse.

«Io quindi credetti, che, se l’Imperatore di Austria desiderava venire a un leale accordo con me, allo scopo di ottenere questo importante risultato, le cagioni di antagonismo che per secoli aveano diviso i due imperi, sarebbero scomparse, e la rigenerazione d’Italia si sarebbe effettuata di comune accordo, e senza nuovo spargimento di sangue.

«Indicherò ora quali, a mio credere, sono le condizioni essenziali di questa rigenerazione.

«L’Italia deve essere formata di più Stati indipendenti, uniti da un vincolo federale.

«Ciascuno di questi Stati deve adottare un particolare sistema rappresentativo e salutari riforme.

«La Confederazione allora ratificherà il principio della Nazionalità italiana; avrà una sola bandiera, un solo sistema di dogane, e una sola moneta.

«Il centro direttivo sarà Roma, e si comporrà di rappresentanti nominati dai Sovrani sopra una lista preparata dalle Camere, affinché in questa specie di Dieta, l’influenza delle famiglie regnanti sospette di una inclinazione verso l’Austria, venga controbilanciata dall’elemento risultante dalla elezione. (Strana Confederazione, basata sulla sfiducia e sul sospetto!!).

«Coll’accordare al S. Padre la presidenza onoraria della Confederazione (èl’Ave Rex Judaeorum!) il sentimento religioso della Europa cattolica (nota bene) sarà soddisfatto; la influenza morale del Papa sarebbe accresciuta in tutta l’Italia, e gli sarebbe permesso di dar concessioni conformi ai voti legittimi delle popolazioni (il Papa commetteva dunque un atto illegittimo se noi faceva). Ora il disegno che io ho formato al momento di conchiudere la pace, può ancora essere eseguito, ove V. M. voglia impiegare la sua influenza a promuoverlo. Inoltre si è già fatto un passo considerevole in questa direzione.

«La cessione della Lombardia con un debito limitato è un fatto compiuto.

«L’Austria ha rinunciato al suo diritto di tener guarnigione nelle fortezze di Piacenza, Ferrara e Comacchio.

«I diritti dei Sovrani furono, è vero, riservati, ma fu pure guarentita la indipendenza dell'Italia centrale, essendo stata formalmente rigettata ogni idea d’intervento straniero (contradizione e derisione ad un tempo!), ed infine Venezia dovrà diventare una provincia puramente italiana. E cosa di reale interesse per V. M., come pure di quello della Penisola, il secondarmi nello svolgimento di questo disegno allo scopo di ottenerne i migliori risultati; perché V. M. non può dimenticare, che io sono legato dal Trattato: e nel Congresso che sta per aprirsi io non posso ritirarmi dai miei impegni. La parte della Francia è tracciata già da prima.

«Noi domandiamo che Parma e Piacenza siano unite al Piemonte, perché quel territorio gli è indispensabile dal punto di vista strategico. (Fénélon diceva, non essere necessario mai quello che èingiusto).

«Noi domandiamo che la Duchessa di Parma sia chiamata a Modena (e perché non il proprio Duca?).

«Che la Toscana, aumentata forse da una porzione di territorio, venga restituita al granduca Ferdinando.

«Che un sistema di saggia libertà venga adottato in tutti gli Stati d’Italia.

«Che l’Austria si sciolga francamente da cagioni incessanti di imbarazzi per l'avvenire, e consenta a completare la nazionalità della Venezia, creando non solamente una rappresentanza e una amministrazione separata, ma anche un armata italiana.

«Noi domandiamo che Mantova e Peschiera debbano essere riconosciute come fortezze federali.

«E finalmente che una Confederazione, basata sui reali bisogni, come sulle tradizioni della Penisola, ad esclusione di qualunque (?!) influenza straniera, abbia a consolidare l’edificio della indipendenza d’Italia.

«Io nulla tralascerò, onde ottenere questo grande risultato. Si convinca V. M. che i miei sentimenti non cangeranno, e che in quanto non vi si oppongano gli interessi della Francia, io mi chiamerò sempre felice di servire la causa, per la quale abbiamo combattuto insieme.

«Palazzo di S. Cloud, 20 ottobre 1859.

«NAPOLEONE».

RISPOSTA DEL GALANTUOMO A NAPOLEONE

«Sire,

«La lettera di V. M. mi prova una volta di più la costante sollecitudine che prendete al bene del popolo italiano. Io vi sono sensibile ed a nome di questo ve ne ringrazio.

«V. M. fa un appello alla mia cooperazione onde far prevalere i suoi piani nella rigenerazione d’Italia. Io ho il dolore di esporre alla M. V. le ragioni per le quali la mia cooperazione sarebbe incompatibile col mio onore (?), col mio diritto (!?), con la giustizia (?!!) e col mio dovere (!!!).

«Io non mi feci giammai illusione sulla situazione degli affari d’Italia, perché io sono soldato e non poeta, non ho quindi da lasciare da banda né sterili illusioni, né sterili rincrescimenti. Ed è perciò che prego la M. V. a considerare nei disegni della nuova organizzazione d’Italia, non l’opera speciosa di un giorno, ma la sua durata e la sua sicurezza.

«Lungi da me l’idea di ritornare sulla questione, se V. M. fece bene o male prendendo d’assalto la pace di Villafranca. Male udita allora, sarebbe inutile e indegno di me, turbare adesso la calma d’animo di V. M. con considerazioni intempestive. So pur troppo le difficoltà che si sono dovute sormontare per dare una apparenza di provvisoria conciliazione ad interessi inconciliabili. Però come dopo la pace di Villafranca sono sopravvenuti avvenimenti, allora non solo non preveduti, ma neppure sospettati, egli mi sembra che questi nuovi elementi debbano entrare nelle considerazioni che guidano la politica attuale di V. M.

«A Villafranca la M. V. e S. M. Apostolica non previdero due cose. Primo, che i popoli (ossia i settari) dell'Italia centrale avrebbero potuto opporre una resistenza determinata al ritorno dei loro Sovrani; secondo, che questi popoli per mezzo di assemblee elette a suffragio più o meno esteso avrebbero decretato l’annessione di quelle contrade al paese, che Iddio ci ha dato a governare. Ora la M. V. sa bene che questi non sono già atti rivoluzionari, di cui non debbasi tener conto. — Un’assemblea (settaria) dette la Corona di Carlo X alla casa d’Orleans, e l’Europa tutta riconobbe Luigi Filippo. Un’assemblea decretò la reggenza della regina Isabella in Ispagna e riconobbe D. Maria di Gloria in Portogallo, e l’Europa (massonizzata) tenne questi voti come validi. Un assemblea decretò la decadenza della Casa d’Olanda dal trono del Belgio, e l’Europa ne sanzionò l’atto. Un’assemblea, non ha guari cancellava perfino un atto di un congresso europeo nei Principati Danubiani, e l’Europa ne ha annuito. Un voto popolare infine portava gloriosamente al Trono la M. V. — Perché dunque al popolo italiano (ossia ai settari italiani) solamente si contesterebbe il diritto di dichiarare decaduta una dinastia, proclamarne un’altra, cangiare i gruppi territoriali composti da un trattato che la M. V. lacerava definitivamente a Magenta ed a Solferino? So la condotta degli Italiani è ribelle, ed il loro voto nullo, si ricominci dal ricomporre l’Europa del 1815; io rinunzio alla annessione ed anche alla Lombardia, e che la M. V. ceda il trono al Duca di Bordeaux (terribile la logica!).


«Sire,

«Non abbiamo due pesi e due misure; il diritto è uno ed eterno, e risiede non nelle dinastie che si estinguono, che cangiano e degenerano, ma nel popolo che permane.

«Quanto alle condizioni essenziali che la M. V. mette alla rigenerazione d’Italia, voglia, la prego, prendere in considerazione gli ostacoli enormi che vi si oppongono. — Una federazione durevole non è possibile che fra Stati omogenei, senza di eh ala federazione è inefficace come in Germania, produce dei sunderbund come in Svizzera, o minaccia ad ogni momento risolversi come negli Stati Uniti. Non è né l’unità economica, né l’unità amministrativa, né l’unità della bandiera che costituisce l’unità politica di un popolo, è l’unità di essenza del Governo Ora l’essenza del Governo austriaco, del Governo pontificio, del Governo di Napoli e del mio Governo è incommensurabilmente diversa: l’essenza del popolo italiano (quale?) è antagonista a quella dei detti Governi. Quindi mala intelligenza tra i popoli ed i Governi, non accordo tra un Governo e l’altro. — Su che base poserebbe la Confederazione? Il popolo italiano ha due istinti indomabili (perché fomentati impunemente dalla setta anticristiana), la indipendenza e l’unità. Può il Governo austriaco, o il Governo pontificio far ragione a questa impulsione permanente della opinione pubblica, che si traduce in tutte le manifestazioni della vita nazionale?

«La Dieta di Roma inoltre o è puramente consultiva o è sovrana. Se è consultiva solamente, la è inutile come la Consulta di S. M. Siciliana ed il Consiglio di finanza di Sua Santità. Se è sovrana, vale a dire che rappresenta la nazione fuori, e dispone delle forze di terra e di mare dentro, la Confederazione è inutile, i singoli Governi saranno aboliti col primo decreto di questo areopago, e l’Italia è fatta, o la guerra civile è in piedi.

«La M. V. propone un sistema rappresentativo speciale per ciascuno Stato e una saggia libertà. Ciò sarebbe un altro elemento di discordia tra i popoli ed il Governo, e di anarchia nella Dieta genenerale, e per me un imbarazzo. Il mio popolo non può rinculare, rinunziando alla larghezza della libertà goduta finora. Napolitani, Toscani, Romagnoli, Modenesi, Veneziani non si credono da meno dei Piemontesi e dei Lombardi. Una libertà per tutti dunque, o nessuna per nessuno.

«Possono il S. Padre, e gli altri Principi accordare ai loro popoli la libertà della stampa, del culto e della parola che io lascio ai miei popoli?

«La M. V. opina che la presidenza della Dieta aumenterebbe la influenza morale del Papa. Ma chi mai e quando mai si attentò in Italia a questa influenza? (Quale impudenza!)

«Che il Pontefice Romano non ne domandi altra, e sovrano al mondo non sarà stato più potente e più venerato di lui. Ma in questa presidenza risiede precisamente il pericolo d’Italia. Il Papato è elettivo, che il Cardinale Antonelli, per esempio, succeda un di a Pio IX, tra la Dieta italiana e il suo presidente la guerra è in piedi, o un colpo di Stato inevitabile.

«La presidenza della confederazione poi compensa le riforme che si domandano al Governo ecclesiastico? Imperocché queste riforme versano sulla natura stessa del Governo, se il Papato deve esser discusso in una camera di deputati, il Papato è finito. Val meglio ucciderlo con un decreto, che comprometterlo e disonorarlo con rilevarne le magagne.

«Io non espongo a V. M. che una sola considerazione, quanto alla partecipazione dell’Austria alla Confederazione italiana, una ipotesi. Che domani l’Austria si trovi in guerra con la Francia, che farà l’Italia? Se io avessi la maggioranza nella Dieta, non potrebbe l’Italia che restare neutra, ma siccome la maggioranza con Napoli, Roma, Firenze, Modena e Parma sarebbe all'Austria; l’Italia dovrebbe muover guerra alla Francia. Ora questa nobile e generosa nazione avrebbe speso tanti milioni e tanto sangue per mettersi una spada nei fianchi, e nell'ora del pericolo avere un popolo, come Giobbe aveva degli amici?

«L’Austria ha abbandonato il diritto di avere guarnigione a Piacenza, a Ferrara, a Comacchio, perché queste guarnigioni non vi sono più; e perché per rimetterle è mestieri ormai riposare sull’esercito della M. V. e sul mio e su quello dell'Italia centrale, vale a dire ricominciare la guerra. La M. V. sa del resto che lasciarmi Piacenza e Parma, come indispensabili al punto di vista strategico per il Piemonte, non copre in nulla le mie frontiere; il Piemonte non ha che ’ un nemico: l’Austria, e l’Austria può senza intoppi passare il Mincio dovunque, ed il Pò a Borgoforte. L’Austria in fine ci ha vendutala Lombardia, conquistata con tanto sangue, e ha guardato le porte e le chiavi. Ma la M. V. ha voluto così.

«V. M. crede che la Venezia può restare una provincia puramente italiana col Governo austriaco. La Ungheria ha potuto restare Ungheria malgrado la sua Dieta e l’Imperatore d’Austria suo Re speciale? Gli Stati buon grado o malgrado debbono seguire la nazionalità dei Governi, senza di che vi è anarchia. Venezia, finché piaccia a Dio, sarà la Gerusalemme dell'Europa attuale, terra di pianto che appella redentori. Un’assemblea italiana, un esercito italiano negli Stati austriaci di Italia, con Verona dove batte il cuore dell’Austria, è una mistificazione, è un pericolo per tutti. La guarnigione austriaca a Verona ed a Legnago rende frustranea la guarnigione federale di Mantova e di Peschiera, senza contare che le guarnigioni miste difendendo sempre male le piazze, ingenerano talora dissidi, sempre rancori e gelosie tra i corpi speciali.

«V. M. in fine domanda la restaurazione del Granduca con aumento di territorio, ed un cangiamento di domicilio per la Duchessa di Parma, protestando nel tempo stesso volere rispettata l’indipendenza d’Italia centrale, e messa formalmente da banda la intervenzione straniera. In che modo allora la restaurazione avrà luogo? Una restaurazione spontanea e pacifica è ormai impossibile. Provocare per occulti maneggi un’insurrezione dei partigiani dei Principi espulsi, è mezzo incerto di successo, immorale, sanguinoso, terribile, è la guerra civile. Stancare i popoli coll’anarchia è pericoloso. Da prima perché anarchia non vi sarà, di poi perché, Sire, questi popoli spinti agli estremi potranno ricordarsi le storiche loro tradizioni e considerare che oltre del Governo monarchico assoluto che hanno respinto, del Governo costituzionale che loro si rifiuta, havvi il Governo repubblicano dei loro padri. Ed allora?

«Le restaurazioni, Sire, sono sempre funeste. Un Principe che toma, è condannato ad essere o nullo, o tiranno, senza autorità se si appoggia su i suoi nemici; vendicativo, reazionario se si appoggia su i suoi amici; se il Granduca, la Duchessa si appoggeranno sul partito che ora regna nell’Italia centrale, questo li condurrà alla indipendenza ed alla unione per mezzo della libertà, vale a dire alla negazione dinastica; se questi Principi cercheranno la mano dell’Austria di nuovo, essi prepareranno un altro asilo per loro, e la guerra contro l’Austria di nuovo. In ambo i casi nuove proscrizioni, nuovi torbidi, nuove vendette, nuovi rancori, e non più pace nella Penisola.

«Per queste considerazioni, Sire, e per altre moltissime io non posso secondare la politica di V. M. in Italia. Se V. M. è legata dai Trattati e non può nel Congresso ritirare i suoi impegni; io sono, o Sire, legato altresi ad una politica tutta opposta, legato dall’onore (?!) in faccia all’Europa, dal diritto, dal dovere della giustizia, dall’interesse in faccia alla mia casa, al mio popolo ed all’Italia. La mia sorte è congiunta a quella del popolo italiano; possiamo soccombere, tradire non mai. I Solferino e San Martino, riscattano tal volta le Novara e Waterloo, ma le apostasie dei Principi sono irreparabili., (purtroppo:«cum esset Pontifex anni illius, prophetavit!») (187). Io potrò dunque restar solo nella grande lotta in cui la M. V. aveva cominciato per darmi la mano: ma resterò. Perocché se la M. V., forte dell’ammirazione del suo popolo, non ha nulla a fare per la riconoscenza della simpatia dell’alleanza del popolo italiano, io sono commosso nel profondo dell’anima mia dalla fede, dall’amore che questo nobile e sventurato popolo ha in me riposto; e piuttosto che venirgli meno, spezzola mia spada e getto la mia corona come il mio augusto genitore. Alcun interesse personale non mi guida alla difesa dell’annessione. La mia casa non si è fatta pei voti di assemblee; la spada e il tempo ci han portati dal vertice delle Alpi alle sponde del Mincio, e questi due Angeli Custodi (quale irriverenza!) della Casa sabauda la condurranno più in là, quando a Dio piaccia.

«Qualunque sia la vostra politica dell’avvenire, o Sire, che la M. V. e la grande nazione cui la M. V. conduce siano sicuri, che giammai mi troveranno nelle file dei vostri nemici». (fuorché a Sedani).

«Torino 28 ottobre 1859.

«VITTORIO EMMANUELE»

LETTERA DI GIUSEPPE MAZZINI A VITTORIO EMMANUELEII

Il Diritto, nel suo numero del 3 ottobre 1859, pubblicava i brani principali della lettera di Mazzini al Re galantuomo in data del 20 settembre, da Firenze. Il Diritto diceva che questa lettera «è il documento più esplicito e più avvicinatore che sia uscito mai dal partito repubblicano», e che «il Monarca d’Italia ne può andar superbo». Non faremo commenti a questo documento avvicinatore: pregheremo soltanto il lettore di notare la perfetta concordanza della risposta del Galantuomo a Napoleone con questa lettera, e ricorderemo come il Mazzini scrivesse anche una lettera all’infelice Carlo Alberto nel 1831. che, messa in esecuzione nel 1848, costò all'infelice Monarca, dopo due sconfitte combattendo contro l’Austria, il trono e la vita. Ed ecco i brani della nuova lettera:

«Repubblicano di fede, ogni errore di Re dovrebbe, s’io non guardassi che al mio partito, sorridermi come elemento di condanna alla monarchia. Ma, perché io amo più del mio partito la patria, e voi potreste, volendo, efficacemente aiutarla a sorgere e vincere, io vi scrivo da terra italiana...

«... Sire, voi siete forte: forte, sol che voi vogliate, di quella vita; forte di tutta la potenza invincibile che è un popolo di ventisei milioni concorde in un solo volere; forte più di qualunque altro principe che or vive in Europa, dacché nessuno ha in oggi tanto affetto dalla propria nazione, quanto voi potreste suscitarne con una sola parola: Unità... L’Italia cerca Unità (inutile dire che s’intende sempre l'Italia settaria e non la vera e tranquilla Italia delle tradizioni e del diritto.). Essa vuole costituirsi nazione una e libera. Dio decretava questa unità quando ci chiudeva tra le Alpi eterne e l’eterno mare. La storia scriveva unità sulle mura di Roma; e il concetto unitario ne usciva così potente che, varcando i limiti della patria, unificava due volte l’Europa... Nel nome dell’unità muoiono da mezzo secolo, col sorriso sul volto, sui patiboli, o con le armi in pugno da Messina a Venezia, da Mantova a Sapri, i nostri migliori. Nel nome dell’unità noi iniziammo e mantenemmo, privi di mezzi ed influenza, e perseguitati, e cento volte sconfitti, tale una crescente agitazione in Italia, da fare della questione italiana una questione europea, e somministrare a voi, Sire, ed ai vostri, il terreno che oggi vi frutta lodi e potenza.

«L’unità è voto e palpito di tutta Italia. Una patria, una ban diera nazionale, un sol patto, un seggio tra le nazioni d'Europa, Roma a metropoli: è questo il simbolo d’ogni italiano.

«… Fummo sistematicamente calunniati presso le moltitudini n oi che insegnammo ad esse — in nome dell’unità (unità inevitabile, regia, se il Re la facesse) — la virtù della lotta, del sacrificio e del saper morire... ecc.

«Sire, volete averla? (L'Italia), averla splendida davvero di entusiasmo, di fede e di azione? Averla con forze tali da far sì che ogni diplomazia s’arresti impaurita, ogni disegno d’avversi si disperda davanti ad essa? OSATE!

«La prudenza è la virtù dei tempi e delle condizioni normali. L’audacia è il genio dei forti in circostanze difficili. I popoli la seguono, perché vi scorgono indizio di chi non la tradiva nel pericolo. La fede genera fede. Maturi i tempi per un’impresa, nella potenza dell’iniziativa sta il segreto della vittoria

«… Sire! l’Italia vi sa prode in campo, e presto, per l’onore, a far gètto della vostra vita. Sirè! il giorno, in cui sarete presto, per l’unità nazionale a far getto della vostra corona, voi cingerete la corona d’Italia.

«… L’Italia vi sa prode in campo. Ma, comunque virtù sì fatta rara sia in un Re, l’ultimo tra i vostri volontari può farne mostra.

«… L’Italia ha bisogno or di sapervi prode nel consiglio, potente di quella volontà che fa via di ogni ostacolo, forte di quel coraggio morale, che, intraveduto un dovere (!?), un’alta impresa da compiere, ne fa una stella e la segue, intrepido, irremovibile sulla via, senza arrestarsi davanti a lusinga o minaccia. Voi potete, io lo credo, mostrarvi tale, e per questo vi scrivo… Sire… Io credo che viva in voi una scintilla d’amore e d’orgoglio italiano. Ma se è vero, — se ciò che io sentii, leggendo alcune vostre recenti, semplici, spontanee parole di risposta a non so quale adulatrice deputazione, non è illusione di chi desidera, — non avete energia che basti per vivere di vita vostra?

«… I padri nostri assumevano la dittatura per salvare la patria dalla minaccia dello straniero. Abbiatela, purché siate liberatore.

«Sire… io vi chiamo in nome d’Italia a una grande impresa, a una di quelle imprese, nelle quali il forte numera gli amici, non i nemici… La diplomazia è come i fantasmi di mezzanotte, minacciosa, gigante agli occhi di chi paventa, si dissolve in nebbia sottile davanti a chi le move risolutamente all’incontro (è questa unagrandeverità). Osate, Sire...

«Dimenticate per poco il Re per non essere che il primo cittadino, il primo apostolo armato della nazione. Siate grande come l’intento, che Dio (e non più tosto il diavolo?) vi ha posto davanti, sublime come il dovere, audace come la fede. Vogliate e ditelo. Avrete tutti, e noi primi con vol. Movete innanzi, senza guardare a dritta o a manca, in nome dell’eterna giustizia, in nome dell’eterno diritto (povera giustizia) disgraziato diritto!), alla santa crociata d’Italia. E vincerete con essa.

«E allora, Sire, quando di mezzo al plauso d’Europa, all’ebbrezza riconoscente dei vostri, e lieto della lietezza dei milioni, e beato della coscienza d’aver compito un’opera degna di Dio (facendo guerra a Dio!) chiederete alla nazione quale posto ella assegni a chi pose vita e trono, perché essa fosse libera ed una, sia che vogliate trapassare ad eterna fama tra i posteri col nome di preside a vita della repubblica italiana, sia che il pensiero regio dinastico trovi pur luogo nell’anima vostra, Dio e la nazione vi benedicano. Io, repubblicano, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sciamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: Preside o Re, Dio benedica a voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste (colle armi della Francia)».

La risposta del Galantuomo alla lettera del suo degno alleato era, come ognuno vede, un eco fedele della lettera di Mazzini. e un nuovo appello alla rivoluzione. L’Eroe dei due mondi completava la scena colle seguenti emanazioni della sua patriottica eloquenza:

Proclama del General Garibaldi

«Ai miei compagni d’armi dell'Italia centrale.

«La mia assenza provvisoria non deve affatto diminuire l’ardore per la santa causa che noi propugniamo.

«Nell'allontanarmi da voi, che io amo come i rappresentanti di una idea sublime, l’idea della rigenerazione italiana, io parto triste e commosso. La certezza di ritrovarmi ben presto in mezzo a voi, per aiutarvi a terminare l’opera che noi abbiamo così bene incominciata, tuttavia mi consola.

«Per voi, come per me, la più grande sventura sarebbe quella di non essere là ove si combatte per l’Italia. Non lasciate dunque le armi, voi che avete giurato per essa e per il capitano che deve condurvi alla vittoria; restate fermi al vostro posto, esercitatevi e perseverate nella disciplina del soldato.

«La sospensione non durerà lungo tempo; la diplomazia sembra poco disposta a vedere le cose tali quali esse sono; essa vi attribuisce ancora i dissensi di altri tempi, e non sa che gli elementi d’una grande nazione esistono in voi; che liberi e indipendenti voi potete fare la rivoluzione del mondo, se non si vogliono riconoscere i nostri diritti, e lasciarci padroni in casa nostra.

«Noi non assaliamo il territorio estero; che ci si lasci dunque tranquilli sul nostro.

«Che quelli che vorrebbero impedirlo, intendano che, prima di sommetterci alla schiavitù, si dovrebbe schiacciare colla forza un popolo pronto a morire per la libertà.

«Ma, quando anche noi fossimo tutti caduti, lasceremmo alle generazioni future quella eredità di odio e di vendetta, nelle quali ci haallevato la prepotenza straniera (e non lo spirito satanico della frammassoneria?). Noi lasceremo per patrimonio ai nostri figli un’arma e la coscienza dei loro diritti, e, per Dio! il sonno di coloro che vogliono opprimerci e tradirci non potrà essere tranquillo.

«Io vel ripeto, Italiani, non posate le armi. Stringetevi adesso più che mai, attorno ai vostri capi, e osservate la disciplina la più severa.

«Cittadini!

«Non vi sia Italiano che rifiuti il suo obolo alla sottoscrizione nazionale. Nessun Italiano manchi di preparare un’arma, per ottenere, forse domani, colla forza ciò che si esita di accordarci oggi per giustizia.

«Genova, il 23 novembre 1859.

«G.GARIBALDI».


A questo proclama ne teneva dietro un altro anche più gustoso; eccolo:

Proclama di Garibaldi agli studenti di Pavia

Giovani studenti dell’Università di Pavia

«Se nel corso della vita v’è parola gradita al mio cuore e ineffabile, è quella che mi viene da voi in questi giorni. Eletti giovani!... vergine e pura speranza d’Italia, io vi rispondo tutto commosso… vedete!… tutto… commosso di gratitudine e di rispetto come se fossi alla presenza di un areopago ideale di uomini... che formeranno la grandezza avvenire della patria! di questa patria che uomini perversi vogliono nuovamente immergere nel fango, ma che s’incamminerà, malgrado di codesti malvaggi, al compimento dei grandi destini che le ha assegnato la provvidenza!... si, alcuni malvaggi... sono quelli che si sforzano di fare ostacolo all’opera magnifica della nostra risurrezione!… e primi fra di essi sono quelli istessi che, nella storia del nostro paese, segnarono a fianco del loro stabilimento, l’abbassamento e i mali inenarrabili d’Italia; quelli stessi che, falsando le massime sublimi di Cristo, alle quali sostituirono la menzogna hanno patteggiato coi potenti per far schiava l’Italia!… e si sono ridotti al mestiere abbietto di spioni e di ruffiani… quelli stessi che per isfogare la loro libidine dettero al mondo lo spettacolo spaventevole dei roghi! che rinnoverebbero oggi, se il buon senso delle nazioni non li trattenesse;… roghi, ossia, nel loro linguaggio evangelico — autodafè — che vuol dire bruciare vive povere creature innocenti!... coloro che inventarono la tortura, e l’impiegherebbero contro uomini liberi… se lo potessero. SI, anche oggi!… quelli stessi che, negando al più grande degli Italiani le sue maravigliose e sublimi scoperte, lo trascinarono all’orribile, infame tortura, e procurarono cosi di rapire all’Italia la maggiore delle sue glorie!... Oh! nel pensare alle torture di Galileo e a quelle di tanti secoli della nostra infelice Italia… ogni uomo nato su questa terra dovrebbe correre colla mano ai sassi delle strade… e vendicare su quei miserabili ipocriti dalla sottana nera i mali, le ingiurie, i patimenti di venti generazioni passate!… e ciononostante codesta razza maledetta (è inutile notare che parla del Papa e dei ministri di Dio) siederà domani, protetta, accanto ai rappresentanti più illustri (allude al proposto Congresso), e domanderà con insolenza la continuazione, la confermazione del suo potere temporale... ciò che vuol dire in linguaggio umano, la continuazione, la confermazione del potere opprimere qualche milione d'infelici Italiani!… come una calamità, una maledizione… la continuazione di un potere che non si occupa che a corrompere la nazione... che a rubare ai nostri poveri fratelli il loro oro... per gozzovigliare schifosamente e comprare mercenari stranieri per combattere gli Italiani!... la continuazione di un potere che non ha amici se non tra i nemici d’Italia e tra coloro che la vogliono dividere, minare e assoggettare!… un potere che ha scagliato l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratori... sul Re prode e generoso che Dio ha dato agli Italiani come un angelo redentore, e che non può, per il momento… riscattare l’Italia, perché nel centro di quest'Italia vi è il canchero che si chiama il Papato!… l’impostura che si chiama il Papato!…

«Si, giovani 1 voi, nei quali l’Italia spera, voi dovete conoscerne i mali per poterli combattere. E poiché mi avete mandato una parola affettuosa di fiducia, io sento il dovere di indicarceli. Grazie al sovrano guerriero che ci comanda! grazie alla potente alleata che ci ha sorriso col sangue prezioso de' suoi valorosi figli (188)! Grazie alle simpatie delle nobili nazioni inglesi e svedesi... e di tuttociò che vi ha di generoso in Europa, l’Austria non risorgerà più in Italia, e l’artiglio che ella tiene ancora sulla sventurata Venezia non è più l’artiglio dell’aquila, ma l’unghia del gufo... del gufo cadavere!

…Ma un nemico terribile esiste ancora,... il più formidabile,... formidabile… perché è sparso nelle masse ignoranti dove domina colla menzogna; formidabile perché è sacrilegamente coperto del manto della Religione; formidabile perché vi sorride col sorriso di Satanasso e si striscia come il serpente... quando vuole mordervi!... e questo nemico formidabile... sì formidabile!... o giovani!... è il prete!... eccettuati pochi, sotto qualunque forma si presenti a vol.

…Nell’ora del combattimento... io sarò con voi... o giovani! e, siatene certi, sarà quella una grande epoca per l’Italia... Voi appartenete alla generazione dei liberi... e liberatori del vostro paese!... Dio non ha riunito invano tante virtù in un monarca!... tanto valore in una armata!... tanto valore in un popolo... che io ho già veduto combattere degnamente a fianco da' primi popoli della terra... per abbandonarci all’ignominia della schiavitù... per non riscattarci a quella vita nazionale ridestata in noi con tanta potenza!...

«Il vostro obolo, deposto nella soscrizione nazionale, è un felice augurio per l’avvenire d’Italia, essa conta, orgogliosa! che il vostro braccio non verrà meno se si deve ritornare sui campi di battaglia.

«Fino, 24 décembre1859.

«G. GARIBALDI».


E in fatti, per allora bisognava rinunziare a nuove gesta, non permettendolo il nuovo padrone. Poco stante l’eroe indirizzava ai soliti italiani il seguente:


«Agli italiani,

«Chiamato da alcuni amici ad assumere la parte di conciliatore di tutte le frazioni del partito liberale italiano, io fui invitato ad accettare la presidenza di una società, che si doveva chiamare: La nazione armata. Credetti poter essere utile. La grandezza dell'idea mi piacque, — e io accettai.

«Ma come la nazione italiana armata è un fatto che spaventa tutto ciò che vi è di sleale, di corruttore ed insolente, tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei gesuiti moderni si è spaventata e ha gridato: Anatema!

«Il governo del Re galantuomo è stato importunato dagli allarmisti, e, per non comprometterlo, mi sono deciso ad abbandonare il nostro onorato disegno. Di unanime accordo di tutti gli associati, io dichiaro dunque disciolta la Società della Nazione armata, ed invito ogni Italiano che ami la patria a concorrere alla sottoscrizione per l’acquisto di un milione di fucili.

«Se con un milione di fucili gli Italiani, in faccia allo straniero, non fossero capaci d’armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità (povera umanità)! L’Italia si armi, e sarà libera!

«G. GARIBALDI».


Giunti a questo punto, non possiamo fare a meno di recare qui come una digressione, se non più tosto a modo di corollario, una importantissima pagina della vita dell’insigne Cardinale Pie, Vescovo di Poitiers, desumendola dalla bellissima opera, non ha guari pubblicata, su quel degno successore di S. Ilario (Histoire du Cardinal Pie, Évêque de Poitiers, par M. Baunard, troisième édition. Chapitre XI. L'égarement moral et politique. Paris, H. Oudin, 11 rue Bonaparte)


Torna su



CAPO VIII


Torna su



NAPOLEONEIII, MONSIGNOR PIE E IL POTERE TEMPORALE DEL PAPA

Fin dall’avvenimento all’Impero di Napoleone III., Monsignor Pie aveva preveduto e predetto, che sarebbe quello il regno dei godimenti sensuali sotto la doppia forma del danaro e del piacere. Ora egli lo toccava con mano, e tutte le sue istruzioni tendevano a preservare il popolo da tale contagione o a guarirnelo. Per soprassello, il traviamento morale si complicava e si aggravava col traviamento politico; la Francia e l’Europa si ingolfavano verso la Santa Sede nelle vie della rivoluzione spogliatrice ed empia.

«La società è entrata in una fase retrograda, diceva il Vescovo ai suoi preti nel ritiro dell’autunno 1857. Lo spirito pubblico si guasta di giorno in giorno più; essendosi dati pegni inconcepibili alle aspirazioni rivoluzionarie, queste aspettano con sicurezza la realizzazione del programma annunciato, delle speranze date. La situazione dell’Europa peggiora a vista d'occhio; gli uomini di male si atteggiano a padroni dell’avvenire chi loro resisterà? Quindi il zelante Vescovo domandava al Clero l’esempio della resistenza e la protesta di eminenti virtù.

In quel tempo era avvenuto l’orribile scandalo dell’assassinio dell’Arcivescovo di Parigi per mano di un ecclesiastico; ed egli ne poneva innanzi agli occhi del suo Clero lo spaventevole esempio. Non già che un fatto isolato potesse in alcun modo ledere la fama dell’insigne Clero di Francia, ma pure ne prendeva motivo per premunire i suoi preti contro i rilasciamenti fatali dell’epoca. E così i sintomi della perversione generale gettavano nell’animo di Monsignor Pie una tristezza profonda che ne alterava la naturale giovialità; di che spesso chiedeva perdono a coloro che lo avvicinavano. Fra le cose che maggiormente deplorava erano la diminuzione colpevole della popolazione, la licenza sfrenata delle danze e i così detti Circoli di uomini, sulla proibizione dei quali egli insisteva col Concilio di Perigueux che li denunziava come una rovina dello spirito di famiglia, della fede, dei buoni costumi, spesso ancora delle sostanze.

Quindi inveiva contro l’avidità dell’oro, il furore delle speculazioni, la smania impaziente di arricchire: «No, diceva egli, il nome compiacente di teoria del credito pubblico non potrà mai fare assolvere prattiche che i vostri padri avrebbero stimmatizzate come flagranti iniquità. Quali che sieno le forme che rivestono, l’usura e la frode non cambiano di carattere davanti a Dio; e i ladri non entreranno nel regno dei cieli.». Quanto mai queste terribili parole si attagliano a molti dei nostri così detti Cattolici in questi momenti, nella stessa nostra Roma!

«La supremazia di una nazione, diceva altra volta il magnanimo Prelato, non istà nelperfezionamento della vita materiale. Tale genere di preminenza si compra a troppo caro prezzo». E si dicendo, paragonava le città e i popoli che sciaguratamente scambiavano le loro antiche glorie religiose, morali ed intellettuali col benessere materiale, ad Esaù che vende la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. In tanto Fora del pregare diveniva sempre più pressante: la malizia delle potenze cospirava col pervertimento dei costumi e rovesciava l’ordine e la pace ai danni della autorità della Chiesa e del suo Capo. Già nel mese di marzo 1856 la nota diplomatica consegnata al congresso di Parigi dal Conte di Cavour aveva sollevato la strana questione di distaccare le Legazioni dal dominio di S. Pietro, e di introdurre in tutti gli Stati Pontificii la secolarizzazione dell’amministrazione e il Codice Napoleonico. Il potere temporale del Papa era divenuto da quel momento una questione aperta nei Gabinetti e nei Parlamenti di Francia, d’Inghilterra e di Piemonte. La stampa dal canto suo faceva sapere ciascun giorno all’opinione pubblica che il Governo del Papa era impopolare, odioso, impossibile! Per confondere siffatte calunnie, Pio IX, nel maggio e settembre 1857, aveva fatto un viaggio nelle Romagne, dove le popolazioni l’avevano ricevuto con trasporti di entusiasmo. Era quella una specie di appello al popolo, ma sincero, franco, generoso; e la risposta era stata uno scoppio spontaneo e libero dell’amore universale.

Non andò guari e il 14 gennaio 1858 scoppiava l’attentato delle bombe d Orsini contro la vita dell Imperatore. Monsignor Pie ne fuspaventato, ma meno d’ogni altro sorpreso. Una sua lettera del 16 dello stesso mese ai curati della sua Diocesi esprime il suo orrore per il delitto, il suo pensiero sui colpevoli e sui principali fautori, suo timore che non siano stati dati loro troppi pegni, i suoi voti perché quel delitto fosse una salutare lezione. In una lettera privata egli esprime il dubbio che l’Imperatore sappia mai reagire contro l’impressione di quel colpo che non ha ucciso la sua persona, ma ucciderà il suo potere. «La sua sorte, scriveva egli, sarà quella di tutti i poteri che non proclamano il diritto di Dio. Dio se ne servirà per qualche tempo, e poi li spezzerà. Quando e come? Non importa saperlo; sempre però ben presto, giacche da settantanni a questa parte è stato sempre così».

Da quel momento fu agevole di scorgere come il governo in Francia moralmente non era più libero di fronte a quell’altro governo clandestino che dava il motto d’ordine ai carbonari e ne armava il braccio. Le bombe di Orsini rimbombavano sempre alle orecchie dell'Imperatore e ne turbavano i consigli. Non ebbe dunque più se non un pensiero: obbedire al suo passato, ai suoi giuramenti, affrancando l’alta Italia dal dominio austriaco. Pur troppo un gran delitto, un delitto irremissibile pesava su questa ultima potenza. Non le si perdonava il Concordato del tutto romano che nel 1857 aveva firmato con la Santa Sede. Era dunque pei settari una doppia buona fortuna di fare espiare questa alleanza all'Austria e al Papa, strappando all'una le sue provincie d’Italia e scatenando contro l'altra la rivoluzione; imperocché, si voglia o non si voglia, era il cammino di Roma che si apriva al Piemonte sulle rovine della Sovranità temporale del Papa.

In mezzo a queste cose si avvicinava l'ora in cui il Vescovo di Poitiers, novello Bario, dovea resistere al redivivo Costanzo. I disegni decisamente rivoluzionari della politica francese erano apparsi il 1° gennaio 1859 al ricevimento del Corpo Diplomatico in quelle parole sinistre di Napoleone III al signore di Hubner, Ambasciadore d’Austria: «Signore Ambasciadore, mi rincresce che le mie relazioni con il vostro governo non siano così buone come per lo passato». Edomani di questo improvviso scoppio, Garibaldi metteva la sua spada al servizio di Vittorio Emmanuele contro l’Austria e contro la S. Sede. E il 7 di quell'¡stesso mese Monsig. Pie scriveva a M.(r)De l’Estoile: «L’anno incomincia con grandi inquietudini, il Capo dello Stato ha parlato al Nunzio Pontificio in modo altrettanto poco obbligante che all’Ambasciadore austriaco. Io rimango nei miei presentimenti circa il settantesimo anno dell’incominciamento della grande tribolazione che si è aperta colla dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ogni sorta di cose giunge al proprio scioglimento».

Infatti erano appunto settant’anni da che i princpì dell’ottantanove tenevano schiavo il popolo di Dio; e Monsignor Pie dimostra in parecchie sue lettere che quel numero sacro impressionava molto il suo spirito tutto impregnato di ricordi biblici.

Del resto non si tardò molto a conoscere il vero pensiero del Governo imperiale, e Monsignor di Poitiers colle sue relazioni intime si trovò al caso di penetrarlo meglio di chicchessia. La corrispondenza figliale, che passava tra lui ed Eugenio Rendu, era l’eco fedele della politica del governo, di cui quell'alto funzionario era il confidente e, al bisogno, l’interprete. Altronde tra il Vescovo e il suo allievo d’altra volta i legami di affetto si erano maggiormente stretti…

Gli spiriti erano in quel momento più che mai divisi circa la Monsig. Pie fa così detta questione italiana. I Cattolici, preoccupati sopra ogni altra cosa degli interessi della Chiesa, vedevano nell’insurrezione d’Italia contro l’Austria lo scatenamento della rivoluzione, che incominciava ad incamminarsi da Torino a Roma a tappe contate; altri più impressionati del lato politico, salutavano in quel sollevamento la rivendicazione di una nazionalità lungamente oppressa, contro una nazione straniera, l’espulsione della quale segnerebbe per la stessa Chiesa un’era novella di prosperità, d’influenza e di libertà. Tra questi ultimi trovavasi Eugenio Rendu, spintovi dalla sua educazione universitaria e dal circolo ministeriale nel quale viveva. Egli dunque era non solamente uno dei partigiani più convinti della così detta causa italiana, egli n’era l’ausiliare. Da dodici anni in relazione colla scuola cattolica liberale dei Balbo, dei d’Azeglio e dei Capponi, secondo diceva, le prestò il suo concorso con un primo opuscolo intitolato: l’italiael’Impero d’Alemagna, e intendeva dimostrare che il santo romano Impero era stato sempre funesto all’Italia, al Papa e alla Chiesa. Il sapiente Vescovo gli dimostrava il contrario finché, quella grande istituzione cristiana e papale ebbe l’intelligenza dell’Orazione Domenicale nelle sue tre prime domande. E tanto peggio per le razze e pei popoli, la politica dei quali ha dimenticato il Paternoster! Il Vescovo concludeva provando che in fondo all'agitazione italiana vi era la rivoluzione: rivoluzione anticristiana armata, non già solo e principalmente contro l’Austria e lo straniero, ma sì e veramente contro l’istessa Italia nei suoi piccoli Stati, specialmente contro quelli del Papa, e finalmente contro la Francia, la quale finirebbe coll’espiare duramente l’errore di codesta connivenza rivoluzionaria, essa il Suo governo e il suo Imperatore.«Forse m’ingannerò, conchiudeva; ma se la Francia partecipa a codesta rottura dei trattati, che, sebbene imperfetti, sono l’unica base dell’ordine attuale in Europa, noi pagheremo carissimamente sì fatto errore. Dicendo noi, intendo dire colui che lo commetterebbe.»

Intanto continuava la guerra degli opuscoli: il 4 febbraio 1859. ne veniva fuori un nuovo e più rumoroso, intitolato l'Imperatore Napoleone III e l’Italia,senza nome di autore. Ispirato dalle Tuilleries, era in gran parte anche questa opera del Rendu. L’opuscolo dava l’interpretazione delle famose parole dell'Imperatore all’Ambasciadore d’Austria, e dei sentimenti del Gabinetto francese verso il Governo pontificio, proponendo una Confederazione degli Stati dell'Italia sotto la Presidenza del Papa e sotto il comando militare del Re di Piemonte. «Un governo di carattere assolutamente clericale è un contro senso, diceva l’opuscolo, una causa attiva di malcontento, un elemento di debolezza, un pericolo veramente di rivoluzione». Il disegno Napoleonico avrebbe rimediato a tutte codeste brutte cose...!

Questa grave questione divenne il tema di un lungo scambio di lettere. Il Sig. Rendu voleva cambiamento nello stato delle cose, italiane e romane, e si appoggiava «sul nuovo diritto pubblico europeo nato dal protestantesimo, dalla pace di Passau e d’Augshourg, nato dalla transazione religiosa di Enrico IV, da Richelieu, dalla rivoluzione dell’ottantanove». Egli si appoggiava sul pericolo, anzi sull’impossibilità d’impegnare una lotta contro il mondo moderno. Insisteva sull’impossibilità «di rimettere il mondo cristiano sull’asse politico, che lo reggeva prima della pace di Vestfalia, ma particolarmente sui vantaggi che ne verrebbero al Papato, se si mettesse alla testa di un movimento che lo farebbe camminare per vie degne di lui alla conquista delle intelligenze». Parole sonore, ma vuote di senso; poiché il Papato camminò in ogni tempo alla testa di quel movimento provvidenziale che si pronunziò sul Golgota, quando l’Uomo Dio, sollevato sul legno, attrasse il mondo intero ai suoi piedi.

Alle sue brillanti ragioni il Rendu aggiungeva l’autorità di una lettera eloquentemente ardita che il Padre Lacordaire gli aveva scritto in appoggio al suo primo opuscolo, lettera che divenne pubblica. Mi rincresce, caro amico, rispondeva Monsignor Pie al Sig. Rendu, mi rincresce di dissentire su questo punto dall'illustre Domenicano; ma, agli occhi miei, l’Italia liberata e messa in possesso di quel genere di libertà che la guerra deve conquistarle, significa: il Papato bandito da Roma, o, ciò che sarebbe peggio ancora, e che è assolutamente inaccettabile, il Papato spogliato dal suo potere temporale. So bene che qualche cattolico di conto e qualche prete rinomato non indietreggiano dinanzi a codesta soluzione estrema, della quale hanno perfino pensato che il Papa dovesse prendere l’iniziativa. Quanto a me, né la mia dignità di cristiano, né la mia anima francese, né la mia intelligenza di essere ragionevole, mi permettono di prestare un solo istante l’orecchio a simile mostruosità, respinta altrettanto assolutamente dall'interesse politico delle nazioni e dei troni che da quello della religione. Per fermo io so che l'Anticristo dovrà venire un giorno e dovrà prevalere. Ma mi guardi Iddio dal figurare un solo istante tra i suoi agenti e precursori! Preghiamo Iddio, caro amico, e preghiamo molto, affinché i disegni misericordiosi del Signore sulla Chiesa e sulla Francia trionfino di tutti gli errori e di tutte le passioni umane. Chiediamo istantemente, che in mezzo all’azione cieca e talvolta perversa delle cause seconde, l’opra santa di Dio si compia». Monsignor Pie era più esplicito con coloro che non si ispiravano se non dai grandi interessi della Chiesa. Parlando all’Abate Morel, redattore dell’Univers, dell’opuscolo: Napoleone III e l’Italia: «Egli è questo l’avvenimento più grave che potesse apparire al principio di quest’anno settantesimo (della Rivoluzione del 1789). Non ho cessato di credere davanti a Dio, in un sentimento che mi sembra esente da allucinazione e da fanatismo, che il grande scioglimento non si differirebbe al di là di questo tempo. Lo scuotimento dunque dello Statu-Quo non mi turba punto; ma corrisponde invece a una ferma aspettativa della mia anima di cristiano e di francese». E, facendo sentire il bisogno urgente di preghiera prima e di azione poi, conchiudeva, annunziando che la guerra d’Italia sarebbe il principio della rovina dell’Impero Napoleonico. «La fine prossima di tutto ciò sarà l’umiliazione della politica separata da Dio, il rovesciamento dei due troni che inalberano il principio di tale politica».

Ora uno di quei due troni è scomparso, l’altro traballa sulla sua base infradiciata dalla framassoneria.

A quell'epoca molti illustri cattolici illusi dalle false apparenze, dalle bugiarde promesse di Napoleone III e dei suoi ministri, si facevano dolci lusinghe sopra il cosi detto affrancamento d’Italia e sulla guerra minacciata contro l’Austria; tra questi primeggiaval’istesso Luigi Veuillot redattore in capo dell'Univers. Il Vescovo di Poitiers nelle sue lettere fin dal 1852 procurava di illuminarlo, e ora gli rivolgeva i più aperti ed amichevoli avvertimenti; mentre il pensiero dell’Imperatore circa gli affari d’Italia si precisava, per quanto sapeva farlo, col discorso del 7 febbraio 1859 all’apertura delle Camere. Aveva egli parlato «dello stato d’Italia e della sua situazione anormale, che inquietava la diplomazia». Vi aveva parlato «della comunanza d’interessi della Francia e del Piemonte e dell’amicizia dei due Sovrani cementata col matrimonio del suo diletto cugino colla figlia del Re Vittorio Emanuele»; e aveva conchiuso: «La pace, spero, non sarà turbata» ciò ch’era una ragione di più per aspettarsi la guerra.

Questo non impediva di divertirsi allegramente alle Tuilleries; era carnevale e vi si recitava la commedia di società: sulla medesima pagina in cui si portava il discorso imperiale, il Vescovo di Poitiers leggeva ne’ giornali di Parigi: «Questa sera alle Tuilleries vi è stata recita, nella galleria di Diana, di una commedia intitolata: Uno schiaffo non è mai perduto». — «Infatti, scrive il Vescovo indegnato, una guancia, che molti ne ha ricevuti, ha or ora ricevuto in Francia uno schiaffo di più. Ed è la guancia adorabile di Gesù Cristo, la guancia della Chiesa, la guancia del Vicario di Dio in terra. Ma tali schiaffi fanno malea quelli che li danno; e non sono senza profitto per colui che li riceve. La mano che ha schiaffeggiato non tarda a disseccarsi; mentre lo schiaffo si cambia in aureola di gloria intorno alla faccia augusta che ne è stata colpita».

Spaventato dal pericolo che minacciava il Papato, il Vescovo di Poitiers si pone in animo di scongiurarlo. Ma a chi rivolgersi? In Francia in quel momento un solo uomo era tutto, e quest’uomo poteva tutto. Monsignor Pie non esitò e se ne andò a quest’uomo, che altronde pur desiderava vederlo. «L’Imperatore mi ha fatto dire, così confidenzialmente diceva il Vescovo a Monsignor d’Angoulème, che io non andava a vederlo; e ha aggiunto, scriveva così un alto personaggio di Stato, parole benevole che mi metterebbero nel torto se andassi a Parigi senza chiedere udienza. L’opuscolo e il discorso imperiale del 7 febbraio, pronunziato all’apertura delle Camere essendo sopravvenuti di poi, tale udienza mi pesa un poco sul cuore; ma in ogni modo spero trarne qualche vantaggio a pro della verità».

Infatti in vista di tale profitto consentì egli a fare il passo, di cui parlava in questi termini a suoi preti riuniti: «Penetrato dal sentimento del pericolo della Chiesa e della società, io punto non ho esitato, o Signori, a compiere presso il Capo dello Stato il mio dovere di Vescovo e di cittadino. A diverse riprese ho domandato ed accettato una udienza, che tosto mi è stata concessa. Il nostro apostolato ci ordina di recare la verità dinanzi ai Re come ai semplici particolari: Ut portet nomen meum coram Regibus» (act. 9. 15.),

«Né io ho l’onore di essere S. Ilario, né il Principe dinanzi al quale io mi sono presentato ha la disgrazia d’essere Costanzo. Io ho parlato con rispetto, ma con autorità e indipendenza, e per tal modo ho liberato la mia anima».

L’udienza domandata fu concessa per il 15 di marzo Durò un’ora meno cinque minuti, e non ebbe altri testimoni all’infuori del due interlocutori. Ma, immediatamente all’uscire della visita il Vescovo comunicò tutto il colloquio al suo segretario, signore abate Héline, che subito lo scrisse e che pochi giorni dopo il 22 marzo lo fece conoscere a Roma, dove la sua lettera di mano in mano fece il giro del Sacro Collegio.

—Monsignore, diceva la lettera, ha avuto martedì un’udienza dall'Imperatore, che ha durato un’ora. Dopo scambiate alcune parole sulle cose locali della città di Poitiers, Sua Maestà ha portato la conversazione sul campo politico, in particolare sugli affari d’Italia. — Sarebbe un disconoscere grandemente le sue intenzioni, ha detto l’Imperatore, se si credesse volere egli altro che bene al Governo pontificio. Suo scopo è invece di rendere quel Governo più popolare, e di mostrare all'Europa che la Francia non ha mantenuto a Roma un esercito di occupazione per consacrarvi abusi. —

A queste ultime parole il Vescovo di Poitiers si è drizzato ed ha chiesto il permesso di spiegarsi su questo proposito con tutta libertà.

—«Parli, Monsignore, io desidero conoscere tutto intero il suo modo di sentire.

—«Giacché Vostra Maestà si degna ascoltare quel che io penso, mi permetterà di stupirmi dello scrupolo, che le fa temere di passare per uno che abbia consacrato degli abusi colla presenza del nostro esercito di occupazione a Roma. Certamente non ignoro, o Sire, che da per tutto si infiltrano degli abusi; e quale è il governo che può lusingarsi di sfuggirvi? Ma ardisco affermare che in niun luogo ne esistono meno che nella città e negli Stati governati dal Papa. Al contrario si compiaccia la Maestà Vostra di rammentare Costantinopoli e la Turchia; paragoni Ella e mi permetta di chiederle che cosa ha fatto là la spedizione nostra gloriosa di Crimea? Non è là, piuttosto che a Roma, che la Francia sarebbe andata a mantenere abusi»?

Gli occhi dell’Imperatore, d’ordinario a metà chiusi, come è noto, si alzarono un momento sull’audace suo interlocutore. Questi continuò:

—«Ah! Sire, quando si ricorda che per undici secoli la politica dell’Europa cristiana fu di combattere il Turco, come non provare stupore vedendo il Sovrano di un paese cattolico farsi sostegno della potenza ottomana, e andare con grandi sacrifizi a sostenere la sua indipendenza! Ora non sono io nel vero se dico essere quello un vero assicurare abusi? Giacché al postutto chi proteggiamo noi?... Havvi a Costantinopoli un uomo o piuttosto un essere che non voglio qualificare, che mangia in una mangiatoia di oro duecento milioni prelevati sui sudori dei Cristiani. Egli li mangia colle sue ottocento mogli legittime! colle sue trentasei sultane e colle sue settecentocinquanta femmine da Harem, senza contare i favoriti, i generi e le loro femmine! E per perpetuare e consolidare un tale stato di cose siamo andati noi in Oriente! Per assicurarne la integrità noi abbiamo speso due miliardi, sessantotto ufficiali superiori, trecentocinquanta giovani, il fiore delle nostre grandi, famiglie, e duecentomila Francesi! Dopo di ciò siamo noi in buon punto per parlare degli abusi della Roma Pontificato»?

Durante questo discorso, l’Imperatore torceva i suoi lunghi baffi, e il Vescovo notava che li tirava più in giù a mano a mano che la questione diveniva più bruciante. Monsignor Pie proseguiva:

—«Mi scusi, Sire, ma a codesto Turco, non solamente noi abbiamo detto: — Continua pure a rotolarti come per lo passato nel tuo fango secolare; noi ti garantiamo i tuoi godimenti, noi non tollereremo che si tocchi il tuo Impero... Ma no, abbiamo aggiunto di più: — Gran Sultano, fino ad ora il Sovrano di Roma, il Papa, avea presieduto ai consigli dell’Europa. Ebbene! Noi avremo un consiglio europeo; il Papa non vi sarà; ma tu ci verrai, tu che giammai ci eri venuto.

«Non solamente tu vi sarai, ma noi faremo dinanzi a te il caso di coscienza di quel vegliardo assente, e ti daremo il gusto di vederci sciorinare e sottomettere al tuo giudizio i pretesi abusi del suo Governo!... — In verità, Sire, non è egli questo quel che si è fatto? E dopo simiglianti tolleranze, per non dir nulla di più, si è egli in dritto di allegare scrupoli, che ci sarebbero venuti intorno agli abusi di un Governo, che è senza dubbio il più dolce, il più paterno, il più economico dei governi di Europa»?...

L’Imperatore, vedendo l’animazione del Vescovo, si era avvignato a lui a poco a poco. Egli ascoltava avidamente passandosi la mano sulla fronte. Poi stornando il tema della conversazione, disse:

—«Ma finalmente, Monsignore, non ho dato io bastanti prove di buon volere a pro della Religione? La stessa Ristaurazione ha ella fatto più di me»?

Il Vescovo si vedeva portato sulla sua grande tesi, quella dei rapporti necessari della religione, dei governi e del regno di Gesù Cristo nella società. Egli tosto rispose:

—«Mi affretto di rendere giustizia alle religiose disposizioni di ione dei diritti Vostra Maestà, e so riconoscere, Sire, i servigi da lei resi a Roma e allaChiesa, particolarmente nei primi anni del suo governo. La Ristaurazione forse non ha fatto più di lei. Ma mi lasci aggiungere che né la Ristaurazione, né Vostra Maestà hanno fatto per Iddio quel che bisognava fare; perché né l’una, né l’altra ha rialzato il suo trono; perché né l’una, né l’altra ha rinnegato i principi della rivoluzione, di cui ella pur combatte le conseguenze pratiche; perché l’evangelo sociale di cui s’ispira lo Stato è sempre la dichiarazione dei diritti dell'uomo, la quale non è altra cosa, Sire, se non la negazione formale dei diritti di Dio. Ora è diritto di Dio il comandare agli Stati come agli individui; Gesù Cristo Signor Nostro non è venuto per altra ragione sulla terra. Egli deve regnarvi ispirando le leggi, santificando i costumi, illuminando l’insegnamento, dirigendo i consigli, regolando le azioni dei governi e dei governati. Dovunque Gesù Cristo non esercita il suo regno vi ha disordine e decadenza...

«Ora io ho il dovere di dirle che egli non regna tra noi, e che la nostra costituzione è ben lungi dall’essere quella di uno Stato cristiano e cattolico. Il nostro diritto pubblico stabilisce certamente che la Religione cattolica è la religione della maggior parte dei Francesi; ma aggiunge che gli altri culti hanno diritto a una eguale protezione: non è egli questo equivalente al proclamare che la costituzione protegge egualmente la verità e l’errore? Ebbene! Sire, sapete voi, che cosa risponde Gesù Cristo ai governi che si rendono colpevoli di tale contraddizione? Gesù Cristo, Re del Cielo e della terra risponde loro: «E anch’io, o Governi, che vi succedete rovesciandovi l’un l’altro, anch’io vi accordo un eguale protezione Ho accordato questa protezione all’Imperatore vostro zio; ho accordato questa stessa protezione ai Borboni, la stessa protezione a Luigi Filippo, la stessa protezione alla Repubblica: ed anche a voi la stessa protezione sarà accordata...».

L’Imperatore interruppe qui il Vescovo: — «Ma pure, credete voi che l’epoca in cui viviamo comporti questo stato di cose, e che sia giunto il momento di stabilire questo regno esclusivamente religioso che mi domandate? Non pensate, Monsignore, che sarebbe egli questo uno scatenare tutte le cattive passioni?

—«Sire, quando grandi politici, come Vostra Maestà, mi obbiettano che il momento non è giunto per Gesù Cristo di regnare non ho che a chinare la testa, perché io non sono un gran politico ma sono un Vescovo, e come Vescovo rispondo loro:—Il momento non è venuto per Gesù Cristo di regnare; ebbene, allora nemmeno è giunto il tempo pei governi di durare». —

Ma rimettiamoci in via.

Torna su



CAPO IX


Torna su



IL TRATTATO DI ZURIGO E L’OPUSCOLO LE PAPE ET LE CONGRÈS

Il trattato di Zurigo era parso cosa cosi poco seria all’istesso Napoleone III, che, non era ancora asciugato l’inchiostro delle eccelse firme, e già proponeva la solita panacea di un Congresso per ricomporre le scompigliatissiine cose d’Italia.

Il Moniteur del 30 novembre 1859 toglieva ogni incertezza su tale proposito colle seguenti secche parole: «Le comunicazioni aventi per iscopo di promuovere la riunione di un Congresso sono state spedite oggi alle diverse Potenze che debbono prendervi parte».

Ma questa Nota, che così decisamente annunziava il Congresso, rimaneva senza eco, e il Congresso stesso, moriva prima di nascere. Napoleone, dopo acconciate alla meglio a Zurigo, sulla carta, le cose italiane, pensava di cogliere con un colpo due colombi, e nel Congresso intendeva far sanzionare a tutti i Potentati, che avevano preso parte ai trattati di Vienna, il nuovo ordine di cose inaugurato colla guerra lombarda, e con ciò stesso ferire a morte se non distruggere affatto i medesimi trattati. I Potentati però colsero a volo il pensiero del Bonaparte; e poiché questa volta l’Inghilterra non poteva più essere cogli alleati del Congresso di Parigi pel danno che le ne sarebbe venuto, il nuovo Congresso, quale una bolla di sapone, svanì, rimanendo la triste realtà del deplorevole stato della infelice Italia.

Intanto gliintendimenti del Bonaparte venivano fatti palesi da un opuscolo politico, uscito dalla penna del Laguerronière intitolato: Le Pape et le Congrès, opuscolo che, sparso dappertutto a miriadi di copie in tutte le lingue, divenne famosissimo, sia perché fu come il programma delle future gesta della rivoluzione italiana, sia perché ne svelò sempre più il disegno di guerra al Papato e alle sacre ragioni della Chiesa. Infatti per delibarne alcuna cosa ne raccoglieremo qui i principali concetti, dai quali doveva non guari dopo sbocciare fuori il nuovo frutto dell’albero di perdizione per il resto d’Italia. Ognuno altronde rammenta come fosse tuttora l’opuscolo in mano di tutti quando le Marche furono invase dall'esercito regolare piemontese, poiché l’opera delle bande garibaldesche non ebbe approdato a nulla di fronte all'antipatia delle popolazioni e alla fedeltà delle milizie pontificie.

Nota dominante in tutto l’opuscolo è la più sopraffina ipocrisia; è impossibile di raccogliere più sofismi, più contraddizioni, più assurdità in così poche pagine, e dettarle con maggiore sicumera e confidenza, quasi che il mondo intero fosse composto di esseri senza testa e senza cuore. — L’autore principia col dirsi cattolico, poi si mette a censurare il Papa eia Chiesa; ha per primo editore il Times, massimo dei giornali protestanti inglesi, e raccoglie in Francia e dappertutto gli applausi universali del giornalismo rivoluzionario e settario.

Proclama poi il potere temporale del Papa indispensabile: ma vuole provarlo impossibile. Esalta il divino carattere del Pontefice; ma solo per ferire il potere del sovrano. Questo potere non è possibile, dice, se non a patto che sia disgiunto da tutte le condizioni ordinarie del potere, cioè da tutto quello che costituisce la sua attività, il suo svolgimento, il suo progresso». Deve dunque esistere; ma senza le condizioni ordinarie dell'esistenza! — Prima di tutto il potere pontificio deve essere senza esercito: e mentre i Potentati di Europa, distrutta la forza del diritto, hanno bisogno di milioni di soldati per far valere il diritto della forza, si negano al Papa poche migliaia di uomini di buona volontà, raccolti non già per vivere, ma solo per difendersi da chi vuol togliergli quella vita di cui è pieno, mentre che manca agli altri Potentati, che appunto per vivere hanbisogno di milioni di forzati al mestiere delle armi.

«Il potere temporale del Papa, dice, è possibile, solo quando sia senza attività e senza progresso; deve vivere senza magistratura e, per così dire, senza codici e senza giustizia perché sotto un tale Governo i dommi sono leggi». Come se i dommi del Cattolicismo vietassero di avere leggi, codici, giustizia, e non ne fossero invece la più. vera e solida base.

«Da volere a non volere, aggiunge, le sue leggi saranno incatenate dai dommi, la sua attività infrenata dalla tradizione, il suo patriottismo sarà condannato dalla sua fede». Ma chi salvò Roma, l’Italia, la Francia, l’Europa dalla invasione dei barbari, chi conservò loro colla fede la civiltà appunto e il patriottismo, se non i Papi e i loro dommi?

«Sarà necessario, continua, a cagione dei dommi che si rassegni all’immobilità». Ma la immobilità dei dommi, come dei principi, non è forse sorgente perenne d’infinite svariatissime conseguenze altrettanto più legittime ed utili per l’umano consorzio quanto più saldi e immutabili sono gli stessi principi? Da solo due principi morali non parte forse tutto intero l’organismo, l’ordine, l’attività, la sicurezza, la forza della società? Non sono forse dommi sociali altamente proclamati dal Papa e dalla Chiesa, come da ogni altra autorità proveniente da Dio, gli inesorabili neminem laedere et suum cuique tribuere, e il quod tibi non vis fieri, alteri ne feceris; che se si fosse più cristiani, aggiungeremmo ancora il caro e divino filiali mei, diligile alterutrum non sono queste altrettante condizioni, sine quibus non, di una vera, civile e stabile società?

«Non potrà, insiste l’opuscolo, approfittare delle scoperte scientifiche, dei progressi dello spirito umano; non potrà perché le sue leggi saranno vincolate dai domini». Ma non fu riconosciuto da ogni uomo di mente perfino dai più perversi rivoluzionari ed empì, da un Voltaire, per esempio, che «l’Europa deve alla Santa Sede il suo incivilimento, una parte delle sue migliori leggi, e pressoché tutte le arti e le scienze»?

«In ogni modo, soggiunge, la sua attività sarà infrenata dalla tradizione». E quale tradizione del Cattolicismo infrenò mai una onesta attività? Certamente, nel Cristianesimo e nella Chiesa v’è una antichissima tradizione che nel commercio e nell’industria, come in ogni altro rapporto umano, vuole rispettate le leggi della giustizia; ma non è ciò tutto a vantaggio dell’industria e del commercio, e utilissimo per il loro tranquillo svolgimento e progresso?

«Il Pontefice, afferma, è legato dai principi d’ordine divino cui non può rinunziare; il Principe è sollecitato dai principi d’ordine sociale che non può respingere». E quando mai l’ordine sociale e l’ordine divino furono incompatibili? La società non fu creata da Dio? L’ordine sociale non fu voluto da Dio? E questa incompatibilità è scoperta solo dopo 18 secoli di cristiano incivilimento? Strana contraddizione! Rousseau, non meno empio, ma più franco dei presenti corifei della rivoluzione, non esitò di dire: «Che importano le contraddizioni in questi sciagurati secoli, in cui l’universale spossa mento degli spiriti permette appena che le contraddizioni trovino un contraddittore»? Dopo di ciò anch’egli prima del libellista imperiale sentenziava: un popolo cristiano essere incapace di progresso.

Fa poi un addebito al Papato di essere un’autorità che regna in Empietà nome di Dio; ma non sta scritto nei santi libri: Per me Reges regnant? Certo, non vi troverete la peregrina aggiunta fatta dalla setta trionfante «e per volontà della nazione». La nazione, la società esistono solo per la grazia di Dio, per la grazia di Dio soltanto, e non per alcuna altra grazia o volere regna chi regna.

Sentita, ma non confessata dal libellista, l’assurdità dei suoi principi, si affretta di mettere innanzi i mezzi da raggiungere il suo intendimento; e, mentre la rivoluzione viene spinta a far presto il fatto suo e a rovesciare ogni cosa nella povera Italia, invoca con fronte di bronzo l’autorità dei fatti compiuti.

«La Romagna, dice egli, è separata di fatto, da alcuni mesi in qua, dall’autorità del rapa. Quindi questa separazione ha per se l autorità (?!) del fatto compiuto». — «Noi conoscevamo la violenza del fatto compiuto, esclama qui il Vescovo d’Orleans, che trionfalmente confutava l’opuscolo, ma, fino al dì d’oggi almeno, non ne conoscevamo l’autorità. L’autorità, questa grande e santa cosa, che è fondata sul diritto, su tutti i diritti, che è il diritto stesso, ecco che cosa ne fate!... Ecco ciò che le date a fondamento ed a base agli occhi di tutta Europa Dopo che il vostro spirito è disceso fino a questo punto voi osate indirizzare ad un Congresso Europeo la domanda di consacrare siffatte enormità, dicendogli che il suo compito sarà facile, che avrà solo da registrare... da registrare un fatto compiuto! Cosi pochi mesi bastano in Europa perché una ribellione si cangi in diritto, intorno al quale nulla havvi da ridire».

Dopo di ciò, burlandosi della materiale debolezza del Papa, il valoroso libellista, proclama l’onnipotenza del Congresso. Ma se ha ogni potere, perché chi lo compone ha per sé la forza, non ha per ciò tutti i diritti: chi è potente, può ben commettere iniquità, ma non senza infamia. «Voi riconoscete, nota l’eloquente Vescovo, che la ribellione della Romagna è una rivolta contro il diritto; dunque il fatto compiuto è ingiusto. Ebbene, un fatto ingiusto si può subire da chi è onnipotente come il Congresso; ma questo non può registrarlo senza disonorarsi».

Lo scrittore invoca la storia e la geografia, e dice che, il territorio della Chiesa non è indivisibile. «E quale è mai sulla terra il territorio che non sia divisibile colla forza, con la ribellione sancita da un Congresso? Havvi una nazionalità, una sovranità, una proprietà qualsiasi, un campo, fosse pur quello di Naboth, che sia indivisibile di sua natura?...E non è forse perché la Polonia non è indivisibile di sua natura che fu divisa, chiede il Vescovo di Orléans»? E non è forse perché la Francia non è indivisibile di sua natura che la Prussia, insieme con sei miliardi le ha preso due delle più belle provincie, diciamo noi? La pena del taglione fu abolita dagli uomini; ma non da Dio.

Quanto allo scopo del Congresso, il libellista principia coll'Ave Rabbi! ài Giuda. «Dapprima, dice egli, vorremmo che il Congresso riconoscesse come un principio dell’ordine europeo la necessità del potere temporale del Papa; per noi è questo il punto capitale». Ma come se avesse pronunziato una enormezza da attirarsi l’anatema dei framassoni, si affretta subito di aggiungere: «Quanto alla possessione territoriale, la città di Roma ne riassume principalmente l’importanza; il rimanente (nota bene) non è che secondario». Quindi è chiaro, che, non solo le Romagne, ma tutto il rimanente Stato Pontificio erano preda designata della Rivoluzione. La sovranità temporale della Santa Sede, era dunque a priori ridotta a Roma e al suburbio! Perché poi nessuno avesse a prendere abbaglio, continua a dire: «A che servono per la grandezza del Sommo Pontefice le leghe quadrate?... Ha forse bisogno dello spazio per essere amato e rispettato? Più il territorio sarà piccolo, più il Sovrano sarà grande». E cosi appunto ha detto Iddio di Napoleone, che faceva parlare il libellista: più il territorio sarà piccolo, è più il sovrano sarà grande; e glielo tolse affatto, e lo mandò a morire a Chiselburst!...

Aggiungendo poi la derisione al danno, dice che il Papa, posto cosi immobile sulla sua pietra sacra, bisognerà pur vegliare alla sua difesa. Esclusa ogni idea di esercito proprio, bisogna almeno dargli delle guardie affinché sia libero; e il libellista gli assegna subito una eletta di milizie italiane. Per levargli poi il peso e l’incomodo del governo dell’istcssa Roma vuole che una libertà municipale, larga quanto è possibile, liberi il Governo Pontificio da tutti i particolari dell'amministrazione». Cosi il Comune governerà, il Papa regnerà, e il Piemonte gli legherà le mani; come appunto diceva Voltaire: «Prima di spogliare il Papa e metterlo sotto interdetto, bisogna badargli i piedi, e legargli le mani».

A coronamento di questo bell’edificio, il Papa sarà salariato dall’Europa, come i curati di uno Stato; avrà un pingue assegnamento, e trasformato nel primo e grande impiegato del culto europeo in balia di tutta l’Europa settaria, gli si negherà il trimestre al primo incontro, non appena avrà pronunziato il primo non possumus.

Il libellista, con sonore parole, aveva detto nelle sue pagine: «Dal punto di vista religioso, egli è essenziale che il Papa sia Sovrano; dal punto di vista politico è necessario che il capo di duecento milioni di Cattolici non appartenga a nessuno, che non sia sottomesso a nessuna Potenza, e che la mano augusta che governa le anime, non essendo legata da dipendenza alcuna, possa levarsi al di sopra di tutte le passioni umane. Se il Papa non fosse sovrano indipendente, sarebbe Francese, Austriaco, Spagnuolo o Italiano, ed il titolo di sua nazionalità gli toglierebbe il carattere del suo Pontificato universale. La Santa Sede non sarebbe più altro che l’appoggio d’un trono a Parigi, a Vienna, a Madrid… Importa all’Inghilterra, alla Russia, alla Prussia, come alla Francia e all’Austria, che l’augusto rappresentante dell’unità del Cattolicismo non sia né costretto, né umiliato, né subordinato». E per evitare queste tre brutte cose, il libellista, chiude il Papa nella Città Leonina; lo fa custodire da milizie liberali; dà il Governo di Ro ¡a a un Municipio, ed ecc il Papa Sovrano indipendente, e la mano augusta che governa le anime non legata da dipendenza alcuna, levata al di sopra di tutte le passioni umane!...

Dal deridere il Papa, il libellista passa a burlarsi del Popolo Romano. Fa di Roma una città a parte, una specie di monastero, e dei Romani un popolo di monaci, e dice: «Un popolo sequestrato da tutti gli interessi e da tutte lo passioni che agitano gli altri; popolo unicamente devoto alla gloria di Dio, e non avente altra parte per sè, che la contemplazione, le arti, il culto delle grandi reminiscenze e la preghiera; un popolo in riposo ed in raccoglimento in una specie d’oasi, ove le passioni e gli interessi della politica non si accosteranno, e che non avrà che le soavi e calme immagini del mondo spirituale; ciascuno di quegli uomini avendo sempre l’onore di dirsi cittadino romano: civis romanus».

Sfidiamo lo storico il più stoico a rimanere freddo espositore di auto insolente e smaccato cinismo. La parola briccone era per uscirci dalla penna; ma la lasciamo pronunziare al lettore. Si, popolo di monaci vuol dire popolo di santi, e lo sarebbe il Popolo Romano, e, lungi assai dall'essere diseredato di quella nobile parte di attività che in tutti i paesi è lo stimolante del patriottismo e l’esercizio legittimo delle facoltà dello spirito, e delle facoltà superiori dell'indole avrebbe invece tutta l’attività, tutto il patriottismo, tutto lo spirito superiore che animarono i monaci, e che insegnarono a voi e a tutti a leggere e scrivere, e vi diedero pane da sfamarvi e panni da cuoprirvi, spudorati settari. I Romani sarebbero un popolo di santi se sol vi compiaceste di lasciarli in pace.

Ma lo scopo di questo stoltissimo disegno non era altro che quello di mettere il Papa e i Romani in uno stato di impossibile esistenza, ¡«»possibile, e in una specie di necessità di darsi in braccio quando che sia e da per sé stessi al loro implacabile nemico, la rivoluzione.

«Ecco adunque quel che volete fare!, conchiudeva il Vescovo di Orleans la sua stupenda risposta allo sciagurato opuscolo. Perché noi diceste subito e senza perifrasi?... Siamo certi che siffatto sistema non avrà buon successo nell’imminente Consiglio di Europa; principalmente quando questo Consiglio si tiene a Parigi, e la Francia cattolica e vittoriosa è chiamata all'onore della presidenza. No, la Francia noi vorrà! Non vorrà che sia detto che, per giungere a simile risultamento, essa incontrò i pericoli di una grande guerra, vinse quattro grandi battaglie, sacrificò 50 mila uomini, spese 300 milioni di franchi, scosse sui suoi cardini tutta Europa!… Basta, il vostro scopo è conosciuto; esso è degno dell’enormezza dei vostri principi e della iniquità dei vostri mezzi. Distruggere d’un colpo solo il potere pontificale sarebbe stato un misfatto cui il mondo, non avvezzo, avrebbe ripugnato; strappare il Papa da Roma non può tentarsi una seconda volta; proclamarlo incapace di governare nelle provincie sopprimendo il suo potere, e capace di governare in Roma disonorandolo, è un’invenzione troppo goffa per contendere il primato a chi inventò il modo di arrivare allo scopo medesimo, a poco a poco, con passo di formica, ma sicuramente! Ella è questa la stessa politica del 1809, con la sola differenza, che allora il Papa veniva strappato violentemente da Roma, mentre che adesso s’intenderebbe soffocarvelo. Sarebbe una commedia se non fosse un’atrocità... Noi arrochiamo a provar loro che il Papa deve essere libero, indipendente, sovrano: ed essi vi rispondono di sì, e ne fanno una specie d’idolo sordo, muto, incatenato, immobile sulla sua pietra sacra nel centro dell'antica Roma... Empio modo d’interpetrare il tu es Petrus et super hanc petram... ma, badate! fu detto eziandio che chi urterà contro questa pietra sarà sfracellato: super quem ceciderit, conteretur»!

Le ultime parole della risposta del Vescovo di Orleans nel 1860 suonano una predizione, e noi vogliamo citarle a verbo, a salutare lezione dei popoli e dei governanti: «Noi ci arrochiamo a provare Roma, l’Italia, l’Europa non poter stare senza il Papa; e dessi ci rispondono: siamo con voi, e custodiremo cosi bene il Papa a Roma nel centro dell’Italia e dell’Europa sì che non ci possa più sfuggire; lo abbracceremo si strettamente che nessuno possa dubitare della nostra tenerezza e della sua forza. Ma v’ha una piccola difficoltà, ed è che i disegni meglio concepiti contro Dio riescono a male. Dio dall’alto dei cieli veglia sulla sua Chiesa, e con imprevisti consigli, con colpi di tuono, se fia necessario, come dice Bossuet, la franca da maggiori pericoli, beffandosi dei sapienti della terra. Illumina quando gli piace la sapienza umana, tanto meschina da sé sola! e quando essa s’allontana da Lui, l’abbandona alla sua ignoranza, l’acceca, la precipita, la confonde, ed essa si avviluppa nelle sue sottigliezze, e le sue precauzioni divengono un laccio per essa. Il tempo della pruova finisce, e la Chiesa dura sempre. Ciò fu veduto, e si vedrà di nuovo. Credete il Papa vinto, perché da tre mesi altri eccitò la ribellione nelle sue provincie; ma i vostri pensieri sono bassi, le vostre precauzioni, permettete che lo dica, sono villane. Noi non ci arrendiamo così presto: i Papi ne hanno vedute altre assai, ed essi durano sempre. Credete il Papa rovinato perché i rivoluzionari, dopo aver fatto aumentare tutti i pubblici pesi, dichiarano le sue finanze in cattivo stato; e voi gli offrite una pensione a titolo d’alimenti?... Ma no, non la riceverà dalle vostre mani, un giorno gli rinfaccereste il beneficio, o vel fareste pagare troppo caro. Una limosina?... Ah! se il Padre de' fedeli ne avesse bisogno, la riceverebbe più nobilmente dalla mano dei poveri che non da vol. Cinquecento Vescovi che in tutto il mondo innalzarono la loro voce, saprebbero ancora raccogliere, in caso di bisogno, l'antico danaro di S. Pietro, e il mondo somministrerebbe soldati se fosse necessario».

Mentre in Francia il Vescovo di Orleans dettava tali parole sullo insensato opuscolo, il Giornale di Roma del 30 decembre 1859, lo stimmatizzava colla seguente nota:

«E uscito recentemente alla luce un opuscolo anonimo, stampato a Parigi pei tipi Didot, ed intitolato: Le Pape et le Congres. Questoopuscolo è un vero omaggio reso alla rivoluzione, un’insidia tesa a qùe’ deboli, i quali mancano di giusto criterio per ben conoscere il veleno che nasconde, ed un soggetto di dolore per tutti i buoni Cattolici. Gli argomenti che si contengono nello scritto, sono una riproduzione di errori ed insulti già tante volte vomitati contro la S. Sede, e tante volte confutati trionfalmente, qualunque sia del resto la pervicacia degli ostinati contradittori della verità. Se per avventura lo scopo propostosi dall’autore dell’opuscolo tendesse ad intimidire colui contro il quale si minacciano tanti disastri, può l’autore stesso esser certo che chi ha in favor suo il diritto ed interamente si appoggia sulle basi solide ed incrollabili della giustizia, e sopratutto è sostenuto dalla protezione del Re dei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini». Cosi il Giornale di Roma.

Giungeva frattanto il primo giorno dell’infaustissimo anno 1860, etra il malessere e 1 agitazione universale in che si trovava Roma pei miserabili effetti del trattato di Zurigo, e per opera degli agitatori subalpini e transalpini, il Generale conte di Govon, aiutante di campo di S. M. l’Imperatore Napoleone III, comandante in capo l’esercito francese di occupazione in Roma, con quella pomposa franchezza tutta sua propria, si presentava solennemente al S. Padre coi suoi ufficiali per le solite felicitazioni, e gli diceva:

«Santissimo Padre, veniamo un’altra volta, e sempre premurosamente,a' piedi del Vostro duplice trono di Pontefice e di Re, per recare alla Santità Vostra, in occasione del nuovo anno, la nuova assicurazione del nostro profondo rispetto e della nostra devozione. Durante l’anno che è trascorso, grandi avvenimenti sono succeduti. Qui per ordine del nostro valoroso Imperatore, e come luminoso attestato del suo religioso rispetto per Vostra Santità, noi non abbiamo potuto prender parte ai campi dell'onore e della gloria. Noi non abbiamo dovuto, non abbiamo potuto consolarci, che ricordando ognora come qui, presso di Voi, presso di Vostra Santità, e per servirla, noi ci trovavamo sul» campo d’onore del Cattolicismo. Talisono, Santissimo Padre, i sentimenti dei miei buoni e bravi subordinati, dei quali io mi giorno di essere il felice interprete. Vogliate accoglierli con quella bontà costante colla quale la Santità Vostra si degnò sempre di onorarci».

A queste pompose parole, Sua Santità rispondeva cosi:

«Se in ogni anno furono cari al nostro cuore i voti e i buoni auguri che voi, signor Generale, ci avete presentato a nome dei bravi uffiziali e dell'armata che si degnamente comandate, in quest'anno ci sono grati doppiamente per gli avvenimenti eccezionali che si sono succeduti, e perché ci assicurate che la divisione francese, la quale trovasi negli Stati Pontifici, vi si trova per la difesa dei diritti della Cattolicità. Che Iddio dunque benedica voi, questa parte e con essa tutta l’armata francese; benedica del pari tutte le classi di quella generosa Nazione. E, qui prostrandoci ai piedi di quel Dio che fu, è, e sarà in eterno, lo preghiamo nella umiltà del nostro cuore a voler far discendere copiose le sue grazie e i suoi lumi sul capo augusto di quella armata e di quella Nazione, affinché colla scorta di questi lumi possa camminare sicuro nel suo difficile sentiero, e riconoscere ancora la falsità di certi principi, che sono comparsi in questi stessi giorni in un opuscolo, che può definirsi un monumento insigne d’ipocrisia ed un ignobile,quadrò di contraddizioni. Speriamo che con l’aiuto di questi lumi: no, diremo meglio, siamo persuasi che con l’aiuto di questi lumi egli condannerà i principi contenuti in quell’opuscolo, e tanto più ce ne convinciamo, in quanto che possediamo alcuni documenti, che tempo addietro la M. S. ebbe la bontà di farci avere, i quali sono una vera condanna dei nominati principi. Ed è con questa convinzione che imploriamo da Dio che sparga le sue benedizioni sopra l’Imperatore, sopra l’augusta sua compagna, sul Principe imperiale e su tutta la Francia».

Le parole del S. Padre giunsero in Francia quale un colpo di fulmine. I giornali semiofficiali francesi erano tuttora occupati a dimostrare la ninna autorità della nota pubblicata dal Giornale di Roma del 30 dicembre sopra l’opusculo Le Pape et le Congrès; quando videro comparire sul medesimo Giornale di Roma del 3 gennaio, il testo ufficiale della risposta del S. Padre al Generale di Govon, definendo per lo appunto il famoso opuscolo: un’insigne monumento d'ipocrisia, e un ignobile quadro di contraddizioni.

A tale inaspettata pubblicazione il grave Moniteur si credette in dovere di entrare in linea al posto dei giornali semiofficiali colla seguente nota:

«Riproduciamo dal Giornale di Roma del 3 di questo mese una allocuzione fatta nel primo dell’anno dal S. Padre in risposta alle felicitazioni offertegli dal Generale conte di Govon, comandante supremo della Divisione francese negli Stati Pontifici, alla testa degli uffiziali di quella divisione. Questa allocuzione non sarebbe forse stata pronunziata, se Sua Santità avesse già ricevuto la lettera che S. M. l’Imperatore le indirizzò il 31 decembre». E, dato quindi il testo dell’allocuzione surriferita, recava la seguente:

Lettera di Napoleone III a Pio IX
SUOI INTENDIMENTI INTORNO AL PROPOSTO CONGRESSO

«Beatissimo Padre,

«La lettera che Vostra Santità si compiacque scrivermi il 2 dicembre mi toccò vivamente, e risponderò con intera franchezza all’appello fatto alla mia lealtà. Una delle mie più vive preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli Stati della Chiesa, e, certo, fra le potenti ragioni che m’impegnarono a fare si prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti hanno una logica inesorabile, e nonostante la mia devozione alla Santa Sede, io non poteva sfuggire a una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale eccitato in Italia dalla lotta contro l’Austria. Conclusa una volta la pace, io mi affrettai di scrivere a V. S. per sottometterle le idee più atte, secondo me, a produrre la pacificazione delle Romagne; e credo ancora che, se fin d’allora V. S. avesse consentito ad una separazione amministrativa di quelle provincie e alla nomina di un governatore laico, esse sarebbero tornate sotto la sua autorità. Sventuratamente ciò non avvenne, e io mi sono trovato impotente ad arrestare lo stabilimento del nuovo governo. I miei sforzi non hanno potuto che impedire all’insurrezione di estendersi, e la dimissione del Garibaldi ha preservato le Marche d’Ancona da una invasione certa.

«Ora il Congresso è per adunarsi. Le Potenze non potrebbero disconoscere gl’incontrastabili diritti della Santa Sede sulle Legazioni; nondimeno è probabile che esse saranno d’avviso di non ricorrere alla violenza per sottometterle. Poiché se questa sottomissione si ottenesse coll’aiuto di forze straniere, bisognerebbe ancora occupare le Legazioni per lungo tempo militarmente. Questa occupazione, manterrebbe gli odi e i rancori di una grande parte del popolo italiano, come la gelosia delle grandi Potenze; sarebbe dunque un perpetuare uno stato d’irritazione, di malessere e di timore. Che resta dunque da fare, poiché finalmente questa incertezza non può durare sempre? Dopo un serio esame delle difficoltà e de' pericoli che le diverse combinazioni presentavano, lo dico con sincero rammarico, e per quanto sia penosa la soluzione, quello che mi parrebbe più conforme ai veri interessi della Santa Sede, sarebbe di fare il sagrifizio delle provincie ribellate. Se il S. Padre, per il riposo dell’Europa, rinunziasse a quelle provincie, che da cinquanta anni suscitano tanti impacci al suo Governo, e se in cambio domandasse alle Potenze di guarentirgli il possesso del resto, io non dubito dell'immediato ritorno dell'ordine. Allora il S. Padre assicurerebbe all’Italia riconoscente la pace per lunghi anni, e alla S. Sede il pacifico possesso degli Stati della Chiesa.

«Vostra Santità, mi piace crederlo, farà giusta ragione dei sentimenti che mi animano; comprenderà la difficoltà del mio stato; interpreterà con benevolenza la franchezza del mio linguaggio, ricordandosi di tutto ciò che ho fatto per la Religione Cattolica e per il suo Augusto Capo. Io ho espresso senza riserva tutto il mio pensiero, e l’ho creduto necessario avanti il Congresso. Ma prego Vostra Santità, qualunque siasi la Sua decisione, di credere che essa non muterà in nulla la linea di condotta che io ho sempre tenuta verso di Lei. Ringraziando V. S. dell’Apostolica Benedizione che ha mandata all’Imperatrice, al Principe Imperiale e a me, io le rinnovo la protesta della mia profonda venerazione.

«Di Vostra Santità

«Palazzo delle Tuileries, 31 decembre 1859.

«Vostro figlio devoto

«NAPOLEONE».


Come ognun vede la lettera imperiale non ò che la conferma dei principi e dei disegni svolti nell’opuscolo Le Pape et le Congrès. Quindi ci risparmieremo il fastidio di ulteriori confutazioni. Notiamo soltanto che, mentre il Moniteur pubblicava la lettera imperiale al S. Padre, l’imperiale autore della medesima rinnovava a Parigi le solite assicurazioni di rispetto ai diritti riconosciuti, di consolidamento della pace, ecc. ccc., e il primo dell’anno 1860al Nunzio Pontificio che, alla testa del Corpo diplomatico, gli presentava le felicitazioni dei potentati amici, rispondeva così:

«Ringrazio il Corpo diplomatico dei voti che m’indirizza al principio del nuovo anno, e sono specialmente felice questa volta di averl’occasione di ricordare ai suoi rappresentanti che, dal mio avvenimento al potere, ho sempre professato il più profondo rispetto ai diritti riconosciuti. E così, ne siano persuasi, lo scopo costante dei miei sforzi sarà di ristabilire dovunque, per quanto dipenderà da me, la fiducia e la pace». — Belle parole, mentre lasciava impunemente rovesciare tre troni secolari e calpestare diritti i più sacri e venerandi, che poco prima aveva giurato di rispettare e di far rispettare, chiamando a testimonio la Triade Sacro Santa, e il mondo cristiano e civile!

Era la solita politica di altalena seguita in tutto il corso del suo regno da Napoleone III. Per isbrigarsi da ulteriori responsabilità circa le cose d’Italia, aveva messo fuori il disegno d’un nuovo Congresso; ma poiché si fu convinto che difficilmente i Potentati europei avrebbero dato a sangue freddo e meditatamente la loro sanzione autorevole alle ribalderie gallo-sarde, cosi non trovò nulla di meglio che di lasciare abortire il proprio disegno, e di compromettere le Potenze, le quali adunandosi in Congresso, dopo la pubblicazione dell’opuscolo, riconosciuto ormai oficialmentequale sua ispirazione, lo avrebbero in certa guisa accettato quale programma del Congresso stesso; dal che sarebbe risultato più o meno intero il riconoscimento officiale di tutta Europa del mostruoso fatto compiuto in Italia. Ciò essendo impossibile, il Congresso falli. Quindi è che, mentre la lettera imperiale testé riferita assicurava che il Congresso vi sarebbe, tutti i giornali al soldo della rivoluzione presero invece a provare che non vi sarebbe, e parvero non occupati d’altro che di scuoprire le ragioni per le quali il Congresso non si doveva più raunare. Anzi, invece del Congresso, prevedevano una nuova guerra, alla quale peraltro l’Austria, secondo assicurava il Times, non voleva prender parte, e quell'importantissimo fra i giornali inglesi narrava, come avendo la Francia chiesto all'Inghilterra un trattato scritto, con cui questa si obbligasse a difendere colle armi la Francia e la Sardegna contro una coalizione possibile delle Potenze del Nord, l’Inghilterra, che poca voglia sempre ha avuto di spendere per altri più che le sue simpatie, specialmente quando le sorti di una causa appariscono incerte, se la cavò interrogando l’Austria se, dato il caso(?!)di una violazione del recente trattato di Zurigo, essa si sarebbe intesa pronta ad opporvisi colle armi; al che l’Austria rispose, si sarebbe contentata di protestare!... La Gazzetta di Vienna dichiarò che l’Austria non aveva nulla risposto di questo, perché di nulla era stata interrogata; ma il Times sapeva quel che diceva, e i fatti successivi pur troppo gli diedero ragione. Il Trattato di Zurigo era violato nel momento istesso che si conchiudeva; fu interamente lacerato e calpestato, in modo affatto nuovo nella storia, pochi mesi dopo: e l’Austria non si mosse, e solo si contentò di protestare come aveva detto il Times!...

L’attitudine delle Potenze misteriosamente fiacca e codarda, tolse ogni limite alla baldanza dei settari italiani, e al Conte di Cavour non sembrò più impossibile di gettar loro in faccia la seguente Nota, diretta ai rappresentanti sardi presso le Potenze estere, in quello che riprendeva il Ministero degli Esteri, solo per breve ora e per mera commedia da esso lasciato dopo la pace di Villafranca.

Nota del Conte di Cavour mentre viola il Trattato di Zurigo

«Signore,

«Credo conveniente di esporvi brevemente le nuove condizioni in cui l'Italia si trova collocata, ora che la fiducia del Re mi chiama alla direzione degli affari esteri. Le grandi Potenze dell'Europa, riconoscendo la necessità di mettere un termine allo stato incerto e provvisorio delle Provincie dell’Italia centrale, avevano acconsentito, due mesi fa, alla riunione di un Congresso, che si proponeva di deliberare sui mezzi più adatti a fondare la pacificazione e la prosperità dell'Italia subasi solide e durevoli. Il Congresso, che il Governo del Re non aveva cessato di reclamare come il solo mezzo di ovviare ai pericoli del momento, era stato accettato con fiducia dalle popolazioni dell’Italia centrale. Esse speravano elio i voti da loro manifestati in una maniera cosi formale per la loro annessione agli Stati del Re, sarebbero stati presi in considerazione ed approvati dai plenipotenziari dei principali Stati di Europa. In questa fiducia, le popolazioni dell’Italia centrale ed i loro governi si disponevano ad aspettare tranquilli e ordinati, il giudizio del Congresso, limitandosi ad aumentare e a disciplinare le loro forze, affine di essere in grado di far fronte agli avvenimenti.

«Ora, in seguito a difficoltà, che io qui non debbo esaminare, il Congresso è stato rinviato ad un’epoca indeterminata, e si ha ciascun giorno più ragione di credere che non si riunirà mai. Mancato una volta il Congresso, tutte le difficoltà, che si trattava di risolvere con questo mezzo, si presentano con carattere di gravità e di urgenza ben più pronunziato che prima. Una impazienza ardente, ma legittima, una determinazione irrevocabile di procedere nella via cominciata, successero, nel centro dell’Italia, alla calma ed allo speranze dell’aspettare. Questi sentimenti che sarebbero già abbastanza giustificati dalla posizione singolare, in cui FItalia si trova posta da lungo tempo, divennero ancora più profondi e più generali dopo gli ultimi avvenimenti che ebbero luogo in questi ultimi giorni. Infatti, la proroga del Congresso è stata preceduta dalla pubblicazione dell'opuscolo avente per titolo: U Papa ed il Congresso. Io non mi fermerà ad esaminare l’origine e la portata di questa pubblicazione. Mi limito a constatare che l’opinione pubblica in Europa gli ha dato il carattere e Vimportanza di un grande avvenimento. La pubblicazione di questo opuscolo fu seguita dappresso dalla lettera dell’Imperatore dei Francesi al Papa

«Nello stesso tempo l’Europa apprende che l’alleanza anglofrancese, che si credeva scossa dopo la pace di Villafranca, era divenuta più solida e più intima; e questo accordo, constatato primieramente dall'esito felice di importanti negoziati commerciali, lo diventa ora in un modo ben più solenne col discorso di apertura del Parlamento inglese, e colle parole di Lord Palmerston, che, rispondendo al signor Disraeli, dichiarò ufficialmente che l’accordo più cordiale regna tra l’Inghilterra e la Francia rispetto alla questione italiana. La prorogazione del Congresso, la pubblicazione dell’opuscolo, la lettera al Papa, il ravvicinamento tra la Francia e l’Inghilterra, questi quattro fatti, di cui il minimo sarebbe bastato per precipitare la soluzione delle questioni precedenti, hanno reso una più lunga aspettazione impossibile. Ampiamente commentati dalla stampa dell’Europa essi terminarono di convincere tutti gli spiriti seri: 1°, che bisogna rinunziare all’idea di una ristaurazione, che non sarebbe più possibile a Bologna e a Parma che non a Firenze e a Modena; 2(n), che la sola soluzione possibile consiste nell’annessione legale dell’unione già stabilita in fatto nell’Emilia come in Toscana; 3°, che finalmente le popolazioni italiane, dopo aver atteso lungamente ed invano che l’Europa ponesse assetto ai loro affari sulla base dei principi del non intervento e del rispetto ai voti popolari, hanno il dovere di passar oltre e di provvedere da sé stesse al loro governo.

«Tal è il significato attribuito in Italia ai fatti che io ho testé enunciati, e tal è pure, ciò che costituisce un altro fatto non meno grave, l’interpretazione che ad essi è stata data dagli organi i più accreditati della stampa europea. I giornali influenti della Francia, della Inghilterra e dell’Alemagna si rendono interpreti delle stesse idee, danno gli stessi consigli, od esprimono le stesse convinzioni.

«In presenza di un simile stato di cose le popolazioni dell'Italia centrale sono determinate di giungere ad una soluzione, ed a cogliere la propizia occasione per dare all'annessione un’esecuzione completa e definitiva. Gli è dunque con questo intendimento che i Governi delle dette provincie hanno adottato la legge elettorale del nostro paese e dispongonsi a procedere alle elezioni dei deputati. Il Governo del Re ha fatto uso sino a questo giorno, di tutta l’influenza morale, di cui esso poteva disporre per consigliare ai Governi ed alle popolazioni dell’Italia centrale d’attendere il giudizio dell’Europa. Ora, nell'incertezza della riunione del Congresso ed in presenza dei fatti summenzionati, il Governo di Sua Maestà non è più in potere d’arrestare il corso naturale e necessario degli avvenimenti. Questo dispaccio non ha altro scopo che quello di constatare l’attuale condizione delle cose in Italia. A suo tempo io v’informerò delle determinazioni che saranno conseguentemente prese. Vi basti di sapere sin d’ora, che il Governo del Re sente tutta la responsabilità che gl'incombe in questi solenni momenti, e che le sue decisioni non saranno inspirate che dalla coscienza del dovere, dagl’interessi della patria italiana e dal sincero desiderio d’assicurare la pacificazione dell’Europa.

«Gradite, signore, le nuove assicurazioni della mia distintissima considerazione.

«Torino, 27 gennaio 1860.

«C. DI CAVOUR».


Mentre le Potenze europee subivano in silenzio l’oltraggio di un simile documento, e licenziavano la rivoluzione a ogni altra più ardita impresa a' danni degli Stati amici d’Italia e d’ogni più legittimo diritto, solo il Papa, abbandonato ormai da tutti, e con gli scorridori sardi alle porte di Roma (non punto spaventati dalla bandiera francese) sollevava la voce a stimmatizzare i fatti scellerati compiuti, e ad avvertire gl'istupiditi Potentati europei del gran pericolo che minacciava essi stessi, permettendo, anzi facendosi essi complici delle incredibili violenze della setta. A tale intendimento Pio IX pubcava una gravissima Enciclica, che rispondeva ad un tempo alla surrecata lettera di Napoleone al Papa e, implicitamente, alla nuova Nota cavourresca; essa è d’importanza capitale, come quella che, non solo era intesa a tutelare le sacre ragioni della Chiesa, ma sì ancora quelle degli altri Stati Italiani, non meno che d’ogni altro governo regolare e legittimo. Prima però di questo documento, è d’uopo recare l’altra Allocuzione pontificia pronunciata nel Concistoro del 26 settembre, della quale, come di quella del 20 giugno, è fatta menzione nel medesimo.


Torna su



Allocuzione tenuta dalla Santità di Nostro Signore Pio, per divina Provvidenza


Torna su



Papa IX nel Concistoro segreto dei 26 Settembre 1859

«Venerabili Fratelli

«Con grandissimo dolore dell’animo nostro, Venerabili Fratelli, nell'Allocuzione tenutavi il giorno venti del passato mese di Giugno abbiamo lamentato tutto ciò che dai nemici di questa Sede Apostolica si è commesso in Bologna, Ravenna ed altrove contro il civile e legittimo principato nostro e della medesima S. Sede. Inoltre in quella stessa Allocuzione abbiamo dichiarato che essi tutti sono incorsi nelle censure ecclesiastiche e nelle pene inflitte dai sacri Canoni, e che tutti i loro atti sono irriti e nulli. E ci confortava la speranza che questi ribelli nostri figliuoli, eccitati e commossi da queste nostre voci, sarebbero tornati al dovere, specialmente essendo a tutti noto quanto sia sempre stata la nostra mansuetudine e dolcezza, fin dal principio del nostro Pontificato, e con quanta alacrità e studio, fra le gravissime difficoltà dei tempi, non abbiamo mai lasciato di adoperare ogni nostra cura e ogni nostro pensiero a promuovere anche la temporale utilità e tranquillità dei nostri popoli. Ma questa nostra speranza andò pienamente fallita. Giacché essi, confortati specialmente da consigli, istigazioni e ogni sorta di aiuti forastieri, e fatti perciò più audaci, ogni cosa tentarono a fine di perturbare tutte le provincie dell'Emilia soggette alla nostra dominazione, e separarle dal principato di questa S. Sede. Quindi in quelle stesse provincie, innalzato il vessillo della ribellione e della defezione, e abolito il Governo Pontificio, in prima si stabilirono Dittatori del Regno Subalpino, i quali poi furono chiamati Commissari straordinari, e dopo Governatori generali, i quali arrogandosi temerariamente i diritti del supremo nostro Principato, rimossero dai pubblici uffici coloro che, per la loro specchiata fede verso il legittimo Principe, sospettavansi a non consentire coi loro pravi consigli. Non dubitarono poi essi medesimi d’invadere ancora la potestà ecclesiastica, avendo pubblicate nuove leggi sopra gli spedali, gli vrfanotrofi ed altri luoghi e istituti pii. Né temettero di vessare ancora alcuni ecclesiastici e di espellerli, ed anche gettarli in carcere. Mossi poi apertissimamente dall'odio verso quest'Apostolica Sede, ardirono di riunirsi in Bologna, il giorno sei di questo mese, in assemblea, da loro detta nazionale, dei popoli dell’Emilia, ed in essa promulgare un decreto pieno di false accuse e falsi pretesti, in cui, mendacemente asserendo l’unanimità dei popoli contro i diritti della Chiesa, dichiararono di non voler più oltre sottostare, al Governo Pontificio. E nel giorno seguente dichiararono parimente, siccome ora è la moda, di volersi unire ai domini e alla obbedienza del Re di Sardegna.

«Contemporaneamente a questi lamentevoli ardimenti, non lasciano i capi di questa fazione di impiegare ogni loro arte nel corrompere i costumi del popolo, col mezzo specialmente dei libri e dei giornali stampati in Bologna ed altrove, coi quali si favorisce la universale licenza, e il Vicario di Cristo in terra si lacera d’ingiurie, e gli esercizi di pietà e di religione si pongono in ludibrio, e si deridono le preghiere dirette ad onorare l’immmacolata e santissima Madre di Dio Vergine Maria, e ad invocarne il potentissimo patrocinio. Negli spettacoli teatrali poi si offende l’onestà dei costumi, il pudore e la virtù, e le persone sacre si espongono al pubblico disprezzo ed alla comune derisione.

«E queste cose si fanno da coloro che si dicono cattolici, e cultori e veneratori della suprema spirituale potestà ed autorità del Romano Pontefice. Ognuno vede quanto sia fallace questa loro dichiarazione; giacché essi, così adoperando, cospirano con tutti coloro che guerreggiano crudamente il Romano Pontefice e la Chiesa Cattolica e fanno ogni sforzo perché, se fosse possibile, la nostra religione e la sua salutare dottrina sia svelta e sradicata dall’animo di tutti.

«Per le quali cose, voi specialmente, Venerabili Fratelli, che siete partecipi delle nostre fatiche e molestie, ben facilmente intendete in qual dolore Noi siamo immersi, e di quale lutto e indegnazione siamo compresi insieme con voi e con tutti i b uni.

«Ma in mezzo a tanto dolore ci consoliamo col sapere che la massima parte dei popoli dell’Emilia, dolente di simili macchinazioni e sommamente abborrente da chi le commette, si conservi in fede del suo legittimo Principe e costantemente aderisca al civile principato Nostro e di questa Sede, e che l’universo Clero delle stesse provincie, degno certamente di somme lodi, nulla abbia avuto tanto a cuore, quanto di compiere diligentemente il suo dovere in. mezzo a tanto moto e tumulto di cose, e di apertamente mostrare quanto sia fedele ed ossequente verso Noi e questa Apostolica Sede, sprezzando e non curando ogni benché durissimo pericolo.

«E dovendo Noi, pel dovere del nostro gravissimo ufficio e per l’obbligo di solenne giuramento, propugnare intrepidamente la causa della nostra santissima Religione, e fortemente difendere i diritti ed i possessi della Chiesa Romana da ogni violazione, e costantemente sostenere il Principato di questa Apostolica Sede, e trasmetterlo intero a' nostri successori come Patrimonio di S. Pietro, non possiamo non innalzare di nuovo l’Apostolica Nostra voce, affinché tutto il mondo cattolico specialmente, ed in prima tutti i venerabili fratelli nostri Vescovi, da' quali, tra le grandissime nostre angustie, ricevemmo, con somma consolazione dell'animo nostro, tante esimie ed illustri testimonianze della loro fede, sollecitudine ed amore verso Noi, questa S. Sede ed il Patrimonio di S. Pietro, conoscano quanto altamente da Noi si condanni quanto osarono commettere costoro nelle provincie dell’Emilia soggette al pontificio Nostro dominio. Pertanto, in quest’amplissimo vostro consesso, nuovamente riproviamo e dichiariamo irriti e nulli gli atti dei ribelli già commemorati e tutti gli altri, comunque essi si chiamino, commessi contro la potestà $ l’immunità ecclesiastica, e la suprema Nostra e di questa S. Sede civile dominazione, principato, potestà e giurisdizione.

«Niuno poi ignora che tutti coloro, i quali nelle predette provincie diedero ai detti atti la loro opera, consiglio, od assenso, od in qualunque altro modo lo favorirono, sono caduti nelle censure e pene ecclesiastiche, le quali, nella predetta Nostra Allocuzione, abbiamo rammentare.

«Del resto, Venerabili Fratelli, ricorriamo con fiducia al trono della grazia per ottenere l’aiuto divino e la fortezza in circostanze sì aspre: né lasciamo di umilmente e caldamente pregare e supplicare, con assidue e fervorose preghiere, Dio ricco di misericordia, perché, coll’onnipotente sua virtù riduca a migliori consigli e alle vie della giustizia, della Religione e della salute tutti gli erranti, dei quali alcuni forse, miseramente ingannati, non sanno quello che si fanno».


Il testo latino di questa Allocuzione è il seguente:


«Venerabiles Fratres,

«Maximo animi Nostri dolore, in Allocutione ad Vosdievicésimoproximi mensis Junii habita,Venerabiles Fratres, lamentati Burnus ea omnia, quae ab huius Apostolicae Sedis hostibus tum Bononiae, tum Ravennae, tum alibi contracivilem legitimumque Nostrum et eiusdem Sedis principatum patrata sunt. Insuper eadem Allocutione illos omnes in ecclesiasticas censuraset poenas a sacris Canonibus inflictasincidisse declaravimus, et omnes eorum actus nullos et irritosesse decrevimus.

Ea porro spe sustentabamur foro ut rebelles isti filii Nostri, bisce vocibus excitati ac permoti, ad officium redire vellent, cumomnes praesertim noscant quanta mansuetudine ac lenitate, vel ab ipso Supremi Nostri Pontificatus initio, semper usi simus, et quanta alacritate studioque, inter gravissimas temporum difficultates, numquam intermiserimus curas omnes cognitionesque ad temporariam quoque Nostrorum populorum utilitatem tranquillitatemque promovenda in convertere. Sed Nostra haec spes prorsus evanuit. Etenim ipsi, externis potissimum consiliis, instigationibus, et omnibus cuiusque generis auxiliis freti, atque iccirco audentiores facti, nihil inausum,nihilque intentationi reliquerunt, ut omnes Aemiliae provincias Nostrae ditioni subiectas perturbarent, easque a civili Nostro et huius Sanctae Sedis principatu distraherent. Hinc in iisdem provinciis, rebellionisac defectionis erecto vexillo, et Pontificio sublato Gubernio, primum subalpini Regni Dictatores constituti fuerunt, qui postea Commissarii extraordinarii dicti, ac deinde Gubernatores generales appellati, quique Supremi Nostri Principatus iura sibi temere arrogantes,a publicis obeundis muneribus illos amoverunt, quos ob spectatamerga legitimum Principem tìdem cum pravis eorum consiliis minime consentire suspicabantur. Non dubitarunt autem huiusinodi homines in ecclesiasticam quoque invadere potestatem, cum novas de Nosocomiis, Orphanatrophiis, aliisque Piis Legatis, Locis et Institutis legcs ediderint. Neque timuerunt aliquos ecclesiasticos viros vexare, eosque vel expellere vel etiam in carcerem coniicere. Apertissimo vero in hanc Apostolicam Sedem odio perciti minime reformidarunt die sexta huius mensis conventum Bononiae agere, ab ipsis nationalemAemiliae populorum appellationi, atque in ilio promulgare decretum falsis criminationibus et praetextis refertum, quo populorumunanimitatemmendaciter asserentes, contra Romanae Ecclesiae iura declararunt, se nolle amplius Pontificio civili Gubernio subesse. Atque insequenti che declararunt item, veluti in more nunc est, se velle Sardiniae Regis ditioni et imperio adhaerere.

«Hos inter lamentabiles ausus non desinunt huius factionis moderatoresomnem eorum artem in corrumpendis populorum moribus impendere per libros praesertim atque ephemerides tum Bononiae, tum alibi editas, quibus favetur quidlibet audendi licentia et Christi hic in terris Vicarius iniuriis laceratur, ac religionis pietatisque exercitationis ludibrio habentur; precesque ad Immaculatam Sanctissimamque Dei Genitricem Virginem Mariam colendam, eiusque potentissimunì patrocinium implorandum adhibitae irridentur. In scenicis vero spectaculis publica morum honestas, pudor virtusque offenditur, et personae Deo sacrae communi omnium contemptioni et irrisioni exponuntur. Haec autem ab illis aguntur, qui se catholicos esse, et supremam Romani Pontificis spiritualem potestatem auctoritatemque colere, ac veneravi affirmant. Omnes profecto vident, quam fallax sit huiusmodi declaratio: ipsi namque talia agentes cum illis omnibus conspirant, qui teterrimum ad versus Romanum Pontificem et Catholicam Ecclesiam bellum gerunt, quique omnia conantur, ut, si fieri unquam posset, divina nostra religio, eiusque salutaris doctrina ex omnium animis evellatur et extirpetur. Quamobrem Vos praesertim, Venerabiles Fratres, qui Nostrorum laborum et molestiarumestis participes,vel facile intelligitis quo in moerore versemur, et quo, una cum Vobis bonisque omnibus, luctu et indignatione afficiamur.

«In tanta autem acerbi tato hoc solatio utimur, quod Aemiliaeprovinciarumpopuli ex parte longemaximadolenteshuiusmodi molitiones, atque ab illis summopere abhorrentes suam erga legitimum Principem fidem servent,ac civili Nostrae et huius Sanctae Sedie dominationi constanter adhaereant, et quod universasearumdemProvinciarumClorus summis certe laudibus dignusnihilantiquius habuit, quam, in hoc rerum motu et perturbatone, sui officii partessedulo explere, ac luculenter ostendere qua singulari fide et observantiaNoset hanc Apostolicam Sedem prosequatur, asperrima quaeque contemnens ac despiciens pericula.

«Jam vero cum Nosgravissimi officii Nostri ratione, solemnique iuramento adstricti, debeamus sanctissimae nostrae Relìgionis causam impavide propugnare, et iura possessionesque Romanae Ecclesiae ab omni violatone fortiter tueri, civilemque Nostrum et huius Apostolicae Sedis principatum constanter defendere, illumque Nostris successoribus, veluti Beati Petri patrimoni uni, integrum transmittere,haud possumus quin iterum Apostolicam Nostram attollamus vocem, et uni versus praesertim catholicus orbis atque in primis omnes Venerabiles Fratres Sacrorum Antistites, a quibus inter maximasangustiastoteximiaet illustria immobilis eorum erga Noset hanc Sanctam Sedem, ac Beatri Petri patrimonium fidei, amoris studiique testimonia cum summa animi Nostri consolatione accepimus, cognoscant quam vehementer a Nobis improbentur, quae eiusmodi homines in Aemiliae provinciis Pontificiae Nostrae ditionis patrare ausi sunt. Itaque in hoc amplissimo vestro consessu tum commemoratos, tum alios omnes quoscumque rebellium actus contra ecclesiasticam potestatem et immunitatem, et contra supremam Nostram, huiusque Sanctae Sedis civilem dominationem, principatum, potestatem iurisdictionesque, quovis nomine actus ipsi appellentur, omnino reprobamus, illosque piane irritoset nullos esse decernimus. Nemo autem ignorât,eosomnes, qui in praedictis provinciis suam operam, consilium, assensum,memoratisactibus praestiterunt, vel alla quavisratione illis faverunt, incidisse in ecclesiasticas censuraset poenas, quas in praedicta Nostra Allocutione commemoravimus.

«Ceterum, Venerabiles Fratres, adeamus cum fiducia ad thronum gratiae, ut divini auxilii ope solatium et fortitudinem in rebus tam adversis assequamur: nec desistamus, divitem in misericordia Deum assiduis fervidisque precibus humiliter enixeque orare et obsecrare,ut omnipotenti Sua virtute omnes aberrantes,quorum forsitan. aliqui misere decepti nesciunt quid faciunt, ad meliora consilia, atque ad iustitiae, Religionis salutisque semitasreducat».

E ora riportiamo la gravissima Enciclica, da noi accennata più sopra, con la quale la s. m. del Pontefice Pio IX condannava gli atti tutti empiamente iniqui compiti fino allora dalla rivoluzione anticristiana d’Italia.

ENCICLICA PONTIFICIA CHE CONDANNA LE USURPAZIONI PIEMONTESI

«Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione.

«Noi non possiamo certamente esprimervi a parole, o Venerabili Fratelli, quanto gaudio e quanta letizia, fra le nostre gravissime amarezze, ci abbia arrecato per parte si di Voi tutti e sì dei fedeli coni’ messi alle vostre cure la singolare e meravigliosa fede, pietà ed osservanza inverso di Noi e di questa Sede Apostolica, e l’egregio consentimento, l’alacrità, il fervore e la costanza nel difendere i diritti della medesima Sede e nel patrocinare la causa della giustizia. Imperciocché come prima dalle Nostre lettere encicliche a voi spedite nel di 18 giugno dell’anno scorso, e quindi dalle due Nostre Allocuzioni concistoriali, con sommo dolore del vostro animo, conosceste i gravissimi mali, onde erano miseramente colpite le cose sacre e civili in Italia; e come prima comprendeste gl’iniqui moti e ardimenti di ribellione contro i legittimi Principi della stessa Italia, e contro il sacro e legittimo principato Nostro e di questa Santa Sede; Voi secondando tosto i Nostri voti e le Nostre cure, non frapponendo verun indugio, vi affrettaste con ogni studio ad ordinare nelle vostre diocesi pubbliche preghiere. Quindi non solo colle vostre lettere, piene di profondo ossequio e carità a Noi inviate; ma ancora, sia colle epistole pastorali, sia con altre scritture dotte e religiose, diffuse nel popolo, alzaste l’episcopale vostra voce, con lode insigne del vostro Ordine e del vostro nome, a propugnare strenuamente la causa della santissima nostra Religione e della giustizia, e a detestare con ogni vigore i sacrileghi attentati commessi contro il civile principato della Chiesa Romana. E, difendendo costantemente questo principato, vi siete recato a gloria di professare ed insegnare che esso, per singolare consiglio di quella divina Provvidenza, che regge e governa ogni cosa, fu dato al Romano Pontefice, acciocché questi, col non essere mai soggetto a nessun potere civile, possa esercitare sopra l’universo mondo, con libertà pienissima e senza niun impedimento, il supremo ufficio dell’Apostolico Ministero, a Lui dallo stesso Signor Nostro Gesù Cristo divinamente affidato.

«Dalle quali vostre dottrine ammaestrati, e dall'egregio esempio eccitati, i figliuoli a Noi carissimi della Chiesa Cattolica, con sommo studio gareggiarono e gareggiano di significarci per parte loro i medesimi sentimenti. Conciossiacché da tutte le regioni dell’intero orbe cattolico ricevemmo quasi innumerevoli lettere sì di ecclesiastici e sì di laici d’ogni dignità, ordine, grado e condizione, e perfino lettere sottoscritte da centinaia di migliaia di Cattolici, colle quali tutte essi manifestano e confermano la loro venerazione e figliale devozione verso di Noi e verso la Cattedra di Pietro, e, detestando fortemente la ribellione e gli attentati commessi in alcune nostre provincie, sostengono che il patrimonio del Beato Pietro debba onninamente conservarsi intero ed inviolato, e difendersi da ogni offesa; e ciò non pochi tra loro dimostrarono con dottrina e sapienza in libri appositamente dati alla luce. Ora queste preclare manifestazioni sì vostre, e sì dei Fedeli, meritevoli certamente di ogni lode ed encomio, e degne che vengano iscritte nei fasti della Chiesa Cattolica a caratteri d’oro, talmente ci commossero, che non ci potemmo astenere dallo sciamare lietamente: Benedetto sia Dio e il Padre del Signor Nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione, che così ci consola in sì aspro travaglio. Imperocché in mezzo alle gravissime angustie, dalle quali veniamo oppressi, nulla poteva riuscirci più grato, nulla più giocondo, nulla più desiderato, che il vedere di qual concorde ed ammirabile premura voi tutti, o Venerabili Fratelli, siete animati ed accesi per difendere i diritti di questa Santa Sede, e con quale egregia volontà i Fedeli consegnati alle vostre cure in ciò vi secondano. Quindi Voi assai agevolmente potete da per voi stessi pensare quanto altamente la paterna Nostra benevolenza verso di Voi e verso gli stessi Cattolici ognidì di buon dritto e meritamente si accresca.

«Senonché, mentre il nostro dolore veniva alleggerito da un cosi stupendo impegno ed amore sì vostro e sì dei Fedeli verso di Noi e di questa Santa Sede, una nuova cagione di tristezza ci venne da altra parte. Il perché noi vi scriviamo queste lettere, affinché in cosa di tanta importanza siano principalmente a Voi di bel nuovo manifestissimi i sentimenti del Nostro animo. Non ha guari, siccome la più parte di Voi già conoscerà, venne dal giornale di Parigi intitolato Afoniteur, divulgata una lettera dell’Imperatore dei Francesi, colla quale egli rispondeva a una Nostra epistola, in cui con ogni calore pregavamo la Maestà Sua Imperiale a volere col validissimo suo patrocinio nel Congresso di Parigi mantenere intero ed inviolabile il temporale dominio Nostro e di questa Santa Sede, e rivendicarlo dalla iniqua ribellione. Or nell'anzidetta sua risposta quel supremo Imperatore, ricordando certo suo consiglio propostoci poco tempo innanzi intorno alle provincie ribelli del nostro dominio pontificio, Ci esorta a voler rinunziare al possedimento di quelle provincie, sembrando a lui che solo così possa ora rimediarsi al presente perturbamento delle cose. .

«Ciascuno di Voi, Venerabili Fratelli, intende benissimo che Noi, memori del gravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere dopo ricevuta una tale lettera. Perciò senza frapporre dimora ci affrettammo di rispondere allo stesso Imperatore, dichiarando limpidamente e apertamente con Apostolica libertà dell’animo Nostro, che in nessun modo affatto Noi potevamo annuire al suo consiglio: perché esso presenta insuperabili difficoltà, avuta ragione della dignità Nostra e di questa Santa Sede, e del Nostro sacro carattere e dei diritti della Santa Sede, i quali non appartengono alla successione di qualche reale famiglia ma bensì a tutti i Cattolici) ed insieme abbiamo professato non potersi da Noi cedere ciò che non è Nostro, e bene da Noi intendersi che la vit toria, che si vorrebbe concessa ai ribelli nell(1) Emilia, sarebbe di stimolo agli indigeni ed ai forestieri perturbatori delle altre provincie a fare il medesimo, vedendola prospera fortuna toccata a quei primi. E fra le altre cose al medesimo Imperatore manifestammo non poter Noi rinunziare alle dette provincie dell Emilia, appartenenti al Nostro pontificio dominio, senza violare i solenni giuramenti dai quali siamo legati, senza eccitare querele e moti nelle altre nostre provincie, senza recare ingiuria a tutti i Cattolici) in fine senza debilitare i diritti non solo dei Principi d'Italia, che furono ingiustamente spogliati dei loro domini, ma ancora di tutti i Principi del mondo cristiano, i quali non potrebbero con indifferenza vedere introdotti certi perniciosissimi principi. Né abbiamo tralasciato di notare, che la Maestà Sua non ignorava per quali uomini, con quale pecunia, e con quali aiuti i recenti attentati di rivolture a Bologna, a Ravenna ed in altre città erano stati eccitati e compiuti; mentre la massima parte di quei popoli quasi attonita si rimase dal partecipare a quegli scompigli inaspettati, e si mostrò del tutto aliena dal volerli seguire. E poiché il Serenissimo Imperatore credeva che Noi dovessimo cedere quelle provincie pei moti di ribellione ivi di quando in quando suscitati, abbiamo risposto a tal proposito: questo argomento, siccome quello che prova troppo, non provar nulla. Imperocché moti non dissimili si negli Stati d’Europa e sì altrove accaddero spessissimo; e niuno è che non vegga, non potersi da ciò ritrarre motivo di diminuire il civile dominio di un legittimo Principe. E non abbiamo omesso di esporre al medesimo Imperatore che dalla ultima sua lettera era molto diversa la prima, scritta a Noi avanti la guerra d’Italia e che ci recava non afflizione, ma consolazione. Avendo poi giudicato, per certe parole di codesta lettera imperiale, pubblicata nella mentovata effemeride, di dover temere che le predette Nostre provincie dell’Emilia già s’avessero a riguardare come staccate dal pontificio Nostro dominio; perciò abbiamo pregato, in nome della Chiesa, la Maestà Sua, di fare in modo, anche pel suo proprio bene e vantaggio, che tale nostro timore fosse pienamente dileguato. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere alla eterna salute di tutti, gli abbiamo richiamato alla mente, che da ciascuno si dovrà un giorno dare stretta ragione di se al tribunale di Cristo, ed incontrare giudizio severissimo; e perciò dover ciascuno attesamente studiarsi di aver a provare gli effetti della misericordia anziché della giustizia.

«Queste sono le cose precipue che frale altre abbiamo risposte al supremo Imperatore dei Francesi; le quali abbiamo giudicato di dover al tutto manifestare a Voi, o Venerabili fratelli, affinché voi ¡n prima, ed anche tutto l’Orbe Cattolico viemmeglio sappia che Noi, aiutandoci Dio, pel gravissimo debito dell'uffizio nostro, senza timore veruno facciamo ogni sforzo, e non tralasciamo verun tentativo per difendere fortemente la causa della religione e della giustizia, ed il civile principato della Chiesa Romana; e mantenere costantemente intere ed inviolate le sue possessioni temporali e i suoi diritti, i quali interessano tutto l’Orbe Cattolico; e provvedere altresì alla giusta causa degli altri Principi. Ed avvalorati dal divino aiuto di Colui che disse: Nel mondo sarete angustiati; ma abbiate fidanza, io ho vinto il mondo (Io: c: XVI V. 33); e beati quei che soffrono persecuzione per la giustizia(Matth: c. V, V. 10); siamo preparati a seguire le illustri vestigia de' nostri Predecessori, ad emularne gli esempi, e patire ogni cosa aspra ed acerba, ed anche a dare la vita, anziché disertare in alcun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma ben di leggieri potete argomentare, o Venerabili Fratelli, da quanto dolore siamo trafitti, vedendo da quale atrocissima guerra la santissima nostra Religione, con grandissimo detrimento delle anime, è combattuta, e da quali turbini veementissimi è conquassata la Chiesa e questa Santa Sede. E facilmente ancora comprendete come gravissima sia la nostra angoscia, ben sapendo quanto è grande il pericolo delle anime in quelle sconvolte Nostre provincie; dove, per opera specialmente di pestiferi scritti diffusi nel pubblico, la pietà, la Religione, la fede e l’onestà dei costumi di giorno in giorno vengono scrollate.

«Voi dunque, Venerabili Fratelli, i quali siete chiamati a parte della Nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e virtù vi accendeste a propugnare la causa della Religione, della Chiesa e di questa Sede apostolica, continuate con maggior animo ed impegno a difendere la medesima causa, ed ogni giorno infiammate viemmaggiormente i Fedeli commessi alle vostre cure, acciocché essi sotto il vostro indirizzo non cessino mai di porre ogni opera ed ogni studio ed ogni consiglio per la difesa della Cattolica Chiesa e di questa Sant;. Sede, e per la conservazione del civile principato della medesima e del patrimonio del Beato Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i Cattolici.

«Quello però che massimamente, quanto sappiamo e possiamo, chiediamo da Voi, o Venerabili Fratelli, si è che insieme con Noi e unitamente ai Fedeli commessi alle vostre cure, porgiate senza intermissione fervidissime preghiere a Dio Ottimo Massimo, acciocché Egli comandi ai venti ed al mare, e col Suo potentissimo aiuto assista a Noi, assista alla sua Chiesa, e sorga e giudichi la causa Sua; ed oltreciò colla celeste sua grazia voglia,propizio, illuminare tutti i nemici della Chiesa e di questa Apostolica Sede, e colla onnipotente Sua virtù si degni di ridurli nelle vie della verità, della giustizia e della salute.

«Ed acciocché Iddio, supplicato da Noi, più facilmente porga l’orecchio allo preghiere Nostre e Vostre e di tutti i Fedeli, domandiamo sopra tutto, o Venerabili Fratelli, l’intercessione dell’Immacolata e Santissima Madre di Dio, Maria Vergine, la quale è di tutti noi amantissima madre e speranza fidissima, e potente tutela e sostegno della Chiesa, e del cui patrocinio niente è più valido presso Dio. Imploriamo altresì il suffragio del beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, che Cristo Signor nostro stabilì qual pietra fondamentale della sua Chiesa, contro cui le porte dell'Inferno non potranno mai prevalere; e chiediamo ancora il suffragio del suo coapostolo Paolo e di tutti i Santi che con Cristo regnano in Cielo. Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi, atteso la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, in che siete sommamente prestanti, vorrete secondare solertissimamente questi Nostri voti e queste Nostre richieste. E frattanto, come pegno dell’ardentissima Nostra carità verso Voi, impartiamo amantissimamente l’Apostolica Benedizione; la quale muove dall'intimo del Nostro cuore, sì a Voi, o Venerabili Fratelli, come a tutto il Clero, ed ai Fedeli laici commessi alla vigilanza di ciascun di Voi.

«Dato in Roma, presso S. Pietro, il dì 19 Gennaio 1860.

«Del Nostro Pontificato, Anno Decimoquarto».

«Di questo importante documento ecco il testo originale latino:

«PIUS PP. IX. »


«Venerabiles Fratres, Salutem et Apostolica benedictionem.

«Nullis certe verbisexplicare possumus, Venerabiles Fratres,quanto solatio, quantaeque laetitiae Nobis fuerit inter maximas Nostrasamaritudines singularis ac mira vestra et fidelium, qui Vobis commissi sunt, ergaNoset hanc Apostolicam Sedem fides,pietas et observantia, atque egregius sane in eiusdem Sedis iuribus tuendis, et iustitiae causa defendenda consensus,alacritas, studium et constantia. Etenim ubi primum ex Nostris Enciclicis Litteris die 18 Junii superiori anno ad Vos datis, ac deinde ex binis Nostris Concistorialibus Allocutionibus cum summo animi vestri dolore cognovistis gravissima damna, quibus sacrae civilesque res in Italia affligebantur, atque intellexistis nefarios rebellionismotus et ausus contralegitimos eiusdem Italiae Principes, acsacrumlegitimumque Nostrum et huius S. Sedis principatum, Vos Nostris votis eurisque statim obsecundantes, nulla interiecta mora, publicas in vestris Dioecesibus preces omni studio indicere properastis. Hinc non solumobsequentissimis aeque ac amantissimis vestris Litteris ad nos datis, verumetiamtumpastoralibus Epistolis, tumaliis religiosis doctisque scriptis in vulgus editis episcopalem vestram vocem cum insigni 'vestri ordinis ac nominis laude attollentes, ac sanctissimae nostrae religionisiustitiaeque causam strenue propugnantes, vehementerdetestati estis sacrilega ausa contracivilem Romanae Ecclesiae principatum admissa. Atque ipsum principatum constanter tuentes, profiteri et docere gloriati estis eumdemsingular!divinae Illius omnia regentis ac moderantisprovidentiaeConsiliodatumfuisse Romano Pontifici, ut ipse nulli civili potestati umquam subiectussupremumApostolici ministerii munus sibi ab ipso ChristoDomino divinitus commissum, plenissima libertate, ac sine ullo impedimento in universum orbem exerceat. Atque Nobis,carissimi catholicae Ecclesiae filii, vestris imbuti doctrinis,vestroque eximio exemplo excitati, eosdem sensus, Nobis testari summopere certarunt et certant. Namque ex omnibus totius catholicae orbis regionibus innumerabiles poene accepimus tumecclesiasticorum hominum cuiusque dignitatis,ordinis, gradus et conditionis Litteras etiam a centenis catholicorum millibus subscriptas, quibus ipsi filialemsuam erga Nos, et hanc PetriCathedram devotionem ac venerationemluculenter confirmant, et rebellionem, aususqueinnonnullisNostris Provinciisadmissosvehementerdetestantes, Beati Petripatrimonium omnino integrum,inviolatumque servandum atque ab omniiniuriadefendendum esse contendunt; ex quibus insuper non pauci, idipsum, vulgatis apposite scriptis, docte sapienterque asseruere. Quae praeclara vestrae, ac fidelium signifìcationes, omni certe laude ac praedicatione decorandae, et aureis notis in catholicae Ecclesiae fastisinscribendae ita Nos commoverunt, ut non potuerimus non laete exclamare: «Benedictus Deus et Pater Domini Nostri lesu Christi, Pater misericordiarum et Deus totius consolationis, qui consolatur Nos in omni tribulatione nostra».Nihilenim Nobis inter gravissima,quibuspremimurangustiasgratius, nihil iucundius, nihilque optatius esse poterat, quam intueri quo concordissimo atque admirabili studioVos omnes, Venerabiles Fratres, ad huius S. Sedis iura tutandaanimati et incensi estis, et qua egregia volúntatefidelescurae vestrae traditi in id ipsum conspirant. AcperVosipsi vel facile cogitationeassequi potestis quam vehementer paterna Nostra in Vos,atque in ipsos Catholicosbenevolentia merito atque optimo iure in diesaugeatur.

«Dum vero tammirificum vestrum, et fidelium erga Noset hanc Sanctam SedemStudiumet amor Nostrum lenibat dolorem, novaaliundetristitiae accessit causa. Itaque hasVobisscribimus Litteras ut in tanti momenti re animi Nostri sensus Vobisin primis denuo notissimi sint. Nuper, quemadmodum plures ex Vobisiam noverint, per Parisiensesephemeridas, quibus titulus Moniteur

vulgata fuit Gallorum Imperatoria Epistola, qua Nostris respondit Litteris, quibus ImperialemMaiestatem Suam omni studio rogavimus, ut validissimo suo patrocinio in Parisiensi Congressu integram et inviolabilem temporalemNostram et huius Sanctae Sedis ditionem tueri, illamque a nefariarebellion©vindicarevellet. Hac sua Epistola summus ImperatorcommemoransquoddamsuumconsiliumpauloanteNobispropositum de rebellibus Pontificia© Nostrae ditionis provinciis Nobis suadet, ut earumdem provinciarum possessioni renuntiare velimus, cum ei videatur hoc tantum modo praesenti rerum perturbationiposse mederi.

«Quisquevestrum, Venerabiles Fratres,optimeintelligit.NosgravissimiofficiiNostrimemoreshaud potuisse silere cum huiusmondi epistolam accepimus. Hinc, nulla interposta mora, eidem Imperatori rescribere properavimus, Apostolica animi Nostri libértate clare apertequedeclarantes,nullo piane modo Nosposse eius annuere consilio propterea quod insuperabiles praeseferat difficultates, ratione habita Nostrae et huius Sanctae Sedis dignitatis, Nostrique sacri caracteris, atque eiusdem Sedis iurium, quae non ad alicuius regalis familias successione sed ad omnes Catholicos pertinent, ac simul professisumus non posse per nos cedi quod Nostrum non est, ac plane a Nobis intelligi victoriam quae Aemiliae perduellibus concedi vellet, stimulo futuram indigenis exterisque aliarum provinciarum perturbatoribus ad eadem patranda, cum cernerent prosperam fortunam quae rebellibus contingeret. Atque inter aliseidem Imperatori manifestavimus, non posse Nos commemoratas Pontificias Nostrae ditionis in Aemilia provincias abdicare, quin solemnia, quibus obstricti sumus iuramenta violemus, quin querelas motusque in reliquie Nostris provinciis excitemus, quin catholicis omnibus iniuriam inferamus, quin denique infirmemus iura non solum Italiae Principum, qui suis dominiis iniuste spoliati fuerunt, verum etiam omnium totius christiani orbis Principum, qui indifferenter videre nequirent perniciosissima quaedam induci principia. Neque praetermisimus animadvertere, Maiestatem Suam haud ignorare per quos homines, quibusque pecuniis, ac praesidiis recentes rebellionis ausus Bononiae, Ravennae et in aliis civitatibus excitati ac peracti fuerint, dum longe maxima populo pars motibus illis: quos minime opinabatur, voluti attonita maneret, et ad illos sequendos se nullo modo propensam ostendit. Et quoniam Serenissimus Imperator illas Provincias a Nobis abdicandas esse censebat ob rébellionismotusibiidentidem excitatos, opportune respondimus, huius mondi argumentum, utpote nimis probans, nihilvalere:quandoquidem non dissimiles motus tum in Europae regionibus, tumalibipersaepe evenerunt; et nemo nonvidet legitimum exinde capi non posse argumentumad civiles ditiones imminuendas. Atque haud omisimus eidem Imperatori exponere, diversam piane fuisse a postremis suis Litteris primam suam Epistolam ante Italicum bellumadNosdatam,quae Nobis consolationem non afflictionem attulit. Cum autemex quibusdam Imperialis Epistolae,per commemoratas ephemerides editae, verbis timendumNobisesse censuerimus, ne praedictae Nostrae in Aemilia provinciae iam essent considerandae veluti a Pontificia Nostra ditione distractae; idcirco Maiestatem Suam Ecclesiae nomine rogavimus, ut etiam proprii ipius Maiestatis Suae boni utilitatisque intuituefficeret, ut huiusmodi Nostri timor planeevanesceret.Acpaterna illa cantate, qua sempiternae omnium saluti prospicere debemus, in ipsius mentem revocavimus ab omnibus districtam aliquando rationem ante Tribunal Christiesse reddendam, et severissimum iudicium subeundum, ac propterea cuique enixe curandum ut misericordiae potius quam iustitiae effectus experiatur.

Haec praesertim inter alla summo Gallorum Imperatori respondimus, quaevobis, Venerabiles Fratressignificanda esse omnino existimavimus, ut Vos in primis, et universus catholicus orbis magis magisque agnoscat, Nos, Deo auxiliante, pro gravissimiofficiiNostri debito omnia impavide conari. nihilque intentatum relinquere ut religionis ac iustitiae causamfortiter propugnemus, et civilem Romanae Ecclesiae pincipatum eiusquetemporalespossessiones ac iura, quae ad universum catholicum orbem pertinent, integra et inviolata constanter tueamur et servemus, nec non iustaealiorum Principum causaeprospiciamus. Ac divino Illius auxilio freti, qui dixit in mundum pressura h abeb itis, sed confidite, ego vici mundum

(Ioan.c. 16. v. 33); et beati qui persecutionem patiuntur propter iustitiam (Math,c. 5. v. 10.), parati sumus illustria Praedecessorum Nostrorum vestigia persequi,exemplaaemulari, et aspera quaeque et acerba perpeti, ac vel ipsam animam ponere, antequam Dei, Ecclesiae, ac iustitiae causamullo modo deseramus. Sed vel facile coniicere potestis, VenerabilesFratres, quam acerbo conficiamur dolore videntes quo teterrimo sane bello sanctissima nostra religio maximo cumanimarum detrimento vexetur, quibusque maximis turbinibus Ecclesia, et haec Sancta Sede iactentur.

Atque etiam facile intelligitis quam vehementer angamur probe noscentes quantum sit animarum discrimen in illis perturbatis Nostris provinciis, ubi pestiferis praesertim scriptis in vulgus editis pietas, religio, fides,morumque honestas in diesmiserrime labefactatur. Vos igitur, Venerabiles Fratres,qui in sollicitudinis Nostrae partemvocati estis, quique tanta fide, constantia, ac virtute ad Religionis, Ecclesiae, et huius Apostolicae Sedis causampropugnandam exarsistis, pergite maiore animo studioque eamdem causamdefendere, ac fidelescurae vestrae concreditos quotidie magis inflammate ut sub vestro ductu omnem eorum operam, eorum studia, consilia in Catholicae Ecclesiae et huius Sanctae

Sedis defensione, atque in tuendo civili eiusdem Sedis principatu, BeatiquePetripatrimonio,cuiustutela ad omnes Catholicospertinet, impendere nunquam desinant. Atque illud praesertim a Vobisetiam atque etiam exposcimus, Venerabiles Fratres, ut una Nobiscum fervidissimas Deo Optimo Maxima preces sine intermissione cum fidelibus curae vestrae commissis adhibere velitis, ut imperet ventis et mari, ac praesentissimo suoauxilio adsit Nobis, adsit Ecclesiae Suae, atque exurgatet iudicet causam suam, utque caelesti sua gratiaomnes Ecclesiae et huius Apostolicae Sedis hostes propitius illustrare, eosque omnipotenti Sua virtute ad veritatis, iustitiae, salutisque semitas reducere dignetur. Et quo facilius Deus exoratus inclinet aurem suam ad Nostra, vestras, omniumque fidelium preces, petamus in primis, VenerabilesFratres,suffragia Immaculatae Sanctissimaeque Dei Genitricis VirginisMariae,quaeamantissima nostrum omnium est materet spes fidissima, ac praesensEcclesiae tutela et columen, et cuiuspatrocinionihilapud Deum validius. Imploremus quoque suffragia tumBeatissimi Apostolorum Principia, quem Christus Dominus Ecclesiaesuae petram constituit, adversus quam portaeinferi praevalere nunquam poterunt, tumcoapostoli eius Pauli,omniumqueSanctorumCaelitum, qui cum Christo regnantincaelis. Nihil dubitamus,Venerabiles Fratres, quin pro eximia vestra religioneacsacerdotali zelo, quosummopere praestatis, Nostris hiscevotis postulationibusque studiosissimeobsequi velitis. Atque interim flagrantissimae Nostrae in Vos caritatis pignus Apostolicam Benedictionem, ex intimo corde profectam et cum omnis verae felicitatis votoconiunctam, Vobis ipsis, Venerabiles Fratres, cunctisque clericis, laicisquefidelibus cuiusque vestrum vigilantiae commissis peramanter impertimur.

Datum Romae, apud SanctumPetrum,die 19 Ianuarii 1860. Pontificatus NostriAnno Decimoquarto.


Torna ad inizio pagina


LIBRO IV


Torna su



LE ANNESSIONI


Torna su



CAPO I


Torna su



IL TRATTATO DI ZURIGO, PEGNO NON DI PACE, MA DI PIÙINIQUA GUERRA

Il Governo piemontese, divenuto cieco strumento della massoneria, o più veramente una loggia massonica, esso stesso, avendo ingoiato tanta parte d’Italia, ogni cosa disponeva per compiere la parte più importante e pericolosa del suo programma, la invasione del Regno delle Due Sicilie e del rimanente Stato della Chiesa.

La stampa settaria della Penisola, e quella clandestina dell'istesso Regno di Napoli, apriva pertanto il fuoco contro il giovanetto re Francesco II, contro il suo Governo e contro la sacra memoria del magnanimo suo genitore, Ferdinando II.

Il Corriere di Napoli, foglio clandestino, redatto da un meschino architetto, certo Gaetano Forte e dal figlio Carmine Antonio, ex giudice regio (189), assaliva il Governo legittimo usufruttando le maligne polemiche dei giornali inglesi venduti alla setta, che condiva colle sue cosiddette notizie interne, piene di perfidia e di fiele, con le quali suscitava la diffidenza e il malessere nel popolo e nel Governo.

«Nel suo rapido cammino (scriveva nel N. 6 del 24 febbraio 1860, avente un timbro con la parola Ordine) nel suo rapido cammino la quistione d’Italia da più mesi ha toccato le nostre provincie meridionali.

«Oltre alle tristi pratiche tra Napoli, Roma e Vienna sul modo da tenere pel prossimo fatto dell'annessione, i Governi di Parigi e di Londra sonosi gravemente rivolti alla Corte di Napoli. La politica della Francia le è severa, quella d’Inghilterra ostile e minacciosa. Quest’ultima venne esposta nettamente dall’organo di Lord Palmerston il Morning Post in quell’articolo che può dirsi un programma, un ultimatum. Gioverà dunque conoscersi da tutti, onde noi testualmente lo riproduciamo:

«Noi abbiamo ragione di credere, scrive il citato giornale, che il Governo di S. M. non sia indifferente al doloroso stato interno ed esterno del Regno delle Due Sicilie. L’onorevole Enrico Giorgio Elliot,nostro ministro plenipotenziario a Napoli, ha, crediamo, ricevuto al pari del barone Brenier, ministro francese, istruzioni che hanno per iscopo di attirare l’attenzione del Re e dei suoi consiglieri sui politici cangiamenti che ebbero luogo poc’anzi nella penisola italiana, e devono definitivamente colpire il Regno sul quale egli ha cominciato a regnare in un modo così impopolare.

«Abbiamo tuttavolta poca speranza che le buone relazioni dell'Inghilterra e della Francia abbiano attualmente miglior successo che nelle precedenti occasioni, nelle quali sono stati dati benevoli consigli. Noi non pensiamo punto che la fuga dei Sovrani dell'Italia centrale e la crescente popolarità del Piemonte per tutta la Penisola, abbiano a Napoli l’influenza che dovrebbero esercitare su di un Sovrano, il quale, lungi d’inaugurare il suo regno per alcun atto di natura da conciliare gli animi, ha al contrario continuato un sistema di governo che aveva costretto suo padre Ferdinando II a rinchiudersi, negli ultimi anni di sua vita, nel castello di Gaeta. Il Monarca delle Due Sicilie è stato educato nei principi che consistono a governare con spie, colla spada e col clero. Questo sistema è riuscito dopo il 1848 secondo l’idea che i Borboni di Napoli si formano delle riuscite. Francesco II non terrà probabilmente conto del cangiamento che si è operato nelle condizioni dell'Italia dopo la battaglia di Solferino, e non s’avvedrà già che tra lui e l’esercito dell’Austria hannovi quest’oggi cinquanta mila uomini di truppe francesi e gli eserciti nazionali del Piemonte e delimitabacentrale. Gli avvisi che noi riceviamo da Napoli ci fanno vedere da parte del giovane Re e di quelli che lo circondano, una cieca ostinatezza che gli vieta di fare attenzione a questi profetici avvertimenti cosi chiaramente indicati dal progredire degli eventi. Il Generale Filangieri, speranza dei Napoletani e dei Ministri di Francia e d'Inghilterra a Napoli, allorquando entrò al potere ingannò completamente la loro aspettativa. Egli non potè indurre il Re né a promulgare alcun decreto atto a ravvicinare gli animi, né a mutare l’interna funesta politica di Ferdinando II. La polizia di Napoli, al contrario, è occupata più dell’ordinario a fare delle visite domiciliari fra le classi più intelligenti e più illuminate di Napoli, a condurre in prigione gli uomini senza degnarsi, giusta il sistema napolitano, di far loro conoscere i commessi delitti.

«Dopo la guerra d’Italia non vi sono state meno di cinque mila persone che furono in tal guisa tolta alle loro famiglie, fra esse si contano molti militari. Si è un reggimi di terrore che non la cede punto ai più funesti giorni del precedente regno, tuttoché il Re si rechi ogni giorno a Ghiaia e saluti i lazzaroni, suoi amici particolari. Francesco II non fa nessun mistero delle sue opinioni sul modo di governare il suo popolo. La spada, la Chiesa e la polizia con i birri, ecco ciò che gli abbisogna: egli non vuole ricevere avvisi dalle Potenze estere che professano in materia politica teorie contrarie alle sue. Sua Maestà sovente così si esprime: «La prova che il mio governo va bene, è il corso dei fondi pubblici, e la tranquillità che io mantengo». I circoli della Corte esprimono nulladimeno i loro vivi allarmi riguardo al Piemonte ed a Napoleone III, che sono Tunica cagione delle loro inquietudini. Conl’Inghilterra però si usa un linguaggio dolce, perocché il Re ha intimamente l’idea, che potrebbero nascere avvenimenti che l’obbligassero a ricorrere al Governo inglese per proteggere l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie.

«Noi temiamo però che tuttociò non sia di ben poco valore per impegnare il Re a governare come un Monarca cristiano a dare uno sviluppo alla pubblica prosperità. Appo noi non vi sarà più alcuna simpatia per la famiglia reale di Napoli, come per le case ducali di Parma, Modena e Toscana, quantunque non abbiano commesse tante crudeltà ed iniquità verso i loro sudditi, quanto i Borboni napolitani.

«Che il Regno di Napoli sia destinato ad essere rovesciato da una rivoluzione, o invaso da un esercito nazionale italiano, o siano per avverarsi l’una e l’altra di queste due cose, a meno che l’Austria possa accorrere in soccorso, una vergognosa fuga da’suoi Stati è la sorte infallibilmente riservata al Re. Egli non può realmente contare che su di una legione straniera di tre o quattro mila uomini, composta degli avanzi della sua antica gente Svizzera, e di alcuni mascalzoni reclutati a Trieste e altrove.

«Le truppe indigene si ritirerebbero alla presenza di un esercito di patrioti italiani, e probabilmente senza sparare un colpo. Noi vedremmo questo Governo si solido e sì prospero, quale alcuni chiamano il governo crudele, ingiusto ed anticristiano di Napoli, sciogliersi e disperdersi nello spazio di 24 ore. Se gli eserciti dell’Italia centrale varcassero la frontiera, il vile spione sparirebbe dalla superficie della terra.

«Si cercherebbero invano i pochi individui che vivono nella atmosfera della Corte. Napoli presenterebbe in realtà lo spettacolo che offriva Firenze, allorquando il Governo ¡orti e prospero del Granduca svanì tutto ad un tratto nell'aria. Non vi sono che quelli che abitano Napoli che possano credere ad un dispotismo cosi crudele come quello di Napoli.

«Gli altri Governi riguardano in una maniera ben differente la quistione di salute del popolo napolitano; e, rivolgendo l’attenzione sui pericoli che diventano così minaccevoli, essi adempiono al dovere d’uomini di Stato, i quali per evitare le complicazioni alle quali noi ora assistiamo nella Italia centrale, amerebbero meglio vedere i popoli riconciliati coi loro antichi Sovrani, con una buona amministrazione, che spinti alla rivolta, o emancipati da un esercito straniero». — Fin qui l’organo famoso di Lord Palmerston, il quale, associandosi senza riguardi all’opera settaria a' danni del Regno di Napoli, ne predicava apertamente la caduta, esprimendo i disegni del framassone Ministro inglese, e nel modo che nelle logge massoniche era stabilito, vale a dire con la corruzione e con la aperta violenza; ma non con la fuga del Re, che Iddio noi permise.

Dopo il recitato articolo del giornale inglese, Il Corriere aggiungeva Varie notizie che è pregio dell’opera di riferire:

«L’attenzione generale, diceva, è rivolta al contegno delle potenze su quattro punti proposti dall'Inghilterra, nei quali l’annessione deve dipendere solo da un nuovo voto dell'Italia centrale. La Francia nel trasmetterli a Vienna aggiungeva non lusingarsi che l’Imperatore d’Austria li accettasse, ma sperava che esso non vi si opporrà direttamente in vista della grave responsabilità che gli correrebbe per le gravi complicazioni che potrebbe cagionare.» Lord Russell dichiarò conoscere le intenzioni dell’Austria: cioè, che non poteva ammettere come assoluto il principio del non intervento, e non poter riconoscere in Italia uno Stato surto dalla rivoluzione. La Russia fa delle riserve nelle conseguenze che il principio inglese potrebbe avere in altri paesi, ma non si oppone all’annessione. La Prussia ufficialmente vi aderisce. Resta solo l’Austria, il cui pensiero già si conosce; ma non per questo s’indugerà. Difatti nell’Italia libera alacremente si lavora per le liste elettorali, e si annuncia che le elezioni abbiano luogo tra il 6 e 15 marzo. Ai primi di aprile avverrebbe il nuovo voto; sicché per quel tempo sarà costituito il forte regno italiano sotto lo scettro del primo soldato dell’indipendenza d’Italia. Però né il Piemonte, né la Francia trascurano i preparativi militari. Il Generale Fanti chiama i volontari alle armi, e gli operai agli arsenali e agli opifici di guerra. Un fondo di 12 milioni è assegnato per comperare sette mila cavalli, e si parla d’altri 40 per altri venti reggimenti di fanteria. La Francia sospende i congedi, e completa l’esercito d’Italia. A Tolone regna grande operosità, in Inghilterra lo stesso. In Baviera si agita l’editto per proibire l’esportazione dei cavalli e de' muli. L’Austria invia battaglioni nel Veneto. Roma assolda mascalzoni, ladri e giannizzeri. Napoli mobilizza gli urbani, togliendoli alle famiglie, per condurli a certa rovina. In questo stato Napoleone continua la guerra al Clero collegato con l’Austria; dopo proibito il principale loro giornale l'Univers altri ne colpisce e ne sospende: confuta ufficialmente la Enciclica Papale, e si mostra deciso a far trionfare la causa della civiltà e dell’Italia, di pieno accordo col Piemonte e coll’Inghilterra, sorretto in questo dall’opinione culta e illuminata di tutta Europa». — Cosi Il Corriere di Napoli. (R. A.)

Ora fa d’uopo una parola di dichiarazione a quest’articolo del foglio clandestino. E detto nel suo articolo che l’attenzione generale è rivolta sul contegno delle Potenze su quattro punti proposti dall’Inghilterra, pei quali l'annessione deve dipendere solo da un nuovo voto dell'Italia centrale. Questi quattro punti, proposti studiatamente dall'Inghilterra alla Francia, si ebbero da questa una risposta che apparisce del tutto chiara dal dispaccio che su ciò inviava il nuovo Ministro francese Thouvenel al Conte di Persigny, Ambasciatore francese a Londra, nel quale dispaccio i quattro punti sono accennati cosi:

«1°. La Francia e l’Austria rinunzieranno ad intervenire d’ora innanzi negli affari interni dell’Italia, eccetto se vi fossero chiamate dall’assenso unanime delle grandi Potenze.

«2°. Il governo dell’Imperatore prenderà col S. Padre i concerti opportuni per lo sgombero degli Stati Romani, quando ciò sarà senza pericolo per il mantenimento dell’ordine. L’esercito francese abbandonerà pure il Nord dell’Italia dentro un termine conveniente.

«3°. L’organamento della Venezia non sarà considerato nei negoziati fra le Potenze.

«4°. Finalmente il Re di Sardegna sarà invitato dal Governo dell’Imperatore e da quello di S. M. Britannica di commune accordo a non mandare truppe nell'Italia centrale, sinché quei diversi Stati e quelle provincie non abbiano, con nuovo voto delle loro assemblee, e dopo una nuova elezione, solennemente dichiarati i. loro voti: se poi quelle assemblee votassero in favore dell’annessione sarda, né la Francia, né l’Inghilterra farebbero altra opposizione all’entrata delle truppe sarde».

Sopra il primo di questi punti, che riguarda il non intervento, nota la Civiltà Cattolica, il Thouvenel afferma, non potere avere alcuna difficoltà; e, volendo spiegare come la Francia sia ciò non ostante intervenuta in Italia, dice cosi: «Se il Governo dell’Imperatore intervenne, lo fece cedendo a circostanze imperiose, e perché nello stato delle cose in Italia, i suoi interessi facevano dell’intervento una necessità: egli considerò sempre come ultima meta dei suoi sforzi lo stabilire un sistema politico atto a prevenire d’ora innanzi ogni intervento».

Ed è naturalissimo che una potenza sia molto lieta di vedere in Italia consacrato il principio del non intervento dopo che essa, essendovi intervenuta, per imperiose circostanze (prova l’attentato d’Orsini), vi ebbe acconciate le cose a modo suo.

Sopra il secondo punto, che riguarda lo sgombero dei Francesi dall'Italia, il conte Thouvenel, dice, che è quello appunto il desiderio della Francia. Ma, quanto a Roma, conviene aspettare che la cosa possa farsi, senza pericolo Quanto poi alla Lombardia, lo sgombero si farà «quando per l’accordo tacito od espresso delle grandi Potenze, si troverà assicurato il nuovo organamento d’Italia»; In altre parole: l’intervento cesserà quando tutti approveranno ciò che si è fatto mediante l’intervento.

Il terzo punto, non ha maggiori difficoltà: tuttavia il signor Thouvenel dice aver fatto notare a Lord Cowley, come al suo Governo «paresse utile prevedere il caso, nel quale l’Austria credesse di poter trattare di condizioni particolari, offrendo di fare concessioni nella Venezia, e che perciò doveva riservarsi la facoltà di esaminare, dove occorresse, le proposte che sarebbero fatte dal Gabinetto Viennese».

«In quanto al quarto ed ultimo punto, continua il ministro francese, tocca un’ordine di considerazioni che non mi permetterebbero di dare sin d’ora una risposta definitiva, e dovetti ricordare a Lord Cowley, la condizione del Governo dell'Imperatore rispetto alle altre Potenze, e specialmente rispetto all’Austria. Ci riesce impossibile il disconoscere gli ostacoli che incontrano le previsioni indicate nel Trattato di Zurigo. Dopo di avere lealmente usato, da più mesi, i più costanti sforzi per agevolarne il compimento, il Governo dell’Imperatore potè convincersi che gli era difficile di serbare le speranze del trionfo di questi ostacoli. Egli crede di poter testimoniare a sé stesso che adempì interamente alle sue promesse. Egli è inoltre disposto a considerare i mezzi proposti dal Governo inglese come appropriatissimi a una soluzione che soddisfaccia agli interessi d’Italia, e che contenga le guarentigie di stabilità necessarie all’interesse generale. Questi mezzi conciliarsi del tutto coi principi che formano la base delle nostre istituzioni, e noi non saremmo punto disposti a disconoscere l’efficacia nella loro applicazione ad altri paesi. Ma qualunque sia la nostra opinione sopra il valore del disegno, di cui il Governo inglese piglia l’iniziativa, ci teniamo moralmente vincolati a parlarne prima colla Corte d’Austria. Noi dobbiamo mantenere la lealtà dell'Imperatore e la sincerità della sua politica al di sopra d’ogni sospetto (?!) e non potremmo, in presenza delle stipulazioni di Villafranca e di Zurigo, impegnarci fin d’oggi in modo formale. Se l'inefficacia dei nostri consigli e dei nostri tentativi ci mostrò l’impossibilità di ristabilire l’autorità dei Principi spossessati, non siamo tuttavia meno tenuti a prevenire ogni falsa interpretazione, e ad evitare ogni dubbio, svincolando anzitutto la Francia da ogni vincolo con leali (?!) spiegazioni con la Corte d’Austria. D’altra parte non possiamo dimenticare che abbiamo, non ha molto, invitato Prussia e Russia a prendere parte al Congresso, la cui riunione a noi era sembrato dovesse assicurare l’accordo tra le Potenze, e ad un tempo preparare la soluzione delle questioni che sarebbero state sottoposte alle sue considerazioni. Per noi non istette che l’Europa così convocata non fosse chiamata a consacrare un assestamento definitivo. Temeremmo d’offendere suscettibilità legittime, se, trovandoci noi condotti dalla forza delle cose a pensar ora diversamente, ci astenessimo dal ragguagliare i Gabinetti di Berlino e di Pietroburgo sopra la nuova condizione di cose creataci da circostanze imperiose; e se noi omettessimo di persuaderli della necessità di cercare i mezzi più pratici per definire le quistioni che non potrebbero, senza pericolo esser lasciate più a lungo in sospeso. Per ciò risposi a Lord Cowley che, per quel che riguarda il quarto punto, il Governo dell’Imperatore, prima di spiegarsi, credeva indispensabile di esporre la propria condizione, dall’una parte all’Austria e dall’altra alle Corti di Prussia e di Russia».

Intanto in Francia il Governo bonapartesco, ad avere le mani più libere nel rimescolamento politico, cui dava opera a' danni della Santa Sede e dei Principi Italiani, era tutto in faccende ad imbavagliare la stampa conservatrice e cattolica. Il giornale La Bretagne veniva soppresso il 15 febbraio 1860 con un decreto imperiale; e il rapporto fatto all'Imperatore dal Ministro Billiaut diceva così: «Sire — Il giornale la Bretagne che si pubblica a S. Brieuc, nel suo numero di sabato 11 febbraio, espone, che — mentre la mutazione inesplicabile che si è ora fatta nelle alte regioni del Governo, gettava il timore e la costernazione nei cuori cattolici, molti deputati dei più devoti sinora alla dinastia e alla politica imperiale si sono raunati a Parigi, e si sono concertati sopra i mezzi di far pervenire la verità sino ai piedi del trono. — Come risultato di questo concerto, il si dicono ora insormontabili e fuori d’ogni previsione. Né credo di mancare di riguardo verso chicchessia, se, spinto dalla necessità di sostenere il mio assunto, sarò obbligato a ricordare fatti ed anche nomi particolari, ma notori gli uni e gli altri dall'un capo all'altro della Penisola.

«E qui, per non risalire più oltre, mi limiterò, a causa di brevità, ad accennare che quando il Conte di Cavour nel Congresso di Parigi del 1856 lanciò una certa specie di programma intorno a ciò che sarebbe a farsi nell'Italia, e dichiarò poscia nelle Camere piemontesi di volerne spingere innanzi ad ogni patto l’attuazione, cominciò fin d’allora nell’Italia centrale a divenire più attivo quel lento lavorio che, intrapreso da lungo tempo, mirava ad apparecchiarla alla sospirata annessione. Sarebbe lungo per verità e noioso il voler qui enumerare tutti i mezzi che furono all'uopo adoperati; magli emissari che la percorrevano in tutti i lati; ma l'oro che largamente si profondeva; male stampe clandestine che si facevano circolare; male subornazioni militari, massime negli ultimi tempi, sono tra i principali. Come in altre città dello Stato persone ardite per ragguardevoli attinenze, così in Bologna il marchese Pepoli si costituì capo di quel partito, e ne teneva nella propria casa i congressi, e si circondava di alcune centinaia di operai, e raccoglieva armi. Il Governo che tutto sapeva, fu sul punto di assicurarsi della persona di lui; quando, per riguardi facili ad immaginarsi, si contentò di darne avviso al signor Ambasciatore di Francia in questa Capitale; il quale, in seguito di colloquio avuto col Pepoli in Livorno, diè assicurazioni, non confermate purtroppo dai fatti, di potersi viver tranquilli sul conto di lui. Ma quello che nella storia sarà rarissimo esempio, e forse unico, è ciò che gli agenti diplomatici della Sardegna fecero a detrimento degli altri Stati Italiani, affine di secondare le mire ambiziose del proprio Governo. Il contegno del commendatore Boncompagni in Toscana, o non ha nome, o lo ha tale, che io mi guarderei dall’adoperarlo; e nondimeno, tranne l’estremo de' suoi passi, l’operato dai sigg. Migliorati e Pes della Minerva non fu in Roma guari diverso. Il primo di essi non si ristava neppure dal recarsi nei mesi estivi in alcune provincie dello Stato per organizzarvi dei Clubs in favore del partito piemontese. Eccitamenti così operosi e perseveranti dovevano avere il loro effetto, e l’ebbero in realtà o nel creare, o nell'ampliare alquanto quel piccolo partito che forse vi era, ed intorno a cui si rannodarono quasi tutti i malcontenti, che pur si trovano in ogni paese, senza che vi mancassero degl’illusi e sedotti dalle aspirazioni dell’Italia una e indipendente. Ma questi e quelli furon sempre ben lungi dall’essere il popolo: quel popolo cioè onesto, morigerato, cristiano, sopratutto delle campagne, che si levò a tanta esultanza ed a tante migliaia quando il S. Padre lo visitò, non sono ancora tre anni. Ma una tale classe di popolo, la quale in sostanza forma l’immensa maggiorità, perché onesta e tranquilla, non restò parecchie volte anche in altre parti di Europa in balìa di un partito piccolo e audace, che per congiunture, spesso impreviste, prevalse e l’oppresse?

«Di queste congiunture, non sembra essersi tenuto abbastanza conto nel summenzionato dispaccio, quando vi si dice che pel solo fatto dell’essersi ritirati gli Austriaci da Bologna le popolazioni si trovarono indipendenti, senza aver bisogno di particolari eccitamenti. La verità è che le popolazioni, come in cento casi simili, poco o nulla ne seppero; ma ritiratisi troppo improvvisamente gli Austriaci, erestata la città quasi al tutto sguernita di truppe, quel partito, già apparecchiato per le mene precedenti, e reso sempre più ardito da qualche proclama di alcuna delle parti belligeranti, afferrò il potere e lo impose al vero popolo, che con suo inestimabile danno e con uguale dolore lo stà sostenendo. E non andrebbe forse troppo lungi dal vero chi credesse, che, ove si ritirasse all’improvviso da qualche capitale la guarnigione, da cui è essa custodita, accadrebbe certamente qualche cosa di simile, senza che nondimeno se ne potesse trarre argomento o di mal governo anteriore, o d’incapacità presente. Quale poi fosse il motivo che diede la spinta al suindicato ritiro degli Austriaci sarebbe qui molesto l’accennarlo, e basterà solo l’indicare che il principe Napoleone, in un suo rapporto dato dal Quartiere generale di Goito, sotto il dì 4 luglio 1859, e diretto a S. M. l’Imperatore dei Francesi affine di ragguagliarlo del proprio operato, sebbene affermi che il 5" corpo di armata, riunendosi in Toscana, avesse fra le altre, la missione di costringere con la presenza della bandiera francese sulle frontiere della Romagna il Governo Austriaco ad osservare strettamente la neutralità degli Stati del Papa; soggiunge nondimeno che, la presenza del suo 5°corpo, pronto a sboccare sopra l’esercito austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, e successivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po.

«E abbenché il nominato partito fosse confortato dalle promesse, dagli incoraggiamenti, dai sussidi, e da mille altri mezzi, che gli venivano incessantemente dal Piemonte, nel giorno tuttavia della sua prevalenza, si trovò essere così piccolo e debole, che appena potè radunare qualche centinaio di adepti nella piazza di Bologna, ed a questi medesimi, allorché si venne ad abbassare lo stemma pontificio, il marchese Pepoli dové far credere che ciò facevasi per sottrarre quello stemma dai possibili insulti, che nessuno in quel momento era disposto ad arrecargli. E come da fuori era stata apparecchiata, cosi, compiuta che fu la ribellione, da fuori altresì vennero, per mantenerla, forte, tutti i presidi di munizioni, di danari, di uomini d’arme e di toga, fra i quali ultimi si vide sedere Intendente di una delle quattro Legazioni quello stesso Migliorati, di cui si è fatta menzione. Ma le popolazioni non vi presero altra parte che astenersi per cinquantanove sessantesimi dalla votazione, sostenendo ogni sorta di pressure fino a vedersi dinegata la manifestazione dei propri sentimenti, e ciò con tutti i mezzi di minacce, prigionie, proscrizioni, onde le fazioni prevalenti sanno servirsi.

«Se tali fatti si fossero considerati, non si sarebbe per certo asserito che gli abitanti delle Romagne, senza aver bisogno di particolari incitamenti, e quasi senza avvedersene, si trovarono indipendenti! Dai fatti stessi poi potrà ognuno facilmente dedurre se a carico del Governo Pontificio, od a carico piuttosto di altri debba cadere la responsabilità della ribellione consumata in quelle provincie. Sono ben lungi dall’accusare le armi francesi, e molto meno la Francia, da cui tanto insigni servigi si sono resi alla S. Sede ed alla Chiesa; ma non posso tuttavia non richiamare alla memoria di V. S. Ill.ma: quella inevitabile logica de'fatti, in forza della quale cotesto stesso Sovrano asserì nella sua ultima lettera di non poter isfuggire una certa solidarietà degli effetti del movimento nazionale provocato in Italia dalla lotta con l'Austria. Ora tra questi effetti non vi fu forse anche la rivolta delle quattro Legazioni?

«Ma sia di chi si voglia la colpa o l’occasione de' danni seguiti, dovrà forse imputarsi al S. Padre e al suo Governo Tessersi sì lungamente protratto quel deplorabile stato di cose, ed il non essersi finora trovata via alcuna di componimento? Così sembra volersi stabilire nel più volte citato dispaccio. Ma alla S. V. Ill.ma, nel leggerlo saranno spontaneamente corse alla mente tutte quelle considerazioni, che ne mostrano evidentissima la insussistenza. E chi più del S. Padre desidera di veder posto un termine a una scissione che tante calamità e tanti scandali sta fruttando a un terzo de(' )suoi sudditi, e che, se mantiene in tanta ambascia il Cattolicismo, è impossibile, che non rechi gravissimo cordoglio al supremo suo Capo? Se dunque ad alcuno dei mezzi proposti si è Egli negato, dovrebbe ciò essere indizio bastevole per dinotare, che quei mezzi si oppongono a qualche cosa, la quale deve star bene al di sopra delle affettuose propensioni del cuore, ed anche ai giudizi più o meno veri del mondo. Ma quali sono i mezzi proposti per far tornare alla loro unità gli Stati della Chiesa, e pel cui rifiuto si vuol mettere a carico del S. Padre tutto ciò che di rovinoso, in questi otto mesi circa, è seguito, e quel peggio che potrebbe seguirne?

«Nel dispaccio medesimo si ricordano i vantaggi, che la Chiesa ha ottenuto in Francia sotto l’Impero attuale, gli attestati di filiale devozione, che il Sommo Pontefice ha ricevuto dall’Imperatore, l’alacrità generosa, onde le armi francesi ricondussero al trono lo stesso Pontefice, e i vantaggi altresì, che verranno alla Chiesa dalle lontane spedizioni della Cocincina e della Cina. Il Santo Padre sente altamente di cotesto Sovrano e di cotestaNazione, ed è notevole la delicata sollecitudine, onde Egli sempre ha cercato e cerca le occasioni più acconce per professare all’uno e all’altra la propria riconoscenza pei grandi servigi resi, e la fiducia dei maggiori che ne aspetta. Una prova, per tacere le altre, se ne ha dall’Allocuzione Concistoriale del 20 giugno dello scorso anno, e dalla Nota diplomatica indirizzata il di 11 marzo dell’anno stesso agli Ambasciatori di Francia e d’Austria pei presi concerti in ordine al termine dell'utile assistenza prestatasi dalle truppe francesi ed austriache nel territorio pontificio. Ma vede ognuno che ciò non ha relazione veruna coi mezzi più adatti a restituirgli, secondo le fatte dichiarazioni, la integrità del Patrimonio della Chiesa. Rispetto a questo supremo scopo, il passato ha molte rimembranze, che possono appianare la via a conseguirlo; il presente non ha che negative di aiuti efficaci, difficoltà opposte a chiunque volesse apprestarne, indugi pregiudizievoli, consigli di sommissione a chi anticipatamente si sa non volersi sottomettere, proposte di riforme, che il S. Padre ha dovuto ponderare innanzi a Dio prima di accoglierle, disegni infine di parziale abdicazione, che a Lui non era dato in modo alcuno di ammettere.

«E poiché il dispaccio si fonda principalmente su questo partito preso, come esso dice, di rifiutare ogni accomodamento, cosi è necessario che su questo io m’intrattenga un istante.

«Non trattandosi nel presente caso di una popolazione, ma bensì di un partito, che di quella parola di riforme si vale sempre, e si vale per venire a capo de' suoi disegni, consideri ella, quale triste influenza debba avere il sapersi da quel partito, che esso ha per sé Potenze estere, le quali si fanno sostenitrici de' suoi richiami, ed appoggio poderoso a volerli soddisfatti. Il meno che da ciò può temersi, si è il vederne alimentate le ambizioni, e cresciute sempre più smisuratamente le pretensioni di riforme, che in sua mano debbono essere strumenti di sempre nuove esigenze, fino ad esautorare del tutto il proprio Principe. Di ciò dovette prendere dolorosa esperienza il regnante Sommo Pontefice, al quale pochi Principi potranno uguagliarsi nella larghezza di concedere, e forse nessuno nello sconoscente abuso fatto a danno di Lui e delle sue medesime concessioni. Dall’altra parte se fino ad alquanti mesi or sono fu possibile la illusione di pacificare ì diversi Stati d’Italia con riforme e concessioni, una tale illusione è al presente impossibile, dopo che quei partiti hanno dichiarato altamente, come essi fecero nella memoria. del preteso governo bolognese, e come fece altresì uno dei principali eccitatori dell'agitazione in un suo ultimo scritto, che nessuna riforma può contentarli, se non sia la piena ed assoluta distruzione del potere temporale della Chiesa. Con uomini così disposti è egli mai possibile venire a componimento per via di riforme?

«Ad onta di tutto ciò, il S. Padre non fu inaccessibile alla proposta di riforme recate innanzi dal Governo di Francia, e vi si porse anzi volenteroso, a solo patto che quelle potessero comporsi colla coscienza propria e con i veraci vantaggi de' suoi sudditi. Il signor Thouvenel non può ignorare le pratiche condotte in Roma tra il Governo pontificio e il signor Ambasciatore francese, e dee pur conoscere le cose che sono state stabilite. E che l'imperialGoverno ne restasse soddisfatto, chiaramente apparisce, sia dalla relativa dichiarazione fattale dal signor conte Walewski e risultante dal dispaccio di lei sotto il 13 ottobre dello scorso anno, N. 1367, sia dalle premure espresse dallo stesso Governo alcuni mesi or sono, perché tali riforme fossero immantinente pubblicate e messe in atto. Tuttavolta sono ovvie le ragioni, per le quali il S. Padre si credette obbligato a soprassedere da quel passo, fino a che non fossero tornate quelle provincie ribellate all’ordine legittimo. Il fare diversamente, né alla sua dignità sarebbe stato conforme, né avrebbe corrisposto al fine inteso; perciocché da una parte avrebbe ciò datò sembianza d’essersi fatte le concessioni per potenti insistenze, piuttosto che per propria volontà, e dall’altra si correva rischio di vedere rifiutata superbamente l’offerta. Nell’uno e nell’altro caso l’autorità vi scapitava sempre. Ed è perciò che questo medesimo Governo, riconoscendo la forza di tali motivi, ebbe, a mezzo del prelodato signor conte Walewski, a manifestarle nella circostanza suindicata, che avrebbe cessato da ulteriori insistenze in proposito, fino a ch(e nuove imperiose circostanze non avessero consigliato diversamente; il che non si è punto verificato. Ad ogni modo la pubblicazione di quelle riforme non era certamente mezzo valevole per ricondurre alla obbedienza i rivoltosi di Romagna, i quali nel preteso loro Memorandum hanno dato a divedere quel che essi richieggano.

«Ma se il S. Padre potè consentire, che si trattasse di riforme, motivi di ben altra portata che non sono gl’interessi terreni, non gli permettevano neppure di ascoltare le proposte di una parziale abdicazione. Or niente meno di questo è forza vedere nella lettera data da Desenzano il 14 luglio dello scorso anno, la cui parte principale recandosi testualmente dal dispaccio, si mostra quasi di voler rinnovare quella proposta, o di voler far certo credere, che il non avervi aderito sia l’unica cagione della rivolta non ancora compressa nelle Romagne. Ora ella vede da sé come un’amministrazione separata con Consiglio formato per elezione, con non altra dipendenza dal Pontefice che l’averne un Governatore laico e pagargli uneredevance, equivarrebbe a una abdicazione assoluta, salvo una certa euzerainetéla quale nei tempi attuali non può avere effetto veruno. Senza quindi mostrare, come pur si potrebbe, quanto vanamente da siffatta combinazione si aspetterebbe la cessazione di ogni turbamento, la sicurezza del riposo al rimanente dello Stato, il germe di un avvenire di pace e di tranquillità, quando vi sarebbe piuttosto a temere precisamente il contrario; io mi restringerò a farle osservare come a una abdicazione qualunque il S. Padre non può consentire, e non lo potrà giammai per le ragioni toccate nell’ultima Enciclica del 19 dello scorso gennaio. Non può, perché questi Stati non sono proprietà sua personale, ma appartengono alla Chiesa, in cui vantaggio furono costituiti; non può, perché con solenni giuramenti ha promesso innanzi a Dio di trasmetterli a' suoi successori intatti e quali li ha ricevuti; non può perché le ragioni di rinunziare alle Romagne, potendosi applicare od anche creare pel resto de' suoi Stati, il rinunziare a quelle sarebbe implicitamente rinunziare in certo modo al tutto; non può perché Padre comune delle sue ventuna provincie, o deve render comune a tutte il bene che vedesse necessario per le quattro provincie delle Romagne, o non deve permettere per queste il dan. io che non vorrebbe imposto a tutte; non può perché a Lui non deve essere indifferente la ruinadelle anime di un milione de' suoi sudditi, i quali verrebbero abbandonati alla mercé di un partito che, per prima cosa, ne insidierebbe la fede e ne corromperebbe i costumi; non può per lo scandalo che ne seguirebbe in detrimento dei Principi italiani spossessati di fatto, anzi di tutti i Principi cristiani e della intera Società civile, quando si vedesse coronata di così lieto successo la fellonia di una fazione.

«Né so vedere a quale proposito si ricordino e Principi ecclesiastici che dalla forza furono spogliati di tutto, e Sommi Pontefici, ai quali col mezzo stesso venne sottratta una parte dei loro Stati. Prescindendo infatti dal riflettere che coll’enumerare e riunire molti atti ingiusti non può mai farsene sorgere uno giusto, e che ad ogni modo non regge ebbe mai il confronto tra il Capo Supremo della Chiesa ed i Vescovi quivi rammentati, basti avvertire che in qualsivoglia ipotesi per mostrare la convenienza di quella combinazione, ed il torto di rifiutarla, si sarebbero dovuti recare esempi analoghi di Pontefici, i quali, indotti da rispettose persuasioni, e di motuproprio avessero consentito ad abdicare. Ora di questi esempi non so che siasene trovato finora alcuno. Potè Pio VI, dopo aver tentato invano di difendersi dalle armi di un nemico potentissimo, cedere a una violenza insormontabile, e per non vedere invaso il resto de suoi domini dalle armi francesi rassegnarsi col trattato di pace di Tolentino a lasciare una parte de' suoi Stati. Ma se ben si consideri la diversità del caso, si vedrà di leggeri, che la stessa ragione, la quale indusse quel Pontefice all’assenso, costringe il Pontefice regnante ad un’assoluta negativa. Imperocché, dove Pio VI, in circostanze del tutto diverse dalle attuali, si trovava a fronte di un’insuperabile violenza e di una forza materiale, il regnante Pontefice si trova a fronte di un principio, che si vorrebbe far prevalere. Ora la forza materiale non essendo che un fatto, è di natura sua limitata a ciò, a cui nell’atto si stende, né ha valore di oltrepassare un tal confine. I principi invece, attesa la loro indole universale, hanno una inesauribile fecondità, e non ristandosi perciò al punto a cui s’intende restringerli, ampiamente si stendono al tutto con la loro virtù di applicazione. Laonde Pio VI, cedendo alla forza materiale, potè ragionevolmente sperare di salvare il resto de' suoi possessi, mentre il regnante Sommo Pontefice, cedendo a un preteso principio, abdicherebbe virtualmente tutto il suo Stato, ed autorizzerebbe uno spoglio contro ogni principio di giustizia e di ragione. Si rileva quindi da ciò che l’esempio, addotto nella circolare, conduce piuttosto a una contraria illazione.

«Se dunque alla rivolta delle Romagne non si trovò finora rimedio efficace, deve imputarsene la colpa a tutt’altri, fuori che al S. Padre, che fu impedito di avere all'uopo qualsivoglia sussidio, che alla proposta di riforme si porse condiscendente, volendo solo che si aspettasse il tempo opportuno per attuarle, e che alla proposta di abdicazione parziale non potè altrimenti rispondere che con un rifiuto, senza che valesse a ritrarnelo l’esempio di un Pontefice, il quale cedette alla violenza e alle dure conseguenze della guerra.

«I motivi addotti di sopra per giustificare l’impossibilità, in cui trovasi il S. Padre di abdicare anche una parte de' propri Stati, chiariscono abbastanza quanto sia mal fondata la meraviglia e la querela, che dalla Enciclica sia stata presentata al mondo cattolico come materia religiosa una questione, che per sé stessa non esce dal giro della pura politica, e che dovrebbe perciò discutersi e comporsi tra il Governo Pontificio ed il Francese, senza che altri ne sapesse o vi vedesse nulla. Quando il S. Padre a ciò acconsentisse, pare al s¡gnor Thouvenel che si potrebbero ripigliare le trattative, e, ben ché alquanto tardi, egli vede nondimeno possibile qualche aggiustamento.

«Se non che la costituzione medesima di questi Stati, derivante da un sentimento e da uno scopo religioso; il chiamarsi ed essere Stati della Chiesa; il servir essi di guarentigia e di mezzo, onde il Vicario di Gesù Cristo abbia indipendenza necessaria per esercitare l’Apostolico Suo Ministero; il formar essi il patrimonio del Capo della Cattolicità, che diviene Principe perché eletto Pontefice, a differenza di altri Potentati che si costituiscono Capi delle loro Chiese solamente perché Principi; tutte queste condizioni non avrebbero forse dovuto convincere chicchessia, che la presente questione non può non includere il concetto di questione religiosa, in quanto tocca da vicino i più vitali interessi della Chiesa Cattolica, e di tutti e singoli (1)suoi membri? Se poi gl’interessi dei Cattolici vi sono altamente compromessi, sembra che abbiano essi diritto, ed in parte ancora dovere, di entrarvi alquanto più che in una questione meramente politica. E se dal fatto della scissione delle Romagne e delle scissioni susseguenti, che in quella potrebbero trovar radice, restassero lesi i diritti di tutti i Cattolici, in quanto questi, nel presente ordine stabilito dalla Provvidenza, hanno diritto che il loro Maestro Supremo, senza essere suddito di alcun umano potere, goda assoluta indipendenza nell’esercizio del Suo Ministero Apostolico, ben si vede quanta convenienza vi era, anzi quanta necessità, che gli aventi diritto fossero avvertiti della minacciata lesione, e dei danni che ne sarebbero derivati. Né ciò potea farsi altrimenti che sotto l’aspetto di Religione, nella quale si fonda quel diritto, riguardante precisamente la dignità e l’indipendenza delle coscienze cattoliche.

«La ragione poi che aveva il S. Padre di rivolgersi al Mondo Cattolico si faceva tanto maggiore, in quanto che la pubblicità data alla lettera di cotesto Sovrano poteva ingenerare negli animi dei meno accorti qualche dubbio analogo alle insinuazioni, che seco trae il dispaccio, del quale è parola, od anche far credere che il rifiuto alle proposte imperiali fosse la sola cagione della permanenza del disordine e dei maggiori mali, che fossero per conseguirne. Dovea Egli dunque con quella calma e dignità, che gli è propria, manifestare al Mondo Cattolico il vero stato delle cose. L’Enciclica poi non fa che assegnare le ragioni, per cui il S. Padre aveva dovuto rifiutare alcune proposte. Essa, non confondendo punto la questione politica colla religiosa, ma distinguendo bene l’una dall'altra, prende questa a particolare suo tema, ed attesta in un tempo la celeste missione, che ha l’Augusto Pontefice, di ricordare le norme eterne dellaverità e della giustizia, sia ai Sovrani, sia ai popoli: non chiedendo Egli del resto ai fedeli altro sussidio, che quello delle loro preghiere. Che se torna incomodo e spiacevole ai nemici della S. Sede il sentimenti che da un capo all’altro del mondo si è destato in favore della medesima, ed al quale stanno prendendo parte i più ragguardevoli Cattolici anche laici del nostro tempo, e perfino alcuni eterodossi, il S. Padre ha ragione di benedirne la Provvidenza, la quale in questa pacifica e devota manifestazione ha forse apparecchiato il migliore presidio, che nelle presenti difficili congiunture abbia la giusta causa della Chiesa.

«Non voglio chiudere questo dispaccio, senza prima farle una ultima considerazione intorno alla impossibilità, che si dice esistere, per far tornare le Romagne sotto l’Autorità legittima senza intervento straniero, o per mantenervele senza nuove occupazioni: cose che si asseriscono impossibili, insormontabili. Ma se è vero, come non può dubitarsene, che la rivolta delle quattro Legazioni fu compiuta e si mantiene per opera di un partito fatto prepotente dai sussidi grandi che ha di fuori, e dai maggiori che ne spera, io non veggo quale inconveniente vi sarebbe che una ribellione, consumata con illegittimi aiuti stranieri, fosse repressa e spenta da legittimi stranieri sussidi; se pure straniero può dirsi l’aiuto prestato da Nazioni Cattoliche al comune loro Padre, e per cosa, che interessa tutto il mondo cristiano. Del resto quando dalle Romagne fosse bandito tutto quello che vi ha di forestiero, sia di uomini, sia di oro, sia d’influenza e conforti, vi sarebbe motivo di confidarsi che il Governo del S. Padre giungerebbe coi mezzi propri a contenere nell’ordine i pochi elementi rivoltosi, che pur vi sono, malgrado degl'incrementi avuti dai disordini, così gravi e così prolungati, in che si trovano.

«Il fin qui esposto mi sembra più che bastante per chiarire i dubbi che potevano sorgere dal dispaccio e dalla circolare, di cui si tratta. Aggiungerò unicamente, rapporto a ciò che concerne l’ultima parte del dispaccio stesso, che ove, ad onta della data assicurazione di mettere in atto le stabilite riforme appena torneranno all’ordine le Romagne, e salvi sempre i principi di religione, di giustizia e di ordine, venissero presentate alla S. Sede altre ammissibili proposte, dirette a far cessare Fattuale deplorabile stato di cose in quelle provincie, non v’ha dubbio veruno, che il S. Padre, il quale più d’ogni altro brama ardentemente di veder cessata in una parte de' Suoi domini la rivolta, donde tanti mali son derivati e derivalo alla Chiesa ed alla S. Sede, si presterebbe di buon grado ad occuparsene, ed anche ad accoglierle. Ma quali potranno essere siffatte proposte? Del rimanente quanto il S. Padre è disposto ad ammettere nuove trattative sulle basi ora accennate, altrettanto è ferino (come ha Egli già pubblica' nenie manifestato, ed intende ora di ripeterlo), in sostenere coll’aiuto di Dio, del quale è in terra Vicario, i diritti del Patrimonio della Chiesa Cattolica; qualunque siano per essere le aggressioni dei suoi avversari, e qualunque le opposizioni che sventuratamente volessero mai farsi contro di Lui nelle attuali luttuose vicende.

«L’autorizzo a dar lettura del presente dispaccio a cotesto signor Ministro degli Affari Esteri, e di lasciargliene anche copia, qualora egli lo desideri.

«Con sensi poi della più distinta stima m i confermo.

«Di V. S. Ill.ma e R.ma

«Roma, 29 febbraro 1860.

«G. Card. ANTONELLI.»


Mentre col recitato dispaccio veniva posto il suggello a una delle più belle pagine della storia diplomatica della S. Sede, e venivano per esso ridotte a nulla tutte le arti e i sofismi della diplomazia democratico-imperiale, in regioni più alte e meno accessibili al volgo della rivoluzione aveva luogo uno scambio, non di dispacci, ma di lettere intime della più alta importanza. Pio IX, il gran Pontefice, il magnanimo clementissimo Monarca, punto nulla abbattuto dall’aperta violenza o scoraggito dalla raffinata perfidia del governo subalpino e dei suoi prepotenti sostenitori, misurando generosamente dal suo l’animo del Re Galantuomo in questo medesimo tempo a lui si rivolgeva direttamente con una calorosa lettera, rappresentandogli tutta la ingiustizia e la enormezza degli attentati compiti sotto il suo augusto nome a' danni dei Principi italiani e dell’istessa S. Sede, con paterne parole richiamandolo a sentimenti migliori, conformi al buon diritto e all’eterna giustizia, pregandolo anzi di assumere egli stesso le difese degl’interessi della Santa Sede innanzi all’intimato Congresso. Ci manca questa preziosa lettera del Pontefice (forse studiadiatamente occultata dalla rivoluzione abbiamo invece la risposta del Galantuomo con la quale si argomenta di scolparsi e distruggere le parole del Papa. A quella del Re altra risposta seguiva del Pontefice e quinci e quindi altre; ed aveva così luogo una gravissima corrispondenza tra il Papa e il Re altrettanto seria quanto inutile, per allora, ma che resterà monumento imperituro nella storia, e Dio voglia non sia per riuscire un giorno terribile atto di accusa dinanzi all’eterna Giustizia contro un Monarca cristiano che tanta responsabilità non dubitò di assumere avanti gli uomini e avanti a Dio. — Ed ecco la corrispondenza:


Torna su



CORRISPONDENZA TRA ILS. PADRE E IL RE DI SARDEGNA

Lettera del Re Galantuomo al S. Padre

«Beatissimo Padre,

«Con venerato autografo del 3 dicembre ora scorso, Vostra Santità m’impegna a sostenere innanzi al Congresso i diritti della Santa Sede. Devo anzitutto ringraziare la Santità Vostra dei sentimenti, che la consigliarono a dirigersi a me in questa circostanza. Non avrei tardato finora a farlo, se il Congresso, come era stabilito, si fosse radunato. Aspettava che la riunione dei plenipotenziari fosse definitivamente decisa per risponderle in modo più adeguato intorno al grave argomento, di cui tratta la lettera che mi fece l’onore di dirigermi. Vostra Santità, nell’invocare la mia cooperazione per la ricuperazione delle Legazioni, pare voglia darmi carico di quanto è succeduto in quella parte d’Italia. Prima di confermare così severa censura, supplico rispettosamente la Santità Vostra a voler prendere ad esame i seguenti fatti e considerazioni.

«Figlio devoto della Chiesa, discendente di stirpe religiosissima, come ben nota Vostra Santità, ho sempre nudrito sensi di sincero attaccamento, di venerazione e di rispetto verso la Santa Chiesa e l’augusto Suo Capo. Non fù mai e non è mia intenzione di mancare ai miei doveri di principe cattolico, e di menomare (per quanto è in me) quei diritti e quell’autorità che la Santa Sede esercita sulla terra per divino mandato del Cielo. Ma io pure ho sacri doveri da compiere innanzi a Dio e innanzi agli uomini, verso la mia patria e verso i popoli, che la divina Provvidenza volle affidati al mio governo. Ho sempre cercato di conciliare questi doveri di principe cattolico e di sovrano indipendente di libera e civile nazione, sia nell’interno reggimento dei miei Stati, sia nel governo della politica estera. L’Italia da più anni è travagliata da avvenimenti che tutti concorrono al medesimo scopo: il ricupero della sua indipendenza. A questi ebbe già una gran parte il magnanimo mio genitore, il quale, seguendo l’impulso venuto dal Vaticano, pigliato per divisa il detto memorabile di Giulio II, tentò di redimere la nostra patria dalla dominazione straniera. Egli mi legò morendo la santa impresa. Accettandola, credo di non allontanarmi dalla divina volontà, la quale certamente non può approvare che i popoli sieno divisi in oppressori ed oppressi. Principe italiano, volli liberare l’Italia, e però reputai debito mio accettare per la guerra nazionale il concorso di tutti i po~ poli della Penisola. Le Legazioni, per lunghi anni oppresse da soldati stranieri, si sollevarono appena questi si ritirarono. Esse mi offersero ad un tempo il loro concorso alla guerra e la dittatura. Io, che nulla aveva fatto (!?) per promuovere l'insurrezione, rifiutai la dittatura per rispetto alla S. Sede; ma accettai il loro concorso alla guerra d’indipendenza, perché questo era sacro dovere d’ogni Italiano.

«Cessata la guerra, cessò ogni ingerenza (?!) del mio governo nella Legazioni. E quando la presenza di un audace generale poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie occupate dalle truppe di Vostra Santità, adoperai la mia influenza per allontanarlo eia quelle contrade. Quei popoli rimasti pienamente liberi, non sottoposti a veruna influenza estera, anzi in contraddizione coi consigli del più potente e generoso amico che l’Italia abbia avuto mai, richiesero con mirabile spontaneità ed unanimità la loro annessione al mio regno. Questi voti non furono esauditi. Eppure questi popoli, che prima davano si manifesti segni di malcontento e cagionavano di continuo apprensione alla Corte di Roma, da molti mesi si governano nel modo più lodevole. Si è provveduto alla cosa pubblica, alla sicurezza delle persone, al mantenimento della tranquillità, alla tutela della stessa Religione (?!). È cosa nota, e ch'io ebbi cura di verificare, essere ora nelle Legazioni i ministri del culto rispettati e protetti, i templi di Dio più frequentati che non lo fossero prima. Comunque sia però, è convinzione generale che il Governo di Vostra Santità non potrebbe ricuperare quelle provincie, se non colla forza delle armi e delle armi altrui. Ciò la Santità Vostra non lo può volere. Il suo cuore generoso, l’evangelica sua carità rifuggiranno dallo spargere il sangue cristiano pel ricupero d’una provincia, che, qualunque fosse il risultato della guerra, rimarrebbe pur sempre perduta moralmente pel Governo della Chiesa. L’interesse della Religione non lo richiede. (Né sa più del Papa!).

«I tempi che corrono sono fortunosi. Non tocca a me, figlio devoto di Vostra Santità, a indicarle la via più sicura per ridare la quiete alla nostra patria, e ristabilire su salde basi il prestigio e l’autorità della Santa Sede in Italia. Tuttavia mi credo in debito di manifestare e sottoporre a Vostra Santità un’idea, di cui sono pienamente convinto, ed è che, ove Vostra Santità, prese in considerazione le necessità dei tempi, la crescente forza del principio della nazionalità, l’irresistibile impulso che spinge i popoli d’Italia ad unirsi ed ordinarsi in conformità delle norme adottate da tutti i popoli civili, credesse richiedere il mio franco e leale concorso, vi sarebbe modo di stabilire non solo nelle Romagne, ma altresì nelle Marche e nell’Umbria, tale uno stato di cose, che, serbato alla Chiesa l’alto suo dominio ed assicurando al supremo Pontefice un posto glorioso a capo dell’italiana Nazione, farebbe partecipare i popoli di quelle provincie dei benefizi, che un regno forte ed altamente nazionale assicura alla massima parte dell’Italia centrale. Spero che la Santità Vostra vorrà prendere in benigna considerazione questi riflessi, dettati da animo pienamente a lei devoto e sincero, e che con la solita sua bontà vorrà accordarmi la santa sua Benedizione.

«Torino, 6 febbraio 1860.

«VITTORIO EMMANUELE».

Risposta del Santo Padre

«Maestà

«L’idea che Vostra Maestà ha pensato di manifestarmi, è un idea non savia, e certamente non degna di un Re cattolico e di un Re della Casa di Savoia. La mia risposta è già consegnata alle stampe nell'Enciclica all'Episcopato Cattolico, che facilmente ella potrà leggere. Del resto, io sono afflittissimo, non per me, ma per l'infelice stato dell’anima di V. M., trovandosi illaqueata dalle censure, e da quelle che maggiormente la colpiranno, dopo che sarà consumato l’atto sacrilego ch'ella co’ suoi hanno intenzione di mettere in pratica.

«Prego di tutto cuore il Signore, affinché la illumini e le dia grazia di conoscere e piangere e gli scandali dati e i mali gravissimi da lei procurati, colla sua cooperazione, a questa povera Italia.

«Dal Vaticano, il 14 febbraio 1860.

«PIO PP. IX.»

Altra lettera del Galantuomo

«Beatissimo Padre

«Gli avvenimenti che si sono compiuti nelle Romagne mi impongono il dovere di esporre a V. S, con rispettosa franchezza le ragioni della mia condotta. Dieci anni continui di occupazione straniera nelle Romagne, mentre avevano portato grave offesa e danno alla indipendenza d’Italia, non avevano potuto dare né ordine alla società, né riposo ai popoli, né autorità al Governo. Cessata la occupazione straniera, cadde il Governo, senza che nessuno si adoperasse per sorreggerlo, o ristabilirlo. Rimasti in balia di sé medesimi, i popoli delle Romagne, ritenuti per ingovernabili, dimostrarono con una condotta, che riscosse gli applausi dell'Europa, come si potessero introdurre fra essi gli ordini e le discipline civili e militari, colle quali si reggono i popoli più civili. Ma le incertezze d’uno stato precario già troppo prolungato, erano un pericolo per l’Italia e per l’Europa.

«Dileguata la speranza di un Congresso europeo, innanzi al quale si portassero le quistioni dell'Italia centrale; non era riconosciuta possibile altra soluzione fuorché quella di interrogare nuovamente le popolazioni sopra i loro futuri destini. Riconfermata con tanta solennità di universale voto la deliberazione per l’annessione alla monarchia costituzionale del Piemonte, io doveva per la pace ed il bene d’Italia accettarla definitivamente. Ma, per lo stesso fine della pace, sono pur sempre disposto a rendere omaggio all’alta Sovranità della Sede Apostolica.

«Principe cattolico, io sento di non recare offesa ai principi immutabili di quella Religione, che mi glorio di professare con filiale ed inalterabile ossequio. Ma la mutazione che si è oggi compiuta risguarda gli interessi politici della Nazione, la sicurezza degli Stati, l’ordine morale e civile della società, risguarda la indipendenza dell’Italia, per la quale mio padre perdè la corona, e per la quale io sarei pronto a perdere la vita. Le difficoltà che oggi si incontrano, versano intorno ad un modo di dominio territoriale, che la forza degli eventi ha reso necessario. A questa necessità tutti i Principati dovettero acconsentire, e la Santa Sede stessa l’ebbe riconosciuta negli antichi e nei moderni tempi. In siffatte modificazioni della Sovranità, la giustizia e la civile ragione di Stato prescrivono che si adoperi ogni cura per conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini, ed è perciò che, confidando nella carità e nel senno di Vostra Beatitudine, io la prego ad agevolare questo compito al mio Governo, il quale dal canto suo non ometterà hè studio, né diligenza alcuna per raggiungere il desiderato intento. Ove per tanto la S. V. accogliesse con benignità la predente apertura di negoziati, il mio Governo, pronto a rendere omaggio all’alta Sovranità della Sede Apostolica, sarebbe pure disposto a sopperire in equa misura alla diminuzione delle rendite, ed a concorrere alla sicurezza ed all’indipendenza del Seggio Apostolico.

«Tali sono le mie sincero intenzioni, e tali, credo, i Voti dell’Europà (settaria). Ed ora che Con leali parole ho aperto l’animo mio a V. S. aspetterò le sue deliberazioni, colla speranza che, mediante il buon volere dei due Governi, sia effettuabile un accordo che riposando sul consentimento dei Principi e sulla soddisfazione dei popoli, dia stabile fondamento alle relazioni dei due Stati. Dalla mansuetudine del Padre dei Fedeli io mi riprometto un benevolo accoglimento, il quale dia fondata speranza di spegnere la civile discordia, di pacificare gli animi esasperati, risparmiando a tutti la grave responsabilità dei mali che potrebbero derivare da contrari consigli. In questa fiduciosa aspettativa io chieggo con riverenza alla Santità Vostra l’Apostolica Benedizione.

«Torino, 20 marzo 1860.

«VITTORIO EMMANUELE».


Quando il Galantuomo scriveva cosi al Pontefice, la prima parte della stabilita spogliazione della S. Sede era consumata. Gli agenti piemontesi avevano eseguita la impudente commedia del così detto plebiscito. L’usurpazione, secondo la teoria massonica, era un fatto compiuto; l’astuzia e la violenza avevano trionfato, e Pio IX rispondeva all’infelice monarca:

Ultima risposta di Sua Santità

«Maestà

«Gli avvenimenti che si sono eccitati in alcune provincie dello Stato della Chiesa impongono il dovere a Vostra Maestà, com'ella mi scrive, di darmi conto della sua condotta in ordine a quelli. Potrei trattenermi a combattere certe asserzioni che nella sua lettera si contengono, e dirle, per esempio, che la occupazione straniera nelle Legazioni era da molto tempo circoscritta alla città di Bologna, la quale non fece mai parte della Romagna. Potrei dirle che il supposto suffragio universale fu imposto, non spontaneo; e qui mi astengo dal richiedere il parere di Vostra Maestà sopra il suffragio universale, come ancora dal manifestarle la mia sentenza. Potrei dirle, che le truppe pontificie furono impedite dal ristabilire il Governo legittimo nelle provincie insorte per motivi noti anche a Vostra Maestà. Queste ed altre cose potrei dirle in proposito; ma ciò che maggiormente m'impone l’obbligo di non aderire ai pensieri di Vostra Maestà si è il vedere la immoralità sempre crescente in quelle provincie e gli insulti che si fanno alla Religione e ai suoi Ministri; per cui, quando anche non fossi tenuto da giuramenti sotenni di mantenere intatto il patrimonio della Chiesa, e che mi vietano di aprire qualunque trattativa per diminuirne la estensione, mi troverei obbligato a rifiutare ogni progetto, per non macchiare la mia coscienza con una adesione, che condurrebbe a sanzionare e par tecipare indirettamente a quei disordini, e concorrerebbe nientemeno che a giustificare uno spoglio ingiusto e violento. Del resto io non solo non posso fare benevolo accoglimento ai progetti di Vostra Maestà, ma protesto invece contro la usurpazione che si consuma a danno dello Stato della Chiesa, e lascio sulla coscienza di V. M. e di qualunque altro cooperatore a tanto spoglio, le fatali conseguenze che ne derivano. Io sono persuaso che la Maestà Vostra, rileggendo con animo più tranquillo, meno prevenuto e meglio istruito dei fatti, la lettera che mi ha diretta, vi troverà molti motivi di pentimento.

«Prego il Signore a darle quelle grazie, delle quali nelle presenti difficili sue circostanze ella ha maggiormente bisogno.

«Dal Vaticano, 2 aprile 1860.

«PIUS PP. IX».

Torna su



CAPO II


Torna su



LA CESSIONE DI SAVOIA E DI NIZZA. «CONDIZIONE SINE QUA NON» DELL'INVASIONE D'ITALIA

La Nota dell’Eminentissimo Segretario di Stato e le Lettere di Sua Santità furono nobile protesta ed una dovuta riparazione all'onestà pubblica impunemente vilipesa e calpestata; ma a nulla valsero ad arrestare il torrente rivoluzionario che, rotto ogni argine per la connivenza o infingardaggine dei Potentati europei, niuna cosa più al mondo valeva a trattenerlo. Quindi è che come suggello del già fatto e come preludio di quello che era per fare la trionfante imbaldanzita rivoluzione, il 18 marzo il Sire piemontese riceveva solennemente dalle mani del famoso dottore Farini il così detto voto dei popoli dell’Emilia; e il 22 dell’istesso mese dal più famoso ancora barone Bettino Ricasoli quello dei Toscani, e cogli analoghi Decreti veniva compita l’oscena rapina dichiarando il Re galantuomo, in quello risguardante l’Emilia, che, togliendo le Romagne al Papa, «non in tendeva di venir meno a quella devozione verso il Capo venerabile della Chiesa che fu e sarà sempre viva nell’animo suo.,.»

Contemporaneamente, cioè il 21 di marzo le milizie francesi abbandonavano la Lombardia, parte avviandosi verso Susa, parte verso Nizza, e si chiudeva questo primo periodo della invasione subalpina col famoso Trattato del 24 marzo 1860, con cui il disinteressato alleato francese, in compenso delle consentite annessioni, otteneva dal Re sabaudo le importanti provincie di Savoia e di Nizza. — Ecco pertanto il Trattato:

Trattato di cessione di Nizza e Savoia

«In nome della Santissima e Indivisibile Trinità, ecc.

«Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi, avendo esposto le considerazioni che in seguito dei cambiamenti soppravvenuti nei rapporti territoriali tra la Sardegna e la Francia gli facevamo desiderare la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia, e Sua Maestà il Re di Sardegna essendosi mostrato disposto ad acconsentirvi, le Loro dette Maestà, hanno deciso di conchiudere un trattato a questo effetto, ed hanno nominato in qualità di Loro plenipotenziari:

«Sua Maestà il Re di Sardegna, Sua Eccellenza il sig. conte Camillo Benzo di Cavour, cavaliere del suo ordine supremo della Santissima Annunziata ecc. ecc. Presidente del Consiglio e suo Ministro degli affari esteri, notaro della Corona ecc. ecc., e Sua Eccellenza il sig. cavaliere Carlo Luigi Farini cavaliere dell’ordine supremo della Santissima Annunziata, ecc. ecc. suo Ministro segretario di Stato per gli affari interni.

«E Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi il sig. barone Talleyrand Périgordcommendatore del suo ordine imperiale della Legiond’Onore, cavaliere ecc., suo inviato straordinario e Ministro plenipotenziario presso Sua Maestà il Re di Sardegna, e il sig. Vincenzo Benedetti, commendatore dell’ordine imperiale della Legion d’Onore, grande officiale dell'ordine reale dei SS. Maurizio e Lazzaro ecc., consigliere al suo Consiglio di Stato, suo Ministro plenipotenziario, e direttore degli affari politici nel dipartimento degli affari esteri.

«I quali dopo di essersi scambiati i loro pieni poteri, trovati in buona e dovuta forma, hanno convenuto nei seguenti articoli:

«Art. 1°. Sua Maestà il Re di Sardegna acconsente alla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia, e rinunzia per sè, e tutti i suoi discendenti e successori in favore di Sua Maestà l’Imperatore dei Francesi ai suoi diritti e titoli suiti detti territori. E convenuto tra le Loro Maestà che questa riunione sarà effettuata senza pressione alcuna della volontà delle popolazioni, e che il governo del Re di Sardegna e dell'Imperatore dei Francesi si concerteranno, il più presto possibile, circa i migliori mezzi di apprezzare e costatare le manifestazioni di questa volontà.

«Art:2°. È egualmente inteso che Sua Maestà il Re di Sardegna non può trasferire le parti neutralizzate della Savoia che nelle condizioni colle quali egli stesso le possiede, e che spetterà a sua Maestà l’Imperatore dei Francesi d’intendersi su questo soggetto tanto con le Potenze rappresentate al Congresso di Vienna, quanto con la Confederazione Elvetica, e di dar loro le garanzie che risultano dalle stipulazioni ricordate nel presente articolo.

«Art:3°. Una commissione mista determinerà con spirito di equità le frontiere dei due Stati tenendo conto della configurazione delle montagne e della necessità della difesa.

«Art. 4°. Una o più commissioni miste saranno incaricate di esaminare e di risolvere in un breve termine le diverse questioni incidenti, alle quali darà luogo la riunione, come la determinazione della parte contributiva della Savoia e del circondario di Nizza nel debito pubblico della Sardegna, e l’esecuzione delle obbligazioni risultanti dai contratti passati col Governo sardo, il quale nulladimeno si riserva di determinare egli stesso i lavori intrapresi per la perforazione del tunnel delle Alpi (Monte Cenisio).

«Art:5°. Il Governo francese terrà conto ai funzionari dell’ordine civile e ai militaci appertenenti per nascita alla provincia di Savoia e circondario di Nizza, e che diverranno sudditi francesi, dei diritti che essi si sono acquistati per i servizi resi al Governo sardo; essi godranno in ispecie del beneficio risultante dell’inamovibilità per la magistratura e delle garanzie assicurate all’armata.

«Art:6”. I sudditi sardi originari della Savoia e del circondario di Nizza, o domiciliati attualmente in queste Provincie, che vorranno conservare la nazionalità sarda, godranno, durante lo spazio di un anno, a partire dallo scambio delle ratificazioni, e mediante una dichiarazione preventiva fatta all’autorità competente, della facoltà di trasportare il loro domicilio in Italia e di fissarvisi, nel qual caso la qualità di cittadino sardo sarà loro mantenuta.

«Essi saranno liberi di conservare i loro immobili situati su i territori riuniti alla Francia.

«Art7°. Per la Sardegna il presente trattato sarà esecutorio subito che la necessaria sanzione legislativa sarà stata data dal "Parlamento.

«Art. 8°.Il presente trattato sarà ratificato, e le ratificazioni ne saranno scambiate a Torino nello spazio di dieci giorni, o più presto se si può.

In fede di che i Plenipotenziari rispettivi l’hanno firmato e vi hanno apposto il sigillo delle loro armi.

Fatto in doppia copia a Torino il ventiquattresimo giorno del mese di marzo dell’anno di grazia milleottocentosessanta.

Firmato: C. CAVOUR Firmato: TALLEYRAND
Firmato: FARINI Firmato: BENEDETTI

Per copia conforme all'originale

Il Segretario Generale

del Ministero degli affari esteri

Carutti.

Mentre si sotto scriveva il riferito trattato, una Nota del ministro Thouvenel rassicurava l’Allemagna riguardo all’unione della Savoia, in quello che il Constitutionel, nel suo numero del 26, si rallegrava col Re d(l )Sardegna, che con un suo proclama era per sciogliere i popoli ceduti dal giuramento di fedeltà, aggiungendo che le Potenze, eccettol’Inghilterra, avevano accettato l’annessione della Savoia con una modificazione di redazione, che l’Inghilterra accetterebbe essa pure, che però la Svizzera durava nella sua protesta, avendo il suo rappresentante signor Kem rimesso alla Francia una Nota, che appella alle Potenze mallevadrici del Trattato del 1815.

E qui fa d’uopo aggiungere alcune brevi considerazioni.

Sia per prima un confronto tra le parole che il conte Camillo Benzo di Cavour, Plenipotenziario di Sua Maestà Sarda, disse in piena Camera dei Deputati a Torino il 12 aprile 1860, e quelle pronunziatel’istessogiorno, e forse all’istessa ora, in presenza del Corpo Legislativo a Parigi, dal sig. Baroche, Presidente del consiglio di stato e rappresentante dell’Imperatore dei Francesi. Il Conte di Cavour dichiarava essere stato necessario cedere a Napoleone III Savoia e Nizza per avere Bologna e conservare il male acquisto delle Romagne; e il sig. Baroche affermava invece che Napoleone III non entrò per nulla nell’annessione delle Romagne, anzi che esso Napoleone III si adoperò in ogni guisa per farle restituire e conservare al Papa (!?). Ma ecco le parole de' due famosi uomini di Stato:

«Per ora, disse Cavour, sul terreno della politica mi ristringo a questa sola dichiarazione: ed è, che la cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica che in cosi breve tempo ci ha condotti a Milano a Firenze, a Bologna Era impossibile respingere il trattato e proseguire nella stessa politica; non solo si sarebbero esposte a evidente pericolo le passate conquiste, ma si sarebbero esposte a cimento le sorti stesse della patria (190)»!

E Baroche invece diceva: «La Francia non entra per nulla nella separazione delle Romagne Non è colpa dell’Imperatore se il Papa non ha conservato su queste contrade il suo potere… Si può dire che la Francia abbia lasciato sfuggire le Legazioni alla S. Sede (191)»?

Ma le considerazioni più gravi sorgono dalla votazione cui col solito metodo venne sottoposta Nizza, la quale votazione, già s’intende, riuscì favorevole alla Francia. Su 7,000 elettori, 11 soli votarono per Casa Savoia!... (presso a poco l’istessa proporzione del plebiscito di Roma: su 40,000 si, 46 no, con 60,000 NUOVI VENUTI), e il Moniteur cantava entusiasmo! Ma quel voto non piacque a tutti nella Camera Subalpina; cosicché Laurenti-Robaudi, Deputato nizzardo, parlando della medesima votazione, così ai esprimeva in piena Camera: «Che garanzia avranno le urne quando saranno portate nel palazzo di Città e colà deposte per rimanervi sino alla dimane e sotto latutela di partitanti separatisti? Che guarentigia ci darete, che queste urne non sieno nella notte cangiate con altre ripiene di voti posti da mano nemica? E voi giudicherete da questi voti della nazionalità di un paese? della volontà di divenire francesi, anziché rimanere quello che siamo (192)»?

E il medesimo Laurenti-Robaudi aggiungeva: «E’ egli possibile un voto (improvvisato) fra due o tre giorni? No, non è possibile; è una derisione, è uno scherno che il Governo fa a Nizza dopo un insulto che dura da più mesi. Non si può domandare a un paese di votare, non si possono combinare le liste elettorali in due o tre giorni; è impossibile che un tale atto possa essere accettatodall’Europa quale voto libero di un popolo libero (193).

Considerazioni giustissime che ogni uomo onesto sente ed approva; ma perché non applicarle a tutti gli altri paesi d’Italia, annessi in modo anche più illegale e violento al Piemonte?

Del resto il Deputato Mancini avvertiva in pieno Parlamento che «la Camera non dovrà passivamente subire il suo materiale e numeroso risultamento che potrà venire annunziato, come sembra credere il Ministro per la pubblica istruzione; ma a lei apparterrà innanzi tutto, scrutare la sincerità di quel voto, ed accertarsi se venne accompagnato da quelle condizioni di sicurezza e d’indipendenza che sono necessarie onde produca legittimità di effetto l’anticipata votazione delle popolazioni».

Noi siamo ben lungi d’ammettere lo strano diritto di votazione in popolazioni sottomesse ai loro legittimi Principi; ma perché tanti scrupoli per la votazione di Savoia e di Nizza, e tanta disinvoltura nell'ammettere come assioma il voto dei Ducati e delle provincie pontificie cosi tumultuariamente promosso o ottenuto?!

Ma non era questione di sincerità o di lealtà, si trattava di ottenere le alte ragioni della setta, si voleva quello che ormai si poteva, e, postergata la giustizia eterna di Dio, si fece quel che si volle; e il Deputato marchese Rorà, relatore del Trattato del 24 marzo, già Commissario piemontese a Ravenna, turcimanno di quella politica che riuscì a sottrarre le Romagne dal dominio del Papa, dichiarava apertamente le ragioni di quella cessione, dicendo, che, consacrava il passato, rassicurava il presente e preparava l’avvenire; e conchiudeva affermando che, cedendo la Savoia, si distruggevano i Trattati del 1815. Quindi è che La Patrie di Parigi, organo bonapartesco, diceva, che «la discussione del Trattato del 24 marzo al Parlamento piemontese non sarebbe che una semplice formalità; che esso Parlamento non potrebbe rigettare il Trattato; ma verrebbe invitato semplicemente a registrarlo». Ed ecco cosa valgono e cosa sono i Parlamenti e gli ordini rappresentativi, voluti come condizione essenziale di ogni governo alla moderna!...

Intanto il marchese Orso Serra, Governatore di Chambery protestava solennemente che: «il Governo non cederebbe a qualsiasi costo la Savoia», e il marchese Montezemolo, Governatore di Nizza, proibiva all’Avenir la discussione della separazione della Contea dal Piemonte, la quale era impossibile!

Nel medesimo istante il Conte di Cavour sull’istesso soggetto dichiarava ai Deputati: «Potete fare assegnamento sulla nostra parola $he vi daremo ampio campo di discutere il nostro sistema». La conclusione di queste ed altre simili contradizioni, sciorinate nei Parlamenti di Piemonte e di Francia, si fu il fatto compito della cessione della Savoia, culla della Monarchia piemontese, e di Nizza, patria del famoso Eroe dei due mondi alla Monarchia francese. La cessione di queste due provincie importanti, che fu, giova ripeterlo, consacrazione del passato, rassicurazione del presente e preparazione dell'avvenire, consacrò, assicurò e preparò la catastrofe di Napoli e di Roma, conseguenza immediata della quale fu la guerra franco-prussiana; quaranta giorni di continue sconfitto por Tarmata napoleonica; 80,000 uomini costretti a deporre le armi in Svizzera; Metz, Sedan, la prigionia di 250,000 Francesi con alla testa lo stesso Bonaparte; il doppio assedio di Parigi, la Comune, sei miliardi di riscatto, la perdita della Lorena e dell’Alsazia, la morte miseranda di esso Bonaparte, la prospettiva sempre minacciosa di una nuova guerra più desolatrice.

Abbiamo notato come fra i segnatari del Trattato del 24 marzo 1860, che dava Nizza e Savoia alla Francia in compenso degli Stati italiani usurpati dal Piemonte, vi fosse per la Francia il Benedetti, e questi è quel desso (lo noti bene il lettore), che dieci anni dopo (1860-1870) Ambasciatore del Bonaparte a Berlino, fu causa della guerra franco-prussiana, che produsse la caduta del suo padrone e la perdita delle due nobilissime provincie dell"Alsazia e della Lorena, con cui la vendetta dì Dio saldava lo scellerato mercato fatto della povera Italia a' danni della Chiesa!

Gravissima considerazione con la quale chiuderemmo questo grave capitolo, se nello svolgere la sapientissima Effemeride di Torino L'Armonia (ora divenuta Unità Cattolica), nella quale riconosciamo ora più che mai una missione del tutto provvidenziale di riparazione nella culla stessa del presente rivolgimento massonico italiano, non trovassimo di che fare un riassunto preziosissimo dei narrati fatti.

—Importantissime per la storia, scriveva adunque l’armonia(29 aprile 1860), sono le parole dette dal Conte di Cavour il 12 di aprile nella Camera dei Deputati: «La cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica, che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna». Le quali parole provano che se noi andammo a Bologna, ci andammo coll’aiuto, o almeno col consenso della Francia, e che quest’aiuto o consenso, ci sarebbe mancato se il Conte di Cavour non se lo avesse comperato colla cessione della Savoia e di Nizza.

Ciò premesso sarà utile ricordare la via politica che in così breve tempo condusse i nostri Ministri sardi a Bologna. Questa via viene additata il 22 dicembre 1859 dall’opuscolo: Il Papa e il Congresso. La data del 22 dicembre si collega coll’altra del 24 di marzo 1860, giorno in cui si sottoscrisse il trattato che cede Nizza e Savoia alla Francia. Sono i due capi della via politica che condusse a Bologna il Conte di Cavour. Lungo questa via, che non è la via sacra, della quale parlava Napoleone III sul cominciare della guerra d’Italia, sono molte date memorande, e noi le percorreremo senza commenti, perché si commentano a vicenda.

«Il mattino del 22 dicembre 1859. L’opuscolo: Il Papa ed il Congresso si pubblica a Parigi, e nello stesso giorno compare volto in Inglese nel Times, in Tedesco nella Gazzetta di Colonia, in Italiano nella Perseveranza di Milano. Le Conclusioni finali di questo opuscolo sono, che si deve diminuire il territorio e il numero dei sudditi del Papa. Primo passo per andare a Bologna.

«La sera del 22 dicembre 1859, La sera del giorno, in cui fu pubblicato l’opuscolo: Il Papa ed il Congresso,l’Imperatore e l’Imperatrice dei Francesi vanno al teatro, dove si rappresenta un fatto avvenuto in Bologna, sotto il titolo: La Tireuse de Carte. Questo fatto è la storia del giovinetto Mortara, abilmente acconciata per attirare l’odio contro il Papa e la Chiesa. Il sig. Moquard, segretario privato dell’Imperatore, è considerato come autore del melodramma, la cui rappresentazione fu vivamente applaudita dal pubblico della porta Saint-Martin e da Napoleone III. Secondo passo per andare a Bologna.

«24 dicembre. Si tiene a Parigi un consiglio di Ministri, e vi si discute se il Moniteur debba pubblicare qualche linea sull’opuscolo:

«Papa e il Congresso, come più tardi è avvenuto intorno all’opuscolo: La Coalition. Si conchiude che il Moniteur farà le viste d’ignorare l’esistenza di uno scritto, che levò a rumore tutta l’Europa, come una rivelazione delle intenzioni del Bonaparte. Terzo passo per andare a Bologna.

«25 dicembre. Appena pubblicato l’Opuscolo: U Papa e il Congresso, viene comunicato al Governo pontificio, e il Card. Antonelli dichiara, che se la Francia non dà schiarimenti su tale pubblicazione, il Papa non manderà al Congresso il suo rappresentante. Il conte Walewski dichiara al Nunzio pontificio ed all’Imperatore d’Austria, che tali non saranno le idee del Governo francese, fin tanto che egli, conte Walewski resterà ministro degli affari esterni.

«Il mattino del 28 dicembre. La Russia dichiara che se l’opuscolo: U Papa e il Congresso, deve essere considerato come il programma politico della Francia, il rappresentante dello Czar non piglierà parte al Congresso. Era ciò che voleva Napoleone III, cioè che il Congresso non avesse luogo, perché sarebbe stato un ingombro al Ministero piemontese, che muoveva per alla volta di Bologna.

«La sera del 28 dicembre. Ha luogo in Parigi un consiglio dei Ministri dell’Impero, e si discute nuovamente la necessità di respingere le idee dell’opuscolo: Il Papa e il Congresso. Il conte Walewski dimostra questa necessità; il Conte di Mornv la sostiene; ma si risolve di non dir nulla. Il telegrafo perciò avverte le grandi Potenze che il Congresso è indefinitamente differito non essendo potute riuscire a buon risultato le spiegazioni tra Francia, Austria e la S. Sede questi fatti risultano dalla corrispondenza diplomatica presentata al Parlamento inglese.

«31 dicembre. Napoleone III scrive al S. Padre di fare il sacrificio delle provincie insorte, che da cinquant’anni suscitano tanti imbrogli al suo Governo, e di chiedere invece alle Potenze la guarentigia delle restanti possessioni della S. Sede». Nuovo passo nella via politica che condusse il Conte di Cavour a Bologna.

«1. gennaio 1860 a Roma. Pio IX nel ricevimento del Primo dell’anno dice davanti al Generale francese Conte di Govon che l’opuscolo: Il Papa e il Congresso, è un monumento insigne d’ipocrisia, un ignobile quadro di contraddizioni. Pio IX ha capito che quell’opuscolo dee condurre a Bologna il Conte di Cavour.

«1. gennaio 1860 a Parigi. Napoleone III, ringraziando il Corpo diplomatico recatosi a visitarlo, non parla del famigerato opuscolo, e si restringe a dichiarare il suo profondo rispetto pei diritti riconosciuti. Il Conte di Cavour potrà perciò andare a Bologna, dove non sono riconosciuti i diritti del Papa...

«4 gennaio. Il conto Walewski che non voleva condurre a Bologna il Conte di Cavour, dà le sue dimissioni, e viene surrogato nel Ministero degli affari esteri dal sig. Thouvenel, già Ambasciatore francese a Costantinopoli.

«5 gennaio. Il Moniteur pubblica una lettera di Napoleone HI dove annunzia misure economiche. La lettera è il frutto di precedenti negoziati col sig. Cobden, e mira a stringere sempre più la lega anglofrancese, che dee servire per condurre a Bologna il Conte di Cavour.

«8 gennaio. Pio IX dichiara a Napoleone III, di noft poter cedere le Legazioni senza violare i suoi solenni giuramenti, senta produrre disgrazie e commozioni nelle altre provincie, senza far onta a tutti i Cattolici, senza indebolire i diritti non solo di tutti gli altri Sovrani d’Italia, ma anche di quelli di tutta la Cristianità».

«14 gennaio. La lega anglo-francese produce le famose proposte inglesi: Nessun intervento in Italia— Evacuazione dei Francesi dalla Penisola — Riorganamento della Venezia — Astensione del Piemonte da ogni intervento nell’Italia centrale finché non haavuto luogo una nuova votazione sulla questione dell’annessione. La sola Francia accetta le proposizioni inglesi, che spianano la via per Bologna.

«17 gennaio. Preparata a questo modo la strada, il Conte di Cavour che, dopo la pace di Villafranca era uscito dal Ministero piemontese, vi rientra come Presidente del Consiglio e Ministro degli affari esteri!

«19 gennaio. Pio IX col suo sguardo perspicace vede e comprende queste mene, e coll’ispirata parola le rivela al mondo cattolico nella sua Enciclica, eterno monumento di pietà, di fedeltà, di coraggio, d’eroismo.

«24 gennaio. La regina Vittoria inaugura il Parlamento inglese con un breve discorso, che rivela tuttavia l’accordo tra la Francia e l’Inghilterra per condurre a Bologna il Conte di Cavour. «Mi sforzerò di ottenere, dice la Regina, pei popoli d’Italia la libertà di decidere da loro stessi delle proprie sorti senza intervento straniero». Il 23 di gennaio, cioè il giorno prima, era stato sottoscritto il nuovo trattato di commercio tra la Francia e l’Inghilterra (!).

«27 gennaio. Il Conte di Cavour, che si vede la strada sgombera per andare a Bologna, scrive una circolare ai rappresentanti della Sardegna presso le corti estere, e dichiara netto che bisogni rinunziare all’idea di una ristaurazione, che sarebbe impossibile Bologna e a Parma, come a Firenze ed a Modena».

«29 gennaio. L’Univers è un ciottolo che impedisce alla Francia di accompagnare celatamente a Bologna il Conte di Cavour, e però il Governo francese leva questo ciottolo di mezzo al cammino, sopprimendo il cattolico giornale. Intanto i giornali bonapartisti incominciano a perorare caldamente per l’annessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia: e ciò dà luogo a seri timori, e a vive discussioni nel Parlamento britannico.

«5 febbraio. Vittorio Emmanuele II scrive al S. Padre per eccitarlo a cedergli il vicariato non solo delle Romagne, ma anche delle Marche e dell'Umbria. Il S. Padre dichiara che questa idea non è né savia, né cattolica.

«24 febbraio. Il sig. Thouvenel scrive al Ministro francese a Torino, che si potrebbe comporre così la questione italiana: annessione completa alla Sardegna di Modena e Parma) vicariato sardo nelle Legazioni; autonomia politica e territoriale del Granducato di Toscana. Dice una parola in favore dell'unione di Nizza e della Savoia alla Francia.

«29 febbraio. Il Conte di Cavour rigetta le proposte del signor Thouvenel; e poi in una nota particolare si mostra facile a cedere alla Francia la Savoia e Nizza, purché trovi eguale condiscendenza dalla parte della Francia.

«1. marzo in Francia. Napoleone III inaugura il Corpo Legislativo, e dice di aver consigliato il Re di Sardegna a rispondere affermativamente al voto delle provincie che si davano a lui; ma di rispettare in principio i diritti della S. Sede e mantenere l’’autonomia della Toscana. Quanto alla Savoia e Nizza, l’Imperatore dice, che attende alla revendication di questo territorio!...

«Il 1 marzo nell'Italia centrale. Sono convocati nell’Emilia e nella Toscana i comizi elettorali per ¡scegliere tra l’annessione alla Sardegna, ed un regno separato.

«2 marzo. Il Conte di Cavour indirizza una nota all'Incaricato d’affari della Sardegna in Parigi, dove consente ad un’analoga votazione in Savoia ed in Nizza, dichiarando, che ciò che fà il Piemonte nell'Italia centrale non può negarlo alla Francia al di là delle Alpi e sul Paglione.

«Da questo punto tutto è finito. Il 18 di marzo si promulga il Decreto d’annessione dell'Emilia. Il 22 il Decreto d’annessione della Toscana. Il 24 di marzo Farini e Cavour sottoscrivono il trattato che cede alla Francia la Savoia e la Contea di Nizza. Il 29 di marzo la Scomunica, sotto la data del 26, è affissa a Roma contro gli usurpatori.

«12 aprile. Alcuni Deputati non vorrebbero che Nizza italiana passasse allo straniero. Ma il Conte di Cavour ingenuamente dichiara alla Camera: «La cessione della Savoia e di Nizza era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica, che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna».

«Tutti questi fatti e detti, raggruppati insieme, si spiegano a maraviglia, e mostrano l’Europa convertita in una gran borsa commerciale. Tre negozianti vi entrano: l’Inghilterra, la Francia, il Piemonte. L’una vi guadagna un trattato di commercio; l’altra due bellissime provincie; il Piemonte fa il migliore mercato e si piglia i Ducati, la Toscana e l’Emilia. — La Scomunica del Papa e la maledizione di Dio ne sono il sigillo.


Torna su



CAPO III


Torna su



UN PO’ DI DOCUMENTI INTORNO ALLA CESSIONE DI SAVOIA E DI NIZZA

Nell’intraprendere questa spiacevole rassegna è necessario aver bene presenti le due lettere di Cavour, l’una al Re Galantuomo e l’altra al Generale Lamarmora subito dopo il famoso colloquio di Plombières. Abbiamo recato queste lettere a pagg. 9, 20 e 181, Vol. II, part. II. Se il lettore le rileggerà adesso attentamente ci risparmierà il fastidio di fare commenti, specialmente alla seguente

Circolare di Thouvenel

sulla questione di Savoia e di Nizza

Parigi, 13 marzo 1860.

«Signore,

«L’Imperatore nel suo discorso ai grandi corpi dello Stato, all’apertura della sessione legislativa, ha fatto conoscere il suo pensiero nel caso previsto di un importante rimpasto territoriale al di là delle Alpi, ed ha annunciata l’intenzione di sottomettere alla saggezza ed alla equità dell’Europa una questione che non viene sollevata dall’ambizione della Francia, ma fatta sorgere in qualche modo dagli stessi avvenimenti. Sua Maestà ha creduto sia venuto il momento di adempiere a questo impegno, e io mi affretto, in conformità agli ordini ricevuti, a mettervi in istato di comunicare le nostre spiegazioni al gabinetto di

«Atti solenni, liberamente firmati in seguito di una campagna felice per le nostre armi, hanno provato nel modo più irrefragabile che noi non avevamo in vista (?) un ingrandimento territoriale, allorquando la forza degli avvenimenti ci constrinse (?!) ad intervenire negli affari d’Italia. Se il governo imperiale ha potuto intravedere, come in una ipotesi, dalla quale il disinteresse non doveva poi escludere intieramente la prudenza, una situazione analoga a quella che oggi ci si presenta, esso si compiace nel ritenere che non cercò di farla sorgere (??); ma si sforzò all’opposto, in tutte le circostanze, di seguire la direzione più adatta ad escluderla dalle probabilità dell’avvenire.

«Le stipulazioni di Zurigo, come quelle di Villafranca, la escludevano intieramente. Benché il possesso della Lombardia rendesse più forte il Piemonte sulle Alpi, noi facevamo tacere, senza esitanza, il nostro speciale interesse, e, lungi dal favorire lo sviluppo di uno stato di cose che poteva fornirci legittime ed incalzanti ragioni per reclamare guarentigie, noi abbiamo impiegato, e l’Europa lo sa, tutta la nostra influenza per far attuare, nel loro significato ristretto, le disposizioni dei trattati, che riservavano il mantenimento delle circoscrizioni territoriali nel centro dell’Italia.

«Non è necessario che io ora ricordi di nuovo le circostanze che hanno impedito il buon esito dei nostri sforzi. Questo è un argomento che io ho già svolto nelle mie comunicazioni anteriori, e mi basterà il rammentare che la necessità di occuparci prima d’ogni altra cosa e nell’interesse generale, di stabilire un ordine di cose definitivo nella Penisola, potè solo determinarci a ricercare in combinazioni, diverse da quella che senza frutto avevamo tentato di far trionfare, i mezzi di definire le questioni pendenti. Da quel punto una nuova situazione richiamava la nostra previdenza, e, senza metterci in opposizione colla politica che ha costantemente ispirato sia gli atti, sia le parole dell’Imperatore, noi dovevamo nondimeno considerare gli svantaggi che le nuove condizioni d’Italia avrebbero potuto portare ai nostri propri interessi.

«E impossibile negare che la formazione di uno Stato considerevole, padrone di tutti e due i versanti delle Alpi, non sia un avvenimento di sommo rilievo in quanto si riferisce alla sicurezza delle nostre frontiere. La posizione geografica della Sardegna acquista un importanza che essa non poteva avere quando questo regno contava appena quattro milioni di abitatori, e si trovava in qualche modo respinto da un complesso di convenzioni al di fuori della Penisola. Con un ingrandimento che deve quasi triplicare la sua popolazione ed i suoi mezzi materiali, il possesso di tutti i passaggi delle Alpi le permetterebbe, nel caso che alleanze da essa contratte avessero a farne per noi un avversario (siamo ora al caso) di aprire l’ingresso del nostro territorio ad un esercito straniero, o di turbare colle sole sue forze la sicurezza di una porzione importante delle nostre frontiere, intercettando la principale nostra linea di comunicazioni commerciali e militari

«Reclamare guarentigie contro una eventualità, che, per quanto noi possiamo ritener lontana, sussiste però sempre, non è che obbedire alle più legittime considerazioni, come alle più ordinarie massime della politica internazionale che in nessun tempo ha preso la riconoscenza ed il sentimento per base unica delle relazioni tra gli Stati.

«Queste guarentigie altronde sono esse tali da poter dare ombra aqualche Potenza? Non stanno esse anzi nelle condizioni di un giusto equilibrio delle forze, e non sono soprattutto indicate dalla natura delle cose, che pose il nostro sistema di difesa a' piedi del versante occidentale delle Alpi? In diversi periodi della storia degli ultimi due secoli, e specialmente quando si trattò di regolare anticipatamente la questione della successione spagnuola, e più tardi in occasione della successione austriaca, vennero discusse convenzioni che estendevano i possedimenti del Piemonte in Italia, e gli davano sia la Lombardia sia altri paesi vicini. In quei progetti, molto meno vasti certamente di quello del quale oggi si tratta, l’annessione della Savoia e della Contea di Nizza venne sempre considerata da parecchie tra le principali Potenze dell’Europa come un compenso necessario per la Francia.

«Ben certo che il mio pensiero non potrebbe dar luogo a false interpretazioni, io non provo alcun imbarazzo nel citare un precedente di data più recente. Non sarà egli permesso di chiedere ammaestramenti alla storia del nostro secolo senza ridestare rimembranze irritanti che le presenti generazioni ripudiano? Io rammenterò adunque che in un momento in cui l’Europa era pure poco disposta ad usare moderazione a riguardo della Francia, essa riconosceva dal lato delle Alpi la necessità della nostra posizione geografica, e trovava all’unanimità cosa giusta il lasciarci una porzione del territorio diventato ora ben più indispensabile alla nostra sicurezza. Soltanto sotto l’impressione degli avvenimenti dell’anno successivo quella clausola venne annullata.

«L’Imperatore, salendo al trono, dichiarò spontaneamente che egli prendeva per norma de' suoi rapporti coll’Europa il rispetto dei trattati conchiusi dai governi precedenti, e questa è “una massima alla quale S. M. si farà sempre una legge di rimaner fedele. Ma non si potrebbe sconoscere l’indole eccezionale delle circostanze che ci determinano a chiedere che si faccia una modificazione alla fissazione del confine segnato in quel tempo tra la Francia e la Sardegna. Il risultato della guerra fu di produrre, colla cessione della Lombardia al Piemonte, un primo mutamento nelle circoscrizioni territoriali dell’Italia; l’annessione di altri Stati a quel regno costituisce un nuovo cangiamento, le conseguenze del quale hanno per noi un’importanza particolare, e non è mancare al rispetto portato dall’Imperatore in tutte le occasioni (?!) ai trattati esistenti, il domandare che essi poi non vengano in sostanza alterati a nostro svantaggio.

«In una comunicazione, che prima d’ogni altra cosa si rivolge alla buona fede dei gabinetti e che rende testimonianza della buona fede che anima il governo dell’Imperatore, dovrei io esitare a dire che, restituendo la Savoia al Piemonte, si volle fare di questo paese il guardiano delle Alpi, perché ne tenesse aperti i passi verso la Francia? Per quanto questa posizione fosse incresciosa, noi ci siamo lealmente rassegnati durante un mezzo secolo: anzi la accettavamo ancora ritornando da una campagna in Italia, che ci avrebbe potuto porgere facilmente l’occasione di mutarla; ma le condizioni che noi abbiamo scrupolosamente rispettate onde non far sorgere alcun sospetto nelle nostre relazioni internazionali, dobbiamo noi permettere che vengano aggravate, e l’Europa dal canto suo può essa trovar giusto che al peso, col quale esse già si aggravavano sopra di noi, venga ora ad aggiungersi quello di uno Stato, la forza del quale si è triplicata nel corso di un anno?

«Provocando la modificazione de' trattati su questo punto, noi ci limitiamo in qualche modo a chiedere che una delle loro stipulazioni non acquisti, senza la volontà delle stesse Potenze che li hanno firmati, un importanza più grave e un senso più dannoso per noi.

«Io mi affretto ad aggiungere che il governo dell’Imperatore non vuole avere le guarentigie ch’egli reclama, se non dal libero (?) consenso del Re di Sardegna e delle popolazioni. La cessione che gli verrà fatta rimarrà dunque esente da ogni violenza, come da ogni coercizione; è nostra ferma intenzione inoltre di combinarla, per quanto si riferisce ai territori della Savoia soggetti alla neutralizzazione, in modo di non offendere alcun diritto acquistato, di non recar danno ad alcun legittimo interesse.

«D’accordo colle nostre convenienze, come colla volontà del Re di Sardegna, senza essere in contraddizione cogli interessi generali dell’Europa, la cessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia non suscita questioni che siano incompatibili colle regole più precise e più rigorose del diritto pubblico. Se l’indole, la lingua e le abitudini delle popolazioni destinate ad essere riunite alla Francia ci fanno certi che questa cessione non è contraria ai loro sentimenti; se noi pensiamo che la configurazione del suolo ha confuso i loro interessi commerciali come i loro interessi politici coi nostri; se noi diciamo finalmente che le Alpi costituiscono la barriera che deve separare eternamente l’Italia dalla Francia, noi ci limitiamo a conchiudere che il nuovo confine, che deve essere tracciato tra noi ed il Piemonte, trova la sua sanzione nella forza delle cose.

«Non è in nome delle idee di nazionalità, non è in qualità dei confini naturali che noi cerchiamo la annessione della Savoia e di Nizza al nostro territorio, è unicamente a titolo di guarentigia, ed in circostanze tali, che non si può credere che abbiano a riprodursi in altri luoghi. In una parola, alieni da ogni idea d’ingrandimento, e più ancora da ogni idea di conquista, nostro unico scopo si è di ottenere, in nome de' principi didiritto pubblico, che i trattati non siano resi più onerosi per noi su di un punto, in cui essi erano stati dettati da disposizioni che il tempo, lo spero, ha contribuito a cancellare, e che, come sicurtà contro i pericoli, che l’ingrandirsi del Piemonte può produrre per noi nel futuro, la nostra frontiera venga fissata, mediante l’assenso del Re di Sardegna, a seconda de' bisogni della comune difesa.

«Il governo dell’Imperatore, pieno di confidenza nell'autorità delle considerazioni che aveva a far valere, cominciò a trattare col gabinetto di Torino rispetto a questa importante questione. Voi conoscete in qual modo ci siamo spiegati. Voi conoscete egualmente la risposta del gabinetto di Torino, e voi avrete veduto che accogliendo le osservazioni che noi gli avevamo presentate, esso si mostra disposto, a prezzo di un sacrifizio volontario, ad accordarvi l’adesione che esse richiedono: io voglio lusingarmi che le ragioni di necessità e di diritto, che determinavano la nostra condotta, saranno con maggior ragione valutate dal governo di coi sentimenti di equità che lo ispirano, e collo spirito amichevole che dirige le siie relazioni colla Francia. Esso comprenderà che, cercando di ottenere guarentigie tanto legittime, noi dobbiamo procurare di accordarci colla Sardegna intorno agli atti e alle disposizioni necessarie.

«In forza di circostanze il più delle volte indipendenti dalla loro volontà, i governi non sono sempre riusciti a fondare le loro combinazioni su basi che riunissero in sé le condizioni di una vera stabilità, le quali altro non sono che quelle della giustizia, illuminata dalla sana intelligenza degl’interessi reciproci, ed è per questo che gli atti destinati a consacrare la pace non ebbero alle volte altro risultato. all’infuori di quello di deporre nel sistema politico nuovi germi di difficoltà e di complicazioni (perl’appunto questo è il caso). La combinazione, della quale, motivi tanto giusti e potenti ci autorizzano oggi a desiderare la realizzazione, è in vece tanto conforme agl’interessi generali, che essa, noi ne abbiamo ferma fiducia, è necessariamente chiamata a far parte di ogni sistema saggiamente concepito e regolato con previdenza (sfido io, fu combinato a Plombiéres!) Essa trova dunque la sua legittimità nell’assenza di ogni lesione delle convenienze bene intese dell’Europa, come nelle esigenze della nostra propria situazione, e noi vogliamo credere che essa sarà considerata sotto questo aspetto dalla Corte di...

«Vi prego di voler leggere questa nota e di lasciare copia...

«Aggradite, eco.

«THOUVENEL».


Il trattato della cessione di Nizza e Savoia fu già da noi recato. La Nota di Thouvenel pretende provarne l’opportunità e la ragionevolezza, dando ad inghiottire alle solite Potenze questo nuovo fatto compiuto. Ma la valorosa Armonia faceva un po’ di proemio a quel trattato, e a noi piace di recarlo in questo luogo:

—Non sarà inutile, scriveva l’Armonia, di fare un po’ di proemio a questo trattato famoso: e il proemio per essere degno d un cosi nobile contratto, verrà scritto da noi colle parole di S. M. I. Napoleone III, del Conte di Morny, presidente del Corpo legislativo, del Moniteur, giornale ufficiale dell’Impero francese, e di S. E. il Conte di Cavour, presidente del nostro ministero...

Napoleone III, l'8 di giugno 1859, indirizzava dal quartiere generale di Milano un Proclama agli Italiani, nel quale diceva: «I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia che era universale in Europa per la nostra causa, facendo credere che io non facessi la guerra che per ambizione personale o per ingrandire il territorio della Francia. Se mai v’hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certo nel novero di costoro. L’opinione pubblica è oggi illuminata». Illuminatissima! ripigliamo noi, e passiamo ad altro.

Passiamo al discorso che, il 7 di febbraio 1859, fu recitato a Parigi da S. M. Napoleone III inaugurando le tornate del Corpo legislativo. Nel quale discorso l’Imperatore diceva: «Alla vigilia della mia terza elezione io faceva a Bordeaux questa dichiarazione: L’Impero è la pace, volendo provare con essa che, se l’erede di Napoleone I saliva al trono, egli non ricomincerebbe un’ira di conquiste... Giammai un interesse personale, una meschina ambizione non dirigeranno le mie azioni. Allorché, sostenuto dal voto e dal sentimento popolare, un uomo ascende i gradini di un trono, s’innalza per la più grave delle responsabilità al di sopra della regione infima, in cui si dibattono volgari interessi». Probabilmente nel novero dei volgari interessi, il 7 di febbraio del 1859, S. M. I. comprendeva anche le conquiste della Savoia e di Nizza.

Il Conte di Morny, presidente del Corpo legislativo, commentando, l'8 di febbraio 1859, le parole dette il giorno prima da Napoleone III, che, cioè, era alieno da interessi personali e da ambizioni meschine, diceva: «Speriamo che nelle presenti circostanze le idee generose, le intenzioni leali e disinteressate dell’Imperatore si faranno strada nel mondo». E noi abbiamo sperato, e le intenzioni si fecero strada, ed eccole oggi apparire alla luce del mondo, e sono veramente leali, disinteressate e generose!

IlMoniteur di Parigi, nel suo numero del 15 di marzo 1859, pubblicava un articolo coll’intento di persuadere l’Europa che l’imperatore Napoleone, contento del suo Impero, non voleva il guadagno di un palmo solo di terreno. «La Francia è accusata, diceva il Moniteur, di nutrire disegni ambiziosi, che essa ha ripudiati, e di preparare conquiste di cui essa non ha bisogno; e si cerca, mediante queste calunnie, di spaventare l’Europa». E poco dopo il Moniteur soggiungeva: «Se l’Imperatore avesse voluto senza ragione rinnovare in un’era di pace e di civiltà le guerre e le conquiste del primo Impero, egli non sarebbe stato del suo tempo, ed avrebbe in tale guisa incorso il biasimo più grande che possa colpire un capo di Governo». Tuttavia, se abbiamo letto bene la storia, ci pare che la Savoia e la Contea di Nizza fossero alcune di quelle conquiste, che Luigi Bonaparte dichiarava di ripudiare.

A compimento del commentario soggiungeremo ancora una citazione, che sarà del Conte di Cavour, il quale, il 6 di febbraio del 1855, avvertiva i Deputati a diffidare d’ogni intervento straniero in Italia, giacché potrebbero verificarsi una seconda volta que’ due versi che dicono: — Ilnuovo signore s'aggiunge all'antico. — L’un popolo e l'altro sul collo ci sta: cioè il signore d’Austria a Venezia e il signore di Francia a Nizza; il popolo austriaco a levante, ed il popolo francese a ponente; e noi in mezzo, nella pienezza della nostra indipendenza! (Atti del Parlamento, N°. 452. pag. 1675).

E nella tornata del 16 aprile 1858 l’istesso Conte diceva ai Deputati, che nel secolo passato la Francia, capitanata dal primo Bonaparte «scacciò i Tedeschi dall'Italia; ma per fare immediata mente mercimonio delle provincie conquistate a pro dell’Austria stessa». «E qui non si può dire, ripigliava il Conte di Cavour, che essa abbandonava una parte per salvare il tutto; ma dava le provincie venete per assicurare le sue conquiste ne’ Paesi Bassi, sulle sponde del Reno e della Schelda». Il Conte di Cavour, il 16 aprile 1858, avea in orrore la politica che dà certe provincie per assicurare certe conquiste!

Finalmente lo stesso Conte ¿li Cavour, il 17 febbraio 1859, nel Senato del Regno, scatenavasi contro i Principi italiani e diceva che, essi «non avevano il diritto di alienare la loro indipendenza», che, alienandola, «violavano manifestamente non solo lo spirito, ma la lettera dei trattati». E conchiudeva: «Iodico essere principio del diritto pubblico moderno, essere uno dei grandi progressi dellaciviltà e della scienza IL NON RICONOSCERE NEI PRINCIPI IL DIRITTO DI ALIENARE I LORO POPOLI». (Senato del Regno, Atti Ufficiali, N°. 13, pag. 41.).

Ora noi domanderemo umilmente al Conte di Cavour, se il trattato che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza non sia una alienazione de' popoli molto peggiore di quella che egli un anno prima rimproverava agli altri Principi Italiani? Gli domanderemo come sappia conciliare i suoi fatti colle sue parole?

Il tempo e gli avvenimenti restano incaricati di fare i commentari al trattato, e li faranno! Anzi li hanno già fatti per molta parte.

E qui a modo di corollario aggiungiamo, insieme con la sullodata valorosa Armonia, un piccante confronto tra due date.

Abbiamo sotto gli occhi due numeri della Gazettede Savoie, l’uno è il N. 2306 del 30 e 31di gennaio, l’altro è il N. 2341 dell'11 di marzo. Troviamo nel primo e nel secondo alcune parole del marchese Orso Serra, governatore di Ciamberi, e giova confrontarle.

Addì 29 di gennaio, aveva luogo in Ciamberi una grande manifestazione. «Inquieta pei rumori di separazione, dice la Gazette, e offesa nel suo sentimento nazionale per gli articoli recenti di qualche giornale di Parigi, e specialmente della Patrie, la grande maggioranza della popolazione di Ciamberi avea risoluto di provocare una risposta categorica sulle intenzioni del nostro governo relative alla Savoia».

Una deputazione venne perciò spedita al governatore, marchese Orso Serra, il quale la ricevette nella gran sala del palazzo reale. I deputati protestarono la loro fedeltà a Casa Savoia, e domandarono schiarimenti sui disegni e le intenzioni del governo sardo.

Il governatore, svolgendo un dispaccio ricevuto da Torino, disse le seguenti parole:

«Signori delegati. Informato della domanda che la popolazione avea deciso di farmi, ho chiesto istruzioni al governo del Re, e una' risposta categorica; ed ora sono lieto di potervela manifestare.

«La politica del governo di S.M. è conosciuta; essa non ha variato: il governo non ha avuto MAIil pensiero di cedere la Savoia alla Francia. Interrogato già precedentemente dal partito, che ha osato levare nel paese la bandiera di separazione, il governo non avea neppur giudicato di dovergli rispondere». Così parlava Orso primo il 29 gennaio 1860.

Il 10 di marzo, il governatore di Ciamberi tornò a parlare: e la parola di Orso secondo è tale che il Courrierdes Alpesdell’11 seguente può esclamare: — Enfin nous voici Français! — e con finaironia rende omaggio «all'ultimo funzionario amministrativo che rappresentò il Piemonte nella Savoia».

E che cosa dice Orso secondo? Egli indirizza un proclama agli abitanti della provincia di Ciamberi, e incomincia dal dichiarare che «non poteva prevedere avvenimenti a’quali è estraneo. Ma perché dunque un mese prima' Orso primo dichiarava categoricamente, che il governo sardo non ha mai avuto intenzione di cedere la Savoia alla Francia»?

Orso secondo continua, dicendo, che «nacque una sorda agitazione nelle popolazioni savoine per la pubblicazione recente di documenti officiali sulle sorti della Savoia». Ma se questi documenti erano ignorati dai Savoini, non poteano esserlo dal governo piemontese, a cui Orso primo avea ricorso per avere una categorica risposta. E perché allora il governo e il governatore assicurarono le anime semplicette, che non sarebbe mai più ceduta la Savoia alla Francia?

Orso primo avea protestato solennemente, che la politica del governo di S. M. era conosciuta, e che questa non avea variato. E con qual fronte Orso secondo allude oggidì alla pubblicazione di documenti officiali, che fecero nascere in Savoia la sorda agitazione

Orso secondo loda la giustizia e la lealtà del governo, il quale, prima di prendere veruna risoluzione, vuole consultare i voti delle popolazioni. Ma il 29 di gennaio Orso primo non accertò che il governo aveva preso la risoluzione di non cedere la Savoia alla Francia? E non chiamava questa un’assurdità, a cui il governo non ha mai pensato?

Orso secondo dice ai Savoini, che saranno chiamati ad eleggere tra «questa antica Monarchia di Savoia, a cui l’uniscono un affetto secolare e una devozione senza limiti, e la Francia». Ma non è fare un torto ai Savoini ed alla Monarchia di Savoia metterne solo in questione l’affetto secolare e la devozione senza limiti

E poi perché Orso primo, un mese fa, non disse questo ai Savoini, avvertendoli che sarebbero fra breve chiamati ad eleggere tra la Casa di Savoia e la Francia? Perché invece li ha assicurati che la Savoia non verrebbe ceduta ai Francesi? Perché si è scatenato contro il partito che avea osato levare la bandiera della separazione Orso primo avea consultato il governo, e non poteva ignorare quanto oggidì si conosce. Se lo sapeva, perché ha detto il contrario? Se il governo l’ha ingannato, perché resta governatore?

Orso secondo nel suo proclama ai Savoini non ha il coraggio di sperare che la Savoia col suo secolare affetto ed illimitata devozione resti unita al Piemonte. Il suo proclama dice assai chiaro che la Savoia diventerà francese.

V’è di più: un dispaccio telegrafico, pubblicato dal Courrier dee Alpes, annunzia che già in Francia si pensa all’organamento della Savoia, la quale verrà divisa in due spartimenti, conservando la Corted’Appello in Ciamberi. Sicché il governo francese faceva quel conto del voto popolare in Savoia, che ne faceva il Piemonte nell'Italia centrale!

—È doloroso, esclama a questo punto addolorata la citata Armonia, per ogni buon piemontese, affezionato al suo Re, vedere rotta dalla rivoluzione un’opera di nove secoli, e una Dinastia antichissima divenire la più giovane Dinastia d'Europa. E doloroso vedere dal governo e dai governatori piantati principi, che potranno trascinare alle più deplorabili conseguenze. E doloroso finalmente dover constatare quasi ogni giorno questa doppiezza di linguaggio, e sempre nuove contraddizioni! —

Ma a meglio edificarsi si ritorni sempre, come dicemmo in principio, alle lettere di Cavour al Galantuomo e a Lamarmora dopo il colloquio di Plombières.

II Conte di Cavour, nella risposta data alla Nota del ministroThouvenel, il 29 di febbraio, passò affatto sotto silenzio la questione della Savoia e di Nizza. Rispose però in una Nota a parte, sotto la data del 2 di marzo. Chi sa leggere e intendere questa risposta del Conte di Cavour, capisce a prima vista, che la Savoia e Nizza erano già perdute pel Piemonte.

Il Presidente del Consiglio riconosce nei sudditi del Re che abitano oltre Alpi il diritto di manifestare liberamente la loro volontà; e promette da parte del governo sardo di uniformarsi a tale manifestazione fatta in modo legale e conforme alle prescrizioni del Parlamento. Il Conte di Cavour dice d’essere obbligato dalla logica inesorabile dei fatti ad ammettere in Savoia e nella Contea di Nizza quei principi che propugna nell’Italia centrale. E il Presidente del Consiglio, considerando come già avvenuta la separazione della Savoia e di Nizza dal Piemonte, stima opportuno di dire nella sua Nota, che nel tracciamento dei confini dovrà lasciarsi, tanto alla Sardegna quanto alla Francia, una conveniente linea di frontiera.

Egli è doloroso vedere un Ministro del Re erigersi a capo della rivoluzione, e dir egli stesso a' popoli che da nove secoli vivono sotto la Casa di Savoia, se intendano continuare a far parte di quella Monarchia, o staccarsene! Se questa domanda si fa agli abitanti della Savoia e della Contea di Nizza, perché non farla egualmente a quei del Marchesato di Saluzzo, di Pinerolo, del Monferrato, del Novarese, della Liguria? Dove si andrà a parare con un sì tristo sistema?

Chi vuol togliere al Papa le Romagne, vuol togliere al Piemonte la Savoia e Nizza, vuol rendere Torino città di confine. Le due questioni si collegano perfettamente, e lo stesso contadi Cavour ne conviene.

Ma taluno osserverà, che il voto della Savoia e di Nizza può essere ancora favorevole allo Stato sardo. — Poveri illusi! L’Imperatore Napoleone è molto pratico nel raccogliere voti, ed egli, che seppe metterne insieme dieci milioni nell'impero francese, non saprà radunarne alcune centinaia di migliaia nella Savoia e nella Contea di Nizza? — Fin qui l’Armonia.

Il Diritto, nel suo N. 69 del 9 di marzo, reputa esso pure fin d'ora perdute allo Stato, Savoia e Nizza, ed eccone le parole:

«Dal giorno in cui il governo del Re abbandona a loro stesse quelle popolazioni (che giova il dissimularlo?) quelle due provincie cesseranno di far parte dello Stato. Niun governo espone una parte del suo Stato ad una tale alternativa se non è deciso di cedere quella parte di Stato, e nessun governo consentirebbe a subire l’esperimento del voto delle popolazioni, e tanto meno quando questo governo si chiama Impero francese, se non è anticipatamente certo che il risultato del voto gli sarà favorevole.

«Né ci si dica che votando liberamente le popolazioni, liberamente possano dir di no alla Francia. Imperocché, suppongasi pur liberissima la votazione, v’ha tuttavia un fatto superiore a qualsiasi volontà, che dominerebbe la situazione, vale a dire, da una parte l’abbandono del governo legittimo, dall’altra lo Stato vicino che batte alle vostre porte per raccogliere la vostra eredità. Questo fatto eserciterebbe una cosi malefica pressione sul voto delle popolazioni, da poterlo fin d’ora argomentare favorevole anziché contrario all’annessione.

«Non illudiamoci, ma ponendoci nelle condizioni speciali di Savoia e di Nizza, col governo piemontese che senza un ragione vole motivo, ma solo per pressioni d’un potente vicino, si ritira; e dall’altro un governo che vuole l’annessione e che perciò sussurrerà infinite promesse, e poi ci si dica che il voto delle popolazioni sarà al tutto libero, spontaneo! 0 noi ci inganniamo, o l’appello al voto delle popolazioni di Savoia e di Nizza non è, e non può essere, che un manto per coprire la cessione».

Ottimamente detto! Solo il Diritto dovrebbe osservare, che il suo ragionamento può applicarsi alla lettera alle votazioni dell'Italia centrale, e noi perciò volemmo riferirlo testualmente.

Intanto è degno di osservazione, che il Conte di Cavour nella cessione della Savoia e della Contea di Nizza riserva, indipendentemente dalla votazione popolare, una linea conveniente di frontiera per la Sardegna. Ma allora, diciamo noi, le popolazioni della frontiera saranno sacrificate, o almeno potrà farsi violenza ai loro voti. Ognuno lo vede; ma ognuno vede altresì, che questo sacrificio, questa eccezione al principio sarà giusta a cagione dell'indipendenza dello Stato. Donde però deriva una conseguenza importantissima, ed è che, se per l’indipendenza del Piemonte si può fare o contro, o senza i voti delle popolazioni dei paesi di frontiera, per l’indipendenza della Chiesa e del Capo del mondo cattolico può farsi senza il voto delle popolazioni degli Stati Pontifici.

Ed ora giova recare testualmente il discorso del Re Galantuomo, pronunziato all’apertura della Camera piemontese il 2 aprile 1860.


Torna ad inizio pagina


Discorso della Corona

«Signori Senatori, Signori Deputati,

«Uniti ma volta che io apriva il Parlamento, in mezzo ai dolori dell’Italia e ai pericoli dello Stato, la fede nella divina giustizia (!?) confortavami a bene augurare delle vostre sorti. In tempo brevissimo una invasione respinta, libera la Lombardia per gloriose gesta di eserciti, libera l’Italia centrale per maravigliosa virtù dei popoli (ossia per opera satanicamente meravigliosa della setta anticristiana), ed oggi ho qui accolti attorno a me i rappresentanti del diritto e della speranza della nazione (povera nazione!). Di tanto bene andiamo debitori ad un alleato magnanimo, alla prodezza dei suoi e dei nostri soldati, alla abnegazione dei volontari, alla perseverante concordia dei popoli, e ne rendiamo merito a Dio (allora si parlava ancora di Dio!), ché, senza aiuto sovrumano (può essere anche diabolico) non si compiono imprese memorabili alle presenti ed alle future generazioni.

«Per riconoscenza alla Francia, pel bene d’Italia, per assodare l’unione delle due nazioni che hanno comunanza di origine, di principi e di destini, abbisognando alcun sagrificio, ho fatto quello che costava di più al mio cuore. Salvi il voto dei popoli e l'approvazione del Parlamento; salve, in riguardo della Svizzera, le guarentigie del diritto internazionale, ho stipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia.

«Molte difficoltà avremo ancora a superare; ma, sorretto dalla opinione pubblica (che non sapea nulla) e dall’amore dei popoli io non lascierò offendere né menomare verun diritto (salvo quelli legittimi), veruna libertà. Fermo come i miei maggiori nei dommi cattolici, e nell’ossequio al Capo supremo della Religione faenza rispettarne affatto gl'insegnamenti), se l’autorità ecclesiastica adoperasse armi spirituali per interessi temporali, io nella sicura coscienza (disgraziata coscienza!) e nelle tradizioni degli avi stessi, troverò la forza per mantenere intera la libertà civile e la mia autorità, della quale debbo ragione a Dio solo (Sua Maestà non si confessava?) ed ai miei popoli.

«Le provincie dell’Emilia hanno avuto ordinamento conforme a quello delle antiche; ma nelle toscane che hanno leggi ed ordini propri era necessaria una temporanea provvisione particolare.

«Il tempo breve e gli eventi rapidi hanno impedito di preparare le leggi che dovranno dare assestamento e forza al nuovo Stato. Nel primo periodo di questa legislatura non avrete a discutere che le più urgenti proposte. I miei ministri proporranno poi, colle debite consulte, i disegni sui quali nel secondo periodo dovrete deliberare.

«Fondata sullo Statuto la unità politica, militare e finanziaria, e la uniformità delle leggi civili e penali, la progressiva libertà amministrativa della provincia e del comune, rinnoverà nei popoli italiani quella splendida e vigorosa vita, che in altre forme di civiltà e di assetto europeo era un portato delle autonomie dei municipi, alle quali oggi ripugna la costituzione degli Stati forti ed il genio della nazione.

«Signori Senatori,

«Signori Deputati,

«Nel dar mano agli ordinamenti nuovi, non cercando nei vecchi partiti che la memoria dei servizi resi alla causa comune, noi invitiamo a nobile gara tutte le sincere opinioni per conseguire il sommo fine del benessere del popolo e della grandezza della patria. La quale non è più l’Italia dei Romani, né quella del medio evo: non deve essere più il campo aperto alle ambizioni straniere; ma deve essere bensì l’Italia degli Italiani (che serve sempre, vincitrice o vinta).

Qualche nota al Discorso della Corona

—Il discorso della Corona del 2 aprile 1860, scriveva di quei giorni la succitata Armonia, si distingue per due antitesi singolari, cioè: l’annessione dell’Italia centrale allo Stato sardo, e la sconnessione da questo Stato della Savoia e della Contea di Nizza; le lodi, la riconoscenza e la sottomissione ad un Alleato magnanimo, Luigi Bonaparte, e l’alterezza e la indipendenza usata verso il Capo supremo della religione cattolica, Pio IX. Queste due antitesi meritano di venire attentamente considerate.

«L’Italia centrale è libera per meravigliosa virtù de' popoli», prese a dir la Corona, e il giornale ufficiale segna a questo luogo: viva approvazione! Poco dopo soggiunge: «Ho stipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia». E queste parole furono seguite da profondo silenzio; il giornale ufficiale non segna nulla (194).

Qui viene subito in mente la domanda: Come mai? La meravigliosa virtù dei popoli che operò l’annessione nell’Italia Centrale, non potè impedire la sconnessione nell’Italia Settentrionale? Che nuovo sistema è questo di far libera una parte della Penisola col renderne serva un’altra? Sconnettere di qua per annettere di là?

Il discorso della corona dà di questa antilogia le seguenti ragioni: 1° La riconoscenza alla Francia; 2° Il bene d'Italia; 3° L’Assodamento dell’unione di Francia e d’Italia; 4° La comunanza di origini, di principi e di destini tra gli Italiani e i Francesi. L’Armonia le esaminava cosi:

La riconoscenza alla Francia. Bella cosa è la riconoscenza, e il poeta dice: «Che l’orror dei mortali è un’alma ingrata». Ma non si dovrebbe dimenticare l’Italia che ha pure qualche debito di gratitudine verso il Papato in genere, e Pio IX in ispecie. E perché tanta fretta nel pagare i debiti al Bonaparte, e un sì triste ricambio al Romano Pontefice?

E poi la riconoscenza, per quanto sia ampia e generosa, non può mai giustificare una contraddizione. Or bene gravissima contraddizione è codesta di mettere una parte d’Italia sotto lo straniero francese, perché ci aiuta a liberare un’altra parte d’Italia dallo straniero austriaco!

Finalmente ci costano cari i servigi napoleonici, se noi dobbiamo pagarli col sacrifizio de' nostri fratelli; e siamo tentati a supplicare Napoleone III di non aiutarci più; perché, se dopo la conquista della Lombardia, dobbiamo pagarlo con Savoia e Nizza; dopo la conquista di Venezia, dovremo dargli il resto della Liguria e il Piemonte fino alla Sesia. Tanto più oggidì che confessa di non volersi più battere per un’idea!

Passiamo alla, seconda ragione del sacrifizio, cioè: H bene d’Italia. Confessiamo l’ignoranza nostra: non sappiamo capire come il bene d’Italia possa richiedere, che si ceda alla Francia Savoia e Nizza; anzi ci pare che il bene d’Italia avrebbe richiesto per contrario che non si cedesse né l’una e né l’altra. Ed eccone i motivi:

Cedendo Nizza, che è evidentemente italiana, al governo francese, evidentemente straniero, si legittima la dominazione straniera, nella Penisola: e questo non ci sembra un bene, ma un male.

Cedendo la Savoia, che è la porta d’Italia, si perdono le naturali difese che la Provvidenza ha stabilito pel nostro paese, e ci diamo in balia degli invasori; lo che non ci sembra un bene, ma un male e un grandissimo male.

Cedendo la Savoia e Nizza, si prepara la strada ad altre concessioni; si fomenta l’appetito di coloro che dicono: L’appétit vieni en mangeant;si fa venire l’acquolina in bocca ad altri stranieri che ci renderanno servizi simili per ottenere simili contraccambi: e questo non ci pare un bene per l’Italia, ma un gran male.

Cedendo la Savoia e Nizza, Nizza in ispecie, che fin dal 1388 sceglieva volontariamente per suo signore Amedeo VII, il Rosso; Nizza che fu dal duca Carlo III onorata col titolo di fedelissima, noi gettiamo semi di timore, di diffidenza, di disunione in altre parti d’Italia venute assai più tardi, e di una fedeltà non ancora esperimentata. E questo pure ci sembra un male, e non un bene.

La terza ragione per cui si vogliono sconnettere dal Piemonte le Provincie savoine e la Contea nicese, è L’assodamento dell’Unione di Francia e d’Italia. La quale ragione ci fa gelare il sangue, perché prova troppo, e ci espone al pericolo di diventare interamente Francesi.

Imperocché, se per assodare l’unione gallo-itala si ha da dare oggidì alla Francia una provincia italiana, domani se ne dovrà cedere un’altra, e a poco a poco dallo spartimento delle Alpi marittime verremo a quello di Monte notte, e via via fino allo spartimento del Tevere, come è avvenuto nel secolo passato. Allora, si, sarà assodata l’unione, quando gl’Italiani diverranno Francesi!

Il pericolo è più prossimo che non si crede; giacché noi non facciamo semplicemente il sacrifizio di alcune città; ma sacrifichiamo il principio ¡stesso, e colla sconnessione di Nizza mettiamo l’addentellato per altre sconnessioni, che saranno egualmente ragionevoli, egualmente legittime...

E poi la storia è lì per attestarci che sempre, sempre, sempre, quando i Francesi furono a Nizza e nella Savoia, si inoltrarono più avanti in Italia.

Il quale pericolo viene dimostrato ancor più chiaramente dalla quarta ed ultima ragione, che si adduce per isconnettere dal Piemonte la Savoia e Nizza, cioè: La comunanza di origini, di principi e di destini tra gli Italiani ed i Francesi.

Poniamo che i Francesi volessero impadronirsi di Torino, come sotto Francesco I, sotto Luigi XIV, sotto la prima repubblica. Essi potrebbero servirsi della frase del discorso della Corona, e dire, che vengono a comandare sulle sponde della Dora e del Po, mossi dalla comunanza di origini, di principi e di destini!

Se è così, stracciate dalle nostre istorie molte pagine, e principalmente quella che racconta la battaglia di San Quintino, e le cose operate da Emanuele Filiberto per sottrarre alla Francia il Piemonte, Nizza e la Savoia.

E perché venite a parlarci si spesso dei Vespri Siciliani, se esiste tra la Francia e l’Italia tale e tanta comunanza di origini, di principi e di destini? E perché avete gridato tanto contro l’occupazione francese in Roma, chiamandola un’occupazione straniera?

Comunanza di origine tra gli Italiani ed i Francesi! E vero, siamo tutti gente latina. Ma gli Spagnuoli appartengono allo stesso ceppo, e si avvicinano forse più alla nostra lingua. Dunque potranno oggi o domani invocare le memorie antiche, e riavere la Lombardia, la Sardegna e lo Stato napolitano?

Comunanza di principi! Abbiamo noi forse i principi del due decembre? Il nostro parlamento è un’immagine del Corpo legislativo? Il nostro Statuto rassomiglia alla Costituzione francese? La libertà nostra è la libertà che si gode in Francia?

Comunanza di destini! Quali sono i destini d’Italia, quali i destini della Francia? Se interroghiamo gli italianissimi, la nostra Penisola deve ritornare all’antica grandezza romana, cioè dominare coi proconsoli anche la Gallia. Se interroghiamo i Francesi, essi pretendono che il Mediterraneo sia un lago francese, e che mezza Europa debba sottostare alla loro signoria. Come è dunque possibile la comunanza de' destini?

E se regna tra i Francesi e gli Italiani questa comunanza di origini, di principi e di destini, perché Luigi Napoleone non lasciò a noi la Savoia e la Contea di Nizza? Perché egli, signore d’un impero di trentacinque milioni, si spaventa d’uno Stato di dodici milioni? Perché il Buonaparte teme di noi e vuole le Alpi, e noi non dobbiamo temere del Buonaparte? — Fin qui l'Armonia. — Ma erano sfoghi inutili. Il programma di Plombières doveva ad ogni costo compirsi: e dopo il discorso della Corona veniva fuori il seguente:


Torna su



Proclama del Re galantuomo alle popolazioni di Nizza e Savoia. (195)

«Un trattato concluso il 24 marzo stabilisco che la riunione della Savoia e di Nizza alla Francia avrà luogo colla adesione delle popolazioni e la sanzione del Parlamento.

«Per quanto siami penoso di separarmi da provincie che hanno per si lungo tempo fatto parte degli Stati de' miei antenati, e alle quali si attaccano tante reminiscenze, io ho dovuto considerare, che i cangiamenti territoriali, originati dalla guerra in Italia, giustificherebbero la domanda, che il mio augusto alleato l’imperatore Napoleone mi ha indirizzato per ottenere questa riunione.

«Io ho dovuto inoltre tener conto dei servigi immensi che la Francia ha resi all’Italia, dei sacrifizi che essa ha fatto nell’interessedella sua indipendenza, dei vincoli che le battaglie e i trattati hanno formato tra i due paesi. Io non potea disconoscere da altra parte che lo sviluppo del commercio, la rapidità e la facilità delle comunicazioni aumentano ogni giorno di più l’importanza ed il numero delle relazioni della Savoia e di Nizza colla Francia.

«Io non ho potuto dimenticare infine, che le grandi affinità di razza, di linguaggio e di costumi rendono codeste relazioni ognor più intime e naturali.

«Tuttavia un simile grande cangiamento nella sorte ¿Li codeste provincie non potrebbe esservi imposto; esso dev’essere il risultato del libero (?!) vostro consentimento. Questa è la mia ferma volontà, e tale è pur anche l’intenzione dell’Imperatore dei Francesi. Affinché nulla possa imbarazzare la libera manifestazione de(' )vostri voti, io richiamo quelli tra i principali funzionari dell’ordine amministrativo, che non appartengono al vostro paese, e li surrogo momentaneamente da alcuni de' vostri concittadini, che più godono la stima e la considerazione generale.

«In queste circostanze solenni voi vi mostrerete degni della riputazione che vi siete acquistata.

«Se voi dovete seguire altri destini, fate in modo che i Francesi vi accolgano come fratelli, che si è da lunga mano appreso a valutare e stimare.

«Fate che la vostra unione alla Francia sia un legame di più tra due nazioni, la cui missione è di operare di accordo allo sviluppo della civiltà.

«Torino, 1° aprile 1860.

«VITTORIO EMMANUELE».


A questo succedevano i seguenti Proclami alle popolazioni:

Proclama del Governatore Provvisorio ai popoli della città e della Contea di Nizza

«Cittadini!

«Sono cessate le incertezze sui nostri destini.

«Con un trattato firmato, il 24 marzo scorso, il valoroso re Vittorio Emmanuele ha ceduto alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. I più potenti motivi di convenienza politica, le esigenze dell’avvenire d’Italia, il sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine le circostanze tutte speciali del nostro paese hanno deciso, benché a malincuore, questo ben amato Sovrano a separarsi dalle provincie strettamente congiunte da secoli alla sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo della volontà dei Principi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e il leale Vittorio Emmanuele hanno desiderato che il trattato di cessione fosse convalidato dall’adesione popolare.

«Per questo scopo voi sarete tra breve convocati nei comizi elettorali, e S. M. il Re mi ha commesso provvisoriamante il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro concittadino.


«Concittadini!

«Alla voce augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire è dileguata. Nella stessa guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidi e le rivalità. Tutti i cittadini devono essere animati dallo stesso spirito di conciliazione. Tutte le opposizioni devono frangersi impotenti contro gl’interessi della patria e il sentimento del dovere. V’ha di più: esse troverebbero un ostacolo insuperabile negli stessi desideri di Vittorio Emmanuele.

«Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno più ragione d’essere. Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l’ordine pubblico, che sarà oggimai energicamente protetto.

«La confidenza, la tranquillità e il raccoglimento debbono presiedere all’atto solenne cui verrete chiamati.

«Concittadini!

«La missione che mi fu commessa dal Re è transitoria, ma importante.

«Per adempire il mio uffizio in queste straordinarie circostanze io conto sull’appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell’alto grado di civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.

«Affrettiamoci dunque di raffermare coi nostri voti la riunione della nostra Contea alla Francia. Rendendoci l’eco delle intenzioni della grande nazione che eccitò sempre le nostre piùvive simpatie. Ordiniamoci intorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella fedeltà, tutta speciale del nostro paese, che noi abbiamo serbato fino a questo giorno a Vittorio Emmanuele.

«Per questo augusto Principe, che si serbi fra noi il culto delle memorie, e ardenti voti si innalzino pe’ suoi nuovi e splendidi destini.

«Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è di aprire un’era novella di prosperità pel nostro paese (disgraziatissimo paese!), comincerà la nostra fedeltà a tutta prova e la nostra rispettosa devozione.

«Viva la Francia!

«Viva l’imperatore Napoleone III!

«Nizza, 3 aprile 1860.

«Il Governatore Provvisorio

«LUBONIS».

Proclama del Governatore della provincia di Ciamberì

«Il Governatore della provincia di Ciamberì s’affretta d’informare gli abitanti della provincia, che è stato convenuto tra il governo sardo ed il governo francese che l’espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del suffragio universale, e che per questo fine le seguenti disposizioni furono prese d’accordo tra essi:

«Art. 1° I Savoini abitanti della provincia di Ciamberì sono chiamati a votare sulla seguente questione: La Savoia vuol essere riunita alla Francia? — Art. 2° Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, per mezzo di poliza manoscritta o stampata. Qualunque poliza che non recasse una risposta diretta alla questione fatta e che recasse qualche frase riprensibile sarà considerata come nulla. — Art. 3° Lo scrutinio sarà operato in ogni Comune Domenica, 22 aprile 1860, dalle ore otto antimeridiane alle sette pomeridiane. —Art. 4° Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in etàd’anni ventuno almeno nati in Savoia, o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subita condanna alcuna od una pena criminale. — Art. 5° Sarà formato in ogni Comune un Comitato presieduto dal Sindaco, ed in caso d’assenza o d’impedimento dall’Assessore più anziano non impedito nella Giunta municipale, e composto in oltre da quattro membri presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consiglio municipale per ordine di anzianità; secondo l’articolo 193 della legge del 23 ottobre p. p.; a questo Comitato si aggiungerà un segretario di sua scelta. — Art. 6° Farà le liste, e le farà pubblicare Domenica, 15 del corrente, al più tardi. Deciderà d’urgenza intorno ai richiami che potranno essere fatti. Presiederà alla votazione, e ne registrerà il risultato in un processo. Verbale sottoscritto da tutti i membri. — Art. 7° Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, sarà stabilito, previa autorizzazione del Governatore, per ogni sezione un uffizio speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunale nel modo indicato nell’art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto le disposizioni d’ordine pubblico contenute negli articoli 51, 52, 53, 54, 55 e 56, come purequelle dell’articolo 65, della citata legge del 23 ottobre ultimo. — Art. 8° io spoglio essendo terminato, i processi verbali saranno immediatamente trasmessi agli Intendenti dei Circondari (arrondissements) che li faranno giungere al segretariato della Corte d’Appello per mezzo del Governatore. — Art. 9° La corte, a camere riunite, provvederà allo spoglio generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta pubblica.

«Ciamberì, il 7 aprile 1860.

«Il Governatore reggente, DUPASQUIER».


Torna su



CAPO IV


Torna su



DOCUMENTI CHE PRECEDETTERO E ACCOMPAGNARONO LA CESSIONE DI NIZZA E SAVOIA

Dopo le recate cose intorno alla famosa cessione, è bene analizzarla; lo faremo con un po’ di documenti, anche retrospettivi. Sia per il primo il seguente:

Nota del Ministro Thouvenel

al Barone di Talleyrand, Ministro di Francia a Torino

«Parigi, 24 febbraio 1860.

«Signor Barone,

«Ho l’onore ¿’inviarvi qui unita equa del dispaccio che ho indirizzato all’ambasciatore dell’Imperatore a Londra, e nel quale,facendogli conoscere l'opinione del governo di S. M. intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, onde evitare ogni responsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione, che bentosto diventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata, se si lasciasse in balia di sé medesima, ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto per tutti il momento di spiegarsi con tutta franchezza; oggi quindi voglio esporvi, senza reticenza venma, le idee del governo dell’Imperatore, acciocché il gabinetto di Torino possa da sé medesimo giudicare fino a qual punto gli convenga uniformarvisi colla propria condotta, in presenza di cotanto gravi e, direi anzi, solenni circostanze.

«Da una parte fare in modo che i risultati della guerra non sieno compromessi nella stessa Italia, ottenere dall’altra che dessi, in un avvenire più o meno prossimo, sieno consacrati dall’adesione officiale dell’Europa, ossia in altri termini, evitare delle complicazioni che getterebbero la Penisola nell’anarchia, e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo più presto che sia possibile sotto la salvaguardia del diritto internazionale: ecco il doppio scopo che mai cessammo di fare oggetto dei nostri desiderio che desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna. Il gabinetto di Torino può con noi associarsi per compiere tale assunto, ed il suo successo sarebbe verosimilmente assicurato. Egli è libero del pari di battere un’altra via; ma gl’interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell’Imperatore di seguirlo, e la lealtà ci impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi, fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M. Sarda, che io devo partitamente intrattenervi.

«Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torino si mostra deciso a considerare e far considerare da tutti l’organizzazione che una parte dell’Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l’origine di un periodo storico senza limiti prestabiliti alla sua durata in condizione d’ordine e di pace, la natura medesima delle cose farà superare molti ostacoli. Affinché tale organizzazione rivesta un tal carattere agli occhi di tutti, gli è necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile disordine, sia nel seno di sé medesima, sia nelle sue relazioni esterne.

«Il governo dell’Imperatore è dal canto suo profondamente convinto, che una stessa ed unica causa produrrebbe l’uno e l’altro di questi effetti, e che infallibilmente si farebbero sentire nel giorno, in cui il gabinetto di Torino intraprendesse un’opera sproporzionata ai suoi mezzi regolari d’influenza e d’azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio e pel lavoro di assimilazione, al quale dovrà accingersi, incontrerà ostacoli, che essa certamente non deve dissimularsi.

«Essa troverassi in realtà meno potente, soprattutto meno capace di padroneggiarsi nelle sue rivoluzioni; essa si lascierà trascinare, non sarà più dessa che darà la direzione: e l’impulso, che fece la forza ed il successo del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più a Torino il suo punto di partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della Penisola sono alla vigilia di decidersi irrevocabilmente, che il governo dellTmperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d’altronde fa fede del suo unico interesse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque francamente: il sentimento, il quale fe’ sorgere in certe parti d’Italia l’idea dell’annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una manifestazione contro una grande Potenza, anzi che un’attrazione ben ponderata verso la Sardegna, Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non tarderebbe a cambiarsi in pretensione, che la saggezza consiglierebbe il gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere violentemente accusato di rinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto egli fu ampliato ed armato? Nessuno il sa; ma verosimilmente egli sarebbe esposto a due eventualità egualmente deplorabili: la guerra e la rivoluzione.

«Considerando ogni cosa, signor Barone, col fermo intendimento di cercare fra tutte le soluzioni quella, che meglio si concilia colle attuali incalzanti necessità e colle convenienze di un più calmo avvenire, si riesce a scorgere che egli è ormai tempo di scegliere una combinazione, che si possa sottoporre all’approvazione dell’Europa con qualche probabilità di fargliela accettare, e che conserverebbe alla Sardegna l’intero esercizio della normale influenza, cui essa ha diritto (?!) di pretendere nella Penisola.

«Tale combinazione, giusta l’opinione maturamente ponderata dal governo dell’Imperatore, sarebbe la seguente:

«l.° Annessione completa dei Ducati di Parma e Modena alla Sardegna;

«2.° Amministrazione temporale delle Legazioni della Romagna, di Ferrara e di Bologna sotto la forma di un Vicariato, esercitato da S. M. Sarda in nome della S. Sede;

«3.° Ristabilimento del Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale.

«In questo aggiustamento, l’assimilazione, limitata alla' Lombardia e ai Ducati di Parma e di Modena, non sarebbe più un(9)impresa, alla quale la Sardegna sarebbe obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di Torino conserverebbe la sua libertà d’azione, e potrebbe occuparsi anche a consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in un regno compatto i territori aggiunti alle possessioni ereditarie di re Vittoria Emmanuele.

«Il Vicariato soddisfarebbe lo spirito municipale, che è una tradizione secolare nelle Romagne, e l’influenza naturale, che deve ambire di esercitare la Potenza, diventata dominatrice della più grande parte del Po.

«Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio di guarentire alla Sardegna la posizione, che le è necessaria al punto di vista politico; di soddisfare le Legazioni al punto di vista amministrativo, e al punto di vista cattolico costituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per acquietare gli scrupoli e le coscienze.

«Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente alla Francia; poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco alla Sardegna. Noi non lasceremmo nulla intentato, affinché le altre Potenze, edotte dell'impossibilità di restaurare completamente l’antico ordine delle cose, e di non tener conto delle presenti necessità, si sforzassero, noi insieme, di far comprendere ài Papa, che tale combinazione, francamente accettata, salverebbe tutti i diritti essenziali (!?) della S. Sede.

«Ciòche ne detto, signor Barone, intorno alla necessità di prevenire i pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un maggior ingrandimento, si applica più specialmente alla Toscana. L’ idea dell’annessione del Granducato, ossia l’assorbimento di un altro Stato, di un paese dotato di una si bella e nobile istoria, e finora cotanto affezionato alle sue. tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da un’aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell’Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa delle popolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, quali che sieno ora, io non ne dubito, le intenzioni rette del governo sardo, nasconde, dalla parte di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all'Austria per la conquista della Venezia, e un secreto intento, se non di rivoluzione, almeno di minaccia per la tranquillità degli Stati della S. Sede e del Regno delle Due Sicilie. A questo riguardo, sì in Italia che fuori, nessuno può farsene un’altra idea, e tali questioni, invece di sparire, non farebbero che riprendere vigore con nuova violenza.

«Il governo dell’Imperatore, senza nascondersi le difficoltà che rimarrebbero a risolversi, onde procurare il trionfo della soluzione, alla quale, se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, che cotali difficoltà non sarebbero invincibili. Certo altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare completamente la Francia e la Sardegna, da pacificare l’Italia per un lungo periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto nessuno di quegli interessi, che l’Europa ha il diritto e il dovere di porre sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l’Imperatore, non solamente non esiterebbe ad obbligarsi dinanzi a una Conferenza o ad un Congresso di assumere la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe siccome tale da non poter essere, secondo lui, violata eia un intervento straniero. In questa ipotesi adunque la Sardegna sarebbe certa di averci con sé e dietro di sè. Voi siete autorizzato a dichiararlo formalmente al signor Conte di Cavour. Avrò io ora bisogno, signor Barone, di entrare in lunghi particolari per dirvi quale sarebbe la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione, preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli evitare?

«L’ipotesi, nella quale rigoverno sardo non avrebbe che a far conto sulle proprie sue forze, si manifesta, direi così, da sé stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi maggiormente su di essa intrattenere.

«Io mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell’Imperatore, che noi non potremmo a nessun costo consentire ad assumere la responsabilità d’una tale posizione. Quali che siano le sue simpatie per l’Italia e specialmente per la Sardegna, che ha mescolato il suo col nostro sangue, S. M. non esiterebbe a dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida della propria condotta gl’interessi della Francia. Come ho già detto al signor Conte diPersignv,dissipare pericolose illusioni non è voler frenare abusivamente Fuso che la Sardegna e l’Italia possono voler fare della libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare, e che sono definitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo dell’Imperatore ha ottenute dalla Corte di Vienna. Ciò è semplicemente, lo ripeto, rivendicare l’indipendenza della nostra politica, per non esporla a complicazioni che non ci assumeremo di sciogliere se i nostri consigli saran stati impotenti a prevenirle.

«Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualche parola intorno alla Savoia e alla Contea di Nizza. Il governo dell’Imperatore sentì rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo riguardo dai giornali; ma egli non crede dovervi però meno prestar fede come all’espressione di un’opinione che s’afforza ogni giorno, e cui bisogna dare qualche peso. Tradizioni storiche, che è inutile di rammentare, hanno dato credito all’idea che la formazione di uno Stato petente appiè delle Alpi sarebbe sfavorevole ai nostri interessi, e benché nella combinazione esposta in questo dispaccio l’annessione di tutti gli Stati dell’Italia centrale non sia completa, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.

«Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigono certamente le medesime garanzie, ed il possesso della Savoia e della Contea di Nizza, salvi gl'interessi della Svizzera, che desideriamo di prendere in considerazione, si presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la sicurezza delle nostre frontiere.

«Voi dovrete adunque richiamare su questo punto l’attenzione del signor Conte di Cavour; ma gli dichiarerete contemporaneamente, che noi non vogliamo costringere la volontà delle popolazioni, e che inoltre il governo dellTmperatorenon mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di consultare anzitutto le grandi Potenze dell’Europa, onde prevenire una falsa interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.

«Vogliate leggere questo dispaccio al signor Conte di Cavou e rimettergliene una copia.

«Ricevete, ecc.

«Firmato THOUVENEL.»

Discussioni diplomatiche intorno alle annessioni e sconnessioni italiane

A questo punto l'Armonia dell'8 marzo 1860 ricorda quattro documenti diplomatici di grande importanza, cioè: — l.° La nota ora recata del ministro Thouvenel al barone Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino, del 24 febbraio 1860; — 2.° La Nota del Conte di Cavour al cav. Nigra, incaricato d’affari della Sardegna presso il gabinetto delle Tuilleries, del 29 febbraio 1860; — 3.° La Nota del Conte di Rechberg al Principe di Metternich, ambasciatore austriaco a Parigi, dove espone la natura della pace di Villafranca e del trattato di Zurigo, del 17 febbraio 1860; — 4.° Un altra Nota dello stesso Conte di Rechberg, che risponde a vari appunti del ministro Thouvenel, sotto la stessa data.

La nota del Thouvenel, dei 24 febbraio, proponeva al governo sardo: l.° L’annessione definitiva di Modena, Parma e Piacenza. 2.° Un, Vicariato della Sardegna nelle Legazioni. 3.° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al Piemonte l’abbandono della Francia, se non avesse accettato queste proposizioni.

Il Conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva, che avrebbe trasmesso le proposte ai governi rivoluzionari dell’Italia Centrale, e indicava ciò che quei governi avrebbero fatto.

«Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che quei governi, usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità di una risoluzione così grave, che decide della sorte di quelle popolazioni. Essi si crederanno naturalmente in dovere, come furono impegnati a farlo dalla quarta proposta inglese, di consultare la nazione in modo da ottenere una manifestazione de' suoi voti più che è possibile completa e solenne. A questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragio universale diretto, come quello il cui risultato può essere meno d’ogni altro contestato».

Il Conte di Cavour esaminava poi in modo particolare la proposta di un Vicariato nelle Romagne, e diceva:

«Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettare questa combinazione, quantunque ispirata dal desiderio (?!) di salvare i suoi diritti, e di non diminuire l’alta posizione ch’Egli occupa in Italia. Infatti ciò che ha impedito sinora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero necessariamente restringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme consigliate da tutta l’Europa, si fu il timore d’incorrere nella responsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principi vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre ad alcune conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si considera, a giusto titolo, come il supremo custode. Un fatto recentissimo viene in appoggio di quest’asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un termine alla occupazione di Roma, invitava la Santa Sede a formare, sull’esempio delle altre Potenze europee, un’armata nazionale, le fu risposto che il Santo Padre non potrebbe ammettere il reclutamento; imperocché ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare a un celibato, sia pure temporario, un gran numero dei suoi sudditi.

«L’istituzione di un Vicariato non trionferebbe di questi scrupoli (?!). Il Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo Vicario, non vorrebbe certo lasciargli la libertà di azione necessaria a far si che la combinazione proposta avesse un utile risultato».

Qui il Conte di Cavour, che non voleva lasciarsi vincere in prò«getti dal ministro Thouvenel, faceva, riguardo alle Romagne, la seguente proposta:

«Io credo, dice il Conte di Cavour, che proponendosi la Francia di assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l’alta sovranità politica, si raggiungerebbe lo scopo con minore difficoltà, ove si facesse l’annessione, sotto la espressa riserva da parte del Re di Sardegna, di negoziare colla Santa Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune obbligazioni che Sua Maestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni consisterebbero nel riconoscimento dell’alta sovranità del Papa, nell’impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese della Corte di Roma».

Il Conte di Cavour termina la sua Nota colla seguente dichiarazione:

«Quali che sieno le risposte che gli Stati dell’Italia centrale emetteranno, il governo del Re ha anticipatamente dichiarato di accettarle senza riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia mediante la formazione di uno Stato separato, la Sardegna non solo non si opporrà all’effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente (?!) a vincere gli ostacoli, che questa soluzione potesse incontrare, e a prevenire gl’inconvenienti che potrebbero derivarne.

«Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati di Panna e di Modena.

«Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, in modo solenne, la ferma loro volontà d’essere unite al Piemonte, noi non potremmo opporvici più a lungo. Quand’anche lo volessimo, non lo potremmo (ed è cosa evidente, ormai governando in Piemonte la framassoneria).

«Nello stato attuale dell’opinione pubblica, un Ministero che si rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondo voto popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un voto unanime di disapprovazione.

«Accettando anticipatamente l’eventualità dell’annessione, il governo del Re prende sopra di sé una immensa responsabilità. Le formali dichiarazioni contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al Barone di Talleyrand rendono naturalmente più gravi i pericoli, che questa misura può portare in seguito. Se non retrocede dinanzi ad essi, egli è perché si convinse che, rigettando la domanda di annessione della Toscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re Vittorio Emmanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in Italia (?!), ed essi si troverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che la forza. Anziché compromettere in questo modo la grandopera di rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificì, l’onore e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consigliano il Re e il suo governo ad esporsi agli eventi più pericolosi».

Passiamo ora alle due Note del Conte di Rechberg, Ministro degli affari esteri nell'Impero austriaco. Egli espone nei seguenti termini l'indole degli accordi di Villafranca:

«Al tempo della soscrizione de' preliminari di Villafranca, l’Imperatore Napoleone, ce lo conferma il signor Thouvenel, nutriva speranza che il nuovo organamento dell’Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle legittime autorità. Questa speranza, che nell’animo di Francesco-Giuseppegiunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani quando si porsero la mano per mettere un termine allo spargimento di sangue. L’Imperatore, nostro augusto Sovrano, acconsentì a un doloroso sagrificio, ma solamente sotto la condizione che nell’Italia centrale venisseroristauratele legittime autorità. Nell’interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza che questa potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamenti, mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre; ma si rifiuta con fermezza di approvare combinazioni, le quali avessero a pregiudicare i diritti di terzi, e segnatamente quelli di que’ Principi, che si erano confidati nell’alleanza coll’Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovrani spodestati, ed appoggiare nello stesso tempo gli sforzi dell’Imperatore dei Francesi, il quale credeva di poter dare soddisfazione alle aspirazioni del senti mento nazionale, mediante l’intima unione dei governi della Penisola con un vincolo federativo: questo era il doppio scopo che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nello intento di dare un indirizzo uniforme all’attuazione della parte politica de' preliminari di pace.

«L’Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto alla situazione dell’Italia. Sua Maestà crede ancora oggi, come credeva a Villafranca, che sarebbe una pericolosa illusione quella di supporre, che sia possibile fondare un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti consacrati dai secoli e dai trattati europei.

«La Francia, dice il signor Thouvenel, è convinta quanto chicchessia della santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamo questa convinzione, ed è perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a vedere che un primo trattato, conchiuso da cosi poco tempo colla Francia, dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante importanza. È chiaro che, non avendo luogo la ristaurazione, resta in egual modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne saranno le conseguenze»?

Nella seconda Nota il Conte di Rechberg risponde ai principali appunti del ministro Thouvenel.

1°. Appunto: Il contegno passivo dei Principi spodestati dell’Italia centrale dopo la pace di Villafranca. Il Conte di Rechberg risponde:

«Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestati avrebbero potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è necessario ricordare ora nuovamente le cagioni che produssero la sollevazione dell’Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio della storia. Si fu la Sardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il movimento, se ne impadroni per farlo servire ai suoi fini. Furono agenti della Sardegna quelli che riorganizzarono l’amministrazione, mercé l’espulsione di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all’antico ordine di cose; furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l’esercito della Lega. Anche in questo momento il Ministro della guerra di S, M. sarda è nello stesso tempo comandante supremo dell’esercito della Lega, e parecchi Generali sardi dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna. I paesi insorti stanno sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore de' legittimi Sovrani è punita come un delitto d’alto tradimento. Cinque sesti della popolazione sono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l’impressione del terrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani spodestati, a fronte di un si violento stato di cose, potuto far udire la loro voce?

«L’accoglienza che i capi del movimento avrebbero infallibilmente preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per la loro dignità un’ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso, senza utilità, il loro avvenire»?

2°, Appunto: — L’esitanza del Sovrano degli Stati della Chiesa nell’attuazione delle riforme. — Il Conte di Rechberg risponde:

«Quali che potessero anche essere state le riforme che il Sovrano degli Stati della Chiesa fosse risoluto d’introdurre ne’ suoi domini, sarebbe egli stato conveniente di annunciarle in un momento, in cui un’assemblea faziosa pronunciava in Bologna la decadenza di lui»?

3°. Appunto: — Il silenzio mantenuto dall’Austria riguardo all’amministrazione di Venezia. — Il Conte di Rechberg risponde:

«In quanto si riferisce alla Venezia, sussistono ancora le generose intenzioni che l’Imperatore, nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villafranca, però dietro riserva della propria indipendenza ed autonomia di fronte ad ogni e qualunque influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto, di chi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villafranca fu per il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un’attività, della quale la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati, costituiti su questo fine sotto l’egida della, Sardegna, fatto sforzi incredibili per indurre le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla testimonianza del prode e leale esercito francese, sotto gli occhi del quale si svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento d’indignazione prodotta da questa guerra sotterranea, che si continuava all’ombra della pace appena conchiusa.

«Gli emissari del disordine percorsero la Venezia in tutte le direzioni, accendendo da per tutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene riuscito, che il governo nostro ha sentito rimperioso dovere di guarentire ai pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gl'irreconciliabili nemici della pubblica tranquillità, quell’efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, dove avesse scelto un tale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si riferisce il signor Thouvenel»?

4°.Appunto: Le missioni affidate al conte Reiset ed al principe Poniatowski nell’Italia centrale, le quali andarono fallite ambe due. Il Conte di Rechberg risponde:

«Ma non si potrebbe forse, senza timore d’ingannarsi, attribuire anche in gran parte questo cattivo successo alle assicurazioni, che altri organi del governo francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante attinse la convinzione, che l’uso della forza era escluso dalla serie dei mezzi da adoperarsi per ottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi alle insinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di servirsi senza ritegno di tutti i mezzi, che stanno in ogni tempo a disposizione di un governo di fatto, per impedire la manifestazione della vera opinione della maggioranza».

5° Appunto: Un intervento armato nell’Italia centrale è impossibile per parte della Francia e dell”Austria. II Conte di Rechberg risponde:

«È per noi cosa importante di far qui una distinzione tra la questione di principi e quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per nostro conto faremo calcolo, consigliano (?!) ad ambedue le Potenze di astenersi dallo intervento armato nell’Italia centrale. Dall’altro canto ci preme di constatare che l’applicazione del principio proclamato dalla Francia è soggetto a molte eccezioni, che dipendono dalla natura dei casi.

«E certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo a favore della sollevazione dell’Italia centrale, senza il quale quella sollevazione non avrebbe potuto consolidarsi.

«Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principio del non intervento una massima internazionale di grande autorità, confessa per altro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanze imperiose, e perché i suoi interessi gli imponevano come una necessità quell’intervento».

6° Appunto: Se non si aggiustano presto le cose d’Italia, la demagogia strariperà. Il Conte di Rechberg risponde:

«Noi non neghiamo che la prolungazione dello stato d’incertezza che pesa sull’Italia centrale, non possa aver per risultato finale lo straripamento delle idee demagogiche, come mostra di temere il signor Thouvenel. Ma noi non possiamo per questo liberarci dal timore che una soluzione, la quale consacrasse il trionfo di que’ principi che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi dallo scongiurare quei pericoli, non sia proprio all’opposto a renderli maggiori».

Fin qui le accennate note. — Ora rimettiamoci in via.

Torna su



CAPO V


Torna su



LA CESSIONE DI NIZZA E SAVOIA INNANZI AL PARLAMENTO SARDO

Perché la commedia fosse completa il Parlamento doveva come che sia occuparsene, quindi gli veniva presentata la seguente:

Relazione sul trattato del 24 marzo

«Signori,

«La vostra Commissione ha preso a maturo esame il trattato, presentatovi dal governo del Re per la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia.

«Essa partecipa ai sentimenti di gratitudine espressi nella relazione che precede il progetto di legge, ma trae la giustificazione del trattato da più profonda cagione. Imperocché la giudica, non come un flitto isolato, ma come una parte della nostra politica nazionale. U trattato del 24 marzo collegando in più intima unione la Francia e l’Italia, nel momento appunto che per le fatte annessioni i vincoli dell’alleanza correvano forse pericolo di allentarsi; questo trattato consacra il passato, rassicura il presente e prepara l’avvenire.

«Le condizioni d’Europa, gli interessi e le relazioni moltiplicate di di numero e di frequenza rendono più che mai difficile ad ogni nazione il vivere e il progredire segregatamente. Questa difficoltà diviene quasi impossibilità quando trattasi di compiere una grande impresa e di fare che i risultati di essa siano ammessi nel diritto pubblico europeo. L’Italia dunque, a fornire il compito assegnatole dalla Provvidenza, ha mestieri di alleanze sincere, intime e soprattutto operose.

«Ora un’alleanza è un ricambio di buoni uffici e di mutui sagrifizi ove occorra. La Francia lo provò accorrendo in nostro aiuto quando l’Austria invadeva (?!) il nostro territorio. I suoi prodi soldati versarono il sangue sul Ticino e sul Mincio; e gli eserciti alleati di vittoria in vittoria liberarono la Lombardia e la ricongiunsero alle antiche provincie. La Francia si mostra ancora generosa alleata, vietando qualunque intervento straniero nell'Italia centrale, e lasciando in tal modo liberi delle loro azioni i popoli dell’Emilia e della Toscana, i quali col senno e colla perseveranza seppero riuscir e all’esito desiderato. Finalmente, quali che fossero stati i primi suoi consigli sul futuro ordinamento d’Italia, essa riconobbe il nuovo regno quale si trova ora costituito.

«Ora il governo del Re ci propone, che per parte nostra non ci opponiamo a ciò che la Savoia ed il circondario di Nizza si riuniscano alla Francia col consenso delle popolazioni.

«Certo è grave e doloroso sagrifizio il separarci da queste nobili provincie. Nizza, sebbene distinta dallTtalia ed attinente alla Provenza per posizione geografica, per lingua e per antiche memorie, ebbe comuni con noi quasi cinque secoli di storia; lo spirito italiano già vi metteva radici. Savoia, distinta ancor più dall’Italia, fu culla dei nostri Re, terra classica dell’onore, della fedeltà e della prodezza mi litare. Pure, bene considerando la natura dei luoghi e delle popolazioni, non si può affermare che dal presente Trattato venga leso il principio della nazionalità italiana. Tale fu il convincimento unanime della vostra Commissione. E come, senza di ciò, non vi avrebbe mai aderito, così ne trae argomento irrefragabile (?!) per la integrità futura del territorio nazionale.

«Senza accettare l’autorità del suffragio universale, come principio assoluto, (notabene). dobbiamo però riconoscere essere un grande progresso nel diritto pubblico europeo, che non possa disporsi dei popoli senza il loro consentimento. Il voto universale che fu già applicato nell’Italia centrale a conferma delle deliberazioni delle assemblee, potrà forse nell’avvenire ricevere ulteriori applicazioni. Noi non potevamo dunque rifiutarlo rispetto alla Savoia e a Nizza.

«Finalmente non si dee pretermettere che da questi fatti risulta un argomento nuovo ed efficace, perché i diritti sanciti nei Trattati del 1815 non possono invocarsi a danno d’Italia.

«Passando ora a far parola dei particolari del Trattato, la vostra Commissione avrebbe desiderato che il governo indicasse con precisione i nuovi confini fra il Regno e la Francia; male difficoltà inseparabili da questa operazione, e la necessità di togliere Nizza e Savoia da uno stato d’incertezza e di precarietà penoso e nocivo ai loro interessi, l’indusse a non insistere su questo punto. Bensì prendemmo atto delle dichiarazioni fatte nella relazione, che precede il progetto di legge, e insistemmo inoltre vivamente perché il Ministro faccia ogni sforzo affinché rimangano all'Italia quei punti, che più si attengono a noi, e che hanno maggiore importanza militare per la difesa.

«Fu esposta al Ministro la difficile condizione nella quale si troverebbero alcune popolazioni delle alte valli, le quali, rimanendo unite a noi, non avrebbero comunicazione dalla parte meridionale col rimanente dello Stato, se non attraversando il territorio francese; e ne avemmo assicurazione che condizioni doganali apposite sarebbero concertate colla Francia, per assicurare loro libertà di transazioni commerciali, provvedendo in appresso con nuove vie di comunicazione.

«La Commissione ebbe dal Ministro spiegazioni soddisfacenti riguardo alle disposizioni della Francia circa il Ciablese ed il Faucigny, non solo rispetto alla neutralità svizzera, ma anche riguardo alla difesa del regno.

«Similmente accolse di buon grado le sue dichiarazioni circa le vertenze contenute nell'Art. 4 La Francia, che tanto cooperò ad appianare gli ostacoli finanziari che sorsero coll’Austria in occasione del trattato di Zurigo, si dimostra pure ben disposta in questa circostanza, ed essa non vorrà opporre difficoltà alle nostre giuste esigenze.

«Riservandosi la direzione e la esecuzione del tunnel sotto le Alpi, il governo del Re credette fare opera patriottica, poiché questa gigantesca impresa fu ideata ed incominciata da ingegni italiani e con mezzi italiani. Ciò però non toglie che il governo francese non concorra anch’esso in equa proporzione alla spesa occorrente.

«Senza entrare in più minute considerazioni sull’arduo argomento, la Commissione unanime si propone l’adozione pura e semplice del progetto di legge.

«Essa esprime i più caldi voti di prospero avvenire alle nobili provincie, che per tanti secoli ebbero con noi comuni le sorti, e che pagarono sì largo tributo alla nostra causa. Sappiano esse che i sensi espressi al Parlamento dal generoso Principe che ci regge sono scolpiti nel cuore di tutti.

«RORA, relatore».

Un commento alla Relazione Rorà

L’Armonia con quel sale che è tutto suo proprio fa qualche commento alla riferita relazione, e noi lo cogliamo al solito per la Storia:

—Relatore del trattato del 24 marzo, dice essa, venne nominato il marchese Rorà, quel desso che fu a Ravenna commissario piemontese, e aiutò la politica che riuscì a sottrarre le Romagne dal dominio del S. Padre. Ed è curioso il vedere questo signor Marchese, che contribuì a diminuire in Italia i possedimenti di un Principe veramente italiano, ora dar opera perché un’italiana provincia venga voluta allo straniero!

Imperocché il deputato Rorà nella sua relazione sostiene che la Savoia e la Contea di Nizza si debbano cedere all’Imperatore dei Francesi. E le ragioni che adduce sono le seguenti, che noi esamineremo brevemente:

1.° La cessione consacra il passato, rassicura il presente, prepara l'avvenire. Consacra il passato? Oh, sì davvero! A Plombiéres il Conte di Cavour fece un contratto col Bonaparte, negoziando la Lombardia, la Savoia e Nizza. La Francia compì la sua parte conquistando e cedendoci la prima. Ora tocca a noi fare l’obbligo nostro, e cedere alla Francia le provincie piemontesi. In questo senso la cessione consacra il passato! Ma è un un nobile e glorioso passato?

Rassicura il presente? Ben doloroso, ben incerto dee essere questo presente se per rassicurarlo ci vuole il sacrificio, non solo di una parte del nostro territorio, ma sì ancora del principio medesimo dell'indipendenza e nazionalità italiana! e questo presente per quanto tempo durerà rassicurato?... E ci sarebbe in Italia un altro governo che fosse disposto a rassicurare il presente col sacrificio di una parte dei suoi popoli? Anche al Papa fu proposto dal Bonaparte di rassicurare il presente, rinunziando agli incontestabili diritti che ha su di alcune sue provincie. Pio IX ha risposto un generoso ed intrepido non possumus, e questa risposta l’onora e lo rassicura assai più che tutte le pericolose condiscendenze.

Prepara l'avvenire? Un tremendo avvenire ci prepara la cessione della Savoia e di Nizza. Dopo il dipartimento delle Alpi marittime la Francia chiederà quello di Montenotte, e noi dovremo accordarlo. La logica inesorabile dei fatti ci condurrà ad altre concessioni, e di tal guisa tutta la Liguria, tutto il Piemonte diventeranno francesi. (E se Napoleone III avesse superato lo scoglio di Sedan, ora saremmo a questo). Ecco l’avvenire che ci prepara il Trattato del 24 marzo, se Dio non disperde il triste vaticinio!

2.° La cessione della Savoia e di Nizza, segue a dire il deputato Rorà, si dee considerare come una conseguenza della lega sardofranca, perché un'alleanza è un ricambio di buoni uffizi. Giusto principio è questo; ma il ricambio dee farsi sempre nel medesimo ordine per essere ragionevole ed equo. Noi dobbiamo rendere alla Francia ciò che essa ha dato al Piemonte. Essa ci aiutò coi suoi soldati a vincere una guerra, e noi dobbiamo mostrarci pronti a soccorrerla qualora si trovasse nelle medesime contingenze. (E vi si trovò dieci anni dopo. Ma il Piemonte, sempre leale e grato, la piantò in faccia alla Prussia, che, per tale vigliacco abbandono, gli lasciò prendere impunemente Roma).

Ma la cessione di una provincia italiana al Bonaparte non è un ricambio, Napoleone III non ci ha regalata nessuna provincia francese. Qualora osasse farlo, la Francia intera si leverebbe contro di lui. Perché dunque dovremo ricambiarlo alla maniera degli scialacquatori, e dare assai più di quello che abbiamo ricevuto?

3.° Una terza ragione del deputato di Rorà è un solennissimo errore di storia e di geografia. Egli osa dire che Nizza fu sempre distinta dall'Italia, ed attinente alla Provenza per posizione geografica, per lingua e per antiche memorie. Oh! signor Rorà siete così ignorante? Leggete Strabono, e vi dirà che Nizza è italiana (196). Leggete Plineo il vecchio, e vi dirà che il Varo separa l’Italia dalla Francia (197). Leggete Pomponio Mela, e vi dirà che il Varo è il limite dell'Italia (198). Leggete Tolomeo, e vi dirà che l’Italia si stende dalle bocche del Varo fino a Napoli (199). Leggete le lettere del Petrarca, e imparerete che Italiae terminus Varus est, e che Nizza è prima italarum urbium (200). E se non v’intendete di latino, leggete Amedeo Thierry, e v’insegnerà che Nice est véritablement en Italie (201).

La storia va d’accordo colla geografia, e dimostra che Nizza fu sempre italiana, e italiano è pure il suo dialetto tanto quanto può esserlo il dialetto piemontese. Dunque il signor Rorà s’inchini coi Ministri al supremo volere del Bonaparte, ma almeno non dica spropositi tali da far arrossire uno scolaretto.

4.° Finalmente una quarta ragione arrecata dal signor Rorà è che, cedendo noi la Savoia, si distruggonoi Trattati del 1815!... Oh questa è bella davvero! Dunque per distruggere i trattati del 1815 cedete tutto il Piemonte...! E non sapete, o capocchi, che Genova è posseduta dal Piemonte in forza di quei Trattati che volete distruggere? E ignorate il lavoro sotterraneo, a cui già s'è messo mano per unire alla Francia anche la capitale della Liguria?

Il deputato Rorà conchiude la sua relazione augurando mille prosperità allepopolazioni che passano alla Francia. E una specie di buon viaggio, che dice a quei popoli dopo di averli messi alla porta. —

Ed ora ecco la Relazione di Cavour al Parlamento:

Relazione del Conte di Cavour alla Camera per la cessione della Savoia e di Nizza

«Signori,

«Ho l’onore di presentare alla Camera il progetto di legge che autorizza il governo del Re a dare esecuzione al Trattato conchiuso a Torino, il 24 marzo 1860, per la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia.

«Gli avvenimenti memorabili testà compiutisi danno ragione di questo importantissimo atto politico.

«In pochi mesi, mercé l’aiuto generoso accordatoci dall'Imperatore dei Francesi, un regno di undici milioni d’Italiani, capaci di difendere ormai la propria indipendenza, sottentrò a quello Stato subalpino, che, per aver assunta la difesa della causa d’Italia, vedeva le sue provincie invase dalle truppe austriache.

«Questo splendido risultato non potea essere senza grande influenza sulla politica estera del governo del Re.

«La Francia, che ebbe tanta parte nei combattimenti avvenuti, espose al governo del Re non essere conveniente che il regno di Sardegna, cosi ampliato di territorio e di sudditi, conservasse quella stessa linea di frontiere che l’Europa aveva fissata fra i due paesi nei Trattati del 1815. Il governo francese domandò quindi la cessione a titolo di rettificazione di frontiere (?!) delle nostre provincie poste al di là delle Alpi.

«Per quanto grave fosse il sacrificio che ci veniva chiesto, il Re ed i suoi Ministri non riputarono di poter respingere questa domanda.

«Consci, anche per recenti esperienze, che l’ingratitudine è il peggiore dei sistemi politici, (possibile!) noi non volemmo che la Francia potesse rammaricare l’aiuto accordatoci, e stimarsi meno tranquilla e sicura avendo per vicina, anziché l’Italia debole e divisa, l’Italia degli Italiani.

«Però, nell’acconsentire alla separazione di due provincie, le quali, benché divise dal resto dello Stato da alte catene di monti, avevano dato all’augusta nostra dinastia tante prove di fedeltà e di affetto, il governo del Re pose al suo assenso alcune importantissime condizioni.

«Stabilì in primo luogo che la Francia si obbligasse ad osservare, rispetto alle provincie neutralizzate della Savoia, tutte le speciali stipulazioni vigenti a questo proposito fra la Sardegna e la Confederazione elvetica.

«Chiese inoltre che le popolazioni della Savoia e del circondario di Nizza fossero consultate intorno alla loro riunione alla Francia con quella stessa forma di votazione, con qui gli abitanti dell'Italia centrale manifestarono la loro volontà di formare un popolo solo con gli antichi sudditi del re Vittorio Emmanuele.

«Si convenne poi espressamente che una Commissione mista avrebbe fissato i nuovi confini fra i due paesi, tenendo conto delle necessità reciproche di difesa e della configurazione delle montagne. Questa Commissione, che dovrà pur recarsi sui luoghi, non ha ancora compiuti i lavori che le furono affidati. Il riferente è però lieto di recare a notizia della Camera che, giusta gli accordi già tenuti col governo francese, il nostro Stato rimarrà in possesso del corso superiore della Raiaf della Tinea e della Vesubia, come pure degli altipiani del grande e piccolo Cenisio, ora parte della provincia della Moriana.

«Altre Commissioni miste furono incaricate di sciogliere le questioni relative alla quota di debito pubblico, afferente alle provincie cedute, non che al tunnel del Moncinisio, alle ferrovie, ecc. ecc.

«La soluzione di queste questioni, benché non possa effettuarsi in breve spazio di tempo, e richieda lavori e studi minuti e diligenti, non offre però difficoltà tali da lasciare campo a controversie. Il governo del Re crede adunque che possa bastare per ora d’aver stabilito, che tali questioni saranno risolte d’accordo fra i due governi in quel modo, che è più conforme alle massime generali del diritto pubblico ed alla convenienza reciproca.

«Fu pure guarentita agli impiegati che divenissero sudditi francesi la conservazione del loro titolo, grado o pensione, e riservata a ciascuno degli abitanti delle provincie riunite alla Francia la facoltà di conservare la sudditanza sarda.

«La necessità urgente di por fine ad uno stato d'incertezza, che non era senza pericoli per l'ordine pubblico, fece si che si dovesse procedere alle votazioni nella Savoia e nel circondario di Nizza prima che il Trattato potesse essere sottomesso al Parlamento, del quale però fu espressamente riservata l’approvazione. Ma, essendosi adottata appunto quella forma larghissima di votazione, che fu adoperata teste nell’Emilia e nella Toscana, non parve inopportuno che il voto del Parlamento fosse preceduto da questa solenne inchiesta intorno alla volontà delle popolazioni (impostori!).

«Rimane ora che il Parlamento consacri, o respinga col suo voto questa importante stipulazione. Nel sottoporre questo grave argomento alle vostre deliberazioni, il riferente si limita ad osservare, che, se ogni cessione di territorio è sempre dolorosa, essa lo è assai meno quando non è il risultato d’umilianti sconfitte, ma la conseguenza di una guerra gloriosa; non è una concessione ad un vittorioso nemico, ma un attestato solenne della gratitudine d’un popolo risorto verso il suo generoso alleato».

Il Trattato del 24 di marzo alla Camera dei Deputati

Il venerdì, 25 di maggio, incominciava nella Camera dei Deputati la discussione del trattato del 24 marzo. La Patrie di Parigi aveva detto senza reticenze, che questa discussione sarebbe una semplice formalità, e che il Parlamento non potrebbe rigettare il Trattato, ma verrebbe invitato semplicemente a registrarlo!...

Invece il Conte di Cavour, nella tornata del 12 di aprile, rispondendo alle interpellanze di Garibaldi, dichiarava di non poter giustificare il Trattato del 24 marzo senza esporre i principi sui quali si è fondata, si fonda e si fonderà la sua condotta politica».

E questa esposizione il Conte di Cavour assumeva l’impegno di farla quando il Trattato fosse sottoposto alla Camera. Dopo un maturo esame, diceva, degli uffizi e di una Commissione da voi (deputati) eletta, il Ministero darà a voi le più ampie e le più precise informazioni».

Finalmente il Conte di Cavour conchiudeva le sue promesse dicendo ai deputati: «Potete far assegnamento sulla nostra parolai?!?!), che vi daremo ampio campo di discutere il nostro sistema».

Il presidente del Consiglio presentava alla Camera il Trattato del 24 di marzo, e nell’esposizione che lo precedeva, non disse nulla dei principi della sua politica, né si degnò dare le più ampie e più precise spiegazioni.

Il trattato venne discusso negli uffizi, fu nominata la Commissione, che elesse a relatore il deputato Rorà. Questi sdoganò molti spropositi di storia, di geografia, di buon senso; ma non ottenne, non ricercò, non diè alla Camera ed al paese le tanto aspettate più ampie e più precise spiegazioni!

Ora, notava l'Armonia, siamo all’ultima scena: il Conte di Cavour doveva parlare e mantenere la sua promessa. Raccontarci la storia di Plombières, esporci i suoi accordi col Bonaparte, dirci perché questi dapprima non voleva ingrandirsi, e poi mutò parere; perché il marchese Orso Serra, governatore a Ciamberi, protestò che il governo non cederebbe a qualsiasi costo la Savoia, e poi l’ha ceduta; perché il marchese Montezemolo, governatore a Nizza, proibì sXT Avenir la discussione della separazione della Contea dal Piemonte, la quale era impossibile, ed oggidì è un fatto compiuto!

Tutto questo, concludeva il citato giornale, noi ci aspettavamo di udire dal Conte di Cavour, che inoltre vorrà anche indicarci dove il Bonaparte si fermerà, e quando. Imperocché oggidì Napoleone III, nel determinare i nuovi confini, non vuole più seguire i famosi versanti, e abbandona la configuration des montagnes. Secondo il Times, pare

che la Francia ci faccia grazia di qualche dirupo per estendere la sua frontiera orientale sulla spiaggia marittima oltre i limiti del territorio di Nizza». E se saltasse in capo a Napoleone III, di aver San Remo, Savona e Genova, che cosa farebbe il conte di Cavour? Attendiamo le più ampie e più precise spiegazioni! — Fin qui L’Armonia.

Approvazione della Camera dei Deputati del Trattato Gallo-Sardo

Il Trattato del 24 marzo, che cede la Savoia e Nizza alla Francia, fu votato dalla Camera dei Deputati il giorno 29 di maggio con 229 voti favorevoli nella votazione pubblica, e soli 223 nella votazione segreta. La discussione durava da cinque giorni, e il governo francese e il sardo non amavano che si protraesse più oltre.

Il Courrier des Alpes già incominciava a ridere de cette comedie, ed esclamava: «Voglia o non voglia il Parlamento, noi siamo Francesi! Quindi pregava gli onorevoli a non marchander à la Franco la Savoia, perché la discussione non potea riuscire a venni risultato».

Queste cose dette dal Courrier pubblicamente, venivano ripetute da altri sotto voce: e mentre un gran numero di Deputati dovea ancora parlare, si venne alla votazione. Quella per iscrutinio segreto diè sei voti meno di quella per appello nominale; fatto non nuovo, rilevava l'Armonia, ma sempre scandaloso. Taluno potrebbe dire: che libertà avranno avuto i popoli, se anche sei deputati non ebbero coraggio di aprire pubblicamente l’animo loro?

La Gazzetta del Popolo attribuisce la cosa ad una svista. Sei deputati che commettono una svista quando trattasi di alienare quasi un milione di cittadini! Ad ogni modo chi ha commesso la svista, dee confessarlo, e rettificare il suo voto. Se no, lo scandalo sussiste, e ricade su tutte le votazioni precedenti.

Noi, aggiungeva L’Armonia, non faremo commenti all'approvazione parlamentare: l’avvenire la commenterà pur troppo e forse ben presto!... Resta ancora il Senato. Corpo conservatore, dovrebbe almeno conservare alla dinastia la sua culla, che è la Savoia, il suo rifugio ne’ giorni della sfortuna, che fu Nizza. Ma il Senato nostro poco o nulla differisce dal Senato francese; e non possiamo avere in lui speranza di sorta. La nostra speranza è in Dio, e non la perderemo mai qualunque rovescio avvenga. Il buon cattolico deve dire con Giobbe: Etiam si occiderit me in ipso sperato.

Ecco ora i nomi dei Deputati che approvarono, o rigettarono il trattato.

Risposero si: Agudio — Airenti — Alasia — Albasio — Albicini — Aleardi — Alfieri — Allievi — Alvigini — Andreucci — Anguissola— Armoni — Antinori— Ara — Arconati-Visconti — Armelonghi — Astengo — Audinot — Balduzzi — Bartolomei — Bastogi — Beccalossi — Beolchi — Bernardi — Bertini— Berruti — Besana Alessandro — Bezzi — Bianchi Andrea — Bich — Bichi — Binard — Boccaccini — Boggio — Bolmida — Bona — BonCompagni — Bonghi —Bonollo — Borella — Borelli — Borgatti — Borghi — Borsarelli — Boschi — Brizio-Faletti —Brunet— Busacca — Gagnola — Camozzi — Canalis— Canestrini — Cantù — Caprioli — Carrega — Carutti —Cassinis— Castellarla — Castelli Demetrio — Castiglioni— Cavallini Gaspare — Cavour Camillo — Cavour Gustavo — Cempini — Chiapusso — Chiavarina — Chiaves — Chiò — Ciardi — Collachioni — Colombani — Coppini — Corrias — Corsi — Costamezzana — Crema — D’Ancona — De Benedetti — De Bernadis — De Blasiis — Degiorgi — De Giuli — De Herra — Della Gherardesca — Demaria — Di Cosilla — Ercolani — Fabre—Fabrizi—FalquiPes—Fantoni— Farini — Fenzi — Pigoli — Finali — Fontanelli — Frappolli — Fusconi — Gadda — Galeotti — Gazzoletti — Genero — Gherardi — GinoriLisci — Giorgini — Giudice — Giustiniani — Gorini — Grattoni — Grillenzoni — Grimelli — Grosso — Gualterio — Guer rieriGonzaga — Guglianatti — Guicciardi — lacini — Incontri — Kramer— La Farina — Lanza— Leo — Lissoni — Longo—Loi— Maceri — Macciò — Maggi — Magnani — Mai — Malenchini —Älalmusi— Mamiani — Manfredi — Manganato — Mangini— Mansi — Mari — Marliani — Marsili — Martinelli — Martini — Massa — Massarani — Massari — Mazza Pietro — Melegari Luigi — Menichetti — Menotti — Meuron — Michelini Alessandro — MinghelliVaini — Minghetti — Mischi — Mongenet — Mongini — Morandini — Morelli — Moretti — Morini— Mureddu — Negrotto — Oldofredi — Povtana — Panatoni — Pateri — Pellegrini — Pelluso — Pepoli Carlo — Pepoli Gioacchino — Peruzzi— Pescetto — Pezzani Piroli — Pirondi — Pistone — Poerio — Possenti — Rasponi — Restelli — Ricasoli Vincenzo — Ricci Giovanni — Ricci Antonio — Richetta — Robecchi (da Garlasco) — Robecchi Giuseppe — Rorà — Rovera — Ruffini— Ruschi — Rusconi — Sacchi— Salvoni — Sanguinetti — Sanseverino — Sanvitale — Scialoia — Sella Gregorio — Sella Quintino — Sergardi — Sforza-Cesarini — Simonetti — Solari — Solatoli — Strigelli — Susani — Tanari — Tegas — Tenca — Terrachini — Testa — Tibaldi — Tonelli— Tonello — Torelli — Torrigiani — Toscanelli — Trezzi — Turati — Ugoni — Valvassori — Varese — Vegezzi Saverio — Villa —’ Viora — Visconti-Venosta — Zambelli — Zanolini. — Totale 229.

Risposero no: Anelli — Asproni — Bertoni — Berte — Berti-Pichat — Biancheri — Bottero — Castellani-Fantoni— Castelli Luigi — Cavaleri — Depretis — Dossena— Ferracciù — Ferrari — Franchini — Guerrazzi — Maccabruni — Macchi — Massei — Mellana — Morardet — Mordini— Mosca — Pareto — Polti — Regnoli — Ricci Vincenzo — Sanna Gio:Antonio — SannaGiuseppe — Sineo — Tornati — Valerio — Zanardelli — Totale 33.

Si astennero: Ameglio — Berti — Bonati — Gabella — Capriolo —Casaretto— Cavallini Carlo — Coppino — Cornero — Costa — CottaRamusino — Cuzzetti — De Amicis — Gentili — Gi o vanola — Levi — Mathis— Melegari Luigi Amedeo — Michelini G. Battista — Montezemolo — Monticelli — Rattazzi — Rubieri — Sperino — Tecchio — Totale 23.

Il Trattato del 24 marzo al Senato

Nel seguente venerdì il Senato sardo alla sua volta discuteva il Trattato della famosa cessione. A questo consesso, disse il Conte di Cavour nel presentargli il disegno di legge, a questo consesso particolarmente si appartiene il mandato di conservare i diritti e le tradizioni del Regno». (?!) (Atti Uffic. del Senato. N. 12, pag. 37). Eppure chiedeva ai Senatori di distruggere otto secoli di tradizioni e di annientare i diritti della Casa di Savoia su due importanti provincie!...

Le principali ragioni esposte dal Conte di Cavour al Senato per indurlo a sancire il Trattato si riducevano a queste due: 1.°La gratitudine pei benefizi ricevuti; 2.° La sicurezza e gli interessi della Francia. Diciamone poche parole colla citata Armonia.

—Se la gratitudine pei benefizi ricevuti ci obbliga a cedere a Napoleone III la Savoia e Nizza, è naturale che noi dovremo cedergli altre provincie appena egli ci abbia accordato nuovi benefizi.

Or bene ieri la Gazzetta di Torino ci avvertiva che l’Austria andava ingrossando le sue truppe ai nostri confini; che in Verona si attendono settantamila soldati presso a calare dal Tirolo per formare un campo trincerato a Peschiera; che a Padova ne giungeranno quarantamila venuti da Trieste.

E la Gazzetta avverte, che l’esercito austriaco ha avuto tempo di reintegrarsi, di rafforzare la sua organizzazione e la disciplina ad onta delle stremate finanze». Donde appare che noi tardi o tosto avremo bisogno di ricevere da Napoleone III nuovi benefizi.

Ma se si pianta il principio che i benefizi napoleonici debbono pagarsi colle nostre provincie, e se pei benefizi già ricevuti si cede

Nizza e la Savoia, quando riceveremo altri benefizi dovremo cedere altre provincie, e verrà la volta di Torino e di Genova.

La ragione arrecata del Conte di Cavour al Senato del Regno servirà per dimostrare egualmente, che il Piemonte e Finterà Liguria hanno da passare alla Francia. Imperocché posti nuovi benefizi, posto un nuovo debito di gratitudine, ne verranno per necessaria conseguenza nuove cessioni.

La nostra alleanza con Napoleone III, ornai è il contratto che i giuristi dicono do ut des. Napoleone ci dà aiuto, e noi gli cediamo provincie; aiuti ulteriori esigeranno altre cessioni. Ci pensi il Senato del Regno; se oggi approva il Trattato, domani non potrà più rigettare un trattato simile. Stabilito il principio, se ne dovranno subire fino alF ultimo le conseguenze.

La seconda ragione del Conte di Cavour è, che noi dobbiamo cedere la Savoia e Nizza per la sicurezza e gli interessi della Francia. Nel leggere queste parole, chiedemmo a noi stessi: Il Conte di Cavour è egli un Ministro francese o piemontese, mentre viene a perorare davanti il nostro Senato per la sicurezza e per gli interessi della Fra. wia? Una volta i Ministri badavano agli interessi nostri, alla sicurezza del Piemonte. Ora le cose sono mutate totalmente, perché il Piemonte è divenuto uno spartimento francese, e il Conte di Cavour un prefetto delFimpero.

Mala Savoia e Nizza, trovandosi tra la Francia e l’Italia, non possono giovare agli interessi della prima senza danneggiare gli interessi della seconda. E se queste provincie, passando all’impero, ne accrescono la sicurezza, di necessità debbono diminuire la sicurezza dell’Italia, e grandemente indebolire il nostro paese.

Laonde la proposta del Conte di Cavour si può tradurre nei seguenti termini: Signori Senatori, io vi propongo d’indebolire l’Italia per rinforzare la Francia, e di danneggiare il Piemonte per recare vantaggio agl’interessi francesi! — Ci vuole una bella fronte per fare proposte simili!

Il peggio è che il Conte di Cavour si riteneva sicuro del voto del Senato, e andava dicendo essere cosa impossibile che i Senatori gli rispondessero di no; imperocché la maggior parte li aveva scelti secondo le proprie idee

—Tempo già fu, concludeva il citato valoroso giornale, che il Senato del Regno faceva contrappeso alle condiscendenze e agli ardimenti della Camera elettiva. Ora l’elemento conservatore ne è stato presso che sbandito, e noi veggiamo nel suo cuore le intemperanze dei Roncalli e compagnia contro i preti, intemperanze, di cui non s’ebbe ancora esempio nell'altro ramo del Parlamento. Per la qualcosa poche speranze restano agli amici della monarchia di Savoia. I Senatori venerdì o sabato la seppelliranno, e la sua culla e la sua tomba passeranno alla Francia. E a noi toccherà la sorte degli Ebrei, che, conquistati dai Romani, doveano pagare per entrare e piangere nelle loro antiche città. —

Votazione del Senato in favore del Trattato del 24 di marzo

Il Courrier dee Alpes annunziava che il 10 di giugno sarebbe comparso nel Moniteur di Parigi il decreto, che stabiliva i due nuovi spartimenti dell'Impero, Nizza e Savoia. Sabato, 9 giugno, il Senato subalpino dovea votare il trattato del 24 di marzo. Ma la discussione non fu chiusa in quella tornata.

Il Conte di Cavour scongiurò il Senato di radunarsi nuovamente la sera, e non si acquietò se non quando i Senatori gli promisero una tornata pel 10 di giugno, quantunque fosse domenica! La tornata infatti ebbe luogo, e il trattato fu proprio votato e approvato il 10 di giugno; sicché il Courrier des Alpes era benissimo informato, e l’alleanza francosarda era salva!

I Senatori sommavano a centodue; votarono in favore del trattato novantadue, e contro soltanto dieci! Queste cifre dicono abbastanza che cosa fosse il Senato del Regno. Una quindicina di Senatori parlarono contro il Trattato, e dieci soli lo rigettarono!

Non rimaneva più che il Decreto reale che sanzionasse la fatta cessione, e non si fece aspettare!

Decreto Reale per la Cessione di Nizza e Savoia alla Francia

Il N.° 4108 della Raccolta Ufficiale degli atti del Governo contiene la seguente legge:

«Vittorio Emmanuele II. ecc., ecc.

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato.

«Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

«Articolo unico.

«Il Governo del Re è autorizzato a dar piena ed intera esecuzione al Trattato conchiuso tra la Sardegna e la Francia per la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia, sottoscritto in Torino il giorno 24 del mese di marzo dell’anno milleottocento sessanta, le cui ratificazioni furono ivi scambiate addì 30 stesso mese ed anno.

«Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserta nella Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

«Dato a Torino, addì 11 giugno 1860.

«VITTORIO EMMANUELE».

«C.CAVOUR».


Torna su



CAPO VI


Torna su



IL TRATTATO DEL 24 MARZO IN FRANCIA

Di non lieve importanza è ora il documento che qui riferiamo, cioè la relazione fatta dal sig. Thouvenel, Ministro degli affari esteri, a Napoleone III, per la promulgazione del Trattato di cessione della Savoia e di Nizza alla Francia. Giova il mettere questa relazione a riscontro delle discussioni avvenute nel Parlamento sardo. Il governo francese mise grande diligenza per circondare questa cessione con tutte le guarentigie e formalità più solenni, affinché giammai né per iscorrere di tempi, né per mutazione di governo potesse essere menomamente rivocata in dubbio. Di fatto volle che il diritto divino, il diritto costituzionale, il diritto rivoluzionario sancissero questo trattato. Il diritto divino, ossia il diritto monarchico, fu il fondamento di questo Trattato; perché Napoleone volle prima di tutto che il Re acconsentisse a questa cessione, e che sciogliesse i popoli dal giuramento di fedeltà (nota bene f). Venne poi il diritto rivoluzionario, cioè il cosi detto suffragio universale. In ultimo volle il voto del Parlamento. L’ordine tenuto da Napoleone nell’esigere queste diverse sanzioni dimostra quali erano le sue idee in fatto di costituzioni politiche. Il fondamento è il principio monarchico, succede il voto del popolo diretto dal Monarca, ed emesso sotto la sua tutela e influenza, a cui si aggiunge la formalità del voto della rappresentanza nazionale.

Intanto qualunque sia il governo che ne’ tempi avvenire potesse stabilirsi vuoi in Francia, vuoi in Piemonte, non si potrà mai per difetto delle necessarie formalità intaccare il Trattato di Torino; per cui le due provincie della Savoia e di Nizza rimarranno per sempre alla Francia. — Sarà egli lo stesso degli Stati, che, appunto in quel momento si annettevano in cosi diverso modo alla Sardegna?... .

Al prudente e sagace contegno della Francia faceva brutto contrasto la leggerezza del Ministero cavurresco, il quale, senza alcuna guarentigia, salvo quella della rivoluzione, barattava le vecchie colle nuove provincie. Il Conte di Cavour con puerile millanteria osò dire che non solo non aveva chiesto guarentigie per i nuovi possessi dell’Italia centrale; ma che li avrebbe rifiutati qualora la Francia li avesse offerti! Invece il sig. Thouvenel ripeteva con compiacenza, che conquesto

Trattato Napoleone cercò ed ottenne guarentigie contro il Piemonte. La grande nazione ha bisogno di guarentigie e le esige; il Piemonte non solo non le esige, ma le sdegna! Cavour faceva assegnamento sulla framassoneria! — Ma ecco la relazione del signor Thouvenel:

Relazione del Ministro Thouvenel all’Imperatore intorno al Trattato del 24 marzo

Sire,

Ho l’onore di sottomettere alla M. V. il decreto di promulgazione del Trattato, sottoscritto a Torino il 24 scorso marzo, in virtù del quale S. M. il Re Vittorio Emmanuele, cedendo a Vostra Maestà tutti i suoi diritti e titoli sulla Savoia e sul circondario di Nizza, consenti alla riunione di quei due paesi al territorio della Francia.

Il Parlamento sardo sanzionò testà con voto solenne la cessione fatta dal Sovrano, e sancita poi dal voto delle popolazioni destinate a diventare francesi. Non accadde mai che la legittimità di una transazione internazionale fosse meglio stabilita.

Il regolare e successivo compimento di questo complesso di condizioni dinanzi sottomesse alle Corti sottoscrittrici dell’atto generale di Vienna per ijpiegare loro i motivi che determinarono la domanda fatta dalla M. V. al Re di Sardegna, dimostra il carattere affatto eccezionale della nuova acquisizione della Francia. Non da pensiero d’ambizione (?!) fu diretta la politica imperiale, bensì da un sentimento di previdenza. La M. V. non cercò conquiste, ma guarentigie; non ricorse alla forza per averle: le ottenne dall’amicizia e dalla riconoscenza d’un Sovrano, ed il valore di tali guarentigie fu raddoppiato dallo slancio spontaneo ed unanime delle popolazioni che d'ora innanzi ne saranno custodi.

«La M. V., o Sire, e la Francia possono andare orgogliosi dell’esito che ingrandi il loro prestigio morale, senza che ne risulti lesione d’interesse legittimo, o sacrifizio d’amor proprio per nessuna potenza. Infatti con l’articolo 2.° del Trattato di Torino le condizioni speciali, che, dietro domanda della Sardegna, furono dall'Europa messe al possesso di una parte della Savoia, sono mantenute, e la lealtà nostra c’impone il dovere di rispettare, al pari della neutralità svizzera, aspettando che un prossimo accordo con le Corti sottoscrittrici del

l’atto generale di Vienna, e colla stessa Confederazione elvetica abbia stabilita la soluzione della questione.

Piaccia dunque alla M. V. di apporre la sua firma all’unito decreto, il quale forma una bellissima (!?) pagina d’un regno già fecondo in prosperi avvenimenti.

Parigi, 11 giugno 1860.

«Thouvznel».


SenatusConsulto per la riunione della Savoia e di Nizza alla Francia

H Senato Francese approvò all’unanimità l’unione della Savoia e di Nizza alla Francia nella tornata del 12 giugno. Gioverà pel presente e per l’avvenire raccogliere qualche particolare di quella tornata, secondo la relazione del Moniteur Universe!,.

Il Ministro di Stato Achille Fould parlò in questa sentenza:

«Signori Senatori, l’Imperatore m’incaricò di annunciarvi il Trattato, in virtù di cui la Savoia e il circondario di Nizza sono riuniti all’Impero, mercé la sua consacrazione definitiva.

«Spetta a voi il proclamare l’incorporazione di questi paesi al nostro territorio, il dichiarare che vi saranno applicabili la nostra costituzione e le nostre leggi, il dare all’Imperatore i mezzi di effettuarne, quanto più prontamente si potrà, l’assimilazione alla Francia.

Il sig. Presidente e i signori Commissari del Consiglio di Stato, designati da S. M», sono per presentarvi il disegno di Senatoconsulto, il cui voto vi associerà a uno degli atti più fortunati di un regno, cui la Francia deve tanta gloria e prosperità». (Segni generali di approvazione seguiti da grida di Viva l'Imperatore!).

Il presidente del Consìglio di Stato depone sul tavolo del Senato il disegno di Senatoconsulto concernente la riunione alla Francia della Savoia e del circondario di Nizza. Eccone il testo:

Art 1. La Savoia e il circondario di Nizza fanno parte integrante dell’Impero francese. La costituzione e le leggi francesi vi saranno poste in esecuzione dal 1°. gennaio 1861.

«Art. 2. La ripartizione dei territori riuniti alla Francia in giurisdizione di corti imperiali e in dipartimenti sarà stabilita per legge.

«Art. 3. Le diverse provvisioni relative allo stabilimento delle linee doganali e tutte le disposizioni necessarie per l’introduzione del reggime francsse in ¡nei teriUrì, pìtrain) essere regolate da decreti imperiali pubblicati prima del l.° gennaio 1861. Tali decre ti avranno forza di legge.

Questo disegno di Senatoconsulto fu deliberato ed approvato dal Consiglio di Stato nella tornata degli 11 giugno 1860;

Il Presidente del Consiglio di Stato.

Il Senato dà atto a S. E. BAROCHE, il ministro di Stato e ai signori commissari del Governo delle comunicazioni da loro fatte.

Il Presidente propone al Senato di ritirarsi negli uffizi, a fine di nominare la Giunta incaricata di esaminare il disegno di Senatoconsulto. La Giunta si potrebbe riunire immediatamente e il Senato deliberare in questa stessa tornata sul disegno (assenzo unanime).

Il Senato si ritira negli uffizi. Dopo due ore di sospensione, ricomincia la tornata alle cinque e un quarto.

Il Presidente legge, quale relatore, il lavoro della Giunta incaricata dell’esame del disegno.


«Signori,

«La proposta del Senatoconsulto sottoposto alle vostre deliberazioni non è fra quelle di cui si discute il principio; è fra quelle che si approvano con entusiasmo. Infatti, alla Francia si unisce una popolazione brava, onesta, intelligente, cui ama e da cui è amata; essa vede la sommità delle Alpi alzarsi come un baluardo tra il suolo straniero ed il suo territorio aggrandito; finalmente essa varca, non per forza o per sorpresa, ma per pacifici accordi, i confini impostile al tempo dei suoi disastri. Sian rese grazie all'Imperatore per un risultamento sì nazionale e sì bello, e non temiamo di inquietare l’Eurqpa accogliendo con gioia questi nuovi figli dell’Impero, che vollero darsi a noi (?!). La Francia, libera di contrattare coi suoi vicini, profittò di una circostanza in cui l’equità faceva intendere la sua voce per modificare i trattati antichi per un trattato particolare reciprocamente volontario ed amichevole. Si pratica il diritto comune, non è una minaccia. Se per suo onore la politica imperiale deve essere indipendente nelle sue azioni, per lealtà deve rigettare le vane e turbolente cupidigie dell’ambizione. Il solco che essa delinea nella storia è quello della moderazione e della giustizia. Essa vuole giostrare che la forza può non essere disgiunta dall’amore della buona fede (?!), del diritto delle della conciliazione (Benissimo'.)».

L’Art. 1°. del disegno vi chiede di dichiarare l’annessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia; e per la necessiti di una transazione, di decidere che la costituzione e le leggi francesi non vi saranno poste in esecuzione che dal 1° di gennaio 1861. Tale disposizione è conforme ai Senatoconsulti pubblicati sotto il primo Impero, nei casi di annessione. L’incorporazione è un atto costituzionale, poiché modifica la consistenza del territorio francese e la costituzione del territorio riunito. La dilazione indicata per mettere in vigore la costituzione e le leggi francesi vi parrà necessaria a fine di prevenire una mutazione troppo subitanea e provvedere a molti atti preparatori.

L’Art. 2°. vi propone di far stabilire per legge la ripartizione dei territori riuniti alla Francia in giurisdizioni di Corti imperiali e in dipartimenti; sovente si fece per Senatoconsulti tale ripartizione. Ma vi parrà giusto di lasciare al Corpo legislativo il regolamento di una materia, in cui s’incontrano questioni, la soluzione delle quali dipende da circostanze, da fatti e da particolari amministrativi Per altra parte il Corpo legislativo troverà in ciò l’occasioàe di associarsi come noi all’opera patriottica e gloriosa dell'annessione, (nuovi segni di approvazione).

Per l’Art. 3°. vi si propone di affidare i decreti che si pubblicheranno prima del 1° gennaio 1861, e aventi forza di legge, lo stabilimento delle linee doganali e tutte le altre provvisioni necessarie per l’introduzione del reggimento francese. A questo riguardo i signori commissari del governo diedero alla vostra Giunta delle spiegazioni che le parvero soddisfacenti. Illimitato non è il potere che vi chiede il governo, è anzi circoscritto alle provvisioni atte a produrre la fusione legislativa da paesi riuniti alla Francia. Per decreti che pubblicherà l’Imperatore, non si derogherà alle leggi vigenti, ma invece se ne preparerà la messa in vigore e l'esecuzione. L’articolo terzo è conseguenza del secondo. Bisogna che l’intervallo, che scorrerà fra oggi e il 1° gennaio, sia impiegato dal governo per mettere il presente in armonia collo stato futuro delle contrade annesse.

In queste circostanze, signori Senatori, degnerete di dare ascolto all'impazienza dei due paesi che si sogliono unire a noi, e giudicherete probabilmente utile di non far loro aspettare un benefizio che il trattato di Torino, ora ratificato, guarentisce loro. Alteri di divenire francesi, hanno premura di acquistarne i diritti.

Infatti voi rammenterete la viva e generale (?!) adesione con cui diedero il suffragio in favore dell’annessione. Immensa era la foga. Smelaci, ecclesiastici, borghesi, agricoli, operai, tutti accorrevano allo scrutinio spinti da fede ardente nell'avvenire della Francia e nel Monarca che la governa. Paragonate questo voto con quello del 92 e vi farà gran sensazione la differenza dei tempi. Allora la rivoluzione fermentava sulle pendici delle Alpi. La discordia era dovunque: preti e nobili proscritti e fuggitivi vedevano con isgomento la Francia e protestavano contro ogni mutazione di signoria. Ora la patria è in calma dai due lati. Non v’ha lusinga, violenza, passioni procellose che la ingannino, la precipitino, la dividano. Ma un popolo fu consultato dal suo Sovrano legittimo e secolare sui novelli ordinamenti, e rispose esprimendo i suoi sentimenti di affezione per la Francia. Un solo pensiero riunì tutti i cuori: un solo interesse parlò in tutte le classi: un solo grido si fece udire: Viva la Francia! Viva l’Imperatore! Che è ciò, signori, altro che il movimento regolare ed il giudizio solenne di una popolazione libera, che decide della sua sorte? In questa guisa la Francia si diede all(')Impero: pel suffragio universale, compreso in tal guisa e cosi sinceramente praticato, si fondano le dinastie si costituiscano e si consolidano gli Stati (povere dinastie, infelici Stati!) Entrando sotto tali auspici nella patria francese, Nizza e Savoia saranno da quinci innanzi inseparabili da questo corpo potente per la sua unità, indistruttibile (parlino ora VAlsazia e la Lorena) per la sua coesione (vivo assenso).

Voi poi, signori Senatori, che credete ai destini dell’Impero ed alla sua costituzione, voi sarete felici potendo contribuire a comunicare ai novelli nostri concittadini le istituzioni e le leggi cui dobbiamo i nostri costumi liberali, la nostra prosperità interna e tutte le tendenze verso il progresso cui tanto promuove l’ordine politico fondato dall’Imperatore. In seno alla Francia troveranno un’amministrazione attiva e vigilante che feconderà le loro ricchezze. I loro interessi civili saranno guarentiti dal diritto il più equo e da uno ordinamento giudiziario che tutti i popoli c’invidiano. La loro fedeltà alla fede dei padri avrà un appoggio nel governo che ama la religione per sé stessa e la protegge, non per calcolo, ma per convincimento. Finalmente la loro dignità di cittadino vedrà se la libertà vera e sensata manca in questa terra francese, di cui è, per dir cosi, un frutto naturale; poiché la libertà civile vi scorre pienamente negli innumerabili canali che vi scavarono l’ammirabile (?!) nostro Codice Napoleone, i nostri codici criminali, la libertà di coscienza, la libertà d’insegnamento, l’eguaglianza delle persone e dei beni, e, brevemente, tante leggi ispirate dai principi dell’89 (che hanno fatto della società una gabbia di matti).

«Quanto alla libertà politica di cui si discute sì spesso, meno pel necessario ragionevole e legittimo che pel superfluo, i nostri compatrioti delle Alpi sanno che ne debbano pensare: uomini prudenti, riflessivi, non si abbandonarono all'incognito; essi fecero la loro scelta e non si crederanno troppi schiavi quando godranno del suffragio universale, del diritto di render suffragio sulle leggi e le imposte, del diritto di petizione, del diritto di querela contro gli atti costituzionali, e del diritto più esteso di pubblicare le loro opinioni e le loro doglianze sovra ogni argomento per mezzo della stampa non periodica.

«Signori Senatori,

«Le popolazioni discrete e illuminate dall’esperienza non sono come quei Greci smemorati e sofistici, cui il Console Flaminio consigliava vanamente la temperanza nella libertà. Sanno esse contentarsi di quella sobria libertà che previene e corregge gli abusi e non reca nocumento né a sé né agli altri. I nostri nuovi concittadini saranno dunque contenti di noi, poiché l’autorità francese parrà loro dolce, e la libertà esente dai vincoli non giustificati.

«Per nostra parte noi li abbracceremo come fratelli e a nostra volta saremo contenti di loro. Né abbiamo per malevadore il loro nobile desiderio di portar il titolo di cittadino francese. Del resto noi li abbiamo visti altra volta all’opera; la storia ci dice che più fiate e fra le nostre file illustrarono il loro nome nell’esercito, nel sacerdozio e in tutte le carriere civili e liberali, ove fioriscono l’attività francese e il genio inesauribile della nostra nazione. La vostra Giunta vi propone unanime di approvare il Senatoconsulto presentato alle nostre deliberazioni».

La relazione è seguita da vivi ed unanimi segni di approvazione. Giusta la proposta del Presidente, il Senato passa incontanente alla deliberazione della proposta del Senatoconsulto. Nessuno chiedendo di parlare nella discussione generale, il Senatore segretario del Senato legge gli articoli che sono successivamente messi a partita e vinti.

Si passa quindi allo scrutinio sul complesso della proposta per via di scrutinio. Ecco il risultamento: Votanti 126. Assensienti 126. Perciò il Presidente dice: Il Senato approva il Senato consulto concernente la riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia. —

—La proclamazione dei suffragi è accolta da ripetute e calde grida di Viva l'Imperatore! L’adunanza si scioglie alle 6 e ½pom.


Torna su



CAPO VII


Torna su



ANNESSIONE DEI DUCATI E DELL’EMILIA

La Gazzetta Ufficiale del regno sardo del 18 di marzo recava:

—È giunto in Torino il cavaliere Luigi Carlo Farini per presentare a S. M. i documenti del suffragio universale delle popolazioni parmensi, modenesi e romagnole.

La stazione della ferrovia di Genova era stata elegantemente addobbata. Piazza Carlo Felice, Via di Porta Nuova, Piazza S. Carlo, Via Nuova e Piazza Castello erano parate di vessilli e di arazzi dai colori nazionali. La milizia nazionale faceva il servizio di onore.

Alle 12 1(4 il cav. Farmi è arrivato. Lo ricevevano alla Stazione il Sindaco e la Giunta Municipale di Torino, ed, accompagnato dal primo magistrato municipale, si recava in carrozza scoperta all’Albergo Trombetta.

Poco prima delle quattro il Marchese di Breme, senatore del regno e gran maestro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte all’Albergo Trombetta, e conduceva il cav. Farini al Palazzo Reale, dove lo introduceva alla presenza di S. M. il Re. —


Il cav. Farini pronunziava il seguente discorso:

«Sire!

«Ho l’onore di deporre nelle mani di Vostra Maestà i documenti legali del suffragio universale dei popoli dell’Emilia.

«La Maestà Vostra, che ne sentì (mandate dalle Tuileries)pietosamentele grida di dolore, ne accolga benignamente il pegno di gratitudine e di fede.

«Appagati dei legittimi voti, quei popoli, o Sire, non avranno altro desiderio che quello di ben meritare della Maestà Vostra e dell’Italia, emulando nelle civili e nelle militari virtù (?!) gli altri popoli della Vostra Monarchia Costituzionale».

Il Galantuomo aveva la somma degnazione di rispondere cosi:

«La manifestazione della volontà nazionale (fabbricata dalle sètte) di cui ella mi arreca l’autentica testimonianza, à così universale e spontanea (lo vedremo poi), che riconferma appieno al cospetto dell’Europa, e in tempi e condizioni diverse, il voto espresso altre volte dalle assemblee dell’Emilia. Tale insigne manifestazione mette suggello alle prove d’ordine (?!), di perseveranza, di amor patrio e di saggezza politica, che in pochi mesi meritavano a quei popoli la simpatia e la stima di tutto il mondo civile.

«Accetto il solenne loro voto, e di quind’innanzi mi glorierò di chiamarli miei popoli.

«Aggregando alla Monarchia costituzionale di Sardegna, e pareggiando alle altre sue provincie non solo gli Stati Modenesi e Parmensi, ma eziandio le Romagne, che già si erano da semedesimeseparate (?!) dalla Signoria Pontificia, io non intendo di venir meno a quella devozione verso il Capo venerabile della Chiesa, che fu e sarà sempre viva nell’anima mia. Come principe cattolico e come principeitaliano io sono pronto a difendere (vedi Castelfidardo, Ancona e Porta Pia) quella indipendenza necessaria al supremo di lui ministero, a contribuire allo splendore della sua Corte e a prestare omaggio all’alta sua sovranità.

«Il Parlamento sta per radunarsi. Questo, accogliendo nel suo seno i rappresentanti dell'Italia centrale, insieme con quelli del Piemonte e della Lombardia, assoderà il nuovo Regno e ne assicurerà viemaggiormente la prosperità (la stiamo godendo ora!), la libertà e l’indipendenza».

—S. M. il Re, continua a dire la Gazzetta ufficiale, è salito sul trono, avendo al suo fianco S. A. R. il Principe di Carignano, e circondato dagli EE. Cavalieri dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata, d£ Ministri di Stato, dai Ministri Segretari di Stato, dai componenti il Ministero precedente, dal Primo Presidente e dai Presidenti di sezione del Consiglio di Stato, dal Primo Presidente e Presidenti di Sezione della Corte dei Conti, dal Primo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte di Cassazione, dal Primo Presidente, Presidente di Classe ed Avvocato Generale della Corte d’Appello, dal Presidente del Tribunale di circondario ed Avvocato Fiscale Provinciale, dal Presidente del Tribunale di Commercio, dal Rettore della R. Università, dai Presidi delle varie Facoltà, dal Primo Segretario del G. Magistero e Primo Uffic. dell’Ordine Mauriziano, dai Segretari. generali e Direttori generali dei Ministeri, dal Governatore e Vice-Governatore della Provincia di Torino, dal Sindaco e dalla Giunta Municipale della città, dal Generale della Guardia Nazionale e dal Capo di Stato Maggiore, dagli Uffiziali generali dell’Esercito e dai Componenti la Real Corte.

S. M. il Re ha quindi firmato il Decreto, con cui, a cominciare da oggi, le provincie dell’Emilia sono dichiarate parte integrante del nostro Stato. Una salve di 101 colpi di cannone ha dato annunzio al pubblico, che in gran folla era raccolto in Piazza Castello e nel cortile della Reggia, del grande atto che si compiva.

Il cav. Farini era ricondotto all’Albergo in carrozza di Corte. — Così il giornale ufficiale.

Ecco ora il Decreto relativo a questa bella operazione:


Torna ad inizio pagina


VITTORIO EMMANUELE II

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME, ECO. ECC.

«Visto il risultamento della votazione universale tenutasi nelle Provincie dell’Emilia, dalla quale risulta essere generale voto di quelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;

«Udito il Nostro Consiglio dei Ministri;

«Abbiamo decretato e decretiamo:

«Art. 1 ° Le provincie dell’Emilia faranno parte integrante dello 'Stato dal giorno della data del presente Decreto.

«Art. 2;° Il presente Decreto verri presentato al Parlamento per essere convertito in legge.

«I nostri Ministri sono incaricati dell’esecuzione del presente Decreto, il quale, munito del sigillo dello Stato, verrà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle provincie dell’Emilia.

«Dato a Torino, addi 18 marzo 1860.

«VITTORIO EMMANUELE.»

«Il Presidente del Consiglio per gli Affari Esteri

e Reggente il Ministero dell'Interno

«C. CAVOUR.

«H Ministro di Grazia e Giustizia

«G. B. CASSINIS.

«Il  Ministro di Guerra e Marina

«M.FANTI.

«Il Ministro delle Finanze

«F. S. VEGEZZI.

«Il Ministro dell’Istruzione Pubblica

T.MAMIANI.

«Il Ministro dei Lavori Pubblici

«JACINI».

Annessione della Toscana

Alla presentazione del così detto voto delle cosi dette popolazioni dell’Emilia e dei Ducati tenne dietro quattro giorni dopo quella del Granducato di Toscana, e la solita Gazzetta ufficiale del 22 marzo scriveva:

—All'1 pomeridiana passata il barone Bettino Ricasoli giungeva alla stazione della via ferrata, dov'era ricevuto dal Sindaco e dalla Giunta municipale di Torino. La Guardia Nazionale rendeva gli onori.

Il barone Ricasoli si è recato in carrozza scoperta col Sindaco di Torino all’albergo Trombetta. Durante il suo passaggio é stato salutato da cordiali acclamazioni. Dai balconi gli si gettavano fiori. Tutti gridavano: Viva il Re! Viva l'Unione 1 Viva la Toscana! Viva Ricasoli!

Giunto all’albergo, il barone Ricasoli compariva sul balcone, e, ringraziando con affettuose parole la popolazione torinese, per le festevoli accoglienze, rendeva omaggio di gratitudine a Sua Maestà il re Vittorio Emmanuele ed al Piemonte.

Alle 4 il Marchese di Breme, senatore del Regno e gran maestro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte all’albergo Trombetta e conduceva il barone Ricasoli a Corte, dove aveva l’onore d’introdurlo all’augusta presenza di Sua Maestà il Re.

La M. S., avendo a fianco S. A. R. il Principe di Carignano e seguita dagli EE. Cavalieri dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata, è salita sul Trono, intorno al quale stavano i dignitari di Corte ed i componenti le Case militari di S. M. e di S. A. R.

Assistevano al solenne ricevimento le LL. EE. i Ministri di Stato, i Ministri Segretari di Stato di S. M., i componenti il Ministero precedente, il Gran Magistero dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, il Consiglio di Stato, la Corte di Cassazione, la Corte dei Conti, la Corte d’Appello di Torino, il Tribunale Supremo Militare, il Tribunale di Circondario, il Tribunale di Commercio, il Rettore della R. Università e i Presidenti delle Facoltà, il Governatore ed ilViceGovernatoredella provincia di Torino, i Segretari generali e i Direttori generali di diversi Ministeri, il Sindaco e la Giunta Municipale di Torino, il Generale Comandante in Capo lo Stato Maggiore della Milizia Nazionale torinese, e gli Uffiziali Generali del Regio esercito. —


Il barone ha pronunciato il seguente discorso:

«Sire!

«Fedele alle secolari tradizioni della Vostra Real Casa (purtroppo!), e ascoltando i voti d’Italia (?!), Voi avete saputo nobilmente toccare il sommo della gloria domestica, procurando la massima felicità della nazione. A Voi pertanto, o Sire, era dovuto il più bello dei premi, quello che supera il vanto delle maggiori conquiste: l’amore dei popoli che nelle mani di Vostra Maestà commettono i loro destini per fondare la nazione, (nisi Dominus aedificaverit domum, in mansum laboraverunt qui aedificant eam), per farla indipendente, per ritornarla illustre.

«Io, vengo o Sire, a portarvi il primo omaggio della Toscana, fatta parte del vostro nuovo Regno. Così voi riunite nuovi figli in«tomo la patria comune, e la Toscana è lieta di portare anch’essa col prode e generoso popolo subalpino tutte le sue forze intorno a un Trono veramente italiano(Cavour e Gioberti la sentivano diversamente; lo abbiamo veduto) per uscire dalla vecchia vita del Municipio, ed centrare nella nuova vita della Nazione (non più donna di provincia, ma bordello!).

«Io vado altero, Sire, di potervi attestare il generoso moto e la fede dell’anima toscana. Questa fede e quest’anima Vi saranno, o Sire, i sostegni più grandi; perché nell'unificazione dei popoli che a Voi si raccomandano, le virtù di ciascuno diventino comuni, i mali di ciascuno siano curati da tutti, e nel nuovo conserto delle leggi e delle armi, degli istituti civili e dei provvedimenti economici, tutti egualmente i popoli, fondatori del Vostro nuovo Regno, con saggio pro cedere acquistino i benefizi del tempo nuovo e della Vostra sapienza».


E il Galantuomo rispondeva:

«L’omaggio che Ella mi reca a compimento del voto solenne già autorevolmente manifestato dall'Assemblea, in cui si raccoglieva il fiore della toscana cittadinanza (settaria), corona quella serie d'invitti propositi e di opere generose che meritarono alla Toscana l’affetto d’ogni italiano e il plauso delle genti civili.

«Io accetto questo voto, che, dopo più mesi di prova, trovasi ora avvalorato all’unanimità del suffragio popolare, e mi gloriò di poter chiamare miei popoli anche i Toscani.

«Associando le sue sorti a quelle del mio Regno, la Toscana non rinunzia alle gloriose sue tradizioni (dininguardi! se non vi fosse da piangere, vi sarebbe veramente da ridere!), male continua e le accresce accomunandole a quelle d’altre nobili parti d’Italia, Il Parlamento nel quale i rappresentanti della Toscana siederanno accanto a quelli del Piemonte, della Lombardia e dell’Emilia, informerà, io non ne dubito, tutte le leggi al principio fecondo della libertà: il quale assicurerà alla Toscana i benefizi dell’autonomia amministrativa senza affievolire, anzi rassodando quell'intima comunanza di forze e di voleri, ch'è la guarentigia più efficace della prosperità e indipendenza della patria».

—Dopo che S. M. il Re terminava il suo discorso, conclude la Gazzetta Ufficiale, S. E. il Presidente del Consiglio porgeva alla M. S. il Decreto con cui la Toscana è dichiarata, a datare da oggi, parte integrante del nostro Stato. Al momento in cui S. M. il Re apponeva la sua firma a quel Decreto, lo sparo delle artiglierie dava annunzio al pubblico, che il grande atto era compiuto. La folla radunata in Piazza Castello e nel cortile della Reggia, all’udire il primo colpo di cannone, prorompeva in applausi calorosissimi al Re, alla Toscana, all'Italia (povera Toscana, povera Italia!). Lo Augusto Sovrano, chiamato reiterate volte dalle ardenti acclamazioni della popolazione, si è degnato di affacciarsi due volte dal balcone della Reggia, ed entrambe le volte le grida di Viva U Rei echeggiavano più fragorose e più vive che mai.

Il barone Ricasoli è stato ricondotto all’albergo nella carrozza di Corte con lo stesso cerimoniale, con cui era venuto, e la folla si é recata di bel nuovo a salutarlo sotto le finestre.

S. M. il Re si è compiaciuto fregiare S. E. il barone Bettino Ricasoli del Collare dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata. — Fin qui la Gazzetta Ufficiale.


Ecco ora il Decreto di annessione della disgraziatissima Toscana:

VITTORIO EMMANUELEII

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO E DI GERUSALEMME, ECC.ECC.

«Visto il risultamento della votazione universale delle provincie della Toscana, dalla quale consta essere generale voto di quelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;

«Sentito il nostro Consiglio dei ministri;

«Abbiamo decretato e decretiamo:

«Art. l.° Le provincie della Toscana faranno parte integrante dello Stato dal giorno della data del presente decreto.

«Art. 2.° Il presente decreto verrà presentato al Parlamento per essere convertito in legge.

«I nostri Ministri sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto, il quale, munito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle provincie della Toscana.

«Dato a Torino, addì 22 marzo 1860.

VITTORIO EMMANUELE IIECC. ECC.

«Visto il decreto nostro in data d’oggi, col quale abbiamo determinato che le provincie della Toscana siano riunite ai nostri Stati per far parte integrante dei medesimi;

«Visto l’Art 63 della legge elettorale, 20 novembre 1859, stata pubblicata in Toscana con decreto 21 gennaio ultimo scorso;

«Visto il decreto di convocazione dei collegi elettorali della Toscana, emanato da quel R. Governo il 16 corrente mese, e del tenore seguente:

IL R. GOVERNO DELLA TOSCANA

«Veduto il decreto di S. M. il Re, del 29 febbraio scorso che convoca i Collegi elettorali per la nomina dei Deputati al Parlamento nazionale;

«Decreta:

«Art. 1° I Collegi elettorali della Toscana sono convocati per il giorno 25 del corrente mese onde eleggere i Deputati al Parlamento nazionale.

«Art. 2" Occorrendo una seconda votazione, questa avrà luogo il giorno 29 del corrente.

«Il Ministro dell’Interno è incaricato dell'esecuzione del presente decreto.

«Dato in Firenze, 16 marzo 1860.

«II Pres. del Consiglio dei ministri e ministro dell'interno

B. RICASOLI.

«Il Ministro di grazia e giustizia. — E. POGGI.»

«Visto l’art. 2°del decreto nostro del 29 febbraio, ultimo scorso con cui il Senato del Regno e la Camera dei Deputati sono convocati pel giorno 2 del mese di aprile prossimo venturo;

«Sentito il consiglio dei Ministri;

«Sulla proposta del Ministro dell’Interno;

«Abbiamo ordinato e ordiniamo:

«Articolo unico

«Il decreto surriferito, 16 mano corrente, del regio governo della Toscana s’intenderà far parte degli Atti del Governo.

«Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella Raccolta degli Atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

«Dato a Torino, addì 22 marzo 1860.

«VITTORIO EMMANUELE

«C.CAVOUR».


Torna su



COROLLARIO

L’Italia governata per 40 anni da «impresari da teatro

— Sotto questo titolo l'Unità Cattolica aveva testé il seguente articolo che è un eccellente corollario ai documenti surriferiti:

«Tante volte l’essere sta nel parere.»

LEONE FORTIS, 1877.

—Leone Fortis scriveva le parole qui citate nel 1877, quando Crispi venne assunto al seggio presidenziale di Montecitorio. Era il primo passo che questi dava per la scala degli onori burocratici, per conseguire i quali, egli, a detta di Mazzini, aveva disertato la bandiera repubblicana per passare a quella della Monarchia. Tuttavia del vederlo salire in un tratto a tanta altezza, facendo alcuni le meraviglie e mostrandosene scandolezzati, Leone Fortis, in un suo scritto prese a spiegare che la cosa era molto semplice, essendo questione di parere e non essere!

Uscito dalla penna d’un liberale, quello scritto è ricomparso in questi giorni in Roma, nelle colonne de' giornali liberali. Né manca esso di importanza, perché coll’esempio e nella persona di Crispi vi si scorgono ridotti al loro giusto valore gli uomini politici d’oggidì, che, atteggiandosi a interpreti del pensiero e degli interessi della patria, trattano il Papa di nemico d’Italia. — Dove invece sono essi stessi insigni truffatori, che gl’interessi degli Italiani mercanteggiano, a proprio uso e consumo, coll’inganno e colla falsità, a modo de' «Ruffian, baratti e simil lordura», ricordati dall’Alighieri nel settimo cerchio dell’inferno.

Ma sarebbe ingiustizia rovesciare tutta in capo a Crispi la politica del parere e non essere. Forse che tennero altra via quelli che lo precedettero? Per non far torto a nessuno risaliamo al 1849, quando il parere e non essere faceva le sue prime prove, ed era già andato molto in là.

«Che cosa è il popolo»? domandava Massimo D’Azeglio agli elettori di Strambino, con lettera dell’8 gennaio 1849. E rispondeva egli stesso: Siamo tutti»! — Ma, amici miei, soggiungeva subito dopo, bisogna stare con tanto d’occhi! Con questa autorità, con questo popolo, vi è chi sa fare di gran bei giuochi di bussolotti, e si trovano impresari politici che, in fatto di colpi di scena, ne sanno un punto più degli impresari teatrali.

E portava l’esempio d’una rappresentazione teatrale, nella quale «un impresario metta insieme, verbigrazia, nel Foro Romano, qua cinquantina di visi più o meno Romani, li faccia uscire dalle quinte da un lato, girar davanti alla ribalta, rientrare dall’altro lato, e poi riuscire di nuovo e seguitare lo stesso giuoco, onde i cinquanta paiono migliaia (202)!»Vedete se quantunque distante d’anni 21, l’Azeglio potesse meglio descrivere il 2 ottobre 1870 in Roma e ritrarre nella sua genuina fisonomia la Quistione Romana (e tutta intera la questione italiana!).

«Ma, proseguiva l’Azeglio, nelle rappresentazioni politiche, quando la scena è sulle nostre piazze e per le nostre strade, quando poche comparse non solo vogliono farsi credere un intero popolo, ma pretendono esercitarne la suprema autorità e far la legge a tutti, bisognerebbe esser imbecilli per accettare questa legge. Eppure,..., mi rincresce di dirvelo, la cosa va così ne più né meno».

Ed ecco come la cosa andava nel 1849, come andò in seguito, e come, più che mai, va al presente. Una compagnia di comparse, di professori di chiassi e di tumulti va girando per l’Italia da un paeseall’altro coll’incarico di rappresentare il popolo. Chi ha bisognodi un popolo, d’una dimostrazione per diventar ministro o per altro,sel’intende col capo comico, la compagnia arriva, le si danno pochi soldi, le parole da gridare, e la cosa èfatta. L'indomanisi vedecomparire poi sul giornale — che «il popolo dell'eroina... (e qui il nome della città) s’è levato come un sol u?um contro chi calpesta i suoi diritti, tradisce la santa causa del popolo...»ecc. ecc.

«E la buona gente se la beve, osserva qui mestamente l’Azeglio, e con queste ignobili farse si dirigono ormai le sorti d’Italia, i destini di questo infelice popolo, condannato ad essere o preda d’estranei o zimbello de' suoi; di coloro che dovrebbero esserne i primi difensori, che l’hanno in bocca ad ogni momento, e non parlano, non giurano che in nome suo»!

In 40 anni, quanti ne corsero dal 1849 a tutt’oggi, le ignobili farse degli impresari politici valsero al popolo italiano 12 miliardi di debito pubblico, la vendita di due miliardi di beni ecclesiastici, tasse enormi sul pane che mangia, sui panni che veste, sull'aria che respira, sul sale! gli orrori dell'emigrazione, i tumulti e saccheggi della fame... Valsero, in una parola, il Ministero Crispi, principe dei comici ed impresari politici; e la nera ombra di temute rovine, e di rovine e di anarchia, che esso proietta sulla nostra patria.

Ma guardatevi intorno, e vedrete che un solo Italiano non si b contaminato in questo lezzo di turpi inganni e di inique spogliazioni onde il popolo è abbeverato: vogliamo dire il Papa. Il Papa non ha mai ingannato, né spogliato nessuno: né governi, né popoli, né principi, né sudditi. «Papa Leone XIII, diceva in Montecitorio il 6 maggio 1878, un avversario del Papato, Ferdinando Martini, ha parlato; ha parlato come parlava Pio IX: e, quel che più importa a dimostrare la saldezza di una tradizione che ha attraversato i secoli e la vanità di certe speranze, ha parlato come san Gregorio a Patrizio, esarca d’Africa, e come Papa Leone all'Imperatore (o ad Attila)»(203).

«In questi tempi della forza e del ferro, degli eserciti innumerevoli, dei cannoni e dei fucili perfezionati; in questi tempi della dinamite (scriveva, nel suo fascicolo del 1° gennaio 1888, il più importante periodico liberale d’Europa, La Revue des Deux Monde), il Papato, un semplice potere morale, rappresentato dal più saggio dei Papi, serba intatta agli occhi degli uomini la sua grandezza».

Intatta certamente. Non è il Papa a cui tocchi rispondere delle catastrofi che pendono. Il Papa non adulò mai il popolo; gli parlò sempre la verità. Ed è per questo che i suoi persecutori ebbero buon giuoco a metterlo in vista di nemico.

Ma il tempo è galantuomo. Ai bagliori di luna che ora splendono, gli amici e nemici cominciano a designarsi; il parere e non essere si va snebbiando: e delle comparse teatrali, cadendo poco per volta la maschera, già si scorgono le mentite fattezze, i bugiardi colori, le empie trame, i scellerati tradimenti.

Uno de' primi ad intonare la canzone che il Papa è il nemico fu F. Crispi. Questo nemico, fin dal 1865, egli voleva espulso per sempre da Roma in un coi Cardinali; e gridava che si annientasse, anzi eliceva già annientato il Cattolicismo. Nel 1884, il 15 marzo, tornava alla carica, e tempestava che il vero nemico d’Italia è il Papa (204).

Or sentite quello che scrive un giornale liberale che non gli fu avaro de' suoi incensi. — «Può l’Italia considerare il Ministero Crispi come un nemico? Giudicato nelle sue intenzioni, certo no; pei risultati sì»! — Così il Corriere della Sera, 26 febbraio 1889.

Dunque il vero nemico d’Italia è Crispi. «Difatti, prosegue il citato diario, accennando al caso d’una guerra, continuando sulla via attuale, se fra due anni venisse Fora del cimento, si avrebbe il nefasto spettacolo di una turba di armati sulla fronte di battaglia; di UNA TURBA DI AFFAMATI E TUMULTUANTI DIETRO LE SPALLE DEI COMBATTENTI!»— Non c’è male, per Bacco!… Dopo quasi trent'anni che fu fatta l’Italia, la prospettiva è lusinghiera!


E rimettiamoci in via.

Ai surriferiti atti, che qualificherà a suo tempo la storia, tennero dietro, come era di ragione, le proteste dei vari Principi, i diritti dei quali si trovavano così iniquamente calpestati, insieme col diritto delle genti e col vero e leale sentire dei poveri popoli dal governo sardo. Sia per la prima quella nobilissima di Francesco V, Duca di Modena.

Protesta del Duca di Modena

«Noi Francesco V

«Arciduca d’Austria, Principe Reale d’Ungheria e di Boemia,

«Per la grazia di Dio

«Duca di Modena, Reggio, Mirandola, Massa, Carrara,

«Guastalla, ecc. ecc.

«I fatti sopraggiunti negli ultimi giorni d’aprile 1859, nel granducato di Toscana, e Patteggiamento della Sardegna, divenuta allora più apertamente ostile a nostro riguardo, avendoci costretto a concentrare le nostre forze militari, allontanandole da quella parte del Ducato che è limitrofa tra quei due Stati, noi protestammo, il 14 maggio 1859 contro l'iniqua usurpazione di quelle provincie, che il governo piemontese non tardò a compiere immediatamente dopo la partenza delle nostre truppe.

«Gli avvenimenti della guerra in Lombardia, la rivoluzione di già consumata a Parma, l'imminenza di quella delle Legazioni, la violazione del nostro territorio dal lato della frontiera di Toscana dalle truppe francesi, ci costrinsero a ritirarci colla maggior parte delle nostre truppe dal resto dei nostri Stati, convinto dell'impossibilità di mantenervicisi come sovrano indipendente, a fronte dei nostri nemici, immensamente superiori in numero e in mezzi.

«La fazione rivoluzionaria, diretta e sostenuta in ogni guisa dal governo sardo, giunse a rovesciare la reggenza da noi istituita con nostro decreto in data dell’11 giugno 1859; e un commissario piemontese s'impossessò ben tosto del potere e si pose alla testa della rivolta. Allora noi pubblicammo a Villafranca, il 22 giugno 1859, una seconda protesta, nella quale, pure segnalando le spogliazioni commesse dal governo di Sardegna a pregiudizio dei nostri diritti di sovranità, noi ce ne riportammo alle dichiarazioni già emesse sulla nullità degli atti emanati da qualunque siasi governo al potere dei nostri Stati, che da noi non venisse, e ce ne appellammo alle Corti amiche alleate.

«L’armistizio di Villafranca, avendo messo un termine alle ostilità tra l’Austria e la Francia, le Potenze belligeranti stabilirono i preliminari di pace, che in seguito col trattato di Zurigo furono portati all’altezza di stipulazioni solenni, e, tanto nei primi quanto nel secondo, fu apertamente e incontestabilmente convenuto il ristabilimento della nostra sovranità, in guisa che i nostri diritti n’ebbero una luminosa ed ulteriore sanzione.

«Tutti sanno come il governo francese incagliò, co’ suoi atti e coll e sue interpretazioni, la possibilità della nostra ristorazione, e come il governo sardo, quantunque segnatario anch’egli del trattato di Zurigo, continuò slealmente per mezzo de' suoi organi e de' suoi rappresentanti, qualunque fosse il loro nome, a disporre da padrone del nostro Stato e ad assimilarlo al suo.

«Il recente decreto d’annessione, che si dà la premura di far comparire come fosse la conseguenza di votazione, in virtù d’un supposto suffragio universale, e che, stendendosi all'Emilia, abbraccia anche i nostri Stati, mette il colmo alla serie degli atti ingiusti ed illegali, coi quali si giunge a toglierci la sovranità di cui abbiamo il retaggio dai nostri antenati, dopo che questi l’avevano esercitata da parecchi secoli: sovranità che, in seguito ad avvenimenti analoghi ai fatti attuali, fu nel Trattato di Vienna del 1815, riconosciuta e reintegrata in favore della nostra famiglia da tutta l'Europa allora felicemente coalizzata e trionfante della rivoluzione.

«Crediamo adunque adempiere a uno dei più sacri doveri protestando, come protestiamo ancora una volta in faccia all’Europa, contro un simile atto che infrange i nostri diritti, basato com'è sulla violenza, e dopo che si profittò delle vittorie di un potente alleato per giungere a un ingrandimento da lunga mano anelato e preparato con mezzi dolosi ed ingannevoli; contro un atto basato sopra un principio opposto a qualunque sistema dinastico; contro un atto insomma che difetta nella sua esecuzione di ogni garanzia di buona fede, stante che è stato concepito, seguito e controllato da quelli medesimi che avevano escluso il voto in favore del potere legittimo e preesistente; da quelli, diciamo, che, appoggiati a una numerosa forza armata costantemente tenuta nei nostri Stati, impiegarono l’inganno, l’intimidazione onde esercitare una pressione opprimente sul voto popolare.

«Le truppe fedeli, che ci seguirono sul territorio di S. M. l’Imperatore d’Austria, il quale le ha accolte in una maniera così generosa ed ospitale; queste truppe che non cessano di serbare una fede e una devozione incrollabile; il numero delle persone distinte, che colla loro volontaria emigrazione protestarono contro il cambiamento di dominazione dei nostri Stati; il numero ancora più grande di quelli che subirono la prigionia, vessazioni d’ogni maniera e la perdita dei loro impieghi, o che diedero spontaneamente la loro dimissione dalle pubbliche cariche, esponendosi alle privazioni piuttosto che rinnegare i loro principi e mancare ai loro doveri di sudditi fedeli; l’allontanamento di qualsiasi partecipazione alle attuali condizioni, col quale la grande maggioranza delle classi più elevate di Modena ad il clero si distinsero;, finalmente le frequenti dimostrazioni di fedeltà che si manifestarono nelle campagne, nonostante l’attivissima sorveglianza, e sebbene fossero immediatamente represse, sono altrettante pruove che questo preteso suffragio universale, al quale l’usurpazione sarda vuol dare un’apparenza di legalità, non è che il risultato di quella perfidia e di quel costringimento, che distinsero fino dal principio la condotta del governo piemontese e de' suoi adepti.

«Questa solenne dichiarazione, che noi facciamo anche pei nostri successori, ha principalmente in mira di protestare contro qualunque attacco ai diritti della sovranità, che per ordine di discendenza ci competono, e che dalle Potenze europee sono stati sanzionati e garantiti. Protestiamo ancora contro le spogliazioni subite, contro le usurpazioni consumate, contro il suffragio universale a tal fine adottato o simulato, contro i danni che ne abbiamo patiti e contro quelli che ancora avremo a patirne, finalmente contro le perdite ed i pregiudizi, ai quali, in conseguenza di tali atti ingiusti ed illegali, potrebbe essere esposta la parte fedele dei nostri sudditi.

«Abbiamo ricorso, e ci appelliamo ancora una volta alle Potenze garanti dei trattati, sicuri, come siamo, che non ammetteranno mai mè il diritto del più forte, né la teoria del supposto suffragio universale; poiché un tale principio, quantunque presentemente applicato ad un piccolo Stato (i cui diritti per altro sono tanto sacri quanto quelli dei più grandi), potrebbe in seguito per analogia di ragione estendersi a tutti gli altri, e attaccare cosi tutte le monarchie dell’Europa.

«Penetrato dai sentimenti del nostro dovere verso i nostri sudditi fedeli, dichiariamo finalmente che le avversità non ci faranno mai rinunciare ai nostri diritti di sovranità sui nostri Stati; e, convinto cosi di disimpegnarci dagli obblighi che la Provvidenza divina ci ha affidati, attendiamo i futuri avvenimenti, fermi nella speranza che la giustizia di Dio metterà un termine alla. macchinazioni, delle quali gli Stati ed i popoli sono le vittime, assicurando un giorno il trionfo della buona causa.

«Vienna, 22 marzo 1860.

Firm. «FRANCESCO».

Protesta della Duchessa Reggente di Parma

Noi Maria Luisa di ¡Borbone, reggente pel Duca Roberto I gli Stati Parmensi.

«Invirtù dei fatti or ora compiutisi negli Stati del Duca Roberto, nostroamato figlio, e riguardando particolarmente ai pretesi voti emersi illegalmente nei giorni 11 e 12 del marzo accaso, e all’usurpazione degli Stati stessi in oggi consumata per la loro annessione allo Stato vicino;

«Noi consideriamocome sacro il dovere di elevare di nuovo le posare proteste.

«Noi, protestiamo dapprima:

«Contro il preteso diritto di dedizione, proclamato in favore delle popolazioni, nuovo incoraggiamento messo in opera per sottrarle all’obbedienza dei gqverni costituiti;

«Centro i procedimenti del Re di Sardegna per ottenere ad. ogni prezzo in suo favore le manifestazioni delle popolazioni del Ducato;

«Contro la violenza imposta dagli agenti del governo piemontese al popolo parmigiano. Conosciamo di lunga mano i veri sentimenti degli abitanti del Ducato; ne abbiamo avuto assai prove in memorabili circostanze durante la. nostra reggenza, ed anche negli ultimi tempi: sono essi di attaccamento all(’)autonomia del paese, di fedeltà al loro Sovrano legittimo. Egli è sotto l’intimidazione delle minacce, sotto la corruzione del raggiro e. l’oppressione del terrore;, egli è in conseguenza dei giuramenti al Re Vittorio Emmanuele stati imposti sotto pena di destituzione agli impiegati d’ogni sfera nell’amministrazione; egli è per lo scoraggiamento generale, cagionato dai. nove mesi di procurate incertezze e di sofferenze perigliose. Egli è con questi mezzi che si poterono strappare da un numero considerevole di individui Je manifestazioni di un suffragio gli anteriormente falsato. Opera dell'estero, contraria agli interessi permanenti delle popolazioni come ai diritti della sovranità, e all(')indipendenza dello Stato, queste manifestazioni non ponno avere alcun valore morale, e perciò le dichiariamo nulle e di niun effetto.

«Noi protestiamo in seguito:

«Contro l’annessione degli Stati del nostro amatissimo figlio ai domini della Casa di Savoia, che questa ha di presente accettata e compiuta, e pertanto non protestiamo meno:

«Contro gli atti di accettazione e presa di possesso dei detti Stati, che

«Contro chiunque co’ suoi consigli od aiuti ha concorso a promuoverla e ad effettuarla.

«Quest’annessione è una violazione flagrante dei Trattati europei, di tutti i principi di diritto delle genti e della inviolabilità degli Stati e delle corone.

«Quest'annessione non potrebbesi mai ripetere come una conseguenza legittima della guerra: e noi intendiamo respingere sempre e sovrattutto gli erronei ragionamenti che vennero architettati dal governo piemontese, falsando il senso dei Trattati puramente difensivi tra il Ducato di Parma e l’Austria, e snaturando i fatti per trarre il Ducato alla condizione di Potenza belligerante nel conflitto insorto fra l’Austria da una parte, la Francia ed il Piemonte dall’altra, e così procacciarsi un titolo apparente e fame soggetto di conquista.

«Ognuno perfettamente conosce che dal momento in cui la guerra è stata dichiarata, la nostra condotta irrevocabile e i nostri perseveranti sforzi non hanno avuto altro scopo che quello di tutelare al possibile l’indipendenza ed il benessere dei nostri popoli, serbandoci in un’attitudine di neutralità. Questa neutralità, quale la permettevano i Trattati, ma però vera e legittima, venne violata per l’entrare delle truppe estere a Pontremoli. Noi abbiamo protestato allora; e non ci siamo allontanati dagli Stati nostri, se non quando le nostre proteste non sono state più sufficienti a proteggere i sacri diritti di nostro figlio.

«La nostra neutralità s’appoggia a solidi argomenti di diritto e di fatto, che valsero a far riconoscere e riservare nel Trattato di Zurigo il diritto del Duca di Parma. Essa è, nondimeno, sempre superiore alle condizioni e alle vicissitudini di quel Trattato. Basata nel diritto delle genti, non è soggetta a perire.

«Ora il diritto del Duca Roberto sugli Stati di Parma è antico, riconosciuto, riconfermato ed intiero. Fu garantito dalle Potenze europee coi Trattati del 1815 e 10 giugno 1817. Ottenne implicita mente conferma dal Re di Sardegna pei Trattati internazionali seguiti da quell’epoca in poi, e notevolmente pel Trattato di pace stipulato tra l'Austria e il Piemonte, il 6 agosto 1849, al quale il Duca di l’arma per l’Articolo 5.° fu invitato ad aderire, ed ha aderito. Esso non può, secondo i principi riconosciuti finora e propugnati in Europa, essere surrogato da un preteso diritto di suffragio popolare; meno ancora dal diritto illimitato dei popoli di darsi a un sovrano estero.

«Per conseguenza l’offerta degli Stati di Parma, che il governo piemontese ha procacciata al Re di Sardegna con mezzi rivoluzionari, la loro accettazione e la loro annessione or consumata pel decreto del Re Vittorio Emmanuele del 18 marzo 1860, sono atti di colpevole e odiosa spogliazione a detrimento del nostro amatissimo figlio il Duca Roberto I e suoi successori.

«E noi, madre, tutrice e reggente, riprotestiamo nell'interesse della nostra dinastia e della popolazione degli Stati di Parma, contro tutti i suddetti atti ingiusti, come contro tutte le loro conseguenze.

«E senza attendere l’esame, a cui le Potenze d’Europa potrebbero sottomettere, anche per l’articolo 9(3)del trattato di Zurigo, le nuove condizioni fatte all'Italia, noi ci appelliamo alle dette Potenze, chiediamo il loro appoggio, e ci rimettiamo con confidenza alla loro equità e alla giustizia di Dio.

«La presente protesta sarà notificata a tutte le Potenze segnatane dei Trattati del 1815 e 1817, così come alle altre Corti amiche.

«Zurigo, 28 marzo 1860,

«LUISAm. p.».


Il Granduca di Toscana dal canto suo pubblicava contemparaneamente in Dresda la seguente:

Protesta del Granduca di Toscana

«Sino a tanto che nel doloroso periodo, trascorso dal 27 aprile 1859 sino ad oggi, ci fu dato sperare che il vero amore della patria, il sentimento del giusto e dell’onesto, il rispetto dei Trattati, la parola del sovrano, riuscirebbero ad arrestare il corso dell’opera perturbatrice, che, sotto il pretesto della felicità dell'Italia, è sul punto di comprometterla nella più seria guisa, ci siamo con tutto il riguardo astenuti d’intervenire in questo grave dibattimento, sicuri che la prima parola che avremmo indirizzata al nostro popolo, sarebbe una parola d’intiero obblio del passato e di reciproca felicità per l’avvenire.

«Ma gli atti compiuti dall'abile cospirazione che, all’ombra del trono della Savoia, ha inviluppato nelle sue reti tutta l’Italia centrale e sacrificato a un’ambizione dinastica quanto vi è di più sacro sulla terra, o’ impongano il dovere d’innalzare la nostra voce di sovrano italiano, e d’appellarcene alle Potenze europee, tatto nell’interesse dei nostri diritti violati; quatto in quello dei nostri amati Toscani e dell’intiera nazione.

«Quando nei primi giorni del 1859 i dissensi tra la Francia e la Sardegna da una parte, e l’Austria dall’altra, furono giunti ai punto che dovevasi considerare probabile l’apertura delle ostilità, il governo granducale, fedele alla politica già da lui seguita in analoghe circostanze, propose ai gabinetti di Vienna, di Parigi e di Londra la neutralità del suo paese, la quale, dal primo accettata, era in via d’essere riconosciuta dagli altri, quando sopraggiunsero gli avvenimenti del 27 aprile.

«All'azione diplomatica venne allora a sostituirti l’azione rivoluzionaria da lunga mano preparata dal governo piemontese, come lo constata l’arrivo a Firenze, alla vigilia del 27 aprile, nella(:)sera e del mattino di detto giorno’ d’individui, i quali, allora al servizio sardo, vennero a dirigere là rivoluzione, e a prendere il Comando delletruppe del Granducato.

«Il nostro augusto padre, il Granduca Leopoldo II, si trovò in tal guisa ad un tratto in faccia alle imperiose esigenze della rivoluzione. Egli comprendeva che la sorte della guerra già dichiarata non dipendeva punto dall'atteggiamento della Toscana, e che la neutralità reclamata avrebbe meglio garantiti gli interessi dello Stato, qualunque fosse l’esito di quella grande lotta. Cionondimeno desiderando di evitare le discordie intestine, chiamò a sé il marchese di Laiatico, che la voce pubblica designava come l’uomo più accettabile per riuscire a una conciliazione, lo incaricò della formazione del nuovo gabinetto e gli affidò la condotta politica interna ed esterna, che in sì gravi congiunture gli sembrasse la più conveniente. U marchese di Laiatico accettò la missione e uscì dal palazzo Pitti col mandato di compierla.

«Il luogo e i consiglieri che andò a consultare per rispondere all’atto di fiducia del suo Sovrano, furono la legazione di Sardegna ed i capi dell’insurrezione che vi avevano stabilito il loro quartiere generale. E là che si deliberò la dimanda di abdicazione di S. A. 1. e R. il Granduca Leopoldo II: e il Marchese di Laiatico, il quale, come mandatario del Principe, doveva difendere e mantenere la sua autorità, non credette mancare, facendosi latore della nuova proposizione.

«La dimanda di abdicazione, formulata nel momento istesso, in cui il Principe accedeva alle esigenze messe avanti dai fautori della rivoluzione, lo mise in uno di quei casi supremi, in cui non si può prender consiglio che dalla propria dignità, là cui difesa implicar quella degli interessi reali della nazione.

«S. A. I. e R. ricusò di accettare queste ingiuriose proposizioni, e dopo aver protestato davanti al corpo diplomatico contro la violenza che gli era stata fatta, prese il solo partito possibile nella sua situazione, quello cioè di ritirarsi da un paese ove gli s’impediva l’esercizio della sua autorità sovrana, e ove gliera interdetto di pubblicare i suoi decreti.

«Gli avvenimenti della guerra riuscirono all’armistizio ed ai preliminari della pace di Villafranca, i quali, espressamente acconsentiti da S. Mi ii Re di Sardegna, portavano che i Sovrani allontanati dalla rivoluzione rientrerebbero nei loro rispettivi Stati, per far parte di una Confederazione italiana, che farebbe entrare la nazione nel diritto pubblico europeo.

«Allora, nel nobile desio di cancellare là traccia d’antichi dissensi e per togliere qualunque pretesto agli agenti di discordia, S. A. I. il Duca Leopoldo II abdicò liberamente la corona il 25" luglio e quasi tutta l’Europa ci riconobbe come Sovrano legittimo della Toscana. Dà quelgiorno siamo stati investiti di un sacro diritto, ed avevamo consacrata tutta la nostra Vita all'amato nostro popolò di Toscana, il cui avvenire era oramai garantito dai saggi provvedimenti di libertà interna e d’organizzazione federale, contenuti nel programma di S. M. l’imperatore Napoleone.

«IlTrattato di Zurigo, firmato dà S. M. ilRe di Sardegna venne ad aggiungere una nuova consacrazione ai diritti riconosciuti a Villafranca; matraípreliminari A Villafranca e le stipulazioni di Zurigo avvenne un nuovo fatto. Le autorità rivoluzionarie della Toscana, docili schiave del governo ambizioso dal quale traevano la loro illegale origine, avevano già proceduto alla convocazione di un’assemblea, destinata a Votare arbitrariamente l’annessione della Toscana al Piemonte.

«Così, travolgendo tutti i principi deldiritto pubblico, un governo che la parola e la firma del suo Re obbligavano a prestarci ilsuo appoggio, o almeno a serbare verso noi una stretta neutralità, disconosceva i sacri doveri della sua posizione fino a suscitare contro il ristabilimento della nostra legittima autorità una manifestazione faziosa, di Cui doveva raccogliere i frutti; mentre l’imperatore Napoleone, fedele alle sue promesse, porgeva dinanzi ai corpo legislativo e in faccia all’Europa consigli di moderazione e di prudenza al suo reale alleato, questi, profittando della presenza dell’armata francese, che fece passare in faccia al mondo come complice delle altre usurpazioni, proseguiva sino all'estremo la sua politica invaditrice e astuta, il cui ultimo termine doveva essere l’annessione.

«In presenza di simili fatti non possiamo più tacere. Noi dovevamo protestare e protestiamo a tutt’uomo di nostra convinzione contro atti colpiti di nullità nel loro principio e nelle loro conseguenze.

«Protestiamo contro la violazione dei Trattati, contro indegne manovre riprovate dalla coscienza pubblica.

«Protestiamo contro questo nuovo procedere d’usurpazione territoriale per mezzo d’assemblee popolari, che, se fossero ammesse nel diritto delle nazioni, scuoterebbero tutti i fondamenti, sui quali l’indipendenza di ciascun Stato e l’equilibrio della società europea riposano.

«Ce ne appelliamo a tutti i Sovrani dell'Europa personalmente nella nostra causa interessati.

«Ce ne appelliamo alla rettitudine dell'Imperatore dei Francesi, il quale non ha potuto vedere senza profondo rammarico la riuscita di quelle colpevoli imprese consumate all'ombra del suo nome e della sua spada.

«Ce ne appelliamo particolarmente a voi, nostri amati Toscani, che, per più di un secolo, avete goduto sotto il governo di nostra famiglia una prosperità di cui eravate giustamente alteri; imperocché era opera vostra; giacché era il risultato della vostra fedeltà e del vostro attaccamento alle vostre istituzioni.

«Se in questi ultimi tempi si è potuto far traviare le vostre menti e sorprendere la vostra buona fede, egli è persuadendovi, che l’annessione al regno di Sardegna vi renderebbe più forti e proteggerebbe più fermamente la vostra indipendenza.

«Disingannatevi su questo punto.

«Per difendere la sua indipendenza contro i vostri possenti vicini, l’Italia non ha altra forza che l’azione morale del diritto pubblico, o l’accordo di tutta la nazione. Ma siffatto accordo, da si gran tempo desiato, lo rendete voi medesimi impossibile partecipando alla formazione di uno Stato centrale, che già sveglia le giuste diffidenze d’una parte dell’Italia e prepara un funesto antagonismo. Voi dividete la nazione invece di riunirla; e il giorno in cui l’ambizione e la violazione vorranno tentare al mezzogiorno ciò che è riuscito al centro, la guerra civile dilanierà ancora una volta le nostre contrade, e la sventurata Italia ritornerà ad essere preda delle invasioni.

«Se la Provvidenza sembrava avere riservata alla nostra nazione tra tutte, la gloriosa missione di ravvicinare tutti i membri della patria comune, di formarne un sol fascio e d’inaugurare insomma la Confederazione Italiana, è a voi, o Toscani, che questo compito era certamente devoluto. Invece, coll’annessione, diventate i membri d'un nuovo Stato, il cui spirito, particolarmente amministrativo e militare, niente ha di comune colla grandezza dei vostri ricordi: e Firenze, la città delle arti, la regina letteraria dell’Italia, non sarà più che un capoluogo d’un dipartimento piemontese (ed è stato per lo appunto così).

«Ma, grazie a Dio, la ragione del popolo non può restare a lungo pervertita a questo punto: questi subitanei cambiamenti arrecati nella vita delle nazioni dall’errore e dall’intrigo, non potranno avere conseguenze durevoli; e la vostra virtù ritemperata nel dolore che l’annessione vi prepara, vi assicura più tardi migliori destini.

«Nel mio triste esiglio, cari ed amati Toscani, serbo la memoria di tutte le testimonianze d’affetto e di rispetto da voi ricevute, anche da lungi assisto e prendo parte alle vostre sofferenze. Ringrazio dal fondo del mio cuore i molti amici che dànno ogni giorno nuove prove del loro inalterabile attaccamento ai miei interessi, e della loro confidenza nello avvenire.

«Verrà giorno, in cui l’ingiustizia che mi ha colpito avrà il suo termine, e quel giorno mi troverò pronto a consacrarvi tutte le forze della mia esistenza.

«Dresda, 24 marzo 1860.

«FERDINANDO».


L’Austria intanto faceva presentare alla Corte sarda una protesta contro le recenti annessioni, trasmettendola poi a tutte le Corti d’Europa, accompagnata da una Circolare. Ecco questi due documenti:

Circolare dell’Austria alle Potenze

«Vienna, 25 marzo 1860.

«Nel corso dell’anno passato noi ci trovammo parecchie volte obbligati a richiamare la seria attenzione dei Gabinetti sugli atti del governo piemontese, che tendevano a una violenta perturbazione dello stato territoriale esistente in Italia e dei Trattati che costituiscono la base del diritto pubblico in Europa.

«Questi atti ebbero la loro conclusione nei decreti di S. M. il Re di Sardegna, delli 18 e 22 corrente, in forza dei quali gli Stati di Toscana, Modena, Parma e Romagna vennero annessi al Piemonte.

«L’Imperatore, nostro augusto Signore, limitandosi per ora a protestarecontro questi atti, i quali non()solo distruggono l’organamento politico d’Italia, a fondare il quale concorsero tutte le' Potenze Europee nei negoziati dell'anno 1815; ma costituiscono eziandìo tante flagranti violazioni dei diritti guarentiti, in specialità all’Austria, da' predetti Trattati, è persuaso dì dar pruova di una moderazione, la quale senza dubbio sarà apprezzata dai governi ai quali sta a cuore la conservazione della pace generale.

«Noi abbiamo protestato contro i predetti decreti di annessione mediante la inchiusa Nota, che sarà trasmessa ài gabinetto di Torino dalla Cortesia della regia legazione prussiana.

«Io prego V. S., sig... a leggere questo dispaccio ela Nota inclusa al Signor Ministrodegli affari esteri ed a rilasciargliene còpia;

«Aggradite, ecc.

Firm.«RECHBERG»

Nota dell’Austria al Governo sardo

Al conte Brassier de Saint- Simon a Torino

«Vienna, 25 marzo 1860

«Con decreti di S.M il Re di Sardegna, in data 18 e 22 corrente, gli Stati di Parma, Modena, Toscana e Romagna Vennero annessi al Piemonte.

«Considerando,che, per l’articolo98 dell’atto finale del Congresso di Vienna del 9 giugno 1815, i diritti di successione e di riversibilità appartenenti alle famiglie arciducali austriache rispetto al Ducato di Modena, Reggio e Mirandola, come pure ai Principati di Massa e Carrara, vennero mantenuti intatti $ che, per l'articolo 7 del Trattato di Parigi del IO giugno 1817, conchiuso tra le Corti d’Austria, di Spagna, di Francia, della Granbretagna, di Prussia e di Russia; in esecuzione dell’art. 99 del predetto atto finale del Congresso di Vienna, venne espressamente confermata la riversibilità dei Ducati di. Parma, Piacenza e Guastalla, come stava con venuta nel Trattato austro-sardodel 20 maggio 1815; per il caso di estinzione della linea dell’Infante Don Carlo Lodovico; che, Con wr articolo dei preliminari di Vieriñá,3 ottobre 1735, confermato dal Trattate definitivo del 23acostó1736, il Granducato di Toscana venne guáran tito allá Casadi Lorena, quale compenso per il grande sacrificio da essa fatto colla cessione degli antichi suoi Stati; che l'articolo 100 dell'atto del Congresso di Vienna ha confermate quelle disposizioni e quelle garanzie; che per i preliminari di Villafranca, ai quali ha preso parte S. Maestà Sarda, venne stabilito che il Granduca di Toscana e il Duca di Modena avessero a ritornare nei loro Stati; che, per l'articolo 19 del Trattato di pace conchiuso a Zurigo il 10 novembre 1859, tra l'Austria e la Francia, vennero espressamente riservati i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma;

«Considerando, finalmente che i predetti decreti di annessione sono ili difetta opposizione' al complesso di queste disposizioni;

«L’Imperatore, mio augusto Sovrano, non fa che usare di un evidente diritto, e non adempie se non ad un imperioso dovere, protestando solennemente contro i detti decreti e contro tutte le conseguenze che potessero derivare dai medesimi a danno dell'augusta sua Casa e de' suoi Stati, e riserbandosi espressamente tutti i diritti guarentiti all'Austria in questo proposito dai Trattati europei.

«Io ho l'onore di pregare di pregare l'E. V. di voler partecipare al signor Presidente del Consiglio di S. M. Sarda questo dispaccio, lasciandone copia.

«Aggradite, ecc.

Firm. «RECHBERG».

___________

Chiudiamo questa serie di nobilissimi atti con la seguente


Torna ad inizio pagina


Protesta della Santa Sede

«Dal Vaticano, 24 marzo 160.

«Le mene del partito rivoluzionario, diventato più audace durante' l’ultima guerra, hanno raggiunto lo scopo, al quale esso aspirava da lungo tempo: la ribellione degli Stati centrali della Penisola e delle Romagne, e l’ingrandimento del Piemonte mediante la spogliaci che dei Principi legittimi. In mezzo a questi dolorosi avvenimenti, la fiducia che alti riguardi per la religione e la giustizia avrebbero po sto un argine al progresso del male, non diminuiva punto nell(')animo del Santo Padre. Ciò non ostante, non si tenne conto dei più sacri diritti, e si mandò ad effetto la spogliazione di una porzione dei domini della Santa Sede. Con un decreto, fatto a Bologna il primo giorno di questo mese, i popoli dell’Emilia furono obbligati ad esprimere il loro voto in favore del Piemonte. Tutti i mezzi, tutte le violenze e mille astuzie si posero in opera, affinché il voto risultasse corrispondente allo scopo premeditato. Coll'accettazione del 18 marzo il re Vittorio Emmanuele pose il colmo al dolore del Santo Padre, che vide la Chiesa spogliata del suo dominio temporale da un principe cattolico, erede del trono di monarchi illustri per la loro santità.

«Il Santo Padre, mosso dall’obbligo che gli incombe di custodire e difendere il diritto della sovranità temporale, ha dato ordine al sottoscritto Segretario di Stato di protestare contro la violazione dei diritti incontestabili della Santa Sede, che S. S. intende mantenere nella loro integrità, non riconoscendo e dichiarando nullo, e con ciò usurpatorio e illegittimo quanto si fece e si farà in quelle provincie.

«Il movimento dei Cattolici, che si è manifestato fino dai primi attentati contro il dominio temporale, persuade il S. Padre che i Sovrani non vorranno riconoscere questo atto di usurpazione sacrilega e fraudolenta.

«Il Segretario di Stato, pregando V. S. di portare a cognizione del suo governo questa protesta, deve pure aggiungere che il Santo Padre spera che non gli mancherà la cooperazione del vostro governo, perché abbia un giorno a cessare la spogliazione, contro la quale reclama altamente il diritto delle genti.

«G.  Card. ANTONELLI».


A coloro che ridono di tali proteste inermi ricordiamo ciò che Cesare Balbo diceva nella Camera dei Deputati il 28 febbraio del 1849, alludendo a Pio VII ed al primo Napoleone: «Quel protestare (sono sue parole), e non riconoscere e non cedere mai di quel Papa; quei Cardinali, quei Prelati, quei Preti allora così disprezzati, furono quelli che mi rivelarono la vigoria di quella istituzione cadente in apparenza».


Torna su



CAPO VIII


Torna su



SPIGOLATURE DIPLOMATICHE

Politica inglese

«Abbiamo raccolto assai nel campo diplomatico; pure ci accade di spigolare sempre qualche cosa nel continuo rovistare e ricercare che facciamo onde avvalorare le nostre affermazioni intorno al carattere sommamente malvagio e sleale del così detto risorgimento italiano, inteso tutto a' danni della Chiesa cattolica e della stessa Italia, sì come ora tocchiamo con mano.

«Il Governo inglese, durante la guerra d’Italia, comunicava al Parlamento una serie di atti, in numero di novantadue, relativi alla cose italiane: e in un dispaccio del 12 maggio, diretto al conte di Malmesbury, lord Cowley, rappresentante di S.M. Britannica alla Corte delle Tuileries,spiegava la politica della Francia e le vedute colle quali faceva la guerra, secondo furono definite a lui dal conte Walewski, dietro comunicazione formale dell’Imperatore.


Ecco il dispaccio del Cowley nel suo testo francese:

«Foreign Office, 12 mai 1859.

«J’ai l’honneur d’annoncer à Votre Seigneurie que je suis rentré hier à Paris. Je suis allé rendre visite cette après midi à M.(r)le comte Walewski, et Son Excellence m’a informé que l’Empereur a regretté de ne pas m’avoir vu avant son départ, parce que Sa Majestà désirait tout particulièrement me faire connaître les sentiments dans lesquels elle était à la veille d’entreprendre la campagne; mais, en conséquence de mon absence de Paris, Sa Majesté, immédiatement avant son départ, a écrit au comte Walewski pour le charger de me donner l’assurance qu’en prenant le commandement de son armée, son intention était de localiser la guerre autant que possibile,de respecter la neutralité de l'Allemagne, de ne donner aucun encouragement à quelque tentative de révolution que ce soit (?!), et plus spécialement en ce qui concerne la Turquie, dont les possessions dans l’Adriatique seront complètement respectées, de borner enfin ses opérations militaires à repousser les Autrichiens hors du royaume lombardo-vénitien.

«Sa Majestà a déclaré en outre qu’elle serait toujours prête à traiter pour la paix lorsque des conditions convenables lui seraient présentées.

«Je n’ai pas caché au comte Walewski que je craignais que le programme de l’Empereur ne pût pas être exécuté.

«Il n’est pas probable, lui aije dit, que l’Autriche consente à se dépouiller de ses possessions italiennes, avant une série de revers qui pourraient avoir pour conséquence de conduire les troupes françaises sous les murs de Vienne. J’ai à peine besoin d’ajouter que dans de telles circonstances la guerre ne resterait pas localisée, ni une guerre purement autrichienne et italienne.

«Ensuite, quant à l'intention de l'Empereur de ne donner aucun encouragement aux révolutions, on ne fera que peu d'attention à cette assurance, aussi long temps que la Sardaigne, l'amie et l'alliée de la France, agit dans un esprit diamétralement contraire. Personne ne croira que la France ne pourrait pas empêcher cet état de choses. Quoi qu'il en soit, la déclaration de l'Empereur relativement à la Turquie sera reçue avec satisfaction par le gouvernement de Sa Majesté, et j'ai la confiance que le gouvernement français exercera l'influence dont il dispose auprès des gouvernements de Russie et de Sardaigne, pour les engager à s'abstenir de toute complication provocatrice en Orient.

«Le comte Walewski a répondu, qu’il avait grand espoir que ¡la guerre ne serait pas de longue durée, et qu’on en veraitla fin dans peu de mois.

«Quant aux observations que je faisais relativement à la conduire 4(e)l(a)Sardaigne, le comteWalewski m’a dit, que sa manière de voir coïncidait parfaitement avec la mienne sur ce point (that he coincidedin them entirely); qu’il avait eu une longue conférence à ce sujet avec l’Empereur avant son départ, et qu’avec l’autorisation de Sa Majesté, il avait écrit à Turin pour dire, que la Sardaigne doit renoncer à toute espèce d’action isolée, et, de plus, s’abstenir de donner aucun encouragement, quel qu’il soit, au parti révolutionnaire en Italie.

«Faisant allusion à ce que j’avais dit quant à la Turquie, le comte Walewski me fit observer qu’il avait reçu les assurances les plus positives (the most unequivocal) du gouvernement Russe de son désir de voir la tranquillité de la Turquie maintenue. Son Eccellence était donc certaine que des mouvements révolutionnaires dans les possessions ottomanes ne recevraient aucun encouragement de la part de la Russie.

«Quant k la France, le comte Walewski me donna l’assurance que le gouvernement impérial était très désireux qu’aucune cause d’ombrage ne fût donnée au gouvernement de Sa Majestà au sujet de toute question concernant la Turquie. M.(r)Thouvenel avait reçu l’ordre de retourner son poste plus tôt qu’il n’en avait eu l’intention, dans le seul but de faire mieux valoir les intentions de l’Empereur sur ce point. Il recevrait les instructions les plus positives pour agir dans un complet accord avec sir Henry Bulwer, pour le consulter sur toute question qu’ilpourrait surgir et pour ne se séparer par aucune raison de l’ambassadeur de Sa Majesté. Il devait décourager et, autant qu’il le pourrait, empêcher (oontroll) toute tentative de mettre à néant l’autorité du Sultan (quantatenerezzaperilTurco!e per il Papa !...); des instructions spéciales d’une nature semblable aéraient envoyées à tous les agents de la France en Orient. M.(r)Thouvenel, i de plus, passerait par Athènes en se rendant àConstantinople, dans le seul but; d’insister auprès du gouvernement grec sur la nécessité de s’abstenir de toute intrigue propre A exciter la rébellion parmi les sujets grec de la Porte.

«Jene puis douter, d’après le ton et le 'langage: du comte Walewski, que ce ne soit Je désir sincère du gouvernement impérial d’empêcher qu’il ne surgisse aucune question qui pût, d’une façon quelconque, provoquer. des différends avec le gouvernement de Sa Majesté.

«J'ai saisi cette occasionpour appeler l’attention du comte Walewskysur le langage qu’on dit avoir été tenu par quelques représentent de la France àl’étranger, — Ils ont commencé à dire, lui ai-je fait remarquer, que les traités de 1815 sont anéantie. Unetel conduite n'est pas de nature à inspirer de la confiant# dans les intentions (de l’Empereur, et doit nécessairement provoquer fie. grandes alarmes en Europe.

«Lecomte Walewski a exprimésa surprise de ce que je lui disais (quantaingenuità!) attendu qu’il avait depuispeuenvoyé dite instructions circulaires recommandant la plus grande sobriété de langage. (Eintanto. abolizione appunto dei Trottati dal 1815 fra uno dei più immediati fini della guerra contro l’Austria).

«COWLEY».


Ma fino da quando Napoleone III rivolgeva le fatali parole all’Ambasciatore austriaco, il 1°dell’anno 1859, e il Galantuomo udivai famosi gridi di dolore, l’Inghilterra si mostrava inquieta perché l’imminente guerra non prendesse l’aspetto di quel che era, cioè, di cosa rivoluzionaria., da compromettere, insieme coi Trattati del 1815, i propri interessi e quelli del caro alleato subalpino, buono sempre a servirle di le va. per sconvolgere. l’Italia centro il Papa e contro ili Re di Napoli. Così è che, sotto la date dei 13 gennaio 1859, il Conte di Malmesbury indirizzava una Nota all’Inviatobrittannico a Torino, dalla quale togliamo il brano più importante:

Nota del Conte di Malmesbury a Sir I. Hudson

«Foreign Office, le 13 janvier 1859.

«... Si la guerre, cette conséquence fatale à la prospérité de toutes les nations, venait à éclater, je désire que vous fassiez remarquer au gouvernement sarde que tous nous sommes dans l’ignorance la plus absolue des résultats que cette guerre pourrait avoir.

«La seule chose que le gouvernement de S. M puisse prévoir avec certitude c’est, considérant les événements que fera surgir cette guerre, qu’elle sera longue et que ses misères se prolongeront pendant une période incalculable.

«Dans une guerre ainsi commencée, les républicains, de toute nuance, les rêveurs de toutes les théories impraticables, les exilés prétendant à des trônes, tous ceux enfin qui cherchent la vengeance, la fortune ou le pouvoir, s’attendraient à trouver leur compte.

«Si la Sardaigne croit qu’elle sortira d’une pareille guerre dans une position plus honorable et plus prospère que celle qu’elle occupe à présent, le gouvernement de S. M. croit qu’elle sera grandement désappointée dans cette mortelle loterie.

«L'Angleterre a toujours vu dans la Sardaigne le modèle en Europe d’un jeune État constitutionnel grandissant chaque jour en prospérité et jouissant des fruits heureux de la liberté, qui a été si sagement accordée par un souverain politique, et dont un peuple intelligent et reconnaissant fait un usage si raisonnable.

«C’était une sincère satisfaction pour le gouvernement de S. M., et cette satisfaction avait été presentie par toutes les administrations qui s’étaient succédé au pouvoir, de montrer la Sardaigne comme un argument irréfutable (?!) pour combattre les assertions de ceux qui soutenaient que l’existence d’États constitutionnels en Italie était une chose impossible. L’expérience a été tentée, et jusqu’à présent elle a fait honneur à ces principes de liberté civile et religieuse que représentent en même temps la Sardaigne et l’Angleterre.

«Mais si par malheur la Sardaigne était la première à provoquer, par imprudence ou ambition, une calamité dont la Providence a préservé la plus grande partie de l’Europe depuis quarante-trois années, la Sardaigne prouverait au monde qu’un gouvernement populaire peut être aussi imprudent et aussi téméraire qu’un simple souverain ignorant ou despotique.

«Finir ainsi une carrière si brillamment commencée par la Sardaigne, ce serait une chose que le gouvernement de S. M. déplorerait, surtout dans l'intérêt de la Sardaigne.

«Mais c’est dansl’intérêt de l’humanité surtout que le gouvernement de S. M. doit montrer son anxieuse sollicitude, et vous ferez remarquer franchement à M. de Cavour la terrible responsabilité que s’attire un ministre qui, sans être attaqué par un État étranger, sans avoir de point d’honneur à défendre, cherche à provoquer une guerre européenne en s’adressant, par l’organe de son souverain, aux sujets mécontents des autres puissances.

«Cet acte imprudent a cependant été commis, et l’opinion publique a déjà fait connaître son verdict dans la panique qui s’en est suivie.

«Le gouvernement de S. M., néanmoins, a cru de son devoir envers l’Europe d’exprimer sans réserve les sentiments, de regret et d’anxiété pour un discours dont la Sardaigne est responsable non seulement devant ses alliés, mais devant Dieu, qu’elle invoque dans ce discours,

«J'ai l’honneur, etc.

«MALMESBURY».


Ma la sorte era gettata;le cose da quelmomento corsero a precipizio, e il 20 maggio il Gabinetto inglese si rivolgeva di nuovo al sardo colla seguente Nota:

Lecomtede Malmesbury àsir J. Hudson

«Foreign Office, le 20 mai 1859.

«Monsieur, l’émotion que l’attente des hostilités entre l’Autriche et la France a fait naître en Allemagne, a augmenté a tel point depuis le commencement de la guerre, entre ces deux puissances, qu’il y a toute raison d’appréhender que la Confédération germanique ne manifeste ouvertement sa résolution de faire cause commune avec l’Autriche pour la défense de ses possessions autrichiennes.

«Les gouvernements de l’Allemagne n’ont pas eu besoin d’enflammer les passions du peuple en faisant appel à ses sympathies en faveur d’une puissance amie engagée dans une lutte à mort avec la France pour la conservation de territoires assurés par les traités; ils n’ont, au contraire, fait que suivre le courant de l’opinion générale, qui réclame impérieusement une action décidée de la part de la Confédération.

«Indépendamment de la sympathie avec laquelle on voit la fortune de la maison impériale, il règne une profonde conviction, dans presque toutes les classes de l'Allemagne, que la sécurità de la patrie commune dépend de la possibilité pour l’Autriche de se défendre contre les hostilités de la France. On croit que des succès en Italie, suivis de la destruction de ces grandes forteresses, qui forment le boulevard de l’Allemagne sur la frontière tyrolienne, et des arrangements territoriaux de 1815 à l’égard de ce pays, ne feront qu’amener la France à essayer d'anéantir ces arrangements sur le Shin, et que la probabilité d’un succès sur ce dernier point sera vue avec faveur en France, si cette entreprise n’a lieu que lorsque la puissance de l'Autriche, dans ses possessions les plus vulnérables, sera paralysée.

«Pour ce motif, l’Allemagne considère que ses destinées futures dépendent en grande partie du résultat de la guerre d’Italie, que ce serait une politique de suicide de sa part que de se tenir à l’écart de la lutte, et de laisser l’Autriche succomber seule, et devenir ainsi, pour l’éventualité que l’Allemagne considère comme devant certainement se présenter, incapable de contribuer à la défense de la patrie commune.

«Le cabinet de Berlin seul parmi les gouvernements allemands a résisté autant que possible au sentiment populaire. Il a été sagement désireux de ne pas précipiter les choses, bien qu’il ne se soit pas montré lent à faire les préparatifs qui lui permettront, quand le moment arrivera, de jouer dans la défense des intérêts allemands le ròle que les grandes ressources de la Prusse et la position qu’elle occupe dans la Confédération l’autorisent à y jouer.

«Mais le sentiment public, qui acquiert tous les jours plus de force en Allemagne et même sur les territoires prussiens, ne permettra que difficilement à la Prusse de garder sa politique expectante et il y a toute raison de croire qu’il ne s’écoulera pas un grand nombre de jours avant que la Confédération ne se montre résolue à considérer la cause de l’Autriche comme radicalement attachée aux intérêts généraux de toute la race germanique.

«Le gouvernement de la Reine a fait ce qu’il a pu dans les limites des représentations amicales, pour calmer l’agitation qui règne en Allemagne; mais il ne s’est pas cru autorisé à dissuader les États allemands de prendre les mesures que ces États considèrent comme nécessaires à la conservation de leurs intérêts respectifs; car il ne peut prendre la responsabilité de les garantir, même moralement, contre les éventualités de la guerre d’Italie.

«Le gouvernement de la Reine a ouvertement déclaré, qu’en prenant une décision sur cette grave question, maintenant soumise à la Diète, l’Allemagne ne devra se laisser influencer par l’espoir, qu’elle pourrait avoir, d’obtenir l’aide de l’Angleterre.

«Le gouvernement, conformément aux ordres de la Reine, et avec le concours universel de la nation anglaise, a montré dans les dernières élections le désir de conserver, la (4)plus stricte neutralità dans la guerre actuelle entre l’Autriche et la France. Il est résolu à rester libre de tout engagement explicite ou implicite qui gênerait sa libertà d’action dans les circonstances qui pourront se produire. Il restera juge de ce qu’il devra faire, et ne veut pas embarrasser sa politique par des déclarations préalables, en exprimant d’avance son opinion.

«Ce langage, que le gouvernement de la Reine a tenu à l’Allemagne relativement à l’agitation qui règne dans ce pays, elle le tient aussi aux puissances qui sont maintenant engagées dans les hostilités, et vous donnerez à entendre au gouvernement sarde qu’en ce qui concerne la question actuellement pendante le gouvernement s’abstiendra de toute intervention directe ou indirecte.

«J’ai l’honneur, etc.

«MALMESBURY».


Il dispaccio seguente del medesimo lord Malmesburya lord Cowley mostra qual’era, all data del 5 maggio, la politica del gabinetto inglese riguardo alla Francia nei suoi rapporti colla Sardegna e coll’Austria.

LecomtedeMalmesburya lord Cowley

«Foreign Office, 5 mai 1859.

«Milord,

«J’ai déjà transmis à Votre Excellence une copie de la dépêche du comte Walewski du 25 du mois dernier, qui m’a été communiquée le lendemain par le Duc de Malakoff.

«Le comte Valewski revendique pour la France, dans cette dépêche, les mêmes hommages qu’il accorde à l’Angleterre pour les efforts que les deux puissances ont faits dans l’intérêt de la paix, et il compte, par conséquent, sur la continuation d’une bonne entente avec ce pays, quoi qu’il arrive. Son Excellence fait allusion ensuite aux motifs qui doivent engager la France à assister la Sardaigne, aux efforts constants de l’Autriche pour acquérir en Italie une influence prépondérante, à laquelle elle n’a aucun droit, à la conduite méritoire de la Sardaigne en résistant à ces efforts, et au mal qui résulterait du triomphe de l’Autriche dans cette lutte entre elle et la Sardaigne.

«Le comte Walewski fait encore allusion aux droits que la Sardaigne possède à la sympathie de l'Angleterre et de la France, en conséquence du système politique qu'elle défend, et à la bienveillance de ces puissances envers elle pour son concours zélé pendant la dernière guerre contre la Russie. Le comte Walewski fait enfin appel par tous ces motifs au gouvernement de Sa Majestà pour demander si l'Angleterre et la France ne doivent pas chercher à s’entendre entre elles, et il déclare que le gouvernement de l’Empereur, repoussant toute idée d'ambition et n’ayant rien à cacher, est disposé à se concerter avec le gouvernement britannique pour atteindre un but qui intéresse, dit-il, les deux gouvernements.

«J’ai à donner à Votre Excellence l’ordre de déclarer au comte Walewski que le gouvernement de Sa Majestà a reçu la communication de cette dépêche avec le même esprit d’amitié que celui dans lequel il est certain que la dépêche a été écrite.

«Vous pouvez assurer Son Excellence de la haute valeur que le gouvernement de Sa Majestà attache à l’alliance qui a si longtemps subsisté entre ce pays et la France, et de son vif désir de la voir longtemps se maintenir. Elle a déjà existé pendant le calme de la paix comme pendant les vicissitudes de la guerre, à l’avantage réciproque des deux pays, et le gouvernement de Sa Majesté, croyant que les événements qui se passent maintenant en Italie, ainsi que l’interruption de la paix, auront une influence fâcheuse sur les intérêts matériels de son allié aussi bien que sur la cause commune de la civilisation, a travaillé sérieusement, par ces motifs, à maintenir la paix.

«Le gouvernement de Sa Majestà croit qu’il n’est jamais entré dans l’intention de l’Europe, en reconnaissant le royaume lombardo-vénitien comme une partie des domaines de la maison d’Autriche, de donner à cette puissance, comme une conséquence de cette reconnaissance, toute liberté pour étendre sa domination morale et matérielle sur d’autres parties de la Péninsule. On n’a jamais eu l’intention d’accorder à l’Autriche le pouvoir d’intervenir constamment et systématiquement au delà de sa frontière; d’influencer à son gré l'administration inférieure et d’occuper par ses armées les territoires d’autres États italiens dont l’indépendance a été reconnue par les mêmes traités. On n’a jamais eu l’intention, enfin, de laisser au contrôle de l’Autriche, le progrès de la liberté et de l’amélioration sociale dans les États italiens. Mais si le gouvernement de Sa Majestà ne ferme pas les veux sur les défauts du système d’après lequel l’Autriche a agi en Italie, et qui pouvait difficilement manquer de faire peser sur l’Autriche tôt ou tard une terrible impopularité, et sur l’Italie, toutes les misères d’une guerre sociale ou étrangère, il ne peut pas non plus considérer la Sardaigne comme étant sans reproche pour la conduite qu’elle a tenue dans ces derniers temps, et qui a produit maintenant ses résultats certains et regrettables.

«Le gouvernement de Sa Majestà a jusqu’ici toujours suivi les progrès qu’a faits la Sardaigne, et qui constituent pour les autres États italiens un bel exemple (!?) et une preuve des bienfaits (?!) que procure à un souverain et à ses sujets l’adoption d’un système d’administration libéral.

«Si la Sardaigne avait pu se contenter de l’amélioration de sa propre prospérité matérielle, en développant les avantages naturels de sa frontière et du système d’administration libéral, qu’elle a si sagement (!?) adopté et si logiquement suivi, elle eût été le point de mire du reste de l’Italie; le monde entier l’eût respectée, et elle se fût rendue inattaquable par sa force morale. Dans ces circonstances, et avec une telle politique, le gouvernement de Sa Majestà n’a pas de raison pour croire qu’elle eût été molesté par son puissant voisin.

«Ç’a été malheureux pour elle et pour l’Europe qu’elle se soit laissé aller à des rêves d’ambition et d’agrandissement; en oubliant le peu de sympathie que les Milanais ont manifesté pour sa cause en 1848, et leur ingratitude pour sa conduite courageuse, elle a provoqué la guerre dans laquelle elle est maintenant engagée.

«En violant les traités d’extradition qu’elle avait conclus avec l’Autriche, en encourageant la désertion dans l’armée autrichienne; en ralliant dans le Piémont les esprits dés affectionnés de l’Italie) en faisant des discours menaçants contre le gouvernement autrichien, et en déclarant avec ostentation qu’elle était prête à accepter la lutte comme champion de l’Italie contre la puissance et l’influence de l’Autriche, la Sardaigne a provoqué l’orage et elle est gravement responsable envers les nations de l’Europe.

«Le gouvernement de Sa Majestà a vu agir cette dangereuse politique avec des appréhensions qui se sont maintenant réalisées, et il ne peut s’empêcher de faire remarquer que le premier effet et l’effet immédiat de la guerre, dont elle est cause, a été la suspension du gouvernement constitutionnel en Sardaigne même.

«C’est avec ces pressentiments que le 10 janvier dernier le gouvernement de Sa Majestà a chargé Votre Excellence d’expliquer clairement et franchement au gouvernement impérial l’inquiétude que lui causait l’état peu satisfaisant des relations entre la Fran ce et l’Autriche, et d’appeler son attention sur les malheurs auxquels on devait s’attendre si on ne pouvait amener entre elles une meilleure entente. Le gouvernement de Sa Majestà offrait le concours de l’Angleterre, en tant qu’il pût être utilisé avantageusement, pour améliorer la condition sociale de l’Italie. Au regret sincère du gouvernement de Sa Majesté, regret que les événements subséquents n’ont fait qu’augmenter, le comte Walewski a déclaré à Votre Excellence qu’il ne croyait pas le moment favorable pour travailler au but indiqué.

«Le 12 janvier, le gouvernement de Sa Majestà a chargé le Ministre de Sa Majestà à Vienne de faire une communication semblable au gouvernement autrichien, et il a fait appel aux cours de Saint-Pétersbourg et de Berlin pour qu’elles l’aidassent dans ses efforts pour amener une bonne entente entre la France et l’Autriche. La Prusse souscrivit immédiatement à la proposition. La Russie répondit qu’elle ne pouvait se charger de donner aux puissances en désaccord aucun conseil sans y être sollicite par elles.

«Le gouvernement de Sa Majestà ne ménagea alors aucun effort, en se servant du langage le plus énergique, pour convaincre le gouvernement piémontais, du danger qu’il créait en excitant des espérances et en enflammant les passions de peuple italien, et en provoquant par là une guerre d’opinion, dont les conséquences pouvaient difficilement manquer d’agir défavorablement, sur les intérêts politiques et les principes constitutionnels de la maison de Savoie».

«Ici lord Malmesbury rappelle la mission de lord Cowley à Vienne, les résultats qu’elle avait produits, la proposition russe de réunir un congrès et la suite des négociations. Puis, après avoir énergiquement blâmé l'ultimatum autrichien, il continue ainsi:

«Animé de sentiments de vraie amitié et de franchise, le gouvernement de Sa Majestà ne peut s’empêcher d’exprimer l’opinion que, si le gouvernement de France, qui possède une si grande influence sur la Sardaigne, l’avait avertie du caractère dangereux de sa politique à l’époque où le gouvernement de SaMajestà a protestà contre cette même politique, on aurait pu éviter les complications qui ont obligé le gouvernement français, en raison de promesses, à chercher la solution de ces complications dans l’entrée de l’armée française en Piémont.

«Le gouvernement de Sa Majestà ne prétend pas se constituer juge de la conduite que la France croit de son honneur de suivre dans cette dernière et fatale période de la controverse; mais ce sera toujours une source de regrets pour le gouvernement de Sa Majestà que le conseil qui lui a été donné dans ma dépêche du 10 janvier, n’ait pas été suivi. Il est évident pour le gouvernement de Sa Majestà que depuis ce moment la Sardaigne a cru que les difficultés ne seraient pas résolues par un commun accord des deux grands empires qui avaient examiné la question en 1857, mais qu’elle pouvait espérer l’assistance matérielle de la France non seulement pour obtenir les libertés de l’Italie, mais même pour atteindre, la réalisation du but de ses longues espérances: l’expulsion de l’Autriche de la Lombardie.

«Tout en jugeant impartialement la conduite que l’Autriche et la Sardaigne ont tenue à l’égard de l'Italie, et en regrettant au plus haut degré l’esprit dont toutes les deux sont animées, le gouvernement de Sa Majestà ne peut néanmoins pas avoir de doute quant à la conduite qu’il lui convient de suivre dans les circonstances actuelles.

«Le gouvernement britannique a toujours adopté pour règle sacrée de ses obligations internationales, qu’aucun pays n’d le droit d’intervenir par voie d’autorité dans les affaires intérieures d’un Etat étranger, et ne peut, suivant les lois d’une politique sage, attendre long temps pour reconnaître toute nouvelle forme de gouvernement qui peut être adoptée et établie, sans usurpation territoriale ou absorption, par le désir spontané de son peuple.

«Le gouvernement britannique a montré, pendant une longue série d’annés, avec quelle constance il a respecté ces principes, dont il ne peut certainement pas se départir dans les circonstances actuelles, quel que soit son désir sincère d’assurer la liberté du peuple italien et de maintenir les traités qui ont confirmé l’indépendance de ses divers États.

«Le gouvernement de l'Empereur des Francis paraît s’attendre à ce que, malgré l'horreur que le gouvernement de Sa Majestà ressent à la pensée de la prochaine guerre, et malgré la valeur qu’il attache au principe de non-intervention, l’Angleterre puisse encore être amenée à coopérer avec la France dans les circonstances actuelles.

«Le gouvernement impérial a eu trop de preuves, pendant ces dernières années, du désir du gouvernement britannique d’agir avec lui dans toutes les mesures qui sont de nature à favoriser les avantages généraux des nations, pour supposer que ce n’est qu’avec un sincère regret que le gouvernement de Sa Majestà se sent forcé par ces considérations de s’exlure de toute coopération avec la France dans la lutte actuelle.

actuelles Il croit que cette lutte sera une source de misères et de ruine pour l’Italie, et que, loin d’accélérer le développement de la liberté dans ce pays, elle lui imposera une plus forte charge de malheurs et d’impòts futurs. Il sent que la guerre, quels que soient les principes qui président à sont début et quel que soit son but, deviendra inévitablement une guerre de passions politiques et d’opinions extrêmes. Il ne peut que craindre que les événements en Italie ne réagissent sur d’autres nations, et que, dans un avenir prochain, toute l'Europe ne soit enveloppée dans la lutte.

«Votre Excellence, qui a pris une part si active aux efforts que le gouvernement de Sa Majestà a fait pour prévenir ces résultats, comprendra plus facilement que personne le regret amer qu’éprouve le gouvernement de Sa Majestà de ce que tous ces efforts aient échoué. Néanmoins, Votre Excellence donnera au gouvernement français l’assurance que les Ministres de Sa Majestà ne se laisseront pas effraver par des difficultés passées ou futures pour s’occuper plus tard de toutes ouvertures qui pourraient leur être faites par Tune ou l’autre des puissances en lutte, avec la manifestation du désir de disposer des bons offices de l’Angleterre. Bien plus le gouvernement de Sa Majestà suivra avec la plus grande attention les diverses phases de la guerre, et si une occasion se présentait pour plaider la cause de la paix et de la réconciliation, il n’attendra pas qu’on l’invite pour s’offrir comme médiateur, dans Vespoir sincère que ses offres puissent être acceptés et conduire à la paix.

«Il agira ainsi avec la ferme détermination d’accomplir cette médiation dans un esprit de justice et d’impartialité, et avec le désir sincère d’établir et d’assurer l’indépendance bien équilibrée et réelle des États italiens et l’amélioration générale de l’administration dans toute la péninsule de l’Italie.

«L’Empereur des Français peut être assuré que si cette occasion se présente, le gouvernement de Sa Majestà coopérera avec zèle avec Sa Majestà Impériale, et se réjouira très sincèrement de se trouver placé de nouveau sur la même ligne avec un allié des plus précieux en travaillant cordialement avec la France à tout ce qui peut être utile à l’oeuvre de la paix et de la civilisation.

«Voilà les intérêts pour lesquels le peuple d’Angleterre désire travailler et, attaché comme il l’est aux principes constitutionnels, il croit que si la gloire militaire peut être le lot de la monarchie constitutionnelle, elle n’en doit pas être le but Une guerre entreprise sans une nécessità impérieuse et évidente répugne à ses sentiments, et un Ministre britannique, s’il donnait à sa Souveraine le conseil de rechercher une telle lutte et d’v prendre part, n’échapperait pas à sa condamnation.

«Le sentiment presque unanime de la nation britannique en ce moment, à l’endroit de la guerre, est un sentiment de désapprobation de cette guerre combiné avec le désir sincère d’éviter de donner un concours quelconque à ses opérations et de la voir concentrer dans les limites de la Péninsule,

«Le gouvernement de Sa Majestà a donc reçu avec une satisfaction sincère l’expression des sentiments du gouvernement français sur cette dernière question, telle qu’elle se trouve déposée dans la dépêche du Duc de Malakoff du 27 du mois dernier.

«Le gouvernement de Sa Majestà se rallie cordialement à ces sentiments. Maintenant sans réserve, avec le gouvernement français, les relations marquées de la plus grande franchise, il sera toujours prêt à s’associer à lui, lorsque les circonstances le permettront, pour préserver le continent d’Europe des effets de la lutte qui peut sévir à une de ses extrémités.

«Votre Excellence voudra bien lire cette dépêche au comte Walewski et lui en laisser copie.

«Je suis, etc.

«MALMESBURY».


Ma finita la guerra, e conchiusa la pace, nel modo bugiardo che tutti sanno, la politica inglese si modificò assai, ed è curioso di leggere la seguente lettera del Cavour, scritta mentre erano appena asciugate le firme del Trattato di Zurigo, che si violava sfacciatamente colle surriferite annessioni.

Una lettera di Cavour intorno alle annessioni

La Nazione del 3 di ottobre 1860, N. 276, portava questa lettera, datata del febbraio di quell’anno; non dice a chi fosse indirizzata, è però un documento buono per la storia.

E noi lo raccogliamo:

«Torino, 1 febbraio 1860.

«Mi reco a premuroso debito di comunicarvi le quattro proposizioni fatte dall’Inghilterra alla Francia, delle quali ricevetti ieri ufficiale partecipazione. Nell(')intento di dare assetto alle cose italiane si sarebbe convenuto:

«1°Che la Francia e l’Austria non interverrebbero colla forza negli affari interni della Penisola, eccetto che ne fossero invitate dal consenso unanime delle cinque grandi Potenze d’Europa;

«2° Che, in conseguenza di questo accordo, l’Imperatore dei Francesi prenderebbe gli opportuni concerti col Santo Padre per il ritiro da Roma delle truppe francesi. Quanto al tempo ed al modo di questo ritiro, dovrebbesi procedere in guisa da lasciare al Governo pontificio tutta l’opportunità di provvedere al presidio di Roma mediante truppe di Sua Santità, e di adottare le necessarie precauzioni contro il disordine e l’anarchia. — L’Inghilterra crede che, mercé siffatti partiti e le provvisioni convenienti, la sicurezza di Sua Santità possa essere posta interamente in salvo. Saranno inoltre presi gli opportuni concerti per lo sgombro dell'Italia del Nord dalle truppe francesi in un periodo di tempo conveniente;

«3°Il governo interno della Venezia non formerà oggetto di negoziati per le Potenze di Europa;

«4°La Gran Brettagna e la Francia inviteranno il Re di Sardegna ad assumere l’impegno di non mandare truppe nell'Italia centrale prima che i diversi Stati e provincie che la compongono, non abbiano solennemente espressi i loro voti intorno ai loro destini futuri,col mezzo di una votazione delle loro assemblee rielette (vedremo tra poco il valore di queste assemblo).

«Nel caso in cui questa votazione riuscisse in favore dell’annessione al Piemonte (cosa stabilita a priori, come abbiam veduto), la Gran Brettagna e la Francia non richiederanno più oltre che le truppe sarde si astengano dall'entrare negli Stati e nelle provincie prementovate. — Queste sono le proposte dell’Inghilterra, le quali vennero in massima accettate dalla Francia. L’Imperatore dei Francesi fece soltanto una riserva intorno all’articolo su Venezia, la causa della quale egli intende di perorare e difendere co’ suoi buoni uffici.

«L’Imperatore vuole per altro che le sue intenzioni circa le surriferite proposte non vengano rese pubbliche prima d’aver fatto pervenire a Vienna accomodate spiegazioni, ed avere tempo d’invitare le Corti di Berlino e di Pietroburgo ad accedervi; affinché il nuovo assetto dell'Italia trionfi, sancito dalle due grandi Potenze del Nord. La Francia raccomanda pure caldamente ohe, durante questi ultimi e definitivi negoziati, niun atto si compia o s’intraprenda, i quale possa in forma alcuna alterare lo stato presente delle cose.

«Condizione unica dell’annessione si è un nuovo voto delle popolazioni, consultate, non già col suffragio universale, ma per mezzo di nuove assemblee, elette nella forma che si reputerà più acconcia. Rispetto alla loro riunione, il governo del Re ha aperto pratiche a Parigi e a Londra, delle quali io vi ragguaglierò a suo tempo. Queste avventurose notizie, che non senza profonda commozione dell’animo io vi partecipo, provano che l'annessione può dirsi oggimai un fatto compiuto, e che è raggiunta la meta dei comuni desideri.

«Gradite, eco.

«C.CAVOUR».


Torna su



CAPO IX


Torna su



L’ANNESSIONE DELLE ROMAGNE, IL GOVERNO FRANCESE E LAS. SEDE

Nuovi disegni di Napoleone III

La Nota del Ministro Thouvenel al Barone di Talleyrand, sotto la data di Parigi 24 febbraio, da noi recata, racchiudeva nuove proposizioni del Bonaparte al governo sardo. Giova ripeterle: I(o)Annettere i Ducati di Parma e Modena alla Sardegna. 2° Formare un Vicariato delle Romagne e Vicario il Re subalpino. 3° Ristabilire il Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale. 4° Cedere alla Francia la Savoia e la Contea di Nizza. Tutte queste proposte domanderebbero un libro per poterle esaminare convenientemente, e noi abbiamo appena la possibilità di dirne poche parole, seguendo la valorosa Armonia.

Incominciamo dal notare che la testa del Buonaparte era feconda in progetti, ormai da disgradarne il progettista del Pignotti. Coll’opuscolo NapoleónIIIet l’Italie fe’ il primo progetto, progetto di pace. Poi venne il progetto di guerra, e il famoso proclama dalle Alpi all’Adriatico. Quindi il terzo progetto di Villafranca, e la Confederazione colla presidenza del Papa. Eccoci ora al quarto progetto del Vicario e del Vicariato.

In questo quarto progetto èdegno di osservazione come il Buonaparte si erigga a distributore di regni e a padrone assoluto d’Italia. Il Piemonte vuole Modena e Parma? Bene, pigli l’una e l’altra. Ma la Toscana la lasci assolutamente. Quanto alle Romagne si dividano tra il Papa e il Piemonte. Chi è costui che parla cosi? Con quale diritto permette? Con quale diritto proibisce? Di chi è l’Italia? Che cosa è divenuta l’Europa? Quale principio domina? Nella nota del signor Thouvenel noi non veggiamo né la dottrina della legittimità, né quella della sovranità popolare. Il diritto del più forte è l’unico che vi comparisce da capo a fondo.

E poi si vogliono erigere le Romagne in un Vicariato. Ma con questo principio si riconoscono nuovamente i diritti del Papa; giacché il Re subalpino ne farebbe soltanto le veci. Ma perché il diritto si viola mentre si riconosce? Perché s’impone al legittimo padrone e il Vicariato e la scelta del Vicario? Il Buonaparte può nominare un Vicario in qualche parte del suo impero; ma non in Romagna. Che ci ha egli da vedere?

Finalmente, quando si vuol togliere al Re sabaudo la Savoia, col protesto che è francese, si viene a negare l’Italianità della sua dinastia. Tutti sanno gli sforzi degli storici piemontesi, e massime del cav. Cibrario, per dimostrare che Casa Savoia è italiana. Ma tutto l’edifizio va in fumo se ora le si toglie la Savoia perché è francese…

Il Buonaparte, d’origine còrsa, cederebbe egli la Corsica che parla italiano, e che appartiene geograficamente e storicamente all’Italia? E con quale diritto pretese egli la Savoia, che, sebbene parli francese, non appartenne mai alla Francia?

In ultimo, conclude l'Armonia, non è da pretermettersi la parte minacciosa, e diremo pure insultante della Nota del Thouvenel. Se non facciamo a versi dell’Imperatore, egli ci abbandonerà; e il pietoso Thouvenel dice: Mi sarebbe doloroso d’insistere sull'ipotesi del governo sardo, abbandonato alle sole sue forze. — Il sarcasmo di queste parole è rovente! Oh, si paga caro l’aiuto del disinteressato alleato!!

Il Moniteur Universel pubblicava intanto un dispaccio, relativo agli affari di Roma, dal signor Thouvenel indirizzato al Duca di Grammont, Ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, e di cui il telegrafo dava subito un sunto. Lo diamo qui fedelmente tradotto, come quello che ha per noi un particolare interesse, e ci apre la via a una serie di documenti, utili assai per chi scriverà dopo di noi la storia di questi incredibili tempi.

Dispaccio del Ministro degli affari esteri di Francia, all’Ambasciatore francese a Roma

«Signor Duca,

«Parigi, 12 febbraio 1860.

«Vi feci conoscere l'impressione che ci ha prodotto l'Enciclica del Santo Padre ai Vescovi, e non vi dissimulai il rammarico sincero che ne risentimmo. Credo dover oggi completare la circolare che io ho indirizzata agli agenti diplomatici dell’Imperatore, in data dell’8 di questo mese, esaminando con voi i fatti recenti che crearono la situazione presente nelle Legazioni, affine di stabilire d’onde viene il male e a chi debba incomberne la responsabilità.

«Come, dunque, scoppiarono gli avvenimenti delle Romagne, e come le cose giunsero al punto, in cui le vediamo in questo momento?

«Convien far risalire lo stato delle cose in codesto paese all’ultima guerra? Mi sarebbe penoso lo estendermi in particolari, presenti allo spirito di chiunque non è interamente estraneo agli affari del suo tempo, e, benché l’Enciclica ci dia il diritto di ricordare il passato e di giudicare, come le grandi Potenze fecero dopo il 1831, il regime politico applicato alle Legazioni, io mi asterrò di mettermi su codesto terreno. Mi limiterò semplicemente a far osservare che, dal giorno in cui gli Austriaci si ritiravano, gli avvenimenti che si sono compiuti dopo la partenza loro erano certi ed inevitabili (per l’opera degli emissari sardi, aiutati da traditori nell’interno e dalla presenza al confine dell’esercito del principe Napoleone, che se ne vantò nel suo rapporto).

«Noi abbiamo, di più, la convinzione che il Governo Pontificio non avrebbe ragione, da qualsiasi punto di vista, di rimproverarci di aver mancato a suo riguardo di sollecitudine e di previdenza (vedremo tra poco questa sollecitudine e questa previdenza).

«All'incominciare delle ostilità, la neutralità della Santa Sede era stata proclamata e riconosciuta dai belligeranti. Essi continuavano ad occupare le posizioni di cui erano custodi avanti la guerra. Rinunciavasi a fortificarvisi in modo da poter di là nuocersi reciprocamente. Sembravano, in una parola, penetrati di questa idea, che al disopra de(' )loro dissentimenti passeggieri elevavasi un interesse superiore,. egualmente caro ad entrambi, quello dell’ordine negli Stati del Santo Padre. I presidi di Ferrara, Comacchio, Bologna e Ancona potevano, in tutta sicurezza (lo prova il rapporto suaccennato del famoso principe), vegliare al mantenimento della tranquillità nelle Legazioni e nelle Marche, mentre il presidio francese vegliava a Roma. Non istà a me di valutare le circostanze, certissimamente imperiose a' suoi occhi, che determinarono l’Austria a non continuare più la parte sua; ma io ho il diritto di ricordare che la Francia è rimasta fedele (?!) alla sua parte.

«Partite che furono le milizie austriache, le popolazioni (ossia i cospiratori) profittarono dell’occasione, senza avere bisogno di esservi strascinate da alcuno eccitamento particolare (??!); e si può dire che esse si sono trovate, più ancora che non si sono rese, indipendenti; ecco tutto il segreto della ribellione delle Romagne (e Popoli in pubblico Parlamento affermava che, senza il danaro del Galantuomo e l’opera del suo governo, le Romagne sarebbero ritornate al Papa).

«Questa ribellione, signor Duca, non potrebbe dunque essere imputata alla Francia, né autorizzare un dubbio qualunque (Dio ne guardi!) sulla sincerità delle assicurazioni di simpatia e di buon volere, che l’Imperatore avea date a Pio IX all’origine della guerra. Ma l’Imperatore non doveva egli prendere in considerazione i nuovi fatti insorti contrariamente a' suoi voti? Sua Maestà considerava, come doveva farlo, le difficoltà della situazione, e, giudicando nullameno che la pace conchiusa a Villafranca poteva produrre tutte le conseguenze che ne attendevate la Corte di Roma secondava i suoi sforzi, s’indirizzava da Desenzano al Papa, il 14 luglio, per fargliene conoscere le condizioni.

«Nel nuovo ordine di cose, diceva l’Imperatore, Vostra Santità può esercitare la massima influenza e far cessare per sempre ogni cagione di turbolenze. Acconsenta adunque, ovvero si compi&c eia, de motu proprio, di accordare alle Legazioni un amministrazione separata, con un governo laico, da lei nominato, ma circondato da un consiglio, formato per elezione. Paghi questa provincia alla Santa Sede un tributo fisso, e Vostra Santità avrà assicurato il riposo de' suoi Stati, e potrà far a meno di milizie straniere.

«Io supplico Vostra Santità di dare ascolto alla voce di un figlio devoto (?!) alla Chiesa, ma il quale comprende le necessità della sua epoca (e il Papa, noi), e il quale sa che la forza non basta a risolvere le questioni ed appianare le difficoltà.

«Io veggo nella decisione di Vostra Santità o il germe di un avvenire di pace, di tranquillità; ovvero la continuazione di uno stato violento e calamitoso».

«Voi sapete, signor Duca, che questi suggerimenti non furono accetti. Mentre gli eventi dal susseguirsi moltiplicavano le difficoltà, la Corte di Roma persisteva a rinchiudersi in una riserva, propria solo ad aggravare uno stato di cose, che già più non poteva conciliarsi con la sua autorità senza sacrifici o senza compensi. Per tal guisa si lasciarono sfuggire tutte le circostanze atte a riunire le Legazioni alla Santa Sede, ed è per tal guisa che l’Imperatore si trovò a fronte di una eventualità ch’ei tentò indarno di scongiurare, e che Sua Maestà è stata condotta a indirizzare al Santo Padre una sua lettera del 31 decembre. Ed ora domando io: le cose essendo succedute nel modo da me espresso, erano si strani i consigli che sono stati respinti? Certo la sincerità dei sentimenti, coi quali essi sono stati dati, è almeno assai ben dimostrata (?!). I riguardi, e meglio ancora, la devozione che il governo imperiale ha dimostrata in ogni occasione al Capo della Chiesa, sono uno dei tratti dominanti della storia degli uomini di dieci anni fa. Il Clero di Francia sa con quale benevolenza e con quale larghezza di viste il governo imperiale ha sempre praticate le leggi che governano i suoi rapporti colla Corte di Roma. Esso pure sa di aver trovato nell’Impero un potere riparatore, e sa che sotto questo appoggio tutelare, esso ha ripigliato nella società francese l’influenza e l’autorità, che da altri governi erangli state contese. Questi fatti soli basterebbero a provare da quali disposizioni il governo imperiale era animato rispetto al Papato, quand’anche non glie ne avesse dato prove dirette ed incessanti. Noi non contestiamo che l’occupazione di Soma, al tempo in cui è stata impresa, non sia stata dettata da considerazioni politiche egualmente che religiose; ma chi negherà essere stato il governo dell’Imperatore determinato a continuare d’anno in anno i sacrifici che questa misura impone alla Francia, specialmente da una sollecitudine affettuosa e perseverante (che mise in una vera disperazione la Santa Sede e Roma nei dieci anni che durò colle sue esigenze e impertinenze) per gl’interessi della Santa Sede? Chi non riconosce i maneggi per mezzo dei quali noi abbiamo attenuato ed anche prevenuto gl'inconvenienti che seco naturalmente traeva l'occupazione di Roma, si nel fondo come nella forma, per la sovranità del Santo Padre? Chi negherà di vedere in quest’assieme di fatti un attestato delle più cordiali intenzioni, e della volontà la più formale di proteggere non solo la personale posizione del Santo Padre, ma di allargare, se possibile, la sua morale influenza? Gli è specialmente a quest’ordine d’idee che si congiunge il concorso prestato dalla diplomazia francese al Santo Padre in tutti i paesi, dove vi sono interessi religiosi da difendere, e che in larga misura si collegano le spedizioni compiute ed intraprese nei mari della Cina e del Giappone (intraprese tutte nel solo interesse del governo francese).

«Finalmente, signor Duca, quale miglior prova di questa costante preoccupazione, quanto la stipulazione di Villafranca, per la quale l’Imperatore, deferendo al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione (era il vero AVE RABBI dei Giudei), volea porlo alla testa dell’Italia rigenerata?

«Si può dedurre da questa esposizione, quanto il governo imperiale sarebbe stato felice, e il sarebbe ancora nelle congiunture presenti, di trovare una combinazione capace di diminuire gl’imbarazzi della Santa Sede. Ma qui il buon volere della Francia rischia d’infrangersi contro insormontabili difficoltà.

«Di fatto, non si tratta soltanto di rendere le Legazioni al Papa, bisogna anche trovare il mezzo di mantenerle sotto il suo dominio senza dar luogo a una occupazione, e ad un nuovo intervento. Gli avvenimenti hanno dimostrato abbastanza quanto codesta misura sarebbe impotente a rimediare il male. L’opinione dell'Europa è formata su questo punto, e l’occupazione, condannata dalle lezioni del passato nelle stesse Legazioni, è uno spediente, il quale nessuno potrebbe più riconoscere, a meno di sconoscere le necessità che il senno e la previdenza impongono a tutti i governi.

«Una tale politica è inammissibile oggi. Né l’autorità monarchica, né la maestà della Chiesa non avrebbero nulla a guadagnarvi; la religione e la ragione si uniscono per respingerla con eguale energia.

«Così dunque, signor Duca, il momento era ben venuto di preoccuparsi di combinazioni diverse, allorché l’Imperatore ne fece notare la necessità al Papa.

«Gl'interessi più evidenti, le considerazioni più pressanti invitano la Santa Sede a consentirvi. Un partito preso in modo assoluto di ricusarsi a riconoscere il vero carattere dello stato delle cose attuali, non farebbe che aggravarlo di più in più, e finirebbe per creare impossibilità egualmente insormontabili. Se invece la Santa Sede si decidesse finalmente a lasciare la ragione religiosa, in cui la questione non è (f!) veramente collocata, per tornare sul terreno degli interessi temporali, soli impegnati nella discussione, forse arrecherebbe, benché sia ben tardi, un cangiamento favorevole alla propria causa. In ogni caso permetterebbe al governo dell'Imperatore di prestare il suo appoggio a una politica conciliante e ragionevole.

Voi siete autorizzato a dar lettura di questo dispaccio al Cardinale Antonelli ed a lasciargliene copia, se ne mostra desiderio.

«Gradite, ecc.

«THOUVENEL».


A questo indigesto impasto di bugie e di calunnie, a questa vera requisitoria contro il Papa e il suo governo, da dieci anni tormentato dalle settarie ingerenze dello sciagurato Napoleone III, rispondeva il Segretario di Stato di Sua Santità colla Nota del 29 febbraio 1860 (la recammo a pag. 133), rimettendo al loro posto le cose e gli uomini, che ne erano i veri responsabili. La rilegga adesso attentamente il lettore, ed abbia più che mai presenti le lettere di Cavour al Galantuomo e al Lamarmora dopo il Colloquio di Plombières, da noi a suo luogo riportate e ripetutamente citate. Qui giova aggiungervi il seguente:

Corollario alla Nota del Thouvenel

Nel leggere gli scritti del signor Thouvenel, scriveva opportunamente l'Armonia, e in ispecie questo del 12 di febbraio, noi ci troviamo nella dolorosa alternativa, o di dover conchiudere che egli è un diplomatico uscito ieri dal guscio, e ignora affatto le cose italiane; oppure che, sapendole, le dissimula o le travisa.

L’argomento capitale del signor Thouvenel è questo: — Il Papa doveva fare qualche cosa nelle Legazioni; fin dal 1831 le grandi Potenze gli consigliarono riforme; la Francia, in questi ultimi tempi principalmente, adoperò in vantaggio della Santa Sede la maggiore sollecitudine e previdenza. Ma Pio IX non volle far nulla: e se ha perduto le Romagne, ben gli sta. —

Con questo bel ragionamento il signor Thouvenel si asside arbitro tra il Papa e la rivoluzione: e decide che questa ha ragione e il Papa ha torto, perché non volle far nulla, né soddisfare alle domande e pretese dei rivoluzionari.

A udire il Thouvenel parrebbe che Pio IX, dal primo giorno del suo pontificato fino al 1860, non avesse voluto proprio far nulla, non concedere una riforma, non mutare una legge, non accordare una libertà...

Ma dove eravate voi, messer Thouvenel, quando Pio IX levossi prima in Italia principe riformatore, o, come scriveva Donoso Cortes nel 1847, quando concepì il gran disegno di rendere indipendente e libera la Chiesa e l’Italia, di emancipare pacificamente e a una volta la società civile e la società religiosa; di realizzare l’indissolubile alleanza dell'ordine e della libertà»?

Dove eravate, quando Pio IX, magnanimo e generoso come il suo divino Maestro, stendeva la mano agli esuli e li rendeva alla patria, ascoltava i riformisti e concedeva riforme, compiaceva i liberali e accordava loro la libertà?

Dove eravate, quando Pio IX largheggiava cotanto in concessioni da essere costretto a scusarsene presso le grandi Potenze (che se ne allarmavano) e a provare nella sua Allocuzione del 29 d’aprile 1848, ch'egli in sostanza non avea accordato più di quello che alla Santa Sede si fosse richiesto per l’appunto col Memorandum del 1831?...

Dove eravate, quando Pio IX secolarizzava, talmente la sua amministrazione da mettere la somma delle cose nelle mani del ministro Rossi?

E tutte queste concessioni dove riuscirono? Se ne tenne paga la rivoluzione? Non sapete, dunque, messer Thouvenel, che nel 1848, in cui Pio IX accordò tutto quello che poteva accordare, si vide appuntati i cannoni contro il proprio palazzo e fu obbligato a fuggire da Roma?

Ottimamente fece l’immortale Pontefice a largheggiare nel 1848, come fa egregiamente oggidì a resistere. Fu grande allora nella bontà, come oggi è impareggiabile nella fermezza.

Questi due periodi del suo memorabile pontificato si concatenano perfettamente e si difendono a vicenda. Libero di sé, esordì governando coll’affetto e colla dolcezza; ma ne fu ripagato colla più nera ingratitudine. La generosità sua verso i liberali riuso! a danno del suo popolo.

A questo punto Pio IX doveva giovarsi delle lezioni dell’esperienza, e non potea più mettersi nelle mani di chi l’avea tradito. Tanto più che certuni pretendevano dargli lezioni di buon governo, mentre avrebbero dovuto imparare da lui.

E la fermezza fu più utile al Santo Padre della condiscendenza; perché se quella gli tolse le Romagne, questa gli aveva tolto l’intero Stato, cacciandolo a Gaeta.

E neppur le Romagne avrebbe perduto il Pontefice se la rivoluzione non vi fosse entrata dal di fuori. Sua Maestà Imperiale, disse Pio IX nell’Enciclica del 19 di gennaio, non ignora per mezzo di quali uomini, con qual danaro, e con quali soccorsi i recenti attentati di ribellione siano stati eccitati e compiuti a Bologna, a Ravenna e nelle altre città, frattanto che la grandissima maggioranza dei popoli restava colpita di stupore sotto il colpo di queste sollevazioni, ch’essi non si aspettavano in veruna maniera, e che non si mostrano in verun modo disposti a seguire».

Questo periodo dell’Enciclica venne soppresso con insigne malafede, dal Constitutionnel, dalla Patrie e dagli altri giornali francesi ostili al S. Padre; una tale soppressione è per sé sola una prova che Pio IX ha dato nel segno.

E il signor Thouvenel ha tentato già due risposte all’Enciclica, ma dissimulando sempre questo periodo! — Ma, chiede il citato foglio torinese, sapete o non sapete, messer Thouvenel, con quali uomini, con quali soccorsi, con quale danaro siasi fatta la rivoluzione in Romagna? Sapete d’onde parti prima Massimo d’Azeglio, poi Lionetto Cipriani e finalmente Carlo Luigi Farmi? Conoscete la parentela di Gioacchino Napoleone Pepoli e la patria di Ferdinando Pinelli, di Giacomo Antonio Migliorati, del Marchese di Rorà? Perché, essendo le Romagne così ostili al Papa, non si volle iscrivere tra gli elettori che un’infima minoranza? Perché tra gli iscritti non votarono neppure un terzo? Perché si paventa tanto dai rivoluzionari il suffragio universale? Perché tuttociò, signor Thouvenel?

Voi, giunto ieri da Costantinopoli fera ministro di Napoleone 111 presso il Turco), forse Pignorate, ed amiamo meglio accusarvi d’ignoranza che di malafede. Ma fatevi a studiare la storia di questi tempi, e vedrete che Pio IX non poteva usare maggiore previdenza e sollecitudine.

Appena giunto sul trono previde, che voi, signor Thouvenel, e tanti altri con voi, l’avrebbero accusato d’inazione, epperò agìgenerosamente, e ricolmò il suo popolo di benefizi.

Reduce da Gaeta, Pio IX accordò agli Stati Pontifici un governo appropriato all’indole del paese e ai costumi de' suoi sudditi: e il Motu-proprio di Pio IX riscosse gli applausi di tutta Europa.

Più tardi Pio IX previde, che la guerra d’Italia, intrapresa dalla Francia, doveva tornare principalmente a danno della Santa Sede, e, per togliere ogni pretesto, accomiatò dagli Stati Pontifici ed Austriaci e Francesi, i quali ultimi però di mala voglia se ne andarono, e ritornarono subito alla prima occasione nel 1867.

Pio IX previde che, se avesse accettato i consigli, ai quali alludeva nella sua Nota il signor Thouvenel, non solo avrebbe perduto le Romagne, ma anche Roma.

Finalmente Pio IX non si consigliò coi calcoli della mondana fallace politica, ma coi dettami della sua coscienza; e il fatto provò che si era consigliato bene.

Torna su



CAPO X


Torna su



CONTRADDIZIONI

«La lettre impériale et la situation»

Il principe Alberto di Broglie in un opuscolo importante sulla nota lettera di Napoleone III al Papa riassumeva opportunamente le cose passate e le condizioni presenti della S. Sede di fronte alla rivoluzione d’Italia. Era intitolato: La lettre impériale et la situation, e vedeva la luce nel Correspondant di Parigi del 25 di gennaio 1860.

Nella storia del 1859, anno in cui Napoleone III sposò apertamente la causa italiana, ossia settaria, il principe Alberto di Broglie distingue tre periodi: il periodo delle promesse, il periodo dei consigli, il periodo delle esigenze.

Periodo delle promesse. —«Nell'ardore di una spedizione annunziata sotto i più splendidi auspici si prometteva (chi noi ricorda?) tutto ciò ch'era domandato, e quello pure che non lo era: agli Italiani la libertà completa della loro patria e una federazione di Stati, di cui non sentivano desiderio; al Papa il mantenimento di tutto il suo potere e una presidenza dei futuri confederati, di cui non aveva giammai chiesto il peso. L’Italia doveva essere libera fino all’Adriatico; tutte le mura ne portavano affissa l’assicurazione, sottoscritta col sigillo imperiale. Il Papa verrebbe conservato nell'integrità di tutti i suoi diritti temporali. Tutte le chiese echeggiavano di questo impegno, sottoscritto dal confidente venduto (attitre) del pensiero sovrano. Davanti a tali asserzioni il dubbio, che certuni ostinavansi a concepire, veniva considerato come un oltraggio, e si comandava di cessare dall’essere inquieti sotto pena di divenire faziosi (205). Pastorali di Vescovi, che non era ancora proibito ai giornali di pubblicare, trasmettevano l’atto della parola imperiale nelle più piccole parrocchie della Francia, e n’era fatta menzione sul cominciarsi d’ogni preghiera. Giammai nessun giuramento fu recato in cielo da tante bocche!

«Ora si sa che cosa sia avvenuto: si trovarono alcune forti cittadelle nel Veneto, e apparvero, egualmente inattesi, alcuni elementi rivoluzionari in Italia; la guerra improvvisamente cessò; la pace fu tosto conchiusa; l’Italia non potè essere libera per intero, e Finte grità degli Stati del Papa venne offesa dall’insurrezione. Le promesse non furono mantenute per nessuno». — Erano una vile impostura!

Periodo dei Consigli. — Seguirono i consigli offerti a tutti: consigli agli Italiani di rinunziare ad ogni tentativo di unità esagerata e di rientrare di buona grazia sotto l’autorità dei loro Principi decaduti; consigli al Piemonte di rinunziare al disegno di annessioni esorbitanti; consigli all’Austria di raddolcire il suo giogo sulla Venezia, e di aprire le sue cittadelle alle milizie italiane; consigli al Papa di disarmare i suoi sudditi coll'offerta di concessioni fatte ai loro voti supposti. Ciascuno di questi diversi avvisi ebbe il suo bravo dispaccio ufficiale ed anche la sua brava lettera autografa.

«Ma i consigli ebbero la stessa sorte delle promesse: e siccome queste non erano state mantenute in nessun luogo, cosi quelli non furono graditi da nessuno. Gli Italiani (settari, intendiamoci bene) non si mostrarono disposti per un momento solo al ritorno delle autorità licenziate, dovessero ritornare con le mani piene di tutte le riforme e di tutte le costituzioni possibili. U Papa non istimò conveniente di offe rire ai suoi sudditi insorti concessioni anticipatamente rifiutate. Così ogni cosa camminando nell'incertezza, la politica francese dovette fare un passo di più. Il periodo dei consigli era succeduto a quello delle promesse, ed ormai è surrogato dal periodo delle esigenze e dei sacrifizi».

Periodo delle esigenze. — Ieri parlavasi a tutti; oggi non si parla più se non che al Papa. Il Papa, il Papa solo deve liquidare a proprio carico le spese di una successione imbrogliata, che lasciò dietro di sé una guerra che ha scosso tutto, e una pace che non ha rassodato nulla. Sotto una forma civile, discreta, ma chiara e facilmente intelligibile, là lettera del 31 decembre, se si può credere a parecchi dei suoi commentatori, è una rispettosa intimazione fatta al Papa di sacrificare ciò che ha perduto, sotto pena di perdere ciò che possiede.

«Dacché la guarentigia delle provincie ancora soggette all’autorità della Santa Sede non viene accordata che in contracambio delle provincie insorte, è evidentissimo che il rifiuto del sacrifizio deve trarre con sé la perdita della guarentigia: c’est à prendre ou à laisser. Al cominciare della crisi tutto era promesso senza condizione; otto mesi dopo si offre in ricambio di una perdita certa, una guarentigia condizionata! E’ roba incredibile!

«Così noi abbiamo camminato di giorno in giorno, di ora in ora precipitando e seguendo gli avvenimenti, spingendo le rivoluzioni avanti noi, o spinti da quelle. Ognuna delle nostre stazioni non avendo durato che qualche settimana, è possibile che dopo brevissimo tempo noi giungiamo all’ultima, a quella che metterà definitivamente in causa l’intero potere temporale (fu profeta)!

«I fatti per verità, come benissimo osserva la lettera imperiale, hanno una logica inesorabile, e bisogna anche loro rendere questa giustizia, che sebbene d’ordinario ottimi logici, non hanno mai né meglio, né con più sicurtà ragionato quanto da otto mesi in qua. Così non fu necessario d’essere profeta per prevedere il loro corso; bastò e basta ancora di saper tirare le conseguenze d’un sillogismo. Era perfettamente e logicamente certo che la guerra intrapresa in Lombardia verrebbe seguita da un’insurrezione immediata negli Stati Pontifici. Era perfettamente e logicamente certo che l’insurrezione, provocata dalla guerra e vittoriosa per la forza, non cederebbe davanti la ragione, e non s’arresterebbe in seguito alle preghiere. Era perfettamente e logicamente certo che l’intrapresa di. conciliare, non solo i voti, ma gli appassionati capricci dei cosi detti Italiani con tutti i diritti della Santa Sede, riuscirebbe a una contraddizione insolubile, echepromesse contraddittorie, fatte a parti contrarie, condurrebbero a una necessaria mentita. Non era egualmente cosi sicuro, ma era sgraziatamente troppo probabile, che in questa alternativa la scelta dei sacrifizi cadrebbe su quella delle parti che non avea per sé, né forza armata, né insurrezione, né cittadelle».

Qui l’illustre autore entra a parlare della guarentigia promessa al Papa, e domanda che cosa può valere una guarentigia diplomatica, quando non valse a nulla una solenne parola imperiale, che prometteva al Papa il mantenimento di tutti i suoi diritti? Quelle foi voulez-vous desormais qu’inspirent tous lescontrats d’assurance?...

Ma le contraddizioni si moltiplicavano coi giorni, e sempre più impudenti e incredibili. Raccogliamo ancora in proposito qualche appunto.

Due circolari del Ministro dei culti in Francia

Ilconte Valewski, non avendo il coraggio di cantare la palinodia, e disdire dopo la guerra, ciò che aveva detto prima e durante la medesima, abbandonò, come momentaneamente Cavour, il ministero degli affari esteri, cedendolo al più malleabile signor Thouvenel.

Non così il signor Rouland, Ministro dell’istruzione pubblica e dei culti, il quale non ebbe la menoma difficoltà di rappresentare la parte di Giano bifronte.

Il Moniteurdel 17 di febbraio 1860 pubblicava una circolare del detto signor Ministro diretta agli Arcivescovi ed ai Vescovi, e ce ne trasmetteva la sostanza.

Il 4 di maggio del 1859 il signor Roulandscriveva pure una circolare all'Episcopato francese, ed è istruttivo di confrontare un documento coll’altro.

Rouland primo, il 4 maggio, scriveva ai Vescovi perché illuminassero il Clero sulle conseguenze di una lotta coll’Austria divenuta inevitabile.

Rouland secondo, il 17 febbraio, scrive ai Vescovi per proibire loro d’illuminare il Clero, d’illuminare la Francia sulle conseguenze di una lotta contro il Vicario di Gesù Cristo.

Rouland primo, il 4 maggio, prometteva ai Vescovi dell’impero francese che la saviezza, la lealtà, l'energia dell’Imperatore non verrebbero meno alla religione.

Rouland secondo, il 17 febbraio, scrive ai Vescovi che, dopo Ïimpotenza della Francia a petto dei rivoluzionari dell’Italia centrale, debbono far tacere i preti che sostengono la Santa Sede!

Rouland primo, il 4 maggio, dichiarava ai Vescovi, che il Principe, il quale dopo i cattivi giorni del 1848 ricondusseUS. Padre in Vaticano, era il più fermo sostegno dell'unità cattolica.

Rouland secondo, il 17 febbraio, avverte i Vescovi che se il Clero dee venerazione al Papa, deve rispetto e fedeltà all'Imperatore»; quasi che l’una cosa non si potesse conciliare coll'altra!

Rouland primo, il 4 maggio, protestava ai Vescovi che Napoleone «VOLEVA CHE IL CAPO SUPREMO DELLA CHIESA FOSSE RISPETTATO IN TUTTI I SUOI DIRITTI DI SOVRANO TEMPORALE».

Rouland secondo, il 17 febbraio, invece, confessa che tral’Imperatore ed il Papa vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale».

Rouland primo, il 4 maggio, non faceva nessuna distinzione tra la questione religiosa e la questione temporale, e attribuiva i diritti di Sovrano temporale al Capo della Chiesa.

Rouland secondo, il 17 febbraio, distingue, come i giansenisti, come gli eretici di tutti i tempi, e pretende che la spogliazione del Capo della Chiesa non importi per nulla alla Religione Cattolica.

Rouland primo, il 4 maggio, dichiarava che «il Principe, il quale avea salvata la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico, non potrebbe accettare né le sue dottrine, né la sua dominazione in Italia».

Rouland secondo, il 17 febbraio, accetta nelle Romagne la dominazione e le dottrine dello spirito demagogico, e comanda ai Vescovi di approvare o di tacere!

Rouland primo, il 4 maggio, diceva ai Vescovi che la Francia veniva in Italia per liberarla dall'oppressione straniera.

Rouland secondo, il 17 febbraio, proibisce ai Vescovi di lagnarsi che l'oppressione straniera pesi sul S. Padre e sulle popolazioni soggette al suo scettro paterno.

Rouland primo, il 4 maggio, diceva ai Vescovi che la Francia voleva il legittimo progresso dei popoli.

Rouland secondo, il 17 febbraio, proibisce ai Vescovi di sostenere i diritti della Santa Sede, dichiarati incontestabilidallo stesso Napoleone; proibisce di difendere il solo legittimo governo delle Romagne, che è quello di Pio IX; minaccia i Vescovi che si levano contro la rivoluzione, che predicano il rispetto della proprietà, della Chiesa e la riverenza al S. Padre. ’

Rouland primo, il 4 maggio, accertava i Vescovi, che la Francia calando in Italia portava scritto sulla sua bandiera rispetto della sovranità negli Stati italiani.

Rouland secondo, il 17 febbraio, intima ai Vescovi di piegare il capo davanti all’esilio,alla profanazione,allo strazio della maggior parte di queste sovranità, e della più augusta di tutte, quella del Sommo Pontefice.

Rouland primo, il 4 maggio, diceva che le dichiarazioni di Napoleone III doveano far nascere nel cuore del Clero francese non minore sicurezza che gratitudine.

Rouland secondo, il 17 febbraio, considera come un delitto di fellonia dalla parte dei Vescovi e del Clero il solo ripetere quelle dichiarazioni medesime.

Rouland primo, il 4 maggio, raccomandava ai Vescovi ed ai preti di pregare a piè degli altari e d’informare da(9)pergami i fedeli sullo scopo e sulle conseguenze della guerra d’Italia.

Rouland secondo, il 17 febbraio, muove guerra ai Vescovi ed ai preti, perché abusano della libertà del pergamo, ripetendo le sue parole e le sue assicurazioni di dieci mesi prima!

I tempi di rivoluzione sono tempi di contraddizioni, perché tempi d’ipocrisia, di menzogna, di tirannia materiale e morale.

Ma noi sfidiamo chiunque a ritrovare nella storia delle contraddizioni umane due documenti che coprino tra loro così vergognosamente opposti, come le due circolari del Ministro francese.

Volete vedere che cosa sia il Papa? Leggete le sue Encicliche ed Allocuzioni. Pio IX nel 1860 dice ciò che ha detto nel 1848, ciò che prima di lui dissero Pio VH, Pio VI e i Pontefici tutti che fiorirono durante dieci secoli.

Volete conoscere chi sieno i nemici del Papa? Leggete le loro circolari, i loro atti!...

Ma proseguiamo ancora con qualche confronto.

Circolare del signor Billault, Ministro dell’interno in Francia

Terzo fra i Ministri francesi veniva fuori il signor Billault colla sua rispettiva Circolare. Il conte Walewski, che aveva promesso di difendere il Papa, non ebbe il coraggio di sostenere, che tale difesa si compieva colla spogliazione del Papa medesimo. Cedette dunque il posto al costantinopolitano signor Thouvenel, e questi scrisse la sua circolare ai diplomatici francesi all’estero, dove prova con una logica musulmana, che togliendo le Romagne al Papa, si difendeva il dominio temporale della Santa Sede!

Il signor Rouland, ministro dei culti, più coraggioso del conte Walewski, rappresentò le due parti in commedia. Il 4 di maggio 1859, scriveva ai Vescovi di Francia, che il Papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di Sovrano temporale) e il 17 di febbraio 1860, mandava ai Vescovi un’altra circolare per proibire loro di difendere i diritti temporali del Papa sulle Romagne!

Ecco ora la circolare del signor Billault, Ministro degli affari interni, che non ha le paure del conte Walewski, ma il coraggio del intrepido signor Rouland. Il signor Billault scrive dunque ai prefetti di proibire la diffusione degli opuscoli in favore del Papa; giacché l’Imperatore vuole pace e libertà per la religione!

Non era la prima volta che il Ministro dell’interno dell’impero francese parlava della questione romana. Nel novembre del 1859, il sig. Billault dava un avvertimento al Siècle che merita di essere ricordato.

«Il Siècle, diceva il Ministro, assalendo il Papa nel suo potere politico e nel domma, di cui è l’augusta personificazione, confonde la nobile causa della indipendenza italiana con quella della rivoluzione». Questo era parlar chiaro!

Però quattro mesi prima il sig. Billault non distingueva in Pio IX, il Pontefice dal Re. Chi assaliva il Papato, o nel domma o nel poter re politico, sosteneva la causa della rivoluzione. Oggidì la causa della rivoluzione, secondo il si. Billault, è sostenuta invece da coloro che stanno pel Papato, e pel suo potere politico!

Quattro mesi prima il Billault protestava contro gli assalti mossi dal Siècle al potere politico del Papato, perché erano di tal natura da eccitare le malvagie passioni, da turbare le coscienze e da ingannare l'opinione pubblica sui veri principi della politica francese.

E oggidì VisteaseBillault si lagna, che le coscienze sieno turbate, mentre gli articoli del Siècle diventano circolari diplomatiche; come se ne pavoneggia giustamente quel giornale? Si lagna, il signor Billault, che i Cattolici di Francia si mostrino spaventati oggidì, che i veri principi della politica francese sono conosciuti come identici a quelli del Siècle?

Quattro mesi prima, il signor Billault protestava «il rispetto e la protezione del Papato fanno parte del programma, che l’Imperatore vuol far prevalere in Italia».

Oggi, siccome il Clero francese osserva che questo programma ha subito qualche modificazione, e che il rispetto e la protezione dd Papato, frutto della politica francese in Italia, hanno un non so che di curioso e di strano, così il signor Billault lo sgrida, e intima ai Vescovi ed ai Preti di credere, che la libertà e la pace della religione si sostengono colla spogliazione del Santo Padre!

Quattro mesi prima, il signor Billault scriveva: «Se una lotta dolorosamente deplorabile si è combattuta a Perugia, la responsabilità ne deve cadere su coloro, che hanno obbligato il Governo Pontificio a far uso della forza per la sua legittima difesa».

Oggi, mentre il Grandguillot del Constitutionnel insulta il Papa pei fatti di Perugia, il sig. Billault non vuole che il Clero francese e la Francia cattolica aiutino Pio IX, in ciò che riguarda la sua difesa legittima!

Quattro mesi prima, il signor Billault scriveva: «La indipendenza politica e la sovranità spirituale unita nel Papato lo rendono doppiamente rispettabile».

Oggi il sig. Billault dimentica questo doppio rispetto, e, contraddicendo alle sue medesime parole, vuol separare in Pio IX il Pontefice dal Re, affine di poter liberamente assalire quello in questo.

Quattro mesi prima, il signor Billault dichiarava che il governo francese avrebbe potuto invocare contro il Siècle la repressione legale perché assaliva il dominio temporale del Papa; ed oggi minaccia fla repressione legale contro il Clero, contro i Cattolici, contro tutti gli onesti cittadini francesi, che pigliano a sostenere gli incontestabili diritti del Romano Pontefice!

Pio IX con una ispirazione veramente divina, definiva la politica adoperata contro di lui come una serie delle più schifose ipocrisie e delle più ignobili contraddizioni. I fatti e i documenti provano la verità di tale giudizio.

Ma Napoleone III e il suo governo non si arrestava ormai dinanzi a nulla!

L’Enciclica di Pio IX e la soppressione dell'«Univers»

Il 28 di gennaio giungeva a Parigi, l’Enciclica di Pio IX, da noi già recata, e l'Univers nella notte la stampava, pubblicandola la mattina del 29, e distribuendola ai suoi associati della capitale. Lungo quel giorno l'Union, la Gazette de France, l’Ami de la Religion, e qualche altro giornale venivano avvertiti che era proibito di ristampare quell'Atto pontificio, e che, pubblicandolo, si esporrebbero alle più severe misure, cioè alla soppressione. Tale interdetto durò fino alle quattro pomeridiane, e siccome a quell’ora era già conosciuta l’Enciclica per tutta Parigi, e non se ne potea più impedire la diffusione, cosi fu data licenza ai giornali di ristamparla.

Intanto l’Univers veniva soppresso! Nella relazione del Ministro Billault all’Imperatore, tra le accuse che si movevano all'Univers non parlavasi menomamente della pubblicazione dell’Enciclica, ma si condannava in globo tutta la stampa religiosa di Francia la quale misconobbe la missione di moderazione e di pace che doveva compiere! L’ Univers soprattutto, dice il Ministro, insensibile agli avvertimenti che gli vennero dati, tocca ogni giorno gli ultimi limiti della violenza»; epperò bisogna sopprimerlo.

Il pio signor Billault propone la soppressione dell';Univers per amore dei veri interessi della Chiesa e per devozione al Clero, a cui gli scandali dell’Univers sono argomento di profonda tristezza»! Non è già per paura che vogliasi sopprimere l'Univers; giacché un governo, fondato sulla volontà nazionale, non teme la discussione»; ma si è per affetto all’ordine pubblico, all’indipendenza dello Stato, all’autorità ed alla dignità della religione»!

È da notare che tutti i diari di Parigi, dall’Ami de la Religion al Siècle, si dolevano della soppressione dell'Univers per quella solidarietà che passa tra la stampa periodica di qualunque colore. Per contrario quando l’Eccellenza del conte di Cavour sospendeva l’Armonia, i confratelli di Torino ne menarono trionfo! Ciò che vuol dire che a Torino si era più rivoluzionari che a Parigi.

Mala soppressione di un giornale a Parigi sotto Luigi Napoleone III non era cosa nuova. Il mattino del 2 decembre 1851, dodici giornali ricevevano l'ordine di sospendere le loro pubblicazioni, e vedevano peste sotto sigillo le loro tipografie. Erano: l'Union,l’Assemblée Nationale, l’Opinion publique, le Messager, le Corsaire, l’Ordre, le Siècle, le National, l'Avènement du peuple, la République, la Revalution e le Charivari. A que’ dì l'Univeresilasciavalibero, ché non rendea cattivi servigi né alla causa dell’ordinein generale, néaquella di Luigi Napoleone in particolare. Ma resterà sempre a gloria dell'Universe de' suoi scrittori di non aver ricevuto, e di non aver voluto ricevere per que’servigi altro premio chela persecuzione quando si credette di non aver più bisogno di lui.

Dopo la soppressione dell'Univere è facile capire come dell’Enciclica di Pio IX non parlassero se non il Sièclee il Constitutionnel. Il primo osava dire che l’Enciclica era un appello a una guerra religiosa! Il Costitutionnel poi deplorava che il Papa si fosse immischiato di cose civili, e invocava contro di lui le tradizioni della Chiesa di Francia!?

Nel proemio dell’opuscolo: IlPapa e il Congresso, s’insisteva anche troppo sulla necessità del dominio temporale per la religione, sicché il Vescovo di Orléans in una frase della sua prima lettera lasciava capire l’esagerazione di quella tesi. Ora come può essere divenuta esclusivamente civile una questione che ieri era totalmente religiosa? Il Costitutionnel, così favorevole all’opuscolo: IlPapa e il Congresso, perché ne disdegna le dottrine!

Quanto alle tradizioni della Chiesa di Francia, invocate dal Constitutionnel,noi vorremmo che fossero seguite. Allora chi si dice successore di Carlo Magno, correrebbe in difesa del Papa e del suo temporale dominio, e gli ammiratori di Bossuetdirebbero con lui: «Nous savons que les Papes... possèdent des fiefs et autres seigneuries aussi légitimement et avec autant de droits que les autres hommes sont maîtres de leurs biens; nous savons même que ces choses étant consacrées à Dieu, on ne peut plus les ravir à l’Église pour les donner à des séculiers sans commettre un sacrilège. Nous félicitons volontiers le Saint-Siège et toute l’Église de ce que les Empereurs ont accordé aux Papes la souveraineté de la ville de Rome et de son territoire,(gl’Imperatori, però nonaccordarono,maconfermarono soltanto ed anche accrebberoiterritori posseduti dalla Santa Sede),afin qu’ils puissent exercer plus librement dans tout le monde la puissance de l’apostolat, et nous faisons des vœux et des souhaits pour qu’il plaise à Dieu de protéger et de conserver le sacré Patrimoine de saint Pierre (Défense de la Déclamation de 1682. 1.(er), partie, liv. 1.(er)).

Circolare del Governo Sardo contro la scomunica

In mezzo a siffatte contraddizioni che fi stento crederanno i posteri, il Ministero sardo, come Caino, tremava ad ogni stormire di foglia, e temeva che Pio IX, potesse servirsi di quelle armi già adoperate da Pio VII contro Napoleone I, le quali, derise da lui, fecero poi a suo tempo cadere le armi di mano a' suoi soldati. Si è perciò che il Ministero sardo mandava ordine ài governatori di prendere tutte le precauzioni, affinché non venissero pubblicate le censure ecclesiastiche contro gli invasori del Patrimonio della Chiesa. I governatori obbedirono al comando ministeriale, e noi possiamo pubblicare, per saggio, la Circolare riservata, scritta da quel di Cuneo. Essa è del seguente tenore:

«Circolare riservata

«Si ba fondata ragione di credere che la Corte di Roma intenda pronunciare la scomunica contro la persona di S. M. e de' suoi Ministri, tosto che sia sanzionato il voto popolare di annessione delle Romagne ne’ regi Stati. Il governo non può rimanere indifferente dinanzi a tal fatto, che, senza avere la forza di menomare i diritti della Corona, (Dio non paga il sabato; ma...) può però produrre nel paese un’agitazione sediziosa e nociva all’ordine pubblico.

«Fedele al principio di libertà che informa le patrie istituzioni, il governo non intende di entrare in una via di persecuzione contro chi credesse, di dover dare a quell’atto della Corte Romana una importanza, che realmente non ha, né può avere secondo le norme del buon senso e delle stesse leggi ecclesiastiche (Disgraziata sconoscono la storia). Ma, se dichiara essere sua intenzione che gli agenti governativi si astengano da ogni misura di ragione contro la pubblicazione in forma privata, o la conveniente e ragionevole discussione anche in iscritto o stampa dell’atto di scomunica, non vuole in alcun modo tollerare che altri ne prenda pretesto ' per turbare la pubblica tranquillità, tentando di sommovere le popolazioni contro il governo, e gettare l’odio e il disprezzo contro l’irresponsabile persona di S. M. e le nostre istituzióni, e meno ancora potrebbesi permettere, che taluno ardisca dare a quell’atto una pubblicità, vietata dalle leggi dello' Stato, per mancanza del sovrane assentimento, come sarebbe, per esempio, la lettura della Bolla dal pergamo, l’affissione alle porte delle chiese, la divulgazione sotto forma di Pastorali vescovili e simili.

«In tal caso il Ministero raccomanda ai rappresentanti del governo di agire con tutta energia contro i violatori delle leggi, o fautori di disordini, ordinandone l’immediato arresto, di qualsiasi dignità e grado sia rivestito il colpevole, non che il sequestro degli scritti e stampati da consegnarsi tosto all’autorità giudiziaria pel relativo procedimento, giusta le istruzioni loro compartite dal Ministro guardasigilli.

«Se un’opportuna vigilanza conducesse a scoprire copie autentiche della Bolla di scomunica,dovrà arrestarsi il detentore, impedendo qualunque comunicazione di esso con altre persone, e specialmente ecclesiastichesino all’ordine del sottoscritto, a cui dovranno indilatamente trasmettersi tali documenti.

«Il sottoscritto mentre si fa premura di adempiere agli ordini ricevuti dal Ministero, comunicando le suespresse sue disposizioni, a tutte le autorità amministrative, confida nella loro pronta ed efficace cooperazione.

«Cuneo

Il governatore «BELLATI».

Ai signori Intendenti,

Delegati mandamentali e Sindaci.


Poche osservazioni a questa circolare riservata:

1° Se non si crede alla scomunica, perché tante precauzioni affine d’impedirne la pubblicazione?

2° Se si crede alla scomunica, perché si compiono quegli atti che possono provocarla?

3° Se Iddio onnipotente accoglie in cielo la scomunica fulminata dal suo Vicario sulla terra, a che cosa servono tutte le umane precauzioni?

4° A che cosa servirono a Napoleone I tante altre circolari simili, e governatori molto più destri di quel di Cuneo?


Ma un solenne corollario a tutti codesti atti della politica bonapartesca lo troviamo ora del tutto a proposito nella recente pubblicazione del figlio del sig. Thouvenel intitolata: Le secret de l'Empereur. Netogliamo subito qualche brano da edificarne i lettori.


Torna su



CAPO XI


Torna su



«LE SECRET DE L’EMPEREUR»

Con questo titolo (206) è uscita or ora in luce a Parigi la corrispondenza confidenziale inedita passata tra il Ministro degli affari esteri di Napoleone III, Thouvenel, il Duca di Gramont, Ambasciatore di Francia a Roma, ed il Conte di Flahault, Ambasciatore di Francia a Londra. Questa corrispondenza comprende il periodo 18601863; ma per noi quel che maggiormente c’interessa è il periodo 18601861, vale a dire l’epoca della missione del Gramont presso la S. Sede, che è appunto quello che stiamo svolgendo.

Questa importante pubblicazione è dovuta al sig. L. Thouvenel, figlio del Ministro in questione, e vi manda innanzi una sua introduzione storica, nella quale atteggiandosi ad imparziale, cerca scagionare gli anzidetti personaggi, tra' quali suo padre, dalla brutta responsabilità che loro incombe negli avvenimenti, che accompagnarono la fondazione dell’attuale Babele italiana. Nonpertanto la corrispondenza stessa parla troppo chiaro e conferma nel lettore i giudizi su uomini e cose d’allora, che il succedersi dei tempi sempre più manifesta.

Da queste lettere se, a modo di dire, si potrebbe ricavare qualu Ambasciache attenuante per Napoleone e per Thouvenel, perché ingannatori si, (lore Gramont)ma ingannati anche essi quasi sempre dal Gramont, sul capo di questi si condensano, viceversa le più forti aggravanti. Esso appare nelle sue lettere per quel che realmente era, un pessimo soggetto.

Uomo, cioè, la cui nullità era solo pari alla sua smisurata ambizione. Irreligioso e superstizioso ad un tempo; ostile al Papa, il cui potere voleva distruggere, mentre arretravasi spaventato dinanzi alle conseguenze di tale distruzione. Disprezzante tutto e tutti, finché non si vedeva esposto al ridicolo per le meschine figure, cui condannavanlo le perfide tergiversazioni e gli astuti ripieghi di Napoleone III. Allora, curva la schiena fino a terra, scriveva lettere condite di dolore e di lagrime; per poi subito rialzare il capo, e incrudelire col sarcasmo e con la menzogna contro Pio IX, contro il Re di Napoli e contro quanti avevano la triste necessità di aver a fare con lui, non esclusi gli stessi liberali e partigiani della cosi detta Unità d'Italia.

Il titolo di Segreto dell'Imperatore, dato al libro, non sembra esatto. Da quelle pagine il vero segreto, la recondita molla che spingeva la politica imperiale, non emerge più di quello che noi fosse finora. Ma resta un segreto l’inconcepibile cecità di Napoleone, in appoggiarsi su gente dello stampo del Gramont. Di quell’uomo cioè, che se fu nefasto per noi, fini, e non poteva essere altrimenti, per tornare infestissimo alla Francia. Fu egli infatti che da ultimo, assunto alla sua volta il Ministero degli affari esteri in Francia, divenne e restò il gerente responsabile degli avvenimenti che seguirono, o piuttosto l’istrumento più immediato, insieme col Benedetti, della collera di Dio; cosi che, dichiarata la guerra alla Germania, trascinò nell’abisso Napoleone III, la sua famiglia, il suo impero, avvolgendo nella immane catastrofe la Francia intera.

Da tali lettere non escono rivelazioni importanti e speciali di un segreto. Però i fatti culminanti che allora rapidamente susseguironsi in Italia, sono da esse situati in nuova e miglior luce. Vi si contengono inoltre particolareggiate narrazioni, circostanze, aneddoti, documenti, rapporti, che rendono il libro interessante e giovevole ad appianare sempre più la strada alla verità storica, che un giorno, e forse non lontano, apparirà appieno: al quale scopo da tanti anni anche noi lavoriamo.

Intanto da queste lettere evidentissimamente desumesi che né Napoleone, né Thouvenel, né Gramont, e poi Vittorio Emmanuele ed anche Cavour avevano una idea chiara e netta di quel che volevano, quando cento volte al giorno vociavano di fondare l'Unità Italiana. sebbene tutti indistintamente subissero un impulso fatale, occulto, cioè quello della setta anticristiana.

Il primo terzo di quest’epistolario mostra tutti costoro d’accordo, per dare addosso al Papa; ma tutti discordi in quanto al modo ed in quanto alla estensione dell’assalto. Alcuni intendevano un Piemonte ingrandito, ma senza indicare i termini precisi; altri, confederazione tra i legittimi principi italiani, o francesi, od austriaci, da mettersi al loro posto. Tutti volevano sembrar fanatici per la Unità d’Italia; ma al fatto, si arrestavano atterriti di fronte ad essa. Prova ne siano le non poche lettere aggirantesi intorno alla Convenzione, che fu firmata poi nel 1864, e fu detta di Settembre. Ebbene, lo schema di quella convenzione, che ammetteva in favore del Papa tutti i principi, ritorti già contro lui, quando gli si rapirono Romagne, Marche ed Umbria, era stato accettato dallo stesso Cavour in quei pochi mesi, corsi tra la sua morte e Castelfidardo!

Leggendo questo epistolario si resta stupiti per là ingenuità e la disinvoltura, con la quale i nominati personaggi ridevansi del prossimo e gittavansi l’un l’altro addosso la responsabilità dei fatti i più compromettenti. Sollevate le Romagne con quei mezzi che ognuno sa, il Re Galantuomo mandò il suo cappellano, l’abate Stellardi, presso Pio IX, affine (come scrivevagli) di dargli «schiarimenti atti a far conoscere la parte da lui presa nei fatti delle Romagne ed invocare indulgenza dalla usata bontà del Papa».

Il Duca di Gramont ai 17 marzo 1860 scriveva al Thouvenel in che consistessero quegli schiarimenti, e spiegava cosa volle significare il Re colle parole: parte da lui presa nei fatti delle Romagne. L’abate Stellardi aver detto, cioè, a Pio IX che Vittorio Emmanuele non voleva affatto saperne di Romagne, che resisté fino all’ultimo momento; ma che Napoleone lo sforzò ad accettare l’’annessione in compenso di altri sacrifici impostigli, e accennava ad un telegramma giunto al Re mentre era in camera da letto a colloquio con l’abate, e nel quale Napoleone gli ordinava di prendersi le Romagne!

Lo Stellardi, che il Gramont dice aver conosciuto già a Torino come uomo marcato dal generale disprezzo, è chiamato il 6 marzo 1860 dal Ministro di Francia in Piemonte a giustificarsi di quanto disse a Pio IX. Cavour gli manda l’abate, che non è un’oca, e mette nel sacco il ministro francese Talleyrand, il quale scrive il 9 marzo al «Thouvenel, d’essere stato soddisfatto del suo interlocutore, che ha lo spirito sciolto ed atto all'intrigo».

Una commedia, insomma, o più tosto una farsa oscena, malvage già disgraziatamente non la sola) in tutte le regole, nella quale non sapresti dire chi sia l’autore, chi il suggeritore, chi il buttafuori, chi il recitante. Commedia sulla quale fa calare stupendamente il sipario Pio IX, col dire sulla croce degli occhi al Duca di Gramont: Cattivi e buffoni tutti quanti!

Né meno curiosa è la leggerezza, con cui si fanno in queste lettere preziose confessioni, come quelle relative al comando a bacchetta cito toscano, esercitato da Potenze straniere sul Piemonte in ogni sua mossa rilevante. Per esempio, il Gramont, in data 2 marzo 1860, scrive che la formola del plebiscito toscano per l’annessione, proposta dal Piemonte, conteneva la scelta del Granduca o del Re Sardo; che questa formola era stampata alle sei ant. del 1° marzo per essere affissa e distribuita; quando un dispaccio telegrafico da Parigi, alle due pomeridiane dello stesso giorno, ordinava di cambiarne il tenore. Perché Francia ed Inghilterra eransi accordate ad eliminare il Granduca dalla formola, e sostituire ad essa la monarchia separata!...

In queste lettere vengono altresì a galla certe marachelle, che mostrano fino a qual punto la politica entrasse in alcuni avvenimenti, o non piuttosto l’interesse particolare, e peggio. A citare un fatto, le famose negoziazioni, intraprese con il Cardinale Antonelli al principio del 1861, affine di stabilire la conciliazione tra il Papa ed il Piemonte. Rappresentante di Cavour era il padre Passaglia e il corrispondente tra questi due, Vagente segreto, Bozzino. Poi vi era l’abate Isaja, che pretendeva di agire a nome di personaggi della Curia Romana, ed un certo Salvatore Aguglia, già segretario del padre Ventura, che si atteggiava a portavoce del Cardinale Antonelli. Si sa che all’improvviso le trattative, se pur queste potevano dirsi tali, furono rotte con la espulsione da Roma dell’abate Isaja per ordine del Governo pontificio, e si asserì dai rivoluzionari che ciò accadeva perché il Cardinale Antonelli temè le conseguenze di passi, ai quali erasi incautamente esposto. Invece il Gramont dipinge a non belli colori gli intermediari, e dice che il Passaglia era vittima degli imbrogli degli altri, mentre l’Isaja fu espulso perché convinto di truffa, nella quale era compromesso anche un altro di quegli intermediari, beccatosi nell’affare una senseria di due o trecento scudi.,

Ed in tanto che si occupa di queste belle cose, il Gramont ha il coraggio di scrivere lo stesso giorno al Thouvenel, a proposito del Papa e del suo governo: «Voi non potete farvi un’idea delle bassezze e delle falsità di cui sono capaci questi Farisei, veri venditori del Tempio e flagello della religione di cui sono i parassiti. E ogni giorno più penoso e più difficile di guidarsi in questo dedalo… Qui mentiscono tutti dall’alto al basso (ed egli non mentiva?!)!

Ma quando Pio IX canta come meglio non si può desiderare, ed a proposito di quanto succede afferma ad alcuni francesi, che siagisce con una politica infernale, che cambia ad ogni istante, il Gramont s’irrita come un gatto cui sì pesti una zampa, e scrive al Thouvenel il 6 marzo 1860 che queste parole sono deplorabili, che è solo in Pio IX che risiede la cocciutaggine, l’acciecamento, la resistenza,l’incapacità. Ma dopo aver scritto questo, un annesso alla stessa lettera, sotto la stessa data, comincia cosi: «Gli avvenimenti si succedono con la rapidità della folgore, la politica imperiale ha cambiato nuovamente di faccia»! Così a dieci righe di distanza questo accorto diplomatico, rende piena ragione a chi aveva atrocemente ingiuriato. — Par di sognare!

All’epoca di Castelfidardo, Pio IX, secondo le lettere del Gramont, era risoluto di abbandonare Roma ad ogni costo. Da Parigi e da Torino si spingeva in tutti i sensi perché il Papa attuasse questo disegno. Ma il Gramont invece lo osteggiava vigorosamente, appoggiato in questa sua attitudine dal Generale Govon, il quale nel resto rimaneva sempre lo spauracchio del Gramont, come da moltissime di queste lettere si rileva. Pio IX avrebbe avuto su tal soggetto una viva discussione col Govon, che Io dissuadeva dal partire, e si sarebbe in tal guisa espresso, secondo al Thouvenel scrive il Gramont, il giorno stesso della battaglia di Castelfidardo: «Come volete, Generale, che io lasci credere alla Cattolicità che io mi presto a questa tortuosa politica? Tutto il mondo sa perfettamente che io ne conosco i segreti e che non ho il pretesto dell’ignoranza. Accettando più a lungo la protezione di un governo il quale consente che io sia spogliato, e che patteggia con i miei nemici, autorizzerei le altre Potenze a credere che io sono guidato da personali interessi, che io pre ferisco la mia quiete ed il mio benessere ai miei doveri. Cosi io diventerei un complice».

Al Gramont quest’affare della partenza del Papa turbava talmente i sonni, che si appigliò ai più strani partiti. — Scrive, per esempio, al Thouvenel di aver saputo come uno dei mezzi di trasporto per Pio IX all’estero, poteva essere la corvetta pontificial’Immacolata Concezione, che stanziava nel porto di Civitavecchia. E quindi si vanta di trovarsi in relazioni con persona appartenente a quella nave, pronta a smontare gli apparecchi motori della macchina, in caso Pio IX avesse tentato di partire (ciò in buon italiano significa che sulla corvetta pontificia vi erano dei traditori)!

Il riportare qui ora tutte le curiose cose di cui va piena zeppa questa pubblicazione, ci menerebbe inopportunamente troppo per le lunghe, mentre avremo ad occuparcene di proposito in seguito, confrontandole col nostro scritto. Del resto si tratta di fatti dei quali noi tutti fummo testimoni, e noi che scriviamo tra i primi.

Tale raccolta, per altro non è completa, perché in alcuni punti veggonsi lacune evidenti, ed i fatti non appaiono in tutta la loro integrità; forse avremo ad aggiungervi alcuna cosa noi.

Gli avvenimenti principali dunque, sui quali verte questa corrispondenza, sono: — La ribellione delle Romagne e conseguente annessione, col proposto vicariato di Vittorio Emmanuele. — Le trattative per far occupare le Marche e l’Umbria dalle truppe del Re di Napoli.

—La venuta del Generale Lamoricière e la riorganizzazione dell’esercito pontificio. — L’invasione delle Marche e dell’Umbria. —Il famoso dispaccio con cui Napoleone dichiarò si sarebbe opposto a quella invasione. — Le rivelazioni confermanti l’ordine dato in Plombières da Napoleone a Cialdini d’invadere gli Stati del Papa colla famosa apostrofe; sopratutto fate presto!! — La conservazione al Papa del patrimonio di San Pietro con Roma, e la rioccupazione di Viterbo ed altri paesi, tolti al Papa dopo Castelfidardo. — Le così dette trattative Passaglia per una conciliazione tra il Papa e la rivoluzione. — L’invasione del Regno di Napoli, l’assedio di Gaeta, e la susseguente reazione contro i Piemontesi. — La convenzione, detta poi di Settembre. — Il progetto di una guarnigione alternativa di Roma con truppe degli Stati cattolici europei. — Monsignor de Mérode, Ministro delle armi ed il Nunzio a Parigi, Monsignor Sacconi, lungamente battuti in breccia dal Gramont e dal Thouvenel. — L’esilio in Roma del Re di Napoli. — Vendita del museo Campana. — Vendita dei beni Farnesiani nello Stato Pontificio, trattata tra il Re Francesco II e Napoleone III, che cedette poi al Piemonte gli Orti Farnesiani sul Palatino, per stabilirvi il quartiere generale della rivoluzione, sotto l’ombra della bandiera francese, che vi restò sempre fino al 20 settembre 1870; mentre nell’ottobre 1867 erano stati il focolare di quel selvaggio attentato, che, senza una protezione speciale di Dio, avrebbe subissato mezza Roma.

Ma l’interesse, vero di questa nuova pubblicazione può dirsi, averfine coi primi di settembre 1861, quando il Gramont fu traslocato a Vienna, da dove continuò ad occuparsi di quando in quando degli affari di Roma, sebbene non a fondo come prima.

In questa corrispondenza sono intercalati documenti officiali ed officiosi meritevoli di studio. Sonovi aggiunte inoltre lettere inedite, o non molto cognite di Pio IX e di Napoleone III, con scritti del Galantuomo ed altri personaggi di rinomanza in quell’epoca.

Ma la nota culminante, l’intonazione che continuamente accompagna la corrispondenza dalla prima all’ultima pagina, e produce un senso di stanchezza e di nausea nel lettore imparziale e non infeudato alla setta e alla rivoluzione, è il continuo scambiare le carte in mano che fanno i protagonisti del dramma nefando. È la ripetizione rancida e noiosa della favola del lupo lamentantesidell’agnello che gl’intorbida le acque. E quel continuo accusare il Papa di essere causa prima di ciò che accadeva. Leggendo in certi punti, ci è da stropicciarsi gli occhi, credendo di aver letto male; uno si domanderebbe se è Pio IX che ha invaso il Piemonte, e non già i Piemontesi che invasero Romagne, Marche ed Umbria! — È quello che ci accade continuamente nello svolgere queste Memorie.

Dopo ciò una prolungata pretensione alla gratitudine di Pio IX, perché Napoleone e Gramont impedirono che gli toccasse di peggio, o perché fattagli prima rapire dal Piemonte la maggior parte degli Stati, gli restituirono Viterbo ed altri consimili paesi poltroni, di cui non valeva la pena di occuparsi, scrive il Gramont. Quindi una non discontinuata geremiade sopra la testardaggine del Papa, che non intendeva tacitare in verun conto la perdita dei suoi Stati, che non sapeva apprezzare a dovere i benefizi imperiali, che ardiva porre in dubbio i sentimenti religiosi e pii, verso il Papa, dell’Imperatore, quasi questi avesse cambiato sul trono la condotta vassallesca che tenne in Roma, quando da giovane e da privato ipocritamente serviva messa al canonico Giovanni Mastai!

Ripetiamo: è tutto ciò sovranamente disgustoso, non però nuovo per chi, come noi, ricorda, quasi fosse ieri, quel che, dopo circa trentanni, la presente pubblicazione consegna, si può dire, officialmente in dominio ai lettori.

Questi però si sentiranno sollevati in più spirabile aere, accorgendosi che talvolta, framezzo a tante pagine, tutte piene del Segreto dell’Imperatore, fa capolino anche il Segreto di Dio, che si rivela per la bocca del suo Vicario! Udite:

Il 29 luglio 1860, in quei stessi giorni, cioè, nei quali erasisviluppata la ribellione nelle Romagne, il ministro Thouvenel trasmetteva al Gramont in Roma una corrispondenza diretta da Roma alla Gazette de France. Questa corrispondenza era stata sequestrata alla posta di Parigi dalla polizia imperiale, e Thouvenel la faceva recapitare all’Ambasciatore presso la Santa Sede con le seguenti parole di accompagno:

«Sua Maestà mi ha trasmesso questa mattina una lettera, aperta dalla polizia. Voi vi leggerete il linguaggio che l’abate Cabanis, corrispondente della Gazzetta di Francia, mette in bocca al Papa.» E in quella maniera là, che i partigiani della Santa Sede credono servire la sua causa? Pio IX fu meglio assai ispirato nell’ultima conversazione che ebbe con voi; per il suo bene e per il nostro mantenetelo nel medesimo ordine d’idee. La rassegnazione è più utile ai deboli che la collera»!

Ora la corrispondenza sequestrata, che aveva mosso le bizze personali di Napoleone, e spinto Thouvenel a far dare una lezione a Pio IX, conteneva il resoconto di una udienza data dal Papa al Duca di Gramont con le parole in quell’incontro pronunziate da Pio IX. Il corrispondente si esprimeva cosi:

«Stanco Pio IX di sentire tutti i giorni le stesse minaccie abilmente mascherate sotto forma di consigli, Sua Santità prese il tono supremo della dignità, dell’autorità e della giustizia; il S. Padre disse senza ambagi che non intendeva acquietarsi alla politica di Napoleone, tanto in riguardo della Santa Sede, quanto degli altri Principi italiani, vittime al pari, della furberia e dell’ambizione.

«Ilvostro Imperatore non è che un mentitore ed un birbo, disse il Papa; io non credo più alla sua parola! Che mi lasci tranquillo con tutte le sue proposte di riforme. Cosa può egli sul Papa? Niente. Sopra Mastai tutto. Ebbene, andrò a rifugiarmisulla tomba degli Apostoli; là mi farà prendere rivestito degli abiti pontificali, ma saprà cosa vuol dire toccare a questi abiti. Per lui il giorno della giustizia è venuto. Ditegli da mia parte che non ho altra risposta a dargli SE NON CHE LA SPADA DI DIO È PRONTA A COLPIRLO PER MEZZO DELLA MANO DEGLI UOMINI, NON PIÙ PER MEZZO DELLA MIA MANO». «Sono queste le parole testuali con le quali Pio IX congedò il Duca di Gramont».

Le parole del Pontefice oltraggiato si avverarono pochi anni dopo a Sedan nella più terribile estensione del termine!

Intanto il Gramont continuava intrepido la sua opera di perfidia. A pagina 42 del secondo volume, il degno Ambasciatore di Napoleone III, scriveva al Ministro degli affari esteri francesi Thouvenel: Vi sarà sempre qualcuno che parlerà a nome dei Romani... senza che essi ne sappiano nulla o menomamente se ne interessino! — Si può essere più cinicamente spudorati!

Questa sola frase basterebbe per qualificare un uomo. Ma la lettera stessa che la contiene è una catena di preziose confessioni sul regime pontificio e sui Romani, che per tanti anni si gabellarono come vittime della più efferata tirannia, ed anelanti alla redenzione e alla riunione al Regno d’Italia. Merita quindi d’essere riportata nella sua quasi totalità, non dimenticando che lo scrittore se la intendeva a meraviglia coi rivoluzionari contro il Papa e il suo governo, a carico del quale non mancava sfogarsi volentieri, con getti del più astioso veleno, con la bugia e con la calunnia.

Notevolissima, poi, tra queste confessioni è quella del come fin da trent’anni fa i liberali, impadronitisi che si fossero di Roma, intendevano disfarsi della vera popolazione romana, facendola sopraffare da un’altra popolazione, foggiata a loro uso e consumo, come non altrimenti praticarono i Turchi quando conquistarono, come si sa, Bisanzio. Una popolazione insomma, a nome della quale fosse dato di parlar«a suo tempo con una certa larva di ufficialità!...

Ma ecco l’accennato documento:

Preziose confessioni del Duca di Gramont

«Mio caro Ministro,

«Roma, il 6 aprile 1861.

«Voi mi dite nella vostra lettera del 31 marzo che desiderate vedermi abbordare il punto dell’organizzazione da dare a quel che è rimasto degli Stati della Santa Sede. Non vi è organizzazione possibile pel momento negli Stati del Papa; quanto in altre circostanze si potrebbe domandare si accosterebbe allo stato di cose che esisterebbe se il Papa due anni fa avesse promulgato le riforme che aveva consentito ad accordare. Oggi sarebbe ridicolo di andargli a domandare riforme o istituzioni nuove per il piccolo lembo di terreno rimastogli. Altronde a che pro? Per dare forse agli abitanti di questo territorio delle garanzie contro gli abusi di potere al quale sono esposti? La miglior garanzia, quella di cui l’efficacia è più positiva di tutte le clausole di una legislazione protettrice, consiste nella vicinanza delle frontiere che permette ad ogni individuo malcontento di mettersi in due ore fuori portata del governo pontificio, e di gridare in tutta sicurezza contro il Papa. In simili condizioni non v’è tirannia possibile.

«E poi come volete organizzare qualche cosa in Italia in questo momento? Nel fatto, oggi il cittadino del territorio rimasto al Papa ha più libertà e sicurezza che il cittadino di Napoli, d’Ancona, di Macerata e di Bologna; paga circa un quarto di meno (solo?) delle imposte che nelle provincie annesse, ed è più felice perché non ha da subire la più gran parte degli abusi di potere che le autorità pontificie praticarono impunemente a distanza, e che non possono più prodursi sotto gli occhi dei nostri ufficiali (?!) e sotto la vigilanza che comincia a stabilirsi nel governo centrale.

«Io temo logorare il credito delle mie parole ripetendo incessantemente le medesime cose; ma non posso tuttavia ragionare sopra una Italia fittizia, si come l’hanno fatta i discorsi piemontesi di Torino e di Parigi! Bisogna bone che io resti nella realtà e che ve la dica tale quale è. — Queste aspirazioni verso Roma, non sono italiane, non sono neanche piemontesi, esse sono cavourriane (o più veramente massoniche). Che l’Imperatore voglia bene scegliere cinque o sei uomini intelligenti, calmi, freddi e senza pregiudizi, che li mandi a studiare la questione sui luoghi, e io mi sottometto a priori al loro verdetto. Cosa posso dire di più?

«Giammai vidi la favola prendere a tal punto il posto della realtà! La finzione si stende su tutto, e voi scuserete la franchezza tutta amichevole: io ne scopro le traecie nelle preoccupazioni che mi segnalate riguardanti le popolazioni del territorio, o del residuo di territorio pontificio. Io lo comprendo perfettamente, altronde, giacchi. quando la finzione prende abbastanza consistenza per divenire un elemento serio di agitazione politica, conviene naturalmente tenerne conto. Ma, dopo. tutto, le finzioni non potrebbero divenire ostacoli, quando si arriva alla pratica delle cose. Ora ecco la verità sulla popolazione del restante territorio pontificio, popolazione essenzialmente differente (?) da quella delle provincie annesse.

«Roma è una città di funzionari, di mercanti, di prelati, di religiosi, di clienti; intendo per clienti, genti e famiglie che vivono di pensioni del governo, o meglio che vivono sui cardinali, sui prelati, e sui conventi. I mercanti non pensano che a guadagnare sugli stranieri e propendono per tutto quello che aumenta la sicurezza el’affluenza dei visitatori. Vi era un fondo di Romagnoli, di Marchigiani e di Umbriotti, un poco sussurroni; ora non vi sono più, ed è colla più grande fatica, che gli agenti piemontesi hanno potuto, grazie a sacrifici di danaro abbastanza considerevoli, organizzare una banda di un centinaio di giovani operai e di una cinquantina di donne per produrre, volendolo, una manifestazione. Per darvi una idea della situazione non ho che da citare quanto ebbe luogo mercoledì ultimo, a una rappresentazione teatrale data dai nostri soldati. Tutti i posti erano stati presi e dati a persone che avevano promesso di fare una dimostrazione; si erano perfino loro distribuite gratis delle piccole bandiere dai colori italiani: tutto era pronto, combinato e pagato (sappiamo da chi ed in quale casa). Qualche ora prima se ne avverti una seconda volta il generale Govon, ed è bastato un piccolo avviso affisso nel peristilio del teatro, con un picchetto di pochi uomini (molto meno che a un teatro di Parigi) perché nessuno pensasse a muoversi. TUTTI QUESTI GRIDI DI DOLORE che trovano un eco nei pretesi manifesti, che pubblicano i giornali, non sono che una commedia e delle più grossolane. La popolazione di Roma è sui generis, come la città stessa.

«I proclami degli studenti dell’università, codesti proclami che la Nazione, giornale di Firenze, riproduce con tanta enfasi, sapete dove sono fatti? A Firenze stessa e inviati a Roma a uno studente di cinquantaquattr’anni, che ti riceve dai piroscafi di Livorno e che riceve altresì con la stessa occasione da qualcuno 30 scudi romani al mese, ossia 150 franchi, con il rimborso delle spese per la distribuzione clandestina. Commedia come tutto i 1 resto! Commedia che non si può impedire, perché VI SARA SEMPRE QUALCUNO CHE PARLERA A NOME DEI ROMANI E DOMANDERA GIUSTIZIA PER QUESTA POPOLAZIONE OPPRESSA, SENZA CHE ESSA NE SAPPIA NULLA 0 MENOMAMENTE SE NE INTERESSI. Notate beneche io parlo qui della popolazione di Roma: e quello che dico è cosi vero, che non vi è un Italiano appartenente al partito rivoluzionario e piemontese che non lo sappia, non se ne preoccupi e non se n’inquieti.

«Quante lettere non ho io visto e tenute nelle mani, e nelle quali questa inquietudine era nettissimamente espressa! In una di queste lettere che più mi hanno colpito si scriveva cosi: QUELLO CHE VI E’ DI TRISTE E’ CHE IL POPOLO DI ROMA E DEI CONTORNI NON CI VEDE DI BUON OCCHIO, E PRE«FERISCE IL SUO RIPOSO, LA SUA VITA ABITUALE, IL SUO PAPA. NOI DOBBIAMO CREARE A ROMA UNA POPOLAZIONE A NOI, 0 NOI NON CONCLUDEREMO NIENTE».

«Questo scriveva circa due anni fa, al momento in cui il Conte della Minerva, ultimo Ministro di Sardegna presso la Santa Sedi, doveva lasciare Roma.

«Dopo Roma vi è nel resto del territorio pontificio un solo centro di popolazione che merita di fissare l’attenzione, Viterbo. Ora, a Viterbo sono circa venticinque o trenta persone che tengono la città nel terrore, o piuttosto nel timore, perché è troppo dire terrore; non vi è bisogno di tanto per intimidire il popolo di questi paesi, la cui vita passa tutto quello che la vostra immaginazione può concepire in questo genere.

«Se per caso si venisse ad essere convinti che i Piemontesi non dovessero uno di questi giorni entrare vincitori a Roma ed in tutto il resto; se questa certezza penetrasse negli spiriti al posto delle convinzioni contrarie che vi hanno insinuato, allora voi vedreste, come per incanto, scoppiare dimostrazioni entusiastiche di fedeltà al Papa.

«Tutto il resto del paese, eccetto Viterbo, è, compreso Velletri, una campagna coltivata a pascoli e grandi colture, poco abitata, poco divisa come proprietà, poco accessibile agli interessi industriali e politici, e nella quale la popolazione non torna a casa la sera che per evitare le febbri notturne.

«E’ impossibile di parlare sul serio della necessità di sottrarre queste popolazioni al giogo che pesa si crudelmente e si arbitrariamente sui loro destini. Ci riderebbero sul naso se sentissero che loro teniamo un simile linguaggio, e io vi assicuro che più di un Italia no si diverte col suo vicino, della buona fede con la quale noi abbiamo accettata per veritiera l'Italia che ci hanno inventato, o piuttosto la Roma che ci stanno dipingendo!……………………………………………………………………...

«Gramont».


Ma aggiungiamo qui una parola intorno le annessioni.

Una parola di più sulle Annessioni

—Al primo sentore della guerra, scrive Cesare Cantù nella sua Cronistoria (207), i Cattolici conobbero minacciata la potenza pontificia; sicché Napoleone pensò necessario chetarli con esplicite assicurazioni che non era la rivoluzione che passasse le Alpi, bensì lo stendardo di S. Luigi!.. La Circolare del Ministro Rouland ai Vescovi di Francia, si come vedemmo, voleva «il Clero illuminato intorno alle conseguenze di una lotta fattasi inevitabile… L’Imperatore vi ha pensato dinanzi a Dio, e la sua saviezza e lealtà ben nota (purtroppo) non verranno meno alla religione, né al paese. Il Principe, che ha dato alla religione tante prove di deferenza ed affetto; che, dopo gli infausti giorni del 1848, ha ricondotto il Santo Padre in Vaticano è il più saldo sostegno della cattolica unità, e vuole che il capo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale. Il principe che ha salvato la Francia dall’invasione della demagogia, non ne potrebbe in verità accettare le dottrine, né permettere che signoreggiassero in Italia».

In conseguenza il Cardinal Milesi, governatore delle Legazioni, proclamava a queste si tenessero quiete, poiché Napoleone non avrebbe tollerato nessuna diminuzione al potere temporale.

Ma non ne restava illuso se non chi voleva esserlo. Dal Piemonte erano lanciate incessantemente nelle Legazioni esortazioni e ordini di non pagare le imposte, lettere e minaccie di morte contro persone oneste e moderate (208). Quando il Ministro Cardinale Antonelli, lagnavasi col duca di Gramont, Ambasciatore francese, delle insidie che vi si tendevano, questi rispose: nulla avesse a temere il Governo del Santo Padre, siccome se n’era accertato in un colloquio avuto col marchese Pepoli in Livorno.

E Napoleone al Duca di Gramont, il giugno 1859, scriveva:

«Importa assai che le popolazioni dello Stato romano sappiano bene che non havvi, né può esservi contraddizione fra gli atti e le parole del capo della nazione francese. Egli ha espresso un suo vivo e profondo sentimento quando ha detto che gli sta grandemente a cuore l’Indipendenza d'Italia; ma ha ancora promesso di mantenere inviolata la sovranità temporale del Papa, creduta necessaria da centocinquanta milioni di coscienze (sono per verità qualche diecina di milioni di più). Le Legazioni hanno creduto di potersi staccare da Roma. L’Imperatore apprezza il sentimento che fece accorrere sotto le armi ventimila (falsissimo 1 e lo abbiamo provato) volontari nelle file dell’esercito italiano; ma non può riconoscere né sancire quest’atto. Però l'Imperatore, non crede aver diritto o dovere d’immischiarsi negli affari interni delle Legazioni. Qualora però la rivoluzione varcasse gli Appennini e minacciasse Roma, ove sono truppe francesi, queste si opporrebbero, e assai dorrebbe all'Imperatore di dover operare contro uomini (ribelli) i quali hanno, del resto, tutte le sue simpatie. D’ altra parte, non con simili dimostrazioni, non con moti parziali può ot tenersi l’indipendenza d’Italia; e quando anche la vittoria nuova mente sorridesse alle armi di Francia, l’Imperatore non crederebbe potere da solo creare l’Italia nazione; l’Europa tutta quanta vorrà prendere parte a si grande impresa. Comunque sia, il duca di Gramont è autorizzato a promettere ai popoli delle Legazioni che nel congresso, in seno al quale si agiteranno le loro sorti, esse avranno in lui il più caldo patrocinatore della loro causa, il quale s’impegna a procacciare leredressementdeleurs griefs, en tout ce qu' ils ont de fondé, la satisfaction de leurs intérêts, et la réalisation de leurs vœux légitimes».


Come il Gramont adempisse l’incarico appare allaseguente lettera direttagli dal famoso Pepoli:

«Mio caro Duca,

«Ho ammirato la maniera diplomatica che avete adoperata per comunicarmi la lettera dell’Imperatore, che rassicura anche i più timidi, salvando al tempo stesso le conveniente del governo papale.

«Del resto, spero voi sarete soddisfatto della mia condotta, che ho regolato secondo le istruzioni datemi da voi a Livorno. Ho cercato impedire che il movimento scoppiasse mentre gli Austriaci erano a Bologna, per non mettere l’Imperatore nel crudele imbarazzo di assistere impassibile a' nostri mali; e ho presa la direzione del moto quando i Ducati erano stati nettati per le vittorie francesi. Esitai a proclamare la fusione col Piemonte, perché la credevo impolitica, e non ho acconsentito a chiedere la dittatura se non perché Vostra Eccellenza mi aveva assicurato che l’annessione col Piemonte era cosa decisa. Prendete in considerazione ciò che ho detto al signor Pierret riguardo alla reazione clericale. Ho impedito che finora si prendano misure severe; ma la moderazione ha i suoi limiti, e io non posso garantirvi che i miei consigli siano sempre ascoltati. Desidero vivamente che il nuovo Governo sia istallato; giacché desidero rientrare nella vita privata, dalla quale avrei preferito non uscire; ma non ho potuto rifiutarmi ai desideri del mio paese (càe non ne sapeva nulla) dal momento che ho saputo da voi che l'Imperatore non avrebbe biasimato la mia condotta».

— Oh, terque quaterque… bricconi!

Questo andare di cose rendeva difficilissimo l’ufficio del congresso?di Zurigo, incaricato di formulare la pace di Villafranca.L’Imperatore, benché a Vittorio Emmanuele dopo quell’armistizio avesse detto: Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da soli», tenea sempre fisso il concetto della confederazione italiana. Il Duca di Parma principalmente otteneva favore, si perché esente dalle colpe che imputavansi dai settari agli altri principi, sì perché pareva più probabile venisse restaurato dai propri sudditi un’altra volta: onde pensavasi ampliare quella dinastia e darle fors’anche la Toscana; e a Luigi Desambrois, incaricato del Regno d’Italia, ilWalewski persuadeva a rinunziare ad ogni pretesa su Parma e Piacenza, e accettare la confederazione. I plenipotenziari francesi Bourqueney e Danenville dichiaravano non volere l’Imperatore venir meno agli impegni che a Villafranca aveva presi verso i Principi spodestati; e il Moniteurdel 10 settembre 1859, gli italiani, popoli e governi, tacciava d’insipienti, d’ingrati, di protervi: «imperocché se si preoccupassero dell’avvenire della patria più che di piccoli successi parziali dirigerebbero i loro sforzi ad agevolare, anziché impedire le conseguenze del trattato di Villafranca. Accettando di buon grado il ritorno degli Arciduchi (condizione stipulata con tanta lealtà (209) quanto buonsenso dall’Imperatore per condurre l’Austria a dotare la Venezia di ordinamenti costituzionali ed a comporre e riconoscere la confederazione italica, cioè l’Italia ricostituita a nazione) non solo avrebbero obbligata l’Austria ad eseguire lealmente le sue promesse, ma sarebbe stato ancora possibile per amichevoli negoziati ottenerne combinazioni meglio conformi ai voti manifestati dai cittadini di Modena e di Parma». E magnificando i concetti, gli atti, i temperamenti usciti dalla mente e dalla volontà dell’Imperatore, attestando il buon volere e i leali intendimenti dell'Austria, ammoniva la parte assennata della nazione italiana che,«rifiutandosi alle stipulate restaurazioni, gli Arciduchi non sarebbero per forza d’armi straniere restituiti; ma l’Imperatore d’Austria resterebbe sciolto da ogni obbligo verso la Venezia; manterrebbesi in istato di guerra sulla riva sinistra del Po; non che pace e conciliazione, ribollirebbero odi e diffidenze, donde presto nuove perturbazioni e sventure»(siccome fu).

Era conforme a ciò, quel che il Peruzzi, inviato toscano a Parigi, scriveva al Ridolfi il 20 luglio:

«…Le difficoltà che si frappongono alla conclusione definitiva della pace sono tali, che tutti quelli coi quali abbiamo parlato ci fermano sul più bello quando entriamo a discorrere dei particolari, e finiscono per stringersi nelle spalle. Generalmente domina nella pubblica opinione e nel Ministero una diffidenza e poca simpatia pel Piemonte, accusato di politica ambiziosa, diretta piuttosto al suo ingrandimento (cosa notoria) che al bene d’Italia... Ciò rende poco simpatica l’idea dell’annessione, non solo presso le Potenze, ma anche presso l’opinione pubblica».

E il 30 luglio aggiungeva:

«Nessuno crede alla possibilità dell’annessione: poco favore incontra la candidatura di un principe di Casa Savoia, moltissimo quella della Duchessa di Parma. Malgrado ciò, la mia opinione è che con venga deliberare l’annessione, lasciando una porta aperta a trattative e transazioni: e quando il voto del paese (è inutile ripetere che il paese sono essi i settari) non potesse essere realizzato, la dinastia sabauda sarebbe accolta con gioia e fortemente appoggiata da tutto il paese; la Parmense accettata, aspettando per appoggiarla a seconda dei suoi atti; la Lorénese reietta colle armi. Qui nessuno è favorevole al principe Napoleone, il quale mi confortava a domandare il principe Eugenio di Carignano. Ho avuto una lunga conversazione col sig. Desambrois, plenipotenziario sardo alle conferenze di Zurigo, molto inchinevole ad accogliere la restaurazione dell’Arciduca con costituzione e bandiera tricolore, per le difficoltà di trovare altra soluzione; ma, avendogli detto presso a poco le cose esposte agli altri, mi è parso convinto della impossibilità di quella soluzione senza un intervento, e della necessità di insistere per la esclusione di ogni intervento e per qualunque delle altre soluzioni accennate».

Poi l'8 agosto scriveva:

«La persona colla quale ho parlato queste mattina mi diceva che Dio ci guardi da una transazione coi rivoluzionari (Dio buono! e chi erano essi mai? non erano rivoluzionari e della peggiore specie, perché ipocriti?), da apparenze rivoluzionarie, da debolezze verso Mazzini o i suoi più noti luogotenenti: se venissero in Toscana e fosaero tollerati, ne riceveremmo grave discredito in Europa; se li arrestassimo, ed imbarcati subito li rimandassimo in Inghilterra, ne avremmo aumentata la nostra riputazione e la nostra forza morale in Europa (eppure si erano serviti di loro fin allora per sconvolgere da capo a fondo i poveri Stati italiani). La detta persona crede non sia intenzione suprema di prolungare di troppo lo stato attuale delle cose; aver motivo di credere che l’annessione non sarebbe consentita, né tampoco un’annessione mascherata, quale sembrerebbe un principe di Casa Savoia chiamato al trono della Toscana; dappoiché tutti dicono essere tradizionale in Francia la politica diretta ad avversare la creazione di uno Stato troppo grande in Italia, ed è pur troppo probabile che la sola Inghilterra ci sosterrebbe e l’Austria non la permetterebbe in verun caso. Rimarrebbe un Leuchtemberg, che alcuni consiglierebbero di eleggere per fare una carezza alla Russia ed averla in ogni evento favorevole. Pare che l’Imperatore non vi sarebbe contrario; ma forse gli dispiacerebbe di vedersi per tal guisa preclusa la via ad altro accomodamento che pare gli vada ' maggiormente a genio. Voglio dire della candidatura della dinastia di Parma, che da tutte le parti mi viene assicurato sarebbe preferita».


Matteucci, poi, smaniato di primeggiare in politica come faceva in fisica, senza avere mai un concetto proprio, il 3 agosto scriveva da Torino:

«Per me è chiaro, e il Rattazzi e d’Azeglio sono dello stesso avviso, che non si può pensare all’unione della Toscana al Piemonte. Se vedessi una nuova guerra vicina, e in questa nuove speranze, direi: tiriamo avanti e sopportiamo il disordine. Ma, tutto al contrario, avremo il disordine e le sue conseguenze nel paese, e col pretesto del disordine forse i Francesi, se non i Tedeschi, verranno e faranno la restaurazione senza condizioni. Un ordinamento qualunque nella Toscana non potrà mai essere un argine serio quel giorno, al quale credo fermamente, in cui il Piemonte troverà l’occasione di ripigliare il suo destino in Italia. Oh! perché in questa ipotesi togliere assolutamente alla Toscana il benefizio del sistema costituzionale? Perché non preparare il paese a un migliore avvenire della Toscana? Non ho mai creduto, e non posso credere che un popolo, coll'agitazione e col disordine, si apparecchi alla libertà ed al patriottismo.

«Io credo sia sacro dover nostro dire agli amici, che per ora bisogna rassegnarsi a non vedere realizzato questo desiderio, e in tal senso convertire l'opinione pubblica, e far capire che vogliamo pigliare il partito meno cattivo possibile, cioè, assicurarci un governo costituzionale; ingrandire, se si può, la Toscana, e scegliere la Duchessa di Parma, perché non si mostrò mai ligia all’Austria».


E al domani:

«Ammettiamo pure che l’annessione sia il miglior destino della Toscana. Io non credo vi sia mai stata cosa dimostrata più impossibile di questa; l’Imperatore, i suoi ministri, lord John Russell, la Prussia, la Russia, tutti s’accordano su questa idea. E il Governo di qui, che è convinto di questa verità, non solo non fa pratiche in Europa per ottenere l’annessione della Toscana, ma ha ben cura di far sentire il contrario.

«…Voi giocate tutto. Il Piemonte doveva essere lasciato in pace se si voleva che fra qualche anno fosse in grado di ripigliare le armi; e tolte le restaurazioni, e ammessi i Principi nazionali e i Governi costituzionali per quanto si poteva, era prudente di contentarsi in Toscana di un partito di conciliazione».

Il Giornale di un diplomatico, che è il signor Enrico d’Ideville, già applicato alla legazione di Torino, dà il seguente documento del gennaio 1860:

«Il nostro Ministro un giorno ricevette dal conte Walewski un dispaccio della Corte delle Tuileries, destinato ad esser letto e comunicato a Cavour. Il linguaggio era chiaro, preciso, e, in presenza dei torbidi e dell’agitazione, fomentata dal Gabinetto sardo nei Ducati e nell’Italia centrale, dichiarava, che ogni tentativo di annessione da parte sua sarebbe considerato come un attentato ai Trattati; che a suo rischio e pericolo il Re si gettava in impresa, di cui l’esito poteva essergli fatale.

«Munito del suo dispaccio, si recò dal presidente del Consiglio e disse: Mio caro Conte, mi dispiace di avere oggi un obbligo penoso a soddisfare; ma il mio Governo disapprova con energia il vostro contegno, e il conte Walewski mi invita a comunicarvelo».

«Cavour, col capo tra le mani, ascoltò senza interrompere la lettura del dispaccio, poi, quando il Ministro ebbe finito: «Avete ragione, caro Principe, disse, con aspetto confuso; ciò che vi scrive il signor Walewski non incoraggia le nostre speranze, lo confesso; siamo duramente biasimati; ma che direste voi, se vi leggessi ciò che mi giunge direttamente dalle Tuileries da un personaggio che voi conoscete? E con aria di canzonatura, tolse di tasca una lettera colla stessa data del dispaccio, nella quale il signor Mocquard segretario particolare dell'Imperatore l’assicurava confidenzialmente da parte dell’Imperatore stesso, che i progetti d'annessione erano visti di buon occhio e che non dovesse preoccuparsi delle complicazioni che poteano sopraggiungere».

L’Ideville aggiunge un altro curioso incidente successo qualche tempo prima. L’Imperatore, per uno di quei cambiamenti d’idea subitanei, inesplicabili e di cui non ha sempre (dicesi) perfettamente coscienza, aveva, sotto l’ispirazione dell'Imperatrice (210), scritto una lettera ove cercava sconfessare certe promesse troppo compromettenti. H Re ne provò vivo malcontento, e in un ballo alla Corte di Torino condusse in ufl salotto appartato il principe de la Tour d’Auvergne, Ministro francese, e in termini amari e violenti espresse la sorpresa e l’irritazione cagionatagli dal rimprovero imperiale, e si alterò a segno da trattare grossolanamente il sovrano rappresentato dal signor de la Tour d’Auysrgne: «Cos’è infine quest'uomo, questo b...? (disse ilGalantuomo).» L’ultimo arrivato dei sovrani d’Europa, un intruso fra noi: si ricordi quello ch’egli è e quello che sono io, io capo della prima e piùantica (secondo lui) razza reale che regna in Europa».

«La Tour d’Auvergne con molto sangue freddo ascoltò Vittorio Emmanuele; poi quando ebbe terminato, si limitò a dire: Sire, Vostra Maestà voglia permettermi di non avere inteso neppure una delle parole da lei pronunziate».

«Il Re lasciò bruscamente il suo interlocutore; ma nel corso dell serata lo raggiunse e, battendogli famigliarmente sulla spalla, gli disse all'orecchio: Non è indispensabile (n’è vero?J riferire a Parigi la nostra conversazione di stasera. Altronde, non diceste voi stesso non aver udito niente?....»

Torna su



CAPO XII


Torna su



LA POLITICA DI NAPOLEONE III E LA S. SEDE

Continuiamo ad occuparci del libro «Le Secret de l’Empereur» (211).

Se fosse stato possibile di aver ancora un dubbio intorno al carattere superlativamente perfido della politica di Napoleone III verso la S. Sede, e intorno alla sua complicità in tutti ’gli attentati contro di essa e contro i Principi legittimi d’Italia, provvidenziali antemurali della Sovranità dei Papi, creando insipientemente al confine della Francia una nuova grande potenza, grande per quantità di carne umana da macellare e per ampiezza di paese da. saccheggiare, sempre capace di divenirle fatale quando per poco desse la mano all’avversa Germania o alla gelosa Inghilterra, il libro del figlio del Ministro Thouvenel sarebbe tale da dissipare affatto quel dubbio, rivelando in cotesto terzo Napoleone una delle più scellerate figure, che mai sorgesse a vergogna della razza umana degradata e avvilita.

La doppiezza della politica, così detta imperiale, la sua astuzia, la sua slealtà vi traspirano da ogni pagina, provocando la tristezza, il malessere, e per fino la vergogna degli stessi agenti dei quali si serviva.

Del resto il titolo di Secreto dell’Imperatore dato dal figlio di Thouvenel alla nuova pubblicazione è forse il meno proprio: la politica bonapartesca fin dall’apparire di codesto nuovo flagello di Dio, ma principalmente dal Congresso di Parigi del 1856, fino a Castelfidardo e a Gaeta nel 186061, era cosi traforata a giorno, che ognuno, non accecato da passione o da falso interesse, l’ebbe compresa e smascherata. Solo i ciechi volontari potevano illudersi circa il suo procedere tortuoso e bugiardo.

Fin da principio, dice Leone Lavedan in una sua importante rivista La perfidia della detta opera (Correspondant 10 marzo 1889) fino dai primi fatti della campagna del 1859, appariva la perfidia, non mai più smentita fino alla consumazione dell’opera d’iniquità. Napoleone III tentò d’ingannare i Cattolici, il Papa, l’Europa; ma non potè far sì che altri non si accorgesse del mal giuoco: sebbene molti Cattolici, conciliatori delle cose inconciliabili (flagello non meno funesto della stessa rivoluzione) chiudessero fino alla fine gli occhi alla luce meridiana; ed è curioso il leggere in questi due stupefattivi volumi il dolore, la ripugnanza, il disgusto degli stessi più fidati ausiliari delle sue diplomatiche furfanterie, e, pei primi, degli stessi ministri e ambasciatori, associati a codesta ributtante bisogna. Il secreto dunque era da lunga mano svelato, e la coscienza umana. già da prima aveva stimmatizzato la perfidia e il tradimento mal celati in quel segreto. Ma non perciò giova meno di raccogliere le prove novelle che ce ne vengono date.

Ilsig. Thouvenel, nato a Verdun nel 1818, apparteneva a una antica e onorata famiglia della Lorena, di quella Lorena che doveva divenire preda dello straniero per lo appunto in virtù dei principi posti eia Napoleone a' danni della Santa Sede, vogliam dire del principio di nazionalità. Uno degli zii del Thouvenel era stato archiatro di Luigi XVIII, e deputato della Meurthe. Suo padre, officiale dell’Impero, morì maresciallo di campo nel 1843. Entrato per tempo nella diplomazia, il sig. Thouvenel trovavasi da parecchi anni ambasciatore a Costantinopoli, quando nei primi di gennaio 1860 fu chiamato ad assumere il portafoglio degli affari esteri, che tenne per quasi tre anni nelle circostanze più delicate.

Il duca di Gramont, nato nel 1819, era a quell’epoca ambasciatore a Roma, dopo di essere stato per quattro anni ministro di Francia a Torino, dove aveva potuto acquistare particolare cognizione degli uomini e delle cose della penisola.

—La corrispondenza adunque di codesto Ministro di Stato e di questo ambasciatore durante il periodo spinosissimo degli sconvolgimenti d’Italia, dal gennaio 1860 all’ottobre 1862, è quella che viene oggi sciorinata sotto i nostri occhi, né sembra che dalla caduta ignominiosa del secondo impero in poi sia stato mai pubblicato nulla di tanto schiacciante per la memoria del terzo Napoleone. Non sono già avversari che lo accusano; ma sì fedeli servitori, amici devoti (pare incredibile!) fino al sacrificio di sé stessi, che, testimoni irrefragabili, vengono a condannare con tutta la forza della loro onestà addormentatala politica innominabile che hanno servito. E in somma, dice il Lavedan, un vero mea culpa, pronunziato per bocca del figlio dello sconsigliato Thouvenel, che confessa così insieme coll'amico Gramont, i propri errori e la propria debolezza, ciò che accrescerà senza dubbio la giusta severità della storia verso il principale colpevole.

Tutti ritardano conte Napoleone cercasse di rassicurare i Cattolici allarmati, affermando nel passare le Alpi, che egli «non andava a scuotere il trono del 8. Padre», e proclamando dinanzi al mondo, che «la sovranità temporale del capo delle Chiesa è intimamente legata collo splendore del Cattolicismo, come colla libertà e indipendenza d’Italia».

D’altra parte Vittorio Emmanuele, nel ricevere una deputazione di settari Bolognesi, venuta a chiedergli l’annessione alla Sardegna, aveva risposto: «Bisogna che l’Europa non possa accusarmi di agi re solo per ambizione personale, e di sostituire l’assorbimento piemontese all’oppressione austriaca...

«Il S. Padre, il capo venerato dei fedeli, è rimasto alla testa del suo popolo. Egli, come i sovrani di Parma, di Modena, di Toscana (?!), non ha abdicato la sua autorità temporale, che noi dobbiamo, non solamente rispettare, ma consolidare. Io dunque disapproverò ogni atto sovversivo contrario all’equità e nocevole alla nobile causa che serviamo. Non dimentichiamo neppure che Pio IX è un principe italiano».

Stiamo ora a vedere come i due compari, Vittorio Emmanuele, cioè, e Napoleone compiessero il loro programma, e come rispettassero i eliritti sacri, ch’eglino avevano cosi esplicitamente riconosciuti in faccia al mondo intero.

Nella seconda metà dell’anno 1859, non solamente Parma, Modena e la Toscana, ma ancora le Romagne e l’Emilia erano state invase dalle orde piemontesi: e già si trattava di sanzionare quelle prime spogliazioni!

Il 31 gennaio 1860, nota il Córrespondant, il Duca di Gramont, che vuol credere all’onestà del suo governo, scrive al sig. Thouvenel che il riconoscimento del cosi detto nuovo ordine di cose implicherebbe una grave responsabilità per l’Imperatore. «Sarebbe questo, dice egli, il primo fatto col quale l’Imperatore prenderebbe parte attiva alla spogliazione della S. Sede». Quindi non esita a dichiarare impossibile un simile riconoscimento (che egli però accetterà più tardi).

Egli aggiunge, e con una certa forza:

«Fin qui io mi sono associato fedelmente e interamente alla politica dell’Imperatore; l’ho servita con tutto lo zelo di cui sono capace, e, dirò di più, coi sentimenti che l’Imperatore ben conosce, e che gli ho consacrato di cuore da molti anni. Dietro i suoi ordini e le istruzioni costanti e reiterate del suo Ministro degli affari esteri, io ho detto e ripetuto, che l’Imperatore non sarebbe mai l’aggressore del Papa. L’ho detto al Papa e ai suoi Ministri, l’ho detto ai popoli di Bologna e di Roma, l’ho detto ai capi del governo Bolognese e a tutto il corpo diplomatico. Se ora, riconoscendo l’atto d’annessione, Sua Maestà sanziona la presa di possesso fatta dal Governo Sardo, essa fa causa comunecollo spogliatore, assume la sua porzione di responsabilità e di solidarietà nella presa.

«Ora vi domando, caro amico, come potrei io, dopo una somigliante smentita data a tutte le mie parole, come potrei continuare arappresentare Sua Maestà presso la Santa Sede? Dio mi guardi dal volami dare qui una importanza esagerata; ma infine l’Imperatore medesimo è interessato perché il suo Ambasciatore conservi la propria dignità personale e la stima di tutti coloro che avvicina.

«Scrivendo queste linee, io consulto la mia coscienza e sagrifico tutti i miei gusti e convenienze personali; sacrifico perfino tutti i miei sentimenti, perché temo di ferire l’Imperatore, al quale sonoprofondemente legato; ma ascolto una voce interna,ohe mi detta queste parole, e non mi ha mai ingannato».

Giudichi il lettore dall’ardore e dalla sincerità del Gramont, l’umiliazione e il cordoglio, di cui sarà penetrato più tardi, quando sanzionerà per lo appunto quello che ora riprova!

L’anno seguente il Duca di Gramont, malgrado di più d’una disdetta, si trova ancora nei medesimi sentimenti, e il 19 febbraio 1861 scrive al Thouvenel:

«Io credo il principio del potere temporale del Papa necessario si Cattolicismo, del quale è, per cosi dire, parte. Io lo credo necessario alla Francia, che non può abbandonarlo, né transigere su questo riguardo senza mancare ad impegni conosciuti e a nazionali tradizioni. La mia credenza su tale proposito costituisce una fede politica che m’è im possibile di rinnegare, cosi che non potrei rappresentare una parte contraria... »

Al principio del 1860, scriveva nell’istesso senso al sig. Thouvenel: «Quello che inquieta gli uomini seri, che vanno al fondo delle cose, si è lo spirito d’avventura che inebria il Piemonte, e che può trascinarci a seguirlo. L’Imperatore, senza distruggere quel che ha fatto, ci rassicuri. Salvi quel che resta degli Stati del Papa, e ne faccia una zona neutralizzata insormontabile a tutti, per il Piemonte come per l’Austria, e nell’istesso tempo uno ostacolo all’unità italiana, tanto con«traria ai nostri interessi».


In un altro dispaccio aggiungeva:

«L’opinione pubblica non ammetterà senza violentissime recriminazioni la posizione falsa e imbarazzata delle nostre milizie, mantenendo il Papa a Roma, mentre assistono coll’arma al braccio all’invasione piemontese in tutto il resto dei suoi Stati».

Il sig. Thouvenel, il quale aveva cominciato a deplorare gli opuscoli del de La Guéronnière e del suo potente collaboratore anonimo, mostravasi dal canto suo egualmente ostile all’annessione delle Romagne, e condannava le intraprese contro le Due Sicilie.

«L’unità di Italia, scriveva egli al Duca de Gramont, ci dispiace tanto quanto al Papa e al re di Napoli».

In un altro dispaccio lagnasi amaramente della «febbre unitaria».

E quando, neh mese di settembre 1860, il governo piemontese annunzia all’Europa, ipnotizzata dalla frammassoneria, la risoluzione presa di invadere le Marche e l’Umbria per andare a disperdere il piccolo esercito pontificio, e a soccorrere Garibaldi a Napoli, il Ministro, spaventato, manda il telegramma seguente all'Imperatore, sul punto d’imbarcarsi a Marsiglia per l’Algeria:

«La risoluzione del Governo Sardo è di una estrema gravità. Dessa attenta al principio stesso della nostra occupazione di Roma, e costituisce la violazione più flagrante e la meno giustificabile dei di ritti della sovranità. Supplico l’Imperatore di considerare che l’Europa non comprenderà come una misura così enorme possa esser presa senza il nostro consentimento, e che le nostre relazioni con tutte le potenze del continente, compresa la Russia, ne saranno seriamente compromesse».

Ma il Ministro e l’Ambasciatore non erano alla fine delle loro sgradevoli sorprese. L’agguato di Castelfidardo si preparava. L’Imperatore, volendosi creare un alibi, vorrebbe cominciare col ritirare le milizie imperiali da Roma: e il signor Thouvenel scrive docilmente al Duca de Gramont:

«Coll’accrescimento, che ha ricevuto e riceve giornalmente l’esercito romano, col migliore organamento impressogli dal generale Lamoricière, il prolungare la nostra occupazione èdivenuta cosa senza scopo (!)».

In conseguenza fa premura all’Ambasciatore di affrettare tale avvenimento, ed aggiunge:

«Sua Maestà vorrebbe che tutto fosse terminato nei primi giorni di luglio».

Ciò che à quanto dire un paio di mesi prima della nuova invasione piemontese!

Ma la irruzione di Garibaldi in Sicilia, nel mese di maggio, vittoriosa, grazie alla cooperazione perfida del naviglio inglese, e del più vile tradimento, comprato a contanti dallo scellerato Governo Sardo, e quindi la gravità dei fatti seguiti nell'Italia meridionale, intralciarono, smascherandole, le combinazioni di Napoleone III, e la evacuazione di Roma dalle miliare imperiali si trovò, suo malgrado, momentaneamente aggiornata.


Napoleone per altro non era uomo da rinunciare si presto ai suoi segreti intendimenti, e, nella fretta di spacciami dai. prossimi attentati, il 27 luglio scriveva da Saint- Cloud:

«Desidero che l’Italia si pacifichi comunque sia... »

Qualche giorno dopo il duca de Gramont scriveva alla sua volta:

«Al Vaticano si è allarmati per la frase: comunque sia... »

«Invece tutta la questione è li; il punto importante è quello di sapere come sarà pacificata l’Italia».

Ma non doveva tardare molto a saperlo.

Il4 settembre, messo in viva apprensione dalle voci che gli giungevano, egli, Gramont, scriveva a Thouvenel:

«Ieri si spacciava per Roma una corrispondenza da Torino che diceva, che l’Imperatore a Chambery aveva dichiarato al sig. Fari ni che, qualora si lasciasse il Papa a Roma, acconsentiva volentieri che il Piemonte si annettesse tutto il resto degli Stati Pontifici».

«Il signor Farini avrebbe scritto che non bisognava dimandare all’Imperatore un consenso formale; ma avere egli la promessa che l’annessione non incontrerebbe alcun ostacolo né materiale, né diplomatico. Mi si assicura che una copia di questa lettera è stata portataieri sera al Vaticano. Io la credo inventata per spasso, ma è accettata come veridica, e questo fa sensazione».

Ingenuo diplomatico! esclama qui opportunamente il Correspondant. Egli la credeva inventata per ischerzo; ma quanto mai crudelmente doveva rimanere disilluso!

Il sig. Thouvenel, ricusando egualmente di credere alla notizia, che dice mostruosa, non ne èmeno impressionato dal canto suo: teme un poco, pur troppo, che l’Imperatore non si sia lasciatotrasportare a dire al Farini a Chambery «qualche parola capace d’incoraggiare l’audacia del sig. di Cavour»; ma, quanto al fondo delle cose, non può ammetterlo, e si fa un dovere «di chiamare la più seria attenzione di Sua Maestà sulla necessità d’impedire con un voto formale il Governo Sardo di dar seguito al disegno che gli è attribuito».

L’Imperatore risponde da Marsiglia al suo Ministro:

«Desidero scrivere al Re di Sardegna quel che segue: — Sono costretto di farvi conoscere le mie intenzioni. Se, come ha dette il sig. Farini, le vostre milizie non entrano negli Stati del Papa che dietro una insurrezione e per ristabilirvi l’ordine, io non ho nulla adite; ma se, stando i miei soldati a Roma, voi attaccaste il territorio della Chiesa, io sarei obbligato di ritirare il mio Ministro da Torino, e di atteggiarmi da antagonista»!…

Questo linguaggio, tutto pieno di fuochi fatui, costerna il Ministro, che, all’aspetto della violenza che intravede, rimane turbato. Egli scrive al duca di Gramont:

«Io Credo di non aver provato nella mia vita somigliante indegnazione! Una violazione completa di tutti i diritti, colorita da sofismi cosi impudenti, oltrepassa tutto quanto io potessi mai immaginare...»

E gli fa sapere che è per tentare un nuovo passo presso l’Imperatore, e, udendo che «unadeputazione dalle Marche è già partita per implorare la protezione di re Vittorio Emmanuele», aggiunge:

«Non sarebbe ella questa una conseguenza della concessione soverchiamentelarga fatta dall’Imperatore a Farini? Si sarebbe dunque creato il disordine per attribuirsi il diritto di ristabilire l’ordine! L’insolente intimazione diretta al Card. Antonelli cambia la questione: e io non potrei pensare che dopo un simile appello al sollevamento delle masse, Sua Maestà non giudichi più necessario che mai di esprimere il suo malcontento con un atto di categorico significato».

Ma Napoleone, che era il principale complice, e che nel famoso incontro di Chambery aveva dato carta bianca agli invasori, intendevalimitarsi al richiamo del tutto platonico del Ministro francese a Torino, barone di Talleyrand; e il disgraziato Thouvenel si vede ridotto a scrivere piagnucolando a quel diplomatico:

«L’Imperatore ha deciso che voi lascerete immediatamente Torino perdimostrare così la ferma sua volontà di respingere ogni solidarietà con atti, che i suoi consigli, dettati dall’interesse per l’Italia, non hanno disgraziatamente potuto prevenire».

Codesta commedia però non illudeva nessuno: e il duca de Gramont lo scriveva al Thouvenel:

«Vi prevengo, per Vostra norma personale, che Villamarina, a Napoli, ha dichiarato a parecchi suoi colleghi del corpo diplomatico, Che l’entrata dei Piemontesi, ad onta del richiamo del sig. deTalleyrand, si eseguiva d’accordo coll’Imperatore, che aveva acconsentito che l’Umbria e le Marche restassero definitivamente al Piemonte. I suoi colleghi l’hanno scritto da Gaeta ai Ministri accreditati a Roma, i quali si sonfatti premura di prevenirne il Papa in persona. Non vi sorprenderà te vi dico, che il primo che ha trasmesso la notizia è il sig. Elliot (Ministro inglese), e l’ha rappresentata come quasi ufficiale. Converrete che la mia posizione non è bella!»

No, purtroppo non era bella, e meno ancora invidiabile! ma egli la conserva nell’istesso modo: e, continuando a dipingere al Ministro le spine di tale situazione, scrive in altro dispaccio:

«Non vi nasconderò che il nostro esercito si sente profondamente umiliato di dover tollerare coll’arma al braccio un vicinato di questo genere, e son d’avviso, che sarebbe cosa imprudente il fargli subire troppo lungamente una simigliante prova. Non bisogna farci illusione: mai non siamo stati noi giudicati tanto severamente quanto lo siamo adesso. Forse voi non vedete ciò a Parigi così chiaramente come lo si può vedere al. di fuori; ma la verità è, che non v’è alcuno che non sia interamente convinto della nostra complicità col Piemonte. Il richiamo del Talleyrand non ha fatto nessuna impressione: era cosa prevista e doveva far parte della messa in scena della commedia. Per quel che mi riguarda, non vi posso esprimere fino a qual punto io soffra per l’Imperatore, e per me stesso, dell'atmosfera di ripulsione e di disprezzo che comincia a sollevarsi d’intorno a noi». E termina col dire: «Se dobbiamo continuare in questo modo, io sarò ridotto a nascondermi; giacché non è possibile sottomettersi a quello che sono esposto a vedere e a udire».

Il povero Ambasciatore non ha più la menoma illusione. Tutti conoscono il rovescio delle carte, ed egli stesso ne somministra le prove più aggravanti. «Penetratevi bene di questo fatto, scrive egli a Thouvenel, cioè, che la nostra politica è accusata ad alta voce di perfidia e di slealtà».


Ed aggiunge:

«Ecco qui un aneddoto che vi interesserà. — La contessa Alfieri, che è una nepote del conte di Cavour, avrebbe scritto a una delle sue compatriote ed amiche, attualmente in Roma, che il suo zio non si allarmava menomamente della rottura delle relazioni diplomatiche colla Francia, e del richiamo del sig. de Talleyrand; al contrario, che egli ci guadagnava in realtà, non avendo più tra l’Imperatore e lui intermediari incomodi, come Talleyrand e Thouvenel; che egli era sempre sicuro d’intendersi coll'Imperatore, perché lo teneva con un legame che l'Imperatore non poteva rompere ecc. ecc. Segue qui una mostruosità che la penna ricusa di scrivere».

Il sig. Thouvenel, debole e rassegnato, gli risponde: «L’Imperatore si era persuaso che le sue minacce basterebbero; il fatto ha deluso le sue previsioni... Sua Maestà ciò non ostante non giudica essergli possibile di procedere a un intervento militarenell’Umbria e nelle Marche».

Vinto poi dalla curiosità, quantunque trafitto, aggiunge un post scriptum:

«Qualeèmai questo legame, che il sig. di Cavour dice tale che l’Imperatore non potrebbe rompere? Una mostruosità è bene conoscerla per regolarsi; faccia la vostra penna questo sforzo».

Disgraziatamente lo sforzo di penna, che il Thouvenel chiedeva al Gramont, non fu fatto, o, almeno, non ve ne è traccia nel seguito della corrispondenza. Ciò non pertanto l’editore di queste curiose lettere ci fa sapere, che i più seri indizi fanno credere, che la nepote favorita del conte di Cavour, bene al giorno di ogni cosa, facesse allusione, nel passo citato, a certi intrighi politico-galanti, che fe।cero allora gran strepito, e che avevano per eroina una nobile straniera, celebre per la sua meravigliosa bellezza, e alla quale si è attribuita dipoi la parte di agente segreto italiano. Les mémoires delconte Orazio di Viel-Castel, alle quali bisogna sempre riferirsi quando si tratti della cronaca scandalosa dell’epoca, racchiudono su questo proposito indicazioni, che coincidono perfettamente, per le date, colla supposizione in parola.

Ogni giorno che passava, nota il citato scrittore, faceva maggiormente palese la perfidia napoleonica. Il 15 settembre Gramont scriveva a Thouvenel

«Voi mi dite che l’Imperatore ha giudicato severamente i fatti; ma, tale opinione non tè divisa, né qui né altrove, da tutti. Si discute il valore e la estensione del senso da dare alle espressioni di Sua Maestà, quando dice: — Io sarò forzato ad oppormi, e ad atteggiarmi da antagonista. — Si domanda se le milizie dell'Imperatore marceranno contro i Piemontesi per forzarli a retrocedere. Tutti, a cominciare dal Papa e dai Cardinali, sino ai capi di tutte le legazioni accreditate a Roma, mi fanno la medesima interrogazione. Il Papa mi ha detto che la medesima vi era stata fatta dal Nunzio, e che voi non avevate, creduto potervi rispondere diretta mente. 1 piemontesi sostengono essere d’accordo con noi riguardo alle Marche e all’Umbria, ed agiscono conformemente. I loro parlamentari l’hanno affermato positivamente agli ufficiali pontifici, coi quali hanno avuto relazione, e tra gli altri al generale Schmidt. Ciò si è visto principalmente a proposito di Orvieto, evacuata dai Piemontesi dopo di averla presa, sotto pretesto che questa città era troppo vicina a Roma, e posta nel cerchio o raggio riservato dall’Imperatore. Eglino. hanno dato la stessa ragione per non attaccare una cittaduzza della Comarca. Lo ha detto monsignor de Mérode questa sera al generale de Notte, aggiungendo, che tutti questi fatti dinotavano che l’Imperatore aveva acconsentito all’occupazione delle Marche e dall'Umbria. Ha aggiunto di più, che il generale di Govon arriverà mercoledì con una brigata; occuperà i dintorni di Roma, tutti i punti che non sono minacciati; ma non si metterà in nessun luogo di fronte ai Piemontesi per farli retrocedere; noi lo sappiamo, ed è ciò che ci toglie ogni fiducia in vol. Il Papa, vede odo che io mi lagnava vivamente di tale eterna sfiducia, mi ha detto: — Caro Ambasciatore, la vostra lealtà ¿ fuori di dubbio per me; ma siete voi ben sicuro di conoscere tutto il pensiero del vostro governo?».

Altre testimonianze, non menoprecise che autorevoli, assalgano da ogni parte il povero Ambasciatore; la verità gli piomba sulla testa come una mazza, e ne resta sbalordito. — Il 6 di ottobre, iscrive egli al Thouvenel:

«Ecco alcuni particolari, per voi solo, che vi mando confidenzialmente:

«Allorché il corpo d'Esercito Pontificio, circondato a Loreto, ha dovuto capitolare; l’ufficiale inviato a parlamentare era un francese, signor di R., che è ritornato in Francia tre giorni fa. Egli ha raccontato così il suo colloquio con Cialdini:

—Come, gli ha detto, potete voi venire avanti come fate? La Francia, che custodisce il Papa e che vi ha apertamente biasimato, non lo permetterà.

La Francia? rispose il Generale, l’Imperatore? Eh, vìa! Ma voi credete dunque che noi saremmo stati tanto pazzi da impegnarci in questo modo senza la certezza di essere approvati? Non solo


l’Imperatore non si opporrà alla nostra marcia; ma anzi la approva. Posso darvene la mia parola d’onore. Me lo ha detto egli stesso a Chambery, e quando il sig. Farini e io l’abbiamo lasciato, ceco le sue ultime parole: — Buona fortuna, e fate presto! — I suoi voti ci accompagnano: e noi facciamo presto per ubbidirlo. —

«Cialdini ha ripetuto parola per parola la stessa cosa al Principe de Ligne, che era prigioniero e che il Generale aveva invitato alla sua tavola. Avrebbe aggiunto soltanto durante il pranzo: — Ah! voi altri credete agli articoli del Moniteur e ai dispacci di Thouvenel!... Ma pure è molto tempo che voi dovete vedere che tutto si decide tra Cavour e l’Imperatore; egli è più italiano che francese; va anzi più in là di noi stessi. — Il Principe de Ligne ha ripetuto ciò parola per parola al Papa, al Cardinale Antonelli, a Monsignor de Mérode, e pubblicamente la sera in una società, davanti a una cinquantina di persone.

«Ilconte Lèvis de Mirepoy, che è venuto qui per il trasporto funebre del signor de Pimodan, ha avuto un’attitudine perfetta, sebbene appartenga all’opposizione. Egli è venuto a trovarmi per regolare qualche questione di dettaglio relativamente alla sepoltura, e mi ha confermato testualmente il racconto del Principe de Ligne per aver»lo udito anche lui. Potete figurarvi l’effetto prodotto qui dalla frase: — Buona fortuna, e fate presto! —

Finalmente v’è un dispaccio del 16 ottobre: l’Ambasciadore, corroborando fatte le sue precedenti informazioni, scrive:

«Lasciate che vi racconti senza commenti quel che è avvenuto poco fa al Vaticano: — Il Papa ha ricevuto il Generale Lamoricière, che ha ripetuto a Sua Santità le parole precise del Generale Cialdini, cioè: — Si assicura presso di voi che l'Imperatore ci disapprova. Questo è completamente falso. Egli parlò a me stesso, e, congedandomi, mi disse: — Andate e fate presto! — Anzi ha corretto egli medesimo il mio piano di campagna».

Si comprende bene che dinanzi ad osservazioni cosi nette e a testimonianze cosi irrefragabili il Duca de Gramont, per quanto grande fosse la sua buona volontà, non poteva più conservare la menoma illusione circa il fondo delle cose. Quindi è che con una sincerità costernata scriveva al signor Thouvenel:

«Devo confessare che io credeva quello che io scriveva; io pensava che l’Imperatore impedirebbe ai Piemontesi di avanzarsi; penso ancora che lo avrebbe potuto senza trarre la spada, e che se lo avesse fatto, ne sarebbe uscita una soluzione che l’avrebbe onorato e glorificato, vale a dire la Confederazione italiana. Oggi io non so più che avverrà; ma noi deploreremo più d’una volta d’avere prestato fede alle parole invece di lasciar parlare i fatti. Io sono stato positivamente ingannato dal linguaggio dell’Imperatore, al quale ho dato una portata logica, prendendo le sue parole per quello che dovevano essere. Voi non mi avete detto una parola su questo inei dente; ho compreso il vostro silenzio, ve ne so grado; ma non ho la stessa ragione di voi per tacermi, e provo un vero sollievo a scrivervi un poco quel che mi affligge».


Lo spettacolo di quel che accadeva nel Regno di Napoli non era meno ributtante, e la rettitudine dell’Ambasciatore non ne era meno indignata.

Il 6 di ottobre scrive egli al Thouvenel:

«Vi mando notizie di Napoli. Il Re di Sardegna sta per andarvi. Ella è questa la stessa commedia delle Marche e dell’Umbria; giacché, secondo la verità delle cose, Garibaldi cade ogni giorno più basso, e il Re Francesco II prende il disopra. Egli risalirebbe, senza dubbio, sul trono se non fosse l’intervento piemontese.

«Approva egli, l’Imperatore, l’aggressione di Vittorio Emmanuele contro il Re di Napoli?...

«Da tutto ciò risulta un fatto curioso: in nome del principio del non intervento, o piuttosto sotto il beneficio di questo principio, il Piemonte avrà preso al Papa le sue provincie, al Re di Napoli il suo Regno!... Io non credo che l’Europa lo permetterà; mi sembra impossibile. (Povero Ambasciatore! Credeva che un’Europa corrotta e degradata, come la presente, fosse incapace d'una viltà cosi abbietta!)».


In un altro dispaccio del 13 ottobre diceva:

«Sembra avverato oggi che le milizie delRe di Napoli battevanoi garibaldini al Volturno, se Villamarina non avesse fatto marciare in loro soccorso i Piemontesi».

E quanto al sentimento vero delle popolazioni, egli aggiunge:

«Tutte le notizie che giungono da Napoli concordano nel rappresentare il paese come decisamente ribelle all'annessione piemontese, e assai poco curante dell’unità italiana. Cacciano le autorità nuove, rialzano le armi di Francesco II. I Piemontesi, avvertiti delle autorità cacciate via, mandano colonne abbastanza forti, che, dopo un po’ di fucilate, disperdono gli abitanti, e portano prigionieri, per giudicarli e fucilarli, i cosi detti capi del movimento che vengono loro denunziati. Appena partiti i Piemontesi gli abitanti rivengono; prendono quelli che hanno chiamato gliinvasori e li mettono a morte. Ma quel che è più curioso si è, che tuttociò accade in località che si suppone aver votato unanimemente per Vittorio Emmanuele»!

Come si vede era quello un puro brigantaggio. Quindi è che quando il giovane ed eroico Re di Napoli, assediato in Gaeta, è ridotto a capitolare, il Duca de Gramont, accorato, non può fare a meno di sfogare i suoi veri sentimenti in seno del Ministro, e il 3 novembre gli scrive: «Noi assistiamo agli ultimi sforzi dell’infelice Re di Napoli, che è per cadere tra qualche ora vittima dell’atto il più ributtante che sia possibile di concepire! Voi non potete immaginare quanto mai sia penoso il vedersi di buona o cattiva voglia mescolato ai patimenti di codesta agonia: ricusando un brano di corda all’annegato che si sommerge nell’acqua, o piuttosto agitandolo al disopra della sua testa, troppo corto perché possa afferrarlo. Scusate se vi parlo a cuore aperto: non parlo al Ministro, ma si abl’amico, all’antico collega, che, lo so istintivamente, pensa come me su molte cose. Vi assicuro che la mia missione diviene a poco a poco orribilmente disgustosa, e io metto in opera tutte le forze del mio spirito per temperare le mie impressioni».

Il signor Thouvenel è altrettanto costernato quanto il suo amico.

«Mi è estremamente disgustoso, risponde vagli, di trovarmi meschiato a questa agonia». Ad onta di ciò il ministro del Bonaparte si rassegna, e stoicamente aggiunge: «La rassegnazione non è solamente una virtù, ma è l’arma più sicura dei deboli... »

—In mezzo a tutto ciò cosa pensava il Papa? chiede il Correspondant. Non si accorgeva egli delle bricconate dei suoi nemici, o discerneva egli la verità a traverso le loro menzogne? — Pio IX vedeva chiaro, e fin dal principio aveva fatto intendere al Duca di Gramont che non si farebbe in Italia che quel che vorrebbe l’Imperatore (sebbene l’Imperatore non vorrebbe ché quello che vuole la setta). L’11 febbraio 1860, il Papa diceva al rappresentante di Napoleone III:

«Ebbene, signore Ambasciatore, la situazione si è rischiarata; io so di non aver più nulla d’aspettare dall’Imperatore; egli lascerà che mi prendano le Legazioni e le Romagne, e io non posso impedirlo. Mi prenderanno tutto quello che egli permetterà di prendermi, e mi lasceranno quello che mi farà lasciare. Ha la forza, egli è il padrone».

Le proteste di Pio IX, si accentuano insieme cogli avvenimenti. Ingannato incessantemente dalle astute dichiarazioni del Bonaparte e cercando di riaversi in mezzo alle perfidie che lo avvolgevano, esclamava un giorno: «È una politica infernale, che cambia ad ogni istante»!

La vigilia dell’invasione delle Marche e dell’Umbria il tradito Pontefice non si contiene più: e il Thouvenel trasmette all’Ambasciatore lo scoppio della sua collera, dietro la lettera, aperta dal gabinetto nero e comunicata all'Imperatore, che l'abate Gabanis, uscendo dall’udienza del Papa, aveva indirizzata al sig. de Lourdoueix, direttore della Gazzetta di Francia: lettera che recammo nel precedente capitolo (212), nella quale era detto, «come stanca di udire tutti i giorni le stesse minacce, scaltramente mascherate sotto forma di consigli, Sua Santità prendesse il tono solenne della dignità e della giustizia, e dicesse senza rigiri, che non poteva soffrire più lungamente la politica di Napoleone, non meno verso la Santa Sede che verso gli altri Principi, vittime come lui dei suoi inganni e della sua ambizione». E conchiudeva con quella terribili parola, che furono unavera profezia:

«Ilgiorno della giustizia è venuto per lui. Ditegli da patte mia, che non ho altra risposta da fargli se non che la spada di Dio sta per colpirlo colla mano degli uomini, non più colla mia».

Poco dopo, il Duca de Gramont trasmette al Thouvenel la narrazione di un colloquio del generale de Govon col Papa, nel quale Pio IX, si era espresso colla stessa energia. E qui pure citiamo:

«La conversazione tra il Papa e il generale de Govon è stata assai animata. Gli ha parlato della sua partenza, e gli ha dette: — Come volete voi che io lasci credere al mondo cattolico che io sia lo zimbello di codesta politica tortuosa? Tutti sanno perfettamente che io ne conosco i segreti; né ho io il pretesto dell(')ignoranza: e accettando più lungamente la protezione di un governo, che consente che io sia spogliato e che patteggia coi miei nemici, autorizzerei le altre potenze a credere che io sono guidato da interessi personali, che preferisco il mio riposo e il mio benessere al mio dovere, diverrei complice anch’io»!

Finalmente, il Papa scrive egli stesso al Bonaparte il giorno di Natale del 1860, e non esita di terminare la sua lunga lettera, con questa frase, che, dice egli, «ad onta del pensiero di misericordia della grande festa cristiana, rimane sempre vera: vae hominibus illis per quoi scandalum venit».

Le relazioni personali di Napoleone III con Pio IX, risalivano a una data antica, e l’editore della corrispondenza, signor L. Thouvenel, racconta in proposito un curioso aneddoto, saputo, dice egli, da un uomo costantemente e intimamente meschiato al movimento politico fin dal 1848, che però evidentemente o non lo rammentava bene, o vi aggiungeva qualche cosa del suo.

«Dopo la rivoluzione del 1830, il Principe Luigi-Napoleone, poi Napoleone III, e il suo fratello maggiore, Principe Napoleone-Luigi, abbracciarono con ardore la causa liberale in Italia. I due Principi accompagnati dal signor Pasqualini e dal signor Conneau, che eglino avevano conosciuto in casa del Cardinal Fesch, loro protettore, entrarono nel territorio pontificio alla testa delle colonne rivoluzionarie, e furono chiamati a Forlì. Là il giovane Principe Napoleone-Luigi morì in poche ore d’un male improvviso tra le braccia del suo fratello minore. Il Principe Luigi-Napoleone, dopo quella avventata spedizione, errante e inseguito da tutte parti, ebbe l'idea di rendersi presso monsignor Mastai-Ferretti, dipoi Papa Pio IX, in quel momento Arcivescovo di Spoleto, ricordando che all’epoca in cui il Prelato era semplice Canonico a Soma, suo fratello ed egli stesso gli avevano spesse volte servito la S. Messa ed erano stati' l’oggetto delle sue attenzioni; — IlfuturoImperatore Napoleone III, che serve la Messa del futuro Papa Pio IX… quale spettacolo e quale contrasto! Checché ne fosse, la figura e gli abiti più che negletti del fuggiasco destarono tutti i sospetti dei domestici dèli (213))Arcivescovo di Spoleto, così che solo con grande difficoltà il Principe potè giungere fino al Prelato. Monsignor Mastai-Ferretti accolse benevolmente il figlio della Regina Ortensia, e il Principe, avendogli confidato il suo stato di completo bisogno, il Vescovo contrasse da un ricco negoziante della città un prestito di cinque mila franchi, che consegnò al suo antico chierichetto metamorfosato in rivoluzionario italiano 1 Poi, fattolo salire nella sua propria carrozza, egli stesso lo condusse in luogo sicuro, al coperto dalle baionette austriache e dalle autorità pontificie (214). Papa Gregorio XVI, istruito del fatto, chiamò Monsignor Mastai-Ferretti a Roma, dove restò qualche tempo in disgrazia: e non ebbe il Cappello cardinalizio se non nel 1840».

Vede ora il lettore come il famoso Principe Luigi, diventato Imperatore, dimostrasse la sua riconoscenza al suo benefattore e salvatore...

Nel febbraio 1861, il Duca de Gramont scrive confidenzialmente vuoi togliersi al signor Thouvenel: «Il signor Russel, rappresentante inglese a «Roma, dichiara avere da fonte sicura che l’Imperatore è ormai sazio del Papa, e vuol finirla con lui ad ogni costo. Egli diceva tre giorni fa a qualcuno, che me lo ha ripetuto: «— Io sono bene informato: meglio forse del Duca de Gramont, e vi accerto che l’idea dominante dell'Imperatore si è di ridurre il Papa a non essere più se non un semplice Vescovo».

D’altra parte, il signor Thouvenel fa sapere all'Ambasciatore che monsignor de Mérode, Ministro delle Armi di Pio IX, aveva detto al Generale de Govon, in una conversazione animatissima: «Voi siete l’ultimo orpello di cui si serve il vostro padrone a nascondere la sua infamia!»

Qual meraviglia di vedere l’infelice Ambasciadore, di fronte a simiglianti costatazioni, arrossire dell’accusa di duplicità che da tutte le parti del globo terracqueo si leva contro la politica imperiale, e scrivere desolato al signor Thouvenel: «Ilgiudizio dell’Europa sarà severissimo, e io non vedo in che modo potremo sottrarcene...».

Informato delle doglianze e del malessere dell’Ambasciadore, Bonapartesi contenta di telegrafare freddamente al signor Thouvenel:

«Il Duca de Gramont deve cedere alle circostanze». E il Duca cede, some già aveva fatto tante volte!

Egli aveva non pertanto scritto al signor Thouvenel: «Prima di tutto bisogna rispettare sestesso e la propria parola: ella è questa una massima altrettanto buona pei governi quanto per' gli individui.» Ma l’Imperatore dei Francesi ha la disgrazia di scordarsene appunto quando dovrebbe metterla in pratica.

Egli aveva egualmente scritto al signor Thouvenel in un dispaccio Francia. di prim'ordine, questa pagina rimarchevole e categorica:

«La nostra politica riguardo alla S. Sede deve essere ispirata dai nostri interessi e non già dal maggiore o minore merito personale del Papa e dei Cardinali. Io credo che l’Italia una è cosa de testabile per la Francia, e che se, per disgrazia, l’Imperatore si pre stasse a siffatta combinazione, la Francia ne domanderebbe un giorno conto severo a lui e a quelli che vi avrebbero cooperato con lui. Ora l'esistenza del Papa a Roma, come potere temporale, impedisce l’unità d’Italia; dunque bisogna sostenervelo, quand’anche noi non vi avessimo altro interesse. Altronde l’Imperatore non può abbandonarlo, questo potere temporale, senza spergiurare in faccia al mondo intero: e io non posso risolvermi a discutere una simile ipotesi. Quel che è certo si è che io protesterò con tutta la forza della mia coscienza contro una simile soluzione».

Venuta l’ora, egli non protesta per niente affatto; cede in silenzio, stimando, senza dubbio, come l’amico Thouvenel, che «la rassegnazione è più utile pei deboli che la collera». E rinfrancato dalla filosofia del suo Ministro, gli scrive: «Mi assediano letteralmente per turbarmi; non ci riusciranno. Finché l’Imperatore lo giudicherà utile io… resterò al mio posto». Si fractus illabatur orbi, ìmpavidumme ferient ruinae.

Egli aggiunge di più con disinvoltura in un’altra lettera: «Le recriminazioni contro il passato non servono a nulla. Contro l’avvenire fa d’uopo rivolgere i nostri sguardi».

Cedendo egli pure, dal canto suo il signor Thouvenel, e soffocando ognigiorno una ripugnanza e uno scrupolo, diveniva più malinconico.

«Questa disgraziata questione romana, scriveva egli al Duca de Gramont, rifinisce la mia salute eia mia intelligenza!… Ritornerei volentieri dai miei Pascià se il tormento morale in cui vivo dovesse durare molto!...»E in un altro dispaccio: «Voi avete una sufficiente buona idea di me, caro Ambasciatore, per non dubitare delle angoscie del mio spirito...». — Crudeli perplessità, che facevano onore alla sua rettitudine; ma, nelle quali naufragava il suo carattere.

Fra la gente politica, a Parigi, lo si sapeva infelice; e il Duca de Gramont gli scriveva:

«Il signor de Corcelle racconta che, quando vi ha veduto, voi tenendovi la testa colle due mani, vi siete messo a passeggiare nel vostro gabinetto, dicendo: — Per l’amor di Dio, coi vostri consigli fate che il Papa non lasci Roma; giacché ci metterebbe in una posizione orribile! — Io dico orribile per lui, Corcelle dice orribile per noi».

Ahimè! purtroppo era cosi.

Ciò nonostante, di concessione in concessione il disgraziato Ministro,quantunque ostile all’unità d’Italia, finisce col proporre il riconoscimento ufficiale di quello stesso che egli abborre; e intanto domanda al Duca de Gramont, al quale sa quanto sia antipatica l’opera unitaria, di patrocinare caldamente dinanzi al Sommo Pontefice in favore di codesta causa abbominevole. Ognun vede che egli è questo il colmo dell'annegatone per due diplomatici!

Il Ministro scrive in proposito all’Ambasciatore il 16 giugno 1861:

«Prima di saltare il fosso, io ho passato parecchie notti insonne: e solo dopo di aver pesato il pro e il contra ho accettato la responsabilità di un consiglio, tanto più delicato, inquantoché losapeva conforme ai sentimenti intimi dell’Imperatore. Vi chiedo dunque, caro Duca, come Ministro è come amico, d’impiegare tutto quanto avete di eloquenza e di credito personale a fine di presentare sotto il migliore aspetto possibile (?!) la risoluzione presa dal Governo».

E qui è da leggere, nelle note della corrispondenza, la curiosanarrazione del consiglio dei Ministri in cui fu deciso il riconoscimentodell’unitàitaliana. — Dietro gli ordini precisi dell’Imperatore, narra il figlio del ministro Thouvenel, questi avea preparato da più settimane il rapporto, destinato a giustificare agli occhi del governo e dell’opinione pubblica la ripresa delle relazioni diplomatiche coll’Italia. Ciò nonostante Napoleone III, che conosceva gli intimi sentimenti dell’Imperatrice, di cui temeva le recriminazioni, avea ordinato al suo Ministro degli affari esteri di portare ad ogni consiglio il rapporto nel portafogli; ma di non leggerlo se non dietro un invito diretto fattogli da lui. Il tempo passava, e il rapporto non usciva dal suo nascondiglio. Finalmente una mattina l’Imperatore disse al Thouvenel: — Signor Ministro, compiacetevi, vi prego, d’informare il Consiglio circa lo stato delle nostre relazioni coll’Italia. — Il signor Thouvenel trasse dal portafogli e cominciò a leggere il rapporto, concertato insieme con Napoleone, che conchiudeva per la ripresa delle relazioni. L’Imperatrice, come era solita, assisteva al Consiglio dei Ministri. In mezzo alla lettura Sua Maestà si alzò bruscamente coisegni della più viva agitazione. Alcune lagrime le uscivano dagli occhi mentre repentinamente abbandonava la sala, lasciando i Ministri stupefatti. L’Imperatore, dopo un abbastanza lungo e penoso silenzio, colla sua abituale impassibilità, disse al maresciallo Vaillant, Ministro della Casa Imperiale: — Caro Maresciallo, seguite l’Imperatrice, e occupatevi di lei. — Quindi il Consiglio proseguì i suoi lavori.

L’editore di questa corrispondenza aggiunge: «Già da lungo tempo Napoleone era d’avviso di rannodare le relazioni ufficiali coll’Italia. Lo sbaglio, infatti, stava tutto nella guerra del 1859. Ma romperla irrevocabilmente, sopra una questione di semplice forma, con una potenza, per la grandezza della quale si era combattuto, era un anomalia. Meglio farsene un alleato»! — Come vi si riuscisse lo si vede adesso!

Il duca de Gramont, dal canto suo, persiste a credere che « gl’interessi diretti della Francia, come potenza cattolica, imperiosamente esigono l’indipendenza del Papa, e quest’indipendenza richiede la sovranità temporale del sommo Pontefice». Ma, con strana contraddizione, non perciò aderisce meno al disegno del riconoscimento, che non ha guari respingeva quale un atto disonorante! «Io credo, scriveva egli al Thouvenel, che l’unità Italiana sarà una combinazione antifrancese; ma, siccome sono convinto che non durerà, non mi ripugna assolutamente di consentire a far questa prova transitoria».

Vero é che, con una formola speciosa e procurando d’ingannare sé stesso, aggiunge: «Un Papa contento non è necessario alla Francia; essa abbisogna di un Papa libero». — Ora vediamo come la politica antinazionale, che volle servire, riuscisse a non ottenere nessuna delle due cose: né un Papa contento, né un Papa libero! Ma in fondo che gl’importava? Egli, il Gramont, andava con passo allegro al Vaticano a patrocinare la causa dell’unità italiana destinata a distruggerlo; poi, riferendo al Thouvenel il suo operato penoso e difficile, scriveva:

«Passo sotto silenzio gli argomenti che ho fatto successivamente valere. Codesti sforzi faticosi sono come il mal di mare dopo la traversata; è meglio di non pensarvi più, quando si è raggiunto il porto». Egli è però che il porto non si raggiungeva affatto, e solo si lasciava arrenata sulla spiaggia la sconnessa barcaccia. Così per iscusarsi o consolarsi di tante capitolazioni, aggiunge con grazioso scetticismo: «Io sento una invincibile ripulsione per le sterili resistenze». — Uomo veramente frivolo e senza carattere!

Tante capitolazioni e tanti contorcimenti ben meritavano una ricompensa: e il Duca de Gramont l’ebbe finalmente con l’ambasciata di Vienna, che da molto tempo agognava. — Nel trasmettergli questa buona notizia, il Ministro degli affari esteri malanconicamente gli scriveva:

«Quanto si è infelici, caro Duca, di trovarsi immeschiati alla questione romana, quando uno non l’ha voluto: e se ho avuto la buona sorte di trarre voi dalla tempesta, compiangete me doppia mente che resto esposto ai suoi furori.»

Il povero Ministro non era tranquillo sulle conseguenze della pericolosa avventura. Vi è un terribile «e dopo»? che lo preoccupa, e con una tristezza, che si avvicina allo scoraggiamento, aggiunge: «Le perplessità del mio spirito, non ardisco dire della mia coscienza, sono grandi, e vorrei essere più vecchio di due o tre mesi».

Era il 26 agosto 1862, quando emetteva questo grido d’inquietudine e di malessere, e meno di due mesi dopo, il 15 d’ottobre, riceveva egli repentinamente il suo congedo dall’Imperatore con un semplice viglietto di dieci righe, e si trovava surrogato dal signor Drouyn de Lhuys. — Aveva servito finché bisognava, ed era gettato via come un limone spremuto. — Il Duca de Gramont, per allora al sicuro nella sua ambasciata di Vienna, inviava al Ministro caduto le sue affettuose condoglianze, esprimendogli il desiderio di continuare le relazioni intime che si erano annodate tra loro mentre erano al potere.

Passarono tre mesi senza che il Thouvenel rispondesse una parola a quell’amichevole proposta. Finalmente, dopo un così lungo mutismo, egli scrive all’Ambasciadore per iscusarsi, dandogli le ragioni del suo incomprensibile silenzio.

«Sento sulla coscienza, caro Duca, non so se il rincrescimento o il rimorso, di non avere, ad onta del vostro invito amichevole, continuato con voi una corrispondenza per me così preziosa. Vi devo su di ciò una parola di spiegazione, e, per darvela, approfitto d’un’occasione sicura che mi si offre. Nei primi mesi che seguirono il mio ritiro, le numorose lettere che ho ricevuto dai diversi angoli della terra mi sono giunte con le traccio visibili di essere state aperte. Ho saputo di più che le risposte mie avevano avuto la stessa sorte; e da quel momento ho preso il saggio partito del silenzio. Non perciò conservo meno il ricordo, ecc.».

Sapevamo già dalle carte, scoperto, alle Tuileries dopo il 4 settembre 1870, che il gobinetto nero funzionava attivamente sotto il regime imperiale, e le dieciasette lettere del Generale Felice Douvai a suo fratello, intercettate alla posta e trovate in copia sullo scrittoio dell’Imperatore, attestano la vigilanza colla quale erano sorvegliate e seguite le corrispondenze sospette. Ma si sarebbe creduto che gli alti dignitari dell’Impero sfuggissero a questo controllo di vile polizia. Dal caso però del signor Thouvenel si vede che non era così.

—Bella fiducia avevano l’uno dell’altro quella brava gente!

Altri tratti, e molti e molto caratteristici, sarebbero da rilevare in questa edificante confessione dei due servitori del terzo Napoleone e della sua sconcia politica.

Uno dei più saporiti è la rivelazione delle gelosie e rivalità che dividevano l’alto personale dell’Impero.

E bello di ascoltare il Duca de Gramont e il signor Thouvenel parlare di Persigny, del generale Govon, del conte Walewski, del sig. Flahaut, del signor Fould, del signor de La Guéronnière, codesto«robinetto d’acqua tiepida», chiamato sdegnosamente l’arciopuscolettaiodel regime! — Ma, sopra ogni altro il Persigny è il tema di tutte le recriminazioni ed epigrammi: Persigny, quel bracco, quel pazzo, istintivamente ostile, come il suo padrone, alle cose religiose, e che cinicamente diceva: «Noi abbiamo gettato nel fango lo zucchetto di Papa; vedremo se potranno ritrarnelo»! — Ma nel fango andò invece rotolata e sepolta lacorona del suo Imperatore mentre lo zucchetto del Papa sta ancora saldo sulla sua augusta fronte!

Il Duca de Gramont è quello che rende testimonianza in proposito, e l’editore della corrispondenza aggiunge come il Marchese de la Rochejaquelein chiamasse il signor di Persigny: il Polignac dell’Impero…

Monsignor de Mérode non è nemmeno lui risparmiato; e non fa punto meraviglia. Quest’antico brillante officiale, decorato dati dell’esercito francese di Algeria e divenuto Ministro di Pio IX, imbarazzava troppo spesso l’Ambasciatore del per non eccitare il suo cattivo umore: ed è inutile di dagli attacchi e dai sarcasmi che gli si scagliavano, e che sono la prova più evidente del suo zelo e della sua vigilanza.

Un particolare poco conosciuto, ma che onora singolarmente la ve: me: del Cardinale Morlot, è la risoluzione presa dall’eminente prelato, scuorato da tutto ciò che allora accadeva sotto i suoi proprii occhi, di abbandonare in segno di tacita protesti), le cariche e dignità di cui era rivestito, per ritornare semplice prete, e terminare la vita un nascosto ritiro. Malgrado di tutte le obbiezioni, egli insisteva presso ilgoverno, come presso la S. Sede, per ottenete la sua libera«ione, e il Duca de Gramont scriveva in proposito al signor Thouvenel:

«Il Cardinale Morlot già da molto tempo fa istanze presso là 8. Sede per essere scaricato dal peso delle diverse funzioni che esercita. Il Cardinale desidera ritornare ad essere semplice prete, erinunziare al cardinalato, all’arcivescovato di Parigi, al senato, all’elemosineria maggiore e al consiglio privato».

L’ambasciadore aggiungeva: «Non sarei sorpreso ché la risoluzione del Cardinale sia stata provocata da disgusti e da tresche, suscitate attorno a lui nello scopo di allontanare un prelato, lo spirito retto e calmo del quale spiaceva agli agitatori oltramontani»!...

Di fronte alle dimandereiterate e pressanti del Cardinale, il Papa scrive egli stesso all'Imperatore:

«Il Cardinale Morlot, da parecchi mesi, non cessa d’insistere presso di me nel desiderio di ritirarsi. Gli ho risposto da principio, che, per quanto penoso fosse per lui l’adempimento delle funzioni cosidiverse di cui è incaricato, egli poteva rinunziare a tutte, ma mai allà suo sede arcivescovile. Non però insiste meno, chiedendo di volersi assolutamente ritirare, e io non so cosa rispondergli».

L’affare, per tanto si trascinò innanzi in negoziati senza venire a capo di nulla; giacché il Cardinale Morlot, deponendo tutte le sue cariche e dignità, non poteva però spogliarsi del carattere episcopale, mentre che avrebbe voluto, se fosse stato possibile, ridivenire semplice prete, e nascondersi nella vita privata. Gli fu dunque forza di ritenere il fardello così pesante alla sua anima afflitta; ma non ebbe a portarlo più a lungo. La morte, di cui l’ora fu forse affrettata dai dispiaceri (215), venne presto a liberamelo. Il 29 decembre 1862 soccombeva egli repentinamente, lasciando al successore da lui designato, monsignor Darboy, un’eredità di spine che doveva giungere fino al martirio. Lo scrittore del Correspondan,il valente signor Leone Lavedan conchiude:

—La campagna d’Italia non è stata altro che una campagna rivoluzionaria, che mise capo a un’opera antifrancese. Il motore, i procedimenti, tutto, in codesta intrapresa funesta, è stato contrario alle tradizioni, al carattere e agli interessi della Francia.

Il disegno ne fu misteriosamente concertato a Plombières tra Napoleone e Cavour. L’Imperatore voleva annettere alla Francia la Savoia e la Contea di Nizza, secolari possedimenti della Casa Sabauda, alla quale offriva in cambio le provincie austriache dell’Italia del Nord, i Ducati del centro, che non potevano appartenergli sotto nessun titolo, e con essi la maggior parte degli Stati della Chiesa, con sacrilega usurpazione.

«Noi vogliamo la Savoia e la contea di Nizza», scriveva schiettamente in proposito il sig. Thouvenel.

D’altra parte, il Duca de Gramont ci rivela come, fin dall’agosto 1859, Vittorio Emmanueleavesse scritto al Papa per confessargli di essere forzato ad ingrandirsi a sue spese. L’Ambasciatore cita anzi le parole testuali del Re sardo sudi ciò, parole dalle quali risulta chiaramente l’ignobile mercato conchiuso tra Napoleone III e il suo degno alleato. — Ecco qui il passo capitale del dispaccio, nel quale il sig. de Gramont racconta al sig. Thouvenel il suo abboccamento con Pio IX:

«Io ho rimarcato, tra le altre, la narrazione di una lettera che il Re avrebbe scritta nel mese di agosto scorso al Santo Padre, nella quale gli diceva:—Che l’Imperatore non aveva fatto la campagna d’Italia per i suoi begli occhi, né per simpatia che avesse per l’Italia; ma perché voleva prendersi certe provincie dei suoi Stati, e che, per conseguenza, egli, Vittorio Emmanuele, era costretto ad ingrandirsi, sotto pena di trovarsi più piccolo dopo la campagna che non fosse prima. — Per essere più sicuro di ciò che aveva ascoltato, io ho domandato una seconda volta a Sua Santità se il Re gli avesse fatto dire o scritto ciò, e il Santo Padre mi ha ripetuto: — Egli me l’ha scritto il mese d’agosto scorso».

Ecco dunque come era stata impegnata la campagna: colla violazione impudente, in seguito di una congiura, dei diritti che ipocritamente si continuava a riconoscere ed affermare ad alta voce, e colla spogliazione concertata delle monarchie verso le quali si affettava maggiore rispetto e simpatia.

Quanto ai procedimenti messi in giuoco per raggiungere lo scopo, erano dessi il puro brigantaggio, mascherato di pretesti i più bugiardi.

«Tutti ricordano il famoso grido di dolore, di cui fecero allora risuonare l’Europa i fogli venduti alla scellerata impresa. Il Duca de Gramont, che si trovava sul luogo, e che sa a che attenersi in proposito, scrive al sig. Thouvenel:

«Tutti codesti gridi di dolore, che trovano eco nei pretesi manifesti pubblicati dai giornali, non sono se non una commedia la più grossolana... commedia che non si può impedire (credeva lui); giacché vi sarà sempre qualcuno che parlerà in nome dei Romani (che non ne sapevano nulla) le domanderà giustizia per questa popolazione oppressa, senza che essa se l’immagini, o che vi s’interessi menomamente».

In un altro dispaccio l’Ambasciatore anche più esplicitamente aggiunge:

«Egli è impossibile di parlare con serietà della necessità di sottrarre queste popolazioni al giogo che pesa sì crudelmente e sì arbitrariamente sui loro destini! Ci riderebbero in faccia se ci udissero tenere un simile linguaggio: e vi accerto che più di un Italiano si burla col suo vicino della buona fede colla quale noi abbiamo accettato per vera l’Italia che essi hanno inventata, o piuttosto la Roma che ci hanno dipinta!»

A dispetto di tutto si passa oltre; si affrancano le popolazioni loro malgrado e si organizzano quelle manifestazioni spontanee (a trenta soldi per ciascun dimostrante, come udimmo colle nostre proprie orecchie) di cui il Duca de Gramont non può parlare senzaalzare le spalle, e che piacevolmente deride scrivendo al Thouvenel:

«Se la situazione non fosse cosi grave, sarebbe impossibile di assistere senza ridere a coteste dichiarazioni di spontaneità che si succedono le une alle altre ogni ventiquattr’ore...

«Ecco adesso le città che all’avvicinarsi delle nostre colonne ritornano al Papa spontaneamente, spontaneamente illuminano in onore del Papa, come si era fatto per Vittorio Emmanuele; mentre d’altra parte, a Torino, La Farina domanda che si mandino Piemontesi in Sicilia per assicurarvi la spontaneità del voto di annessione»!...

Quindi da pertutto frode, commedia, brigantaggio dal Nord al Sud! «Fa veramente schifo!»esclama il Gramont, al quale fa nausea il ributtante spettacolo; e quando finalmente egli è uscito fuori da codesta foresta di malviventi, egli solleva l’animo scrivendo da Vienna all’amico Thouvenel:

«Quanto agli Italiani, voglio dirvi una enormezza, che voi probabilmente non crederete, e che vi farà forse alzare le spalle, rallegrandovi d’avermi allontanato di là; del che, sia detto tra parentisi, io vi rendo grazie ogni giorno nel mio cuore. Quanto agli Italiani, eglino accetteranno tutto, tutto, tutto quello che si desidera. — Roma o morte! fuoco di paglia; Venezia o morte! fuoco di paglia; rabbia, disperazione, furori estremi, imprudenti aggressioni?... Nei giornali forse, presso un pò di garibaldini che si sono fatti una seconda natura, ad esempio del loro capo, può essere ancora; ma la massa degli Italiani si rassegnerà con una pieghevolezza che vi stupirà. Per me, io sono cosìsicuro di ciò come se già lo vedessi coi miei propri occhi. Egli è che sono vissuto nove anni in codesto paese; conosco la vera (?!) Italia ed i veri Italiani. So quali erano i sentimenti e le abitudini di codesti esseri passivi e sensitivi, che, come echi sottili, ripetono e gonfiano tutti i suoni che si fanno loro ripetere, purché si abbia la forza di gridare fortemente dinanzi a loro. (Si vede che codesto burattino di Ambasciatore, dai Romani chiamato il parrucchiere aveva frequentato poco la società seria del nostro paese). Ho veduto pure nascere e affazzonare sotto i miei occhi l’Italia fittizia, l’Italia da operacomica, della quale si sono serviti (ed egli pel primo) in questi ultimi tempi. Vi sono anzi parecchi dei suoi capi, tra gli altri il Battezzi, che, quando sono con me, difficilmente possono guardarmi senza ridere, come gli antichi auguri».

Come maravigliarsi dopo di ciò del giudizio incisivo che, secondo il rapporto del nobile Duca, emetteva Pio IX degli attori di questa tragicommedia, quandodiceva: Buffoni, buffoni! tutti buffoni!

Ma buffoni sinistri che, calpestando ogni diritto, scatenavanosull’Europa la forza rivoluzionaria, contro la quale ci stiamo dibattendo da trenta anni a questa parte. — Sulla sua rocca di Gaeta, dovelottavaintrepidamente contro la venalità e il tradimento, Francesco II diceva al sig. de Piennes, messaggero segreto dell'ambasciata di Francia: «I Sovrani, che mi abbandonato, non vogliono credere che quella che lasciano trionfare è la causa stessa della rivoluzione, e che può anche venire la loro volta»!

Qui il Lavedan, nel suo importante lavoro, aggiunge in nota, come il conte Orazio di Viel-Castel scrivesse in proposito nel suo Giornale queste gravi parole:

«I Sovrani lasciano bombardare quell’infelice Monarca nel suo asilo… I Re di Europa sono colpiti di accecamento; eglino si tengono sulla difensiva, lasciando alla rivoluzione il tempo di compiere il suo lavoro di topo. Eglino non osano più avere il coraggio della loro coscienza; subiscono in questo momento una vera degradazione cavalleresca». — Parole d’oro! —

Infatti, grazie alla iniziativa di due Sovrani e alla defezione cieca degli altri, la rivoluzione trionfava nella penisola, aspettando che si spandesse sulle altri parti dell’Europa inebetita. E il principale artefice di tali disordini, senza la complicità del quale nessuna di codeste piraterie avrebbe potuto compiersi, e per conseguenza sul capo del quale deve ricadere la parte più pesante di responsabilità, è lo sciagurato Napoleone III.

Non già la passione politica, ma si la storia imparziale è quellache lo proclama: e il Duca de Gramont cita opportunamente un memorandum confidenziale, diretto dall’Inghilterra all’Austria e a qualche corte tedesca, documento espressivo, che fa fede come i gabinetti non s’ingannassero sul carattere sovversivo della campagna bonapartesca.

«La Francia bonapartista, dice questo Memorandum, è senz’altro la causa principale dell’inquietudine e del disaccordo che regna tra le potenze. Infatti non esiste più in Europa diritto delle genti; desso è stato surrogato dal diritto della forza. Il principio della legittimità, prima ed ultima ancora di salute di ogni ordine, non solamente politico, ma ancora civile, è fortemente scosso. Due Principi stanno a capo di tale sconvolgimento di cose: l’Imperatore dei Francesi e il Re di Sardegna»! '

Il documento passa quindi ad esaminare quale attitudine convenga prendere di fronte a tale situazione, e, dopo di avere esposto gl’interessi della Gran Brettagna, dell’Austria e della Russia, con una perspicacia pur troppo giustificata dallo svolgersi degli avvenimenti, aggiunge:

«Quanto alla Prussia, la sua politica è unicamente applicata a impiantare a suo profitto nella Germania il principio delle annessioni inaugurato dal Piemonte».

Ma gli autori di codesta politica rivoluzionaria, i primi inventori della formola, appropriatasi, perfezionandola, dal sire di Bismark: «la forza compensa il diritto», non avevano sospettato che la nuova dottrina presto si sarebbe rivolta contro coloro stessi che l’avevano lanciata nel mondo.

«La spada di Dio è pronta a colpirlo colla mano degli uomini non più con la mia», aveva detto Pio IX, parlando di Napoleone HI nel 1862. Otto anni dopo, il demolitore del Papato e delle sovranità legittime della penisola si inabbissava a Sedan in una delle catastrofi più spaventevoli che ricordi la Storia, e andava a finire miseramente sur una plaga straniera, da dove vedeva il complice suo del giorno innanzi rivolgere (vero castigo di Dio) contro la Francia la forza ricevuta da lui!

Ella è questa, conchiude Leone Lavedan la sua sapiente rassegna, quella Giustizia invisibile che non dimenticherà gli altri colpevoli. L’Italia (settaria) espierà le fatte usurpazioni, e la Prussia già può anch’essa intravedere la sua volta. La violenza è passeggiera, e la iniquità porta in sé stessa il germe del proprio castigo.

Offrendo alle nostre meditazioni i due volumi del Secret de l’Empereur,l’editore di questa istruttiva corrispondenza, alla fine della sua prefazione malanconicamente esclama: «Che resta egli mai degli sforzi tentati, del sangue versato, delle conferenze riunite, dei troni allora in piedi, dei potenti di trentanni fa, delle speranze concepite»?!...

Aimé! pur troppo non rimane ormai più nulla!… Ma la figura, che domina ancora tutte codeste ruine, è precisamente quella stessa che i cospiratori framassoni si proponevano di abbattere, e che, invece, risplendente di più smagliante luce, sopravvive alle loro trame e alla loro disfatta. Ella è dessa il Papato spogliato, disarmato, prigioniero; ma sempre potente, invincibile sempre, conserva le immortali promesse, aspettando serenamente le riparazioni immancabili dell’avvenire!

Torna su



CAPO XII


Torna su



UN’APPENDICE AL «SECRET DE L’EMPEREUR»

Mentre ci occupavamo del recato sunto del Secret de l’Empereur ci venivano tra mani due importanti opuscoli, intitolato l’uno«Lunario di Napoleone III»e «Napoleone III assassino di Cavour»l’altro, ambidue ora divenuti rari. Di quest'ultimo parleremo in seguito; del primo diamo subito contezza al lettore, come quello che è opportuno corollario al precedente capitolo, e del tutto adatto ad esilararlo alquanto dopo fatta la triste conoscenza del Secret de l’Empereur.

Questo Lunario di Napoleone III è un rapido sguardo sulla vita agitatissima di quel malvagio incoronato, diviso sapientemente in fasi come la luna, astro benefico dei mentecatti.

Incominciamo dunque la enumerazione di codeste fasi, aggiungendo qui e là alcuna cosa secondo le nostre particolari cognizioni.

I(A)FASE DI NAPOLEONEIII. — Luigi Napoleone in Casa di Pio VIIPontefice e Re di Roma

L’imperatore Napoleone I ebbe un fratello di nome Luigi Bonaparte,che sposò la principessa Ortensia Eugenia di Beauharnais, figlia del primo matrimonio della disgraziata imperatrice Giuseppina con Alessandro Visconte di Beauharnais.

Da questo Luigi Bonaparte, che fu Re di Olanda, e dalla Principessa Ortensia nacquero tre figli: il 1° chiamato semplicemente Napoleone; il 2° detto Napoleone Luigi; il 3° coi tre nomi di Carlo Luigi Napoleone. Napoleone, il primogenito, mori all’Aia nel 1807; Napoleone Luigi, secondogenito, morì a Forlì il 17 di marzo del 1831, Carlo Luigi Napoleone fu l’Imperatore dei Francesi, di cui ci occupiamo.

Egli nacque a Parigi il 20 di aprile del 1808 nel palazzo delle Tuileries; ma sei anni dopo dovette sloggiarne, e nel 1816 una legge interdiceva, sotto pena di morte, l’ingresso nel territorio francese a qual si fosse membro della famiglia Bonaparte. — Legge sapientissima, si come provarono poi i fatti.

Allora Luigi e Carlo Luigi, insieme colla loro madre Ortensia si rifuggiavano sul territorio pontificio, dove regnava il Papa-Re nella persona del Santo Padre Pio VII. E la famiglia napoleonica entrava in Roma nel 1816, lodando e ringraziando il Signore Iddio, che s’era degnato di assegnare un dominio temporale al Vicario di Gesù Cristo, il quale poteva così darle generoso e sicuro ricovero.

II(a) FASE. — Combatte il Papa, che generosamente l’ospitava

Correva l'inverno 1830, e Luigi Napoleone, il nostro eroe, nell’età appena di 22 anni, stavasene in Roma nella casa del gran Padre di tutti i credenti. Presentaronsi a Luigi e a suo fratello primogenito i caporioni delle società segrete, e li abbindolarono tutti e due; sicché cospiravano contro il regno di quel Pontefice che li ricettava, chiamando causa sacra l'insurrezione delle popolazioni romane contro il Papa (216)!

E combatterono per distruggere il Papa-Re; anzi il nostro eroe, con un cannone, da lui acconciato alla meglio, corse ad impadronirsi di Civita Castellana; ma, ricevuto l’ordine dal capo degli insorti di sospendere le sue operazioni, ripartì per Bologna, ed operò la sua ritirata dapprima su Forlì e di poi sopra Ancona.

Il generale Armandi, ch’era capo dell'insurrezione, disse alla regina Ortensia, parlando del valore de' suoi figli: L’histoire s’en sur viendra. — Peccato che noi ce ne siamo dimenticati tutti dal 1848 in poi!

Il Siede di Parigi, ai 25 di ottobre del 1859, pubblicava una lettera scritta da Luigi Napoleone nel 1831 a Gregorio XVI per eccitarlo a rinunziare al dominio temporale. Ma il 26 di ottobre leggevasi nel Moniteur ufficiale: «La lettera a Gregorio XVI, che il Siècle ha attribuito nel suo numero di ieri all'Imperatore, è stata scritta dal suo fratello, morto a Forlì nel 1831». Tuttavia l’Imperatore in quel tempo sottoscriveva a tutte le opinioni del fratello, e combatteva al suo fianco contro il Pontefice; che li ospitava entrambi (217)!

III(a) FASE. — Vinto, is pente, prega nella S. Casa di Loreto e va in Isvizzera

Fallita l'insurrezione di Romagna, il nostro eroe da Ancona se ne partì per la Svizzera in compagnia di sua madre Ortensia. Egli parea dolentissimo d’aver cospirato contro il Papa!...

Madre e figlio giunsero a Loreto, e andarono a pregare nella Santa Casa. Ce lo racconta la stessa regina Ortensia nelle sue Memorie (218).

Di poi, arrivati nel castello di Arenenberg, vicino al lago di Costanza, Luigi Napoleone fé’ solenne proponimento di attendere allo studio delle belle lettere, e di non immischiarsi mai più coi rivoluzionari!...

IV(a) FASE— Cospira con Mazzini e cogli altri emigrati

Ma fu un proponimento da marinai; giacché nel 1833 troviamo il nostro Luigi coi rivoltosi di tutta Europa.

Da Arenenberg, ai 17 d'agosto del 1833, egli manda un indirizzo ai rifugiati polacchi, e dichiarasi altero d’essere nelle file degli oppressi e dei proscritti». Giuseppe Mazzini nel dicembre del 1850 ricordava queste dichiarazioni a Luigi Napoleone presidente della Repubblica francese», e gli scriveva: «Io era, quando voi parlavate in Arenenberg, tra quei proscritti nelle file dei quali eravate allora altero di connumerarvi (219). Dunque nell'agosto del 1833 il nostro eroe era altero, fier diètro dans les rangs di Mazzini e compagnia.

V(a) FASE. — Mostra di annoiarsi delle rivoluzioni e studia

Mazziniani, Polacchi, rivoluzionari, parvero venire a noia a Luigi Napoleone, che tornò a studiare, scrivendo le sue Bèveries politiques, les Études sur la Constitution fluisse, les idées Napoléoniennes, ed oc capandosi delle storie d’Inghilterra, dell'estinzione del pauperismo, dell'imposta sui zuccheri. Armando Carrel riconosceva in lui un grande ingegno ed un nobile carattere». E Chateaubriand gli scriveva: «Non v'ha nome che meglio del vostro possa confarsi alla gloria della Francia (220) (povero Chateaubriand!).

E il nostro Luigi si comportò cosi bene, che i diplomatici nel 1835 pensarono di dargli moglie, e gli offerirono la mano di Donna Maria da Gloria, figlia del frammassone D. Pedro 1°, Imperatore del Brasile, regina illegittima di Portogallo, e vedova del Duca di Leuchtemberg. Ma l'esule rifiutò la proposta, scrivendo: Avec le nom que je porte, il me faut l’ombre d’un cachot, ou la lumière du pouvoir».

VI(a) FASE— Medita, e tenta la rivoluzione di Strasburgo

Nel 1836 siamo da capo colle rivoluzioni. Luigi Napoleone, il 25 di ottobre, parte da Arenenberg, e la séta del 28 giunge a Strasburgo in una carrozza tratta da quattro cavalli! Si accorda col colonnello Vaudrey per eccitare a ribellione i soldati (221); li arringa, li scalda, li esorta a seguirlo «contro i traditori e gli oppressori della patria, al grido di Viva la Francia! Viva la libertà»! Presentasi poi al generale Vorrol, cercando di trarlo all’insurrezione, «Principe, gli risponde il generale, siete stato ingannato; l’esercito conosce i suoi doveri, e in breve saprà provarvelo».

E glielo provò combattendolo, arrestandolo, cacciandolo in prigione. Luigi Napoleone,che piglia sempre le cose pel verso loro, esclama: Sono prigioniero? Tanto meglio! così non morrò in esilio».

VII(a) FASE— Prigioniero in Parigi, promette di emendarsi
e va in America

Condotto nelle prigioni di Parigi, il nostro eroe cominciò a pentirsi della promossa ribellione; ma i giurati lo condannarono inesorabilmente. Tuttavia Luigi Filippo gli salvava la vita, purché andasse in esilio: e Napoleone III, allora semplice Luigi Bonaparte, profondamente commosso di sì generosa clemenza, prometteva sul suo onore di non rientrare mai più in Europa senza il consenso del governo francese (222). 'Dalla cittadella del Fort-Louis passava in una fregata, che portavaio agli Stati-Uniti d’America, e, viaggiando condannava senza dubbio tutte le insurrezioni contro i governi, che, se non riescono, sono fatali a chi le tenta, e, se riescono, sono un flagello tremendo dei popoli, come da trenta anni sta provando l’Italia.

VIII(a) FASE— Fugge dall’America e ritorna in ¡svizzera

Poco tempo restava il nostro eroe in America. Sua madre, la regina Ortensia, era caduta pericolosamente inferma, e l’esule figlio, saputa la dolorosa notizia, fuggi dagli Stati-Uniti d’America, tornando in Isvizzera, dove chiuse gli occhi alla madre, spirata in Arenenberg il 3 di ottobre del 1837. E quando Luigi-Napoleone Bonaparte piangeva la madre prima inferma e poi defunta, comprendeva e sentiva

tutta la scelleratezza di coloro che, pur dicendosi cattolici, e per giunta cattolici sinceri, dilaniano le viscere della Santa Madre Chiesa, ed offendono, tormentano, spogliano il Santo Padre Pio IX, quel Padre di cui poco prima dichiaravansi devotissimi figli.

IX(a) FASE — Per amor della pace abbandona la Svizzera
e va in Inghilterra

Il ritorno del proscritto sui confini della Francia inquietò Luigi-Filippo e il suo governo. Il 14 di agosto 1837, il ministro Molò scriveva al signor Montebello, Ambasciatore francese in Svizera: Dichiarerete al Vorort, che, se contro ogni aspettazione, la Svizzera, sposando le parti di colui che si gravemente compromette il suo riposo, rifiutasse di espellere Luigi Bonaparte, voi avete ordine di domandare i vostri passaporti». Strana coincidenza! L’11 dicembre del 1866 un altro Montebello rappresenta a Roma Napoleone III che abbandona il Papa!... — Luigi Bonaparte protestò, poi lasciò la Svizzera, andando a stabilirsi in Londra, dove scrisse, verso l'anno 1839: Les idées Napoléoniennes, e combinò la pubblicazione del giornale Il Campidoglio, che comparve a Parigi in sullo scorcio dello stesso anno. Quel benedetto Campidoglio era fisso nella testa del nostro eroe, il quale tuttavia a quei dì avea fatto un’opera buona, uscendo dall’Elvezia per non mettere a repentaglio le sorti di un popolo.

X(a)FASE. — Ritorna a cospirare, e sbarca a Boulogne

Ma non tardò molto a tentare di mettere a repentaglio le orti dei Francesi. Il governo di Luigi-Filippo otteneva dalle Camere il credito d’un milione, destinato balordamente alla traslazione delle ceneri dell'imperatore Napoleone I. Questo fatto infervorò il nostro eroe, che, il 6 di agosto del 1840, sbarcava a Boulogne, parodiando lo sbarco dello zio a Cannes, coperto di un piccolo cappello, con un’aquila dorata in cima a una bandiera, un’aquila viva dentro una gabbia (la parte comica non mancava mai all’eroe) e un fascio di proclami (223). Per le vie di Boulogne distribuiva proclami e danaro, poi mise il cappello sulla spada e gridò: Viva l'Imperatore! — Ma il capitano Col-Puygellier gli rispose: «Voi siete un cospiratore e un traditore». Ed egli mandavagli in replica una pistolettata, che ferì un soldato, cui ruppe tre denti in bocca. Di poi si diede a fuggire valorosamente; ma fu inseguito, raggiunto, arrestato, perquisito, e se gli trovarono indosso cinquecentomila franchi (224), che dovevano servire per que’ miracoli dell’oro, di cui parlava il conte Ponza di San Martino, quando era Ministro del regno di Sardegna.

XI(a) FASE— È processato e condannato a vita nel carcere di Ham

Venne tosto girato un processo contro l'intrepido eroe presso la Corte dei Pari, costituita in alta Corte di Giustizia. Il procuratore generale dicevagli davanti la Corte: «Voi avete teso un’imboscata, e comperato un tradimento col danaro». Berryer fu il suo avvocato, e lo difese, dicendo ai suoi giudici: «S’egli fosse riuscito, se avesse trionfato, chi di voi avrebbe rifiutato ogni partecipazione al suo potere, l’avrebbe misconosciuto, l'avrebbe respinto? Costui, costui solo io accetto per giudice». — Non ostante la sua eloquenza, il 6 di ottobre del 1840 Luigi Bonaparte fu condannato a vita nel carcere di Ham. — Se quei bravi giudici avessero letto Cicerone, forse avrebbero liberato a tempo il mondo dal nuovo Catilina.

Allora egli penti vasi della sua insurrezione, e lo disse alla Francia il 22 di luglio del 1849, inaugurando la ferrovia di San Quintino. Essendosi recato in quell’occasione al villaggio di Ham, pronunziò queste solenni parole: «Quando si vede quanti mali traggano con sé le più giuste rivoluzioni, si comprende a mala pena l’audacia di avere voluto assumere la terribile responsabilità di un cambiamento; epperò io non mi lagno d’aver qui espiato con un carcere di sei anni la mia temeritàcontro le leggi della mia patria (225)». Ma questo diceva il Bonaparte quando era capo del governo francese, e temeva d’essere sbalzato via alla sua volta.

XII(a)FASE — Rinchiuso in prigione, confessa d’essere al suo posto

Rassegnato sosteneva il nostro eroe la meritata prigionia, e il 13 di gennaio 1841 scriveva a una persona, che eragli molto cara: «Io non desidero uscire di qui, perché sono al mio posto». E dicea benissimo, ed era proprio al suo posto! Tuttavia mandava articoli a un giornale intitolato: Le Progrès du Pas de Calais, gridando contro il tirannico governo di Luigi-Filippo. Ecco uno di quegli articoli stampato nel numero del 4 di ottobre dell’anno 1843: «Non dobbiamo arrossire noi, popolo libero, o che almeno crediamo di esserlo, perché abbiamo fatte parecchie rivoluzioni affine di divenirlo; non dobbiamo arrossire, dico, pensando che l’Irlanda, anche la sventurate Irlanda, gode sottocerti rispetti d’una maggiore libertà che la Francia di Luglio?Qui, per esempio, venti persone non possono riunirsi senza la licenzadella polizia, laddove nella patria di O’ Connell migliaia d’uomini si radunano, discutono i loro interessi, minacciano le fondamenta dell'impero britannico, senza che un Ministero osi violare la legge che assicura in Inghilterra il diritto di associazione»(226). — Queste parole si possono ripetere molto più contro la Francia imperiale: e un giornale parigino le ristampava sul muso del nostro eroe, divenuto Imperatore (227).

XIII(a) FASE— Fugge, e ritorna in Inghilterra

Luigi Bonaparte nel 1845 cominciava ad annoiarsi della sua prigionia, e il 26 gennaio di quell’anno scriveva ad un suo amico: «Gli anni trascorrono con una disperante uniformità, e solo nella mia co scienza (?!) e nel mio cuore trovo la forza di resistere a questa pesante atmosfera che mi circonda e mi uccide. Tuttavia la speranza d’un migliore avvenire non mi abbandona». E l’anno seguente, ai 26 di maggio del 1846, riusciva a fuggire dal forte di Ham, aiutato principalmente dal suo medico, il noto dottor Conneau. Riparò in Inghilterra, ed offri la pace al governo francese, dichiarando di non voler ripigliare la guerra; ma solo d’esser fuggito dal carcere di Ham, per prestare gli ultimi conforti al suo cadente genitore; il quale di fatto moriva in Livorno ai 25 di luglio di quell’anno medesimo.

XIV(a) FASE— Fa un viaggetto in Francia, e viene obbligato a partire in fretta

Venne il febbraio del 1848, e il regno di Luigi Filippo, che si credeva più forte di certi altri fortissimi regni, ed a cui non mancavano né uomini eminenti, né valorosi ministri, né grandi oratori, né private virtù (228), (ma nemico della Chiesa), un bel giorno non cadde no, precipitò...«non già per terra, ma nel fango». Gli succedette un governo provvisorio, composto di Lamartine,Luigi-Blanc, Ledru-Rollin, Marie, Flocon, Marrast, Albert, Arago, Garnier-Pagès, Crémieux e Pagnerre, segretario generale. Luigi-Napoleone credette d’avere la Pasqua in domenica; abbandonò Londra, e corse tosto a Parigi, «per seguire la bandiera della repubblica e darle prove di devozione», come il 28 di febbraio scriveva allo stesso governo provvisorio, offerendogli (generoso!) i suoi servigi. Ma questo, per tutta risposta, gli fece intimare l'ordine che partisse immediatamente; ed egli dovette obbedire, e ritornarsene in Inghilterra, aspettando che il frutto maturasse un po' più, affine di poterlo una volta raccogliere. E il frutto maturò.

XV(a) FASE— Si dichiara contento di essere semplice cittadino francese

Ai 23 d’aprile del 1848, ebbero luogo in Francia le elezioni per l’Assemblea Costituente, che venne inaugurata il 4 di maggio. Luigi-Napoleone se ne stava tutto tranquillo, modesto, silenzioso in Inghilterra, senza osare nemmeno, ciò che tutti osano, di presentarsi come candidato agli elettori. Di che tutti i suoi cugini vennero eletti prima di lui; ed egli si tenne pago di scrivere un’umilissima lettera al Presidente dell’Assemblea, nella quale lettera «rivendicava i suoi diritti di cittadino francese». No, egli non voleva essere né Imperatore, né Re, né presidente della repubblica, né ministro, né deputato, gli bastava che lo riconoscessero come cittadino (vedi modestia!). «In presenza della sovranità nazionale, scriveva il modestissimo esule, non posso, non voglio reclamare cosa alcuna, oltre i diritti di cittadino francese»(229). Un membro dell’Assemblea proponeva si rimettessero in vigore le leggi che vietavano alla famiglia dei Bonapartedi soggiornare in Francia; ma la proposta essendo stata respinta a grande maggioranza, indirettamente venne riconosciuto Luigi-Napoleone come cittadino francese. Vedremo che cosa seppe fare il cittadino!

XVI(a) FASE— Da semplice cittadino diventa Deputato

In sul cominciare di giugno dell'anno medesimo avvennero le elezioni supplementari per surrogare coloro ch’erano stati eletti contemporaneamente da più collegi. E Luigi-Napoleone ottenne la maggioranza negli spartimenti della Senna, dell'Yonne, della Sarthe, della Charante inferiore. L’Assemblea Costituente, non ostante l’opposizione della Commissione esecutiva, decise di ammettere il nostro cittadino tra i deputati. Ma, in quella che egli stava sul partire da Londra, seppe i dissapori e le agitazioni che suscitava in Francia il suo imminente ritorno. Ed egli, tutto bontà e dolcezza, scrisse tosto al presidente dell’Assemblea, che, per non aggiungere esca all'incendio, sarebbesi rassegnato a rimanere nell’esilio. Ma rieletto di poi nelle elezioni del settembre, si arrese (quale annegazione!) al voto de' suoi concittadini, scrivendo loro, addì 29 di novembre 1848: «Io non sono un ambizioso che ora sogni l'impero e la guerra, ora l’applicazione di teorie sovversive. Educato in paesi liberi, alla scuola della sventura resterò sempre fedele ai doveri che m’imporranno i vostri voti e la volontà dell’Assemblea. Se fossi nominato presidente, non indietreggerei davanti verun pericolo per difendere la società così audacemente assalita; mi dedicherei interamente, senza secondi fini, alla consolidazione d’una repubblica savia perle sue leggi, onesta per le sue intenzioni, grande e forte pei suoi atti (che brav’uomo!). Mettere il mio onore (je mettrais mon honneur) a lasciare, incapo a quattr’anni, al mio successore, il potere rassodato, la libertà intatta, un progresso reale compiuto». — Cittadino impareggiabile! — E prometteva un governo giusto e fermo, che protegesse efficacemente la religione: qui protège éfficacement la religion (230). — Un vero santo!

XVII(a) FASE— Deputato, non vuole la spedizione di Roma in favore del Papa

A que’ dì la democrazia, trionfante in Italia, aveva costretto il magnanimo e clementissimo Pio IX ad abbandonare Roma. Il generale Cavaignac, che provvisoriamente reggeva la Francia, spediva tosto ordine a Tolone e a Marsiglia d’imbarcare una brigata di milizie in soccorso del Papa. L’Assemblea Costituente accolse con fragorosi applausi ’queste notizie (231). Tre giorni dopo, il 30 di novembre 1848, LedruRollin e Giulio Favre domandavano conto al capo del governo esecutivo d’una sì grave risoluzione, abbracciata senza prima consultare la Camera. Allora LedruRollin chiamava Pio IX il pio, il magnanimo, l’intelligente Pontefice, e Giulio Favre tributava elogi à cette nature généreuse brulant de patriotisme, tuttavia avrebbero voluto che la Francia lo abbandonasse! Ma l’Assemblea approvò le misure prese dal Cavaignac (232). Luigi-Napoleone si astenne dalla votazione: e il 2 dicembre scrisse al Constitutionnel e alla Presse, che «sebbene fosse risoluto di appoggiare tutte le misure proprie a guarentire efficacemente la libertà e L’autorità del Sovrano Pontefice, nulla meno non aveva potuto approvare col suo voto una dimostrazione militare».

XVIII(a) FASE— Candidato alla presidenza della Repubblica difende ilPapa-Re

Era la vigilia del 10 dicembre, in cui i Francesi dovevano eleggere il Presidente della Repubblica. Alcuni che stavano per la candidatura di Luigi Bonaparte, l’avvertirono che quella sua dichiarazione ambigua gli terrebbe moltissimi voti. Ed egli si affrettò a scrivere al Nunzio Pontificio a Parigi una lettera, stampata nell'Univers, lettera in cui disapprovava la condotta in Roma di suo cugino il principe di Canino, e protestava, che «la sovranità temporale. del Papa era intimamente collegata così colle splendore della religione, come colla libertà e coll'indipendenza d'Italia (233)».

«Tommaseo, ch’era allora in Parigi per rappresentarvi la RepubblicadiVenezia, scriveva il 15 dicembre 1848 a Daniele Manin: «La disapprovazione, che incontrarono qui le parole di Canino, può farvi presentire ciò che avverrà negli affari di Roma. E Thiers che ha consigliato la disapprovazione, come pure la dichiarazione, che il potere temporale è cosa necessaria alla dignità del Papato (234)».

XIX(a) FASE— Eletto Presidente, giura la Costituzione repubblicana

Il10 dicembre 1848 Luigi-Napoleone Bonaparte veniva eletto Presidente della Repubblica, e giurava solennemente di conservarla! Il 20 dicembre disse all’assemblea: «Noi abbiamo, cittadini rappresentanti, una grande missione da compiere: si è di fondare una Repubblica nell'interesse di tutti, e un governo giusto e formo». — Oh, la maravigliosa repubblica che voleva essere! — Eppure adora diceva: Mon devoir est tracé; je le remplirai enhomme d'honneur. Da quel giorno in poi il nostro Presidente in tutti i suoi discorsi parlò sempre di religione, di giustizia, di lealtà, di franchezza, di onore…

XX(a) FASE— Scrive a Oudinot in favore di Mazzini

Luigi-Napoleone Bonaparte continuava l'opera, gloriosamente intrapresa a Roma dal generale Cavaignac; ma sembrava che la continuasse contro voglia; perché oggi diceva e domani disdiceva, quando tutto favore pel Papa, quando tutto carezze per la rivoluzione. Esempligrazia, il 26 di aprile del 1849 scriveva al generale Oudinot, comandante in capo la spedizione francese in Roma, che non era

suo intendimento di esercitare su Roma una opprimente influenza». Ciò equivaleva a dichiarare, che intendeva di lasciar libero Giuseppe Mazzini, o di proteggere Pio IX, come più tardi protesse il Re di Napoli, il Granduca di Toscana e tutti i Principi italiani

XXI(a) FASE— Scrive a Oudinot contro Mazzini

L’8 di maggio del 1849, dopo toccata la rotta del 30 d’Aprile sotto Roma, Luigi-Napoleone Bonaparte scrive dall’Eliseo al generale Oudinot un’altra lettera, in cui l’eccita a marciare coraggiosamente su Roma, e a toglierla a qualunque costo dagli artigli della demagogia, perché vi è impegnato l’onor militare della Francia: notte honneur militaire est engagé. — Le milizie francesi il 2 di luglio entrano in Roma, e Luigi-Napoleone per mezzo del colonnello Nev manda a Pio IX le chiavi dell’eterna città. Ai 14 di luglio il generale Oudinot in nome del Bonaparte, dice ai Romani: «Restaurando oggi nella capitale del mondo cristiano la sovranità temporale del Capo della Chiesa, la Francia pone ad effetto i voti ardenti del mondo cattolico»(235).

XXII(a)FASE— Scrive a Nev contro il governo pontificio

Era appena ristaurato il governo pontificio, che il nostro Presidente cercava già di rovesciarlo con una lettera, scritta ai 18 ¿ti agosto del 1849, al colonnello Edgardo Nev, nella quale pretendeva la secolarizzazione dell’amministrazione, il codice Napoleone e un go verno liberale». £ gli agenti del Bonaparte osavano insistere, affinché la lettera insolentissima venisse pubblicata nel Giornale di Roma (236). — Cosa che il Generale Rostolan, succeduto all'Oudinot, non volle.

XXIII(a)FASE— Spasima per la Repùbblica francese

Frattanto a Parigi il Bonaparte era tutto repubblicano, e conchiudeva il suo primo messaggio all’Assemblea: «Saprò meritare la fiducia della nazione, conservando la Costituzione che ho giurata (237). E in un secondo messaggio proferiva solennemente queste parole: Se nella Costituzione seno difetti e pericoli, è in potere di voi tutti di levarli. Io solo, vincolato dal mio giuramento, mi sento in dovere di tenermi strettamente nei limiti della medesima Costituzione (238). Non passa molto, ed escati grandi invettive e imprecazioni all’Assemblea, e il colpo di Stato!

XXIV(a) FASE—Strozza la Repubblica con un colpo di stato

Nella notte sopra il 2 dicembre 1851 Luigi-Napoleone Bonaparte fa arrestare i deputati più influenti dell’Assemblea legislativa, tra' quali Thiers, Baze, Roger, e i generali Lamoricière, Bedau, Changarnier. Al mattino fa occupare dai soldati il palazzo legislativo, e pubblica un decreto che scioglie l’Assemblea Nazionale, ristabilisce il suffragio universale, e mette in ¡stato d’assedio la prima divisione militare. — Il giorno 2 dicembre del 1866; l'Unità Italiana di Milano pubblicava la seguente epigrafe ristampata dalla Provincia ¿li Cuneo e dall’Avvenire Cattolico di Firenze:

IL 2 DICEMBRE 1851 — IL SANGUE DI 11 MILA TRAFITTI — LE CATENE DI 60 MILA DEPORTATI — POSERO LE FONDAMENTA — AL TRONO IMPERIALE — DI LUIGI NAPOLEONE BONAPARTE — MA QUEL SANGUE E QUELLE CATENE — FRUTTARONO ALL’EUROPA — LA "PUBBLICA MORALE RESTAURATA — LA DIFESA — DI OGNI GIUSTA CAUSA DI POPOLO — ASSUNTA — NIZZA ALLA USURPATRICE ITALIA — RITOLTA — ALLA MADRE FRANCIA DONATA — IL MESSICO — AI SOFFOCATORI ABBRACCIAMENTI DELLA REPUBBLICA — DIRETTO — L’ EDIFIZIO DELLA GALLICA GLORIA — COLLA VERA LIBERTA — CORONATO — AI TRANQUILLI FECONDI RIPOSI — DELLA PACE — IL VECCHIO MONDO — RESTITUITO.

XXV(a) FASE— Rispetta il popolo sovrano e gli domanda l’autorità necessaria

Il giorno 14 dicembre del 1851 il nostro Presidente convoca il popolo per rispondere al plebiscito: se, cioè, ama di ¿tagli i poteri necessari, affine di decretare una nuova Costituzione. — Come si vede, il nostro eroe è amantissimo della libertà e della legalità, e non vuole far nulla senza che ne abbia ricevuto la licenza dal popolo sovrano! Il risultato del plebiscito viene rimesso a Luigi Napoleone il 31 dicembre. I votanti erano 8,165,630: gli accordarono i poteri necessari 7,481,231, e glieli negarono 647,292. Furono annullati 37,107 voti.

XXVI(a) FASE— Mette la Francia in (stato d'assedio, prima di aver ottenuto i necessari poteri

Ma innanzi che il popolo sovrano avesse risposto sulla domanda dei poteri necessari, il devoto cittadino se li prendeva, mettendo in istato d’assedio Parigi (2 dicembre); gli spartimenti dell’Allier e Saóne et Loire (5 dicembre); la piazza di Strasborgo (6 dicembre); gli spartimenti dell’Hérault e del Gard (7 dicembre); quello delle Basse Alpi (8 dicembre); e poi gli spartimenti del Gers, del Varo, del Lot, del Lotet-Garonne (10 dicembre), dell’Aveyron e del Vaucluse(15 dicembre), del Jura (17, dicembre), e perfino in Algeri dichiarava lo stato d’assedio!

XXVII(a) FASE—Apparisce cattolicissimo e devotissimo di S. Genoveffa

La prima operazione del nostro dittatore fu tutta a gloria del cattolicismo! Patrona di Parigi è santa Genoveffa; ma la sua chiesa era stata convertita in Pantheon, sotto Luigi-Filippo, con legge del 26 di agosto 1830. — Con decreto del 6 dicembre 1851 LdigiNapoleone restituiva il Panteon al culto cattolico, e il nuovo tempio si apriva alla pietà dei fedeli il 3 di gennaio del 1853. I Cattolici di Francia e dell’universo lodarono il pio e religiosissimo Principe, che aveva usato de' suoi straordinari poteri per mettere termine a una vergognosa profanazione. E parea che Luigi-Napoleone volesse mostrarsi davvero un cattolico sovrano.

XXVIII(a) FASE— È rivoluzionario e proclama i principi dell(')ottantanove

Adagio, a ma' passi! Il 14 di gennaio del 1852 si pubblica la nuova Costituzione, manipolata dal Bonaparte, il quale dichiara d’averla fondata sui grandi principi dell’ottantanove. Furono questi principi che distrussero in Francia la religione cattolica, che convertirono in Panteon la Chiesa di S. Genoveffa, che giunsero perfino a proclamare l’ateismo. E dieci giorni dopo d’essersi proclamato cattolico, il dittatore Napoleone regala ai Francesi i grandi principi dell’ottantanove!... — Povera Francia!

XXIX(a) FASE— Domanda ai Vescovi le benedizionie ai Cattolici le loro preghiere

Non crediate però che il nostro dittatore voglia essere un apostolo della rivoluzione: dininguardi! — Con suo decreto del 31 di marzo 1852 stabilisce sulla flotta francese i cappellani cattolici; il 24 settembre va a Verviers, dove domanda al Vescovo una nuova benedizione: (Test beaucoup pour moi, dice, de venir demander une bénédictionde plus à un Prélat aussi vertueux; il 26 di settembrea Marsiglia la prima pietra della nuova cattedrale, e dice ai Marsigliesi che vuole «partecipare alle loro preghiere ed alle loro speranze»(239);efinalmente a Bordeaux il 19 di ottobre protesta di voler conquistare i Francesi ai precetti del Cristo!

XXX(a) FASE— Permette a Rénan di combattere Gesù Cristo

Colui che volea conquistare i Francesi ai precetti di Gesù Cristo, parecchi anni dopo permette che Ernesto Rénan pubblichi in Francia un libro contro Gesù Cristo (240); ed anzi favorisce lo stesso Rénan, e gli somministra i danari dello Stato, perché vada in Palestina affine di attingervi documenti da provare che Gesù Cristo, proclamandosi Iddio, e non essendo che un semplice mortale, fu l’uomo il più empio del mondo. — Poco dopo il Bonaparte scrive ad un Vescovo, confessando la sua fede in Gesù Cristo, e dichiarandosi dolente della guerra altrettanto insipiente quanto scellerata, che gli fu rotta da Ernesto-Rénani...

XXXI(a) FASE—Diventa Imperatore dopo aver protestato che non volea l’impero

«Io non sono un ambizioso che sogni l'impero», diceva Luigi Bonaparte ai Francesi il 29 di novembre del 1848; e il 2 di decembre del 1852 l’impero è proclamato a Parigi, ed il 5 negli spartimenti della Francia, con questa formala: — LOUISNAPOLÉONBONAPARTE EST EMPEREUR DESFRANÇAIS,SOUS LE NOM DE NAPOLÉON III. — La lista civile dell’Imperatore, con Senato Consulto degli 11 decembre, è fissata a 25 milioni; i principi e le principesse della famiglia imperiale sono dotate annualmente di un milione e mezzo (241). — Figuriamoci se il Bonaparte fosse stato un ambizioso...

XXXII(a) FASE—Dichiara che l’impero è la pace, ed annunzia la guerra

A Bordeaux, il 9 di ottobre del 1852, il Neo-Imperatore così parlava:«Certe persone dicono: — l’impero è la guerra. — Io dico: «L’impero è la pace; — perché la Francia lo desidera».

Il 2di marzodel1854 si apre a Parigi il Corpo legislativo, e Napoleone III annuncia si Francesi la guerra contro la Russia in difesa del Gran Turco! — Così quell’Imperatore che finì col ritirare le sue milizie da Roma, dove proteggevano il Vicario di Gesù Cristo e la libertà del Cattolicismo, nel marzo del 1854 incominciava l’opera sua di pace col sacrificare il sangue e il denaro francese in difesa del successore di Maometto (242), e dell’integrità degli Stati Ottomani!

XXXIII(a) FASE— Loda ilcavalleresco Imperatore d’Austria, e lo combatte

Durante la guerra di Crimea, il nostre eroe levando al cielo il cavalleresco Imperatore d'Austria, ne preparava la rovina. Il 2 decembre del 1854 conchiude a Vienna un trattato d’alleanza tra la Francia, l’Austria e la Gran Brettagna. Le parti contraenti s’obbligano a non ¡stringere accordi colla Russia senza averne prima deliberato in comune. Il 26 decembre dello stesso anno, inaugurando la sessione legislativa del 1855, Napoleone III dice ai senatori e ai deputati: Un grande impero, ringiovanito dai sentimenti cavallereschi del suo Sovrano, s’è staccato dalla potenza (la Russia) che da quarantanni minacciava l’indipendenza dell’Europa. L’Imperatore d’Austria ha conchiuso un trattato, oggidì difensivo e ben presto, spe«ro, offensivo, che unisce la sua causa con quella della Francia e del l’Inghilterra». £ poi il lealissimo sire francese ringraziava gli Inglesi, sperando di poter più tardi rivolgere all’Austria i medesimi ringraziamenti:J’espère avoir les mèmes remerciments à adresser à l’Autriche. — Invece nel 1859, lieto che l’Austria si fosse nimicata la Russia, scendeva a combatterla in Lombardia!

XXXIV(a) FASE—Vuole sciogliere la questione d’Oriente, e l’imbroglia

Nel 1855, il nostro Imperatore l’idea sciogliere la questione d’Oriente. In un discorso, che disse ai 15 di novembre, nella distribuzione dei premi a coloro che aveano concorso all’Esposizione universale di Parigi, Napoleone III dichiarava: «La pace, per essere durevole, dee sciogliere nettamente la questione che ha fatto in traprendere la guerra». Invece veggiamo oggidì la questione d’Oriente più imbrogliata che mai, il Turco in maggior pericolo, la Russia sempre più forte, e l’Europa, che aspettava dal Bonaparte indipendenza e sicurezza, si accorse che il suo edificio è minato, come in un discorso del 5 di novembre 1863 confessava il Bonaparte medesimo.

XXXV(a)FASE— Proclama che vuole difendere i deboli

Quando trattavasi di soccorrere i Turchi; il magnanimo Imperatore parlava un linguaggio generosissimo. Ai soldati dell’armata spedizionaria del Baltico protestava; il 12 di luglio 1854; «di non voler dare addietro davanti a nessun sacrifizio per difendere il diritto del più debole». E il 2 di marzo dello stesso anno lamentavasi davanti i sena tori e i deputati della condotta dello Czar, che elevò pretese centro il suo vicino più debole. «Questo solo fatto, ripigliava, dovrebbe mettere le armi in mano di coloro che si sentono sconvolgere dall’iniquità». E poi nel 1864 abbandonava la debole Polonia, e nel 1866 il debole Imperatore Massimiliano, che impunemente veniva fucilato dai settari del Messico, dopo di aver lasciato in balia del più forte i principi italiani e l’inerme e spogliato Vicario di Gesù Cristo.

XXXVI(a) FASE— Fa una convenzione per non abbandonare il Turco, e un’altra per abbandonare il Papa

È celebre la convenzione promossa dal leale Napoleone in ¿favore dei Turchi, convenzione intitolata così: «Convenzione tra la Francia, Gran Bretagna ed Austria per la conservazione della indipendenza e integrità dell'impero Ottomano». Venne conchiusa addì 15 di aprile del 1855, e ratificata a Parigi il 29 dello stesso mese. Or bene quel Bonaparte, che fece sottoscrivere questa convenzione, impediva, più tardi, alla Spagna di promuoverne un’altra tra le potenze cattoliche per la conservazione dell’indipendenza e integrità dell'impero Pontificio, anzi, ai 15 di settembre del 1864, Napoleone stesso conchiudeva una singolare convenzione, che aveva per iscopo la servitù del Pontefice e la totale distruzione del suo temporale potere. — Lo dicevano apertamente gli Italianissimi nel Parlamento e nel giornalismo.

XXXVII(a)FASE—Nel Congresso di Parigi comincia la guerra contro Pio IX

Ai 25 di gennaio del 1856 s’aprono in Parigi le conferenze per la pace tra la Russia e le Potenze collegate. L’ 8 di aprile, il conte Walewski, nel seno di quelle conferenze, comin ciò la guerra contro il Papa-Re, protestando, ben inteso, che alla sua prosperità l’Imperatore prende il più vivo interesse». Il discorso del Walewski serve d’introduzione a una serie di calunnie del plenipotenziario della Gran Bretagna contro il governo pontificio e il conte di Cavour se ne prevale per divisare a suo tempo la spogliazione di Pio IX. Cavour, lasciò scritto Brofferio, al congresso di Parigi, pensava tanto a far l'avvocato dell'Italia, come a cantar vespro col Patriarca di Costantinopoli. Fu l’Imperatore che gli rivelò primiero i suoi progetti a favore dell’Italia, e lo eccitò a presentare il famoso Memorandum, che era tutto opera del Bonaparte (243).

XXXVIII(a) FASE— Prega Pio IX di essere il padrino di suo figlio

Or ecco un totale cangiamento di scena. Il 16 di marzo del 1856 nasce a Napoleone III un figlio, e supplica Pio IX di tenerlo al fonte battesimale! Il magnanimo Pontefice accetta, e manda a Parigi il cardinale Patrizi, legato a latore della S. Sede. Ai 13 di giugno l'Imperatore riceve in udienza pubblica il Cardinale, ne ascoltar il discorso latino, e poi gli risponde in francese: «Sono riconoscentissimo verso Sua Santità di aver voluto essere il padrino del figlio che la Provvidenza mi ha dato. Domandandogli questa grazia, ho voluto attirare in modo particolare sopra mio figlio e sulla Francia la protezione del Cielo. Io so che uno dei mezzi più sicuri per meritarla consiste nell'attestare tutta la mia venerazione verso il Santo Padre, che è il rappresentante di Gesù Cristo sopra la terra». — È proprio S. Luigi IX, re di Francia redivivo!

XXXIX(a) FASE—Processa per abuso il Vescovo di Mouliné

Ma per venerare il S. Padre, Napoleone perseguita subito un Vescovo, monsig. de Dreux-Brézé, vescovo di Moulins; s’intromette negli atti della sua amministrazione diocesana; ristabilisce in tutta la loro schifezza gli Articoli Organici, dovuti alla malafede di suo zio; strazia il cuore del generoso Pio IX; fa giubilare il giornalismo avverso alla Chiesa e alla religione cattolica, e con un decreto imperiale, sotto la data del 6 aprile 1857, dichiara, chevi ha abuso in parecchi atti dell’amministrazione del Vescovo di Moulins»!

Brofferio. I miei tempi. Vol. XIV; Torino 1860, pag. 77.

XL(a) FASE—Viaggia in Bretagna, e si raccomanda a S.Anna.

Non si creda però che il nostro eroecessasse di. proclamerai cattolicissimo. Vi pare!... Nell’agosto del 1858 viaggiava in Brettagna, e U 20 di quel mese, in un discorso recitato a Rennes, si diceva liete «di trovarsi in mezzo ai popolo brettone, che è innanzi tutto monarchico, cattolico e soldato». E poi ai Brettoni raccomandava «la sottomessione alla volontà di Dio, che veglia sopra il più umile focolare domestico come opra i più alti destini degli imperi». Pochi giorni prima recavasi al santuario di S. Anna d’Aurayper compiervi un atto di fede, come dichiarava il Constitutionnel (244). In vista di TANTApietà, il vescovo di Quimper ringrazia l'Imperatore «del suo amore alla religione»; quello di Vannes lo ringrazia «di ciò che egli non cessa di fare pel Sommo Pontefice»; quello di Rennes dice in termini, che l’Imperatore Napoleone III «è di tutti i monarchi francesi, dopo S. Luigi, il più devoto alla Chiesa ed alla sua opera di civiltà e di vero progresso»; e un altro Vescovo francese dichiarava che «Napoleone III adora Gesù Cristo come suo Dio e l'invoca come suo principale sostegno (245)». Che angiolo! Che santo!…

XLI(a) FASE— Fa mettere in commedia il Papa per il battesimo del fanciullo israelita Mortara

Eppure quest'angiolo e questo santo in quel torno suscitava una guerra atrocissima contro il Papa, perché, essendo stato battezzato il fanciullo Edgardo Mortara, Pio IX non volle che un cristiano fosse costretto a vivere nel ghetto come volevano i framassoni. Tutti i giornali bonapartisti imprecavano perciò al governo pontificio, e lo stesso Napoleone III faceva mettere in commedia dal suo segretario particolare Mocquard il fatto del Mortara, e la commedia venne intitolata: La Tireuse de cartes, e si rappresentò parecchie volte a Parigi, ed assistevano alla rappresentazione l’Imperatore e l'Imperatrice!… I fatti però dimostrarono, e dimostrano, che Pio IX, proteggendo il fanciullo Mortara, avea protetto la vera libertà di coscienza; perché questi, fatto grande, perseverò nel cattolicismo, e colla sua riconoscenza ed ottima condotta compensò Pio IX e la Chiesa dei dolori gravissimi, e delle crudeli offese ch’ebbero a patire per conto suo dai perfidi giudei, e ¿la più perfidi cristianissimi.

XLII(a)FASE— Prea nA Santuario di à Ignazio di Loyola

Ma dal teatro, dove assiste alla commedia contro il Papa, noi contempliamo Napoleone III nuovamente in chiesa, anzi (parrò incredibile!) nel santuario di 8. Ignazio di Loyola in Ispagna!... In fatti il 27 settembre del 1858 il nostro eroe andava a pregare nella casa dove nacque il glorioso fondatore della Compagnia di Gesù, e pregò con tanta pietà, divozione e fervore che i Padri Gesuiti (poveri Padri!) ne restarono edificatissimi!...

XLIII(a) FASE— Cospira col Conte di Cavour a Plombières

Prima però che l’Imperatore cristianissimo andasse a pregare nel santuario di S. Ignazio aveva chiamato a sé a Plombières il conte di Cavour, e nel luglio del 1858 cospiravano insieme sul modo più acconcio per accendere una grande rivoluzione in Italia, e compiere gli attentati contro la sovranità pontificia, cominciati due anni avanti nel congresso di Parigi. Allora l'Opinione scriveva: «Verrà il giorno in cui la storia noterà la. visita fatta recentemente dal conte Cavour a Plombières come un avvenimento di grande importanza per alcune questioni della politica europea (246)». E questo giorno pur troppo giunse (247).

XUV(a)Fase. — Vuole difendere da per tutto le cause giuste.

L’anno 1859 era l’anno destinato per la guerra d'Italia; tuttavia Napoleone III mostrava sempre il suo grande amore per la pace: e l'8 di febbraio, inaugurando la nuova sessione legislativa, diceva ai senatori e ai deputati, che non v’erano motivi sufficienti per credere alla guerra». In questo stesso discorso proferiva le famose parole, che l’interesse della Francia è da per tutto dove vi ha una causa giusta ed incivilitrice da far prevalere». — E le abbandonava invece tutte queste cause l’una dopo l'altra come si presentarono!…

XLV(a)FASE— È impotente a difendere per la prima la causa del Papa

E la causa di Pio IX prometteva di difenderla nel 1859. Parlando ai Francesi, il 3 di maggio, diceva loro: «Noi non an¿Ramo in Italia a fomentare il disordine, né a crollare il potere dei 8. Padre, che abbiamo ricollocata sul suo trono». Tuttavia appena il Bonaparte ha passato le Alpi, un suo cugino, Gioacchino Napoleone Popoli, suscita la rivoluzione in Bologna; si atterra il potere del Santo Padre nelle Romagne: e Napoleone III, quantunque riconosca i diritti incontestabili del Pontefice, si dichiara impotente a farli rispettare!

XLVI(a) FASE— Proclama in Milano l'unità d'Italia sotto Vittorio Emmanuele II

Anzi, dal quartiere generale di Milano, l'8 di giugno del 1859, Napoleone III bandisce l’unità d'Italia in un proclama indirizzato agli Italiani, che conchiudesi con queste parole: «Ordinatevi militarmente. Volate sotto la bandiera del re Vittorio Emmanuele, che vi ha così nobilmente mostrata la via dell’onore». Questo era un dire a tutti gli Italiani che volgessero le spalle ai loro Principi e si accingessero a fare ciò che fu fatto. Il merito a chi spetta! Il primo proclama unitario fu scritto e sottoscritto in Italia dall'Imperatore dei Francesi.

XLVII(a) FASE— Sottoscrive a Villafranca la Confederamene italiana

Il quale, nondimeno, perseverò ben poco in questo suo disegno dell’unità d’Italia; giacché, da lì a breve tempo sottoscriveva la pace di Villafranca, e dal quartiere generale di Veleggio, il 12 di luglio del 1859, diceva ai suoi soldati: «L’Italia sta per divenire per la prima volta una nazione. Una confederazione di tutti gli Stati dell(')Italia, sotto la presidenza onoraria del S. Padre, riunirà in un sol fascio i membri d’una medesima famiglia». Prometteva eziandio, fede e parola di Bonaparte (?!), il ritorno sul trono dei Principi italiani spodestati.

XLVIII(a) FASE— Non vuole ingrandirsi, ma vuole la Savoia e Nizza

Fin dal 2 di marzo del 1854, inaugurando la sessione legislativa, Napoleone III avea detto: «La Francia non. ha nessuna idea d’ingrandimento». Il 7 di febbraio del 1859 ripeteva, che egli non ricomincierebbe un’era di conquiste». Dal suo conte di Morny, l'8 di febbraio dello stesso anno, facea parlare delle idee generose e delle intenzioni disinteressate dell'Imperatore Eppure, il13 di marzo del 1860, pretendeva la cessione della Savoia e della contea di Nizza, e l’otteneva dal conte di Cavour e eia Carlo Luigi Farini col trattato dei 24 di marzo del medesimo anno. Guardate che fase!... L’8 di giugno del 1859 Napoleone III giurava agli Italiani: «I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato sminuire la simpatia, che era universale in Europa, per la vostra causa, dando a credere che io non facessi la guerra che per ambizione personale o per ingrandire il territorio della Francia». Quale calunnia! Chi nolriconosce dopo la conquista di Nizza e Savoia (248)?

XLIX(a) FASE— Cavour dichiara che Napoleone III ha tolto Bologna al Papa

Il Ministro francese Baroche, in nome del suo Imperatore diceva il 12 di aprile del 1860 al Corpo legislativo: «La Francia non entra per nulla nella separazione delle Romagne dal governo del Papa. Non è colpa dell'Imperatore, se il Papa non ha conservato su queste contrade il suo potere»(249). Ma lo stesso giorno il conte di Cavour smentiva il Baroche, dicendo ai deputati di Torino: «La cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica, che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna… Era impossibile respingere il trattato, e proseguire nella stessa politica; non solo si sarebbero esposte a evidente pericolo le passate conquiste, ma si sarebbero esposte a cimento le sorti stesse della patria»(250). Ed era quanto dire: se noi cederemo Nizza e Savoia a Napoleone III, ci lascierà spogliare il Papa, se no, ci obbligherà a restituirgli quanto finora gli abbiamtolto.

L(a) FASE. — Difende a Bordeaux il Papa-Re, e lo assale coll’Opuscolo: «Il Papa e il Congresso»

Rispondendo al Cardinale Arcivescovo di Bordeaux, Napoleone III, addì 11 di ottobre del 1859, gli diceva: «Ho la ferma speranza che una nuova èra di gloria sorgerà per la Chiesa il giorno in cui tutti parteciperanno alla mia convinzione che il potere temporale del Santo Padre non è opposto alla libertà e all'indipendenza dell'Italia». Ma un mese dopo facea pubblicare l’opuscolo: Il Papa e il Congresso, che volea chiudere Pio IX nel Vaticano, come il frate in un convento: ed era un tessuto d’ipocrisie e d’ignobili contraddizioni, come ben lo definiva il S. Padre nel capo d’anno del 1860; che finiva per togliere al Papa-Re le Marche e l'Umbria, secondo dichiaro lord John Russell in un suo dispaccio diplomatico.

LI(a) FASE— Dicesi vincolato dal trattato di Zurigo, e riconosce il Regno d'Italia

Il nostra Imperatore scriveva da S. Cloud, 20 ottobre 1859, a Vittorio Emmanuele II, Re del Piemonte, dichiarandogli che le condizioni essenziali della rigenerazione italiana, erano, che «l’Italia fosse composta di parecchi Stati indipendenti, uniti da un vincolo federativo». Conchiudeva la lettera colla protesta d’essere legato dal trattato di Zurigo (je sui liépar le traiti), e sacramentando che ad ogni costo avrebbe adempiuto alle sue obbligazioni (je ne saurais me dipartir de mesengagements). E poi, il 15 di giugno del 1861, con dispaccio del suo ministro Thouvenel, riconosceva il Regno d’Italia una e indivisibile (251)!

LII(a) FASE— Grida contro l'Austria che ha abbandonato il Papa, e poi egli stesso l'abbandona

Dal suo amico Persigny Napoleone III faceva dire, il 31 d’agosto del 1860, che «l’Imperatore aveva ristabilito il Papa a Roma, e ve lo manterrebbe colla spada della Francia». E gridava contro l’Austria, che nel 1859«abbandonava la parte degli Stati Pontifici confidati alla sua custodia, e in conseguenza di tale abbandono il Papa perdeva le Romagne». Ma il Persigny dimenticava come il principe Napoleone avesse stabilito in un rapporto del giugno 1859, che il quinto corpo dell’esercito, per la sua posizione in Toscana e sulla frontiera degli Stati della Chiesa, avesse forzato gli Austriaci ad evacuare precipitosamente Bologna ed Ancona. Sicché un anno prima un Bonaparte gloriavasi d’avere costretto gli Austriaci ad abbandonare la difesa del Papa, e un anno dopo un ministro bonapartesco rimproverava gli Austriaci d’essere usciti dalle Marche e dalle Romagne abbandonando il Pontefice!

LIII(a) FASE— Cerca la ristorazione del Granduca di Toscana, e Ricasoli risponde che lo stesso Napoleone III l'ha esautorato

Volendo apparire come il protettore del Granduca di Toscana, negli ultimi mesi del 1859, Napoleone mandava a Firenze il Conte di Reiset e il principe Poniatowski, perché si adoperassero in favore (?!) del Granduca. E i rivoluzionari di Toscana rispondevano al Reiset: essere assurdo il temere che il governo francese, il quale, coll’associare alla guerra da lui combattuta l’esercito toscano sotto gli ordini di un Principe imperiale, avea sanzionata la esautorazione della dinastia Lorenese, approvando il movimento che l’avea rovesciata dal trono (252), volesse poi davvero una ristaurazione o potesse tollerare che altri la operasse. E il Conte di Reiset e il principe Poniatowski non sapevano qual cosa rispondere a questo argomento ad hominem, e se ne ritornavano svergognati a Parigi.

LIV(a) FASE— Combatte, protegge, abbandona il Re di Napoli

Fin dal 1856 il nostro sire dichiarava la guerra al Re di Napoli, screditandolo nel congresso di Parigi. Ai 10 di ottobre di quell’anno, il governo francese, d’accordo coll’inglese, rompeva le relazioni col regno delle Due Sicilie. Il Moniteur di Parigi nel suo numero dei 20 di ottobre pubblicava un fiero articolo contro Napoli. Il 16 di febbraio del ‘1857, Napoleone III, inaugurando la nuova sessione del corpo legislativo, deplorava il disaccordo con Napoli, conseguenza del desiderio di agire da per tutto in favore dell’umanità e della civiltà (?!). Tutti questi assalti contro il governo delle Due Sicilie producevano il loro effetto: e il Re di Napoli nel 1860 era costretto a rifugiarsi in Gaeta. Allora Napoleone III mandava la flotta francese, comandata dall'ammiraglio Le Barbier de Tinon per proteggere il Re sventurato. Ma quando questi avea bisogno di maggior protezione, il 19 gennaio del 1861, la flotta francese, che aveva impedito che ogni altra flotta lo soccorresse, l’abbandonava, lasciandolo in potere de' nemici, che in quel frattempo avevano avuto tutto l’agio di fortificarsi e apparecchiarsi a nuovi assalti.

LV’ FASE— Si dichiara difensore di Roma pontificia, e la riconosce capitale del Regno d’Italia

Napoleone III protestava sempre ch’egli era devotissimo figlio del Papa. Ai deputati e ai senatori diceva, inaugurando la sessione legislativa del 1860: «Da undici anni io difendo a Roma il potere del S. Padre, e il passato dev'essere la guarentigia dell'avvenire». E il 12 di luglio del 1862 scriveva a Vittorio Emmanuele II:

«Lascerò le mie truppe a Roma finché ella non si sarà riconciliata col Papa». Ma nello stesso tempo riconosceva il regno d’Italia, e lo riconosceva dopo che Roma n’era stata proclamata capitale. Notate, o signori, (diceva ai deputati Urbano Rattazzi nella tornata del 4 dicembre 1861) notate, o signori, che la ricognizione del regno d’Italia (dall'Imperatore dei Francesi) fu fatta dopo che il Parlamento avea solennemente col suo voto dichiarato che Roma apparteneva all’Italia (Bene! Bene!), il che, prova che l’atto di ricognizione conteneva implicitamente anche la ricognizione della capitale d’Italia (253).

LVI(a) FASE— Proclamasi vigile sentinella del Papa, e s’obbliga con una convenzione ad abbandonarlo

Nel 1862 il sig. Troplong, ricevendo rimbeccata dall’Imperatore stesso, gli diceva in nome del Senato: «D’ora innanzi continueremo a riporre la nostra confidenza nel Monarca, che protegge il Papato colla bandiera francese, che lo assiste nelle sue prove, e si è fatto per Roma e pel trono pontificio la più vigile sentinella». Passano due anni, e la vigile sentinella, ai 15 di settembre del 1864, sottoscrive una convenzione coll’Italia, nella quale convenzione, senza farne il menomo motto al Romano Pontefice, si obbliga di abbandonare Roma e il Papa agli 11 dicembre del 1866!…

LVII(a) FASE— Dice impossibile l'abbandono di Roma, e ne ritira i suoi soldati

Il sig. Billault, in nome di Napoleone III, dichiarava al Senato francese, li 2 di marzo del 1861: «L’Imperatore continuerà con quella perseveranza, che l’Europa onora, a difendere i giusti interessi della Francia, e l’indipendenza del S. Padre». E venti giorni dopo, lo stesso Billault diceva al Corpo legislativo: «Abbandonare Roma, abbandonare la politica che da secoli segue la Francia, dimenticare che il Papa da dieci anni è mantenuto a Roma da noi soli, questo è impossibile». E ciò che dichiaravasi impossibile nel 1861, noi lo veggiamo avvenire nel dicembre del 1866, in cui si compie cette mesure enorme de l’évacuation de Rome (254).

LVIII(a) FASE— Definisce Roma «il campo d'onore del Cattolicismo», e lo diserta. L'Italia è veramente unita con Roma nell'applaudire alla sua partenza

Nel capo d’anno del 1860 il generale Govon, comandante in capo la divisione francese nello Stato Pontificio, presenta vasi co’ suoi uffiziali, in nome di Napoleone III, alla Santità di Pio IX, e gli diceva:

«Durante l’anno che è trascorso grandi avvenimenti sono succeduti. Qui, per ordine del nostro valoroso Imperatore, e come luminoso attestato del suo religioso rispetto per Vostra Santità, noi non abbiamo potuto prender parte ai campi dell’onore e della gloria. Noi non abbiamo dovuto, non abbiamo potuto consolarci, che ricordando ognora, come qui, presso di Voi, presso di Vostra Santità, e per servirla, noi ci trovavamo sul campo d’onore del Cattolicismo». E ai 5 dicembre 1866, il generale Montebello presentava a Pio IX gli stessi uffiziali, annunziando al Santo Padre, che tutti i soldati francesi, per ordine di Napoleone III, doveano abbandonare il campo d'onore del Cattolicismo!

Pio IX rispondeva al Montebello: «Quando la vostra bandiera m’aperse la via di Roma, essa venne salutata dall’applauso di tutta Europa; ora che essa se ne ritira, non so da chi sarà applaudita. Io rimango qui abbandonato in faccia a' miei nemici. La rivoluzione già trionfa dovunque, ella è sotto il mio trono. Un personaggio disse: L'Italia è fatta, ma non compiuta: vuol salire al Campidoglio; pensi che là presso è la rupe Tarpea. Quando Sant’Agostino vedeva Ippona circondata dai Vandali, pregava il Signore a toglierlo dal mondo prima che essi occupassero la sua città: io rinnovai la stessa preghiera... Sento che l’Imperatore è indisposto di corpo e di spirito, poiché versa in gravi difficoltà; io pregherò per lui perché il Signore lo illumini: però le mie preghiere non potranno raggiungere il loro scopo, se non quando esso abbandoni quella via che sinora ha tenuto.» Vi ringrazio della custodia che aveste di questa città, e dei servigi che mi rendeste. Iddio benedica voi e le vostre famiglie».

Non è questo che un languido sunto d’un magnifico discorso che, pronunziato con fermezza di voce, di gesto, di tratto, colpi profondamente quanti erano colà. Il coraggio di quell’uomo venerando e ammirabile sorprese; ma non coloro che conoscevano il grand'animo e la grande fede di Pio IX.

Ai 6 dicembre il primo segretario dell’ambasciata francese andava al ministero delle armi ad annunziare, che il 14 non ci sarebbe più in Roma un soldato francese. Buon viaggio! «Si lamentano di non vederci piangere (scriveva un Romano). Proprio noi possiamo. Dovesse anche il di 14 essere fatale a tutti coloro, che amano e servono il Papa, e a noi stessi che scriviamo, non possiamo piangere. Siamo incorreggibili, ingrati, insensati, sciocchi, tutto quel che volete; ma vi desideriamo tutti da un capo all’altro di Roma, tutti, senza nessuna eccezione, un ottimo e felicissimo viaggio»! — Il viaggio però riuscì fatale alla Francia e al suo Imperatore.

Torna su



CONCLUSIONE

del Lunario

Luigi-Napoleone III essendo nato, come notavamo da principio, nel 1808, contava in quel momento cinquantotto anni, e noi abbiamo riferito fin qui cinquantotto fasi della sua politica, ossia cinquantotto variazioni della sua luna. Come quella donna romana che noverava i mariti dai consolati, così il Bonaparte novera cogli anni le sue promesse e i suoi programmi politici. Nella Camera dei Deputati del regno d’Italia, a cominciare dal 2 dicembre del 1861, si disputò per vari giorni affine di conoscere quali fossero le nere opinioni dell’Imperatore dei Francesi. Alcuni dicevano che Napoleone III stava per la rivoluzione italiana, che l’avea assistita, l’assisteva e l’assisterebbe anche per l’avvenire. Altri affermavano che Napoleone III stava pel Papa, essendo obbligato a lui con solenne promessa, e così esigendo la Francia e il suo particolare interesse. Molti sostenevano che Napoleone III era ad un tempo favorevole alla rivoluzione italiana e al Papa, essendosi ficcato in testa che la rivoluzione e la Chiesa possano andare d’accordo! E non mancarono i deputati, i quali spiattellavano franco e tondo, che Napoleone III non amava né l’Italia, né il Papato; ma sé stesso, e sposava quell’opinione ed abbracciava quella politica che meglio convenissero ai suoi pravi intendimenti e ai suoi vantaggi particolari.

«Che pensa l’erede di Napoleone I»? domandava il deputato Ferrari, e rispondeva: Io non so (255). — Il deputato Alfieri protestava che Napoleone III a Roma si assunse l’incarico di mandatario delCattolicismo (256) —Il deputato Massari trovava il Bonaparte estrema>mentebenevolo verso gli italianissimi nemici della Chiesa (257). — Il deputato Musolino dichiarava che Napoleone III «non ama l’Italia, ma servesi degli Italiani come strumenti della propria politica (258)». — Il deputato Brofferio accusava il Bonapartedi regnare e governare, per opprimere e calpestare (259). — E finalmente il deputato Ricciardi era persuaso «che Napoleone non vuole punto nò poco quello che noi vogliamo» (260).

Un uomo di questo genere poteva regnare più o meno lungamente, massime nei tempi che corrono; ma la storia inesorabile dirà, che egli ebbe i disegni come le lune, che il suo impero fu un nefasto lunario, e che egli fu un astrologo della più malvagia specie! Dice bene l’Ecclesiastico: «Stultus sicut luna mutatur (261).


Torna su



CAPO XIV


Torna su



IL SEGRETO DEL RE GALANTUOMO

UNA PAGINA DELLA «CIVILTA CATTOLICA»

Abbiamo detto del «Segreto dell'Imperatore», diciamo qualche cosa del segreto del Re galantuomo, suo complice, colla scorta di recenti pubblicazioni, aggiungendovi, al solito, alcuna cosa del nostro.

Quest’anno, scrive la Civiltà Cattolica (quaderno 939, del 3 ago sto 1889), corre il trigesimo, da che, per dato e fatto massimamente di Napoleone III, ebbero principio quegli avvenimenti che, via via svolgendosi a traverso i sei lustri passati, han ridotta l’Italia in proverà bium et in fabulam cunctis populis (262), ed a peggiori condizioni che non fosse, allorché Dante ne’ suoi tempi l’apostrofava:


serva,... di dolore ostello.

Nave senza nocchiero in gran tempesta.

Non donna di provincia, ma bordello (263).


A descrivere questo trentennio, si sono adoperate la mitologia e la storia: quella, gonfia e bugiarda, ha finta, pel volgo incolto, la epopea degli eroi; questa non ancor libera e piena, vien formando pel futuro il processo ai vili, ai fedifraghi, ai ciurmadori. E quando sarà tornato in onore il buon senso umano, non che cristiano, e si sarà ridata alle cose la verità delle parole, la storia finirà di sfatare la mitologia: ed ai posteri, forse non lontani, la così detta epopea del risorgimento apparirà tragedia fra le più lacrimabili, che abbiano disertata una nazione; ché si vedrà averle tolto Dio dal cuore, il pane dalla bocca, la civiltà dai costumi.

Il dotto periodico entra qui alla sua volta a dire del libro di L. Thouvenel «Le Secret de l'Empereur», ed osserva, come nella sua introduzione sia toccato inconsideratamente un punto, che merita di essere alquanto chiarito: e le poche pagine che a quest’effetto sapientemente scrive, le offre ai lettori, quale ricordo di questo trentesimo anniversario, e quale un saggio del troppo più che mostrerà la storia, quando abbia tempo e licenza di tutta intera disvelare la verità. — Cosa che dal canto nostro andiamo intanto facendo nel miglior modo che possiamo. —

Il signor L. Thouvenel rimprovera a Pio IX «i suoi richiami contro Napoleone III, unico sovrano cattolico, che insomma abbia tentato (?!) qualche cosa in suo favore, e l’inflessibilità del domma da lui intromesso nei negoziati diplomatici, che fecero disperare il ministro suo padre della salvezza del Potere Temporale».

Che un uomo di senno e conoscitore dei fatti, quale si suppone sia il signor L. Thouvenel, diciott’anni dopo la caduta dell’impero napoleonico, e nulla ostante il cumolo delle memorie storiche uscite a luce dipoi, conservi ancora la ingenuità di credere che Napoleone III volesse davvero favorire il Papato, e soltanto la durezza di Pio IX, appoggiato al domma inflessibile della Chiesa, gli abbia spezzate le armi difensive nelle mani, è caso di meraviglia, che moverebbe a riso, se non facesse pietà. Noi concediamo, e lo palesa questo voluminoso carteggio, che così il ministro suo padre, come il Duca di Gramont, avvegnaché corti di vista nelle materie politico-religiose che ebbero a trattare con Pio IX, fossero più leali che non paresse, ed avessero un fondo di buona fede, che salva l’onore della diploma zia francese, tanto dalla perfidia di Luigi Napoleone deturpato: e concediamo altresì che scarsa conoscenza avessero, e della versipelle doppiezza del loro padrone, e degli occulti maneggi coi quali tradiva la Francia, i ministri suoi, gli Stati europei e quanti avevano a fare con lui, terminando con tradire sestesso. Ma che a quest’ora, in una mente savia, non si sia dissipata la illusione della sincerità del Bonaparte verso il Papato e del domma inflessibile, contrario al mantenimento della Sovranità pontificia, è una stranezza che passa la misura comune. Maggiormente che il domma, opposto da Pio IX agl’insidiosi favori di Napoleone III, si restringeva in sostanza a quello del decalogo, sopra i cui fondamenti riposa la sola giustizia dei Regni che non sieno latrocini (Regna sine justitia magna latrocinia, scrive S. Agostino), ed all’altro della divina libertà del Pontificato romano, tolta la quale pericolerebbe grandemente la stessa unità della Chiesa nel mondo. Oh! sì, per fermo, che Pio IX avrebbe salvato un bel potere temporale, quando a sostegno vi avesse posta la canonizzazione del diritto dei fatti compiuti (e dello stolto principio del non intervento), e la servitù della Tiara ai capricci delle logge massoniche e della sinagoga, insieme alleate contro il Cristo di Dio!

Si è preteso che Pio IX troppo siasi fidato delle ipocrite lusingherie di Napoleone III: il che è falsissimo. Se egli sperò fino all’ultimo, che costui smaccatamente non lo abbandonerebbe alla discrezione dei nemici: ciò fu, non perché stimasse Napoleone capace di un nobile sentimento di benevolenza verso di sé e della Santa Sede; ma unicamente perché non lo giudicò stolto fino al segno, che non vedesse come la ruina temporale del Papato si sarebbe trascinata dietro la sua propria e quella del suo Impero. Fuori di ciò, Pio IX teneva il Bonaparte per disposto ad ogni fellonia, che non paresse tornare dannosa al suo proposito di regnare in Francia.

Si è detto che un vincolo di gratitudine legasse Luigi Napoleone Bonaparte al Papa Pio IX, per averlo questi salvato nel 1831, allora che, profugò dalle Romagne, nei cui rivolgimenti si era immischiato, correva pericolo di cader nelle mani delle forze pontificie. Nulla di piùfantastico. — Noi stessi (così la Civiltà Cattolica) udimmo dalla bocca di Pio IX,che egli né pur di vista aveva mai conosciuto il Bonaparte: e il solo benefizio che in quella congiuntura gli procurasse nella città di Spoleto, ov’era Arcivescovo, si fu di pregare il gonfaloniere a somministrargli il denaro necessario, acciocché potesse allontanarsene, per togliere il chiasso che vi levava, addestrando ridicolosamente al maneggio delle armi una turba di giovinastri, che vi turbavano la tranquillità. Il denaro fu dato, e Luigi Napoleone subitamente se ne parti, senz’altro sapere della intercessione dell’Arcivescovo in suo vantaggio.

—Ed ecco perché, nel dire più sopra di questo fatto credemmo necessario mettere sull’avviso il lettore circa la narrazione fattane dal Thouvenel. —

Se non che, per meglio illustrare il pensiero di Pio IX intorno alla fiducia che Napoleone III da lui si meritava, oltre gl'infiniti argomenti che potremmo addurre, rammenteremo che nel 1859, accesasi la guerra coll’Austria e calato il Bonaparte in aiuto del Piemonte, dopo solennemente giurato al mondo, che egli scendea dalle Alpi colla volontà che il Santo Padre fosse mantenuto in tutti i suoi diritti di Sovrano, vi fu un Generale francese, che, ammesso all’udienza, vantò col Papa il gran bene che, per la Santa Sede sarebbe seguito, ove la sorte fosse arrisa alle armi del suo Imperatore. Pio IX con aria assai dolce: «E voi, Generale, lo credete davvero?» gli disse.

«Che dubbio, Santo Padre? L’Imperatore è pieno di devozione per Vostra Santità!»

Allora il Papa, tratta da un cassettino del suo scrittoio una carta geografica dell’Italia:«Vedete questo circolo rosso che attornia Roma? soggiunse. Sappiate che è stato tirato nel gabinetto stesso dell’Imperatore, sotto i suoi occhi: e questo è il territorio che, a guerra finita, essendo fortunata, si lascierà al Papa, se pure gli si lascierà».

Dalle Tuileries quella carta geografica era passata in mano del Papa; e, pochi mesi dopo, il famoso opuscolo II Papa e il Congresso, divulgatosi da Napoleone III, confermava la verità di ciò che in quella carta era segnato, riducendo la sovranità effettiva del Pontefice, a un palazzo e ad un giardino. Né questo era il solo segreto delle tenebrose intenzioni del Bonaparte, che Pio IX conoscesse: dal che s'inferisca, quanto egli potesse avere confidenza nelle proteste filiali di pietà, che quella volpe in pelle ovina gli veniva ripetendo. Il Palmerstonsoleadire, che costui «se parlasse mentiva, se tacesse congiurava». Né il Palmerston era solo a dirlo e saperlo. — E qui colla Civiltà Cattolica diciamo meglio di un fatto già da noi narrato:

Mentre più che mai ferveano le agitazioni pubbliche ed i raggiri occulti, per l'annessione delle Romagne al Piemonte, cioè l'11 febbraio apíoix.del 1860, il Duca di Gramont, Ambasciatore francese presso il Papa, scriveva al novello ministro Thouvenel, amico suo, in questi termini:«Voglio dirvi non più che due parole del mio colloquio di mercoledì con Sua Santità. — Ebbene, mi ha detto, signor Ambasciatore, le cose si schiariscono; io so che non ho più nulla da aspettarmi dall'Imperatore: mi lascierà prendere le Legazioni e le Romagne: e io non posso impedirlo. Mi prenderanno tutto ciò che egli permetterà mi sia preso, e mi lasceranno quello che egli mi farà lasciare. Egli ha la forza, è il padrone... — Allora il Santo Padre uscì in parole severe contro il Re di Sardegna, aggiungendo, che egli metteva una differenza enorme tra l’Imperatore e Sua Maestà Sarda. Ho notato, fra gli altri, il racconto di una lettera che il Re avrebbe scritta il mese d’agosto scorso al Santo Padre, nella quale gli diceva, che l’Imperatore non avea fatta la campagna d’Italia, pe’ begli occhi suoi, né per amore dell’Italia; ma perché volea prendere certe provincie dei suoi Stati; e che, per conseguenza, egli, Vittorio Emmanuele, era costretto di ingrandirsi, a rischio di vedersi più piccino dopo la campagna che prima.

«Per essere più sicuro di quanto ho udito, ho domandato una seconda volta a Sua Santità, se il Re gli aveva fatto dir questo, ovvero scrittoglielo: e il Santo Padre mi ha replicato: — Me lo ha scritto il mese di agosto ultimo. — (264)».

In quelle congiunture una rivelazione sì fatta era di gran momento. Vittorio Emmanuele, che accusava al Papa Pio IX l’alleato suo Napoleone di tranelleria, proprio quando si negoziava la cessione di Nizza e Savoia, e in cambio ancora delle Romagne sul punto di essere annesse al Piemonte, compariva per ciò solo in un sembiante nuovo agli occhi del duca di Gramont.

Otto giorni dopo, cioè ai 18 di febbraio, il Duca medesimo riscriveva al Thouvenel: «Come lo vedrete nel mio dispaccio d’oggi, il Re di Sardegna ha scritto al Papa la lettera che il sig. de Talleyrand (265))vi avea annunziata, e gli chiede apertissimamente l’annessione delle Marche e dell’Umbria, vale a dire di un territorio doppio di quello delle Romagne. Non potete figurarvi l’indignazione che questa lettera ha causata e gli sbigottimenti provatine a Napoli. Si ha il convincimento che sia stata scritta d’intesa coll’Imperatore e per suo consiglio: e con ogni riserbatezza vi dico che l'abate Stellanti, il quale l’ha recata, ha fatto di tutto per accreditare quest'opinione. Ha fatto ancora di più: giacché ha dato ad intendere che il Re era molto triste e di assai mal animo; ma non era più padrone di nulla: e che l’Imperatore ed il sig. di Cavour gliimponevano l’obbligo di così operare. Questo abate ha fatto sottosopra lo stesso nel decorso mese di luglio (266)».

Il 19 di quel mese di febbraio, il Thouvenel rispondeva al Duca di Gramont: «La vostra lettera privata degli 11 corrente, in sostanza aveva il peso di un dispaccio, e l’ho mostrata all’Imperatore. Sua Maestà non è parsa meravigliata della strana confidenza fatta dal Re di Sardegna al Papa: ella sa che conto fare della gratitudine del suo obbligato».

Tuttavia non è da credere che la imperiale Maestà del cospiratore non volesse sapere il netto del brutto giuoco fattogli da Vittorio Emmanuele presso il Papa. Il Talleyrand ebbe ordine d’informarsene; ma, come si vedrà più sotto, non venne a scoprire il giuoco se non a mezzo. — Qui citiamo testualmente la Civiltà Cattolica, che chiarisce e rettifica questo fatto, che noi già narrammo, seguendo il libro «Le secret de l’Empereur».

Il Papa Pio IX, sopraffatto allora da tante brighe ed amarezze, alla distanza di presso a cinque mesi, confuse nella sua mente le parole scrittegli da Vittorio Emmanuele il 18 settembre 1859, con quelle che esso aveagli fatte dire a voce dal segreto suo inviato, abate Stellardi. Noi che abbiamo sottocchio la copia fedele della corrispondenza di questo Re col Papa Pio IX, dal tempo in cui era Duca di Savoia fino al 1865, non iscorgiamo traccia alcuna di quanto il S. Padre affermò al Duca di Gramont (secondo il Secret de l’Empereur, essergli stato scritto dal Re di Sardegna. E perocché questa contingenza ce ne porge il destro, faremo, per qualche accenno, conoscere la prima volta all’Italia con quale paterna e compassionevole bontà questo santo Pontefice procurasse ritenerlo dall’abisso, nel quale le sètte, che aveano risoluto di prenderlo a loro strumento, sempre più si affaccendavano di precipitarlo. D’onde si scorgerà anco il perché, nel biasimare col Duca di Gramont Vittorio Emmanuele, Pio IX mettesse un enorme differenza fra lui e Napoleone III. E questi brevi estratti valgono pure a sbugiardare l’empia favola della rivoluzione che, per sollevarlo, nel concetto di contemporanei dementati, ha immaginato che questo Re da lungo tempo in cuore accarezzasse Videa di opporre, nella Penisola conquistata, alla Cattolicità papale una italianità da ghetto, cioè senza battesimo, senza coscienza e senza fede. ché tale si è il più fulgido dei fuochi fatui, co’quali essa cerca di tenere viva l’aureola di grandezza, onde gli ha circondato il capo di Padre della Patria.

Il 22 marzo 1855, quando pei lutti che, l’uno sull’altro, afflissero la reale sua famiglia, pensava sul serio a una vita di vero Re cattolico, e quel malgenio suo, che fu Massimo d‘’Azeglio, si sforzava di illuderlo con diabolici sofismi e trarlo agli spassi del Roi s'amuse (267), così cominciava una sua risposta alle amorevoli condoglianze fattegli da Pio IX:

«Beatissimo Padre. Incomincio mia lettera ringraziando la Santità Sua di quella che pochi giorni fa ebbe la bontà di scrivermi, la quale, fra i duri cimenti a cui è esposta la mia coscienza, è arra per me di non perituro paterno amore della Santità Vostra».

Poscia espostogli un suo desiderio, che non poteva soddisfarsi a bene dello Stato, se non col consenso del Papa, seguitava a dire:

«Beatissimo Padre, l’animo mio soffre da anni di fare costante mente nuove ferite al cuore della Santità Vostra. Mi tolga ora, con la sua carità di Padre dei fedeli, dall’imbarazzo in cui mi trovo, e prometto alla Santità Vostra di fare in modo, onde non recarle mai più disgusti in avvenire, e fare al più presto ricominciare le trattative, onde venire ad un Concordato, che consoli tutti i cuori e dia la pace alle coscienze. Baciandole il piede, col massimo rispetto e chiedendole la santa Benedizione ecc.».

Più di un anno dopo, gl’influssi di chi contornava e dominava l’infelice Re essendo prevalsi, e le cose della religione volgendo sempre al peggio in que’ suoi Stati, Pio IX così concludeva una sua lettera del 18 luglio 1856:

«Per parte mia, me le raccomando con tutta la effusione del cuore, e per il grande interesse che m’ispira l'anima sua, che costa un riscatto di valore infinito, sborsato dal Divin Redentore Gesù Cristo, le raccomando di mettersi in calma ed in quiete,. per poter comparire un giorno avanti il tribunale di Dio, che le domanderà conto delle tante ferite fatte alla Chiesa dai suoi dipendenti. Per parte mia ancora non cesso e non cesserò mai di pregare, col maggior possibile fervore, il Padre delle misericordie, per V. M., per i suoi figli e per tutto il popolo del suo Regno.»

Quando Pio IX, nel 1857, viaggiò pe’ suoi Stati, Vittorio Emmanuelegli mandò in Bologna il cav. Boncompagni, suo ministro famoso presso la corte di Firenze, con una lettera di proposte per la definizione di controversie ecclesiastiche, scritta il 10 maggio, la quale terminava con queste espresse parole: «Prego la Santità Vostra di volere ben credere che, sia il capo di questo regno, che tutto il regno stesso, siamo ben affezionati di cuore a nostra santa Religione, e pronti a dar tutti la vita per essa, se fosse il caso».

Le quali parole richiamano alla memoria quelle che, essendo egli ancor Duca di Savoia, scriveva dieci anni avanti, il 16 ottobre 1847, al medesimo Pio IX, per ringraziarlo di aver tenuta al battesimo, per mezzo del Nunzio, la neonata Principessa Maria Pia, ora regina di Portogallo: «Permetta, Santo Padre, che uno dei figli più affezio nati che abbia la causa di Santa Chiesa, per cui darei, non una, ma mille vite, se le avessi, abbia la fortuna di baciarle il sacro piede (268)».

Scoppiata la guerra del 1859, Vittorio Emmanuele, che da una parte si sapeva innodato nelle censure canoniche, per le tante leggi sovvertitrici dei diritti della Chiesa da lui sancite, e dall'altra si trovava in cimenti di morte, volendo acconciarsi dell’anima, scrisse il 25 maggio al Santo Padre Pio IX una lunghissima lettera, per chiedergli l’assoluzione; nella quale fra molte cose diceva: «Ricorro diretta mente alla Santità Vostra, come Padre caritatevole dei fedeli, onde ottenere tal grazia. Osservi pure, Beatissimo Padre, che comando io in persona l’esercito: mi trovai già a vari scontri micidiali, e sono in pericolo di morte ad ogni istante. Riguardo poi… diedi la mia parola a guerra finita. Credo mio dovere di farlo, e non mi pento di tale risoluzione. D'altronde prevengo la Santità Vostra, che tutti i Ministri sono d’accordo con me in tal punto, salvo uno, che non è forse il più amico di lei, Beatissimo Padre (269). Questa guerra, secondo ciò che Dio vorrà, andrà. Se sono ancor vivo alla fine, andrà bene o male per me. Se è male, non sarò più niente. Se è bene, avrò mezzi molti nelle mani, onde fare molte cose, che per ora non si possono ancora fare. E spero che, nell’avvenire, la Santità Vostra sarà più tranquilla e contenta».

Questa lettera provava al Papa che il disgraziato re Vittorio Emmanuele Aveva la fede, temeva i castighi di Dio e voleva salvare l’anima: onde non per celia, ripeteva ogni tanto al conte di Cavour, suo consigliere di mille iniquità: Bada, che io non voglio andare all'inferno! E il Santo Padre, avuta appena la lettera, si affrettò di rispondergli ai primi di giugno, che, stante il buon proponimento, il quale di nuovo gli manifestava, di gran cuore concedeva le facoltà richieste, e gli apriva le braccia di padre per ¡stringerselo al seno, e dal canto suo facilitargli l’acquisto del perdono di Dio. Quindi soggiungeva:

«Ben inteso però che quest’assoluzione, per essere valida, non può essere disgiunta dalla promessa da farsi dalla M. V., di riparare, nel miglior modo che sarà possibile, ai danni arrecati fino adesso alla Chiesa, unitamente al proposito di astenersene in avvenire; giacché la M. V. conoscerà benissimo che, in caso di nuovi attentati contro la Chiesa stessa, ella ricadrebbe (lo che Dio non permetta mai) nelle stesse censure, dalle quali fosse stata assoluta».

Aggiungeva poi in un poscritto: «I due rappresentanti di V. M. marchese Migliorati e Conte della Minerva, non hanno fatto altra cosa, che mantenere lo spirito della rivoluzione nello Stato della Chiesa; il Marchese d’Azeglio, che viene in Toscana col maggior Pinelli, cosa farà alle limitrofe provincie dello Stato suddetto»?

E’ cosa nota che i rappresentanti del Piemonte in Roma e Firenze, da più anni, sotto l’usbergo della immunità diplomatica, congiuravano settariamente contro i Principi presso i quali erano accreditati; e che Massimo d’Azeglio, al principiare della guerra, era stato inviato da Cavour nella Toscana, per dirigere, in segreto i moti faziosi di questo paese e della prossima Romagna.

Di fatto, ai 22 luglio di quell’anno, rispondendo a una lettera di Napoleone III, che gli significava le condizioni della pace stretta in Villafranca coll’Imperatore d’Austria, Pio IX francamente gli diceva:

«Maestà, la eccessiva ambizione, non del Re, ma del Governo, sarà sempre un ostacolo grande alla pacificazione degli animi; perché anche i ministri e rappresentanti di quel Governo presso i Sovrani d’Italia sono i primi fomentatori dei disordini, per cui, senza i riguardi che debbo alla M V., avrei dovuto dare i passaporti a questo Incaricato sardo».

Intanto le Romagne, fatte ribellare al Papa dopo la battaglia di Magenta, (7 giugno 1859), erano incorate e sorrette nella ribellione da parenti del Bonaparte, e da segreti e non segreti emissari suoi e del Piemonte, come dal danaro personalmente fornito dal Re galantuomo: ciò che ebbe a dichiarare in pubblico parlamento il Ministro Popoli, cosa di cui intrattenemmo a suo luogo il lettore (270). — Dopo mille avvolgimenti, pei quali guidavaie la mano di lui che, col mezzo della sua doppia diplomazia, baciava in Roma la mano di Pio IX e serrava in Bologna quella dei rivoltosi, che erano sul punto di offerirsi al Re di Sardegna: anzi ai 7 di settembre aveano chiesto di annettersi a' suoi Stati, coll’unanime voto di un assemblea, la quale non godeva altra libertà, fuorché quella di acclamare il Re eletto.

Certo è che Vittorio Emmanuele esitava dubbioso, fra i rimorsi dell’animo e gli stimoli del potente alleato, che lo premeva di ricusare l’offerta in mostra, accettandola in effetto. Per lo che egli si risolvé di spedire in confidenza al Papa un uomo di sua fiducia, l’abate Stellardi, di spiriti più aulici che ecclesiastici, e più caldo per gl’interessi di Cesare, che non pei diritti di Dio; ma tale in sostanza che poteva essere accolto da Pio IX, come privato messaggero di segreti, che la prudenza vietava si commettessero alla carta.

Con sua lettera dei 18 settembre, il Re lo accreditò presso il Santo Padre; ma di fatto tardò alquanto a recarsi in Roma: perocché egli ebbe udienza su la fine del mese. Ed avvedutamente forse il Re scrisse quella data nella sua lettera per antivenire l’arrivo della deputazione romagnola, che a lui dovea presentarsi il 24 settembre nella villa di Monza, per esprimergli il voto dell’assemblea elettrice e supplicarlo che vi avesse aderito.

All'assemblea obbligata ad eleggere fece egli una risposta, la quale l’abate Stellardi ebbe incarico di assicurare Pio IX essere lui stato obbligato di fare. E tuttavolta quelli erano giorni, nei quali si decantava il trionfo della libertà!

La somma di questa risposta, indettatagli da Napoleone III, era che, come cattolico, serberebbe perpetua riverenza al Capo della Chiesa, come Principe italiano, accoglieva i desideri delle Romagne, per difenderne più efficacemente la causa al tribunale delle Potenze europee: ai popoli recassero la sua gratitudine, la sua fede, le sue speranze; serbassero unanimi i propositi, temperati i modi; l’Europa darebbe loro soddisfazione. —

Se ogni pietra del monumento che, col sangue dei popoli d’Italia, la rivoluzione sta erigendo in Campidoglio a Vittorio Emmanuele II, deve ricordare ai posteri una sua grandezza, bisognerà nascondere quella che rammenterà quest’atto suo, per altro così solenne. Imperocché, o egli accolse il voto dei felloni a Pio IX contro coscienza, e menti all’onore suo: o col suo messo ingannò Pio IX, e mentì alla verità. Non ignoriamo che correvano i tempi, nei quali il Cavour sentenziava, tra le sue delizie di Lori, che per fare l’Italia s’avea da mettere in disparte la morale; il Salvagnoli oracolava in Firenze, che colla verità non si governa, e Massimo d’Azeglio commentava in Pisa la casuísticadella morale pubblica, diversa dalla privata. Ma tutto ciò non ostante, noi speriamo che nessun monumento basterà mai a far mutare, nell’estimativa degl’Italiani, in titolo di grandezza la perfidia e la menzogna!

Alle istanze del sig. di Talleyrand, ministro di Francia a Torino, (continua la Civiltà Cattolica) Cavour, cedendo, diede copia della lettera scritta da Vittorio Emmanuele al Papa Pio IX, e portata a S. Santità dall’abate Stellardi, nel settembre 1859: copia che fu tosto trasmessa a Parigi, sottoposta all’Imperatore, e da Parigi mandata al Duca di Gramont in Roma, affinché la conoscesse. Se non che la copia non fu testuale, né pienamente esatta; poiché si volle attenuare la forma scusatoria per sé, e indirettamente accusatoria per Napoleone che il Re vi diede. Dallo stile poi si fa chiaro, che questi la scrisse tutta da sé, né la fece rivedere a chi che si fosse, che gliela correggesse (e ve n’era gran bisogno) come soleva per altre. Il testo originale non si è mai pubblicato. Lo pubblichiamo noi, mettendovi a fronte quello comunicato dal Cavour al Talleyrand, per uso del Governo napoleonico, pubblicatosi ora dal signor Thouvenel nell’opera sua (271); e ponendo in corsivo le varianti dell’originale.


Testo originale:

«Beatissimo Padre,

«Spedisco verso la Santità Vostra Fa bateStellardi, che gode tutta la mia confidenza, incaricato di missione orale e della massima importanza, riguardante gli affari attuali, onde chiarire alla Santità Vostra molti fatti, che furono, o che si compiono, e che la Santità Vostra sappia la vera parte che io ci presi, e cosa sono disposto ad operare per ¡’avvenire.

Ho bisogno di molta indulgenza per parte della Santità Vostra.» Credo però non essere tanto colpevole, ciò che mi spinge a pregare ancora la Santità Vostra ad accordarmi la Patema Benedizione.

«Della Santità Vostra,

«umiliassimo ed obbedientissimo figlio

«VITTORIO EMMANUELE.»


Testo comunicato in francese:

«Très Saint- Père,

«J’expédie à Votre Sainteté l’abbé Stellardi, qui jouit de toute ma confiance.

«Il est chargé par moi de donner à Votre Sainteté quelques éclaircissements à l’égard des faits qui ont précédé et suivi les changements qui ont eu lieu dans les Romagnes, éclaircissements qui lui feront connaître la part que j’yai prise.

«Je sais que j'ai grand besoin de l’indulgence de Vôtre Sainteté; mais j’ai confiance, pour l’obtenir, dans sa bonté accoutumée. Dans cette confiance, je la prie de m’accorder sa bénédiction apostolique, en même temps que je me déclare avec un profond respect.

«De Votre Sainteté

«Le très-humble et obéissant fils et serviteur

«VICTOR EMMANUEL».

«Turin, 17 septembre 1859.»


Il Talleyrand, inviando da Torino al ministro Thouvenel questa copia, l’accompagnava con una sua, del9 marzo, nella quale cosi si esprimeva:

«Il signor di Cavour mi aveva promesso di far venire da me l’abate Stellardi, acciocché meco si fosse giustificato. Tre giorni fa ho avuta questa sua visita, ed ho ragione di essere contento di questo mio interlocutore, che ha lo spirito sciolto e fatto per gliintrighi. Poiché è manifesto che egli avrebbe negato tutto ciò che gli è stato apposto, così non voglio fermarmi sopra le sue scuse, ma più tosto sopra alcuni particolari delle due sue missioni (272). Tanto nel mese di settembre, come nel mese di febbraio, il Papa si era sfogato con termini assai risentiti sul conto dell’Imperatore, verso il quale ha mostrato di non avere né buon animo, né gratitudine (?!). L’anno scorso, fra le altre cose, disse all’abate Stellardi, che l’ammutinamento delle Romagne era stato preparato dai clubsdi Bologna, di Ferrara, di Ravenna e di Forlì, e che ognuno di questiclubsera capitanato da un membro della famiglia Bonaparte.Ha deplorato il matrimonio del principe Napoleone, che aveva gittato il Re nelle braccia dell’Imperatore. Quest’anno ha simulato d’ignorare a chi il Re accennasse, parlando nella sua lettera del più generoso e potente fra gli amici d'Italia. Quando l’abate gli ha soggiunto: — Ma questi è l’Imperatore Napoleone. — Ah, ecco la prima volta che lo sento! ha replicato il Papa(l), — il quale, data libertà al cattivo (?!) umor suo, si è servito d'aggiunti, che lo Stellardi mi ha pregato di non fargli ridire (273)».

Ben s’intende lo zelo del Talleyrand nel querelarsi, che Pio IX non si addimostrasse teneramente grato al suo padrone. Ma grato di che? Della sopraffina ipocrisia con cui, tra mille proteste di filiale devozione, lo faceva scoronare nelle Legazioni, e congiurava perché fosse al più presto scoronato ancora nelle Marche, nell’Umbria e nella sua stessa Roma? E un novello argomento di gratitudine aveva Pio IX verso il Bonaparte, nel contrasto che allora allora egli aveva fatto al re Francesco II delle Due Sicilie, il quale si era offerto di ricuperare colle sue armi le Romagne alla Santa Sede. — No, (aveva risposto egli, che ogni soccorso voleva impedire al Papa); no, il re Francesco non si muova; a riacquistare le Legazioni penserà la Francia: e la bugiarda promessa era stata sottoscritta dal Duca di Gramont a nome dell’Imperatore (274). Se non che questi poveri diplomatici di Napoleone erano da compatire. Avevano bonariamente fede nella sua lealtà; e mal si potevano persuadere, che il lor signore li canzonasse, col giuoco di una tutt’altra diplomazia tenebrosa e settaria, onde portavano poi essi il danno e la vergogna. E perché Pio IX non si lasciava burlare da quello sciagurato, giudicavano di picciol cuore quel Papa, che ebbe un cuore più grande del mondo (275).

Ma poco bella figura fa pur egli l’aulico abate, che, per mettere il suo Re e sé stesso in grazia col Papa, gli svelava le furfanterie di Napoleone; e per meglio ricoprire lui e sé con Napoleone, rapportava al suo ministro, se non esagerava, in Torino, gli sfoghi d’indignazione ed i rimproveri intesi dal Papa, contro l’imperiale suo traditore. La storia deve a ciascuno il suo: unicuiquesuum.

Merita il conto che qui riproduciamo la lettera del Gramont al Thouvenel, sotto i 17 marzo 1860, non appena ebbe avuta la copia, da noi riferita, di quella di Vittorio Emmanuele, che nel settembre dell’anno precedente lo Stellardi avea recata a Pio IX. Eccola tradotta dalla summentovata raccolta, edita da L. Thouvenel (276).

«Assai vi ringrazio degliimportantissimi documenti, che mi avete spediti intorno alla missione confidata all’abate Stellardi. Allorché nel settembre venne a vedere il Papa in Castel Gandolfo,fu per Doppierà dei dirgli da parte del Re, che l’Imperatore lo avea costretto a rispondere favorevolmente ai voti delle Romagne, dacché la loro annessione dovea compensare il sacrificio che l’Imperatore gl’imponeva di fare altrove (277). L’abate Stellardi aggiunse che il Re non lo voleva, ch’egli avea resistito fino all’ultimo momento, ed inventò una vera scena, parlando di un dispaccio telegrafico, spedito dall’Imperatore al Re, e giunto mentr’egli, lo Stellardi, era col Re nella sua camera da letto, il quale dispaccio ordinava al Re di accettare. Il Papa, con fina sagacia, ha ripetuto al Re, nella sua risposta alla lettera del 17 settembre 1859, tutto quello che l’abate Stellardi gli ha detto, a nome di Sua Maestà, e sarebbe curiosissimo e di molto profitto che il signor di Talleyrand potesse procurarsi e comunicarvi la lettera di Sua Santità. Ma dubito che consentano a dargliene copia. Del resto avete notata, ne sono certo, questa frase della lettera del Re. — L’abate Stellardi è incaricato di darvi schiarimenti che vi faranno conoscere la parte che io vi ho presa (agli avvenimenti delle Romagne). — Questi schiarimenti si son ridotti a rappresentare il Re come sforzato, costretto. dall’Imperatore, e come violentato, contro il proprio volere e sentire, da un alleato, alla cui prepotenza non si poteva resistere. Grazie al cielo, tutte queste doppiezze sono oggi scoperte dal fulgore della verità. Vi dirò poi, cosi a quattr’occhi, che l’abate Stellardi, quando io era in Torino, era generalmente sprezzato».

Fino a qual grado, nota la Civiltà Cattolica, fosse stata doppiezza nelle secrete pratiche dello Stellardi col S. Padre, non è facile definire. Ma è fuori di dubbio, che Pio IX allora si diffidava meno della volubilità di Vittorio Emmanuele, che non della perfidia di Napoleone III: e la enorme differenza che, come se n’era avveduto il Duca di Gramont, egli ponea fra i torti personali del Re e quelli dell’Imperatore verso di se, era giustificata, non fosse altro, da un avanzo che il Re, con uffizi privati, mostrava serbare di quella coscienza cristiana, che l'Imperatore, con tutti i suoi infingimenti di religiosità, si teneva sotto dei piedi. E chi scrive queste pagine, trovandosi appunto in Parigi la primavera di quell’anno 1860 ai giorni, nei quali il Duca di Gramont deplorava quella doppiezza, e notando l’attitudine quasi compunta di Napoleone III nelle pompose cerimonie della cappella delle Tuileries,e leggendo nei fogli, che Sua Maestà avea divotamente presa la santa Pasqua, udì dirsi da ragguardevole persona: — Ecco che il Giuda del Papa fa la Pasqua, e Vittorio Emmanuele non la fa. Sapete perché? Perché Vittorio ha ancor la fede nel cuore, e Napoleone l’ha sottolecalcagna. —

Il Duca di Gramont, come abbiamo veduto, eccitò da Roma il ministro Thouvenel a procurarsi in Torino copia della lettera da Pio IX mandata, nel settembre del 1859, al re Vittorio Emmanuele; ché cosi avrebbesi avuta la prova lampante del brutto tiro fatto dal Re all’Imperatore. Ma con ragione sospettò che questa copia non si darebbe. E in effetto non si diede, si tenne anzi colatissima, né ilBonapartegiammai potè averla sotto gli occhi.


Eccola peròtestualmente trascritta dalla minuta originale:

«Maestà,

«Dal sig. ab. Stellardi mi fu presentata la lettera che V. M. ha avuto la bontà di dirigermi. E poiché il d. Ecclesiastico fu da Lei incaricato di parlarmi nell’augusto suo Nome, ho sentito dal medesimo come ella è stata obbligata da un sovrano molto potente, collegato strettamente ad un ex-Ministro di V. M. (278) d’intenzionimolto avverse alla Chiesa ed al suo Capo, di venire a certe determinazioni, di accettare certe offerte, e di sentirsi fare certe proposizioni, che il di Lei regio carattere e la di Lei delicatezza non le permettono di palesare, ma che questa stessa lodevole riserva fa purtroppo conoscere che quelle proposizioni furono di pessimo colore. Io compatisco molto la triste posizione nella quale la M. V. si trova: ma non so comprendere come Lei, Sovrano Cattolico, appartenente ad una Casa Reale che ha sempre prodotto tanti Sovrani, eminentemente Cattolici ed affezionati a questa S. Sede, non abbia parlato in Monza un linguaggio che unicamente conveniva a V. M. in proposito delle Legazioni. Agevolava questo contegno il Parlamento chiuso, i poteri straordinari dei quali la M. V. è ora investita, e più di tutto il vivo desiderio e l’aspettativa di molti milioni di Cattolici, che pendevano dallabbro di V. M. credendo di ascoltare parole tutte conformi alla loro fede, ed atte a rendere ragione ai diritti di questa S. Sede. Ma, ahimè! V. M. ha parlato in un senso totalmente contrario, e i nemici della Religione Cattolica, e i rivoluzionari di tutto il mondo hanno riportato il trionfo, che desideravano. E vero che l’ab. Stellardi mi ha assicurato dei sentimenti di V. M. contrari del tutto alle parole pronunziate, e di più mi ha aggiunto che le dette parole vennero ordinate dal di là delle Alpi, ed era perciò necessario di pronunziarle. Ma ecco che lo scandalo è compito, e con sommo mio dolore veggo che le Censure Ecclesiastiche tornarono ad illaquearla di nuovo; perché non basta a preservarla, né il dissenso interno della sua volontà, né la pressione fatta a V. M., come dice l'ab. Stellardi, da uomo quantunque potente; perché l’anima di Lei è libera, perché la sua educazione fu cristiana, perché i sentimenti di V. M. sono cristiani anche adesso. E quantunque quello che dette il consiglio autorevole sia incorso preventivamente nelle stesse pene, pure questa circostanza non libera la persona consigliata dl parteciparne. Alle quali cose prego V. M. di volere aggiungere, nflettendovi sopra, la sfrenatezza della stampa, la nuova erezione di altri templi protestanti, le ingiurie contro il Clero Cattolico, controla Religione, contro il suo Capo; cose tutte che si sentono, si vedono e si leggono negli Stati di V. M. ed in tutta quella parte d’Italia, ove alcuni individui hanno dichiarato di voler essere sudditi di V. M., facendo alla medesima l’orribile torto di dover quasi proteggere tutte le empietà e tutte le bestemmie, che in quelle stesse terre impunemente si propagano.

«Forse la mia lettera è troppo lunga, ma ho scritto spinto dal desiderio di farle conoscere la verità, per assicurarla dell’affetto paterno, che conservo per Lei, anche nell’attuale sua posizione, e per dirle che non trascuro di pregare con ogni fervore il Signore per Lei, anche in mezzo alle afflizioni presenti ed al pensiero delle future, le quali angustiano il mio cuore, ed alle quali pare che V. M. non possa, o non voglia apprestare verun sollievo. Certo è poi che le afflizioni più grandi che ora piace a Dio di farmi esperimentare, non provengono dalla ingratitudine, o dalla ipocrita malafede di certi uomini, ma bensì dalle offese che si fanno a Dio e alla sua Chiesa. Iddio conservi la M. V. e le conceda nella sua difficile posizione moltissime grazie, delle quali ha bisogno, e coll’appoggio e coll’efficacia delle medesime, possa Ella rendersi degna delle sue celesti Bene dizioni.

«Romasapud S. Petrum, che 29 Septembris 1859.

Pius PP IX.


Avvegnacché Pio IX, in questa lettera, con franca severità riprendesse ed ammonisse, com’era dover suo, il Re, tuttavia significò di aggiustare qualche fede alle dinunzie fattegli a voce, per parte sua, dall’abate Stellardi delle prepotenze di Napoleone III e de' costui biechi disegni, ch’egli era spronato ad eseguire. Per lo che ancora più tardi, quando si consumarono tanti misfatti contro la Santa Sede, e si compì a' suoi danni la più sacrilega delle iniquità di questo secolo, Pio IX giammai non cessò di nutrire nell'animo e di manifestare per Vittorio Emmanuele una profonda Compassione: e questi, checche sia apparso o siasi finto in contrario, né pure perdette mai un'intima riverenza per lui e una certa fiducia nella patema sua bontà.

Quando si pubblicheranno certe memorie secreto, che speriamo non restino sempre occulte, si saprà ancora che, dopo il 1870, Vittorio Emmanuele, da una sala di quel palazzo apostolico del Quirinale, dentro cui non si potea vedere, mandò scusarsi con Pio IX di avergli occupata Roma, soggiungendo queste precisissime parole: —Dite al Santo Padre, che io, in cambio di prendergli nulla del suo, gli avrei dato il mio: ma a così fare sono stato costretto. Forse io sono stato strumento di arcani disegni di Dio. — Scusa magra, la quale però mostrava quanto l'infelice Re fosse dai rimorsi straziato, e confidasse nella benignità del gran cuore di Pio IX.

Dalla primavera del 1860 in avanti, ogni diretta corrispondenza epistolare fra loro due si ruppe. Né dopo l’annessione delle Roma, né dopo la violenta conquista delle Marche e dell'Umbria, né dopo altri avvenimenti feraci degli empì fatti e delle più empie leggi che si seguirono, si scrissero punto più lettere, fino al 1865. Peraltro nel 1862 a quella che la Principessa Maria Pia, sua figlioccia, gli mandò per notificargli il suo matrimonio col Principe reale di Portogallo e chiedergli la benedizione, Pio IX rispose in tiermini, che mostravano la grande sua commiserazione dei casi, in cui il Re suo padre era travolto.

«Ella fa voti, cosi Egli le riscriveva, perché cessino i dissidi; e i voti sarebbero di facile esaudimento, se si volesse restituire ciò che ingiustamente si è tolto: tanto più che in queste lagrime volivicende, l'Italia non acquista gloria, e la Religione, ben lungi dalconseguire trionfi, come desidera Sua Maestà il Re suo Padre, è oppressa, spogliata e perseguitata. Lo spazio di una lettera, e molto più lacircostanza tutta lieta che m'induce a scrivere, mi impediscono di scendere in dolorosi dettagli. Dirò una cosa sola, che può eccitare meglio compassione nel cuore di una pia e giovane Principessa. Tutti i monasteri di monache, spogliati di loro averi, e molte comunità espulse, private così di tetto e di cibo; tanti ecclesiastici di ogni grado insidiati, carcerati ecc. So bene che con questo mezzo la Chiesa trionfa.» Ma guai a chi adopera questo genere di mezzi! Ma basti su Ciò.

«Faccia i miei complimenti all'augusto suo Padre, e lo Assicuri ohe, a fronte di tutto quello che accade, io lo amo e prego ogni giorno per lui. Mi ascolti Iddio, e conceda al medesimo quella luce che lo guidi fra le tenebre dell'attuale rivoluzione».

Allora che poi nel 1865, per Provvedere alla vacanza di tante sedi vescovili in Italia, Pio IX, nell’apostolica sua sollecitudine, tutto da sé si determinò d'indirizzarsi a Vittorio Emmanuele, concludeva la lettera del 10 marzo, che per mano del conte Adorni gli fece portare in Firenze, con queste benigne parole:

«In somma, io la prego di fare tutto quello che può, per asciugare qualche lacrima almeno alla travagliata Chiesa d’Italia, fatta segno di tanta e non meritata contraddizione. Dio lo permette, e sia fatta la sua volontà! Del resto io prego per Vostra Maestà, la amo di cuore, e possa Dio liberarla dalla dolorosa e lacrimevole situazione nella quale si trova».

Per particolari notizie sappiamo, che questa lettera nel palazzo Pitti, fu presentata al Re mentre si sdigiunava, che impallidì, quando il latore gli disse mandargliela privatamente Pio IX, e passandosela così suggellata com’era, dalla destra alla sinistra, e quasi pesandola chiedeva ora a sé, ora al Conte: — Che mi scrive il Papa? Che cosa mi dice qua dentro? — Ma non l’apri se non dopo l’asciolvere, e volle leggerla da solo. Sappiamo inoltre ch’egli ne fu commosso, e adoperò effettivamente coi suoi ministri tutto quello che gli rimaneva di autorità, per contentare il Santo Padre, al quale scrisse poi questa lettera di risposta, che neppur è stata mai pubblicata:


«Beatissimo Padre,

«Dal dì, or son cinque anni, che la S. V. credette di dovermi, per la seconda volta, illaqueare delle censure della Chiesa, non dover più scrivere alla S. V. Io mi considerava, e mi considero come un ¡strumento mortale di ciò che talvolta Dio permette che accada, come ben mi scrisse la S. V., ed in presenza di fatti inevitabili, mi parve, Beatissimo Padre, che la mia coscienza rimanesse tranquilla. Ma ora che ella, con quella paterna bontà di cui già tante prove diedemi pel passato, volle con l’ossequiata sua lettera, farmiconoscere i suoi desideri a riguardo delle sedi vescovili vacanti nei miei Stati, l’animo mio riconoscente approfitta con giubilo di questa occasione, per deporre ai piedi della S. V. queste poche mie righe.

«Nessuna cosa più vivamente da me si desidera, che di vedere aperta una via di conciliazione fra la Santa Sede ed il mio Governo, principalmente per quanto riguarda gl’interessi della Religione, che vorrei in ogni legittimo modo assicurati. Ora la S. V. trattando la questione delle sedi vescovili, per provvedere a quelle fra esse vacanti da maggior tempo, e che più importa di riempire, non sarebbe certo per fare ostacolo la proposta dei soggetti, dacché il mio Governo non ne proporrebbe di tali, che non potessero essere accettati dalla Santa Sede. Bensì vorrebbesi all’uopo precorrere intelligenze e prendersi accordi, per cui riesce opportunissimo il partito che la S. V, ebbe la bontà di propormi. Io Faccetto di grand’animo e col leale desiderio che possa avere un pieno buon successo.

«Invio dunque a tal fine a V. S. il cavaliere avvocato Vegezziruomo di tutta rettitudine, scelto da me e mio amico particolare, munito delle istruzioni del mio Governo, per trovar modo di appianare le difficoltà concernenti le provviste di queste sedi vescovili vacantired anche per conoscere in genere gli intendimenti di V. S. sovra ogni altro capo che risguardi gli interessi religiosi nei miei Stati.

«Io non dubito, Beatissimo Padre, della paterna benevolenza della S. V. e dell’efficacia delle preghiere di Lei, per la prosperità della mia famiglia e del mio Regno.

«Voglia la S. V. rimanere persuasa di mia figliale devozione, colla quale riverente le chiedo la sua apostolica benedizione.

«Sono, Beatissimo Padre, della S. V.

«Affezionatissimo figlio in Cristo,

«VITTORIO EMMANUELE».

«Torino, li 5 aprile 1865».


Nessuno ignora come re Vittorio, caduto, ai primi di novembre del 1869, mortalmente infermo nella villa di S. Rossore, vicino a Pisa, tornasse a coscienza, cercasse e ricevesse i sacramenti della Chiesa e, con ogni miglior disposizione dell’animo, si apparecchiasse all’eternità; soddisfacendo quanto era possibile, a tutti gli obblighi di cristiano cattolico, ed implorando, per via del telegrafo, il perdono e la benedizione di Pio IX, il quale con pietoso affetto e l’uno e l’altra gli concesse. Di che lo stesso Pontefice, in una numerosa adunanza di personaggi, che a' quei giorni si tenne, ebbe a dirsi consolatissimo.

—L’Emo Corsi, Arcivescovo di Pisa, ci confermava verbalmente, all’Epoca del Concilio Vaticano, quanto narra qui La Civiltà Cattolica, aggiungendo, che, se fosse morto allora, sarebbe stata grande ventura per lui, avendo fatto tutto quanto doveva con piena conoscenza e sincerità. —

Risanato però, all’insigne benefizio di Dio e alla mite bontà di Pio IX corrispose, mettendo la corona all’opera della rivoluzione, occupando per la breccia la città di Roma, erigendovi il trono contro il suo, ed amareggiandolo colla sequela dei fatti che troppo i contemporanei ricordano: persino a tanto che, in quell’apostolico palazzo del Quirinale, dentro cui non mai volle pernottare, ai primi del gennaio 1878, tra un arrivo e una partenza, fu repentinamente percosso da morbo, rimasto ancora misterioso. Il Santo Padre, dimentico d’ogni torto avuto e pensoso unicamente dell'eterna salvazione di lui, gli mandò subito un pio Prelato; acciocché, da parte su», gli offrisse l’assoluzione e le benedizioni estreme (279). L’inviato del Papa, sotto varie scuse, non potè avere accesso nella camera del Re, perché, come sembra accertato, era già morto, e non più moribondo. Poco dopo, convenendo salvare le apparenze, per altre vie, si ebbe ricorso al Papa medesimo, cui si lasciò credere che il Re vivesse: e gli si dimandarono le debite facoltà, per la pubblica amministrazione del Viatico, nel palazzo apostolico interdetto. E Pio IX, al personaggio che gliene partecipò la istanza, rispose: — Veramente egli è sempre stato con noi mal pagatore. Tuttavia bisogna usargli misericordia. Concediamo tutte le licenze. —

Per altro nell’ora nella quale egli proferiva questa ultima parola misericordiosa, Vittorio Emmanuele, forse e senza forse, era già passato al tribunale di Dio, a riformare il cui sempiterno giudizio nulla valgono punto le vituperazioni o le apoteosi degli uomini (280).

Quanto poi a Napoleone III, il signor Thouvenel, editore della corrispondenza del Ministro suo padre, dalla lettera da esso diretta al duca di Gramont, il 29 luglio del 1860, avrebbe potuto apprendere, se un poco l’avesse considerata, che l’Imperatore non aveva proprio nessun proposito di serbare al Papa quella Sovranità, della quale, nei covi della Carboneria, meditò lo sterminio fino dai primi anni suoi giovanili; e che il vantato suo zelo per riserbargliene una parte, non era se non un artifizio, per meglio spropriarlo dell’altra. Al cominciar della guerra d’Italia, nel 1859, egli aveva bandito, che assicurerebbe al Santo Padre tutti i suoi diritti di Sovrano: qualche mese dopo gli fece sottrarre le Romagne, ed in quella che congiurava col Cavour per toglierli subito appresso le Marche altresì e l’Umbria, diceva al suo ministro Thouvenel, che tutta la difesa deliba Sovranità del Papa avrebbe ridotta alla protezione della sua persona in Roma. «Due giorni fa, scriveva il Ministro al Gramont, l’Imperatore mi disse: Fuori della protezione personale del Papa, in Roma, pei nostri soldati, non vi è altro da fare (281)».

Del rimanente questa lettera è notabile ancora, per un singolare documento che aveva annesso. La polizia napoleonica teneva d’occhio i plichi provenienti da Roma, li dissuggellava, e il segreto postale violava, senza riguardo alcuno. Basta dire che sequestrò ed aperse perfino i dispacci che la Segreteria di Stato mandava al Nunzio di Parigi, che era allora monsignor Sacconi, giovandosi dell’occasione propizia di Luigi Veuillot, tornante da Roma. E noi, aggiunge l’autorevole periodico, che eravamo allora in Parigi, dalla bocca del signor Veuillot e da quella del Nunzio ci sentimmo narrare per filo e per segno tutte le particolarità di questa infamia, condotta con volpina scaltrezza.

«Sua Maestà, scriveva Thouvenel a Gramont, mi ha trasmessa questa mattina una lettera aperta dalla polizia. Vi vedrete il linguaggio che l'abate Cabanis mette sulle labbra del Papa».

L’abate Cabanis, come dicemmo, era corrispondente romano della Gazette de France: e la sua lettera, che la polizia avea sequestrata e posta sottocchio all'Imperatore, portava la data del 22 luglio 1860. Noi la recammo, quale si trova nel Secret de l'Empereur a pag. 277-278 di questo volume, part. IL

Ciò che vi fosse di certo in quella notizia non 'sappiamo: né si ha prova che quelle parole, come affermava il Cabanis, fossero da Pio IX rivolte al Duca di Gramont. Ma, in vero, avrebbero espressa una profezia, che si compiè d’ivi a dieci anni; quando la spada della Prussia distrusse gli eserciti di Napoleone III, e fece lui prigioniero, mentre col suo lampo vittorioso ne fe’ crollare il trono e l'Impero: frutto il più manifesto ch'egli raccogliesse dalla sua impresa d’Italia e da tutte le ignobili sue congiurazioni, per abbattervi nel seno il Principato dei Papi; e lezione terribile per coloro, che sperano durevole la fortuna nell’iniquità.

La storia, conchiude la Civiltà Cattolica, che mostra il passato e premostra il futuro, c’insegna, che tutto quello che contro il Papato si fa, co’ suoi autori perisce; e quanto è fatto in sua depressione, tutto poi torna in sua esaltazione. E questo, non può dubitarsene, sarà l’esito finale altresì del moderno rivolgimento d’Italia. — E forse e senza forse, aggiungiamo noi, anche di qualche altro ora potente impero (principale istigatore della presa sacrilega di Roma), fondato sulla eresia e sulla iniquità.

Ed ora, a conferma stupenda di quanto siamo venuti dicendo sin qui, ed a gloria della S. Sede, aggiungiamo una raccolta di testimonianze, che nessuno mai riuscirà ad infermare.


Torna su



CAPO XV


Torna su



TESTIMONIANZE INOPPUGNABILI INTORNO AL POTERE TEMPORALE DEL PAPA

Il Siècle con enorme malafede aveva preso di quei giorni a combattere il governo temporale del Papa, togliendo dalle Memorie del Guizot un rapporto, che nel 1832 gli indirizzava il conte Rossi: e, supponendo che questi fosse stato sempre devoto alla causa del Pontefice, il giornale parigino argomentava dall'autorità del nome contro la spensieratezza del governo.

I giornali piemontesi fecero tosto plauso alla scoperta e al ragionamento del Siede, perché li aveva emulati nell'empietà e nel paralogismo. Noi invece gli risponderemo ad hominem con un discorso del medesimo Guizot, protestante, discorso che egli disse al parlamento francese parecchi anni dopo di aver ricevuto il famoso dispaccio del conte Rossi. E questo discorso avrebbe dovuto dire nettamente all’Imperatore de' Francesi quale condotta dovesse tenere col Papa.

Era il 30 di gennaio 1848, e la questione italiana agitavasi a Parigi nella Camera dei Deputati. Alfonso Lamartine, trasportato dall'estro poetico, aveva recitato un discorso, che era un idillio, ricco di frasi, poverissimo di senno politico; allora quando il sig. Guizot, ascesa la tribuna, gli rispose con un’eloquenza e con un buon senso ammirabili.

«Signori, diceva l'oratore, si può ben desiderare di rimettere l’ordine e la luce nell’universo, ma non bisogna perciò cominciare dal mettervi il caos; imperocché nessuno sa quando potrà rientrarvi l’ordine e la luce, una volta che il caos vi è stato messo».

Concedeva il sig. Guizot, che la Francia avesse grandi interessi in Italia, anzi li enumerava; interessi di equilibrio europeo, interessi di pace europea, interessi di politica religiosa, e interessi di politica liberale e moderata.

Restringendosi solo agli interessi di politica religiosa che la Francia aveva in Italia, il Guizot li formolava cosi:

La riconciliazione sincera, seria, profonda della religione e in partir colare della Chiesa Cattolica colla società moderna. E dopo di aver ricordato i fatti che da Pio VII sino a Pio IX tendevano a conservare questa riconciliazione, l’oratore proseguiva:

«Consentitemi di dirvelo, o signori, voi obbliate le condizioni di questi fatti, voi obbliate le condizioni del loro buon risultato. Sapete voi che cosa richiedesi perché il Papa Pio IX riesca nella grand’opera ch’egli ha intrapresa? Bisogna non chiedergli ciò che non può e non deve fare come Papa; bisogna rispettare la sua sovranità spirituale, e le condizioni temporali della sua sovranità spirituale; bisogna che il Papato resti intero. Potete ben domandargli, e con ragione, di continuare la riconciliazione della religione colla società moderna; ma il Papato non può addicare sestesso, non può distruggersi: bisogna che sia mantenuto in tutto il suo splendore, in tutta la sua purezza. E l'onore, è la gloria, è il bisogno di tutta l’Italia, come della città di Roma e del Papato medesimo.

«È necessario adunque che non si domandi al Papa, che quello che il Papa può fare, e nello stesso tempo è necessario che il Papa sia ben sostenuto, fermamente sostenuto contro coloro che vorrebbero fargli fare di più, e fargli fare altra cosa».

E, dando uno sguardo attorno a sé, il signor Guizot vedeva due forze che tendevano ad impossessarsi del Papa, per trarlo a' propri capricci: altri lo volevano banditore di guerra, altri fautore di rivoluzione, o, come se ne lagnò Pio IX medesimo, presidente della repubblica italiana.

«Il Papa, soggiungeva il signor Guizot, non può essere che un istrumento di ordine e di pace. E quando dico un istrumento, ne chiedo scusa al Papa medesimo, perché non è la parola, di cui mi debba servire. Il Papa non può sostenere che la causa dell’ordine, della pace e del miglioramento regolare pacifico della società. Colui che da tanti secoli è il più eminente rappresentante delle idee di conservazione, di perpetuità, d’ordine, non vorrà abdicare in questo momento per convertirsi in uno strumento di guerra, di disordine, d’anarchia: non lo farà (Bravo! Bravo!).

«Fate assegnamento tanto sulla natura dell’istituzione, quanto sul carattere dell’uomo: il Papa, il Pontefice, il prete salverebbe il Sovrano, che, ben lo spero, non è compromesso (Nuove approvazioni al centro).

La valorosa Armonia di Torino faceva alle sapienti parole del celebre uomo di Stato un importante commento.

Rifacendoci alquanto, scriveva, sulle norme stabilite dal signor Guizot, non si dee chiedere al Papa ciò che non può fare come Papa; bisogna sostenere il Papa in tutto ciò che può fare; bisogna difenderlo contro coloro che vorrebbero fargli fare di più, o fargli fare altra cosa. Ecco i tre grandi punti della politica francese riguardo a Roma. Essi vennero tracciati da un protestante leale, e avrebbero dovuto servire di guida ed essere praticati da un Imperatore che fosse stato soltanto onesto.

1(a). Non bisogna chiedere al Papa ciò che non può fare come Papa. E ciò che il Papa può fare non deve dirlo né Cavour a Torino, né d’Azeglio a Bologna, né Walewski a Parigi, né Palmerston a Londra: Pio IX è il solo che possa dirlo, e bisogna rimettersene a lui e venerare la sua decisione.

Se Pio IX dice che non può accettare il Codice Napoleone, non bisogna domandargli di accettarlo. Se protesta che non può separare le legazioni da Roma, non bisogna pretenderlo. Se dichiara che non gli è permesso di secolarizzare il suo governo in guisa di secolarizzare il Papato, conviene rassegnarsi alla sua decisione.

Altrimenti che cosa ne avviene? Né avviene che il Papa non fa e non farà mai ciò che non può fare, e gli eserciti più valorosi che conquistano Sebastopoli e trionfano a Solferino, sono obbligati a calare le lancie davanti la coscienza cattolica del Pontefice.

2°. Bisogna sostenere il Papa in tutto ciò che può fare. Pio IX è tutta bontà, tutto cuore, non vive che per Dio e pel suo popolo. Non v'è nessuno che possa amare i sudditi pontifici più del Pontefice. Egli ha sempre fatto, ed è pronto a fare, tutto il possibile pel loro meglio.

Guardatevi dal prescrivergli riforme, dal dettargli la legge. Chiedetegli ciò che può fare nel governo del proprio Stato, e allora sostenetelo in questo nei vostri consigli, colla vostra forza.

3(n). Bisogna difendere il Papa contro coloro che vorrebbero da lui più di quel che può fare, o altra cosa. Chi rovinò l’opera di Pio IX nel 1848, furono coloro che pretendevano troppo da lui, i quali ridussero Roma alle misere condizioni che tutti sanno. Questi non sono soltanto nemici del Papa, ma de' Romani e dell'Italia, e chi ama la nostra nazione dee combatterli, ridurli al silenzio e all’impotenza.

Napoleone III, ha fatto nella famosa guerra italiana tutto ciò che potea fare. Si è arrestato al Mincio, perché, com'egli ha detto, con potea andare oltre. Molti pretendevano assai più daini; ma egli li lasciava cantare, pronto, colla forza in mano, a difendere sé stesso da chi gli volesse usare violenza.

Perché non s’applicò la stessa politica al Papa? Pio IX non era forse pronto a fare pel suo popolo tutto quanto poteva, ed era conveniente e giusto?

Qui cadein acconcio di aggiungere un’altra gravissima testimonianza del medesimo Guizot, che ci viene alle mani in questo momento.

Egli, uno dei più grandi politici del nostro secolo, versato, se altri mai, nella filosofia della storia, trovava ben profonda e vasta la radice, onde ebbe a germogliare la sovranità pontificia.

«L’unione, scriveva egli, del potere spirituale e temporale del Papato non è sorta dallo svolgimento sistematico sia d’un principio astratto, sia d’una tendenza ambiziosa. Teorie ed ambizione possono essere talora mescolate. Ma ciò che, in onta a tutti gli ostacoli, ha veramente e propriamente prodotto e mantenuto il potere civile dei Papi è la necessità, un'intrinseca, incessante necessità Questi possessi terreni e la sovranità temporale provennero al Papato come un sostegno necessario della sua grandiosa posizione spirituale… Le donazioni di Pipino e di Carlo altro non furono che capisaldi in cotesto svolgimento, il quale, spiritualmente e temporalmente al tempo stesso, cominciò per tempo, e fu secondato dal buon senso dei popoli e dal favore dei Re... Come signore temporale il Papa non destava timore in veruno. Ma nella sua sovranità temporale egli possedeva l'efficace guarentigia per la sua libertà e per la sua potenza morale».

Ma, colla guida della tante volte citata Armonia, proseguiamo il nostro cammino in questo splendido campo.

Crediamo utile, scriveva essa, nei momenti presenti di raccogliere le sentenze di coloro, che, quantunque o eretici, o gallicani, o increduli, o in qualunque altro modo avversi per principio all’autorità del Papa, ovvero amantissimi dell’unità e dell’indipendenza italiana, tuttavia s’accordarono nell’asserire la convenienza del principato civile dei Papi in vantaggio della Chiesa.

Metteremo in capo a tutti gli spassionati sostenitori del governo temporale dei Papi un oratore del Concilio di Basilea, di cui ci parla Ranke, storico protestante, nella sua Storia del Papato. Quest’oratore fa la seguente ingenua e notevolissima professione di fede:

«Altra volta era opinione mia, che sarebbe utilissima cosa il separare per intero il potere temporale dallo spirituale; ma adesso ho appreso come la virtù senza il potere sia ridicola, ed il Papa romano senza il patrimonio della Chiesa non rappresenti che un buon servitore dei Re e dei Principi».

In questa sentenza concorse lo stesso pseudosinodo di Basilea; giacché, fra gli aggravi onde, nella sessione XVI, caricò Papa Eugenio, v'è anche questo, che patrimonium Petri perdiderit et diininuerit: che abbia perduto o diminuito il patrimonio di S. Pietro»!

La penna del Fleury non è certo sospetta di servilità papistica ed è bene perciò che leggiamo quanto egli scrisse nel suo discorso IV, sulla Storia Ecclesiastica relativamente al temporale dominio dei Papi.

«Dopo che l’Europa, dice il Fleury, è divisa fra parecchi principi, se il Papa fosse stato il suddito d’uno di essi, si sarebbe dovuto temere che gli altri avessero avuto ritrosia a riconoscerlo per il padre comune, e, di tal guisa, che gli scismi fossero stati più frequenti. Si può credere adunque che convenisse per un effetto particolare della Provvidenza, che il Papa si trovasse indipendente e padrone di uno Stato abbastanza potente per non essere facilmente op presso dagli altri Sovrani; affinché fosse più libero nell’esercizio della sua potenza spirituale, e potesse contenere gli altri Vescovi nel loro dovere. Era questo il pensiero di un gran Vescovo del nostro tempo».

Questo gran Vescovo, a cui accenna Fleury, era Bossuet, il quale nel suo splendido discorso sull’Unità della Chiesa lasciava scritto:

«Dio che voleva, che questa Chiesa, madre comune di tutti i regni, non fosse dipendente d’alcun regno nel temporale, e che la sede, dove tutti i fedeli dovevano conservare l'unità venisse, posta finalmente al di sopra delle parzialità che i diversi interessi e le gelosie di Stato potrebbero cagionare, gettò le fondamenta di quel gran disegno per mezzo di Pipino e di Carlo Magno. Egli è per una felice conseguenza della loro liberalità che la Chiesa, indipendente nel suo Capo da tutte le potenze temporali, si trova nella condizione di esercitare più liberamente, per il bene comune e sotto la comune protezione dei Re cristiani, quella potenza celeste di reggere le anime, e che, tenendo in mano la bilancia ritta in mezzo a tanti imperi, spesso conserva l’unità di tutto il corpo ora con inflessibili decreti, ed ora con saggi temperamenti».

Nella Difesa della dichiarazione del clero gallicano, tanto cara ai libertini, Bossuet, tom. I, pag. I, lib. I, dice: «essere stato concesso all’apostolica romana Sede la dominazione di Roma e delle altre terre, affinché più liberamente e sicuramente potesse esercitare da tutto il mondo la podestà apostolica e da questo, diceva Bossuet, non tantum Sedi Apostolicae, sed etiam toti Ecclesiae gratulamur votisque omnibus precamur suum principatum omnibus modis salvum et incolumem esse.— Del dominio temporale non ce ne congratuliamo soltanto colla Sede Apostolica, ma con tutta la Chiesa, e facciam voti perché questo sacro principato in ogni modo resti sempre salvo ed incolume —».

Il Bonnet, testimonio non punto sospetto nel suo Essai sur l’artderendre les révolutions utiles, tom. II, sez. III,cap. IX, parlando del Papa, dice: «Si disputa al Sovrano più legittimo del mondo la legittimità della corona»! Epoi soggiunge: «Il popolo romano è il più felice di tutti i popoli d’Europa; perché ha la certezza di non mancare giammai di governo, avendo la base della sua costituzione in una religione immutabile, eccetto che, cedendo ai sofismi dei novatori, non separi il Pontificato dalla Sovranità: nel qual caso sarà soggetto agli effetti dell’instabilità che caratterizza sempre le opere degli uomini». E finalmente il Bonnet domandava: «Come i Romani non vedono, che, se il loro sovrano non è più Papa, Roma perde questa fonte di prosperità? Come non vedono, che, se il Papa non è loro sovrano, la sua sede non può essere per tutto, e non avranno il Papa né per sovrano né per vescovo»?

Sentiamo adesso come la discorre Leopoldo Galeotti, uno dei principali liberali fiorentini: «La sovranità temporale, dic’egli (282), garantisce al Papato l'indipendenza nel modo stesso che il dominio de' beni e rendite proprie garantisce alla Chiesa la libertà: la garantisce, perché sottrae il sommo potere sacerdotale alle esorbitanze del potere civile; la garantisce perché sottrae il potere arbitramentale del Papa alla sinistra influenza delle politiche dissensioni; la garantisce, perché sottrae i decreti pontifici al sospetto di recar offesa alla reciproca dignità delle nazioni cristiane.

«Se il Papa fosse rimasto in Avignone, aggiunge egli, sarebbe divenuto un grande elemosiniere in Francia, che niun’altra nazione avrebbe riconosciuto, fuorché la Francia. Un Papa, suddito di Carlo V, non sarebbe stato accettato come arbitro di pace da Francesco I; un Papa, suddito di Napoleone, sarebbe divenuto un dignitario dell’impero francese; un Papa, suddito di Casa d’Austria, non sarebbe obbedito, né sulle rive della Vistola, né su quelle della Senna. Né dicasi che i trattati e le convenzioni politiche potrebbero bastare per garantire l’indipendenza del Papa. I trattati potrebbero, invero, dichiarare che il Papa fosse teoricamente indipendente da ogni civile principato: potrebbero le diplomatiche convenzioni sottrarre la sacra persona del Papa e la Sua Corte ad ogni specie di sudditanza; ma né i trattati, né le convenzioni potrebbero variare la realtà de' fatti, e molto meno attenuare la forza dell’opinione, davanti alla quale gli uni e le altre sono egualmente impotenti. Il sospetto di una segreta influenza e di un’occulta ispirazione scemerebbe per sempre l’ossequio, la riverenza, la fiducia: e il sospetto o scenda dalle reggie, o si alzi dalla piazza, è il demone più desolante dell’umano consorzio»

Di Vincenzo Gioberti potremmo trascrivere più colonne. Ma basti questa sentenza: «Il principato dei Pontefici è uno dei più legittimi del mondo, poiché trasse origine dal libero consenso dei popoli su cui si esercita; e fiorì moralmente assai tempo innanzi che pigliasse forma di un potere civile».

Che cosa pensasse Napoleone I del potere temporale del Papa Di Napoleone I cel lasciò scritto Adolfo Thiers: «La istituzione che mantiene l'unità della fede (così egli diceva quando le passioni non facevano velo alla sua vasta intelligenza), cioè il Papa custode dell’unità cattolica, è una ammirabile istituzione. Rimproverasi a questo capo di essere un sovrano straniero. Egli è straniero infatti; ma bisogna ringraziare il cielo che lo sia. Qual mai sarebbe tanta autorità nello stesso paese davanti al potere dello Stato? Riunita al poter civile, essa diverrebbe il dispotismo dei Soldani, diviso e forse ostile, essa produrrebbe una rivalità spaventosa, intollerabile. Il Papa è fuori di Parigi, e questo è un bene. Noi sopportiamo la sua spirituale autorità appunto perché egli non è né a Madrid, né a Vienna. A Vienna ed a Madrid si dice lo stesso. Credesi forse che i Viennesi e gli Spagnuoli consentirebbero a riceverne i decreti, quando egli fosse a Parigi? Siamo lieti che egli presso noi non risieda, e presso noi non risiedendo, non risieda né meno presso i nostri rivali; ma nell’antica Roma, lungi dalle mani degli Imperatori alemanni, lungi da quelle dei Re di Francia e dei Re di Spagna, tenendo la bilancia fra i sovrani cattolici, inchinando un poco verso il più forte, e rialzandosi tosto contro di esso quando egli diventi oppressore; questa è l’opera dei secoli, ed i secoli l’anno fatta bene. Questa è l’istituzione migliore e più benefica che si possa immaginare per il governo delle anime (283)».

Fra le testimonianze poi dei pubblicisti, o protestanti, o liberali, in favore del potere temporale del Papa, fa d’uopo aggiungere tra le più autorevoli quelle di Federico Hurter, quando era ancora protestante, il quale scriveva così:

«La sicurezza del paese e della città d’onde il sovrano Pontefice deve vegliare all’appoggio e alla conservazione della Chiesa in tutte le altre contrade, è una delle condizioni essenziali per compiere i doveri di una posizione sì elevata. Come mai il Papa potrebbe dedicarsi a tante diverse relazioni, dare consigli, prestare assistenza, pronunziare decisioni sugli innumerevoli affari di tutte le Chiese, vegliare alla dilatazione del regno di Dio, respingere gli attacchi contro la fede, parlare liberamente ai Re e ai popoli, se non rinvenisse il riposo nella sua propria casa? E toccando poi di Arnaldo da Brescia, del famoso eroe dei moderni nostri Ghibellini, o più tosto libertini liberalastri, lo qualificò come ben meritava, tanto che al Nicolini ne venne la stizza.

IlSiècle di Parigi aveva invocato l'autorità del conte Pellegrino Rossi sul governo temporale dei Papi. Ebbene si legga ciò che questo coraggioso e sventurato pubblicista scriveva nel tomo XXIV della Revue dee deux Mondes:

«Quanto al trono pontificio, la cosa è ancor più seria. L’indipendenza del Sommo Pontefice è sotto la guarentigia comune della coscienza dei Cattolici. Roma co’ suoi monumenti, innalzati coi tesori dell'Europa intera, Roma, centro e capo del Cattolicismo, spetta ai Cristiani assai più che agli stessi Romani. Accertatevi che non ci lascieremo decapitare la Cristianità, e ridurre il Papa fuggitivo a chiedere un asilo, che si potrebbe far pagare caro alla sua libertà».

Ilginevrino calvinista Sismondi ebbe a confessare «che il Capo della religione non è che un suddito, se non è un sovrano. Veramente, egli soggiunge, l’amministrazione di uno Stato mal si addice a un prete; ma la servitù gli conviene ancor meno. Il Pontefice monarca sarà indipendente dai Re, e col suo coraggio in biasimarne la condotta compenserà spesso i torti della propria: riprenderà, come sempre fecero i Papi, i malvagi costumi, di cui sì pernicioso è l’esempio quando parte dal trono. Citerà al tribunale divino un Re come falsario, un altro come impudico, o assassino, e rammenterà ai popoli che i monarchi, come i sudditi, meritano pene pei loro delitti».

Il celebre presidente Hainaut, nel suo ristretto cronologico della Storia di Francia, dichiarò: «Il Papa deve riprendere nell’universo tutti coloro che vi imperano; e per conseguenza nessuno deve comandargli».

Portalis, non certo parziale per la S. Sede, in un discorso al Corpo legislativo di Parigi dimostrava essere opportuno, che il Capo della religione dimorasse fuori dello Stato; giacché così non poteva destar gelosia non entrando nelle massime e nei pregiudizi di una nazione di cui non fa parte».

Ferrant, nel suo Esprit de l’Histoire, osserva che, «se il Capo della Chiesa avesse beni, non come Sovrano, ma come suddito, potrebbe essere molte volte obbligato o di resistere, o di cedere; male l’uno e l’altro: essendo invece la religione cristiana per sua natura universale, quegli che ne rappresenta sulla terra il Fondatore, non deve venire costretto a un’obbedienza che potrebbe contrastare incessantemente colla sua autorità».

Napoleone III, prima che fosse imperatore, nel 1848 scriveva al Nunzio pontificio a Parigi: «La Sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa è interamente collegata collo splendore del Cattolicismo, come colla libertà e coll’indipendenza dell’Italia».

E qui giova di recare un intero brano di una conferenza del Lacordaire, oratore valentissimo, molto amante della libertà, che, durante la guerra di Lombardia, scrisse una famosa lettera, nella quale applaudiva alla politica di Napoleone III in Italia. Ecco quanto diceva il Lacordaire dal pulpito francese nel 1835.

«Una sorda rivoluzione avvenne negli spiriti contro la S. Sede. Ella scoppiò per mezzo di fatti e di dottrine, che riempirono i cinque ultimi secoli della storia. Non farò che indicarli. Nel secolo XIV la dimora dei Papi in Avignone per settantanni; nel XV il grande scisma d’Occidente, che ruinò il rispetto dei popoli pel centro dell’unità; nel XVI il protestantesimo; nel XVII il. giansenismo, quell’eresia sleale che non fu mai osa di attaccare la Chiesa di fronte, e s’ascose nel seno di lei a foggia di serpente; nel XVIIIil razionalismo che si tenne abbastanza forte per attaccare non più il Vicario di Gesù Cristo, ma l’opera e la persona stessa di Lui. Un istante si potè credere tutto perduto; da un capo all’altro d'Europa non era che ima vasta cospirazione contro il Cristianesimo, in cui i Principi e i loro ministri tenevano il primo posto. Si sa quale colpo di tuono abbiali sgannati. Tutti codesti Re, che imbandivano piccole cene alla filosofia, intesero un giorno che la testa di un Re di Francia, il primo Re del mondo, era caduta miseramente sotto la falce ignobile di una machina...»

«Essi indietreggiarono d’un passo al cospetto di Dio. La repubblica francese loroarrecò altre nuove della Provvidenza: un soldato di fortuna loro intimonne gli ordini; ei distrusse nei campi di Wagram sino il nome di santo impero romano si lungamente avverso al Papato; ed ei medesimo, avendo osato portare la mano sopra di esso, vittima degli stessi errori ond’era stato il glorioso vindice, fu visto spegnersi d’improvviso, quasi una stella caduta in mezzo ai profondi e solitari flutti dell'Atlantico. Restava un figlio di lui, un figlio che portava i lineamenti di lui e la gloria di sue sventure, giovine cuore appassionato, nel quale la memoria e la speranza rifacevano ogni di la patria: ma suo padre aveagli posto un nome troppo pesante: il Re di Roma soccombette sotto quel carico, quasi fiore prezioso che non compie l’età sua, curvato sotto l’etichetta, cui mano amica, ma imprudente, lo condannò.

«Oggi il Papato giunse all’era di una esistenza più compiuta d’ogni precedente. La riazione, che era sorta contr’esso nello spirito pubblico, nei fatti del medio evo, è vicina al suo termine. Si comprese che la qualità del suo svolgersi, a quell’epoca, derivava da circostanze e non da pretensioni; che quello svolgersi fu vantaggioso ai popoli, all’Europa e all’umanità; che in fondo i Papi sostenevano, nella libertà di loro elezione, nella santità dei maritaggi, nell’osservanza el celibato ecclesiastico, nell’integrità della gerarchia, una causa giusta e civilizzatrice. Si comprese che il Sommo Pontefice non poteva essere nella dipendenza d'alcun Principe cristiano, e che la sua indipendenza, essenziale alla religione, lo è pure alla pace degli Stati diversi. L’impero romano, l’impero d’oriente, l’impero d’occidente non più esistono; nessuno può pretendere dominio sopra la S. Sede: e il diritto pubblico europeo le concede una neutralità onorata nelle guerre che si fanno le diverse Potenze. Se d’altro canto noi esaminiamo che sia del primato spirituale dei Papi, noi lo vediamo assicurato da 18 secoli di possesso, che lo scisma e le eresie solo e sempre indarno combatterono. Vediamo distrutto il giansenismo, il protestantismo prossimo alla sua rovina, avvilito lo scisma greco in oriente, sotto il giogo dei Russi e dei Turchi, esausto il maomettismo, in breve, dappertutto l’errore logoro, languente, percosso, mentreché la Chiesa Romana, sempre la stessa e sempre assistita da Dio, dimora stabile sulle rovine del passato. Le cicatrici che gli eventi le lasciarono, brillano sul corpo di lei, vi rendono più difficile l’accesso della spada. Ella conserva, dell’èra del martirio, il coraggio passivo contro la persecuzione; dell’èra del basso impero, la scienza delle situazioni dubbie; dell’èra di Carlo Magno, la sovranità; dell’èra di Gregorio VII, il significato dei grandi punti di vista politici; dell’èra della riazione, una più profonda conoscenza della medesima e delle altre, e dell’èra presente una invincibile speranza in Dio. Se voi non vedete ancora chiaro il suo trionfo attuale, si è che mai, in un dato momento, il trionfo della Chiesa non è visibile. La barca di Pietro, chi guardi un punto solo nella distesa dei secoli, sembra vicina a perire, e i fedeli sono ognora pronti a gridare: Signore salvateci, noi periamo! Ma se guardisi a tutta la seguenza delle età, laChiesa appare in sua forza, e si comprende quel motto di Gesù Cristo nella burrasca: Uomo di poca fede, perché dubitasti? (Conf. 1835). —

Ma continuiamo le testimonianze degli avversari.

Il Müllernella Storia della Svizzera osservava: «Se il Papa Testimonianza fosse rimasto in Avignone, egli sarebbe divenuto un grande elemosiniere di Francia, che nessun’altra nazione avrebbe riconosciuto fuorché la Francia».

Le attinenze del dominio temporale dei Papi col Cattolicismo risultano da ciò che Federico II scriveva a Voltaire (Corresp., vol. XI, pag. 99): «Si penserà alla facile conquista dello Stato del Papa… ed allora il pallio è nostro, e la scena è finita. Tutti i potentati dell’Europa, non volendo riconoscere un Vicario di Gesù Cristo soggetto ad un altro Sovrano, si creeranno un patriarca ciascuno nel proprio Stato... Cosi a poco a poco ognuno si allontanerà dall’unità della Chiesa, e finirà coll’avere nel suo regno una religione, come una lingua a parte».

E Voltaire negli Annales de l’Empire, T. I. p. 397. notava che: «I Papi in Avignone erano troppo dipendenti dalla volontà dei Re di Francia, e non godevano della libertà necessaria pel buon uso della loro autorità». E nel suo Essai sur l’hist. gen. T. I, cap.38, pag. 529531, dopo di avere parlato della preponderanza degli Imperatori in Italia nel secolo X. dice: «che se questa autorità degli Imperatori avesse durato, les Papes rieussent été queleurs chapelains et l'Italie eut été esclave, vale a dire: i Papi sarebbero divenuti i cappellani degli Imperatori, e Vitaliasarebbe stata schiava»(precisamente come lo à adesso dell’eretica Prussia).

«Il protestante Voigt, nella sua Storia di 8. Gregorio VII. T. II, Conclusione, favellando di questo Pontefice immortale, ha le seguenti parole, che possono applicarsi in genere al dominio temporale dei Papi: I nemici medesimi di Gregorio sono obbligati a convenire che l’idea dominante di questo Pontefice, l’indipendenza della Chiesa, era indispensabile pel bene della religione e per la riforma della società; e che perciò bisognava rompere tutti i vincoli, che fino allora avevano incatenato la Chiesa allo Stato, con grande detrimento della religione».

Gibbon, quantunque filosofo ed eretico, parlando del dominio temporale dei Papi, ebbe a confessare, che: la loro dominazione si trova fondata su mille anni di rispetto, e il loro più bel titolo alla sovranità à la libera scelta d’un popolo, che liberarono dalla schiavitù». È sotto sopra il pensiero del già citato Sismondi, il quale riconosceva il potere temporale dei Papi fondato sui titoli più rispettabili: le virtù e i benefizi (Hist. des Républ. ital., T. I, c. 3, pag. 122).

Ma passiamo a citare le testimonianze di alcuni Italiani non sospetti, come Verri, Ugo Foscolo, Bianchi-Giovini, Giordani, tutta gente cui nessuno vorrà sospettare che pizzichi di clericalismo.

Pietro Verri, uomo brusco al clero ed ai Papi, e infranciosato all’anima rispetto ai deliri filosofici del sec. XVIII, tuttavia scrisse: «La rovina di Roma (papale) è un danno per l’Italia; giacché perdiamo con lei ogni influenza nell’Europa, e ciascuno di noi perde la patria comune, in cui era lecito di fare la nostra fortuna». (Scritti vari di P. Verri, Firenze 1854. vol. 2. pag. 54).

Può trovarsi scrittore più anticlericale di Ugo Foscolo Ebbene durante il regno d’Italia, il Foscolo, cozzando con mille intoppi, dava alle stampe un articolo in lode di Gregorio VII, e sta fra le opere sue. Nel 1815 preparava un discorso a Pio VII, per provare la necessità che il Pontefice rimanga in Italia difeso dagli Italiani.

E nel discorso 2.°, sulla servitù d’Italia, Ugo Foscolo dice: «Noi Italiani vogliamo, e dobbiamo volere, volerlo fino all’ultimo sangue, che il Papa Sovrano, supremo tutore della religione d’Europa, principe elettivo ed italiano, non solo sussista e regni, ma regni sempre in Italia difeso dagli Italiani».

E nel 3° discorso il Foscolo si lagna che si fossero «obbliate la sovrumana fortezza e la sapienza politica di quel gran Pontefice (Gregorio VII), che vedeva consistere la temporale dignità della Chiesa nell’indipendenza delle nostre città; e quindi, nella loro confederazione, la più fidata difesa de' suoi pastori».

Bianchi-Giovini confessò pure la necessità del dominio temporaledei Papi nelle sue note all’opuscolo di Cormenin sulla Indipendenza d’Italia. Torino, 1848 pag. 55. «Il Papa, scrisse Bianchi-Giovini, è capo della Religione e di uno Stato politico: quello è ufficio primario su cui non può transigere, e secondario l’altro. Ora egli non può esercitare il primo ufficio in degne forme se non è libero, se non vive in paese libero da ogni estera influenza».

Finalmente Pietro Giordani, nell’estate dell’anno 1815, recitò nell’Accademia delle Belle Arti in Bologna un’orazione per le tre Legazioni riacquistate, e raccomandiamo ai lettori di ben meditarne il passo che segue:

«I più attempati (dei sudditi pontifici) ricordano la quiete, l’abbondanza, la sicurezza, la libertà, gli studi fiorenti, le feste ingegnose, le gioie di quel pacifico e beato regno pontificale: quando le terre si coltivavano per i cittadini, non per il Principe; e i sovrabondanti frutti delle terre si spendevano a renderle ancora più fertili, più salubri, più amene, non a nutrir soldati; il commercio non tormentato arricchiva i cittadini, non il fisco; e le ricchezze dal commercio prodotte non abbellivano la regia, ma le contrade, i tempi, le case, le ville nostre; le buone arti aveano premi ed onori; la povertà soccorsa; le parole non facevano pericolo a nessuno, i fatti riportavano quella mercede che voleva la giustizia. E gli attempati rimembrando sempre quel felice vivere serbarono continuato desiderio, che a si bella regione d’Italia ritornassero quei giorni sereni. La gioventù (ciò è tanto più che la metà dei viventi) cresciuta fra lo strepito sanguinoso delle armi, in tanta rumorosa volubilità di leggi, di opinioni, di governi, sa che finora non ebbe stato civile, che fosse possibile, o desiderabile a durare: onde volentieri crede a' suoi padri, che ritornando l'imperio sotto il quale vissero quelli contenti, debba condurre seco ogni prosperità: volentieri spera che a lei tocchi di confermare appo i posteri la fama presente. E di vero l’antica e la nuova generazione ciò sperano con grandi ragioni.

«Perciocché gli altri Principi necessariamente hanno molte occupazioni e molti piaceri, che li frastornano dal procurar unicamente il bene dei sudditi. Il nostro non dee amare le guerre, non cercare le conquiste: a lui non si convengono le caccio, gli amori, gli spettacoli, i conviti, le feste, gli ozi: non può altra cosa piacergli, non può gustare altro diletto, non bramare altra gloria, che di governare cosj amorevolmente e saviamente i suoi popoli, che ogni altra nazione debba invidiarli. Che più? Si è talora veduta la religione turbare l’intelletto debole di alcuni Principi; e (con gravissimo danno pubblico) sottoporli alle insidie d’ipocriti. Ma la religione non potrà mai divenire superstiziosa nel Sommo Pontefice, che meglio d'ognuno la conosce e n è a tutti sovrano maestro. Come dunque le comuni speranze non sarebbero dal comun padre adempiute»?

Il plauso a quest’orazione fu infinito. «Fu ascoltato (scriveva da Piacenza l’autore al Cardinal Consalvi il 20 agosto 1815) e poi letto come uomo, che, senza adulazione, dicesse ciò che tutti pensavano. In pochissimi giorni le innumerabili copie di quel discorso furono sparse per Bologna, per le provincie e per l'Italia. Tanto fu manifesto, che quelli non erano pensieri del solo oratore, ma del pubblico».

È da registrare poi ciò che Carlo Botta nella sua Storia d'Italia dal 1789 al 1814, lib. XXV, dice riguardo alla condotta di Napoleone verso Pio VII. Questo storico osserva, che a Parigi «era nato il pensiero disfare i Papi viaggiatori, e forse anche primi elemosinieri degli Imperatori: Papi di Francia volersi,non Papi di Cristianità».

Roberston, storico anglicano e noto avversario della Santa Sede, confessa tuttavia, che fu nella Corte dei Papi dove per la prima volta venne ridotta in sistema la finezza e la sagacità nei negoziati, e in tutto il XVI secolo fu Roma riguardata come la migliore scuola per apprendere questo genere di scienza (Stato dell'Europa ecc., sez. III).

Bacone da Verulamio, quantunque eterodosso, scrisse: «Rivolgiamo gli occhi al reggimento pontificio, e segnatamente di Pio V, e di Sisto V, i quali in sul loro esordire furono avuti per fraticelli inesperti d’affari, e troveremo che le gesta dei Papi di tal sorta sogliono essere più memorande che non quelle di tali, che, educati fra civili negozi e nelle corti di Principi salirono al Papato. Conciossiaché, sebbene quei che passarono la vita specialmente negli studi, sieno men solerti e versatili nell’afferrare le occasioni ed acconciare le bisogna, al che si rapportano quelle cose che gli Italiani dissero ragioni diStato, di cui fino il nome avversava Pio V, solito a dire essere meri trovati dei cattivi che farebbero contrasto alla religione ed alle virtù morali; in questo talvolta danno abbondevole compenso, che pel sicuro e piano calle della religione, della giustizia, dell’onestà e delle virtù morali, con alacrità e speditezza camminano; alla quale via chi si attenga fermamente non più abbisognerà d’altri rimedi che un corpo sano abbisogni di cura»(De augmentis sciente lib. I)

Il Roscoe, come che nemico a' Papi ed anglicano, come il Roberston, nella vita di Leone X, vol. I, c. I, scrive: «Non si può negare che, malgrado il suo dispotismo, il Governo pontificio presenti dei vantaggi che a questo sonpropri, e che riescono al tempo stesso utilissimi a' suoi sudditi. Mentre che da ima parte la scelta del Sovrano fatta da un corpo particolare degli elettori, risparmia al popolo quelle turbolenze che d’ordinario fa nascere la successione al trono allorché è contrastata, essa previene dall’altra quelle contese e quei tumulti che genera ben sovente la violenza delle elezioni popolari. Con questo sistema sono anche allontanati i pericoli di una minorità, e il sovrano prende le redini del governo in un’età, nella quale le passioni sono ordinariamente soggiogate dalla ragione, in una etànella quale la saviezza deve essere il frutto dell’esperienza. Le qualità per cui il Papa è supposto essere stato degno della suprema autorità sono quelle che meglio possono insegnargli la maniera di esercitarla».

E il Roscoe continua celebrando l’eloquenza e il coraggio di Leone I, che preservò Roma dai furori del barbaro Attila; il candore, la beneficenza e la pastorale sollecitudine di Gregorio I, accusato ingiustamente come nemico delle belle lettere; le straordinarie cognizioni di Silvestro II, che fecero tanto meravigliare i suoi contemporanei; l’abilità, la penetrazione di Innocenzo III, di Gregorio IX, di Innocenzo IV, di Pio II e la magnificenza e l’amor delle lettere di Nicolò V.

Carlo Denina, nella Storia d’Italia, lib. XXV. c. IX, ammira la costituzione propria dello Stato Pontificio, la quale tiene essenzialmente del monarchico, dell’aristocratico e del democratico; «poiché i Cardinali e gli altri soggetti, che formano il consiglio e i tribunali dei Papi, non pervengono a quel posto che per via di studi, di buoni costumi e di merito distinto che comprende l’epiteto aristos. Questi potendo essere tratti anche dall'infima condizione quanto alla nascita, ne risulta che il sistema di quel governo tiene anche del democratico o popolare. Oltre a ciò non vi essendo alcuna nazione esclusa dalla dignità cardinalizia o papale, Roma è per sua costituzione la vera patria dei cosmopoliti»,

Coloro che vogliono distruggere l’autorità temporale del Papato, vogliono rovinare insieme la religiosa: e ne abbiamo in prova il Potter, marcio razionalista, il quale nella sua Histoire polìtique et critique du christianisme, tom. VIII, condusion, dice del Papa: «La sua autorità religiosa sopra i suoi colleghi i Vescovi e sopra tutto il gregge cattolico non soccomberà tosto sotto un colpo che avrà spezzato il suo terreno scettro, ma ella n’avrà ricevuto il colpo mortale».

Carlo Boncompagni, nel vol. VII., della Rivista Contemporanea pag. 22, quantunque scriva contro il governo temporale del Papa, tuttavia non può fare a meno di confessare: «La potestà temporale dei Papi ebbe prima occasione dai moti della pentapoli romana per francarsi dalla dominazione degli Imperatori greci iconoclasti; fu confermata dalla venerazione dei popoli, dall’ufficio di protezione che il Pontefice romano, capo dei Vescovi, esercitava come tutti gli altri Vescovi, a beneficio dei popoli di schiatta latina; ampliata dall’accorta politica di Carlo Magno, che, alleatosi coi Papi, fece rivivere a benefizio della sua stirpe il prestigio non per anco dimenticato dell’Impero, che avea avuto sede in Roma; rinvigorita dalla parte guelfa, che nei trambusti del medio evo potè, a buon diritto, riguardarsi come quella che in Italia rappresentava gl’interessi nazionali; fatta splendida dalla luce delle scienze e delle arti, che aveano loro sede principale in Roma». E il Buoncompagni cita in appoggio di quelle proposizioni storiche Cesare Balbo, Storia d’Italia, lib. II, cap.XXV e XXIX.; Manzoni, Discorso su alcuni punti di storia longobardica in Italia, cap.V.;Guizot, Histoirede la civilisation en France, cours de 1829, leçons XIX.; Cesare Balbo, Vita di Dante, lib. II, cap.II., e conchiude affermando, che, il Papato si conciliò sulla terra italiana: la riverenza che accompagna e la memoria delle glorie passate e le grandezze presenti; riverenza che fu primo fondamento della sua potestà temporale». E più innanzi dice, che la sovranità temporale del Papato: durò non invisa ai popoli, ai quali la raccomandarono la forza allora potente delle consuetudini e delle tradizioni; le grandi memorie di Roma cristiana, le quali non consentivano che vi signoreggiasse altro che il Papa; le virtù dei più fra i Pontefici e di molti prelati; l’indole essenzialmente mite e pacifica del governo; la liberalità con cui proteggeva le arti e alcune parti di coltura intellettuale; le ricchezze che affluivano da tutte le diocesi della Cattolicità, per cui poche erano le gravezze dei sudditi; finalmente le larghe libertà municipali delle provincie».

Il marchese Gino Capponi nell’archivio Storico, tom. I, pag. 356, parlando del tempo in cui i Pontefici, dopo la cattività babilonica, con maggior impegno sostennero il loro temporale dominio, dice che questo fecero «quandol'oltraggio sofferto da Bonifazio VIII, e la dimora in Avignone, e i 40 anni di scisma ebber mostrato ai Pontefici essere oggimai necessario di munire colla sovranità temporale l'indipendenza ecclesiastica e di agguagliarsi agli altri principi».

Eugenio Alberi, in un suo discorso del Papato e dell'Italia, cosi parla agli Italiani: «Ammiriamo in tutte le sue opere la Provvidenza, che non solo degnava privilegiarli del seggio della Chiesa universale, ma quest’alto protettorato avvalorava colla stessa giacitura de' suoi domini, costituiti nel centro dell'Italia, e non lungo una. sola delle sue spiaggie, né da un solo versante dell’Appennino; ma disteso dall’uno e all’altro mare, perché i nostri definitivi destini non si. compissero senza il salutifero intervento del Papato. Contro questo baluardo difeso meno dal braccio degli uomini che dal prestigio della mistica corona dei successori di Pietro, si è rotta la violenza dei prepotenti: e il trionfo d’un giorno del fiero Corso argomenta del suo divinprivilegio. La corona Pontificia è la sola, di cui a buon diritto può dirai guai a chi la tocca! Chi ancora per avventura la insidia, chi si affatica a spegnere la luce propiziatrice che dalla tiara irraggia e suscita i nostri petti, sappia che inane è l’arrogante pensiero, che l’aurora di un nuovo giorno è spuntato, che da dieciotto secoli sta scritto: Portaeinferi non praevalebunt adversus eam.»

Massimo d’Azeglio del 1846 e Massimo d’Azeglio del 1859.

Alle testimonianze fin qui arrecate, aggiungiamo, a mò di corollario, quella di uno dei principali turcimanni di Cavour nell'abominevole sconvolgimento italiano del 1859. Sia pure, che appunto in quest’epoca contradicesse bassamente quel che altra volta aveva affermato, come tutti o quasi tutti i campioni della causa della menzogna, che è quella del padre suo, Satanasso.

Era l’anno 1846, e Pio IX da soli 3 mesi era 'salito al trono pontificio, quando Massimo d’Azeglio, addì 2 di ottobre, scriveva da Genova una lettera sul Papa Pio IX, che veniva stampata in Italia senza nome di tipografia, e nella quale dipingeva ai sudditi pontifici l’animo fermo e saldo del Papa, e li avvertiva di non chiedere più di quello ch’egli potesse concedere. — Era quello appunto che diceva il Guizot, siccome vedemmo. — Pare a noi che le cose scritte allora da Massimo d’Azeglio possano venir ripetute oggi, che da uomini di poca fede o sleali si pretende dal Papa l’impossibile, e se ne strazia crudelmente il cuore e la fama.

Il d’Azeglio, dopo d’aver premesso: verba utilia quaesivi, mandava fuori parole «lungamente pensate, sinceramente credute vere, spogliate d’ogni passione e d’ogni privato interesse, volte al solo scopo del comun bene». E queste parole erano, che non si dovea desiderare troppo dal Papa, ma aver fiducia nel suo carattere; giacché «Pio IX è uomo di gran mente e d’alto cuore, di saldo e risoluto animo, franco, aperto e leale nel suo operare».

Fin dal cominciare del suo Pontificato il Papa disse a Pietro Renzi e all'avvocato Galletti di Bologna (quel desso che, amnistiato, insieme con tutti gli altri settari da Pio IX nel 1846, gli giurava sul capo dei propri figli gratitudine e fedeltà eterna, e lo tradiva nel 1848, cospirando contro di lui e unendosi cogli usurpatori del suo trono), «che, de' desideri loro, delle domande espresse replicatamele da sudditi pontifici, parte le stimava ragionevoli: e si sarebbe ingegnato di soddisfare; parte non stimava poterle concedere: e si togliessero di speranza d’ottenerle».

Questa dichiarazione veniva molto lodata da Massimo d’Azeglio, che osservava: «Io conosco in ¿ali parole il segno delle più preziose doti che possano far degno veramente un principe della sua corona:, la fortezza e la lealtà». E coloro che oggi ci vengono a dire, che Pio IX falli alle sue promesse, mentiscono sapendo di mentire; imperocché ben si vede, che, fin dai primi giorni del suo pontificato, il magnanimo Pontefice protestò, che certe domande e desideri non avrebbe soddisfatto mai, perché empi e dannosi.

«Pio IX, continuava d’Azeglio, come tutti coloro, ai quali diede Iddio eletta e potente natura, conobbe che Tesser franco ed aperto nel concedere come nel negare frena le ingiuste pretese, invece di dar loro eccitamento; perché questi modi mostran fortezza, e la fortezza genera stima e rispetto; e chi si rispetta e si stima, si teme ancora sempre di quel timore salutare, che toglie ogni pensiero di trascorrere oltre il giusto e l’onesto».

Ma Pio IX era nel 1859 quello stesso, che era nel 1846, pronto a concedere ciò che stimava ragionevole e buono, e risoluto a negare fino all’ultimo ciò che reputava illecito e dannoso. E d’Azeglio aggiungeva: «Forte di sua giustizia, conosce che il concedere non gli sarà tenuto a fiacchezza, come il negare non gli sarà tenuto a rigidità».

Massimo d’Azeglio, innamorato di tali benevole, e in pari tempo ferme disposizioni del Papa, scriveva: «Al considerare riunite in un sol uomo, ad un tal grado, bontà, giustizia e fortezza, io benedico l’opera più bella che potesse uscire dalle mani di Dio». E queste benedizioni di Massimo d’Azeglio nascevano, non solo da ciò che il Papa era disposto a concedere, ma anche da quello che dichiarava risolutamente di voler negare.

E continuando a scrivere le parole utili che avea cercate e ritrovate, il cavaliere Massimo avvertiva che Pio IX «ha fatto più per l'Italiain due mesi, che non hanno fatto in vent’anni tutti gl'Italiani insieme»; che il diffidare del Papa era più stoltezza che ingratitudine; che il combattere il dominio temporale pontificio tornava inutile, perché si troverebbe presto più saldo ed inespugnabile che mai fosse; che dovevamo ringraziare Dio d’averci dato Pio IX, invece di travagliarlo o frapporre ostacoli al suo cammino; e guardarci ben bene dal voler troppo dal Papa; non accrescergli la bisogna e le difficoltà; ma dargli aiuto, e non impaccio.

E andava innanzi il versipelle d’Azeglio con parole e consigli veramente utili, lodando Volto e nobile cuore di Pio IX, la cui esaltazione fu una bontà e misericordia di Dio; elevava la voce rimbrottando amaramente il partito, che «si oppone al vivente Pontefice, lo disubbidisce, e, ove creda poterlo fare a man salva, lo lacera con calunnie, ne schernisce gli atti, e li chiama pazzie».

Pieno di rispetto per le somme Chiavi, Massimo d’Azeglio domandava: «Non è forse vero Papa Pio IX?»Quasi volesse indicare essere tristo e scellerato colui che osa sparlare del Pontefice.

Oh! fremeva il nostro Massimo contro il partito, che dice: Facciamo ogni opera per rendere odioso il Papa, per eccitar sospetti sulle sue intenzioni, per falsare i suoi decreti, toglier merito ed essenza a' suoi benefizi, comprometterlo colle potenze maggiori; epperciò spargiamo calunnie, tentiamo tumulti, tentiamo d’accendere qua e là sdegno ne’ popoli». Che tristo, esclama a questo punto l’Armonia, che ribaldo partito è mai questo, signor Cavaliere? Si merita l'esecrazione di tutti i buoni Cattolici, di tutti gli onesti Italiani, non è egli vero?

Verissimo, risponde l'Azeglio, questo partito stolto ed abietto s’è ora scempiamente e chiaramente smascherato, merita sprezzo;«lo giudicherà la coscienza pubblica, per quanto può entrare in quest’opera tenebrosa; ma ben saprà ad ogni modo giudicarlo Iddio».

—Ora a noi, soggiunge il valoroso giornale, ora a noi, cavaliere Massimo d’Azeglio. Voi avete scritta questa lettera e le utili parole che noi ne abbiamo estratte il 2 di ottobre del 1846. Poniam caso che in quell’anno già si fosse cominciato a pubblicare questo giornale, e ch sui primi di novembre v’avesse risposto cosi:

—Signor Cavaliere, questo gran Papa, che voi tanto celebrate e meritamente, questo virtuoso Pontefice, strumento della divina misericordia, quest’opera più bella che potesse uscire dalle mani di Dio, questo prezioso dono del Cielo, di cui ora ammirate la calma serena, la bontà, la dignità, la fortezza, l’eletta e potente natura, la giustizia, la sapienza, il sicuro operare, l’amor d’Italia, la generosità, la mansuetudine, la ragionevolezza, la prudenza, la maturità di consiglio, le alte e potenti facoltà, il nobil cuore, la lealtà, e via discorrendo: ebbene sarà uno de' Pontefici che più avranno a patire dai liberali, e da voi, da voi in particolare!…

Voi vi burlate di quegli illusi, che al solo nome di libertà liberale rabbrividiscono, tenendoli per sinonimi d’empietà, rivoluzione armata, sconvolgimento»; e noi vi diciamo che tutto questo si avvererà fra breve in Italia e negli Stati Pontifici. Voi vedrete questo gran miracolo di Papa, secondo la frase di Pietro Giordani, ingiuriato, offeso, disobbedito; vedrete ucciso il suo ministro e il prelato che gli sta al fianco; vedrete puntati i cannoni contro il suo palazzo; lo vedrete obbligato a prendere la fuga, e a ricorrere alle nazioni cattoliche per riavere quel potere, di cui non si servi che per perdonare e beneficare.

Vedrete di più, sig. Cavaliere, vedrete che gli amnistiati saranno i primi. nemici del Papa, che metteranno al suo posto Giuseppe Mazzini, e lo dichiareranno triumviro di Roma, che, esautorato il Pontefice, dall’alto del Campidoglio proclameranno la repubblica!

Vedrete di più, sig. Cavaliere. Dopo che le valorose schiere della cattolica Francia avranno ricondotto il Papa nella sua capitale, vedrete ordirsi la tela di nuove rivoluzioni, aizzarsi le ire delle popolazioni contro il gran Sacerdote e benefico Principe, impedirne l’opera ristoratrice, accusarne il Governo davanti le Potenze protestanti, scismatiche e turche! per bocca di un Ministro della cattolica Casa di Savoia.

Vedrete di più, sig. Cavaliere. Le Romagne saranno fatte insorgere una seconda volta contro Pio IX: e voi, che tanto lo lodate ed ammirate, voi che predicate la gratitudine ai Romani: ebbene, voi stesso andrete commissario a Bologna per dirigerne la rivoluzione, e nel Monitore Bolognese ve ne farete l’apologista! —

Se nel novembre del 1846 si fossero dette tali cose a Massimo d’Azeglio, in risposta alla sua lettera dell’ottobre, come ne avrebbero destate le ire e provocato i reclami! Ma siamo a settembre del 1859, e ciò che tredici anni 'prima sarebbe stata profezia incredibile, ora è purissima storia. Ed eccone un documento irrefragabile:

Addio di Massimo d’Azeglio, Commissario piemontese in Bologna durante la guerra del 1859

Il cavaliere d’Azeglio andò a Bologna, vide, partì; anzi fece una cosa che non fece Cesare, disse uno sproposito, rilevato dal Santo Padre nella sua nobilissima lettera al Card. Patrizi (284). Il cav. d’Azeglio ritornato in Torino volle scrivere il suo addio ai popoli delle Romagne, che non l’avevano punto cercato, e, per vendicarsi del Papa, fini per accusare come rivoluzionario il suo governo!... Dunque resta inteso che i rivoluzionari sono i ministri di Pio IX, e invece il cavalierd’Azeglio è il grande cristiano e il vero conservatore... Poveri a noi! Abbiamo perduto i veri nomi delle cose, e i vocaboli ormai debbonsi intendere a rovescio. Ecco intanto, a titolo di documento, ciò che il d’Azeglio scriveva:

Ai popoli delle Romagne,

«La pace, conchiusa in Villafranca fra i due Imperatori, ha fatto cessare il più importante dei motivi, pei quali il Re Vittorio Emmanuele mi aveva mandato suo Commissario fra voi: quello di chiamarvi alle sue bandiere per la guerra dell’Indipendenza.

«Egli m’imponeva al tempo stesso che io mantenessi l’ordine in queste Provincie, e vuole ora disponga le cose in modo che in queste nuove ed impreviste condizioni esso non s’abbia a turbare. Per quanto era in me, e per quanto lo concesse il tempo, cercai servire fedelmente a queste sue leali intenzioni.

«Ho l’incarico di annunziarvi che Egli, sollecito sempre del vostro bene, impiegherà con premura grandissima tutti i mezzi concessi dal diritto (?!) internazionale onde ottoniate dal concorso dei governi europei l’adempimento dei vostri giusti (?!) e ragionevoli desideri.

«La presenza di un Commissario del Re ne potrebbe preoccupare la libera manifestazione, alla quale il sospetto di interessate influenze toglierebbe fede e valore. Egli quindi mi richiama da questo ufficio, ed è mio dovere ubbidire. Con qual cuore io vi lasci ve lo dica il cuor vostro (?!). Ma vi dica insieme che se non è sempre dato all’uomo vincere la fortuna, neppure la fortuna può vincerlo ove egli noi voglia.

«E nostro diritto di proclamare al cospetto del mondo quali siano i nostri voti.

«Sappiatelo esercitare con dignità e con fermezza.

«Ascoltate il consiglio del vostro più vero ed antico amico. Chi fra voi porrà innanzi altre questioni, o è stolto, ovvero è mandato da chi vuole dividervi per perdervi.

«Coll’ordine, colla tranquillità vostra mostrate all’Europa, che il chieder leggi giuste ed eguali per tutti, concesse in oggi ad ogni popolo civile, che il volersi far indipendenti del giogo straniero e il reclamare la esecuzione di promesse tante volte violate (!?) non è opera di rivoluzionari; ma che rivoluzionari debbono dirsi coloro i quali, calpestando il principio cristiano e la retta ragion di Stato, impongono agli uomini pesi intollerabili, e li spingono a spezzare ogni freno e a gettarsi fra le braccia della rivoluzione. Se costoro sono rivoluzionari non occorre gettarsi nelle braccia della rivoluzione.

«Torino, 23 luglio 1859.

«MASSIMO D’AZEGLIO».


E bello rileggere questa lettera adesso, in quest’anno di grazia 1889, trentesimo della rivoluzione e del giorno in cui fu scritta... Mio Dio! Quale disinganno crudele per chiunque abbia occhi per vedere, orecchie per udire e mente per giudicare!


Torna su



CAPO XIII


Torna su



IL COSÌ DETTO VOTO DELLE POPOLAZIONI - PROTESTANTESIMO E RIVOLUZIONE

I Settari sono così impastati di menzogna, che non si avveggono né meno quando ne sparano delle più evidenti e marchiane. Il d’Azeglio parla di giusti desideri e di voti dei popoli: e noi raccomandiamo al lettore il seguente:

Invito del «Monitore Toscano»

Nel Monitore Toscano del 25 di agosto 1859, pochi giorni dopo il riferito Addio del d’Azeglio, si leggeva un invito veramente ridicolo. I buoni sudditi della mitissima Casa di Lorena avevano pubblicato una protesta contro il nuovo disordine di cose. Il Monitore invitava coloro che avevano sottoscritto quella protesta contro il governo a manifestare i loro nomi, soggiungendo che può guarentire a chiunque esprima a viso aperto le sue opinioni, intera sicurezza!

Però, due giorni prima, cioè il 24 di agosto, il Monitore istesso avea pubblicato una circolare, sottoscritta da Ricasoli, Ridolfi, Poggi, De-Cavero, Busacca, Salvagnoli e da Celestino Bianchi, segretario, nella quale si leggevano le seguenti testuali parole:

«Qualunque dubbiezza nella legittimità del governo, e ogni esitanza a seguirlo nella strada aperta dal vero bene della patria comune, non solo sarebbe atto di ribellione alla suprema autorità dello Stato, ma sarebbe anche atto di tradimento contro tutta la nazione».

E dopo di aver mandato innanzi questa massima, che è la quinta essenza della tirannia, il Monitore Toscano aveva il coraggio di dire a coloro che sottoscrissero la protesta di manifestare il proprio nome?

In quel documento il neogoverno di Toscana era chiamato, sì come era di fatto, una cospirazione perfettamente organizzata, e si dichiarava «che nello spirito dei buoni toscani, non traviati e non compri da cospiratori, viveva indelebile la memoria della Casa di Lorena».

Se taluno veniva fuori e confessava che tale è il suo parere, egli con ciò mostrava non qualunque, ma molta dubbiezza nella legittimità delgoverno; e si chiariva esitante a seguirlo. Ed allora che ne avveniva? I signori governanti toscani l’avevano detto: costui era reo non solo di ribellione, ma anche di tradimento.

Dopo di ciò giudichino le discrete persone che nome meriti l’invito del Monitore Toscano.


Torna ad inizio pagina


Il Papa, l’Assemblea di Bologna e la «Gazzetta Piemontese»

Intanto la così detta Assemblea di Bologna, il 5 settembre 1859, pronunziava, già s’intende, all’unanimità) che «i popoli delle Romagne, rivendicato il loro diritto, non vogliono più governo temporale del Papa», e la Gazzetta Piemontese s’affrettava a pubblicare questa dichiarazione con tutti i considerando che la precedono.

—Noi crediamo, notava in proposito l’Armonia, che il nostro sia il solo foglio officiale in Europa che abbia dato questo gravissimo scandalo di pubblicare, con evidente compiacenza, le sentenze di morte politica, proferite contro i Sovrani d’Italia. Quando muore un Re o un parente di Re, le Corti pigliano il lutto, e non sarebbe soverchio il pretendere che in circostanze analoghe, quando i Re sono cacciati, esautorati, infamati, almeno i fogli ufficiali serbassero il silenzio.

E v’aveano molte ragioni che consigliavano alla Gazzetta Piemontesedi tacere: I(o)Perché la sentenza di Bologna era doppiamente sacrilega, in quanto offendeva la sacra Maestà di un Re, e contristava la santità di un Papa. 2° Perché era essa figlia della più nera ingratitudine, e veniva proferita in una città prediletta a Pio IX, e tanto da lui beneficata. 3° Perché, prima di pronunziarla, coloro che governavano Bologna stiparono la città d’armi e d’armati, tennero il popolo tra le tenebre, e non lasciarono penetrare nelle Romagne che quel giornalismo, che è venduto alla rivoluzione e ne sostiene la causa.

Due anni prima, nel giugno del 1857, il cav. Carlo Boncompagni, quest’uomo che ebbe il triste compito di incoronare quasi tutte le vittime della presente rivoluzione, recavasi a Bologna, e, inginocchiato ai piedi del Papa, come rappresentante del Governo subalpino, lo salutava Pontefice e Re. Ed ora quegli uomini stessi, che spedivano il Boncompagni a Pio IX, fanno registrare sul foglio officiale la sua esautorazione!

Ma, dichiarando che questa fu pronunziata all’unanimità, indicano abbastanza in qual conto si debba tenere. Imperocché, mentre negli altri casi l’unanimità del voto aggiunge forza al medesimo, nel nostro lo rende assurdo e ridicolo.

Solo due anni prima le Romagne, e principalmente Bologna, accoglievano Pio IX con ogni dimostrazione di festa e di riverenza. Ed ora si vuol far credere che tutti quelli applausi fossero ipocrisie, e che il Papa non conservi più un solo amico, dove, nel 1857, riscuoteva tanti omaggi e un così affettuoso ossequio? Ma allora che cosa significa il voto del popolo?

Questa unanimità è prova che l’Assemblea non rappresentava né Bologna, né le Romagne; ma solo la rivoluzione, la quale è davvero unanime nell’odiare i Papi e i Re.

Questa unanimità è prova che il paese non prese parte alle sacrileghe votazioni; ma lasciò i mestatori operare a loro talento, serbando un contegno puramente passivo, e rimettendosene alla giustizia di Dio.

Questa unanimità è prova che la libertà mancava, perché nelle grandi e radicali questioni NON MAI, notate bene la parola, non mai furono unanimi i voti delle Assemblee, quando furono libere.

Ma esaminiamo un pò i considerando della cosi detta Assemblea di Bologna. Tre sono i principali: il consenso dei popoli; la moltiplicità delle insurrezioni; l’occupazione straniera.

—I popoli delle Romagne furono nel 1815, senza il loro consenso, posti sotto il governo temporale Pontificio. — E di quali popoli fu chiesto il consenso in quell’anno? Forse di que’posti sotto il governo di Francia, d’Austria, di Prussia, di Russia, d’Inghilterra, di Sardegna? Ammettete dunque che tutte queste nazioni, ed altre ancora, alle quali non fu chiesto il consenso, possono ribellarsi alle loro legittime autorità?

Ma la storia smentisce l’asserzione della sedicente Assemblea bolognese. Le feste fatte a Pio VII, reduce ne’ suoi Stati, e l'Orazione di Pietro Giordani per le Legazioni riacquistate provano, che il governo temporale pontificio, nel 1815, fu ristaurato con grande soddisfazione delle popolazioni. E di ciò nessuno mai ebbe dubbio.

— La storia delle Romagne d'allora in poi fu una dolorosa vicenda di rivoluzioni e di reazioni. — Vedete come ragionano costoro. Prima promuovono le sommosse, e poi ne traggono argomento per giustificarle!

Ma se questa ragione valesse nelle Romagne, varrebbe molto più in Francia, dove, dopo i principi dell’ottantanove, le rivoluzioni si avvicendarono in una maniera assai più spaventosa, e meglio di venti governi si succedettero in seguito ad altrettante guerre intestine.

Questi principi medesimi, recati dalla Francia nelle Romagne, vi produsseroque’molteplici attentati, per cessare i quali non si aveva da esautorare il governo, non separarlo, non dividerlo, ma fortificarlo.

—Il Papa abdicò la sovranità, invocando l’aiuto dell’Austria, per la conservazione dell’ordine. — Questa ragione dimostra, che dopo le Legazioni si voleva togliere al Papa anche Roma, e dopo l’Austria verrebbe la volta della Francia.

Ma Pio IX, invocando l’aiuto delle armi cattoliche, non abdicò la sovranità, sibbene la esercitò: l’esercitò come Cavaignac nelle giornate di giugno; l’esercitò come Luigi Napoleone il 2 dicembre; l’esercitò proteggendo i suoi popoli contro i sommovitori; l’esercitò coll’aiuto dei Cattolici, che sono ptire i suoi figli, perché il Principe della pace non tiene al suo soldo le numerose schiere della Francia e del. l’Austria.

I considerando adunque dell’Assemblea di Bologna sono i luoghi comuni di tutti i rivoluzionari, e se Vittor Ugo, Felice Pyat, Luigi Blanc e compagnia domani si fossero potuti costituire in Assemblea a Parigi, li avrebbero potuto ripetere a uno a uno contro l’Imperatore Napoleone III, dicendo, che abusò della forza delle armi, che corruppe il popolo, che infierì colla reazione, e cose simili.

Ma una solenne contraddizione noi troviamo nei considerando contraddizioni. dell’Assemblea di Bologna, uno dei quali dice, che il governo pontificio portò nelle Romagne pervertimento nel senso morale delle popolazioni. — Come mai! Invocate il suffragio delle popolazioni, e dichiarate che il loro senso morale è pervertito? Vi dite gli eletti del popolo, e tacciate di pervertimento questo popolo stesso? Qui v’ha una confessione, vi sentite d’avere il popolo contro di voi, sebbene sembriate parlare in suo favore, epperò lo accusate di pervertimento morale...

Ricordi la Gazzetta Piemontese, e ricordino con lei tutti gli altri fogli, che il 12 di febbraio del 1848, un giornale di Bologna, Il Felsineo, scritto forse da coloro che poi dichiaravano di non volere più governo temporale del Papa, esclamava: «Oh, se il generoso e magnanimo Pio levasse la voce, e chiamasse al suo tribunale i potenti della terra, e domandasse conto delle opere loro! Se loro mostrasse la legge evangelica, e dicesse che il codice è uno solo, e uno per tutti, tanto pei piccoli che pei sommi, tanto pei popoli che pei Re! Se mostrasse che non vi può essere una legge di giustizia per gli individui e un’altra per la politica delle grandi nazioni! Se questo facesse Pio Nono, quale rivoluzione stupenda non recherebbe in Europa»!

Ma che vale raccogliere testimonianze in favore della causa del Papa, se la rivoluzione di cui ci occupiamo altro non è che l’effetto ’ dell’antica guerra di satanasso contro Dio e delle sètte anticristiane contro la Chiesa? Tra i tanti documenti atti a provare tale verità basti il recare i seguenti ad illuminare chi per avventura abbia ancora delle illusioni.

Concorso per protestantizzare l’Italia

In questi medesimi giorni di cui ragioniamola Buona Novella pubblicava il programma per un concorso a un premio di 1200 franchi eia aggiudicarsi all’autore del migliore scritto su questo soggetto: — Della necessità e del mezzi di operare una riforma cristiana in Italia, — cioè di protestantizzare l’Italia. I giornali inglesi già avevano fatto conoscere, che il protestantesimo divisava di giovarsi dei moti e della guerra d’Italia per disseminare nella penisola lo scisma e l’eresia. Il signor Disraeli diceva in quei giorni nella camera dei Comuni: «Vi hanno in Inghilterra persone cosi prive di buon senso da credere che l’Imperatore Napoleone sarebbe andato in Italia per impiantarvi la costituzione inglese e il protestantesimo». Al qual proposito osservava un giornale: «Fra tanti sentimenti diversi che animavano l’opinione pubblica in Inghilterra durante la guerra d’Italia, quello che primeggiava era la speranza della caduta della Santa Sede e lo stabilimento di un protestantesimo di qualunque colore si fosse». La pace parve troncare le speranze del protestantesimo inglese, né questo è l’ultimo dei motivi pei quali l’Inghilterra si scagliò così velenosamente contro la pace di Villafranca.

Il programma pel concorso pubblicato dalla Buona Novella era una conseguenza del disegno di protestantizzare l’Italia, giovandosi dei subugli della rivoluzione e della guerra. L’Unione, la quale non credeva più al protestantesimo che al cattolicismo, sapeva che, per giungere allo scopo che essa si proponeva, cioè di distruggere ogni religione, serve a maraviglia il principio protestante del libero esame, e perciò si faceva campione del concorso messo innanzi dai protestanti. Quindi nel suo numero 206 pubblicò per intero il programma della Buona Novella.

Raccogliamo pertanto questo documento d’insigne tristizia con cui, fra i tanti altri mezzi, si tentava di rapire all’Italia l’unità religiosa, in quella che le grandi potenze lavoravano a darle la così detta unità politica. Questo si chiama distruggere con una mano ciò che ri edifica coll’altra. — Noi, osservava qui la citata Armonia, non temiamo né punto né poco gli sforzi di questi tristi; giacché, la Dio mercé, l’Italia è troppo vicina al centro dell’unità cattolica per paventare l’invasione dello scisma. Ma vogliamo solamente far conoscere a' Cattolici, i quali corrono più del dovere dietro le combinazioni politiche più o meno praticabili, come si lavori a rovinare la religione cattolica sotto pretesto di fabbricatel’italia.In questo programma si vede come libertini e protestanti vadano d’accordo nell’assegnare per causa principale, anzi unica, di tutti i mali che affliggono l'Italia, la religione cattolica. La differenza si è che i protestanti dichiarano il loro pensiero senza ambagi, là dove i libertini nascondono i loro attacchi contro il Cattolicismo, protestando, che combattono solo il dominio temporale del Papa. Ma ecco il

PROGRAMMA

«Convinti che tutti i mali che affliggono l’Italia, di qualunque natura essi siano, hanno per cagione principale l’ignoranza o l’abbandono dei principi del cristianesimo, non che le false interpretazioni date agli insegnamenti degli uomini; convinti in pari tempo, che l’unico mezzo di rimediare a tali sventure è di far ritorno al Vangelo e di applicare i suoi divini precetti alla vita dell’individuo, della famiglia e della società, offriamo un premio di mille duecento lire all’autore del miglior scritto, il quale, in un colla dimostrazione del male che segnaliamo, farà meglio conoscere la natura del solo rimedio che possa guarirlo, nonché i mezzi di applicarlo.

«I concorrenti sono invitati a ben internarsi nel pensiero che ha ispirato questo concorso.

«Bisogna che, all’infuori e superiormente ad ogni preoccupazione politica od ecclesiastica, coloro che vogliono il vero bene d’Italia procaccino la di lei rigenerazione, applicando ai di lei bisogni il cristianesimo quale ce lo fanno conoscere gli scritti del Nuovo Testamento. Bisogna che comprendano che, senza un rinnovamento morale, l’Italia non potrebbe avere né pace, né libertà, né grandezza alcuna, che siano veramente degne di un tal nome, bisogna che mirino ad operare la rigenerazione della società per mezzo di quella della famiglia, e la rigenerazione della famiglia mediante quella dell’individuo.

«Dovranno mostrare fino a quel punto il vero cristianesimo sia lungi dall’Italia, fino a qual punto ne siano ignorati i principi, l’indifferenza. l’incredulità, la superstizione invadenti le diverse classi della società, e, come conseguenza, la decadenza del senso morale, l’indebolimento o la distruzione della vita di famiglia, e finalmente la vita pubblica, le lettere, le scienze, le arti, l’agricoltura, l’industria, ed ogni materiale interesasedel paese, incagliati a cagion del di lui stato normale.

«Dopo di aver in tal guisa misurata l’estensione e scandagliata la profondità del male dovranno, esponendo i grandi fatti, nonché i grandi principi del cristianesimo, mostrare il rimedio e le sue diverse applicazioni ai bisogni della generazione presente in Italia, dire il modo di farlo conoscere, e indicare i doveri dell’individuo, quelli del clero e quelli dello Stato in faccia al Vangelo.

«Finalmente gli autori sono invitati a non perdere giammai di vista che il libro che si ricerca è destinato ad essere egli stesso uno dei mezzi di operare il bene desiderato, che, per conseguenza, deve essere diretto, non a coloro che il Vangelo ha di già guadagnati, ma a quelli, sibbene, che non ha guadagnati per anco, e fra questi, a quelli uomini che, avendo ricevuta una qualche coltura intellettuale, sono nel caso di esercitare una certa influenza sui loro concittadini.

«Le indicazioni che precedono non sono destinate a fornire, né un quadro, né un piano dell’opera domandata, meno ancora a fissare i limiti ove il pensiero degli autori dovrebbe arrestarsi; sono destinate unicamente a far ben comprendere lo scopo di questo concorso, e desideriamo che gli autori conservino, quanto al concetto, al piano ed al titolo dell’opera la libertà la più intiera.

«La stessa cosa diciamo quanto alla forma della medesima: che alletti prima di tutto, e poi poco importa o che essa sia didascalica, polemica, epistolare, o se vogliasi, anche drammatica.

Condizioni del concorso

«I. L’opera coronata riceverà un premio di mille duecento franchi (franchi 1200) qualora sia scritta in lingua italiana, e di novecento franchi (franchi 900) solamente se è scritta in un’altra lingua.

«II. Il premio non sarà aggiudicato che nel caso in cui i giudici del concorso saran di parere che uno dei concorrenti l’avrà meritato.

«III. Il concorso sarà chiuso il 1 marzo 1860.

«IV. I manoscritti dovranno essere indirizzati prima di quest’epoca al sig. E. Corinaldi, lungo Paglione, Ma 8 sena, 15, Nizza di mare (Stati-Sardi).

«V. Ogni manoscritto porterà un’epigrafe, riprodotta sopra di una coperta da lettere la quale, sigillata, e contenente il nome e l’indirizzo dell’autore, sarà spedita insieme col manoscritto.

«VI. I sottoscritti giudici del concorso, saranno i soli proprietari dell’opera coronata coll’obbligo di regalare all’autore cinquanta copie della prima edizione.

«VII L’opera, la di cui estensione si lascia in facoltà degli autori, non dovrà oltrepassare le cinquecento pagine di stampa, di circa duecento quaranta parole per pagina.

«Nizza, aprile 1859.

I Giudici del Concorso

EDOARDO BILEY

CARLO HARRIS

FRANCESCO BRUSCHI

A. BURM MURDOCH

EDOARDO CORINALDI

LEONE PILATTE

F. FIKROY HAMILTON

GIOVANNI TRENCA

Ma tutto quanto si ordiva e si faceva era

Guerra aperta della rivoluzione contro il Cattolicismo

La cosi detta Assemblea di Bologna, votando la spogliazione del Papa, dichiarava di voler tuttavia rimanere cattolica, e di professare obbedienza all’autorità spirituale pontificia, essenzialmente e storicamente distinta dal potere temporale. Di siffatta dichiarazione servivasi in Francia la Patrie per dimostrare, che gli spogliatori del Papa erano sante persone, tutte pietà, tutte cattolicismo e da mettersi tutti sugli altari.

Noici contentavamo di accennare un fatto semplicissimo, la concordia degli eretici coi rivoluzionari, gli applausi dei protestanti di Londra ai Deputati di Bologna, i consigli che mandava a costoro Lord Palmerston, e gli aiuti d’armi e di danari che radunava pei Romagnoli il Presidente delle società bibliche d’Inghilterra. E poi, addentrandoci alquanto nell’essere e nello scopo della rivoluzione, non ci riusciva difficile dimostrare, come questa si collegasse col protestantesimo, sicché a diversi intervalli s’erano visti in Italia i rivoluzionari farsi protestanti, e i protestanti rendersi rivoluzionari.

A tali considerazioni della valorosa Armonia, rispondendo il giornale l'Italia, il 16 di settembre, diceva sinceramente così:

Il Piemonte-Armonia accusa la rivoluzione di essere protestante, di volersi sbarazzare della Chiesa Cattolica Romana.

«Qual sarebbe il male se ciò fosse? Il solo mezzo concesso all’Italia per sbarazzarsi del Papato senza fastidio e lotte, sarebbe appunto quello di adottare la riforma italiana di Socino, di Burlamacchi, o almeno quella del Sinodo Pistoiese, preseduto da Monsignor De Ricci».

È chiaro dunque che abbiamo colto nel segno: l’Italia rivoluzionaria vuole sbarazzarsi del Papato, cioè del cattolicismo. Questo è il grande scopo: schiacciare l'infame, come diceva Voltaire, e come Ausonio Franchi (285) ripeteva nella Ragione di Torino, nella Terra Promessa di Nizza, e nella Gente Latina di Milano.

«Il solo mezzo concesso all’Italia di sbarazzarsi del Papato sarebbe appunto quello di adottare la riforma italiana di Socino, di Burlamacchi, o almeno quella del Sinodo Pistoiese, preseduto da Monsignor De Ricci». — Manco male! Questo è un parlar chiaro: e se l'Italia ha qualche difetto, non ha certo il vizio dell’ipocrisia.

Esaminiamo brevemente le riforme che essa suggerisce. La prima è la riforma di Socino. E qui vuol sapersi., che l’Italia non fa che ripetere le idee di Gioberti, il quale nel Gesuita moderno aveva. fatto il panegirico di Lelio Socino, e vendicato al povero nostro paese l’onore di aver messo al mondo il progenitore di Lutero! Uditene e meditatene bene le parole:

«Il predominio nel discorso sulle potenze inferiori essendo il carattere proprio dell’ingegno italico, l’evoluzione logica dell’eresia protestante dovea uscir dalla patria di Dante e di Macchiavelli, anziché da quella del Taulero e del Cusano. E così avvenne di fatto, che il vero creatore del razionalismo moderno fu un concittadino di Caterina Benincasa (S.Caterina da Siena)... Lelio Socino sovrasta per ingegno a tutti i novatori del suo tempo, e però appunto parve minore di molti, e sovratutto di Lutero, perché questi pareggiavano il secolo ed egli lo superava (286)».

Gioberti, nel libro dove si leggono tali parole, accusa Bossuet esant’Alfonso di non essere arrivati a capire il loro secolo; ma loda Lutero di averlo pareggiato, e Lelio Socino ¿’averlo superato: e osa paragonare S. Caterina da Siena coll’Archimandrita dei sociniani!

Dopo di ciò sarà facile comprendere il giornale l'Italia, quando viene a dirvi che la nostra Penisola, per (sbarazzarsi del Papa dovrebbe adottare la riforma italiana di Socino. A questo si pensava fin dal 1846, quando levavasi al cielo il Papato e inneggiavasi a Pio IX.

Che cosa sia il socinianismo lo ha detto Gioberti medesimo: è il razionalismo moderno, ossia il moderno protestantesimo. Nel 1540 Lelio Socino assisté alla famosa conferenza di deisti e di atei, che si tenne a Vicenza, e nella quale si convenne del modo di spiantare la religione di Gesù Cristo (287). A tal fine Socino ruppe guerra al soprannaturale, negò tutti i dommi, e introdusse l’art de décroire, l’arte di miscredere, come ben osserva uno scrittore francese.

Il socinianismo è ornai lo stato presente del protestantesimo, e, se andate a Ginevra, nella Chiesa nazionale di s. Pietro, voi sentirete negata sfacciatamente la divinità di Cristo, la necessità del Battesimo, e tutti i dommi delle Sante Scritture, compresa la stessa ispirazione della Bibbia. Sicché dire agli Italiani che debbono adottare la riforma di Socino, è un invitarli a professare il protestantesimo dei radicali di Ginevra, a negare ogni specie di rivelazione, a non credere più né al Papa, né alla Chiesa, né a Dio.

Se non vi piaceperò Socino, il giornale l'Italia vi propone di adottare la riforma del Burlamacchi; e questo torna lo stesso, perché il Burlamacchi, sebbene originario di Lucca, nacque a Ginevra, e professò il calvinismo, insegnando il diritto (!) in quella città.

Ma il curioso sta in ciò, che, mentre l'Italia ci suggerisce le dottrine del Burlamacchi per isbarazzarsi del Papa-Re, ignora o dissimula che queste dottrine mirano ad introdurre tanti Re-Papi quanti sono i governi degli Stati! Citiamo le precise parole del pubblicista ginevrino:

«Siccome la maniera di pensare dei cittadini e le opinioni ricevute possono influire molto al bene o al male dello Stato, bisogna necessariamente che la società comprenda il diritto di esaminare le dottrine che si insegnano nello Stato, affinché non si detti pubblicamente se non quello che è conforme alla verità, al vantaggio e alla tranquillità della società. Quindi proviene, che spetta al Sovrano lo stabilire i dottori pubblici, le accademie e le pubbliche scuole; e che il sovrano potere, trattandosi di religione, gli appartiene per diritto: in quanto almeno la natura della cosa può permetterlo (288)».

Adottata adunque la riforma del Burlamacchi, addio libertà di coscienza, libertà di stampa, libertà d’insegnamento: noi non avremo più per Papa il Papa, ma oggi Urbano Rattazzi e domani Angelo Brofferio!

«Il Burlamacchi (osserva bellamente il P. Luigi Taparelli d’Azeglio) ha creato in Europa una moltitudine di Papa-Re, destinati ad assicurarci della verità, ed obbligarci a praticare la vera religione. Sarebbe però stato spediente che codesto superficialissimo autore si fosse internato alquanto nel suo soggetto, e ci avesse fatto sapere se ogni Sovrano conosce infallibilmente la verità, o se ha diritto di dichiararla senza conoscerla, di credere e di far credere ogni sua dottrina, ancorché falsa o incerta. Qualunque delle due proposizioni sarebbe stata degnissima della sua filosofia e della sua libera e liberatrice riforma (289)».

Il giornale l’Italia ci propone la riforma del Burlamacchi, e non sa che questi condannava ogni innovazione negli Stati, e, rigettando il diritto divino, toglieva anche il diritto popolare l II citato giornale colla sua proposta mostra di odiare assai più il cattolicismo, di quello non ami la libertà.

Ma se non vi garba né Socino, né Burlamacchi, l’Italia vi propone almeno la riforma del Sinodo Pistoiese, preseduto da Monsignor De Ricci. Ed anche questa non è una novità. Da buona pezza i rivoluzionari fanno all’amore colla memoria di Scipione Ricci e con il Sinodo di Pistoia. Gabriele Rossetti, in quella che voleva liberare l’Italia dal giogo dommatico che la degrada, si facea comparire in visione Scipione Ricci, e dicea a lui dinanzi:

«Caddi in ginocchio e gli baciai la mano».

Introduceva il pio Pastore a gridare contro l’empia Roma, contro il falso tribunal di Penitenza, contro l’infallibile Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana (290). Epperò, la riforma del Ricci, che l’Italia, giornale, propone all'Italia, nazione, è l'apostasia dal Cattolicismo.

Il meglio è che, mentre sull’Arno si grida la croce alla dinastia di Lorena, sulla Dora si glorifica Pietro Leopoldo, sotto il cui regno fiorì il Ricci, e si tenne il Sinodo di Pistoia. I Principi ornai dovrebbero vedere dove mirano le così dette riforme ed a che riescono. Scipione Ricci facea dire in volgare i salmi, mutava qualche parola nell’Avo Maria, levava gli ornamenti preziosi delle Chiese, i Brevi e le Memorie d’Indulgenze, ecc. ecc. Il Governo di Pietro Leopoldo acconsentiva.

Si celebrava lo pseudo-sinodo di Pistoia, dove si mettevano cinque proposizioni eretiche e settanta scismatiche, erronee, scandalose, calunniatrici, maliziose, come vennero qualificate dal Papa Pio VI nella Bolla Auctorem Fidei; ma la Casa di Lorena, o piuttosto i suoi ministri non se ne davano gran pensiero né allora, né poi.

E venne la rivoluzione, questa grande ministra della giustizia di Dio, e furono castigati solennemente alla presenza dell'Europa gli scandali e le usurpazioni leopoldine, ed ora si mostra chiaro a' Sovrani dove mirino coloro che li invitano ad incatenare la Chiesa, a combattere il Papa, ad abbracciare la Riforma.

L’Italia voleva vedere altre Case dove era la Cas| di Lorena, epperò proponeva almeno la Riforma del Sinodo Pistoiese, se non si vuoleva adottare quella di Socino e di Burlamacchi. Principi e popoli capitela una volta! La rivoluzione vi odia tutti di gran cuore; agli uni vuol togliere la corona, agli altri la fede. Perché ha tanto sublimato il trono di Pietro Leopoldo? Per farlo più rovinosamente cader sotto Leopoldo II. Sono gli Apologisti delle leggi leopoldine, che strapparono la corona al Granduca di Toscana.

Circolare protestante scoperta dagli Austriaci

É qui giova aggiungere il seguente documento, che prova quanto mai e da quanto tempo i nemici del Cattolicismo si dimenavano per protestantizzare l’infelicissima Italia.

La Nazione di Genova pubblicava una circolare del Governo austriaco, trovata a Brescia da un militare piemontese. Né riportiamo il brano più importante che onora molto quel Governo.

— Circolare N.° 1907.

«Venne riferito alla superiorità esistere in Casale (Piemonte) una Società, denominata la Famiglia Evangelica (al di fuori d’ogni sacerdozio e setta qualunque), che ha per motto CRISTO ed ITALIA; presieduta dall’avv. Vincenzo Rocchietti di detta città, avente per iscopo di propagare la religione protestante, o dottrina del puro evangelo, e tendente a render INDIPENDENTE L’ITALIA.

«Questa Società avrebbe già le sue ramificazioni nelle provincie di Vercelli, d’Asti ed Alessandria, e sarebbe per attivarsi anche in Novara. Passando il Ticino, e potendo diffondersi una tale Società anche in queste provincie (Lombardo-venete), s’invitano tutte le autorità, cui è diretta la presente circolare, a vegliare attentamente nella rispettiva giurisdizione sulla comparsa del Rocchietti e d’individui che si occupassero della propagazione di cui si tratta, onde sottoporli alla relativa procedura, sequestrando quelle carte e scritti che avessero relazione alla Società medesima, o di altro sospetto tenore, e facendone pronto rapporto a questa volta.

«Brescia, il 30 ottobre 1855.

«L’i. r. consigliere di polizia

«f. Ramponi,

«All’i. r. commissario distrettuale.

«Lonato, N. 4909,22.

«Si trasmette in copia al sig. Comandante la regia gendarmeria in Desenzano, impegnando il consueto suo zelo a spiegare allo scopo sovra indicato la più assoluta vigilanza, ed a riferire tosto ogni interessante emergenza.

«Lonato, 8 novembre 1855.

«i. r. commissario distrettuale D. Chinelli.

«N. 483. — Desenzano, 15 detto.

«Pubblicato per le pratiche DUPRATO, capo».

Lord Shaftesburye il protestantesimo in Italia

Era noto che lord Shaftesbury, genero di lord Palmerston e uno dei più accaniti nemici del Cattolicismo, stava per assumere la protezione di quel movimento che si era manifestato da pochi mesi nell’Italia centrale, e principalmente nelle Romagne, confortando i rivoluzionari co’ suoi consigli, col suo nome, coi denari e colle armi inglesi. Di questo fatto importante, dobbiamo recare i documenti, e li troviamo nel Times di Londra, del settembre 1859.

Lord Shaftesbury non si era deciso da sé a pigliare il patrocinio dell’Italia centrale, ma vi era stato spinto da alcuni settari italiani che trovavansi in Londra, i quali a questo caldo protestante, a questo presidente delle Società Bibliche raccomandarono il trionfo delle proprie idee e dei loro desideri colla seguente lettera:

«Milord,

«1. Leinster, terrace, Hyde Park, 3 settembre.

«La simpatia addimostrata dalla nazione inglese per la causa italiana, e più specialmente per la quistione dell’Italia centrale, ha dato a' sottoscritti l’idea di rendere questo sentimento, per il quale nutrono la più viva gratitudine, efficace colla formazione d’un comitato, alla cui testa dovrebbe figurare un nome di grande autorità in Inghilterra.

«E il nome che si presentò immediatamente alla nostra mente fu il vostro.

«Noi chiediamo questo nome, milord, e ci mettiamo sotto la vostra direzione in ogni rispetto. Piacciavi, per conseguenza, intraprendere la formazione di questo comitato, in cui è nostro desiderio Ve lomento inglese prevalga (!?).

«E naturale che gl’Italiani (settari) s’interessino all’emancipazione d’Italia (strappandole la fede); ma è generoso per l’Inghilterra il mostrare una sì calda simpatia per essa, e risulterebbe di un gran servizio agl’Italiani (frammassoni) se questa grande nazione, che precedeva ogni altra nella via della libertà (e della frammassoneria) (291), esprimesse codesta simpatia in modo efficace.

«Noi confidiamo in voi, milord, e permettete che conserviamo una tale fiducia.

Gli obbedientissimi vostri servi

G. T. AVESANI— G. DEVINCENZI.— L. SERENA
. B. FABBRICOTTI— I. B. ROCCA.


Lord Shaftesbury diè una lunga risposta, che è un’apologia della rivoluzione italiana, nella quale, fin dal principio, tocca la quistione religiosa, che in Italia si concatena colla politica, come in Inghilterra. In sostanza questo milord dice agli Italiani, che per avere la libertà e l'indipendenza debbono abbandonare il Cattolicismo, come fecero gli Inglesi. Il vostro caso, egli dice, è similissimo al nostro, e accenna al beneficio di civili e religiose libertà. Haec omnia tibi dabo, si codone adoraveris me — diceva Satanasso a nostro Signore. — Ma ecco per intero la risposta dello Shaftesbury:

«Signori,

«La lettera da voi ricevuta conferiva su me il più grande onoi>

«Se io potessi avere la stessa opinione che voi avete dell'alta mia posizione ed influenza, io non esiterei un istante ad accettare il posto che dalla vostra confidenza mi viene offerto. I diritti, dirò di più, le giuste esigenze d’Italia, sulla simpatia e cooperazione degli Inglesi, sono tali, che sembra impossibile ad ognuno, sia in alto o basso stato, di ricusare qualsiasi assistenza che potesse essere in poter suo di dare. Il vostro caso è similissimo al nostro: noi pure lungamente e ardentemente desiderammo il beneficio di civili e religiose libertà. Per ottenerle, noi ci liberammo dei nostri colpevoli governanti; scegliemmo i loro successori, e consolidammo una forma di governo tanto poco diversa, quanto era possibile, da quella alla quale eravamo abituati: e tutto questo fu fatto senza spargimento di sangue (???), senza saccheggio, senza confusione, ed anche senza il. minimo disordine nella pubblica esistenza (quante menzogne in così poche parole! par di sognare), e semplicemente per il volere di un popolo unito, determinato a voler essere libero;

«La vostra condotta è stata la medesima. Ma grande come era la nostra, la vostra è stata, presentemente, anche più grande. Noi avevamo per lungo. tempo goduto la forma, e spesso l’esercizio di libere istituzioni; il principio, la pratica di esse erano a noi famigliari. Ma la libertà cadde su voi simile ad imo scoppio di tuono; eppure trovò voi tutti ordinati, pacifici, pronti ai benefizi che essa imparte, ai doveri che essa impone, come se educati foste dall'infanzia a libertà. Così intenso è l’effetto che semplicemente l’amore di nazionale libertà può produrre sulle intelligenze e sui cuori degli uomini.

«Ci fu detto che voi eravate indifferenti alla libertà, e non avevate coraggio per asserirlo. Ci fu detto che eravate incapaci di governarvi da voi medesimi, e che le baionette austriache erano necessarie per salvare il vostro bel paese dal sangue, dal saccheggio e dall’anarchia dello stesso vostro popolo. Ci fu detto che il vostro mutuo odio e le mutue vostre gelosie erantali che ninno Stato, niuna città andrebbero d’accordo fra loro. Che cosa non dissero a vostro detrimento e disonore? Molti credettero a codeste asserzioni. Io pure vi posi ascolto un tempo; ma chi potrebbe maravigliarsene? Quali precedenti aveva la storia di una sì apparente, subitanea capacità per l’esercizio del più grande ministero umano, l'esercizio delle civili e religiose libertà? (mio Dio! che commedia!). Una nazione parve esser nata in un giorno, nata ad un tratto nella sua piena e morale grandezza, con tutto il potere di sapersi da sé medesima governare, senza cui non fuvvi e non vi sarà mai una vera e durevole libertà.

«Or bene, se tali cose, come queste, non commovono il cuore dell’intera razza anglosassone, in qualunque parte del mondo trovasi un suo membro, io non saprei quale altra cosa lo potrebbe commuovere.

«Ma sicuramente, voi non dovete dubitarne un istante. Voi conoscete i sentimenti ed avete udita l’eloquenza di alcuni nostri uomini di Stato. I popoli, parlando per l’organo della stampa, mostrano sicuri segni dell’evidente loro simpatia; né essi vorrebbero, ove fossero chiamati, rimanere più a lungo silenziosi e inoperosi nell’adottare quelle misure, che meglio potrebbero dare effetto ai loro sentimenti.

«Voi avete suggerito la formazione d’un comitato, consistente d’uomini nati in ambo i paesi, in cui l’elemento inglese debba preponderare. Questo comitato, io aggiungo, dovrebbe valere a ricevere quella contribuzione che il popolo inglese può essere indotto a dare, onde assistere gli sforzi del popolo dell’Italia centrale, a mantenere i loro diritti e difendersi contro ogni forma di aggressione.

«Questa linea di condotta è buona e giusta (!?); poiché, qualunque errore siasi potuto commettere prima del risultato di codesta politica, o riguardo la speranza di combattere per la libertà, le cose sono ora compiute, e l’Imperatore de' Francesi leale e sincero, come crediamo egli sia, ai principi espressi ed al risultato da lui bramato, bisogna si rallegri di vedere il sano e indipendente atto di un popolo la cui liberazione ridonda a sua gloria.

«Io non veggo niuna obbiezione al vostro progetto. In qualunque modo vi si contribuirà, sarà riguardato dagli Italiani più come un segno di simpatia, che come un aiuto materiale nelle difficoltà in cui versano. La scelta dunque del presidente del comitato sia differita. E a desiderarsi che venga nominato uno che meglio possa conciliare gli animi e farsi amici tra tutte le classi, e disarmare qualunque opposizione. Se, dopo le debite ricerche, niun altro uomo meglio di me potrà essere da voi scoperto che possa servire al vostro nobile disegno, io allora sarò pronto ad accettare, tenendo per fermo, che Dio benedirà a' vostri sforzi e farà che essi abbiano una felice soluzione, in armonia col loro incominciamento.

«Shaftesbury».


Come si vede lord Shaftesbury è cosi giusto nei suoi giudizi sulle cose d’Italia, come è veridico nelle sue allusioni alla storia inglese. Egli dice che l’Inghilterra compì la sua rivoluzione e la sua apostasia senza spargimento di sangue! Eppure chi ignora come gl’Inglesi andassero ben innanzi a' Francesi nell’uccidere i loro Re, e non ¡strappassero il popolo brittannico dal grembo della Santa Chiesa Romana se non per mezzo di violenze, di prigioni e di patiboli, che rinnovarono nel secolo decimosesto le crudeli persecuzioni di Nerone e di Diocleziano?

Ma se così caldi erano i Protestanti per la rivoluzione massonica d’Italia, non lo erano meno i discendenti dei crocifissori di Gesù Cristo.

Gli Ebrei pregano pel Regno d’Italia

In una corrispondenza della Nazione di Firenze, sotto la data di Livorno, 9 ottobre 1859, si leggeva:

«Nella scuola israelitica di Livorno l’intera comunità degli israeliti si è riunita, il giorno 7 per la solenne devozione del gran digiuno. Stimo bene di mandarvi il testo della preghiera che fu fatta per la famiglia del Re, recitata dall’Eccellentissimo signor Roberto Runara. Alla prima intonazione tutto il popolo presente (più di tremila persone) si è alzata in piedi, ad eccezione di pochissimi vecchi, e tutti poi risposero, al fine della preghiera con un’enfasi straordinario e sorprendente, un Ameni

«Quello che veglia alla salvezza dei Regi, che concede il do minio ai Principi, e il di cui impero è l’impero di tutti i vecchi; quello che liberò David, suo servo, da spada micidiale, che aprì nel mare la via, ed in rapide onde tracciò il sentiero, quell’istesso benedica, custodisca, difenda, soccorra, elevi, esalti e sublimi al massimo auge il Re eletto S. M. Vittorio Emmanuele. Il Re dei Re lo custodisca, faccia vivere, e libero da qualunque danno e pericolo. Il Re dei Re per sua clemenza sublimi ed esalti l’astro del suo destino, e gli conceda lunghi e tranquilli giorni di dominio. Il Re dei Re per sua pietà conceda a Lui ed a tutti i suoi Consiglieri e Ministri possanza e valore. Che tale sia il suo divino piacere, e dicasi: Amen».

Mentre protestanti e giudei univano insieme i loro voti e gli sforzi loro pel compimento dei loro pravi disegni, a' danni della S. Sede, ih Pontefice chiedeva questo primo periodo della nuova invasione dei barbari con un atto solenne di vigore, che riscosse il plauso di tutti gli uomini di cuore.

IL GOVERNO PONTIFICIO MANDA I PASSAPORTI AL RAPPRESENTANTE SARDO

La Santità di Pio IX, stanco finalmente delle indegne opere dei settari nelle Romagne e più ancora dalle perfide mene del rappresentante sardo nella stessa Roma, gli fece intimare lo sfratto, cosa che produsse la più grande, ma più felice impressione: lo stesso Journal dee Débats osservava, forse non trovarsi esempio nelle istorie moderne di una Potenza cattolica che abbia dato cagione al Papa di rimandargli a casa il proprio rappresentante. E qui un po’ di storia.

—Dopo la famosa legge Siccardi, contraria al Concordato del 1841, nel quale Carlo Alberto in fede e parola di Re, prometteva di mantenere alcune reliquie del Foro ecclesiastico, il Nunzio pontificio chiedeva i suoi passaporti e abbandonava Torino. Carlo Alberto diceva del conte Solaro della Margherita, che l’aver egli ottenuto un Nunzio presso la Corte Sabauda era un avvenimento che gli faceva un’onore infinito. Che cosa avrebbe detto lo stesso Re di quegli altri Ministri che ne resero necessario il richiamo?

Richiamato il Nunzio, il governo piemontese lasciò tuttavia il suo ministro in Roma, che vi rimase fino all'Allocuzione del 1856, in cui il Papa lagnavasi della soppressione dei conventi e dei monasteri, intrapresa dal commendatore Rattazzi.

Partito allora il Ministro da Roma, vi restò uno dei subalterni in qualità d’incaricato d’affari, e questi fu il marchese Giovanni Antonio Migliorati, la cui condotta diplomatica trovasi chiaramente delineata da due fatti: 1° Dal suo allontanamento da Roma chiesto dall’Ambasciatore francese (292); 2° Dall’uffizio che sosteneva in Ferrara, dove l’antico diplomatico si era messo alla testa della rivolta.

Al Migliorati successe, incaricato d’affari presso la S. Sede, il conte della Minerva, e valeva tanto quanto il suo predecessore, per ingegno, per prudenza, per amicizie! Certo è che da molto tempo attendevasi di vederlo in Torino licenziato dal Papa, e ne era già corsa la voce su pei giornali.

Ma al cuore paterno di Pio IX doleva troppo un tale atto, cosi che lo volle differito fino all’estremo; e giudicò che l’estremo fosse il ricevimento dei rappresentanti delle Romagne fatto dal Galantuomo a Monza, oltre il quale non era più permesso tollerare, andandone di mezzo il decoro non meno che i dritti della Santa Sede, che il Papa dee sostenere usque ad effusionem tanguinis.

Perciò il 1° ottobre un dragone pontificio recava i passaporti al conte della Minerva, invitandolo a ritirarsi in Piemonte. Ma Pio IX usava ancora una gentilezza al rappresentante sardo, perché non gli limitava il tempo, e lasciava a suo arbitrio il partire presto o tardi, come gli paresse meglio.

In quel giorno il degno Conte non era in Roma, ma trova vasi a Frascati alla Rufinella, dove, in quella amenissima villa, appartenente allora al Re di Sardegna, stava lautamente pranzando con alcuni amici e discorrendo con essi loro delle cose del giorno.

Il dragone pontificio, in assenza dell’incaricato d’affari piemontese, consegnò i passaporti al console; e questi li spedì tosto a Frascati, dove giunsero a mezzo il desinare.

Il conte della Minerva cercò mezzo di rimanere in Roma a qualunque costo, ed ebbe perfino l’improntitudine di chiedere al marchese Bargagli, Ministro del Granduca di Toscana, che gli cedesse il palazzo di Firenze!... Né ottenne la risposta che meritava; e solo questa domanda basta per dimostrare da chi e come il Piemonte fosse rappresentato nell(')eterna città.

Convenne fare di necessità virtù: abbassare lo stemma e partire. Il conte della Minerva sperava almeno un pò di dimostrazione per parte dei mestatori che sono da per tutto; ma nessun si mosse, e la strada restò deserta.

Nei tempi andati, prima che salissero al trono i Carignano, quando governava l’Augusta Casa di Savoia, i diplomatici Piemontesi, furono sempre lo specchio e l’esempio della diplomazia europea; vi voleva un pervertimento di uomini e di cose simile al presente per perdere affatto le nobili sue tradizioni, e renderla spregevole. — Fu veramente il primo caso quello di Lord Redcliffe quando ebbe ad affermare nell'alta Camera inglese circa il famoso Boncompagni, che meritavasi di essere, non che accomiatato, fatto impiccare dal Granduca di Toscana alle inferriate del palazzo Pitti!



Torna su



ERRATACORRIGE.

A pagina 52 parte II di questo volume là dove dicesi: Grazioli duca Don Mario, deve leggersi, Grazioli duca D. Pio.



Torna su




Torna su



LA GUERRA ALLA PROPRIETA FONDIARIA E LO SCOPO ULTIMO DELLA RIVOLUZIONE

«La proprietà fondiaria è argomento d’invidia per la democrazia livellatrice.» La Perseveranza del 2 marzo 1888, n. 10,197.

Il Comizio agrario di Torino, nell’adunanza tenuta il 22 del febbraio testé scorso, deliberò di mandare a Francesco Crispi e alla Commissiono generale del bilancio una istanza, affinché non vengano riapplicati alla proprietà fondiaria i due decimi di guerra, che la legge della perequazione abolì. Molto giustamente in questo documento il nostro benemerito Comizio scrive: «Non si deve e non si può, mediante il continuo aggravio d'imposte, consumare, a danno della proprietà fondiaria e dell’agricoltura, una vera confisca».

Ecco parole, che taluni sogliono prendere come esagerazioni, come figure retoriche, mentre invece si riferiscono ad un fatto purtroppo verissimo. Abbiamo le statistiche, le quali ce lo dimostrano all’evidenza. Esse dicono che dal 1870 al 1877 furono espropriati in Italia ben 40,054 possidenti di fondi per un debito di imposta di 3 milioni e 440,511 lire. Cercate la media, e troverete che essa corrisponde a 85,89. Chi sa quanto poco basti per pagare 85 Ire e 89 centesimi all’esattore come tassa fondiaria, può farsi un’idea della qualità dei contribuenti che il Fisco spogliò dei loro beni, perché impotenti a pagare le imposte.

Dal 1877 in qua non fu pubblicata alcun’altra statistica ufficiale su questo affare; ma si può esser certi, che non è punto scemato il numero dei poveri espropriati per debito d’imposte. La Perseveranza, a ragion d’esempio, ci la sapere che nel biennio 188586 i beni immobili, passati in questo modo al Demanio, salirono a 6833, mentre nell'esercizio precedente erano stati 4211. Insomma, in pochi anni, il Demanio divenne padrone di 35,700 immobili, tutti abbandonati ai suoi artigli da poveri contadini, impotenti a pagare le pubbliche gravezze, ed alla pubblica asta da nessuno voluti.

Ecco dove va a finire la tanto vantata linanza democratica, di cui si fanno belli a parole gli spasimanti del popolo! Mentre gridano contro le grosse proprietà, mentre sostengono essere la divisione massima dei terreni una delle aspirazioni della democrazia, nel fatto invece consumano ogni giorno una vera confisca a danno della proprietà fondiaria.» Il piccolo possidente campagnuolo va scomparendo; là, dove gli artigli del fisco non lo hanno ancora raggiunto, egli vende la sua casetta e il suo orticello, e se ne fugge nel Brasile o nella Repubblica Argentina. E in questo modo le piccole proprietà sfumano, i latifondi risorgono, e, quel che è peggio, cadono nella massima parte in mano degli ebrei, che in luogo della aborrita manomorta fanno sentire per bene le loro unghie vive alla misera Italia.

In questo stato di cose, il Governo pensa ad aggravare vie più la possidenza rustica, aumentando di due decimi l’imposta fondiaria, nel mentre fa dire ai suoi giornali che questo nuovo peso riuscirà quasi inavvertito ai proprietari piccoli e colpirà soltanto i grandi, i quali possono sopportarlo. Ebene, ponetevi davanti agli occhi quei 40 mila possidenti, che si lasciarono spogliare del loro misero podere per non avere 85 lire in media da pagare al Governo, e poi dite se, per quell’esercito di miserabili, 17 lire di più o di meno possano essere un aggravio indifferente!

In Austria, in Germania, negli Stati Uniti si studiano continuamente provvedimenti atti a conservare, aiutandoli e sorreggendoli, i piccoli possidenti, che sono efficacissimi strumenti d’ordine e di sicurezza sociale. Attaccate l’o।peraio al suolo, ed egli cesserà come per incanto dall’essere cospiratore, rivoluzionario, agitatore, affigliato alle sètte sovversive. Il focolare domestico rappresenta la continuità della famiglia, raccoglie le sue tradizioni, fa amare il luogo ove si nacque, impedisce la vita randagia e avventurosa. Allora quando l’economia cristiana era in onore nella società, la vendita dell’abituro e del campicello paterno sarebbe stata considerata come un'azione infamante, e un ero delitto avrebbe commesso chi avesse tentato d’impadronirsene, spoglianone il legittimo proprietario.

Al giorno d’ogsi invece in Italia, da un lato la legge civile incoraggia queste vendite, perché lo Stato ha per sistema la mobilita della proprietà; e dal canto suo la finanza corona l’opera, mediante le esecuzioni fiscali. Siamo in tempi d’eguaglianza e di sovranità popolare; ma intanto ogni giorno il numero dei proletari va crescendo nelle campagne, e con essi aumenta il malcontento, primo uncino cui il socialismo si attacca per poter far presa negli animi ignoranti delle classi povere.

La Perseveranza non può capire queste cose, e però si meraviglia che la proprietà fondiaria sia divenuta argomento d’invidia per la democrazia livellatrice». E chiama argomenti giacobini anelli che i giornali crispini accampano per sostenere e difendere la proposta di rimettere i due decimi, fatta da Agostino Magliani.

In quanto a noi, non ¡stupiamo davvero di nulla. Aumentando il grosso numero di coloro, che oggi si chiamano i diseredati, ossia promovendo direttamente il socialismo, la Rivoluzione fa il mestier suo. Il Comizio agrario torinese ha ragione, in senso codino, quando dice: Non si deve e non si può mediante il continuo aggravio d’imposte, consumare a danno della proprietà fondiaria e dell’agricoltura una vera confisca»; ma, in senso liberale e progressista, egli ha torto marcio. La Perseveranza ne lo avverte, dicendo che la proprietà fondiaria è argomento di invidia per la democrazia livellatrice». Dove quel vocabolo invidia vuol essere certamente preso nel significato latino, ed equivale ad odio. Dante, parlando del Veltro, dice che caccierà la lupa

nell'inferno.

Là onde invidia prima dipartilla.

Come il demonio odia gli uomini, cosi egualmente li odia la Rivoluzione, la malvagia lupa, ch’è sua figlia legittima. Non crediate ch’essa ami i poveri, come talvolta si vanta; essa non ne fa mostra che per aizzarli addosso ai ricchi. Ma poi pensa alla rovina dei poveri e dei ricchi insieme; poiché la sua essenza e invidia contro tutti.

La proprietà agraria poi merita peculiarmente l’odio della ribalda, perché essa è un ostacolo al conseguimento de' suoi fini. La Perseveranza s’è accorta un po’ tardi che la democrazia livellatrice»detesta l’agricoltura e la proprietà fondiaria! Dal 1789 in qua la Rivoluzione non fa che cospirare alla distruzione sua; e i moderati se ne avveggono ora soltanto!

La proprietà immobiliare èquella che conserva le famiglie; la Rivoluzione la combatte, perché alle famiglie vuol sostituire l’individualismo. La stabilità delle proprietà rappresenti una forza della società civile, una base sicura sulla quale può appoggiarsi; la Rivoluzione lavora da un secolo a distruggere tale stabilità, che si oppone alle sue voglie di continui perturbamenti e disordini. Oggi lo Stato rivoluzionario non ha più per fulcro la proprietà immobile, né le sue leggi conforma alla conservazione e al rispetto della medesima; ed ecco trionfare l'usura, ecco gli Stati in preda ai parassiti giudaici, o quasi giudaici, che senza far nulla dissanguano ogni semestre i popoli, tagliando i coupons della rendita.

La proprietà fondiaria, oltre essere in balìa dell'ipoteca e dell'usura privata, paga due volte all’anno un tributo colossale agli ebrei di Parigi e di Berlino, di Vienna e di Londra; e il povero contadino suda, affatica, muore di pellagra e di inedia per pagare gliinteressi del Debito Pubblico. Ecco il sistema!

Oh, la Rivoluzione odia davvero la proprietà e l’agricoltura! Non si speri da nessuno ch’essa voglia sollevarne i mali, finché rimarrà padrona della infelicissima patria nostra. Noi lodiamo gli sforzi del Comizio agrario e di ogni altro che si adopera a lenire i patimenti delle campagne; ma esortiamo i nostri lettori a non illudersi. La Rivoluzione è un flagello di Dio, ed essa non può che nuocere. Risaliranno prima i fiumi alla sorgente che la Rivoluzione diventi benefica ai popoli, caduti nelle sue ugne!



Torna ad inizio pagina



__________________________

NOTE


(1) S. Agostino.

(2) Isai. 30. 10.

(3) Si rilegga la circolare del Pleiza, VoL IL parte 2. pag. 82.

(4) Luca XIV, 31.

(5) Cosa strana, — esclama Lamartine nella sua storia della Rivoluzione del 1848, — cosa strana, ma vera! La controrivoluzione cadde, per mano degli stranieri, dal soglio con Napoleone, ed in Francia rientrò la rivoluzione del 1789 coi vecchi Principi della proscritta razza borbonica!

(6) Haller: Des noms des partis politiques.

(7) Vedi Vol. I, pag. 80 e segg.

(8) Questi Asili, purificati dalla scoria protestante, furono più tardi approvati dalla S. Sede, e introdotti anche in Roma.

(9)L'abate Sacconi, Uditore della Nunziatura ed incaricato d’affari della Santa Sede, m assenza del Nunzio, attualmente Cardinale decano del sacro Collegio e Prodatario di S. S. Papa Leone XIII.

(10) Ce n'est pas là une assertion gratuite, fondée seulement sur les antécédents des libéraux de tous les pays: ces projets de destruction sont clairement annoncés dans une addition à la brochure: Degli ultimi casi della Romagna, réimprimée à Malte.

(11) Cantù: Storia Universale Lib. XVIII, cap. XXV.

(12) Cours familier de lectures, Entretien LVI.

(13) Lo Statuto Sardo fu proclamato il dì 4 del marzo seguente.

(14) La Toscana e i suoi Principi, pag. 18. (Parigi, 1859).

(15) Zobi: Manuale storico degli ordinamenti economici vigenti in Toscana, pag. 491. (Italia 1848).

(16) Lettera del Granduca a Carlo Alberto da Porto San Stefano, 11 febbraio 1849. Vedi Pennarelli: Le sventure italiane, pag. 17.

(17) Lettera del Granduca al generale De Laugier da Porto San Stefano, Iti febbraio 1849; nel Contemporaneo del 21 gennaio 1863.

(18) Gennarelli: Atti e Documenti da servire d’illustrazione ai volumi delle Sventure italiane, e dell'Epistolario politico toscano, pag. LXXI Firenze, 1863.

(19) Il Ravitti a' questo punto fa in nota una dichiarazione che giova riportare: «Altro dei caratteri peculiarissimi, dice egli, de' recenti sconvolgimenti italiani, si è l’avere trovalo tanta copia di paladini così mentecatti, che i loro libri e libercoli, impressi allo scopo di additare all’esecrazione del mondo i Governi e le persone dei Principi spodestati, dovessero, per converso, riuscire a difesa degli accusati, e a dimostrare colle parole stesse degli autori o compilatori, e con ogni desiderabile chiarezza, precisamente affatto il contrario di quello che si prefiggevano. Tanto cattivo consigliere è l’odio, e tanto è vero quel detto antico, che a chi Giove vuol male gli toglie il senno!—D’ogni erba fatto fascio, raccolsero quante mai accusazioni si lusingavano, comunque fosse, poter porre in piedi: e l’arma che pensarono la più potente, si spezzò sempre nelle loro mani medesime, sì che ben a ragione potè dirsi: a Oh! benedetta la Provvidenza che ha permesse tante infamie di bugie, sì clamorosamente strombettate nei giornali, sì audacemente discusse nei Parlamenti, sì bonariamente accettate dai gonzi o dai creduli, per eccitare più acuta la curiosità, e più solenne esibirne e più evidente la confutazione!» (Civiltà Cattolica).

«Per fermo niuna rivoluzione forse presenta, quanto codesta d’Italia,tanti esempi in cui i tristi abbiano senza volerlo fatti, come si dice, gli affari dei buoni: e per recarne in mezzo un solo, difficilmente potrebbesi addurre alcun esempio più memorabile di quello, ornai celebre, delle accuse portate dal Gladstone a carico del Duca di Modena. Così in un libro, che porta la sua condanna nel titolo, compilato con intendimento di svillaneggiare nel più basso modo il Pontefice e il Granduca di Toscana, e che doveva invece riescire a difesa del Granduca e del Pontefice, il Gennarelli (Le sventure italiane, pag. XXIX-XXX) volle attribuire la partenza di Leopoldo II per Gaeta, più che altro, al Santo Padre, e precisamente a una lettera ch’egli riporta (pag. li;. Pio IX scrive al Granduca, consigliandolo «a tenersi fermo finché può in qualche punto del suo Stato: e quando la violenza l’obbligasse a partire, a scegliere per momentanea dimora un paese italiano, e preferibilmente quello ove regna un suo cognato, il quale non ha certamente nessuna vista men che retta (la grande lealtà del Pontefice non poteva immaginare altrimenti) sui possedimenti che appartengono a Vostra Altezza». Per tal guisa il Gennarelli, a fine di provare che il Granduca partì per Gaeta sollecitato dal Pontefice, ne adduce il documento comprovante appunto che il Pontefice non gli parlò guari di Gaeta, lo consigliò anzi a starsene in Toscana finché potesse durare: e allorché non lo potesse propriamente più, se ne andasse in Piemonte.

(20) I documenti stanno nelle Sventure italiani dai Gennarelli, pag. 1743.

(21) Gennarelli loc. cit. pag. 36.

(22) Memorandum del 24 agosto 1859. Atti e Documenti del Governo della Toscana, Parte II, pag. 171.

(23) Nota del Marchese d’Azeglio, Presidente del Consiglio de' Ministri di Sardegna, al cav. Martini, Ministro di Toscana presso la Corte di Torino, del 4 giugno 1850 (pubblicata dallo Zobi: Memorie economico-politiche sulla Toscana. Vol. II,pag. 565-567).

(24) Tranne la competenza nei tribunali Austriaci di giudicare coloro che cercavano di subornar«le milizie, la sovrana potestà non ebbe a soffrire il minimo detrimento.

(25) Memorie economico-politiche. Vol. Il, pag. 378.

(26) Casi della Toscana; pag. 241-242.

(27) Decreto del 6 maggio 1832.

(28) Zobi: Manuale Storico, pag. 497 (1858).

(29)«I Senatori e i Deputati, innanzi di sedere la prima volta nell’Assemblea, prestano nelle mani del rispettivo presidente il giuramento con questa formola: «Giuro di osservare inviolabilmente Io Statuto fondamentale e tutte le leggi del paese, e prometto di adempiere l’ufficio mio con verità e giustizia, provvedendo in ogni cosa al bene inseparabile della patria e del principe. Così Iddìo m aiuti.» Articolo 46 dello Statuto Toscano.

«Nel Senato il solo Principe Don Andrea Corsini mostrò coraggio di vero cittadino opponendosi al Guerrazzi e agli altri ministri, non ostante gli strepiti delle tribune, che opinarono doversi governare la Toscana a nome del popolo. Quella coraggiosa opposizione fa inutile.» (Casi della Toscana, pag. 209).

(30) Atti della terza riunione degli Scienziati italiani.

(31) Atti e documenti del governo della Toscana. Vol. I pag. 106-107.

(32) Petruccelli della Gattina: I moribondi del palazzo Carignano, pag. 132-133

(33) Sessione del 7 giugno 1839.

(34) Ravitti, Volume 1. Le cause, pag. 174.

(35) Vedi loc, cit. pag. 88.

(36) Quanto diciamo delta Toscana, dichiara qui il Ravitti, e noi con lui, ò a dirsi, in generale, e, salve secondarie differenze locali, del resto d’Italia centrale e meridionale. Avendoci prefisso di narrare gli avvenimenti, anziché dietro stretta cronologia, piuttosto con raggrupparti secondo uno stesso ordine di fatti e di idee, dovremmo ripeterci ben di sovente, quando non fosse avvertito che la storia d’una rivoltura, d'una invasione, d'una annessione, d una votazione, è la storia su per giù di tutte le rivolture predisposte e operate da' Comitati Nazionali, condotte a mano da' Ministri sardi al di fuori, rette da Cavour, la storia di tutte le invasioni, di tutte le annessioni, di tutte le votazioni avvenute per opera in favore della Sardegna. Per tutte le stesse mene, gli stessi effetti; per tutto minoranze impostesi colla frode e colla violenza alle grandi maggioranze ingannate, soprapprese, spaurite. Sì che per narrare di tutte basta narrare di una.

(37) Ermolao Rubieri: Storia intima della Toscana dalgennaio 1859 al 30 aprile 1860. Prefazione.

(38) Quali il tenente colonnello conte Girolamo Spannocchi, deposto dal grado nel 1819 per ragioni gravissime; il professore Gioacchino Taddei, presidente del 1849 della Costituente del Guerrazzi; il professore Orosi; il chirurgo Ferdinando Zannetti; tutti guiderdonali poi da Boncompagni e Ridolfi col ripristinarli ne’ gradi, ne’ posti e ne’ soldi, spesso coll’aggiunta degli stipendi che avrebbero percepito per tutto il tempo in cui erano stati fuori d’impiego, come avvenne a quel dottore Paolo Corsini, uno de' più arrabbiati mazziniani in Toscana, confessato poi come tale dallo stesso Mazzini. (Scritti editi ed inediti, pagina 313 e seg.)

(39) Casi della Toscana, pag. 19.

(40) Casi della Toscana, pag. 33.

(41) Ivi pag. 20.

(42) Il Principe, cap. 22.

(43) Gennarelli: Atti e documenti di illustrazione alle Sventure 0 all’Epistolario Pag. LVI.

(44) Luigi Passerini: Genealogia e storia della famiglia Ricasoli.

(45) Che gli ottennero all’Esposizione universale di Parigi la medaglia e la croce della Legión d’onore.

(46) F. Dall’Ongaro; Biografia di Bettino Ricasoli.

(47) Riferite dallo Zobi: Sommario dei Documenti, Vol. IL, pag. 826.

(48) Demo: Biografia di Leopoldo II. pag. 128. —

(49) Lettera, publicata nel 1863 dal Gennarelli: Atti e Documenti d’illuetr astone alle Sventure ed all'Epistolario, pag. LXXII.

(50) I moribondi del Palazzo Carignano. pag. 76, 79.

(51) Ivi pag. 79.

(52) Zobi; Memorie politiche, Vol. II., pag. 395-397.

(53) Casi della Toscana, pag, 203.

(54) Zobi; Manuale storico degli ordinamenti economici vigenti in Toscana, pag. 494.

(55) In un Indirizzo al Granduca, del 17 aprile 1849, scrissero: «La Commissione governativa non ha dubitato di dover assumere in nome vostro le redini dello Stato, ed in nome vostro promettere ai popoli, i quali vi invocano, che voi sareste tornato siccome un principe costituzionale». — Sono cose più vere che credibili!

(56) Angelo Brofferio sdegnosamente rinfacciò a Bettino Ricasoli, che, durante il tempo iu cui tenne autorità dittatoria sulla Toscana, aveva fatto ciò che positivamente negava di avere operato, e non avere operato quanto pretendeva di aver fatto; veri gli arbitrari imprigionamenti di cui era stato accusato, la svergognata corruzione nelle elezioni, la sistematica violazione delle lettere negli uffici postali, lo sperpero inatto dei denari dello Stato. A tutte queste accuse Salvagnoli, che, essendo Ministro degli affari ecclesiastici nel Gabinetto di Ricasoli, doveva sentire al vivo la puntura della spilla, rispose a Broderie: Caro mio, colla verità non si governa...

(57) Nell’Elogio di Girolamo Poggi che lesso all'Accademia dei Georgofili.

(58) Nel discorso che pubblicò nel marzo 1847 a Lugano, col titolo: Sullo Stato politico della Toscana; pel quale, non avendo potuto negare il molto amore del popolo a Leopoldo II ed alla dinastia, che confessava di assai benefizii già stata larga al paese, fu il Salvagnoli accagionato dai confratelli delle sètte di soverchia tenerezza per la Casa di Lorena.

(59) Si ruppe la buona armonia fra il Ridolfi, Salvagnoli e Ricasoli, che presero ad avversarlo acremente nel loro Giornale La Patria e nel Parlamento. «Ed io penso (scrive il Faccioni: Biografia di Vincenzo Salvagnoli, pag. 40. Torino 1861), che questa prima discordia fosse il germe delle altre ben più funeste, onde poi fu travagliata la nostra Toscana».

(60) Narra l'operosissimo membro del Comitato nazionale centrale di Firenze e capo della fazione popolare, Ermolao Rubieri (Storia intima della Toscana pag. 216) come il 26 aprile 1859, in un'adunanza tenuta in casa Ricasoli, avesse il Giorgini «perorato sull’inopportunità di separare la causa della Toscana da quella della dinastia di Lorena». Ciò che non impediva che il 20 agosto dello stesso anno lo stesso Giorgini venisse a leggere all’Assemblea toscana un altro scritto per perorare la causa della aggregazione della Toscana al Piemonte, giusto come que’ flagellati da Socrate, i quali vantavansi di saper parlare sopra ogni argomento pro e contro.

(61) Casi della Toscana, pag. 303.

(62)Opere, Vol. I. pag. 110. Ricord. 66.

(63) Lo scritto promesso dal Salvagnoli, non dava fuori, almeno colla prestezza che avrebbe voluto Cavour; sì che questi, per ¡spingere, e forse compromettere Lamico, gli mandava in anticipazione la croce de' soliti Santi Maurizio e Lazzaro. Uscì in luce in Firenze il il febbraio 1859 sotto il titolo: Discorso sull’Indipendenza d’Italia; e parve tale che il Ministro Landucci opinò dover essere imprigionato il Salvagnoli. Il Consiglio, di Prefettura di Firenze fu di contrario parere, e non ne fu nulla.

(64) Da lunghi anni era legato da amicizia con tutti e tre, carteggiava spesso con loro, e K forniva regolarmente d’informazioni a suo modo sulle cose italiane, di Toscana in particolare. Durante la dimora di alcuni mesi in Toscana di lord Russell, verso la fine del 1856 fu il Salvagnoli il più costante consigliere e l’autorità in affari italiani da esso la più rispettata ed ammessa, del che lord Russell medesimo sino da quel tempo davasi vanto verso chiunque si taceva ad ascoltarlo (Normanby: Difesa del Duca di Modena, trad. ital, pag. 2.)

(65) Venne, circa sette anni prima, al servigio del Granduca per dar nuova organizzazione all'esercito, messo su di un piede che, almeno dal lato del benessere, non aveva nulla da invidiare a verun altra milizia. Di modi piuttosto ruvidi, a poco a poco una sua debolezza, forse originata da abusi reali, era divenuta costante abitudine. L’Auditorato militare chiamato a giudicare de' reati de' soldati, dava sentenza secondo le leggi e la sua coscienza. Il Ferrari di suo capo cassava, riformava i giudizi dell'Auditorato, e ordinando pene inflitte da sé, finiva con disgustare tutti, alti e bassi.

(66) Oggidì, m benemerenza, Ministro della marina del regno d’Italia, quantunque, — nota il Ravitti, — senza la benché minima conoscenza di cose di mare.

(67) Il Maggiore Alessandro Danzini comandava l'artiglieria, e il Maggiore Cappellini la cavalleria stanziarne a Firenze, notissimi entrambi per i debiti contratti per le bische e per le cortigiane. A costoro furono pagate molte cambiali in ¡scadenza, e si giunge a indicarne perfino la somma, cioè lire quarantaduemila al Cappellini e trentacinquemila al Danzini. E perché le firme di essi non avean credito nemmeno presso gli strozzini, furono saldate da un marchese, che non vogliamo nominare, col ribasso del quaranta per cento. Egli poi si fece rimborsare dell'intero dai capi della congiura». (Casi della Toscana, pag. 34. Firenze, 1864). — È questo il frutto che raccolgono quei governanti che non s'informano della condotta personale di coloro che chiamano alle cariche e agli impieghi: quasi che la vita pubblica non fosse il riflesso fedele della vita privata: e un birbante in famiglia potesse mai essere un galantuomo nella società e al governo della cosa pubblica.

(68) Ermolao Rubieri; Storia intima della Toscana, pag. 63. — È il Rubieri del Comitato centrale che parla!

(69) «Tal ufficio, afferma lo Zobi (Cronaca degli avvenimenti d'Italia nel 1859, Vol. i., pag. 103), venne praticato col cavalier Baldasseroni, perché a preferenza degli altri Ministri sapeva orpellarsi, a segno da assumere talora linguaggio e sembianze liberalesche, per piacere a quelli che non si curano d’indagare gli animi nei loro più reconditi penetrali. Quanto più egli ambiva di conservare il portafoglio, faceva correr voce di volersi ritirare alla vita privata, se il Principe non avesse aderito all’alleanza franco-sabauda che gli veniva proposta». Poco appresso, lo stesso Zobi (Memorie economico-politiche sulla Toscana, Vol. I., pag. 302, chiama furbe ria grotto lana questo procedere del Ministro. Il Rubieri del Comitato centrale fiorentino (Storia intima della Totcana, pag. 7072), giunse a dire, che tenesse il piede in due staffe, e che sarebbesi acconciato a far causa comune coi liberali per mantenere il portafoglio. — Che il Baldasseroni, quello fra i Ministri che più era in auge presso il Granduca, fosse circuito e piaggiato, è certo; uomo di vario ingegno, sempre incerto tra ¡1 governo assoluto e le libertà politiche, tra le leggi ecclesiastiche e le leggi leopoldine, forse in parte lusingato dalle lodi, sicuramente finte, che a bella posta gli prodigavano. Ma in un tempo in cui si aveva avuto ogni agio a distinguere i traditori da' leali, chi poteva meglio forse di chicchessia, dare ad ognuno il suo, disse schiettamente (Casi della Toscana, pag. 15): «Il Ministro può avere sbagliato; la rettitudine e la onestà dell’animo di lui non possono mettersi in dubbio. Amministrò egli per molti anni il patrimonio della Toscana; e non sol ne usci netto, ma neppure fu concepito un dubbio che lo aggravasse».

(70) Lo Zobi dichiarò poi (Cronaca del 1839, Vol. i., pag. 103), che lutto questo, sin dal gennaio, alcuni ragguardevoli cittadini, d'intelligenza col Boncompagni, tentarono di insinua»«al primo Ministro del Granduca.»

(71) Lo stesso Rubieri (Storia intima della Toscana, pag. 17). dice che «questo libro acquistò allora una importanza certamente sproporzionata alla grettezza e sterilità dei principi da esso rappresentati».

(72) È bene che il lettore abbia qui presente il testo delle Istruzioni Segrete della Società Nazionale italiana, da noi date nel nostro Vol. II, parte 2. pag. 87.

(73) Con queste precise parole Alessandro Carrega, cavaliere e priore, in un suo opuscolo avente a titolo: La Esposizione toscana Firenze, 1862., pag. 2, narrando la sua gita a Torino nel febbraio 1859 insieme con Ridalli e con Tommaso Corsi, ne rivela senza reticenze lo scopo.

(74) Casi della Toscana, pag. 22.

(75) Sino al 27 aprile 1859 Salvagnoli e compagni accusavano il Granduca di voler tenere, nella guerra imminente, inoperose le truppe pronte ad entrare in campo. Spinto nell'esilio il Granduca, ecco Salvagnoli e i consorti del Ministero dichiarare (Rapporto letto dal Salvagnoli, e firmato da tutti i Ministri, all’apertura della Consulta, il 6 luglio 1859): «Allora la Toscana, non contando i Cacciatori di Costa e di Frontiera, aveva 7000 soldati; ma Bersaglieri mancavano di carabine, non v’erano carriaggi, né la provianda, ne quant’altro occorre ad un esercito per uscire dalle parate e andare a combattere.» E tutti, e sempre così! Sinché cospiravano, tutto parea lecito di affermare per vero; riescila a bene la cospirazione, gli stessi uomini proclameranno falsissimo quanto sino allora aveano sacramentato verissimo.

(76) Zobi; Cronaca d’Italia nel 1839. Vol. i, pag. 149-150.

(77) Rivegga il lettore il nostro Volume secondo, parte 2. pag. 146. Capo XIII. Cospirazione.

(78) Madame la Duchesse de Parme, Paris, 1864 pag. 79.

(79) Riancey, loc. cit pag. 91.

(80) Noi stessi coi nostri occhi vedemmo in Roma militari e perfino gendarmi francesi mescolarsi ai rivoltosi e prender parte con essi nelle dimostrazioni settarie di quei tristi giorni.

(81) De Riancey, loc. cit. pag. 103.

(82) Il signor Scarlett l'accompagnò sino a Mantova, e il signor Escalante la seguì sino a San Gallo.

(83) De Riancev: Madame la Duchesse de Parme decani l'Europe. Pag. 144,

(84) Recheremo poi testualmente questo importante documento.

(85) Zobi: Cronaca degli avvenimenti d’Italia nel 1839. Vol. II. pag. 13.

(86) H. de Riancey: Madame la Duchesse de Parme devant l’Europe, pag. 38.

(87) Zobi: Cronaca degli avvenimenti d'Italia nel 1859. Vol. II. pag. 12.

(88) Ravitti: Delle recenti avventure d'Italia. Gli Effetti, pag. 74.

(89) Ravitti: loc. cit. pag. 75 e seg.

(90) Ravitti; loc. cit.

(91) Ivi.

(92) Ravitti: loc. cit. pag. 78.

(93) Loc. cit. pag. 79.

(94) Ravitti loc. cit.

(95) Loc cit. pag. 80.

(96) Il colpo di pugnale che uccise il Duca Carlo III non era delitto isolato: doveva invece essere il segnale d’un tentativo rivoluzionario nel Ducato e nell’Italia intera. Cinque delitti di sangue a brevi distanze l’uno dall’altro funestarono Panna dopo Passassimo del Duca. Il 21 giugno 1851 il giudice Gabbi è ferito di cinque stilettate. L’11 febbraio 1855 Canati, presidente del Consiglio di guerra, riceve sette colpi di pugnale. Il 13 aprile 1855 un colpo di pistola è tirato sul colonnello conte Anviti, comandante le milizie parmensi. Il 4 marzo del 1856 il conte Magawly-Cerati, Direttore delle carceri, cade sotto il ferro assassino per non rialzarsi mai piu. Tredici giorni più tardi, il 17, il giudice Bordi è gravissimamente ferito, e campa a stento la vita. Armelonghi Maini erano i difensori dei sicari. — Così fu fatta l’Italia! —

(97) A proposito di quella lettera De Riancey disse soltanto (pag. 105): «I mestatori la rimisero al Comandante delle milizie come l’espressione della volontà dell'esercito; ed il primo di maggio pervenne a' Ministri.» Fu rimessa non al Comandante della brigata, ma a Pallavicino, che l’aveva approvata, l’attendeva, ed aveva così predisposto. Mentre il Colonnello Da Vico scriveva e faceva copiare la Riservata, N. 96, di cui più sopra parlammo eransi a lui presentati ufficiali di vari corpi, regolarmente instando che il Governo prendesse una qualche deliberazione; ed in tale occasione gli dissero della lettera ch’era mente di taluni indirizzare alla Duchessa. Senza indugio, chiamati a sé i Comandanti dei due battaglioni di fanteria e del battaglione di cacciatori, data loro lettura della comunicazione che aveva apprestata, portavasi con essi il Colonnello presso il Pallavicino, cui alla loro presenza la lesse e consegno. Il Ministro con laconici modi si disimpegnava, licenziando i tre capi-battaglione. Rimasto solo col Colonnello, mentre questi gli teneva parola di quanto gli avevano allora allora partecipato intorno ad una istanza collettiva alla Reggente, fu annunziato al Ministro che alcuni ufficiali chiedevano presentarsi al Comandante delle truppe. Pallavicino ordinò fossero introdotti: e udito da essi il desiderio che in massima venisse previamente approvala la minuta della istanza collettiva, che intendevano far giungere alla Duchessa, si affrettava a rispondere: rimettessero a lui quella minuta, ed a lui, appena il potessero, direttamente facessero tenere eziandio l’originale rivestito delle sottoscrizioni. E così fu fatto. — Nola del Ravitti. Vedi loc. cit. pag. 34.

(98) Ravitti, loc. cit. pag. 85.

(99) Qui i! Ravitti, aggiunge la seguente nota: «Pallavicino aveva trattenuto presso di se al palazzo del Ministero in inutili discussioni il Comandante delle truppe dalle 8 del mattino alle 8. pomeridiane,e allorché finalmente fu lasciato partire,non gli si volle dare, in onta alle sue incessanti richieste, alcuna istruzione intorno a quello che fosse all’occorrenza da farsi, né egli era più in tempo d’impedire quanto da due ore e mezzo aveva luogo nelle vie fra soldati e plebe. La dichiarazione del colonnello Da Vico, che movimenti diretti ad abbattere la dinastia si ripulsassero, ed, occorrendo si comprimessero colla forza, era stata avversata nello straordinario consiglio adunato dal Ministero dopo che fu fatta partire la Duchessa.

«La dichiarazione del Comandante delle milizie, del doversi comprimere tentativi di aperta ribellione, aveva fatto sorgere il dubbio che egli conoscesse lo spirito de' soldati a lui subordinati meglio che Bucci e consorti, ed il timore che i soldati potessero ’seguire la voce dell’onore e del Da Vico a preferenza di quella dei traditori. Quella dichiarazione, che a quel momento non si attendeva, aveva avuto per conseguenza che lo straordinario consiglio si disciogliesse senz’altro. Alla presenza di tutti i convenuti il Ministero dichiarò di spedire il Draghi al Comitato, che a breve distanza dal palazzo de' Ministeri, si costituiva pacificamente in Giunta di Governo, per trattare e riferire. Draghi trattò e riferì; andò avanti e indietro. Solamente quando la notte inoltrava ed era a credere che soldati ubbriachi mal avrebbero corrisposto ad un segnale d’allarme, se pure dato per caso, lo stesso Draghi condusse la Giunta al Ministero. Non vi fu né sorpresa, né oppressione. La porta del palazzo si dischiuse ad attesi. Le torcie non minacciavano l’incendio; illuminavano.

«Pallavicino vergava e trasmetteva al colonnello Da Vico circa alle ore 7, pomeridiane, il righetto che segue:

«Con dispiacere non ho potuto in nessun modo dar corso alla sua domanda di di missione, perché quando l'ho ricevuta era già stato ceduto ogni nostro potere al Comi tato Nazionale residente in Parma, il quale, sotto minaccia di disordini gravi in caso di opposizione, si è a noi presentato per ricevere il Governo. Ella perciò dipenderà dal detto Comitato. I membri sono:

«Avv. Armelonghi a Avv. Maini

«Dott. Riva

«Ing. Garbarmi».

«1 maggio 1859.

Sottoscritto «PALLAVICINO».

Ricevuto quel biglietto, Da Vico recossi senza indugio dal Pallavicino, eran quasi le otto, e lo trovava tutto occupalo nella tranquilla regolare consegna del suo ufficio. Ogni preghiera di essere sollevato d’ogni ulteriore incarico fu vana.

(100) Ricevuto l’ordine di recarsi immediatamente al palazzo del Comune, il colonnello Da Vico vi scontrava pel primo il Draghi, Direttore di Polizia del Governo ducale, che tutto giulivo (si come incontrammo noi un alto impiegato pontificio quando fu presa Roma nel 1870) lo presentava alla Giunta, di cui faceva gli onori. Nella sala, coi membri della Giunta, oltre vari impiegali, stavano il capitano marchese Caleagnini e tre persone, che il Draghi disse essere Rossi e Clementi, capitani, e Canobbio, sottotenente nell'esercito sardo, quantunque non avessero nessun grado in quell’esercito, cui neppure mai appartennero. Erano tre garibaldini del 185819 che da qualche tempo si trovavano in Parma per preparare e dirigere il movimento.

(101) Antonio Gallenga, o Luigi Mariotti, (ne abbiamo parlato nel nostro Vol. L, Parte I., pag. 254 e seg.), nipote del Ministro Lombardini, sostenne in addietro una parte a Parma stessa. Fu egli infatti che arringò, il 10 maggio del 1818 dalla ringhiera della maggiore piazza, il popolo parmense, affine di preparare gli animi alla divisata annessione del Ducato al Piemonte (Vedi: V. TREVISAN; Carlo III di Parma, pag. 109-110).

(102) «È meno esatto, nota qui il Ravitti, il de Riancey quando scrive (Madame la Duchesse de Parme et les derniers événements, pag. 127): «Il giorno avanti la Giunta aveva ordinato di consegnare il deposito d’armi alla Guardia Nazionale. Il 3, nel mattino verso le 9, una squadra si porta all’arsenale, e perché le armi non possano passare nelle mani dei nemici della legittima autorità, queste anni sono spezzate. Nel ritorno s’aggruppano presso al loro Colonnello Cesare Da Vico e ai loro capi battaglione, li sollecitano a in dirizzare due dichiarazioni, una alla Giunta, l'altra all'antico Ministro della guerra, a quello ch'essi considerano sempre come loro vero capo, il marchese Pallavicino». La squadra partì dalla Cittadella per portarsi all’arsenale, quando già il colonnello a Da Vico era in Cittadella. L’intimazione alla Giunta fu spedita dalla Cittadella alle 8 e un quarto preciso. Se la squadra fossesi recata verso le 9 all’arsenale, e fosse vero quanto fu portato a conoscenza del Riancey, ('intimazione alla. 'Giunta non avrebbe potuto essere inviala se non ad ora assai tarda del giorno. Nella copia della intimazione trasmessa al Riancey mancava la data dell’ora (RIANCEY, pag. 130), quantunque tutti i giornali avessero già pubblicata quella data: ore 8 (1) antimeridiane.

(103) Fu l’ora defunto Maggiore Galli, comandante il battaglione dei Cacciatori, quegli che con vive esortazioni aveva precipuamente fatti persuasi i soldati a deliberare le restaurazione del legittimo Governo.

(104) Vedi questo volume, cap. VI, p. 124.

(105) Un distaccamento di fanteria, guidato da sottoufficiali, venne dalla Cittadella a casa il marchese Pallavicino, latore dell'invito sottoscritto dal Da Vico. «Questo distaccamento,» dice De Riancey (Madame la Duchesse de Parme et les derniers momenti, p. 128), «è ammesso immediatamente; i suoi capi espongono la loro determinazione di scuotere il giogo dei ribelli in nome del Duca Roberto. Il Marchese li ascolta, ricorda loro gli obblighi dell’onore, e spiega loro che ciò ch’essi hanno a sostenere, si è, colla dinastia legittima, (d’attitudine di neutralità, sì saggiamente prescritta dalla Reggente.» Nello stesso momento strepito di tamburi odesi nella strada. Pallavicino se ne adombra, e si appresta ad uscire. Era il 2°. battaglione di fanteria, accasermato in città, che si avviava alla Cittadella. E il marchese parte con tale accompagnamento.

(106) «Signori, ufficiali e soldati!» diss’egli, «prima che si avesse a rinnovare un giuramento di fedeltà alla bandiera, niun equivoco assolutamente sarebbe possibile. Senza ciò la mia dignità, la dignità regia, non permetterebbero ch’io riprendessi l’esercizio dell’autorità, senza ciò lascerei sopra le truppe la responsabilità di tutto quanto potesse accadere. Quest’atto esigerebbe dunque serie riflessioni, una sommissione intiera e assoluta»... Né potè più continuare. Un leggero mormorio aveva accolto le sue prime parole. L’idea che si volesse imporre loro, al disopra della stessa dinastia, l’obbligo di neutralità, non entrava nel capo de' soldati; e nella disposizione d’animo in cui si trovavano, volle fortuna pel Pallavicino che non gli fosse dato addentrarsi alla loro presenza nell’argomento.

(107) Ravitti loc. cit.

(108) I sei ufficiali che avevano avuto parte nella cospirazione: Bucci, Boccoli, Caleagnini, Gandolfi Gaetano, capitano dei Cacciatori, Onesti barone Augusto, tenente, e Maiavacca conte Francesco, sottotenente dei Cacciatori, vennero in seguito di determinazione del Ministero, presa ad onta del parere contrario del marchese Pallavicino, destituiti dal loro grado ed espulsi dal servizio militare, col divieto di rientrare nello Stato. Il Bucci, che, presentatosi in Cittadella intorno alle 8 del mattino de! 3, vi era stato posto agli arresti d’ordine del colonnello Da Vico, non ostante quella determinazione ministeriale, si continuò a detenere per volontà espressa del Ministro Pallavicino. Narra Riancey (pag. 138), che nella «loro indegnazione i soldati spinsero il capitano Bucci, la baionetta alle reni, nelle prigioni della Cittadella».

(109) «Per mio conto, — confessa il Cadetti (Rivelazioni, §. III. pag. —8.), sono convinto che bastava un colpo di fucile per far abortire la cospirazione di Firenze, egualmente che quella di Parma». Intorno alle cose di Parma sonvi però alcune inesattezze nello scritto del Curletti. Egli dice: «Ebbi l’ordine di condurmi immediatamente a Parma per dare aiuto al Conte Cantelli. Prima di partire dovetti rinnovare il mio personale, di cui due terzi erano scomparsi. Ciò ini fu agevole, gli emigrati di Roma, di Milano e di Venezia mi fornirono gli elementi della nuova truppa. A Parma le cose andavano come a Firenze, non si spedì via h truppa, ma il generale Grotti prese il partito più semplice di consegnarla in Cittadella. Parma provò qualche sorpresa a vedere il conte Cantelli prendere una parte sì attiva all'espulsione della Duchessa. Benché non si credesse punto alla sua conversione politica, si supponeva non dimeno che la riconoscenza gl’imponesse una specie di momentanea neutralità. Si sa che nel 1818, il conte Cantelli fu uno dei principali mestatori della rivoluzione di Parma, in seguito della quale fu nominato Sindaco. Dopo la ristaurazione del Duca di Borbone, il conte Cantelli fu condannato a morte; fu inoltre condannato alla restituzione d’una somma di 80,000 franchi, che era mancata. La Duchessa gli fé grazia dell’una e dell’altra condanna. Dopo quest'epoca Cantelli aveva affettato di mostrarsi partigiano devoto alla casa regnante; s' è visto con quale disinvoltura seppe calpestare una molesta riconoscenza». Curletti parla del conte Cantelli in modo che questi parrebbe il vero caporano della rivolta a Parma. Può essere; ma conviene aggiungere per amore di giustizia non essere provato abbastanza da altre parti. Che sia stato uno dei primi a Parma nel dare il suo nome alla nascente Società Nazionale italiana, è certo. Che avesse avuto ingerenza nel predisporre e regolare la ribellione del maggio 1839, può darsi; quantunque pubblicamente non ne abbia presa alcuna. Cantelli non fu mai condannato a morte: soltanto i membri del Governo rivoluzionario del 1818 furono condannati a rimborsare insolidariamente certe somme. Le truppe non furono consegnate in Cittadella per ordine del generale Crotti, a quel tempo in ¡stato di pensione, né richiamato a verun comando attivo. — Così il Ravitti, loc. cit.

(110) Ravitti loc. cit. pag. 102.

(111) Il Colonnello Da Vico, non credendo conciliabili colla sua coscienza misure che potevano riescire più tardi alla perfetta ruina della legittimità in Panna, chiese ed ottenne di passare allo stato di pensione, recandosi nel Regno Lombardo-veneto. Il Generale Antonio Crotti, antico ufficiale del primo Impero francese, fatto da Napoleone III Commendatore della Legione d’onore, dopo la crisi finale del giugno 1839, sulle due rive del Po, in seguito a vicende varie, dalla destra sponda si trovò portato sulla sinistra.

(112) Dispaccio a lord Malmesbury. — Firenze, maggio 1859. — Further correspondence, pag. 75.

(113) Vedi questo Volume, pag. 144.

(114) Lo recammo a pag. 148 di questo Volume.

(115) Ravitti, loc. cit. pag. 161.

(116) Vedi questo volume, pag. 163.

(117) Ravitti Delle recenti avventure d'Italia. Gli effetti, capo XXI pag. 167.

(118) Pare di leggere la lugubre istoria della spedizione dell’infelice marchese Porro, avvenuta testé tra le barbare tribù dell’Africa centrale. Anche a lui e ai suoi disgraziati compagni si erano fatte deporre le anni sotto la fede di mentita amicizia; ma, disarmati, furono improvvisamente assaliti, bistrattati, trucidati da quei barbari… Questi però non si davano per ristauralori dell’ordine morale!... E chi sa che la fama delle gesta subalpine non fosse giunta fino colà, in fondo ai deserti africani?!

(119) Ravitti: Delle recenti avventure d’Italia: tomo II, pag. 163 e seguenti.

(120) Proclama de' Triumviri parmensi, del 12 giugno.

(121) Decreto del Triumvirato di Parma, del 14 giugno.

(122) Notificazione Municipale del 10 giugno.

(123) Gazzetta di Parma. Decreto della Commissione di governo del 18 giugno 1889,

(124) Vedi Ravitti, Vol. I., Le cause, pag 182.

(125) Decreto riportato dallo Zobi. Cronaca degli avvenimenti d Italia, Vol. II pag. 110-112.

(126) Vedi vol. II par. I. capo 8. l'Assassinio del Duca di Parma pag. 65.

(127) Attestati di sincera devozione furono dati alla sua morte in Francia e in Italia. Fra i vari elogi pubblicati, meritano speciale ricordo quello del sig. de Riancey: Régence de Magarne la Duchesse de Parme, Paris 1864; e l’altro anonimo: Madame la Duchesse de Parme, chronigues et légendes populaires. Paris 1864.

(128) Zobi; loc cit. Vol. II. pag. 36.

(129) Parole del Duca di Modena in una lettera al Marchese di Normanby, in data 17 luglio 1861 riferita nella Vindication of the Duke of Modena from the charges of Mr. Gladstone, pag. XXVI, e nella traduzione italiana a pag. 23.

(130) Cinquantadue mesi di esilio delle ducali truppe estensi da giugno 1839 a settembre 1865. pag. 36, Venezia, 1863.

(131) RAVITTI, Delle recenti avventure d'Italia, Cap. XXI.

(132) De Volo: Vita di Francesco V. Tom. III, pag. 14.

(133) Vedi Ravitti: Delle recenti avventure d’Italia. Vol. II. Gli Effetti, pag. 100, e la nota alla pag. 183 e seg.

(134) De Volo: Vita di Francesco V. loc. cit.

(135) Diciamo: con menzognero giuoco di prestigio, perché il giorno del famoso plebiscito di Roma, la mattina del 2 ottobre 1870, noi stessi, insieme con altri amici vedemmo e seguimmo turbe di più centinaia di individui di tutti i dialetti e di tutte le lingue, che, con una bandiera tricolore alla testa, passarono dall’una all’altra urna da per tutto votando per lo stabilito Si! E noi stessi nel tornare a casa udimmo un tale che innanzi al palazzo Valentini, ora della Prefettura, in mezzo a un crocchio di gente, diceva ad alta voce queste testuali parole: «Per cinque franchi mi sono portato bene; ho votato in tutte quante le urne!!!»

(136) Dicemmo più sopra come i Commissari sardi stessero pronti a' confini insieme con carabinieri e milizie della Marina Real Navi, e come a queste ed a quelli si unissero poscia numerose bande di fuorusciti e da 7 in 800 uomini della guardia civica mobilizzata di Genova, che tentavano irruzioni in Lunigiana e molestavano i territori ducali. Al primo attentato avvenuto in aprile, un altro se ne aggiunse il 12 maggio che è bene di narrare. — Fosdinovo era allora presidiato da 70 cacciatori sotto il comando del Tenente Pietro Bianchi. A un’ora pomeridiana circa del detto giorno, quel uficiale scorse sui colle, denominato la Piana di Iacopino sulla Spolverina, un assembramento di molti armati, che giudicò di presso a 120. Senza frapporre indugio, mandò una pattuglia a riconoscerli, ed intanto allestì una parte del distaccamento onde marciare contro di loro, lasciando il restante a guardia del paese e delle strade di Sanana e Caniparola. Poco tempo dopo potè vedere, che la pattuglia aveva guadagnato il così detto Colle lungo, e il rumore della fucilata l’avvertì che era alle prese col nemico. Allora con 32 uomini accorse in rinforzo della detta pattuglia che compone vasi di 10 uomini, e che disciolta in catena faceva testa e teneva col suo fuoco in rispetto l’avversario. Con somma sollecitudine la raggiunse sul Colle lungo, da dove aperto un vivo fuoco, e poscia spintosi con rapidità all’assalto, obbligò gl'invasori a ripiegare ed a ritirarsi sull’altro colle, detto del Bastione sul confine sardo. Non appena occupatolo, il nemico incominciò il fuoco, e sebbene contro di lui si agisse con doppio ardore, ciò non ostante, siccome vi si teneva fermo, fu spedito con un distaccamento il sergente Secchi a snidamelo; il che prontamente fu eseguito, avendo il Secchi co’ suoi alla corsa, ed emettendo dei Viva all’Altezza Reale di Francesco V, salito quell'erta altura, donde alla baionetta scacciò il nemico che si volse in precipitosa fuga sopra Ortonovo. Mentre questo avveniva, giungeva sulla strada carrozzabile verso Castelpoggio, e precisamente sul punto detto Lama della Caruncola una frotta di altri armati, giudicata di oltre 300 uomini, con bandiere tricolori, condotta da un ufficiale a cavallo, una parte della quale era in uniforme, e l’altra parte in abiti borghesi. Il Bianchi lasciolla avanzare sino a giusto tiro, e allora aperse il fuoco contro di essa, cui risposero i nemici con vigoria, ma senza effetto, poiché i loro proiettili non arrivavano sino ai nostri soldati che avevano armi di precisione. 11 nemico erasi schierato sui colli che si denominano di Spolvero; ma molestato dal fuoco de' nostri, ed avendo avuto alcuni morti e feriti, fra i primi dei quali uno dei portabandiera, dové cedere e ritirarsi. Appena riseppesi l’accaduto, il Tenente-colonnello Casoni aveva fatto avanzare verso Fosdinovo il posto di Ceserano, comandato dal Capitano Forghieri in appoggio del Bianchi, ed egli stesso colla 10a, e con metà della 9a compagnia cacciatori, e con un pezzo di artiglieria crasi posto in marcia per coprire Ceserano, e avanzarsi ove fosse stato duopo; ma quivi giunto, avendo inteso che tutto era finito col vantaggio degli Estensi e colla fuga del nemico, retrocedettero a Fi rizzano. (Giornale della R. D. Brigata Estense, pag. 53).

(137) In quella giornata fatale, come nella seguente dell'8 giugno, presso Melegnano, accaddero fatti degni dei più barbari popoli, e ciò per parte di soldati di quell’armata che. dicevasi dal Bonaparte combattere per la civilizzazione! E’ constatato, cioè, da quantità di testimoni dell'armata austriaca che i così detti Turcos, Algerini d’origine, facenti parte dell'armata francese, uccidevano gli avversari feriti sul campo di battaglia. Questo corpo di Mussulmani dicesi che ora vada ad essere aumentato, onde anche nelle future guerre di civilizzazione che i Bonaparte intraprenderanno possano sempre maggiormente esercitare la loro opera filantropica e cavalleresca sui campi di battaglia europei, in ispecie quando dovessero combattere contro il barbaro Croato. [Giornale della Brigata estense, pag. 69 in nota).

(138) Vedi Vol. II, lib. 3°. cap. 1. pag. 201.

(139) Il Monitore toscano andava intanto notando ogni giorno nelle sue colonne le offerte per la guerra. Tra gli offerenti il Tenente Generale in ritiro De Laugier diceva così nel detto foglio dei 29 maggio: «Spada arrugginita giace inoperosa, suo malgrado, nel fodero. Ferirà sempre per la patria difesa, se il bisogno lo esige. 5 è infingarda, né totalmente ingloriosa balenò cento volte dinanzi al perpetuo nostro nemico. Del non ricco patrimonio, mercé di essa raccolto, dedica il sottoscritto, per ora, lire i(X), in concorso alle spese della guerra italiana: 100 in sussidio alle famiglie indigenti, che generose spinsero al campo i loro più cari. Breve è la guerra, sicuro il trionfo. Il prepotente Austriaco non calcherà più la terra del sorriso di Dio». — La calcheranno invece trionfanti l'empietà e la miseria.

(140) Ravitti. Loc. cit. cap. XXI, pag. 149.

(141) Lettera dell’imperatore Napoleone al principe cugino, 17 maggio 1839. (Bazancourt: Campagne d'Italie, Vol. II, pag. 3.).

(142) Lettera del principe Napoleone Girolamo al commendatore Boncompagni, Genova 19 maggio.

(143) BAZANCOURT: Campagne d'Italie, Vol. Il, pag. 8.

(144) Si legga quanto abbiamo in proposito narrato a pag. 119 del presente volume.

(145) Inserito negli Atti e Documenti del Governo della Toscana. Parte I, pag. 119.

(146) Rapporto del principe Napoleone Girolamo all'Imperatore, da Goito, il 4 luglio 1839 (Bazancourt: Campagne d’Italie, Vol. 2, pag. 478482). Lo rechiamo appresso.

(147) Dacché il principe Napoleone pose piede in Livorno, Vittorio Emmanuele, Re protettore, pose le truppe toscane sotto il suo comando, con un Ordine del giorno riportato dallo Zobi (Cronaca. Vol. 1, pag. 364-365), in cui, confortatele coll’assicurazione che non erano più truppe toscane, diceva loro: «Voi non siete più soldati di una provincia (I?) italiana; obbedite il mio amatissimo genero come obbedireste a me stesso. Egli ha comuni i pensieri e gli affetti con me e col generoso Imperatore che scese in Italia».

(148) Tale dichiarazione fu fatta solamente il 23 maggio, duo giorni dopo che il principe era giunto a Livorno (Atti e Documenti del Governo della Toscana. Par. I, pag. 155).

(149) Narra Bazancourt (Campagne d’Italie. Vol. Il, pag. 1819), che il 29 maggio il principe era a Pistoia, di dove, presi con sé quattro battaglioni e una batteria d’artiglieria, mosse verso il Ducato di Modena. Il principe si spinse di persona sino al confine. «L’appostamento che ne occupava il limite, non segnalò sopra questo punto verun movimento inquietante del nemico. I doganieri estensi furono disarmati; ed il generale Cuflìnières, comandante del Corpo del principe, organizzò all'istante mezzi di difesa, aperse a feritoie nelle case respicienti la via, piantò una batteria di due cannoni». Niuno del Ducato di Modena pensava di ritogliere al principe la conquista ch’egli avea fatto scusa colpo ferire.

(150) ZOBI, Cronaca. Vol. I, pag. 378. Lo stesso Zobi si vanta (pag. 874), che, «essendo stato ricercato da uno degli agenti del principe Napoleone di voler aderire al progetto di ripristinare l’effimero Regno Etrusco, tosto rispose: essere ornai tempo che gli Italiani cessassero di desiderare un basto nuovo per gettar via il vecchio, ugualmente forestiero».

(151) RAVITTI, loc. cit.

(152) Cronaca degli avvenimenti d'Italia, Vol. I, pag. 378.

(153) La France, Rome et l’Italie, Paris, 1861. pag. 33.

(154) Questo Avviso dell'ampolloso Generale, che divertiva a quel tempo tutta Roma con le sue fanfaronate, mi fa ricordare quello di cui ero testimonio quasi tutte le sere in casa di Mons. de la Tour d’Auvergne, Uditore di S. Rota per la Francia. La Principessa, madre di quel distintissimo Prelato, dimorava con lui, e poiché ella occupava un'alta carica presso la Imperatrice dei Francesi, il caro Comandante il Corpo d’occupazione in Roma tutte le sere veniva a portarle l’ultimo Ballettino della Guerra, che contemporaneamente mandava ad affiggere in tutti i Caffè ed altri ritrovi pubblici, a fine di esaltare gli animi per la così detta guerra nazionale. L’ottima Principessa era sommamente seccata da tali visite; Monsignore, non potendo fare altrimenti, faceva bonne mine à mauvais jeux, mentre io, chiudendo il mio dispetto in un’espressione silicea, guardavo il Generale e tacevo. In breve divenni tale uno spauracchio pel povero Generale, che dopo pochi minuti se ne andava.

(155) Qui il lettore ritorni sulle testimonianze dei più famosi liberali italiani da noi recate. Vedi Vol. I, Parte II, Cap. 2, pag. 23 e segg.

(156) Sono da rileggere qui le cose operate dai vari Principi italiani a pro dei loro sudditi, da noi in più luoghi accennate e delle quali sarebbe da riempire volumi.

(157) Tutte cose stabilite e apparecchiate da lunga mano dalla famosa Società Nazionale. Né parlammo lungamente nel nostro Vol. II, Parte II, Cap. Ili, pag. 2941. É bene rileggere tutto intero questo Capitolo. Come ancora le Istruzioni segrete. Loc. cit. pag. 87.

(158) Rileggasi il periodo: Spirito delle popolazioni lombarde. Vol. II, parte II, pag. 55.

(159) Rilegga il lettore le incredibili arti impiegate dal Piemonte, unito colla framassoneria, per turbare la pare del Regno Lombardo-Veneto, e le smanie del Cavour, pel buon governo dell’infelice Arciduca Massimiliano. Vedi Vol. I. Parte II, cap. II. Rilegga ancora, e lo abbia bene in mente, il Corollario alla risposta di Cavour. Vol. II, part. II, pag. 97. da noi recate.

(160) Vedi queste Memorie: Vol. Il, part. II. pag. 98.

(161) Questa circostanza è la più formale smentita all’imputazione scagliata dai giornali libertini contro i Domenicani di Perugia.

(162) Giacomo Tofano a' suoi elettori, libro di 280 pagine e 287 di appendice, edito in Napoli 1861. Stabilimento tipografico, strada Banchi Nuovi, pag. 69 dell’Appendice. Vcdi R. A. pag. 89 vol. I. in nota.

Nelle famose sere dei 20, 21 e 22 settembre 1861 per causa assai meno rea di quella che faceva tumultuare gli schiamazzatori dimostranti di Napoli nella sera del 7 giugno 1860. si fece fuoco a Torino; le vittime furono in numero rilevante, e Vittorio Emmanuele amnistiava gli uccisori.

(163) Buffa pretensione codesta di un pugno di ribelli emigrati, dissenzienti tra loro, raccoltisi in una casa a Torino, la maggior parte ex-galeotti, che assumono tono di Potenza in faccia alle Potenze di Europa, é sentenziano intorno agl'interessi di un popolo di IO milioni di anime, legittimamente governato… Eppure quelle Potenze lo tollerano, talune anzi l’approvano!... Miracoli tutti della framassoneria.

(164) Dal giornale La Malle (Ile de la Réunion, 30 agosto 1860. N. 34.) si ha: «Les feuilles radicales affirment bien que les populations à Naples et dans les provinces ont accueilli avec indifférence le rétablissement de la Constitution de 1848; mais cette indifférence est loin d'être démontrée et surtout d'être générale, elle ne peut être que le sentiment d'une minorité hostile quand même à la dynastie des Bourbons; le gouvernement rallie autour de lui l'opinion publique, et les Napolitains préfèrent la liberté avec l'autonomie, à la liberté dans l'absorption et l'annexion à la Monarchie italienne, dont le Royaume de Naples ne serait plus qu'une Province. — Aussi le Piémont voit-il de très-mauvais oeil les réformes de Naples: il craint avec raison qu'elles ne soient adoptées par les populations et que leurs tendances à l’unité ne se modifient pour faire place à des inspirations différentes. Mr. Cavour surtout est fort embarrassé; il n'ose ni accepter ni refuser l'alliance que lui propose François II; il a imaginé de prendre un terme moyen et d'apposer à l'acceptation de ¡'alliance des conditions inadmissibles!!».

(165) Erroneamente il Buttalla nella sua opera: Histoire de la revolution de 1866. Tom. I. pag. 59, indica il Conte d’Aquila.

(166) Innumerevoli ed inaudite sono le insidie e le voci allarmanti che fan correrei nemici della Monarchia per far alterare il buon accordo nello interno della famiglia reale. L'atto il più insignificante in sé stesso, una misura di precauzione, il ritiro di qualche capo di provincia, o l’allontanamento di altro funzionario di condotta non lodevole bastano per far inventare dalla stampa ostile di essersi scoperta una trama di Corte, o un colpo di Stato.

Eccone un saggio nelle seguenti parole riportate nell’Annuaire des deux Mondes 159 pag. 295: — «Une démonstration avorta a Foggia: cinq intendants, la pólice, la gendarmerie furent accusés d’avoir trempé dans cette conspiration, dont le but aurait été d’assurer le trône au comte de Trani, fils aîné du second lit: le temps manqua pour assurer l’exécution de ces plans».

Piu estesamente si accenna a tale diceria nel libro di Fortunato Bracale, pubblicato a Napoli nel 1865-1866 col titolo di Scene e quadri storici su la rivoluzione del 1860 (editore Domenico Baldi: pag. III e 117.; e vi si encomia la clemenza e bontà di Francesco II.

Da' documenti riportati di sopra vi è luogo ad argomentare che il Gabinetto inglese in quel momento inclinasse al mantenimento della dinastia legittima delle Due Sicilie, ed ispirasse in questo senso gli ultimi amnistiati politici colà giunti. — L’Inghilterra cambiò d'idee e voile l’unità italiana per impedire il predominio della influenza francese, rappresentato dalla Federazione degli Stati italiani con Principi nuovi, o ligi ai disegni bonaparteschi.

(167) Vedi il Vol. II, Par. H, pag. 216 di queste Memorie.

(168) Ricardo. Settima edizione. Tipografia degli Artigianelli di San Giuseppe, Roma 1887. Capo XXIV, pag. 138.

(169) Chi vuoi far conoscenza con questo triste personaggio legga il Ricardo.

(170) Queste parole si leggevano nel proclama di Massimo d’Azeglio ai Bolognesi, in data 11 luglio.

(171) Invano grideranno i deputati delle provincie meridionali per gl’immensi danni che queste risentono nel loro commercio a cagione di questi trattati con l’Inghilterra, estesi in seguito alla Francia, e come la industria e le manifatture napolitane soccombano a fronte della colossale concorrenza anglo-francese, mentre il governo Borbonico è stato geloso custode degli interessi manufatturieri nazionali che sotto di esso erano cotanto prosperi. 11 governo di Torino non porgerà ascolto, e sacrificherà tutto per conservarsi la protezione delle due grandi potenze. (Tornate della Camera di Torino 25. 27. 29 maggio 1861, e dicembre 1864).

(172) Parole attribuite al Principe di Schwarzenberg. (Annuaire dei deux mondes 1859. pag. 690).

(173) Vedi la lettera di Cavour a Rattazzi, nella quale accenna che il plenipotenziario rosso Orloff gli abbia fatto mille proteste di amicizia, ed abbia riconosciuto essere intollerabile la posizione dell'Austria in Italia, facendo quasi sperare che il suo Governo si presterebbe volentieri a mettervi un termine.

(174) Sino dal 20 maggio il conte Buol aveva ceduto il posto al conte Rechberg, e questo cambiamento nella persona che reggeva il Ministero degli Esteri a Vienna, collegavasi non v’è dubbio, coll'altro che quasi contemporaneamente andava ad operarsi nel comando dell’armata austriaca. — Ciononostante è ben giusto il dire, che la memoria lasciata dal conte Buol della sua operosità officiale fu ineccezionabile e corretta, ed intesa all’utile ed al decoro della Monarchia austriaca e dei suoi alleati.

(175) Rechiamo qui appresso le istruzioni onde era stato munito dal Duca.

(176) Prova della poca o ninna sincerità, che ¡»onerasi da Napoleone nel promuovere consimile combinazione, emergeva anche da questa riserva dei diritti di riversibilità. che erano notoriamente favorevoli all’Austria. (Ionie avrebbe potuto la Francia accettare anzi confermare seriamente una simile eventualità, nell’atto in cui dichiaravasi intenta ad affrancare l’Italia da qualunque soggezione austriaca?

(177) Il Memorandum 28 settembre 1839. che il Gabinetto Sardo diresse alle sue legazioni di Parigi, Londra, Berlino e Pietroburgo, altro non è che una dettagliata esposizione di quanto appunto erasi nel frattempo operato per l’acquisto immanchevole della Toscana, di Modena, di Parma e delle Legazioni, ad onta di qualsiasi contraria stipulazione di Trattato.

(178) Ricardo. Cap. XLIV. pag. 184 e seg.

(179) Vedi La Mano di Dio, Vol. III. part. I., cap. III., pag. 19, epart. III., cap. XVI, pag. 453.

(180) Abbiamo sottocchio una lettera scritta in questo senso da un giovane romano allora rifugiato in Tivoli.

(181) Il R.mo P. Abate Francesco Regis, nel secolo Marchese de Martrin Donoz, fondatore della Trappa di Staneli in Algeria, ora piamente defunto.

(182) Il Governo napoleonico, coadiuvato da traditori interni, impedì sempre per quanto potè che il Papa formasse un esercito pari al bisogno, e si reggesse con le proprie forze.

(183) Quest’indirizzo si trova consegnato nella grandiosa raccolta: — II Mondo Cattolico a Pio IX,— pubblicata dalla Civiltà Cattolica.

(184) Era stato appena approvato dal S. Padre il disegno e il regolamento dei nostri volontari, quando un proclama della Segreteria di Stato apriva i ruoli per un secondo battaglione della Guardia Palatina.

(185) Contemporaneamente persone di antica devozione alla S. Sede proponevano di formare un corpo di popolani romani, di quelli che tanto turbarono i sonni dei framassoni nei primordi di questo secolo ed anche più tardi.

(186) In un opuscolo francese tradotto dall'Osservatore Romano intitolato: «La verità intorno agli uomini e alle cose del Regno d'Italia, rivelazioni per J.,A. antico agente segreto del Conte di Cavour», troviamo alcuni appunti circa questo orrendo fatto che non è inutile di raccogliere:

«Le persone che riflettono, vi è detto, hanno sovente domandato a sé stesse come poteva avvenire che un uomo, che pochi agenti di polizia avevano potuto agevolmente condurre dalla stazione fino al carcere, fosse stato strappato da questo luogo da un ammutinamento, sgozzato e trascinato diverse ore per le vie, e ciò non ostante la presenza di un corpo di guardia di 28 carabinieri posti alla custodia della prigione e in una città che contava una guarnigione di 6,000 uomini.» — Ma l’opuscolo aggiunge qualche cosa di più: «Il giorno 6 ottobre 1889, se non m’inganno, dice esso, Farini arrivò correndo ove io era (a Modena). «Presto, presto..., a Parma. É stato arrestato il Colonnello Anvitialla stazione della ferrovia; il boia dei Borboni». Tali furono le sue parole; non un motto m’è sfuggito dalla memoria. «Che bisogna fare, risposi? volete che ve lo conduca?» — «Eh! no, non sapremmo che farne! Egli è un uomo pericoloso». — Ma...» — Noi non possiamo toccarlo senza che sorgano clamori». — «Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l'affare... Voi mi avete compreso». Io partii, e si sa quello che avvenne, ma non sono noti certi particolari, che potrebbero essere di molta edificazione circa il dolore risentito dal Governo piemontese per questo fatto. —Adempiuta la triste missione, ricevei la croce dei SS. Maurizio e Lazzaro, e il Direttore della prigione, al quale era stato ordinato di lasciarsi carpire il prigioniero, ebbe avanzamento e abbandonò la direzione delle prigioni per quella delle poste. Il Direttore delle poste fu destituito come Duchista, Davidi, colui che dopo avere trascinato per le vie di Parma il sanguinolento cadavere dall’Anviti, lo decapitò e pose la testa quale trofeo sulla piazza del Governo, Davidi, ripeto, nel medesimo giorno venne nominato direttore della prigione di Parma… E quando pochi giorni appresso il Console francese Paltrinieri chiese a nome della Francia la punizione degli autori di questo assassinio, il governo per dargli un'apparente soddisfazione, fece carcerare nel corso della giornata con gran fracasso 27 persone. Ma la medesima sera il direttore Davidi ricevette ordine di lasciar fuggire i prigionieri, arrestati del resto all'azzardo.

(187) Ioan: XI. 51.

(188) Alla quale oggi si maledice! Ma in quel momento Garibaldi voleva ottenere la facoltà di raccogliere quattrini ìd Francia. Si sa come parlasse della Franela prima, e come ne ha parlato poi, si sa principalmente come agiva.

(189) Costoro scoperti e arrestati, poi lautamente compensati dal Governo usurpatore. Quale foglio, principiato subito dopo la guerra d’Italia, cessò poi nel giugno del seguente anno 1860.

(190) Camera dei Deputati, 12 aprile 1860. Atti uff.: N. 10. pag. 37. col. 3.

(191) Tornata del Corpo Legislativo francese dei 12 aprile 1860 pubblicata dal Moniteur del 13 aprile.

(192) Atti uff della Camera n. li. pag. 42. 3. col.

(193) Alti uff. n. 12. pag. 43. 1. col.

(194) Il Diritto del 3 aprile,N. 94, scriveva: «Un significante silenzio Accolse le parole che riguardano Savoia e Nizza; e parve persino una crudele ironia il ricordo della sanzione delle Camere e del voto dei popoli, quando ognuno sa che noi abbiamo ornai abbandonato quelle due provincia, mentre esse sono occupate dai Francesi. Era meglio non toccare questo tasto delicato, se non volevasi che in ogni cuore avesse un eco di dolore. Il silenzio che accolse questo passo del discorso della Corona deve pure avere avvertito il Ministero, che il paese con grande ansietà attende chiare spiegazioni su questo penosissime argomento».

(195) Pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del Regno il 12 aprile 1880. N. 60.

(196) Gallia Narbon, lib. IV.

(197) De Narbon. Prov. cap. IV.

(198) Italia Descript io, lib. II. cap. 3.

(199) De Italia situ, cap. I. tav. 6. a.

(200) Lib. II. epist. 7. lin. V. epist. 3.

(201) Storia della Gallia sotto la dominazione romana, tom. 3. pag. 75.

(202) Ci pare ancora di vedere quelle bande di 200 o 900 cosi detti Romani, piovutici dalle cinque parti del mondo, che dietro a una bandiera passavano a votare successivamente in tutte le urne del così detto plebiscito di Roma. E ci par d’udire ancora quel mascalzone che dinanzi al palazzo Valentini gridava in mezzo a un gruppo di festa: «Per uno soldo me so portato bene! Ho votato in tutte e dodici le urne».

(203) Atti uff. della Camera, pag. 683.

(204) Atti uff. della Camera, pag. 7025.

(205) L’incidente del venerando nostro amico Ab. Falconi n’è una prova. Vedi queste Memorie, Vol. III, Cap. XVI, pag. 254. part 1.(ft)

(206) Le Secret de l’Empereur, Correspondance confidentielle et inédite entre M.(r) Thouvenel, le Due de Gramont et le Gén. C. de Flahault 18601863, ecc. ecc. Par L. Thouvenel, 2me édition. Paris. Calmano Léry. Éditeur. 1889.

(207) Capo LVIII.

(208) Notizie al Cardinale legat. di Bologna, 19 Aprile 1859. ap. GENARELLI, Doc. CCXII.

(209) Cantù, loc. cit.

(210) L’E.mo Card. Sacconi, testé defunto, Nunzio in quel tempo a Parigi, ci narrava come l’imperatrice Eugenia, mentre gli Austriaci si ritiravano dalle Legazioni, facesse per suo mezzo proporre alla S. Sede di farle occupare dall’esercito francese; proposta che non venne acoettata per un delicato riguardo all’Austria.

(211)( )A costo anche di cadere in qualche ripetizione, completiamo lo sguardo, su questa opera da noi incominciato nel precedente capitolo: e ciò per appagare la giusta curiosità di molti che, non potendo procacciarsi i due volumi, dei quali si compone, ce ne chiedono un sunto, ed anche per far conoscere meglio i protagonisti dello sciagurato dramma che svolgiamo, e che tocca ormai il punto culminante dell’intreccio, incredibile per ogni persona onesta, o almeno per chiunque non abbia fatto getto d’ogni principio di lealtà e di onoratezza.

(212) Vedi pag. 277-278.

(213) Questo non è esatto. Monsignor Mastai soccorse, ma non vide il fùggiasco.

(215) E forse anche dalla setta… Qui il lettore farà bene di rileggere, ed aver presente la parte importante da lui avuta nella condanna di Felice Orsini, dopo l’eccidio del 14 gennaio 1888. Vedi Vol. Il, lib. I, cap. Ili, pag. 86.

(216) Lettera al geo. Sercognani, 28 febbraio 1831.

(217) Vedi Mémoiret du Card. Cani alvi. Par Chrétineau Joly. Paris, 1864. Vol. I introd.

(218) Vedi Mémoires de la Reine Hortense. Paris, 1861, pag. 196139.

(219) Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini. Vol. VII, pag. 119. Milano, 1864.

(220) Mémoires d'outretombe. Tom. X, pag. 268.

(221) Louis Blanc. Histoire de dix ans. 18901840. Chap. XLVIII.

(222) Questo fatto è asserito da Giuseppe Mazzini.

(223) Court de Paires, testimonio Geoffroy granatiere.

(224) Court dei Paires. Testimonio Adam, Maire di Boulogne.

(225) Constitutionnel del 24 luglio 1849.

(226) Oeuvres de Napoléon IH, Henri Plon, èditeur. Paris, 1836.

(227) La Gazzette de France, 6 dicembre 1866.

(228) Lamartine, Histoire de Id Restauration, tom. I, pag. 9.

(229) Lettera di Luigi-Napoleone al presidente dell'Assemblea Costituente, 21 maggio 1848.

(230) La politique imperiale. Paris, Henri, Plon, 1866, pag. 4.

(231) Tornata del 27 novembre 1848.

(232) Ordine del giorno Treveneuc, approvato con 480 voti contro 63.

(233) Univers, 9 dicembre 1848.

(234) Documents et Pièces laissés par Manin, et publiés par Planat de la Faye, t. 2. pag. 57.

(235) Proclama dell Oudinot Giornale, di Roma, N. 84 anno 1849.

(236) V. Coppi, Annali d'Italia, g. 386.

(237) Messaggio, 81 dicembre 1849.

(238) Massaggio, 12 dicembre 1880.

(239) Aggiungeva: «Je m’efforce de soutenir et de propager les idées religieuses, les plus sublimes de toutes, puisqu’elles guident dans la fortune et consolent dans l’adversité».

(240)Vie de Jésus per Ernest Rénan, membre de l'Institut. Paris, 1863.

(241) Con Senato Consulto dei 23 febbraio 1859 queste somme vennero aumentate d'assai.

(242) Su Napoleone III e Maometto. Vedi l’unità Cattolica del 1868, numeri 111 e 112.

(244) Constitutionnel 16 agosto 1868.

(245) Vedi Civiltà Catt., serie III, vol. XI, Cronaca contemporanea, pag. 748.

(246) Opinion 30 luglio 1858.

(247) Abbiamo detto a lungo di queste cose. Vedi vol. II. part. II. lib. I.

(248) Vedi Memorie per la storia de' nostri tempi, vol. IV, p. 102, 104, 106,106, 112,

(249) Moniteur 15 Aprile 1860.

(250) ACC Uff. della Cam., d. 10, pag. 37.

(251) Vedi Gazz. Uff. del Regno d'Italia, n. 153, del 1861.

(252) Atti e documenti del governo toscano. Firenze, 1860, part. II, pag. 166.

(253) Atti anno 1861, n. 341, pag. 13-20.

(254) Billault, Séance du Corpi législatif du 10 février 1863.

(255) Atti uff., ISSI, pag. 1301.

(256) Ivi pag. 1304.

(257) Atti uff. 1861, pag. 1305

(258) Ivi pag. 1307.

(259) Ivi pag. 1312.

(260) Ivi pag. 1317.

(261) Eccl. cap. XXVII, v. 12.

(262) III Reg. IX, 7.

(263) Purg. VI.

(264)Le Secret de l’Empereur, Vol. I. pag. 33-34.

(265) Ministro francese presso il re di Piemonte.

(266)Le Secret de VEmpereur, Vol. I. pag. 38.

(267) Veggasi la sua lettera al Re, dei 29 aprile 1835, che si trova fra quelle a Carlo Persano, pag. 83-84, Torino 1878.

(268) V. Civ. Catt. Serie decima, Vol. X, pag. 268.

(269) Probabilmente alludeva al conte di Cavour.

(270) Vedi Capo VI, lib. Il, pag. 321 e seg. di questo volume.

(271) Le Secret de l’Empereur Vol. I, pag. 68.

(272) Il Talleyrand allude qui alla più recente lettera che ai 7 febbraio 1860 Vittorio Emmanuele aveva scritta al Papa, o meglio sottoscritta; giacché non eri per nulla farina del. sacco suo, che l’abate Stellardi gli aveva portata, e che fu poco dopo data alle stampe colla risposta di Pio IX.

(273) Le Secret de l’Emperenr, pag. 66-67.

(274) Dispacci telegrafici in cifra del ministro delle Due Sicilie in Roma. Si veggano nel Ravitti. Vol. II, cap. 26. Venezia 1886. — Né parleremo a suo luogo diffusamente.

(275) Uno di quei liberali piemontisti, che ben sapeva dove il diavolo della rivoluzione italiana tenesse allora la coda, appena uscita in luce 1 opera del Secret de l'empereur, mandò a stampare nel Fanfulla di Roma (num. del 910 aprile 1889) un articolo, nel quale così illustrava le perfide benemerenze di Napoleone III verso l’Italia settaria:

«Gli Italiani che dal 1836 ai 1866 hanno avuto mano alle cose del Governo, siano essi stati ministri, come il Ricasoli, il Lamarmora, il Minghetti, il Peruzzi e il Visconti Venosta, o fidi amici di re Vittorio e di Napoleone, come il Vimercati, l'A rese e il Villamarina, seppero a prova qual appoggio la causa nostra traesse da Napoleone III, e neppure ignoravano quali e quante difficoltà l’entourage opponesse alla volontà dell’Imperatore, riputato dai più onnipotente.

«Basta ricordare che Napoleone III e Camillo Cavour per potere a Plombiéres discorrere del famoso accordo che intendevano stringere, dovettero isolarsi in un phaéton, colla scusa di provare una pariglia nuova di cavalli; e basta ricordare la frase gettata a Chambery da Napoleone a Farini ed a Cialdini: «Alles, faites vite» (in modo che l’Imperatrice non la udisse), per comprendere di quale spionaggio fosse circondato il vincitore di Magenta e di Solferino, vinto a Sédan.

«Il carteggio di Thouvenel e di Gramont non è lettura edificante. I due ministri subiscono il fascino personale (?!) che Napoleone III inspirò a chiunque fu chiamato dalla sorte ad avvicinarlo, e che gli valse amicizie sì forti e sì inconcusse, fedeltà anche nella sventura; ma la loro convinzione ogni tanto si ribella. Thouvenel anela a tornare a Costantinopoli auprès de ses Pachas; il Duca arrossisce della duplicità che deve mettere in opera, e dei rimproveri che con ruvidezza di grand séigneur suo pari gli lancia Monsignor de Mérodc.

«— Si nous devions continuer la même fiction, j’en serais réduit à me cacher, car il n’y a pas moyen de se sommettre à ce que je suis exposé à voir et à entendre. —

«Questa frase è contenuta in un dispaccio contemporaneo ai preparativi della nostra invasione nell’Umbria e nelle Marche.

«L'editore della lettera ignora forse, che il Duca di Gramont credette in buona fede l’Imperatore non avrebbe concesso licenza ai nostro avanzarsi.

«Ignora certo che il Duca si recò dal generale Cialdini ed è dalle labbra di questo veterano della nostra libertà che l’ho udito) per pregarlo d’arrestare le sue colonne, e di non rovinare tutto ciò che si era fatto in pro dell’Italia fin allora. Cialdini, che aveva ancora nella mente l’eco dell’—Allez, faites vite — di Chambery, sapeva benissimo che nulla sarebbe accaduto ai nostri danni, e che le mosse dell'esercito francese, concentrato a Lione, lungi dall'essere minacciose per le nostre spalle, e come il Gramont fermamente credeva, ne sarebbero stata la più valida difesa, se (come sembrò un istante) l'Austria avesse denunziato a nostro danno l’armistizio concluso a Villafranca, e che non era che l’imbastitura d’una pace.

«Il 6 ottobre, in una lettera confidenziale al Thouvenel, Gramont capisce che il suo sovrano lo ha giuocato. Ed è il Principe di Ligne, prigioniero a Castelfìdardo e commensale di Cialdini la sera della fazione, che, reduce a Roma, gli raccontò l’episodio di Chambery, narratogli dal generale, e racconta anche che questi soggiungesse:

«—Ah! vous croyez les articles du Moniteur et les dépêches de Thouvenel, vous autres! mais voilà longtemps cependant que vous devez voir que tout se décide entre Cavour et l’Empereur: il est plus italien que français, il va plus loin que nous-mêmes. —

«Gran verità questa che Cialdini disse al Principe di Ligne, e che non mancò di ripetere a Lamoricière in Ancona nei termini seguenti, contenuti in una lettera di Gramont:

«— On assure chez vous que l'Empereur nous désapprouve: c'est complètement faux. H approuve tout ce que nous faisons: c'est concertà avec lui. C’est à moi-même qu’il a parlé et il m’a dit en me quittant: — Allez et faites vite! — Il a même corrigé lui même mon plan de campagne». —

E pensare che mentre Napoleone tradiva così infamemente il Papa e la Francia, finge va di piangere la propria impotenza e rinnovava a Pio IX il saluto e il bacio dell’Iscariota!

(276) Le Secret de l’Empereur, pag. 77-79.

(277) Quello di Nizza Savoia da cedere alla Francia.

(278) In quel tempo il Cavour seguitava a tenersi fuori del ministero subalpino, dal quale si era ritirato, per dissimulato sdegno, dopo i preliminari di Villafranca.

(279) Tre volte il piissimo Mons. Marinelli, Sacrista pontificio, si presentò al Quirinale, d'ordine di Sua Santità; ma fu sempre respinto. L'infelice Re era già morto.

(280) Mentre si trasportava all’ultima dimora il cadavere di Vittorio Emmanuele, noi eravamo presso il S. Padre, e l’udimmo con accento di grande tristezza esclamare: «Abbiamo fatto tutto quel che potevamo per salvare quell’anima!»

(281) Le Secret de l'Empereur, pag. 160.

(282) Della sovranità e del governo temporale de' Papi, Parigi 1836. pag. 133.

(283) Thiers, Hùt. du Consulat et de l’Empire.

(284) Vedi questo Volume, pag. 349.

(285) Ora (settembre 1889) ravveduto, e da apostata divenuto campione della Chiesa.

(286) Gesuita Moderno, Tom. III. Pag. 459. 460.

(287) Vedi le opere: Le Voile levé. La Conspiration contre l'Église Catholique. Le Journal hist. et litter., 1 giugno 1792, pag. 171 .

(288) Diritto politico, parte 1. cap. 8. g. 6.

(289) Saggio Teoret. di dirti. natur., Napoli, 1850, — pag. 543.

(290) Il Veggente in solitudine. Giorno VIII, Italia 1846.

(291) E noto che la prima condanna pontificia contro la frammassoneria, la dice sorta in Inghilterra. — Vedi la Bolla di Clemente XII (Corsini) del 1738.

(292) Dicemmo a suo luogo il fatto slealissimo del Migliorati, quando fè pubblicare pei giornali un Rapporto, comunicatogli dal Rayneval confidenzialmente. Vedi il nostro Vol. I. Part. II. pag. 207.








Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










Torna ad inizio pagina





Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità  del materiale e del Webm@ster.