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«Il Governo ci regala il vento dell’Africa» dalla illusione garibaldina a Lu Setti-e-menzu (Zenone di Elea - Dic. 2021)

RELAZIONE DELLO ARCIVESCOVO DI PALERMO

SU’ CASI DAL 15 AL 22 SETTEMBRE 1866

FIRENZE

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1866

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AVVERTIMENTO

Avendo tutte le Autorità della provincia di Palermo dato la loro relazione sui casi dolorosi dal 15 al 22 settembre, anche l'Arcivescovo affrettossi a fare la sua ed inviarla al Ministro dell Interno colla preghiera di farla stampare fra le altre del Giornale Ufficiale.

Il Ministro gli rispose che non poteva farlo.

Ma abilitollo a dare ad essa tutta la pubblicità che avesse creduto.

E perciò che si stampa in apposito opuscolo. Chi ama la verità nell'interesse di tutti, anche del clero di Palermo, e delle soppresse case religiose, vorrà leggere queste righe.

Firenze 23 Novembre 1866.

Tip. Giuliani

ARCIVESCOVADO DI PALERMO

Palermo 23 ottobre 1866

A. S. E.
Il Presidente del Consiglio de' Ministri
Eccellenza

È indubitatamente a conoscenza dell'E. V. ciò, che è accaduto tra il Commissario del Re, e me sottoscritto circa allo scambio di una nota dallo stesso a me diretta, e della risposta da me allo stesso rassegnata.

Con mia maggiore sorpresa il succennato Commissario volle dare alle note officialmente scambiate una pubblicità, ed apparvero esse pubblicate nel Giornale Officiale di Sicilia.

Lo scopo di questa pubblicazione era evidentemente diretto a far sollevare contro di me una polemica nei giornali di Palermo, e far segno me ed il Clero ad ingiurie maggiori di quelle che si era tollerato di pubblicare in taluni dei giornali succennati anco precedentemente alle tristissime vicende, di cui siamo stati or ora spettatori, ma grazie alla divina provvidenza gli stessi giornali, che ordinariamente erano stati avversi al Clero ed alla Religione dello Stato conoscendo pur troppo la verità delle cose rimasero silenziosi e solo le parole del Commissario del Re furono ritenute opportune, e per la sostanza ed anco per la forma alle colonne del Precursore, il quale nei fatti che imprese a narrare, e dei quali terrò in appresso conto, imputò al Clero altre colpe, che non erano esattamente quelle, che si erano calunniosamente esposte al Commissario del Re, ed alle stesse con soverchia buona fede prestala facile credenza.

Non solo l’animo mio era afflitto dalla nota succennata e dalla relazione officiale, che l’alto funzionario di cui è parola, avea rimesso al Governo del Re, ma bensì ancora la nota del Comandante della Guardia Nazionale, non che quelle di altri distintissimi generali dell’Esercito Nazionale travagliavano l’animo mio, poiché chi più chi meno imputava al Clero Regolare, alle Monache ed al Clero secolare una maggiore o minore complicità nelle passate vicende, come tutto mirasse a falsare la pubblica opinione; e vedendo come contemporaneamente tante cose così aliene dalla verità dei fatti avessero potuto persuadere tante onorevoli persone, io ne era completamente sgominato, e solo avea fiducia nella divina provvidenza, che avesse mosso in chiaro la verità delle cose.

Ciò però, che riusciva di qualche conforto in tanta amarezza che l’Altissimo ci avea chiamato a dover sopportare, si era l’osservare che nella relazione officiale rassegnata al Governo del Re con franchezza militare, facea nettamente rilevare; che essa era informata da relazioni prese sul proposito, le quali mi augurava che dietro quanto io avea sottomesso al succennato Commissario del Re fosse stato scrupolosamente riesaminato, e che da un esame coscienzioso la verità sarebbe stata fatta palese; e mi rafforzava in questa opinione che dal complesso di quella nota ministeriale risultava, che ai convincimenti in essa adottati fossero concorsi per la parte morale la relazione del Comandante della Guardia Nazionale, e per le illusioni di fatto il vedere che una resistenza validissima le Reali Truppe la incontrarono nel Monastero delle Stimmate e nel Convento di San Francesco di Paola, che le bande armate aveano occupato.

Io avea tale fiducia nell'Altissimo e nella giustizia, nella lealtà e nell’onore del Commissario del Re, che ritornando su di un nuovo esame su tutto ciò che si addebitava al Clero, che l’E. S. non avrebbe tardato un momento a cancellare con una franca dichiarazione le gravissime ingiurie, fatte ad una classe di donne, delle quali vo superbo di appartenere al Clero Regolare, per la illibatezza dei costumi di cui sono adorne e per la loro morale, e che le cose in generale si addebitano al Clero secolare sarebbero state ricondotte a quei termini di meschinissime proporzioni, ridotte a qualche persona, che in linea di rarissima eccezione avea forse potuto farsi trascinare, ed essere involta nella terribile catastrofe.

Ma la mia aspettazione fu amaramente delusa. Nella Gazzetta Officiale di Sicilia del giorno 17 è pubblicata una seconda relazione fatta dal Commissario del Re, che non può essere letta senza un senso d’indegnazione e la Gazzetta Officiale pubblica altra relazione dell’ex-Prefetto Torelli e di altre autorità che dai sunti letti, sebbene assai più imparziali, non lasciano tuttavia di lanciare qualche accusa contro i frati e le monache.

Come capo del Clero di questa mia Diocesi l’E. V. si convincerà, che io non posso lasciar passare inosservate tutte queste mene, che un partito nemico della religione ha tessuto contro il Sacerdozio, ed è riuscito far supporre per vero alle Autorità governative, ciò che altro non è, che un cumulo di cose appositamente inventate per porre in discredito le Religione dello Stato, e forse per discaricare su di altri la causa di questi recenti e terribili avvenimenti.

Quindi io credo mio dovere il sottoporre al Governo del Re con questo mio apposito rapporto la verità dei fatti, onde l’opinione pubblica non fosse traviata sul proposito, ed il Governo del Re ne fosse al tempo istesso coscienziosamente informato.

Pria che mi accinga fiducioso a questo compito, credo opportuno, per non darsi luogo a sinistre interpolazioni sul mio personale convincimento sulla condotta del Clero regolare, dichiarare che io non interloquisco minutamente in rapporto allo stesso, non perché i miei convincimenti personali potessero ritenere per vero, ciò che allo stesso s’imputa, ma mi astengo di favellarne, dacché non è esso sotto la mia giurisdizione, e non esito a proclamare che nei miei personali convincimenti io ritengo che al pari del Clero Secolare nella generalità non vi è cosa a rimproverarsi allo stesso, e che se qualche eccezione di persona vi è stata, ciò non può recare ingiuria alla classe; dacché i tristi possono ritrovarsi da per tutto, ed il Clero Regolare, composto come è di persone, i singoli membri di esso sono ancor essi soggetti ad errare.

Tornando ora al mio proposito è necessità per venire a capo delle cose succedute in Palermo il richiamare alla memoria come in meno di mezzo secolo questa città è stata segno a quattro rivoluzioni popolari, nelle quali il popolo armato è stato in conflitto con le truppe dei governi costituiti.

In tutti e quattro questi terribili frangenti i fatti presso a poco si sono ripetuti ed in tutti quattro le truppe regolari, assalite dalle bande armate si sono ritirate al Palazzo Reale che è stato centro delle operazioni militari.

In tutti e quattro i rivolgimenti politici la plebe prima ha assalito i posti, dove il numero della truppa regolare è stato minore, ed ha saccheggiato i locali, che sono stati presi, non che i locali delle persone, che bene o male fossero stati in uggia ai rivoltosi.

Certamente che questi saccheggi nelle prime tre rivoluzioni, non saranno imputati al Clero, il quale ha sempre ed unanimemente fulminato colla potenza che la Religione inspira simili atti di barbarie.

L'E. V. prenda esatti ragguagli di ciò, che precedentemente è avvenuto, e vedrà che i saccheggi sono la conseguenza, che la Storia ci addita, avvenire da per tutto la dove il furore popolare la vince con la forza pubblica, quindi il farne imputazione al Clero è ignorare ciò, che importano simili disastrosi avvenimenti.

In quanto agli eccidi, fu al 1848 che per la prima volta questa città fu teatro miserando di scene pur troppo dolorose, nel vedere massacrati quasi tutti gli Agenti della forza pubblica e ciò perché a loro si addebitavano sevizie e soprusi nell’esercizio delle loro funzioni.

Avuta la rivoluzione di allora un fine disastroso e l’ordine ricostituito, quanto non fu lavorato da tutto il Clero indistintamente per fare aborrire nel popolo simili scene di sangue, che nulla hanno di comune con il fine, che un movimento insurrezionale si possa proporre? E tanto si era lavorato sul proposito, che al 1860, gli agenti di polizia, che cadevano in poter del popolo armato e vincitore eran condotti nel primo giorno della Rivoluzione la dove il Comitato si era costituito, e consegnati allo stesso come prigionieri.

Ma sventuratamente ad ora avanzata della sera del giorno suddetto, quegli infelici furono dati da coloro a cui il popolo li aveva affidati in mano a pochi tristi che ne fecero miserabile scempio!! Non pertanto nessuna voce di disapprovazione ebbe il Governo provvisorio di allora il coraggio di fare, confondendo i saccheggi e le stragi colla rivoluzione della quale si rendevano iniziatori.

Or bene nella Diocesi di Palermo nell'ultimo avvenimento sebbene ebbero luogo fatti cosi riprovevoli, purtuttavia furono in Palermo in proporzione minimissima e per caso speciale, la colpa dei quali, è la più spudorata mena del partito avverso alla Religione che vuole al Clero addebitarne la colpa, ove essa dee. all’inverso ricadere su di loro.

Se l’E. V. si dà la pena di leggere le colonne di qualche giornale che oggi fa plauso alle parole (di cui il Commissario del Re si è servito nella nota del 28 del cessato mese) e che quotidianamente inveisce contro la Religione dello Stato, vedrà come ad ogni istante si facea opera per eccitare tuttodì il furore popolare contro gli Agenti della forza Pubblica, che si descriveano al popolo coi colori i più tristi e che commettevano fatti più criminosi e vituperevoli di quelli che si addebitavano alla Polizia del Governo Borbonico.

In effetto fra le tante cose che si son fatte credere al Commissario del Re, avvi pur quella che i frati di S. Antonino bruciarono semivivo un carabiniere che fu ucciso, perché non volle gridare viva la repubblica, e che alle porte di quel Convento come ancora a Monreale si vendeva dai rivoltosi la carne dei carabinieri uccisi ad un tanto il rotolo.

Non cape per fermo in mente umana come avesse potuto il Commissario del Re prestar fede alla invereconda invenzione che in Palermo alle porte del Convento di S. Antonino si vendesse carne umana a tanto il rotolo! Per decoro di questo infelice paese, io prego il Governo del Re, a dar opera che colui che si fece lecito di asserire tal fatto al Commissario Regio fosse consegnato come calunniatore alla giustizia punitrice, poiché a mani piene si può far prova completa di essere calunniosa una simile assertiva, ed ho ragione anco di credere quantunque fuori della mia Diocesi, di essere calunniosa ima simile orribile colpa, che s’imputa essere avvenuta in Monreale.

Il fatto del carabiniere ucciso ed indi bruciato tra Porta S. Antonino e Porta di Santa Agata per quanto ho potuto raccogliere sul proposito e per come gli stessi giornali avversi al Clero in parte le riferiscono, credo di essere avvenuto nel modo seguente:

Nelle vicinanze della Porta di S. Agata vi ha un posto di questura che i rivoltosi tentarono di prendere di assalto il giorno 16, cioè il primo giorno della rivoluzione, ma non vi riuscirono. — In questo giorno gl’individui della forza pubblica accompagnati dalla truppa regolare che colà si ritrovavano aveano tradotto agli arresti un individuo per delitti di leva, che aveano rinvenuto armalo in quei dintorni. — Sul far della sera la truppa regolare lasciò il posto della Questura, lasciandovi pochi soldati; e l'Uffiziale che la comandava volea condur seco l’arrestato, che forse avea per cognome quello di Mendola. —

Fuvvi alterco animato tra l'Uffiziale ed il Maresciallo di Questura se l’arrestato dovea rimanere a quel posto, e l'Uffiziale cedette, ed il Maresciallo di Questura ritenne presso di sé l’individuo che erasi arrestato.

L’indomani le bande ingrossate assalirono nuovamente quel posto, sicché la forza pubblica fu costretta a fuggire, talune squadre invasero quel locale, e narrarono di aver trovato rinchiuso in una stanza trafitto di vari colpi di arma tagliente l’individuo, che il giorno precedente erasi ritenuto al posto della Questura.

Il Maresciallo, che avea nome Timoteo Opulo riusciva a fuggire con altri individui, ma sventuratamente per lo stesso, esso andò ad inciampare in un altra squadra che era fuori Porta di S. Antonino alla quale bisognò arrendersi insieme a tutto il rimanente della forza, sicché esso con tutti i suoi compagni furono fatti prigionieri e già si avviava questa squadra a recarli tutti al Carmine facendo via, per una fatalità, per la porta di Santa Agata.

Intanto la banda, che era penetrata nel posto della questura che era ben numerosa incontrando quei prigionieri vi conobbero tosto il Maresciallo di Questura, che avea arrestato il renitente di leva e credendolo autore dell’assassinio che ritenevano commesso nel locale della questura, immantinente l’uccisero con una moltiplicità di fucilate.

Questa scena dolorosa accadde tra la porta S. Antonino e Porta S. Agata precisamente sotto le mura del Convento di quei Padri; il di cui chiostro fu immantinente invaso dalla squadra che aveva ucciso il maresciallo, e che reclamava di voler seppellire il requisito di leva; quei Padri dapprima si negarono, perché vietato dai regolamenti municipali ma soprafatti dalla forza bisognarono arrendersi e voleano contemporaneamente dar luogo di sepoltura all’altro interfetto; ma poco mancò che non ne avessero la peggio, poiché quella banda armata dicea che non dovea meritare di essere sepolto chi proditoriamente avea ucciso l’arrestato.

Il cadavere quindi di quell’infelice rimase per due giorni colà, e principiando a putrefarsi, coloro cui per la vicinanza interessava vollero che il corpo fosse bruciato; molto più che la squadra, che l’avea ucciso non si allontanava molto da quei contorni.

E questo è quello che io ritengo di essere accaduto, salvo qualche piccola ed indifferente variazione dei dettagli; così non carabiniere ucciso, ma un maresciallo di questura, ucciso perché fu creduto autore di un atroce delitto; non bruciato moriente ma dopo due giorni quando era sul punto di completa dissoluzione.

Or di questo triste avvenimento, come può impunemente farsi credere all'autorità governativa che i PP. di S. Antonino ne hanno la colpa? La colpa di tale catastrofe è unicamente dovuta, perché al volgo si è fatto supporre da taluni giornali, certamente, non clericali, che i Carabinieri e le persone di questura, procedevano a seviziare ed uccidere sinanco gli arrestati, e poco prima di succedere quei tristi avvenimenti le colonne dei giornali erano pieni di questi fatti, che alla forza pubblica si addebitavano.

Or queste credenze diffuse nel popolo fecero sì, che colui che si rinvenne ucciso nel locale della questura, fu ritenuto essere avvenuto per colpa di quel Maresciallo quindi fu segno all'odio popolare, mentre le altre persone delle truppe del Re che erano state fatte prigionieri con esso lui, non ebbero alcun danno nella persona, quindi in tale accaduto non entrano né per punto, né per poco né il Clero secolare, né il Clero regolare, ma unicamente lo ripeto la colpa se ne dee addebitare ai nemici della Religione e del Governo dei Re e della proprietà, che sparsero idee cosi triste sulla condotta degli individui componenti la forza pubblica.

Legga l’E. V. quei scritti veramente satanici, e vedrà a piene mani chi disseminava tali idee nel popolo, e che il Clero all'opposto si facea segno ad ogni ingiuria, perché ispirava idee di perdono e di mansuetudine, ed è a stupire, che mentre oggi si imputa allo stesso essere causa di queste stragi, dall'altro questi stessi giornali voleano soppresso il Seminario Arcivescovile appunto perché la secondo le leggi del Vangelo si insegnava di offrire la guancia sinistra a colui che ci avesse data una guanciata sulla destra.

Cosi poco prima questo Clero miserando è imputato, perché s’inspira ad idee di umiliazione e di perdono, e poco dopo che è l'autore di saccheggi e di stragi.

Né maggiore fondamento hanno le accuse che le monache si fossero prestate all'occupazione delle loro case.

Fu una calunniosa denunzia quella di aver voluto far credere che Monache si fossero messe alla testa dell’orda dei rivoltosi, e che li avessero incitato alla rapina ed al sangue, ed è cosi indegna invenzione che non vale la pena di favellarne.

Circa poi all'occupazione delle dette case religiose, ho creduto nel mio dovere di prendere le più accurate indagini, per mettere in chiaro la verità dei fatti.

Le case religiose di Monache, che ebbero a subire tale sventura furono il Monastero delle Stimmate, quello della Badia nuova ossia di Monte Oliveto, e quello dei Sette Angeli.

In quanto al primo, le bande armate come stabilirono la loro sede principale nel Mandamento Monte di Pietà cosi credettero opportuno d’invadere colla forza il Monastero suddetto e se ne impadronirono scassinando la porta cosi detta delle provvigioni ordinarie per come erasi praticato nel 1860.

E’ una aperta invenzione quella di asserire che le bande armate si permetterono di entrarvi sin dall’alba del giorno 16. Il fatto avvenne circa alle ore 11 a. m. nel mentre le monache prendevano un ristoro e vedendo invasa la loro casa, immantinente fuggirono nel vicino Monastero di S. Giuliano; anzi è ad avvertire che dall’alba del detto giorno 16 Settembre e per tutto il tempo posteriore nessuna persona né monache professe, né per altra causa appartenenti al Monastero, salì alte loggie, viste o Campanile del Monastero suddetto.

E siccome la mattina succennata era accorso colà il sacerdote Giovanni Cappellani Prefetto della Chiesa, il Compratore D. Girolamo Colombo, i sacristi D. Vincenzo Rancini, e D. Luigi Porcelli, ed i facchini del Monastero Pietro Italia e Salvatore Perricone, i quali rimasero nella Chiesa, per custodia dei sacri arredi, con pericolo della vita, e per custodire gli oggetti tutti delle Monache che passarono al vicino Monastero con le sole vesti che aveano addosso.

Dal giorno della Domenica sino a tutto il Mercoledì 18 Settembre talune Monache per porre in salvo qualche loro oggetto, e per provvedersi del loro necessario passarono per qualche momento dal Monastero di S. Giuliano in quello delle Stimmate, ma immantinente ne ritornarono e nessuna Monaca a contare dal giorno 16, dormi più nel Monastero.

Dal mercoledì in poi neppure per un momento ebbero a passarvi e quindi a contare da questo giorno sono aperte menzogne quelle che si asserisce di aver veduto monache in quel Monastero. E non pertanto si è fatto credere che le Monache del Monastero delle Stimmate fecero esse aprire il fuoco della rivolta e furono le ultime a farlo cessare! I fatti accaduti e da me sopra esposti, e che possono essere luminosamente comprovali, dimostrano precisamente il contrario.

Il Monastero della Badia nuova ossia di Monte Oliveto è fatto anco segno alle più nere calunnie di un giornale apertamente nemico al Clero, ed il Commissario del Re per erronea valutazione dei fatti ha creduto riguardare come un delitto ciò che merita una lode.

Quel che accadde è stato anche qui, la riproduzione degli avvenimenti avvenuti al 1848 e 1860.

Dapprima è una aperta menzogna quella del citato Diario, che asserisce che le Monache andarono via dal Monastero il giorno 17. Le Monache rimasero colà sino al giorno 21, cioè sino al venerdì alle ore 6 del mattino tranquillamente ma in quell'ora una banda armata era penetrata nell'Orto del Monastero e volea forzare una grata di ferro che immetteva nel giardino, ma questa prima banda visto lo spavento che avea invaso le Monache, che li scongiuravano a non entrare, andarono via.

Ma poco dopo altre squadre penetrando nell'Orto suaccennato, tolsero una grata di ferro, che immetteva in un magazzino del Monastero e vi penetrarono; e poscia per avere una facile ritirata praticarono due buchi nel muro dell’Orto suaccennato che da nella via Barba.

Invaso il Monastero dalle squadre, le Monache credettero opportuno di andarsene altrove, e certamente non poteano uscire dal luogo dove le squadre erano rimpetto alle truppe Reali, ma bensì dai buchi che le squadre aveano già fatto, ed andarono a rifugiarsi nel Monastero di S. Vito.

S’imputa a delitto che le Monache andarono via, ma l’E. V. loderà certo la loro condotta che le stesse si allontanarono una volta che il loro locale era invaso dalle squadre.

S’imputa a delitto che talune persone armate accompagnarono le Monache che certamente sole e senza scorta non poteano transitare per la città; ed è un confondere cosa con cosa allorquando le bande armate che assalivano le truppe si vogliono confondere coi pacifici cittadini che eransi armati sia per custodire le loro proprietà, sia perché doveano condursi da un luogo ad un altro.

S’imputa a delitto di avere il Sac. Nunzio Monsù preso dalla Chiesa il Santissimo, che per i doveri del suo ministero non potea più lasciare in un locale già contaminato dalla presenza di bande armate.

D’altronde questi fatti sono la riproduzione di quelli del 1848, e 1860 e nel 1820, la Storia ci narra che le squadre che doveano combattere l’esercito regolare che era a Porta dei Greci nella casa allora del Principe di Cattolica penetrarono nel locale del Monastero di S. Teresa, e le Monache volendo andar via, dalle squadre furono scortate al Monastero di S. Chiara.

Si sarebbe desiderato che le monache fossero rimaste colle squadre? Ed allora la maldicenza dei diarii avversi alla religione non avrebbe avuto più ampia messe per calunniare una classe di persone che sono d’ammirare per la loro condotta e da compiangersi per le sventure cui sono riservate? D’altronde le Monache in questa loro condotta si sono uniformate alle leggi dei canoni ed ai miei ordinamenti, che non permettono loro di rimanere là, dove la clausura fosse stata con forza violata; ed era loro dovere di ritirarsi presso famiglie di conosciuta probità ove non fosse stato lecito di rinchiudersi in altro luogo clausurato.

Finalmente in quanto riguarda il Monastero dei Sette Angeli, le sventurate che colà commoravano aveano ancor grondanti le piaghe, che loro produssero gli avvenimenti del 1860, perché allo annuncio di un moto popolare, avessero fuggito da quel locale.

Esse fuggirono da quel luogo appena il conflitto fu impegnato seriamente entro la città murata lasciandovi solo, due monache coriste, quattro converse, una cameriera, il compratore del Monastero ed il Sacrista.

I fatti accaduti fanno pur troppo conoscere quali sventure sopraggiunsero alle persone rimaste, e come l’allontanarsi dalla faccia dei luoghi, dove si erano sperimentate precedenti catastrofi fosse non che da rimproverarsi, ma da essere approvato. Il Commissario del Re ben a ragione tace in questa seconda relazione di questo disgraziato ministero.

Io non credo che alcun altro locale appartenente a monache fosse indicato, come a quello che fosse stato invaso dalle squadre contro la loro volontà e cedendo alla forza bruta.

Si è anco accennato precisamente nella relazione del Commendatore Torelli al Monastero del SS. Salvatore, ma credo che ci fosse un equivoco sul proposito, e si sarà scambiato il Monastero della Badia nuova con quest’altro Monastero.

Così ove sarà nettamente conosciuto, che a viva forza fu penetrato nei Monasteri della Badia Nuova e delle Stimmate che entrate le squadre, le monache andarono via; cesseranno tutti i cattivi preconcepimenti coi quali si è tentato di denigrare la condotta delle Monache.

Qual colpa può imputarsi alle povere recluse del Monastero delle Stimmate, se seguendo l’esempio dei fatti precedentemente occorsi le bande armate invasero il loro Monastero e colà si trincerarono? Potevano essi impedirlo con la forza materiale una volta, che la forza pubblica non era più in istato di tutelare la proprietà dei privati, ma a provvedere alla sola propria sicurezza personale, ed alla custodia dei locali che era importante conservare? Non rimaneva che il rispetto dovuto alla proprietà. Ma questa proprietà che lo Stato assicura, non è scalzata tutto giorno da taluni dei giornalisti? La proprietà di questi Monasteri non avea ricevuto l'ultimo crollo colla legge della loro soppressione? Quindi nessuna ombra di colpabilità del Clero negli eccidi; completa invenzione che le Monache avessero incitato i rivoltosi; invasione violenta delle bande armate nei monasteri, ed impotenza materiale e morale ad arrestare l’invasione.

Il Commissario del Re dice altresì che la sera del 21 una processione muoveva da via Macqueda, e percorreva la via del Ponticello verso la statua di S. Gaetano.

Non ho potuto farmi una idea esatta di ciò che s’intendesse col nome di processione.

Se si allude a ciò che significa questa parola nel senso religioso, posso con fiducia asserire, che è un’altra invenzione degli uomini nemici della religione, quella che si è fatta credere al predetto funzionario.

Se colla parola processione si allude al fatto che indi è narrato, è facile il vedere senza bisogno di dimostrazione che quella parola fu adibita per far onta alla religione, chiamando con un nome religioso ciò che è alieno di esserlo. Dal perché si suppone, che ci era un prete alla testa, ed una donna col quadro di S. Rosalia; una dimostrazione di piazza non prende il nome di un atto religioso.

Le’ mie informazioni prese sul proposito mi attestano vera la dimostrazione, ma mi negano la presenza del frate col Cristo; in mano. — Avrei desiderato che se vero il fatto che il Commissario Regio mi avesse fatto tenere il nome di quel prete, che sarebbe indegno di appartenere al Clero: ma il fatto per come è riferito nell'anzidetta relazione è così ripieno di inesattezze, di anacronismi, di cattiva indicazione dei locali, che fa apertamente vedere come la relazione del 4 Ottobre diè importanza a fatti calunniosamente enarrati, e con troppo leggerezza creduti.

Che una donna poi avesse recato un quadro di S. Rosalia alla testa di quella dimostrazione, non comprendo qual sorpresa avesse potuto arrecare; fu al grido di viva S. Rosalia che ebbe luogo la rivoluzione del 1820, certo non suscitata dai preti, fu al grido di Pio IX che ebbero luogo i fatti del 1848, e certamente il sommo Pontefice non autorizzava ciò che fu fatto; fu al 1860 che la rivoluzione fu inaugurata al grido di Vittorio Emanuele e certamente ed indubitatamente gli eccidi e le stragi rifuggivano dalla niente di lui.

In simili occasioni gli atti più vituperevoli si fanno all’ombra di nomi venerandi e la è il mezzo come i tristi inebriano il popolo.

Non so poi come si volesse imputare a delitto che un prete che conduceva il viatico avesse sulla soglia della porta secreta della Chiesa benedetto, (come si pratica ogni volta che si ritira il Viatico) ai fedeli, che devoti l’accompagnavano, e si genuflettevano innanzi al Santissimo.

Se là ci erano forse uomini armati in mezzo al popolo genuflesso, il sacerdote fece benissimo a benedire coloro, che si erano associati al Viatico, e che genuflessi attendevano la benedizione.

Il Commissario del Re dovea conoscere che i miei ordini dati al Clero non poteano essere che inspirati ai precetti della religione cattolica, e per essi, a chi innanzi al Santissimo si prostra in segno di riverenza e di perdono non deve la benedizione essere negata. — Ma la imputazione sarebbe calunniosa ove come taluni aveano osato di dire, che la benedizione era data direttamente alle bande armate.

Si è egualmente accennato che la mattina del 21 all’altezza della Chiesa di Sant’Antonio in via Macqueda stavano numerosi malandrini in attitudine minacciosa.

Come quella della processione qui si ha un abuso di parola. All’altezza della Chiesa di Sant’Antonio in via Macqueda vi era gente armata? Ma che significa altezza della Chiesa di S. Antonio? lo non so comprendere ciò che se ne vorrebbe cavare contro il Clero, se malandrini armati di fucili e coltelli avessero invaso una Chiesa! Ma si faranno le maraviglie quando si conoscerà che il Commissario del Re ha prestato fede a simili invenzioni ed ha officialmente proclamato l’esistenza di una chiesa che non esiste affatto in quella via dove si accenna nella relazione.

Si scenda ora a dire qualche parola sul quanto si è fatto lecito di asserire il Comandante della Guardia Nazionale nel suo rapporto rassegnato all’E. V.

Tralasciando le specialità, che il dovere del mio ministero non mi chiamano ad interloquirvi, esso ha creduto di asserire: 1° che la provincia di Palermo è tuttavia invasa da vecchi pregiudizi, e da influenze di forti ricchi e nemici potenti dell'attuale ordine di cose; 2° che la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose destò in quella parte un movimento reazionario, che si mantenne all'ombra dei conventi e dei Monasteri e che fu diretto da persone abili e prudenti.

Se il succennato funzionario colla espressione vecchi pregiudizi allude alla gran maggioranza della provincia, che è eminentemente cattolica, va grandemente errato allorquando creda che questa maggioranza avversa all’attuale ordine di cose, fu essa che preparò un movimento reazionario, che suppone diretto da persone abili e prudenti.

Negli annali della Storia non esiste un movimento rivoluzionario, più imprudente, più sconsigliato, più scarsamente diretto che quello di cui fummo da recente spettatori. Allo stesso indirettamente non presero parte né persone ricche, né potenti, né fu sostenuto da persone influenti, e la generalità del Clero come è suo dovere, non prese parte alcuna nell’insurrezione.

È poi un gravissimo errore quello in cui si è fatto cadere quel prelodato funzionario ancora, che il movimento succennato si mantenne all’ombra dei Conventi e dei Monasteri.

Io non interloquisco né su ciò che si dice avvenuto in Monreale, fuori della mia Diocesi, né su ciò che s’imputa ai Conventi che ugualmente sfuggono dalla mia giurisdizione, e che per le mie convinzioni private reputo ancora esenti dalle accuse che gli si lanciano; ma in quanto riguarda i Monasteri di donne claustrali, ho il più pieno convincimento, e posso rendermi garante, che le istruzioni che il Governo del Re può compilare sul proposito non possono che palesare la loro completa incolpabilità.

Le mie private indagini sui fatti che s’imputano alla generalità dei frati ed alle case religiose occupate, mi offrono per risultamento che le case dei religiosi occupate dalle bande armate lo furono a viva forza; che nessuna casa religiosa suonò le campane a stormo di propria volontà, ma allorquando vi furono costrette dalle bande suddette, che i religiosi in generale non presero alcuna parte alla rivolta; che sino a questo giorno non mi è stato possibile conoscere il nome di un frate, che avesse ardilo d’impugnare il fucile, che molte cose che s’imputano ai frati in ispecie si son liquidate come non vere, e che molte cose rimangono equivoche per come lo sono le fucilate imputate ai benedettini bianchi, che alla fine si riducono ad una vaga diceria partita dall'Osservatorio, che a forti distanze vide una casa d’insorti nel cui mezzo stava un benedettino bianco, che l’animava. Bisognerebbe conoscere chi lo vide, se persona degna di fede o capace a rinnegare anco i suoi benefattori, e rubarli ancora e come si avesse potuto a sì forte distanza argomentare, che il benedettino incoraggiava i ribelli.

Non mi rimane ora che a dare qualche cenno della relazione del Commendatore Torelli, persona certamente incapace a mentire, ma come uomo capace ad essere anco non volendo ingannato.

Egli assume che l’abolizione delle corporazioni religiose contribuì direttamente ed indirettamente ai moti che ebbero luogo nel passato settembre.

Sono in perfetto accordo con il prelodato funzionario che l’abolizione delle corporazioni toglie la sussistenza ad un gran numero di famiglie, ma la conseguenza che ne ritrae è spinta oltre — Certo che il malcontento eccitato da questa soppressione, che lede tanti interessi materiali e morali, di unità ad altre cause potentissime di malcontento rese ardimentosi quel pugno di ribaldi a penetrare nella città, ma l’incitamento alla ribellione proviene da ben altre cause.

In quanto alla comparticipazione diretta, se il prelodato Commendatore accennasse a fatti da lui osservali, certamente che vi si dovrebbe prestare piena ed indubitata fede: ma egli accenna a relazioni ed a convincimenti, ma gli uni e gli altri possono essere e sono fallaci.

È un errore il credere che in Sicilia la renitenza alla leva risultasse dai maneggi del Clero regolare — La leva fu la causa precisa della rivoluzione del 1820; in quell’epoca era tanto l’avversione che si aveva alla coscrizione, che per esserne esenti si privarono taluni del bene della vista e si accecarono di un occhio; gli adagi volgari sul proposito erano terribili, e credo che interrogati i liberali siciliani onesti sul proposito diranno coscienziosamente che i risultati della leva, avuto riguardo ai precedenti che vi erano in Sicilia, diedero buoni risultali da eccedere le loro previsioni.

I fatti dei frati da lui narrati come coloro che prendevano parie alla lolla sono tutti riferiti, come a lui narrati da altre persone; il fatto del benedettino bianco, dei preti col fucile( )in mano, di quello con la bandiera rossa col cuore di Gesù, sono tutti racconti appositamente a lui fatti dalle persone nemiche alla religione che lo avvicinavano, e tutto fa ritenere che nulla hanno di solido e di reale.

Circa al fatto che le monache sapessero che l'indomani vi sarebbe stato un movimento popolare, non so come potesse farsene un capo di accusa; il movimento era conosciuto da tutti, tutti ne avvertivano gli altri, il Prefetto ancora ne fu reiteratamente avvertito, e fu per isventura di questo miserando paese, che coloro che avvicinarono l’Egregio funzionario non vollero credervi, e che certamente gli diedero fallaci consigli da farlo sorprendere dagli avvenimenti.

Sin qui dei movimenti della città di Palermo, nei comuni circonvicini da quanto ho potuto accertarmi, l'autorità ecclesiastica si mantenne anco illibata.

In quei disgraziati comuni dal volgere l’anno 1837 la plebe ha un sentimento cosi pervertito, che è opera ben difficile a moralizzare quella massa. Una volta che fu accreditato fra di loro, e non certo dai Ministri del Santuario, che l’asiatica lue è un veleno che il governo dei Borboni avea loro inviato, il loro senso morale si è ottuso, e né le violente repressioni che ivi avvennero sotto quel governo, né gli esempi di severa giustizia che loro furono inflitti sino al 1860 valsero a refrenare quei popolani, anzi l’eccitarono vieppiù amai fare, e quei miserandi comuni sono travagliati da interni partiti, dei quali chi non è al potere incita i tristi che sono sempre pronti ad insorgere; né l’autorità ecclesiastica perseguitata dappertutto e segnata a dito dopo le vicissitudini del 1860, ha efficace autorità morale a ricondurre le masse.

Io termino questo mio doloroso incarico, con ripetere all’E. V. ciò che dissi al Commissario del Re — Una mano di tristi tutto giorno alimentava esca al malcontento generale; essa all’ombra di quel partito che tulio giorno calunnia la Religione dello Stato, è quello che allentava all’attuale ordine di cose e che colla stampa non risparmiava né la Religione contro la quale, anco durante lo stato di assedio, lancia le più irriverenti ingiurie; né Io Stato, eccitando contro di esso la ribellione, ed animando il popolo a non pagare i tributi, e non mandare i figli alla coscrizione; né la proprietà, minacciando oggi giorno i proprietari ed i ricchi; né la stessa inviolabile persona del Re, il quale impunemente si permette qualificarsi nella stampa col nome di fatuo Orlando, sol perché il Dio degli eserciti non arrise nei campi di Custoza, al proclama da lui fatto nel varcare il Mincio.

È da queste cause che dee attribuirsi il fatto pur troppo doloroso di avere la plebe della città di Palermo seguito lo sconsiglialo movimento, che pochi tristi iniziarono seguiti da ciò che vi era di impuro nei comuni circonvicini, e non mai il Clero, il quale rassegnato è pronto a soffrire ogni persecuzione, ma non mai a ribellarsi contro i poteri costituiti.

Io termino queste mie osservazioni che come capo del Clero ho creduto nel mio dovere di rassegnare rispettosamente all’E. V. con fare appello alla lealtà e giustizia dell’E. V. stessa onde da un canto questa mia nota fosse resa di pubblica ragione, come le altre che lanciano tante accuse al Clero onde questo ottenga quella riparazione che la sua condotta merita di ottenere.

Se questo soffre rassegnato l’inumana esecuzione che si è data alla legge della soppressione, non può restare silenzioso contro le ingiuriose asserzioni cui si è fatto segno.

L’ Arcivescovo di Palermo

GIOVANNI BATTISTA NASELLI












Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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