NUOVA ANTOLOGIADI SCIENZE, LETTERE ED ARTI ANNO SECONDO VOLUME SESTO Fascicolo IX. — Settembre 1867FIRENZE DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA Via San Gle, n° 33 1867 |
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Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze, Le Monnier, due volumi, 1854 e 1858. É prossima la pubblicazione del terzo. — Isidoro La Lumia, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, Successori Le Monnier, 1867, un vol. —Il medesimo, La Sicilia sotto Carlo l'imperatore, Permo, Pedone e Lauriel, 1862, un vol. — Niccolò Pmieri, Saggio Storico e Politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia insino 1816, ec. ec. Losanna, Bonamici e Comp. , 1847, un vol. — Giuseppe Piaggia, Nuovi Studi sulle memorie della città di Milazzo, e nuovi principii di scienza e pratica utilità derivati da tuni di essi, Permo, Tip. del Giorne di Sicilia, 1866, un vol. — Giuseppe Lafarina, Istoria documentata della Rivoluzione Siciliana e delle sue relazioni coi governi itiani e stranieri nel 1848 e 1849, Capolago, Tipografia Elvetica, 1851, due vol. — Carlo Gemelli, Storia della Siciliana Rivoluzione del 184849, vol. 1°, Bologna, Legnani, 1867. — Giuseppe Ciotti, I casi di Permo: cenni storici sugli avvenimenti di settembre 1866, Permo, Priulla, 1866. — Pagano, La insurrezione permitana del settembre 1866: fatti, cause, rimedi, Permo, 1867. — Atti del Parlamento, Relazione della Commissione per l'inchiesta sulle condizioni mori ed economiche della città e provincia di Permo, presentata la Camera dei Deputati il 2 luglio 1867.
Fra tutte le parti d’Itia, che i fausti eventi del 1859 e del 1860 riunirono insieme per costituire la Nazione, la Sicilia è quella certamente che meglio privilegiata di clima e di suolo, pure ha da dolersi per più infelici condizioni mori e socii.
Divelta nelle età geologiche dla Penisola, e da lei separata dle voragini di Scilla e Cariddi, terrore un giorno, ora giuoco dei naviganti, si direbbe che in lei si fossero concentrate e durassero quelle forze arcane e formidabili della natura, che ormai sembravano acquietate nella rimanente Itia dopo averla ridotta a quella forma che ancora oggi si vede. E come nei tempi presenti l’Etna si commove tuttora terribilmente, e il suolo instabile facilmente trema e si scompone, e dle isole che fanno corona l’isola maggiore, e dai mari che la ricingono il fuoco sotterraneo si sprigiona minaccioso, e dle ime viscere della terra solleva e rovescia la superficie le materie confuse, che un giorno saranno campi coltivati e luoghi popolosi; cosi gli uomini quasi agitati e spinti dle medesime forze pare che anch’essi non sappiano posare, e che in essi vivano ancora irrequieti, benché ormai le ragioni di quelle irrequietezze siano spente, gli spiriti generosi e feroci che li mossero ai Vespri angioini del 1282 e ai Vespri borbonici del 1848.
Queste condizioni specii della Sicilia devono consigliare gl'Itiani a considerarle con amoroso studio, poiché solo da una minuta e profonda cognizione di esse può sperarsi che si traggano gli argomenti vevoli a migliorarle. Questa opera è domandata dl'affetto come dla ragione e d comune interesse; poiché siccome l’isola non è che una parte d’Itia, staccata e da lei divisa per si breve tratto di mare che le voci di gioia e di dolore si possono udire da una riva l’tra, e fino ab antico furono fra loro ricambiati gli elementi della medesima civiltà, cosi dl'una l'tra si fa sentire la ripercussione degli avvenimenti onde l’una o l’tra regione è agitata, e continua sempre e si mantiene fra loro la somiglianza delle vicende e delle fortune.
La Sicilia, come l’Itia, fu lungamente soggetta a straniere incursioni. Cartaginesi, Vandi, Goti, Bizantini, emanni, Francesi, Spagnuoli vi ebbero signoria, si cacciarono a vicenda, la disertarono: più durevoli furono le signorie dei Greci, dei Romani, dei Musulmani, dei Normanni. Le colonie doriche e ionie vi fecero fiorire ogni maniera di cultura ed una prosperità, che anco ai nostri giorni parrebbe invidiabile le nazioni meglio dotate. Le arti e le scienze ricordano ancora con riverenza i nomi di Teocrito, di Empedocle, di Archimede: Siracusa fu popolata più che non sia oggi tutta Sicilia, ed aveva emula Agrigento, Gela, Imera, Leontini, Lilibeo, Catania ed tre città non poche. Ma il continuo ternarsi con greca mobilità fra la libertà e la tirannide, le guerre combattute con odio fraterno per gelosie municipi delle città fra loro, il parteggiare intestino dei cittadini nelle medesime città, tre secoli di guerre continue contro Cartagine, lo stesso raffinamento di una civiltà tanto progredita svigorirono la Sicilia greca, e la fecero agevolmente preda dei Romani.
Era la Sicilia il primo e il più ricco acquisto che Roma facesse fuori della Penisola: da lei appresero i nuovi padroni, come dice Cicerone in Verre, quanto sia bello il comandare ad tre genti: di lei si fecero sca per domare Cartagine ed agevolarsi la conquista d’Africa: da lei impararono le prime dolcezze della vita intellettue e del vivere dilicato, e non si saziarono finché non l’ebbero divorata. Michele Amari, l’illustre storico del dominio dei Musulmani in Sicilia, simboleggia con vigorosa imagine la sorte della sua isola nativa sotto la signoria di Roma nel soldato romano che uccise Archimede, poiché questa signoria, con effetto contrario a quello che si vide nelle tre provincie, in Sicilia distrusse più che non fondasse.
Nota lo storico istesso come, per un verso o per un tro, incominciasse il suolo siciliano a divenire proprietà pubblica di Roma o privata dei patrizi, sicché s’incominciarono a formare in Sicilia come in terraferma i latifondi, che rimasero ai proprietari romani o d’tre parti d’Itia insino settimo secolo, né sparvero che conquisto musulmano; e come infine d principio della dominazione romana vasti tratti di terreno si tenessero a pascolo: prima degradazione che si accrebbe, affidandosi gli armenti a schiavi marchiati in fronte, ignudi, o coperti di ruvide pelli, i qui armati di mazze, spiedi e bastoni, a due, a tre, poi a frotte, si davano a ladronecci per campare la vita, poiché i padroni, in luogo di sario o vitto, loro concedevano la impunità dei misfatti. Nel tempo stesso i cavieri romani, o come ora diremmo, i cittadini del ceto medio, prendevano a fitto molte terre dell’isola per coltivarle colle braccia degli schiavi, marchiati, incatenati, chiusi negli ergastoli la notte, menati lavoro colla sferza. Questo distruttore sistema d’industria agraria congiunto la enormità dei bzelli mandò presto in rovina le industrie paesane e i commerci cogli tri popoli fuorché con i dominatori.
Due guerre che si dissero servili, quantunque non poche popolazioni libere vi partecipassero, accese a breve distanza l’una dl’tra, furono come la manifestazione della disperazione universe e della volontà di scuotere quel peso e liberarsi da quella vergogna, ma furono tosto sedate colle stragi e col sangue. Né giovarono i provvedimenti coi qui il patriziato romano si studiò dopo di rendere meno insopportabile la condizione dei Siciliani, poiché né troncavano il me la radice, nè, insufficienti come erano, si applicavano con giustizia e costanza. Basti ricordare che Verre, pretore tre anni nell'isola infelice, ogni anno spediva a Roma due navi di spoglie da lui depredate, e si vantava di avere rubato tanto da non poter più essere condannato. Nè i Siciliani osarono chieder giustizia direttamente Senato, ma si volsero a Cicerone che li sostenesse, ed egli ebbe a combattere contro il mvolere di tutti, affrontare le minacce dei patrizi, dei pretori, fin dei littori, e a stento ottenne che, volendo il Senato evitare lo scando di un pubblico giudizio, Verre fosse condannato l’esigilo, e a restituire ai Siciliani quarantacinque milioni di sesterzi, la metà appena di quello che aveva rubato!
Le costui depredazioni minutamente specificate negli atti di accusa di Cicerone, possono dare la misura della grandezza e della prosperità da cui era discesa la Sicilia, pensando quanto splendide ne fossero ancora ai tempi di Verre lo reliquie. Ma le ultime guerre civili combattute dai dominatori trent'anni dopo nell’isola si la finirono di disertare, che gran parte delle terre rimase incolta, e le città, vuote di abitatori, andarono in rovina.
Quando colla libertà di Roma cadde anco la prepotenza dei patrizi, la Sicilia si riebbe cun poco: ma i disordini socii che la decadenza dell'Impero afflissero più che le tre provincie l'Itia per il flagello de' latifondi e degli schiavi, ebbero la loro ripercussione in Sicilia; pari dell'Itia ebbe poi la Sicilia a soffrire dle incursioni e dai saccheggi prima dei Franchi, poi de' Vandi; poi fu retta umanamente da Totila, poi da Belisario ricuperata l’impero, senza che i Barbari vi lasciassero né colonie militari, né progenie, né istituzioni, né vestigio di sorta.
Il governo bisantino, nota l’Amari, ricominciò nell'isola tutti gli abusi del romano, del que riteneva il nome e le forme, e per un secolo intero che corse d conquisto di Belisario regno di Costanzo, la storia di Sicilia non ebbe tro fatto notabile che la mutata natura dei legami tra l’isola e la terraferma d’Itia. Nel sesto secolo il conquisto bisantino e il longobardo succedutisi con si breve intervlo scomposero quei legami. Per otto secoli la Sicilia era stata nella medesima condizione di un territorio suburbano a Roma: ma quando pel conquisto longobardo l’impero non ebbe più in Itia se non le isole, e striscie di costiera sui mari itici, e nel centro Roma con frammenti di territorio sino l’Adriatico, lora ogni comunicazione si chiuse tra la Sicilia e i paesi soggiogati dai Barbari, durarono le relazioni materii coi paesi rimasti nome bisantino, si strinsero e si accrebbero le relazioni mori a cagione degl’itiani che avean cercato rifugio nell'isola, per la fratellanza che inspirava la comune oppressione, per l’ascendente che i papi avevano acquistato in Sicilia.
Tosto che fu lecito le chiese di possedere, si sa che zelo di neofiti, artificio di preti, superstizione e paura concorsero ad arricchirle. Vastissimi tratti di terreno furono cosi largheggiati le chiese itiane in Sicilia, specimente la chiesa di Milano, a quella di Ravenna, e in proporzione più ampia, a quella di Roma. San Gregorio Magno profittò di questa condizione di cose, e si studiò di fare della Sicilia la cittadella del clero itiano, nella que il papa fosse padrone degli animi, poiché i corpi erano nella bia dei bisantini, e di condurre insieme l’amministrazione del patrimonio pape di guisa che rendesse frutto da sovvenire copiosamente popolo di Roma perché meglio si difendesse dai Longobardi eretici e sempre più si affezionasse ai papi. Fondò per questo intento sei monasteri in Sicilia del suo, perché servissero di ospizio ai cherici che d’Itia fuggivano cacciati dai Longobardi, e la fondazione di molti tri promosse per opera e col denaro dei privati; riformò l’amministrazione dei beni della Chiesa con prudenza ed umanità, quantunque non sapesse elevarsi, e sarebbe forse troppo pretendere per quei tempi, fino l'abolizione della servitù della gleba, e in quche occasione dichiarasse perfino legittima la schiavitù.
Sarebbe lontano d nostro intendimento distenderci con troppo minute particolarità sul terzo rinnovamento della Sicilia operato dai Musulmani nell'ottavo secolo, e ci contenteremo di notare coll'Amari eh’essi rifornirono l’isola di colonie arabiche e berbere: vi portarono tra religione, leggi, costumi, lingua, letteratura, scienze, arti, industrie, virtù militare e genio d’indipendenza in guisa da ritrarre se non il raffinamento e lo splendore, certo l’attività dei tempi greci. Breve del resto il dominio musulmano, né arrivò a compiere l’assimilazione degli abitanti che aveva trovato nell'isola. Sfasciandosi poi da un canto la società musulmana in Sicilia come in ogni tro luogo, e spuntando dl'tro canto la novella Nazione itiana, questa trovò, come per caso, la insegna di ventura, gli esempi d’ardire e gli ordini di guerra dei Normanni: tché verso la fine dell'undecimo secolo passò il Faro sotto la bandiera di quelli; ripigliò la Sicilia che le apparteneva per ragione di geografia e di stirpe; si aggregò le popolazioni cristiane rimastevi, e raccolse i frutti delle proprie e delle trui virtù. Perché, sendo pochi i Normanni che le avevano insegnato a vincere e ad ordinare lo Stato, la Nazione itiana, per la ineluttabile maggioranza del numero, assorbì quella forte schiatta in guisa che a capo di un secolo ne rimasero appena i nomi di cune famiglie. Quanto ai Musulmani, parte si dileguò nel seno della società itiana di Sicilia, parte emigrò o fu mietuta dle spade cristiane. Ed intanto si era mandata ad effetto sotto gli auspici del nuovo popolo l'opera cominciata dagli Arabi quattrocento anni avanti: la Sicilia tornata a potenza e splendore primeggiò per tutto il duodecimo secolo fra le provincie itiane: s’insignorì delle parti meridioni della Penisola, e sparse in terraferma molti semi di quel mirabile incivilimento della comune patria nostra, che pose termine medio evo. —
Coi Normanni incomincia la storia del diritto pubblico di Sicilia, e si fondano quelle istituzioni, di cui, sve le modificazioni e i perfezionamenti voluti dai tempi, i Siciliani si mostrarono sempre cosi gelosi. Quando Ruggero I fu riconosciuto signore dell'isola tutta, vi trovò genti, lingue, religioni consuetudini diverse: greci per lo più nelle parti orienti dell'isola, musulmani nell’opposta parte più vicina l’Africa: itiani rifugiati e sicelioti aborigeni nelle città mediterranee. Siccome i Musulmani avevano lasciato agli abitanti non che le loro proprietà, ma le leggi e il culto della rispettiva religione, soggettando solo coloro che non voleano passare la legge e la religione maomettana ad un tributo che diceasi gesia, cosi Ruggero credè prudente di nulla innovare da principio, dla gesia in fuori che fu abolita, e i Musulmani più favori che non perseguitasse, poiché li ammise le cariche di corte, e ad uffici pubblici, e ne formò un corpo di milizia che si mantenne sempre fedelissima finché non fu disfatta e dispersa dagli angiomi.
Ma le terre da lui conquistate distribuì Ruggero ai suoi, ai vescovi e le chiese, a titolo feude, con quel medesimo ordine che costumarono le tribù guerriere del settentrione nei paesi ove si stabilirono: sicché la maggior parte dell'isola fu governata d’lora in poi col diritto feude, non si però che non vi rimanessero beni lodii o burgensatici, e leggi e magistrati diversi secondo le diverse genti; e perciò i diplomi perché fossero intesi da tutti si scrivevano in greco, in arabo e in latino, e molto tempo dopo la conquista Guglielmo II prescriveva: Latini, Graeci, Judeei et Saraceni, unusquisque juxta suam legem judicetur. Il governo di Sicilia ebbe poi forma più stabile e regolare da Ruggero II, il que, avendo aggiunto le conquiste del padre i ducati di Puglia e di Capua, fu d Parlamento, convocato in Serno, proclamato re, e in Permo, elevata dai Musulmani la dignità e la grandezza di capite dell'isola, ebbe dle mani dell'arcivescovo la corona di re di Sicilia, del ducato di Puglia e del principato di Capua.
Il fondatore della monarchia siciliana riordinò la magistratura del regno graduandone e determinandone le giurisdizioni sino la Magna Curia istituita come suprema Corte di ricorsi contro chiunque, e come tribune d’appello dle sentenze di tutti i magistrati inferiori: istituì sette grandi cariche dello Stato per governare i diversi rami della pubblica amministrazione, conformandosi principmente agli ordinamenti che il suo compatriotta Guglielmo il Conquistatore avea dato l’Inghilterra. Sopra tutto il sistema politico stava poi il Parlamento, cioè il consesso dei Baroni convocati a consiglio d Principe. Non è facile determinare qui fossero le attribuzioni del Parlamento nei primi tempi della monarchia siciliana: ma quanta ne fosse l’autorità si desume d vedere com’esso nel 1130 conferisse a Ruggero la corona ree, nel 1166 riconoscesse re Guglielmo II, nel 1167 dichiarasse cancelliere del regno Stefano de Perche, nel 1189 eleggesse re Tancredi in pregiudizio dei diritti di Costanza figlia del re Ruggero.
Nei dissensi e nei turbamenti che segnarono il passaggio della corona sicula dla stirpe normanna la casa imperie di Svevia per mezzo di Costanza, crebbe l’insolenza de' grandi, sminuì l’autorità dei magistrati. Il regno di Federigo, primo di Sicilia, secondo come imperatore, non solo è illustre nei fasti itiani perché la sua corte spuntarono i primi bori della lingua e della poesia itiana, ma è particolarmente memorabile nei fasti dell'isola per le Costituzioni del regno ch'egli fece compilare d suo gran Cancelliere Pier delle Vigne, raccogliendo, ordinando e migliorando le leggi dei re normanni. Per queste l’impero della legge si sostituiva la privata violenza, la Magna Curia si dava giurisdizione su tutte le cause civili e crimini, sulle cause feudi, su tutti i nobili, conti e baroni, sui delitti di lesa maestà e fellonia: si abolivano i giudizi di Dio, si abolivano le giurisdizioni crimini di tutti i feudi. Dopo la sanzione delle Costituzioni ottenuta nel Parlamento di Melfi, fu stabilito in un tro Parlamento convocato a Lentini che due volte l'anno in tutte le provincie del regno si tenessero pubbliche assemblee, le qui intervenissero vescovi, conti e baroni, e quattro buoni uomini per ogni città e due per ogni terra e villaggio, presiedute da un messo specie del re fine di ascoltare le lagnanze che si avessero da promovere contro i pubblici funzionari, e provvedere. L’aver chiamato i rappresentanti del popolo in quelle assemblee fu preludio della rappresentanza regolare e stabile che Federigo intendea dargli nel Parlamento, come fece nel 1240, restringendo però il diritto di farsi rappresentare le sole città e terre demanii. Gli scrittori di Diritto pubblico siciliano nel rendere onore a Federigo I per le sue Costituzioni, gli rendono pari onore per avere sostenuta e stabilita la indipendenza del regno di Sicilia da quunque tro Stato: indipendenza, della que si mostrarono sempre gelosissimi, e che fu sempre invocata fin sotto i Borboni, a cui non perdonarono mai i Siciliani di averla violata a profitto di Napoli.
Spenta dipoi per mano di Carlo d'Angiò in Corradino e in Manfredi la stirpe sveva, cacciati dai Vespri sanguinosi gli angariatori Angioini, venuta la corona sicula negli Aragonesi, fu chiaramente stabilita quella che oggi si considera come la prima delle prerogative parlamentari, cioè la prerogativa di votare i tributi.
Secondo gli statuti normanni, come nota il Pmieri, i baroni formavano la milizia, e i feudi erano una dote permanente dello Stato; per le tre spese ordinarie del governo, il principe aveva il suo demanio; e te era lora la frugità dei principi, che teneano conto delle più minute cose. Federigo I mentre era campo scriveva ai suoi ministri di Sicilia perché vegliassero la seminagione dei suoi campi, la cultura delle sue vigne, a far filare le fantesche, ed a raccorre le penne depavoni e de' polli per imbottire coltrici. Nelle occorrenze straordinarie avevano poi i principi facoltà di esigere, oltre l’ordinario servizio feude una specie di testatico, che diceasi colletta; e la legge feude, limitava i casi in cui ciò potea farsi, e determinava la quantità del tributo. Guglielmo II non aveva mai varcato quei limiti, e perciò il suo nome era rimasto caro ai Siciliani: ma Federigo I e i suoi figli, per la necessità delle continue guerre, avevano estesa la prerogativa di esigere la colletta oltre i casi e la quantità prescritti dla legge, e gli Angioini l’avevano convertita in una imposizione permanente.
Il Parlamento convocato in Permo nel 1286, regnando Giacomo d’Aragona, definì stabilmente i casi nei qui potesse esigersi la colletta, e la quantità cui potesse ascendere caso per caso: deliberò inoltre che il re non potesse esigere tributi sotto il titolo di mutuo, e non potesse ienare il demanio: statuto che in quei tempi si reputava favorevole popolo, perché provvedendo con quello loro mantenimento, i principi non fossero tentati di stender la mano ai beni de' sudditi.
Fu per colpa di quel Giacomo stesso che i Siciliani ebbero da combattere per la loro indipendenza contro Francia, Aragona, Provenza, Napoli, e contro Roma e i suoi fulmini, perché egli chiamato trono di Aragona, non volle lasciare, secondo i patti giurati, la corona di Sicilia a suo fratello Federico, e cedette la Sicilia agli Angioini. Il Parlamento però elesse re Federico, e i Siciliani cosi strenuamente resistettero, che Carlo di Vois, capitano delle armi francesi in Sicilia, ebbe a dire: Siamo stati ingannati nella speranza di riacquistare la Sicilia, poiché abbiamo trovato inespugnabili le città e le castella di questo regno, ed anche più inespugnabili gli animi degli abitanti. — Frutto della indomabile resistenza fu una maggior somma di libertà popolari. Il Parlamento stabili che i re di Sicilia non potessero per qusivoglia ragione lontanarsi dl'isola né dichiarar guerra o far pace con quunque potenza, né dimandare papa assoluzione ai giuramenti loro senza il consenso espresso e l’aperta scienza dei Siciliani. Si confermarono tutti gli Statuti dei re precedenti, meno quelli di Carlo d Angiò, che la nazione riguardò sempre come usurpatore. Fu stabilito che ogni anno, nel giorno d’Ognissanti si adunasse il Parlamento, in cui intervenissero i conti, i baroni, e i sindaci di tutti i Comuni: che il Parlamento insieme re si adoperasse a promovere il benessere del re, del regno e di tutti i Siciliani, ad esaminare la condotta dei giustizieri, dei giudici, dei ministri, dei magistrati per punirne le colpe, e che in questo caso l'accusa dovesse farsi dai sindaci, e che finmente si scegliessero dodici uomini nobili e prudenti, che la presenza del re dovessero inappellabilmente giudicare le cause crimini de' feudatari. tri provvedimenti succedevano per assicurare la libertà civile dei cittadini, frenare la licenza dei grandi, render più libero il commercio interno del regno.
Con questi capitoli, che sono la Magna Charta de Siciliani, furono compiute le condizioni cardini della libertà politica: la rappresentanza del popolo, la responsabilità dei ministri, il diritto di votare i tributi, i Parlamenti annui.
Ma dopo la morte di Federico II, passata la podestà regia in mani imbelli, i baroni ripresero bdanza ed eccedettero in prepotenza. Cinquantanni di anarchia feude sconvolsero gli ordini della Sicilia, esautorarono i magistrati, depredarono il demanio del re e dei Comuni, assoggettarono le città ai più forti, depressero gli animi e li avvilirono. Parve un momento che il re Martino promettesse riparo a tanti mi, ma ebbe breve regno; e spenta nella sua famiglia la stirpe dei re aragonesi, toccò la Sicilia la peggiore delle camità; quella di essere governata da re stranieri residenti fuori dell'isola.
Passò il regno di Sicilia dopo quel tempo in Ferdinando I, sul capo del que si riunivano le corone di Aragona, di Venza di Catogna. Da lui i Siciliani, chiesto invano uno dei figli per loro proprio re, si contentarono di prendere un viceré di regia stirpe. Tentarono invero di ripetere gli atti risoluti con cui avevano conquistato Federigo II; ma quei tempi erano passati; parecchi Aragonesi avevano fermata la loro dimora nell’isola, dotati di amplissime signorie e di ti e lucrosi uffici, e troppo temevano che l’indipendenza assoluta della Sicilia dl'Aragona diminuisse la loro potenza: di qui dissensi fra essi e i baroni siciliani, dissensi a cui le città prendevano parte, e suscitavano funesti antagonismi; di qui una feroce guerra civile, la que produsse i suoi soliti frutti, poiché il paese affranto dl’anarchia accettò di buon grado, benché illegittima, la dominazione straniera.
Qui fossero le terazioni e qui gli abusi che si vennero introducendo nel diritto pubblico siciliano si ricava d Pmieri, che abbiamo più volte citato. I Comuni, ridotti quasi ad assoluta servitù nell'anarchia feude che funestò gli ultimi anni degli Aragonesi, sia che non volessero cozzare colla prepotenza barone, sia che avessero dimenticati i loro diritti, o ne considerassero l'esercizio come gravoso, non si curarono più di essere rappresentati Parlamento, dove sino da Martino il giovane non ebbero ormai più sede se non le città demanii. Dl'tro lato i vescovi ed i prelati si erano divisi dai baroni laici, e formavano per abuso una Camera separata; sicché il Parlamento venne lora distinto in tre Camere, che si dicevano Bracci: ed erano il Braccio militare dei baroni laici: il braccio ecclesiastico dei vescovi e dei prelati; il braccio demanie dei rappresentanti le città demanii. La que distinzione mentre complicava inopportunamente l’organismo parlamentare, che già non è semplice per natura sua, turbava quell'equilibrio che gli è necessario, poiché il braccio ecclesiastico facea preponderare la bilancia d lato nel que si gettava, e serviva il più sovente l’autorità regia quando non fossero in gioco gl'interessi del clero. Si aggiunse che le riunioni del Parlamento prima divennero irregolari, poi si stabili l’uso di convocarle ordinariamente ogni tre anni e straordinariamente quando se ne mostrasse il bisogno; e ciò non giovava a crescergli autorità. E più l’autorità veniva scemata dai ritardi che dovevano soffrire le proposte mandate in Spagna a discutersi d Consiglio di Stato per essere rivestite della sanzione sovrana, e che erano trattenute a bella posta, se molto importavano paese, affine di ottenere intanto nuovi sussidi; e più veniva scemata dl’abuso che volentieri facevano i re di Spagna, ormai assodati in Sicilia, delle prammatiche sanzioni, colle qui nei lunghi intervli fra una sessione e l’tra del Parlamento si arrogavano di provvedere legislativamente le necessità dello Stato. Però non fu soppressa mai né abrogata la prerogativa della iniziativa parlamentare, come oggi si chiama; anzi tutti i capitoli del regno furono confermati con giuramento da tutti i re nel sire trono e da tutti i viceré nell'assumere l’ufficio, e il Parlamento non lasciò mai trascorrere occasione fino l'ultimo Filippo di Spagna di richiamare l’osservanza dei privilegi nazioni, come a mostrare che se consentiva per forza a non esercitarli, non li considerava però come abrogati, e attendea miglior ventura per restituirli in vigore. Una istituzione di grande rilievo in quella condizione di cose anche ottenne il Parlamento fino dai tempi di fonso il Magnanimo, per quanto pare; e fu la Deputazione del regno, ordinata a vegliare la custodia delle franchigie statuti, ad esigere i donativi, come si chiamavano i fondi accordati dParlamento, ad amministrarli, a ripartire le imposizioni. Si componeva la Deputazione di dodici eletti d Parlamento, quattro per Braccio, e durava da un Parlamento l'tro, sicché in retà potea dirsi che il Parlamento in Sicilia fosse sempre sedente.
In questi termini durarono le istituzioni parlamentari in Sicilia sotto i re spagnuoli, se non che negli scioperati governi di Filippo IV e di Carlo II si fece un gran vendere a basso prezzo di titoli di nobiltà, e una gran mostra d’ignavia in ogni occasione; e di te procedere si ebbe per frutto, come dice il Pmieri, nobili sistematicamente prepotenti, plebe sistematicamente insubordinata, senz’essere liberi cuno dei due.
I regni di Vittorio Amedeo di Savoia e di Carlo d’Austria promettevano di restituire cun vigore governo: ma furono brevi: la Sicilia tornò in podestà della Spagna, finché per le vicende della guerra e per le stipulazioni dei trattati venne data col regno di Napoli a Carlo di Borbone infante di Spagna, capo della Dinastia borbonica delle due Sicilie.
Carlo III lasciò di sé buona fama in Sicilia perché sdegnò il nome e i diritti di conquistatore, e si vantò di essere un re ereditario; venne a prendere la corona in Permo, giurò l’osservanza delle franchigie siciliane e mantenne il suo giuramento. Col titolo di Re delle due Sicilie rimase in Itia suo figlio Ferdinando quando egli fu assunto trono di Spagna, se non che a significare la separazione politica nell'amministrazione delle due provincie del suo regno, Ferdinando si disse IV di Napoli e III di Sicilia. Assai quietamente si passarono le cose nei primi anni del suo governo: i due viceré, il marchese Caracciolo e il principe di Caramanico, avevano anche migliorato le condizioni socii e civili dell'isola opponendosi le angherie de' baroni sugli uomini e sui Comuni di loro giurisdizione, promovendo e incoraggiando istituzioni letterarie e scientifiche di ogni maniera, quando gli umori democratici che avevano sconvolta la Francia, e ribollivano ormai per tutta l’Europa, penetrarono anche in Sicilia, non meno vigorosi perché tardivi. Permo ebbe la sua congiura repubblicana, e combriccole e dimostrazioni in favore della rivoluzione di Francia. La regina Maria Carolina, il cui nome andrà ai posteri coll'anatema indelebile del Colletta, animo il più virile che fosse la corte di Napoli, e perciò arbitra delle volontà del marito e del governo, si gittò violentemente la resistenza: in terraferma, dove le riforme di Carlo III avevano ragguagliato i nobili ceto medio, e quindi nobili e ceto medio seguivano concordi le nuove dottrine francesi, ella suscitò la plebe e il clero in nome della religione e della santa fede; in Sicilia cercò invece appoggio nella plebe ignara e nei nobili, che nel trionfo delle idee rivoluzionarie avevano troppo da perdere, e fattasi leata dell'Inghilterra sperò di avere con queste arti da un reame e dl'tro gli uomini e i denari che le occorrevano pe’ suoi intenti. Ma il denaro dla Sicilia non si potea ricavare se non col beneplacito del Parlamento, e quantunque, come abbiamo avuto occasione di notare, il diritto di esservi rappresentati, oltre ad essere stato ristretto le città demanii, fosse di tanto svilito nella opinione, che le città più cospicue si credeano onorate conferendo il loro mandato ai segretari dei viceré e ai loro avvocati, gente, dice il Pmieri, vene per mestiere, vile per abitudine, ambiziosa per necessità, e il braccio ecclesiastico di solito fosse più ligio principe che paese: pure nel 1798, avendo chiesto il re un donativo di ventimila onze mese, indefinitivamente per tutto il tempo che durerebbero i bisogni, i due Bracci militare ed ecclesiastico respinsero la proposta e la resero costituzionmente ineseguibile. Volle il re, contro gli statuti, che il voto favorevole del Braccio demanie si considerasse come voto di tutto il Parlamento, e fece intimare le significatorie: ma furono stracciate sdegnosamente in faccia ai messi. La corte avrebbe proceduto per farsi ragione a termini più violenti, se appunto lora cacciata di Napoli dai Francesi e costretta a cercare rifugio in Sicilia, non avesse ceduto la necessità e riputato più prudente di ricorrere le blandizie.
Tornata poco dopo per le vicende della guerra la Corte a Napoli, fece risentire anco la Sicilia gli effetti di quella efferata e sanguinosa reazione che rese infame il nome del cardin Ruffo. Nuvoli di spie vedevano giacobini per tutto e ne empivano le carceri. Le più futili cagioni bastavano: uno di ti giacobini fu arrestato, e un suo amico condannato pro crebris corversationibus con lui: un tro fu deportato in un’isola pro lectura gazettarum cwn delectatione! In mezzo la disposizione degli spiriti, que potea nascere da siffatta condizione di cose, la Corte cacciata dle vittorie napoleoniche fu nel 1806 costretta di nuovo a rifugiarsi in Sicilia.
La regina, benché tornata colla smania di riacquistare colle forze della sola Sicilia e cogli aiuti inglesi il regno di Napoli, non si curò di amicarsi i Siciliani, né di tenere in fede gl'Inglesi,ma diede mano ai capiti del Monte di Pietà, ai capiti che i cittadini avevano depositato sulla garanzia della fede pubblica nel Banco di Permo, si fece complice dei fabbricatori di moneta fsa, e per più onta, ogni cosa diede in bia de' Napoletani venuti con lei, e che si diportavano da cortigiani, da forestieri e da nemici: sicché quando fu forza convocare il Parlamento nel 1810, e domandargli oltre i sussidi soliti un donativo straordinario di 360 mila onze l'anno, il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo si opposero la domanda, e facilmente trionfarono nella loro opposizione.
Fu memorabile in Sicilia questo Parlamento del 1810, poiché i baroni secondati d Braccio ecclesiastico vinsero il partito di abolire tutti i donativi che si erano sin’lora pagati con molteplici, intricati e confusi sistemi, abolire tutte le gravezze dirette sui fondi e sulle rendite, le qui i baroni per antichi privilegi contribuivano per una piccolissima parte, fare un nuovo catasto dei fondi e delle rendite di quunque natura fossero, anche feudi; con che si dava, ccolato un donativo di 150 mila onze accordato d Parlamento, un equivente degli antichi donativi, si toglieva l’immensa confusione delle finanze, l'ombra della que la Corte riusciva a prender di furto assai più che non le fosse legmente concesso, e i pubblici pesi venivano ad essere ripartiti in proporzione della ricchezza dei contribuenti.
Non si diede nonostante per vinta la Corte; raddoppiò gl’intrighi, le minacce, le bugie, e mentre cosi si nimicava più che mai i Siciliani, trovò modo di nimicarsi anche gl’inglesi, da cui aveva accettato un sussidio in danaro e ammesso un presidio nella parte oriente dell'isola più esposta nemico. Poiché avendo in questo tempo Napoleone sposata un’arciduchessa d’Austria, la regina sperò che in omaggio della nuova parentela si sarebbe persuaso a restituirle Napoli, e riputandolo ormai assodato sul trono, credè prudente in ogni modo studiare di farselo amico. Cominciò quindi ad aprire pratiche coi Francesi per cacciare gl’inglesi di Sicilia, promosse congiure o le favori sottomano, e pure stretta sempre più d bisogno di denaro, cercò di fare violenza Parlamento, tentò invano di corrompere il Braccio ecclesiastico, e finmente, con aperta violazione delle leggi fondamenti, impose tasse senza il concorso del Parlamento, e cinque dei principi baroni che avevano protestato contro la violazione delle franchigie nazioni mandò nelle prigioni dei mfattori. Ne segui naturmente che il governo inglese, il que stava nell’isola come posto importante di guerra contro Napoleone, e non per amor dei Borboni, diede la mano ai baroni di Sicilia contro il re e contro la Corte. E in ciò del resto avea favorevole tutta l’isola: i democratici plaudivano ai patrizi perché lottavano col re mvisto, e gli animi popolari si erano sempre più conciliati con questi lorché avevano spontanei sottoposto i loro beni feudi a tutti i pesi pubblici come meri lodi. Lord Bentinck cosi spleggiato potè senza offesa del diritto delle genti prima consigliare il re a ritrarsi dla via violenta e illege in cui si era messo, poi comandare, poi costringere. Dopo molto tergiversare la Corte dovette arrendersi: i cinque baroni scarcerati tornarono trionfmente a Permo, i ministri napoletani furono deposti, il re e la regina dichiarati ammati, a Francesco principe ereditario delegata la regia potestà, convocato il Parlamento, annunziate le riforme della costituzione, e senza contrasto i capitoli fondamenti del nuovo Statuto deliberati dle tre Camere del Parlamento, approvati d vicario genere del re, e quindi anche d re stesso.
Non fu prudente consiglio, e ciò notano concordemente gli scrittori di cose siciliane, di far proporre come nuova o far deliberare d Parlamento una costituzione, che poteva invece ottenersi coll'aggiunta di cuni stati di riforma ai capitoli antichi, evitando indugi e divisioni che riuscirono funeste: ma fin d principio la Costituzione del 1812 fu accolta con grande favore dell'universe, perché i nobili rinunziavano con essa ai privilegi della feudità e ai diritti pecuniari che ne dipendevano, i prelati si contentavano di sedere con essi nella Camera dei Pari cessando di costituire un terzo ordine nel Parlamento, agevolato era l’ingresso la Camera dei Comuni per la modestia del censo elettore: indipendenti le municipità, libera la stampa, garantita la libertà individue, contenuta entro onesti confini la podestà regia. I Siciliani erano pieni di gioia e di speranza, forti della ottenuta vittoria, forti della loro concordia; i regi rintuzzati d Bentìnck, avviliti dla riprovazione unanime della pubblica opinione non osavano resistere apertamente.
Per ma ventura la concordia fu di breve durata, e non meno fu labile la fede britannica. I due capi più autorevoli e più benemeriti fra i baroni del partito costituzione, il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo si divisero sulla quistione se dovesse abolirsi o no il diritto di primogenitura, e si trovarono come capi di due opposte fazioni; la legge sull'ordinamento giudiciario suscitò gelosie municipi a cagione della distribuzione de' tribuni e delle magistrature ne’ vari luoghi; nella esecuzione dello statuto che disdiceva i diritti feudi, gli antichi vassli ripetevano volentieri più di quello che per giustizia si doveva loro rimettere, e i baroni dcanto loro stavano più sul tirato che non fosse di dovere nel concedere; i nuovi ministri costituzioni, riposando sulla bontà delle 'loro intenzioni e delle idee che promovevano, non si davano cura di comunicarle e di patrocinarle perché avessero sdi e numerosi campioni. L’anonimo illustratore dell'opera del Pmieri sulla Costituzione siciliana deplorando questa fate condizione di cose, ne enumera in brevi tratti le conseguenze. — Una parte de' nobili tornò a sperare nel re e nella regina, che non erano né morti né oziosi; i democratici ricantarono le vecchie filippiche contro i patrizi e contro gli stranieri, e i costituzioni nobili e i loro aderenti discordi su quella pietra di scando delle primogeniture e sdegnati contro l’ingratitudine del medio ceto, o divenivano, intrattabili, o si tiravano indietro. Convocato il nuovo Parlamento, i democratici e i servili, collegati contro l’avversario comune, lo soverchiarono: maneggiarono con imprudenza da fanciulli quell’arme del negare i sussidi, che è si pericolosa anche per chi la tiene; e il Parlamento fu sciolto, riconvocato e accomiatato di nuovo: il re fe’ prova di ripigliare il governo. Egli è vero che lord Bentinck rimandò il re le sue cacce, e volle reprimere soldatescamente le fazioni; ma il tempo passava. Scorsero due anni senza potersi trovare un Parlamento e un Ministero che s’intendessero un poco; e in capo ai due anni Napoleone se ne andò l’Elba, poi ricadde a Waterloo: le costituzioni passarono di moda, vennero le ristorazioni, e re Ferdinando chiese umilmente che nel rendergli il suo gli levassero quel vecchio impaccio del Parlamento; — e a Vienna non fu che troppo volentieri esaudito, veggenti e consenzienti quegli stessi ministri inglesi che avevano promosse, tutelate e guarentite le riforme costituzioni in Sicilia!
Tornato il re a Napoli, con un decreto degli 8 dicembre 1816 ordinava, che avendo il Congresso di Vienna riconosciuto lui e i suoi successori come re del regno delle Due Sicilie, tutti i suoi dominii di qua e di là d Faro s’intendessero d'ora in poi formare l’unico regno delle Due Sicilie, e dichiarava di prendere il nome e il titolo di Ferdinando I. tri decreti spogliavano con un tratto di penna i Siciliani delle loro secolari franchigie, e abolivano di fatto il Parlamento.
Da quel giorno in poi non furono fra la Sicilia e i Borboni di Napoli tre relazioni se non quelle che possono passare fra l’oppressore e l'oppresso, fra il carnefice e la vittima: da una parte il sospetto, la repressione che s’inspira d sospetto e lo accresce e se ne inasprisce; dl’tra la sommissione fremente, ansiosa di ogni occasione di vendicarsi, e pronta a suscitare occasioni se non si parano spontanee: un comandare crudele, un servire infido; indomabile per le reciproche offese l'odio in ambedue. l’amarezza degli animi per le perdute libertà si aggiunse in Sicilia il disagio pel deterioramento delle condizioni economiche a cagione del subisso di ogni industria e di ogni commercio e dell’aumento incomportabile delle gravezze pubbliche: ma percosse dla comune miseria posavano le fazioni, e nel pensiero meno di riscattarsene sembrava che ritrovassero la concordia, quando giunse improvvisa in Permo la notizia che Napoli in rivoluzione aveva ottenuta e proclamata la costituzione spagnuola. Non è da dire se l'isola commossa si levasse tutta quanta nella speranza di riprendere la perduta indipendenza. Si contrastò sulle prime se convenisse acconciarsi la costituzione di Spagna o tornare la costituzione del 1812, ma la plebe permitana, colle cui braccia si era combattuto e vinto il presidio borbonico, volle la costituzione di Spagna. A questo partito non si accostarono però facilmente le tre città dell’isola: gli umori municipi si risvegliarono; si temette che Permo ripristinasse a suo profitto quell’accentramento amministrativo e giudiciario, che i Borboni avevano disfatto nel 1819: in breve la Sicilia prima di avere assicurato i frutti della rivoluzione, fu divisa in se stessa, e in se stessa converse il vigore e le armi che poi le mancarono per la tutela de' suoi diritti.
Inoltre la rivoluzione siciliana si trovò combattuta dla rivoluzione napoletana; poiché i nuovi reggitori di Napoli non soffrivano che l’isola rivendicasse la sua indipendenza, ma intanto che distruggevano per sé gli ordini del governo assoluto, li volevano mantenere per la Sicilia, dimentichi ch'ella era stata spogliata quattro anni prima con un atto illege delle sue franchigie; che il reame di Napoli non aveva diritti sulla Sicilia; che i due governi erano stati sempre ed erano tuttavia diversi, svo che ubbidivano medesimo principe. Certo è che Napoli non aveva diritto d’imporre la Sicilia il sacrificio della propria indipendenza; diritto che solo la Nazione si aspetta, e a cui la Sicilia seppe inchinarsi a suo tempo; certo è che a Napoli e a Sicilia e l'Itia fu micidie la lotta che per ciò si accese fra i due popoli, perché il Borbone aiutato dl’Austria potè facilmente riprendere sui popoli divisi il contrastato impero.
Infierirono in Sicilia dopo il 1820 le repressioni e le corruzioni borboniche siccome trove, e il perpetuo promettere e il perpetuo mancare, e il dare e il ritogliere, secondo che l’aura di fuori spirava bdanza o paura. Non infrequenti né lievi furono in questo tempo i tentativi dei Siciliani per togliersi d collo l’odioso giogo, ma sempre con efferatezza borbonica rintuzzati, finché nel 1847 essendosi per tutta Itia svegliato un maraviglioso spirito di libertà, mentre i popoli invocavano le riforme dai principi, in Permo con pubblico manifesto s’intimava pel 11 gennaio 1848 la rivoluzione. E la rivoluzione si fece in Permo la mattina del 12 gennaio 1848 come si era due giorni prima annunziato, e furono cacciate a furia di un popolo quasi inerme, dopo feroci combattimenti per più giorni con indomita audacia sostenuti, le truppe borboniche da Permo e da tutti i luoghi muniti dell’isola, e costituito un governo, e ripresa la costituzione del 1812 colle modificazioni volute dai tempi.
La libertà siciliana corse lora le sorti delle libertà itiane: cadde e risorse dopo dieci anni con esse, lorché, avendo la Sicilia rinnovato gli eroici conati del 1848, aiutata dmiracoloso ardire di Garibdi e dei Mille, potè con miglior ventura riunirsi la Nazione rediviva e redenta.
Celestino Bianchi.
(Continua)
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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