MEMORIE DOCUMENTATEPER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANARACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO_______________ VOLUME II – PARTE I ROMA TIP.DEGLI ARTIGIANELLI DI S. GIUSEPPE Via Monferrato, 149. 1881 |
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Coll’aiuto di Dio ho compito la pubblicazione del primo volume di queste Memorie, e coll’aiuto di Dio incomincio ora, e, ne ho fiducia, compirò quella del secondo.
Dissi coll’aiuto di Dio: prima di tutto per dargli gloria una volta di più in quest’epoca di bestemmia; poi perché senza tale aiuto non avrei potuto, non che pubblicare, nemmeno incominciare questo lavoro cosi pieno di difficoltà.
Scrivendo per rendere testimonianza alla verità, per difendere la causa dell’Altare e del Trono, assaliti in una volta dalla frammassoneria, era cosa naturale, necessaria anzi, che satanasso, del quale è figlia primogenita l’abbominevole sètta anticristiana, sollevasse contro di me e contro l'opera mia tutte le contraddizioni e gli ostacoli, quali è licenziato ad usare quell'essere per eccellenza maligno in questi giorni di suprema prova per la Chiesa e pei suoi figli. Non entrerò in inutili particolari: dirò soltanto, che la pubblicazione del primo volume mi é costata amarezze indicibili; cosi che, senza una fede e una costanza che solo Iddio poteva darmi, mi sarebbe stato impossibile lo andare innanzi.
Tutto ciò sarebbe rimasto sepolto nel mio cuore, se non mi fosse d’uopo di rispondere alle giuste impazienze di coloro che s’interessano pel mio lavoro: se per poco conoscessero essi le difficoltà che da ogni parte ogni giorno si addensano sui miei passi non mi ricuserebbero il loro perdono.
Nelle lunghe meditazioni di una tribolatissima vita quante volte non mi andò la mente alle crudeli lotte sostenute dai miei contro la rivoluzione, e al decreto settario, che, dopo i fatti del 1831, pesò sulla mia famiglia per la sua devozione alla S.. Sede? E quel pensiero non era senza fondamento: ché, se non soccombette in quell’epoca, e più ancora nell’infausto 1848 e negli anni che seguirono, non fu certo per mancanza di volontà della sètta e dei settarii; ma solo per un vero prodigio di Dio. E che sì, che l’odio satanesco si manifestava contro di noi e a voce e in iscritto, perfino nel santuario della giustizia, perfino nei pubblici fogli, perfino contro i membri più imbelli della mia famiglia (1).
Ma le difficoltà in questo incontro mi venivano da dove meno potevo aspettarle: intrighi in alto luogo per impedirmi il proseguimento dell’opera; maligne insinuazioni per iscreditarla; e quella terribile congiura del silenzio, che, dietro una parola d’ordine, basterebbe a soffocare qualunque lavoro più importante del mio.
Il concorso librario poi mi è mancato affatto; e, salvo qualche richiesta dall’estero, nessun libraio mi accordò il benché menomo favore. Su questo proposito narrerò un aneddoto:
—Avevo appena pubblicato la prima dispensa di queste Memorie, quando m’imbattei per via con uno dei principali librai cattolici d’Italia. Mi venne incontro, e mi disse tutto lieto: Ella è per pubblicare un’opera importante; se crede, io me ne occuperò volentieri.»
Lo ringraziai, e gli chiesi le sue condizioni. Come me le espresse, cosi le accettai; ed egli, lasciandomi, mi disse di mandargli, per ora cento copie della prima dispensa, che subito gli inviai.
Scorse più di un mese, e già le adesioni, che mi giungevano per mezzo dei miei amici, cuoprivano le spese della edizione; ma nulla, affatto nulla da parte del detto libraio. Un giorno finalmente rincontrai per istrada, e gli dissi passando: Per sua regola è fuori la seconda dispensa delle Memorie, ed ho in macchina la terza. Sta bene, mi rispose; sentirò... vedrò... Da quel momento in poi, ho incontrato più volte il buon uomo; ma o mi evita, o mi saluta appena! — Potrei dire molto di più su questo proposito; ma non vale la pena di attediare i lettori. Debbo però aggiungere, a tranquillità loro e mia, che ad onta di tutto ciò, le mie Memorie sono accolte con vero favore dovunque sono conosciute;che se codesta guerra di astensione e di silenzio priva forse me di un utile proporzionato alle grandi e lunghe fatiche, non ò riuscita, la Dio mercé, ad impedire la mia pubblicazione. Tranquillo adunque per questa parte, il premio che non ho in questo povero mondo, lo avrò, spero, da Dio.
Non debbo omettere di dire, come una ragione non beve dei sofferti ritardi, sia stato il numero straordinario di monografie e di pubblicazioni d’ogni genere, risguardanti la presente rivoluzione, che hanno visto la luce poiché ebbi incominciato a pubblicare il primo volume: il solo scorrerle mi ha tolto un tempo immenso, senza che potessi esimermi da tale improba fatica. Di più, essendomi accorto di alcune gravi inesattezze nelle citazioni apposte a taluni documenti che avevo alle mani, mi fu d’uopo consultare da quel momento in poi tutte le fonti con una perdita di tempo che il lettore può immaginare.
Ora mi resta di vivamente ringraziare tutti quei giornali e periodici si italiani che esteri che hanno voluto benevolmente occuparsi delle mie Memorie sia con annunzii, sia con riviste ed anche con articoli di fondo, tra i quali e pei primi La Civiltà Cattolica, Il Papato, Il Veneto Cattolico, L’Osservatore Cattolico, La Libertà Cattolica, Il Diritto Cattolico, La Discussione, La Décentralisation,La Croioc, il Pélérin ed altri, il nome dei quali ora mi sfugge.
Devo finalmente una parola di gratitudine a tutti quelli che col loro favore, con le loro comunicazioni e coi loro incoraggiamenti mi hanno sostenuto nella difficile opera, e prego il Signore perché renda loro a mille doppi il conforto che mi hanno arrecato, e perché gli abbia sempre nella sua santa guardia.
Il Viaggio dei Reali di Savoia, avvenuto lo scorso gennaio nel momento in cui tenevamo proposito di quello del Pontefice Pio IX ci obbligò a una digressione, quanto lunga altrettanto necessaria. Fa d'uopo ora riprendere il filo del nostro lavoro e ricondurre il lettore al 1857; lo faremo col recare un documento, se vuoi, prolisso e noioso, ma importante per l’origine da cui emana, per la situazione di quel tempo che espone, avvegnaché in senso rivoluzionario e settario, e per lo accennare che vi si fa ad avvenimenti che purtroppo non tardarono a compiersi, mostrando l'influenza ormai assoluta in Europa della frammassoneria.
Rechiamo dunque per intero il programma di Mazzini, pubblicato nel suo foglio — ITALIA DEL POPOLO— Genova, 29 luglio 1857, supplemento al n. 156, intitolato appunto: LA SITUAZIONE.
«È tempo di parlar chiaro, scrive egli. È tempo che gli uomini i quali perseguono, attraverso tempeste, delusioni e inevitabili errori, un santo ideale, abbiano tutto il coraggio della loro fede; non tacciano, ma parlino alto ed ardito; non si difendano, accusino. Vi sono disfatte che onorano, tentativi falliti che pronunziano l’avvenire più assai delle vittorie riportate dai poteri che sono apostoli militanti della grande Idea nazionale, puri, poveri, rassegnati a un’intera vita di persecuzione e sciagura, noi abbiamo diritto di dire a chi soggioga i nostri sforzi:— Noi cadiamo per l’Italia:, voi vincete contr’essa. — Abbiamo diritto di dire a quei che accusano le nostre intenzioni: — Voi calunniate. — Abbiamo diritto di dire a quei che non facendo, non tentando, non consigliando mai nulla per la patria loro, biasimano sistematicamente chi tenta e cade tra via:— Voi siete codardi! —Ed io scrivo a dirlo, avvenga che può.
«Quando i partiti scendono sistematicamente alla immoralità — quando perduta ogni dignità di fede, ogni abitudine di guerra leale, non assalgono più che colla menzogna, non combattono che coll’insulto, non ammettono possibilità di convinzioni diverse in altrui o d’onestà traviata, se vuoisi, in chi guerreggia in altro campo che non il loro — stanno spegnendosi: sonpartiti decaduti a fazione. I partiti forti non insuìtano, confutano; reprimono, non calunniano; deplorano l’errore degli avversi, non attribuiscono ad essi delitti gratuiti.
«I cattolici e i monarchici del Piemonte hanno dato e danno in questi ultimi giorni segni visibili dello stato a cui accenno. Ricordano gli ultimi tempi della antica rivoluzione francese, quando la fede ne’ suoi destini non viveva se non negli eserciti che combattevano al di là della frontiera, quando in Francia la paura suggeriva il terrore, il dubbio sui proprii fati generava il sospetto, e ALLA MAESTÀ DEL GIUDIZIO DI LUIGI XVI erano sottentrati il cieco furore e la cieca calunnia.
«Al primo svelarsi dei disegni di Genova, i partiti forti avrebbero usato un linguaggio di condanna severa; avrebbero deplorato le illusioni perenni d’uomini che s’ostinano in credere l’Italia propizia in oggi a rivoluzioni; avrebbero cercato dimostrare che la via pacifica tenuta dalla Monarchia piemontese è la sola dalla quale possa quando che sia venir salute all'Italia, avrebbero insistito sulla grande responsabilità che pesa su chi interrompe quella via senza certezza di schiuderne un’altra, sui pericoli d’una guerra fraterna, sui pretesti somministrati a interventi stranieri. Contro un partito il di cui disegno, qual che si fosse, era evidentemente fallito o rimesso indefinitamente a tempi futuri, la vittoria era facile. Bastava contener le accuse per entro i termini del verosimile, usar linguaggio di dolore più che di trionfo brutale, e accusare d’acciecamento e d’inettitudine anziché di colpe incredibili e di insana ferocia.
«I partiti deboli, le fazioni, hanno tenuto altra via. Irritati di trovarsi pendente ad ogni ora sul capo la spada di Damocle, smentiti dall’esistenza di un vasto malcontento in una delle loro città, nelle affermazioni diffuse all’Europa d’una unanimità senza pari nei sudditi del Regno sardo, noiati del vedersi ricomparire sugli occhi numeroso abbastanza un partito che essi da parecchi anni dichiarano spento, s’attennero al metodo facile, ma pericoloso, delle calunnie. La stampa moderata e la retrograda diedero a gara un turpe spettacolo di contumelie, di corrispondenze bugiarde e stolide a un tempo, di menzogne avidamente accolte o architettate per fini politici, d’ipotesi sulle intenzioni dei congiurati calcolate ad aizzare contr’essi le passioni del volgo letterato o plebeo: taluno —il Cronista — parlò dal campo dei moderati, con piglio d’oscena gioia, di probabili gole allacciate e teste spiccate dal tronco; tal altro dal campo cattolico — l’Armonia — lamentò la possibilità che, per difetto di prova, la repressione si riducesse a parecchi anni di reclusione per un piccol numero di popolani. In questa orgia d’Ilioti briachi che si chiamano moderati e religiosi, un Luigi Roggero fu accusato, per errore, dal Cattolico d’esser Valdese; una donna straniera, la cui devozione alla causa Nazionale italiana dovrebbe fare arrossire ogni Italiano che la sa trattenuta in carcere da un Governo nostro, fu derisa, calunniata da parecchi giornali di Torino, e la Gazzetta del Popolo insinuò, che si sarebbe dovutéì trasportare con due dita alla frontiera. Genova si disse minala in più punti; un organo semiufficiale — La Gazzetta di Genova — dichiarò ordinato il saccheggio. La Gazzetta del Popolo accennò alla liberazione dei forzati come a parte del disegno; affermò intanto minata la darsena, minato il palazzo dei Dogi. Liste di proscrizioni domiciliari di tutti gli ufficiali, invasione di contadini per compire l’opera di carneficina, non una iniqua calunnia, non una tattica austriaca (?!) fu risparmiata per aizzare la classe dei cittadini abbienti contro i nuovi Catilina. Gli stolti non osavano intanto giovarsi, come era dovere, della Guardia Nazionale di Genova!
«Dopo le accuse feroci, il gesuitismo politico: ogni arte è buona a colpire il nemico. A separare un fatto patentemente generoso dagli altri, le dichiarazioni di dissenso tra me e Pisacane: a prova della mia ambizione, le storie di convegni nei quali io, contro l’altrui opinione, insisteva perché si facesse in Genova dove io era; a prova della mia viltà, la mia subita partenza dopo dato l’ordine della mossa. Poco monta che le accuse si contraddicano, e ch’io, fuggendo, mal potessi far monopolio a pro della mia influenza del moto ordinato. I lettori son molti, molti di corto intelletto, molti avvezzi a leggere spezzatamente i giornali; dove una calunnia non giunge, pensano, giungerà l’altra.
«Le dichiarazioni ministeriali intanto riducono fin d’ora, e il processo iniziato ridurrà più sempre, i gazziettieri moderati e religiosi alla parte di calunniatori sfrontati.
«Qual parte io m’avessi nei pensamenti Genovesi del giugno, se di soldato o di capo, non monta. Posso bensì contrapporre alle basse accuse l’affermazione di chi non ha mentito mai, nò celato, anche dov’era pericoloso svelarla, la verità; e lo fo.
«E menzogna, che una parte qualunque della città fosse minata. Ogni ufficiale interrogato dirà, che l’ufficio dei sacchi di polvere colla miccia è quello di rovesciare subitamente porte chiuse e che importa varcare.
«E menzogna, che volessero liberarsi i forzati: erano anzi adottati provvedimenti speciali per impedir nel subbuglio ogni tentativo di fuga.
«È menzogna, l’esistenza d’ordini di saccheggio: gli ordini citati dalla Gazzetta di Genova o non esistono o son opera di calunnia.
«È menzogna, la lista degli indirizzi domiciliari degli ufficiali.
«È menzogna, l’ordine mio citalo, se non erro, dal Cattolico, che parla di bottino da serbarsi a non so quale società nazionale.
«È menzogna ogni accusa, non dirò di strage, ma di guerra accanita alle truppe. Se pure qualche istruzione mia o d’altri è caduta elemento di processo, ogni uomo potrà chiarirsi che s’insisteva per questo:— non violenze; i soldati piemontesi sono italiani che bisogna conquistare alla patria comune. —
«È menzogna ogni lista di proscrizione. L’ultime linee che io scrissi.; prima della sera 29 farebbero arrossire, se apparissero mai nel) processo, parecchi tra i calunniatori.
«Il disegno, non recato ad effetto, intorno al quale s’affaccenda in oggi il Governo piemontese, era disegno italiano, né credo aver bisogno di provarlo. Bastano Livorno e il fatto generoso di Pisacane, tentato con braccia in parte di Genovesi per indicare a qual concetto si coordinasse il moto locale; come fosse anello d’altre imprese, non proposito isolato, impresa per sé. E se il Governo hasequestrato coccarde, sa quali colori vi splendessero sopra. Se Genova sorgeva, sorgeva non per intolleranza di mai governo locale, di pesi enormi, o di misure che,, buone in sé e quando i nostri confini fossero all’Alpi sono, oggi che stanno alla Magra, oltraggio gratuito a vecchi ricordi, e null’altro: sorgeva per tutti; per culto all’idea Nazionale; per ira lungamente, pazientemente repressa, contro la tirannide esercitata sugli Italiani dall’Austria e da' suoi proconsoli; per dichiarare che essa pure è città italiana, che suoi sono i dolori fraterni, sue le speranze, suoi i doveri, sua la vergogna che s’aggrava sulla fronte all’Italia schiava. (!?) Come Pisacane s’impossessò del Cagliari per giovarsene alla liberazione dei prigionieri di Ponza e alla discesa sulle spiagge napoletane, cosi Genova voleva che i suoi materiali da guerra, i suoi mezzi d'azione fossero mobilizzati a pro dell'impresa e della patria comune.
«E questo il vero, e nessuno può far che non sia. E a qualunque abbia anima italiana, non da livrea, il concetto potrà parere inopportuno, immaturo, pregno di pericoli, ineseguibile, non ignobile o tristo. Genova sorgeva, non provocata da patimenti fuorché d’altrui, non sollecitala da speranze fuorché d’Italia. Genova sorgeva dicendo alle nazioni di Europa: lo disperdo con un solo fatto tutti gli errori che voi nudrite tuttorasulla questione Italiana; io v’insegno in modo che non ammette dubbiezza o confutazione ciò che l'Italia vuole, ciò per cui soffre, freme, combatte. I vostri lagni sulle nostre condizioni materiali, le vostre proposte di miglioramenti amministrativi, i vostri protocolli inefficaci perché s’allentino le catene a pochi prigionieri, provano che voi non ci conoscete, e ci disonorano. In Italia non si combatte per egoismo d’interessi materiali, perimpazienza d’oppressioni individuali, per soprusi d’un giorno o patimenti locali, che la rassegnazione di chi soffre, o un mutamento possibile nella tendenza di chi tormenta potrebbero far cessare. In Italia si combatte per essere. Vogliamo di popolo farci nazione. Vogliamo unità. Vogliamo che dall’Alpi al mare sia rappresentata da un patto comune, da una sola bandiera, l’idea collettiva, la vita italiana che ci freme dentro. Questo vorremmo, s’anche schiudeste domani tutte le nostre prigioni, s’anche i nostri padroni concedessero libero l’esercizio d'ogni diritto locale. E sorgiamo a provarvelo. Genova ha libertà; Genova ha mezzi che nessun errore o artificio economico può rapirle; Genova può sperare di correggere per vie legali ogni vizio, ogni malvolere governativo. E per questo Genova sorge. Voi non potrete supporre che essa sorga per altro che per una idea, il suo porre a rischio ogni cosa più cara senza che alcuna cagione propria, immediata la sproni, vi provi almeno ora e per sempre, perché frema l’Italia e qual potente alito di vita comune si stenda per le diverse parti che la compongono.»
«Era una bella pagina di storia, né so d’alcuna città che ne abbia scritto una simile. I Polacchi scrivevano ai Russi sulle bandiere: — Per la nostra libertà e per la vostra. — Genova avrebbe detto ai fratelli: Io pongo a pericolo per la vostra la mia libertà.
«Il governo che è piemontese, non Italiano, può fare il debito suo reprimendo e difendendosi contro chi sorge, anche per trascinarlo verso migliori e più nobili fati. Ma gli scrittori che si dicono uomini della Nazione e s’avventano rabbiosamente contro chi tenta innalzarne dove che sia la bandiera — che dichiarano ad ogni ora il Piemonte esser palladio della libertà di Italia, e trattano siccome colpa ogni tentativo generoso ch’esce a pro d’Italia da questo Piemonte — che levano ogni mattina in alto davanti ai loro fratelli e all'Europa le cuffie del silenzio (!?) e i flagelli grondanti sangue (?!!) italiano, poi maledicono ogni sera a quei che, privilegiati di santi sdegni e di santo amore, tentano giovarsi della propria libertà per rompere sul viso agli oppressori dei fratelli ordegni di tortura e bastone (??!) — che piaggiatori un giorno del popolo insorto, poi di Carlo Alberto moderatore, poi di noi,poi di Re Vittorio, poi di Luigi Napoleone, dello Czar, d’ogni forza che vinca, osano chiamar traditori noi, che da ventisei anni predichiamo ad alta voce un programma d’Unità italiana e dazione, dando all’Europa un tristo spettacolo.
«Se non che contro gentaglia siffatta, io sdegno difendermi. Né scrivo queste mentite per me: le scrivo per gli uomini i quali, pure avendo affetti di città e di famiglia, e vita riposata, e, molti almeno, averi e conforti d’esistenza materiale, rinunziavano lietamente ad ogni cosa, e s’avventuravano ai pericoli di una impresa, il cui primo risultato doveva essere di trasportarli fuori della terra ove nacquero, a soccorrere fratelli d’altre provincie, tra rischi di navi armate in crociera o di battaglioni concentrati forse sui punti di sbarco. Le scrivo per debito verso una città, nella quale l’Idea nazionale s’è fatta popolo (?!), e il raro concetto che la libertà propria dev’essere a servigio dell’altrui, verità sentita ed elementare. E le scrivo perché da quella oscena polemica e da quel cumulo di calunnie gli stranieri, che leggono e guardano attenti alle cose nostre, non imparino a crederci contaminati insanabilmente di tutte colpe e indegni davvero di libertà.
«Tristo a dirsi! se l’Europa potesse mai giudicarci dal linguaggio dell'unica stampa libera che sia in Italia, — se non avesse eloquente risposta alle pazze accuse la bella morte dei nostri migliori, la vita nobilmente vissuta da noi nelle contrade straniere, gli affetti meritati dovunque andammo, gli scritti che i nostri accusatori non leggono o pensatamente dimenticano, i fatti repubblicani di Roma e Venezia, — tutto un partito, partito d’uomini che predicano e tentano azione in nome dell’Unità nazionale, d’uomini che, approvati o no nei loro disegni pratici, sono pure ovunque accettati come imbevuti d’un culto religioso alla patria comune, d’uomini che hanno, non foss’altro, instancabilmente e innegabilmente diffuso il nome e il desiderio d’una Italia tra le nazioni, d’uomini che, incauti o no, improvvidi o no, rinnegano pur sempre gioie della vita individuale, conforti, averi e fama e pace e sicurezza per correr dietro a ciò che essi credono il vero, altri un fantasma di vero, — apparirebbe agli occhi di tutti come partito ebbro di vendetta e di sangue, partito di devastatori e carnefici volto a saccheggiare e distruggere le proprie città, pur gridando di volerle emancipate e combattenti a pro dell’Italia, ed ambire monopolio di direzione pur infamandosi e suscitandosi contro l’immensa moltitudine degli italiani. E perché? perché saremmo noi che protestammo (!??) arditamente contro gli errori delle sette socialistiche francesi, seguaci di Catilina e sovvertitori di ogni vincolo di convivenza sociale? perché libereremmo i forzati che il di dopo truciderebbero noi? perché daremmo le case e gli averi al saccheggio, quando staremmo per iniziare una guerra alla quale dovrebbero concorrere tutte le fortune? perché renderemmo impossibile con atti insani di ferocia ed esosi a tutti, il favore del paese e d’ogni paese? 0 frenesia di suicidii, o certezza in noi — e ammessione (sic) tacita in voi, — dacché tentativi ed accuse si riproducono frequenti e su molti punti d’Italia — che ad una vasta cifra d’Italiani sorride l’idea di delitti siffatti e un futuro d’anarchia sistematica, di strage ordinata e rapina. A questa conseguenza voi trascinereste, sciagurati, il giudizio straniero, il giudizio degli uomini ai quali continuerete domani a mendicare vilmente una frazione omiopatica di libertà o miglioramento locale per le provincie oppresse d’Italia, so per ventura il basso e cieco furore del vostro linguaggio non rivelasse ad un tratto che siete pochi, e non l’Italia, ma il fango d’Italia.
«No; non riescirete a ingannar l’Europa su noi. Lentamente, ma infallibilmente giusta, l’opinione va illuminandosi, e s’illuminerà più sempre sulle vere tendenze e sull’avvenire dei partiti in Italia. L’opinione vi vedrà intolleranti, ingiusti, immorali. L’opinione v'udrà oggi accusar Pisacane d’aver inalberata la bandiera rossa, domani d’essere murattista; v’udrà persistere in dire Ch'io sacrifico ogni cosa all’esclusivismo repubblicano, quando scritti e proclami miei non parlano che di volontà, nazionale (fabbricata colla menzogna e col pugnale), s’udrà un giorno a chiamarci fiacchi, inetti, idealisti, utopisti; un altro feroci, saccheggiatori, inesorabili a qualunque ci è avverso: e vi conoscerà partito bugiardo. L’opinione v’udrà proclamare a ogni tanto che l’Italia è vulcano presto ad erompere, poi protestare contro ogni fiammella che si guizzi sul nostro suolo; v’udrà millantarvi inevitabili liberatori, poi chiedere libertà, all’uomodel 2 dicembre, alla diplomazia Inglese, allo Czar; s’udrà dir minacciosi in piglio di Argante: — o riforme, o rivoluzioni,— poi confessarvi impotenti a ottenere riforme e nemici alla rivoluzione; e vi conoscerà partito di parole o di faccendieri codardi. L’opinione vi contrapporrà una intera serie di forti fatti, dai Piemontesi del 1821 sino ad Agesilao Milano (nota bene), a Carlo Pisacane, e intenderà che,per quanti insetti brulichino tra i suoi velli, il Leone italiano cresce pur sempre di membra e vigore.
«Il signor Ausonio Franchi in un numero della Ragione che mi vien sott’occhio, inveendo contro il tentativo di Genova, ch’ei chiama con aperta malafede: trama ordita contro la libertà, dichiara che, dove non é tirannide, le sommosse sono attentati contro la libertà, sono fasi di guerra civile. Norme siffatte prefisse a criterio dei casi di Genova son forse logica di filosofo materialista, non certo d’uomo italiano che intenda a porre onestamente in chiaro le condizioni della questione vitale che s’agita in oggi nelle viscere del paese.
«Cito, tra la moltitudine degli accusatori il signor Ausonio Franchi, non perché le sue accuse abbiano maggior peso dell’altre, ma perché, movendo da lui scrittore di merito in alcune cose e liberissimo in tutte, rivelano più potentemente il guasto, che s'è fatto negli intelletti per riguardo alla questione nazionale, e come i migliori soggiacciano pur troppo senza pure avvedersene all’influenza esercitata negli ultimi anni dalla tattica monarchica piemontese, dal dualismo che s’è fatalmente impiantato di Piemonte e d’Italia.
«Questo dualismo è in oggi la piaga mortale dalla Nazione, bisogna combatterlo a viso aperto, distruggerlo, o rassegnarsi ai danni e alla vergogna della schiavitù.
«Se la questione che s’agita nell’anima nostra fosse questione di miglioramenti interni in una frazione d'Italia, questione sociale o politica concernente i quattro milioni e più d’uomini viventi nelle provincie sarde; chi potrebbe sognar di congiure o sommosse? A chi non parrebbero colpa le vie della violenza quando l’esercizio dei diritti di petizione, di stampa, di associazione non è conteso?
«Ma la questione non è locale, è nazionale, italiana. Cercammo finora, cercammo tuttavia la patria comune, l’Italia una, l’Italia dell’Alpi e del Mare, l’Italia per la quale da quasi due terzi di secolo muoiono i nostri migliori. Da ventisei anni in quà la vita è per noi una guerra tendente a conquistarla. Se ad altri, ottenuto un grado qualunque di libertà per sé stesso, or piace dimenticar quel pensiero, noi non possiamo, né vogliamo dimenticarlo. Gli ozii dello Statuto non possono farci traditori della nostra bandiera e dei milioni dei nostri fratelli (che non ne sapevano nulla) ai quali giurammo d’esser liberi insieme.
«Sulla Carta d’Europa noi non conosciamo che l’Italia; le diverse frazioni di territorio che la compongono, non sono per noi che zone di operazione. Un tratto d’Italia conquistato a libertà diventa pel partito nazionale la base a una linea di operazione che ha il suo punto obiettivo al di là.
«Chi non ammette questo programma, può essere Piemontese, Genovese, Lombardo o Toscano; non è Italiano.
«E l’ammettevano essi tutti, quei che ci rimproverano in oggi di turbare le libertà pacifiche del Regno sardo, immediatamente dopo il 1848; e ci dicevano: Ringraziamo la provvidenza che ci salva quest’angolo d’Italia alla libertà; diverrà punto d’appoggio alla leva emancipatrice: ordineremo le nostre file; raccoglieremo materiali all’impresa nazionale; qui si ritrarranno i generosi delle altre provincia, quando i loro tentativi non riusciranno, a rinfrancarsi, a prepararsi sicuri a nuove riscosse; da qui diffonderemo ai fratelli schiavi la bella chiamata. Il Piemonte libero è il campo dell’azione dell'esercì to liberatore. Io crollava il capo fra la speranza ed il dubbio presago, e diceva: — Si, purché duriate fermi nella vostra fede; purché gli ozii di Capua non v’addormentino; purché il tentatore della natura umana, l’egoismo, non vi faccia, nel soddisfacimento di alcuni dei vostri bisogni, apostati dei vostri fratelli; purché all’unità degli infelici non sottentri il dualismo fatale del potente e del fiacco, del prospero e del meschino. —
«Ah! vergogna e dolore! il tentatore ha prevalso. Il campo dell’esercito liberatore s’è fatto convegno d’addormentatori o peggio. Il dualismo del prospero e del meschino s’è impiantato, coi nomi di Piemonte e d’Italia, negli animi. Il senso di solidarietà, di comunione con tutti i nostri per sangue, cielo, patimenti e missione, che davanti a$li uomini e a Dio (!?) ci faceva degni di libertà, s’è intorpidito tra i nuovi interessi e le anguste speranze. La piccola patria ha fatto dimenticare la grande, la vera, l’unica patria, l’Italia. Gli uni, i raggiratori, i tormentati, non dirò d'ambizione — non son da tanto — ma di vanità, sognano lo scanno nel Senato o nella Camera, le fazioni ministeriali, l’impiego. Gli altri, i tiepidi, accantonati nel loro giornale, nella loro rivista, nella loro sottoscrizione pei cannoni di difesa, hanno convertito ciò che non dovea essere se non mezzo, in fine. La turba dei creduli sfaccendati ha cominciato a diffondere per ogni dove, che la mera esistenza dello Statuto e della Monarchia piemontese è la salute d’Italia. Gli Italiani delle altre contrade, che doveano rinfrancarsi, riordinarsi ad opere generose nella libera zona d’Italia, trovano, diventati esuli, emigrati, come nel medio evo, su questa zona, leggi d’eccezione, arbitrio, persecutori e birri, qualunque volta tentino d’insistere sull’opera emancipatrice. La bandiera d’Italia è proscritta, dove non si frammischi ai bei tre colori, un quarto colore di una famiglia di principi. La parte del campo liberatore è ridotta ad una codarda, immorale, anti-italiana teoria dell’esempio, che dice a fratelli schiavi: — Noi siam liberi, e ci basta; fatevi liberi se potete. —
«E quando noi, costanti, severi, fedeli alle nostre prime promesse, gridiamo, colla parola e col fatto, agli immemori: — La vostra libertà, frutto del fermento nazionale, che corse nel 1848, l’Italia intera (sic), è un debito maggiore per vol. Per legge di Dio (!?) e di uomini, i doveri sono in proporzione dei mezzi. Voi li avete questi mezzi materiali, e morali: usatene, o siete indegni d’esser liberi. Non parlate di esempio, non aggiungete l’insulto all’inerzia; esempio a chi? agli uomini che hanno la cuffia del silenzio sul capo? a quei che, ricinti dalle baionette straniere, non possono riunirsi in cinque, non procacciarsi un fucile, non trasmettersi colla stampa un consiglio? L’esempio che voi date è quello dell’egoismo, quello del ricco che tien chiusa nelle casse la propria fortuna, mentre d’intorno a lui si muore d’inedia, quello dell’uomo che abbarra la propria porta mentre si scanna al di fuori. 0 il Piemonte è l’antiguardo della nazione, o merita la maledizione di Caino. Oprate, perdio! e vi seguiremo; dove no, opreremo e faremo di trascinarvi sull’arena dietro alla opportunità che pretendete aspettare. — Abbiamo il nome di traditori e le accuse le più stolte, le più villane, s’avventano da quei che tradiscono ad ogni ora la loro missione sulle testo dei soli che amino sempre e davvero l’Italia e tentano di fare per essa.
«Pochi anni prima del 1830, sorse in Francia una scuola d’uomini i quali in nome delle libertà violate, dell’onore offeso e del diritto dei più, si diedero a sommovere le moltitudini. Parlavano al popolo d’un’era novella che schiuderebbe a tutti le vie del miglioramento materiale, intellettuale, morale; enumeravano con accento di sdegno le ineguaglianze tra i figli di una stessa terra, le ingiustizie tradizionalmente commesse a danno della classe più numerosa e più povera; s’affratellavano coi popolani nelle associazioni segrete; congiuravano, combattevano con essi. I popolani rovesciarono un giorno la monarchia de' vecchi Borboni. Gli uomini di quella scuola saliti al potere, ordinarono leggi a tutelare l’esercizio dei propri diritti, a perpetuare nella propria classe ogni influenza governativa, a far monopolio per sé di ricchezza e d’onore. —E noi? le promesse? Vera novella d'eguaglianza e cVa more? — gridava il popolo dimenticato. — Noi abbiamo conquistato il nostro benessere, risposero i moderati di Francia; conquistate il vostro, se pur potete. —
«Con qual nome chiama egli lo scrittore socialista quei disertori della causa del popolo? Quel nome può darsi dal popolo italiano al Piemonte.
«Ponete una terra, la Francia a cagion d’esempio, ricaduta, dopo un generoso tentativo di rivoluzione, sotto un giogo tirannico e invasa dallo straniero. Ponete che nel bacino del Rodano o altrove un esercito di quarantacinque mila Francesi, provveduto d’ogni materiale di guerra, padrone di una zona di settemila miriametri quadrati, appoggiato sopra una popolazione di quattro milioni d’uomini e più, abbia serbato libertà d’azione e gli occhi di tutta la nazione s’affissino in esso, e gli oppressi di tutta la nazione stiano preparati a secondarne le mosse? Intorno al recinto che racchiude quell’esercito e quella popolazione, l’invasore tortura e trucida; il nome e la bandiera di Francia son trascinati nel fango. I liberi del bacino del Rodano guardano altrove; s’ordinano a convivenza gioconda: — Patria, dicono, ci è il suolo che noi calchiamo: noi siamo liberi e basta. —
«Con qual nome chiamate quei disertori della nazione? Quel nome può darsi dalla nazione Italiana al Piemonte. In virtù del moto che suscitò nel 1848 l’Italia intera a tendenza nazionale, il Piemonte è rimasto libero. Quattro milioni e mezzo d'Italiani, con esercito proprio, con arsenali, con navi da guerra, con mezzi finanziarli eguali a ogni impresa, son liberi da nove anni, e né un palmo di terreno é stato conquistato alla libertà al di là dei loro confini, né una sola vittima strappata per opera loro in Italia alla tortura o al patibolo. (??!)
«E non basta. Per tattica di monarchia che non vuol fare, ma vuol tenersi pronta a padroneggiare un moto possibile, i raggiratori dell’alte sfere cospirano incessanti, comeché smentiti a ogni tanto pubblicamente dai padroni, a persuadere ai miseri dell’altre provincie italiane che la monarchia piemontese farà. Per bisogno taluni d’inorpellare a sé stessi il vero e liberarsi da un rimorso, tali altri d’esimersi da sacrificii e pericoli, i raggiratori delle basse sfere, s’affaccendano a convertire le ipotesi sussurrate dai primi in prossimi fatti, e ad avversare siccome fatale a più vasti e sicuri disegni ogni prova, ogni disegno di azione. E la credulità degli ineducati, il prestigio potente esercitato sugli animi da un fantasma di forza, l’ozio che accarezza i tiepidi nell’amore, la vanità ferita dallo spettacolo dell’altrui costanza, l’egoismo conscio o inconscio di quei che servono ai conforti della vita, hanno creato, segnatamente nelle classi medie, un popolo di raggirati che commettono da nove anni ostinatamente la salute d’Italia ai protocolli, che riconoscono il dominio dell’Austria sul Lombardo-Veneto, a proposte di ministri liberatori che insegnano ai padroni come possa evitarsi l’unità nazionale, a guerre di Crimea che mendicano la cooperazione dell’Austria, a mediazioni Franco-Inglesi che dimandano e non ottengono liberazione d’alcuni prigionieri, ai disegni occulti dell'Uomo che, spenta la libertà di Francia e di Roma nel sangue, è costretto da fati inesorabili a vivere e morire tiranno. Così, il Piemonte s’è fatto, non solamente inerte, ma predicatore d’inerzia. Per opera sua, il partito nazionale perde una moltitudine di forze e di uomini, che se non seguissero miseramente illusioni e fantasmi, se disperassero d’ogni cosa fuorché delle forze vive e vere d’Italia, s’accentrerebbero a chi vuol fare. (Vale a dire in lui)
«Io conosco raggiratori e raggirati d’antico, e avrei potuto da molto dire a' miei concittadini: — Non abbiate speranza che gli uni o gli altri si pieghino al fare; dai primi non avrete mai che delazioni e tradimenti, i secondi seguiranno, il dì dopo, un' azione energicamente iniziata. — E nondimeno per obbedire in parte a una opinione largamente diffusa, in parte per sincerar me stesso ch’io non errava ne’ miei giudizii, ho tentato, tentato ogni modo per trarne scintilla di vita italiana; ma inutilmente. Per otto lunghi anni lasciammo intatto dai nostri lavori il Piemonte. Poi, l’anno addietro, dicemmo ai raggiratori: — Vi manca l'opportunità sussurrate ai vostri che non ci attraversino le vie; e la creeremo per voi, pel vostro esercito, dove vorrete; temete la nostra bandiera? noi non leveremo se non una bandiera nazionale, e, sebbene traditi una volta da voi, torneremo ad aspettare riverenti, che le volontà della nazione si manifestino. — Ai raggirati dicemmo: —Noi credete che la salute d'Italia penda dalla monarchia piemontese: sia; ma questa monarchia non può, anche volendo, scendere sul campo prima: v'è d'uopo aprirle la via, come nel 1848 con una insurrezione di popolo, congiungete dunque i vostri sforzi coi nostri a crearla. — I primi s’affiatarono di tanto che bastasse, con chi fosso più credulo, a confermar l’opinione di desiderii italiani; forse ad addentrarsi nei nostri disegni; forse a potere un giorno accusarci di concessioni; poi, stretti a decidere, si ritrassero. I secondi accennarono assenso; non diedero aiuti, non tentarono ordinarsi a lavoro pratico. Oggi gli uni e gli altri ci accusano e ci calunniano.
«A me, a noi, non importa di calunnie e d’accuse. Non riconosciamo giudici fuorché Dio, (!?) la nostra coscienza, e l’Italia futura. C’importa di chiarire senza reticenze codarde la nostra e l’altrui posizione. C’importa di dire che, tentate tutte le vie, noi non abbiamo più obblighi fuorché verso la patria comune; che sentiamo onnipotente il dovere di aiutare i nostri fratelli ad emanciparsi; che crediamo i mezzi d’ogni città italiana sacri all’impresa Nazionale; che dove il popolo vorrà che siàno mobilizzati per quell’intento, lo conforteremo a farlo come ad opera santa; che questo è il segreto dei tentativi di Genova, e che quanti attribuiscono ad essi un diverso pensiero o ingannano, o sono ingannati. C’importa di dire che quattro milioni e mezzo d’Italiani liberi in mezzo al servaggio comune (quale?.) e nondimeno inerti fuorché a parole, sono colpevoli verso la nazione e indegni di ciarlare di patria, d'abborrimento all’Austria, d’orrore contro le ferocie Borboniche in Napoli. (?)— C’importa di dire che agli uomini del Piemonte, i quali, dissentendo dalle nostre vie, si dichiarano nondimeno amanti d’Italia e sentono profonda come noi la sentiamo la vergogna delle condizioni presenti, corre debito di provarlo, d’osare, d’esprimere arditamente la volontà loro, d’associarsi pubblicamente, di provvedere d’armi i loro fratelli schiavi ed inermi, di formare col sacrificio d’ognuno la cassa della nazione. C’importi di dire che solamente ad uomini siffatti noi concediamo diritto di giudicarci, di consigliarci, di modificare la tattica del Partito d’Azione. Le accuse degli altri che, atteggiandosi a fautori della Causa nazionale, non fanno né sacrificano mai alcuna cosa per essa, non meritano se non disprezzo, e lo hanno largamente e profondamente da me.
«Una Italia! questo vogliamo ed avremo; né poseremo prima d’averla. Incerti del nostro popolo, noi potevamo, prima del 1848, tentennare fra l’insegnamento, le stampe clandestine, le associazioni educatrici segrete, e l'azione; oggi no. Questo popolo, noi lo vedemmo sorgere, ineducato com'era, per solo istinto di patria, dovunque fu chiamato: sorgere e vincere. (?!) Oggi, ha convinzioni, non istinto solamente, di patria; s’ordina spontaneo per le nostre città; s’educa come meglio può; legge avidamente, dove gli è concesso, le storie dei suoi maggiori, data la storia, — dove l’ignoranza è legge di Stato, — dai ricordi del 1848, e li trasmette a quei che erano fanciulli allora; chiede di fare, e fa. Questo nuovo onnipotente elemento, questo elemento vitale della Nazione futura, è nostro per comunione di tendenze e d’affetti, nostro per riverenza sincera e vergine entusiasmo a una Idea provvidenziale di patria italiana, nostro per un senso di bisogni crescenti, ai quali non può dare soddisfacimento che la vasta Nazione; nostro perché natura del popolo è l’azione, e noi soli la predichiamo e cerchiamo promuoverla. Stolto chi lo fraintende, non lo interroga o si sconforta alle prime sue inesperienze o ad alcune sue improntitudini inevitabili! Tristo chi, invece di rallegrarsi del suo progresso e di salutare con fremito di fede italiana riconfortata il suo fremito, biasima e calunnia i suoi tentativi, e semina, sfrondandogli le prime più sante illusioni di unità negli sforzi, pericoli di tremendi sospetti e di malaugurate scissioni future! Noi lo conosciamo questo elemento e ce ne prevarremo: amiamo d’amore questo popolo, (infelice popolo!) il cui giovine palpito è conferma alle nostre più care credenze, questo popolo che balbetta con aspirazione profetica il nome di Roma, che ha in sé più che non è in noi letterati l’unità del pensiero e dell’azione, che è presto a compiere grandi cose senza gloria fuorché collettiva, senza vanità di plauso dato a individui. E questo popolo che non ha l’anima addormentata da allori colti, né sviata da false dottrine, né intisichita dal senso inconscio d’un benessere che quando non s’ha patria, né nome, e torturano (sic) a due passi il fratello, è obbrobrio d’Iloti pasciuti, ama noi; ci ama e ci segue anche quando intende confusamente i nostri errori, perché sa le nostre intenzioni, il nostro programma semplice e logico, e la nostra costanza. Noi ce ne prevarremo a un intento che non cesserà se non colla vita. Processate, imprigionate, punite; a che pro? il popolo è l’idra (purtroppo) le cui teste rinascono moltiplicandosi. Quando un’idea ha penetrato tra le sue fila, nessuna forza umana può spegnerla.
«E questa idea, entrata or nelle file del popolo genovese, glie la insegnaste voi pure; questa patria ch’ei cerca, voi pure pretendete a parole d’amarla; questo nome santo d’Italia suona a ogni tanto, delusione colpevole, sulle vostre labbra. Gli avete detto: — L'Italia sarà] — gli gridaste ieri, giova ripeterlo sempre: — 0 riforme o rivoluzione. — Oggi volete punirlo, perch’esso, non vedendo riforme, cerca rivoluzione; ma potete spegnerlo? potete cancellar la logica che strappava a voi quelle parole e suggerisce ad esso quei tentativi?
«Repressione impotente è madre d’irritazione; giudizii pronunciati in virtù di una contradizione eretta in sistema; dualismo pubblicamente impiantato fra governo e popolo: sonqueste le inevitabili conseguenze del processo che or si sta preparando.
«Genova conquistata visibilmente alla causa nazionale: il bivio fra la repressione tirannica dell’aspirazione italiana o il seguirla apertamente e capitanarla schiuso più sempre chiaro davanti al governo: la bandiera dell’azione popolare, dacché la monarchia piemontese non vuole, impiantata a prodell'Italia, esempio ed incitamento a tutti, nel core degli Stati Sardi, sonrisultati questi dei tentativi falliti, che né persecuzioni, né giudizii possono ormai più cancellare.
«Luglio 14
GIUSEPPE MAZZINI
I commenti a questo noiosissimo documento scendono naturalmente dalle cose che narriamo; importa però che il lettore abbia sempre presente uno sguardo alla rivoluzione italiana che si trova in principio del nostro. primo volume, a fine di comprendere la persona di Mazzini e i suoi intendimenti, che egli involge in parole altisonanti, in paralogismi e in frasi attorcigliate per ¡stordire gl’insipienti e gabbare gl’inesperti. — Intanto il fatto più saliente che si produsse dopo questo proclama fu l’attentato di Orsini contro Napoleone III, di cui siamo per parlare diffusamente; ma prima è utile di aggiungere qualche cosa.
Dopo il riferito manifesto, e prima di passare oltre, è qui opportuno di recare due documenti, uno dell’istesso Mazzini e l’altro di Felice Orsini, sua lancia spezzata, che provano ad un tempo e la mitezza magnanima dell’agitatore ligure verso gli avversarii, e il vero sentire della vera Italia, in nome della quale si credeva egli autorizzato a parlare, con una sicumera, che non aveva altra ragione di essere se non nella corruzione dei governi europei, che, impastati di setta, erano sempre pronti a fare buon viso a tutto ciò che fosse diretto contro i governi italiani, antemurali della S. Sede. Questi documenti si riferiscono all’anno 1854, all’epoca della guerra di Crimea.
—Felice Orsini, dice il raccoglitore anonimo delle sue lettere, si era messo a capo di due spedizioni: una nella Lunigiana, l’altra nella Valtellina. Ma l’esito fu infelicissimo, e nella seconda fu arrestato dall’autorità Svizzera nel Cantone dei Grigioni; ma potè fuggirsene, e riparare a Zurigo presso la signora Emma Herwegh. Al pari di Orsini erano stati arrestati nei Grigioni pel tentativo della Valtellina Rudio, Fumagalli ed altri, che vennero posti in libertà. — Non è a negarsi, (è sempre il citato raccoglitore che parla) che per falliti tentativi il nome di Mazzini era scaduto di riputazione, e per quello della Valtellina più che mai; ma in onta di tutto ciò andava meditando in Lombardia un altro colpo. Per lo che si rivolse, a mezzo di comune amico, nuovamente a Felice Orsini, perché da lui riputato come uomo più che ogni altro adatto a diffondere le cospirazioni.... Orsini accettò il difficile incarico, ed in allora il Mazzini gli mandò secreto istruzioni da dare ai congiurati di Lombardia. — Ecco queste istruzioni che rechiamo testualmente, almeno nella parte più sostanziale, ché il resto sono frasi ampollose e vuote di senso.
«………. Se potete farvi per tre mesi serpenti, diceva Mazzini, e leoni per un giorno, eccovi ciò che dovete fare:
«Oggi v’è troppa agitazione è troppo sospetto: bisogna addormentare il nemico (V Austria).
«Separatevi, non agitate, non corrispondete con anima viva, non cercate contatti in Piemonte, né coll'emigrazione. Fate che ogni sospetto s’allontani da vol. Se tra qui e il tempo dell’azione voi vi fate arrestare per vostra colpa, tradite il paese.
«Organizzate una compagnia della morte come i nostri padri della Lega lombarda. Ottanta giovani robusti e decisi, scelti tra voi stessi ed i popolani più prudenti, si votino con giuramento terribile a snudare il pugnale ad ora fissa contro i nostri oppressori. Questi ottanta rimangano divisi, organizzati in gruppi di tre, di cinque al più, sottomessi al cenno di sedici capigruppi noti a vol. Promettano silenzio, prudenza, dissimulazione, evitino ogni occasione di assembramento, di risse: si considerino come servi all’Italia. Pensate ad armarli col pugnale, non prima del giorno dell’azione: quelli che hanno già l’arma la depongano fino a quel giorno, un malore improvviso può coglierli e rivelare l’arma, che basterebbe a suscitare sospetti. Uno sicuro tra voi si consacri tacitamente a studiare, osservare le abitazioni del generale e dei principali uffiziali, capo di stato maggiore, comandante l’artiglieria ecc., le loro abitudini specialmente nelle ore nelle quali il più tra gli uffiziali sono spensieratamente fuori, e l’operazione potrebbe riuscire simultanea.
«Due, tre uomini decisi dovrebbero bastare per ciascuno (tre contro uno, e a tradimento!) di questi ufficiali importanti: venti fra tutti. Trenta per altro punto qualunque che si scieglierebbe, suggerito dalle circostanze nel piano. L’esercito austriaco, perduti gli ufficiali, è perduto.
«Il popolo dovrebbe essere curato, mantenuto buono e voglioso, e per quanto è possibile organizzato; ma il progetto di vespro degli ufficiali gli dovrebbe esser tenuto segreto interamente, ed, occorrendo, gli si dovrebbe sussurare all’orecchio un piano totalmente diverso e falso. Basterebbe che i popolani buoni fossero avvertiti che a un tocco di campana, o a qualunque segnale concertato, devono scendere in piazza con quanti ferri del mestiere e altri possono. Dovrebbe esser dato ad essi ed agli ottanta un punto di concentramento nella parte più inviluppata di strade strette e viottoli della città. Là dovrebbero innalzarsi barricate per servire di punto di resistenza in caso di rovescio.
«Compiuto il vespro, gli ottanta diverrebbero lo stato maggiore dell’insurrezione, e guiderebbero il popolo secondo le istruzioni già concertate, e sulle quali avremo tempo d’intenderci. L’essenziale è la possibilità di trovare la cifra d’uomini che v’ho indicato, e rivestiti delle qualità volute. Potete? Allora, se altri fatti non accadono prima in Europa che somministrino occasioni, dovrebbe maturarsi il fatto alla fine di dicembre. Non v’è bisogno di frequente corrispondenza con me, pericolosa anche quella. Una parola che dica, ma segretamente: — Possiamo accettare. — Un’altra che dica: —Il lavoro è compiuto; siamo pronti. — Non altro. Al cominciare del dicembre dovrei ricevere da voi il quadro della guarnigione che avete, colla distinta dei corpi. Compiendo questo lavoro preparativo sospenderete ogni altro colle provincia; penso io a tenerle preparate a seguirvi. Col popolo stesso andate a rilento, e quando vi credono scoraggiati, non monta. A ridestare il popolo dieci giorni basteranno.
«Io, se un giorno sarete pronti, vi darò qualche ufficiale per dirigere l’insurrezione successiva al vespro, qualche mezzo pecuniariopei primi giorni, e me stesso per quel primo giorno in Milano.
«Posso anche assumermi di darvi i cento fucili che chiedete; ma credo pressoché impossibile la riuscita dell’introduzione. Tocca a voi, in ogni modo, a dirmi dove e come dovrei averli pronti per vol. E se mi direte, calcolando freddamente le probabilità e i pericoli, che potete introdurli, e mi prometterete inoltre d’impegnare uomini in quella operazione separati dal lavoro degli ottanta, sicché una sezione non distrugga la compagnia, sola essenziale, li avrò pronti per l’epoca che mi direte.
«Meditate, e rispondetemi una parola. Pensate che molti uomini possono essere capaci di scendere in piazza quando si ergono le barricate, e non d’essere certi di farsi iniziatori senza la menoma esitazione nel modo Ch'io dico. Se il fatto riesce, avrete l’itemperato & un tratto l’indole di tutta Italia, e iniziata la sua libertà. I nomi degli ottanta saranno affidati alla riconoscenza ed M’affetto di tutte le generazioni che verranno.
«Addio; amate il vostro
GIUSEPPE»
«Settembre 15, 54.
«Distruggete, non per me ma per voi, questa carta.
Poco stante l’agitatore scriveva ad Orsini, che continuava a vivere sotto il pseudonimo di Gelsi, indirizzandogli alcuni quesiti. Orsini, per meglio intendersi con lui, si recò a Ginevra, dove Mazzini viveva insieme con Quadrio, settario valtellinese. Di là scrisse una specie di lettera-testamento alle figlie, le quali raccomandò con altra lettera allo zio Orso e al fratello Leonida Orsini.
—Dopo le stabilite intelligenze con Mazzini, segue a dire il raccoglitore citato, Felice Orsini, sotto il nome di Giorgio Hernagh, partiva alla volta d'Italia. Attraversato il Piemonte, entrò in Milano per effettuare il suo incarico.... (chefallì) Poi si recò a Vienna; e lungo il viaggio s’incontrò con certo Formiggini, ebreo, che lo riconobbe. Da Vienna il 1 decembre 1854 scriveva scoraggito al suo amico C… L.... a Genova una lettera per annunziargli la sua risoluzione di partire per la guerra di Crimea; da questa lettera togliamo i seguenti brani buoni per la storia:
«………… Spero fra pochi di di essere se non altro soldato semplice nella fanteria inglese. Morirò forse, mi troverò forse a un assalto, e non si saprà nemmeno il mio vero nome; ma non fa niente. Per chi vo io a battermi? Forse e sena a forse pei nemici del mio paese. Ma che monta? Russi o Inglesi o Francesi o Tedeschi, lo sono tutti; — io non bado a ciò. — Io vado perché una vita agitata di fatiche e di pericoli mi toglie di pensare al mio paese e a miei bimbi, assorbisce il mio intelletto, tutte le mie forze, e mi tiene lungi da certe idee di suicidio, che hanno, secondo me, l’impronta della viltà....
«Due parole ancora sull’esame dei paesi che ho veduti.... Incomincio dalla Lombardia.
«Le sole popolazioni di Milano e di Brescia sono capaci d’accendersi ad un istante, di sostenere una lotta e di fare una rivoluzione; nelle altre città evvi indifferentismo, per non dire un certo contento. Sento che ad uno scoppio si alzeranno (!?); ma se non vi sarà una mano forte che imponga a tutti sacrifizii d'uomini e di danaro, che IMPONGA L’INDIPENDENZA,si tornerà al 48. — Sfasciamento dovunque, dissoluzione; i soldati moriranno di fame nella ricca Lombardia, i soldati italiani saranno battuti in un terreno dove il nemico potrebbe esser battuto, sperperato dai contadini, dai padroni, purché allagassero certe località.... Nel 48 il grande sbaglio di tutti i partiti, il grande sbaglio della Nazione, si riassume in queste poche parole: — Discordie interne nel supremo momento, mancanza di volontà sul voler davvero l’indipendenza. — Bada che io giudico freddamente, che conosco tutta Italia, palmo per palmo, anche moralmente (tranne Napoli, in cui non ho fede alcuna) e che mi sono trovato a contatto dei freddi e dei caldi.
«Venezia mi ha rattristato: non vi sono più i soldati del Friuli e delle altre parti d’Italia che la rendevano allegra: gente su per giù indisciplinata, ma forte gagliarda, bella e guerriera. Rimane il figlio della Laguna avvilito, pallido, mendicante ed incapace di fatti di coraggio.
«Non bisogna illudersi, e non bisogna credere a tutte le cicalate del 48, e dei giornali, che vogliono fare di un popolo moralmente degenerato ed ammalato, un pugno d'eroi da un giorno all’altro. Da Venezia non spero niente
E Mazzini parlava a nome d’Italia intera! Ma poiché l’Italia non voleva, faceva d'uopo trovare la mano forte che imponesse a tutti sacrifizii d’uomini e di danaro, che imponesse l’indipendenza a chi non voleva saperne. E la mano forte fu presto trovata nel fratello Napoleone III e negli eserciti della povera Francia.
Napoleone III sembrava andare troppo a rilento, secondo le impazienze dei settari, nel dar vita al gran disegno della trasformazione d’Italia e tener fede agli antichi giuramenti. Fu dunque risoluto nelle Logge massoniche, che con un opportuno attentato si togliesse di mezzo l’antico fratello, l’Imperatore, o gli s’incutesse tale un terrore da farlo andare più spedito quinci innanzi nelle cose della setta.
Felice Orsini (2), rifuggiate in Inghilterra, prese su di sé, o piuttosto dovette assumere il feroce incarico. Fece pertanto costruire cinque bombe cilindriche, da riempirsi di certa tale polvere speciale preparata con mercurio fulminante, congegnatevi nella superficie varie capsule cosi che ad ogni più leggiero urto esplodessero. Cercò quindi i compagni alla esecuzione, egli ebbe trovati in un Giuseppe Andrea Pieri da Lucca, in un Carlo Rudio di Belluno, in un Antonio Gomez napolitano, e in Simone Francesco Bernard, antico chirurgo di marina, tutti rifuggiati in Inghilterra. I cinque congiurati nei primi giorni del 1858 si portarono a Parigi, e vi eseguirono l’attentato nella sera dei 14 gennaio, mentre l’Imperatore, colla Imperatrice, recavasi al teatro dell’Opera. Lo scoppio delle bombe omicide mentre lasciava quasi intatta la coppia imperiale, produsse un effetto spaventevole: oltre un centinaio di persone restarono più o meno gravemente ferite, tra le quali parecchi lancieri della scorta, e 24 cavalli. La sera stessa gli assassini venivano arrestati.
Di questo fatto spaventevole, che non trova riscontro se non nel recente eccidio dell'infelice Czar Alessandro II, e che tutta mostra la efferata crudeltà delle sette massoniche, giova dire distesamente, e lo faremo al solito per via di un documento.
La causa fu dibattuta a Parigi e dinanzi alla Corte d'Assise della Senna, presidente Delangle, accusatore il procuratore imperiale Chaix-d’Est-Ange, il 25 e 26 di febbraio. Ecco la parte storica dell’atto di accusa:
Con decreto del 12 febbraio 1858, la Camera ha citato dinanzi alla corte d’Assise della Senna, per esservi giudicati conforme alla legge:
I.Felice Orsini, uomo di lettere, d'anni 39, nato a Meldola (Stati romani), domiciliato a Londra, e stato d'alloggio a Parigi, via Monthabor, num. 10.
II.Carlo Rudio d’anni 25, professore di lingue; nato a Belluno (Stato veneto), domiciliato a Nottingham (Inghilterra), e stato d’alloggio a Parigi, Via Montmartre, num. 132, albergo di France, et Champagne.
III.Antonio Gomez, d’anni 29, domestico; nato a Napoli, domiciliato in Inghilterra, stato d’alloggio a Parigi, via St-Honorè, albergo di Saoce-Cobourg.
IV.Giuseppe Andrea Pieri d'anni 50, professore di lingue, nato a Lucca, (Toscana) domiciliato a Birmingham (Inghilterra), stato di alloggio a Parigi, Via Montmartre num. 132, albergo di France et Champagne.
V.Simone Francesco Bernard, antico chirurgo di marina, nato a Carcassone (Francia), contumace.
Dichiara il procuratore generale, che dai documenti del processo risultano i fatti seguenti:
Il giovedì 14 di gennaio 1858 le loro Maestà imperiali dovevano assistere alla rappresentazione dell'Opera: gli apparecchi soliti in tale occorrenza annunciavano la loro andata.
Il corteggio arrivò verso otto ore e mezzo; la prima carrozza, occupata da Officiali della casa dell’Imperatore, aveva già oltrepassato il peristilio del teatro; ad essa teneva dietro una scorta di lancieri della guardia imperiale, che precedeva la carrozza dove si trovavano le loro Maestà, e insieme con loro il generale Roguet.
Pervenuta dinanzi alla principale entrata, la carrozza imperiale rallentava il passo per introdursi nell’andito, che è all'estremità del peristilio: in quell’istante, tre esplosioni successive, paragonabili a colpi di cannone rimbombavano ad alcuni secondi d’intervallo: la prima fu davanti alla carrozza imperiale, e nell'ultima fila della scorta di lancieri; la seconda più presso della carrozza e un poco a sinistra; la terza sotto la carrozza stessa delle loro Maestà.
In mezzo alla confusione generale, il movimento unanime, di quelli tra gli spettatori che non erano stati troppo crudelmente colpiti si fu di accertare collo loro acclamazioni, che l’Imperatore e l’Imperatrice erano stati preservati.
Fin dalla prima esplosione, numerosi becchi di gaz che illuminano la facciata del teatro, s’erano spenti pel solo effetto della scossa; i vetri del vestibolo e delle case vicine erano piasi tutti volati in frantumi; la vasta tettoia che protegge l’ingresso era traforata in molte parti, benché solidissima. Infine, sui muri, sul pavimento stesso della via Lepelletier, si vedevano profonde tracce di proiettili d’ogni forma e di ogni grossezza.
La carrozza imperiale era propriamente crivellata: fu colpita nelle sue varie parti da settantasei proiettili. Dei due cavalli della muta, l’uno colpito da 25 ferite era morto sull'istante; l’altro gravemente ferito si dovette ammazzare. Parecchi proiettili avevan penetrato nell’interno della vettura; e il generale Roguet, seduto sul davanti, aveva ricevuto nella parte superiore e laterale destra del collo sotto dell'orecchia una contusione violentissima, che determinò un’enorme effusione di sangue, e si estese lino alla clavicola, con molta gonfiezza.
L’Imperatore e l’Imperatrice non discesero di carrozza se non dopo l’ultimo scoppio; e si mostravano solleciti dei soccorsi da recare alle vittime. Infatti sul suolo sparso di frantumi e inondato di sangue, giacevano molti feriti, parecchi de' quali mortalmente. Le verificazioni giudiziarie, certo ancora al disotto della verità, stabilirono che 156 persone erano state colpite, e il numero delle ferite, egualmente verificato dai periti medici, non ascende a meno di 511. In questa lunga lista di vittime si annoverano 21 donne e 11 fanciulli, 13 lancieri, 11 guardie di Parigi, e 31 agenti, o preposti della prefettura di Polizia.
Conviene aggiungere, per finire il quadro che offriva in quel punto la via Lepelletier, che oltre i due cavalli della muta imperiale, 24 cavalli di lancieri erano stati colpiti, due fra i quali morirono all’istante, e tre altri la dimane.
Erasi trasportato all'ospedale Laribosière, il signor Batv, guardia di Parigi, e il signor Riquier, impiegato all'intendenza del principe Gerolamo. Il primo aveva ricevuto nove ferite, una delle quali avea traversato l’osso frontale al disopra dell’occhio sinistro, e un’altra nel lato sinistro del petto aveva lacerato i visceri. Il secondo portava undici ferite, di cui una in mezzo alla fronte aveva pure traforato il cranio; e penetrato nel cervello, e quattro altre nell’addome aveano trapassati gl'intestini in tre parti. Questi due infelici spirarono nella giornata del 15 gennaio.
Nella sua relazione in data del 23 gennaio, il dottore Tardieu, medico deputato della Giustizia, dopo aver classificati i feriti in parecchie categorie, secondo la gravità delle lesioni riconosciute, avea stabilite le conclusioni seguenti:
Le più delle ferite penetravano nella profondità degli organi, e malgrado la loro poco estensione apparente, determinarono lacerazioni e disordini ragguardevoli: quelle piaghe in grazia della natura dei proiettili ineguali, irregolari e ardenti che le penetrano; in grazia della loro strettezza e profondità, si complicano di effusione di sangue, di flegmosi, di dolori nevralgici, che aumentano molto la loro gravità. Due delle vittime soccombettero,. altri nove sono ancora in pericolo di morte: alcuni dei feriti resteranno certamente affetti d’infermità incurabili.»
Queste tristi previsioni vennero pur troppo giustificate dal fatto. L’11 febbraio una relazione suppletoria del dottore Tardieu verificò il decesso di sei nuove vittime, cioè:
1. Haas, negoziante americano, morto il 26 gennaio in seguito d’una ferita sul cucuzzolo, che produsse una lesione al cervello;
2. Raffìn, ferito nell’occhio, soccombette il 27 gennaio ai progressi dell’infiammazione flegmonosa, che dall’orbita passò al cervello;
3. Dussange, morto il 5 febbraio in seguito d'una piaga alla testa, accompagnata da una frattura del cranio;
4. Chassard, la cui morte, avvenuta il 6 febbraio, devesi ad una infezione purulenta, che fu conseguenza diretta delle ferite toccate;
5. Dalhen, guardia di Parigi, morto parimente l'8 febbraio, d’un infezione purulenta, che dichiarossi in seguito ad una profonda ferita al braccio ond’era colpito;
6. Infine, Wateau, che mori l'8 febbraio quasi subitamente, in seguito alflegmone che venne a complicare le sue ferite.
La morte e i patimenti di tante vittime provenivano dall'esplosione di proiettili cavi, ch’erano stati lanciati nell’ultima fila dei curiosi che occupavano il marciapiede dall’altro lato della Lepelletier, dinanzi alla casa che porta su questa via il N. 21, in faccia all’entrata principale del peristilio dell’Opera: il che risulta dalla deposizione del testimonio Michot, sotto-brigadiere delle guardie di città, il quale trovavasi, nel momento dell'attentato sotto la tettoia, a piè dei gradini del peristilio. Questo fatto venne del resto confermato dalle dichiarazioni degli accusati Gomeze Rudio, e per ultimo da quelle d’Orsini stesso.
Alcuni minuti soltanto prima dell’attentato, l’uffiziale di pace Hebert procedeva all'arresto di Pieri in viaLepelletier, presso alla via Rossini. Bandito di Francia nel 1852, indicato da quattro giorni con un dispaccio del ministero di Francia a Bruxelles, come venuto a Parigi il 9 gennaio insieme con un altro per uccidere l’imperatore, Pieri veniva sollecitamente ricercato dalla Polizia. Può dirsi che l’accortezza e l’energia dell’uffiziale di pace, il quale operò quell’arresto importante, contribuirono grandemente alla salvezza dell'imperatore. Pieri fu trovato portatore di una bomba fulminante, di una pistola revolver da cinque colpi carica, di un pugnale, di un biglietto di Banca d’Inghilterra di 20 lire sterline, di una somma di 375 fr. in oro e argento di Francia.
Un’altra bomba fulminante, affatto simile a quella presa a Pièri, fu raccolta dal testimonio Villaume al risvolto delle vie Lepelletier e Rossini, nel canale presso al marciapiede, a canto d’unastriscia di sangue lunga circa due metri. Alcuni istanti dopo,Quinet,Brigatiere delle guardie di città rinveniva un po’ più lungi nella Via Rossini, quasi in capo alla via Lafitte, una pistola revolver da sei colpi carica, che avea nella sottoguardia una macchia di sangue. Queste due prove, rimesse incontanente ad un uffiziale di pace, poi da costui ad un commissario di Polizia, vennero deposte prima in un armadio chiuso, appartenente al gabinetto medico del teatro dell’Opera, e mandate la sera stessa alla Prefettura di Polizia.
Intanto, fin dai primi istanti, le più sollecite indagini erano state ordinate nelle case della via Lepelletier, in faccia al teatro; colà trovasi la trattoria Broggi. Un uomo all’aspetto forestiero vi si era rifugiato; l’estremo turbamento di cui era in balia, alcune parole miste a lacrime, in cui si facea menzione del suo padrone, attirarono l’attenzione e bentosto i sospetti su di lui; viene arrestato. Alle prime domande che gli si fecero, rispose chiamarsi Swiney, ed esser domestico a servigio di un Inglese.
Nella sera medesima una pistola revolverdacinque colpi carica era scoperta dal testimonio Diot, garzone, sotto di uno scaffale nella trattoria Broggi. E inutile d’aggiungere fin d’ora, come un fatto stabilito dall'informazione, Ch'era Swiney, il quale aveva nascosta quella pistola nel luogo indicato.
A un’ora dei mattino un commissario di Polizia si presentò all’albergo di Franceet Champagne, Via Montmartre, N. 132, a Parigi, dove Pieri avea dichiarato di alloggiare con un altro, e là, in una stanza con due letti, si trovò un giovine coricato mezzo vestito, il quale dichiarò chiamarsi Da Silva. Egli aveva un passaporto con questo nome, dato a Londra il 6 gennaio 1858 dal console generale di Portogallo, e firmato nella stessa città per la Francia il 7 gennaio dal console francese.
Il preteso Da Silva era il compagno di stanza con cui Pieri avea dichiarato d’alloggiare all’albergo di Franco et Champagne. Pieri stesso erasi fatto inscrivere nel registro di Polizia di quell’albergo sotto il nome di Andrea; ma in un sacco da notte, che gli apparteneva, si prese un passaporto in lingua tedesca, dato a Dusseldorf (Prussia) l'8 febbraio 1856 a Giuseppe Andrea Piereyper recarsi in Inghilterra, e portante tre firme, l’ultima delle quali era stata posta a Birmingham per il Belgio il 2 gennaio 1858 dal console generale del Belgio. AI solo guardare il passaporto era facile di riconoscere ch’era stato alterato, e che il nome di Pieri, originariamente scritto cosi, era stato mutato in quello di Pierey. Si scoperse inoltre in un cassettone chiuso a chiave, di cui bisognò sforzare la serratura, un pugnaletto, una pistola revolver da cinque colpi carica, e una somma di 275 franchi.
In fine venne accertato dalle dichiarazioni della gente dell’albergo, conformi del resto alle menzioni inscritte sul registro della Polizia, che Andrea Pieri era entrato all’albergo di Franco et Champagne il 7 gennaio in compagnia di un certo Swiney, e che il 12 Swiney era stato surrogato dal Da Silva.
Il solo ravvicinamento di questi nomi di Pieri e di Swiney sarebbe bastato a mostrare alla Giustizia ch’era nella via della verità. Il sedicente Swiney, interrogato dopo il suo arresto sul luogo della sua dimora, aveva indicato l'albergo di Saxe-Cobourg, via St-Honorè, N. 223. Un commissario di Polizia fu incaricato di recarvisi nella notte stessa, a due ore e mezzo del mattino, e vi trovò coricata nel letto di Swiney una certa Menage, che venne arrestata, ma più tardi rimessa in libertà per ordine del tribunale.
Le indagini fatte nella stanza portarono il sequestro di un passaporto col nome di Swiney, dato a Londra per Parigi il 24 aprile 1857 dal console generale di Francia. Il prigioniero, presente alla perquisizione, venne frugato, e gli si trovò in dosso la somma di fr. 267, si verificò ch’egli era entrato all’albergo di Saxe-Cobourg il 12 gennaio, cioè il dì stesso che Da Silva avea preso il suo posto all’albergo di Franco et Champagne, e Ch'era stato condotto dal portinaio della casa posta in via Monthabor, N. 10, quale domestico di un inquilino di quest'ultima casa. Invitato a far conoscere il nome del suo padrone, il preteso Swinev rispose che il padrone chiamasi Allsop, e ch’ei lo serviva da un mese.
Senza por tempo in mezzo, il commissario di Polizia, che era stato all’albergo di Saxe-Cobourg, recossi in via Monthabor, N. 10, al domicilio dell'individuo designato sotto il nome Allsop. Ei lo trovò coricato con una ferita al capo senza gravità, ma da cui dovette uscire sangue in abbondanza. Il preteso Allsop dichiarossi inglese e negoziante di birra. Gli si sequestrò: Un passaporto col nome di Tommaso Allsop, dato a Londra il 15 agosto 1851, munito della firma di Palmerston e di molte altre, le due ultime poste a Londra, cioè per il Belgio, il 24 novembre 1857 dal viceconsole del Belgio, e per hi Francia il 28 novembre 1857 dal console generale di Francia; una carta di visita col nome di Tommaso Allsop; una somma di fr. 8,125 composta di 500 fr. in oro di Francia, e di 7,025 fr. in banconote
Nel mattino della dimane, 15 gennaio, una perquisizione fece scoprire in una scuderia appartenente alla casa un cavallo, di cui il sedicente Allsop era padrone.
Così, in poche ore soltanto, s’erano potuti incarcerare quattro uomini, che l’informazione ha in seguito convinti d’essere gli autori diretti dell’attentato. La giustizia non tardò nemmeno lungamente a spogliare i quattro accusati dei finti nomi sotto dei quali aveano voluto celarsi, e cavare da loro stessi la confessione della loro vera personalità.
Fin da principio crasi riconosciuto Pieri (Giuseppe Andrea) d’anni 50 nato a Lucca in Toscana.
Il falso Allsop dovette pur confessare di essere Felice Orsini d’anni 39, nato a Meldola (Stati romani).
Il preteso Swiney non era altri che Gomez (Antonio) d'anni 29, nato a Napoli.
Infine Da Silva fu costretto a ripigliare il suo nome di Carlo Rudio, d’anni 25, nato a Belluno (Stato veneto).
L’arrosto di queste persone era stato accompagnato, come s’è veduto, dal sequestro degli strumenti dell'attentato, e particolarmente due bombe fulminanti, simili (secondo ogni apparenza) a quelle di cui erasi fatto un sì terribile uso.
I periti deputati della Giustizia ebbero l’incarico di esaminare la bomba presa dalle mani di Pieri, e le quattro pistole revolver di cui si è fatta menzione di sopra.
Tre di queste pistole sono di fabbrica inglese; una sola, quella trovata nella trattoria Broggi, esce dalla fabbrica di Liège, infine tutte quattro erano cariche di palle coniche, e fornite di capsule fabbricate in Inghilterra. I periti Devisme e Caron da una parte, dall'altra il capo di squadrone Pivet, hanno accertata con verificazioni diligenti ed esperienze reiterate la potenza micidiale della bomba Ch'era stata loro rimessa.
Questa bomba consiste in un cilindro cavo di ferro fuso comune e fragilissimo, composto di due parti congiunte dal passaggio d’una vite praticato nello spessore delle pareti. La sua altezza totale è di 9 centimetri, e 5 millimetri; il suo diametro in larghezza è di 7 centimetri e 3 millimetri. La parte inferiore è armata di 25 foconi, guerniti di capsule, attraversanti tutta la grossezza delle pareti, e disposti in guisa da far convergere il fuoco delle capsule sulla carica posta nell’interno. Le pareti hanno una grossezza ineguale: maggiore nella parte inferiore, ove giunge fino a 3 centimetri; assai minore nella parte superiore ove discende fino a soli 5 millimetri; talché il proiettile si rivolge da sé nella sua caduta, e ricade necessariamente dal lato più pesante sulle capsule, destinate a produrre lo scoppio. Nella parte superiore v’ha un buco per introdurre la carica, chiuso ermeticamente da una vite di 2 centimetri di grossezza. La capacità interiore è di 120 centimetri cubi; se ne è estratta una sostanza di un color bianco leggermente giallastro, fina, cristallina, pesante, che venne riconosciuta per fulminato di mercurio puro e senza mistura. La quantità estratta, che formava la carica del proiettile, era di 130 centigrammi almeno, ed occupava 84 centicubi, cioè più di duo terzi della capacità interiore. Il peso della bomba non carica è di un chilogr. e 337 gr.
Dopo aver tolta la carica e rimesse le capsule, i periti lasciarono a più riprese cadere il proiettile sopra un suolo ammattonato, dall’altezza di soli 50 centimetri; vi ebbe ogni volta scoppio d’una o più capsule. Lo hanno poi lanciato dall’altezza della cintola, a 5 o 6 centimetri avanti, e sempre la caduta determinò l’esplosione delle capsule.
A questi particolari, che si riferiscono specialmente alla bomba presa a Pieri, conviene aggiungere, come venne stabilito in seguito dalle confessioni di Gomez e Rudio, che due delle tre bombe scagliate contro l’Imperatore erano più grosse delle altre.
Da ultimo, parecchie scheggio, che cagionarono tanti strazii, poterono mostrarsi ai periti: una di quelle scheggio estratta dal corpo di un cavallo, pesava un ettogramma. Il semplice loro aspetto, dissero i periti, basta a convincere dell’effetto micidiale che possono produrre.
Le ultime dichiarazioni fatte nell’istruzione dagli accusati presenti, sotto il peso delle prove accumulate contro di loro, permettono di fissar l’origine e seguire gli andamenti della congiura che li menò all’attentato del 14 gennaio.
Orsini medesimo spiega, che sul cominciare del 1857 trattossi fra Pieri e lui d’uccidere l’Imperatore: quel disegno venne comunicato a Bernard e all’inglese Allsop; qualche parola se n’era anche tenuta con un italiano per nome Carlotti.
Nel giugno del 1857, Gomez passando a Birmingham andò a veder Pieri, e n’ebbe una lettera commendatizia per Orsini, il quale allora stava a Londra. Dato, come asserisce Gomez, ch’egli abbia veduto Orsini per la prima volta in quella congiuntura, non v’ha dubbio che pur quella raccomandazione di Pieri non si riferisse ai disegni d’attentato già concepiti.
Nell'ottobre del 1857, avendo Gomez incontrato Orsini e Bernard in una via di Londra, il primo l’invitò ad andarlo a vedere la dimane a casa sua. — In quella visita, disse Gomez, Orsini gli fece notare che il profeta (così egli chiamava Mazzini) sciupava tutte le sue forze, e che le sue imprese non riuscivano che a far fucilare uomini inutilmente; poscia gli propose di associarsi al disegno che egli avea fatto per eccitare una sollevazione in Italia. —
Fin d’allora cominciarono a pensare alla fabbricazione delle bombe destinate ad uccidere l’Imperatore. Orsini ne aveva fatto eseguire il modello in legno da un tornitore; ma la sua condizione di straniero potendo impedirgli di trovare in Inghilterra un fabbricante, il quale consentisse a prestargli il suo concorso, si fu l’inglese Allsop che tolse sopra di sò quella cura. Egli si rivolse al signor Taylor, ingegnere meccanico a Birmingham. Sotto il dettato di Orsini, Bernard scrisse una nota d’istruzioni per il Taylor, la quale porta la data del 16 ottobre 1857, e va unita alla procedura: i particolari ch’essa contiene concordano esattamente colla descrizione già. fatta delle bombe che servirono all’attentato. Quattro lettere vennero scritte da Allsop al sig. Taylor per accelerare la fabbricazione de' suoi così detti modelli, il 17, 19, 21, 23 novembre del 1857.
Infine con un’ultima lettera, in data del 28 novembre, unita agli atti come le precedenti, Allsop spedì al sig. Taylor un mandato postale di 2 lire, 6 scellini, 6 pence, pel prezzo del lavoro eseguito.
Frattanto parve che Gomez desse qualche motivo di diffidenza ai capi della congiura; e Orsini l’avea mandato a Birmingham, dove Pieri dovea sorvegliarlo. Di là, in data del 3 novembre 1857, egli sciasse ad Orsini una lettera, in cui attesta la sua fedeltà in termini che, sebbene ravvolti in certe simulazioni mostrano abbastanza ch’egli aveva piena conoscenza di ciò che trattavasi di fare: «Ora, diceva egli, vengo a domandare a V. S. se mi crede abbastanza degno della sua fiducia per adempiere la missione che mi vorrà affidare. Il signor Orsini sa bene ch’io non sono indotto a far le cose per interesse; non è il danaro che mi fa parlare, ma bensì il sentimento e l'amore che ho sempre portato e che porto alla patria comune.»
Radio s’offrì del pari spontaneamente per concorrere ai disegni de' suoi complici. Spiegò egli stesso come nel mese di novembre 1857 il Carlotti gli avesse chiesto il suo indirizzo da parte di Orsini, il quale potea aver mestieri di lui. Passate alcune settimane senza che quella entratura avesse altro seguito, Rudio scrisse ad Orsini, ch’egli credeva allora a Birmingham, una lettera che fu aperta da Pieri, il quale si incaricò di rispondere. La risposta di Pieri, pervenuta a Rudio il giorno di Natale, esortava ed aver pazienza, e gli annunziava la visita di un signore che passerebbe da lui.
Rudio scrisse allora il 20 dicembre un’altra lettera, nella quale, per ispirare senza fallo maggiore fiducia, invitava Pieri a stare in guardia da Carlotti e da un altro italiano, detto Riazzi. Parlava altresì di sollecitazioni, che riceveva da parte d’una impresa rivale, e il significato delle sue parole fu poscia spiegato da lui nell’istruzione. Intendevo con ciò, diss’egli, Mazzini e i suoi amici; poiché infatti io aveva veduto Massarenti ed altri mazziniani ben noti aggirarmisi d’intorno.»
Mentre questo carteggio scambiavasi tra Pieri e Rudio, Orsini sotto il finto nome di Allsop, aveva già lasciato l’Inghilterra per recarsi a Parigi. Fecesi firmare a Londra il passaporto di Tommaso Allsop, il 24 novembre 1857 per il Belgio, e il 28 dello stesso mese per la Francia; il 29 egli veniva ad alloggiare a Bruxelles nell’albergo d’Europa, Piazza Reale, N. 1.
Alcuni giorni dopo Bernard giungeva pure a Bruxelles con un passaporto pel Belgio, dato il 7 dicembre dal Console generale di Francia in Londra. Egli s’era riserbata la cura di far pervenire a Bruxelles le bombo fabbricate dal signor Taylor.
Perciò era ricorso al signor Giuseppe Georgi, che ha un fratello proprietario del caffè svizzero a Londra, e doveva recarsi a Bruxelles per avere un impiego nel caffè dotto anche svizzero, piazza della Mannaie, N. 6. Il signor Giuseppe Georgi entrò nel Belgio da Ostenda il 6 dicembre 1857. Nella sua partenza da Londra, Bernard gli consegnò dieci mezze bombe (cioè cinque divise in dieci pezzi) dicendogli che erano apparecchi di nuova invenzione pel gaz, e che un Inglese abitante nella città di Liègeverrebbe a prenderle lui, al caffè svizzero, a Bruxelles. Il signor Georgi presentò infatti quegli oggetti alla dogana di Ostenda come apparecchi pel gaz; pagò il dazio che gli venne richiesto, e, giunto a Bruxelles, aspettava indarno l’Inglese, che gli era stato annunziato, quando lo stesso Bernard si presentò per ripigliare le bombe.
All’albergo d’Europa ov’era disceso sotto il finto nome di Allsop, Orsini aveva annunziato che voleva recarsi a Parigi, ma che per partire aspettava la venuta di un amico, il quale non era altri che Bernard; ed in effetto non sì tosto Bernard fu a Bruxelles, che si vide il finto Allsop prepararsi alla partenza.
Egli aveva comprato un cavallo che un uffiziale delle guide desiderava di vendere; ed a colui che doveva condurgli il cavallo a Parigi, commise di portare eziandio le bombo depositate presso il signor Giuseppe Georgi. Ad istanza di Bernard e d’Orsini, Georgi indicò un Zeguers, garzone del caffè svizzero; e l'11 di dicembre messo il cavallo in un vagone della ferrovia, Zeguers sul punto di partire ebbe da Georgi l’incarico di portare in un sacco le dieci mezze bombe. Zeguers, secondo quello che gli era stato detto, le dichiarò alla dogana come nuovi apparecchi pel gaz, e vennero stimate di si poco valore che nessun dazio ebbero a pagare.
Orsini per venire a Parigi aveva preso lo stesso treno di Zeguers. Arrivando la mattina del 12 dicembre alla stazione, diede una carta a costui, commettendogli di menare il suo cavallo in un albergo, che Zeguers probabilmente per errore disse che era in via Rivoli, ma che, secondo ogni apparenza, non è altro che l’albergo di Lille et Albion via Saint-Honorè, N. 223, dove Orsini entrò effettivamente il 12 dicembre. Zeguers dichiarò nell’istruzione, che aveva rimesse le dieci mezze bombe in mano di un garzone dell’albergo; e Orsini dal canto suo racconta, nell’ultimo interrogatorio, che pochi momenti dopo la sua entrata nell’albergo, essendo sceso nell’anticamera, aveva veduto tutti i pezzi di bombe riposti sopra un canapè, a canto della spazzola e della striglia del suo cavallo, e che s’era affrettato a riprenderli per portarli nella sua stanza.
Il testimonio Zeguers non passò nemmeno a Parigi la notte del 12 al 13 dicembre, e ripartì per Bruxelles la sera del suo arrivo, dopo avere spesa tutta la giornata in visite che non parvero dare alcun sospetto. Di ritorno a Bruxelles dichiarò di aver riveduto Bernard qualche giorno appresso; e avendogli detto che aveva menato a Parigi il cavallo dell'' inglese, Bernard rispose che lo sapeva.
Orsini dimorò appena tre giorni all’albergo di Lille et Albion, ov’era disceso arrivando a Parigi. Il 15 dicembre andò ad alloggiare in un appartamento mobigliato, via Monthabor N. 10, a pianterreno. Il suo cavallo che dapprima era stato posto in una scuderia del vicinato, non tardò parimente ad essere menato in un’altra, appartenente alla stessa casa.
I coniugi Morand, portinai di quella casa, depongono che egli facea frequenti passeggiate a cavallo, e che nei primi di non riceveva se non rare visite; fra le altre però il testimonio Morand potè nominare quelle di Hodge e Outrequin, de' quali si terrà in seguito discorso.
Comparve bentosto Pieri, dicendosi tedesco, come Orsini si spacciava per inglese; indi Gomez, condotto da Pieri per domestico d’Orsini; e poi Radio, che faceva da commesso viaggiatore per commercio di birra.
L’informazione verificò in modo certissimo l’epoca in cui i tre ultimi accusati lasciarono l’Inghilterra per venire a raggiungere Orsini a Parigi, e il loro viaggio con tutte le sue circostanze.
Il 6 gennaio Pieri e Gomez partirono insieme da Birmingham, si fermarono a Londra in casa di Orsini, Grafton-Street, N. 2. Gomez dichiara, che ivi sopra un camino vide una bomba, la quale non aveva allora né focone, né capsule. Bernard li aspettava; è desso che rimise a Gomez il passaporto col nome di Peter Bryan Swiney; sequestrato poscia a quest’ultimo. Quanto a Pieri, egli era munito di un passaporto sequestratogli del pari più tardi, e col suo vero nome alterato e mutato in quello di Pierey.
Partiti di Londra il dì stesso, 6 gennaio, Pieri e Gomez sbarcarono a Calais il 7, ad un’ora e quarantacinque minuti del mattino, col corriere inglese che veniva da Dowres. Partirono incontanente per Lille, ove li condusse la ferrovia del mattino. Lasciato Gomez a Lille per alcune oro, Pieri prese la via di Bruxelles, ed arrivò così per tempo da passarvi la maggior parte della giornata. La Giustizia non riuscì certamente a conoscere a pieno l’uso che fece Pieri del tempo passato quel di a Bruxelles; ma certo è che ne riportò una nuova bomba. Sia che dopo la partenza d’Orsini per la Francia, Bernard avesse depositato a Bruxelles nuovi strumenti di morte; ovvero che una delle bombe già venute da Londra fosse stata dimenticata a Bruxelles da Orsini o da Zeguers, il signor Georgi era ancor depositario il 7 gennaio di una palla di metallo, che parecchi testimoni videro presso di lui e la cui descrizione fatta da loro non ammette dubbio sulla sua identità con quelle che servirono all’attentato.
Conforme alla raccomandazione espressa di Bernard, Georgi doveva rimettere quella bomba alla persona che gli presenterebbe uno scritto concertato prima. D’altra parte, risulta dalle dichiarazioni di Gomez che il 6 gennaio, in casa d'Orsini, a Londra, Bernard disse a Pieri in sua presenza, di passare a Bruxelles per prendere un coperchio che il padrone avea dimenticato. Pieri infatti si presentò a Georgi nella giornata del 7 gennaio, mostrò lo scritto, e ricevette l’oggetto indicato. Parecchi testimoni confermarono su questo punto le dichiarazioni del Georgi stesso. Cosi un certo Mekenheim accompagnava Pieri nella sua visita a Georgi; il Mekenheim fu da Pieri incaricato di conservare e portar quell’oggetto per una parte della giornata, e benché fosse involto nella carta, potevano ambidue fornire sulla sua natura, sul peso, e sulla forma, le spiegazioni più precise e concludenti.
Pieri riprese a Bruxelles, il 7 gennaio, il treno che partiva per Parigi a sette ore di sera. Passando a Lille, Gomez, che l’aspettava, sali con lui, e la prima lor cura, giunti a Parigi, si fu di recarsi alla dimora d’Orsini, via Monthdbor N. 10.
L’accusato Radio non fu meno puntuale all’appello che gli si fece. Fin dal 2 gennaio egli aveva ricevuto presso di se a Londra la persona di cui Pieri nella sua letterii del giorno di Natale gli aveva annunziata la visita; quella persona era Bernard, il quale si diede a conoscere a Rudio; gli rimise 14 scellini, ag giungendo, che penserebbe egli a procacciargli un passaporto, per la partenza; e da ultimo lo invitò a star pronto per la partenza.
L’8 gennaio Bernard faceva a' Rudio una seconda visita, ed in sua assenza lasciava a sua moglie un biglietto, che Rudio dovea portare a Grafton-Street, N. 2, dove, aveva egli detto, gli sarebbe dato qualche cosa.
Rudio andò colà, cioè in casa d’Orsini, e ne riportò un paio di occhiali d’oro, che doveva servirgli per segnale di riconoscimento. La sera dello stesso giorno Bernard ritornò una terza volta presso Rudio, gli diede una nuova somma di 14 scellini, il passaporto col nome di Da Silva, sequestratogli più tardi, e un biglietto della ferrovia sino a Parigi, per la mattina seguente. Ed infatti sabato, 9 gennaio, Rudio lasciò Londra dopo ricevuta da Bernard la raccomandazione di recarsi, appena giunto a Parigi, in via Monthabor N. 10 presso Allsop, e di rimettergli il paio d’occhiali d’oro per farsi riconoscere.
La domenica 10 gennaio, alla sera, Rudio presentavasi una prima volta a casa di Orsini senza trovarlo; tornò la mattina seguente, e lo vide.
Così i quattro principali accusati erano riuniti a Parigi, presti ad eseguire il disegno da lungo tempo meditato. Nei quattro giorni che trascorsero da quell’istante fino all’attentato, frequenti relazioni si stabilirono, e molte visite si scambiarono tra loro.
Gomez era entrato presso d’Orsini in condizione più apparente che reale di domestico. Egli, come si è già veduto, aveva alloggiato prima con Pieri, via Montmartre, albergo di France et Champagne, ma bentosto, cioè il 12 gennaio, venne a prendere una stanza nell’albergo di Saxe-Cobourg, via Saint-Honorè N. 223.
Rudio, come pure si è notato, spacciavasi per un commesso viaggiatore che cercava di vender birra; ma la dimane della sua visita ad Orsini la sua vera condizione dinanzi a quest’ultimo appariva perfino agli occhi del portinaio, il quale racconta, che la mattina dell’11gennaio, essendo entrato nell’appartamento d’Orsini, Io trovò a far colazione con Pieri: Gomez li serviva, e Rudio era nell'atteggiamento d’un mercante che profferisce il suo servizio.
Dopo un quarto d’ora il portinaio, ch’era uscito, rientrò all’impensata, e questa volta trovò Rudio seduto a tavola presso d’Orsini e Pieri, che conversava liberamente con loro, laddove Gomez appoggiato al camino ascoltava la conversazione.
Un altro fatto mostrerebbe, occorrendo, l’intimità che passava già tra gli accusati. Rudio non aveva alloggio in Parigi: fu Pieri che si diede la briga di fornirgliene uno; e lo condusse all’albergo di France et Champagne, dandogli nella sua propria camera il posto che Gomez stava per abbandonare.
Il dì stesso o la dimane dell’arrivo di Pieri e di Gomez a Parigi, Orsini comprò una pistola dall’armaiuolo Devisme, ed è quella che venne raccolta dopo l'attentato sul lastrico della via Rossini. Dalla testimonianza di Plondeur, impiegato presso Devisme, risulta che, facendo quella compra, Orsini era accompagnato da Pieri; risulta inoltre, che quella pistola avendo d’uopo di qualche riparazione, fu commesso a Gomez di andarla a prendere il martedì, 12 gennaio. «Egli pareva che avesse premura, disse il testimonio, e mostrava grande impazienza per ottenere che quell’arma gli fosse rimessa senza alcun indugio.»
Le altre pistole revolvers che figurano tra i corpi del delitto erano state comprate in Inghilterra presso Hollis e Sheath, di Birmingham, come l’informazione provò fuori d’ogni dubbio. Pieri, accompagnato da un’altra persona, ne comprò due il 29 ottobre 1857, e sono quelle che portano i numeri 5561 e 5609, e che vennero sequestrate l’una su Pieri, l’altra nella sua camera, all’albergo di France et Champagne. É anche lui che il 23 novembre seguente comprò la terza pistola, che porta il numero 5841, e che fu abbandonata da Gomez nella trattoria Braggi.
L’informazione scuopri eziandio che due delle pistole, quelle coi numeri 5561 e 5811, furono spedite d’Inghilterra da Bernard a Orsini, mediante il signor Outrequin, commissionario di merci, via Saint Denis N. 277. Questi avea per lo innanzi avuto qualche relazione coll’accusato Bernard, relazione che sembra incominciata nel caffè Svizzero a Londra.
Nei primi mesi del 1857 un Inglese per nome Hodge, che viaggiava in Francia, venne raccomandato da Bernard a Outrequin, in una lettera dell’8 dicembre 1857, che va unita al processo in favore di Orsini, sotto il falso nome di Allsop. V’ ha pure negli atti una seconda lettera di Bernard a Outrequin, che ringraziandolo della buona accoglienza fatta a Hodge, lo prega di riceverlo ed aiutarlo ancora in un nuovo viaggio che stava per fare a Parigi. Questa seconda lettera, fu scritta, come l’altra relativa al preteso Allsop, nel corso del dicembre 1857. Bernard proponeva ad Outrequin, quasi per occasione, d’incaricarsi mediante un diritto di commissione di collocare a Parigi alcune armi di lusso della fabbrica di Birmingham. E Outrequin avendo risposto di sì, nei primi giorni di gennaio, con lettera di Bernard unita agli atti, come le precedenti, ebbe avviso della spedizione di due pistole revolvers, a titolo di campione.
Outrequin era invitato a vendere quelle armi por 150 franchi l’una, ma insieme Bernard l’autorizzava a darle al suo amico Allsop, se costui le stimasse di sua convenienza, senza riscuoterne il prezzo. Le due scatole contenenti quelle pistole vennero effettivamente rimesse da Outrequin, cioè la prima l'8 di gennaio ad Orsini, e la seconda il 10 di gennaio a Pieri.
Non restava più che da caricare le bombe, principali strumenti dell’attentato. La polvere fulminante adoperata a tal uso pare che sia stata fabbricata da Orsini medesimo, o almeno col suoconcorso.
L’informazione rivela ch’egli ebbe in Inghilterra relazioni con un professore di chimica, dal quale aveva ricevuto lezioni e consigli, di cui per fermo quest’ultimo non sospettava il vero scopo. D’altra parte Rudio dichiara che Orsini gli ha sempre detto essere lui stesso inventore e fabbricatore della polvere fulminante di cui erasi servito. Gomez ne è convinto parimente, benché Orsini non gli abbia mai fatto su questo punto alcuna confidenza; ed aggiunge, che quando Orsini venne l’ultima volta da Londra a Birmingham, avea la palma delle mani e la punta delle dita scottate, e che disse a Pieri quelle scottature provenire dalle sue esperienze.
Tuttavia Orsini non confessa di essere l’autore di quella fabbricazione; pretende che la polvere fulminante venne fatta a Londra da taluno, ch’éi non vuol nominare; ma riconosce di averla portata egli stesso da Londra nel Belgio, poi dal Belgio a Parigi: ed entra in particolarità assai minute sulle precauzioni che per ciò dovette usare. Egli avea messa quella sostanza pericolosa nel suo sacco da notte, dopo averla involta nella biancheria e nella carta, ch’egli di tratto in tratto inumidiva. La carta così bagnata pesava circa due libbre inglesi. Mentre dimorava in via Monthdbor, attese a disseccare la sua polvere fulminante, dapprima esponendola all’aria; poi, non asciugandosi cosi presto, mettendola presso del fuoco: la quale operazione era piena di pericoli. Orsini stava davanti al camino coll’orologio in una mano e col termometro nell’altra, a fine di misurare esattamente le condizioni di tempo e di calore, in cui la polvere fulminante potea rimanere vicino al fuoco. «Rischiavo, disse egli nel suo ultimo interrogatorio, di farmi saltare in aria e con me tutta la casa.»
Riempite le bombe fino alla metà incirca della loro capacità interiore, Orsini le chiuse mediante le viti adattate ai buchi della parte superiore di ciascun proiettile. Egli dichiara di essere stato aiutato in quel lavoro da Gomez, il cui polso, pili saldo del suo, maneggiava il cacciavite con più vigore.
Era finalmente arrivato il 14 gennaio. Quel dì Orsini usci a 9 ore e 55 minuti del mattino in una vettura della Compagnia Imperiale, che porta il N. 5180, ed era condotta dal cocchiere Barthey. Egli andò prima in via Saint Denis, N. 277, presso Outrequin, ove domandò se erano giunte notizie di Bernard; e sulla risposta negativa, sembrò vivamente contrariato. Si fece poscia condurre in via di Miromesnil, indi all’albergo di Franca et Champagne presso Pieri e Rudio, ove congedò la vettura: mancava poco a 11 ore.
Dal canto suo Gomez venne a visitare Pieri e Rudio all’albergo di France et Champagne, vi giunse mentre facevano colazione. Egli era a cavallo; i coniugi Morand, portinai di via Monthabor, N. 10, dichiararono infatti che quel giorno Gomez era uscito verso mezzodì sul cavallo d’Orsini, e non era rientrato che verso 3 ore. La Morand vide Orsini e Gomez uscire ancora ambidue fra 4 e 5 ore. Si verificò che intorno all’ora stessa Orsini andò una seconda volta presso Pieri e Rudio.
Fra 6 e 7 ore di sera Orsini rientrò in casa con Gomez, il quale l’accompagnava e l’aveva aspettato alcuni momenti sotto il portone. Vennero bentosto raggiunti da Pieri e da Rudio; poi finalmente uscirono tutti quattro insieme: allora si diressero verso il teatro dell’Opera.
Sull’ora precisa di quest’ultima uscita v’ha contradizione fra le risposte degli accusati e le deposizioni di parecchi testimoni. Gli accusati persistettero sino all’ultimo a sostenere ch’erano le otto quando partirono dalla via Monthabor, ma il testimonio Debarge, cocchiere al servizio d'un abitante della casa medesima ove dimorava Orsini, era in quel punto sotto il portone; li vide uscire tutti quattro: notò perfino che Gomez portava nella mano sinistra qualche cosa, che era involta in un fazzoletto rosso; e questo testimonio afferma nel modo più positivo, che a fiorii non erano ancora le sette.
La dichiarazione di Debarge dev’essere confrontata con quella ancor più grave di un altro testimonio, Kim, cantoniere, impiegato a spazzare le strade. La sera del 14 gennaio a Kim era stato commesso di spargere della sabbia nel passaggio riservato per l’ingresso dell’Imperatore al teatro dell’Opera. Verso le sette o le sette un quarto al più, ne fece uscire quasi per forza, malgrado delle loro ingiurie e minaccio, due persone che voleano rimanervi senza far caso delle sue ammonizioni. Confrontato nell’istruzione coi quattro accusati presenti, Kim non riconobbe né Orsini né Gomez, ma dichiarò di riconoscere positivamente Pieri e Rudio.
Comunque sia, la presenza dei quattro accusati sul luogo dell’attentato non potè negarsi da loro, nemmeno allorché credevano di potersi chiudere in un sistema assoluto di negazioni. Pieri e Gomez infatti erano stati arrestati, il primo alcuni minuti prima dello scoppio in via Lepelletier, il secondo poco dopo nella trattoria Broggi. Rudio si restrinse ad un tentativo di negazione, in cui non ha punto durato. Quanto ad Orsini, la ferita stessa onde era colpito sarebbe bastata a rendergli ogni negazione impossibile. Ma inoltre, fin dalle prime verificazioni, erasi raccolta una prova manifesta, non che della presenza di Orsini sul luogo dell’attentato, ma altresì della parte che vi prese.
Orsini era nel numero dei feriti che ricevettero le prime cure nella farmacia Vautrin, posta in via Lafflitte, tra la via Rossini e quella di Provence. Un testimonio, Decailly, gli diede il braccio nel momento che usciva da quella farmacia, e lo condusse alla stazione delle vetture che trovasi in capo alle vie Lafflitte e di Provence. Orsini non negò, né potea pensare che gli convenisse di negare questa circostanza: del resto, il testimonio Decaillylo avea formalmente riconosciuto. Ora, appunto sulla strada che bisogna fare necessariamente per andar dal teatro dell’Opera alla farmacia Vautrin, erasi trovata la sera medesima dell'attentato prima una bomba carica, poi una pistola revolver, inoltre la bomba era stata raccolta presso d’una striscia di sangue, proveniente
da una ferita che ne aveva dovuto spargere in abbondanza, e si vedeva che la ferita d’Orsini, malgrado della sua poca gravità, indicava e per la natura medesima e per la sede della lesione, ch’essa aveva dato molto sangue.
Infine la pistola trovata in via Rossini fu tosto riconosciuta come stata comprata da Devisme, e quasi nello stesso tempo Orsini, messo in presenza del testimonio Plondeur, fu obbligato ad ammettere che l’aveva comprata egli stesso. Ad onta di queste circostanze, che l’accusavano si chiaramente, Orsini persistette lungamente a negare il suo reato. Importa qui di dire, come egli fosse costretto dall'evidenza delle prove a confessioni divenute necessarie, e pure rimaste ancora incompiute.
Gomez è il primo degli accusati che abbia manifestata l’intenzione di dire la verità; ma fece le sue confessioni successivamente. Dapprima, pur confessando d'aver conosciuto il disegno dell’attentato, pretendeva che non gli era stato rivelato se non il 14 gennaio, sul punto di partire dalla via Monthabor, protestando del resto ch’egli aveva soltanto assistito al fatto, senza prendervi parte attiva; ma venne presto obbligato a confessare che aveva vedute le bombe presso Orsini, senza però saper ancora che cosa fossero. Poscia riconobbe che Orsini gliene aveva data un’altra; che giunti sulla piazza Vendóme gli aveva detto che trattavasi d’uccidere l’Imperatore con quelle bombe; che gli aveva consegnato ad un tempo una pistola per difendersi ove fosse assalito; che infine in via Lepelletier gli aveva ripresa di mano la bomba Ch'esso portava, per gettarla egli stesso dinanzi alla carrozza dell’Imperatore.
Queste dichiarazioni, quantunque piene di reticenze, erano tali da porre a grave rischio Orsini: la sola presenza di questo accusato davanti al magistrato istruttore, dove fu confrontato con Gomez, bastò per costringere costui a ritrattarsi; ma la dimane, sottratto a quell'influenza, ei ripeté le sue spiegazioni, anzi poscia le compì.
Rudio l’avea preceduto in questa via, non senza aver mischiato anch’egli reticenze e menzogne con le sue dichiarazioni successive. Dopo aver negato in prima ogni maniera di partecipazione all’attentato, dopo di aver cercato spiegare la sua presenza a Parigi e le sue relazioni con Orsini, mercé la brama che aveva avuta di ottenere da lui una lettera di raccomandazione pel Portogallo, ove dovea recarsi la dimane del 14 gennaio, Rudio riconobbe che Bernard lo aveva spedito da Londra per far qualche cosa con Orsini] che aveva accettata la proposta, credendo non si trattasse fuorché di tentare una sollevazione in Italia; che tratto d’errore a Parigi soltanto, s’era tenuto cosi impegnato da non poter indietreggiare; che infine, prima di partire dalla via Monthabor, Orsini gli aveva consegnata una bomba colla raccomandazione di gettarla contro la carrozza dell’imperatore, tosto che avesse udito il primo scoppio: ma a questa ultima confessione tenevan dietro le più inammissibili allegazioni. Rudio, stando a lui non aveva accompagnato i suoi complici se non fino al Boulevard. Giunto in cima alla via della Pace, in luogo di volgersi dal lato della via Lepelletier, egli aveva presa la direzione contraria, ed era andato a gettar la sua bomba nella Senna, dal ponte della Concordia.
Nel suo interrogatorio del24 di gennaio compì alla fine le sue confessioni. Le parti erano state fissate prima della partenza: egli e Gomezebbero le due più grosse bombe; Orsini ne tenne due più piccole, e Pieri prese la quinta di dimensione simile a quelle d’Orsini
Fu stabilito che Gomezscaglierebbe la prima bomba, Rudio la seconda, poi Orsini le sue, e per ultimo Pieri. Arrivati in via Lepelletier, i congiurati avevano preso il loro posto sul marciapiede, in faccia all’ingresso principale del peristilio, tra la folla dei curiosi.
Appena dopo il primo scoppio, che proveniva dalla bomba gettata da Gomez,Orsini disse a Rudio: — Getta la tua; — e costui infatti la gettò, poi rifuggiossi in una piccola osteria; d’onde udì il rimbombo della terza detonazione, e d’onde potò uscire in seguito, grazie al tumulto.
Lo stesso dì, 24 gennaio, Gómezerasi risoluto alla fine di dire la verità tutta intiera, e sulla distribuzione delle bombe, sul disegno concertato fra loro, sulla sua esecuzione, sulla parte che vi prese egli stesso gettando la prima bomba, confermò pienamente le dichiarazioni tdel suo complice Rudio.
Di fronte a queste rivelazioni, e alle prove esterne raccolte dall’istruzione, trovossi Orsini, nel suo interrogatorio del 24 gennaio, vinto dall’evidenza; ma, non ancor domato. Egli dichiarò, che davvero aveva risoluto di uccidere l’Imperatore a fine di arrivare, per via di una rivoluzione in Francia, all’indipendenza d’Italia; ed aggiunse, che aveva formato il disegno da sé solo, che prendeva tutto sopra di sè; che aveva Ritto fabbricare le bombe in paese straniero; ma che non direbbe nidiadi più.
Indi per riguardi personali, ebbe cura di soggiungere che non aveva scagliata nessuna bomba, e che sicuramente la terza, di cui s’era udito lo scoppio, era stata gettata da un Italiano che trovavasi colà per ordine suo, a cui egli aveala rimessa un momento prima, e che non era conosciuto da nessuno de' suoi complici; né anche da Pieri.
Nell’interrogatorio medesimo, Orsini erasi mostrato generoso verso degli altri accusati, i quali, ei diceva, potevano parlare contro di lui, ma contro dei quali non voleva dir nulla. La riflessione lo menò ad altri sentimenti, come spiegò egli stesso nella sua ultima comparsa dinanzi al magistrato istruttore.
Oggi adunque egli dichiara, che Gomezgettò la prima bomba, Rudio la seconda; ma egli nessuna, e torna a quel complice ignoto, che avrebbe preso il suo posto nell’ultimo istante.
Quanto, a Pieri, dice che lasciò Londra per un viaggio in Italia, e che passando per Parigi, ricevette la visita d’Orsini. Costui, ch’egli non conosceva, gli parlò di una sua invenzione, cioè di una bomba fulminante, di cui potrebbe anche egli aver mestieri per i disegni che lo conducevano in Italia. Essendogli stato portato un modello di quella bomba dal preteso Allsop nel mattino del 14 gennaio, presero tra loro il convegno di sperimentarla alla barriera dei Martiri, insieme con una pistola che Allsop gli aveva venduta; ma Allsop non venne al ritrovo. Obbligato a rientrare in Parigi, si tenne addosso e la pistola carica e la bomba fulminante; e andò con questi oggetti si pericolosi in una trattoria a pranzo, li serbò parimente per passeggiare verso i boulevards; in fine, condotto dal caso nelle vicinanze dell'Opera, fu incontrato per sua disgrazia dell’uffiziale di pace, che credette di doverlo arrestare. —
Fin qui l’atto di accusa (3).
All’interrogatorio degli accusati segui l’esame dei testimoni, la requisitoria del Procuratore generale, e la difesa degli avvocati. Ma i testimoni aveano poco o nulla da aggiungere alle confessioni degli accusati medesimi.
Quanto alla difesa degli avvocati, ci contentiamo di dare il brano principale di quella di Giulio Favre, la quale aggiunge qualche notizia buona a raccogliere.
«... A me non istà, o signori, a me che non ho i privilegi di cui è investito il Procuratore generale, d’indagar le cagioni che da tanti anni nella nostra società conturbata rinnovano cosi spesso tali misfatti. E pure non sarebbe molto se la società, al momento di colpire uno de' suoi membri, si raccogliesse per ricercare la spinta e l’interesse dei delitti che ella sta per punire. Sul capo d’Orsini adunque la mia debole mano si stenderà, non per salvarlo, non per difenderlo; ma per spiegare a qual funesta inclinazione abbia ceduto, e per destare infine nei vostri cuori alcuno di quei sentimenti che sono nel mio.
«Che che ne dica il signor Procuratore generale, Orsini non ha ceduto né a un pensiero di cupidigia, né a idee d’ambizione e non ha obbedito a verun sentimento d'odio. Chi ha parlato di tutto ciò non ha raccontata la storia d’Orsini. L’intiera sua vita protesta contro simili imputazioni. Italiano, egli lottò tutta la sua vita contro lo straniero che opprime (?!) la sua patria. Questo amore di patria lo ha ricevuto col sangue di suo padre; ha succhiati col latte di sua madre i principii pei quali si è sacrificato.
«Orsini, suo padre, servi nelle file dei nostri gloriosi eserciti. Capitano nella grande armata, egli seguitò la rivoluzione francese fino tra i ghiacci della Russia, e dappertutto, su tutti i campi di battaglia, ha confuso il suo sangue col sangue dei soldati di Francia. Quando vide cadere in Italia l'ultimo soldato della causa italiana, rimise la spada nel fodero; e non dovete stupirvi d'incontrarlo poscia, come più tardi suo figlio, in tutte le congiure che ebbero per iscopo l’unità e l’indipendenza d’Italia.
«Così nel 1831 egli figurava nella sollevazione contro il Governo pontificio, nella quale uno dei principali congiurati cadeva sotto le palle dei birri dell’autorità.
«Felice Orsini aveva allora dodici anni; vide quello spettacolo, e non volete che non abbia sentito in cuore un odio vivo, profondo, inflessibile contro gli oppressori della sua patria. Il signor Procuratore generale vi dipingeva testò Orsini come un congiurato volgare, che sogna la rovina dei Governi stabiliti per porre la mano sul potere e le delizie. Oh! lo chieggo al Procuratore generale: Italiano, forsechénon sentirebbe il male che rode la sua patria? Forsechénon sentirebbe il peso delle catene (?!) in cui ella si dibatte? Il pensiero a cui Orsini si fu consacrato è quello di Napoleone I, che voleva l’unità d’Italia (?!!) che molto fece per riescirvi, e che sapeva che la prima cosa da farsi era la distruzione del potere temporale del Papa. Ecco, signori, a quale idea Orsini ha tutto sagrificato; ed ecco che cosa lo condusse in una trama che lo faceva condannare nel 1845, come vi fu narrato.
«Egli fu ben presto graziato; e tradì, dicono, quasi subito il giuramento prestato. No, no, egli non ha punto tradito il suo giuramento! Se seguita a congiurare, si è in Toscana, si ò contro l’Austria, si è per far cessare la sua oppressione in Italia. Quindi scoppiano gli avvenimenti del 1848, sui quali nò posso né voglio qui spiegarmi; sui quali mi basterà dire, che quando il manifesto del signor Lamartine apparve, fu salutato da un unanime applauso, e che il vessillo austriaco si ripiegò con terrore, e disparve dall’Italia. (??!)
«Non si può dire che allora Orsini abbia congiurato, (?!) che abbia rovesciato il Governo papale. Noi lo troviamo nell’Assemblea costituente romana, dove entrò in virtù del suffragio universale. Come n’è uscito? Iddio mi guardi dal lasciar cadere in questa difesa una sola parola di amarezza o di aggressione! ma ho il diritto di dire che fu l’Europa quella che rovesciò quest’Assemblea, che fu il cannone di Francia che la disperse.
«Forsechénon vi era in questo fatto una contradizione politica, contro di cui la ragione e il patriottismo degli Italiani, la ragione e il patriottismo di Orsini dovevano sollevarsi? Non intendete voi ora che ciò ch’ei volle si fu rompere le catene ribadite alla sua patria; far cessare l’oppressione sotto di cui essa geme? Così noi lo ritroviamo ben tosto in Austria dove andò a cercare sostegni e soldati per la sua causa; egli vuole arruolarli contro il vessillo oppressore, onde associarli al suo generoso pensiero; (quale rovesciamento d’idee!). A Vienna sotto il nome d’Hernag, egli èspinto sempre dal demonio che loagita, e catturato ben presto, e rinchiuso nella cittadella di Mantova, ch’è un sepolcro, ci rimane per dieci mesi sotto l’incessante minaccia d’una morte ignominiosa: e non si spiega, e costringe i suoi giudici a riconoscere ch’egli ha obbedito solo a pensieri del più puro patriottismo.
«Tuttavia fu condannato; e mentre stava per innalzarsi lo strumento del supplizio, quando la sua morte era preparata, una donna, sapendo che è per l’Italia, per la patria che egli va a morire, una donna, dico, non volle che morisse! Con quella delicatezza, con quella abnegazione, con quella accortezza di cui solo le donne generose sono capaci, grazie a certeintelligenze coll’intimità stessa della cittadella, essa gli fa pervenire gli strumenti della sua liberazione. Otto sbarre vengono segate: narrarvi quanto tempo e quanta pazienza ci volle per giungere a quel risultato, non saprei farlo. Ma alla fine coll’aiuto di una scala di lenzuola fugge dall'altezza di trenta metri, e cade ferito nella fossa della cittadella. Si strascina fuori, passa quarant'otto ore in un canneto, ed è raccolto da alcuni contadini. Vedete bene, o signori, che la Provvidenza non voleva ch’egli morisse.
«Perché non l’ha voluto? Ah! che sappiam noi, o signori, delle cose e dei disegni della Provvidenza? Comunque sia, eccolo in un’impresa che io abborro. Ho io bisogno di altra difesa?
«Dovrò io discendere a discutere prove e testimonianze? Non siete voi certi che Orsini ha ceduto solo agli impulsi Ch'io vi indicava? Non siete voi forse convinti che nel momento in cui stava per eseguire il delitto, ch’ei deplora, che vorrebbe poter espiare a prezzo del suo sangue, non aveva dinanzi agli occhi se non il bene, il riscatto e l’indipendenza della sua patria. Che egli obbediva a grandi pensieri, che hanno potuto, essere vilipesi in un processo d’assassinio?
«Signori, nei gabinetti dei Re vi possono essere uomini che dicano ad una nazione: — Il vostro Governo mi dispiace, e lo muto! — E allora una nazione si precipita sopra un’altra, e il Governo è mutato. Nel 1815, Napoleone, malgrado la sua potenza e il prestigio del suo nome e della sua forza, dovette cadere davanti a un fatto simile. Or bene, forseché il Governo (legittimo) che gli succedette, che altre nazioni avevano imposto alla Francia, non fu desso impopolare e abborrito? (dai settarii) Forseché non fu perseguitato senza tregua da congiurati, che non voglio magnificare nel recinto della giustizia, ma la memoria e i nomi dei quali rimasero circondati da un’aureola di patriottismo?
«Ebbene, Italiano, Orsini ha congiurato per la sua patria. Scandagliate il suo cuore, ma non lo disprezzate! Non aggiungete al delitto ch’egli ha commesso, e che io non iscuso, l’accusa accessoria, che comprende le numerose vittime dell’attentato del 14 gennaio. Della morte di queste vittime egli risponderà dinanzi a Dio; ma non ne deve rispondere dinanzi alla»giustizia degli uomini, (strana teoria!) giacché per la legge criminale il delitto sta nell’intenzione.
«E però il signor Procuratore generale nella requisitoria che avete udito, di cui la lealtà non è il minor merito, non ha insistito su queste accuse accessorie: io non ne dirò più oltre.
«Dovrò parlarvi ora delle reticenze in cui Orsini ha involto le sue spiegazioni, delle contraddizioni in cui è caduto ne’ suoi interrogatorii? Vediamo, dov’è l’interesse di tutto ciò?
«E egli forse dubbio qui per qualcuno che Orsini offre la sua lesta in espiazione del suo delitto? Dite che non é stato sempre uniforme nelle sue spiegazioni: è vero. I suoi complici avevano»variato nelle loro risposte; egli fece come loro, li ha seguiti; ecco tutto. Ma il vero giorno della giustizia èquello in cui l’accusato comparisce dinanzi a voi: qui egli reca la sua ultima parola, le sue ultime giustificazioni, la sua difesa. Ascoltate dunque l’accusato, e dite se le sue parole sono parole del millantatore o del pusillanime.
«Udite, egli ha lasciato il suo testamento, la sua preghiera, in uno scritto diretto dalla prigione all’Imperatore, scritto che io leggerò, dopo averne ottenuta licenza da colui stesso a cui venne indirizzato. ’
Ecco com’è concepito:
«Dalla prigione di Mazas, 11 febbraio 1858.
«Le deposizioni che feci contro me stesso nel processo politico, mosso all’occasione dell’attentato dei 14 di gennaio, sono sufficienti per mandarmi indubbiamente a morte: e la subirò senza chieder grazia, tanto perché non mi umilierei mai avanti colui che soffocò la libertà nascente della mia disgraziata patria, quanto perché, nella situazione in cui mi trovo, la morte per me è un beneficio. Presso il fine della mia carriera voglio nondimeno tentare un ultimo sforzo per venire in aiuto all’Italia, la cui indipendenza mi fece sinora disprezzare tanti pericoli e andare incontro a tutti i sacrifizi. Essa fu l’oggetto costante di tutte le mie affezioni, ed è l’ultimo pensiero che voglio deporre nelle parole che diriggo a Vostra Maestà.
«Per mantenere l’equilibrio attuale d’Europa conviene rendere l’Italia indipendente, o stringere le catene colle quali l’Austria la tiene in ischiavitù. Domando forse per la sua liberazione, che il sangue dei Francesi si sparga per gliItaliani? no; non vado insino a tal punto. L’Italia chiede che la Francia non intervenga contro di essa; chiede che la Francia non permetta alla Germania di sostenere l’Austria nelle lotte, che forse quanto prima s’impegneranno. Ciò è precisamente quello che Vostra Maestà può fare, se vuole. Da questa volontà dipendono la felicità o la disgrazia della mia patria; la vita o la morte di una nazione, a cui l’Europa è in parte debitrice della sua civiltà. Tale è la preghiera che dal mio carcere oso diriggere a Vostra Maestà, non disperando che la mia debole voce sia intesa. Scongiuro V. M. di rendere alla patria mia l’indipendenza, che i suoi figli perdettero nel 1849 per colpa dei Francesi; V. M. si rammenti che gl’Italiani, fra' quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande, dove gli piacque di condurli; si rammenti che, fintantoché l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella di V. M. non saranno che una chimera.
«V. M. non respinga i voti estremi di un amante della patria sui gradini del patibolo; liberi la mia patria, e le benedizioni di venticinque milioni di cittadini lo seguiranno nella posterità.
«FELICE ORSINI.»
—Il Moniteur pubblicò questa lettera, il che fu riprovato dal Procuratore generale Dupin, trattandosi in Cassazione la causa dei rei. Il più importante frammento poi della medesima, dopo pubblicata dal detto giornale officiale, fu letto solennemente nel Corpo Legislativo di Francia, (seduta del 13 marzo 1861).
Dopo la difesa di ciascun avvocato, il Presidente ricapitolò, secondo il solito, tutta la causa; indi lesse ai giurati le numerose questioni sulle quali dovevano deliberare.
A cinque ore meno dieci minuti (26 febbraio) i giurati si ritirano dall’udienza. A sette ore e mezza escono dalla camera delle deliberazioni, e rientrano all’udienza.
Il capo dei giurati legge il verdetto, affermativo in risposta a 148 domande, e negativo in risposta a 25. Queste ultime si riferivano all’accusa di congiura contro un membro della famiglia imperiale.
Vennero ammesse circostanze attenuanti a favore di Gomez. Ma siccome la dichiarazione di queste circostanze non era accompagnata dallo parole, — a maggioranza, — cosi i giurati, sull’invio to del Presidente, si ritirano di nuovo; e poco dopo, rettificata la loro dichiarazione, ritornano nella sala di udienza.
Il capo dei giurati legge un’altra volta il verdetto. Gli accusati sono ricondotti al loro posto. Il Procuratore generale domanda l’applicazione degli articoli 86, 89, 302 e 463 del Codice penale.
Il Presidente chiede agli accusati se hanno nulla da osservare circa all’applicazione della pena.
Rispondono:
Gomez. No, signore.
Radio. Imploro la clemenza de' nostri giudici.
Orsini. No, signor presidente.
Pieri fa la stessa risposta.
La corte si ritira per deliberare sull’applicazione della legge; rientra mezz’ora dopo. Il Presidente, in mezzo al più profondo silenzio dell'uditorio, pronuncia la sentenza che condanna:
Orsini, Pieri e Rudio alla pena dei parricidi.
Gomez alla galera in vita.
Sì legge l’articolo 13 del codice penale, concernente i parricidi che suona cosi:
«Il reo condannato a morte per parricidio verrà condotto sul luogo del supplizio in camicia, a piedi nudi e colla testa coperta da un velo nero.
«Sarà esposto sul palco mentre un usciere leggerà al popolo la sentenza di condanna, e verrà incontanente giustiziato.»
Il Presidente avverte i condannati che restano loro tre giorni per ricorrere in Cassazione.
I condannati si ritirano senza proferire parola.
Il giorno 11 di marzo la Corte di Cassazione deliberò sull’appello di Orsini, Pieri e Rudio, contro la sentenza della Corte d’Assise, che li aveva condannati alla pena dei parricidi; e decise che:
«Atteso che la procedura è regolare, e che la pena fu legalmente applicata ai fatti dichiarati veri dai giurati,
«La Corte rigetta l’appello»
E il 13 marzo 1858 un telegramma di Parigi annunziava al mondo che Orsini e Pieri erano stati giustiziati, e che a Rudio era stata commutata la pena di morte in quella della galera in vita.
Orsini e Pieri scontarono la loro pena alle 7 del mattino sulla piazza della Roquette.
Nel loro soggiorno alla prigione della Roquette, dove erano stati trasferiti dopo il loro ricorso in Cassazione, Orsini e Pieri conservarono il carattere e l’attitudine che ebbero lungo il corso del processo.
Orsini, impassibile e tranquillo, parlava poco, e rimaneva quasi costantemente immerso in una meditazione silenziosa; nei suoi rari colloqui, e quando parlava del suo processo, diceva che non aveva alcuna lagnanza da fare contro la giustizia francese, e che tutti i magistrati avevano lealmente fatto il loro dovere. Egli accoglieva rispettosamente la visita dell’abate Hugon, cappellano del carcere, e ascoltava le sue caritatevoli esortazioni. Faceva un solo pasto al giorno, e aveva chiesto per unico favore che gli fosse alquanto aumentata la razione di vino.
Pieri era in preda a un grande orgasmo: parlava e muovevasi senza tregua, discutendo coi suoi guardiani su d’ogni cosa, e cercando eziandio occasioni di entrare in controversia col cappellano.
L’ordino dell’esecuzione fu dato il 12. Da otto giorni un gran numero di curiosi si recavano tutte le mattine sulla piazza della Roquette. Molti di loro vi passavano eziandio la notte!
Sparsasi la notizia che il ricorso in cassazione era stato rigettato nella sera di giovedì, la folla era diventata molto più considerevole il dì seguente.
La mattina alle 5 era già. sterminata, e aumentò costantemente Ano alle 7.
Il palco fu innalzato la notte al chiarore delle torce. Alle 5 del mattino parecchi squadroni di cavalleria vennero a disporsi intorno agli accessi della prigione. Alla imboccatura delle strade perpendicolari alla piazza della Roquette furono collocati drappelli della guardia di Parigi cominciando dallo vie Basfroi e Popincourt.
La sera precedente un giudice d’istruzione e un sostituto del Procuratore imperiale si recarono alla prigione per ricevere le rivelazioni dei condannati, nel caso che ne volessero fare; ma non ottennero nulla.
La mattina del 13 alle 6 il direttore del deposito dei condannati, e l’abate Hugon si presentarono nella cella di Orsini per annunziargli che il momento fatale era giunto. Orsini disse che era pronto; null'altro. Il direttore e l’abate Nottolet, cappellano della Conciergerie, entrarono in seguito nella cella vicina dove era Pieri, per annunziargli che bisognava prepararsi a morire. A questa nuova, Pieri con fermo piglio chiese da colazione, è mostrò il desiderio d’esser servito di caffè e di rhum. Mangiò, e dopo aver bevuto il caffè e il rhum, chiese istantemente, e quasi con collera che gli fosse dato ancora del vino e del rhum: non gli fu concesso.
Orsini, che aveva rifiutato di prendere alcun alimento, non chiese altro che un bicchiere di rhum, e pregò il direttore gli permettesse di bere alla sua salute e felicità.
I due pazienti furono in seguito condotti alla cappella, dove fecero una breve sosta. Poco dopo andarono in una sala attigua alla cancelleria, e vennero consegnati al carnefice di Parigi, che era assistito da quello di Rouen.
Orsini serbò durante gli ultimi preparativi la sua impassibile tranquillità. Pieri dicesi che, volto a Orsini, con voce tronca e vibrata esclamasse: «Eh bien! mon vieux?» Orsini a quest’appello si contentò di rispondere in italiano: «Calma, calma!»
Poco dopo, il funebre corteggio si pose in cammino, i condannati, scalzi, ravvolti in una lunga camicia bianca, la testa coperta da un velo nero, uscirono dalla prigione. Pieri, che andava innanzi, era assistito dall’abate Nottolet.
«Non temete, gli disse Pieri, non ho paura.... vado al calvario. (!?)»
Orsini veniva in seguito, accompagnato dall’abate Hugon.
A piè del palco un usciere lesse il decreto di condanna. Indi i carnefici s’impadronirono di Pieri, il quale tentava di continuare (disgraziato!) sulla piattaforma della ghigliottina il canto dei Girondini — Mourir pour la patrie, — che aveva incominciato a intonare uscendo dalla prigione. Un momento interrotta, la sua voce mori sotto la scure.
Orsini, che fin allora era rimasto silenzioso, si riscosse a un tratto gridando: — Viva l'Italia! Viva la Francia! — Poi si diede in mano ai carnefici.
Alle sette tutto era finito a Parigi, ma non in Italia. Dopo la morte di Felice Orsini si pensò a nuove congiure. Le parole dette alla cerimonia del 1° gennaio 1859 da Napoleone III all’Ambasciatore austriaco sospesero le congiure, finché a Magenta e a Solferino parve dissipata ogni nebbia. Ma la pace di Villafranca tornò a suscitare fra i settari nuovo malcontento, il quale diminuì di mano in mano che le foglie del gran carcioffo andavano a finire in una sola bocca, in quella del Piemonte!....
Il giorno 11 marzo (quando la Corte di Cassazione aveva rigettato il ricorso di Orsini e correi) l’Orsini scriveva una seconda lettera a Napoleone, nella quale dicevagli:
«L’avere la Maestà Vostra permesso, che la mia, scrittale l'11 di febbraio prossimo passato, sia resa di pubblica ragione, mentre è un argomento chiaro della sua generosità, mi addimostra che i voti espressi in favore della mia patria trovano eco nel cuore di lei; e per me, quantunque presso a morire, non è al certo di piccolo conforto il vedere come la M. V. sia mossa da veraci sensi italiani.
«Fra poche ore non sarò più; però prima di dare l’ultimo respiro vitale voglio che si sappia, e il dichiaro con quella franchezza e coraggio che Ano ad oggi non ebbi mai smentiti, che l’assassinio, sotto qualunque veste s’ammanti, non entra nei miei principi, benché per un fatale errore mentale io mi sia lasciato condurre ad organizzare l’attentato del 14 gennaio. No, l’assassinio politico non fu il mio sistema, e il combattei, esponendo la mia vita stessa, tanto cogli scritti, quanto coi fatti pubblici, allorché una missione governativa mi poneva in caso di farlo.
«E i miei compatriotti, anziché riporre fidanza nel sistema dell’assassinio, lungi da loro il rigettino: e sappiano per la voce stessa di un patriotta che muore, che la redenzione loro deve acquistarsi coll’abnegazione di loro stessi, colla costante unità di sforzi e di sacrifizi, e coll’esercizio della virtù verace; doti che già germogliano nella parte giovane e attiva dei miei connazionali; doti che sole varranno a fare l’Italia libera, indipendente e degna di quella gloria, onde i nostri avi la illustrarono.
«Muoio: ma mentre che il faccio con calma e dignità, voglio che la mia memoria non rimanga macchiata da alcun misfatto (!?).»
Da questo documento tre cose rimarrebbero accertate: che l'assassinio politico era una legge e un sistema nelle Logge rivoluzionarie; che questo sistema era ripudiato da Felice Orsini, e certamente da altri quanto lui e più di lui; che Felice Orsini, malgrado del suo abborrimento per l’assassinio politico, lo commetteva nel modo il più freddamente premeditato e barbaro per un fatale errore mentale, ossia in virtù dei suoi giuramenti (4).
E qui, a ben chiarire tutta la gravità dell’attentato di Felice Orsini, e la influenza e la pressione che la setta esercitava sui consigli di Luigi Napoleone, troviamo nel Journal de Florence dell'11 gennaio 1874 alcune rivelazioni, che è pregio dell'opera di qui riportare.
— Palmerston, scrive il citato foglio, ha lungamente servito di istrumento alla frammassoneria, essa poi ha sollevato Luigi Napoleone, poi Cavour, poi Bismark... In virtù di lei, questi uomini hanno potuto condurre gli avvenimenti nella direzione che essa ha voluto; nulla sarebbe più facile quanto il provare, coi documenti alla mano, che la setta ha stabilito la potenza britannica, che essa ha fondato l’Impero francese, fondato il Regno d’Italia, fondato l’Impero tedesco. Del resto la setta non innalza gli uomini che per i suoi fini diabolici, ed è sempre pronta a rovesciarli se le divengono inutili, insufficienti, o ribelli alla mano occulta che loro imprime il movimento.
Nessuno ignora come il Bonaparte,iniziato della Vendita di Cesena, fosse portato all’Impero dalla setta, la quale con una incredibile abilità, seppe fare per un momento di quell’uomo la speranza dei cattolici di Francia (5). Nessuno ignora egualmente come Napoleone Bonaparte,allorquando guardava ilmondo dall’altezza del suo trono dove si vedeva innalzato, non tardasse a capire che solo la Chiesa poteva assicurare il suo regno, consacrare la sua dinastia; ma che un giorno fu bruscamente strappato a questo sentimento dalla bomba di Orsini. Quella bomba servì di fondamento al nuovo Regno d’Italia: ciò è incontestabile. Ma certi particolari sono rimasti sconosciuti; e poiché da una parte quei particolari vengono ad appoggiare la nostra tesi, come d’altra parte l’avvenimento è già lontano e appartiene alla storia, crediamo cosa utile di pubblicarlo.
Togliamo tali particolari da una memoria segreta redatta da uno dei funzionarii dell’Impero, che ebbe una parte importante, ma velata, nelle cose franco-italiane. Ci contenteremo delle cose principali:
«La sera dell’attentato di Orsini (14 gennaio 1858) l’Imperatore mostrò, in presenza del pericolo, un ammirabile sangue freddo. Come all’epoca delle cospirazioni dell’Ippodromo e dell’Opera comica, nel 1853, e di Pianori, nel 1855, egli disprezzò da principio l’implacabile persecuzione della sètta italiana, della quale era membro; ma che aveva risoluto di rinnegare per consacrarsi alla prosperità della Francia e al consolidamento della dinastia sua.
«Ma ben presto venne la riflessione, e insieme con la riflessione quel terrore retrospettivo che s'impadronisce delle anime della più salda tempra, e ne diviene il supplizio. Il Principe imperiale era tuttora bambino: che sarebbe stato dell’Impero, che sarebbe stato di quel Principe ereditario, se la sètta, che aveva giurato la morte di Napoleone, fosse giunta a realizzare il suo esecrabile disegno?
«L’Imperatore, in preda a terribile perplessità, si ricordò di un consiglio che gli aveva dato la madre, la Regina Ortensia: Se un giorno vi trovate, gli diceva ella, in qualche grande pericolo; se mai aveste bisogno di un consiglio estremo, rivolgetevi con tutta fiducia all’avvocato X... egli vi trarrà dal pericolo, e vi condurrà con sicurezza.»
«Questo Avvocato, che non voglio nominare, era un esiliato romano, che Napoleone istosso aveva conosciuto nelle Romagne, durante il movimento insurrezionale d’Italia contro la S. Sede. Egli viveva presso Parigi in uno stato, che non era né ricco né povero, in quello stato di misterioso benessere, che la frammassoneria garantisce ai suoi capitani.
«Napoleone incaricò M… di andarlo a cercare e di invitarlo a portarsi alle Tuilleries.
«Egli vi acconsenti, e fu dato appuntamento per il domani a mattina.
«Quando costui entrò nel gabinetto dell’Imperatore, questi si alzò e gli prese le mani, esclamando: — Vogliono dunque uccidermi! che ho fatto?...
«Voi avete dimenticato che siete Italiano, e che giuramenti vi legano al servizio della grandezza e della indipendenza del nostro paese.
«Napoleone obbiettò, che il suo amore dell’Italia era rimasto inalterabile nel suo cuore; ma che, Imperatore dei Francesi, egli doveva dedicarsi ancora, e prima di tutto, alla grandezza della Francia. — E l’Avvocato rispose, che nessuno impediva affatto all’Imperatore di occuparsi degli affari della Francia; ma che poteva e doveva adoperarsi per gli affari dell’Italia, e unire in una sola causa i due paesi, dando loro un’eguale libertà, e un medesimo avvenire. In mancanza di che si era perfettamente risoluti d’impiegare tutti i mezzi per allontanare ogni ostacolo, e liberare la Penisola dal giogo dell’Austria, fondando la unità italiana.
«Che debbo io fare? cosa vogliono da me?»domandò Napoleone.
«L’Avvocato promise di consultare i suoi amici, e dare tra pochi giorni una decisione.
«Tale decisione non si fece aspettare lungamente. La sètta domandava a Napoleone tre cose: 1° la grazia di Felice Orsini; 2° la proclamazione dell’indipendenza d’Italia; 3° la partecipazione della Francia a una guerra d’Italia contro l’Austria.
«Si accordavano 15 mesi di tempo a Napoleone per preparare gli avvenimenti, e poteva, durante questo tempo, godere di una sicurezza assoluta. Gli attentati non si rinnoverebbero più, e i patriotti italiani aspetterebbero l’effetto delle imperiali promesse.»
Qui la memoria accumula i documenti conosciuti, che segnarono il cambiamento così repentino della politica imperiale, e la riallacciarono colla lettera a Edgardo Nev, del luglio 1849, da noi recata nel precedente volume.
Il fatto si è che l’Imperatore moltiplicò gli sforzi per realizzare la prima domanda della sètta. Fece implorare la grazia di Orsini dalla Imperatrice! Consultò i suoi ministri, il corpo diplomatico estero, e non trovò resistenza che in un solo personaggio. Ma questo personaggio, il più inclinato alla clemenza per il suo carattere, non credette che l’Imperatore fosse padrone di legare il braccio della giustizia. Il Cardinale Morlot, Arcivescovo di Parigi, gli disse: «Sire, V. M. può molto in Francia certamente; ma non gli è permesso di far questo. Per una misericordia ammirabile della Provvidenza la vostra vita è stata risparmiata da quell’orribile attentato; ma intorno a Voi è stato versato sangue francese, e questo sangue vuole una espiazione. Senza di che ogni idea di giustizia sarebbe perduta, et justitia regnorum fundamentum.»
Napoleone aveva inteso. Gli restava una sola cosa da fare, e la fece. Andò a trovare Orsini!...
Qual fosse il colloquio dei due iniziati della Vendita di Cesena, non si saprà forse mai. Ciò che peraltro si sa è, che in quel colloquio Napoleone confermò gl’impegni presi in Italia nella sua gioventù, rinnovati all'Avvocato X… e che egli giurò nelle braccia di colui che non poteva salvare, di farsi suo esecutore testamentario.
Espressione purtroppo giusta. Napoleone è stato l’esecutore testamentario di Orsini. Fu convenuto, che questi gli scriverebbe una lettera, che l’Imperatore renderebbe di pubblica ragione, nella quale il programma della Idea italiana verrebbe dichiarato.
Si vide allora infatti uno dei più grandi scandali del nostro tempo: la lettura fatta innanzi a un tribunale di quella lettera-testamento, e la pubblicazione di essa nel Moniteur!
La memoria reca la lettera in cui non figura il passaggio relativo al Papa, passaggio che è stato ciononostante conosciuto dopo il1870. (6)
Martire dell’Idea italiana, Orsini montò il palco colla certezza che l’Italia sarebbe una, che il Papa sarebbe detronizzato, e in presenza della morte gridò: Viva! Italia, Viva la Francia!
È inutile di seguire la memoria nel racconto degli avvenimenti che si compirono. Diciamo solamente che nella difficoltà in cui si trovava di suscitare legittimamente una querela contro l’Austria, la quale scansava attentamente ogni pretesto di dissenso, Napoleone gittò in pubblico, il l. ° gennaio seguente, all’Ambasciatore diFrancesco-Giuseppe, signor di Hùbner, quella dichiarazione inaspettata, che risuonò in Europa come un colpo di fulmine, e servì di preludio alla guerra del 1859.
La Prussia, che allora non si trovava nell’orbita della rivoluzione italiana, venne ad arrestare d’un tratto il progresso della Idea. Fu d’uopo di fare la pace di Villafranca (14 luglio 1859) e sottoscrivere il trattato di Zurigo (12 novembre seguente).
Bisognò soprattutto addormentare le suscettibilità francesi coll’annessione di Nizza e Savoia (12 giugno 1860); dissimulare agli occhi di Europa i veri fini che si proponeva la sètta, e indurre certe lentezze nella esecuzione dei disegni italiani. La dissimulazione e la lentezza troppo convenivano al carattere di Napoleone: furono quelle le ragioni del suo abbandono, e della sua perdita. La sètta lo rigettò, e prese a nuovo istrumento il de Bismark.
Quando la guerra del 1870 sarà meglio conosciuta, si vedrà che assai più che l’esercito tedesco, la frammassoneria ha disfatto la Francia riportato quelle vittorie che hanno completato l’unità d’Italia. —
Alle surriferite rivelazioni giova aggiungere una importante lettera scritta da ragguardevole persona al medesimo Journal da Florence, e da questo pubblicata nel suo N°. 40 del successivo febbraio 1874. Essa è del seguente tenore:
«Signor Direttore
«.... Voi avete recentemente dato nel Journal de Florence una narrazione estratta dalle memorie di un funzionario dell’Impero, che ha prodotto in Francia una impressione che invano si è voluta dissimulare. Infatti la maggior parte dei giornali l’hanno riprodotta, e voi avete potuto constatare il silenzio prudente dei Bonapartisti, che l’Univers aveva invitato a smentirla od a rettificarla. Permettetemi adunque di aggiungere alle vostre riflessioni qualche fatto venuto a mia cognizione, e di cui mi è impossibile di sconoscere la perfetta esattezza.
«L’anno 186.. viveva vicino alla Cappella di S. Dionisio presso Parigi, un uomo di età, che era soprannominato il vecchio signore italiano. Era misteriosissimo, si trattava bene, e vedeva poca gente. Colpito da mortale malattia, fu visitato da una dama, che, interessandosi per il suo stato, riuscì dopo lunghe e calde istanze a deciderlo a far ricorso alle consolazioni della religione. Il giovane Vicario della detta Cappella fu introdotto. Il vecchio signore italiano si confessò, diè segni di un vero pentimento e da sé stesso chiese il Viatico. Nei giorni che precedettero la sua fine parve egli in preda a vive agitazioni; ma giunta l’ora suprema manifestò il desiderio di trovarsi solo con il prete: lo pregò di prendere una chiave sotto il suo capezzale, di aprire un mobile che si trovava in faccia al suo letto e di trarne un fascio di carte della più alta importanza. — «lo le affido alla vostra saviezza, disse egli al sacerdote; quando sarò morto, le leggerete attentamente e ne farete uso per il bene degli altri.»
«L’Italiano mori, e l’abbate, ritornato al suo presbiterio, prese cognizione di quelle carte, che gli rivelarono il disegno delle rivolte delle Romagne contro il Papa, la partecipazione dei Bonaparte,e di Luigi Napoleone (Napoleone III) alle medesime rivolte, l’iniziazione di costui alla sètta dei Carbonari, i suoi giuramenti, le sue pratiche con i principali settari di Europa, i soccorsi che ne aveva ricevuti per giungere all’apice del potere, le sue promesse, etc.
«Il giovane ecclesiastico si trovò in preda a una grande perplessità. Napoleone III era onnipotente: egli la recitava in quel momento da protettore della Chiesa forse avea abbandonato gli errori della sua gioventù... Tanti uomini semplici restarono ingannati dai modi ambigui di quell’uomo.
«L’abbate involse accuratamente il prezioso deposito e andò alle Tuileries, chiedendo di parlare all’Imperatore. Gli si obbiettò, che per parlare all’Imperatore faceva d’uopo di un biglietto di udienza, che non si avvicinava così di punto in bianco il capo dello Stato. Ma egli insisté tanto, e seppe dire tanto bene che l’oggetto dellavisita interessava la persona stessa dell’Imperatore, che si credette prudente d’informare Napoleone, il quale fece introdurre l’abbate.
«Napoleone stava nel suo gabinetto seduto a uno scrittoio, e ricevette il visitatore con quella fredda amabilità che attirava e respingeva ad un tempo. L’abbate, turbato, presentò il pacco, dicendo in che modo egli ne fosse depositario, e come, dopo aver letto i documenti che conteneva, si facesse un dovere di portarlo al Sovrano. Napoleone percorse rapidamente alcune di quelle carte, e, comprimendo la sua commozione, chiuse subito il pacco dentro un tiratore: «Signor Vicario, disse Napoleone, io vi ringrazio; ritiratevi pure: solamente lasciatemi scritto il vostro nome, e il nome della parrocchia alla quale siete addetto.»
«L’Imperatore scrisse egli stesso queste indicazioni; riapri il tiratore per unirle al pacco, e l’abbate si ritirò un poco sconcertato per la magra riuscita della sua visita.
«Scorso alquanto tempo mori il Vescovo di.... Il Sig. Rouland, che era allora ministro, sottomise all’Imperatore una lista di tre nomi, dai quali, secondo il costume, Sua Maestà doveva scegliere un candidato da proporsi alla S. Sede. Napoleone cancellò i tre nomi, e vi mise al posto il nome del Vicario della Cappella di S. Dionisio, con grande stupore del Sig. Rouland, il quale andò subito a dar parte all’Arcivescovo di Parigi della scelta di questo incognito, e a chiedere informazioni. Certamente non vi era nulla nei suoi antecedenti che lo designasse per l’Episcopato. E poi aveva egli le capacità e le disposizioni necessarie?
IlSig. Rouland, quantunque di una estrema servilità, credette di poter trasmettere all’Imperatore le osservazioni dell’Arcivescovo. Napoleone ascoltò freddamente quelle osservazioni, e si limitò a dire per tutta risposta: «Quel che è fatto è fatto.»
«IlVicario di S. Dionisio fu nominato Vescovo e preconizzato.
«Quando si agitò la questione del potere temporale del Papa, il Vescovo napoleonico fu di quelli che presero un partito che afflisse la Chiesa di Francia e scandalizzò i Cattolici; ma per una di quelle coincidenze nelle quali è impossibile di non riconoscere la mano di Dio, il nuovo Vescovo non tardò molto a scendere nella tomba.
«Tali sono i fatti, o signore, e voi fatene l’uso che più vi piace, i medesimi sono di una verità irrefragabile; ho creduto soltanto di sopprimere nomi, che è inutile di divulgare, perché non aggiungono nulla alla gravità e al carattere della cosa.
A. G.
Il Conte di Cavour, con ipocrisia raffinata, si affrettò di trarre il maggior partito dall’attentato di Orsini. Era stato questo il terzo in pochi anni ordito dai settari contro Napoleone III; e poiché il governo francese aveva interpellato l’Inghilterra, la Svizzera, il Belgio e il Piemonte, invitandoli a prendere in seria. considerazione, come gli agitatori elevassero a sistema e a dottrina sociale l’assassinio politico, e come fosse sommamente inconveniente che il diritto di asilo, accordato in codesti paesi, coprisse della sua protezione i rei di tali delitti (7); la Sardegna mostrandosi sollecita di aderire alla giusta interpellanza, per mezzo del De Foresta ministro di grazia e giustizia, ai 17 di febbraio 1858, proponeva alla Camera dei deputati un disegno di legge che punisse i cospiratori contro la vita dei Sovrani e dei Capi di Governi stranieri.
La cosa però non parve cosi giusta e naturale, come ognuno avrebbe creduto; sollevò invece la più viva e lunga discussione non meno nella Camera dei deputati, che nel Senato; finalmente S. M. Vittorio Emanuele II, per la grazia di Dio re di Sardegna ecc. ai 20 di giugno 1858 promulgò una legge concepita cosi:
«Lacospirazione contro la vita del Capo di un Governo straniero, manifestata con fatti preparatori della esecuzione del reato, è punita colla reclusione.
«I colpevoli possono essere posti sotto la sorveglianza speciale della polizia per lo spazio di cinque anni.
«L’apologia dell'assassinio politico per mezzo delle stampe è punita a termini della legge sulla stampa (8).»
Cavour, sempre intento a recitare la parte dell'agnello nella oscena commedia, e pronto sempre a mettere dalla parte del torto anche chi avesse la migliore ragione del mondo, se la pigliava subito col Governo pontificio, e agli 11 di febbraio ingiungeva all’incaricato di affari del Governo sardo a Roma, di rappresentare all’E.mo Antonelli, Segretario di Stato di Sua Santità, le seguenti considerazioni:
«Il sistema di espulsione da' propri Stati, esercitato su larga scala dal Governo pontificio, giacché nel solo nostro Stato i sudditi di Sua Santità così espulsi sommano a più centinaia, non può a meno di avere le più funeste conseguenze. L’esiliato per sospetti, o per una men buona condotta, non è sempre un uomo corrotto, o affigliato indissolubilmente alle sètte rivoluzionarie. Trattenuto in patria, sorvegliato, punito ov'è d'uopo, potrebbe emendarsi, o per lo meno non diverrebbe uomo grandemente pericoloso. Mandato invece in esilio, irritato da misure illegali, costretto a vivere all'infuori della società onesta, e spesso senza mezzi di sussistenza, si mette in relazione coi fautori della rivoluzione: quindi è facile a questi l’aggirarlo, sedurlo, affigliarlo alle loro sètte.
«Così il discolo diventa in breve settario, e talora settario pericolosissimo. Onde si può con ragione asserire, che il sistema seguito dal Governo pontificio, ha per effetto di somministrare di continuo nuovi soldati alle file rivoluzionarie. (?!) Finché durerà questo, tutti gli sforzi dei Governi per disperdere le sètte torneranno vani, perché a mano a mano che s’allontanano gli uni dai centri pericolosi, altri vi convengono in certo modo spediti dal proprio Governo. A ciò si deve attribuire la vitalità straordinaria del partito mazziniano, e vi contribuiscono in gran parte le misure adottate dal Governo di Sua Santità.»
Non facciamo commenti a questo insigne monumento di sopraffina perfidia. Mentre era evidente e noto, anche a chi noi volesse, che solo per gl’impulsi del Governo piemontese avevano vita e forza gli elementi rivoluzionari in tutta Italia, Cavour non esita punto di accusare il Papa di suscitare imbarazzi al Piemonte col discacciare dai propri Stati quegli stessi uomini turbolenti da esso Piemonte incoraggiati e assoldati!
E quasiché temesse che alcuno ne dubitasse, il giorno 31 di marzo, il nobile Conte faceva pubblicare nella Gazzetta Ufficiale (si noti bene) la lettera dello sciagurato Felice Orsini, da noi riferita, aggiungendovi a mo’ di preambolo le seguenti parole:
«Ci è di conforto il vedere come egli (Orsini) sull'orlo della tomba, rivolgendo i pensieri confidenti all'augusta volontà che riconosce propizia all'Italia, mentre rende omaggio al principio morale da lui offeso, condannando il misfatto esecrando a cui fu trascinato da amore di patria, spinto al delirio, segna alla gioventù italiana la via da seguire per riacquistare all’Italia il posto che ad essa è dovuto tra le Nazioni civili (9).»
Come se poi dubitasse, che altri fosse per pensare agli uomini del Piemonte nel ricordare gli attentati contro la vita dell’Imperatore Napoleone III, il giorno 1 di aprile dirigeva ai rappresentanti sardi all’estero un dispaccio, in cui, enumerati i suddetti attentati, prosegue a dire:
«In vista di simili fatti, così spesso rinnovati, aventi tutti uno scopo presso a poco simile, cioè un cangiamento nello stato attuale d’Italia, si deve riflettere, se nel fondo non esiste nelle popolazioni di alcuni Stati della. Penisola qualche causa profonda di malcontento, che interessa a tutta l’Europa di distruggere. Questa causa realmente esiste. È l'occupazione straniera; è il cattivo governo negli Stati del Papa e del Re di Napoli; è la preponderanza austriaca in Italia. Il Governo del Re segnalò questi mali all'Europa in una circostanza memorabile: nel Congresso di Parigi. Disgraziatamente gli attentati di Parigi, di Genova, di Livorno, di Napoli, di Sicilia, di Sapri, vennero ben tosto a confermare le prevenzioni dei plenipotenziari sardi. Il Governo del Re spera che i gabinetti di Europa, nello scopo dell’ordine e della propria conservazione, si decideranno finalmente a recare efficace rimedio ad un tale stato di cose. Le Legazioni di Sua Maestà dovranno per loro parte cooperare a questo risultamento, tenendo un linguaggio conforme a queste vedute del Governo del Re (10).»
E i plenipotenziari sardi lo fecero con tale una esattezza, che, giunto il momento, in tutti gli Stati italiani s’impadronirono dei Governi, presso i quali si trovavano accreditati, siccome avremo presto a vedere.
Gli attentati contro la vita dei Sovrani che, volenti o nolenti andavano a seconda della rivoluzione, si moltiplicavano in quel triste momento. Se dobbiamo credere agli atti ufficiali della Camera torinese, l’istesso Re Vittorio Emanuele II non ne andava esente. In quegli atti (tornata del 14 aprile 1858, n. 158, pag. 597.) kggesi il seguente discorso, rivolto ai deputati dal conte di Cavour, allora Presidente del Ministero:
«Dopo l’attentato del 14 gennaio, da varie parti d’Europa giunse la notizia al Governo che i settarii, eccitati dal fatto di Parigi, si dimostravano più passionati che mai, e che nelle loro conventicole si parlava di ricominciare l’opera esecranda ed estenderla ad altri capi di Governo.
«Non si trattava più solo dell’Imperatore di Francia, era quistione di un Sovrano, che più da vicino c'interessa. Finché queste comunicazioni ci furono fatte da paesi lontani, e che potevano supporsi interessati a spingerci sulla via delle misure preventive, siamo stati esitanti: tanto rifuggivamo dal credere, che un tale proposito potesse allignare in un’anima italiana qualunque. Ma gli stessi avvertimenti ci vennero da una fonte che non poteva essere sospetta: ci giunsero da un Governo amicissimo agli esuli; da un Governo, che fa ogni giorno i maggiori sforzi per mantenere intatto il diritto di asilo, ed impedire che provvedimenti soverchiamente severi siano adottati contro gli esuli (accenna al Governo inglese).
«Queste notizie non potevano essere più rivocate in dubbio. Che cosa dovevamo fare? potevamo, a fronte di si precise nozioni, opporre lo scetticismo, la incredulità? Forse taluno mi dirà: voi dovevate respingere queste informazioni, giacché si trattava di tal fatto moralmente impossibile (!?).
«No,o signori, il fatto non è moralmente impossibile; e già velo diceva ieri l’onorevole mio amico, il deputato Rattazzi; quando si entra nella via del delitto, uno non ritrae il piede, quando il delirio, quando il creduto interesse lo spinge avanti; ed è pur troppo, o signori, interesse di coloro che sperano di portare in Italia la rivoluzione e riuscire trionfanti, di non avere a fronte il Re VittorioEmanuele,giacché essi sarebbero sicuri, che egli solo basterebbe a reprimerla e debellarla, (sic)
«Quindi, o signori, il dubbio non era possibile. Dovevamo perciò restringerci a consigliare all’animo nobile e generoso del nostro Re di circondarsi di qualche precauzione di polizia? Nò, o signori, noi saremmo stati grandemente colpevoli, se a fronte di questo pericolo non avessimo cercato d’impedirlo non solo con mezzi materiali, ma anche con mezzi morali; se non avessimo cercato di così provvedere quando la nazione avrebbe avuto conoscenza di questo fatto. La nazione, quando avesse saputo quello che sapevamo noi, si sarebbe alzata sdegnata contro di noi e ci avrebbe sbalzati da questi seggi per non avere energicamente operato.»
Noi siam d’avviso che avesse ragione il Cavour; ché, lungi dall’essere moralmente impossibile, era invece necessario nei disegni della Giovine Italia e di Mazzini, di stimolare, con qualche salutare avviso, anche il Aglio di Carlo Alberto; il quale, fatto accorto per avventura, dalle parole, in verità abbastanza chiare, del programma di Manin e della Società Nazionale Italiana, là dove diceva voler essa rimanere con Casa Savoia finché Casa Savoia fosse con lei, e di separarsene quando essa si dipartiva dai suoi disegni, ben avrebbe potuto chiedere a sé stesso, se, fatta l’Italia, doveva egli essere il Monarca del nuovo regno, oppure il servo della nuova sètta.
L’epoca nostra tristissima è orrendamente feconda di attentati contro i Sovrani, andati vani la più parte per misericordiosa disposizione di Dio; pure uno ne riusci fatale, nei giorni di che stiamo ragionando, e fu quello commesso contro l’augusto Duca di Parma, Carlo III, Borbone. Egli è questo un punto importante della storia che abbiamo tra mani, importa dunque dirne diffusamente, sebbene compito qualche anno prima.
Il 26 marzo 1854, nel pomeriggio avanzato ritornava il Duca Carlo III dal passeggio, e avvicinavasi con un suo aiutante di campo al reale palazzo. Giunto all’angolo del borgo S. Biagio, che mette nella strada di S. Lucia, uno sconosciuto, che stava colà in agguato, gli si fece incontro, come in atto di chi, spinto da fretta insolita, è costretto ad urtare i passanti; ma nello stesso tempo gli conficcò un pugnale nel basso ventre: e, lasciata l’arma nella ferita, si dileguò. La città, essendo giorno di domenica, era molto affollata; laonde riusci facile al sicario di confondersi tra la gente: e parve anzi che un gruppo di persone che seguivano da presso, lo accogliesse per proteggerlo dall’essere preso. L’aiutante, che per effetto dello scontro era rimasto di uno o due passi più avanti, si volse nel momento in cui il Principe per la violenza del colpo era caduto in terra, e, sollevatolo ed estrattogli lo stile, lo condusse in mezzo al popolo accorso al vicino palazzo reale. Esplorata la ferita, si trovò penetrata nell’addome con grave lesione di altri visceri nobili; e quantunque per la difficoltà delle indagini si propendesse a non crederla fatale, poco dopo comparvero abbondantissime emorragie, le quali dissanguarono e spossarono talmente l’infermo, che, entro il corso di sole ventiquattro ore, passate in mezzo ad acerbi dolori, ossia alle cinque pomeridiane del susseguente 27, spirò.
La gravezza, l’enormità del delitto, che trasse cosi alla morte questo Principe sventurato nel fiore della giovinezza, furonod’assai superate dalla grandezza della sua pietà cristiana e dall’eroismo della sua rassegnazione.
Prima ancora che gli si desse l’annunzio doloroso del grave di pericolo in cui versava, aveva chiesto il conforto dei Sacramenti; in conseguenza di che si confessò due volte, e con pietà somma si comunicò e ricevette l’estrema Unzione. Con una fermezza, con una ispirazione che venivagli dal cuore disse: FiatvoluntasDei (11); — e ripeté sovente ad alta voce il Pater Noster, pronunziando con profondo sentimento quelle parole: Perdona a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Tenne fra le mani il Crocifisso fino all’estremo sospiro; e ne baciava le piaghe dei piedi in atto di tale cristiana umiltà, che edificava e insieme strappava le lagrime a tutti gli astanti.
Volle vedere i figli, li baciò, li benedisse; inculcò loro di essere giusti, devoti ed obbedienti verso la madre. Poi pregò che li allontanassero, perché il tormentoso pensiero di averli a lasciare non lo smovesse dal distacco della vita, in cui generosamente voleva in fino all’ultimo istante persistere. Dove poi superò qualsiasi aspettazione anche la più avversa ai trionfi della carità evangelica, si fu nella sincerità, nel calore, nella insistenza con cui accordava e implorava pieno perdono al suo feritore, che egli avrebbe voluto persino assolto dalla giustizia umana, se mai fosso caduto in suo potere. Spirò nelle braccia della Duchessa sua consorte che lo assistette costantemente, e ne raccolse intrepida l’ultimo anelito.
Avanzo essa stessa prodigioso, insieme col fratello, l’augusto Conte di Chambord, di una famiglia di martiri, coll’animo fortificato dalle sventure, assunse pel figlio ancor fanciullo, Roberto, la reggenza degli Stati di Parma, e pervenne in breve a cattivarsi non solo l’amore e il rispetto dei sudditi, ma altresì l’ammirazione di tutti coloro che sanno apprezzare la mitezza del governo, congiunta con retto discernimento e colla nobiltà delle intenzioni. Nel momento istesso di addossarsi il difficilissimo incarico di levare, come diceva, le spine dalla corona di cui quell’orribile misfatto aveva gravato il figlio suo, si rivolse al Pontefice Pio IX, implorando l’apostolica benedizione per lui, per sé e per quell’anima cara, che aveva lasciato questo mondo col pentimento e colla fede degna di un figlio di S. Luigi. —
L’assassino sfuggì alle ricerche della giustizia, e il terrore invase si fattamente i magistrati, che diressero quelle ricerche con solerzia ed energia insufficienti. Ciononostante alcune pubblicazioni massoniche non facevano mistero del nome di lui, e designavano un certo Pietro Carra, mosso a quell'atto, dicevano esse, da vendetta privata contro il Duca. — Maligna insinuazione! altrettanto bugiarda quanto quella d’alcuni giornali, che ne addebitavano il clero o qualche corporazione religiosa. — Nessuno però si lasciò sviare dal convincimento, che anche questo, al paro dei molti attentati contro Sovrani onde l’epoca nostra si è acquistata si turpe celebrità, fosse una delle tante opere nefande della frammassoneria.
Se il tentato assassinio dell’Imperatore d’Austria, avvenuto poco prima, suscitò nell’animo d’ognuno oltre ad un senso di indicibile orrore, anche la più viva commozione, questo di cui cadeva vittima il Duca di Parma era tale da impressionarlo in un grado ben maggiore; essendoché quei criminosi conati in sino allora non avevano avuto altro risultato da quello in fuori di spargere lo spavento nei popoli, e di far spiccare fino all’evidenza a quale fine conducano le tanto vantate dottrine dell’emancipazione moderna. La divina Provvidenza aveva preservato ciononostante i giorni dei Sovrani, la qual cosa, con eccezione lagrimevole, non eraSi verificata in quest’ultimo caso; e a ciò si aggiungevano, la prossimità della minaccia, l’impunità del misfatto, la commiserazione che ispirare dovevano in tali distrette la Vedova Reggente e gli orfani Figli, e il dolore infine dei Genitori e quello della pia Madre in ispecie.
Una privata, ma importante corrispondenza, conferma i dati particolari circa l’orribile regicidio e ne aggiunge altri che giova di recare:
«Il Duca di Parma, nelle ore che corsero tra l’assassinio e la morte strinse molte volte il Crocifisso al petto; protestò cento volte, che riceveva la morte in penitenza de' suoi peccati; lasciò per testamento che l’assassino, quand’anche fosse colto, non dovesse avere altra pena che l’esilio; perdonò e riperdonò molte volte: così moriva un principe cristiano. — Da chi fosse assassinato si può congetturare dalle seguenti circostanze che ho di buon luogo. — L’assassino era un uomo capelluto e di mediocre statura; il Duca prima di morire affermò non essere Parmigiano. Attese la sua vittima ad una svolta di strada; l'affrontò, e, parlandogli in sul viso con piglio di affaccendato, disse: «Lasciatemi andare al teatro, che ho fretta». Mentre il Duca rispondeva: «Che sfacciataggine è questa! quegli gli squarciava con larga ferita il ventre da basso in alto, e lasciando il coltello immerso, sospinselo alcuni passi indietro, per modo da trovarsi al coperto dall’aiutante o scudiero che accompagnava il Duca. Questi stramazzò; l’aiutante accorse; l’assassino seguitò la sua via, e fu a mescolarsi con un gruppo di gente che era non molto distante dietro il Duca. Invano un vecchio alabardiere, che seguiva Sua Altezza, gli corse dietro; uno del gruppo gli fece gambetto, e tra il suo stramazzare e il rialzarsi quegli erasi confuso cogli altri, e niuno seppe darne indizio. L’augusto ferito fu recato di là al palazzo per mano dell'aiutante e dell’alabardiere, in mezzo alla gente accorsa. Furono subito dati ordini perché le porte della città fossero chiuse, e fatte perquisizioni domiciliari.»— Un’altra relazione autorevole aggiunge altri particolari:
«… Cinque o sei giorni prima del colpo si vide scritto in varii luoghi della città: morte al Duca —e poco prima del fatto: sepoltura al Duca.
«Il Duca appena recato a palazzo e coricato sul letto dimandò i SS. Sacramenti da sé stesso. Prese tra le mani un Crocifisso e non lo lasciò più sino all'estremo. — Disse del suo assassino: Que sta figura non è parmigiana. (Forse lo conobbe al viso e alle parole) Aggiunse: — Sono tre giorni che mi perseguita, l’ho veduto starmi da fronte, dietro, da lato.»
«Nel giorno in cui succedette il colpo, si trovarono troncati i fili del telegrafo verso Piacenza e verso la Lombardia: e per togliere che i soprastanti potessero rannodarli, in ciascuna direzione erano stati troncati in tre luoghi.
«Ecco tutto quello che mi è avvenuto di sapere di questo orribile fatto, da corrispondenze private, elevate, sicure.»
Altre testimonianze fede degne confermano le stesse cose. Il Duca non si fece mai inutili lusinghe. Chiese i sacramenti prima ancoraché la ferita fosse dichiarata mortale; si confessò più volte e con pietà somma; si comunicò, e ricevette l’estrema unzione. Udito che non vi era più speranza di vita, disse: «Sia fatta la volontà di Dio.» Convocò intorno al suo letto la corte e i servi, e chiese perdono a tutti. Ai figliuoli raccomandò l’ubbidienza alla Duchessa loro madre e l’adempimento di ogni altro dovere. Li benedisse; poi volleche fossero tolti dalla sua presenza. Più volte recitò ad alta voce il Pater noster, pronunciando con profondo sentimento quelle parole: — Perdona a noi i nostri debiti, siccome noi li perdoniamo ai nostri debitori. — E il suo perdono al traditore, che l’aveva ferito a morte, fu pieno, intero e più volte ripetuto, fino ad implorarne il perdono ancora dalla giustizia umana: se mai cadesse in suo potere.
—Un Principe che muore ferito a tradimento nel fiore della giovinezza, e muore perdonando al proprio uccisore, è spettacolo che prova quale forza inspiri al cuore umano la religione Cattolica nelle più difficili circostanze della vita. —
Ferdinando Carlo III Borbone, Infante di Spagna, Duca di Parma ecc. nacque il 14 gennaio del 1823 dal Duca Carlo II e da Teresa, Principessa di Savoja, figliuola al Re Vittorio Emmanuele I. Nel 1845 sposò la Principessa Luisa Maria Teresa di Borbone, figliuola del Duca di Berry,assassinato nel 1820 in Parigi dal settario Louvel. — Infelice Principessa cui furono uccisi a tradimento il padre e il marito!.... Abbiti la pace dei giusti, e la compassione, l’amore e il devoto ricordo degli uomini di cuore, dei figliuoli di Dio. — Da questo matrimonio nacquero due principesse e due principi; il primogenito, Roberto I, era fanciullo di appena 6 anni, siccome quegli che nacque il 9 luglio del 1848; fu proclamato novello sovrano sotto la reggenza di sua madre, la vedova Duchessa Luisa di Borbone.
Confermavano la pubblica voce del tradimento settario le sciocche favole stampate subito dai giornali Piemontesi, L'Italia e Popoloni Genova, L'Opinione, L'Unione, La Voce della Libertà ed altri di Torino; i quali non mancarono di spargere notizie, anche assurde, purché riuscissero al loro solito scopo di sviare i legittimi sospetti di tutti. Le insinuazioni sollecite del giornalismo libertino che assicurava in massa: l’assassinio non essere politico basterebbero per assicurare il contrario. E, certo, se il colpo fosse stato mosso da privata cagione, non sarebbero mancati maggiori indizi della qualità dell'assassino. Lo stesso mistero che involge e salva codesti traditori è indizio sufficiente della complicità di parecchi, e della fredda arte con cui si mulinano i tradimenti.
Checché ne sia, è certo che i giornali libertini di Piemonte si occuparono bensì in quei giorni di maledire all’Austria, che giustiziava alcuni ribelli; ma non ebbero una parola per mostrare la loro disapprovazione dell’assassinio di un regnante! Che anzi il giornale — Il Parlamento — pubblicava, gongolando di gioia, nel suo numero del 31 marzo, uno scritto di un — egregio esule napoletano, — il quale conchiudevasi con queste parole: — Le rivelazioni dell’avvenire faranno meglio conoscere quanto costino ai principi, non meno che ai popoli, le delizie del potere assoluto. — Le parole al Parlamento non mancavano mai per declamare contro il potere assoluto, ma per disapprovare un regicidio né egli, né i suoi liberi confratelli non trovarono una sola parola!....
Dell’assassino, e del processo che si faceva in Parma per iscoprirlo, nulla venne in luce; è da dire però che i giornali libertini di Piemonte, pentitisi della prima approvazione, che quasi tutti avevano data a coro pieno all’esecrabile delitto, presero poco dopo a protestarvi contro. Ma che? Siccome nella prima approvazione aveano dato mostra della bontà del loro cuore, cosi nella posteriore disapprovazione diedero saggio della sublimità di loro teste; giacché cominciando dall’Unione e terminando col Cimento, quasi tutti si credettero in dovere di assicurare il mondo, come quel regicidio non fosse altrimenti opera dei settarii, ma dei Gesuiti!... — Come liberali (protestava Giuseppe Massari nell’ultima pagina del Cimento, fascicolo 4, serie 2) e perciò tenerissimi dell’onore della nostra bandiera, non vogliamo a nessun patto (!??) che il pugnale venga adoprato a sussidio della nostra causa. I confessori della libertàd possono essere, come di fatti sono stati, e moltissimi sono tuttavia, vittime e martiri (12); ma non mai (nota bene) non mai persecutori, né omicidi. I confessori della libertà non hanno attinto i precetti della morale nel libro del Mariana. — E il sig. Aurelio Bianchi-Giovini con uguale sapienza definisce nell'Unione (3 aprile) che, se mai quel fatto ebbe uno scopo politico, se mai la destra che brandì il pugnale omicida fu consigliata, ecc. non dovrebbero essere i Gesuiti quelli che più la condannano; giacché sono pure essi che hanno per così lungo tempo e con tanta insistenza sostenuta e difesa la dottrina del regicidio, contando più di sessanta (perché non dire sessanta mila?) dei loro teologi, che dal 1590 al 1760 professarono apertamente la massima, che in certi casi é lecito occidere tyrannum (13). — Ma lasciamo queste nefandezze, a aggiungiamo alcuna cosa più seria e meno triste.
Le sapientissime determinazioni prese a vero bene dello Stato dalla Duchessa reggente, fecero sì che in poco tempo si cattivasse la riverenza e l’amore non solo dei suoi sudditi, ma di quanti amano in Italia e fuori le opere generose, e i nobili e leali sentimenti. E in primo luogo diamo la lettera, che Sua Altezza Reale indirizzava alla Santità di N. S. Papa Pio IX in quella luttuosa circostanza. Crediamo difficile cosa di trovare un documento che possa rassomigliarsi a questo sia per squisitezza e nobiltà di sensi, sia per vera magnanimità e religione di sovrano. Ecco la lettera:
«Beatissimo Padre
«Nel momento più doloroso e più solenne della mia vita vengo a dimandare a V. S. la benedizione per mio figlio, che un orribile misfatto testé gravò del peso di una corona, e per me stessa a cui la divina Provvidenza sovrappose il carico importante di levarne le spine,
«Insimile circostanza mi è necessaria la speciale benedizione del Vicario di Nostro Signor Gesù Cristo.
«La misericordia infinita di Dio mi ha dato nel mio profondo dolore un’immensa consolazione pel coraggio tutto cristiano e la pietà rassegnata, onde quegli ch’io piango ha renduto l’anima al Creatore, benedicendo la divina volontà e collocando nella croce di Nostro Signore tutta la sua confidenza. Io debbo ora, e fino dal primo istante della mia amministrazione, indirizzarmi a Vostra Santità per supplicarla a volgere gli sguardi sopra questa greggia senza pastore. Questi son pure miei figli. Fa d'uopo a Parma un Vescovo energico ed illuminato; io prego in questo momento la Santità Vostra di scegliercelo e di mandarcelo Ella stessa. So che si era trattato di proporre un rispettabile ecclesiastico tedesco; ma noi abbisogniamo d’un Vescovo italiano, e che ci venga dalla stessa Sua mano.
«Debbo altresì parlare del Concordato, pel quale mi affretto ad inviare a Roma monsignor Marzolini. Io sono sollecita di mostrare il mio fedele attaccamento e la mia sommissione alla Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e d’attirare così sul mio Roberto la benedizione di Dio. Confido nella generosità illuminata e paterna di Vostra Santità per agevolare in questo Concordato le questioni colla ragione di Stato.
«Io non indietreggerò a fronte di verun sacrifizio per uscire dalle presenti difficoltà delle finanze; la Chiesa, che è nostra madre, ci verrà pure in soccorso, e lo scrupoloso mio rispetto pei suoi sacri diritti non sarà, lo spero, un motivo per negarci dimando giustificate dalle circostanze. Dovrei ringraziare Vostra Santità per le parole troppo lusinghiere che per sua parte mi ha trasmesse monsig. Massoni. La sua paterna approvazione era per me il più grande incoraggiamento. Io prego Dio di meritarla. .
«Dimando ancora a Vostra Santità la benedizione pel mio figlio Roberto, e per gli altri miei tre figliuoli, e gliela dimando altresì per me; affinché non operi mai che per la gloria di Dio. Le dimando in fine una preghiera per quell'anima sì cara, e che ha lasciato questo mondo con un pentimento e una fede degna d’un figlio di S. Luigi.
«Di Vostra Santità
«Parma 29 marzo 1854.
«Affezionatissima obbediente figlia
(segnata) LUIGIA»
Circa la riferita Lettera è da aggiungere qualche particolare che tolgo da un documento inedito:
—Ove si trova l’originale di questa lettera?
«La lettera di S. A. R. la Reggente Luisa di Borbone, Duchessa di Parma, al S. Padre Pio IX si trova nella — Campana di Voghera — (si crede fosse il primo a pubblicarla) e in tutti i giornali religiosi e legittimisti francesi ed italiani dal 15 maggio 1854 in poi, cioè: Union di Parigi, Unità Cattolica di Torino, Cattolico di Genova, e finalmente nel Vol. 6°, serie 2“ della Civiltà Cattolica (è forse la più autentica). Mr. de Rianceynella sua opera sulla Duchessa Reggente di Parma l’ha riprodotta egli pure. — Non consta che la Duchessa Luisa ne tenesse copia prima di spedirla, e l’originale rimase in mano della S. M. di Pio IX.
—Ove si trova la risposta di Sua Santità?
«È a temersi, che la risposta del Santo Padre sia stata bruciata a Parma nel 1859, allorquando dopo la sedata insurrezione del 1. maggio 1859, S. A. R. la Duchessa, tornata a Parma e prevedendo l’entrata delle truppe francesi nel Ducato, bruciò tutte le sue carte particolari per non esporle in un momento di disordine a cadere nelle mani dei rivoluzionari.
—Storico della lettera di Sua Altezza Reale.
«Completamente privata, la lettera di S. A. R. la Duchessa Reggente al S. Padre non passò per la Segreteria di Gabinetto; ma fu direttamente spedita dall’augusta Donna al Sommo Pontefice, volendo l’A. S. R. supplire con ciò, che era uno sfogo del suo cuore, all’aridità ed al poco significato della Partecipazione di Gabinetto. E ciò Ella fece senza farne parola a nessuno, e, ben inteso, neppure al marchese Giuseppe Pallavicino, che non l’avrebbe approvata, e forse neppure spedita.
«IlSanto Padre, giustamente commosso dalle espressioni della Duchessa, diede lettura della lettera a varii personaggi, e fra gli altri alla Principessa di Sassonia, zia del trucidato Duca Carlo III. Questa ne prese copia, dalla quale altre se ne fecero, che mandò a parecchie persone amiche, e fra queste a Monsignor Marzolini, abitante Piacenza e Parma; questi ne diramò a diversi amici delle copie, e una ne fu riprodotta dalla Campana di Voghera. Si volle farla stampare a Parma, e l'ottimo tipografo Fiaccadori ne chiese il permesso al Ministero; ma il Pallavicino rifiutò di autorizzare tale pubblicazione. — Questa lettera fu il pretesto per far andare a vuoto le trattative pel concordato, come le pratiche di monsignor Marzolini a Roma, ed il soggiorno di un mese in Parma di monsignor Massoni, allora incaricato d’affari della Santa Sede in Firenze. — Monsignor Massoni era stato incaricato dal Santo Padre di portare alla Duchessa le proprie condoglianze in occasione della tragica fine del Duca Carlo III, e profittò del suo soggiorno in Parma per intavolare le trattative pel Concordato tanto bramato dalla pia Duchessa. Ma fu invano, e il Mse. Pallavicino seppe così bene manovrare, che monsignor Massoni dovette partire senza aver potuto ottenere ciò che la Duchessa e il Santo Padre tanto desideravano. —. La condotta del Pallavicino ha da considerarsi come una fatale conseguenza dei pessimi errori antichi dei Ministri parmensi, che furono sempre animati di ostilità verso la Santa Sede. Però dopo il ministro Cornacchia il Pallavicino avrebbe dovuto tenere una condotta completamente diversa da quella che ebbe, e si sarebbe acquistata la stima di tutti gli onesti; mentre con mezzi termini non seppe essere grato né ai Cattolici, né ai liberali. La lettera della Duchessa andò dunque in parte fallita come scopo, grazie alla continua e sorda opposizione che il detto Ministro mostrava in tutto ciò che riguardava la condotta religiosa dello Stato e dei suoi rapporti colla Santa Sede.
«Forse debbesi attribuire questo fatto alla potenza delle sètte, e ai principi! falsi politici nei quali il Marchese era cresciuto ed aveva sempre vissuto. Però a questa lettera particolare della Duchessa Reggente devesi attribuire più tardi la nomina, fatta dal Santo Padre, dell’ottimo monsignor Fra Felice Cantimorri, Vescovo di Bagnorea, a Vescovo di Parma. Nomina che fu oltremodo felice per la scelta di quell’eminente e fermo Prelato, la cui morte è stata molto fatale per la Diocesi Parmense.
«Monsignor Cantimorri morì durante il Concilio Vaticano.»
Poco stante ai 6 di aprile la Gazzetta di Parma, conteneva una determinazione dell’augusta Reggente di cui riferiamo per esteso il proemio:
Nell'amarezza del nostro profondo lutto abbiamo elevato l’animo a Colui, da cui viene ogni potere e ogni lume, invocandone l’assistenza a reggere il gravissimo carico che abbiamo assunto,
Religione e giustizia, istruzione e industria, e quant’altro più giova al bene pubblico ed al privato, saranno il costante oggetto delle nostre sollecitudini. E sopratutto terremo una mano vigorosa all’economia e all’ordine, siccome a mezzi senza i quali niuno Stato può essere fiorente.
Laonde, conoscendo l’urgenza di un riparo immediato alla presente condizione economica dei Ducati, a questa abbiamo dovuto innanzi tutto rivolgere la mente, studiando i modi pe’ quali, senza aggravii intollerabili e senza rovinose operazioni attesterò, lo Stato potesse provvedere a sé stesso, e la fiducia pubblica concorresse spontanea a sollevare le finanze dalle attuali angustie, ferma sulla nostra promessa, che ninna cura sarà da noi intralasciata, e niun sacrifizio, anche personale, ci sarà grave, perché più non abbiano a riprodursi.
E quindi, prese in considerazione le proposte a noi fatte dall’incaricato provvisorio del dipartimento delle finanze, abbiamo decretato e decretiamo quanto segue
Seguono gli articoli, coi quali è abrogato il prestito obbligatorio del 1854, e il decreto con cui si legittimava l’emissione dei boni del Tesoro per somma indeterminata; e invece si ordina un nuovo mezzo con cui far fronte alle spese.
E per dar prova (aggiungeva all’articolo 3.) di quanto ci stia a cuore il veder ricondotte n d più breve termine in buona condizione le finanze dei Ducati, ci sottoponiamo di buon grado a guarentirlo (il pagamento delle Cartelle di Obbligazioni dello Stato) noi stessa coi nostri beni privati.
Lo stesso foglio conteneva un decreto col quale, considerando essere cessati i motivi dell'aggregazione alla proprietà della Casa reale dei beni degli Ospizii civili di Parma, ed altri, si ordina, che — tutti quei beni saranno ridotti nel più breve termine ai loro proprietarii rispettivi. — Né contenta a ciò la Duchessa voleva che — siano stabilite, a cura dell'incaricato del dipartimento delle finanze, col concorso dei singoli proprietarii, e pagate a chi di ragione, le indennità che siano per esser dovute ad essi proprietarii.
Sua Altezza Reale la Duchessa Reggente fece ancora importanti mutazioni nelle persone del suo Governo, e comune fu l’approvazione della scelta: pur troppo malvagie influenze straniere avevano sorpreso la fiducia del giovane Duca, circondandolo di più d’un uomo indegno.
Eravamo per rispondere al Bianchi-Giovini e a quel che dice nell'Unione, del 3 aprile 1854; quando nella Civiltà Cattolica ci avvenne di leggere, sotto il titolo: La politica dei Gesuiti, il seguente:
—.... Da cencinquant’anni in su, tutti gli accusatori dei Gesuiti non fanno se non ricopiarsi gli uni e gli altri, senza nulla badare alle minute e ragionate confutazioni, già stampate e ristampate delle stesse cose. Anche testé il Giovagnoli, non sapendo che dire di nuovo nella Camera a sfregio dei Gesuiti, con rettorica da Capitan Fracassa, si contentò di soggiungere: Del resto un illustre italiano, un grande statista, Vincenzo Gioberti, ha scritto un libro che tutti conoscono, e che mi dispensa dal proseguire su questo terreno (14). Ma il senso comune, e un poco ancora il senso dell’onesto, non lo dispensavano dal rammentare almeno che altri libri, i quali tutti conoscono, sono stati scritti, in cui si rifiuta punto per punto tutto il ciarpame dall'illustre italiano saccheggiato nei tarlati bagagli dei protestanti, dei giansenisti, dei febroniani e dei filosofastri de' due secoli passati contro i Gesuiti.
Intanto ben’è certo essersi mille volte provato e riprovato, che l’apporre ai Gesuiti, come propria di loro, la teorica del fine che giustifica i mezzi pravi, è una calunnia delle più atroci. Nessuno scrittore Gesuita, dei cento e più mila che hanno pubblicato libri, né da vicino, né da lontano, ha mai insegnata o anco solo insinuata questa perversità. Si badi, che diciamo: nessuno; cioè neppur un solo. Ed è degno di ricordanza, che in questi ultimi tempi, un celebre oratore tedesco, dal pulpito, promise ventimila lire a chiunque avessela incontrata in qualche scritto di un Gesuita; ma le ventimila lire gli rimasero in tasca, mentre niuno, per quanto frugasse nelle biblioteche, venne a capo di scovarla! E tutto ciò non ostante, i massoni d’ogni grado ed i loro pedissequi e pappagalli seguiteranno a ridire e giurare, che questa turpe massima, tutta macchiavellica e tutta fiore della dottrina morale della massoneria, è cosa dei Gesuiti; e chi non lo crede, peggio per lui! (15)
Né diversamente vuol ragionarsi della dottrina riguardante le restrizioni mentali, che le anime si candide e sincere dei framassoni ascrivono ai Gesuiti, quale loro fondamentale norma del conversare e trattare umano. Per mostrare la maliziosa ignoranza di questa insipida calunnia, basti dire che la dottrina seguita in ciò dai Gesuiti, è la comune di tutti quanti i moralisti cattolici, e segnatamente di S. Alfonso Maria de' Liguori, il quale distingue per appunto restrizione da restrizione, come i teologi Gesuiti; condanna com’essi le illecite, approva com’essi le lecite; ed a mostrarle lecite, quando sono, si serve dei loro stessi argomenti, e reca gli stessi esempii, che recano essi, di Nostro Signor Gesù Cristo nel Vangelo. Ma, per buona regola delle loro si meticolose coscienze, sappiano questi signori, che nessun Gesuita concede lecita la restrizione mentale, con cui, per esempio, un Governopropone di liquidare un patrimonio, intendendo di confiscarlo, o propone di riordinare un asse laicale od ecclesiastico, intendendo di rubarlo. Questa sorta di restrizioni mentali sono tutte riprovatissime dai Gesuiti: e forse per odio di loro, — in odium personarum,— i frammassoni, quando si sono impadroniti di uno Stato, si affrettano a praticarle: e la colpa naturalmente è tutta dei Gesuiti, e della loro corruttrice morale!…
Non è qui luogo di rifare l’apologia dei Suarez, dei Bellarmino, dei Salmerone, dei Molina e di altri celebri teologi Gesuiti, per quel che spetta alla dottrina del regicidio, che gli eretici dapprima, e poi i settarii assassini dei re in Francia e in Italia, per isgravare sé dall’infamia, pretesero accoccare ad essi e poscia a tutti i Gesuiti in genere ed in individuo. Molto meno fa bisogno di ritessere la storia del libro e del caso del Mariana che, nel 1599, parteggiò, sotto mille condizioni che rendevan l’ipotesi più ideale che reale, per la sentenza della lecita uccisione del tiranno; sentenza, in quei tempi, comune fra i teologi: e la sostenne in un libro, scritto apposta pel giovine principe, che fu poi Filippo III di Spagna, e stampato con tutte le revisioni dei dottori e dei censori regii, e persin col privilegio della Corte. Il qual libro sarebbe trascorso inosservato del tutto, se gli Ugonotti dopo l’assassinio di Enrico IV di Francia, non ne avessero preso ansa, come fanno i frammassoni odierni, di calunniarne i Gesuiti. Il d'Alembert, testimonio autorevolissimo pei frammassoni, nel suo libello sulla distruzione dei Gesuiti, cosi ha scritto: Venivano ad un’ora (i Gesuiti) rappresentati e come idolatri del dispotismo, per avvilirli, e come predicatori del regicidio, per renderli odiosi. Queste due accuse sembravano alquanto contradditorie; ma non si trattava di dire l’esatta verità, bensì di dire dei Gesuiti il peggior male che si potesse. Se non voglion credere all’evidenza delle prove addotte dagli apologisti dei Gesuiti, credano almeno i frammassoni alla schiettezza delle parole di questo lor corifeo.
Ma, a dir tutto in una parola, la dottrina del regicidio, o tirannicidio che si voglia, sotto qualunque forma od attenzione presentata, tanto non è, e non può essere propria dei Gesuiti, che è nel loro Ordine formalmente proscritta, e, coi più rigorosi divieti è ad ogni suo membro interdetto di mostrarne la menoma approvazione, né pure indiretta; e questo, non solamente in pubblico e cogli scritti, ma persino in privato. Pur tutto ciò non ostante, i frammassoni dottori, autori, consigliatori, premiatori e glorificatori dell’assassinio dei re e dei principi, che fan loro guerra, continueranno a gridare sempre, che il secreto del regicidio non è nella loro sètta, lorda del sangue di tanti sovrani, ma è nell’Istituto dei Gesuiti! Tanto è vero che — Sepulcrum patens est guttureorum, linguis suis dolose agunt, venenum aspidum sub labiis eorum. — Cioè, in volgare: — Un aperto sepolcro è la loro gola, colle loro lingue tessono inganni, il veleno degli aspidi chiude le labbra loro! — (16)
E ciò basti per rispondere al settario Bianchi-Giovini, e a premunire gli inesperti contro le menzogne e le insidie della frammassoneria. — E con questo chiudiamo il primo Libro del presente Volume.
Credevo di aver detto abbastanza circa l’attentato di Felice Orsini, ed ero per rimettermi in via, narrando il colloquio di Plombières, che ne fu conseguenza immediata; quando, nel fare qualche ricerca di più su quel che aveva scritto, ebbi a trovare parecchie cose importanti, che sarebbe mal fatto di passare sotto silenzio, aggiungendo esse molto lume cosi a quel che fu detto come a quello che è da dire.
Prima di tutto, svolgendo di nuovo i volumi della Civiltà Cattolica, rinvenni una importantissima corrispondenza circa la discussione della legge Deforesta sul regicidio, che il lettore non potrà non leggere senza interesse.
Questa corrispondenza mi fece tornare sui pesanti volumi dello storico ufficiale della rivoluzione, Nicomede Bianchi, dai quali ebbi ad attingere notizie non spregevoli circa quello che precedette, accompagnò e seguì la discussione dell’accennata legge.
Intanto io scorreva le Mémoires de M. Claude, capo della polizia di sicurezza sotto il secondo Impero, e in ordine all’attentato rinvenni cose da far raccapricciare anche i più abituati a trattare delle nefandezze settarie. Il famoso Alcade spagnuolo in ogni fatto più o meno grave che accadesse soleva esclamare: — Quieti es ella! Quale è la donna! — e il lettore strabilierà nel vedere quale parte, e parte terribile, avesse appunto una donna, se non nel delitto certo nella punizione degli autori dell’eccidio della notte del 14 gennaio 1858. Nel leggere codeste nefandezze il lettore crederà. sognare; ma sarà invece in presenza della pura e schietta verità, verità abbominevole e sozza, che accompagnò passo per passo la formazione di quel complesso di ogni delitto contro Dio e contro gli uomini, che si chiamò per istrazio — Unità Italiana — della quale ogni vero Italiano dovrebbe arrossire, se ormai non fosse spento perfino in molti buoni il lume purissimo del vero e del giusto.
Questo rifarmi sul già detto mi porge anche occasione di aggiungere qualche documento non inutile a meglio conoscere gli uomini e le cose della orrenda rivoluzione, con cui la mano di Dio si aggravò sull’Italia e sul mondo in pena dell’apostasia di cui si resero colpevoli, da che all'autorità e alla legge Sua si volle sostituire l’autorità e la legge di Satanasso, coi famosi non meno che antisociali e anticristiani principii del 1789, dei quali i presenti governi retti a Costituzione, anche i migliori, sono informati ad avvilimento del diritto divino dei Re ed a ruinae perdizione dei poveri popoli.
Incominciamo dunque dalla accennata Corrispondenza della Civiltà Cattolica.
— Due mesi fa, scrive il corrispondente dell'autorevole periodico, il Ministero piemontese presentò alla Camera dei Deputati un disegno di legge in tre articoli: il primo per punire le cospirazioni contro i capi de' Governi forastieri; il secondo per definire e reprimere l’apologia dell’assassinio politico; il terzo per riformare l’organamento dei giurati che giudicano tra noi una parte dei reati di stampa. La giunta incaricata di esaminare questo disegno di legge, propose alla Camera di rigettarlo.
Il 13 di aprile la Camera incominciò a discuterlo, e la discussione durò fino al 29 di aprile inclusivamente,spendendovisi intorno ben quindici tornate
Questa politica discussione si divise in due parti: nella prima si trattò in generale dello schema di legge, se cioè si dovesse prendere o no in considerazione, tanto per la sua sostanza, quanto per le circostanze che pareano esigerne la votazione; nella seconda si trattò dei termini e dello spirito onde dovea essere informata la legge.
Primo a parlare fu l’eloquente capo dei Conservatori, il conte Solaro della Margarita, il quale stabili, che la legge era commendevole e conforme ai doveri di società ben ordinata, in quella parte in cui voleva condannare la cospirazione e l’apologia del regicidio. «Vi fu pur troppo, così egli, chi non credè contaminarsi portando alle stelle la memoria di Pianori, di Agesilao Milano, di Libeny, chi non segnò col marchio dell’infamia il nome di Pieri, di Orsini, de' loro complici esecrandi. Meglio ispirati i Ministri, da gran tempo, a tutela di nostro onore, di nostra indipendenza, avrebbero proposta una legge severa, riparatrice di tanto scandalo.»(Att. Uff. della Cam. N. 147. pag. 553) Il conte della Margarita impugnò l'attitudine del Ministero e la fatale sua politica, mostrandone la contraddizione. «Or son pochi giorni, diceva egli, abbiamo visto pubblicata nella Gazzetta ufficiale, e, con parole di simpatia quasi proposta ad insegna mento alla gioventù italiana, la lettera con cui Orsini, dai gradini del patibolo, aveva l’impudenza di raccomandare all’Imperatore l’Italia. L’Italia esterrefatta e sdegnosa respingo gli ufficii e gli affetti d’un malfattore, che, per quanto era in lui, l’ha disonorata; né crederò mai che inchini verso di lei l’animo di un augusto principe quella temeraria commendatizia.»Riconobbe e lamentò l’oratore, che il Ministero piemontese fosse stato costretto dagli ufficii di Francia a presentare la legge; ma fece questa importantissima osservazione:
«Il conte di Cavour nel 1856 invocava gli ufficii delle Potenze per modificare lo Stato Pontificio, per imporre al Papa mutazioni essenziali nell’amministrazione, e non dubitava che la volontà, irremovibile di quelle Potenze costringerebbe la Corte di Roma ad accondiscendere. Egli applaudiva all’intervento diplomatico in Napoli: e ben mi ricordo, che, quando si discusse il trattato, fin d’allora io gli diceva, ch’egli aveva aderito implicitamente all’intervento in Torino. Or egli è alla prova della verità delle mie parole: non ebbero le sue note grande efficacia per quanto riguardagli Stati d’Italia, (sventuratamente ingannava su questo punto il celebre uomo di Stato] egli credeva le Potenze europee più gelose del buon diritto e la frammassoneria meno potente) ed or tocca a lui, tocca al paese nostro subire l’applicazione delle sue teorie.»Il conte della Margarita promise poi che avrebbe proposto un temperamento alla legge per cui i giudizii contro i cospiratori e gli apologisti del regicidio fossero sottratti ai Giurati e commessi invece ai Magistrati ordinarii.
Dopo di lui parlò lungamente il deputato Boggio in favore della legge; ma nulla vi fu in quel discorso che meriti un cenno. Il Mamiani accettò la legge per quella sentenza che disse di aver sempre ammirato fin dall’infanzia: fiat iustitia et pereat mundus ma colse il destro per lanciare qualche frecciata contro l’antico Governo di Carlo Alberto e i suoi Ministri prima della Costituzione; nel che fu pure imitato dal deputato Farini.
Stavano però nella Camera due di questi antichi Ministri di Carlo Alberto, il conte della Margarita e il conte di Revel, che amendue risposero. Il primo con solenni parole rimproverò il Mamiani di trattare con finzioni poetiche cose che toccano la ragione di Stato, e di offendere co’ suoi rimproveri la dignità della Corona. Il secondo si lagnò di certi oratori «che non ebbero i loro natali in questo Stato, ma che, da qualche anno, vi conseguirono cittadinanza, onori e favori, i quali bene spesso sorgono a parlare: e, condottivi o no dagli altrui discorsi, si sbracciano a vituperare gli atti di un passato, che male conoscono e peggio apprezzano: quasi che, per far brillare di più viva luce il quadro del presente, fosse necessario di oscurare Con neri colori quello del passato.»(Att. Uff. n. 15. pag. 500)
Fra gli oppositori della legge vi fu il deputato Brofferio, il quale, in un lungo discorso, applicò ai Re il titolo di assassini politici, e celebrò i regicidii. «Io porto opinione, disse, che l’assassinio politico sia l’atto di un principe che calpesta i suoi doveri, che tradisce le sue promesse, che spoglia i suoi popoli della libertà, che governa colle spie, che regna col terrore, che domina col sangue. E continuò: Proibite tutto e tutti, proibite la verità, la giustizia, la virtù, il sentimento, la ragione; ardete le biblioteche, rovesciate i teatri, gettate alle fiamme tutti i libri; senza di questo l’uccisione dei Re malefici, barbari e tiranni, voi la vedrete applaudita sempre.» Parve proprio che il deputato Brofferio avesse preso a provare col fatto quanto necessaria fosse in Piemonte una legge contro l’apologia del regicidio.
«Rappresentanti della nazione, conchiuse egli, quello che vi è chiesto non è atto di popolo libero, è atto di popolo pauroso. e servile.» Le gallerie applaudirono fragorosamente l’oratore, a segno, che il Presidente dovette invitarle a rispettare la rappresentanza nazionale.
In questa occasione del discutersi una legge di tanta importanza, il conte di Cavour stimò di dovere esporre alla Camera il suo programma politico, che si può riassumere in due parole: — Non potendo il Piemonte far la guerra sui campi di battaglia, il Ministero vuol farla nella cerchia della diplomazia; mancando gli i grandi battaglioni, si vuol servire delle note, dei protocolli e dei Memorandum. — Perciò egli disse: «Noi abbiamo bisogno di alleanze potenti, e ci proponiamo la legge Deforesta, che servirà a rinforzare la nostra alleanza colla Francia.»
Ma siccome il Brofferio gli avea detto: «Fatealleanze, ma fatele con popoli che abbiano istituzioni e professino opinioni simili alle nostre;» cosi il conte di Cavour prese a dimostrare questa sentenza: — La storia c’insegna che i popoli liberi, i più fieri e i più audaci non disdegnarono di ricorrere ad alleanze con Governi fondati su tutt'altri principii, quando si accinsero alle grandi imprese d’indipendenza e di libertà. — E citò i Borgomastri di Berna e di Zurigo confederati con Ludovico XI, e le Provincie Unite dell’Olanda confederato con Elisabetta d’Inghilterra, e la democrazia americana stretta in lega con Luigi XVI. Passò di poi a quest’altra tesi storica: — La storia antica e la moderna c’insegnano che le Repubbliche ebbero tutte e sempre una politica altamente egoista. — E lo provò coll’esempio delle Repubbliche greca, romana, di Venezia, di Genova e coll’ultima Repubblica di Francia, della quale disse le seguenti parole: «Nei consigli di essa sedevano, nei primi tempi, gli uomini che hanno voce di rappresentare le opinioni le più spinte della rivoluzione, i LedruRollin, i Montfaucon, i Bastide; e che cosa fece essa? Ci negò ogni sussidio, non solo d'uomini e di denaro; ma perfino il sussidio di un Generale, che noi avevamo avuto il torto immenso di andarle a chiedere.» (Att. Uff. pag. 596)
Queste parole diedero luogo a una polemica di cui si parlerà più innanzi. Del resto il conte di Cavour rigettò eziandio l’alleanza colla rivoluzione, chiamando, per ben quattro volte, insensati coloro che la vogliono: «Insensati! perché amano assai più la rivoluzione (?!) che l’Italia.»
Il Ministro della guerra, Alfonso Lamarmora, nella tornata del 17 di aprile, forse a confermare ciò che il suo collega, conte di Cavour, aveva detto contro l’ultima Repubblica francese, recitò un lungo discorso ridendo alle spalle del Lamartine. E raccontò com’egli, Generale La Marmora, fosse stato, nel 1848, mandato in Francia a richiedere quel Governo che ci concedesse un Generale; ma trovasse molta freddezza nel Generale Cavaignac, che gli chiese le credenziali, mentre il La Marmora non sapea quasi cosa fossero le credenziali, e a forza di chiedere e supplicare, infine ottenne in risposta, che la Repubblica francese non volea inimicarsi l’Austria par far piacere al Piemonte. Al che il La Marmora si contentò di replicare: «Potevate dirmelo prima ch’io facessi venire le mie credenziali.» Il Ministro della guerra notò poi che, avendo già avute quattro missioni diplomatiche presso l’Imperatore Napoleone, fu sempre da lui ricevuto molto cortesemente, e trovò molte simpatie pel Piemonte...
«IlLamartine e il Bastide, così malmenati nella nostra Camera, risposero alle accuse ne’ giornali, e si purgarono, come meglio seppero, della loro indifferenza per la causa italiana. Ma la Gazzetta piemontese controrispose ad amendue, pubblicando un dispaccio diplomatico del marchese Brignole Sale, che era allora rappresentante del Piemonte a Parigi, d’onde appariva, che la Repubblica francese ed i suoi capi, ben lungi dal volerci recare il menomo soccorso, aveano deliberato. d'invadere, alla prima occasione, lo Stato nostro, e toglierci la Savoia e la Contea di Nizza.. E con questo fu finita per allora la questione e rischiarato un punto della nostra storia contemporanea, sopra cui rimaneva tuttavia molta incertezza.
«Ritornando alla legge Deforesta, dopo molti parlari e una trentina di discorsi, si venne alla conclusione, e per appello nominale s’interrogarono uno ad uno i Deputati se volessero prendere in considerazione il disegno di legge, o rigettarlo come avea proposto la Giunta. La questione era gravissima, anche perché il Ministero avea dichiarato che, rigettata la legge, avrebbe abbandonato i portafogli. Il Deputato Valerio, relatore della Giunta, disse che la Camera non dovea dolersi gran fatto della caduta del Ministero, avendo la sua politica ridotto il nostro paese a pessimo partito. E venne enumerando le condizioni del Piemonte dove trovò: «Governo e popolo discordi, finanze in pessimi termini, tasse enormi e male distribuite, moltissime società industriali in misera liquidazione, le proprietà involate dalla libertà dell’usura, alcune provincie in preda agli usurai, enormi le spese de' giudizii, la polizia debole e in disordine, l’agricoltura senza tutela e incoraggiamento, le coscienze turbate colla Cassa ecclesiastica ecc. ecc.» Mi fermo in questa enumerazione perché troppo lunga, (att. Uff. N. 109.) — (E questo era lo Stato modello che chiamava al tribunale d'Europa i Principi egli Stati d’Italia!) La conseguenza era che, se si rigettasse la logge e cadesse il Ministero, il guadagno sarebbe doppio. I soli della sinistra la pensarono però col Deputato Valerio; giacché 142 voti, contro 29, decisero che la legge si dovesse prendere in considerazione.
Allora si passò alla discussione degli articoli, e da tutte le parti della Camera venne proposto un subisso di temperamenti, secondo lediverse opinioni politiche. I sinistri volevano ridurre la legge a nulla, e imprimerle il carattere delle loro dottrine; e viceversa i conservatori cercavano di renderla una legge favorevole alla causa dell'ordine, come dovea essere per la sua medesima natura ed origine. Però il disegno ministeriale non patì gravi modificazioni, eccetto nell’articolo che riguarda l’organamento dei Giurati. I Ministri ne volevano fare una emanazione del Ministero, e i Deputati si studiarono di provvedere il più che si potesse alla loro indipendenza.
Il 29 di aprile si venne alla votazione definitiva per isquittinio t segreto, e 110 voti furono favorevoli alla legge contro 42 contrarii. Bisogna poi sapere che un articolo dichiara provvisoria essa legge, in guisa che debba cessare di pieno diritto nel 1862.
Un ordine del giorno eccitò il Ministero a presentare un disegno di legge per estendere il giudizio dei Giurati a tutti i delitti comuni. Ma mentre la Camera manifestava questo suo desiderio, gli oratori facevano la critica più sanguinosa dell’istituzione dei Giurati, e confessavano i grandi errori e le condanne e le assoluzioni scandalose che, in questi dieci anni, si ebbero da loro nei giudizii sopra i reati di stampa. — Fin qui la Corrispondenza.
Detto cosi di codesto agitatissimo episodio parlamentare, è d’uopo narrare alquanto distesamente i fatti che lo motivarono, accompagnarono e seguirono. É una pagina della storia diplomatica moderna curiosa e ad un tempo istruttiva assai. Il lettore v’incontrerà qualche ripetizione, ma non sarà senza profitto.
Dopo l’attentato di Orsini (scrive Nicomede Bianchi, vol. VII, p. 393) il principe de La Tour d’Auvergne non tardò a presentarsi al Presidente del Consiglio per leggergli il seguente dispaccio del ministro sopra gli affari esteri:
Signor Principe
Parigi 22 Gennaio 1858.
Fra i sentimenti che l’attentato del 14 gennaio ha suscitato, e di cui le corrispondenze degli inviati dell’Imperatore mi recano da tutte le parti la espressione, non ve n’ha alcuno che si manifesti con più di forza e più unanime quanto quello dei pericoli che questo abbominevole delitto ha fatto correre all’intera Europa.
Giammai i Governi hanno meglio compreso come in questo momento la solidarietà che li unisce, né più altamente dichiarato quanto il mantenimento dell’ordine in Francia importi agl’interessi generali.
In nome di questa solidarietà il governo dell'Imperatore si crede autorizzato a reclamare il concorso del gabinetto di Torino per iscongiurare pericoli, l’ampiezza de' quali si è resa palese coll’ultimo attentato.
Non è già la prima volta, (notabene) voi lo sapete, che la Legazione di S. M. è stata incaricata di rappresentare al governo piemontese come fosse desiderabile per la sicurezza degli Stati vicini e per la sua propria, che trovasse modo di porre un termine alle imprese e alle dimostrazioni demagogiche, delle quali il suo territorio è focolare e teatro. Le nostre apprensioni furono giustificate dagli avvenimenti di Genova; ma seppure alcun dubbio poteva rimanere in certuni intorno ai disegni della demagogia italiana, oggi non può essere più possibile di nutrirlo. Non si hanno di fronte partigiani d’opinioni politiche più o meno ardenti e ostili all’attuale assetto politico europeo, ma bensì i seguaci di una sètta selvaggia che professa il regicidio e l’assassinio. Costoro da sé stessi si pongono fuori della società civile, di cui non possono invocare la protezione da che ne disconoscono le leggi.
Il signor conte di Cavour, ne sono convinto, comprenderà esattamente questo stato di cose, e non dubito punto che si renderà persuaso degli obblighi che esso impone a tutti i Governi, e massime a quelli che fin ora hanno praticato con maggiore liberalità il diritto d’asilo. Nulladimeno vi sollecito, signor Principe, a rappresentare al presidente del Consiglio come sarebbe rincrescevole che lo Stato sardo, e particolarmente la città di Genova, dovessero continuare a esser ricovero ai nemici della società europea, e che Giuseppe Mazzini, capo di questi uomini perversi, vi potesse soggiornare impunemente, come fece per lo passato e fa al presente, per infuocare lo zelo de' suoi adepti.
Noi non abbiamo alcun provvedimento speciale da suggerire al Governo di Vittorio Emanuele; volentieri ci rimettiamo alla sua prudenza, alla sua lealtà, per praticare gli espedienti che meglio possono condurre al fine propostogli. Siam persuasi che il gabinetto di Torino non verrà meno al compito, raccomandatogli nel medesimo tempo dai consigli d’un governo amico, dalla dignità propria e, posso aggiungere, dall'opinione pubblica di tutta l'Europa.
Il Governo sardo, ne siam fiduciosi, volgerà nello stesso tempo le sollecitazioni sue sull’abuso criminoso che alcuni diarii nel Piemonte fanno della libertà della stampa. Di essi uno sopratutto — L'Italia e Popolo — è tale che la sua esistenza ci sembra un continuo oltraggio alla coscienza pubblica. È notorio che questo diario è agli ordini di Giuseppe Mazzini, il quale se ne servo per pubblicare eccitamenti alla ribellione e per farne l'apologia. Pochi giorni sono L'Italia e Popolo, fedele al suo uffizio infame, non ha dubitato d’aprire le sue colonne a uno scritto di Mazzini, diretto a indicare ai demagoghi italiani i modi di comportarsi in previsione dell’attentato del 14 gennaio. Questo solo fatto basterebbe senza dubbio a far comprendere la necessità d’avvisare ai modi di sopprimere un diario, nel quale, come dall’alto di una tribuna sempre aperta, Mazzini e i suoi complici possono trascorrere alle più colpevoli aggressioni contro i governi, e propagare le dottrine più destestabili.
Vi prego, Principe, di leggere questo dispaccio al conte Cavour e di lasciargliene copia.
Firmato WALEWSKI.
Cavour per isfuggire ogni controversia in iscritto, rispose a voce al Legato francese che gli comunicava la surriferita nota.
—Il Piemonte, diceva, è pronto a fare tutto ciò che può impedire il rinnovamento di attentati cosi ribaldi. Noi avremo ogni cura affinché le leggi sulla stampa siano applicate con vigore. Inoltre eserciteremo la sorveglianza più attenta sui fuorusciti, né lasceremo che alcuno di essi abusi impunemente dell’ospitalità. Ma se noi siamo francamente vogliosi d’ottemperare ai giusti desiderii del Governo francese entro i termini assegnatici dalle leggi fondamentali del Regno, ci crediamo poi nel dovere di chiamare l’attenzione del Gabinetto di Parigi sull’aumento progressivo de' proscritti politici che vengono a cercar asilo in Piemonte dagli altri Stati italiani (dove cospiravano per conto del Piemonte). Se si vuol guarire il male dalle sue radici, bisogna far sì che non solo questo fatto cessi, ma che scompaiano le cagioni che lo producono. — (17)
Questa risposta giunse amarissima a Walewski, nota Nicomede Bianchi, onde, chiamato a sé il Legato sardo: Sono profondamente afflitto, gli disse, per il rapporto ricevuto dal principe de La Tour d’Auvergne relativo al suo colloquio col conte CAVOUR. Il presidente del Consiglio sempre si fa scudo della legalità. Ma come mai un uomo della levatura del Cavour non s’avvede che versiamo in condizioni affatto eccezionali, le quali reclamano da tutti i Governi un’intima comunanza di opere a far cessare un ordine di cose, che minaccia la società nelle sue basii
«Il Governo inglese ci ha dato assicurazioni, che abbiamo fondamento di credere sincere, di soddisfare le nostre domande. Il Governo di Bruxelles si mostra così arrendevole, da chiederci persino l’elenco dei fuorusciti che desideriamo espulsi dal Belgio. Il Consiglio federale svizzero attende con diligenza a incentrare nelle sue mani le leggi cantonali relative ai fuorusciti per meglio vegliarli In sostanza tutto concorre a farci credere, che gli Stati europei siano di pieno accordo con noi per incatenare una volta per sempre la demagogia. Stando cosi le cose, il conte Cavour dovrebbe comprendere che non si tratta de' soli interessi della Francia, ma sì di quelli dell’Europa, compreso il Piemonte. Esso pure è minacciato gravemente dalla rivoluzione (non ne era il focolare!). Vi prego caldamente di far persuaso di tutto ciò il conte Cavour, e di dirgli che l’Imperatore e il suo Governo sarebbero dolentissimi di vedersi forzati a prendere verso la Sardegna un contegno che la porrebbe nell'isolamento politico. Certamente nessuno può impedire al primario ministro del Re di Sardegna di mantenersi fermo sul terreno della legalità; ma egli è troppo abile, troppo oculato, troppo interessato alla conservazione degli ordini liberi nel Piemonte, per non comprendere che il momento è venuto di far gitto del meno per salvare il più. Le condizioni eccezionali, in cui la Francia versa, gli chiedono tale sacrifizio. Egli possiede il dono mirabile di disciplinare i partiti nel Parlamento, e saprà quindi trovare un temperamento, sia pure transitorio, che dia soddisfazione alla Francia minacciata nella vita del suo monarca. Badate che noi siamo deliberati di andare fino agli estremi e nei paesi, donde gli assassini e i cospiratori non verranno cacciati, andremo noi a cercarli colle nostre mani fin nelle viscere della terra. (Il ministro francese, nemmeno per indiretto accenna al Governo pontificio; ma di tutto fa carico al sardo.)
Per quanto Villamarina, segue a dire il Bianchi, lasciata ogni circuizione di parole, soggiungesse francamente che, se il suo Governo aveva cara l’amicizia francese, aveva però carissima la libertà, onde a scapito di essa milla farebbe pure Walewski, anzi che acquetarsi, spinse le sue esigenze al segno da renderle esorbitanti (18).
Il Principe de La Tour d’Auvergne si presentò di nuovo al presidente del Consiglio, e in nome del suo Governo gli chiese: — 1° che a dare una solenne disapprovazione alle opere dei mazziniani, e a troncare d’un colpo il male che faceva il loro diario, il Governo del Re inibisse la pubblicazione dell’Italia e Popolo — 2° che ai fuorusciti politici fosse vietato di scrivere nelle effemeridi politiche; — 3° che i reati di stampa per offese ai Sovrani e ai capi dei Governi stranieri fosser giudicati dai tribunali ordinarii senza il concorso dei giudici del fatto e senza la richiesta della parte offesa; — 4° che Aurelio Bianchi-Giovini venisse sfrattato dal regno, e seco tutti i fuorusciti turbolenti.
«No, rispose Cavour, no, la soppressione dell’Italia e Popolo equivarrebbe a un colpo di Stato, (?!) e il Re e noi vogliamo serbarci fedeli allo Statuto. Oltre questa considerazione capitale, ove noi entrassimo in una tale via spezzeremmo le congiunture al partito liberale sostenitore del progresso ordinato (sic), e apriremmo il varco alla reazione e alla rivoluzione (?!). Sarebbe assurdo poi che il Governo, ove anche ne avesse facoltà, impedisse ai fuorusciti di scrivere ne diarii politici, mentre coloro che con miglior zelo e autorità vi difendono la libertà ordinata (sic) e l'alleanza francese, sono scrittori esuli di altre terre italiane. È vero, il contegno di Aurelio Bianchi-Giovini, dopo l’attentato di Orsini, è condannevole; ma sarebbe un atto di non buona politica sbandirlo dal regno. Fra tutti i pubblicisti egli si è mostrato il più caloroso nel difendere a visiera alzata l'alleanza del Piemonte colla Francia; si è mantenuto il più strenuo battagliero contro le utopie e le macchinazioni mazziniane, e con coraggio a lungo difese colla sua penna la Sardegna dagli intrighi e dagli assalti aperti dell’Austria. Il Governo del Re non era alieno di togliere l’ospitalità ai fuorusciti che se ne mostravano indegni; ma era un negozio nel quale bisognava andar molto cauti. L’Inghilterra era lontana, e la Francia e là Svizzera non volevano dar ricetto a nuovi proscritti politici. L’esclusione dei giudici del fatto e l’abbandono della domanda della parte offesa nei reati di stampa per offese ai Sovrani e ai capi dei Governi stranieri, porrebbe il Governo in un prunaio di difficoltà; nulladimeno, a dare testimonianza di buon volere al Gabinetto di Parigi, ove esso volesse dichiarare per una volta soltanto, che intendeva che ogni offesa fatta alla persona dell’Imperatore venisse denunziata al fisco, ciò basterebbe perché l’accusatore pubblico portasse la cosa alla cognizione dei tribunali.» (19)
Questa concessione, osserva il Bianchi, agli occhi di Cavour era immensa; ma il Legato francese non se ne mostrò soddisfatto, e neanco tornò gradita a WALEWSKI. (20)
Con tali pungenti stimoli nell’animo l’Imperatore bensì accolse benevolo il generale Enrico della Rocca, che Vittorio Emanuele avevagli mandato con una lettera autografa, succeduto l’attentato di Orsini; ma poi, favellando a voce alta in modo da esser udito dai molti che gli facevano corteggio, disse: — «Il Re di Sardegna mi ha scritto una lettera, che m’è tornata gratissima. Vedo da essa che egli mi è amico ottimo. Ma poiché io amo il Piemonte, e nutro una stima particolare per il conte Cavour, così spero che nelle presenti circostanze egli vorrà fare qualche cosa per soddisfare i miei desiderii. Non contesto al Piemonte il diritto d’asilo; la Francia lo esercita pure largamente. Ma quando un Governo amico le indica qualche fuoruscito che abusa siffatta mente dell’asilo accordatogli, Ano al punto di preparare l’assassinio d’un Sovrano amico del Governo che lo ospita, essa tosto provvede con sollecitudine doverosa.»
Il Bianchi continua narrando, che in un susseguente abboccamento con Della Rocca e con Villamarina Napoleone dicesse: — «Non vogliate credere ch’io intenda d’esercitare pressione sul vostro Governo, ché sono ben lontano dal nutrire questo pensiero. Nellevicissitudini della mia vita ho avuto modo di apprendere a stimare la dignità serbata da Stati minori di fronte alle esigenze di maggiori potentati. Ma le cose ch’io domando sono facili ad attuarsi e possono praticarsi non solo da un Governo alleato, ma da un Governo che sia soltanto amico della giustizia. Supponiamo che l’Inghilterra non faccia ragione ai miei giusti reclami; si raffredderanno ben tosto le relazioni diplomatiche tra i due Governi di Parigi e di Londra, e da un tale stato di cose alle ostilità aperte vi è un solo passo. Ove ciò succedesse, vediamo francamente in quali condizioni si troverebbe la Sardegna. Vi sono due sole ipotesi: o con me, o contro di me. Ma non vi dovete fare illusioni: il compimento delle vostre speranze, il vostro avvenire stanno nell'alleanza francese, essa soltanto può esservi di valido appoggio. Ma, per essere con me allora, torna indispensabile che assentiate a fare adesso ciò che vi domando. Se rifiutate, vi ponete contro di me, sarete coll’Inghilterra; ma quali vantaggi reali vi può essa offerire? Non ve ne potete ripromettere gagliardi aiuti militari: appena vedrete giungere alla Spezia o a Genova qualche nave da guerra inglese. Ma a qual pro, se essa si ostina a voler conservati i trattati del 1814 e 1815? (21) In quest’ultima ipotesi, a mio malgrado, io mi trovereicostretto a fare assegnamento sull'Austria, ed entrato che fossi in siffatta orbita di politica, mi vedrei forzato a rinunziare a ciò che sin ora ha formato il più caro sogno della mia mente, il più dolce desiderio del mio cuore, voglio alludere alla felicità e all’indipendenza dell’Italia.» (22)
Lusinghiero davvero, nota di nuovo il Bianchi, favellava il sire di Francia; ma nel rispondere alla lettera del Re gli fece intendere che nel Piemonte la polizia era inetta, e che necessitavano solleciti provvedimenti,pur largheggiando di benevolenza verso Vittorio.
Laonde, misurando Cavour (parla sempre il Bianchi) con coraggiosa serenità d’animo i solenni eventi che da quella contestazione potevano sorgere, inviò le istruzioni seguenti al marchese Salvatore Pes di Villamarina, sul quale sapeva di poter contare a pieno. Coraggio e a fronte alta continuate a rappresentare un Re generoso e un Governo leale, il quale come non patteggerà mai col disordine e colla rivoluzione (??!), così in nessun caso si lascierà intimidire dalle minaccio de' suoi potenti vicini. Perdurate nella lotta diplomatica con dignità, con moderazione; ma senza indietreggiare d’un solo passo. Perduta che abbiate la speranza che ci venga resa la giustizia che ci è dovuta, (sic) verrete a indossare il vostro uniforme di colonnello, per difendere al seguito del Re l’onore e la dignità del paese. Sua Maestà ha risposto all'Imperatore come conveniva a un discendente del Conte Verde, di Emanuele Filiberto e di Amedeo II, bensì in termini di benevola amicizia verso Napoleone III, ma nel resto da Re geloso della sua indipendenza. (Cavour faceva il gradasso, e ne aveva ben d'onde! troppo conosceva i legami che stringevano il Bonaparte all'opera settaria per aver nulla a temere da lui.)
«Evidentemente, aggiungeva Cavour, si è fatto credere all’Imperatore, che, dopo l’attentatodi Orsini,noicisiamoriaccostatiall’Inghilterra: nulla di più falso. Non ho scritto al Legato sardo in Londra una sola parola delle pressioni che la Francia ci fa, né anco ne ho minimamente ragguagliato Sir James Hudson. Certo che, se la Francia si avvicina all'Austria, noi ci accosteremo all'Inghilterra, o piuttosto ci porremo a capo della causa dei popoli oppressi (vale a dire della rivoluzione europea). Ma fintanto che l’Imperatore Napoleone rimarrà fedele al suo programma della ricostituzione delle nazionalità (gli costò caro a Sèdan il suo programma!), noi non ci scosteremo da lui. Che egli innalzi a segno di riscossa lo stendardo dei popoli oppressi (?!!) e vedrà i soldati piemontesi all'antiguardo dogli eserciti francesi.» (23)
Ma non bastava, osserva l’apologista cavurresco, cercare di mettersi al coperto, mentre si addensavano sul Piemonte i nugoli di questa nuova tempesta civile; a non perdere il terreno guadagnato dal Congresso di Parigi in poi, frammezzo a tanto fioccar di accuse e di recriminazioni contro la Sardegna, faceva d’uopo continuare a parlar forte contro i cattivi Governi italiani, designandoli all’Europa come i veri promotori in gran parte dei mali civili che affliggevano l’Italia; Cavour fece così. Il conte Domenico della Minerva ebbe l’incarico di portarsi dal Cardinale Antonelli per leggergli un dispaccio, del seguente tenore:
Signor Conte
Torino 11 Febbraio 1858
Devo chiamare l’attenzione della S. V. Ill.ma sopra un argomento assai grave, intorno al quale occorre sollecitare dal Governo di S. S. le opportune provvidenze.
Trovansi nei regii Stati non pochi sudditi pontificii i quali, provvisti dal proprio Governo di passaporti limitati a brevi scadenze, e buoni per l’uscita dal loro paese, non possono farsi rimpatriare regolarmente, perché gli agenti di S. S. accreditati nel nostro Stato, ricusano d'autorizzarne il ritorno, allegando che i medesimi sono esiliati, e che il passaporto è valido soltanto per l’uscita. Detti agenti, e specialmente il Console generale di S. S. a Genova, fecero più volte tali dichiarazioni alle autorità amministrative del regnò, e se ne ha conferma nella lettera qui unita, per copia, del Console generalo predetto, diretta all'Intendente generale di Genova il 5 giugno scorso, dalla quale appare inoltre come il Governo pontificio si rifiutasse d’incorrere in alcuna spesa per trasportare in altro paese il suddito di S. S. ivi menzionato.
In altri casi di non dissimile natura, mentre il Console generale confermava il diniego per parte del suo Governo di riammettere codesti sudditi di S. S. sul territorio pontificio, dicevasi però esso autorizzato a prendere concerto col R. Intendente generale a Genova, per mandare altrove tali persone, offrendo qualche limitato soccorso quando si trattasse d’individui miserabili e tapini. Risulta ciò specialmente da lettera che qui pure s’unisce, per copia, diretta dallo stesso Console generale pontificio all’Intendente di Genova in data 7 agosto scorso, relativa al Giuseppe Ponzi di Roma.
Che se in altre circostanze il consolato pontificio a Genova acconsente a pagare le spese di trasporto a Buenos Avres di un suddito di S. S., certo Domenico Leva di Ancona, non è men vero però che anche in questo caso fu rifiutato il rimpatrio.
Risulta da tali fatti, che da un lato il Governo di S. S. si ricusa positivamente d’annuire al ritorno nel loro paese dei proprii sudditi, (ribelli, divenuti agenti piemontesi) sebbene provvisti del passaporto pontificio, e dall'altro egli tenta d’abbandonare al Governo del Re la cura di provvedere all’invio di questi individui in estranee regioni, sottoponendosi con difficoltà al pagamento delle spese di viaggio.
Questo sistema d’espulsione dai proprii Stati, esercitato su larga scala dal Governo pontificio, giacché nel solo nostro territorio i sudditi di S. S. cosi espulsi sommano a più centinaia (calcolata esagerazione), non può a meno di avere le più funeste conseguenze.
L’esiliato per sospetti, o per men buona condotta non è sempre uomo corrotto o affigliato indissolubilmente alle sètte rivoluzionarie. Trattenuto in patria, sorvegliato, punito ove d’uopo (il che però non poteva farsi senza le grida di latta la stampa rivoluzionaria e le note del Cavour), potrebbe emendarsi, o per lo meno non diverrebbe uomo grandemente pericoloso. Mandato invece in esiglio, irritato da misure illegali (quelle dì esiliare i ribelli)ma fu in uso presso tutte le nazioni civili, quando non li punivano colla morte), costretto di vivere all'infuori della società onesta, e spesso senza mezzi di sussistenza, si mette necessariamente in relazione coi fautori delle rivoluzioni. Quindi è facile a questi l'aggirarlo,sedurlo, affigliarlo alle loro sètte (cosa già fatta da ché erano agenti del governo piemontese). Così, il discolo diventa in breve settario, e talora settario pericolosissimo.
Onde si può con ragione asserire che il sistema seguito dal Governo pontificio ha per effetto di somministrare di continuo nuovi soldati alle file rivoluzionarie. Finché durerà in esso, tutti gli sforzi dei Governi per disperdere le sètte torneranno vani, perché a mano a mano che s’allontanano gli uni dai centri pericolosi, altri vi convengono in certo modo spediti dal proprio Governo. A ciò si deve attribuire la vitalità straordinaria del partito mazziniano (e non alle traine del Piemonte!),e vi contribuiscono in gran parte le misure adottate dal Governo di Sua Santità.
In ogni caso il Governo pontificio non può giustamente pretendere che quello di S. M. debba accogliere nel suo territorio qualsiasi individuo gli piaccia mandare alla nostra frontiera a condizione di rinunzia al ritorno; come il Governo di S. M. non vuole, né può assumersi la grave responsabilità, e l'incarico ad un tempo malegevole e odioso, di deportare in lontani paesi i sudditi altrui. Se fu sempre difficoltà al R. Governo l’operare simili trasporti d’emigrati, ora gli ostacoli divennero di gran lunga e più numerosi e più gravi, sia pei recenti tentativi di Genova, Livorno, Napoli e Parigi, sia perché spesso accade che fra gli emigrati trovansi individui espulsi per reati comuni (notabene). Si può difatti asseverare che né Francia, né Svizzera, nò altri paesi del continente europeo sono disposti ad ammettere tali individui. Gli Stati Uniti dell’America settentrionale già opposero gravi ostacoli, e l’America meridionale cerca coloni ed agricoltori, anziché emigrati, massime se processati ed espulsi per reati comuni.
Incarico perciò V. S. Illma di recare queste cose a notizia dell’Eminentissimo Segretario di Stato, e di domandare, che voglia dare le opportune direzioni agli agenti pontificii accreditati nei regii Stati, affinché pongano il visto pel ritorno ai passaporti dei numerosi loro connazionali qui domiciliati, e siano questi ammessi al rimpatrio (per cospirare meglio di prima). Tali disposizioni ella invocherà naturalmente anche per l’avvenire, ed intanto il ministero le manderà la nota degli individui intorno a cui si chiedono ora le opportune provvidenze.
Ella farà osservare a Sua Emza, che il R. Governo ha fiducia nella saviezza ed amicizia del Governo di S. S. pel pronto esito della presente domanda. Il Governo del Re sarebbe spiacentissimo se si vedesse stretto dalla necessità a mandare alla frontiera pontificia i sudditi predetti di Sua Santità.
Gradisca ecc.
C.CAVOUR
Cavour, dice con compiacenza Nicomede Bianchi, comunicò ufficialmente questo dispaccio, letto che l’ebbe il Segretario di Stato pontificio, ai Governi amici della Sardegna, impegnandoli a provvedere nell’avvenire ai gravi mali, che a ragione essi deploravano; ma che dovevano ben comprendere, non erano alimentati dal Piemonte, ma dai Governi italiani retrivi (sic).
—Supponevasi che l’E.mo Antonelli avesse risposto con una nota alle perfide insinuazioni del conte di Cavour; ma ad onta delle più accurate indagini nulla fu ritrovato su tale importante oggetto. Vi è luogo a supporre che il conte della Minerva, avendo dato lettura del dispaccio del suo Governo all’E.mo Segretario di Stato, questi si limitasse a tenerne solo verbale proposito coi diplomatici nelle ordinarie udienze. —
Ma questo non era tutto; Cavour, dettando note, tramava congiure; quindi, seguendo il suo pensiero di rovesciare i troni, il 1° aprile del 1858, sempre a proposito dell’attentato di Orsini, scriveva ai diplomatici sardi presso le Corti straniere: In vista di tali fatti, sì spesso rinnovatisi, aventi tutti uno scopo finale a un dipresso eguale, cioè un cangiamento nelle condizioni attuali dell’Italia, si domanda se in fondo non esista nelle popolazioni di certi Stati nella Penisola qualche causa profonda di scontento, che è nell’interesse di tutta l’Europa di distruggere. — Questa causa esiste realmente. È l’occupazione straniera; è il mal governo degli Stati del Papa e del Regno di Napoli; è la preponderanza austriaca in Italia. Il Governo del Re ha segnalato questi mali all’Europa in una circostanza memorabile, nel seno del Congresso di Parigi. — Sventuratamente gli attentati di Parigi, di Genova, di Livorno, di Napoli, di Sicilia, di Sapri, (provocati dal Piemonte) sono venuti a confermare troppo presto in solenne maniera le previsioni dei plenipotenziarii sardi.
«Il Governo del Re spera che i Gabinetti d’Europa, in uno scopo d’ordine e di conservazione, si decideranno finalmente a portare un rimedio efficace ad un tale stato di cose. — Le legazioni di S. M. dovranno dal loro canto cooperare a codesto risultato con tenere un linguaggio conforme a questo del Governo del Re (24)».
La storia e i documenti nota il Balan (Storia Ecclesiastica,Vol. 18, pag. 60), hanno provato chi avesse la colpa negli attentati che il Cavour ricorda, e quanto fossero facili in lui e ne’ suoi le previsioni di ciò che conoscevasi da lui prima che avvenisse (25). Principio fondamentale del ministro piemontese era, secondo attesta il suo confidente Nicomede Bianchi, che non vi è rivolgimento politico notevole, non vi è grande rivoluzione che possa compiersi nell’ordine materiale, se preventivamente non è già preparata nell’ordine morale, nell’ordine delle idee. Ed il Bianchi continua: A questo risultato egli pertanto avea mirato dal Congresso di Parigi in poi, ed alla perfine era giunto a vederselo innanzi pressoché compiuto e maturato....
I governi di Roma e di Napoli accusati e condannati anch’essi in mille modi a voce e a stampa, ovunque poteva farsi udire una libera parola, si mostravano già naturalmente stremati di forze ed impotenti a lottare, venuto che fosse il di della giustizia popolare».
—Ecco il segreto delle azioni del conte di Cavour, conchiude il Balan;ecco il vero suo disegno, che rende più vile il protestarsi più tardi innocente e pronto ad aiutare al riparo i Governi per sua opera vacillanti. —
Al governo francese, segue a dire il Bianchi, il Ministero sardo sentì quello che si poteva e si doveva accordargli per isdebitarsi conlealtà dei doveri della procacciata alleanza, e per serbarla fruttuosa ai propositi e alle speranze della Nazione. Il Legato francese in Torino e il conte Walewski non ne rimaser soddisfatti; ma se ne tenne appagato l’Imperatore. Però, chiamato a sé Villamarina, Napoleone gli disse: Sono contento e riconoscente del voto del Parlamento piemontese sulla legge Deforesta e siate sicuro che io' non dimenticherò questo leale contegno della Sardegna verso la mia persona... E i lavori de' nuovi fortilizii di Casale e. d’Alessandria progrediscono?... Villamarina fu lesto a rispondere: «Maestà, noi andiamo sempre preparandoci per il gran giorno!» (26).
—La guerra all’Austria era cosa da tempo prestabilita nei disegni della Massoneria, e tutto cotesto tramestio diplomatico non era che volgare commedia. —
Nicomede Bianchi passa qui a dirci alcuna cosa circa la pubblicazione della lettera di Felice Orsini, che giova raccogliere a costo anche di cadere in qualche leggera ripetizione.
— Il testo letterale di questa lettera, egli scrive, e il testamento di Orsini a breve andar di tempo, venner pubblicati nel diario del Governo piemontese. Le sollecitazioni erano venute da Parigi: e Cavour, che aveva visto di mal occhio la pubblicazione della prima lettera d’Orsini (27), non le aveva accolte con tutta facilità; come si risolse a darvi corso, volle mettersi un po’ al coperto, e scrisse a Parigi: «Pubblicheremo la lettera e il testamento di Orsini; ma si badi che è un assalto diretto contro l’Austria, non solo da parte del Piemonte, ma anche da parte dell’Imperatore» (28). (I consigli del misterioso Avvocato avevano prodotto l’effetto, e ormai Bonaparte voleva romperla coll’Austria).
Da una mano fidatissima a Napoleone, continua il Bianchi, era stato scritto il seguente preambolo alla lettera sopramenzionata: Possano i partiti italiani essere ben persuasi, che non è con delitti, riprovati da tutte le società civili, che giungeranno a ottenere il loro giusto intento, e che il cospirare contro la vita del solo,Sovrano straniero, che nutre sentimenti di simpatia per i loro mali, e che solo può ancora qualche cosa per il bene delVinfelice Italia, è un cospirare contro la propria patria. — Questo accennare che l’Imperatore dei Francesi, solo fra tutti i monarchi, nutriva inclinazioni benevole verso l’Italia e solo poteva sollevarla dai mali che l’affliggevano, fu per avventura la cagione onde Cavour, tralasciato di pubblicare il sovrariferito preambolo, pose a capo della lettera d’Orsini le parole già riferite:
«Riceviamo da fonte sicura gli ultimi scritti di Felice Orsini. Ci è di conforto, come egli, sull’orlo della tomba, rivolgendo i pensieri confidenti all’augusta volontà che riconosce propizia all'Italia, mentre rendeomaggio al principio morale da lui offeso, condannando il misfatto esecrando a cui fu trascinato da amore di patria spinto al delirio, segna alla gioventù italiana la via a seguire per riacquistar all’Italia il posto che ad essa è dovuto fra le nazioni civili.»
Il giornale la Ragione intanto scriveva sulla pubblicazione fattane della Gazzetta Piemontese le seguenti parole, che noi ristampiamo con ribrezzo por solo debito di cronisti: «La Gazzetta Piemontese di oggi pubblica in testa alla sua prima pagina una pretesa lettera di Felice Orsini a L. N. Bonaparte, preceduta da alcune parole, che sono il più crudele insulto all’Italia, e la più schifosa adulazione al despota che trema in Francia.
«Nel fare questa pubblicazione la Gazzetta Piemontese ha dimenticato due cose:
«1. Che la memoria di Felice Orsini non si può infamare, perché essa è consacrata all’eroismo e dal martirio.
«2. Che i principi! morali non permettono nemmeno ai fogli officiali di far parlare i morti nel modo che meglio accomoda ai nemici dell’odore e della libertà dei popoli. Questo per ora» (29).
—L’aspettazione dell'Imperatore Napoleone, parla di nuovo il Bianchi, sugli effetti delle lettere d’Orsini non andò delusa. In Italia si ravvivò la fede sugli aiuti armati di Francia per il riscatto nazionale; l’opera riparatrice riprese lena, e il Piemonte si senti rinfrancato a portar sulle braccia i destini della patria. II Gabinetto' di Vienna non celò il suo risentimento, e, a soddisfazione, chiese che il Governo imperiale facesse nel suo diario officiale la dichiarazione esplicita, che la Francia era del tutto aliena dallo spalleggiare le tendenze rivoluzionarie del Piemonte. Walewski, ricevuti gli ordini dell’Imperatore, rispose che: la Francia sentiva il dovere di usare riguardi particolari verso un paese che orale stato alleato utile nella guerra d’Oriente (30)».
Intanto La Gazzetta del Popolo, nel suo num. 52, dei 2 di marzo 1858, proclamava unUomo grande Felice Orsini!...
Prendeva quindi a fare un cenno del suo Almanacco intitolato: Almanacco nazionale per il 1858, pubblicazione della Gazzetta del Popolo, anno IX.
Alla pagina 71 di quest’Almanacco si vedeva rappresentata una medaglia dedicata a. Bentivegna e ad Agesilao Milano. In Torino, dice la pubblicazione della Gazzetta del Popolo, un artefice che ha cuore, ritrasse le sembianze di entrambi sopra una funerea medaglia, che, coniata in terra libera, qui fedelmente riproduciamo.»
Da una parte vi era Milano col laccio al collo, e la palma del martirio; e si leggeva: — A. MILANO. — Solo in piena luce, a viso aperto si levò contro l’empio accampato e polente, redentore civile. (!?) —
Sul rovescio della medaglia era effigiato Bentivegna, che, scopertosi il largo petto, cade ucciso dalle palle dei sottoladri del Borbone, (dice la pubblicazione della Gazzetta del Popolo a pagina 72). La leggenda è: — F. BENTIVEGNA. — Impaziente, con pochi ruppe guerra alla mala signoria, preludendo col proprio sangue all’italica libertà. —
Dopo la medaglia viene il panegirico, ma non si sa chi l’abbia scritto. Gli articoli che precedono e seguono il panegirico di Agesilao Milano e del barone Bentivegna sono sottoscritti; il panegirico no.
Per quanto sia corrotto il cuore umano, vi si trova sempre un resto di pudore!
Il panegirico però è una pubblicazione della Gazzetta del Popolo, e questa viene scritta da due deputati del Parlamento nazionale!...
E il panegirico incominciava: «La storia scrive nel libro dei buoni i nomi di Milano e di Bentivegna, caduti; registra fra quello degli scellerati il nome del Borbone, che tutt’ora vive come un fenomeno strano di natura».
Con ribrezzo trascriviamo queste parole; ma dobbiamo farlo, dobbiamo anzi citare la pagina che le contiene, cioè la 71, diversamente non saremmo creduti.
E, celebrate le lodi dei due, il panegirico si chiude dicendo: Popoli d’Italia, inginocchiatevi davanti a Bentivegna e davanti ad Agesilao Milano. Italiani, baciate i due Santi. — E vituperano costoro il culto dei Santi di Gesti Cristo, che non assassinarono alcuno e beneficarono tutti! — Quelle parole vennero stampate a pagina 74. — La perorazione risponde all’esordio.
Ma v’è di peggio nella pubblicazione della Gazzetta del Popolo. Non pare possibile; e per ciò citeremo:
«Bassi ed alti cortigiani (il popolo delle due Sicilie) proposero d’innalzare sul luogo (dove fu tentato l'assassinio del Re di Napoli) una cappella alla Vergine in rendimento di grazio. Chi sa, che in vece in quella cappella non abbiansi a depositare col tempo, le sacre reliquie di Agesilao?» (pag. 75).
La Gazzetta del Popolo ammetteva la venerazione dello reliquie; ma delle sacre reliquie del regicida. Invece del culto della Vergine voleva il culto di Agesilao Milano!
Povera Italia, quanta vergogna!
Varie parti d’Italia figurarono a Parigi nel terribile processo del 14 di gennaio. Il Piemonte andava esente.... Ma fu per poco tempo. In Torino si esclamò e si stampò, che Orsini è un grande uomo! E lo stamparono coloro che dicono di rappresentare l’opinione pubblica, coloro che avevano già detto agli Italiani: Inginocchiatevi davanti ad Agesilao Milano e a Bentivegna; baciate i due Santi!
Ilconte di Cavour, parlando nella Camera dei Deputati, il 15 di gennaio 1858, dell’attentato di Milano, chiamavalo un attentato orrendo e lo ripudiava altamente, e diceva che doveva essere stimatizzato da quanti hanno a cuore l'onore, e l'interesse italiano.
Benissimo detto, ma malissimo fatto. Perché il conte di Cavour, capo del potere esecutivo, non ripudiava la pubblicazione della Gazzetta del Popolo, e non impediva che i due Settarii fossero esposti alla venerazione degli Italiani! Imperocché il ministero adoperavasi con tanto zelo per l’elezione di coloro, i quali avevano apoteizzato Agesilao Milano e il Barone Bentivegna!
Contemporaneamente, in due giorni, tre de' giornali piemontesi che ogni più sacra cosa e persona gettavano nel fango, non dubitarono di esporre, all’ammirazione del popolo Felice Orsini, e, più della sua persona il commesso misfatto.
La Gazzetta del Popolo, aveva esclamato: «Orsini è un uomo grande».
— Orsini rimarrà nella storia d’Italia come una delle sue più grandi immagini, in quella dell'umanità come una delle sue più grandi significazioni, soggiungeva La Ragione, N° 68.
— Orsini, Rudio e Gomez sono vigorose individualità, vivono di annegazione e di sacrifizi, muoiono per la patria, hanno una natura sommamente rigogliosa, conchiudeva l'Unione, N° 63.
La quale Unione, cercando un assassino, trovollo nell’Imperatore di Austria, e lo mise nella stessa linea di Libeny: anzi diè la preferenza a costui, che volle vendicar l'Ungheria, mentre l’Imperatore d’Austria l’uccide.
Non bastava alla povera Italia, nota saviamente L'Armonia, che figli indegnissimi l’avessero infamata coll’assassinio; era condannata la meschina a peggiore vergogna. In un paese che si pretendeva il rappresentante dell’idea italiana, bisognava che i rei conseguissero gli onori dell’apoteosi.
— Orsinièun uomo grande! — E perché? Ha debellato nemici, ha conquistato provincie, ha reso qualche segnalato servigio a' suoi concittadini? Nulla di tutto ciò. — Ha inventato un nuovo genere di bombe, e se n’è servito per uccidere Napoleone III. L’Imperatore dei Francesi è salvo; centocinquanta innocenti restano vittime; cinquecento ferite portano in un centinaia di famiglie il lutto e la desolazione. Ecco l'opera grande! Chi in Parigi è dichiarato un parricida, in Torino è un grande uomo.
— Orsini è una delle più grandi immagini che si trovino nella storia d'Italia. —
E poi ci lagniamo quando il forastiere chiama l’Italia: la terra del pugnale? È dunque cosi povera la storia nostra da dover ricercare in Orsini una delle sue più grandi immagini! Che idea vi formate della grandezza, o uomini del progresso! Per divenire grandi agli occhi vostri, conviene salire le scale del patibolo!
— Orsini rimarrà, nella storia deW umanità come una delle più grandi significazioni. —Quale abuso di parole? Orsini un’eroe delV umanità? Ben videro i Parigini i dolorosi effetti di questa umanità, e il sangue ne scrisse le imprese lungo la strada Lepelletier!
Ah! non avete letto, come tra i testimonii del memorando processo comparisse un povero operaio pallido, sciancato, coperto di piaghe, e ridotto a quello stato dalle schegge delle bombe fatali! E’ questal’umanità che intendete voi?
— Orsini, Rudio, Gomez sono individualità vigorose, vivono di annegazione, muoiono per la patria. — Cosi dunque si prostituiscono le più belle virtù? E voi dite che muore per la patria chi è ucciso per aver tentato di uccidere altrui? Volete voi dunque istillare nei vostri concittadini un vigore come quello di Gomez l Un'annegazione come quella di Rudio? Un amor di patria come quello di Orsini?....
Per quanto triste concetto, conchiude l'Armonia, avessimo noi del nostro giornalismo libertino, non avremmo a pezza creduto possibile di leggere in esso di siffatte enormezze. Quando i diarii francesi un giorno dopo il terribile attentato imprecarono all’Italia, noi potemmo dar loro sulla voce e ribatterli. Ora no;se essi ci getteranno in faccia le orrende frasi del nostro giornalismo italianissimo, dovremo arrossire e tacere (31).
La Ragione del 17 gennaio, scriveva il citato autorevole giornale, dopo avere in un lungo articolo esaltato i pregi e i meriti di questo campione del partito d’azione, conchiude congratulandosi con sé stessa, che le sue dottrine «avevano guadagnato nell’Orsini un nuovo e non ciarliero campione.»
Diamo dunque anche noi un cenno di questo non ciarliero campione, togliendolo dal libro che i giornali liberali piemontesi lodavano a cielo in quel momento, cioè: — Memorie politiche di Felice Orsini, scritte da lui medesimo, e DEDICATE alla gioventù italiana. Torino 1858. — Felice Orsini nacque in Meldola, piccola città degli Stati Pontifici nel 1818, e ricevette un’educazione severa attiva, studiosa, soverchiamente religiosa, ma onesta.
Poi trovandosi per gli studiiin Bologna, l’educazione dell’Orsini soverchiamente religiosa ed onesta andò a rompere alle società segrete della Giovane Italia, i cui affiliati, massime in Bologna, lavoravano con ardore incredibile a sedurre e scapestrare la gioventù. «Virtù, moralità, libertà, patria, aspirazioni e pensieri di nuova religione (non formulata però) erano le parole che ad ogni istante si udivano da loro» (Memorie, ecc. pag. 15.) Ciò avveniva verso il 1838.
Incappato così nei lacci della frammassoneria Orsini si dié a congiurare cogli altri, e il 1. di maggio 1841 veniva arrestato; condotto più tardi a San Leo, e di là trasferito a Roma, venne condannato alla galera in vita. In galera, come in prigione, l’Orsini e i compagni non cessarono mai dal macchinare la fuga, tenendo corrispondenza coi rivoluzionarii del di fuori. L’amnistia accordata da Pio IX troncò per poco le trame dell’Orsini: e prima di uscire dai ferri, sottoscrisse un foglio, in cui dichiarava sul suo onore, che «d’ora innanzi non s’avrebbe per lui disturbato l’ordine publico, né operato contro il legittimo governo.» (Memorie, pag. 40). — Ma la morale del non ciarliero campione è molto facile. — «Noi potevamo in coscienza dar tale parola, dice egli, perché consideravamo come legittimo il governo di Pio IX; e abbiamo cospirato, perché Pio IX cessava di essere un sovrano legittimo!» (pag. 40). — E chi, s’è lecito, lo aveva reso illegittimo? — Lo scambietto è facile e comodo; peccato, che non tutti accettino le dottrine filosofiche dell'Orsini e della Ragione. Orsini non potè partecipare a' moti di Rimini, di cui fu parte non piccola il cavaliere Carlo Luigi Farini, perché era in carcere; però ne tratteggia la storia, e quindi, così riassume le condizioni dell'Italia all'elezione di Pio IX: «1. Fermento universale e tendenza (dei settarii) ad una rivoluzione; 2. il partito repubblicanoridotto ai minimi termini, stretto in amicizia e in lega coi moderati; 3. la Giovine Italia del tutto posta da parte e in discredito; 4. per la propaganda di Carlo Alberto, le speranze rivolte a lui e alla sua armata; 5. per gli scritti di Balbo e di Gioberti, allora in voga, lo spirito nazionale esteso universalmente tra la gioventù delle Università, tra i letterati, e perfino tra alcuni dell’aristocrazia; ma non più in là d’indipendenza nazionale.» (Memorie, pag. 44)
Orsini, uscito di prigione, si condusse in Toscana, ove diede mano alla stampa clandestina, e alle rimostranze pubbliche e segrete, tendenti a far discendere il governo toscano alle riforme di Pio IX. La polizia seppe ogni cosa; venne esiliato, e da ultimo arrestato e mandato ai confini. Come Leopoldo II discese alle riforme, l’Orsini tornò in Toscana, ove si trovava il colonnello Ricotti e Nicola Fabrizi; si pose a contatto con loro, e fece da segretario al secondo nella sua corrispondenza con Mazzini. (Memorie, pag. 61). Nell’inverno del 1847, recossi a Roma, ove un comitato rivoluzionario decideva una spedizione per sollevare gli Abruzzi. «A’ primi di febbraio 1848 fuvvi una grande dimostrazione promossa da Ciceruacchio di concerto col comitato stesso. Si chiesero uffiziali piemontesi, riordinamento dell’esercito papale, e secolarizzazione totale del governo (pag. 62). Il comitato non avea la missione di spingere il popolo alla repubblica. Sedeva come centro per dare una direzione segreta agli uomini d’azione; influenzare la pubblica opinione; spingere il governo sempre più innanzi; fare che si venisse alla guerra coll'Austria; paralizzare gli sforzi della reazione, distruggerne, se pur fosse stato possibile, ogni elemento… Mazzini non vi avea che fare, e il suo nome suonava malissimo agli orecchi dei membri stessi, che per lo addietro erano stati in lega con lui. Il comitato romano comunicava con altri stabiliti al medesimo oggetto nella Toscana e nel reame di Napoli» (pag. 63).
Orsini combatté a Piacenza, a Treviso, a Venezia; fu deputato alla costituente per la provincia di Forlì. Le stragi, sotto il titolo di omicidii politici, desolavano lo Stato romano e facevano tremare i vicini e inorridire i lontani. Questo male sotto la repubblica prese proporzioni gigantesche; da vendette politiche trascorse ad oggetti più ignobili; talché in alcune provincie non vi avea più alcuna sicurezza personale. (pag. 76).
L’Orsini venne spedito ad Ancona dal Triumvirato per porre rimedioa quei macelli, e dice, che i suoi sforzi furono coronati di felice successo. Narrata la caduta della Repubblica romana, sebbene proclamata ETERNA, egli si scaglia rabbiosamente contro il Papato, e con basse e villane ingiurie insulta al dispensatord’imperiali e regali corone, portatoci sul collo e tenutoci dalle armi del traditore che regge oggi la Francia. — In queste parole, si scorge il campione del misfatto del 14 gennaio.
«La Repubblica romana, continua l’Orsini, lasciava un addentellato, cioè nominava un comitato italiano in Mazzini, Saffi e Montecchi, il quale nel 1850 emise le cartelle del prestito nationale, e si aggiunse A. Saliceti, G. Sirtori, Cesare Agostini. Intanto un altro comitato prese vita col nome di Europeo. Mazzini per l’Italia, LedruRollin per la Francia, Barasz per la Polonia, Ruge per la Germania. (Memorie, pag. 78). Orsini racconta il tentativo del 6 di febbraio 1853 in Milano, e fra le cause, per cui andò a vuoto, enumera questa: «Messo il partito di assaltare gli uffiziali mentre stavansi raccolti nel tripudio di una grande festa da ballo, B… vi si oppose, mancando così alla prima legge delle cospirazioni, la quale vuole che dove mancano armi, dove sono proibiti i bastoni, egli è lecito di ricorrere ad ogni mezzo che valga a distruggere il nemico.» (pag. 80). Questo disegno di pugnalare gli uffiziali austriaci a tradimento viene più lungamente dichiarato, come già vedemmo, nelle istruzioni che Mazzini diede ad Orsini più tardi, cioè nel 1854, quando lo mandò ad esplorare gli animi e lo stato delle cose a Milano. Vuole che s’istituisca una «compagnia della morte composta di ottanta giovani robusti e decisi, scelti tra i congiurati e tra i popolani più prudenti, che si votino con giuramento terribile a snudare il pugnale ad ora fissa contro i nostri oppressori.... Uno sicuro si consacri tacitamente a studiare, osservare le abitazioni del generale e dei principali uffiziali, capo di Stato Maggiore, comandante di artiglieria, ecc.; le loro abitudini specialmente nelle ore, nelle quali i più tra gli uffiziali sono spensieratamente fuori, e l’operazione potrebbe riuscire simultanea. Due o tre uomini decisi dovrebbero bastare per ciascuno di questi uffiziali importanti, venti fra tutti. L’esercito austriaco perduti gli uffiziali, è perduto.» (pag. 121). E questo è chiamato dal Mazzini il vespro degli uffiziali, che egli e l’Orsini contemplano con compiacenza, come il vero mezzo di rendere inutile l’esercito austriaco. — Abbiamo veduto diffusamente queste cose (pag.12 e seg. di questo volume), e non vi torneremo sopra.
Intanto le voci del prossimo tentativo del 6 febbraio erano in bocca. di ognuno; ed il sig. Buffa, intendente di Genova,. chiamava a sé alcuni fuorusciti ammonendoli a mantenersi quieti (pag. 81). Ma ci voleva altro che ammonizioni! Quel tentativo fallito rovinò il credito di Mazzini, fece sciogliere il comitato nazionale, a segno, che il Mazzini «venne consigliato da alcuni amici di deporre ogni maneggio di cospirazione: e dalle lettere che egli medesimo scrisse, sembrava non gli fosse discaro l’avviso.» (pag. 84).
Poco dopo cambiò parere: «stabilì un centro di operazione composto di lui solo, avente a consiglio lui solo, venne a comporre un dittatorato cospiratorio; il veicolo dei suoi atti pubblici rimase il giornale dell'Italiae Popolo, nutrito da lui e dalle oblazioni di alcune sue vecchie amiche di Londra». (ivi)
Mazzini, confuso ed arrabbiato per gli smacchi toccati, volle. tentare qualche gran fatto per ricuperare il credito. Ordinò adunque ad Orsini il tentativo di Sarzana; questi concertò il moto con Giuseppe Fontana a Nizza (pag. 85). Toccò Torino, ove si abboccò con altri uffiziali, e si condusse a Sarzana. (pag. 86). L’esercito di occupazione' che si trovò riunito a Sarzana, fu in tutto di ventinove uomini con quattordici fucili!! Il generalissimo F. Orsini fu fatto prigioniero, e le carte colle istruzioni e lettere del Mazzini, che portava, furono prese dalla polizia. Venne condotto a Genova; dopo due mesi di carcere, gli fu intimato lo sfratto, e ritornò a Londra a preparare nuove spedizioni non meno gloriose di quella di Sarzana. E ciò benché l’intendente Buffa gli avesse detto, che «il Governo sardo avrebbe trattato il suo affare col massimo rigore, onde andare a fondo della cosa, e impedire nel futuro nuovi conati» ecc. (pag. 91). Il massimo rigore fu di lasciarlo presto in libertà per nuovi conati.....
Di fatto, pochi mesi dopo, cioè in marzo 1854, Orsini colle istruzioni del Mazzini partiva alla volta d’Italia per il moto della Lunigiana, più ridicolo ancora di quello di Sarzana. Il generalissimo Orsini, di tanti italiani, che al suo avvicinarsi doveano sorgere come un sol uomo, non ebbe ai suoi ordini, che un solo!! E questo così pauroso che portò la sfiducia nei quattro o cinque giovani, che il generalissimo avea con sé nella nave, che portava la fortuna d’Italia, (pag. 102).
Ma Mazzini incolpava la dappocaggine del suo luogotenente e degli altri uffiziali, che non s’intendessero di guerra; quindi vole egli in petto e in persona capitanare una spedizione. — Sapeva, chela presenza di Napoleone I bastava per vincere dove i migliori suoi generali erano sconfitti! — Nel mese di agosto dello stesso anno 1854, dopo grandi preparativi di armi, di soldati e di munizioni fatte in Ginevra da Mazzini e da Maurizio Quadrio, l’oste muoveva per alla volta della Valtellina. «Gli uomini della spedizione, dice Orsini, dovevano essere tra Poschiavo, Samaden, St. Moritz, Compier, Silvaplana e Maloia, il giorno 20 almeno di agosto. Ebbene di 150, o 200, già pagati pel viaggio, quanti ne apparvero? 1. Federico Camp...., 2. Niccola Ferrari, 3. Fumagalli, 4. Rudio, 5. Pas..., 6. D. B., 7. Maurizio Quadrio, 8. Co..., 9. io stesso. Questi formavano il corpo di spedizione comandato dall’ex-triumviro, tre dei quali, Mazzini, C... e Quadrio sarebbe stato necessario ferii trasportare di peso dai contrabbandieri onde valicare la ghiacciaia del Muretto.» (pag. 112). Due poliziotti, nota l’Armonia, misero in fuga l’oste poderosa capitanata dal grande conquistatore d’Italia. E qui vediamo dalle Memorie, che Orsini nelle sue spedizioni pigliava il nome di Tito Gelsi. Per la spedizione della Valtellina, e per la fame, lo scontento del? Orsini sali al colmo (pag. 118), per cui venne in pensiero di recarsi in Russia, e sotto finto nome prendere servizio nel? armata (ivi). Mazzini non disapprovava il concetto, tuttavia con belle parole ne lo distolse, affidandogli una nuova missione.
Questa consisteva nel recarsi a Milano, e quivi 1. ricoverarsi in luogo già pronto, e stare celato un otto o dieci giorni; 2. interrogare ciascuno dei capi di sezione. della organizzazione popolare, o chiunque dicesse aver uomini per la rivoluzione; fare altrettanto coi capi del comitato ivi esistente; 4. esaminare e prendere nota esatta degli uomini, che ciascuno dei suddetti avrebbe mostrato di aver pronti, dei mezzi loro, della capacità pratica, della influenza relativa; 5. usare le maggiori sottigliezze e risorse intellettuali, onde poter fare una giusta estimazione delle forze del partito, della fiducia da riporvisi, delle probabilità di riuscita in caso fosse deciso di tentare un fatto (pag. 119). Orsini, munito delle istruzioni di Mazzini e d’un passaporto col nome di George Hernagh, il 1. di ottobre 1854 partiva alla volta d’Italia. Andò a Torino ove si abbatté con alcuni amici. (pag. 125). Quivi intese che Mazzini era caduto in discredito; che le speranze di tutta l’emigrazione erano nel Piemonte; che gli alleati (Francia e Inghilterra), e ciò sapevasi dall’alto, davano promesse di assistenza; che faceva d’uopo star quieti; che se Mazzini ne avesse commessa una delle sue solite, si sarebbe tirato il biasimo di tutti i partiti (pag. 126). L’Orsini sentì tutto, non ascoltò nessuno e si condusse a Milano. Là eseguì il mandato di Mazzini, vide i caporioni, li interrogò, gli istruì, e pieno di fiducia andò a Trieste, a Vienna, e quindi a Hermannstadt, dove venne arrestato, e tradotto poscia a Mantova.
Da Mantova potè fuggire; ma non uscì dalle prigioni di Parigi, che per salire il patibolo! Qui si deve notare, che nelle istruzioni per la guerra presegli addosso nella spedizione di Sarzana, si trovava fra gli altri questo articolo: «Chiunque, sotto specie di libertà, o con iscritti, o con parole, si introdurrà tra le file dei combattenti per disseminarvi la discordia, per ridurli alla dissoluzione, sarà arrestato e tradotto dinnanzi un consiglio o giunta di guerra. Dal momento dell’arresto all’esecuzione della sentenza NON DEBBONO PASSARE PIU’ DI DODICI ORE.» (pag. 893). Ora l’Orsini a pagina 131 narra, che, «avendo in Vienna chiesto al segretario dell’ambasciata russa, se poteva pigliare servizio nell’esercito russo, gli venne risposto: — In tempo di pace sì, ma in tempo di guerra non si accetta nessuno, nessuno. — «Pensai allora, scrive egli, di entrare nell’esercito austriaco, e di realizzare cosi il piano più volte discusso con Mazzini, ed anche con Kossuth, di fare la propaganda nei reggimenti italiani». Ed in questo senso l’Orsini scrisse al Feldmaresciallo de Salis per entrare al servizio dell’Austria (pag. 132). Ora se l’Orsini fosse riuscito nel suo intento, e che, scoperte le sue mene per iscapestrare i soldati, il Governo austriaco avesse verso di lui osservato il citato articolo sul modo di punire i seminatori di scandalo, i suoi amici, come in cento altri casi, avrebbero gridato alla barbarie e ne avrebbero menato un rumore da finimondo!...
Da ultimo risulta dalle Memorie, che Orsini non imprese mai alcuna delle sue spedizioni senza abboccarsi coi suoi amici di Torino. Ed è notevole, dice l’Armonia, che egli nomina quasi sempre gli amici fuori di Torino, mentre di quei di Torino tace il nomo. Perché mai? Egli è che la posizione degli amici di Torino richiedeva prudenza per non suscitare imbarazzi provenienti dal di fuori!... E ciò basti per far conoscere meglio questo importante fattore dell'Unità d’Italia, e perché il lettore a mano a mano sia messo al fatto delle cose che precedettero la guerra contro l’Austria e la grande catastrofe che ne seguì.
Ma altri fattori, o piuttosto fattrici spianavano la via alla rivoluzione, e ci è d’uopo nostro malgrado dirne qualche cosa. La materia è più d’un poco lubrica e sozza; però procureremo di offendere meno che sia possibile le orecchie del lettore.
Abbiamo veduto nel primo volume di queste Memorie (parte 1, pag. 139) come l’attrice Adelaide Ristori si adoperasse a Pietroburgo a pro della rivoluziono italiana, come a Parigi continuasse il patriottico suo apostolato, e come, avendo ottenuto uno splendido successo sulle scene francesi, questo nuovo trionfo le desse, secondo affermava il famoso conte di Cavour, un'autorità irresistibile sul pubblico di Parigi. Per la quale cosa quel grand’uomo di Stato le diceva: «Si serva di questa autorità a pro della nostra patria, e io applaudirò in lei non solo la prima artista d’Europa, ma il PIÙ EFFICACE cooperatore dei negozi diplomatici (Lettera di Cavour, 20 aprile 1861). —Abbiamo saputo ancora da un’altra lettera del Cavour al Cibrario, come lo stesso grand’uomo di Stato, all’epoca del Congresso di Parigi, avesse arruolato nelle file della diplomazia la bellissima contessa di...., invitandola a COQUETER (civettare), ed a sedurre, se fosse d’uopo, l’Imperatore, rammentandole, che, ove riuscisse, avrebbe richiesto, egli Cavour, per suo padre il posto di segretario a Pietroburgo. — Posto che purtroppo ottenne! — Abbiamo veduto queste cose; ma nello studiare l’attentato di Orsini, abbiamo veduto molto di più, colla scorta principalmente di M. Claude, capo della Polizia di sicurezza sotto Napoleone III. (32)
Uno dei grandi fattori del famoso impero, creato per uso e consumo della frammassoneria, era un certo signor L..., protettore ed amico del Claude, col quale aveva avuto intimi rapporti, rendendosi scambievolmente importantissimi servigii. All’epoca della caduta di Luigi Filippo l’istesso Claude era rimasto senza impiego, essendo in odio ai repubblicani vincitori. Ricorse dunque all’amico L..., il quale l’ebbe tosto impiegato provvisoriamente in un incarico geloso, vale a dire quale segretario per le corrispondenze con le sue dame, assicurandolo, che anche in ciò avrebbe avuto abbastanza grave bisogna. Il Claude accettò l’incarico provvisorio, cui non seppe ricusare per non morire di fame. — «Collazionando, dice egli nelle sue Memorie (Vol. l,pag. 177), le numerose epistole dirette dal sesso femminino al mio cacciatore di donne (così egli chiamava il suo protettore), imparai ancora quello che il governo caduto sospettava: cioè, che il signor L..., sotto il manto della galanteria, proteggeva numeroso spione vendute alla causa napoleonica. Scoprii che la più ardente di tali spione era certa madama X..., sua maitresse, la ninfa egeria d’un certo signor P..., orleanista conosciuto, e che il signor L... l’aveva corteggiata a Passyper iscuoprire tutti i pensieri del medesimo signor P...»
Dopo il colpo di Stato, col quale Napoleone III s’impadronì del potere, il Claude era divenuto Commissario di Polizia, quando fu chiamato per un fatto gravissimo avvenuto nei dintorni della pianura di Monceau presso Parigi. Raccontiamolo colle parole dell’istesso Claude, riassumendole in qualche parte, e temperandole, per quanto è possibile, dalla natia crudezza dell’uomo di polizia.
«Una donna esanime, scrive egli, del tutto priva di vestimentae rasa, era stata trovata da una ronda di polizia in mezzo di un recinto deserto, chiuso dai materiali di una casa in costruzione. L’ispettore che mi aveva partecipato la misteriosa scoperta, vi aveva lasciato due agenti di guardia ed era venuto ad avvertirmi perché procedessi a una inchiesta sul luogo prima che la Corte di Giustizia avesse ad occuparsi del fatto. Il sito era a quell’epoca il più nero e recondito dei sobborghi di Parigi, così che permetteva ai malviventi di esercitarvi impunemente le loro più terribili gesta... Le casaccio che vi sì trovavano erano tenute da manutengoli di ladri o da venditori di vino, che non erano niente migliori dei loro clienti. Ogni casa avea aspetto sinistro, in quella pianura, tutto vi spirava miseria, vizio e delitto.
«L’Ispettore, dopo avermi condotto all’angolo di una strada, che tagliava l’immensa pianura di Monceau, mi fece penetrare in una casa in costruzione i cui muri uscivano appena da terra, sebbene fossero già abbastanza alti da nascondere un corpo umano. Entrai là dentro, e, al lume della lanterna, scorsi il corpo della donna la cui testa rasata riposava immobile come statua sopra una pietra quadrata che gli serviva di guanciale. Fissando lo sguardo su di lei, mandai un grido di sorpresa e di angoscia, riconoscendo la bella madama X.... Era lei pur troppo, quella stessa da me già conosciuta a Passy.
«Come mai codesta donna, la cui condotta era, a dir vero, meno stimabile della sua bellezza, si trovava là a quell’ora, in quello stato, esposta agl’insulti della popolazione più ignobile? Chi ve l’aveva portata?.... Senza dubbio un uomo animato dalla più bassa vendetta. Ma quest’uomo non poteva avervela trasportata solo. Perché codesto essere vendicativo avesse potuto trovare gente che lo aiutasse nell'ignobile attentato, bisognava che madama X... fosse dal canto suo assai colpevole, o almeno che avesse dato ai suoi persecutori motivi assai forti di odio e di vendetta! Pur troppo era cosi.»
Per ridurre in quello stato miserando l'infelice donna, i cui traviamenti erano ben noti al Claude, bisognava che vi fosse stata ben altra ragione da quella di un semplice odio di gelosia; bisognava vi fosse un’ingiuria sanguinosa da vendicare. Di riflessione in riflessione egli giunse a scuoprire la ragione che aveva mosso i carnefici della sciagurata.
«Madama X..., nota il Claude, non era forse una spia del Principe (Napoleone III)? M. L..., stringendo altra volta relazioni con lei, non aveva forse riallacciato più intimamente i suoi rapporti con l’antico cospiratore di Strasburgo e di Boulogne?»
M. Claude era sulla traccia del misterioso delitto: egli comprese che la politica non doveva essere estranea all'attentato. Non potevano essere se non persone denunziate da lei che l’avevano ridotta in quello stato così crudele ed umiliante. Dopo di essersi assicurato che l’infelice non aveva ricevuto ferita o lesione qualsiasi, ne fece involgere il corpo in un mantello, e in una vettura lo fè condurre alla sua dimora di Passv, che egli ben conosceva.
Madama X... era una indicatrice del capo divisione di polizia, M. Langrage. Bisognava agire con prudenza, poiché questo scandalo, divulgato, avrebbe arrecato grande gioia ai nemici dell’impero e sarebbe stato particolarmente spiacevole a Palazzo.
«Dopo la partenza dell’ispettore che riconduceva la vittima alla sua dimora, segue a dire il Claude, ordinai ai due agenti, che restavano, di andare innanzi a me e di farmi lume. M’incamminai carpone dal punto dove giaceva madama X..., seguendo le traccie degli uomini che avevano dovuto portarla in quel luogo, e avendo esaminato le impronte dei piedi m'accorsi che erano due. Alla forma delle loro calzature uno doveva essere borghese, l’altro militare. Con questa convinzione seguii la direzione donde erano venuti. Aveva piovuto, il terreno era molle e i piedi degl’individui avevano lasciato traccie fino al punto donde erano usciti.»
Aveva appena fatto la metà del cammino marcato dall'impronta dei passi, quando M. Claude viddeluccicare un bottone di metallo mezzo nascosto nel fango, e si affrettò a raccoglierlo.
Nettatolo, vi lesse la cifra 47, che non poteva. essere se non il numero del Reggimento di uno degl’individui. Osservando bene il bottone fu evidente appartenere all'uniforme di un uffiziale del 47° di Linea. Lo mise in tasca, e, continuando le sue investigazioni, egli e i suoi agenti giunsero alla casa più vicina; le traccie dei passi non andavano più lungi. La casa era un’osteria di assai cattiva fama presso la polizia, tenuta da un tal Lupinmanutengolo di ladri.
Introdottisi nell’osteria i due agenti, d’ordine del Claude, misero le mani su Lupin, il quale, posto allo strette, raccontò che verso le cinque un uomo nel vigore dell’età, dall’aspetto straniero, era venuto a ordinargli un pranzo come egli non soleva darne ai suoi avventori. Codesto sconosciuto aveva ricevuto poco stante in una sala particolare una dama vestita con ricercatezza, la quale, come fu entrata, raccomandò di esser lasciata sola con quel signore.
Cosa fosse avvenuto durante l’ora in cui lo straniero e la dama erano stati faccia a faccia in quel pranzo, servito tutto anticipatamente, messer Lupin non seppe dirlo. Affermò peraltro che, trascorsa un’ora, lo straniero usci spaventato dal salotto, dicendogli che la dama era caduta in profondo letargo, e lo pregava di aiutarlo a trasportarla lungi dall’osteria ravvolta nel suo mantello da viaggio. «Potete ben pensare, conchiuse l’oste, che non esitai ad aiutare quell’individuo a metter fuori di qui la donna! Non voleva espormi ad avere quello che ora mi accade, vale a dire una visita della polizia per domandarmi conto di un fatto di cui sono innocente tanto quanto è vero che sono un onesto uomo!»
L’accento di verità col quale Lupin parlava fece si che M. Claude non mettesse in dubbio quel che asseriva; ciò non ostante le sue asserzioni non si accordavano con le investigazioni di esso Claude che mostravano due essere stati i colpevoli del delitto.
Per assicurarsi meglio sali egli al piano superiore dove aveva avuto luogo il funesto pranzo. Sulla tavola vi erano due sole posate. A giudicarne dall'apparecchio, il pranzo doveva essere appena incominciato quando sopravvenne lo svenimento di madama X... Un bicchiere era rovesciato; la tavola, del resto, era poco in disordine. Non cosi la camera: le sedie erano gittate l’una contro l’altra; dei capelli tagliati erano sul pavimento con brani di vesti lacerate. L’oste aveva ragione. Allora M. Claude lo interrogò su quel che sapeva dello straniero; ma egli ad affermare che non ne sapeva nulla. Né so dunque io più di voi, gli disse il Claude. Quest’uomo, a giudicarne dalla traccia dei passi, dev’essere un uomo rozzo, un piemontese, per esempio, un siciliano… Per aver commesso un delitto cosi mostruoso, e ad un tempo cosi facile a scuoprirsi, quell’uomo doveva esser pronto a partire.
«Per Bacco! esclamò l’oste, é possibile che abbiate ragione signor Commissario. Anch’io lo credo straniero.... Ricordo adesso che nel partire mi disse che andava alla stazione del Nord, che gli rincresceva assai lo svenimento della dama, che poteva cagionare un ritardo nocevolissimo pei suoi interessi.»
M. Claude era dunque sulle tracce dei colpevoli: uno forestiero in viaggio verso il Nord, l’altro ufficiale nel 47° di Linea accasermato a Parigi.
L’avveduto Commissario di polizia spedì subito uno dei suoi agenti alla stazione; ma il treno era partito all'istante in cui vi arrivava. Immediatamente fece telegrafare su tutte le linee del Nord, chiedendo notizie.
I ragguagli vennero troppo tardi; colui si era imbarcato per l’Inghilterra. Se l’Italiano però sfuggiva alle ricerche della polizia, restava a Parigi l’uffiziale, ignoto all’oste, ma che ben doveva conoscere madama X...
M. Claude attese qualche giorno che questa si fosse rimessa un poco dagli effetti della terribile avventura; e infatti la sua salute e le facoltà, mentali ne erano state per poco scosse. Intanto però che si disponeva a mettere la mano sopra uno dei due malfattori, venne a sapere il nome di quello fuggito, per mezzo del passaporto che aveva fatto vidimare prima d’imbarcarsi. Era per l’appunto un italiano, che si faceva chiamare Piercy, ma che non era altri se non il famoso Pieri, del quale il Claude ebbe poi ad occuparsi, quando dovette inquirere sui regicidi nell'affare delle bombe Orsini.
«Non v’era più dubbio, dice egli, madama X..., spia di Palazzo, era stata scoperta e punita dal cospiratore, il quale, prima di fuggire dalla Francia, aveva voluto vendicarsi di colei che lo aveva… denunziato.»
A quell’epoca Bacciocchi e Hirvoix, uno il Lebel di Napoleone III e l’altro suo Prefetto di Palazzo, erano alle Tuileries gli ordinatori dei comandi segreti di Sua Maestà. Essi spargevano per la città una quantità di spioni e spione col mandato di scuoprire i nemici dell’impero. Madama X... era una di queste spie; e come molte altre, non aveva atteso la riuscita del colpo di stato per attaccarsi segretamente al carro del nuovo Cesare; ne era perciò maggiormente considerata e meglio pagata.
Fin dal momento che Napoleone III si era installato alle Tuileries vi fu stabilita la cosi detta Camera nera. Non di rado vi si vedeva il sovrano in persona trattenersi testa a testa cogli Alessandri e coi Rumini, còrsi addetti alla sua persona.
Da codesto gabinetto segreto fu risoluta la morte di Helch e il rapimento dei primi fomentatori del complotto dell’Opera comica. Qui il Claude dà un curioso particolare.
«I delatori, provocatori o bravi, scrive egli, che venivano a ricevere in cotesta camera nera la ricompensa dei servigi resi, davano in modo singolare la ricevuta della somma percepita. Scrivevano essi il nome sull’appannamento prodotto dal loro alito sul cristallo del finestrino ad hoc dell'istessa camera; una volta che il nome e la cifra della somma erano stati cosi tracciati, il cassiere di Sua Maestà pagava quell’effimero biglietto all’ordine, che lo stesso spione aveva cura di scancellare appena intascata la somma; così non restava più traccia di lui, che non era mai un personaggio volgare.»
M. Lagrange fin dal colpo di Stato occupò alla Prefettura di Polizia un impiego intermedio che lo faceva servire di anello di unione tra il Prefetto di Polizia e le Polizia segreta del Palazzo.
Tra gli agenti segreti posti sotto gli ordini assoluti di cotesto alto impiegato ve ne era una specie designata col nome di indicatori. Unicamente consacrati alla politica, erano dessi sparsi in tutte le classi della società; erano in relazione con Lagrange e scrivevano i loro rapporti sotto nomi inventati. Madama X... era uno di tali indicatori al suo soldo.
A quell’epoca le donne rappresentavano una parte importante nella polizia dell'Impero. Disgraziatamente il contorno dell'Imperatore non era il solo che possedesse. di siffatte donne esercitanti codesto mestiere altrettanto indegno quanto lucroso.
La polizia estera,così in Italia come in Germania, aveva imitato l’amministrazione del sospettoso e taciturno Imperatore. Si videro allora sorgere a Parigi principesse italiane e tedesche colla missione di perseguire Sua Maestà e di farlo cadere colla potenza della loro bellezza negli agguati stessi da esso tesi ai suoi nemici.
Per mezzo di una di codeste spione esotiche, che si era fatta alla sua volta spia indicatrice madama X... Pieri, il rifugiato italiano, antico uffiziale della Legione straniera di Africa, aveva saputo di essere stato denunciato da essa madama X...
Era il 1852. Pieri, addetto alla società segreta della Giovine Italia, era venuto in Francia sotto un falso nome per sollevare nell’armata i sott’uffiziali malcontenti per il colpo di Stato.
Prima di arrivare a Londra e di entrare in relazione con Ledru Rollin, in corrispondenza continua con Mazzini, Pieri aveva rinnovata la conoscenza di un sottotenente, suo antico compagno d’armi in Africa. Questo uffiziale sotto l’Impero era lasciato in dimenticanza, ad onta del suo merito militare, a cagione delle sue opinioni orleaniste e dell'avversione del Maresciallo Ministro della Guerra, ch’egli aveva conosciuto troppo da vicino a Orlèansville.
Irritato di vedersi così costantemente dimenticato nelle promozioni, egli se ne vendicava, ricordando un pò troppo a voce alta quel ch’era stato un tempo il suo Maresciallo, Leroyde Saint-Arnaud, quando era aiutante di campo di Bugeaud, e scudiere-spia della Duchessa di Berrv, madre del Conte di Chambord.
L’imprudente sottotenente che vedeva i suoi superiori procedere troppo presto nella loro carriera, mentre che egli restava sempre nel medesimo grado, se ne lagnava amaramente, e ne avea per ricompensa gli arresti. In quel momento il nostro uffiziale, per colmo di disgrazia, avea fatto conoscenza al ballo del Ranelagh della bella madama X..., una delle regine di codeste feste notturne. Era egli un seducente giovane fornito di tutto il prestigio che danno le spalline quando sono congiunte ad un aspetto marziale e a una perfetta educazione. «Madama X..., nota il Claude, non serviva impunemente un principe figlio della regina Ortenzia; come la madre del nostro sovrano, la X... avea del sangue di Messalina nelle vene. Conoscere il tenente e concepire una passione per lui fu l’istessa cosa: e la Circe spiegò in quest’incontro tutte le sue arti più incantevoli. Il giovane, che non bramava altro se non di lasciarsi sedurre, presto strinse intime relazioni con lei. Ella fece conoscere all’ambizioso giovane come fosse amicissima del Ministro della Guerra, perché de Saint-Arnaud era stato compagno d’infanzia di suo padre, antica guardia del corpo del re Carlo X, quando il Maresciallo era solamente paggio di Sua Maestà.
L’uffiziale, tutto lieto della sua conquista, non dubitò che la fortuna fosse per arridergli Analmente dopo che la sua bella gli prometteva di calmare i rancori dell’irascibile Maresciallo contro, di lui. E madama X..., dotata d’altronde di un certo spirito caritatevole, prese subito a patrocinare la sua causa presso l’illustre amico di suo padre.
Il Maresciallo però gli rispose con acrimonia: «Vi siete impazzita! mia cara.... Voi non sapete in chi avete posto il vostro affetto. Questo uffiziale è un nemico dell’Impero. Io stesso ho degli appunti assai espliciti circa codesto orleanista. Mentre voi patrocinate la sua causa, egli è in relazione coi socialisti di Londra; e, lungi dal promuoverlo, noi cerchiamo l’occasione di deprimerlo. Se volete essere gradita a Palazzo, invece di proteggerlo, procurateci il modo di sbarazzarcene.»
A quell’epoca i desideri del Palazzo erano altrettanti ordini: e madama X..., fedele alsuo mestiere, non esitò a seguire i consigli del potente amico di suo padre.
La spiona avea per compagna e con una certa principessa, che esercitava lo stesso suo mestiere; con questa sola differenza però, che, mentre apparentemente sembrava, come madama X..., lavorare per il Tuileries, non cercava, come si vedrà più tardi, di possedere i secreti delle sue compagne se non per svelarli alle corti nemiche.
La spiona francese raccontò alla spiona straniera quello che le accadeva. — Con una spia, una spia e mezzo! — dice il Claude. Quest’ultima, messa a parte di tutti i complotti mazziniani, diede, a meglio cattivarsi la sua vittima, tutta la ragione al Maresciallo di SaintArnaud. Perfettamente al fatto dell’azione della società della Giovine Italia, la principessa straniera le foce sapere che il suo bel tenente, furibondo contro l’Impero, si era messo in relazione con un tal Pieri, agente mazziniano di passaggio in Francia, per rovesciare Napoleone III. «Ora mia cara, conchiuse essa, approfittatevi di quel che sapete nel senso indicatovi dal Maresciallo. Al posto vostro io vedrei cotesto Pieri; mi darei aria di essere con lui e di voler far parte del suo complotto. Per tal modo voi sarete meglio al caso di consegnare alla giustizia quei due cospiratori.»
Madama X.... fece quel che le consigliò la perfida straniera: e per mezzo del suo amante non le fu difficile di conoscere Pieri. Da principio il fiducioso sottotenente, che mai le avea parlato dell’italiano, parve alquanto sorpreso, sebbene nulla sospettasse quanto a ciò ch’ella sapeva di colui.
Essa gli dette ad intendere che il Maresciallo di Saint-Armaud, mal soddisfatto dell’Imperatore da che aveva alienato i beni degli Orléans, non era lontano dal mettersi dal lato dei malcontenti, e ch’egli attendeva solo l’occasione per ritornare ai suoi antichi uffiziali d’Africa onde ingrossare le file degli avversari! dell’impero.
«Fatemi avere un appuntamento, disse ella al sottotenente, col vostro amico Pieri. Io gli dirò a voce il pensiero intimo del Maresciallo, il quale, dall’essere vostro nemico vi diviene alleato.»
L’Ufiziale andò a raccontar tutto a Pieri che stava per imbarcarsi per l’Havre. Costui, meno ingenuo, avvertito dalla mazziniana, gli fé intendere come si fosse fatto ingannare, e come, abbandonandosi a madama X...., si era messo in braccio ai suoi mortali nemici. — Egli giurò di vendicarsi.
«Lasciate fare a me, disse Pieri. Giacché la vostra spiona vuole vedermi e conoscermi, io l’appagherò e le farò pagare cara la parte di zimbello che intendeva farci recitare ad ambidue.»
Così l’orribile agguato nel quale cadde madama X... fu concertato tra Pieri e il sottotenente del 47(ino)di linea.
Come ciò avvenisse, come l'uffiziale, più vile del Pieri, non compa. risse d’innanzi a padron Lupin nell’osteria dove ebbe luogo l’ignobile attentato, M. Claude lo seppe da madama X... quando due giorni dopo si presentò al suo domicilio.
«Nell’arrivare da lei a Passy, dice egli, trovai suo padre nella camera che precedeva la camera da letto. Era un vecchio dall'aspetto volgare e dalla statura di capo-tamburo. Con lui si trovava colà un secondo personaggio alto, secco, dall’aspetto marziale, il maresciallo Saint-Arnaud.
«In seguito della strana avventura di madama X... il Maresciallo si era fatto sollecito d’informarsi personalmente dello stato della sua antica amica, figlia del più vecchio suo compagno d’armi nelle guardie del corpo, all’epoca in cui egli, Saint-Arnaud, era paggio di Sua Maestà il re Carlo X.»
Qui il Claude accenna a un antico peccatuzzo del Maresciallo, che lo fece cancellare dal numero dei paggi, convertendolo dopo il 1830 in un uffiziale liberale, che il Generale Bougeaud prese a Blaye come segretario per tradire la Duchessa di Berry, poiché la fiduciosa Principessa credeva ancora alla fedeltà dell’antico paggio. M. Claude aggiunge altre cose poco onorevoli per codesto alto amico e protettore dell'ex-guardia del corpo e della figlia, del che non giova occuparci.
Allorché il Commissario di polizia si fece annunziare, il Maresciallo si nascose dietro il vecchio amico, il quale lo accolse con grandi espressioni di riconoscenza.
Introdotto presso madama X..., la trovò assai mal concia, con un fiero male di gola e una tosse ostinata. Dopo le prime parole: Miserabile Pieri! esclamò essa.... Ma guai a lui! guai al suo complice! Giacché non poteva esser solo egli a commettere il vile attentato e il ladrocinio… Sì, gli scellerati non si sono contentati d’infliggermi raffronto il più ignobile; mi hanno anche derubata!...
«E voi non avete alcun sospetto circa il complice di Pieri? l’interruppe Claude.
«No; ma lo conoscerò. Scriverò al sottotenente: egli saprà la condotta di codesto Pieri, e mi vendicherà!
«Voi non scriverete al vostro sottotenente del 47°di Linea...
«E perché?
«Perché egli è il complice di Pieri.
«E’ impossibile! egli mi deve tutto. Mi deve il suo onore.... Otto giorni fa gli ho pagato anche un debito di giuoco. Senza di me sarebbe stato cacciato dal reggimento....
«Ragione di più per volervene, replicò Claude sorridendo.
«No, è impossibile, è troppo mostruosa!...»
Allora l’accorto Commissario trasse dal panciotto il bottone da esso raccolto presso la porta dell’oste Lupin, e, mostrandolo a lei: «Non è questo, le disse, il numero del reggimento del vostre uffiziale?»
Madama X... afferrò il bottone; lo osservò, lo rivolse da tutte le parti con movimento febbrile. E rendendoglielo:
«Ovile! o infame! urlò.
Non descriveremo qui col Claude le smanie furiose della donna. Egli procurò di calmarla, e «badate, le disse, madama, voi potreste esporvi ai risentimenti di pericolosi nemici. Certo non vi sarebbe accaduto questo malanno se foste stata più avveduta, e se non aveste preso per confidente la principessa C..., italiana, che, a mio avviso, non è vostra amica più di quel che la sia di Sua Maestà, e che, secondo i nostri ultimi rapporti, è un’agente mazziniana come Pieri.»
Queste parole del Claude furono un lampo di luce per madama X..., la quale riconobbe il colpo che l’aveva ferita venirle da una donna; che se degli uomini avevano potuto avere la viltà di compierlo, solo la perfidia di una donna avea potuto immaginarlo. E, congedando M. Claude: «A rivederci, gli disse, vi farò aver notizie del sottotenente e della bella principessa!...»
Purtroppo tenne parola.
Otto giorni dopo l’ultima intervista con madama X..., ormai interamente guarita, M. Claude riceveva da lei un invito a una colezione nella sua casina di Auteuil.
All’ora stabilita egli era all’appuntamento. Indipendentemente dalla sua abitazione di Passy, madama X...., possedea a Auteuil una casa isolata in fondo a un gran giardino, misterioso ritiro che ella prestava volentieri alla gente del Tuileries.
M. Claude trovò presso madama X..., oltre il sottotenente, che non conosceva, il grande escogrifo, (come lo chiama egli) a lui ben noto, Maresciallo di Saint-Arnaud. Alla vista del Commissario di polizia l’uffiziale impallidì.
Madama X... li aveva invitati dopo la colazione a una gita equestre per far piacere al Maresciallo, grande amatore di cavalli.
Tutta la conversazione durante lo asciolvere si aggirò sui cavalli e sulle avventure più o meno cavalleresche del Maresciallo. L’uffiziale, sempre più rassicurato, eccitava la vivace anfitrione nelle regioni del passato, che piacevano di meno in meno all’eroe del colpo di Stato, cosi che esso celava a malapena il suo dispetto. — L’uffiziale non immaginava per le mille quel che lo attendeva. — Si era. alle frutta, quando Saint-Arnaud, piccato del giuoco di madama X..., esclamò: Ci siamo occupati abbastanza del passato. Parliamo ora un poco del presente. Conoscete voi i complici del mostruoso agguato di cui foste vittima, e di cui io intendo vendicarvi?
«Sì, Maresciallo, rispose madama, grazie al nostro Claude, il quale ha gli occhi di lince e l’odorato di un bracco.
«A maraviglia! esclamò Saint-Arnaud, stropicciandosi le mani, così potremo castigare codesti bricconi, dei quali uno, secondo notizie della polizia, è già in Inghilterra.»
Sebbene il Maresciallo si desse l’aria di non avere sospetto del sottotenente, questi fin dalle prime parole impallidì, e in breve il suo imbarazzo fu al colmo. Madama X...., fingendo di non accorgersene, rispose al Maresciallo, che i comuni voti di lui e suoi erano per essere soddisfatti.
«Il miserabile, disse, che si è unito a quell’Italiano per tradire Sua Maestà e infliggere a me il più sanguinoso degli affronti, è a Parigi, e M. Claude e io crediamo già di averlo in mano. L’uffiziale fuori di sè, provò ad alzarsi; balbettò qualche parola sconnessa, e ricadde sulla sedia come paralizzato.
«Che avete? l’interrogò freddamente madama X...., alzandosi per schermire la sua veste dal vino che colava da un bicchiere rovesciato dal tenente, mentre questi raccoglieva tutti gli spiriti per rispondere: L’interesse che ho per tutto ciò che vi riguarda, o madama, è causa dell’imbarazzo in cui mi vedete. Perdonatemi.
«In fatti, soggiunse madama X.... animandosi, voi avete ragione di prendere viva parte all’atto infame di cui fui vittima. Io credo che l’indegnazione che sembrate sentire sarà divisa dai miei amici, allorché sapranno che l’uomo, che ha aiutato di notte tempo il suo complice a spogliarmi e a sfregiarmi sulla pubblica strada così abbominevolmente, possedeva tutta la mia fiducia, mi doveva tutto, perfino l’onore! Che il miserabile mi colpiva nel momento istesso in cui io gli pagavo un debito di giuoco che lo avrebbe fatto cacciare dal reggimento....
«Madama!... balbettò il tenente che non poteva più non riconoscersi in quel brutto ritratto. Non io fui quello che vi trattò così. Fui calunn....
«Calunniato! disse madama X...., non potendo più reprimere la rabbia. Calunniato? Sì, dalla donna che vi ha consigliato? Dalla principessa C..., da codesta italiana, degna complice dei vostri mazziniani! Eh, via! non aggiungete alla menzogna la viltà! L’uffiziale perdeva la testa, e con voce semispenta affermava di non essersi trovato a Monceau, di non essere stato coll’italiano..
«Sì, che vi eravate! gridò la donna, mostrandogli il bottone che M. Claude avea raccolto davanti all’osteria di padron Lupin.
Alla vista di quell’oggetto il tenente mandò un grido di terrore. Ma nel momento che cogli occhi sbarrati si chinava per osservare la prova del suo delitto. Madama X... gli vibrò attraverso la faccia un furioso colpo con uno scudiscio che teneva apparecchiato sur una tavola vicina. Il colpo fu così rapido e terribile che né il Claude né il Maresciallo furono in tempo ad arrestarlo. La vendicativa spiona avea reso oltraggio per oltraggio; avea tenuto parola!
M. Claude credette giunto il momento di troncare la scena; e, cintasi la sciarpa di Commissario di polizia, rivolto all'uffiziale gl’intimò in nome della legge di seguirlo. Madama X.... e il Maresciallo si erano ritirati.
L’infelice tenente condotto al posto di polizia, non tardò ad esser trasferito per ordine del Ministro della Guerra alla prigione del Cherche-Midi. Il complice dei mazziniani aveva troppe colpe per non vedersi rovinato per sempre. Degradato e condannato alla deportazione, si credeva libero almeno dalla vendetta della feroce amante. — La vigilia della partenza per Lambessa ricevette egli una lettera di madama X... piena di espressioni di pentimento, attribuendo ad un eccesso di gelosia quello che era avvenuto, e promettendogli di riparafe il mal fatto e di fargli rendere i suoi gradi col rimetterlo in grazia del Maresciallo, sol che giurasse di abbandonare per sempre la principessa italiana. Conchiudeva chiedendogli un ultimo colloquio.
Egli, sperando ogni cosa da quella Circe onnipotente a Palazzo, vi acconsentì.
Il direttore della prigione, avendo permesso che fosse loro servito un eccellente pranzo, madama X.... ’e il prigioniero avevano mangiato allegramente; quando il giovane, esaltato dal vino, disse che l’impero presto finirebbe e che la repubblica gli terrebbe conto dei suoi servigi.
Madama X.., alzandosi: «Si, rispose con fiera ironia, come se le vostre ore non fossero contate da che aveste l’imprudenza di ricevermi!....»
L’indomani il disgraziato uffiziale fu trovato morto nella prigione. Si disse che si fosse avvelenato in una collezione di addio con la sua bella...
Ma fa feroce Messalina non era sazia. Rimaneva Pieri.
Sebbene lontano, sebbene al sicuro a Londra, Pieri non fu più perduto di vista da madama X.... Una mattina, tre giorni prima dell’attentato dei 14 di gennaio, M. Claude, riceveva segretamente madama. Ella sembrava in preda alla più viva commozione, e la sua voce era tronca dallo spavento.
Dopo la terribile vendetta presa dell’infelice complice di Pieri, egli aveva evitato codesta donna. Perché ella si conducesse ora così premurosamente da lui bisognava vi fosse spinta da una ragione assai grave. «Caro Claude, gli disse ella gittandosi su di una poltrona. L’Imperatore non è abbastanza prudente nei suoi sollazzi; egli vi si abbandona alla cieca... Voi conoscete la mia casina di Auteuil; essa mi è stata funesta, e convien dire che debba esserlo per tutti quelli che l’abitano.»
M. Claude non l’intendeva, ed essa con vivacità continuava:
«Avete ragione. Voi non sapete che da parecchi mesi Napoleone III si reca incognito alla mia casa di Auteuil; che vi ò stato ricevuto a volta a volta da una inglese e da due italiane, una duchessa e l’altra principessa, le quali, malgrado delle loro qualifiche vere o false, sono tutte e tre affigliate alla banda di Mazzini». .
Il Claude era per trattare da folle madama X..., ben conoscendo l’esagerazione del suo carattere; ma si ricordò in buon punto delle parole pronunziate pubblicamente dal marchese di Boissv alla tribuna del Senato.
«L’Imperatore, diceva il Marchese, non è abbastanza prudente con le donne. Sua Maestà, per affezione a noi e a sé stesso, non dovrebbe mettersi a ogni momento in balia della prima avvenfurierà venuta.»
M. Claude chiese allora cosa le facesse supporre che le sirene dell’Imperatore fossero altrettante cospiratrici. Madama X... rispose, che se si fosse trattato solo di supposizioni ella non sarebbe venuta ad incommodarlo. Se il Palazzo, aggiungeva, per l’influenza di codeste inglesi e italiane, non fosse rimasto sordo alle mie rivelazioni, io non sarei qui. Non ho altra speranza che nella vostra accortezza, M. Claude, per schiudere gli occhi del Ministro dell’interno, del Prefetto della Senna e del Prefetto di polizia.»
Egli trasalì a queste parole. L’istancabile zelo della spiona le aveva fatto scuoprire un combiotto che i superiori del Claude, per la loro propria sicurezza, non volevano vedere, per paura di attirarsi degli odii contro dei quali si sarebbe infranto il loro potere.
M. Claude rispose bruscamente a madama X..., che se i suoi superiori ricusavano di crederla, perché doveva crederla egli stesso.
«Ma io ho per me l’evidenza, disse Madama X....! Voi conoscete quel Piercy, che non è altri che il noto Pieri? Ebbene, egli è a Parigi...»
«Cosa prova ciò?.
«Io l’ho veduto uscire una sera, aggiunse madama con impazienza, dalla mia casa di Auteuil; egli lasciava allora la principessa italiana, cui viene spesso a far visita a Sua Maestà, quantunque tutta la corte sappia, ad eccezione del nostro sovrano, che codesta donna è l’amante di un tale Orsini, luogotenente di Mazzini.
«Ciò non prova niente, disse M. Claude. Quel che distrugge le vostre supposizioni si è, che io sono al caso di farvi una confidenza. vale a dire, che l’Imperatore si è riconciliato con Mazzini, e che la Francia ne sentirà tra poco gli effetti con una guerra forse contro l’Austria. Perché dunque volete voi che gl’internazionalisti italiani continuino a mandare regicidi e cospiratori contro il nostro sovrano, che ora non sogna se non l’indipendenza della loro patria?....»
Madama X..., alzando con dispetto le spalle, soggiuse: Ah! si è ancora lì alla Prefettura?... Non mi sorprende allora che il vostro Pietri lasci fare i regicidi. Sappiate dunque, che appunto dopo la riconciliazione con Mazzini, il suo partito è più furioso che mai contro Napoleone. Oggi il partito ha spedito da Londra Orsini, Pieri ed altri per impedire Mazzini di essere ancora una volta zimbello dell’Imperatore con questa nuova riconciliazione.
M. Claude, che incominciava ad allarmarsi, chiese a madama donde avesse tali notizie.
«Dalla donna di codesto Piercy, che, — ripeté ella, — non si chiama guari Piercy, ma sibbene Pieri: da codesta donna che abita in via du Champ-d’Asile a Montrouge; vedete bene che io preciso i fatti. Dovete sapere che dal momento che io ebbi sorpreso il mio Pieri, che mi svaligiò e oltraggiò a Monceau, io non ebbi più altro in mira che di fargli espiare, come al mio tenente, l’ignominia di cui mi rese vittima. Ora fin da quando egli lasciò la mia casa d’Auteuil io non perdetti più le sue traccie, nemmeno d’un giorno, d’un ora, d’un minuto. Seppi ch’egli era a Parigi, dopo abbandonata Londra l'8 gennaio. Seppi che non abitava con la sua donna a Montrouge, e ho scoperto che dal giorno 8 abita all’Hótel de Franco et de Champagne sotto il nome di Giuseppe Andrea Piercy.»
M. Claude prendendo scrupolosamente il nome e l’indirizzo indicato da madama X... le dimandò perché non avesse già fatto arrestare quell’uomo che non ha diritto di rimanere in Francia.
«Perché, rispose ella, voleva conoscere i suoi intendimenti. Ora li so per mezzo della sua donna che ho accortamente interrogata. Ebbene codesto Pieri è spedito dal comitato di Londra presieduto da LedruRollin per assassinare l’Imperatore. É associato a certi stranieri, uno dei quali si nasconde sotto un nome inglese; ma non è altri che Orsini, il luogotenente di Mazzini.»
Madama X... insistette, dicendo di avere quelle notizie dalla moglie di Pieri.
M. Claude le obbiettò: sembrargli impossibile che, esistendo realmente un complotto, la moglie di un cospiratore vada a svelarlo di cuor leggero alla prima persona venuta, quando può andarne del capo del proprio marito. È egli ammissibile? esclamò egli.
«Ammissibilissimo, rispose impazientita madama, quando Pieri, quando codesto cospiratore, che non ha il coraggio di tradire apertamente i suoi complici, cerchi, per mezzo di sua moglie, un’agente che possa salvarlo dal pericolo della ghigliottina.»
M. Claude, pur sospettando dello spirito di vendetta che animava madama X...,prese nota ciò non ostante delle sue rivelazioni. Egli era impressionato dall’accento di convinzione della troppo nota indicatrice, tanto più che le sue notizie precise si accordavano con quelle dalla polizia di Parigi ricevute da Londra. Infatti M. Lagrange,capo della divisione politica alla Prefettura, era stato avvisato della partenza dii quella città di Orsini e di tre altri mazziniani. Ma né il Ministro dell’Interno, M. Billault, né il Prefetto di polizia, M. Pietri, non avevano dato ordini in proposito. Bisognava, nota il Claude (Memorie, vol. 1, pag. 302.) che il pericolo o non fosse serio, oppure che un’influenza sovrana proteggesse perfino i nemici dell’Imperatore!...»
Intanto, non volendo egli urtare nella istessa barriera che madama X... non aveva potuto sormontare, si contentò di faro d’ogni cosa un rapporto, che però rimase senza risposta tanto dalla Prefettura che dal Ministero.
Ciò non ostante qualche giorno dopo quel rapporto mise in iscena il Claude nell’orribile dramma che né l’Imperatore, né il suo Ministro avevano saputo prevenire; dappoiché una donna aveva tutto l’interesse di vederne compiere lo spaventevole svolgimento, facendo cadere l’Imperatore nell'agguato tesogli da uno dei suoi assassini.
É da dire che, sebbene tardi, il Governo stava sull’avviso dopo un nuovo manifesto di Mazzini, comparso nel giornale di Genova Italia del Popolo, essendo che ciascun manifesto di quell’agitatore era ordinario segnale di nuove esplosioni. Infatti nuovi rapporti erano venuti dall’estero che parlavano di macchineinfernali, e ripetevano essere partiti emissarii da Londra per Bruxelles e Parigi. E il Claude dice, che, se tutte le precauzioni non furono prese, non fu colpa dei subalterni della Prefettura, né degli agenti all’estero.
—Notiamo di volo con lui che il programma della fatale serata del 14 di gennaio per la rappresentazione al teatro dell'Opera, alla quale dovevano assistere l’Imperatore e l’Imperatrice, si componeva di tre atti di Maria Tudor, che doveva recitare la famosa Ristori, e di una scena della Muta. —
M. Claude racconta qui i particolari orribili dell’attentato del 14 gennaio, preannunziato da madama X...,e fa notare che, se le pareti della carrozza imperiale non fossero state foderate di lastre di ferro, non avrebbero potuto resistere ai settanta proiettili dai quali venne colpita.
Qualche minuto prima dell’attentato, l’uffiziale di pace, Vebert, incontrava all’angolo delle vie Lepelletier e Rossini un uomo, cui riconobbe per Pieri, e che un dispaccio del Ministro di Francia a Bruxelles denunziava nuovamente, dopo il rapporto del Claude, come quello che doveva essere arrivato a. Parigi il 9 gennaio con un compagno per assassinare Napoleone.
M. Claude confessa che, mercé il suo precedente rapporto, dovuto alle insistenze della X..., si potè essere subito sulle tracce dei complici di Pieri, Orsini, Gomez e Rudio.
«Gli avvenimenti, nota egli, in mezzo ai quali sono state condotte le trame di Orsini, protette da un’amante di Napoleone III, sono casi romantici che sembrerebbero inverosimili.» Basta; la rappresentazione dell’Opera non era terminata, e già tutti gli autori dell’attentato erano in mano del Governo, grazie alle delazioni della famosa dama e ai rapporti suoi.
Intanto dai rapporti sommarii, rimessigli durante la rappresentazione, Napoleone III ebbe la certezza che la trama era stata ordita dai carbonari italiani, ai quali era affigliato fin dal 1830.
Ma come mai Orsini, luogotenente di Mazzini, veniva da Londra per assassinare l’Imperatore, mentre questi era appunto in trattative con quel capo supremo dei carbonari per consacrarsi alla liberazione dell’Italia? Era questo il punto misterioso dell’attentato, indicato da madama X... a M. Claude, il quale lo spiega in un importante capitolo, che procureremo di riassumere il più brevemente possibile.
«Il giorno dopo l'arresto di Orsini e dei suoi complici, scrive egli (pag. 317. e seg.), mi diedi premura di portarmi a Passyda madama X... per dirle il mea culpa.
«Ebbene, mi crederete voi d’ora innanzi?» mi disse ella, nel vedermi, con accento di tristezza. «Comprendo, che voi non potevate oltrepassare gli ordini dei vostri superiori: e io ero pazza, ricordando certi fatti, di volervi fare più imperialista dell'Imperatore! Non importa; dovete confessare che vi ho reso un servigio col denunziarvi codesto Pieri.»
M. Claude confessò in fatti che, senza l’arresto di quel complice, egli sarebbe stato perduto; giacché in seguito all’arresto di Orsini, M. Billaut, Ministro dell’Interno, e Pietri, Prefetto di Polizia, davano le loro dimissioni.
Rassicurato circa la veracità delle informazioni della X.., le chiese di spiegargli cosa avesse voluto dire con quelle parole: «più imperialista dell’Imperatore».
Siccome sono persuasa, rispose madama, che voi adesso mi crederete, vi darò certi particolari concernenti quell'orribile fatto, che potranno ancora servirvi. Vi dissi l'altro giorno cho la mia casa d’Auteuil è stata funesta ai suoi ospiti: ed eccomi a provarvelo. — Che se ancora non riuscì fatale all'Imperatore, convien dire ché egli sia nato sotto una stella assai propizia.»
Allora ella gli raccontò quello che le cronache del tempo avevano sfiorato appena nei giornali esteri, e che il córso Griscelli, guardia del corpo incaricato, come Alessandri, di vegliare sulla persona dell’Imperatore, aveva narrato incompletamente nelle sue Memorie.
Poco tempo dopo, continuò a dire madama, la vendetta da me presa del tenente, complice di quel miserabile di Pieri, io affittai la mia casina di Auteuil a una italiana, la duchessa........... donna di grande bellezza, il cui marito era addetto alla corte del re Vittorio Emanuele. Tutto quanto vi aveva d’illustre e di elegante a Parigi e al Tuileries, andò a salutare la bella italiana, che divenne il personaggio alla moda, la stella del momento: l'astro istesso della sovrana impallidì. Ma non era questo ciò che voleva (o più tosto che era incaricata di volere) codesta donna.
L’Imperatore s’interessò cosi bene di lei, che n’ebbe ombra l’Imperatrice: e la duchessa, altrettanto accorta quanto interessata, ne schivò le ire, promettendo di non più comparire a corte. Allora prese in affitto la mia casa d’Auteuil, dietro scelta fattane dal Generale F...»
Ma l’Imperatrice aveva anch’essa la sua polizia. Madama X... per non cadere in disgrazia, si vide costretta, come proprietaria
della casa, di divenire la spia dei suoi ospiti. Ben presto seppe che la duchessa era un’antica maitresse del re Vittorio Emanuele, e che era affigliata alla setta di Mazzini per servire il Piemonte contro l’Austria. L’Imperatrice si servi di queste notizie per spaventare l’Imperatore, facendogli dire dall’estero, che la duchessa era venuta per ucciderlo.
Allora Griscelli, che già prima gli aveva salvata la vita uccidendo Kelche, uno dei regici dispediti da Londra, fu di nuovo incaricato della sicurezza del sovrano nella casina d’Auteuil.
Qui, madama X... narrava al Claude un fatto di sangue avvenuto colà nella circostanza di una visita notturna di Napoleone alla duchessa, che costò la vita a un agente di polizia, ucciso per isbaglio, e alla cameriera della duchessa, uccisa per occultarne la cagione. Per verità solo la vita della straniera era minacciata in quell’incontro; ma fu fatto credere fosse in pericolo quella dell’Imperatore, e la duchessa fu esiliata.
Questi fatti esecrabili erano l’effetto dello spionaggio contro spionaggio che si manteneva in Parigi; ma se codesta polizia spiava sé stessa, aveva per rivale una contropolizia che la spiava alla sua volta: vale a dire la polizia prussiana.
L»duchessa, fuori di sé per la condotta di Napoleone III verso di lei, dall’Italia andò diritta a Berlino. Quivi raccontò la sua storia, affermando: giammai avere essa voluto uccidere l’Imperatore; dovervi essere nell’eccidio della casina d’Auteuil un mistero inesplicabile per lei. Le spie prussiane si misero in movimento, e in meno di sei settimane trovarono il filo della cosa, fornendole i mezzi più sicuri per giustificarsi.
«Ora, continuò madama X..., voi sapete come me, che la duchessa è tornata in Francia dietro gl’inviti reiterati dell’Imperatore, che, grazie alla Prussia, è convinto della sua innocenza!... Riconoscentissima alla cancelleria tedesca, cotesta donna è ritornata al Tuileries solo per vendicarsi dell’imperiale cicisbeo che l’ha esiliata, e dell’Imperatrice, che crede aver voluto sbarazzarsi di lei per mezzo d’un sicario. Codesta duchessa, data anima e corpo alla politica prussiana, sfugge d’ora innanzi ai nostri colpi...
M. Claude era stupefatto di quel che udiva dalla bocca di madama X..., cui fino allora avea tenuta per una testa pazza, fuorviata dalle passioni; mentre che pel suo spirito pronto e per la sua perspicacia ne insegnava all'istesso Claude, uomo di polizia sperimentato. Egli apprendeva così che non era stato l’azzardo che aveva svelato a madama i misteri dell’attentato del 14 gennaio, e ch’ella possedeva, mercé i suoi doni infernali, i segreti più terribili della corte imperiale. A meglio convincerlo, essa aggiungeva:
«Adesso che vi ho dato lo prove, che la Prussia è padrona del nostro Imperatore mercé la bella duchessa, vi proverò che l’Italia e i suoi comitati segreti ne sono egualmente padroni per mezzo d’un’altra donna, maitresse d’Orsini. Codesto Orsini, che l’Imperatore sta per mandare al patibolo insieme coi suoi complici, Io forzerà ciò non ostante a obbedire ai voleri dei suoi regicidi, col ricordargli incessantemente come egli stia sempre nelle mani di Mazzini.... Qui prese a narrargli un altro fatto, che spiega l’odio d’Orsini contro l’Imperatore, e che lo spinse a tramare a Londra l’attentato, dal quale era sparsa in quel momento la costernazione nell’Impero.
La duchessa aveva momentaneamente lasciato la Francia, e nella casina d’Auteuil ad essa era succeduta la principessa. Costei (della quale il Claude tace per fino le iniziali, perché vivente mentre scriveva) fu altrettanto funesta all’Imperatore, quanto la duchessa Io fu alla Francia.
Ambedue italiane, dice il Claude, (pag. 328) sono ben note alla società parigina; durante l’impero la duchessa era chiamata la prussiana, mentre la principessa era detta la mazziniana.
Come si vedrà, costei rappresentò una parte importante nelle manovre dei mazziniani scismatici, alla testa dei quali stava Felice Orsini. In seguito alla disdetta toccata nel rapimento premeditato dell’Imperatore, Orsini combinò a Londra, insieme col Bernard, l’attentato del gennaio.
Madama X... fu quella che, servendo ad un tempo l’Imperatore e la propria vendetta, mandò a vuoto nel modo il più straordinario l’imperiale rapimento. Il lettore abbia presente che la principessa era quella stessa che insieme con Pieri aveva ordito l’agguato di Monceau, del quale la X... sarebbe rimasta vittima senza l’intervento del Claude. Convien dire che il caso contribuiva a vendicare questa donna. Dopo il tenente avvelenato e Pieri arrestato, veniva la volta della principessa. Se madama X... non riuscì ad atterrare costei non fu per sua colpa, ma dell’Imperatore e dello straniero, cioè della Prussia e dell’Italia, divenute ormai arbitro della volontà di Napoleone III, da che lo tenevano in pugno per mezzo delle più basse passioni.
«Il 14 gennaio chi diresse Orsini, sono parole di M. Claude, fu il braccio di una donna. Più tardi la sfida scagliata alla Prussia fu provocata egualmente da un dispetto galante, quando l’Imperatore apprese di essere stato corbellato dalla duchessa, la prussiana, come dieci anni prima lo era stato dalla principessa, la mazziniana.»
M. Claude ricorda qui tutto il male fatto alla Francia da codeste due malvaggie femmine. Desse mai furono gelose l’una dell’altra, non avendo altro scopo verso il sovrano, che disprezzavano, se non di fare il maggior male possibile alla Francia, e di approfittarsi del loro credito e della loro bellezza per darla in balìa dello straniero.
Infatti la duchessa fu quella che al momento dell’attentato di Orsini addormentò la polizia e l’Imperatore in una falsa sicurtà. Ed è provato, che, mentre scoppiavano le famose bombe, i comitati repubblicani di Roma e d’Italia stavano apparecchiati per una formidabile rivoluzione. Londra e Berlino, sono sempre parole del Claude, sapevano ciò che era per accadere, quando quelli che circondavano l’Imperatore, il Ministro dell’Interno e il Prefetto di Polizia pensavano il contrario di quel che sapevano le società secrete e lo straniero.
«La duchessa, aggiunge egli, dal canto suo, non ci ha fatto soltanto questo di male. Ella non ha cessato in seguito di istruire i Prussiani sullo stato delle nostre truppe, sul loro effettivo, e di mostrare il rovescio delle nostre figure militari, delle quali la Francia non conosceva che il diritto. Per mezzo della Duchessa i Prussiani sapevano a mente ogni nostra cosa!...
«Ad onta di ciò, durante dieci anni, Parigi non ha cessato di ammirare codesta duchessa. Tutti i saloni le erano spalancati; i pittori più celebri eternavano col loro pennello codesta maravigliosa creatura, che ci ha fatto pagare la nostra inconseguenza, la nostra leggerezza, i nostri sbagli con tanto oro e tanto sangue! Quanto alla principessa, fu mono fatale per la Francia, ma poco mancò che lo fosse assai per l’Imperatore; essa aveva qualche scrupolo di onestà che punto non aveva la duchessa. Ad onta di questo non esitò di prenderne il posto nella casina di Auteuil, dove, malgrado del doppio assassinio perpetratovi, Napoleone III ritornò sei mesi dopo.
«Allorché si riflette al carattere di codesto doux entété, come lo chiamava la regina Ortenzia, non ò più da maravigliare di vederlo ricadere nei medesimi lacci; era una fatalità che pesava sulla sua persona come sui suoi destini. — Boulogne ripeteva Strasburgo; il 2 decembre ripeteva il 1 brumaio. L’incontro di Nina Fleurette in un tapisfranc della Cilè vai quanto l’incontro di miss Howard in un bugigattolo del vecchio quartiere di Londr. La casina di Auteuil, dove era stato corbellato dalla prussiana, lo forzava dunque a ritornare nelle medesime reti tese dalla mazziniana.»
Il pontefice della democrazia italiana, Mazzini, ben conosceva il carattere del fratello Luigi Napoleone; egli lo sapeva altrettanto passionato di temperamento che ostinato di spirito; e non si stancava di tendergli i medesimi aguati, perché conosceva la sua testardaggine a ricominciar sempre da capo in diplomazia come in amore; non solamente egli copiò sempre sé stesso; ma imitò, perfino nei suoi capricci passionati, tutte le stranezze dello zio Napoleone I.
«L’attentato del 14 di gennaio, segue a dire M. Claude, come la dichiarazione di guerra alla Prussia, provengono da una guerra di donne, di cui il prologo fu rappresentato nella casina d’Auteuil.
«La principessa sembra amasse sinceramente Orsini, luogotenente di Mazzini: e solo dopo molte trattative con questo, chela consigliava ad accogliere l’imperiale fratello carbonaro, si risolse ad abitare la fatale casa.»
A scansare però le ire dell’Imperatrice si presero le più minute precauzioni. — Qui il Claude narra un fatto, che avrebbe dell’in. credibile se non fosse noto in Roma un caso simile del medesimo imperiale protagonista. — Lo diremo brevemente in fine per non interrompere il racconto del Claude.
«Per un tratto di genio degno di Figaro, scrive egli, Napoleone III per portarsi alla casina e occultare la sua persona, indossò una livrea di cacciatore, e montò dietro la carrozza della principessa, ch’ebbe per cocchiere in tale incontro il famoso còrso Griscelli, suo agente favorito.
«Costui avea preso tutte le precauzioni e messo in moto l’intera brigata dei corsi. Aveva di più ottenuto le buone grazie della cameriera della principessa, la quale dal canto suo avea prese le sue disposizioni. Avendo, in somma antipatia l’Imperatore, nel cedere a malincuore ai consigli di Mazzini, scrisse ad Orsini, cui aveva già salvato a Mantova, partecipandogli la necessità che la forzava, per patriottismo (!!)ad obbedire a Mazzini (33) e ad accogliere Napoleone.
Montò in furia Orsini a tale comunicazione; pure bisognava obbedire. Egli rispose pero alla principessa che si porterebbe a Parigi il giorno in cui riceverebbe Napoleone; nell’istesso tempo gli mandò un narcotico da valersene al momento opportuno. Il mazziniano aveva concepito un disegno, che fece trasalire di gioia la sua degna amante. Si trattava nientemeno che di addormentare sua Maestà imperiale, di trasportarla in carrozza di posta al confine, e di rapire cosi in una notte l’Imperatore all’impero, cuoprendo di ridicolo l’uno e l’altro. L’idea di Orsini era altrettanto buffa quanto quella dell’augusto rivale travestito da cacciatore!... Gli ordini di Mazzini in quest’incontro e lo stratagemma di Orsini per isventarli produssero una piena rottura tra l’autocrate della democrazia e il suo vassallo. Tale rottura scoppiò quando Mazzini sembrò intendersi coll’Imperatore pei dissensi sorti tra la Francia e l’Austria.
«Fu dunque l’odio che codesto settario concepì contro il nostro sovrano, afferma il Claude, divenuto suo rivale, che gli fece immaginare l’infernale attentato del 14 gennaio, che Mazzini qualificò quale delitto inutile, concepito da una testa pazza!
«Allorché per tanto la carrozza, condotta da Griscelli, avendo per cacciatore il suo sovrano con la livrea della principessa, passava la barriera, una squadra di agenti di Polizia, gli uni travesiiti da scopatori, gli altri da commessi di dogana, vegliava su Napoleone III. Un fischio del fedele Zampo, altro poliziotto còrso, averti che la strada era sicura; però mentre la carrozza volava verso Auteuil, due uomini vestiti da operai tornavano indietro dalla parte dei Campi Elisi, l’imo dicendo all’altro: «Se il colpo fallisce, guai alla principessa! Griscelli la pugnalerà.» E l’altro rispondeva: «Non temere, Orsini; questa volta lo teniamo in pugno, e Mazzini riderà.» In fatti setutte le precauzioni erano state prese dalla polizia di palazzo, i Mazziniani vegliavano dal canto loro sulla strada d’Auteuil dove stavano ancora Orsini e il suo luogotenente.
«Codesti Mazziniani, nota M. Claude, erano di un’accortezza perfetta per deludere i nostri poliziotti. La maggior parte di loro, affettando l’ignoranza più grossolana e la volgarità più stupida, travisati in costumi calabresi e napoletani, si scaglionavano lungo la via come vagabondi e virtuosi di strada che, fatta la giornata, ritornavano a casa con le ghitarre e i pifferi sotto al braccio.
«Griscelli, che conduceva la carrozza, ebbe un sospetto, e rallentò il passo dei cavalli; ma tirò innanzi, sapendo ben guardato lo stradale, ed essendo sicuro del personale della casa; poiché aveva messo nei suoi interessi perfino la cameriera della principessa; anzi aveva avvertito madama X..., proprietaria della casa, la quale si teneva in sull’avviso. Napoleone III nella sua livrea di cacciatore, come fu entrato, seppe le precauzioni prese ed era del migliore umore del mondo; egli rideva appunto dell’opposizione incontrata da alcuni domestici nell’introdursinell’appartamento della principessa, quando questa comparve. Ella era bellissima in uno dei suoi più ricercati abbigliamenti; ed affettava una gioia e una ilarità, che Napoleone attribuì volentieri al suo strano travestimento.»
—M. Claude descrive a lungo l’acconciatura della dama e le accoglienze fatte all’eccelso visitatore; ma ne risparmieremo il fastidio al lettore. —
Messisi a tavola, il pasto fu ben presto animatissimo. Mai l’Italiana, ordinariamente malinconica, si era mostrata cosi spiritosa, e seducente; eppure era la vendetta che l’animava.
La domestica andava e veniva alla credenza, dove stava apparecchiato il dessert, senza che Napoleone vi badasse. Intanto in un salotto contiguo Griscelli attendeva anch’egli a tavola che la donna avesse terminato il servizio e venisse ad intrattenersi seco lui, ciò che presto avvenne.
Fra l’Imperatore e la principessa ben si parlò dell’Italia, della sua indipendenza, di Vittorio Emanuele, di Cavour, di Mazzini, ecc; ma al dessert, allo Sciampagna, l’Imperatore, — che aveva promesso tutto all’ardente patriotta, perché le promesse non gli costavano nulla, — si spogliò dell’uomo politico per mostrarsi quel libertino ch’era. Nel bel meglio però come un mantello di piombo sembrò aggravarglisi addosso. Il vino invece di solleticargli gli spiriti glieli aveva illanguiditi, i suoi occhi si velavano e le idee si confondevano in una inesplicabile sonnolenza. Era ai piedi della principessa né poteva rialzarsi, quasi colpito da una bacchetta magica. A stento aprì gli occhi per guardare in faccia la donna, e gli sembrò scorgervi un sorriso di schiacciante disprezzo. Anelante, non riuscendo ad alzarsi, con un supremo sforzo stese il braccio mezzo paralizzato; afferrò un bicchiere, e lo scagliò contro la porta del salotto vicino. Istantaneamente la porta si spalancò, e Griscelli col pugnalein mano saltò dentro, muovendo contro la principessa che immobile lo guardava; ma egli trabalzò e cadde inerte sul pavimento.
La principessa già spianava sulla fronte del disgraziato la canna di una rivoltella, quando la cameriera accorse, mettendosi tra lei e Griscelli… L’Italiana trasse allora un pugnale; ma la porta di contro si apri ad un tratto, e la principessa, indietreggiando, riconobbe madama X..., che, dirizzandosele contro con le braccia incrociate: «Madama, le disse, voi non rapirete l’Imperatore! Voi non lo porterete al confine! non ucciderete Griscelli.... Malgrado delle vostre precauzioni per addormentare i servitori di questa casa, altri veglia qui per deludere le vostre trame...» La principessa, atterrita, si strappava i capelli per la rabbia nel riconoscere la vittima dell’agguato di Manceau.Sì, madama, continuò la X...; voi non m’ingannerete più; voi che mi toglieste l’amante, associandolo ai vostri Mazziniani e a quel Pieri, che morrà!... «Si, madama, io veglio qui; io, che voi avete indegnamente dileggiata e che vi rendo la pariglia in quest’ora terribile: intanto che vegga morire il vostro Orsini, come voi mi obbligaste ad uccidere il mio amante! Intanto, che io vi uccida perché voleste coll’Imperatore uccidere la Francia, Italianamaledetta!»
Madama X, tremante di furore, era per scagliarsi su la principessa, quando questa, strisciandosi indietro come un serpente e traendo seco la cameriera, saltò fuori della porta chiudendola rapidamente prima che madama X.... potesse raggiungerla.
Mandò un urlo costei, vedendosi chiusa dentro con i due uomini fuori di sensi.
Il rapimento dell’Imperatore era fallito; ma l’Italiana e i suoi complici erano salvi.
Da che i due servitori della casa erano stati addormentati nell’istesso modo dell'Imperatore e di Griscelli, i complici della, principessa, introdottisi nell’abitazione, avevano attaccato i cavalli alla carrozza che, lasciata impunemente passare dalle pattuglie che perlustravano lo stradale, nel riconoscerla per la medesima entrata poco prima, servi a meraviglia a mettere in salvo la principessa mazziniana e la sua fantesca.
Immensa fu la rabbia d’Orsini quando nella carrozza trovò la sua amante invece dell’imperiale libertino che aveva preteso rapire. — M. Claude descrive minutamente le peripezie che portarono fuori della fatale casina le due donne; ce ne passeremo per amore di brevità, e perché inutili per noi.
Intanto madama X..., rimasta chiusa con Napoleone e col suo cerbero Griscelli addormentati, ruggiva come una belva. Ma solo la dimane le sue grida poterono essere udito dal giardiniere, meno intorpidito degli altri dal narcotico dei settarii, il cui silenzio fu generosamente comprato dalla padrona.
In quello che madama dava le prime cure ai due sciagurati, avverti la Prefettura della strana avventura. Subito fu spedita una squadra con una carrozza alla casina; ma solo verso le sei della sera Napoleone potè ritornare in sé ed essere in istato di restituirsi al Tuileries. «Griscelli, nota il Claude, molto prima aveva riacquistati i sensi; ma la costituzione dell’Imperatore, già debilitata assai a quell’epoca, ebbe bisogno di forti rivulsivi per uscire dal letargo.»
Una simile avventura non poteva non traspirare all’estero per la principessa e per Orsini, il quale non esitò di dire ai suoi: «Non sono riuscito a rapire l’Imperatore; l’ucciderò!»
Infatti, ritornato a Londra, non pensò più se non a preparare l’attentato del 14 gennaio.
«I particolari di codesta avventura altrettanto buffa quanto straordinaria, conchiudiamo con le parole del Claude, furono raccontati in quell’epoca dalla stampa estera, sotto tutte le forme. L’Imperatore e il suo agente, ritrovati fuori dei sensi, in livrea da servitori, nella casina d’Auteuil, divennero il tema di un racconto in versi intitolato:
«La belle au bois dormant, ou, les nouveaux mystéres de la tour de Nesle.»
Ed ora ripetiamo pure coll'ufficiale Gazzetta piemontese che, Orsini condannava «il misfatto esecrando a cui fu trascinato da amore di patria spinto al delirio.»
Quanto alle cose narrate dal Glande e da noi riferito in questo appendice, divenuto nostro malgrado soverchiamente (sebbene forse non inutilmente) prolisso, a taluno sembreranno esagerate, incredibili; ma hanno unaautorevole conferma dalle lettere dello stesso Felice Orsini e dalle parole del suo apologista, raccoglitore delle medesime.
A pagine 348 di quella raccolta dopo la lettera di Orsini al Mauroner da noi recata, egli si esprime così:
«L’amicizia calda che esisteva tra Mazzini ed Orsini cominciò a divenire tiepida per femminili pettegolezzi, e si scambiò in odio per opera di alcuni vili adulatori, che pensavano più ai divertimenti che all’Italia. Allora si determinò Orsini a stampare le sue Memorie in inglese, le quali furono acremente riprese dal Campanella (uno dei capi frammassoni italiani), che fino ad ora certamente non ha fatto nulla per l’Italia che meriti ricordanza, e che ancora poteva starsene scherzando con quattro vecchie in Londra, che gli preparavano manicaretti, anziché arrischiare la vita, come fece tante volte Orsini in pro dell’Italia....
«Ad ogni modo, non vogliamo entrare in sindacato sulla suscettività colla quale prese Mazzini le osservazioni di Orsini, imperocché quell’errore lo crediamo più presto frutto delle adulazioni dei bindoli, che assumevano maschera di nuovi Trasibuli o Bruti, e del cinguettio di femminelle, che avrebbero dovuto adoperare la loro influenza più presto a spegnere che a suscitare incendio.
Ed ora non vogliamo omettere quel che leggevasi circa la metà dello scorso novembre 1881, nel giornale La Lombardia:
«Nella settimana scorsa Cesare Cantù visitò gli archivi di Mantova, i quali risiedono nel Castello ove erano già le prigioni di Stato. In questa occasione egli fece sgomberare la cella da dove fuggì Felice Orsini, e quella dove sofferse Enrico Tazzoli. Nella prima pose un tavolino, una sedia, un album dove iscriversi i frequenti visitatori, e una copia del processo fatto a coloro che ne aiutarono la fuga, e che prova esser veritiera la narrazione fattane dall’Orsini stesso.
«Nella carcere del prete Tazzoli, oltre i mobili stessi, il Cantù pose un ritratto a lapis di quello, le lettere, il necrologio che egli ne fece, e il libro del canonico Martino, che dicesi tanto dispiaciuto a Roma.»
Così a Orsini e a Tazzoli si fanno gli onori stessi che al Tasso e ad altri personaggi sono resi. Conviene tener conto di questi tatti, i quali sono sempre dolorosi, perché dimostrano dove si va a finire quando non si batte in tutto la via retta.
Dopo tuttociò ecco il fatto al quale accennavamo nello svolgere il triste dramma della Casina d’Auteuil:
—Negli anni che precedettero la rivoluzione del 1831, il figlio della Regina Ortenzia, Luigi Napoleone, era in Roma dove la sua proscritta famiglia aveva ricevuto generosa ospitalità dal Papa. Figurava egli quale studente dell'Università della Sapienza, dove però godeva riputazione di giovine pazzo e scapestrato. — Io, che scrivo, vidi uomini rispettabili, già suoi condiscepoli, darsi delle pugna nel capo quando lo seppero divenuto Presidente della Repubblica francese e poi Imperatore. — Or vivea in Roma, e vive tuttora, una dama romana altrettanta bella quanto onesta, maritata da poco in quell’epoca a un rispettabile nostro amico, sig. L. R., ora defunto. Luigi Napoleone, invaghitosi di lei, non trovò miglior mezzo per introdursi in sua casa, che quello di travestirsi da crestaia (degnissima divisa) che veniva a vendere pizzi alla signora. La dama nel riconoscerlo fuggì via gridando, in quello appunto che il marito, sorpreso dalla pioggia, tornava in casa. Luigi Napoleone non vide scampo se non nella fuga: e, rialzandosi le vesti, si slanciò giù a precipizio per le scale, inseguito dal sig. R., che a colpi d’ombrello ebbe accompagnato il futuro Imperatore dei Francesi nella strada, dove finalmente fu arrestato dai birri, e tradotto da essi in polizia. — Di questo fatto esisteva, a quanto fui assicurato, rapporto formale, all'epoca del suo innalzamento al trono imperiale, e forse esisterà tuttora: se pure non sia vera la voce, corsa allora, che fosse fatto sparire.
Non sembra al lettore questo fatto un degno prodromo del dramma d’Auteuil narrato dal Claude! — Ma è da riprendere il filo delle nostre Memorie.
«Nel tener dietro a questa minuta storia, riprende a dire Nicomede Bianchi (34), si scorge che gli andamenti della politica personale di Napoleone III intorno alle cose italiane si fecero men nascosi, e presero un’atteggiatura più spigliata di mano in mano che in lui si rassodò la persuasione di aver trovato nel primo ministro del Re di Sardegna un degno e sagace compagno a incarnare il gran disegno, e che il Piemonte sapeva dar disciplina di pensieri e di affetti ai popoli italiani! Ma le cautele da prendere erano tali, le vie da percorrere cosi tortuose e buie (lo afferma il Bianchi), gli ostacoli da vincere cosi gagliardi, cosi difficili a venir raggruppate le forze morali, nelle quali in buona parte dimorava la felice riuscita dell’impresa, da rendere assolutamente necessarii segreti accordi verbali, iniziatori di pratiche non meno segrete, e da maneggiarsi da coloro soli che le avevano ordite. Fu nel giugno 1858 che giunse in Torino, mandatovi segretamente da Napoleone, il medico Conneau;egli portava al conte di Cavour l’invito di condursi al castello di Plombières, ove l’Imperatore l’avrebbe visto assai volentieri. Il ministro italiano rispose che sarebbe stata per lui una vera fortuna di poter attestare di viva voce all’Imperatore i sentimenti che verso di lui nutrivano il Re di Sardegna e il suo Governo»
—Alle note severe del Walewski erano d’un tratto succedute le intime confidenze! Mai fu visto cambiamento più subitaneo in politica, senza motivo apparente. Egli è d’uopo cercarlo nei misteri delle logge massoniche, alle quali il Bonaparte era legato. —
Il messaggero imperiale, prosegue lo storico ufficiale del Governo sardo, aveva lasciato intendere che l’invito doveva rimanere segreto anche al Legato di Francia in Torino, e che il Conte doveva andare incognito a Plombières. Egli prese la via della Svizzera sotto il pretesto di portarsi a vedere gli studi iniziati per il perforamento del Luemagno. A Ginevra ebbe un lungo abboccamento col marchese Salvatore Pès di Villamarina, che aveva chiamato colà da Parigi onde avere da lui opportune notizie, e seco esaminare alcune proposte sulle quali intendeva di chiamare l’attenzione di Napoleone. Cavour giunse giunse alla residenza imperiale di Plombières un sabato a tarda sera, accompagnato dal cavaliere Francesco De Veillet e dal marchese Emanuele Villamarina. Erano due giovani destri, valenti, circospetti, che fecero la loro modesta parte a meraviglia. L’abboccamento del Conte coll’Imperatore fu stabilito per il giorno susseguente, dopo la Messa (!). Essi rimasero insieme da soli oltre a quattro ore, e di nuovo per altrettanto spazio di tempo, dopo il pranzo. Nello stesso giorno a tarda sera Cavour riprese la ferrovia gaio, dice il Bianchi, e più che mai fecondo di quella arguta bonarietà, che rendeva tanto seducente la sua parola nel conversare famigliarmente.
«La storia minuta dei due lunghi colloqui di Cavour con Napoleone, nota lo stesso Bianchi, è coperta da un buio che non è possibile venga diradato da nessuno scrittore, fintantoché non siano rotti i suggelli dell’unico documento che la contiene, scritto di mano del conte CAVOUR. Tuttavia i documenti che abbiamo esaminati ci forniscono il modo di metter in sodo, colla dovuta discretezza, quella parte di verità, che è la più importante ad essere conosciuta. Formali accordi scritti a Plombières non furono presi: essi ebber luogo quattro mesi dopo per un trattato segreto d’alleanza offensiva e difensiva tra la Francia e il Piemonte. Del congiungimento di nozze del cugino di Napoleone colla figliuola di Vittorio Emanuele non si favellò in alcun modo. L’Imperatore fu esplicito nella promessa dell’aiuto armato della Francia al Piemonte per togliere all'Austria ogni dominio in Italia (e sostituirvi il suo); ma aggiunse che bisognava aspettare che i proprii accorgimenti e il tempo maturassero l’occasione propizia. Frattanto il Piemonte badasse a maneggiare la propria politica in tale maniera da non accostarsi all’Austria, da non compromettersi troppo contro di essa, da tenere sveglia l’agitazione morale in Italia, da impedirvi moti rivoluzionarli, e da guadagnarsi, sin dove fosse possibile, l’amicizia della Russia. In compenso dogli aiuti armati Cavour assenti alla cessione della Savoia alla Francia. (Incredibile contraddizione! Non si voleva l'Austria come potenza Italiana in Lombardia, che legittimamente possedea, e si faceva padrone Napoleone III della Savoia, su cui non aveva alcun dritto! I posteri crederanno sognare.) Il discorso intavolato sulla provincia di Nizza condusse a concludere che delle sue sorti venture si tratterebbe a guerra compiuta. Stringere i varii Stati italiani ad unità di regno non poteva essere, né fu argomento, neanco di desiderii, in quel convegno, ove a grandi tratti si delineò un nuovo assetto politico dell’Italia. La mente squisitamente calcolatrice (lo dice il Bianchii) di Cavour innanzitutto distoglievalo nell’entrare in un mare tanto incerto ed incognito, e pel quale inoltre ben sapeva che Napoleone non l’avrebbe seguito. L’assetto federativo trovò ragione d’intelligenza comune colla formazione di un regno-borealed’Italia, costituito da dodici milioni di abitanti. Sarebbe rimasto ritto il principato temporale della Santa Sede, ma circoscritto in confini assai più ristretti (si fece cosi nel 1860). Delle due dinastie regnanti in Toscana e in Napoli fu discorso; ma credibilmente alle parole non erano rispondenti le speranze e i calcoli che sulle medesime tenevano chiusi nell’animo Napoleone e CAVOUR. — Così Nicomede Bianchi (35).
Al colloquio di Plombieres non fu data grande importanza in sul momento da chi non era iniziato alle segrete cose. Non così il ministeriale giornale L’Opinione, che il 30 luglio 1858 incominciava il suo primo articolo: «Verrà il giorno in cui la storia noterà la visita fatta recentemente dal conte Cavour a Plombières come un avvenimento di grande importanza per alcune questioni della politica Europa.» La Opinione sapeva quel che diceva. — Mazzini non la pensava diversamente.
Molte cose abbiamo raccolte circa Felice Orsini e il suo attentato; eppure molte altre ne rimarrebbero a raccogliere: non essendo però queste necessarie, e bastando al nostro scopo le già recate, ci affrettiamo di torci da codesto brago di sozzure e di ferocia, per sollevare l’animo, fosse anche per poco, narrando altri fatti, se vuoi sempre tristi, ma pure generosi e belli. Per far ciò, rimettiamo a più tardi il dire delle conseguenze dell’attentato del 14 gennaio 1858, e del colloquio di Plombières, già da noi accennato, e delle tresche franco-sardo-massoniche contro l’Austria, contro la S. Sede e contro gli altri Principi italiani, e dei vani tentativi di Congresso europeo, non voluto da coloro stessi che lo proponevano, e di tutto quel che precedette la sleale guerra del 1859: e senza più ritorniamo a Napoli.
Abbiamo detto nel primo volume di queste Memorie delle mene perfide e sleali del Piemonte, della Francia e dell’Inghilterra, congiunti in uno per umiliare ed abbattere diplomaticamente il trono del Re Ferdinando II; abbiamo pure veduto le tentate invasioni di filibustieri, e il duello diplomatico, magnanimemente sostenuto da quel gran Re contro le suddette tre potenze; e lo abbiamo veduto uscire trionfante dagli assalti di quei potenti governi, divenuti impotenti di fronte alla sua fortezza veramente reale. Siamo ora per vedere lo scioglimento lugubre del gran dramma che, così permettendo Iddio per i suoi imperscrutabili fini, doveva riuscire, ad onta dei più generosi fatti, alla caduta, sebbene gloriosa, sebbene temporanea, di quell’augusta Monarchia.
Gli uomini, chiamati da Dio a grandi cose, sono dalla mano suasapientissima sottoposti a dure e diuturne pruove. Francesco II, nato sopra uno de' più splendidi troni d’Europa, gustò la sventura fino dalle fasce.
Figlia a Vittorio Emanuele I, Re di Sardegna, e a Maria Teresa d’Austria, Maria Cristina di Savoia (nata in Cagliari il 14 novembre 1812) da tre anni era impalmata a Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, quando ai 16 di gennaio del 1836, consolava l’augusto sposo e il regno di un erede al trono. Ma i primi vagiti di Francesco II si confondevano colle lagrime del reale genitore e del suo popolo. Maria Cristina, la bella, la savia, la santa Regina delle Due Sicilie, matura per il Cielo, abbandonava questa terra indegna di possederla, appunto nel dare in luce il tanto desiderato Principe; e dopo quindici giorni di quel felice avvenimento, il 31 gennaio 1836, ripetendo le dolci parole: «Credo in Dio, spero in Dio, amo Dio!» si riposava nella pace del Signore, lasciando la reggia e il regno immersi nel più profondo dolore. Indicibile era il pubblico cordoglio, al colmo la desolazione dell’afflittissimo popolo napolitano; quando, per un misterioso contrasto, giungeva la flotta sarda, mandata da Re Carlo Alberto a complimentare Ferdinando II pel nato Duca di Calabria; ma alle salve festose delle sue artiglierie rispondeva il pianto di un popolo desolato.
—Triste presagio! Il cannone sabaudo taceva dinanzi alla tomba di Maria Cristina, per tuonare di nuovo 25 anni dopo con fuoco desolatore a Gaeta contro il Figlio della Santa! —
Nato dal sangue dei Luigi di Francia e degli Amedei di Savoia, in mezzo alle sventure non ismenti mai Francesco II la regale magnanimità e grandezza degli avi, non mancò mai a' doveri di Principe cristiano. Vittima gloriosa delle sètte anticristiane, doveva servire di esempio luminoso agli infiacchiti potentati di Europa, come debba patire e vincere un Monarca cristiano. — Fanciullo, perdè la madre; sposo, l’augusto genitore; Re, l’avita corona, in quello che vedeva spalancarsi il vulcano che è ormai per distruggere tutti i troni della terra. Compiuto il corso di una educazione cristiana e severa, il giovane figlio di Maria Cristina e di Ferdinando II, destinato a succedere a questo nel regno, aveva raggiunto età matura a toglier moglie, e il sapiente genitore l’aveva scelta tale da rispondere alle esigenze del cuore di un giovane Principe, e agli interessi della Monarchia siciliana: e fu l’eroica Maria Sofia, figlia al Duca Massimiliano di Baviera, della Casa regnante di Wuttelsbach, e sorella all'Imperatrice d’Austria Elisabetta.
Pertanto fin dal giorno 8 gennaio 1859 nella reale cappella di Monaco erano stati celebrati gli sponsali, tenendo la procura per l’augusto sposo assente il Principe Luitpoldo di Baviera. Poi la reale sposa, con sovrano accompagnamento, muoveva per Trieste e di là per Manfredonia sulle Regie navi napolitano; quando uno straordinario rigore di freddo, affatto insolito nelle regioni meridionali d’Italia, aveva coperto di nevi e di ghiaccio varii tratti della via che doveva percorrere la Corte di Napoli nel muoverle incontro. Presso Avellino in una rapida discesa, i cavalli sdrucciolando pericolosamente sul ghiaccio, Sua Maestà il Re Ferdinando, che erasi recato con splendido seguito ad incontrare l'augusta nuora, ebbe a scendere dalla carrozza e fare buon tratto di via a piedi; ne colse una febbre reumatica che lo costrinse a sostare in Lecce fino al 28 gennaio. Intanto, partita il 1® di febbraio da Trieste, la sposa di Francesco II, sul regio piroscafo II Fulminante, giungeva il giorno 3 a Bari, dove era ricevuta con pompa veramente regale dalla Corte e dal popolo, e veniva benedetto di nuovo il matrimonio in mezzo alla popolare esultanza. (36)
Ma Ferdinando II, riavutosi appena dal suo malore, ricadeva infermo a Bari; né queste erano le sole amarezze che accompagnavano le nozze di Francesco II. La I. R. Famiglia di Toscana, condottasi a Napoli per partecipare alle feste nuziali dell’augusto parente, veniva colpita da una grande sciagura. Trascorsi appena pochi giorni dall’arrivo, S. A. I. R. l’Arciduchessa Anna diSassonia, sposa del Principe ereditario di Toscana, infermò gravemente, e ricevuti, dietro sua richiesta, il 6 febbraio, i SS.mi Sagramenti, il giorno 10 passava a vita migliore, immergendo nel lutto ambedue le Corti.
A questa un’altra non minore sventura si aggiungeva a funestare le gioie delle anguste nozze. La Reale Principessa Maria Isabella, nipote di S. M. il Re Ferdinando II, e figliuola delle AA. RR. il Conte e la Contessa di Aquila, cessava anche essa di vivere nel fiore della giovinezza, ai 14 del mese istesso, con indicibile dolore della Reale Famiglia.
Ma una sventura di altro genere, e più grave per le sue conseguenzeaccompagnava inosservata le nozze di Francesco II:vogliamodire lo sposalizio del Principe Napoleone Girolamo Bonaparte,cugino del Sire di Francia. La frammassoneria aveva una nuova vittima da sacrificare sull’altare del moderno satanismo, e questa fu la virtuosa Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, che il giorno 30 di gennaio veniva, per sola ragione di Stato, impalmata a quel Principe nel regale palazzo di Torino, compiendo il sacro rito Monsignor d’Angennes, Arcivescovo di Vercelli, ed essendo testimonii i Vescovi di Biella, Casale, Pinerolo e Savona. — Quanto sfoggio di Ministri di Dio in uno sposalizio concluso per fargli guerra! — Chi avrebbe mai immaginato, che una così angelica creatura fosse destinata a cemento di una simile alleanza?
Siffatto maritaggio, a detta del Moniteur, giornale ufficiale di Francia, trattavasi da oltre un anno tra i Macchiavelli delle due Corti, intesi a stringere con legami di famiglia le sorti della Francia e dell’Italia, strette già dai ceppi della setta. Infatti ognuno considerò quel matrimonio, come un pegno della lega offensiva e difensiva tra il Piemonte e la Francia, che avrebbe prodotto l’incarnamento del gran disegno settario di un Impero e poid’una Repubblica universale se il ridestarsi dello spirito cristiano nei Francesi, dopo tante e sì ripetute pruove, non avesse rivolto gli occhi dei settarii alla protestante Prussia, come a terreno logicamente più adatto. Essi non ebbero nemmeno la cautela di serbare per sé il segreto della cosa, e il deputato Sineo, nella discussione della legge per la dote da assegnarsi alla reale sposa, disse senza riguardo, «che la Dinastia di Savoia, coll’accettare questa unione, porge un nuovo omaggio iprincipii consacrati in Francia nel 1789, i quali costituiscono ancora oggidì il fondamento (sciaguratofon¿amento!) del diritto pubblico di quella nazione. (37)»
In mezzo alle feste nuziali poi apparvero meglio gli intendimenti che avevano presieduto alla conclusione del maritaggio. Il 30 gennaio, compiuto il sacro rito, gli sposi, accompagnati da Vittorio Emanuele, mossero per Genova, dove dovevano imbarcarsi alla volta di Marsiglia. Grandi furono le feste che li accolsero, nella città capitale della Liguria; nella quale occasione, il Municipio presentatosi al Re per ringraziarlo dell’onore impartito alla loro città, il Sindaco a nome di tutti lesse in un suo indirizzo, fra le altre, le seguenti parole:
«Il nostro paese, il quale vive di commercio, è naturalmente inclinato alla pace; però se la pace non fosse più compatibile coll’onore; se la guerra fosse scritta nei decreti della Provvidenza, ilconcorso dei Genovesi non verrebbe meno.»
E il Re rispose:
«Come già vi dissi in altra solenne circostanza, l’orizzonte politico è nuvoloso. Ove ne sorgessero gravi difficoltà, sono certo che Genova non sarà seconda a nessuna città del regno nel concorrere con generosi sagriflzii al trionfo della causa comune.»
E con siffatto epitalamio gli sposi facevano vela per Marsiglia!.... (38)
Intanto a Napoli le beneficenze e le grazie sovrane venivano sparse a larga mano dal magnanimo Ferdinando II a solennizzare le auguste nozze dell’erede del trono. Primi a fruirne furono i condannati politici, ai quali con reale decreto di amnistia dei 27 dicembre 1858 schiudeva generosamente le carceri.
Rechiamo questo importante decreto:
Realdecreto diIndulto a favore dei condannati per reità di Stato de' 27 decembre 1858 in occasione del fausto imeneo di S. A. R. il Duca di Calabria, Principe ereditario delle Due Sicilie con S. A. R. la Principessa Maria Sofia di Baviera.
ART.1. La pena dell’ergastolo (a vita) che trovansi espiando:
| 1 Giuseppe Bardano | 14 Antonio Pucci |
| 2 Silvio Spaventa | 15 Tommaso Notaro |
| 3 Filippo Agresti | 16 Rocco Morgante |
| 4 Felice Barilla | 17 Emilio Maffei |
| 5 Salvatore Faucitano | 18 Filippo Falconi |
| 6 Luigi Settembrini | 19 Camillo di Girolamo |
| 7 Giacomo Longo | 20 Emilio Mazza |
| 8 Mariano delli Franci | 21 Michelangelo Colafiore |
| 9 Michele Aletta | 22 Antonio Lopresti |
| 10 Francesco Presenzano | 23 P. Girolamo da Cardinale |
| 11 Filadelfo Sodano | 24 Innocenzo Veneziano |
| 12 Vito Porcaro | 25 Francesco de Simone |
| 13 Ignazio Mazzeo | 26 Francesco Bellantonio |
| è commutata in esilio perpetuo dal Regno Art. 2. E del pari commutata in esilio perpetuo dal Regno la pena de' ferri che rimane ad espiarsi da' condannati: | |
| 1 Raffaele Crispino | 33 Pasquale Montano |
| 2 Francesco de Stefano | 34 Emilio Petruccelli |
| 3 Nicola Nisco | 85 Achille Argentini |
| 4 Aniello Ventre | 36 Giuseppe Del Drago |
| 5 Cario Poerio | 37 Niccola Schiavone |
| 6 Giuseppe Pica, autore della famosa legge Pica nel 1863 (Vedi R. A. nota pag. 873). | 38 Domenico Romeo |
| 39 Sigismondo Castromediano | |
| 40 Domenico dell’Antoglietta | |
| 7 Raffaele Ruocco | 41 Angelo Pellegrini |
| 8 Gaetano Mascolo | 42 Pietro Morelli |
| 9 Domenico Mazzella | 43 Achille Grilli |
| 10 Giuseppe Abbagnale | 44 Raffaele Mauro |
| 11 Luigi Turturiello | 45 Stanislao Lamagna |
| 12 Antonio Esposito | 46 Giuseppe Pace |
| 13 Alfonso Sabatino | 47 Leopoldo Lacosta |
| 14 Luigi Leandro | 68 Domenico Damis |
| 15 Luigi Palumbo | 49 Luigi Praino |
| 16 Girolamo Palumbo | 5) Antonio Garrega |
| 17 Lorenzo Iacovelli | 51 Angelo Riff tele Piccolo |
| 18 Michele Pironti | 52 Francesco Saverio Camita |
| 19 Cesare Braico | 53 Domenico Ciramino, Sacerd. |
| 20 Vincenzo Dono | 54 Ferdinando Bianchi |
| 21 Giuseppe Caprio | 55 Giuseppe Cimmino |
| 22 Stefano Mollica | 56 Nicola Palermo |
| 23 Giustino Caivano | 57 Francesco Surace |
| 24 Carlo De Angelis | 58 Stefano Carace, di Francesco |
| 25 Pasquale Lamberti | 59 Rocco Gerace |
| 26 Carlo Pavone | 69 Giuseppe Tripepe |
| 27 Giuseppe Pessolani | 61 Raffaele Gravia |
| 28 Giambattista Ricci | 62 Girolamo Zerbi |
| 29 Ovidio Serino | 63 Vincenzo Cuzzocrea |
| 30 Vincenzo Greco | 64 Gregorio Filace |
| 31 Luigi Parente | 65 Antonio Nicolò |
| 32 Angelo Salsa | |
Art.3. Coloro che, tra i condannati enunciati nel presente decreto, infrangeranno l’esilio perpetuo dal regno, ritornando nei nostri reali domini! continentali ed insulari, saranno soggetti ad espiare la intera pena primitiva inflitta con la Decisione di condanna.»
Nell’istesso tempo si forma una commissione composta dal colonnello di Marina signor Ruitz, sottispettore di luoghi penali, dal commissario di polizia del porto e marina Giuseppe Salvati, dal tenente colonnello di Gendarmeria reale Francesco Dupuy, e da Achille de Lauzière, ufficiale del ministero dei Lavori pubblici, per regolare il modo della partenza e lo imbarco dei suindicati 91 individui.
Re Ferdinando provvede poi generosamente a comodo viaggio, a vestiarii decenti (39), a cibo e a una conveniente somma di danaro per ognuno di essi, fino a che non si fossero occupati all’estero secondo la rispettiva capacità, incaricando all’uopo i regi agenti consolari e diplomatici di adoperarsi a loro vantaggio. E cosi s’imbarcano per New York, con la promessa d’accordare loro il ritorno in patria, secondo che avessero dati argomenti di buona condotta; ma essi invece si ribellano lungo il viaggio, siccome diremo.
A tutti costoro poi il re Francesco II, con la piena amnistia del 23 giugno 1860 concedette il libero ripatriamento, e vedremo come eglino ne contracambiassero il giovane Sovrano (40).
Ma la gratitudine di siffatti uomini fu sempre in ogni incontro e in ogni luogo la stessa; ne fece dolorosa prova Pio IX nei primordi del suo Pontificato, ne fecero prova Ferdinando II e Francesco II, ne fecero prova tutti gli altri Principi italiani ed esteri che, generosi, stesero la mano a coloro che aveano giurato odio eterno all’altare e al trono.
Nel parlare in seguito del Poerio recheremo importanti rivelazioni su questi fatti. Diciamo fin d’ora però, che codesti amnistiati dalla clemenza sovrana, forniti dal regio tesoro di mezzi e sovvenzioni generose, venivano imbarcati sullo Stromboli per essere condotti oltre Atlantico; quando, fatto sosta nei porti di Spagna, davano tosto saggio di loro resipiscenza e gratitudine (41)! Quivi, ammutinatisi, s’oppongono alla continuazione del viaggio; e, passati sopra il legno americano David Stewart, ivi appostato, coll’opera occulta del figlio di uno di quei medesimi amnistiati, approdano il 7 marzo 1859 in Inghilterra; dove, dopo le festose ovazioni fatte loro dalle eccentriche simpatie degli Wighs, ossia dei liberali, tornano in Italia, si spargono pel Piemonte e per gli altri Stati ad attuare i loro antichi disegni contro la Monarchia. Vedremo tra poco (42) le nuove trame ordite da quei faziosi con gli emigrati a Torino dopo il 1848. .
Ad onta di ciò, non scema, né si rallenta l’opera della sovrana beneficenza verso i popoli del Napolitano, né vi è colà chi non ne conservi grata e riconoscente memoria; con che si spiega come in seguito, nei tristi giorni della signoria degli invasori sardi, divampasse mirabilmente il sentimento di devozione verso i Borboni e vi perdurasse indomito a fronte delle più feroci repressioni, principalmente nelle Puglie. Quivi infatti nel breve soggiorno del Re, tra le pompe nuziali, adottavansi varii utili provvedimenti. Ricordiamone alcuni:
1.In Taranto si decretava un vasto orfanotrofio, arricchito di sufficienti rendite, e se ne affidava la direzione alle Figlie della Carità; si ordinava la costruzione di un nuovo borgo fuori Porta di Lecce per rendere più comode le abitazioni del minuto popolo; si creava una commissione presieduta dall’Arcivescovo per diriggere l’istruzione e l’educazione dei figli del popolo; si disponeva lo allargamento del porto marittimo mercantile, la ripristinazione della salina di S. Giorgio per fornire di lavoro i braccianti, e quella di una casa religiosa pel gratuito insegnamento delle scienze.
2.In Gallipoli si liberava da ogni dipendenza ed inceppamento burocratico l’opera di quel porto, e cosi ne veniva accelerato il compimento, mentre si approvava la edificazione di una nuova borgata ad ampliamento della città.
3.In Brindisi veniva tolto, per espresso ordine regio, ogni ulteriore ostacolo per chiamare a nuova vita quello storico porto, vi si stabilivano i fari e il porto franco.
4.In Lecce svariate ed opportune erano le provvidenze per il decoro e miglioramento della città.
5.In Bari si diffondeva in maggiori proporzioni la reale munificenza; ivi sorgevano nuove casse bancarie dello Stato, la borsa di commercio, la cassa di sconto, la scuola nautica mercantile, l’orto agrario, il liceo per la pubblica istruzione; si largivano 30 mila ducati annui dal fondo delle finanze per la sollecita perfezione di un nuovo porto, e per la manutenzione dell’antico; si assegnavano gli edifizii per i nuovi stabilimenti delle dogane, del tribunale di commercio, del convittoistituto provinciale, delle scuole e della società economica, e si destinava l’area per quattro nuove chiese.
6.Un nuovo ponte, in miglior sito, veniva eretto sul fiume Ofanto, per agevolare sempre più le comunicazioni e il traffico con le confinanti provincie.
7.Si rendeva più adatto al commercio e in grandi proporzioni il porto di Barletta, principale caricatpio di granaglie nel reame, e si ordinavano più accurati studii idraulici.
8.In Trani. si decretava il miglioramento delle prigioni provinciali, istituendovi officine di arti e mestieri a profitto dei detenuti, e un’ariosa località per quello delle donne; si restituiva all’antica importanza quel famoso porto, sgombrandolo dalle sabbie accumulatevisi.
9.Allo stesso scopo tendevano i provvedimenti impartiti pei porti di Moffetta e di Bisceglie.
Nulla di meglio trovava il Re tiranno per celebrare l’imeneo dell’augusto erede della corona, quanto il dedicarsi sempre più pel benessere dei popoli, e con tenacità di proposito vi attendeva tuttoché cominciassero a manifestarsi in lui i germi di letale infermità, e un minaccioso turbine oscurasse già l’orizzonte politico di Europa.
Ma è da tornare ai graziati politici partiti alla volta d’America, e colle parole di un corifeo della setta diciamo di quel viaggio e della gratitudine di quei curiosi martiri verso chi loro avea sciolti i ferri del forzato.
Ai 24 di giugno 1867, sei anni dopo compiuta la invasione del Regno delle due Sicilie, nella regia università degli studii in Napoli, Luigi Settembrini, uno dei condannati politici napolitani, graziato in virtù del regio decreto del 27 dicembre 1858, e divenuto poscia primario professore con grassi stipendi, in premio del suo martirio politico, leggeva un discorso funebre ad onorare Carlo Poerio, allora defunto in Firenze. Il Settembrini ci rivela delle particolarità circa le mene della fazione liberalesca, tra i cui maggiorenti egli è il Poerio aveano figurato, congiurando sempre a' danni del proprio paese. Nello interesse della storia, affine di dare un lume retrospettivo di più sulle tante fellonie organate sotto il governo di Ferdinando II, e dopo la generosa amnistia concessa ai loro autori dal suo successore Francesco II, giova recare alcuni brani più notevoli di quel discorso, pubblicato nel Giornale Ufficiale di Napoli del 5 e 6 luglio 1867, n. 182 e 183.
«… Carlo Poerio, diceva il Settembrini, fu l’uomo principale fra noi dal 1830 al 1860; perché di tutte le cospirazioni ei fu mente (43)... Poiché Ferdinando II nel 1831, non ebbe il coraggio, che certamente avrebbe dovuto avere, di conquistare la Corona d’Italia, offertagli dai rivoluzionarti di Romagna, che lo volevano capitano, ricominciarono le cospirazioni, che ora si stringevano in sètte, ora scoppiavano in rivolte. — Allora i cospiratori erano tutti uniti (44), e chiamati con un solo nome Liberali, perché scopo di tutti era la libertà nella sua sostanza. — Che fede allora, che ardire, che costanza di propositi, che pure intenzioni in tutti! E poi quanto scetticismo, quanta stanchezza e quanti pochi sono rimasti intemerati!... Tutti riconoscono in Poerio un gran tipo di cospiratore, e in Abruzzi, in Calabria, in Sicilia i liberali non facevano cosa che egli non sapesse e non aiutasse col suo consiglio. — Nel 1837 scoppiò la rivoluzione in Sicilia, Catania, Cosenza, Penne, togliendo a pretesto il colera: ePoerio fu arrestato in Napoli; nel 1844 di nuovo in Cosenza, ed egli di nuovo arrestato; nel 1847 in Reggio e Messina, ed egli arrestato la terza volta... Il Poerio, uscito di prigione, entrò nel primo Ministero costituzionale napolitano del 1848, come Direttore di polizia, e poi fu Ministro di pubblica istruzione, ne’ quali uffizii stette soltanto due mesi; poi non volle essere altro che Deputato... Intanto la reazione si organava in ogni parte, e Re Ferdinando non si faceva pregare a togliere via la Costituzione.
«Dopo il disastro di Novara, mentre ogni cuore italiano sanguinava di dolore, tra noi ci furono uomini tanto ghiotti di servitù che si raccolsero a banchetto nell’albergo di Ginevra, e bevvero alla salute di Radetzki. Se da Napoli cominciò la reazione, da Napoli surse ancora il concetto d’Italia... Ripigliammo l’antica e sacra nostra idea, e fu organata con mezzo di vasta cospirazione una setta dell’Unità Italiana (45). Già molti erano fuggiti; il Poerio credette dover rimanere, e fu arrestato il 17 luglio 1849. Fu accusato di appartenere alla setta, fu ravvolto nella causa dei 42 imputati, e per 8 mesi fu condotto legato con gli altri innanzi alla Corte speciale, ai pubblici dibattimenti. La notte scriveva il verbale di questi, che, spedito segretamente, era pubblicato nei giornali del Piemonte, e così fatto noto al mondo. (Si vede che era custodito con rigore dal governo tirannico!) — Addì 1 febbraio 1851 fu decisa la causa, e Poerio fu condannato a 24 anni di ferri. Ammanettato con gli altri, fu condotto all’arsenale, dove fu ferrato al piede, ed accoppiato in catena a Michele Pironti, e menato a Nisida. — In quel bagno lo vide e gli parlò l’illustre Inglese sig. G. Gladstone, (quel desso era Ministro di Stato in Inghilterra) venuto a Napoli per vedere le prigioni, i prigionieri del Regno, e le ferocie del governo non credute in Europa. — Il libero Inglese fu profondamente commosso, e scrisse le sue famose — Lettere, — che furono un atto di accusa lanciato contro i Borboni di Napoli. Ferdinando se ne sdegnò, e rinchiuse strettamente il Poerio ed i compagni nel bagno d’Ischia, e poi dentro terra nel bagno di Montefusco, poi a Montesarchio, e per un atto di clemenza verso quei condannati, sciolse le coppie, diede a ciascuno una catena di 4 maglie (!?), con la quale stette per 4 anni senza mai turbarsi, senza mai lamentarsi, senza chiedere mai nulla. Cinquecento e più (!?) prigionieri politici erano a Re Ferdinando un pensiero, un impaccio, onde egli pensò di toglierseli di casa, e conchiuse un trattato colla Repubblica Argentina. Egli manderebbe colà a sue spese, in varie spedizioni, quanti prigionieri politici volesse; la Repubblica darebbe a ciascuno un pezzo di terra, istrumenti da coltura, cento patacconi (dollari e non so che altro. Furono interrogati pochi giovani, e animosi, per uscir di galera, risposero che andrebbero dovunque. Il Poerio con pochi altri protestò e disse: Lasciateci morire in galera. Pel suo rifiuto il trattato fu rotto; (!?7 ma Ferdinando pensò di ottenere lo stesso scopo con un altro mezzo. Nei primi giorni del 1859 ci fu letto un decreto reale che commutava la pena a 66 condannati politici dell’ergastolo e dei ferri in esilio perpetuo dal regno; e poi un rescritto ministeriale, col quale si diceva, che dovevamo esser trasportati a New York.
«Il 17 gennaio 1859 fummo imbarcati sul vapore lo Stromboli, rimorchiato dalla corvetta a vapore Ettore Fieramosca. Sullo Stromboli rividi e riabbracciai dopo 8 anni il mio Carlo e gli altri amici. Egli era ammalato, e il capitano Ferdinando Cafierocordialmente gli aveva ceduta la sua stanza. Quei marinai, quei soldati, quegli ufficiali ci trattarono con bontà napolitana, e il comandante la spedizione, Colonnello Brocchetti, ci fu cortese secondo il suo potere. — Giungemmo presso lo stretto di Gibilterra; era un bel mattino, il sole indorava le coste di Spagna. Poerio era con noi sulla coperta a guardare quello spettacolo; ci erano Spaventa (46), Pica (47),Schiavone,Castromediano, Braico, Pace, Argentini, Damis, Porcaro, Agresti (48),Barilla,Faucitano, Pavone, Mauro, Dono, Del Drago, Surace, Bianchi, Garcea, Piccolo, Colaflore, De Simone. — Ecco una nave mercantile vicino a noi; alza la bandiera tricolore. Era una nave Sarda, era la bandiera d’Italia che dopo 10 anni rivedemmo allora in mezzo al mare, lasciando Italia e andando in esilio perpetuo.
«Si giunse nella baia di Cadice, dove per noleggiare e preparare un legno Americano che ci trasportasse a New York stemmo circa un mese strettamente guardati. Quivi il Poerio scrisse lettere al presidente dei Ministri di Spagna, al presidente della Camera, al deputato Olozaga, dicendo chi eravamo, come giunti e costretti a patire l’ultima violenza della deportazione, esiliati per decreto, deportati per rescritto; che questa violenza ci era fatta in un porto della Spagna; epperò noi invocavamo la protezione delle leggi spagnuole, e chiedevamo sbarcare a Cadice; accogliessero uòmini che per le stesse leggi del loro paese erano liberi. Queste lettere date a persona fedele, non so se furono portate alla posta, se giungessero, se furono lette, se furono sprezzate. Noi oramai, non potendo altro, ci disponevamo a valicare l’Oceano sopra un legno a vela che aveva portato tabacchi da Baltimora, e stava ancorato a poca distanza dal nostro Stromboli, e ci dicevano, che il viaggio sarebbe stato di altri due mesi almeno, e nella stagione delle grandi burrasche
«Ora sento di dover narrare avvenimento che non è conosciuto bene, che è stato narrato in modi diversi, e io posso dirlo come fu. — Essendo nella baia di Cadice da due settimane, un giorno fui chiamato su l’Ettore Fieramosca, dove un offiziale inglese voleaparlarmi. Andai, e mi trovai fra le braccia di mio figlio Raffaele, uffiziale della marina mercantile inglese. Ei mostrò il suo diploma al comandante, disse che navigava sui vapori che andavano a Londra da Madera, che a Lisbona avea saputo de' Napoletani giunti a Cadice; aveva ideato che io fossi tra gli altri; era venuto per abbracciarmi dopo 8 anni; partirebbe il domani per Madera; fra 8 giorni tornerebbe ad aspettarmi in New York.
«Io lo guardava fisso. Egli non potea parlarmi alla presenza del comandante; ma, nello abbracciarmi disse, sotto voce: Voi non andrete in America.» — Narrai a Poerio e ad altri il fatto; ripetei le parole; ci perdemmo in vane congetture. L’altro giorno vidi partire il vapore inglese, e credetti che mio figlio sopra esso andasse a Madera. — Quando ogni cosa fu pronta, e noi dallo Stromboli passavamo sulla nave Americana, io, rimasto l’ultimo fra tutti, salendo, mi vidi venire incontro Felice Barilla che mi disse all’orecchio: «Tuo figlio è sulla nave travestito da cameriere; si è svelato a me per dirti che devi fingere di non conoscerlo.» Lo vidi mezzo lacero, parlare inglese col capitano, e rispondere in spagnuolo ai nostri che lo chiamavano in ogni parte come cameriere. Colse il tempo, e mi disse: «Parleremo questa notte.» La nave americana parti finalmente rimorchiata dal Fieramosca per tutto quel giorno e pel giorno appresso. Mio Aglio ci servi a tavola, e, venuta la notte e ridottici in segreto: «Che intendi fare?» gli dissi io. «Liberarvi, o morire con vol. In America non si deve andare. Con le buone o colle tristi il capitano deve voltare la prua a Lisbona. Io ho due pistole e tre pugnali; lo metteremo a' ferri; guiderò io la nave.» — «Adagio tu farai quello che dirà tuo padre. Violenza no, perché ci disonora, e sarebbe pericolosa, non hai veduto quei due negri così forti, che valgono 20 dei nostri? Primieramente dammi le armi.» E poi che egli me le diede, io gli dimandai come era venuto. «Ho letto su i giornali di Londra che i condannati napolitani erano qui; il cuore mi ha detto che ci eravate anche voi: ho pegnorato quanto avevo; mi sono gettato sopra un vapore, e quando vi ho veduto ho deciso di non più lasciarvi. Un signore Inglese cui ho svelato il mio pensiero, mi ha raccomandato alConsole napoletano, e questi mi ha proposto all'americano che cercava camerieri per voi altri. Io passo per Inglese nato in Avana, e mi chiamano James. In America non andremo; ché voi altri morireste per metà nel viaggio. Farò quello che volete voi, ma in America non anderemo tutti.» —
«Il giorno dopo finito il rimorchio, il Fieramosca ci lasciò, e disparve. Allora Raffaele riconosciuto da' nostri, e vestito da uffiziale, venne con noi innanzi al capitano. Nessuno di noi parlava inglese, e il capitano non intendeva che l’inglese, onde per mezzo di Raffaele gli facemmo sapere, che egli ci aveva presi senza prima conoscere la nostra volontà; che ora su legno americano eravamo liberi come su terra di America; che lo avremmo chiamato innanzi ai tribunali a render conto di questo fatto, somigliante in tutto ad una tratta di negri; che ci dovesse sbarcare a Lisbona; che degli ottomila colonnati pattuiti, già ne aveva avuti cinque mila, e questi potevano bastargli. Rispose: — «Diremo che voi mi avete fatta violenza; che io ho ceduto alla forza.» — «No, disse Poerio, questo non faremo, né diremo; voi dovete cedere al nostro diritto, ericonoscere che avete operato contro la legge.» — Il capitano non intendeva diritto, voleva danari, sperava averne da noi; però tenne duro, e seguitò la sua via. Intanto tra noi era una grande concitazione, fieri sospetti; la notte non si dormi, e molti stettero a guardia su la coperta. Raffaele mi chiedeva le armi, io per non dargliele le consegnai a Francesco De Simone, e in quell’atto inavvedutamente cadde una capsula; un marinaio se la senti sotto un piede e la recò al capitano. La capsula ci salvò; perché il capitano ci credette tutti armati: ebbe paura di 66 uomini usciti di galera, e la paura vinse l’avarizia, onde voltò la prua verso l’Irlanda, e dopo 14 giorni, a' 6 marzo sbarcammo a Queenstown nella baia di Cork.»
—Qui l’oratore narra le ovazioni ricevute in Inghilterra; le mutazioni posteriori avvenute in Napoli; il trionfo della loro fazione, e, senza accorgersene, confessa il discredito de' pretesi martiri politici e la impopolarità del mito Poerio. Giova conservare per la storia le testuali parole con le quali egli dà termine alla sua parlata:
«.... Poerio, rispettato anche dai suoi nemici, fu ingiuriato e straziato qui nella sua patria divenuta libera! Si grida: —Egli si è venduto; egli è nemico di Napoli; vorrebbe annientarla; egli è traditore. — Corrono a casa Pandola, dove è ospitato; gridano con oscene contumelie; rompono a sassate i vetri de' balconi, cosicché egli dovette uscire da quella casa. Si voleva che la libertà fosse una cuccagna, in cui ogni ciabattino potesse afferrare un uffìzio con sei mila lire di stipendio. — Si credeva che Poerio avrebbe potuto aprire questa cuccagna, e dare a tutti quelli che si vantavano avere cospirato con lui. — L'onesto uomo non volle, e quindi gli sdegni, e chi lo chiamò traditore, imbecille, ecc... Pochi mesi or sono, quando si facevano le elezioni generali, leggemmo su le cantonate alcuni cartelloni con queste oscene parole: — Non eleggete Carlo Poerio, perché capo della Consorteria e vergogna di Napoli (49) — Oh! con queste arti si disfà l’Italia, perché si distrugge la morale pubblica, si nega la onestà, la libertà: non si rispetta più nulla; e quando avremo calpestato gli uomini migliori, e le cose più sacre, non ci rimarrà che una vergogna immensa. In Napoli ci sono ciurmadori, che ieri erano briachi di
servitù, ed oggi sono furibondi di libertà!... I medici hanno trovato il cuore di Poerio con le camere squarciate, e tutto pieno di cicatrici. Molti di quegli squarci glie li fecero i suoi concittadini che ebbero libertà per le sue fatiche e per i suoi dolori... 0 Napoletani, io non vi dirò: Ricordatevi di Carlo Poerio; perché so purtroppo che gli uomini non vogliono ricordarsi di chi li ha beneficati, e la ingratitudine è peccato incorreggibile (50). — Altri più grandi di lui furono dimenticati, e non importa; purché rimanga la idea, sia dimenticato l'uomo che l’ha sostenuta. Ma vi dirò solamente: — ONapolitani, se potete, in avvenire non oltraggiate tanto i vostri uomini migliori! — Ma fa d’uopo udire altre voci!
Il signor D’Ayala pubblicava nel giornale napolitano l'Italia, 27 e 31 luglio 1860, i nomi di parecchi condannati che hanno cessatodi vivere ne’ luoghi di pena, e per farne un carico al governo di Napoli, li qualifica tutti come martiri politici, mentre sono tutt'altro che tali. Ad accrescerne poi il numero si diletta puerilmente a ripetere i medesimi nomi, facendoli figurare come persone diverse in diversi luoghi, di pena. Basta leggerne gli elenchi per persuadersene.
Intanto le tarde rivelazioni del sig. Petruccelli della Gattina nel suo libro: Imoribondi al Palazzo Carignano, pag. 183-184, sulle mitologiche invenzioni per far figurare Poerio martire politico del governo napolitano, spiega abbastanza il fine ed i mezzi di simili orditure.
«Il 26 aprile, scrive egli, il presidente della Camera annunziava ai deputati che il loro collega Carlo Poerio era gravemente infermo. Oggi il telegrafo ci annunzia che è morto: e ci duole assai della sua morte, la quale merita un articolo, non perché il Poerio fosse un grande uomo, ma perché egli servì di pretesto alla rivoluzione per combattere il Re di Napoli. Nel luglio del 1851. il sig. Guglielmo Gladstone, certamente ingannato da false relazioni, scriveva e pubblicava due lettere al conte d’Aberdeen intorno alle cose napolitano. Siccome il Poerio aveva tentato di sbalzar dal trono Ferdinando II, così questi lo processava, e, condannato dal tribunale, cacciavalo in prigione. Ma il Gladstone pretendeva che venisse tormentato orribilmente nella prigione stessa, e diceva: — Si vuol raggiungere lo stesso scopo del patibolo con mezzi di esso più crudeli, e senza il grido d’indignazione che solleverebbe. — Italiani ed Inglesi, e principalmente l’irlandese Mac Palarne, smentivano le asserzioni di Gladstone; ma la più bella smentita la diè lo stesso Poerio, quando fu liberato dalla prigione. Egli corse le città italiane, e si fè vedere in Torino, nella Camera dei deputati, in ottimo stato di salute. Epareaun uomo uscito dal ministero del regno d’Italia, non dalle prigioni del Re di Napoli!»
E Petruccelli della Gattina ci rivelò tutta l’arte settaria nei supposti patimenti di Poerio. Egli scriveva da Napoli ai 17 di gennaio del 1861, e l'Unione stampava in Torino li 22 dello stesso mese, le seguenti parole:
«Poerio è un’invenzione convenzionale della stampa anglo-francese. Quando noi agitavamo l’Europa, e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia; avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai creduli leggitori dell’Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile, cui quell’orco di Ferdinando divorava cruda ad ogni pasto: INVENTAMMO ALLORA POERIO. (!!!) Poerio era un uomo d’ingegno, un galant’uomo, un barone, portava un nome illustre, era stato ministro di Ferdinando e complice suo in talune gherminelle del 1848! (inventate dai famosi Martiri).
«Poerio era stato deputato ed era fratello di Alessandro, ci sembrò dunque l’uomo opportuno per farne l’antitesi di Ferdinando, ed il miracolo fu fatto!
«La stampa inglese e francese stuzzicò l’appetito di quel distinto filantropo ed uomo di stato, G. Gladstone, il quale, recandosi a Napoli, volle vedere da presso questa specie di nuova maschera di ferro. Lo vide, si mosse a pietà... E Gladstone fece come noi, magnificò la vittima, onde rendere più odioso l’oppressore; esagerò il supplizio, onde commuovere a maggior ira la pubblica opinione. — E Poerio, il Poerio, che oggi si mescola ad ogni minestra, FU CREATO DA CIMA A FONDO!...
«Il Poerio reale ha preso sul serio il Poerio fabbricato da noi in dodici anni, in articoli a quindici centesimi la linea. Lo hanno preso sul serio coloro che lessero di lui, senza conoscerlo dappresso. L’ha preso sul serio quella parte della stampa che si era fatta complice nostra, credendoci sulla parola. Ma, capperi! che l’abbia preso sul serio anche il conte di Cavour!?… »
—La rivoluzione poi gettò Poerio come un arancio spremuto. Essa non ne aveva più bisogno; e qualche volta non potè nemmeno essere deputato. Laonde patì più per i torti ricevuti dai rivoluzionarii, che pei supposti tormenti sofferti dal Re di Napoli. Noi avremmo voluto che vivesse ancora cento anni; ma siamo lieti che almeno abbia vissuto fino al 1867. Di Poerio può accertarsi che non l’ha ucciso Ferdinando II; ma non può egualmente accertarsi che non l’abbia ucciso il Regno d’Italia. — (51)
Intanto nella camera dei Deputati in Firenze si facevano molti elogi del Poerio, e come corona funebre sulla sua bara si proclamava essere egli il tipo del cospiratore italiano. Meritano qui di essere ricordate le parole del siciliano Francesco Crispi (52), il quale nella tornata dei 28 aprile 1867 (atti uff. n. 58, p. 221. col. 1. 2.) cosi si esprimeva:
«Sento l’obbligo di confermare con fatti, che sino all’altro ieri poteano essere un segreto, ma che oggi appartengono alla storia, gli atti di Carlo Poerio. Il Poerio che ebbi occasione di conoscere 27 anni indietro, fu invero il tipo del cospiratore italiano, quando altra via non ci era per liberare la patria, che quella di cospirare. Egli succhiò colla vita il culto della patria e l’odio contro i Borboni… Carlo Poerio fu il capo, come dicea benissimo l’onorevole Pisanelli, fu il cuore, fu la mente della gioventù nelle provincie meridionali; io soggiungerò che fu il centro per i Napolitani e per i Siciliani, i quali si erano raccolti nello intendimento di rovesciare il trono del Borbone. Egli dal 1844 al 1848 fu ripetute volte in prigione. Ma la prigione che per alcuni sarebbe stata causa di abbattimento e depressione, per Carlo Poerio fu al contrario argomento di energia, di forza, e di costanza ne’ concetti per acquistare le libertà nazionali. Quando nel 26 decembre 1847 io partii per la Sicilia, onde metterci di accordo sugli atti necessarii per la insurrezione, che poi scoppiò il 12 gennaio 1848, nella prigione (!?) di Poerio a S.(a)Maria Apparente in Napoli, si stabili questa concordia tra cospiratori napolitani e siciliani, che poi non falli nella comune opera contro i Borboni.... Carlo Poerio era ancora in prigione quando la Sicilia insorgeva, ed agli 11 gennaio stesso, quando partii da Napoli, per la seconda volta andai a stringergli la mano; ci accordammo su ciò che conveniva nel continente, e lo lasciai pieno di fede nel successo della causa nazionale.
Da queste parole del Crispi risulta: — 1. Che secondo i liberali si può cospirare, quando non vi è altra via per liberare la patria (ossia per isfruttarla a proprio conto). Poerio e Crispi cospirano per l’annessione delle due Sicilie al Piemonte; la qual cosa importa, che ad altri sia per lo meno altrettanto lecito di cospirare, quando non vi é altra via per liberare la patria dalle annessioni che la fecero serva del Piemonte. — 2. Che Carlo Poerio cospirò tutta la vita contro i Borboni, anche in prigione, dove era libero al Crispi di visitarlo per cospirare insieme. Lo che importa, che coll’odio preconcetto del cospiratore, il leale Poerio accettava da Re Ferdinando la carica di Ministro costituzionale. — 3. Che finalmente sono false e immaginarie tutte le crudeltà dei Borboni verso di esso Poerio; conciossiaché fosse così mite la sua prigionia da consentirgli di continuare tranquillamente a cospirare e ricevere liberamente le visite dei cospiratori! — E ora costoro, che seggono, regoli assoluti, nel municipio di Napoli, decretano, che il Vico Freddo nel rione di Ghiaia, abbia ad assumere il nome di Vico Poerio, e si stabilisce di innalzare in suo onore un cenotafio tra gli uomini illustri nella profanata Chiesa di S. Croce in Firenze.
Ma non fu certamente piacevole per Poerio il trattamento fattogli subire da' suoi compatrioti in Napoli, dopo il trionfo della causa per la quale avea cospirato tutta la vita. Oltre le rivelazioni elegiache all'uopo fattene dal suo panegirista Settembrini, più sopra riferite, giova qui ricordare il lamento che fa egli medesimo nella significante lettera ad un suo amico, datata da Torino il 26 maggio 1862, nella quale egli si duole «delle incomposte agitazioni di piazza in Napoli, che consumano la nostra energia in vani clamori; e che per la loro natura selvaggia, e spesso bestiale, ci tolgono reputazione presso i popoli già liberi, sia nella vecchia Europa, sia nella giovine America.» Quivi deplora esso Poerio, che «alcuni menano vanti tumidi delle patite sofferenze, e pretendono che il Governo d’Italia abbia a valutare il cosidetto martirio, ed amaramente si dolgono se non ottengono un uffìzio, uno stipendio, un compenso, secondo la poco imparziale valutazione del proprio merito che ognuno fa da sé stesso. E conchiude dolendosi della ingratitudine de' pusilli, della calunnia de' tristi, dell’odio de' malvagi, etc.» (53)
Eppure per il trionfo di costoro, a discapito della patria autonomia e del patrio decoro, Poerio non avea esitato di cospirare tutta la vita!
In mezzo a tali sciagurate cose, fra lo agitarsi misterioso dei politici mestatori, e il sollevarsi delle politiche passioni in tutta Italia, i reali Sposi delle due Sicilie incominciavano ad assaporare l’amaro calice degli umani disinganni; poiché Ferdinando II, mai più riavutosi dal passato malore, toccava ormai il termine dei suoi gloriosi giorni.
Ai 22 di maggio del medesimo anno 1859, all’una e mezzo pomeridiane, consolato dai santi conforti della Religione, da lui ricevuti con quell’edificante pietà, che sempre aveva pratticata in vita, il Re Ferdinando moriva nella pace dei giusti, lasciando i suoi popoli nel pianto e il giovane suo successore in una delle più difficili situazioni, in che avesse mai a trovarsi un principe nel salire al trono.
Ferdinando II era nato nel 1810, e non aveva ancora 50 anni, quando Dio volle toglierlo in tempi così gravi al Regno, che per quasi 30 anni aveva sapientemente governato. Molte parti ebbe di Re veramente grande, delle quali diede luminose pruove e nell’interno ordinamento dello Stato, e nelle esterne relazioni colle Potenze. — E fosse piaciuto a Dio che disgraziati pregiudizi! e l’opera di cattivi o poco illuminati consiglieri non avessero impedito quella perfetta unione dello stato colla Chiesa, voluta dalla Provvidenza, che il Regno suo sarebbe passato senza ombra trai più splendidi regni della Storia Cristiana! Sua gloria imperitura sarà sempre la nobile fermezza in faccia ai grandi Potentati europei, amoreggianti con la rivoluzione, e l’affettuosa, figliale premura con cui accolse nei suoi Stati, nelle dolorose vicende del 1848, l’augusto Padre dei fedeli, il Sommo Pontefice Pio IX, il quale ben dimostrò quanto lo amasse, quando bandi in Roma pubbliche preghiere per la sua guarigione.
Ma circa codesto luttuoso fatto colmo di luttuosissime conseguenze, rechiamo una bella pagina del De Sivo nella sua storia delle due Sicilie.
«Nella vigilia dei supremi travagli d'Italia, scrive egli, Re Ferdinando, che per nome e senno poteva far argine alla piena, sentiva aggravarsi il morbo in Bari, lontano dalla Reggia, anco mancando de' più eletti consigli dell’arte salutare. Fu da principio stimato avesse sciatica reumatica, prodotta dai freddi del viaggio; ma presto andò a miosite, che, trovato guasto il sangue, suppurò, e si stese all’anguinaia ed alla coscia, con tumore e febbri intermittenti, onde gli dettero chinino. Ciò gli irritò l’asse cerebrospinale, e parve apoplessia e delirio, sicché accorsero con bagni e mignatte. Come si potè, menaronlo il 9 marzo, navigando 50 ore, alla Favorita (Portici); indi per la via ferrata a Caserta, ch’era il primo di Quaresima, a ore 3 e ½vespertine. Andò dalla stazione della strada alla reggia su una barella, tra la mestissima Realfamiglia vestita a nero per altro suo lutto: pareva un mortorio; piangeva la popolazione benché discosta, i soldati non poteano rattenere i singhiozzi, ed ei con la voce e con la mano li confortava e salutava. Intristì; né valse, che, punto alla coscia, scaricasse copia di pus; che anzi vi uscirono più seni fistolosi, cui seguitò febbre etica, emottisi e tabe.
«Durò malato 4 mesi e otto giorni, con dolori asprissimi; sopportò amarezze di medele, punte di ferri con pazienza; ebbe il viatico a' 12 di aprile, la estrema unzione a' 20 maggio. — Piangendo i circostanti ed anche i soldati che teneano i cerei, disse: «Perché piangete? io non vi dimenticherò.» — E alla Regina: «Pregherò per te, per i figli, pel paese, pel Papa, pe’ sudditi amici e nemici, e per i peccatori.» Sentendosi più male, disse: «Non credeva la morte fosse sì dolce, muoio con piacere e senza rimorso.» Poi,ripigliando, aggiunse: «Non bramo già la morte come fine di sofferenze, ma per unirmi al Signore.» — La notte precedente al 22, dicendo morirebbe quel dì, ordinò egli stesso la Messa e i più minuti particolari del servizio sacro. — Ebbe la benedizione Apostolica con plenarie indulgenze, delegate per telegrafo dal Pontefice al confessore, monsignor Gallo, Arcivescovo di Patrasso. Al sentirsi mancare notò che gli si scuravano gli occhi; poco stante stese la mano alla croce dell’Arcivescovo, l’altra porse alla Regina in segno di addio, poi chinò il capo sulla mammella destra e finì. — Era la domenica 22 maggio, dopo il meriggio un’ora e dieci minuti.»
Dalla Storia di Cinque Mesi del Reame delle due Sicilie di Mauro Musci raccogliamo qualche particolare di più circa gli ultimi giorni del Re Ferdinando II: è cosa che affligge, ma che pure conforta in questi tempi sciagurati. Ai Re che stringono la mano ai cantori del diavolo, e mandano i loro rappresentanti alle feste centenarie in onore di eretici ribelli, dichiarati nemici delle loro patria, contrapponiamone Uno che dà gloria a Dio e lo benedice in mezzo ai più atroci dolori fino all’ultimo dei suoi giorni.
Era il 12 di aprile, e i medici annunziavano ormai vicina la morte di FERDINANDO. Faceva dunque d’uopo amministrargli gli estremi conforti di nostra santa Religione.
Ecco il Monarca disteso sull’umile letto militare, su cui si adagiò in Lecce e in Bari, e dal quale mai più si leverà. Modesta coltre ne ricuopre la persona, e su di essa è disteso il manto ceruleo dell’Immacolata che si venera nella Chiesa di Gesù Vecchio a Napoli, mandato al suo Re infermo da quel popolo devoto.
L’E.mo Cardinale Arcivescovo di Capua, il Cappellano Maggiore, il Confessore del Re, monsignor de Simone e monsig. Gallo, stanno presso l’umile letto. Quale serenità, quale placidezza, quale costanza nell’aspetto di quella maestà sovrana che si spegne! I dolori, gli spasimi sono continui, e le sue labbra si muovono a continua fervorosa preghiera, o a parole sante, colla calma di persona che è sana.
Il pane Eucaristico, recato dalla reale cappella palatina con mesta e solenne pompa, entra nella stanza dell’Augusto moribondo.
La reale Consorte, i figli, i fratelli, i congiunti, l’illustre seguito di Camera circondano il letto, od accompagnano il Santissimo; le lagrime, i singhiozzi, lo smarrimento, il dolore sono universali.
Fra questi l’angoscia, la desolazione; in Ferdinando II la serenità, il raccoglimento, la pace, la devozione più profonda e tenera. Le pallide guancie si rianimano, gli occhi brillano d’ineffabile brama, la bocca si compone a un celeste sorriso.
«Vieni Gesù, mio Creatore, mio Redentore, esclama il morente Ospite del Vicario di Gesù Cristo. Vieni, dà lena a quest’anima travagliata da tanti dolori, che sono un nulla innanzi al coraggio che tu mi doni… Se i miei patimenti colmarono la bilaneia della tua Misericordia, io ti ricevo in questo istante, e in questo istante desidero morire per vivere in te Ma se la tua misericordia non è ancora soddisfatta dei dolori che soffro con l’umile imitazione del martirio della Tua Croce, lasciami vivere per soffrire ancora... Maria Santissima Immacolata, prega il tuo Gesù, perché mi esaudisca!»
Ferdinando II si comunicò, chiuse gli occhi a breve raccoglimento, poi nel ricevere la benedizione con la sacra Pisside, riprese a dire:
«Fermati ancora, Gesù mio, presso il mio letto; guarda pietoso questa afflitta famiglia prostrata dinanzi a Te... Benedici il nuovo Re delle due Sicilie, Francesco II...»
«No, no, interruppe Francesco, singhiozzando; no, Gesù Cristo mio; io debbo morire, non il padre mio, il mio Re...
«Ah! figlio mio, continuò Ferdinando, ricevi da figlio e da Re la mia benedizione, che ti dò al cospetto di Dio; e tu, Dio mio, fallo degno in pietà della madre sua; conserva nel suo cuore la Religione che procurai imprimergli; e sia Re secondo la tua volontà.
«Benedici la giovane sua sposa, che tanto soffre per me e che edifica la mia fuggente vita.
«Benedici, Gesù mio, questa desolata mia consorte, questa buona madre dei miei figli, e abbia coraggio dopo la mia morte; si rassegni ai tuoi santi voleri, con costanza eguale all’amore suo per me.
«Benedici questi figli miei, questi fratelli, questa sorella, questi congiunti carissimi, e dà loro la grazia di vivere sempre secondo le tue sante leggi.
«Signore Iddio! benedici come io benedico di cuore i miei popoli delle Due Sicilie, e il tuo spirito sia loro di lume e custodia in questi difficilissimi tempi.
«Deh! Gesù mio, te ne supplico; benedici il nostro esercito, e sia il suo valore sempre, sempre sotto il manto della tua Madre santissima, Maria Immacolata.
«Benedici, ah! benedici, Gesù mio, i miei nemici; Tu che leggi nel mio cuore sai con quale affetto ti prego: benedici tutti i miei nemici, ché ho sempre perdonato i loro odii e le loro colpe; e sia la tua benedizione da me chiesta sul loro capo, grazia pel loro avvenire, per l’avvenire delle loro famiglie....»
Queste parole proferiva il magnanimo Principe con voce piena di fede e con sovrumana forza, e il suo volto sembrò come di ersona non più inferma.
Dopo di ciò volle rimanere solo coll’Arcivescovo di Capua in profondo raccoglimento e in rendimento di grazie. Le consolazioni sovrumane di quel momento parvero dare nuova vita a Ferdinando II; i medici smarrirono i dati della loro esperienza, e il Re visse ancora fino ai 22 del seguente mese di Maggio dedicato alla Vergine.
Giunge intanto la Settimana Santa, e Ferdinando si rassegna umilmente a rinunziare di prender parte ai solenni riti della Chiesa, ciò che non aveva mai omesso di fare come Re nei suoi 29 anni di regno; ma vuole che li compia il figlio, già da lui, pel primo, salutato Re in un momento così solenne. — Chiamatolo: «Va, Francesco II, gli dice, va a compiere da Re quanto tuo padre Re era uso di fare in questi santi giorni.»Francesco, piangendo, si ricusa all’augusto quanto doloroso ufficio; ma Ferdinando II glielo impone. Ed egli tremante, in mezzo all’intera reale Casa, cinge il grembiale, e lava i piedi ai dodici poverelli; poi li serve colle proprie mani a mensa, avendo a compagna nella religiosa ceremoniala futura Regina, si come facevasi da Re Ferdinando e dalla Regina Teresa a Caserta in quei saloni dorati, resi storici per la Lavanda e la Cena celebratavi dal Pontefice Pio IX il Giovedì santo del 1850.
Il Venerdì santo Francesco con l’augusta Maria Sofia, fu all’adorazione della Croce, presso la quale, su guantiera d’argento, ponevasi una borsa di velluto piena di memoriali per grazie ai condannati, recata dal Procuratore della Grande Corte criminale. Francesco, dopo aver baciata la Croce, come era uso dei Re delle Due Sicilie, toccava la borsa di velluto; il Maggiordomo Maggiore la raccoglieva, e, in nome del Re restituendola al Magistrato, colla velocità del telegrafo le grazie correvano alle prigioni del Regno, che puranco nel sommo della notte schiudevansi per coloro ch’ebbero il reale perdono.
E il Sabato santo, circondato dalla magnificenza della Corte, egli dovette di nuovo farla da Re nella commoventissima funzione del Gloria, la gioia di Gesù risorto si stendeva sul mondo cristiano, ma non nel suo cuore trangosciato.
Intanto Ferdinando II, grato a Dio che ancora una volta gli concedeva la gioia di solennizzare la Pasqua insieme con l’amata famiglia, volle compirne gli usi come quando era sano. Si fò dunque recare gli oggetti preziosi e adatti all'età di ciascuno dei suoi figliuoli, e dal Duca di Calabria al Conte di Caltagirone, dalla Duchessa di Calabria alla quinquenne Maria Immacolata tutti ebbero dalle sue mani il proprio dono. La domenica di Pasqua poi, dopo di aver largheggiato coi poveri dalle Capitale e di Caserta, e di aver compito i doveri religiosi, udendo la Messa celebrata sull’altare che ergevasi nella stanza da letto, per rallegrare in qualche modoi suoi cari, volle assistere, come solo poteva, al pranzo della reale Famiglia; fece perciò imbandire la mensa nell’attigua sala, volle interessarsi dei cibi e delle bevande dei commensali, ed osservò con paterna premura se eranvi i consueti cibi di circostanza pei bambini; egli godeva nell’udire per l’ultima volta le care voci dei figli in quell’agape domestico.
Dal 23 di aprile al 22 di maggio, in cui mori, il Re Ferdinando, con la calma di chi ha fatto di cuore il sacrificio della propria vita, non pensando più se non alla vicina sua dipartita, non cessò dall’occuparsi del suo successore, della famiglia, dell’esercito, dei popoli, degli amici ed anche dei nemici, che generosamente aveva perdonato. Raccomanda al giovine Re, che è per succedergli, la religione cattolica, base d’ogni vera potenza; la giustizia, sola luce che può far risplendere una corona, sola àncora di salvezza, e solo mezzo perché lo scettro nulla perda della sua dignità e l’indipendenza dinastica dei popoli non sprofondi nelle voragini di guerre civili, di straniere invasioni e nella fatale catena dei delitti. Egli non cessa di raccomandare la famiglia al Re, la madre al figlio, i fratelli al fratello. Ricorda a Francesco II, che Ferdinando II sali al soglio in età più giovine della sua, e benché la gioventù, la sovranità, il potere siano facili stimoli alla corruzione dei costumi, si avvalorò nella battaglia dei sensi, dandosi tutto a religione: di essa valendosi, non a velo d’ipocrisia come per tanti Principi surti dall’ingiustizia e dalla frammassoneria, ma come scudo insuperabile lucentissimo da riverberare nei popoli la intemerata costumatezza e la pietà del loro Re. — La religione fu per Ferdinando II quel codice sapientissimo da cui imparò fin dai primi anni, che solo per Iddio regnano iRe e i reggitori di popoli scorgono le cose giuste; imparò come dovesse serbare il suo dominio non quale padrone, ma si quale delegato di Dio, cui dovrebbe immancabilmente rendere stretto conto un giorno; imparò a non appressare le labbra alla iniqua tazza dell’ambizione degli stati altrui, o della scellerata conquista per via di inique guerre, di sanguinose rivolture, di tradimenti e di usurpazioni; imparò a non inebriarsi della crudele gloria di guerre fatte per insipiente e volubile ragione di Stato, che mietono la vita dei sudditi, disertano le famiglie e dissipano le pubbliche ricchezze; imparò a non lasciarsi cogliere negli scaltriti lacci dei novatori, pronto piuttosto a perdere il proprio regno che a rubare l’altrui; imparò a fare sua gloria della pace, del benessere, della prosperità, e del vero e ordinato progresso dei suoi popoli; sui quali intese, come era suo dovere, di regnare e governare, rigettando lungi da sé la insensata, ridicola, anticristiana formola: Il Re regna e non governa. Comodissimo domma! che prepara al mondo una generazione di Re fannulla, e regala ai popoli uno sciame avidissimo crudele di popolari tiranni, che l’imbestialiscono, e imbestialendoli li dissanguano; imparò in somma a lottare, come Ferdinando fece per quasi trenta anni, contro tutti gli errori e gli sforzi della ormai vittoriosa frammassoneria.
Congedandosi dalla reale famiglia, o Ferdinando II, vuole che questa sia unita e stretta intorno al novello Re, di guisa che ne emani grandezza alla dinastia e saldezza al trono; le rivoluzioni politiche e sociali, non ardiscono assalire così di leggeri gl'imperi, quando i Monarchi hanno molti petti augusti per sostenerli e difenderli: allora fa d’uopo della perfidia, della frode, del tradimento e delle armi straniere per vincerli!
Francesco II, riceve dal morente genitore l’addio da trasmettere all’esercito, quell’esercito del quale fu Egli il creatore, il compagno, il duce; e il quale, ad onta di tutte le mene e gli sforzi delle società segrete, tenne alto l’onore nazionale e monarchico nella memoranda difesa di Gaeta.
Si era ormai al 20 di maggio, quando eserciti innumerevoli di combattenti marciavano da Parigi e da Vienna verso Italia, e l’Europa settaria era per essere spettatrice della gigantesca tenzone aizzata da lei, rimanendo i varii Stati di Germania con la spada in pugno e il piede alla staffa; e Ferdinando II, pieno di fede, aspetta l’ultimo suo giorno, enumera le ore e i momenti che gli restano di vita. Chiede egli stesso gli estremi conforti di nostra Santa Religione; e la serenità, la presenza di spirito del pio Monarca sono tali, che la famiglia reale e le persone che lo assistono, ammirate e commosse, non sanno profferire parola; mentre egli con fervorosa pietà e con ferma voce accompagna il sacerdote che pronunzia le sublimi preghiere pei moribondi, e quasi egli solo, in mezzo al pianto e ai singhiozzi degli astanti, risponde alle Litanie che si recitano dopo la Estrema Unzione. E di nuovo egli è quello che consola la famiglia, che incoraggia, che conforta tutti
I medici fanno mostra di nutrire una qualche lusinga; ma egli, che è lungi dal dividerla, vuol leggere il bullettàio da essi redatto. «Ora non vale più lusingare lo spirito pubblico, dice egli. Palesate ai miei popoli la verità del pericolo; non voglio siano colti all’improvviso nella loro aspettativa!»
Si torna dunque a compilare il bollettino al suo cospetto; egli lo prende e legge:
«Il Re, nostro Signore, dopo poca calma avuta ieri, verso le otto e mezzo della sera fu sorpreso da' soliti dolori nella parte sinistra del petto, ma acerbi e diffusi per tutto l’ambito del polmone sinistro. Questa mattina è mancata la grande espettorazione dei giorni innanzi, e le condizioni morbose sono pervenute a tale, che, con gran dolore dell’animo nostro, abbiamo dovuto consigliare si munisse di tutti gli ultimi soccorsi della nostra santa Religione, come di fatto si è adempiuto circa il mezzogiorno. Caserta, l’una pom. del di 20 maggio 1859.»
«Firmati: Franco Rosati, Pietro Ramaglia, Stefano Trincherà, Felice De Rensis, Giuseppe Leone, Cristoforo Capone.»
Ecco il 21 maggio, vigilia della morte del gran Re; il lutto della reggia è al colmo. Egli è nella consueta pienezza delle facoltà mentali; rivede la famiglia, e di nuovo la conforta e la benedice; ringrazia tutti, saluta tutti. La Regina Maria Teresa è inseparabile dal letto dell’augusto morente. Egli vuole di nuovo leggere il bullettino dei medici e con esso l’ultimo annunzio che si dà al regno della sua vita, ventiquattro ore precise prima di esalare l’ultimo respiro!
Ferdinando II ringraziò i professori, dopo letto il bullettino, e, congedandosi da essi e da coloro che lo avevano assistito nella lunga malattia, chiese loro scusa del tedio e dei fastidii che loro aveva arrecati. Le lagrime tolsero la parola agli astanti; solo Franco Rosati volle profferire qualche parola quasi di speranza. Ma Ferdinando lo interruppe: «E come vuoi ancora lusingare il tuo Re? Non è più tempo di procrastinare il viaggio.... La morte è con me; io la veggo... Addio, Franco Rosati, addio...»
La notte, che fu l’ultima della vita di Ferdinando II, i dolori si accrebbero indicibilmente: lo spasimo era immenso; ma non un lamento, non un accento che palesasse gli strazi che provava usci dalla sua bocca; solo l’urto convulso che si palesava nelle sue membra, e le giaculatorie fervorose incalzanti che uscivano dalle sue labbra lo rivelavano. Maria, diceva, dammi forza, dammi coraggio!.. «Madre Santissima non m’abbandonare!..»
Poi nei brevi momenti di tregua volgeva la parola alle persone presenti, e: «Perdonate, diceva loro; vi chiedo scusa... È l’ultima volta che soffrite per causa mia... Avete ragione; Dio vi pagherà!...»
Giunge finalmente il giorno 22 di maggio; e non appena è sull’orizzonte il sole, che riunisce intorno a sé l’intera famiglia reale per confortarla alla rassegnazione nell'imminente suo passaggio. Eccita ciascuno all’amore e all’ubbidienza verso Francesco II, Re del Regno e capo dell’Augusta Casa. Poi volgesi alla Regina: «Teresa, le dice, ecco tuo figlio Francesco… Sii madre ognora affettuosa a chi non conobbe la madre sua, e oggi rimane privo anche del padre....»
E a Francesco: «Francesco, figlio mio benedetto, ecco tua madre, colei che ti crebbe come frutto delle sue viscere... Comprendi tu il dolore che soffre, e l’amore che portò al moribondo tuo padre... Voglio che tu erediti l’amore suo per me, ed ella erediti da te l’amore che mi porti!... Francesco, ti raccomando i miei figli... i miei popoli... i miei amici... ti raccomando anche più i miei nemici....»
Poscia fatto ergere l’altare presso il letto, disse: «Miei cari, la mia ultima ora è suonata; uniamoci per l’ultima volta a piè dell’altare, assistendo al divino sacrificio... Domani a quest’ora vi riunirete per pregare pace per l’anima mia; e spero allora di potervi benedire dal seno della misericordia di Dio....»
Non basta. Ferdinando II tutto dispone per l’ultimo suo momento. Spedisce un messo a Napoli per una sua speciale devozione, e: «Torna presto, gli dice, altrimenti mi troverai morto.»
Ricordandosi essere quello il giorno della solenne processione con cui si restituisce la statua di S. Francesco di Paola dalla chiesa della Stella al tesoro di S. Gennaro, ordina: «Non si tralasci quest’oggi la processione a cagione della mia morte; voglio si compia come io stessi in vita.»
Ma il momento più sublime, e, fui per dire, unico nella storia, fu quello del congedarsi del Re Ferdinando II dal Sommo Pontefice Pio IX sull’ali del telegrafo da Caserta a Roma.
Egli si è licenziato dai suoi cari baciando a uno a uno i figli, i fratelli, i congiunti; egli ha voluto assistere alla santa Messa l’ultima volta con loro. Ma vede sull'orologio approssimarsi il mezzodì, e ordina che il telegrafo rechi al Papa questo dispaccio:
«Beatissimo Padre, Ferdinando di Napoli è prossimo a consegnare la sua anima a Dio; prega il Vicario di Gesù Cristo ad avvalorare quest’ora estrema e si temuta, colla paterna potentissima benedizione in Articulo Mortis».
Pianse il Pontefice a tale dispaccio, e, col cuore trafitto, dal Vaticano alzò la potente mano per benedire l’agonizzante Monarca, l'affettuoso figlio che l'ospitò e lo consolò a Gaeta nella sua tribolazione!... Pel telegrafo la Benedizione papale giunge a Caserta, mentre era per pronunziarsi su Ferdinando li il gran Proficiscere anima Christiana! Pio IX nella piena del dolore era rimasto genuflesso, quando il telegrafo, un’ora dopo, recava la tristissima novella: «Ferdinando II è morto.»
Intanto alla serenità che Ferdinando possedeva aggiungeva nuova serenità la benedizione del Pontefice, che riceveva con quelia fede con cui, pieno di santo desiderio, aveva atteso cinque anni prima sul Campo di Marte il felice annunzio del domma della Immacolata Concezione pronunziato da Pio IX nel maggior tempio del Mondo.
Ma l’ora si avvicina, ed Egli, che la segue sull'orologio della stanza, fa accendere presso del letto il cereo pasquale che il Papa dona ai Sovrani cattolici, quello di Gerusalemme offertogli dai riconoscenti religiosi di Terra Santa, e l’altro che aveva avuto dal Santuario di Loreto. Poi chiede due quadri di sua divozione non conosciuti da chicchessia. Uno raffigurava Gesù Cristo caduto sotto la Croce, e l’altro Maria Santissima Addolorata, che lo aveva consolato anni prima nella morte di un figlio, ed ora lo confortasse nella sua agonia....
A mano a mano che l’ultimo istante si approssima Ferdinando II si sente ripieno d’una santa letizia, tale da farlo cadere in timore, che la soverchia gioia che prova fosse per togliergli il merito del suo sacrificio e per dispiacere a Dio. E il dotto vescovo di Patrasso a confortarlo suggerivagli le parole di San Paolo: «Cupio dissolvi et esse cum Christo.»
L’estremo momento ormai è imminente; ma solo Ferdinando II lo avverte, e dice, a monsignor Gallo di apparecchiare la stola, l’acqua santa e il rituale. Il pio Prelato lo fa per contentarlo, non perché stimi giunta l’ora.
Ma purtroppo era giunta. Ferdinando vuol rimanere solo col Ministro di Dio e colla Regina Teresa, che è là tutta affetto, mentre il cuore le si spezza pel dolore.
In quella stanza del dolore ormai più non si ode se non la voce del Re che muore baciando incessantemente l’immagine di Maria SS.ma che ha nelle mani:
«Maria, diceva, Madre mia, assistimi.... Salgo il Calvario, dietro i passi di Gesù... Maria, ti fui figlio... fino da' più teneri anni.... in Te riposi ogni speranza... Maria, sotto il tuo patrocinio volli vivessero i miei popoli, l’esercito.. Da Te sola ebbi consiglio, conforto, vittoria.. Da Te adesso accetto la morte.. tanto temuta.. e che ora mi rendi più desiderata della vita!.. Gesù, padre delle Misericordie.. fa che io vegga in Paradiso la tua Madre viva e vera.. Gesù, Giuseppe, Maria, accorrete a ricevere l’anima mia... Venite.. venite. Si.. vengono, vengono.... Alleluiai... allelu.... ial»
Furono l’ultime parole udite del gran Re Ferdinando II. La voce cessò; le labbra continuarono a muoversi come a preghiera; gli occhi rimasero fissi immobili sui due sacri quadri posti a' piedi del letto. Dopo alquanti minuti piegò il capo augusto sul lato diritto. Stese una mano all’Arcivescovo, l’altra alla Regina, e spirò....
«Nato, riprende il De Sivo, a' 12 gennaio 1810 in Palermo, nello esilio, mancava quasi in sul cominciare di altro più duro esilio a' Borboni; nato e spento in tempo di Napoleoni. Mancava nello stesso di 22 maggio, dopo 44 anni che l’avolo Ferdinando entrato era in Napoli, tornando dal decennale esilio: seguendo così nella sua casa una fatale coincidenza di prospero ed infausto giorno; e nel reame principio e fine di tempi tranquilli...
«Fu della persona altissimo, di atletiche membra, bello in giovinezza; poi bianco il volto, bigio i capelli, fioca voce, pinguedine addicente alla statura. Visse men di 50 anni, quasi 29 ne regnò; rapito nel buono dell’età., quando men lo si aspettava. Uomo pio, Re forte e clemente, consorte e padre affettuoso, nella religione, nel maneggio dello Stato, nelle blandizie su’ traviati, nelle estere relazioni, nelle dolcezze di famiglia, ebbe fama di buono, e la meritò. — Vissuto in età d’inique sètte, spregiò loro calunnie; forte resse dentro il reame, più forte fuori; e piccolo Sovrano, alzando sua ragione, tenne indipendente dagli stranieri lo scettro. Mai non piegò dalla dignità regia, e dal diritto della monarchia e del popolo suo; vinse la rivoluzione messa da fuori; durò con l’Europa in pace. — Non intervenne in piati altrui, salvo che nel romano, chiamato dal PonteficeRe. — Non sofferse che altri, neppur Francia e Inghilterra potentissime, entrassero in casa sua. I suoi 29 anni di regno segnano l’èra prosperosa della patria. Lasciò successore Francesco, primogenito, nato da Cristina di Savoia; lasciò di Teresa d’Austria altri nove figliuoli: Luigi, Alfonso, Gaetano, Pasquale Gennaro, Maria Annunziata, Maria Immacolata, Maria delle Grazie Pia, e Maria Immacolata Luigia, tutti educati piuttosto nella parsimonia della famiglia che nel fasto della reggia. Non però sfuggi egli alla imperfezione della umana natura. Bene conobbe gli uomini e le cose; ma queste curò molto, quelli poco; condusse a bell’altezza la prosperità pubblica; ma degl’intelletti diffidò. Qui dov’è comune l’ingegno e frequente la sapienza, ei pochi uomini insigni volle trovare; sovente mise su la mediocrità. Ciò riesci danno al trono, perciocché i sapienti lasciati indietro avversavanlo; né capaci a difesa buona erano i dappochi insediati. (54) Era in Ferdinando solo tutta la gagliardia del governo; mancato lui, mancò la mente: e mancò appunto in que’ momenti supremi che la Provvidenza manda alle nazioni per correggerle con la sventura. Sono glorie di lui le buone leggi, il rifatto esercito, la cresciuta flotta, i pingui erarii, gli edifizii sacri, le pubbliche opere, la tutelata pace, i buoni costumi, la religione, la morale; suo fallo l’aver voluto essere il migliore tra quelli che pose alla potestà.
«Nulladimeno i napolitani lui ricorderan sempre con vanto. Sua lode fu l’amore de' buoni in vita, e dopo morte il pianto verace sulla tomba. Lodanlo le sètte stesse imprecandolo, e co’ bugiardi nomi di fedifrago e bombardatore; lodanlo con l’odio efferato che, più che a ogni altro Monarca della terra, gli avevan giurato; lodanlo i sopravvenuti malanni, le nefande vendette rivoluzionarie, le calunnie stesse che furon costretti a inventare per aver da infamarlo. Ed è sua lode lo avere cresciuto a sensi di cavalieri i figliuoli; che giovanetti e nuovi, circuiti da inetti e traditori, ingannati e venduti, pur sentendosi prole di cento Re, sguainavano la spada a onor del nome napolitano; e in un secolo che vanta il vincere con vergogna, prescelsero il vanto di perdere con onore. — Stupende parole, degne veramente d’un Tacito cristiano! (55)
Presso a morire Ferdinando II dettò il testamento cui volle scritto di mano del figlio Francesco, presente la Regina, i due più grandicelli figliuoli, Luigi e Alfonso, e Monsig. Gallo, in questi sensi:
«Raccomando a Dio l’anima mia, e chiedo perdono ai miei sudditi per qualunque mia mancanza verso di loro, e come sovrano e come uomo. Voglio che, eccetto le spettanze matrimoniali alla Regina, e gli oggetti preziosi con diamanti al mio primogenito, si facciano della mia eredità dodici uguali porzioni:vadano una alla Regina, e dieci ai miei dieci cari figli. La dodicesima a disposizione del primogenito, stabilisca Messe per l’anima mia, sussidii a' poveri, e restauri e costruzioni di chiese nei paesetti che ne mancassero sul continente e in Sicilia. I secondogeniti entreranno in possesso compiuti gli anni trentuno; sino al qual tempo, ancorché fossero coniugati, staranno a spese della real casa. Ciascuna quota di secondogenito sarà a vincolo di maggiorato; e ove si estingua, torni a casa reale. Delle quattro porzioni delle femmine voglio da ciascuna si tolga il terzo, il resto sia loro proprietà estradotale, con vincolo d’inalienabilità; e se maritate finissero senza figli, ritornino a casa reale. Da tai prelevati quattro terzi dono ducati 20 mila a ciascuno de' miei quattro fratelli, Carlo, Leopoldo, Luigi e Francesco; ducati 15 mila al principe di Bisignano, e ducati 5 mila alla gente del mio servizio. Del rimanente si cresca la porzione dei maschi secondogeniti, ma disugualmente, distribuita in ragione diretta degli anni di età di ciascuno; affinché i minori di età abbiano col moltiplicamento di più anni raggiunta la porzione pari a quella dei maggiori fratelli. La villa Capossele aMola, come bene libero, lascio al mio primogenito, al mio caro Laso (cosi per vezzo l’appellava). E voglio questa mia disposizione abbia forza di legge di famiglia, non soggetta a giudizio di magistrato, ma giudice unico ed arbitro ne sia il mio successore e chi lo seguirà.»
«Questa eredità privata, continua il De Sivo, era diversa dai beni di casa reale, componevasi di rendite napolitano, siciliane ed estere, oggetti preziosi valutati 60,787 ducati, 41,377 ducati trovati in oro, e altre parecchie carte di crediti su casso di difficile esazione. Tutta la eredità disponibile fu stimata 6,795,080 ducati; però ne spettarono a Francesco 566,256 e 69, ed altrettanti alla vedova Regina; 756,521 e 92 al Conte di Trani, e agli altri minori fratelli poco meno, in proporzione della età. Le Principesse ebbero per ciascuna ducati 377,504 e 46 inalienabili, fuorché la rendita da porsi a frutto. Francesco volle entrassero nella sua porzione i valori di difficile esazione; ma la Regina vedova, gareggiando di sensi generosi, noi sofferse e ne tolse metà nella sua parte.
«Vegga dunque il lettore quanti fossero i milioni lasciati dallo economo Ferdinando in ventinove anni di ricco regnare, risparmiati dalla sua lista civile, e da' frutti delle doti di due mogli, moltiplicati in tanti anni. E la setta predicavali innumerevoli e rubati alla nazione! Inoltre aveva spesi due milioni per riedificare l’arsa reggia di Napoli, e altri per quelle di Caserta e Capodimonte. Coi beni di Casa reale aveva maritate le sue quattro sorelle, provveduto di maggioraschi i fratelli, ciascuno di ducati 60 mila. Sempre ospitale a Imperatori, a Re, a Papi, aveva con giusto fasto sostenuto il decoro della sua casa e del reame. Dappoi, quando la calunniatrice setta entrò in trionfo nella misera Napoli, confiscò ogni cosa alla Casa Borbone: i risparmi degli orfani, l'economie annose, le doti delle Regine e delle Principesse, e tutto quasi fosse cosa del regno rapito! — Di tutto ciò avremo a dire in seguito distesamente.
Il ferale annunzio della morte di Ferdinando II, mentre faceva impensierire l’Europa, era appreso con generale costernazione nel reame, le cui popolazioni, tenute al buio dalla stampa officiale su i i fatti strepitosi che compievansi allora in Italia, ne giudicarono secondo gli appassionati diarii che le sètte clandestinamente inviavano colà dal Piemonte. La reggia di Caserta intanto era continuamente affollata da numeroso popolo che chiedeva contezza dello stato dell'augusto infermo; personaggi esteri affrettavansi a recarvi loro affettuose premure, e supera ogni idea la, quantità d’indirizzi di condoglianza giunti prima e dopo la morte del Re. Quindi gli storici, anche più avversi a Casa Borbone, non possono fare a meno di rendere giustizia alla fermezza e indipendenza con che Re Ferdinando seppe mantenersi per ventinove anni di regno, e far prosperare lo Stato, benché il suo trono fosse ad un tempo minato dalla rivoluzione, e scosso dalle imperiose esigenze della diplomazia. Gualterio,fra gli altri, nella sua Storia degli Stati Italiani, sebbene apertamente ostile, non può astenersi nel primo volume di encomiare le eminenti vedute governative di questo Sovrano, gigante dell’avvenire, del quale il tempo solamente col raffreddamento delle passioni potrà far valutare le straordinarie virtù regie di postuma ammirazione.(56)
Il giornalismo napoletano imprecò poscia, come avvenne nel 1864, contro il governo Borbonico, perché scrupoloso nei riguardi politici e di onesto vicinato, non permise mai che fossero resi di pubblica ragione i documenti storici e gli altri scritti tendenti a rivelare le diuturne perfidie del governo piemontese, poscia note a chiunque non sia interessato a voler chiamare patriottismo il tradimento, e onestà la vendita della patria.
Intanto dalla Maggiordomia maggiore e Soprintendenza generale di Casa Reale veniva emessa la seguente
«Per l’infausto avvenimento della morte di S. M. il Re Ferdinando II, di f. r., la corte ed il pubblico prenderanno il lutto per sei mesi a contare da oggi.
«Nei due primi mesi gli uomini che vestono uniforme di corte o uniforme civile, porteranno il velo crespo nero alla spada, la sotto veste ed i calzoni di panno nero, la spada e le fibbie nere. I militari porteranno il velo nero alla spada ed al cappello e la tracolla nera col nastro rosso.
«Per tutti coloro che non hanno uniforme, l’abito sarà di panno nero completo e cappello con velo crespo nero.
«Le dame poi avranno l’abito di lana nera guarnito dello stesso drappo, cuffia e fichu di velo nero, calze e guanti neri.
«In questi due primi mesi non sarà tolto il lutto in tutti i giorni di gala che accadranno.
«Nel terzo e quarto mese gli uomini che hanno l’uniforme di corte o l’uniforme civile, avranno il velo nero crespo alla spada, la sottoveste e calzoni di panno nero, e fibbie solite dell’uniforme, e i militari si toglieranno semplicemente la sciarpa, e metteranno il velo nero al braccio.
«Coloro che non hanno uniforme porteranno l’abito nero completo e cappello senza velo.
«Le dame poi avranno l’abito di seta nera, cuffia e guarnizione di velo o blonda nera, calze e guanti egualmente neri, e potranno far uso di ornamenti di diamanti e di perle.
«Nel quinto e sesto mese gli uomini, che hanno uniforme di corte o uniforme civile, porteranno la sottoveste, calzoni e calze di seta nera, spada e fibbie solite dell’uniforme; i militari il velo al braccio.
«Coloro che non hanno uniforme vestiranno l’abito nero e potranno far uso di sotto abito di seta. Le dame porteranno l’abito nero e merletti, ornamenti di diamanti e perle: non faranno uso di pietre di colore durante i sei mesi del lutto.
«Napoli 23 maggio 1859.»
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Circa la pompa funebre per la morte di Ferdinando II aggiungiamo a mo di nota il seguente documento, buono a conservarsi quale contrapposto delle grette cose dei nostri tempi:
Il Cadavere di S. M. il Re Ferdinando II, di augusta ricordanza, rimarrà nel suo letto per lo spazio di ore ventiquattro nel Reale Appartamento di Caserta. Sarà esso guardato nottee giorno dal Somiglierò del Corpo, da' Gentiluomini di Camera, dagli Ajutanti di Camera, col solito servizio delle Guardie del Corpo, vestiti lutti in grande uniforme ed in lutto rigoroso, come ogni altro che interverrà nel funerale. Terminate le dette ventiquattro ore, sarà dai medesimi vestito, e si passerà su di una tavola coverta di velluto cremisi gallonato d'oro col corrispondente materassino e cuscino, nel mezzo del stanza, nella quale la defunta Maestà Sua soleva dormire. Ivi dagli accennati Somigliere, Gentiluomini di Camera ed Ajutanti di Camera se le bacerà la mano. Di poi dagli Ajutanti di Camera si passerà in una cassa corredata a otto maniglie, la quale resterà aperta, e dal Somigliere e Gentiluomini di Camera si porterà sino alla porta della contigua stanza, ove presente il Maggiordomo Maggiore e gli altri Capi di Corte, quattro Maggiordomi di settimana subentreranno ad altrettanti Gentiluomini di Camera in uno de' lati della cassa, la quale (preceduta dal Cerimoniere di Corte, dall'usciere maggiore, e da quattro Uscieri di Camera, dai Gentiluomini di Camera con esercizio, Maggiordomi di Settimana e Gentiluomini di Camera di entrata, col Somiglierò, e seguita dal Maggiordomo Maggiore, dal Comandante delle reali Guardie del Corpo e dal Cavallerizzo Maggiore con torce accese) verrà condotta, accompagnata dai Cappellani di Camera e Clero Palatino, nel luogo ove dovrà consegnarsi il Reale Cadavere ai Medici e Chirurgi di Corte per farlo iniettare. — Dovrà il Real Cadavere essere spogliato e rivestito sempre dal Somigliere co’ Gentiluomini di Camera ed Ajutanti di Camera. — Il Real Cadavere sarà trasportato dalla Reggia di Caserta in quella di Napoli privatamente. — Verrà eretto nella sala de' Viceré nella detta Reggia di Napoli un feretro sottoposto ad un Tòsello reale, e vi si formeranno quattro altari. Sul feretro si osserveranno gli emblemi della Sovranità, e sul quale si troverà esposto il Real Cadavere nel di 29 del corrente maggio, e vi rimarrà ne’ giorni 30 e 31 del detto mese. — Trovandosi il Reale Cadavere sul feretro, sarà guardato notte e giorno dai quattro Capi di Corte, dai Gentiluomini di Camera, da' Maggiordomi di Settimana, da' Cavallerizzi di Campo, dalle reali Guardie del Corpo, e dall’Usciere maggiore con gli Uscieri di Camera; facendosi il Servizio per turno, come durante la vita di S. M. il defunto Re nelle grandi funzioni. — Nelle mattine degl’indicati giorni 29, 30 e 31 negli Altari di sopra accennali saranno celebrate le Messe da' Sacerdoti destinati dal Cappellano Maggiore. Nelle ore pomeridiane degli stessi giorni si canterà la Libera dalle quattro Religioni mendicanti, ad accezione dell’ultimo giorno, in cui la Libera si canterà la mattina per non ritardare le esequie nelle ore pomeridiane.
«Ne’ primi due giorni il popolo sarà ammesso nella sala del feretro dalle ore dieci antimeridiane alle ore sei pomeridiane; nel giorno 31 dallo ore otto antimeridiane sino al mezzodì. — Ad oro tre pomeridiane del detto giorno 31 maggio il Real Cadavere, dopo essere stato benedetto dal Cappellano Maggiore coll’assistenza del Parroco Palatino, dovrà calarsi per la scala grande da' Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di Settimana. Si troveranno schierali in due ali con torce accese i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di Settimana ed i Gentiluomini di Camera di Entrata, de' Paggi, i Cappellani di Camera, il Clero Palatino, il Capitolo della Cattedrale, e la Collegiata di S. Giovanni Maggiore. Posto il Real Cadavere nella cassa, si farà la prima oculare ricognizione dai Capi di Corte e dal Cappellano Maggiore. — Indi dal Controllerò della Real Casa sarà chiusa la cassa a tre chiavi, le quali dal Cerimoniere di Corte saranno consegnate, cioè, la prima al Maggiordomo Maggiore, la seconda al Comandante delle reali Guardie del Corpo, e la terza al Cappellano Maggiore. — La cassa sarà di cipresso, foderata di piombo, vestita di tela d’oro e gallonata, avrà il materassino corrispondente ed un interno coverchio di cristallo: vi si vedranno inoltre due scudi di argento, uno al la testa e l’altro a' piedi, con le Arme reali: sul coverchio vi saranno tre gigli sormontati dalla Corona reale a' piedi della corrispondente Croce.
Chiusa la cassa, il convoglio funebre s’incamminerà nel modo seguente: — I volanti e staffieri, che si troveranno divisi in due file schierati nel corridoio fuori della Sala; — Un picchetto delle reali Guardie del Corpo a piedi; — La Croce della collegiata di S. Giovanni Maggiore con chierici; — La Croce del Capitolo della Cattedrale con chierici; — La Croce del Cappellano Maggiore con chierici; — L’Usciere Maggiore, un Usciere di Camera vestito da Re delle Armi, e quattro Uscieri di Camera vestiti da Araldi; — I Gentiluomini di Camera di entrata, i Maggiordomi di Settimana ed i Gentiluomini di Camera con esercizio, con le torce accese; — La folleggiala di S. Giovanni Maggiore, il Capitolo della Cattedrale, ed il Cappellano Maggiore coi Cappellani di Camera e Clero Palatino, fiancheggiati dalle reali Guardie del Corpo a piedi; — E finalmente la cassa funebre, che verrà portata da quattro Gentiluomini di Camera più antichi, e da quattro Maggiordomi di Settimana egualmente più antichi, in mezzo a de' Paggi ed alle reali Guardie del Corpo di Cavalleria, e seguila da' Capi di Corte, dal Cerimoniere di Corte, dagli Ajutanti Generali Reali, e dagli Esenti. — Tutto il tratto dalla porla della sala de' Viceré sino a' piedi della scala grande sarà cordonato dalla Guardia Reale. — Giunta la cassa a piedi della scala succennala si consegnerà a' Cavallerizzi di Campo, da' quali si porrà nel Carro funebre, ove si situeranno il Cappellano Maggioro e il Decano della real Cappella Palatina, o, in sua mancanza, il Cappellano di Camera più antico. — L’ordino della marcia del convoglio sarà: — Tre squadroni del 2. o Ussari della Guardia con stendardo e fanfarra;— La batteria dell’artiglieria a Cavallo; — Tre squadroni del l. o Usseri della Guardia con stendardo e fanfarra; — Indi le reali guardie del Corpo a piedi; — Quattro primi battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria; — La carrozza di rispetto, detta Vanguardia, coverta con pompa a bruno e tirata da otto cavalli; — L’Usciere maggiore; — Il Re delle Armi in mezzo a quattro Araldi;— I Gentiluomini di Camera di entrata; — I Maggiordomi di Settimana; — I Gentiluomini di Camera con esercizio; — Il Cerimoniere di Corte; — I Capi di Corte; — La Collegiata di S. Giovanni Maggiore con la Croce; — Il Capitolo della Cattedrale con la Croce; — I Cappellani di Camera e Clero Palatino con la Croce; (Tolti a piedi con torce accese). — Altri quattro secondi battitori delle reali Guardie del Corpo di cavalleria; — I suddetti volanti o staffieri; — Il Paggio di valigia a cavallo; — Il Carro funebre tirato da otto Cavalli; — I Cavallerizzi di campo a Cavallo posti a' lati delle bilance e de' timonieri; — De’ Paggi ai fianchi di esso Carro con torce accese. — Ai lati delle ruote grandi dello stesso andranno dalla parte dritta il Comandante della Compagnia delle reali Guardie del Corpo, e dalla parte sinistra il sottotenente della stessa, avendo dietro di loro gli Esenti disponibili della suddetta Compagnia. — Seguiranno poscia gli Aiutanti Generali e Reali di S. M. ed i Generali del reale Esercitò a cavallo. — Verrà indi il rimanente della precennata compagnia delle reali guardie del corpo collo stendardo. — Inoltre verranno i Cavallerizzi di Campo disponibili. — Infine seguirà il Piccadore maggiore soprannumero a cavallo alla testa di un dato numero di cavalli da sella ammantati di nero sino a terra, condotti da' palafrenieri a piedi. — I seguenti Corpi di fanteria e cavalleria, appoggiando ladrilladirimpetto al real palazzo, si stenderanno sino dirimpetto all’angolo di Maddaloni, e da questo punto, voltando verso S. Chiara, fin dove potranno arrivare, per rendere gli onori al Real Cadavere; passato il quale, essi Corpi, immediatamente dopo i Generali, romperanno per la dritta per sezione, per marciare verso la sinistra, affine di accompagnare il Real Cadavere sino alla Chiesa: — Due battaglioni del 1°. reggimento Granatieri della guardia; — Due battaglioni del 20. reggimento Granatieri della Guardia; — Tre battaglioni del 30. reggimento della Guardia Cacciatori; — Due battaglioni dei Tiragliatori della Guardia; — Due battaglioni della Real Marina; — Un battaglione dei Carabinieri a piedi; — Un battaglione di Artiglieria; — Un battaglione del io. di linea; — Un battaglione del 7. 0 di linea; — Due battaglioni dell'll. o di linea; — Due battaglioni del 20. Svizzero; — Due battaglioni del 3®. svizzero; — Batteria Svizzera; — Due battaglioni del 4®. Svizzero; — Quarto battaglione Cacciatori; — Tredicesimo battaglione Cacciatori; — Due squadroni dei Carabinieri a cavallo; — Una Batteria di Artiglieria di campagna; — Due squadroni del i. o Dragoni; — Due squadroni del 20. Dragoni; — Due squadroni del 3°. Dragoni; — Due squadroni di Lancieri; — Appresso alla truppa andranno delle carrozze a sei cavalli. Queste arriveranno sino a Santa Chiara; e, quando sarà ivi terminato il funerale, ritorneranno a Palazzo.
Allorquando il Carro funebre uscirà dalla porta principale del Real Palazzo, tutti i forti di questa Capitale e i reali legni da guerra incominceranno a tirare un colpo di cannone in ogni duo minuti sino al momento dell’arrivo alla Chiesa di S. Chiara. — Alla delta Chiesa saranno situate preventivamente due compagnie di fanteria della Guardia Reale, le quali vi rimarranno la notte ed il di seguente sino al termine della funzione. — La truppa sarà tutta in lutto, giusta l’apposito regolamento. — Si troveranno intanto disposte nella Chiesa delle file di panche rase vestile di velluto nero e gallonate d’oro per prender posto, cioè: — Nel Presbiterio: gli Arcivescovi e Vescovi. — Indi dalla parie del Vangelo: Il corpo Diplomatico e forestieri presentati a Corte; — Il Ministero di Stato; — I Generali; — La Consulta dei reali dominii al di quà del Faro; — Il Presidenti e Regi Procuratori generali della suprema Corte di giustizia, della gran Corte de' conti e della gran Corte civile di Napoli; — Il Sopraintendente generale della pubblica salute; — Il Presidente della pubblica istruzione; — Il Sopraintendenle generale degli archivi; — I Direttori generali. — L’agente del Contenzioso. — I Capi di ufficio della Tesoreria generale; — L’Intendente di Napoli; — Il Prefetto di polizia col
Segretario generale; — I Brigadieri e Soltobrigadieri delle reali Guardie del Corpo; — E l’uffizialità dei Corpi da Colonnello in giù. — Dalla parte dell’Epistola poi: — Le Dame diplomatiche e forastiere presentate a Corte; le Dame della Real Corte; — I Componenti della Real Camera; — L’Amministratore generale dei reali siti e Capi subalterni di Casa Reale. — Gli Uffiziali ed Esenti delle reali Guardie del Corpo. — I cavallerizzi di Campo. — Il Corpo della Città di Napoli. — Le Dame di città. — I Cavalieri ascritti al Libro d’oro ed ai registri; — I Presidenti ed i Cavalieri dell’Ordine Costantiniano, di S. Giorgio della Riunione e di Francesco I. — I Brigadieri e Soltobrigadieri delle reali Guardie del Corpo; — E l’uffizialità dei Corpi da Colonnello in giù. I Capi di Corte staranno sempre presso il Real Cadavere, come pure i due Gentiluomini di Camera di guardia e il Maggiordomo dì settimana; l'Esente delle reali Guardie del Corpo di servizio, e i due Cavallerizzi di Campo di servizio.
«Giunto a Santa Chiara il Reale Cadavere, da' Cavallerizzi di Campo si calerà la cassa, e si porterà su un tavolino vestito di stoffa simile a quella che veste la detta cassa, situato esso tavolino tra i due fonti di acqua santa sopra un tappeto di lutto di velluto gallonato d’oro. — Alla porta della Chiesa verrà il Cadavere ricevuto dal Cerimoniere di Corte, dal Padre Guardiano e da quei Religiosi, divisi in due ali lateralmente alla porta; dai Gentiluomini di Camera con esercizio, dai Maggiordomi di settimana e dai Gentiluomini di Camera di entrata, dai Cappellani di Camera e dal Clero Palatino, dal Capitolo della Cattedrale e dalla folleggiata di S. Giovanni Maggiore, parimenti divisi in due ali, cioè: prima i Cappellani di Camera ed il Clero Palatino, il Capitolo della Cattedrale e la folleggiata di S. Giovanni Maggiore, indi i Gentiluomini di Camera con esercizio, i Maggiordomi di Settimana, i Gentiluomini di Camera di entrala, ed in ultimo i Religiosi, tutti con torce accese; chiudendosi il vano di tali linee, dietro le tre Croci, dalle reali Guardie del Corpo di Cavalleria, e a' lati delle medesime da Paggi; e nella parte opposta anche da Paggi e dalle reali Guardie del Corpo a piedi situale dietro di essi.
Collocala nella indicata guisa la cassa, si farà in presenza del detto Padre Guardiano la seconda oculare e verbale ricognizione dal Ministero di Stato, dai Capi di Corte e dal Cappellano Maggiore, invitali dal Cerimoniere di Corte. In questa seconda ricognizione dal Direttore del Ministero e realSegretario, di Stato degli affari ecclesiastici, con voce alta si domanderà al Somigliere: — È egli questo il Corpo di Sua Maestà FERDINANDO SECONDO Re del Regno delle Due Sicilie? — E dopo di essersi dal Somigliere risposto, anche con voce alta: — Egli é desso, — si chiuderà dal Controlloro della Real Casa la cassa, la quale verrà portata sul Catafalco dagli stessi quattro Gentiluomini di Camera e quattro Maggiordomi di Settimana, preceduta dagli astanti Religiosi, da' Gentiluomini di Camera di entrata, da' Maggiordomi di Settimana, da' Gentiluomini di Camera con esercizio, da' Cappellani di Camera col Clero Palatino, dal Capitolo della Cattedrale, e dalla Colleggiata di S. Giovanni Maggiore, che andranno a schierarsi, cioè, i Religiosi in testa del Catafalco, i Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di Settimana ne(9)due lati, e gli accennati Clero, Capitolo e Colleggiata a' piedi della stessa. — Ciò eseguilo un Cavallerizzo di Campo ordinerà a cocchieri delle reali carrozze di ritirarsi. — Resteranno in Chiesa le reali Guardie del Corpo di Cavalleria co’ loro Uffiziali corrispondenti, le reali Guardie del Corpo a piedi nel numero bisognevole, due Gentiluomini di Camera, un Maggiordomo di Settimana, un Cavallerizzo di Campo, i Cappellani di Camera co’ loro Aiutanti di Oratorio, e l’Usciere maggiore.
«La mattina del primo Giugno ad ore otto ritorneranno a S. Chiara le due reali carrozze, e l’altra de' Capi di Corte. — Alla stessa ora dalle quattro Religioni mendicanti, Domenicani, Francescani, Agostiniani Calzi e Carmelitani si canterà la Libera. — Alle ore dieci i forti della Capitale ed i reali legni da guerra ripiglieranno lo sparo del cannone in ogni due minuti, ed all’ora islessa quattro battaglioni di fanteria della Guardia Reale si troveranno schierati in battaglia dalla porta della Chiesa lungo la strada di Monteoliveto, e vi si tratterranno tutto il tempo della Cerimonia. Essi eseguiranno tre scariche, una al principio della Messa, l’altra all’elevazione e l’ultima allorquando le Regie Spoglie saranno riposte nella Cappella de' Reali depositi. — Contemporaneamente alle tre scariche anzidette i forti della Capitale e i reali legni da guerra, cessando i colpi di cannone in ogni due minuti, corrisponderanno con tre salve reali. — All’accennala ora delle dieci del mattino si troveranno in Chiesa lutti coloro che sono intervenuti nella funzione del giorno precedente. — Il Cappellano Maggiore celebrerà la gran Messa, dopo la quale da Mons. Salzano, Consultore della Consulta de' reali domini di quà del Faro, si reciterà l’orazione funebre. Indi i Prelati per le assoluzioni, preceduti dai Cappellani di Camera e Clero Palatino, andranno al tumulo per recitar solennemente le Libere con le rispettive assoluzioni. — In questo mentre il tavolino col tappelo, che ha servito nella passata sera, verrà situalo presso il gradino della cona dell'altare maggiore dirimpetto alla scalinata del Catafalco, ed innanzi al medesimo dall’Usciere Maggiore si situerà il Re delle Armi in mezzo a quattro araldi di spalle all’Altare Maggiore. Il Corpo di Città di Napoli coll’Intendente di Napoli e Prefetto di Polizia saranno al lato di esso tavolino opposto al Re delle Armi, divisi in due (ile finché non sarà calato dal catafalco il Real Cadavere. Al lato destro del Re delle armi, cioè alla lesta del Cadavere, si porrà il Ministero di Stato. — Disposte cosi le cose, si calerà la cassa col Real Cadavere dai soliti Gentiluomini' di Camera e Maggiordomi di settimana, circondata da Paggi con le torce. La precederanno i Cappellani di Camera col Clero Palatino ed i Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana, e la seguiranno il Cappellano Maggiore, i quattro Capi di Corte, ed il Cerimoniere di Corte. — Verrà essa situata suaccennato tavolino con la testa dalla parte del Vangelo. — Immediatamente i Capi di Corte si situeranno al lato sinistro del Re delle Armi, cioè ai piedi del Real Cadavere. — Il Cappellano Maggiore prenderà luogo col detto Padre Guardiano innanzi al Re delle Armi. Quindi si aprirà la cassa per farsi la terza ed ultima ricognizione nel seguente modo. — Dal Direttore del Ministero e Real Segreteria di Stato degli affari ecclesiastici si domanderà per ben tre volte al Somiglierò del Corpo: — E egli questo il corpo di Sua Maestà FERDINANDO SECONDO Re del Regno delle due Sicilie Allora dal Somiglierò si risponderà: — Egli è desso. — Indi dal Controllerò della Real Casa si chiuderà la cassa, e si renderanno le chiavi al Cerimoniere di Corte per passarla al Maggiordomo Maggiore, al Comandante delle reali Guardie del Corpo ed al Cappellano Maggiore. — La cassa, portata dai riferiti Gentiluomini di Camera e Maggiordomi di settimana, preceduta dal Padre Guardiano co’ suoi Religiosi, dall’Usciere Maggiore, e dal Re delle Armi con gli Araldi, circondata dai Paggi con torce, ed accompagnata dal Ministero di Stato, dai quattro Capi di Corte, dal Cappellano Maggiore, dal Cerimoniere di Corte, dall’Intendente col corpo di Città di Napoli e dal Prefetto di Polizia, verrà riposta nella Cappella de' reali Depositi. Quindi il Padre Guardiano ne presenterà la ricevuta al Cappellano Maggiore, ed egli co’ suoi Religiosi passerà la cassa in altra preparata controcassa di rame con sopra la cifra del Re estinto, e corredata di tre serrature, le quali si chiuderanno parimenti dal Controllore della Real Casa, consegnandosi le chiavi come sopra. — Quella delle tre chiavi di quest’ultima cassa spettante al Comandante delle reali Guardie del Corpo si passerà al detto Padre Guardiano, che ne farà ricevuta; e l’altra della prima cassa si rimetterà dal medesimo Comandante delle reali Guardie del Corpo a Sua Maestà Francesco II per via della reale Maggiordomi Maggiore e Soprintendenza Generale di Casa Reale, ove la M. S. si degnerà ordinare che resti in deposito. — Le due chiavi consegnate al Maggiordomo Maggiore si rimetteranno dal medesimo egualmente a S. M., la quale si degnerà ordinare che ne venga restituita una per tenersi in deposito nella reale Maggiordomi Maggiore, e che l’altra si conservi nel Ministero e Real Segreteria di Stato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di maniera ché in essa sia depositata una chiave di ciascuna delle due casse. Le chiavi finalmente consegnate al Cappellano Maggiore si depositeranno nella Segreteria della Reale Cappella Palatina.
Subito dopo terminala la funzione, il Corpo Diplomatico si recherà nel realPalazzo di Capodimonte per complimentare le LL. MM. — Il Ministero di Stato poi, i Capi di Corte, il Cerimoniere di Corte, i componenti della Real Camera, e tutti i Funzionari ammessi in Galleria si porteranno egualmente nel suddetto real Palazzo per baciare le mani alle prelodate. Maestà Loro.
Questo Programma, che il Musci riporta quale documento degli antichi costumi mortuarii delle dinastie Borboniche di Spagna e di Francia, benché modificati da Francesco I e Ferdinando II, fu esattamente seguito nella luttuosa circostanza della morte di esso Re Ferdinando, la salma augusta del quale, dopo di essere giaciuta per ventiquattr’ore, secondo era prescritto, sul letto, ne venne tolta per subire la imbalsamazione dai medici di Camera, che la vedova Regina volle ne rimanessero a guardia come se il Re fosse vivo; per la qual cosa non se ne dipartirono fino a quando il regio cadavere non fu deposto ne’ reali sepolcri di S. Chiara.
Dopo imbalsamato, venne a Caserta situato su di un sontuoso letto funebre eretto nella sala ardente, e Pietro Antonio Sanseverino, Principe di Bisignano, Maggiordomo Maggiore, Soprintendente Generale della Real Casa di Ferdinando II, che ne ebbe cura nei più giovani anni quale Cavaliere di Compagnia, dové vegliarne la salma mentre stava esposta in Caserta; e cosi ancora il Duca Marulli d'Ascoli, Somiglierò del Corpo fin dai primi anni dell’avvenimento al trono di Ferdinando, dovette compire per più giorni le sue alte quanto dolorose funzioni presso l’augusto defunto.
Il primo funerale nel Regno fu celebrato nella Reggia di Capodimonte dal Re Francesco II, circondato da tutta la reale Famiglia, e il giorno 25 di maggio nella reale Cappella palatina Mons. Cappellano Maggiore pontificò la Messa di Requiem.
Intanto al giorno prescritto, il regio cadavere, chiuso nella cassa, da Caserta fu trasportato nottetempo a Napoli, onde il mesto passaggio non fosse avvertito dall’afflitta popolazione. Il Cav. Domenico Anselmi descrive a lungo il solenne trasporto funebre, avvenuto il primo di giugno dalla Reggia alla Chiesa di S. Chiara, e il pietoso contegno, e la profonda commozione del buon popolo napolitano, e i sontuosi lugubri addobbi del tempio, eia solennità del rito, e le commoventi note della flebile musica, e l’immenso pietoso concorso del popolo desolato; a ma noi basta accennare queste cose a fine di rimanerci nel nostro compito di raccoglitori di documenti piuttosto che di storici narratori.
Mons. Salzano, Consultore di Stato, disse eloquentemente l’elogio funebre del magnanimo Monarca in mezzo alla generale commozione, con la quale tutti assistettero alle assoluzioni date dai Prelati; poi all’ultima ricognizione dell’augusto cadavere, al trasporto di esso nella Cappella dei reali Depositi Ano al doloroso momento in cui fu pronunziato il solenne Requiescat in pace. A questo supremo religiosissimo vale, cui seguirono le ultime scariche della Guardia reale, e le salve dei forti e dei legni da guerra, un fremito d’angoscia s’impossessò della folla, che commossa e piangente lasciava il tempio.
Non si tosto compite le funebri ceremonie il Corpo Diplomatico, il Ministero di Stato, i Capi della reale Corte, i Cavalieri e le Dame componenti la reale Camera, i Tenenti Generali, ed i personaggi stranieri presentati a Corte, con quanti altri avevano l’onore di essere ammessi in Galleria, dalla chiesa di Santa Chiara si condussero alla reggia di Capodimonte a fare omaggio ai novelli Monarchi.
Il Musci aggiunge una notizia che non va tralasciata: ed è che, apertasi la stanza dei reali Depositi, la medesima si trovò ormai piena in modo da non poter dar luogo alla nuova cassa, di guisa che il cadavere di Ferdinando II si dovette collocare nella stanza di rimpetto dove trovasi il feretro della Ven. Maria Cristina, sua prima moglie. Infatti in essa era stata deposta la cassa della pia Regina, allorquando il suo corpo, dietro gli ordini della Curia arcivescovile di Napoli, ne venne tolto, incorrotto come era, e racchiuso nell’arca marmorea eretta nella cappella, che oggi appellasi dal suo nome: e quivi rimarrà la salma dell'augusto Re finché venga racchiusa nel grandioso monumento che gli destina la grata memoria del suo figlio e successore Francesco II.
Prima di andare innanzi nella nostra narrazione, giova raccogliere altre importanti testimonianze circa la persona e il regno del Re Ferdinando II; cosi dalla Storia de' Cinque Regni d'Italia del duca di Maddaloni (Lugano, 1868, tom. 2, pag. 143 e seg.) togliamo il seguente brano:
«.... A Napoli somma era la gioia dell’universale per cui al buono, al molto erudito, ma debole Re Francesco I di Borbone, figliuolo che fu di Ferdinando e di Carolina d’Austria, succedeva (1831) quel Ferdinando II, che poi (imperitura e certo incontrastabile gloria) fu, dopo Filippo II di Spagna, il principe più combattuto ed esecrato e calunniato da' sicofanti della rivoltura moderna, vuoi Italiani, vuoi Francesi, vuoi Inglesi, vuoi di ogni famiglia del mondo e di ogni setta.
«Bello e prestante dello ingegno come della persona, giusto e clemente, come i Re Capetingi quasi tutti (e noi scriviamo per coloro che appresero le istorie nei libri degli storici, non nel bordello dei romanzatori francesi e nelle loggie dei massoni) quel Borbone era largo senza esser prodigo; e, come verace cavaliere, nemico di pompa e di vanagloria, temperato ne’ piaceri quanto filosofo, nella famiglia buono ed amoroso quasi uomo di popolo, ardente nella sua fede come neofita, saldo nelle sue massime assai più che non si avvenga ad uomo politico, erudito, spiritoso, efficace ed affabile come sirena, despota quanto un liberale!
«Però i vizii, come le colpe di tanto uomo furono conseguenza: di sue stesse virtù; e di sue stesse virtù più che mai l’odio onde fu onorato da' rivoltosi. E si che niuno, meglio che Re Ferdinando II, era fatto per venire in grande amore della democrazia; perciocché ed il genio popolesco della famiglia, e il suo grande amore di giustizia, non altrimenti che la smania di tutto fare da sé, ed a proprio modo, facevangli schifare i grandi, e cercare la gente ima e serva, come quella che più si accomoda al piacer del padrone. (Ma non doveva poi essere così ima e serva se potè cooperare a tanti e così grandi e magnanimi fatti).
«.... Né poi le sètte, che tanto già potevano fra e suda gente nuova, sapevangli perdonare il disprezzo in che le aveva, lo ingegno non volgare onde era governato il suo animo, la sua pietà, e l’alta idea che portava della dignità di Monarca.
«Ma le virtù di tanto principe, non altrimenti che il danno, il quale veniasi di esse per le sètte segrete non erano ancora palesi. Però queste non vedevano in lui che un, Re giovane, bello, ardente di gloria, che ascendeva il trono degli avi suoi, aprendo le braccia a tutti gli amici ed anche a' nemici della sua stirpe; un Re, che a quasi tutti i fuorusciti riapriva le porte della patria, che a qualunque reo di maestà frangea le catene, e provvedea vivesse in onorata agiatezza, che cacciava malversatori e parassiti di corte e magistrati venali; che promettea sanar le piaghe del regno»; che ponea mano all’ordinare l’erario dissestato dalla prodigalità di re Francesco, ma più dalle rivolture passate; un Re che disegnava fecondare i patrii Istituti, non a colore di parte guardando, ma si a valore di uomo; e però tutti, quale per verace entusiasmo, quale per simulato, quale per gratitudine, quale per prudenza, quale per amore del bene, e quale anche per lo appetito del male, tutti benedicevano e levavano a cielo Ferdinando, padre del popolo, restauratore della felicità, iniziatore di una novella età di giustizia e di opulenza. (57) — Cosi il Maddaloni.
Lo stato di agitazione in cui giaceva presso che tutta Europa per opera dei settarii, al momento in cui saliva al trono Re Ferdinando, fece sì che egli avesse spesso a lottare con la rivoluzione. Molte ebbe a soffocarne in ventinove anni di Regno. Nel 1831 ne scoppiava una a Palermo; un’altra scoprivasene nel 1833 in Napoli; una terza negli Abbruzzi nel 1837, e contemporaneamente a Catania, pretesto il cholera; una quarta in Aquila l'8 settembre 1841, due anni dopo una quinta in Cosenza; e poi una sesta in Reggio Calabria nel 1847; una settima, che fu la famosa congiura del 15 di maggio, e finalmente un’ottava nel 1848 in Sicilia. L’opera dei settarii essendo universale in tutta Europa, altri Stati e più potenti di Napoli, subivano eguali scosse, senza che riuscissero a domarle. Francia, Spagna, Portogallo ne andarono vittime.
Ferdinando II, in quel modo che teneva testa alle fellonie dei rivoltosi, resisteva fortemente alle prepotenze di diplomatici frammassoni. In Ispagna, essendosi con un atto arbitrario ai danni del legittimo possessore del dritto di successione al trono, cambiato l’ordine della medesima successione, il 18 di maggio 1833 protestava solennemente contro la Prammatica Sanzione del maggio 1830, — e contro qualunque atto che potesse alterare o indebolire quei principii, che finora sono stati la base del potere e della gloria di Casa Borbone.
Nel 1840 affrontava l’ira britannica, annullando il contratto della Compagnia Taix Aycard, e dichiarava: «Il trattato del 1816 non è stato violato dal contratto dei zolfi; in luogo di danni gl’Inglesi hanno ricevuto benefizii. Ho dunque per me Dio e la giustizia; sicché fido più nella forza del diritto, che nel diritto della forza.» — Quale sovrano oserebbe parlare così di questi tempi! — L’Inghilterra si vendicò poi vilmente di lui aizzandogli contro la rivoluzione; ma la gloria di Re Ferdinando non ne fu che più bella, e tra lui e l’Inghilterra giudicherà inesorabile la storia.
Abborrendo gli ordini repubblicani, che avevano in Roma spodestato il Papa, e in Francia messo quel nobile paese sull’orlo del precipizio, fece tacere Ferdinando II nel suo animo ogni altra considerazione per quanto grave e legittima, e per il primo riconobbe Luigi Napoleone, mascherato da buon cattolico per tradire la Chiesa, come in Roma si era mascherato da femmina per tradire un onesto tetto maritale (58); e quel trista ne lo ricompensò poi nel figlio Francesco II, nel modo che ben presto e minutamente vedremo.
Dei primi anni del regno di Ferdinando II, in ordine alla rivoluzione, abbiamo detto più d’una cosa nel nostro primo (ne del 18W)volume, e principalmente circa lo spirito cristianamente liberale, del quale tanto ebbero ad allarmarsi i potentati di Europa, il Piemonte per il primo! Ora mette bene aggiungere qualche parola intorno alla rivoluzione del 1848 ed alla magnanimità di Re Ferdinando nel lottare contro di essa e reprimerla.
«… In mezzo al vociare della parte liberale per tutta Europa e la esecrazione di ogni gente, segue a scrivere il citato Maddaloni, teneva duro Re Ferdinando di Napoli, il quale conosceva i motivi di quei fatti, sapeasi come mal si patteggi con naturale nemico, come il compito delle ri volture bene spesso fosse tutt’altro che quello venne proclamato in loro esordire. Vagheggiatori noi pure di riformazioni e d’indipendenza nazionale, e di confederazione di Principi, e però avversi allora a quel Monarca, la miseria in che ora veggiamo condotto il nostro paese ne costringe, come cristiano e gentiluomo, a fare ammenda, e però a lodare quel Principe, per appunto di quella renitenza, che allora tenevamo a malvagia.
«E Re Ferdinando, oltre al comprendere la natura della rivoluzione italiana (preveggenza del che era incapace la inesperta e non bene addottrinata gioventù) opponevasi alle richieste di riformazione che gli venivan da tutte parti d'Italia, ed anche di oltrealpe, mostrando, come già i sudditi suoi fossero in possesso di quegli istituti e quegli ordinamenti, allo stabilimento de' quali procedevasi con tanta festa per altre provincie italiane. E di vero non andava errato. Ma egli che della indipendenza del suo paese #e di sua corona non aveva solamente l’amore, ma la gelosa smania, trovavasi quasi isolato fra i Principi di Europa; solo ligato di amistà con l’Imperatore delle Russie… Intanto aveasi nimicata Inghilterra, che per la signoria de' mari è ognora propinqua agli Stati della Penisola. Laonde tra i potentati di Europa non pochi associavansi al grido della piazza e della stampa contro il Monarca napolitano; e il Governo britannico caldeggiava tumulti nell’estrema parte della penisola e ribellava Sicilia al suo Signore, facendo gridare la Costituzione riformata del 1812, e indipendenza dallo Stato di terra ferma.
«Però Re Ferdinando, costretto dalla guerra intestina e dalla esterna malvoglienza a restaurare Sicilia di sue antiche libertà, concessene anche a Napoli; ma sventuratamente troppe, e di quelle innaturali al paese, perocché figliate non dagli antichi ordinamenti e costumi e necessità di esso; ma sì dalle male massime, per le male arti, e fra i maledetti marosi delle rivolture francesi.
«Laonde e pel soverchio di tali concessioni, e perché il conceder costretto è sempre pronubo di sospetti, né sa amicare persona al donatore, Sicilia continuava in sua pervicacia contro al Re ed alla gente napolitana. E i settatori della Giovine Italia e gli Albertisti (fautori del Piemonte), accorsi a Napoli prestamente dalle altre provincie d’Italia, immediate dopo la promulgazione dello Statuto, diedersi a fare tumulto contro alla Dinastia imperante, contro agli ordini religiosi, violando la testà giurata Costituzione con la cacciata de' Gesuiti, e chiedendo Statuto anche più democratico di quello democraticissimo che era stato dato al Reame: una sola Camera, revisione e fecondazione di una legge che schiudeva libertà, le quali sarebbono state anche troppe per i civili e morigerati popoli della Magna, della Brittannia, ecc. (59) — Fin qui il Maddaloni, il quale era lungi dall’immaginare, quando scriveva questa bella pagina, quel che abbiamo veduto e vediamo ora accadere presso quei popoli civili e morigerati.
La rivoluzione, vinta nell’alta Italia dagli Austriaci con la rotta toccata da Carlo Alberto a Novara; nell'Italia centrale, con la presa di Roma, fatta suo malgrado da Luigi Napoleone, e dopo lo sbaragliamento dei settarii il 15 maggio a Napoli, vinta anche in Sicilia da Re Ferdinando con le proprie armi, si spegneva in tutta Italia: ricoverandone i dispersi avanzi in Piemonte, saccarezzati e fomentati dal galantuomo Re Vittorio Emanuele e dal suo degno governo per la futura riscossa sotto la tutela del Bonaparte.
Il governo del re Ferdinando II apparve fin dal primo momento preveggente e paterno. Il suo proclama degli 11 gennaio 1831 è dettato in un linguaggio franco e leale che non trova riscontro nelle storie dei nostri tempi. Il novello Re diceva, — aver voluto, conoscere in tutta la nudità lo stato di situazione della tesoreria generale, e per quanto trista la si fosse, egli non ne farà mistero... Il deficit è di ducati 4 milioni 345 mila 251. — (60)
Nel 1831 sembrava una enormezza al giovine Re di Napoli il deficit di poco più di 4 milioni di ducati. Allora a nessuno poteva venire in capo che succederebbe un’epoca, nella quale invasori, detti liberali per antifrasi, si vanterebbero di esser venuti in Italia per rigenerarla e felicitarla, facendo salire il deficit annuale a 300 MILIONI DI LIRE con un debito pubblico di oltre 6 MILIARDI!... (61)
La saggia economia che prometteva il Re nel suo proclama veniva rigorosamente osservata, e produceva frutti superiori ad ogni aspettazione. E poiché il comando allora soltanto riesce utile ed efficace quando vada accoppiato coll’esempio, il Re principia da sé stesso e dalla sua corte, scemando la lista civile di annui ducati 370 mila (reai decreto 9 novembre 1830); con altro decreto dei 4 febbraio 1831 riduce alla metà lo stipendio dei ministri; diminuisce di altrettanto i bilanci della guerra e della marina; economizza annui ducati 600 mila circa sugli esiti di tutti gli altri dipartimenti governativi; e cosi ottiene l’annuo risparmio complessivo di un milione 241 mila 667 ducati; con che supplisce al vuoto erariale. Contemporaneamente affranca i popoli dal gravoso dazio della macinatura dei cereali; abolisce altri diversi dazii; (62) modifica a vantaggio del commercio la tariffa doganale, sopprimendo la sopratassa di consumazione. (63) Ribassa i dazii sulla immissione di oltre cento dieci categorie di prodotti stranieri utili per l’industria, per l’agricoltura e per le manifatture; (64) disgravai soldi e le pensioni dal peso della tassa; (65) sopprime del tutto i dazii d’esportazione su taluni prodotti indigeni; (66) scema di molto il dazio sul tabacco estero (67) e sui diritti di bollo alle merci estere; (68) allevia le imposte sulla esportazione dell’olio di olive. (69)
Con poca spesa, ed in soli 4 anni, fa incanalare il famoso lago di Fucino; restituisce all’agricoltura oltre a 800 mila moggia di terreno del fertile tavoliere di Puglia, svincolandolo da pregiudizievoli consuetudini. Vantaggiosissimo poi per il popolo e non imitato da nessun Governo costituzionale, né dalle antiche o moderne repubbliche, è il decreto dei 29 settembre 1838, col quale si rivendicano a benefizio dei comuni le usurpazioni dei. prepotenti; e la divisione dei demani comunali fra i cittadini più indigenti a norma della legge; e con ciò, senza averne gl’inconvenienti, si attuava a pro del proletario la legge agraria, eterno sospiro della democrazia di Roma antica. Compie i ponti a filo di ferro sul Garigliano e sul Calore, primi in Italia; siccome egualmente prima in Italia è la ferrovia costruita sotto i suoi auspicii, (70) prima e perfezionata é la navigazione a vapore.
Cosi Ferdinando II ristaura la pubblica finanza, reintegra la fiducia generale, a segno da far quasi duplicare il corso dei fondi pubblici dal 68 al 118, cosa non mai più verificatasi in alcun altro paese. Soddisfatti i bisogni, compiute opere di nazionale utilità e decoro, riesce in oltre a ben bilanciare le entrato con le spese, anzi ad aumentare le prime assai al di sopra delle seconde. Il gran libro, la cassa di sconto, quella di ammortizzamento vengono così mirabilmente regolate, che il Debito pubblico napolitano per le sue operazioni e per la sicurezza raggiunge l'apice del credito europeo, ispirando incrollabile fiducia meglio dei più opulenti Stati.
Quindi è, che bene a ragione quel sommo politico della Gran Brettagna, Sir Roberto Peci, quando da primo ministro sostenne il principio del libero scambio, ebbe a pronunziare le memorande parole: — «Io debbo dire, per rendere giustizia al Re di Napoli, di aver veduto un suo documento autografo, che racchiude principii così veri, come quelli sostenuti dai professori più illuminati di economia pubblica.»
Del resto gli uomini più illustri ed eminenti rendevano giustizia alle reali qualità di Ferdinando II. Per non dire di cento altri, Cobden, il celebre economista Inglese, si chiamava stupefatto dalle sue risposte sul libero scambio; l’Arciduca Carlo, portatosi a Napoli nel 1840, ne partiva innamorato della persona e delle qualità del Re, il quale produceva pure le più belle impressioni nell’animo dell’Imperatore Niccolò di Russia, quando l’ospitava nel 1847, al suo ritorno di Sicilia.
In Napoli adunque, per confessione di amici e di nemici, floride finanze, non debiti, non aggravii, non enormezze officiali, non atrocità di delitti, non empietà; ed invece quiete nei popoli, mitezza e benignità nei governanti, abolita quasi la pena capitale dal 1851 al 1854; e ciò non ostante, il Re fa grazia a 2713 condannati per delitti politici ed a 7181 altri per reati comuni, che formano un totale di 9894 individui amnistiati: e notisi che ciò avveniva ad onta delle molte migliaia di settarii frammassoni, che da quasi un secolo travagliavano quel troppo felice paese. — Sarà forse per questo che i cospiratori subalpini chiamarono tiranno il re Ferdinando! —
Nell’accennato periodo, come si desume da dati statistici officiali, i tribunali criminali pronunziavano 42 condanne capitali e tutte sono condonate dal Re, che ne commuta 19 coll’ergastolo, 11 con 30 anni ai ferri e 12 a pene minori. Napoli non ha conosciuto la deportazione in lontane e malsane colonie, come altri potenti stati a Botanvbav, a Lambessa, a Cajenna; e come dopo il 1861 si prattica dal Piemonte, che trascina numerose turbe d’infelici dai tiepidi climi meridionali alle rigide terre di Sardegna, e studia financo come trarne altri sulle coste africane di Mozambico.
In una lettera diretta dal sig. Benedetto Castiglia, consigliere della Corte di Cassazione in Palermo, al sig. Vigliani procuratore generale della Corte di Cassazione in Torino, su l’abolizione della pena di morte, si afferma: «essere fatto storico che re Ferdinando fin dal 1831 ordinava al suo ministro di giustizia Niccola Parisio non doversi eseguire niuna sentenza di morte, se prima non fosse stato rassegnato analogo rapporto al Re, il quale d’allora in poi fece sempre grazia della vita ed il risultamento si fu che la pena di morte, eccetto due o tre casi (nel corso di 30 anni) reclamati dalla pubblica opinione, era rimasta scritta solamente nel Codice, ma nel fatto la si era abolita; la quale mitezza d altronde non aveva aumentato il numero dei reati, anzi li aveva sensibilmente scemati.» (Questo documento fu letto nella Camera dei comuni d’Inghilterra, seduta degli 8 maggio 1863). Intanto se da dati officiali risulta che nel triennio 1851-1854 Re Ferdinando fece grazia a 9894 condannati; da dati officiali egualmente si ha che 10 anni dopo, e precisamente nel triennio 18611864, gl’invasori piemontesi delle due Sicilie hanno atrocemente fucilato un numero di gran lunga maggiore d’individui. Nel solo primo biennio di governo, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio ne ha liquidata la cifra di 7151! —
Quando ire di parte e privati rancori accecano la mente di qualche scrittore di libelli, Ano a rimuovere da polverosi archivi del secolo passato le processure criminali per reati comuni di proverbiali atrocità, e ad inventare cifre per esagerare il numero de' condannati politici come fa l'emigrato napolitano Mariano D’Ayala nel citato opuscolo, — Vita del re di Napoli, — a solo fine di calunniarne la dinastia dei Borboni; chiunque ha amore per la verità storica e rispetto pel patrio decoro, ha sacro dovere di proclamare la mala fede e la falsità delle accuse, per far ricredere gli estranei, i meno informati, e salvare dall’errore la posterità. Le sciagurate vicende del cadere dello scorso secolo produssero vittime; ma fra queste voler comprendere a carico del Governo individui condannati per assassinii comuni, per coniugicidii (come i Guastamacchia ed altri segnati a pag. 86 del citato opuscolo), altri caduti nei conflitti popolari, o periti per suicidio, o facendo saltare in aria il forte a Vigliena per ferocia di sentimenti repubblicani (come Toscano ed altri pag. 87) è un voler denigrare con animo deliberato Con questa tattica non vi è governo, sia pure il più perfetto possibile, il quale possa andare immune da attacchi.
Stando alla stessa odiosa statistica dello autore anzidetto si ha: — I. che dal 1849 al 1856 il totale delle grazie e commutazioni di pene a individui accusati per reati politici, ascende a sedici mila ottantatré, de' quali si fa merito alla Sovrana clemenza di Re Ferdinando (pag. 7880 del detto opuscolo); — li. Che i condannati a' ferri nel bagno di Procida pe’reati politici (18481849) ascendono alla cifra di 783 (pag. 78, ivi); — III. Che nei 60 anni dal 1794 al 1856 i condannati a morte, anche per reati comuni, ammontano a 340 (pag. 77, ivi); — IV. Che per la rivoluzione militare del 1821 i soli ad espiare pena capitale furono i noti sotto-tenenti Morelli e Silvati (pag. 87, ivi). — Attribuire poi a torto di un governo, se i rei di cospirazione vogliono spatriare per sottrarsi dalle pene legali, e soffrono e muoiono nell’esilio; se altri soccombono a vendette particolari cui hanno dato provocazione co’ loro precedenti, è lo stesso che pretendere la degradazione del Governo stesso, il quale ad omaggio de' propri nemici, anzi per farsi vieppiù disprezzare, abbia a suicidarsi. — Il Piemonte (del quale lo scrittore dell’opuscolo è ammiratore appassionato) impossessatosi del reame di Napoli, quali cifre offre in uomini uccisi, imprigionati, proscritti, ed in paesi bruciati!... Egli non lo dice; ma le popolazioni che soffrono e muoiono hanno imparato a conoscere i calunniatori de' legittimi Re. (71)
Sul modo e sul numero de' giudizii compiuti dalla magistraturanapolitana,sotto il Re Ferdinando I, nel 1799, si è tanto declamato da tutti gli scrittori di storie da quell’epoca fino ad oggi, che le presenti e le future generazioni stenteranno a dicifrare le iperboli, le calunnie e lo spirito di parte dalla verità dei fatti. La riservatezza e la imparzialità che ci siamo proposti per regola di condotta ci mette alla portata di poter affermare le cose su l’autorità di atti e documenti irrecusabili.
La Giunta suprema pe’ reati di stato del 1799 non ha meritato i rimproveri che le si sono scagliati contro. — Nel corso della sua gestione due sono le cose da considerarsi: da un lato la violazione prepotente fatta dall’Ammiraglio Nelson, nell'interesse della Gran Brettagna, della capitolazione conchiusa ai 23 giugno 1799 tra il Cardinale Ruffo, Vicario generale, e il comandante de' rivoluzionarli fortificatisi in Castelnuovo ed altri forti di Napoli; d’altro lato la decisione emessa dai medesimi giudicanti a carico d’imputati notoriamente colpevoli del misfatto di alto tradimento. — Che le decisioni abbiano sollevato molti odii è cosa propria dell’epoche di reazione, ma ch’esse possano essere tacciate d’illegalità e passione non ci pare affatto provato. Si è parlato di una giurisdizione eccezionale che avrebbe preceduta codesta sentenza. Il fatto non è inesatto; ma è necessario aggiungere, che tale giurisdizione eccezionale fu messa in vigore quattro mesi dopo, quando si vide quanto sarebbe stata più pregiudizievole ai giudicabili una istruzione giudiziaria con le antiche forme compromessiva per un maggior numero di persone e prorogabileall’infinito. — Un decreto del 7 settembre 1799 stabilì alcune categorie, al di là delle quali ogni arrestato doveva essere messo subito in libertà. Più di settemila incolpati rientrarono cosi nelle loro famiglie. In quanto a' ribelli, la cui complicità nel favorire la repubblica poteva emergere dalle interrogazioni (ed il numero ne era grande), essi non furono per nulla molestati. La Giunta giudicatrice pronunziò in tutto 998 condanne, delle quali 99 importavano pena capitale, 222 prigionia perpetua, 322 diverse pene temporanee, 288 la deportazione, e 67 l’esilio con la confisca provvisoria. La maggior parte di codeste condanne fu annullata con ordine sovrano di amnistia, che fu pubblicato nel mese di giugno del seguente anno 1800.
Queste particolarità non sono senza interesse, e lo storico non può ricusarsi a tenerne conto. Senza dubbio la restaurazione del 1799 fu accompagnata da qualche severità; ma se fu cosi, egli è perché tra il Re ed i promotori della decaduta repubblica partenopea eravi un abisso insuperabile, cioè, la opinione pubblica di quell'epoca. Il popolo napolitano, che il dispotismo esoso del regime repubblicano aveva esasperato, e tutti gli abitanti delle provincie e delle campagne con le armi alla mano non intendevano la clemenza nella loro indole focosa. Ed è ciò tanto vero che, quando comparve il decreto anzidetto dei 7 settembre 1799 per le classificazioni categoriche, il Cardinal Ruffo, malgrado della sua umanità e del suo orrore per il sangue, non osò farlo eseguire; convenne aspettare che la calma fosse rientrata negli spiriti, onde evitare a' prigionieri, che sarebbero stati messi in libertà, una sorte mille volte più crudele dell’esilio e della prigione. Tale è il segreto dei rigori esagerati dalla setta, e che ripugnavano a Ferdinando I. E se egli perdonò, fu a spese della sua popolarità.
E qui prima di aggiungere qualche parola circa la rivoluzione del 184748, e inoltrarci a dire, più distesamente del governo di Re Ferdinando II, cotanto indegnamente calunniato dai settarii a' danni del suo trono, diamo a ino’ di corollario il seguente sguardo sulle inaudite atrocità commesse dagli invasori piemontesi nel regno di Napoli, le quali fanno un edificante contrasto con la cosi detta tirannia dei Borboni.
Mentre si stampavano queste pagine, l’Inghilterra del famoso Gladstone, volendo prepotere in Egitto, come in ogni luogo dove abbia un interesse pecuniarioqualsiasi da salvaguardare, bombardava spietatamente Alessandria gettandovi laruinae la morte. La stampa liberalesca dell’Italia Una, fatta da lei, pei suoi interessi, le si è d’un tratto levata contro, cosi che i fogli inglesi, in tono tra l’iroso e il lamentevole, ripetono il — tu quoque Brute, fili mi — del primo Cesare. Ma i fogli cattolici e conservatori rimbeccano per bene le tardive querele di quel giornalismo venale, ed hanno articoli stupendi di ravvicinamenti e di confronti, che noi faremo ampiamente a suo luogo, e che se fanno fremere, fanno pure rallegrare chi spera in Dio e ha fede nella sua onnipotente giustizia. Ed ecco un saggio degli articoli suddetti:
«Noi invitiamo i nostri lettori, scrive l’ottimo Ordine di Como, a ritornare indietro poco più di una ventina di anni. Non vedranno Alessandria distrutta dalle bombe inglesi; ma vedranno, o ricorderanno fatti che riempiono ben assai più di orrore, quando l’umanesimo si senta davvero e non si finga solo a parole, più ostentandolo quanto meno si prova: e ostentandolosolo perché non si é potu to avere un posto al banchetto, sia pure un banchetto da belve e da caraibi. Avvertiamo poi che le nostre sono soltanto spigolature; si arguisca da ciò alla serie dei fatti.
Alessandria è bombardata dagli egiziani? Non già; ma da ingordi stranieri. Gaeta fu bombardata… da Italiani! Le bombe piovvero sulle case, sulle chiese, sugli ospedali, per quattro mesi; una giovane ed eroica Regina vi arrischiò la vita, più ancora pel crepacuore che per gli esterni pericoli. Finalmente scoppiavano le polveriere. Chi ci aveva messo di sotterfugio il fuoco? Coloro che annunciavano libertà e redenzione!
«Cavour avea, prima che ciò avvenisse, sconfessato Garibaldi davanti alla Francia ed all’Europa, e scritto al Re di Napoli che partivano vascelli sardi per arrestare l’avventuriero. E in pari tempo aveva scritto all’ammiraglio Persano: Cercale di navigare fra Garibaldi e i legni napolitani. Spero che mi abbiate compreso. Persano lo comprese diffatti, perché riuscì nella nobilissima impresa assai meglio che nella padronanza delle acque di Lissa (della quale diremo a suo tempo, e dove con vergognosa sconfitta pagòil fio dei misfatti di Ancona e di Gaeta).
«Il medesimo Cavour aveva scritto a Lafarina? Persano vi darà appoggio quanto potrà.
«Più tardi, quando Garibaldi, (accesa la rivoluzione in Sicilia coll’aiuto degli Inglesi, che allora i liberali non trovarono barbari) volle tornare sul continente, Cavour spedi il deput. Bollerò ed il Casalis, ciascuno con 500,000 franchi, onde coadiuvassero quel passaggio. I bastimenti sardi ricevettero ordine di proteggerlo. Sono parole di Nicomede Bianchi, nei Documenti sul Conte di CAVOUR. Frattanto al Re di Napoli venivano corrotti e comprati gli ammiragli, i ministri, i generali, tra' quali tristamente famoso il Nunziante. Allorché egli ebbe ricorso alle armi, il Piemonte gli fé dire che voleva marciare esso contro Garibaldi. Narrò a Napoleone che costui minacciava Roma (ove allora sventolava il vessillo francese), e n’ebbe il permesso di traversare gli Stati Pontifici senza pregiudicare l’autoritàdel Papa, e per combattere, quando fosse stato necessario, la rivoluzione sul territorio napolitane!?...
«Otto giorni dopo, Cavour imponeva al Papa di licenziare il suo eser cito; né il comando polea ancora essere stato notificalo, che già Cialdini entrava con 70,000 uomini negli Stati della Chiesa, toglieva a Pio IX le Marche e l’Umbria, e se il generale Govon non appostava soldati alla fronti era del patrimonio di S. Pietro chi sa che il 20 settembre 1870 non fosse stato anticipato di parecchi anni. Ancona intanto fu bombardata, senza pregiudicare per nulla l’autorità del Papa! — E dopo Ancona, Gaeta... E Garibaldi è combattuto col mandargli da Napoli, per opera del Ministro piemontese, battaglioni di bersaglieri; la rivoluzione é combattuta col far fulminare dalla flotta sarda le truppe di Francesco II nel bel mezzo della battaglia; coll’occupazione, operata da Cialdini, degli Stati di quel Re, il cui Ministro plenipotenziario stava ancora a Torino, trattando alleanza!... Cavalcando, al lato del combattuto avventuriere dalla camicia rossa, il Re piemontese nel suo solenne ingresso a Napoli!... E allora il governo, che aveva proclamato in faccia all’Europa d'ignorare la spedizione di Garibaldi, diceva dei seguaci di costui: Erano italiani (i Napolitani erano forse calmucchi?) non ho potuto (!) né ho voluto trattenerli. Cavour dichiarava quelli avvenimenti conseguenza necessaria della politica seguitala dal Piemonte pei 12 anni precedenti. E aggiungeva: Noi abbiamo bisogno di Roma per capitale; dentro sei mesi sarà nostra. Il Parlamento la proclamava tale il 29 marzo 1861. (Ma Cavour, colpito da Dio, calava nella tomba prima che i sei mesi si compiessero!)
«Torniamo a Napoli.
«Si disse che i Piemontesi entrarono in Napoli chiamati dal plebiscito popolare. Ora l’ingresso di Cialdini fu il 18 ottobre, e il plebiscito tre giorni dopo: quanto bastava per essere artitìziato.
«Due misi dopo il plebiscito, eleggendosi i deputati per un collegio, adunaronsi Sessanta elettori nel quartiere del Mercato; di 180. 000 abitanti, Paolo Cartese trionfò con quarantatré voli sull’avversario, che n’ebbe quarantuno: 84 voti!!? Alle elezioni municipali presero parte 800 elettori in una città di mezzo milione. Bel plebiscito!
«Ma v’ha di più; poiché i Napolitani insorsero anche colle armi. — Allora le vicine provincia furono poste in istatod’assedio e cominciarono le umanissime gesta di coloro che oggi imprecano all’Inghilterra!
Cialdini annunzia in un proclama: Avvertite che io farò fucilare tutti quelli che saranno presi colle armi alla mano. Ho già cominciato oggi. Prima che fosse avvertito!
«E Pinelli: — Soldati, siate inesorabili come il destino; purifichiamo (!) colferro e col fuoco queste regioni infette dall’immonda bava del prete (!!!).»
«E Galateri: — Vengo ad esterminare i briganti (cosi chiama i Napoli. tani fedeli al loro Re) armatevi di falci, di forche, di tridenti, e inseguiteli in ogni luogo.... Chiunque darà asilo a un brigante sarà fucilalo senza riguardo di età, di sesso, e di condizione. (sic)
«Nicotera, che pure fu ribelle al suo Re, indegnato, esclamava alla Camera piemontese: — I proclami di Cialdini e degli altri capi (Nigra, Fumé), i succitati ed altri) sono degni di Tamerlano, di Gengis-Kan e di Attila! —
«Né rimangono lettera morta quei proclami. — A Pontelandolfo sono scannate 30 donne rifugiate a pié di una crocei
«Il deputato Ferrari, tornando da quelle provincie, diceva: Ho veduto 12 villaggi inceneriti… Ho veduto le rovine di Pontelandolfo, città di cinquemila abitanti, e di Casalduni, città di settemila abitanti. E Cialdini freddamente scriveva; Ieri mattina fu fatta giustizia (!) di Pontelandolfo e Casalduni!»
«Eguale giustizia si fece a Castellamare sicula.
«Il deputato Miceli, favellando di Fumel, che a Torino era chiamato il salvatore della Calabria, esclamava: Ho sentilo il sangue corrermi alla fronte, quando lessi che il colonnello Fumel aveva salvala la Calabria col fucilare 350 prigionieri!»
«Ferrari, summenzionato, cosi esprimevasi il 29 novembre 1862:
«Si fucilano, si imprigionano famiglie intiere; il numero dei carcerati è strabocchevole. E’ una guerra di barbari! Se il vostro senso morale non vi dice che voi camminate nel sangue, io più non v’intendo! E quello che dico del regno di Napoli, lo dico pure della Sicilia; colà pure si imprigiona, si uccide, si fucila, senza alcun processo... E’ un sistema di sangue.... Ma non ècollo spargere il sangue a torrenti che si rimedia.... Nell'Italia meridionale non si esce da un sistema di sangue; e chiunque porla una divisa crede di avere il diritto di uccidere chiunque non ne sia rivestilo.»
—Questi son fatti, sono storia; più altri ce ne rimangono a rammentare, ma ora ci restringiamo a questi, che del resto bastano per coprire di onta eterna, se ne fossero capaci, i fabbricatori di questa sozza babele che si chiama Unità italiana e i loro manutengoli, fautori e sostenitori frammassoni e sedicenti cattolici di tutte le gradazioni e di tutti i colori. —
«Oh, come è ipocrita, come stomachevole, l’imprecazione all'Inghilterra del 18821 mentre col favore dell’Inghilterra del 186162 si compierono negli stati del feroce e spietato tiranno, Ferdinando II, di venerata memoria, barbarie simili alle mentovate e ad altre infinite: e si applaude tuttodì ai loro autori, e se ne godono gliinsanguinati frutti senza ribrezzo, anche da certi cattolici peggiori dei liberali!
«Lasciate a noi, che chiamale nemici della patria, ma che non abbiamo mai steso la mano a macellare i nostri fratelli; lasciale a noi, che dite fautori dello straniero; ma che non abbiamo invocato e pagato né stranieri né nazionali ad esserci complici di nefandi orrori (non bisognando complici ove non si agisce per libidine di misfare); lasciate a noi clericali, o umanitarii bugiardi, il detestare, e sinceramente, le crudeltà dell’Inghilterra, come detestiamo le vostre ben più selvaggio e ribalde. Le nostre non sono lagrime di coccodrillo!...
«Ma proseguiamo la rapida rassegna delle gesta nefande, alle quali si deve l’annessione di Napoli al Piemonte, e la cosi detta Unità ¿'Italia.
«Nei proclami dei capi piemontesi leggevasi: Se il tale, se il tal altro non si presenterà nel termine di 24 ore, farò distruggere la sua casa, imprigionare i suoi parenti, vendere i suoi beni, e quando sarà preso sarà tosto fucilato.»
«Poscia fu inventala la tariffa del sangue:
a Tanto per chi consegnerà, in qualunque modo, un capo di banda (sic); tanto a chi condurrà un Napolitano vivo; tanto a chi lo presenterà morto. Due circolari cosi concepite, una della Commissione centrale per la distribuzione dei sussidii, e una della Commissione provinciale della terra d’Otranto furono citate da Cochrane nel Parlamento inglese.
«Il 1 d’agosto 1863, (siamo già a meno di 19 anni addietro) la legge Pica mandava ai consigli di guerra non solo i sorpresi colle armi alla mano, ma anche i lor complici e fautori, a quelli che li hanno nascosti e hanno somministrati loro dei viveri.
«Cosi dal maggio 1861 al febbraio del 1863 furono 1038 i Napolitani fucilati, secondo una relaziono letta nella Camera dei deputati, certamente al di sotto della vera cifra.
«Lord Lennox ricordava poi al Parlamento inglese gli 89 Consigli municipali e 90 corpi di guardia sciolti in poco più di 4 mesi. Nella sola Napoli furono soppressi 27 giornali. Un giornale era confiscabile anche da un semplice questore, di suo pieno talentai
«E che dire dei prigionieri? Lo stesso Lennox depose: In una sola notte, la polizia faceva una retata di duecento persone, uomini e donne, e fra essi un prete che passava i 90 anni, e chiudevali in prigione. E Benting, pure nel parlamento inglese, computava in più di ventimila, dalla relazione del Console inglese e dai documenti presentati alla Camera torinese, i prigionieri politici. Boyer, anch’esso deputato, asseriva francamente che, cominciando dai primi giorni dell’annessione quel numero era salilo a settantamila.» E non erano neppure interrogati, languendo mesi ed anni senza manco sapere di che fossero imputati.
«Una relazione, deposta nella Camera di Torino, dice: Ho visitato le prigioni di Milazzo. Oh, quale orrore! Né son uscito coperto d’insetti, col cuore addolorato; quasi arrossivo di essere italiano!»
«Ivi stesso soggiungeva il Ricciardi, avere veduto più di 1000 prigionieri a Palermo, — accumulati gli uni sugli altri come le alici in un barde. — Il pane che si dà ai carcerati, diceva, è tale ch’io non mi sentirei di augurarne uno simile al Conte Ugolino.... Le nostre prigioni sono piene, q in più d’un caso piene d’innocenti.... La vita e la libertà dei nostri concittadini dipende dal capriccio di un capitano, di un tenente, di un sergente e perfino di un caporale.
«Maguire affermava nel parlamento britannico; La legge di Dio e quella degli uomini furono violate entrambe!»
«Il citato Lord Lennox descrive cosi una scena nel cortile d’una prigione:
«I carcerati si precipitano ai nostri piedi mandando grida lamentevoli; cogli occhi sanguigni, le braccia protese, a supplicare, non per la libertà, ma per un processo; non pel perdono, ma per una sentenza.... L’espressione e la condizione dei reprobi nell’inferno di Dante danno la più giusta idea della scena che allora si presentò a noi nel cortile di quella prigione.... In Inghilterra non si sarebbe osato dare neppure alle bestie il cibo che era distribuito a quei miseri carcerati.... Posseggo una lunga lista di donne messe in carcere senza essere state giudicale né interrogate. In quelle prigioni, donne virtuose erano alla rinfusa con prostitute; sacerdoti e giudici con assassini; gentiluomini ad una stessa catena coi galeotti. In una oscura e misera stanza erano 4 uomini legati insieme con pesanti catene. Il sig. De Luca era alla medesima catena con un brigante condannato per assassinio; cosicché un gentiluomo italiano, sol perché aveva la disgrazia di aver idee contrarie a quelle del governo di Torino, era incatenato al malfattore più vile!
«Abbiamo accennato questi orrori colla scorta del Dupanloup (La convention du 15 Septembre et l'Encyclique du 8 Decembre); ma egli ha sollevato appena un lembo del funereo e sanguinoso velo che cuopre quel gioiello che per ¡strazio chiamasi Unità Italiana Però non ne abbiamo noi abbastanza per arrossire di essere italiani?!...
«Ed ora, con alte proteste, si maledice all’Inghilterra (bombardatrice di Alessandria) Le si maledice da chi l’ebbe complice nelle descritte e nelle tante altre barbarie, e perfino nel fingere una vittima della — tirannia borbonica — in quel Poerio, che fu una spudorata invenzione, da cui per lunghi anni si trasse appiglio, insieme col nobile Gladstone, a maledire il Sovrano di Napoli. Cosi sotto un cumulo raccapricciante di crudeltà purtroppo vere, avevasi ed bassi la temerità e la mutria di imprecare a chi potè essere accusato solo di spietatezze calunniosamente inventate.
«Come piace vedere codesti stomachini pieni di carità e di compassione codesti filantropi commossi negli imi precordii! Ah, la negata dall’Inghilterra partecipazione alla preda, quali metamorfosi sa operare)
«Ma evochiamo qualche altro ricordo, alquanto più antico. Gli 8 dicembre 1856, il soldato Agesilao Milano, insorto calabrese del 1848, amnistiato nel 1852, ed entrato nell’esercito di Ferdinando II con carte false, avventò un colpo di bajonetta a quel Re, che tornava da Messa con tutti gli alti impiegati (cosa che oggi non entra più neppure nel numero delle supposizioni possibili!). Napoli si diede a pubblici tripudii perché il suo Sovrano scampò dal sacrilego attentato; il Milano fu giustiziato 4 giorni dopo.
«Questo si rinfaccia continuamente a quel Re, quasiché un regicida non sia degno di cento anziché di una morte. Ma quello che pochi forse sapranno si è che consigliarono ed affrettarono quel supplizio, gli stessi settarii, pel grave pericolo che sovrastava a loro ed a potenti felloni, come ai loro più vitali interessi, se il Milano, affiatato coi capi della setta all’estero, e incaricato dell’elenco degli affigliali colla relativa biografia, possidenza, attitudine rivoluzionaria, ecc., avesse denunciato i complici, come erasi mostrato disposto a fare (72). Cosi un tradimento contro Ferdinando II, un altro contro il mal destro sicario inflissero a quello sciagurato la pena del capo.
Ma v’è di più. Prima ancora che a Torino giungesse la notizia del tentato regicidio davasi per sicuro che, riuscisse o no la sollevazione siciliana, le cose di quel Regno dovevano in ogni modo essere cambiate, e ristabilirvisi la Costituzione. Anzi l’assassinio era stato annunzialo, sebbene copertamente, prima ancora che fosse tentato.
E saputo fallito il colpo, grande fu la rabbia dei settarii del Piemonte. La prezzolata stampa inglese faceva eco, e il Morning Post del 22 dicembre 1856, con incredibile cinismo, invitava Ferdinando ad imparare dalla nobile condotta del regicida, cui esaltava a cielo. A Torino fu fatta al Milano l’apoteosi e gli fu dedicala una via. In Ginevra si coniarono medaglie coll’effigie sua e del Bentivenga, altro suo degno emulo, e l’almanacco nazionale del 1857, anno IX, edito a cura della Gazzetta del Popolo, chiamavali santi (pag. 71 e segg.) a in nome dell’Italia e di V. E. Garibaldi assegnava vistose ricompense, a spese dello Stato, alla madre ed alle sorelle del Milano. Il fratello Ambrogio, sostituito da Agesilao nella milizia per l’abbominevole fine, ed il fratello Camillo, scritturale nella Cancelleria comunale (che subito dopo l’attentato rinnegavano la fraternità con quello scellerato, da cui viveano separati anche prima) fecero poi valere la stessa fraternità, approfittando della corrente rivoluzionaria, quale un merito per afferrare cariche lucrative.
«Cavour, accennando al tentato regicidio, ed alle esplosioni del deposito di polvere e del vapore Carlo III nel porto di Napoli, avvenute una solo 9 giorni dopo il delitto del Milano, e l’altra il 4 gennaio del 1857 deplorava quell’attentato orrendo e quei falli dolorosissimi. Ma non esprimevasi più cosi, quando, incominciando a scuoprir le carte nel giuoco dell’annessione delle due Sicilie, scriveva all’ammiraglio Persano: essere arrivalo il tempo delle grandi misure, e doversi fucilare senza pietà i marinai napolitani che, costretti a servire sulle navi sarde, ne disertassero per non combattere contro il proprio Re, tuttoché le leggi del paese non ammettessero pena capitale perla diserzione. (Nicomede Bianchi: Documenti sul Conte Cavour, p. 104).
«Non dunque maledizioni, ma applausi e congratulazioni dovrebbero gl’italianissimi moderati, al pari dei settarii più avanzati, mandare oggidì al l’Inghilterra, se avessero pudore, e se fosse possibile che fossero logici!...»
Mentre licenziavamo alle stampe il precedente fascicolo una nuova sventura colpiva ad un tempo le auguste Case dei Borboni,di Napoli e di Parma. S. A. R. la Principessa Maria delle Grazie Pia, figlia del Re Ferdinando II, e sposa di S. A. R. il Duca Roberto I di Parma, moriva repentinamente in Biarritz il giorno 29 dello scorso settembre. Di questo luttuosissimo avvenimento il MémorialdesPyrénées recava un commovente articolo che riassumiamo, completandolo con altre notizie attinte dal Clairon di Parigi e da altri giornali nostrani ed esteri.
Biarritz, 2 ottobre.
La notizia della morte di S. A. R. la Duchessa di Parma si spargeva venerdì mattina (29 settembre) per Biarritz. Erano trascorsi appena otto giorni dacché noi avevamo veduto passare la Principessa in tutto il vigore della giovinezza e della salute. Ella faceva la sua trottala quotidiana in una carrozza paniere tirata da due ponycórsi, guidati dal Duca Roberto. La folla li inchinava rispettosamente. La Principessa aveva un tesoro di generosità e carità da spendere; i poveri di Biarritz ne fruivano, e nessun’altra persona fu più giustamente popolare tra noi. Ella era amata da tutti. L’amenità del suo carattere, la sua carilà, il suo desiderio di fare il bene, la cura ch’ella ha sempre avuto nella breve sua vita di rendersi degna dell’augusta stirpe cui apparteneva, lasciano tracce incancellabili nello spirito di coloro che ebbero l’onore d’esserne conosciuti.
La Duchessa di Parma aveva già avuto undici figli, e sopportava validamente la nuova gravidanza. La vigilia della sua morte Ella faceva col Duca la solita partita al piquetaalle il della sera si ritirava nei suoi appartamenti; alle 7 del mattino era morta, lasciando l'esule Principe immerso nel più sconsolato dolore, e privando i suoi figli che le rimanevano, della più amorosa, saggia e pia delle madri! É vero che la duchessa era solferemo da alcuni giorni; ma la sua indisposizione era considerata come poco seria. L’emorragia e lo svenimento, sopravvenuto nella notte, parvero segui del prossimo parlo.
Non ci estenderemo sui particolari di questa morie quasi fulminante; la Principessa soccombeva a una sincope, in seguilo ad una più violenta emorragia. I medici che la circondavano non riuscirono a salvare né il figliò, né la madre, dal cui seno dovettero estrarre il feto appena spirala, e mentre tracciamo queste linee, la folla commossa s’inchina dinanzi a due feretri. La Principessa, sentendosi morire, fra dolori acerbissimi, sopportali con stiano coraggio, si congedò da questo infelice mondo, raccomandando al Signore il figlio che era per nascere. Due membri della Compagnia di Gesù, i padri de Blacas e du Bourg, l’assistettero, prodigandole le supreme consolazioni. L’Estrema Unzione fu amministrata all’augusta moribonda dall’abbaio Silhouette, vicecurato di Biarritz. Appena il luttuoso avvenimento si seppe a Biarritz, generale fu la costernazione, tanto nella folla elegante ed aristocratica, che si spande a quest’epoca dell’anno sulle nostre spiagge ospitaliere, quanto fra la gente operaia, fra i bagnanti e gli uomini del commercio. Il posdomani del giorno della morte della compianta Duchessa dovevano aver luogo feste popolari da lungo tempo preparate; tali feste furono immediatamente disdette dal Municipio e dal Comitato delle feste ¡stesse, con una spontaneità che è d’uopo ammirare; l’istesso Casino restò deserto; tutti chinavano il capo davanti a quel lutto immenso.
La Principessa è morta in una camera della villa Bertrand all’Attalaye, camera del tutto semplice, esposta all’oriente, sul terrazzo che domina la piazza Eugenia. Pochi mobili in suya guarniti di creton di colore oscuro adornano la camera. Ai muri stanno appesi un ritratto di S. M. il Be di Napoli,Ferdinando II, padre della Principessa; un ritratto di S. S. Pio IX; un pastello rappresentante S. A. R. il Duca di Parma fanciullo, e tre piccoli ritratti, egualmente a pastello, rappresentanti le sue tre figlie maggiori. I soggetti religiosi vi sono numerosi: dai due lati del letto due statuette su piedistallo, rappresentanti una la Vergine, l'altra S. Giuseppe; finalmente un gran Crocifisso e la palma dell’ultima Pasqua. Tale è la camera nella quale la giovine Duchessa di Parma ha reso l’ultimo spirito.
Il povero bambino, causa innocente di tanto dolorosa catastrofe, ha vissuto alcuni minuti, ed è stato battezzato da suor Marcellina, visitatrice dell’ordine di S. Giuseppe dell’Apparizione, di passaggio a Biarritz dopo un lungo viaggio in Cina ed in Birmania.
I corpi della Principessa e del piccolo Principe sono stati esposti durante le giornate di venerdì e di sabato (30 settembre), in cui alle Ire pomeridiane ha avuto luogo la cerimonia della deposizione nello casse. Le spoglie mortali sono state poste in tre casse, una di piombo, l’altra di noce, la terza di quercia. Un cristallo, posto a modo di coperchio sulla cassa di piombo, permetteva di vedere ancora gli augusti lineamenti della Principessa; quest’uso è conforme alle tradizioni della sepoltura dei sovrani e principi del sangue. La Principessa Maria, figlia maggiore del Duca e della Duchessa di Parma, ha bacialo la cassa dell’amata Genitrice; fuvvi una serie di scene dolorose, di preparativi strazianti, non interrotti se non dalle angoscio dell’afflittissimo Duca e dei numerosi amici della Reale famiglia.
L’atto della deposizione nella cassa è stato rogato dal signor Conte di Fleurieu, segretario di S. A. R. il Duca Roberto 1, ed è stato sottoscritto dall’istesso Conte di Fleurieu, dai Conti G. de Saint-Victor, antico deputato, Luigi de Luppé, antico deputato dei Bassi Pirenei, dal Marchese Giacomo di Hello di Cadaval, e dai signori Paolo Laborde e Gerard.
Alle 11 della sera le duo casse sono state calate dagli appartamenti del primo piano nelle sale del pianterreno trasformate in cappella ardente. Sua Altezza Reale il Duca, il Conte di Fleurieu, Tirso di Olozabal, Paolo Laborde, Bron, cameriere di S. A., e sette servitori colla livrea dei Reali di Parma hanno trasportato i corpi della Principessa e del Principe. Durante tutta la mattinata del sabato e della domenica sono state celebrate numerose Messe nella cappella ardente sopra un aliare eretto appositamente. Non crediamo di esagerare affermando, che più di dieci mila persone sono venule nei due giorni ad inginocchiarsi e a pregare dinnanzi alle spoglie mortali della Principessa e del Principe.
Parecchi registri in poche ore, sono stati riempili di Arme delle più ragguardevoli persone notiamo tra i principali:
I sigg. Marchese di Javalquinto, visconte di Foresta, Bocher e la sua famiglia, Barone di Gavardie, senatore; Dottor Manes, Enrico Lafond, Boulard, Duca e Duchessa di Tamanès, Duca di Montebello, Conte e Contessa di Montebello, Duca della Conquista, Conte di Sobradiel, Conte d’Almenara, Principe Sapieha, signore e signora d’Arizcun, Marchese di Guadales, Saverio e Tristano di Barrante, Duca di SanLucar, Conte G. di Larochefoucauld, Contessa di Fuentes e Egmond, Contessa de Macuriges, Marchese de La Romana, Marchesa di Santa OIalla, Marchese d’Arcangues, Duca e Duchessa di Frias, Barone di Gova Borras, A. de La Villehelio, Dubroc, Retorlillo; Marchese de Campo Sagrado, Ambasciatore di Spagna in Russia; di Marignan, Conte di Monlbel, Visconte di Montreal, Visconte d’Espalungue, Conte e Contessa di La Chassaigne, Giulio Labai, Bellair, console d'Inghilterra; Coniessa di Bourbon Chalus, signor di Caslelnault, Conlessa di Nadaillac, Marchese di Pohir, Marchesa di Isasi, Maurizio Truberi, di Larral de Diustègnv, Gèrard, Huvot, direttore della Compagnia del Mezzogiorno; Barone di Fonseca, Orliz di Zarale, Lamaignère, fratelli Emilio e Leone Guichennè, Lardizabal, Felice Labat, Cazaux, curalo di Biarrilz; Marchese di Galard, Povdenot, Laparade, curato arciprete di Baiona; Detroval, Conte di SlLieux, Visconte Luigi d’Andignè, Paolo Lafond, Maisonnier, AmidBev,Laforgue, Lagrolet, de Lagréze, Conte di Beaumont, Conte Esléve, Barone d’Esle, Aristide di Prignv di Querieux, ecc. ecc.
Appena saputa la dolorosa notizia il sig. Dottore Augey, Maire di Biarrilz, indirizzò a S. A. R. il Duca di Parma, che ne fu mollo commosso, l’omaggio delle sue condoglianze a nome dell’intera popolazione.
Durante le giornate di,venerdì, di sabato e di domenica i telegrammi affluivano alla villa Bertrand; fra gli altri quelli di Sua Santità Papa Leone XIII, di S. M. Francesco Giuseppe Imperatore d’Austria, del Duca di Parma, avo del Duca attuale, del Granduca e della Granduchessa di Toscana, del Conte di Chambord, delle LL. AA. RR. i Conti di Caserta, di Bari, di Trani, fratelli della defunta Duchessa, della Granduchessa Antonietta di Toscana, del Duca e della Duchessa di Madrid, della Principessa di Baviera, degl'Arciduchi Ranieri, Federico e Alberto d’Austria, Conte e Contessa di Aquila, Arciduca Guglielmo, Gran Maestro dell’Ordine Teutonico, Conte e Contessa di Trapani, Arciduca Carlo Salvatore d’Austria, Principessa Clementina di SaxeCoburgo, Duchessa di Modena, Duca di Nemours, Principe di Monaco, Contessa di Montizon, madre di Don Carlos, Monsignor Mermillod, Conte di Blacas, Monsig. Ducellier, Vescovo di Baiona, Generale de Charetle, Conte di Monti, Monsignor Macchi, Barone Adolfo di Rotschild, Principe Sciara, ecc. ecc.
Ecco il telegramma di Sua Santità:
«Il Santo Padre profondamente afflitto per la triste notizia che gli viene comunicata, impartisce alla Reale Famiglia di Parma l’ApostolicaBenedizione, ed invoca dalla Divina Misericordia quella maggior copia di celesti conforti che possano lenire il dolore che prova per l’irreparabile perdita.
«Il Cardinal JACOBINI.»
Quello di S. M. l’Imperatore d’Austria diceva:
«S. A. R. il Duca di Parma.
«Io vi esprimo con tutto il cuore la parte vivissima che prendo alla crudele sventura che vi ha colpito.
«FRANCESCO GIUSEPPE.»
Quello del Duca di Nemours:
«Compatiamo con tutto il cuore, i miei figli ed io, il vostro immenso dolore, sentendo profondamente la terribile afflizione che vi colpisce.
«Il Duca di NEMOURS.»
Ci duole di non poterne recare altri dei più importanti. —
Il Duca di Parma, sebbene affranto dal dolore, ha pur tuttavia trovato la necessaria energia per dare da sé stesso tutte le disposizioni relative alla cerimonia funebre. — L’educazione dei Principi destinali a governare gli uomini non è quella di tutti gli altri, essi sono abituatifin dall'infanzia a signoreggiare le loro impressioni, a dominare le loro angoscio; in tal modo S. A. R. il Duca di Parma ha potato trovare la forza di rendersi insensibile alcune ore di fronte alle torture intime che straziavano la sua anima. L’abbandono però è per venire, e risentirà adesso più che mai il vuoto fatto intorno a lui dalla morte; ma la sua fede é ardente, le sue speranze sono vive, e troverà nei sentimenti religiosi un lenimento alle amarezze ineffabili di questi giorni.
Le esequie della Duchessa di Parma hanno avuto luogo questa mattina, lunedi, in mezzo ad una grande affluenza di persone; tutti i fondachi delle strade traversate dal corteggio funebre erano chiusi, e, crediamo poter dire, finterà popolazione aveva fatto a gara per manifestare le sue simpatie al Principe.
La cassa del Principe Augusto era stata posta su di un carro funebre ornato di drappi di raso bianco, e tirato da sei cavalli bianchi, guidati a mano da valletti in calzoni corti,con la livrea dei Duchi di Parma; quella della Principessa era su di un carro funebre tutto ornato in nero, tirato da sei cavalli morelli, condotti a mano da valletti con livree nere.
L’Armonia dei fanciulli di Biarritz, diretta dal sig. Messane, aveva spontaneamente offerto il suo concorso ed era alla lesta del corteggio.
Le LL. AA. RR. il Duca di Parma, il Conte di Bardi suo fratello e la Principessa Maria, seguivano il carro funebre; dietro a loro veniva una folla compatta, tra la quale la maggior parte dei segnatarii sopraccennali; in oltre i signori Giuseppe du Bourg, de CaravonLatour, Marchese de Lur Saluces. Si distingueva una grande moltitudine di orfanelli condotti dalle Religiose, i quali rammentavano eloquentemente la carità dell'augusta Defunta.
Monsignor Vescovo di Baiona, circondato da parecchi membri del Capitolo, e da una grande parte del suo Clero era venuto ad associare i Cadaveri, ed egli ha officialo e dato l’assoluzione.
Le due casse sono portale dalla chiesa alla tomba, dai sigg. de StVictor,Conte di Fleurieu, Giuseppe da Bourg, Tirzo Olozabal, Mello de Cadaval, Gastone di Labord Noguez, Visconte Saverio di Barrante, Gèrard, Tommasso Logrolel, Santiago Lirio, Conte di Beaumont, Christe Whilgreave, Paolo Lafond, Paolo Laborde.
Al ritorno alla villa Bertrand, il Duca di Parma fu ricevuto dal Generale de Charette, cui le difficoltà di un lungo viaggio avevano impedito di arrivare più presto.
Nelfuscire dalla funebre cerimonia il Conte di Fleurieu, segretario di S. A. R. il Duca di Parma, ha consegnato al Maire di Biarrilz la somma di 3,000 franchi da distribirsi ai poveri.
Importa ora di dare qualche notizia della augusta Defunta.
Maria delle Grazie Pia era nata il 2 agosto 1849 a Gaeta: era figlia di Ferdinando II, Re delle due Sicilie, e figlioccia dei Pontefice Pio IX, che la levò al sacro Fonte, mentre si trovava ricoverato in quella città per le luttuose vicende di Roma del 1848. Fu maritala dallo stesso Pio IX in Roma nel 4869 a Roberto I, Borbone, Duca di Parma e Piacenza, Infante di Spagna ecc. ecc. È superfluo di ricordare che S. A. R. il Duca di Parma è pronipote di Carlo X, Re di Francia, e perciò nepote di Monsignore it Conte di Chambord, la cui augusta Sorella gli fu madre.
La duchessa di Parma, sebbene in età di appena trentatré anni, aveva avuto dodici figli, tre dei quali sono morti, cioè:
Il Principe Ferdinando, morto a Cannes di un anno di età, deposto in una delle cappelle della chiesa parrocchiale.
La Principessa Anastasia, morta a Biarritz in età di quindici giorni, de posta il 7 settembre 1881 in una tomba speciale nel cemeterio.
Il Principe Augusto, morto venerdì scorso.
I Principi e le Principesse viventi sono:
La Principessa Maria, figlioccia di Pio IX, nata a Roma il 17 gennaio 1870.
La principessa Luisa, nata a Cannes il 24 Marzo 1872.
Il Principe Enrico (ereditario) nato a Warlegg, il 13 giugno 1873.
La Principessa Immacolata, nata a Warlegg, il 21 Luglio 1874.
Il Principe Giuseppe, nato a Biarritz, il 30 giugno 1875.
La Principessa MariaTeresa, nata a Biarritz, il 15 Ottobre 1876.
La Principessa Pia, nata a Biarritz, il 5 ottobre 1877.
La Principessa Beatrice, figlioccia di PP. Leone XIII, nata a Biarritz, il 9 gennaio 1879.
Il Principe Elia, nato a Biarritz, il 23 luglio 1880.
Roma, Cannes, Wartegg, Pau, Biarritz sono dessi i luoghi percorsi dopo il suo matrimonio dalla povera Principessa, vittima della rivoluzione, la cui vita intera fu consacrata ai doveri dolci e austeri di madre di famiglia.
Di questa giovane Principessa italiana, dalla rivoluzione perseguitata doppiamente, e nella propria famiglia ed in quella del Consorte, dicemmo della morte e dei funerali celebratisi in Biarritz, ove essa in un con l’ultimo suo nato, Principe Augusto, venne rapita al mondo; ora per le particolari circostanze, onde i principali passi della vita della defunta si collegano con la memoria del Santo Pontefice Pio IX, aggiungiamo alcuni preziosi ragguagli circa il Battesimo e il Matrimonio, ambidue conferitile da Pio IX; quello in Gaeta, ove Sua Santità riparava esule, nel 1848, questo in Roma dove l’Augusta figlioccia del grande Pontefice a sua volta trovavasi confinata dalla rivoluzione.
Ecco come la Narrazione storica del soggiorno di Pio IX in Gaeta, edita in Napoli dalla Regia Tipografia militare, racconta la nascita e il battesimo:
Gaeta, Venerdì 4 agosto 1849.
—La scorsa notte S. M. la Regina, N. S., dava alla luce una sana e ben conformata Principessa. Questo sgravo è stato la felice mattina annunziato da una salva, tratta dalle artiglierie della piazza e da quelle dei legni esteri e nazionali ancorati nella rada, la quale venne replicata al mezzodì ed alla sera per tre giorni consecutivi.
La città fu rischiarata per tre sere da spontanea illuminazione di quegli abitanti. Verso le ore 23 ebbe luogo nella Cattedrale il S. Battesimo della Neonata nel modo seguente.
Sua Santità PP. Pio IX, con pompa solenne e col consueto corteo, si recò al tempio e venne ricevuto alla porta da Sua Maestà il Re, N. S., con tutta la Reale Famiglia,! Cardinali presenti a Gaeta, Monsignor Cappellano maggiore Naselli, Monsignor De Simone, confessore di S. M., Monsignor Arcivescovo Parisio col Capitolo, il Corpo Diplomatico presso S. S. e l’altro accreditato presso il ROj i Ministri Segretari di Stato napoletani, gli Ufflziali Generali, con tutti gli Ufflziali della guarnigipue ed Ufflziali esteri, ed il Sindaco della Città, che, come ufflziale dello Stato Civile, era chiamato di ufficio alla solenne cerimonia. Le milizie in grande tenuta erano schierate lungo la strada che menava alla Cattedrale.
Dopo poco venne condotta alla Cattedrale la neonata Principessa in una carrozza di gala, con magnifico treno, la quale era portata tra le braccia dalla Dama di onore, signora Duchessa di Bisignano, e dalla Reale Azafatta D’Orgemont. Venne la Reale prole ricevuta all’esterno della Chiesa e preceduta dal Cerimoniere di Corte, con uscieri di Camera, e paggi con torce accese, seguiti dal Maggiordomo di settimana, dall’Esente delle Reali Guardie del Corpo, e dal Cavallerizzo di Campo. Il corteo si fermò all’ingresso per attendere il S. Padre che, disceso dal trono, venisse a cominciare la funzione.
Indi la Santità Sua, assistita dagli Emi Cardinali Riario Sforza e Antonelli, e seguita dalla sua Corte, si recò insieme con la Reale Prole all’altare maggiore, ove le amministrò il SS. Sagramento del Battesimo, coll’imporle i nomi di Maria delle GraziePia, Ferdinanda, Francesca, fino al numero di 32. Dopo il Te Deum, Sua Santità impartì la benedizione del SS. Sagramento, e indi con lo stesso corteggio e treno ritornarono tutti alle reali residenze.
Per questa fausta ricorrenza, oltre delle luminarie che spontaneamente si fecero dagli abitanti, la città volle dimostrare il suo contento con costruire in mezzo alla piazza d’Armi una macchina con trasparenti allusivi, la quale faceva un bell’effetto, illuminata da mille faci.
Il trasparente rappresentava il S. P. Pio IX, vestito dei suoi abiti pontificali in atto d’invocare il Divino Spirito sulla Reale neonata Principessa che gli veniva presentata da un genio celeste, alla presenza dell’Augusto Sovrano. A piedi del trasparente si leggeva la seguente iscrizione.
DI FERDINANDO BORBONE
E DI MARIA TERESA D’AUSTRIA
PII DEVOTI RELIGIOSISSIMI
LA NUOVA PROLE AUGUSTA
DALLA TRIADE IN CIELO
DA PIO IX IN TERRA
BENEDETTA RIGENERATA
IL GENIO SANTO ACCOLGA E DIFENDA.
Altre iscrizioni analoghe erano collocate rimpetto al palazzo ove dimorava la Reale Famiglia. Durante le tre sere di detta illuminazione, tutte le bande dei reggimenti, ed anche quella composta da dilettanti del paese, suonavano sino a notte molto inoltrata diversi pezzi di melodiose musiche, che producevano un’allegria non mai sentita nel cuore di quanti erano allora in questa avventurosa città, la quale deposto il grave aspetto di piazza di guerra, aveva invece assunto il brio, l’eleganza di città oltremodo giuliva.
Dalla piazza d’Armi ove stava l’accesa macchina, una vaga illuminazione foggiata a verdi festoni, pittorescamente intrecciati, si estendeva sino al largo Conca, dando a quello spazio l’aspetto di un giardino orientale.
Per questa sì fausta ricorrenza S. M. ebbe la degnazione di fregiare della croce di cavaliere di Francesco I, il Sindaco della città di Gaeta, sig. Monetti. Così la citata Narrazione.
Venti anni dopo, a Ferdinando II succeduto Francesco II, invaso il Reame dalla frammassoneria, ricoverata a Roma la Reale Famiglia di Napoli, la giovine Principessa s’impalmava al Duca Roberto I di Parma, esule egli stesso.
Il Giornale Ufficiale di Roma descriveva cosi gli augusti sponsali:
Roma, 6 aprile 1869.
—La Santità di Nostro Signore sulle ore sette e mezzo antimeridiane di ieri, lunedì dopo la Domenica in Albis, in una delle grandiose sale dell’Apostolico Palazzo Vaticano adattata ad uso di cappella privata, degnandosi di far pago il desiderio che erale stato espresso, celebrò e benedisse il matrimonio di S. A. R. il Duca di Parma Roberto I con S. A. R. la Principessa Donna Maria delle Grazie Pia di Borbone, sorella di S. M. il Re del Regno delle due Sicilie, pei quali aveva accordato già la dispensa dagli impedimenti canonici.
Assisterono alla cerimonia le LL. MM. il Re e la Regina del Regno delle Due Sicilie, gli Emi Porporati Clarelli ed Antonelli, Cardinali Palatini, e gli Emi Porporati, Panchianco, De Luca, Monaco La Vailetta e Grassellini, Cardinali nativi del predetto Regno, le LL. AA. RR. il Conte e la Contessa di Caserta, il Conte di Bari, il Conte e la Contessa di Trapani e S. A. R. don Alfonso Borbone, Infante di Spagna.
Sua Santità, recitate che ebbe le preghiere di apparecchio alla Messa, indossò i sacri paramenti e, vestita in bianco piviale, con la mitra aurifregiata, ascese all’altare e si assise al faldistorio. Allora, invitato da uno dei Maestri cerimonieri pontifici, S. A. R. il Duca Roberto andò ad inginocchiarsi ai gradini dell’altare, e fece lo stesso, ricevutone l’invito da un altro dei Maestri delle cerimonie pontificie, S. A. R. la Principessa Donna Maria delle Grazie-Pia, che vi fu accompagnata da una Dama di Corte. Sua Santità, avendo secondo il prescritto del Rito, riportato il mutuo consenso da questi suoi figli dilettissimi in Gesù Cristo, proferì le parole della formola solenne.
A questo atto furono presenti come testimonii rogati gli Ill.mi e R.mi Mons. Pietro Giannelli, Arcivescovo di Sardia e Nunzio Apostolico presso S. M. il Re del Regno delle due Sicilie, e Mons. Filippo Gallo, Arcivescovo di Patrasso. Inoltre gli Eccmi signori Principe Diofebo Melilupi di Soragna col Marchese Leopoldo Malaspina, Ciamberlani di S. A. R. il Duca di Parma, e don Pietro Ulloa Duca di Lauria col Vice Ammiraglio Leopoldo del Re, Ciamberlani di S. M. il Re del Regno delle due Sicilie.
Sua Beatitudine, fatta di poi la benedizione dell’anello nuziale, che consegnò allo Sposo da cui fu imposto alla Sposa, indossata la pianeta, diè principio alla celebrazione dell’Incruento Sacrificio, leggendo la Messa dell’Annunziazione della Beata Vergine, la cui festa, per l’accaduto trasferimento, celebravasi in quel di, e vi aggiunse l’orazione Pro Spoasis. Continuando la Sacra Azione Sua Santità disse sopra gli Sposi le preci della Benedizione Nuziale, mandò loro a baciare la Pace, li ammise a partecipare della Mensa Eucaristica, e, compiuto il Divin Sacrificio, lesse sopra i medesimi quei sublimi auguri che la Chiesa invoca sopra quanti appiè dei suoi altari contraggono un tanto Sagramento. Poscia, seduto al faldistorio, con parole gravi e ripiene di unzione ricordò ai novelli sposi la grandezza e la santità del Matrimonio e i doveri che incombono a chi lo ha ricevuto. Dopo il discorso impartì la trina Benedizione, e, letto il Vangelo di san Giovanni, pose termine alla funzione.
Sua Santità, deposte le sacre vesti e recitate le preci di ringraziamento, ricevé dagli augusti Sposi prostrati ai suoi Piedi le significazioni della più sentita gratitudine per l’onore di cui aveali degnati. E il Santo Padre, ricambiando con la usata sua amorevolezza quell’atto, con parole cortesi ed augurii di felicità, colmò la gioia dei giovani Principi.
Terminate le sagre funzioni, tutti i personaggi di sopra nominati seguirono Sua Santità negli appartamenti pontifici ove furono trattati di un decoroso rinfresco.
Gli Augusti Coniugi, usciti dal Palazzo Pontificio, discesero nella Patriarcale Basilica Vaticana a venerare il sepolcro del Principe degli Apostoli. — Fin qui il Giornale Ufficiale.
La sera stessa del matrimonio della Duchessa una povera donna si presentò al palazzo ove l’augusta Signora abitava, dimandando con insistenza di vederla. Aveva luogo un gran ballo. Le venne risposto essere cosa impossibile in quel momento, avesse piuttosto domandalo in ¡scritto un'udienza per altro giorno.
«Andate ad avvertire la Principessa, che bisogna che io la vegga, replicò la donna, ne dipende la sua felicità.»
Correvano a Parma voci di dismembramento dell’Italia. Si pretendeva che gli Siati annessi al regno di Sardegna andrebbero a sollevarsi. D’altronde si temevano complicazioni, che potevano aver per conseguenza la partenza delle truppe francesi. Il Maggiordomo pensò che quella poverella poteva esser latrice di qualche importante messaggio politico. Credette bene di prevenirne la Principessa, la quale, mollo imbarazzala, ricevette a tarda ora la visilalrice.
«Signora, le disse quest’ultima, voi sarete felice, se incominciate la vostra vita da giovane sposa con una buona azione. Mio tiglio è stato carcerato per un misfatto; egli è il mio unico sostegno. Ottenetemi la grazia e voi avrete consolato una vecchia madre.»
La Duchessa, lungi dall’infaslidirsi per essere stata disturbala per una simile comunicazione, accolse con bontà la vecchia donna; la consolò, e non avendo su di sé la borsa, le consegnò un superbo braccialetto, che portava.
Il giorno dopo dimandava ed otteneva da Pio IX la grazia desiderata dalla povera vecchia. —
Ed ora ritorniamo a Ferdinando II. e al suo Governo.
Nel riandare i fatti che precedettero il periodo di storia, del quale più specialmente ci occupiamo, non possiamo passarci dal notare, essere decorsi più di dieci lustri da che le popolazioni dei varii Stati d’Italia vengono agitate, rimescolate, spinte a novità con tutte le arti e le seduzioni di politici, di letterati, di scienziati, d’istrioni, di settarii, che con ogni più scaltro modo cercano far loro penetrare nella testa la voglia di una gloria patria, che fu un tempo in condizioni del tutto diverse dalle nostre, e nei cuori una fiamma di rigenerazione da richiamare a vita quella grandezza stessa, che ci procacciò dieci invasioni di barbari, e che ottenemmo poi vera e reale per oltre a dieci secoli, non in una materiale unità saldata dal ferro di miriadi di baionette, dal sangue di migliaia d’innocenti, dal pianto e dalla miseria dei popoli; ma si dall’unità della fede, dalla santità della morale e dal genio cristiano. Quindi è che, mentre solo pochi ruderi informi, in alcuni luoghi, ci ricordano le antiche pagane grandezze, un infinito numero di splendidi monumenti ricuoprono, non la sola Roma e altre poche città privilegiate, come a tempi pagani; ma tutta intera la superficie d’Italia, dalla più illustre città, fino al più riposto villaggio; e l’ammirato straniero, se pensatore serio, solo nell’unità procacciatale dal Cristianesimo, riconosce la vera grandezza, la vera gloria d’Italia.
Tanti studii, tanti farmachi peregrini e tanti arrischiati tentativi per risuscitare le glorie pagane, riescono finalmente nel 1848 all’impresa sciagurata di un fittizio ribollimento della penisola, che mentre attira sui popoli ingannati e delusi una miseranda serie d’infiniti guai, procacciano ai mestatori un lauto banchetto in mezzo alle esagerate esultanze e alle grida di piazza suscitate da loro: inebriati i popoli, non già di benessere e di pace, ma di un eroismo teatrale cantato a suon di catuba da un giornalismo prezzolato, senza cuore e bugiardo. Cessato però l'artificiale entusiasmo, al punto di raccogliere il frutto di tanto spreco di eccitamento e di agitazione, la grande montagna partorisce, non già un topo, ma un orrido mostro da divorarne i popoli. L’eccitamento massonico spinge allora a qualche atto di coraggio e di valore, frutto esso stesso di tutta un’educazione cristiana, appunto sconosciuta e derisa in quel momento! I volontarii garibaldini nel 1848, tutta gente d’ogni paese e di ogni nazione, assumono il nome di popolo romano, sostenendo per pochi mesi la famosa repubblica che saccheggia Roma e le regala miseria, in quel modo istesso che emigrati faziosi congiunti ai Sardi, si mascherano da popolo napolitano, per recare nel 1860 a Napoli quelle beatitudini che tutti sanno, e che diffusamente vedremo.
Quindi la Sicilia palpita per un anno, non per lo avvicinarsi dell’esercito reale che assale i rivoltosi, comandati dal nizzardo Ribottv; ma si per paura di quelle bande cosmopolite, che si spacciano sue liberatrici. Fatti coloro prigionieri dal regio naviglio, sono trattati con una clemenza,— che il Piemonte non imiterà, quando, venti anni dopo, con l’aiuto straniero invaderà il reame. — E la povera Italia, dopo tanti sconsigliati conati, cade alla fine di sfinimento col cadere del 1849.
Intanto, frutto di quegli sciagurati rivolgimenti sono il moltiplicarsi dei partiti e delle sètte, il traviamento degli spiriti, il riaccendimento delle ambizioni, cresciute le ingerenze dei potentati stranieri, il Papa per 20 anni sotto il giogo dell'influenza bonapartesca, e l’Italia, la vera Italia, lacera, povera, calpestata, derisa, come non fu mai in nessun tempo.
Ma se nel 1849 non fu fatta l’Italia, non fu perduta però la lezione per gli agitatori, suoi veri nemici. All’ombra della Francia del Bonapartesi ripigliano le file della grande cospirazione, si ritemprano le armi, si rianimano i partiti, si riavviano le diplomatiche tresche. Disingannati dall’esito miserando del famoso assioma: — l'Italia farà da sè, — trovasi un alleato nudrito da lunghi anni dalla setta, il quale, assumendo a suo conto l’impresa, a suo conto la compie per isfruttarla. Ma ei s’inganna; le condizioni non possono essere migliori per gli uomini della setta: arrischiar poco per guadagnare assai è quello che vogliono dal fratello Bonaparte, che sfruttato alla sua volta, è tradito e abbandonato al suo destino, sé non piuttosto al suo castigo. Ed essi, i settarii, scimmiando turpemente un Monarca, che, ad onta di gravi errori, pure fu grande, dicono, spacciano: — l’Italia siamo noi! — Infatti la sconcia frase viene ripetuta a iosa nei discorsi e nei documenti dei faziosi divenuti padroni dei paesi invasi. Così esclama il deputato Sirtori nella camera di Torino il 23 marzo 1861, quando in tono risentito si duole che l’esercito sardo sia intervenuto nel reame di Napoli, e grida: Egli venne per combattere noi che eravamo l’Italia! In altri incontri Cavour ripete fino alla nausea: Noi siamo l’Italia; noi operiamo in nome suo; noi siamo i moderatori del movimento nazionale. (73)
Fra tanti pretendenti che vogliono essere l’Italia, la vera Italia ne ritrae una cosa sola, cioè quella — dote funesta d’infiniti guai— attribuitale dal poeta, mentre inerte l’Europa, guarda e tace.
Intanto il Gioberti nel suo famoso primato degli Italiani condanna la Unità Italiana, ed eccole sue parole: «Ilsupporre che l’Italia, divisa com’è da tanti secoli, possa pacificamente ridursi sotto il potere di un solo, è dsraanza. Il desiderare che ciò si faccia per vie violente, è delitto.»
I fabbricatori di questa Unità non possono ricusare l’autorità del Gioberti ch’eglino venerano quale loro apostolo. Ciò non ostante, invasati dallo spirito anticristiano e dall’odio settario, appunto colla violenza compiono la loro opera. Aggrediscono, mentre cospirano nell’ombra, i pacifici cittadini, per spargere il terrore nei popoli; divenuti potenti per forza straniera, dilaniano gli stessi popoli, cacciano in esilio quanti sono loro avversi, gl’imprigionano, li fucilano; vuotano le casse pubbliche, s’arricchiscono dei beni della Chiesa, desolano col ferro e col fuoco intere contrade, bombardano Roma!... Ma dopo tutto ciò l’aforismo del Gioberti diviene ancora più vero; la vantata autonomia unitaria italiana concepita nella demenza, nudrita nel delitto dà scandalosa mostra del caos, caos preveduto dai pensatori più idolatri d’Italia.
Dalle Speranze d’Italia, dello storico piemontese Balbo, pubblicate nel 1843, fino alle Memorie del regicida Orsini nel 1858, tutti ripetono: essere impossibile una sollevazione da Susa a Reggio, impossibile l’accordo di 25 milioni d’uomini; non essersi veduti guari in niuna nazione movimenti generali, o tutt’al più in conseguenza di qualche grave atto di tirannia; ed in Italia tirannia non vi è, anzi tutto è protetto sufficientemente; all’intero popolo non sono impediti i bisogni, ed i piaceri quotidiani; giustizia civile e criminale; amministrazione, strade, imprese pubbliche; stabilimenti di beneficenza, interessi privati, studii, tutto è promosso: nulla vi è che offra materia da congiura, che possa diventare rivoluzione d’indipendenza, anzi non vi è neppure probabilità di attenderla dai tempi, i quali diventano via via più miti e più civili. (74)
E Antonio Gallenga (uomo non sospetto davvero) nel 1855 scriveva: «In Napoli vera tirannide non fu mai; ma piuttosto quello stretto reggimento che cerca il bene, e con ogni suo potere lo promuove; ma lo vuol far solo e a modo suo.»
Quel che diciamo di Napoli è a dire della Santa Sede e degli altri Governi italiani, i quali tutti, se gareggiavano in qualche cosa, era appunto nella mitezza, nella clemenza e nel procacciareai popoli ogni ben di Dio, spingendo il loro desiderio di beneficarli fino al punto di trovarsi talvolta, senza avvedersene, sulla stessa via tracciata dal liberalismo anticristiano dell’epoca.
Ma, quanto ai fatti del 1848, (dei quali tocchiamo a fine d’intender meglio le cose che veniamo narrando, e a fine di dimostrare come, dalla prima invasione dei settari francesi del 1796 fino ai nostri giorni, i rivoluzionarii sono stati sempre i medesimi: vale a dire gonfi di parole e avidi del bene altrui) abbiamo qui tra mani le — Riflessioni su di alcuni atti dei rivoluzionari di Sicilia nel 1848, — che ci varranno di opportuno corollario ad intendere, se non il fine ultimo delle sètte, da noi ormai bastantemente svelato, il fine ultimo almeno di presso che tutti gli uomini della rivoluzione, rivolti unicamente a prepotere ed arricchire.
—Nel febbraio del 1848, dicono le accennate Riflessioni, vale a dire nei primordi della ribellione, il sedicente governo di Sicilia si appropriava:
| 1°. del danaro dei privati depositato nel Banco. Ducati | 870,437 |
| 2°. dei depositi giudiziarii | 304,200 |
| 3°. Pel Decreto del Parlamento dei 19 maggio 1848: prescrivendo la vendita o l’affrancazione delle rendite dovute allo Stato, si dissipavan | 1,109,930 |
| 4°. In virtù del Decreto del 9 agosto dello stesso anno: dall’appropriazione dell’oro e degli argenti delle Chiese si ricavavano | 253,208 |
| A riportare Ducati | 2,537,775 |
| Riporto Ducati | 2,537,775 |
| 5’ Pel decreto del 13 settembre 1848, sulla creazione della carta monetata: si realizzavano | 3,600,000 |
| 6°. Pel decreto del 20 decembre 1848: pel mutuo forzoso: | 2,672,100 |
| 7°. per soldi non pagati e per interessi non soddisfatti ai creditori dello Stato | 1,125,889 |
| Ducati | 9,935,764 |
Vale dire la bellezza di circa QUARANTA MILIONI di lire.
Ma non furono queste le sole piaghe che afflissero la Sicilia, poiché ben altre più da vicino toccarono le persone e le sostanze dei cittadini. — Ecco le principali fra le tante:
1“ Contribuzioni al tempo del Comitato prima che il palazzo delle Finanze venisse in potere dei ribelli;
2" Contribuzioni in soccorso di Messina;
3’ Contribuzioni per gli esuli messinesi;
4“ Contribuzioni per far cannoni (oltre le campane delle Chiese e le statue di bronzo vandalicamente distrutte);
5° Contribuzioni di una coltrica, o di tari diciotto per fornire la truppa;
6°Muli e cavalli ¿che i particolari furono obbligati a somministrare;
7°Oggetti preziosi (ed erano di molto valore) della Madonna de' Trovatelli, offerti dal suo cappellano;
8° Sequestri di persone, riscattate in seguito con grosse taglie;
9°Scrocchi, volgarmente detti componendo, che in ogni giorno avvenivano in grandissimo numero;
10°Quantità di furti per le case e per le strade;
11°Furti innumerevoli di animali campestri; che ne seguì penuria estrema delle carni e dei formaggi;
12°Abbandono delle campagne e dell’agricoltura;
13’ Straordinario inceppamento del commercio interno ed esterno;
14°Quasi totale cessazione degli affari del foro, onde la miseria della massima parte di quel numerosissimo ceto;
15°Nuova ritenuta pel soldo degli impiegati, obbligati a lasciare una o più giornate, secondo che percepivasi una somma minore o maggiore dall’erario.
Tali furono le conseguenze della rivoluzione. Tale la eredità che gli agitatori lasciavano alla loro patria, della quale si dissero, come tuttavia si spacciano, TENERISSIMI!
Intanto il legittimo Governo Borbonico, così iniquamente calunniato dagli uomini della rivoluzione e dalla diplomazia europea, ristauratosi in Sicilia nel maggio del 1849, sua prima cura fu di reintegrare nel Banco le somme involate dai rivoluzionarii. Recheremo a suo luogo su questo proposito la lettera del Re Francesco II, data ai 23 maggio 1860, diretta al Luogotenentegenerale di Sicilia nello scopo di provvedere, perché non si ripetesse quel disastro nella nuova rivoluzione. Parleremo tra poco diffusamente dei fatti del 1848; importa ora dire dell’Amministrazione del Re Ferdinando II.
La fibra più delicata degli uomini di questi giorni sono i quattrini; essi per gli adoratori del Vitello d’Oro tengono luogo di tutto. Parliamo dunque per prima cosa delle Finanze, quali erano sotto il governo di Re Ferdinando, e nella difficile epoca del 1848-49; incominciamo col seguente documento:
Real decreto, o Atto sovrano del 13 Agosto 1847:
«Nello ascendere al trono Noi promettemmo ai nostri buoni ed amatissimi popoli di rivolgere tutte le nostre cure allo alleviamento delle imposte e alla diminuzione de' pubblici debiti, che i deplorabili avvenimenti del 1820 aveano resi necessarii. Fedeli a questa promessa, fu pagato il debito galleggiante in ducati 4,345,000. L’ammortamento del debito dei nostri reali dominii di qua dal Faro fu lealmente continuato; e, dopo avere estinto quello delle lire sterline anglo-napolitane, abbiamo di più impiegato alla estinzione considerevoli somme col metodo del sorteggio. La tesoreria dei nostri reali dominii al di là dal Faro ha contemporaneamente liquidato il suo debito verso i particolari creditori dello Stato, pagatone gran parte, e fondi perenni e regolari vi sono assegnati per la sua estinzione. Ha ancora estinto il debito del milione di once, quello d’un milione di ducati per le strade, e i ducati 150,000 presi a prestito anche per le strade. La diminuzione dei debiti porta per prima felice conseguenza la diminuzione delle imposte. Nei reali dominii di qua dal Faro fu diminuito per metà il dazio fiscale sul macino, imposto col decreto del 28 maggio 1826. — Fu con decreto del 26 agosto 1833 interamente abolito il gravoso dazio di rivela sui vini, e quello di sei carlini a botte nei casali di Napoli. — Con decreto 21 novembre 1846, volendo favorire la esportazione dell’olio di olivo, ne fu notabilmente diminuito il dazio di estrazione. — Nei reali dominii al di là dal Faro con decreto del 22 marzo 1832 fu abolito il dazio di grana 4 a rotolo sulla carne, eccetto solo i capoluoghi di provincia. — Con decreto del 17 marzo 1838 fu portata' una riduzione sul dazio fiscale del macino. — Con decreto 27 luglio 1842, relativo allo stesso, furono renduti più semplici e meno gravosi i metodi di esazione, e più favorita la interna circolazione. — Volendo Noi aprire larghe vie al commercio dei nostri popoli ed accrescerne la prosperità, non ci siamo tardati dal riflesso che le nostre finanze potevano soffrire scapito, specialmente dalla generosa riduzione delle nostre tariffe doganali.
Nei reali domini di qua dal Faro il prezzo del sale è grave, e più da vicino angustia le classi più bisognose e le industriali. Era nostro costante proposito di portarvi un alleviamento; ma ogni buona regola di pubblica amministrazione esige, che ogni diminuzione d’imposte riposi sopra una sicura e valida base che ne renda stabile il vantaggio. — Del pari ci era penoso il vedere continuata la esazione della residua parte del dazio fiscale sul macino nelle provincie di qua dal Faro. Nelle varie visite da Noi fatte nelle provincie ci siamo convinti di essere questi i due dazii che gravitano maggiormente sulle popolazioni. Per tali considerazioni abbiamo sovranamente ordinato ed ordiniamo quanto segue:
Art. I. Sarà dal 1 gennaio 1848 totalmente abolito il dazio fiscale sul macino nei reali dominii di qua dal Faro, e quindi cesserà la esazione di ducati 625,946, residuo di 1,254,000 ducati primamente imposto.
Art. 2. Il nostro Ministro degli affari interni farà contemporaneamente sparire dalle tasse dei Comuni la corrispondente somma.
Art. 3. Dal 1 gennaio 1848 il dazio civico sul macino, che s’impongono i comuni a termini dell’articolo 200, legge del 12 dicembre 1816, non potrà eccedere un carlino al tomolo.
Art. 4. Non sarà per alcuna ragione nella esazione del dazio civico sul macino praticato il cosidetto metodo di transazione.
Art. 5. Il nostro Ministro degli affari interni ci presenterà, nello spazio di tre mesi, un quadro generale contenente la esecuzione data alle presenti nostre sovrane disposizioni, e per ciascuna provincia un quadro parziale autenticato dalle firme dell’Intendente, del Segretario generale e del Consiglio d’Intendenza, ed a loro stretta responsabilità.
Art. 6. Ordiniamo alla Consulta dei reali dominii di qua dal Faro a vegliare, nello esame dei dazii ad esso delegato, alla esatta esecuzione degli articoli 3 e 4.
Art 7. Vogliamo che dal 1 gennaio 1848 l’attuale dazio sul sale dei reali dominii di qua dal Faro sia ridotto di un terzo, vale a dire, da 12 grana sia ridotto a grana 8 il rotolo alla minuta.
Art. 8. Volendo in questa occasione, che i nostri amatissimi sudditi al di là dal Faro abbiano del pari prove della nostra beneficenza, né potendo applicarla al sale, perché sullo stesso non esiste alcun dazio, e non essendovi altra imposta sulla quale possa cadere qualche alleviamento, e sebbene il macino fornì fin dal principio del secolo XVI una delle principali risorse di quella finanza; Noi ordiniamo che, dal 1 gennaio 1848, il dazio sul macino sia diminuito per l’annua somma di ducati 300,000.
Art. 9. Il dazio di ducati 7 e grana 20 sulla botte napoletana, imposto col Real Decreto de' 30 novembre 1824, con le tariffe allo stesso annesse per i vini di Sicilia alla loro immessione in Napoli, e nella giurisdizione dei dazi di consumo, è ridotto, a cominciare dal 1 gennaio 1848, a ducati 3 e g(na)60 la botte napoletana.
Art. 10. Tutti i nostri Ministri segretari di Stato ed il nostro Luogotenente generale nei nostri domini oltre il Faro, sono incaricati della esecuzione di questo nostro Atto sovrano.
Firmato, FERDINANDO.
Di Ferdinando II si può meritamente dire con l’antico istorico: Cum per annos triginta regnavìsset nullum vectigal imposuit. — Basterebbe solo questo per immortalare un Sovrano.
Aggiungiamo altri provvedimenti di Re Ferdinando pel benessere economico e finanziario del Reame, desumendoli da elementi officiali. — La rendita de' beni patrimoniali de' Comuni continentali, la più preziosa che si abbia la civile amministrazione, ascendeva nell’anno 1820, (come rilevasi dal rapporto a stampa presentato al Parlamento di allora dal Ministro dell’interno) a ducati 1,795,660. Nel giro di undici anni, cioè dal 1820 al 1831, ebbe l’incremento di ducati 66,595, elevandosi a ducati 1,862,255. E questa cifra in altri 12 anni, dal 1831 al 1843, crebbe a ducati 2,301,204; e sempre più si aumentò sino al 1847, epoca del surriferito Atto Sovrano del 13 agosto. Capitalizzando l’aumento anzidetto, è facile ravvisare che il patrimonio de' Comuni acquistò altri dieci milioni di ducati dovuti alla buona amministrazione. (Quale confronto coi presenti Comuni quasi tutti falliti o sul punto di fallirei) Ed è pur sorprendente, e nel tempo stesso consolante per coloro che amano il vero bene del popolo, l’osservare che nel tempo stesso che aumenta la proprietà dei Comuni, se ne sgravano positivamente i dazi e le imposizioni.
Nel 1848 si pagava per dazi civici un mezzo milione di ducati in meno a proporzione del 1820. — Sfidiamo adire, se siavi in Europaun altro Stato che possa vantare altrettanto. — Aggiungasi, che dopo il 1820 le condizioni finanziarie eransi aggravate per la venuta e il mantenimento di un esercito estero; che dal 1831 al 1847 si sono costruite dalle Provincie e dai Comuni circa 1300 miglia di strade nei dominii al di qua dal Faro, e 400 oltre il Faro, senza dire delle strade traverse tra Comune e Comune. — Molte opere pubbliche e utili stabilimenti sonosi compiuti nel Reame nel citato periodo di tempo. Primeggiano tra esse il magnifico Camposanto di Napoli, l’Archivio generale del Regno, che preziosi tesori diplomatici e 40 mila pergamene, raccolte da ogni punto del Reame, rendono forse il primo di Europa; i ponti di ferro sul Garigliano e sul Calore, e la prima strada ferrata costruita in Italia: senza calcolare i fondi destinati alle opere provinciali e speciali; la somma assegnata alle opere pubbliche comunali nel 1831 per ducati 791,142, si è veduta aumentata ed elevata nel 1847 fino a ducati 1,445,336. — Si stabili per la pubblica istruzione che niun Comune mancasse di scuole elementari, aumentandosi gli assegni negli Stati discussi comunali; si prescrisse che le scuole primarie fossero affidate alla pietà e vigilanza dei Vescovi; si stabili nel 1833 una scuola nautica in Procida, nel 1843 un’altra in Castellamare e nel 1846 una terza in Catania. — Si aumentarono cattedre nei Licei e nelle Università, e al grado di Università fu elevata l’Accademia di Messina. Si creò in Roma un alunnato di Belle Arti pei Siciliani, oltre quello dei Napolitani. Si diedero alla Università di Napoli gabinetti per la fisica, per l’anatomia patologica, per la zoologia. Si fabbricò sul Vesuvio un Osservatorio meteorologico. Varie biblioteche pubbliche si aprirono nelle provincie, e una ne fu stabilita nello stesso Ministero degli affari interni con opere scelte, sopratutto nelle materie di economia pubblica, idraulica, lavori pubblici, étc.
Nel 1831 la rendita della Pubblica Beneficenza e de' Luoghi Pii ascendeva a ducati 1,247,407. Dal 1831 al 1847, secondo statistica officiale, ammontava a ducati 1,425,524, in modo che nel periodo di anni 16 fu accresciuta di annui ducati 178,026; la quale somma capitalizzata, accresce il patrimonio de' poveri di altri 3 milioni e mezzo di ducati. Gli avanzi delle rendite si impiegarono all’acquisto di rendita iscritta, e col capitale di ducati 688,617 si acquistarono 36,436 ducati di rendita. Dal 1831 al 1847 si eressero 22 nuovi Ospedali; 34 Monti di pegni; 22 Monti di maritaggi; 27 conservatori ed asili, e più centinaia di Monti frumentari a pro degli agricoltori bisognosi.
A questa rapidissima sommaria esposizione potremmo aggiungere, che il 1848 con le sue agitazioni politiche non valse a distornare le cure del Re per rendere men gravose al popolo le conseguenze di quel cataclisma: in tale senso sono dettati i reali decreti del 26 aprile 1848 pel prestito dei due milioni; del 24 luglio, detto anno, che ne mitiga l'esecuzione; del 2 ottobre, che, nel creare una rendita di annui ducati 600 mila col capitale di 12 milioni, onde sopperire ai bisogni più urgenti dello Stato, dimostra come non si aggrava il paese di nuove imposte e non si tocca neanche la metà del fondo preesistente assegnato all'ammortizzamento successivo del Debito pubblico.
—Quale confronto col nuovo Governo!
Che le condizioni della pubblica istruzione in Napoli fossero migliori di molti altri paesi è cosa incontestabile, e lo prova fra gli altri fatti questo, che gli emigrati delle Due Sicilie in Piemonte, dal 1848 al 1860, hanno quivi con plauso esercitato professioni liberali, occupato cattedre universitarie, diretto giornali e dato saggio di capacità scientifica non ordinaria; mentre rivolgevano contro il proprio paese e contro il proprio Sovrano le cognizioni acquistate in virtù della sua generosità e munificenza!
Che dire dei lavori pubblici? In un solo anno (1854) vi si erogarono ducati 3,556,670, e le confessioni parlamentari da noi recate, (75) provano lo zelo, col quale era retto questo ramo della pubblica amministrazione!
In una recente esposizione storica, pubblicata da un Uffiziale superiore di artiglieria napolitana, passato al servizio del Piemonte,si legge: «Al genio di Ferdinando II èdovuto un pensiero, che contiene il germe di una grande istituzione: ai 25 gennaio 1850, per volere di quel Re, fu stabilito l’ordinamento di una squadra di pontonieri provinciali, militarmente organizzati, e ben provveduti, secondo le più recenti idee scientifiche, per la custodia e mantenimento di un ponte a battelli sul fiume Volturno, di gran vantaggio per la fortezza di Capua. E ciò dopo un altro Rescritto sul medesimo oggetto che porta la data del 10 aprile 1847. (76)
E qui l’autore passa ad accennare, come cotestaottima istituzione fosse distrutta dai Garibaldini, ed esorta il governo invasore a far tesoro delle eccellenti idee concepite dal Re FERDINANDO. Ma predica al deserto; e, non ostante la sua tenerezza pei nuovi padroni, trovasi costretto ad esclamare: «Cessi questo disonesto mercato, nel quale si vede che la patria per moltissimi è il posto che sbrama l’ardente sete di dominio e di fortuna; per altri i torbidi che danlicenza d’involare a man franca; per altri lo starsene senza legge a compiere impunite vendette e lascivie; per altri il seminare mal seme di future discordie, e sognare nuove catene e abbattute franchigie, (ivi, pag. 46)» — Ed ecco da fonte non sospetta la vera definizione di tutti coloro che, rinnegando i più sacri principii e le verità storiche più evidenti, acclamano la unificazione italica, e il passaggio dal meglio al peggio, secondo la giusta espressione del conte Bianco di S. Jorioz, Uffiziale piemontese, nel suo libro «Il brigantaggio alla frontiera ecc.» (Milano 1864, pag. 18) del quale daremo un sunto a suo luogo. (77)
Ad onta di un governare così paterno, e, per quanto è possibile, saggio e prudente, nel corso del suo regno Ferdinando II, siccome già accennammo, ebbe ad infrenare dieci insurrezioni promosse tutte dal soffio straniero, che suscitava e aizzava i faziosi, contro i quali non cessò mai di lottare con sovrana magnanimità, perdonandoli spesso, ma non mai transigendo con essi. Le memorie del Reame enumerano cotali conati rivoluzionari: noi ne ripetiamo in nota il triste elenco, perché più particolareggiato, sebbene ne abbiamo detto precedentemente quanto bastava. (78)
Siccome abbiamveduto più diffusamente fin da principio, Mazzini, che era, come a dire, l’incarnazione dello spirito rivoluzionario e che in siffatta materia se ne intendeva a preferenza di ogni altro, credeva facile cosa lo ingannare gli altri Sovrani d’Italia; ma affermava non potersi altrimenti costringere il Re di Napoli, che colla forza, e i Mazziniani colla forza, ma prima con la perfidia e col tradimento, proseguirono la sciagurata impresa.
I processi politici d’innanzi alle grandi Corti criminali del Regno sulla setta della Unità, sui pugnalatovi, e sui 29 gennaio, 15 maggio e 5 settembre 1848, ne racchiudono i documenti.
Ferdinando II con isdegnare le calunnie, con respingere la usurpazione, col mostrarsi coraggioso senza temerità e prudente senza debolezza, ebbe un torto (ed è gravissimo pei tempi che corrono), quello di aver fatto ignorare all’Europa le sapienti cure negli interni ordinamenti pel benessere del Regno, ed aver la. sciato sempre libero agl’invidi detrattori suoi di fare le più clamorose declamazioni contro il suo regime. Egli contentavasi di fare tacitamente il bene, senza darsi pensiero di smentirli, non arrivando a persuadersi che i gabinetti stranieri potessero mai farsi strumento dei bassi intrighi dei suoi nemici. Fu perciò suo torto il lasciar dire e credere che tutto il popolo fosse malcontento; mentre malcontenti erano soltanto quei pochi che sul disordine cercavano di speculare: e pur troppo i posteriori avvenimenti confermarono questa ineluttabile verità.
Ma di codesti torti del Governo napolitano sono destinate a dare riparazione continua le confessioni degli stessi suoi nemici.
Per aggiungere una parola circa le testimonianze di costoro, notiamo che il prof. Orioli, nell’ultima tornata generale del Congresso degli Scienziati (uno di quei famosi Congressi dei quali abbiamo detto in principio), accolto con regio favore in Napoli nel 1845, chiama Ferdinando II benigno Giove Tonante, volendo cosi esprimere la bontà del cuore, la superiorità della mente e la risolutezza della volontà di quel Monarca, di cui intanto minavano il trono quegli areopagiti di nuovo genere.
Non ripetiamo qui le non sospette parole di Mariano D’Avala:ne abbiamo detto abbastanza a suo luogo; registriamo solo una testimonianza a suo carico del Ministro costituzionale Bozzelli, il quale, censurando l’eccessiva ambizione dell’Avala, soleva dire: Di un meschino maestro di scuola ne ho fatto un Intendente, e neppure è contento (79)».
Del resto, prescindendo dalle dichiarazioni fatte in cento occasioni nella Camera di Torino in lode del governo di Re Ferdinando, e delle quali non abbiamo mancato di approfittarci in queste Memorie, giova recare qui le franche parole di uno dei precipui organi della rivoluzione, che si esprime appunto cosi: «Ed in che i Piemontesi hanno ora diritto di prevalere a' Borboni? Forse nella umanità? Male fucilazioni sono continue! — Forse nelle ricchezze? Ma la miseria ci opprime! — Forse nella giustizia? Ma i nostri veri rappresentanti sono o sospetti, o disprezzati! — Forse nella forza almeno? Ma come potrebbe trionfare dell Austria e del Papa, chi non sa nemmeno vincere i ladri della campagna? — Così il giornale napolitano La democrazia (decembre 1861).
Del resto quale migliore riparazione a' torti attribuiti al governo de' Borboni di quella che risulta da ciò che si fa, si dice e si scrive in Napoli dal 7 settembre 1860 sino ad oggi!... E che direbbe oggi il foglio napolitano, dopo 17 anni di continuato sterminio di ogni cosa umana e divina?
Nel 1848 la posizione dell'erario, secondo il diligentissimo rapporto del tesoriere Della Valle al parlamento nazionale, era questa:
La entrata ordinaria dello Stato, che nei precedenti anni sopperiva ai bisogni consueti, aveva subito una grande diminuzione; poiché con l’atto sovrano 13 agosto 1847 erasi diminuito di un terzo il prezzo del sale e si era abolito il dazio sul macinato. — Si era altresì abolita la imposta di un semestre di soldo ad ogni nuovo uffiziale. — Era infine mancata la contribuzione della Sicilia sulle spese comuni del Regno. Mancava dunque per ciascun anno un’entrata di lire 21,360,270. La mancanza di entrata era la seguente:
| per il sale ducati | 1,000,000 |
| per il macino | 625,946 |
| per i soldi | 200,000 |
| per la contribuzione della Sicilia | 3,200,000 |
| In tutto ducati | 5,025,946 |
| pari a lire | 21,360,270 |
Dovea poi all’uscita aggiungersi la spesa di tre nuovi ministeri di Stato, che ammontava a lire 1,847,798; quella di pensioni di ritiro che era cresciuta di 200 mila ducati all’anno, e i soldi di tutti gl’impiegati degli appaltatori di dogana che lo Stato si assunse: in tutto lire 2,550,000; che, unite alle spese dei nuovi ministeri, sommavano lire 4,397,798. E però bisognava supplire al difetto di lire 25,758,068, per provvedere ai soli bisogni ordinarii.
E per i due anni 1848 e 1849 il disavanzo era di lire 51,516,136 all’incirca, senza contare le spese, per le camere legislative.
Furono in questi anni contratti due debiti, creando una rendita iscritta sul gran libro al cinque per cento, la prima volta ai 26 aprile 1848, di un capitale nominale di lire 8,500,000 dal conte Ferretti, Ministro di Finanze. L’altra ai 2 ottobre 1848 di un capitale nominale di lire 51,000,000, dal suo successore.
Queste due rendite, secondo i calcoli di una Commissione espressamente creata per rivedere i conti di quest’ultimo Ministro, furono da lui vendute a diversi prezzi, dal conguaglio dei quali risulta il medio di lire 85 per ogni 5 di rendita, e se ne trasse quindi un capitale di 50 milioni di lire all’incirca.
In questo modo il nuovo debito bastava appena a soddisfare ai consueti bisogni dello Stato nei tempi ordinarii.
Ci si permetta di rammentare in questo luogo l’inaspettata riuscita del metodo, nuovo allora, di vendere la nuova rendita esponendola nella sola borsa di Napoli. Questo risultamento era la conseguenza di calcoli che non potevano fallire, e che qui non accade di esporre. Quel metodo è ora entrato nel dominio della scienza; molti economisti ne hanno ragionato: e sebbene abbiano forse con troppe lodi onorato il pensiero di sottrarsi all’opera dei banchieri, pure si scorge che non hanno tenuto conto di una speciale condizione del Regno in quel tempo, che fu ben calcolata e quindi produsse quel mirabile effetto. Pubblicheremo ancora qui un fatto, ignoto a molti, che, cioè, si ottenne in quel tempo di far notare, la renditanapolitanasui listini della borsa di Londra, cosa che il Ministro de' Medici non aveva mai potuto ottenere, e ci asterremo dal descrivere, come cosa non confacente al proposito, una operazione eseguita con molta utilità del tesoro, facendo venire in verghe d’argento, e non in cambiali, il prezzo della rendita venduta in Inghilterra. Solamente crediamo di dovere notare che in quei giorni medesimi, nei quali gli altri Stati d'Italia, ed anche alcuni altri d’Europa, facevano debiti a ragione bassissima, la sola Napoli collocava le sue cinque lire di rendita per ottantacinque di capitale, senza alcuna spesa.
Ritornando alla nostra narrazione, diremo che questa posizione del tesoro non era felice, poiché negli anni 1848 e 1849 lo()Stato ebbe a sopportare infinite spese, che basterà appena accennare senza bisogno di allargarne le cifre.
In primo luogo bisognò pagare tre semestri della nuova rendita già creata, che erano 4,462,500.
In secondo luogo furon fatte le spese per la spedizione di 12 mila uomini in Lombardia e di una parte dell’armata di mare, e quelle non lievi del ritorno.
In terzo luogo fu fatta la spedizione in Calabria per reprimere rivoluzione, essendosi già in Cosenza costituito un governo provvisorio, che aveva cominciato (già s’intende) a metter le mani nelle pubbliche casse.
In quarto luogo l’esercito napoletano era nel 1848 di 40 mila uomini effettivi, e col richiamo dei congedati e con la coscrizione fu portato a 100 mila, che furono tutti vestiti ed armati in brevissimo tempo; per modo che, non potendo cosi rapido servizio esser fatto dagli appaltatori napolitani, si fecero venir le vesti, le scarpe, la biancheria ed il cuoiame da Marsiglia: e vennero forniti i cavalli alla cavalleria e al treno, ed apprestate tutte le armi. I quali fatti si possono riscontrare nelle Mémoires et souvenirs de ma vie del principe d’Ischitella (Paris, Renoi et Maulde, 1864, in 8°). E fu fatta ancora una sterminata provigione di carbónfossile da servire per molti anni all’uso della marina, il quale fu murato in certe antiche cave di pietra presso al lido del mare.
In quinto luogo fu fatta la spedizione di Sicilia, e vi si spesero oltre a 9 milioni di lire.
Questi soli dati bastano a indicare quali enormi spese furono fatte in quei due anni.
E ciò non basta; poiché a queste miserie bisogna aggiungere che in molte Provincie del Regno non si pagavano le imposte, e il Governo, sotto buone o frivole ragioni, si ricusò di dare al Ministro delle Finanze l’aiuto del braccio militare.
Il desiderio di ridurre l’erario al fallimento era comune in quei giorni ai partiti estremi, sperando ciascuno di poter trarre dalla pubblica calamità la sua dittatura...
Ciò non ostante, le entrate furon riscosse per effetto di una ferma ed operosa volontà, ed il fallimento schivato, ad onta di questi e di mille altri ostacoli. Furono creatigli uomini di arme, che prestarono l’opera ai riscuotitori: essendosi delegati a questo uffizio i cantonieri della regia strada ferrata, tutti antichi soldati, e le guardie delle dogane capitanate da un loro tenente. Due uomini di grande capacità ed esperienza furono spediti nelle Provincie: Lorenzo Roberti, allora giovane di età, nelle Calabrie, e il vecchio Cav. Manfredi in Basilicata, che in brevissimo tratto di tempo rianimarono la riscossione di tutte le imposte e recarono seco la rendita di 18 mesi, senza lasciare un soldo inesatto.
Fu questo l’effetto delle leggi savissime che avea il Regno di Napoli per le sue finanze, e della importanza degli uomini preposti alla difficile bisogna. Quelle leggi però, sprezzate e derise da coloro che si sono imposti all’Italia dopo il 1860, sono state abolite, e quei due uomini furono messi in disparte.
Chiudiamo questa succinta narrazione, dicendo, che, quando alla fine di agosto 1849 il Ministero reazionario sostituì il Ministero liberale, presieduto dall’onoranda memoria del principe di Cariati, trovò che i cittadini non erano stati molestati da nuove imposte; nessuna pubblica proprietà era stata venduta; nessun capitale dello Stato riscosso. Da un altro lato, a tutti gli ordinarli e straordinarii bisogni dello Stato erasi esattamente soddisfatto: nessun debito contratto, tranne la rendita anzidetta; tutti i creditori antichi o nuovi esattamente pagati; restituiti alla Cassa di Sconto gravi prestiti fatti al tesoro sotto il Ministero del 3 aprile,ed estinti o guarentiti con pegni di rendita quelli tra i prestiti posteriori non ancora restituiti: abolito il prestito forzoso ordinato dal Ministro Ferretti, e quella parte che già era stata riscossa (tra cui l’anticipazione della fondiaria) restituita, con raro (se non unico) esempio, anche prima della scadenza. Il Regio Erario, consegnato al Ministro Ruggiero da una amministrazione Troja in lagrimevole stato, fu restituito ad un’altra amministrazione, anche Troja, in istato florido e prosperoso. E, quel che più monta, si era cumulato un credito contro la Sicilia per vecchi e nuovi conti, equivalente a quella rendita stessa che erasi creata nel 1848 e 1849. Per guisa che, quando la Sicilia fu consolata con la istituzione di un Debito Pubblico e di un Gran Libro, consegnò al Tesoro napolitano una rendita iscritta equivalentea quella che fu creata in Napoli nei due anni detti di sopra: e cosi ogni traccia delle spese enormi di quel periodo, in cui questo Regno si credè rivendicato in libertà, disparve affatto… (81)
Alle cose dette deve aggiungersi, che il Ministro Pietro d’Urso scoperse, che nella cassa di Ammortizzazione aveva il Ministro ribelle nascosto e messo a moltiplico un certo capitale, che egli conquistò, e ne trasse qualche milione di lire, che, unito al prezzo delle rendita Siciliana, tutta venduta, l’aiutarono a sostenere la stupida amministrazione, che, senza questi soccorsi, sarebbe vacillata.
Il quale sistema Ursino di porre le mani nelle casse delle pubbliche amministrazioni fu con mirabile avidità seguitato da coloro che, dopo i politici mutamenti del 1860 ressero le finanze napolitano; i quali hanno smunti e disseccati tutti i pingui peculii delle nostre casse pubbliche. Le somme che da Napoli furono tratte, specialmente sotto il governo del piemontese Sacchi, sono cose che non possono sembrar vere. Lo sa in molta parte quel venerando vecchio di Gaetano Ventimiglia, il quale non avendo avuto forza d’impedire la rapina, temendo di esserne tenuto complice, ne è per la grande passione uscito di senno.
Ritornando d’onde siamo per giusta ira vagati, concluderemo che i risultamenti sopra narrati (i quali sarebbero creduti favolosi, se non apparissero da pubbliche scritture e non li avessimo tratti da conti assai rigidamente esaminati e discussi) sori tutti dovuti alla esatta applicazione delle provvide leggi napolitano, di cui Luigi De’ Medici pose le fondamenta, e l’esperienza e la prudenza dei suoi successori retti flcò. Sono dovuti al concorso unanime e fervoroso di moltissimi uomini di gran senno che dipendevano dal Ministero delle Finanze, e che non ne furono allontanati per sostituirvi uomini nuovi, superbi ed inesperti; ma furono invece riveriti ed onorati, onde si animarono di grandissimo zelo per il servizio del pubblico.
Per queste cure e per la diligenza nell’allontanare gli uffiziali disonesti e mandare opportunamente uomini capaci ai posti convenevoli, fu tanto scemato il frodo nella dogana della Provincia di Bari, cosa che era creduta impossibile a conseguire nei tempi tranquilli.
Le cambiali di dogana consentite a lunghissima scadenza, richiamarono in Napoli sterminata abbondanza di merci. Onde per infinite altre diligenze, che sarebbe. troppo lungo l’andar descrivendo, i dazii indiretti che, secondo le previsioni di Giuseppe della Valle, dottissimo e sperimentatissimo economista, doveano dare una diminuzione di entrata non minore di 700 mila ducati all’anno (lire 2,975, 000) resero, in tempi di rivolgimento politico, un prodotto maggiore di quello che nei tempi di calma avevano renduto, niente meno, che agli appaltatori del dazio.
Era stato poi ordinato un Codice per il frodo di Dogana che, rendendo meno molesta ai cittadini la vigilanza dei pubblicani, poteva meglio schivare il danno dell’erario. Al quale lavoro erano stati deputati gli uomini più dotti del Regno, dei quali basterà nominare Niccolò Niccolini che con maggior fatica di tutti gli altri vi si adoperò, aiutato da Giuseppe Ferrigni, da Giuseppe Marini Serra, da Raimondo de Liguoro e da molti altri dotti giureconsulti e finanzieri espertissimi.
L’amministrazione della Registratura e del Bollo, che era in tanto abbandono, che ne pendevano gli affari indecisi nel Ministero da quasi venti anni, fu con l’aiuto di un uomo sapientissimo, e di un esperto e diligente uffiziale rimessa in ordine, e tutte le faccende spedite.
Dopo queste cose vogliamo rammentare le casse del Banco, Le viaggianti per alcune provincie del Regno e fermate in Bari, per porgere al commercio e ai privati un modo agevole per far circolare la moneta, ed una Cassa di sconto fondata coi danari del Tesoro presso la Cassa di Ammortizzazione, per agevolare specialmente la pegnorazione della rendita, quando quella del Banco si ricusò di porgere questo aiuto al Commercio in quei momenti difficili.
Fu riordinato il confuso Archivio delle Finanze, e quelli delle Amministrazioni dipendenti con grandissima diligenza. Accresciuta d’infinitivolumi ed aperta al pubblico la biblioteca di Economia e di Amministrazione pubblica nel Ministero delle Finanze. Aperte. nelle sale del Ministero pubbliche cattedre di Economia, di Amministrazione, di Letteratura, per istruzione de' giovani uffiziali dipendenti da quello, i quali vi accorsero numerosissimi.
Fu riaperto il Banco di S. Eligio e la pegnorazione in quella cassad(dei metalli vili, e dei panni lini e panni-lani, tanto necessaria per i poveri. Aperti nello stesso edifizio due Asili per l’infanzia e quattro scuole, provvedute tutte delle rendite necessarie al loro mantenimento, perché potessero accogliervi tanto i figliuoli dei poveri uffiziali dipendenti dalle finanze, quanto quelli degli ufflziali di un ordine superiore e più agiato. Le quali, il di seguente alla destituzione del Ministro, vennero violentemente soppresse, e cacciate dai gendarmi le Donzelle della Carità che vi erano preposte alla istruzione.
Brasi preparato uno speciale orto agrario per uso delle Finanze, e fornito già della rendita necessaria, affine di fare gli esperimenti per acclimatare in Napoli il cotone arboreo, le foglie di tabacco del Kentucky ed altre piante esotiche di grande utilità.
Ordinati lavori preparatorii per distruggere il Lotto e surrogarvi casse di risparmio.
Riordinate le poste, che partivano prima solo due volte per settimana, e fatte partire tutti i giorni per tutto il Regno. Fatte partire tutti i giorni commode diligenze in posta per uso dei viaggiatori per tutto il Regno; fatti di quelle vetture venir modelli d’Inghilterra e di Francia per ridurre quelle di Napoli alla stessa comodità, e fatti fare colle poste i trasporti delle merci, cose che erano nuovissime per questi paesi a quei giorni.
Preparato un ordinamento novello per applicare a tutto il Regno il sistema postale di Hill col pagamento di un soldo solo per ciascuna lettera. E questa nuova facilità erasi preparata con la giunta della garanzia, che dava una società assicurando rendita maggiore dell’antica. Ma tutte queste cose, abborrite ed impedite, furono vietate e distrutte dalla ignoranza della seguente amministrazione. — Fin qui l’opuscolo citato.
L’autore continua a narrare come nel 1858 il Ministro delle Finanze Murena credè trovare un modo sicuro per evitare furti sulle poste: voleva far venire da Londra i francobolli, ma gli si offerse il giovane macchinista napolitano Giuseppe Guerra, che ne aveva imparata la fabbricazione in Inghilterra fin dal 1849, e cosi il Ministro accolse le costui offerte, ed attuò sollecitamente i suoi pensieri.
E qui non ci pare fuor di luogo di recare un atto di provvida sapienza amministrativa, che rivela la mente e il cuore di un grande Monarca, mentre degnamente segnala la fine del regno di Ferdinando II. Tale è il seguente decreto, che fu l’ultimo di tal genere che avesse a registrare la storia italiana, prima di dar luogo a quella della nuova irruzione di barbari. Ecco questo importante documento:
FERDINANDO II
per la Grazia di Dio, Re del Regno delle Due Sicilie, ecc. ecc.
«L’urgente bisogno di riordinare l'amministrazione economica della Sicilia, e di ripianare il forte squilibrio delle finanze, cagionato dalla rivoluzione del 1848, ci aveva costretti d’imporre la soprattassa del 6 per 100 sulle case, in surrogato della tassa sulle aperture.
«Permettendo ora lo stato economico della Sicilia, che quelle popolazioni vengano disgravate da un tal peso;
«Abbiamo risoluto di ordinare, e ordiniamo quanto segue:
«Art. 1. Dal primo Maggio del corrente anno in poi, rimane abolita la soprattassa del 6 per 100 sulle case, imposta col Nostro decreto del 4 luglio 1853.
«Art. 2. Il Ministro segretario di Stato per gli affari di Sicilia presso la Nostra Real Persona, ed il Nostro Luogotenente generale in quella parte dei reali domini sono incaricati della esecuzione del presente Nostro Atto Sovrano.
«Gaeta, 26 Marzo 1858»
«Firmato FERDINANDO.»
E questa sarebbe bella chiusa del nostro rapido sguardo sull’amministrazione di codesto Monarca veramente grande; ma ci rimane dell’altro da dire intorno alle Finanze napolitano, specialmente messe al confronto di quelle degli Stati Sardi.
Il giornale di Napoli — La Verità, — del 21 marzo 1858, recava un importante lavoro di Ciro Scotti che giova riportare presso che testualmente.
—Sebbene tardi, scrive egli, ci sieno pervenuti i bilanci del regno di Napoli e degli Stati Sardi, comparati dal signor Antonio Scialoja, pur tuttavia, colpiti dalle evidenti fallacie in cui l’autore è incorso, noi ne assumiamo per impulso di verità la confutazione. Ed in vero, meditando sulla congerie dei sofismi e delle mendaci posizioni statistiche ed economiche accumulate in quello scritto, è d’uopo conchiudQre, che la sola forza di una viva passione poteva indurlo all’errore di fare una apologia, mentre si proponeva un’accusa!....
In fatto di finanza sono le cifre che definiscono la verità, ed è questo il motivo che ci ha indotti a dimostrare brevemente il paragone dei due Stati nella loro vera posizione finanziera; ritenendo le dimostrazioni dello stesso signor Scialoja, e così causare le polemiche, per le quali la verità rimane talvolta oscurata dalle troppe parole.
Cosa intende paragonare l’autore quando ha confessato che l’introito dell’erario Sardo nel 1857 è asceso a lire 135 milioni, 567 mila, 321, pari a ducati 30 milioni, 841 mila, 555? (82)
Noi non l’avremmo creduto se ci fosse stato asserito. Eccoci alla disamina dei paragoni a cui egli ci ha provocati.
Il reddito degli Stati Sardi fino al 1848 non ha mai oltrepassato 80 milioni di lire. Or ci dimostri l’autore da che derivi questa enorme differenza in un così breve termine? Sarà per avventura l’effetto del naturale progresso della ricchezza nazionale, o la dura necessità di dover sopperire a spese sproporzionate alle risorse economiche del paese?
Noi non osiamo entrare nel campo della politica per non essere obligati di rimontare alla causa, e ci limitiamo a parlare di ciò che concerne la parte economica e finanziera, in cui il sig. Scialoja è provetto.
Può egli negare quale sensibile scossa abbiano risentita le popolazioni degli Stati Sardi quando sono state stabilite le nuove imposte? cioè:
Dazio di patenti;
Dazio mobiliare;
Dazio sulle vetture;
Dazio sulle successioni;
Dazio sulle società ed assicurazioni;
Dazio sui domestici;
Dazio sugli animali;
Dazio su i corpi morali;
Dazio sulle manimorte:
Imposte che colpiscono naturalmente ancora coloro che direttamente ne rimangono esenti.
Le classi colpite fan risentire il peso onde sono aggravate a quelle rimaste immuni, e il sacrificio delle une ricade sulle altre. L’equilibrio non può ristabilirsi che lentamente. Infine un cambiamento da leggero in grave peso, qualunque esso sia, rimane per lungo tempo doloroso.
Qual uomo di buon senso nel Piemonte, ad eccezione di qualche ricco, potrà indursi ad acquistare carrozze, cavalli, mobilia, supellettili, quadri e simili cose di valore per addobbare la propria casa, aumentare il numero dei suoi servi, quando incontra l’ostacolo immediato dell’imposta? Lacci così stringenti fermano la circolazione di ogni industria, e ricade sulle arti e mestieri un’imposta, che deprezia lo stesso genere tassato, mentre che trae seco un fardello pesante che piomba ipso facto sul nuovo acquirente; di guisa che, se quella carrozza, quei cavalli e quelle mobilia saranno venduti più volte, il loro valore sarà assorbito dalla Finanza.
Ci si potrebbe rispondere: — Mirate l’Inghilterra. — Ma per ammodarsi cogli Inglesi si deve prima diventar ricchi. La prima voce che si levò per sancire queste leggi nel parlamento Inglese, surse dalla tribuna dei Pari, si che esse colpivano loro medesimi, e ciò onora assai l’aristocrazia di quel paese. Si vorrà forse obbiettare col dirne, che l’Inghilterra e la Francia sono gli Stati più ricchi, perché i più aggravati d’imposizioni? Sarebbe questo un prendere l’effetto per la causa. Non si è ricchi perché si paga; ma si paga perché si è ricchi.
Non sembra vero, che il sig. Scialoia, pubblicista rinomato e che aspirava per concorso alla Cattedra di economia pubblica in Napoli, non arrossisca a Torino di profanare la scienza Economica con ardere incensi alla legge che impedisce ad un tempo al ricco di acquistare, ed al povero di lavorare! (83)
Le imposizioni di tal natura diventano nemiche dei diritti individuali, allorché per necessità autorizzano le vessazioni. E come provare che esse imposizioni derivano dal prodotto di unaparte delle rendite? É questo un argomento il più importante. Si potrebbe sostenere al contrario essere il prodotto di una lenta e successiva sottrazione di capitali, la qual cosa è la più rovinosa e spaventevole che minacciar possa la vita del corpo sociale; contro il quale abuso i sommi economisti hanno tanto gridato.
Il capitale è per ogni individuo, qualunque siasi la sua posizione, ciò che è l’aratro per il campagnuolo. Ora se voi togliete al campagnuolo un sacco di grano testé da lui raccolto, ei si rimette al lavoro, e l’anno seguente gliene produce un altro; ma se voi lo private del suo aratro, ei non è più in grado di fare che il suo terreno gli produca del grano. E non credasi già che l’economia e il risparmio dei particolari riparar possa ad un simile inconveniente creando nuovamente dei capitali.
Gravandoli adunque si viene a diminuire la rendita dei particolari perché si tolgonloro i mezzi riproduttivi di questa stessa rendita, togliendo loro l’oggetto su cui potevano soltanto cadere le loro economie. Neppur ci si dica che i capitali si riproducono. I capitali non sono che valsenti presi gradatamente sulla rendita; quindi ne deriva che più il capitale è ridotto, più la rendita è minore, e che tanto meno dunque si verifica l’accumulazione delle rendite, altrettanto meno possono riprodursi i valsenti.
Un Governo che gravi i capitali, prepara infallibilmente la rovina dei suoi amministrati. Egli carpisce grado a grado la loro proprietà. Difatti la legge che statuisce l’imposta sulla successione, non è dessa l’esecutrice della mutilazione de' capitali?
L’autore che ha scritto cosi bene in Economia Pubblica in Napoli, e segnatamente sulla ricchezza, come ha potuto nelPiemonte encomiare da servo riverente, imposizioni che vanno in direzione opposta dalle sue teorie, non solo, ma di esserne divenuto il propugnatore? Si sarà forse spenta la face della sua scienza a Torino?
Ha egli meditato, che vale lo stesso, dire, ereditare la proprietà, ed ereditare il capitale? Or se questo Capitale si trova già aggravato dalla fondiaria sul massimo della rendita presunta, e taglieggiato da mille altre sopraimposte, che gravitano sul prodotto sotto l’aspetto di dogane, annone e dazii diretti sui consumatori del prodotto stesso; giunta l’ora in cui questo capitale passa dal suo antico possessore nelle mani del successore, e la Finanza lo aggredisce con un’altra taglia che si addimanda successione, questo nuovo aggravio lo colpirà si direttamente da ridurlo a poco meno che nulla. E siccome le proprietà presto o tardi dovranno indistintamente essere trasferite in virtù del diritto di successione, voi le avete tutte vulnerate. Le stesse ragioni militano sulle proprietà mobili, che sono non meno gravate di dazii diretti. Ecco come i Capitali possono essere attaccati da certe imposizioni, che però sonosi assomigliate alla cancrena.
Tal è, tralasciando più minute particolarità, la deplorevole ma vera posizione economica e finanziera di quel paese, avendo lo stesso autore dimostrato nello specchio del Passivo, esservi un disavanzo di lire 7 milioni, 759 mila, 543, che è quanto dire, che, se il reddito ascende a lire 135 milioni, 567 mila, 321, questa somma non è per anco sufficiente a sopperire alle spese, le quali ammontano a 143 milioni, 720 mila, 866. Quindi non è ancor finita la sfilza delle imposizioni nel Piemonte, le quali paragonate compensativamente sulla popolazione di cinque milioni d’abitanti, ricade a lire 27 per ciascuna testa, pari a ducati 6. Cosa di poco momento!
E volendo seguire il metodo dell’Autore diremo invece cosi:
| Il reddito degli Stati Sardi ascende a lire | 135,567,321 |
| dalla qual somma dedotte le entrate che non derivano da contribuzioni (per essere il prodotto di strade ferrate, telegrafi elettrici, beni demaniali, spese anticipate, cedole industriali, vendita di oggetti fuori servizio, fitti di locali ed altro) in tutto lire | 17,279,320 |
| Rimangono lire | 118,288,320 |
| ed aggiungendo il valore delle imposte addizionali in lire | 6,720,005 |
| in uno, la somma dei pesi ascende a lire | 125,008,053 |
| Si aggiunge come egli asserisce il disavanzo preveduto in lire | 8,000,000 |
| In uno, secondo l'identica sua dimostrazione, gravitano sul popolo lire | 133,008,053 |
che, diviso a 5 milioni di abitanti, corrisponde compensativamente a lire 26 e rotti per ciascuna testa, uguale a ducati 5,80. E qui siamo di accordo.
Il conto però non va fatto così, se l’Autore de' bilanci ci permette la osservazione.
Conviene separare la massa delle entrate in due serie, quella cioè che deriva dalle provincie continentali, e quella che deriva dalla Sardegna; quindi dividerle per le rispettive popolazioni, ed allora si avrà un esatto quoziente di ciò che gravita per ciascuna testa in terra ferma; e ciò che gravita nella terra insulare. Elevando il calcolo sopra questa giusta base, noi teniamo per fermo, che per le popolazioni delle provincie continentali si avrà il quoziente di oltre le lire 30 per ciascuna testa, e per la Sardegna non oltrepasserà le lire 6; non essendo presumibile che quell’isola, a cui mai sempre la nostra amica Cerere ha negato i suoi doni, dia lo stesso prodotto delle provincie di terra ferma in ragione di popolazione.
E se non fosse cosi, lire 26 a testa, moltiplicate per 600,000 abitanti in Sardegna, ascenderebbero a lire 15 milioni e 600 mila, e tale sarebbe la quota da corrispondersi da quell’isola. Possibile?
Ma questo carico, comunque si voglia, o estendere egualmente sul tutto o vedersi in una parte più e meno altrove, è proporzionato alle forze del paese? Qui sta il punto.
Una finanza ben regolata fa derivare le sue entrate, presso a poco, dal decimo della produzione nazionale, e ove questa norma non è osservata, non vi saranno cumulazioni di capitali che provengano dai risparmi delle rendite. Or se l’Erario sardo ha toccato l’apice, elevando il suo Passivo a 143 milioni, 726 mila, 726, la produzione nazionale dovrebbe ascendere ad un miliardo, 430 milioni circa. Come provarlo?
Chi regge il timone di quell’importante dicastero da cui deriva la vita dello Stato, avrebbe dovuto far precedere la sua riforma da un esatto lavoro di statistiche, dal quale emergendo la pròduzione nazionale proporzionata alle tasse da lui imposte, queste sarebbero allora giustificate. Se ciò non si è praticato, a nostro modo di vedere, si è caricata una nave prima di misurare la sua portata, e di tale amara verità fa prova il disavanzo. Desso é appunto quel peso che non può essere imbarcato, per essere già la nave cosi carica da non poter correre il mare. In questa posizione dove trovar materia nel Piemonte per applicare nuove imposte? Crederlo sarebbe un errore.
Il rimedio sarebbe nel minorare le spese; ma a noi sembra difficile, se pur non sia impossibile, essendo l’introito disponibile lire 81 milioni soltanto, mentre la rimanente somma di 52 milioni deve essere irreducibile per la ragione che siam per dire.
Evvi un articolo assai più grave delle imposizioni che destramente il sig. Scialoja con l’abile sua penna ci presenta con un incantevole apparato di lumi di Bengala, e con tanta simmetria aggiustato ed armonizzato nei suoi ricchi e svariati colori da far travedere. Parliamo del Debito pubblico.
A qual somma ascendeva al 1848? Ognuno il sa, a lire 118 milioni, 424 mila (capitale).
Nello specchietto del Ministero delle finanze, al Passivo, si rileva:— Ramo, Debito pubblico — Lire 51 milioni, 945 mila, 524, che corrispondono ad un miliardo, 38 milioni, 910 mila, 480 (capitale). Risulta quindi un aumento di 920 milioni, 486 mila, 480. Oh, la è cosa anche questa di poco momento!.. Esso assorbisce nientemeno più di un terzo del reddito dello Stato per soddisfarne gl’interessi, ed alcun fondo di ammortizzazione non si è per anco assegnato, sì che si possa essere a portata di fare un calcolo d’interessi composti per scorgere a qual epoca si avrà la speranza di liberare dalla testa, di questa mostruosa tenia le viscere di quel corpo sociale. Povero paese!
Il debito della Gran Brettagna, benché sia il più enorme in Europa, e che assorbisca quasi la metà dell’intero reddito dell’erario per soddisfarne gl’interessi, pur tuttavia non è da paragonarsi nei suoi risultati col debito dello Stato sardo. Questo è surto di salto con capitali stranieri, quello si è elevato a gradi a gradi, per effetto del naturale progresso della ricchezza nazionale, la quale lungi dal risentirne il peso, ne ha ricevuto anzi incremento. (84)
Lo stesso può dirsi del debito pubblico della Francia, in cui il governo per abbarbicarlo viemmeglio nel proprio suolo, detestò nel 1831 il giuoco del Lotto e vi fece allignare le casse di risparmio che hanno cosi bene risposto allo scopo, interessando il minuto popolo nella rendita dello Stato.
In altri termini. Un debito pubblico, qualunque esso sia, essendo nazionale, irriga e feconda il campo della produzione. All’opposto un debito come quello del Piemonte, allorché per la dura necessità si sono dovuti domandare i capitali allo straniero, e si è divenuto ad esserne un tributario, è un debito pubblico simile ad un emissario perenne da cui escono le ricchezze della intera nazione.
Sfortunato quel popolo che ha dovuto subire questa sorte! la sua libertà non può sussistere appo la sua decadenza. Ecco il risultato delle idee filosofiche esagerate. — A buon diritto diceva Federico il grande: «Quando io voglio punire una provincia, vi mando i filosofi per governarla!» —
Ma andiamo innanzi, esaminando i due Erarii con la scorta del citato scrittore.
—Noi, prosegue lo Scotti, crediamo ozioso di rispondere categoricamente ai paragoni dei singoli cespiti riportati nei bilanci, come sarebbero le Poste, i Lotti, i Tabacchi e simili, i quali nulla provano e definiscono. Sciupare il tempo e stancare il lettore, non è certo la nostra voglia.
Il nostro scopo è di raggiungere la verità per mezzo del calcolo, paragonando i due Erari, e di far quindi emergere dal loro giusto confronto gli errori statistici ed economici del sig. Scialoja che vuol darci ad intendere di essere, presso a poco, uguale il peso delle contribuzioni nei due Stati.
L’istesso autore ci fa sapere che il reddito delle Due Sicilie ammonta a ducati 27 milioni, 391 mila, 617, uguali a lire 123 milioni, 108 mila, 391, cioè la medesima somma a cui ascendeva al 1848; il che vai quanto il dire, c,he alcun cangiamento non ha risentito il popolo da quell’epoca a questa parte, e che qui sempre si pagano ducati 3, pari a lire 13, per ciascuna testa sulla popolazione di 9 milioni di abitanti. E per non essere mendaci (ignorando il reddito della Sicilia, che costituisce un’amministrazione separata) diremo solo, che il conto ci pare vada fatto cosi:
| |
dai ducati | 27,391,617 |
| dedotta la somma che proviene dalla Sicilia in | ducati | 3,760,930 |
| rimangono | ducati | 23,630,687 |
| Riporto | ducati | 23,630,687 |
| da cui dedotte le entrate che non derivano da contribuzioni, come sarebbero quelle che derivano dall’amministrazione delle monete per gli utili di zecca (mentre in realtà l’introito ascende a molte centinaia di migliaia di ducati) poniamo solo | ducati | 60,000 |
| Beni demaniali circa | ducati | 664,000 |
| Dagl’introiti derivanti da acque e foreste, come sarebbero affitti di fide, pesca di laghi, molini, seghe, contravvenzioni ai regolamenti, taglio di legname nei boschi, licenze di caccia, ammende e transazioni, ecc. circa | ducati | 60,000 |
| Dalle ritenute fiscali, come sarebbero quelle derivanti del 10 per 100 sullo stipendio degli impiegati, e del 2 ½, per 100 sullo stesso, circa ducati | 890,000 | 2,134,000 |
| Dagl’introiti diversi, come sarebbero quelli derivanti dal Regio Exequatur, realizzazione di significatorie della G. C. de' Conti, affitti di botteghe nell’edifizio dei Ministeri di Stato, introiti eventuali, per diverse cause derivanti da esiti effettuati dalla scrivania di razione, bolli sulle manifatture del Regno, strada ferrata e proventi della cassa di sconto ducati | 460,000 | |
| restano | ducati | 21,496,687 |
| Ed aggiungendo il prodotto di tutti i dazi comunali, che non vengono amministrati dalla Finanza, in circa | ducati | 2,500,000 |
| in uno gravita sul popolo per i Domini al di qua dal Faro, in 7 milioni di abitanti, ducati che corrisponde compensativamente a ducati 3 e 42 ¾ pari a lire 14 ½ per ciascuna testa. (85) | ducati | 23,996,687 |
«La statistica ed il raziocinio sono due nemici indomabili» ha dottamente detto il Sig. Scialoja. Or ammessa questa verità dev’egli convenire che i suoi Bilanci non bilanciano, quando vuol sostenere che i pesi in Napoli corrispondono a lire 21 e rotti per ciascuna testa.
Se la massa delle imposte sul reame delle Due Sicilie ricadesse a lire 21, pari a ducati 4,67 ¼per ciascuna testa, il reddito ascenderebbe oltre i ducati 42 milioni, pari a lire 189 milioni sulla popolazione di 9 milioni di abitanti. Da qual documento ha egli tratta questa somma? Si potrebbe in effetto realizzarla, se si ponesse mente alle inesauribili sorgenti di ricchezza delle nostre contrade, assoggettando al dazio i generi di esportazione pe’ quali l’Europa ci è tributaria. L’estrazione costante dello zolfo, del vino, dello spirito, del cremore, dei cereali, dell’olio, delle mandorle, della manna, della soda, del sommacco, dei pesci salati, del solfato, degli agrumi, del cacio, del mele, della cera, delle canape, del lino, della robbia, della seta, della lana, delle pelli, della rigolizia, delle carubbe, dei pistacchi, delle paste, del biscotto, della sugna, del sego, dei salami, delle frutta secche, del corallo, dei marmi colorati, delle agate (86) e di tanti altri generi; se fosse assoggettata a dazio, questa imposizione sarebbe a peso dello straniero. Un tanto per cento sulle vincite del lotto sarebbe anche un’imposta che non ricadrebbe su di alcuna industria: ogni giuocatore l’ambirebbe pagare.
Ma l’augusto nostro Sovrano non è stato cosi facile di accettare progetti di simile natura. La parola imposta ripugna al suo real animo, ed egli si compiace nel vedere il commercio libero nei suoi Stati. Sotto il suo governo non si sono sperimentati che disgravi d’imposizioni, come quelli in riguardo al macino, e al sale, oltre l’abolizione del diritto di rivela sul vino. Ed a limitare le spese ha dato egli l’esempio, rinunciando alla somma di ducati 370,000 all’anno sull’assegno di Casa Reale, cosa lodevolissima e da imitarsi da ogni Governo; ché il Governo migliore è quello che costa meno.
Noi, sforniti di documenti, siccome quelli che non occupiamo alcuna carica pubblica, non sapremmo enumerare quante leggi provvide siano state emanate dal nostro Governo per incoraggiare l'agricoltura, le industrie ed il commercio. Appena qualche cosa possiamo toccarne, rammentando com'egli abbia fatto godere per tanti anni ai bastimenti nazionali, reduci dal Pacifico e dall’Atlantico, il ribasso del 20 per 100 sul dazio dei coloniali, appunto per promuovere il commercio nel suo felice Reame con lo scambio delle sue derrate in quelle regioni; larghezza, che tanto ha influito all’ingrandimento della nostra marina mercantile.
La generosa legge, emanata dall'augusto Ferdinando I, regge ancora, di darsi un premio di costruzione a tutti i bastimenti fabbricati a coffe, premio, che similmente ha molto influito al perfezionamento ed all'ingrandimento della marina mercantile delle Due Sicilie, per la quale si sono profusi milioni.
La recente legge, emanata col Real Decreto de' 3 febbraio ultima, con la quale la finanza abilita i negozianti di pegnorare le loro mercanzie depositate in dogana al mite interesse dell'1 e ½per 100, prova una propensione indefessa del nostro Governo di favorire il commercio; e tanto più, se si consideri la precedente ampliazione della Real Cassa di sconto surta nel 1818. Tali facilitazioni altrove provengono dagli speculatori delle banche, e non mai direttamente dal Governo.
Chi saprebbe precisamente enumerare e descrivere le tante opere pubbliche surte sotto gli auspici del munificente nostro Sovrano? In quest’era felice, in questa beata parte d’Italia, le Reggie restaurate ed ingrandite, le vaste bonificazioni del bacino inferiore del Volturno, i ponti a catene, la strada-ferrata da Napoli a Capua (con i lavori in corso per prolungarla fino a Ceprano nello Stato Pontificio) e ad altre mete, le immense strade rotabili, l’ammirevole opificio di Pietrarsa, il magnifico stabilimento della corderia in Castellamare, la marina da guerra ingrandita, l’armata di terra rigenerata e accresciuta con un collegio che accoglie i figli della truppa, le fabbriche d’armi, le fonderie di cannoni e gli arsenali ampliati, un parco d’artiglieria non mai veduto in questo Reame, nuove sale d’armi nelle piazze di Capua e di Gaeta con un approvisionamento di armi portatili da gareggiare con una potenza di prim'ordine, il quartiere degli invalidi a Massa Lubrense, il quartiere di S. Giovanni a Carbonara, la fabbrica della polvere da guerra a Scafati, la scuola politecnica in Maddaloni, le nuove prigioni per migliorare la condizione dei detenuti. Templi restaurati e edificati con sovvenzioni speciali, nuovi acquedotti e corsi di acque, educandati, collegi, licei e convitti in tutte le provincie, nuovi teatri, ospizi, ospedali, stabilimenti di beneficenze, il porto militare in Napoli, il porto mercantile e lazzaretto a Nisita, i porti di Brindisi, Molfetta, Gallipoli, Barletta, Bari, Catania e Milazzo, e ovunque il Re risiede precariamente si veggono sorgere monumenti di grandezza. Caserta è divenuta in pochi anni una città cospicua; l’Isola d’Ischia in pochi mesi di residenza del Re ha ottenuto un porto a spese del tesoro, e delle strade che l’hanno rigenerata; Gaeta è divenuta fortezza inespugnabile; (87) la capitale ha ottenuto la strada di Toledo magnificamente restaurata, l’amena strada Maria-Teresa che domina le sue cupole, ed il bacino da raddobbo nel porto militare: ora si è dato già opera ad un emporio presso il Lago di Averno, che sarà porto franco. E tutti questi grandi risultati sonosi ottenuti senza far risentire alcun peso alle popolazioni. (88)
La Finanza del Governo di Napoli, fondata sul principio infallibile che — tutto ciò che non è giusto non è utile, — si limita al dazio indiretto che non molesta alcuno, mentre, gravitando sugli oggetti di consumo, si confonde con i godimenti. Il consumatore che lo paga comprando ciò di cui abbisogna o ciò che gli è grato, pago del piacere che procura a sestesso, non avvisa la ripugnanza che ispira il pagamento dell'imposizione. Egli lo paga soltanto quando gli conviene. Simile imposizione si accomoda ai tempi,alle circostanze, alle facoltà, ai gusti d’ognuno. È dessa talmente ripartita che si rende impercettibile; cosi il medesimo peso, che senza pena sopportiamo allorché è ripartito sulla totalità del nostro corpo, diverrebbe intollerabile, se gravitasse sopra una sola parte. Il riparto della imposizione indiretta, si fa, per così dire, da sé stesso facendosi per mezzo del consumo, il quale è volontario.
Questi sono i principii del Governo di Napoli: ognuno è molestato dal dazio diretto, ognuno èlibero di esercitare il mestiere che gli piace o gli accomoda; non essendo travagliato dall'imposta vessatoria della patente. Chi per avventura eredita i beni dei suoi congiunti, non deve nulla alla finanza: il suo capitale non é soggetto ad una specie di amputazione. Chi vuol mobiliare la sua casa col massimo lusso ed accrescere il numero dei suoi domestici, non è impedito dall’imposta, che tanto pregiudica alle arti e mestieri. Chi vuol godere del comodo o del lusso della carrozza non è tormentato dal dazio sui cavalli e sul legno. I corpi morali non debbono nulla al fisco: tutti balzelli, che non possono altrimenti realizzarsi, che con lo strumento pungente della coazione. (Come si fa nel neo-regno d’Italia)
E che diremo del nostro Banco già esteso a Palermo, a Mesn Banco sina ed a Bari, la cui organizzazione è unica in Europa? napolitano.
Depositario fedele delle fortune di tutti, il suo credito non può venir meglio comprovato, se non che da 30 milioni di ducati in argento effettivo nel solo Banco di Napoli depositati; cosa assai lusinghiera per un governo calunniato! Cassiere di ognuno senza stipendio, paga all'ordine di chiunque lo comanda, sotto qualsivoglia condizione rendendosi responsabile.
Conserva gli atti dei pagamenti a disposizione del pubblico, per esibirli a qualunque epoca. Per la sua forma speciale si può causare la spesa della carta bollata e del registro, e si pure gli atti notariali, potendosi con la carta bancale stipulare qualsivoglia contrattazione. Accoglie le pegnorazioni per impedire l’usura, accetta lo sconto delle cambiali al 3 ½
per 100 per favorire il commercio. E, quel che più importa, non ha fatto mai qui allignare speculazioni bancarie di sorta, simili a quelle che tanto hanno travagliato le più illuminatenazioni di Europa.
La carta bancale lanciata in circolazione senza garanzia dei Governi, sovente ha compromesso l’ordine sociale. La crisi del 1825 in Inghilterra ci presenta il più triste esempio. Lo abuso della carta emessa da tante Banche libere divenne incitamento alle più ardite speculazioni, essendosi facilitato lo sconto delle cambiali: le materie prime aumentarono rapidamente, i fondi pubblici si alzarono, e il Governo in quel vortice commerciale prese il destro di ridurli. Ma questa grande leva che spinse tanto alto la piramide economica, poggiava sulla carta; e cosi, mancato il credito, l’alta mole cadde sulle rovine del commercio, delle industrie e delle manifatture.
Da ciò si deduce essere un’assurda tolleranza dei Governi il permettere la circolazione della carta bancale senza la propria garanzia. Se è giusto che il fabbricante di monete sia il solo Governo, ragion vuole che ogni succedaneo della moneta sia emesso da esso solo per la sicurezza pubblica...
Ha dovuto durare molta fatica il sig. Scialoja, conclude il citato scrittore, nel denigrare la nostra finanza a fine di metterla a livello con quella degli Stati Sardi. Di fatti qual abbondanza di parole, ma altresì quale sterilità di paragoni! qual lusso di frasi, ma qual difetto di certezza! quale eleganza, qual grazia di stile, ma altresì quale penuria di verità!...
Noi ammiratori del Neker, di sir Roberto Peel e del Conte de Bruck, i quali non potevano far meglio nella posizione economica e finanziera in cui era la Francia nel 1789, l’Inghilterra al 1846, e l’Impero Austriaco al 1848, conchiudiamo; che la finanza delle Due Sicilie sotto gli auspicii di Ferdinando II (89) aveva già preceduto il sistema di Peel, ribassando le imposte sul principio del libero commercio; e la finanza Sarda lungi di seguire le orme di quei tre grandi ministri, ha invece caricato le imposte all’azzardo, obliando altresì il potentissimo motore del Credito insegnato dal Law, applicato dal Neker con felice successo, e poscia perfezionato dall’illustre conte di Bruck. — Fin qui lo Scotti.
Diciamo ora più particolarmente delle Finanze della Marina sotto Ferdinando II.
Sotto questo titolo nel febbraro 1857 veniva pubblicato un importante foglio, dettato in francese, che giova recare qui testualmente tradotto:
«Apprezzare saviamente gli elementi e l'andamento delle finanze di un popolo è lo stesso che conoscerne le funzioni più vitali della esistenza. Gli alti interessi dello Stato e della popolazione sono talmente legati con la finanza, che esiste un rapporto matematico tra lo svolgimento e la decadenza delle nazioni e la solidità del loro assetto finanziario. — La SCIENZA del benessere sociale, p. 320, L. Bianchini, ministro a Napoli.
«L’aumento della marina mercantile è il termometro dello»svolgimento della produzione e della consumazione, cosi la prosperità dell'industria della navigazione di un paese» denota il suo progresso economico. — Giornale officiale delle Due Sicilie, 26 gennaio 1857.
Impegnarne i giornali filibustieri a sostenere la loro causa imbrogliata dagli articoli modelli di Downing streete la fabbricazione delle corrispondenze, lasciando da parte le date statistiche giacché si troverebbero allora di fronte la verità e ne sarebbero annientati.
La CorrespondenceItalienne e poi il Corriere di Genova hanno pubblicato un paralello tra i bilanci finanziari di Napoli e del Piemonte.... La Correspondenceche parla di cifre, rassomiglia a un Zuavo che discuta di teologia.
Avendo sotto gli occhi il rendiconto degli incassi per l’esercizio 1856 che ha pubblicato il tesoriere generale di Napoli, vogliamo riassumere la posizione dello assetto finanziario di questo paese, non già per dare una smentita alla Correspondence,i pubblicisti e tutti i lettori seri ci dispensano da tale umiliazione, ma per dare all’opinione pubblica una prova di più della degradazione senza esempio del giornalismo sovversivo.
Il sedici decembre ultimo la Correspondence affermò di possedere a Torino una copia dei rendiconti finanziari di tutti i ministri Napolitani per l’esercizio 1856. La Correspondence mentisce e si burla dei suoi lettori piemontesi. È impossibile di render conto delle spese di un anno prima della fine dell'anno istesso. Ogni tesoreria, sia pure Cinese, ha bisogno almeno di un mese di tempo per chiudere i conti degli incassi dell’anno trascorso, e di due mesi per il conto delle spese. — Secondo il medesimo giornale la triste situazione finanziaria di Napoli è riassunta così:
| Incassi, in ducati | 27,391,617 |
| Spese | 33,037,533 |
| Deficit | 05,645,916 |
Egli aggiunge, che causa di questo deficit è l’aumento straordinario delle spese della guerra e marina (il che rende quasi inconsolabile il signor Visconte Palmerston),e che l’imposta diretta per gli Stati di terra ferma sale a 41,772,419 franchi, mentre che in Piemonte si eleva solamente a 33,000.
Ristabiliamo la verità dei fatti.
| Imposte dirette in ducati | 5,975,948,78 |
| Ventesimo comunale | 141,086,46 |
| Imposte indirette | 14,015,878,15 |
| Licenze di caccia | 49,338,03 |
| Bollo e registro | 1,394,537,64 |
| Poste | 175,357,58 |
| Monti di Pietà | 989,733,24 |
| Lotto | 1,952,685,47 |
| Ferrovie dello Stato | 238,170,05 |
| Multe | 4,500,00 |
| Passa-porti | 6,312,52 |
| Tesoreria di Sicilia, imposte communali | 4,045,578,00 |
| Rimborso della quota del debito della duchessa di Berry, Sicilia | 30,000,00 |
| Cassa di sconto e prodotti diversi | 1,607,223,43 |
| Esazioni in corso, minimum | 1,000,000,00 |
| TOTALE generale, ducati | 31,626,349,35 |
La Correspondence toglie da questo totale la bagattella di 4,234,752 ducati, ossia 20,165,486 franchi!
Aspettando il rendiconto ufficiale, classe delle spese, segnaliamo alla lealtà della Correspondence, che le cifre delle spese che essa ha presentato, si riferiscono non all’anno 1856, ma all’esercizio 1851, nel quale essa ha tagliato per spirito di esattezza, tremila ducati nella categoria della Guerra e ducati venti da quella di Grazia e Giustizia!!
Prima di parlare delle spese della Guerra e della Marina era d’uopo sapere che da tre anni il governo siciliano non ha chiamato nuove classi, mentre congedava quelle che avevano compito il servizio secondo la legge. .
Cosi l'effettivo dei Reggimenti è stato grandemente ridotto, e ne è risultato nelle spese una economia di parecchi milioni, che ha coperto il deficit 1851.
D’altronde le spese straordinarie della Guerra e della Marina napolitana,sono in rapporto delle somme esorbitanti destinate da tutti gli Stati d’Europa ai medesimi dipartimenti. Diremo di più; che ogni economia su questo riguardo è una misura illogica in ordine all’avvenire riservato in Italia al regno di Napoli.
Tra gli Stati importanti d’Europa, Napoli è il solo paese che, partendo dal 1849 non sia stato afflitto da imprestiti o da imposte nuove. In quale capitale Europea che conti seicento mila abitanti la vita è a miglior mercato che a Napoli? — la causa principale di tale benessere pubblico è la mitezza delle imposte delle Due Sicilie, mitezza sostenuta da un’amministrazione finanziaria la più saggia di tutta l’Italia, se non pure dell’Europa.
Tutte le imposte napolitano si riducono: all’imposta diretta, all’imposta indiretta, sali, tabacchi,, polvere, carte da giuoco, bollo e registro. Due parole sulla loro importanza.
Primieramente a Napoli s’ignorano perfino i nomi delle imposte sulle Patenti, Mobilio, Rendita, Manimorte, Carrozze, Dritti di successione e Ritenuta fiscale. — Imposte ben note nei paesi d’Europa e sopratutto in Piemonte.
L’imposta fondiaria di Napoli non sorpassa, tutto compreso, i sette milioni di ducati. Il territorio Siciliano di terra ferma è di 24,260 miglia quadrate d’Italia. Dal che risulta, secondo i dati della statistica comparata, che l’imposta fondiaria di Napoli,non solamente è stabilita sulla medesima ragione dell’imposta della maggioranza delle nazioni di Europa, ma che è anzi più moderata di quelle che pesano sopra parecchi paesi dell'antico Continente.
La tassa sul registro e sul bollo si limita alla carta bollata; giacché il dritto di registro è così minimo che rende pochissimo allo stato, ed è stato mantenuto per la sicurezza dei contratti privati.
Dopo il 1820 Napoli non ha contratto se non un solo imprestito, quello del 1849, fatto dal Ministero costituzionale. Domandiamo agli altri Stati d'Europa se possono dire altrettanto. Vogliamo scegliere il Piemonte per esempio? Noi non vorremmo toccare questa questione che brucia, ed è la piaga di cinque milioni d’Italiani piemontesi, i quali sono stati non ha guari abbastanza decimati a pro della causa di Maometto (nella famosa guerra di Crimea). Ma poiché questo ricordo potrà amareggiare un tantino i baccanali di Printing square, ricordiamo il quadro fatale degli ultimi imprestiti piemontesi:
| 1848 | franchi | 50,743,434 |
| 1849 rimb. | » | 22,605,355 |
| 1849 obblig. | » | 19,087,000 |
| 1850 idem | » | 17,482,000 |
| 1854 | » | 35,000,000 |
| Debito d’Oriente | » | 50,000,000 |
| Rothschild e Anglo-Sardo | » | 30,000,000 |
| TOTALE | franchi | 224,917,789 |
Da tutto questo è risultata inevitabilmente la conseguenza di un aumento periodico di 25 milioni del debito pubblico piemontese, che alla sua volta costituisce la cagione della poca fiducia negli affari finanziari e commerciali del paese.
Voler paragonare il disastro economico del Piemonte colle finanze napolitano, il cui assetto è un modello di amministrazione e di prosperità, è per lo meno una miserabile sfrontatezza (90).
Unrialzo costante è il movimento ordinario della borsa di Napoli. Nessuna piazza di Europa presenta un segno più smagliante di fiducia economica, quanto le piazze di Sicilia.
Anche ultimamente, ad onta del pagamento del semestre del primo gennaio, il corso era chiuso a 107 e tre quarti. Il giorno della partenza famosa dei ministri di Francia e Inghilterra, (91) i fondi napolitani non hanno calato nemmeno d’una frazione; al contrario crebbero nei giorni seguenti!
La Banca governativa di Napoli organizzata dietro un sistema non imitato dagli Stati d’Europa, perché non l’hanno compreso, possiede l’intera fiducia dei siciliani e degli stranieri che lo hanno apprezzato. Negli stabilimenti e nelle case non vi è danaro. Le grandi come le piccole somme dei particolari sono deposte alla banca del governo. I depositi privati non diminuiscono mai al di là dei cento cinquanta milioni.
Dietro codesti versamenti la Banca dà cartelle di credito nominali e trasmissibili, le quali sono ricercatissime. Il nome stesso di biglietto, che rappresenta sempre un valore fittizio piuttosto che un credito reale, non esiste nelle Due Sicilie. Ciò nonostante quasi tutti gli Stati d’Europa, e dopo il 6 novembre scorso il Piemonte istesso, risentono gl’imbarazzi della circolazione della carta moneta.
Nel 1855-56 il danaro sparisce dal vecchio Continente; il panico era generale e si preparava una crisi economica delle più funeste. Da quel momento il denaro estero cercò un rifugio nella piazza di Napoli; 170 milioni in verghe d’argento furono depositate alla Zecca della Capitale per esservi convertite in moneta napolitana.Questa affluenza straordinaria continua tuttora; dal 15 decembre 1856 al 15 gennajo 1857 tale affluenza ha raggiunto i quattro milioni di franchi, e si è dovuto raddoppiare il materiale delle macchine per accelerare tale monetizzazione. Questo fatto, indizio certo della prosperità delle Due Sicilie, mostra qual sia la positiva saviezza del governo napolitano per sviluppare il benessere nazionale.
Questo governo non risponderà mai alle calunnie dei suoi nemici, perché non si degraderà mai a questo segno; egli ha per sé la storia della prosperità siciliana, la forza del suo dritto e il dritto della sua forza.
Una relazione costante esiste tra la prosperità di un paese e lo svolgimento della sua manna mercantile. Ora, perche il benessere napolitano di cui abbiamo parlato divenga interamente una verità statistica, dobbiamo vedere nella marina mercantile di Napoli un progresso in proporzione, di cui ecco qui la prova: il ragguaglio statistico del movimento della marina mercantile napolitanadal 1825 al 1855, pubblicato dal giornale ufficiale del 26 gennaio 1857, dimostra che le Due Sicilie contavano:
| Nel 1825 | navi | 5,008 | capacità | 107,938 | tonnellate. |
| Nel 1855 | » | 8,958 | » | 213,006 | » |
Cioè a dire che in trenta anni il tonnellaggio, ossia la potenza della marina mercantile di Napoli si èraddoppiata. E qui bisogna fare due osservazioni. — In primo luogo la decadenza di questa marina al 1825 ebbe per causa le guerre napoleoniche che ne aveano distrutta una parte, e la concorrenza inglese che, sotto il pretesto del protettorato, aveva tolto ai Napolitani le risorse che trovano oggi nella navigazione del Mediterraneo, dell’Adriatico e del Jonio.
In secondo luogo, se il numero delle navi napolitano non si è raddoppiato come è avvenuto per il numero delle tonnellate, ciò dipende esclusivamente dalla rivoluzione che i battelli a vapore hanno arrecata nell’antico sistema della marina mercantile.
A condizioni eguali i vapori possono effettuare quasi il doppio di trasporti dei navigli a vela.
Da quindici anni a questa parte i battelli a vapore hanno fatto una concorrenza soverchiante agli antichi navigli, principalmentenel traffico della navigazione delle Due Sicilie. Nel 1855, quando si pubblicò il decreto per la libera esportazione dei cereali, si videro con grande sorpresa vapori arrivare al porto di Barletta per caricarvi granaglie, ed oggi tutta la linea da Trieste al Mar Jonio e alla Spagna è servita quasi esclusivamente dalla marina a vapore. Gli armatori e i proprietarii delle navi a vela, dopo una lotta coraggiosa, hanno capito che bisognava cedere, e riguardare la navigazione a lungo corso e i carichi voluminosi, quale nuova risorsa del loro avvenire.
Per raggiungere questo scopo bisognava cominciare dall’offrire alle capacità superiori del personale marittimo un materiale sufficiente di grosse navi.
Si mise mano all’opera: i costruttori come gli armatori riusciroñonelle loro prove con ammirabile successo. — Nel 1825 non esisteva un sol vascello nelle Due Sicilie, mentre che alla fine del 1855 ve n’erano sei. Nello svolgimento della marina mercantile del 1856 le grosse navi vi figurano pel 15 per cento sull’intero numero, e pel 78 per cento sul tonnellaggio. Sopra 74 grosse navi, costruite dal 1854 al 1856, 22 sono capaci di 500 ad 800 tonnellate. Tale progresso è avvenuto all'epoca appunto in cui la quasi sparizione delle navi francesi inferiori alle 500 tonnellate obbligava il governo imperiale ad accordare ai costruttori privilegi straordinarii, che i Napolitani non hanno mai dovuto domandare.
Le costruzioni del 1857 ci offrono il medesimo fatto. A Castellamaresoltanto si costruiscono tre vascelli da 700 tonnellate.
I locali e i cantieri antichi non prestandosi più a quelle grandi costruzioni, il governo ha fatto ingrandire principalmente i cantieri di Castellamare e di Gaeta a sue spese; nell'istesso tempo ha comprato l’edificio incantevole e storico, situato all'estremità delle delizie di Posillipo, per farne il dock della città di Napoli.
Alla fine dell’anno 1856 il numero dei vapori era di sedici, dei quali sei a elice; l'Amalfi e il Sorrento sono i più bei battelli a vapore che solchino il Mediterraneo. D’altronde la superiorità della Marina a vapore napolitanaè dimostrata dalla concorrenza che sostiene con vantaggio contro il Lloyd austriaco e contro le MessageriesImperiales(di Francia), Compagnie ambedue favorite e sussidiate dai governi rispettivi, mentre che la marina a vapore delle Due Sicilie si sostiene colle proprie forze. — Ed eccone la prova statistica:
Movimento dei vapori esteri nei porti di Francia, nel 1855.
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Tonnellaggio totale | — 1,123,525. |
| Cioè: | |
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| Inghilterra | 835,812 | tonnellate |
| Due Sicilie | 69,380 | » |
| Sardegna | 63,050 | » |
| Spagna | 55,929 | » |
| Stati Uniti | 52,708 | » |
| Paesi Bassi | 46,646 | » |
| Totale | 1,123,525 | tonnellate |
Ora, poiché le navi inglesi comunicano con la Francia pei suoi porti situati al Nord, e specialmente sul litorale della Manica, dove aCalaissoltanto si scambia tutti i giorni un doppio servizio postale, ne segue, che dopo il Lloyd e le Messageries, la bandiera più importante che sventoli nel Mediterraneo è quella delle Due Sicilie.
Ma l’avvenire promette anche meglio. Una nuova società protetta da S. A. R. il Conte d’Aquila si sta formando a Napoli per servire le linee dell’Adriatico e del Ionio con vapori a elice. Ecco la situazione dei due rami principali dell’amministrazione governativa e della prosperità dei popoli napolitani. L’Europa ministeriale principalmente in che maniera ha corrisposto ai lavori e agli sforzi di un quarto di secolo, onde preparare e compiere codesta opera civilizzatrice delle Due Sicilie? — Il seguente stampato che circola in quel Reame risponderà a tale dimanda.
Crediamo inutile di ripetere qui quello che avevamo preveduto fin dal principio della questione, vale a dire che l’effettodella Conferenza (di Parigi) e della pressione che si voleva esercitare su di noi sarebbe molto lungi dal calmare gli spiriti ed evitare le rivoluzioni. Noi dichiarammo allora che la conseguenza ne sarebbe diametralmente opposta; ed infatti la protezione spiegata dai due governi di Francia ed Inghilterra a favore di Poerio, Settembrini ed altri individui della medesima specie, ha finito con mettere il paese, Napoli come la Sicilia, in uno stato di commozione rivoluzionaria violenta. E in luogo di permettere al Governo del Re di continuare ad esercitare la sua clemenza, essa gl’impone un dovere assoluto di usare il rigore e una preveggente fermezza, affine di salvaguardare l'ordine pubblico e difendere i pacifici cittadini contro la perversità di un piccolo numero di perturbatori.
E’ cosa ben nota che Poerio ha agito per conto di Palmerston e che Settembrini lavora per Murat. Il medesimo Poerio fin dall’anno 1846 proponeva il regicidio. Tutti sono stati e sono tuttoraassordati dalla stampa periodica, principalmente inglese, pagata affine di provocare gli spiriti contro il Re e contro il Governo delle Due Sicilie, di preoccupare l’opinione pubblica ed offuscare la verità mediante la calunnia, la minaccia e la intimidazione. Evvi dunque un secondo fine. Chi non vede essere in Inghilterra dove si proteggono in tutti i modi gl’individui di quella specie? Dunque è il Governo inglese quello che vuole tuttociò, altrimenti le cose non sarebbero spinte a un punto così vergognoso e riprovevole. Non sarà fuor di proposito il ricordare qui, che l’assassinio, la distruzione sono all’ordine del giorno, e che scopo principale è quello di mettere il disordine nella società, principalmente minando la religione, e ciò è tanto vero, che si sono trovati libri protestanti presso il prete Angona, che recentemente ha attentato alla vita dell’Arcivescovo di Materaed Acerenza.
Gli assassinii sono diretti e organizzati da persone che godono piena libertà d’azione, sia in Inghilterra sia in Francia, e che, abusando del diritto di asilo, se ne valgono per cospirare.
Certo, se in Napoli esistesse un individuo che cospirasse contro la vita della Regina d’Inghilterra o dell’Imperatore dei Francesi, non solamente non vi sarebbe tollerato, ma si sentirebbe il dovere di prevenirne i Sovrani interessati: il che si farebbe immediatamente. Sarebbe forse di stretta convenienza usare la reciprocità in tale materia; ma i fatti provano l’opposto. Quel che è più triste però si è di vedere, che le lamentate turpitudini siano apertamente protette dai governi.
Non è duopo dire in tale circostanza che gli avvenimenti dell’8 decembre (l’attentato di Agesilao Milano) erano stati pubblicamente preannunziati a Londra, e che in qualche foglio francese, anteriore a quegli avvenimenti, si era usata la frase; «IL FU RE DI NAPOLI!»
É da aggiungere che una stampa invereconda, — male scusata in Inghilterra con la cattiva ragione della libertà di scrivere, e inescusabile in Francia, dove la stampa non è libera, — è una provocazione aperta, Dio sa con quali viste, tendente a spingere alla rivolta l’Italia e principalmente il Regno delle Due Sicilie.
I vascelli ancorati in rada che proteggono la fuga dei colpevoli, e la vendita delle armi e delle munizioni è un fatto notorio. Appena una nave straniera apparisce, tutti i liberali si esaltano e si agitano. Il Venderer, vapore da guerra inglese, prese a bordo Vincenzo Sproviero, condannato politico, nella sua fuga a Malta; il medesimo individuo più tardi si presentò nel porto di Napoli a bordo del piroscafo francese Le Vaticani!!
La nave inglese Malacca, contrariamente a ciò che si era affermato, (quando i plenipotenziarii inglese e francese lasciarono Napoli) vale a dire, — che i vascelli si sarebbero presentati di quando in quando a Napoli per proteggere i loro nazionali, — si è stabilita nella rada di Napoli dal mese di novembre in poi, non facendosi alcuno scrupolo di vendere polvere a chi ne vuole, e vi rimane a solo scopo di esaltare il partito spargendo tutto il giorno la voce dell’arrivo di altre navi. Gli impiegati delle due nazioni (inglese e francese), invece di calmare gli spiriti, si studiano in alcuni punti del Reame di seminarvi l’agitazione. Quale era il grido d’incoraggiamento dei Bentivegna in Sicilia e di coloro che eccitavano la ribellione? Gl'Inglesi sono sbarcati; gl'Inglesi ci proteggono! gli Inglesi ci difendono! Lo straniero manda danaro in quantità. (E si voleva fuori lo straniero) — Notate di più che, se non può dirsi egualmente di tutti gli stranieri, egli é certo almeno che una grande parte di essi cospira liberamente, tradendo così l’ospitalità che trovano nel nostro paese, perciocché si credono protetti, e lo sono in realtà, dai loro governi. E con siffatti elementi si esiggono grazie, anzi una protezione manifesta a prodei primi perturbatori del paese; e perché? perché hanno servito di strumento alle viste dei due gabinetti stranieri inglese e francese. Fa d’uopo convenire che ciò è troppo.
È superfluo di nulla aggiungere, giacché certo il Governo delle Due Sicilie non farà alcuna concessione, ne venga quel che si vuole.
Badino bene ciò non ostante i due Governi francese ed inglese; la Francia principalmente, operando così, non solo ha messo sossopra il nostro paese, e avverrà forse l’istesso nella maggior parte dell'Italia; ma essa ha rianimato, non s’illuda, il partito rivoluzionario in Francia stessa, il partito dell'assassinio e della distruzione, vestito dei bei titoli della Marianna, del Socialismo ecc. — Queste cose si stampavano sul cadere del febbraio 1857; e nemmeno un anno dopo, ai 14 gennaio 1858, avveniva l’attentato di Orsini da noi lungamente narrato.
Ora una parola sopra
—Quando la profonda saggezza di Re Ferdinando II con illuminato e fermo consiglio, profittando dei benefizii di una lunga pace e delle felici disposizioni economiche del Reame, applicò l’animo a migliorare il sistema doganale e a riformare le tariffe daziarie, non è chi possa contraddire al fatto, che da quell’epoca fu data una potente spinta all’avanzamento ed alla prosperità delle industrie nazionali, che fu veduta sempre di anno in anno sviluppare e fiorire in tutte le sue diramazioni ed in tutti i prodotti.
Il sistema di monopolio e di privilegi, ond’era informata l’antica tariffa daziaria fuor di modo elevata e protettrice, importava per gli economisti e pe’ finanzieri del Reame un sistema deplorevole e fecondo d’immensi danni alla prosperità delle industrie ed alla pubblica ricchezza del Reame istesso. Ma cotesto sistema di protezione, adottato dalle tariffe sanzionate il 30 novembre 1824, era forse una conseguenza dei trattati del 1816 e 1817 per le concessioni con quelli pattuite.
Quindi si fa chiaro che il fondamento essenziale di una riforma daziaria non poteva dipendere utilmente, né poteva compiutamente conseguirsi senza infermare ed annullare dei trattati colle potenze privilegiate. E questa appunto fu l’opera benefica compiuta da Re FERDINANDO.
Il nuovo trattato stipulato con la Gran Brettagna, e pubblicato con la legge del 25 giugno 1845, fu riguardato dai politici, dagli economisti e dai finanzieri del Reame, siccome un grande atto politico che eternava la memoria e la saggezza di quel provvidentissimo Sovrano.
Ed in fatto, il sistema di reciprocanza fondato col trattato del 1845 importò due supremi incalcolabili vantaggi. Il primo, che, tolti di mezzo i dazi eccezionali ond'erano stati per l'addietro travagliati il commercio e la navigazione, restò fermato l’identico trattamento della bandiera dei due Stati. Il secondo, che fu base e principio di un gran rivolgimento nelle nostre regole commerciali e nella civile economia del Reame, facendosi cadere man mano ogni sistema di privilegi.
Al trattato coll'Inghilterra segui indi a poco quello colla Francia, e poi con la Danimarca, con gli Stati Uniti d'America, con la Russia, con la Sardegna, con l’Austria, con altri Stati; e fu allora che il Real Governo potè intendere efficacemente alla revisione delle tariffe daziarie d’immessione.
Anche prima che fossero stipulati cotesti trattati di perfetta reciprocanza con gli Stati stranieri, Re Ferdinando avea veduta la fallacia e i danni provenienti dal sistema di protezione assoluta, e di tempo in tempo avea applicato l’animo a sanzionare notevoli minorazioni della tassa daziaria secondo le tariffe del 1824. Cosi i decreti del 13 aprile 1835 e del 14 settembre 1842 arrecavano diminuzione di alcuni dazi e totale abolizione di altri. Ma in seguito al trattato coll’Inghilterra, Re Ferdinando, col decreto di agosto 1845, operava sulle principali merci straniere di consumo la riduzione delle tasse alla ragione del 50 per 100 all'incirca; e di poi con l’atto sovrano del 9 marzo 1846, sanciva una più marcata diminuzione della tassa sopra 108 articoli delle principali merci straniere manifatturate, tra le quali i lavori e tessuti di seta, di lana, di filo, di cotone, sì che le riduzioni andavano dal 15 all’80 per 100, potendo estimarsi coacervamente al 45 per 100 all’incirca.
Malgrado però di questi mutamenti e di siffatte riduzioni delle tariffe daziarie, che tendevano a indebolire il sistema di protezione, ed accennavano a far rifiorire le industrie e le manifatture nazionali, e ad accrescere la pubblica ricchezza, stavano sempre fitte nell'alta mente di Re Ferdinando le osservazioni degli economisti, che per ravvisare nella protezione del Governo, accordata alle manifatture con le alterazioni delle tariffe doganali, un argomento certo di accresciuta ricchezza nazionale, faceva d’uopo di risolvere in fatto, e con dati sicuri e certi non pochi problemi, e quelli segnatamente d’investigare:
1°. Di quanto le manifatture straniere fossero incarite in seguito delle nostre tariffe daziarie; ed in conseguenza, quale fosse l’ammontare della perdita approssimativa per sopperire ai bisogni della vita, sofferta dai consumatori del Reame;
2°. Di quanta alterazione lo straniero si fosse servito di portare alle tariffe d’immessione su prodotti della nostra agricoltura, e quindi quanto fosse l’ammontare della perdita risentita anche per questo verso dagli agricoltori e da' proprietari di terreni nel Reame.
3°. Di quanta estensione fosse allo straniero lo smercio dei nostri prodotti manufatturati, e quindi far paragone del guadagno che fanno all'estero i nostri produttori colla perdita che fanno per somigliante guadagno gli agricoltori.
4°. Di quanta impressione finalmente fosse stato capace il sistema di protezione su i capitali del Reame; e quindi, poste le nostre condizioni naturali ed economiche, portare esame se l’utile prodotto alle manifatture per la diversione dei capitali, sia ovvero no, equivalente al danno che ne avessero forse risentito l’agricoltura e la pastorizia.
La soluzione di siffatti problemi conduce alla conseguenza immanchevole e lucidissima, che la teorica del sistema protettore, come regola, è assolutamente fallace e dannosa, salvo a consentirsi l’opportunità come eccezione e come legge temporanea.
Di qui conseguita, che, posto il principio irrecusabile di essere cioè i buoni reggimenti aiutatori e promovitori impliciti delle industrie, Re Ferdinando non esitò punto a determinarsi per sperare una compiuta riforma delle tariffe daziarie alle basi. — Fin qui un documento, che abbiamo tra mani, e che fa parte di un importante incarto intorno al Governo e all’amministrazione del Re Ferdinando II.
«Noi delle Due Sicilie, scriveva un pubblicista napolitano, abbiamo un torto, di cui ogni giorno ci tocca soffrire i tristi risultati: quello di non manifestare coi mezzi della pubblicità quanto di bene presso di noi si opera. (93)» — Il governo di Napoli ebbe purtroppo tale grave torto; ma fu per non aver voluto gravare il bilancio dello Stato, o per dir meglio, secondo la frase del giorno, per non aggravare i contribuenti colle enormi spese che loro ha imposto, senza uno scrupolo al mondo, il neo-Regno d’Italia, affine di saziare il giornalismo venale e settario. E vaglia il vero.
Sono cifre officiali le seguenti: cioè, 20,000 franchi annui pagati alla Gazzetta officiale di Torino, — 2980 franchi l’anno a quella di Modena, ed altri 12,000 per sussidio speciale. — Il Giornale di Napoli riceve pure 22,000 franchi ogni anno; — e 240,000 franchi il giornale francese Les Débats, per averne articoli favorevoli, che nello stesso modo si comprano da altri organi della stampa estera. Alla Direzione del giornale francese La Patrie si pagano annualmente 60,000 lire, e si prendono mille abbonati a 70 franchi l’uno, ciò che importa la cifra rotonda di 130,000 franchi. (94) Si pagano a Torino 4,000 lire mensilmente al giornale La Pace, redatto dal Passaglia. — (Unità Cattolica, n. 126).
Meritano poi di esser conosciute sul proposito le rivelazioni fatte nella Camera di Torino (tornata de' Omaggio 1864, N. 607, pagine radi 2351 a 2353) dove si afferma, che il corrispondente di un giornale straniero ha il salario di 500 franchi al mese per inviare tutti i giorni a Parigi un elogio del Ministero di Torino; — un altro giornale meritevole, se non altro, di aver sempre difesa la stessa opinione, ha una sovvenzione annua di 40 mila franchi; — una gazzetta quotidiana ne ha una di 50 mila; — un altro giornale che si distingue pel troppo zelo nello incensare i Ministri ha 60 mila franchi annui di sovvenzione, compresi 2,000 che si pagano mensilmente per le spese di direzione e di corrispondenze ad un giornale di una città vicina. — Nel passato anno viveva un giornale con la sovvenzione ministeriale di 2,000 franchi al mese, indi scemata, e da ultimo soppressa per aver mostrata qualche velleità di opposizione. — Dalla proficua redazione di altro giornale ministeriale, che ha dal governo un guadagno netto di 28,000 lire annue, fu mandato via un Deputato collaboratore per avervotato coscenziosamente contro il Ministero nella perequazione delle imposte. — Il Segretario generale del ministero dell’Interno (Spaventa) ha il contratto col direttore di un agenzia giornalistica di fornire per tre volte la settimana 25 corrispondenze, per altrettanti giornali, al prezzo di lire 20 per ciascuno; e l’anzidetto direttore, trovando l’appalto superiore alle sue forze, usufruita il talento di alcuni giovani sconosciuti, subaffittando la concessione a 3 lire per corrispondenza! —
Nella medesima epoca L’Indipendence Belge riceveva 60,000 lire l’anno dal ministero Minghetti-Peruzzi, il quale pochi giorni prima della sua caduta, vale a dire dal 10 al 24 settembre 1864, spendeva 9 milioni di lire per le spese segrete di stampa nationale ed estera, come si rileva dal preventivo dell’Interno.
Il giornale LesDébats, giugno 1864, fa ascendere egualmente a 9 milioni di lire le spese annuali del governo di Torino per illuminare la pubblica opinione col mezzo della stampa.
L’istesso Ministro dell’Interno è costretto a non poter negare, che «la opinione pubblica all’interno ed all’estero é formata co’ fondi segreti del Ministero»; e una parte delle gravi imposte che pagano gli abitatori d’Italia, e soprattutto del Regno delle Due Sicilie, servono a comperare i giornalisti che debbono strombazzare ai quattro venti le nuove felicità governative create da' Subalpini. — Guai all’antico governo di Napoli che non volle far pesare sui contribuenti questo denaro!
Intanto alle pecuniarie blandizie verso la stampa venale si contrappongono le persecuzioni ed i rigori fiscali, le brutali violenze di piazza contro i giornali indipendenti, de' quali non vi è giorno che non si vegga sacrificato e costretto a tacere buon numero, e già se ne conta oramai qualche centinaio. Sono tanto scandalosi codesti maltrattamenti ed oppressioni contro la stampa d’opposizione, che hanno richiamata l'attenzione perfino dei parlamenti d’Inghilterra e di Francia, e dei più accreditati diarii di Londra e di Parigi. — Su tale proposito è da vedere il giornale La France (20 gennaio 1863) e le varie mozioni nella Camera dei Comuni d’Inghilterra (seduta 8 maggio 1863); nella Camera dei Lordi (17 marzo 1862), e nella Camera di Torino (24 gennaio 1862).
Intorno al modo onde era formata l’opinione pubblica contro il Re di Napoli e contro gli altri Principi italiani ci accadrà di dire nuovamente in seguito; qui fa,d’uopo aggiungere qualche cosa circa l'azione della diplomazia napolitana,mal corrisposta da qualche Ministro di Stato. Abbiamo infatti sott’occhio un breve estratto dell'elogio funebre pubblicato in onore del Principe di Castelcicala, dal quale si rileva la condotta del Ministro degli Affari Esteri, marchese Giustino Fortunato, che fa ignorare al Re Ferdinando II l’avvertimento venuto da Londra sull’attacco preparatogli contro con le famose Lettere del Gladstone.Questo brano di storia spiega abbastanza, come abbia potuto quasi inaspettatamente colpire il governo reale di Napoli codesta pubblicazione, diretta dal Gladstoneall’Aberdeen. Ed ecco questo importante brano nel suo testo originale:
«Le Prince de Castelcicala, Ministre plénipotentiaire des Deux-Siciles à Londres, était traitécomme un camarade par le vieux duc de Wellington, qui prenait en toute occasion un plaisir touchant à l’honorer de sa familiarité. Les choses en étaient là, lorsque M. Gladstone se rendit dans l'Italie méridionale pour étudier l’administration des Deux-Siciles. Ce n'était un mystère pour personne que l’opinion de cet homme d’État, alors simple membre de la Chambre des Communes, n’était rien moins que favorable au gouvernement de Ferdinand II. Le Prince de Castelcicala surtout n’ignorait pas que M. Gladstone cherchait un thème de popularité pour son nom, encore peu connu, et il avertit le gouvernement napolitain des dispositions d’esprit du voyageur anglais. A son retour à Londres, celui-ci soumit le projet de ses futures lettres à Lord Aberdeen, qui, plein d’estime pour le caractère du Prince de Castelcicala, le lui communiqua immédiatement. Sans hésiter et en diplomate fidèle, le prince le fit connaître à son tour à son Ministre des affaires étrangères.
Mais la réponse de ce dernier n’ayant pas été jugée satisfaisante, M. Gladstone publia ses fameuses lettres. Il est à croire que le Roi Ferdinand Il ignora d’abord tous ces incidents, et notamment les démarches faites par le Prince de Castelcicala pour prévenir un scandale dont les conséquences furent si fâcheuses. C’est ainsi que l’on a expliqué son rappel soudain, après la publication de Mr. Gladstone, puis sa rentrée en faveur après sa première conversation avec le Roi, et enfin la disgrâce simultanée du Ministre des affaires étrangères, qui fut brusquement destitué la veille d’une chasse royale, à laquelle il devait assister. — Plus heureux que lai, le prince ne tarda pas à recevoir un nouveau témoignage de la bienveillance duRoi, etc. (95)»
Ma sono sempre gli stessi nemici del Re Ferdinando II quelli che confondono i suoi detrattori.
Nellibro, Giacomo Tofano ai suoi elettori, Napoli 1861, a pag. — «Diciamo il vero anche verso i nostri nemici. Il Borbone per l’emigrato Principe della Rocca si mostrò diligentissimo economo, e se avesse potuto sequestrare i beni di costui a Genova, essi non sarebbero andati dissipati. Potrebbe dirsi, che da un atto di dispotismo venne utile a colui che era colpito dall'abusiva disposizione». E a pag. 256 continua:
«Qui mi piace, nella mia schiettezza, dire, che niuna ragione personale era in me per farmi odiare il Borbone, che anzi da lui prima del 1848 fui sempre benevolmente accolto, sempre che dovetti vederlo per lo esercizio della mia professione. Mipiace anche dire che spesso, ricorrendo a lui contro ingiustizie e prepotenze ministeriali, sopportate da taluni dei miei clienti, le suppliche di costoro vennero accolte e secondate; che egli parlandò meco si mostrò sempre amatore del giusto e dello onesto; che io difensore di cause urtanti e compromessive, come si legge nella mia scritta, data in luce in aprile 1848, non ebbi a soffrire alcuna vessazione; che in fine Ferdinando Borbone si prostrò operoso ed energico come Re, geloso della sua autorità al cospetto de' suoi ministri,geloso della sua indipendenza verso lo straniero, ed onesto e costumato come uomo privato e di famiglia, in modo che appena assunto al trono seppe essere scrupoloso della onoratezza di tutti i suoi congiunti, e moralizzò per costumi la sua famiglia.
«Se quel Principe non avesse ceduto, o forse alla natura della sua razza, o a tenaci principi! del diritto divino, o a cattivi consigli di coloro che lo circondarono appena assunto al trono, persuadendolo di recedere dailiberali primordii co’ quali aveva cominciato a regnare, quel Principe avrebbe primeggiato in Italia, e noi Italiani, da lui guidati, avremmo Andai 1830 rigenerata l’Italia nostra a libertà e indipendenza.» _
E il medesimo autore in un posteriore opuscolo, intitolato: — Giacomo Tofano a tutti coloro, etc. — edito in Napoli, 25 febbraio 1862, a pag. 47, ripete gli stessi elogi a Re Ferdinando II, aggiungendo, che «salito al trono, fece concepire molte e belle speranze di sé, e fu talmente distinto per giustizia, che ordinò giudizi! penali contro parecchi favoriti del padre, che la opinione pubblica indiziava come malversatori e ladri, etc. — Ed a pag. 86, dice: In vero, e per onor del vero, Ferdinando Borbone non era estraneo agli affetti e alle virtù private: affettuoso e morale marito e padre; appena salito sul trono cercò moralizzare la sua famiglia, etc.»
Nell’appendice poi al primo libro suddetto, pag. 170, narra che il Re Ferdinando II accolse benignamente le suppliche di esso Tofano per far ammettere gratuitamente i suoi figliuoli in educazione nel real collegio di Maddaloni. Indi nella susseguente pagina 234, dice: «Dopo il 17 maggio 1848 vidi altre due volte il Re Ferdinando: la prima volta per impetrare un miglioramento di custodia a favore degli sciagurati siciliani, che avevano fatta mala prova di sé nella insurrezione calabrese, e che furono catturati nel golfo di Taranto dallo Stromboli. Il Re accolse beniguarnente le mie suppliche: dal bagno di Nisida, ove erano detenuti, furono passati nel castello di Capua, e furono forniti di abiti e biancheria. La seconda volta per impetrare giustizia o clemenza a prodel mio venerabile amico Vincenzo Valetutti calabrese. Furono accolte con benevolenza le mie suppliche; ed in questa occasione il Re con molta amabilità mi tessette discorso sui fatti avvenuti in questa Capitale e nel regno, addebitando i mali tutti del paese alle insane voglie del partito liberale, e lagnandosi calorosamente della ingratitudine a lui mostrata, etc.»
Infine lo stesso autore nella citata appendice, dalla pag. 172 alla pag. 263, spiega i concerti dei mestatori politici per ottenere la Costituzione del 1848, i fatti del 15 maggio, i primi atti di quella riforma, e in fine la sua carcerazione ed esilio, collocando, già s’intende, gli avvenimenti sotto il prismatico punto di vista della propria passione e del proprio interesse.
Il signor Marco Monnier nel suo libro — La Camorra — edizione di Firenze 1862, pag. 105, (benché ostilissimo al governo napolitano, dice: «Ferdinando II ascese al Trono a 20 anni e ne regnò 30. Aveva spirito e criterio; conosceva il paese e gli uomini. Dopo un quarto d’ora di colloquio aveva già indovinato il nuovo ministro o il diplomatico che eragli dinanzi. Dotato di memoria prodigiosa, sapeva a mente la biografia completa di quanti nel suo regno potevano servirlo o avversarlo; bastavagli vedere unafisionomia,di udir pronunziare un nome per una sola volta per non dimenticarsene mai. Pieghevole, astuto, instancabile negli affari, amabile, piacevole e familiare, aveva le apparenze di un buon uomo: aveva anche delle virtù, quelle virtù di famiglia che valgono sempre a' Principi le simpatie degli onesti.»
Il Re Ferdinando a' 23 di ottobre 1852 visita Messina, dove essendo recente il beneficio dell’ampliamento del porto franco, della diminuzione dei dazi doganali, e dell’abolizione di tasse sui generi di immissione, d’onde i grandissimi vantaggi pel commercio, è festeggiato con tanto entusiasmo popolare, che, trovandovisi testimone oculare il celebre oratore della Francia costituzionale Odillon Barrot, questi ebbe ad esclamare: — Voici un beau spectacle La réconciliationduRoí anecson peuple. — (Cassisi, Atti e progetti del ministero, etc.pag. 33.)
Quanto poi alla Sicilia sarà utile riprodurre in queste Memorie il giudizio di un recente storico imparziale e severo nei suoi giudizii intorno al governo di Napoli. (96) Sicilia sola in Italia fu pacificata dopo il cataclisma del 1848 con forze indigene, allorquando interventi stranieri riponevano l’ordine nel resto d’Italia ed in Germania, e benché oltre la lotta interna si fosse aggiunta anche la diplomatica che fece ingagliardire e prolungare la prima; e benché pure da comitati rivoluzionarii che hanno loro sedi centrali sulla Senna e sul Tamigi (e riescono con le loro infernali trame a trarre alla loro opinione i governi di quelle due grandi nazioni) avessero ricevuto i rivoltosi siculi armi, danaro, consigli, uomini, protezione e simpatie, Re Ferdinando trionfò delle due lotte, su i campi con pochi soldati, nel diplomatico agone con la proclamazione alta del diritto: padrone di un regno piuttosto piccolo, fu il solo Re in Europa, non soccorso da nessuno; solo domò con poco la setta mondiale. Rattenuto da ingiusto intervento di forti stranieri, seppe invocare e far rispettare il principio del vero non intervento per riguadagnar pace.
«Tanto potè perché aveva seco il suo popolo! La rivoluzione importata da fuori famelica e tiranna, abborrita da' regnicoli, fu abbattuta dalla nazione, che nazionale era l’esercito pugnace (meno’ pochi svizzeri) coscritto in tutte le classi sociali, nazionali i municipi reazionari, nazionali i marinai, e gli uffiziali civili e militari, che trionfarono, da' quali, siccome cosa straniera, fu calpestata.
«Napolitani erano i duci regi che vinsero, — i duci rivoluzionarii o sieno i mercenari chiamati in aiuto per danaro da rivoltosi siculi, erano polacchi, francesi, nizzardi, settarii che hanno la patria per caso. — Potevano i caporioni della rivoluzione cosmopolita perdonare mai a Re Ferdinando questo nobile trionfo? Essi sogghignando, alterando e snaturando fatti, fecero intercalare le loro diatribe col ritornello obbligatorio, contorcendo due noti versi del sommo epico italiano:
Ve’ quant’osa un Signor di piccol Stato,
Signor che nella serva Italia è nato!
e lavorarono altri dieci anni con seduzioni, corruzioni e con ogni arte a dislegar l’esercito, ed a suscitare sedizioni nel paese. — La storia disvelerà i loro nefandi sforzi che hanno da ritenersi sempre impotenti, perché comunque con inauditi tradimenti avessero minato il trono del virtuoso figlio e successore di Re Ferdinando, èoramai evidente non aver potuto trionfare la rivoluzione che con forza diarmi straniere, prevalenti all’avversione costante dei popoli, la cui tradizionale devozione alla patria monarchia de' Borboni renderà sempre vacillante il trionfo sorretto da 100,000 baionette nemiche.»
Ma abbiamo troppe volte accennato ai fatti del 1848, perché finalmente non ne diciamo un poco più di proposito. Non istaremo a tesserne una storia; altri lo fece, e bene, prima di noi; altri lo farà, e meglio, dopo di noi. Ci contenteremo perciò di raccoglierne i principali documenti pel concatenamento delle idee in ordine all’epoca della quale più particolarmente ci occupiamo.
Dopo di aver detto rapidamente del governo e dell’amministrazione del Re Ferdinando II, passiamo a rassegna la solaparte politica, e in particolare il memorabile biennio 1848-1849. Igiudizi degli scrittori contemporanei sugli avvenimenti compiutisi in quel periodo sono rappresentati alla posterità, sì come ai contemporanei, nel modo più proteiforme e contradittorio. Raccogliamo pedante qui con imparzialità gli elementi più serii che ci offre il cumulo smisurato di stampe e di manoscritti dell’epoca.
Il quinquennio del regno di Francesco I (18251830) nelle Due Sicilie era passato in calma, come quello di Luigi XVIII in Francia. L’Europa si ripesava dalle lunghe agitazioni della fine del passato secolo e del principio del presente, e se il fermento rivoluzionario non poteva dirsi del tutto scomparso, almeno le sue velleità accennavano a conati isolati e di poca conseguenza. Gli avvenimenti delle cosi dette gloriose giornate di luglio 1830 in Francia sorpresero il Re Francesco in Napoli al suo letto di morte, e Ferdinando II ne raccoglieva la eredità nel momento in cui il ramo primogenito della sua gloriosa razza scendeva dal trono di Francia, e vi saliva il figlio di Filippo egalitè, Luigi Filippo d’Orléans. Le circostanze in mezzo alle quali Ferdinando prendeva la corona, nella giovanile età di 20 anni, fecero impressione sul suo animo, e non furono forse senza influenza sulla linea di condotta da lui serbata nei suoi trent’anni di regno. Durante i due viaggi che il padre aveva fatti nella Francia e nella Spagna, egli aveva governato il reame in qualità di Vicario-generale, era quindi conosciuto dalle popolazioni, che salutarono con gioia il suo avvenimento al Trono.
Laborioso e perseverante, di una attività infaticabile, aggiungendo allo spirito fine e penetrante dell’avo, una grande fermezza di carattere, armato di un ardente desiderio di fare il bene e di riformare abusi che già da più tempo condannava; viaggiando nelle provincie senza fasto, incaricandosi de' bisogni delle classi povere, dando spesso udienze pubbliche, ascoltando tutte le querele ed intrattenendosi famigliarmente con gli artigiani e coi soldati, Ferdinando II aveva ancora allo sguardo della massima parte dei sudditi una dote che non poteva non conciliargli grande popolarità: egli professava profonda devozione alla Religione de' suoi padri, era Cattolico sincero.
Abbiamo già toccato nelle precedenti pagine delle sue prime cure per una amministrazione illuminata e saggia, per una economia capace di rendere prospere le finanze, per un sensibile alleviamento d’imposte, per una riforma e riorganamento dell’esercito e della marina, ed infine per una larghezza di vedute in materia politica tale da fargli riporre fiducia in coloro stessi che nelle passate vicende tumultuose avevano figurato come avversari dell’attuale ordine di cose. Codesta attitudine gli suscitò contro ben presto imbarazzi, in un senso però da formare una strana antitesittra di loro.
Le Potenze del Nord, — lo accennammo nel primo volume — eransi allarmate pei nuovi auspici troppo liberali, sotto i quali Ferdinando II inaugurava il suo regno. Il gabinetto di Vienna partecipava le sue apprensioni ’alle Corti germaniche ed a quella di Pietroburgo: non senza far intendere al giovane Re di Napoli i pericoli ai quali sarebbe andato incontro, tali da fargli avere bisogno di pronti soccorsi stranieri, laonde proponevasi un trattato di alleanza, che assomigliava a un protettorato.
Al contrario il Re Luigi Filippo, sotto il suo punto di vista, scorgeva pericoli nella situazione troppo conservatrice del Re di Napoli, al quale consigliava di spingersi innanzi nella via delle riforme liberali, e gli scriveva una lettera che riproduciamo, unita alla risposta fattagli da Re Ferdinando, quale venne riferita da varii giornali dell’epoca. Eccola:
«Forse la Provvidenza, che ancora sorride alla famiglia di S. Luigi, ha chiamato V. M. al trono di Napoli, nell’ora in cui sull’Europa è scatenato l'uragano rivoluzionario. Imperocché la fiaccata salute di S. M. Francesco non avrebbe potuto reggere a tutti gli urti che vengono da tante parti, e dai quali sa Dio come ci caveremo; ma è gran tempo che io ho udito fare l’elogio della energia e della perspicacia di V. M., e non dubito punto, che sarà per traversare felicemente questi giorni burrascosi; ché V. M. trovasi nella necessità di resistere a una volta alle pericolose insinuazioni di fuori, che potrebbero spingerla a una politica antinazionale e funesta ai suoi interessi e agl’interessi del popolo che governa, e resistere alle pressioni interne, che ciechepassioni potrebbero esercitare sull’andamento del suo Governo. Conosco tutte le suggestioni e tutti i consigli severi onde V. M. è assalita per comprometterla in una politica cieca; ma sono pure sicuro che V. M. avrà fermezza non meno che previdenza per non lasciarsi trascinare.
«Noi siamo in un’epoca di transazione, in cui sovente conviene cedere qualcosa per non lasciarsi strappare tutto, e vedrei veramente con gioia V. M. romperla con un sistema di compressione e di violenze, il quale ha fatto passare molti giorni d’angoscia all’augusta memoria di suo padre, ed ha cosi spesso scacciata l’ilarità dalle labbra del brioso Re Ferdinando I.
«V. M. si accosti al sistema della Francia: vi guadagnerebbe assai, (!?) che sacrificando un poco d’autorità, avrebbe assicurata la pace del suo regno e la stabilità della sua casa. I sintomi di agitazione sono talmente pronunciati e accumulati in Italia, che bisogna attendersi uno scoppio più o meno prossimo, secondo che i temperamenti del Principe di Metternich lo precipiteranno o lo rallenteranno. V. M. sarà trascinata, se non isceglie a tempo; la sua casa sarà forzata, sia dàlia corrente rivoluzionaria, sia dagli espedienti 'di repressione che vorrà metter in uso il gabinetto di Vienna. »
«V. M. potrebbe salvar tutto andando volontariamente e con prudenza incontro ai voti ed a' bisogni del suo popolo; ché se in Italia scoppia la rivoluzione, l’Austria vorrà agire da padrona assoluta, e io sarò spinto a passi che vorrei ad ogni costo evitare; e in ciò, ne son sicuro, se l’Inghilterra non mi prevenisse, non mi lascerebbe già solo; mercecché entrambi non possiamo permettere che l’Austria estenda maggiormente la sua influenza sulla penisola italiana. Vogliate, fratello cugino e nipote carissimo, considerare il desiderio che son lieto d’esprimere a V. M. e credere alla mia esperienza. (Triste esperienza.)»
«LUIGI FILIPPO»
«Per accostarmi alla Francia, se mai la Francia può essere un principio, sarebbe d’uopo mi cacciassi a capo fitto in quella politica giacobinesca per la quale il mio popolo s’è mostrato più d’una volta ribelle alla casa dei suoi Re. La Libertà è fatale alla famiglia dei Borboni, e per me son deciso d’evitare a ogni patto la sorte di Luigi XVI e di Carlo X. Il mio popolo ubbidisce alla forza e si piega, ma guai se si rizza sotto l’impulso di quei sogni, che sono sì belli nei sermoni dei filosofi, ma sono poi impossibili in prattica! Coll’aiuto di Dio, io darò al mio popolo la prosperità e l’amministrazione onesta a cui ha diritto; ma sarò Re solo e sempre.
«Il mio popolo non ha bisogno di pensare, tolgo su me la cura del suo benessere e della sua dignità. Io ho raccolto il retaggio di molti rancori, di molti folli desideri!, di tutte le colpe e di tutte le debolezze del passato; onde è mestieri ch’io restauri, e non lo potrò che avvicinandomi all’Austria, pure senza sottomettermi alle sue volontà. Noi non siamo di questo secolo. I Borboni son vecchi, e se volessero calcarsi sul tipo delle dinastie nuove si renderebbero ridicoli. Faremo come gli Habsbourg: ci tradisca pure la fortuna, ma non saremo mai per tradirci da noi.
«Ciò non ostante, V. M. faccia assegnamento sulle mie più vive simpatie e sui voti più sinceri, che fo perché le riesca signoreggiare cotesto popolo ingovernabile, che rende la Francia flagello d’Europa.
«FERDINANDO»
Alle Corti germaniche intanto e alle altre del Nord il Re Ferdinando inviava ambasciatori con missione speciale di rassicurarle intorno alla sua politica, e diceva loro ne suoi dispacci: «Io conosco il mio popolo; coloro che ho aggraziati sapranno rendersene degni, e io sono il miglior giudice per introdurre riforme ne’ miei Stati. In quanto ai pericoli, da cui mi si dice esser io minacciato, saprò bene difendermi, e spero mantenere l’ordine senza aver bisogno di stranieri.»
Continuando con fermezza nella sua carriera di Re indipendente, dedito continuamente al benessere dei suoi popoli, non deviò nel generoso cammino intrapreso, e perseverò in quello che credeva giusto e ragionevole.
Passarono 18 anni, malgrado delle sinistre predizioni della Monarchia francese ¿li Luglio e di quelle del Gabinetto di Vienna, senza che la guerra civile affliggesse il reame delle Due Sicilie; e quando sopraggiunse lo scompiglio del 1848, quando il vecchio Imperatore d’Austria, spaventato dalla ribellione, abdicando, deponeva la corona sul capo del giovane nipote Francesco Giuseppe, e quando il trono di Luigi Filippo, abbattuto dalle mani che lo avevano edificato, fu bruciato sulle barricate, quello di Ferdinando II rimaneva illeso, ne diveniva anzi più saldo.
Codesti precedenti spiegano, come in un’epoca quale il; 1848, in cui niuno pensava ad esercitare su gli atti del governo di Napoli una pressione qualunque, il Re Ferdinando II, che aveva impiegati i primi 18 anni del suo regno a introdurre miglioramenti e riforme, credette in buona fede fosse giunta l’ora dello incoronamento dell edificio (espressione divenuta celebre nel secondo Impero francese) di fare cioè le più ampie concessioni.
Erano appunto i giorni nei quali i cospiratori avevano compiuta la maggior parte del programma mazziniano in Italia. — Pio IX e il Gran Duca di Toscana s’innoltravano nella via delle riforme, che mettevano capo, per opera dei settarii, a una doppia catastrofe. Carlo Alberto, Re di Sardegna, si preparava alla campagna di Lombardia, per poi prendere nel susseguente anno la via dell’esilio, e andare a morire vinto e scoraggiato ad Oporto in Portogallo. Napoli solamente non era ancora trascinato. I settari della Giovane Italia erano ivi in minor numero, avendo concentrato le forze loro a Roma e a Torino; ma vi mettevano in opera ogni sforzo per un movimento insurrezionale. A’ 12 gennaio 1848 (gala solenne pel Natalizio del Re) scoppiava una rivoluzione a Palermo, a comprimere la quale seimila soldati spedivansi da Napoli sotto il comando del generale Roberto de Sauget, che mancò di capacità e di energia, — o come altri vogliono e come la posteriore sua condotta diede luogo a credere, — traili il suo dovere per servire la causa de' rivoluzionari. Senza attendere ulteriori possibili rovesci delle sue armi, il Re Ferdinando accordò a' Siciliani la Costituzione del 1812, e l’apertura del parlamento fu fissata a' 25 di marzo.
Intanto in Francia veniva proclamata la Repubblica a' 24 di febbraio, ciò che mise in pericolo tutti i troni e rese più audaci i ribelli siciliani, l’assemblea dei quali, con mostruosa ingratitudine, a' 13 aprile proclamò la decadenza del Re Ferdinando, ed agli 11 luglio la Corona dell’Isola fu offerta al Duca di Genova, secondogenito del Re Carlo Alberto. Ferdinando II protestò solennemente a dì 13 del mese stesso per la incolumità de' suoi diritti, per la reintegrazione dei quali alla forza delle armi si riserbò di fare ricorso, dopo che si fosse sbarazzato di altri serii ostacoli che inceppavano la sua azione sul continente. — E’ d’uopo farne menzione.
Ai 27 del mese di gennaio 1848, a mezzodì, una numerosa dimostrazione di persone inermi ebbe luogo in Napoli lungo la strada Toledo al grido di Viva la Costituzione! Viva il Re! e si fecero sventolare nastri tricolori. Il Re Ferdinando prese forse per un movimento nazionale ciò che non era se non un concerto fazioso. Accolse dunque senza difficoltà la detta dimostrazione, delle cui tristi conseguenze non paventò, e promise di condiscendere ai voti manifestatigli. L’Atto sovrano del 29 del mese stesso stabilì le basi di una Costituzione, che fu Armata in Napoli il 10 febbraio, e pubblicata nel domani: né a tale condiscendenza del Re può dirsi aver influito la rivoluzione scoppiata in Parigi a' 24 del detto febbraio, stanteché già da un mese circa era preceduta dal suaccennato Atto sovrano. La concessione fatta dal Re Ferdinando produsse tra alcune classi un entusiasmo che andò Ano al delirio.
Presso alcuni era sincero, sia che fosse la espressione delle simpatie reali pel nuovo ordine di cose, sia che significasse semplicemente quel tripudio per le novità, cui inclinano soprattutto i popoli meridionali. — Presso gli altri codesto entusiasmo era fittizio, servendosene i settari, come da per tutto, quale mezzo di agitazione per raggiungere l’ultimo scopo mazziniano. Subito dopo la pubblicazione dello Statuto costituzionale, il Re uscì a cavallo col suo Stato maggiore, e tra le acclamazioni del popolo percorse le vie della Capitale. Sulla piazza Mercato quei popolani, ben noti per antica e sperimentata devozione, gridarono istintivamente: — VIVA IL RE ASSOLUTO! — e si mostrarono pronti ad abbattere il partito de' fautori del nuovo ordine di cose, che essi chiamarono Giacobini e Carbonari. Trascinato dalla influenza di questo commovente spettacolo, un uffiziale di Stato maggiore propose al Re, sottovoce, di mettersi alla testa del popolo, e soffocare la rivoluzione in sul nascere; ma il Re rifiutò con una lealtà che onora il suo carattere. (Desumiamo questa e altre notizie del presente paragrafo dal libro intitolato: «Histoire des régiments Suisses de Naples, par un officier Bernois.»)
Le rivoluzioni di Parigi, di Vienna, di Berlino, di Lombardia non tardarono a dare al movimento un colore e una direzione sempre più esaltata. La demagogia, rimasta fino allora nell’ombra, cominciò a pronunziarsi in Napoli audacemente. Riunioni anarchiche e tumultuose si tennero nelle botteghe da caffè, specialmente in quello conosciuto col nome di Caffè Buono. — Si mirava a rovesciare la Costituzione ed il Sovrano che avevala largita, anche prima di farne lo sperimento! — Per la pressione di questo partito di piazza furono assunti alla carica di ministri Trova, Poerio, Conforti ed altri, autori del famoso programma de' 3 aprile, per il che fu chiamato il Ministero del 3 Aprile, segnalatosi per la espulsione de' Gesuiti, per lo invio di truppe napolitano in Lombardia e per aver preparati i deplorabili avvenimenti del 15 maggio.
Per chiarire i contemporanei avvenimenti diciamo qui di passaggio che, non soltanto gli ostacoli interni tendeano ad intralciare razione del Re di Napoli per infrenare i ribelli e restaurare l’ordine, ma altresì le estere pretensioni d’intervento. I turbolenti del Continente prendevano coraggio dalla protezione manifesta, e dall’appoggio che dava a quelli di Sicilia la flotta britannica venuta a stazionare nelle acque della Capitale. — Vedremo in appresso la polemica diplomatica sostenuta dal Governo di Napoli con i rappresentanti di Francia e d’Inghilterra presso la Reale Corte delle Due Sicilie.
—A togliere le ambagi, questa spediva il Principe di Castelcicala a chiedere spiegazioni al ministro Palmerston circa l’attitudine delle navi inglesi nel golfo di Napoli. Ed avendone risposte non contrarie, si facevano immantinenti partire per Messina le truppe napolitano comandate dal generale Filangeri, Principe di Satriano, onde far ritornare alla obbedienza la Sicilia. Era quivi nella cittadella la guarnigione delle truppe regie comandata dal generale Pronio, che lieta vide giungere e sbarcare sul lido di Messina il corpo di esercito col Filangieri a' 6 settembre. Con quale slancio di valore e in mezzo a quale forte resistenza, e sotto qual fuoco micidiale sia stata presa Messina, combattendo nei giorni 7 e 8 settembre 1848, è abbastanza narrato dalla storia. Delle atrocità commesse dai rivoluzionari cosmopoliti, accorsi per la difesa di Messina, su gli sventurati prigionieri, gli scrittori appassionati per le moderne innovazioni non fanno parola, diffondendosi invece ad inventare atti di ferocia per denigrare i prodi soldati napolitani. — Il loro duce è intanto costretto dalle esigenze anglo-francesi a far sosta nel vittorioso corso della spedizione. Vedremo tra poco a che approdassero tali esigenze: qui è d’uopo dire qualche cosa intorno all’opera dell’accennato Ministero del 3 Aprile.
Toccando dei fatti del 1848, non possiamo omettere il proclama del 7 aprile, col quale il Governo di Ferdinando II, divenuto Re costituzionale, vale a dire Re che regna e non governa, dichiarava ai popoli napolitani e all’esercito il disegno di una Lega italiana.
«Il vostro Re, diceva, divide con voi quel vivo interesse che la causa italiana eccita in tutti i cuori è mira perciò a contribuireal suo trionfo con tutte le forze che la nostra posizione ci lascia disponibili. Benché le condizioni della Lega italiana non sieno ancora determinate interamente, noi la consideriamo come un fatto compiuto, mercé l’accordo unanime che esiste tra principi e popoli. Gli èperciò che alla prossima riunione a Roma del Congresso, che noi siamo stati i primi a proporre, siamo ancor noi i primi ad inviarvi rappresentanti della grande famiglia italiana.
Già una spedizione di truppe è stata da noi fatta per mare e una divisione è in marcia lungo l’Adriatico per agire di concerto con l’armata dell’Italia centrale. I destini della comune patria vanno ad esser decisi sui piani lombardi, e ogni principe e ogni popolo della penisola è nell’obbligo di prender parte alla guerra che dee assicurarne la indipendenza, la gloria e la libertà. In quanto a noi, benché necessità particolari siensi fatte per paralizzare una buona parte della nostra armata,noi abbiamo la intenzione di contribuire a questa guerra con tutte le nostre forze di terra e di mare, co’ nostri arsenali e i tesori della nazione. — I nostri fratelli ci attendono al campo dell’onore; e noi non mancheremo dovunque si combatterà pel grande interesse della nazione italiana.
«Popoli delle Due Sicilie, stringetevi intorno al vostro Re. Restiamo uniti per esser forti e per farci temere; prepariamoci alla lotta con la calma che viene dalla coscienza della forza e del coraggio. — Confidiamo nella bravura dell'armata che saprà in questa magnanima impresa rappresentare degnamente lo Stato il più considerevole della penisola. Per ispiegare tutta la nostra energia nell’esterno noi abbiamo bisogno di pace e di concordia nell'interno, e contiamo sull’eccellente spirito della nostra bella Guardia nazionale, e sull’amore del nostro popolo per la conservazione dell’ordine, per la osservanza delle leggi; siccome egli dovrà contare sulla nostra lealtà e sul nostro rispetto per le libere istituzioni solennemente giurate, e che intendiamo mantenere a costo dei più grandi sacrifici. Unione, abnegazione e fermezza, e la indipendenza della nostra cara Italia sarà conquistata. Sia questo il nostro unico pensiero, questa generosa passione faccia tacere tutte le altre, e non vi sarà più dubbio che 24 milioni d’Italiani avranno una patria potente, un patrimonio comune ricco di gloria, ed una nazionalità rispettata che peserà molto nella bilancia politica del mondo (97). (Nota a pag. 46 e 114. R. A.)
L’accordo per l’affrancamento della penisola sembrava dunque completo tra i principi italiani. Ma appunto nel momento in cui le loro truppe si avanzavano verso il Lombardo Veneto, le sètte segrete più spinte, congiunte con Francia e Inghilterra pei loro pravi fini, sollevavano in varii luoghi il Regno di Napoli per democratizzarvi il Governo, nel che erano già riuscite a Modena e a Parma, e si apprestavano a fare altrettanto in Toscana. Emissarii della Giovane Italia si raccolgono per costringere Re Ferdinando a prendere misure severe, da trarne pretesto per fare insorgere le popolazioni. — Qualche centinaio di deputati faziosi, riunitisi ai 15 maggio 1848 nella sala del municipio napolitano, decretano che nella prima sessione delle Camere ricuserebbero di prestar giuramento al Re ed alla Costituzione; indi inviano alla Reggia messaggi per esporre la loro determinazione al Monarca, che risponde: — Aver egli pronunziato ai 24 febbraio quel giuramento, e non vedere alcuna ragione perché i deputati non lo prestassero del pari. — I deputati colgono il destro di questa risposta per ingaggiare la lotta prestabilita, tanto più che la capitale trovavasi con poca truppa, dopo la partenza del contingente militare per Lombardia. Creano subito un Comitato di pubblica salute, ed incaricano il generale Gabriele Pepe, comandante della Guardia nazionale, di mettersi alla testa degli ammutinati costruttori di barricate nelle principali strade della città, per vegliare al mantenimento della così detta libertà; diriggono al Re domande incompatibili con la dignità sovrana e contrarie ai suoi diritti: consegnasse cioè i forti della capitale nelle mani della Guardia nazionale, ed affidasse sé stesso al Comitato di pubblica salute, abdicando ed allontanando le truppe 10 miglia (98).
La condotta del Re in tale grave frangente è dignitósa e risoluta. Il conflitto s’impegna, tuttoché avesse egli fatto il possibile per evitarlo.
Il Re comincia anzi a cedere su di alcuni punti per amore verso il suo popolo e per risparmiare sangue. Ad onta di questo, aumenta l’agitazione; si alzano nuove barricate, dietro le quali stanno gl’insorti e un pugno di Guardie nazionali, la immensa maggioranza delle quali si ricusa di seguirne il male esempio.
Le. truppe reali, sempre fedeli schieransi avanti la Reggia: si fanno le intimazioni secondo la legge a' ribelli di ritirarsi, e questi rispondono con colpi di fuoco, ai quali succedono le scariche della truppa; contro di questa si fa fuoco generale dalle case vicine invase dai faziosi e dalle barricate; buon numero di soldati cade; è quindi mestieri mitragliare le barricate coi cannoni. Gl’insorti fuggono da tutte le parti, e la città avrebbe ripigliata la sua consueta tranquillità, se non avessero ostinatamente osato alcuni deputati in quel turbamento, nella stessa sala municipale, accingersi ad una violenta protesta. Ma in questo momento un regio Uffiziale viene loro ad imporre di ritirarsi, ciò che fecero con piena incolumità: niuno di essi è arrestato, niuno molestato dopo di aver commesso atti di così aperta ribellione, pe’ quali in tutt’altro Stato avrebbero subito un castigo esemplare e ben meritato: vedremo in seguito come, sebbene tardi, vi fosse tra di essi chi ricordasse nel parlamento di Torino e negli stessi giornali rivoluzionarli questo atto di singolare clemenza. (99)
Re Ferdinando in mezzo a' pericoli suscitatigli da faziosi è dunque obbligato a richiamare, per la sicurezza della Corona, una parte delle truppe spedite in Lombardia: la pace e l’avvenire del suo reame gliene fanno un dovere, ché malgrado di tutta la sua prudenza e longanimità è costretto a severa e pronta repressione delle troppo colpevoli manovre delle società segrete, le quali non hanno altro scopo che quello di fare odiare la monarchia, suscitarle imbarazzi, e perderla. Ma Ferdinando sconcerta i disegni demagogici; ond'è che il fautore delle sedizioni italiane, l’inglese Gladstone, spiegava contro di lui nei libelli tutta la potenza della menzogna e delle invettive.
Ad onta di tutto ciò il 21 di maggio il Re dichiara voler mantenere la concessa Costituzione, ma voler preservare lo Stato dagli eccessi anarchici dei rivoluzionari. I capi di essi, usciti da Napoli, si riuniscono in numero di una ventina sulla flotta francese ancorata in quel porto: ingannano (!?) l’ammiraglio Baudin, cui promettono di voler emigrare a Malta senza più molestare il reame, e ne ottengono il battello a vapore Pluton; ma invece corrono a Messina per spingere quel governo rivoluzionario ad inviare un corpo d’armata sotto Ribotti per far insorgere le Calabrie. Altri dei deputati ribelli percorrono le Calabrie, il 1 giugno pubblicano a Cosenza un manifesto di aperta rivolta, ed invitano i deputati della opposizione a riunirsi colà ai 15 giugno, onde collocare sotto l’egida dell’assemblea nazionale i sacri diritti del popolo napolitano. Niuno porge ascolto a questa chiamata, ed invece obbediscono a quella del Re che convoca le Camerepel 1 luglio. Questa determinazione dal canto loro equivale a una condanna della sollevazione delle Calabrie, e a far considerare come pubblici nemici coloro che l’hanno provocata ed eseguita. Malgrado di tanti eccitamenti gl’insorti si mostrano in iscarso numero: le loro bande disseminate nelle Calabrie si elevano appena a qualche migliaio, compresi 500 volontarii venuti dalla Sicilia. In pochi giorni le regie truppe comandate da' generali Nunziante (Ferdinando), Busacca e Lanza incalzano gl’insorti sino al fondo della Citeriore Calabria, cosicché la demoralizzazione non tarda a mettersi nelle loro file. Alcune centinaia di essi, imbarcatisi improvvisamente col Ribotti, cadono in potere dello Stromboli, legno della marina regia inviato ad inseguirli.
Bastano 15 giorni per spegnere questa famosa insurrezione, la cui mercé i capi avevano concepita la speranza di rivoluzionare tutto il reame, e detronizzare il Re Ferdinando (100), il quale riposandosi sull’amore de' suoi popoli e sulla fedeltà de' soldati, diviene da quel momento il bersaglio delle malignazioni di un pugno di sbrigliati, la pertinacia de' quali metterà a fuoco la intera penisola, anziché recedere dalle proprie utopie. Per tal modo la così detta causa d’Italia rimane priva del concorso di tutte le truppe napolitano, che sarebbe riuscito di tanta importanza per la vagheggiata lega. La storia imparziale e le stesse confessioni di rivoluzionari han già dimostrato da qual parte fosse la ragione.
Sistematica opposizione di deputati faziosi nella Camera del 1848, rimanendo sospeso lo Statuto Costituzionale, concesso dal Re ai 10 febbraio dell’anno stesso.
Oltre le confessioni che si fanno (R. A. pag. 3. 28. 56. 226.) dai deputati napolitani nella Camera di Torino su i torti de' faziosi che abusarono a danno del Sovrano, de' loro poteri di deputati del Parlamento napolitano nel 1848, si hanno i seguenti appunti.
I. Indirizzo della Camera in risposta al discorso della Corona.
Era una veemente filippica contro il potere. Deploravasi il fatto del 15 maggio e se ne attribuiva ad esso la colpa. Si censurava il ristretto numero delle Guardie nazionali; si accusava l’esercito, e conchiudevasi avvertendo, che dopo la lotta cittadina era scomparsa ogni confidenza tra popolo e Re. L’indirizzo nel suo primo disegno era più concitato e audace, il contesto più allarmante ed ostile; ma seguì una redazione più moderata, dopo che la stella di Carlo Alberto era tramontata a Novara.
II. Cattura fatta dallo Stromboli, di 600 Calabro-Siculi rivoluzionarii.
Proclamato il regime costituzionale furono tosto a deplorarsi quattro guerre pel reame delle Due Sicilie: — La guerra cittadina del 15 maggio; — la lombarda; — la calabra; — la sicula. — 'Chi soffiava in quel fuoco d’inferno, chi alzava la voce ad eccitare i ribelli, chi salariava la stampa sediziosa, agitava gli spiriti, falsava gli eventi dei campi, e sollevava la pubblica opinione?... I deputati cospiratori. — Venivano i Calabro-Siculi con i loro trabacoli tolti a nolo da Sicilia in Calabria; quando chiamati. prima all’obbedienza dalla regia nave lo Stromboli in crociera, per le coste calabre e sicule, venivano poi catturati. Tra le forze rivoluzionarie quivi imbarcate, eranvi disertori dell’esercito, e, al solito, stranieri arruolati dagl’insorti siciliani. Prima cura dei deputati della consorteria faziosa fu di rendersi caldi difensori di tali catturati. Già dallo Stabile, ministro del governo rivoluzionario siculo, eransi supplicati l’ammiraglio Parker e il ministro Napierper la loro liberazione, e questi, cedendo alle insistenze di codesti deputati, sostennero grave lotta col Ministero costituzionale di Napoli, ora affermando che la preda fosse stata fatta nelle acque diCorfùe ad onta della bandiera inglese, e ora di aver diritto d’inviare uffiziali inglesi ad interrogare' i giudicabili sottoposti a consiglio di guerra in S. Elmo. Il Ministero lottò con forza, dimostrò che non avrebbe ceduto a pratiche violatrici della indipendenza dello Stato, e vinse; poiché il Napier fu obbligato di scrivere allo Stabile: — essersi fatto il possibile per liberare i prigioni; ma che egli doveva dichiarare di essere stati ben catturati. — Intanto nella Camera udivansi lamenti e rimproveri per codesta cattura, e i Ministri della giustizia e dei lavori pubblici, Gigli e Carrascosa,furono interpellati a dar conto del processo e del trattamento de' prigionieri. E quando agitavasi il giudizio presso il Consiglio di guerra, chiedeva il Poerio di venire aggiunto agli altri avvocati e ne ottenne la venia. Condannati Longoe Belli Franci (uffiziali del regio esercito passati al nemico e catturati in atto di portare le armi contro la loro antica bandiera) i deputati vollero che il Ministero implorasse grazia, e il Re l’accordò troppo generosamente.
III. Morte di Costabile Carducci. — Era costui un locandiere di Salerno, coi favori della setta divenuto colonnello di Guardia nazionale, e poscia uno de' principali agitatori delle Calabrie. Egli approdato sulla spiaggia di Acquafredda tra Sapri e Maratea fu preso e mandato al giudice; ma i condottieri, conoscendo la sua indole tristissima, e alcuni fra di essi, memori delle oppressioni e violenze rivoluzionarie, fatte loro soffrire da esso Carducci, senz’altro lo uccisero. — Fatto sciagurato, ma unico, e che nessuno pretese giustificare. — Non così i rigeneratori subalpini che appena fattisi padroni delle Due Sicilie, moltiplicarono all’infinito codesti casi e senza verun motivo, fuorché la smania di versar sangue. A suo luogo nel corso di queste Memorie accenneremo alcune delle più atroci di codeste rappresaglie, tra le quali quella a danno del dottor Luigi Germano, e de' possidenti Raffaele Pappone, e Giovanni Paradiso, uccisi lungo il cammino da S. Marco a Benevento, e dalla corte di Assise dichiarati innocenti del reato di reazione loro apposto. — Ma ritornando al Carducci, è inutile il dire che i deputati, sempre pronti a favorire i fratelli, si diedero a credere che il governo colla mano del prete Vincenzo Peluso l’avesse fatto accoppare. Interpellanze, clamori e invereconde proposte facevansi nella Camera. Fu vano dimostrare che il giudizio contro gli autori e complici della uccisione di Carducci regolarmente procedesse; poiché venne astretto il presidente della Camera stessa a scrivere al Ministro di Grazia e Giustizia di recarsi innanzi ad essa e depositare sul banco la relativa processura. Il Ministro rispose, meravigliarsi della richiesta illegale, qual’era la pubblicazione degli elementi istruttori, prima di compiersi la istruzione, nel corso della quale, per le leggi fondamentali del regno, niuna pubblicità può farsi.
IV. Irriverenze parlamentari. — Le tribune erano spesso affollatissime pel concorso della plebe invitata dal popolano Turco, adepto del Poerio. Aveva l’incarico, a dati segni, o di fischiare le ministeriali proposte, o di far segno di biasimo e di riprovazione. Quando il Ministro dell’interno Francesco Paolo Bozzelli,propose il progetto di legge sulla Guardia nazionale, fuvvi un uragano, urli, fischi, schiamazzo infernale. E quando i Ministri si recavano alla Camera era consueto stile dei deputati farvi introdurre il cosidetto Indipendente, giornale sediziosissimo, che recava la satira più invereconda del Ministero; e poi si rideva e spesso con gesti beffavansi quei del governo. — Un giorno segui giocosissima scena. — Salito sulla tribuna il deputato Giovanni d’Avossa, avvocato di Salerno (dopo il 1860 lo si vedrà Consigliere di luogotenenza e poi Vice presidente della Corte di Cassazione di Napoli), si compose, ritardò il suo dire, a destare maggior curiosità, e poi piegando le braccia, in tuono dolce e commovente, disse cosi:
«In tutti i paesi d’Europa è uniforme il sistema, là dove son libere le istituzioni, che una volta sola rovesciato sul Ministero il fardello del biasimo della Camera, il Ministero battuto si ritira. Era serbato a Napoli di veder l’opposto. I Ministri vilipesi dalla stampa, oltraggiati dalla pubblica opinione, accusati dalla coscienza dell’universale stan fermi ai loro posti.... Vedeteli;» e col gesto indicava le vittime da sacrificare. Per onore del vero è a dire che la plebe sulle tribune restò muta, e l’oratore non fu applaudito.
Altro ridicolo episodio. — Il deputato Pisanelli invita il Ministro di Giustizia a comparire su la tribuna, e dice: «Perché il Giudice del Circondario di S. Giuseppe (rione di Napoli) sig. Giuseppe Niccola Thibet si è messo in attenzione di destino?» — Il Ministro rispondeva: «Abbenché non competa ad un onorevole il diritto di censura intorno a misure disciplinari, a renderlo contento, sappia che la misura fu presa per non aver saputo quel giudice reprimere un tipografo per un reato di stampa» — «Ma queste misure, ripigliava il deputato Pisanelli, non sono neppure ad attribuirsi al dispotismo del Ministro Parisio, i giudici penali pronunziano col loro morale criterio senza dar conto all’autorità — Stanco allora il ministro gli chiudeva la bocca dicendogli. Il morale criterio non è un oceano senza sponde e senza rive.»
Ma qui non finirono le rabbie parlamentari, bisognava aggredire più d’appresso il potere, e battersi col Ministero con armi più decisive. Le ingiurie dovevano esser vibrate a' Ministri per aver l’agio di progredire ad atti più gravi. — Facevansi tentativi per giungere ad imitare la scena di sangue del Parlamento mazziniano di Roma nella persona del Ministro Pellegrino Rossi. All’uopo si prepararono i gridatori della piazza nella corte della rappresentanza. Vi giunse il Bozzelli, e un diluvio di fischi lo assale, sopraggiunse il Ruggiero, e non fu più fortunato. Fu il terzo ad arrivare il ministro Gigli, e abbenché non avesse precedenti politici, come i due primi, ebbe ancor egli a sentire dei sibili. Salì non pertanto le scale deplorando que’ fatti osceni coi primi deputati che ebbe ad incontrare; ma non penetrò nella sala e andò via. Fu seguito poco dopo da' deputati principe di San Giacomo e barone Gallotti, apportatori di scuse in nome del presidente, e de' deputati non faziosi della Camera. Il Ministro ringraziò i due onorevoli, e disse loro: «Ora comprendo perché il Ministro della Guerra, principe d’Ischitella, si astiene dal comparire nella Camera, e perché fosse uso a dire a noi altri Ministri: Io non avrei tanta sofferenza… Alle ingiurie di sistema, io non saprei rispondere che a colpi di sciabola.»
La Camera de' deputati napolitani dopo la manifestazione di ire impotenti e d’irriverenze al potere, non avendo saputo colle armi della legalità combattere quei Ministri non traditori del paese che servivano con lealtà si propose con metodo anticostituzionale di sbalzarli da' loro seggi compilando un indirizzo al Re, nel quale imputavansi a' Ministri arbitrii e funesta politica in generale.
Proponeva intanto progetti di leggi strane, sempre con disegno di ingiuriare ed affievolire il Governo. Così propose di abolire la pena delle verghe a' soldati per reati militari, onde guastare gli ordini della milizia, e favorire la diserzione dalle regie bandiere. E già le diserzioni cominciavano, e fu d’uopo che si proponesse la legge, con la quale a' consigli di guerra fosse devoluto il giudizio anche de' pagani che subornassero i militi a tradire il loro giuramento.
Indi fu dal ministro di finanza, Ruggiero, presentato lo stato discusso, ossia bilancio, e venne fischiato. Noi vollero approvare per ridurre alle strette i governanti. Il deputato Scialoia prese fatica a tacciare quello stato discusso, d’inesattezza, di arbitri e d’illegalità; la Camera votò contro il Ministero. —Per interpellanza del deputato Baldacchini si domandò al Ministro Ruggiero perché, biasimato dalla Camera, non rassegnasse il portafoglio.
E quando discutevasi la legge per le imposte nacquero nuove gare avversando il potere della Camera de' Pari; ma cresciuto l’odio contro il Ministero, segui nuovo indirizzo al Re, perché lo destituisse, e subito. Questo atto creduto fuor dell’uso parlamentare, richiamò gravi discussioni veementi ed acerbe, di tal che la Camera, scorgendo fermezza nel Re, giudicò meglio di suicidarsi riconfermando il voto di sfiducia, e compilò l’ultimo progetto d'indirizzo con che nuove accuse si fecero al Ministero, dicendo usurpata la facoltà legislativa, violato lo Statuto e permessi esili e carcerazioni.
Il Re noi volle ricevere, indegnato, perché la Camera in luogo di discutere leggi, volgesse la mente a concitare gli animi e a turbare la pubblica quiete; tanto più che la Camera de' Pari con dignità provvedendo, vituperò un giorno con irose parole le accuse menzognere contro l’esercito per la vittoria di Messina. — Fra i deputati eranvi pure onesti, che riprovavano codeste esorbitanze faziose: il deputato Costantino Crisci, cui la Consorteria aveva soffocato le parole nella tempestosa giornata del 12 marzo 1849, pubblicava il suo discorso nel giornale napolitano, La Nazione, n. 21, appellandosene alla pubblica opinione, e fra l’altre cose diceva: — «Il contegno della maggioranza è altamente incostituzionale, solennemente anti-parlamentare.... Il progetto d'indirizzo, oltre di esser tale, è anche sovversivo, né solo rispetto al paese, ma anche rispetto a ciò che voi chiamate potere armonizzatore dello Stato… Voi, non solo invadete la prerogativa reale, ma col voto del dazio, alla invasione aggiungete ancora la minaccia. Ed è minaccia, o signori, il vostro voto finanzierò, rammentato nello indirizzo, perocché quando voi dite al Re: Tre mesi di dazio; licenziate i Ministri, sapete voi che venite a dirgli in altri termini? Venite a dirgli: se non obbedite da qui ad un altro mese e mezzo, non vi è che il rifiuto del dazio. Ora vi domando io, o signori, un simile linguaggio è fatto per conciliare, per ricondurre la confidenza,o invece è una sfida, una minaccia, un mezzo di complicare maggiormente la già grave complicazione del paese? Ma il progetto & indirizzo non è solo una invasione della prerogativa reale, esso è pure la flagrante violazione del principio d’inviolabilità. Ma ciò è sovversivo, o signori, sovversivo da qualunque lato vogliate considerarlo.»
Il Ministero dopo avere inutilmente implorata dal Re la sua ritirata, e scoprendo esser vana la conciliazione con una Camera cospiratrice, rivolse alla Corona un fervido indirizzo, perché la sciogliesse. Riportiamo un brano di quell’atto che ritrae a meraviglia l’ostile contegno de' Deputati, e la necessità di fare appello al paese con la con vocazione de' Collegi elettorali. Eccolo:
«La Maestà Vostra primo inaugurava l’era delle Costituzioni m Italia; plaudivano le popolazioni; (abbiamo veduto quanto poco vi entrassero le popolazioni) ma un pugno di audaci avidi del danno della patria, ne ha con immonde passioni avvelenata la gioia. Turbolenze e tumulti rovesciarono il primo Ministero, ed allora, straripato il torrente rivoluzionario, profanati i doveri, proclamati nuovissimi diritti, milizie cittadine istituite per l’ordine, combattere pel disordine: ambizioni, brogli, avidità private fecero memorando il 15 maggio, quando una Camera eletta con regole sovversive, si fece sovversiva anche prima di essere costituita. Questo Ministero surto in momenti supremi, quando saria stato viltà rifiutare, ha combattuto la rivoluzione calabrese, e tenuto alta la bandiera liberale del diritto contro le arti liberalesche che vogliono abbattere la Costituzione per progredire a rivolta. Però non per colpa del Ministero la rivoluzione non ha dato i suoi frutti: esso l’ha sostenuta, è stato in mezzo fra la Corona ed i perigli che a lei attentavano, di tutti i colpi ha patito bersaglio. — Esso ha richiamato di fuori del regno le soldatesche, perché a gloriose pugne straniere si preferisse la gloria di pacificare l’interno. Esso ha sparso l’obblio su le colpe ed ha plaudito al magnanimo cuore di Vostra Maestà, ponendo in libertà i rei presi con le armi il 15 maggio, luridi e fumanti di guerra civile. Esso in ogni guisa è stato blando e temperante per menare a concordia gli animi ed i pensieri. Es. so, chetato il continente, si è volto a domare la anarchia sull’isola sorella, e con forti e buone milizie ha vinto a Messina: e postala in pace, ha lieto ceduto a due grandi nazioni che si eran fatte in mezzo. — Nulladimeno i faziosi non vogliono deporre le ire e le arti ree, ed abusato della lealtà governativa, che nessun argine mise alla libertà de' suffragji, brogliarono nelle urne elettorali, ne allontanarono gli elettori con menzogne e frodi, ed eglino stessi con pochissimi suffragii si elessero Deputati. N’ é frutto questa Camera, la quale, salvo pochi, sta per dimostrare al Regno la impurità della origine sua. Essa con la verifica de' poteri ha intruso uomini senza legali requisiti, né, avvertita dello errore, l’ha emendato; così un Consesso eretto per far leggi, ha cominciato per conculcarle. — Si è costituita in assemblea senza dare il giuramento, quasi nulla dovesse potere la virtù sul cuore dei rappresentanti la nazione; laddove il Re, la potestà governativa e lo esercito hangiurata la Costituzione. Essa nello indirizzo al Trono ha manifestato lampi di impazienza contro il Ministero operatore di pace,… sostenitore dello Statutoe della indipendenza del regno avanti lo straniero. Ora trascende ad accuse maligne, esce dalle sue attribuzioni, violenta i poteri regii, spera collisioni in piazza, e minaccia vietare al governo le sorgenti del pubblico tesoro, se non è soddisfatta nelle sue voglie. Impertanto ove la M. V. fidi nei suoi Ministri, deve tosto sciogliere la Camera, e chiamate ai veri principi! le leggi elettorali, provocare altre elezioni.»
Questo Indirizzo venne firmato da tutti gli otto Ministri costituzionali: Principi di Cariati, di Torcila, d’Ischitella, Generale Carrascosa,Gigli, Ruggiero, Bozzelli e Longobardi.
Il Re con decreto del 12 marzo 1849 sciolse la Camera dei deputati e riserbò la convocazione de' Collegi elettorali.
Innumerevoli petizioni spontanee si dirigono al Re dalle popolazioni e da tutti i Municipi, i Corpi giudiziari, le Magistrature, ecc. per far rivocare quello Statuto costituzionale, i cui migliori elementi già preesistono e sono attuati nella eccellente legislazione del Reame, ma che per la sua nuova forma serve di occasione a faziosi per turbare l’ordine e la quiete dello Stato. Il Re si riserba di provvedere, e lo Statuto rimane. Tra i più premurosi a provocarne la revoca sono taluni che poi nella occupazione piemontese dell’ottobre 1860 si mostreranno i più appassionati italianissimi!… (Vedi la lettera dell’ex-prefetto Cacace, alligata a pag. 56. R. A.)
Ora per maggior chiarezza e intelligenza de' fatti compiutisi nel 1860 è d’interesse storico riprodurre alcuni documenti officiali, non generalmente noti, intorno al contegno del Governo britannico e di quello di Parigi verso il Re di Napoli nei fatti del 1848 e 1849, li desumiamo dal Sunto delle transazioni diplomatiche, discussioni nel parlamento inglese ed articoli di giornali inglesi e francesi sulla Questione Siciliana, seconda edizione, Napoli 1849, tipografia Iride di pag. 160.
Agevole cosa sarebbe stata ripristinare l’ordine in tutta la Sicilia, dopo entrate le regie truppe in Messina a dì 8 Settembre 1848; ma le reiterate istanze della diplomazia anglo-francee appoggiata dalle rispettive flotte intervenute a favore de' ribelli, obbligarono il Re a concedere un armistizio, che servì a render coloro più riottosi e a prolungare la sanguinosa lotta. La politica francese era allora nelle mani di Cavaignac, presidente della Repubblica, e la protezione che il suo Governo accordava a' faziosi d’Italia secondava mirabilmente le vedute britanniche sulla Sicilia. Paralizzata così l’azione del Re passarono cinque mesi di andirivieni per trattative. Ma salito al potere il Principe Luigi Napoleone, il Re Ferdinando II, per mezzo del suo Inviato plenipotenziario Marchese Antonini, gli domandò se convenisse alla Francia, tollerare che il Mediterraneo divenisse un lago inglese, col lasciare che la gran Brettagna padroneggiasse la Sicilia. — La risposta fu quella che il Marchese Antonini si aspettava. — Il Re ricuperò la sua libertà di azione; e a' 28 febbraio 1849 il generale Filangieri notificava ai rappresentanti di Francia e d’Inghilterra, conte di Rayneval e Sir Tempie, l'ultimatum del gabinetto di Napoli, cioè: — La Sicilia rientrerebbe sotto il dominio legittimo del Re; sarebbe governata da un Vice-Re, assistito da un Consiglio di Ministri e da un Parlamento nazionale; — si rivedrebbe la costituzione del 1812 per appropriarla ai bisogni del tempo; — i punti principali dell’isola sarebbero occupati da truppe napolitano; — agl’insorti sarebbe accordata amnistia piena senza eccezione; — gl’individui i più compromessi sarebbero solamente invitati per mezzo degli Ammiragli inglese e francese ad allontanarsi momentaneamente dalla Sicilia sino al completo ristabilimento della pace.
Notificando al Governo provvisorio di Palermo proposizioni così concilianti, gli Ammiragli Baudin e Parker non dubitavano dell’accettazione; ma con sorpresa le videro rigettare. Il Conte Rayneval e Sir Tempie invano tentarono persuadere i mestatori che erano alla somma delle cose nella capitale della Sicilia perché le accettassero; essi si ricusarono ad ogni concordia. É’ da sapere però, che sulla stessa nave che conduceva i due anzidetti diplomatici, un emissario del famigerato Poerio si recava altresì in Palermo per persuadere gl’insorti a tener fermo nelle loro ostilità contro il Re, facendo loro travedere prossimo il trionfo della unità italiana. Quest'operato, del quale il Governo napolitano ebbe in appresso le pruove autentiche, dimostrava nell’attore più esaltazione che patriottismo, e potrà forse spiegare le simpatie palmerstoniane per Poerio.
É abbastanza conto il seguito delle trionfanti operazioni militari e quindi governative del generale Filangieri nella Sicilia, sino al totale rappacificamento dell’isola, che egli rimase ad amministrare come Luogotenente generale.
De’ narrati avvenimenti, si come dichiarammo, non ci tratterremo a dare più minuto ragguaglio; ma degli Atti ufficiali e dei Documenti diplomatici, che ebbero a prodursi in tale congiuntura e che non sono abbastanza noti all’universale, crediamo nostro debito di fare qui menzione, affinché la storia possa avvertire quanto siano connessi i fatti posteriori con quei che precedettero e come i diritti e le ragioni del debole, siano ai nostri giorni in un modo o in un altro, non solamente manomessi, ma anche scherniti, vilipesi e voluti far passare come torti e follie dalla prepotenza del forte.
Seguiamo dunque cronologicamente i documenti più importanti del citato libro.
Il Giornale officiale di Napoli, 16 febb. 1848, si esprimeva cosi: «Ieri alle 4 p. m. una eletta schiera di cittadini spiegando l’italico vessillo, recossi innanzi l’abitazione di Lord Napier per far gli onore con una dimostrazione di patriottici sensi; tra gli evviva che si alzavano al Re, alla Costituzione, all’Inghilterra, all’Italia, quell'illustre personaggio, affacciatosi al balcone e salutati i cittadini, proferì le seguenti parole: «Felici sono questi giorni nei quali la libertà e la indipendenza italiana sono assicurate per sempre (?!). Ormai la nazionalità italiana non è' più un affare di sentimento, un desiderio; ma una realtà. Stringiamoci intorno alle nostre istituzioni per assicurare il trionfo contro lo straniero. Viva la libertà e indipendenza italiana! Viva Ferdinando II! Queste parole del diplomatico inglese contro lo straniero si trovavano poco conciliabili col fatto di essere l’Austria antica e fedele alleata della Gran Brettagna! (Pag. 3 loc. cit.).
Il giornale rivoluzionario di Palermo, intitolato L'Indipendenza e la Lega, dei 10 giugno 1848, pubblicava: «Un altro lieto incidente. Il Ministro degli Affari Esteri (del Governo provvisorio siciliano) è venuto ad annunziare che oggi il Presidente del Governo ha avuto in sua presenza un colloquio col Console inglese, il quale era incaricato di comunicare, senza lasciarne copia, alcuni dispacci di Lord Palmerston. Dal loro complesso risulta, che il Gabinetto inglese è sufficientemente convinto che la separazione della Sicilia da Napoli è un fatto già inevitabile ed evidentemente giustificato (?!) dalla ostinazione con che il Re di Napoli disprezzò tutte le vie di conciliazione che gli furono aperte; che il più vivo desiderio del Gabinetto brittannico è quello di vedere oramai collocata la Sicilia in quelle condizioni di stabilità e di ordine, alle quali si è così bene avviata (col massimo dei disordini, la ribellione, che l’Inghilterra è disposta a riconoscere quel Re che la Sicilia vorrà prescegliere fra i Principi italiani; che niun interesse ha per desiderare che l’una o l’altra Casa regnante ottenga preferenza. — Il Ministro soggiunse aver fatta una tale comunicazione all’unico scopo di renderne informata la Camera, affinché non ignori questa felice posizione nel procedere, come e quando crederà conveniente, nell’ulteriore sviluppo de' suoi lavori.»
I giornali inglesi peraltro, nel pubblicare la notizia di essere stato designato come nuovo Re di Sicilia il figlio secondogenito del Re piemontese Carlo Alberto, dicevano come costui avesse chiesto la garanzia dell’Inghilterra; ma questa erosi ricusata!
Intanto il Giornale officiale di Napoli de' 13 luglio 1848 pubblicava la seguente protesta:
«Visto il nostro atto di protesta 22 marzo 1848, col quale dichiarammo illegale, irrito e nullo qualunque atto contrario agli Statuti fondamentali ed alla Costituzione della Monarchia;
«Visto l’altro nostro atto solenne di protesta de' 18 aprile 1848, col quale dichiarammo illegale, irrita e di niun valore la deliberazione presa in Palermo il 13, detto mese, perché lesiva de' sacri diritti della Nostra Real Persona e Dinastia, della unità ed integrità della Monarchia;
«Essendo venuta a Nostra cognizione altra deliberazione presa in Palermo il dì 11 corr. con la quale, violandosi il principio della unità ed integrità della Monarchia e i sacri diritti della Nostra Real Persona e Dinastia, è chiamato al Trono della Sicilia S. A. R. il Duca di Genova, figlio secondogenito di S. M. il Re di Sardegna; (101)
«Udito l’unanime parere del nostro Consiglio de' Ministri, dichiariamo di protestare, e col presente solennemente protestiamo contro l’atto deliberativo di Palermo del dì 11 luglio 1848, dichiarandolo, illegale, irrito e di niun valore.
«Questo atto solenne sottoscritto da Noi, riconosciuto dal Nostro Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia, munito del Nostro Gran Sigillo e contrasegnato dal Nostro Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio de' Ministri, sarà registrato e depositato nell’Archivio della Presidenza del suddetto Consiglio.»
«Napoli 13 Luglio 1848.»
«firmato FERDINANDO. »
(seguono le firme dei Ministri)
Al medesimo tempo (pag. 6 a 15, ivi) nelle tornate de' 5 ed 8 agosto 1848 della Camera de' Lords, si fanno serie interpellanze da Lord Brougham e Lord Stanley al Gabinetto Palmerston sugli obbrobriosi intrighi fatti da questo in Sicilia a favore de' ribelli e contro il Re di Napoli antico e fedele alleato della Gran Brettagna. S’insiste per avere spiegazioni sulla condotta di un tale Fagan, attaccato alla Legazione inglese a Napoli, il quale ai 24 giugno 1848 sul vapore regio inglese Porcupine giunse a Palermo, minacciando quel Governo provvisorio, chel’Inghilterra avrebbe ritirati i suoi aiuti e la sua protezione dall'isola, se nel termine di 24 ore non si fosse proceduto alla nomina del Duca di Genova come Re. Gli oratori censurano gravemente codesta intrusione del Governo inglese nello interno regime del Regno di Napoli, ed argomentano a pari, se costui avesse incoraggiati gl’Irlandesi a ribellarsi al dominio inglese. — L’oratore Lord Stanley a condannare vieppiù gl’intrighi di Palmerston a danno del Governo napolitano, produce il seguente documento:
«British Consular Office (Consolato brittannico), Messina 11 luglio 1848. — Mi onoro dirle che ho comunicato al capitano John Robb della fregata a vapore di S. M. brittannica Gladiateur qui ancorata, il di lei officio di oggi, col quale mi fa conoscere essere stato eletto per Re dal Parlamento Alberto Maria Filiberto Duca di Genova. (Il vero nome battesimale di costui era Ferdinando, ma i ribelli siciliani, per odio al Re legittimo, dello stesso nome, pretesero che lo avesse cambiato in quello di Alberto Maria Filiberto) Esso signor capitano mi ha significato che domani alle 8 a. m. farà la salva alla bandiera di Sicilia. Serva ciò per la sua intelligenza.»
«Il Console di S. M. britannica
«W. W. BURCKER.»
Al Sig. Domenico Piraino
Commiss, del potere esecutivo, Messina.
Infine Lord Stanley deplora che l’intervento dell’Ammiraglio Parker con la sua flotta nel porto di Napoli abbia impedito al Re Ferdinando di ristabilire la sua autorità in Sicilia. — Il Marchese di Lansdowne membro del gabinetto Palmerston, con risposte evasive cerca scagionarsi dalle accuse fattegli dagli oratori, ed accenna alle antiche simpatie (!?) inglesi per la Sicilia, sostenendo che Lord Minto, altro membro dello stesso gabinetto, erasi immischiato negli affari delle Due Sicilie a richiesta di quel Re. — Ma Lord Stanley in replica, ribatte le accuse e confuta le insulse discolpe di Lansdowne (pag. 23 a 30.)
Anche maggiormente nella Camera de' Comuni tornata del 17 agosto 1848, si condanna l’operato del Governo inglese in Sicilia; e il deputato Disraeli con eloquentissimo discorso condito da sali epigrammatici che destano la generale ilarità, dimostra che l’asserto pacificatore d’Italia, Lord Minto, si propose tre oggetti nella penisola italiana, tutti e tre riusciti in senso diametralmente opposto, cosi che ironicamente dice l’oratore, essere riuscito felicemente, cioè:
1° Impedire che l’Austria avesse invasa la Sardegna, ed è invece accaduto che questa ha invaso i dominii di quella nella Lombardia.
2° Stabilire relazioni diplomatiche col Santo Padre come Sovrano degli Stati Pontificii, ed invece vedesi Sua Santità per le violenze dei rivoluzionarii non avere l’esercizio libero di sua autorità.
3° Conciliare e consolidare la unione della Sicilia con Napoli, ed invece quella si è distaccata violentemente da questo.
L’oratore incalza le sue accuse contro Palmerston, perché: «Il Re delle Due Sicilie, avendo preparata un armata potente per punire i suoi sudditi ribelli in Sicilia, trovò ad un tratto nella baia di Napoli una flotta inglese, che gli annunziò non essere più riconosciuti dal Governo brittannico i diritti di lui come Sovrano della Sicilia; mentre poi approvava la nomina di un nuovo Sovrano (il figlio di Carlo Alberto) e trattava coi ribelli.»
Il Ministro Palmerston, presente, dice: Tali non sono i fatti. Ma l’oratore si fa a rimbeccargli vittoriosamente queste parole, e adduce convincentissimi argomenti. — Nella tornata del susseguente giorno 18 agosto (pag. 49, ivi.) il Ministro Russel ad altre interpellanze nella stessa Camera de' Comuni, per talune risponde: non credere conveniente di dare risposta, per altre vagamente accenna, che la flotta dell'Ammiraglio Parker fu inviata nelle acque di Napoli e Sicilia semplicemente ad oggetto di proteggere gl’interessi inglesi. (pag. 21. 46. 51. 57. ed altre.) — Articoli ragionati de' primarii giornali inglesi, come il Times, il Morning-Post, il Morning-Cronicle, il Quarterly Review, lo Spectateur, il Galignani, etc. e la Presse francese, chiariscono e dimostrano fino all’evidenza il buon diritto del Re di Napoli, la legalità del suo procedere verso gl’insorti di Sicilia, e la irregolarità del Governo inglese nel mettere ostacoli al leggittimo esercizio dell’autorità del medesimo Re.
Ma ecco la
«Napoli 28 Agosto 1848.
«Il sincero interesse che la Repubblica prende per tutto ciò che concerne la prosperità dell’Italia, ed in particolare del Regno di Napoli e Sicilia, mi ha spinto più volte ad esporre a V. E. i voti del mio Governo per una pacifica soluzione della questione siciliana: voti ispirati, tanto da sentimenti di umanità, quanto dai motivi che lo han condotto, di concerto col Governo britannico, ad offrire la sua mediazione nel Nord d’Italia a fine di arrestare la effusione del sangue. Il mio Governo crede che un tentativo con la forza delle armi, il cui successo sarebbe problematico, non può che aggiungere difficoltà ad un equo aggiustamento (con ribelli!?). Non varrebbe meglio approfittare delle nuove probabilità che l’andamento delle cose nel Nord italico offre alle misure conciliative? Io desidero di tutto cuore che una tale considerazione, unita a quelle che ho già avuto l'onore di sviluppare al Governo di S. M. Siciliana, lo invitino a rinunziare di ricorrere alle armi, adoperando a preferenza le vie conciliative. Non esito punto a dichiarare che qualunque proposta conducente a pacifica soluzione, non solamente sarebbe ricevuta con trasporto dal Governo della Repubblica, ma ne avrebbe pure il suo cordiale appoggio. Confido che V. E. comprenderà nella presente condizione d’Italia, esser propizio il momento per un aggiustamentotra Napoli e Sicilia (tra il Governo legittimo e il rivoluzionario?!). — Il Duca di Genova ha rifiutato la Corona siciliana; l’esercito di Re Carlo Alberto non esiste più; i Siciliani non possono più contare su questo appoggio, ed evidentemente sono inquieti e scorati. Il loro vero interesse li spingerà dunque a far pace con Napoli. — La unione di Napoli con Sicilia è per i due paesi una condizione di prosperità e di forza; per la Sicilia è una condizione d’indipendenza. In quali modi questa unione potrà realizzarsi? — Ci sono due estremi partiti: da una parte la indipendenza assoluta che Sicilia pretende ottenere; dall’altra la fusione di due Corone con una amministrazione divisa. Fra questi due estremi esiste un mezzo termine, che potrebbe accettarsi. — Per esempio un figlio del Re non sarebbe bene accolto in Sicilia? Ma il Governo napolitano avrebbe da opporre molte obbiezioni a cotale combinazione, e si rifiuta a prestarvi mano.
«In tale posizione ha egli il diritto di ricorrere ad estremi espedienti adoperando la forza? Non ha esso ragione di credere, che le ostilità ravviveranno lo spirito di resistenza e di antipatia di razza, la quale, come tutte le passioni, estinguesi quando non viene eccitata, ma si rianima col toccarla? L’evento è egli certo? Sarà intero? Non è sottoposto a varie probabilità?Una spedizione può non andare a vuoto, e produrre in pari tempo pochissimo effetto. In tal caso essa diviene un male; imperocché fa rivivere le animosità de' Siciliani, impedendo cosi il progresso della conciliazione. Se riesce solo in parte, essa desta la guerra civile fra una porzione della Sicilia e l’altra, risultamento deplorabile e disadatto a preparare le future relazioni tra Napoli e Sicilia. Una spedizione potrebbe avere una favorevole riuscita, e sarebbe nel caso, in cui tutta la Sicilia all’apparire della flotta napolitanadistruggesse da sé tutto ciò che ha creato, sottomettendosi immediatamente a quelle stesse milizie contro le quali testé combatteva con tanta ira. Per una probabilità così problematica è egli prudente esporsi a tanti rischi, disconoscendo i vantaggi che potrebbe produrre una trattativa? Riguardo alle condizioni proposte dal Governo napolitano non sarebbe utile di cedere qualche cosa? È evidente che la fusione delle due Corone è la più grave delle sue pretensioni (!?), e che se contentasi di meno, potrà contare sulla influenza del tempo, sugl’interessi finora poco compresi, per giungere poi a grandi mutamenti, e un miglioramento nelle stipulazioni si potrà senza dubbio produrre in ultimo.
«Vi sono troppe passioni in moto per permettere che i negoziati progrediscano senza una mediazione. È dunque il momento per Francia e Inghilterra di poter parlare. É inutile far notare quanto la cooperazione di queste due potenze ne assicuri il buon successo, e di quanto peso sia nella bilancia. I due Governi occupati a pacificare (!?) l’Europa e l’Italia si oppongono fortemente in principio per una spedizione militare, ed in conseguenza quali che siano i loro sentimenti intorno alla Quistione italiana, vi è luogo a temere ché questi stessi sentimenti tornino a detrimento della Corte di Napoli, se la spedizione ha luogo. Uno dei vizi della spedizione si è quello che, mentre dà una dubbia probabilità per ciò che riguarda la Sicilia, conduce certamente ad un cattivo risultato per ciò che concerne le due Potenze. É di fatto più probabile che Re Ferdinando agendo ostilmente in Sicilia, perda in gran parte quel concorso, (stranissimo concorso!) che oggi troverebbe in queste due Potenze, se, prendendo in considerazione i loro desiderii, tentasse con modi pacifici di raggiungere lo scopo che cerca conseguire con la forza delle armi; avendo luogo una lotta in Sicilia (ad onta che la simpatia delle due potenze non possa manifestarsi, mentre essa dura in favore della causa siciliana) il governo del Re è esposto ad aver bisogno di ricorrere alle due Potenze, e dove s’impromette qualche cosa dalla loro cooperazione, dee riflettere ai cangiamenti che una spedizione militare in Sicilia, fatta loro malgrado, non può non produrre ne’ loro animi. Le loro ultime disposizioni sono abbastanza note, perocché trovatisi più che mai meglio disposte, ed il loro buon volere potrebbe aumentarsi di più. La Francia dal canto suo si compiacerebbe nel pensare che la unione di Napoli e di Sicilia sia la miglior combinazione; ma se i voti del popolo siciliano sono contrari a tal combinazione, non correte il rischio di rendere questa opposizione più violenta, senza costringere al tempo stesso la Francia a sacrificare la sua opinione ai voti del popolo siciliano? — Non vi ha mezzo di uscire da tale difficoltà? — Non sarebbe possibile di sottoporre alle due Potenze l'Ultimatum del governo napolitano, (è una vera ironia!) e chieder loro, senza proporre una formale mediazione, se vogliano appoggiare questo Ultimatum Supponendo che tale domanda non riuscisse, il governo napolitano avrebbe minore risponsabilità ed in seguito maggior libertà di azione. — Riassumendo, le probabilità sono favorevoli per una negoziazione. Il Governo napolitano avrebbe sempre la libertà di accettarne o rifiutarne le condizioni. Se il Nord d’Italia sarà pacificato, nulla si muterà qui nella posizione degli affari. Se la lotta continua, il campo rimarrà tanto più aperto. Le ostilità al contrario, indipendentemente dalla questione di umanità, non offrono ora alcuna probabilità al Governo napolitano: tutte le probabilità sono contro di lui. Esso deve correre la ventura di tutte le vicende che accompagnano ogni spedizione: successi incompiuti, guerra civile, accanita resistenza, odio ed esasperazione del popolo, e in conseguenza una prospettiva molto più triste di quella che ha ora d’innanzi. Inoltre esiste la possibilità, e si può dire anche la certezza di PERDERE LE SIMPATIEdella Francia e dell’Inghilterra, (ma erano perdute da un pezzo da che esse eransi alleate colla rivoluzione contro tutti i Re legittimi!} e perciò di diminuire i vantaggi del concorso che il Governo napolitano a causa degli avvenimenti potrebbe essere indotto a chiedere a questo due Potenze.
Firmato «DERAYN»
«Napoli 29 agosto 1848.
«La Legazione di S. M. brittannica essendo stata informata, al pari degli altri Ministri esteri accreditati presso questa Corte, essere intenzione di S. M. di inviare un’armata per riconquistare la Sicilia, io arrischio di sottomettere a V. E. le seguenti riflessioni, che spero saranno ricevute con le disposizioni amichevoli con le quali sono state dettate. (?!) Richiamo su queste osservazioni tutta l’attenzione di V. E. — Non può essere ignoto a V. E. da quanto pubblicamente si dice, e dalle informazioni officiali di Parigi e di Londra, che i Governi francese e inglese hanno preso l’impegno di una mediazione comune, il cui scopo tende a pacificare l’Italia, ed a consolidarci rapporti di amicizia tra gli Stati italiani e l’Impero di Austria, rapporti che sonosi disgraziatamente interrotti. Una sospensione temporanea di ostilità ha avuto già luogo, grazie ai buoni uffici dei Ministri inglese e francese presso le Corti di Torino e di Firenze, ed havvi luogo a sperare che, sotto gli auspici delle due potenti nazioni, la pace dell’Italia e dell’Europa sia prossima a ristabilirsi ne’ termini più adatti a conciliare gl’interessi e le pretensioni delle parti rivali, e a fondare la felicità degli Italiani sopra basi durevoli. La deplorabile questione, che si è testà sollevata fra il Governo di Napoli e gli abitanti di Sicilia, ha un carattere completamente differente. Dessa finora ha resistito a tutti gli espedienti impiegati per condurla ad una pacifica soluzione; (perché sostenuta da Francia e Inghilterra) ma l’E. V. si ricorderà che l’autorità de' Governi inglese e francese non ancora si è messa in opera per risolvere questa questione; la influenza de' detti Governi, se si esercita, non può mancare di avere un gran peso a Palermo, ed egli è certo che avrà i migliori risultati per gl’interessi di S. M. Siciliana.
«Per ora io non ho i poteri necessari per far conoscere a V. E. le intenzioni del mio Governo a questo riguardo; ma sono fermamente convinto che questa questione forma ¡’oggetto delle più serie riflessioni, e che nel modo stesso debba richiamare quelle della Repubblica francese. Io conosco che l’Inviato di quel governo è di questa opinione, e non dubito che il Governo di S. M. brittannica non deplori pro fondamente la effusione del sangue nella ripresa prematura delle ostilità, fino a quando si saranno trascurati i mezzi conciliativi di una mediazione. Non sembra indegno della saggezza e della clemenza di S. M. Siciliana, né contrario a' suoi diritti o al suo onore, di fermarsi prima di confidare irrevocabilmente la sorte della sua causa alle probabilità della guerra. Ella sia pur certa dei sentimenti di S. M. brittannica e della Repubblica francese, i cui governi, nei benevoli loro disegni per la pacificazione d’Italia, non han potuto omettere di prendere in considerazione la rivoluzione siciliana.
«V. E. autorizzando una spedizione nello scopo difficile di sottomettere il potente partito che governa la Sicilia, ha senza dubbio ponderate le probabilità del successo, le forze del Governo napolitano ed i mezzi di resistenza che gli possono essere opposti dall’altra parte. E inutile quindi che io mi estenda sugli incidenti particolari che possono nascere da una lotta prolungata, sulla perdita degli uomini che può risultarne, su i dolori che sono la conseguenza della guerra, ed ancor meno su i risultati deplorabili che condurrebbe seco una rotta della spedizione, sulla esasperazione permanente di un partito inconsideratamente provocato, (?!) o sull’abbandono di tutti i mezzi atti a produrre una conciliazione. Sottomettendo a V. E. queste osservazioni, non intendo dare un avviso non richiesto, e se io ho toccato una questione, che indirettamente interessa il Governo che io rappresento, V. E. ne scorgerà i motivi nell’antica fratellanza che ha esistito tra i nostri due Stati, e nella parte attiva cui l’inviato di S. M. brittannica è stato ultimamente chiamato a prendere negli affari di Sicilia e di Napoli.
Firmato «NAPIER»
—Questa scrupolosa rassegna di sinistri eventi che fa il rappresentante brittannico, al pari del rappresentante francese, col suo documento riportato di sopra, per ispirare timore al Re delle Due Sicilie, e farlo astenere dal riconquistare i proprii dominii oltre Faro, avrebbe dovuto, per ispirito d’imparzialità, ripetersi pure nel 1860 con Garibaldi e con Vittorio Emanuele, quando il primo invadeva le Due Sicilie, e il secondo bombardava Capua, Gaeta e Messina! — Ma andiamo innanzi.
«Napoli 10 settembre 1848.
«Il sottoscritto Incaricato di Affari di S. M. brittannica, ha avuto l’onore di indirizzare a S. E. il Principe di Cariati, a' 29 agosto ultimo, una Nota, con la quale si è permesso di sottomettere la proposta di trattare col Governo di Palermo per mezzo della mediazione comune dell’Inghilterra e della Francia, prima di ricorrere a mezzi estremi di una spedizione destinata a ridurre i Siciliani colla forza delle armi.
«Il Sott. non ha ricevuta alcuna risposta a tale amichevole introduzione ed è stato testimone della poderosa spedizione diretta contea la Sicilia. Egli ha saputo inoltre oggi stesso i particolari della occupazione di Messina per parte delle regie truppe.
«Le operazioni delle forze napolitano sono state condotte con un rigore estremo, — secondo le testimonianze degli Ufficiali della forza brittannica spettatori di quell’affligente scena, — che non può in alcun caso esser giustificato, trattandosi sopra tutto di guerra civile. (Strana la pretensione di considerare come belligerante chi si ribella al proprio principe! Perché l'Inghilterra non fa ora lo stesso riguardo agl'Irlandesi che insorgono contro di lei?) Ora lo spirito di resistenza mostrato dai Messinesi e da' loro alleati è stato cosi disperato e feroce, da dar luogo a temere, che la continuazione delle ostilità non produca grandi guai, e gravi perdite di uomini, piuttostoché una situazione politica basata su condizioni essenziali di una concordia durevole e di una prosperità comune. Questa desolante alternativa: o degli sforzi prolungati e disgraziati delle regie truppe onde soggiogare un popolo sventurato; (forse perché favorito in tutti i modi dal governo leggittimo?) 0 dell’ABBIETTA E MISERABILE SOTTOMISSIONE DEGLI ABITANTI DELLASICILIA AD UN GOVERNO CONTRO IL QUALE SI RIVOLTEREBBERO ALLA PRIMA OCCASIONE, (102))ha prodotta una sì dolorosa impressione sull’animo del Comandante in Capo le forze brittanniche e sul mio, che non possiamo abbandonare la speranza di un accordo fra le parti contendenti fondato su i loro reciproci interessi. In conseguenza il sottoscritto invita di nuovo con rispetto, — ma con fermezza, — S. M. Siciliana ad accettare le negoziazioni proposte, ed a spedire gli ordini per sospendere le ostilità e stabilire un armistizio che dovrebbe essere osservato da ambe le parti fino a che non si conosceranno le risoluzioni dei Gabinetti inglese e francese.
«Tale è stata la impressione del Vice ammiraglio Sir William Parker divisa dal sottoscritto, che nello accluso dispaccio di lui ha manifestata la intenzione, nel caso ricomincino le ostilità contro la sua aspettativa, d'interporre la sua autorità per stabilire una sospensione di armi, fermamente convinto che, cosi agendo, servirà agl’interessi permanenti del Governo di Napoli ed a quelli della pace generale europea, che trovasi minacciata mercé la lotta di somiglianti passioni.
«NAPIER»
Siegueil documento alligato.
«MILORD»
«Napoli, sull’Hibernia 10 sett. 1848.
«Alle 11 ieri sera ho ricevuto col piroscafo il Pluton i dispacci del capitano Roob, riguardanti la presa di Messina, dopo un vivo bombardamento di 5 giorni da parte delle forze napolitano, e una violenta difesa da parte de' Siciliani, talché la città era preda delle fiamme in undici (?!) punti, e desolata per la fuga de' suoi infelici abitanti, che non avevano più munizioni per difendersi. V. E. leggerà questo rapporto con la commozione del più profondo dolore. La maggior ferocia fu mostrata da parte de' Napolitani, la furia de' quali fu incessante per otto ore dopo che la resistenza de' Siciliani era sospesa. Un esempio di brutalità che non si si trova in niuna storia di guerre civili (103); mentre che lo spirito degl’infelici messinesi può essere riguardato come un segno di devozione alla causa loro, spirito comune a tutta l’isola. La voce della umanità imperiosamente domanda che qualche misura sia presa, per prevenire simiglianti orribili scene di devastazione in altre parti della Sicilia. Persuaso che la simpatia dell'Europa intiera sarà eccitata dalla distruzione di una città che avrà per effetto l'abbandono di tanti infelici, convinto che la guerra non può essere prolungata per niun bene; sapendo pure che il Governo napolitano ha sinora tenuto in niun conto i consigli dell’E. V. per sospendere l’attacco sopra Messina con la speranza di accomodare la questione all’amichevole. Però spero che l’E. V. con un Ultimatum insisterà, perché il Governo napolitano faccia sospendere le ostilità; esso mi risparmierà la necessità di domandare un’amnistia, (che sarebbe la cosa più desiderabile) con la forza, sinché si possa sapere dal Governo brittannico una decisione su questa affligente guerra. Io aspetterò le istruzioni col primo vapore, e mi lusingo che i principii di umanità, (104) che mi spronano a tale politica, corrisponderanno a quelli del Governo napolitano per arrestare i disastri, conseguenza della continuazione di una guerra di reciproca animosità.»
«WILLIAM PARKER, Vice-Ammiraglio.»
«Legazione della Repubblica francese
«Napoli 10 settem. 1848.
«PRINCIPE
L’Ammiraglio Baudin, comandante la squadra della Repubblica nel Mediterraneo, m’informa di aver ricevuto ieri i più affligenti particolari di Messina, sugli eccessi commessi da ambe le parti, (meno male che si confessano una volta gli eccessi dei ribelli!) durante il bombardamento e la. presa di quella città dalle truppe di S. M. Siciliana. La mancanza di ogni atto perentorio preliminare, di ogni tentativo per un accomodo all’amichevole, la continuazione del fuoco dopo la sottomissione de' Messinesi, il carattere di ferocia onde si mostra questa lotta, e che minaccia le più terribili scene se la guerra si prolunghi, (105) le interminabili e sanguinose rappresaglie che ne seguirebbero, il grande eccitamento dato agli odii che dividono il paese, e che debbono estinguersi, la impossibilità nella quale si sarebbe per istabilire saldamente un ordine di cose qualunque: tutti questi motivi han portato l’Ammiraglio a considerare come un dovere di umanità di arrestare una lotta si fatale fino a che non sieno conosciute le intenzioni della Repubblica su la pacificazione di questa parte d’Italia. — L’Ammiraglio m’informa che egli ha in conseguenza dato ordini all’uffiziale comandante le forze francesi sulle coste di Sicilia perché ottenga dal Generale napolitano, e che al bisogno imponga ad ambe le parti, una sospensione di ostilità. Egli ha, del resto la fiducia che il Governo di S. M. Siciliana sarà sensibile all’onore di prendere da sé l’iniziativa di questa tregua. La stessa dichiarazione sarà fatta a' Siciliani, e l’armistizio sarà mantenuto fino all’arrivo delle istruzioni del Governo della Repubblica. (Povero Conte di Rayneval costretto a dettare di simili note! — Ce sont les éxigeance, de la position....) — Mi affretto a parteciparvi questa determinazione dell’Ammiraglio, e colgo la fortunata occasione, Principe, di rinnovarvi i sensi di mia alta considerazione.»
«A.DE RAYNEVAL»
«Napoli 11 settembre 1848.
«In risposta alla Nota diretta dal sig. de Rayneval al Sottoscritto, nota datata ieri, e nella quale una domanda è stata fatta di sospendere la lotta tra le truppe regie e i ribelli di Sicilia, — fino a che le intenzioni dei Governi inglese e francese, riguardanti la pacificazione di questa parte d’Italia non siano conosciute, — il Sottoscritto ha l’onore di partecipare al sig. de Rayneval copia di una Nota sullo, stesso obbietto da lui oggi indirizzata al plenipotenziario della Gran Brettagna, e che contiene i motivi che trattengono il Governo del Re dal dare una risposta definitiva. — Il Sottoscritto dee inoltre dichiarare che il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica francese ha detto, il dì 8 agostoultimo, al Conte di Lùdolf: Pel momento bramiamo rimanere fuori della questione. Assicurazione ritirata poscia dal signor Boisle-Comte. Nulla di meno il Sottoscritto ha l’onore di assicurare il signor de Rayneval, che il Governo del Re farà tutto il possibile per mitigare i mali inerenti alla guerra. Ma d’altra parte egli crede aver diritto di domandare alle Potenze straniere una stretta neutralità. Esse Potenze non debbono per nulla incoraggiare i ribelli siciliani, né assisterli; la qual cosa avrebbe per effetto il renderli più pertinaci nelle loro pretensioni di prolungare la lotta, e quindi di accrescere lo spargimento del sangue, estremo dal quale il Governo del Re, come l’E. V., rifugge.
«CARIATI»
«Napoli 11 sett. 1848.
«Il Sottoscritto ha ricevuto la Nota di Lord Napier, come anche l’annesso dispaccio del viceammiraglio Parker, che dicono: (segue il testo dei riferiti due documenti.)
«Il Sott. avendo ragioni di credere che i rapporti, i quali han dato luogo alle osservazioni ed ai suggerimenti del signor Incaricato di affari, sono stati alquanto esagerati, cosa avvenuta spesso durante gli avvenimenti che da otto mesi hanno afflitto la Sicilia, crede necessario, pria di rispondere alla Nota sumentovata, aspettare i rapporti ufficiali del Comandante la spedizione di Messina. Questo indugio è divenuto indispensabile dopo il dispaccio telegrafico pervenuto ieri, e che lo Incaricato di affari troverà annesso alla presente. Secondo esso dispaccio, la popolazione rientra in città e l’ordine è sul punto di esservi ristabilito.
«Frattanto il Sottoscritto dichiara a Lord Napier, che ogni misura presa dal viceammiraglio Parker per attraversare i piani del Governo del Re, in violazione manifesta dei diritti di un Sovrano libero e indipendente, e de' riguardi dovuti a una Potenza amica, sarà necessariamente considerato come un atto emanato dalla volontà particolare dell’Ammiraglio e non dalle intenzioni del Governo brittannico. — In fatti Lord Palmerston ha più volte dichiarato a' rappresentanti d i Sua Maestà a Londra, e particolarmente nella conferenza dei 4 caduto agosto, che il Governo di S. M. brittannica non metterebbe ostacolo di sorta alla spedizione militare che preparava il real Governo per ristabilire la pace e l’ordine nella Sicilia, e per liberare questo paese dal giogo di alquanti scellerati, che, sebbene in piccolo numero, guidano ed opprimono la maggioranza dei loro compatriotti con mezzi di terrore, minacciando incessantemente le loro proprietà e la loro vita. Il sottoscritto non può trattenersi dal far osservare al sig. Incaricato di affari il cattivo effetto che la sua Nota può produrre sullo spirito de' ribelli siciliani, appena sarà da questi conosciuta; perché, essendo certi più che mai della protezione e del buon, volere degli agenti di Francia e d’Inghilterra, saranno inclinati a perseverare negl’insensati progetti che han reso finora inefficace ed impossibile qualsivoglia tentativo per effettuare una riconciliazione tra le due parti del Regno delle Due Sicilie.
«DI CARIATI»
«Napoli 13 sett. 1848.
«Il Sottoscritto Incaricato di affari di S. M. brittannica ha l’onore di mandare a S. E. il Principe di Cariati, perché ne abbia conoscenza, una copia della lettera del viceammiraglio Sir William Parker, dalla quale risulta, che il Generale Filangeri abbia accordato pel momento di sospendere le ostilità in Sicilia. Il viceammiraglio crede che una tale umana risoluzione del prelodato Generale sarà accettata dal Governo di S. M". Siciliana; ed in tal caso tutta la influenza di Sir William Parker e dell’ambasciata brittannica in Napoli sarà vigorosamente impegnata a fermare una solida pace tra le parti belligeranti, in modo che possano seguitare le negoziazioni sotto il più favorevole aspetto.
«NAPIER.»
(Seguono allegati i seguenti documenti.)
«MILORD
«Hibernia, 13 sett. 1818.
«Mi affretto a mandare a V. E. i dispacci ricevuti testà dal capitano Roob, comandante della regia fregata Gladiateur, dai quali rilevo con sincera soddisfazione che il generale comandante le forze militari in Messina si è inchinato, dietro le proposte unite del capitano Roob e del capitano Nonav della nave francese llercule, a sospendere le ostilità e abbandonare le altre operazioni militari sulla costa di Sicilia, onde impedire ulteriore spargimento di sangue; finché i Governi francese e inglese, mercé la loro mediazione, accomodino le differenze per una pace generale. Spero ardentemente che il Governo napolitano confermerà, senza frapporre tempo in mezzo, queste umane misure.
«PARKER»
«Baia di Messina 11 settembre 1848.
«I Sottoscritti comandanti le stazioni navali di Francia e d’Inghilterra hanno l’onore di notificare a S. E. il comandante in capo la spedizione napolitana,che essi sono incaricati da' loro capi, in nome della Francia e dell’Inghilterra, di dichiarargli, che essi non hanno alcuna intenzione di turbarlo nel possesso di Messina e di Milazzo, la cui presa è oramai un fatto compiuto, ma hanno l’ordine di domandargli una sospensione di ostilità sulla costa di Sicilia fino a che i Governi di Francia e d’Inghilterra, mercé la loro mediazione, abbiano potuto risolvere le difficoltà che si oppongono a una pacificazione generale. I due Governi di Francia e d’Inghilterra hanno finora scrupolosamente (?!) osservato le leggi della neutralità, ed ora invocano le sacre leggi della umanità.
«NONAY— ROOB.»
11. Risposta del comandante in capo le truppe napolitano:
«SIGNOR CAPITANO
«Messina 11 Settembre 1848.
«Ho l’onore di accusare ricezione della Nota da voi indirettami oggi, e che mi affretto trasmettere al Re, mio augusto Sovrano, dal quale aspetto gli ordini. — Voi non ignorate che dal mio ingresso in Messina, lungi dallo spingere la continuazione delle ostilità, mi sono unicamente occupato di lenire le profonde ferite cagionate dagli ultimi avvenimenti. Vi assicuro che io continuerò a seguire una tale condotta, fino a che nuove istruzioni da parte di Sua Maestà non mi indichino qual via debba tenere. Gradite, etc.
«CARLO FILANGERI»
Principe di Satriano»
«Napoli 13 sett. 1848.
«Riferendomi alla Nota di Lord Napier in data di ieri, il Sottoscritto si affretta ad osservare, che il Principe di Satriano non s’impegnava per nulla nella sua lettera al capitano Roob; ciò che potrà esser verificato dagli Incaricati di affari riguardo all’acchiusa lettera. Il Generale anche egli ha detto voler comunicare al Governo napolitano la lettera de' comandanti inglese e francese, ed aspettarne le istruzioni. — Il Governo di S. M. ha approvato finora la condotta del Principe di Satriano, il quale continuerà nella via incominciata per la sottomessione della Sicilia. Il Governo desiderava sempre, ove fosse possibile, di risparmiare lo spargimento di sangue, ed esso mira al parziale, se non al compiuto trionfo di un tale disegno. Aspettando, la sommessione spontanea, — che sarà offerta, ove non sia sventata da una speranza alimentata dalla interpretazione nociva di ciò che. fanno i comandanti francese ed inglese a Messina, — il Governo di S. M. sarà sempre grato non solo all’Ammiraglio Parker e alla legazione francese, ma a tutti coloro che offrono la loro influenza per la intera sottomissione dell’isola.»
«DI CARIATI»
«A bordo dell’Hibernia.
«Napoli 16 sett. 1848.
«MILORD
«Ho avuto l’onore di ricevere la lettera di V. E. in data di ieri, con le copie di due lettere di S. E. il Principe di Cariati riguardanti la guerra in Sicilia. Secondo l’ultima corrispondenza di Napoli la mediazione anglo-francese è stata accettata dall’Austria per terminare le controversie tra quella potenza e gli Stati italiani. Perciò vi è ogni speranza che le Potenze mediatrici saranno egualmente disposte a terminare, mercé trattative, la fatale collisione tra le forze napolitane e siciliane. La corrispondenza che ho ricevuta da tutte le parti dell’isola mostra ben chiaro che l’esasperato sentimento de' Siciliani pel fatale bombardamento di Messina li rende tenaci a contrastare palmo a palmo il loro terreno (106) e ritirarsi sulle montagne ove sieno battuti. — Da unatale risoluzione altro non si può aspettare che conflitti sanguinosi, ruina e desolazione. La flotta francese e la inglese probabilmente riceveranno le istruzioni da' loro Governi rispettivi. I miei sentimenti di umanità m’impongono in questo frattempo d’insistere più fortemente presso il Governo napolitano, acciò accordi una prolungazione d’armistizio, chiesta dalle forze anglo-francesi a Messina, accordata condizionatamente dal Principe di Satriano il giorno 11. — Questa domanda produsse infinite circostanze. — La umanità lo richiede, e io spero che non saremo costretti ad usare la forza per conseguirlo.
«W. PARKER.»
«Legazione della Repubblica francese.
«Napoli 16 sett. 1848
«PRINCIPE
«V. E con Nota dei 13 corrente, pervenutami nella sera del 14, mi ha fatto l’onore d’informarmi che il Principe di Satriano, in conseguenza de' sensi di umanità e di pacificazione adottati a Messina, era quasi certo di ritrovare la maggior parte dell’isola di Sicilia tornata spontanea e senza novello spargimento di sangue sotto il dominio di S. M. Siciliana; quando contro l’assicuranza esplicita de' Governi francese ed inglese, gli uffiziali comandanti la forza francese ed inglese, nel tempo stesso che hanno riguardata l’occupazione di Messina e Milazzo come fatto compiuto, volevano prevenire la continuazione delle operazioni militari sulle coste di Sicilia sino a tanto che la decisione de' due Governi possa produrre una pacificazione generale. V. E. osserva, che noi siamo convinti non essere i rispettivi Ammiragli autorizzati ad intervenire nelle operazioni militari di S. M. Siciliana, in contravvenzione delle leggi esistenti, e che non vogliano rendere più difficile l’accordo del Governo di Napoli con Sicilia; giacché i Siciliani, incoraggiati dallo intervento delle due Potenze, ingrandiscono i loro sforzi di resistenza, la sommessione volontaria non potrà accadere, e la conseguenza sarà il maggiore spargimento di sangue. V. E. in conclusione domanda che l'Ammiraglio Baudin dia gli ordini opportuni agli uffiziali de' legni francesi in Messina acciò non si sospendano le operazioni militari del Principe di Satriano.
« La mia prima cura appena ricevuta la Nota di V. E. fu di comunicare col mio Governo, mercé di un vascello che partiva lo stesso giorno. Il mio dovere m'impose altresì di comunicare la Nota all'Ammiraglio Baudin, e sul momento mi è arrivata la risposta. Di nuovo debbo far osservare a V. E. ciò che io ebbi l'onore di comunicarle a voce ed in iscritto sul soggetto che ha determinato l'Ammiraglio. La Francia non ha niun motivo fuori della benevolenza riguardo al Regno delle Due Sicilie.
È suo desiderio vederlo pacifico e prospero. Ed è perciò che l'Ammiraglio Baudin ha formata la sua determinazione. Interpretando questi motivi in tutto altro senso, sarebbe lo stesso che allontanarsi dalla verità. Questa determinazione ha di mira l'eguale cura per gl'interessi dei due popoli ostili.
«A coloro che conoscono i Siciliani, e ne hanletta la storia, è ben chiaro che le difficoltà opposte per mezzo di forze napolitano non avrebbero l'effetto di una pace permanente, renderebbero gli avvenimenti più frequenti e produrrebbero nuovi disastri per Napoli e per Sicilia. La forza che subito vuol degenerare in abuso ha prodotto in Sicilia una irritazione atta a rendere impossibile la riconciliazione.
«Le presenti animosità sono estreme, e bisogna porre ben mente acciò non s’ingrandissero. L’armata napolitanaavrebbe potuto successivamente occupare gran parte dell’isola. Supponghiamo che l’abbia anche tutta conquistata, ciò non avrebbe prodotto la sottomissione. Il Governo napolitano non avrebbe trovato altro vantaggio della sua conquista fuori del peso di mantenere una grande armata per conservare l’ordine in Sicilia, e vedere nuove rivoluzioni ripullulare sempre mai (107).
«La futura tranquilli, non potrà assicurarsi che con la moderazione; cosa difficile ad ottenersi quando un Governo ha forze superiori, e quando ardono ancora le passioni, causa della collisione. Questa indispensabile moderazione si può trovare nel partito indirettamente interessato nella questione, e con niun altro fine fuorché quello di vederela prosperità commerciale, e la corrispondenza amichevole consolidata. Non esiste altra soluzione della questione siciliana, se non quella che sarà mantenuta dalle due Potenze chiamate dalla Sicilia (curiosa questa chiamata da parte di ribelli, e corrisposta dalle due potenze! E quando altri ribelli faranno le stesso contro di loro, cosa diranno esse due potenze?) pel sostegno de' suoi interessi. La determinazione dell’Ammiraglio avrà l’effetto d’ispirare fiducia ne’ Siciliani, in modo da ritenerlo come loro mediatore presso S. M. Siciliana. Sono ansioso di dichiarare in nome dell'Ammiraglio a V. E. aver egli date positive istruzioni agli ufficiali delle forze navali in Sicilia di far sospendere le ostilità da ambe le parti. E se i Siciliani pensassero di attaccare i Napolitani durante l’armistizio, ne sarebbero chiamati responsabili. Che se qualunque città di Sicilia abbia l’intenzione di aprire le porte alle truppe del Re di Napoli, niuno potrà frapporvi ostacoli. L’intenzione dell’Ammiraglio è di prevenire ulteriori ostilità e sciagure da ambe le parti. In quanto al ritiro degli ordini dati dall’Ammiraglio, deve sapere V. E. che essi erano l’effetto di mature considerazioni e non possono essere ritirati nel momento, che si attendono quelli in risposta dal Governo della Repubblica. Voglio piuttosto sperare che il Governo napolitano, persuaso della necessità, voglia considerare lo stato attuale della Sicilia come una delle più felici (?!) condizioni possibili, e che crederà giusto ordinare al Principe di Satriano di continuare nella moderazione, che pel suo onore egli ha adottato sin dalla data dell’ultimo dispaccio, e specialmente per la sospensione delle ostilità, che, lo ripeto, faciliteranno un definitivo accomodo delle esistenti difficoltà, durevolmente fondato.
«Ho promesso all’E. V. farle conoscere subito la determinazione del Governo della Repubblica.
«A. DE RAYNEVAL»
«Napoli 18 sett. 1848.
«Il Sottoscritto ha ricevuto la nota dei 16, e facendo giustizia ai sentimenti di umanità ond’è concepita, ed all’Ammiraglio Baudin, è obbligato di ripetere la dichiarazione già fatta, in quanto alla chiesta sospensione delle operazioni militari in Sicilia, di essere una tale domanda in opposizione coi principi! de' diritti di sovranità e d’indipendenza nazionale, consacrati ne’ codici internazionali antichi e moderni, e che devono essere supremamente rispettati dalle grandi Potenze che vantano equità e politica disinteressata. Sua Maestà non può transigere sulla loro giustizia e validità.
«Nel frattempo ed in conseguenza dell’operato dell’Ammiraglio Baudin, l’atto di spedizione é paralizzato, e la sommessionedelle principali città dell’isola, che era fiduciosamente aspettata, è sospesa, grazie agl’indiretti incoraggiamenti dati ai ribelli. Ha quindi massima ragione il Governo napolitano di dolersi, egli che confidava dietro l’assicurazione dei Ministri inglese e francese sulla stretta neutralità che le loro forze avrebbero dovuto osservare. — Il sottoscritto è sorpreso di trovare nella Nota del sig. de Ravneval, che mentre erasi cercato di opporsi alle operazioni del Principe di Satriano, si voglia dire che i Siciliani abbiano solamente sofferto.
«La parzialità a pro de' ribelli contro il legittimo Sovrano è troppo evidente per far sospettare sulla proposta, che può derivare dopo questo fatto. E il sottoscritto non può fare altro che dichiarare, trovarsi i ribelli aiutati dalle armi e dalle munizioni degli arsenali francesi, con detrimento del reale Governo.
«Per tali motivi, il Principe di Satriano continuerà ad operare a norma delle istruzioni avute dal Governo di S. M. Siciliana dal quale dipende.
«DICARIATI»
«Legazione della Repubblica francese.
«Napoli 19 settembre 1848.
«PRINCIPE
«Manderò subito al Governo la Nota di ieri che V. E. ha indirizzata a me come risposta e spiegazione, riguardo alla posizione dell’Ammiraglio Baudin in Sicilia. V. E. mostra grande sorpresa nel vedere come detto Ammiraglio abbia espressa tale parzialità pe’ Siciliani, fino a dire che ove si rompa l’armistizio, sarà a loro responsabilità. La mia sorpresa è di trovare che V. E. voglia attribuire a questa dichiarazione un senso in tutto opposto alla verità.
«La mira dell’Ammiraglio è stata sempre quella di dare una prova di sua lealtà, equilibrando le due parti in guerra. (Equilibrare le parti tra ribelli e Sovrano!...)
«E pel senso letterale di essa dichiarazione certamente non ho potuto immaginare di esser necessario spiegare meglio, che ove i Siciliani non mantenessero il rispetto all’armistizio, peserebbe sul loro capo la responsabilità delle nuove ostilità. E se V. E. scorge in ciò alcun che di parzialità, sarà cosa inesplicabile. In quanto alle munizioni fornite ai Siciliani dai Francesi, io aspetto buone informazioni e ragguagli più positivi di quelli che trovansi nella Nota di V. E. prima di rispondere.
«Forse al secondo argomento sarà facile dare risposta come al primo. Quel che è fuori dubbio si è la lealtà e sincerità delle intenzioni che io ho avuto l’onore di esprimere a V. E. — Mi dispiace, signor Principe, di vedere codeste intenzioni interpretate in tal senso, che può accordarsi con i vostri interessi, ma che in pari tempo può essere all’intutto insussistente.
«A. DE RAYNEVAL»
«Napoli 19 sett. 1848.
«Il sottoscritto ha ricevuto colla Nota di Lord Napier dei 17 corr. mese, la copia di una lettera del viceammiraglio Parker del 16, relativa alla sospensione delle ostilità in Sicilia.
«Il sottoscritto non può trovare né riconoscere alcuna somiglianza fra l’accettazione da parte dell’Austria della mediazione offerta dalla Francia e dall’Inghilterra per aggiustare le differenze tra quella Potenza e gli Stati italiani, e la sottomissione dei Siciliani al loro legittimo Sovrano: dappoiché nel primo caso l’oggetto è di stabilire la pace tra due indipendenti potenze belligeranti; e nel secondo caso trattasi di liberare una parte de' reali dominii dallo insoffribile giogo di una banda perniciosa di faziosi e malintenzionati, di ristabilire l’ordine e la pace nel Regno delle Due Sicilie, e di conservare unita la Monarchia della quale quell’isola forma parte integrale.
«Oltre a ciò, dal rapporto ricevuto dall’Ammiraglio è ben chiaro e manifesto, che i capi della insurrezione non avrebbero avuto altro mezzo per salvarsi che quello di fuggirsene sulle montagne, da dove anche sarebbero stati cacciati se fossero stati privi dell’aiuto morale e materiale delle Potenze straniere, essendo a loro ben nota la disposizione degli abitanti della Sicilia, la cui immensa maggioranza è disgustata dagli eccessi di ogni specie ai quali sono stati soggetti in questi ultimi otto mesi. In riguardo poi al modo di abusare della forza armata con la veduta di comprimere la libera indipendenza di un Governo che non può essere rimproverato di alcuna violazione di leggi internazionali, il sottoscritto non ha altra alternativa che di protestare formalmente ed innanzi a tutto il mondo incivilito contro un atto simile. E le Potenze di second’ordine al certo osserveranno con sorpresa e dispiacere gli eventi che presentemente han luogo nel Regno delle Due Sicilie, e la ingiuria che può tornare dannosa in un momento nel quale il principio della indipendenza e della libertà delle nazioni è dovunque proclamato.
«Il sottoscritto prega Lord Napier di comunicare questo dispaccio all’Ammiraglio Parker.»
«DI CARIATI»
«Napoli 13 sett. 1848
«Dal tempo in cui il Principe di Satriano, comandante in capo la spedizione di Sicilia, ha occupato Messina tutte le sue cure sonosi dedicate a procurare la pace e la prosperità di quella città. I Comandanti inglese e francese sono stati testimoni di questo fatto. La moderazione e la soddisfazione degli abitanti di Messina han fatto sperare che la maggior parte dell’isola, stanca dal peso de' turbolenti faziosi, avesse voluto volontariamente e senza spargimento di sangue tornare al Governo paterno del suo legittimo Sovrano. — Ma, contro l'aspettazione e con tutta l’assicurazione data dal Ministero inglese al Ministro napolitano in Londra, della cui sincerità non possiamo dubitare, i Comandanti della forza navale di Francia e d’Inghilterra si sono essi stessi presentati al Principe di Satriano a' dì 11 corrente dichiarando, in esecuzione di ordini ricevuti dai loro rispettivi Ammiragli, di riguardare la occupazione di Messina e di Milazzo come un fatto compiuto, ma comandando una sospensione di ostilità in tutta la Sicilia, essendo volontà de' Governi inglese e francese di accomodare le differenze.
«Il Sottoscritto ha già informato lord Napier in una Nota degli 11 corr, ed ha forte ragione di credere che l’Ammiraglio non possa impedire qualunque operazione della regia truppa in Sicilia; talché l’Ammiraglio ha assunto una responsabilità senza l’autorizzazione del suo Governo. — Tale condotta ha per base un fatto che è in manifesta opposizione ai sacri diritti di un libero e indipendente Sovrano, che non doveva essere dimenticato particolarmente da Potenze amiche, e non può avere altro risultamento che quello di rendere quasi impossibile o almeno difficile l’armonia che il Governo del Re sperava ristabilire in Sicilia.
«Quando l’intervento anglo-francese sarà conosciuto dai malintenzionati dell’isola li renderà più audaci che mai, e le sommissioni già fatte dagli abitanti di Milazzo e di Lipari, e forse in questo momento da altre parti di Sicilia, cesseranno del tutto, e il ritardo delle operazioni militari del Principe di Satriano produrranno maggiore effusione di sangue, permettendo agl’insorgenti di concentrare le loro forze.
«Il Sottoscritto è così convinto del buon senso e dell'equità dello Incaricato di affari e degli Ammiragli, che spera, allorché rifletteranno su queste ragioni, non esiteranno di dare gli ordini ai loro subalterni di astenersi da qualunque ingerenza, e lasciare al Principe di Satriano il libero potere di continuare le sue operazioni in conformità degli ordini ricevuti dal suo Governo, che hanno per iscopo il ristabilimento dell’ordine e della pace in Sicilia, e di risparmiare per quanto è possibile lo spargimento del sangue.
«PRINCIPE DI SATRIANO»
A una delle ultime Note identiche, diretta al Governo di Napoli dal rappresentante inglese, sir W. Tempie, e dal francese, Conte de Ravneval, sempre insistendo che per la prosperità del reame delle Due Sicilie si dovessero far gavazzare senza molestia i faziosi di Sicilia il Principe di Cariati risponde loro ne’ seguenti termini:
«Napoli 20 decem. 1848.
«Nell’assenza di S. M., dalla quale non posso sul momento ricevere ordini diretti; ma delle cui positive intenzioni sono perfettamente informato, mi affretto a rispondere alla comunicazione che V. E. ha voluto farmi. — Le intenzioni pacifiche che vi sono espresse, e l’assistenza che offre in nome del suo Governo, mi sembrano difficili a conciliarsi col rimanente di ciò che contiene. Il Re che comprende tutti i gravi doveri, impostigli dalla Provvidenza, non può mai prestarsi ad alcuna combinazione che non assicuri nel modo più assoluto i diritti nazionali che sono seriamente in pericolo. Sua Maestà è perfettamente convinta che questo scopo non può essere raggiunto, se non colla fusione delle forze napolitano e siciliane, che debbono formare una sola armata ed essere com’è stata sempre. Se noi terremo diverso linguaggio, non soddisfaremo a' bisogni più pressanti del paese. In conseguenza io credo di essere il fedele interprete di Sua Maestà esprimendovi il dispiacere che ha in lui cagionata la natura di siffatta proposta.
«Questo primo punto essendo riconosciuto, voglio supporre per un momento, che voi essendo meglio informato sul soggetto di questa indipendenza, che mi assicurate di volere con tanto impegno difendere, diverrete partecipe della opinione che ho creduto mio dovere palesarvi, non dovendo questo Governo fare altro, che valersi della vostra cortese assistenza onde comporre col vostro officioso concorso tutte le altre questioni pendenti. E’ d’uopo però che vi domandi:
«Che cosa farete ove gl’insorgenti di Palermo ricusassero di sottomettersi al vostro ultimatum della cui ragionevolezza siete perfettamente convinto?
«L’attitudine presa dalle forze di Francia e d’Inghilterra nel di 11 settembre non può essere interamente dimenticata; giacché gli Ammiragli Baudin e Parker minacciarono allora d’arrestare con la forza la vittoriosa spedizione di Sicilia. Io sento dunque di aver diritto a domandare, se in caso di bisogno prenderete un’attitudine capace a troncare queste difficoltà.
«Permettetemi ora di chiarire un errore che sembra essere sfuggito alla vostra attenzione. — Voi mostrate credere che il Re abbia per un momento acconsentito alle proposte fatteci da vol. — Mi affretto di protestare contro una supposizione di tal natura che nulla ha autorizzato, e che è in tutto contraddetta dalla realtà de' fatti; basta senza dubbio ricordare queste circostanze, per evitare che possiate in avvenire incorrere in siffatti errori.
«Pria di dar termine a questa Nota fa d’uopo rivolgere a V. E. un’altra domanda. — Sa ella che il Duca di Rivas, Ministro di Spagna ha protestato al governo di S. M. in sostegno de' diritti eventuali che appartengono alla dinastia della famiglia regnante in Ispagna sul trono di Sicilia, ed ha reclamato voler intervenire in qualunque conferenza possa aver luogo sull'oggetto? Gli ordini della sua Corte sono precisi a tal riguardo, e noi non possiamo ricusarci ad accogliere questi legittimi desiderii. — La questione non essendo né spagnuola, né inglese; ma esclusivamente napolitana, siciliana e dinastica, nessuna obbiezione può nascere dalle attuali relazioni diplomatiche che esistono tra la Spagna e la Gran Bretagna. S. M. Siciliana non potrebbe da se stessa ed in una volta risolvere questa pendente quistione, ancorché avesse desiderio di farlo; — dovrebbe dunque esser posta in tale situazione da poter rispettare questi diritti come reclami legittimi e giusti, o avere il potere di troncarli con un completo. rifiuto.»
«DI CARIATI»
Questo documento diplomatico è pubblicato nel diario inglese il Times come corrispondenza da Napoli dei 21 e 24 decembre 1848, e riprodotto dall’altro giornale inglese il Galignani dei 4 gennaio 1849; e vi si legge la seguente dichiarazione:
«Niuna replica è stata fatta dai Ministri residenti di Francia e. d’Inghilterra all’anzidetta Nota; ma sento che il Governo napolitano abbia fatto intendere al sig. Tempie che il Re ha incaricato il Principe di Satriano, generale Filangieri, di trattare tutte le negoziazioni relative alla Sicilia, disponendo, che tutte le comunicazioni sieno dirette a lui, e non al Principe di Cariati. La Nota dice pure che S. M. abbia creduto conveniente d’informare i Ministri di Russia e di Spagna, (e io credo di tutte le Potenze, che fecero parte de' trattati del 1815) invitandoli a partecipare alle trattative che potessero aver luogo sull’oggetto di effettuare una riconciliazione fra lui e i suoi sudditi siciliani. Sento che questa Nota abbia rattemprato l’ardore del Tempie e del de Rayneval, i quali han fatto intendere doverne scrivere ai loro Governi per averne nuove istruzioni.»
Ora, trasandando altri documenti meno importanti, riproduciamo una delle ultime Note del Governo napolitano che onora assai la sua nobile fermezza.
«Napoli... marzo 1849
«Questo real Governo, conforme alle intenzioni di Sua Maestà, ha sempre preferita la via della conciliazione allo impiego della forza per porre un termine alla rivoluzione in Sicilia, e ristabilirvi l’ordine e la tranquillità. Le più larghe concessioni compatibili con la integrità del Regno e con la dignità della Corona sono state a più riprese offerte da parte del Re a' suoi sudditi al di k del Faro. A cotanta magnanimità i rivoltosi non hanno risposto se non con numerosi atti di flagrante ribellione.
«Onde far cessare questo stato cosi disastroso per l’interesse del Regno, il Governo di S. M. si è veduto nella dura necessità di far occupare dalle sue truppe la Valle di Messina per giungere in seguito alla sottomessione della isola intera. — La occupazione di Messina essendo stata coronata da un pieno successo, ha potuto far sperare che i Siciliani finirebbero col prestare orecchio alle proposizioni di pace e riconoscerebbero che la longanimità del Re non derivava per nulla da mancanza di mezzi per sottometterli, ma unicamente dal suo vivo e costante desiderio di evitare la effusione del sangue e le conseguenze sempre deplorabili di una guerra. — Disgraziatamente questa speranza viene a svanire intieramente.
«Tutti i tentativi di un accomodamento pacifico essendo rimasti senza risultato, differire più a lungo le operazioni, che solo potevano nello stato attuale delle cose mettere termine a una situazione cosi deplorabile, sarebbe lo stesso che attirare sul governo del Re una grande responsabilità.
«Per condurre le operazioni con successo è indispensabile d’impedire che i rivoluzionarli in Sicilia ricevano numerosi approvvigionamenti in armi e munizioni. (108)
«Il real Governo, usando del diritto incontrastabile, che appartiene ad ogni Sovrano, di opporsi in tutti i modi a far perseverare i suoi sudditi in uno stato permanente di rivolta, ha deciso che, a partire dal 1 aprile prossimo, il porto ed il golfo di Palermo, come pure i porti adiacenti sarebbero bloccati; — che le crociere della real marina sorveglierebbero le coste della Sicilia; — e che le armi, le munizioni e gli altri oggetti utili alla guerra non sarebbero più ammessi in alcun punto dell’isola.
«Il sottoscritto, Presidente del Consiglio de' Ministri e Ministro Segretario di Stato degli Affari Esteri, si fa un dovere di partecipare questa decisione a V. E., onde voglia informarne il suo Governo e portarla a conoscenza dei commercianti e capitani de' bastimenti di sua nazione, etc.
«PRINCIPE DI CARIATI»
A’ 29 marzo 1849 l’armistizio fu denunciato da' Siciliani, e a' 31 la colonna militare di spedizione sotto gli ordini del Principe di Satriano, generale Filangieri, uscì da Messina, mettendosi in cammino per Catania, mentre la squadra della regia marina napolitananavigava lungo la costa. Taormina fu presa ai 2 aprile, e per questa brillante operazione il duce Filangieri fu, ad impresa finita, generosamente rimunerato dalla reale munificenza col titolo di Duca di' Taormina, e con un assegno di 12,000 ducati annui, trasmessibile ai suoi discendenti.
Come abbiamo altrove indicato le volontarie sottomissioni dei paesi della Sicilia, e precipuamente di Palermo, furono contemporanee allo apparire del regio vessillo. Il preteso esercito militante per la insorta Sicilia componevasi di stranieri, a' quali, divenuti prigionieri di guerra, fu prodiga la clemenza del vincitore. (Vedi Storia delle Due Sicilie di G. De Sivo, e frammento alligato pag. 1263 R. A.)
Le popolazioni dell’isola salutarono come liberatrici le armi del Re; e se nel 1860 si pretese far credere con la vasta cospirazione contro la verità, ordita dal giornalismo venduto alla rivoluzione, che le stesse popolazioni fossero insorte per sottrarsi a una odiosa dominazione, lo storico opporrebbe a tali fallacie l’autorità irrecusabile di Garibaldi e di Bixio: il primo che pronunzia in Londra, nell’aprile del 1864, le famose parole che ripetutamente abbiamo citate; e il secondo che, come deputato della camera di Torino, confessa: «La Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non vi fosse stata portata dalle altre provincie d'Italia.» (Tornata 10 dicembre 1863)
Le Riflessioni, dalle quali abbiamo tratto i dati statistici riferiti nel precedente fascicolo, (pag. 223) recano in principio due documenti, che rechiamo anche noi a mò di nota, affine di nulla omettere di ciò che può dar lume allo storico, principalmente in ordine ai nomi e alle persone che figurarono nella rivoluzione siciliana del 1848. Ecco testualmente le parole delle dette Riflessioni e i documenti ai quali accennano:
—Un giornale eminentemente conservatore, forse sulla fede della stampa rivoluzionaria, accenna a due documenti dai quali vorrebbe dedurre, che, la decadenza dei Borboni dal reggere la Sicilia sussiste dagli atti del parlamento del 1848, disdetti per ragion della forza, ma riconfermati per via di proteste presentate ai gabinetti di Londra e di Parigi. Nell’interesse della verità sono da ricordare le proteste e gli autori delle medesime, perché ne sia chiara a tutti la impudenza. Gli emigrati a Parigi ed a Londra, (i soli che avevano architettato la rivoluzione, ed erano stati la funesta cagione di tutti i mali che avevano travagliata la Sicilia, e però esclusi dall’atto di amnistia del 22 aprile 1849) sottoscrivevano la seguente protesta:
«Il Governo napolitano colla minaccia della prigionia e dell’esilio tenta di ottenere dai componenti della Camera de' Pari e di quella de' Comuni di Sicilia un atto d’individuale ri trattazione al decreto del 15 aprile 1848 del generale parlamento, col quale si dichiara decaduto dal trono siciliano Ferdinando Borbone e tutta la sua dinastia. Quel decreto fu pronunziato spontaneamente, liberamente, all'unanimità dalle due Camere. Ebbe l'adesione esplicita di tutti (?!) i comuni dell’isola in particolare e del popolo in generale. Si poggia sul diritto imprescrittibile dei popoli, non meno che sul diritto scritto della Costituzione del 1812, nel capitolo per la successione al trono.
«I sottoscritti rappresentanti del popolo siciliano, i soli che trovansi attualmente in Francia ed in Inghilterra, protestano innanzi a Dio e innanzi alle civili nazioni contro questo nuovo atto d’illegalità; protestano contro ogni forza e valore che il Governo di Napoli vorrebbe dare ad un atto nullo ed incapace di qualunque siasi effetto, e sonpersuasi che altrettanto faranno i loro colleghi della emigrazione appena giungerà loro la nuova di quest’altro tratto di perfidia e di tirannide.
«Parigi 26 novembre 1849.
«Principe di Granateli!, deputato; Giuseppe Lafarina, deputato della città di Messina; Michele Amari, deputato della città di Palermo; Mariano Stabile, deputato della città di Palermo; Benedetto Venturelli, deputato della città di Partenico; Luigi Scalia, deputato.
«I sottoscritti componenti la emigrazione siciliana attualmente in Parigi ed in Londra aderiscono pienamente alla superiore protesta dei rappresentanti del popolo siciliano:
Il Barone di Triddari, Giacinto Carini, colonnello al primo reggimento di cavalleria; Alfonso Scala, maggiore alla prima brigata di artiglieria di piazza; Carmelo Agnetta, capitano al 3° battaglione; Francesco Ventarelli, capitano dello Stato maggiore, Francesco Stabile, primo tenente del 6° battaglione della guardia nazionale;Antonio Gravina, capitano dello Stato maggiore generale.
Eppure parecchi di costoro vennero generosamente amnistiati dalla sovrana clemenza per l’indulto nominativo di 137 noti individui, ammessi a ripatriare liberamente (109) a prova novella della perfidia e della tirannide accennata nella recata protesta.
Del resto la stoltezza dei recati documenti salta agli occhi di qualunque uomo scevro da passione. l'era egli bisogno per chi menu, avea domata la ribellione di Sicilia, e che avrebbe potuto in ben altro modo rimeritare gli autori di tanti mali, di procurarsi la ritrattazione di un atto nullo per sé stesso, perché Aglio della fellonia e della ribellione? Non potevasi al certo immaginare stranezza maggiore. Ma coloro non miravano ad altro che a far parlare di sè, nella speranza di potersi assidero ancora una volta, quando che fosse, al troppo lauto banchetto apparecchiato dal moderno paganesimo ai suoi bugiardi Numi: cosa che più d’uno di essi riuscì pur troppo ad ottenere per forza straniera nel 1860, dopo di avere empito il proprio paese d’ogni abominazione.
Ed ora ci sia lecito un breve confronto.
Mazzini, che per tristo era egli desso, ma che per acume d’ingegno non andava secondo ad alcuno, nella sua Nota mandata, da Losanna nell’ottobre 1846, per mezzo di due emissarii, ai cooperatori della Giovane Italia a Torino, dicendo come si avessero a vincere le difficoltà, e quali fossero i mezzi per compiere la rivoluzione, indicava per singoli i modi da ingannare e accalappiare i Principi, i Grandi, il Clero, il Popolo, tutti. Diceva come il Re di Piemonte fosse da corbellare colla idea della Corona di Italia; il Gran Duca di Toscana colla inclinazione ed imitazione (che è quanto dire con l’adulazione, spingendolo sulla via del progresso materiale, e ad una liberalità anche troppo spinta: per il che era proposto dai liberali quale esempio agli Stati vicini onde fomentarvi il malcontento); e, detto come non fosse da mettersi in gran pena della parte d’Italia occupata dagli Austriaci, e come i piccoli Principi avrebbero da pensare ad altro che a riforme, quanto al Re di Napoli, diceva che bisognava prenderlo — per la forza — (110).
Quindi è che lo stesso D’Ayala, il quale, dettando la sua — Vita del Re di Napoli — aveva preteso fare onta a quel gran Principe, si trovò dalla forza della verità costretto a farne la più bella apologia. «Credo, scriveva egli, che non si lasciò apertamente menare a voglia di nessuno, sia Imperatore d’Austria, sia Regina d’Inghilterra, sia Re in antico ed anche Imperatore moderno dei Francesi. Fa da Re ed è Re davvero.» (111) A 17 anni Ferdinando II comandava in capo l’esercito, e, vuoi per proprio ammaestramento, vuoi per sollazzo, voleva impararesul terreno l’arte della guerra, «sdegnandosi, aggiunge il D’Ayala, coi vecchi ufficiali che non avevano più veduto il campo delle evoluzioni da anni ed anni.»
L’istesso autore, allorché, dopo il Congresso di Parigi, aveva luogo ¡’inqualificabile assalto diplomatico contro il Re di Napoli, scriveva in Torino: «E noi siamo intanto sicuri, che saprà anche con arte maravigliosa guardare impassibile le minaccio di Portsmouth e di Ajaccio.» E fu per lo appunto cosi.
L’Armonia, rammentando tali cose, le ricapitolava in questi termini: «Mazzini disse nel 1846: — bisogna prendere il Re di Napoli con la forza; — e i Mazziniani si accinsero all'impresa. I processi dell'Unità Italiana, del 15 Maggio, dei pugnalatovi del 5 di Settembre, quello del 29 di Gennaio de' Volontarii in Lombardia ne racchiudono i documenti. Ma Ferdinando II sostenne intrepido l’assalto rivoluzionario, e vinse.»
Dopo la demagogia scapigliata venne la frammassoneria gallonata, e minacciò di cogliere anch’essa colla forza il Re delle Due Sicilie. Ma Egli smascherò la calunnia, respinse l’usurpazione; coraggioso senza temerità, prudente senza debolezza, riscosse applausi ed elogi perfino dal Parlamento inglese. A Torino distribuivansi medaglie in onore del regicida Milano e del filibustiere Denti venga coniate a Ginevra: e Re Ferdinando restava imperterrito sul suo Trono, né vi fu mai, finché visse, chi riuscisse a scuoterlo.
Nel prendere possesso del regno, gli 8 novembre 1830, FerdinandoII diceva ai suoi sudditi: «Siamo persuasi che Iddio, nell’investirci della sua autorità, non intende che resti inutile nelle nostre mani, siccome neppure vuole che ne abusiamo. Vuole che il nostro regno sia un regno di giustizia, di vigilanza e di saggezza, e che adempiamo verso i nostri sudditi alle cure paterne della sua Provvidenza.» — Così deliberò di fare, e cosi fece.
Abbiamo nominato il Parlamento inglese, e fu in buonissimo punto;dappoiché ci cade l’occhio sopra una importante discussione di quel troppo celebrato consesso circa la lotta sostenuta dal Re ()Ferdinando contro Francia e Inghilterra, unite insieme col Piemonte a' suoi danni, lotta della quale avemmo già ad intrattenerci nel precedente volume.
Il Parlamento inglese, non v’ha dubbio, contiene disgraziatamente molti tristi elementi, dai quali trovò sempre validissimo appoggio la rivoluzione anticristiana (vale a dire la Frammassoneria) da più di mezzo secolo a questa parte; ma contiene pure elementi nobilissimi e schietti, nei quali la verità e la giustizia trovano anche esse i loro campioni.
Quel Parlamento adunque nella tornata del 3 febbraio 1857 ci dà abbondante materia da conoscere, senza sospetto di parzialità, qual fosse il Re Ferdinando, II così abborrito dalla setta e dai settarii.
Nella Camera dei Lords sorgeva il conte Derby, e diceva: «Noi avevamo fatte promesse al Piemonte, le quali ci era impossibile di mantenere. Per uscire da tale difficoltà ci siamo imbarcati in una politica d’intervento: e sotto il pretesto di mantenere la pace di Europa, abbiamo elevato la pretesa d’immischiarci nel governo interno del Regno delle Due Sicilie. — Voi dite, che la condizione del Regno delle Due Sicilie era un pericolo, una minaccia per la tranquillità generale non ha guari ristabilita. — Ma io sarei curioso di vedere il nobile Lord (Palmerston), che rappresenta qui il Governo della Regina, sorgere e dire seriamente a questa assemblea, che i suoi colleghi ed egli stesso hanno per un momento solo paventato, che la condotta seguita dal Re di Napoli riguardo ai suoi sudditi potesse arrecare il benché menomo disturbo alla pace di Europa. Non era questo che un pretesto, e un pretesto senza alcun fondamento....
«Voi non siete intervenuti negli affari di Napoli, aggiungeva Lord Derby, se non per obbedire alla necessità di rimanere fedeli a certe dichiarazioni, che avevate anteriormente fatte, e sospinti nel medesimo tempo da quella sciagurata manìa d'intervento, da cui il nobile Visconte, che sta alla testa del Governo, trovasi così potentemente dominato.»
E poiché il Re di Napoli era stato uno di quei pochissimi che coraggiosamente resistessero alla mania sciagurata di Lord Palmerston, l’illustre Lord dimostrava con quanta ragione ciò avesse fatto, dicendo ai Ministri inglesi precisamente così: «Se alcuno dei sudditi della Regina avesse avuto a lagnarsi degli atti del Governo di Napoli, o di qualche altro governo d’Italia, il vostro dovere era d’intervenire e difenderlo. Ma quanto a quel che avviene tra un Sovrano e i suoi proprii sudditi, io dico, che secondo tutte le regole del diritto internazionale, qualche rimostranza è tutto quello che possa essere permesso. Il rompere poi ogni relazione amichevole con un Sovrano per la sola ragione che rifiuta di accettare i vostri consigli relativi all'amministrazione del suo regno, è una condotta che non può essere difesa da chiunque abbia la più elementare nozione dei principii del dritto internazionale. Io penso, conchiudeva Lord Derby, che l’intervento dei Ministri di S. M. a Napoli fu indegno della politica del nostro paese, e credo che questo affare, incominciato con un assalto ingiusto si terminerà con una conclusione senza onore.»
—E viceversa, notava l’Armonia, la condotta del Re di Napoli, fu degnissima di un Principe italiano, che vuole la propria indipendenza, la dignità del proprio Governo, l’autonomia del proprio Regno: e la sua resistenza incominciata tra la universale ammirazione, si terminerà tra generali e vivissimi applausi. —
Né si dica che, intanto il figlio di Ferdinando II fini vinto nella sua Gaeta ed esule in terra straniera. Quella caduta e quell’esilio valgono meglio che una vittoria, perché portano l’impronta dell’eroismo, e l’aureola del martire della giustizia; e allorché l’ora delle tenebre sarà passata, lo splendore della sua gloria sarà tanto più vivido e duraturo. Allorché l’iniquità regna sovrana sul trono dei Re, ai Re veramente degni di tal nome, non può rimanere altra sorte che quella di martiri della giustizia.
Ma il medesimo giorno 3 febbraio Beniamino D’Isdraeli non tributava minori elogi innanzi la Camera dei Comuni al magnanimo Ferdinando: «Come possiamo noi spiegare, diceva egli, la condotta del primo Ministro (Palmerston), quando domandava l’anno passato l’appoggio della parte liberale in ragione delle simpatie per l’Italia? Conseguenza della sua politica fu un aggravarsi di tutti i mali onde si lagnano gl’Italiani. V’ebbero orribili assassinii e tentativi d’insurrezione, intanto che il Re di Napoli si rideva delle nostre minacce. Il Ministero ha minacciato il Re di Napoli, e quale ne fu il risultato? Il Re di Napoli se ne rise!...» — Quale altro Governo, domandiamo noi, non pur d’Italia, ma d’Europa, avrebbe cuore di ridersi delle minacce della potente Inghilterra? L’Italia libera e una, con 28 milioni di abitanti e 300 mila baionette, serve prima la Francia, poi è schiava della Prussia, e ora sta per darsi al migliore offerente, non donna di provincie, ma bordello! Il Re di Napoli con pochi milioni di sudditi e poche migliaia di soldati non serve ad alcuno, resiste e si fa rispettare da tutti, e dalla onnipotente Inghilterra per la prima!
Guglielmo Gladstone, il celebre Gladstone, quel desso che gittò la prima pietra contro il Re di Napoli con le famose sue — LETTERE — a Lord Aberdeen, che non le accettò; Gladstone, — l’attuale ministro inglese, che dopo di avere aizzato contro i Principi Italiani la Giovine Italia sta ora dimenandosi tra le strette della Giovine Irlanda, — era costretto ad ammirare la fortezza di Ferdinando II, e a riconoscere, che l’Inghilterra con lui aveva torto; e lo stesso 3 febbraio, innanzi la Camera dei Comuni, in un suo lucido intervallo si esprimeva così: «Durante gli ultimi sei mesi noi siamo stati continuamente in lite. È cosa strana, che quando Lord Palmerston trovasi alla testa degli affari noi abbiamo dieci volte più liti che negli altri tempi! Incominciamo sempre dal menare molto scalpore e dal mettere innanzi grandissime pretensioni, e terminiamo in ultimo col cadere sottosopra d’accordo colle pretensioni dei nostri avversari.»
—Il Times fin dal 1851 aveva segnalato il bel frutto raccolto dall’Inghilterra dalla politica del Palmerston, dicendo: «La sua politica ha lasciato l’Inghilterra senza pure un alleato, e forse senza un amico in Europa. —
Il detto giorno 3 febbraio, oltre Gladstone, Lord Derby ripeteva la stessa sentenza, e diceva: «Io credo schiettamente, e me ne duole, che la politica seguita in questi ultimi tempi abbia tolto al nostro paese ogni amicizia, meno quella della Francia.»
E Gladstone dichiarava: «Non so comprendere con quale diritto i Plenipotenziarii siensi occupati nelle conferenze del Congresso di Parigi, della condizione interna di un paese che non vi era rappresentato»— E così mentre si censurava il Governo napolitano circa l’amministrazione della giustizia, si commetteva dalle potenze europee, a sangue freddo, la massima delle ingiustizie, accusando e condannando nelle conferenze del Congresso di Parigi il Governo medesimo senza citazione, senza processo, senza avvocato! Che si direbbe mai, se un simile modo fosse usato a carico di un semplice individuo? E un Governo non ha forse diritto a maggior riguardo? Ma se i plenipotenziarii sardo-anglo-franchi commisero a carico di Re Ferdinando una flagrante ingiustizia, questi inflisse loro di rimando una solenne lezione.
Intanto Sir I. Ramsden nella surriferita tornata della Camera dei Comuni, nel fare la mozione dell’indirizzo in risposta al discorso del Trono, dichiarava: «Quanto alla Sicilia, dall’essere la monarchia di Napoli debole, non ne segue che non presenti una importante questione.» Quindi il signor Milner Gibson notava, che «la risposta alle rimostranze dell’Inghilterra, fu quale il Re aveva diritto di farla. La causa della umanità e della libertà, aggiungeva egli, sarebbe meglio servita astenendosi completamente dallo spedire richiami simili a quelli che vennero presentati. E conchiudeva: «Noi non interveniamo che per tradire, non facciamo promesse che permancare di fede...» — Terribile sentenza, che può tener luogo di ogni giustificazione per il Re di Napoli e pel suo Governo, come per ogni altro Principe e Stato italiano.
Quindi è che per fino Lord John Russell non esitava di dichiarare in piena Camera: Il Re di Napoli ha creduto che, fra due pericoli, ()la migliore risoluzione fosse quella di rigettare le fattegli proposte. E io debbo aggiungere che molte persone, che non avevano considerazione pel Re Ferdinando, lo stimarono dappoi per la fermezza da lui dimostrata in simili circostanze.»
Simiglianti confessioni avrebbero dovuto insegnare agli Italianissimi e agli altri detrattori del Re di Napoli, dove fossero veramente di casa l’indipendenza, l’onore, l’amor patrio e la dignità italiana; e all’Inghilterra e al suo Governo, come fosse più conveniente e necessario di lasciare in pace l’Italia, e di pensare a sé stessi. Infatti mentre tali confessioni si facevano nel parlamento inglese, non meno di centocinquantamila operai si aggiravano per le vie di Londra, gridando: — All out of work (tutti senza lavoro). — I Napolitani, notava la citata Armonia, saranno, se volete, senza libertà, ma hanno pane; il popolo inglese non ha pane, e senza pane la libertà è una ciancia. Tali i giudizi! di amici e nemici circa il Re Ferdinando II e il suo Regno; mettiamoli a riscontro coi seguenti:
L’animosità, scriveva non ha guari l'Osservatore Romano, spiegata contro l’Inghilterra da tutta la stampa liberale italiana, ispirata, e non ispirata, circa la recente spedizione dell’Inghilterra in Egitto; l’indole maligna delle osservazioni che si fanno, il linguaggio vituperante che si adopera è qualche cosa da non potersi descrivere. L’Inghilterra è colpevole di vandalismo, di brigantaggio, di codardia! Se l’Inghilterra fosse stata il più fiero nemico d’Italia, invece della sua costante ed immanchevole amica, dal giorno in cui la regina Anna, a dispetto delle Potenze, innalzò la casa di Savoia dal grado ducale al grado regale, fino al giorno d’oggi, l’Italia non vilipenderebbe l’Inghilterra peggio di quello che fa. Ora i liberali non ricordano più che il loro sogno di un’Italia unita, con Roma capitale, sotto la sovranità costituzionale di un re di casa Savoia, non avrebbe potuto compiersi senza il concorso dell’Inghilterra liberale, o meglio dei settari inglesi. E’ bastato, per suscitare tanta ira, che l’Inghilterra abbia ricusato di ammettere l'Italia nel controllo egiziano a parità di posizione.
Intanto se la stampa italiana ha ripreso la sua propaganda contro l’Inghilterra, di rimando la stampa inglese assale fieramente l’Italia.
La Lega del 4 riporta e confuta, a modo suo, un violento articolo della SaturdayReview, e noi, lasciando da parte la sua confutazione, che non confuta nulla, riportiamo ciò che dice il giornale inglese:
«Nessun uomo savio, scrive, può veramente desiderare l’aiuto degli Italiani. Però la condotta di questi merita bene di non essere dimenticata, come esempio di ingratitudine nazionale e di mala creanza.
«L’Italia esiste in grazia dell'Inghilterra e della Francia, e se la parte presa dall’Inghilterra fu meno attiva di quella presa dalla Francia, giova ricordare che la parte della Francia non fu perfettamente disinteressata. La gratitudine dell’Italia verso la Francia si dimostrò brillantemente nel 1870; la sua gratitudine all’Inghilterra dovea dimostrarsi più tardi.»
«Dopo aver detto questo, — prosegue la Lega, — il Saturdaypassa in rivista le critiche della stampa italiana sulla condotta dell’Inghilterra in Egitto, e afferma che l’ira nostra «deriva dalla certezza di non buscare alcuna parte di preda, anche se intervenissimo, anche se la vittoria coronasse l’intervento.» Che cosa sono i diritti dell’Italia in Egitto? — domanda il foglio inglese. — Essi non sono né commerciali, né imperiali, come quelli della Francia; da dove dunque deriva l’ira d’Italia?
«La risposta è semplice: da quando esiste l’Italia è avvezza a raccogliere le bricciole cadute dalla tavola europea. Una volta sola ha fatto la guerra, e ha subito due ignominiose disfatte. Ma una bella fetta di territorio è stata la ricompensa di quelle disfatte; e anche nel 1870 la piccola bagattella di Roma fu agguantala, mentre la Francia e la Germania combattevano.
«Unica politica italiana, è quella di stare vicino ai combattenti per poi depredare o mendicare la parte di tutte le buonecose imbandite ai banchetti europei, e lamentarsi se l’elemosina non é sufficiente. Lo scudo dell’armata e dell’esercito italiano non ha divisa, all’infuori di quella delle vergognose disfatte già accennate. Giudici competenti e imparziali dubitano se valga qualche cosa la sua armata, e il suo esercito, se serva ad altro fuorché a mantenere i suoi contadini in uno stato di miseria, assai più deplorevole di quello di quali siensi altri contadini di Europa.
«Ma hanno un’aria imponente sulla carta, e aiutano l’Italia a giuocare la parte del mendicante ostinato (sturdybeggar).» Poil’articolista parla dell'impudenza dell’Italia in agognare Trieste, mostrando che non si possono biasimare tanto gl’Italiani, dacché il loro paese è composto di pezzetti messi insieme con questo sistema. — «Gl’Italiani (scrive a nostra ignominia) non potevano creare un paese da loro stessi, ed hanno dovuto accettare una serie di elemosine, oppure mettere le mani nelle tasche degli altri,mentre i terzi tenevano le braccia legate alle vittime!...
«E’ inutile che l’Italia mantenga un esercito e un’armata, perché non serve ad altro che ad incoraggiare questo sistema, mezzo blagueur e mezzo mendicante, che li rende ridicoli e mal visti all’estero. Per ora la provvidenza dell’Italia sembra essere Bismark; ma al SaturdayRevew questo non sembra il migliore degli amici per andare a caccia, e consiglia l’Italia di approfittare degli avvertimenti dati dagli amici e dai nemici, e di convincersi, che il tempo di vivere sugli avanzi e sulle mancie è passato, e che. è ora di guadagnarsi la vita (politica) onestamente; se non si vuole un giorno (conclude La Lega), imparare a spese nostre.»
«Gli Inglesi, scrive il già italianissimo Times, si trovano imbrogliati a capire il perché dei malumori mostratisi di recente in Italia verso l’Inghilterra, e non sanno di avere fatto nulla per meritarli. Attraverso tutte le difficoltà che imbarazzarono il cammino dell’Italia verso l’Unità, essa ebbe sempre l’illimitata simpatia e l’appoggio morale dell’Inghilterra.
«L’uomo di Stato inglese, Gladstone, la cui politica essa ora biasima, le diede probabilmente la più potente, e certamente la più entusiastica assistenza (pur troppo!) che rendesse mai un individuo ad un paese straniero. Gli interessi inglesi non cozzano in nessun luogo coi suoi, né gli Inglesi hanno mire, aperte o nascoste, che possano cagionarle un solo momento d’inquietudine.
«L’Inghilterra fu costretta ad agire come ha agito in Egitto dalla necessità del caso, e le garanzie che soddisfano tutta Europa dovrebbero certamente calmare le apprensioni dell’Italia, quando anche fossero state eccitiate legittimamente.
«Tuttavia l’Inghilterra può aspettare che le venga resa giustizia. Essa eseguirà il compito che le sta dinanzi fidando nel tempo e nei fatti per sua difesa.
«L’Italia non può dal canto suo ricusare tale giustizia. La sua attitudine è stata, da qualche tempo a questa parte, dolorosamente mancante di quella dignità che appartiene alle grandi nazioni, e che non manca mai nel contegno di quelle che sono in procinto di divenire tali. Giudicandola, non solo dalle espressioni della stampa, più o meno irresponsabile, ma dalle oscillazioni della sua politica, bisogna riconoscere, che essa difficilmente spiega quella serenità e larghezza di vedute che si addice alla condotta dei grandi affari. Sarebbe assai meglio per lei il coltivare tali qualità, che il fare possibili aggiunte ai suoi armamenti. Le nazioni al giorno d’oggi sono giudicate più dalla loro generale stabilità, che dalla mostra di soldati e di navi che possono fare.
«L’Italia ha già truppe e navi in maggior numero di quelle che colle sue risorse generali potrebbero riuscire realmente formidabili, e farebbe meglio a conciliarsi la buona opinione (dunque non l’ha!) dei suoi vicini, e a raggiungere un vero potere nei Consigli dell’Europa col mantenere un’attitudine modesta e assolutamente pacifica. Nessuna nazione desidera d’immischiarsi nei fatti suoi; ma nessuno la crede forte abbastanza da temere seriamente le sue minacce. Essa ha internamente da eseguire compiti abbastanza grandi per occupare tutta la sua energia, e tutta Europa lo sa. Malgrado del suo suolo fertile e del suo clima vario, il suo popolo è oppresso dalla miseria. (Non lo era davvero prima dell'invasione del 1860).
«La lotta per l’esistenza deve esser colà estremamente dura, se si misura dalla proporzione della mortalità, dalle vittime della pellagra (malattia prodotta dal cattivo cibo e dalla miseria) e dal numero infinito dei mendicanti.
«Dopo una lunga serie di disavanzi, il suo bilancio ordinario ha finalmente mostrato un avanzo; ma questo è ingoiato dalle spese supplementari. Le sue tasse comunali sono gravose, e le tasse generali ammontano quasi a tanto per testa quanto in Inghilterra.
«In tali circostanze i grandi armamenti non fanno paura a nessuno; e l’Italia farebbe bene ad economizzare sulle sue spese, a contentarsi di un esercito e di una flotta moderati, e a mantenere un contegno franco e generoso verso nazioni che le desiderano bene, come gliel’hanno sempre desiderato. — Fin qui il Times, il quale in un ultimo articolo prende a pettinare di santa ragione i giornali officiosi il Diritto ed il Popolo Romano. L’articolo conchiude con queste precise parole:
«I giornali officiosi del governo italiano invocano con incosciente leggerezza una conflagrazione europea indanno degli interessi brittanici. Quei giornali non pensano che, in qualunque conflagrazione, le estesissime coste italiane sarebbero le prime a soffrire. Uomo avvisato.... mezzo salvato.
«È un fatto disgraziatamente troppo chiaro, (scrive il medesimo autorevole giornale, in ordine all’agitazione irredentista contro l’Austria teste riaccesa, ed ora di nuovo sopita dai gerofanti del neo-regno, per riaccenderla tra poco) che in Italia vi è un pubblico, abbastanza grande per essere corteggiato dagli uomini politici e dalla stampa, che ha opinioni altrettanto esagerate quanto false sulla sua posizione in Europa e sul modo di migliorarla.
«L’incoraggiamento delle idee irredentiste non può avere altro effetto che quello d’eccitare diffidenze per l’Italia nei suoi vicini.
«Il Popolo Romano, in un suo articolo, faceva giorni sono una curiosa dissertazione a doppio taglio (double edged), sopra l’ideale italiano, e i mezzi con cui può essere effettuato. Esso condannava le bombe, le cospirazioni, le macchinazioni con sincerità ed energia degne di considerazione; ma nello stesso tempo faceva, a guisa di ammonizione, un quadro molto provocante della possibilità dell’irredentismo.
«Supponendo che ciò fosse preso sul serio dai paesi interessati, che cosa possono immaginare gli Italiani che il loro paese guadagnerebbe col minacciare simultaneamente l’Austria, la Francia e l’Inghilterra della perdita di possessi che, secondo qualche teoria discutibile geografica o etnologica, apparterebbero alla Italia? Quando gli uomini di Stato positivi hanno trovato opportuno di annettere una striscia di territorio, queste teorie formano un utile commento alla loro azione; nessuno allora li critica troppo vivamente, perché il fatto compiuto parla in loro favore con una voce che nessuno può ridurre al silenzio. Ma la cosa è molto diversa, quando le stesse teorie sono poste avanti come un pretesto per eccitare disordini, piuttostoché per giustificare un assestamento nuovo e più solido.
«L’Italia è forse l’ultimo paese in Europa che dovrebbe porre in campo queste teorie vaghe; perché se essa si atteggia da erede dell’antica Roma, non vi sono effettivamente limiti alle pretese che può riaccampare, e in conseguenza alle inimicizie che può risvegliare. Qualche Governo italiano avrà ragione, probabilmente di deplorare un giorno che si sia insegnato ora ai fanciulli a riguardare l’Istria e il Tirolo, la Corsica e Nizza, il Ticino e Malta, corno parti integrali del regno.»
Contemporaneamente l’officioso Haniburgischer Correspondent scriveva all’indirizzo dell’Italia il seguente articolo:
«Pare che al di là delle Alpi non vogliansi capire gli avvertimenti benevoli, di cui noi siamo stati assai larghi verso l’Italia. Alcuni giornali hanno preteso che l’articolo del Militar Wochemblatt. non corrisponda affatto alla vera situazione militare italiana, asserendo che la spada d’Italia sia quasi la conditio sine qua non di qualsivoglia disputa internazionale. Senza disconoscere il valore italiano, osserviamo che quei fogli esagerano assai l’importanza di uno Stato, che non dispone affatto d’un apparato sufficiente di difesa, né d’una marina completa. Ciò si sà meglio a Berlino che a Roma, dove si pensa a tante altre questioni meno importanti, trascurando continuamente la difesa nazionale, che lascia tanto a desiderare. Chi vorrebbe contestare che l’alleanza italiana, nello stato attuale dell’esercito italiano, sia piuttosto d'un utile platonico, che positivo 1 Senza offendere i nostri amici al di là delle Alpi, possiamo assicurare, che l’alleanza italiana è tanto meno ricercata, in quanto essa viene offerta dall’Italia stessa. Ma fin oggi tutte queste premure non hanno avuto nessun risultato positivo; e l’Italia, quantunque in accordo con noi, trovasi ancora in un certo isolamento che smentisce apertamente le esagerazioni dì molti giornali illusi.»
Da una corrispondenza da Vienna all'Osservatore Romano Germania. prendiamo ancora il seguente brano intorno alle bombe non ha guari scagliate dagli irredentisti in mezzo alla folla che festeggiava a Trieste l’inaugurazione della esposizione nazionale, facendo parecchie vittime:
«Come saggio dell’opinione pubblica in Germania rispetto all’attentato di Trieste, vi do, tradotto in prosa, un sonetto testé comparso nel Kladderadalsch di Berlino, il più diffuso foglio illustrato politico-umoristico-satirico. E’ intitolato: — ItaliaIrredenta,— e dice cosi:
«Vile canagliata! Infamissima azione! commessa da ribalda mano assassina! 0 Italia, respingi da te quei che insozzano il tuo nome e ti tradiscono.
«Imperocché mal seme non dà che pessimo frutto, ed a cattivo principio deve seguire sciagurata fine. — Dio drizzerà contro di voi quelle armi che voi stessi apprestaste con iscellerato proposito.
«Profanando coll’assassinio una festa pacifica, voi altro non ottenete che di mostrarvi al mondo intiero quali siete, cioè la peste del paese.
«Abbiatevi un avvertimento: finché di Trieste rimarrà una pietra, essa resterà sempre per l’Italia una terra irredenta!»
Il piemontese Celso Cesare Moreno, che pel soggiorno fatto e per la posizione sostenuta in lontane contrade, in America specialmente, ebbe occasione di vedere coi proprii occhi le condizioni degli emigranti italiani all’estero, scrive in proposito una lettera al Secolo di Milano, 9 marzo 1883. Questo giornale, aveva pubblicato un articolo intitolato: — Giudizi tedeschi sull’Italia. — Movendo da quell'articolo, Cesare Moreno così esordisce:
«Nel Secolo delli 26 e 27 febbraio lessi con patriottica mortificazione i — Giudizi tedeschi sull’Italia, — ma non è solamente in Germania che si dice, si crede e si pubblica che gli Italiani sono una razza degenerata, composta di briganti, di lazzaroni, di mendicanti e di suonatori d’organetto; pur troppo ciò si sente dire anche altrove, e perfino nella libera America. Bisogna essere vissuto a lungo all’estero per rendersi conto esatto della poca buona opinione che gli altri popoli hanno di noi Italiani, e degli umilianti e scoraggianti confronti che si fanno tra noi e le altre razze. Né si limitano a ferire il nostro amor proprio; ma cercano di sopraffarci, incagliano e rovinano i nostri progetti, le nostre idee e i nostri interessi ovunque possono, tanto individualmente che collettivamente.»
Né Cesare Moreno tace le ragioni per cui l’Italia sia venuta in si mala opinione all’estero. Egli nota, come la scandalosa tratta dei fanciulli e adulti italiani fra l’Italia e l’America cominciasse e si diffondesse, non già sotto i Borboni o sotto il Papa, ma si «al tempo che Luigi Corti e Ferdinando De Luca rappresentavano il governo d’Italia agli Stati Uniti.» Racconta, come egli stesso, vedendo il nome italiano tanto bersagliato, pren, desse la difesa degli italiani nel Congresso di Washington, nei meetingse nei giornali principali di America.
«Mai fatti, esclama, stavano là inesorabili e ritti contro di noi. — Numerose squadre di fanciulli d’ambo i sessi, magri, macilenti, scalzi, laceri, sucidi, sofferenti, affamati, giravano per le strade di tutte queste cospicue città, mendicando, suonando e cantando: Evviva Garibaldi, evviva la libertà! — E non pensavano quei miseri che, mentre inneggiavano alla libertà, essi stessi si trovavano nella più abbietta schiavitù, assoggettati, com’erano, ai più severi gastighi da padroni senza cuore. Né basta; migliaia di uomini e donne, nostri connazionali, di tutte le età, stavano stazionati sugli angoli delle strade e delle chiese, dando spettacolo di piaghe aperte e nude sulle gambe e sulle braccia; altri facevano la parte dell’infermo, dello storpio e del cieco, domandando l’elemosina ai passanti che non li comprendevano; altri a girovagare coll’organetto, a suonare e far ballare una fanciulla col tamburino, o una scimmia vestita di rosso.
«Tutta questa sventurata e ingannata gente viveva nella più squallida miseria nei quartieri più luridi delle differenti città, amalgamata assieme pêle-mêlein luoghi ristretti e senza conforto; ma sempre sotto l’immediato controllo de' suoi ingordi padroni. Furti ne avvenivano raramente, ma scene di sangue soventi volte; cosicché, oltre all’inspirare compassione, quei disgraziati incutevano anche terrore ai passanti ed ai loro vicini. Questi luoghi, o dirò meglio tuguri, danno il maggior contingente alle prigioni, alle galere, e anche alla forca. I veri Americani, che sono gente pacifica, morigerata e umanitaria, erano commossi e spaventati da queste scene pietoso-tragiche che succedevano davanti i loro occhi, epperò biasimarono severamente la condotta del Corti, del De Luca e del Blanc.Non c’è dunque da meravigliarsi se finirono coll’associarsi agli Irlandesi e ai Tedeschi nel chiamare gli Italiani briganti, lazzaroni, mendicanti e suonatori d’organetto. — Il male è più grave di quel che si possa descrivere.»
Ancora un esempio e chiudiamo questo elenco d’ignominia che ci fa penare e arrossire.
—OGNI PAESE HA PER NOI UN INSULTO! — Queste parole pronunziava in Napoli l’onorevole Rocco De Zerbi, in un discorso che fece il 12 ottobre 1882. Parlava della stima che fanno dell’Italia le nazioni estere, e diceva: «L’Italia, nata col peccato originale dell’aiuto straniero, doveva battezzarsi. Fu catecumena fino al 1866. Il 1866, che ci diè la Venezia, poiché ci mostrò indegni del battesimo, ci indebolì. Dovevamo vincere. Non pigliammo la rivincita il 1870. Apparimmo ingrati alla Francia, timidi ed inetti alla Germania. Acquistammo fama, e la conserviamo, di corvi paurosi dei vivi, crudeli coi morti. I Francesi dicono l’Italia fatte avec le sang des autres! Durante la nostra alleanza coi tre Imperi ci han derisi col titolo di magnanime alliée. Bismark, nel firmare il trattato di Nikolsbourg, facendoglisi osservare non essere giunto il plenipotenziario italiano, firmava lo stesso, esclamando: «Se l’Italia non accetterà ciò che si fa sulla tavola, resterà sotto la tavola.» L’Inghilterra ci chiama monelli. Ogni paese ha per noi un insulto!» — Quale differenza coll'Italia governata dagli antichi Principi, e quale gastigo!....
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Mentre stampavansi queste pagine si agitava il processo contro coloro che applaudirono ad Oberdank, che lanciò le bombe omicide in mezzo alla festante Trieste ed imprecarono all’Imperatore d’Austria e al Re Umberto di Savoia, il quale nel suo recente viaggio a Vienna aveva accettato il titolo di Colonnello d’un reggimento austriaco.
Non ci voleva molto a prevedere che il risultato del procedimento giudiziario contro i glorificatori d’Oberdank avrebbe suscitato al governo italiano non lievi difficoltà. Giunse appena all’estero la notizia della loro assoluzione, e già la stampa più autorevole pronunzia giudizi severi su quel giudizio. Basti il sunto degli articoli di due giornali egualmente officiosi, l’uno di Berlino, l’altro di Vienna.
«Berlino, 1. giugno 1883. — L’Hamburgischer Correspondent, giornale ufficioso, pubblica un lunghissimo dispaccio sul processo pei fatti di piazza Sciarra, dove in un circolo democratico si apateizzò l’Oberdank e s’insultò Re Umberto.
«Dice che i magistrati non hanno fatto il loro dovere e che il presidente ha permesso che legulei e deputati di poco conto insultassero tutto ciò che è sacro per la gente onesta; e finisce con questa frase: l’amicizia con l’Italia non resta che una definizione geografica.
«Vienna, 1. giugno. — La Politik di Praga, organo del conte Taaffe, presidente del gabinetto austriaco, chiama il verdetto dei giurati di Roma uno scandalo ed una provocazione internazionale. Critica severamente il modo con cui fu condotto il processo scritto ed il pubblico dibattimento; chiama il presidente un mascherato irredentista, di origine ultra clericale, convertito in focoso patriota; riassume con parole violente le arringhe degli avvocati, e specialmente del Ceneri e del Crispi, che chiama nullità oratorie, e avide di una triste popolarità.
«Conchiude dicendo, che questo verdetto produrrà a tempo e luogo i suoi effetti.»
Berlino e Vienna! Proprio i due neoalleati del serenissimo Regno d’Italia!
Siamo ormai per chiudere questa prima parte del secondo volume delle nostre Memorie, ma prima giova riportare un’importante lavoro pubblicato di questi giorni nella Voce della Verità, (num. 98 del 2930 Aprile 1883) in occasione del recente maritaggio, del Principe Tommaso, cugino del Re Umberto di Savoia, con la Principessa Isabella di Wittelsbach, nepote della Regina Maria Sofia delle Due Sicilie. È un raffronto istruttivo, che noi completeremo con qualche documento; esso è intitolato:
Il tripudio che presentemente pel connubio di Tommaso di Savoia, Duca di Genova, con Isabella di Wittelsbach, Principessa di Baviera, invade gli animi del partito monarchico costituzionale ed unitario imperante in Italia, non trova già indifferenti noi che in avverso campo militiamo.
Certi avvenimenti, anziché passare per noi inosservati, risvegliano l’attenzione nostra, e noi con la scorta di ricordi storici alla mano e gli insegnamenti del passato innanzi alla nostra mente, rintracciando e scrutando circostanze e memorie, qua contrapponendo dati a dati, là fatti con fatti paragonando, di questi avvenimenti ci facciamo ad esaminare l’indole e rintracciare il veritiero aspetto, non quello che altri con fittizia ed effimera luce tenta alterare.
Una principessa di illustre stirpe, percorrendo oggi una via apparentemente seminata di fiori, varca le Alpi, viene in Roma, sale al Quirinale. E la stampa, questa così detta rappresentante dell’opinione pubblica, inneggiante in coro, va rivangando nei secoli passati quanto storicamente giova ad illuminare queste nozze. Ma perchémai unanimamente ha obliato che pure nell’epoca nostra una Principessa bavarese calcò anch’essa ugual sentiero, benché seminato di triboli e spine da coloro stessi che ora cospargonlo di fiori?
La smemorataggine non è ammissibile davanti a fatti già consegnati alla storia, sì marcati, solenni e remoti; il silenzio dunque fu un partito preso?… fu causato forse da qualche rimorso?
Tra i giornali di bandiera nostra più d’ogni altro la torinese Unità Cattolica stupendamente delineò i punti culminanti pei quali andò cristianamente segnalata la Casa di Baviera. La Voce oggi forse con più facile, ma non meno interessante impresa, viene a compiere il quadro, aggiungendo in esso la figura di una Principessa bavarese, ultima può dirsi che siasi congiunta a casa italiana regnante; di una Principessa bavarese, ora tolta all’indomato amore dei popoli dall’immensa invidia della rivoluzione.
Intendiamo dire di Maria Sofia Amelia di Wittelsback, Regina delle Due Sicilie, la quale, oltre il legame di origine che unisce il ramo ducale di sua famiglia con quello regnante in Baviera, si trova ancor più per vincolo di parentela stretta alla sposa Isabella, Duchessa di Genova, il cui defunto genitore Adalberto fu suo cugino germano.
Scrivemmo, ultima può dirsi, congiunta a casa italiana regnante, giacche realmente anche la minor sorella MatildeWittelsbach vedemmo in Roma sposa a Luigi di Borbone Conte di Trani.Ma questa buona principessa qui tra noi, nella terra di esilio o reduce in patria, menò vita ritiratissima, lungi dal mondano rumore, e di lei le circostanze fecero che politicamente non si avesse a parlare. Il telegrafo poco fa ce la segnalò aggravatissima per ferale morbo in Germania, dal quale ora va, la Dio mercé, rimettendosi.
Di conseguenza il nostro studio si concentrerà su Colei la cui comparsa in Italia offre un reale ed importante interesse storico, a cominciare (e la coincidenza dell’odierno sposalizio d’Isabella viene a cadere bene a proposito) dal giorno in cui essa legò le sue sorti a quelle di Francesco, Duca di Calabria, poi Re Francesco IL
Furono avviati i preliminari delle trattative stesse per concludere il matrimonio tra Francesco di Borbone Duca di Calabria e Maria Sofia Amelia Wittelsbach Duchessa in Baviera, e vennero concluse nella città di Monaco in sullo scorcio del 1858, dal solertissimo diplomatico conte Guglielmo Ludolf, rappresentante il Re delle Due Sicilie presso la Corte di Baviera. Ai 22 poi di gennaio del successivo anno 1859, dopo reciproca convenzione, ebbe luogo in solennissima forma pubblica, a nome del re Ferdinando II, genitore dello sposo, la domanda ufficiale. I dettagli della quale cerimonia e delle altre che susseguironla narreremo, anche per dimostrare quanto alto tenesse il prestigio della dignità e convenienza sua quella real casa italiana che la rivoluzione tentò inutilmente avvilire.
Così è che in quel giorno le prime mosse della cerimonia in Monaco furono date dal gran ciambellano di corte conte di Tautphoeus, destinato a nome del Re Massimiliano di Baviera a rilevare dalla sua residenza il conte Ludolf. Oggi la principessa Isabella di Baviera varcando la soglia dell’Apostolico Palazzo del Quirinale, troverà anche essa schierati in atto di omaggio un Tautphoeus rappresentante la Baviera, ed un Ludolf rappresentante l’Austria presso quel governo che tolse da un trono Italiano la sua real congiunta Maria di Wittelsbach!
Il conte di Tautphoeus dunque, alle ore due pomeridiane del 22 gennaio, in legno sfarzoso di corte, si recò al palazzo della legazionenapolitanaper prendere il conte Ludolf e recarlo alla residenza reale. Si formò il corteggio con forieri a cavallo di Sua Maestà bavarese, con i servi della legazione in gran tenuta, con impiegati della real casa, e con staffìieri di corte a cavallo precedenti la carrozza del conte Ludolf, circondata da staffieri di corte a piedi. Quindi la magnifica carrozza di gala del Re di Baviera, tratta da sei colossali destrieri e contornata da servi di corte, nella quale sedeva il conte e di rimpetto ad esso il conte di Tautphoeus. Da ultimo due carrozze di corte a due cavalli con gli addetti e gli impiegati della legazionenapolitanafiancheggiate dai domestici della legazione stessa in sontuose livree.
All’ingresso del corteggio nel reale palazzo, il gran corpo di guardia rese gli onori militari, e nel cortile uno squadrone di corazzieri a cavallo, magnifici nelle loro uniformi turchin-celeste (appartenenti allo stesso reggimento che ora scortò all’ingresso in Monaco lo sposo Duca di Genova), snudò le sciabole all’arrivo del conte Ludolf. La musica del Leib Regiment suonò l’inno napolitano, e quei robusti suonatori tedeschi interpretavano stupendamente la dolce melodia di Paisiello. Essi ben sapevano ciò che si facevano, e non si mettevano nel procinto, che i giornali narrano essere testé occorso alla musica del 1°. Reggimento di fanteria bavarese, il cui direttore, ignorando il tenore della marcia reale sabauda, che per ordine superiore doveva eseguire all’arrivo del Principe Tommaso, credè procurarsela da un negoziante di musica il quale gli vendé invece il notissimo inno di Pio IX del 1818; e per pura fortuita circostanza questo Kapellmeister bavarese venne edotto dell’errore: senza di che il Duca di Genova faceva la sua entrata nuziale in Monaco al suono del «Salutiamo la santa bandiera, Che il Vicario di Cristo innalzò»...
Il corteggio salì le scale del palazzo guarnite dai reali alabardieri, coperti dallo storico elmo d’acciaio sormontato dal leone bavarese per cimiero. Il primo segretario della legazione napolitanaportava sopra un cuscino di velluto bianco guarnito in oro il ritratto dello sposo Duca di Calabria. Questo ritratto in miniatura dentro un medaglione racchiuso da cornice incastonata di preziosissimi e grossi brillanti, era opera finitissima di valente artefice italiano. L’inviato Ludolf, rivestito per la circostanza della carica di Ambasciatore Plenipotenziario, si avanzò con il suo seguito fino alla gran Sala del Trono ove trovavasi il Re e la Regina di Baviera attorniati dai principi e principesse della famiglia (meno la sposa e gli stretti congiunti di essa), non che da tutti i dignitari! della corte. — Lo inviato napolitano in un breve discorso espose il motivo della sua missione, consegnando in pari tempo al Re la lettera autografa di Ferdinando II con la quale pel figlio primogenito si domandava formalmente la mano della Principessa bavarese Maria. Apertasi tale lettera dal Re, questi la consegnò al Ministro della casa reale, il quale, presane conoscenza, rispose a nome del suo Sovrano acconsentirsi alla domanda. Tosto il Re ordinò al gran maestro delle cerimonie d’introdurre la famiglia Ducate, la quale venne a sedere alla destra del Trono, la sposa in mezzo ai genitori. Questi avuta pure conoscenza della lettera, risposero per mezzo del nominato Ministro con accettazione alla dimanda. Da ultimo levatasi la principessa Maria e preso prima il permesso del Re cui baciò la mano e poscia dai suoi genitori, diè anche essa il suo consenso. Allora il conte Ludolf, tolto dal cuscino di velluto il medaglione col ritratto dello sposo l’offri alla Principessa Maria, al cui petto fu immediatamente fermato dalle dame di corte. Mentre che il personale della legazione napolitana era ricondotto alla sua dimora col medesimo cerimoniale ed onori, il conte Ludolf era trattenuto a un solenne pranzo di corte i cui convitati rivestivano, gli uomini divise di gala con ordini cavallereschi, le dame i manti di corte.
Il matrimonio fu stabilito per il giorno 8 gennaio. Il Duca di Calabria con legale procura aveva autorizzato il principe Luitpoldo a rappresentarlo nella sacramentale cerimonia: quello stesso Principe Luitpoldo, se non erriamo, che ultimamente alla partenza della Principessa Isabella, accompagnandola alla stazione, le dava il braccio quando questa abbandonava Monaco per venire in Italia.
Secondo il costume tedesco, il matrimonio venne celebrato alle8 pomeridiano di quel giorno nella splendidissima cappella di cortededicata a Tutti i Santi. — Chi sà che per non evocare i ricordi di queste nozze celebrate tra una principessa bavarese ed un principe italiano, si sia proferita piuttosto ora pel rito fra l’italiano Tommaso e la bavarese Isabella, la cappella del castello di Nymphenbourg!
La cappella di Ognissanti (AllerheilingenKapelle),severa e bella ad un tempo nel suo stilo bizantino, con la sua volta posata su colonne di marmo rosso adorne di dorati capitelli, foderata nel basso da ricercatissimi e screziati marmi od in alto da stupendi affreschi presentava un abbagliante aspetto, e pel riflesso di migliaia di cerei accesi, e per le varietà dello ricchissime uniformi indossate dagli invitati. Nella navata di mezzo stipavansi lo rappresentanze delle classi ufficiali con distintivi e decorazioni, le rappresentanze della città di Monaco col borgomastro alla testa, e tutti coloro che per dignità speciale avevano posto alla Corte bavarese. Al lato Evangelii erigevasi la tribuna speciale per il Re e la Regina, al lato Epistolae la tribuna per la sposa e i genitori. Il Principe Luitpoldo rappresentante lo. Sposo, e l’inviato napolitano Ludolf avevano posti speciali dinnanzi all’altare con inginocchiatoio. — Alle 7 e mezzo entrò il Principe Luitpoldo accompagnato dal Ludolf e dal segretario d’ambasciata Bianchini; appresso ad essi i genitori della sposa e la sposa istessa. Questa portava un magnifico vestito nuziale con lungo strascico di velluto bianco e larga guarnizione di merlotti e fiori di arancio. Sul capo aveva un preziosissimo diadema di brillanti da cui scendeva un pregevole ed artistico velo composto di finissimo merletto. Al tuonare del cannone entrò il Re in alta uniforme e decorazioni, dando il braccio alla Regina che indossava un maestoso abito di velluto rosso granato, riccamente ricamato in oro, con serto in capo e collana di brillanti. Gli appartenenti alla real famiglia erano situati in distinti posti avanti agli altri convitati; i giovani fratelli e sorelle della sposa, in una loggia laterale all’altare.
L’Arcivescovo di Monaco-Frisinga, rivestiti gli indumenti episcopali, benedisse gli anelli che sovra una coppa d’oro erano posti sull’altare, al quale poscia si recò il Principe Luitpoldo, mentre che la sposa ~vi era egualmente condotta dal Principe Luigi suo maggior fratello. La procura che conferiva la rappresentanza al Principe Luitpoldo era redatta in italiano e rogata dal notaio della Corona in Napoli, sicché il parroco di S. Ludovico (parrocchia di Corte in Monaco) ne lesse ad alta voce la traduzione in tedesco; compiuta la quale lettura, l’Arcivescovo celebrante tenne alla Sposa un breve discorso, ricordando ad essa la felice disposizione della Provvidenza nel destinarla ad ornamento ed esempio della più bella parte di quell’Italia cotanto da Dio prediletta, di quell’Italia centro e sede della sua divina provvidenza in terra per mezzo del Romano Pontefice. — La sposa ascoltò commossa i ricordi del venerando Pastore, che, terminato il discorso, procedé alla benedizione del matrimonio, fra il rimbombo delle artiglierie e il suono delle campane delle città di Monaco, che venne seguito dal Te Deum cantato a quattro voci dalla Cappella di corte, con accompagnamento di organo violoncello e controbasso. Al di fuori, raunata sulla grande piazza e nei pressi del palazzo graziosamente illuminato, l’intera popolazione di Monaco faceva echeggiare l'aria di replicate ed incessanti acclamazioni alle famiglie di Baviera e di Napoli, degli stemmi e bandiere delle quali pavesavansi tutte le circostanti finestre. All’uscire della Cappella le Maestà Loro unitamente alla sposa si fecero al principale balcone del palazzo onde ringraziare la cittadinanza di si cordiale ed entusiastica prova di amore e sudditanza. La solenne giornata si chiuse con una splendida cena di famiglia.
Il giorno 9 susseguente alla funzione, la Duchessa di Calabria ricevette gli omaggi del Corpo diplomatico, e la sera ebbe luogo la grande festa teatrale data in suo onore dalla città di Monaco nel Teatro dell’Opera. Il giorno 10 la sposa si accomiatò dalla nobiltà bavarese, dalla rappresentanza cittadina, dal borgomastro e dalle altre classi privilegiate ammesse a Corte in udienza di congedo. Il giorno 11 ebbe luogo l’imponentissima serata da ballo data dal Re in onore della sposa nella immensa Falsasti. Il 12 giornata di riposo ed ultimi preparativi della partenza che si effettuò il giorno 13.
—Oggi i giornali sono ricolmi di particolari sulla partenza del Duca Tommaso e della Duchessa Isabella da Monaco, e dicono che mai separazione dalla famiglia fu più commovente, nò addio di popolo più cordiale, né pegno di alleanza fra nazioni più sicuro (?!); traendosi cosi prognostici e dati per l’avvenire politico d’Italia. Ascoltino essi con pazienza il ricordo di quell’altra separazione; ricordino ciò che accadde alla principessa Maria dopo appena un anno, e ponderino se ò il caso ora di trarre prognostici pel futuro...
Alle 6 pomeridiane del giorno 13 gennaio la Duchessa di Calabria, in abito da viaggio, si separò dalle Loro Maestà che con le lagrime agli occhi ed abbracciandola teneramente le augurarono ogni bene. La stazione ferroviaria di Monaco era affollatissima: può dirsi che tutta la città era ivi accorsa. All’apparire della reale viaggiatrice, il popolo gridava: — Addio buona principessa!.... Che Dio vi accompagni e vi conservi sempre.... Ricordatevi di noi!! — La Duchessa di Calabria, innanzi di entrare nella stazione, illuminata e pavesata di bandiere bavaresi e napolitano, ritta sui gradini d’ingresso, con la voce soffocata dal pianto e con le braccia protese verso il ciclo, rivolta al popolo, rispose: — Addio.... Addio.... Addio! — Poscia, entrata in una coi genitori nel vagone ferroviario, e messosi questo in moto, la principessa agitando il fazzoletto in segno di commiato dagli amorosi suoi concittadini, che a migliaia avevano invaso l’interno della stazione, si allontanava dalla cara terra natia. Financo vecchi militari frammisti alla folla furono visti piangere per la commozione di quel distacco.
Il treno speciale rapidamente si portò fino ad Augusta, ove il domani doveva avvenire l’ancor più dura separazione tra la sposa ed i genitori, Duca Massimiliano e Duchessa Luisa. Quando questi, tratti da forza insuperabile lanciaronsi anco una volta nel treno, e portaronsi fino a Bamberga, d’onde tornaronsene a Monaco, dopo benedetta la figliuola, la quale dal suo canto prosegui il viaggio per Vienna, accompagnata dal fratello Principe Luigi, dalla baronessa di Traenzl, e dal colonnello Heusel, aiutante del Duca Massimiliano.
Il Re di Baviera aveva disposto che il conte di Rechberg funzionasse da Commissario regio bavarese per la consegna della, sposa in Trieste al Commissario regio napolitano, prestando così tanto egli, quanto la contessa di Rotholnowen, servizio di onore fino al momento dell’imbarco.
La Duchessa di Calabria fu ricevuta con onori sovrani e cordialità popolare nella città di Vienna, dove soggiornò brevi giorni, e da dove, insieme colla maggiore sorella, Imperatrice d’Austria, mosse il 30 di gennaio dirigendosi verso Trieste.
Salpate frattanto dal porto di Napoli, erano fin dal 16 gennaio giunte in Trieste le due magnifiche fregate a vapore della marina da guerranapolitana,la Tancredi e la Fulminante, che il Re Ferdinando aveva spedito per condurre nella nuova patria la, Principessa bavarese. A bordo della Tancredi trovavasi la musica militare di marina: quella stessa che l’anno antecedente, imbarcata sul medesimo legno da guerra Tancredi, aveva rallegrato con la sua speciale e del tutto napolitanaperizia, la colonia romana che trovavasi in Anzio, allorché Pio IX ivi risiedette per alquanto tempo. — Allora la Tancredi era giunta inopinatamente ad Anzio con a bordo il Re Ferdinando di Napoli, ansioso di prestare ancora una volta (e fu l’ultima) figliale omaggio al gran Pontefice!
Tosto che la squadra napolitana,comandata dal retroammiraglio Roberti entrò nel porto di Trieste, la popolazione accorse al molo per contemplare Io spettacolo dell'arrivo, ed ammirare la singolare abilità del manovrare della marineria napolitana.La squadra, gittate le ancore, salutò con le artigliere la bandiera imperiale. Rispondeva immediatamente il castello di Trieste, salutando a sua volta la bandiera e la squadra napolitana,la quale a norma dei regolamenti faceva una seconda salva reale in onore del Principe di Petrulla inviato napolitano presso la Corte austriaca, che temporaneamente trovavasi in Trieste.
A bordo della squadra, in qualità di Commissario regio plenipotenziario per ricevere in consegna la Sposa, trovavasi il duca di Serracapriola con il segretario Bourquai, il duca di Laurenzana (il cui Aglio primogenito è ora senatore del regno d’Italia) nominato dal Re cavallerizzo della Principessa reale, e le nuovo due dame di compagnia, Principessa di Partanna e Duchessa di San Cesario, la cui fede verso la Principessa bavarese Maria rimarrà leggendaria. — La Duchessa di San Cesario chiuse di questi giorni gli occhi alla luce: e i giornali riportarono il solenne attestato di stima che la Regina Maria e il Re Francesco II, in occasione dei funerali, resero alla memoria della defunta veneranda donna, cui non gli orrori della bombardata Gaeta, non le angustie del successivo esilio, poterono imporre il distacco dalla sfortunata sua reale Signora. — (112)
La città di Trieste fece una accoglienza espansiva agli ospiti napolitani: ufficiali e marinai si ebbero riguardi e distinzioni copiose. La cittadinanza volle onorarli con una splendidissima festa da ballo data loro nel palazzo di marina, e alla quale, oltre i mentovati personaggi della Corte e ufficialità delle fregate, intervennero l’Arciduca Governatore e quanto vi aveva di più eletto nella popolazione.
L’ultimo di gennaio, a mezzogiorno in punto, sotto l’impeto di dirottissima pioggia, la Principessa Maria e l’Imperatrice Elisabettad’Austria giungevano a Trieste. Alla stazione ferroviaria attendevala l’Arciduchessa Carlotta, poi infelicissima Imperatrice del Messico, venuta espressamente da Miramar, la quale era circondata da tutte le autorità triestine a cominciare dal governatore. Al replicato tuonare delle artiglierie del castello e della squadra napolitana, e all’alternarsi degli inni bavarese e napolitano suonati dalle musiche dei reggimenti Prohacka e Wimpffen, la Principessa Maria e l’Imperatrice, in carrozza di corte, attraversando le vie imbandierate e ricolme di plaudentissima folla, recavansi al palazzo imperiale. A piè dello scalone, in grande uniforme, trovavasi l’Ammiraglio Roberti e gli ufficiali tutti della squadra con i già mentovati dignitarii della Corte napolitana. La giornata si compié con i ricevimenti di uso, mentre la città intiera di Trieste, il porto e la squadra splendevano di vaghissime luminarie.
Pel giorno 1 febbraio si stabili la partenza, cui si fe’ precedere la solenne e singolare cerimonia della consegna della Sposa dal Commissario regio bavarese al Commissario regio napolitano. — La gran galleria del palazzo di governo era divisa in due spazii da una linea tracciata in terra, raffiguranti l’uno il territorio bavarese, l’altro quello napolitano. Al di qua e al di là della linea trovavansi due tavolini coperti di velluto a frangie d’oro con le rispettive poltrone. Sulle due opposte porte di entrata eranvi, a una lo stemma di Baviera circondato da trofei e bandiere bavaresi, alla cui guardia trovavasi un plotone di imperiali e reali gendarmi austriaci in gran montura; all’altra Io stemma napolitano attorniato da emblemi e stendardi napolitani, avanti i quali trovavasi schierato un distaccamento di guardie marine napolitano. Il duca di Serracapriola, Commissario regio napolitano, le dame di corte, principessa di Partanna e duchessa di San Cesario, il duca di Laurenzana, il principe di Petrulla, gli altri ospiti napolitani, ed in fine l’ammiraglio Roberti con tutti gli ufficiali della Tancredi e della Fulminante trovavansi aggruppati sul territorio napolitano. Il conte di Rechberg Commissario regio bavarese, gli altri gentiluomini, dame del seguito venuti da Monaco, le autorità militari e cittadine, con il podestà e il governatore, trovavansi agglomerati sul territorio bavarese. — Alle due dalla porta dello stemma bavarese entrò la Spòsa in abito da viaggio, e si assise nella sedia dal lato di Baviera, menti) il duca di Serracapriola con la corte si era avvicinato alla linea di demarcazione del lato di Napoli, facendo altrettanto il conte di Rechberg da parte sua. Un segretario lesse ad alta voce l’atto di consegna, susseguito dallo scambio dei poteri, il quale ultimato, il Commissario regio Rechberg congedossi dalla Principessa Maria cui baciò la mano unitamente alle persone del seguito. Presala quindi dalla destra la tradusse sulla linea di divisione consegnandola al duca di Serracapriola, che, fattale riverenza e baciatale a sua volta la mano tra i fragorosi applausi dogli astanti, la ricevé sul territorio napolitano nella cui poltrona essa siede per ascoltare il discorso del nominato Duca, e ricevere gli omaggi di presentazione della sua nuova corte, dell'Ammiraglio e degli ufficiali della squadra.
Compita la cerimonia, cui da separata tribuna presenziava la Imperatrice Elisabetta, la Principessa Maria usci dalla porta dallo stemma di Napoli, e con tutto il seguito si incamminò al molo d’imbarco, ove attendevala un regio scalè, remato da ufficiali, ed alcui timone siedeva l’ammiraglio stesso. Sullo Scalè prese posto la Sposa, la sorella Imperatrice, ed il fratello Luigi di Baviera. Sullo lance della squadra s’imbarcarono tutti coloro che presenziarono la consegna. La Sposa giunse sulla Fulminante fra le incessanti scariche delle artiglierie austriache da terra e napolitane da mare. La musica di marina suonò l’inno austriaco prima, il bavarese poi, da ultimo il napolitano; i numerosi equipaggi sui pennoni delle due fregate, agitando i berretti, assordavano l’aria di non interrotti evviva ed urrah — Questi bravi marinai seppero indi a poco ben meritare della bandiera e della patria. Le batterie di Gaeta testificheranno in sempiterno il valore ed il sacrifizio della carriera, delle sostanze, del sangue e della vita loro. Ma quanti di quei gallonati ufficiali, pavoneggiantisi in Trieste al seguito della Principessa Maria, cambiata (come fecero ben presto) bandiera, coccarda e uniforme, si saranno di questi giorni incurvati di schiena davanti al nuovo sole bavarese nascente in persona della Principessa Isabella? — Tiriamo un velo!!!
Erano le 4 pom. del 1. febbraio 1859 quando la Duchessa di Calabria affettuosamente congedavasi dalla Imperatrice Elisabetta sua sorella, dal Principe Luigi suo fratello, e da tutti gli altri che tornavansene a' terra. In quell’istante le macchine della Tancredi o della Fulminante lentamente prima, celerissimamente poi, mettevansi in moto verso le rive d’Italia dirigendosi a Bari.
A Napoli in quel frattempo fervevano i preparativi per l’arrivo della Principessa bavarese, come nei presenti giorni in Roma. Soltanto colà lavoravano meno commissioni, meno etichetta ufficiale, meno politica, meno pali, meno edelweiss, meno sperpero effettuavasi di denaro pubblico. Il buon popolo di quella città, non imbastardito da estranei elementi, se la fatalità in altro modo non disponeva, avrebbe ricevuto la Principessa bavarese Maria con entusiasmo focosissimo e cordiale, con quella espressione cittadinesca e democraticissima nella sudditanza e nel rispetto, della quale là solo e non altrove vedemmo conservata la schiettamente italiana tradizione.
Re Ferdinando, colle storielle della cui tirannia e crudeltà tanto ci ristuccarono i ben pasciuti sedenti ora al banchetto dell’Italia una, pensò non esservi miglior modo di segnalare l'arrivo della sua nuora, che l’emanare un rilevantissimo atto di perdono in tutte le provincie del suo reame. Cosicché vennero graziati tutti i condannati a morte, commutate le espiazioni a vita, ridotte quelle temporanee, condonate le ammende, e per due terzi abolite le azioni penali pendenti. Però, mentre che pei delitti comuni il Re usò condiscendenza in equa misura, trattandosi di rei cosi detti politici, specialmente del 48 e 49, salvo rare eccezioni, fu larghissimo. Di questi ne rimasero graziati 20 dall’ergastolo, 65 dalle galere. Però con saggia previdenza, e subbodorando purtroppo quelle incorreggibili nature, li volle allontanati dal, regno; diè a tutti loro passaporti per l'America, provvedendo alle spese di viaggio, ed accordando sovvenzioni, non solo ad essi, ma alle famiglie che lasciò liberi di recar seco: impartendo finalmente istruzioni al console napolitano di Nuova Yorck perché, giunti a destinazione, provvedesse al modo della sussistenza loro, avviandoli a una carriera o a un mestiere, secondo preferivano. Bisogna dire che la generosità del tiranno fu proprio bene compensata da quei scrupolosi imitatori degli amnistiati di Pio IX nel 1846. Giacché la nave mercantile che trasportavali, essendo giunta dopo tre giorni di navigazione in direzione dell’Inghilterra, quei graziati, come un sol uomo levaronsi in aperta ribellione. Quindi, armata mano, obbligarono l'equipaggio asostare in un porto inglese, ove, por le leggi del paese avuta protezione ed accoglienze, sbarcarono, riempiendo l’aria di vituperii e minacele contro il Re Ferdinando, e d’onde, cospirando all’ombra della bandiera britannica, tornarono un anno dopo a felicitare la patria e a cacciare in esilio quella stessa bavarese Principessa, alla circostanza della cui solennità nuziale dovevano la libertà e la vita!...
—Oggi, per gli sponsali della Principessa Isabella, si buccina, al momento in cui scriviamo, la parola amnistia, ma la si dice limitata ad insignificanti reati. Un testimonio al processo Tognetti, condannato già a sei giorni di carcere e munitosi perciò di salvacondotto, non confessò pubblicamente la settimana scorsa al presidente Cardona ch’egli trattenevasi dal costituirsi prigione in attesa dell’amnistia per le nozze del Duc.di Genova? IlFanfulla di giovedì scorso dice che di amnistia si è abbandonata invece ogni idea, tranne che per i reati di stampa. — Oh, differenza di tempi!...
Ugualmente a quanto nelle presenti nozze si è praticato in Roma ed in Monaco, pel matrimonio della Principessa Maria si fece a Napoli ed in Baviera copiosa distribuzione di ordini cavallereschi e distinzioni onorifiche. Premerà certo poco o niente ai nostri lettori di oggi il sapere chi ne fu insignito allora, specialmente a Napoli; però per certi nomi dobbiamo aprire una breve parentesi a edificazione di ciò che è passato, ad istruzione di ciò che potrebbe ripetersi.
— Nella copiosa lista degli onorati dal Re Ferdinando II con gli ordini di 8. Gennaro, S. Ferdinando e Costantiniano vediamo primeggiare il Generale Lama, che poi, senza battersi, capitolò in Palermo con Garibaldi; il più famoso Generale Nunziante, il Principe di Alessandria, che come Sindaco di Napoli, andò pochi mesi dopo ad inchinarsi incontro a Garibaldi trionfante; (113))l’ammiraglio Jauch, doppiamente disertore, e dalla bandiera napolitana prima e dalla italiana poi; il nostro principe di Piombino, fino dal 1860 senatore del regno; il principe don Filippo Doria Pamphily, che nel primo ingresso in Roma di Vittorio Emanuele era assiso seco lui in carrozza; monsignor Gennaro Di Giacomo, l’unico Vescovo napolitano che ebbe tanto inerito di esser fatto anch’egli senatore del regno italiano! E poi nomi di signori che si resero ben affetti della rivoluzione, come gli Ottajano, i Bovino, i Sant'Elia, gli Ugo delle Favare. Parimenti nella stessa occasione delle reali nozze bavaro-partenopee, si ebbero la nomina di gentiluomini a Corte non pochi, la sonorità, del cui casato si ode ora ripercuotersi nelle aule del Quirinale, come il duca di Sant'Arpino, i principi di Piedimonte, di Strongoli...
Umane miserie!
Per ultimo però, e certo più sostanziale benefizio, Re Ferdinando, in quella circostanza pensò provvedere al sollievo dei poveri vergognosi o palesi, disponendo dove ingentissime somme, dove corredi di biancheria e di mobilio, dove liberazione di pegni o sovvenzioni a debitori impossibilitati a pagare.
Finalmente dopo si svariati atti di assolutismo e tirannia, il Re volle personalmente recarsi ad incontrare la Sposa al momento che avrebbe posto piede in terra italiana. Dispose quindil’itinerario in guisa che una non dispregevole parte dei suoi domini, nei quali, e per l’andamento dell’amministrazione interna e pel benessere delle popolazioni, era reclamata più che altrove la regia presenza, di questa in si fausta occasione di nozze, avessero a fruirne quelle regioni. In conseguenza agli 8 di gennaio, il giorno stesso che in Monaco di Baviera effettuavansi le nozze, come narrammo, parti da Napoli il Re e la Regina Maria Teresa d’Austria, lo Sposo, primogenito Duca di Calabria, coi Conti di Trani e di Caserta, dirigendosi verso le Puglie. Accompagnavano il Re, oltre il consueto seguito e scorte militari, tutti i Ministri di Stato che avevano ceduto per il disbrigo degli affari le proprie firme ai segretarii dei rispettivi ministeri.
Quel viaggio, iniziato con lieti auspici e proseguito tra le benedizioni del popolo fedele e gratissimo per le orme di benevolenza, giustizia e grandezza che ovunque il Re stampava, dovea disgraziatamente chiudersi con esito ferale. — Re Ferdinando toccò prima Avellino, ed Ariano poi, dove giunto con tempestosa procella, cedendo ai prieghi del popolo che col Vescovo alla testa, monsignor Michele Caputo, scongiuravalo a trattenersi alquanto nella città, ivi alloggiò la notte ospite del Vescovo, del quale ascoltò la Messa il dì successivo innanzi di partire. — Ed anche noi di qui non partiremo senza additare la leggenda popolare collegata a quella notte passata in Ariano. La condotta di monsignor Caputo, antecedentemente Vescovo di Oppido, politicamente e religiosamente avea lasciato a desiderare; ma il buon Re, sulla cui oculatezza certo non era a ridire, nutriva tal debole verso monsignor Caputo da farsene sempre scudo contro reiterati avvisi che a carico di lui s’inoltravano che egli in buonissima fedo riteneva opera di malevoli, potenti e scaltri. Talmente che per rimediare alla posizione di mons. Caputo, divenuta ormai insostenibile ad Oppido, ne procurò il trasloco ad Ariano.
È positivo che dalla sosta in Ariano, il Re risenti un malessere mai per lo innanzi provato; il popolo napolitano parlò subito di avvelenamento, ed accresciutosi il sospetto, non si stentò molto ad accagionarne il Vescovo stesso. Noi invece, pur ammettendo che una misteriosa nube avvolgesse quell’avvenimento, riteniamo, come competentissime savie persone allora ritennero, che la massoneria, profittando purtroppo dei non commendabili antecedenti del Vescovo, inventasse e divulgasse per ogni dove l’infame diceria, si per deviare l’attenzione se delitto veramente vi fu, si per attirare lo scredito, l’ira e l’obbrobrio sopra personarivestita di episcopale carattere. Disgraziatamente la successiva pubblica condotta di monsig. Caputo, la miseranda fine che, per imperscrutabile divina disposizione, incontrò, contribuirono non poco a radicare ed estendere la convinzione che alla morte di Ferdinando li, di colui cioè che fu sempre spina acutissima al cuore della rivoluzione e delle sètte, esso non fosse stato estraneo.
Il Re prosegui il viaggio visitando Foggia, Andria, Bitonto, Acquaviva, Taranto e Lecce, dove decisi apparvero i primi sintomi del male che presto doveva ucciderlo, e che nei dispacci da quella città datati fu qualificato per semplice affezione catarrale, poi convertita in discrasia umorale. Dal 14 al 26 gennaio fu dalla malattia costretto a curarsi in Lecce; ma, riavutosi alquanto, indirizzossi a Bari, dove giunse il 27 per ivi attendere al prossimo arrivo della Principessa Maria, ed ai preparativi per l’incontro degli Sposi e per la solenne benedizione del loro matrimonio.
Circa le 11 antimeridiane del giorno 3 febbraio, le vedette del porto di Bari segnalarono l’appressarsi della squadra napolitana proveniente da Trieste con a bordo la Principessa bavarese Maria. Quando il fumo delle macchine si scorse chiaramente in alto mare, mosse dalla Reggia di Bari il corteggio nuziale in legni di corte, nei primi dei quali siedeva lo Sposo Duca di Calabria con la Regina Madre, negli altri gli Arciduchi di Austria Ranieri e Guglielmo, ivi giunti nei giorni antecedenti con le rispettive Arciduchesse consorti sopra una nave da guerra austriaca; negli ultimi legni il resto della Corte in numeroso seguito di personaggi, tra i quali il generale Nunziante, poi di triste nomea. Dalla reggia al lido le vie erano addobbate per ogni dove con i colori napolitani e bavaresi, intrecciandosi i gigli d'oro borbonici con le losanghe bavaresi, come oggi a queste medesime losanghe intrecciasi la sabauda croce. — La popolazione barese accalcavasi per le strade, sui balconi e le terrazze. La guarnigione ordinaria comandata dal duca di S. Vito (morto due anni appresso sui baluardi di Gaeta, a fianco della Principessa bavarese Maria) alla quale erasi aggiunta la Guardia Reale venuta da Napoli e i due reggimenti Dragoni Re e Principe, erasi allineata sul nuovo maestoso Corso FERDINANDO. A capo di questo, nella località dello sbarco, sorgeva un elegantissimo padiglione adorno di bavaresi e napolitani stendardi, nel quale accoglievasi quanto di più eccelso nel Regno trovavasi per quella occasione in Bari.
Solo in mezzo a tanta solennità, mancava il Re Ferdinando, cui per un novello aggravarsi del morbo era vietata l’uscita dal Palazzo, di tal guisa che all’ancorarsi della Fulminanteinsul mezzogiorno, salutata dalle artiglierie di terra e di mare, dalle musiche e dalle campane della città, il solo Sposo Duca di Calabria da una reale lancia a remi sali sul legno, ove, alla presenza degli equipaggi ebbe luogo il commoventissimo incontro suo con l’augusta Sposa. Successo lo sbarco (del quale ci ricordiamo avere avuto per le mani una bellissima litografia che rappresentavalo in tutti i suoi particolari, litografia eseguita per ordine dell’Intendente, cioè capo della Provincia di Barici riformossi il corteggio, e, direttosi questo al palazzo, quivi il Re Ferdinando affettuosamente abbracciatala nuora, dovette, benché estenuato di forze, cedere ai ripetuti richiami della popolazione agglomerata nel Largo sottostante, ed affacciarsi con gli Sposi al balcone soprastante la porta d’ingresso. Dopo di che nella gran Sala della Reggia, convertita sfarzosamente in Cappella, avanti un pregiatissimo quadro della Concezione, protettrice del regno, si procedé alla benedizione del matrimonio dall’Arcivescovo di Bari, cominciandosi la Messa alle 2 pom. giusta la tolleranza del pontificio indulto concesso ai Borboni.
La Principessa Maria, che al momento di toccare la prima volta a terra italiana aveva telegraficamente chiesto la benedizione al Pontefice Pio IX, ricevette da Roma la risposta telegrafica annunciante: — dal Papa accondiscendersi con paterna effusione alla pia domanda, — nel momento stesso in cui l’Arcivescovo di Bari, tuonanti le artiglierie ed acclamante il popolo, benediceva i reali Sposi. Sull’imbrunire di quel fausto giorno ed innanzi l’accendersi di vivacissimi fuochi artificiali, come solo il costume e l’abilità dei popoli meridionali sa eseguire, la cittadinanza di Bari accoltasi davanti la facciata della regia residenza, cantò un inno popolare con l’accompagnamento dei militari concerti. Quest’inno era svolto sul ritmo degli inni napolitano e bavarese, e la sua composizione dovevasi all’abilità di un maestro Curci. — Combinazione di nomi! — Ma ancor più curiosa combinazione sarà l’udire al torneo indetto per l’arrivo della Principessa Isabella in Roma, che le militari musiche suoneranno una marcia tracciata sul ritmo degli inni sabaudo e bavarese..... —
Alla stessa ora della benedizione in Bari, nella capitale del Regno, in Napoli cantavasi un solenne Te Deum entro il Duomo di S. Gennaro, mentre i cannoni di Sant’Elmo e del Carmine, e le campane della città, ripercuotevano ovunque il giubilo della popolazione, che anche quivi ebbe termine al far della sera fra generale luminaria.
Ma stava scritto nei provvidenziali disegni divini, che la sventura avesse fin da allora ad incalzare continuamente questa Principessa bavarese, e la famiglia italiana alla quale congiungevasi. Appena celebratesi in Bari le nozze, moriva in Napoli l’Arciduchessa Anna di Sassonia moglie all'attuale Granduca Ferdinando IV di Toscana, la famiglia del quale, transitando prima per Roma onde prosternarsi a' piedi di Pio IX, erasi poscia recata in Napoli dietro invito di Ferdinando II per assistere all’ingresso trionfale in quella capitale della principessa Maria. L’Arciduchessa Anna, avvenente, buona, dolcissima, che i Fiorentini non ingrati ricorderanno sempre con indelebile ricordo, era sorella alla vivente Duchessa di Genova, madre del novello sposo, Principe Tommaso, e per conseguenza era anco zia di questo. — Oggi (tristissima coincidenza!) contemporaneamente alla celebrazione delle nozze di esso Principe Tommaso con una Principessa bavarese, muore sulla terra d’esilio la giovane e carissima ArciduchessaAntonietta di Toscana, figlia della defunta in Napoli Arciduchessa Anna, e cugina quindi del Principe ¡stesso, la cui famiglia, come giàquella dei Borboni di Napoli, vien costretta a commutare i festosi segni nuziali nelle nere gramaglie del lutto! —
La fregata da guerra napolitana Ruggero avea appena ricondotta in patria, sbarcandola a Livorno per essere poi tumulata nelle tombe dei Lorenesi, la salma dell'Arciduchessa Anna, che la Casa di Toscana, per opera di rivolta cagionata da coloro che un anno dopo cacciarono dal soglio anche i Reali di Napoli, se ne andava raminga ed esule dalla patria, non di altro rea, che di aver governato mitemente, paternamente, forse troppo, i Toscani!
Quattro giorni dopo il decesso dell’Arciduchessa Anna, un nuovo lutto colpiva la famiglia di Napoli con la morte della Principessa Isabella, figlia al Conte di Aquila, — anche esso resosi celebre pochi mesi fa in Roma per la sua visita al Quirinale. —
Ed intanto a Bari aggravavasi la malattia di Ferdinando II, tale però da non impedire a quell’anima risolutae forte dall'occuparsi indefessamente delle cure del Regno. Ultima testimonianza di ciò che diciamo, in Bari restò il decreto da lui firmato e contrasegnato da tutti i ministri, col quale nel giorno stesso delle nozze, 2 febbraio 1859, si ordinava un maggiore grandioso ampliamento di quella città, oltre i dispendiosi lavori di rinnovamento e bonificamento dei circostanti terreni paludosi, che parte già eransi per suo comando eseguiti e parte volle vedere svilupparsi sotto i suoi occhi nell’occasione dell’arrivo dell’augusta nuora. Per questo decreto, alla cui realizzazione accordavansi ingenti somme, Bari deve (e gli stessi rivoluzionarii di là riconosconlo) a Ferdinando II, se ora essa emerge splendidissima città sulle rive dell’Adriatico.
Ma Ferdinando II, presagendo non lontana la sua fine, dopopiù di un mese di residenza in Bari decise, con tutta la real famiglia, per via di mare girando il Faro, ricondursi verso la Capitale, il che esegui sbarcando alla Favorita presso Portici, e di là col treno ferroviario speciale restituendosi a Caserta. A tale era giunto dopo due giorni di viaggio marittimo il male, da rinunciare ad ogni idea d’ingresso solenne in Napoli, e dissipare così, con sommo dolore de' Napolitani, ogni preparativo di accoglienza verso quella Principessa che da Baviera veniva a portare le tende sui lidi dell’incantevole Partenope.
Due mesi circa durò in Caserta l’alternarsi di timori e di speranze, ma queste da più giorni svanite, ai 22 maggio dileguaronsi del tutto. Sentendosi quel Re cristiano e magnanimo approssimarsi l’ultimo istante, volle al suo letto la famiglia dalla quale con voce ferma congedossi, raccomandando l’anima alle orazioni di tutti amici e nemici, ai quali particolarmente dichiarò di perdonare. Alla Principessa Maria, caldamente ed in ispecial modo raccomandò il suo diletto primogenito Francesco, Duca di Calabria, onde negli scogli pericolosissimi del regno fossegli scorta, consiglio ed appoggio. Dopo la quale commovente scena, benedetto replicatamente da Pio IX e con l’estrema assistenza di mons. Gallo, spirò, gettando in un terzo e più irreparabile lutto la famiglia ed il regno in quei giorni stessi che la Principessa Maria sembrava destinata a renderli raggianti di letizia. (114)
La Principessa Maria, Duchessa di Calabria, profittando di lievi intervalli di miglioramento nella malattia del suocero avea già privatamente visitato per brevi istanti la sua novella patria, Napoli, sia per inginocchiarsi al patrono S. Gennaro nel suo tempio il dì 8 maggio, sia per onorarvi un Granduca di Russia di passaggio in quella città. Essa non vi fece la sua comparsa officiale, sebbene spoglia di ogni adornamento e solennità, come alle circostanze si conveniva, che il 23 maggio, quando, salutata Regina, in quel giorno l’armata prestò giuramento di fedeltà al nuovo Re suo sposo, Francesco II.
—Stando al titolo di Venticinque anni fa, segue adire la Voce della Verità, sembrerebbe qui arrestarsi il compito della nostra narrazione storica; ma come però noi esordimmo con l’accennare all’Italia, a Roma e al Quirinale, stazioni sin qui toccate dalla nuova sposa Principessa bavarese Isabella, così, contato dell’arrivo in Italia della Principessa bavarese Maria, resta a dire come anche essa fu ospite di Roma e del Quirinale. E brevissimo fu il tempo, dolorosa la strada che fra noi la condusse!
La Principessa Maria, salita al trono, vide immediatamente rannodarsi la catena delle avversità. Appena tumulato il 1 giugno solennissimamente a S. Chiara il Re Ferdinando, una parte di quei magnifici reggimenti svizzeri, per più di un trentennio osso durissimo ai rivoluzionarii, improvvisamente sobillata a militare rivolta, nel campo di Marte ove crasi barricata, dava luogo per parte dei commilitoni rimasti fedeli, unitamente agli altri corpi nazionali della guarnigione, a fiera ed esemplare repressione. Questo episodio, primo ad insanguinare il regno, nel quale la Regina Maria col Re sposo corse serio pericolo, allorché i rivoltosi attaccarono la reggia di Capodimonte, diè l’arme in mano a chi, compro dalla rivoluzione più degli Svizzeri, sostenne, che non i soli macchiatisi nella ribellione, ma tutti interi i quattro reggimenti della divisione fossero congedati. Si apri cosi una prima forte breccia alla resistenza militare che tanto temevasi dovesse contrariare la rivoluzione. Poi venne la prima rivolta di Palermo al monastero della Gancia, poi lo sbarco di Garibaldi, poi la perdita della Sicilia, quella delle Calabrie, delle Puglie, della stessa capitale, nella quale in pochissimi mesi di regno la Regina Maria aveva fatto benedire il suo nome e adorare la sua persona, e dalla quale raminga dovè allontanarsi con il Re ai 6 di settembre del 1860.
La Regina Maria, non ambiziosa di regno, di carattere riservato, scrupolosissima di restar nei limiti che credea a sé assegnati, non volle intervenire nelle faccende di governo alle quali non si sentìa inclinata ad interloquire, specialmente da quando il Re Francesco II, suo sposo, tentò assicurare la salute del pericolante naviglio con l’àncora fallace della Costituzione. Ma quando, perduta la capitale, e nel risveglio della nazionale indipendenza riordinatosi al Volturno l’esercito napoletano, purgato sebben tardi dai traditori e dagli incapaci, Re Francesco, brandita la spada, marciò soldato in mezzo dei suoi, la Regina Maria, dando libera espansione alla virtù dell’animo, ricordossi essere discendente della guerriera stirpe della real casa di Baviera. Fu Essa da quel di, dopo il Re sposo, l’anima della resistenza a Capua, al Garigliano, a Mola e sulle batterie di Gaeta contro l’invasione Garibaldina, e di fronte all’aggressione inopinata e non dichiarata dell’esercito piemontese. Quindi a questa Principessa bavarese devesi anche in parte so, nel materiale naufragio del regno di Napoli, andò salvo l’onore del vessillo, non cadendo imbrattato di fango e di vergogna, ma atterrato e lacero dalla preponderante forza, reso però di bel nuovo immacolato perchò lavato col sangue di strenui difensori. Onore dunque a questa donna da noi italiani, stretti nell’antica fede, si torni a tributare oggi che il nome di Baviera torna su ogni labbro. Augurio in pari tempo facciamo agli avversarii, perché venendo (è meglio non s’illudano) anche per loro il dì della prova, trovino nella Principessa bavarese Isabella,l’imitatricedella Principessa bavarese Maria! '
I rivoluzionarii peraltro, (ed in ciò si rivela principalmente da che padre vengano) oltre che ai corpi, tirano alle anime, vogliono per loro ogni cosa, ma disonorato altresì lo spirito ed il nome di chi non acconsente verso loro al perinde ac cadaveri Essi dunque non perdoneranno, come non perdonarono allora a questa Regina, di essersi fatta ricordevole del nome di sua stirpe e di quella del consorte. Calcolarono solidissima fra le basi della conquista l’ignominia e la solitudine nella quale sembrò da principio inabissarsi la dinastia; visto invece sfumare il calcolo fatto, conversero gli strali della più atra vendetta, e le ire di accanitissime persecuzioni contro chi tanto avea oprato ad isventare il malignissimo programma. Conseguentemente s’intende che più del Re Francesco, la Regina sposa sua fosse presa di mira nella sua qualità di donna. — Sono tanto cavallereschi costoro!
Innanzi però di romperle apertamente guerra personale, tentarono la sua fortezza d’animo, allorché dopo le sventurate sorti dell’esercito napolitano di operazione, erasi concentrata l’ultima resistenza in Gaeta. Perciò non omisero mezzo perché innanzi al chiudersi interamente della cerchia di fuoco degli assedianti, Essa si persuadesse a sottrarre la persona sua dagli orrori di quell’investimento, l’esito del quale niuna luce sorgeva ad irradiare benignamente. Quel finissimo strumento di setta che fu Napoleone III non per niente arrischiava in quei giorni coi suoi consigli, i suoi armistizii, le sue flotte, i suoi ammiragli, a tenere il piede in due staffe innanzi a Gaeta. Fisso nell’opinamento che ad affrettare il termine della difesa, più che ritirare la flotta francese, dovessesi indurre la Regina Maria ad abbandonare quelle mura, i cui sostenitori sembravano ognor più rinvigoriti da si raro esempio di virile coraggio in una ventenne giovane: non trasandò mezzo di persuasione epistolare, giovandosi eziandio dell’appoggio dell’Imperatrice Eugenia. Memorabile è la lettera di risposta che su questo riguardo scrisse Francesco II dall’assediata piazza. Dopo avergli già altra volta con fatidiche parole detto che, «se per l’abbandono della flotta francese avesse dovuto soccombere, pregherebbe Dio che la Maestà di Napoleone III non avesse motivo di rimpiangere quest’abbandono, e che, invece di un alleato riconoscente e fedele, non trovi in Italia una rivoluzione ostile ed un sovrano ingrato.» — Ai 15 di gennaio del 1860 soggiungevagli: — «Ho fatto ogni sforzo per persuadere S. M. la Regina a separarsi da me; ma sono stato vinto dalle tenere sue preghiere e dalle generose sue risoluzioni. Essa vuol dividere meco sino alla fine la mia fortuna, e consecrandosi a dirigere negli ospedali le cure dei feriti e degli ammalati, da questa sera Gaeta conta nelle sue mura una Suora della carità di più.»
Napoleone allora, scornato, ritirò la flotta, lasciando campo libero alla baldanza del Cialdini, pel quale però non riesciva meno umiliante lo spettacolo di una regale donna esposta a tutte le vicende e ai perigli di fierissimo bombardamento concentrato in istretta periferia di terra. E l'assediante, che non era uso rispettare i nemici, provò a farla da galante cavaliere, offrendo espressamente per lei una bandiera nera a salvaguardia della casamatta ove erasi rifugiata. Ma Essa, nobilmente per sé rifiutando, chiese di poterla invece issare sopra uno dei quattro ospedali che ne eranprivi; al che il Cialdini, però con isgarbatissima risposta, acconsenti. Da quel punto il mal animo di costui contro la Regina Maria non ebbe tregua, e spesso fu udito vociferare minaccio contro la regalprincipessa. Agli ufficiali napoletani, che per dovere di parlamentario dovean recarsi alla sua tenda, si compiaceva di domandar nuove di quella che ei semplicemente chiamava la bavarese, e trattenendosi con essi sull’ostinazione della resistenza, sopra a tutti ne accagionava la bavarese!
Quale sottinteso di sfregio si appiccasse dalla setta in quei dì, e per lunga pezza in seguito, alla parola bavarese non è chi non ricordi. Antecedentemente al Cialdini, l’energumeno Bixio, facendo fucilare a Maddaloni più centinaia di prigionieri della brigata estera, annunziava ai quattro venti che aveva fatto giustizia dei briganti bavaresi che si erano venuti ad impacciare dei fatti nostri, — quasi che sotto Garibaldi non militasse allora più di un corpo straniero! — Che dire degli articoli contenuti allora nelle gazzette liberali, e delle famose corrispondenze di Roma, che per più anni imperlarono un noto giornale fiorentino, nelle quali chiunque volevasi colpire pei suoi sentimenti di devozione a una sventurata dinastia, era battezzato per bavarese, quasi che al mondo parola di questa più abbietta non esistesse? E gli sfregi fatti dai rivoluzionarii alla Baviera nella persona del suo rappresentante presso il Re Francesco II, barone di Verger, qui nella stessa Roma, dove, in questi giorni e per fatto forse di quelle stesse persone di allora, nulla respirasi di più profumato chel’edelweiss, e le laudi di tutto ciò che viene di Baviera e sa di bavarese sentiamo cantate in timpano, in coro e nel J salterio? Né ciò punto ci dispiace; giacché quel che è vero non può dispiacere, ma ci prova che i rivoluzionarti o agivano indegnamente allora, o poco seriamente adesso! (Che ne dirà, leggendo forse un giorno queste pagine, la BAVARESE sposa del Principe Tommaso, cotanto festeggiata adesso dai feroci bombardatovi di Gaeta?)
Sgraziatamente la setta in Italia non dovea contentarsi soltanto di chiacchiere scritte o parlate
La Regina Maria, seguendo il Re ed accompagnata da pochi fedeli di sventura, compiuta nobilmente la sua missione di sovrana consorte a Re soldato, capitolata Gaeta, sbarcava dalla francese nave La Muette, sull’ospitale suolo pontificio in Terracina alle 1 pomeridiane del 14 febbraio 1860, da dove tosto ripartiva dirigendosi verso la nostra città con apposito servizio della postacavalli pontificia. Attesi questi reali esuli per la mezzanotte, non giunsero in Roma che alle due antimeridiane del 15 di febbraio; poiché il Re, compassionando la fatica degli ufficiali che il generalo de Govon, qui comandante le forze francesi, avea spedito incontro a cavallo a titolo di onore, aveva fatto mettere al passo da Albano a Roma le sue carrozze.
Il Re e la Regina Maria, i Conti di Trani e di Caserta, fratelli del Re, provenienti anche essi da Gaeta, furono ricevuti a porta San Giovanni dai monsignori Maggiordomo e Maestro di Camera a nome di S. S. Papa Pio IX, mentre che al palazzo del Quirinale, ad onta della tarda ora vi era folla ad attenderli. Trovavasi a piè della scala il Cardinal Antonelli Segretario di Stato con il picchetto delle Guardie Nobili spedite dal Papa a servizio dei Reali Coniugi, nonché il già nominato generale di Govon, il quale a nome del suo Signore, ossequiava con profondi inchini queste vittime più della politica napoleonica, che della rivoluzione italiana.
Ma la sera antecedente, Roma dovea essere teatro di una di quelle scandalose scene per l’organizzazione delle quali si rese famoso il Comitato Nazionale, i cui fondi di sussistenza in denaro e direzione ormai tutti sanno da qual sorgente provenissero. Una turba di gente fornita dai bassi fondi della società, percorse più volte il Corso, forzando con minacciosissimi urli a metter fuori i lumi per festeggiare la resa di Gaeta, ed insultando ad alte grida ciò che di più sacro, e per dignità e per isventura, avrebbe dovuto, da chiunque non è sfornito di umano istinto, rispettarsi. In quella sera alle replicate acclamazioni a Casa Savoia ed a Vittorio Emanuele udimmo aggiungersi più volte: Abbasso Pio IX, abbasso Franceschiello —e ad ogni istante, poi: — Morte alla Bavarese!!!
La forza pubblica spedita a dissipare quella selvaggia comparsa, le cui gesta erano rischiarate di quando in quando da fuochi di bengala, dové ritirarsi dinnanzi alle minacciose intimazioni degli Ufficiali francesi in uniforme, formicolanti nel Corso ed accoppiati ai dimostranti. (Dio ne li ripagò bene a Sedan!) E ciò è tanto vero, che nel giorno seguente stampavasi un foglietto volante nel quale ringraziavasi l'armata francese della parte presa alla nazionale manifestazione, e della protezione a questa accordata con la presenza delle uniformi francesi. Questa dichiarazione del Comitato Nazionale fè saltare la mosca al naso dello stesso Generale Govon, il quale non voleva poi scoperti gli altarini. Egli quindi a di 19 febbraio pubblicò un ordine del giorno alle milizie francesi d’occupazione in Roma, nel quale biasimava il Comitato Romano per aver chiamato imponente dimostrazione, — la puerile scappala del 14 febbraio contro il Re e la Regina Maria,e che di quella dimostrazione non avrebbe fatto la menoma menzione, — senza lo scritto nel quale lodavansi i Francesi della loro altitudine in quella sera, scritto che si è fallo persino pervenire in sue mani. Ciò è da parte del pretuso Comitato Nazionale, diceva ai soldati il generale Govon, — una imprudenza che non posso tollerare e devo segnalare alla vostra indignazione. — E terminava l’ordine del giorno col ricordare ai suoi soldati il dovere di ritirarsi dalle folle che avessero carattere ostile. Questo ordine del giorno fu per cura del medesimo generale Govon tradotto in italiano, e su foglietti di piccolissimo sesto sparso a profusione per tutta Roma.
In pari tempo afflggevasi per i canti della città e correva per le mani di tutti una pungentissima risposta in istampa al cosiddetto Comitato Nazionale circa il suo triste procedere a riguardo degli sventurati ospiti. In quella stampa dopo aver ricordato agli adepti del Comitato quanto mal si addicesse il fumo dei sigari e la luce dei bengala a un Re e a una Regina che il giorno innanzi grandeggiavano ancora sugli spalti di una fortezza, illuminati dal baleno delle bombe ed anneriti dal fumo dei cannoni, notavasi come nel regale infortunio vi fosse tanto per parte dei nemici da meritar pietà, non disprezzo e sdegno. Vi è (parlando della Regina Maria) una giovane sposa, la quale non provò del Regno che i dolori e la perdita, che si tenne indivisibile compagna al suo Consorte nei disagi e nei pericoli, che in ceste di Amazzone militò con lui in mezzo ai fuochi della mitraglia e dei moschetti...
Ma l’onore di Roma ed il risentimento di quanti hanno cuore e buonsenso non ebber d’uopo di questi incitamenti per prendereil sopravvento. Vedemmo liberali stessi indignati e addolorati che si bruttasse la loro causa con si brutti argomenti in ispccie riguardo a una donna. Epperò allorché nelle ore pomeridiane del dì 15, Papa Pio IX si recò a visitare gli augusti ospiti al Palazzo del Quirinale trovò l’adiacente piazza ricolma di popolo devoto ed acclamante. L’incontro del Papa con le esuli Maestà fu oltremodo commovente. Quando Pio IX, nel 1850, separavasi all'Epitaffìo dal Re Ferdinando dopo l’ospitalità di Gaeta, abbracciandolo dicevagli: —Come potrò ripagare la Maestà Vostra di tutto ciò che ha fatto per me nella sventura — Ed ecco che dicci anni dopo, il volgere della sorte metteva lo stesso Pio IX in grado di rendere al figlio di Ferdinando l’identicocontracambiodi ciò che aveva ricevuto. La Regina Maria prosternata ai piedi del Pontefice, forse per la prima volta dalla sua partenza di Baviera, sentiva scendere nella derelitta anima quel balsamo consolatore che solo sa e può impartire il rappresentante di Cristo. Quando Pio IX parti dal Quirinale, la folla irruppe nel gran cortile ove entusiasticamente costrinse la real coppia a mostrarsi al balcone sottostante all’orologio. La Regina Maria che si ebbe la maggior copia di plauso, reiteratamente ringraziò gli accorsi, di cosi sincere dimostrazioni.
Essa nel dipartirsi dal Regno non aveva tratto seco di che convenientemente rivestirsi. Le povere vesti che aveva indossate nella casamatta, sugli spalti e negli ospedali di Gaeta erano divenute sdrucite e lacere. Fu d’uopo attendere alquanti giorni per ricostituire alla meglio il suo corredo. Perciò solo il di 19 febbraio potè portarsi la prima volta al Vaticano, e col Re rinnovare al Papa i sentimenti della gratitudine sua.
In quel giorno, recandosi Essa dal S. Padre, trovò nel lungo percorso della strada papale, dal Quirinale al Vaticano, affollata l’intera cittadinanza di ogni classe. Al ritorno, che fu verso le due pom., il centro di Roma specialmente offriva singolare spettacolo: a Pasquino, a Sant’Andrea della Valle, al Gesù, a Piazza di Venezia la folla era tanta che le carrozze reali dovettero procedere a lentissimo passo. Le acclamazioni e gli attestati di riverenza furono tali, da compensare larghissimamente ciò che pochi avevano osato la sera dell’arrivo in Roma. Siffatto contegno della città nostra sconcertò i disegni della rivoluzione ed anche dello stesso Generale Govon, il quale antecedentemente aveva esposto ai reali esuli i perìcoli di mostrarsi nelle vie di Roma. Si iniziava fin d’allora quella serie di tentativi diretti e indiretti, atti a distornare la Regina e il Re dal fissare qua il loro soggiorno; tentativi che in appoggio alle mire del governo sardo giornalmente ripcteronsi per lunga pezza, specialmente dal Lavallette, ambasciatore di Napoleone III.
In coincidenza dell’accoglienza di quel giorno in Roma, non sarà discaro ricordare come la Regina Maria, dopo alquanti mesi portatasi a Monaco di Baviera, vi ebbe colà dai suoi compatriotti un ricevimento trionfale. Il Re di Baviera, che immediatamente dopo l’invasione del Regno di Napoli aveva mandato i passaporti alDoria,ministro di Vittorio Emanuele, volle personalmente fare alla sua congiunta gli onori della città, ricevendo la Regina Maria alla stazione di Monaco, ed accompagnandola nel percorso che per le affollatissime vie fece per recarsi alla reale dimora. Nella città di Monaco la Regina Maria come dal resto di Europa, ebbe attestati splendidissimi di ammirazione, risultanti da sottoscrizioni, donativi, e financo distintivi cavallereschi che provenivano da Regnanti di varii Stati.
A un periodo doloroso però ci conviene tornare, innanzi di chiudere la nostra narrazione: lo esige la natura dei ricordi istorici che in quest’occasione raggranellammo. Ed anche lo esige il confronto dei tempi; poiché, vorremmo augurarcelo, ma non garantiremo che fra coloro i quali ieri si sbracciarono in Osanna! alla principessa bavarese Isabella, non vi fosse neppur uno di quelli dai quali la reale sua congiunta in Roma si ebbe sì perfidi Crucifige!
Onde non ci si accusi di parlare a caso, apriamo la Relazione Fiscale del processo di cospirazione svolto in Roma dal Tribunale Supremo della Consulta nel 1863. Altri potrà rinfacciarci equivoci di persone o conseguenze di misteriose vendette da cui si pretese colpito taluno dei dieci principali accusati in quel processo. Ma checché possa rievocarsi in proposito di persone, indiscutibilmente i fatti risultanti dalle ricerche di quel Tribunale sussistono, né vennero mai smentiti o attenuati.
Nella accennata Relazione Fiscale dunque ci è da rimanere edificati in apprendere ciò che si commise in Roma a servigio della rivoluzione unitaria; giacché vi si contiene roba di ogni sorta, a cominciare dal principale titolo di cospirazione fino a quello di delitti comuni, come omicidi, avvelenamenti, ferimenti, e furti realizzati per ¡spirito di parte. In essa specialmente tiene non ultimo posto quanto dal dinanzi nominato Comitato nazionale, dalla cui mano partivano le redini delle tenebrose operazioni, si architettò a danno del Re Francesco II e della Regina Maria, — la cui venula e la cui dimora in Roma, dice la Relazione, era uno degli avvenimenti che, più di ogni altro, richiamava l'attenzione e l'opera del Comitato nazionale romano. — Noi non ci fermeremo sulle numerosissime imprese tentate od eseguite dal Comitato nazionale in danno della Real Famiglia di Napoli, sia in uccisioni o ferite perpetrate su chi ritenevasi a quella fedele, sia in furti ed in rapine, dove di carte private appartenenti al Re ed alla Regina, dove di oggetti e documenti spettanti agli addetti a quella Corte. Giovi soltanto ricordare con quel libro alla mano, come non una, ma più volte la Regina Maria in Roma corresse rischio di restare, o vittima essa stessa di attentato, ovvero vedovata del Consorte. Risulta difatti che nella sera di Pasqua del 1861, al momento della girandola, dovevasi da rivoluzionarii armati invadere il palco dal quale il Re e la Regina, assistevano ai fuochi artificiali, e ivi massacrarli ambedue. Tutto era pronto per l’esecuzione; quando, provvidenzialmente conosciutosi il disegno, dalle autorità si presero energiche ed accorte misure per tutelare il palco reale.
Altro attentato contro la vita dal Re si tramò dalla setta nel decembre 1861, allorché esso recavasi a visitare le sue possidenze di Caprarola. Si voleva sorprenderlo lungo la via ed ucciderlo con armi da fuoco; un’anomina rivelazione frastornò il disegno.
Da ultimo nel gennaio 1862, si appostò il Re alla uscita dello stesso Palazzo del Quirinale, e precisamente al portone detto della panetteria. Ma il Re che era stato a tempo messo in guardia, allo scorgere quel gruppo sospetto, improvvisamente con l’aiutante suo di campo, cambiata direzione di cammino, sventò la triste macchinazione.
Saltiamo poi a pié pari su ciò che di più ributtante seppe immaginare la setta a coronazione dell’iniquo edificio architettato contro una sventurata ed eroica donna. Non vi è forse Romano che non ricordi rabbrivendo ciò a cui intendiamo alludere, a meno che la sequela di anni trascorsi non faccia oggi suppore di avere sognato!....
Solo a coloro cui saltasse in testa di attenuare certe responsabilità tremende ed impugnare certe connivenze dedichiamo, senza aggiungervi chiosa alcuna, il seguente brano della citata Relazione Fiscale, nella quale si tratta della fondazione ed origine del detto Comitato nazionale romano.
Si è giunto quindi a conoscere, vi è detto, come anche in Roma si impiantasse il partito unitario dal marchese Giovanni Antonio Migliorati, mentre era vestito della qualifica di Incaricalo interino. degli affari della Corte sarda presso la Santa Sede, e fu questo che per riuscirvi manifestò apertamente il piano rivoluzionario...
Perché venisse sparso l'apostolato con effetto ISTITUI’UN COMITATO CHE CHIAMO'’ NAZIONALE ROMANO, e creò a membri di esso persone di ceto elevato che si conoscono tutte, i di cui nomi non si enunciano perché, come si è detto, la presente relazione fiscale è ristretta soltanto ad accennare Ustoria dei fatti ed a proporre la causa alla decisione attualmente per i soli degenti in carcere.
Partito da Roma il Migliorati, altri due estranei allora al Comitato, e che si dicono autorevolmente confermati dal Governo di Torino in tale qualifica, lo surrogarono l'un dopo l'altro nella rappresentanza presso il partito unitario… (pag. 6 e 7).
Ed a conferma di quanto sopra, troviamo (pag. 27 e 28) che la polizia pontificia, sequestrò fra le varie carte di uno degli accusati una lettera di replica con etichetta a stampa: Luogotenenza Generale del Re nelle provincie napolitane, sormontato dallo stemma sabaudo, scritta e firmata di tutto pugno da Emilio Veglio, Valter ego cioè di Cialdini, allora Luogotenente generale a Napoli. In quella lettera in premio di un certo attentato da commettersi a danno della Real Famiglia, promettevasi a nome di Cialdini, piena tranquillità di rimpatrio agli esecutori, con promossa di regalarli anzi di mille ducati per ciascuno!
Quando, cambiato vento, si riannodarono le relazioni estere col Piemonte divenuto Italia, indovinate, o lettori, dove il Migliorati fu spedito a rappresentarla?.... Precisamente a Monaco di Baviera!.... (Incredibilia sed vera!)
E non più tardi di due mesi fà, al momento in cui stabilivansi gli sponsali tra il Duca di Genova e la Principessa bavarese Isabella, nella Gazzella Ufficiale del Regno, tra i nomi dei nuovi decorati della Corona d'Italia leggevasi un nome per niente estraneo a quel processo di 20 anni fà!!!
Ma quei turpi attentati dei rivoluzionarli contro la Regina Maria, non potevano non suscitare uno stimolo di risentimento in colei che fu si acerbamente offesa. E l’Eroina di Gaeta regalmente si vendicò.
Quando in Roma, dopo la battaglia di Mentana, nel 1867, si popolarono gli ospedali di feriti, la Regina Maria, riannodando dopo un settennio la tradizione del Volturno e di Gaeta, fu vista, accompagnata dalle dame e dai cavalieri della sua Corte, recarsi in quegli ospedali, e ivi rendersi a tutti, ma particolarmente ai numerosissimi ricoverati garibaldini, personalmente dispensiera di soccorsi.
Dopo tre anni poi, raddoppiatosi con l’invasione di Roma per lei l’esilio, quanto in Italia aveva praticato ripeté in Germania a pro dei feriti e prigionieri francesi, per loro procurando che da tutte parti si raggranellassero copiosi sussidii d’ogni specie, e ravvisando in quegli sfortunati, non già i soldati dell’Impero di triste per lei memoria, ma solo i figli della nobile Francia!
—Nella reggia dei Borboni a Napoli verso il 1870 nasceva dal Principe Umberto e dalla Principessa Margherita di Savoja un fanciullo cui fu posto nome Vittorio Emanuele, ed impartito il titolo di Principe di Napoli. Questo fanciullo figura ora nel torneo, indetto a festeggiare l’entrata in Roma, della nuova sposa sabauda. Quasi contemporaneamente, in Roma, al Palazzo Farnese, dal Re Francesco e dalla Regina Maria di Baviera, veniva a luce una bambina la quale in ricordo della sua santa Ava, la Venerabile Cristina di Savoia, madre di Re Francesco, fu chiamata Cristina, ed in riguardo di Pio IX che la tenne a battesimo, Pia. Dei due nati la tenera Cristina fu chiamata al Cielo dopo tre mesi di esistenza, aggiungendosi con la sua dipartita nuovo ed irreparabile duolo ai già troppo disgraziati genitori, cui prole più non venne a lenire le amarezze dell’esilio… Ma innanzi di dar corso ai pensieri suggeritici da questo transito, coi quali poniamo fine al modesto nostro lavoro, ci conviene divergere per brevi istanti il cammino, volgendolo a quei non pochi ricordi religiosamente storici della real Casa di Baviera, che sussistono in Roma.
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Vi è ad esempio la bellissima chiesa a Termini, appositamente detta della Vittoria in commemorazione della battaglia di Praga, vinta agli 8 novembre 1620 sui ribelli eretici di Boemia ed Ungheria dal Duca Massimiliano di Baviera. Nella recentissima ultimazione di questa chiesa fatta a cura di un devoto Principe Romano, (D. Alessandro Torlonia) si dipinse nell’abside da esimio artista l’entrata vittoriosa in Praga del Duca di Baviera, al cui fiancosi vide cavalcare il carmelitano Fra Domenico, portante una effìgie della Vergine Maria. Con quella effigie alla mano, la quale poi venne portata in Roma e custodita sull’altar maggiore di detta Chiesa, il Duca Massimiliano aveva incuorato i suoi soldati alla battaglia, e li aveva condotti alla vittoria.
A San Lorenzo in Panisperna, ove il santo Levita subì il martirio, si ammira sull’altare maggiore il magnifico affresco di Pasquale Cati raffigurante il martirio di san Lorenzo. Questa pittura, dovuta alla generosità ed alla pietà del religiosissimo Duca Guglielmo di Baviera, porta attorno attorno fra meandri ed arabeschi improntato il Leone e le Losanghe Bavaresi.
In Vaticano, a chi entra appena nella grande scala Pontificia, si offrono alla vista le due grandi ed artistiche invetriate, lavoro esimio di bavarese officina, ed inviate a Pio IX dal Re Massimiliano II di Baviera nello stesso anno, nel quale venne sposa a Napoli la Regina Maria. Sotto a ciascuna di queste invetriate raffiguranti le colossali figure degli Apostoli Pietro e Paolo, fiancheggiata da stemmi di Pio IX e della Casa di Baviera, leggesi la seguente iscrizione:
PIO IX PONTIFICI MAXIMO
FELICITER REGNANTI
MAXIMILIANOSII
BAVARIAE REX MDCCCLIX
Non dubitiamo punto che la principessa bavarese Isabella, la quale ci dicono piissima, ponendo in non cale quelle memorie moderne di dubbia fama, che i cortigiani non mancheranno di porle sott’occhio, si affretterà invece a far conoscenza (fin dove le sarà permesso) di quei ricordi che collegano Roma eterna alla cattolica famiglia dei Wittelsbach, ed alla altrettanto cattolica nazione bavarese.
In questo pio itinerario dirigga or dunque essa il passo, (se le verrà dato avere conoscenza di questo umile suggerimento nostro) eziandio alla Chiesa nazionale dello Spirito Santo dei Napolitani, posta verso il centro di Via. Giulia, colà, dietro l’altar maggiore di quella illustre Chiesa, in luogo raccolto, ma devotissimo, rinverrà una piccola urna marmorea su cui leggerà:
HEIC DORMIT
MARIA CRISTINA PIA BOVRBONIA
INFANS MENSIVM III DIERVM IV
QUAE EDITA IN EXILIO
COELVM ADIT
V KAL. APRILES MDCCCLXX
FRANCISCVS II VTRIVSQVE SICILIAE REX
ET MARIA SOPHIA BAVARICA
PARENTES
VNICO DELICIO POSVERVNT
Ivi dunque sta provvisoriamente depositata la reale bambina Cristina, sotto a quel marmo sormontato da una croce inghirlandata di edelweiss, in memoria della corona di quegli alpestri fiori che la real famiglia di Baviera spedi da Monaco, acciò fosse posta sulla bianca bara dell'innocente defunta. Quel tumulo che racchiude i resti di una sua congiunta, della discendente cioè di tre illustri case, di Savoia, di Napoli e di Baviera, eloquentissimo nel suo freddo silenzio, parlerà al cuore riflessivo della Principessa Isabella, come far non saprebbe il più persuasivo oratore, e lo storico più accurato.
Ci accuseranno, conclude la Voce della Verità, l’importantissimo supplemento, ci accuseranno forse di stranezza, perché osiamo invitare alla contemplazione di una tomba, una giovane sposa proprio nel colmo del festivo splendore nuziale!
Oche furono dissennati i nostri progenitori Romani, quando decretarono, che alle grandezze del trionfo si mescolasse un segno di tristezza, acciò l’incoronato vincitore non un solo istante avesse ad obliare la vanità e l’instabilità delle umane cose?!
A 22 maggio 1859, nel vigesimo terzo anno di età, cominciò a regnare Francesco II, in quello che ferveva in Italia una delle più terribili crisi sociali che abbia mai registrato la storia. Affettuosi indirizzi e dimostrazioni e congratulamenti si facevano dalle popolazioni al giovine Re. Dotato questi di una grande dolcezza di carattere, d’indole benevola, di somma ischiettezza e lealtà, amato dalle popolazioni, in mezzo alle quali è cresciuto, unico rampollo del primo matrimonio di Ferdinando II con Maria Cristina di Savoja, le cui soprannaturali virtù le meriteranno, speriamo, l’onore degli altari, il novello Sovrano è chiamato al trono in una età non punto conscia delle tortuose sinuosità e doppiezze della moderna diplomazia; ei riposa con fiducia sull’antica esperienza dei suoi consiglieri e sulla lealtà dei generali. E con tale sicurtà è per trovarsi tra poco a fronte di una complicazione di perfidi intrighi e di inauditi tradimenti, capace di soverchiare anche il più avveduto e sperimentato uomo politico. —
Francesco II, il Figlio della Santa, come soleva chiamarlo il buon popolo napolitano, nei gravi momenti nei quali saliva al trono, rivolgeva ai suoi popoli il seguente proclama, riferito dal Giornale Officiale dei 23 maggio 1859, N° 113:
«Per l’infausto avvenimento della morte dell’augusto e dilettissimo Nostro Genitore, Ferdinando II, ci chiama il Sommo Iddio ad occupare il trono de' nostri augusti antenati. Adorando profondamente gl’imperscrutabili Suoi giudizi, confidiamo con fermezza, ed imploriamo, che, per Sua misericordia, voglia degnarsi di accordarci aiuto speciale ed assistenza costante, onde compiere i nuovi doveri, che ora c’impone: tanto più gravi e difficili, in quanto che succediamo ad un grande e pio Monarca, le cui eroiche virtù e i pregi sublimi non saranno mai celebrati abbastanza. Avvalorati pur nondimeno dal braccio dell’Onnipotente, potremo tener fermi e promuovere il rispetto dovuto alla nostra sa crosanta Religione, la osservanza delle leggi, la retta ed imparziale amministrazione della giustizia, la floridezza dello Stato; perché cosi, giusta le ordinazioni della Sua Provvidenza, resti assicurato il bene degli amatissimi nostri sudditi.
«E volendo che la spedizione dei pubblici affari non sia menomamente ritardata, abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:
«Art. 1° Tutte le Autorità del nostro regno delle bue Sicilie rimangono nell’esercizio delle loro funzioni.
«Art. 2° Il Nostro Ministro Segretario di Stato, presidente del consiglio dei Ministri, tutti i Nostri Ministri segretari di Stato, lo incaricato del portafoglio del Ministero degli Affari Esteri, tutti i Nostri direttori dei ministeri di Stato con referenda e firma, ed il Nostro luogotenente generale de' Nostri Reali Dominii al di là del Faro, sono incaricati della esecuzione del presente Decreto.»
«Caserta 22 Maggio 1859»
«FRANCESCO»
Il Ministro Segretario di Stato
Presidente del Consiglio dei Ministri
«FERDINANDO TROIA»
All'armata di terra e di mare indirizzava nell’istesso tempo il seguente proclama:
«Interprete fedele della volontà espressa dall’augusto Nostro amatissimo Genitore dal suo letto di dure sofferenze, adempiamo al sacro dovere di trasmettere i suoi ultimi addio e i suoi ringraziamenti all’armata di terra e di mare, manifestando la piena soddisfazione sotto ogni rapporto, onde era colmo il suo reale animo; a questa fedele armata che seppe in ogni tempo, in ogni occasione, per tutte le vie corrispondere degnissimamente colla sua disciplina e col suo valore alla predilezione del gran Re che ne fu il fondatore e il compagno; a quell’armata, cui noi stessi andiamo superbi di appartenere, e di averne fatto parte sin dai nostri primissimi anni, il che ci ha dato l’agio di conoscerla e valutarla da presso. — Cercheremo pertanto, con l’aiuto del Dio degli eserciti, con tutte le nostre forze, di continuare in tutto ciò che possa intendere al maggiore incremento, vantaggio e lustro della nostra armata di terra e di mare, sicuri che essa continuerà sempre a serbare fedeltà inconcussa al real trono, e ritenere cosi il nome che si è acquistato, e che voglia insieme con noi innalzare all’Onnipotente Iddio preghiere per la grande anima di quel santo Monarca che sino negli ultimi istanti di sua vita se ne sovveniva, e pregava Iddio pel paese e per l’armata tutta. (115)
«FRANCESCO»
L’istesso Giornale Ufficiale sotto la data dei 24 maggio recava:
«Ieri mattina tutte le truppe della guarnigione di Napoli hanno compiuto nel largo del Castello, il sacro dovere di prestare il giuramento di fedeltà al Re N. S. Francesco II, facendo risuonare l’aria del grido unanime ed entusiastico di Viva il Re! saluto cui fece eco la popolazione che quivi era in calca adunata.»
Il novello Re quindi provvede immantinenti alla nomina di parecchi ministri e consiglieri di Stato. Discarica il ministro delle finanze Salvatore Murena dal portafoglio dei lavori pubblici, e il direttore dello interno, Ludovico Bianchini, dal portafoglio della polizia generale; promuove a ministro segretario di Stato del Culto e della pubblica Istruzione il direttore Francesco Scorza; eleva a consiglieri di stato il Duca di Taormina, Carlo Filangeri; il Principe di Cassero, Antonio Statella, e il Duca di Serracapriola, Nicola Maresca; nomina provvisoriamente direttori delle segreterie di Stato, l’intendente Salvatore Mandarini pei lavori pubblici, l’avvocato generale Cesare Galletti per grazia e giustizia; il sostituto procurator generale nella Gran Corte criminale di Napoli, Francesco Casella, per la polizia generale. (116)
Recatosi intanto in mano le redini dello Stato, Francesco II dava opera con opportuni decreti a conservarne il regolare andamento. Il Giornale Ufficiale del Regno delle Due Sicilie sotto il 9 giugno 1859 pubblicava il seguente, dato l’istesso giorno:
«Nominiamo nostro consigliere di Stato il ministro segretario di Stato Cav. D. Ferdinando Troia, che, lasciando il portafoglio della Real segreteria di Stato e ministero della presidenza del consiglio de' ministri, riterrà il soldo e gli averi della carica medesima.
«Il nostro consigliere di Stato Don Carlo Filangeri, duca di Taormina, Principe di Satriano, è nominato Ministro segretario di Stato, presidente del Consiglio de' Ministri, Ministro segretario di Stato della guerra. Egli percepirà gli averi annessi alla carica di Ministro segretario di Stato, presidente del consiglio de' ministri.
«Viste le deteriorate condizioni di salute del Cav. D. Giovanni Cassisi, nostro Ministro segretario di Stato per gli affari di Sicilia in Napoli, e prendendo in considerazione i lunghi suoi servigi, gli accordiamo il ritiro con gli onori, grado e soldo della carica da lui finora esercitata.
«Il Cav. D. Salvatore Murena, nostro Ministro di Stato delle finanze, è nominato presidente della suprema corte di giustizia in luogo del Cav. Jannaccone, messo a ritiro con gli onori della carica e pensione di giustizia a termine di legge. Il Cav. Murena conserverà gli onori, grado e soldo della carica che lascia.
«Il Cav. D. Ludovico Bianchini, lasciando la direziono della Real segreteria di Stato e Ministero dell’interno, è nominato consultore presso la Consulta de' nostri reali dominii di qua del Faro, conservando il grado e soldo di direttore.
«Nominiamo Intendente generale dell’esercito, col soldo personale di ducati 3,600 annui il Brigadiere D. Carlo Piccenna, e gli accordiamo in attestato della nostra sovrana soddisfazione pe’ suoi servigi la onorificenza di Maresciallo di campo.
«L’Intendente della provincia di Bari, Cav. D. Salvatore Mandarini, lasciando l’incarico provvisoriamente affidatogli con nostro Real decreto del 3 dell’andante mese, è promosso dalla terza alla seconda classe, e destinato in Salerno.
«11 Cav. D. Paolo Cumbo, presidente della Consulta de' nostri reali dominii al di là del Faro, è nominato nostro Ministro segretario di Stato per gli affari di Sicilia in Napoli.
«Sono nominati direttori, con referenda e firma, delle nostre reali segreterie di Stato e ministeri qui appresso rispettivamente indicati: il consultore D. Raimondo de Liguoro per le finanze; l’intendente D. Luigi Ajossa pe’ lavori pubblici; il consigliere graduato della suprema corte di Giustizia D. Achille Roscia per l’interno.
«Ciascuno di essi percepirà l’annuo soldo di ducati 3,600».
Contemporaneamente, seguendo gl’impulsi di sua innata clemenza, accorda ampio indulto a' condannati, molti altri dei quali pochi mesi prima (117), in occasione delle reali nozze, avevano già sperimentati gli effetti della sovrana bontà; e quindi con apposito decreto dichiara condonata la pena residuale ai ferri, alla reclusione, alla relegazione ed alla prigionia per reati politici. (118)
Altre grazie per diminuzione di pena e abolizione di azioni penali si accordano per reati comuni (119); beneficenze e largizioni d’ogni sorta si diffondono a pro delle popolazioni esultanti, il pieno benessere delle quali ha unicamente di mira il giovane Re. Non contrario mai alle massime della vera e saggia libertà, egli si accinge animoso a quelle utili riforme, le quali il suo au. gusto padre non potè compire, o alle quali non potè mettere mano, causa la malvagità dei tempi; ma la scelta dei mezzi per raggiungere i suoi nobili fini doveva essere frutto di mature riflessioni e di studii sulla cognizione di reali e non supposti bisogni, che si fanno sbocciar fuori come funghi indigesti alla nostra epoca dai cosi detti redentori di popoli per loro solo uso e consumo. — Aggiungiamo qui nel loro testo i seguenti
REAL DECRETO 16 GIUGNO 1859 (120).
«Francesco II, per la grazia di Dio, Re del Regno delle Due Sicilie, ecc.
«Volendo contrassegnare con atti di clemenza il nostro avvenimento al Trono che la divina Provvidenza ha affidato alle nostre cure ci siamo determinati di fare sperimentare gli effetti della nostra sovrana indulgenza ai rimanenti condannati ai ferri, alla reclusione, alla relegazione ed alla prigionia per reati di Stato commessi negli anni 1848 e 1849, che non vennero contemplati ne’ Decreti di grazia dei 27 decembre 1859 e 18 marzo ultimo.
«Quindi, seguendo gl’impulsi del Nostro reale animo abbiamo risolutodecretaree decretiamo:
«Art. 1. É condonata la pena residuale a' condannati ai ferri, alla reclusione, alla relegazione ed alla prigionia per reati politici commessi negli anni 1848 e 1849, non contemplati ne’ mentovati decreti dei 27 dicembre 1858 e 18 marzo 1859, secondo i notainenti nel Ministero di Grazia e Giustizia.
«FRANCESCO»
REAL DECRETO 16 GIUGNO 1859.
«Volendo contrasegnare con atti di clemenza il nostro avvenimento al trono del Regno delle Due Sicilie, e prendere in benigna considerazione quei tra i nostri sudditi che per le politiche turbolenze degli anni 18481849 si trovano compresi nelle Liste degli attendibili, abbiamo risoluto decretare:
«Da ora innanzi ogni impedimento è tolto perché i cennati attendibili conseguir possano carte itinerarie e fedi per ascendere a gradi dottorali. Come del pari è permesso che i medesimi possano essere scelti a pubblici uffizi ecc.
ATTO SOVRANO D’INDULTO 16 GIUGNO 1859.
«Veduto il nostro decreto di questa stessa data, volendo che anche i condannati per reati comuni fruissero di un tratto della Nostra Sovrana Clemenza, abbiamo risoluto di sanzionare e sanzioniamo il seguente Atto Sovrano:
Art. 1. Le condanne alla pena di ferri (bagni e presidii), le condanne alla pena di reclusione, quella della relegazione e pene correzionali di prigionia ed esilio correzionale, sono diminuite di anni tre.
Art. 2. L’ammenda correzionale è condonata.
Art. 3. Le condanne alla pena di detenzione, mandato in casa ed ammenda, stabilito per le semplici contravvenzioni, sono condonate.
Art. 4. Al godimento di questa Sovrana indulgenza sono ammessi tutti coloro che trovansi condannati alle pene contemplate ne’ precedenti articoli con sentenze o decisioni pronunziate sino a tutto il presente giorno. Se la sentenza o decisione non sia per anco addivenuta irrevocabile, i condannati saranno nondimeno compresi nelle diminuzioni o condonazioni di pene concedute con questo Atto Sovrano, quante volte fra il termine di un mese da oggi non dichiarino formalmente dinnanzi al Magistrato competente, e ne’ modi di legge, di preferire nel loro interesse la discussione del predetto gravame d’appello o ricorso per annullamento.
Art. 5. É abolita l’azione penale per le semplici contravvenzioni (art. 36,11. pp.) pe’ delitti punibili per loro natura propria ed originaria col l°o 2® grado prigionia, confine, esilio correzionale o ammenda, purché i fatti siano avvenuti sino a tutto questo giorno.
Art. 6. Sono esclusi dalla presente Sovrana Indulgenza gl’imputati o condannati per furto, per falsità, secondo i diversi casi previsti dal tit. V. libro 2. 11. pp., per frode semplice o qualificata, per bancarotta semplice o fallimento fraudolento, non che i recidivi, etc.
ATTO SOVRANO 16 GIUGNO 1859
«Volendo in occasione della Nostra ascensione al Trono far degni di Nostra sovrana indulgenza i Nostri sudditi che si trovano allo straniero per la condotta da essi serbata ne’ politici sconvolgimenti degli anni 18481849 abbiamo risoluto di decretare, ecc.
Art. 1. E’ permesso poter ripatriare ai nostri sudditi emigrati allo straniero qui appresso indicati, cioè:
| 23. Francesco Campo | 82. Marcantonio Lomonaco |
| 24. Achille Campo | 83. Raffaele Lanza |
| 25, Lorenzo Carà | 84. Sebastiano Leila |
| 26. Francesco Paolo Cianciolo | 85. Tommaso Landi |
| 27. Giov. Batta. Cianciolo | 86. Carmelo Lentini |
| 28. Pasquale Colaiazzi | 87. Gabriele Langillotto Castelli |
| 29. Alessandro Ciaccio | principe Torremazza |
| 30. Salvatore Calvino | 88. Antonio Lanzetta |
| 31. Stanislao Canizzaro | 89. Salvatore Larosa |
| 32. Saverio Cappello | 90. Pietro Landi |
| 33. Giuseppe barone Corvaia | 91. Francesco Lacquidara |
| 34. Camillo Colona | 92. Pasquale Mastricchi |
| 35. Antonio Chizchiner | 93. Lorenzo Mastricchi |
| 36. Antonio Campanella | 94. Paolo Morelli |
| 37. Lorenzo Cottu, marchese Roccaforte | 95. Luigi Meli |
| 38. Antonio Oddo Ceraulo | 96. Giorgio Miloro |
| 39. Vincenzo Cianciolo | 97. Giuseppe Arnò |
| 40. Giuseppe Cottone | 98. Ferdinando Monroy |
| 41. Vincenzo Cordaro | principe di S. Giuseppe. |
| 42. Luigi Condurelli | 99. Tommaso conte Manzoni |
| 43. Vito Casaramona | 100. Giuseppe Natoli |
| 44. Emmanuele Cracampi | 101. Federico Napoli |
| 45. Vincenzo Colletti | 102. Rocco Piccolo |
| 46. Filippo Corpora | 103. Giuseppe Paternò Spedalotto |
| 47. Pasquale Cardile | 104. Domenico Piraino |
| 48. Camarda (parroco greco) | 105. Giambattista Platania |
| 49. Barone Vito d’Ondes | 106. Giuseppe Passalacqua |
| 50. Giovanni del Castillo | 107. Michele Rutigliano |
| 51. Domenico Denaro | 108. Antonio Riccobono |
| 52. Gaetano di Pasquale | 109. Carlo Stabile |
| 53. Girolamo di Stefano | 110. Giacinto Scelzi |
| 54. Giuseppe di Stefano | 111. Francesco Sammartino princ. di Pardo |
| 55. Francesco sacerdote De Caro | 112. Giacomo Saccaro |
| 56. Vincenzo de Malta | 113. Gaspare Spadaro |
| 57. Rosario d’Angelo | 114. Gaetano Sorito |
| 58. Niccola de Palma | 115. Gaetano Scalia |
| 59. Vincenzo d'Errante | 115. Alfonso Scalia |
| 60. Carlo Falconieri | 117. Pasquale Sozzi |
| 61. Sac. Giuseppe Fiorenza | 118. Michele Siciliano |
| 62. Francesco Ferrara | 119. Gaetano Scuderi |
| 63. Giambattista Fontana | 120. Francesco Scolaro |
| 64. Rocco Frazzetto | 121. Giuseppe Stussi |
| 65. Pietro Fernandez | 122. Emanuele Tuccari |
| 66. Giuseppe Fontanino | 123. Giuseppe Teripotti |
| 67. Antonio Forno | 124. Cav. Francesco Trigona |
| 68. Salvatore Fu mari | 125. Francesco Terrasona |
| 69. Mariano Fiorentini | 126. Paolo Terranova |
| 70. Giovanni Gentile | 127. Carlo Ventimiglia |
| 71. Pietro Guccione | principe di Grammonte |
| 72. Giuseppe Giunta | 128. Abramo Fragalà Vasta |
| 73. Salvatore Giunta | 129. Stefano Vacca |
| 74. Domenico Galliani | 130. Benedetto Zuccarello |
| 75. Salvatore Giaconia | 131. Vincenzo Zuccaro |
| 76. Francesco Germano | 132. Francesco Veneti |
| 77. Michele Giuffrida | 133. Gerardo Bonomo |
| 78. Giuseppe Guasta | 134. Giacomo Candioto |
| 79. Cav. Giuseppe Gravina | 135. Achille Varvesi |
| 80. Giovanni Giaimo | 136. Giuseppe Gaetano Cianciolo |
| 81. Giuseppe Giaimo | 137. Antonino Mastricchi |
Art. 2. Ci riserbiamo intanto di provvedere per gli altri nostri sudditi emigrati allo straniero non compresi in questo nostro Atto Sovrano, che faranno pervenire a Noi le loro suppliche, e che prometteranno di vivere all’ombra delle nostre leggi come ad ogni onesto suddito si conviene, etc.(121)(Altro decreto di Grazia per 52 individui si trova registrato nella Collez. delle Leggi, pag. 270271).
Intanto dall'estero latenti maneggi rivoluzionarii si sforzano ad accumulare imbarazzi contro cosi benevole intenzioni, al compimento delle quali Francesco II si dedica con ardore, (122))di cui aveva già dati i primi saggi come Principe ereditario sedendo nei consigli di Stato.(123).
Le potenze di Europa dal canto loro inviano ambasciatori a felicitare il novello Re di Napoli. Il Piemonte anch'esso spediva come inviato straordinario il conte di Salmour, al quale Cavour consegnava le seguenti istruzioni confidenziali, sotto la data del 29 maggio, per tentare di conchiudere un alleanza del cui valore non occorre dire per ora.
«… E’ un antico pregiudizio fomentato dall’Austria, diceva il Cavour, la pretesa ambizione di Casa Savoia, e trova tuttora erezioni ’n ca dito in Napoli presso alcuni uomini di Stato... Casa Savoia ha assunto da più secoli la nobile missione di difendere la libertà d’Italia contro il predominio e le usurpazioni straniere. — Dal 1814 l’antagonismo tra Piemonte ed Austria è divenuto più visibile, perché i trattati di Parigi e di Vienna turbavano l’equilibrio italiano, dando all’Austria in Italia una preponderanza inconciliabile con la indipendenza degli altri Stati. Da quel dì la lotta, or segreta, or manifesta, non si è interrotta; e se la soluzione di essa produrrà un ingrandimento degli Stati Sardi, ciò sarà conseguenza della necessità delle cose, del consenso dei popoli, e non di disegni preconcetti. (?!!) Ma la formazione di uno Stato potente nelle valli del Po non deve affatto eccitare la gelosia del reame delle Due Sicilie, col quale noi abbiamo sempre (?!) bramato concordia ed unione. E per queste giuste ed amichevoli considerazioni il Gabinetto di Torino nell’ultimo congresso di Parigi non volle unire la sua voce alle voci accusatrici che si elevavano contro il Regime di Re Ferdinando ll, ed è per la stessa ragione che non ha guari nel Memorandum del primo marzo si è taciuto su la condizione interna del Reame, onde evitare novelle cause di dissidenza e di collisione, e non mettere altri ostacoli a una unione poco oggi sperata, è vero, ma sempre desiderata nel comune interesse delle due dinastie… (Il governo sardo diffidava sempre di Napoleone III e del suo governo, quindi accarezzava Napoli per servirsene ai suoi fini, e sacrificarlo poi). L’intervento della Francia negli affari del Piemonte non dee far insospettire, avendo dichiarato l’Imperatore Napoleone III in faccia alla Europa che, niuna idea di conquista o di ambizione dinastica guida le sue armi; né d’altronde le condizioni di Europa permetterebbero un diretto dominio francese in Italia — Voi farete osservare in ogni caso che il miglior mezzo per prevenire tale pericolo, se mai esistesse, sarebbe la unione de' consigli e delle armi di tutta la nazione e l’alleanza de' due più grandi regni della Penisola. E siccome queste considerazioni potrebbero essere insufficienti, voi lascerete capire che il governo di Torino è disposto a dare dal canto suo tutte le garanzie (come quelle del trattato di Zurigo, e della Convenzione di Settembre, violati il giorno dopo) che possono essere ragionevolmente desiderate. Laonde nel caso che si proponesse un alleanza offensiva e difensiva, con garanzia reciproca della integrità degli Stati delle parti contraenti, voi non vi mostrerete alieno dal consentirvi, riserbandovi soltanto di riferirne al vostro Governo per le istruzioni pratiche che sarebbero necessarie. — Io non dubito, che queste riflessioni non abbiano efficacia sullo spirito di Re Francesco II e suoi consiglieri.(124)»
I consiglieri del Governo di Napoli erano in questa epoca: il duca di Taormina Carlo Filangeri, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della guerra; Paolo Cumbo ministro per gli affari di Sicilia; (125))Raimondo de Liguoro, direttore per le finanze; Luigi Ajossa, direttore pe’ lavori pubblici; Achille Tosica direttore per lo interno; Francesco Casella, direttore per la polizia generale; — Francesco Scorza, ministro per la pubblica istruzione.(126)
Erano già troppo evidenti le insidie del Governo subalpino, perché chi avesse a trattare con lui non dovesse mettersi in guardia. — Cavour vanta di aver ricevuto confidenzialmente da Napoli comunicazione di un dispaccio rassegnato ai 15 aprile dal ministro degli esteri al Re cosi concepito: «Dietro assicurazione data dall’ambasciatore austriaco, l’Austria ha stabilmente deciso di attaccare il Piemonte qualora questo non cedesse alla intimazione pel disarmo».(127)
E difatti, tutto accennava a guerra imminente tra l’Austria da una parte, e il Piemonte soccorso da Francia dall’altra. — Napoli si teneva nella stretta neutralità. — Né diverso era il contegno del Governo inglese. La Regina all’apertura del parlamento diceva: — «Avendomi il Re delle Due Sicilie annunziata la morte del Re suo padre, e il suo innalzamento al Trono, giudicai con veniente, di concerto coll'Imperatore dei Francesi, di rinnovare le mie relazioni diplomatiche con la Corte di Napoli, relazioni inter rotte durante il regno antecedente.» — Intanto lord Derby, primo ministro, si ricusava alle istanze del Governo francese per trascinarlo seco nella guerra; e raccoltosi in una neutralità armata, si comportava a seconda della opinione nazionale brittannica; ma, accusato di parzialità per l’Austria dalle mozioni di Gladstone e di Russel, proroga il parlamento fino al 5 maggio; a' 23 aprile ne avviene lo scioglimento, e pei 25 del mese stesso sono convocati i collegi elettorali per le elezioni de' nuovi deputati. Quindi agli 11 di giugno, battuto da una maggioranza di 12 voti, il gabinetto Derby si ritira innanzi al nuovo ministero Palmerston!....
Russel, comunque si vantasse perfettamente d’accordo colla Francia negli affari d’Italia, pure non potè adottare una politica diversa da quella della neutralità proposta dal Ministero precedente (128).
La Russia sembrava inclinare verso l’alleanza Francosarda, senza però voler contrarre verun impegno. La Prussia e la Confederazione Germanica si armavano per sorvegliare il corso degli avvenimenti. L’Austria rimaneva adunque sola sul campo di. battaglia a fronte della Sardegna e della Francia, le quali non ¡sdegnavano il concorso de' volontari di Garibaldi. Essa era abbandonata al suo destino dalle altre Potenze, le quali convergevano tutte per un Congresso, la cui attuazione andò a vuoto perché così vollero coloro stessi che ipocritamente il proponevano. La Francia rimane per tanto alla testa del movimento, assumendo il compito di unica tutrice dell’Italia!... Indagare come e da chi le sia stata attribuita questa missione è questione tutt’altro che oziosa nella teoria, come lo fu nella prattica per la inesorabile logica dei fatti che provarono Ano all’ultima evidenza l’azione potente delle società segrete.
Per chi desiderasse conoscere le particolarità de' fatti militari avvenuti in quell’epoca sotto il nome di Guerra d’Italia, sovrabbondano libri, relazioni, monografie ed esposizioni storiche, senza che abbiamo a diffonderci soverchiamente nella narrazione di quella malagurata lotta. Ma le conseguenze di questa essendo riuscite gravissime per gli altri Stati italiani, e sopratutto pel reame di Napoli, e per la S. Sede, tuttoché rimaste neutrali, crediamo pregio dell'opera di raccoglierne, al solito per via di documenti le cose più notevoli.
Giungeva frattanto il giorno 23 di luglio, ed essendo terminato con esso il periodo del lutto della Reale Corte e del Regno per la morte del Re Ferdinando, nei seguenti giorni 24, 25 e 26, avevano luogo le feste colle quali veniva celebrato l'avvenimento al trono del Re Francesco. Prima d’ogni altra cosa, a fine di rendere le dovute grazie al Signore Iddio, Sua Maestà, insieme con la Regina e con tutta la Reale Famiglia, secondo il costume dei suoi augusti predecessori, conducevasi alla Cattedrale col più maestoso corteggio e col maggiore apparato militare. Quivi dopo la Messa dello Spirito Santo, pontificata dall'Eminentissimo Cardinale Arcivescovo di Napoli, ezcantato solenne Te Deum, le Loro Maestà recavansi alla cappella del tesoro di S. Gennaro, dove stava esposta la miracolosa testa dell’inclito Protettore della Città di Napoli; e mentre ne baciavano la sacra reliquia, il prezioso Sangue fu visto abbassarsi e liquefarsi, nonostante che la testa del Santo fosse sull'altare, e senza che le due portentose reliquie fossero poste l’una di contro all’altra, come costumasi nelle solite annuali ricorrenze solenni; il quale avvenimento, nuovo a memoria d’uomo, destò in tutti la più grande meraviglia. La fausta circostanza diede luogo ai più lieti presagii; ma fu invece segno terribile d’infaustissimi avvenimenti, che, mentre erano per mettere a dura pruova l’eroica virtù del Figlio della Santa, avrebbero colpito l’ingrata Italia del più diuturno ed esemplare castigo. Intanto il precipitare degli avvenimenti fece si che il novello Monarca non compiesse il più grande e importante degli atti dell’avvenimento al trono di un Re cristiano; e, come gli altri Sovrani cattolici di oggigiorno, restò privo del solenne rito della sacra coronazione, rito che implica la comunicazione di quei doni e di quei carismi, in virtù dei quali soltanto un Re può dirsi regnare per la grazia di Dio. — Secondo il Pontificale Romano un Reo Imperatore è soltanto Imperatore o Re eletto, fino a che non venga compito l’atto della sacra coronazione. —
Il giorno 25 il Re e la Regina tenevano il solenne baciamano; PestP. e il 26, dopo ricevuti gli omaggi delle dame di Napoli, si recarono in grande formalità al teatro S. Carlo. Ci passiamo per brevità dal descrivere quelle maestose pompe, e le feste di corte e di città, e le splendide luminarie, e gli altri belli e svariati modi con cui la ricca ed illustre città di Napoli manifestava la popolare letizia. Non vogliamo però tacere di una importantissima coincidenza, pegno certo di fausto avvenire, dopo passata la pruova assai dura, alla quale sono tuttora sottoposti i Reali di Napoli.
In quella che i Monarchi fedeli a Dio stavano per essere fatti segno ai più scellerati attacchi della frammassoneria, e che Monarchi ribelli alla Monarchia erano per trascinare nel fango la loro Corona, Dio aggiungeva insolito splendore a quella dei Borboni di Napoli.
Il giorno 9 di luglio la Serva di Dio Maria Cristina di Savoia, madre del nuovo Re, veniva dichiarata Venerabile con solenne Decreto della Santa Sede, che stabiliva l’introduzione della causa dell’inclita Regina. Il decreto è il seguente:
DECRETO
Neapolitana Beatificationis et Canonizationis Venerabilis Servite Dei Mariae a Sdbaudia, Regni utriusque Siciliae Reginae. Super dùbio:
An sit signanda Commissio Introductionis Causae in casu, et ad effectum de quo agitur?
Instante Serenissimo Domino Alphonso de Avalos de Pescara Principe, et Macchione de Vasto, Postulatore Causae Beatificationis et Canonizationis Servae Dei Mariae Christinae a Sabaudia, Regni utriusque Siciliae Reginae: quum subscriptus Cardinalis Sacrorum Rituum Congregationis Praefectus, et Ponens Causae ipsius, sequens Dubium proposuerit in Ordinariis Comitiis eiusdem Sacrae Congregationis ad Vaticanum hodierna die habitis: «An sit signanda Commissio Introductionis Causae in casu, et ad effectum de quo agitur?» E.mi et R.mi Patres, Sacris tuendis Ritibus praepositi, omnibus mature accurateque perpensis, auditoque voce et scripto R. P. D. Andrea Maria Frattini, Sanctae Fidei Promotore, rescribendum censuerunt: Signandam esse Commissionem, si Sanctissimo placuerit.Die 9 lulii 1859.
«De praemissis autem a subscripto Secretario facta eadem che Sanctissimo Domino Nostro Pio Papae IX relatione, Sanctitas Sua sententiam Sacrae Congregationis ratam habens, praedictam CommissionemIntroductionis hujus Causae in Sacrorum Rituum Congregatione propria manu signare dignata est hac ipsa die 9 Iulii 1859.
L+S. C.
Episcopus Albanen Card. Patrizi S. R. C. Praef.
II. Capalti S. R. C. Secretarius.»
Siffatto avvenimento, giocondissimo per l’orbe cattolico, fu accolto colla più viva gioia dai popoli delle Due Sicilie. Tutti esultavano a buon diritto che il giovane Sovrano alla gloria di discendente di S. Luigi, aggiungesse quella di chiamare Madre colei che la Chiesa è per riconoscere quale Santa, e che fossero esaltate in faccia ai popoli le Reali virtù dell’Augusta Donna, oggetto fino allora della universale ammirazione. E ciò appunto nel momento in cui altri calpestava le medesime virtù coprendole del fango di ogni vizio. Cosi Francesco II ascendeva il Trono, mentre che la Madre stava per salire sugli Altari.
E ora rechiamo gli atti emanati a favore della Chiesa dal Magnanimo Re Ferdinando II, dei quali accennammo più sopra.
a favore della Chiesa nel 1857
«Sua Maestà, ad accrescere la distinzione e riverenza verso la dignità del Sacro carattere, e fermo rimanendo quanto trovasi stabilito negli articoli della Convenzione colla S. Sede dei 16 aprile 1834 pubblicati in settembre 1839 intorno ai riguardi da usarsi agli ecclesiastici, si è degnata ordinare che d’ora innanzi i magistrati criminali e correzionali, secondo la rispettiva competenza, debbano nelle cause penali a carico di persone ecclesiastiche evitare, per quanto è possibile da parte loro, ogni pubblicità, e trattarne la discussione sempre a porte chiuse. Dovranno inoltre i procuratori generali presso le grandi Corti Criminali ed i giudici Circondariali nelle cause di rispettiva competenza, dietro la discussione della causa stessa, dare all’Ordinario Diocesano la notizia officiale della pena inflitta all'ecclesiastico, per gli opportuni provvedimenti spirituali da adottarsi verso lo stesso. Si è degnata altresì la Maestà Sua, permettere che l’Ordinario Diocesano, in caso di condanna correzionale a carico di un ecclesiastico possa, se il crederà espediente per la più sicura emenda, impetrare dalla clemenza Sovrana, che la condanna medesima venga espiata in un convento di stretta osservanza, o in altra casa di correzione ecclesiastica».
(comunicato a (1)22 detto mese)
Col questo Rescritto si assegna ai Vescovi un mese dal dì della conoscenza della condanna inflitta all’Ecclesiastico (la cui esecuzione rimane sospesa) per chiedere al Re la commutazione della pena correzionale, come si è detto nel precedente.
«Art. 1. Tanto da parte de' Vescovi che da parte del Reale Governo si metterà tutta la sollecitudine per portare a compimento la divisione dei fondi addetti al culto divino, mantenimento di Chiese ecc. come fu ordinato con le sovrane risoluzioni dei 3 marzo, 7 aprile e 30 ottobre 1856. —
«Art. 2. Questa divisione di fondi si farà man mano, ed a tenore che il Vescovo ed il Consiglio degli Ospizii sieno pronti ad eseguirla, Stabilimento per Stabilimento, senza però che se ne tardi il corso, quando sarà finito il progetto di divisione Stabilimento per Stabilimento; prima di passarsi alla consegna de' cespiti assegnati al rispettivo Vescovo, se ne chiederà da Sua Santità una ecclesiastica sanzione, onde non lasciare dubbio nelle coscienze, e nelle eventualità future de' fondi.
«Art. 3. Le Congregazioni o Cappello del SSmo Corpo di Cristo, che non sono addette ad altro, tanto per le rendite, come per gl’individui che appartengono al servizio delle Chiese e del culto divino, sono esenti dalla dipendenza del Consiglio degli Ospizii e dipenderanno esclusivamente dagli Ordinarii, ma questo non li esenta di aver dal Governo la solita Cedola d’istituzione.
Art. 4. Eseguitosi il detto di sopra sarà semplificata e rettificata la legge, ed i regolamenti esistenti, onde renderli più facili al soccorso ed al bene pubblico.
«Art. 5. Vuole intanto Sua Maestà, che si eseguano gli ordini e le Sovrane disposizioni da lunga pezza emessi, circa la formazione degli Stati discussi de' luoghi più laicali con lo intervento degli Ordinarii giusta il Decreto de' 7 decembre 1832 per la prelevazione delle somme addette al servizio divino, e per essere queste somme alla intiera disposizione dei Vescovi.
«Art. 6. La Commissione dei due Consultori, Vescovi, Intendente di Napoli ed altri due membri, proseguendo il lavoro loro imposto con la risoluzione de' 25 luglio 1851 per distinguere i luoghi puramente di origine ecclesiastica da quelli pii laicali, senza indugio passerà all'esame dei quali tra i Conservatorii e Ritiri di Napoli sieno di natura puramente ecclesiastica.
«In tutte le Diocesi del Regno si osserverà quanto venne stabilito per la Diocesi di Napoli con Ministeriale di Grazia e Giustizia dei 30 giugno 1827, cioè, che dovendo i parrochi, sottoparrochi, o chi ne fa le veci esser chiamati in giudizio, si avviseranno preventivamente per mezzo della Curia, onde il servi! zio divino non manchi.»
«Sua Maestà si è degnata ordinare, che la riduzione, assoluzione, commutazione di volontà, per un qualunque legato pio non potrà esser valida senza l’approvazione Pontificia, da chiedersi dagli interessati, dopo ottenuta la Sovrana autorizzazione nei termini di legge.
«Visti i Decreti del 1. decembre 1833, — 20 gennaio 1845, j — 22 luglio 1847 per l’alienazione ed affitti de' beni Ecclesiastici ecc. ecc..
«Art. 1. Trattandosi di acquisti per compravendita da farsi dalle corporazioni ecclesiastiche, mense vescovili, badie, benefizi di qualunque natura, capitoli e chiese in generale, affinché la Chiesa non abbia a soffrir danno da acquisto di beni che non sieno di legittima pertinenza, o non liberi da ipoteca, si richiede prima della stipula dell’istromento la omologazione del tribunale civile della provincia, ove sono siti i beni, a norma di quanto pratticasi per la costituzione de' Sacri Patrimonii; e l’approvazione dell’Ordinario cui appartiene il Corpo Ecclesiastico che compra. — Lo stesso deve aver luogo per le transazioni.
«Art. 2. Lo stesso vale pel reimpiego de' capitali restituiti, quante volte sorpassino la somma di ducati mille. Per quei capitali che sono al disotto di questa somma basterà la deliberazione del Corpo ecclesiastico, e l’approvazione dell’Ordinario. — I debitori però nel pagamento dei capitali di qualunque somma dovranno apporre la condizione del reimpiego, sotto pena di doppio pagamento a favore del corpo morale suddetto.
«Art. 3. Volendo i Luoghi Pii Ecclesiastici o Beneficii licitare sull’asta pubblica, basterà la sola autorizzazione dell’Ordinario cui è soggetto il Pio luogo o Beneficio.
«Art. 4. Gl’impieghi sul Gran libro non andranno soggetti alle formalità degli articoli 1 e 2, e potranno liberamente eseguirsi dalle corporazioni ecclesiastiche col permesso degli Ordinarii e dandosene da costoro avviso al Real Governo.
«Art. 5. Le permute, le censurazioni, e qualunque altra alienazione di beni immobili appartenenti a corporazioni ecclesiastiche, a mense vescovili, chiese benefizi, badie, ecc. non saranno valide senza l’approvazione Pontificia o Vescovile (secondo le somme) ed il nostro Sovrano beneplacito. Questa approvazione Pontificia non dovrà presentarsi all’Exequatur.
«Ar. 6. Pria di rassegnarsi l’affare alla Nostra Sovrana approvazione, dovrà fomarsi il progetto del contratto dal Corpo Ecclesiastico radunato nelle legittime forme, o dal beneficiale; e e trattandosi di benefizi! soggetti a patronato, dovrà precedere l’assenso del patrono. Il progetto stesso si presenterà all’Ordinario Diocesano, il quale lo rimetterà al Procuratore del Re presso il tribunale della Provincia, ove sono siti i beni per ottenersene la omologazione in camera di Consiglio.
«Art. 7. Presso i tribunali civili, pria d’impartirsi la omologazione, dovranno eseguirsi le subaste davanti un individuo del tribunale, previa la relazione di un perito nominato dal tribunale medesimo, che presterà giuramento, e salvi gli additamenti di decima e sesta, che dovranno esser preceduti da nuovi manifesti con l’intervallo di cinque giorni pria di celebrarsi la subasta in grado dei detti additamenti. Nelle subaste dovrà sempre apporsi la espressa riserva di non produrre verun effetto senza la superiore approvazione. Dalle formalità delle subaste saranno esenti le permute e le transazioni.
«Art. 8. Impartita la omologazione del tribunale civile, il nostro procuratore invierà le carte all'Ordinario, che le rimetterà per mezzo del ministero degli Affari Ecclesiastici alla nostra Sovrana approvazione, facendo nota la sua approvazione e il permesso di Sua Santità, il quale dovrà ottenersi da ambo le parti contraenti.
«Art. 9. Ci riserbiamo in caso di urgenza o di evidente utilità dispensare alla formalità delle subaste, in virtù del parere favorevole dell’autorità Ecclesiastica.
«Art. IO Per la vendita delle partite del Gran libro basterà la sola autorizzazione dell’Ordinario che ne scriverà al nostro Ministro degli Affari Ecclesiastici, che prenderà i nostri Ordini.
«Art. 11. La durata degli affitti di beni ecclesiastici non potrà oltrepassare per i terreni coltivati e per i fondi urbani gli anni tre, e per i boschi e selve cedue un numero di anni eguale al numero delle porzioni in cui sarà diviso il fondo. — Nei casi di necessità o evidenti utilità potrà conchiudersi l’affitto per un tempo maggiore, previa la dispensèi dell’autorità Ecclesiastica, che dovrà inserirsi nel contratto di affitto purché non oltrepassi gli anni sei.
«Art. 12. Non potranno tali affitti rinnovarsi più di sei mesi prima di spirare l’affitto corrente se i beni consistono in fondi urbani, e più di un anno prima della detta epoca, se i predii sieno rustici.
«Art. 13 È dichiarato nullo nello interesse di coloro, che succedono al locatore nel godimento dei beni addetti al beneficio qualunque affitto che si facesse per un tempo più lungo di quello stabilito con l’art. 11, o fosse rinnovato pria del tempo fissato con l’art. 12, purché in questo secondo caso non si fosse cominciato ad eseguire nel momento in cui il locatore cessa in qualunque modo di godere dei beni.
«Art. 14. É lasciato alla facoltà dei Vescovi e dei titolari dei benefici di qualunque natura, conchiudere gli affitti, previi gli avvisi ed affissi innanzi al Sindaco, giusta il Real Decreto dei 22 luglio 1847, senza l’obbligo della ministeriale approvazione. — È sufficiente l’approvazione del Vescovo per gli affitti ove siensi adempite tutte le formalità prescritte. Ma mancando alcuna di esse bisogna chiedere l’autorizzazione Sovrana per le dispense.
«Art. 15. Il conduttore di un cespite qualunque appartenente a Corporazione o Pio luogo Ecclesiastico o benefìcio, non potrà anticipare né in tutto ne in parte la mercede del medesimo al titolare che glie lo loca, sotto pena di pagarla intera al successore del beneficio, non ostante l’anticipazione fatta al precedente beneficiato: salvo bensì a lui il regresso contro costui e suoi eredi per ripetere tale anticipazione.
«Art. 16. Quante volte sarà provato essersi locati i beni appartenenti al beneficio per una mercede al disotto del dovere dandosi dal conduttore occultamente una somma qualunque al titolare, il contratto sarà annullato ad istanza del successore nel beneficio e il conduttore obbligato a restituire la cosa locata, senza pretendere indennità, neppure dagli eredi del locatore.
«Art. 17. Giusta il Decreto 27 decembre 1815 l’affitto dei fondi dei monasteri delle claustrali, tanto rustici che urbani, non si avrà per conchiuso e perfezionato, se non dopo che la mercede patteggiata, e le condizioni stipulate saranno state inscritte, approvate e confermate dall’Ordinario.
«Art. 18. Le presenti disposizioni sono sostituite a tutti i decreti e rescritti emanati per gli acquisti, alienazioni ed amministrazioni di beni ecclesiastici. Esse avranno vigore nei nostri Domini al di qua dal Faro.
1. Ne’ nostri Dominii al di quà dal Faro mancando i titoli di fondazione o di erezione canonica delle Chiese, o di beneficii, sia di patronato Ecclesiastico, sia laicale, sono ammessi gli equipollenti per dimostrarne la qualità ecclesiastica, ovvero per provare l'esistenza del patronato; il tutto a norma del diritto canonico.
2. Negli accennati casi di dubbio son competenti a pronunziare i soli giudici ecclesiastici; come del pari sono essi soli competenti intorno alle questioni per le onorificenze e pe’ diritti inerenti all’uno ed all’altro de' detti patronati su le Chiese.
3. Conserveranno piena,fermezza le cose irretrattabilmente giudicate fino ad oggi su gli oggetti contemplati nei due articoli precedenti.
«Art. 1. Nei nostri Reali Dominii al di quà dal Faro gli Arcivescovi potranno senza alcun impedimento convocare e tenere i sinodi provinciali, dando solo conoscenza preventiva al Real Governo, della epoca in cui si terranno. Potranno altresì gli Arcivescovi e i Vescovi pubblicare gli Atti de' Sinodi provinciali e Diocesani senza alcuna preventiva revisione del Real Governo.
«Visto l’articolo 16 del Concordato del 1818. e l’art. 826 delle leggi civili ecc.
Decretiamo:
«Art. 1. Le disposizioni tra vivi, o per testamento a favore delle Chiese, delle Corporazioni Ecclesiastiche, e de' BeneficiiEcclesiastici di qualunque natura, avranno pieno effetto senza che occorra la preventiva nostra autorizzazione Sovrana. Ve n’è però bisogno per le rinunzie ad eredità.
«Art. 2. 1 Notari saranno tenuti dare notizia delle nuove disposizioni di simil natura agli Ordinarii Diocesani direttamente, e senza lo intermezzo di altra autorità, e per tutt’altro a tenore di quanto viene ai Notari ed alle Camere Notariali prescritto col Decreto dei 4 aprile 1830.
«I medesimi Ordinari Diocesani ne informeranno subito il Ministro degli Affari Ecclesiastici pei Dominii al di qua dal Faro, ed il Luogotenente generale al di là dal Faro. Tali notizie saranno a noi rassegnate ecc.
(Pei Domini al di quà dal Faro)
«Art. 1. Nelle cause di appello a Roma per iscioglimento di matrimonio, la sentenza di Roma non andrà soggetta all'exequatur; ma nel presentarsi all’uffiziale dello Stato Civile costui provocherà di ufficio le disposizioni per gli effetti civili. Si pagherà la tassa come finora all’uffiziale dello Stato Civile che la passerà allo Incaricato dell'exequatur. A’ poveri nulla si farà pagare.
«Art. 2. Le sentenze sugli appelli per le cause di provviste dei canonicati e dei benefizii nei capitoli, e nelle collegiate di libera collazione saranno esenti dall’apposizione dell'exequatur. Cosi pure le sentenze di appello pe’ benefizi ecclesiastici fra persone ecclesiastiche; ma dovranno presentarsi come sopra per pagare la tassa allo Incaricato dell’exequatur.
«Art. 1. IVescovi, giusta il Real Decreto dei 28 giugno 1849 essendo gl’Ispettori nati delle scuole, possono e debbono ispezionare tutte le scuole si pubbliche che private; parte principale del loro ministero essendo quella di sorvegliare alla morale e religiosa istruzione della gioventù.
«2. Per la revisione di dogana sui libri e stampe provenienti dall’estero vi sieno almeno tre Ecclesiastici proposti dall’Ordinario Diocesano.
«Le Due Consulte, al di quà e al di là dal Faro in tutti gli affari, ne’ quali sia interessata la Chiesa, dovranno pria della discussione, sentire gli Ordinarii i quali dovranno rispondere durante un mese. — Non rispondendo si passerà innanzi.
(Pei Dominii di quà dal Faro)
«Ove avvenga che i Comuni o i privati pretendano irregolarmente, che talune Chiese siano di Regio Patronato, gli Ordinarii presenteranno per mezzo del Ministro degli Affari Ecclesiastici i loro rilievi, affinché Sua Maestà possa risolvere l’occorrente.
«Sua Maestà si è degnata permettere, perché vi sia in Napoli un seminario sotto la esclusiva dipendenza dello Arcivescovo di Napoli pro tempore diretto, da preti regolari e secolari, che il Real Governo destinerà ove possano quei Vescovi ai quali mancano in Diocesi i mezzi di dare una buona istruzione, mantenere a proprie spese i loro Chierici.
«Vista la legge sulla stampa dei 13 Agosto 1850, il Decreto e il Regolamento de' 7 aprile 1851 e l’art. 8 della prima parte delle Sovrane risoluzioni de' 21 giugno 1851.
Decretiamo:
«Art. 1. L’autorizzazione preventiva alla stampa di libri, che dall’art. 3 della Legge dei 13 agosto 1851 viene attribuita al Consiglio di pubblica Istruzione, è ora affidata altresì agli Ordinari! Diocesani, rimanendo férmo quanto viene disposto dal decreto e regolamento de' 7 Aprile 1851, nonché dall’Art. 8 ivi.
Art. 2. L’autorizzazione alla pubblicazione delle opere stesse dovrà del pari darsi anche dagli Ordinarii Diocesani.
Art. 3. In caso di divergenza se ne farà rapporto a Sua Maestà. Quanto a' trattati di diritto canonico e polizia ecclesiastica oltre il Faro, resta fermo il rescritto degli 11 Nov. 1851.
«È abolita la sanzione penale contenuta nell’articolo 245 leggi penali, contro il parroco e sotto parroco o chi ne fa le veci, che contravvenga all’articolo 81 leggi civili (129).
«Art. 1. Gli Ordinari Diocesani nella esecuzione delle sentenze di cause ecclesiastiche, quando le parti non le eseguiranno volontariamente, potranno chiedere il braccio forte dell’Autorità Civile.
«Art. 2. A tale scopo, rimetteranno con loro lettera officiale la corrispondente sentenza al nostro Procuratore presso il tribunale civile, e questi senza prendere cognizione del merito del giudizio emesso dal Giudice Ecclesiastico, e facendo menzione del presente decreto la munirà di sua ordinanza con la formola si esegua. Cosi le sentenze acquisteranno nel regno forza esecutiva, come tutte le altre che hanno la stessa intitolazione delle leggi, e chiuse con un mandato ecc. Solo in caso che il detto magistrato incontri dubbio circa la competenza, ne farà senza indugio inteso l’Ordinario Diocesano e ad un tempo ne dirigerà rapporto al Ministro di grazia e giustizia, dal quale sarà partecipato a quello degli affari Ecclesiastici per prendere le Nostre Sovrane disposizioni.
«Art. 3. Nel rimettersi la sentenza da esecutoriare, vi si unirà una copia certificata vera dall’Ordinario Diocesano. Il nostro Procuratore vi apporrà del pari il suo certificato di verità, per conservarle poi tutte nel suo officio a mano a mano che giungeranno, indicando su di ciascuno la data dell’arrivo e il numero progressivo. Né prenderà inoltre notamente in un particolare registro.
«Art. 4. La cognizione e il giudizio delle controversie, che insorgeranno nella esecuzione del giudizio ecclesiastico, apparterrà al tribunale civile, che però non potrà mai entrare nel merito del detto giudicato ecclesiastico.
«Art 1. Coloro, che omettono lo adempimento de' legati Pii di messe, anniversarii, festività, esposizione del Santissimo, cera, olio per lampade, ed altri legati di simile natura, di suffragi, o di culto; ovvero di Cappellanie meramente laicali, vi saranno giuridicamente astretti. Eccetto i seguenti due casi: 1. quando il disponente siasi in termini espressi affidato alla sola coscienza de' successori; 2 quando si tratti di diritti provenienti dall’amministrazione de' Demani e cassa di ammortizzazione, giuste il Decreto del 5 Agosto 1817.
«Art. 2 Gli Ordinarli Diocesani, presa esatta ragione di tali obblighi, esauriranno tutti i mezzi bonarii e pastorali per indurre allo adempimento coloro che vi sono tenuti. Tornando infruttuose le loro cure gli Ordinari medesimi, per mezzo delle rispettive amministrazioni diocesane al di quà dal Faro, e de' Vicarii genereli oltre il Faro, faranno presso le competenti Autorità civiliinstituirégiudizio contro i debitori renitenti per la costoro condanna al pagamento delle somme e quantità dovute. Al più presto possibile, tutto ciò che sarà riscosso, tranne le spese giudiziarie, sarà erogato dalle amministrazioni nello adempimento de' Pii legati, sotto la vigilanza degli Ordinarli. Siffatte cause nei tribunali e nelle gran corti civili saranno trattate come sommarie. In ogni tempo gli Ordinari Diocesani veglieranno, perché siano opportunamente conservati i diritti di privilegio e d’ipoteca inerenti agli enunciati legati pii.
«Art. 3. I notai saranno tenuti dar notizia delle nuove pie disposizioni agli Ordinari Diocesani direttamente, e senza l’intermezzo di altre Autorità, e per tutt’altro a tenore di quanto vien loro ed alle Camere notariali prescritto col decreto de' 4 Aprile1830.
«Non sono soggetti al Regio exequatur:
1.Le dispense di età per messa, diaconato, ordinazione extra tempora.
2.I brevi e rescritti per oratorii privati o per indulgenza.
3.Per le dispense matrimoniali di qualunque grado non si richiede exequatur, ma presentandosi all’uffiziale dello Stato Civile la dispensa ecclesiastica ne’ gradi contemplati dalle leggi civili, esso di ufficio provocherà il decreto di dispensa per gli effetti civili, procedendo nel tempo stesso senza remora agli atti richiesti dalla legge, come se il decreto fosse già emanato; si pagherà la tassa, come finora presso l’Uffizio di Stato Civile, che la passerà allo Incaricato dell'exequatur. A’ poveri si darà gratis. — Per Sicilia debbono presentarsi al Delegato dell'exequatur, che quando non vi ha osservazione a fare, non ha bisogno di apporvi exequatur, ma riterrà solamente la tassa.
Per le dispense del Triennio non vi ha bisogno di exequatur; ma vi vuole l’espediente civile da provocarsi dal Vescovo;
Per le dispense dei libri proibiti non si richiede exequatur; ma bisogna, analogamente al Decreto de' 6 novembre 1849, ottenere il permesso anche dal Real Governo; bisognerà presentare entrambi alle biblioteche;
Per le bolle per insegne ecclesiastiche ad individui ed ai corpi, non occorrerà l'exequatur, salva rimanendo la tassa e la consueta cedola per gli uni e per gli altri. Le domande a Roma si passeranno per mezzo del Real Governo, e la Santità Sua non le accorderà, senza essersi prima messa d’accordo col medesimo;
Per le Bolle de' Vescovi, Arcivescovi, Canonicati ed erezioni di nuove Cattedre dove vi è stata la preventiva nomina pei Vescovi od Arcivescovi, o la commendatizia del Real Governo a Roma po’ canonicati ed erezione di nuove cattedre non vi è bisogno di exequatur ma dovranno presentarsi al Ministero degli Affari Ecclesiastici per i dominii al di quà dal Faro, ed al Luogotenente generale per quelli al di là dal Faro. Questi lo faranno riservatamente esaminare e quando non vi trovino osservazioni, apporranno il visto e riscuoteranno la tassa. In caso contrario metteranno il visto con le solite riserve e conserveranno la carta in archivio, come si usa attualmente.
Per tutte le carte risguardanti Ordini regolari di ambo i sessi a norma delle Costituzioni degli Ordini stessi, non si richiede exequatur. Solo nel caso di renitenza per parte di qualche dipendente, il Superiore volendo braccio forte bisognerà che presenti la carta all’exequatur. Il delegato del Regio exequatur allorché le carte esibitegli non si oppongano alla essenza delle regole e costituzioni degli Ordini Regolari, apporrà l'exequatur sollecitamente, e richiederà il braccio forte del Regio Governo, nelle occorrenze allorché troverà opposizione alla pronta esecuzione da individui renitenti agli ordini superiori. — Per le elezioni dei superiori nel Regno, per capitoli, si dovrà solo dar notizia al Real Governo dello individuo che è stato scelto. Le elezioni per capitolo fuori regno, debbono presentarsi al delegato del regio exequaturil quale, ove non incontri difficoltà sull’individuo, apporrà la dicitura, riconosciuto. Qualora si tratti, per eccezione di regola, di superiori nel regno, per Breve, le due autorità ecclesiastica e del Real Governo, si metteranno d’accordo preventivamente, ed anche perché la elezione cada su di persone che siano grate al Real Governo. Questi Brevi dovranno presentarsi al Delegato dello exequaturche vi apporrà l’anzidetta dicitura riconosciuto.»
Credevamo aver detto quanto basta, in ordine al nostro lavoro, circa la persona e il regno di Ferdinando II, quando la recente catastrofe dell’isola d’Ischia ci ha fatto accorti di una grave omissione. Il terremoto della infelice isola ci ha richiamato in mente quello delle Calabrie, e quindi ciò che fece quel magnanimo Re a prodei popoli colpiti dal flagello. Ed eccoci a riparare per quanto è da noi alla involontaria omissione.
Terremoti non ne eranmancati regnando Ferdinando II. Mentre apparecchiavasi Iddio a flagellare durissimamente l’Italia coll’irruzione massonica del 1860, i terremoti la scuotevano e atterrivano in varii punti, principalmente nel Mezzogiorno. — Senza notare i minori, dice il De Sivo, ne fu uno ai 12 ottobre 1835 nel Cosentino, che malmenò Castiglione e Rovito, mortivi 50 persone oltre i feriti. L’anno dopo nel distretto di Rossano ai 24 agosto quasi rovinò Paduli, Scala, Cropalati, e gravi danni fè a Rossano. Dresia fu abbattuta; morirono 263, malconci 182. Negli anni seguenti altri commovimenti di terra. Questo suolo non riposava. Nel 1851 s’avvertirono più frequenti trabalzi. Per parecchi mesi se ne avevano in Abruzzo, Basilicata, Calabria, a Sora, a Messina e a Catania con poco danno.
Il 14 agosto anche a Napoli s’ebbe una scossa durata 10 minuti secondi. Presto si seppero i mali gravissimi patiti da tutto il regno, e più in Basilicata dove infuriò; sendone centro il Volture, cratere di spento vulcano. Melfi, antica sede dei Normanni, ebbe le rovine maggiori.
— Sulle ore due e mezzo pom., narra il citato autore, sendo gravel aere e infiammato per lunga siccità, s’udirono due rombi comesi squarciasse il cielo, e subito la scossa: prima da sù in giù, poscia ondulante, durò circa dieci minuti secondi. Crollano le volte delle case, il campanile si rovescia sulla Cattedrale e la schiaccia, e mentre chi sentesi illeso sbalza dal letto, succede la seconda terribile, durata quasi un minuto, che rende la città pari a mucchio di rovine. Più fiate nel di stesso replicò e ne’ due seguenti, e fino alla fine del mese, e poi anche in ottobre, novembre e dicembre si fè sentire. Vi perirono intorno a 5000 persone in quel distretto; Melfi, non più Melfi, pianse 700 morti e 200 di malconci; Barile, fatta macerie, ebbe 100 morti e 300 feriti; Rio Nero poco meno; Venosa distrutta mezzo; Rapolla, Ripa Candida, l’Atella, l’Avella, Acerenza, ancora patirono assai.
L’ora canicolare fè della gente agiata, che riposava in casa, sprovveduto scempio; ma salvò il più della popolazione agricola uscita a campi. Né pur sempre giovava l’aperto, ché talora il suolo s’apriva e inghiottiva; famiglie a migliaja vedevi fuggire da' tetti cadenti, e cercar piazze e campagne, senza vesti, senza arnesi, strascinando malati, vecchi, fanciulli e feriti, alla cerca di ricovero.... felice chi ha una tenda o una coperta!... Accorsa la carità dei privati e del Governo (parla sempre il De Sivo) il Re sul primo botto diè 4000 ducati (20 mila franchi incirca), 1000 ducati la Regina, 5000 per ordine regio dettero le finanze, altrettanti i fondi provinciali, 1000 il fondo delle opere pubbliche, 500 il consiglio degli ospizii, 1000 il Vescovo (a quei tempi i Vescovi non eran ridotti al verde dalla rivoluzione come a' giorni nostri.) Si disotterravano i pericolati, si inumavano i morti, si stremavano i morenti, si restituivano alla luce sepolti, i feriti in improvisati ospedali si situavano. Lavorò ogni persona, uomini e donne, religiosi e militari, ogni età, ogni grado, e anche i carcerati, messi in libertà per non farli restare sotto le sconnesse muraglie, invece di cercar la fuga si dettero a soccorrere. Seguirono collette in tutto il regno; s’ebbero, e non poche, offerte volontarie; si prese dalle casse comunali e da beneficenze locali; il Governo nulla lasciò indietro, mandò vesti camicie, coperte, letti e lenzuola; mandò da ogni banda medici, chirurgi, fabbri, ingegneri; accorsero da Napoli i Padri ospitalieri di S. Giovanni di Dio, Gesuiti e Suore di Carità. Gli ospedali Napolitani inviarono tele, farmaci, mignatte, filacciche, fasce, strumenti di chirurgia, carra di pane e farina veniva da paesi men discosti, tavole si cercavan da per tutto, comprate, requisite, segate ne’ boschi propinqui, fatte venire di lontano; sicché in breve sursero migliaja di baracche in campagna a ricovero di tanto popolo rimasto senza tetto.
Ferdinando, benché avesse un figliuolo malato (egli morì poi), volle col Principe ereditario e col Conte di Trapani recarsi sulla deserta contrada. L’ultimo tratto del viaggio fece a cavallo e con dirotta pioggia; bagnato giunse il 15 settembre a Melfi, circondato dalla popolazione grata e plaudente: e, sebbene di sera, volle colle fiaccole, senza pigliar pria ristoro, accorrere sulle rovine a vedere i provvedimenti usati dalla podestà civile. Dormi in baracca. La mattina diè udienza, visitò gli ospedali e ogni tugurio ove fossero feriti e malati, racconsolando con limosina e con buone parole i sofferenti. Poi, visitando gli altri paesi, passò una notte a Rio Nero, e condonò tutta la pena a quei carcerati che, liberi appena, s’eran dati nelle macerie a salvare il prossimo; a quei di Melfi che si ripresentarono condonò due anni. Tolse il sotto Intendente, uomo da poco, e vi chiamò altro di più levatura. Dalla provincia tolse, degradandoli, il Colombo, funzionante Intendente, e il Longa, segretario generale. Dovunque passava grazie e largizioni. Mandò gli orfanelli all’albergo dei poveri di Napoli, all’ospizio di S. Ferdinando in Palermo e in altri luoghi di carità. Fé crescere le baracche, le coverte e le vesti a' poverelli e instituíuna commissione di soccorso col Vescovo presidente. Oltre le limosine lasciate di sua mano negli abituri, diè 5000 ducati di sua borsa, e ordinò strade con danari del tesoro per dare lavoro ai bisognosi artigiani. Subito si riedificarono le Chiese e le case principali; al resto provvide il tempo. S’elevò di pianta in Avigliano apposito ospizio col titolo Madonna della Pace per gli orfani di Basilicata, il quale già con decreto del 31 agosto s’era instituito. A tutto gennaio 1852 i soccorsi della pubblica pietà raccolti sommarono a 88 mila ducati. In quest’altro anno il Re fè nuovo viaggio in Basilicata e Calabria, accolto con festa in ogni luogo. (De Sivo: Storia delle Due Sicilie. Lib. XIII. Pag 266-269).
Ricordando questi fatti luminosi, in presenza della catastrofe d’Ischia, l’ottimo giornale napolitano La Discussione recava il seguente articolo:
—Ci si conceda che torniamo col pensiero al tremuoto di Melfi, che per rovina della città e per il numero dei morti fu in proporzione dell’attuale quasi nella quarta parte minore. Diamo i ricordi ufficiali di quella sventura.
Come la notizia giunse di notte a Napoli, ne fu immediatamente informato Re Ferdinando II, che fece sull'istante partire a quella volta dodicimila uomini di truppa con tutti i necessarii attrezzi di salvataggio e medicinali, con tutti i chirurghi! militari, requisendo carri, carrozze, calessi e quanti veicoli poterono essere ottenuti per accelerare l’arrivo della truppa.
E notisi, che allora non vi erano strade ferrate, né Melfi è distante, come Casamicciola, un’ora da Napoli.
Viveri d’ogni sorta furono requisiti e spediti.
Il giorno seguente, quel Re, che i settarii chiamano tiranno, parti per Melfi coi Ministri, coi capi ingegneri del Genio, con le Suore della Carità, e portò la somma di ducati Trecentomila della sua cassetta privata, pari a lire Un milione e 275 mila.
—Un milione invece si spende ora per un monumento a chi ha detronizzato suo figlio! —
Quel Re, percorrendo quei luoghi di dolore, confortando i pericolanti con paterne parole e con danaro, fece costruire sotto i suoi occhi una grande quantità di baracche, ed egli restò sotto una di esse come l’ultimo dei soldati, per due mesi, senza mai assentarsi; e lasciò Melfi quando, sepolti i morti, confortati i superstiti di danaro, la caduta città cominciò a risorgere dalle rovine. —
Quest’articolo dette, si come era naturale, nei nervi della liberaleria d’ogni risma; un antico ribelle, graziato dal Re Ferdinando II, certo Nicola Nisco, pretese farne la confutazione in una sua lettera inserita nel Corriere del mattino dei 17 agosto. E La Discussione rispose:
—Tutta la censura che il Nisco fa del nostro articolo «Melfi e Casamicciola» si riduce a queste tre proposizioni:
Non è vero, che Ferdinando II parti per Melfi come gli fu nota la catastrofe; ma partì nel 15 settembre;
Non è vero, che egli elargì a quei danneggiati 300 mila ducati; ma ne diede diecimila;
Non è vero, che pel luogo del disastro partirono da Napoli 12 mila uomini di truppa.
Ed infine afferma, che Ferdinando II fece a Melfi meno di quello che oggi ha fatto Umberto di Savoia.
Il Nisco si è avvalso del Giornale Ufficiale di quel tempo e della relazione, che sui terremoti di Basilicata pubblicò il professore Giacomo Maria Paci, ed ha avuto cura di citare e riprodurre testualmente i documenti officiali, dai quali è narrato il viaggio — esclusivamente il viaggio — che quel Re fece da Napoli a Melfi; ma si è guardato bene dal riprodurre l’articolo del Giornale Ufficiale, da cui risulta quello che Re Ferdinando II fece, recandosi a Melfi, a Barile, a Rionero, a Rapolla, a Venosa, a Ripacandida, ad Atella, a Lavello, a Monteverde ed a varie altre località appartenenti alla Capitanata e al Principato Ultra, tutte, più o meno, danneggiate da quel flagello.
Trattandosi di fatti storici, che il Nisco raccoglie, crediamo anche noi riportare integralmente un brano della narrazione del Giornale Ufficiale del Regno.
«La Maestà Sua, vi è detto, in compagnia delle LL. AA. RR. il cosa dien Duca di Calabria e il Conte di Trapani, seguita dal Ministro deiìuì. uc. Lavori Pubblici, dal Direttore dell’Interno, e dal Suo corteggio, movea il dì 14 dii Lacedonia per alla volta di Melfi alle 10 a. m.
«La maggior parie del viaggio fu fatta a cavallo, non senza disagi, per sentieri non comodi e sulle creste delle colline. Alle ore 5 1[2 pomeridiane giunse in quella desolata città.
«La popolazione allo avviso dell’arrivo del suo munificentissimo Monarca corse ad incontrarlo, gridandolo il loro padre il loro benefattore. — Viva il Re! Viva il nostro padre! — era lo accento di tutti i labbri, eran le voci di tutto il popolo, che prostrato ai suoi piedi gli serrava il passaggio, voci interrotte dal pianto e dalle lagrime, non sapremmo so più animate dal duolo delle passate sventure o dalla consolazione di veder tra loro il proprio Signore. Ma la presenza inattesa, e da essi non mai creduta del proprio Sovrano, che men pago di aver largito ogni maniera di sovvenzione, volle vedere co’ proprii occhi i bisogni dei suoi sudditi, e stendeva loro la mano soccorrevole onde medicare tanta calamità, era il balsamo che leniva il pianto. Oh! come era commovente lo spettacolo che ti si parava innanzi! Un popolo che prostravasi ai piedi del Re e a lui apriva le particolari sventure, d’un Re che, disceso dall’augusto seggio reale, dopo aver sostenuto i disagi di lungo cammino, si piega ad ascoltar tutti onde sollevare l’indigente, la vedova, l’orfano, interroga ciascuno sui particolari delle perdite sofferte!
«Quando il Re N. S. entrava in Melfi pioveva a dirotto; la sera era sopravvenuta, il buio copriva l’aspetto della catastrofe; era bagnato, ma pure volle in compagnia dei Principi Reali girare la città sui ruderi de' caduti edifizii, a traverso delle strade puntellate, e volle osservar tutto, prendere conto di tutto.
«Il popolo lo seguiva acclamandolo. Gran numero di fiaccole lo accompagnava, e l’esterno degli edifizii era tutto illuminato. Il Re in compagnia dei Principi Reali occupò la baracca di sottintendenza.
«Il dì seguente (16 settembre) S. M., ascoltata la Messa, accolse alla udienza quanti voleanle offrire i loro omaggi ed esporle i loro bisogni. Indi, accompagnata dalle AA. LL. il Duca di Calabria ed il Conte di Trapani, passò a visitare Rapolla, Barile, Rionero, dove pernottò, e la dimane si recò ad Atella, dove volle osservare il dipinto a fresco della Vergine Santissima, scoverto in una chiesa di quel Comune, crollata dal tremuoto. In quei paesi l’entusiasmo delle popolazioni fu pari a quello pronunziatosi in Melfi. Rionero fu illuminato la sera in cui S. M. onorava quel Comune. Poscia si rendeva l’augusto Sovrano a Melfi, centro del Distretto e centro dei danni del tremuoto. Egli visitò gli Ospedali dovunque si recò, ed esternò la sovrana sua soddisfazione del modo come le Figlie della Carità accudiscono al servizio degl’infermi. Né disdegnava di confortare quei miseri, mutilati e feriti dalle ruine: gl’interrogava della loro sventura, dei loro bisogni.
«Una donna ferita nel carcere, ov’era ad espiare la pena, un uomo condannato ed offeso del pari chieser mercé dal Sovrano; nò fu vano il dimando, che tosto l’indulgenza del Principe venne in lor soccorso. La pena fu condonata.
«I detenuti di Rionero che, usciti dal carcere già crollato, si presentarono alle autorità pubbliche e porsero le loro braccia a disotterrar cadaveri, furono restituiti dal Re N. S. alle rispettive famiglie. I detenuti di Melfi, che, crollato il carcere, si presentarono poscia alle autorità, ebbero due anni di diminuzione della lor pena.
«Non si può dar esatto novero delle largizioni fatte dal Principe in quella sua permanenza nel Distretto di Melfi. Ogni suo passo era contrassegnato da una grazia, da un generoso soccorso,da. un provvedimento onde sollevare l’amministrazione pubblica dalla prostrazione in cui era caduta.
«Noi non diremo tutti i tugurii, tutti gli edifizii, anche i più sdruciti, non le capanne, anche le più lande, visitate dallo augusto Signore, ché dovrem dire averli visitati quasi tutti; diremo solo che, entrato nel pagliaio di un infelice mutilato giacente su misero letticciuolo, l’augusto Sovrano volle udire la dolente storia della sventura patita, e lo soccorse; diremo volle visitare il tugurio ove dimorava l’infelice bambino poppante, Vincenzo Ruggiero, tratto vivo dalle macerie dopo due giorni, ove giaceva accanto al freddo cadavere di sua madre, e gli lasciò ducati 50, e ordinò se ne prendesse cura speciale.
«Volle si allogasse in pubblico stabilimento l’altro fanciullo di anni sei, tratto vivo dalle ruine dopo sei giorni dal di del tremuoto.
«A noi non lice rivelare all'universale le ingenti somme versate a pro de' miseri; noi non possiamo narrare le grazie impartite, ché la carità veracemente cristiana dell’eccelso Sovrano non tollerava si conoscessero le largizioni fatte, ed il novero delle grazie è si moltiplice da empiere intero questo foglio. Diremo solo che Egli, dopo di aver soddisfatto al paterno suo cuore con la lautezza de' soccorsi, volle lasciare alla Commissione Centrale dei soccorsi da lui creata pel Distretto di Melfi e quello di Bovino altri ducati 5000, oltre l’altra consimile somma già versata, cioè ducati 5000, dalla sua cassa particolare, e ducati 1000 dalla cassa privata dell’augusta sua Consorte.
«Volle che tutte le orfane e gli orfani fossero collocati nei pubblici stabilimenti. Volle che ad occupare le braccia degli indigenti validi, e dar loro un mezzo di sussistenza si rianimasse il lavoro delle strade provinciali da Melfi a Lacedonia e da Melfi per il Lavello ai confini d’Otranto, coi fondi del R. Tesoro; ordinò che si aumentassero le baracche ad uso di cappelle pel sacro culto; volle che subito si costruissero i ricoveri in legno agli indigenti danneggiati; ed altre numerose disposizioni Egli emanò, in modo che la sua dimora di quattro giorni in Melfi fu uno spiro di vita novella a quelle prostrate popolazioni.
«Il 19 alle 11 a. m. Sua Maestà co’ Principi e col suo corteggio mosse per Venosa, dove, dopo di aver visitati i guasti del tremuoto, assai inferiori ad altri comuni e, dopo di aver lasciato larghe limosino, si recò ad Ascoli.
«A schiarimento e incremento de' particolari contenuti nella precedente descrizione, vuoisi aggiungere, rispetto a' provvedimenti sovrani, che la M. S. ordinava costruirsi 80 baracche per poveri nel piano di S. Marco, da contenere ciascuna quattro famiglie; dividersi in 80 quote la tenuta denominata Vulture e costruirsi una baracca in ciascuna; dividersi la terza parte dell'altra tenuta demaniale denominata Annunziata in trenta porzioni ed erigervisi pure in ciascuna una baracca; acquistarsi 5000 camicie ed altrettanti calzoni, non meno che 1000 mante o dossieri per disiribuirsi ai poveri; formarsi un elenco di storpiati e ciechi per tutti i paesi danneggiati; comporsi una commissione del Vescovo o del Parroco, in mancanza del primo, del Sindaco e di un proprietario per regolare i soccorsi da distribuirsi; aprirsi subito una strada da Melfi al ponte S. Venere per congiungersi con quella di Bisaccia, e pagarsi a tale oggetto della R. Tesoreria 6000 ducati, affinché avessero immediatamente da lavorare e sussistere gli operai di quegli afflitti comuni.
«La mattina del 18, d’ordine sovrano, le claustrali di Melfi, state già dal dì del disastro in distinta baracca, partivano pel convento di Avigliano in carrozze, sotto gli occhi della M. S., al cui provvido zelo non ¡sfuggì nulla di quanto attirar possa la benché minima attenzione.»
—Ma questo (continua la Discussione) è un inno del Giornale Ufficiale, dirà il signor Nisco. — E noi potremo rispondergli che quelli di oggi sono inni del pari; ma tra i tanti storici che hanno descritto con gli stessi vivaci colori quella catastrofe, noi scegliamo lo ZINI, il continuatore della storia del La Farina, rivoluzionario egli pure, e spietato nemico non meno dì Re Ferdinando II. Ora lo Zini pubblica sul disastro di Melfi una relazione dettagliata, la quale termina col seguente paragrafo che raccomandiamo allo studio dei lettori, (pag. 486, vol.I)
«Ilgoverno mandò operai, maestri, ingegneri, architetti, e cerusici e infermieri e sacerdoti e magistrati; posero mano a dissotterrare i sepolti sotto le macerie, e taluno riebbero ancora vivo e salvo, troppi più cadaveri o spiranti; composte prestamente infermerie, vi raccolsero feriti, e cittadini pietosi e sacerdoti e spedalieri d’ambo i sessi li ministrarono; e come fu calmato il primo sgomento, intrapresero a sgombrare le rovine, a puntellare gli edificii che minacciavano rovinare, a restaurare i meno guasti, a restituire insomma quel più si poteva dello abitato. Un pubblico accatto procacciò da sessanta a settantamila ducati, e ingente quantità di alimenti e di vestimenta, di masserizie: piccolo sollievo, ma pur sollievo a tanta desolazione. Poco sovvenne il governo, più assai il Re del proprio, il quale, benché si trovasse di quei giorni con un figlio infermo (il Conte di Lucera ancor bambino che di lì a poco mori), pur volle condursi col Principe Reale nella disertata contrada; e fu non lieve beneficio la sua presenza; avvegnadioché li provvedimenti allargasse sollecito, lo zelo e la operosità degli officiali regii stimolasse, taluno ancora, pigro o codardo, ad esempio rimovendo; e gli ospedali tutti poi visitasse, li più umili abituri, dov'erano poveri ed infelici, di conforti e di limosine consolando, e commettesse nuovi lavori per dar pane alli giornalieri; sicché in quella congiuntura, provvido ed umano, ebbe meritate benedizioni.»
E’ lo Zini che scrive questo splendido elogio: lo storico che ad ogni costo si propose d’assalire il governo di Ferdinando II; è Io Zini, che fa la concorrenza al Giornale Ufficiale delle Due Sicilie!! Non potremmo con più storica ed autentica evidenza ricordare ciò che da Ferdinando II fu fatto in quella terribile catastrofe.
—Veggiamo dunque, (conchiude la citata Discussione) in che noi abbiamo tradito la storia.
Tutta la nostra inavvertita colpa, — diciamo inavvertita, perché non credemmo offendere chicchessia non riscontrando prima la data precisa della partenza di Re Ferdinando li, — è che il facemmo partire subito. E quando si pensa che quel Re, col Principe ereditario, con S. A. il Conte di Trapani, con una parte di Ministri, col suo seguito percorse quei tanti paesi, nella maggior parte a cavallo, e si rifletta che da Roma a Casamicciola si va comodamente in poche ore; ci è da mandarci buono un errore di data, che non altera in nulla l’obbiettiva del viaggio!
Chi conosce la liberalità di Re Ferdinando II, non si arresterà alle cifre officiali da lui versate e che furono 22 mila ducati (130))cosi indicati;
| Da S. M. il Re | 8000 |
| Da S. M. la Regina | 2000 |
| Di più accordati altri | 12000 |
| Ducati | 22,000 |
Somma che è certo più dei 10mila ducati indicati dal Nisco!
Dopo ciò, seguite quel Re nella sua lunga e dolorosa escursione, udite ciò che vi dice lo Zini, di accordo col Giornale Ufficiale, per le ingenti elargizioni fatte dal Re a migliaia di sventurati; riflettete, che Ferdinando II era gelosissimo che non si facesse noto ciò che egli dispensava in opere di pietà e di carità, e 300 mila ducati vi parranno una somma non esagerata.
E questo sosteniamo, perché persone competenti, da cui abbiamo chiesto informazioni su questa circostanza, ci hanno riconfermato tale cifra dei soccorsi, che Re Ferdinando II spese nella catastrofe di Melfi e di tutti i sunnominati Comuni, essendo semplicemente Re delle Due Sicilie.
Il signor Nisco può fermarsi a cifre officiali, anche decimandole della metà; ma non può negar fede alle altre cifre, che non essendo ufficiali, risultano splendidamente da documenti storici ed officiali degli stessi scrittori della rivoluzione del 1860.
Non vorrà accettare la nostra cifra? Che monta ch’egli non ci creda? L’università delle nostre popolazioni ricorda la munificenza della Real Casa dei Borboni: munificenza e carità che i nuovi reggitori ammirarono, spaventati, quando ebbero sotto gli occhi i registri dell’Amministrazione della Real Casa: documenti parlanti di vastissima carità, che essi si guardarono bene di pubblicare, e più ancora d’imitare.
Resta l’accusa dell’invio della truppa.
—Non parti da Napoli immediatamente, ne dice il Nisco; partiva invece col Re una colonna nell’11settembre: e non erano 12 mila uomini. —
E’ la stessa differenza di data sunnotata, per ciò che riguarda la colonna di truppa che accompagnò il Re; ma non bisogna dimenticare, che sui luoghi del disastro, per ordine venuto da Napoli, giunse immediatamente, — a quanto ne affermano vecchi uffiziali ed impiegati civili che erano nelle provincie limitrofe, — un imponente forza di bracciali e di milizia, prima che il Re giungesse con la sua divisione.
Una menda di dettaglio, anche questa!
E qui dovremmo fermarci, lavati ed assoluti dallo sbaglio di data commesso nel ricordare i soccorsi portati a Melfi.
Dobbiamo fare paragoni?
Dio ce ne scampi! anzi diciamo che mettiamo assolutamente fuori quistione le auguste persone di Re Ferdinando II e di Re Umberto.
Ma è la stampa liberale che con le mille sue bocche, coi centomila suoi denti aguzzi, ha gridato e addentato le carni dei responsabili governativi, che han data — come ha scritto il Corriere del Mattino — una battaglia a Casamicciola, mettendosi sulla coscienza almeno 500 sventurati, che son rimasti morti sotto quelle rovine perché non soccorsi a tempo.
Dicesi che l’on. De Zerbi muoverà un’interpellanza al Parlamento per giudicare della condotta delle autorità militari. — E vedete caso! Re Ferdinando II, trovò anche lui che alcuni uffiziali del Governo non faceano bene il loro dovere a Melfi, e li punì...
Vedremo se il Parlamento farà altrettanto per Casamicciola. — Fin qui La Discussione.
Ma poiché abbiamo accennato al terremoto d’Ischia, crediamo ben fatto di dire qualche cosa e di raccogliere qualche documento intorno a questo memorando cataclisma.
Trovavami la scorsa estate sulle amene spiagge di Anzio, quando la mattina di domenica, 29 luglio, 1883, spargevasi tra quei bagnanti la notizia di un gran terremoto, avvenuto la sera innanzi nell’isola d’Ischia presso Napoli, con una ecatombe di umane vittime perite nelle ruine.
Fu un colpo di fulmine, che gettò lo sgomento in quella allegra popolazione.
I primi dispacci dicevano cosi:
Napoli, 29 luglio. — Ieri sera alle 9 e 45 furono avvertite varie scosse di terremoto a Casamicciola. Vi sono gravi disgrazie. Mancano i dettagli. Tutte le Autorità sono partite con pompieri e truppa
—Il disastro nell’Isola è gravissimo. Sono crollate molte case a Casamicciola, a Forio e a Lacco Ameno. Molte vittime.
Ischia, 29. — Il disastro è gravissimo, molto superiore a quello del 1881. (131) Casamicciola è quasi interamente ruinata. Moltissimi morti sono sepolti sotto le macerie; il loro numero non si può finora calcolare. Moltissimi feriti. Tanto a Forio, come a Lacco Ameno il disastro ebbe grandi proporzioni. Anche Serrara-Fontana é gravemente danneggiata. Si lavora attivamente al salvataggio. Lo stabilimento militare d’Ischia è salvo.
Napoli, 29. — Casamicciola è quasi interamente distrutta. Si calcola che i morti superino il migliaio. Grandissimo è il numero dei feriti che i piroscafi continuano a sbarcare a Napoli. Gli ospedali sono pieni e si preparano letti nelle chiese annesse.
L’Arcivescovo Sanfelice ed il consigliere delegato Cavarole visitarono i feriti nei varii ospedali.
Casamicciola, 30. — IlMinistro italiano Genala si recò a Casamicciola, ove giunse stamane alle ore 3, con 800 bersaglieri. (Trenta ore dopo la catastrofe)
— (Ore 5,15) — Di Casamicciola non restano che sole cinque case lungo la via in riva al mare; tutto il resto è distrutto. Lospettacolo è spaventevole. É impossibile precisare il numero dei morti, che si crede giunga a duemila. I bagnanti erano numerosi e non si salvarono che le persone che si trovavano nel teatro di legno posto sul mare. (Questa segnalazione non era del tutto esatta, come si vedrà) Fortunatamente l’ospedale di mille letti per cambio dei malati era vuoto; due Monache guardiane perirono.
Il ministro Genala, il prefetto di Napoli e la truppa sono sul posto; diriggono i lavori di salvamento.
Casamicciola, 30. (Ore 5,16). — E’ impossibile descrivere lo spaventevole spettacolo. A centinaia sono i morti seppelliti sotto le macerie. La scossa che cagionò il disastro durò 15 minuti secondi: fu vorticosa e come scoppio di cannone. Rovinò in un attimo tutto il paese.
—Sulla marina di Casamicciola nessuna casa è intatta, la chiesa è trasformata in deposito di cadaveri.
I morti si trovano sparsi lungo la strada che va al monte. La popolazione (superstite) è fuggita tutta; le case sono deserte e abbandonate; le poche persone sono inebetite e girano piangendo. É impossibile precisare il numero dei morti; qua sembra superiore a mille, a Lacco è di 300, a Fontana Serrara di 200. — Si lavora da tutti attivamente pel salvataggio.
Casamicciola, 30 (Ore 11,10). — È impossibile dare anche approssimativamente la descrizione della condizione dell’Isola. Casamicciola è letteralmente crollata. Una casa sola si dice che sia rimasta in piedi. La scossa essendo avvenuta alla sera, e quando i contadini si trovavano in casa, quasi tutta la popolazione rimase sotto le macerie. L’aspetto del paese è questo: rovina generale, vie sparse di cadaveri, con lunga fila di gente disperata o demente che chiama i parenti morti. Fra i cadaveri si osservano corpi di donne elegantemente vestiti, ma irriconoscibili. Si calcola ascendano a tre mila i morti. La cifra è presumibilmente esatta. La desolazione è generale.
Casamicciola 31 (ore 7,38 ant.). — Stante il dubbio di poter seppellire lo straordinario numero dei cadaveri, per le gravi difficoltà del disotterramento di essi dalle macerie, si coprirà tutta Casamicciola con uno strato di calce, trasformando l’intiero paese in cimitero, per evitare le conseguenze dovute alla inoltrata putrefazione della maggior parte dei cadaveri. Oggi giungeranno all’uopo 1500 quintali di calce!!!...
Napoli 31. — I cadaveri in gran parte sono irreconoscibili la cifra dei morti é spaventosa, e si ritiene con fondamento che superi i cinquemila! —
I giornali di Napoli avevano la seguente relazione da uno imbarcato sul piroscafo il Tifeo, nella rada di Casamicciola:
— Ilcapitano e l’ispettore di questo piroscafo, alle 9 e mezzo della notte sono stati scossi da un fortissimo rombo, e, volgendo lo sguardo sull’isola, si sono avveduti immediatamente del disastro dallo sterminato nugolo di polvere che s’innalzava. Le prime scosse sono state sussultorie, seguite da altre ondulatorie; in tutto sono durate 15 secondi.
Il nugolo di polvere, levatosi era cosi fitto da oscurare l’aria, e poi.... e poi lamenti, gemiti, grida disperate!
Un brigadiere dei carabinieri è corso sul piroscafo dando notizia dell’immane disastro; e il Tifeo ha fatto subito rotta per Napoli per avvisarne l’autorità politica
Monsignor Mennella, Vescovo Ausiliario d’Ischia, elevato al grado episcopale, non solo pei suoi meriti sacerdotali, ma pure per i provvidenziali soccorsi e per lo zelo apostolico da lui spiegati a pro dei danneggiati del terremoto del 1881, Monsignore è stato trovato morto sotto le rovine.
Quattro Suore della Carità e il professore Palma, direttore dell’Ospedale del Monte della Misericordia, sono sepolti sotto quelle macerie. Sappiamo, che fortunatamente quell’ospedale era vuoto, perché era stato preparato ad accogliere le donne inferme....
Il numero dei morti supera, a quel che si dice, i tremila.
Sono rimasti salvi quanti erano nel teatro, che è costrutto iu legno e senza tetto, presso la riva; salvato l’asilo delle bambine orfane e dei vecchi, affidato alle cure delle Suore di Carità.
A Forio d’Ischia, ove la scossa è stata più ondulatoria, gli abitanti hanno avuto tempo di fuggire dalle case che sono cadenti; quindi nessuna vittima.
Da varie fenditure del suolo zampillano acque bollenti.
Nel momento del disastro sono scoppiate le caldaie degli stabilimenti balneari.
A Serrara Fontana, a Barano poche vittime; la strage è stata a Casamicciola ed a Lacco Ameno.
S. E. R.ma Monsignor Arcivescovo ha ordinato a un gran numero di ecclesiastici di muovere immediatamente per Casamicciola a fine di accorrere in soccorso delle vittime. —
Il comm. Enrico Bottieri, professore di chirurgia all’Università di Pavia, uno dei pochi fuggiti al disastro, trovavasi al teatro, attrattovi da un suo bimbo, e narra lo scompiglio prodotto dalle due scosse di terremoto, che furono simili, allo sparo simultaneo di 200 cannoni. — Il teatro, scrive egli, che alla prima scossa sussultoria ballava, sotto l’azione della scossa ondulatoria si era piegato a destra. I lumi, e fu ventura, (poiché avremmo altrimenti corso pericolo di bruciare) s’erano spenti e rovesciati, e la gente correva verso l’uscita.
«Usciti, lo spettacolo era dei più terribili che mente umana possa mai immaginare. Eravamo nella più fitta oscurità, l’aria piena della polvere densa che si sviluppava dalle case che ad ogni istante cadevano, per cui il respiro diventava faticosissimo. Il pensiero, che ci fosse preparata la fine di Pompei, mi venne subito alla mente. Il fracasso delle case che rovinavano, misto al rombo incessante dei boati, e alle grida dei fuggenti e dei feriti era indescrivibile. Si grida: — Al mare, al mare! — Ma come muoversi in quella oscurità, in mezzo alle rovine già fatte e a quelle che ad ogni istante si accumulavano? Fatti pochi passi, persuasi quelli che erano con me, essere meglio tornare indietro e fermarsi davanti al teatro. Ci sovvenne che presso a questo c’era una ampia tettoia con sotto delle fascine. Si pensò di accenderle e far cosi un po’di luce; ma poco serviva anche questo: le fascine davano un subito bagliore, il quale non serviva ad altro che a farci sembrar l’aria ancora più scura.
«Davanti al teatro la terra si aprì due volte, e dalle crepature uscivano vampe soffocanti di gas solforoso e di acido carbonico; è probabile che parecchi siano rimasti soffocati da queste emanazioni.
«Alle 10 3[4 circa, vi fu un’altra scossa con due rombi; ma meno forte della precedente.
«I primi a comparire furono un capitano dei carabinieri e a alcuni soldati di linea, venuti da Ischia; e fu col loro aiuto che si poterono salvare parecchi. Il capitano disse che era stato spedito subito avviso a Napoli, e che dovevano arrivare due vapori con soccorsi.
«L’aria si era alquanto purgata dal nembo di polvere delle case crollate, e apparve un cielo sereno, calmo, che faceva il più strano contrasto colla scena di desolazione sulla quale faceva piovere qualche debolissima luce.
«Gli episodii che potrei narrarvi sono molti, e taluno di un fantastico terribile. L’Ospedale della Misericordia era crollato, seppellendo tutti quelli che v’erano nelle sue rovine. In mezzo a queste si staccava la figura di una Suora che, scampata alla morte, andava con un lume in mano cercando di poter recare qualche soccorso. Di tali episodii vi sarebbe di che riempire più volumi.
—In mezzo alle macerie dell’Hotel Central furono rinvenuti i cadaveri ancora abbracciati di una coppia danzante.
«In quella notte fatale aveva luogo nell’Hotel una festa da ballo!
«Gli ospiti di quell’albergo sventurato erano stati sorpresi dal terremoto durante il ballo, come quelli della Piccola Sentinella erano stati colti durante il suono e il canto eseguito da una Miss inglese.
«Due fratelli pietosi volevano estrarre dalle ruine i loro genitori, le loro sorelle, i loro parenti: sette persone della loro famiglia.
«Eglino si accingevano all’opera faticosa imposta e comandata loro dalla figliale pietà, incorati dai voti e dai desiderii vivissimi di tutti gli astanti, impietositi a tanto strazio di figli; quando sopraggiungono le autorità, e li forzano a cessare l’opera di salvataggio per ragioni sanitarie!!?....
«I poveri giovani piangono, si strappano i capelli, si disperano e si rivolgono a tutti implorando mercé e pietà.
«Tutto inutile: le autorità tengon duro; esse sono le custodi vigili e zelanti della salute pubblica!!!
«Era il giorno in cui era stato impartito dalle autorità governative l’ordine famoso del seppellimento dei vivi e dei morti colla calce viva!
«Fra i bagnanti di Casamicciola era il signor De Martinis, Missionario di San Vincenzo di Paoli, ben noto in Napoli ed in Roma, ove è membro della Sacra Congregazione dell’Indice. Quella sera funesta il De Martinis, dopo avere spesa la giornata a confessare insieme col sacerdote D. Alfonso Pojano, già Filippino di Roma (perito poi nella catastrofe), si trovava in camera a recitare il Breviario. Il tremuoto sopravviene, gli spegne il lume, tutto rovescia, e il De Martinis fugge, non so per quale apertura. Nella fuga si trova tra piedi un fanciulletto, lo piglia tra le braccia e continua a fuggire. Il fanciullo oppone furiosa resistenza perché nulla intende; finché giunto in luogo sicuro, il De Martinis lo lascia, e va oltre. Sente le grida di coloro che sono di sotto le macerie delle case rovinate, ed egli alza la voce, formola un atto di contrizione ed assolve, e poi avanti: e cosi gira tutta la notte all’oscuro, tra rovine immense, e continuamente ai gemiti dei sepolti risponde colla formola dell’atto di dolore e l’assoluzione. Centinaia e migliaia di volte ripete l’assoluzione, come l’angelo del perdono che si aggira in mezzo al flagello, e giova sperare che moltissime anime abbia cosi mandato in Paradiso.»
Altre relazioni ai giornali napolitani recavano:
—... Sono stati scavati altri cadaveri: erano gonfi come otri.
A Panza la maggior parte degli abitanti sono salvi perché quasi tutti erano sulla via accompagnando il SS.mo Viatico. —
—Il sig. Francesco Venturi di Policastro si era recato a Casamicciola a visitare il padre che vi faceva la cura. Per una di quelle eccezionalità, che in questi casi non può essere che un miracolo, padre e figlio Venturi, mentre tre muri della stanza da essi abitata crollavano, si erano rifugiati sotto il vano della porta, ed avendola, dopo grandi sforzi, aperta, si trovarono sull’orlo di un precipizio, perché la scala era rovinata. Invocando il nome della Madonna, si lanciarono su quelle rovine.... e ne uscirono salvi!
Dopo lavoro assiduo alla Piccola Sentinella, e precisamente in un muro caduto, si è salvato, il marchese Cammarota di Trapani. E quanti si salverebbero, se gli scavi fossero fatti subito! Non fa impressione il tempo che essi hanno potuto giacere sotto le rovine. Si ricorda che nel tremendo terremoto di Melfi, fu trovata viva dopo 15 giorni una donna che la scienza riconobbe essersi alimentata nientemeno che della febbre.
Sono state alzate moltissime tende sotto cui sono ricoverati i feriti, si direbbe meglio i moribondi, perché nello stato assoluto di non poter essere trasportati a Napoli. Alcuni Preti in atto pietoso danno gli ultimi conforti della religione ai moribondi; le Suore della Carità, piene di attività e di pazienza, sono dovunque.
Anche i Sacerdoti sono ammirevoli nei loro pietosissimi uffici.
I medici e i chirurghi hanno in essi zelantissimi cooperatori. —
È noto che gli abitanti della villa Sauvet rimasero salvi. Ora non sarà discaro l’udire ciò che si riferisce alla salvezza di due famiglie romane: quella del marchese Calabrini, e quella del principe Giustiniani Bandini. —La famiglia Calabrini era tutta a Casamicciola, i genitori co’ loro due figli; dei Giustiniani Bandini, il principe padre e il figlio D. Carlo soltanto.
Essi erano abituati di riunirsi la sera in un canto della villa che è statoruinato dal terremoto; ma la sera fatale erano rimasti invece in un atrio onde partono le scale che conducono ai piani superiori. A una tavola sedevano il principe Giustiniani Bandini, il marchese Calabrini, il duca di Bovino e il principe di Frasso, questi ultimi due napoletani. A un altra tavola era D. Carlo Giustiniani Bandini, occupato a disegnare, e presso di lui la marchesa Calabrini con la figlia. Il figlio del marchese Calabrini, giovinetto sui 15 anni, era in letto in una camera poco lontana.
Alla scossa del terremoto il lume, che era sulla tavola da gioco si rovesciò, e il petrolio, spargendosi, comunicò il fuoco al tappeto. Tutti quei signori, balzati in piedi, si diedero a spegnere il fuoco, mentre di fuori un rumore assordante veniva prodotto dalle ruine delle case vicine.
Occupati a spegnere quel principio d’incendio, essi non uscirono sulla via: e fu ventura, poiché sarebbero senza dubbio rimasti sepolti sotto le case crollate. Il giovinetto Calabrini, che sebbene coricato non aveva ancora potuto prender sonno, alla prima scossa balza dal letto e dalla finestra salta nel giardino.
«Riavutici dal primo spavento, narra uno di loro, uscimmo nel giardino anche noi. Avevamo potuto salvare un lume, e, rischiarati da esso, ci eravamo rifuggiti sotto un cocchio. Sentivamo la terra tremarci sotto i piedi, vedemmo larghi crepacci fendere il suolo. Che era avvenuto? Non potevamo rendercene conto; l’oscurità ci impediva di vedere e speravamo che come ci eravamo salvati noi, tutti gli altri si fossero salvati. Ci confortava in questa speranza il vedere poco lungi da noi i lumi alla Pension Suisse, la quale era anch’essa rimasta in piedi.
«Rientrammo rapidamente nel fabbricato, che, sebbene danneggiato non era tuttavia crollato, e, tratti fuori due materassi, vi facemmo adagiare coloro di noi che erano in peggiori condizioni di salute.
«Avevamo subito stabilito di correre alla marina, e di imbarcarci; ma nel buio della notte non ci era possibile tentarlo. Risolvemmo di aspettare l’alba.
«Passammo quelle ore abbastanza tranquilli. Quanti albergavamo alla villa Sauvet eravamo tutti salvi; non prevedevamo l’immensità del disastro; quindi aspettammo impazienti, ma calmi, il cader della notte. Non prevedevamo mai l’orrenda vista che ci avrebbe colpiti.
«Come apparve un po’ di luce volgemmo gli occhi attorno. Dio! che orrore!... Casamicciola era scomparsa. Case, alberghi, chiese, tutto era crollato; sole in piedi la nostra villa e la Pension Suisse: e, anche queste, in quale stato!
«Ci aspettavamo di vedere da un istante all’altro comparire qualche soccorso; ma soccorsi non giungevano. Finalmente a traverso le ruine, e sormontando le macerie, vedemmo giungere un ufficiale dei bersaglieri con due carabinieri; venivano da Ischia. L’ufficiale ci narrò gli orrori che aveva veduto venendo Ano a noi, e nel narrarli il bravo giovine scoppiò in un pianto disperato.
«Ci decidemmo finalmente di avviarci alla marina. Da Casamicciola al mare corrono appena due chilometri, e v’impiegammo forse due ore. Conveniva ora arrampicarsi sulle ruine, ora lasciarsi andar giù sulle frane del terreno. E in mezzo a quei macigni travolti, a quelle travi cadute, a quei sassi rovinati, cadaveri ancora palpitanti, feriti colle membra infrante e sanguinose.
«Giungemmo alla riva: la ressa era enorme; tuttavia ci riuscì di prendere imbarco sopra un piroscafo che era sul punto di partire. Qui di nuovo spettacoli d’orrore: morti distesi sul ponte; feriti, altri giacenti, altri aggruppati e seduti lungo il bordo.
«Il giovane chirurgo Mazzoni era infaticabile intorno alle vittime. In mezzo a quell’angoscioso tramestio lo vidi amputare una gamba a un bambino, aiutato pietosamente dalla marchesa Calabrini. Una povera donna distesa lungo la tolda col petto schiacciato, le gambe stritolate, si agitava nei dolori del parto.
«Il momento della catastrofe fu orribile, indescrivibile; le ore della notte furono ore d’un’ansia mortale. Ebbene, quel momento, quelle ore mi sembrano ora momenti di tranquillità, posti a confronto con quel viaggio nell’isola, con quel tragitto sul mare!»
Scrivevasi da Forio, 30 luglio, alla Libertà Cattolica di Napoli:
«Ringraziamo le Autorità per quello che hanno fatto, vorremmo baciare i Pompieri, i Bersaglieri, gli allievi Carabinieri coi loro bravi ufficiali per l’immenso lavoro a cui si sobbarcano con tale cura amorevole che ha commosso tutti. Ma la verità amara è che soccorsi mancano, o sono insufficienti. Ieri, 29, sul tardi giunsero appena 32 individui per ¿strappare centinaia di vittime dalle rovine; salirono più tardi a cento'; ora che scrivo (secondo giorno dopo il disastro) non arrivano a 200. Ed intanto per la canicola e il suolo vulcanico, i cadaveri si sono putrefatti, e le vie per cui transitano sono ammorbate dal fetore; i soldati per resistere, debbono di tanto in tanto aspirare dell’essenze odorose. Che sarebbe dei cadaveri, trascorsi altri giorni di questo sole?!
«Mons. Vescovo Mennella cadde sotto le ruine della casa insieme con un medico col quale parlava. Costui, che n’è uscito vivo, assicura che Monsignore era vivo sino al mattino, e che gli diede anche l’assoluzione, e poi più non l’intese.»
L’AroivesooTO di Napoli.
Lo stesso giornale ha quanto segue:
«Quell’angelo di carità che è Mons. Guglielmo San Felice, di Napoli, non pago di aver passata la giornata di domenica al capezzale dei feriti giunti in Napoli, volle ieri (lunedì 30) recarsi sul luogo del disastro. Partiva da Napoli alle 4 e mezzo antimeridiane con un vapore speciale, e alle 7 era a Casamicciola. Ricevuto con grandi significazioni di onore dalle autorità e da una folla di poveri sventurati superstiti, suo primo pensiero fu quello di visitare la chiesa parrocchiale rimasta, unica in tanta catastrofe, ancora in piedi. Quivi erano depositati cadaveri in gran numero; insieme colle armi che i soldati vi avevano lasciate per essere più lesti nei lavori di escavazione. L’Arcivescovo benedisse quei cadaveri e dispose che fossero composti nel miglior modo possibile.
«Per le premure fatte da Mons. Sanfelice, si ottenne dal Cavaliere Ettore Capecelatro, direttore del Genio Civile, che un numero di soldati ponesse mano a diseppellire il cadavere di Mons. Mennella, Vescovo ausiliare d’Ischia, per dargli condegna sepoltura....
«Dato ordine al clero di Procida perché avesse fatto decorose esequie al cadavere di Mons. Mennella, l’Arcivescovo cominciò a percorrere tutti i luoghi colpiti dalla sventura. Camminando tra quelle macerie, sfidando pericoli, la sua presenza, la sua parola, i soccorsi da lui elargiti tornarono di speciale conforto a quei popolani superstiti, di ammirazione alle autorità civili e militari, commosse a tanto slancio di carità.
«All’una pom. Mons. Sanfelice faceva ritorno in Napoli. E, dopo breve riposo, si recava a visitare di nuovo i feriti nei due Ospedali dei Pellegrini e del Borgo di Loreto.»
—Monsig. nostro Arcivescovo, scrive la Discussione, dopo emesso un sospiro e confortato di una parola quei disgraziati superstiti, volle in prima vedere in che stato fosse la chiesa parrocchiale; questa minaccia ruina ed intanto vi era il SS.mo sull’altare, mentre tutto il pavimento era occupato di moltitudine grandissima di cadaveri colà riposti, che davano già puzzo ammorbante. Vi erano anche le bajonette dei soldati, che per essere più agili allo scavo ve le avevano ammonticchiate. Benedetti quei cadaveri, l'Arcivescovo uscì di chiesa e dimandò se si fosse trovato il corpo di monsignor Monella, Vescovo Ausiliare d’Ischia; ma i parenti di esso lamentarono, che più volte avevano domandato che si fosse proceduto allo scavo nella speranza vivesse sotto le ruine; ma non avevano potuto essere esauditi.
Allora l’Arcivescovo, impiegando le sue parole presso le autorità, ottenne che il direttore del Genio, sig. Ettore Capecelatro, avesse spedito sul luogo buon numero di soldati. Ma le ruine erano grandi, e per salire a quel luogo si correva rischio per un muro crollante, che ad ogni passo poteva seppellire chi vi si accostasse, e mentre i soldati avviliti desistevano dall’opera, altri naturali del luogo, circoscritto il sito ove s’indicava che fosse la stanza del cennato Monsignore, dopo molte fatiche ne rinvennero il cadavere; era già gonfio! — Quel momento fu per tutti un pianto sincero: ed attribuendosi il merito del rinvenimento del cadavere all’Arcivescovo la soddisfazione e l’ammirazione era generale. Fu una gara poi fra il popolo a chi avesse dovuto acquistare un crocifisso che fu trovato accanto al cadavere del compianto Mons. Mennella. L’Arcivescovo diede ordine al Clero di Procida perché nel miglior modo possibile avesse fatto le esequie.
Procedendo per tal modo, potè avere la consolazione di vedere anche altri infelici estratti vivi dalle macerie; tra i quali una ragazza a nome Chiatino, che rifocillata con vino e neve dal conte Granito di Belmonte, che accompagnava l’Arcivescovo, fu mandata agl’incurabili. Né è a dire come nel desiderio di salvare altri, lo Ecc.mo prelodato si fosse rischiato di incontrare certo pericolo; e come dalle 7 all’un a pomeridiane egli avesse resistito al sole, alle fatiche, alla polvere ed al puzzo che mandavano i cadaveri. Il zelante Pastore poi confortava quei pochi superstiti con la sua angelica parola, e fu loro largo di soccorsi, in modo da destare l’ammirazione di tutte quelle autorità, le quali, affrante dalle fatiche e piene di operosità in mezzo a tanto disastro, non potevano non riconoscere quanto fosse degna di riguardo la paterna carità che animava l’Eccellentissimo.
È opportuno notare un episodio commovente. — Mentre l’Arcivescovo scendeva per presenziare allo scavo di Mons. Mennella, buon numero di pompieri che erano all'opera lo circondarono inteneriti dal suo pallore e gli offersero di bere un po’ di vino, pregandolo vivamente, si che dovette condiscendere a sorbirne un tantino, e li benedisse.
Cosi all’una partì da quell’isola infelice, giungendo in Napoli alle 2 e ½.
Intanto nelle ore pom. di ieri visitò nuovamente i Pellegrini e l’Ospedale di Loreto. —
Una parola di lode è dovuta al Clero di Procida ed a preferenza al R. D. Ernesto Angiulli di Napoli, che giorno e notte si sono ammirabilmente prestati per i soccorsi ai moribondi, riscotendo dall'Ecc.mo Arcivescovo e dalle stesse civili e militari autorità i più sinceri encomi. —
All'Arcivescovo giungeva intanto da Roma il seguente telegramma: — Napoli, Roma — Il Santo Padre ha inviato a Monsignor Vescovo d'Ischia ventimila lire per venire in qualche modo in soccorso alle miserie dei superstiti al flagello.
«L. CARDINAL JACOBINI»
Dispacci particolari recavano:
«Napoli I (ore 6 40 ant.). Il piroscafo che ci aveva portato a Casamicciola, riportocci iersera tardissimo a Napoli.
«E’ impossibile immaginarel’orrenda realtà del disastro!
«Di Casamicciola bassa non restano che quattro mura cadenti. Casamicciola alta è un immenso cumolo di macerie! Dapertutto un fetore insopportabile.
«Gli abitanti, istupiditi dal dolore, narrano di aver perduto ciascuno cinque o più membri della famiglia. Contansi molti casi di pazzia cagionata dalla catastrofe.
«Percorsi la via tra Casamicciola e Lacco Ameno. E’ lunga un paio di chilometri e corre incassata fra due muraglie diroccate. Dappertutto regnano l’orrore e la desolazione. La verde campagna è seminata di case rovinate. I rari superstiti giacciono su materassi nelle vigne.
«In un crocicchio una donna scarmigliata dinanzi ad un enorme ammasso di rovine, grida che sono quivi sepolte otto persone. Un padre dice che gli mancano quattro figli e che sono tutti là sotto. Ma è proibito scavare per timore di una epidemia....
«Lacco Ameno è più danneggiato di Casamicciola. Vi resta una sola casa che si regge a mala pena. I superstiti sono attendati sulla riva.
«Il Monte Epomeo, dominante il paese, è franato e screpolato.
«Forio è distrutta per tre quarti. Vi sono stati estratti circa 300 cadaveri. Moltissimi ancora sono sotterra.
«InPanza,altro paesello, vennero estratti 30 cadaveri.
«E’ impossibile conoscere l’esatto numero dei morti perché la massima parte rimarrà sotterra.
«L’intera isola contava circa ottomila abitanti; ne rimane appena la decima parte.
«L’isola verrà coperta da uno strato di calce viva, divenendo un immenso cimitero. Credesi che sotto le macerie esistano molti viventi, i quali non verranno salvati a motivo di tale disposizione!
«… Ieri alle 3 e ½pomeridiane assistei al salvamento di due sorelle diciottenni avvenuto in Casamicciola. Vivevano ancora dopo tre giorni di seppellimento. Furono trovate in un angolo della casa. La sorella maggiore ebbe la forza di picchiare, e cosi furono scoperte. Furono estratte pallidissime e respiravano stentatamente. La maggiore aveva una leggera echimosi sul pomello sinistro, la minore intatta. Chiamansi signorine Capozzi. La madre loro è morta li vicino. Le due giovanotte avevano seco un arancio ed una pera. Furono condotte sopra un battello, iersera vennero portate a Napoli.
«Ieri venne estratto un bambino vivo, salvato da un mobile che gli era caduto sopra senza offenderlo.
«La notte scorsa una donna chiamava aiuto; era circondata dalle macerie, ma aveva la testa libera. Cercossi di estrarla; ma un tavolino cadendo schiacciolle un piede. Tentossi di amputarle la gamba; non si riuscì. Vollesi aspettare il giorno; ma la dimane era morta di spasimo.
«Vi sono stati episodi commoventissimi. Una Signora salvò il figlio e sé gettando il figlio dalla finestra legato fra i cuscini e quindi calandosi essa per mezzo di lenzuola annodate.
Due ragazzini erano in un lettuccio nella casina Bollazzi. La metà del pavimento della loro camera crollò; ma essi rimasero nella parte intatta. La mattina vennero trovati addormentati come se nulla fosse accaduto. I loro genitori però sono morti.
Deplorasi l’insufficienza dei mezzi di soccorso e la confusione nel comando.
Ieri (31 lug.) vennero Acton e Mezzacapo insieme col Procuratore generale. Unitamente al ministro dei Lavori pubblici decisero di proibire ulteriori escavazioni. Genala restò in battello presso Casamicciola. Oggi arriverà Umberto.
L’Arcivescovo Sanfelice visitò ier l’altro tutti i luoghi danneggiati, portando a quei poveri infelici soccorsi e consolazioni. La carità sua e del clero sono ammirabili»
«La sera del disastro il curato di Forio tornava da Casamicciola; arrivato presso la porta della casa, mentre stava per aprirla, vide la casa stessa e la chiesa contigua sprofondarsi. Egli rimase salvo.
«All’Hotel Vesuve si rinvenne un uomo vivo, ma sopravvisse un’ora sola. Non potè proferir parola; piangendo strinse la mano ai suoi salvatori, e spirò.
«Calcolasi che nella sola via Casamennella in Casamicciola sianvi ancora mille cadaveri da estrarre.
«Siamo tutti inebetiti dell’immensità della sventura.»
Togliamo ancora dai giornali napolitani:
—La nota del giorno diventa monotona per eccesso di tristezza. La terribile impressione del primo momento, il luogo di scemare diventa più profonda e dolorosa. All’orrore della sintesi l’orrore dell’analisi.
E la prima analisi è l’appello. Feriti non ve ne sono più. Poiché dalle macerie non si estraggono più che cadaveri. Dal numero dei feriti, e dal numero dei superstiti si può calcolare il numero delle vittime. I feriti non giungono a 1000, i superstiti son pochi pochissimi, quindi il numero dei morti deve superare i 3000 a Casamicciola, i 300 a Lacco, i 700 a Forio: oltre a 4000 morti!
Per gli edilizi il calcolo non è difficile; eccetto poche case a Forio, non v’è più un solo edilizio in piedi a Casamicciola, a Lacco, a Barano, a Serra-Fontana!
Ed oggi l’immensa necropoli è muta, e il silenzio del sepolcro è solo interrotto dal percuotere dei picconi e delle zappe sui rottami, o dal dirupare delle mura che ancora rimanevano in piedi per forza di equilibrio. Di quando a quando i zappatori rallentano i colpi, depongono gli strumenti, si curvano, allontanano colle mani la terra, perché hanno scoverto un cadavere; e dopo il primo, il secondo e poscia il terzo, e così continueranno sino a tre, fino a quattromila chi sa forse fino a cinque mila!
Questa spaventosa tragedia del 28 luglio ha avuto un segno caratteristico: ha inaridito le fonti delle lacrime.
I superstiti non han pianto ancora, sono insensibili, sono come chi è colpito da un fulmine. Il loro dolore non si manifesta coi singhiozzi come nelle sventure ordinarie; la molteplicità della sventura li ha impietriti. Essi parlano e rispondono dei loro morti come di cose indifferenti; si discorre del numero dei parenti perduti come alla borsa del prezzo delle derrate.
—Chi avete perduto?
—Io? La moglie, tre figli, una figlia ed una sorella.
—E voi?
—Mio padre, mia madre e mia moglie.
—E tu?
—Mia madre e quattro figli.
—E tu?
—Tre sorelle, un fratello, mio padre e mia madre.
—E voi?
—Mi son morti tutti, non ho più casa!
E tutto ciò senza una lagrima, senza un segno di dolore, come si trattasse del ribasso di tre punti sulla rendita
Una sola sensibilità è rimasta loro: quella dei nervi. Hanno orrore di entrare in casa, hanno paura di dormir soli.
Ieri all’Ospedale dei Pellegrini quando sparò il cannone di mezzogiorno, tutti i feriti di Casamicciola, anche i moribondi, saltarono nei loro letti. Perché un tuono, come quello del cannone, fu il segnale della catastrofe; dopo il tuono, una scossa, un vortice di sassi, la sepoltura.
Ma non è sepolta solamente Casamicciola. Anche Lacco, anche Forio sono sepolti. E sotto le macerie di Lacco e di Forio giacciono molte centinaia di cadaveri. E quei soccorsi che a Casamicciola giunsero solo dopo quindici ore, a Forio non giunsero punto!
E tutto ciò a un’ora di distanza da una città di 500,000 abitanti con una guarnigione, con depositi, con mezzi di ogni sorta, con otto vapori con le macchine accese dall’una dopo la mezzanotte di sabato!
Di chi la colpa di questa negligenza che ha potuto costar la vita e centinaia di sepolti? Bisogna indagarlo.
Episodi commoventissimi avvengono tutto il giorno; ma per brevità tralasciamo di descrivere. — E un testimonio del gran disastro telegrafava:
«Napoli, 1 agosto. (Ore 1 pom.) — Torno in questo momento dall’Arcivescovado. Ho trovato l’Arcivescovo estremamente commosso; colle lagrime agli occhi egli mi ha narrato scene orribili, particolari strazianti.
«Una donna all’Ospedale degl’Incurabili è morta lasciando nelle mani dell’Arcivescovo un bambino di sei mesi; molte sono le fanciulle che rimangono orfane di ambedue i genitori.
«La carità ufficiale è assolutamente inefficace. L’Arcivescovo fa appello alla carità dei Cattolici. Egli prepara a tal uopo una pastorale e formerà eziandio una commissione per raccogliere le offerte.
«Napoli 1 agosto (Ore 1 25 pom.) — Gli ultimi piroscafi giunti da Casamicciola nulla recano d’importante. Dicesi che l’ordine dato dal ministro Genala di sospendere gli scavi per diseppellire le vittime e di uccidere anche i viventi con la calce viva ha fatto scoppiare l’indignazione universale: e che l'ordine crudele è stato revocato.
«Una incredibile confusione ha regnato e regna nella direzione degli scavi e nella distribuzione dei viveri. Ma v’ha di più.
«Non parlasi che di Casamicciola, non si pensa che a Casamicciola, eppure vi sono altri paesi egualmente colpiti, ma non egualmente soccorsi. In questi paesi si muore addirittura di fame. La miseria degli abitanti è indescrivibile e strappa le lagrime.
«Casamicciola 2 agosto (ore 11 1(4) — Ho visitato Forio che è grande due volte più di Casamicciola. I danni di Forio sono anche maggiori di quelli di colà. Delle molte e grandi case che vi sorgevano, non restano che le fondamenta. Della chiesa non vedesi in piedi che una sola parete.
«Il Parroco mi additò il luogo dove sorgeva una grande casa colonica: era abitata da una famiglia di dodici persone per nome Modello. Di questi infelici nessuno si è salvato; sono tutti sepolti colà sotto le rovine. Si calcola che Forio abbia avuto più di due mila morti.
«Questa mattina è giunto qui da Napoli Umberto.»
Il terzo giorno dopo la catastrofe della infelice isola vi si portava il Re Umberto, e l’ufficiale telegrafo ne dava le seguenti notizie:
Napoli 31 — S. M. il Re, accompagnato dagli on. Depretis, Acton e dal generale Pasi è arrivato alle 1,50 ant.
Lo attendevano alla stazione l’on. Mancini, il Prefetto, il Sindaco, l’on. Di Sandonato e tutte le altre autorità. Appena disceso dal vagone, il Re interrogò il Prefetto sulla catastrofe; quindi assieme ai Ministri ed al Prefetto parti subito per Casamicciola.
Casamicciola 1 — S. M. il Re, accolto dalla popolazione piangente, riunita alla marina, ed accompagnato dall’on. Genala, visitò minutissimamente tutte le località del disastro. Domandò a parecchi ufficiali notizie delle opere eseguite e da eseguirsi. Rimase dolorosamente impressionato, e si espresse con l’on. Depretis essere
uno spettacolo impossibile a potersi immaginare. In Piazza, S. M. ricevette Mons. Vescovo d’Ischia latore di una lettiera dell’Arcivescovo di Napoli pel Re. S. M. disse d’esser grato dell’opera caritatevole del Vescovo e lo ringraziò.
—Alle ore 9 antim. giunse a Forio S. M. il Re accolto dalla popolazione commossa; visitò tutto il paese, massime le località, più danneggiate; ebbe parole affettuosissime per la contessa Ravaschieri che qui compie opera caritatevolissima.
Napoli, 1. — S. M. il Re visitò Lacco Ameno e Forio. Venne accolto dalle popolazioni con commoventi ed unanimi dimostrazioni di riconoscenza e divozione. S. M. il Re ne rimase impressionatissimo.
—Il Re mise a disposizione del prefetto lire 100,000 per i danneggiati. In questo punto (ore 3,55) sbarca il Re salutato Esploratore e da una nave inglese giunta stamane.
Napoli, 2. — S. M. il Re, accompagnato dagli on. ministri Depretis, Mancini, Acton, dal generale Pasi e da altri personaggi è uscito dalla Reggia alle ore 1,52, percorse Toledo per recarsi a visitare gli ospedali.
—Sua Maestà, dopo quello dei Pellegrini, visitò gli ospedali di Gesù e Maria, degli Incurabili, della Pace, di Loreto e di Sant'Eligio, trattenendovisi lungamente. Interrogò i feriti, prendendo conto della gravità delle loro ferite, commiserando le loro sventure, assumendo informazioni sulle loro famiglie e disponendo affinché sieno soccorse. Uscendo dagli ospedali Sua Maestà era vivamente commossa. Dappertutto fu accolta da una grande folla plaudente. La visita durò fino alle ore 7 circa. Quindi, accompagnato dagli on. Depretis, Mancini, Acton, dal Prefetto, dal Sindaco, e dal seguito, si ritirò al Palazzo, sempre vivamente applaudito dalla cittadinanza.
—S. M. partirà probabilmente stanotte. — E parti di fatto.
—Qual uomo, scriveva l'Osservatore Romano, quale classe, qual ordine di persone può uguagliare l’umile Cappuccino nei giorni della peste, la Suora negli ospizii, il povero Parroco nel travagliato villaggio? Ma perché allora, visibilmente divina essendo la loro annegazione, i Agli del secolo deridono con cinica beffa la Suora, il Parroco, il Cappuccino? Quegl’insulti, quelle beffe, quegli oltraggi fanno maggiormente risaltare la virtù, la carità, il sacrifizio degli uomini a Dio dedicati, dei figli della Chiesa nostra santissima.
Noi non vogliamo fare recriminazioni; ma se tutti per l’isola d’Ischia avessero fatto il loro dovere, come lo fecero i Sacerdoti, forse si sarebbe potuto operare maggior salvataggio e ridonare alle famiglie molte persone lasciate in abbandono sotto le macerie. '
Ma ciò che non fecero ancora i calunniatori del Clero, lo faranno in seguito coi loro baccanali, di cui parecchi furono già annunziati. I prodotti di questi baccanali saranno splendidi, non v’ha dubbio; ma intanto ecco ciò che si legge in una corrispondenza napoletana della Gazzetta Piemontese, foglio, già s’intende, liberale.
«Due anni fa, quando vi fu l’altro disastro di Casamicciola, si era d’inverno, e si fece un mondo di cose: feste al Costanzi corse, regate, e si raccolse una somma ingente, tanto che si dovettero sospendere le sottoscrizioni, perché le somme raccolte superavano già d’assai i danni. Ebbene di una grande parte di quelle somme non si sa che cosa sia avvenuto, certo non andarono ai danneggiati.
In somma, se si vuol fare, si faccia; ma presto e bene. E soprattutto delle somme raccolte risulti chiaramente l’impiego, e si mandi al diavolo il Comitato delle feste pubbliche, dimostratosi insuperabilmente inetto, e non si faccia, come si è fatto per le inondazioni del Veneto, che si è aspettato a mandare soccorsi quando già il disastro entrava nel dominio della storia, tanto che oggi, a dieci mesi di distanza, c’è ancora un fondo di diecine e diecine di migliaia di Lire.»
Qui ritornano naturalmente alla memoria le parole che il Ministero del neo-regno d’Italia metteva in bocca al Re Umberto di Savoia nel così detto discorso della Corona del 22 novembre 1882, vale a dire, solo otto mesi prima del disastro:
«Vi saranno presentati, diceva Re Umberto, nuovi studii sulle istituzioni di beneficenza, per veder modo di volgere, con un’amministrazione sobria e severa, a benefizio dei veri indigenti, il ricco patrimonio che i nostri padri lasciarono a sollievo delle umane miserie (applausi), e per sostituire alla carità debilitante e talvolta umiliante, l’assistenza fraterna che rafforza e incoraggia. (Bene!)
Il liberalismo applaudì all’insulto scagliato contro la Carità cristiana e contro i nostri pii antenati che l’avevano costituita depositaria e tutrice della loro generosa volontà. Non vi fu cuore cattolico ed onesto che non ne fosse disgustato; ma Iddio vindice dell’onore della sua Chiesa e dei suoi servi, scorsi pochi mesi, fece vedere al mondo gli effetti della famosa assistenza fraterna che rafforza e incoraggia!
Il Pungolo di Napoli, giornale non punto sospetto, deplorando il modo col quale furono erogate le somme provenienti dalle enormi largizioni di tutto il mondo a favore dei danneggiati d’Ischia, scriveva:
«Andando di questo passo si finirà per dire con ragione che la carità ufficiale è fatta più per lasciar morire di fame, che per soccorrere prontamente, come l’urgenza del bisogno; comanda a qualunque anima bennata; andando di questo passo, non si potrebbe consigliar di meglio ai molti generosi oblatori, i quali mandano ogni giorno nuove offerte alla tesoreria municipale e impinguano di nuovi e larghi peculii il patrimonio della carità, di tenersi nelle loro tasche i quattrini di quelle offerte, e dispensarli da sé stessi, in moneta spicciola, ai tanti sventurati che si scontrano per le vie, stupiditi dal dolore, stremati dalle quotidiane privazioni, senza conforto.»
E il Bersagliere, altro giornale liberalissimo, rincarando la dose, osservava:
«Non aggiungiamo da parte nostra altra parola: é una mostruosità, dicemmo noi; è un disordine vergognoso, scrisse la Riforma, è una iniquità, esclama il Pungolo, è uno spettacolo triste e indegno grida la Gazzetta di Napoli, e la uniformità di questi lamenti, che scaturiscono anche da giornali non sospetti, è la prova la più (sic) apodittica che noi possiamo ottenere di quanto abbiamo scritto diverse volte: che, cioè, là dove entra il Governo, così come ora è costituito e organizzato, entrano la confusione, il disordine, la sterilità anche dei pensieri e delle idee più sublimi per islancio e per generosità. Governo arido, governo senza cuore!»
Dio grande! il liberalismo non poteva avere punizione maggiore! Ha fatto la prima prova sul genere di carità che ha pensato sostituire alla carità umiliante cristiana, nella occasione opportunissima delle due orrende calamità del Veneto e d’Ischia.
I soccorsi arrivarono a torrenti.
Ebbene la nuova carità che rafforza e incoraggia, si è mostrata, giusta il Pungolo, capacissima a lasciar morire di fame gli sventurati.
Quella carità è riuscita una mostruosità, una iniquità, uno spettacolo triste e indegno, come scrivono la Riforma, il Pungolo e la Gazzetta di Napoli.
E alla Carità cristiana, il Governo ha sostituito secondo il Bersagliere, la confusione, il disordine, la sterilità. Il Governo si è mostrato senza cuore!
La sorte futura di tutte le Opere pie, che tanti tesori costarono ai padri nostri, è dolorosamente presentita, inevitabilmente preveduta; in mano del liberalismo quelle Opere saranno isterilite.
La nuova carità che rafforza e incoraggia la si è veduta alla prova. E’ confusione, è disordine, è sterilità.
Sullo stesso argomento il Corriere della Sera di Milano, dopo aver accennato ad alcuni inconvenienti di diversa natura, scrive:
«L’altra osservazione riguarda le sottoscrizioni, la carità, la beneficenza. Il pubblico è molto diffidente in proposito. Abbiamo, in ispecie, il precedente della stessa Casamicciola.
«Pel terremoto del 1881 si raccolse più del valore dei danni; ma in quali mani, in quali tasche s’è fermato il denaro? Quei di Casamicciola assicurano positivamente di aver avuto nulla o pochissimo. Cosi, parimenti, tutti si domandano, se e quando si farà la ripartizione definitiva dei fondi raccolti pei danneggiati delle inondazioni… Per ora si sa che alcuni sindaci sono sotto processo per essersi appropriata parte di quei fondi. Bisogna dare al pubblico serie guarentigie da questo lato, se non si vuole che l’appello alla carità cittadina resti poco fecondo.»
Il Piccolo di Napoli, foglio liberale, foglio che è sopra luogo, accenna a una opportuna compilazione in Italia di un dizionario di modi proverbiali e fa la seguente proposta, che non manca di spirito:
«Il nuovo autore del dizionario non dimenticherà, per esempio, di registrare in questa opera la recentissima maniera di dire proverbiale, neonata, che col tempo si sostituirà certamente al decrepito Soccorso di Pisa. — Il Soccorso di Casamicciola! e spiegherà come per gli scrupoli, pei regolamenti, per le discussioni, pei controlli, per l’alta autorità, per la precisione, per calcolo algebrico e per l’abracadabra del Comitato centrale di soccorso i danneggiati del terremoto d’Ischia languiscano nella miseria e desiderino la morte, e accattino un pane, mentre il Comitato, seduto su d’una cassa forte, che contiene tre milioni di lire, suda il poverino e veglia e si attacca e si strugge facendo operazioni geometriche, aritmetiche, algebriche, calcoli differenziali e calcoli integrali, logaritmi e tavole di ragguagli, e poi daccapo divisioni e suddivisioni d’interi, di frazioni e di frazioni di frazione, proporzioni, progressioni per differenza e progressioni per quoziente, regole di società, regole di alligazione, e regole di falsa posizione — sovratutto queste ultime — affinché Tizio non abbia un ventesimo di un decimo di un millesimo di lira più di ciò che gli spetti in ragione del danno sofferto, della ricchezza antecedente di lui, della miseria presente, della probabilità di ricchezza futura, dell’agiatezza dei suoi congiunti, della possibilità d’altri terremoti che lo danneggino, delle amicizie. private che han già potuto soccorrerlo, e di altre probabilità imponderabili.
«Operazioni difficilissime. Donde la necessità di un generale del genio…
«Ah per carità! Meno genio; e più senso comune!»
Né ciò è tutto. In mezzo alla confusione in cui si agitano i filantropi moderni perfino le offerte dei Cattolici cadono in saccum pertusum, cioè in mano dei ladri. Leggasi la seguente lettera diretta dalla Curia Arcivescovile di Napoli al Direttore della Liberti Cattolica.
«Napoli il dì 4 agosto 1883.
«Ill.(mo) e R.(mo) Monsignore.
«Al momento mi perviene nelle mani un foglio a stampa portante il seguente titolo: — Curia Arcivescovile di Napoli, modulo della Colletta, ecc. — con rispettive colonne di nome e cognome, dimora ed offerte per soccorrere i superstiti di Casamicciola, e già ricoverto di molte firme e cifre di offerte. Mi affretto pregarla a voler rendere di pubblica ragione nel suo accreditato giornale, che il foglio è del tutto apocrifo e fatto allo scopo di trar profitto dalla sventura per ingannare gl’incauti. Niuna colletta di tal genere è stata iniziata da questa R.ma Curia Arcivescovile; e quindi tutti i fogli o lettere od anche persone che possono girare a nome di essa per lo scopo indicato debbono aversi come arti maligne di perversi speculatori. Coloro i quali, spinti dalla carità cristiana, vogliono far giungere le loro offerte sicuramente nelle mani dello Arcivescovo, senza tema di essere tratti in inganno, potranno dirigersi ai molto RR. Parroci, ovvero ai membri della Commissione costituita dal nostro Arcivescovo.
«Le sarei anche grato, se per dare la massima pubblicità a questa, Ella si compiacerà invitare tutta la stampa periodica di questa città a voler far cenno della presente.
«Il Vicario Generale
Gius.can. Carbonelli»
Ma a Roma avveniva di peggio. Fatta una grande colletta di oggetti per i poveri superstiti d’Ischia e raccolti in più magazzini, si trovò che alcune guardie, destinate a custodirli, li rubbavano, così che furono arrestate.
Intanto Sua Maestà il Re Umberto di Savoia che, sebbene di volo, visitava anch’egli quelle desolate contrade, non pensando più alle parole che gli aveva messo in bocca il suo Ministro pochi mesi prima della tremenda catastrofe, volle rendere un pubblico omaggio alla carità del Vescovo d’Ischia con la seguente:
«Milano 7 agosto 1883.
«All’animo profondamente commosso di S. M. il Re, mentre visitava le vittime e le rovine dello spaventevole disastro, che colpiva tanta parte dell’isola d’Ischia, fu di conforto l’affettuosa parola di V. S. R.ma, che, seguendo l’impulso del suo cuore, pregava Iddio per tanti infelici, ed invocava la benedizione del Cielo sul capo della Maestà Sua e della Reale Famiglia.
«Nella pietà della S. V. per l’irreparabile sventura, che gittò nel lutto l’intera Nazione, la Maestà Sua ha veduto degnamente espresso quel sentimento di Carità cristiana, di cui il Clero seppe dare così lodevole prova.
«Sua Maestà il Re avrebbe desiderato poter ringraziare Egli stesso la S. V. del suo nobile atto, ove Ella non fosse stata impedita dalla sua salute del farlo personalmente, ed affidava quindi a me l’onorevole incarico di attestare a V. S. la Sua alta soddisfazione, e di significarle i suoi voti perché Ella sia lungamente conservata all’esercizio del suo Sacro Ministero.
«Mi è propizia l’occasione per professarle, Monsignore, la mia riverente osservanza
«Per il Ministro
«N. Rattazzi
«A. S. Signoria Rev.ma
«Mons. D. Francesco di Niccola
«Vescovo d’Ischia»
Il Prefetto di Napoli, dal canto suo, indirizzava all’Ecc.mo Arcivescovo la seguente:
16 agosto 1883
«Eccellenza»
«Aveva fatto assegnamento sul concorso dei signori rappresentanti di V. E. nella seduta, in cui il Comitato centralo si propone di coordinare l’opera dei diversi Comitati di soccorso ai danneggiati dell’isola d’Ischia. Raggiunto lo scopo, io debbo ringraziare V. E. per la scelta delle persone, cui volle affidare l’importante e delicato incarico, che fu disimpegnalo con quello spirito di carità, al quale sono informate le opere di V. E.
«E poiché mi è data questa occasione di scriverle, permetterà l'E. V. ch’io esprima i più vivi ringraziamenti, per essere accorso uno dei primi suoi luoghi del disastro, dispensiero di conforti morali e di soccorso agl’infelici superstiti. L’opera di V. E., religiosa e civile ad un tempo, fu quale dovea attendersi del Prelato, che l’intera provincia riconosce esempio di rare virtù d’anima e di mente. L’azione efficace e pronta confermò nell’opinione generale la fiducia che, nelle prospere come nelle calamitose vicende, V. E. sa compiere l'alta sua missione colla carità da sacerdote, coll’affetto di cittadino.
«Ringrazio l'E. V. pel benevolo concorso che mi ha prestato, e che mi presta in questo momento doloroso, in cui tanto conforto reclama l’opera delle autorità, e creda che perenne sarà in me la ricordanza di quanto è stato operato dell’E. V. Ho il pregio di confermarle i sensi della mia alta stima e distinta considerazione.
«Dev mo: SANSEVERINO.»
Conserviamo ancora questi altri elogi sinceri all’illustre Arcivescovo. Uno è della Gazzetta d'Italia del. 2 agosto,n. 214, che scrive così:
«I telegrammi e le lettere di Napoli fanno meritati elogi della condotta di monsignor Sanfelice, il quale fin dal primo momento rivaleggiò colle altre autorità per venire in soccorso dei disgraziati d’Ischia. Sacerdote e uomo di cuore, pensò tanto ai conforti religiosi, quanto ai soccorsi umani. Per telegramma ordinò subito al parroco ed ai preti d’isola di Procida di recarsi ad Ischia, dove ha pure inviato quindici altri sacerdoti e gli stessi seminaristi per assistere le vittime. Egli non ebbe alcuno scrupolo di lasciare convertire chiese in ospedali per raccogliere i feriti; e siccome mancava la biancheria, così egli ordinò tosto che venissero adoperate le tovaglie degli altari. Monsignor Sanfelice è di continuo negli ospedali di Napoli a consolare ed incoraggiare i feriti, e fu anche a Casamicciola.» .
E l’Opinione, n. 212, ha da Napoli in data del 31 luglio:
«Un elogio senza riserva va fatto al nostro pietosissimo Arcivescovo, monsignor Sanfelice. Domenica egli non fece altro che girare gli ospedali della nostra città, confortando con la parola e con l’opera gli infelici. La sua giornata trascorse in gite continue dall’Immacolatella ai Pellegrini ed agl’Incurabili. Diede ordini perché, occorrendo, si facessero filacce con le tovaglie degli altari, si servissero di calici per sopperire alla mancanza dei bicchieri, si mettessero i letti nelle chiese, ove negli ospedali il posto riuscisse insufficiente. E ieri accorse a Casamicciola, sorvegliando gli scavi, coadiuvando da vero cristiano all’opera' umanitaria cui procedevano con alacrità e'd abnegazione soldati, carabinieri, pompieri, cittadini.»
Ed ora, dopo il poco da noi raccolto intorno a questo luttuoso soggetto, ci asteniamo dal fare confronti. Aggiungiamo solo alcuni documenti più importanti.
In mezzo al terrore e allo sgomento universale Mons. Vescovo d’Ischia indirizzava questo commoventissimo appello all’egregio Mons. Cristoforo Milone, Direttore della Libertà Cattolica di Napoli:
«Ischia 39 Aprile 1883
«Rev.mo Monsignore,
«Non ho l’intenzione di tratteggiare un quadro della sventura che ha colpita quasi tutta questa mia Diocesi; e quando pure l’avessi, non saprei certo trovare le parole adequate, oppresso come sono da indicibile dolore. Qui i morti non si contano, e molto meno i feriti. In Casamicciola i superstiti non raggiungono che poche centinaia. Parlare poi di danni e di miserie è cosa del tutto superflua, quando si pensi, che, di tutti i Comuni della Diocesi, quello solo d’Ischia è restato illeso.
«Monsignore, io mi affido a voi ed a cotesto Ecc. mo Arcivescovo. Ambidue nella luttuosa circostanza dell’altro tremuoto, che nel 1881 afflisse solo porzione di Casamicciola e Lacco-Ameno, vi rendeste altérnentebenemeriti della caus¿idella sventura. Ritengo quindi che adesso non solo non vi negherete, ma prenderete con affetto e slancio pietoso i miei poveri figli sotto la vostra salvaguardia. Già il prelodato Mons. Arcivescovo, da quell’angelo di carità che è, si è degnato recarsi personalmente negli ospedali napoletani per visitare i feriti, ed anche sopra luogo di Casamicciola. A voi dunque, degnissimo Monsignore, col vostro accreditato giornale muoverete a compassione gli animi ben nati. La vostra parola ravvivi la fiaccola della carità cristiana, che nell’altro tremuoto fece prodigi. Essa porti all'orecchio dei pietosi tutte le lagrime di migliaia d’infelici, che, mentre da una parte piangono i loro più cari, dall’altra ben si avvengono che la miseria in cui sono piombati, quantunque irreparabile, umanamente parlando, pure potrebbe essere in certo modo mitigata, ove la carità loro porgesse la mano. Intanto le mie forze sono di gran lunga inferiori agl’immensi ed urgenti bisogni. Io invoco i soccorsi della carità cattolica.... io li aspetto. Questi soccorsi potranno egualmente dirigersi a me sottoscritto, Vescovo d’Ischia, all’Ecc. mo Mons. Arcivescovo di Napoli ed a cotesta Direzione.
«Accogliete, egregio Monsignore, i sensi della mia stima, e credetemi Vostro
«Servo in Gesù Cristo
«FRANCESCO,Vescovo d’Ischia.»
Monsignor Guglielmo Sanfelice, zelantissimo Arcivescovo di Napoli, rivolgeva poco stante ai fedeli della sua archidiocesi la seguente Pastorale per eccitarli a venire in soccorso degli infelici colpiti dalla catastrofe:
«Col cuore lacerato dalla più straziante ed atroce sciagura rivolgiamo ora a voi la Nostra parola, o figli dilettissimi, consapevoli per esperienza della vostra carità, alla quale mai inutilmente si è ricorso, e voi che, sempre docili alle parole del vostro Pastore lo avete veduto accorrere sollecito, dove il dovere lo chiamava, dove la sventura richiedeva l’opera solerte del suo sacro ministero, voi che siete tuttora contristati dai gemiti di tanti sofferenti, dalle desolanti grida di tanti superstiti e dagli annunzi della catastrofe che non si potrà mai nella sua tremenda verità descrivere, voi senza dubbio parteciperete alle nostre premure, come partecipaste alle ansie del nostro cuore.
«La mano di Dio si è aggravata un’altra volta sulla sventurata Casamicciola e sue adiacenze! Dopo 23 mesi, non erano ancora ristorati i danni gravissimi del precedente tremuoto, né prosciugate ancora le lagrime versate per quella calamità, quando sopravvenne questa spaventosissima ed oltre ogni credere esiziale sciagura al cui confronto quella non fu che il lampo precursore dello sterminio. Adoriamo, o figli dilettissimi, adoriamo prostrati nella polvere i giudizi di Dio, umiliamoci sotto la onnipotente mano di Lui, e non paventiamo l’apparato formidabile della Sua Divina Giustizia la quale, ora cosi terribilmente, ha voluto farsi conoscere e temere.
«Noi abbiamo creduto Nostro compito recarci in quell’isola dopo aver prodigate le nostre prime cure a tanti feriti, a tanti moribondi trasportati qua negli ospedali di Napoli. Quale vista, o figli dilettissimi, quale scena, quanta iattura! Quelle terre così fiorenti, ubertosissime, e ricche di tante bellezze e di tante memorie ora non sono che un mucchio di rottami, di macerie, di frantumi! Sotto a quelle macerie ed a quei rottami fu sepolto tutto un popolo, e Noi ci siamo aggirati per molte ore tra quelle rovine per irresistibile desiderio di recare i conforti all’anima se non al corpo di chi, lottando nelle agonie delle morte, poteva abbisognarne.
«Raccapricciati allo spettacolo desolante, e straziati dai gemiti di pochi superstiti vivi, abbiam cercato di aggiungere più forte stimolo allo zelo di tanti pietosi accorsi a diseppellire gli agonizzanti, a disotterrare i cadaveri. Adoperammo ogni mezzo perché senza ulteriore indugio si recassero i necessari soccorsi al benemerito Prelato Ausiliare del Vescovo di quell’isola, Monsignor Mennella, oppresso sotto altissima macerie di pietre. Sotto i nostri occhi furon tolti gli enormi massi caduti sopra di lui; ma i voti dell’animo nostro di trovarlo ancor vivo restarono delusi! Sul cadavere schiacciato dalle rovine, avente ai fianchi il Crocifisso, discesero le benedizioni della Chiesa e le preci per l’eterno riposo di quell'anima benedetta.
«Prestati distribuiti quei soccorsi, che per noi si potessero migliori, rivolgemmo l’animo nostro a provvedere ai bisogni delle anime. Fatti venire dal giorno innanzi Sacerdoti dalla vicina Precida e da Napoli, furono divisi per i vari luoghi del disastro, affinché non mancassero i conforti della Religione in quella terra di desolazione e di miserie.
«Ma, o figli dilettissimi, tra le molto migliaia di estinti sonovi tanti genitori e tante madri, i cui piccoli figliuoli, resi ora orfani abbisognano di tutto; sonovi tanti giovani, Ch'erano il sostegno dei genitori e delle famiglie; sonovi tanti sposi, tanti fratelli, tanti congiunti, la morte dei quali mette la rovina e la desolazione fra tanti cari superstiti. Fra quelli stessi, che son potuti salvarsi a stento, quanti malconci, quanti amputati, quanti poveri e bisognosi dell’altrui carità! Rivolgete per poco i vostri sguardi agli Ospedali di Napoli, ove solo si può avere una misura del tremendo disastro. — 11 numero dei feriti è tale, che Noi abbiamo dovuto cangiare le Chiese di taluni Ospedali in asili per le travagliate membra di Gesù Cristo che sono gl’infermi ed i poveri. Noi sopra quelle nude membra ed insanguinate (poiché in tanta moltitudine di languenti erano mancate financo le suppellettili) abbiamo disteso i bianchi lini, che ricovrivan gli altari, né abbiamo per poco esitato a disporre che, dopo essere serviti al sacrifizio del Corpo reale del Redentore, venissero adoperati pel corpo mistico di Lui. Ci siamo aggirati e ci aggiriamo tuttora intorno ai letti dei travagliati, sovvenendoli come le nostre povere forze il comportano, stringendoli al cuor nostro, mescolando le nostre con le loro lagrime, e dirigendo a tutti parole di consolazione e riconciliando i morenti con Dio.
«La Chiesa di Gesù Cristo, questa Madre così affettuosa e ricca di tanti conforti, trova sempre il modo come temperare il rigore dei divini flagelli; e Dio stesso, che nell’ora della sua giustizia si ricorda delle sue Misericordie, come ha detto un Profeta, non abbandona coloro che specialmente pel ministero della Chiesa ricorrono alle paterne braccia di Lui. Laonde, in mezzo a dolori si atroci, Noi sovrabbondiamo di consolazioni, come diceva di se stesso l’Apostolo Paolo, e di quelle consolazioni che ci sostengono in mezzo a tante fatiche ed aggiungono coraggio al Nostro spirito tribolato. Voi Io sapete, voi lo vedete, figli dilettissimi, che le voci, i gemiti cd i sospiri dei pupilli, delle vedove, dei poverelli e di quanti sono colpiti dalla lamentevole sciagura, con ogni ragione a Noi, quale loro Padre, si rivolgono, a Noi tendono le stanche loro braccia in modo che niuna requie abbiamo avuto né daremo al nostro corpo per non venir meno in nulla alle esigenze della carità ed ai sacrosanti doveri del ministero. Ma che cosa è ciò che si è fatto a fronte di quello che è da fare? Potremo Noi, Vostro Pastore, rispondere e provvedere ai tanti e svariati bisogni?
«Quello che abbiamo, voi pur lo sapete, è vostro: non ci resta che la vita ed il sangue nelle vene, che Noi pure spendiamo e spenderemo fino alla morte per Vol. Ma oh! mio Dio, qual giovamento, Noi esclamiamo col Profeta, quale utilità nel nostro sangue? che potremo Noi fare senza di Voi, figli miei carissimi? Quae utilitas in sanguine meo? Da Voi non dimando che carità per tanti figli della Chiesa, che sono pur carne della carne Vostra. Ciascuno porti l’obolo fraterno (132) e lo versi a beneficio di quei sventurati. .
«L’Angiolo della desolata Chiesa d’Ischia a Noi, suo Metropolitano, con piena fiducia si rivolge nel trambasciamento dell’animo suo, ed ancora Egli per mezzo Nostro invoca da tutti soccorso per i danneggiati suoi figli. Nel nome adunque di Gesù benedetto vi supplichiamo di venire in nostro aiuto. Ah! figli dilettissimi, unitevi ai nostri sforzi per la salvezza di tanti che da voi aspettano il conforto e la salute. Soccorrete colla elemosina ai superstiti, sovvenite con i suffragi agli estinti di Casamicciola (133).
«La carità, figli dilettissimi, la carità di G. C. infiammi i nostri cuori e ci spinga ad essere larghi e pietosi coi nostri poveri fratelli. Questa carità, questa benevolenza coprirà la moltitudine de' nostri peccati, disarmerà la giustizia di Dio, e Lo renderà placato e propizio. Noi siamo sicuri che Egli, a vista delle misericordie da noi usato ai tanti infelici, voglia tener lungi dal nostro capo tra gli altri flagelli, che pur ne minacciano, quello specialmente che di lontane contrade tuona e rumoreggia come segno di spavento e di castighi. (134)
«Formati noi, figli dilettissimi, alla scuola della dottrina cattolica, riteniamo per fede che il corso dei mondani eventi è tutto nelle mani di Dio, che ogni cosa dispone a nostro vantaggio. Onde se i flagelli ci affliggono e ci minacciano per ricondurci a Dio, noi per evitarli dobbiamo emendare la nostra vita dai disordini e dal peccato, essere fedeli alle leggi di Dio e della Chiesa, ed insistere nella preghiera, nella elemosina e nella mortificazione dei sensi, e cosi non solo scamperemo pure dal contagioso morbo che minaccia solo il corpo; ma saremo ancora liberi dal contagio della colpa, più terribile del primo, che uccide le anime.
«E poiché è imminente il pio novenario in preparazione all’Assunzione di Maria SS., nostra speciale pretettrice, ricorriamo con fiducia al trono di Lei, che è piena di grazie e di misericordia, e con gemiti e con pianti ricordiamole che Ella, non per altro è stata sollevata in Cielo a tanta Gloria e istituita nostra Avvocata presso del Figlio, che per intercedere per la nostra salvezza.
«Avvaloriamo la nostra fiducia invocando pure i Santi Nostri Patroni, e specialmente il Taumaturgo nostro S. Gennaro. La vostra viva fede, vivificata dalle opere della Carità, siatene sicuri, ci libererà sempre da qualunque male presente e futuro.
«A tal fine noi vogliamo che in tutte le Nostre Chiese, ove si conserva il SS.mo Sacramento, nel corso di detta Novena, dopo le solite preghiere alla Vergine, si recitino le Litanie de' Santi. I Parroci e Rettori di Chiesa avvisino i fedeli che il giorno 15, sacro a Maria Assunta, dopo il solenne Pontificale, daremo per delegazione avutane, la Benedizione Apostolica, cui è annessa l’Indulgenza plenaria a chiunque vi assiste col cuore contrito e dopo essersi confessato e comunicato.
«Con effusione di cuore imploriamo da Dio onnipotente ogni grazia e celeste consolazione, e vi benediciamo in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
«Dal Nostro Palazzo Arci vescovile 1 Agosto 1882.
†GUGLIELMO, Arcivescovo
L’istessa Eccellenza Sua Reverendissima indirizzava al Direttore dell'Osservatore Romano la seguente lettera:
«Ecc.mo Signor Marchese
«Sono commosso vivamente per tanto slancio di carità, che in vista della comune sciagura toccata all’Isola d’Ischia, e dietro il luminoso esempio del Santo Padre, ha animato tutti i cuori a venire in pronto soccorso dei fratelli colpiti da tanto disastro.
«E io ringrazio vivamente l’E. V. per la parte così efficace che sostiene a favore di tanto movimento di carità, avendo già raccolte, L. 800, che si è compiaciuto inviarmi. (135) Il Signore ne la rimuneri a mille doppi, e con lei tutti i pietosi oblatori, pei quali la voce dei miseri sovvenuti non cesserà d’impetrare la migliore benedizione del Cielo.
«Siccome poi per le mie gravissime occupazioni non posso direttamente attendere alla equa distribuzione dei soccorsi che da tutte parti mi pervengono, ho costituito una commissione all’uopo, così composta:
«Monsignor Arcivescovo Filippo Gallo, Presidente — D. Raffaele De Martinis d. M. — D. Gennaro Granito di Belmonte — D. Ernesto Angiulli — D. Gaetano Pappalardo — D. Antonio Loviano — D. Renato Morgera, Curato di Casamicciola — Marchese Francesco Imperiali — Comm. Gaetano Massa — Signor Antonio Pittore, i quali sotto la mia direzione assegneranno ai disgraziati i competenti soccorsi.
«Resto mortificato poi dalla lode onde l’E. V. ricolma la mia condotta in questa tristissima sciagura, per la quale non ho fatto più del dovere, né più di quello che avrebbe fatto ogni altro che si fosse trovato nel caso mio.
«E con sensi di sincera stima e grato animo. Le presento i miei ossequi, e mi raffermo di gran cuore.
«Napoli, 4 agosto 1883.
«D. mo Obbl.mo Servo
Guglielmo, Arcivescovo (136)
La Eccellentissima Principessa di Cassaro, che presiede il Comitato delle Dame napolitano per l’opera di S. M. della Provvidenza in Casamicciola, pubblicava nei giornali la seguente lettera:
«Onorevolissimo Sig. Direttore
«Appena avvenuta la catastrofe dell’isola d’Ischia, parecchie delle Dame napoletane, che dopo il disastro del 1881 ci eravamo costituite in Comitato per fondare l’Ospizio di Santa Maria della Provvidenza in Casamicciola, ci siamo adoperate con la maggiore sollecitudine possibile a dare ricovero ed aiuto a tutto il personale di detto Ospizio, quale era già con Decreto Governativo eretto in Ente Morale.
«Grazie a' prodigi di annegazione e carità operati dalla direttrice. Suor Antonietta, (che esponendo la propria vita ne ha salvate tante) meno due bambine perdute, gli altri sono tutti provvisoriamente ricoverati nella Casa Centrale delle Figlie della Carità all’Arco Mirelli, e presso le Piccole Suore dei poveri al Corso Vittorio Emanuele.
«Io, come Presidente del detto Comitato, mi credo nell’obbligo di pubblicare il nostro progetto di accogliere quanti vecchi inabili ed abbandonati, e quanti fanciulli orfani di ambo i sessi ci saranno inviati dell’età al disotto di 12 anni, muniti dell’atto di nascita, del certificato dei Sindaci e Parroci dell’Isola o dei direttori degli Ospedali dove attualmente si trovano. Essi potranno diriggersi albi detta Casa Centrale delle Figlie della Carità, dove sarà provveduto al loro collocamento.
«Noi a tal’uopo disporremo de' mezzi pecuniarii forniti da noi stesse e dalla pubblica carità sin dalla prima sventura del 1881; ma ora, desiderando estendere l’opera a benefizio di tutta l’Isola, apriamo una sottoscrizione, e sarà nostra cura di rendere di pubblica ragione, e col loro permesso, i nomi e le offerte di quelli che vorranno contribuire ad un’opera cosi urgente di carità.
«Gli offerenti potranno dirigersi o alla mia Villa, Rocca di Belvedere a Posillipo, dove presentemente mi trovo, o alla mia casa in Napoli, Calata Trinità Maggiore 4, al mio segretario signor Enrico Comincili, che ne rilascerà la debita ricevuta.
«Conto sulla cortesia di Lei, sig. Direttore, per vedere inserita nel suo accreditato Giornale questa lettera. Coi sensi ecc.
«Napoli 9, agosto 1883.
«La Presidente del Comitato
«Principessa di Cassavo Moncada»
A onore delle Dame napolitano, cosi fu iniziata la sottoscrizione:
| Principessa di Cassare | L. | 500 |
| Marchesa Filiasi di Somma | » | 500 |
| Duchessa Ravaschieri | » | 100 |
| Principessa di Caramanico | » | 500 |
| Marchesa Filiasi Milano | » | 100 |
| Marchese Filiasi | » | 600 |
| Duchessa di Castronuovo | » | 400 |
| Teresa de Martino | » | 500 |
| Contessa di Cigliano | » | 200 |
| Contessa Siciliano | » | 100 |
| Rocco de Zerbi | » | 100 |
| Martino Cafiero | » | 50 |
| Giov. Tesorone | » | 25 |
| Marchese Forcella | » | 100 |
| Marchesa Forcella | » | 50 |
| Un’anonima | » | 5 |
| Una signorina anonima | » | 50 |
| Bambini Filiasi | » | 10 |
| |
L. | 3890 |
«Re Francesco II, scrive la Discussione, per mezzo del D. Carlo Eminger, consigliere e segretario privato dell’Imperatrice Maria Anna d’Austria, ha rimesso a S. E. Rina il nostro Arcivescovo, Monsignor Sanfelice, la somma di lire Cinquemila per la sua offerta di soccorso. — Cinquemila lire! — Sono una somma lieve a paragone dei TRECENTO MILA DUCATI (un MILIONE è 275 mila lire') che, al pari dell'augusto suo Genitore, Egli avrebbe versati per quei poveri danneggiati; ma sono un tesoro, ragguagliata alla presente sua fortuna e alla dolce memoria del suo cuore.
«E questo tesoro di affetto lo manda a quei miseri per la mano di S. M. l’Imperatrice Maria Anna d’Austria, sorella di S. M. la defunta Regina, Maria Cristina di Savoia, sua Augusta madre!
—Non v’è chi non sappia che l’augusto Difensore di Gaeta fu spogliato di tutto dai presenti saccheggiatori d’Italia. —
La verità s’impone anche al Secolo: è tutto dire, eppure è così.
Il giornale liberalissimo di Milano infatti afferma, come Carlo III di Borbone, per evitare i pericoli provenienti dai continui fenomeni dinamici, avesse proibito che si fabbricasse a Casamicciola. Alessandro Giordano, fin dal 1834, aveva conchiuso un suo rapporto, dicendo, che dove non fossero stati proibiti gli scavi di argilla in prossimità dell’abitato, Casamicciola sarebbe un giorno crollata.
«Gli ordini del Borbone, nota il Secolo, gli avvertimenti del Giordano rimasero inascoltati: si continuò a fabbricare, si continuò a scavare, e Casamicciola è crollata.
«Le forze della natura sono insistenti, terribili, inesorabili: guai agli smemorati, guai agli imprevidenti! Accadde per l’isola disgraziatamente, ciò che era accaduto per le regioni dell’Alta Italia, colpite dallo ultime inondazioni: si dimenticarono le lezioni dell’esperienza per spensieratezza!
«Anche dopo il disastro delle inondazioni, si ricordavano da tutti i lavori che si sarebbero dovuti eseguite sul Po e quelli che si dovevano impedire nella parte superiore dell’Adige.
«Ma era tardi: tardi allora, come oggi! É la solita storia di tutti i giorni, di tutti i disastri: passato il pericolo tutto cade nell’oblio, si ritorna all’abituale spensieratezza. Qual dura lezione pel Governo italiano, il quale con una spensieratezza e una smemorataggine, fenomenale, ha lasciato che, dopo quanto avvenne nel 1881, Casamicciola sorgesse di nuovo sulle sue rovine, e qual tremenda responsabilità che si è assunto il Governo italiano!»
Il Governo del Papa e il Governo del Neo-Regno d’Italia
Norcia 1859. — Ischia 1883
—Nel passato giugno (1883), scrive l'Unità Cattolica, si discorreva in Montecitorio, e nel successivo luglio in Senato, di un orribile terremoto avvenuto il 22 di agosto del 1859 in Norcia nell'Umbria, e 24 anni dopo quella Catastrofe discutevasi nel parlamento dei Regno d’Italia, che cosa dovesse fare dei danari allora raccolti in favore dei danneggiati. Fortuna che i danari c’erano ancora!… Il ricordo di que’ fatti e di que’ sussidi, delle provvidenze allora abbracciate dal Governo del Papa, delle cautele adoperate con ammirabile prudenza a l’ultima fine dei sussidii raccolti allora, possono servire di eloquente commento a ciò che è avvenuto ed avviene oggidì dopo il terremoto dell’Isola d’Ischia. Epperciò raccontiamo:
Alle ore una e mezzo pom. dei 22 di agosto 1859 una violenta scossa di terremoto abbatteva la città di Norcia negli Stati Pontificii. Vi governavano ancora i Preti, ed era sotto la dipendenza di Mons. Delegato di Spoleto, il quale, saputa appena la dolorosa notizia, corse immediatamente a Norcia, e di là scrisse il seguente dispaccio telegrafico a Roma: «La desolazione qui èal colmo, la città è intieramente ruinata; il popolo sparso per la campagna; moltissimi i morti, molti i feriti. Si sono dissotterrati finora 67 cadaveri. Per mia parte è stato provveduto alla difesa e sicurezza delle persone e delle proprietà.»— Quantunque allora fosse incominciata la guerra al Papa, e tutti i giornali italianissimi cercassero ogni pretesto per calunniare il Governo pontificio, tuttavia non seppero dire nulla di simile a ciò che pur troppo avvenne a' giorni nostri in Napoli e nell’isola d’Ischia.
La Santità di Pio IX, appena udito il grave infortunio, volle che subito fosse disposta la somma di scudi 9500 a favore dei poveri danneggiati, la quale somma, derivava in parte dal peculio, privato del Santo Padre, e fu erogata, secondo le sovrane intenzioni, da Mons. Delegato, d’accordo con Mons. Vescovo o col Gonfaloniere. A questo primo sussidio ne succedette un altro di ben 20,000 scudi, e i cittadini, seguendo l’esempio del Papa, mandarono larghi sussidii ai danneggiati dal terremoto di Norcia.
E qui voi essere ricordata la notificazione che il 29 d’agosto del 1859 l’E.mo Card. Patrizi, Vicario generale della Santità di Pio IX, pubblicava per la raccoltadelle offerte a favore dei danneggiati. V’imparino gli attuali governanti la saviezza e la prudenza da usarsi in simili casi. Eccola:
«Sono a tutti ben note le orribili disgrazie cagionate dal terremoto nella città di Norcia e nelle terre circonvicine e quanti infelici sono rimasti vittima dell’inaspettato flagello. La Santità di Nostro Signore, sensibile oltremodo 'alla disavventura de' figli, ha subito mandato generoso soccorso, onde far fronte alle più urgenti necessità. Ma, conoscendo che ogni giorno si rendono maggiori i bisogni, ci ha ordinato di fare appello alla ben nota carità dei Romani e degli altri dimoranti in questa città, affinché con qualche somma vogliano anch’essi sollevare i proprii fratelli. In esecuzione adunque dei venerati comandi di Sua Santità, verranno da noi nominati alcuni probi ecclesiastici e secolari, che, muniti di una nostra autorizzazione in iscritto, faranno colletta e depositeranno il danaro raccolto nella nostra segretaria, per essere subito rimesso e distribuito a seconda dei rispettivi bisogni. Non dubita la Santità di N. S che i Romani, sempre pronti a secondare i suoi desideri, vorranno anche in questa circostanza far mostra di quella carità, che li ha sempre distinti, e della quale debbonsi aspettare da Dio una larga retribuzione.»
Questo nobile appello, dove cerchi invano le rimbombanti frasi dei giorni nostri, produsse ottimo effetto. E qui entri a parlare il Ministro dell’interno del neo-regno italiano, Agostino Depretis, il quale nella tornata del 30 di giugno 1883 presentava al Senato del Regno un progetto di legge relativo ai soccorsi raccolti ventiquattro anni prima pei danneggiati di Norcia:
«Signori Senatori, diceva egli, nell’anno 1859 un violento terremoto recava gravissimi danni al caseggiato di Norcia. Molte abitazioni furono atterrate e molte case rese inservibili. Per sollevare una sì grave sventura, il Governo pontificio concedeva un primo sussidio di scudi romani 9500 (lire 51,062. 50), indi un secondo di scudi 20,000 (lire 107,500); scudi 3,000 (lire 16,125) elargiva la Provincia (allora Delegazione pontificia) di Spoleto, e scudi 17,000 (lire 91,375) la carità cittadina. Ad amministrare questi fondi, che ascendevano alla cospicua somma di scudi 49,500, pari a lire 266,062. 50, il suddetto Governo nominavauna Commissione, la quale, dopo aver provveduto ai più bisognosi di ricovero e di sussidio, proponeva che la somma rimasta disponibile venisse erogata nella costruzione di una nuova borgata, con abitazioni specialmente destinate alla povera gente, secondo un piano regolatore di già approvato. Il Governo pontificio, con dispaccio 28 aprile 1860, approvava, la proposta.»
Allora Vittorio Emanuele II mandava i suoi soldati ad invadere l’Umbria e ad instaurarvi l’ordine morale. I nuovi governanti s’impadronirono tosto dei fondi e riconobbero che gli abitanti di Norcia non ne avevano più bisogno; giacché, parte col proprio, parte cogli ottenuti sussidi, avevano provveduto al risarcimento delle loro abitazioni. La somma che era rimasta fu di lire 171,240, che vennero versate nella Cassa dei depositi e prestiti, e in ventiquattro anni, col cumulo degli interessi, ammontarono a lire 238,251. 40. Di questa somma venne disposto, nel luglio di quest’anno, che fosse assegnata al Comune di Norcia, affinché possa colla medesima soddisfare alle passività più onerose ond gravato il suo bilancio.
Le quali passività risultano principalmente dagli sperperi fatti dopo l’instaurazione dell'ordine morale! Il Comune di Norcia, dopo l’invasione del 1860, s’è gravato di un debito di lire 626,262, e della metà di questo debito paga l’enorme interesse del 9,50 per cento! La sovra imposta dei tributi diretti supera di gran lunga l’imposta principale, e ciò che fu dato sotto il Governo pontificio, per sopperire ai danni del terremoto, ora serve per sopperire al terremoto della rivoluzione! Da questo racconto poi vogliamo dedurre alcune conseguenze ad ammaestramento dei nostri lettori: _
La I(a).è che sotto il Governo pontificio fioriva la carità cattolica, senza aver nulla di comune colla moderna filantropia; la 2(a).che i danneggiati dal terremoto di Norcia erano si largamente soccorsi che una parte ancora di quei sussidi rimane ai giorni nostri; la 3(a).che quei soccorsi si accumulano non coi balli, colle serate, colle rappresentazioni teatrali, colle feste o colle baldorie come praticasi oggidì, ma unicamente per amore di Dio e dei proprii fratelli; la 4(a).è che, durante il terremoto di Norcia, il Governo pontificio mise al sicuro le proprietà, e i ladri non poterono compiere quelle imprese che pur troppo compirono largamente a' giorni nostri nell’isolad’Ischia;la5(a).è che si provvide saviamente dal Governo del Papa ai soccorsi raccolti dalla carità e s’impedì che altri abusasse della disgrazia per impadronirsi delle elemosine; la 6(a). è che quei danari, così fruttuosi sotto il Governo del Papa, sfumarono in baldorie, in debiti ed in imposte sotto il Governo del Regno d’Italia. Etnuncerudimini! —
A far meglio risaltare il confronto fra il Governo pontificio e l’italiano, vogliamo qui soggiungere un ordine del Ministro delle finanze, Agostino Magliani, dopo la catastrofe dell’Isola d’Ischia. Eccolo:
«Sua Eccellenza il Ministro delle finanze ha ordinato la sospensione della riscossione di tutte le imposte erariali dell'anno in corso, cioè quarta, quinta e sesta rata nei danneggiati del terremoto. Ha provveduto altresì per gli sgravi di imposta sui fabbricati (!!) e sulla ricchezza mobile, lasciando piena libertà ai Comuni ed alla provincia per quanto riguarda le rispettive sovraimposte.»
Il Pungolo di Napoli chiama prodigiosa e fenomenale questa Ordinanza del Ministro delle finanze; e la Discussione del 4 di agosto la giudica come merita. Casamicciola, Lacco Ameno, Forio, ecc., sono un cumulo di rovine, ed il ministro delle finanze ha sospeso la riscossione delle imposte erariali!!!...
Ecco alcune parole della Discussione di Napoli:
«Onorevole Magliani, la morte è fatalità stabile, non mobile; quando il terremoto e l’avvallamento inghiottono e rovinano i fabbricati, questi spariscono: e fateci il piacere di cancellare logicamente dai registri del vostro poema epico-finanziario la rubrica di queste tasse, la cui sospensione è più ridicola della riscossione. Purtroppo al laccio delle tasse redentrici sono appiccati i vivi; ma impiccare i morti anche in effigie, perché sepolti, ne sembra grottesco?»
E più innanzi la Discussione ripiglia: «Abbiamo veduto gli onorevoli Mancini, Acton e Depretis accorrere a Casamicciola, fermandosi alla marina, prendendo il fresco ed i rinfreschi; ma l’onorevole Magliani non era li a grattarsi la pera, perché incubrava da luogo sicuro al modo con cui soccorrere quei danneggiati di Casamicciola. E il sussidio, che ha mandato Magliani è lo sgravio dell'imposta sui fabbricati e sulla ricchezza mobile!... Italiani, voi siete, avvertiti: non v’è che un terremoto, il quale distrugga intieramente le vostre case, che possa liberarvi dall’imposta sulla ricchezza mobile, e non varrà neppure a liberarvene intieramente; ma solo A SOSPENDERNE L’ESAZIONE!»Incredibilia, sed vera.
MEMORIE DOCUMENTATEPER LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANARACCOLTE DA PAOLO MENCACCI ROMANO_________________ VOLUME II – PARTE II ROMA TIP.DEGLI ARTIGIANELLI DI S. GIUSEPPE Via Monferrato, 149. 1883 |
Coll’attentato di Orsini, e colla morte sua e dei suoi complici si apre, per cosi dire, risolutamente l’ultimo stadio della massonica rivoluzione d’Italia. Mazzini, dal quale movevano presso che tutte le fila della grande cospirazione, imperversava ne’ suoi intendimenti fornendo sempre nuova esca all’incendio rivoluzionario; e sotto la data di Londra 26 aprile 1858 dirigeva in francese le sue Istruzioni alla sezione del partito d'azione nella Svizzera. Con esse accennava un concerto settario mondiale contro gli uomini del dispotismo che occupavano uno dei due campi in cui egli divideva l’Europa; essendo l’altro occupato dagli uomini della libertà e dell'associazione. Per combattere la guerra della questione sociale indicava per terreno adattato la Francia; per quella delle nazionalità l’Italia, e per questa seconda bisognava incominciare dall’assalire l’Austria; al che, diceva egli, l’Italia è matura senza dubbio. Raccomandava la raccolta di mezzi pecuniarii, le soscrizioni ai fondi rivoluzionarii, conchiudeva minacciando Roma e Parigi.
Le cose procedevano di questa guisa, quando nell’estate del 1858 Napoleone III, recatosi ai bagni di Plombiéres, il conte di Cavour vi si portò a complimentarlo, dicevasi, per parte di Vittorio Emanuele II.Allora ebbe luogo tra loro quella lunga conferenza di circa otto ore, che andò celebre nella storia, sotto il nome di Colloquio di Plombiéres, e nella quale si presero gli ultimi accordi per la imminente guerra che doveva essere iniziata col nuovo anno. Fu infatti stabilito tra le altre cose che, se l’Austria avesse mosso guerra al Piemonte, la Francia lo avrebbe soccorso, e avrebbe fatto in modo che ottenesse nell’alta Italia uno Stato di dodici milioni di abitanti, passando in compenso alla Francia la Savoia e Nizza (137).
Così, mentre Mazzini con una sua lettera del 29 luglio 1858 al Mills annunziava alla trepidante Italia: «Il nostro giorno verrà», contemporaneamente L'Opinione di Torino, diario ministeriale di Cavour, il 30 dell'istesso mese di luglio, precisamente un giorno dopo la pubblicazione di quella lettera fatta nell'Italia e Popolo, gravemente vaticinava: «Verrà il giorno in cui la storia noterà la visita fatta recentemente dal conte di Cavour a Plombières, come un avvenimento di grande importanza per alcune questioni della politica europea». Ma fra il giorno aspettato da Mazzini e quello affrettato da Cavour, quali giorni funestissimi non doveva passare la sventurata Italia!
I due grandi agitatori prepararono la strada l'uno all'altro, mentre cospiravano egualmente allo sfasciamento della vera Italia per farla unita in un solo caos materiale, morale e religioso, quale già da tanti anni deploriamo. Secondo il de La Rive, nell’Opera citata pag. 284, «la Convenzione di Plombières consisteva nella creazione di un Regno dell’Italia settentrionale sino all’Adriatico, compresivi i Ducati di Parma e di Modena, assegnandosi così al Piemonte una popolazione di 12 milioni di abitanti; la Toscana ingrandita con una porzione degli Stati pontifici; Savoia e Nizza ceduta dal Piemonte per indennità alla Francia, la quale dovrebbe difenderlo in caso di guerra aggressiva da parte dell’Austria».
Magnificando il risultamento di questo arcano trattato, gli ammiratori di Cavour attribuiscono all'Imperatore di aver detto in quell’incontro: «In Europa non vi sono che tre uomini: noi due e un terzo che non voglio nominare».
Da Plombières, ai 21 di luglio, Cavour scriveva al marchese di Villamarina, ambasciadore sardo a Parigi: «Ho passato quasi otto ore testa a testa coll’Imperatore, che mi ha esternato il più vivo interessamento, assicurandomi che non ci avrebbe mai abbandonati; ho insistito appo lui con energia per essere autorizzato a mettervi al corrente dei nostri segreti, ed egli vi ha acconsentito». (138)
Ed ecco spiegato anticipatamente il futuro contegno del Villamarina, quando sarà spedito Ministro plenipotenziario presso la Reale Corte di Napoli, alla cui rovina dovrà diplomaticamente cooperare.
A Plombières pertanto la guerra contro l’Austria veniva risoluta, e lo scopo di essa nettamente stabilito. — Ed era l’Austria che provocava!...
Non è inutile di recare qui, a mò di corollario, alcuni giudizi della stampa periodica di quel tempo sul famoso Colloquio.
Il Nord dice, che Cavour aveva supplicato Napoleone, alfine di potervisi recare, e che vi si trattò di una visita di pura cortesia. — Il Times e il Galignani’s messenger dicono: «l’Imperatore Napoleone ha fatto a Cavour una gagliarda raccomandazione di usare moderata e cauta politica rispetto all’Austria e a Napoli; perciò Cavour ha rinunziato alla indennità del Cagliari».
Le Salutpubblic, giornale governativo francese, ripete la stessa cosa, cioè, di essersi raccomandato a Cavour «de pratiquer une politique éminemment moderne et circonspecte, aussi bien vis à vis de l’Autriche que vis à vis de Naples».
Le Journal de Bruxelles dice, che «il viaggio di Cavour a Plombières ha risvegliate nel Piemonte tutte le speranze degli unitari».
La Gazette de Lyon accerta, che «l’Imperatore non si è potuto ricusare alla visita di Cavour; ma che nulla di politico (!?) si è detto in questa occasione».
La Bilancia di Milano e l'Osservatore Triestino celiano sul medesimo argomento. — E pure nulla giustificava il loro celiare.
Ma è da aggiungere in questo luogo quello che dico il Bosio nel suo libro intitolato: — Memorie e Documenti inediti sul marchese Pés di Villamarina stampato in Milano nel 1864. A pag. 184 e 185 leggesi: «Dopo Plombières si saltano a piè pari le due cancellerie di Parigi e di Torino, avendo negoziato direttamente Napoleone III e il conte di Cavour, al quale por indiretta via soccorreva con molto accorgimento il marchese di Villamarina. Ma a me parrebbe stare il segreto di quelle finora ignote ragioni nelle parole Cospirazione diplomatica, con le quali io significo gli accordi tra il supremo reggitore della Francia e il primo ministro di Vittorio Emanuele. Dovendosi metter mano a trame ed artifizi, onde una guerra immensa sarebbesi ordita, causa probabile di commozioni gravissime e complicazioni strane in Europa; e non pur toccare, ma sconvolgere interessi di popoli e di corone, e tutto con le armi distruggere il passato, per gettarvi le basi dello avvenire, non è da porsi in dubbio, che se un barlume ne fosse trapelato, ogni disegno sarebbe per opposte congiure ito a soqquadro. Chénon tutti, se parecchi i chiamati a parte di si grave disegno, avrebbero avuto l’ardimento di eseguirlo, o la fermezza di osservare rigorosamente il segreto. E se in ogni cosa nuoce talora la più piccola indiscrezione, figuriamoci in questa. Né contro l’audacia, onde spesse volte chi si crede minacciato tenta penetrare i più minuti arcani della minaccia; ma so, che a quell’ambasciatore della Regina d’Inghilterra in Russia, che fu Lord Napier, carte di grandissimo rilievo, comeché riposte in ferrea cassetta e luogo più che sicuro, involaronsi». Solamente, non che utile, ma necessario fu creduto il Villamarina, al quale Cavour scriveva ai 24 ottobre 1858:
«.... L’Empereur a bien voulu m'autoriser devous mettre àpart de nos secrets.
«… D’après ce que je viens de vous communiquer, et que Nigra complétera dans quelques jours, vous verrez, que nous sommes à la veille du plus grand drame des temps modernes, dans lequel vous êtes destiné d’avoir une part brillante, mais remplie de difficultés. Pour le moment vous êtes destiné à tout savoir avant l’air de tout ignorer. Cela n’est pas agréable; mais cela vous met en position de pouvoir investiguer ce qui se passe autour de vous d’une manière bien plus efficace, que si on vous savait du secret.»
É inutile notare, come queste poche parole spieghino tutto l’intreccio del sanguinoso dramma avvenire.
Mazzini, non sappiamo se sinceramente o per calcolo, motteggiava e derideva i patti firmati a Plombières nella sua confutazione ipocrita circolare del Farini del 13 agosto 1860 (139).
Il Popolod’Italia, giornale napolitano, dopo la morte di Cavour,scriveva: «Il libro di Plombières è chiuso; ma non fosse stato mai aperto!». — Queste parole offendono la ministeriale Opinione di Torino, che ai 13 giugno 1861 risponde al diario napolitano, levandosi a difesa del libro di Plombières: — «Se quel libro non fosse stato aperto, i Duchi dominerebbero a Modena e a Parma, il Granduca a Firenze, il Papa nelle Romagne, nelle Marche e nell’Umbria, e Francesco II a Napoli e in Sicilia».
Voleva dunque dire l’Opinione e farci sapere autorevolmente, che Napoleone III e Cavour si accordarono a Plombières per ispossessare codesti Sovrani, e che il primo di essi, sottoscrivendo poi a Villafranca i famosi preliminari di pace per il trattato di Zurigo, nel quale i diritti di quei Principi erano solennemente riservati, aveva già promesso e stabilito di non tenerne alcun conto, essendosi obbligato preventivamente ad infrangerlo! — Egli è questo un mistero d’iniquità, altrettanto incredibile quanto vero: e i potentati della civile Europa tennero il sacco.
Così a Plombiéres si cospirava contro l’Austria e contro i Governi italiani, in quello appunto che il Re Ferdinando II, e gli altri principi d’Italia, con nuovi atti di magnanimità e di clemenza, procuravano di confondere la protervia rivoluzionaria, e smentire le menzogne e le calunnie del Governo sardo.
Ma intorno al Colloquio di Plombiéres sono ora venuti in luce alcuni documenti gravissimi che subito abbiamo raccolto, ed eccoli:
La Perseveranza pubblicava non ha guari nel testo francese (giacché questa nuova specie d’Italiani parla tutte le lingue all’infuori dell’italiano, che sanno malamente) la seguente lettera del conte Camillo Benso di Cavour al suo re Vittorio Emanuele II, che noi riportiamo tradotta nel nostro idioma.
«Baden24 luglio 1858.
«Sire,
«La lettera in cifra spedita a Vostra Maestà da Plombiéres non ha potuto dare a V. M. se non un’idea molto incompleta dei lunghi colloqui, che io ho avuto coll’Imperatore. Per conseguenza penso che Ella sarà impaziente di averne una relazione esatta e particolareggiata. Questo è quello che mi affretto a fare, appena uscito dalla Francia, con questa mia, che spedirò a V. M. per mezzo del signor Tonits, addetto alla Legazione di Berna.
«L’Imperatore, appena fui introdotto nel suo gabinetto, entrò nell’argomento, che era stato cagione del mio viaggio. Incominciò col dire che era deciso di aiutare la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria (?!), che potesse giustificarsi agli occhi della diplomazia, e più ancora dell’opinione pubblica in Francia e in Europa.
«La ricerca di questa causa presentando la difficoltà principale da risolvere per accordarsi, credetti di dover trattare tale questione prima di tutte le altre. Proposi dapprima di far valere i lamenti cui dà luogo la poco fedele esecuzione per parte dell'Austria del trattato di commercio stretto con noi. A ciò l’Imperatore rispose, che una questione commerciale di mediocre importanza non potea dar luogo a una gran guerra destinata a cambiare la carta dell’Europa.
«Proposi allora di mettere innanzi nuovamente le cagioni che ci aveano determinato di protestare dinanzi al Congresso di Parigi contro l’estensione illegittima della potenza dell’Austria in Italia:cioè il trattato del 1847 tra l’Austria e i Duchi di Parma e di Modena; l’occupazione prolungata della Romagna e delle Legazioni; le nuove fortificazioni innalzate intorno a Piacenza. L’Imperatore non aggradi questa proposta. Osservò che le querele da noi fatte valere nel 1856 non erano state giudicate sufficienti per ottenere l’intervento della Francia e dell’Inghilterra in nostro favore; non si comprenderebbe come esse potessero giustificare ora un appello alle armi.
—«D’altra parte, aggiunse egli, mentre le nostre soldatesche sono a Roma, io non potrei esigere che l’Austria ritirasse le sue da Ancona e da Bologna. L’obbiezione era giusta. Dovetti dunque rinunciare alla mia seconda proposta; e lo feci con rincrescimento, perché questa avea qualche cosa di franco e di audace che si confaceva perfettamente col carattere nobile e generoso di V. M. e del popolo che Ella governa.
«La mia posizione diventava imbarazzante, perché io non avea più nulla di ben determinato da proporre. — L’Imperatore venne in mio aiuto, e noi ci ponemmo a percorrere insieme tutti gli Stati dell’Italia, per cercarvi questa cagione di guerra cosi difficile a trovarsi. Dopo aver viaggiato inutilmente in tutta la Penisola, giungemmo senza badarci a Massa e Carrara: e là scoprimmo quello che cercavamo con tanto ardore. — Avendo io fatto all’Imperatore una descrizione esatta di quel disgraziato (?!) paese, del quale per altra parte egli aveva un concetto assai preciso, noi restammo d’accordo che si provocherebbe un indirizzo degli abitanti a V. M. per chiedere protezione, ed anche per reclamare l’annessione di quei Ducati alla Sardegna. (Quale disinvoltura!) Vostra Maestà non accetterebbe la proposta dedizione; ma, prendendo le parti delle popolazioni oppresse, rivolgerebbe al Duca di Modena una nota altera e minacciosa. Il Duca, forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente, in seguito a ciò V. M. farebbe occupare Massa, e la guerra incomincerebbe. Siccome il Duca di Modena ne sarebbe la cagione (!!!), l’Imperatore pensa che la guerra sarebbe popolare non solamente in Francia, ma anche in Inghilterra e nel resto dell’Europa; poiché quel Principe a torto o a ragione, è considerato come il capro emissario del dispotismo. D’altra parte il Duca di Modena, non, avendo riconosciuto alcun Sovrano di quelli che regnarono dopo il 1830 in Francia, (che cosa giovò agli altri Principi l’averli riconosciuti?) l’Imperatore ha meno riguardi da osservare verso di lui che non verso qualsiasi altro Principe.
«Risoluta questa prima questione, l’Imperatore mi disse: «Prima di andare più innanzi, bisogna pensare a due gravi difficoltà che noi incontreremo in Italia. Il Papa e il Re di Napoli; io devo andar piano con essi: col primo per non sollevare contro di me i Cattolici della Francia; col secondo per conservarci le simpatie della Russia, che pone una specie di punto d’onore a proteggere Re Ferdinando». Risposi all’Imperatore che, — quanto al Papa, gli era facile concedergli il tranquillo possesso di Roma per mezzo della guarnigione francese, che vi si trovava stabilita, lasciando che insorgessero le Romagne, che il Papa, non avendo voluto seguire, a riguardo di quelle, i consigli che egli gli aveva dato, egli non poteva vedere di mal occhio che quelle contrade approfittassero della prima occasione favorevole per liberarsi dal detestabile (?!) sistema di governo, che la Corte di Roma si era ostinata di non riformare; che quanto al Re di Napoli non bisognava occuparsi di lui, a meno che egli non prendesse le parti dell’Austria; fermo tuttavia di lasciar fare i suoi sudditi, se, approfittando del momento, si sbarazzassero della sua paterna dominazione. —
«Questa risposta soddisfece l’Imperatore, e noi passammo alla grande questione: — Quale sarebbe lo scopo della guerra? —
«L’Imperatore concesse senza difficoltà, che bisognava cacciare gli Austriaci dall’Italia e non lasciar loro un palmo di terreno al di quà delle Alpi e dell’Isonzo.
«Ma poi, come ordinare l’Italia? — Dopo lunghe dissertazioni, delle quali risparmio a V. M. il racconto, noi ci saremmo posti d’accordo a un di presso sopra le seguenti basi, riconoscendo però che si potrebbero modificare dagli eventi della guerra:
«— La Valle del Po, la Romagna e le Legazioni avrebbero costituito il Regno dell’Alta Italia, sul quale regnerebbe Casa Savoia. Al Papa si conserverebbe Roma e il territorio che la circonda. Il resto degli Stati del Papa, colla Toscana, formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. Non si toccherebbe la circoscrizione territoriale del Regno di Napoli. I quattro Stati italiani formerebbero una Confederazione a somiglianza della Confederazione Germanica, della quale si darebbe la presidenza al Papa per consolarlo della perdita della miglior parte de' suoi Stati. —
«Questo assetto mi pare interamente accettabile. Imperocché V. M., essendo Sovrano di diritto della metà più ricca e più forte dell’Italia, sarebbe sovrano di fatto di tutta la Penisola.
«Quanto alla scelta dei Sovrani da collocarsi a Firenze e a Napoli, nel caso assai probabile che lo zio di V. M., e il suo cugino prendessero il savio partito di ritirarsi in Austria, la cosa fu lasciata in sospeso; tuttavia l’Imperatore non nascose che egli vedrebbe con piacere Murat risalire il trono di suo padre. Da parte mia indicai la Duchessa di Parma come quella che potrebbe occupare, almeno in via transitoria, il palazzo Pitti. Quest'ultima idea piacque assai all’Imperatore, il quale sembra annettere un gran pregio al non essere accusato di perseguitare la Duchessa di Parma, nella sua qualità di principessa della famiglia di Borbone.
«Dopo di aver regolato la sorte futura dell’Italia, l’Imperatore mi chiese che cosa avrebbe la Francia, e se V. M. cederebbe la Savoia e la Contea di Nizza. — Risposi che V. M., professando il principio delle nazionalità, comprendeva che la Savoia per conseguenza dovesse essere riunita alla Francia; che perciò Ella era pronta a farne il sacrificio, quantunque le costasse immensamente il rinunziare ad un paese che era stato culla della sua famiglia, e ad un popolo che avea dato ai suoi antenati tante prove di affezione e di fedeltà. Che, quanto a Nizza, la questione era diversa, perché i Nizzardi per la loro origine, lingua e costumi appartenevano più al Piemonte che alla Francia, e che per conseguenza la loro unione all’Impero sarebbe contraria a quello stesso principio, per far trionfare il quale si pigliavano le armi. — L’Imperatore allora si accarezzò più volte i mustacchi, e si contentò di aggiungere, che queste per lui erano cose del tutto secondarie, delle quali si avrebbe il tempo di occuparsi poi.
«Passando quindi all’esame dei mezzi da adoperarsi affinché la guerra avesse un riusci mento favorevole, l’Imperatore osservò che bisognava cercare d’isolar l’Austria e di aver a fare con essa sola; imperocché era per questo che gli stava tanto a cuore che la guerra procedesse da un motivo, il quale non spaventasse le altre potenze del continente e che fosse popolare in Inghilterra. L’Imperatore parve convinto che quello da noi adottato corrispondeva al doppio fine.
«L’Imperatore conta positivamente sulla neutralità dell’Inghilterra; egli mi ha raccomandato che noi usassimo di tutte le nostre forze per agire sull’opinione pubblica di quel paese a fine di costringere il governo, che ne è schiavo, a nulla intraprendere in favore dell’Austria. Egli conta pure sull’antipatia del Principe di Prussia contro gli Austriaci, (ed ora è alleato dell'Austria!?) perché la Prussia non si pronunci contro di noi.
«Quanto alla Russia, egli ha promessa formale, più volte ripetutagli dall’Imperatore Alessandro, che non avrebbe contrastato i suoi disegni sulla Italia. Se l’Imperatore non s’illude, come io sono inclinato a credere, per tutto quello che egli mi ha detto, l’impresa sarebbe ridotta a una guerra tra la Francia e noi da una parte, e l’Austria dall’altra. (Cavallerescamente due contro uno)
«L’Imperatore tuttavia considera che l’impresa, ancorché ridotta a queste proporzioni, è di una estrema importanza e presenta difficoltà immense; l’Austria, bisogna non dissimularselo, ha immense risorse militari. Le guerre dell'Impero lo hanno provato chiaramente. Napoleone ebbe un bel batterla per 15 anni in Italia e in Germania, ebbe un bel distruggere gran numero dei suoi eserciti, toglierle provincie, sottoporla a schiaccianti tasse di guerra; egli l’ha sempre trovata sui campi di battaglia pronta a rincominciare la lotta. E bisogna conoscere che alla fine delle guerre dell'Impero, alla terribile battaglia di Lipsia, sono stati ancora i battaglioni austriaci quelli che hanno maggiormente contribuito alla disfatta dell’esercito francese. (Stupendo elogio.) Dunque per forzare l’Austria a rinunciare all’Italia, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non basterebbero; bisognerà necessariamente entrare dentro i confini dell’impero e, ficcandole la spada nel cuore, cioè nella stessa Vienna, costringerla a sottoscrivere la pace sulle basi prima stabilite.
«Per giungere a questo fine ci vogliono forze assai considerevoli. L’Imperatore le calcola a 300,000 uomini, almeno: e io credo che ha ragione. Con 100,000 si bloccherebbero le piazze forti del Mincio e dell’Adige, e si custodirebbero i passi del Tirolo; 200,000 per la Carinzia e la Stiria marcerebbero sopra Vienna. La Francia fornirebbe 200,000 uomini; la Sardegna e le altre provincie d’Italia gli altri 100,000. Il contingente italiano forse sembrerà debole a V. M.; ma se Ella riflette che, trattasi di forze che bisogna fare operare, di forze in linea, Ella riconoscerà che per avere 100,000 uomini disponibili, ne occorrono 150,000 sotto le armi.
«Mi sembrò che l’Imperatore abbia idee assai giuste sulla maniera di condurre la guerra, e sulla parte che vi devono prendere i due paesi. Riconobbe che la Francia dovea fare della Spezia la sua gran piazza d’armi, e operare specialmente sulla sponda destra del Po, fino a che si sia conquistata la padronanza del corso di questo fiume, forzando gli Austriaci a chiudersi nelle fortezze. Vi sarebbero dunque due grandi eserciti, dei quali l’uno comandato da V. M. e l’altro dall’Imperatore in persona.
«D’accordo sulla questione militare, noi ci trovammo d’accordo anche sulla questione finanziaria, che devo far conoscere a V. M. essere quella che preoccupa in modo speciale l’Imperatore. Egli acconsente tuttavia di fornirci il materiale di guerra che potrà abbisognare, e di facilitarci a Parigi la negoziazione di un prestito. Quanto al concorso delle provincie italiane, sia di denaro che di robe, egli crede che bisogna prevalersene, salvando però fino ad un certo punto i riguardi. Gli argomenti che ho avuto l’onore di riassumere a V. M. il più brevemente possibile, furono oggetto di un colloquio coll’Imperatore, che durò dalle 11 del mattino alle 3 del pomeriggio. A 3 ore l’Imperatore mi congedò, impegnandomi a tornare alle 4 per fare con lui una passeggiata in carrozza.
«All’ora indicata salimmo sopra un elegante phaéton, tirato da due cavalli americani, che erano guidati dall’Imperatore seguito da un servo solo. Egli mi condusse per tre ore in mezzo alle foreste e ai declivi, che formano dei Vosgi una delle più pittoresche contrade della Francia.
«Appena fummo usciti dalle vie di Plombières, l’Imperatore entrò nell’argomento del matrimonio del principe Napoleone, chiedendomi quali fossero in proposito le intenzioni di V. M. — Risposi che Vostra Maestà si era trovata in una posizione assai imbarazzante, allorché le comunicai le proposte fattemi da Bixio; imperocché Ella aveva avuto dei dubbi sulle intenzioni che egli, l’Imperatore, nutriva intorno ciò; che, ricordando un certo colloquio avuto da V. M. con lui a Parigi nel 1855 intorno al principe Napoleone, e ai suoi disegni di matrimonio colla Duchessa di Genova, non sapeva bene apporsi. Aggiungeva che questa incertezza era stata aumentata dalla visita fatta a V. M. dal dott. Conneau,che, messo alle strette sopra questo argomento da Lei e da me, aveva dichiarato, non solo di non avere istruzioni su questo punto, ma anche di ignorare del tutto quello che l’Imperatore ne pensasse.
«Aggiunsi che V. M., benché avesse in grandissimo conto l’adoperarsi quanto potesse per fargli cosa grata, avea una grande ripugnanza a maritare la sua figliuola a cagione della giovinezza di lei, e non sapeva imporle una scelta alla quale essa dovesse rassegnarsi. Che, quanto a V. M., se l’Imperatore molto lo desiderasse, non aveva obbiezioni insuperabili contro questo matrimonio; ma che. voleva lasciare intera libertà a sua figlia.
«L’Imperatore rispose che desiderava vivamente il matrimonio di suo cugino colla principessa Clotilde, che egli fra tutte preferirebbe un’alleanza colla famiglia di Savoia, che se non aveva dato incarico a Conneau di parlarne a V. M. fu perché credeva di non dover fare pratiche verso di Lei senza essere prima certo che sarebbero state gradite. Quanto al colloquio con V. M. che io gli aveva ricordato, l’Imperatore mostrò dapprima di non rammentarsene; poi, dopo qualche tempo, mi disse: «Mi ricordo assai bene di aver detto al Re, che mio cugino aveva avuto torto di chiedere la mano della duchessa di Genova; ma era perché io stimava assai sconveniente che egli le facesse parlare di matrimonio pochi mesi dopo la morte di suo marito.»
«L’Imperatore tornò più volte sull’argomento del matrimonio.
«Disse, ridendo, essere possibile che egli qualche volta avesse parlato male di suo cugino a V. M.; imperocché sovente era stato in collera con lui; ma che in fondo lo amava teneramente, perché aveva delle qualità eccellenti, e da qualche tempo egli si comportava in modo da conciliarsi la stima e l’affezione della Francia. Napoleone, aggiunse egli, vale molto più della sua riputazione; egli censura, ama di contraddire, ma ha ingegno, abbastanza giudizio e un cuore eccellente». — Ciò è vero; che Napoleone abbia ingegno V. M. ne potè giudicare, e io ne la potrei accertare pel molto conversare che ho fatto con lui. Che abbia giudizio, la sua condotta tenuta dal tempo dell’Esposizione, che egli ha presieduto, lo prova. Finalmente che il suo cuore sia buono, la costanza serbata sia verso i suoi amici, sia verso le sue amiche, ne è una prova indiscutibile. Un uomo senza cuore non avrebbe lasciato Parigi in mezzo ai piaceri del carnevale per fare l’ultima visita a Rachele, che moriva a Cannes, e e ciò benché se ne fosse separato già da quattro anni. (Si può egli essere più spudorati.)
«Nelle mie risposte all'Imperatore, mi sono studiato sempre di non offenderlo, evitando però di prendere un impegno qualsiasi. A giornata finita, sul punto di separarci, l’Imperatore mi disse: Capisco che il Re abbia ripugnanza a maritare la sua figlia cosi giovane; perciò io non insisterò che il matrimonio abbia luogo subito; io sarei disposto ad aspettare un anno e più, se è necessario. Ciò che desidero è di sapere che cosa possaripromettermi. Per conseguenza vogliate pregare il Re di consultare la sua figliuola, e di farmi conoscere le sue intenzioni in modo positivo; se consente al matrimonio, ne stabilisca il tempo; io non domando altra garanzia che la nostra parola reciprocamente data e ricevuta. E con ciò ci siamo separati. L’Imperatore mi strinse la mano, e mi congedò, dicendomi; Abbiate confidenza in me, come io l’ho in vol.
«V. M. vede che io ho seguito fedelmente le sue istruzioni.
«L’Imperatore, non avendo fatto del matrimonio della Principessa Clotilde una condizione sine qua non dell’alleanza, a questo riguardo non presi il menomo impegno, né ho contratto verun obbligo.
«Ora prego V. M. di permettermi di esprimerle in maniera franca e precisa la mia opinione sopra un argomento, dalla soluzione del quale può dipendere il successo felice della più gloriosa (??!) impresa, dell’opera la più grande che sia stata tentata da molto tempo.
«L’Imperatore non fece del matrimonio della Principessa Clotilde con suo cugino una condizione sine qua non dell’alleanza; ma ha chiaramente manifestato che gli sta molto a cuore. Se il matrimonio non si fa, se V. M. rifiuta senza motivi plausibili le proposte dell’Imperatore, che cosa avverrà? L’alleanza sarà rotta? É possibile; ma io penso che ciò non accadrà. L’alleanza si farà. Ma l’Imperatore vi metterà una disposizione affatto diversa da quella che vi avrebbe messo, se per prezzo della corona d’Italia, che egli offre a V. M., Ella gli avesse accordato la mano di sua figlia per il più prossimo parente di lui. Se v'è una qualità che distingue l’Imperatore, è la costanza nelle sue amicizie e nelle sue antipatie.
«Egli non dimentica mai un servizio, come non perdona mai un’ingiuria. Ora il rifiuto, al quale egli si è esposto, sarebbe una ingiuria sanguinosa, non bisogna dissimularlo. Questo rifiuto avrebbe un altro inconveniente: metterebbe nel Consiglio dell’Imperatore un nemico implacabile. Il Principe Napoleone, più córso ancora di suo cugino, ci giurerebbe un odio mortale, e la posizione che egli occupa, quella cui può aspirare, l’affezione, direi quasi la debolezza, che l’Imperatore ha per lui, gli darebbero molti mezzi di soddisfarlo.
«Non v’è da illudersi: accettando la proposta alleanza,
V. M. e la sua nazione si legano in modo indissolubile (!?) all’Imperatore e alla Francia.
«Se la guerra, che ne sarà la conseguenza, sarà felice, la Dinastia di Napoleone è consolidata per una o due generazioni (?!); se fosse infelice, V. M. e la sua famiglia corrono pericoli tanto gravi quanto il suo potente vicino. Ma ciò che è certo si è, che il successo della guerra, le gloriose conseguenze che ne devono venire per V. M. e pel suo popolo, dipendono in gran parte dal buon volere dell Imperatore, dalla sua amicizia per V. M.
«Se per lo contrario, egli chiude nel suo cuore un vero rancore contro di Lei, ne possono derivare le conseguenze più deplorevoli. Io non esito a dichiarare colla più profonda convinzione, che accettare l’alleanza e negare il matrimonio sarebbe un immenso errore politico, che potrebbe attirare sopra V. M. e sopra il nostro paese dei grandi malanni.
«Ma, io lo so, V. M. è padre come è Re; ed è come padre che Ella esita ad acconsentire ad un matrimonio che non le pare convenevole, e non tale da assicurare la felicità di sua figlia. Che V. M. mi permetta di considerare la questione, non coll’impassibilità del diplomatico, ma coll’affezione profonda, colla divozione assoluta che Le ho giurato.
«lo non penso che il matrimonio della Principessa Clotilde col Principe Napoleone si possa dire sconvenevole.
«Egli non è Re, è vero; ma è il primo Principe del sangue del primo Impero del mondo (è finito bene questo primo Impero del mondo); egli non è separato dal trono se non da un fanciullo di due anni. D’altra parte V. M. deve ben risolversi a contentarsi di un Principe per la sua figliuola, poiché in Europa non ci sono Re e Principi ereditari disponibili. Il Principe Napoleone non appartiene a un’antica casa sovrana, è vero; ma il padre suo gli legherà il nome più glorioso dei tempi moderni; e dal lato della madre, Principessa di Wurtemberg, egli è imparentato colle più illustri case principesche dell’Europa. Il nipote del decano dei Re, il cugino dell’Imperatore. di Russia, non è proprio un uomo nuovo col quale non si possa imparentarsi senza onta.
«Ma le principali obbiezioni che si possono fare contro questo matrimonio derivano forse dal carattere personale del Principe e dalla riputazione che gli venne fatta. A questo proposito io mi permetterò di ripetere ciò che l’Imperatore mi ha detto con piena convinzione: che egli vale, cioè, più della sua riputazione. Gittato giovanissimo nel turbine delle rivoluzioni, il Principe si è lasciato trascinare ad opinioni assai esagerate.
«Questo fatto, che non ha nulla di straordinario, ha contro di lui eccitato una folla di nemici. Il Principe si è molto moderato; ma ciò che gli fa grande onore, è che egli restò fedele ai principii liberali della sua giovinezza, nel mentre che rinunziava ad. applicarli in maniera irragionevole e pericolosa; (stranissimo elogio.) e che conservò i vecchi amici, benché colpiti da disgrazia. Sire,l’uomo che, giungendo a grandi onori e fortuna, non sconfessa quelli che furono suoi compagni di avversità, e le amicizie che aveva nelle file dei vinti, non ha cuore cattivo. Il Principe ha sfidato la collera di suo cugino per conservare le sue antiche affezioni; non gli ha ceduto mai sopra questo punto, e non cede nemmeno oggi.
«Le generose parole da lui pronunciate alla distribuzione dei premi dell’Esposizione di Poitiers ne sono una prova evidente. La condotta del Principe in Crimea fu deplorevole. Ma se non ha saputo resistere alle noie e alle privazioni di un lungo assedio, nella battaglia d’Alma ha tuttavia dimostrato coraggio e sangue freddo.
«D’altra parte egli potrà riparare sui campi dell’Italia il torto che potè incontrare sotto gli spalti di Sebastopoli. La condotta privata del Principe potè essere leggiera; ma non diede mai luogo a gravi rimproveri (?!).
«Fu sempre buon figliuolo, e con suo cugino, se lo fece stizzire più di una volta nelle quistioni serie, gli si mantenne sempre fedele e affezionato.
«Malgrado di tutto ciò che io ho esposto, capisco che V. M. esiti, e tema di compromettere l’avvenire della sua amata figliuola. Ma sarebbe ella più tranquilla unendo la sorte sua con un membro di antica famiglia principesca? La storia è là per provarci che le Principesse sono esposte a una ben triste esistenza, anche quando i loro matrimonii hanno luogo con tutti i riguardi e gli usi d’una volta. Per provare questa verità io non andrò lontano a cercare gli esempi: porrò sotto gli occhi di V. M. quello che accadde al tempo nostro nella sua stessa famiglia.
«Lo zio di Vostra Maestà, il re Vittorio Emanuele, aveva quattro figlie modelli di grazia e di virtù. Ebbene, quali furono i risultati dei loro matrimoni? La prima, e fu la più fortunata, sposò il Duca di Modena ed associò il suo nome a quello d’un Principe universalmente detestato (dai settarii). V. M. non acconsentirebbe certo a un tal matrimonio per sua figlia.
«La seconda delle sue zie sposò il Duca di Lucca. Non ho bisogno di ricordare gli effetti di questo matrimonio. La Duchessa di Lucca fu ed è infelice quanto si può esserlo a questo mondo. La terza figlia di Vittorio Emanuele salì il trono dei Cesari, è vero; ma fu per unirsi ad un marito impotente e imbecille, che dovette discenderneignominiosamentepochi anni dopo. La quarta finalmente, la bella e perfetta principessa Cristina, sposò il Re di Napoli. V. M. conosce certamente i trattamenti grossolani ai quali fu esposta, e i dispiaceri che la condussero alla tomba colla riputazione di una santa e di una martire, (impudente menzogna!). Sotto il regno del padre di V. M. un’altra principessa di Savoia andò a marito; questa è la cugina di V. M, la principessa Filiberta. Fu ella più felice delle altre? Ed è la sorte di lei che V. M. vorrebbe fosse serbata a sua figlia?
«Gli esempi che ho posto sotto gli occhi di V. M. provano che acconsentendo al matrimonio della sua figlia col principe Napoleone, vi sono più speranze di renderla felice, che se, come suo zio e suo padre, la maritasse ad un principe della casa di Lorena o di Borbone. (E oggi la infelice Principessa, costretta a vivere divisa dal marito, risponde assai eloquentemente al Cavour).
«Che V. M. mi permetta un’ultima riflessione. Se V. M. non acconsente al matrimonio di sua figlia col principe Napoleone, con chi vuole maritarla? L’Almanacco di Gotha è là ad attestare che non vi sono Principi adatti per lei, e ciò è ben naturale. La differenza di religione si oppone a legami di famiglia colla maggior parte dei Sovrani che regnano sopra paesi, che abbiano istituzioni analoghe alle nostre. La lotta di V. M. coll’Austria, le simpatie per la Francia rendono impossibili le simpatie coi membri di famiglie attinenti alle case di Lorena e di Borbone. Queste esclusioni riducono la scelta di V. M. al Portogallo e a qualche piccolo principato tedesco, più o meno mediatizzata.
«Se V. M. si degna meditare sulle considerazioni che ho avuto l’onore di sottoporle, oso sperare, riconoscerà che Ella può, come padre, acconsentire al matrimonio, e che l’interesse supremo dello Stato, l’avvenire della sua famiglia, del Piemonte, di tutta l’Italia gli consigliano di contrarlo. (E per questo supposto interesse dello Stato s'indusse il padre a sacrificare una figlia!).
«Supplico V. M. di perdonare alla mia franchezza, alla lunghezza de' miei racconti. Non seppi, in un argomento cosi grave, essere più riserbato o più breve.
«I sentimenti che mi ispirano, le cagioni che mi muovono sono una scusa che V. M. vorrà ben gradire.
«Avendo dovuto scrivere questa lettera eterna sopra un angolo della tavola dell’albergo, senza aver il tempo di copiarla, e neppure di rileggerla, io prego V. M. di volerla giudicare con indulgenza, e scusare ciò che vi può essere di disordinato nelle idee e di incoerente nello stile. Ad onta dei difetti che io accenno, questa lettera, contenendo l’espressione fedele ed esatta delle comunicazioni, che mi fece l’Imperatore, oso pregare V. M. di volerla conservare, affinché io possa, dopo tornato a Torino, estrarne appunti che potranno servire alla continuazione dei negoziati che possono aver luogo. Nella speranza di potere alla fine della prossima settimana deporre ai piedi di V. M. l’omaggio della mia profonda e rispettosa devozione, ho l’onore di essere di V. M.
«SIRE,
«l'umo ed obb.mo servitore e suddito
«C.CAVOUR.»
—Il lettore chiederà come e perché questa lettera del famoso Ministro, che non figura nei due volumi testé dati in luce delle sue lettere, esca ora di fianco ad arricchire il tesoro delle scelleragini cavurrcsche. La risposta è ovvia, quando si pensi agli sforzi che fanno ora i rivoluzionarii monarchici contro gli anarchisti, e al cosidetto pellegrinaggio nazionale alla tomba del Galantuomo, che si preparava. —
Contemporaneamente, sotto la stessa data e sull’istesso soggetto scriveva Cavour un’altra lettera al Generale Lamarmora, che figura autografata nella citata raccolta delle sue lettere, e che vale la pena di aggiungere alla precedente, della quale è necessario complemento. Essa è del tenore seguente:
«Baden 24 Luglio.
«Caro Amico,
«Ho creduto debito mio il far conoscere senza indugio il risultato delle mie conferenze coll’Imperatore al Re. Ho quindi redatta una lunghissima relazione (40 pagine in circa) che spedisco a Torino da un addetto alla legazione del Re a Berna. Desidererei molto che il Re te la facesse leggere, giacché mi pare di averci in essa riferito quanto di notevole mi disse l’Imperatore in una. conversazione che durò poco meno di otto ore. Non ho il tempo di ripeterti ogni cosa; in massima ti dirò che si è stabilito:
«1. Che lo stato di Massa e Carrara sarebbe causa o pretesto della guerra.
«2. Che scopo della guerra sarebbe la cacciata degli Austriaci dall’Italia, e la costituzione del regno dell’Alta Italia, composto di tutta la valle del Po, e delle Legazioni e le Marche.
«3. Cessione della Savoia alla Francia. Quella della contea di Nizza in sospeso.
«4. L’Imperatore si crede sicuro del concorso della Russia, e della neutralità dell’Inghilterra e della Prussia.
«Nullameno l’Imperatore non s’illude sulle risorse militari dell’Austria, sulla sua tenacità, sulla necessità di prostrarla per ottenerne la cessione dell'Italia. Egli mi disse che la pace non si sarebbe firmata che a Vienna, e che per raggiungere questo scopo era mestieri allestire un esercito di 300,000 uomini. Essere pronto a mandare 200,000 combattenti in Italia; richiedere 100,000 Italiani.
«L’Imperatore entrò in molti particolari sulle cose della guerra che m’incaricò di comunicarti, e ch’io ti riferirò a viva voce. Mi parve di avere studiata la questione assai meglio dei suoi generali, ed avere in proposito idee giuste.
«Parlò pure del comando, — del modo di governarsi col Papa, — del sistema di amministrazione da stabilire nei paesi occupati, — dei mezzi di finanza: in una parola, di tutte le cose essenziali al nostro grande progetto. In tutto fummo d’accordo.
«Il solo punto non definito si è quello del matrimonio della Principessa Clotilde. Il Re mi aveva autorizzato a conchiudere, solo nel caso in cui l’Imperatore ne avesse fatta una condizione sine qua non dell’alleanza. L’Imperatore non avendo spinto tant’oltre le sue istanze, da galantuomo non ho assunto impegno. Ma sono rimasto convinto che egli mette a questo matrimonio una grandissima importanza, e che da esso dipende, se non l’alleanza, l’esito suo finale. Sarebbe errore ed errore gravissimo l’unirsi all’Imperatore, e nello stesso tempo fargli un’offesa che egli non dimenticherebbe mai. Ci sarebbe poi di danno immenso l’avere a lato suo nel seno dei suoi Consigli, un nemico implacabile, tanto più da temersi che gli corre nelle vene sangue còrso.
«Ho scritto con calore al Re, pregandolo a non porre a cimento la più bella impresa dei tempi moderni,per alcuni scrupoli di rancida aristocrazia. Ti prego, ove ti consultasse, di aggiungere la tua voce alla mia. Non si tenti l’impresa, in cui si mette a repentaglio la corona del nostro Re e la sorte dei nostri popoli; ma se si tenta, per amor del cielo, nulla si trascuri di quanto può assicurare l’esito finale della lotta.
«Ho lasciato Plombièrescoll’animo più sereno. Se il Re consente al matrimonio, ho la fiducia, dirò quasi la certezza, che fra due anni tu entrerai a Vienna a capo delle nostre file vittoriose.
«Tuttavia, onde accertarmi del fondamento delle speranze manifestatemi dall’Imperatore, circa al contegno probabile delle grandi Potenze nell’evento di una guerra coll’Austria, ho pensato di venire a fare una corsa a Baden ove trovansi riuniti Re, Principi e Ministri di varie contrade dell’Europa. Fui bene ispirato, poiché in meno di ventiquattr’ore parlai col Re di Wurtemberg,col. Principe Reale di Prussia, con la Gran Duchessa Elena, con Manteuffel, e vari altri diplomatici russi e tedeschi. Stando a quanto mi dissero e la G.D. Elena, ed il signor Balan, uno dei più accorti diplomatici russi, si potrebbe fare assegno sicuro sulla cooperazione armata della Russia. La G.D. mi disse che, se la Francia s’univa a noi, la nazione russa costringerebbe il suo governo a fare altrettanto. Balan mi disse: — Sivous avez à l’un de vos cotés unvolontairede Vincennes, comptez que deVautre vous aurez un soldat de notre garde. —
«RispettoallaPrussia,credoche, quantunque risenta una grande antipatia per l’Austria, essa rimarrà dubbiosa ed incerta, finché gli eventi la spingano irresistibilmente a prender parte alla lotta.
«Non ho più tempo di proseguire. Ma il sin qui detto ti proverà che non ho perduto il mio tempo, e che il mio viaggio non si può contare per vera vacanza.
Addio. Spero sempre vederti al confine.
«C.CAVOUR»
In questi stessi momenti a Rochdate presso Manchester si era da poco formato un Comitato Promotore dell'Unità italiana, e Giuseppe Mazzini scriveva a Roberto Mills, presidente del Comitato, la lettera, riportata dall’Italia del Popolo, giornale ufficiale di esso Mazzini, col N. 207, del 29 luglio 1858, nella quale, detto come fosse urgente che i cittadini inglesi fossero apertamente per la sua causa e le dessero positive e chiare prove di simpatia, continuava, dicendo:
«Il nostro giorno verrà; ma noi lo traverseremo il più rapidamente, il più risolutamente, e coi minori sacrifizii, se saremo incoraggiati dall’appoggio morale di uomini che stimiamo, e se saremo aiutati con mezzi materiali, prima che quel giorno venga, nella nostra propaganda, nel nostro lavoro di educazione.
«I nostri amici inglesi devono solamente considerare, che ogni nostro passo dee essere fatto in segreto, che le nostre stampe devono esser contrabbandate nei tre quarti d’Italia contro gli sforzi uniti di otto polizie; che ogni nostro martire lascia una famiglia nell’abbandono, e calcoleranno l’ammontare dei sacriflzii pecuniarii che il partito nazionale italiano fa incessantemente.
«La simpatia ci è grata da tutti, ma la simpatia degli operai inglesi ce lo è doppiamente. Il maggiore elemento del nostro partito nazionale è composto, fino dal 1848, degli operai delle nostre città. Tutti i giorni aumentano moralmente, attivamente e devotamente ispirati alla causa nazionale, ed ogni ardente segno di calda fratellanza che loro verrà dato dagli operai inglesi, sarà profondamente sentito, e spargerà i semi di quell’amicizia che renderà un giorno la Gran Brettagna e l’Italia doppiamente benefiche alla comunità europea».
Coordinando le parole di Mazzini al Mills coi fatti posteriori dello sbarco di Garibaldi in Sicilia e sul continente, si spiegano le frenetiche accoglienze fatte in Inghilterra nell'aprile 1864 al medesimo Garibaldi, braccio e cuore di Mazzini. Cose tutte che distesamente svolgeremo a suo tempo. Ma un documento più importante aveva messo fuori il Mazzini prima ancora del famoso colloquio. Eccolo:
Londra 26 aprile 1858.
«Il carattere del movimento nazionale, che noi dirigiamo, non può più essere sconosciuto. Tutti quelli che hanno seguito con qualche attenzione il nostro procedere sanno a quest’ora, che il partito d’azione italiano non ha soltanto in vista un interesse sacro e locale, ma il trionfo d’una grande idea, senza la quale le quistioni sociali non potranno mai essere risolute: quella dell’organamento europeo dietro le condizioni naturali e le tendenze dei popoli. Nessun lavoro senza divisione di lavoro. La divisione del lavoro europeo per gruppi distinti, e ciò non ostante associati e solidarii tra loro. Ecco quello che noi chiamiamo Nazionalità.
«Ciò posto, noi abbiamo il diritto di fare appello ai nostri fratelli delle altre nazioni, perché vengano in aiuto al nostro lavoro.
«Vi sono solo due campi in Europa: quello degli uomini della libertà e dell’associazione, e quello degli uomini del dispotismo. Tutto il resto non è per adesso che secondario.
«Tra i due campi è una questione di guerra. Ora la guerra non si fa combattendo in dettaglio su tutta la linea; ma concentrando tutte le forze sopra un punto determinato, per riportarvi una vittoria decisiva. Ci bisogna una rivoluzione, non degli ammutinamenti. Ci vuole una battaglia, e non dieci fatti d’armi. Per questa battaglia bisogna scegliere il terreno. Questo terreno, per la questione sociale, che dovrà essere presto o tardi risoluta, è la Francia; per la questione delle nazionalità evidentemente èl’Italia.
«A lei appartiene l’iniziativa delle insurrezioni nazionali. Il sollevamento dell’Italia attacca direttamente l’Impero austriaco. Desso inevitabilmente deve trascinare seco l’Ungheria e la Germania, e, per mezzo di queste due nazioni, la Polonia. La Grecia, non avendo più a temere i movimenti combinati dei Governi europei, seguirebbe l’impulso e il movimento greco, è la questione d’Oriente risoluta nel senso delle nazionalità che esiste in germe nel suo seno.
«L’Italiaèmatura. (140) Non é più permesso dubitarne. Noi siamo oggi il solo popolo che protesti. Il partito è organizzato presso di noi più che in ogni altra parte. Sopra di noi si dirige maggiormente l’attenzione dei Governi. Le nostre intenzioni non sono dubbie. Noi abbiamo dato abbastanza pegni per esser creduti quando diciamo che noi agiremo.
«É dovere, è interesse di tutti di fare in guisa che la nostra azione trionfi.
«Per far ciò abbiamo bisogno di mozzi. In questo momento noi procuriamo di riunirli. I nostri fratelli delle altre nazioni dovrebbero aiutarci. Sottoscrivendo al nostro fondo insurrezionale essi sottoscrivono a pro del buon successo della battaglia ingaggiata per tutti. Fate gustare queste considerazioni a tutti i patriotti svizzeri, ungheresi e francesi nei quali v'imbatterete. Dite agli Ungheresi che solo sul nostro terreno essi possono fare una tappa verso la liberazione del loro paese; essi hanno i loro soldati da noi, e i soldati nostri da loro. Dite agli Svizzeri che la pressione esercitata sovra di loro dall’assolutismo europeo non cesserò, se non quando essi saranno addossati alla, Repubblica italiana. Nominate Roma ai Francesi; nominate loro Pianori e Orsini. Eglino hanno un debito d'onore da saldare verso di noi. I patriotti, i proscritti principalmente, non vi si ricuseranno. Essi sanno che la nostra parola d’ordine è — Roma a Parigi — che se daranno, daranno alla Francia, come all’Italia.
«Per il Comitato d’azione
«G. M.»
In mezzo a queste cose Cavour non si dava requie; tornato da Plombièresbalzava in Svizzera, e, smesso l’antico antagonismo verso il Brofferio, si recava nell’aristocratica villa (141) di quel corifeo della democrazia, dove insieme col Farini, che tanta parte poi ebbe negli avvenimenti del 1859 e 1860, intimamente confabularono e si accordarono sull'imminente rivolgimento italiano.
Intorno a questa visita misteriosa abbiamo dall’istesso Brofferio i seguenti cenni, buoni a spargere un pò più di luce su qualche punto del labirinto settario nel quale tristamente ci aggiriamo.
—Negli ultimi giorni di Luglio 1858, scrive il Brofferio, giungevano in Locarno due carrozze da viaggio che discendevano dallo Spinga, dove i turbini e le tempeste, due potenze di prim’ordine che non rispettano alcuno, avevanle trattenute più del bisogno.
Dalla prima di quelle due carrozze discendeva uno dei più autorevoli diplomatici dell’età nostra, il quale dopo avere visitata a Plombières la reggia di un Imperatore, veniva a Locarno ad onorare la catapecchia (!?) di un democratico.
Fra il diplomatico e il popolano erano trascorsi dieci anni di continue, ardenti lotte sulla ringhiera del Parlamento, nell’arringo della stampa periodica e persino nei dibattimenti del foro. Le cause di dissidenza non cessavano mai. Ora si litigava per i codici, ora per la guardia nazionale, ora per i giurati, ora per il matrimonio civile, ora per le imposte, ora per i preti e per i frati, ora per i canonici e per i seminaristi, ora per Filadelfia, ora per Costantinopoli, ora per la pace, ora per la guerra, ora per il Papa, ora per l’Imperatore, in somma si litigava sempre; e finché non si discendeva ai voti aveva quasi sempre ragione (!!) il democratico; quando poi si numeravano le palle nell’urna il diplomatico non aveva mai torto.
Un bel giorno tutte le nostre liti di dieci anni (voi vedete che durarono quanto l’assedio di Troia) si conchiusero in un fraterno amplesso. Furono auspici di questa maravigliosa pace i Vescovi Piemontesi, che, per comando del Papa (?!), mandarono alla Camera una caterva di chierche, di code e di parrucche, in cospetto allequali bisognò fare di necessità virtù e non andar più cercando come nel passato il pelo nell’uovo. (Diremo poi di questo fatto).
In questa grande questione dominavano due grandi avvisi. Il primo era questo, di continuare ad occuparci delle cose nostre correggendo, riformando, migliorando le patrie istituzioni nella aspettativa di qualche esterna catastrofe da cui sorgesse un libero popolo, che diventerebbe naturalmente nostro alleato per combattere gli oppressori della nazionalità italiana.
Finché, dicevasi, sventola in Piemonte la bandiera tricolore, l’Italia c’è. Non avventuriamola questa sacra bandiera in impossibili conflitti; poi, quando il tempo sia venuto, chiamiamo in aiuto la rivoluzione; e avanti.
Questo avviso, con vostra permissione, era il mio.
Ma il conte Cavour aveva un’altra opinione. Nei colloquii coll’Imperatore dei Francesi parve al conte Cavour di scuoprire qualche grillo d’indipendenza italiana: e benché Napoleone III avesse ammazzata la libertà a Parigi e a Roma, si lasciò persuadere il conte Cavour che Napoleone III avrebbe combattuto per dare la libertà a Milano ed a Venezia.
Ad ogni povero diavolo che avesse avuto il semplice e grosso buon senso che corre per le strade tanto in giorno di festa che di lavoro, questa persuasione non sarebbe mai entrata nel cervello; ma nel cervello dei grandi diplomatici ne entrano tante che il conte Cavour lasciò entrare anche questa.
Era in tale condizione di cose che il conte Cavour, di ritorno dalla fragorosa Plombières, capitava alla solitaria Verbanella, dove il repubblicano governo del Canton Ticino lo accoglieva tra le ortensie del mio angusto giardino, e il Consigliere di Stato, Bartolomeo Varenna, mio amicissimo, gli faceva udire queste stupende parole:
«La Svizzera, sig. Conte, è di quando in quando attraversata da Re, da Principi, da Imperatori; ma essa non si accorge dei loro passaggio se non quando all’ospitalità ha diritto la sventura.
«Tal non è di voi, sig. Conte. Tutti i Cantoni della Svizzera sorgono a salutarvi; e ciò perché tenete alta la bandiera italiana, quella libera bandiera che è promettitrice all’Italia di gloriosi destini (143).
Dopo di ciò si andava a tavola, e il conte Cavour lodava con molta bontà le trote in salsa bianca. Che più? Era persino cortese di qualche benigna parola a favore delle pesche da me piantate, le quali non avrebbero mai nella loro modestia immaginato di esser destinate all'eccelso uffizio di consolare il palato di un’Eccellenza.
I diplomatici si sa che non parlano. Il perché è facile a indovinare. Finché tacciano possono passare a buon mercato per grand’uomini. Ma se aprono un tantino la bocca, addio grandezza; sotto la scorza del profondo pubblicista si rivela, quasi sempre, l’umile bipede che aspetta la cavezza per tornare in fretta alla greppia.
Questo per verità non è il caso del conte Cavour, il quale da duo o tre anni in qua o taccia o parli ha sempre ragione; e lasciando in disparte la greppia, sopra tutto se sia ben fornita di fieno fresco, la cavezza assolutamente non c’entra.
Malgrado questo ufficiale silenzio, qualche mezza parola sotto voce, in barba alla diplomazia, mormorò sulle labbra del conte Cavour adagiato all’ombra di un fico; e del suo discorso, il fico potrebbe attestarlo, la conclusione fu questa, che in certi speciali casi, senza mancare di riverenza alla probità, dovevasi confidare nella giustizia, nell’interesse e nell’egoismo degli uomini.
.... Fatte alcune osservazioni, accettate dal conte Cavour con benefizio di inventario, io conchiudeva alla mia volta con queste parole:
«... Signor Conte, si ricordi bene che ella si trova fra una pagina di Plutarco, e una favola di Esopo, lo lo auguro di gran cuore la pagina, ma non debbo tacerle che della favola ho una paura maledetta...»—
In mezzo a queste cose il conte di Cavour si recava più che mai in mano la direzione degli affari del proprio paese colla direzione dei più alti incarichi: egli era Presidente del Consiglio, Ministro degli Affari esteri, Ministro dell'interno, Ministro della marina, Ministro della guerra! Era insomma il vero dittatore della rivoluzione italiana, e del Governo costituzionale del Re Vittorio Emanuele II. — Non so se a codesto Governo costituzionale mancasse altro per divenire dispotico! —
Cavour a meglio esercitare e più immediatamente che fosse possibile la sua potenza, giunse al punto di far trasportare il suo letto nelle stanze ministeriali, e nel corso della notte, in veste da camera, passava da un ufficio all’altro per dare ordini in ogni ramo di pubblico servizio, — segretamente di concerto con Garibaldi e con Mazzini. — Scrive al capo settario La Farina, e lo premura a preparare il progetto pei corpi dei volontarii, dandogli appuntamento per l’ora consueta; lo assicura indi a poco che il suo disegno è accettato, e lo spinge a concentrare i mezzi d'azione là dove deve incominciare il ballo, nell’istesso tempo che spedisce e scatena tutti gli emissarii della setta negli Stati italiani.
Invitato La Farina in casa da Cavour, questi, dopo una lunga conferenza, conchiude: «Italia diverrà una grande nazione, secondo la vostra Società nazionale, ma non sò se tra due, dieci, venti o cento anni. — Voi non siete Ministro; ma badate che, se sarò interpellato nella. Camera, o molestato dalla diplomazia, io vi rinnegherò.»E chiudeva il discorso col consueto risolino sardonico. La Farina si ristringe a rispondere: «Lasciateci fare»(144).
I concerti tenevansi regolarmente in Torino, strada Arcivescovado, n. 13. L’autorevole giornale francese L'Univers ne riportava i particolari nel suo num. dei 12 agosto 1859.
Ma prima di addentrarci di più in questa inaudita pagina di storia è pregio dell'opera di far fare meglio al lettore la conoscenza di codesto La Farina. Netogliamo le notizie dal libro di un suo concittadino, e ad un tempo suo amico.
«Nacque Giuseppe La Farina in Messina, e passò l’età giovanile parte negli studi, parte negli stravizi. Svegliato di mente, perfido di cuore, settario d’indole, figurò nei casi del 1848, e quindi dannato all’esilio nella restaurazione. A Torino, ove fece stanza, cospirò indefessamente contro le monarchie e per la repubblica; strinse amicizia con Mazzini e scrisse nel senso di costui parecchie opere. Nel 1856, dopo il trattato di Parigi, si gittò in braccio a Cavour fondando una società liberalesca nominata Nazionale per antitesi. — Soffiare la ribellione, mettere l’Italia in fiamme era la missione della società, avente a programma di unificarel’impero costituzionale italico. Su quest’uomo e la sua congrega sentenziò il rivoluzionario Augusto Licurghi, scrittore d’ingegno, con le seguenti parole: (145)
«Non ha guari si costituiva a Torino una società, sedicente Nazionale, che alacremente continua, benché in una cerchia di idee assai ristrette e limitate, l’opera dissolutrice del Mazzinismo. L’uomo che una volta ha appartenuto a qualche società segreta, per una fatale abberrazione d’idee, non mai dimentica i pregiudizii di casta, le abitudini del settario e la cospirazione in lui diventa natura. — Vi hanno poi taluni a cui le misteriose conventicole ed i segreti maneggi sono elementi indispensabili di vita, come l’aria e la luce; né per volgere di tempo, né per cambiar di circostanze cessano dal cospirare. — Questi è il signor La Farina. — Qual è la base del suo programma politico? L’Unità piena ed assoluta imposta ipso facto senza ritardo, senza contestazione. Per avere la unità propugna la fusione, la dittatura militare e civile, la guerra a tutto ed a tutti, e non rifugge neanco dalla guerra civile. Lo scopo principale a cui tende si è di confiscare le dottrine di Mazzini a vantaggio della Casa Sabauda. Egli cospira per fondere tutta la penisola negli Stati sardi, o, per dir meglio, unire tutta Italia in un solo corpo politico sotto la bandiera e il dominio di Casa Savoia. I suoi programmi sono vaghi, confusi, declamatorii, come d’uomo che non ha fede politica, ma tutto vende all’incanto: patria, onore, sapienza a chi più lo paga.»
«Aveva ragione Augusto Licurghi ascrivere codesti vaticinii nel 1858, che dal 1860 in poi si sono a mano a mano verificati. (Episodii della rivoluzione siciliana di P. Olivieri Acquaviva. Losanna 1865, pag. 9.)
È ormai noto che, di accordo con Cavour, fu La Farina il Fac totum della famosa setta della Società azionale Organizzatasi in Torino per fare l’Italia; della quale Società fu dapprima presidente Garibaldi, dipoi Pallavicino e da ultimo il medesimo La Farina, suo fondatore e segretario perpetuo.
Dalla corrispondenza epistolare tra quest’ultimo ed i suoi proseliti si rilevano le istruzioni da lui dettate. In una sua lettera da Torino, 8 febbraio 1858, ad Brinano Barigozzi in Pallanza si legge quanto segue:
«.... In nome della Società e nelmio nome particolare, la ringrazio moltissimo di quanto ella ha fatto in sì poco tempo; si approva pienamente il suo operato, ed in quanto ad istruzioni,' ecco ciò sono incaricato e comunicarle:
«1. I Comitati istituiti o da istituirsi debbono mettersi in corrispondenza diretta con noi, indirizzando le loro lettere a Giuseppe La Farina, segretario della Società Nazionale italiana. Via Goito, n. 15. — 2. Questi comitati spediranno, almeno una volta il mese, una relazione sullo spirito pubblico del paese in cui sono istituiti, l’elenco dei nuovi socii, e tutte quelle notizie che crederanno utili siano conosciute dal Comitato Centrale. — 3. Se stabiliranno delle corrispondenze con persone, abitanti in altri Stati italiani, nelle loro relazioni mensili ne faranno cenno; ma taceranno sempre i nomi delle dette persone e terranno su di esse il più scrupoloso silenzio. — 4. Cercheranno, per quanto loro sarà possibile, di far adottare i principii del nostro programma dai giornali della località, e procureranno che detti giornali patrocinino la causa della Società Nazionale. — 5. Adopreranno tutti i mezzi onesti di propaganda che sarà loro possibile, tenendo fermi i principii della indipendenza ed unificazione italiana; ma nel medesimo tempo usando molta tolleranza, ed adoprando sempre modi conciliativi in tutte le altre questioni religiose politiche e sociali. — 6. Cureranno di propagare la Società in tutte le classi de' cittadini, nessuna esclusa, volendo noi fare opera di concordia e non di disunione. — 7. Qualora saranno interrogati sulle intenzioni del Governo piemontese, potranno rispondere, che gli sforzi nostri sono in tutto favorevoli alla Casa di Savoia, e come tali sono ben accetti alla dinastia ed al governo; che la nostra Società, usando delle libertà concedute al Piemonte, è sotto lo scudo delle leggi; che la sua esistenza è un fatto pubblico e legale; che il Governo però non potrebbe dare alcuna solenne ed esplicita adesione senza compromettersi e procurarsi degli imbarazzi e delle difficoltà, che è prudenza evitare. — Queste, per sommi capi, sono le istruzioni da osservarsi da tutti i comitati: il resto è completamente lasciato alla loro intelligenza e al loro zelo »(146).
In altra lettera da Torino, 25 aprile 1858, il medesimo La Farina cosi scrive all’abate Filippo Bartolomeo a Messina:
«.... Desidero da voi, la cui intelligenza e buonafede mi è nota, risposta alle seguenti domande: — 1. Credete che il programma della Società Nazionale sarebbe accettato dalla maggioranza dei liberali siciliani? — 2. Credete che se una guerra sorgesse tra Piemonte e Napoli, Sicilia insorgerebbe in pro di Vittorio Emanuele e dell’Italia? — 3. Credete che in Sicilia ci siano elementi sufficienti per una iniziativa rivoluzionaria, avendo promessa di moti consimili nella Italia centrale? — 4. Credete che una esplicita promessa di aiuti piemontesi dopo il fatto, basterebbe a far insorgere la Sicilia? — 5. Quali, secondo voi, sono i mutamenti seguiti nella pubblica opinione in Sicilia dal 1849 in poi? —6. Quali, secondo voi, sono gli uomini più influenti in questo momento in Messina, in Palermo, e in Catania? — Attendo ansiosamente vostre risposte (147).»
Dee ritenersi che tali risposte fossero state abbastanza sconfortanti per il cospiratore; perocché le Due Sicilie godettero la più perfetta pace e tranquillità nel 1858 e in tutto il 1859, e anche nel primo quadrimestre del 1860, ad onta delle vittorie francosarde in Lombardia, dell’invasione dei Ducati e delle Marche e dell’Umbria, come di tutte le mene e degli intrighi diplomatici e settarii. E se nel maggio del detto anno si tenta l’arrischiatissima invasione de' filibustieri con Garibaldi nell’isola di Sicilia, bisogna ritenerne vera cagione primaria il Governo piemontese che operava per mano del suo strumento d’azione, la setta della Società Nazionale, coadiuvata dalla frammassoneria presso tutti i Governi d’Europa.
Qui prima di recare il disegno di ribellione, elaborato dal La Farina ed accettato dal Cavour, giova di aggiungere alcune lettere d’esso La Farina, le quali arrecano sempre nuova luce nella tenebrosa congiura della quale ci occupiamo.
Ad Ermanno Barigazzi. — Pallanza
Torino, 12 febbraio 1858.
Carissimo Amico,
Rispondo brevemente alla vostra in data di ieri. Si approva l’organizzazione della quale mi ha parlato, ma con queste due modifiche: che i gruppi siano di 5 individui, e che la contribuzione sia di 20 cent. Così ogni capo di cinquina avrà a corrispondere L. 2 mensili. Tutto il resto va perfettamente bene.
Questa organizzazione è applicabile anche per gli Stati sardi.
P. S. Dalla Società non sono escluse le donne: vi appartengono già la marchesa Pallavicino, mia moglie, la moglie del senatore Farina, e parecchie altre signore di Torino e di altre parti d’Italia.
A Giuseppe Capitani. — Sarzana
Torino, 5 marzo 1858.
Pregiatissimo Signor Capitani,
Le istruzioni pe’ comitati dello stato sono pubblicate nel Piccolo Corriere Anno IIIN. 8. Tutto il resto è lasciato all’intelligenza, allo zelo, e al patriottismo de' comitati locali. Ciò che bisogna accuratamente evitare, è tutto ciò che potrebbe dare alla nostra Società l'aspetto di una società segreta. Noi siamo società legale e sotto l'egida della libertà costituzionale; e non bisogna dar ragione di confonderci con altre Società sovversive dell’ordine attuale. E necessario che gli agenti del governo sappiano, che noi siamo amici, e non nemici, per evitare qualunque dispiacevole equivoco.
Qualora codesto comitato avesse di bisogno altre istruzioni, potrà sempre rivolgersi al sottoscritto. .
P. S. Abbia la compiacenza di dire al signor Biondi, che voglio sperare sieno a quest'ora giunti costà gli ordini del signor Intendente generale di Genova risguardanti gli emigrati ingiustamente colpiti d’internamento. Il governo non vuol certo perseguitare gli amici della Casa di Savoja e dell’Italia; magli equivoci sodopossibili, anzi facili; ed è nostro dovere provvedere che non si rinnovino, e curare che non entrino nella Società delle persone, che non possano difendersi senza disdoro.
Ad Ermanno Barigazzi. — Pallanza
Torino, 25 marzo 1858.
Pregiatissimo Amico,
Sono pieno di ammirazione per quanto avete fatto, e pel modo come l’avete fatto. Dieci della vostra intelligenza, della vostra attività, e del vostro zelo, e la Società Nazionale raddoppierebbe di potenza in 15 giorni. Ho letto la vostra lettera al nostro Presidente, e m’incarica di farvi le sue congratulazioni e di presentarvi i suoi ringraziamenti. Tutto ciò che avete fatto è non solamente approvato, ma lodato.
Due cose debbo avvertire: 1° non insistete molto quando trovate renitenza ad entrare nella Società; se no, avremo per ora delle adesioni, e ne’ momenti critici delle defezioni. Esponete, spiegate, fate intendere lo scopo della Società; ma lasciate che il neofito chieda da sé di esser fatto cristiano. 2(1)Cercate di togliere nello Stato tutto ciò che può avere aria di società segreta: ciò che ci giova oltre i con fini, ci nuoce dentro i confini. Qui noi siamo società legale, e facciamo tutto apertamente e alla luce del sole. Il segreto comincia là dove non isventola più la bandiera dei tre colori. I nomi che mi avete comunicati, rimangono in me, e in nessun altro.
A Giuseppe Capitani. — Sarzana
Torino, 28 marzo 1858.
Pregiatissimo Signore,
L’orizzonte politico si oscura, e noi potremmo essere colti alla sprovvista da gravissimi avvenimenti. E dovere quindi dei buoni patrioti (ed ella va tra buonissimi) tenersi apparechiati. Snella fosse qui, le direi a voce altre cose importanti, che non. si debbono scrivere; ed allora si convincerebbe più che mai della necessità che abbiamo di non perder tempo.
Per non raddoppiar lettere senza necessità, scrivo a Lei ciò che dovrei scrivere al signor C. pregandola di comunicarglielo, e di salutarlo da parte mia. L’Intendente della Spezia prese troppo, alla letteral’ordine d’internamento per gli emigrati risedenti nelle città di confine. Il governo voleva allontanati gli uomini pericolosi e avversi, non gli onesti ed amici.
L’Intendente generale di Genova, sulle nostre istanze,ordinò quindi a codesto Intendente di revocare il disposto internamento. L’Intendente si rivolse al Ministro, parendogli che ormai il suo amor proprio fosse compromesso; ma il ministro ha ordinato che si stiaalle istruzioni dell’Intendente generale di Genova, il quale manderà costà, se già non l’ha mandato un apposito delegato. Io credo quindi che i nostri amici non riceveranno più alcuna molestia; almeno cosi mi è stato assicurato ieri, e confermatoquesta mattina.
Bisogna far di tutto per non offendere la suscettibilità dell'autorità locale; non vantar quindi protezioni, ed usar molta prudenza nelle parole, perché appunto codesto Intendente si duole di questo. Io quindi mi raccomando a Lei. Stia tranquilla che i buoni emigrati non saranno internati. Dalla parte mia poi non si lascierà nulla intentato, perché i nostri amici non ricevano il disturbo né anco dell’allontanamento di qualche giorno, e ciò dico con fiducia, perché so le ottime intenzioni del governo sventuratamente non sempre secondate dai sottoposti.
A N. N. — Cremona
Torino, 28 marzo, 1858.
Si desidera conoscere se questo primo piego giunga a salvamento.
Nell’affermativa, la lettera potrà giungermi per la medesima via con cui questo plico sarà giunto costà, cioè per mezzo di 1/10.
Avuta certezza di questo primo arrivo, scriverò direttamente, non mai però per posta. Una fraterna stretta di mano.
P. S, Metto la sottoscrizione, perché conoscano la mia scrittura.
Aggiungiamo due lettere di F. D. Guerrazzi al La Farina come quelle che danno pure qualche lume in proposito:
A Giuseppe La Farina
Genova, 31 marzo 1858.
…..Pregiatissimo Signore,
Se le devo parlare schietto, mi cascano le braccia. Io volentieri mi accostava al suo disegno e me ne apersi coll’amico signor T., che me ne parlò da parte del signor Pallavicino: ma il suo disegno procedeva vincolato (e non poteva fare a meno) ad una condizione. Ora questa condizione il presente governo piemontese non la va ogni di più colorendo a danno del concetto? Di fuori mostrandosi ligio sconvenevolmente a Luigi Napoleone, commette tre errori, a parere mio: scapita di riputazione; quanto meglio si mette in grazia del desposta increscioso, tanto più si mette in disgrazia della Francia; perché tra L. N. e Francia il divario è grande; e non so capire su che si fondi tanta speranza di stabilità di L. N.; l’altro errore consiste nell’odio che si va a bello studio procacciando dalla rivoluzione. 0 come vuole riuscire il Piemonte ad allargare lo Stato senza rivoluzione? Comprendo ottimamente, che della rivoluzione a lui non garbi la parte che rovescerebbe la casa savoiarda: e sta bene; ma quella che le agevolerebbe la strada a dilatarsi, che combatterebbe i comuni nemici, gli avrebbe a piacere; ma non è cosi. L’uomo politico deve regolarsi guardando alle contingenze del futuro, e di queste far senno quanto più probabili: ora se L. N. venisse a cascare, chi avrebbe amici il Piemonte? Piuttosto che rivoluzione, desidera Ferdinando Napoli; e lo dice. Cred’egli che L. N. gli darà mano ad allargare la sua monarchia costituzionale? Egli lo vuole vassallo e non temerlo nemico, o sopportarlo compagno. E’ nello interno, che ha fatto? che fa? Troppo mi menerebbe in lungo discorrere tutte le pugnalate alle nostre speranze. Mi pare che sarebbe tempo per gli amici della patria dirgli con garbo: mala via tieni!
Io me ne sto in platea, e vado raccogliendo voci di qua e di là, Posso assicurarla che il credito del Piemonte qui e in Toscana va diminuendo spaventosamente. Ecco da un giorno all’altro come rimangono anche i migliori impotenti a fare il bene. Io pure perdo da bussola, e vedo che per levarmi, dallo aspetto di tante miserie mi converrà per ultimo andarmene in America. Non dispero ancora, ma la mia speranza ha mandato pel prete per acconciarsi dell’anima. Tutto questo confido alla sua discretezza, e per suo governo.
F. D. Guerrazzi.
Genova, 22 maggio 1858.
Carissimo Signore,
Avrà veduto il libretto di Toscana sopra le leggi Leopoldi ne: strepito immenso dei preti, e il governo mosso dallo irrequieto schiamazzo ha annunziato col Monitore suo avere deferito il libro al maestrato competente, perché veda se ci ha crimine, Intanto il delegato intimava ai promotori lasciassero stare le leggi dello Stato; mi accertano avere essi risposto assai gagliardamente. Così sia.
Cotesti promotori indicano l’accordo di tutte le parti costituzionali di Toscana. R.li il costituzionale toscano; R.li il piemontese; Pi gl’interessi municipali; Corsi rappresenta me ovvero la borghesia col popolo aderente; Cem. i forensi; Bi. le lettere. Potrà durare questa miscela? Non so. Intanto è bello esempio; e smentisce le putride e schife gagliofferie di tanti scrivani giornalieri settimanali, storici, memorabili ed immemorabili.
Però non le celo un mio concetto: noi ci versiamo su lo equivoco o sul male inteso. Dio sa se vorrei di cuore appuntare le voglie mie, e dei miei a questo Stato; ma mi spaventa lo indirizzo preso da un pezzo in qua co’ modi tenuti a danno della emigrazione: avesse diritto in sostanza, la forma glielo toglie: donde perdita di credito infelicissima. Ancora si dice: pieghiamo il capo ora a L. N. per non tirarcelo nemico, e serbarci a tempi migliori. 0 che ve lo credete amico adesso? 0 che temete vi abbia a conquistare? 0 che pensate gli Austriaci possano invadere il Piemonte? Da altre cause dipende, eccetto quelle della poca o molta amicizia col governo di F., che l’Austria rimanga dove sta. Sperate che vi dia mano L. N. a formare il regno costituzionale di tutta l’alta Italia accanto il suo? Se lo sperate, Dio vi aiuti. Dunque uscite dalle ambagi, e chiariteci su che sperate, di che temete. Se non isperate né temete di lui, su cui sperate? Ogni di bestemmiate la rivoluzione, anzi la via di fatto. Dunque gli Austriaci se ne usciranno d’Italia a suono di parole? Dunque dovremo noi tenerci i nostri principi incantati dai nuovi discorsi? Una forza, un fatto, uno scontro ci vuole. Potete soli, o Piemontesi? No Confidate con L. N.? No. Dunque su chi contate, che il cielo vi benedica? Della rivoluzione voi dovreste dire: odiamo quella che sovvertirebbe la Casa di Savoia, e non la mettesse a capo del movimento; l’altra piace e giova. Se cosi dicessero, o lasciassero intendere, pazienza! Ma no: anatema alla rivoluzione con cera nera! Per compiacere a L. N. prevedo che la Casa di Savoia verrà in uggia alla Francia e avendo un di bisogno della rivoluzione, questa non le abbia a dire; va a L. N. e raccomandati a lui. Ma così a Dio non piaccia, e il senno del parlamento provvederà. Sono in fondo e mi manca spazio per salutare.
F. D. Guerrazzi
E di nuovo il La Farina scriveva:
A Giuseppe Capitani. — Barzana
Torino, 14 giugno 1858.
Pregiatissimo Signore,
La sua lettera mi giunse ieri, giorno di adunanza del nostro Comitato centrale e quindi posso oggi darle riscontro in nome del Comitato. Il numero di tre non pare a noi troppo limitato, per la costituzione del comitato: e vai molto meglio essere pochi e concordi che molti dissenzienti. Del resto il comitato potrebbe essere per ora costituito da Lei e da' signori Mazzi e Marchia; e quando credessero di aggiungervi altri membri, le SS. LL. sono sempre in facoltà di farlo. Riceverà sotto fascia altre copie dell’ultima nostra pubblicazione con dentro delle schede. D’ora in poi farò spedire altre 5 copie del Piccolo Corriere al signor Mazzi, ed altre 5 al signor Marchis.
Codesto Com. è autorizzato a ritenere o tutto o parte del contributo mensile de' soci di Sarzana per piccole spese, che costà potessero occorrere; è solamente pregato di dar notizia al Com. centrale di tutte le somme riscosse.
Il Com. centrale prega poi caldamente codesto comitato a far di tutto per stabilire delle corrispondenze regolari con Massa e Carrara e colla Lunigiana; vedano se sia possibile spingersi sino a Lucca, dove abbiamo molti amici.
P. S. Ritengano la guerra come certa e prossima, non però come imminente.
A C. A. Clericetti. — Brighton
Torino, 5 luglio 1858.
Pregiatissimo Signore,
La nostra Società progredisce, benissimo non solamente in Italia, ma anche fuori: e già si fondano comitati agli Stati Uniti d’America, ad Alessandria, ed al Cairo. Bisognerebbe ce ne fosse uno a Londra, ma non sappiamo a chi rivolgerci. Ci vorrebbe persona ivi stabilita da molto tempo e con molte relazioni per poter influire su qualche organo importante della stampa periodica. Qui si crede alla guerra, ed il Piemonte vi si apparecchia: le fortificazioni di Alessandria saranno compiute ed armate prima della fine dell’anno; i quadri dell’esercito sono cosi composti da poter portare l’effettivo sino a 150,000 uomini in quindici giorni. Speriamo bene!
Al Dott. Ottavio Mai. — Sartina
Torino, 8 luglio 1858.
Stimatissimo Sig. Dottore,
La Società nostra si propaga con grandissima rapidità sino negli italiani degli Stati Uniti d’America e del Cairo. In Roma il Comitato provvisorio cha esisteva si è sciolto, per dar luogo ad un Comitato definitivo in cui sono entrati uomini notevolissimi per ogni riguardo.
L’ultimo resto di Comitato Mazziniano che esisteva in Sicilia, mi ha scritto dichiarando lealmente, che, vista la completa diserzione del proprio partito si unisce a noi e si mette completamente a nostra disposizione. Nel Veneto v’è tal concordia d’animi in nostro favore, che non si può desiderare di più. Se il diavolo non ci mette la coda, noi per la prossima primavera, saremo in stato di fare qualche cosa, che non sia né puerile, né vana; ma bisogna che in questo tempo intermedio si lavori animosamente ed indefessamente. Il nostro Presidente è andato ai bagni di Aix, e coglie questa occasione per recarsi a Ginevra, dove abbiamo un buon comitato, per mettersi d’accordo coi nostri amici di Svizzera. Un nostro emissario è andato in Ungheria, e da alcuni miei amici particolari ho ricevuto le più confortanti promesse.
Il governo piemontese crede fermamente alla guerra non lontana tra Austria e Francia; ma venga, o non venga questa guerra, se noi saremo forti e bene ordinati, l’occasione della guerra la creeremo noi.
All’Abate Filippo Bartolomeo. — Messina.
Torino, 1 settembre 1858
Mio ottimo e carissimo amico,
.... Siamo pienamente di accordo sulla importanza politica e strategica della nostra Messina; ma vi dico la verità, la freddezza di Palermo mi dà molto pensiero. Temo che le altre città di Sicilia, senza l’iniziativa palermitana, non insorgano, e temo che Palermo non sia disposto a rifare il 12 gennaio con un programma che esclude un regno di Sicilia. Badate però, che io parlo del primo periodo della sollevazione; perché son convinto che se Dio sorridesse alle armi italiane nell’alta Italia, tutte le altre province, nolenti o volenti, sarebbero trascinate nel gran vortice del movimento nazionale.
L'Italia del popolo, organo mazziniano, è morta, in parte per mancanza di forze proprie, in parte per i processi che le ha suscitato il governo, il quale all’appressarsi della lotta, non intende più essere imbarazzato
Ieri sono stato all’arsenale, e vi assicuro che mi sono cadute lagrime di tenerezza dagli occhi, quando ho veduto l'immenso materiale di guerra che si sta apparecchiando.
Conosciuto così all’ingrosso il La Farina e colle proprie parole e con quelle autorevoli di rivoluzionari come lui, ma non dell’istesso partito rechiamo ora il disegno dei cospiratori per rovesciare i varii Governi italiani a profitto del Piemonte, concertato nell’ottobre 1858 tra il ministro Cavour e lo stesso La Farina, ambidue fondatori della Società nazionale, e principali fattori della invasione garibaldesca della Sicilia nel 1860.
Testo del progetto, o piano d’insurrezione d'Italia per la primavera del 1859, elaborato dal La Farina, emigrato siciliano, ed, autografamente approvato dal Cavour, quale si legge nell'Epistolario di G. La Farina, tom. Il, pag. 82, raccolto e pubblicato da Ausonio Franchi. Milano 1859.
1.Che la guerra e la sollevazione si aiutino a vicenda; ma abbiano per quanto sarà possibile un terreno distinto e separato. Gli eserciti regolari intiepidiscono lo slancio rivoluzionario, e le bande insurrezionali rovinano la disciplina degli eserciti.
2. Che le bande rivoluzionarie sieno solamente adoperate là dove nascono spontanee pel solo fatto della rivoluzione. Le bande reclutate dopo compiuto il movimento, sciupano una quantità enorme di danaro e di munizioni, e non si battono.
3. Che le bande non siano giammai incorporate nell’esercito. Tra 100 uomini di bande non ve n’èforse uno del quale potrà farsi un soldato. L’elemento buono per le bande è fatale a qualunque esercito regolare.
4. Che l’esercito piemontese si vada rapidamente accrescendo con un modo di coscrizione sommario e con l’aggregazione di soldati di altre parti d’Italia che si uniranno a noi e non mai con altri elementi indisciplinabili.
5. Che gli abili ufficiali delle altre parti d’Italia, unendosi a noi, siano immediatamente incorporati nell’esercito piemontese, e distribuiti nei varii corpi, qualora per ragioni particolari, e come eccezione, non si credesse necessario di lasciarli uniti ai loro soldati.
6. Che là dove la rivoluzione sia compiuta, si proclami immediatamente lo stato d’assedio; s’instituiscano consigli di guerra che giudichino di tutti i reati contro le persone e contro le proprietà, allorché i detti reati abbiano carattere di violenza pubblica; e che non sia permesso altro giornale oltre un bollettino governativo.
Suppongo che il movimento debba aver luogo il 1° maggio. Il Governo farà in modo che verso quell’epoca si trovino alla Spezia due battaglioni di Linea, due compagnie di Bersaglieri e 4 pezzi di campagna. — La notte del 30 aprile s'insorgerà a Massa e Carrara, si arresteranno le autorità Estensi, e si disarmerà il presidio. Questo movimento sarà aiutato da una banda che moverà da Lerici e da una che moverà da Sarzana.
Calcoliamo d’avere in quei luoghi 300 persone atte alle armi. Questa gente sarà capitanata da Garibaldi. La mattina del 1° maggio Garibaldi riunirà ai suoi militi gl’insorti di Massa e Carrara; traverserà gli Appennini, ed ingrossato da un’altra banda che moverà da Varese per Pontremoli, si getterà su Parma, dove potrà giungere ai 3 di maggio dopo mezzodì. Al suo appressarsi, se il presidio uscirà a combatterlo, i nostri amici s’impossesseranno dell’arsenale. Presa tra due fuochi, è probabile che la truppa parmense porrà giù le armi o si sbanderà. — Se vorrà combattere sia dentro, sia fuori la città, bisognerà accettare il combattimento; se saremo battuti, ci ritireremo sugli Appennini; se vinceremo, marceremo rapidamente sopra Reggio e quindi sopra Modena. — Il Governo piemontese, che in tutto questo non avrà preso alcuna parte apparente, protestando la necessità di assicurare suoi confini, occuperà Massa e Carrara, e, lasciate quivi due compagnie di Linea e pochi Carabinieri, colla rimanente truppa farà custodire i due passi degli Appennini, naturalmente fortissimi, con lo scopo apparente di difendersi dagli Austriaci, con lo scopo reale di dare animo ai sollevati di Parma. Se l’impresa di Parma non riuscisse, se gli Austriaci tagliassero con forze imponenti la strada di Reggio e di Modena, Garibaldi si ritirerebbe su gli Appennini, e scenderebbe verso Pistoia, ingrossato con gli insorti del Fivizzanese e della Lunigiana, popolazioni animose e armigere. Se la fortuna ci seconderà, Garibaldi si spingerà innanzi alla volta di Bologna.
«La notte del 2 maggio i nostri amici del Lombardo-Veneto taglieranno i fili elettrici, romperanno le strade ferrate, metteranno fuoco ove sarà possibile a tutti i magazzini di viveri, foraggi, attrezzi militari.
«La mattina del 4 una parte della flotta sarda con qualche truppa da sbarco entrerà nel porto di Livorno. Il pretesto di questa comparsa si ha benissimo nei moti della Lunigiana e del Pontremolese, che potrebbero cagionare un intervento austriaco. Si ritiene per certo che questa sola apparizione basterà a cacciare in fuga il Granduca e il suo Governo; si ritiene per certo. che la truppa toscana non si batterà contro i cittadini, vedendo vicini i Piemontesi.
«Nel caso probabile che il Veneto e la Lombardia insorgessero, una parte delle forze radunate a Bologna, capitanate da Ulloa, passerebbero il Po, e Garibaldi si getterebbe nelle Marche. Volendosi un movimento più ardito, e forse più decisivo, si potrebbe da Massa attraversare gli Appennini, e pigliare la via di Garfagnana, Montecuccolo, Montagnano e Modena. In questo caso si rasenterebbe la Toscana o si lascerebbe a sinistra il Ducato di Parma. Credo che partendo da Massa la notte del 1° la sera del 15 si potrebbe giungere a Modena.
«ACCETTATO»(148)
1.L’esercito Sardo non si priverà che di pochissime truppe.
2.Si moverà da luoghi in cui la popolazione dello Stato è dispostissima a secondare la sollevazione: Lerici, Sarzana, Spezia.
3.Si agirà da luoghi in cui la Società Nazionale conta maggiori aderenti: Carrara, Massa, Fiv¡zzano, Pontremoli, Piacenza, Parma, Reggio, Pistoia, Modena, il Veneto e le Romagne.
4.Se alcuna delle fazioni proposte non riesce, non si corre rischio di rovinare la impresa.
5.Si propaga la sollevazione nei due versanti degli Appennini dove abitano le popolazioni più forti, armigere e malcontente.
6.Riuscendo, si piglia l’esercito austriaco tra due fuochi, o almeno si costringe a tenere gran parte delle sue forze sul basso Po e sul basso Adige.
7.Si evita la mescolanza pericolosa di esercito regolare e di bande insurrezionali.
8.Si fa comparire agli occhi di chi è disposto a non vedere, il Governo piemontese obbligato a pigliar parte per la difesa e sicurezza dello Stato.
9.Si lascerà aperta all'esercito piemontese la via di Toscana e Romagna in caso che credesse utile a' suoi disegni di guerra girare il quadrilatero austriaco dell’Adige e del Mincio.
«Per i primi di novembre: fucili 300, carabine 100, pistole 200, polvere un quintale, piombo due quintali, capsule 20,000. Successivamente per i mesi di decembre, gennaio, febbraio e marzo: fucili 8,000, carabine 2,000, pistole 2,000, polvere cinque quintali, piombo dieci quintali, capsule un milione.
«Sarebbe anche utile avere giberne di scarto 3,000, sacelli a pane 3,000.
«In quanto a denari, per tenere spie in tutte le piazze d’armi austriache e per tenere in punto tuttociò che occorre e pagare il viaggio alle persone che si debbono far venire dai luoghi designati, bastano da novembre a marzo franchi 400 al mese. Quando sarà tempo di operare occorreranno un 50 mila franchi. Le requisizioni suppliranno al resto.»
«Approvato dopo lunga discussione (col conte di Cavour, e con un suo segretario particolare) la sera dei 19 ottobre’1858.»
E La Farina era tanto sicuro che il Governo piemontese avrebbe attuato tali disegni a danno de' pacifici Stati vicini, che con una sua lettera da Torino, 20 ottobre 1858, al Dottor Bolognini a Lerici, dice, tra l’altre cose:
«Speriamo con fiducia di esser nel caso di dover agire nella prossima primavera. Il come e il dove sarà comunicato ai capi dei Comitati (della Società Nazionale') verso la fine dell’inverno, ciascuno per la parte che lo riguarda; ma tenga per fermo, che noi agiremo e con moltissime probabilità di buona riuscita.»
L’idea di una disastrosa guerra metteva intanto lo sgomento in cuore alla diplomazia, che sperava di scongiurarla mediante un congresso nel quale venissero assestate come che sia le cose d’Italia. Pochi erano quelli che credevano che per la indipendenza di questa volesse l’Imperatore Napoleone impegnarsi in bellicose imprese, contento, siccome avrebbe dovuto essere, di riposare egli e la Francia sui recenti allori colti in Crimea. Il pugnale però dei settarii ben potevalo spingere ad entrare nuovamente in campo, ciò a che preludeva Felice Orsini, il cui testamento, pubblicato dal Moniteur con universale stupore, aveva riscontro nella libera circolazione del giornale torinese L'Unione, il quale affermava apertamente in nome della setta mazziniana, che l’Imperatore Napoleone, esecutore dell’ultime volontà di quel regicida, «avesse a mantenerne i giuramenti»; e qualora ritardasse a farlo, le bombe e i pugnali compirebbero la loro missione.(149)
Intanto un dispaccio del Conte Buoi, Ministro degli affari esteri dell’Impero austriaco, diretto verso la fine di febbraio 1859 al rappresentante dell’Impero a Londra, veniva ad accrescere le speranze della pace. — «.... Noi, scriveva il Conte Buoi, siamo troppo penetrati dell'immensa responsabilità che davanti a Dio e davanti agli uomini peserebbe su di coloro che, senza motivi legittimi, turbassero la pace di Europa. Teniamo perciò nel più alto pregio che un Governo amico ed alleato come la Gran Brettagna, sia pienamente soddisfatto circa le nostre pacifiche intenzioni. L’Austria non medita alcun progetto ostile contro il Piemonte. Essa si asterrà, malgrado i giusti gravami che dovrebbe far valere, da ogni azione aggressiva, fin tanto che dal canto suo il Governo sardo rispetterà la inviolabilità del territorio imperiale, e di quello dei nostri alleati. L’Imperatore, nostro Augusto Signore, (siete autorizzato a darne assicurazione al governo presso del quale siete accreditato) non sguainerà la spada se non per la difesa dei suoi dritti incontrastabili, e per la difesa dei trattati, che noi consideriamo, al pari del Governo inglese, come la sola garanzia solida dell’ordine politico.»
L’Inghilterra e la Russia insistevano intanto per l’adunanza di un Congresso che fosse compositore pacifico della quistione italiana, pensiero accettato dall’Austria, sotto condizione però che le potenze disarmassero, e che il Piemonte non prendesse parte al Congresso. — Cavour ne faceva i più. forti lamenti e le più vive rimostranze, rinfacciando ai segnatarii del Trattato di Parigi i servigi resi dalla Sardegna nella guerra di Crimea; e, non contento a ciò, la sera del 24 marzo corre a dolersene coll’istesso Napoleone, dal quale ottiene che, ove il Piemonte fosse escluso dal Congresso, gli si lasciasse almeno piena libertà di risoluzione e di movimento. Rassicurato cosi, ritorna aTorino il primo di aprile, ricusa di aderire alle sollecitazioni dei gabinetti di Londra e di Berlino che, offrendo al Piemonte la propria garanzia contro ogni aggressione da parte dell’Austria, insistono perché fosse il primo a disarmare. Quindi, a stancare sempre più il gabinetto di Vienna con transazioni inaccettabili e di nessun valore, fingendo condiscendenza verso un accordo, Cavour fa di rimando la proposta a Londra e a Berlino, di far retrocedere simultaneamente i due eserciti austriaco e sardo a una eguale distanza dal confine onde prevenire qualunque accidentale aggressione.
Informata di ciò l’Austria il 17 di marzo dall’Ambasciatore russo, ricusa, come grande Potenza, di andare di pari passo, e di trattare da eguale a eguale con un piccolo Stato come il Piemonte, fatto ardito per potenza altrui; intendeva, quindi prender parte a un Congresso con le sole quattro grandi Potenze; dove, secondo venne stabilito in Aquisgrana (Aix la Chapelle), possono essere invitati, senza però prendervi parte formale, tutti quegli Stati italiani gl’interessi dei quali fossero per discutervisi. Base di codesto Congresso dover essere i trattati del 1815, e la dichiarazione di Aquisgrana dei 15 novembre 1818, la quale ha per base di far partecipare alle riunioni diplomatiche quei Sovrani gl’interessi dei quali fossero per esservi discussi. Finalmente l’Austria chiedeva per incidente delCongresso stesso la comunicazione del recente trattato, che dicevasi conchiuso in occasione dell’ultimo matrimonio principesco tra la Francia e la Sardegna.
La Francia accetta il proposto espediente come norma generale; ma dichiara volerlo subordinato quanto all’attuamento,alle deliberazioni dello stesso Congresso. All’Inghilterra, che premurosamente voleva ciò persuadere al Piemonte, rispondeva Cavour che, condannata la Sardegna all’isolamento ed esclusa dalle trattative, non può far altro per il mantenimento della tranquillità in Italia che impegnarsi a non aumentare il suo esercito, e tenersi ferma nelle sue posizioni difensive occupate da tre mesi; a patto però che l’Austria si obbligasse a non mandare altre truppe in Italia.
Di qui nuova impossibilità d’intendersi, e nuovi sforzi per indurre il Piemonte a maggiore pieghevolezza. — L’Inghilterra gli fa sentire che un plenipotenziario sardo assisterebbe al Congresso; ma solo per trattare la quistione del disarmamento. — Cavour rigetta anche questa proposta come umiliante pel suo Sovrano e pel suo paese. — Il gabinetto inglese fa un ultimo sforzo, reitera le proposte a Vienna e a Parigi pel simultaneo disarmo delle parti in contesa, e por l’ammissione della Sardegna e di' tutti gli altri Stati italiani nelle conferenze del nuovo Areopago europeo, con egual grado a quello delle grandi Potenze (150).
Tenendo conto di ciò, il governo francese dichiarava nel Moniteur dei 19 di aprile che avrebbe indotto il Piemonte, ove fosse invitato al Congresso, a disarmare. — Ecco le parole del Moniteur.
«Dopo accettato il Congresso proposto dalla Russia, le potenze si sono accordate in questi cinque punti proposti dall’Inghilterra:
«1. Determinare i mezzi coi quali la pace possa esser mantenuta fra l’Austria e la Sardegna;
«2. Stabilire come meglio possa attuarsi lo sgombro degli Stati romani dalle truppe francesi ed austriache;
«3. Esaminare se convenga introdurre riforme nell’interna amministrazione di questi e degli altri Stati italiani, l’amministrazione dei quali avesse difetti che tendessero evidentemente a uno stato permanente e pericoloso di turbolenze e malcontento, e quali debbono essere questo riforme;
«4. Sostituire ai trattati fra l’Austria e i Ducati una confederazione dogli Stati italiani per la loro mutua protezione esterna ed interna.
«5. L’Austria, accettate queste proposte, ha chiesto inoltre ildisarmamento della Sardegna, e quindi il disarmamento generale prima del Congresso.
«L’Inghilterra invece ha pensato che il disarmamento potrebbe eseguirsi dopo aperto il Congresso. La Francia ha accettata questa proposta; ma non tutti sono d’accordo sulla questione: se fosse indispensabile l’adesione della Sardegna. La Francia ha pensato non potersi ciò esigere dal Piemonte se non fosse rappresentato nel Congresso; e l’Inghilterra avendo chiesto che la Francia ottenesse il disarmamento della Sardegna, il Governo francese ha promesso farlo se la Sardegna e gli altri Stati italiani fossero invitati nel Congresso.»Fin qui il Moniteur.
Il giorno dopo l'¡stesso Governo francese faceva pervenire a Torino il seguente laconico telegramma: «Accettate immediatamente le condizioni preliminari del Congresso, e rispondete col telegrafo». Le condizioni accennate dal telegramma erano: il licenziamento dei volontari e la sospensione di ogni armamento e preparativo bellicoso: in una parola una ritirata generale, della quale il Cavour si dichiara incapace di sopportare l’effetto politico, come il suo paese non potrebbe sopportarne le conseguenze finanziarie.
Non ostante la specie di dittatura, da lui assunta, fu forza al conte di Cavour di chinare il capo e mostrarsi pronto ad obbedire (151).
Fuvvi chi disse di avere Cavour evitato di pronunziarsi definitivamente, col pretesto di dover consultare il gabinetto di Pietroburgo, (152))mentre viemaggiormente imperversava nella cospirazione per isconvolgere l’Italia.
Nell’istesso tempo era un mirabile concerto tra i giornali rivoluzionarii d’Italia e quei di Francia per trovare pretesti di gridare contro l’Austriaperchéritirasse le suo truppe dagli Stati Pontificii; ma poiché la Santa Sede dichiarava desiderare che tale ritirata si facesse anche dalle truppe francesi; cosi si desistette da questo lato e si ricorse ad altro tema, quello dell’abrogazione dei trattati Austro-Italiani del 1815. — La Gazzetta Ufficiale di Vienna degli 8 marzo 1859, nell'opppugnare categoricamente codeste pretensioni, dimostrava a lungo: essere queste dirette a far trionfare la rivoluzione in Italia, «dove la propaganda ribelle intende rovesciare gli Stati, ricorrendo al mestiere di delinquente comune e ad atti di assassinio.»— Conchiudeva, dicendo, «che non ignora cosa debba intendersi per Movimenti nazionali; ne conosce la importanza e sa il conto che debba farne; ma tali non sono le mene settarie di un partito. L’Austria nei trattati italiani, più che il semplice suo diritto e possesso, difende il fondamento della indipendenza degli Stati Europei; essa combatte per la civiltà del mondo, la quale non è possibile senza la pietra fondamentale del diritto delle genti, che l’ambizione del Piemonte minaccia di calpestare.»
«Il Piemonte è il quartiere generale dei malcontenti italiani, egli ha sofferto una vera invasione, non è più esso quello che guida e conduce l’Italia, anzi esso è trascinato e quasi guidato pel naso. All’esterno tutto pare tranquillo, perché i Piemontesi sono di natura poco rumorosa; ma nelle idee e nelle aspirazioni della classe più elevata regna un compiuto disordine e quasi non dissi l’anarchia. Non si può ragionare con codestoro. Essi tengono per certo il buon successo di tutti i loro disegni, e guai a chi mostra di pensare diversamente.»(Corrispondenza del Times, marzo 1859.)
Quanto fossero giusti questi giudizi presto si parve quando; in piena pace, e allora che, maggiormente si protestava dalle Tuilleries di volerla mantenuta, il sig. Giovanni Lanza, Ministro delle Finanze, improvvisamente, il 4 febbraio 1859, propose alla Camera subalpina un prestito di 50 milioni — «Voi ricorderete, scriveva una importante corrispondenza alla Civiltà Cattolica, febbraio 1859, voi ricorderete come il Re, inaugurando il parlamento, il 10 gennaio, dicesse ai Senatori e ai Deputati: La crisi commerciale da cui non andò immune il nostro paese e la calamità che colpì ripetutamente la principale nostra industria, scemarono i proventi dello Stato, e ci tolsero di vedere fin d’ora realizzate le concepìte speranze di un compiuto pareggio tra le spese e le entrate pubbliche». Dalle quali parole forse sarete indotti ad argomentare che il Ministro delle finanze chiedesse il prestito alla camera affine di sopperire al difetto delle pubbliche entrate e ragguagliare le partite dei bilanci: nulla invece di tuttociò. Il Ministro delle finanze non credette di dover fare la menoma allusione alla condizione finanziaria, e diè semplicemente per ragione dell’imprestito: «gli armamenti straordinarii che con incessante sollecitudine si compiono dal Governo austriaco nel regno Lombardo veneto, e particolarmente lungo la riviera del Ticino e del Po.»
Il Ministro, volendosi difendere dall’Austria, abbisogna di 50 milioni, e li domanda al parlamento, sebbene senta quanto altri mai «il bisogno di evitare nuovi oneri al paese, maggiori gravezze alle finanze dello Stato».
«Ma i sacrifizi, disse il Lanza, sono un, sacrosanto dovere, perché l’Austria ci minaccia.» Intanto il signor Ministro chiedeval’urgenza di questo progetto di legge, come si dice in stile parlamentare, e le ragioni dell’urgenza stanno nella situazione del tesoro, presentata pochi giorni prima alla Camera, donde appariva che le casse erano vuote. L’urgenza venne conceduta, e il giorno dopo, 5 febbraio, i deputati radunaronsi negli uffizi per le discussioni preparatorie del disegno di legge.
Gli uffizi nominarono relatore un certo Robecchi, che prima era Parroco, ed ora, rinunziata la parrocchia e smesso l’abito ecclesiastico, sedeva alla sinistra della camera. Egli presentò la sua relazione l'8 di febbraio, e ripeté, che «questi 50 milioni sono destinati alla difesa del paese, delle sue libertà, del suo onore e dell’indipendenza nazionale.» E bastando, per lui invece di pruove, chiamare invasiva la politica dell’Austria, conchiudeva. «Sotto la pressura di una politica invasiva, davanti a queste minaccie militari, in vicinanza di questo focolare di sdegni, la vostra Commissione ha dovuto convincersi, che è indispensabile ed urgente di provvedere alla salvezza della patria». Anzi invitava il ministero ad affrettare ed allargare gli apprestamenti militari, e «veder modo di utilizzare all’evenienza le forze tutte della nazione». E siccome venne il dubbio a parecchi membri della giunta, che soli 50 milioni potessero bastare a difendersi da tante forze austriache, venne interrogato sopra ciò il Ministero, e si seppe da lui che proprio quei 50 milioni bastavano. Fa un po’ a pugni questa gravità del pericolo con la miseria dei mezzi per affrontarlo; ma il sig. Robecchi terminò invitando il paese «ad aspettare calmo e fidente lo sviluppo degli eventi». Egli è che fin d’allora (strano, ma vero) si faceva assegnamento su di una breve campagna e sul concorso materiale della Francia.
Il 9 di febbraio incominciò la discussione pubblica nella Camera dei deputati, e primo a parlare fu il conte Solaro della Margherita, il quale disse francamente: «Noi abbiamo in faccia al mondo intero ben più l’aspetto di aggressori che d’aggrediti». E questa fu la tesi dell'illustre statista, che affermò con molte prove, e arricchì di gravissime considerazioni. «Siamo di buon conto, o Signori, diceva il deputato di S. Quirico, quelle voci di terza riscossa, che da tanto tempo si fanno udire; quelle aspirazioni a liberar l’Italia dallo straniero, che non furono dal Ministero contradette mai; quelle altre dimostrazioni a tutti note, e che preferisco tacere, chiamarono l’Austria, non ad attaccare il Piemonte, ma a provvedere alla tutela dei suoi domini».
Il deputato Terenzio Mamiani tentò di rispondere al conte della Margherita, ma era un negar la luce a mezzodì. Il Mamiani poi apparve ridicolo allora quando venne fuori a dichiarare che «noi siamo pronti a tutti i sacrifizi in favore dei nostri fratelli». Imperocché tutti sanno, che il sacrifizio del sig. Mamiani in favore dell’Italia è godersi un largo stipendio sul bilancio piemontese, insegnando una filosofia della storia, la cui cattedra venne appunto istituita in suo vantaggio all’Università di Torino.
Il marchese Costa di Beauregard, deputato di Chamberv, espresse nella Camera le idee della Sardegna relativamente alla guerra. Egli prese a combattere corpo a corpo la rovinosa politica del Ministero presente.«Ilconte Cavour, disse il marchese Costa, vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione, in cui ci ha collocato la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci minaccia e per rispondere agl’impegni, che ha preso». Ma l’oratore osservava, che il giuoco era pericoloso; giacché ci stava di mezzo resistenza della famiglia e della Monarchia di Savoia. Soggiungeva, che l’idea d’una guerra italiana era in Savoia universalmente impopolare.«Schiacciate, dicea, sotto il peso delle gravezze che sopportano, le nostre popolazioni maledicono colui che loro le impose per raggiungere uno scopo, non solo straniero, ma contrario ai loro più cari interessi.»Anzi il deputato di Chamberv andava più innanzi, e diceva: «La guerra può recare per la Savoia una conseguenza ancor più grave, cioè, la sua separazione dal Piemonte. E in questo caso dobbiamo versare il nostro sangue, vuotare le nostre borse per ottenere un risultato che cangerebbe radicalmente, e nostro malgrado, la nostra esistenza politica? Io me ne appello alla vostra lealtà, o Signori. Può la Savoia accettare freddamente questo stato di cose?» E continuando ad incalzare sempre più gli italianissimi in generale e il conte Cavour in particolare, il marchese Costa affermava che se i Savoini dovessero essere riuniti alla Francia, «ils seront trop fiers pour vous esprimer un regret».
Parlarono contro l’imprestito di 50 milioni, il conte Vittorio diCamburzano, che col solito suo linguaggio schiettamente disse: «Ingiorni di ansietà e di pericoli, forte della mia coscienza levo libera la mia voce, per respingere un imprestito dannoso ad ogni classe di cittadini, e per nulla proficuo al Piemonte». Il Deputato de Sonnaz, il quale, rispondendo al conteOttavio di Revel, che con sorpresa universale erasi dichiarato favorevole al prestito, avverti: «l'onorevole di Revel fa dipendere la guerra dal caso in cui un soldato forastiero passasse sui nostri confini: io temo che il caso di guerra nasca dall’approvazione di questo progetto di legge; per conseguenza voterò di no». Il Deputato conte Cays, che disse ai Deputati di rifiutare il prestito perché, approvandolo,«ci facciamo solidarii e con noi facciamo solidaria l’intera Nazione di questa politica, che suscitò tanti sospetti».
Il Deputato conte Grotti, a giudizio del quale la guerra era impossibile, affermava «non trovarsi alcuna ragione per accrescere con altri 50 milioni il debito immenso che già rode le nostre finanze». Altri Deputati conservatori avevano chiesto la facoltà di parlare, e tra questi il marchese Giovanni Maria Spinola, Deputato di Genova: il marchese Giuseppe Carega, il marchese Centurioni, il marchese Tornielli; ma non fu consentito loro né dal Presidente, né dalla Camera. Laonde il conte Ignazio Costa della Torre, che volle far manifesto il suo voto all’intiero Piemonte, fu obbligato a svolgere nell’Armonia il suo pensiero e scrivere in quel giornale ciò che avrebbe detto nella Camera. Il conte Costa negò il suo voto al prestito: «Lo nego, disse, perché in mezzo a tante dichiarazioni di pace non so credere, alla guerra; lo nego, perché ho molta confidenza nei potenti nostri alleati, che ci difenderebbero in caso di una invasione nemica; lo nego, perché spero poco nell’aiuto di 50 milioni, e nulla nel sistema politico ed economico del Ministero».
Uno scandalo gravissimo, rese pure memoranda la tornata del 9 febbraio. Il conte di Virydichiarò che egli rappresentava uno dei Collegi più numerosi della Savoia, e che nessun rumore potea impedirgli di esprimere il proprio voto. Il Presidente della Camera gli fè osservare, che egli rappresentava la Nazione, non il Collegio. Il conte di Viry, dopo essersi spiegato sopra questo punto, entrò a parlare della questione, e disse, che «si volevano imporre alla Savoia sacrifizi cosi gravi che essa non potrà sopportare». Rumori vivissimi e prolungati seguono queste parole, come si badagli atti ufficiali del Parlamento. Il conte di Viry continua,e dice: «Voi non abbasserete mai più le Alpi, né riuscirete a fare della Savoia una provincia italiana». (Nuovi e forti rumori), molte voci gridano «all'ordine, all’ordine»! E qui incomincia un dialogo tra il Presidente e il Deputato, coperto da continui rumori; chi impreca, chi mostra i pugni, chi batte, chi fischia; la Camera pare il mare in burrasca. Il Presidente vuol sospendere la tornata, e non trova il proprio cappello per metterselo in capo: il vicino gli offre il cappello del conte di CAVOUR. Rattazzi l’accetta: e resta coperto fino al mento! Il conte di Viry sostiene un subisso di vituperi, colla dignità del patrizio, e posandosi solennemente la mano sul petto, esclama: «Io dichiaro, che se votassi oggidì questa legge, domani darei la mia dimissione da Deputato»; e siccome continuavano le grida, il Presidente impose al di Viry di tacere; cosi egli conchiuse: «Poiché mi proibiscono di parlare, io mi siedo protestando e dichiarando che voto contro il prestito di 50 milioni.»
Appena l’ordine si potè ristabilire nella Camera e fare un po()di silenzio, si venne alla votazione, e con grande sorpresa dei libertini, trentacinque voti contrari si trovarono nell’urna. E’ da notare che buona parte dei conservatori non erano in Torino, ché altri stavano ancora in Sardegna, altri in Genova. (Ed ecco ancora una volta che cosa sono i governi parlamentari). Coloro che avevano votato contro il prestito, dovettero sentirsi dire mille vituperi: l’Indipendente rappresentavali siccome nemici della patria, e si sa cosa significhi in tempo di rivoluzione codesta taccia, e quali ne siano le conseguenze. Gli oratori della Destra, non si lasciarono intimorire, e risposero per la rime all’Indipendente, che fu obbligato dalla legge a stampare la risposta. Una bellissima lettera fu indirizzata dal conte Vittorio di Camburzano al Courrier des Alpes, dove nobilmente esprimevansi i sentimenti di ammirazione dei Deputati conservatori del Piemonte, verso quelli della Savoia: e poiché parliamo di lettere e giornali, accenneremo anche a una indirizzata dai colonnelli della Brigata Savoia a Bianchi-Giovini, perchénell’Unione aveva osato parlare del loro generale. I colonnelli invitano Bianchi-Giovini a tacere dell’esercito per suo migliore, ed egli tenne l’invito, continuando invece nel meno pericoloso mestiere di travisare la storia, di scrivere eresie, d’ingiuriare e calunniare gli uomini di Chiesa.
Il Ministero non tardò a recare il disegno di legge del prestito al Senato del Regno, il quale ne riconobbe esso pure l’urgenza, e nominò per relatore del medesimo il Senatore Vesme. Questo signore, nel 1854, discorrendo di un altro prestito, recava innanzi le parole di Napoleone I, a cui giudizio, «con bilanci bene ordinati poteasi creare il mondo, e poteasi egualmente distruggere con disordinati bilanci». Tale sentenza però fu dimenticata dal Senatore Vesme, che giudicò potersi fare l’Italia con un nuovo debito contratto dal Piemonte, persuaso, «non potersi porre in dubbio la necessità di tenersi preparati ad ogni evento»; acconsenti. al prestito «per la dignità, e per l’onor nazionale». Il 17 di febbraio ebbe luogo la discussione nel Senato, che fu assai più breve di quella della Camera de' Deputati. Il prestito venne approvato, e i Senatori fecero minore opposizione al Ministero che i membri della Camera elettiva. — Questo è un fatto singolare, che non s’incontra di via ordinaria nella storia dei governi parlamentari; ma trova la sua spiegazione in ciò, che da qualche tempo il Ministero veniva nominando Senatori secondo il suo cuore, e se trovava nella Camera elettiva un uomo fedele lo faceva entrare in Senato, perché non gli mancasse mai il suo aiuto. Aggiungasi che l’elemento forastiero nel Senato era maggiore che nella Camera dei Deputati.
Però i Senatori che furono la prima volta nominati da Carlo Alberto fallivano ben di rado all’aspettazione del paese, che il 17 di febbraio fu lieto di udire in Senato l’autorevole parola del marchese Antonio Brignole Sale, il quale perorò contro il prestito. Tutti conoscono quanto valesse il giudizio di questo illustre patrizio genovese nelle cose politiche, stante che, avendo egli rappresentato il Piemonte davanti le principali Corti d’Europa, assai conosceva la ragion di Stato, e facilmente si addentrava negli arcani dei Gabinetti. Con un magnifico discorso il marchese Brignole disapprovò apertamente la politica del Ministero piemontese, mostrò che l’Austria intendeva a difendersi e non ad aggredire, che provocatore era il Piemonte. «Perché imprende il Governo, domandò l’oratore, ad immischiarsi negli affari altrui? Non sembra egli questo il modo di fomentare, inasprire ed accrescere, quelle passioni che crediamo esistere, e che dovremmo invece desiderare veder calmate? Perché lusingare, infondere nelle popolazioni speranze di mutazioni che non sono effettuabili, o che, se il fossero, noi potrebbero che col previo, spontaneo assenso di quelli stessi loro Governi, de' quali ci facciamo intanto a biasimare la condotta?»E poi entrando a parlare della guerra, da taluni scioccamente desiderata, il marchese Brignole Sale soggiungeva: «La guerra, e una guerra non parziale ma europea, scoppierebbe tremenda. Follia sarebbe lusingarci di poterla fare soli, maggior follia ancora lo sperare di poterla colle sole nostre forze menare a buon fine. Inevitabile sarebbe il concorso di altra o di altre potenze, né questo concorso mai sarebbe, siccome mai non è stato, gratuito. La bella tanto amata nostra penisola, a cui tutti vorremmo essere utili, che tutti bramiamo vedere felice e contenta pienamente, subirebbe dapprima i crudeli effetti di una lotta sanguinosa, di cui non si potrebbe prevedere la durata; ma ciò, che è ancor peggio, di una lotta divenuta, per l’intromissione di ultramarine e di ultramontane potenze, non sua; quindi (sa il Cielo, se io vorrei esser falso profeta) dopo di aver pugnato col braccio straniero, altro destino per ultimo non le toccherebbe, che quello già vaticinato or son presso a due secoli, da un’illustre poeta, il duro destino, di Servir sempre, o vincitrice, o vinta.»
Mentre queste cose accadevano nel Parlamento subalpino, e il prestito per la guerra era ammesso, malgrado del vero o saggio Piemonte, secondo il volere dei mestatori della setta, il grido di guerra correva per ogni dove, da ogni dove procacciando uomini da ingrossare l’esercito così detto Nazionale.
«Non posso poi tacere, scrive l’autorevole corrispondente da Torino (26 marzo 1859) alla Civiltà Cattolica, che in tutti i Piemontesi v’è tutt’altro che grande entusiasmo per la guerra, il che fa solenne contrasto cogli articoli dei nostri giornali. Quei giovanotti di primo pelo, che dagli altri Stati italiani, si recano in Piemonte per pigliar parte alla guerra, restano trasognati, trovando fra noi tanta freddezza, la quale freddezza è comune alla Guardia Nazionale di tutti i paesi».
L’Operaio giornale democratico di Alessandria, città fra le principali del Piemonte, scriveva su tale proposito cosi: «Un verme roditore si nasconde purtroppo nelle midolle della nostra Guardia Nazionale. Quello spirito d’una volta non l’anima più, oggi è fredda, agghiacciata, quasi, ad onta che le aure del momento spirino piuttosto calde». (L’Operaio, N. 22,27 marzo 1859.)
I mestatori non per questo venivano meno di animo: e più le popolazioni si mostravano avverse alla guerra, più essi davano di mani e di piedi per fomentarla e renderla possibile. «Furono spediti emissari, continua a dire il succitato corrispondente, nei diversi Stati d’Italia per indurre volontari ad accorrere in Piemonte, ed arruolarsi nel nostro esercito. Secondo un conto che ci diedero ultimamente i giornali, si radunarono già tre mila giovani! — Ben poca cosa, sopra una Nazione di 24 milioni d’abitanti, e tra questi non più che otto delle Romagne!... — Questi volontari si mandano in Cuneo, dove si compone una divisione militare che verrà domandata in caso di guerra dal generale Garibaldi. Però la Nazione, giornale di Genova, si lagna che questi volontari appena giungono nel nostro paese, siano consegnati alla polizia e raccomandati a guardie della pubblica sicurezza. Ma il Ministero in questo sa quello che si fà; giacché io venni accertato, che, giorni sono, il sindaco di Cuneo recossi in Torino per chiedere al Governo un rinforzo di truppe affine di difendere la città dai volontari, in caso di qualche sommossa! (il che fa bella testimonianza della qualità e educazione di quei giovani campioni d’Italia redenta). Quantunque poi i giornali dicano, che questi signori appartengano a civili e ricchissime famiglie, tuttavia la Sentinella delle Alpi, che stampasi in Cuneo, ci annunziò che una distribuzione di camicie e di scarpe era stata fatta a molti volontari, i quali sono così venuti tra noi a provvedersi degli oggetti di prima necessità. Ma ciò si spiega, pensando che debbono essere fuggiti di casa nel caldo dell’entusiasmo, e perciò senza aver potuto pensare a provvedersi del necessario. Del resto il Garibaldi trovasi a Torino pronto ad assumere il comando dei volontari e forse ad imporre qualche taglia sulle nostre città, come fece nel 1848. Imperocché la storia ci dice che, in quell’anno la Divisione comandata dal compianto Duca di Genova, dopo di aver stretto un armistizio cogli Austriaci, si vide costretta ad inseguire la banda di Garibaldi per salvare il paese dalla sua protezione. L’Italia, giornale torinese, nel suo numero 38 del 16 di marzo, ha un articolo sopra Giuseppe Garibaldi, che termina, dicendo: «Garibaldi è in Piemonte, e con Garibaldi sta la gioventù italiana, pronta ad ogni più ardua pruova, e col solo pensiero di non deporre le armi, finché un Tedesco si annidi fra noi».
Alla quale asserzione del rivoluzionario giornale torinese, fa strano contrasto ciò che narrava la Gazzetta di Milano del 19 marzo dell’istesso anno 1859, la quale assicura che, in soli 15 giorni altri ventun mila soldati italiani del Regno Lombardo-Veneto, che si trovavano in temporaneo congedo, raggiunsero le bandiere austriache appena udito l'ordine di raggiungerle. E quello che è più meraviglioso, alcuni non aspettarono neanche l’ordine speciale; ma spontanei si presentarono alla sola generica notizia di quella sovrana disposizione. Al quale proposito dice savissimamente la stessa Gazzetta, che «questi fatti, i quali non ammettono contraddizione, sono più eloquenti di ogni ragionamento nel dimostrare quale sia ancora in queste provincie, malgrado di tante insinuazioni ostili o lusinghiere, lo spirito di ordine, la fedeltà al legittimo sovrano, la riverenza alle leggi congiunta, per avventura anche ad un senso innato e squisito di religione, che fa posporre al dovere anche le più seducenti promesse. Ed è qui un debito di giustizia il far presente come tali risultati, provino le cure leali e concordi non solo delle autorità governative, ma eziandio delle deputazioni comunali e dei Parrochi, che nella campagna particolarmente possono e sanno esercitare cosi efficace e salutare influenza sulle popolazioni».
«Pochi sono al contrario, è sempre il citato corrispondente che parla, finora quei giovani piemontesi, che accorrano volontari nelle file dell’esercito, il quale fin dai primi di marzo era quasi tutto alle frontiere tra Alessandria e il Ticino: un 60 mila uomini tra fanteria, cavalleria e volontari di varia specie». (Gazzetta di Savoia 17 marzo 1859.)
Ma si voleva la guerra a ogni costo, e i Deputati del Parlamento che vi si erano opposti, — non meno che tutte le altre persone di senno, che facevano eco alle loro proteste, — erano coperti d’ingiurie e vituperi dai fogli del movimento.
Se la vera Italia era avversa alla guerra, non lo era meno l’alleata Francia, e la Revue des deux mondes, giornale liberale, diceva senza riguardo non esservi in Francia partito che volesse la guerra. E continuava, dimostrando la follia di una guerra. E siccome la voglia di cancellare i trattati del 1815 (secondo lei) ora la principale ragione per cui taluni potevano desiderare una guerra, faceva notare che «i trattati del 1815 sono appunto da meditare molto, essendo essi una lezione terribile, la quale insegna quali siano le conseguenze delle guerre arbitrarie e inutili».
Né valeva a rassicurare le generali apprensioni il discorso pronunziato da Napoleone III nel l’inaugurare la nuova Sessione legislativa in Francia. Egli tra le altre cose diceva:
«Non è sufficiente motivo di credere alla guerra solo perché alcuni la chiamano con tutti i loro voti senza legittima ragione… Lungi da noi queste false inquietudini, queste diffidenze ingiuste, questi interessati sgomenti; la pace, io spero, non sarà turbata: l’interesse della Francia é da pertutto dove trovasi una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere».
Ma convien dire che le sinistre impressioni fossero assai grandi in Francia, posciaché a mitigarle gli organi officiali ed officiosi del governo facevano a gara in ripetere: l'Empire c'est la paix, che tra il governo francese e il governo austriaco vi era una lieve differenza di principi; che lo stato d’Italia aveva bensì commossa la diplomazia, senza esservi però ragione sufficiente di guerra. E con maggior precisione il Moniteur dei 5 marzo diceva:
«Lo stato delle cose d’Italia, sebbene antico, pure ha preso in questi ultimi tempi agli occhi di tutti un carattere di gravità che doveva naturalmente colpire lo spirito dell'Imperatore: non essendo permesso al capo di una grande potenza, com’è la Francia, d’isolarsi nelle questioni che interessano l'ordine europeo… Egli ha promesso al Re di Sardegna di difenderlo contro qualunque atto aggressivo da parte dell’Austria, e nulla più; e manterrà la sua parola».
Intanto due opuscoli usciti in Francia, e due discorsi pronunciati in Inghilterra sembravano destinati a raccogliere quanto di più importante agitavasi in quei giorni circa la questione italiana. Il primo dei detti opuscoli, intitolato: Napolèon III et l’Italie, veniva attribuito ad ispirazione governativa ed era ritenuto quale foriero di guerra. Quivi infatti esponevansi i torti dell’Austria verso l’Italia e la Francia; si magnificavano le costei buone intenzioni relativamente alla libertà e alla nazionalità italiana, già preparata dal primo Napoleone (col gran saccheggio del 1797 fino al 1814); si dimostrava non potersi dare all’Italia la sua nazionalità mediante la unità, che era diffinitaimpossibile, ma per mezzo di una confederazione. — Giova qui recare a Verbo un brano di quell’opuscolo, il quale circa l’unità italiana si esprimeva così:
«Faut-il faire un seul royaume de l’Italie? L’histoire, la nature elle-même, s’élèvent contre cette solution: l’unité italienne ne pourrait se constituer, que par la tyrannie révolutionnaire. Des Alpes à la Sicile la péninsule italique présente des différences profondes, rendues sensibles par les divisions mêmes ou se reproduit toujours l’originalité primitive. — En même temps que cette évidente variété on constate une conformité de langage, de mœurs, d’intérêts, qui à toutes les époques se révèle par la tendance fédérative, mais qui ne va jamais jusqu’ à la fusion... Les romains, pour maîtriser et unifier la péninsule, furent obligés de transporter des populations entières; ils ne mirent pas moins de temps à faire cette conquête qu’à asservir le monde; ils durent faire violence à l’Italie, comme ils firent violence à l’univers...
«Ce que l’on voulait en 1847 c’était l’union des princes et des peuples, la Confédération présidée par un chef..... Cette idée revêt d’abord la forme d’une ligue douanière, conclue la 3 novembre 1847 sous l’ispiration du Pape. — Elle s’ébauche come ligue militaire lorsque le Roi de Naples et le Grand-Duc se déclarent prêts à unir leurs troupes avec celles de Charles-Albert. Enfin, elle se précise et se formule dans toute sa portée politique, après les désastres de l’armée piémontaise, lorsque fut rédigée, sous les veux mêmes du StPère le projet qui en était la formule complète. (Napoléon III et l’Italie, pag. 45. 46. 50. Paris 1859 (153).
L’Opuscolo conclude indicando, come grande ostacolo ad attuare la confederazione italiana, la posizione presa in Italia dalla politica dell'Austria, contro della quale viene citato l’articolo III della Convenzione dei 29 aprile 1815 da lei conchiusa col governo di Napoli «per consolidare la pace e la tranquillità interna ed esterna delle Due Sicilie e dell'Italia in generale, mediante un trattato di alleanza». Questo ebbe effettivamente luogo il 12 luglio di quell’anno; e con un articolo segreto fu stabilito: «quesaMajestéleRoi des Deux Sicilesn’admettra pas des changements qui ne pourraient pas se concilier, soit avec les institutions monarchiques, soit avec les principes adoptés par sa Majestà I. et R. pour le régime intérieur de ses provinces italiennes.»Equilo scrittore dell'opuscolo fa osservare: «Mais le Roi Ferdinand, qui en1847 s’était affranchi de cette domination,sesentirat-il toujours protégé par elle? Il est permis croire qu’il on sent l'humiliation, comme l’embarras, et qu’ il serait heureux de prêter la main à une organisation qui, sans porter atteinte aux prérogatives dont il est si jaloux, lui permettrait d’être enfin prince italiens et de reconquérir les sympathies des hommes intelligents»(pag. 33) Conclude quindi in modo da far ritenere non essere altrimenti solubile il nodo gordiano çhecon la guerra.
L’altro opuscolo è del signor Carlo de Mazade fuso nella Revue des deux mondes (1 febbr.1859 pag. 583 e seg.) nel quale accenna asciogliere le problème des destinées de l'Italie restringendosiaconsiderare l’Austria ed ilPiemonte nella penisola (154).
Quanto ai discorsi della tribuna inglese, uno veniva pronunziato dal primo Segretario di Stato conte Malmesbury, le cui previsioni formano un quadro politico che i successivi avvenimenti hanno purtroppo confermato.
«Se avverrà una guerra in Italia, diceva egli, e pare probabile sarà una guerra a cui prenderanno parte persone che, senza il menomo sentimento di patriottismo, sperano di ottenere l’attuazione de' loro disperali disegni.
«Questa guerra avrà con sé tutti i fabbricanti di governi impossibili, i repubblicani di ogni specie, tutti i forsennati, tutti coloro che sperano qualche cosa: essa comprenderà ogni sorta di principii, e farà nascere ogni specie di speranze in guisa che é assolutamente impossibile ad un uomo, per quanto prattico egli sia, di prevedere ragionevolmente le fasi di questa guerra». E conchiudeva dicendo:«Da qualche tempo la Sardegna ha dimenticato i suoi doveri». Lord Derby, capo del Ministero faceva eco a queste parole, aggiungendo:
«Debbo dichiarare che io attribuisco la diffidenza, la incertezza ed i preparativi militari alle infelici parole uscite di bocca al Re di Sardegna all’apertura delle Camere, dopo delle quali non deve far meraviglia se l’Austria siasi armata. Questa ha sempre protestato, che se la Sardegna non assaliva, nulla vi era a temere da parte di lei.... Se la guerra scoppierà, le sue conseguenze peseranno anzitutto sopra l'Italia.... la quale diverrà il centro d'una guerra crudele di principii e di passioni: sarà una guerra violenta, di cui, quanto all’Italia, non si può prevedere la fine. Ma essa non sarà soltanto in Italia. Altre passioni sorgeranno, altre NAZIONALITÀ si ecciteranno: l’Europa intera sarà in incendio. L’Inghilterra non vedrà in tal caso con indifferenza mutate le sorti dell’Adriatico e del Mediterraneo, e starà attenta contro ogni impresa possibile di qualunque potenza ecc.»(Seduta della Camera dei Lordi 8 aprile).
Lo stesso giorno altro discorso nel senso medesimo, è pronunziato nella Camera dei Comuni dal Ministro d'Israeli, il quale riprova «tutto ciò che vi ha di impacciatile ed anche di equivoco nella condotta recente della Sardegna, la quale ha torto di voler entrare nel Congresso che è in progetto.»— Ripete che «le acque dell’Adriatico non possono essere turbate senza che l’agitazione riesca fino al Reno, nel quale caso l’Inghilterra sarà forzata a prender parte nella guerra non solo per motivi di civiltà, ma anche d’interesse».
Intanto il matrimonio del famoso Principe Napoleone colla Principessa figlia di Vittorio Emanuele, incominciava a produrre i suoi frutti. Egli infatti era il grande fautore della guerra contro l’Austria a prodell’Italia: e poiché il Senato, avverso alla guerra, aveva colto l’occasione della discussione circa la dotazione in favore del Principe per dargli un voto ostile di presso a 100 voti contrari contro 42 favorevoli, egli indispettitosi si dimise dal Ministero dell’Algeria e delle Colonie che teneva (155).
I Ministri trovarono in quel voto un buon appoggio per resistere alle voglie guerresche del Principe; sicché ne accadde una discussione vivace per l’accoglienza da esso fatta a una deputazione d’Italiani, anzi d’Italianissimi, presieduta dallo Sterbini, e della quale facevano parte, secondo la Patrie, foglio semiofficiale, il generale Ulloa, uno dei difensori di Venezia, il Campello, il Galletti, e qualche altro, i quali, offrendo agli sposi imperiali un mazzo di fiori dai colori italiani, espressero per la bocca dello Sterbini la loro persuasione, che la unione delle due case di Savoia e di Francia. era il simbolo delle simpatie dell’Imperatore per l’Italia: parole accolte benevolmente dal Principe, che benevolmente rispose.
Poco stante anche la giunta della Camera incaricata dell’esame del bilancio diede nuovo segno del desiderio della pace, facendo difficoltà ad ammettere nuove spese di guerra: di che avvenne che i Ministri, secondati dal Senato e dalla Camera, insistettero presso l'Imperatore perché il Moniteur dicesse qualche parola di pace, e la disse infatti, nel suo articolo del 5 marzo, che sembrò rassicurare alquanto gli animi commossi dagli articoli altamente bellicosi degli officiosi giornali La Patrie ed II Constitutionnel, smentiti appunto dal Moniteur. Del resto non era mistero per alcuno, che ogni ordine di persone in Francia (se ne eccettui l’esercito, vago sempre di guerresche avventure) si mostrava inchinevole alla pace; facendo conoscere in cento modi al Governo e all’Imperatore, che ciò che il popolo desiderava era la realtà di quella celebre parola: L'Impero è la Pace!
Così, incominciando dai Ministri stessi dell’Imperatore, e poi il Corpo legislativo, e perfino i più remoti Comuni, tutti facevano intendere, come una guerra sarebbe per tutti la malvenuta. E ciò era tanto più vero, che ci volle una lettera circolare del Ministero dell’Interno ai Prefetti, per eccitare alquanto la Francia alla fiducia e al coraggio, nel caso in cui i pubblici voti non potessero essere soddisfatti. La quale circolare però non fu permesso di pubblicare ai giornali, cosicché il Courrier du Dimanche fu in Parigi sequestrato, per averla copiata dal Courrier de la Gironde. E il Constitutionnel, cangiando metro, era costretto a far sapere che «la diplomazia attende unanimemente a spianare le difficoltà», che tutte le previsioni sono in favore della pace e che «tutti gli sforzi sono tentati perché sia pacifico il trionfo di quella giusta causa che la Francia vuol difendere». Si trattava sempre della famosa questione italiana.
Ciò non pertanto malagevole assai era il dubitare del serio malumore che di giorno in giorno si accresceva tra il Governo di Francia e l’Austria. E lo dicevano a chiare note gli armamenti che si facevano, il linguaggio contraddittorio dei giornali che ricevevano la imbeccata dall’alto, le note istesse pacifiche del Moniteur, il consentimento dei giornali esteri, le difese accelerate dell’Austria, l’eccitamento degli animi in Germania, i fatti del Governo subalpino, lo agitarsi dei diplomatici faccendieri. E la Patrie, rilevando tutto questo, diceva: «La condizione è estrema; giacché l’Austria e il Piemonte si credono ambedue nel caso di legittima difesa. Dall’un momento all’altro i cannoni possono sparare da per sé, ogni giorno che passa rende il pericolo più imminente; sicché i diplomatici negoziano sopra un barile di polvere.»
Intanto lo scaltrito Napoleone III, mentre con una nota del Moniteur del 10 aprile aveva cercato di metter fuori di questione la Germania, che non si commovesse a pro dell’Austria; in una sua lettera a Sir Francis Head, poneva astutamente fuori di questione l’Inghilterra, che chiamava sua ospite ed alleata, e cosi, libere le braccia dall’una e dall’altra, poteva agire francamente contro l’abborrita Austria, ultima potenza cattolica, della quale ancora temesse la frammassoneria.
Ci passeremo volentieri della lettera del Bonaparte al Francis Head, per tenere a bada l’Inghilterra; ma non possiamo fare a meno di recare per intero la Nota del Moniteur del 10 di aprile, come quella che, letta mentre scriviamo, e mentre l’Unità Germanica ha appena finito di ripagare il fabbricatore di quella Babele anticristiana, che per istrazio fu detta Unità italiana, non potrà non riuscire di grande insegnamento.
Napoleone III per abbattere il sacro dominio dei Papi, inventò il così detto principio delle Nazionalità, e il principio delle Nazionalità, raccolto da Guglielmo di Prussia e dal famoso Bismarck, ne trascinò a Sedan e a Willemsohe l’infelice inventore!
Ecco pertanto l’accennato articolo; noi l’offriamo alla meditazione dei lettori:
10 aprile 1859
«Il Governo francese, quanto qualsivoglia altro, comprende e rispetta le suscettività nazionali. Se con le sue intenzioni o con la sua condotta avesse dato alla Germania motivo di timore per la sua indipendenza, invece di non curare lo slancio e gli allarmi del patriotismo germanico, li troverebbe nobili e legittimi.
«Ma noi non sapremmo credere facilmente ad un partito preconcetto d’ingiustizia contro di noi da parte di coloro ai quali non abbiamo dato nessun motivo di sospetto. La nostra confidenza nell’equità degli altri Stati non è se non reffetto della lealtà della nostra politica. Quando sono state fatte manifestazioni in alcuni punti della Confederazione Germanica, noi le abbiamo accolte senza commozione, perché confidavamo che la parte sana ed illuminata della Germania riconoscerebbe ben presto che quelle violenze non avevano cagione reale.
«Questa fiducia non ò stata delusa. L’agitazione provocata nella stampa e nelle Camere di parecchi Stati tedeschi, invece di propagarsi, tende a calmarsi. Noi siamo lieti di prendere nota di questo fatto.
«Per rendere sospetto il Governo francese si erano fatte risalire sino adesso responsabilità indirette, attribuendogli una parte nelle opinioni ostili all'indipendenza della Con federazione Germanica, e liberamente pubblicate sotto l’egida di una legislazione la quale non autorizza nessun esame preventivo. Queste opinioni, le quali non impegnano se non i loro autori, sono risuonate in Alemagna come una minaccia, propagata dalla malevolenza; esse hanno seminato l’allarme, ed accreditato forse errori rincrescevoli intorno alle intenzioni del Gabinetto delle Tuilleries.
«Quando non si vuole altra cosa se non la giustizia, non si teme la luce. Il Governo francese non ha nulla a nascondere, perché esso è sicuro di non avere a ripudiare nulla. Il contegno da esso preso nella questione italiana, invece di autorizzare le diffidenze dello spirito germanico, deve al contrario ispirare ed esso la più grande sicurezza. La Francia non saprebbe attaccare in Germania ciò che vorrebbe tutelare in Italia. (?) La sua politica, che ripudia tutte le ambizioni di conquista, non mira ad altro scopo se non a quello di ottenere le soddisfazioni e le guarentigie reclamate dal diritto delle genti, la felicità dei popoli e l’interesse dell’Europa. In Germania, come in Italia, la Francia vuole che le nazionalità riconosciute dai trattati, possano mantenersi ed anche fortificarsi, poiché essa le considera come una delle basi essenziali dell’ordine europeo.
«Rappresentare la Francia come ostile alla Nazionalità alemanna non è dunque solamente un errore, ma un controsenso. (!?) Da dieci anni il Governo dell’Imperatore ha sempre adoperato la sua parte d’influenza ad appianare le difficoltà che sorgevano, e a scioglierle dal punto di vista dell’equità e della giustizia. In Ispagna esso ha costantemente sostenuto il trono costituzionale della Regina, esercitando una vigilanza disinteressata sui fuggiti che le rivoluzioni successive avevano gettato sulle nostre frontiere. In Isvizzera la stia mediazione officiosa ha contribuito ad assestare la vertenza di Neuchatel, la quale poteva produrre complicazioni con la Prussia. — Nella stessa Italia la sua sollecitudine ha prevenuto le difficoltà attuali, e dopo avere ristabilito il, Papa nella sua autorità, non ha ispirato dovunque se non pensieri di moderazione. — A Napoli, d’accordo con la sua alleata la Regina d’Inghilterra, ha cercato di persuadere il Governo delle Due Sicilie a fare riforme, le quali lo avrebbero consolidato. In Germania, a proposito della questione delicata che era insorta intorno ai Ducati fra la Confederazione e la Danimarca, ha compreso, malgrado delle sue simpatie verso la Danimarca, la giusta suscettività del patriottismo tedesco per provincie che per tanti legami sono strette al corpo Germanico, e non ha fatto ascoltare a Copenaghen altri consigli se non di conciliazione. — Nei. Principati danubiani si è sforzato di far trionfare i voti legittimi di quelle provincie, ad oggetto di assicurare anche in quella parte di Europa l’ordine, basato sugl’interessi nazionali soddisfatti.
«La politica della Francia non saprebbe avere due pesi e due misure: essa pesa con la stessa equità gli interessi di tutti i popoli: ciò che vuole far rispettare essa medesima in Alemagna. Non siamo noi che saremmo minacciati dall’esempio di una Germania nazionale. (!!!) la quale conciliasse il suo ordinamento federativo con le tendenze unitarie, il cui principio è stato già posto nella grande unione commerciale dello Zolverein. Tutto ciò che nei paesi vicini sviluppa le relazioni create dal commercio, dalla industria, dal progresso, torna a profitto della civiltà, e tutto ciò che ingrandisce la civiltà innalza la Francia. — Fin qui il Moniteur.
Intanto il principio di nazionalità che dieci anni dopo distruggeva, momentaneamente, il trono dodici volte secolare del Papa distruggeva nel medesimo tempo, per sempre, quello di Napoleone III e con esso la sua famiglia!
Il primo dell’anno 1859 l’Imperatore Napoleone III, nel ricevere gli augurii del corpo diplomatico, tra le parole melate dirette a questo e a quel rappresentante delle potenze più o meno amiche, rivolto al Barone Hùbner, Ambasciatore austriaco, disse:
«Sono dolente, che le nostre relazioni col vostro Governo non siano così buone, come per lo innanzi; ma vi prego di dire al vostro Imperatore che i miei sentimenti personali verso di lui non sono cambiati.(156)»
Cosiffatta apostrofe, ad onta delle posteriori dichiarazioni del diario officiale di Parigi che smentiva les bruits alarmants, fatti nascere dalla pubblicazione delle parole imperiali (157), svelava la possibilità, se non l’annunziava officialmente, di una lotta imminente, dando il segnale di armamenti giganteschi in tutti gli Stati complici del pensiero napoleonico o minacciati da esso.
L’Annuaire des deux mondes (1858-59), nella introduzione, a pag. 18, diceva «che le parole pronunziate dall'Imperatore Napoleonenon si riferiscono ad affari d’Italia; ma all'ingerenza dell'Austria negli affari dei Principati danubiani ed in quelli più recenti della Serbia.»E soggiungeva, notando quale circostanza assai attenuante del senso delle parole suddette, — le quali d’altronde furono appena avvertite da altri nella sala d’udienza, ed interpretate in senso benevolo dall’Ambasciatore austriaco, — l’abituale affabilità dello Imperatore verso lo stesso diplomatico, mostrata anche il di seguente nell’incontrarlo. che fece al ricevimento dell'Imperatrice Eugenia.
Simiglianti cose spacciavansi dai parigini diarii a confondere le idee e a calmare comunque si fosse la destatasi agitazione.
I fatti però erano differenti.
Ai 7 del vegnente mese di febbraio 1859 l’Imperatore Napoleone parlava ai Senatori e ai membri del Corpo legislativo raccolti nel palazzo del Louvres, e tra le altre cose diceva loro:
«Dopo la conclusione della pace (1856) le mie relazioni coll’Imperatore di Russia hanno assunto il carattere della più franca cordialità, essendo noi andati di accordo in tutti i punti del litigio. Debbo egualmente rallegrarmi delle mie relazioni colla Prussia, che nonhancessato di essere animate da reciproca benevolenza. Il gabinetto di Vienna e il mio per lo contrario, lo dico con rammarico, si sono trovati sovente in diffidenza su le questioni principali, ecc.»
Intanto, avvegnaché accreditato presso la sola corte di Torino, il rappresentante inglese, sir Hudson, s’ingeriva negli interni affari degli altri Stati autonomi e indipendenti della penisola. Infatti col suo dispaccio dei 3 gennaio 1859, diretto al conte di Malmesbury, Ministro degli affari esteri, esaminava la condizione degli Stati medesimi, secondo le ispirazioni de' suoi amici di Torino, e principalmente in quanto alle Due Sicilie cosi si esprimeva:
«l Re di Napoli, confidando nella potente protezione della Russia, niun tentativo ha fatto per guadagnarsi i suffragi della Gran Brettagna e le affezioni del suo popolo, (?!) mediante un più ragionevole sistema di governo.» — E conchiudeva essere «siffatta la condizione d’Italia che una rivoluzione in Lombardia o nelle Legazioni, si estenderebbe subito in tutta la Penisola, la cui intera popolazione si troverebbe a favore della Sardegna.» — Vedremo meglio poi quanto fossero vere le previsioni del rappresentante inglese, il quale forse scriveva cosi perché fin d’allora la rivoluzione veniva introdotta in quei tranquilli paesi a furia d’oro sonante, e, non bastando questo, colla perfidia e colla violenza dal Governo piemontese.
Ai 10 del mese stesso nel discorso di apertura del Parlamento di Torino, Vittorio Emanuele diceva dal canto suo:
«L’orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non é pienamente sereno;… andiamo risoluti incontro alle eventualità dello avvenire, il quale sarà felice, riposando la nostra politica sulla giustizia, e sull’amore della libertà e della patria. Il nostro paese, piccolo per territorio, è grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché nel mentre rispettiamo i trattati (?!), NON SIAMO INSENSIBILI AL GRIDO DI DOLOREche da tante parti d’Italia si leva verso di noi.»(158)
Ed ecco la parola d’ordine data a tutti gli agenti settarii ed ai congiurati siciliani, napolitani, pontificii, lombardi, etc. organati e diretti dal ministro Cavour, per mezzo della Società, Nazionale, assoldati dal Governo sardo e tenuti pronti ad agire secondo gli eventi. I giornali indipendenti dei varii paesi d’Italia in diverso senso interpretavano le parole di codesto discorso di Re Vittorio Emanuele; soprattutto a taluno fra i GRIDI DI DOLOREsembrava udire i lamenti del povero popolo piemontese sopraccarico di tasse, e vittima d’ogni sorta di soprusi per colpa di un Governo che da sé stesso ardiva nomarsi stato modello! — E qui è pregio dell’opera lo accennare l’impressione prodotta sul Governo inglese tanto dall’apostrofe di Napoleone III al rappresentante au, siriaco, quanto dalle parole del Re sardo al Parlamento.
L’Inghilterra voleva la rivoluzione italiana, ma solo a esclunsivo suo profitto: quindi sorvegliava la Francia. Sin dal precedente mese di decembre 1858 il gabinetto di Londra era in apprensione di un occulto accordo tra i Governi di Francia e di Piemonte a' danni dell'Austria. I lords Palmerston e Clarendon, invitati allora alle imperiali feste di Compiègne, ne ebbero alcun sentore; e il secondo di essi, in una lunga conversazione sugli affari d’Italia, udiva dall’istesso Imperatore Napoleone: aver egli «premura pel bene d’Italia e cagionargli ansietà la interna situazione di codesto paese; tanto più discutendo le conseguenze se avesse a prolungarsi l’attuale stato di cose e le eventualità che potrebbero nascere. (159)»
Lord Clarendon era talmente colpito da questo linguaggio, che, ritornato a Londra, si credette in dovere d’informarne il Ministro degli affari esteri, lord Malmesbury. Da quel momento le corrispondenze diplomatiche tendono tutte a prevenire ogni cagione di rottura tra Francia e Austria, e ad infrenare le mire ambiziose della Sardegna, alla quale, per mezzo del rappresentante britannico, sir Hudson, fa sapere: esser terribile la responsabilità del governo di Torino, il quale «senza alcun motivo di straniera aggressione e senza che fosse compromesso il suo onore, tende ad eccitare una guerra europea, servendosi della bocca di Re Vittorio Emanuele per far insorgere i malcontenti degli Stati vicini. Essendosi commessa questa imprudenza, il Governo inglese trovasi nell’obbligo di esprimere in faccia all’Europa il suo rammarico e la inquietudine cagionatagli da un linguaggio, del quale la Sardegna era responsabile, non solo innanzi a suoi alleati, ma anche innanzi a quel Dio che essa invoca nel discorso regio.»
Di questo però sir Hudson si sforza a far credere la poca importanza col dispaccio di risposta, e conchiude, che «la Sardegna non oserebbe mai attaccare l’Austria, senza esser soccorsa dalla Francia: ond’è che da Parigi, e non da Torino, partirebbe l’impulso della rivoluzione in Italia ed il segnale della guerra contro l’Austria.» — Un identico linguaggio teneva lord Cowley nel 1860, all’epoca dell’invasione delle Due Sicilie.(160)—
Ma intorno al famoso grido di dolore fa d’uopo aggiungere una parola.
La mattina del 31 dicembre 1858, poco prima delle ore 10, il conte di Cavour e il generale Lamarmora conversavano nella stanza del Ministero dell’interno sul discorso della Corona che Vittorio Emanuele II avrebbe dovuto leggere nell’inaugurazione del Parlamento. Vittorio Emanuele aveva presentato qualche difficoltà e mostrato qualche ripugnanza; «ma il conte di Cavour contrastò con buone ragioni quella ripugnanza, ed ottenne dal Re la promessa Ch'egli avrebbe acconsentito ad inaugurare la nuova sessione parlamentare a condizione che il discorso della Corona sarebbe stato breve e reciso.» Così scrive Giuseppe Massari,ch'era a quei dì direttore della Gazzetta Ufficiale, e che, andato al Ministero per attendere al suo uffizio, trovò i due ministri Cavour e Lamarmora, in conversazione. Il conte di Cavour aveva già bello e pronto, undici giorni prima, il discorso della Corona, e lo diè al Massari, dicendogli: «Faccia le sue osservazioni sulla forma: già lo sa, non son forte nella grammatica.»
Il discorso parlava «dell’orizzonte politico in mezzo a cui sorge il nuovo anno»; diceva che «non è pienamente sereno». IlLamarmoratrovava assai significante quella frase dell’orizzonte non pienamente sereno, e di senso assai bellicoso. Si discusse da una parte e dall’altra, e poi si conchiuse sottomettendo il discorso al giudizio definitivo di Napoleone III.
La risposta dell’Imperatore giunse in Torino la mattina del 7 gennaio 1859, colle correzioni e le aggiunte dell’Imperatore, e tra le aggiunte era appunto questa scritta dal signor Mocquart, capo del Gabinetto privato dell’Imperatore: «Nous ne pouvons pas rester insensibles au cri de douleur, qui vient jusqu’à nous de tant de points de l’Italie.»Il giornalista Massari fu invitato «a chiudersi in una stanza», e a dare subito a quelle calorose parole la forma italiana. Il Massari le voltò alla lettera così: «Non siamo insensibili al grido di dolore, che da tante parti d’Italia si leva verso di noi.»Il 10 di gennaio del 1859, Vittorio Emanuele lesse quelle parole, e fu fatto il becco all’oca, ossia nacque il Regno d’Italia!
A celebrare l’anno ventesimo quinto di questo avvenimento si veniva quindi a Roma lo scorso inverno in un così detto pellegrinaggio a cantare sulla tomba di Vittorio Emanuele II! — Ma, scriveva a quei giorni l’Unità Cattolica, notate parecchie circostanze che risultano da ciò che abbiamo raccontato. Dapprima Vittorio Emanuele ha subito la legge del conte di Cavour; e gli dovette promettere di recitare quel discorso, che gli sarebbe stato presentato e consegnato da' suoi ministri. Di poi la fmsepiù rilevante del discorso non era nemmeno dei ministri di Vittorio Emanuele, ma di Napoleone III, che l’aveva dettata in Parigi al signor Mocquart in lingua francese, e Giuseppe Massari l’aveva volta in Torino in lingua italiana. Sicché Vittorio Emanuele è un eroe, merita il Pantheon, anzi merita una tomba nel mezzo del Pantheon, perché il 10 di gennaio del 1859 ha letto in Torino una frase scritta a Parigi dal Bonaparte e tradotta a Torino in italiano da un giornalista!....
Anche l’archivista Nicomede Bianchi, otto anni prima di Giuseppe Massari, confessava che il grido di dolore non era stato sentito da Vittorio Emmanuele II in Torino, ma da Napoleone III in Parigi, che avea mandato l’imbeccata al Re del Pantheon. Nel volume VIIIdella Storia documentata della diplomazia europea in Italia il Bianchi scrive a pag. 10: «Riaprendosi in Piemonte il Parlamento, il Re, nel discorso letto in quella cerimonia, accennò al grido di dolore che egli udiva in tante parti d’Italia… Soggiungiamo che le Ardimentose parole aveale consigliate Napoleone III.»Il Bianchi cita in prova una lettera di Cavour al cavaliere Costantino Nigra, Torino, 31 dicembre 1858, un dispaccio telegrafico cifrato dallo stesso conte di Cavour, Torino, 1 gennaio 1859, ed una lettera di Cavour a Villamarina, Torino, 8 gennaio 1859. Quindi dice di Napoleone III:
«Rendiamo a lui, ora lontano dal trono, esule dalla patria ed infelicissimo, tutta la dovuta giustizia, per non cadere nello schifoso peccato d’ingratitudine.»Il Bianchi scriveva nel 1872, quando Napoleone III non era ancor morto e mandava grida di dolore dal suo esilio in Inghilterra! Il pellegrinaggio adunque che volle farsi nel giubileo delle grida di dolore non si doveva già compiere in Roma alla tomba di Vittorio Emanuele II, che non aveva sentito nulla, bensì a Chislehurst alla tomba,di Napoleone III, il quale ha pagato caramente la guerra e la rivoluzione che accese nella nostra Italia! — Avviso ai superstiti.
Vedendo pertanto come a Parigi si trovasse il vero pericolo, l’Inghilterra colà rivolgeva le sue pratiche, e ne riceveva rassicuranti risposte. — Ai 14 gennaio 1859 il conte Valewski dichiarava a lord Cowley:«Niun desiderio avere la Francia di far guerra, né di spingervi altri. Se prendesse le armi, ciò sarebbe per una questione di diritto e per la difesa degli esistenti trattati.»(!?) — Assicurazioni siffatte venivano ripetute al Cowley dal medesimo Napoleone, il quale anzi aggiungeva: «Se la Sardegna provocasse ingiustamente qualche ostilità, e si mettesse dalla parte del torto, non dovrebbe attendersi verun aiuto dalla Francia.(161)»Ciò che voleva dire nel linguaggio bonapartesco che bisognava mettere la Sardegna nel caso di provocare giustamente le ostilità e di metterla dalla parte del dritto per aversi l’aiuto della Francia.
Il giornalismo inglese intanto si sfogava nei più svariati modi su codesti giuochi diplomatici. Il principale organo della cosi detta opinione inglese, il Times, condannava gradatamente tutti, e ogni giorno collocavasi sotto un nuovo punto di vista. Ora accusava la tradizionale ambizione di Casa Savoia, lo spirito intraprendente e imbroglione di Cavour, e le mene dei mazziniani; or domandava conto del riposo europeo alla durezza e incapacità dell’Austria e all’avversione della Corte di Roma per ogni riforma. Oggi negava in nome della storia la esistenza di una nazionalità italiana; e nella ipotesi che esistesse, chiedeva perché questa nazionalità avesse diritto a risorgere, dopo che tante altre sono scomparse dal mondo; e sosteneva che una guerra in nome di questa chimerica utopia, non sarebbe altro che una guerra rivoluzionaria, per la quale perirebbero il riposo e l’equilibrio europeo. Domani nello stesso giornale si censuravano aspramente tutti i Governi italiani in modo da giustificare le declamazioni del giornalismo sardo; del resto il Times non risparmiava il Governo francese, al quale attribuiva «di far muovere Vittorio Emanuele e Cavour come sue docili marionette, e di far nascere, contro voglia del popolo francese e contro tutti gl’interessi di Europa, una guerra per dar soddisfazione a segreti desiderii di conquista, e alle esigenze dell’armata.»
Le premure del Governo inglese presso il gabinetto di Vienna ottengono dal conte Buol questa risposta: «I consigli dell’Inghilterra non debbono dirigersi all’Austria, ma alla Francia e alla Sardegna; a queste bisogna rivolgersi con fermezza, se si vuole predicare la pace e prevenire la guerra. Noi non nutriamo idee bellicose, noi non saremo mai gli aggressori. Diteall’Imperatore Napoleone che, l’Inghilterra non rimarrebbe semplice spettatrice se egli cominciasse le ostilità; ditegli che se egli ne prende l’iniziativa, sarà a suo rischio e pericolo. Avvertite d’altronde Re Vittorio Emanuele, che l’Inghilterra non tollererà nessun atto di aggressione volontaria in piena pace da parte del Piemonte contro l’Austria.»— Questa dal canto suo è risoluta di non assumere la parte di aggressore; tenersi in attitudine difensiva; usare della sovranità che i trattati le guarentiscono, e raccogliersi nell'esercizio de' proprii diritti. Essa non cerca la guerra, ma si dichiara pronta a riceverla e a sostenerla vigorosamente. — Lo stesso lord Palmerston, come deputato nella Camera dei Comuni, (seduta 25 febbraio) non può fare a meno in una sua interpellanza diretta ai Ministri, di riconoscere che «l'Austria ha con alcuni de' piccoli Stati d’Italia trattati, legittimi nella loro origine e nel loro scopo, al pari di quelli che legano il Portogallo all’Inghilterra, e che tutte le Potenze, ed anche la Francia debbono avere un eguale interesse a rispettare i trattati esistenti.(162).
In mezzo a tali poco pacifici auspicii e a codeste alternative diplomatiche, venivano ad un tempo a richiamare l'attenzione dell’agitata Europa i due matrimonii principeschi, così diversi per ogni rispetto, da noi narrati. (163)
Il Re Ferdinando II, tuttora vivente presentiva la tempesta che si addensava sull’Italia e che si sarebbe rovesciata sulle Due Sicilie.. Nefanno fede gli stessi suoi nemici che involontariamente rendevano omaggio alla sua preveggenza politica.
Anche il Cognetti nel citato suo libro, pubblicato in Napoli sotto il regime piemontese, riferisce le parole di Ferdinando II all’annunzio della intimazione di guerra fatta dall’Austria al Piemonte. «Male! esclamò egli; è imprudenza: l’Austria si è messa in una lotta a cui non era preparata; soccomberà, e tristi saranno le sorti d’Italia.»
—Aveva egli colto nel segno, nota il citato autore, poiché non ignorava il fermento che in ogni parte agitavasi: minore in Napoli ove la mano sua era provvida e severa. Egli faceva sorvegliare il rappresentante piemontese e i capi dei comitati. Tutto gli era noto; ma in tanta conflagrazione di cose lasciava fare, poiché fidava nelle masse e nello esercito. Le masse però furono travolte dalla bufera rivoluzionaria, e l’esercito fu venduto! — Ma questo avvenne quando Ferdinando non era più, e Francesco II era troppo giovane per difendersi dalle mene perfide di Francia e d’Inghilterra, coalizzate colla framassoneria e col Piemonte sua anima perduta.
Avvisi pervenivano infatti al Re Ferdinando dalle polizie di Parigi e di Londra che affermavano essersi organata fin dal decembre del passato anno una insurrezione a Napoli, che sarebbe stata sostenuta e protetta dal Piemonte con uno sbarco di scelti emigrati. Il Luogotenente di Sicilia, avvertiva nell’istesso tempo esservi occulto fermento nell’Isola per le voci d’imminente guerra. Dedica perciò il Governo napolitano tutte le sue cure ad aumentare l’esercito, chiamando sotto le armi una riserva di 30 mila uomini; mette in attività gli arsenali ed apparecchia la flotta in istato di difesa. Mentre preparasi cosi agli avvenimenti, dichiara alle potenze belligeranti di voler conservare la più stretta neutralità. Per lo che protesta di non poter accordare alla Francia i tre porti daessirichiesti, uno in Sicilia e due nel continente, a meno che non si fosse voluto occuparli per forza. D’altronde ingiunge a tutte le autorità governative di non opporsi in modo alcuno a coloro, che chiedessero passaporti per cooperare alla guerra d’Italia. In questo mentre il plenipotenziario napolitano a Torino, sotto la data del 4 maggio, dirigeva al suo Governo a Napoli il seguente dispaccio telegrafico: .
«Partecipatamisi da costà la determinazione di S. M. il Re N. S. di serbare nelle occorrenti contingenze una perfettaneutralità, ho tosto parlato col conte di CAVOUR... Egli sulle prime fece qualche allusione alla comunanza degli interessi, al bisogno di unirsi; infine disse, che avrebbe bramato qualche cosa di più.»
Il Conte, quasi fossero un nonnulla le continue insidie e trame contro il regno delle Due Sicilie, pretende trascinarselo dietro a rimorchio nella guerra contro l’Austria. E qui è da notare che, giudicando dai precedenti del 1848, quando il Re di Napoli spedì per la guerra di Lombardia un contingente delle migliori sue milizie, non si sarebbe dubitato, che avrebbe fatto altrettanto questa volta; ma le circostanze erano del tutto diverse. Egli è certo però che Napoli, rimasto lealmente neutrale, giovava conciò stesso agli intendimenti di Cavour, perché per tal modo non contribuiva la sua quota di milizie all’Austria, come sarebbe stato obbligato di fare in virtù dei trattati del 1815. Intanto molti censuravano l’Austria di essersi impegnata sconsideratamente contro il rivoluzionario Piemonte, sapendo come questo fosse spalleggiato da una delle più grandi potenze in guerra dell’Europa, e non ostante gli sforzi degli altri Gabinetti per riuscire a un pacifico congresso.
— Il procedere dell’Austria, dicevasi, ha messo in pericolo serissimo gli altri suoi alleati d’Italia. — E i Gabinetti di Londra, di Pietroburgo e di Berlino, retti tutti dall’istessa mano occulta (la massoneria (164) deploravano la precipitosa risoluzione del Gabinetto di Vienna e gliene facevano osservazioni. (165)
La guerra, decisa nelle Loggie massoniche, ad onta dell’avversione del vero popolo d’Italia e di Francia, era ormai per iscoppiare. E mentre gli uomini più fedeli alla Monarchia, e dotati di rettitudine e di vero spirito di patriottismo facevano supremi sforzi nelle Camere legislative delle due nazioni per iscongiurare il terribile flagello, il Ministro Cavour col suo Memorandum, diretto ai Governi acattolici d’Inghilterra e di Prussia il 1° marzo 1859, dava il primo passo nella sanguinosa carriera dalla quale diveniva impossibile di retrocedere: né più infatti si retrocedette, fino alla catastrofe di tutti gli Stati italiani e al bombardamento di Roma. '
Diamo per intero questo famoso documento. Nel primo fascicolo delle nostre Memorie ne recammo un brano posto a confronto di altro brano della circolare del Ministro Plezza ai Parrochi del regno nell'incominciare la guerra del 1848; ora è il momento di dare interi questi due, per non dire altro, curiosi documenti che, posti a confronto l’uno dell’altro, risultano un monumento storico stupendo! Ed ecco pel primo l’atto cavurresco:
«Il Governo di S. M. britannica, animato da benevola sollecitudine per la sorte d’Italia, a fine di evitare le cagioni che addurre potessero gravi perturbazioni in Europa, ha invitato il Governo di S. M. il Re di Sardegna ad esporre quali sono, a suo avviso, i gravami che gli Italiani potrebbero far valere contro l’Austria, tanto a motivo della sua dominazione sulle provincie che possiede in virtù dei trattati, (nota bene) quanto in conseguenza dei suoi rapporti cogli Stati dell’Italia centrale, la cui condizione anormale è riconosciuta da tutti i Gabinetti.
«Per rispondere a siffatto invito in modo chiaro e preciso, il Gabinetto di Torino stima necessario rispondere partitamente alle due domande che gli sono dirette, spiegandosi anzitutto sulle condizioni della Lombardia e della Venezia, e poscia sui risultamene della politica austriaca rispetto all’Italia centrale.
«Quali che siansi i risultati della cessione del Lombardo-Veneto fatta all’Austria nel 1814, (la Lombardia già apparteneva da secoli alla Casa d'Austria) non si potrebbe contestare che il possesso che la medesima tiene su di esso sia conforme ai trattati; imperocché in questi trattati non si è dato gran pensiero della sorte dei popoli di cui disponevano. Noi per conseguenza non avremmo tirato in campo una quistione che non potrebbe risolversi senza una modificazione dei trattati esistenti, se il Governo brittannico non ne avesse, impegnati ad aprirgli intero il nostro pensiero tanto su cotesto punto, quanto sugli altri.
«Noi riconosciamo pertanto che la dominazione dell’Austria sui paesi tra il Po, il Ticino e l’Adriatico è legale, ma ciò non impedisce che ella non abbia prodotto conseguenze deplorabili, e prodotto (per opera della massoneria) uno stato di cose che non ha riscontro nella storia moderna.
«Glièdi fatto che la dominazione austriaca ispira un’invincibile ripugnanza all’immensa maggioranza degli Italiani che vi sono soggetti, e che i soli sentimenti che provano per coloro che li governano sono l’odio e l’antipatia. (Abbiamo veduto come non fosse così prima che la setta prendesse di mira quelle tranquille provincie; vedremo poi da qual parte stesse l’odio e l'antipatia).
«Da che proviene ciò? Ilmodo di governare dell’Austria vi ha senza dubbio contribuito; le sue pedanterie burocratiche, le vessazioni della polizia, le imposte opprimenti dalla medesima stabilite, il sistema di leva più pesante di qualsiasi altro di Europa, i rigori e le violenze, perfino contro le donne (mere calunnie) hanno avuto l’effetto più tristo sui sudditi italiani; ma non è questa la causa principale dei fatti accennati.
«L’istoria ne fornisce parecchi esempii di governi peggiori di quello dell’Austria, e pure meno in odio all’universale del suo.
«La vera causa del profondo malcontento dei Lombardo-Veneti, si è di essere governati, signoreggiati dallo straniero, da un popolo col quale non hanno veruna (?!) analogia di stirpe, di costumi, d’inclinazione, di favella.
«A misura che il Governo austriaco ha applicato più completamente il suo sistema di incentramento amministrativo, questi sentimenti sonosi accresciuti. Ora che cotesto sistema è giunto all’apice, che l’incentramento è divenuto in Austria più assoluto che nella istessa Francia; ora che, essendosi spenta qualsivoglia azione locale, il più umile cittadino è in contrasto per la menoma cosa con dei funzionarli pubblici, da esso né rispettati né amati, la ripugnanza e l’antipatia pel Governo sono divenute universali.
«Il progresso dei lumi, la diffusione dell’istruzione, che l’Austria non può impedire intieramente, ha contribuito a rendere più sensibili queste popolazioni alla triste lor sorte. I Milanesi ed i Veneti che ritornano nei proprii paesi, dopo di aver visitati i popoli che godono di un governo nazionale, sentono più vivamente l’umiliazione e il peso del giogo straniero.
«Per un certo lasso di tempo il contegno fermo e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma rattemprava i tristi effetti della dominazione estera. I Lombardo-Veneti si sentivano liberali dall'impero che la Chiesa nelle altre parti della penisola esercita sugli alti della vita civile, nel santuario istesso della famiglia: era questo per essi un compenso al quale davano un gran peso.
«Codesto compenso fu tolto loro dal Concordato, che,siccome è notorio, guarentisce al Clero una più grande influenza, privilegi più ampli che in qualsivoglia altro paese, eziandio in Italia, eccettuatine gli Stati del Papa.
«La distruzione dei savii principii introdotti nei rapporti dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e Giuseppe II, ha finito per far perdere nell’opinione degli Italiani (settarii) ogni forza morale al Governo austriaco.
«Per effetto delle cagioni testé esposte, le provincie lombardovenete presentano lo spettacolo più triste, (!?) e che, siccome venne più sopra osservato, non ha simile nella storia. Gli è quello di un popolo intero che assunse a fronte dei governanti un’attitudine apertamente ostile, che minaccio e carezze non valgono a domare e a scemare.
«Basta percorrere la Lombardia e la Venezia per convincersi che gli Austriaci non sono stabiliti, bensì stanno accampati in quelle provincie. Tutte le case dalla più umile capanna, al più sontuoso palazzo, son chiuse agli agenti del Governo. Nei luoghi pubblici, ai teatri, nelle strade vi è separazione assoluta tra essi e gli abitanti di cotesto paese, che direbbesi una contrada invasa da esercito nemico, resosi inviso per la sua tracotanza e superbia. E tale stato di cose non è un fatto transitorio prodotto da circostanze eccezionali di cui possa prevedersi più o men vicino il termine. Esso dura ed aggravasi da mezzo secolo in qua, (in virtù della menzogna e del terrore sparsovi dalla framassoneria) ed è certo che se il moto civilizzatore d’Europa non si sofferma, non farà che peggiorare.
«Una tale situazione, non è contraria ai trattati, come è dichiarato più sopra; ma essa è contraria ai grandi principii d’equità e di giustizia, sui quali si fonda l’ordine sociale; ossa è in opposizione col precetto, dalla civiltà moderna proclamato, che non vi è governo leggitlimo fuori di quello che i popoli accettano, (?!) se non con riconoscenza, almeno con rassegnazione.
«Ora, se ci si domanda qual rimedio la diplomazia può arrecare a codesto stato di cose: risponderemo con franchezza che, se non si perviene a indurre l’Austria a modificare i trattati, non si riuscirà ad una soluzione definitiva e durevole; bisognerà contentarsi di palliativi. Bisogna che l’Europa si rassegni ad assistere impassibile al doloroso spettacolo che offrono la Lombardia e la Venezia, sino a che la rivoluzione, che cova costantemente sotto la cenere (fomentata dal Governo sardo) in quelle contrade, profittando di circostanze favorevoli, non ispezzi violentemente il giogo che la conquista e la guerra hanno loro imposto.
«Tuttavia questo spettacolo sarebbe men doloroso, e lo stato dei Lombardo-Veneti più tollerabile, se l’Austria si mostrasse fedele alle promesse che rivolgeva agli Italiani, quando nel 1814, li eccitava a sollevarsi contro la dominazione francese, e se, conformemente al proclama del comandante in capo dei suoi eserciti, Gen. Bellegarde, costituisse al di qua delle Alpi, se non un governo, un’amministrazione interamente nazionale, con un esercito indigeno stanziato in Italia, e comandato da uffiziali italiani, e stabilisse istituzioni fondate sul principio rappresentativo. Sarebbe un palliativo, ma un palliativo che darebbe un po’ di pazienza a popolazioni assuefatte a soffrire, ed allontanerebbe i pericoli che preoccupano sì giustamente la opinione pubblica in Europa.
«La diplomazia, consigliando al gabinetto di Vienna di seguire la via indicata, farà opera prudente e meritoria, benché noi non possiamo sperare che ottenga i risultati che si propone. La esperienza di 45 anni non l’ha dimostrato che troppo.
«L’Austria non fà più assegnamento che sulla forza per mantenere la sua dominazione in Italia.
«Passando alla seconda quistione che gli è stata rivolta, cioè circa gli effetti della politica austriaca sull’Italia, il Governo del Re si restringerà nel limite che i trattati e il diritto pubblico europeo tracciano alla diplomazia. Posto su questo terreno, esso non si limiterà a indicare gli atti illegali dell’Austria, esso indicherà alla sua volta le transazioni europee violate dall’Austria, e domanderà l’esecuzione delle misure necessarie per rimediare ai mali che sono stati la conseguenza di codesta violazione. (E dire che il presente Governo, detto italiano, non è se non un composto di violazioni!) È suo diritto, suo dovere.
«Il trattato di Vienna ha dato molto all’Austria in Italia. Quadruplicando presso a poco il numero de' suoi antichi sudditi, aggiungendo al Ducato di Milano, che le apparteneva prima della rivoluzione, la Valtellina, i possedimenti del Papa (disgraziata aggiunta!} situati sulla riva sinistra del Po, e tutti gli Stati della Repubblica di Venezia; esso ha distrutto l’equilibrio, (triste verità).) che esisteva nel passato secolo. Il Piemonte, malgrado dell’annessione di Genova, (ed era giusta quest’annestine?..) non è stato più in condizione da formare un contrappeso all’Impero, il quale, padrone del corso del Po, dell’Adige e dei principali fiumi dell’Italia settentrionale, era riuscito ad unire i suoi possedimenti italiani co’ suoi Stati ereditarii.
«Esso si è trovato a fronte d’una Potenza che contava maggior numero di sudditi di lui in Italia, e che disponeva di forze immensamente più considerevoli delle sue.
«Tuttavolta, se l'Austria si fosse mantenuta nei limiti che i trattati le assegnavano, il rimanente dell’Italia avrebbe potuto, partecipare ai progressi (bei progressi!) che si sono fatti in Europa, dopo che cessarono le guerre dell’Impero, e formare col Piemonte una barriera efficace contro le influenze straniere nella Penisola.
«Ma l’Austria si è sforzata sin dai primi anni, che seguirono la Restaurazione, con tutti i mezzi che erano in suo potere, ad acquistare in tutta la Penisola una influenza preponderante.
«Atteggiandosi a patrona dichiarata di tutti i Governi italiani, per quanto cattivi (?!) fossero, intervenendo con forze irresistibili, ogni qualvolta un popolo tentava di ottenere miglioramenti e riforme dal proprio Governo, essa è giunta ad estendere la sua dominazione morale molto al di là delle sue frontiere.
«Noi non riferiremo la storia degli ultimi 40 anni, essa è troppo nota: ci limiteremo a constatare lo stato di cose attuali, dovute all’opera perseverante della politica austriaca.
«I Ducati di Parma, di Modena e di Toscana sono divenuti veri feudi dell’Impero. La dominazione dell’Austria sui due primi è stabilita dalla Convenzione del 24 decembre 1847.
«Questa Convenzione, dandole il diritto di occuparli coi suoi eserciti, non solo quando lo richiegga l’interesse di Parma o di Modena, ma eziandio ogni qualvolta ciò possa essere vantaggioso alle sue operazioni militari, rende l’Austria padrona assoluta di tutta la frontiera orientale della Sardegna, dalle Alpi al Mediterraneo. E non si dica che questa è una vana minaccia, un pericolo immaginario; giacché sono appena tre anni, quando il Congresso di Parigi risuonava ancora delle proteste, formulate dal Piemonte e sostenute dall’Inghilterra, contro l’intervento estero in Italia, furono vedute sotto un futile pretesto milizie austriache occupare non solo Parma, ma le parti più lontane del Ducato, e accamparsi sulla vetta degli Appennini, donde dominavano la sponda del mare appartenente alla Sardegna.
«L’Austria si considera talmente padrona di fare quello che le convenga negli Stati di Parma, che, in ispregio dei trattati, che le danno il solo diritto di presidiare la cittadella di Piacenza, essa ha fatto costruire, e sta ora armando fortiliziistaccati dalla cerchia della città, destinati a trasformare Piacenza in un vasto campo trincerato, capace di porre in sicuro un esercito vigoroso.
«Non è meno reale, né meno forte, quantunque meno apparente, il legame che unisce la Toscana all’Austria. Si ignora se esista fra i due Stati un trattato segreto; ma ciò che é certo, si è, che da una parte il Governo toscano può fare assegno in ogni tempo ed in ogni circostanza sull’esercito dell’Austria per contenere i suoi popoli, (ossia i settarii) e che dell’altra l’Austria è sicura di poter occupare la Toscana, se questo le fosse consigliato per caso da un interesse strategico.
«Quanto, agli Stati romani il modo di possedere dell’Austria è stato più semplice. Essa li ha occupati ogni qualvolta turbolenze politiche le fornirono un pretesto per farlo. Dopo il 1831 essa già ha passato per ben tre volte il Po, e messo guarnigione. nelle città della Romagna. L’ultima occupazione, più compiuta delle precedenti, perché si estende fino ad Ancona, dura da 10 anni. Quantunque il Governo romano, abbia testà domandato ¡’allontanamento delle truppe estere, noi non crediamo che questo provvedimento basti a far cessare le condizioni anormali degli Stati della Santa Sede.
«Se l’allontanamento di queste truppe non è preceduto da radicali riforme in tutti i rami dell’amministrazione,(166))lascierà il campo libero alla rivoluzione. L’anarchia si sostituirebbe all’occupazione straniera, perché si ricorre ben presto e necessariamente a quest’ultima.
«Cosi l’intervento dell’Austria nel paese ha un tale carattere di permanenza, che si è autorizzati a dire che queste provincie, le quali debbono appartenere a uno Stato indipendente, sono difatto sotto il dominio straniero.
«Una sì grande estensione della potenza austriaca in Italia eccedente le stipulazioni dei trattati, costituisce un pericolo grave (?!) per il Piemonte, pericolo contro cui il suo governo ha diritto di protestare. L’Austria, padrona assoluta del corso del Po, da Pavia sino all’Adriatico, creando sulle nostre frontiere una piazza di guerra di primo ordine, libera di occupare quando le pare e piace i monti che dovrebbero servirci di baluardo, minacciandoci da ogni parte, ci obbliga a mantenere le nostre forze, in accrescimento rovinoso, sproporzionato alle nostre risorse finanziarie.
«Si osserverà forse, che la presenza delle truppe francesi a Roma neutralizza le forze dell’Austria, e diminuisce i pericoli del Piemonte. Nulla di meno esatto. Al punto di vista politico, l’occupazione di Roma per parte della Francia può avere una grande importanza. Sotto il punto di vista militare non ne ha alcuna, per quanto si riferisce alla Sardegna. Se in caso di un’aggressione (ma non era il Piemonte che da più di dieci anni aggrediva con ogni mezzo l’Austria?) noi dovessimo fare appello all’appoggio della Francia, le truppe che questa Potenza ha acquartierate nella Provenza ed a piè delle Alpi, ci sarebbero d’un soccorso assai più efficace, che non quelle che, isolate a Roma, non potrebbero agire in nostro favore che imbarcandosi a Civitavecchia.
«Noi pensiamo pertanto che la presenza dei Francesi a Roma, la quale d’altronde vivamente desideriamo veder cessata, nulla toglie al valore delle lagnanze della Sardegna contro la politica invadi trice dell’Austria. Se l’Austria, soddisfacendo a questi giusti richiami, riconoscesse l’indipendenza assoluta degli altri Stati della Penisola, le condizioni dell’Italia centrale non tarderebbero a migliorarsi considerevolmente. I Governi di codeste contrade, non essendo più sostenuti dagli eserciti austriaci, sarebbero costretti per necessità a soddisfare ai voti più legittimi (?!) delle popolazioni. Ma nell’interesse dell’ordine e del principio di autorità, affinché cotesteconcessioni inevitabili non siano loro strappate da disordini e da moti popolari, (suscitati dal Piemonte) è necessario che al tempo stesso che si proclamerà il principio del non intervento dell’Austria, (proclamando l'intervento francese) i Principi dell’Italia centrale modifichino profondamente il sistema politico da essi per così lungo tempo seguito, mercé l’appoggio delle baionette straniere.
«Il Gabinetto di Torino è convinto, che sarebbe evitato ogni pericolo di rivoluzione nei Ducati di Parma e di Modena, qualora essi fossero dotati di istituzioni conformi a quelle di cui da undici anni gode il Piemonte. L’esperienza di questo paese (sciagurata esperienza!) dimostra che un sistema saviamente liberale, ed applicato con buona fede (?!), può funzionare in Italia nel modo il più soddisfacente, assicurando nel tempo medesimo la pubblica tranquillità e il regolare sviluppo della civiltà.
«Riguardo alla Toscana, esso crede necessario il ristabilimento della Costituzione del 1848, giurata dal Granduca, e rivocata precisamente allorché, fondandosi sulle istituzioni da lei assicurate, il Granduca veniva instaurato sul suo trono, da cui un moto rivoluzionario lo aveva rovesciato (appunto in conseguenza di quella Costituzione che portò al potere i suoi traditori).
«Per quanto concerne gli Stati pontificii, il Gabinetto di Torino non saprebbe dissimulare che la questione presenti difficoltà assai più gravi..
«La doppia qualità, che nel Sommo Pontefice concorre di Capo della Chiesa Cattolica e di Sovrano temporale, rende quasi impossibile nei suoi Stati il sistema costituzionale. Egli non potrebbe acconsentirvi senza correre pericolo di trovarsi sovente in contraddizione con sé stesso, e di essere costretto a scegliere, tra i suoi doveri come Pontefice e i suoi doveri come Principe costituzionale. (E non accade forse a tutti i principi costituzionali alla moderna di trovarsi spesso in contraddizione tra i doveri di Principe costituzionale e quelli di Cattolico?)
«Tuttavia, mentre riconosce che è forza rinunziare all’idea di assicurare la tranquillità degli Stati del Papa con un regime costituzionale, il Gabinetto di Torino pensa che il medesimo scopo si potrebbe quasi ottenere, adottando il progetto, che i Plenipotenziarii di S. M. il Re di Sardegna al Congresso di Parigi hanno svolto nella nota (da noi confutata) del 24 marzo 1856, indirizzata ai Ministri di Francia e di Inghilterra. Questo progetto, che ricevette la piena approvazione di lord Palmerston, si fonda sulla completa separazione amministrativa delle provincie dello Stato Romano, situate tra l’Adriatico, il Po e gli Appennini, e sullo sviluppo presso di esse delle istituzioni municipali e provinciali che, se non furono messe in pratica, vennero tuttavia stabilite in principio dal Papa medesimo al suo ritorno da Gaeta. Questo progetto dovrebbe ora essere completato con lo stabilimento a Roma di una Consulta nominata dai Consigli provinciali, ed a cui sarebbero sottoposte le questioni relative agli interessi generali dello Stato.
«Le idee fin qui esposte sono risposta chiara e precisa alla domanda indirizzata dal Governo di S. M. brittannica al Gabinetto di Torino. Riassumendole, risulta che, a suo avviso, sarebbero scongiurati i pericoli di una guerra o di una rivoluzione, e sarebbe contemporaneamente assopita la quistione italiana alle condizioni seguenti:
«Ottenendo dall’Austria, non in forza dei trattati, ma in nome dei principi! di umanità e di giustizia eterna (?!), un Governo nazionale separato per la Lombardia e la Venezia.
«Esigendo, secondo lo spirito e la lettera dei trattati di Vienna, che cessi la dominazione (?!) sugli Stati dell’Italia centrale, ed in conseguenza che i Forti staccati costrutti all’infuori del recinto di Piacenza sieno distrutti; che la Convenzione del 24 dicembre 1847 sia annullata; che cessi l’occupazione della Romagna; che il principio del non intervento sia proclamato e rispettato (mentre il Piemonte interviene di fatto).
Invitando i Duchi di Modena e di Parma a dotare i loro Stati di istituzioni conformi a quelle che esistono in Piemonte, e il Granduca di Toscana a ristabilire la Costituzione da lui liberamente accordata nel 1848.
«Ottenendo dal Sommo Pontefice la separazione delle Provincie al di quà degli Appennini, in conformità delle proposte comunicate nel 1856 ai Gabinetti di Londra e di Parigi.
«Possa l’Inghilterra ottenere l’adempimento di queste condizioni. L’Italia sollevata e pacificata la benedirà: e la Sardegna, che tante volte ne invocò l’ajuto ed il concorso a prò’ degli sventurati suoi concittadini, le sarà riconoscente per sempre.
«Torino 1° marzo 1859.
«Firmato. CAVOUR.»
A questo monumento di impertinente audacia cavurresca fa stupendo riscontro l’accennata Circolare del Ministro Plezza del 1848, quando l’infelice Carlo Alberto, senza intervento francese, più stoltamente, ma pure con più lealtà, intraprendeva la guerra contro l’Austria.
«MINISTERO DELL’INTERNO
«GABINETTO
«M.to Rv. Signore,
«Torino 1 agosto 1848.
«Il Governo di S. M. ha ordinato un arruolamento straordinario sotto nome di leva in massa, e prese altre determinazioni che abbisognano del concorso spontaneo di tutti i cittadini, e richieggono da essi più d’un sacrifizio. Desiderando che tali ordini abbiano pronta ed efficace esecuzione, egli è d’uopo che ciascuno sia convinto della convenienza e necessità loro, e che vengano sanciti dalle supreme Autorità della religione. Io ricorro pertanto a V. S. M.to Rev.da, pregandola a concorrere coll’opera sua a questo doppio effetto, affinché tutto proceda non solo coll’attività che il tempo richiede, ma eziandio tranquillamente e pacificamente.
«Nessuno può meglio di lei persuadere a' suoi popolani la necessità e la santità della guerra che ora ci travaglia, e l’obbligo in cui sono tutti i cittadini di concorrervi, potendo, coi denari e colla persona. Si tratta di difendere le nostre istituzioni, e in particolare la monarchia della Casa di Savoia dallo straniero che la minaccia; imperocché se l’Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nocerebbe non solo alle libertà nostre, ma ai diritti dei nostri Principi, e pregiudicherebbe alla pienezza del loro potere e alla dignità della loro corona. Inoltre la Religione cattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l’Austria fu sempre nemica delle prerogative della Santa Sede, e intende a diffondere nei suoi Stati e in quelli su cui ha qualche influenza principia e massime e regole di disciplina e di culto poco ortodosse, e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltre che, se l’Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii: torrebbe al Papa le Legazioni, distruggerebbe la sua indipendenza politica, con grave danno della libertà ecclesiastica. Lascio stare i pericoli di un altro genere che correrebbe la Religione, quando le milizie del nostro Re fossero prostrate dalla superiorità numerica dell’inimico. Imperocché i partiti esagerati, che ora sono piccoli ed impotenti, piglierebbero dal regio infortunio ardire e forza, e trionferebbero, almeno per qualche tempo, con gravissimo discapito delle sane credenze, (quanto zelo perché non discapitino le sane credenze!!) a cui tali partiti sono ostili non meno, che alla monarchia, e alla tranquillità pubblica. Avremmo dunque da principio l’anarchia e l'irreligione insieme, e poi la tirannia straniera, come accadde nel secolo scorso, quando, vinte le armi piemontesi, l’Italia e la Fede furono ludibrio ai repubblicani interni, e a un Imperatore forestiero, onde due santissimi Pontefici non solo vennero spogliali dei loro temporali dominii, ma uno di essi fu tratto prigioniero in esilio, e l’altro fu spento. All’incontro se le armi del nostro principe trionfano, la monarchia sarà salva, e con essa la religione] la libertà regolata dalle leggi non potrà partorire l’empietà e la licenza (Lo stiamo vedendo adesso.).
«Tali sono le considerazioni che debbono indurre tutti i buoni cittadini e i buoni Cattolici ad aiutare la guerra lombarda con ogni loro sforzo.
«Esse acquisteranno maggior valore dalla sua autorità, Rev.do Signore, la quale gioverà pure a vincere certe preoccupazioni che potrebbero rallentare e intiepidire l’entusiasmo dei popoli (giuste preoccupazioni). Una delle quali si è il credere che si tratti di guerra lontana, che poco importi a molte nostre provincie: come se si potesse essere sicuro in Piemonte, senza vincere in Lombardia. Bisogna persuadere a tutti, che pugnando nelle pianure lombarde, essi combatteranno per le proprie città, per le famiglie, per gli averi, per le cose e le persone più care; perché l’invasione del Piemonte sarebbe inevitabile, se. l’Austriaco giungesse a ricuperare i dominii che ha perduti. E quali sieno le violenze, le atrocità, le nefandezze che egli commette nei paesi occupati; qual rispetto, abbia alla proprietà, alle persone, alle Chiese (prette menzogne) non occorre descriverlo, giacché i fatti recenti di Lombardia e della Venezia, sono tutti notissimi (come quello dei bambini infilzati sulle baionette dei Croati!).
«Io mi affido adunque che V. S. M.to Rev. vorrà soddisfare al nostro desiderio, e usare la sua autorità grande a persuadere e infiammare coi consigli e colle prediche i suoi popolani per una causa sì pia e generosa. Ed effettuandolo, posso assicurarla che farà cosa grata specialmente al Re, il quale non dimenticherà certamente un tal servigio, resogli nelle circostanze difficili in cui si trova la comune patria.
«Mi onoro intanto di protestarmi con ben distinta stima,
«Di V. S. M.to Rev.da
«Dev. mo Obbed. mo Servitore
«PLEZZA (167)
Mentre il lettore fa i suoi commenti su questa Circolare, facciamone noi qualcuno sul Memorandum di CAVOUR.
Continuando a svolgersi il complotto diplomatico del Congresso di Parigi, l’Inghilterra invitava la Sardegna ad esporre i gravami degli Italiani contro l’Austria; e la Sardegna, dichiarata, non sappiamo da chi, tutrice e curatrice degl'Italiani, si fa ad esporli con inaudita sicumera nel famoso Memorandum.
Riconosciuto che il possesso del Lombardo-Veneto da parte dell’Austria è conforme ai trattati, e quindi perfettamente legale, dice, che tale possesso ha prodotto conseguenze deplorabili, e uno stato di cose che non ha riscontro nella storia moderna, che la dominazione austriaca ispira una invincibile ripugnanza all’immensa maggioranza degli Italiani che vi sono soggetti... che provano per coloro che li governano odio e antipatia. Lasciamo stare quell’immensamaggioranza, asserzione gratuita, che mal si accorda con quanto udimmo con le nostre orecchie da officiali dello stato maggiore dell'Imperatore dei Francesi, che replicatamente ci narrarono come dovessero i Gallosardi marciare oculati e compatti nelle terre di Lombardia per non essere colti alla spicciolata ed uccisi da quei terrazzani, che li consideravano non altrimenti che quali nemici invasori. — Quanto all'odio e alla antipatia, dopo le cose narrate e i documenti arrecati, il lettore sa da sé da chi venissero ispirati e fomentati.
Circa il modo di governare dell'Austria, noi non istaremo a fare l'apologia del suo Governo nel regno Lombardo-Veneto, specialmente in quegli ultimi anni, quando la framassoneria aveva già invaso in non lieve parte le alte regioni e l’organismo di quell’illustre Impero, minandone la base ed apparecchiandovi quel rivolgimento di cose che, prodotto fatalmente dalle procacciatele disastrose vicende guerresche, ha scosso più d’un poco quel solo baluardo della Chiesa Cattolica, rimasto ancora in piedi ai nostri giorni. Ma rimane sempre costatato dai successivi fatti, che il Governo austriaco in quelle provincie era incomparabilmente migliore di quello che sventuratamente vi fu imposto dall’invasione piemontese.
Il Governo sardo, maligno sempre contro la Chiesa, asserisce nel Memorandum che il contegno fermo e indipendente del governo austriaco verso la Corte di Roma (vale a dire verso la Chiesa) rattemprava i tristi effetti della dominazione estera..., quindi che, codesto compenso fu tolto al Lombardo Veneto dal Concordato colla S. Sede, senza punto riflettere che quell’atto di somma benignità e carità pontificia era tutto in vantaggio di quei popoli, oppressi dalle tiranniche leggi giuseppine, mai del tutto ripudiate dall’Impero apostolico, per lo che era quell’atto nel medesimo tempo lodevolissimo dal lato dell’Imperatore e del suo Governo, poiché in virtù di esso riconoscevansi i diritti della Chiesa, ciò che sventuratamente non facevasi altrove.
In quanto poi alle astiose relazioni tra i Lombardo-Veneti e gli agenti austriaci, non si verificavano esse se non nelle grandi città maggiormente corrotte e agitate da presso un secolo dai giacobini francesi prima, e poi dai framassoni e carbonari al servizio del Piemonte.
IlMemorandum assegna quale soluzione definitiva e durevole a codesto stato di cose la modificazione dei trattati. Ma non era più semplice di trovarla nella cessazione delle mene settarie e delle influenze sovversive, nudrite e fomentate con ogni mezzo occultamente e officialmente dal Governo sardo?
Per quel che riguarda l'accusa di fedifraga ai trattati e alle promesse del 1814 lanciata contro l’Austria dagli uomini del Piemonte, non vale la pena di rispondervi, quando gli accusatori vanno celebri nella storia quali tipi di malafede e di menzogna, avendo violati tutti, senza eccezione, i trattati conchiusi dal 1848 fino ai giorni nostri, per non dire di alti precedenti. — Il suggerimento poi di un’amministrazione e di un’armata indigena, e di un governo rappresentativo da regalarsi dall'Austria al Lombardo-Veneto, ognuno sa cosa significhi; esso è una vera derisione: e il Memorandum istesso mostra sentirlo quando afferma, che ciò non sarebbe se non un palliativo!...
Dice quindi che l'Austria non fa più assegnamento che sulla forza per mantenere i suoi domini in Italia, e su che mai fece assegnamento il Piemonte se non sulla forza, unita alla perfidia, per contrastargliene il possesso? Parla poi degli atti illegali dell'Austria e della influenza preponderante che esercita in Italia, ma e non fu la framassoneria che le fece acquistare tale influenza coll’obbligare i Principi italiani a rivolgersi a lei, potenza conservatrice, per difendersi dalle continue rivoluzioni dalla setta suscitate?... Quanto a ciò che dice degli Stati Romani e dell’occupazione austriaca e francese, che tuttora vi durava, non è se non una ripetizione delle cose già detto al Congresso di Parigi, alle quali rispondemmo, né mette conto di aggiungervi parola.
Il Memorandum dà poi come panacea infallibile per cessare le rivoluzioni italiane, suscitate dai settari in generale e dal Piemonte in particolare, di legare le mani all’Austria col principio del Non intervento, e d’imporre poi ai Governi italiani un nuovo sistema politico, dotato di quelle belle istituzioni, che in dieci anni avevano fatto del Piemonte il centro, o, come disse Mazzini, il punto d'appoggio alla leva della rivoluzione. Per gli Stati Romani poi torna a ribadire il peregrino disegno della completa separazione amministrativa delle Legazioni, già proposta colla famosa Nota del 24 marzo 1856. Ma tale proposta è una offesa alla buona fede non meno che al buon senso, siccome avemmo a rilevare nel recare le Note piemontesi al Congresso di Parigi.
A che però continuare questi appunti posciaché la guerra era. decisa a priori, e il Memorandum altro non era Se non un documento inteso soltanto se sviare e confondere la così detta opinione pubblica, mentre l’istesso giorno, — primo di Marzo, — e forse coll'istessa penna con cui era vergato il Memorandum, veniva scritto il seguente Documento, che i giornali sardi recavano in italiano, pubblicato prima in francese dalla Gazzetta di Liegi?
«Nello stato attuale delle cose italiane la Presidenza crede suo dovere di diramare le seguenti segrete istruzioni:
«1. Incominciate le ostilità tra il Piemonte e l’Austria, voi insorgerete al grido di Viva l'Italia! e Vittorio Emanuele! Fuori gli Austriaci!
«2. Se l’insurrezione sarà impossibile nella vostra città, i giovani atti alle armi usciranno e si recheranno nella città vicina, dove l’insurrezione sia già riuscita, o abbia probabilità di riuscire. Tra le varie città vicine, preferirete quella che più è prossima al Piemonte, dove debbono far capo tutte le forze italiane.
«3. Farete ogni sforzo per vincere o disordinare l’esercito austriaco, intercettando le comunicazioni, rompendo i ponti, abbattendo i telegrafi, ardendo i depositi di vestiarii, vettovaglie, foraggi, tenendo in ostaggio cortese gli alti personaggi al servigio del nemico e le loro famiglie.
«4. Non sarete mai i primi a tirare contro soldati italiani o ungheresi; anzi adoprerete con essi tutti i mezzi per indurli a seguire la nostra bandiera, ed accoglierete come fratelli coloro i quali cederanno alle vostre esortazioni.
«5. Le truppe regolari, che abbracceranno la causa nazionale, verranno subito inviate in Piemonte.
«6. Dove l’insurrezione trionfi, la persona che più gode la stima e fiducia pubblica assumerà il comando militare e civile col titolo di Commissario Provvisorio per il re Vittorio Emmanuele, e lo riterrà fintante che non giunga un apposito commissario spedito dal Governo piemontese.
«7. Il Commissario provvisorio dichiarerà aboliti i dazii che potrebbero esistere sul pane, sul frumento o sulla macinatura, i testatici, le tasse di famiglia, ed in generale tutti gli aggravi! che non esistono negli Stati sardi.
«8. Coscriverà nella ragione di 10 per mille di popolazione i giovani da' 18 ai 25 anni, e riceverà come volontarii quelli dai 26 ai 35 che volessero prendere le armi in favore della indipendenza nazionale; ed i coscritti e i volontarii manderà subito in Piemonte.
«9. Nominerà un Consiglio di guerra permanente per giudicare e punire dentro 24 ore tutti gli attentati contro la causa nazionale, e contro la vita e le proprietà dei pacifici cittadini. Non userà alcun riguardo né a grado né a ceto. Nessuno potrà essere condannato dal Consiglio di guerra per fatti politici anteriori alla insurrezione.
«10. Non permetterà la fondazione dei circoli e giornali politici; ma pubblicherà un bollettino officiale dei fatti che importa recare alla conoscenza del pubblico.
«11. Toglierà d’officio tutti gl’impiegati e magistrati avversi al nuovo ordine di cose, procedendo però con molta oculatezza e prudenza, e sempre in via provvisoria.
«12. Manterrà la più severa ed inesorabile disciplina nelle milizie, applicando ad esse, qualunque sia la loro origine, le disposizioni delle leggi militari in tempo di guerra. Sarà inesorabile co’ disertori, e darà ordini severi in proposito a tutti i suoi dipendenti.
«13. Manderà al re Vittorio Emanuele uno stato preciso delle armi, munizioni, danari del pubblico, che si troveranno nella città o provincia, ed attenderà i suoi ordini in proposito.
«14. Farà, occorrendo requisizione di danari, cavalli, carra, barche, vino, ecc., rilasciandone sempre il corrispondente ricevo; ma punirà colle pene le più severe chi si attentasse di fare simili requisizioni senza evidente necessità, o senza suo espresso mandato.
«15. Sino a che il caso previsto nel 1° articolo di questa istruzioni, non si avvererà, voi userete tutti i mezzi che sono in poter vostro per manifestare l’avversione che sente l’Italia contro la dominazione austriaca ed i governi infeudati all’Austria, il suo amore per la indipendenza, la fiducia che ripone nella Casa di Savoia e nel Governo Piemontese; ma farete di tutto per evitare conflitti e moti intempestivi ed isolati.
«Italia, 1 marzo 1859.
«Per il Presidente
«Il Vice-Presidente GIUSEPPE GARIBALDI.
«Il Segretario GIUSEPPE LA FARINA.(168)
È bene sappia il lettore che, dei due sottoscritti al citato documento, il Garibaldi era generale nell'esercito sardo, e del La Farina, L’Espero, che se ne intende va,affermò essere stato nominato segretario del Ministro Cavour, il quale, occultamente, ma direttamente muoveva le fila della Società composta di 94 membri, uomini settarii a tutta prova. In somma Cavour e i suoi manutengoli e complici riguardavano come grande fortuna la guerra, da lui stabilita d’accordo con Napoleone III, e alla quale erano sicuri di trascinare l’Austria per tutte lo vie possibili, mentre si tenevano certi di essere sostenuti da tutte le forze della Francia, senza delle quali li avrebbe attesi una Novara peggiore di quella del 1849.
Daremo tra poco un pugno di documenti, tratti dai volumi, non ha guari pubblicati, dalle lettere di Cavour, dalle lettere del La Farina e del d’Azeglio come dalla Storia documentata di Nicomede Bianchi, che chiariranno meglio, aggiungendo sempre nuove prove, quel che asseriamo, se pure ve ne sia ancora di bisogno.
Ma prima ci è d'uopo aggiungere ancora qualche cosa intorno al tentativo di Congresso, che precedette immediatamente la guerra, e del quale già abbiamo parlato a pagine 42, di questa seconda parte del presente volume.
Dopo il Memorandum-libello lanciato contro l’Austria da Cavour, (da noi recato a pagine 75) la guerra si presentava inevitabile e vicina, e tutti indistintamente Potenze e popoli la paventavano, salvo il Piemonte che contava di farla, come la fece, a spese altrui. L’alta framassoneria istessa che la voleva la temeva. Avvezza a macchinare nelle tenebre e ad ottenere sicuri e solidi vantaggi, per la connivenza dei governi, fra i tranquilli ozii della pace, benché preparato da essa il terreno, le sorti sempre incerte di una guerra, — ché una sola battaglia e in poche ore può mandare fallita l'opera di lunghi anni di cospirazioni, — la facevano esitare e tremare. Avendo essa, gettato l’incertezza e il malessere in Italia, come in pressoché tutti gli Stati d’Europa, e avendo ridotto, per mezzo del Congresso di Parigi, i più secolari e venerandi diritti allo stato di questioni da risolvere, prima di appigliarsi all'ultima ratio delle armi e correre il rischio di perdere il già guadagnato, aveva fatto metter fuori la proposta del Congresso, che, se si fosse adunato, pescando nella confusione di principi e di idee nella quale agitavansi i gabinetti europei, essa sarebbe riuscita o ad ottenere dall’Austria e dai Principi italiani concessioni, a prodella rivoluzione, o avrebbe in pieno Congresso fatta chiamare l’Austria responsabile della guerra che s’intraprendeva
La Russia pertanto, secondo il Moniteur del 22 marzo, d’accordo coll’Inghilterra e con la Prussia, proponeva il Congresso, e lord Cowley riusciva a piegare l'Austria a prendervi parte, però a condizione espressa che rimarrebbero illesi i trattati del 1815 e i trattati speciali, corollario di quelli, col diritto inerentead ogni Stato sovrano di fare trattati come, quando e con chi credesse. Lo diceva in chiari termini l’autorevole Mémorialdiplomatique del 20 marzo, nel dare anch’esso la notizia del Congresso, il quale doveva adunarsi in città neutrale per mezzo dei Plenipotenziarii di Austria, Francia, Inghilterra, Russia e Prussia, escluso il Piemonte.
E qui, a farsi un criterio della disposizione degli animi nella Prussia e nella Germania, dell'attitudine della Francia nell’accedere alla proposta e della precipitazione con cui, fallito il Congresso e fatta la guerra, si concluse la pace, rechiamo un brano dell’autorevole corrispondente della Civiltà Cattolica, che da Berlino sotto il 26 marzo 1859 scriveva:
«Io vi assicuro, che dal 1813 a questa parte, si in Prussia, esi nel resto dell'Alemagna, mai non vi è stata, come al presente,una tale concitazione di animi, una tale unanimità di sentimenti, e un tale ardore bellicoso contro i provocatori della guerra e della rivoluzione in Italia ed in Francia. E credo che, se la Prussia, unita coll'Inghilterra, non avesse assunto le parti di mediatrice di pace, da gran tempo i nostri rappresentanti e i nostri Ministri sarebbero stati sforzati a fare dichiarazioni patriotiche, quali i giornali vanno ogni giorno pubblicandone nella Baviera, nel Wurtemburg, nell’Annover, ecc. Credo ancora, che se il Governo volesse restare neutrale, gli sarebbe impossibile di mantenere una tale neutralità. E tenete per certo, che, non appena si venisse alle mani tra l’Austria e la Francia, a grandi grida verrebbe dimandato di rompere guerra contro i Francesi.
«Certamente in Prussia si presta assai volentieri l'orecchio ai nemici dell'Austria, e specialmente a quelli della Santa Sede, quando essi dipingono coi più neri colori la condizione di quegli Stati. Ma niuno tra noi, anche di quelli che hanno simpatie per la libertà del Piemonte, niuno è così cieco dà ingannarsi intorno alle vere cagioni della pretesa riscossa che si apparecchia; niuno ignora che i pretesi abusi esistenti. in Italia altro non sono che un pretesto, dietro il quale si ascondono la rivoluzione e un’ambizione senza ritegno. Tutti sanno che un Monarca il quale regna nei propri Stati da vero Re, ha ben altro in mira, movendo una guerra, che venire in soccorso della libertà di un paese vicino. In fine niuno dubita che, chi ‘volesse violare i trattati in faccia agli Austriaci sul Po, non sia per fare altrettanto in faccia alle altre potenze sul Reno. Or qui si sa benissimo che la guerra è impossibile, se non la vuole la Confederazione germanica,. la quale può disporre d’un esercito bene agguerrito di più di un milione di baionette. Ora siccome il popolo prussiano non vuole la guerra, cosi non è a dubitare che l’opinione pubblica non sia per ispingere il Governo sì in Prussia e sì nel resto dell'Alemagna a far causa comune coll'Austria. Il Governo prussiano poi, che pei suoi disegni d'egemonia in Alemagna ha tanto bisogno di simpatie nelle altre popolazioni tedesche, sabenissimo che egli le perderebbe tutte, e per sempre, se in cotesti frangenti nutrisse ancora rancori contro l’Austria, e però rifiutasse di concorrere alla difesa di una causa, che si riguarda nella Confederazione, non già come causa Austriaca, ma bensì come causa Germanica. Non sono poi pochi quelli che sperano la conservazione della pace, sopra tutto vedendosi che anche in Francia il partito pacifico parla francamente, e che l'Imperatore diede finora tante pruove di squisita prudenza. Altri però tengono per inevitabile la guerra, e temono che essa sarà crudele, specialmente in Italia; giacché l’accanimento contro gl’Italianissimi è, dicesi, al colmo nell'esercito austriaco. Del resto il Ministro degli affari esteri, il giorno 9 di marzo, credette necessario di dichiarare nella Camera prussiana, che«la Prussia voleva far rispettare i trattati e mantenere l’ordine delle cose stabilite, e così serbare la pace. E siccome essa è amica delle Potenze tra le quali corre il pericolo d’una guerra, così profittò di questa sua condizione per cercare di riamicarle, nel che è aiutata dall’Inghilterra. Spera il Governo che questi sforzi riusciranno. Ma ciò facendo come Potenza europea, la Prussia non dimentica di essere Potenza tedesca, e che la sua politica dee anzitutto essere nazionale. Non mancherà dunque ai doveri impostile dagli interessi della Confederazione (della quale faceva parte allora anche Austria) e dessa sarà sempre l’antica Prussia quando si tratterà di conservare i diritti, l'onore e l'integrità della patria comune». Le quali ultime parole furono accolte con grandi applausi». — Fin qui il corrispondente.
In Italia però la notizia dell’annunziato Congresso spiacque infinitamente agli agitatori piemontesi, che vedevano sfuggire loro la preda che si promettevano di fare colle mani della Francia; ma forse più ancora perché temevano di trovarsi esclusi dal Congresso stesso, che considerava la Sardegna per quel piccolo paese a piè delle Alpi, indegno di sedere a lato dei grandi Potentati d’Europa i. quali avrebbero fatto senza di essa. I rivoluzionari pertanto avevano incominciato a fare unacasa d’abisso; quando un dispaccio, che a nome dell’Imperatore Napoleone chiamava a Parigi il conte Cavour, venne a gettare acqua su quel fuoco.
Il 24 di marzo il Conte partiva per la Francia, e il famoso Dirittol’accompagnava con queste precise parole: «Dite che nelle condizioni presenti una ritirata della Francia sarebbe fatale non meno all'Italia che dalla Francia istessa; che la politica dell'Imperatore perderebbe ogni prestigio tanto dinnanzi ai popoli quanto dinanzi alla diplomazia; che questa sconfitta metterebbe a gran repentaglio le sorti istesse del suo trono».
Il 1 di aprile Cavour ritornava a Torino, e le notizie che recava dovevano ben essere secondo i voti della rivoluzione, posciaché venne salutato la sera stessa con una delle solite dimostrazioni. — Le bombe di Orsini e il suicidio del Valentini (169))erano tornati in mente al Bonaparte, e la guerra era decisa.
I settarii intanto avevano cosiffattamente messa l’agitazione nei popoli con voci le più allarmanti e sinistre che, specialmente in Piemonte, da oltre un mese si viveva in una angosciosa incertezza, dicendosi da pertutto: ora che gli Austriaci stavano per sconfinare, ora che avevano sconfinato, ora perfino che stavano per piombare su Torino: e tali voci trovavano credenza, e popolazioni intere (come quella di Novara il 18 aprile) passavano insonni le notti aspettando un invasione. Molte famiglie emigravano, e campi interi rimanevano incolti, temendo gli agricoltori di gettare al vento le laboriose fatiche per le devastazioni dell'imminente guerra. «La condizione nostra è tale, scriveva l’autorevole corrispondente della CiviltàCattolica, Torino 30 aprile 1859, che richiede o una guerra regolare o una rivoluzione. Posti a questo bivio, la guerra regolare diventa un beneficio».
Al prestito di 50 milioni già si era dato fondo, e si parlava di un nuovo prestito di 100 milioni; ma all'estero non si trovava, e già si parlava di prestito forzato, di pieni poteri da darsi dal Parlamento al Governo di sospensione della libertà della stampa.
In mezzo a siffatti rumori, la Camera dei Deputati,— da due settimane sospesa per mancanza di lavoro, — veniva ad un tratto convocata per il 23 di aprile. Adunatasi in sul mezzogiorno e letto il processo verbale dell’ultima seduta, uno dei segretarii lesse fra l’attenzione universale delle affollatissime tribune lo schema di legge seguente:
«Articolo 1. — In caso di guerra coll’Impero d’Austria,il Re sarà investito di tutti i poteri legislativi ed esecutivi, e potrà, sotto la responsabilità ministeriale, fare, per semplici decreti reali, tutti gii atti necessarii alla difesa della patria e delle nostre istituzioni.
«Articolo 2. — Rimanendo intangibili le istituzioni costituzionali, il Governo del Re, durante la guerra, avrà la facoltà di emanare disposizioni per limitare provvisoriamente la libertà della stampa e la libertà individuale».
Letto lo schema, Cavour si alzò e lesse alla sua volta un discorso in cui, fatta una breve relazione delle trattative diplomatiche, disse, che«il rappresentante dell'Inghilterra a Torino, d'ordine del suo Governo, aveva officialmente annunziato al Governo sardo che l’Austria aveva determinato di rivolgere al Piemonte un invito diretto a disarmare, chiedendo definitiva risposta nel termine di tre giorni». La comunicazione era esatta. L’invito però non era ancora giunto; sembrava anzi che l’Austria esitasse. Ciò non pertanto il Governo chiedeva i pieni poteri. E il Cavour aggiungeva: In queste circostanze le disposizioni, prese dall'Imperatore dei Francesi, sono per noi ad un tempo e un conforto e un argomento di riconoscenza».
Il Ministero volle che la legge fosse discussa subito: e il presidente Rattazzi propose alla. Camera di tenere l’istesso giorno una seconda tornata alle tre pomeridiane. Il deputato Depretis, capo della sinistra, disse, non doversi precipitare: e chiese che si differisse la tornata fino alle ore sei. Ma la maggioranza la volle alle tre, alla quale ora la Camera, riunitasi di nuovo in numero di soli 136 deputati, in mezzo alla folla che aveva aspettato, approvò, la legge con 110 voti favorevoli e 24 contrari, astenendosi il signor de Bosses e il conte della Margherita. Quest’ultimo fu il solo che prima della votazione osasse pronunziare alcune gravi parole. «Tutto ciò, osserva il citato corrispondente, accadeva in Torino, prima che fosse ricevuto l’invito ufficiale del disarmo per parte dell’Austria.»
Infatti l’istesso giorno 23 aprile, alle 3 pom. arrivavano a Torino il cav.Ceschi di S. Croce, Intendente generale austriaco, e il barone ErnestoKellersberg,Vicepresidente della Luogotenenza di Lombardia. Il conte Brassier di Saint Simon, Ministro prussiano a Torino, introduceva i due inviati al conte di Cavour, al quale presentavano l'Ultimatum dell'Austria, che chiedeva il disarmo e il licenziamento dei volontari dentro tre giorni, ritenendo il rifiuto quale dichiarazione di guerra.
Ed ecco questo grave documento:
Vienna, 19 aprile 1859.
Signor Conte,
Il Governo imperiale, come Vostra Eccellenza conosce, si è affrettato a consentire alla proposta del Gabinetto di Pietroburgo per riunire un Congresso delle cinque Potenze onde cercare di appianare le complicazioni surte in Italia. Convinti tuttavia dell’impossibilità d’intavolare (con qualche probabilità di successo) deliberazioni pacifiche in mezzo al rumore di armi e preparativi di guerra, che continuano in un paese limitrofo, noi abbiamo domandato, che l’armata sarda fosse ridotta sul piede di pace, e congedasse i corpi franchi, o volontarii italiani, come condizione preliminare alla riunione del Congresso. Il Governo inglese trovò questa condizione così giusta, e così uniforme alle esigenze della situazione, che non esitò punto ad appropriarsela, dichiarandosi pronta ad insistere, d’unita alla Francia, pel disarmamento immediato della Sardegna, ed offrirle in ricambio, contro ogni attacco da parte nostra, una garanzia collettiva, alla quale, come ben s’intende, l’Austria avrebbe fatto onore.
Il Gabinetto di Torino, sembra aver risposto con rifiuto all’invito di mettere la sua armata sul piede di pace, ed accettare la garanzia collettiva promessale. Tanto più questo rifiuto ci rincresce profondamente, in quanto che, se il Governo sardo avesse consentito a questo attestato di sentimenti pacifici che gli si era chiesto, noi l’avremmo accolto come un primo sintomo della sua intenzione di concorrere da parte sua al miglioramento delle relazioni sventuratamente cosi tese tra i due paesi da qualche anno. In questo caso, ci sarebbe stato permesso di dare col traslocamento delle milizie imperiali stanziate nel regno Lombardo-Veneto,una prova maggiore, che esse non sono state ivi raccolte per dai aggressivi contro la Sardegna. La nostra speranza, essendo stata delusa, l’Imperatore mio augusto padrone, si è degnato ordinarmi di tentare direttamente uno sforzo supremo per fare che il Governo di Sua Maestà sarda abbia a recedere dalla decisione nella quale sembra essersi impigliato. Tale è lo scopo di questa lettera.
Io ho l’onore di pregare di volerne prendere il contenuto nella più seria considerazione, e farmi sapere se il Governo reale consenta si o nò a mettere, senza indugio, la sua armata sul piede di pace, e licenziare i volontarii italiani. Il porgitore della presente, al quale vi compiacerete dare risposta, ha ordine tenersi all’uopo a sua disposizione per tre giorni. Elasso questo termine, se non riceva risposta, ovvero, se questa non fosse soddisfacente, la responsabilità delle gravi conseguenze che trascinerebbe questo rifiuto, ricadrebbe interamente sul Governo di Sua Maestà sarda. Dopo avere esauriti invano tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della pace, sulla quale l’Imperatore è nel diritto d’insistere, Sua Maestà dovrà, con suo grande rammarico, ricorrere alla forza delle armi per ottenerla.
Nella speranza, che il riscontro da me aspettato, sia conforme ai nostri voti, tendenti al mantenimento della pace, colgo questa occasione, signor Conte, per reiterarle le assicurazioni della più distinta considerazione.
BUOL
A questo ultimatum,trascorsi tre giorni dalla consegna fattane dagl’inviati austriaci, Cavour dava la seguente risposta:
Torino, 26 aprile 1859
Signor Conte,
Il Barone Kellersperg mi ha consegnato, ai 23 corrente, alle 5 e 1(2 di sera, la lettera che Vostra Eccellenza mi ha fatto l’onore di diriggermi, per dirmi, a nome del Governo imperiale, di rispondere con un si, o con un nò, all'invito fattoci di ridurre l’armata sul piè di pace, e di sciogliere i corpi formati di volontarii italiani; aggiungendo, che, se a capo di tre giorni V. E. non ricevesse risposta, o se questa non fosse soddisfacente all’intutto, S. M. l’Imperatore d’Austria era deciso ricorrere alle armi per imporci con la forza le misure che formano oggetto della sua comunicazione. — La questione del disarmamento della Sardegna, che costituisce il fondo della domanda, che V. E. mi dirigge, ha formato l’oggetto di numerose negoziazioni tra le grandi Potenze e il Governo di Sua Maestà. Queste negoziazioni mettono capo a una proposta formulata dall'Inghilterra, alla quale hanno aderito la Francia, la Prussia e la Russia. La Sardegna, con uno spirito di conciliazione, l’ha accettata senza riserva, né secondi fini. Poiché V. E. non può ignorare né la proposta d’Inghilterra, né la risposta della Sardegna; cosi io nulla saprei aggiungere per far conoscere le intenzioni del Governo del Re, in quanto alle difficoltà che si opponevano alla riunione del Congresso.
La condotta della Sardegna in questa circostanza è stata apprezzata dall’Europa. Quali che possano essere le conseguenze da derivarne, il Re, mio augusto Signore, è convinto che la responsabilità ne ricadrà su coloro che sono stati i primi ad armare, che han rifiutato le proposte formulate da una grande Potenza e riconosciute come giuste e ragionevoli dalle altre; e che intanto vi sostituiscono una minacciosa intimazione.
Colgo questa occasione per reiterarle, signor Conte, le assicuranze della mia più distinta considerazione.
CAVOUR (170).
Alla risposta del Ministro sardo, troviamo un opportuno corollario nel secondo volume delle Lettere edite ed inedite di Cavour raccolte dal Chialla, ed è buono per la storia di qui recarlo.
Sotto la data di Parigi 12 aprile 1856, vale a dire durante il Congresso di Parigi per la pace, e tre anni prima che l’Austria mandasse il suo Ultimatum al turbolento Piemonte, il ministro Cavour scriveva al collega Rattazzi: e dopo di aver detto del favore incontrato presso Lord Clarendon a pro della rivoluzione italiana, e del disegno, fin d’allora stabilito, di far guerra all'Austria cogli aiuti stranieri di Francia e d’Inghilterra, proseguiva così:
«... Come però si tratta di questione di vita o di morte, è necessario di camminare molto cauti; egli è perciò che credo opportuno di andare a Londra a parlare con Palmerston e gli altri capi del Governo. Se questi dividono il modo di vedere di Clarendon, bisogna prepararci quietamente, fare l’imprestito di 30 milioni, e, al ritorno di La Marmora (era tuttora in Crimea) dare all'Austria un Ultimatum CH’ESSA NON POSSA ACCETTARE,e cominciare la guerra (171).»— Che ne dice il lettore? — Ma continuiamo la nostra narrazione.
Il convoglio che recava gl'inviati imperiali austriaci doveva giungere a Torino all'una e tre quarti; ma tardò fino alle tre a cagione dei molti materiali da guerra che doveva trasportare dalle stazioni più vicine ai confini; dalle quali furono puranco ritirate le macchine ed i carri. Intanto con decreto reale del dì seguente, 24 aprile, furono chiusi i corsi universitarii in terra ferma; le Camere furono sospese fino a nuovo ordine: mentre un avviso del sindaco di Torino invitava i proprietarii di muli e di cavalli a venderli al Governo. Nel medesimo tempo le milizie partivano da tutte le direzioni verso i confini, e sulle ore otto della mattina del 26 stavano a vista del porto di Genova le navi francesi, che recavano le milizie da sbarco dell'Imperatore Napoleone.
Mentre queste cose avvenivano in Piemonte, l’Inghilterra era in piena crisi ministeriale, e il framassone Palmerston riafferrava il potere, in quello che lo sbarco del famoso Poerio e dei suoi compagni emigrati napolitani era sfruttato dai settari inglesi, per eccitare la pubblica opinione contro il Re di Napoli (172). Palmerston, Russel, Gladstone e gli altri uomini politici di simile risma prodigavano soccorsi e onori a quei martiri di nuovo genere, e il giornalismo inglese schiamazzava allegramente contro la barbarie del Governo napolitano, che, mentre scoppiava la guerra con l’Austria, veniva designato all’odio del cosidetto mondo civilizzalo. Ma è da dire della fine del Congresso.
Egli è certo, ed era evidente per chiunque avesse due occhi infronte, che in tutto questo tramestio di uomini e di cose il provocatore era il Piemonte; ma era necessario far credere invece ilprovocatore fosse l’Austria! Quindi la proposta del Congresso giungeva opportuna per cambiare, come suol dirsi, le carte in mano alla pubblica opinione, e farle comparire nero quel che era bianco, e bianco quel che era nero. Se l’Austria accettava il Congresso doveva accettarne alla sua volta le condizioni e i risultati; se non lo accettava ne sarebbe uscita la guerra, guerra causata perciò dall'Austria, contro la quale si sarebbe gridata la croce dai settarii tutti del nuovo e vecchio mondo: in quello che essa, avversata dalla Russia, abbandonata dalla Prussia, avrebbe avuto contro, insieme col Piemonte, gli eserciti francesi, e tutto il peso dell’oro e della influenza inglese con tutta la potenza occulta della framassoneria. Quindi è che, mentre il Piemonte spingeva le sue milizie al confine, e l’esercito e la flotta francese apparivano l’uno sulle Alpi e l’altra innanzi a Genova, il Moniteur faceva sapere come le Potenze, accettato il Congresso proposto dalla Russia, fossero convenute. ne’ punti proposti dall’Inghilterra, da noi recati nel capo IV di questo libro.
Stupenda cosa e comodissima dei governi parlamentari alla moderna, specialmente dell’inglese, è quella di essere oggi alleato ed amico di un Governo del quale domani si troverà divenuto avverso e nemico, secondo che l’interesse proprio, o piuttosto quello della setta anticristiana esiga così.
Lord Malmesbury, primo Segretario di Stato del Ministero conservatore, nella famosa tornata della Camera dei Lords degli 8 di aprile, disse, che «l’Austria possedeva i suoi territorii coi medesimi diritti coi quali l’Inghilterra possiede i suoi; che l’Inghilterra avrebbe sempre difesi i trattati del 1815, e non vedeva punto per qual filo di raziocinii il capo del Governo francese fosse stato condotto a persuadersi di dover intervenire nelle lotte di altri popoli. L’Inghilterra non aiuterà mai l'Austria contro i proprii sudditi; ma non intende perché la Francia, potenza forestiera, voglia entrare in questo litigio.»E poco prima aveva detto: «Riguardo all’Austria i sentimenti del popolo inglese sono stati sempre quelli di antichissimi alleati.»AI quale discorso aggiungeva Lord Clarendon, affermando: «Le cose essere troppo innanzi, e niuna delle due parti avere fiducia nell’altra; sicché neanche avere fiducia nel Congresso; e perciò niuno voler disarmare. «Opponendosi poi alla modificazione dei trattati: «L’Unità Italiana, disse, è un’utopia.»Ma s’ingannò a partito quando aggiunse, che il detestabile partito del Mazzini è spento. — Era invece quello che spingeva e menava tutto, mostrando l’elsa del pugnale ai ricalcitranti. E l’istesso Cavour, che, dopo di essersene servito, ora lo comprimeva, spingeva innanzi la rivoluzione legale per paura della illegale.
Lord Derby poi, dopo notato come tutti i partiti d’Inghilterra fossero d’accordo nel voler salvi i trattati del 1815, disse a chiare note, che «la Russia colla sua proposta di Congresso aveva impacciato l’Inghilterra e imbrogliate le cose»; che «la soluzione sarebbe uscita più presto e meglio dalla missione di LordCowley.»E, accusata la Russia, passava ad accusare la Sardegna.
Il Ministro D’Isdraeli aveva detto dal canto suo nella Camera dei Comuni: «se le acque dell'Adriatico venissero turbate, la loro agitazione si sarebbe intesa sul Reno, e l’Inghilterra sarebbe stata forzata a sguainare la spada, non solo per motivi di civiltà, ma anche d’interesse.»
Lord Palmerston rispose, dicendo tutto il contrario. — Scusò Palmerston la Russia, e accusò il Gabinetto inglese di non aver data alla contado, n missione del Cowley quel carattere ufficiale che avrebbe impedito la controproposta russa. Censurò poi la proposta del disarmamento; assicurò che l’Italia era quieta, che la Sardegna aveva ragione di voler intervenire al Congresso, che niun timore vi era di una guerra generale: insomma disse tutto il rovescio di quello che avevan detto i Ministri, che stava per scavalcare. — Gladstone e Russell dissero le stesse cose, accusando i Ministri di parzialità per l’Austria. — Il fatto si è che il giorno dopo il Parlamento fu prorogato fino al 5 di maggio, e il 23 di aprile fu disciolto, per lo appunto il giorno in cui il Parlamento sardo dava pieni poteri al Governo, gl’inviati austriaci portavano a Torino l'Ultimatum del Governo imperiale, stanco di quella sconcia commedia, e le armate francesi scendevano in Italia. Il 25 furono convocati in Inghilterra i collegi elettorali e nei giorni successivi ebbero luogo le nuove elezioni.
Lord Derby aveva detto come l’Inghilterra avesse fatto una nuova proposta, che, se non riusciva, sarebbesi ritirata dalle pratiche. La proposta, allora ignota, si conobbe poi per mezzo del Moniteur, e consisteva, siccome dicemmo, nel disarmamento simultaneo prima del Congresso; il quale disarmamento doveva regolarsi da una commissione militare e civile indipendente dal Congresso stesso, nella quale avrebbe avuto luogo un Commissario sardo. Appena raunata la giunta e cominciati i lavori, il Congresso si sarebbe raccolto a discutere le questioni politiche. I rappresentanti degli Stati italiani sarebbero stati invitati al Congresso, come in quello di Laybach nel 1821. A queste proposte inglesi acconsentirono o parvero acconsentire Francia, Russia e Prussia; non la Sardegna che faceva intanto muovere le sue milizie verso il confine, e dava i pieni poteri al Governo; non l’Austria che dalle ostilità sempre più aperte del Piemonte, dall'accordo suo palese colla Francia, dal tentennamento del Gabinetto inglese, e dalla indifferenza calcolata della Russia, scorgeva inutili, se non disastrosi, gli effetti del Congresso per sé e per gli altri Stati amici d’Italia. Preferì fare una comunicazione diretta per ottenerne il disarmamento. E questo volevano i cospiratori dei governi d'Europa.
Mentre ognuno aveva fino allora riconosciuto più o meno esplicitamente la provocazione evidente del Piemonte, dopo l’Ultimatum dell’Austria, tutti si scagliarono contro il giovane Imperatore Francesco Giuseppe, quasiché egli e il suo Governo fossero stati essi i provocatori. Quindi l’istesso Moniteur del 22 di aprile, il giorno innanzi che ('Ultimatum austriaco giungesse a Torino, annunziava come l’Imperatore Napoleone avesse ordinato una concentrazione di parecchie divisioni sui confini del Piemonte. Il giorno dopo poi, 23 aprile, mentre gl’inviati austriaci giungevano a Torino, e prima ancora che la Nota austriaca fosse presentata a Cavour, il Moniteur annunziava l’invio della Nota stessa, dicendone il contenuto, e conchiudeva: L’Inghilterra e la Russia, e poco dopo anche la Prussia, non esitarono a protestare contro la condotta dell'Austria in tale circostanza. Il Moniteur aggiungeva a questa Nota la notizia che l’Imperatore aveva ripartito il comando delle sue milizie, dando quello dell’esercito di Parigi al Maresciallo Magnan; dell’altro di osservazione a Nancy al Maresciallo Pellisier; al Maresciallo Castellane quello di Lione; al Baraguay d’Hilliers quello del 1°. corpo d’esercito delle Alpi; al Mac-Mahon del 2°. corpo; al Canrobert del 3.; al Niel del 4°; il famoso Principe Napoleone aveva il comando di un corpo separato. Il Maresciallo Randon era nominato maggiore generale dell’esercito delle Alpi.
Intanto la Gazzetta Ufficiale di Vienna, il giorno 22 di aprile pubblicava anch’essa una Nota, od articolo concepito cosi:
«Desiderando sinceramente S. M. l’Imperatore di conservare, se è possibile, la pace al mondo, e di mostrare come l’Austria in un caso di guerra non abbia alcuna responsabilità, fu fatto, per la conservazione della pace, un tentativo estremo e direttamente presso la Corte di Sardegna. Osteggiandosi da lunghi anni i diritti dell’Austria, — e recentemente anche in modo aperto, — ed essendo l’assetto di guerra della Sardegna una permanente minaccia di attacco, l’unico mezzo per il Piemonte onde persuadere il mondo non aver esso in mente guerra e rivolgimenti, si è di deporre le armi, che egli potrebbe usare soltanto in atti d’incalcolabile temerità contro le basi dell’ordine legale, contro il vero bene d’Italia, contro la prosperità d’Europa. Una Nota del conte Buol al conte Cavour domanda incalzantemente il disarmo, con un’ultima conciliante, ma seria e grave ammonizione. Questo passo del conte Buol è appoggiato dalle rimostranze di altre Potenze, ponendosi la Sardegna sul piede di pace, impegna l’Austria la sua parola per assicurarla contro qualunque attacco. D’altronde il Governo imperiale non si ritrae dalla primiera proposta del generale ritorno al piede di pace; ma non intende però di subordinare alle trattazioni in proposito le dirette pratiche col Piemonte. A questa comunicazione possa quanto prima seguirne un’altra che sia amichevole, e soddisfaccia gli amici di una pace onorevole, e la tranquilla coscienza dell’Austria. Del resto, nel magnanimo Monarca e nei fedeli suoi popoli non verrà mai meno la fiducia nel diritto e il coraggio.»
Così mentre la Gazzetta Ufficiale di Vienna affermava: Questo passo (cioè Ultimatum alla Sardegna) è appoggiato dalle rimostranze di altre Potenze, il Moniteur francese dell’istesso giorno, circa l’istesso Ultimatum, affermava: L’Inghilterra, la Russia ed anche la Prussia no i esitarono a protestare contro la condotta dell'Austria. Evidentemente vi era una mano occulta, uno spirito maligno, che mentre sembrava adoperarsi per il Congresso, spingeva l’Austria a separarsi dal medesimo, ed a chiamare su di sé, contro la evidenza dei fatti, quella responsabilità che era tutta intera del Piemonte, dal quale da tanti anni e cosi perseverantemente veniva ogni provocazione e uno stato di cose impossibile a più durare. — Dal celebre Memorandum dell'illustre conte della Margherita, ora purtroppo messo in oblio, trarremo tra poco le prove palpabili di quanto asseriamo. —
Contemporaneamente la Gazzetta Prussiana annunziava, che la Prussia, mentre si adoperava a pro della pace come grande Potenza, non aveva dimenticato i suoi doveri di Potenza tedesca: e, come tale, aveva già presi i necessari provvedimenti in ordine alla imminente guerra. Il Governo prussiano poi credeva essere giunto il momento di proporre alla Confederazione Germanica un provvedimento generale, e intanto aveva posto in piede di guerra tre corpi di esercito; ciò non avrebbe impedito che la Prussia restasse, come restò di fatto, neutrale, aspettando che la Confederazione stessa venisse assalita, (il che la setta cosmopolita, che guidava la grande congiura, si sarebbe ben guardata di fare).
Mentre scrivevamo il precedente capo, ci avveniva di scorrere i due volumi del Barone di Bazancourt sulla guerra d’Italia; ne togliamo una pagina a maggiore dichiarazione di quel che narriamo.
—Fin dal 1848 in un dispaccio all’Ambasciatore d’Inghilterra a Vienna Lord Palmerston scriveva: «Per quanto disposte sieno le potenze alleate ed amiche dell’Austria a recarle soccorso, qualora fosse minacciata la sua esistenza propria e legittima in Germania, rispetto alle sue pretenzioni d’impero sugl’Italiani, v’ha un sentimento si universale delle medesime, che potrebbe benissimo indurre a lasciarla quasi insoccorsa nel caso di una guerra come quella accennata.»
Tale pensiero, nobilmente espresso nel dispaccio del ministro inglese, scrive il Bazancourt (173), era quello di tutti, appoggiato a questo dritto divino: l'Indipendenza delle nazionalità! — Sarebbe stato bene che il Bazancourt ci avesse detto dove aveva trovato questo nuovo genere di dritto divino. — Quindi egli ci dice, che «l’Austria, scossa (nel 1848) dal generale sollevamento fomentato dalla ribellione fino nelle sue intime parti (anchel’Ungheria e la stessa Vienna erano in fiamme per opera della framassoneria), e temendo chele conseguenze non le divenissero crudelmente fatali, fece intendere parole di pace: propose l’indipendenza per la Lombardia e un governo separato per la Venezia, riservandosi il dominio diretto.» Dal che il Bazancourt deduce, che «a quest’epoca essa stessa (l’Austria) riconosceva, che gli articoli del trattato del 1815, ai quali appoggiava la sua potenza in Lombardia, potevano e dovevano essere modificati.»
L’Austria nel 1848 aveva a combattere ad un tempo tre grandi rivoluzioni: in Italia, in Ungheria e in Vienna; qual meraviglia che, posta a tali strette, cedesse il meno per conservare il più? Ma lo storico cade in un grossolano errore quando afferma, che appoggiasse l’Austria agli articoli del trattato del 1815 la sua potenza in Lombardia: mentre tutti sanno che parecchi secoli prima di quel trattato la teneva in legittimo possesso. — Quando non si serve la causa della verità, facilmente si cade nell’errore. —
«Milano, soggiunge lo storico, ebbe il gran torto di ricusare quelle offerte;… e la giornata di Novara sciolse la questione sul campo di battaglia.»— Il valoroso esercito piemontese, preparato da tanti anni con tante cure e tanti sacrifizii, fu sconfitto, e il re Carlo Alberto, suo duce, ne perdette il trono, e poco stante anche la vita.
L’incendio fu spento all’ora; ma, alimentato dalle società massoniche, seguitò ad ardere sotto la cenere, finché Inghilterra e Francia, accettando il concorso delle armi italiane (ossia sarde) in Crimea, si poneva tacitamente in campo la questione italiana, e col sangue versato sui campi di battaglia si assodava un’alleanza.... La Sardegna era ammessa al Congresso di Parigi nel 1856, e i plenipotenziarii del re Vittorio Emanuele andavano ad assidersi a lato di quelle due prime potenze d’Europa. Così il Bazancourt; il quale, mentre dice come il conte di Cavour si erigesse in patrono della così detta indipendenza d’Italia, tace poi intorno alla solenne lezione datagli in pieno Congresso dal Barone Hübner,plenipotenziario austriaco (174).
«D’allora in poi, segue a dire, la diplomazia procurò continuamente una soluzione a questo stato di cose divenuto un incessante motivo di proteste e di agitazione; ma la diplomazia è spesso impotente contro i sotterfugi, le lentezze, le dilazioni. — Specialmente quando una setta malvagia, sostenuta da potentati apostati dalla loro missione, si oppone al verace progresso e al riposo dei poveri popoli. —
«Per ciò dal 1856 al 1857, sono sempre parole del Bazancourt, non si migliorò minimamente la sorte di quel regno tolto alla propria nazionalità.» — Che non dovrebbe dirsi di Avignone e del Contado venosino tolti al Papa, della Corsica, di Malta, e di cento altre simili annessioni? Se l'Austria fosse stata una potenza rivoluzionaria e settaria qual buon giuoco non avrebbe avuto contro i suoi nemici! — «L’Austria all’opposto, prosegue il Bazancourt, sentendo svilupparsi il fermento rivoluzionario, aggravò ancor più il rigore (avrebbe detto più vero la «vigilanza») della sua autorità su quelle provincie che tendevano a sottrarsene. Questo era il suo dritto, ed è giustizia il dirlo, essa non. poteva agire diversamente.
«Il 10 gennaio, giorno in cui si aprirono le Camere del Piemonte, il discorso del Re di Sardegna ridestò le inquietudini per un momento calmate, e presentò sotto un aspetto seriamente minaccioso quella questione che tanto preoccupava tutti i gabinetti di Europa. Qui il Bazancourt reca per intero il brano del discorso di Vittorio Emanuele più sopra accennato; riportiamolo ancora noi per la storia:
«L’orizzonte del nuovo anno, diceva Vittorio Emanuele, non è perfettamente sereno. Nondimeno voi attenderete coll'usata sollecitudine ai lavori parlamentari. Forti dell'esperienza del passato, andiamo risolutamente incontro alle eventualità dell’avvenire. Questo avvenire sarà prospero, perché la nostra politica è appoggiata alla giustizia (?!), all’onore della libertà e della patria. Il nostro paese, piccolo pel suo territorio, accrebbe la sua riputazione nei consigli d’Europa, perché grande per le idee che rappresenta e per le simpatie che ispira. Tale situazione non è immune da pericoli. Imperocché, se da un lato rispettiamo (??) i trattati, dall’altro non siamo insensibili alle grida di dolore che da tante parti dell’Italia si elevano verso di noi. Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon dritto (?!), attendiamo con prudenza e fermezza i decreti della divina Provvidenza.»
Da quest’istante, prosegue il Bazancourt, cominciano le gravi difficoltà, che provocarono una dichiarazione di guerra arrischiata per l’Austria per la gloria delle sue armi e per la sua giusta preponderanza, come potenza militare negli Stati Europei. Prima di entrare in questo nuovo ed ultimo stadio della quistione italiana, facciamo qualche parola sulla posizione in cui si trovava il Governo austriaco.
Nel 1849 la Russia recò all’Austria un potente soccorso nella guerra d’Ungheria, e non potea perdonarle le sue incertezze ed irresoluzioni durante la guerra della Crimea. Il Gabinetto di Pietroburgo riteneva che la memoria del 1849 dovesse determinare l’Austria, ed è evidente che un’attitudine ferma e decisiva per parte di questa potenza in favore della Russia sua alleata, avrebbe dato altri risultamenti alla guerra d’Oriente. L’Austria non potea dunque volgersi da questa parte, e le relazioni che, dopo ristabilita la pace, sussistevano tra la Francia e la Russia, le facevano temere di trovare nella Russia stessa se non un nemico, almeno una fatale neutralità.
La Germania, quella possente Confederazione tedesca cui appartiene l’Imperatored’Austria, doveva essere il punto d’appoggio della sua resistenza. Ma la Germania poteva essa apertamente e ragionevolmente difendere le pretensioni dell’Austria allor quando questa reclamava con tanta forza i ducati di Holstein e di Sleswig? Poteva forse, senza essere tacciata d’inconseguenza, condannare l’Italia allorquando agiva sulla Danimarca in nome degli stessi diritti e degli stessi principii?
La Prussia, dal suo canto, ammettendo per base di una transazione conciliatrice tra le parti la conservazione della linea del Mincio, come difesa necessaria alla Germania, dava una prova tanto della sua giusta sollecitudine pegl’interessi germanici, quanto della sua simpatia per la causa italiana.
Intanto una circolare del conte di Cavour agli agenti diplomatici di S. M. sarda presso le corti straniere fu il primo documento pubblico, nota il Bazancourt, che spargesse qualche luce sulla situazione, involta dalla diplomazia nel più profondo silenzio. — Il presidente del Gabinetto sardo ricordava il Congresso di Parigi e le unanimi simpatie manifestatesi in favore dell’Italia.
«L’Italia allora sperò, diceva egli, e parve che gli animi si calmassero; ma le speranze, fatte nascere da quella manifestazione d'interesse per parte delle Potenze, a poco a poco svanirono. Lo stato d’Italia non si modificò, l’influenza preponderante esercitata dall’Austria fuori dei limiti stabiliti dai trattati e che costituì una costante minaccia (?!) per la Sardegna, si aumentò anzi che siasi diminuita. Altri Stati della penisola persistettero in un sistema di governo, il risultamento del quale non può essere che il malcontentamento di una popolazione e una provocazione al disordine.
«Quantunque i pericoli da cui era minacciata la Sardegna in causa di questo stato di cose fossero divenuti più gravi e più imminenti, la condotta del Governo del re è stata sempre dominata da uno spirito di convenienza e di riserva (!?), che tutti gli uomini di buona fede non potrebbero non riconoscere.
«Se il Governo di Sua Maestà respinse altamente le pretensioni dell’Austria, che voleva che fossero modificate le istituzioni del paese, esso non assunse un’attitudine ostile a suo riguardo, allorquando il Gabinetto di Vienna ritenne di dover cogliere un pretesto, giudicato futile da quasi tutti gli uomini di Stato europei, per rompere affatto le sue relazioni diplomatiche con la Sardegna.
«La Sardegna si limitò a far presenti di tempo in tempo ai Governi, coi quali stava in amichevoli relazioni, le tristi previsioni che i fatti ogni giorno verificavano e a richiamare la loro sollecitudine sulle condizioni della Penisola.»
Il conte di Cavour enumerava qui gli atti, secondo lui, ostili e minacciosi dell’Austria, e le misure militari che prendeva. E seguitava.
«Queste misure straordinarie, inducono il Governo del Re, senza uscire dalla sua riserva, a premunirsi contro un pericolo che può divenire imminente...
«Ma il caso più grave, diceva il Ministro, si è che la Austria ha concentrato sulle nostre frontiere forze rilevanti; ha riunito tra l’Adda e il Ticino, e specialmente tra Cremona, Piacenza e Pavia, un vero corpo d'operazione, che certamente non può essere destinato a tenere in soggezione questa città di una importanza affatto secondaria.
«Per alcuni giorni la sponda sinistra del Ticino presentò l’aspetto di un paese in cui è per ¡scoppiare la guerra.
«I villaggi sono stati occupati da corpi staccati, dovunque si prepararono alloggiamenti e si presero misure per formar magazzini. Sono state collocate vedette Ano sul ponte di Buffalora, che segna il confine dei due paesi.»
Contemporaneamente il Ministro sardo chiamava in Piemonte le guarnigioni stabilite in Sardegna e al di là delle Alpi; mentre chiedeva alle Camere la facoltà di contrarre un nuovo prestito: cose tutte da noi narrate.
«Abbiamo udito la voce della Sardegna, prosegue a dire il citato storico, udiamo ora quella dell’Austria da un dispaccio confidenziale del conte Buol ai rappresentanti dell'Austria presso le corti confederate.»
«Dopo di aver riconosciuta la gravità della situazione e la inquietudine che pesava sull’Europa, il Ministro austriaco ricordava come la Germania avesse dichiarato, che una violazione del diritto europeo, la quale minacciasse una potenza tedesca, anche nei suoi territori non tedeschi, farebbe si che tutti i confederati si riunirebbero intorno a questa Potenza per mantenere la pace, egli esalta la moderazione del suo Governo e il suo amore per la pace. — Ma, soggiunge il conte Buoi, non possiamo dissimulare, che fino a tanto che la politica della Sardegna conserverà il suo carattere attuale di ostilità contro i trattati, e fino a tanto che essa farà assegnamento sulla rivoluzione e sulla guerra, la guerra si presenterà come una conseguenza possibile della nostra ferma risoluzione di difendere contro ogni attacco i dritti che i trattati danno all'Austria in Italia. Continua ribattendo le imputazioni pubblicamente dirette contro l’Austria dal Gabinetto di Torino, ed aggiunge:
«Il Governo sardo protesta contro l’Influenza preponderante che, a suo avviso, l’Austria esercita in Italia oltre i limiti ad essa assegnati dai trattati e che costituisce una costante minaccia contro la Sardegna. Esaminiamo questa strana accusa.
«Sta nella natura delle cose che grandi corpi politici debbono sempre esercitare una tal quale influenza sugli Stati loro vicini. Ciò che importa all’interesse generale si è, che tale influenza non venga mai usurpata, e che non venga esercitata a danno dell’indipendenza di un altro Stato.
«L’Austria fu più di una volta al caso di porgere una mano soccorrevole a governi italiani rovesciati dàlia rivoluzione. Questi soccorsi non vennero mai imposti ad alcuno, anzi non furono accordati che dietro sollecitazione dei poteri legittimi, con pieno disinteresse, nella vista dell'ordine, della pace e della tranquillità pubblica. Le nostre milizie si ritirarono tostoché l’autorità legittima si trovò assicurata in modo di poter fare a meno della loro assistenza.
Spiegando poi e difendendo lo scopo dei detti trattati soggiunge:
«Cosa v’ha di più inoffensivo, di più inattaccabile, sotto l’aspetto del diritto delle genti, di più conforme all’interesse universale per la conservazione dell'ordine e della pace, che trattati d’alleanza, conchiusi tra Stati indipendenti pel solo interesse di una legittima difesa, che impongono alle parti contraenti obblighi reciproci, e che non ledono minimamente i diritti delle terze Potenze? Ma se questi trattati non sono in alcun modo in opposizione ai principii del diritto pubblico, riconosciamo che non favoriscono l’azione e le mire ambiziose di un Governo, il quale, non pago di essere perfettamente padrone in casa propria, si fa l’organo privilegiato dei pretesi dolori d’Italia e si attribuisce la missione, altamente negata dagli altri Sovrani italiani, di parlare in nome di tutta la Penisola. Il conte Cavour, accordando pienamente, per l’interesse del disordine, il diritto di fare appello a soccorsi stranieri, lo contende ai governi legittimi, i quali peraltro hanno la missione di vegliare all’ordine pubblico e di garantire la sicurezza dei loro sudditi pacifici. E tali strani principii vengono proclamati dal Gabinetto di Torino nel momento in cui lascia accreditarsi l’opinione, che esso può fare assegnamento, in favore dei suoi principii aggressivi, sull’appoggio di una grande potenza limitrofa.»
«Le potenze mediatrici, nota qui il Bazancourt, conobbero ch’era giunto il momento di intervenire se volevano evitare i disastri di una guerra che poteva sconcertare, forse per lungo tempo, l’equilibrio delle nazioni europee.
L’Inghilterra in ispezialtà era in una favorevole posizione. Essa da un lato, non celava le sue simpatie per la causa italiana; ma respingeva? energicamente la guerra.
«Da tale posizione nacque la missione di Lord Cowley.
«L’ambasciatore di Londra a Parigi tenne frequenti conferenze col conte Walewski, ministro degli affari esteri, e trovò la Francia desiderosa di pace e prontissima ad accedere a condizioni compatibili collo stato doloroso (!?) d’Italia e colla giusta protezione dovuta ad una nazione alleata.
Lord Cowley partì per Vienna senza istruzioni officiali per parte del suo governo.
Egli aveva la missione d'indagare le intenzioni dell’Austria e di vedere quanto utili potessero tornare i buoni officiidell’Inghilterra per la conservazione della pace generale.
«I punti sui quali doveva versare la negoziazione del diplomatico inglese erano:
1.Evacuazione dagli Stati romani per parte delle milizie austriache e francesi.
2.Rinunzia ai trattati stipulati dall’Austria, in seguito al trattato del 1815, coi Principi italiani ed all'occupazione delle città della Toscana, del ducato di Modena, i quali nei trattati del 1815 non sono indicati come quelli che devono ricevere guarnigioni.
3.Obbligo per parte dell’Austria di non intervenire per qualsivoglia caso, neppure dietro istanza di quei Principi, nei lort Stati.
4.Obbligo per parte delle Potenze europee di preparare le riforme desiderate (?ì) dai popoli italiani.
«Lord Cowley, in intima relazione co’ più eminenti uomini di Stato dell’Austria, fu bene accolto alla corte di Vienna, e nutriva grandi speranze di conciliazione; ma ben presto queste speranze svanirono in presenza della realtà.
«Ammettendo l’Austria, egli diceva, che le potenze arrivassero ad intendersi sulle domandate concessioni, queste concessioni forse le assicurerebbero in avvenire il tranquillo possedimento dei suoi Stati italiani, evitando i possibili sconvolgimenti.» x
«Intanto il Ministro piemontese, sono sempre parole dello storico di Napoleone III, non cessava dal determinare la quistione onde impedire all’Imperatore d’Austria di appoggiarsiai trattati del 1815, ch’essaa suo vantaggio avea trasandati da molto tempo, stringendo con mano grave la parte liberale d’Italia sottratta alla sua dominazione.
«La libertà in Piemonte, diceva Cavour, è dunque — e noi lo riconosciamo, — un pericolo ed una minaccia per l'Austria. Per evitarli, essa non ha che due partiti da prendere: distruggere il regime liberale in Sardegna, od estendere la sua dominazione in tutta l’Italia, onde impedire che il contaggio non possa comunicarsi agli Stati della penisola che non hanno bastanti forze a loro disposizione per comprimere i voti delle popolazioni (ossia le mene dei seltarii). Essa si attenne a questo secondo partito, aspettando di pervenire più tardi, per una via obliqua al conseguimento del primo degli indicati mezzi.
«L’Austria finora coi suoi trattati particolari con Parma, Modena e Toscana, coll’occupazione indefinita della Romagna, che, per confessione della stessa corte di Vienna e di Roma, non è vicina a cessare, (?!) colle fortificazioni considerevoli che vi fece costruire, riuscì a rendersi reale padrona degli Stati dell’Italia centrale ed a circondare il Piemonte con un cerchio di ferro.
«Contro un tale stato di cose, non giustificato minimamente dai trattati di Vienna, la Sardegna non cessa dal protestare da molti anni reclamando l’intervento e l’appoggio delle grandi Potenze firmatarie di quei trattati.
«Questo stato di cose, che da lungo tempo costituisce una minaccia ed un pericolo per la Sardegna, (non era dunque più un pericolo e una minaccia per l'Ausi ri al) recentemente reso più grave dagli armamenti straordinarii e dagli altri atti aggressivi dell’Austria, costrinse il Governo del Re a prendere misure difensive ed a chiamare i contingenti sotto le armi.
«Cessi questo stato; la dominazione austriaca in Italia rientri nei limiti ad essa assegnati da stipulazioni formali, l’Austria disarmi, eia Sardegna, benché deplori la misera sorte (da essa stessa creata) delle popolazioni dell’altra sponda del Ticino, limiterà i suoi sforzi, come l’Inghilterra tante volte la consigliò a fare, ad una propagandapacifica destinata ad illuminare sempre più (falsandola) l’opinione pubblica in Europa sulla quistione italiana ed a preparare così gli elementi per la sua futura soluzione.»
—In tal modo, osservai! Bazancourt, la piaga sanguinolenta s’inaspriva sempre più. — E conchiude:
«Ma mentre Lord Cowley era ancora a Vienna, senza aver trovato una soluzione ammissibile, il Governo francese e il Governo russo entravano in una comunicazione diretta; e la Russia, col consenso della Francia, appoggiandosi al Congresso di Parigi, domandava una nuova riunione delle cinque grandi Potenze di Europa (il Congresso) onde terminare pacificamente questo litigio. E di fatto, nel 1856 i plenipotenziarii riuniti a Parigi, nella seduta del 14 aprile avevano espresso il voto che gli Stati, tra i quali si elevasse una grave dissensione, accettassero la mediazione di una potenza amica prima di ricorrere alle armi.»— Fin qui lo storico imperiale.
Recheremo ora un po’ di documenti, togliendoli in grande parte da Nicomede Bianchi e da Massimo d’Azeglio come fonti le meno sospette, dando però loro quell’ordine che ci è parso migliore. Ma prima, a mò di nota un cenno dei trattati austro-italiani, dei quali è cosi spesso parola in questo litigio.
Era evidente, scrive la Civiltà Cattolica (Anno X. Vol. II. Serie quarta,) che la vera cagione, o vogliam dire pretesto, del dissidio tra Austria e Francia ha da riporsi nei trattati austro-italiani. Sopra i quali trattati si poterono leggere in questi giorni, riportati in moltissimi giornali, alcuni rilevantissimi articoli della Gaietta ufficiale di Vienna dell’8 marzo 1859. Volendone dare almeno un cenno, diremo che in essi si comincia col dire, che la cosi detta quistione italiana parve sulle prime restringersi allo sgombero dello Stato Pontificio. Ma, dice la Gaietta di Vienna, l’antica e provata saggezza della Sede Romana ha posto ben presto fine al tentativo di mescolare la rivoluzione con una questione pratica, e dichiarò che desiderava il ritiro delle truppe austriache e francesi. Quell atto dovea essere aspettato dall’elevato carattere del Santo Padre, dal suo amore per la pace, e dalla sua fiducia irremovibile nella protezione della divina Provvidenza. Quindi bisognò trovare altro pretesto per dar luogo alla questione italiana. E il pretesto furono i trattati austro-italiani. Di questi uno fu stipulato il 1 luglio 1815 colla Toscana; un altro il 12 luglio dello stesso anno col Re di Napoli; un terzo fu sottoscritto il 24 dicembre 1847 con Modena, e poco dopo ne fu contratto un quarto con Parma. Oltre questi trattati, vi ha il diritto, dato all’Austria dal Congresso di Vienna, di tener guarnigione in Ferrara e Comacchio. Per altro trattato del 10 giugno 1817, l'Austria ha pure diritto di guarnigione in Piacenza.
Di tutti questi trattati il primo fondamento giuridico ò il diritto che ha ogni Stato di farne come e con chi crede.. Oltre quest'origine generale, i detti trattati ne hanno un altra speciale nel congresso di Vienna del 1815 che, regolando le relazioni di Stati e di territorii in Italia, diede all’Austria il dovere speciale di sostenerle e difenderle. In oltre sui troni di Toscana e di Modena siedono Arciduchi d’Austria, con diritto di riversibilità all’Austria in caso di estinzione dalle loro famiglie. Tra questi trattati però ve ne ha uno, il napoletano, che contiene un articolo addizionale, in forza del quale il Governo napoletano si obbliga a non mutare la forma di Governo. Que st,’articolo è antiquato, non fu mai invocato dall’Austria, e può essere facilmente rivocato. Ma tranne quest’articolo, l’Austria non intende cedere in quanto agli altri, che essa vorrebbe anzi conchiudere se non fossero conchiusi, perché ne ha il diritto e il dovere.
Ma perché si mena tanto romore contro di essi? La Gazzetta di Vienna prova lungamente che ciò si fa appunto perché, con essi in vigore, là rivoluzione non può trionfare in Italia. Senza essi la rivoluzione è fatta. «Fino a che l’Austria, dice a tal proposito la Gazzetta di Vienna, resta in Italia in quella sua posizione internazionale, alla politica della Sardegna non rimane altro destino che quello del ranocchio che gonfiasi fin che scoppi: e la propaganda ribelle dee restringere la sua voglia di rovesciare gli Stati al mestiere di delinquente comune, ad atti di assassinio contro singolari individui. »
Ciò posto, la detta Gaietta conchiude che, l’Austria non rinunzierà a quei trattati, specialmente in questi tempi, in cui essi sono più necessari. L'Austria ora difende il proprio diritto ed il proprio possesso in Italia. Chi pensa onoratamente di essa e di tutta la patria, chi si sente indegnato di tale pretensione ed intervenzione forestiera, chi si sente balzare il cuore per lo sdegno, chi vede il disegno di rapire ad una grandePotenza germanica un feudo dell’Impero posseduto da oltre 300 anni, e la chiave del cuore di quello Stato e dei paesi della Confederazione germanica, non esiterà per certo a sottoscrivere con tutti gli Austriaci tale risposta. Ma l'Austria in quei trattati, difende più che il semplice suo diritto e possesso; Essa difende il fondamento dell’indipendenza e della libertà della famiglia degli Stati d’Europa. Entra in lizza per la civiltà del mondo, che non è possibile senza quella pietra fondamentale del diritto delle genti. Intorno alla bandiera che piantiamo, è impossibile che rimaniamo soli, e, se anche ciò fosse, noi non l’abbandoneremo. Cosi la Gazzetta Ufficialedi Vienna.
E siccome il Times, in un suo articolo, credette parlare del movimento nazionale italiano, del quale, dice egli, è pure forza che l'Austria tenga conto; la stessa Gazzetta di Vienna risponde, che l’Austria non ignora ¡’importanza dei movimenti nazionali e sa il conto che bisogna farne. Ma aggiunge saviamente: non toccare al Times di darle in ciò alcuna lezione, appartenendo egli ad una nazione che non pare far gran caso dei moti nazionali, sia che essi si mostrino nell’India, sia che nelle Isole Jonie, sia che per tutt’altrove dove regna essa medesima. —
Ed eccoci ai documenti.
Turin, 18 mars 1859.
Je mande celte nuit au prince Napoléon que le Congrès produirait effet désastreux dans le Lombardo-Vcnitien, si la Sardaigne était exclue. Je serai entraîné ou forc e donner démission. Faites déclaration identique au comte Walewsky; dites à Nigra d'introduire, s’il est possible, dans la déclaration à faire d’après conseil de l’Empereur, les paroles acte aggresif, qui se trouvent dans le traité.
CAVOUR.
Turin, 20 mars 1859.
Veuillez dire à Nigra qu'il recevra demain une lettre pour l’Empereur, qu’il tâche de la présenter lu imême; qu’ il parle avec énergie â S. M.; qu’il lui dise que le comte Walcwskv a écrit au ministre de France do manière à nous décourager, ou bien à nous pousser à un acte désespéré.
CAVOUR.
Monsieur le Marquis,
Turin, le 22 mars 1859.
Le prince de La Tour d’Auvergne m’a annoncé hier, au nom du comte Walewsky, que la France avait donné son adhésion à la proposition que la Russie a faite d’ouvrir un Congrès pour traiter la question italienne.
Je ne dois pas vous dissimuler, monsieur le marquis, l’impression pénible que cette annonce a produit sur mon esprit. Je crains que par ce moyen on ne risque d’entrer dans un défilé dont il est peu aisé de prévoir l'issue, car ce serait une funeste illusion que de croire que l’Italie ait quelque chose à espérer d’un Congrès dans lequel l’Autriche n’apporterait pas un esprit conciliant. Or les faits les mieux constatés et toutes les notions les plus sûres ne paraissent pas de nature à justifier un tel espoir. D’autre part l’annonce d’une réunion diplomatique, faite sous des auspices aussi peu favorables, ne pourra à moins qu’exciter la défiance dans la péninsule, et détruire, peut-être, les espérances que l’attitude généreuse et le noble langage de l’Empereur ont fait naître.
L’ouverture d’un Congrès dans les circonstances actuelles ne saurait par conséquent avoir que des effets fâcheux: mais l’exclusion de la Sardaigne, si elle devait avoir lieu, serait désastreuse., Le Piémont a été admis à plaider la cause de l’Italie au sein d’un Congrès européen; maintenant que cette cause, qui a déjà été jugée par l'opinion publique, est soumise de nouveau aux délibérations des mêmes puissances, refuser au Piémont d’y prendre part, ce serait le faire déchoir du poste qu’il a conquis et lui enlever toute force morale. La France, dont la Sardaigne a été l’alliée la plus fidèle et la plus sincère, ne saurait le vouloir. Nous comptons en conséquence et avec une entière confiance sur le concours de l’Empereur pour qu’il soit fait droit à nos justes demandes.
La justice de ces demandes ne saurait être méconnue par les Gouvernements qui témoignent un intérêt sincère pour le sort de l’Italie, et qui désirent une solution des difficultés pendantes conforme aux vœux légitimes dos populations. Si cependant, malgré ces considérations et nos istances formelles, le Congrès devait avoir lieu sans l’intervention de la Sardaigne, c’est avec la plus douloureuse conviction que je dois déclarer que le Piémont, et avec lui les idées d'ordre et de modération qu'il représente (?!)grande partie de l’empire qu’elles exercent
dans la péninsule. Les esprits surexcités, voyant s’évanouir encore une fois les dernières lueurs d’un espoir qu’ils croyaient ne devoir plus être déçu, pourront être entraînés à la violence et à des actes de désespoir. Je vous charge, monsieur le marquis, d’insister auprès du Gouvernement français sur les funestes conséquences que l’exclusion de la Sardaigne aurait, soit dans notre pays, soit dans le reste de l’Italie, afin qu’il veuille les prendre en considération. En les mettant sous ses veux, le Gouvernement du roi remplit un devoir rigoureux; il aura ainsi signalé d’avance les dangers qui lui paraissent presqu’inévitables si on ne cherche pas à les conjurer en temps utile. Dans tous les cas, il aura décliné la responsabilité de ce qui pourrait arriver. Je vous prie, monsieur le marquis, de donner lecture et laisser copie de cette dépêche à S. E. le comte Walewsky.
Agréez, monsieur le ministre, etc.
C.CAVOUR.
Mon cher ami,
Paris, 29 mars 1859.
La question italienne a été aussi mal engagée que possible, par suite de fautes et de circostances malheureuses. Je t’expliquerai tout ce-là à Turin; en attendant voici mon impression:
La guerre inévitable.
Elle sera retardée de deux mois au moins.
Elle se fera sur le Rhin ainsi que sur le Pò.
Pour que la guerre ait un résultat heureux pour le Piémont et pour l’Italie, il faut se préparer à faire les plus grands efforts. Les Français, entraînés contre leur gré, ne nous pardonneront jamais si la plus grande partie du poids de l’entreprise tombe sur leur dos. Malheur à nous si nous triomphons uniquement au moyen des Français. Ce n’est qu’en nous battant mieux qu’eux, qu’en mettant sous les armes des forces supérieures aux. leurs, dans le cas de la guerre générale, que nous sauverons notre pays.
CAVOUR.
Eccellenza,
Napoli, 29 marzo 1859.
Vuole S. M. il Re che dall’Eccellenza Vostra sia immediatamente diretta la seguente segnalazione in cifra al commendatore De Martino in Roma:
«Portatevi il più presto possibile da Antonelli, e domandategli se positivamente i Governi italiani sono invitati ad inviare i loro rappresentanti alle Conferenze che vanno ad aprirsi, per dare il loro voto consultivo. Il Santo Padre vi invierà il suo o no? E a questa Conferenza chi si arroga un diritto che non ha sugli altri Governi indipendenti? Rispondetemi in cifra e per telegrafo».
Queste precise parole di S. M. da trasmettersi, mi sono recato a dovere di ripeterle, e colgo l’occasione, ecc.
GIOACCHINO FALCO.
Roma, 30 marzo 1859.
Il Cardinale non ha tuttora avuto invito d’inviare un rappresentante alla Conferenza. Lo prevede, ed è fermo a non accettare in verun caso. Va oggi a prendere gli ordini di S. S. per dirigere una circolare ai Nunzi, in cui sarà nettamente espressa questa determinazione. ,
Il Governo della Santa Sede non riconoscerà mai a questa Conferenza il diritto che si arroga. Mi terrà giornalmente informato di tutto, lusingandosi di poter agire in tale questione in perfetto accordo col Governo di S. M.
DE MARTINO.
Roma, 31 marzo 1859.
Il Congresso non sarà mai riconosciuto dal Santo Padre. Istruzioni ai Nunzi già spedite. Il Cardinale Antonelli è sicuro della stessa deliberazione per Modena; dubita per Toscana e Parma. Interessa influire sui loro Consigli.
DE MARTINO
Napoli, 30 marzo 1859. L’Austria ci ha comunicato d’aver consentito al Congresso; ma a condizione dell’esclusione del Piemonte, e con garanzia dei diritti degli altri Stati italiani. Ci ha inoltre l’ammissione, proposta da altre Potenze, di delegati di Stati italiani col solo voto consultivo. A ciò l'Austria si oppone per esser contro l’altrui indipendenza.
Chiede l’Austria il nostro parere su ciò. Noi rispondiamo che S. M. si confà pienamente alle giuste vedute dell’Austria, giacché verun diritto hanno altre potenze di chiamare alla sbarra Stati indipendenti. Dia subito questa notizia al Cardinale Antonelli.
CARAFA.
Eccellenza,
Firenze, 16 aprile 1859.
Il cavaliere Lenzoni, ripetendomi che la Toscana aveva deciso di farsi rappresentare ai Congresso da un semplice delegato, e che procurerà di fare quanto è possibile di mantenere la sua neutralità, soggiungevami che il Governo granducale gradirebbe moltissimo se potesse ottenere qualche dato generale sulla politica che il R. Governo seguirebbe in caso di guerra, essendo fuor di dubbio, aggiungeva, che i nostri interessi sono comuni malgrado la diversa posizione geografica, e che un accordo, se fosse possibile, potrebbe riuscire utile a tutti.
CAV. FORTUNATO.
Eccellenza,
(Riservatissimo) Roma, 30 marzo 1859.
Nella circolare ai Nunzi è espressa nettamente la determinazione del Governo della Santa Sede di non riconoscere in verun caso mai l’intervenzione di Governi stranieri nei fatti d’interna amministrazione di questo Stato. Secondo il Cardinale Antonelli, non vi ha transazione possibile su questo principio. La Santa Sede non scenderà mai, egli dice, a portare alla sbarra d’tin tribunale qualunque il sacro principio d’autorità accanto ed a contesa con l’elemento rivoluzionario. Mille volte meglio la guerra e tutte le sue aperte conseguenze. Il Cardinale ha profittato di questa occasione per assicurarmi ancora una volta di tutta la sua confidenza. Egli mi comunicherà giorno per giorno i rapporti che sarà per ricevere, e le determinazioni che prenderà in conseguenza.
La questiono attuale è della più alta importanza possibile, e di un interesse comune. I due Governi debbono agire di concerto e di perfetto accordo. È questa la speranza del Cardinale Antonelli,e mi ha incaricato di esprimerla a V. E.
DE MARTINO
Eccellenza,
(Riservatissimo) Roma, 1 aprile 1859.
Ieri sera a notte inoltrata Monsignor Berardi davami lettura di un dispaccio ricevuto dal Nunzio in data del 17 marzo da Parigi.
Monsignor Sacconi rende conto di due conversazioni avute coll’Imperatore e col conte Walewsky, nelle quali ha domandato ed ottenuto da S. M. I. un’udienza per intrattenerla a fondo della questione d’Italia.
Intanto aveva avuto l’agio d’esprimere all’Imperatore la dolorosa sorpresa provata all’annunzio della convocazione di un Congresso in cui S. S., nella sua doppia qualità di Principe indipendente e di Sommo Pontefice, parca, malgrado lui, chiamato per atti, che non rilevano che da lui, alla sbarra di un Tribunale, composto di duo Governi protestanti, uno scismatico e due cattolici, ma inimici tra loro. L’Imperatore avevagli risposto che egli non avrebbe mai smentita la confidenza accordatagli da S. S., che la di lui causa era e sarà sempre la sua, che la di lui dignità, i di lui interessi gli erano tanto a cuore quanto i suoi; che a questi erano principalmente rivolti tutti i suoi pensieri; che a conciliarli colla difficoltà della posizione tendevano oggi appunto le cure della sua diplomazia, e che sperava potergliene dare quanto prima la prova.
Il conte Walewsky in più larghe parole dava le stesse assicurazioni. Stretto dal Nunzio, esitava, come opinione personale, ad associarsi a tutte le sue osservazioni. — Se l’Austria, egli diceva, e gli Stati italiani ricusano accettare nel Congresso la stessa posizione, che i Paesi Bassi ed il Belgio nel Congresso di Londra, non è difficile che la Francia proponga la loro ammissione secondo il senso dell’art. 4°del protocollo segnato nell’anno 1818 in Aix-la-Chapelle. Ricevuta questa seconda proposizione, il Congresso procederebbe senz’altro innanzi, e, soggiungeva, il Piemonte non ricuserà certamente. —
Questo rapporto ha fatto una immensa impressione sull’animo di Monsignor Berardi, e sarà questa mattina l’oggetto, forse esclusivo, dell’udienza del Santo Padre e del Cardinale Antonelli.
Secondo lui, la posizione della Santa Sede è in questo punto difficilissima; dall’un canto le ragioni potentissime, incontestabili di mantenere le istruzioni già date ai Nunzi di ricusare a qualunque condizione l’intervenzione del Congresso in fatti d’interna amministrazione di questo Stato; dall’altro le seguenti osservazioni del Walewsky, che hanno pure il loro peso:
«IlCongresso, dice egli, non si arresterà certamente dal rifiuto della Santa Sede a menare a termine un’opera che può solo prevenire una guerra generale; d’altronde, in principio il Governo della Santa Sede, ha fin dal 1831 implicitamente ammessa questa intervenzione dell’Europa; nel 1849 l’ha sollecitata (di suo pieno libito, come sovrano indipendente), per lei è stato rimesso fin oggi il trono di S. Pietro, ed oggi stesso si può e si deve ragionevolmente prevedere che non appena cessata l’occupazione straniera, sorgeranno in questo Stato tali complicazioni (certamente, una volta che la cosi detta propaganda pacifica del Piemonte era licenziata dalle potenze a mettere sossopra gli altri Stati) da imporre al Santo Padre il dovere di ricorrervi novellamente. In quali condizioni lo farebbe dopo avere ricusata l’intervenzione delle grandi Potenze, e forse dopo che sarannosi queste in un Congresso pronunziate contro il suo Governo? Non è del suo vero interesse, se non altro, impedire o regolare una siffatta manifestazione in previdenza di un avvenire cosi probabile?»
Monsignor Berardi nel sottomettere di tutto un circostanziato e preciso rapporto a S. S. si propose implorare ordini positivi sulle istruzioni da inviare ai Nunzi per queste due eventualità:
1° Nel caso in cui i Governi italiani saranno invitati a far parte del Congresso con semplice voce consultiva.
2° Nel caso in cui lo fossero a condizioni uguali di tutte le altre Potenze.
Cercherò rivedere Monsignor Berardi prima della partenza della posta, e mi permetterò in questo stesso rapporto soggiungerle la decisione che sarà stata definitivamente adottata.
Sua Santità ha risoluto:
Ore 4 pom.
Mantenere le istruzioni già date ai Nunzi pel caso in cui i Governi italiani fossero invitati a far parte del Congresso con voce consultiva. È la sola proposizione che sembra adottata per ora, come lo prova il dispaccio telegrafico indirizzato da V. E.
Sulla seconda eventualità proposta da Monsignor Berardi, il Sommo Pontefice riserba il suo giudizio pel momento in cui potrà venire ancora adottato.
DE MARTINO.
Eccellenza,
(Riservato) Roma, 9 aprile 1859.
Non è arrivata veruna comunicazione officiale del famoso Congresso. Se giunge coll'invito di spedirvi dei plenipotenziari con voto consultivo, la risposta sarà nettamente negativa. Se i plenipotenziari dei Governi italiani saranno ammessi alle stesse condizioni degli altri, si prenderà avviso dalle circostanze del momento.
I dispacci dei Nunzi a Parigi ritornano su questa eventualità; e in certo modo, inspirati da Walewsky, non sono che una lunga plaidoirie in favore dell’intervenzione degli Stati italiani in quelle Conferenze, perché la questione di dignità fosse favorevolmente risoluta.
L’argomento che inette innanzi è sempre lo stesso, e non riguarda che Roma. —IlGoverno della Santa Sede ha in certo senso riconosciuto Ano dal 1831 le intervenzioni straniere in fatto d’interna amministrazione, le ha provocate nel 1849, per loro è stato rimesso in potere e mantenuto fin oggi, e domani potrà essere nel dovere di ricorrervi novellamente. Il Congresso, d’altra parte, intervenganvi o no gli Stati italiani, compirà l’opera sua. L’opinione non è oggi favorevole a noi. Se non si rischia, l’Europa si pronunzierà contro di noi, da ciò abbandonati a noi stessi. La rivoluzione trarrà dall'un canto elemento e sfogo, dall'altro in quali condizioni ci troveremo noi nel dovere di riappellarne all'Europa?—
Ma il Cardinale Antonelli non divide le apprensioni, oserei dire generali, per un movimento possibile in questi Stati, dopo che saranno evacuate le truppe straniere, e dopo che possibilmente una futura intervenzione verrà, come in Turchia, inceppata da un cosi detto accordo comune. Egli conta sulle forze del Governo, sul vero spirito della popolazione, e su altre misure che ha in mente, e che, dice egli, non è tempo ancora di enunciare. Ma si ingannasse pure nelle sue speranze, meglio mille volte, soggiunge, farsi sgozzare, che sgozzarsi colle proprie mani..
Egli non consiglierà in niun caso mai a S. S. di riconoscere l’intervento straniero in fatto d’interna amministrazione, ché, secondo lui, i mali che ne circondano, hanno per prima causa l’infausta intervenzione della diplomazia estera nel 1831, e l’attuazione, consigliata ad arte, di misure fatte per invalidare l'azionedell’Autorità e per commuovere le popolazioni, organizzando un principio di resistenza e di opposizione alle basi fondamentali di questo Governo.
In ogni caso, egli vuole, per comando espresso di S. S., agire sempre in questa questione d’accordo col Governo di S. M.; prega quindi V. E. tenerlo informato a tempo delle nostre risoluzioni.
I consigli della Francia sono, come sempre, vaghi ed indeterminati, e soggetti ad ogni sorta d’interpretazione. Quelli dell’Austria si limitano a caldeggiare la prima intera attuazione del Motu-Proprio di Portici. Le due condizioni che mancano, come V. E. sa, sono lo invio di Cardinali legati nelle Provincie e la nomina dei Consiglieri provinciali, devoluta agli elettori. Il Cardinale Antonelli risponde che, in quanto alla prima, il solo ostacolo era la presenza di milizia straniera, incompatibile coll'alta dignità di un Cardinalelegato del Sommo Pontefice; in quanto alla seconda, le ragioni che avevano motivato l'aggiornamento essere più che mai fortissime, e domandare se il conferire ai elettori la nomina dei Consiglieri provinciali non é, nelle circostanze attuali, il crearsi colle proprie mani tanti centri d’opposizione e di resistenza? E quali conseguenze dall'attuamento di questa istituzione debbonsi prevedere oggidì che l'Europa metto in certo modo a pari il principio dell’autorità e l’elemento rivoluzionario, ed in questione le basi fondamentali di questo Governo?
DE MARTINO.
Eccellenza,
(Riservatissimo} Roma, 23 aprile 1859.
Il Cardinale Antonelli mi ha confidato per V. E. l’avviso telegrafico che ha questa notte ricevuto da Vienna, cui non posso aggiungere motto di schiarimento (175). Sua Eminenza era tutta commossa da tanto annunzio, innanzi al quale è caduto naturalmente ogni discorso suite eventualità di Congresso e di negoziazioni diplomatiche.
DE MARTINO.
Eccellenza,
(Riservatissimo) Roma, 24 aprile 1859.
La Francia accetta la neutralità, e vuole ristretto il numero delle milizie austriache a soli 9muomini, come i suoi occupano Civitavecchia e Roma, quelli Ferrara, Ancona e Bologna. Sono queste le conseguenze della dichiarazione di neutralità entro i limiti prescritti dalle anteriori convenzioni. Se di queste condizioni una sola sillaba sarà dimenticata, ineseguita, ritenendo che il Governo di S. S. non avrà la forza di mantenere i suoi diritti, si dichiarerà sciolta da qualunque impegno, e libera di agire secondo le esigenze della sua posizione.
Basata la questione su questi termini, la prima grave considerazione che si presenta è questa: Nelle Romagne tutto è pronto per una sollevazione generale. In un paese apertamente ostile, (sarebbe stato pia vero dire apertamente agitato dai cospiratori) l’effettivo cosi ristretto della occupazione austriaca basterà al suo scopo, basterà alla propria conservazione? '
DE MARTINO.
Caserta, 25 aprile 1859.
Ringraziare Gortciakoff delle assicurazioni date, o continuare a far capire che il Regno non sente bisogno di cambiamento. Alle confidenziali domande di Lenzoni circa le nostre intenzioni nelle eventualità di una guerra nell’alta Italia, Fortunato potrà rispondere: che il Governo di Napoli intende di continuare nella condotta neutrale dettata da' suoi principii, dalla sua posizione geografica, e dal costante desiderio di mantenere la tranquillità nell’Italia meridionale.
FERDINANDO.
MonsieurleMarquis,
Turin,12avril, 1859.
Le Cabinet de Vienne, en adhérant à la proposition faite par. la Russie de réunir un Congrès pour résoudre d’une manière pacifique la question italienne, a mis pour condition le désarmement préalable du Piémont. En présence de l’initiative prise par l’Autriche d’armements extraordinaires en Italie, armements qui ont forcé la Sardaigne à rappeler ses contingents sous les drapeaux; en présence d’une armée autrichienne double de celle de la Sardaigne, échelonnée sur l’extrême limite de la frontière piémontaise, une telle prétention de la part du Cabinet de Vienne pouvait paraître exorbitante, et elle l’était en effet. Car pour tout esprit impartial il demeure évident que si une proposition de désarmement pouvait paraître nécessaire, c’est à l’Autriche d’abord qu’il fallait la faire; à l’Autriche qui a armé la première, à l’Autriche qui campe menaçante sur les bords mêmes du Tessin et du Pò; à l’Autriche dont les armées envoyées en Italie sont deux fois plus nombreuses que celles du Piémont. Aussi le Gouvernement du Roi avait tout lieu de croire que les prétentions autrichiennes n’auraient pas étà prises en considération par les Cabinets des grandes puissances. Toutefois le Gouvernement de S. M. Britannique, sacrifiant au désir sincère d'éviter une conflagration, qui lui paraissait imminente, toute autre considération, fit pressentir le Gouvernement sarde sur l’accueil que recevrait la proposition de désarmement, sous la garantie de deux grandes puissances, que l’Autriche n’aurait pas attaqué la Sardaigne pendant la durée des conférences.
J’ai répondu, que par les raisons mentionnées plus haut, c’était à l’Autriche qu’une semblable proposition devait être faite, du moment où les déclarations émises par les Cabinets de Turin et de Vienne étaient jugées insuffisantes au maintien de la paix; qu’en tout cas les garanties qu’on nous offrait de deux grandes puissances ne nous auraient point rendu notre honneur et notre armée, si l’Autriche nous avait attaqués et écrasés sous le choc de ses nombreux bataillons, prêts à se porter par une seule marche au cœur même du Piémont; que la Sardaigne devait donc à son honneur, aussi bien qu’à sa sécurité, de rester armée et de garder tous ses soldats, d’ailleurs si peu nombreux, si on les compare aux forces imposantes de l’Autriche; que cependant, pour donner une preuve de notre modération et de condescendence aux conseils de la Grande Bretagne, nous proposions que les deux armées fussent retirées à unecertaine distance de la frontière des deux États. Au moment où les négociations se poursuivaient par le Gouvernement sarde et par les Cabinets des grandes puissances, le télégraphe vint apporter la nouvelle que l’Autriche envoyait en Italie un nouveau corps d’armée fort de 50,000 hommes; qu’un autre corps de 60,000 se réunit à Vienne; qu’une réserve de 70,000 hommes va se former en Bohême et en Moravie, et qu’enfin les réserves de l’armée d’Italie et des autres armées ont été appelées sous les drapeaux.
C’est par des mesures qui pourraient à elles seules justifier une déclaration de guerre, que l’Autriche répond aux conseils et aux démarches de l’Angleterre et aux propositions que cette puissance et les autres Cabinets ont dû lui faire de retirer ses troupes à une distance convenable de la frontière sarde.
Le gouvernement du Roi ne manquera pas, en remplissant son strict devoir, de prendre les mesures que ce déploiement de forces de la part de l’Autriche rend nécessaires.
En attendant, je désire que vous appeliez l’attention du Gouvernement, auprès duquel vous êtes accrédité, sur les faits que je viens d’exposer, en les soumettant purement et simplement à l’appréciation éclairée et impartiale du ministre des affaires étrangères.
Agréez, monsieur le Marquis, les assurances de ma considération très-distinguée.
C.CAVOUR.
Paris, 15 avril 1859.
Mon télégramme de ce jour vous a fait connaître la situation critique dans laquelle nous venons d’entrer. Le comte Walewsky, avec lequel je viens de m’entretenir d’une manière très-explicite, m’a fortement engagé à vous télégraphier dans le sens que je viens de le faire. Il m’a appris très-confidentiellement que la France pour le moment s’abstiendrait d’associer ses instances à celles de l'Angleterre pour nous contraindre à en faire autant. Le comte Walewsky ne m’a pas laissé ignorer qu’ en présence d’un refus de notre part, le Gouvernement français pourrait bien, après lundi, être entraîné, malgré toute sa répugnance, à entrer en ligue avec l’Angleterre sur ce point. Il m’a fait remarquer, en outre, combien notre position s’améliorerait si, mieux inspiré, le Cabinet sarde, par son acceptation, allait au devant des difficultés qui le menacent. Une telle conduite, selon le ministre des affaires étrangères de France, lui captiverait la bienveillance de l’Angleterre, ce qui ne contribuerait pas peu à rendre meilleur, dans les futures négociations, le sort du Piémont et de l’Italie.
Au contraire, si on laisse passer le délai de lundi, ajouta le comte, il n’est pas impossible que dans huit jours la guerre n’éclate et que le premier choc ne soit funeste au Piémont, à cause des forces imposantes qui lui tomberaient dessus, bien que la France ne tarderait certainement pas à venir à son secours. A la suite de tout ceci, le comte Walewsky m’a répété ce qu’il avait déjà fait dire à vous-même, à savoir qu’une pareille guerre pouvait être fatale au Piémont et même à la France, bien que celle-ci à la fin des comptes, aurait bien pu v trouver sa part.
Ce langage dans les circonstances où nous nous trouvons m’a paru trop grave pour vous le laisser ignorer.
Agréez, etc.
VlLLAMARINA.
Paris, 15 avril 1859.
Mon dernier télégramme et ma lettre de ce jour, que vous recevrez dimanche, ont été lues à Walewsky, qui en a constaté l’exactitude, et m’a chargé de nouveau de vous dire, qu’il n'y a pourtant encore rien d’officiel pour le moment.
Voici maintenant, de l’autre côté, ce que Nigra me prie de vous mander. S’étant rendu aux Tuileries avec le prince Napoléon, ce dernier seul a été introduit chez l'Empereur. Il en a rapporté ce qui suit: «Interpellations Parlement anglais renvoyées à lundi. L’Empereur nous conseille répondre à l’Angleterre, que si Piémont avait été admis au Congrès sur même pied que cinq grandes Puissances, il se serait soumis aux mêmes engagements; mais puisqu’il en est exclu, il doit se garder libre de tout engagement envers qui que ce soit».
VlLLAMARINA.
Paris, 15 avril 1859.
Situation des plus graves. Je viens avoir entretien très-sérieux avec Walewsky, qui m’a dit particulièrement que, s’il avait un conseil à nous donner, ce serait de nous engager à répondre à l’Angleterre avant lundi, que Piémont accepte désarmement en principe comme la France, sauf à en régler l’exécution à l’ouverture du Congrès pour désarmer simultanément avec Autriche. Ma lettre qui partira ce soir vous fournira explications plus étendues.
VlLLAMARINA.
Monsieur le Chevalier,
Turin, le 20 avril 1859,
Par ma dépêche télégraphique d’hier j’ai eu l’honneur de vous prévenir que le Gouvernement du Roi donnait son consentement au désarmement préalable au Congrès.
Je crois maintenant utile de consigner ici le narré exact des différentes phases que cette question a traversées, phases qui se sont succédées avec cette rapidité que le télégraphe a imprimé aux communications entre les Gouvernements, et qui quelquefois ne manque pas de produire une certaine confusion dans la marche des négociations.
Vous n’ignorez pas, monsieur le Chevalier, que lorsque la Russie a soumis aux Puissances la proposition d’un Congrès pour aviser aux moyens de résoudre les difficultés de la situation, l’Autriche mit une condition à son acceptation: elle demandait le désarmement préalable de la Sardaigne seule. L’Angleterre a cru pouvoir appuyer cette demande, en nous offrant toutefois sa propre garantie et celle de la Prusse contre toute agression de la part de l’Autriche. C’était souscrire à la loi dictée par l’Autriche qui avait armé la première (?!); la Sardaigne ne pouvait que refuser une condition si peu conforme à sa dignité.
Mais, tout en se refusant à une mesure qui aurait portà atteinte à son honneur, le Gouvernement du Roi s’est montré disposé à prêter la main à des movens propres à faciliter aux grandes Puissances l’œuvre de pacification à laquelle elles s’étaient vouées avec un empressement qui les honore. C’est dans ce but que j’ai proposé, par ordre de S. M., l’éloignement des troupes à une égale distance des deux frontières. Cette proposition si équitable, qui sauvegardait la dignité des hautes parties intéressées, et faisait en même temps disparaître les inconvénients et les dangers inséparables de la position actuelle des deux armées, a cependant été repoussée par le Cabinet de Vienne, qui de son côtéa proposé le désarmement général. La France accepta cette proposition en principe, en réservant au Congrès le soin d’en déterminer l’application; le Gouvernement britannique appuya auprès de nous le projet autrichien, en demandant toutefois l’application immédiate du désarmement.
Si la Sardaigne eût été admise au Congrès sur le pied des grandes Puissances, elle aurait pu accepter, ainsi que l’aurait fait la France, le principe du désarmement; mais son exclusion ne lui permettait pas de prendre un tel engagement, et encore moins celui que l’Angleterre réclamait d’elle. Néanmoins, désirant seconder autant que possible les efforts de l’Angleterre, le Gouvernement du Roi a déclaré que, si l’Autriche cessait d’envoyer de nouvelles troupes en Italie, il s’engagerait à ne pas appeler sous les armes les réserves, à ne pas mobiliser son armée, et à ne pas mouvoir ses troupes des positions purement défensives qu’elles occupent depuis trois mois.
Le Cabinet de Londres a insisté sur le désarmement, en ajoutant que, dans le cas contraire, l’Autriche nous aurait attaqués.
Ce n’est pas devant une menace de l’Autriche que nous pouvions modifier notre manière de voir: le Gouvernement du Roi a persisté dans son refus.
Le Cabinet de St.James s’est alors réuni à la Prusse pour nous demander seulement l’admission du principe du désarmement qui serait réglé par le Congrès. On nous répétait, soit de Londres, soit de Berlin, que si nous persistions dans notre refus l’Autriche nous attaquerait. Malgré ces nouvelles menaces, nous n’avons rien changé à nos déclarations précédentes.
Sur ces entrefaites, l’Angleterre, reconnaissant en partie la justice de nos réclamations, à proposé l’admission d’un plénipotentiaire sarde au Congrès; mais uniquement pour traiter la question du désarmement. Si par ce moyen on reconnaissait notre droit d’intervenir dans la discussion d’un point spécial, et qui touchait à notre liberté d’action comme Etat indépendant, on confirmait d’autre part l’exclusion de la Sardaigne du Congrès, on marquait une inégalité injuste et humiliante entre le Piémont et les autres Puissances dans l’examen des questions dans lesquelles nos intérêts les plus vitaux se trouvent engagés. Nous n’avons pu acquiescer à cette restriction de nos droits (?!).
C’est alors que l’Angleterre s’est unie à la France pour proposer le désarmement simultané, à condition que la Sardaigne et les autres États italiens soient admis au Congrès sur les mêmes bases que celles adoptées au Congrès de Laybach, c’est-à-dire sur le pied d’une parfaite égalité entre toutes les Puissances qui doivent faire part de la réunion. Le Gouvernement du Roi a accepté cette proposition, qui est conforme à ce qu’il a demandé pour luimême dès le commencement de la négociation.
J’ai eu l’honneur de vous faire connaître hier cette acceptation, M. le Chevalier, tout en ne dissimulant pas les conséquences fâcheuses que la mesure du désarmement préalable pourrait avoir, puisque le mauvais vouloir de l’Autriche est trop connu pour nourrir l’espoir qu’elle veuille seconder de bonne foi les efforts des Puissances qui témoignent un intérêt sincère pour l’amélioration de la Péninsule. Les termes de la proposition à la quelle nous avons adhéré sont clairs et précis, et je ne pense pas qu’ils puissent être sujets à des interprétations plus ou moins satisfaisantes; je dois cependant vous prier, M. le Chevalier, de déclarer à toute bonne fin que la condition de notre intervention au Congrès sur le pied d’une parfaite égalité, doit être formellement admise et reconnue par le Gouvernement impérial de Vienne.
La Sardaigne peut consentir à ne prendre part aux conférences dès le premier jour, si cela est nécessaire pour simplifier les travaux préliminaires; mais le jour où elle entrera au Congrès elle ne peut, elle ne doit pas occuper une position secondaire. Aucune différence ne devra dès lors exister entre elle et les autres Puissances réunies, soit dans la discussion, soit dans la délibération des mesures qui seront soumises à l’Assemblée.
Il me reste à vous entretenir encore, M. le Chevalier, d’un point assez délicat. On ne manquera pas,probablement, d’appeler votre attention sur les volontaires italiens qui se trouvent maintenant sous les armes. Vous ne devez prendre aucun engagement définitif à cet égard: le Gouvernement britannique comprendra aisément qu’il est impossible de mettre sur le pavé du jour au lendemain un corps de 12 mille hommes, aigris par les souffrances, et qui peuvent considérer leur sort comme une cruelle déception. Ce serait donner le signal de la révolution dans toute l’Italie. Il v a là une question d’ordre public, qui doit intéresser toutes les Puissances qui ont à cœur le maintien de la tranquillité dans la Péninsule. (PerchéilPiemonte gli aveva raccolti quei volontari, quando non v'era pericolo di guerra? L’epistolario del La Porrinace ne dirà qualche cosa).
L’autoritédevotre nom, l’habitude du maniement des grandes affaires, la haute sagesse et le tact exquis qui vous distinguent, vous suggéreront, dans cette circonstance, les observations les plus propres pour convaincre les Ministres anglais que la plus grande prudence doit dicter la ligne de conduite à suivre dans cette grave question.
En vous offrant tous mes remerciements pour le zèle et le dévouement au Roi et au pays dont vous faites preuve dans la haute mission qui vous a été confiée par S. M., j’ai l’honneur de vous renouveler, etc.
C.CAVOUR.
Ce Mon Prince,
Turin, 24 avril 1859.
Le Gouvernement de S. M. le Roi de Sardaigne avait donné dès le matin du 19 (datadell’Ultimatumaustriaco!)de ce mois son assentiment aux propositions de l’Angleterre pour l’ouverture d’un Congrès et pour le désarmement général préalable, dont l’application devait être réglée par une Commission indépendante du Congrès, et composée de six Commissaires des Puissances intéressées.
Ces propositions avant été agrées par la France, la Prusse et la Russie, nous étions en droit de croire que les questions pendantes allaient entrer définitivement dans la voie des négociations. Ce n’est donc pas sans surprise que nous avons appris, trois jours après avoir fait connaître officiellement au Cabinet de Londres notre adhésion, que le Cabinet de Vienne avait refusé les propositions anglaises, et qu’il se disposait à faire une communication directe au Gouvernement du Roi.
Cettecommunication m’a été, en effet, remise hier au soir à 5 heures et demie par un employé supérieur autrichien qui m’a été présenté par M. le Ministre de Prusse à Turin.
J’ai l’honneur de vous transmettre, monsieur le Prince, copie de cette pièce. Le Ministre des affaires étrangères de S. M. Apostolique, dans un langage qui s’éloigne des formes et des usages diplomatiques, déclare que le Piémont, avant refusé de mettre son armée sur le pied de paix, et de licencier les volontaires italiens, ainsi que l’Autriche l’avait exigé, le Gouvernement impérial veut tenter un effort suprême pour faire revenir le Gouvernement de S. M. sur la décision qu’ il a prise. Il demande en conséquence si la Sardaigne consent, oui ou non, à mettre sans délais son armée sur le pied de paix, et à licencier les volontaires italiens: il nous donne trois jours de temps pour répondre. Si à l’expiration de ce terme il ne reçoit pas une réponse complètement satisfaisante, le Gouvernement impérial déclare qu’il aura recours à la force des armes pour obtenir l’objet de sa demande.
Il v a là une véritable sommation conçue dans les termes les plus menaçants et provocateurs, et faite justement cinq jours après que le Gouvernement sarde, adhérant aux vœux de l’Europe, avait remis la cause de l’Italie entre les mains des quatre grandes Puissances. Les intentions de l’Autriche ne sont plus douteuses, elle a jeté le masque; le territoire sarde est menacé d’une invasion; l’époque en est fixée; les moyens ont été préparés de longue main (176); ils se trouvent tout prêts sur la rive gauche du Tessin.
Dans cet état de choses, et en présence d’un danger aussi grave qu’imminent, S. M. le Roi, mon auguste maître, m’a ordonné d’adresser au Gouvernement de S. M. l’Empereur des Français la demande d’un Corps d’armées de 50,000 hommes, qui, comme mesure préalable de sûreté, entrerait le plutôt possible sur le territoire sarde.
Les preuves d’intérêt sincère que l’Empereur a toujours témoigné au Roi, me donnent l’espoir que la demande de son allié le plus fidèle (?!) sera favorablement accueillie. L’Empereur, en défendant le Piémont contre l’Autriche, défend en même temps ses propres frontières menacées par le plus ancien et irréconciliable ennemi de la France. Le Roi de Sardaigne verra ainsi se resserrer les liens qui unissent déjà sa maison à la dynastie napoléonienne, et le Piémont tout entier lui vouera une reconnaissance impérissable (glielo provò bene nel 1870!).
Je vous prie, monsieur le Prince, de vouloir bien porter cette communication à la connaissance de la Cour des Tuileries avec cette célérité que les circonstances exigent.
En vous offrant d’avance mes remerciements, je saisis cette occasion pour vous renouveler, monsieur le Prince, les assurances de ma considération la plus distinguée.
C.CAVOUR.
Il giorno seguenteilMinistro Cavour telegrafava al rappresentante sardo a Parigi, segnalandogli l’inazione degli Austriaci, e ordinandogli di pubblicarel’Ultimatum colla sua risposta. Ecco questo dispaccio:
Turin, 25 avril 1859.
Les Autrichiens n’ont pas bougé. Il v a là-dessous quelque intrigue anglaise. Faites publier par la Patrie et par le Nord l’Ultimatum Buol et ma réponse. Les troupes modenaises se sont retirées de Massa-Carrara. Les municipalités ont proclamé la dictature de Victor Emmanuel.
CAVOUR
Rigettato l'Ultimatum austriaco, Cavour dirigeva il seguente dispaccio a Napoleone III:
«Torino, 26 aprile 1859.
«Gl’inviati dell’Austria sono stati testà accompagnati dalla popolazione di Torino fino alla stazione della ferrovia da schiamazzi e gridi di abbasso i carnefici dell’Italia!»
Al quale dispaccio veniva risposto:
«Parigi 26 aprile.
«Canroberte Niel arriveranno a Torino per Susa; il principe Napoleone e io c’imbarcheremo a Marsiglia domani per isbarcare a Genova, dove il Maresciallo Baraguay d’Hilliers ci aspetta, e dove il Generale Mac-Mahon verrà a raggiungermi con 40,000 soldati d’Affrica.»
«NAPOLEONE»
È facile lo scorgere che il primo di questi dispacci è dettato dal timore d’una sorpresa, o di un colpo di mano dell’Austria su Torino: ciò che sarebbe stato possibile, se Giulay, comandante in capo dell’esercito austriaco, avesse spiegato una energia proporzionata alla gravissima sua missione. Il secondo dispaccio era l’effetto e la conferma degli accordi segreti di Plombières, che incominciavano ad avere esecuzione. — E v’era chi credeva che Napoleone non fosse preparato!
Intanto si spargeva la voce che l’Inghilterra e la Russia, e poco dopo anche la Prussia, avevano protestato contro l’atto decisivo dell’Austria: quasi che questa non ne avesse avuto sufficienti ragioni negli oltre a dieci anni di continue congiure e attentati del Piemonte e dei frammassoni italiani contro di lei.
Ai 28 d’aprile Lord Cowley informava il suo Governo a Londra, come il conte Walewski gli avesse indicato quali uniche condizioni per un’accettazione di mediazione per parte della Francia, che l’Austria rinunziasse ai suoi particolari trattati con alcuni
Sovrani d’Italia, ed alla occupazione delle fortezze di Ferrara, di Comacchio e di Piacenza, e ritirasse le sue milizie sulla riva sinistra del Pò. Conchiudeva, aver egli risposto, che «talicondizioni non potevano dettarsi all’Austria che sotto le mura di Vienna.»
L’istesso giorno, Villamarina telegrafava a Cavour:
«Paris, 28 avril1859.
«Il est positif Angleterre fait efforts inouis pour retenir bras Autriche. Hier au soir Walewsky m’a fait les plus grands éloges de votre réponse à l’Ultimatum.. Il m’a dit que vous aviez suivi les conseils qu’on vous avait donnés même directement du Palais Royal d’une manière très-large, et qui vous faisait beaucoup d’honneur.
«VlLLAMARINA.»
Intanto si preparava la rivoluzione in Ungheria, e l’istesso Villamarina telegrafava a Cavour:
«Paris, 30 avril1859.
«Général Elapka me charge vous dire que dans quatre ou cinq jours vous enverra proclamation approuvée par l’Empereur et signée par les noms les plus influents, entre autres Kossuth, que prince Napoléon croit nécessaire et Empereur accepte. On enverra également à Turin plusieurs officiers hongrois pour former dépôt, et Général partira luimême après avoir formé un comité à Paris.
«VlLLAMARINA.»
A completare i riferiti documenti ne aggiungeremo qualche altro che togliamo da un nuovo volume or ora pubblicato dal ben noto Nicomede Bianchi.
«Nei primi mesi del 1859, scrive il Bianchi (177), le condizioni della politica piemontese avevano preso un andamento pericolosissimo. I Ministri inglesi caldeggiavano apertamente gli interessi dell’Austria in Italia, e si adoperavano calorosamente a impedire la guerra, che allora era il fine immediato della politica del conte di Cavour. A superare siffatto gravissimo ostacolo e pericolo, il re Vittorio Emanuele II, inviò a Londra Massimo d’Azeglio, dandogli il grado di suo Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario presso le corti di Parigi e di Londra. I risultati della sua missione sono esposti nei documenti seguenti, i quali avranno il loro complemento per la storia colla pubblicazione dei corrispondenti dispacci telegrafici del conte di Cavour, che a breve andare di tempo saranno resi di pubblica ragione insieme a duecento otto lettere private, scritte dallo stesso a Londra al marchese Emanuele d’Azeglio, dal marzo 1851 all’aprile del 1861.»
Cosi il Bianchi; ed ecco i documenti:
Paris,16avril1859.
Je vous envoie mon avis en résumé, en me réservant de vous le transmettre ce soir in extensum.
Pour accueillir la demande du désarmement du Piémont il faudrait :
1. Admettre la réalità des motifs qui ont amené la situation présente;
2. Donner à la Sardaigne des garanties sur la solution du différend;
3. Désarmement préalable de l’Autriche;
4. Amnistie pleine et entière, garantie par les Puissances. Si les bases précédentes sont garanties par l'Angleterre, la Prusse et la Russie, le Piémont peut consentir au désarmement.
(Même date).
Verrai Empereur seulement demain à 1. h. 1/2.
Vu Walewski, Kisselef, Pourtalès. Les bases proposées par l’Angleterre concordent à peu près avec les deux premières conditions de ma dépêche. Tous trouvent juste la 4(me)condition. Le désarmement préalable de l’Autriche, difficile à obtenir. Sans voir Empereur, impossible se prononcer.
Quant au bâtiment, envoyez chiffre nolis, achat.
Paris, 17 avril 1859.
Les nouvelles de Russie et d’Angleterre apportent que ces Gouvernements sont favorables à l’admission du Piémont et des autres États de l’Italie au Congrès. Une fois que cela sera admis, l’Empereur conseille d’accepter le principe du désarmement comme la France. L’Empereur à la lecture de votre dépêche du 17, assure qu’ il v a erreur, et que par contre les Puissances semblent prêtes à tomber d’accord sur l’admission du Piémont au Congrès.
Ce qui précède a été écrit sous la dictée de l’Empereur.
Si pourtant nous fussions attaqués, j’ai demandé à l’Empereur si nous pouvions compter sur prompt secours. Il a répondu: «Oui, et j’ai déjà envoyé un officier à Turin. C’est malheureux que je n’aie pas pu faire des préparatifs publics. Mais en dix ou douze jours cela se ferait. J’ai à présent 36 mille hommes à Lyon.»
Il m’a dit que toute l’Allemagne est contre lui. L’Angleterre penche vers l’Autriche, et la Russie réservée.
Il pense que la proposition d’admettre le Piémont au Congrès, à condition qu’il accepte le principe du désarmement, mettra dans son tort celui qui refusera.
Je pars ce soir pour Londres.
Londres, 18 avril 1859, 2, h.1/2.
Lord Malmesbury déclare impossible nous admettre au Congrès sur le pied de l’égalité.
L’espoir de l'Empereur est trompé à moitié, car la Russie nous admet. l'espère avoir obtenu que ce soir au Parlement il ne nous charge pas trop. Il craint que nous avons sous peu une sommation de l’Autriche. La politique de finesse de la France inspire ici grande méfiance. Mon impression est que la France est peu sûre et non préparée (?!), l'Allemagne hostile, l'Angleterre peu favorable, nous croyant instruments de projets cachés.
5 heures et 1/2.
J’ai revu Lord Malmesbury. Il propose désarmement préalable, effectif, simultané. Les détails seront arrangés par commissaires des six Puissances qui devront être des officiers supérieurs. Le Congrès se réunirait comme celui de 1820. On inviterait alors les Représentants italiens, qui prendront leur place comme ils ont fait à cette époque.
Malmesbury a écrit à Buol pour arrêter le mouvement des troupes autrichiennes. D’ici difficile de formuler une opinion. Mais réfléchissez bien. La position est extrêmement grave.
Oser, comme se modifier, fut toujours l’ancienne politique du Piémont.
Si la menace arrivait, il n'y aurait lieu à délibérer..
Londres 19 avril 1859.
Heureux que vous preniez temps à réfléchir. Jouer notre va tout pour le fond de la question, peut s’admettre.
Mais pour les formes, terrible responsabilité (178).
On peut reprendre les questions dans des circonstances plus favorables.
Dans ce moment, toutes contraires. Si nous laissons désorganiser nos forces, nous serons à la merci de tous.
Né répondre ni oui ni non peut faire l’effet de ruse ici. On se méfie déjà assez de nous et de France.
Je dirai à Malmesbury que nous prenons temps.
Pour le fond, c’est-à-dire liberté de droite de Po, on est ici assez favorable. Ce soir dîner à Windsor.
(Même date).
Votre résolution est sage et opportune. (179) Elle a produit le meilleur effet ici et serad’un grand embarras à l’Autriche.
Si vous le croyez utile à la tranquillité de l’Italie et an service du Roi, j’en accepte publiquement toute la responsabilité. Pas en temps de vous écrire. Mais je le ferai incessamment.
Caro Camillo,
Windsor, 19 aprile 1859.
Son certo che mi perdonerai se sono in ritardo colla mia risposta. Sai quanto ho dovuto correre, parlare e mandare dispacci. E non sono otto giorni che lasciai Torino. E poi appena coll’elettricità si poteva tener dietro ai fatti; a che poteva servire la posta?
Ho finito ora il pranzo e ricevimento della Regina, e trovo un momento di quiete finalmente. Comincio col dirti che la risoluzione che hai presa aggiungerà certo alla tua riputazione d’uomo di Stato. Tutti vedranno che in quest'occasione il raziocinio ha vinto in te la tua tendenza naturale all’operare ardito. E, come dice Macchiavelli, trovare nell'uomo medesimo un Fabio ed un Marcello è la quasi impossibilità che tanto nuoce agli affari del mondo.
La Regina è stata veramente felice della nostra condotta (!?). Mi ha ricevuto con singolare gentilezza, e dopo un piccolo speech, col quale le ho presentato credenziale e complimenti, è entrata anche un poco a parlare delle cose presenti. Il mio tuono è stato che noi chiediamo cose giuste, (?) che nulla si fonda ora fuori delle basi del giusto (?!). Che ci sentano, e pensino che nelle prospettive minacciose dell’avvenire, convien farsi carico delle lagnanze di tutti, ascoltarle e provvedere.
Malmesbury poi mi ha detto: «Ora che la cosa è portata in discussione, io ritorno quel che sono stato sempre, amico dell’Italia. Al Congresso mi metto nelle mani dei vostri plenipotenziari (?!!) e degli Italiani. Conduco Hudson e Cowley.»— «Ahi! Ahi! ho detto io. — Cowley (m’ha risposto) è un uomo serio, severo; ma molto galantuomo è vorrà il giusto.»(Ed ecco perché d’Azeglio ne avea paura).
Certo ora più che mai mi sembra importante di eleggere un contro Congresso (Vedi con che buona fede costoro trattavano pel Congresso!} di tre o quattro che faccian l’uffizio di truppa irregolare, e mettano mano e lingua dove bisogna. Ci vuol gente che non si possa respingere per posizione sociale, e Minghetti, Bettino, Ubaldino, Arese, sarebbero nel caso.
Io credo che una gran discussione della quale si farà grande pubblicità e gran commenti nella stampa, che metta in luce tutte le bricconerie (?!) usate contro gl’Italiani, non può ridondare che in sovrano nostro vantaggio. E mettiamo che alla fine riuscisse la guerra, quanto meglio non vi saranno preparati gli animi di tutti! Perché, non c’illudiamo. Dell’Italia tutti ne parlano, tutti ci vogliono metter mano, e non ne sa niente di positivo nessuno.
Dopo colazione ho avuto un abboccamento di un’ora e mezzo col Principe Alberto. Mi ha dichiarato dapprima che era un puro conversare tra noi, non mescolandosi egli nella politica Dopo questo m’ha detto cosi: «Vi sono questioni insolubili per voi: la papale e la territoriale. Cominciamo da questa. Se ottenete ora la libertà della dritta del Po, vi contenterete, ovvero avete altri progetti?»
«Io non ho nessuna difficoltà a rispondere. Ma quel che le direi non ha importanza. Non si tratta di quel che pensiamo o vogliamo. Si tratta di cercare, dato lo stato presente dell'opinione, quali idee abbiano un avvenire e quali no. Se crede che la Lombardia e la Venezia possano come stato normale rimanere sempre fra la rivoluzione e il patibolo, (?!) le nostre aspirazioni non hanno importanza; se crede il contrario, che lo vogliamo o no, l’Austria se ne dovrà andare dalla sinistra come dalla destra del Po. L’istessa risposta èapplicabile al Governo temporale del Papa.»
La conversazione ha toccato tutti i punti che ci premono, e mi è rimasta l’impressione ch’egli non ci è nemico. (Che dubbio?era protestante!) Egli, come tutti mi ha fatto capire in una parola che l’Europa ci fa contro non per ostilità alla nostra causa; ma perché suppone gran progetti a Napoleone, e crede che noi siamo suoi istromenti; che la Germania si è messa coll'Austria per lo stesso motivo; che l’Inghilterra sarà favorevole a noi se mostreremo voler solo il bene dell’Italia, ma che se ci crederà d’accordo per altre mire ci sarà contraria. E questo l’ho inteso applicabile al caso del Congresso. Credo sarà importante ricordarcene.
La mia impressione finale, dopo tutto quello che ho veduto in questi sette giorni, è che Napoleone non ha capito che, ispirando diffidenza a tutti, si è osteggiato da tutti, e credo che per ora il suo primo interesse sia di riacquistare la fiducia se potrà.
Io poi non capisco come non abbia almeno disposte le cose in modo da trovarsi preparato ad ogni evento (pur troppo lo era in virtù della frammassoneria che allora lo sosteneva), e come creda che i suoi atti possano essere un segreto per qualcuno.
«I lo chërdiapi buio.»(Dialetto piemontese: Io lo credeva più accorto....
Affezionatissimo
M. D’AZEGLIO
Londres,21avril1859.
Lord Malmesbury me communique ce quisuit:
Autriche refuse propositions anglaises. Giulay a l’ordre de faire au Piémont sommation de désarmer, et attendre réponse trois jours.
Si la guerre s’en suit, notre position est ici excellente. Je voulais aller à Paris, mais je pense que vous pouvez agir par l’entremise du Prince Napoléon, tandis que ma présence ici très utile auprès des Ministres et sur la presse. Lord Malmesbury est furieux contre l’Autriche. Il a dit que c’était dommage que la France ne soit pas préparée (?!).
Je reçois à l’instant votre dépêche. Je suivrai vos instructions. Malmesbury fera son possible pour arrêter l’Autriche. Aujourd’hui Conseil de Ministres ici.
M. D’AZEGLIO
Au Marquis Di Villamarina, Ministre à Paris.
Londres, 21 avril 1859.
Envoyez lettre ici. Je reste à Londres quelques jours pour tirer le plus grand parti possible de la faute que l’Autriche vient de commettre en refusant propositions anglaises et adressant sommation belliqueuse au Piémont
M° D’Azeglio.
Londres, 22 avril 1859.
J’ai dîné hier au soir chez Malmesbury. Je lui ai demandé simplement:«Que dois-je écrire au comte Cavour?»
Il m’a répondu: «Écrivez que nous avons protesté: nous avons averti notre Ministre à Berne de se tenir prêt pour aller au camp autrichien; que nous avons offert médiation au lieu de Congrès.» Il est possible qu’ on rassemble un meeting pour suppléer au Parlement.
Malmesbury a dit à Apponv que la langue n’avait pas de termes essez forts pour flétrir la conduite de l’Autriche.
Notre position dans l’opinion en profite et s’améliore tous les jours.
M° D’Azeglio.
Londres, 22 avril 1859.
J’ai revu Lord Malmesbury. Il m’a dit qu’ il a de nouveau protestà à Vienne avec la plus grande fermeté. Dans tous les cas la question des volontaires reste intacte.
Londres, même date.
J’ avais déjà ce matin parlé dans le sens de votre dépêche de ce soir. L’Angleterre est engagée par sa dignité à soutenir l’ensemble de ses propositions. En effet Lord Malmesbury ne m’a fait aucune proposition pour admettre les prétentions autrichiennes. Je verrai demain le Ministre des affaires étrangères. Je parlerai de manière à ne pas même admettre la possibilité de recevoir une propositions contraire à vos instructions.
Max. D’Azeglio.
Londra, 23 aprile 1859.
La sommation dell'Austria, proprio al momento che la nostra condotta ci faceva diventare i Beniamini dell’Inghilterra, é stato uno di quei terni al lotto che accadono una volta in un secolo.
Ti puoi figurare se mi veniva in mente di chiedere qui chel’accettassero. Ma, come ti scrissi, non c’era bisogno che lo chiedessi io. Hanno fatto il fattibile, e nel loro senso hanno ragione.
Penso come il Ministero si trova esposto avanti agli elettori e che figura hanno fatto fare all’Inghilterra.
Ma i terni al lotto finché non sono in tasca c’è sempre da temere, ed ho paura che ci saranno ancora note da scrivere. Cosi l’Austria fosse venuta avanti. Preparati o no, la vittoria morale era certa, e ci diventavano amici la metà e più dei nostri nemici, dovendoci considerare come vittime e non più provocatori. (?!!)
Ieri mattina, come scrissi nell’ultimo telegramma, vidi Malmesbury. Capii che si sarebbe vergognato di chiedermi concessioni sul quarto punto, e difatti non chiese nulla neppure per allusione, ed io mi contenni in modo che non aveva due interpretazioni.
Altrettanto ho opinato per la concessione che abbiamo fatta, altrettanto dico ora che quella basta. Anche sul conto de volontari ho dichiarato che era questione di lealtà e d’onore, e piuttosto perire che abbandonarli. Ma mi affretto ad aggiungere che neppur per ombra me ne hanno fatta la proposizione.
Credo di far bene a rimanere qualche altro giorno quà. Mi pare che qui si manipola tuttora, e non bisogna perderli di vista.
Apponv lavora assai, e credo in portante la contromina. Tu che vedi il complesso delle cose, se giudichi altrimenti, fammelo sapere che non ho nessuna inclinazione personale a stare in questa nebbia gelata, e non mi parrebbe vero d’andarmene.
Oggi rivedrò Malmesbury, e, se vi sarà motivo, farò un dispaccio telegrafico. .
Tutto insieme, per quanto arriva la mia vista, mi par di vedere le cose mettersi bene. Certo è un navigare che fa paura. A ogni momento uno scoglio. Ma in paradiso in carrozza non ci si va.
Tuo di cuore
M. D’Azeglio.
Il 24 aprile il Ministro sardo a Londra telegrafava al conte di Cavour nei termini seguenti:
Malmesburypense que nous conserverions bonne position prise, si nous répondions qu’à la demande de l’Angleterre, France et Prusse nous avons accepté le principe du désarmement général, dont les détails, tels que celui des volontaires, devront être établis par commission militaire a Londres.
Le conte Buola mis en avant cette idée dans le cas où Malmesburycroirait pouvoir l’utiliser.
C’est reprendre la médiation anglaise sur les quatre points au lieu du Congrès, mais à condition que la Sardaigne désarme.
L’Angleterre répond malgré la manière dont la mission de Lord Cowleva été interrompue, elle est prête à médiation sur base des quatre points entre Autriche et France, à condition qu’Autriche, France et Sardaigne désarment simultanément par commission militaire, ou restent uniformément sous les armes pendant la médiation.
L’Autriche ne voulant pas de médiation directe entre elle et la Sardaigne, nous agirions par l’intermédiaire de la France.
Marquis Emmm. d’Azeglio.
E di nuovo Massimo d’Azeglio telegrafava dal canto suo:
Londres,25avril1859.
Je viens de chez Malmesbury,et je vous transmets sa pensée. Si le Piémont répond à la sommation en déclarant le fait de son acceptation des propositions anglaises, Lord Malmesburycroit que l’Autriche ne passera pas outre.
Il croit que l’Autriche acceptera la médiation de l’Angleterre conformément au principe établi dans le dernier protocole de Paris.
Ici la presse presque toute en notre faveur. Né pas croire pour cela qu’on soit disposé à nous aider par les armes.
Je voulais partir après demain. Malmesburym'a demandé d’attendre jeudi son retour.
Malmesburym’a transmis copie de la sommation annotée de sa main.
Le passage qui commence: Le Gouvernement de S. M. Brittanique, etc., est accompagné de la remarque suivante:
«Ce n’est pas vrai; au contraire nous avons trois fois protestà contre le licenciement des corps francs. Nous n’avons pas insisté. Mais nous avons proposé à la France de se joindre à nous pour demander à la Sardaigne de désarmer si nous lui donnions une garantie collective.
La France avant refusé, nous n’avons jamais adressé invitation à la Sardaigne de désarmer.»
M°D’AZEGLIO.
Londres, 26 avril 1859
Hier au soir bruit a couru dans la cité que l’Autriche accordait un délai de 14 jours. Le Ministre de Russie m’a aussi dit qu’il croyait impossible une attaque. Veuillez m’informer de ce qui se passe pour ma gouverne et pour me mettre à même de juger si maprésenceici est encore utile.
M° D’AZEGLIO.
Londres, 30 avril 1859
Supposant que l'ordre de rester à Londres n’a plus, de valeur après le commencement des hostilités, je pars pour Paris, où je vous prie de m’envoyer vos instructions. J’ ai pris congé de Lord Malmesbury, qui s’est montré très sympathique à notre cause.
Cosi finiva questo sporco giuoco di prestigio in cui i giocolieri diplomatici colla bacchetta della frammassoneria cambiarono le carte in mano a mezza Europa; ora dall’Epistolario del La Farina toglieremo di che edificare il lettore, procurando di rimettere al posto le carte.
Compito appena il colloquio di Plombières, ingagliardì la cospirazione contro l’Austria e contro gli altri Stati italiani, tormentati giorno per giorno dal Governo sardo, che, volendo volgere tutto a suo vantaggio il movimento rivoluzionario per mezzo della Società Nazionale italiana, raffrenava, screditandoli, Mazzini e mazziniani, dei quali pur si era valso fino allora per iscompigliare l’Italia, e turbarne i Governi.
Per il che, prima di procedere innanzi e venire agli ultimi fatti che precedettero la guerra, fa d’uopo raccogliere dall'Epistolario di La Farina qualche altro documento buono per la Storia.
L’egregio segretario della Società, Nazionale, segretario di Cavour, il domani del famoso colloquio scriveva:
Torino, 30 luglio 1858
Pregmo sig. Dottore,
Rispondo in fretta alla sua del 28 per dirle che, essendo la nostra Società una società pubblica e non una società segreta, noi non abbiamo facoltà di rifiutare quelle persone che fanno atto di adesione al nostro programma. Noi possiamo solamente non adibirle, non introdurle nei comitati, se non abbiamo fiducia in loro; ma non possiamo escluderle dalla società. Di certo noi non faremo nulla per sollecitare a sottoscrivere gli uomini, che non tenghiamo in pregio; ma se vengono da loro, se accettano il nostro programma, con qual diritto noi possiamo escluderli? Nessuna chiesa si chiude a chi recita il simbolo della fede. Le raccomando, quindi caldamente di attenersi a questa regola adottata dal comitato centrale, e da tutti i comitati dello Stato; imperocché si comprende che altra regola deve osservarsi nelle altre parti d'Italia, dove la società è segreta, e dove basterebbe l’introduzione di una persona non di provata onestà e segretezza per rovinare ogni cosa.
P. S. Nella settimana ventura riceveranno il Catechismo pei contadini piemontesi. É cosa fatta esclusivamente per loro.
Acqui, 16 agosto 1858
Preg. signor Dottore,
È certo che Mazzini lavora non tanto per fare un movimento serio, e con qualche speranza di riuscita, quanto per disordinare i nostri apparecchi; noi ne abbiamo prove evidentissime.
Le comunico una notizia, che importa far conoscere ai nostri amici di Massa e Carrara. Da quest’ultima città tempo fa mi fu trasmessa una memoria risguardante l’atroce e stolta tirannide, (lì) che vi esercita il Duca di Modena. Quella memoria dal conte di Cavour fu comunicata a tutte le grandi Potenze, accompagnata da una nota molto energica. Il risultamento di questa pratica è la cessazione dello stato di assedio. Importerebbe ora farne un’altra, colla quale si dimostri come questa concessione sia apparente, e tendente solo ad ingannare l’Europa. Voglionsi fatti, date, cifre, e punto declamazioni. Quella prima memoria era ben fatta, e cosi vi vorrebbe la seconda.
Bisogna agitare e fortemente agitare l’opinione pubblica, e tenere desti gli spiriti.
Acqui, 16 agosto 1858.
Pregiatissimo signore,
... —Noi non siamo un’accademia arcadica, e se da una parte non vogliamo folli e ridicoli tentativi, dall’altra non ci lusinghiamo che il bene ci piova dal cielo come la manna agli Ebrei. Bisogna ordinare e disciplinare i nostri amici, perché senz’ordine e senza disciplina le forze al bisogno si sperperano, e tornano più d’impedimento che di aiuto. Bisogna apparecchiarci e tenerci presti, bisogna non farci sorprendere dagli avvenimenti.
Ci mandi mensilmente la nota de' nuovi soci; mi dica a chi debbo spedire il Piccolo Corriere, ed in che numero di copie; e così pure per le altre pubblicazioni del comitato centrale.
Raccomandiamo caldamente di tenere desti gli spiriti nel Modenese e nel Parmigiano; ma agiscano d’accordo col comitato di Sarzana per non imbarazzarsi a vicenda. Il meglio sarebbe dividersi il territorio, e stabilire d’accordo tra di loro i limiti della giurisdizione di ciascun comitato
Animo adunque, e mettiamo mano all’impresa con fede e con energia.
A questa fa seguito la lettera diretta da Torino il 1 settembre all’Abb. Bartolomeo a Messina, da noi recata a pag. 37 di questa seconda parte del presente volume, nella quale lettera il La Farina dice che la freddezza di Palermo gli dà molto pensiero; si rallegra che L’Italia del popolo, organo mazziniano, sia morto, e assicura essergli cadute lagrime di tenerezza quando ha veduto all’Arsenale l'immenso materiale di guerra che si sta apparecchiando.»
Riprende dopo di ciò, l’infaticabile penna e scrive:
Torino, 7 settembre 1858.
Preg. signor Dottore,
Ella comprenderà benissimo, signor Dottore, che noi non possiamo e non dobbiamo lanciarci in tentativi mal fondati e fanciulleschi. I mazziniani, che ci rimproverano di non fare, ci rimprovererebbero con più ragione di aver fatto male, e di averli combattuti per poi imitarli. I tentativi della Società nazionale debbono essere tali da non far ridere i nostri nemici; ma da fare impallidire l’Austria e pittare la commozione in tutta l'Europa, Non bisogna circoscrivere la nostra vistadentro i confini di Massa e Carrara; ma bisogna gittare lo sguardo a Milano, a Venezia, a Firenze, a Bologna, a Napoli, a Palermo: bisogna non dimenticare che noi non vogliamo una sollevazione locale; ma una rivoluzione nazionale. Io ritengo fermamente, che nella prossima primavera il gran nodo sarà troncato; e questa mia persuasione si poggia sopra fatti, che sarebbe imprudenza grandissima, anzi delitto, il rivelare. Sono però pronto a dare a voce tutti quelli schiarimenti, che codesto comitato potrebbe richiedere intorno a' progressi della Società nelle altre provincie italiane: progressi che sono veramente mirabili. È necessità che in quest’inverno si compia il nostro lavoro, e che ognuno di noi si tenga apparecchiato. Badino però che, quanto più il momento decisivo si avvicina, tanto più noi dobbiamo essere cauti e scarseggiare di parole. I nostri nemici stanno sulla guardia.
Non è vero l’abboccamento di Cavour con Garibaldi; ma è verissimo che Cavour ha moltissima stima e simpatia per Garibaldi.
Sono entrati nella nostra società Ala Ponsoni, ed altri signori lombardi, che sin ora si erano tenuti in disparte. Mi spiace moltissimo l'allontanamento da costà del nostro Betti. Per Dio! Non diamo pretesti ai nostri nemici di mormorare di noi!
La lettera venuta da Carrara è stata pubblicata nel nostro bollettino; ma non era ciò che si desiderava. Si vuole una serie di fatti, con nomi, date e particolari precisi. La prima che fu presentata al Governo era ottima; ò in quel modo che bisogna farne un’altra, la quale possa dare occasione a una nuova nata piemontese. Bisognerebbe riferire il numero dei processi politici esistenti, dei prigionieri, degli emigrati ed i loro nomi; gli atti di manifesta ingiustizia, (?!) la violazione delle leggi, citando la particolare legge violata, ecc. ecc.
Torino, 13 settembre 1858.
Pregiatissimo Amico,
Ho ricevuto la sua degli 8, e la ringrazio dell’avviso che ci dà. Avviso simile ci è venuto dal Pontremolese; ma io credo che non faranno nulla. Per altro il miglior mezzo per combattere i mazziniani è fare", e, se non m’illudo, noi nella ventura primavera saremo in istato di fare con probabilità di riuscita. Ritenga che gravi avvenimenti si avvicinano. Di più non posso dirle per lettera; ma nel dicembre, o nel gennaio bisognerà ch’ella, o persona fidatissima, venga per qualche giorno a Torino. Se non può quindi fare due gite, indugi la sua venuta sino alla fine dell’anno. Lavoriamo intanto ad estendere ed organizzare la nostra associazione, tanto varremo per quanto potremo.
Torino, 20 ottobre 1858.
Pregiatissimo signore.
Ho indugiato a scrivere a codesto comitato, attendendo la nota de' socii di Lerici, ch’ella mi aveva fatto sperare. Ora non voglio più frapporre ritardo, affinché il lungo silenzio non paia poca diligenza da parte del comitato centrale. Di più sono nel dovere di comunicare a codesto comitato che noi speriamo con fiducia d’essere nel caso di dovere agire nella prossima primavera, il come ed il dove sarà comunicato ai capi de comitati verso la fine dell’inverno, ciascuno per la parte che lo riguarda; ma tenga per fermo che noi agiremo, e con moltissime probabilità di buona riuscita. Ella vede quindi come sia cosa oltremodo necessaria affrettare l’ordinamento delle nostre forze nella stagione invernale, affinché i comitati siano nello stato di poterci dire con precisione, e senza lasciar nulla d’indefinito, che aiuti possono dare alla causa dell’indipendenza ed unificazione d’Italia.
La prego ancora caldamente di raddoppiare di prudenza nelle loro relazioni oltre il confine. Quanto più si appressa il tempo di fare, tanto più è necessario andare cauti, senza scemare né lo zelo, né l’attività. Lerici è un dei paesi più amanti della causa italiana che siano nello Stato, ed il comitato centrale ha quindi diritto ad attendersi da codesta energica popolazione un efficace e gagliardo concorso.
La fiducia del La Farina espressa in questa lettera avea buon fondamento. Poche ore prima egli aveva ottenuto da Cavour l’approvazione del progetto o piano d’insurrezione per la primavera del 59, da noi recato. L’originale rimase in sua mano; e a titolo di documento storico è posto in Appendice a questa lettera nella raccolta citata. E continuava a scrivere:
Torino, 18 ottobre 1858.
Stimatissimo Sig. Dottore,
Leconfermo quanto le dissi in altra mia: cioè che noi agiremo, e con molta probabilità di buon risultato; e che quindi bisogna lavorare, e lavorare di molto nel corso di questo inverno. Sarà poi assolutamente necessario che uno di loro si rechi qui verso il gennaio a fine di ricevere le ultime e definitive istruzioni. Se avvenimenti contrari rendessero impossibile l'azione in un tempo prossimo, codesto comitato sarebbe avvertito. Finché adunque non ricevessero da noi (che Dio non voglia) una cattiva notizia, ritengano per sicuro che non vi é nulla di mutato.
Del denaro in cassa costà, quello proveniente dai sodi sarzanesi debb’essere tenuto nella cassa del comitato di Sarzana, l’altro spedito con vaglia postale al cassiere del comitato centrale, signor Ermanno Buscalioni.
Torino, 23 novembre 1858.
Pregiatissimo Amico,
Le scrivo in fretta per un affare di molta importanza, e che affido al suo zelo ed alla sua attività. Il Duca di Modena, tolto lo stato d’assedio, richiede l’estradizione dei Carraresi, arrestati in Sarzana ed accusati di reati comuni. Il Governo è risoluto a non darli; ma ha bisogno di un documento che lo giustifichi dirimpetto alla diplomazia. Bisogna quindi che, o i parenti degli arrestati, o i loro amici carraresi facciano una memoria diretta a S. E. il Presidente del Consiglio, nella quale narrino il fatto del teatro, dandogli un colore politico (?!), dicendo che quei soldati erano noti come sanfedisti, ecc. ecc., (menzogne sempre!), che quindi concludano affermando che i detenuti si ritengono innocenti di quei reati, e che qualora fossero rei, non sono rei che di reati politici, e quindi non soggetti ad estradizione. A questa memoria che dovrebbe essere redatta da persona intelligente, bisogna mettere la data del 30 ottobre (e scriveva il 23 novembre!) I sottoscritti debbono essere Carraresi, e bastano quattro o cinque; ma meglio se sono in maggior numero.
Accennino brevemente alle scelleratezze ed ingiustizie (?!) che si commettono in Massa e Carrara; ma senza declamazioni. Non dimentichino di parlare del rinato sanfedismo.
Attendo questo scritto colla massima sollecitudine, e quasi direi, a pronto corso di posta. E cosa, le ripeto, di somma importanza, e che darà buona occasione al Governo di molestare il Duca di Modena, aggiungendo l’affare del Ruffini, pel quale so che si piglieranno degli energici provvedimenti.
Le cose vanno benissimo. Un fraterno abbraccio a tutti i nostri.
Torino, 12 novembre 1858.
Pregiatissimo Signore,
Ringrazio in nome di questo comitato centrale codesto comitato di Lerici, e lei in particolare, della relazione che mi manda colla sua del 2 novembre, e che non poteva essere più soddisfacente. Ritengano per certo che nella prossima primavera, stando le condizioni d’Europa quali sono, noi agiremo risolutamente, e con grandissime probabilità di buona riuscita. Apparecchino bene gli animi; tendano bene uniti e concordi tutti quelli che sono atti a fare; estendano quanto è più possibile al di quà e al di là del confine le loro relazioni. Badino che noi contiamo molto su codesta parte dello Stato, e per la sua posizione geografica, e per lo animo caldo de' suoi abitatori.
Non credano nulla di tutte le chiacchiere in corso intorno alla bipartizione o tripartizione dell'Italia. Noi aspiriamo all’unità, e se ci potremo soffermare nella nostra via, è solamente quando riconosceremo le nostre forze insufficienti alla gloriosa impresa. La quistione dell'unità italiana è quistione di forse. Giungeremo noi a costituire un esercito di 403,030 combattenti! Se sì, noi avremo l’unità anche a dispetto de maggiori potentati; se no, saremo a discrezione de più forti di noi. La fortuna contraria ci potrà far subire la divisione d’Italia; ma non potrà giammai indurci ad accettarla volontariamente. Facciamo quindi ogni sforzo, perche la rivoluzione scoppi da per tutto con unico grido: Indipendenza, Unificazione, Casa di Savoia! Facciamo ogni sforzo di dare tali forze a Vittorio Emanuele, ch’egli non sia costretto, per vincere l'Austria, di gettarsi in braccio della Francia. Noi vogliamo i Francesi alleati, non padroni.
Torino, 15 novembre 1858.
Pregiatissimo e carissimo amico.
Le acchiudo un pacco che va a Bologna, alla persona che ella sa, e la prego caldamente a fare ogni sforzo perché giunga colla maggior prestezza e sicurezza possibile alla sua destinazione. Un mio amico si reca a Reggio e a Modena (ma non per la via di Parma), e di là combinerà le cose in modo, che tutte le settimane venga una persona da lei per ritirare un pacco con sopra il seguente segnoR/M. Le ripeto però essere importantissima cosa che il pacco qui accluso e soprasegnato I, vada sollecitamente. E’ tempo di raddoppiare di zelo e di attività.
P. S. Si desidera uno stato preciso delle forze militari del Ducato, coll’indicazione dei presidii, e possibilmente delle artiglierie.
Nel momento di chiudere il pacco ricevo la sua del 2. Il documento che mi manda è ottimo, e la ringrazio; manca solamente la distribuzione delle guarnigioni.
Sapevo che ella aveva veduto il Cav... e il tenore della conversazione avuta seco.
Portai alla conoscenza del medesimo ciò ch’ella mi scrive in proposito di il quale è un buon uomo, ma troppo minchione.
A queste lettere del La Farina, vero flore di cospirazione, conviene aggiungere le seguenti:
Caprera, 15 novembre 1858.
Carissimo amico,
Io sono dolente di non aver ricevuto la di lei lettera a Nizza, in qual caso, senza dubbio, misarei recato a Torino per alcuni giorni, ed avrei stretto la mano con affetto a Lei, ch’io amo e stimo con tutta l’anima. Il vapore per terraferma parte ogni mese soltanto, e io dovrei aspettare fino al 28 corrente perii mio viaggio; però se lei mi dice ch’io devo partire assolutamente, io procurerò nel possibile di anticiparmi. Voglia esser tanto buono da scrivermi subito, e non dirmi altro se non ch’io devo andare, e non differirò certamente. Mi saluti il nostro Pallavicino, Garanti, e mi creda per la vita suo
G. Garibaldi
Torino, 26 novembre 1858.
Non é necessario che Garibaldi sia qui prima della fine dell’anno; può quindi valersi del piroscafo del 25 dicembre. Se le relazioni che giungono da oltre Ticino sono esatte, l’irritazione crescerebbe molto nel Lombardo-Veneto. Sarebbe di suprema importanza l’impedire che questa giungesse fino a produrre moti incomposti o disordini di piazza.
C. CAVOUR
La congiura era giunta a tale che diveniva ormai difficile il dominare la plebe dei cospiratori scatenata dal Cavour e dalla sua Società Nazionale, cercava dunque di frenarla per non compromettere tutto. Intanto però il La Farina continuava la sua propaganda, e scriveva:
Torino, 27 novembre 1858
Pregiatissimo Signore,
Le spedisco colla strada ferrata un pacco, in cui troverà parecchie copie degli opuscoli ultimamente pubblicati dalla Società Nazionale Italiana, e d’ora in poi tutti i lunedì le farò spedire per posta alcune copie del Piccolo Corriere.
Dica a' nostri amici di oltre Po, che le voci di guerra che circolano non sono senza fondamento, che bisogna quindi tenersi apparecchiati.
Ella mi dà il titolo di presidente della Società Nazionale Italiana. Questo onore non mi compete. Il presidente è il marchese Giorgio Pallavicino, l’illustre martire dello Spielbergo; il vicepresidente è il generale Garibaldi; io non ho che l’ufficio di segretario.
Torino, 3 dicembre 1858.
Carissimo e pregiatissimo amico,
………………………………………………………………………………………………..
I rumori di guerra che circolano hanno serio fondamento. È di assoluta necessità raddoppiare i nostri sforzi, perché l’agitazione delle provincie serve sia mantenuta e accresciuta sino alla prossima primavera. Se il Piemonte fosse lasciato solo in questa lotta suprema, ci sarebbe da vergognarci del nome d’Italiani. Io però ho il cuore pieno di buone speranze; e le notizie che riceviamo dal Lombardo-Veneto, dai Ducati, dalle Romagne e dalle Marche sono soddisfacentissime... Ciò che importa è di rimanere uniti e concordi in un solo pensiero. La nostra debb’essere una lega degli uomini onesti e senta paura. La onestà (!?) sola non basta in tempi in cui il diritto è nulla senza l’aiuto della forza.
Torino, 17 dicembre 1858.
Carissimo amico,
Le vostre lettere sono state sempre regolarmente ricevute; e se non ho risposto, è perché nulla avevo d’importante da dirvi; senza contare che la corrispondenza del comitato centrale si è oramai in tal modo accresciuta, che mi mette nell’assoluta impossibilità di rispondere a tutti. Si tratta non di dozzine, ma di centinaia di lettere. Scusatemi dunque ed abbiate misericordia del povero segretario
Andiamo ora all’importante. Tenete per più che probabile la guerra per la prossima primavera. Ho dati positivi; e quindi, anche in nome del nostro Presidente, vi esorto a raddoppiare di attività e di zelo. Le cose nostre vanno benissimo; e noi abbiamo il cuore pieno di speranze, che crediamo ben fondate.
Torino, 17 dicembre 1858
Carissimo amico,
Due righi di risposta alla vostra del 14. Le notizie che voi ci date sono soddisfacentissime. Stimolate lo zelo del nostro amico di oltre Taro, e fate che egli ed i suoi tengano apparecchiati, e lavorino a preparare l’opinione pubblica. Qui le cose, almeno fin ora, vanno benissimo; e le notizie che giungono d’oltre Ticino sono ottime. Colla posta riceverete gli opuscoli che mi domandate. Un fraterno abbraccio a voi e a tutti i nostri di costà.
Torino. 21 dicembre 1858.
Carissimo e pregiatissimo Amico,
Rispondo alla sua del 18, ricevuta ieri l’altro sera, per dirle che un moto a Pavia, non collegato a un disegno generale, sarebbe, secondo noi, dannosissimo e forse anche fatale alla causa della indipendenza. Bisogna quindi mantenere l’agitazione, accrescerla se è possibile; ma non sospingere a moti parziali, i quali non si concatenino ed armonizzino con un disegno generale. Ora io dico a lei riservatamente, che un disegno generale esiste; ma perché possa attuarsi felicemente, bisogna che ciascuna città, ciascuna provincia, come parte di unico esercito, esegua l’incarico che le sarà affidato.
Noi facciamo moltissimo assegnamento su Pavia, su Cremona, e su tutta la bassa Lombardia; ma prima di comunicare costà le necessarie istruzioni, abbiamo bisogno di esser sicuri che tutte le altre parti d’Italia siano in pronto per compiere il dover loro, e che il Governo piemontese possa immediatamente entrare in campagna. Or perché questo siegua con fondamento di buona riuscita, è necessario sino alla fine di mano, Agiscano quindi con prudenza e con avvedutezza perché l’agitazione non si ammorti, e perché nel medesimo tempo non sieguano movimenti prematuri. I Milanesi non sono ancor pronti, e noi lavoriamo perché quella città importantissima non manchi al primo appello; e son convinto che ci riusciremo. (I Milanesi non erano pronti, e i Palermitani erano freddi! Buone confessioni.)
Alcuni dicono che l’Austria chiamerebbe nel gennaio due levate di coscritti, e li condurrebbe subito via senza attendere il marzo. Io non lo credo; ma se ciò si verificasse, bisognerebbe provocare una diserzione in massa di tutti i coscritti. Ella comprenderà bene che se qui giungessero 100 o 200 refrattarii, sarebbero un imbarazzo per il Governo, e nulla per la causa italiana; ma se ne giungessero due, tre, quattromila, sarebbero una gran protesta nazionale, e forse la gocciola che farebbe traboccare il vaso già colmo. Le ripeto però che oltre a tale espediente non deve ricorrersi, se non nel caso che si volessero far partire i coscritti di una doppia leva nel gennaio prossimo, e quando si fosse sicuri di ottenere notevoli risultati. Usi di questa lettera colla sua consueta prudenza, ecc.
E qui entra di nuovo in scena Garibaldi.
Genova, 21 dicembre 1858.
Carissimo amico,
Dovendo partire domani per Genova, ho incaricato Medici dell'organizzazione delle compagnie di bersaglieri della guardia nàz onale, di cui conferimmo col Ministro. Certamente la cosa passerà la nostra speranza; e io spero di formare con ciò un potente ausiliario al nostro esercito. Bisogna dunque mandare in Genova i fondi necessari all’effetto, e si procederà immediatamente. L’idea del Ministro d’accogliere i Lombardi della presente leva avrà un effetto stupendo. Io credo che, riguardo all'armamento nostro, — conservando tutta la segretezza di cui sono suscettibili le circostanze, — si deve fare sulla maggior scala possibile, e non esser di meno questa volta dello slancio infallibile e gigante (?!) delle popolazioni. Le notizie ch’io ho dalle differenti provincie sono stupende; tutti vogliono la dittatura militare, che voi mi avete predicato; le rivalità, i partiti spariscono; e potete arditamente assicurare il nostro amico (180) ch'egli è onnipotente, e che deve manomettere (sic) qualunque straordinario provvedimento colla certezza dell’assentimento universale. Oh! questa volta, per Dio, la vinceremo! — Scrivete dunque a Giacomo Medici, e provvedete. — Io parto, e spero mi chiamerete presto. — Vi ho disturbato e vi disturberò sovente; ma, spero, scuserete il vostro fratello per la vita
Un saluto al nostro bravo Pallavicino.
G. Garibaldi.
P. S. Io credo necessario, sia l’ordine della formazione d’una compagnia di bersaglieri dato a tutti i corpi dello Stato.
Le seguenti sono di nuovo del La Farina:
Torino, 22 dicembre 1858.
Pregiatissimo Amico,
Ho un’idea che credo buona, e che comunico a lei e ai nostri amici di costà, per vedere se sia attuabile. Bisognerebbe che alcuni militi della guardia nazionale nostri amici porgessero una domanda al Ministero dell’interno, a fine d’essere autorizzati a formare una compagnia di bersaglieri, nella quale potessero entrarvi i più giovani ed animosi. In questa domanda non ci dovrebbe essere nessuna frase rivoluzionaria, e non si dovrebbe accennare che alla difesa dello Stato e delle libere istituzioni. Se credono la cosa fattibile, mi mandino la domanda, che sarà mia cura di ottenere l'autorizzazione. Così avremmo sottomano un corpo organizzato e bene istruito, ed armato per tutte le possibili evenienze.
E nuovamente Garibaldi:
Genova, 22 dicembre 1858.
Carissimo Amico.
Parto oggi alle 9, ed in caso che le circostanze ci precipitino all’azione (ciò che non sarebbe impossibile), mandatemi un vapore. Chiunque de' possidenti vapori in Genova può dare un vapore per l’oggetto in caso non si potesse mandare un vapore da guerra.
Gli elementi rivoluzionari! tutti sono con noi: è bene che Cavour se ne persuada, in caso non lo fosse pienamente, e che vi sia fiducia illimitata. Credo pure necessario che il Re sia alla testa dell’esercito, e lasciar dire quei che lo trattano d’incapacità. Ciò farà tacere le gelosie e le ciarle, che disgraziatamente fanno uno degli attributi di noi Italiani. Egli conosce oggi di chi si deve attorniare. La dittatura militare è nel convincimento di tutti; dunque, per Dio! che sia senza limite lo ho raccomandato in Lombardia, in Toscana non movimenti intempestivi a qualunque costo. La venuta delle leve nello Stato nostro, e quella degli studenti di Pavia è un fatto che voi potrete ingigantire a vostro piacimento. Io ho raccomandato che ve ne avverti no.
Vi prego di scusarmi su quanto vi ho detto. Io non ho certamente la pretensione di consigliarvi, ma di dirvi francamente la mia opinione.
Addio, comandate il
Vostro G. Garibaldi
E La Farina scriveva a Medici:
Torino, 23 dicembre 1858.
Pregiatissimo Signore,
Il nostro Garibaldi, prima di lasciare Genova, mi scrisse di avere conferito con lei intorno un nostro disegno; e m’invitò a scrivere a lei direttamente. E io lo fo volentierissimo, e me ne tengo onorato, avendo sentito sempre stima grandissima e fraterno affetto per la sua persona, e conoscendo i servigi eminenti ch’ella ha prestato alla causa italiana, e quelli che è capace di prestare.
Si tratterebbe di ordinare a Genova, ed in altre città dello Stato una qualche compagnia di cacciatori, composta dei più giovani, animosi e patriottici militi della guardia nazionale. Ella comprenderà benissimo che le persone, le quali dovrebbero far parte di questa compagnia, e massime quelle che dovrebbero assumerne il comando, bisognerebbe fossero tali da non destare sospetto e diffidenza nel Governo, che dovrebbe autorizzare 1 istituzione.
Non è necessario aggiungerle che noi assumeremmo agli occhi del Governo una specie di garanzia morale delle opinioni politiche dei componenti le dette compagnie, in questo senso ch’esse non farebbero nulla di contrario alle istituzioni dello Stato, ed anteporrebbero a tutto il principio dell’indipendenza e della unificazione d’Italia. In altri termini, noi vorremmo apparecchiare un aiuto, e non un imbarazzo al Governo, nel caso ch’egli si decidesse (come abbiamo ferma convinzione che farà) a capitanare la guerra della emancipazione italiana.
Le dico questo, perché in simili faccende bisogna parlar chiaro come si conviene ad uomini leali.
In questo tempo la setta lavorava anche in Ungheria e Kossuth,il famoso agitatore, procurava associare ai suoi intendimenti Garibaldi. Cavour se ne allarmava, e scriveva:
Mi venne detto che Kossuth siasi recato o stia per recarsi in Sardegna per conferire con Garibaldi. E’ di massima importanza che questi non si lasciasse sedurre, e nemmeno dasse retta all’ex dittatore ungarese; giacché ciò potrebbe mandare a monte un vasto progetto, al quale da lungo tempo lavoro.
La prego perciò a voler tosto scrivere a Garibaldi per metterlo in avvertenza, esortandolo a non commettere imprudenze.
C. CAVOUR.
P. S. Faccia pure il contratto in conformità delle lettere di cui gli faccio ritorno. Pensi a concentrare i mezzi di azione là dove si dovrà incominciare il ballo.
Torino, 2 dicembre (sera) 1858.
Pregiatissimo Amico.
Secondo notizie che noi abbiamo, Kossuth dovrebbe essere costà insieme ad un suo amico, sotto i nomi di Georges e Henry… credo all’albergo della Vittoria. Né sapete nulla? Si dice ch’egli abbia intenzione di andare a trovare Garibaldi. Se voi avete delle relazioni dirette o indirette con lui sarebbe bene vederlo e sentire le sue intenzioni, se viene ad aiutare ovvero a guastare. Egli ha ¡’avversione del partito militare, col quale noi siamo in relazione, e dal quale speriamo notevole aiuto. Ha di più l'avversione della Russia. Voi non avete bisogno di sapere altro per intendere quanto ci potrebbe nuocere. Se saprete cosa, avvisatemi: anche per dispaccio telegrafico. Basterà, s’egli viene da amico, che mi diciate: é bianca; se è contrario: è nero. Se non è lui, direte: non ha colore. Bisogna che ciò resti nel più stretto segreto.
Torino, 27 dicembre 1858.
Caro Amico,
Qui le cose vanno benissimo. La cavalleria ha ricevuto i cavalli dei quali mancava. La nostra Società riceve tutti i giorni numerosissime adesioni di uomini influentissimi del partito capace di fare.
Mi faccia il favore di mandare l’acclusa all’indirizzo suo. Troverà poi un pacco sul quale ò scritto solamente: Reggio. La persona che lo deve ritirare, mi dice d’essersi messa di accordo con lei. Non ho bisogno quindi di aggiunger altro.
Facciamo di tutto per tenerci pronti, perché il momento non è lontano, e noi speriamo per metà febbraio poter mandare precise istruzioni sul da farsi.
Un fraterno abbraccio a lei e a tutti i nostri amici.
Torino, 28 dicembre 1858.
Carissimo Amico,
……………………………………………………………………………………………….
Il discorso sulla diserzione è un ottimo evangelo; ma non parmi per la nostra messa. Io non credo che la condizione sia mancata: credo anzi che sussista, ed anche più di prima. Se io avessi la convinzione che il Piemonte non sia per fare la guerra, credete che sarei sì imbecille e di sì poca coscienza da provocare una rivoluzione!
Assicuratevi che noi siamo d’accordo: solamente voi non credete ad un fatto, nel quale io ho piena fiducia.
Torino, 1 gennaio 1859.
Pregiatissimo Signore ed Amico,
Ecco una risposta precisa in proposito de' coscritti del Lombardo-Veneto.Eglino,venendo in Piemonte, non saranno in nessuno caso restituiti. Bisogna operare in modo che vengano al più tardi possibile, per la ragione che, venendo in gennaio, il Governo non può ostensibilmente radunarli, ordinarli, sovvenirli, senza precipitare la dichiarazione della guerra; mentre se venissero verso la fine di febbraio o nel principio di marzo, la cosa seguirebbe in tempo opportuno.
Bisogna, se vengono ora, che passino i confini senza farsi vedere da chi ha segrete istruzioni di non vederli; se ciò segue fra due mesi non vi é necessità di queste cautele.
Ella avrà compreso pienamente lo spirito della cosa, e quindi è inutile aggiungere altre avvertenze: non si vuole una cagione di guerra tra otto giorni; si desidera tra due mesi.
Sta benissimo quanto ella mi dice nella sua di ieri l’altro. Ella ha agito con somma prudenza e con sommo patriottismo… Qui le cose continuano ad andar bene.
Torino, 3 gennaio 1859.
Ho ricevuto regolarmente le sue lettere, e non so come ringraziarla per avere si bene ordinatola faccenda di B.... E’ un grandissimo servizio che ha reso alla causa che difendiamo. La venuta di persona intelligente qui sarebbe utilissima: l’epoca più adatta parrai il mese di febbraio, verso la fine. Tengano per certo che se codesto Ducato sarebbe occupato dalle truppe austriache, la dichiarazione di guerra non si farebbe attendere otto giorni; ma l'Austria, che sa come stanno le cose, non farà questa corbelleria. E’ vero che Garibaldi è stato qui; ò vero che avrà una parte principale nella grande impresa che si apparecchia; ma non è vero che organizzi ora un corpo di bersaglieri, come ò corsa la voce ne’ Ducati e in Lombardia. In altri termini la notizia ò prematura, e si divulgò per imprudenza di amici.
Qui non v’è alcuno che non creda all'imminenza della guerra; e tutti gli apparecchi si affrettano oramai sensibilmente.
Torino, 7 gennaio 1859.
Pregiatissimo signore ed amico.
Il Pallavicini mi comunica una sua lettera, alla quale mi affretto di rispondere in brevi parole.
La guerra si ritiene sempre come certa e prossima; e se il governo si tiene in qualche riserva, èperché teme che gli avvenimenti si precipitino, e che nel Lombardo-Veneto scoppii qualche movimento primach’egli sia pronto ad entrare in campagna. Su di questo proposito stia quindi tranquillo, e tranquillizzi i suoi amici
In quanto ai coscritti, le ripeto ciò che le scrissi: bisogna far di tutto per indugiare il loro passaggio, s’è possibile, sino alla fine di febbraio. Se passano prima, il Governo fingerà, non vederli; se dopo, li accoglierà apertamente, e darà loro un ordinamento militare, cioè a dire, creerà con essi un casus belli.
Si sta costituendo intanto qui una commissione per provvedere a quelli che giungeranno prima, in quel miglior modo che si potrà, e segretamente
Torino, 8 gennaio 1859.
Carissimo Amico,
L’affare dei coscritti va bene, e tra oggi o domani ci sarà una commissione incaricata di provvedere. Questa è notizia da tenere segreta. Fate di tutto perché non vengano altro che giovani coscritti: non vogliamo uomini maturi, indisciplinati e indisciplinabili. I veri coscritti inviateli a me sino a nuova disposizione (182).
Il medesimo giorno Garibaldi scriveva:
Caprera, 8 gennaio 1859.
Carissimo Amico
Io v’ho veramente fatto bersaglio ad importunità senza fine, e v’ho diretto mezzo mondo: compatitemi, e comandatemi a mio torno quando l’occasione si presenti. Circa all’organizzazione convenuta, io la lascio intieramente a voi, e vedrete sino dove vuol giungere il nostro amico C. (183))Solamente voglio farvi osservare che dovendo promuovere movimenti di popolo, sarebbe bene di cominciare con qualche cosa di organizzato per poter dirigere la corrente come si deve. Per ciò combinerete e darete ordini. Medici e chiunque de' miei hanno ordine di non fare senza consultarvi. Lo stesso ho raccomandato a quei di dentro.
Vostro
G. Garibaldi
Torino, 13 gennaio 1859.
Carissimo Amico.
Ricevo il vostro dispaccio telegrafico, lo comunico a Tecchio, e spero che in giornata o al più domani vi siano mandati i fondi necessarii. Potete intanto essere pienamente tranquillo che il denaro speso sarà rimborsato.
Io non so come manifestarvi la nostra pienissima soddisfazione e compiacenza perzquanto avete fatto, e per quanto state facendo.(184))Bravo! Bravissimo al nostro aiutante maggiore, ed al nostro comitato!
Per ciò che riguarda la persona impiegata nella polizia di Pavia, intendetevela col comandante de' carabinieri, che è un ottimo galantuomo, e che gode la piena fiducia del governo. Andate da lui. in nome mio se occorre, e ditegli che riceverà istruzioni in proposito.
Qui le cose vanno benissimo: sono chiamate sotto le armi quattro classi della prima categoria; in otto giorni tutte le truppe di Savoia e di Sardegna saranno concentrate tra Alessandria e Casale. Ma, per carità, non moti intempestivi; non precipitiamo gli avvenimenti, che corrono benissimo da loro stessi.
Torino, 13 gennaio 1859.
Pregiatissimo Signore,
....Le dico inoltre che le cose vanno egregiamente bene. Il discorso della Corona ha fatto grandissima impressione in Lombardia. La legge per la riforma della guardia nazionale sarà presentata domani. Si formano già i quadri di altri 60 battaglioni. La truppa di Sardegna e di Savoia sarà concentrata in Alessandria tra otto giorni. Badiamo intanto che non sieguano dei moti precipitati ed isolati; esortiamo caldamente i nostri amici di Carrara a stare tranquilli. Noi abbiamo bisogno ancora del tempo per essere pronti in tutte le provincie italiane. Un movimento intempestivo ci rovinerebbe.
Essendo in questo momento occupatissimo, la prego di far copia di questa mia lettera, e di mandarla sollecitamente a Sarzana.
P. S. Se si presentano ai confini disertori e nuovi coscritti di Modena, li ricevano, e li mandino qui. Badiamo che non siano altri che disertori o coscritti.
Torino, 16 gennaio 1859.
Carissima Sig(a). Ernesta,
……………………………………………………………………………………………….
Voi non vi occupate di politica, e fate bene; ma scrivere da Torino nei tempi che corrono e non parlare di politica ècosa impossibile. Vi dico adunque che la guerra è certa, anzi imminente. Ritenete che tra un paio di mesi comincieranno le cannonate. — IlPrincipe Napoleone deve arrivare oggi. Egli sposa la principessa Clotilde, figlia maggiore di Vittorio Emanuele.
Torino, 18 gennaio 1859.
Rispondo subito alla vostra del 16, che mi giunge questa mattina, 18. I coscritti bisogna indirizzarli all’Avv. Tecchio. Badate che siano coscritti davvero, e non volontarii indisciplinati, che poi, giunti qui, non vogliono entrare nell’esercito, dicono che sono stati ingannati, e vogliono essere mantenuti. Per questa faccenda bisogna intendersela in tutto con Tecchio.
Gli Austriaci non faranno la corbelleria di marciare su Torino, avendo a' fianchi 40,000 uomini concentrati tra Casale ed Alessandria.
Mio carissimo Amico,
…………………………………………………………………………………………….
Avete veduto il risultamento delle elezioni nella Moldovalachia? E stata cosa concertata a Torino, tenuta segretissima e riuscita benissimo. E un colpo terribile all'Austria, e ne avrà degli altri……………..
…..Votato l’imprestito, il governo chiamerà 4 conti genti; e le cose procederanno benissimo. In Sicilia il discorso di Vittorio Emanuele ha destato molta agitazione.
Torino, 24 gennaio 1859.
Pregiatissimo Amico,
Ritenete come quasi ufficiale il 1 articolo del nostro bollettino d’oggi, intitolato: Le false notizie.
Il Re avrà il comando in capo dell’esercito. La Marmora sarà al suo fianco in qualità di ministro della guerra. Alle ostilità non si verrà prima della metà di aprile, salvo casi impreveduti. La Francia sarà certamente con noi. L'Inghilterra pare non prenderebbe parte contro se non quando Napoleone IIIvolesse conquistare per conto suo o de' suoi.
Bisogna tenere sollevati gli animi; bisogna agitare vivamente il Pontremolese. Ci raccomandiamo caldamente a codesto comitato.
Torino, 24 gennaio 1859.
Carissimo Amico,
………………………………………………………………………………………………
Il Re avrà il comando in capo dell’esercito; La Marmora sarà al suo fianco in qualità di ministro della guerra.
Fanti ha avuto il comando di una divisione.
Cialdini comanderà la brigata Guardie.
La guerra non si romperà probabilmente (salvo casi impreveduti)che verso metà di aprile.
Torino, 24 gennaio 1859.
Mio Carissimo Amico,
………………………………………………………………………………………………
Vi ripeto per la ventesima volta che la guerra è certa. Credete voi che io sia un fanciullo, che dapar certe le notizie lette nei giornali o raccattate nei caffè!
Torino, 24 gennaio 1859.
PregiatissimoAmico
Avete ragione di dolervi del ritardo con cui alle volte rispondo; ma vi fo osservare che, se mi giovo dei segretarii quando sono cose che riguardano i comitati dell’interno dello Stato, voglio sempre scrivere io stesso a' comitati di frontiera, co’ quali si tratta per lo più di cose risguardanti gli Stati vicini; perché le corrispondenze colle altre provincie italiane sono tutte nelle mie mani; ed è cosi solo che si è potuto per tre anni mantenere un segreto che fu la disperazione delle polizie. Assicuratevi che nessuno più di me, che mi ammazzo lavorando, deriderebbe essere aiutato; ma assicuratevi nel medesimo tempo che cosi solo si potrà mantenere il segreto necessario alla buona riuscita dei nostri disegni……………..
Non credano nulla delle voci che si spargono, e ritengano il primo articolo del PiccoloCorriere d’oggi come notizia ministeriale.
La guerra, meno casi impreveduti, non si romperà, come le scrissi da molto tempo indietro, prima dell’aprile. Importa però avere tutte le settimane il quadro esatto delle forze governative in Massa, Carrara, Fivizzano, ecc. ecc. Codesto comitatoè autorizzato a comunicare coll’ottimo maggior Longoni tutte le notizie che riceverà da noi………….
La Società per la Indipendenza Italiana di Genova non ha niente che fare con noi. Sono tutti mazziniani, o ex-mazziniani. Stiamo quindi in guardia, ed avvertano di stare inguardia i nostri amici di Lerici, di S. Terenzio, di Spezia, ecc. ed anche più quelli di Carrara e di Massa.
P, S…………..
Idisertori e coscritti estensi, che vogliono servire nell’esercito sardo, potrà indirizzarli a Torino all’avvocato Tecchio, dica però loro esplicitamente e chiaramente, che debbono servire nell’esercito, e non in corpi franchi.
Ed ecco di nuovo Garibaldi:
Caprera, 30 gennaio 1859.
Carissimo Amico,
Aveva già risposto alle antecedenti vostre, quando mi giunse l’ultima del 23. Io sono contentiamo del buon andamento delle nostre cose, e non aspetto che un cenno vostro per partire. B.... credo che finirà per venire con me, ad onta d’aver ancora certe mazzinerie; in caso contrario noi faremo pure senza. Circa alle suggestioni che potrebbero venirmi da quei di Londra, state pur tranquillo. Io sono corroborato nello spirito del sacro programma che ci siam proposti, da non temere crollo, e non retrocedere né davanti ad uomini, né davanti a considerazioni. Io nonvoglio dar consigli al Conte, né a voi, perché non ne abbisognate; ma colla parola vostra potente sorreggetelo e spingetelo sulla via santissima prefissa. Italia è ricca d’uomini e di denari (!?j. Egli può tutto; che faccia tutto, e qualche cosa di più ancora. I nostri nemici ed i suoi più ancora lo rimprovereranno di non aver fatto che di aver mal fatto. Che l’organizzazione dei corpi bersaglieri già menzionati sia su scala spaventosa: noi non avremo mai fatto troppo…………………...
Vostro
G.GARIBALDI
E La Farina prosegue:
Torino, 30 gennaio 1859.
Pregiatissimo Signore,
.... Gli amici nostri che sono nelle truppe estensi bisogna impegnarli a rimanere: la diserzione oggi non giova a noi, e non nuoce ai nostri nemici; la diserzione nel momento dell’azione può essere decisiva. Abbia la compiacenza di comunicare questo particolare agli amici di Sarzana.
Torino, 2 febbraio 1859.
Pregiatissimo Amico,
Un rigo soltanto per dirle, che codesto signor Intendente ha ricevuto, o riceverà in breve, istruzioni in riguardo a' fogli di via dei coscritti estensi. Essi saranno mandati a Torino comi emigrati politici internali. Non si spaventino di questa determinazione; il velo sotto il quale si copre il viaggio dei coscritti.
Vengano quindi francamente, che qui saranno bene accolti. L’Intendente deve fingere che non siano refrattarii. Mi faccia il favore di comunicare questa mia lettera al dottor Bolognini, e scrivergli nel medesimo tempo, che vorrei sapere ciò che vi sia di vero intorno a cartelli, che sarebbero stati affissi a Lerici, contro il Sindaco ed il nostro comitato.
Gli raccomandi caldamente, che dalla parte dei nostri non si faccia nessuna dimostrazione: bisogna tenere il silenzio il più completo. Noi abbiamo bisogno di deviare l’attenzione dei nostri nemici da codeste parti, e fingere una calma assoluta.
Qui si procede benissimo negli apparecchi: tra giorni vi sarà la promozione di parecchie centinaia di bassi ufficiali pei nuovi quadri. I coscritti lombardi continuano ad arrivare. Appena la legge della guardia nazionale sarà passata in Senato, si comincieràl’ordinamento dei corpi volontari. Il governo in questa settimana domanderà un prestito per armamenti. Garibaldi è 11 nella sua isoletta pieno di speranza e di fiducia, lietissimo e contentissimo, attendendo un nostro dispaccio per venire.
Torino, 11 febbraio 1(B)59.
Pregiatissimo Amico,
Ho comunicato la vostra lettera al comune amico.
Le cose procedono un po’ lentamente, è vero, ma pure procedono bene. Per l’esercito si èfatto e si sta facendo moltissimo. Votato l’imprestito dal Senato, si chiamano i contingenti; e già le circolari pei sindaci sono stampate. La Marmora ha voluto indugiare, per fare che prima i coscritti istruiti siano mandati a reggimenti. Di Lombardia, di Parma e di Modena arrivano tutti i giorni refrattari! e disertori, i primi sono ammessi nell’esercito, gli altri sono mandati in un deposito stabilito a Susa.
L’amico è sempre più infervorato nelle nostre idee, ed in questo senso si lavora.
La vostra relazione piacque molto.
Buone notizie di Lombardia, de' Ducati, di Toscana, di Romagna e di Sicilia.
Si dice che Mazzini voglia fare un tentativo ne’ Ducati.
Ritenete sempre la guerra certa per l’aprile.
Torino, 12 febbraio 1859.
Carissimo Amico,
Vi accludo una lettera del comune amico, cav. C., datami aperta, ed alla quale aggiungo le seguenti raccomandazioni concertate con gli amici di qui (186).
Bisogna ordinare l’agitazione in modo che l’avvenire rimanga intatto. Non si parli quindi né di riforme, né di costituzioni; ma di nazionalità e d’indipendenza. Si demandi che le truppe toscane si uniscano con le piemontesi in difesa della causa comune, e che sia sciolto ogni trattato esistente con l’Austria.
Bisogna evitare ogni conflitto con i soldati.
La lettera dell’amico fu scritta ieri l’altro; ma le notizie pervenute alla sera di quel medesimo giorno fan preved re più vicina la crisi. E’ molto probabile che s’entri in campagna nei primi di aprile. Qui giungono tutti i giorni a centinaia i coscritti lombardi, parmigiani, modenesi, e sono accolti nell’esercito. Dal solo Ducato di Modena ne sono venuti 460 (!?)
Gli apparecchi di guerra si proseguono con grande alacrità.
In conformità abbiamo scritto a tutti i nostri amici delle primarie città toscane. Non mettiamo indugi ad eccitare. Ciò che non si farà in questo momento, non si farà più, perché il dado è oramai gettato.
E nuovamente Cavour:
Torino, 13 febbraio 1859.
Troverà un progetto di regolamento per attivare la nuova legge sulla guardia nazionale. Lo trovo in molte parti difettoso. Lo esamini, e mi metta per iscritto le sue osservazioni.
Ove il creda, prepari altro progetto per i corpi volontarii.
Quando avrà in pronto il suo lavoro, si compiacerà dì portarmeloall’ore consuete.
C. CAVOUR
Contemporaneamente si lavorava negli Stati danubiani; e La Farina scriveva:
Torino, 13 febbraio 1859.
Carissimo Amico,
Rispondo a due vostre. Non temete, ché la Servia non èperduta d’occhio: tutt’altro! Verrà giorno in cui si saprà con quale arte finissima l’Austria è stata circondata di spine. La Turchia non ò con noi, anzi è contro di noi. Con noi è là Greeia. Vedrete un grande incendio in Europa... Sono d’accordo con voi che bisogna presto ricorrere alla dittatura. Il governo è convinto. Solamente indugia, perché attende un fatto esterno che la giustifichi.
Torino, 17 febbraio 1859.
Carissima Signora Ernesta,
…………………………………….….
Si fanno enormi provviste di munizioni, di vestiari), di foraggi. Immensi apparecchi si fanno anche in Francia, e già tra Lione e Marsiglia si sono concentrati più di 150,003 uomini, pronti a venire per terra o per mare, secondo il bisogno (187). Quando la legge sul riordinamento della guardia nazionale sarà approvata dal Senato, si apriranno i ruoli dei volontarii. Si ammetteranno solamente i minori di anni 36; e saranno ordinati come truppe regolari colla disciplini e le leggi ¡stesse dell’esercito. Bande come nel 48 non se ne vuole in nessun modo. Gli ufficiali di questi corpi volontarii saranno eletti dal governo, previo esame per quelli che non abbiano servito in eserciti regolari. — La Principessa Clotilde è stata accolta a Parigi benissimo da quelli che vogliono la guerra, e freddamente da quelli che vogliono la pace…………….
Torino, 17 febbraio 1859.
Pregiatissimo Signore,
…………………………………………………………………………………………………
giuramento del quale mi mandò copia, fu stampato clandestinamente a Modena da alcuni nostri amici. Vedutolo, ci piacque, e l’abbiamo diffuso noi nel Lombardo-Veneto.
Il luogo da lei indicatomi pel passaggio dei coscritti e disertori èquello in questo momento più frequentato. Più di 250 ne sono passati di là. Sta bene quindi che continuino a tenere quella medesima via, fino a che gli Austriaci riusciranno a guardarla in modo da renderla impossibile.
Ieri l’altro dal Solo Ducato di Modena ne sono giunti 164! Se si va di questo passo il duchino rimarrà solo. Molti giovani signori di Milano sono già entrati nell’esercito sardo come semplici soldati. Non v’è giorno che l’arrivo dei coscritti e disertori non sorpassi il centinaio.
L’avverto che già si sono aperti depositi, non solamente pei disertori, ma anche pei volontari! che vogliono entrare nell'esercito. Bisogna però ohe non abbiano più di 36 anni, che siano atti al servizio militare, e che giurino per otto anni.
Pei corpi detti propriamente volontari! si attende ancora che la legge sia approvata dal Senato.
Torino, 17 febbraio 1859.
Carissimo Signore,
…………………………………………………………………………………………………
Sarebbe bene che la gioventù animosa, che può stare in Massa e Carrara, ci resti; se no, non so davvero chi ci seconderà per un movimento; e quelle città rimarranno in mano dei reazionaria Qui si prosieguo alacremente negli apparecchi di guerra. NON TEMANO CONFERENZE E CONGRESSI; la guerra si farà e si farà al tempo che le ho detto. Tenghiamo bene animato e confidente lo spirito pubblico, e saremo sicuri del trionfo della nostra causa.
Torino, 20 febbraio 1859.
Carissimo e Pregiatissimo Amico,
………………………………………………………………………………………………
La guerra è non solamente certa, ma imminente. Tutto induce a credere, che per i primi giorni d’aprile comincieranno le cannonate. Da qui sono state date ai liberali toscani le seguenti istruzioni:
«Incominciare una gagliarda agitazione. Non parlare né di riforme, né di costituzione; ma di nazionalità e d'indipendenza.
«Chiedere l'immediato scioglimento dei trattati esistenti coll’Austria, e unificazione delle truppe toscane colle piemontesi per la guerra della indipendenza;
«Evitare ogni conflitto colla milizia; ma del resto fare petizioni, dimostrazioni, foglietti clandestini, ecc ecc.
Insomma qui si vuole che tutta l'Europa sia convinta di questa verità: la causa dell’indipendenza stare a cuore non solamente del Piemonte, ma di tutta l’Italia.
A Torino giungono tutti i giorni a centinaia i coscritti lombardi, veneti, parmensi, modenesi, e sono accolti subito nell'esercito, non ostante i trattati di estradizione. Il dado è oramai gettato.
Torino, 21 febbraio 1859.
Pregiatissimo Amico,
In Toscana si apparecchiano. dimostrazioni popolari contro i trattati coll’Austria. Si potrebbe fare qualche cosa di simile a Parma? Nell’affermativa, bisogna badar bene a non far nulla che comprometta l’avvenire, o stabilisca dei legami coll’attuale dinastia. Tutto sarebbe perduto, se si ricalcasse la via del 48. Ciò non ostante, fare un pò di rumore in questi momenti non nuoce. Il comune amico vi avrà detto a voce il resto.
Cavour ribadiva le stesse cose, e diceva:
Se avesse alcuna osservazione a fare sulla memoria che Nigra gli ha lasciata, gradirei sentirla prima di adottare definitivamente il progettato programma.
Guerrazzi mi ha scritto la qui compiegata lettera: non posso né voglio risponderci; ma desidererei che gli si facesse sapere che, non è il caso di pensare a moti incomposti, a governi prow ¡sori, ed altre sciocchezze ad uso 48.
Le difficoltà politiche si presentano maggiori di quanto si calcolava. Nulla meno non mi sgomento, e confido nel trionfo della buona causa.
Mi ritorni le lettere di G.
C. CAVOUR.
E poco dopo aggiungeva:
La prego d’invitare il marchese Pallavicini di scrivere al generale Ulloa, che la sua presenza potrebbe tornare utile molto in Piemonte.
Dica a Cialdini la sua opinione sulla nomina d’Ardoino. Ma non avendo questi, bisogna sceglierne un altro senza indugio.
Cialdini gli parlerà dei fucili. La prego di intendersela con i Milanesi, i quali protestano e giurano essere animati dal più vivo desiderio di concordia e di unione.
C.CAVOUR
La Farina intanto continuava:
Torino, 2 marzo 1859.
Carissimo Amico
……………………………………………………………………………………………..
Ora vi annunzio che tra giorni riceverete le istruzioni segrete di questo Comitato centrale, che bisogna comunicare ai nostri amici più fidati, prudenti e sicuri di Massa e Carrara, Fivizzano, Pietrasanta, Pontremoli. Badiamo che non vadanolo mano di gente leggera, ciarliera, o poco sicura. Garibaldi è arrivato qui questa notte, ed oramai non si innoverà più da Torino sino al giorno in cui dovrà agire.
Compita la sottoscrizione pel prestito, saranno chiamati i contingenti. La guerra è certa: se vi fosse qualche cosa in contrario vi avrei avvertito. Oggi per dispaccio chiamo Ulloa da Parigi. E’ oramai il tempo che ognuno vada al suo posto.
Comunicate questa mia lettera al comitato di Lerici ed al maggiore Longoni. Costà bisogna si serbi il maggiore silenzio e la maggiore calma possibile. E’ appunto quando si deve operare che non si deve far rumore.
Torino, 4 marzo 1859.
Pregiatissimo Amico,
Le acchiudo quattro copie delle istruzioni segrete (190) pe’ comitati di Massa, Carrara, Fivizzano, e Pietrasanta, che manderà nel modo il più sollecito e sicuro. Bisogna che queste istruzioni siano in mano di persone fidatissime, e che non se ne conosca il contenuto se non al momento opportuno. Metterà un numero a ciascuna copia, e mi trasmetterà i nomi delle persone che l’avranno in mano.
Dovendosi operare da codeste parti, saranno portate costà armi e munizioni; 8’indugia e spedirle, perché bisogna lasciare sino alla vigilia incerto il luogo d’onde comincerà l’incendio. Raccomando il segreto il più assoluto.
Torino, 6 marzo 1859.
Pregiatissimo Amico,
Ecco le istruzioni segrete, che debbonsi tener presenti nel caso in cui cominciassero le ostilità. Né mando parecchie copie, perché le comunichino a Borgo San Donnino, e a qualche altro centro di popolazione.
Bisogna far di tutto perché vadano in mano di persone sicure, prudenti, animose e fidatissime. Grazie infinite delle notizie che ci dà.
……………………………………………………………………………………………..
P. S. — 7 marzo.
Giunge la notizia che l’Austria respinge le proposte di lord Cowley, e ne fa altre inaccettabili.
Di queste istruzioni due copie bisogna mandarle al più presto a Modena.
Torino, 8 marzo 1859.
Pregiatissimo Signore
Noi crediamo alla guerra; noi vogliamo che questa guerra sia coadiuvata dalla insurrezione. A Milano un movimento (nelle attuali condizioni) è una follia. Bisogna organizzare la rivoluzione nel Bergamasco, nel Bresciano, nel Comasco, ecc. A questo fine noi lavoriamo. Cominciate le ostilità, bisogna destare la rivoluzione ovunque la rivoluzione sia possibile, non fosse altro per dividere le forze nemiche, e rendere difficili le comunicazioni. Il modo pratico è stato comunicato in segrete istruzioni, che già sono in mano di tutti i nostri comitati del Lombardo Veneto, dei Ducati, delle Romagne, della Toscana, ecc. In quanto ai coscritti, molti inconvenienti ci sono stati, è vero; ma a poco a poco mi pare si sia messo rimedio, se non a tutti, alla maggior parte: ed ora pare che la faccenda vada molto bene.
Torino, 9 marzo 1859.
Mio ottimo e carissimo amico,
Ecco in breve le notizie della giornata. Il Piemonte chiama sotto le armi i contingenti di 1.(a)categoria. In tre o quattro giorni il suo esercito sarà quindi accresciuto di 36,000 ottimi soldati. Garibaldi é qui, e si sta organizzando un corpo speciale per lui………………..
I deportati napoletani si sono sollevati, ed han costretto il capitano del legno ad appoggiare in Irlanda (191). L'ambasciatore sardo li ha presi sotto la sua protezione e li ha fatti sbarcare. Confermo ciò che sempre ho detto: in aprile convinceranno le cannonate.
Pregiatissimo Signore,
Torino, 9 marzo 1859.
………………………………………………………………………………………………...
Le acchiudo copie delle istruzioni segrete che questa presidenza ha spedito a' comitati del Lombardo-Veneto, de' Ducati e della Romagna, e che spedirà in questi giorni in Toscana, affinché codesto comitato ne abbia conoscenza; ma la prego caldamente di raccomandare a' suoi colleghi il più completo silenzio.
In Toscana s’era concertata una dimostrazione contro i legami stretti coll’Austria e a favore del Piemonte; e persone autorevoli erano venute di là, e s erano messe d’accordo cm noi e con chi di ragione; ma i bei disegni concepiti sul Po pare si siano dileguati sull’Arno. Non importa: noi siamo in istato di trascinare i timidi e gl’inerti.
Si tratta altra volta dello sgombro dello Stato Romano. Se questo avvenisse, bisognerebbe destare la sollevazione nella Romagna. E quindi utile preparare gli animi per questa eventualità, e con questo intento lavorano i comitati nostri di quella provincia. (Esi attribuiva al così detto malgoverno del Papa, il turbamento delle popolazioni!)
Torino, 14 marzo 1859.
Carissimo amico,
……………...Néqui né a Parigi v’è mutamento alcuno. Le cose procedono bene, e tutti gli sforzi della diplomazia non potranno che indugiare di qualche settimana lo scioglimento del dramma. Il Piemonte il di ¿3 avrà 100,000 uomini sotto le armi. A Cuneo si ordina ed istruisce il corpo che comanderà Garibaldi; il 1°. battaglione sarà comandato da Cosenz; ma queste nomine non saran no pubblicate officialmente che alla dichiarazione della guerra. L'arrivo dei volontarii fa ottima impressione nell’esercito, ed i un nodo di più aggiunto al nodo in solubile della questione italiana.
Se a Borgo Taro avete persona prudente, animosa ed autorevole, mandatele le qui acchiuse istruzioni, e datemi il suo nome. Raccomandate segretezza. Bisogna tenersi apparecchiati, perché la crisi può indugiare qualche mese, ma può anche precipitarsi.
Le notizie del Lombardo-Veneto, dei Ducati, delle Romagne sono ottime: a Firenze si siila; ma il torrente trascinerà anche gl’inerti.
Torino, 15 marzo 1859.
Pregiatissimo Amico,
Conmolto rincrescimento ho letto il dispaccio che avete diretto all’amico Homodei.Codesto comitato, che è tra' più attivi e zelanti, dovrebbe andare. più cauto a faresimili dispacci, i quali, lo dico con sommo dispiacere, fanno qui ridere i fattorini deltelegrafo e fanno andare in furia il conte di Cavour, cui vengono comunicati, come Ministro dell’interno. Si persuadano che la posizione politica si può meglio giudicare da Torino che da Sarzana; e che non è regolare, che, mentre i Comitati di Cava-Carbonara, Gravellona, ecc., che hanno a pochi passi di distanza quasi 20,000 Austriaci, si mostrano fiduciosi e sicuri, il comitato di Sarzana si lasci agitare da timori infondati e da pericoli immaginari i. Se questo si fa mentre le ostilità non sono incominciate, ché non si farà se le sorti variabili della guerra oi facessero toccare qualche sconfitta!……………………….
Le notizie non che essere cattive, sono ottime; la missione non riuscita di lord Crowley hamesso l’Inghilterra nella impossibilità di collegarsi apertamente coll’Austria, e l’articolo del Moniteur, è stato una scaltrissima manovra per far ricadere la responsabilità della guerra sul Gabinetto di Vienna, ed attutisce l’esaltamento Bellicoso della Germania.
Già si organizzano i volontari! di Cuneo, che saranno il nucleo del corpo comandato da Garibaldi; già si aprono altri dieci depositi per volontari. Ora è tempo di organizzare costà, una qualche compagnia di guardia nazionale; ed a questo oggetto deve rivolgere tutta la sua attività il comitato. Si mettano d’accordo col sig. sindaco, e tengano presente la legge, il regolamento e la dichiarazione fatta della Camera elettiva dal Ministro dell'interno. Per la parte militare si lascino consigliare dall’egregio maggiore Longoni.
Qui torna di nuovo in iscena Cavour, e scrive:
Laringrazio delle comunicazioni. Sono informato dell’accaduto in Toscana (lo vedremo tra poco). Si facciano indirizzi e proteste; ma per carità non moti in piazza. Scriva decisamente in questo senso.
Medici ha il comando di Savigliano. Il locale è stupende, capace di 1500. Sperò verrà oggi a Torino.
Mi fu riferito, che alcuni distolgano i giovani di entrare nell’esercito, e gli spingano nei depositi per militare sotto Garibaldi. Questo non sta; veda di neutralizzare quelle arti perfide.
Sarà forse bene che Garibaldi spedisca nel Ticino un suo fido per richiamare a séi pochi Elleni che aspettano Mazzini. Neparli con Cialdini.
C. CAVOUR
Ma v’erano dei guastamestieri, e La Farina li segnala:
Torino, 19 marzo 1859.
Carissimo Amico,
Questo Comitato centrale non ha mandato nessuno in Massa e Carrara; ed avrei piacere di conoscere chi usurpa una missione che non gli è stata affidata, e chi abusa del nome nostro.
In generale poi dovete ritenere per impostore chi non è munito di nostre lettere.
Sta bene quanto mi dite per Pontremoli, punto troppo importante per poter esser lasciato senza particolare Comitato.
È tempo di affrettare costà l’ordinamento di una compagnia di guardia nazionale; bisogna far presto, ed il meglio che si possa.
E’ necessario anche lavorare con prudenza ed attività nella guarnigione estense di Massa e Carrara; ma badate che non si vorrebbe diserzioni isolate; queste giovano poco, e non hanno nessuna importanza politica: ma la diserzione di una compagnia con armi e bagaglio sarebbe un fatto bellissimo, e che ci gioverrebbe immensamente.Bisogna agire con avvedutezza, e non tentare il colpo senza prima avvertirmi, ed attendere mia risposta. Qui vi è un ex finanziere estense, venuto da costà, che dice avere delle relazioni importanti colla truppa stanziata in Massa e Carraia; credete che la sua venuta possa giovare costà?
Qui le cose procedono bene; l’arrivo dei volontarii aumenta tutti i giorni... Questi volontarii, che saranno comandati da Garibaldi, prenderanno il nome di Cacciatori delle Alpi.
Le cagioni da guerra si accumulano e si accrescono, e non passerà il mese di aprile senza che tuoni il cannone.
P. S. — Per Toscana si è combinato tutto con persone mandate di là appositamente.
Torino, 27 marzo 1859.
Pregiatissimo Signore,
Dell’imbroglio di Livorno sarà certo autore L. C.; ma è molto strano che quei signori si lascino muovere da persona, la cui moralità non è più un mistero per alcuno.
L. C., che io non vedo giammai, venne da me una sera per dirmi se lo autorizzava a scrivere in Toscana. Gli risposi che io non avevo autorità alcuna, e che egli era padrone di scrivere o di non scrivere agli amici suoi. Sconsigliai moti intempestivi; dissi che bisognava rimanere uniti col governo sardo, e che, cominciata la guerra, era dover nostro di coadiuvarla colla insurrezione. Ecco tutto. Per altro a Livorno leggono il Piccolo Corriere e ricevono tutte le settimane mie lettere, colle quali possono smentire chi abusa maliziosamente o storditamente del mio nome
I Mazziniani si erano rimessi al lavoro; ma credo che le loro trame siano state troncate a tempo in Massa e Carrara, e nel Canton Ticino. Ciò non ostante bisogna esortare i nostri amici a stare in guardia, e a non credere a nessuno che parli in nome nostro, qualora non sia munito di una nostra raccomandazione.
Il giuoco che ella mi annunzia, a Livorno, è stato anche tentato in Sicilia, in Romagna e a Milano; èun iniquo e perfido sistema.
Torino 30, marzo 1859.
Carissimo Amico.
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Qui nessuno crede che il congresso possa avere un qualche risultamento. Intanto continuano gli armamenti in Piemonte ed in Francia. Arrivano a Torino volontari! di tutte le parti d’Italia; e pensando ai gravissimi pericoli ai quali vanno incontro quelli che vengono dal Friuli, dal Tirolo Italiano, e dalle Marche, non si giunge a comprendere come non se ne veggano ancora comparire dai nostri porti di mare. In Firenze, per sovvenire di danaro quelli che vogliono venire a militare nelle file dell’esercito sardo, si sono raccolte in otto giorni L. 100,000 (?!) E’ una vera crociata di unificazione, (tutto fiore di spontaneità!) nella quale mi duole moltissimo che la Sicilia non sia rappresentata. Ieri mi fu data la notizia che il figlio del Principe di Bufera verrà a indossare la divisa del soldato piemontese. Voglia Iddio che sia vero?
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Vi comunico un fatto, che in questo momento credo importante. Vittorio Emanuele, sena mia domanda, mi ha conferito l’onore della cittadinanza sarda. (Si vede che il Galantuomo apprezzava molto l'opera del La Farina!). Questa notizia mi è giunta propriamente inaspettata, ed ho veduto in essa un manifesto attestato di fiducia per la Società Nazionale Italiana.
Il conte di Cavour parte domani da Parigi per ritornare a Torino. Da un suo brevissimo dispaccio si conosce ch’egli è stato pienamente soddisfatto dello abboccamento avuto coll’Imperatore.
Torino, 30 marzo 1859.
Pregiatissimo Amico,
… Quelli di Chiasso mi fanno pur sapere che hanno speso di molti denari per le guide, e per sovvenire ad altri bisogni di quelli che passano. R... insisterà forse anche con lei. Gli ripeta pure che la Società Nazionale vuole essere indipendente da ogni legame ufficiale, che inceppi illibero sviluppo del suo lavoro in tutta l’Italia; e che, non accettando per il Comitato centrale aiuti di sorte alcuna, è pur necessario che gli altri comitati ne imitino l’esempio, e ciascuno contribuisca personalmente per quanto occorra alle operazioni, di cui accetta l’incarico. Da una lettera del B. mi sembra che quell'animoso non si sgomenti del carcere e dei gendarmi austriaci, e tema assai di emissari mazziniani che esso vorrebbe sfrattati, dichiarati traditori, e che so io. Sono esagerazioni, delle quali bisogna guarire prima lo stesso B.; ella ha molta influenza su lui, e lo può. Soprattutto veda che non faccia imprudenze e non inasprisca gli animi. L’opera nostra èdiconcordia e di unificazione.
Torino, 4 aprile 1859.
Pregiatissimo Amico,
Eccovi notizie positive:
Il congresso probabilmente avrà luogo, sebbene le potenze nonsiano ancora d’accordo su tutte le basi. La Francia metteva per condizione prima l’ammissione del Piemonte, la Russia appoggiava; ma il Piemonte ha creduto meglio non entrarvi, per non contrarre alcuno impegno nò diplomatico, né morale, e tenersi le mani libere. Qui si accrescono gli armamenti: in Francia saranno raddoppiati nella previsione d’una guerra sul Reno. Dalla parte nostra bisogna accrescere l’agitazione con petizioni, atti di adesione, deliberazioni di municipi!, invio di volontarii, e via discorrendo. Si potrebbe ottenere da Parma un indirizzo brevissimo al governo piemontese e al congresso, sottoscritto da un gran numero di persone? Non dovrebb’essere che una dichiarazione contro la dominazione straniera ed a favore dell’indipendenza nazionale. In Massa e Carrara lo fanno: e credo che lo faranno anche in Romagna. Se credete la cosa possibile, tentatela; se no, non ne fate parola. Basterebbe una formula presso a poco così: «Noi sottoscritti cittadini di……….. dichiariamo di aderire pienamente alla politica del governo piemontese, tendente a conseguire la indipendenza d’Italia.»Le sottoscrizioni rimarrebbero segrete in mano del governo piemontese.
Assicuratevi che il Piemonte anderà avanti animosamente. Diamogli il maggior appoggio morale e materiale che si potrà.
Ciò che si è fatto in Parma per l’invio dei volontarii ha qui prodotto una grande impressione: ed io sono incaricato, non solamente dal nostro presidente e dal generale Garibaldi e da tutta la nostra Società, ma anche dal conte di Cavour a scrivere a' nostri amici di costà parole di ringraziamento e di lode.
Torino, 6 aprile 1859.
Pregiatissimo Signore,
A fine di tener viva l’agitazione, e mostrar sempre più all’Europa come gl’ltaliani tutti (!?) sonodi accordo col governo piemontese per ricuperare l’indipendenza nazionale, noi apriamo una soscrizione di adesione a questogoverno. Bisogna accogliere non centinaia, non migliaia, ma centinaia di migliaia di firme; e questo Comitato centrale è sicuro di riuscirvi, se aiutato dall’attiva cooperazione de' Comitati locali. La cosa parrà difficilissima da principio per gli altri Stati d’Italia; ma noi abbiamo fede che queste difficoltà saranno vinte dal buon volere. E’ bene inteso che noi non facciamo questo senza l'adesione e l'incoraggiamento di chiha in mano il timone della nostra nave. Mettiamoci all’opera risolutamente, e noi riusciremo a bene. E’ necessario far sottoscrivere Italiani di tutte le provincie, e dimoranti ovunque sia:
Col prossimo numero del Piccolo Corriere codesto comitato riceverà le schede stampate da far sottoscrivere.
Ella saprà certamente che il Piemonte, sebbene fosse sicuro dell’appoggio della Francia e della Russia, non ha creduto dovere insistere per entrare nel congresso a fine di tenersi libero da ogni impegno diplomatico e morale. Chi è meglio in istato di conoscere e quindi di giudicare le attuali contingenze, crede inevitabile e sicura la guerra: è perciò nostro dovere di tenere gli animi così agitati, che la insurrezione risponda sicuramente al momento opportuno. Le notizie che a questo proposito riceviamo da ogni parte d’Italia, sono ottime.
Torino, 8. aprile 1859.
Carissima Signora Ernesta,
Qui si crede sempre fermamente alla guerra, sicuri che il congresso o non sì adunerà o non concluderà nulla.Ivolontariicontinuano ad arrivare con una media di 200 al giorno. Del corpo de' Cacciatori delle Alpi, comandato da Garibaldi, ci sono già 5 battaglioni. V’è molto malumore contro La Marmora, e non mi farebbe maraviglia che si dimettesse. E’ accusato di lentezza e di pedanteria. Cavour è popolarissimo…….. In Francia si fanno enormi apparecchi nella previsione d’una guerra europea. Dalla parte della Francia e della Russia qui credono di poter stare pienamente tranquilli; ma l’Inghilterra è ostile, e la Germania potrebbe essere trascinata dall'Austria.
Torino, 14 aprile 1859.
Pregiatissimo Signore ed Amico,
………………………………………………………………………………………………..
Alle varie sue dimanderispondo brevemente. Garibaldi è più di un mese che ha il suo brevetto di Generale. Nei Ducati abbiamo altri comitati istituiti fino dall’origine della Società Nazionale, e coi quali siamo perfettamente d’accordo sul da farsi. L’ingerimento di altri non sarebbe quindi né convenientené utile. In quanto alle armi, la Società Nazionale ne fa un suo primario pensiero, e tutto è già disposto perché sieno introdotte e riposte in luoghi opportuni. Le difficoltà che abbiamo incontrate sono nate principalmente dalla leggerezza, con cui questa faccenda è stata trattata da alcuni de' nostri amici. La avverto però che dopo matura discussione cogli uomini più competenti, si¿riconosciuta impossibile una insurrezione a Milano, almeno nel primo periodo. Bisogna quindi riconcentrare i mezzi materiali e personali dove l’azione è possibile. Ma ella comprenderà bene che tutte queste cose debbono trattarsi nel maggior segreto, se non voglia farsi delle fanciullaggini. Tenga quindi ben unita ed animata la sua gente, che al momento opportuno avrà le istruzioni necessarie. Temo però Ch'ella si faccia delle illusioni sul numero delle persone, delle quali crede poter disporre. Sono 26 anni che cospiro, e qualche cosa credo aver fatto; l’esperienza mi ha dimostrato, che questi grossi J nodi intorno ad una persona sono prette illusioni. Nel 37 avevo io in Messina)00 persone in nota. Al momento che bisognò prendere le armi, me ne trovai 12!
E poi vennero 6 centinaia che noi ignoravamo affatto. Questo è fenomeno costante di tutte le cospirazioni.
Mazzini non l’ha voluta capire, ed ha fatto quella serie di fiaschi che tutti sanno. Evitiamo di cadere nel medesimo errore. La cospirazione prepara il terreno, ma sono le altre influenze sociali quelle che determinano le rivoluzioni; se queste mancano, avremo dei tumulti più o meno eroici, più o meno sanguinosi, ma nient’altro che tumulti………….
Torino, 15 aprile 1859.
Pregiatissimo Amico,
…………………………………………………………………………………………………..
Ancora il congresso è possibile, ma le probabilità sono per la guerra, e per una guerra imminente. Alla proposta austriaca del disarmo la Francia risponde che non ha armato; (e La Farina scriveva poco fa che faceva grandi armamenti e il Piemonte risponde che, non intervenendo al congresso ed essendo il minacciato, non deve e non può disarmare. Quando questa risposta sarà giunta a Vienna è possibile che l’Austria vada indietro; ma ò molto più probabile che pigli l’offensiva. Noi ci dobbiamo tenere apparecchiati per le due eventualità, con migliaia di coscrizioni pel congresso, con una generale insurrezione per la guerra. Sappia che in quest’ultimo caso probabilmente i Romagnoli marceranno sopra Modena. Se da Piacenza si avanzassero gli Austriaci in gran numero verso Parma, bisogna ritirarsi a Modena, o, meglio, traversare gli Appennini per scendere a Massa e Carrara. Ci avvisino con persona sicura di ogni movimento. Preferiscano la via di Pontremoli. In tutto il resto si uniformino alle istruzioni segrete, salvo quelle modifiche che nella loro prudenza reputeranno necessarie.
Ieri a Culoz sono arrivati i viveri ed i materiali di guerra per 25 mila uomini. A Marsiglia e a Tolone giungono tutti i giorni nuove truppe dall’Algeria.
E’ questo il momento decisivo. Bisogna che i nostri amici stiano uniti e pronti. Ad uomini come loro non va fatta altra raccomandazione.
16 aprile
P. S. — Notizie comunicateci in questo momento ci mostrano accresciute le probabilità di una guerra imminente. Mandi subito a B. l’acchiusa con persona apposita, e colla massima celerità possibile.
Torino, 15 aprile 1859.
Carissimo Amico,
.... Il momento in cui siamo è grave e solenne. L’Austria chiede il disarmo del Piemonte e della Francia: la Francia dice non aver fatto armamento straordinario, il Piemonte dice che non deve e non può disarmare. L’Austria recederà e aderirà al Congresso? Ciò è possibile; ma il probabile è che dichiari cessate le trattative, e pigli l’offensiva. Noi ci dobbiamo tenere apparecchiati alle due eventualità, a quella del congresso con petizioni ed atti di adesioni, a quella della guerra colla insurrezione. I mezzi insurrezionali non mancheranno, ed al momento opportuno si troveranno a Sarzana. Tutto è apparecchiato e in pronto. Comprenderanno bene che tutto deve concertarsi secondo i disegni di guerra che si attueranno sul Po e sul Ticino; e che il moto di Massa e Carrara non deve considerarsi che come una ruota della gran macchina. Ciò che più raccomando a nostri amici in nome del Comitato centrale é di stare fiduciosi e tranquilli. Ci vuole sangue freddo in queste faccende. I nostri amici di costà e di oltre il confine ci hanno dato prove di patriottismo e di zelo, e spero all’opportunità ci daranno prova di animo calmo e risoluto. Noi qui vediamo le cose come vanno nel loro complesso, e quindi siamo in istato di poter consigliare con fondamento ciò che sia da farsi....
Ieri a Culoz sono giunti i viveri e le munizioni per i 25,000 uomini che formano l’avanguardia francese.
Torino, 18 aprile 1859.
Carissimo Amico,
Spediscano con somma prestezza le acchiuse lettere a R. e a B. Le probabilità del congresso sono scemate; quelle della guerra imminente enormemente accresciute. Forse noi saremo assaliti tra otto giorni; e questo è nei nostri desiderii. Già sono stati dati gli ordini per l’allagamento del Vercellese. Ritengano la notizia certa delle cominciate ostilità come ordine di generale insurrezione. Le dico questo per il caso, in cui le nostre comunicazioni rimanessero interrotte. Ripeto quanto le dissi nella mia di ieri l’altro. Bisogna aiutar Modena, dove mi pare le cose vadano un po' freddamente: in caso di insuccesso, bisogna ritirarsi sugli Appennini e scendere a Massa e Carrara. Attendo avviso dell’amico intermedio per spedire il bisognevole convenuto...
Torino, 21 aprile 1859.
Pregiatissimo Amico,
Secondo notizie giunte oggi l’Austria rifiuterebbe il disarmo. La guerra potrà quindi scoppiare in pochi giorni. Comunichi questo avviso a' nostri amici; s’intendano col comitato di Sarzana a fine di preparare il maggior numero di uomini possibile. Confermandosi la notizia, come speriamo, verrà persona ragguardevole costà per mettersi alla loro testa, e guidarli ove bisognerà, e secondo le istruzioni che porterà seco. Porterà anche l'occorrente…………..
Torino, 21 aprile 1859.
Pregiatissimo Amico,
…………Avuta certa notizia della dichiarazione di guerra, esorterete tutta la gente animosa ed amante della patria comune a cooperare alla santa impresa. Bisogna suscitare l’insurrezione ovunque si possa. I più vicini a Parma andranno a Parma; i più vicini a Pontremoli andranno a Pontremoli, e di là a Carrara. Ciò dichiarata la guerra, ripeto, e non prima....
Torino. 21 aprile 1859.
Pregiatissimo Amico,
Un rigo di fretta per dirle, che. secondo notizie ricevute oggi, l’Austria rifiuterebbe il disarmo. Comunichi subito questa notizia ai nostri amici di Massa e Carrara, Fivizzano, Pontremoli, perché le ostilità potrebbero essere molto vicine. Confermandosi la notizia che le do, verrà costà persona apposita per riunire sotto il suo comando tutti gli uomini che vogliono esporre la loro vita per la liberazione della comune patria, e porterà con se l’occorrente…………….
Torino, 23 aprile, a mezzo giorno, 1859.
Carissimo Amico,
Cambiamento rapidissimo dopo ciò che ho scritto questa mattina. Il Piemonte ha dichiarato che alle nuove tergiversazioni dell’Austria non risponde. Due inviati austriaci coll’ultimatum sono già ai confini.
Il ministero £ andato alla Camera per chiedere la dittatura. L’esercito francese è in marcia. È il momento supremo... In ogni caso, non si dia principio al movimento senza certa notizia della dichiarazione di guerra.
Torino, 24 aprile 1859.
Carissimo Vincenzo,
Non ho altro tempo che dirti le novità imminenti. Il nostro esercito è in posizione, e si crede che domani saremo assaliti. Questa sera 12,000. Francesi saranno a Susa, domani l’altro 12,00, a Genova (e la risposta all’ultimatum dell’Austria era data solo il 26 aprile!); Garibaldi è partito ieri sera con quattro battaglioni. Cavour mi ha voluto con lui, e s mo capo del suo gabinetto. (Oramai si lavorava a carte scoperte)....
Torino, 2 Maggio 1859.
E’ giunto il tempo in cui i nostri amici di Parma, Reggio, Modena, ecc. ecc. debbono pronunciarsi per la causa nazionale.
Nel momento in cui scrivo (2. maggio, ore. 11. a. m.) 50,000. Francesi muovono da Genova verso Tortona. Oggi se ne attendono altri 10,000 (193).
Due mila volontari! circa, comandati dal generale Ribotti, passeranno contemporaneamente l’Appennino, essendo Massa e Carrara occupate da truppe sarde e toscane.
S’impedisca che il Duca di Modena e la Duchessa di Parma piglino altra via, eccetto quella della Lombardia. Si usino alla Duchessa i maggiori riguardi possibili. E’ il tempo di mostrare risoluzione ed energia.
Torino, 3 maggio 1859.
Ho ricevuto lettera di S. che scrive in modo consolantissimo di Parma, della sua pacifica rivoluzione e del contegno di quegli ufficiali (!?). La Duchessa é partita la cavalleria di C. ora non sarà più cagione di titubanze; l’Italia deve essere unificata tutta, tutta. Se vuol. scrivere con sicurezza a S. mi mandi le sue che le unirò alle mie.
Torino, 10 maggio 1859.
Pregiatissimo Amico,
Del fatto di Parma non bisogna più parlarne: (vedremo tra poco il perché) le recriminazioni non rimediano a nulla per il fatto, ed impediscono il da farsi. Per quanto ho potuto, ho imposto silenzio alle vicendevoli accuse; e cosi facendo so di aver bene manifestate le intenzioni del conte di CAVOUR.
La faccenda di Borgo Taro non mi persuade, e non sarà mai possibile fare di quel luogo ciò che abbiamo fatto di Massa e Carrara per il Ducato di Modena. Bisogna attendere una nostra vittoria sugli Austriaci, e quindi profittare dell’entusiasmo che desterà in tutta Italia per liberarci dai Duchi. I tentativi non riusciti sono vere disfatte.
Dica a Ribotti da parte mia che bisogna organizzare presto almeno un paio di compagnie. Armi e munizioni ne manderemo da qui; ma per le altre spese bisogna provvedere costà. Per Dio! questo povero Piemonte non è poi una California! Metà è invasa dai nemici, si deve provvedere al mantenimento di 100,000 soldati; si sopportano enormi spese di guerra, e non è poi ragionevole che le provincia aggregate, non solo non aiutino, ma riescano anche di aggravio. (si vede che l'entusiasmo arrivava fino ai quattrini, non inclusive).
Torino, 12 maggio 1859.
Carissimo Amico,
Ecco in sunto le «vere»notizie. Il nostro esercito è rimasto fin ora sulla difensiva, perché attendeva l’artiglieria e cavalleria francese, la quale non si è potuta trasportare con quella celerità mirabilissima, con cui si sono trasportati 140,000 uomini di fanteria. In questo momento tra Alessandria, Casale e Novi abbiamo 250,000 uomini con 40 batterie. Ieri giunsero a Genova altre 8 batterie………….
La Lombardia, la Venezia, le Romagne non attendono che una prima vittoria per levarsi al grido di Vittorio Emanuele, e dare addosso a' nemici. Addolora il «vituperioso silenzio di Napoli». Credete a me, né la Russia vuol conservare la dinastia de' Borboni, nò l’imperatore de' Francesi ha la smania di collocarvi Murat, perché sa bene che questo non potrebbe fare senza rompere colla Russia, e tirarsi contro tutta l’Europa. Se Napoli e Sicilia vogliono e sanno fare, hanno quindi libera la loro azione,.. Badiamo «di non lasciarci attirare negli intrighi inglesi». L’Inghilterra fa di tutto per guastare; e la Sicilia dovrebbe ben ricordarsi la perfida condotta e il codardo abbandonò del 48. Queste notizie che io vi do sono positive. Smentite quindi tutte le favole, che possono essere divulgate dagli avversari o dagli imbecilli....
Torino, 14 maggio 1859.
Carissimo Amico,
L’avviso in tutta fretta che la linea di Bologna èrotta. Alf. partito per Toscana, G. in istrada per passare il Po, B. ò già in Cadore con le sue, e Can. a Modena. E’ venuto da Bologna M., e va cercando di Lei con un plico importantissimo di Venezia, che deve consegnare in sue mani. Lo può vedere a mezzodì nel Ministero pegli esteri...
Torino, 19 maggio 1859.
Carissimo Amico,
Le pioggie dirotte cadute in questi giorni hanno reso impossibile un qualche fatto d’arme d’importanza. Sarebbe opera vana tentare di gittar ponti sul Po e sulla Sesia. Ciò non ostante le nostre ale si sono spinte innanzi. Sulla sinistra Garibaldi è a Biella; sulla destra 30,000Francesi, comandati dal Principe Napoleone, hanno loro avanguardia a Bobbio. Gli Austriaci nella Lomellina e nel Vercellese sono letteralmente immersi in un enorme pantano, e dormono sul fango. Al primo buon tempo sentirete una battaglia colossale. La Lombardia e la Romagna attendono questa per sollevarsi, e la loro impazienza è estrema. (!?) In Toscana tutto va bene, e già vi si organizza un altro corpo di armata che deve operare in Romagna co volontarii romagnoli. I volontarii giunti fin ora in Piemonte sommano già a 26,000, (erano invece appena 12,000 come vedremo) de' quali 20,000, incorporati nell'esercito e 6000 con Garibaldi. 1 Francesi sono 140. 000 con 50. batterie. Si vuol fare, come dicevano i nostri antichi, guerra corta e grassa.
L’Inghilterra intriga per mezzo dei deportati napoletani. Si vorrebbe complicare la questione d’indipendenza ed unificazione, con una questione di riforme e di libertà interna. Badiamo a non cadere nella trappola.
In Sicilia bisogna attendere che tutta l’Italia centrale si sia pronunziata; (tanta era la voglia che aveva d'insorgere!)
Chiudiamo questa serie di lettere, con una di Cavour che mostra una volta di più il lavoro di rivoluzione che si faceva in Ungheria, e come tutto non andasse ad un modo in Lombardia.
Roma, 20 maggio 1859,
Pregiatissimo Signore,
Il conte Felche e due altri ufficiali vengono da me spediti al quartier generale del generai Garibaldi per mettersi in relazione colle truppe magiare La S. V. feliciterà loro i mezzi di raggiungere la loro destinazione, dandogli quelle indicazioni ch’Ella reputerebbe giovare alla missione ch’essi debbono compiere.
Sono soddisfatto delle disposizioni date dalla S. V. per la difesa del lago (194). Ha fatto bene a destituire il sindaco di Castelletto Ticino, ma pare che il Consiglio comunale sia stato complice della sua viltà....
Spero che fra breve il lago sarà sgombro, e ch’ella potrà ritornare qui ove ho urgente bisogno del suo concorso.
C.CAVOUR.
Nel Capo I, Parte 2, di questo volume dammo, tradotta in italiano, la lettera del conte di Cavour al suo re Vittorio Emanuele dopo il colloquio di Plombiéres: e ora ne rechiamo il testo originale francese, tale quale lo scrisse il Ministro italiano al Re italiano. Lo togliamo di peso come si trova trionfalmente posto in testa al terzo volume dell’epistolario di Cavour, or ora pubblicato dal Chiala: e sarà degno coronamento dell’indegnissimo edificio, del quale ci stiamo occupando.
Ed ecco il famoso documento [(195)]:
Sire,
Baden, 24 Juillet 1858.
La lettre chiffrée que j’ai expédiée à V. M., de Plombières, n’a pu donner a V. M. qu’ une idée fort incomplète des longues conversations que j’ai eues avec l’Empereur. Je pense qu’ Elle sera par conséquent impatiente d’en recevoir une relation exacte et détaillée. C’est ce que je m’empresse de faire, à peine après avoir quitté la France, par cette lettre que j’expédierai à V. M. par Mr Tosi, attaché à la légation de Berne.
L’Empereur, dès que je fus introduit dans son cabinet, aborda la question, cause de mon voyage. Il débuta en disant qu’ il était décidé à appuyer la Sardaigne, de toutes ses forces, dans une guerre contre l’Autriche, pourvu que la guerre fût entreprise pour une cause non révolutionnaire, qui pût être justifiée aux veux de la diplomatie et plus encore de l’opinion publique en France et en Europe.
La recherche de cette cause présentant la principale difficultà à résoudre pour se mettre d’accord, j’ ai cru devoir traiter cette question avant toutes les autres. J’ ai proposé d’abord de faire valoir les griefs auxquels donne lieu la peu fidèle exécution, de la part de l’Autriche, de son traité de commerce avec nous. A cela l’Empereur a répondu: qu’ une question commerciale de médiocre importance ne pouvait donner lieu à une grande guerre destinée à changer la carte d’Europe.
Je proposai alors de mettre en avant de nouveau les causes qui nous avaient déterminés, au Congrès de Paris, à protester contre l’extension illégitime de la puissance de l’Autriche en Italie, c’est à dire le traità de 1847 entre l’Autriche et les Ducs de Parme et de Modène; l’occupation prolongée de la Romagne et des Légations; les nouvelles fortifications élevées autour de Plaisance.
L’Empereur n’agréa pas cette proposition. Il observa que puisque les griefs que nous avons fait valoir en 1856, n’avaient pas étà jugés suffisants pour amener l’intervention de la France et de l’Angleterre en notre faveur, on ne comprendrait pas comment maintenant ils pourraient justifier un appel aux armes.
«D’ailleurs, a-t-il ajouté, tant que nos troupes sont à Rome, je ne puis guère exiger que l’Autriche retire les siennes d’Ancòne et de Bologne.»L’objection était juste. II fallut donc renoncer à ma seconde proposition; je le fis à regret, car elle avait quelque chose de franc et d’audacieux qui allait parfaitement au caractère noble et généreux de V. M. et du peuple qu’ Elle gouverne.
Ma position devenait embarrassante, car je n’avais plus rien de bien défini à proposer. L’Empereur vint à mon aide, et nous nous mîmes ensemble à parcourir tous les États de l’Italie pour v chercher cette cause de guerre si difficile à trouver. Aprèsavoirvoyagé dans toute la Péninsule sans succès, nous arrivâmes presque sans nous en douter à Massa et Carrara, et là nous découvrîmes ce que nous cherchions avec tant d’ardeur. Avant fait à l’Empereur une description exacte de ce malheureux (?!) pays, dont il avait d’ailleurs déjà une idée assez précise, nous convînmes que l’on provoquerait une adresse des habitans à V. M. pour demander la protection et réclamer même l’annexion de ces Duchés à la Sardaigne. V. M. n’accepterait pas la d’édition proposée; mais, prenant fait et cause pour les populations opprimées, adresserait au Duc de Modène une note hautaine et menaçante. Le Duc, fort de l’appui de l’Autriche, v répondrait d’une manière impertinente. Là dessus V. M. ferait occuper Massa, et la guerre commencerait. Comme ce serait le Duc de Modène qui en serait la cause(!?.?) l’Empereur pense qu’ elle serait populaire non seulement en France, mais également en Angleterre, et dans le reste de l’Europe, vu que ce Prince est, à tort ou à raison, considéré comme le bouc émissaire du despotisme. D’ailleurs, le Duc de Modène n’ayant reconnu aucun des Souverains qui ont régné en France depuis 1830, l’Empereur a moins de ménagements à garder envers lui qu’ envers tout autre Prince.
Cette première question résolue, l’Empereur me dit: «Avant d’aller plus loin, il faut songer à deux graves difficultés que nous rencontrerons en Italie. Le Pape et le Roi de Naples: je dois les ménager: le premier, pour ne pas soulever contre moi les catholiques en France; le second pour nous conserver les sympathies de la Russie, qui met une espèce de point d’honneur à protéger le roi Ferdinand.»Je répondis à l’Empereur que, quant au Pape, il lui était facile de lui conserver la tranquille possession de Rome au moven de la garnison française qui s’y trouvait établie, quitte à laisser les Romagnes s’insurger; que le Pape n’ayant pas voulu suivre à leur égard les conseils qu’il lui avait donnés, il ne pouvait trouver mauvais que ces contrées profitassent de la première occasion favorable pour se délivrer d’un détestable (?!) système de gouvernement que la Cour de Rome s’était obstinée à ne pas réformer; que, quant au Roi de Naples, il ne fallait pas s’occuper de lui, à moins qu’il ne voulût prendre fait et cause pour l’Autriche; quitte toutefois à laisser faire ses sujets, si, profitant du moment, ils se débarrassaient de sa domination paternelle. —
Cette réponse satisfît l’Empereur, et nous passâmes à la grande question: Quel serait le but de la guerre?
L’Empereur admit sans difficultà qu'il fallait chasser tout à fait les Autrichiens de l’Italie, et ne pas leur laisser un pouce de terrain en deçà des Alpes et de l’Isonzo.
—Mais ensuite, comment organiser l’Italie? — Après de longues dissertations, dont j’épargne le récit à V. M., nous aurions à peu près convenu des bases suivantes, tout en reconnaissant qu’elles étaient susceptibles d’être modifiées par les évènements de la guerre. — La vallée du Pò, la Romagne et les Légations auraient constitué le Royaume de la Haute Italie, sur lequel régnerait la Maison de Savoie. On conserverait au Pape Rome et le territoire qui l’entoure. Le reste des États du Pape avec la Toscane formerait le Royaume de l’Italie centrale. On ne toucherait pas à la circonscription territoriale du Royaume de Naples: les quatre États italiens formeraient une confédération à l’instar de la Confédération germanique, dont on donnerait la présidence au Pape pour le consoler de la perte de la meilleure partie de ses États.
Cet arrangement me paraît tout à fait acceptable. Car V. M. en étant souverain de droit de la moitié la plus riche et la plus forte de l’Italie, serait souverain de fait de toute la Péninsule.
Quant au choix des souverains à placer à Florence et à Naples, dans le cas fort probable où l’oncle de V. M. et son cousin prissent le sage parti de se retirer en Autriche, la question a été laissée en suspens; toutefois l’Empereur n’a pas caché qu’il verrait avec plaisir Murat remonter sur le trône de son père; et de mon côté, j’ai indiqué la Duchesse de Parme comme pouvant occuper, du moins d'une manière transitoire, le palais Pitti.Cette dernière idée à plu infiniment à l’Empereur, qui paraît attacher un grand prix à ne pas être accusé de persécuter la Duchesse de Parme en sa qualité de princesse de la famille de Bourbon.
Après avoir réglé le sort futur de l’Italie, l’Empereur me demanda ce qu’ aurait la France, et si V. M. céderait la Savoie et le Comté de Nice. Je répondis que V. M., professant le principe des nationalités, comprenait qu’ il s’ensuivait que la Savoie dût être réunie à la France; que par conséquent Elle était prête à en faire le sacrifice, quoi qu’ il lui en coûtât excessivement à renoncer à un pays qui avait été le berceau de sa famille et à un peuple qui avait donné à ses ancêtres tant de preuves d’affection et de dévouement. Que, quant à Nice, la question était différente, car les Niçards tenaient par leur origine, leur langue et leurs habitudes plus au Piémont qu’à la France, et que par conséquent leur accession à l’Empire serait contraire à ce même principe qu’ on allait prendre les armes pour faire triompher (196). — Là dessus l’Empereur caressa à plusieurs reprises ses moustaches, et se contenta d’ajouter que c’étaient là pour lui des questions tout à fait secondaires, dont on aurait le temps de s’occuper plus tard.
Passant ensuite à examiner les movens à emplover pour que la guerre eût une issue heureuse, L’Empereur observa qu’ il fallait tâcher d’isoler l’Autriche et de n’avoir à faire qu’ avec elle: que c’était pour cela qu’ il tenait tant à ce qu’ elle fût motivée par une cause qui n’effrayât pas les autres Puissances du Continent, et qui fût populaire en Angleterre. L’Empereur a paru convaincu que celle que nous avions adoptée remplissait ce double but.
L’Empereur compte positivement sur la neutralité de l’Angleterre; il m’a recommandé de faire tous nos efforts pour agir sur l’opinion publique dans ce pays pour forcer son gouvernement, qui en est l’esclave, à ne rien entreprendre en faveur de l’Autriche. Il compte également sur l’antipathie du Prince de Prusse envers les Autrichiens, pour que la Prusse ne se prononce pas contre nous.
Quant à la Russie, il a la promesse formelle et plusieurs fois répétée de l’Empereur Alexandre de ne pas contrarier ses projets sur l’Italie. Si l’Empereur ne se fait pas illusion, ainsi que je suis assez portà à le croire d’après tout ce qu’ il m’a dit, la question serait réduite a une guerre entre la France et nous d’un còtà et l’Autriche de l’autre.
L’Empereur toutefois considère que la question, même réduite à ces proportions, n’en est pas moins d’une extrême importance et ne présente encore d’immenses difficultés. L’Autriche, il ne faut pas se le dissimuler, a d’énormes ressources militaires, les guerres de l’Empire l’ont bien prouvé. Napoléon a eu beau la battre pendant quinze ans en Italie et en Allemagne; il a eu beau détruire un grand nombre de ses armées, lui enlever des provinces et la soumettre à des taxes de guerre écrasantes, il l’a toujours retrouvée sur les champs de bataille prête à recommencer la lutte, et l’on est forcé de reconnaître qu’à la fin des guerres de l’Empire, à la terrible bataille de Leipzig, ce sont encore les bataillons autrichiens qui ont le plus contribué à la défaite de l’armée française. Donc pour forcer l’Autriche à renoncer à l’Italie, deux ou trois batailles gagnées dans les vallées du Pò et du Tagliamento ne seront pas suffisantes; il faudra nécessairement pénétrer dans les confins de l’Empire, et l’épée sur le cœur, c’est à dire à Vienne même, la contraindre à signer la paix sur les bases arrêtées d’avance.
Pour atteindre ce but, des forces trais-considérables sont indispensables. L’Empereur les évalue à 300,000, hommes au moins, et je crois qu’ il a raison. Avec 100,000. hommes on bloquerait les places fortes du Mincio et de l’Adige et l’on garderait les passages du Tyrol; 200,000, marcheraient sur Vienne par la Carinthie et la Styrie. La France fournirait 200,000 hommes, la Sardaigne et les autres provinces d’Italie les autres 100,000. Le contingent italien paraîtra peut-être faible à V. M.; mais si Elle réfléchit qu’ il s’agit des forces qu’il faut faire agir, des forces en ligne, Elle reconnaîtra que pour avoir 100,000 hommes disponibles il en faut 150,000 sous les armes.
L’Empereur m'a paru avoir des idées fort justes sur la manière de faire la guerre et sur le rôle que les deux pays devaient v jouer; il a reconnu que la France devait faire de la Spezia sa grande place d’armes et agir spécialement sur la droite du Pò, jusqu’ à ce qu’ on se fût rendu maître du cours de ce fleuve en forçant les Autrichiens à se renserrer dans les forteresses.
Il yaurait donc deux grandes armées, dont une commandée par V. M. et l’autre par l’Empereur en personne.
D’accord sur la question militaire, nous l’avons été également sur la question financière, qui, je dois le faire connaître à V. M. est celle qui préoccupe spécialement l’Empereur. Il consent toutefois àsu no fournir le matériel de guerre dont nous pourrions avoir besoin, et à nous faciliter, à Paris, la négociation d’un emprunt. Quant au concours des provinces italiennes en argent et en nature, l’Empereur croit qu’il faut s’en prévaloir tout en les ménageant jusqu’ à un certain point. Les questions que je viens d’avoir l’honneur de résumer à V. M. aussi brièvement que possible, furent l’objet d’une conversation avec l’Empereur, qui dura de 11. h. du matin à 3. h. de l’après midi. A’ 3 heures l’Empereur me congédia en m'engageant à revenir à 4 heures pour aller avec lui faire une promenade en voiture.
A l’heure indiquée, nous montâmes dans un élégant phaéton traîné par des chevaux américains que l’Empereur guide lui même, et suivi d’un seul domestique; il me conduisit pendant trois heures au milieu des vallons et des forêts qui font des Vosges une des. parties les plus pittoresques de la France.
À peine étions nous sortis des rues de Plombières, l’Empereur entama le sujet du mariage du prince Napoléon, en me demandant quelles étaient les intentions de V. M. à cet égard. Je répondis que V. M. s’était trouvée dans une position fort embarrassante, lorsque je lui avais communiqué les ouvertures que Bixio m’avait faites (197), car Elle avait eu des doutes sur le prix que lui, l’Empereur, v attachait; que se rapellant certaine conversation que V. M. avait eue avec lui à Paris, en 1855, au sujet du prince Napoléon et de ses projets de mariage avec la Duchesse de Gênes, Elle ne savait trop à quoi s’en tenir. J’ajoutai que cettte incertitude avait augmenté à la suite de l’entrevue de V. M. avec le docteur Conneau (198), qui pressé de toute façon à ce sujet par Elle et par moi, avait déclaré n’avoir non seulement aucune instruction, mais encore ignorer complètement ce que l’Empereur pensait à. cet égard.
J’ajoutai que V. M., bien qu’ attachant un prix immense à faire ce qui pourrait lui être agréable, avait une grande répugnance à marier sa fille, à cause de son jeune âge, et ne savait lui imposer un choix auquel Elle se résignerait Que quant à V. M., si l’Empereur le désirait beaucoup, Elle n’avait pas d’objections invincibles à faire au mariage, mais qu’ Elle voulait laisser une entière liberté à sa fille.
L’Empereur répondit qu’il désirait vivement lé mariage de son cousin avec la princesse Clotilde, qu’ une alliance avec la famille de Savoie serait de toutes celle qu’ il préférerait, que s’il n’avait pas chargé Conneau d’en parler à V. M. c’est qu’ il croyait ne pas devoir faire des démarches auprès d’Elle sans être certain d’avance qu’ elles seraient agrées. Quant à la conversation avec V. M. que je lui avais rappelée, l’Empereur a eu l’air d’abord de ne pas s’en souvenir, puis au bout de quelque temps il m’a dit: «Je me rappelle fort bien avoir dit au Roi que mon cousin avait eu tort de demander la main de la Duchesse de Gènes; mais c’était parce que je trouvais fort inconvenant qu’ il lui fit parler de mariage peu de mois après la mort de son mari.»
L’Empereur revint à plusieurs reprises sur la question du mariage. Il dit en riant qu’ il était possible qu’ il eût dit quelquefois du mal de son cousin à V. M.; car souvent il avait été en colère contre lui; mais qu’au fond il l’aimait tendrement parce qu’il avait d’excellentes qualités, et que depuis quelque temps il se conduisait de manière à se concilier l’estime et l’affection de la France. «Napoléon, ajouta-t-il, vaut beaucoup mieux que sa réputation; il est frondeur, aime la contradiction, mais il a beaucoup d’esprit, pas mal de jugement, et un cœur très-bon.»Ceci est vrai: que Napoléon ait de l’esprit, V. M. a pu en juger, et je pourrais le certifier d’après les nombreuses conversations que j’ai eues avec lui. Qu’il ait du jugement, sa conduite depuis l’Exposition, qu’il a présidée, le prouve. Enfin que son cœur soit bon, la constance dont il a fait preuve soit envers ses amis, soit envers ses maîtresses, en est une preuve (sciagurata prova) sans réplique. Un homme sans cœur n’aurait pas quitté Paris au milieu des plaisirs du carnaval pour aller faire une dernière visite àRachel,qui se mourait à Cannes, et cela quoiqu’il s’en fût séparé quatre années plus tòt.
Dans mes réponses à l’Empereur je me suis toujours étudié à ne pas le blesser tout en évitant de prendre un engagement quelconque. A la fin de la journée, au moment de nous séparer, l’Empereur me dit: «Je comprends que le Roi ait une répugnance à marier sa fille si jeune; aussi je n’insisterai point pour que le mariage ait lieu de suite; je serais tout disposé à attendre un an et plus, s’il le faut. Tout ce que je désire, c’est de savoir à quoi m’en tenir. Veuillez en conséquence prier le Roi de consulter sa fille et de me faire connaître ses intentions d’une manière positive. S’il consent au mariage, qu’il en fixe l’époque; je ne demanded’autres engagements que notre parole réciproquement donnée et reçue.» Là dessus nous nous sommes quittés. L’Empereur en me serrant la main me congédia en me disant: «Ayez confiance en moi comme j’ai confiance en vous.»
V. M. voit que j’ai suivi fidèlement ses instructions. L’Empereur n’ayant point fait du mariage de la princesse Clotildeune condition sinequanon de l’alliance, je n’ai pas pris à ce sujet le moindre engagement, ni contracté une obligation quelconque.
Maintenant je prie V. M. de me permettre de lui exprimer d’une façon franche et précise mon opinion sur une question de laquelle peut dépendre le succès de la plus glorieuse entreprise, de l’œuvre la plus grande qui ait été tentée depuis bien des ansées.
L’Empereur n’a pas fait du mariage de la princesse Clotildeavec son cousin une condition sinequanon de l’alliance; mais il a clairement manifesté qu’il v tenait beaucoup. Si le mariage n’a pas lieu, si V. M. refuse sans raison plausible les propositions de l’Empereur, qu’arrivera t il? L’alliance sera-t-elle rompue? C’est possible; mais je ne pense pas que cela ait lieu. L’alliance se fera (Era stabilita dallaframmassoneria). Mais l’Empereur v apportera un esprit tout différent de celui qu’il v aurait apporté, si, pour prix de la couronne d’Italie qu’il offre à V. M, Elle lui avait accordé la main de sa fille pour son plus proche parent. S’il est une qualité qui distingue l’Empereur, c’est la constance dans scs amitiés et dans ses antipathies.
Il n’oublie jamais un service, comme il ne pardonne jamais une injure. Or, le refus auquel il s’exposerait serait une injure sanglante, il ne faut pas se le dissimuler. Ce refus aurait un autre inconvénient. Il placerait dans le Conseil de l’Empereur un ennemi implacable. Le Prince Napoléon, plus córseencore que son cousin, nous vouerait une haine mortelle, et la position qu’il occupe, celle à laquelle il peut aspirer, l’affection, je dirais presque la faiblesse que l’Empereur a pour lui, lui donnerait des moyens nombreux de la satisfaire.
Il ne faut pas se le dissimuler: en acceptant l’alliance qui lui est proposée, V. M. et sa Nation se lient d’une manière indissoluble à l’Empereur et à la France.
Si la guerre qui en sera la conséquence est heureuse, la dynastie de Napoléon est consolidée pour une ou deux générations; si elle est malheureuse, V. M. et sa famille courent d’aussi graves dangers que son puissant voisin.
Mais ce qui est certain, c’est que le succès de la guerre, les conséquences glorieuses (?!) qui doivent en résulter pour V. M. et son peuple, dépendent en grande partie du bon vouloir de l’Empereur, de son amitié pour V. M..
Si, au contraire, il renferme dans son coeur contre Elle une véritable rancune, les conséquences les plus déplorables peuvent s’en suivre. Je n’hésite pas à déclarer avec la plus profonde conviction qu’ accepter l’alliance et refuser le mariage serait une faute politique immense, qui pourrait attirer sur V. M. et notre pays de grands malheurs. ,
Mais, je le sais, V. M. est père autant que Roi; et c’est comme père qu’Elle hésite à consentir à un mariage qui ne lui parait pas convenable, et n’être pas de nature à assurer le bonheur de sa fille. Que V. M. me permette d’envisager cette question, non avec l’impassibilité du diplomate, mais avec l’affection profonde, le dévouement absolu que je lui ai voués.
Je ne pense pas qu’on puisse dire que le mariage de la princesseClotildeavec le prince Napoléon soit inconvenant.
Il n’est pas Roi, il est vrai; mais il est le premier prince du sang du premier Empire du monde. Il n'est séparé du trône que par un enfant de deux ans (199). D’ailleurs V. M. doit bien se résoudre à se contenter d’un Prince pour sa fille, puisqu’il n'y a pas en Europe de Rois et de Princes héréditaires disponibles. Le Prince Napoléon n’appartient pas à une ancienne famille souveraine, il est vrai; mais son père lui léguera le nom le plus glorieux des temps modernes, et par sa mère Princesse de Wurtemberg, il est allié aux plus illustres maisons princières de l’Europe. Le neveu du doven des Rois, le cousin de l’Empereur de Russie, n’est pas tout à fait un parvenu auquel on ne puisse sans honte s’allier.
Mais les principales objections qu’on peut faire à ce mariage reposent peutêtre sur le caractère personnel du Prince et sur la réputation qu’ on lui a faite. A’ ce sujet je me permettrai de répéter ce que l’Empereur m’a dit avec une entière conviction: qu’il vaut mieux que sa réputation. Jetà tout jeune dans le tourbillon dos révolutions, le Prince s’est laissé entraîner à des opinions fort exagérées.
Ce fait, qui n’a rien d’extraordinaire, a excité contre lui une foule d’ennemis. Le Prince s’est fort modéré, mais ce qui lui fait grand honneur c’est qu’il est restà fidèle aux principes libéraux de sa jeunesse, tout en renonçant à les appliquer d’une manière déraisonnable et dangereuse; c’est qu’il a conservé ses anciens amis, bien qu’ils eussent été frappés par les disgrâces. Sire, l’homme qui en arrivant au faîte des honneurs et de la fortune ne désavoue pas ceux qui furent ses compagnons d’infortune et ne désavoue pas les amitiés qu’il avait dans les rangs des vaincus, n’a pas mauvais cœur. Le Prince a bravé la colère de son cousin pour conserver ses anciennes affections; il ne lui a jamais cédé sur ce point, il ne cède pas davantage aujourd’hui.
Les généreuses paroles qu’il a prononcées à la distribution des prix de l’Exposition de Poitiers en sont une preuve évidente.
Il a toujours été bon fils, et avec son cousin, s’il l’a fait plus d’une fois enrager, dans les questions sérieuses il lui est toujours demeuré fidèle et attaché.
Malgré tout ce que je viens de dire, je comprends que V. M. hésite et craigne de compromettre l’avenir de sa fille bien-aimée. Mais serait-elle plus tranquille en unissant son sort à un membre d’une vieille famille princière? L’histoire est lâ pour nous prouver que les Princesses sont exposées à une bien triste existence, lors même que leurs mariages ont lieu d’accord avec les convenanceset les vieux usages. Pour prouver cette vérité, je n’irai pas chercher des exemples bien loin; je metteraisous les veux de V. M. ce qui s’est passé de ces jours dans le sein de sa propre famille.
L’oncle de V. M., le Roi Victor Emmanuel avait quatre filles, modèles de grâce et de vertu. Eh bien ! quel a été le résultat de leurs mariages? La première,et elle fut la plus heureuse, épousa le Duc de Modène, et a associé son nom à celui d’un Prince universellement détesté(dai settarii). V. M. ne consentirait certes pas à un pareil mariage pour sa fille.
La seconde de ses tantes a épousé le Duc de Lucques. Je n’ai pas besoin de rappeler le résultat de ce mariage. La Duchesse de Lucques fut et est aussi malheureuse qu’ on peut l’être dans ce monde. La troisième fille de Victor-Emmanuel monta, il est vrai, sur le trône des Césars; mais ce fut pour s’unir avec un mari impotent et imbécile, qui dut en descendre ignominieusement au bout de peu d’années. La quatrième enfin, la charmante et parfaite princesse Christine, épousa le Roi deNaples. V. M. connaît certainement les traitements grossiers auxquels elle fut exposée et les chagrins qui la conduisirent au tombeau avec la réputation d’une sainte et d’une martyre. Sous le regne du père de V. M. une autre Princesse de Savoie a étà mariée; c’est la cousine de V. M., la princesse Philiberte (200). Estelle plus heureuse que les autres, et est-ce que V. M. voudrait que sa fille eut un même sort?
Les exemples que je viens de mettre sous les veux de V. M. prouvent qu’ en consentant au mariage de sa fille avec le prince Napoléon, il v a bien plus de chances (!?) de la rendre heureuse que si, comme son oncle et son père, il la mariait à un Prince de la maison de Lorraine et de Bourbon.
Mais que V. M. me permette une dernière réflexion. Si V. M. ne consent pas au mariage de sa fille avec le prince Napoléon, avec qui veut-Elle la marier? L’Alemanach duGotha est là pour prouver qu’il n'y a pas de Princes qui lui conviennent, et c’est tout naturel. La différence de religion s’oppose aux alliances avec les familles de la plupart des souverains qui règnent sur des pays à institutions analogues aux nôtres. Notre lutte avec l’Autriche, nos sympathies pour la France rendent impossibles celles avec d s membres de familles tenant aux maisons de Lorraine et de Bourbon, ces exclusions réduisent le choix de V. M. au Portugal et à quelque petite principauté allemande plus ou moins médiatisée.
Si V. M. daigne méditer sur les considérations que je viens d’avoir l’honneur de lui soumettre, j’ose me flatter qu’ Elle reconnaîtra qu’ Elle peut comme père consentirai! mariage, que l’intérêt suprême de l’Etat, l’avenir de sa famille, du Piémont, de l’Italie tout entière lui conseillent de contracter.
Je supplie V. M. de me perdonner ma franchise et la longueur de mes récits. Je n’ai pas su, dans une question si grave, être plus réservé, ni plus bref.
Les sentiments qui m’inspirent, les mobiles qui me font agir sont une excuse que V. M. voudra bien agréer.
Avant dû écrire cette éternelle épître sur le coin de la table d’une auberge, sans avoir le temps de la copier, ni même de la relire, je prie V. M. de vouloir bien la juger avec indulgence, et excuser ce qu’ il peut v avoir de désordre dans les idées et d’incohérent dans le style. Malgré ces défauts que je viens de signaler, cette lettre contenant l’expression fidèle et exacte des communications que m'a faites l’Empereur, j’ose prier V. M. de vouloir bien la conserver afin de pouvoir, à mon retour à Turin, en extraire des notes qui pourront servir à la suite des négociations qui peuvent avoir lieu.
Dans l'espoir de pouvoir, à la fin de la semaine prochaine, déposer aux pieds de V. M. l’hommage de mon profond et respectueux dévouement, j’ai l’honneur d’être de V. M.,
Sire,
Le très-humble et très-obéissant serviteur et sujet
C.CAVOUR
Chiudiamo con ladichiarazionepostadalChialla in testa a questa lettera, aedificazione dei lettori, che per avventura avessero dei dubbi. Eccola:
«Dopo la pubblicazione del volume precedente (il 2°.), venne stampata nella Perseveranza di Milano, (24 agosto 1883, N. 8567) alla Lettera DXXII, indirizzata al Lamarmora colla data di Baden24 luglio 1858. Stimiamo pregio dell’opera qui ristampare, a mo’ di preambolo, quell’importante documento; la cui autenticità fu vanamente messa in forse da alcuni diarii stranieri. — Infatti l’autenticità della Lettera in discorso venne perfettamente posta in sodo, nel Times del 25 settembre 1883, dall'autorevole corrispondente di Roma di quel giornale (Cavour's Letters. Rome,Sept.18).
Così il Chialla, al quale ci guarderemo bene dal contraddire. Aggiungendo solo dal canto nostro quel dei Proverbi: Laetantur cum m ile fecerint, et exultant in rebus spessimis!
Svanita ormai ogni speranza di pace, l’Inghilterra pur mostrava di fare ogni sforzo per impedire la guerra. Era quindi tuttoraun andare e venire precipitoso di dispacci che spegnevano e accendevano alternativamente’ le speranze, e recavano all’ultimo momento: avere l’Austria accettata la mediazione inglese, che la Francia rifiutava, in quello che moveva le sue milizie verso il Piemonte, e chiedeva al Corpo Legislativo 500 milioni di prestito e una leva di 140 mila uomini per l’anno 1859.
Il Governo sardo dal canto suo dava le ultime disposizioni per la guerra. Regi decreti 'nominavano Commissari straordinari: Ponza di San Martino per la divisione di Genova e Savona, Sebastiano Tecchio per quelle di Novara e Vercelli, e Giacomo Plezza (201) per quelle di Alessandria, Novi, Aqui e Casale. La famiglia reale andava a dimorare a Nizza, e il Re partiva il 27 aprile da Torino per assumere il comando dell’esercito. — Così il Congresso, senza programma e senza scopo, proposto dai nemici dell’Italia cattolica, unicamente per prendere tempo e apparecchiare meglio la guerra, andava a monte, sì come era nei voti dei tristi; l'Austria era costretta nel modo più scaltrito a rompere ogni ulteriore indugio, come appunto volevano i cospiratori, e il 28 dell’istesso mese (secondo annunziava la corrispondenza Havas di Parigi) l’Imperatore Francesco Giuseppe ordinava allo sue milizie di passare il Ticino. Si capisce del resto, aggiungeva l’Havas, che, avendo la Francia mandate già le sue truppe in Piemonte, era divenuto impossibile il retrocedere. Infatti l'esercito francese fin dal 26 aprile era entrato nel territorio sardo, quinci per la Savoia, quindi colla flotta per Genova; mentre solo il 29 l'austriaco passava il Ticino e il Pò su vari punti, occupando la Lomellina e la divisione d’Alessandria e di Torino, in quella che i Gallo-Sardi facevano la loro congiunzione dietro il Pò e la Dora tra Casale, Valenza ed Alessandria.
Nelmedesimo tempo, a meglio ingannare i popoli, mentre si era fatto fino allora ogni peggio dal Governo sardo contro la Santa Sede e contro la Chiesa di Gesù Cristo, e si era Ano allora assordato il parlamento subalpino di ogni bestemmia contro Dio e di ogni ingiuria contro il suo Vicario, si volle premettere alla guerra un solenne atto d’ipocrisia: e il giorno 27 di aprile il Re Vittorio Emmanuele coi suoi Ministri e coi poteri dello Stato (tutta pasta d’Agnus Dei!) is recava nella chiesa metropolitana di San Giovanni per invocare il Signore delle battaglie, affinché benedicesse gli eserciti alleati! — E Dio pur troppo li benedisse; ma a castigo d’Italia e del mondo.
Da ambe le parti si fecero, nell’entrare in campo, i soliti manifesti e proclami ai popoli e agli eserciti, dei quali volentieri ci passeremo, essendo nostro intendimento recare di questa guerra solo quel tanto, che ci conduce a dire dell’invasione dei vari Stati d’Italia, — di Napoli e di Roma in particolare, — e a far conoscere le circostanze in che avveniva, sì come l’azione della frammassoneria e gli uomini che la servivano; non possiamo però omettere i principali, e quelli che più particolarmente giovano appunto a far conoscere tutte codeste cose.
Prima però, come opportuno corollario, crediamo ben fatto di aggiungere qualche cosa.
Non appena ne aveano avuto contezza (dell'ultimatum), — scrive il Ravitti (202), — Inghilterra, Russia e Prussia non indugiarono a protestare presso il Gabinetto di Vienna contro si fatta determinazione. Il 22, Venerdì Santo, dopoché la Russia erasi studiata con ogni mezzo di combinare la riunione di un Congresso delle Potenze, anche colla esclusione dell’Austria, — nel che non aveva potuto riuscire per le energiche opposizioni della Prussia e della Gran Brettagna, — Francia e Russia segnarono un Trattato segreto d’alleanza offensiva e difensiva; il quale, — per la indiscretezza di un diplomatico sardo trapelatane tosto la notizia, — la Russia, che per quanto adagio, come sempre, faceva già misteriosamente apprestamenti di guerra, non potendo negare che esistesse, si provò a far negare che fosse stato conchiuso.
Se non che il Governo inglese, — cui per nulla garbava acconciarsi alla misticità di cotestasingolare maniera di negare rassicurata, fatti innegabili, e aveva già veduto ne’ primi giorni dell’anno la Gazzetta ufficiale di Pietroburgo dichiarare sciolta la Santa Alleanza, e l’Austria non dover contare che sulle proprie forze, — indirizzò al barone di Brunnow, Ambasciatore di Russia a Londra, una domanda diretta e categorica per sapere se era vero che, in certe contingenze, le clausole di quel Trattato fossero ostili agli interessi della Gran-Brettagna; al che il principe Gortschakoff, primo Ministro di Russia, rispose (203):«Non nego che possa esistere un impegno scritto tra la Francia e la Russia; ma posso farvi la più positiva assicurazione, che quell'accordo niente contiene che, neppure colla più estesa interpretazione, possa costituire un’alleanza ostile all’Inghilterra. Se lord Malmesbury è interrogato su questo punto, egli può rispondere con tutta fiducia nel senso sopra indicato, e vi dò, come uomo d’onore, la mia personale garanzia che questa dichiarazione non sarà smentita dai fatti». Una delle più importanti clausole di quel Trattato pattuiva che la Russia avesse ad appostare intanto corpi di osservazione ai confini della Gallizia e dell’Ungheria, e ad uscire dall’asserita neutralità tosto che le altre Potenze, esingolarmentela Germania, non avessero serbato più a lungo Io stesso contegno. (Cosi si vendicava la Russia della funesta neutralità dell'Austria nella guerra di Crimea. Ed ecco uno dei perché della repentina pace di Villafranca).
Il 23 aprile la Prussia presentò alla Dieta germanica in Franco forte la proposta di ordinare che tutti i contingenti della Confederazione si tenessero pronti a marciare, e senza indugio si armassero le fortezze federali: dalla quale gravissima proposta, nel di medesimo elevata dall'Assemblea a decisione federale, non avendo evidentemente per iscopo soltanto motivi di difesa del territorio della Lega alemanna, si poteva forse con abbastanza di ragionevolezza inferire, che in quel torno la Prussia fosse realmente disposta a rinunziare alla sua neutralità in favore dell' Austria. — Lo stesso giorno 23, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il barone di Kellersbergconsegnava al conte di Cavour l'Ultimatum austriaco. Tre giorni appresso, il 26, alle cinque e mezzo del pomeriggio, ora per ora, Cavour faceva rimettere al barone Kellersberg in Torino la risposta del Governo sardo.
Già sino dal 25, seconda Festa di Pasqua, le prime truppe francesi erano penetrate nel territorio sardo per Chambery, altre sbarcavano a Genova nel 26; gli Austriaci si tenevano pronti a varcare i confini del Piemonte nel mattino del 27, quando un dispaccio telegrafico da Vienna, giunto al comando supremo dell’esercito nella sera del 26, sospese l’ordine. L’Inghilterra quasi all’ultima ora, aveva fatto ancora un tentativo di pace. Ripigliando la sua prima proposta, offerse il 26, — lo stesso giorno in cui la Francia faceva annunziare a Vienna che considererebbe il passaggio del Ticino per parte degli Austriaci siccome dichiarazione di guerra a sé medesima, — ai Gabinetti di Parigi e di Vienna la propria mediazione, instando per l’immediato generale disarmo ed il componimento delle sussistenti differenze in via di negoziati diretti fra i Governi francese ed austriaco. L’Austria tosto aderì; Napoleone rifiutò recisamente di prendere in veruna considerazione la nuova profferta. Egli aveva ormai conseguito tutto quanto s’era proposto di conseguire: aveva la guerra al momento che l’aveva voluta, e condotto l’Austria al punto a cui aveva voluto condurla, cioè, a pigliarsi essa la responsabilità della prima aggressione………………..
Convintissimo di non potere, più presto o più tardi, in niun modo evitare la guerra, che il Bonaparte a qualunque costo voleva, il Gabinetto di Vienna forse nell'ultimo momento si rammentò le parole di Metternich, quando, la Francia protestando nel 1831 contro l’intervento austriaco in Romagna: «Se si ha a morire, disse, tanto vale un'apoplessia, quanto l'essere soffocati a fuoco lento. Faremo la guerra».
Durante i negoziati l’Austria, che aveva già ceduto in molti punti, moltissimo cedette poi, colla dichiarazione del 31 marzo a lord Loftus, intorno alla questione principalissima de' suoi Trattati speciali cogli Stati italiani. Condotta una volta l’Austria ad inviare l'Ultimatum del 19 aprile, rimaneva nella storia un documento attestante da qual parte veniva la prima effettiva e diretta provocazione a rimettere la decisione del litigio alla sorte delle armi. Le negoziazioni del 26 aprile rimasero inavvertite e presso che ignorate. Eppure a chi spetterebbe maggiormente l’odiosità del primo atto materialmente ostile, della prima infrazione vera dello statu-quo, la responsabilità della prima reale provocazione alla guerra? All’Austria che, accettando senza restrizioni nel 26 la mediazione e le proposte dell’Inghilterra, considerava già in fatto siccome non avvenuto l'Ultimatum del 19, od alla Francia che, rifiutando, obbligava l’Austria a dar corso alla sua intimazione al Piemonte? All’Austria che non aveva peranco fatto varcare il confine ad un solo de' suoi soldati, od alla Francia che sino dal 25 da terra, e il 26 da mare invadeva la Sardegna?
Gli Austriaci varcarono il Ticino, dopo il mezzogiorno del 29 aprile. La guerra era incominciata. — Ma prima di discorrerne rechiamo alcuni documenti.
Lo stato dell’Italia, reso ancor più grave da misure amministrative adottate nel Regno Lombardo Veneto, aveva determinato il governo austriaco a fare, nel mese di dicembre ultimo, armamenti che non tardarono a presentare un carattere abbastanza minaccioso per destare in Piemonte le più gravi inquietudini.
«Ilgoverno dell’Imperatore non potè veder insorgere queste difficoltà sanza mostrarsi vivamente preoccupato dalle conseguenze ch’esse potevano avere per la pace d’Europa. Non essendo nel caso d’intervenire direttamente per proporre egli stesso i mezzi di prevenirle, fu pronto però a cogliere le presentate occasioni. Pieno di fiducia nei sentimenti del governo di Sua Maestà Brittanica, come pure nei lumi del suo ambasciatore a Parigi, il governo dell’Imperatore sinceramente fece plauso alla missione che il conte Cowley andò ad esercitare a Vienna, come a un primo tentativo atto a preparare un ravvicinamento, e con pari soddisfazione andò lieto nel sapere che le idee scambiate tra l’ambasciatore d’Inghilterra ed il governo austriaco erano tali da dare elementi di negoziazioni.
«La proposta dell’unione di un congresso, contemporaneamente presentata dalla Russia, era molto adatta alla posizione delle cose, chiamando le cinque potenze a discutere indistintamente una quistione d’interesse europeo. Il governo dell’Imperatore non tardò a far conoscere ch’esso aderiva e tale proposta.
«E il governo inglese, aderendovi esso pure, ritenne utile il determinare le basi delle deliberazioni da farsi al congresso. Queste basi sono le seguenti:
«1°Stabilire i mezzi coi quali può essere mantenuta la pace fra l’Austria e la Sardegna;
«2° Determinare come meglio possa effettuarsi l’evacuazione delle truppe francesi dagli Stati romani;
«3° Esaminare se convenga introdurre riforme nell’amministrazione interna di quegli Stati e degli altri d’Italia, nei quali l’amministrazione stessa fosse difettosa, e che evidentemente è causa di uno stato permanente e pericoloso di torbidi e di scontentamento, e quali sarebbero queste riforme.
«4° Sostituire ai trattati tra l’Austria e i Ducati una confederazione di Stati dell’Italia centrale onde questi siano reciprocamente protetti tanto nell’interno quanto all’esterno.
«Il governo dell’Imperatore aderì senza riserva a queste basi della negoziazione con tanta prontezza quanta aveva mostrata nell’accettare la proposta di un congresso.
«Il governo austriaco, dal suo lato, aveva acconsentito alla riunione di un congresso, accompagnando di alcune osservazioni la sua adesione, ma senza porvi condizioni formali ed assolute. Tutto prometteva che le negoziazioni potessero in breve cominciarsi.
«Il gabinetto di Vienna aveva parlato di un previo disarmamento della Sardegna qual misura indispensabile onde assicurare la calma delle deliberazioni, ed in appresso ne fece una condizione assoluta della sua partecipazione al congresso. Tale domanda sollevò unanimi obbiezioni, ed il gabinetto di Vienna vi sostituì la proposta di un disarmamento generale e immediato, aggiungendolo qual quinto articolo delle basi di negoziazione. Così, o Signori, mentre la Francia aveva successivamente, senza esitare, accettato tutte le proposte che le vennero presentate, l’Austria, dopo che aveva mostrato di essere disposta di entrare in negoziazioni, sollevava inaspettata difficoltà.
«Ciònullostante il governo dell’Imperatore perseverò in quei sentimenti di conciliazione che aveva adottato come regola della sua condotta. Il gabinetto inglese, continuando ad occuparsi colla più leale sollecitudine dei mezzi di rimuovere i ritardi che la quistione del disarmamento generale, apportava alla riunione del congresso, riteneva che si avrebbe soddisfatto al quinto articolo accampato dall’Austria se immediatamente si ammettesse il principio del disarmamento generale, colla riserva di regolarne la esecuzione alla stessa apertura delle deliberazioni dei plenipotenziari.
«Ilgoverno di Sua Maestà acconsentì all’accettazione di tale disegno. Rimaneva per altro da determinarsi se, in tale stato di cose, fosse necessario che la stessa Sardegna preventivamente si adattasse al principio del disarmamento generale. Non sembrava che siffatta condizione potesse imporsi al governo sardo, qualora non lo si facesse intervenire alle deliberazioni del congresso; ma tale considerazione dava elementi ad una nuova proposta, che, pienamente conforme ai principi di equità, non doveva trovare opposizione. Il governo dell’Imperatore dichiarò al governo inglese ch’esso era disposto ad impegnare il gabinetto di Torino a dare il suo assenso al principio del disarmamento generale, purché tutti gli Stati italiani fossero invitati a far parte del congresso.
«Ben sapete, o Signori, che il governo di Sua Maestà Brittanica, modificando tale suggerimento in modo da conciliare tutte le suscettibilità, presentò un’ultima proposta appoggiata al principio del disarmamento simultaneo ed immediato. L’esecuzione dovea essere regolata da una commissione, in cui il Piemonte sarebbe stato rappresentato. 1 plenipotenziari si sarebbero radunati tosto che quella commissione fosse stata raccolta, e gli Stati italiani sarebbero stati invitati dal congresso a sedere coi rappresentanti delle cinque grandi potenze, come avvenne nel congresso di Lubiana nel 1821.
«Il governo dell’Imperatore volle di nuovo manifestare le sue disposizioni conciliative aderendo a tale proposta, che fu immediatamente accettata anche dalle corti di Prussia e di Russia, ed alla quale il governo piemontese dichiarò di essere pronto ad uniformarsi.
«Ma nel punto stesso in cui il governo dell'Imperatore credea di poter sperare in un accordo definitivo, apprendemmo che la corte d'Austria rifiutava di accettare la proposta del governo di Sua Maestà Brittannica e mandava un’intimazione al governo sardo. E mentre da un lato il gabinetto di Vienna persiste nel non acconsentire all’ammissione degli Stati italiani al congresso, di cui rende in tal modo impossibile la riunione, dall’altro domanda al Piemonte di obbligarsi a porre la sua armata sul piede di pace ed a licenziare i volontari, cioè a concedere immediatamente ed isolatamente all’Austria ciò che aveva già accordato alle potenze colla sola riserva d’intendersi con esse.
«Non ho d’uopo di far risultare il valore di tale procedere né d’insistere viemmaggiormente per porre in chiaro i sentimenti di moderazione da cui anzi il governo dell’Imperatore non cessò mai di mostrarsi animato. Se i ripetuti sforzi delle quattro potenze onde mantenere la pace incontrarono ostacoli, tali ostacoli non derivarono dalla Francia, come pienamente lo dimostra la nostra condotta. Finalmente, o Signori, se la guerra debb’essere una conseguenza delle presenti complicazioni, il governo di Sua Maestà avrà il pieno convincimento di aver fatto tutto quello che gli permetteva la sua dignità onde prevenire tale estremo, e la responsabilità non debb’essere a suo carico. Le proteste dirette alla Corte d’Austria dai governi della Gran Brettagna, della Russia e della Prussia attestano che a tale riguardo ci viene resa piena giustizia.
«In tale stato di cose, se la Sardegna è minacciata, se, come tutto fa presumere, il suo territorio viene invaso, la Francia non può esitare a rispondere all’appello di una nazione alleata, cui è unita da interessi comuni e da simpatie tradizionali, e viemmaggiormente vincolata da una recente confratellanza d’armi e dalla parentela contratta tra le due case regnanti.
«Perciò, o Signori, il governo dell’Imperatore, forte della sua costante moderazione e dello spirito di conciliazione che in lui non venne mai meno, attende con calma il corso degli avvenimenti, avendo la fiducia che la sua condotta nelle varie successive peripezie, avrà l’unanime approvazione della Francia e dell’Europa».
La Gazzetta Piemontese, dal conto suo annunziava la guerra con ostentato laconismo, e diceva: il Governo del Re non può non considerarsi in istato di guerra coll’Impero d’Austria: e perciò fin da quest’oggi (28 Aprile) è entrata in vigore la legge che conferisce a S. M. il Rei pieni poteri Ed ecco il suo Proclama:
«Popolo del Regno.
«L’Austria ci assale col poderoso esercito che, simulando amor di pace, ha adunato a nostra offesa nelle infelici provincie soggette alla sua dominazione. Non potendo sopportare l’esempio dei nostri ordini civili, né volendo sottomettersi al giudizio di un congresso europeo sui mali e sui pericoli, dei quali essa fu sola cagione in Italia, l'Austria viola la promessa data alla Gran Brettagna, e fa causa di guerra di una legge di onore. L’Austria osa domandare, che siano diminuite le nostre truppe, disarmata e data in sua balia quell’animosa gioventù, che da tutte le parti d’Italia è accorsa a difendere la sacra bandiera dell’indipendenza nazionale.
Geloso custode dell’avito patrimonio comune di onore e di gloria, io dò lo Stato a reggere al mio amatissimo cugino il principe Eugenio e ripiglio la spada. Coi miei soldati combatteranno le battaglie della libertà e della giustizia i prodi soldati dell’Imperatore Napoleone, mio generoso alleato.
Popoli d’Italia. L’Austria assale il Piemonte perché ho perorato la causa della comune patria nei consigli di Europa, perché non fui insensibile ai vostri gridi di dolore. Così essa rompe oggi violentemente quei trattati, che non ha rispettato mai. Così oggi è intero il diritto della Nazione, e io posso, in piena coscienza, sciogliere il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo genitore. Impugnando le armi per difendere il mio trono, la libertà de' miei popoli, l’onore del mio nome italiano, io combatto pel diritto di tutta la Nazione. Confidiamo in Dio (!?) e nella nostra concordia, confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell’alleanza della nobile nazione francese, confidiamo nella giustizia della pubblica opinione. Io non ho altra ambizione, che quella di essere il primo soldato dell’indipendenza italiana.
Torino 28 aprile 1859.
VITTORIO EMMANUELE
«Vienna, 29 aprile 1859.
«Mando qui acclusa a V. S. una copia dell’allocuzione indirizzata oggi dal nostro imperiale Signore ai suoi popoli. Le parole dell’Imperatore annunziano all’Impero la risoluzione di Sua Maestà di far inoltrare l’esercito imperiale oltre il Ticino. Il Gabinetto imperiale aveva accettata ancora l’ultima delle proposte di mediazione della Gran Brettagna; ma i nostri avversari non seguirono quest'esempio, e la difesa della nostra causa è ormai affidata alle armi. In questo grave momento m’incombe l’obbligo di esporre un altra volta ai nostri rappresentanti all’estero i fatti, contro la forza dei quali malauguratamente si ruppero tutti i tentativi di conservare la pace d’Europa, felicemente mantenuta per tanto tempo.
«La corte di Torino, rispondendo evasivamente alla nostra intimazione per il disarmo, manifestò per tal modo anche una volta la stessa ostile volontà, che esercita già da tanto tempo il privilegio tre volte infelice di oppugnare i diritti incontrastabili dell’Austria, d’inquietare l’Europa e di incoraggiare le speranze della rivoluzione. Siccome questa volontà non si ruppe contro la longanimità dell’Austria, dovette subentrare da ultimo per l’Impero la necessità di ricorrere alle armi.
«L’Austria sopportò tranquillamente una lunga serie di offese recate dall’avversario più debole, perché essa è conscia dell’alta missione di conservare al mondo la pace quanto lungamente è possibile, e perché l’Imperatore e i suoi popoli conoscono ed amano i lavori dello sviluppo pacificamente progrediente verso i più alti gradi della prosperità. Però nessuna mente retta, nessun cuore onesto fra i contemporanei può dubitare del diritto dell’Austria a muover guerra contro il Piemonte. Il Piemonte non accettò mai sinceramente il Trattato con cui promise a Milano, dieci anni or sono, di mantenere la pace e l’amicizia con l’Austria. Questo Stato che soggiacque due volte alle armi, provocate dalla sua arroganza, s’attenne fermamente con una deplorabile ostinazione al delirio gravemente espiato. Il figlio di Carlo Alberto sembrava anelare appassionatamente al giorno in cui il retaggio della sua casa, che egli avea riavuto intatto dalla moderazione e magnanimità dell’Austria, avrebbe formato per la terza volta la posta d’un giuoco rovinoso per i popoli.
«L’ambizione d’una dinastia, la cui vana e frivola pretesa all’avvenire d’Italia non è giustificata né dalla natura, né dalla storia di questo paese, né dal suo proprio passato e presente, non rifuggi dall'entrare in una alleanza contro natura coi poteri del sovvertimento. Sorda a tutte le ammonizioni, essa si circondò dei malcontenti di tutti gli Stati d’Italia; le speranze di tutti i nemici dei troni legittimi della Penisola cercarono e trovarono il loro focolare in Torino. Da Torino veniva esercitato un abuso criminoso del sentimento nazionale delle popolazioni italiane. Ogni germe d'inquietudine in Italia veniva coltivato accuratamente, affinché, quando spuntasse la sementa, il Piemonte avesse un pretesto di più per accusare ipocritamente le condizioni degli Stati d’Italia, e per pretendere agli occhi dei miopi e degli stolti l’ufficio di liberatore. A questa temeraria impresa doveva servire una stampa sfrenata, intenta quotidianamente a suscitare una sollevazione morale contro il legittimo stato di cose negli Stati vicini oltre il confine: impresa che nessun paese di Europa potrebbe sostenere a lungo andare, senza profonda e pericolosa agitazione. In grazia di questi vani sogni di avvenire si vide il Piemonte, affine di procurarsi appoggi stranieri, — con un contegno col quale la sua propria forza sta in isproporzione patente, — sobbarcarsi a una guerra che non lo riguardava punto, contro una grande Potenza europea. Poi nelle conferenze di Parigi, con una arroganza nuova negli annali del diritto pubblico, esercitare un’ardita censura contro i Governi della propria patria italiana, Governi che non lo avevano offeso.
«E perché nessuno potesse credere che nemmeno una scintilla di sincero interesse per la pacifica prosperità d’Italia si mescolasse in quei desideri e sforzi sregolati, le passioni della Sardegna raddoppiaronsi ogni qual volta uno dei Sovrani d’Italia segui le insinuazioni della mansuetudine e della clemenza, e massime ogni qualvolta l’Imperatore Francesco Giuseppe diede splendide prove di amore pei suoi sudditi italiani, e di cura pel felice progresso dei bei paesi d’Italia. Quando l’Augusta Coppia imperiale percorse le provincie italiane, ricevendo gli omaggi dei fedeli suoi sudditi e contrasegnando ogni suo passo con pienezza di benefici, era permesso a Torino di lodare senza alcun ostacolo nei pubblici fogli il regicidio! Quando l’Imperatore affidò l’amministrazione della Lombardia e della Venezia all’augusto suo fratello l’Arciduca Ferdinando Massimiliano, Principe distinto per elevate qualità di spirito, animato dalla mansuetudine e dalla benevolenza, ed intimamente amico del vero genio del popolo italiano, nulla a Torino fu lasciato intentato perché le nobili intenzioni di quel Principe trovassero tanta ingratitudine, quanta produrre ne potevano, anche fra una popolazione bene intenzionata, odiosi giornalieri eccitamenti (206).
«La Corte di Torino, trascinata una volta sulla via nella quale non le rimaneva altra scelta che quella o di seguire la rivoluzione o farsene capo, perdette sempre più il potere e la volontà di rispettare le leggi delle relazioni fra Stati indipendenti, anzi di riconoscersi ristretta nei limiti che il diritto delle genti impone all’operare di tutte le nazioni civili. Sotto i più nulli patenti pretesti la Sardegna si sciolse dai doveri dei Trattati, come dimostra l’esempio dei suoi Trattati coll’Austria e cogli Stati italiani per l’estradizione dei delinquenti e dei disertori. I suoi emissari percorsero gli Stati vicini per indurre i soldati ad essere infedeli contro i loro duci sovrani. Calpestando tutte le regole della disciplina militare, aperse ai disertori le file del proprio esercito. Questi furono i fatti di un Governo, che ama vantarsi d’avere una missione di civiltà, e nei cui Stati si hanno lettori e scrittori di giornali, i quali, non contenti più della semplice apologia dell’assassinio, numerano le proprie sanguinose vittime con gioia veramente scellerata.
«E chi si meraviglierà che quel Governo abbia avanti a tutto considerato i diritti dell’Austria, fondati nei Trattati, come il potente ostacolo dal quale pensar doveva liberarsi con tutti i mezzi di una sleale politica? Le vere intenzioni del Piemonte, che da lungo tempo non erano per nessuno un segreto, furono confessate al primo momento in cui esso ebbe fiducia sufficiente sull’aiuto straniero, e non trovò più necessaria veruna maschera pei suoi disegni, tendenti alla guerra e alla rivoluzione. L’Europa che scorge nel rispetto dei sussistenti Trattati il Palladio della propria pace, intese con giusto sdegno la dichiarazione che il Governo della Sardegna si credeva attaccato dall’Austria, perché l’Austria non rinunziò all’esercizio di diritti e doveri fondati negli stessi Trattati; perché sostiene il proprio diritto di guarnigione a Piacenza, guarentitole dalle grandi Potenze d’Europa, e perché osa andar d’accordo con altri Sovrani della penisola, affine di tutelare in comune interessi legittimi. Mancava un’altra arroganza: ed anche questa ebbe luogo. Il gabinetto di Torino dichiarò, che per le condizioni d’Italia non vi erano se non mezzi palliativi, fino a che. il dominio della Corona imperiale austriaca si estendesse sulla terra italiana. Cosi fu eziandio apertamente intaccato il possesso territoriale dell’Austria, fu oltrepassato l’estremo limite fino al quale una potenza come l’Austria può tollerare le disfido di uno Stato meno potente, senza rispondere colle armi.
«Questa, spogliata del tessuto con che si volle bugiardamente sfigurarla, si è la verità sul modo di operare, al quale da dieci anni la real Casa di Savoia si lasciò trascinare da perversi consigli. Diciamo ora eziandio che le cause e i rimproveri con cui il Gabinetto sardo cerca di coprire i suoi attacchi contro l’Austria, altro non sono che temerarie calunnie. L’Austria è una potenza conservatrice: e religione, costume e diritto storico sono per essa cose sacre. Essa sa rispettare, proteggere e pesare colla bilancia di eguale diritto tutto quel che di nobile e di autorizzato sta nello spirito nazionale dei popoli. Nei suoi vasti territori abitano nazioni di varia origine e lingua, l’Imperatore le abbraccia tutte con amore eguale: e la loro unione sotto l’augusta imperiale Famiglia giova alla totalità della famiglia dei popoli europei. La pretenzione poi di formare nuovi Stati secondo i confini nazionali é la più pericolosa di tutte le utopie. Far tale pretenzione, è romperla con la storia; volerla eseguire su qualche punto d'Europa, si è scuotere dalle fondamenta l’ordine saldamente ratificato degli Stati, minacciare la nostra parte di mondo colla confusione e col caos.
«L’Europa lo comprende, e per questo mantiene più fermamente una divisione territoriale, fondata dal Congresso di Vienna; rispettando, quanto più fu possibile, le condizioni storiche dei territori al termine di una guerra che dominò un’epoca.
«Nessun possesso di nessuna potenza è più legittimo del possesso in Italia, che quel Congresso (lo stesso che ristabilì il Reame di Sardegna, e che gli fè dono del magnifico acquisto di Genova) restituì alla Famiglia imperiale di Absburgo. La Lombardia fu feudo per secoli dell'Impero germanico, Venezia pervenne all’Austria perché questa rinunciò alle provincie del Belgio. Quello dunque che il Gabinetto di Torino, dimostrando cosi da sé stesso la nullità delle altre sue accuse, chiamò il vero motivo della scontentezza degli abitanti della Lombardia e della Venezia, la signoria cioè dell'Austria al Po e all'Adriatico, è diritto fermo ed irrepugnabilmente fondato, diritto che le Aquile austriache difenderanno contro ogni ostilità.
Ma non solo legittimo, giusto e benevolo è eziandio il Governo delle provincie lombardo venete. Più presto di quanto si poteva attendere, dopo le gravi prove degli anni della rivoluzione, quei bei paesi rifiorirono. Milano e tante altre città sviluppano vita rigogliosa e degna della loro storia. Venezia si solleva da profonda decadenza a nuova crescente prosperità (207). L’amministrazione e la giustizia sono regolate, l’industria e il commercio prosperano, le scienze e le arti sono coltivate con zelo. I pubblici pesi non sono più gravi di quelli che sopportano gli altri domini della monarchia. Essi sarebbero più leggieri di quel che sono, se gli effetti della disgraziata politica della Sardegna non aumentassero le esigenze in riguardo alle forze dello Stato. La grande maggioranza del popolo della Lombardia e della Venezia è contenta. Accanto ad essa il numero dei malcontenti che hanno dimenticato le lezioni del 1848 non è ragguardevole: sarebbe più piccolo di quello che è, se non crescessero le incessanti arti istigatrici del Piemonte.
«IlPiemonte non s’interessa dunque per una popolazione che per avventura soffrisse e fosse oppressa. Invece impedisce ed interrompe uno stato di regolare impulso e di svolgimento ripieno di avvenire. La previdenza umana non può presagire per quanto lungo tempo questo giuoco deplorabile possa turbare la pace d’Italia. Ma terribile responsabilità pesa sul capo di coloro che esposero a nuove catastrofi con maligno proponimento la loro patria e l'Europa.
«La rivoluzione, tanto accuratamente alimentata in tutta la Penisola, segui rapidamente il datole impulso. Una sollevazione militare a Firenze ha indotto S. A. I. il gran Duca di Toscana ad abbandonare i suoi Stati (208). A Massa e Carrara (209) regna la sollevazione sotto la protezione della Sardegna. La Francia poi, dividendo da lungo tempo moralmente, — lo ripetiamo, — questa terribile responsabilità, si è ora affrettata ad assumerla in tutta la sua estensione, anche coi fatti.
«Il Governo imperiale di Francia fece il giorno 26 scorso dichiarare a Vienna dal suo incaricato d'affari, che il passaggio del Ticino per parte di milizie austriache sarebbe considerato dichiarazione di guerra alla Francia. Mentre a Vienna si attendeva la risposta del Piemonte alla intimazione del disarmamento, la Francia inviò le sue truppe (nota bene) al di là del confine di terra e di mare della Sardegna, ben sapendo che cosi gettava il peso decisivo nella bilancia delle ultime risoluzioni della Corte di Torino.
«E perché, dimandiamo noi, dovevano essere d’un colpo solo annientate le speranze tanto legittime dei partigiani della pace in Europa? Perché è giunto il tempo in cui progetti, coltivati lungamente in silenzio, si sono maturati; in cui il secondo Impero francese vuol chiamare in vita le proprie idee; in cui lo stato legale politico dell'Europa esser dee sacrificato alle sue non giustificate pretenzioni, e in cui ai Trattati, che sono base del diritto delle genti d’Europa, esser dee sostituita la scaltrezza politica, coll’annunzio della quale il potere che regna a Parigi sorprese il mondo. Le tradizioni del primo Napoleone vengono ripigliate. Ecco la importanza della lotta alla vigilia della quale si trova l'Europa.
«Possa il mondo disingannato penetrarsi della convinzione che oggi, come mezzo secolo fà, si tratta della difesa, della indipendenza degli Stati e della protezione dei supremi beni dei popoli, contro l'ambizione e la smania di dominare. Ma l’Imperatore Francesco Giuseppe, Sovrano del nostro Impero, sebbene afflitto per gl'imminenti mali della guerra, affidò con tranquillo petto la sua giusta causa alla Divina Provvidenza. Ei trasse la spada perché mani scellerate toccarono la dignità e l'onore della sua corona. Egli l'adoprerà nel pieno sentimento del proprio diritto, forte per l’entusiasmo e pel coraggio del suo popolo, ed accompagnato dagli auguri di vittoria di tutti coloro la coscienza dei quali distingue ira la verità e l’inganno, fra la ragione e il torto.
«firmato, BUOL».
Ecco il documento al quale allude il Conte Buoi:
«Ai miei popoli!
«Io ho dato l’ordine alla mia fedele e valorosa armata di porre un termine alle ostilità commesse già da una serie di anni dal limitrofo Stato di Sardegna, ed in questi ultimi tempi giunte al colmo a pregiudizio degl’incontrastabili diritti della mia Corona e dell’inviolata conservazione dell’Impero a me affidato da Dio.
«Con tale determinazione ho adempiuto un grave, ma inevitabile dovere di Sovrano.
«Tranquillo nella mia coscienza, posso sollevare lo sguardo a Dio onnipotente e sottopormi al suo giudizio.
«Pieno di fiducia, rimetto la mia risoluzione alla sentenza imparziale dei contemporanei, e delle generazioni future; del consenso dei miei popoli fedeli sono pienamente sicuro.
«Allorché già più di dieci anni fa lo stesso nemico, violando ogni diritto delle genti e gli usi della guerra, senza che gli fosse dato un qualsiasi motivo, soltanto allo scopo d’impadronirsi del Regno Lombardo-Veneto, ne invase col suo esercito il territorio; allorché fu per ben due volle sconfitto dal mio esercito dopo glorioso combattimento, esso si trovò in balìa del vincitore; io gli usai tutta la generosità, e gli porsi la mano per la riconciliazione.
«Io non mi sono appropriato nemmeno un palmo del suo territorio, non ho leso alcun diritto spettante alla corona di Sardegna nel consorzio della famiglia dei popoli europei; non ho pattuita alcuna garanzia onde prevenire la rinnovazione di simili avvenimenti; io ho creduto di trovarla soltanto nella mano conciliatrice che gli stesi e che venne accettata.
«Alla pace feci il sacrifizio del sangue versato dal mio esercito per l’onore ed il diritto dell’Austria.
«La risposta a tanta moderazione, di cui non havvi altro esempio nella storia, fu l’immediata continuazione delle ostilità, un’agitazione sempre crescente d’anno in anno, ed afforzata coi mezzi più sleali contro la pace ed il benessere del mio Regno Lombardo-Veneto.
«Ben sapendo quanto io debba al prezioso bene della pace pei miei popoli e per l’Europa, tollerai con pazienza quelle ostilità rinnovate.
«Essa non si esaurì, allorché avendo io dovuto prendere negli ultimi tempi estese misure per la sicurezza del mio Stato italiano, costrettovi dall’eccesso delle mene rivoltose intraprese ai confini ed anche nell’interno del paese, se ne trasse partito per agire ancora più ostilmente.
«Tenendo conto della benevola mediazione di amiche grandi Potenze per la conservazione della pace, acconsentii a un congresso delle cinque grandi Potenze. .
«I quattro punti proposti dal regio Governo della Gran Brettagna e trasmessi al mio Governo come base delle deliberazioni del congresso, vennero da me accettati a condizioni soltanto che potevano essere opportune a facilitare il conseguimento di una vera sincera durevole pace.
«Nella coscienza che il mio Governo non aveva fatto alcun passo, che nemmeno nel modo più remoto avesse potuto turbare la pace, feci in pari tempo domanda che preventivamente avesse a disarmare quella Potenza ch’è colpa degli scompigli e del pericolo di turbare la pace.
«Sulle istanze di amiche Potenze ho finalmente dato il mio assenso alla proposta di un disarmamento generale.
«Questa mediazione andò fallita per l’inammissibilità delle condizioni a cui la Sardegna vincolò il suo consenso.
«Non restava pertanto che un unico passo per conservare la pace. Io feci intimare direttamente al regio Governo sardo di ridurre la sua armata sul piede di pace e di licenziare i corpi franchi.
«La Sardegna non ha assecondata una tale domanda. Ecco adunque arrivato l’istante, in cui per far valere il diritto conviene ricorrere alla decisione delle armi.
«Ho dato ordine al mio esercito di penetrare nella Sardegna.
«Conosco la portata di questo passo, e, se mai le cure del regno mi riuscirono gravi, lo sono in questo momento.
«La guerra è un flagello dell’umanità; con cuore commosso veggo com’esso minaccia di colpire migliaia dei miei sudditi fedeli nella vita e nei beni; sento profondamente qual grave prova sia appunto ora la guerra pel mio Impero, che progredisce sulla via di un regolare sviluppo interno, e che a tal uopo ha bisogno che si conservi la pace.
«Ma il cuore del Monarca deve tacere allorché comandano l’onore e il dovere.
«Ai confini si troverà il nemico in armi collegato col partito della generale sovversione, e col palese progetto d’impadronirsi a forza dei paesi posseduti dall’Austria in Italia. A suo sussidio il dominatore della Francia, che con vani pretesti s’immischia nei rapporti della penisola italiana, regolati a tenore del diritto delle genti, pone in moto le sue milizie, e già alcune divisioni di queste hanno oltrepassato i confini della Sardegna.
«Tempi difficili trascorsero già sulla Corona che ho ereditata senza macchia dai miei antenati; la gloriosa storia della nostra patria fa fede che la Provvidenza, allorquando minacciavano diffondersi sopra questa parte del mondo le ombre annunciatrici di peripezie ai maggiori beni dell’umanità, si servi della spada dell’Austria per disperdere col suo lampo quelle ombre fatali.
«Ci troviamo di nuovo alla vigilia di un’epoca, in cui si vuole scagliare la distruzione di quanto sussiste, non solo dalle sètte, ma persino dai troni!
«Se forzatovi pongo la mano alla spada, questa è consacrata ad essere la difesa dell’onore e del buon diritto dell’Austria, dei diritti di tutti i popoli e Stati, e dei beni più sacri dell’umanità.
«Ma a voi, miei popoli, che colla vostra fedeltà verso l'avita Casa regnante, siete un modello per tutte le genti, a voi si volge la mia voce, invitandovi a starmi da lato nell'intrapresa pugna colla vostra antica lealtà a tutta prova, colla vostra devozione e colla vostra prontezza a qualsiasi sacrifizio; ai vostri figli da me chiamati nelle file del mio esercito, io, loro duce supremo, mando il mio guerriero saluto; voi potete con orgoglio volgere ad essi lo sguardo, perché fra le loro mani l’onorata aquila austriaca aprirà i vanni a voli sublimi.
«La nostra pugna è giusta. Noi vi entriamo con coraggio e fiducia.
«Speriamo che in questa pugna non ¡staremo soli.
«Il suolo su cui combattiamo è impregnato anche del sangue sparso dal popolo dei nostri fratelli tedeschi; fu conquistato e fu conservato fino a questi giorni come uno dei suoi propugnacoli; fu di solito in que’ paesi che gli astuti nemici della Germania cominciarono il loro giuoco, allorché si sforzarono d’infrangere la potenza nell’interno. Il sentimento di tale pericolo percorre anche ora le piaggie della Germania, dalla capanna sino al trono, dall’uno all’altreconfine.
«Io parlo come Principe della Confederazione germanica, destando l’altrui attenzione sul pericolo comune, e rammentando i giorni gloriosi in cui l’Europa dovette la sua liberazione al divampante entusiasmo generale.
«Con Dio per la patria! .
«Dato dalla mia residenza e capitale di Vienna 28 aprile 1859».
«Francesco Giuseppe.»
Questo grave documento fece viva impressione non meno sui popoli ai quali era diretto che sugli stessi liberali non accecali da politiche passioni.
Cesare Cantù, certamente non punto ligio all’Austria, nella sua Cronistoria si esprime così: «Se facciasi tacere la ripugnanza degli Italiani per lo straniero, (in quel tempo straniero era l'austriaco, ma non il francese!) potrà riconoscersi nobiltà e verità in questo manifesto. All'Austria instigata incessantemente, rivoltatile i sudditi, sottrattile i soldati, reso impossibile il governare, che restava più altro a fare? Solo doveva farlo bene e noi seppe: e l'esito le diede torto (210).»
Mentre il cannone era per tuonare, e il sangue di popoli cristiani era per versarsi in una guerra iniqua fatta a solo vantaggio della setta nemica di Gesù Cristo il Papa si rivolgeva a Dio colla preghiera, invitandovi i fedeli colla seguente Enciclica.
della Santità di Nostro Signore, per Divina Provvidenza Papa Pio IX, a tutti i Patriarchi, Primati Arcivescovi, Vescovi ed altri Ordinari! aventi grazia e comunione colla Sede Apostolica
Venerabili Fratelli, salute ed Apostolica Benedizione:
Mentre la santa Madre Chiesa, in questi sacri e festivi giorni, celebrando per tutto il mondo, con grande gioia, l’anniversaria solennità delle feste Pasquali, richiama alla memoria di tutti i suoi fedeli le lietissime parole di quella soavissima pace che l’Unigenito figliuolo di Dio, Gesù Cristo Signor Nostro, vinta la morte ed abbattuta la tirannide del Demonio, risorgendo annunziò frequentemente ed amorevolissimamente ai suoi Apostoli e discepoli; ecco innalzarsi e agli orecchi di tutti risuonare un tristissimo clamore di guerra, eccitatasi tra popoli cattolici. Noi dunque, i quali, benché immeritevoli, siamo in terra Vicario di Colui che, nascendo dalla Vergine Immacolata, annunziò per mezzo degli angeli suoi la pace agli uomini di buona volontà, e risorgendo dalla morte ed ascendendo al cielo per sedere alla destra del Padre, lasciò la pace ai suoi discepoli; per la singolare e affatto paterna carità e sollecitudine che nutriamo verso i popoli, specialmente cattolici, non possiamo non gridare pace, ed inculcando a tutti, colla massima contenzione dell’animo nostro, le stesse parole del Divino Nostro Salvatore, non ripetere senza intermissione: Pace a voi,pace a voi! E con queste parole di pace amorevolissimamente ci rivolgiamo a Voi che siete chiamati a parte della nostra sollecitudine, affinché, secondo là vostra esimia pietà, eccitiate con ogni cura e studio i fedeli commessi alla vostra vigilanza a pregare Dio Ottimo Massimo che voglia concedere a tutti la desideratissima sua pace. Per questa cagione noi, secondo il pastorale Nostro dovere, non abbiamo lasciato di ordinare che in tutti gli Stati Nostri Pontifici si offrano pubbliche preghiere al clementissimo Padre delle misericordie. E, seguendo gl’illustri esempi de Nostri predecessori, abbiamo stabilito di rivolgerci alle preghiere vostre, e di tutta la Chiesa.
Pertanto con queste Nostre Lettere vi chiediamo, o venerabili Fratelli, che, secondo l’esimia vostra religione, vogliate ordinare quanto prima pubbliche preghiere nelle vostre diocesi, collo quali i fedeli a Voi commessi, implorato il potentissimo patrocinio dell’immacolata e Santissima Madre di Dio Vergine Maria, caldamente preghino e supplichino Iddio ricco in misericordia perché, pei meriti dell’Unigenito Figliuolo suo Signor Nostro Gesù Cristo, allontanando da noi la su;x indegnazione, e togliendo le guerre fin dagli ultimi confini della terra, colla sua divina grazia illumini tutte le menti, e tutti i cuori infiammi dell’amor della pace cristiana, e faccia colla sua onnipotente forza che tutti, radicati e fondati nella fede e nella carità, osservino diligentissimamente i suoi santi comandamenti, chiedano con cuore umile e contrito il perdono de' loro peccati, e declinando dal male e facendo il bene camminino per le vie della giustizia, ed abbiano ed esercitino fra sé vicendevole e continua carità, e conseguiscano così, con Dio, con sé stessi e con tutti gli uomini la pace salutare. Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che Voi, secondo la vostra provata osservanza verso Noi e quest’Apostoliea Sede, non siate per compiere diligentissimamente questi Nostri desideri. E perché i fedeli con più ardente calore e più ampio frutto instino nelle preghiere che voi ordinerete, credemmo dovere aprire e largire i tesori dei doni celesti di cui l’Altissimo ci diede la dispensazione. Perciò concediamo ai fedeli l’Indulgenza di trecento giorni, nella forma consueta della Chiesa, da lucrarsi quante volte essi assisteranno devotamente alle dette preghiere e le avranno recitate. Inoltre durante il tempo di quelle preci, concediamo ai fedeli l’Indulgenza plenaria da lucrarsi soltanto una volta al mese, in quel giorno in cui essi ben confessati e comunicati avranno visitato divotamente qualche Chiesa e vi avranno pregato allo stesso fine. Finalmente nulla ci è più grato che di servirci anche di quest’occasione per di nuovo assicurarvi di quella speciale benevolenza che portiamo a voi tutti, o Venerabili Fratelli. Della quale vi sia anche pegno l’Apostolica Benedizione, che dell'intimo del cuore amantissimamente compartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Chierici e Laici alla vostra cura commessi.
Dato a Roma presso S. Pietro, il dì 27 di Aprile dell’anno 1859; l’anno decimo terzo del nostro Pontificato.
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Iltesto latino dell’Enciclica è come segue:
Sanctissimi Domini nostri Pii Divina Providentia Papae IX Epístola Encíclica adomnes Patriarchas, Primates, Archiepíscopos Episcopos, aliosque locorum Ordinarios gratiam et communionem curo Apostólica Sede habentes.
Venerabiles Fratres, salutem et Apostolicam Benedictionem
CumSanctaMaterEcclesia sacris hisce festisque diebus, Venerabiles Fratres,anniversaria Paschalis Sacramenti solemnia effusis gaudiis per universum orbem concelebrans in omnium fidelium suorum me moriam revocat laetissima verba suavissimae illius pacis, quam Unigenitus Dei Filius Christus JesusDominusNoster, devicta morte, daemonisque eversa tyrannide, resurgens,suis Apostolis Discipulisque frequenter amantissimeque nuntiavit, ecce tristissimus sane belli clamor inter catholicas gentes excitatur tollitur, omniumque auribus insonat. Nosigitur,cum licet immerentes, vicariam hicin terris illius geramusoperam, qui ex Immaculata Virgine nascens pacem per Angelos suos annuntiavit hominibus bonae voluntatis,quique resurgens a mortuis, et in coelum ad Patria dexteram consessurus ascendens, pacem reliquit Discipulis suis, haudpossumus,quin pro singulari ac prorsus paterna, quae Nos erga catholicospraesertim populos urget, capitate ac sollicitudine, etiam atque etiam pacem clamemus, et ipsa Divini Nostri Reparatoris verbaomnibus maxima animi Nostri contentione inculcantes, sine intermissione repetamus Pax vobi s.Pax vobis. Atquehisce paci verbis Vos in sollicitudinis Nostrae partemvocatos peramanter alloquimur, Venerabiles Fratres, ut fideles vestrae vigilantiaecommissos,proeximiavestra pietate, omni cura studioque excitetis ad preces Deo Optimo Maximo adhibendas, quo omnibus optatissimam suam pacem largiatur. Hac sane de causa Nos, pro pastorali Nostro munere praecipere haud omisimus, ut in universa Pontificia Nostra ditione publicae clementissimo misericordiarum Patri offerantur precationes. Illustria vero Praedecessorum Nostrorum exempla sectantes ad vestras, ac totius Ecclesiae preces confugere constituimus. Itaque hisce Litterisa Vobis, Venerabiles Fratres, exposcimus, ut proegregia vestra religione publicas in vestris Dioecesibus preces indicare quam primum velitis quibus fideles Vobis concrediti, potentissimo Immaculatae Sanctissimaeque Deiparae VirginisMariae patrocinio implorato, divitem in misericordia Deum enixe orent et obsecrent, ut per merita Unigeniti Filii sui Domini Nostri Jesu Christi avertens indignationem suam a nobis, et auferens bella usque ad fìnem terrae, divina sua gratiaomnium mentes illustre!, omniumque corda christianae pacis amore inflammet, atque omnipotenti sua virtute efficiat, ut omnes in fide et caritate radicati et fundati sancta Eius mandata diligentissime servent, ac peccatorum veniam humili contritoque corde efflagitent, et declinantesa malo, et facientes bonum per iustitiae semitas ambulent, et mutuaminter se caritatem continuum habeant, exerceant, atque ita cum Deo, cum semet-ipsis,et cum omnibus hominibus salutarem pacem consequantur. Nihil dubitamus, Venerabile Fratres, quin pro perspecta vestra erga Nos et hanc Apostolicam Sedemobservantia, hisce Nostris desideriisac votis quam diligentissime obsequi-studeatis. Ut autem fideles ardentiori studio, et uberiori fructu instent precibus per Vos statuendis, coelestium munerum thesauros, quorum dispensationem Nobis tradidit Altissimo, proferre et erogare censuimus. Quocirca iisdem fidelibus tercentum dierum Indulgentiamin forma Ecclesiae consueta concedimus toties lucrandam, quoties ipsi commemorati precibus devote interfuerint, easque peregerint. Insuper, durante barum precationum tempore, eisdem fidelibus Plenariam largimur Indulgentiam, semel tantum in mense eo che consequendam, quo ipsi sacramentali confessione riteexpiati, sanctissimaque Eucharistia refecti aliquod templum religiose visitaverint ibique pias ad Deum preceseumdem in finem effuderint. Denique nihilNobisgratius,quamhac etiam uti occasione, ut iterum testemur et confirmemus praecipuam, qua Vosomnes, Venerabiles Fratres,prosequimur,benevolentiam.CuiusNostrae in Vos studiosissimae voluntatis pignus quoque sit Apostolica Benedictio, quam ex intimo corde profectamVobisipsis, Venerabiles Fratres,cunctisqueClericisLaicisque fidelibus, cuiusque vestrum fidei traditi, peramanter impertimur.
Datum Romae apudSanctumPetrum die 27 Aprilis.Anno 1859, Pontificatus Nostri anno decimotertio.
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Aggiungiamo, — documento importantissimo per la storia, — la famosa proclamazione di Napoleone III del 3 maggio 1859, quando gli eserciti francesi già da otto giorni erano entrati in Piemonte. La proclamazione era diretta alla Francia, e diceva cosi:
«Francesi»
«L’Austria, facendo entrare il suo esercito sul territorio del del Re di Sardegna nostro alleato, ci dichiara la guerra. Essa viola per tal modo i Trattati, la giustizia, e minaccia le nostre frontiere. Tutte le grandi Potenze hanno protestato contro quest’aggressione. Avendo il Piemonte accettate le condizioni che dovevano assicurare la pace, ognuno domanda il perché di questa subitanea invasione; gli è che l’Austria ha portato le cose a questo estremo, che bisogna che essa domini fino alle Alpi; perché l’Italia sia libera fino all’Adriatico; perché in questo paese, ogni lembo di terra che resti indipendente è un pericolo pel suo potere. Fin qui la moderazione fu la regola della mia condotta, ora l’energia diventa il mio primo dovere. La Francia si armi e dica risolutamente all’Europa: io non voglio conquiste; ma voglio mantenere senza debolezza la mia politica nazionale e tradizionale; io osserverò i Trattati, a condizione che non siano violati contro di me; io rispetto il territorio e i diritti delle Potenze neutre; ma confesso altamente la mia simpatia per un popolo la cui storia si confonde colla nostra e che geme sotto l’oppressione straniera.
«La Francia ha mostrato la sua avversione contro l’anarchia; essa ha voluto darmi un potere abbastanza forte per ridurre all’impotenza i fautori del disordine e gli uomini incorreggibili di quei vecchi partiti che si vedono incessantemente patteggiare coi nostri nemici; ma essa non ha abdicato per questo il suo còmpito civilizzatore. I suoi alleati naturali furono sempre quelli che vogliono il miglioramento dell’umanità, e quando essa snuda la spada, non è per dominare, ma per rendere la libertà. Lo scopo della guerra è quello adunque di rendere l’Italia a sé stessa e non di farle cangiar padrone; e noi avremo alle nostre frontiere un popolo amico (211) che ci dovrà la sua indipendenza. Noi non andiamo in Italia per fomentarci il disordine, né per crollare il potere del S. Padre, che noi abbiamo rimesso sul trono; ma per sottrarlo a quella pressione straniera, che s’aggrava su tutta la penisola, e per contribuire a fondarci l'ordine sopra la base degli interessi legittimi soddisfatti. Noi andiamo finalmente su questa classica terra, illustrata da tante vittorie, a ritrovarvi le orme dei nostri padri; faccia Iddio che noi siamo degni di loro.
«Io andrò quanto prima a mettermi a capo dell’esercito. Lascio in Francia l’Imperatrice e mio figlio. Secondata dalla esperienza e dai lumi dell’ultimo fratello dell’Imperatore, essa saprà mostrarsi all’altezza della sua missione. Io li affido al valore dell’esercito che resta in Francia per vegliare sopra le nostre frontiere e per proteggere i nostri domestici focolari; io gli affido al patriottismo della guardia nazionale, e gli affido finalmente al. popolo intiero che li circonderà di quell’amore e di quella devozione onde ricevo ogni giorno tante prove.
«Coraggio dunque ed unione. Il nostro paese è per mostrare al mondo che egli non ha degenerato. La Provvidenza benedirà ai nostri sforzi, perché la causa che si appoggia sopra le giustizia, l’umanità, l’amor della patria e dell’indipendenza è santa (?!) agli occhi di Dio.
«NAPOLEONE»
Colla Nota austriaca del 29 di aprile, col proclama di Napoleone III ora recato, la guerra era dichiarata da ambe le parti, sebbene le ostilità fossero già incominciate, da un pezzo!....
Il marchese di Banneville, Ambasciatore francese a Vienna, avendo chiesti il 2 di maggio i suoi passaporti, il barone di Hùbner, Ambasciatore austriaco a Parigi, faceva altrettanto il giorno dopo.
Prima di dire della guerra fa d’uopo enumerare, sia pure di volo, le forze dei combattenti; lo facciamo valendoci delle poche ma precise indicazioni del De Volo, il quale accompagnando S. A. R. I. il Duca Francesco I di Modena, (aggiuntosi, da fedele alleato, al Quartiere Generale dell’Imperatore d’Austria), potè de visu raccogliere cose importantissime intorno a quella infaustissima campagna.
L’esercito regolare sardo, scrive egli, non ascendeva che a cinquantacinque mila combattenti, con quattro mila cavalli e novanta cannoni. Era costituito sotto il comando supremo del Re, ripartito in cinque divisioni, e una divisione di cavalleria di riserva, aventi a capo i generali Castelborgo, Fanti, Durando, Cialdini, Cucchiari e Sambuy. Con sì poco nerbo, altro espediente non v’era che di collocarsi in posizione forte e sicura, e mantenervisi sino a che giungesse a sostegno il potente alleato.
Si postarono a tal uopo le divisioni sarde tra Alessandria e Casale, dietro al Po ed al Tanaro, vegliando colle ricognizioni dell’ala destra sul vicino territorio parmense, ed estendendo la sinistra sino lungo la Dora Baltea, per cuoprire da ogni sorpresa Torino. Ma già le divisioni francesi non indugiarono a scendere in Italia: esse costituivano un esercito di centottantamila uomini e trentatremila cinquecento cavalli.
Erano comandate da generali ormai fattisi celebri in Africa e in Crimea, siccome Renault, Baraguay d'Hilliers, Mac Mahon, Canrobert, Niel; però il quinto corpo era stato affidato al Principe Napoleone. L’Imperatore volle assumere in persona il comando supremo di tutta la spedizione. Sino dai 20 di aprile era incominciato in Francia un movimento straordinario sulle strade ferrate convergenti verso le Alpi e sui trasporti a vapore del Mediterraneo; in guisa che, nel mentre una parte dell’armata apprestavasi a varcare il Moncenisio, l’altra parte, — e ciò accadeva un giorno avanti la dichiarazione di guerra, — approdava a Genova, ed era quella che figurava appunto comandata dal Principe Napoleone, il quale, secondo il convenuto, doveva affrettarsi a prendere possesso della Toscana.
L’armata austriaca in Italia, posta sotto gli ordini del generale d’artiglieria conte Giulay, al momento di entrare in campagna, era forte di novantanove mila uomini, di diecimila cavalli e di trecentocinquanta cannoni. I vari suoi corpi erano comandati dai Tenenti marescialli Odoardo Liechtenstein, Schwarzenberg, Stadion, Zobel, Benedeck e dal generale di cavalleria Schaaffgotosche. Dopo l'Ultimatum dei tre giorni,—che di fronte ai concerti ed ai preparativi degli avversari era un ritardo, — indugiava altri due giorni a passare il Ticino, il che finalmente nel 30 aprile esegui sopra tre punti: cioè, Pavia, Bereguardo e Vigevano; mentre spingeva una colonna preso il Lago Maggiore, e con un altra avanzata presso Piacenza manteneva sulla destra sponda del Po la congiunzione coi Ducati.
A confronto della grande fama, che aveva lasciato di sé nell’esercito austriaco in Italia, anzi in tutta l’armata imperiale, il maresciallo Radetzkv, era assai difficile che un successore di lui potesse eguagliarla, sia col prestigio del nome, sia per acquistata fiducia presso i suoi dipendenti. Ma non era questo il solo motivo pel quale il Giulay si trovasse, per rispetto al suo predecessore, in condizione sfavorevole; essendoché effettivamente tra i generali austriaci di lui contemporanei, era egli il meno atto, per energia e per talento, ad avere un comando supremo: e ciò tanto più nelle ben ardue contingenze della guerra che allora imprendeasi. E quantunque ciò fosse conosciuto dovunque, e deplorato dalla pubblica opinione in Austria, pareva che solo lo si ignorasse alla Corte, dove Giulay contava parecchi sostenitori.
Coppi ne’ suoi Annali d’Italia (1859. pag. 59) asserisce che il piano di campagna fu per parte austriaca compilato (per quanto si credette) da Grunnprimo aiutante di campo dell Imperatore. — Ma in queste parole havvi molta imprecisione, per non dire ignoranza. Grunne, e non Grunn, era effettivamente primo Aiutante di campo dell’Imperatore: e benché godesse molto favore, e fosse uno dei protettori di Giulay, né compilò il piano di campagna, né sarebbe stato da lui il farlo. Cuopriva allora l’ufficio di QuartierMastro Generale, ossia Capo supremo dello Stato maggiore generalo, il Maresciallo Hess, a cui spettava in ogni caso la redazione di un simile progetto, ed è indubitato fosse opera sua, sì come è certo altresì che egli e pel tempo in cui rimase durante la guerra a Vienna, e più poi quando venne in Italia al seguito dell’Imperatore, fu l’anima dirigente le operazioni, lasciando per altro al Comandante in Capo Giulay tutta quella ampia latitudine, che ne costituiva la responsabilità. Laonde dalla infelice riescita non è ad arguirsi con fondamento, che il piano non fosse bene ideato (212).
Il giorno 11 maggio l’imperatore Napoleone partiva da Parigi, e il 12 giungeva a Genova, in quella che l’esercito austriaco, dopo di aver perduto un tempo prezioso nella Lomellina, aveva pronunziato un movimento di ritirata. Il 20, accadeva il primo fatto d’armi presso Casteggio e Montebello tra i Gallo-Sardi e gli Austriaci, che dopo sei ore di combattimento si ritirarono. Questo fatto d’armi, o piuttosto battaglia, nella quale prese parte, oltre i Sardi, la divisione francese Forey, costò agli alleati da 6 a 700, tra morti e feriti, un colonnello di cavalleria sarda ferito mortalmente, il generale Beuret e due comandanti francesi morti, tre colonnelli francesi feriti. Quanto agli Austriaci i bollettini sardi dicevano, avere sofferto notevolissime perdite, senza però precisarle. Intanto il Generale Cialdini passava la Sesia, e Garibaldi per Sesto Calende penetrava in Lombardia coi suoi filibustieri.
Dopo questa prima battaglia seguirono di giorno in giorno vari combattimenti con varia fortuna; finché proseguendo gli Austriaci il loro movimento di ritirata, il 30 maggio, col passaggio della Sesia, e colla presa dell’importante posizione di Palestre aveva termine colla meglio dei Gallo-Sardi il primo periodo di questa guerra.
Gli Austriaci erano vinti, più che dalle armi alleate, dalla incredibile inettezza o indecisione del loro Generale in Capo conte Giulay; ma più di tutto, come fu palese poi, dalla influenza maligna della frammassoneria, che a furia di tradimenti, paralizzava lo slancio guerriero di quel fioritissimo esercito.
In mezzo a queste cose il 29 di maggio anche l'Imperatore d’Austria lasciava Vienna per andare a mettersi alla testa dei suoi eserciti: e il 31 giungeva a Verona, accompagnato durante il viaggio dalle dimostrazioni le più affettuose dei suoi popoli; quando la notte del 1 di giugno, i corpi franchi del Garibaldi toccavano a Laveno una prima sconfitta, rimanendone distrutta tutta un’intera compagnia.
Ma una battaglia ben altrimenti importante veniva combattuta il 4 giugno a Magenta, dove gli Austriaci con sforzi veramente eroici contrastarono ai Gallo-Sardi il passaggio del Ticino. Per due interi giorni rimase incerta la lotta. Il villaggio di Magenta veniva preso e ripreso sette volte; ma finalmente, mancando agli Austriaci il soccorso di un intero corpo di esercito, che rimase, non sappiamo perché, nella inazione, prevalsero gli alleati.
Il Feldmaresciallo Giulay comandava in capo l’esercito austriaco. Al Generale Mac-Mahon toccarono gli onori della giornata, e n’ebbe in premio il titolo di Duca di Magenta. In tal guisa cinque giorni dopo la partenza d’Alessandria, e dopo tre fatti d’armi e una battaglia campale, i Gallo-Sardi si vedevano aperta la via di Milano.
Ma assai cara era costata la vittoria agli alleati. II Generale Cler cadeva mortalmente ferito, cadeva ancora il Generale Wimpffen; i comandanti Desmè e Maudhuyfurono uccisi. All’attacco del villaggio di Magenta il Generale Espinasse veniva colpito da una palla di cannone, mentre il suo aiutante di campo cadeva ferito mortalmente, e cadevano egualmente alla testa delle loro truppe i colonnelli Drohuot e de Chabrière. Il comandante Delort si fece uccidere alla testa del suo battaglione, mentre gli altri ufficiali superiori restavano feriti; anche al Generale Martimpreytoccò un colpo di fuoco. Il colonnello di Senneville, capo di stato maggiore del Maresciallo Canrobert, cadeva ferito da cinque colpi di fuoco, senza dire di un numero considerevole di ufficiali feriti od uccisi.
Di questi fatti è necessario dare qualche documento: rechiamo dunque i Rapporti Ufficiali delle due parti combattenti: sia per primo il Rapporto del Quartiere Generale francese.
Quartier generale di S. Martino, 5 giugno 1859.
L’armata francese, raccolta intorno ad Alessandria, aveva a fronte grandi ostacoli da superare. Se andava sopra Piacenza, doveva fare l’assedio di questa piazza ed aprirsi a viva forza il passaggio del Pò, il quale in questa parte non ha meno di 900, metri di larghezza, e sì difficile operazione doveva eseguirsi in I presenza di un’armata di più di 200,000 uomini.
Se l’Imperatore passava il fiume a Valenza, trovava il nemico concentrato sulla sponda sinistra a Mortara e non poteva attaccarlo in questa posizione che con colonne separate, manovrando I in mezzo ad un paese tagliato da canali e da risaie. Da ambe le parti vi era adunque un ostacolo quasi insuperabile. L’Imperatore decise di girarlo ed ingannò gli Austriaci raccogliendo la sua armata sulla destra e facendole occupar Casteggio ed anche Robbio sulla Trebbia.
Nel 31 maggio l’armata ebbe l’ordine di marciare per la sinistra e passò il Po a Casale, il cui ponte era rimasto in nostro potere; prese tosto la strada di Vercelli, in cui si fece passaggio della Sesia per proteggere e coprire la nostra rapida marcia sopra Novara. Gli sforzi dell’armata furono diretti verso la destra sopra Robbio, e due combattimenti gloriosi per le truppe sarde ।dati da questa parte, produssero anche l’effetto di far credere al nemico che noi fossimo diretti sopra Mortara. Ma nel frattempo l’esercito francese erasi portato verso Novara, ed avea preso posizioni sul luogo medesimo, ove dieci anni fa aveva combattuto il re Carlo Alberto. Colà essa poteva far fronte al nemico qualora si avesse presentato.
Questa ardita marcia era stata protetta da 100,000 uomini ac| campati sul nostro fianco destro a Olengo al di là di Novara. Perciò l’Imperatore doveva affidare alla riserva l’esecuzione del movimento che facevasi all’indietro della linea di battaglia.
Nel 2 giugno, una divisione della guardia imperiale fu diretta verso Turbigo sul Ticino, e non trovandovi alcuna resistenza, vi gettò tre ponti.
L’Imperatore, avendo raccolto informazioni che si accordavano nell’affermare che il nemico si ritirava sulla sponda da sinistra del fiume, fece passare il Ticino in questa parte dal corpo di armata del generale Mac-Mahon seguito nel giorno appresso da una divisione dell’armata sarda.
Le nostre truppe avevano appena preso posizione sulla sponda lombarda, allorquando furono attaccate da un corpo austriaco venuto da Milano per la strada ferrata. Esse vittoriosamente lo respinsero sotto gli occhi dell’Imperatore.
Nella medesima giornata del 2 giugno la divisione Espinasse, essendosi avanzata sulla strada da Novara a Milano fino a Trecate, donde essa minacciava la testata di ponte di Buffalora, il nemico evacuò precipitosamente i trinceramenti che aveva stabiliti sopra questo punto e si ripiegò sulla sponda sinistra facendo saltare in aria il ponte di pietra che in questa parte attraversa il fiume. Ma l’effetto delle sue mine non fu pieno e i due archi di ponte che essa voleva distruggere eransi soltanto piegati sopra sé stessi, senza crollare, e quindi il passaggio non fu interrotto.
L’Imperatore aveva stabilita la giornata del 4 per prendere il definitivo possesso della sponda sinistra del Ticino. Il corpo d’armata del generale de Mac-Mahon, rinforzato della divisione dei volteggiatori della guardia imperiale e seguito da tutta l’armata del Re di Sardegna, doveva portarsi da Turbigo sopra Buffalora e Magenta, mentre la divisione dei granatieri della guardia imperiale s’impadronirebbe della testata del ponte di Buffalora sulla sponda sinistra ed il corpo d’armata del maresciallo Canrobert si avanzerebbe sulla sponda destra per passare il Ticino nel medesimo punto.
L’esecuzione di questo piano di operazione fu turbata da alcuni incidenti che spesso accadono in guerra. L’esercito del Re soffri ritardo nel passaggio del fiume, e una sola delle sue divisioni potè seguire da molto lontano il corpo del generale de Mac-Mahon.
Anche la marcia della divisione Espinasse soffrì ritardi, e d’altro lato, allorquando il corpo del maresciallo Canrobert sortì da Novara per raggiungere l’Imperatore, che in persona si era portato alla testata del ponte di Buffalora, quel corpo trovò la strada totalmente ingombra che non potè pervenire al Ticino che molto tardi. Tale era la situazione delle cose, e l’Imperatore ansiosamente attendeva il segnale dell’arrivo a Buffalora di quel corpo del generale de Mac-Mahon, allorquando verso le ore due, egli intese da quella parte una fucilata ed un cannoneggiamento vivissimo. Arrivava il generale.
Quest’era il momento di sostenerlo marciando verso Magenta. L’Imperatore spinse tosto la brigata de' Wimpffen contro le posizioni formidabili occupate dagli Austriaci al di là del ponte, e la brigata Cler seguì il movimento. Le alture che fiancheggiano il Naviglio (gran canale) ed il villaggio di Buffalora furono tolte al nemico dall’impeto delle nostre truppe, ma queste allora trovavansi a fronte di masse considerabili che non poterono essere superate e che arrestarono il loro progresso.
Ma il corpo d’armata del maresciallo Canrobert non appariva, e d’altro lato il cannoneggiamento e la fucilata che avevano segnalato l’arrivo del generale Mac-Mahon erano affatto cessati. La colonna del generale sarebbe forse stata respinta, e la divisione dei granatieri della guardia dovrebbe forse sostenere da sé sola tutto lo sforzo del nemico?
Ora si deve spiegare la manovra fatta dagli Austriaci. Allorquando essi seppero, nella notte del 2 giugno, che l’armata francese aveva passato il Ticino a Turbigo, avevano fatto passare rapidamente questo fiume a Vigevano da tre corpi d’armata, che abbruciarono il ponte alle loro spalle. Nel mattino del 4 essi erano a fronte dell'Imperatore in un numero di 125,000 uomini, e contro forze sì sproporzionate doveva lottar sola la divisione dei granattieri della guardia, colla quale trovavasi l'Imperatore.
In tal critica circostanza il generale Régnaud de Saint-Jean d’Angélydiede prova della maggior energia al pari dei generali che comandavano sotto i suoi ordini. Il generale di divisione Mellinet ebbe due cavalli uccisi sotto di lui, il generale Cler cadde mortalmente ferito, il generale de Wimpffen fu ferito nel capo, i comandanti Desmè e Maudhuy dei granattieri della guardia furono uccisi; gli zuavi perdettero 200 uomini ed i granattieri soffrirono perdite non meno forti. Finalmente dopo una lunga aspettatura di quattro ore nelle quali la divisione Mellinet sostenne senza retrocedere gli attacchi del nemico, la brigata Piccard col maresciallo Canrobert alla testa, giunse sul luogo del combattimento. Non andò guari che apparve la divisione Vinoydel corpo del generale Niel che l'Imperatore fece chiamare, e finalmente vennero le divisioni Renault e Trochu del maresciallo Canrobert.
Contemporaneamente il cannone del generale de Mac-Mahon si faceva nuovamente sentire da lontano. Il corpo del generale, ritardato nella sua marcia e meno numeroso di quello che doveva essere, erasi avanzato in due colonne sopra Magenta e Buffalora.
Siccome il nemico voleva portarsi sopra queste due colonne per tagliarle, il generale de Mac-Mahon aveva unita quella di destra con quella di sinistra verso Magenta, e ciò spiega come al principio dell’azione, il fuoco aveva cessato dalla parte di Buffalora.
E di fatti gli Austriaci, vedendosi incalzati di fronte e alla sinistra, avevano evacuato il villaggio di Buffalora ed avevano portato la maggior parte delle loro forze contro il generale deMac-Mahonal di là di Magenta. Il 45° di linea intrepidamente si scagliò all’attacco della masseria di Cascina Nuova, che precede il villaggio e che era difesa da due reggimenti ungheresi. Mille e cinquecento uomini del nemico abbassarono le armi, e la bandiera fu portata via sul cadavere del colonnello. Nondimeno la divisione de La Motterouge si trovava incalzata da forze considerevoli, che minacciavano di separarla dalla divisione Espinasse. Il generale de Mac-Mahon aveva disposto in seconda linea i tredici battaglioni dei volteggiatori della Guardia sotto il comando del prode Camou, il quale, mettendosi in prima linea, sostenne al centro gli sforzi del nemico e permise alle divisioni de La Motterouge ed Espinasse di riprendere vigorosamente l’offensiva.
In questo momento d’attacco generale, il generale Auger, comandante l’artiglieria del 2° corpo, fece mettere in batteria, sulla ghiaiata della ferrovia, quaranta bocche da fuoco, le quali prendendo di fianco gli Austriaci, li posero in gran disordine e fecero una spaventevole carneficina.
A Magenta il combattimento fu terribile. II nemico difendeva con accanimento questo villaggio. Ambedue le parti sapevano che questa era la chiave della posizione. Le nostre truppe se ne impadronirono casa per casa, facendo soffrire agli Austriaci perdite enormi. Più di 10,000 uomini furono posti fuori di combattimento, ed il generale de Mac-Mahon fece circa 5000 prigionieri, tra i quali un intero reggimento, cioè il 2° cacciatori a piedi, comandato dal colonnello Hauser. Ma anche il corpo del generale ebbe a soffrir molto, e 1500 uomini rimasero uccisi o feriti. All'attacco del villaggio il generale Espinasse e il suo ufficiale d’ordinanza, il luogotenente Froidefond caddero mortalmente feriti, come pure caddero alla testa delle loro truppe i colonnelli Drouhot del 65’ di linea e de Chabrière del 2° reggimento straniero.
D’altro lato, le divisioni Vinoy e Renault facevano prodigi di valore sotto gli ordini dal maresciallo Canrobert e del generale Niel. La divisione Vinoy, partita da Novara nel mattino, era appena giunta a Trecate, ove doveva bivaccare, allorquando fu chiamata dall’Imperatore. Essa marciò a passo forzato fino a Ponte di Magenta, cacciando il nemico dalle posizioni che occupava e facendo più di 1000 prigionieri; ma, impegnata contro forze superiori, dovette soffrire molte perdite. Furono feriti 11 ufficiali e 50 uccisi; 650 sotto ufficiali e soldati furono posti fuori di combattimento. L’85° di linea soffri più degli altri; il comandante Delort di questo reggimento si fece valorosamente uccidere alla testa dei suo battaglione e gli altri ufficiali superiori rimasero feriti. Il generale de Martimpreyfu colpito da un’arma da fuoco conducendo la sua brigata.
Le truppe del maresciallo Canrobert fecero deplorabili perdite. Il colonnello de Senneville, suo capo di stato maggiore, fu ucciso a fianco del maresciallo; il colonnello Charlier del 90° fu mortalmente ferito da cinque colpi di fuoco e parecchi ufficiali della divisione Renault furono posti fuori di combattimento, mentre il villaggio di Ponte di Magenta si prendeva e riprendeva per sette volte di seguito.
Finalmente verso le otto e mezzo di sera, l’esercito francese era padrone del campo di battaglia, e il nemico si ritirava, lasciando in nostra mano quattro cannoni, uno dei quali fu preso dai granattieri della Guardia, due bandiere e 7000 prigionieri. Si può calcolare a 20,000, circa il numero degli Austriaci posti fuori di combattimento. Sul campo di battaglia si trovarono 12,000 fucili e 30,000 sacchi.
I corpi austriaci che hanno combattuto Contro di noi sono quelli di Klam-Gallas, Zobel, Schwarzenberg e Lichtenstein. Il feldmaresciallo Giulay comandava in capo.
Così, cinque giorni dopo partito d’Alessandria, l’esercito francese aveva dato tre combattimenti, vinto una battaglia, fatto sgombrare il Piemonte dagli Austriaci ed aperto le porte di Milano. Dal combattimento di Montebello in poi l’esercito austriaco perdette 23,000 uomini tra uccisi è feriti, 10,000 prigionieri e 17 cannoni.
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Tale il Rapporto del vincitore; diamo ora quello del vinto.
SIRE,
Mi affretto a trasmettere col piùprofondo rispetto a Vostra Maestà, per mezzo del colonnello Veiszirmmel dello stato maggiore del quartier generale, una breve relazione sulla battaglia di Magenta, e la farò seguire da una descrizione circostanziata di questo avvenimento glorioso per le armi di Vostra Maestà, quantunque l’esito non abbia coronato i nostri sforzi.
Il 4 giugno, alle ore 7 del mattino, il tenente feldmaresciallo conte Clam m’annunziò ch’egli teneva occupata, con circa 7000 uomini del suo corpo e col secondo corpo, la posizione di Magenta, e che forti masse nemiche si avvicinavano a quella testata di ponte, abbandonata pochi giorni prima da quel tenente feld-maresciallo per non essere suscettiva di difesa.
Al momento in cui ricevetti quell’annunzio (alle ore otto e un quarto antimeridiane) egli aveva del 7° corpo la divisione Reischacha Corbetto, il tenente feldmaresciallo Lillia in Castelletto, il 3° corpo ad Abbiategrasso, il 5° reggimento parimenti in marcia per Abbiategrasso, l'8° corpo in marcia da Rinasco a Bestazzo, il 9° corpo al Po all’ingiù di Pavia. Mandai l’ordine ai corpi di avanzare tosto maggiormente, e diressi il 3° e il 5° corpo d’esercito contro il fianco destro del nemico pel caso che l’avversario avesse effettivamente a tentare un attacco dalla parte di San Martino. Era venuto a mia cognizione già il giorno precedente che il nemico aveva passato il Ticino a Turbigo.
Da questo lato io aspettava quindi il suo attacco principale. Contro Turbigo era già stata spedita prima la divisione Gordon del 1° corpo, la quale però dovette ritirarsi in parte, e più tardi, allorché Buffalora fu perduta, dovette egualmente ritirarsi anche da quel punto, perché il nemico la attaccava in quest’ultima posizione.
Ordinai al tenente feld-maresciallo conte Clam di difendere Magenta, e a tutti i corpi feci affrettare il loro movimento in avanti.
A mezzo giorno il nemico cominciò l’attacco. Con forze preponderanti gli riuscì di prendere l’argine del Naviglio e Ponte di Magenta. Esso vi soffrì enormi perdite, ma però le arginature e il terreno intersecato gli permisero di stabilirsi in questa posizione verso le ore due. A quest’ora io mi sono recato a Magenta collo stato maggiore e prendevo le mie disposizioni.
Nel momento in cui la prima linea cominciò a cedere, la divisione del tenente feldmaresciallo barone Reischach ricevette l’ordine di ritogliere alnemico Ponte di Magenta. Io mi condussi a cavallo a Robecco per indicare al 3° corpo d’esercito la direzione verso il fianco destro del nemico. Breve tempo dopo il mio arrivo colà, mi fu annunziata l’eroica ripresa del Ponte di Magenta e la conquista di un cannone rigato.
Certi della vittoria si spinsero allora innanzi anche le colonne del 3° corpo, il generale maggiore Ramming alla sponda orientale del Naviglio, la brigata Hartung tra il Canale e Carpegnago, e la brigata Durfeld dietro ambedue quale riserva.
Allorché queste brigate procedettero all’attacco anche la divisione del tenente feldmaresciallo Reischach era stata nuovamente respinta: benché essa, e specialmente la brigata del generale maggiore Lebzeltern, la quale in un assalto a Buffalora precedette eroicamente il reggimento di fanteria Imperatore, avesse valorosamente respinti vari assalti.
Il nemico faceva entrare sempre nella linea truppe fresche; la comparsa del 3° corpo sul fianco nemico fece da principio un assai buon effetto. La brigata del generale maggiore Hartung, appoggiata dal generale maggiore Duferld, corse più volte all’assalto contro Ponte Vecchio di Magenta; quel punto fu preso, perduto, riperduto; ma poi rimase in mano del nemico. Masse di cadaveri attestavano la pertinacia dei due avversari.
Anche la brigata del generale maggiore Ramming, dopo vari assalti dati dal bravo reggimento Re de' Belgi, dovette ritirarsi verso Robecchetto, e si fermò dinanzi a quel luogo. Verso sera giunse sul campo di battaglia il 5° corpo; la brigata Principe d’Assia, benché combattesse con distinta bravura, tentò indarno di respingere il nemico, che si avanzava contro Magenta. Magenta, tenuta ancora dalle truppe spossate del tenente feldmaresciallo Clam e del tenente feldmaresciallo principe Lichtenstein,dovette finalmente essere abbandonata a fronte degli attacchi di un nemico superiore in numero che veniva anche dalla parte del Nord. Allora fu spedita avanti la divisione del tenente feldmaresciallo Lillia, la quale occupò Corbetto per mantenere, quale riserva, quel punto, pel quale doveva aver luogo la ritirata.
Essendosi fatto sera, io feci occupare fortemente Robecco e preparare il tutto per attaccare nuovamente la mattina del giorno 5. Le enormi perdite del nemico facevano sperare di trovarlo scosso; il valore dimostrato dalle nostre truppe in tutti gli attacchi faceva sperare che col loro urto avrebbero scompigliato il nemico.
Noi avevamo fatto prigionieri di quasi tutti i reggimenti dell’esercito francese; sembrava quindi che si fossero condotte al fuoco anche le ultime riserve, mentre dal canto nostro il 5’ ed 8° corpo d’esercito, e una divisione del 3° non avevano ancora combattuto, sicché potevano gittarsi nella bilancia come truppe fresche.
Tuttociò io avea ben ponderato, ed aspettava a dare le disposizioni d’attacco, sinché mi fossero giunte le relazioni delle truppe sulle posizioni da esse occupate e sulle perdite sofferte.
Allora soltanto venni in cognizione che le milizie del 1° e 2° corpo d’esercito, che avevano maggiormente sofferto dal primo attacco del nemico, avevano già dato addietro, e non avrebbero potuto ritornare sul campo di battaglia che con una marcia notturna assai faticosa. Anche alle ore 3 del mattino, esse avevano già incominciato a marciare ulteriormente; sicché, al momento nel quale mi sarebbe stato possibile di spingerle nuovamente innanzi, esse dovevano essere rimarciate indietro. In tali circostanze dovetti cercare di mantenere intatti i corpi ancora pronti a combattere, per coprire gli altri, e si dovette ordinare la ritirata.
Il 5 di buon’ora il bravo reggimento di fanteria Granduca d’Assia prese d’assalto ancora una volta Ponte di Magenta per agevolare il movimento di ritirata. Era l’ultimo sforzo di un prode reggimento, dice il tenente feldmaresciallo Schwarzenberg nel suo rapporto, il quale nel giorno innanzi aveva avuto feriti 25 ufficiali e perduto un ufficiale di stato maggiore e 9 capitani, senza esitare un’unica volta nell’attacco, senza vacillare nella ritirata.
Il nemico fu respinto verso Magenta; poscia si fece regolarmente la ritirata. Io credo poter dire con piena sicurezza che il nemico, ad onta delle sue forze superiori, abbia pagato a caro prezzo il possesso di Magenta, e ch’esso renderà all’esercito di Vostra Maestà la giustizia di non aver ceduto senza aver sostenuto una lotta eroica, e di aver ceduto in faccia a un esercito valoroso e superiore di numero.
Io non sono ancora in grado d’indicare più precisamente le particolarità del combattimento, mentre, nelle presenti condizioni, non poteva pretendere che arrivassero in tempo i rapporti delle truppe. Credo attenermi al vero esponendo da 4 a 5000 il numero dei morti e feriti, e dichiarando che il nemico ne avrà certo perduto una metà di più. Tra i feriti trovansi il tenente feldmaresciallo barone Reischach, Ch'ebbe trapassato il femore ed i generali Lebzeltern e Durfeld feriti ambedue in un braccio. Non mancherò d’innalzare a Vostra Maestà un rapporto più circostanziato allorché mi giungano relazioni, e di nominare quelli che si sono particolarmente distinti.
Dal Quartier generale di Belgiojoso, il 6 giugno 1859.
Il Generale di artiglieria
GIULAY.
Colla succinta narrazione da noi fatta, e coi recati documenti parrebbe esaurito quel che riguarda la prima fase di questa guerra. Troviamo però nel De Volo, testimonio autorevolissimo, particolari cosi importanti, che crediamo necessario di recarli qui a mò di corollario, sia pure che si abbia a cadere in qualche ripetizione, che d’altronde non è fuor di luogo, trattandosi di Memorie, e non di una Storia. .
—Il corpo austriaco di operazione, scrive il De Volo (213), essendo penetrato in Piemonte, impiegò la prima decade di maggio, da una parte a spingersi innanzi oltre la Sesia, quasi a minacciare Torino, dall’altra ad avviluppare l’esercito sardo, gettandosi sulla sponda destra del Po sino a Tortona. A tal fine posto aveva Giulay il suo quartiere generale a Lomello sull’Agogna, per essere più presso all’azione, che sarebbesi presumibilmente impegnata fra i due eserciti. Ma, ingrossatosi nella notte dal 5 al 6 maggio il Po e rovesciato il ponte che gli Austriaci avevano eretto a Cornale, temettero di perdere le comunicazioni, e le brigate loro furono richiamate sulla sponda sinistra, riportando il quartiergenerale a Vercelli. Stabilitosi quindi il nerbo delle truppe imperiali a San Germano, allarmavano colle loro scorrerie non solo Biella ed Ivrea, ma ben anco Chiavasso, ultima e breve tappa di marcia verso Torino. Di là tutto ad un tratto i corpi avanzati furono richiamati a marcie forzate in addietro, e, trasferito il quartier generale a Mortara, l’esercito principale fu il 19 maggio concentrato nella sinistra della Sesia, tra questa, il Ticino e il Po.
Durante tali manovre i Francesi avevano potuto operare la loro congiunzione coi Sardi. Napoleone assumeva il 14 maggio in Alessandria il comando supremo dell'esercito alleato, il quale non tardò, mantenendo per base la posizione già presa dai Piemontesi, a disporsi sopra una linea convergente, che da Voghera, per Castelnuovo della Scrivia, Sale, Rosignano, San Salvatore, Valenza ed Occimiano stendevasi attorno alle posizioni dagli Austriaci occupate in massima parte sulla sinistra del Po, se si eccettua la divisione di cavalleria, che batteva la campagna da Piacenza a Stradella. Questa disposizione faceva supporre l’intendimento negli alleati di impegnare l’offensiva con un pronto ed energico passaggio del Po; e poiché nel 17 maggio la divisione del generale Foreyerasi avanzata in Montebello nella direzione di Stradella, si pensò al quartier generale austriaco, che si mirasse a un vigoroso attacco sopra Piacenza. Il tenente maresciallo Stadion venne quindi, a titolo di ricognizione, ad incontrarli: e qui gli alleati inaugurarono la campagna con una prima vittoria; poiché, ad onta di gravissime perdite e di una accanita resistenza, poterono mantenersi al possesso di Montebello, essendosi in quel giorno ritirati gli Austriaci in Casteggio, che abbandonarono il domani. Questo fatto indusse sempre più il Comandante austriaco a credere, che il piano strategico de' suoi avversari mirasse alla media Italia, in guisa, che trasferì il suo quartier generale a Garlasco, e ordinò ai suoi di sgombrare Vercelli e la sponda destra della Sesia. Napoleone, per mantenerlo in questo inganno, ordinò un movimento di conversione di tutte le truppe francesi da Valenza a Casteggio, ed ostentò, sino col tentativo di gettare un ponte presso Cervesina, di tendere assolutamente verso Pavia e verso Piacenza.
—Per quanto l’abile manovra giungesse a cuoprire agli occhi del Comandante supremo austriaco le vere intenzioni dell’esercito francese, il Duca di Modena, Francesco V, non avea mancato d’indovinarla. Cosi fino dal 16 maggio scriveva egli testualmente al suo ministro residente in Vienna:
«Io credo che Napoleone' farà forti dimostrazioni sul centro di Giulay, e farà finta di voler forzare il passo del Po verso Gabbiana; invece marcerà per la sinistra, passerà il Po a Casale, e piomberà sull’ala destra austriaca verso Vercelli. M’aspetto quindi fra pochi giorni la battaglia sulla Sesia. Ecco il mio pronostico.»
Questa previsione fu tosto resa nota al maresciallo Hess, che mostrò apprezzarla. Ciononostante senza l’arrivo in tempo dei rinforzi della Boemia comandati da Clam Gallas, e senza la cooperazione indiretta di Garibaldi, che operando da Varese obbligò gli Austriaci a non seguire affatto la sinistra sponda della Sesia, i Francesi non avrebbero nemmeno incontrato gli intoppi di Magenta, per avere la strada aperta insino a Milano. —
Ma quando Napoleone ebbe attirato in quella direzione il nemico, cambiando improvvisamente la fronte del suo esercito, divisò trasferirla a Novara e sul Ticino, girare la destra degli Austriaci e piombare su Milano. Cominciato questo rapido movimento il 28 maggio, in cinque giorni lo si potè dire compito, col soccorso delle ferrovie da Voghera a Tortona per Alessandria e Valenza i a Casale e Vercelli. Ciò condusse alla battaglia di Magenta, la I quale, mediante i soccorsi allora dalla Boemia agli Imperiali pervenuti, consistenti nel corpo comandato dal Clam Gallas, non sarebbe stata sì facilmente vinta dai Francesi, se Giulay, con troppo precoce fiducia, non avesse distratte, senza a tempo rimpiazzarle, come sarebbegli stato possibile, le sue riserve. Cosi Mac Mahon, che fu l’eroe della giornata, vi diede senza ostacolo l’ultimo crollo, restando per allora decisa la sorte, per lo meno della Lombardia.
—È noto, osserva il De Volo, come alla battaglia di Magenta l’esercito sardo non giungesse a tempo, inceppato nella marcia dall’ingombro delle strade: le sole Divisioni Fanti e Durando poterono pervenirvi assai tardi. Fu una giornata quasi esclusivamente francese. —
Aperta in tal modo e libera la strada per Milano, gli Austria g“ ¡¡' ci ebbero appena il tempo di ritirarsene: e Napoleone III insie'GX(U)I me con Vittorio Emmanuele vi entrarono con gran seguito di mili(S;irli)zie l'8 di giugno, pubblicandovi assai pomposi proclami, ricevuti con quel plauso, che non manca mai ai vincitori. Del resto, benché assai scarsa vi si fosse mantenuta fino allora la guarnigione austriaca, non vi si era manifestata né agitazione, né sommossa: e il tutto vi procedette, siccome quando in occasione di guerra guerreggiata, città qualsiasi è da uno dei belligeranti evacuata, per essere tosto dopo occupata dall’altro.
Il movimento nel frattempo intrapreso da Garibaldi, partendo co’ suoi Cacciatori delle Alpi da Gattinara, e dirigendosi per Borgomanero ad Arona, donde pel richiamo di Urban, cagionato dagli improvvisi apprestamenti della battaglia di Magenta, potè giungere a Sesto Calende ed a Varese in Lombardia; questo movimento, dicevasi, era combinato con l’intiero piano strategico degli alleati, o era aziona staccata, che il capo dei corpi-franchi effettuava per conto proprio? Se si giudica da parziali indizi, e dal niun rapporto che con Garibaldi aver volevano i generali francesi, quest’ultima supposizione è la più verosimile: con tutto ciò si potè ben temere che Garibaldi fosse il primo ad entrare in Milano, e ciò vollesi da Napoleone ad ogni costo evitare.
Ma è ormai tempo di rammentare il principe Napoleone Girolamo, che, sbarcato a Genova insieme coll’Imperiale cugino, erasi poi, a bordo della Regina Ortensia, trasferito a Livorno, affine di cominciare a prendere possesso del promessogli nuovo regno di Etruria. Già il quinto corpo d’esercito, posto sotto il comando di lui, aveva subita la sottrazione di una delle sue divisioni di fanteria, mandata a Voghera per rinforzare il corpo di Baraguay d’Hilliers; credendo Napoleone III, che la comparsa a Firenze di milizie francesi, qualunque ne fosse il numero, avrebbe ottenuto un grande effetto, e obbligato gli Austriaci a dividersi. Chi però fece assai poco effetto a Firenze, fu lo stesso Principe demagogo, il quale vi riscosse la più grande impopolarità. — Quale differenza infatti tra lui e il Granduca Leopoldo, che i veri Toscani conoscevano per l’affabilità, per la semplicità irreprensibile dei costumi, pei benefizii! E coloro, che avevano avversato i Lorenesi, solo perché attinenti all’Austria, avrebbero mai voluto sostituirvi la soggezione alla Francia, mediante un uomo, cognito in addietro nella capitale toscana per vicende così clamorose, che la stessa gioventù non valse a scusare? Al disfavore incontrato si acconciò egli con proclami, i quali dichiaravano la sua missione unicamente militare, e non politica. E Cavour ne trasse profitto per far prendere piede in Toscana, coll’aiuto dei confronti, al concetto di una annessione definitiva al Piemonte sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele. Fu quindi giocoforza al principe Girolamo Napoleone di operare militarmente, la qual cosa, non essendo conforme al suo genio, disimpegnò egli senza agognare ad allori. — Cosi il De Volo.
Dopo la battaglia di Magenta l’esercito austriaco, in pie. na ritirata, abbandonava Milano il giorno 5 di giugno, e il 7 vi entravano i Gallo-Sardi; mentre gli Austriaci, abbandonata l’Adda, si avvicinavano alle proprie riserve sulla linea del Mincio, attendendo il momento di una più importante battaglia.
Il giorno 8 facevano la entrata trionfale nella capitale della Lombardia il re Vittorio Emmanuele e l’imperatore Napoleone, e il 9 assistevano in Duomo a uno dei soliti Te Deum, in cui si ringraziava Iddio della vittoria delle armi impugnate per combattere le battaglie dei suoi nemici!
Intanto Napoleone III, lo stesso giorno 8, rivolgeva ai popoli Italiani un proclama che per la sua importanza non vogliamo omettere. Ma prima di leggerlo fa d’uopo che il lettore si metta bene d’innanzi la lettera di Cavour a Vittorio Emmanuele dopo il colloquio di Plombières: essa ci toglierà l’incomodo di fare commenti.
«La sorte della guerra, diceva il Sire francese, mi conduce oggi nella capitale della Lombardia. Or vengo a dirvi perché ci sono. — Quando l’Austria aggredì ingiustamente il Piemonte mi sono deciso di sostenere il mio alleato il Re di Sardegna. L’onore e gl’interessi della Francia me lo imponevano. I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia che era universale in Europa per la vostra causa, dando a credere (?!) che io facessi la guerra solamente per ambizione personale, e per ingrandire il territorio della Francia. Se mai v’hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certo del novero di costoro. L’opinione pubblica è oggi illuminata per modo che si diventa più grande per l’influenza morale esercitata, che non per isterili conquiste; e questa influenza morale io la cerco con orgoglio, contribuendo a far libera una delle più belle parti d’Europa. La vostra accoglienza mi ha provato che mi avete compreso.
«Io non vengo fra voi con un sistema preconcepito di spossessare Sovrani, o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici, e mantenere l’ordine interno. Esso non porrà ostacolo alcuno alla manifestazione de' vostri legittimi voti. La Provvidenza favorisce talvolta i popoli come gl’individui, dando loro occasione di farsi grandi d’un tratto; ma a questa condizione soltanto, che sappiano approfittarne. Approfittate dunque della fortuna che a voi si presenta! Il vostro desiderio d’indipendenza, così lungamente espresso, cosi sovente deluso, si realizzerà, se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento nella liberazione del vostro paese; organizzatevi militarmente. Volate sotto le bandiere di Vittorio Emmanuele, che vi ha cosi nobilmente additata la via dell'onore. Ricordatevi che senza disciplina non vi ha esercito, e ardenti del santo fuoco della patria, non siate oggi che soldati, per esser domani liberi cittadini di un grande paese.
«Dal Quartier imperiale di Milano, li 8 giugno 1859.
«NAPOLEONE».
—I fatti, che provavano tutto l’opposto di quel che suonassero le parole bonapartesche, si svolgevano già da un mese a danno della misera Italia: e ora lo vedremo. —
Dalla battaglia di Magenta fino a quella di Solferino trascorsero parecchi giorni: abbiamo dunque il tempo di rifarci alquanto indietro per dire al lettore quello che era accaduto nel resto d’Italia mentre che gli eserciti movevano l’uno contro l’altro e cozzavano insieme sulle pianure di Lombardia.
Disastrosissime furono fin dal primo momento le conseguenze della tragicommedia che stiamo svolgendo: e la Toscana fu là prima a provarle. — Non vi erano elogi che i liberali d'ogni risma e d'ogni nazione non avessero fino allora prodigato al Governo del Granduca Leopoldo II, del quale tanto più si esaltava la liberalità e l’amore pel bene dei suoi popoli, quanto più si volevano avvilire i Governi di Napoli, di Roma e degli altri Stati italiani,, che al moderno spurio progresso, imposto dalla frammassoneria,preferivano quello legittimo portato dal Cristianesimo, che é il solo vero, e al quale, non meno del mitissimo Granduca, lealmente attendevano. Mazzini aveva detto che si affogasse negli elogi il Governo toscano (214), e tra gli Ave Rabbi dei framassoni, capitanati dal Boncompagni, Ministro sardo a Firenze, il Governo del Granduca spariva per il primo.
Alcuni opuscoli, tra quali una lettera di Don Neri Corsini, marchese di Laiatico, erano appena comparsi per far sapere al Governo, che i Toscani (costoro, già s’intende, parlano sempre a nome di tutti), come un sol uomo, volevano unirsi col Piemonte per prender parte alla guerra dell'indipendenza (Monitore Toscano 28 aprile): e già il 26, — non ancora spirato il termine dell’Ultimatum austriaco al Piemonte, — le milizie granducali inalberavano la bandiera tricolore sui forti e fraternizzavano col popolo. Il Marchese di Laiatico, fattosi d’un tratto mediatore tra la Legazione sarda e Pitti, recava al Granduca Leopoldo, che i liberali toscani, da lui trovati adunati (vedi combinazione!) presso il Ministro sardo, esigevano la sua abdicazione a favore del figlio Ferdinando, quale unica ancora di salvezza; sebbene quei capi setta dichiarassero inconciliabile colla politica nazionale la conservazione della dinastia. — Il Granduca, poiché la rivoluzione era bella e fatta, e il nemico era dentro e fuori casa, non pensando a collegarsi cogli Stati italiani del mezzogiorno, né a volgersi al suo più naturale alleato, l’Imperatore d'Austria, deliberò di abbandonare i suoi Stati, senza abdicare: e l’istesso giorno, 26 aprile, partiva per Bologna, accompagnato dal Corpo diplomatico fino al confine pontificio. — E perché non più oltre?!...
Il 27 aprile fu formato un Governo provvisorio con alla testa un triumvirato, composto del cav. Ubaldino Peruzzi, dell’avv. Vincenzo Malenchini, e del maggiore Alessandro Danzini, i quali annunziavano alla Toscana stupefatta il cambiamento di governo; il 28 con un indirizzo al Cavour, offrivano a Vittorio Emmanuele la dittatura durante la guerra, e il 30 ne avevano risposta che, per ragioni di alta convenienza (?!) politica, il re Vittorio Emmanuele accettava il comando delle milizie e la protezione del Governo Toscano, delegando a tal fine i necessari poteri al commendatore Boncompagni, che da Ministro plenipotenziario della Sardegna presso il Granduca Leopoldo II si faceva padrone (incredibile, ma vero!) del Granducato a nome dello stesso Re sardo, stretto parente di esso Granduca! Il generale Ulloa, venuto da Torino, prendeva il comando delle milizie toscane, le quali la mattina del 29 partivano da Firenze per la guerra; così in tre giorni la rivoluzione toscana era compita. E le Potenze europee tacevano, e i loro rappresentanti, tranne quelli di Austria, di Napoli e di Roma, continuavano a tenere, come se nulla fosse, le arme dei rispettivi Stati sulle loro abitazioni!
A Parma apparve più palese il carattere violento della rivoluzione. — L’eroica Duchessa Reggente ebbe le più belle prove della fedeltà dei suoi sudditi; ma era decretata dalla frammassoneria la sua rovina: e cadde anch'essa. Non potendo opporsi alla guerra, accesasi ai confini del suo piccolo Stato, il 1° di maggio se ne allontanava col giovinetto Duca Roberto I, lasciando costituiti in commissione di Governo i propri Ministri di Stato, che governassero per lei a nome del figlio. Ma l’istesso giorno, all’ombra dell’esercito piemontese, un Riva Salvatore, un Armelonghi Leonzio, un Giuseppe Maini, un A. Garbarini (il lettore già ha fatto la conoscenza di più d'uno di cotestoro per le lettere del La Farina), erettisi in Governo provvisorio, s’impadronirono del Ducato a nome, già s’intende,di Vittorio Emmanuele. La Commissione di Governo protestò, e si ritirò. Il Comitato nazionale aveva messo mano ai soliti decreti per l’istallamento del nuovo governo, ed aveva detto al popolo parmense con un avviso datato del 1° maggio, come e qualmente «i sottoscritti membri del Comitato Nazionale di Parma, riconosciuto il volere generale della popolazione, e il conforme sentimento delle truppe, hanno assunto il governo del Ducato a nome di S. M. il re Vittorio Emmanuele».
Ma quella brava gente aveva fatto, come suol dirsi, i conti senza l'oste. Le fedeli milizie parmensi, con un contro avviso dato il 3 maggio, intimavano alla giunta rivoluzionaria di ristabilire il leggittimo Governo di S. A. R. la Duchessa Reggente, e di far scomparire subito ogni insegna rivoluzionaria. L’intimazione era sottoscritta dal bravo Colonnello comandante le milizie parmensi, Cesare Da Vico.
Il ricevere questa intimazione e lo sciogliersi della Giunta fu una cosa sola, e il 4 maggio la Duchessa rientrava in Parma in mezzo a un vero trionfo.
Ma fu uno splendido lampo del buon dritto che presto si dileguò di fronte all’aperta violenza.
Non diversamente procedevano le cose a Modena. Per la situazione topografica del territorio di Massa, Carrara e Montignoso, Sua Altezza Reale il Duca Francesco V, vedendo come da lungo tempo il partito rivoluzionario, apertamente sostenuto dal Governo piemontese, usasse di ogni mezzo per sedurre le popolazioni di quei paesi, che sono nell'immediato suo contatto, come promovesse una emigrazione notevole di sudditi, e fomentasse anche le diserzioni tra soldati, come procacciasse l’agglomerazione loro e di molti altri malviventi sul confinante suo territorio, e come da essi si facessero ripetuti tentativi per invadere il Ducato; in vista degli avvenimenti che rapidamente si succedevano nei paesi limitrofi, e la guerra sul Ticino, e l’esercito francese entrato sul territorio sardo, e la possibilità di qualche sbarco di truppe e la irruzione di corpi franchi, il Duca ordinava il concentramento delle milizie ducali su Fivizzano, dove veniva trasportata la sede del governo provinciale, in quello che nominava Commissari con pieni poteri nei sopra accennati comuni. Il concentramento delle milizie produsse immediatamente l’irrompere di una banda armata, venuta per lo appunto dal limitrofo Piemonte in abito da guardie nazionali; mentre un avvocato Giusti a Massa, e un Perizzolari a Carrara, dichiarandosi Commissari piemontesi, usurpavano il governo del paese ed emettevano decreti in nome del Re sardo, appoggiati da un distaccamento di Carabinieri appositamente venuti dal Piemonte per secondarli: e ciò senza la menoma provocazione per parte del Governo estense, e senza che alcuna interna sollevazione potesse darvi pretesto: e, quel che più è, mentre un Ministro sardo era tuttora accreditato presso la Corte ducale! (Messaggero di Modena 29 aprile, N. 1836).
Nella notte dal 29 al 30 aprile aveva luogo un altro tentativo d’invasione armata mano da parte di una banda di ribelli carraresi e di sudditi sardi; ma furono vigorosamente dispersi e fugati dalle fedeli milizie estensi, e il 1° maggio tutto ritornava in quiete.
—Intanto però la guerra dichiaratasi in Italia (scriveva il Messaggero suddetto, N. 1837), l’ingresso nella medesima di un esercito francese, chiamatovi dal Re di Sardegna, le conseguenti rivoluzioni accadute in Firenze e in Parma, e la ostile intrusione nel Ducato di Massa e Carrara di Commissari, agenti a nome del Governo sardo, nonché di milizie ribelli toscane e di forze sarde, costituivano per questi domini una condizione anormale che rendeva indicate alcune eccezionali provvidenze. Le milizie estensi non essendo più sufficienti a vegliare alla sicurezza del Ducato, così seriamente minacciata, S. A. il Duca credette necessario di chiedere un qualche rinforzo all’Austria, la quale di buon grado lo accordava. Ma questo atto di leggittima difesa, dovuta ai propri sudditi, fu il pretesto, colto a volo dal Governo invasore, per dichiarare guerra al piccolo Ducato di Modena, reo del grave delitto di fare quello istesso che il Governo sardo palesemente aveva fatto prima d’ogni altro, cioè di chiamare milizie straniere nei propri Stati. — Cosi il Messaggero. — E noi aggiungeremo: colla differenza però che, mentre Modena le chiamava a propria leggittima e necessaria difesa, e in virtù di solenni Trattati, riconosciuti da tutto il mondo civile, la Sardegna le chiamava per illegittima e sleale offesa.
Il fatto si è, che il 2 di maggio il Governo di Modena chiedeva al Governo sardo di dichiarare se accettava o no la responsabilità dell’usurpazione dei territori estensi di Massa, Carrara e Montignoso, consumata il 28 aprile da agenti e da forze piemontesi. Il Governo sardo rispondeva affermativamente! e il Duca di Modena dirigeva una solenne protesta alle Corti, per derisione dette amiche, segnatane del Trattato del 1815.
E mentre il Messaggero di Modena del 2 maggio metteva opportunamente a riscontro quelle violazioni ed usurpazioni colle relazioni internazionali, tuttora mantenute tra i due Coverai, la Gazzetta Piemontese del medesimo giorno 2 maggio, recando il 3° Ballettino ufficiale della guerra, dato il 30 aprile, annunziava l’occupazione fatta dalle milizie piemontesi delle provincie di Massa e Carrara, pronunziatesi (già s’intende) spontaneamente per la rivoluzione, a fine di difendere quelle popolazioni minacciate da una colonna di milizie estensi, considerandosi il Piemonte in guerra col Duca di Modena!... — Sono cose incredibili, ma lo saranno maggiormente, quando a suo luogo recheremo i documenti di questi fatti.
Intanto, nelle ore pomeridiane del 12 maggio, un corpo di 400 uomini disponevasi ad assalire il posto di Fosdinovo, quando il tenente Bianchi, alla testa di 70 uomini, li respingeva, cagionando loro delle perdite in morti e feriti. Ma il 18, rompendo ogni ulteriore indugio, il Governo piemontese ordinava al conte Ponza di San Martino, Commissario straordinario a Genova, di assumere il Governo delle provincie di Massa e Carrara, ciò che eseguiva con uno dei soliti proclami, che ci asteniamo dal riferire per non recare un inutile tedio al lettore, e i Commissari provvisori si dimettevano.
Le cose della guerra volgendo sempre in peggio per le armi austriache, e i rivoluzionari dei Ducati e del vicino Piemonte, fatti arditi dalla presenza dell’esercito francese, che, sbarcato a Livorno sotto gli ordini del principe Girolamo Bonaparte, cugino dell’Imperatore, cuopriva la Toscana e si avanzava verso il Pò a fine di appoggiare gli eserciti alleati che operavano in Lombardia, rendevano ormai impossibile come alla Duchessa di Parma così all’istesso Duca di Modena di resistere più lungamente al torrente rivoluzionario che invadeva i loro Stati. Quindi la Duchessa il 9 di giugno, e il Duca l'11 dello stesso mese, dopo di aver rivolto ai sudditi opportuni proclami per annunziare la gravità degli avvenimenti che incalzavano, e la risoluzione che loro imponevano per tutelare i propri diritti e l’onore, si ritiravano dai loro Stati, che affidavano a Commissioni di governo, composte di uomini ragguardevoli, che vi mantenessero, finché fosse possibile, il buon ordine. La Duchessa ritiravasi nella Svizzera, e il Duca di Modena da fedele alleato, presso l'Imperatore di Austria, conducendo seco tutte le sue milizie. Esempio ammirabile e superiore ad ogni encomio!
Ma, tanto a Parma, quanto a Modena, appena partite le milizie ducali, veniva dai rivoluzionari inaugurato il Governo del Re subalpino con un proclama del giorno 13 giugno, sottoscritto dai capi del movimento, costituitisi in Governo provvisorio, al quale succedeva poco stante il famoso Commissario sardo e poi Dittatore Farini.
Da quel momento, i tre Ducati sovrani divenivano preda della rivoluzione e virtualmente annessi alla Corona di Sardegna, ridotti allo stato di semplici provincie di una Monarchia, la meno italiana d'Italia, si come diceva lo stesso Cavour, ed aveva affermato Gioberti, quando nel suo Rinnovamento scriveva, che «nelle vene subalpine NON È STILLA DI SANGUE ITALIANO»e chiamava Torino città anfibia, dove «il parlare italiano è un vero contrabando»dicendo il Piemonte «foresto e diviso dai benefici influssi della vita italica.»(Rinnovamento, vol. II, pag. 228).
Se così tristamente andavano le cose nei Ducati, non procedevano meglio negli Stati della Chiesa, confinanti coi medesimi e col teatro della guerra.
Il 15 giugno le milizie austriache di presidio in Ancona, strette dalla cattiva piega che avevano preso le cose di Lombardia, temendo forse di esser chiuse da mare dal naviglio francese, che d’ora in ora attendevasi nelle acque dell’Adriatico, e da terra di esser tagliate fuori dall'esercito del principe Napoleone, che si avanzava dalla Toscana, ebbero ordine d’immediata partenza. Cattiva risoluzione! Chi avrebbe osato assalire le milizie ausiliari di Ancona, finché milizie ausiliarie occupavano Roma, sia pure che nemiche combattessero tra di loro in Lombardia? Neutrale era lo Stato Pontificio, e tale riconosciuto dall’istesso Imperatore dei Francesi, il quale stimò tale volontaria partenza quale una vittoria più importante di quella riportata di quei giorni a Magenta; ché se questa apriva alla rivoluzione le porte di Milano, quella le apriva il varco al possesso del Regno di Napoli, e di tutta la bassa Italia. Vero è che l'esperienza mostrò poi nel 1860 in qual conto si tenesse la proclamata neutralità pontificia. Basta, «alle ore 6 pom. del giorno 11, recava il Piceno di Ancona del 15 giugno salpava da questo porto alla volta di Buccari il piroscafo da guerra Curtatone, dopo aver imbarcato sul bordo la cassa militare e parte degli equipaggi degli Ufficiali austriaci; poi alle ore 6 e ½ant. partivano tutte le milizie austriache di occupazione: il reggimento di linea Gorizzuti, una batteria di campagna, parecchie compagnie di artiglieria, e oltre cento trasporti, lasciando tutte le munizioni, materiali, proviandeed attrezzi militari ricevuti da Venezia sul finire dello scorso mese di aprile, col mezzo di 32 navigli mercantili. I posti principali della città, la piazza, le carceri, la darsena, vennero occupati dalle milizie di gendarmeria indigena; le porte dall’arma di finanza; il forte dai pochi artiglio' ri che ancora quivi restavano, e dalla finanza le novelle fortificazioni cominciate, e non potute condurre a termine. In sulle ore 10 ani del suddetto giorno vi giungeva da Sinigaglia un mezzo squadrone di dragoni pontifici che veniva festosamente accolto dal popolo esultante. A rendere più grande la gioia e la commozione della città nostra, sulle ore 7 pom, proveniente da Macerata, giungeva un battaglione di cacciatori fra i plausi e il giubilo dj molti cittadini accorsi a salutarlo».
Ancona, occupata cosi da poche milizie pontificie, rimase tranquilla, anche dopo partiti gli Austriaci, nella obbedienza al Papa; sebbene poscia, cadute Bologna e Perugia in mano dei rivoltosi, i settari, che pure in Ancona avevano tese le loro fila, per poco tentassero d’impadronirsene, tentativo però presto vinto dalle milizie papali.
Nonfu lo stesso di Bologna, che contemporaneamente veniva abbandonata dagli Austriaci. L’E.mo. Card. Milesi, Legato pontificio, pubblicava in quella circostanza una Notificazione per rassicurare gli animi, e inculcando di aver fiducia nel Governo.
Alla voce dell’E.mo Legato, Bologna sembrò sulle prime quietare; ma la rete settaria troppo potentemente era tesa in quella importante città; cosicché, caduti i Ducati, all’avvicinarsi dei Gallo-Sardi, spinta vivamente dagli emissari piemontesi col famoso Pepoli alla testa, alzò poco stante la bandiera della rivolta. L’E.mo Legato, vista inutile ogni resistenza colle poche milizie di che poteva disporre, ad evitare un inutile spargimento di sangue, e danni senza alcun pro al paese, risolvette piuttosto di ritirarsi, seguito dalla piccola guarnigione. — Un governo provvisorio venne proclamato a nome, già si sa, del Re piemontese, che colla regia sua firma procacciava danaro ai ribelli, onde sostenersi nella rivolta contro il Papa, ai come avremo tra poco a vedere.
Anche a Perugia, infestata dai settari, che dalla vicina Toscana ricevevano continuamente ogni mezzo di ribellione, venne proclamato decaduto il potere pontificio e istallato il governo provvisorio.«Non è ignoto, — scriveva IlGiornale di Roma a questo proposito il giorno 21 giugno, — come il di 14 corrente pochi faziosi usurpassero in Perugia il legittimo potere, proclamando un regime provvisorio. A reprimere quest'atto di ribellione, il Governo stimò opportuno di spedirvi persone di fiducia per intimare loro di rientrare nell’ordine, dovendosi nel caso contrario far uso della forza. Riuscite vane le adoperate esortazioni, una colonna di milizie, comandata dal colonnello Schmit, secondo gli ordini ricevuti, mosse a quella volta, e, dopo un combattimento di 3 ore, penetrò da tre diversi punti nella città, e ristabilì il Governo legittimo con soddisfazione dei buoni».
In altre città degli Stati Pontifici ebbersi più o meno manifesti segni d’insubordinazione, come a Fano, a Sinigallia e in qualche altra località.
«Da dispacci telegrafici, — recava il succitato autorevole Giornale del 24 giugno, — giunti ieri sera, siamo informati che l’autorità del Governo pontificio veniva ristabilita nelle città di Fano e di Sinigaglia al solo avvicinarsi delle truppe pontificie. Nella prima di queste le medesime furono accolte con molto entusiasmo. Jeri mattina, saputosi appena che le truppe erano giunte a Fano, Sinigaglia rialzò gli stemmi pontifici, e la Giunta provvisoria, che erasi surrogata alle autorità legittime, rassegnò il governo al Municipio. Alle 8 ½di ieri sera le truppe entrarono in Sinigaglia tra gli applausi della popolazione, essendo state incontrate dalla Magistratura sino fuori della città: e, animate da spirito eccellente, movevano alla volta di Ancona, la quale domanda già di sottomettersi. Infatti un dispaccio di questa mattina, ore 10, inviato dal sig. generale Allegrini, dice: — «Ho occupato militarmente la città di Ancona; gli stemmi pontifici sono rialzati; ho ristabilito l'ordine senza spargimento di sangue». — Sul fatto di Perugia giova ricordare; che un considerevole numero di armi era stato inviato in quella città dalla vicina Toscana. Altrettanto si è praticato verso Bologna; diverse migliaia di fucili vi sono state spedite dalla stessa Toscana. Ci asteniamo dal fare commenti».
Nelle ore pom. del giorno 10 luglio ritornava in Ancona, e vi ristabiliva la sede del Governo, Monsignor Lorenzo Randi, Delegato Apostolico, accolto con grande esultanza da quella popolazione, alla quale il giorno 12 rivolgeva un proclama con cui annunziava il suo ritorno.
La mattina però dello stesso giorno 10 luglio, proveniente da Trieste, approdava in Ancona il piroscafo turchesco Baronessa Teco con a bordo l'Emo. Card. Milesi Pironi Gonzaga, Legato di Bologna, sfuggito alla rivoluzione di quella Città, il quale due giorni dopo partiva per Roma.
Rimaneva il Regno delle Due Sicilie, né questo andò immune dal fatale influsso della guerra lombarda. Malgrado di tutti gli sforzi e delle subdole arti del Governo piemontese e dei suoi degni alleati, quelle pacifiche popolazioni godevano in questo medesimo tempo di una invidiabile tranquillità, quale il compianto re Ferdinando II loro aveva lasciato morendo, e quale solo un saggio e forte Governo poteva assicurare.
Ma, appunto dopo conchiusa la pace tra i belligeranti nell'alta Italia, un inaspettato turbamento venne a palesarsi dove meno si sarebbe ragionevolmente aspettato: colla rivolta delle milizie svizzere a Napoli.
Ed ora rimettiamoci in via.
Dopo la battaglia di Magenta nessun altro fatto d’armi importante era avvenuto, se ne eccettui quel di Melegnano, fino al giorno 24 di giugno in cui aveva luogo la battaglia così famosa come fatale di Solferino. Non istaremo noi qui, poiché non è nostro scopo, a darne dettagliata relazione, ci contentiamo solo di raccoglierne i documenti incominciando dal bollettino austriaco pubblicato dalla Gazzetta di Verona. Fu quella l’ultima volta che i Gallo-Sardi s’incontravano cogli Austriaci nei campi di Lombardia, dopo di che venne la pace, pace di gran lunga più disastrosa della più crudele guerra, la quale dura tuttora, altrettanto moralmente più devastatrice e crudele quanto materialmente sorda e incruenta.
Ma ecco il bollettino:
Verona, 25 giugno 1859.
«L’esercito imperiale passò il 23 per quattro ponti sulla riva destra del Mincio. L’ala destra occupò Pozzolengo, Solferino e Cavriana; la sinistra si avanzò il 24 Ano a Guidizzolo e Castelgoffredo respingendo ovunque il nemico. Mentre l’esercito imperiale continuava la sua marcia in avanti verso il Chiese, il nemico che aveva preso anche esso l’offensiva con tutte le sue milizie, spiegava forze tanto considerevoli, che il 24 verso le 10 ore del mattino, un combattimento ebbe luogo fra i due eserciti, combattimento durante il quale il 2° esercito, sotto gli ordini del conte Schlik, formante l’ala destra, difese vigorosamente le posizioni della linea principale sino a due ore dopo mezzogiorno; mentre che il 1° esercito, comandato dal conte Wimpffen, guadagnava sempre sull'ala sinistra dal lato del Chiese. Verso le 3 il nemico diresse il suo attacco principale contro Solferino, e dopo un combattimento di più ore s’impadronì di questo punto, eroicamente difeso dal 5° corpo d’esercito. Poscia assali Cavriana, che fu difesa sino a sera con un coraggio uguale dal 1° corpo d’esercito, sostenuto dal 7°; ma si dovette poi abbandonare al nemico. Durante il combattimento attorno di Solferino e di Cavriana l'8° corpo d’esercito si avanzò da Pozzolengo verso l’estremità dell’ala destra e respinse le truppe Piemontesi che si opponevano alla sua marcia; ma questo movimento non potè contribuire a far riprendere la posizione perduta dal centro. All’ala sinistra combattevano il 3° e il 9° corpo sostenuti dall’11(0). La cavalleria riunita su questo punto eseguì varie cariche con una notevole prodezza.
«Perdite straordinariamente considerevoli, e la circostanza che sull’ala sinistra il 1° esercito fu arrestato nel suo movimento sul fianco destro del nemico, dallo sviluppo immenso delle forze di questo, il quale contemporaneamente sfondava il centro dalle parti di Volta, forzarono l’esercito imperiale a battere in ritirata; ciò che eseguì ad un’ora avanzata della sera in mezzo ad un uragano de' più violenti. Ieri durante la notte Pozzolengo, Monzambano, Volta e Goito erano ancora occupati dalle nostre truppe».
Di questa memorabile battaglia abbiamo recato il breve cenno dato dal bollettino austriaco, perché dal linguaggio stesso del vinto si rilevasse la gravità ed importanza del fatto, che compì il primo sanguinoso periodo della presente rivoluzione italiana, chiuso con una pace altrettanto inaspettata che misteriosa, fatta innanzi alle formidabili fortezze del quadrilatero; quando l’Austria poteva ragionevolmente promettersi una assai probabile rivincita.
Del resto le perdite patite furono considerevolissime da ambe le parti. I bollettini sardi davano fin dal principio della battaglia un colonnello e un maggiore uccisi, il generale Arnaldi e due maggiori feriti, quindi un colonnello ucciso, un colonnello e due maggiori feriti al primo attacco di S. Martino. Cosi a confessione dei bollettini sardi, le quattro divisioni dell’esercito piemontese ebbero 49 ufficiali uccisi e 167 feriti, e 5585 uomini fuori di combattimento: mentre una lettera di Napoleone all’Imperatrice, del 1° luglio, faceva ammontare le perdite francesi a 720 ufficiali, dei quali 160 uccisi, e dei soldati 12,000 fuori di combattimento. Le perdite dell'esercito austriaco furono in proporzione della grandezza dell’urto che ebbe a sostenere dai due eserciti alleati, ma principalmente dalla potenza delle nuove artiglierie rigate, adoperete per la prima volta dai Francesi in questa guerra, così che potessero offendere il nemico senza esserne offesi, a cagione della straordinaria lunghezza del tiro: e ciò, senza dire dell’opera della framassoneria, che fece mancare di tutto, perfino del pane e delle scarpe, l’esercito austriaco, mentre di tutto abbondavano gli alleati. — Su questo proposito un personaggio illustre e del tutto fede-degno ci narrava, or fa pochi giorni, come essendo egli ammesso a viaggiare in quei momenti sui treni ferroviari del Veneto, si trovasse per l’appunto su quello che conduceva da Vienna l’imperatoreFrancesco Giuseppe, che veniva a mettersi alla testa del suo esercito. Or, nello scendere che fece a Verona, le milizie schierate per salutarlo irruppero gridando Maestà, pane e scarpe, pane e scarpe! Il tradito Monarca, sorpreso a quelle grida, ordinò sull’istante che dalle provincie vicine si requisissero tutte le calzature e tutto il pane disponibili, e in poco d’ora ne ebbe riforniti per quanto fu possibile, i suoi poveri soldati. Così dopo la pace vennero scoperti enormi depositi di farina, sepolti sotto terra, mentre l’esercito mancava di pane!....
Completiamo la lugubre narrazione coi Rapporti Ufficiali delle due parti.
Quartier generale di Cavriana, 28 giugno 1859
Dopo la battaglia di Magenta e il combattimento di Melegnano il nemico aveva precipitato la sua ritirata sul Mincio abbandonando, una dopo l’altra, le linee dell’Adda, dell’Oglio e del Chiese. Si doveva ritenere ch’esso andasse a concentrare tutta la sua resistenza dietro il Mincio ed importava che l’esercito alleato occupasse al più presto possibile i punti principali delle alture che si estendono da Lonato sino a Volta e che formano al sud del Lago di Garda un’agglomerazione di prominenze dirupate. E di fatto, gli ultimi rapporti ricevuti dall’Imperatore indicavano che il nemico aveva abbandonato quelle alture ed erasi ritirato dietro il fiume.
Giusto l’ordine generale dato dall’Imperatore nel 23 giugno alla sera, l’armata del Re doveva portarsi sopra Pozzolengo, il maresciallo Baraguay d’Hilliers sopra Solferino, il maresciallo duca di Magenta sopra Cavriana, il generale Niel sopra Guiddizzolo, ed il maresciallo Canrobert sopra Medole. La guardia imperiale doveva dirigersi sopra Castiglione, e le due divisioni di cavalleria della Linea dovevano portarsi sulla pianura tra Solferino e Medole. Era stato stabilito che 11 movimento comincerebbe a due ore del mattino onde evitare il caldo eccessivo del giorno.
Per altro nella giornata del 23 parecchi distaccamenti nemici eransi fatti vedere sopra vari punti e l’Imperatore ne era stato avvertito; ma siccome gli Austriaci costumano di moltiplicare le loro ricognizioni, Sua Maestà ritenne che queste dimostrazioni non fossero che un nuovo esempio della cura e dell’abilità da essi impiegata nell’esplorare e nello stare in guardia.
Il 24 giugno, sino dalle 5 ore del mattino, l’Imperatore stando a Montechiaro, intese il fragor del cannone nel piano e in tutta fretta si diresse alla volta di Castiglione, ove doveva raccogliersi la guardia imperiale.
Durante la notte l’armata austriaca, ch’erasi determinata a prendere l’offensiva, aveva varcato il Mincio a Goito, a Valeggio a Monzambano ed a Peschiera, ed occupava nuovamente le posizioni che di recente aveva abbandonate. Quest’era il risultamento del piano che il nemico aveva continuato ad eseguire dopo Magentaritirandosi successivamente da Piacenza, da Pizzighettone da Cremona, da Ancona, da Bologna, da Ferrara, in breve, evacuando tutte le sue posizioni per accumulare le sue forze sul Mincio. Inoltre esso aveva rafforzato la sua armata colla maggior parte delle truppe componenti le guarnigioni di Verona, di Mantova e di Peschiera, ed in tal modo aveva potuto raccogliere nove corpi d’armata, quali in complesso ascendevano da 250 a 270,000 uomini, i quali si avanzavano verso il Chiese coprendo il piano e le alture.
Sembra che questa immensa forza si dividesse in due armate; quella di destra, secondo note rinvenute dopo la battaglia addosso di un ufficiale austriaco, doveva impadronirsi di Lonato e di Castiglione, e quella di sinistra doveva portarsi sopra Montechiaro. Gli Austriaci credevano che tutta la nostra armata non avesse ancora passato il Chiese, e la loro intenzione era di spingerci sulla riva destra di quel fiume.
Quindi le due armate, che marciavano una contro l’altra, s’incontrarono inopinatamente. I marescialli Baraguay d’Hilliers e de Mac Mahon avevano appena oltrepassato Castiglione che si trovarono a fronte di considerevoli forze le quali loro disputarono il terreno. Contemporaneamente il generale Nielurtava contro il nemico all’altezza di Medole. L’armata del Re, in cammino per Pozzolengo, incontrava del pari gli Austriaci al di là di Rivoltella ed il Maresciallo Canrobert trovava il villaggio di Castel Goffredo occupato dalla cavalleria nemica.
Siccome allora tutti i corpi dell’esercito alleato erano in marcia ad una grande distanza gli uni dagli altri, così l’Imperatore si occupò anzitutto a congiungerli affinché potessero reciprocamente sostenersi. A tale effetto Sua Maestà si recò immediatamente presso il Maresciallo duca di Magenta ch’era alla destra nel piano e trovavasi spiegato perpendicolarmente alla strada che da Castiglione conduce a Goito.
Non comparendo ancora il generale Niel,Sua Maestà fece accelerare la marcia della cavalleria della guardia imperiale e la pose sotto gli ordini del Duca di Magenta, qual riserva, onde agire sul piano alla destra del 2° corpo. Contemporaneamente l’Imperatore spedi al maresciallo Canrobert l’ordine di appoggiare il generale Nielquanto fosse possibile, raccomandandogli di stare in guardia a destra contro un corpo austriaco che, secondo avvisi dati a Sua Maestà, doveva portarsi da Mantova sopra Asola. (Questi avvisi continui mostrano l'opera della framassoneria.)
Prese queste disposizioni, l’Imperatore si recò sulle alture, nel centro della linea di battaglia, ove il maresciallo Baraguay d’Hilliers, troppo lontano dall’armata sarda per poter congiungersi ad essa, doveva lottare, sopra un terreno dei più difficili, contro truppe che continuamente si rinnovavano.
Nullostante il Maresciallo era pervenuto sino a piè della collina, alla sommità della quale è fabbricato il villaggio di Solferino, difeso da forze considerevoli trincerate in un antico castello ed in un cimitero, sì l’uno che l’altro muniti da muraglie grosse e forate. Il Maresciallo aveva già perduto molta gente, e più d’una volta dovette esporsi in persona conducendo egli stesso in avanti le divisioni Bazaine e Ladmirault. Queste truppe, rifinite dalla fatica e dal caldo, ed esposte ad una viva fucilata non guadagnavano terreno che con molta difficoltà. In questo momento l’Imperatore diede ordine alla divisione Foreydi avanzarsi contro il villaggio di Solferino e la fece sostenere dalla divisione Camou dei volteggiatori della guardia. Fece marciare con queste truppe l’artiglieria della guardi la quale, condotta dal generale Sévelinges e dal generale Leboeuf, andò a prendere posizione alla scoperta a trecento metri dal nemico. Questa manovra decise dell’esito al centro.
Mentre la divisione Forey s’impadroniva del cimitero ed il generale Bazaine scagliava le sue truppe nel villaggio, i volteggiatori ed i cacciatori della guardia imperiale si arrampicavano sino a piè della torre che domina il castello e se ne impadronivano. Le prominenze delle colline vicine a Solferino venivano successivamente prese, ed a tre ore e mezzo gli Austriaci evacuavano la posizione sotto il fuoco della nostra artiglieria che muniva le creste, e lasciavano in nostro potere 1500 prigionieri 14 cannoni e due bandiere. La parte della guardia imperiale in tale glorioso trofeo era di 13 cannoni e di una bandiera.
Durante questa lotta e mentre il fuoco era più vivo, quattro colonne austriache, avanzandosi tra l’armata del Re ed il corpo del maresciallo Baraguay d’Hilliers, avevano tentato di girare la destra dei Piemontesi. Sei pezzi di artiglieria, abilmente diretti dal generale Forey, avevano aperto un vivissimo fuoco sul fianco di quelle colonne e le avevano obbligate a retrocedere in disordine.
Mentre il corpo del maresciallo Baraguay d’Hilliers sosteneva la lotta a Solferino, il corpo del duca di Magenta erasi spiegato nella pianura di Guiddizzolo al di là del podere di Casa Marino e la sua linea di battaglia, tagliando la strada di Mantova dirigeva la sua destra verso Medole. A nove ore del mattino esso fu attaccato da una forte colonna austriaca preceduta da numerosa artiglieria, che andò a porsi in batteria a 1000 o 1200 metri sulla nostra fronte. L’artiglieria delle due prime divisioni del 2 corpo avanzandosi immediatamente sulla linea dei bersaglieri, aprì un vivissimo fuoco contro la fronte degli Austriaci, e nel medesimo istante le batterie a cavallo delle divisioni Desvaux e Partouneaux, portandosi rapidamente sulla destra presero di fianco i cannoni nemici, che furono ridotti a tacere e ben tosto forzati a ritirarsi. Immediatamente le divisioni Desvaux e Partouneaux caricarono gli Austriaci e fecero 600 prigionieri.
Nondimeno una colonna di due reggimenti di Cavalleria austriaca aveva tentato di girare la sinistra del 2° corpo, e il Duca di Magenta aveva diretto contro di essa sei squadroni di cacciatori. Tre felici cariche della nostra cavalleria respinsero quella del nemico, che lasciò in nostro potere molti uomini e cavalli.
A due ore e mezzo il Duca di Magenta prese l’offensiva e diede al generale de La Motterouge l’ordine di portarsi sulla sua sinistra dal lato di Solferino onde togliere al nemico San Cassiano e le altre posizioni da esse occupate. Il villaggio fu assalito dai due lati e preso con un irresistibile impeto dai bersaglieri algerini e dal 45°. I bersaglieri si slanciarono tosto sul contrafforte principale che congiunge Cavriana a San Cassiano e ch’era difesa da molte forze. Una prima prominenza, coronata da una specie di forte, cade rapidamente in potere dei nostri bersaglieri ma il nemico con un vigoroso ritorno offensivo, potè scacciameli. I bersaglieri nuovamente se ne impadroniscono coll’aiuto del 45° e del 72°; ma vengono nuovamente respinti. Onde sostenere questo attacco il generale La Motterouge dovette far marciare la sua brigata di riserva, ed il Duca di Magenta fece avanzare l’intero suo corpo.
In pari tempo l’Imperatore dava ordine alla brigata Manèque dei volteggiatori della guardia, appoggiata ai granattieri del generale Mellinet, di portarsi da Solferino contro Cavriana.
Il nemico non potè resistere più lungamente a questo duplice attacco sostenuto dal fuoco dell’artiglieria della guardia, e verso le cinque della sera i volteggiatori ed i bersaglieri algerini entrarono contemporaneamente nel villaggio di Cavriana.
In questo momento una terribile tempesta, che scoppiò sopra le due armate oscurò il cielo e sospese il combattimento; ma, cessato l’uragano, le nostre truppe ripresero l’opera cominciata e scacciarono il nemico da tutte le alture che dominano il villaggio. Non andò guari che il fuoco dell’artiglieria della guardia cangiò la ritirata degli Austriaci in una fuga precipitosa.
Mentre avveniva ciò, i cacciatori a cavallo della guardia che fiancheggiavano la destra del Duca di Magenta si scagliarono a caricare la cavalleria austriaca che minacciava di girarla.
A sei ore e mezzo il nemico batteva la ritirata in tutte le direzioni.
Ma quantunque la battaglia fosse guadagnata al centro ove le nostre truppe non avevano cessato di far progressi, la destra e la sinistra rimanevano ancor indietro. Per altro anche le truppe del 4° corpo avevano preso una larga e gloriosa parte alla battaglia di Solferino.
Partite da Carpenedolo a tre ore del mattino, esse dirigevansi verso Medole appoggiate dalla cavalleria delle divisioni Desvaux e Partouneaux, allorquando a due chilometri al di là di Medole, gli squadroni dei cacciatori, che esploravano la marcia del corpo, incontrarono gli ulani. Essi li caricarono con impeto, ma furono arrestati dalla fanteria e dall'artiglieria nemica che difendevano il villaggio. Il generale de Luzytosto si dispose all’attacco. Mentre egli faceva girar Medole a destra ed a sinistra da due colonne, avanzava egli stesso di fronte preceduto dalla sua artiglieria che cannoneggiava il villaggio. Questo attacco, eseguito con gran vigore, ebbe un pieno risultamento. A sette ore il nemico si ritirava da Medole o noi gli avevamo tolto due cannoni ed avevamo fatto buon numero di prigionieri.
La divisione Vinoy, che seguitava la divisione de Luzv, uscendo da Medole, si portò nella direzione di una casa isolata chiamata Casanova, situata nella pianura sulla strada di Mantova a due chilometri da Guiddizzolo. Il nemico si trovava in forze considerevoli da questo lato, s’impegnò un accanito combattimento mentre la divisione de Luzy marciava verso Ceresara da una parte e verso Rebecco dall’altra.
In questo momento il nemico tentò di girare la sinistra della divisione Vinoy per lo spazio vuoto lasciato tra il secondo ed il quarto corpo. Esso si avvicinò sino a 200 metri di fronte alle nostre truppe, ma venne allora arrestato dal fuoco di 42 pezzi di artiglieria diretti dal generale Soleille. Il cannone del nemico venne tosto a prender parte nella lotta e la sostenne per gran parte della giornata, benché con manifesta inferiorità.
Giunse la divisione de Failly, ed il generale Niel, riservando la seconda brigata di questa divisione, portò la prima tra Casanova e Rebecco verso il borghetto di Baite per congiungere il generale de Luzy col generale Vinoy. Il generale Niel mirava a recarsi verso Guiddizzolo, tosto che il Duca di Magenta si fosse impadronito di Cavriana, e sperava tagliare così al nemico la strada di Volta e Goito, ma per eseguire questo piano era d’uopo che le truppe del maresciallo Canrobert andassero a sostituire a Rebecco quelle del generale de Luzy.
Il terzo corpo, partito da Medole a due ore e mezzo del mattino, aveva passato il Chiese a Visano ed era arrivato a sette ore a Castel-Goffredo, piccola città cinta da mura che la cavalleria del nemico ancora occupava. Mentre il generale Iannin girava la posizione del sud, il generale Renault l’assaliva di fronte facendo sfondare le porte dagli zappatori del genio e penetrava in città cacciando a lui dinanzi i cavalieri nemici.
Verso le nove del mattino la divisione Renault arrivava all’altezza di Medole, si congiungeva sulla sua sinistra col generale de Luzy dal lato di Ceresara e sulla sua destra facendo fronte a Castel-Goffredo in modo da sorvegliare i movimenti del corpo avanzato la cui partenza da Mantova era stata annunziata. Tale timore paralizzò per gran parte del giorno il corpo d’armata del maresciallo Canrobert, il quale non ritenne prudente cosa prestare al 4° corpo tutto quel soccorso che gli domandava il generale Niel.
Nondimeno verso le due dopo mezzogiorno il maresciallo Canrobert, rassicurato sulla sua destra ed avendo riconosciuta la posizione del generale Niel, fece appoggiare la divisione Renault sopra Rebecco e diede ordine al generale Trochu di portare la sua brigata tra Casanova e Baite sul punto cui si volgevano i più formidabili attacchi del nemico. Tale rinforzo di truppe fresche permise al generale Niel di lanciare nelle direzioni di Guiddizzolo una parte delle divisioni de Luzy e de Failly. Questa colonna si avanzò fino alle prime case del villaggio; ma, trovando a fronte forze superiori stabilite in buona posizione, fu obbligata ad arrestarsi.
Il generale Trochu si avanzò allora per sostenere l’attacco colla brigata Bataille della sua divisione. Marciò contro il nemico in battaglioni serrati a scacchiere, coll’ala destra in avanti dimostrando tant’ordine e sangue freddo quanto sur un campo di manovre. Tolse al nemico una compagnia di fanteria e due pezzi di cannone, ed era già arrivato a mezza distanza da Casanova a Guiddizzolo allorquando scoppiò l’uragano il quale venne a por fine a tale terribile lotta, che il concorso del 3° e del 4° corpo minacciava di rendere si funesta al nemico.
In mezzo alle peripezie di questo combattimento di dodici ore, la cavalleria fu di possente soccorso per arrestare gli sforzi del nemico dal lato della Casanova. A più riprese le divisioni Partouneaux e Desvaux caricavano la fanteria austriaca e ruppero i suoi carrès. Ma particolarmente la nostra nuova artiglieria produsse sul nemico i più terribili effetti.
Essa lo colpiva a distanza cui non potevano giungere i più grossi calibri, e seminava il terreno di cadaveri.
Il 4° corpo tolse agli Austriaci una bandiera,, sette pezzi di cannone e fece due mila prigionieri.
Per sua parte, l’armata del Re, appostatasi alla nostra estrema sinistra avea egualmente la sua aspra e bella giornata.
Essa, forte di quattro divisioni, si avanzava nella direzione di Peschiera, di Pozzolengo e di Madonna della Scoperta, allorquando verso le sette ore del mattino, la sua avanguardia scoprì gli avamposti nemici tra San Martino e Pozzolengo.
S’impegnò la pugna; ma accorsero grossi rinforzi austriaci che facevano retrocedere i Piemontesi, fino all’indietro di San Martino, e minacciarono anche di tagliare la linea di ritirata. Una brigata della divisione Mollard arrivò allora in tutta fretta sul luogo del combattimento e andò all’assalto delle alture in cui il nemico si stabiliva. Due volte essa toccò la sommità impadronendosi di parecchi pezzi di cannone, ma ben anche due volte dovette cedere al numero, e abbandonare la sua conquista.
Il nemico guadagnava terreno ad onta di alcune cariche brillanti della cavalleria del Re, allorquando la divisione Cucchiari, sboccando sul campo di battaglia per la strada di Rivoltella, venne a sostenere il generale Mollard. Le truppe sarde si scagliarono una terza volta sotto un fuoco micidiale; la chiesa e tutte le cascine della destra furono tolte al nemico e presi due pezzi di cannone; ma il nemico può ancora ricuperarli e riprendere le sue posizioni.
In questo momento la seconda brigata del generale Cucchiari, che erasi formata in colonna d’attacco a sinistra della strada di Lonato, marciò contro la chiesa di San Martino, riguadagnò il terreno perduto e tolse al nemico le alture per la quarta volta senza però potersi sostenere, perché schiacciata dalla mitraglia e posta a fronte di un nemico, che continuamente rinforzato, continuamente ritornava alla carica, essa non può attendere il soccorso che le portava la seconda brigata del generale Mollard, ed i Piemontesi, rifiniti, fecero la loro ritirata in buon ordine sulla strada di Rivoltella.
Allora fu che la brigata Aosta della divisione Fanti, che primieramente erasi portata verso Solferino per unirsi al maresciallo Baraguay d’Hilliers, fu spedita dal Re onde appoggiare i generali Mollard e Cucchiari nell’attacco di San Martino. Essa fu per un istante arrestata dalla tempesta; ma, verso le cinque della sera, quella brigata e la brigata Pinerolo, sostenute da una forte artiglieria, andarono contro il nemico sotto un fuoco terribile e toccarono le alture. Esse se ne impadronirono palmo a palmo, cascina per cascina, e pervennero a mantenersi combattendo con accanimento. Il nemico cominciò a piegare e l’artiglieria piemontese, guadagnando le creste, potè ben tosto munirle di 24 pezzi di cannone di cui gli Austriaci tentarono invano d’impadronirsi. Due brillanti cariche dalla cavalleria del Re li dispersero, la mitraglia portò il disordine fra loro, e finalmente le truppe sarde rimasero padrone delle formidabili posizioni che il nemico avea difese per un intero giorno con tanto accanimento.
D’altro lato, la divisione Durando era stata alle prese cogli Austriaci fino dalle cinque e mezzo del mattino. A quell’ora la sua avanguardia aveva incontrato il nemico alla Madonna della Scoperta, e le truppe sarde vi avevano sostenuto fino al mezzo giorno gli sforzi di un nemico superiore in numero, che finalmente le aveva obbligate a ripiegare; ma rafforzate allora dalla brigata Savoia, ripresero l’offensiva e, respingendo gli Austriaci, s’impadronirono di Madonna della Scoperta. Dopo quest’ultimo successo, il generale La Marmora diresse la divisione Durando verso San Martino, ov’essa non potò giungere a tempo per concorrere alla presa della posizione, perché incontrò per via una colonna austriaca colla quale ebbe a lottare per aprirsi un passaggio, e quand’essa ebbe superato quest’ostacolo, il villaggio di San Martino era in potere dei Piemontesi. D’altra parte il generale La Marmora aveva diretto la brigata Piemonte della divisione Fanti verso Pozzolengo. Questa brigata con gran vigore occupò le posizioni nemiche al di là del villaggio e rendendosi anche padrona di Pozzolengo, dopo un vivo attacco respinse gli Austriaci e gl’inseguì fino ad una distanza facendo loro provare gravi perdite.
Le perdite dell’armata sarda furono sgraziatamente rilevantissime e non si elevarono a meno di 49 ufficiali uccisi, 167 feriti, 642 sottoufficiali e soldati uccisi, 3405 feriti, 1288 scomparsi; in complesso mancarono all’appello 5525 uomini. Cinque pezzi di cannone rimasero in potere dell’armata del Re qual trofeo di questa sanguinosa vittoria, da essa riportata contro un nemico superiore in numero, e le forze del quale sembravano non essere inferiori a 12 brigate.
Le perdite dell’armata francese ascesero al numero di 12,000 uomini di truppa uccisi o feriti, e di 720 ufficiali fuori di combattimento, dei quali 150 uccisi. Fra i feriti contansi i generali de Ladmirault, Forey, Auger, Dieu e Douay; sette colonnelli e sei luogotenenti-colonnelli rimasero uccisi.
Quanto alle perdite dell’armata austriaca, esse non poterono essere ancora valutate, ma devono essere state considerevolissime se si vuole giudicare dal numero dei morti e dei feriti dal nemico abbandonati su tutta l’estensione del campo di battaglia, il quale non ha meno di 5 leghe di fronte. Gli Austriaci lasciarono in nostre mani 30 pezzi di cannone, gran numero di cassoni, quattro bandiere e 6000 prigionieri.
La resistenza opposta dal nemico alle nostre truppe per sedici ore può spiegarsi col vantaggio che gli davano la superiorità del numero e le porzioni quasi inespugnabili che occupava.
Del resto, per la prima volta le truppe austriache combattevano sotto gli occhi del loro sovrano e la presenza dei due Imperatori e del Re rendendo la lotta più accanita, doveva pure renderla più decisiva.
L’imperatore Napoleone non tralasciò un istante di dirigere l’azione recandosi su tutti i punti dove le sue truppe dovevano fare i maggiori sforzi e trionfare dei più difficili ostacoli. Parecchie volte i proiettili del nemico caddero in mezzo dello stato maggiore e della scorta che seguiva Sua Maestà.
A nove ore della sera sentivasi ancora da lontano il tuonare del cannone che precipitava la ritirata del nemico e le nostre truppe accendevano i fuochi del bivacco sul campo di battagliada esse si gloriosamente conquistato.
Il frutto di questa vittoria è l’abbandono per parte del nemico di tutte le posizioni da esso preparate sulla riva destra del Mincio per disputarci l’avvicinamento.
Nel 24 giugno, mentre le truppe francesi sotto gli ordini del signor maresciallo Baraguay d’Hilliers procedevano sopra Solferino, tre divisioni dell’armata piemontese si avanzavano nella direzione di Peschiera, Pozzolengo e Madonna della Scoperta. Esse erano precedute da due distaccamenti, i quali dovevano servire di guida alla loro marcia e riconoscere il terreno.
La 3(a)Divisione (generale Mollard) doveva battere la pianura compresa tra la ferrovia ed il lago, e la 5(a)(generale Cucchiari) marciare sopra Pozzolengo, ove doveva tenere strada diversa da quella tenuta dalla 1(a) divisione (generale Durando) passando per Castel-Venzago e Madonna della Scoperta 11 distaccamento mandato in ricognizione dalla 5(a) divisione, composto di un battaglione d’infanteria, di un battaglione di bersaglieri, di uno squadrone di cavalleggieri e di due pezzi di artiglieria sotto gli ordini del colonnello Cadorna, lasciò sulla sua destra le alture di San Martino che non eran ancora occupate dal nemico e continuò ad avanzarsi per la strada di Lonato e di Pozzolengo.
Gli avamposti austriaci, vigorosamente attaccati e abbattuti verso le ore sette del mattino furono ben tosto sostenuti da forze imponenti dinanzi alle quali fu d’uopo ripiegare.
Il generale Mollard, udendo la fucilata e il tuoneggiar del cannone, condusse la piccola colonna che guidava la marcia della sua divisione in soccorso del colonnello Cadorna e spedì due compagnie di bersaglieri alla cascina Succale per operare una diversione.
La 3(a)e la 5‘ divisione ebbero ordine di affrettare la loro marcia.
La colonna del colonnello Cadorna si ripiegò lentamente ed in buon ordine sostenuta da quattro pezzi di artiglieria e da un battaglione d’infanteria posti a San Martino. Ma sulla destra il nemico con forti colonne guadagnava già le alture per Santo Stefano e San Donnino, e si avanzava rapidamente sulla cascina Contracania minacciando di tagliare la linea di ritirata.
Fu forza abbandonare San Martino. Erano allora le nove ore del mattino. La testa di colonna della 3(a)divisione cominciava a sboccare dalla ferrovia. Sperando di non lasciare al nemico il tempo di stabilirsi sulle alture il generale Mollard fece immediatamente marciare all’assalto il primo reggimento di cui poteva disporre (7° fanteria) e lo fece tosto sostenere dall'8°, con ordine di attaccare alla baionetta senza scaricare un’arma da fuoco.
Questi valorosi reggimenti, sostenuti da una batteria e da alcune cariche dei cavalleggieri di Monferrato, due volte toccarono con un ammirabile slancio la sommità delle alture, impadronendosi di parecchi pezzi di cannone, ma due volte ben anco dovettero cedere al numero ed abbandonare la loro conquista. Rimasero uccisi il colonnello Beretta ed il maggiore Lolaro, e feriti il generale Ansaldi, i maggiori Borda e Longoni. Le perdite degli ufficiali subalterni furono del pari numerose.
Il nemico guadagnava terreno e si avanzava per la cascina Selvetta verso la ferrovia per tagliarci questa importante linea di comunicazione. Una brillante carica eseguita da uno squadrone di cavalleria diede il tempo di raccogliere alcune truppe sul punto minacciato.
Fu allora, verso le dieci del mattino, che la divisione Cucchiari arrivò sul campo di battaglia per la strada di Rivoltella. Tre battaglioni del 12° reggimento furono immediatamente posti a disposizione del generale Mollard onde aiutarlo a riprendere le cascine Canova, Arnia Selvetta e Monata, e liberar pure gli accessi alla ferrovia.
Sulla sinistra, il 4° battaglione del 12° ed il 14° reggimento di fanteria furono ordinati in colonne d’attacco, a cavallo sulla strada di Lonato. Si slanciarono all’assalto sotto un luoco micidiale. Il villaggio di San Martino, il Roccolo, come pure tutte le cascine sulle destra, compresavi la Contracania, furono tolti al nemico con distinta prodezza. Vennero presi tre pezzi di artiglieria, ma il nemico potè nuovamente ricuperarli. In quest’attaco un maggiore rimase ucciso, furono feriti due altri maggiori ed un colonnello, e queste sono le perdite in ufficiali superiori.
Nel frattempo la 2“ brigata e la 5(a)divisione (17° e 18° di linea) con un battaglione di bersaglieri si ordinarono in colonna d’attacco sulla sinistra della strada di Lonato lasciando la 18“ in riserva; due battaglioni del 17° e due compagnie di bersaglieri marciarono sulla chiesa di San Martino e sulla cascina Contracania ricadute in potere del nemico, e due altri battaglioni con alcuni bersaglieri, piegando a sinistra, si volsero sopra cascina Corbi di Sotto e Vestone. Il 18° si avanzò per sostenere l'11° impegnato alla sua fronte. Si ricuperò ovunque il perduto terreno, si toccò il punto culminante delle alture, e le posizioni vennero un’altra volta ancora tolte al nemico.
Intanto la brigata Pinerolo (divisione Mollard) arrivava da Desenzano e Rivoltella. Ordinata sopra due linee e diretta colla sua artiglieria sulla cascina Contracania essa aveva già cominciato il suo fuoco e compiva il successo della 5(a)divisione allorquando questa divisione, schiacciata dalla mitraglia e posta a fronte di un nemico che continuamente riceveva nuovi rinforzi, fu costretta a fare la sua ritirata, locché avvenne in buon ordine sulla strada di Rivoltella.
Il generale Mollard ritenne allora dover sospendere l’attacco cominciato dalla brigata Pinerolo fino a che arrivassero nuove truppe. L’attacco di San Martino non poteva più effettivamente rinnovansi senza dar prima alcune ore di riposo ai soldati che avevano combattuto tutta la mattina sotto un sole ardente e senza essere sostenuti da truppe fresche.
La 2 divisione (generale Fanti) erasi avviata verso Solferino onde, all’uopo, concorrere all’attacco diretto sopra quel punto dal maresciallo Baraguay d’Hilliers.
Il Re, vedendo che la posizione era stata valorosamente tolta al nemico dalle truppe francesi, e da altro lato ritenendo essere necessario di rinforzare la nostra sinistra, diede ordine alla 2 brigata di quella divisione di recarsi immediatamente a San Martino, ed alla prima di marciare verso Pozzolengo per sostenere la divisione Durando da parecchie ore impegnata in un combattimento ove avea sofferto già molte perdite.
Allorquando Sua Maestà fu informata che la brigata Aosta (della seconda divisione) si avvicinava a San Martino, spedi l’ordine di attacar nuovamente quella posizione e di impadronirsene prima di notte. La brigata Aosta arrivò sotto San Martino verso quattr’ore pomeridiane e fu posta sotto gli ordini dal generale Moliard.
Essa prese posizione sulla sinistra della brigata Pinerolo rimpetto alla cascina Contracania. L’artiglieria avea ordine di non aprire il suo fuoco che a breve distanza dal nemico. Ai soldati si fece deporre i sacchi e verso le cinque ore si cominciò ad andare innanzi.
Un battaglione e due pezzi di artiglieria dovevano procurar di girare il nemico colla sua sinistra. La 5(a)divisione, ch'erasi ripiegata sulla strada da Rivoltella, era in movimento per raggiungere il campo di battaglia. Fu allora che dal lato del lago si elevò un terribile uragano seguito da una dirotta pioggia.
Le colonne, affrontando tutti gli ostacoli, andarono risolutamente incontro al nemico, che, libero da ogni attacco sulla sua destra, aveva portato tutta la sua artiglieria sulla cima delle alture tra le cascine Contracania e Colombara, da cui fulminava con un vivissimo fuoco gli accessi alla posizione. La brigata Pinerolo si scagliò verso la cascina Contracania. Obbligata a conquistare palmo a palmo il terreno provò sensibili perdite. Tra gli ufficiali superiori rimasero uccisi due colonnelli e ferito un maggiore.
La brigata Aosta marciò sulle cascine Canova, Arnia e Monata, delle quali s’impadronì, attaccò poscia la Contracania e la chiesa di San Martino e procurò di mantenersi in queste diverse posizioni accanitamente combattendo. Essa avea già il suo generale, due colonnelli feriti ed un maggiore ucciso. Onde sostenere l’infanteria con un imponente fuoco di artiglieria il Capo di stato maggiore fece collocare 18 pezzi presso la casa Monata per battere la cascina Contracania.
Bentosto tutti gli sforzi vennero diretti verso questo punto. Il nemico, attaccato di fronte dal 3° e dal 6° d’infanteria che sì avanzava da casa Monata; sulla destra dalla brigata Pinerolo e successivamente dai 7°, 12°, 17°, 18°, e dai battaglioni di bersaglieri, cominciava a ripiegare. Onde assicurare un esito acquistato a sì caro prezzo fu dato l’ordine a tutta l’armata disponibile di portarsi di galoppo sulla sommità.
Non stette guari che 24 pezzi coronavano le alture ed aprivano il loro fuoco. Il nemico, che trovavasi a breve distanza, minacciava di scagliarsi sui nostri cannoni. Uno squadrone di cavalleria, con due brillantissime cariche, mise il disordine fra le sue fila già diradate dalla mitraglia, ed inseguito dalla fanteria il nemico lasciò in nostro potere le formidabili posizioni, difese un intera giornata con tanto accanimento.
Mentre fin dal mattino erasi impegnato il combattimento sull’estrema sinistra, dal lato opposto, sulle colline di Solferino, il 4° corpo d’armata francese era alle prese col nemico e sosteneva un vivissimo combattimento.
Una ricognizione composta di truppe della l(a)divisione (Durando) 3° battaglione di bersaglieri, un battaglione di granatieri ed una sezione di artiglieria della 10(a)batteria) condotta dal Capo di stato maggiore colonnello de Casanova, partita all’alba da Lonato, arrivò verso le cinque e mezzo all’altezza della posizione Madonna della Scoperta che trovò occupata dal nemico.
Il nemico fu tosto attaccato dalle truppe della ricognizione, da vicino seguite dalla brigata dei granatieri. Questi corpi sostennero soli sino al mezzogiorno gli sforzi del nemico, superiore in numero, ma furono poscia obbligati a ripiegare sino all’intersecazione delle strade di cascina Rondotto. Colà rinforzati da quattro battaglioni della brigata Savoia,comandati dal colonnello de Rolland, ripresero vivamente l’offensiva e caricarono il nemico alla baionetta. Due battaglioni di granatieri, fin dal mattino mandati per Castellare e Cadignolo, entravano in linea, mentre la 11 batteria mettendosi in posizione, apriva il suo fuoco. Questi sforzi combinati decisero il nemico ad abbandonare le posizioni nel mattino conquistate.
Il generale La Marmora era stato incaricato dal Re di prendere il comando della 1“ e della 2 divisione. Respinto il nemico a Madonna della Scoperta, il Generale, seguendo gli ordini di Sua Maestà diresse una parte delle truppe contro San Martino, ove la 3 e la 5 divisione continuavano a combattere.
La 1 divisione (Durando) passò per San Rocco, cascina Taverna e Monte Fami, cammin facendo urtò in una colonna nemica, composta del reggimento Prohaska e di altre truppe che avevano combattuto a San Martino, e probabilmente tentavano di girare le forze che attaccavano quella posizione. Questa colonna, venendo respinta, si ripiegò in fretta, ma ciò produsse un ritardo nel movimento della 1 divisione. Inoltre l’ora era avanzata e quelle truppe avevano combattuto tutta la giornata contro tre brigate nemiche. Le perdite di questa divisione furono; in ufficiali 6 morti e 25 feriti, in soldati 97 morti e 580 feriti.
La brigata Piemonte della 2 divisione Fanti aveva egualmente cooperato all’attacco delle posizioni di Madonna della Scoperta. Respinto il nemico, questa brigata fu dal generale La Marmora diretta contro Pozzolengo. Giunta all’altezza di cascina Rondotto, incontrò un corpo nemico fortemente stabilito nelle cascine Torricelli, San Giovanni e Predra e sulle alture di Serino.
Il nemico vivamente attaccato nelle sue posizioni dal 9° battaglione di bersaglieri (maggiore Angelini), dal 4° reggimento Piemonte e da una sezione della 4(a)batteria sotto il comando del generale Camerana, cedé il terreno e fu inseguito sino al di là della borgata Pozzolengo.
Questa stessa brigata della 2(a)divisione (Fanti) avendo occupato S. Giovanni, una batteria di quattro obizi vi prese posizione ed aprì un fuoco, che colpiva a tergo le difese di San Martino Questo attacco contribuì potentemente ad obbligare il nemico a cedere quella posizione, disputata con accanimento sin dal mattino.
La 2(a)divisione, oltre le gravi perdite provate dalla brigata Aosta, ch’erasi appostata sulla sinistra, contò ancora in questa giornata 1 ufficiale ucciso, 5 feriti, 16 soldati uccisi e 36 feriti. Le quattro divisioni che in quel giorno componevano l’armata Sarda in linea furono tutte impiegate, e le loro perdite totali si elevarono a 49 ufficiali morti, 167 feriti, 642 sotto-ufficiali e soldati morti, 3405 feriti, 1258 soldati dispersi, in complesso 5525 mancarono all’appello. Parecchi corpi ebbero il quarto del loro effettivo fuori di combattimento, ed un battaglione di bersaglieri sopra 13 ufficiali ne ebbe 7 morti o feriti, e tre colonnelli della stessa divisione gloriosamente soccombettero.
Il nemico alla fine della giornata era stato scacciato da tutte le posizioni, e quella di Pozzolengo era stata occupata dalle nostre truppe. Cinque pezzi di cannone rimasero in nostro potere qual trofeo di questa sanguinosa vittoria, in cui le nostre truppe ebbero a lottare contro forze superiori, Le forze del nemico secondo ogni verisimiglianza possono calcolarsi a 12 brigate, perché furono fatti prigionieri appartenenti a tutti questi corpi.
L’armata austriaca aveva spiegato tutte le sue forze che si elevavano a circa 200,000 uomini. Riprendendo l’offensiva essa aveva ripassato il Mincio ed occupate le posizioni di Pozzolengo e Solferino, e stendendo la sua sinistra nella pianura di Guiddizolo, ma alla sera su tutti i punti di quel vasto campo di battaglia dovette ripiegarsi, e porre tra essa e il vittorioso esercito alleato la bandiera del Mincio e le sue fortezze.
Il capo di Stato Maggiore
L. G. DELLA ROCCA
L’imperiale regia armata aveva occupato, nel giorno 21 le posizioni ad essa assegnate dietro il Mincio. L’8° corpo d’armata trovavasi all’estremità dell’ala destra fra Peschiera e Casa Nova; il 5° fra Brentina e Salionze;il 1° ed il 7° di riserva presso Quaderni e San Zenone di Mozzo; la riserva di cavalleria ed artiglieria a Rosegaferro vicino a Villafranca, dove era stato trasferito sino dal 20 giugno il quartier generale di S. M. l’Imperatore.
Della1(a)armata trovavasi il 3° corpo presso Pozzolo, il 9° in Goito e dintorni, l'11° giunto nel frattempo, era a Roverbella, la divisione di cavalleria, tenente maresciallo conte Zedwitz, presso Mozzecane.
L’esercito austriaco era dunque riunito coi rinforzi disponibili arrivati, e quindi posto in grado di poter eseguire contro un nemico tuttora preponderante, almeno con qualche prospettiva di successo, un vigoroso colpo offensivo.
Oltre a ciò, le recenti notizie ricevute intorno ai movimenti e presumibili intendimenti del nemico, facevano apparire come desiderabile che si sollecitasse possibilmente l’attacco.
Per conseguenza il 23 giugno fu destinato per passaggio del Mincio.
Il nemico si era per intanto limitato ad occupare fortemente la linea del Chiese senza seguire l’armata imperiale nella sua ritirata oltre il Mihcio. Uno squadrone di usseri Imperatore ed uno di ulani delle Due Sicilie, con due cannoni, sotto il comando del maggior Appell, del nominato reggimento d’ulani, incaricati di riconoscere gli alti piani fra li due fiumi, non incontrarono in verun sito colonne considerevoli, ma singoli distaccamenti. Presso Chiodino e Castel Venz. ago, si venne a scaramucce, che finirono colla ritirata del nemico, e nelle quali perdemmo due ufficiali, cinque soldati e nove cavalli.
Anche da parte della prima armata furono spediti distaccamenti scorridori verso il Chiese, per altro essi non ritrovarono in verun sito il nemico.
Nel mattino del giorno 23 cominciò l’avanzamento dell’esercito austriaco. L’estrema ala destra era formata dalla brigataReichlein,del 6° corpo, la quale, arrivata da Roveredo, si spinse pel campo trincierato da Peschiara verso Ponti onde riunirsi colà coll’8(0)corpo, il quale passò il Mincio presso Salionze e raggiunse Pozzolengo senza incontrarvi resistenza.
Il 5° corpo d’armata esegui il passaggio del fiume presso Taleggio, ed avanzò a Solferino.
Il 1° corpo d’armata seguì il 5° e si spinse verso Cavriana.
Il 7° corpo d’armata e la divisione di cavalleria di riserva, tenente maresciallo conte Mensdorff, passarono il Mincio sopra un ponte di guerra presso Ferri, fra Massimbona e Pozzolo, e si spinsero, il primo fino a Foresto e la seconda ancora oltre Foresto fino alle Tezze presso Cavriana.
Tutte le truppe della seconda armata posta sotto il comando del generale di cavalleria conte Schlick, raggiunsero nel corso del pomeriggio i punti loro assegnati, senza incontrare il nemico, e nella sera furono stabiliti gli avamposti da Casa Zapaglio, Contrada Mescolaro e Madonna della Scoperta fino alle Grole. La prima armata, sotto il comando del generale d’artiglieria conte Wimpffen, formava l’ala sinistra dell’avanguardia; essa passò il Mincio presso Ferri col 3° corpo d’armata, e presso Goito, col 9° ed 11° corpo, non che colla divisione di cavalleria?tenente maresciallo conte Zedwitz. Questa divisione di cavalleria, appoggiata da distaccamenti del 9° corpo d’armata, si avanzò fino a Medole; il 3° ed il 9° corpo d’armata si accamparono intorno a Guiddizzolo, e l’11°corpo, come riserva, presso Castel Grimaldo.
Del 2° corpo d’armata, la divisione del tenente maresciallo conte lallachich, fu spedita da Mantova a Marcaria per prendere parte alle operazioni dell’armata principale e poter operare per Castel Goffredo contro il fianco nemico.
Il comandante di corpo, tenente maresciallo principe Eduardo Liechtenstein, assunse personalmente il comando di quella divisione. Il 6° corpo d’armata aveva l’ordine di appoggiare, secondo le circostanze, l’ulteriore avanzamento dell'armata mediante distaccamenti inviati dal Tirolo meridionale.
Laonde, mentre il grosso dell’esercito austriaco aveva preso, nella sera del 23 una posizione da Pozzolengo fino a Guiddizzolo, onde poi operare concentratamente nella direzione del Chiese, ed attaccare l’esercito nemico nelle sue posizioni principali presso Carpenedolo e Montechiaro, il nemico, o informato delle nostre intenzioni od eseguendo un piano già stabilito, aveva, nel frattempo, intrapreso ugualmente un avanzamento generale e raggiunto nel 23 con tutta l’armata Piemontese ed alcuni distaccamenti frane! (60 in 70 000 uomini) i luoghi di Esenta, Desenzano e Rivoltella, non che le posizioni di Castel Venzago e San Martino, mentre il grosso dell’esercito francese occupò fortemente Castiglione delle Stiviere, Carpenedolo e Montechiaro, ed avanzò alcuni distaccamenti verso Solferino e Medole.
I due eserciti s’incontrarono.
Allo spuntar del giorno 24 il nemico intraprese, con forze imponenti, un attacco generale contro la linea delle posizioni austriache.
Sull’ala destra riuscì alle truppe dell'8° corpo, sotto il comando del tenente-maresciallo Benedeck, di far vigorosa resistenza fin da principio contro il violento urto dell’armata piemontese, e non solo di respingere decisamente il loro attacco, ma anche di spingersi innanzi fino a San Martino, di sostenere quella favore vole posizione e di mantener ivi il combattimento. Le truppe piemontesi furono respinte con considerevoli perdite fino a Rivoltella e Desenzano.
Nel centro della posizione austriaca, la chiave della quale formavano le dominanti alture di Solferino, fu egualmente di buonissimo mattino attaccata violentemente, nella sua posizione avanzata, ed avvolta in vivo combattimento la brigata Bils, avanguardia del 5° corpo d’armata.
L’attacco nemico sviluppossi presto con importante superiorità di forze su tutta la linea del 5° corpo d’armata.
Valorosamente con rara costanza le due brigate Bils e Puchner(fanti Kinskye Culoz, 1° battaglione di Ogulini ed il 4° battaglione di cacciatore Imperatore) si mantennero in prima linea, respingendo ogni attacco colla baionetta e senza vacillare, fino alle ore 11, contro un nemico tre volte superiore, che conduceva sempre fresche riserve, e che portava nuove batterie al fuoco, e che da quasi 3000 passi di distanza lanciava con successo granate sul luogo di Solferino. .
Peraltro, allorquando il nemico penetrò anche nella valle al nord di Solferino ed in Val di Quadri con una forte divisione di esercito, e per tal modo minacciava di oltrepassare la posizione delle suddette due brigate, non bastò nemmeno la resistenza delle brigate Koller e Gaal del 5° corpo d’armata, chiamate nel frattempo, per poter ristabilire con buon successo il combattimento, che fin dal mezzo giorno avea cominciato a prender piega sfavorevole.
Non essendo sostenute dal 1° corpo d’armata con sufficiente efficacia le truppe del 5° corpo; dopo che, ripetutamente respinte e di nuovo andando all’assalto colle riserve, avevano riprese le anteriori posizioni, furono finalmente forzate ad abbandonare le dominanti alture anteriori ed a ritirarsi, prima sulle cime del Monte Mezzano, e poscia, avanzandosi forti colonne nemiche sulla strada, che conduce da Castiglione per le Grole a Solferino, a sgombrare il luogo da Solferino, a limitarsi ad occupare il castello, il cimitero e la Rocca, e finalmente ad abbandonare anche quei siti dopo eroica resistenza.
Soltanto dopo il più sanguinoso combattimento, e dopo sacrifici immensi, il nemico strappar potè al valoroso reggimento Reischachquel punto dominante; reggimento, che pieno di annegazione protesse e coperse la ritirata delle truppe del suo corpo e di quelle del 1° corpo d’armata, non senza soffiare le più rilevanti perdite. Le truppe del 5° corpo si ritirarono verso Mescolare e Pozzolengo, quelle del 1° retrocedettero sino a Cavriana e da questo luogo verso Volta e Valeggio.
Il 7° corpo d’armata, avanzatosi intanto da Foresto, parte della pianura per San Cassiano verso Solferino, parte per le eminenze situate al sud di Cavriana, verso quest’ultimo luogo, non giunsero pur troppo più a tempo per impedire la perdita di Solferino, e per dare in sa quel punto al combattimento piega favorevole. Invece esegui con successo l’assunto di coprire, occupando Cavriana e le circostanti file di colline e sommità, la ritirata del centro, fino a che anche quell’ultimo luogo non potè più essere conservato, a fronte del nemico che spingevasi innanzi dalle alture dominanti di Solferino ed a fronte della forte artiglieria nemica.
La divisione di cavalleria Mensdorff, composta di tre brigate, aveva nel mattino avanzato nella pianura per Val del Termine, onde guadagnare il terreno aperto ed atto alla cavalleria, fra Casa Moriana e San Cassianot ed attaccò le batterie nemiche ed i corpi di cavalleria che stavano a cavaliere dalla strada. Trovossi però avvolta in un gagliardo fuoco incrociato nemico di quattro o cinque batterie, e dovette ritirarsi. Mentre il 7° corpo d’armata avanzava, quella divisione di cavalleria tentò di appoggiare colla propria artiglieria, i movimenti di questo corpo, ma non potè nulla fare atteso il fuoco del nemico, il quale aveva a sua disposizione un maggior numero di cannoni.
Sull'ala sinistra, i distaccamenti dalla prima armata, già spinti a Medole, nella sera del 23, cioè due battaglioni del reggimento d’infanteria Arciduca Francesco Carlo, furono allo spuntare del giorno violentemente attaccati, e dopo ostinato combattimento, furono respinti verso Giuddizzolo.
Il nemico, che l’inseguiva, s’impadronì del villaggio di Rebecco, situato tra Guiddizzolo e Medole, e vi si stabili con forze imponenti.
Il 9° ed il 3° corpo d’armata avanzaronsi però da Guiddizzolo. L’ultimo, spintosi sulla strada maestra fino alla Quagliare, non potè andar oltre quel punto, perché, malgrado ogni sforzo, non era riuscito al 9° corpo d’armata di sloggiare il nemico da Rebecco.
Per molte ore durò il combattimento intorno a questo luogo ove venivano inviate al nemico di Medole sempre riserve fresche, mentre dal nostro lato fu disposto che l'11° corpo d'armata sopraggiunto nel frattempo da Castel Grimaldo adoperasse tosto la divisione Blomberg (brigate Dobrzenskv e Host) per appoggiare il 9° corpo d’armata e la brigata Baltin a fine da coprire il 3’ corpo d’armata. Il luogo di Rebecco fu più volte preso e perduto. Ripetute volte fennossi il combattimento, ma ogni volta fu ordinato di riprendere e si riprese l’offensiva.
Ma, sebbene sostenute da energico attacco del 3 corpo d’armata a Medole, le truppe del 9° e del 11°corpo d'armata, malgrado grandi sforzi e rilevanti perdite, ottener non poterono successi durevoli. Cosi fu trattenuto anche l’avanzamento del 3° corpo, che con maravigliosa costanza resistette ai gagliardi e sempre più forti attacchi nemici.
Mancò l’appoggio indispensabile onde disimpegnare l’ala sinistra, e sempre aspettato, dalla divisione Zedwtz, giacché questa, in seguito al combattimento che aveva avuto luogo nel mattino presso Medole, era retroceduta fino a Ceresara e Goito. L’ordinato movimento di fianco di due brigate del 2° corpo d’armata, che esercitar potea influsso decisivo in fianco ed alle spalle del nemico, non venne del pari eseguito, giacché notizie che un corpo principale nemico marciasse da Cremona a Piadena (dove per certo trovavasi la divisione d’Autemarre), fecero che quella divisione si fermasse presso il passeggio dell’Oglio a Marcaria.
Per comando dell’Imperatore l’ala sinistra tentò un’altra volta, verso le 3 pom. di riprendere l’offensiva.
Dopo che la brigata Greschke, dell’11° corpo d’esercito, erasi prima avanzata a Guiddizzolo, onde raccogliere le parti già scosse del proprio e del 9° corpo, furono fatte uscire le due ultime batterie di riserva protette da due battaglioni e da due divisioni di cavalleria, onde colpire la cavalleria nemica, mentre, sperando sempre di essere sostenute dalla cavalleria di riserva, le truppe dovevano unite scagliarsi un’altra volta sul nemico. Ma invano. Sempre gagliardemente strette sul fianco sinistro, quelle truppe nemmeno questa volta poterono ottenere favorevoli risultamenti.
Intorno a quel tempo, anche Cavriana, dopo valorosa resistenza, era caduta in potere del nemico, dopo che due brigate del 7° corpo d'armata, incoraggiate dalla personale presenza di S. M. l’Imperatore eransi sostenute, in quel luogo e nelle sommità circostanti per lungo tempo e con varia vicenda, giacché l’ala sinistra di quel corpo sostenuto dalla divisione di cavalleria Mensdorff, avanzatasi per la terza volta, aveva fatto un ultimo tentativo onde difendersi contro la superiorità di forze irrompenti da San Cassiano a Cavriana.
Avendo cosi il centro retroceduto da Solferino a Cavriana, e non potendo l’ala sinistra più farsi strada, alle 4 pom. venne decisa la generale ritirata.
Essa fu protetta all’ala sinistra con grande bravura dei due battaglioni intatti del reggimento d’infanteria Arciduca Giuseppe e dal prode 10° battaglione di cacciatori personalmente guidato dal comandante il corpo d'armata tenente feldmaresciallo Weigl,ed il luogo di Guiddozzolo non fu abbandonato che alle ore 10 pom. dopo che tutte le truppe avevano sgombrato quel luogo, dopo che erano stati trasportati i feriti e dopo che le batterie furono condotte al sicuro.
Al centro, la ritirata fu protetta con costanza e devozione dalle truppe del 7° corpo d'armata, e si passò per Bosco Scuro dietro Cavriana combattendo nell’ordine migliore.
Dopo avere un violento temporale interrotto il combattimento d’ambe le parti per mezz’ora, il nemico tralasciò totalmente d’avanzarsi nel detto Bosco Scuro. Le brigate Brandenstein e Wussin (i valorosi reggimenti d’infanteria Arciduca Leopoldo ed Imperatore, il 19" battaglione di cacciatori ed un battaglione di Liccani) si ritirarono condotti dal tenente maresciallo principe d’Assia, bene ordinati, a Volta; punto questo, che raggiunsero verso le 8 pom. e che convenientemente occuparono onde coprire la ritirata del treno dell’esercito per le difficili gole di Borghettoe di Valeggio.
La brigata Gablenz della suddetta divisione tenne occupate con due battaglioni d’infanteria Grucher e col 3° battaglione dei cacciatori Imperatore le alture immediatamente in faccia a Cavriana, fino alle 10 pom. Si ritirò poscia, dopo aver raccolto tutti i piccoli distaccamenti che retrocedevano, a tarda notte, a Volta, e soltanto allo spuntare del giorno passò il Mincio sul ponte di Ferri.
All’ala destra l'8° corpo d’armata si era mantenuta nelle più favorevoli condizioni di combattimento. Solo quando il 5° corpo d’armata intraprese la propria ritirata per Pozzolengo, anche il tenente maresciallo Benedeck ritornò a Salionze, dopo aver respinto due preponderanti attacchi nemici e dopo aver fatto 400 prigionieri.
Pozzolengo rimase fino alle 10 pom. occupato da truppe dell'8° corpo d’armata. Così fii resa possibile la ritirata in ordine per parte del 5° e del 1(o)corpo.
Anche in questo combattimento le ii. rr. truppe si batterono con mirabile valore.
Superiore ad ogni elogio fu specialmente il contegno delle truppe del 5° e dell'8° corpo d’esercito, condotte con gran senno operosità e annegazione personale.
Il reggimento Italiano di fanteria Wernhardt del 1°corpo d’armata, che si batté molto valorosamente, ha menzione onorevole nella circostanziata relazione del comandante dell’esercito. Nella cavalleria merita menzione onorevole principalmente il reggimentoussari Re di Prussia, che con raro ordine esegui, in mezzo al fuoco il più gagliardo delle batterie nemiche, un’attacco contro il reggimento francese dei cacciatori d'Africa, che recò danni rilevanti e fece molti prigionieri al nemico.
La nostra perdita, specialmente in ufficiali, è assai ragguardevole. In alcuni corpi di truppe arriva al quarto dello stato totale. Le perdite particolareggiate, con indicazione dei nomi furono pubblicate nella Gazzetta di Vienna. Ma anche il nemico, specialmente negli assalti a Covriana ed a Solferino, ha sofferto perdite immense. Esso in nessun punto osò minimamente inquietare la ritirata delle nostre truppe.
Nel centro, esso non penetrò oltre Cavriana. In ambedue le ali non potéguadagnare terreno sulle nostre truppe.
Dal Iato nostro, presero parte al combattimento il 1(o),3°, 5°, 7°, 8°, 9° e 11°, corpo d’esercito e con una brigata del 6° corpo. Da parte dei nemici, a detta dei prigionieri, stavano in battaglia cinque reggimenti di cavalleria e i corpi d’esercito diNiele di a Mac-Mahon, all’ala destra, in faccia all’ala sinistra degli austriaci; nel centro, i corpi d’esercito di Canrobert e da Baraguay d’Hilliers e le guardie; finalmente tutto l’esercito piemontese all’ala sinistra: fu dunque in battaglia tutto l’esercito nemico.
L’esercito austriaco sta intiero anelante alla pugna nelle posizioni ad esso assegnate dal suo duce supremo. Se anche questa volta, per la superiorità del nemico e pel concorso di contrarie circostanze gli fu tolta la palma della vittoria, e perciò incoraggiato e sollevato dalla coscienza non solo di aver dato all’orgoglioso assalitore ripetute prove del proprio valore e costanza, ma eziandio di avergli arrecato in questo scontro gravi perdite da avere essenzialmente scosso la sua forza, o di aver per tal modo, almeno in parte, contribuito a raggiungere il successo finale.
Fin qui il rapporto austriaco.
Il conte Bayard De Volo toglie circa la famosa battaglia preziose notizie dalle Memorie di S. A. I. il Duca di Modena, enoi ne facciamo tesoro.
S. A. I. R. il duca Francesco V, sì come accennammo, lasciando con tutte le sue valorose milizie il Ducato, si ritirava al Quartiere imperiale austriaco, e prendeva parte da alleato fedele alle vicende della guerra: e il suo degno Ministro, conte Bayard De Volo, seguendo il suo signore, ne raccolse le preziose Memorie, delle quali fece tesoro nella sua stupenda Vita di Francesco V. Ora, narrando la famosa battaglia in cui fu vinta l’Austria, e che gittò l’Italia nel mare di guai, nel quale si dibatte da un quarto di secolo a questa parte, prende a dire cosi (215):
— Poiché degli avvenimenti onde dovette essere il Duca prossimo testimonio, tenne egli esatta memoria, io non avrò ora che a prendere per iscorta simile prezioso documento, assai più fedele e coscienzioso delle molte ignare o maligne narrazioni, per le quali lo svolgersi della campagna del 1859, e gli accordi consecutivi sono costretti di passare alla storia.
I vari brani, avverte lo scrittore, che verrò citando o interpolati nel testo od in apposite note, quando sono letterali, li distinguerò colle virgolette. Ma in gran parte nelle narrazioni e negli apprezzamenti deve aversi come preso dalle Memorie del Duca quanto, specialmente intorno alla battaglia di Solferino ed all’abboccamento di Villafranca, vengo qui esponendo.
La battaglia di Magenta, quantunque non preveduta a tempo dagli Austriaci, quantunque assai micidiale, non sarebbe stata per essi si gran disastro strategico, che con maggiore energia militare non avesse potuto scongiurarsi. Di fatto i Francesi non inseguirono da nessuna parte, né in modo alcuno si affrettarono, se si eccettua l’entrata a Milano, di trar largo profitto della vittoria, che era stata loro abbandonata. La imprevidenza per altro dimostrata avanti, e la soverchia precipitazione di poi della completa ritirata sul Mincio, avevano fatto svanire ogni illusione sulla capacità del Gvulai, che invano tentò riacquistare con un progetto di recarsi di nuovo ad attendere l’inimico fra Lonato e Montechiari. Quando l’Imperatore si abboccò la prima volta col duca Francesco l'a Verona, non gli fece mistero del suo malcontento intorno al comando dell’esercito, ed effettivamente di li a non molto, ossia il 18 giugno, ne assunse l’Imperatore stesso il comando supremo, confermando a quello della prima armata il tenente maresciallo Wimpffen, e affidando la seconda al tenente maresciallo Schlick, già noto in Italia per avere nel 1849 espugnato valorosamente il Monte Berico presso Vicenza.
Il primo di questi due comandanti subalterni si mostrava palesemente scoraggiato, e il secondo era ignaro delle vere posizioni prese dagli alleati.
«Il Comandante della prima armata infatti si espresse meco, — sono parole testuali del Duca, — con molto scoraggiamento. Wir sind für die gute Sache gohopfert! Io, deplorando i disastri passati, mostravo di confidare nella riunione delle due armate, la quale stava per effettuarsi, nell’unità del comando di S. M., nel consiglio di Hess sopra luogo, finalmente nelle forti posizioni scelte per tener fronte al nemico… Il Generale non divideva questa mia fiducia; molto si estese a parlare sull’accortezza del piano probabile degli alleati, ch’egli in parte arguiva da relazioni di confidenti... Finalmenteasserì, che non si avevano novantamila uomini da mettere in linea il giorno di una battaglia: e non avendone io trattenuto una esclamazione di dubbio, egli vi contrappose esserne stato assicurato dallo stesso Hess. Terminò con questa incredibile osservazione: «Ebbene! anche se guadagniamo la battaglia, cosa varrebbe un inseguimento col caldo dì luglio?» — come se a condizione eguale non si trovasse l’inimico, pensai fra me! — «metà della nostra truppa avrà a caderne esausta lungo le strade...»Altre rilevanti innovazioni eransi operate nel personale dirigente, anzi nello stesso Stato Maggiore, sopracchiamandovi di fresco ufficiali superiori che per la prima volta vedevano l’Italia. — Qui il Duca narra un fatto altrettanto incredibile quanto vero. —
«La vigilia del giorno 24, dice egli, passando dinanzi all’Operations Kanzley, che era attigua al Quartier imperiale, trovai sullastrada un Generale... all’apparenza molto affaccendato... Io non lo conoscevo; ma egli si presentò a me pel Generale Scudier, chiamato da Lemberg per essere Capo dello Stato Maggiore della 2(a)armata. Pareva contentissimo della sua nuova destinazione, che avrebbe anzi dovuto pesargli doppiamente, e per la grave responsabilità, e perché, come mi disse, era da sole 24 ore in Italia, dove si trovava per la prima volta! Si era quindi cercato colla lanterna in tutta l’armata austriaca un Capo di Stato Maggiore, che non avesse mai veduto il terreno sul quale doveva operare...».
Intanto al Quartiere imperiale venne elaborato dal tenente maresciallo Hess ed accolto un nuovo progetto, il quale, assai bene concepito in astratto, sarebbe o no riuscito, secondo che il nemico si fosse rinvenuto nelle condizioni supposte, e secondo che fosse stato in tutte le sue parti posto abilmente in esecuzione. Esso doveva consistere, non già nello stabilirsi tra Lonato e Montechiari e Castiglione delle Stiviere, ma nel cacciare di là l’inimico, ritornando sempre oltre il Mincio ad accerchiarvelo, per staccarlo dalla sua base di operazione, e spingerlo sul Lago di Garda e sui monti del Tirolo.
L’Imperatore aveva in questo intendimento fino dal 20 giugno trasferito il suo Quartiere generale a Villafranca, donde ispezionò tosto uno dei principali passaggi sul Mincio, ossia quello da Valeggio a Borghetto. Così nel 21 e nel 22 l’esercito austriaco di operazione, nella quasi sua totalità, ebbe a valicare un’altra volta il fiume, dietro al quale erasi pochi giorni innanzi riparato, lasciando alle spalle, oltre a quello di Valeggio, i ponti muniti di Goito, Pozzolo e Saliunze.
Alcune avvisaglie di usseri, spinte in avanti appunto da Saliunze e da Peschiera, si abbatterono intanto negli avamposti francesi verso Lonato e Montechiari, e vi impegnarono sanguinose scaramuccie; il perché si credette senz’altro che le previsioni formate, circa al luogo di una grande battaglia, fossero precocemente per avverarsi, e si risolvette per conseguenza di marciare senza alcuna sosta in avanti.
Nel successivo giorno 23 i vari corpi di armata ricevettero ordine di raggiungere prontamente le posizioni a ciascun d’essi assegnate, affine di occupare prima dei nemici le vantaggiose alture di Solferino, Cavriana, Madonna della Scoperta e Pozzolengo. Per tal guisa l’esercito austriaco, inoltrandosi nel territorio compreso tra il Mincio ed il Chiese, mirava a stabilire la sua ala diritta a Pozzolengo, la ala sinistra a Medole, il centro a Cavriana, Trezze e Solferino, ammassando in pari tempo, ad uopo di rinforzo, corpi considerevoli tra Castel Grimaldo, Guidizzolo e Foresto.
Francesco V, accompagnando l’Imperatore a Valeggio e quindi a Volta, aveva potuto scorgere, sebbene a distanza, i movimenti avanzati di quelle milizie; ma aveva osservato altresì come all’apparir loro sulle pianure di Medole, la cavalleria nemica, appostatasi in esplorazione, alzando nubi di polvere, ritiravasi a briglia sciolta, evidentemente per recare a' suoi generali l’annunzio dello estendersi anche colà della fronte austriaca di battaglia. E ciò, collegandosi collo scontro accaduto il giorno avanti a Lonato, dava a comprendere, che gli alleati, spingendo le loro ricognizioni su linea cotanto vasta, non solo erano giunti assai probabilmente a scuoprire le mosse degli Imperiali, ma erano in grado di opporsi loro in quel qualsiasi punto che fosse stato il più minacciato.
Il Duca che aveva in cuor suo deplorato, tosto che dei fatti ebbe piena contezza, l’abbandono precoce di tutto il terreno a destra del Mincio assai prima che il nemico se ne fosse reso padrone, deplorava ora le marce e contromarce, che quel precipitoso richiamo aveva cagionato alle milizie austriache, le quali andavano cosi a giungere estenuate e stanche all’atto ed al luogo della battaglia; ma più di lutto deplorava che nell’istante di impegnarvisi si fosse quasi dimenticato il requisito indispensabile di un corpo di vera riserva sotto le mani del Comandante supremo, essendoché, per quanto egli stesso ebbe a verificare di persona, dietro i corpi destinati all’attacco non eransi lasciati che alcuni forti carriaggi di munizioni, varie batterie di campagna e l’equipaggio dei ponti, i quali tenevansi alla sinistra del fiume. — Lo stesso canuto feldmaresciallo Nugent, che ad onta de' suoi ottant’anni associavasi come volontario al quartiere imperiale, aveva vigorosamente raccomandato un tal corpo di riserva, «di cui niun altro che il Comandante in capo avesse ad essere arbitro assoluto, senza uopo di ricorrere invece a semplici distaccamenti degli altri corpi più o meno impegnati nel combattimento.»Forse al Quartiere Imperiale credevasi che sarebbe rimasto tempo per riparare a simile omissione. Certamente poi non so se vi si supponeva che la giornata campale sarebbe stata il domani; tanto è vero, che erasi dato ordine, perché le truppe non si mettessero in moto nella mattina successiva, se non dopo il loro rancio ordinario, ossia alle nove antimeridiane.
«Queste previsioni non erano abbastanza logiche e fondate, — scrive di nuovo il Duca. — Era certo, che l’esercito nemico trovavasi già fra Brescia ed il Chiese; il 23 la sua cavalleria era visibile verso Medole; si sapeva Castiglione occupata; i Francesi erano vittoriosi, e la loro indole non è quella delle battaglie difensive, né di arrestarsi dopo una vittoria... Si procedette invece per parte austriaca, come se fossimo stati padroni del tempo, del luogo e degli avvenimenti. Persino l'ordine a tutto l'esercito di non muoversi se non dopo l’ora del rancio di mattina, appoggiato sopra supposizioni erronee, riesci estremamente pregiudicevole; giacché, attaccate le truppe prima del tempo, dovettero prendere le armi alla sprovvista e, non essendo munite di viveri portatili, ebbero a combattere tutta la giornata a digiuno, e quindi esposte ad essere facilmente spossate....»
Checché ne sia di tutto ciò, non meno che dell’avere gli alleati potuto presagire gli intendimenti dell’oste imperiale, è verità ormai constatata, che Napoleone III, fatto nel 23 varcare il Chiese alla maggior parte dei corpi, ordinava che nel dì appresso si inoltrassero appunto sino a quelle posizioni, cui egualmente tendeva l’esercito comandato dall’Imperatore Francesco Giuseppe.
Poste quindi alla sua ala sinistra, dirigentesi a Pozzoleugo, le divisioni sarde, ingiunse a Baraguav d'Hilliers ed a Mac-Mahon, che costituivano il centro, di giungere a Solferino ed a Cavriana; a Niele Canrobert, formanti l’ala destra, di avere per loro abbietto Guidizzolo e Medole. Ma perché in quella stagione cocente le combinate rapide marce non fossero molestate dal soverchio calore del sole, dispose che tutti i corpi, ad eccezione della Guardia, che restar doveva quale riserva al Quartier generale in Castiglione, prendessero le mosse sulle due del mattino. Ciò apportò adunque, che anche assai prima dell’ora designata per gli Austriaci, e quindi prima del loro rancio, avessero ad essere allarmati dalle avanguardie degli alleati, e che i due eserciti nemici si scontrassero assai per tempo in tutta la linea, in un esteso combattimento delle due ali estreme fra loro e del centro col centro, a guisa di tre battaglie, coordinate in modo, che il risultato dell’una doveva indubbiamente dipendere da quello delle altre.
Malgrado di essere state quasi sorprese, malgrado delle enormi fatiche dei giorni innanzi, le milizie austriache, fra cui notavansinon pochi reggimenti italiani, non vennero meno a quella bravura ed a quella fermezza, per cui si giustamente sono celebri, addimostrando anche in simile incontro come le antiche tradizioni di valore e la disciplina, inseparabili dai grandi antichi eserciti, bilancino assai spesso le imperfezioni della strategia e del comando.
Le condizioni del terreno, estendentesi da Pozzolengo al Lago di Garda, permisero nello avanzarsi reciproco, che il combattimento impegnato fra l’ala dritta austriaca e la sinistra degli alleati acquistasse una tal quale indipendenza dal resto della grande battaglia; ed a ciò contribuivano non v'ha dubbio il grado rispettivo di agguerrimento delle forze che vi si trovavano a fronte e l’energia tutta propria del generale Benedeck, cui stavano a competitori i generali italiani. Non così al cozzo tremendo dei due centri sul colle di Solferino, dal cui possesso dipendeva il destino della giornata, rimanea del pari estraneo l’esito degli scontri, che ripetevansi fra l’ala sinistra austriaca e la destra francese nella pianura interposta fra Medole, Robecco, e CastelGrimaldo. In fatti dalle tre del mattino fino al meriggio gli Austriaci comandati valorosamente da Stadione da ClamGallas respinsero alla baionetta più di una volta gli assalitori francesi, che il loro comandante Baraguev d’Hilliers guidava con grande ardire e con sempre nuova insistenza al conquisto della Rocca di Solferino. Ma la mancata cooperazione di Wimpffen e di Liechtenstein, specialmente allorquando Napoleone faceva avanzare la sua riserva della Guardia Imperiale, rese impossibile qualunque ulteriore tentativo di rivincita, e da quell'istante non fu difficile prevedere quale dei due eserciti combattenti sarebbe rimasto padrone del campo.
Ciononostante è pur d’uopo riconoscere che i Comandanti dell’ala sinistra austriaca, ossia della prima armata, non furono al tutto reprensibili, se indugiarono ad obbedire all’ingiunzione ricevuta di spingersi innanzi con tutte le forze loro nella direzione di Castiglione; essendoché Niel e Canrobert, acquistando terreno sino a Robecco, minacciavano di prendere l’ala sinistra austriaca di fianco, e forse anche alle spalle. Piuttosto dee convenirsi, che tutto il disastro è attribuibile appunto alla mancanza di una riserva, la quale, senza spostare ed assottigliare gli altri corpi, avesse potuto mandarsi a tempo in rinforzo del centro, che per tal modo sarebbesi sostenuto ed avrebbe anche assai probabilmente trionfato.
Colla espugnazione di Solferino per parte dei Francesi, cogli svantaggi subiti nella pianura, colle truppe digiune da tutto il giorno, colle strade dietro alle fronti ormai riboccanti di ambulanze e di feriti, coi battaglioni stremati dalle eccedenti perdite sofferte, cogli squadroni de' cavalieri e coi treni d’artiglieria più che decimati, non davasi l’esercito austriaco ancora per vinto, e contrastava a passo a passo al nemico il terreno per tutta la linea da Solferino a Medole. Ma vistasi dall'imperatore Francesco Giuseppe l’inutilità di quella magnanima resistenza, a risparmiare un ulteriore effusione di sangue, comandò la generale ritirata, la quale si effettuò lentamente ed in buon ordine, protetta nel retroguardo dalle artiglierie di campagna che tenevano in rispetto e a distanza gli insecutori.
Questo è il riassunto, della fatale e memorabile giornata di Solferino. Non sarà inopportuno, dice il De Volo, che io vi aggiunga, desumendoli sempre dalle Memorie del Duca sopra citate, alcuni più minuti particolari, che si riferiscono alle condizioni speciali in cui ebbe ad assistervi ed a quanto Egli stesso potè rilevarne.
—Dal principio insino al compimento del grande e mortifero dramma, aveva il Duca partecipato alle ansietà ed alle emozioni di tutti coloro, che presso il Quartiere generale austriaco ne erano interessati spettatori. Egli, cogli altri Arciduchi del seguito, erasi tenuto costantemente a fianco dell'Imperatore, avanzandosi con lui, e retrocedendo a seconda delle vicende, che l’immane lotta ebbe a subire in tutto il suo corso. E come il giorno avanti coincideva colla solennità del Corpus Domini, e quella della battaglia cadeva nel San Giovanni, così il Duca non lasciò nell'uno e nell’altro giorno di assistere alla santa Messa, essendoché preoccupazione alcuna, per quanto gravissima, non avrebbe potuto distoglierlo da quegli atti di Religione. ’
Ma poi assai per tempo il di 24 recavasi, come ne aveva ricevuto avviso, alla Villa Maffei in Valeggio, ed essendone i suoi cavalli, con quelli dell'intero Stato Maggiore, avviati a Solferino, dovette prevalersi di un calesse di posta qualunque, per giungere a Volta, dove l’Imperatore, che ve lo aveva preceduto, seguiva già coll'occhio da un’altura, circondato da' suoi generali, le prime rapide mosse del combattimento. Di là peraltro non iscorgevasi che quel tratto di terreno, che estendevasi da Guidizzolo a Medole, dove agiva, come ho avvertito, parte soltanto dell’ala sinistra austriaca; laonde per sorvegliare più da presso le operazioni al centro e dirigerle, occorrendo, si trasferì l’intero Quartiere imperiale a Cavriana, dove non potè giungere prima delle undici antimeridiane, a causa della straordinaria affluenza di cariaggi ed ambulanze, che già ingombrava la strada. Di sotto a Cavriana ferveva orrendamente la pugna. I shrapuels austriaci, scoppiando nell’aria e lasciando dietro a sé un denso globo di fumo, si succedevano con una rapidità spaventosa. Non minore era l’effetto delle granate esplose dai cannoni rigati francesi, che spinte a considerevole altezza venivano a colpire le prime fronti delle colonne austriache. Il fragore delle artiglierie non aveva la menoma interruzione, già potevansi calcolare due colpi ad ogùi minuto secondo; e durò poco meno di nove ore continue. — Cosi due popoli potenti e forti, ai quali era sostanzialmente estranea la sorte dell’intera nazione italiana, anzi da questa non chiamati, versavano il loro sangue a rivi per opera di una turbolenta fazione, i cui caporioni (dopo di avere per anni cospirato nell’ombra) teneansi prudentemente lontani e in salvo di fronte al pericolo dello scontro da essi suscitato.
Il punto scelto alle osservazioni del Quartiere imperiale dominava il grande spazio interposto fra Medole e i colli di Solferino; ma questi ultimi cuoprivano il tratto di paese stendentesi sino al Lago di Garda, dove l’ottavo Corpo austriaco sotto gli ordini di Benedeck combatteva l’ala sinistra degli alleati. Vi si potè per altro rilevare solamente, per quanto il fumo e la nebbia il permettevano, l’entrare in linea al sud di Medole di una lunga colonna di artiglieria nemica, la quale venne ad aggiungere il formidabile suo fuoco a quello sino allora assordante; e vi si notò dal lato di Montechiaro un improvviso aumento di polverio, che denotava senza dubbio l’accorrere sul campo di nuovi battaglioni. E benché sul mezzogiorno fossevi alquanto di sosta nell'accanito combattimento, che ferveva incessante intorno a Solferino, ciononostante il rimbombo delle artiglierie ed anche quello della moschetteria, andava sempre più approssimandosi, segno indubitato, che il nemico guadagnava terreno, e che per conseguenza gli Austriaci andavano retrocedendo. E già piccoli distaccamenti decimati di truppe, che avevano perduto i loro ufficiali, ed i cui resti erano malconci e feriti, ripiegavano isolati nella direzione di Cavriana, non come fuggiaschi, ma come impotenti a più resistere.
Simili apparenze contrarie, non meno che i frequenti rapporti dei comandanti indussero l’Imperatore e gli Arciduchi a riprendere da Cavriana la via di Volta, soffermandosi però in una località intermedia denominata La Corte. Quivi, sebbene non al tutto fuori del tiro dell'artiglieria francese, fu tra le altre disposizioni attivata un ambulanza pei feriti, che potevano da sé insinolà trascinarsi, o v'erano trasportati dai compagni. Ma anche quella posizione venne indi a poco abbandonata per trasferirsi in altra, detta S. Maria della Pieve, più esposta, peraltro più dominante. Il sopraggiungere intanto delle fresche ed intatte riserve francesi aveva determinato a favor loro la definitiva espugnazione di Solferino.
Quantunque da quell'istante la sorte della giornata potesse riguardarsi decisa, ciononpertanto la resistenza non ebbe a cessare se non quando il comandante della prima armata mandò s riferire all’Imperatore essergli impossibile di sostenere la posizione sempre da nuove truppe attaccata, il perché, trovavasi forzato a retrocedere. Ciò promosse, come si è notato di sopra, l'ordine della ritirata generale, che seco trasse il retrocedere, pel momento, del Quartiere imperiale a Valeggio.
Non ho mancato di avvertire, nota il De Volo, come fin dal mattino la condizione dell’ala destra degli Austriaci aveva acquistato una tal quale autonomia, che le fu d’uopo mantenere trovandosi quasi affatto fuori di vista dal Quartiere imperiale. Essa aveva per ben due volte respinto vittoriosamente l’esercito sardo da San Martino, obbligandolo anche ad abbandonare la Madonna della Scoperta ed a ritirarsi sino a Revoltella al di là della ferrovia, che costeggia il Lago. La quinta divisione, comandata dal generale Cucchiari, ebbe a subire danni sì enormi da restarne quasi affatto scomposta. Con tutto ciò la perdita di Solferino al centro non poteva non influire anche sulla sorte del corpo di Benedeck, il quale in forza di quel disastro dovette in sulle due pomeridiane richiamare i suoi battaglioni di sinistra da Madonna della Scoperta, e solo allora fu quella posizione definitivamente occupata dalla divisione Durando. Rincorato da questo fatto, ed anche assai meglio dai progredienti vantaggi dei Francesi al centro, Vittorio Emmanuele, per riparare ai malriusciti attacchi precedenti, ordinò a tutte le sue schiere un nuovo supremo sforzo contro le alture di San Martino e Pozzolengo. Ciò accadeva dopo le quattro pomeridiane, appunto nell’istante in cui l’ordine della generale ritirata era comunicata a Benedeck, il quale ben si comprende quanto a malincuore si inducesse ad uniformarvisi. Né prima egli volle effettivamente piegarsi a si dura necessità, che non avesse anche per la terza volta, dopo una lotta accanita, contrastato agli assalitori il benché menomo vantaggio. Egli si mantenne adunque in quell'ultimo scontro al possesso di San Martino, che non abbandonò se non alle sette pomeridiane. Ciononostante i Piemontesi, i quali per ragione appunto della ritirata generale ingiunta agli Austriaci, non ne erano stati inseguiti, mantenutisi nelle alture prossime a San Martino, poterono alla lor volta molestare il retroguardo di Benedeck, ed impadronirsi di tre cannoni, che questi nel suo ripiegarsi fu costretto di abbandonare sul campo. Non v'ha dubbio alcuno, che le truppe sarde si battessero con somma costanza e bravura, ciononostante quella, né più né meno, come è qui fedelmente narrata, è la vittoria di San Martino, di cui si è voluto stranamente esagerare il vanto. Né io credo, che nazione alcuna, nemmeno la nostra, acquisti valore nell’attribuirsi vittorie, che realmente non ha conseguite.
Lo stesso luogotenente generale Cucchiari, comandante la terza Divisione, nel suo rapporto ufficiale, riportato dallo Zobbi. (Cronaca, Vol. II, pag. 315) confessa, che «era sull'imbrunire, quando il nemico sloggiava ancora una volta i nostri da quelle posizioni sulle alture di S. Martino.»
Sul declinare della giornata, quasi che anche il cielo a tanta uragano, strage umana si corrucciasse, sorgeva dalla conca del Lago di Garda e addensavasi nel tratto di terreno inaffiato sì pródigamentedi sangue, un’orrida ed impetuosa procella, che tutto coperse di oscurità spaventosa, rischiarata solo dalla funesta luce dei lampi. Il fragore dei tuoni, ripercosso dalle nubi e dall'eco delle circostanti colline, superò di gran lunga quello delle artiglierie, che parvero per un istante ammutite; e il vento turbinoso, che toglieva la vista e impediva ogni moto, separò pel momento i combattenti in guisa, che agli uni fu agevolato di mettersi a riparo in luoghi di facile difesa, e gli altri furono arrestati nell'inseguimento. Questo però, al sedarsi della bufera, venne di nuovo tentato; ma una batteria di shrapuels bastò a far desistere quel movimento incalzante ed a proteggere il lento ritirarsi degli Austriaci, a tale che, siccome sino alle ore 10 di sera la brigata Gablentz rimase in Bosco Scuro poco al di sotto di Cavriana, e il retroguardo della seconda armata tenne occupato Guidizzolo, non prima delle undici, gli ultimi battaglioni diBenedecklasciarono Pozzolengo. La più parte dei corpi non varcarono definitivamente il Mincio se non che il domani.
Assai lungi dal vero spaziarono i calcoli numerici degli eserciti, che furono spinti 1 uno contro 1 altro alla zuffa in simile memoranda giornata, non meno che delle perdite rispettive. Le Memorie del Duca Francesco V, constatate da poi dalle relazioni officiali, portano a cento ventisei mila uomini, compresa la cavalleria, la parte dei due eserciti austriaci impegnati nella battaglia, ed a cento trentacinque mila, pure compresa la cavalleria, il tutto insieme degli alleati. Gli Austriaci contavano peraltro quattrocentodieci cannoni, mentre gli alleati non ne avevano che trecento settanta, — ma di questi gran parte rigati, e quindi di molto superiori agli Austriaci, pei quali era cosa nuova e inaspettata. — Viceversa la cavalleria dei Francesi superava di un terzo quella degli Austriaci. E la prevalenza in cavalli era anche assai maggiore di quella in cavalieri, essendoché per le relazioni officiali stampate dipoi, gli alleati disponevano di 25,238 cavalli, mentre gli Austriaci non ne avevano che 12,496, ossia appena la metà.
Preso poi separatamente lo scontro del corpo di Benedeck contro le divisioni sarde, ascendevano queste con undici batterie ad oltre quaranta mila uomini; mentre l’altro, con dieci batterie, non oltrepassava i ventiduemila combattenti.
Le perdite riescirono enormi da ambe le parti; ma quelle dei vincitori superarono quelle dei vinti, essendoché i primi ebbero più di quindici mila uomini tra morti e feriti, e gli Austriaci intorno a dodici mila: gli uni tre mila prigionieri, gli altri all'incircasettemila. Morti sul campo di battaglia giacquero quattromila ottocento cinquanta: ecatombe umana centuplicata, che nella parte più colta di Europa immolavasi alla dea rivoluzione. Laonde se la vittoria degli alleati non fu del tutto quella di Pirro, non offerse nemmeno ad essi sì splendidi risultati onde avessero a trarne immediato profitto, essendoché le truppe istesse, che dovevano avanzarsi erano così esauste diradate e spossate da abbisognare di sosta per ristorarsi e ricomporsi. Cosi l’esercito austriaco, ebbe tutto l’agio di trasferirsi, senza essere molestato dai Francesi sulla sinistra del Mincio, facendo poscia saltare i ponti, che avevano servito al suo passaggio. Il Quartiere imperiale, che la sera stessa della battaglia ritornava a Villafranca, sostituito colà dal Quartiere generale del secondo esercito, stabilivasi a Verona, e quello del primo collocavasi a Roverbella.
Solo il primo luglio (quasi dieci giorni dopo la memoranda battaglia) l’oste nemica aveva valicato essa pure il Mincio; ma l’in vestimento di Peschiera, affidato ai Sardi mal riesci contro una vigorosa sortita degli Austriaci, che rientrarono nella fortezza seco traendo considerevole numero di prigionieri.
Né soltanto le perdite enormi e i disagi sofferti dall’esercito francese in giornate cosi ardenti erano motivo del suo lento avanzarsi: altre cause non meno gravi richiamavano Napoleone IH a serie considerazioni sulla gravità dell'impegno, Ch'egli aveva assunto ad esclusivo servizio della rivoluzione. —
Concludiamo col rapporto dell'Ammiraglio comandante la flotta francese destinata ad operare nell’Adriatico.
Vascello La Bretagne. Lussin-Piccolo, 23 Luglio 1859.
Signor Ammiraglio,
Onorato dalla fiducia dell’Imperatore del comando in capo delle forze navali del Mediterraneo, devo render conto a Vostra Eccellenza della ripartizione e dell’impiego che ne feci giusta le istruzioni, nel momento in cui quelle forze sono incaricate specialmente di secondare, nel mare Adriatico, le grandi operazioni di Sua Maestà.
Queste forze navali comprendevano dieci vascelli di linea e quattro fregate ad elice. Due di questi vascelli e quattro fregate si trovavano già distaccate sotto il comando particolare del contr’ammiraglio Jurien de la Graviére per assicurare l’effettivo blocco di Venezia.
Vostra Eccellenza mi aveva prescritto di lasciare due vascelli e due fregate a Tolone sotto gli ordini del contr’ammiraglio Jehenne. Quindi con quattro vascelli, compresovi la Bretagne, che porta la mia bandiera, io doveva recarmi nel golfo di Venezia e riunire i diversi elementi della flotta di spedizione.
Il più importante di questi elementi, considerando la natura delle acque, in cui dovevano agire, era una nuova squadra recentemente costruita per ordine di Sua Maestà, e che sotto il nome di flotta di assedio veniva, con cinque avvisatori e sei trasporti ad elice, a completare le forze navali sotto il mio comando superiore.
La flotta d’assedio fu affidata all’abile direzione del contr’ammiraglio conte Bouèt-Willaumez, che arrivò da Tolone nel 1° giugno per attivare l’appropriazione speciale e l’armamento dei bastimenti destinati a farne parte.
Essa componevasi di quattro fregate a ruote e di venticinque batterie galleggianti e cannoniere, nella maggior parte di poca immersione, foderate di ferro a fronte ed a tergo, cioè ammirabilmente atte a smantellare fortificazioni.
Le fregate a ruote e le batterie galleggianti vennero armate sì prestamente che fin dal 12 il contr’ammiraglio Bouét-Willaumez potè partire per l’Adriatico con questa prima e greve divisione della flotta d’assedio.
Dopo essersi fermato forzatamente per tre giorni a Messina onde approvigionarsi di carbone, nell'undecimogiorno egli toccò la baia di Antivari, da Vostra Eccellenza indicatami qual punto di riunione generale della flotta di spedizione.
Onde affrettare per quanto fosse possibile questa riunione mi determinai di far rimorchiare ciascun gruppo di cannoniere da uno dei miei quattro vascelli a mano a mano che esse fossero allestite.
L’Arcolepartiva nel 15 con sei di questi piccoli bastimenti.
Nel 18, allo spuntare del giorno, il vascello Alexandre partiva con altre sei cannoniere rimorchiate e nella sera dello stesso giorno io lasciava Tolone colla Bretagne e due vascelli che traevano dieci cannoniere, lasciando a Tolone il vascello Redoutable il quale doveva, tre giorni dopo condurre l’ultimo gruppo della flotta composta di due trasporti carichi di munizioni da guerra e di due cannoniere toscane.
Nel 30 giugno tutte queste forze, dopo avere incontrate difficoltà di navigazione, che i marini ben possono immaginare e che per conseguenza è inutile a Vostra Eccellenza raccontare, erano riunite in Antivari, ove si provvedevano di carbone col mezzo di molti trasporti di commercio che da voi furono preventivamente diretti sotto scorta verso questo punto neutrale. Nel giorno precedente si uni a me una divisione navale sarda composta di due fregate ad elice e di tre corvette ed avvisatori a ruote. Questa divisione, comandata dal capitano di vascello Tolosano, erasi immediatamente posta sotto il mio comando.
Dal 30 di sera al 1 luglio a mezzogiorno tutta la flotta parti d’Antivari per gruppi com’era venuta, ma il primo di questi gruppi da me condotto e diretto, colla maggior possibile celerità verso il fondo dell’Adriatico, ove doveva impadronirmi dell’Isola di Lussin piccolo, era composta, prevedendo una resistenza da su perare, nel modo seguente: I vascelli la Bretagne ed il Redoutable;
Le fregate il Mogador (contr’ammiraglio Bodèt-Willaumez) e l’Isly;
La fregata sarda Vittorio Emmanuele;
Otto cannoniere ed una batteria galleggiante.
L’isola di Lussin piccolo, situata all’ingresso dell’Arcipelago di Quarnero, è un punto centrale tra Venezia, Trieste, Pola,Fiume e Zara, che sono i principali possedimenti marittimi dell’Austria sul littorale del Veneto, dell’Illirico, dell’Istria, dell’Ungheria e della Dalmazia.
Il possesso di quest’isola era per noi di grandissima importanza, e doveva assicurarci un eccellente base di operazione. Il nemico non poteva ignorarlo, e noi dovevamo ritenere che esso procurerebbe di opporci una resistenza, la quale poteva però esser da noi superata. Ma nulla di ciò, è, o fosse timore di lasciarci prigioniera una guarnigione, o fosse piuttosto impotenza di difendersi sopra tutta l’estensione delle coste minacciate dalla flotta alleata, gli Austriaci aveano affatto abbandonata a sé stessa la numerosa popolazione di Lussili e sguarnite le torri massimiliane che dominano la città e il porto Augusto.
Dopo aver sostituito sulla città e sulle torri di Lussin piccolo la bandiera francese e piemontese a quella dell’Austria, feci sapere agli abitanti che io gli avrei trattati come fossero compatrioti se dal loro canto essi ci avessero assistiti con tutti i loro mezzi. Le mie parole furono intese da quella popolazione essenzialmente pacifica e commerciante, e per ciò ritenni ben fatto non valermi del diritto che aveva di confiscare 14 o 15 bastimenti di commercio ancorati nel porto, dopo essermi accertato che appartenevano agli abitanti dell’Isola.
Allora incominciarono i preparativi di attacco delle coste del Veneto. Le batterie galleggianti vennero completamente guernite di artiglieria e disarborate ond’essere meno vulnerabili ai colpi del nemico, e cosi pure si fece delle cannoniere.
Le batterie galleggianti e le cannoniere, dirette dal contr’ammiraglio Bouèt-Willaumez e dal capitano di vascello de la Ronciére le Noury, si ritirarono in una baia vicina per eseguire tiri di prova, che questi bastimenti, armati in tutta fretta, ma provveduti di eccellenti marinai brevettati, non avevano ancora potuto fare in modo conveniente.
Contemporaneamente il comandante Bourgeois del Mogador, faceva con esito felice ripetuti esperimenti di potenti petardi sottomarini per abbattere catene simili a quelle che chiudevano l’ingresso dei tre porti di Venezia, Chioggia, Malamocco e Lido.
Bastarono tre giorni appena affinché noi ci stabilissimo fortemente a Lussin, di cui affidai la custodia a 400 marini e 400 soldati della fanteria di marina sotto il comando superiore del capitano di fregata Duvauroux, ufficiale energico, istrutto e vigilante. Si presero in città alcuni magazzini in affitto, che vennero riempiuti dei nostri approvvigionamenti in viveri ed in carbone. Sulla spiaggia si allestirono apparati distillatori per l’acqua di mare; finalmente un ospedale di 120 letti stabilito a terra coi nostri mezzi riceveva gli ammalati dei bastimenti della flottiglia, e veniva disposto uno dei trasporti misti della flotta per ricevere i feriti nel giorno del combattimento.
Mentre una parte dei nostri istancabili marinai si occupava in questi lavori di prima urgenza sotto l’energica ed attiva direzione del contr’ammiraglio Chopart, mio capo di stato maggiore, gli altri caricavano nei bastimenti il carbone, toglievano le vele e gli alberi alle batterie corazzate, ed alle piccole cannoniere, e attendevano a stabilire sopra trabacoli catturati mortai di 0,32 centimetri concessimi da Vostra Eccellenza prima della mia partenza da Tolone.
Nel 6 luglio due grandi trasporti misti giungevano a Lussin apportandomi, nel più opportuno momento, i 3000 uomini di fanteria di linea, i quali facevano parte delle truppe che l’Imperatore avea ordinato venissero aggiunte alla spedizione. Io le feci immediatamente ripartire sui vascelli. Contemporaneamente seppi che il generale di divisione di Wimpffen veniva, per ordine di Sua Maestà, a prendere il comando delle truppe di sbarco.
Nel 7 un avvisatore da me mandato a Rimini a recare un dispaccio telegrafico, col quale rendeva conto a Vostra Eccellenza della presa e possesso di Lussin, e le domandava gli ordini dell’Imperatore, come mi era stato imposto prima di lasciare Tolone, rientrava nel porto Augusto portando un dispaccio col quale l’Imperatore mi ordinava di attaccare le difese esterne di Venezia.
La flotta era pronta. Io stabilii la partenza pel mattino del domani, 8 luglio, lasciando soltanto due cannoniere toscane a disposizione del comandante superiore per concorrere alla sicurezza del nostro stabilimento.
L’attacco combinato della flotta e del corpo di spedizione doveva aver luogo nel 10 luglio, ed io ne aveva avvertito Vostra Eccellenza Ano dal 7 col telegrafo da Rimini. Niuno dubitava dell’esito felice.
Nell’8 luglio, allo spuntare del giorno, la flotta era sotto vapore e sortiva da Lussin, allorquando apparve l’Eylau spedito nella sera del precedente giorno dal contr’ammiraglio Jurien, che mi recava una lettera del governatore generale della Venezia e un dispaccio da Verona, col quale il generale Fleury, aiutante di campo dell’Imperatore, annunciandomi che era stata stabilita una sospensione d’armi, mi ordinava, per parte di Sua Maestà, di sospendere ogni ostilità.
Un momento dopo mi si avvicinò un avvisatore parlamentario mandato da Zara, ed il suo capitano mi consegnava una nota colla quale il governatore generale della Dalmazia mi dava parimente notizia della sospensione d’armi.
Tale impreveduto avvenimento non doveva alterare le nostre disposizioni di partenza, e ritenni anche che la presenza di una numerosa flotta dinanzi Venezia darebbe alla sospensione delle ostilità una nuova e grande importanza.
Presi i rimurchi, ci dirigemmo verso le spiaggie venete, e nel giorno appresso, allo spuntare del giorno, l’intera flotta, forte di 45 bastimenti da guerra di ogni rango, ancorava sopra cinque linee parallele alla spiaggia in vista delle cupole di San Marco e di una popolazione agitata, in questo solenne momento, da ben diversi sentimenti.
Immediatamente mandai un ufficiale parlamentario a Malamocco a recare una lettera colla quale avvertiva il feldmaresciallo che io sospendeva ogni ostilità. In pari tempo gli domandava mi venisse accordato un salvacondotto per un ufficiale, che io desiderava mandare al quartiere generale dell’Imperatore per la ferrovia da Venezia a Verona; mi fu risposto che si andava a riferire alla stessa Sua Maestà Apostolica.
Nel mattino del 10 un avvisatore con bandiera parlamentaria venne a bordo della Bretagna a porsi a mia disposizione per imbarcare l’ufficiale che io aveva domandato di spedire all'Imperatore. Il mio primo aiutante di campo, capitano di fregata Foullioy, vi s’imbarcò portando un rapporto in cui rendeva sommariamente conto a Sua Maestà della situazione della flotta, di ciò ch’essa aveva fatto sino al presente, e di ciò che sarebbe pronta a intraprendere al primo ordine che le venisse dato.
Il mio aiutante di campo era di ritorno nel mattino del 12. Nel suo viaggio era stato accompagnato in mezzo all’armata nemica da ufficiali austriaci e trattato con estrema cortesia. Pervenuto al quartier generale francese di Taleggio, ebbe l’onore di essere ricevuto nel mattino dell’ll dall’Imperatore, il quale gli volle fare molte dimande sulla flotta e sui suoi mezzi di azione.
Sua Maestà ebbe la bontà di dargli la seguente lettera autografa per essere consegnata in mie mani:
«Valeggio, 11 luglio 1859
«Mio caro ammiraglio,
«É stata conchiusa una sospensione d’armi sino al 15 agosto, vi prego dunque di rimandare a Lussin tutti i bastimenti che non è d’uopo tenere in mare.
«Se non si conchiuderà la pace, io faccio assegnamento sulla energia della flotta e sull’abilità del suo capo, onde raggiungere, col concorso dell’armata di terra, il fine che mi sono prefisso.
«Fino al 15 agosto impiegate il tempo nell’esercitare gli equipaggi, nel fare scorrerie lungo le coste e nel procurare di avere informazioni sui punti deboli del nemico.
«Ricevete l’assicurazione della mia amicizia.
«NAPOLEONE»
Qui faccio fine, signor ammiraglio; a Vostra Eccellenza è noto il resto. Ella sa che l’annegazione è una virtù essenziale di nostra professione. I marini della flotta dell'Adriatico, avendo perduta la speranza di veder coronati grandi sforzi di attività colla onorevole partecipazione alle gloriose fatiche dell’esercito, sanno ancora rallegrarsi dei trionfi ai quali non è dato loro concorrere colle armi alla mano, ed associarsi al giubilo ed alla riconoscenza della patria
Prego Vostra Eccellenza di aggradire l’omaggio del mio profondo rispetto.
Il viceammiraglio, senatore,
Comandante in capo la squadra del Mediterraneo.
ROMA IN DESFOSSÉS.
Il 29 di giugno, l’esercito francese, animato dalla vittoria, sebbene carissima gli fosse costata, incominciava il passaggio del Mincio, che si compì senza resistenza. Il 1° di luglio i Sardi investivano inutilmente Peschiera, e Napoleone III stabiliva il suo quartiere generale a Valeggio, dove fu raggiunto dal famoso Principe Napoleone, che, partito da Firenze il 12 giugno e varcato il Po a Casalmaggiore, a 12 chilometri da Mantova, recava 35,000 uomini formati del 5° corpo, e di una divisione Toscana. Dopo di aver lasciato buon nerbo di truppe a Goito per osservare Mantova, e ordinata la formazione di un altro corpo di esercito a Brescia affine di sopravegliare gli sbocchi del Tirolo, Napoleone III disponevasi a marciare su Verona dove s’era raccolto l'esercito austriaco, e non aspettava se non il parco d’assedio per cominciare le operazioni contro quella piazza. La guerra stava per entrare in un nuovo periodo, e alle campali battaglie dovevano succedere gli assalti delle formidabili fortezze del Quadrilatero. Speravasi che Peschiera sarebbe presto caduta sotto il cannone dei Sardi che rinvestivano per terra, mentre l’avrebbero assalita dalla parte del Lago di Garda parecchie cannoniere francesi trasportate a pezzo a pezzo sulla strada ferrata. Mantova dava poco pensiero agli assalitori, che invece s’impensierivano assai di Verona, la più forte del Quadrilatero, e teneasi per certo che gli Austriaci avrebbero prima tentato ancora una volta le sorti delle battaglie sotto le mura della città. — Nell’ebbrezza del trionfo, scriveva l’Armonia, non si badava al fiero contegno dei principali Stati della Germania, e all’insolito linguaggio dei giornali Inglesi. S’intuonavano Te Deum, ed ormai si fingeva di non temere più ostacoli e difficoltà. Napoleone preparavasi a compiere il suo programma di spazzare gli Austriaci dalle Alpi all’Adriatico. La flotta francese comandata dal viceammiraglio Tomain Desfossès era per comparire davanti a Venezia con tali e tanti argomenti di guerra, da ispirare la maggior fiducia. Il 30 giugno questa flotta, composta di 4 vascelli di linea, di 4 fregate e di 25 batterie galleggianti e cannoniere, senza contare gli avvisi e i trasporti, stava riunita ad Antivari, dove veniva raggiunta da 2 fregate e 3 corvette e avvisi della sarda marineria. Il I(o)di luglio una divisione impadronivasi dell’Isola Lussin, ed il 0 la flotta veniva rinforzata da 3000 fanti. Tutto era disposto per l’assalto di Venezia, che doveva cominciare il 10 luglio. — Ma in Italia la rivoluzione andava più in là che non volesse per allora il Bonaparte e metteva in sospetto l’Europa. In Toscana, a Parma, a Modena, nelle Romagne gli avvoltoi piemontesi, già pronti a ghermire la preda, padroneggiavano trionfalmente. Parve questo cosa prematura a Napoleone, che il 23 giugno fè stampare nel suo Moniteur:
«Sembra che non si comprenda esattamente il carattere che presenta la dittatura offerta da ogni parte d’Italia (dai settari) al Re di Sardegna, e se ne conchiude che il Piemonte, senza consultare i voti delle popolazioni, né le grandi Potenze, abbia divisato, sotto la protezione delle armi francesi, di riunire tutta l’Italia in uno stato solo. Simili congetture non HANNO VERUN FONDAMENTO!
«Le popolazioni liberate o abbandonate, vogliono far causa comune contro l’Austria: con questa intenzione si sono messe naturalmente sotto la protezione del Re di Sardegna; ma la dittatura è un potere puramente temporaneo, che, mentre riunisce le forze comuni nella stessa mano, ha il vantaggio di non pregiudicare in. nulla le combinazioni dell’avvenire.»
Questa dichiarazione, legittima conseguenza del proclama di Milano, che sembrava riprovare le quotidiane annessioni, spiacque ai rivoluzionari volgari: sebbene non impedisse che le cosi dette popolazioni italiane continuassero ad annettersi alla Sardegna, o per dir meglio, che la Sardegna continuasse ad annettersi le italiane popolazioni.
Le cose erano a questo punto, quando gli Ufficiali di Stato maggiore francese ed austriaco incominciarono ad abboccarsi fra loro. Dapprima non trattavasi, che dello scambio dei prigionieri; poi corse voce che il Generale Fleury, aiutante di campo dell’Imperatore Napoleone erasi recato a Verona, incaricato di una missione importante; finalmente il 7 di luglio fu conchiusa una sospensione di armi. L’8 questa sospensione fu sottoscritta a Villafranca, fino al 15 di agosto, fra il maresciallo Vaillant e il maresciallo Hess. Il 10 di luglio Napoleone ne informò l’esercito con un breve proclama, nel quale annunziava la sua partenza per Parigi, e il suo prossimo ritorno. L’11i due Imperatori si videro a Villafranca, si parlarono, conchiusero la pace!...
«Soldati» — diceva Napoleone dal quartiere imperiale di Taleggio, il 12 di luglio, dopo quel misterioso abboccamento — «soldati, le basi della pace sono stabilite coll’Imperatore d’Austria, lo scopo principale della guerra essendo raggiunto, l’Italia stà per divenire, per la prima volta (?!), una nazione. Una confederazione di tutti gli Stati d’Italia, sotto la presidenza onoraria del S. Padre, riunirà in un fascio i membri della stessa famiglia. La Venezia resta, è vero, sotto lo scettro dell’Austria; essa sarà nondimeno una provincia Italiana facente parte della Confederazione.»
E cosi senza la menoma intesa o consentimento del Papa, che doveva presiederla onorariamente, né dei Principi italiani, che dovevano formarla, s’improvvisava una Confederazione, senz’altra base, che il sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas, del vincitore. Ed ecco i così detti preliminari di Villafranca:
«I due Sovrani, l’Imperatore dei Francesi e l’Imperatore d’Austria, favoriranno la creazione d’una Confederazione Italiana. Questa Confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del S. Padre.
«L’Imperatore d’Austria, cede all’Imperatore dei Francesi i suoi diritti sulla Lombardia, eccetto le fortezze di Mantova e di Peschiera, di guisa che il confine dei possedimenti austriaci partirà dall’estremo raggio della fortezza di Peschiera e si estenderà in linea retta lungo il Mincio fino alle Grazie, e di là a Scarzarolo e Luzara al Po, donde le presenti frontiere continueranno a formare i confini dell’Austria.
«L’Imperatore dei Francesi, rimetterà i territori ceduti al Re di Sardegna.
«La Venezia farà parte della Confederazione Italiana, restando tuttavia sotto la corona dell’Imperatore d’Austria.
«Il Granduca di Toscana e il Duca di Modena rientreranno (1) nei loro Stati, dando un’amnistia generale.
«I due Imperatori, domanderanno al S. Padre d’introdurre ne’ suoi Stati certe riforme indispensabili.
«Amnistia piena ed intera è accordata da una parte e dall’altra alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti nei territori delle parti belligeranti.
«11 luglio 1850»
L’armistizio, il colloquio dei due Imperatori, la conclusione della pace, furono cose inaspettate e fatti misteriosi. La rivoluzione da principio sembrò dolersene, e Cavour diede la sua dimissione da Presidente del Ministero. Era tutta una commedia! Non andò guari ed egli stesso riprendeva il potere, rimettendosi viemmeglio al lavoro per compiere intero il disegno massonico.
Arrivati a questo punto ascoltiamo di nuovo le Memoride! I Duca di Modena.
Col trovarsi in faccia al famoso quadrilatero: Verona, Mantova,Peschiera, Legnano, poteva Napoleone pesare l’arduo compito di espugnarlo: e per quanto le due ultime delle quattro fortezze non offrissero separatamente straordinaria resistenza, formavano con le due maggiori tale un insieme da richiedere, per effettuarne l’investimento, forze assai maggiori di quelle disponibili, e ricchissimo corredo di artiglieria. A questa difficoltà strategica aggiungevansene altre, che toccavano interessi internazionali; poiché mentre la Prussia per la sua rivalità coll’Austria, era riuscita, finché trattavasi della Lombardia, a trattenere il concorso della Germania, ora più non lo avrebbe potuto, essendo che la Confederazione germanica, riguardava appunto come una minaccia a sé stessa, l’oltrapassare il Mincio e l’attaccare il quadrilatero. Più poi avrebbe riguardato siccome lesione del territorio federale, e quindi dichiarazione di guerra, l’ingresso di truppe francesi ed alleato nel Tirolo: senza di che, l’accerchiamento delle quattro fortezze non sarebbesi cosi agevolmente compito.
Anche l’Inghilterra, che non aveva cessato dalla sua mediazione, ad onta dello scoppio della guerra, incominciava ad accorgersi che nulla avrebbe giovato agli interessi britannici, che la sua rivale d’oltre Manica, la Francia, si acquistasse così grande preponderanza in Italia, ed anzi ove il destro le si presentasse, ne traesse occasione di ingrandimenti diretti. E la stessa connivenza della Russia, che non poneva ostacolo allo immischiarsi di Napoleone III nelle sorti d’Italia, dava bene a temere, che, appunto quando lo vedesse impegnato contro la perseverante e tenace resistenza dell’Austria, cogliesse il momento opportuno per gettarsi senza ritegno sull'agognata preda di Oriente. In fine la stessa Francia, la parte di essa meno seria e più facile ad entusiasmarsi per una idea, calmatosi il primitivo bollore rifletteva ora agli utili materiali e politici, che da tanta prodigalità di sangue e di danaro avrebbero ricavati, non essendole a ciò sufficiente compenso né la creazione di un fallace vassallaggio italiano, e nemmeno la promessa cessione di Savoia e di Nizza.
Sotto il peso di tali riflessioni, piuttosto che applicarsi allo studio dei disegni, che stessero in rapporto col proseguimento della campagna, lo scaltrito Bonaparte riandava col pensiero quelli già fatti per un rimpasto politico dell’Italia, quale appagasse però sempre in qualche modo le ambiziose mire del Piemonte: e ciò sembravagli ora assai più facile, dappoiché stimava di poter già disporre della Lombardia conquistata ed aveva dinanzi a sé destituite de' loro antichi principi la media Italia, non meno che le Romagne e Bologna, ribellate dal Piemonte alla Sovranità Papale. Quindi per lui non trattavasi, che di sdebitarsi plausibilmente degli impegni presi a Plombières; ma più di tutto di sottrarsi con decoro alla continuazione delle ostilità, la quale cosa a lui, sino allora vincitore, non riesciva punto difficile, ed anzi avrebbe assunto l’aspetto di generosità.
«Alle mie osservazioni, lasciava scritto nelle sue memorie Francesco V, sulla stranezza della domanda d’armistizio per parte del vincitore, l’Arciduca Ferdinando Massimiliano, che diceva di conoscere a fondo Napoleone, rispondeva essere egli certo non prode come lo zio, ma solo vanaglorioso, amante degli agi sibaritici, stanco per conseguenza dei disagi guerreschi, annoiato dell’eccedente calore estivo, desideroso più che mai dei riposi e delle delizie di Compiegne. Soggiungeva che, viste le difficoltà di staccarsi con onore e presto dalle posizioni dell’Adige, ardeva del desiderio di celebrare pel 15 agosto il suo trionfo a Parigi, dopo una campagna forse incompleta, ma della quale poteva dire siccome Cesare: Veni, vidi, vici....»
Deciso pertanto di cogliere un’occasione qualsiasi approfittò Napoleone di quella, che eragli offerta dalla richiesta del cadavere del Colonnello principe Carlo Windischgraetz caduto gloriosamente nella battaglia di Solferino e rimasto per due giorni nascosto sotto un monte di morti. Al capitano austriaco, che venne a presentargli in nome della famiglia dell’estinto tale domanda, non. solo annuì prontamente; ma diede incarico di ringraziare l’imperatore Francesco Giuseppe del modo cavalleresco, onde sapeva trattati i prigionieri francesi, lasciando cadere alcune parole che accennavano al desiderio di un armistizio.
Ciò accadeva il 2 luglio. Nel 6 successivo a ora tarda di sera giungeva come parlamentario in Verona il Generale Fleury, incaricato di rimettere all’Imperatore d’Austria una lettera di Napoleone III, contenente la formale proposta della sospensione d’armi. Allo scopo di conseguire una pronta risposta adducevasi che la flotta francese, impadronitasi dell’isola di Lussin si disponeva ad attaccare tosto Venezia. Alla mattina del giorno seguente Fleurv ripartiva latore della risposta, che acconsentiva la tregua; in conseguenza di che fu all’Ammiraglio francese spedito l’ordine di rinunziare a qualsiasi dimostrazione ostile contro Venezia; ed a Villafranca, dichiarata neutrale, si concertarono nel giorno 8 le condizioni dell'armistizio, fissandone la durata fino al 15 agosto prossimo. Ma anche in pendenza di questa sollecitata stipulazione, ossia il giorno 7, indirizzava Napoleone a Francesco Giuseppe un’altra lettera, contenente proposta di pace, e rinvito di spedire a lui persona di fiducia per concertarne le basi.
A tal fine fu scelto il principe Alessandro d’Assia-Darmstadt, il quale si recò tosto a Valeggio, per sapere gl’intendimenti del proponente e riferirne al proprio sovrano. Napoleone appena ricevutolo, gli espose quanto vivamente bramasse di conferire un tale importantissimo negozio con niun altri se non direttamente con la persona del monarca austriaco. Quindi accennò alle condizioni, che avrebbero dovuto essere accettate, diffondendosi, per mostrarne la opportunità, sulla minaccia, ch’egli diceva sovrastare, ora più che mai, alla tranquillità interna dell’Austria, per lo spirito d’insurrezione latente fra gli Slavi e i Magiari. Il Principe d’Assia, non si rifiutò in sulle prime di comunicare le condizioni, lasciandone l’apprezzamento a chi di ragione; soggiunse però quanto all’interna disposizione degli animi dei popoli austriaci, che non mai, né in modo più splendido, come in occasione della presente guerra, il patriottismo e la devozione al trono eransi manifestati in tutto l’impero, e nella stessa Boemia e nell'Ungheria.
Di ritorno a Verona, ebbe peraltro il principe a rispondere che, meglio esaminate le. proposte di pace, non avea osato portarle a conoscenza dell’Imperatore, perché incompatibili colla dignità di lui, e tali che le avrebbe senz’altro respinte. E Francesco Giuseppe in apposita sua lettera a Napoleone, riferendosi al rapporto verbale del suo incaricato, esponeva che, avendo tratta la spada solo per la difesa de' suoi diritti, apprezzava però troppo i benefizi della pare per non accoglierne di gran cuore la profferta; che egli era bensì disposto a subire le conseguenze di una guerra sino allora sfortunata, purché fossero però compatibili colla dignità della sua corona, la quale egli ad ogni costo non avrebbe acconsentito venisse menomata della considerazione per tanti secoli goduta nella storia dei popoli; che egli soprassedeva quindi pel momento ad accogliere l’invito del propostogli convegno nel timore che, dopo avere stretta la mano siccome amico all’Imperatore dei Francesi, gli fosse d’uopo incontrarlo di nuovo come nemico sul campo di battaglia.
Sì esplicita e franca dichiarazione non lasciava luogo ad ambagi, a tale che nella notte del 9 luglio al principe d'Assia pervenne una lunga lettera di Napoleone, che, modificando essenzialmente le primitive proposte e restringendole alla cessione della Lombardia colla conservazione della Venezia, svolgevate in quattro quesiti: cioè, di stabilire il modo della cessione; dell’abbandono contemporaneo della supremazia sino allora goduta in Italia, del riconoscimento di una nazionalità italiana, la quale si costituisse in forma federativa; della concessione al Veneto di taliistituzioni, che ne formassero una vera provincia italiana. — Comunicato tutto ciò all’Imperatore d’Austria, non si rifiutò egli ulteriormente di abboccarsi su quelle basi con Napoleone III, al qual fine si incontrarono i due monarchi nel mattino dell’11luglio in Villafranca.
Del colloquio che quindi ne avvenne non furonvi testimoni, e non ne rimase traccia scritta qualsiasi.
«L’encrier et le papier, dice Taxile Delord (216), après le départ desdeux interlocuteurs, étaient intacts sur la table, où on lesvoit encore.»Tutto ciò, che ebbe a riferirsene di poi, non può essersi ricavato se non dalle trattative posteriori che assunsero forma officiale, dagli effetti avutine, o da quanto i due interlocutori credettero di svelarne.
In ogni modo è constato esservi intervenuto da prima uno scambio di svariati tentativi e progetti da una parte, e di franche risposte dall’altra, non disgiunte però dall’intendimento di accordare, entro termini equi, proporzionata soddisfazione al vincitore, e di portare onoratamente il peso della sventura dalle armi subita. Seguirono, accordi lati bensì e generali, che guidar potessero a una stipulazione più particolareggiata: ed è assai presumibile, che Napoleone si riserbasse l’impegno di riassumerli in una apposita proposta di redazione, da concertarsi definitivamente.
In coerenza di ciò, dopo che i due Imperatori eransi con tratti di reciproca cortesia separati, e che Francesco Giuseppe trovavasi già di ritorno in Verona, durante il suo pranzo arrivava con carrozza di posta, scortato da distaccamenti austriaci il Principe Girolamo Bonaparte e fermavasi al Quartiere Imperiale, evidentemente latore di quella base di convenzione, che avrebbe dovuto corrispondere ai confidenziali concerti precorsi.
L’Imperatore d'Austria, nota il De Volo, non potè reprimere un movimento assai naturale di contrarietà per la scelta di un tal mediatore. Non tardò peraltro di riceverlo, ed ebbe quindi ad accorgersi, che nel progetto scritto, di cui il cugino di Napoleone facevasi latore e sostenitore, non tutti fedelmente erano stati riprodotti i patti, quali il mattino furono convenuti a Villafranca. La discussione, che quindi ebbe a nascere, riesci piuttosto animata, ed assunse a volta a volta carattere alquanto grave. — Per tacere delle frasi poco misurate e delle allusioni aggressive, di cui non ristette il principe di fare uso, e che promossero repliche abbastanza decise e vigorose per parte dell'Imperatore austriaco, ciò che formò principalmente soggetto della discussione era in primo luogo la pretesa, che la cessione della Lombardia seco traesse anche quella di Mantova e di Peschiera, sebbene tuttora in possesso delle armi austriache; era in secondo luogo la difficoltà indiretta, che volevasi ora por alla reintegrazione nei loro diritti dei Sovrani legittimi di Toscana e di Modena: difficoltà, che Francesco Giuseppe insisteva fosse assolutamente tolta; era in terzo luogo la separazione amministrativa e quasi autonoma delle Legazioni pontificie, cui esso opponevasi. Non essendosi in questi tre punti piegata la provocante tenacità del principe Girolamo. L’Imperatore ebbe a consegnargli, segnato di propria mano, un ultimatum redatto secondo le sue viste; che l’altro, ostentando di non credere accettabile per parte del cugino, si impegnò di respingere controfirmato o no, il domani.
Ma la mattina seguente, all’Imperatore d’Austria giungeva copia fedele dello stesso suo ultimatum, che Napoleone aveva sottoscritto, e di cui in calce leggevasi:«Accepté, en ce qui me regarde. Victor Emanuel.»
A completare la narrazione dei fatti, che accompagnarono la conclusione di quei Preliminari, detti di Villafranca, è opportuno, desumendolo delle Memorie del Duca, di qui riprodurre anche il tratto seguente:
«La mattina del 12 luglio Sua Maestà venne anche una volta da me, per parteciparmi che i Preliminari erano stati combinati, su di che ebbe a dirmi a un dispresso, così: —
L'imperatore Napoleone è stato franco con me; mi ha comunicato le condizioni, che le altre Potenze avrebbero voluto impormi, peggiori di quelle, che egli stesso mi offriva. Cominciò pertanto col progettarmi la cessione del Lombardo-veneto in favore di mio fratello, Arciduca Massimiliano: proposizione che senza esitare, rigettai, siccome tendente a suscitare discordia in famiglia ed a esporre mio fratello all'alternativa o di essere ben tosto rovesciato dal trono, o di seguire una politica ostile all'Austria. Risposi all'imperatore Napoleone, che tale sua proposta involveva una questione di principio, su cui mi era impossibile transigere, e che piuttosto avrei continuata la guerra sino sotto le mura di Vienna. Invece era pronto a fare il sacrifizio di una provincia, quale la Lombardia, per procurare la pace a tutte le altre. In pari tempo esigeva, che i miei alleati, i quali erano venuti al mio campo, ossia il Granduca di Toscana e il Duca di Modena, fossero reintegrati ne' loro domini. Sua Maestà continuò, dicendo, che Napoleone erasi a ciò adattato, e che aveva ripetuto: qu'il n'y avait aucune difficultè ni pour le Grand Duc de Toscane, ni pour le Duc de Modéne, che peraltro le ristaurazioni avrebbero dovuto effettuarsi senza intervento straniero. La Lombardia era in gran parte ceduta alla Francia, che avrebbela rinunziata alla Sardegna, fissando però a confine col restante Lombardo-veneto una linea la quale mantenesse all'Austria Peschiera e Mantova; ma questa residua provincia austriaca in Italia avrebbe dovuto appartenere alla Confederazione Italiana, la cui Presidenza offrirebbesi al Papa.»
Il Duca, prosegue il De Volo, abbracciando nel suo retto criterio l'insieme di tali condizioni, e ponendo senz'altro a confronto la rettitudine e la lealtà, con cui erano state accolte dall'Imperatore d'Austria e la fallace scaltrezza, con cui avrebbele osservate l'altra parte contraente, non si illuse un istante su quanto offrivano di pratiche realizzabili speranze le riserve dei suoi diritti, col sottinteso e convenuto patto del non intervento. Non già ch'egli credesse abbisognare di essere scortato dalle armi straniere alla riconquistadei suoi Stati, essendoché troppo a ragione contava sulla fedeltà delle proprie milizie e sulla simpatia dei popoli modenesi; ma ben vedeva come, anche ad onta di ciò, sarebbesi presto trovato esposto a difficoltà senza numero, non tanto nel suo Ducato, quanto assai più dai paesi ond’era accerchiato; giacché il non intervento altro in fine non significava, se non la sicurezza piena promessa alla rivoluzione di mantenersi nelle proprie conquiste, senza tema di esserne sloggiata. Il Duca oltre a ciò non riesciva a formarsi idea tranquillizzante di una Confederazione italiana, fondata con simili auspici, sotto bensì la presidenza del Papa, ma in realtà dominata dalla preponderanza piemontese, e ravvisava problema insolubile quello di un Lombardo-Veneto austriaco, provincia italiana, facente parte di tale Confederazione. Di tutto ciò peraltro non erasi dunque che ai preliminari. Conveniva riserbare un giudizio più compiuto, dopo che le condizioni sarebbero svolte nelle susseguenti trattative. Ed allora avrebbesi potuto anche meglio conoscere e presagire gl'intendimenti veri, che ora mantenevansi velati. Laonde il Duca, ringraziato l’imperatore Francesco Giuseppe della generosità addimostratagli, e deplorando assai il sacrificio, che per salvare gli alleati aveva il Capo della Famiglia imperiale imposto a sé stesso, prese pel momento da lui congedo....
Che il Duca si apponesse al vero ne’ suoi apprezzamenti, lo provarono le rivelazioni più tardi raccolte sulle divergenze, che avevano preceduto l’inserimento nei Preliminari dell'articolo concernente i diritti riservati di luì e del Granduca; lo confermarono gli avvenimenti posteriori; Io diede tosto a sospettare lo sdegno mal represso del conte Cavour, e la farsa posta in scena del suo provvisorio allontanamento dagli affari, per sostituirvi il conte Arese, antico compagno ed amico di Napoleone III. Si parlò allora di frasi ardite ed irriverenti, che il cospiratore di Plombiéres aveva pronunciato contro l’augusto suo complice; ma si comprese anche agevolmente, che una simile rottura, onde cosi gran danno sarebbe venuto ad entrambi, non poteva essere che simulata e passeggiera.
—Nel colloquio a Villafranca fra i due Imperatori, il ritorno dei Principi spodestati di Toscana e di Modena era stato assentito in principio; e solo nel progetto scritto, di cui fu latore a Verona il Principe Girolamo Bonaparte, un simile impegno aveva assunto alcune modalità ristrettive, essendovi detto: «Le due alte parti contraenti faranno ogni sforzo, ad eccezione del ricorso alle armi, affinché i Duchi di Toscana e di Modena rientrino nei loro Stati, dandovi un’amnistia generale e una Costituzione. Ma l’Imperatore d’Austria dichiarò di non volere, né potere ammettere la frase, ad eccezione del ricorso alle armi; e la omise di fatto, insieme coll’obbligo della Costituzione, nel suo contro ultimatum, che consegnò al Principe Girolamo, e che venne poi anche accettato da Napoleone III. Laonde nella redazione definitiva dei Preliminari questo articolo riesci così semplicemente redatto: Il Gran-Duca di Toscana e il Duca di Modena rientreranno ne’ loro Stati, dando un’amnistia generale».
Nel frattempo, dalla fissazione dell’armistizio a quella dei Preliminari, il Duca di Modena non era, in quanto a sé, rimasto in attivo, essendoché, procuratesi notizie del cantonamento, tosto dopo i fatti di Solferino, occupato dal reggimento ungherese di cui era proprietario, che era sulla strada da Valeggio e Castelnuovo, fu tosto a visitarlo: e non è a dire con quanta esultanza ne fosse ricevuto; poiché que’ soldati, non solo ne esperimentavano in simile occasioni la generosità; ma più anche ne apprezzavano la benevola sollecitudine, onde a riguardo loro era esso animato. Il reggimento aveva preso parte assai valorosa ai combattimenti ed erano prova l’aver perduti setto ufficiali ed altri duecento settanta uomini tra morti e feriti; «ciononostante, nota il Duca nelle sue Memorie, non gli si vedeva all’aspetto la battaglia perduta, ma piuttosto desiderio di riattaccare il nemico, per respingerlo almeno di quanto in quei giorni erasi avanzato. Né di tale fierezza è a fare meraviglia, quando si pensi all’indole magiara. viva, coraggiosa, guerriera».
Né aveva lasciato senza il conforto della sua presenza anche le stesse fedeli sue truppe, verso le quali era attirato, come è facile comprendere, da una affezione al tutto speciale. Esse, durante la giornata di Solferino facienti parte della divisione austriaca Liechtenstein, addetta all’armata del generale Wimpffen, ebbero a tenere occupato, presso al forte Belfiore di Mantova, lo spalto in prossimità della Madonna degli Angeli, ove, non lungi né al coperto dalle offese nemiche, rimasero sino al meriggio del successivo 25 giugno.
In questa congiuntura aveva il Duca rinnovate le sue solenni proteste contro gli atti di violenza e di usurpazione onde il suo Stato era andato soggetto «appellando alla saviezza delle Grandi Potenze, perché al diritto pubblico europeo non fosse sostituito il fatto compiuto, non che la ragione della forza».
Sino da quando il Governo sardo, malgrado delle conservate relazioni officiali col Governo Estense, diede mano alla invasione rivoluzionaria del Ducato di Massa e Carrara, aveva il Duca indirizzato alle Corti amiche una sua protesta datata dei 14 maggio 1859. Dopo la prima ritirata degli Austriaci sul Mincio, ed in prossimità di una battaglia decisiva, che fu quella di Solferino, ne emise una seconda del 22 giugno 1859; ed è la qui sopracitata.
Giusti, esclama indegnato il De Volo, ed insieme vani reclami! poiché l’astuzia ed i raggiri dovevano apportare al diritto lesione assai più grave di quella, che vi avesse recata la sorte delle armi; e la malafede più svergognata doveva procedere di pari passo colla ipocresia delle stipulazioni.
Zurigo era stato scelto a luogo di convegno dei plenipotenziari austriaci, francesi e sardi, affine di svolgere i Preliminari di Villafranca in un definitivo trattato di pace.
Plenipotenziari austriaci furono nominati il Principe Colloredo Mannsfeld e il barone Ottone di Maysenbug. Il primo di essi morì durante le trattative, e vi fu sostituito il conte Alessio Karolyi. La Francia fu rappresentata dal barone Francesco Adolfo di Bourqueney e dal marchese Gastone di Banneville. La Sardegna dal cavaliere Francesco Des-Ambrois e dal cavaliere Alessandro Jocteau.
L’armistizio dovette a tal fine essere a riprese prolungato: anche assai più volentieri si prolungarono, per quanto l’Austria pur volesse sollecitarle, le conferenze; affine di architettare intanto condizioni di fatto, da cui 'fosse quasi impossibile il retrocedere.
A questi autorevoli appunti, aggiungiamo opportuno corollario, quello che troviamo narrato, circa i medesimi fatti, dal Massari nel suo libro: Il Generale Alfonso La Marmora. Ricordi Biografici. Lo citeremo presso che a verbo.
Le ottime relazioni del generale Alfonso La Marmora, scrive il suo apologista (217), con l’imperatore Napoleone III, e la fiducia che questi riponeva in lui resero utile la sua presenza al campo anche sotto l’aspetto politico, poiché l’Imperatore gli apriva l'animosuo ed affettuosamente lo intratteneva sulle grosse difficoltà che attraversavano la grandiosa impresa, sugli ostacoli che gli venivano suscitati dagli avversari della guerra, i quali a Parigi non erano scarsi, né senza autorità, sull’atteggiamento delle potenze nordiche e sulla necessità che egli aveva di menar presto a compimento la campagna. Il generale La Marmora fece tesoro di questa fiducia, e se ne avvalse per prevenire conflitti ed attriti fra i comandi superiori dei due eserciti, per stringere con più saldi nodi i vincoli dell’alleanza e per cooperare, per quanto era in poter suo, ad evitare le difficoltà politiche, o ad appianarle quando non era stato possibile prevenirle.
Dai frequenti colloqui che dopo la battaglia di Magenta ebbe con l’Imperatore Napoleone III, incominciò egli a ricavare l’opinione che a motivo delle difficoltà poc’anzi accennate, l’Imperatore fosse costretto a fermarsi nel suo cammino, ed a cogliere la prima occasione favorevole per far tregua alle ostilità e conchiudere, se non la pace, una pace più o meno durevole. Nelle sue annotazioni, accennando all’epico proclama indirizzato da Napoleone III, agl’Italiani dopo la battaglia di Magenta, fa questa osservazione che merita speciale attenzione: «Cettesecondeproclamation pourrait peut-être bien avoir été inspirée par la pensée que l’Empereur me témoigna avant même d’arriver à Brescia d’être forcé de s’arrêter. Cavourignorait complètement ce revirement de l’Empereur, et je l’en avertis avant que l’Empereur arrivât à Brescia, et par conséquent, avantSolferino.»
La mattina del 24giugno1859alle 6 il generale La Marmora era intento col Re e col generale Della Rocca, capo dello stato maggiore generale, a scrivere un telegramma in cifra al Conte di Cavour per informarlo, delle disposizioni pacifiche alle quali l’Imperatore dei francesi si mostrava proclive; ma udito ad un tratto il romoreggiar del cannone, gettarono la penna per montare senza indugio a cavallo. Ecco le parole testuali che La Marmora scrive a questo proposito: «Nonaprès,maisavantSolferinol’Empereurnous communiquait les dépêches de Paris sur les armements de la Prusseetl’impossibilité â la France d’envoyer une armée sur le Rhin. Nous étions en train (le Roi, moi et DellaRocca) d’écrire une dépêche à Cavourpour l’informer de ce que l’Empereur nous avait communiqué, lorsque les premiers coups de canon (6 heures) nous appelèrent sur le champ de bataille....»
Dopo quella giornata memoranda, il generale La Marmora ebbe sempre più motivo di convincersi che l’imperatore Napoleone accennava a propositi e a disegni di pace: e forse nell'animo suo l’annunzio dell’armistizio di Villafranca e della conclusione dei preliminari di pace fra l’Austria e la Francia, non destò quell’impressione di sorpresa e di stupore che produsse nell’universale, e che fece pronunziare così severi e così ingiusti giudici sul modo di comportarsi dell'Imperatore. Gli appunti scritti dal La Marmora su quest'argomento nelle sue annotazioni, esprimono i suoi giudizi, e Massari li trascrive:«L’Empereursecrovaitdégagé, nous avant avertiavantSolferinodes menasses de la Prusse, et de ce qu’il ne nous demandait aucune compensation (?!). Ce qui s’est passé en Toscane, et surtoutl’accueil peu favorable au prince Napoléon, peut bien avoir eu de l’influence sur la décision de l’Empereur de s’arrêter au Mincio.L’Empereur avait bien aussi d’autres motifs, ou prétextes pour s’arrêter au Mincio.Je crois pourtant que Magenta, et surtout Solferino,l’avaient beaucoup frappé. Du reste, il ne se sentait pas capable de commander, et croyait que parmi les généraux il n'y avait personne qui aurait pu le remplacer. Il était encore très-heureux du prestige qu’il avait acquis, et ne voulait pas le compromettre. J’avais averti Cavourd’abord à Brescia, avant Solferino,et à Rivoltellaaprès la bataille; mais il ne voulait pas le croire, et plus que jamais il était persuadé que l’Empereur ne ferait rien sans lui.»
Al primo annunzio del disegno di pace, segue a dire il Massari, il conte di Cavour si recò frettolosamente da Torino al Quartiergenerale; e dopo aver indarno tentato di smuovere l’imperatore Napoleone III dal suo proposito, si rivolse al re Vittorio Emmanuele per persuaderlo a non firmare i capitoli della pace, ed a ritirarsi con l’esercito sulle sponde del Ticino. Il colloquio fu singolarmentedoloroso e pieno di concitazione e di amarezza… Rivolse al Re parole amare e durissime; disse il trattato essere un altro e non meno iniquo trattato di Campoformio; a tanta ignominia non reggergli l’animo; il Principe non potere apporre la sua firma senza disonore. — E, data la sua dimissione, parti contristato e sdegnoso. Il Re alla sua volta adirato e commosso mandò subito a chiamare il generale La Marmora. «LorsqueCavour arriva àMonzambano, — cosi le citate annotazioni, — le traité n’était pas signé, et ce n’est qu’après la scène violente entreCavour et le Roi, ainsiqu’avecleprince Napoléon, etqueCavourpartait pour Turin, que le Roi me fit appeler. Le Roi était très ému, et me pria d’aller chez l’Empereur pour lui exposer la situation. C’est à Valeggio, après une très-longue entrevue, qu’il a été combiné avec l’Empereur que le Roi ne signerait que pour ce qui le regardait. Cette phrase: pour ce qui me concerne, est celle qui nous a sauvé (!!!) et nous a permis de faire tout ce qu’on a fait après.»
La Marmora fece pure quanto era in poter suo per ricondurre la calma nell’animo agitato del Conte.... Preghiere, consigli, avvertimenti, rimproveri, non risparmiò nulla per conseguire l’intento. E ciò fece supporre e dire ad alcuni, che anche l'abboccamento del Cavour con La Marmora fosse stato burrascoso. Egli stesso smentisce questa asserzione con le seguenti parole: «Onabeaucoup parlé aussi d’une querelle entre moi et Cavour.Non: je n’ai pas eu de dispute; mais je me suis borné à lui dire qu’il était fou, lorsqu’il disait au Roi de ne pas accepter la Lombardie.»
Il conte di Cavour nell’impeto della passione aveva pur detto, che, non potendo più percorrere la stessa via fino a quel momento battuta, ne avrebbe percorsa un’altra. Il La Marmora dice a questo proposito: «LorsqueCavourperdit son calme, la voie à la quelle il faisait allusion était tout bonnement la révolution, (e quale altra via avevano percorso fino allora, se è lecito?) et moi en repoussant ce moyen, je lui disais que si la France nous abandonnait nous nous serions appuyer sur l’Angleterre.»
In seguito al colloquio con l’imperatore Napoleone III il generale La Marmora si affrettò a dar contezza al Re che ansiosamente lo aspettava, e dei particolari della conversazione e della conclusione che essa ebbe. 1 preliminari di pace stipulati fra l’imperatore Napoleone e l’imperatore Francesco Giuseppe furono muniti dellefirme dei due sovrani, e di quella del Re di Sardegna conia formulapreservatricee salvatrice (!?) J'accepte pour ce qui me concerne, che lo stesso Napoleone III aveva suggerito, (sempre sleale!) e che il generale La Marmora aveva premurosamente accettata ben comprendendo, e direi quasi divinando le utili conseguenze che ne sarebbero derivate.
Un proclama del Re in data di Monzambano 12 luglio, annunziava all’esercito la conchiusione dei preliminari di pace. In pari tempo Vittorio Emmanuele II, avendo l’obbligo di recarsi a Torino per provvedere alla composizione del nuovo Ministero, e per occuparsi delle faccende dello Stato, pigliava commiato dai soldati ed affidava il comando supremo al generale La Marmora. — Fin qui il Massari. —
'Napoleone III, lasciato il comando dell’esercito al Maresciallo Vaillant, maggiore generale, il 17 luglio era di ritorno al palazzo di Saint Cloud. La sera del 19 riceveva in udienza il Senato, il Corpo Legislativo e il Consiglio di Stato, i cui presidenti gli indirizzarono le più calde congratulazioni. Ed egli rispose cosi:
«Signori, ritrovandomi in mezzo a voi, che, durante la mia assenza, avete circondato l’Imperatrice e mio figlio di tanta devozione; sento il bisogno prima di ringraziarvene, e poi di spiegarvi quale fosse il movente della mia condotta.
«Allorché dopo una felice campagna di due mesi, gli eserciti francese e sardo, arrivarono sotto le mura di Verona, la lotta stava inevitabilmente per mutare natura, tanto sotto il rispetto militare, quanto sotto il rispetto politico, lo era fatalmente obbligato ad assalire di fronte un nemico trincerato dietro grandi fortezze, protetto contro ogni diversione sui suoi fianchi dalla neutralità dei territori che lo circondavano: e, cominciando la lunga e sterile guerra degli assedi, mi trovava in faccia l'Europa in armi, pronta così a disputarci le nostre vittorie, come ad aggravare i nostri rovesci.
«Nondimeno la difficoltà dell’impresa non avrebbe mai scosso né la mia volontà, né fermato lo slancio del mio esercito, se i mezzi non fossero stati fuori di proporzione coi risultati da raggiungere.
«Bisognava risolversi a rompere audacemente gli ostacoli opposti dai territori neutri, ed allora accettare la lotta sul Reno come sull'Adige. Bisognava da per tutto francamente fortificarsi col concorso della rivoluzione. Bisognava versare ancora un sangue prezioso, che era stato già soverchiamente versato: in una parola, per trionfare, bisognava mettere a rischio ciò che un Sovrano non deve arrischiare se non per l’indipendenza del suo paese. Se adunque io mi sono fermato, non è per istanchezza, né per ispossamento, né per abbandono della nobile causa che io voleva servire; ma perché nel mio cuore qualche cosa parlava ancora più alto; l’interesse della Francia.
«Credete voi dunque che non mi costasse il mettere un freno all’ardore di questi soldati, che esaltati dalla vittoria, non dimandavano altro che di procedere innanzi?
«Credete voi che non mi costasse di stralciare apertamente davanti l’Europa, dal mio programma il territorio che estendesi dal Mincio all’Adriatico?
«Credete voi che non mi costasse di vedere distruggersi nei cuori onesti nobili illusioni, e svanire patriottiche speranze
«Per servire l’indipendenza italiana ho fatto la guerra malgrado dell’Europa; dacché i destini del mio paese sono stati in pericolo, io ho fatto la pace. Ciò vuol dire forse che i nostri sforzi ed i nostri sacrifizi siano stati una pura perdita? No.
«Come ho già detto, nell’addio ai miei soldati, noi dobbiamo essere alteri di questa breve campagna. In quattro combattimenti e due battaglie, un esercito numeroso, che non la cede a nessuno per organamento e per valore, fu vinto. Il Re di Piemonte, già chiamato Guardiano delle Alpi, ha visto il suo paese liberato dall’invasione, e i confini del suo Stato portati dal Ticino al Mincio. Videa d'una nazionalità italiana, è ammessa da coloro, che più la combattevano. Tutti i Sovrani della Penisola comprendono alfine la necessità di salutari riforme (?!). Cosi dopo aver dato una nuova prova della potenza militare delle,. Francia, la pace che io ho conchiuso sarà feconda di lieti risultati, l’avvenire li rivelerà sempre più, per la felicità (?!!) d’Italia, l’influenza della Francia, il riposo dell'Europa». (Fu vera ironia!)
Fin qui Napoleone III. Vedremo a suo luogo coi fatti alla mano i lieti risultati che rivelò l’avvenire. — Ora à sempre meglio chiarire le cause della improvvisa conclusione della pace, aggiungeremo il seguente proclama, che l’imperatore Francesco Giuseppe, diresse ai suoi popoli, dopo il suo ritorno a Vienna:
«Quando la misura delle concessioni compatibili colla dignità della corona, come coll’onore e l’interesse del paese, è esaurita; quando tutti i tentativi per giungere ad un accordo pacifico non sono riusciti; non vi ha più scelta, e la necessità si confonde col dovere. Questo dovere mi aveva posto nella dura obbligazione di chiedere ai miei popoli nuovi e dolorosi sacrifici, affine di poter prendere in mano la difesa dei loro beni più sacri. I miei popoli fedeli hanno risposto al mio appello; si sono coraggiosamente stretti intorno al trono, ed hanno sopportato i sacrifici di ogni specie, richiesti dalle circostanze con una devozione che merita tutta la mia riconoscenza, che aumenta ancora, se è possibile, il mio vivo affetto per loro, e che doveva ispirarmi la sicurezza che la giusta causa, per la difesa della quale il mio valoroso esercito volava con entusiasmo al combattimento, resterebbe vittoriosa. Disgraziatamente il risultato non ha risposto a quest’aspettazione generale, e la sorte delle armi non ci è stata favorevole. Il valente esercito austriaco ha mostrato ancora questa volta il suo eroismo e la sua incomparabile tenacità in maniera si evidente, che ha meritato l’ammirazione di tutti, persino dei nemici. È una gloria per me l’essere a capo di un tale esercito; la patria deve ringraziarlo di aver portato si alto l’onore della bandiera austriaca e di averlo conservato si puro.
«Un altro fatto, non meno certo, si è che i nostri avversari, malgrado dei loro immensi preparativi da lungo tempo accumulati per il colpo meditato, ed anche a prezzo di enormi sacritici, non hanno potuto ottenere che qualche vantaggio, e giammai una vittoria decisiva; mentre l’esercito austriaco, ancora animato del coraggio più indomabile, occupava una posizione, di cui il possesso gli dava la possibilità di riprendere forse al nemico i suoi primi vantaggi. Ma per riuscirvi, sarebbero occorsi necessariamente ancora sacrifici non meno sanguinosi di quelli, a cui noi eravamo già stati condannati, e che hanno riempito il nostro animo d’un profondo cordoglio. In condizione siffatta era pur mio dovere di tener serio conto delle proposte di pace che mi venivano fatte. I sacrificiimposti dalla continuazione della guerra sarebbero stati di pena ancor più grave, in quanto che io era stato già obbligato a chiedere ai miei fedeli sudditi considerevoli sacrifici di danaro e di sangue. Intanto il successo sarebbe rimasto incerto per me, dopo essere stato si amaramente deluso nella legittima speranza, che non resterei isolato in questa lotta, che non era stata intrapresa nell’isolato interesse del buon diritto dell’Austria. Malgrado della calorosa e commovente simpatia, che la nostra giusta causa incontrò nella più parte dell’Alemagna, presso governi e popoli, i nostri confederati più naturali si sono ostinatamente rifiutati a riconoscere l’alta significazione che racchiudeva la quistione del giorno. L’Austria sarebbe stata dunque costretta ad affrontare sola gli avvenimenti, la gravità dei quali cresceva ad ogni momento. In conseguenza, l’onore dell’Austria essendo salvo, in seguito dell’eroico coraggio mostrato dall’esercito sul campo di battaglia, ho risoluto di obbedire a considerazioni politiche, di fare un sacrifizio per il ristabilimento della pace, e di consentire ai preliminari stabiliti per la sua conclusione; dopo avere acquistato la convinzione che, con un’intelligenza diretta coll’Imperatore dei Francesi, e senza intervento di un terzo io otterrei in ogni caso condizioni meno sfavorevoli, ch’io non potessi attendermi dall’intervento nelle conferenze delle tre grandi potenze che non presero parte alla guerra. Disgraziatamente fu forza separare la più grande parte della Lombardia dal resto dell'Impero. Ma ciò che deve consolarmi si è d’aver reso i benefizi della pace ai miei popoli diletti: questi benefizi mi sono doppiamente preziosi, perché avrò ormai l’agio di consacrare tutta la mia attenzione e tutta la mia sollecitudine al buon successo dell’ammissione che mi sono imposta: cioè, di fondare sopra basi solide il benessere e la potenza dell’Austria, col ragionevole svolgimento delle sue forze morali e fisiche, non che coi miglioramenti delle leggi e dell’amministrazione. In questi ultimi tempi di prove e di sacrifizi, i miei popoli mi hanno fedelmente sostenuto; mi sostengano ancora adesso nell’opera della pace ch’io intrapresi, aiutandomi ad effettuare le mie buone intenzioni. Io ho già espressa la mia riconoscenza al mio bravo esercito in uno speciale ordine delgiorno. Rinnovo oggi l’espressione dei miei sentimenti, parlando a' miei popoli, ch’io ringrazio d’aver mandato i loro figli sul campo di battaglia per Dio, por l’Imperatore e per la patria. Io penso con dolore ai bravi compagni d’arme, che rimasero sul campo di battaglia per non più rialzarsi.
«FRANCESCO GIUSEPPE»
Dalle quali parole dell’imperatore Francesco Giuseppe, apparisce chiaro, che non si sapeva a Vienna quel che sapevasi a Parigi. Napoleone chiedeva egli stesso la pace, perché «era fatalmente obbligato, (sono sue parole) ad assalire di fronte un nemico trincerato dietro grandi fortezze, protetto contro ogni diversione sui suoi fianchi dalla neutralità dei territori che lo circondavano; e cominciando la lunga e sterile guerra degli assedi, mi trovava (aggiungeva) in faccia l’Europa in armi, pronta così a disputarci le nostre vittorie, come ad aggravare i nostri rovesci… Bisognava risolversi a rompere audacemente gli ostacoli opposti dai territori neutri, ed allora accettare la lotta sul Reno come sull'Adige, bisognava da pertutto francamente fortificarsi col concorso della rivoluzione,… bisognava mettere a rischio ciò che un sovrano non deve arrischiare se non per l’indipendenza del suo paese». Parole che dicono chiaro quali prepotenti ragioni poterono risolvere lo scaltrito Bonaparte a farsi egli stesso messaggero di pace.
L’infelice ma leale Francesco Giuseppe, non sapeva nulla di tutto ciò, e accettando la pace, diceva dolorosamente ai suoi popoli averla fatta«dopo essere stato sì amaramente deluso nella legittima speranza, che non resterei isolato in questa lotta, che non era stata intrapresa nell’isolato interesse del buon diritto dell'Austria. Malgrado della calorosa e commovente simpatia, che la nostra giusta causa incontrò nella più parto dell’Alemagna presso Governi e popoli, i nostri confederati più naturali si sono ostinatamente rifiutati a riconoscere l’alta significazione che racchiudeva la questione del giorno. L’Austria sarebbe stata dunque costretta ad affrontare sola gli avvenimenti la cui gravità cresceva ad ogni momento».
E qui aggiungiamo l’Ordine del giorno che lo stesso Imperatore d’Austria indirizzava all’esercito, del quale è fatto cenno nel surriferito proclama
«Appoggiato al mio buon diritto, ho impegnata la lotta per la santità dei trattati, fidando sull’entusiasmo de' miei popoli, sul valore del mio esercito, e sugli alleati naturali dell'Austria. Ilo trovato i miei popoli pronti a tutti i sacrifizi: sanguinosi combattimenti hanno di nuovo mostrato al mondo l'eroismo del mio bravo esercito ed il suo disprezzo per la morte. Combattendo un nemico, dopo che migliaia di soldati avevano suggellato col loro sangue la loro fedeltà al dovere, esso rimane fermo, coraggioso, incrollabile, aspettando con gioia la continuazione della lotta. Senza alleati io non cedo che alle circostanze disgraziate della politica, al cospetto delle quali il mio dovere, sopra ogni altra cosa era quello di non più versare inutilmente il sangue dei miei soldati e di non imporre ulteriormente a' miei popoli nuovi sacrifici. Io concludo la pace, fondandola sulla linea del Mincio. Ringrazio di tutto cuore il mio esercito. Esso mi ha mostrato di nuovo che io posso fidare sopra di lui in una maniera assoluta per i combattimenti nell’avvenire.»
Verona 22 Luglio 1859.
FRANCESCO GIUSEPPE
Intanto mentre Francesco Giuseppe si sentiva abbandonato dai suoi naturali alleati, Napoleone vedeva l’Europa in armi contro di lui. Strana contraddizione! Fu detto che, un dispaccio dell’Imperatore d’Austria, diretto alla Dieta di Francoforte, nelle poche ore che ebbe a risolvere per l’accettazione della pace, ricevesse equivoca o sfavorevole risposta.... La mano della frammassoneria naturalmente non fu estranea in questo come in ogni altro incontro della presente mostruosa rivoluzione.
Nel formare lo stato di cose presente due potenti elementi si unirono, i disegni di sètte anticristiane e le ambizioni di uno Stato. Le sètte avevano bisogno di sradicare d’Italia i principi avversi e singolarmente il Papa, avevano bisogno di Roma capitale per distruggere Roma cattolica; lo Stato aveva bisogno dì complici che lo aiutassero a compiere la vecchia sua ambizione di mangiarsi il carciofo d’Italia foglia a foglia; si che avvenne che un bel di le sètte stesero la mano allo Stato per aiutarlo a mangiarsi il carciofo promettendo di condurre le sètte in Roma.
Non è questa una parabola, è una storia vera, innegabile, provata ornai da confessioni preziose, da un’infinità di documenti, storia che si può sfidare chicchessia a negarla. Ora avvenne che lo Stato sardo pose a servigio delle sètte anticristiane le armi, le sue genti, il suo danaro sì perché sperò, a cose finite di dominare e non essere dominato dalle sètte, sì perché credette coll’essersi messo in lega colle sètte avere posto nuovo fondamento al suo avvenire. È ancora da notarsi che i principali uomini di Stato i principali generali di quello Stato erano tutti settari, in gran parte ribelli ai loro sovrani contro i quali aveano congiurato, fuorusciti del loro paese che avevano turbato coi tumulti, reliquie di congreghe segrete disperse o vinte in altre terre rifugiatisi in Italia a tentare fortuna. Ora per costoro l’unità d’Italia era un mezzo a togliere Roma al Papa, e Roma capitale era un mezzo ad atterrare la Chiesa cattolica; ma questi due mezzi erano mezzi necessari al fine delle sètte segrete, che tutta l’opera guidavano e che conducevano secondo il loro volere persino lo Stato che credeva averle alleate ed aveale padrone. Quello che i più imprudenti fra i settari scrissero a questi dì nel tessere le lodi del loro Pietro Cossa, ha svelato assai più che non pare il vero scopo che hanno avuto nel togliere Roma al Papa.
Come aveva confessato uno dei principali settari nascostosi sotto il nome di Julius, non mai d’altro che dì venire a Roma per rovesciare Roma papale e farvi risorgere Roma pagana; Pietro Cossa fu stimato il poeta di questa Roma, senza neppur badare che egli ad uno straniero tedesco, ad un frate apostata avea gridato:
Quanto di nova gloria
Ricorda a noi l’Istoria
É vanto tuo...
ascrivendo ogni nuova gloria a Martino Lutero, lo dissero il poeta della nuova Italia e il nemico di Roma cristiana, chiaramente provando che nelle loro menti Roma capitale significava Roma pagana.
«Roma antica, scriveva Julius, Roma civile e pagana risorse dal mortifero letargo in cui aveala sepolta il sacerdozio e concludeva: «Sia svelta dal seno di Roma civile Roma sacerdotale; pari a S. Pietro il suo successore ne scuota la polvere profana dai sandali, che ei se ne vada.»
GiuseppeMazzini, maestro di tutti coloro che hanno fatto l’Italia una con Roma capitale, aveva detto apertamente Una rivoluzione può far si che sorga una nuova fede, una nuova chiesa libera come tutte le altre Per tutto questo bisognava avere Roma in mano.
E il Bollettino del grande oriente della Massoneria italiana fin dal suo primo comparire diceva: «Finché l’Italia soffra il Papato, riluttante o volente, il mondo gemerà sotto il suogiogo, stolto e cieco chi non vede e non sente questa terribile e peculiare missione della razza italiana. E più chiaramente ancora: Il mondo testé respirava vedendo l’Italia preparata a schiacciare il Pontificato Romano. Le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione, in quanto le affidavano l’altissimo ufficio dì liberarla dal giogo di Roma cattolica.»
Il lavoro delle sètte, il lavoro degli unitari unificati con esse e vanamente neganti tale unione, dacché i nomi dei loro capi, ministri, deputati, senatori, prefetti che governano l’Italia si trovano tutti nei registri settari dove li può vedere chiunque abbia in mano i fogli e gli almanacchi massonici e settari, mirò sempre a questo: «distruggere Roma cattolica; questo, a confessione del Bollettino del grande oriente è II FINE CHE LA. MASSONERIASI PROPONE,al quale dà secoli lavora.»Per raggiungere questo fine occorreva alla massoneria togliere Roma al Papa e Roma fu tolta al Papa.
E il cantore della Massoneria inneggia a Satana, stampando nello stesso Bollettino del grande oriente d’Italia:
Tu spiri o Satana
Nel verso mio
Se dal sen rompemi
Sfidando il Dio
Dei re Pontefici;
chiudendo il canto col voto della Massoneria trionfante;
Salute o Satana...
Hai vinto il Geova
Dei sacerdoti.
La guerra al Dio dei Cattolici ed al Papa Vicario di Cristo quella guerra per la quale il Bollettino massonico ha una apposita rubrica, è il vero scopo di Roma capitale d’Italia. E ornai le leggi, i provvedimenti, tutto ciò che si è fatto prima del 1870 come preparazione, e dopo il 1870 come opera deliberata, compresa, secondo le ultime rivelazioni del Bonghi, anche la legge famosa delle guarentigie mirano a questa guerra: lo hanno confessato più volte coloro stessi che la muovono e la gridano; bisognerebbe essere ciechi o dissennati per illudersi ancora su questo punto,
La Massoneria ha mosso guerra al Papato, ha profittato di ambizioni, di passioni, di vizi, di tutto, ha fatto suo il braccio di uno Stato Cattolico per compiere il periodo di preparazione facendo Roma capitale della guerra al Papato, ed ha detto senza reticenze nel suo Bollettino ufficiale colla penna di Stefano de Rorai: «La Massoneria avrà la gloria di debellare l’idra terribile del Papato, piantandovi sulla fossa il vessillo secolare verità-amore.»
Il Ferrari avea già detto «non potersi avanzare di un passo senza atterrare la Croce.» Lo Sbarbaro in un libro sulla libertà ha confessato. «Tutti i liberali convengono che non avremo mai libertà di nazione colla schiavitù delle coscienze finché Roma... penetrerà nella famiglia, nella scuola, nella coscienza.» E altrove avea detto: «Noi siamo in mezzo ad una lotta non solo d’interessi sociali, ma di principi religiosi cieco chi non se ne accorge.»
La Massoneria, come ripete lo Sbarbaro, come hanno detto i suoi capi sempre «vuole prendere il posto della Chiesa»e per questo ha tolto Roma al Papa, per farla centro, proprio colla scusa di farla capitale d’Italia. Questa fu la vera ragione di volere una capitale che né la storia, né la politica, né l’arte militare, né la nazionalità, né il vantaggio d'Italia richiedevano.
Ma questo scopo, questa vera ragione di Roma capitale sono cose premature come diceva Giuseppe Mazzini, e vogliono essere dette ad un popolo redento. Sicché prima, di redimere l’Italia ricorrevasi alle grandi parole di nazionalità, di libertà, di Roma necessaria all’Italia una; oggi la massoneria che ritiene ornai redento abbastanza il popolo italiano, grida finalmente senza reticenze ciò che diceva Alberto Mario poco prima che l'Italia venisse a Roma: «La Chiesa disarmata non è la Chiesa morta. BISOGNA DECAPITARLA A ROMA. »
Osservatore Romano
Nell’Unità Cattolica del 19 giugno 1881 sotto questo titolo si leggeva.
«I principii dell'ordine morale si ristabiliranno da colore che aprono scuole di ogni falsa dottrina ed ancora pubbliche case di prostituzione!»Pio IX, Allocuzione detta nel concistoro segreto del 28 settembre1860.
Siamo stati in qualche pensiero se dovessimo parlare o tacere di un libretto giuntoci da Roma col titolo: Discipline governative che regolano e sanzionano la restituzione, quali sono in Italia, ma ci siamo risolti a parlarne per le seguenti ragioni: 1(o)perché ne parlò Pio IX nella sua Allocuzione del 28 settembre 1860, che resta tra i documenti del suo glorioso Pontificato; 2° perché il silenzio, lungi al portare un rimedio al male, non farebbe che favorirlo; 3° perché bisogna smascherare la rivoluzione e dire ai sudditi pontificii quale sia l’ordine morale che oro si prometteva; 4° finalmente perché si può discutere di un argomento anche acido con tale riservatezza da non iscandalizzare nessuno,
Siamo nel 1860. ed il nome del Conte di Cavour comparisce sotto due documenti: l’uno è il proclama di Vittorio Emanuele che dice ai soldati di «entrare nelle Marche e nell’Umbria per ristaurare l'ordine civile nelle desolate città.» Poco dopo l'ordine civile diventa l'ordine morale, e Vittorio Emanuele prosieguo: «Soldati, mi accusano di ambizione. Si: ho un’ambizione, ed è quella di restaurare i principii. dell’ordine morale in Italia e di preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra.» Il Conte di Cavour contrassegnava questo proclama.
Ma, nello stesso anno 1860, il ministro Conte di Cavour sottoscriveva un decreto, veduto l’art. 119 della legge 13 novembre 1859 sulla pubblica sicurezza, e l’articolo 63 del regolamento per la esecuzione di essa, approvato con reale decreto in lata delli 8 gennaio 1860, «approvava l’annesso regolamento sulla prostituzione».
Conoscendo questo regolamento, Pio IX ai 28 di settembre 1860 diceva ai ardinali la sua memoranda Allocuzione: Novos et ante hunc diem, che è uno dei documenti accennati nel Sillabo, e lamentavasi dell'impudenza ed ipocrisia con cui iniquissimi invasori (nequissimiinvasores)non dubitano di «affermare sui loro bandi che eglino entravano nelle nostre provincie affine di ristabilire i principii dell’ordine morale.» E poi soggiungeva esclamando: «Appunto, i principii dell’ordine morale si ristabiliranno da coloro che aprono pubbliche scuole di ogni falsa dottrina, ed ancora pubbliche case di prostituzione!»
Le cose sono giunte al punto in Roma e nel resto d’Italia, che gli inglesi hanno stabilito una Federazione per impedire più oltre la diffusione della immoralità in Italia, e si è stabilito in Roma, via S. Sebastiano, n. 16, un Comitato centrale, di cui è segretario generale l’inglese Ernesto Nathan. Questo Comitato pubblicò il libretto da noi sopra accennato e il regolamento in vigore per la prostituzione in Roma e nel resto d’Italia.
II regolamento è accompagnato da alcuni commenti, nei quali si mostra in qual modo ed in quali luoghi si attenda in Italia alla sicurezza pubblica, e quante infelici si sieno lasciate travolgere dalla miseria, entrando nei luoghi di peccato, e. come entrate in questi luoghi, non ne possano si facilmente uscire, ed il regolamenti precluda la strada ai nobili pentimenti, e si giunga al punto di offerire un premiochi abbia saputo maggiormente lucrare e risparmiare durante una vita infami Come le giocate del lotto si ridussero ad un infima somma, perché tutti po tesser lucrare, così il Governo italiano riconosce e permette luoghi di ogni specie pt rovinarsi nell’anima e nel corpo, e fissa lo tariffe accessibili a tutte le borse Governo poi divide i guadagni e ne prende una gran parte per sé a titolo d’imposta! Una donna non può andare e marito prima di vent’un anno senza ilconsenso di chi esercita sopra di lei la patria podestà, ma di sedici anni può far d'ogni erba fascio con sanzione governativa.
E come se non bastasse il regolamento, l’onorevole Depretis, quale ministra dell’interno, ha mandato istruzioni provvisorie ai prefetti del Regno, sottola datadel 5 maggio 1880, ed espone la necessità di ordinare le entrate e le spese delpeccato, in seguito alla deliberazione della Camera di scriverle nei bilanci; e decreta i diplomi a chi vuole aprirne pubbliche case, e insegna come se ne debbano tenere i registri, ed incatena le povere vittime in guisa che nessuna possa sfuggire e tornare a miglior vita. Il libretto mandatoci dal signor Ernesto Nathan conchiude che dovendosi riconoscere queste immoralità «quali risultati odierni della nostra civile vita nazionale, verrebbe meno la fede al progresso qualora, allato al profondo sconforto, non sorgesse viva la speranza di un prossimo risveglio dellanazione a sensi più morali.»Ma abbiamo noi bisogno che gli Inglesi ci chiaminoa questo risveglio? Che imprigionato il Papa in Vaticano, il signor Ernesto Nathan si levi a salvare in Roma la pubblica morale? Oh quale confusione è la nostra? Oh quale progresso s’è introdotto in Roma! E volete che il Papa esca per unacittà ridotta in sì tristi condizioni? Se non ci fosse altra ragione per renderloprigioniero, basterebbe questa del vizio che passeggia trionfante per le strade di Roma.
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Le sconcezze che noi lamentiamo nell'articolo precedente incominciarono nellanostra Torino,dove il ministro dell’interno, Urbano Rattazzi, sotto la data del 20 luglio 1855, ha «visto ed approvato le istruzioni relative alla prostituzione», ed il 1° gennaio 1857 approvò un «Regolamento sulla prostituzione della città di Torino». Fin ¿’allora il Diritto notava la grande immortalità del Regolamento edil Corrier des Alpes sfolgorava lo stabilimento in Chambery di case di pecca, malgrado la querela dei cittadini onesti; e quel Tribunale di prima cognizione con sentenza del 31 luglio 1857, appose qualche riparo allo scandalo ministeriale Il conte Clemente Solaro della Margarita, avendo in quell’anno pubblicato un su Discorso alla Nazione, toccò di queste infamie, arrecandone gli obbrobriosi documenti. E noi potremmo dirne di più se non ci premesse di uscire da questofango.
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Non pretendiamo già che Roma, prima della breccia di Porta Pia, fossenetta da ogni vizio; ma il dottor Felice Jacquot, che fu medico degli ospedali del corpo d’occupazione di Roma, confrontando quella città colle altre dell’Europa, non poteva a meno di conchiudere che il en risulte une supériorité morale relative parla capitale de la chrétienté.Or questa superiorità morale resta forse a Roma che è divenuta capitale del Regno d'Italia? Il signor Ernesto Nathan è incaricato della risposta.
La riforma della legge Comunale e provinciale, come venne non ha guari presentata alla Camera, tende a impedire la rovina finanziaria dei comuni, ponendo un ritegno alla corrente funesta dei debiti. Senza considerare ora se i ritegni escogitati sono efficaci, diremo che le odierne amministrazioni, spinte dal demone delle spese e dei prestiti, lavorano pur troppo per preparare la rovina degli amministrati. Nel che non fanno che seguire gli esempi dtdlo Stato, applicare le massime dissolventi della rivoluzione, per la quale nulla vi è di sacro. Ma quello Stato che diede il malo esempio e quasi fu di eccitamento a rovinose spese, ha ora veste e modo per impedire ulteriori mali e trarre gl’incauti del passo pericoloso? Non lo crediamo. Basti intanto il sapere che il debito comunale è in continuo aumento, specialmente nei comuni urbani.
Alla fine del 1873 esso debito era di lire 545,129,128; alla fine del 78 era salito a lire 741,711,762. Aumento nel quinquennio di l 96,612,631; oltre 39 milioni per anno!
Questo aumento è dovuto in gran parte alle città capoluogo di provincia, e per 120 milioni è dovuto alle sole città di Firenze, Genova, Napoli e Roma.
Le città che dovrebbero dare il buon esempio, essere cioè scuola di parsimonia e di prudenza, sono quelle invece dove domina la più scandalosa dissennatezza; il che deriva dal fatto che nelle città si lasciano i migliori in disparte e si elevano quelli che più sono devoti all’idea settaria e pongono la politica sopral’amministrazione.
I comuni del regno sono 8289; quelli gravati da debiti sono 3963: gli altri 4596 non hanno mutui passivi di nessun genere.
Nei 3963 comuni gravati di mutui, gli urbani sono 274; e questi 274 rappresentano i 6 settimi dal debito totale; il che vuol dire sempre che solo le città e i comuni grossi sono incitati a indebitarsi.
Dei comuni senza debito 139 sono gli urbani, e i rurali sono 4457. Come vedesi, hanno più senno e giudizio nei comuni piccoli che non nelle città. Più si è lungi dai centri politici pieni di perversità, e più la mente è serena, più gli animi sono retti, più lo spirito è pronto e cauto. A misura che aumentano i debiti, si aumentano gli aggravi dei bilanci.
Nel 1874 le spese comunali erano di 397 milioni, e nel 1879 salirono a 502 milioni; aumento nel quinquennio di milioni 104
Abbiamo detto sopra, che il debito comunale, dal 1873 al 1878, si aumentò di oltre 196 milioni. Dal 1878 al 1882 non sarà aumentato di altri 100 milioni?
Si può calcolare cosi che ora il debito comunale è di 841 milioni; ci avviciniamo al miliardo!
Non basta perciò che il Ministro Magliani parli di pareggio nel bilancio dello Stato, non vale questo pareggio se i municipi sono in angustia e se il debito li opprime.
Il dissesto di comuni è specialmente dovuto al governo, il quale, per accomodare se stesso, s’impadronìdei loro principali proventi, e mentre da un lato li forzava a molte spese d’igiene, d’istruzione, di servizii diversi; dall’altro avocava a sé il dazio consumo, i centesimi addizionali della ricchezza mobile e i 15 centesimi sui fabbricati.
In luogo dei proventi avocati, diede il governo facoltà di tassa sul fuocatico, sul bestiame, sul valore locativo, ecc.; e i comuni ne usarono e ne abusarono, e i contribuenti dovettero pagare le tasse vecchie e le tasse nuove, e l’accrescimento dei centesimi addizionali; i quali salgono in mediaal95 per cento dell’imposta regia, senza contare che 4664 comuni passano il limite normale della sovrimposta. Questo limite è il doppio, nella fondiaria, dell'imposta regia.
I contribuenti sono veramente posti in condizione durissima; le tasse dei comuni ebbero questo aumento dal 66 al 79: da 54 milioni salirono a 134; e il dazio con sumo comunale sali da 60 a 90 milioni!
Il governo ora vuole porre un freno ai debiti; ma non vi è che un mezzo sicuro; impedire le spese,.
Il governo invece eccita alle spese e vuole impedire i mutui, facendosi che il mutuo dell’anno non passi un decimo del bilancio e sia necessaria una legge; la commissione invece vuole che il mutuo sia approvato dal comizio degli elettori,
Non sta a noi lo entrare iu questa controversia, ma se si continua a spendere, i debiti bisognerà farli per forza, ad onta dei ritegni legali ed empirici. Valga l’esempio di Roma: eccitata a spendere, come può farlo senza cadere in debiti! Il ritegno, legge o comizio, non serve, perché, fatta la spesa, bisogna pagarla, se non si vuole cadere nell’onta del fallimento.
Ma il fallimento è la necessità delle amministrazioni, a meno di stringere il contribuente con nuove gravezze e rovinare le fortune private per coprire la triste opera dei pubblici amministratori.
Noi non abbiamo fiducia negli escogitati ritegni; il fatto però di averli pensati prova che i comuni vanno a rotta di collo, e che erano giuste le nostro previsioni, sempre intente ad avvertire che le amministrazioni comunali non possono camminare in questo modo senza andare incontro a disastri irreparabili.
(Osservatori Romano)
Mentre stiamo stampando queste pagine ci cade sott’occhio quanto scrive la Voce della Verità del 16 Settembre 1881; fa a proposito e lo riportiamo:
Dalla direzione della statistica generale fu pubblicata una dei bilanci comunali, per gli anni 1880 e 1881.
Le spese dei comuni italiani ammontarono l'anno scorso a che furono sostenute con L. 323,211,949 di entrate ordinarie, entrate straordinarie e con 106 milioni di contabilità speciali.
L’anno scorso i comuni applicarono 258 milioni d’imposte e Dal dazio-consumo si ricavarono 98 milioni e mezzo.
Pagarono 25 milioni di dazio-consumo le provincie del Napoletano, 15 milioni la Sicilia, 9 milioni il Lazio, 9 milioni e mezzo la Lombardia. 8 milioni la Toscana, 7 milioni e mezzo il Piemonte, 6 milioni il Veneto, 5 l’Emilia.
Per l’istruzione pubblici tutti i comuni del regno spesero l’anno scorso Lire 52.655.000 e superarono di 2 milioni la spesa del 1880.
Nel 1871 si erano spesi soltanto 30 milioni e mezzo.
La Statistica dell'emigrazione italiana all'estero nel 1831, compilata dal Ministero del Commercio, non può non cagionare una dolorosa impressiona.
Nelle cifre che ha raccolte la direzione della statistica generale, si trova la conferma dello stato miserando in cui sono ridotti gli operai agricoli del nostro paese, che devono cercare in remote contrade quel lavoro per il quale vi sarebbe in patria un campo vastissimo.
Gli economisti liberali ricorrono a mille ipotesi per ispiegare il fenomeno dell’ognor crescente esodo italiano; le quali sossopra si riducono alle seguenti: essere, cioè, gli ingegni odierni più svegliati, più facili le comunicazioni, più estesi i bisogni, più insoffribile il morso della povertà, più accesa la brama dei subiti guadagni. Tutte queste cause avranno la loro ragione, ma non potranno mai spiegarci come mai essendo la emigrazione un fenomeno del progresso, essa a preferenza colpisca i campagnuoli, più restii alle novità.
Laonde dobbiamo ricercare un’altra causa, e più sufficiente, la quale essere non può altra che la miseria, una miseria tale che si ribella alle naturali attrattive del luogo nativo e dei cari parenti. Questo studio è necessario oggi che per la mente del ministro delle finanze frullano pensieri di ri forme fondiarie, di perequai ioni nella comune miseria. Ma non vogliamo preoccupare il giudizio dei savi lettori: sono eloquenti le cifre officiali che qui sotto presentiamo al loro studio.
Avevano emigrato nel 1880 circa 120 mila italiani, e nel 1881, fra emigrazione propria o permanente, ed emigrazione periodica o temporanea, abbandonarono l’Italia 135,822 persone.
Fra un anno e l’altro si è avuta quindi la differenza in più di quasi 16 mila emigranti.
L’aumento si è verificato cosi nel l’emigrazione propria o permanente, come in quella periodica o temporanea.
Ascese la prima alla cifra di 41,607 superando di 4 mila persone circa quella del 1880; e sali la seconda a 94,225 individui, mentre due anni fa non era arrivata a 82 mila.
I maggiori contingenti alla emigrazione temporanea sono dati dalle provincie venete, piemontesi e lombarde.
Nell’introduzione alla statistica il commendatore Bodio scrisse: «L'emigrazione del Veneto, specialmente quella a tempo indefinito, pare sia prodotta da grande miseria.»
Più oltre il Direttore generale della statistica afferma:
«Non sembra che gli agenti di compagnie o di governi abbiano ora grande influenza nel provocare fra noi l’emigrazione. Pare tutto al più che agiscano insieme la miseria e i consigli degli agenti interessati.»
In cifre effettive; le provincia che diedero nel 1881 il contingente maggiore all'emigrazione per Stati europei furono queste:
Udine 19439 — Cuneo 12536 — Torino 9054 — Belluno 7604 — Como 5455 — Lucca 4952.
In cifre proporzionali alla rispettiva popolazione, per Stati europei, ogni centomila abitanti si hanno questi dati davvero spaventevoli:
Belluno 4080 emigrati. — Udine 3885 — Cuneo 1941 — Lucca 1717 — Massa 1160 — Como 1089 — Bergamo 992 — Torino 987 — Parma 835.
Peri paesi fuori d’Europa, in cifre assolute, le provincie diemigrazione furono queste nel 1881:
Salerno6012 —Potenza 4751 —Genova 3770 —Cosenza 364 —Torino 3311—Cuneo 2095 —Milano 2056 —Como 1836 —Campobasso 1731—Lucca 1169 — Alessandria 1045.
Emigrarono l’anno corso 117,042 maschi 18,700 femmine.
Tanto nella emigrazione propria, come nella temporanea, gli agricoltori dannoun contingente superiore a quello delle altre professioni.
Abbandonarono l’Italia nel passato anno 19,375 campagnoli, per fissarsipermanentemente all’estero: 35.215 per tornare in patria dopo breve tempo.
Nella prima specie di emigrazione si ha. rispetto al 1878, un numero superiore di undici mila agricoltori stabilitisi all’estero, e nella seconda otto milacampagnuoli di più che nel 1878, andarono ad impiegare le loro braccia fuori dello Stato,
Sommando le cifre dell’emigrazione propria, durante gli ultimi quattro uni, troviamo che per ogni cento emigranti 59 erano agricoltori.
Nell’emigrazione temporanea, la proporzione dei campagnoli è del trentotto per cento.
In questo calcolo sono compresi i soli adulti, dai 14 anni insù.
Gli emigranti partiti con altre persone della loro famiglia, perstabilirsiinsieme all’estero, l’anno 1881 furono 17,441.
Quelli che andarono all’estero per lavorarvi temporaneamente, e portaronoseco altre persone di famiglia, furono 22,672.
L’emigrazione temporanea avviene sopratutto in primavera, e la definiti dorante l’autunno.
Degli emigranti per via di mare, l’anno suddetto, se ne imbarcarono 24,006 a Genova, 21,484 a Napoli, 7,560 in altri porti italiani, 892 a Marsiglia,1,467 all’Havre, ecc.
Conviene avvertire che in realtà il numero degli italiani che vanno adimbarcarsi nei porti stranieri è sempre maggiore di quanto affermano le statistiche, sulla fede delle dichiarazioni fatte dagli emigranti stessi nei comuni di origine.
La differenza a cui accenniamo arriva spesso una cifra 10 volte maggioredi di quella che danno le statistiche italiane.
Per citare un esempio, nel 1879 le statistiche segnavano 1339 italianiimbarcati a Marsiglia, e le statistiche francesi ne registravano invece 10,592.
Quanto ai paesi di destinazione, sui 135,832 emigranti dell’anno e92 mila dichiararono di paitire pei paesi europei, e precisamente 20,503perl’Austria-Ungheria; 10,245 per la Svizzera, 50,735 per la Francia, 5,793 per la Germania. ecc.
Dichiararono 2,654 di partire per l’Africa, e 40,871 presero le vie delleAmeriche, specialmente della Plata (19,208) e del Brasile (7670).
Si ebbe l’anno 1881 un considerevole aumento per gli Stati Uniti.
Nei due anni anteriori non erano arrivati a 6,000 e l’anno successivo a 12 mila circa secondo le statistiche italiane, e a 20,107 secondo le statistiche degli Stati Uniti.
Ci mancano notizie esatte sulla immigrazione in Italia.
Ecco il quadro statistico da cui si vede che le provincie riscattate prima delle nostre non ci sono seconde nella miseria.
«Babylon magna, malve fornicationum et abominationum terrae.»
Apocaly ps, XVII, 5.
— Dopoaver letto, scrive l'Unità Cattolica, la relazione che il deputato De Renzis presentò alla Camera sul bilancio della spesa del Ministero dell’interno per l’anno 1883, siamo stati in forse se dovessimo discorrere o tacere nel nostro giornale della parte principale di quella relazione e delle lunghe statistiche che l'accompagnano, e si riferiscono alla condizione morale della nuova Roma e della risorta Italia, che oggi più che mai può chiamarsi con Dante «Non donna di provincia ma bordello»: ma ci siamo risolti a parlarne, sia perché il silenzio non potrebbe che giovare all'iniquità, sia perché anche questo genere di argomenti serve alla glorificazione del S. Padre Pio IX, ed a giustificare la nobile condotta del suo degno successore.
Fin dal 28 settembre 1860, quando Napoleone III pretendeva che Pio IX si riconciliasse colla rivoluzione italiana, e quando Vittorio Emanuele II diceva di mandare i suo soldati negli Stati Pontificii a ristaurarvi l'ordine morale, Pio IXnella sua Allocuzione, che incomincia: Novos et ante, esclamava: «Oh! Si, i principii dell’ordine morale si ristabiliranno da coloro che aprono pubbliche scuole di ogni falsa dottrina, ed ancora pubbliche case di prostituzione! Scilicet moratis ordinis principia ab iis restituentur, qui publicas cuiusque falsae doctrinae scholas et meretricias etiam domus constituunt!» Ed è quello appunto che costoro fecero in Roma non si tosto ne presero possesso colle bombe e coi cannoni.
Nel bilancio dell’interno pel 1883 ci dicono che oggidì sono in Roma 19 postriboli di prima classe e di prima categoria; 15 di seconda classe e 16 di terza; più 4 di terza classe e di seconda categoria: in tutto 54 postriboli! I quali, nell'anno 1881. han prodotto allo Stato lire 43,491,12. Que' luoghi infami al 31 dicembre 1880, erano in Roma popolati da 595 donne perdute, che al 31 dicembre del 1881 salivano già a 646, e di queste ben 155 dai 17 ai 20 anni! Una grandissima parte di quelle donne era stata tratta a mal fare dalla miseria. Le quali cifre non riguardano che le donne iscritte, e le statistiche ci dicono che ben 120 non iscritte furono arrestate in Roma nel 1881!
Dalla capitale argomentate che cosa siano le altre città della risorta Italia. La popolazione meretricia aumenta tra noi d’anno in anno: quella ufficiale era al 31 dicembre del 1880 nel Regno d'Italia di ¡0,350, ed al 31 dicembre del 1881saliva a 10,42;! Nel prossimo bilancio troverete di certo un nuovo aumento. Di queste donne infami, 8393 sono nubili e 1358 maritate. Ma il guardasigilli Zanardelli prepara un rimedio al male colle sue disposizioni sul divorzio! I bordelli di ogni classe e d’ogni categoria al 31 dicembre del 1881erano 1119; i proventi versati in tesoreria nell’anno 1881 L, 591,877. Alle chiese cattoliche ed alle Case religiose hanno sostituito le case di peccato, ed ora profanano le antiche denominazioni. Accennando a quei luoghi, il deputato De Renzi riferisce l’opinione di coloro i quali dicono: «Distruggete i templi, se volete che scemi il numero dei neofiti, dei diaconi, dei martiri; sbaragliate gli assembramenti femminili, sciogliete le riunioni nelle case di male affare, e con le feste priapee diminuirà il contagio, onde tanto prendete pensiero.» (Relazione sul bilancio dell'interno, pag. 13.)
Afarcomprendete la peste che oggidì ammorba l’Italia, il deputato De Renzis si restringe a dire dei militari, e reca una minuta notizia delle malattie celtiche presso questa classe di cittadini, divisa per le diverse regioni d’Italia negli anni 1876, 1877, 1878, sono le notizie più recenti eh® l’onorevole deputato si poterprocurare. Nel 1876 l’esercito italiano contava una forza media sotto le armi di di 191,376 soldati; ebbene, 21,633 erano stati colpiti da malattie celtiche. Nella marina italiana nel 1881, per ogni 1000 della forza, erano entrati negli ospedali per malattie celtiche 290,24 e negli ospedali di bordo 103,14. Il deputato De Renzis dichiarava spaventevoli questi risultamenti. Entrando in confronti, soggiungeva. «Se ci vediamo in pari condizione dei Francesi e della marina germanica, siamo di gran lunga agli Austriaci superiori nel male.» E ripigliava: «Dieci uomini e più, ogni cento, infetti di contagio, non una volta sola, in condizioni straordinarie di costumi: ma anno per anno il male si mantiene.»
Poco dopo lo stesso onorevole deputato argomentava cosi: «Se tale è la media dei malati fra gli uomini tenuti stretti dalla ferrea disciplina militare, cui poca ora è concessa agli allettamenti e le cui forze sono spese in esercizi quotidiani e faticosi, che cosa sarà mai tra i cittadini liberi, nella innumerevole schiera degli oziosi?» E invitava i legislatori a provvedere, perché «l’Italia abbisogna di giovani robusti e sani, non di fantaccini anemici. Questo fatto solo impensierisca il Governo, se d'altro non voglia prender pensiero.»
Chi non sente orrore e spavento nel leggere queste cifre, orrore per il presente, spavento per l’avvenire? Che sarà la gioventù nostra cresciuti in mezzo a tanta corruzione? Chi non vede il tristissimo scopo di coloro, che strappano i nostri giovani dai Seminari per incorporarli nella milizia? Quanta virtù ci vuole per resistere alle seduzioni ed ai mali esempi? Ma lasciate pure che la corruzione si estenda, anzi aggiungete esca al fuoco colle vostre leggi sul divorzio; ricordatevi però che quando le nazioni sono diventate carne, allora Iddio manda il diluvio, e se può ritardare in Italia, un giorno o l’altro certamente lo avremo. Fortunati coloro, che si troveranno nell’Arca col giusto Noè del Vaticano.
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Discorrendo del sucido argomento, il deputato De Renzis mostra che in Italia il Governo sancisce da una parte ciò che condanna dall’altra. Il regolamento sulla prostituzione, dice il deputato, sanziona col prezzo della merce la qualità di essa, (art. 40 e 41). Lo Stato gabella la prostituzione delle donne maritate art. 50 e 52) e quella delle fanciulle minorenni, mentre il Codice penale punisce chi eccita o facilita la corruzione di persone minori d’anni 21. Come volete che i cittadini osservino la legge e rispettino la morale quando hanno sotto gli occhi di simili contraddizioni?
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Oltre la popolazione italiana, che vive nei bordelli, ne abbiamo un’altra numerosa rinchiusa nelle carceri; ma di essa parleremo nella prossima puntata basti riferire queste terribili parole del deputato De Renzis, a pagina 8 della sua relazione: A noi i mezzi mancano persino a rinchiudere tutti i colpiti dalla legge negli stabilimenti di pena. I penitenziari sono sempre inadeguati ai bisogni. Oggi, non ostante i continui lavori di adattamento di locali, abbiamo un terribile Stock non di manifatture, ma di malfattori, che non trovano ancora collocamento. E nota che al 31 luglio del 1882 v’erano 3,858 condannati, i quali aspettavano che si facesse posto nelle carceri a ciascuno destinate!!!
e i rei prigionieri del Regno d’Italia
«Spaventevole numero di condannati a vitacon diuturna vicenda accolgono gli ergastoli in Italia. Il numero cresco anno per anno di tal guisa che a rinchiuderli lo Stato dovrebbe ogni anno costruire un nuovo e grandioso penitenziario!» (DeputatoDe Renzis,Relazione sul bilancio dell’interno del 1883, pag. 8)
Il modo sacrilego con cui fu trattato il Papa Pio IX ha prodotto e produce in Italia i suoi effetti; i piccoli imparano dai grandi, ed ormai i misfatti tranci sono tanti e cosi orribili che se ne spaventano i nostri deputati. E quantunque una grandissima parte dei malfattori sia ancora in libertà, nondimeno le galere e le prigioni veggonsi cosi stipate in questo Regno, che voleva instaurare l'ordine morale. da non poter più capire altri prigionieri e malfattori. Eppure i condannati crescono d’anno ia anno in guisa che a rinchiuderli tutti, si dovrebbe ogni anno costruire un nuovo e grandioso penitenziario.
Queste parole scrisse e stampò il deputato De Renzis nella sua Relazione sul bilancio dell’interno: — «A noi, egli disse ai deputati, a noi i mezzi mancano persino a rinchiudere tutti i colpiti dalla legge, negli stabilimenti di pena.» — E soggiunse, che, «in Italia, terra ferace quanto altra mai, la delinquenza alligna con radici profonde. I penitenziarii sono sempre inadeguati ai bisogni.» Il deputatoDeRenzis non si contentava di parole, arrecando le cifre ufficiali, da cui risulta che noi «abbiamo un terribile stock, non di manifatture, ma di malfattori, che non trovarono ancora collocamento.» Stock è parola inglese che vuol dire provvigione, e nella lingua commerciale si usa per significare una quantità di mercanzia, il nostro stock sono i birbanti, i ladri, gli assassini, i truffatori, gli omicidi, e non sappiamo dove, allogarli!
Ai 31 di luglio dell’anno passato 1882 vi erano in Italia 3858 condannati, i quali aspettavano, che si facesse posto nelle carceri a ciascuno destinate. V’erano 1758 condannati alla reclusione, 1822 condannati alla galera, 20 all’ergastolo, 195 alla relegazione, 37 alla custodia, e non si sapeva dove collocarli! — «Imperocché, doloroso a dirsi! ripigliava il deputato De Renzis, non è compenso, e non sarà per lunghi anni, il numero dei liberati dal carcere a quello dei nuovi rinchiusi. Cresce sempre più il numero dei condannati a vita, e costoro tardano a far posto ai nuovi condannati.»
Abbiamo sotto gli occhi uno specchio dei condannati in Italia alla galera in vita (notate bene!) nei dodici anni dopo la breccia di Porta Pia, cioè dal 1871 al 1882. V’è ogni anno uno spaventoso aumento. Questo specchio merita di essere riferito:
| Nel | 1871 | erano | 3181 | Nel | 1877 | erano | 4091 |
| Nel | 1872 | » | 3280 | Nel | 1878 | » | 4387 |
| Nel | 1873 | » | 3365 | Nel | 1879 | » | 4697 |
| Nel | 1874 | » | 3512 | Nel | 1880 | » | 4858 |
| Nel | 1875 | » | 3745 | Nel | 1881 | » | 4991 |
| Nel | 1876 | » | 3921 | Nel | 1882 | » | 5198 |
Avvertite che in queste cifre non si comprendono i condannati esistenti nelle carceri giudiziarie, che han ricorso in appello, e quelli che attendono il trasferimento ad un bagno penale. Non è bisogno di commenti, dice il deputato De Renzis, basta la tragica eloquenza dei numeri! Anno per anno, con una progressione inesorabile, s’accresce di tre o quattrocento il numero dei condannati a vita. E qualora anche non avesse aumento il numero dei condannati a tempo, si dovrebbe ogni anno costruire un ergastolo nuovo.
Eppure dal principio del Regno d'Italia fino a' giorni nostri, non si fa che spendere denari per fabbricare prigioni e convertire in luoghi di pena i conventi ed i monasteri, che già sei vivano alla preghiera! In questo solo bilancio dell'interno per il 1883, abbiamo tra le spese straordinarie una somma di quasi 600 mila lire per costruzione ed ampliamento di nuove carceri: carcere cellulare giudiziario in Piacenza; ampliamento del bagno penale di S. Bartolomeo in Ancona; riduzione di una caserma in Nola ad uso carcerario; sistemazione di carceri in Bologna, in Cagliari e Sassari, in Campobasso, in Catania, in Girgenti, in Livorno, Pesaro. Reggio-Calabria, in Reggio d'Emilia, in Firenze. A Caserta si spendono 30 mila lire per ridurre a casa penale per le donne l'antico monastero degli Alcantarini, Ed altrettanto si spende nella provincia di Roma per ridurre ad uso carcerario il convento di S. Maria in Gradi a Viterbo.
Fu detto per dileggio che il Governo del Papa non produceva che chiese, conventi e monasteri; ma i fatti provano che il Governo di coloro i quali spogliarono il Papa non produce che carceri, prigionieri e galeotti! Gli onesti cittadini non amerebbero meglio i frati che i galeotti? E tuttavia in Italia quanti frati si sono soppressi, altrettanti galeotti sono germogliati, e non si sa più dove collocarli!
Abbiamo scritto più sopra che, sebbene numerosi sieno in Italia i condannati, e così numerosi da non sapere più dove allogarli, nondimeno i birbanti, che respirano ancora 1paure di libertà, sono numerosissimi. Su questo argomento ecco le paiole stesse del deputato Dè Renzis nella relazione del bilancio dell’interno pei’ il 1883: Sappiamo bensì quali e quanti arresti di malfattori si operarono dal Corpo dei carabinieri e dalle guardie di pubblica sicurezza, ma a nesssun cittadino, che ami il proprio paese e ne studii con minuta cura i mali, è venuto mai in mente di escogitare quanti sieno i latitanti in Italia. Le statistiche sono mute, epperò dubbioso assai è il nostro animo nell'approfondirne le ricerche. Dovremmo credere che al gran numero di malfattori arrestati corrisponda un numero assai ragguardevole di malfattori che alle durezze loro riservate dal Codice sfuggono con arte. La statistica ci dice il numero dei reati grandi e piccoli, e per contrapposto il numero degli arrestati d'ordinario minore. Il deputato De Renzis crede che i più grandi malfattori, o. come egli li chiama, i malfattori emeriti. sieno liberi, e noi conosciamo malfattori grandissimi, malfattori solenni, i peggiori di tutti, che sono ben più che in libertà!
La commissione di vigilanza ci fa sapere che alla fine del 1881 il totale dei debiti dello Stato, in consolidato e debiti redimibili, sale a lire 9. 525,508. 765. Quasi dieci miliardi!
È curioso sapere come siasi formata, questa immensa somma di capitale nominale. La si è formata come ci dice apposita tabella, coll’aumento annuale del consolidato 5 e 3 per cento e con altri debiti. Vediamo il consolidato 5 per cento, che è la massa principale.
Nel 1861 aumento di consolidato per 714 milioni.
| nel | 1862 | per L. | 1652 | milioni |
| nel | 1863 | » | 1154 | » |
| nel | 1864 | » | 268 | » |
| nel | 1865 | » | 747 | » |
| nel | 1866 | » | 333 | » |
| nel | 1867 | » | 181 | » |
| nel | 1868 | » | 32 | » |
| nel | 1869 | » | 88 | » |
| nel | 1870 | » | 164 | » |
| nel | 1871 | » | 376 | » |
| nel | 1872 | » | 830 | » |
| nel | 1873 | » | 272 | » |
| nel | 1874 | » | 154 | » |
| nel | 1875 | » | 214 | » |
| nel | 1876 | » | 281 | » |
| nel | 1877 | » | 105 | » |
| nel | 1878 | » | 62 | » |
| nel | 1879 | » | 173 | » |
| nel | 1880 | » | 82 | » |
| nel | 1881 | » | 725 | » |
Il totale del consolidato 5 per cento sino al 1881 inclusive sale a 8 miliardi è535 milioni.
Nello stesso periodo il consolidato 3 per cento aumentò di 213 milioni, omesse le frazioni sempre.
Il quadro totale dei debiti dal 61 all'81 è questo
| Capitale nominale del consolidato 5 per cento | L. | 8.535,612,777 |
| Del consolidato 3 per cento | » | 213,506,441 |
| Rendite da unificare | » | 9.406,813 |
| Debiti inclusi separatamente nel gran libro | » | 667,742,597 |
| Debiti non inclusi nel gran libro | » | 109,121,248 |
| Totale | L. | 9,535,389.876 |
Sono poi da aggiungersi i debiti, ossia le emissioni, e dell’82 e dell’83, colle quali si andrà oltre dieci miliardi.
E tutto questo è regalo della rivoluzione italiana, la quale, costa quasi mezzo miliardo Tanno, senza contare il miliardo dei beni presi alla Chiesa!
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Nella relazione della commissione di vigilanza del debito pubblico troviamo queste parole:
Le rate prescritte, che senza tener conto di quelle relative all’assegno della S. Sede, erano nel 1880 di L. 213,321, salirono nel 1881 a 887. 457 lire con un aumento di lire 674,136.
Mentre il denaro é tanto prezioso e desiderato, sonvi molti creditori dello Stato, che non vanno a riscuotere il loro avere. Ciò forse deriva del fatto di persone povere ed ignoranti, che non curano la riscossione della rendita o del premio, onde vanno a beneficio dello Stato più di 887 mila lire.
La direzione del debito pubblico dovrebbe cercare le cause di questa non riscossione e renderle pubbliche e anche avvisare quelli, che hanno diritto e che per ignoranza lo trascurano. Cosi Tequila consiglia, e l’equità non viene osservata quando il creditore ignare) non è avvisato. Nelle estrazioni dei rimborsi a premio, molte volte si pagò il rimborso lei titolo, ma senza avvisare quando al titolo era unito il premio!
Non è naturale la prescrizione di somma sì rilevante, e se sotto havvi qualche segreto, é bene che sia svelato.
(Dall'Osservatore Romano.)
Meritano di essere studiate le seguenti proporzioni oggi vigenti nei principali Stati d'Europa in materia di tasse.
Un proprietario che abbia 20,000 lire di rendita, per esempio, in fondi pubblici, paga, giusta le più recenti statistiche:
| In Inghilterra | Lire | 35o |
| In Germania | » | 120 |
| In Francia | » | 800 |
| In Italia | » | 2640 |
Un proprietario che abbia la stessa rendita in terreni, paga all'anno:
| In Inghilterra | Lire | 530 |
| In Germania | » | 200 |
| In Francia | » | 1800 |
| In Italia | » | 5800 |
Un proprietario di fabbricati che abbia la stessa rendita in lire 20,000 paga:
| In Inghilterra | Lire | 530 |
| In Francia | » | 1037 |
| In Italia | » | 4245 |
E in alcune città, come fra le altre Firenze, perfino lire 5049 vale a dire il40,13 0|0sui tre quarti della rendita, ossia su lire 15.000 un quarto di essa, lire 5000 essendo esenti da imposte...
Ecco un primato che nessun’altra nazione invidierà certamente all’Italia!
(Dall’Ecodi Bergamo)
—Le separazioni di coniugi crescono in Italia quanto scema la pubblica e la privata moralità. Da una pubblicazione dell’Archivio di statistica si rileva che il numero dei matrimoni!, nei quali intervenne istanza di separazione dal 1. gennaio 1866 al 31 dicembre 1879, furono 11,431, così divisi presso le varie Corti d’Appello: Ancona con Macerata e Perugia 269, Aquila 83, Bologna 235, Brescia 507, Cagliari 88,Casale Monferrato 432, Catania 295, Catanzaro 207, Firenze 1660, Genova 501, Lucca 476, Messina 21, Milano 2656, Napoli con Potenza 366, Palermo 362, Parma con Modena 236, Roma 529,Torino 1557, Trani 289, Venezia 512. Milano, Firenze, e Torino offrono, anche tenendo conto della popolazione, il più gran numero di casi, Aquila, Cagliari e Messina il minor numero.
In generalo nelle provincia meridionali le istanze di separazione sono meno frequenti che nelle settentrionali.
Delle 11,431 istanze 5105 furono presentate da entrambi i coniugi per mutuo consenso; 111 per separata istanza o in via riconvenzionale; 1269 dal marito; 4944 dalla moglie.
Le cause che hanno dato motivo alle istanze, forse un po' confusamente accennate, furono: adulterio per 982 istanze, volontario abbandono per 1835, eccessi e sevizie per 2787, cause previste dell'art. 152 del codice civile per 570, minaccio o ingiurie gravi per 1675, condanna a pena criminale per 61, altre cause per 3046, cause multiplo per 475.
Ma non tutto le 11,431 istanze ottennero la chiesta separazione. Tra le consensuali 151 furono abbandonate prima del provvedimento presidenziale, 1207 ritirate per riconciliazioni ottenute dal presidente, 4398 ottennero sentenze che furono omologate, 708 sentenze che non furono omologate.
Tra le istanze poi presentate da un coniuge e rinviate dal presidente del tribunale in via contenziosa per mancata conciliazione, 2815 furono abbandonate pendente giudizio, 279 rigettale per inesistenza di causa, e no furono accolto per colpa del marito 1194, della moglie 311, di entrambi 153
In 751 casi fu ordinato di affidare la prole al padre, in 111 rasi alla madre, in 58 casi ad altri, in 59 casi fu collocata in Istituti di educazione.
Vediamo prima qualche cosa dei Detenuti nelle carceri e delle persone a domicilio coatto al 31 dicembre 1881.
I detenuti adulti esistenti a quel tempo negli stabilimenti penali del regno erano 32,021, di cui 17,729 erano nei Bagni, e 14,292 nelle Case di pena.
Di questi 14,292 esistenti negli stabilimenti penali, 13,109 erano uomini e 1,183, donne.
Secondo le varie categorie troviamo: Detenuti adulti ai lavori forzati a vita nei Bagni 4,678, e nelle Case di pena: maschi 125 e femmine 191.
Ai lavori forzati a tempo nei Bagni 13,051 e nelle Case di pena: maschi 39 e femmine 332.
Condannati alla reclusione: maschi 9,209 e femmine 454;— alla relegazione: muschi 995 e femmine 34; — al carcere: maschi 2,545 e femmine 170; — alla custodia: maschi 156 e femmine 2, — più 8 maschi ai presidii e 32 maschi giudicabili alienati di mente.
Gli adulti e minorenni detenuti nelle carceri giudiziarie erano 39,493, di cui 36,467 maschi e 3,026 femmine.
E questi erano così divisi:
Nelle carceri giudiziarie circondariali e succursali: maschi 29,288 e femmine 2,313; — nelle mandamentali: maschi 7,043 e femmine 703; — ricoverati negli ospizii sanitarii, fuori carcere: maschi 136 e femmine 10.
I minorenni poi ricoverati nelle Case di custodia erano 902 maschi e 58 femmine; quelli ricoverati nei riformatorii privati: 2,918 maschi e 1,512 femmine.
Infine i Domiciliati coatti sommavano a 1,665 maschi e 6 femmine, tutti presenti nelle isole.
—Passiamo alla statistica scottante della prostituzione, che viene dopo quella delle carceri.
Ipostriboli esistenti nel regno al 31 dicembre 1881 erano 1,119, di cui va prima per numero la provincia di Napoli, che ne conta 189; poi il Veneto con 174; la Sicilia 135, e così di seguito. Roma o meglio la provincia di Roma no ha 54. La più morale è la provincia Umbra; ne ha soli 8.
Le meretrici inscritte nei registri dell ufficio sanitario del regno, sono in lutto 10,422: di cui 6,643 nei postriboli e 3,779 in abitazioni private.
Il numero delle meretrici che durante il 1881 furono arrestate e iscritte nei registri dell'Ufficio sanitario è di 2,644 maggiorenni e 1,206 minorenni.
Il numero di quelle che furono radiate dai registri durante Tanno 1881, è di 6,271.
«I suicidi aumentano colla civiltà.»
Diritto, del 18 luglio 1884.
I suicidii aumentano in Italia! ecco la terribile rivelazione, che ogni anno fa la statistica: non si migliora mai, si peggiora sempre, e va crescendo, per confessione stessa di coloro che hanno fatto questa Italia, la disperazione tra gli Italiani. Abbiamo la relazione ufficiale sui suicidi! per l'anno 1882, e, secondo la medesima, i suicidii sarebbero stati 1389, vale a dire circa 5 ogni 100,000 abitanti, ed 1 per 2),489. Una statistica pure ufficiale dall’anno 1872 in poi dimostra questo continuo aumento, ed eccone lo specchietto: 1872 890 1873 975 1874 1015 1875 922 1876 1024 1879 1139 1878 1158 1879 1225 1880 1261 1881 1343 1882 1389. Nel decennio adunque 1877 1881 i suicidii furono in tutto dieci mila novecento cinquanta due una cifra veramente spaventosa, a cui i maschi contribuirono per ottomila settecento sessantaquattro; le femmine, per duemila cento ottantotto!
Ma c’è qualche cosa di più grave in questa statistica, ed è che dalla ripartizione dei suicidii dell’anno 1882 fra i sedici compartimenti, in cui si divide il Regno d’Italia, risulta che le cifre più considerevoli sono assegnate alle regioni più colte e più ricche; il che fa esclamare con terrore al Diritto del 18 luglio, numero 200: «I suicidii aumentano colla civiltà!» Infatti, per ogni 100,000 abitanti, ve ne furono 8. 88 nell’Emilia, 7,51 nella Liguria. 6,84 in Lombardia, 6,72 nel Venete, 6,64 in Piemonte 5,53 nella provincia di Roma, 5,07 in Toscana, 4. 72 nell'Umbria, 3,73 nelle Marche. 3,37 in Sardegna. 3,14 in Sicilia, 2,83 nella Campania, 1.72 in Basilicata, 1,44 negli Abruzzi e nel Molise, 1,32 nelle Puglie, 1,03 in Calabria.
«I suicidii aumentano colla civiltà!» E vuol dire che, a mano a mano che progredisce la moderna civiltà, essa si trae dietro a sé col codazzo degli altri delitti; di cui parlava già Marco Minghetti. quello eziandio della disperazione. Ciò scredita questa civiltà anche presso i liberali più convinti, e trae dal Diritto le seguenti confessioni: «Mentre che noi inneggiamo al progresso ed esaltiamo fratutti i secoli il nostro, fra tutte le civiltà l’attuale; mentre che mille fatti gloriosi rivelano una grande vitalità nelle razze umane, avvengono certi fenomeni sinistri, che sembrano smentire il vanto superbo, e parche accennino alla fragile base del poderoso colosso. Icasi di suicidio e di pazzia si moltiplicano colla civiltà. Le terribili cifre che li annunziano, queste cifre, che ingrossano di anno in anno, fanno ricordare il saluto ironico dello schiavo, che seguiva per la Via Sacra il trionfatore romano.»
E cosi deve essere, quando la civiltà, come la presente, si professa apertamente anticristiana e materialistica: dove non è fede, non vi può essere moralità. Si fanno Esposizioni che attestano il progresso industriale dei popoli; ma moralmente si retrocede, e i prodigi delle macchine e le conquiste della scienza non bastano a formare il benessere sincero della società. Lo stesso Diritto, ragionando sulle cause di questa crescente disperazione tra gli Italiani nota tra le medesime «la mancanza d’una fede, di un ideale», e de' suicidii scagiona la miseria, incaricandone piuttosto la stessa agiatezza, che cresce fra le popolazioni, scrivendo:
«La miseria è malsana consigliera, ma purtroppo i suicidii i moltiplicaci nelle popolazioni man mano che l’agiatezza di questa cresce, e forse la miseria sigilla il suicidio, non per se stessa, ma quando è aggravata dalla pompa schiacciate della ricchezza che le è sorta, quasi a insultarla, a fianco.»
Però la ricchezza non insulta alla miseria dove prevale la carità di Gesù Cr. sto, e questa non è paia ed efficace che in petto ai sinceri cristiani. Togliete lafede e ne scapita la carità; e quando, come vorrebbe il senatore Pantaleoni, uomini, se poveri, adorano il lavoro, se ricchi, l’oro, non si parli più di riverì al povero,nessuno più si aspetti di quei prodigi di benessere sociale, eh? il frutto della fratellanza cristiana. Allora «i suicidi aumentano colla civiltà»ma ciò non deve recare stupore: è la conseguenza che scende legittima dallesuepremesse. Sene deduce inoltre che non si meritanome dì civiltà quella la qualeprogredendo, fa crescere i suicidii, e che senza Dio è forza cadere nella barbariee nella disperazione.
Dalla medesima statistica rileviamo che nel decennio 1872-81, sotto i 15 anni,si ammazzarono 54 persone, di cui 45 maschi e nove femmine. Da 15 ai 20. 56 dai 20 ai 25, 1293 dai 25 ai 3 h 1087 dai 30 ai 40, 1820 dai 40 ai 50, dai 50 ai 60, 2043 dai 60 ai 70, 1355 dai 70 agli 80, 490 dagli 80 agli84 — di età ignota 65. — Sempre nel decennio 1872-81 le cifre dei suicidii corrispondenti ai varii modi adoperati furono le seguenti: — Con armi da taglio 575, ccc armi da fuoco 2679 annegamento 3222 avvelenamento 688 impiccagione 1834, asfissia 315 precipitazione 1220 schiacciamento sotto convogli ferroviarii3. U Mezzi diversi e ignoti 155. Totale 10,952.
Il Diritto citato, per dimostrare ls malizia del suicidio, ricorre, tra glialtri, argomenti, a ciò che ne dicono gli spiritisti, tornati ora di moda col librodiCapuana. «Il suicida, secondo questi spiriti, muore materialmente, ma conservala spaventosa illusione della vita; e la coscienza essendo sempre sveglia, assistealla tumulazione e allo sfacelo del proprio corpo, non separandosene affatto chequando èsopravvenuta l’ora del destino, della morte vera che il suicida havoluto prevenire.» — Ma non è con fanfaluche pagane che si allontanano gli uomini dal disperato proposito di togliersi la vita: la nostra santa Religione cristiana fornisce motivi serii ed efficaci per stornare gli uomini dal suicidio e richiamarlialle soavi regioni della speranza; essa ci addita le pene eterne dell’inferno che sono immensamente più terribili di tutti i mali di questa vita; e ci mostra Gesù, che morendo per noi, insegna a soffrire con rassegnazione e pace: essa pone nei mani al povero ed all’afflitto un Crocifisso, gli dice: — Spera e vivi! —
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(1) Ero giovanetto quasi imberbe, quando, appunto negli ultimi mesi del 1848 e nei primi del 1849, mi trovavo in volontario esilio con la famiglia nelle nostre terre di Tivoli. Amando di mettere a profitto quei lunghi ozii, usavo frequentare i buoni Fratelli delle Scuole Cristiane, che dimoravano di rimpetto alla nostra casa. Tale frequenza dette nei nervi a taluno dei pochi settarii che si trovavano allora in quella città, così che il Don Pirlone, pessimo giornale romano di quell'epoca, credette occuparsi di noi regalando ai suoi lettori il seguente articolo pieno di livore contro la mia famiglia e di vigliacco insulto contro un’augusta sventura. Ecco l’articolo:
IN TIVOLI
Cittadino. — Questa casa la vedi Don Pirlone?
Don Pirlone. — Si la vedo.
Cittad. — Qui è...
D. P. — Una colonia Gesuitica, di cui è capo il Cavalierino Cavallerizzo il celebre in Roma… So’ tutto. La sera qui entrano ed escono certi pipistrellacci la maggior parte coperti di larghe falde, e involti in ampli mantelli. Se io credessi, avrei creduto ad un conciliabulum di stregoni. Santo Dio! Non so’ quel che si facciano; ma fanno. Mi si dà per certo che sparlino della Repubblica, ridano delle sventure piemontesi, e sperino che fra giorni una flotta spagnuola sforzi lo stretto dei Pirenei, (sic) e approdi all’Italia per trapiantarvi quell’ordine che è nella Spagna. Che sperino sempre! In questo consesso il Cavalierino è primamente onorato.. Ei può tutto... Deh, non ti senti ribollire nelle vene il sangue generoso sotto l’influsso benefico dell’anno delle scomuniche? (allude alla pubblicazione della scomunica contro Napoleone I, fatta in pieno giorno dai miei nel 1809). Se non che i tempi volsero in meglio, e tu potrai liberamente tornare al mestiere fortunato, e con vasetti di colla, pennelli, etc... Oh! noi t’auguriamo bene: noi speriamo, senza molestia di alcuno, vederti girar nelle vie per appiccare, se non scomuniche, almeno proteste, proclami, e quel che diavolo ti paia, sino a che il Re Miguele, secondo le sue infallibili promesse, — si escludono quelle di pagamenti, — (perfida allusione all’ospitalità data dalla mia famiglia a quel vero martire della frammassoneria) non ti chiami a sedere a dextris suis nel trono di Portogallo.
(2) Felice Orsini, asserto conte di Meldola degli Stati Romani, già condannato allo ergastolo per reati politici contro il governo pontificio, e poscia amnistiato nel 1846, autore di un opuscolo: Memorie politiche di F. Orsini, dedicate alla gioventù italiana.
(3) Lettere edite ed inedite di Felice Orsini, 0. Mazzini, G. Garibaldi, F. D. Guerrazzi.
(4)Quanto all’abborrimento dell’Orsini per Tassassimo politico troviamo un documento tra lo sue lettere che vuol essere testualmente riferito.
Nel 1856 Felice Orsini, arrestato in Transilvania per cospirazione contro l’Austria era stato chiuso nella fortezza di Mantova, da dove coll’aiuto della setta era evaso.
La storia di tale evasione è riferita dallo stesso Orsini, il quale appena fu in sicuro, ne scrisse a Mazzini.
— Ritornato a libertà, dicono le sue memorie, aveva Orsini un debito da pagare al sig. Mauroner, estensore del Corriere Italiano, giornale che si stampava in Vienna quale organo del Ministero, che tendeva a screditare il governo militare perla mala amministrazione dal medesimo tenuto, che poscia imitò quando il governo militare fu tolto.
Dalle dette Memorie si conosce come il Mauroner e certo Formiggini si fossero fatti delatori alla polizia di Vienna contro Orsini. Questi scrisse dunque al giornalista di Vienna la seguente lettera che, si come dicevamo, prova quale sorta di abborrimento abbiano codesti patriotti pel cosi detto assassinio politico.
«Al Sig. Mauroner
Direttore del Corriere Italiano, che si pubblica a Vienna.
Signore,
«Sono libero e salvo; voi mi avevate per morto, o presso a morire: la vostra destra stavasi alzata e pronta colla penna per annunziare nel — Corriere Italiano — che Felice Orsini era stato appiccato in Mantova per delitto di alto tradimento. Il che avrebbevi ricolmo di gioia e continuato a porgervi tranquillità d’animo, per un istante interrotta, nell’intervallo che decorse dalla denunzia vostra a mio carico alla Polizia di Vienna al mio arresto in Hermanstadt. Il mio imprigionamento negli Stati dell’Impero austriaco suonava morte, e fra pochi mesi la mi sarebbe tocca su gli spalti di Mantova; e voi, di ciò convinto e certo, avevate il cuore sgombro da qualunque tema che si scuoprisse avermi denunciato; ma non istà scritto che il trionfo abbia mai sempre a ricingere la fronte dei vigliacchi e degli infami. — Avendo voi saputo da Moisè Formiggini che io era stato in Vienna, volaste con lui alla Polizia a denunziarmi: di che mi congratulo assai con vol. Mi era ben noto, per la lettura del vostro giornale di partito, che siete capace di calunniare e d’infamare chi non la pensa siccome quelli che vi hanno stipendiato, ma non credeva che discendeste si basso.
«L’avermi voi denunziato vi recò qualche titolo di barone, di cavaliere di conte! o non piuttosto arricchì le vostre tasche di un qualche centinaio di fiorini? Il vostro amico Formiggini è già stato condegnamente premiato; egli GIACESI DA UN ANNO IN UN MANICOMIO DI VIENNA.
«Ma voi, stimate forse di averla a passare quietamente?
Signore! il tempo accomoda di grandi cose; se voi conosceste i particolari della mia vita e dell’ultima evasione dal castello di S. Giorgio in Mantova, sareste persuaso, di leggieri, ch’io non soglio dimenticare gli insulti, e che la paura non può in me gran fatto. Può darsi che noi c’incontriamo un dì in regioni non sottoposte all’Imperatore austriaco; ma ove questo non si desse, sappiate che quando mi piaccia io sono quel tale da condurmi in Vienna, allorché meno vel pensate, per darvi quella lezione che merita chi è capace di denunziare.
Io passai giorni d’inferno nella mia segreta in pensando a voi, al vostro compagno di denunzia, ed ai sogghigni dei signori Sanchez e Corasciuti.
«Il vostro nome, la vostra persona che ho più volte veduta in Vienna, quella anche degli altri, stavanmi sempre dinanzi, e m’infondevano novello ardore per superare gli ostacoli che si presentavano a fuggire dal castello di S. Giorgio. Durai paziente. assunsi le sembianza del coniglio per un anno, ed eccomi, in compenso di ciò, libero, nella pienezza delle mie forze, e pronto a vendicarmi di quei tristi che mi cacciavano al patibolo.
Ma come mai venni io a sapere che voi foste il principale denunziatore contro di me? Signore, la cospirazione, che ove sia ben condotta può assai, me ne fornì i mezzi; e dove questa non fosse pervenuta a ciò, è a sapersi che i magistrati che intendono alla compilazione dei processi politici non fanno misteri sugli accusatori e sui delatori.
Mentre si studiano di scuoprire i più piccoli particolari intorno alle cospirazioni, mentre accettano di buon grado le denunzie e le accuse, mentre fanno buon viso ai delatori, li abborriscono poi nell’intimo del loro cuore, li disprezzano.
«Sonvi fatti che universalmente si tengono a vile fra gli uomini; né cambiamenti di luoghi o di circostanze valsero, da che il mondo esiste, a farli tollerare o risguardare come onesti.
«Tali sono sempre le delazioni], I Governi in ispecie, ove trattisi di politici negozii, si servono ad oltranza dei delatori segreti e pubblici, li piggiano e li adescano, finché ne hanno mestieri, con ogni maniera di argomenti; ma ottenuto una volta il loro intendimento, li vogliono reietti dal loro seno, e lungi li cacciano, lasciandoli in balia della universale maledizione ed abbominio. Una tale sorte per lo meno, siatene ben certo, nobile signore, non è per mancarvi, ed io infrattanto ve l'auguro di tutto cuore, quantunque non sia la più tenue delle ricompense per quelli che vi somigliano.
Italia, 17 Aprile 1857.
«FELICE ORSINI»
(5) Per farsi una idea dello stato degli spiriti di molte persone oneste e cattoliche, ingannate o illuse nella rivoluzione del 1848, è opportuno di recare quel che scriveva il conte di Montalembert in una sua lettera inserita nell'Univers, al momento del famoso plebiscito di dicembre. Citiamo testualmente:
«Voter contre Louis-Napoléon, c’est donner raison à la révolution socialiste, cette héritière possible, quant à présent, du gouvernement actuel; c’est appeler la dictature d’un prince qui a rendu depuis trois ans d'incomparables services à la cause de l’ordre et du catholicisme.
«C’est, en admettant l’hypothèse la plus favorable et la moins probable, rétablir cette tour de Babel qu’on appelait l’Assemblée nationale, et qui, malgré tous les hommes distingués et honnêtes qu’elle comptait en si grand nombre, s’était si profondément divisée au milieu de la paix et de l’ordre légal, et serait à coup sûr impuissante devant la crise formidable qui nous domine. S’abstenir, c’est renier tous nos antécédents,; c’est manquer au devoir que nous avons recommandé et accompli sous la monarchie de Juillet, comme sous la République; c’est abdiquer la mission des honnêtes gens au moment même où cette mission est la plus impérieuse et la plus féconde. Reste donc le troisième parti, le vote affirmatif. Or voter pour Louis-Napoléon, ce n’est pas approuver tout ce qu’ il fait, c’est choisir entre lui et la ruine totale de la France; ce n’est pas dire que son gouvernement est celui que nous préférons à tout, c’est dire simplement que nous préférons un prince qui a fait ses preuves de résolution et d’habilité u à ceux qui font aujourd’hui les leurs par le meurtre et le pillage; ce n’est pas confondre la cause catholique avec celle d’un parti ou d’une famille, c’est armer a le pouvoir temporel, le seul pouvoir possible aujourd’hui, de la force nécessaire pour dompter l’armée du crime, pour défendre nos églises contre ceux qui ne respectent rien, qui tirent à l’habit, qui visent aux propriétaires et dont les balles n'épargnent pas les curés. »
— M. de Montalembert, aggiunge Clement Coste nella sua bell’opera Rome et le second Empire, come molti cattolici, accolse il colpo di stato di Napoleone III quale una vittoria dell’ordine morale contro le minacce della rivoluzione militante. Non tardarono però ad avvedersi che il trionfo del bonapartismo, non era se non il trionfo d’una forma più moderata, ma non meno pericolosa delle idee rivoluzionarie. —
L’istesso Luigi Veuillot, illustre redattore in capo dell’Univers, il 19 dicembre scriveva:
«Le 2 décembre est la date la plus antirévolutionnaire qu’il y ait dans notre histoire depuis soixante ans. L’esprit de sédition sous toutes ses formes a éprouvé, ce jour-là, sa plus humiliante défaite.
«Depuis le 2 décembre, il v a en France un gouvernement et une armée une tète et un bras.
«A l’abri de cette double force, toute poitrine honnête respire, tout bon désir espère.
«Le 2 décembre est tombée l’insolence du mal, et ceux qui menaçaient la société, qui lui annonçaient à jour et à heure fixes sa ruine totale, ceux-là sont abattus. L’iniquité, qui se croyait sûre de son triomphe et qui faisait tout trembler, tremble à son tour devant la justice.
«Depuis le 2 décembre, il v a encore en France une place pour le bien, une garantie pour la paix, un avenir pour la civilisation. On peut espérer que la loi régnera, et non pas le crime. Nous sommes mis en demeure de dire demain si nous voulons que les grandes conquêtes de 1851, soient conservées, régularisées développées.
Pour notre part, devant Dieu et devant les hommes, la main sur notre conscience, comme français et comme catholiques, nous disons: — Oui, cent fois oui.
Le astensioni, in numero di 1,500,000 provarono ciononostante che tutti non avevano egualmente creduto alla sincerità dei proclami di M. de Maupas, che affermava, che le misure notturne da lui prese erano per il bene del popolo e per la salvezza delle istituzioni repubblicane.
I realisti, checché se ne dicesse in quel momento, formavano la maggioranza degli elettori che si astennero. — (Clement Coste. Rome et le second Empire, cap. Ili, pag. 59 e seg.)
(6) Nelle citate Lettere edite ed inedite di Felice Orsini, ecc. non esiste tale passaggio.
(7) Atti del Parlamento inglese.
(8) Gazetta piemontese N. 146
(9) Gazzetta Piemontese 31 marzo 1858.
(10) Nicomede Bianchi: Il Conte di Cavour, § 5 pag. 55, e Ravitti: Delle recenti avventure d'Italia, p. 220.
(11) Alludendo a questa espressione pia e commovente con cui Carlo III, in momento cotanto solenne diede a conoscere il fondo dell’animo suo veramente cristiano, sull’urna d’argento, che, secondo il costume dei Sovrani di Parma, ne chiude il cuore e trovasi depositata nel sotterraneo della Steccata, sono incise le seguenti parole: Ad Deum vitas arbitrum —Extremum effudit votum— Fiat voluntas tua.
(12) A proposito di questi martiri paffuti e rubicondi è stupendo il seguente periodetto: — Quelle proteste di fede, speranza e carità, che si odono tutti i giorni sulla bocca dei poveri martiri, che all’ombra del campanile (meglio sarebbe stato il dire all’ombra senz’altro) st lisciano, si stendono, si allargano come battezzarle!.... Falsa moneta, — Chi scrisse questo bel periodo non fu un clericale, ma uno sfegatato liberale, cioè il sig. Avv. Brofferio in petto e persona, nella sua — Voce — dei 27 aprile. — Niuna meraviglia! I compagni di martirio si conoscono fra di loro.
(13) Giuseppe Massari, come dicemmo, faceva stampare allora nel Cimento: 1 confessori della libertà possono essere, come difatti sono stati e moltissimi sono tuttavia, vittime e martiri; ma non mai persecutori, né omicidi. E ciò ardiva dare ad intendere quello stesso Massari che, sebbene insignito più tardi per opera di Cavour della Croce dei SS. Maurizio e Lazzaro, e fattosi ultimamente autore officioso della vita di Vittorio Emanuele, fino dal 1838 era stato dal calabrese Benedetto Merolino, trascelto a Corriere della Giovane Italia. (V. Armonia. N. 234, 13 ottobre 1858.) Esso non doveva quindi ignorare che tra i canoni di quella filantropici associazione figura anche il seguente Art. XX. — Quelli che non obbediranno agli ordini della Società secreta, o che ne sveleranno i misteri saranno pugnalati senza remissione. Eguale castigo si applicherà ai traditori. Non doveva nemmeno ignorare che tutte le sètte colle quali la Giovane Italia aveva comuni i principii, tenevano per assioma: La Royauté est exécrable les Rois sont aussi funestes pour l’espèce humaine que les tigres pour les autres animaux. On ne juge pas les Rois, on les tue! —La sovranità è esecrabile; i Re sono altrettanto funesti per la umana specie, quanto le tigri per gli altri animali. I RE NON SI GIUDICANO; SI UCCIDONO. — (V. Alex de Saint Albin, les Franc-Maçons et le Sociétés secrètes. — Paris 1862.)
(14) Atti uffic. n. 119.
(15) L’orco e la versiera, che gli scrupolosi massoni moderni hanno imparato da quelle buone lane dei giansenisti a più esecrare, è il celebre moralista P. Escobar, al quale principalmente imputano di avere bandita e sostenuta la sozza teorica del fine che santifica i mezzi. Or ecco quanto e i massoni e i giansenisti, loro padri spirituali, abbhn dato nel segno e siano stati gelosi di appurare la verità, avanti di infamare un teologo di tanto merito, qual fu codesto. Si apra il primo dei sette volumi in foglio della Teologia morale dell’Escobar, volumi di cui novecento novantanove sopra mille massoni non hanno mai visto nemmeno il frontespizio: e si guardi com’egli parla, intorno alla suddetta sentenza, nel libro III, al capo 6, al numero 73. Voltiamo in Italiano le sue parole latine, perché sieno più accessibili alla intelligenza della maggior parte:
«Se l’operazione è prava pel suo oggetto, ossia in sé stessa, ed è ordinata a buon fine, non per questo muta la sua moralità; ma rimane semplicemente e assolutamente prava: verbigrazia il rubare, per fare limosina. Perocché l’azione cattiva non è capace di alcuna morale bontà, ciò che ha una qualche privazione di bontà debita essendo semplicemente pravo. Un fine pravo dà inoltre una nuova malizia all’azione già cattiva nel suo oggetto; la quale malizia è di specie distinta, se il predetto fine pravo ha una ripugnanza alla retta ragione, specificamente diversa alla ripugnanza che ha l’oggetto, come avviene nel rubare, al fine di fornicare; ovvero quella malizia, che procede dal fine, è solo numericamente distinta, se la pravità del fine sia della stessa ragione che la pravità del mezzo, come avviene nel rubare uno strumento, che serve pure a rubare denaro; poiché colui che cosi fa, commette due peccati contro la giustizia, distinti tra loro per numero soltanto.»
Tal è la dottrina dell’Escobar chiara e lampante come la luce di mezzogiorno. Eppure quante volte cadrà in taglio, altrettante i liberali ed i massoni torneranno a ripetere, che questo teologo insegna la teorica del fine che santifica i mezzi; e perciocché l’Escobar è Gesuita, cosi amplieranno la calunnia e ridiranno con faccia fresca, che questa è teorica propria dei Gesuiti.
(16) Civiltà Cattolica. Serie XI. Vol. V. Quaderno 734. pag. 138-141.
(17) Lettera Cavour, Torino 27 gennaio 1858.
(18) Lettera confidenzialissima Villamarina al Conte CAVOUR. Parigi 30 gennaio 1858.
(19) Lettera Cavour al marchese Villamarina in Parigi, Torino 5 febbraio 1858 — Dispaccio telegrafico del presidente del Consiglio dei ministri allo stesso, Torino 8 febbraio 1858.
(20) Dispaccio telegrafico Cavour al ministro di Sardegna in Parigi, Torino 9 febbraio 1858.
(21) Il giornale L’Armonia di quell’epoca aveva su questo proposito un articolo e un documento assai istruttivo che rechiamo:
— Le speranze della rivoluzione, scriveva, sono tutte fondate sull'Inghilterra, e specialmente sul grande caporione di tutti i rivoluzionarli, lord Palmerston. E diciamo anche noi che là veramente si deve cercare il punto a cui s’appoggia la leva rivoluzionaria per mandare in scompiglio il mondo. Tuttavia i baccelloni non si accorgono che l’Inghilterra in tanto solo favorisce la rivoluzione in quanto questa non le reca danno od impicci colle altre potenze. Fra le molte prove di questa verità abbastanza conosciuta, addurremo la lettera che Lord Palmerston scriveva il 20 di aprile 1819 a Daniele Manin, che a nome della sua repubblica di Venezia chiedeva aiuto alla Gran Bretagna contro l'Austria. Eccola:
Signore! Ho l’onore di parteciparvi la ricevuta della vostra lettera del 4 corrente, e d’assicurarvi, in risposta, che il governo di S. M. ha osservato con grande interesse, non solo i gravi sacrifizii fatti dal popolo di Venezia durante gli ultimi dodici mesi, col proposito di sostenere la causa da esso abbracciata; ma altresì il buon ordine che fu mantenuto nella città per tutto quel periodo di tempo. Ma riguardo al desiderio da voi significato in favore dei vostri concittadini, che Venezia cessi di appartenere all’Austria, il governo di S. M. può dirvi soltanto che il trattato di Vienna a cui la Gran Brettagna intervenne come parte contraente, assegna Venezia come una porzione dell'Impero austriaco, e che il componimento, proposto dai Governi inglese e francese a quello d’Austria, nell’agosto passato, come base della negoziazione, non andava ad alterare in questa parte il trattato di Vienna. Nessun cangiamento può esser fatto nella condizione politica di Venezia, se non col consenso e l’opera del Governo imperiale; e quel governo ha già annunziato là sua intenzione in questo riguardo. Il governo di S. M. può quindi soltanto ripetere seriamente l’avviso, ch’egli ha recentemente commesso al console generale di S. M. a Venezia di comunicare in suo nome al governo di Venezia, cioè: i Veneziani non perdano tempo nell’adoperarsi di giungere ad un amichevole accomodamento colle autorità austriache, come il miglior mezzo di ristabilire senza collisione l’autorità dell’Imperatore di Austria nella città di Venezia.
Ho l’onore di esser signore, ecc.
PALMERSTON
(22) Dispaccio Della Rocca al Presidente del Consiglio dei Ministri. Parigi 3 febbraio 1858. — Lettere Villamarina al conte CAVOUR. Parigi, 4 e 6 febbraio 1858.
(23) Lettera Cavour a Villamarina. Torino, 9 febbraio 1858.
(24) N. Bianchi. — Il conte di Cavour, Rivista contemporanea, Vol. 33, p. 15, dove si reca il testo francese di questo atto, che merita di venir conservato pei posteri.
(25) G. Mazzini scrisse nel Weekly Resister del 5 aprile 1858: «Il Ministero era in contatto cogli uomini che stavano preparando una spedizione armata, che poco dopo ebbe luogo nel territorio d’uno Stato italiano; mi fece delle proposte, ed io, con piena cognizione del Governo, trovavami in Genova, ecc.» E Cavour osava parlare di previsioni! era meglio che avesse parlato di complicità.
(26) Lettera Villamarina al conte CAVOUR. Parigi 29 maggio 1858.
(27) Lettera Cavour, Torino 4 marzo 1858.
(28) Lettera Cavour, 14 marzo 1858
(29) Avendo accennato più sopra al testamento di Orsini lo rechiamo qui nel suo testo originale francese. — Prison de la Roquette, ou Dépôt des Condamnés. — Paris, 10 mars 1858 (mille et huit cent cinquante huit.)
Près de finir mes jours, j’écris de ma propre main les suivantes dispositions, que je veux soient exécutés exactement et qu’elles aient force d’acte de ma volonté libre et indépendante.
Je veux que M. Enrico Cernuschi de Milan, Italie, demeurant à Paris, retire mon argent qui m'a été saisi à l’instant de mon arrestation, et qui est déposé près M. la Procureur général de la Seine, en leur laissant préalablement les frais du pro ès qui me regardent.
Je veux que do l’argent qui reste, prélevés les frais susnommés, il en dispose ainsi qu’il suit:
Il achètera une montre d’or et une chaîne d’or pour donner en souvenir à M. Jules Favre, avocat, qui m’a défendu. Le tout de la valeur de 800 francs au moins (huit cents francs). Sur la montre il fera graver les mots suivants:
«Felice Orsini à M. Jules Favre souvenir.»
Je veux que mon cadavre soit mis dans une caisse en bois ordinaire, et qu’il soit envoyé à Londres, Angleterre, parce que je veux être enterré dans le cimetière où se trouvent les dépouilles du patriote italien Ugo Foscolo, et mis à son coté. — M, Cernuschi fera les frais nécessaires avec l’argent susnommé, etc.
Une fois accomplis tous ces frais, l’argent qui reste, je veux qu’il soit envoyé A mon oncle Orso Orsini, ou à mon frère Leonida Orsini, tous deux demeurant ensemble à Imola, Etats-Romains, Italie; lesquels en devront disposer seulement au profit de mes deux petites filles Ernestina et Ida Orsini, demeurant à Nice, Etats-Sardes, Italie.
J’autorise J. D. P. Hodge de Glastonbury near Bath-Sommersetshire, en Angleterre, de retirer prêt de soi ma fille aînée Ernestina Orsini, née à Nice-Maritime, Etats-Sardes, Italie, le 9 avril 1852 et demeurant dans la même ville.
J’autorise M. Peter Stuart de Liverpool, Angleterre, de retirer près de soi ma seconde fille Ida Orsini, née à Nice-Maritime le 12 mars 1853, et demeurant avec l’aînée dans la même ville.
Je recommande avec tout mon cœur à mes amis intimes J. D. P. Hodge de Glastonbury et Peter Stuart de Liverpool, mes deux petites filles susnommées, afin que l’éducation, qu'elles receveront, soit tout-à-fait conforme aux principes de la vraie vertu, de la sagesse, et du vrai amour de la patrie.
Je veux que tous mes effets de vestiaire, les livres, etc.., existants près M. de Lasalle, directeur de la Roquette, soient envoyés à miss Elisa Cheney de Londres, demeurant à Londres, Angleterre, N. 2, Grafton Street. Aland Road Kensith New Town, N. 10, Londres. — Miss Elisa Cheney en disposera selon sa volonté libre et indépendante, ainsi que des autres effets déjà lui laissés avant mon arrestation et pendant mon emprisonnement. Tout ce que j’ai fait pour elle, n’est qu’un très-humble et très-petit souvenir pour la bonté et le dévouement extrêmes, qu’elle m’a portés en toute circonstance. Je recommande à mes amis d’Angleterre cette demoiselle honnête et vertueuse.
Je veux, en dernier lieu, que M. Enrico Cernuschi susnommé soit l’exécuteur des dispositions ci-énoncées è Paris, et quant à celles qui doivent être exécutées en Angleterre, qu’il ait la coopération de M. Vincenzo Caldezi de Faenza, Etats-Romains, Italie, demeurant è Londres.
«Le tout écrit de ma propre main,
FELICE ORSINI»
(30) Dispaccio de Launay al Presidente del Consiglio dei Ministri in Torino, Berlino, 6 maggio 1858. — Dispacci Samminiatelli al Ministro degli affari esteri in Firenze, Vienna, 10 aprile e 3 maggio 1858.
(31) L’Armonia, n. 50 del 3 marzo 1858; n. 53 del 6 marzo 1858.
(32) Mémoires de M. Claude, Chef de la Police de sûreté sous le second Empire. Tom. 1. Vingthuitiéme Édition, Paris, Iules Rouff, Éditeur. 14, Cloître S. Honoré.
(33) Vedi: Uno sguardo alla Rivoluzione Italiana, vol. 1 di queste Memorie pag 45.
(34) Storia della Diplomazia ecc.
(35) Lettera Cavour a Villamarina, Torino 21 giugno 1858.
Lettera Cavour a Villamarina, 1 luglio 1858.
Lettere del conte Cavour 21 e 30 luglio, 17 settembre e 24 dicembre 1858 — Memorie manoscritte.
(36) Possono leggersi nel giornale officiale delle Due Sicilie (1859) tutte le notizie riguardanti le solennità nuziali, l’itinerario della Reale famiglia per andare incontro all’augusta sposa, e le innumerevoli beneficenze e largizioni diffuse nel popolo in tale occasione.
(37) Atti Uff. della Camera N°. 23, pag. 85.
(38) Circa le parole profferite dal principe Napoleone nell’occasione del suo matrimonio con la Principessa Clotilde, in pregiudizio dell'imperiale Cugino, vedi foglio alligato alla pag, 1319. R. A.
(39) Il Commissario Salvati acquistò un elegante soprabito di castoro per il signor Carlo Poerio, erogandovi ducati 24, cifra elevata per l’ordinario abbigliamento in Napoli. Nella stessa proporzione forniva di vestiarii gli altri liberati, secondo le rispettive condizioni.
(40) Vedi il programma del Poerio in risposta al comitato elettorale d’Arezzo, che lo designa come deputato al parlamento di Torino. R. A. pag. 47, stampa alligata in fine del volume. Vedi altri atti di clemenza del Re Francesco II, pag. 61 e 399, carte allig. R. A.
Sarebbe da aggiungere un altro decreto reale d’indulto dato il 28 marzo 1859, che è citato nel preambolo dell’Indulto del 16 giugno, e che non figura nella collezione officiale delle leggi.
(41) Vedi R. A. nota 2, pag, 81, e carta alligata, pag. 88.
(42) R. A. pag. 88. Tutti documenti ed appunti che recheremo in seguito.
(43) E perché dunque scatenarsi tanto i liberali contro il governo napolitano, che, valendosi del diritto e del dovere di ogni governo legittimamente costituito, fece giudicare dai tribunali codesta mente di tutte le cospirazioni?
Sotto il governo ristauratore dell’ordine morale, dal 1860 in poi, un Poerio legittimista non sarebbe stato fucilato fin dalla prima cospirazione, mercé le leggi eccezionali Pica e Crispi?.....
(44) Il Settembrini allude qui alla discordia che scoppiò subito dopo il trionfo delle loro malearti, e dopo che ebbero messo le mani sui tesori dei Principi spodestati.
(45) In quel tempo negavasi dai cospiratori, ed anche dai loro amici specialmente esteri, la esistenza di codesta Setta, e si gridava tutto giorno contro la tirannia borbonica, cui si accusava di averla inventata a solo scopo di disfarsi dei proprii nemici. Compiuta appena P annessione delle Due Sicilie al Piemonte, i cospiratori nostrani ed esteri ne menano invece vanto come di alte gesta di gran merito, da ghermirne ricchezze e pingui cariche!
(46) Quel medesimo che fu non ha guari ministro del neo-regno italiano.
(47) Quel desso che dopo il 1863 fu deputato e autore della famosa legge Pica che fe’ morire fucilati migliaia d'innocenti, rei soltanto di essere rimasti fedeli alla loro religione e alla legittima monarchia.
(48) Anch’esso divenuto deputato e gerofante del parlamento subalpino.
(49) Difatti la popolazione napoletana, e molti fra gli stessi demagoghi, stanchi della insopportabile prepotenza ed avidità della invariabile consorteria dei cosidetti martiri politici, non vollero più udir parlare di Poerio, che nelle elezioni non ebbe più voti per esser deputato in quel parlamento, dove esso Poerio e compagni avevano sacrificato l'autonomia ed ogni gloria e grandezza patria alla tirannica e gretta egemonia del Piemonte.
(50) Infatti essi furono grati alla clemenza di Ferdinando III...
(51) Unità Cattolica, 30 aprile 1867, —
(52) Quel Crispi appunto che abbiamo veduto non ha guari, degno ministro del cosi detto Governo italiano, bigamo, trigamo, etc., tradotto innanzi i pubblici tribunali; dal seggio di ministro italiano passato al banco dei delinquenti, uscito assolto, incolume, a edificazione del mondo cristiano e civile! come tutti i corifei della setta.
(53) Lettera di Poerio, riportata dal Giornale Ufficiale di Napoli, 7 maggio 1867, sei anni dopo l’annessione di quel Regno al Piemonte.
(54) Severo il De Sivo! Ma se veramente avesse Ferdinando II lasciato indietro 1 sapienti, e insediato i dappochi, come avrebbe potuto fare da solo tutto quello che fece!... Rivelerebbe forse il forte istorico in questo giudizio l'amor proprio offeso in qualche incontro!
(55) Storia delle Due Sicilie dal 1817 al 1861, di Giacinto De Sivo, Vol. Ili pag. 36 a 40, — Verona 1866.
(56) Merita essere letta sul proposito la Storia documentata della Diplomazia Europea dal 1814 al 1801 del piemontese Nicomede Bianchi, edita a Torino 180667 nel cui volume III, pag. 251 e seg. leggonsi documenti testuali sulle eminenti doti politiche e governative di Re Ferdinando II, specialmente pel suo sentire cristianamente liberale e pel suo patriottismo per la indipendenza del reame. Vi sono sparse però accuse tolte di peso dallo spirito di parte e dal sistematico astio della Corte sarda e dai suoi rappresentanti diplomatici contro la reale Corte di Napoli.
(57) Anch’io, che scrivo, conobbi ¡’augusto Re Ferdinando II. L’epoca e le circostanze nelle quali ebbi questo onore sono tali da interessare il lettore, che forse mi perdonerà se tocco così anche di una memoria domestica.
Era, se ben ricordo, la fine del gennaio dell’anno 1819, e trattavasi nella piccola borgata di Anzio, non altrimenti che nelle maggiori città dello Stato Pontificio, niente meno che di adunare la costituente per dichiarare, al solito, scoronato per sempre il Papa, e proclamare una imperitura (già s’intende) Repubblica Romana.
Luigi Mencacci, mio zio, di recente mancato ai vivi, era in Anzio il comandante della Guardia Civica. Devoto quanto altri mai alla Santa Sede e al Papa, seppe che alcuni dei suoi militi stavano calorosamente trattando della famosa costituente; egli senza perder tempo corse sul luogo, e, con argomenti tutt’altro che militari, disperse quei fieri repubblicani improvvisati. Non è nemmeno a dire che subito un rapporto di cosi grave fatto corse a Roma ai padri della patria, e questi, siccome era da immaginare, spiccarono subito contro di lui un fulminante ordine di arresto, mandando in Anzio nella notte seguente una banda dei loro sgherri per tradurlo in Roma prigione.
Ma mentre coloro partivano da Roma anche mio zio, avvertito in tempo, partiva dal porto d’Anzio, e in modo abbastanza singolare.
Tra le persone a lui più affezionate vi era un tale Clemente Palisi sott’Ufficiale della marinar di finanza pontificia, anch’esso in mala vista presso i rivoluzionarli. Ora, tra questo e mio zio fu stabilito che nella notte stessa armerebbero la lancia maggiore del porto e con quattro animosi giovani del luogo vogherebbero alla volta di Gaeta.
Come avevano proposto cosi fecero, e, due giorni dopo, mentre era alto il sole, la felice lancia appariva alla vista di Gaeta. Il taglio militare e l'assieme del navicello richiamò l’attenzione delle autorità della fortezza incaricate della sicurezza del Pontefice ivi ricoverato; e con un colpo di cannone fu subito chiamato all'obbedienza. Non vi volle altro perché, spiegata la bandiera pontificia, della quale si erano muniti, apparvero tutt’altro che nemici del Papa. In un baleno si cambiò la scena: incominciando dalle batterie del telegrafo in cima al monte, fino a quelle del porto, tutte con festose salve salutarono la gloriosa bandiera, e il mio povero zio, invece di andare a Roma incatenato, entrava trionfalmente in una delle più formidabili e famose fortezze di Europa. E’ soverchio il dire che tutta la città corse al porto incontro agli arrivati, e quanta festa loro si facesse, e quali felici auguri si traessero da questo avvenimento. Pio IX volle vederli, e ne lodò la fedeltà e l’ardire, e da quel momento la lancia servi di particolare mezzo di diporto per il Papa. Sua Maestà il Re Ferdinando II colmò anch’esso di finezze e di encomi gli avventurati naviganti, e mio zio fino all’epoca della presa di Roma, si trattenne in Gaeta, onorato e accarezzato dalle due Corti e da tutti. Clemente Palisi ebbe dal Santo Padre il grado di tenente di marina, i quattro marinai quello di sott’ufficiali, e la lancia il privilegio di alzare la fiamma delle navi da guerra.
Ristaurato come si potè il Governo pontificio sotto gli auspici del Bonaparte, io ebbi ad accompagnare mio padre che si recava ai piedi di Pio IX per fargli omaggio e per trattare qualche affare di famiglia; e fu in questa circostanza che conobbi il magnanimo Ferdinando II. E mi pare ancor di vederlo, circondato dall’amore entusiasta del popolo é dell’esercito, uscire in assisa militare, che mai lasciava, con Sua Maestà la Regina Teresa, al fianco, guidando due focosi destrieri, e portarsi al Monte Secco, dove manovravano le truppe, e quivi, al cadere della sera, recitare con esse schierate in battaglia la cara preghiera dell’Angelus Domini, e, dopo di essersi benignamente intrattenuto coi comandanti, rientrare in città ad assistere alla Benedizione del Santissimo nella chiesa di San Biagio, impartita da uno dei suoi cappellani. Per chiudere questo piccolo episodio aggiungerò, che mentre eravamo per far ritorno a Porto d’Anzio sopra una fregata spagnuola, se non erro, la Isabella II, por volere del Santo Padre partimmo invece sulla fortunata lancia, e dopo due giornate di cammino col più bel tempo di autunno toccammo quel porto tra le accoglienze festose di tutta la popolazione.
(58) Queste cose ormai sono note al lettore. Vedi questo volume pag. 140.
(59) Dei cinque Regni d’Italia. Lib. V.
(60) Vedi l’atto sovrano, pag. 59. R. A. carta alligata.
(61) Tali erano le cifre alcuni anni addietro, quando scrivevamo queste pagine; nell’anno di grazia 1882, mercé al progresso massonico, le medesime sono grandemente modificate in peggio!
— Chi parla del debito pubblico italiano, scriveva l’ottima Libertà Cattolica, 6 settembre 1882, parla di un abisso che sempre più si sprofonda; parla, come accennano i giornali inglesi, dal Times allo Statisi, di una morte, lenta sì, ma certa. Pochi altri anni, se dura l’ordine presente delle cose, e questo debito diverrà la favola del mondo.
Il Diritto, giornale davvero non sospetto, cosi ne scrive: «L’interesse del Debito Pubblico non arrivava a cento milioni nel 1860; e, dieci anni dopo, al 31 dicembre 1870, era salito a lire 269,388,493; al 31 dicembre 1880 alla somma di lire 433,710,345 che col debito redimibile dà una cifra superiore a 500 milioni; e capitalizzato solo in ragione del cento per 5, ci ricorda che lo Stato italiano è debitore dell’ingente capitale di otto miliardi, seicentosettantaquattro milioni, dugentoseimila, novecento; ch’è insomma il prezzo della rivoluzione italiana.»
Cosi scrive il giornale del Mancini. Ma non parla della china precipitosa in coi s’è messo il debito sopradetto. china da cui non vi ha mano che lo possa liberare. Senza dubbio il Diritto ha usato in questo caso la prudenza del silenzio per non ispaventare se stesso ed i suoi confratelli. Ma è un silenzio inutile. Chiara 4 la voragine di cui parliamo; tutti lo veggono; molti ne sono disperati.
Questo debito costringe a pagare presso a trecento lire annue ciascuno dei ventotto milioni di poveri italiani. E il prezzo del sangue, perché prezzo della rivoluzione. Si dice che la rivoluzione divora i suoi seguaci che sono le sue prede. Noi siam dannati a mirare la verità di si desolante spettacolo.
Si aggiunge che il Governo né ha voglia né potere di menomarne i disastri. I suoi giornali, come la Riforma, lo confessano debolezza, esitazione, confusione.
Intanto una innumerevole falange di malanni sempre crescenti rende più gravoso questo prezzo del sangue; né vi è chi adesso apponga far rimedio. E ci desolano le dicerie, gli insulti, le contumelie delle altre nazioni, le quali deridono il nostro stato a dispetto delle fatue cupidigie di certi mestatori che seggono a scranna per iscompigliare i nostri fatti, per annullare il nostro nome.
Siamo noi caratterizzati da taluni giornali stranieri una gente pitocca, poltra, priva di utili industrie, digiuna ed appestata da micidiali miasmi d’aria corrotta. Sono amarissimi tali rimproveri, e ci lacerano il petto come avvelenati dardi.
Certo delle nostre miserie non sono causa i moltissimi onesti e cattolici d’Italia. No, la miscredenza di cui è scritto: miseros facit populos peccatum, è la causa, il principio la radice di tante rovine. — Quale spaventevole differenza coi governi dei Principi spodestati!
(62) Decreti dei 27 marzo 1832; — 1 settembre 1833; — 13 agosto 1847; — Vedi il testo di questo importante atto sovrano in dorso della carta alligata, pag. 59. R. A.
(63) Decreto 18 aprile 1845.
(64) Decreti 9 e 26 marzo 1846.
(65) Decreto 16 genn. 1836.
(66) Decreto 17 gena. 1842.
(67) Decreto 5 giugno 1846.
(68) Decreto 25 detto.
(69) Decreto 21 nov. detto.
(70) Vedi R. A. pag. 30 e 31.
(71) Vedi R. A. pag. 501 — 849 — 646 ed altre.
(72) Fortunato Bracale, nell’opera: —Scene e quadri storici sulla rivoluzione del 1860 — edito in Napoli nel 186566, dice a pagina 63, che veramente Re Ferdinando intendeva perdonare ad Agesilao Milano; ma ne fu dissuaso da unanimi proteste dei Generali e Consiglieri di Stato. Ma la maggior premura, al dire del Ravitti, nel suo libro Recenti avventure d'Italia, T. I., C. X., gliela fece il generale Alessandro Nunziante, segretamente ascritto alla setta degli Unitarii.
(73) Nota diplomatica del gabinetto di Torino al ministro Sardo in Prussia, 9 nov. 1860. — Nicomede Bianchi pag. 129. — Vedi R. A. pag. 942 — 956 —
(74) Balbo: Le Speranze d'Italia. 3. ediz. pag. 94 a 103.
(75) R. A. pag. 33. nota.
(76) G Novi. —Il teatro della guerra dal settembre al novembre 1860 tra Capua, etc. Napoli 1861 pag. 50 e 51.
(77) R. A. pag. 190.
(78) Uno di tali conati scoppia in Palermo nel 1831; un altro è scoperto in Napoli nel 1833; un terzo in Siracusa e negli Abruzzi nel 1837 pretesto il colera; un quarto l'8 settembre 1841 in Aquila, dove rimase assassinato il colonnello Tanfani, capo militare della provincia; un quinto due anni dopo in Calabria citra; un sesto nel 1847 in Calabria-ultra; il settimo è la famosa congiura del 15 maggio 1848; l’ottavo é l’attentato del Siciliano Bentivegna, fatto sbarcare in Sicilia ai 22 novembre 1856 per opera del governo di Torino; il nono é quello promosso i 28 di giugno 1857 dall’emigrato Carlo Pisacane, che mosse da Genova sul Cagliari, sbarcando nella provincia di Salerno, insieme con varii malfattori unitisi a lui nell’isola di Ponza, e che non servi ad altro se non a far risaltare lo spirito della popolazione; il decimo si apparecchiava in Catania, nel giugno 1858 da un Luigi Pellegrini ed altri cospiratori in relazione sempre cogli emigrati all'estero. —
(79) Vedi Tofano nel libro: Ai suoi elettori, pag. 234 dell’Appendice.
(80) Togliamo di peso questo capitolo dall’opuscolo dell’Avv. Francesco Paolo Ruggiero, antico ministro delle Finanze, col titolo: Discorso sulle cause delle presenti condizioni dell’Erario. Napoli 1866.
(81) Lord Napier. rappresentante diplomatico Inglese a Napoli, nel suo dispaccio 22 ottobre 1848, al suo governo a Londra, adotta interamente la posizione contabile qui espressa dal sig, Ruggiero, e loda la prudenza governativa del Re Ferdinando II, che, senza imporre nuove tasse, seppe far fronte al dissesto finanziario cagionato dalla rivoluzione.
(Correspondence respecting the affairs of Italy, from Iuly to December 1848. - Parto III, pag. 543).
(82) La lira si è valutata grana 22 ¼.
(83) Saggio di tasse alla Piemontese. — Trascriviamo dalla Gazzetta del Popolo il seguente brano, onde gli uomini spassionati veggano a qual segno d’imposte si è giunti in Piemonte. — Trattasi d’imposte sui Caffettieri; ma crimine ab uno disce omnes.
Ecco la eloquente dimostrazione:
Il titolo 2° della legge 2 gennaio 1853 impone ai Caffettieri per lo smercio delle bevande e derrate zuccherine le tasse seguenti sulla base del fitto:
«1. Il 20 per 100 sul fitto dei locali destinati all’esercizio della loro industria.
«2. Il 5 per 100 sul valore dei mobili, ed il valore dei mobili deve essere, a termini della legge, calcolato in ragione del doppio valore del fitto dei mobili.
«3. Il quinto in soprappiù della tassa sul valore locativo e della mobilia per giuoco del bigliardo.
«4. Il decimo sullo stesso diritto, oltre il quinto di cui nell’articolo precedente, per gli altri giuochi di commercio.
« 5. Il diritto di permissione di lire 67 e 50.
«6. Il diritto di cent. 50 per ogni kilogramma di consumazione di spiriti per la vendita di liquori.
«7. Il diritto di lire 6 per ogni ettolitro per la vendita di vino.
I numeri 6 e 7 costituiscono il canone gabellario imposto ai caffettieri, e di esso muovono lagnanze.
Ma le bevande e le derrate zuccherine che sono colpite da questa legge dei preaccennati diritti, che cosa sono? Sono l’esclusiva materia dell'industria del caffettiere.
E il loro smercio, che cosa è! è l’industria del caffettiere.
E la tassa imposta su di esse che cosa ò dunque? è la tassa patenti del caffettiere.
E il diritto di permissione di lire 67 e 50, che cosa è? è il diritto d’esercizio del caffettiere.
E pure il caffettiere è colpito nuovamente nella legge 7 luglio 1853 (tassa-patenti) dai seguenti diritti:
«8. Il diritto fisso di patente nella somma di lire 50 od 80, a seconda della classe a cui l'esercente appartiene.
«9, Il diritto proporzionale di patente in ragione del ventesimo sul valore del fitto,
(84) Il debito pubblico Inglese ebbe origine dalla rivoluzione nazionale, essendo allora state ipotecate le rendite dello Stato. Nell’epoca del trattato di Riswich (1697) ascendeva a 21 milioni e mezzo di lire sterline (capitale). Le guerre successive Khan fatto progredire: difatti dopo quella che incominciò nel 1702, e che finì col trattato di Utrecht, montava a 53 milioni, 681 mila. Alla conchiusione della guerra con la Spagna e la Francia, che cominciò nel 1739, e fini l’ultimo giorno del 1748, si elevava a 78 milioni 293 mila. In quella che scoppiò nel 1755, si aumentò a 139 milioni, 500 mila. Nel 1769, alla fine della guerra di America si elevava a 252 milioni. Al 1815, spenta la guerra continentale, il debito si elevava ad 800 milioni. E finalmente con l’ultima guerra di Oriente ha oltrepassato i 900 milioni, pari a 5 miliardi e 400 milioni di ducati. Gl'interessi che paga la Finanza in ogni anno ammontano a 27 milioni di lire sterline in ragione del 3 per 100, e ciò non ostante non si trova a comprare nella borsa di Londra che a 98 pari a 165 per ogni 5 lire di rendita.
(85) Nella deduzione dell’attivo dell'erario vi andrebbero compresi altresì i seguenti cespiti, il cui prodotto non deriva da imposizioni; come sarebbero p. e.:
Le poste che in realtà non sono che officine di servizio pubblico; il giuoco del lotto, che non impegna, che i soli amatori di esso, i quali si devierebbero in altri giuochi sleali e di azzardo, se fosse abolito; le carte da giuoco, la polvere da caccia, il tabacco. Questi tre ultimi cespiti sono industrie, di cui il governo fa pri nativa a pro dell’erario, ma non possono certamente riguardarsi come balzelli; e ne è evidente la prova, dipendendo la prosperità del loro introito, almeno. del tabacco e della polvere da caccia, dal perfezionamento di fabbricazione anzi che dal diritto di privilegio. Questi cespiti ricapitolati assicurano una entrata certa di circa cinque milioni, cioè:
Per le poste ducati 300,000
Per il lotto netto di vincite ducati 2,000,000
Per le carte da giuoco ducati 20,000
Per la polvere da caccia ducati 250,000
Per i tabacchi ducati 2,500,000
ducati 5,070,000
Che dedotti dalla somma testé dimostrata, in ducati 23,996,687
Restano ducati 18,926,687
Ricade quindi ducati 2,70 pari a lire 12 per ciascuna testa, per gli abitanti della Sicilia-Citra-Faro, in 7,000,0)0. E ove il preopinante autore avesse voluto imitare questo metodo per dimostrare gl’introiti dell’erario sardo, gli sarebbe certamente convenuto, e cosi ce ne avrebbe data un’idea meno scoraggiante. Ciò non ostante, paragonando i due erarii, tornerebbe il conto al 50 per 100 di meno per l’ammontare delle imposizioni, che si pagano nel Regno di Napoli di fronte alla cifra dimostrante l’ammontare dei dazii che gravitano sul Piemonte.
(86) La Sicilia-ultra dà circa settantadue articoli di ricche derrate, le quali non possono precisamente indicarsi, non tenendosene alcun conto dalle dogane nella uscita delle merci.
(87) E lo era realmente prima che Napoleone III desse il suo parco di cannoni rigati al Governo sardo.
(88) Se si volessero accennare le opere pubbliche dal 1830 a questa parte, vi abbisognerebbero dei volumi, lo che ci farebbe uscire dall’argomento propostoci della Finanza. Le poche testò indicate nella Sicilia-Citra sono quelle che conosciamo; sappiamo però contarsene mille altre.
(89) Nella seconda tornata del parlamento inglese del 23 gennaio 1846, allorquando il primo ministro sir Roberto Peel proponeva la riforma della finanza, pronunziava le seguenti parole in sostegno del principio del libero commercio: «Io debbo dire, per render giustizia al Re di Napoli, che ho veduto un documento scritto di sua mano, e questo documento racchiude principii cosi veri come quelli sostenuti da' professori più illuminati di economia pubblica.»
L’espressione del gran ministro era sincera perché tali erano allora i tempi. (Vedi Giornale del Regno delle Due Sicilie, 11 febbraio 1846, n. 31)
(90) Giova di riportare in questo luogo il seguente specchio che si leggeva nei pubblici fogli di questi giorni, non contraddetto da alcuno:
— I vecchi Stati dell’Italia, nello scomparire, portarono all’unità nazionale un debito annuo di 133 milioni di rendita, pari al capitale nominale di lire 2,750,000,000. Si noti che si comprendeva in questa cifra il debito del Piemonte, più grosso che quello degli altri Stati, perché il piemontese si trovava più avanti di dieci anni nella via della rivoluzione, e doveva spendere per alimentare sètte e congiure, trovare amici e pagare fedifraghi.
Il debito pubblico dell’Italia nuova fu considerato come primo strumento d’azione, e i capi lo fecero aumentare rapidamente per dare impieghi, dare lavori, dare sinecure, e cosi formare una classe borghese sostenitrice delle cose unitarie e del liberalismo; e l’aumento fu tale che nel 1876 il debito annuo di 133 milioni era salito a 416 milioni! Questo debito enorme rappresenta il capitale nominale di 8 miliardi e 455 milioni!
Sottraendo il debito ereditato dai vecchi Stati, risulta che il debito contratto dalla gente nuova, instauratrice del regno unitario, sale a 5 miliardi e 700 milioni. E poiché a tale debito si venne in circa 15 anni, si ha questo: che si aumentò il debito di circa 350 milioni per anno.
Prima del 1876 vi era il deficit, e il debito trovava legittimo pretesto; pretesto perché il deficit nasceva dalle pazzie e dalle cupidigie; facendo poscia il debito non si riusciva che ad aumentare il deficit. È il circolo vizioso dal quale non si esce mai.
Pure ai primi del 1876 si dice che v’è il pareggio e non vi ha più bisogno di debiti. Invece il debito aumenta come prima, al punto che il primo gennaio del 1883 la rendita annua del consolidato e del redimibile si trova che é salita a 481 milioni, pari al capitale nominale di 9 miliardi e 846 milioni.
E così dal 76 all’83 si fecero debiti per lire 1,390,863. 616; tenendosi la proporzione degli anni precedenti, oltre 300 milioni all’anno. Pare che tanti cene vogliano per alimentare gli amici del governo! E questi sono gli amici nuovi, poiché un partito nuovo andò al potere nel 1876, la Sinistra; la quale, per contentare i suoi è costretta a fare quello che faceva la Destra, cioè dare, pagare, regalare, stabilire il banchetto a benefìzio dei compari e dei clienti.
E’ il socialismo governativo non meno pernicioso che quello della piazza, la quale, vedendo l’osceno tripudio è provocata da un esempio irresistibile. Per cui, considerando bene le cose, il socialismo piazzaiuolo è allevato e tirato su dal socialismo di palazzo.
Ma sono inutili le considerazioni filosofiche: le cifre dicono più che i discorsi, e le cifre dicono che il debito contratto dal 1860 a tutto il 1882 sale a oltre sette miliardi!
E se il tutto fosse qui sarebbe fortuna; ma la rivoluzione costò molto di più.
Le imposte aumentano almeno di 400 milioni all’anno, in 20 anni per stare alle cifre rotonde, 8 miliardi!
I beni ecclesiastici e i demaniali diedero allo Stato un altro miliardo almeno.
Cosicché sarebbesi avuto in complesso, e facendo un calcolo limitatissimo, un consumo di 16 miliardi in una ventina d’anni. Ma le imposte diedero di più, e cosi non si esagera se si viene a dire che la rivoluzione ebbe a costare quasi un miliardo all’anno; e forse il miliardo è superato, se si conteggia l’aumento di spesa dei comuni e delle provincia, piccoli centri che vollero auch’essi il loro bravo banchetto in omaggio al progresso e alla libertà, mostrando un entusiasmo e un appetito degni dell’alto esempio del centro governativo e politico. Il peggio è che questo è niente, che la rivoluzione non posa mai e mai non si sazia.
Le emissioni di rendita continuano, e solo l’impegno ferroviario porta al debito di un altro miliardo.
I seduti al banchetto dicono che questo è progresso; no, questo è regresso, barbarie, rovina di Stati e sventura di popoli! Ed è inutile protestare, reclamare, invocare senno e giustizia; la rivoluzione fa il suo corso: vanum est ante lucem surgere! — NON SO SE LA STORIA RICORDI MAI UN SIMILE SACCHEGGIO!
Né abbiamo parlato a lungo. Vedi vol. I, parte I, pag. 202.
(92) R A. Alligato, pag. 59. Vol. I.
(93) Cantalupo: Sul progresso morale delle popolazioni napolitane. Napoli 1856.
(94) Colpo d'occhio del Reame delle due Sicilie nel 1862, pag. 24 e 27.
(95)Per chi non intendesse il francese, trattandosi di un documento importante, ne diamo la traduzione italiana:
«Il principe di Castelcicala, Ministro plenipotenziario delle Due Sicilie a Londra, era trattato come camerata dal vecchio duca di Wellington, che in ogni occasione si faceva una gioia di onorarlo di sua famigliarità. Le cose erano a questo punto allorché il signor Gladstone si condusse nell’Italia meridionale per istudiare l'amministrazione delle Due Sicilie. Non era mistero per alcuno che l’opinione di cotesto uomo distato, allora semplice membro della Camera dei Comuni, non era punto favorevole al governo di Ferdinando II. Il Principe di Castelcicala principalmente non ignorava che esso Gladstone cercava un tema da render popolare il suo nome, ancora poco conosciuto, ed avverti il Governo napolitano delle disposizioni di spirito del viaggiatore inglese. Costui, ritornato a Londra, sottopose il progetto delle sue future lettere a Lord Aberdeen, il quale, pieno di stima per il carattere del principe di Castelcicala, immediatamente glielo comunicò. Da fedele diplomatico, senza esitare, il Principe, alla sua volta, lo fece conoscere al proprio Ministro degli affari esteri.
Ma la risposta di quest’ultimo non essendo stata giudicata soddisfacente, il sig. Gladstone pubblicò le sue famose lettere. E da credere che il Re Ferdinando II ignorasse da principio tutti questi incidenti, e particolarmente i passi fatti dal principe di Castelcicala per prevenire uno scandalo, le conseguenze del quale furono così tristi. Si è spiegato cosi il suo richiamo subitaneo dopo la pubblicazione del Gladstone, poi il ritorno in grazia dopo la prima conversazione avuta col Re, e finalmente la disgrazia improvvisa del Ministro degli Affari Esteri, che fu bruscamente destituito la vigilia di una caccia reale alla quale doveva assistere. Più fortunato di lui, il Principe poco stante ricevette un nuovo attestato della benevolenza del Re, ecc.
(Le Prince de Castelcicala, — Paris 1866, imprimerie Dubuisson, pag. 17).
(96) Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 di G De Sivo, vol. 2. p. 162.
(97) Si noti, che fin dal 1792 il Re di Napoli Ferdinando I, avo di Ferdinando II, immaginò una lega per la comune difesa degli Stati italiani, e con ragionato dispaccio la propose alla Corte di Torino e alla Repubblica di Venezia; ma la prima accettò, la seconda volle restare neutrale!.... — Coppi, Annali d'Italia dal 1750 al 1795, tom. I. pag. 236. — R. A. pag. 127 bis.
La Repubblica di Venezia, venuta in mano dei settarii frammassoni al cadere del passato secolo, restò cosi ben neutrale, che all'avvicinarsi dei fratelli repubblicani di Francia ne fu siffattamente abbracciata e stretta, che, soffocata, peri per sempre.
Il Re Ferdinando II ideò anch’egli e propose fin dal 1833 una lega federale italiana per la libertà e indipendenza della Penisola. Vedi all’uopo i suoi dispacci alla Corte di Roma, testualmente riportati nella Storia documentata della diplomazia europea dal 1814 al 1861. Torino 1867, tom. III. pag. 257, 448 e seg. del piemontese Nicomede Bianchi.
(98) Il noto Raffaele Conforti, ministro di polizia e dell’interno, già prima del 15 maggio aveva scritto al famoso Carducci, colonnello della Guardia nazionale in Salerno, affinché si recasse a Napoli per quel giorno con tutte le Guardie Nazionali di Salerno e del Cilento, allora esaltatissime. Il Conforti lo negò poi; ma il Giornale Ufficiale del 18 di maggio riportava tale dispaccio, al quale il Carducci rispondeva con telegramma, trasmesso dal telegrafo di Salerno ai 16 di maggio, concepito cosi: In giornata avrete soccorso di 10,000 uomini — Lo stesso giorno il comandante militare dirigeva a Napoli da Salerno il telegramma seguente: «La guardia nazionale di Salerno e dintorni marcerà con le milizie cittadine del Vallo. Il Comitato di salute pubblica, riunito ieri è in permanenza.» (Corrispondenza centrale dei telegrafi elettrici. N. 534.)
Il movimento ordinato dal ministro Conforti si estendeva anche nella provincia di Salerno; ciò si rileva da un altro telegramma inoltrato a Monteleone di Calabria l’istesso giorno 16 maggio, ore 14: «La guardia nazionale di Salerno alle Guardie nazionali delle Calabrie. —Marciate appena ricevuto questo avviso. La patria è in pericolo, e la Rappresentanza nazionale minacciata. Salerno 16 Maggio ore 20,»
(99) Se ne hanno le rivelazioni dagli stessi capi del movimento rivoluzionario. R. A. pag. 28 e 220.
(101) Ecco il testo del decreto dei ribelli siciliani.
DECRETO DEL PARLAMENTO DI SICILIA
Palermo 13 Aprile 1848.
Art, l. Ferdinando Borbone e la sua dinastia sono decaduti dal Trono di Sicilia.
Art 2. La Sicilia avrà un Governo costituzionale e chiamerà sul trono un Principe italiano appena avrà riformata la Costituzione.
IL PRESIDENTE DE COMUNI
Marchese di Torrearsa,
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DE PARI
Duca di Serradifalco.
IL PRESIDENTE DEL REGNO
Ruggiero Settimo
Per copia conforme
IL MINISTRO DELL’INTERNO E SICUREZZA PUBBLICA
CALVI.
(102) Non già nel 1848, (epoca in cui furono scritti questi documenti) ma si dal 1860 in poi debbono valutarsi le espressioni e il contegno del Rappresentante brittannico. Nel corso del presente lavoro, si vedrà con quanta ragione Garibaldi dichiarasse, che senza gli aiuti inglesi egli non avrebbe potuto toccare le Due Sicilie e queste starebbero tuttora sotto i Borboni. — (R. A. pag. 341-428.)
(103) Senza aggiustar fede menomamente alle amplificazioni del rapporto del Vice Ammiraglio Parker, indichiamo come soli atti di ferocia di tal genere, i bombardamenti prolungati di Ancona, Gaeta e Messina (R. A. pag. 950-1050-1233-1238) e l’incendio officiale di Pontelandolfo e di 28 altri paesi, e il bombardamento di Roma, il 20 settembre 1870. — Glorie tutte del neo-regno d’Italia che minutamente svolgeremo a suo luogo.
(104) Nel 1860, mercé l’aiuto inglese, trionfano i faziosi uniti agli invasori di Sicilia. Un'ironia di Governo vi si stabilisce, e vi commette stragi e ruine inaudite. Lo stesso Parlamento di Torino se ne commove, e dalla tribuna si alzano lamenti in più occasioni, cosi che l’eco se ne prolunga nelle varie tornate dal 5 al 10 decembre 1863; e allora né il Governo brittannico, né il pietoso Vice-Ammiraglio Parker pensano di ricordare i principi di umanità… Anzi il vecchio Palmerston ride e schernisce i patimenti e i danni di tanti sventurati!...
(105) Qui lo scrittore della Nota diplomatica è contraddetto da fatti irrefragabili che ne smentiscono i funesti prognostici. L’esempio di Messina valse a far rinsavire la stessa Palermo, che si rese senza colpo ferire all’esercito regio, il quale fu accolto negli altri paesi di Sicilia come vero liberatore. La importuna mediazione anglo-francese fu cagione che la lotta si prolungasse, che si versasse più sangue, e nulla più.
(106) I fatti storici positivi smentiscono tale assertiva. I combattenti in Sicilia sono stati per la maggior parte e sempre mercenari! stranieri. Dopo la presa di Messina non vi fu nessuna grave resistenza da parte delle popolazioni contro le regie truppe.
(107) Questa osservazione avrebbe potuto farsi dall’autore della Nota al proprio Governo circa la occupazione dell’Algeria, e ora della Tunisia.
(108) Il molto materiale di guerra trovato in Messina ed in altri punti fortificati di Sicilia dopo il 1848 proveniva in gran parte dagli arsenali inglesi di Wolvich. Invitato a spiegarsi in proposito, Palmerston rispose: Ciò non può essere che in seguito di una sorpresa!?»
Times sue corrispondenze di Messina 23 ottobre 1848 ed altri giornali inglesi.
(109) Vedi R, A. pag. 399, e l’atto Sovrano riportato nel giornale officiale di Napoli 6 giugno 1859, alligato pag. 61, che recheremo a suo luogo.
(110) Abbiamo veduto tutto ciò distesamente nel primo volume di questo Memorie: pag. 40 e seguenti.
(111) Vita del Re di Napoli, scritta da Mariano d’Ayala —Torino 1856.
(112) Sotto il titolo: Due dame di corte, la Voce della Verità scriveva:
«Il giorno 15 dello scorso febbraio, moriva in Napoli S. E. Donna Francesca Borio, Duchessa di San Cesario, dama di Corte di tre Regine napolitano, coll’ultima delle quali, la regina Maria Sofia, divise i pericoli della guerra e i dolori dell'esilio. — A qualche settimana di distanza, i giornali annunziano la morte di un’altra Dama di Corte della regina di Napoli, la Duchessa di Migliano, vedova del generale Nunziante.
La storia dell’ultimo rivolgimento delle Due Sicilie, nota la Voce della Verità, ha registrato il nome di costei tra coloro che furono primi a volgere le spalle alla reale Coppia siciliana nel di della sventura. La Duchessa di Migliano non attese anzi nemmeno che re Francesco II abbandonasse Napoli per rimandargli il brevetto di Dama di Corte, con una lettera che i giornali rivoluzionarii di quelTepoca si affrettarono a rendere con indicibile gioia di pubblica ragione, tanto parve nel suo laconismo confacente al loro gusto!.... Eppure quella Dama di Corte era stata oggetto di speciali benevolenze a Napoli e nella stessa Gaeta (nel 1819) non solo da parte della Real Famiglia di Napoli, ma della stessa Santità dell’immortale Pio IX!....
Quali ricordanze e quali coincidenze singolarissime!! Nel momento stesso in cui la Duchessa di Mignano vedeva appressarsi l’ultima sua ora. la Discussione di Napoli pubblicava le due lettere che seguono, scritte dal Re Francesco II e dalla Regina Malia Sofia:
«Parigi, 16 febbraio 1883»
«Caro Duca,
«Età avanzata e morbo indomabile hanno spenta una nobile esistenza.
«La Duchessa di S. Cesario non è più; essa in vita volle alla fermezza dei suoi principii, all’affezione per la Regina, congiungere l’abnegazione di sé medesima, e la storia registrerà alla data del 14 febbraio 1861 il nome di Francesca Berio, Duchessa di S. Cesario, unica Dama uscente da una piazza assediata muovere per l’esilio in compagnia della Sua Sovrana.
«La stessa storia registrerà, che un unico Cavaliere di S. Gennaro perdeva la vita durante quell’assedio, ed esso fu il Duca Riccardo vostro rispettabile padre.
«Questo ravvicinamento di circostanze mi decide ad eligere voi per rappresentarmi nelle funebri cerimonie, che per la Duchessa di S. Cesario dovranno aver luogo.
«Vi confermo gli attestati di mia stima e credetemi
«Vostro aff.to.
«FRANCESCO»
Sig. DUCA DE SANGRO
Cavaliere dell'Insigne Ordine
di S. Gennaro — Napoli
«Parigi, 16 febbraio 1883.
«Cara Principessa,
«Tenendo a rendere un ultimo pubblico mio attestato di stima e di affezione alla memoria della Duchessa di S. Cesario, mia dama di onore, che uscita con me da Napoli, rimase meco a Gaeta, mi seguì quindi ancora per dieci anni, e non si staccò dal mio fianco, che solo quando la sua età e la sua salute glielo imposero, dando con questo un nobile esempio di fedeltà di principii, e di attaccamento di cuore; cosi scelgo voi Principessa, a volermi rappresentare nelle funebri cerimonie, che per la sua morte, avvenuta ieri, dovranno in Napoli aver luogo.
«Credetemi
«MARIA
«Signora PRINCIPESSA DI CASSERO
«Napoli.»
(113) In uno dei suoi numeri successivi La Voce della Verità pubblicava il seguente:
Schiarimento. — Nel supplemento intitolato: Venticinque anni fa, dalla Voce pubblicato nel suo N. 98 in occasione dell’arrivo a Roma della sposa Duchessa di Genova, paragonandosi con i presenti altri tempi, accennavamo ad alcuni tra coloro che p(a)r le nozze di Maria di Wittelsbach con Francesco Duca di Calabria furono dal Re di Napoli Ferdinando II contraddistinti con gli ordini cavallereschi di San Gennaro e Costantiniano.
Ed è cosi che quindi indicavamo il Principe di Alessandria, che, come Sindaco di Napoli, andò pochi mesi dopo ad inchinarsi a Garibaldi trionfante.
Ora da persona, che può essere in grado di ripristinare sotto il vero punto di vista alcuni fatti di quell’epoca, che il pubblico e la storia poterono commentare men favorevolmente, siamo istruiti come il principe di Alessandria. Sindaco di Napoli nel 1860, andasse è vero ad incontrar Garibaldi in Salerno; ma perché si volle così evitare a Napoli il pericolo di una entrata guerresca e tumultuosa. Accordaronsi dunque a tale scopo il Principe di Alessandria come rappresentante della città di Napoli, ed il generale De Sauget, come capo della Guardia nazionale. Però, mentre che quest'ultimo nel colloquio con il Dittatore accettò dalle mani di costui il comando delle forze militari esistenti in Napoli, e ne fu più tardi ricompensato con il collare dell'Annunziata, il Principe di Alessandria rifiutò di coprire più oltre la carica di Sindaco, e nel vagone stesso che conduceva verso Napoli il Garibaldi, disse a questo che non facesse alcun assegnamento sù di lui. Il Principe di Alessandria fu insignito dipoi dal Re Francesco II dell’ordine di San Gennaro.
Siamo fortunati di potere quest’incidente storico ricollocare nel veritiero aspetto suo, anche perché ci assicurano che da allora la fedeltà del Principe di Alessandria verso il Re Francesco II si mantenne e perdura tuttavia invariabile.
(114) Qui non sarà fuor di proposito aggiungere quanto si scriveva all’Osservatore Cattolico di Milano (1415 marzo 1883) sotto il titolo:
La morte di Ferdinando II di Napoli
Rev. Direttore dell’Osservatore Cattolico.
Nella corrispondenza da Napoli pubblicata nel num. 56 del vostro giornale, si riferisce sulla misteriosa morte di Re Ferdinando II un particolare che mi riesce nuovo affatto, sebbene altre prodezze compiute dal Nunziante a danno del suo Re mi avessero già fatta concepire la stima che inerita. Sul fatto medesimo avevo già letto sulla pregevolissima opera del conte Ernesto Ravitti: Delle recenti avventure d’Italia, Vol. II, Parte II, quanto segue:
«Francesco duca di Calabria, primogenito di Re Ferdinando (poi suo successore) stava per impalmare Maria Sofia, principessa di Baviera, e da Trieste a traverso l’Adriatico doveva toccare il suolo napolitano a Manfredonia. Il di 8 gennaio 1859 Ferdinando li si dipartiva da Napoli per accogliere la nuora allo sbarco. Freddissimo più che d’ordinario il verno. Il giorno 9, frammezzo agli Appennini, i cavalli scivolando sul ghiaccio, fermò sotto Ariano, dubbioso se proseguire. Era Vescovo colà monsignor Caputo, per regio favore traslatatovi dalla diocesi d’Oppido, ove per male opere l’avean preso a sassate. Il Caputo si presentò al Re, supplicandolo vivamente di salire in Vescovado. Ferdinando non mai soleva desinare in casa d’altrui, pure alle istanze del Caputo si arrese, ed in casa di un Vescovo beneficato, stanchezza e opportunità lo indussero a sedere a mensa. Vi fu allora chi scorse al Vescovo in viso, e lo rammentò ben dappoi, un ghigno amaro. (De Sivo. Storia delle due Sicilie, Vol. II, pag. 392). La notte, Ferdinando, che fino allora era stato sanissimo e lietissimo, si senti male, ebbe brividi, dolori, insonnie, sconci sogni. Si spinse avanti ad Andria, sempre peggiorando. A Lecce dové porsi a letto; il male aggravò sempre. Ai primi di febbraio, trascinatosi fino a Bari, a gran fatica potè essere ricondotto a Napoli. Lungamente penato, venne a morte il 22 maggio 1859.»
Il medesimo autore a tale racconto fa succedere a piè di pagina la seguente annotazione: «Il Caputo fu il solo tra i Vescovi del mondo, che si rendesse degenere dalla sublime unanimità dell’Episcopato cattolico; di che fu rimeritato dal governo subalpino colla carica di Cappellano Maggiore di Napoli e col gran cordone dei Santi Maurizio e Lazzaro. Proclamò di voler cantare un Te Deum nella Basilica di S. Pietro in Roma per l’insediamento del Re d'Italia in Campidoglio e per la spogliazione finale della civile podestà dei Pontefici. 116 settembre 1861. all’invito di celebrare la funzione religiosa del giorno 8 di quel mese a Piè di Grotta rispose in iscritto (lettere stampate nel Nomade, giornale di Napoli, del 7 settembre); «Accetto l’invito, e la preghiera che farò a Dio sarà questa: Signore! Date lume al capo della Chiesa, che cessi d(:) proteggere in Roma il Re dei Briganti, Francesco II, e che una volta per sempre si ravvegga degli errori commessi con iscandalo di tutta la cristianità.» — (!!! Poi menò vanto di gradire la nomina a Presidente onorario dell’Associazione scismatica, delle tre decine di preti apostati italiani. Il 6 settembre 1862. un anno dopo la scritta della orrenda preghiera, mori in Napoli quale aveva vissuto...»
(115) Giornale Officiale, 25 maggio 1859. n. 115.
(116) Decreto del 3 giugno 1859. Giornale Officiale dello stesso giorno n. 122.
(117) Decreti reali dei 27 decem. 1858 e 18 marzo 1859.
(118) Decreto reale da 16 giugno 1859 pubblicato nel Giornale Officiale dello stesso giorno, n. 132; quivi è anche l’altro decreto reale della stessa data col quale si ordina: sia tolto ogni impedimento perché quei sudditi che per le politiche turbolenze del 148 e 1849 si trovano compresi nelle liste degli attendibili possano ottenere carte itinerarie e fedi per ascendere ai gradi dottorali, e perché possano essere scelti ai pubblici uffizii.
Nell’esordio di questo decreto si spiega che cosa fossero gli attendibili: cioè quei sudditi che, compromessi nelle politiche turbolenze 1848-1849, sono sottoposti a sorveglianza di polizia, che ne ha nota nei registri.
(119) Il Decreto de' 16 giugno (Gior. Offic. della stessa data) contiene tale indulto pe’ reati comuni che diminuisce di anni tre tutte le pene criminali in atto di espiazione, e condona le pene correzionali. Altri indulti sono registrati nel Giornale Officiale del 20 detto mese.
Dei 15 del mese istesso è il decreto che benefica le classi bisognose, facendo loro restituire tutti i pegni esistenti ne’ banchi, cassa de' privati, sino alla somma di ducati due per ognuno.
(120) Estratto dalla collezione delle Leggi del Regno delle Due Sicilie, primo semestre 1859, pag. ¿66 e seg. dal Giornale Officiale.
(121) Nel corso della rivoluzione di Sicilia ed in servizio della invasione straniera vedremo fra poco figurare parecchi dei suddetti amnistiati.
(122) L’emigrato napoletano Gennaro Sambiase, Duca di S. Donato, pubblicava nei diarii piemontesi una sua lettera all’Erede della Corona delle Due Sicilie quando era gravemente infermo il Re Ferdinando II. Gli argomenti che svolgonsi in siffatto documento vanno raccolti per la storia delle evoluzioni dei faziosi napoletani, e sono da coordinarsi colle idee manifestate in Torino dal famoso Poerio i cui atti riporteremo in seguito. (Codesta lettera è messa in luce dal Movimento di Genova 20 aprile 1859, supplemento al n. 110.)
Gl’incarti che abbiamo tra mani notano:
«É probabile che tale lettera non siasi mai fatta leggere all'augusto personaggio cui era diretta. Veramente non sembra che meritasse tanto; checché ne sia, eccola tutta intera con qualche appunto aggiuntovi da noi:
«Principe,
«Vi sono nella vita de' popoli, come in quella delle dinastie, momenti solenni, occasioni propizie che ove si afferrino, rendono gli uni avventurosi, e circondano d’immensa fama le altre. — La fortuna, gli uomini, gli avvenimenti, o Principe, vi porgono il destro di questo momento solenne per l’Italia e per la civiltà. Deh! non lasciategli sfuggire nello interesse della Vostra Casa, e pel bene di nove milioni e più di uomini, i quali altamente reclamano di essere anzi tutto Italiani e di voler propugnare dal canto loro la causa della indipendenza. (Abbiamo ripetutamente, e con documenti veduto in che modo questi nove milioni di uomini accogliessero i campioni della così detta indipendenza e le loro idee.) — V. A. R. è chiamata a regnare, e trova in vigore sistemi funesti al paese, all’Italia, e sui quali la storia, e non io, ha già portato il suo giudizio, (e lo porta in fatti ora che svaniscono le illusioni e scuopronsi gli inganni.) — Voi trovate vacillante il trono, deserta di ogni vero affetto la reggia; (I!) avvilite ed oppresse le popolazioni; immorale e corruttrice l’amministrazione; servile ed ignorante la magistratura; negletta la istruzione pubblica; nullo il commercio(?!.); infame la polizia; rotte le relazioni diplomatiche con i due governi più civili (e più rivoluzionarii) di Europa; ogni cosa insomma avviata nel Regno a sempre più dividere pro fondamente il Re dal popolo, e diretta a rovesciare in un istante opportuno il Trono. (Dopo i documenti da noi recati parranno incredibili simili affermazioni! ma la rivoluzione vive di menzogna).
«Da un altro lato, o Principe, V. A. R, vede l’augusto Vittorio Emanuele benedetto da' suoi popoli, acclamato da tutte le genti italiane, (ingannate o settarie) seguire fedelmente una politica Nazionale, e calcare con somma lealtà le vie dell’ONORE e del progresso fra gli applausi e l’ammirazione di tutte le nazioni del mondo (pervertito e corrotto). — Or fra questi due sistemi, fra il passato Governo delle Due Sicilie, ed il presente di Vittorio Emanuele, la scelta vostra non può essere incerta e dubbiosa, se ponete mente, come è necessario il cancellare tristi memorie, asciugare tante pubbliche e private lagrime, ristorare tanti danni e ringiovanire l’antica pianta della Vostra Real Casa. — Carlo III il primo de' Borboni che regnò sulle Due Sicilie,, non solo fece il bene dei popoli, e li guidò verso un grandioso incivilimento, ma seppe rendere gloriose le nostre armi, (e Ferdinando II no?) e benedetto il suo nome dagli Italiani, battendo l’Austria a Bitonto, e scacciandola dal regno nella famosa battaglia di Velletri nel 1744. —
«Principe!
«A che non continuare le nobili tradizioni di Carlo III sia negli ordinamenti civili, sia nella politica esterna? L’Italia, o Principe, vuole essere indipendente, e lo prova anche oggi il concorso di migliaia e migliaia di volontarii a Torino, a cui sovente fanno scorta fortissime madri e canuti genitori; lo prova l’entusiasmo sublime che si manifesta nelle sue cento città, e nelle campagne; lo provano migliaia di martiri, tanti sacrificii, le abnegazioni di tutti. (Entusiasmi che ormai tutti sanno quali fossero e come suscitati) —L’Italia (ossia la frammassoneria) adunque co’ fatti si accinge ad essere indipendente scegliendo a suo campione Vittorio Emanuele. Or potrebbe convenire a Voi, che pur sentite scorrere nelle vene il sangue di Casa Savoia, di non congiungere la vostra spada a quella del primo soldato delle guerre della indipendenza, del Re CAVALIERE? L’onore nazionale, l’interesse proprio, e l’obbligo che come nato in Italia, e presto Re di nove milioni e più d’Italiani (ma Ferdinando II, sebbene infermo, non era tuttora nel fiore dell’età!) vi impongono, o Principe, di entrare francamente nelle vedute della generosa politica del Piemonte. (quella d'impadronirsi della roba altrui) — Tutto in fine vi spinge a poter lacerare la pagina del passato, e a dettare quella del futuro. Il passato, o Principe, è tremendo per la vostra Dinastia. Voi però non ne rispondete; ma siete responsabile dello avvenire. Esso è nelle vostre mani, e vi si appresenta raggiante di gloria, di prosperità e di splendore, se vorrete approfittarne (e se farete a modo della setta). Esiterete voi nel ripudiar l’uno, nello afferrar l’altro?
«Ricordatevi che, sebbene innocente, il passato ha scosso il tro;. o dalle fondamenta, e che l’avvenire di una politica nazionale consoliderà il trono, riabiliterà la dinastia, e ridonando all’Italia con la vostra valevole cooperazione la bramata indipendenza, vi preparerà immortali corone e gratitudine santissima (come quella con cui fu ripagato Pio IX e gli altri Principi italiani!) — Le popolazioni delle Due Sicilie domandano, o Principe, che il Governo sia condotto a rispettare le leggi, che la giustizia ripigli i suoi diritti, e che abbia fine l’arbitrio; che le Costituzioni fondamentali del Regno, date, giurate ed esistenti, siano richiamate in vigore. — Le popolazioni (quali f) domandano finalmente che siano chiamate a concorrere con tutti i potenti mezzi di cui a dovizie dispone il paese, alla vicina guerra contro l’Austria. — Possano, o Principe, queste mie povere parole farsi strada fino a Vol. Io non le avrei scritte se non avessi la ferma speranza che troveranno un eco nel vostro giovane cuore. —
«Torino 16 Aprile 1859
G. S. DI SAN DONATO (*)
* Confrontando le parole del San Donato con i documenti di sopra riportati, si può affermare che, oltre la simulazione, vi è nella politica del governo di Torino un elemento che non si sa come qualificare: dal che si può giudicare quali disastri sovrastassero al Governo napolitano per opera del Piemontesi quale agiva e scriveva diplomaticamente in una cosi flagrante contraddizione e malafede! Recheremo in seguito copiosi documenti su tale proposito, fra i quali la lettera dal 15 aprile 1860 diretta da Vittorio Emanuele a Re Francesco II.
(*)Un altro emigrato, socio dell’autore di questa lettera, il Tofano, nel suo libro più volte citato nel presente lavoro, ride del fanatismo di alcuni emigrati compromessi pei falli del 1848 che egli dichiara tramontali per sempre, privi d’influenza sul popolo, inchinevoli a tutti i partiti, incili ad ogni combinazione, ecc.
(123) Importanti atti governativi si discussero mentre Francesco II era ancora Principe ereditario. Onora altamente il suo intelletto la pubblicazione di 19 atti legislativi sulla vera attuazione della indipendenza ecclesiastica. I sovrani decreti del 6 aprile, 18 maggio, 3 giugno e 7 luglio 1857, e i Reali decreti dei 18 e 27 maggio dell'istesso anno rendono sempre più libera l’azione della Chiesa nella sua divina missione e nell’amministrazione del suo patrimonio. Tolgono ogni impedimento laicale all’esercizio giurisdizionale canonico degli Ordinari! diocesani. (Vedi il testo di tali atti alla fine di questa Prima Parte del Secondo Volume.
(124) Questo documento è riportato nell’originale idioma francese (tuttoché il Governo di Torino si spacciasse italiano, anzi solo italiano) dal Bianchi, ivi, pag. 84.= Fatto il confronto del tenore di esso con la beffarda lettera scritta dal medesimo Cavour a 6 ottobre 1860 per congedare il rappresentante Napolitano da Torino, non vi è cuore onesto che possa trattenersi dal ripetere col Salmista: Quid gloriaris in malitia qui potens e in iniquitate? Psal. 51.
(125) Recheremo in seguito la lettera di costui sugli importanti atti della propria gestione.
(126) Giornale Officiale delle Due Sicilie 1859.
(127) Bianchi, ivi, pag. 63, dove promette di pubblicare a tempo più opportuno l’onorato nome di colui che, facendo da spia nella real corte di Napoli, riferisce a Cavour la notizia confidenziale. Nello sconvolgimento generale di idee e di cose altro non mancava che esaltare come onorato il nome di un traditoti, che nella casa del proprio Principe esplora lo segrete notizie per riferirle ai suoi nemici.
(128) Il programma di questo nuovo Ministero riguardo all’Italia è sviluppato nel discorso di Lord Russel innanzi agli elettori della City: «Quando verrà il momento io cui le parti belligeranti si mostreranno disposte a dar termine a questa lotta distruggitrice, allora l'Inghilterra avrà il dovere di dare consigli di tal natura da portare una pace onorevole fra tutte le parti, una pace fondata su le migliori speranze per la indipendenza e per la libertà d’Italia. Non si poteva meglio giudicare sul merito dei due ministeri Derby e Palmerston di quello che ha fatto il signor Saxon, segr. del comitato degli affari esteri di Preston in un suo esame critico pubblicato nel diario inglese The Free Presse, 6 7bre 1868; dove, essendo riportate gravissime sentenze sulla politica del suddetto ministero Palmerston in ordine al reame delle Due Sicilie se ne reca una copia dell’originale inglese con la versione italiana a fronte, a pag. 1266 RA. carta alligata.
(129) Ecco il testo de' citati articoli:
«Art. 245 Leggi penali: Il parroco e sottoparroco o chi ne fa le veci, il quale contravvenga all’articolo 81 leggi civili, sarà punito col secondo grado dello esilio correzionale e con l’ammenda correzionale.
«Art. 81. Leggi civili: Il parroco dovrà ricusarsi a celebrare il matrimonio senza la esibizione dell’atto di solenne promessa fatto innanzi all’uffiziale dello stato civile, avvertendo i futuri coniugi che senza questa promessa, il matrimonio non produrrebbe gli effetti civili.
(130) Veggasi il quadro prospettivo che segue la pag. 299 della relazione Paci.
(131) Nel 1881 Ischia andò s ghetta ad altro terremoto; ma minore di questo.
(132) Lo deponga nelle mani del proprio Parroco, dal quale sarà versato nelle Nostre, ed una commissione di scelti Ecclesiastici e laici procurerà di provvedere a seconda dei bisogni.
(133) Abbiamo già disposto un solenne funerale per le innumerevoli vittime.
(134) Allude al Colera che desolava in quel momento l’Egitto.
(135) L'Osservatore Romano raccoglieva ii seguitola somma complessiva 'li L 1,775. e La Voce della Verità, altro foglio romano, L. 15,50.
(136) Sua Ecc.za R.ma Mona. Arcivescovo ha fatto pubblicare il terzo e ultimo rendiconto dei sussidii, che ha ricevuto ed erogato a favore dei danneggiati. La somma incassata è di Lire 296,419. 33; quella erogata è di L. 278,581. 89. Avanzano L. 17,837,53, destinate al mantenimento degli orfanelli.
Questo quanto alla commissione arcivescovile; ché quanto a quella governativa, abbiamo il seguente:
— La France pubblica un articolo d’un suo redattore, il quale visitò Ischia e ne ha viste le miserie. Egli, dopo aver detto che il sindaco gli affermò che non s’ebbe che una minima parte di quattro milioni raccolti, chiede al Comitato parigino di soccorso per Ischia che rivendichi i suoi 150,000 franchi per distribuirli esso stesso!.... —
(137) Nicomede Bianchi: Il Conte di CAVOUR. — Ravitti: Delle Recenti Avventure d'Italia.
(138) Nicomede Bianchi, loc. cit.
(139) A. P. pag. 720 e stampa alligata.
(140) Come fosse matura Iodico la lettera di Felice Orsini da noi recata. La rilegga il lettore. Vedi il presente volume, Parte I, pag. 24.
(141) La Verbanella.
(142) Dall’opera I miei tempi di Angelo Brofferio. Vol. X. capo XCIX (Torino novembre 1859 tip. Nazionale.)
(143) Questo discorso, secondo l’Umanità di Locarno del 31 luglio 1858 fu pronunciato, non già alla Verbanella, ma nell’albergo della Corona, ove il Cavour fermossi alcune ore ne) ritorno dalla Villa del Brofferio, e vi fu onorato di una serenata con fiaccole. Il giornale sovracitato stampo altresì la risposta del Cavour del seguente tenore: «Le vostre nobili e generose esternazioni mi commuovono l'animo di vera gratitudine. In tutte le parti della Svizzera, da me ora percorse ricevetti attestazioni di simpatia per il mio paese natio; a Ginevra, a San Gallo, ed anco nell'austero Grigione, tutti mi hanno manifestato i sentimenti di fratellanza. Voi li dimostrate ancora più vivi, perché Svizzeri, è vero, ma Italiani. Comune abbiamo la lingua, gl'interessi commerciali e politici; commerciali per lo scambio dei prodotti agricoli ed industriali; politici pel regime costituzionale del Piemonte, che si avvicina e tende ad armonizzare colle vostre istituzioni repubblicane. Sono lieto di poter portare al mio paese la fausta novella delle vostre esternazioni di simpatia per la prosperità del nostro Stato e per il buon esito della questione nazionale ora promossa, il di cui mandato venne a me specialmente conferito e che mi propongo di indefessamente adoperarmi pel suo felice risultato» (Evviva)
(144) Nicomede Bianchi loc. ci t. pag. 65.
(145) Nella sua opera edita in Torino 1858 intitolata : La nuova lega italiana, progetto di unificazione per fondare l'Impero italico. cap. 3, pag. 39. (Mem. dell'Armonia 2. 218.)
(146) Epistolario ecc. Tom. 2. pag. 42.
(147) Ivi, Tomo 2. pag. 55.
(148) La parola accettato è autografa di Cavour, che la scriveva nella notte del 19 ottobre 1858, e riteneva l’originale presentatogli dall’autore La Farina. (Nota alla pag. 81 del tom. Il dell'Epistolario succitato.)
(149) Vedi l’art. del Tambler, luglio 1859, pag. 247. R. A.
(150) Nicomede Bianchi. Il Conte di Cavour, pag. 62 e 63.
(151) De la Rive, pag. 392.
(152) Nicomede Bianchi, loc. cit. pag. 63.
(153) Con decreto reale degli 8 aprile 1848 il Re di Napoli affrettavasi a spedire, ministri plenipotenziarii per trattare la lega italiana, a Roma. il principe di Colobrano e Leporano, Biagio Gamboa, Casimiro de Lieto, e duca Proto, il mandato dei quali era di stipulare: che la lega avesse dieta federale di rappresentanti dei parlamenti de' varii Stati d’Italia (non compreso, ma neppure escluso quel di Sicilia) e fosse competente a decidere ogni questione nazionale, e di provvedere alla guerra la cui direzione si lasciasse al Re Sardo entrato in campo R. A.
(154) Come più importanti di tutti abbiamo citati i due opuscoli anzidetti; ben altri però contemporaneamente se ne pubblicavano in Francia sulla stessa materia, mercé i quali si voleva persuadere bellamente l’Austria a ritirarsi dall'Italia, e fare alla vigilia di una battaglia ciò che appena si farebbe il giorno appresso di una sconfitta. I titoli di tali pubblicazioni sono: «1. L’avenir de l’Europe di Federico d'Hainault. 2. Un congrès et non la guerre. 3. La guerre, di Emilio de Girardin. 4. Italie et Frane. 5. La fois de traites, les puissances signataires, et l’Empereur Napoléon III. 6 La guerre c’est la paix di Anatolio de la Forge: 7 Manin et l’Italie. 8. La paix et l’Opinion, di Felice Ribeyre ecc. ecc. — In Italia restano quasi ignoti tutti codesti sforzi officiosi che gli stranieri facevano per ingerirsi de' fatti interni della penisola appunto in un’epoca nella quale s’inventava e predicava il principio del non intervento, e si gridava, che l'Italia deve essere regolata dagli Italiani!»
(155) Parmi strano a taluno ignaro delle segrete cose della setta, che il Principe Napoleone tanto si riscaldasse per la cosi detta causa italiana. Egli à che nello stesso modo che il suo imperiale cugino, si trovava impigliato nei legami della Giovine Italia. A questo proposito mentre scriviamo ci cade nelle mani un interessante articoletto del giornale Il Fanfulla, che tiene luogo di buffon di Corte al Quirinale, e che spesso ne ha in contraccambio preziose rivelazioni. Trovandosi adunque in Roma il famoso Principe, scriveva per così dire sotto i suoi occhi il seguente aneddoto:
— Sono in vena di aneddoti, e ne regalo un altro autenticissimo ai miei confratelli della stampa su G. Mazzini»
Ve lo racconto come lo ha raccontato, sere sono in una casa di Roma il Principe Napoleone Gerolamo, che ci ebbe una parte.
Poco dopo il famoso colpo di stato, la polizia del Principe-presidente, sapendo che Mazzini era a Parigi, lo cercava attivamente e lo cercava sul serio: non per soddisfazione dei governi esteri, come fece spesso la nostra. — In quell’occasione il Principe Napoleone, che non era in odore di santità presso il cugino, futuro Imperatore, si vide un giorno sul Pont au Change venir incontro uno sconosciuto che gli cacciò un bigliettino fra le dita e si allontanò rapidamente. — Il Principe si sapeva pedinato e non cercò di scoprire il messaggiere, lesse però il biglietto che era firmato G. M. e che conteneva queste parole all’incirca: Sono nascosto; vorrei andarmene, mi fido di voi; venite da me domani e mi direte se potete aiutarmi. Il carattere e la firma della lettera non lasciarono alcun dubbio al Principe. Era proprio la scrittura di Mazzini, il quale gli indicava, come luogo d'appuntamento, una casa situata precisamente in faccia all’Eliseo, residenza del Principe-presidente!!! All’ora fissata il Principe andò all'appuntamento. I dintorni dell’Eliseo erano una vera caserma: soldati, agenti, gendarmi vegliavano assiduamente intorno alla dimora di Napoleone III che attraversava uno dei periodi più avventurosi della sua avventurosissima esistenza. — Appena il Principe fu entrato nella casa, gli si presentò davanti un gendarme. — Quadro! — Sono sorpreso, son caduto in trappola, pensò il Principe, e stava perplesso, quando il gendarme, prorompendo in una risata gli dice: Non mi riconoscete? Nuovo quadro. Era Mazzini che per sfuggire alla polizia faceva da forza pubblica. Si parlarono: e pochi giorni dopo, grazie al Principe, Mazzini potè mettersi in salvo! —
(156) Costitutionnel 4 gennaio 1859.
(157) Moniteur 7 gennaio.
(158) Si vedrà che queste parole sono riprovate nel parlamento inglese. Vedi R. A. pag. 48 cap 1.
(159) Correspondence respecting the affairs of Italy January to may, p. 5.
(160) Vedi R. A. p. 518554.
(161) Vedi Correspondence ecc. ivi pag: 12.
(162) Per le evoluzioni della politica inglese dal 1820 al 1860, vedi R. A. doc. in nota. pag. 712 cap. Vili, n. 8.
(163) Vedi il presente volume lib. II. Cap. 1. Parte I. E’ curioso di notare qui una volta di più l’incoerenza e la contraddizione del grand'uomo di Stato, CAVOUR. Rileggansi le lettere a Vittorio Emanuele e a La Marmora dopo il colloquio di Plombières, nel cap. I, lib. Ili (per errore detto II) parte II. di questo volume; e poi si legga il seguente brano della Lettera 493, che togliamo dal vol. II, delle Lettere edite ed inedite del Conte Cavour, pag. 272.
«Al Comm. Avv. Urbano Rattazzi (Ministro Interni) Torino
«Torino, 15 Settembre 1857
Caro Collega,
«Le trasmetto una lettera che Villamarina mi ha mandato da un corriere. La sola parte interessante è quella che si riferisce alle intensioni matrimoniali del Principe Napoleone. Ove a queste si dasse seguito, potrebbero nascerne serii inconvenienti. Avrei pensato ad un mezzo per antivenire questo pericolo. Consisterebbe nell’incaricare Bixio di cercare destramente a dissuadere il suo amico dal ricercare la mano della nostra Principessa. Gli si potrebbe insinuare che la figlia primogenita di Casa Savoia non può sposare se non un principe chiamato al trono.
«Un tale incarico non può essere dato per iscritto; vuole essere conferito a voce. Epperò, se il mio ritrovato fosse riconosciuto accettabile, bisognerebbe spedire a Parigi il buon Castelli, da Bixio molto amato. Penso che questa gita gli riuscirebbe più gradita di quella testé compiuta in Sardegna...
«Villamarina ha fatto bene di mettere sotto gli occhi del Re l’articolo dei Débats, che è redatto in modo da lusingare il suo amor proprio.»
(164) Quanto alla mano occulta che spingeva in quel momento, e spinge tuttora le cose del mondo alla ruina, giova ricordare quello che il conte Giuseppe de Maistre — uno dei più profondi pensatori dei tempi moderni —scriveva fino dal 1811 da Pietroburgo al Cavaliere (V. Lettera 51, Edizione di Bruxelles):
«… Io non ho ancora potuto conoscere con certezza se questa setta sia realmente organizzata in una società propriamente detta, che abbia le sue leggi, i suoi capi; ovvero sia solamente l’effetto dell’accordo naturale di una moltitudine di uomini che vogliono lo stesso scopo; ma l’attività di essa è incontestabile, sebbene non si conosca pienamente il motore: la scaltrezza di questa setta nell’ammaliare i governi, è uno dei fenomeni più terribili e più straordinarii che siansi veduti nel mondo.
«Pregato da un comune amico io ho analizzato accuratamente e decifrato una memoria diabolica, scritta in latino con infinita scaltrezza, dai Russi affatto incompresa. Era un piano di studii insidiosissimo, lo ne fui ringraziato; ma lo stesso ministro che mi ebbe fatto pregare di tradurlo, mi ha già dichiarato più di una volta che egli stesso ne è trascinato come gli altri; che tutto cammina ad una catastrofe generale, nella quale chi dovrà perdere di più è colui stesso che l’affretta. —
(165) Nota diplomatica, 19 aprile 1859 accennata nelle date memorabili della storia moderna, pag 32.
(166) Il lettore farà bene di rileggere qui il confronto tra il governo degli accusati e quello degli accusatori. Vol. I. Parte I. lib. I. pag. 230.
(167) Questo documento non fu riconosciuto degno da Nicomede Bianchi, (storico ufficiale del Governo massonico italiano), di figurare nella sua Storia documentata della Diplomazia Europea in Italia, Lo abbiamo cercato invano nei suoi grossi Volumi. Ma è cosa che accade talvolta all'esatto raccoglitore.
(168) Epistolario di Giuseppe La Farina tom II. pag. 137.
(169) Marito d’una Bonaparte, suicidatosi perché incaricato (fu detto) dalla setta di assassinare Napoleone III.
(170) Anuaire du Deux ¡fondu, 1859, pag. 974.
(171) «Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour, raccolte ed illustrate da Luigi Chiatta, ecc.» Vol. II. pag. 371.
(172) Rileggasi quel che ue abbiamo detto nel Vol. I, Parte l(a). pag. 172.
(173) «La Campagna d’Italia del 1859, cronache della guerra, del Barone di Bazancourt, chiamato dall’Imperatore Luigi Napoleone all’Armata d’Italia. Venezia. Prem. Tipografia di Gio. Cecchini 1859.»
(174) Vedi vol. 1, part. l. pag. 98, e seg.
(175) Si riferisce all'ultimatum dell'Austria.
(176) Li aveva ben prepararti un anno prima lo stesso Cavour con Napoleone III a Plombières! E’ bene abbia presente il lettore le lettere di Cavour a Vittorio Emanuele e a La Marmora dopo quel famoso colloquio. Vedi pag. 920 e aegg.
(177) Nicomede Bianchi: La Politica di Massimo d'Azeglio dal 1848 al 1859. Torino. Roux e Favale 1884, pag. 264 e segg.
(178) Questo dispaccio un po oscuro, pare doversi interpretare nel modo seguente: «C’est un bonheur que vous preniez du temps afin de réfléchir. On peut admettre que nous jouions notre va-tout pour le fond de la question. Mais pour ce qui concerne les formes à donner à notre Jeu il v a une terrible responsabilité à assumer.» (nota del Bianchi).
(179) Relativamente al disarmo, al quale dapprima il conte Cavour era contrario di dare l’assenso della Sardegna, ma che poi assenti. (Nota del Bianchi.)
(180) Il Conte di CAVOUR. (Nota del raccoglitore Ausonio Franchi).
(181) Non ha data; ma dev’essere del 23 o 24 dicembre 1858, come rilevasi dalla lettera seguente di La Farina a Medici.
(182) E in un altra lettera, senza data, ma posteriore di qualche giorno, aggiungeva;
«Se questi giovani potessero indugiare sino alla fine di febbraio o ai primi di c marzo, il governo li accoglierebbe apertamente. Insomma si vuole evitare una dichiarazione di guerra nel gennaio o nel febbraio. Il suo zelo intelligente non ha bisogno di altre spiegazioni.
«E’ vero che Garibaldi è stato qui; è vero che agisce tutto d'accordo con noi, e che avrà una parte principale nella grande impresa alla quale ci apparecchiamo. Le cose del resto vanno benissimo; ottime notizie delle Romagne, delle Marche, della Sicilia, ed anche di Toscana. Anche a Napoli si destano dal lungo e vituperoso sonno. Qui si proseguono gli apparecchi. Altri due o tre mesi, e l’Europa vedrà se siamo buoni a qualche cosa. Freni gl’impazienti e sproni gli infingardi.»
(183) CAVOUR. (Nota del raccoglitore).
(184) Due giorni appresso gli scriveva:
«Preme moltissimo avere giorno per giorno notizie dell’arrivo delle truppe austriache a Pavia. Lodi, Cremona. Io ho pregato gli amici di quelle città; ma prego anche caldamente codesto comitato.
«Le notizie che desideriamo non sono di voci vaghe, ma di fatti positivi.»
(185) Senza data, ma del gennaio 1859. (Nota del raccoglitore).
(186) Erano state concertate fra lui è Cavour; il quale gli avea in quei giorni mandata una nota (senza data e senza firmi) di questo tenore:
«Si desidera l’opinione del signor La Farina sul seguente progetto:
«Il tempo di agire in Toscana è giunto. Bisogna però per ora evitare non solo una rivoluzione, ma altresì il menomo conflitto fra i liberali ed i soldati.
«Bisogna ordinare l’agitazione in modo che l’avvenire rimanga intatto; che si fondi più sopra idee di nazionalità e d’indipendenza che sopra principii di li berta: che sia tale che tutti i liberali, a qualunque frazione appartengano, possano accettarla senza tradire l’onore militare (1?).
«Quindi dovrebbesi chiedere:
«Scioglimento di ogni trattato coll’Austria;
«Unione del Governo toscano col Governo piemontese per promuovere coi mezzi diplomatici, e in difetto anche colle armi, la causa della riforma delle condizioni d’Italia, e dell’Indipendenza d’Italia.
«Procedere prima per via di petizioni, e di dimostrazioni poi.»
(187) E il buon Malmesbury temeva che Napoleone III non fosse pi eparato!...
(188) Senza data ma probabilmente del febbraio 1859.
(189) Non ha dato, ma rilevasi dalla lettera seguente di La Farina a Mazzi che fu il 1 o il 2 mazzo.
(190) Sono quelle già da noi a suo luogo recate. (Vedi pag. 87, e seguenti).
(191) Ebbene che il lettore abbia presente quel che dicemmo di questo fatto nel presente volume, lib. II, cap. 2. pag. 154. e seguenti.
(192) Senza data, ma probabilmente del marzo 1859. (nota del raccoglitore.)
(193) Questa lettera nella raccolta dell’Ausonio Franchi porta la data del 2 aprile; ma a noi sembra ciò sia per ¡sbaglio, non essendo i Francesi scesi ancora in Italia a quella data.
(194) Era in quei giorni R. Commissario per la difesa del Lago Maggiore.
(195) L’autenticità della Lettera in discorso venne perfettamente posta in sodo nel Times del 25 settembre 1883, dall’autorevole corrispondente di Roma di quel giornale (Cavour's Letters. Rome, Sept. 18). — Chiala: Lettere edite ed inedite del conte di CAVOUR. Vol. III, pag...
Lettere di G, CAVOUR.
(196) L’eventualità di una cessione della Savoia alla Francia, nel caso di una cooperazione armata di questa potenza col Piemonte per scacciare gli Austriaci dal Lombardo-Veneto, venne, nei tempi recenti, posta innanzi per la prima volta, sa ben rammentiamo, dell’Anonimo Lombardo (Luigi Torelli) ne suoi Pensieri sull'Italia, scritti nel 1845, e stampati nel 1846.
Nel medesimo anno Giacomo Durando nel suo saggio politico-militare della Nazionalità italiana (Losanna. tip. Bonamici e comp.), non solo discorse della eventualità anzi detta; ma affermò le provincie della Savoia e del Nizzardo non essere «italiane né per situazione né per tendenze (pag. 88.)» e neppure «indispensabili alla nostra difesa (pag. 89).» Nel riparto da lui ideato delle tre regioni italiane, in Italia continentale, peninsulare, insulare, Nizza e Savoia erano assegnate alla dinastia toscana o ai regnanti di Lucca.
Per quanto concerne il conte di Cavour, sin dal 1847, egli aveva divinato i futuri destini della Savoia, compiutisi dipoi nel 1860 (Lett. XCIV. vol. I.). ed era perciò, preparato alla interrogazione fattagli dell’Imperatore. Le ragioni, per le quali egli non mosse obbiezioni (rispetto alla Savoia) furono dette con molta autorità e precisione da un antico amico del Cavour medesimo, il conte d'Haussonville, nel pregevolissimo suo scritto: M, de Cavour et la Crise italienne, pubblicato nella Revue des deux mondes del 15 settembre 1862. Le riproduciamo:
«…. Malgré l’ardeur passionnée avec laquelle il avait sollicité le secours indispensable de la France, si persuadé qu’il fût qu’il avait en cela fait acte de politique sensée et de bon citoyen, le hardi conseiller de la petite monarchie sarde, par tradition de famille et par caractère, était de trop vieille race piémontaise pour ne pas s inquiéter un peu (au moment même de s’en servir utilement pour son pays) du redoutable allié qu’ il avait appelé à son aide. Il avait consenti à paver le prix du service en nature, c’est à dire en belles et bonnes provinces appartenant de date immémoriale à la Monarchie sarde; mais il ne voulait pas être entraîné à le paver plus cher encore, c'est à dire par une dépendance trop absolue et une vassalité trop complète. A’ ce point de vue, la cession de Nice et de la Savoie, conditionnellement et secrètement convenue (quoiqu’ il prévit bien qu’ un pareil sacrifice lui serai amèrement reproché) ne lui déplaisait pas. Dans sa pensée, elle l'exemptait d'une trop lourde reconnaissance, elle rétablissait Jusqu’ à un certain point l’égalité entre les contractants: elle liait la France, elle l’obligeait, par le profit même qu elle en retirait, à maintenir et à défendre le nouveau royaume qu’ il s’agissait de fonder. (Nota del Chialla)
(197) V. Lettera CCCCXCIII. vol. II. psg. 272.
(198) Nella gita a Torino effettuata nel giugno 1858. Vedi vol. II. pag, CCXCI.
(199) Nel 1879 l'enfant de deux ans aveva raggiunto i 23 anni, e diveniva per conseguenza un soggetto pericoloso per le mire ambiziose dello zio. e»eri e ¡lenii della framassoneria. che forse vide il figlio di Napoleone III frutto dalla orribile catastrofe del padre, un poco docile (Strumento. s non un aperto avversino.
Il fatto si è che il 1 di giugno del 1879, l’Inghilterra essendo in guerra contro gli Zulu nell’Africa Meridionale, l'infelice Principe ebbe la triste idea di prendere parte a quella guerra selvaggia, e poco dopo il suo arrivo, in una ricognizione fatta con poca scorta fu sorpreso datili Zulu e barbaramente trucidato. Ecco i dispacci che annunziarono il lugubre avvenimento.
Londra 10 giugno ore 2,30 ant. — Si ha dal Capo in data del 3 corr.: «Il Principe Luigi Napoleone è morto. Il primo corrente il Principe, accompagnato da parecchi ufficiali, lasciò il campo del generale Wood per fare una ricognizione. Essi discesero da cavallo in un campo di frumento presso il fiume Volovosi. Gli Zulu sopraggiunsero nascondendosi tra il frumento ed uccisero il Principe e due soldati. I loro corpi furono ritrovati… Lord Sidney si recò a Chislehurst per dare questa triste notizia alla imperatrice Eugenia.»
Secondo un telegramma del Temps il governo inglese avrebbe ricevuto un rapporto confidenziale, e che terrebbe segreto, sulla morte del Principe Napoleone, lord Chelmsford, comandante dell’esercito inglese contro gli Zulu, annunzia che fu aperta una inchiesta sulle circostanze della morte del principe. Un altro d spaccio da Capetown del ¡6 giugno aggiungeva: «Il luogo tenente Carey sarà sottoposto ad un consiglio di guerra.» Però questo luogo tenente al quale si attribuiva l’abbandono del principe in faccia al nemico, venne poco stante assoluto e perfino ricevuto dalla infelicissima imperatrice Eugenia! Checché eia di ciò la morte del Principe imperiale era predetta cinque anni prima da una pia donna, ancor vivente in Alsazia, ed ecco una nota autorevolissima che ci viene gentilmente comunicata sull’autenticità e di ciò che vi è detto noi siamo in grado di dare le più assolute assicurazioni.
«La pia donna, vi è detto, ebbe in visione il Principe imperiale nuotante nel proprio sangue trafitto in mezzo a gente seminuda. Vide come egli soccombesse non giù in una guerra ordinaria ma in una specie di agguato. lu un secondo quadro profetico, vide uomini dall’aspetto sinistro seduti a mensa bere e mangiare. Poi tutti fecero un giuramento, ed Ella comprese che giuravano la morte del Principe imperiale, aggiungendo esser quella una adunanza di frammassoni. Queste cose, aggiunge la nota autorevole che abbiamo sotto gli occhi, furono raccolte da parecchie persone degne di fede; ma come in quell’epoca nessuno credeva alla possibilità della loro realizzazione, poco se ne occuparono; e fu solo cinque anni più tardi all’epoca del dramma sanguinoso che si svolse presso i Zulu che esse rammentarono le suddette visioni.
(200) Sorella di S. A. R. il Principe di Carignano, nata il 29 settembre. Sposò Carlo Ferdinando, Principe Reale delle due Sicilie. Conte di Siracusa.
(201) Il devota autore della Circolare del 1848 ai Parroci del Regno. (Vedi questo Vol. pag. 75). Peccato che non sottoscrivesse anch’egli il famoso Memorandum del 1859!
(202) Ravitti: delle recenti avventure d’Italia. Cap. XIV, pag. 303.
(203) Dispaccio telegrafico iti cifra pervenuto al barone Brunnow in Londra nel mattino del 19 aprile.
(204) Bazancourt: La Campagna d'Italia del 1859. Documenti.
(205) Diamo questo documento secondo la versione italiana fattane dai giornali officiali del regno Lombardo-Veneto.
(206) Si rilegga su tale proposito quel che dicemmo a pag. 23, vol. 1, Part. 2. Cap. II, «Il Governo sardo e il viaggio Imperiale».
(207) Lo stato deplorevole in cui è ridotta Venezia dopo l’invasione piemontese giustifica questa asserzione.
(208) Lo vedremo tra poco.
(209) Vedi di nuovo le lettere di Cavour a Vittorio Emmanuele e a La Marmora.
(210) Cantù: Cronistoria, Vol. III, pag. 214.
(211) Se ne avvide l’infelice nella guerra colla Prussia nel 1870!
(212) Bayard De Volo. — Vita di Francesco V. Cap. 51.
(213) Bayard De Volo: Vita di Francesco V. Tom. III. pag. 9. e segg.
(214) Vedi il Vol. I. di queste Memorie. Introduzione.
(215) Bayard de Volo. Loc. cit. Cap. LII, pag. 28.
(216) Histoire du second Empire. Tom. Il, pag. 538.
(217) Il Generale Alfonso La Marmora — Ricordi Biografici, per Giuseppe Massari. Firenze G. Barbera 1880.
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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