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Grazie al professor Giuseppe Tizza, nativo di Niscemi in Sicilia e residente a Düsseldorf dal 1970, che ne sta curando la traduzione in italiano, rivive un interessantissimo libro sulla Sicilia e il Sud-Italia pubblicato nel 1962 in tedesco, che non si trova più in commercio neanche nella versione originale!

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L’enigma Sicilia

Friedrich Häusler
Traduzione in italiano di Giuseppe Tizza

L’enigma Sicilia

Premessa
Capitolo primo
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quarto

Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo
Capitolo ottavo


Capitolo 8

Le Due Sicilie

 

Allorquando lo sviluppo storico del Suditalia ebbe raggiunto il punto in cui si iniziò a parlare di un ‘Regno delle Due Sicilie’, si erano focalizzati in questa regione due punti che concentravano in sé unificavano tutto ciò che distingueva i due paesi l’uno dall’altro: Napoli e Palermo.

Tutte e due si trovano su golfi dello stesso Mar Tirreno, si guardano per così dire in faccia a vicenda a pelo d’acqua.

Palermo è distesa pacifica sulla pianura laddove la Conca d’Oro innaffia la propria fertilità grazie una pendenza naturale. Tutte le strade della conchiglia d’oro raggiungono Palermo. Ad ovest della città si erige la figura tranquillo la figura architettonica del vecchio Monte Pellegrino, ad est scorre l’amorevole catena che circonda la Conca d’Oro, fino oltre a Capo Zafferano. Aria tiepida e morbida soffia sulla città e un gioco infinitamente tenero sempre in movimento scioglie tutto ciò che vi è di solido nelle sue metamorfosi fino a quando il velo blu della sera ricopre le immagini della giornata. Una mesta malinconia si diffonde su tutto, sotto il cui sipario risuscitano visioni antiche.

Napoli si innalza sontuosa come un teatro su per le alture. E veramente  ogni giorno sotto gli occhi dell’osservatore che guarda dal di sotto, da Posillipo verso il golfo, si compie il più spettacolare e grandiosa commedia che sia possibile immaginare. A sudovest si innalza il cono fumante del Vesuvio, su quale si erge la nuvola di vapore che va mutando forma e colori, in lontananza le montagne immobili movimentate della Penisola Sorrentina con la loro punta staccata di Capri, che punzecchiano l’acqua luccicante. Dall’altra parte si guarda giù nella grande voragine piena di crepacci di Bagnoli. Dietro ci sono i Campi Flegrei spifferanti perennemente zolfo e tremolanti come un vulcano. Il Golfo di Pozzuoli si estende fino ad arrivare alle colline che si allungano sul capo Misero. A chi in una calda giornata d’estate, quando l’odore dello zolfo più o meno impregna ogni cosa, va per le vie d Napoli, non viene risparmiato nessuno dei suoi sensi dal focosamente movimentato e rumoroso spettacolo. Gli stessi colori del cielo e del mare sono legati a molto rumore interiore. A Palermo però la confusa convivenza viene raggiunta nell’auscultare silenzioso e immedesimato.

Alla settentrionale cornice vulcanica di zolfo di Napoli fa parte strettamente il suo margine meridionale calcareo, la penisola di Sorrento. È come se qui un esercito di Titani, spinti l’un l’altro avessero spinto le proprie teste fuori dalla terra e avessero pagato il loro ardire con la pietrificazione. Stretti e selvaggi gole sono squarciati fra le teste sovrapposte l’una all’altra e fiumiciattoli selvatici tempestano al suo suolo verso il mare. Enormi grotte si aprono dai teschi spaccati dinnanzi al viandante, che spaurito guarda, allorquando d’improvviso sente penetrare in se l’onnipotenza vacua delle grotte. Alcune di queste incavature, che dall’onnipotente abbassamento della costa hanno immerso la loro base nel mare, sono però impregnate di una fantastica bellezza. La luce azzurra o verde-bluastra che salendo dal mare illumina le stalattiti delle volte dei soffitti e delle pareti, riempie di una bella vita magica la notte della notte interiore della montagna. È come se gli innumerevoli organi di stalattiti suonassero silenziosi nella luce scintillante. Paesi e città lungo la costa di questa penisola sembrano secrezioni cristallizzate delle montagne. Amalfi ed altri luoghi sono attaccati alle montagne in  modo tale che i muri posteriori delle case in basso servono da fondamento per le facciate di quelle più in alto. All’interno di questi ammassi di case e casette si dirama un sistema di scale e di viottoli all’interno delle grotte che servono come strade  pubbliche. Anche questo è parte della montagna scavato, come anche tutte le tante volte che vengono preferite ad ogni altro elemento portante. l’abitante di Napoli ha molto in sé di ciò che la natura gli messo attorno. La su allegria è così spumeggiante come i colori della sua estate e la tristezza così vuota di speranza come i grigi giorni piovosi. Getta la sua rabbia con una imprevedibilità  fuori di sé come le fumarole di Pozzuoli gettano il loro fumo e si ammuffisce in caparbietà come le teste di calcare del promontorio sorrentino. La benevolenza del napoletano è spensierata. Egli non cerca di portar danno ai propri simili, ma quando ha raggiunto i suoi scopi, non si lascia disturbare il suo appagamento per nulla dal fatto di avere procurato un danno agli altri. La propria caratteristica è di una così ovvia importanza, che a lui il pensare agli altri gli sembra inutile e privo di senso.

Ciò si manifesta a chiunque in maniera molto evidente nel rapporto dell’uomo con determinate categorie di animali.

Dove nel mondo oltre che a Palermo si vedono asini di fruttivendolo che sotto il sole portano dei cappelli di feltro o di paglia? ‘ e il diritto di domicilio di questi simpatici animali supera i confini del credibile. Cavalli, muli e asini godono in Sicilia di una cura per molti versi eccellente, che a volte è anche commovente.

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Anche l’equipaggiamento degli animali e dei carri è una testimonianza della sensibilità del Siciliano con l’ambiente. Pianta sulla testa e sulla groppa del cavallo ciuffi di penne rosse, tempestati di piastrine scintillanti e di specchietti luccicanti e quantità innumerevoli di campanelline suonano ad ogni passo dell’animale. I carri sono, di sotto e di sopra, in posti visibili ed invisibili, sono ricoperti di pitture e da intarsi, le ruote a forma di soli che rotolano.

 

E le armi valli a prendere ad Argos, i carri da Thera,

ma vai a prenderti il carro

dalla fertile Sicilia

 

canta già Pindaro (Hyporchema, 106, 5 ff.)

 

Nei colori gialli e rossi, nei suoni delle campanelline il Siciliano vuole rendere visibile e ascoltabile, ciò che lui in semicoscienza sente: per lui il mondo non termina laddove l’occhio esteriore arriva ai confini esteriori. Lui sente un intero mondo elementare in aggiunta a quello visibile, quando va per la terra baciata dal sole.

In confronto ai carri   leggeri e soleggianti dei Siciliani i carri napoletani colorati di rosso sono dei veri mostri che minacciano di schiacciare gli animali sotto il loro peso. Inoltre gli animali da tiro di questi carri sono nella maggior parte dei casi delle figure di martiri. Certamente ci sono anche a Napoli numerosi proprietari, per cui il cavallo viene subito dopo la propria persona, prima ancora della restante famiglia. l’ultimo elemento della catena è naturalmente la ‘moglie’, la propria donna. Sulla penisola sorrentina, dove i paesi di montagna lassù ù sono incollati alle ripide teste delle montagne, tanto da essere raggiungibili solo attraverso le scale con centinaia di gradini, là è troppo anche per il paziente asino portare in alto i carichi delle cose di cui l’uomo ha bisogno per il suo sostentamento: allora tocca alla donna, di aggiungere la sua professione alla propria. Si può vedere giornalmente come ragazze e donne salgono per le scale portando letame, botti, brocche, sacchi e altri pesi, mentre gli uomini camminano accanto o seguono dietro, avendo come unico peso un fazzoletto colorato sulla spalla.

Nel Siciliano invece rivive al contrario il Cavaliere delle crociate. Alla fin fine lui vuole che la donna, che lui nelle cose di questo mondo come supera uomo, gli sia da ideale come animo puro ed elevato. In Sicilia vige ancora oggi la tendenza a tenere lontana la ragazza dai ciò che altrove viene chiamata ‘vita’. Anche durante il periodo che precede il matrimonio viene salvaguardata con molta attenzione. Il matrimonio con una vedova sembra per il Siciliano qualcosa di così ridicolo, cosa che può essere solo un teatro e niente di vero. E difatti le donne tenute così in disparte, quel qualcosa che alle altre è andato perduto in cambio di una ulteriore esperienza di vita.

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Come tutela della gioventù femminile in Sicilia non ha le stesse radici della sottomissione della donna all’interno del popolo napoletano, così deriva da motivi del tutto contrastanti un’altra evidente fenomeni delle Due Sicilie al di là e al di qua del faro. 

Può succedere ad uno nel napoletano che si può arrivare da un paese all’altro attorno ad una testa di roccia, senza ce l’occhio possa riscontrare delle differenze fra i due e ciononostante si sente che si è è saltato il burrone: improvvisamente ci si ritrova fra un altro tipo di persone, che vanno incontro ad uno in modo diverso, che hanno un altro modo di camminare e che guarda al mondo in modo diverso. Stretti l’uno accanto all’altro i paesi possono mantenere le proprie particolarità e stranezze.

Qualcosa del tutto simile sembra mostrarlo anche la Sicilia: una indescrivibile suddivisione in classi, quartieri, devoti di determinati santi, sottodivisioni all’interno delle professioni, in uomini di terra e di mare. Una innumerevole quantità di graduazioni, fra i quali è escluso un rapporto intimo, solca per intero il popolo.

Si è tentati di dire, che almeno lo stesso spirito del frazionamento domina le due così diverse Due Sicilie. Però ad uno sguardo più approfondito questo giudizio si dimostra un grande illusione. Troviamo due spiriti del tutto contrastanti come causa di quello che sembra del tutto lo stesso fenomeno.

 In Sicilia è un estremo conservatorismo che mantiene le persone sul gradino una volta raggiunto. È presente un incredibile senso fine per graduazioni gerarchici e il passaggio da ordine gerarchico all’altro è, a seconda della direzione, un atto frivolo o un lasciarsi andare.

Dall’altra parte però, nell’altra Sicilia, lì sono le liti interne, che producono il frazionamento. I simili si guardano in faccia da nemici per  uno smisurato volere essere se stessi. Ognuno vuole significare un mondo, prima che abbia raggiunto la piena forza per tale scopo. Con tutt’altri sentimenti che a Palermo viene osservato il benestante nella zona di Napoli. Qui si viene costretti dall’esterno ad accettare dei gradini gerarchici. Interiormente ci si ribella contro, perché si cercano le cause solo negli aspetti esteriori.

Il vero mendicante napoletano non è uno che si ritiene sconfitto al destino, un asceta simile al fachiro come il Palermitano, bensì incalzerà con la stessa assenza di timidezza un prete come il miglior primo sconosciuto.

Queste differenze, che ancora oggi per così dire si possono trovare per strada non possono essere trascurate nell’osservazione del passato storico. Esse gettano una luce in tutta la storia fino a quel momento in cui cessa e scompare nel buio. Ma anche questo buio ci aiutano a  schiarire per un ulteriore pezzo e per rendere più comprensibili alla nostra coscienza le saghe che risalgono alla preistoria.

 

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Già nei primordi dei tempi troviamo la Sicilia insulare come una unità, ma con due poli. Occidente ed oriente rimasero dei contrapposti fino ad oggi. Però era sempre un barcollare di qua e di là delle due forze polarizzanti all’interno del tutto.

Nel primo periodo storico vero e proprio sono i Greci a formare l’elemento culturale orientale e i Cartaginesi quello occidentale, Fra di essi ci sono i mediatori Elimi e tutti quanti vivono sul territorio dei popolo indigeno dei Siculi. Allorquando questo primo periodo ebbe raggiunto il suo apice, si impose una cultura unitaria nell’intera isola. La popolazione sicula come le città cartaginesi avevano accettato la cultura greca. Ma le antiche e profonde caratteristiche rimasero e l’inizio della paralisi della forza creatrice greca fu l’inizio delle perenne lotte interne, che come un alternarsi di alti e bassi delle due forze polari del paese crescevano e diminuivano.

In modo del tutto diverso si sviluppò questo stesso periodo dall’altra parte dello stretto di Messina.

Anche qui c’erano due poli della colonizzazione orientale, ma da ambo le parti vi si trovavano dei Greci, ma non curavano nessuna comunione fra di loro. A nord, presso Kyme ‘la Cuma dei Romani’ - nei tempi preistorici, secondo l’antica tradizione greca all’incirca contemporaneamente alla colonizzazione fenicia in Sicilia - all’incirca nel XII secolo, avanti Cristo, si erano stabilizzati dei coloni greci di Euboia. Questi fondarono da parte loro Partenope nel luogo in cui oggi si trovano i quartieri più vecchi di Napoli nei pressi del castello dell’Uovo. Stranamente si verificò il caso strano, che la città madre non solo sottomette la propria fondazione, ma addirittura la distrugge completamente ‘ secondo quanto si tramanda, perché questa iniziò a fiorire un po’ troppo. Secondo un verdetto dell’oracolo delfico i Cumani fecero sì che rinascesse una accanto a quella distrutta e la chiamarono Neapolis. I Sanniti, che avevano fatto di Napoli loro città, costruirono al posto di Partenope una città, alla quale diedero il nome Palaiopolis. Le due città si unificarono più tardi in un’unica città con una magistratura mischiata. Kyrkeis, la città della maga descritta da Omero, Kyrke, era anche in questa regione, che trasbordò l’antica forma di culto della sibilla in tempi posteriori.

Contemporaneamente ai fondatori delle città siciliote l’oracolo delfico inviò altre Greci sulla costa del mare Ionio, dove sorse una corona di città italiote, che diedero origine alla Magna Grecia. Queste prime città fondarono a loro volta delle loro città sulla costa del mare Tirreno, di cui la sibaritica Poseidonia era quella più a nord. Questa città, chiama dai Romani Paestum, rimase il confine della Magna Grecia.

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La vecchia Kyme con la sua sfera di influenza rimase al di fuori, una regione a parte con una cultura più antica fondata su forme di cultura afroditiche antiche. Le sue relazioni con le popoli parenti, ma di regioni di cultura straniera della Magna Grecia rimasero in senso amichevole che di nemici rimasero senza un minimo significato. Neanche una volta il mondo greco di per sé, ancor di meno la confusione delle disparate coalizioni del Suditalia si incanalò in uno sviluppo contemporaneo come la contemporanea Sicilia.

Addirittura il concetto di ‘Magna Graecia’ rimase un semplice nome, tutto il territorio non poté mai organizzarsi in un'unica essenza. Nessuna Siracusa come guida o dominatrice riuscì a formarsi come unico luogo. Ogni singola città avevo impiegato la massima perspicacia, a far valere il proprio essere per quanto più possibile. Immortale e noto in tutto il mondo è divenuta la relazione fra Crotone e Sibari, che vennero fondate contemporaneamente da coloni della stessa stirpe e inviati dallo stesso oracolo. Alla futura Sibari, come alla città di Siracusa ancora da fondare, era stato profetizzata ricchezza, mentre a Crotone salute, pregi che in seguito si svilupparono fortemente. La smisurata ricchezza di Sibari divenne proverbiale come la salute di Crotone. Questa si diffuse nel mondo con la sua famosissima scuola medica e  si manifestò nelle sue vittorie olimpiche, il cui numero superò quello di tutte le altre città. Fra di essi il più grande fu il pitagorico Milone.

Nonostante le qualità con le quali eccellessero le due città non si disturbassero in nessun modo, bensì potevano completarsi, l’inimicizia fra i vicini era incomprensibile e incontenibile. Quando nel 510 un numero di Sibariti non volle tollerare la tirannide imposta da Thelis, se ne andarono a Crotone e trovarono protezione dai Pitagorici. Thelis pretendeva la consegna dei concittadini, ma i Crotonesi mantennero i comandamenti dell’ospitalità. Nella guerra che ne derivò ai Sibariti fu fatale il loro stesso lusso: all’inizio della battaglia nelle fila dei Crotonesi echeggiò la musica con la quale i cavalli dei Sibariti avevano imparato a danzare. Crotone vinse l’esercito dei vicini e dopo due mesi di assedio distrusse la loro città. I Sibariti cercarono di trovare rifugio nelle loro colonie nel Mar Tirreno, ma l’odio dei Crotonesi era cosi insaziabile,  che i perseguitati non poterono godere pace da nessuna parte. Dopo decenni di vagabondaggio cercarono aiuto ad Atene.

Pericle cercò in questa occasione cercò di fondare una città panellenica e invitò tutte le stirpi, a partecipare alla comune opera. La fondazione avvenne veramente e precisamente con la partecipazione di dieci stirpi. La città venne impostata del tutto secondo i nuovi principi dell’urbanistica, secondo cui le arterie stradali vennero tirate dritte e si incrociavano in angoli retti. Ottenne anche il primo codice di leggi astratte dell’antichità. Protagora di Abdera compose per la nuova Sibari una specie di codice, un filtrato costituito dalle legislazioni preesistenti delle città greche. ‘ A questo stesso periodo faranno risalire più tardi i Romani l’origine della loro raccolta di legge più ù antica, la legge delle dodici tavole.

Al nuovo spirito, che si manifestò in tutto ciò, mancava però la forza a tenere insieme le dieci stirpi. La lite che ne scaturì fu calmata per un bel po’ dall’oracolo di Delfi, il quale disse ai cittadini che a nessuna delle stirpi spettava la supremazia della città e che Apollo stesso era il signore della città. Ma i Sibariti di prima non abbandonarono mai il parere che a loro, in quanto indigeni dovessero spettare certi privilegi. Le altre stirpi che non volevano tollerare un punto di vista del genere, lo poterono annientare gettando fuori dalle mura chi la pensava in questo modo. Questi fondarono una terza Sibari che non arrivò ad assurgere ad alcun significato.

Thurioi stessa, perché così da adesso in poi la fondazione di Pericle, avvenne ad una lotta interminabile con le entrambe le grandi città vicine, Crotone e Taranto. Crotone, dal canto suo in perenne lite con Locri, era andata entrata in decadenza. La decadenza aveva preso presto il suo avvio subito dopo la distruzione di Sibari, quando sotto la guida del rude Kylon il popolo basso non volle più sopportare la supremazia della aristocrazia spirituale dei Pitagorici e li scacciò. Ciò avvenne nel tempo in cui Pitagora soggiornava nell’Asia Minore a Pherkydes. Gli ultimi due decenni della sua lunga vita li trascorse il saggio a Metaponto, in una casa che dal popolo ricevette il nome di ‘tempio delle muse’.

Taranto, la città degli spartani Parthenoi, divenne l’epicentro dei Pitagorici sotto Architras, amico di Platone e contemporaneo del siracusano Dionisio. Questo pitagorico, eccellente nel contempo come filosofo, fisico, uomo di stato e comandante, porto Taranto alla massima fioritura sotto la sua dominazione. La fama di Taranto come ricca, altamente colta città assurse a quella della vecchia Sibari, ma la sua nomea come cultrice delle arti e delle scienze superò quella di tutte le altre città italiote. Eppure poco anch’essa come la a lei nemica Thurioi poté decidersi ad appoggiare la federazione delle città achee, che si era composta per la necessità dei tempi.

Diversamente dai Siculi in Sicilia gli abitanti indigeni del Suditalia avevano conservato un forte senso di indipendenza, che si mostrò poco incline all’Ellenismo e formo una crescente minaccia per le loro città. Mentre la forza del mondo greco nel IV secolo si disfaceva velocemente, si svegliava l’attività delle antiche stirpi dei Sanniti, dei Satelliti, Butti e dei tirreni Etruschi, che inghiottirono a poco a poco le colonie greche. La potente Thurioi si credeva allora abbastanza forte, da potere contenere l’attacco dei Lucani e per non dovere dividere i frutti ella vittoria sperata con altri confederati, disdegnato l’aiuto e l’associazione della confederazione ci città che si andava fondando. La conseguenza del suo senso di indipendenza fu non solo la perdita dell’indipendenza, ma anche dell’esistenza. Allo stesso modo Taranto aveva dovuto sopportare nell’anno 473 una atroce sconfitta da parte degli Japigern. Si iniziò, ad andare a prendere aiuto in Grecia, in Sicilia e alla fine ad Epicureo, inutilmente. l’intera Magna Graecia a parte Taranto divenne bottino degli Italici e come tale poi di Roma, alla quale si dovette arrendere anche Taranto, dopo che Pirro accorso in suo aiuto dopo azioni di guerra privi di successo era ritornato di nuovo nel suo regno di Epiro.

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Nella guerra di Annibale le città della Magna Graecia, tranne Reggio, dopo la vittoria del grande cartaginese presso Canne passarono a lui, mentre Napoli rimase fedele a Roma. Roma aveva preso in grande misura il culto cumano ‘le predizioni sibilline svolgono un ruolo molto importante nelle guerre puniche -  ed anche il culto di Afrodite di Erice venne introdotto a Roma nonostante le sue forme puniche dopo la terribile sconfitta sul lago Trasimeno secondo un massima dei libri sibillini. La vicinanza di culto è molto più forte della vittoria esteriore dei Cartaginese, più forte delle antiche simpatie.

Volere ricercare con il Sternengang simili regolarità della storia siciliana negli Italioti, dovrebbe avere meno successo. Anche se in forme aggrovigliate e rattrappite possono essere riscontrate, per così dire come foglie divenute spine, esse non sono la caratteristica per la storia continentale del Suditalia. Questa sta molto di più nel irrefrenabile volere essere se stessi dei membri che si stanno una accanto all’altro e della loro volontà vulcanica.

Ai tempi di Augusto secondo Strabone tutto il Meridione greco dell’Italia era caduto nelle Barbarie con l’eccezione di Napoli, Taranto e Reggio, dove deboli tracce dell’antica cultura poterono conservarsi.

 Già durante le guerre spagnole, allorquando un comandante romano per costruire un monumento degno delle sue vittorie, aveva saccheggiato il tempio di Hera di Crotone e il senato, sbalordito per il misfatto, ordinò la ricostruzione del santuario, non si trovò nessuno artigiano, che fosse stato capace di rimettere al loro posto gli elementi di marmo.

Anche Napoli, con la fondazione di Pozzuoli come piazza di commercio, venne condannata alla insignificanza. Dopo che una parte della popolazione era stata distrutta, Napoli rimase un luogo di delizie dei ricchi Romani e una città che veniva scelta volentieri come luogo di dimora da artisti e sapienti. Il più famoso di essi fu Virgilio, che dai Napoletani venne visto più tardi di per sé come patrono.

 

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Per i Napoletani Virgilio era un mago benevolo, alle cui arti deve numerose meravigliose opere d’arte. Per tutto il Medioevo però valse come grande saggio, che era aeingeweiht nei segreti della sibilla cumana e che quindi le sue predizioni potevano annunziare la nascita di Cristo. Nel contesto della sibilla e della predizione di Cristo nella pittura cristiana e nell’esecuzione di misteri drammatici venne rappresentato fino ai tempi modeni. Veniva elencato fra i cristiani precristiani come Pitagora e Platone, che avevano esercitato la loro influenza anche nel Suditalia.

Sappiamo poco sulla storia della regione dei primi secoli cristiani, in cui hanno iniziato così grandi spiriti del Cristianesimo precristiano. In quel periodo il principio creativo artistico era emigrato di più verso il nord dell’Italia: Ravenna, Aquileia e Milano fiorirono.

 

Il poco di cui possiamo venire a sapere del giovane Cristianesimo nel Sud, porta l’antico impronta del paese. Monsignore di Giovanni nella sua storia della chiesa siciliana giudica, che anche i Siciliani del VIII secolo per lingua e usanze tendevano al mondo greco che per questo accettarono senza tentennamenti tramite Leo l’Isauria le norme del culto greco per l’intera isola.  Però non solo la forma orientale ufficiale del primo Cristianesimo trovò accettazione in Sicilia, bensì con la stessa intensità le tendenze di quella che era vista come  setta dei Monotiliti, Monofisiti e soprattutto dei manichei.

La tradizione valida oggi però lega le prime fondazioni cristiane in Sicilia alla persona dell’apostolo Pietro. La lotta del suo successore a Roma per la chiesa siciliana è comunque molto antico. Uno dei suoi culmine la raggiunge sotto il papa San Gregorio,  al volgere del VI con il VII secolo Il papa dal suo patrimonio privato aveva fondato un monastero a Roma e sei nella bizantina Sicilia. Queste fondazioni divennero germogli del futuro Stato della Chiesa dal fatto che in innumerevoli lettere aveva fissato l’amministrazione del patrimonio, il cui utile destinò lui per la chiesa romana e così creò una base per l’amministrazione di quello che sarebbe divenuto poi lo Stato della Chiesa.

Ma anche dal punto puramente  clericale San Gregorio ebbe la sua influenza in Sicilia. Le sue ancora tenui misure nei confronti dei Manichei sono note, ma anche la sua grande comprensione per le caratteristiche conservative del paese si rileva nelle norme del culto per la Sicilia. Gli venne contestato per questo, di avere introdotto anche lì forme orientali, però lui rispondeva che lui aveva reintrodotto delle forme antiche, che erano state mutate senza motivi sufficienti.

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Fino al XII secolo il papa si considerava lui stesso il metropolita della Sicilia. Per legare più strettamente l’Isola al Roma, non venne si eresse alcun seggio vescovile in Sicilia.

Mentre tutta la Sicilia era una regione cristiana, in cui i due poli del cristianesimo ufficiale e di quello non ufficiale svolgevano la loro influenza senza essere impediti da confini geografici, dall’altra parte del faro la cosa era diversa.

Calabria, che come la Sicilia orientale era stata una volta greca,  divenne un eccellente centro di monachesimo greco. La montagna sacra a Mercurio nei pressi di Cosenza ‘ oggi non individuabile con certezza ‘ similmente ad Athos attirò innumerevoli eremitaggi e monasteri, abitati da monachi santi, che conducevano una vita esteriormente primitiva e ascetica secondo le regole di Basilio, mentre interiormente assursero agli alti gradini della scienza profana e della santa saggezza.

Sul Monte Gargano invece, quell’altura strana anche dal punto di vista geologico, che incrocia lo sviluppo della spina dorsale dell’Appennino e si attacca come ‘sperone’ della penisola italiana, sorse il più famoso santuario di allora, quello dell’arcangelo Gabriele. Secondo la legenda lì è stato annunziata per la prima volta all’Occidente la vittoria di Michele su Lucifero. Nell’anno dell’insediamento della signoria degli Ostrogoti a Ravenna il contadino Gargano, così racconta la leggenda, allorquando seguì un animale che si era smarrito nella montagna, trovò una grotta illuminata ed echeggiante dei cori degli arcangeli. Si precipitò a Sipontum per annunziare il miracolo al vescovo. Costui, Lorenzo Maiorano, un cugino di Zeno, l’imperatore di Bisanzio, l’8 maggio dell’anno 490 venne alla guida di una solenne processione fin sull’odierno monte S. Angelo e vi insediò il culto per S. Angelo. Da quel tempo ‘ tranne il periodo di dominazione araba ‘ si svolgono ogni anno in quella data delle processioni che vanno al santuario, come anche per il giorno di San Michele. Già subito dopo la sua fondazione era divenuto meta di numerosi pellegrini.

Poco più tardi, nel 529, S. Benedetto da Nursia fonda sulla rocca di Monte Cassino un terzo centro religioso. Questo nacque, come quello dell’arcangelo, sul luogo di un tempio pagano. Benedetto distrusse l’ultimo tempio della zona che era dedicato a Venere ed Apollo.

Il monte Mercurio dal canto suo si trovava nelle vicinanze dell’antico centro de Pitagorici.

Da questi tre centri di vita religiosa così differenti fra di loro si diffusero gli effetti in tutto il mondo. La regola si San Benedetto, che in aggiunta agli esercizi fisici aveva imposto anche le attività fisiche, vennero accettata dai più eccellenti monasteri di tutto l’Occidente. A  partire dalla metà del secolo VIII fino alle riforme divenne di per sé la regola del monachesimo latino.

 

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I Basiliani di Mercurio avevano una grande reputazione in tutto l’Oriente. Essi ponevano la contemplazione al di sopra di ogni altra capacità dell’animo umano e raggiunsero una santità, tanto che anche l’imperatore di Costantinopoli si prostrò ai loro piedi.

Il santuario del Gargano era onorato però nel contempo dai cristiani di oriente e di occidente, come anche dai cristiani ariani e divenne vorbild di molti luoghi di culto che sorsero in Alsazia, in Francia, in Inghilterra e altrove e che rimasero nel suo contesto. In particolare stretto contatto era quello di Mont S. Michel neri pressi di Avrenches nella Normandia.

Nei primi secoli del Cristianesimo le Due Sicilie raggiunse però anche quell’altro movimento che trasformò la morente forma di culto dell’antichità: la migrazione di popoli. Il monte Mercurio rimase sì una specie di magico confine, oltre il quale l’influenza nordica poté penetrare, e anche lì solo in modo apparente, solo con i Normanni.  Non solo Alarico si sfracellò lì di sua volontà, bensì molti altri ancora dopo di lui.

I grandi flussi di popoli nordici che si stabilirono o si volevano stabilire in Italia, mostrano uno sviluppo graduale delle loro capacità creatrici di diritto e stranamente altrettante degradanti rapporti con il Suditalia.

Le prime popolazioni fermate da Mario, tenute come Germani, i Cimbri e i Teutoni, erano ancora lavine di forza di volontà, ritenuti dai Romani dopo averli vinti  vennero ritenuti buoni per riempire dei vuoti nell’esercito e nelle caserme dei gladiatori.

I Visigoti, che appaiono mezzo millennio più tardi, hanno devastato e saccheggiato Roma. Solo in unione con Bisanzio arrivano alla fondazione di una città fuori dall’Italia e precisamente nella Francia del Sud e in Spagna.

Gli Ostrogoti arrivano per incarico di Bisanzio e portano elementi culturali altamente importanti dall’Oriente in Italia. Essi vivono nella rossa aurora del Germanesimo e fondano un potente regno.

I Longobardi, penetrati una generazione più tardi, hanno raggiunto l’apice dell’antico Germanesimo. Essi iniziano a formulare delle leggi e diventano pericolosi per la Romanità non solo tramite l’Arianesimo, bensì soprattutto per la loro forza di formazione di uno stato e del diritto, che si poneva contro la Roma clericale dei papi e contro la giurisdizione di Giustiniano e dei suoi successori spirituali.

Con i Longobardi el forze culturali nordiche come tali erano divenute creative.

 

 

 

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Il loro regno era stato abbattuto dai Franchi carolingi. Questo popolo, da secoli educato da Roma clericale, viene per incarico del papa da occidente, come una volta gli Ostrogoti per incarico di Zenone vennero da est. Se il cosiddetto ordine feudale non si vuole vedere come qualcosa di nuovo, allora tramite essi non venne niente di nuovo in Italia. Ma essi aprirono fresche possibilità di vita alla vecchia Roma, facendosi portatrice dell’impero rianimato dal papato e in quanto tale come protettori della chiesa romana.

Come altra ondata i Tedeschi comandati dalla dinastia Sassone iniziarono a venire in Italia, come ricompositori dell’ordine distrutto e per fare valere delle pretese dell’Impero.

Alla fine dal canto loro apparvero i Normanni come tardive doglie delle migrazioni di popoli nordici, come la prima delle ondate pervenute, come portatori di una volontà transumante schiuma di volontà à senza una cultura spirituale, che potesse essere equivalente a quella trovata.

Ognuno di queste ondate susseguitesi una dietro l’altra penetrò sempre più in profondità nelle questioni del Sud.  La prima venne fermata già nel Norditalia, la prossima a Cosenza. Gli Ostrogoti inviarono delle truppe di occupazioni a sud che, anche se in realtà non hanno lasciato delle tracce, hanno lasciato dei numeri nei libri di storia.

Solo i Longobardi per primi fondano attorno a Benevento un particolare ducato che poi diede molto filo da torcere ai Franchi.

Sotto i Sassoni iniziò la morte dei molti eserciti tedeschi nel Sud dell’Italia, che volevano lottare contro Bisanzio, contro gli Arabi e contro  forze locali. Per primi furono I normanni che arrivarono oltre il monte Mercurio, anche se non come portatori di una nuova cultura, sempre come ricettori e fusori di cultura trovate in loco. E quest’ultima ondata si limitò soprattutto al Sud.

Gli Hohenstaufen, che vennero dopo di loro, non sono solo i loro avversari, bensì non possono essere più aggiunti alla fila schizzata fino adesso, perché il loro apporto si trova su un altro piano.

La storia medioevale del Sud che comprende questi popoli, inizia quindi dai Longobardi. Erano penetrati in Italia nel 568 dopo che la pesti e lunghi periodi di carestia avevano indebolito l’Italia, per farvi risvegliare nuova vita.

Circa due anni più tardi un certo Jettone prese Benevento e diede con ciò origine a quella contea, che, pur non avendo dei confini precisi, sopravvisse al regno longobardi per parecchi secoli. Secondo il parere di storici più antichi la sua vera e propria origine risale a prima della fondazione del regno nel nord, in quanto un resto del Longobardi che lottavano sotto la guida di Narse sia rimasto indietro e si sia appropriato della città di Benevento . In ogni caso i Beneventani hanno seguito delle proprie strade fin dall’inizio. Confacente con il carattere del proprio territorio avevano una più forze tendenza dei loro fratelli del nord a var valere il proprio essere. Così Carlo Magno, dopo che aveva spodestati nel 774 Desiderio , l’ultimo re dei Longobardi, e si era posto sul proprio capo la sua corona, dovette rinunziare di essere riconosciuto come signore da parte del duca di Benevento. Come segno della sua indipendenza chiamò il nuovo stato ‘principato’, Principato di Benevento, non più Contea di Benevento. Solo al suo secondo viaggio a Roma riuscì a Carlo Magno a costringere il principe a trattative, che terminarono con il successo che quesiti si fece dare in prestito i suoi territori come feudo reale. Ma già suo figlio litiga con Pipino, il figlio di Carlo Magno, e dopo la morte dell’imperatore viene ripristinata la completa indipendenza.

Dal principato di Benevento se ne distacca in seguito un altro, quello di Salerno e si sviluppo a spese del primo. La stessa cosa fa all’incirca più tardi Capua.

Così l’influsso longobardo perdura per ulteriori due secoli. Ma sarebbe un sbaglio pensare che abbia molto a che fare con l’essenza del primo, la cosa principale, l’elemento creativo culturale, gli venne meno.

L’arianesimo l’aveva già abbandonato uno dei primi re longobardi e piano piano anche i sudditi furono convertiti al cristianesimo. Ma la legge Rotharii, che venne annunziata a Pavia nel 643 come primo codice italiano, mantenne a lungo la sua efficacia nel sud come codice civile, allorquando ogni traccia della dominazione longobarda era svanita. Le corti dei principi decaddero, tradimento e violenza e tutti i fenomeni concomitanti di decadenza orientale si diffusero.

Ma non solo il territorio longobardo si azzardò solamente  in questo periodo a conservare l’indipendenza fra due imperi, bensì anche le città della costa napoletana, Gaeta, Napoli, Sorrento e Amalfi.

Queste città e città stato conservarono l’appartenenza nominale a Bisanzio, senza però essere in realtà veramente dipendenti o esercitare alcun dovere nei confronti della Roma dell’est. Si organizzarono in diverse forme, da quello che sembra, sempre sotto la guida di un duca.

Amalfi si chiamava repubblica, e sembrò per un po’, come se prendesse lo stesso destino di Venezia, con la quale mostrava delle vistose somiglianze. Su una terra povera, quasi spinta in mare dalle imponenti teste di rocce, gli Amalfitani era dipendenti dalla navigazione e dal commercio d’oltremare come i Veneti insulari, che quasi nell’identico periodo si fecero notar dal punto di vista storico. Amalfi si mantenne allo stesso livello della Repubblica Veneziana, addirittura mostrava per certi interessi culturali, nei quali era particolarmente operosa, di raggiungere un rango storico ancora più alto di essa.

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Questa lunga fila di stati esteriormente piccoli, ma del tutto importanti ottenne la sua indipendenza fra due imperi, i principati longobardi  e, dopo il 774, anche nei confronti dello Stato della Chiesa appena fondato.

All’interno di queste formazioni di stati cittadini e principeschi, perennemente in eruzione si trovava la rocca di Monte Cassino, con i suoi possedimenti divenuta anch’essa una forza politica come anche conservatrice di beni culturali in un periodo nemico della cultura. I monasteri brasiliani del Mercurion a sud non erano in questo senso un potere politico, nonostante anch’essi completamente al di fuori dell’amministrazione civile del territorio vivevano degli scopi particolari, ma come poteri culturali di primo grado erano apprezzati in tutto l’Oriente. Da parte dei cronisti e degli storici vengono trascurati soprattutto i territori bizantini all’interno di questa varietà di formazioni politico-culturali. Però ciò avviene solo perché non si riescono ad immaginare le conseguenze per lo sviluppo culturale dell’Europa che derivarono dall’esistenza di possedimenti bizantini in Calabria e Puglia. Durante i principati longobardi divennero sempre di più delle imprese private e intrapresero delle azioni a vicenda, i nuovi impulsi culturali, nonostante il più sfortunato governo dei bizantini Logoti, strateghi o altri governatori, vennero sempre dall’Oriente.

Tutto ciò sembra ancora più significativo in un periodo in cui la Sicilia insulare diventa musulmana e le libere città marinare portavano anche in misura sempre maggiore forme trasformate di cultura araba dell’Oriente in Italia.

L’intero sud a partire dal periodo dell’invasione Franca per quasi mezzo millennio entrò in vicendevole rapporto, amichevole e ostile, con i musulmani. Anche adesso si compì lo sviluppo storico in forme quasi contrapposte da questa e da quella parte del faro.

I Musulmani non intrapresero mai una spedizione sistematica al Suditalia continentale, come fece nei confronti della Sicilia, che venne tirata interamente nelle grandi regole dello sviluppo storico musulmano e divenne esteriormente una parte del mondo maomettano. Nello stesso tempo, in cui avvenne ciò, l’onda culturale musulmana era la forza storica più forte anche nel Suditalia continentale che ininterrottamente influenzava il paese e il suo destino.

 

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Quella che in generale viene presentata come storia di questo quarto di millennio, che seguì all’aggressione franca, per la maggior parte non è altro che un confuso elenco di atrocità. Questo elenco si può allungare o accorciare, oppure anche ‘ come usavano fare i contemporanei cronisti ed epitaffisti ‘colorare i fatti a piacimento, confondere successi con insuccessi, e nulla cambia nel quadro dello sviluppo storico mondiale. Se si cambiasse però qualcosa al carattere interiore del Monte Gargano, del Monte Cassino oppure trascurare le influenze che provenivano dai possedimenti bizantini, pochi ma tenacemente mantenuti, oppure anche l’eredità decadente e non più tenuta in vita  dei Longobardi e tralasciamo il nascente Comune nelle libere città marinare, allora tutto quello che viene dopo diverrebbe incomprensibile. In questi fenomeni si possono vedere una parte delle forze che manovrano la storia che, unitamente alle influenze locali e quelle potenti musulmane invadenti, entrarono nella storia mondiale. Il grande mondo era assillato da enigmi inteni, che scaturivano dal rapporto fra papa e imperatore, facevano rispecchiare sulla superficie la divisione che andava diventando sempre più insuperabile fra la chiesa d’Occidente e d’Oriente e le decisioni del concilio dei timonieri della Cristianità.

Una quantità di potenze di prima, rese confuse dagli uomini, attraversarono il paese, non in modo regolare come dall’altra parte in Sicilia, bensì in modo caotico - vulcanico in una maniera così terribile, che a che è abituato a forme di vita moderna non riesce ad immaginare, come alla presenza di così incredibili sofferenze  era possibile uno sviluppo dell’uomo così intensivo.

I tre principati in cui il nocciolo del paese, il vecchio Ducato di Benevento si era spaccato, erano a vicenda in interminabili faide. Ciò facendo non si limitarono a portare con le proprie forze la devastazione nel paese dei vicini, bensì coalizzarono alternamente con le città, con il re o l’imperatore, con il papa o con i musulmani, per poi tradire regolarmente i loro alleati, quando i loro servizi non sembravano più utili. Ad essi si aggiunsero le innumerevoli incursioni dei musulmani in tutto questo territorio, che portarono via bottini e prigionieri resi schiavi. Da Costantinopoli vennero inviati degli eserciti contro i Saraceni di Sicilia, che abitavano peggio dei Saraceni stessi. Gli imperatori tedeschi penetrarono con la forza dell’esercito, per lottare contro Bisanzio e gli Arabi e rimasero regolarmente impigliati nel paese il cui clima era ostile alle abitudini di vita dei loro soldati. Epidemie e carestie seguirono immancabilmente alle devastazioni da parte delle passioni umane.

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Il cittadino non era per nulla sicuro della popolazione di campagna. Questa aveva da sopportare innumerevoli devastazioni dei raccolti di quegli innumerevoli assedi. Molti, costretti da tanta necessità, presero la strada della malavita e resero per quei tempi la libera circolazione.

Ma anche qualsiasi sicurezza di diritto era impensabile. Laddove semmai veniva tenuto o pronunziato un diritto secondo delle norme prestabilite, che andasse aldilà delle abitudini usuali,  si ponevano in questione  tre codici giuridici: il diritto giustiniano, quello antico romano e quello, addirittura, nei territori delle città libere in corrispondenza all’essenza di queste formazioni si andavano sviluppando delle forme di diritto corrispondenti. Nel perenne spostamento di dominazioni era impossibile per il singolo di attenersi ad una di queste forme di diritto.

Non tanto meglio era la situazione con la coscienza religiosa. Esteriormente il paganesimo era estirpato e luminose città di esercitazione religiosa cristiana ce n’erano dappertutto nel paese, ma i più disparati discorsi sulla fede venivano annunciati al popolo dagli uomini ecclesiastici. Anche se queste non si preoccupavano di finezze logiche, lo stesso l’atteggiamento della casta spirituale, che si spaccava nei più disparati correnti nemiche, doveva avere il suo effetto.

Questa casta minacciava di diventare la cenita di coloro che avevano intenzione di sfuggire alle fatiche della vita quotidiana. La chiesa e lo stato lottavano contro questa tendenza. Roma rifiutava ai figli dei ceti servili la benedizione oppure, se in mancanza di liberti per necessità veniva effettuata, valeva lo stesso l’ordinanza che i figli dei preti dovessero ritornare di nuovo nei ceti non liberi. Costantinopoli vietò al monastero di Mercurio di offrire protezione agli uomini, che erano in dovere in un qualche modo nei confronti dello stato.

In corrispondenza all’essere del paese dai tempi antichi era rimasta nel popolo una tendenza alla magia. Storie della chiesa o biografie di santi contemporanei ne sono la testimonianza, Viene, per esempio, messo particolarmente in evidenza nella vita di San Nilo, che Nilo avrebbe deciso di intraprendere la vita della santificazione, nonostante gli mancassero le capacità di esercitare la magia e gli fossero mancati i libri per essa.

A queste caratteristiche particolari del paese e del popolo venivano incontro in grande misura delle peculiarità  del movimento maomettano. La società araba del IX secolo era indiscutibilmente più complicata e la sua cultura più differenziata e molto più tesa di tutte quelle europee. La casta più bassa della loro umanità e i loro metodi era al di sotto di quello che nel Sudeuropa era di solito abituale. Fino a quando comunque si pone l’accento su questo, si possono vedere solo le cose superficiali e non gli effetti a lungo termine, perché al di sopra delle caste più basse si innalzava un edificio in cui tutti, anche i più raffinati segreti della cultura orientale, erano compresi nella rispettiva forma. Di essi non  facevano parte solo i più grandi segrete delle scienze generali comprensibili per mezzo della ragione, bensì anche della scienza che voleva influenzare la volontà dell’uomo e le forze della natura in mpdp ‘sovrannaturale’ e richiedeva particolari capacità e una educazione della volontà. La religione musulmana non perseguitava la magia. Il maomettano per l’aspetto morale si pone nei suoi confronti all’incirca come noi nei confronti della speculazione in borsa.  La professione non è proprio onorevole, ma se chi la esercita ha successo con essa, allora gode del successo ‘in onore’. Goldziher nel suo lavoro ‘Elementi magici nella preghiera musulmano’ dimostra come lo stesso Maometto nel bisogno passa dalla preghiera al scongiuro di Dio e porta così delle pratiche magiche antiche nell’ambito della nuova religione.

Nel IX e nel X secolo, dunque proprio nel periodo in cui il Sud dell’Italia veniva a contatto intenso con gli Arabi, l’intero Islam venne permeato da organizzazioni occulte provenienti dalla Persia. Di esse però è passato alla coscienza generale solo uno delle generali esteriorizzazioni, precisamente l’efficacia degli Assassini. In queste organizzazioni si faceva leva sulla volontà dei soci componenti, per raggiungere degli scopi politici. Per queste attività politiche si è oggi informati sull’esistenza, anche se non sull’essenza di correnti del genere.

Ai tempi in cui Wolfram scriveva il suo Parsifal attraversò non solo lui ma anche poeti francesi, inglesi e italiani e saggi la coscienza di queste tendenze nella letteratura mondiale, dopo che prima pubblicamente era vissuto solo nella tradizione  dell’Italia Meridionale.

Questa letteratura fa di Napoli un centro della negromanzia.

 

Napoli non fu mai sotto il dominio arabo, e ciononostante uno storico del IX secolo la chiama una seconda Palermo. Fu in questo periodo il vescovo e Duca Attanasio, che dominò Napoli per ventuno anni ( 877 ‘898) nonostante l’anatema del papa. Prima era stato suo fratello, il duca Sergio II, che aveva portato i possedimenti degli Arabi al massimo. Sotto la sua egida alcune città costiere erano entrati a far parte della alleanza, che Napoli aveva sottoscritto con i musulmani subito dopo la conquista di Palermo. Allora gli Arabi si annidarono anche per mezzo secolo nel Garigliano, ai confini con lo Stato della Chiesa. A ciò rimanda il dipinto di Raffaello nei palazzi del Vaticano, che inneggia la vittoria di Leone IV sui Saraceni del 849, vittoria che ha dato poi origine alla ‘città leonina’.

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Napoli con la Terra di Lavoro e la striscia di costa fino ad Acropoli presso Paestum era un eccellente centro dell’essere musulmano. Ma accanto a insignificanti tentativi a Benevento e Bari erano tre i centri del genere.

Essi erano il Monte Gargano, dove gli Arabi, allorquando i padri della chiesa cattolica si riunirono per l’ottavo concilio generale, espugnarono il santuario si San Michele e in seguito a ciò si insediarono per mezzo secolo nella montagna del Gargano.

Il terzo centro, in seguito anche politicamente molto importante, era la Calabria, quindi il territorio attorno al Mercurio. Venne conquistato quasi del tutto all’incirca un decennio dopo la presa di Palermo.

In questi terribili tempi i monasteri non furono soltanto rifugi, in cui veniva protetto il fuoco dello spirito, ma erano anche per la maggior parte veri e propri fortificazioni come Monte Cassino troneggianti su racce irraggiungibili oppure come Cava presso Salerno, che sbarravano delle valli di montagna completamente selvagge e così essere in grado di offrire asilo alla popolazione di una ampia regione in tempi di bisogno. Papi, re e imperatori immolarono inutilmente i loro eserciti nella lotta del caos. I loro provvedimenti e le mete non erano adeguati. Gli autoctoni stessi si opponevano contro questi aiuti, se non si adattavano ai loro desideri. Ludovico II addirittura venne preso prigioniero dai Longobardi e lo rimisero in libertà solo dietro la promessa, di non immischiarsi più nelle faccende del Suditalia.

Un altro lato di questi tempi lo mette in mostra un episodio caratteristico della vita di San Nilo.

In uno dei tanti saccheggi dei Saraceni i monaci del santo dovettero scappare e tre di loro caddero prigionieri. Nilius scrisse al  vescovo di Palermo e lo pregò di avere indietro i suoi fratelli spirituali. l’emiro per risposta non gli mandò solo i prigionieri, bensì nello contempo una lettera e un cartello. Nella lettera faceva sapere a Nilius che in futuro i suoi monaci non sarebbero mai più dovuti fuggire, se avesse messo quel cartello davanti al suo monastero e che non sarebbe stato mai disturbato se si fosse fatto riconoscere prima ‘ perché lui, Nilius, scrive in uno stile greco così brillante che sarebbe stato degno di essere chiamato un servo di Allah.

Era così grande la fama del santo non solo in tutto l’Oriente cristiano, bensì anche presso gli uomini di cultura non credenti.

Che si tenesse in piedi una indelebile vita di forte intensità anche al di fuori dei rifugi dei monasteri, che nel corso dei secoli abbiamo tenuto attratti gli occhi degli imperatori d’Occidente e   d’Oriente, dei papi e dei Saraceni, per la possibilità di giudizio dei tempi odieni è un enigma così grande, che le testimonianze contemporanee non vengono messe in dubbio solo nella loro forma, ma anche nella sostanza.  Un crocevia di avventurieri, di tiranni e di avidi, abbandonati ai bisogni e ai furti, così appariva allo storico Collenuccio nel XV secolo il territorio del Suditalia in tutto il mezzo millennio che precedette i suoi tempi.

Se si cerca di applicare anche se solo in minima parte alla realtà i racconti longobardi, napoletani, normanni e musulmani di eroi  che si riferiscono al Suditalia, allora diviene incomprensibile, come sotto queste circostanze ci siano stati ancora degli uomini per coltivare le terre e per esercitare nelle città le professioni e il commercio. Si dovrebbero sì fraintendere anche i in nostri tempi e la vita nelle regioni nordiche, se si volessero capire dalle loro circostanze quelle apparizioni.

 

Il viaggiatore, che viene  verso sud dal nord, si accorge sì che tutto il mondo muta, ma nota raramente, che va mutando anche lui stesso. Le molestie da parte di servizievoli, di cui si lamenta spesso il visitatore di Napoli, non deriva solamente dalla perseveranza di queste persone, bensì anche dal fatto che si è noi stessi più facilmente influenzabili. A Firenze un Napoletano non ha lo stesso effetto e potere nei confronti dello straniero come a Napoli. Questo strano rapporto aumenta non appena si arriva nel territorio musulmano del Nordafrica, che non si trova solo più a sud, bensì ha conservato forme di cultura più antiche: la volontà dell’uomo nelle culture meridionali e in quelle più antiche si comporta in modo del tutto diverso che nei centri delle moderne culture euro-americane.

Oggi le mete della vita che l’uomo si pone o che riprende da altri, un parte dell’essere umano stesso e si sente tirare via il pavimento o rovinato interiormente se si sente infrangere queste mete. Nel sud ci si impegna sì con più grande impeto per i propri scopi e si è anche più infelici quando il successo non si raggiunge, ma solo fino a quando non si trova un nuovo scopo, cosa che può avvenire l’attimo dopo. E questo si vive a sua volta altrettanto intensivamente come l’altro, anche se è l’opposto del primo. Lo scopo che ci si pone da se, si pospone nei confronti della volontà che ci trasporta. Esso si lega poco con l’essere umano.

Dove la volontà agisce in tale modo, è un po’ diverso con la fidatezza, di laddove il pensiero personale e la volontà si tengono più facilmente in equilibrio. Le influenze interpersonali hanno nelle Due Sicilie un effetto molto più forte che nel resto d’Italia o addirittura delle regioni più a nord.

 

Un detto medioevale dice di Napoli, Napoli sarebbe un paradiso, ma abitato da demoni. Benedetto Croce nella storia che scrive sulla sua città paterna ha dimostrato questa con innumerevoli fatti e giudizi del tempo queste caratteristiche del paese per il periodo medioevale come contraddizione a detto popolari.

Mentre nella Sicilia continentale le influenze interpersonali sono apparsi in modo così vulcanico ‘ caotico, la Sicilia mostra un legame a leggi che sembrano di carattere cosmico. Qui trova lo sviluppo musulmano nello stesso periodo uno svolgimento regolare, che ricorda ai periodi storici sicilioti-greci.

La conclusione definitiva di questo periodo e nel contempo un nuovo inizio la porta l’ultima migrazione di popoli indirizzata verso il sud che avviene proprio nel tempo in cui si può imprimere nelle radici napoletane per poi riprendere il filo della storia abbandonato dagli Arabi.

Nel 1016, dopo che da pochi secoli è stato restaurato il santuario del Monte Gargano, incontrò il longobardo Melus una schiera di pellegrini normanni e allacciò con essi delle trattative per convincerli per una rivolta contro Bisanzio.

All’incirca nello stesso tempo avvenne una dei tanti assalti di pirati arabi sulla costa salenitana. A ciò si allaccia una tradizione caratteristica: il principe longobardo Waimer III era pronto ad acquistare con un contributo la ritirata come usavano fare i musulmani. Dei pellegrini che si trovavano lì ritennero il sistema privo di gusto e pretesero delle armi. Con grande meraviglia dei Salenitani la manciata ti pellegrini misero in fuga gli arabi spaventati da una simile accoglienza. I longobardi videro nella vicenda non solo un modo spicciolo per tenere alla larga i pirati, ma ritennero un coraggio del genere utile anche per altri scopi. Così diedero ai pellegrini dei ricchi doni e particolarmente degli oggetti d’ora che facessero fa propaganda, affinché facessero conoscere in Normandia le ricchezze del paese ed attirare gente pronta all’avventura.

Il primo gruppo di probabilmente alcune centinaia di cavalieri normanni con il suo capo arrivò presto nel sud e si divise a Capua: una parte si diresse verso Salerno, l’altro andò dal rivoltoso Melus.

Molti rifornimenti seguirono al primo, senza che fosse possibile una approssimazione sicura del loro numero. In ogni caso era grande abbastanza e la qualità degli uomini tale, che il viaggio di avventura divenne decisiva per il destino non solo del paese, ma anche per la cultura occidentale.

Certo non portarono nulla di nuovo in beni culturali nel diversi rami delle lingue, arte, diritto, scienze o altri, ma le  loro forze di vita schiumeggianti risvegliò la volontà di avventura, e il loro essenza di volontà irrefrenabile li costrinse e fuse le tendenze più tergiversanti in un modo unico.

Le forze di volontà fecero il loro effetto quando i cavalieri si misero al servizio dei diversi principi e, città e ribelli e esercitarono anche ruberie per strada in un modo così caotico e privo di regole che i primi arrivati in tutte le cronache vengono descritti come avventurieri e pirati. Solo sotto Roberto Il Guiscardo e suo fratello Ruggero si intravedo degli scopi che potrebbero portare a credere che si tratti già di una struttura di stato che si ponesse in tutto e per tutto al mondo.

Tutti gli eventi successivi appaiono però ancora più sorprendenti e diventano nel contempo più comprensibili, se si osserva, ciò che nei primi avvenimenti rispecchia la multiformità, prima che singoli più potenti prendono a se la guida degli eventi. Allora si nota che la volontà di questo insieme disorganizzato è una specie di specchio, in cui si rispecchiano come germogli tutti i grandi eventi dei periodi  successivi di due secoli e mezzo, che però lasciano intravedere delle tendenze di crescita.

Per farsi un quadro delle forze che decideranno il destino, in cui si avviava e venne formato l’essere di volontà plastica normanna, basta osservare i primi insediamenti stabili degli avventurieri. I molti gruppi degli altri rimasero perennemente legati fino a quando questo germoglio primordiale morì e si disfece.

Caratteristico è che la fondazione si lega un distinto normanno che per un omicidio si era staccato dalla vecchia comunità consanguinea. È quasi una regolarità quasi priva di eccezioni per le grandi fondazioni dei Normanni, che siano state effettuate da uomini che si erano staccati dalla società consanguinea per una nascita non regolare o per un fatto di sangue. In questo contesto i colonizzatori sono nello stesso gradino di quei Greci che erano arrivati quasi duemila anni prima nel Suditalia.

Pagani questi Normanni non lo sono sì. Già circa un secolo prima i loro antenati erano stati spinti da Carlo il Semplice, ad accettare il culto cristiano. Tramite la conversione ottennero la separazione della Normandia tramite il re. Qualcosa della concezione religiosa di Rollos, il loro condottiero di allora, i suoi discendenti la portarono con sé nel sud: costui durante il suo battesimo ‘ secondo altri si tramanda per la sua morte ‘ aveva sacrificato cento prigionieri cristiani per rappacificarsi le vecchie divinità. Il nuovo dio per lui era semplicemente un altro fra le divinità pagane, che però favoriva meglio di quelli le sue aspirazioni politiche.

Nei rapporti conservativi pagani verso la divinità si comprende l’elemento principale dello sviluppo che inizia con i Normanni in Suditalia. In ciò si lascia già intravedere l’atteggiamento a venire nei confronti dell’islam e della forma greco-orientale di esercizio religioso cristiano.

Dreugot che aveva ucciso in caccia un cortigiano di Roberto il diavolo, dovette fuggire con i sui consanguinei dinnanzi alla vendetta del duca. A lui tornarono molto opportuna la propaganda del Suditalia. Andò con i suoi fratelli esiliati con la prima maraglia nel paese che offriva nuove avventure. l’impresa del longobardo Melus contro Bisanzio, che diede occupazione a molti nuovi arrivati, termine infelice, perché Melus venne tradito dagli altri Longobardi. Una lite in cui intervenne Enrico II, ma che divenne per nuove attività e per il primo consolidamento degli avventurieri.

Al principe di Capua era piaciuto cambiare il signore imperiale e di prendere in feudo il suo territorio da Bisanzio invece che dal re tedesco. In seguito a ciò il santo re valico le alpi e si spostò con tre armate nel sud, dove lui come tanti suoi predecessori rimase impantanato. Nel suo ritiro però si trascinò dietro in Germania il principe sleale e affidò al suo posto un altro longobardo il principato.

Troppo tardi si palesò il fatto che il nuovo vassallo non solo aveva lo stesso nome Pandolfo, bensì aveva anche lo stesso carattere.

Il recedente Pandolfo, divenuto di nuovo uomo libero alla morte di Enrico, fece perciò poca fatica a trovare abbastanza insoddisfatti che lo aiutarono a riconquistare Capua. Le truppe ausiliarie più importanti furono fornite nuovamente da un Normanno di quella famiglia esiliata Raiful, un fratello di Dreugot. Questi ricevette come paga un piccolo territorio ai confini della, dove iniziò a fondare una città che chiamo Aversa.

Un anno dopo il suo ritorno a Capua Pandolfo assalì Napoli sotto il pretesto di essere offeso e minacciato con la protezione che la città offriva ai suoi avversari. Dopo innumerevoli e inutili tentativi per quasi un intero mezzo millennio adesso Napoli era di nuovo caduta per la prima volta nelle mani di un Longobardo, ma solo apparentemente , perché il duca Sergius che era fuggito da Napoli, prese a sua volta in suo servizio i Normanni di Rinolfo e riconquistò con il loro aiuto la città. Compensò a sua volta i loro servizi, come ai Capuani, con divisioni di terreni nel territorio di Aversa che andava sorgendo e creò ò dei rapporti di parentela con i la famiglia Rinolfo tramite un matrimonio. Nel contempo lo elevò alla dignità di conte, che da questo momento in poi viene visto come capo dei Normanni.

Conrado il Salier conferma nel 1036 le relazioni che si sono create senza di lui.

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       Lo stato normanno che si andava formando è in alleanza con Napoli come duecento anni prima lo stato arabo con Palermo.

Il nove conte Rinolfo a sua volta lascia partire una ambasciata per la Normandia, sulla cui iniziativa venne in Italia un secondo più grande contingente di cavalieri più grande di venti anni prima. Fra di loro si trovano i primi Hauteville, appartenenti alla più rinomata famiglia dei Normanni italiani. Si gloriavano, nonostante la loro grande povertà, della diretta discendenza del duca Rollo. Tancredi di Hauteville nella Manche aveva servito sotto Roberto il diavolo ed aveva ricevuto da lui un piccolo feudo, che non poteva sfamare però la sua numerosa famiglia. Oltre a numerose figlie, aveva dodici figli, cinque dal primo matrimonio e sette dal secondo. Poiché essi non trovano a sufficienza nel castello del loro padre per la fame e per il loro coraggio, seguirono tutti tranne due uno alla volta il fratello maggiore in Italia.

La seconda orda di che arrivò in Puglia alla fine del quarto decennio dell’undicesimo secolo, trovò presto la sua prima occupazione tramite Bisanzio, ma questa volta non contro la Roma dell’est, ma in favore di questa.

Michele Paphlagonos, in nuovo imperatore di Costantinopoli, sentì la necessità di illuminare la sua non del tutto brillante ascesa al trono con una splendida impresa e di sprofondare nel dimenticatoio. Per questo scopo il suo comandante Maniace doveva riconquistare la Sicilia araba. I numerosi Normanni del Suditalia gli furono altrettanto opportuni come ai principi longobardi divenuti timorosi, il loro allontanamento dai loro territori. LA cosa sembrò svilupparsi in modo favorevoli per tutti, tranne che per gli Arabi, che subirono una grave sconfitta in seguito all’incredibile coraggio di Guglielmo Braccio di Ferro, il maggiore dei fratelli Huteville.

Fu lì che il capo longobardo dei Normanni venne gravemente offeso da Maniace. Dietro consiglio del furbo Longobardo i Normanni trattennero il loro rancore e non si vendicarono con il comandante che non aveva possedimenti. Lasciarono in asso Maniace e si ritirarono nella terraferma. Con un tranello di Adwin si stabilirono nei possedimenti di Melfi, fecero della città per altre imprese e derubarono in poco tempo consistenti territori della Puglia bizantine. Sconfissero le truppe greche in parecchie lotte e deviarono la paura e il timore dei Longobardi eleggendo a comandante il fratello del principe. Ma nel 1043 era arrivati al punto da potersi organizzare da solo nella terra conquistata.

Scelsero 12 conti, ognuno dei quali ricevette una città come residenza. Melfi divenne la capitale dello stato normanno, che però non apparteneva ad un solo singolo ma alla comunità. Goffredo Braccio di Ferro venne eletto a conte della Puglia e a capo di questa comunità, senza però alcun qualsiasi diritto di determinazione sui beni divisi.

In un convegno a Melfi con dei riti particolari vennero consacrate le onorificenze. A ciò furono invitati anche Waimer, il principe longobardo di Salerno, e Rinolfo di Aversa, il vero e proprio capo dei Normanni. Rinolfo come tale aveva organizzato le prime imprese e aveva riservato per se una parte del bottino. Adesso ricevette come possedimento il Monte Gargano e il Sipontum.

Con ciò si è conclusa una seconda epoca e diventano visibile in modo straordinario le fila, che dovranno proseguire il dramma.

Si sono cristallizzati due centri: Aversa con un trono che sviluppa un crescente lustro come germogliante Monarchia fondata del tutto nuova e Melfi, senza signore, come centro di una repubblica di dodici cavalieri con pari poteri, dei quali uno viene riconosciuto come capo tramite capo. I dodici cavalieri organizzatisi fraternamente hanno il loro precedente capo ad Aversa e si sono presi un proprio possedimento dai Bizantini.

La prossima tappa viene avviata tramite la morte dei due capi Rinolfo di Aversa e e Guglielmo Braccio di Ferro. Si Braccio di Ferro si diceva che fosse un leone nella lotta, un agnello fra gente pacifica e un angelo in consiglio. Dopo la sua morte nell’anno 1046 venne a mancare il suo essere armonioso,  che non mostrò nessuno dei suoi fratelli. Drogo, il secondo dei fratelli Hauteville, lo seguì nella sua dignità. Anche Rinolfo ebbe come successore un fratello, Askletin, che però dopo un anno morì. Logo viene ucciso, per disposizione del comandante della città di Bari, un figlio del longobardo Melis, il primo dei Normanni, e a lui succede Humfried, il terzo fratello della casa come capo eletto.

Riccardo, figlio di Askletin, un ricco e brillante cavaliere, viene eletto conte di Aversa, e viene tenuto al servizio ‘ oppure in prigionia . da Drogo e accede alla sua città solo con un grande seguito. È di una figura così bella e un essere coi benevolo, che, come viene raccontato, tutti i cuori gli si aprono.

Agli Hauteville era arrivato già prima in seconde nozze il secondo figlio delle seconde nozze di Tancredi. Questi sopraggiunse con una terza schiera di cavalieri ancora più grande dalla Normandia, tutti camuffati da pellegrini, perché gli Italiani non volevano più fare transitare dei Normanni, la cui fama peggiorava di giorno in giorno.

Roberto arrivò del tutto povero e si mise al servizio di diversi signori, fino a quando, dopo una impresa di Drogo in Calabria, vi venne lasciato indietro come capo di un piccolo gruppo. Poiché non riceveva una paga da suo fratello, incominciò a procurarsela di proprio pugno. Amatus dice di lui: ‘Andava laddove riteneva di potersi procurare del pane e dove e come lui riteneva, faceva bottino di ogni genere: buoi da traino, giumente da allevamento, pasciuti maiali, anche uomini, per estorcere come riscatto pane e vino. ‘ il borgo di San Marco presso Bisignano lo rese come centro delle scorrerie. Un Normanno i nome Girare gli procurò le nozze con la sua ricca zia Alberade e lo aiutò così ad allacciare un legame, che secondo Amatus divenne l’origine della sua  ascesa che stava per iniziare.

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Roberto viene descritte come un uomo che per forza e proporzioni del corpo superava tutti gli altri Normanni. Il suo appellativo Il Guiscardo lo ricevette da una qualità, tramite la quale si distinse ancora di più, per la sua furbizia. Questa si legava ad una spietata durezza e una insaziabile brama di possedere e di arraffare, come dice anche Malaterra, lo storico di corte di suo fratello.

Le imprese di questo Il Guiscardo divengono presto le cose determinanti nella comunità di Melfi dominatala dagli Hauteville e spingono Riccardo di Aversa a guardare verso nord per delle avventure, che potessero tener testa al concorrente del sud.

Inizia una nuova fase degli eventi e come sempre causata da un evento avvenuto fuori dall’Italia.

Nel 1049 Enrico III  designa il suo parente Bruno, vescovo di Tolone, come papa. Bruno, un Alsaziano della casa del duca di Egisheim, non va però da solo a Roma, ma porta con sé il monaco cluniacense Ildebrando. Con ciò avvia uno dei più grandi movimenti politico ‘ religiosi che abbia vissuto il medioevo. Ildebrando si era fatto a Cluny un concetto del mondo ed era pronto a investire tutta la sua inflessibile energia per riformare la chiesa in modo tale ed a rendere i suoi rapporti con lo stato, in modo che corrispondesse a questo concetto. La sua prima azione in questa direzione fu che spinse Bruno a deporre tutte le insegne papali e ad andare a Roma come semplice pellegrino, per farsi consacrare dopo l’elezione da parte del popolo e del clero, e poi prendere possesso dei poteri papalini.

Con ciò era documentata come priva di efficacia l’intromissione dell’imperatore nella elezione del papa.

Il papa, che prese poi il nome di Leone IX, iniziò ben presto ad interessarsi in maniera evidente per i Normanni suditaliani e si mostrava in modo sempre più evidente che passò dalle iniziali richiami a evitare le loro rapine all’intenzione di annientare questa società. Nessuno dubita, che dietro queste attività c’era Ildebrando, ma nessuno poteva dire con precisione i suoi scopi, nonostante ci siano molti motivi. l’odio contro i Normanni non era smisurato solo in Puglia, bensì anche nel Norditalia non si poteva far vedere più nessun pellegrino normanno. Dappertutto si equiparavano i Normanni con i pirati saraceni. Punto di cristallizzazione, ai quali si potevano attaccare le intenzioni papali divenne la città di Benevento.

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Allorquando Enrico III, in occasione del suo viaggio a Roma nel 1049l  andò anche a sud, gli venne incontro il principe normanno a Capua e ricevettero per la loro devozione l’investitura delle loro conquiste. Il principe di Benevento conservò però la sua ancestrale avversione contro l’imperatore tedesco e Enrico, allorquando con il suo seguito e con il papa voleva entrare nella città, si vide davanti le porte chiuse.  l’imperatore si vendicò per l’offesa con la scomunica e il papa con l’interdizione che tutti e due inflissero sulla città, mentre il suo territorio venne donato ai Normanni.

Durante un viaggio di Leone IX alla corte di Enrico deve ave ceduto questi Benevento in cambio di certi diritti su Bamberga. I Beneventani dal canto loro, senza consenso del loro principe, offrirono la città al papa. A ciò si legarono per secoli le ambizioni romane sul Suditalia.

Leo si assicurò gli aiuti di Bisanzio e marciò con un esercito di Italiani e di Tedeschi verso Benevento, che veniva assillando incessantemente dai Normanni. A giugno accorse contro Civitade per unirsi con i Bizantini di Argyros. I Normanni che si trovavano nella morsa cercarono di trattare, ma Leo il Santo aveva deciso il loro annientamento. Non rimase loro nient’altro da fare che intraprendere la lotta disperata. Humfred al centro, Riccardo di Aversa e Roberto Il Guiscardo alle ali, penetrarono contro l’esercito papalino e il Santo Padre da sopra le mira di Civitade dovette assistere all’annientamento del suo esercito. Il suo nocciolo svevo venne  annientato fino all’ultimo uomo perché gli svevi ritennero privo di gusto, indietreggiare di fronte a uomini così piccoli di statura, nei loro confronti di Normanni.

Il papa viene fatto prigioniero e i vincitori si prostrano al suo cospetto e implorano timorosi la benedizione sacerdotale e il perdono per il disagio provocato. Dopo avere ottenuto ambedue le cose, condussero appunto il Santo Padre a Benevento senza fargli mancare di rispetto che gli spettava e ve lo tennero prigioniero fino a quando ottennero sotto forma di feudo papale ereditabile la Puglia, la Calabria e la Sicilia ancora d conquistare. Nel frattempo era sopraggiunta la primavera del 1056 e Humfried accompagnò Leo fino a Capua, da dove il papa, dopo un breve riposo, ritornò a Roma. Lì morì dopo circa due settimane in conseguenza delle forti scosse.

Con incredibile evidenza viene segnata la legge del destino del paese in questi eventi. Ciò che vuole compiersi è già presente sotto forma di germoglio negli elementi.

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Le truppe del papa, dell’Impero di Occidente e di Oriente si dispongono contro i Normanni. In sottofondo ci sono gli Arabi di Sicilia che nominalmente appartengono al regno dei Fatimidi, che in questo momento si estende fino alla Siria ed alla Palestina. Leone IX non viene in Svevia solo con una truppa imperiale di appoggio, tutta la propria famiglia si amplia per legami di sangue nella crescente dinastia degli Hohenstaufen, che poi si cancellerà laddove è iniziata la lotta secolare di tutte queste potenze.

Lo schieramento di battaglia dei Normanni è però l’immagine dello sviluppo passato della loro comunità.

La colonia di Aversa aveva organizzato la repubblica dei dodici che era nata a Melfi. Adesso è divenuta l’epicentro e Aversa rimanente ala che deve fare da contrappeso alla nuova ala in Calabria, e precisamente la sorgente potenza di Roberto Il Guiscardo.

In battaglia l’esercito normanno si schierava in uno di questi rapporti secondo l’ordine. Le ali apportavano la decisione, sorvolavano il centro, soprattutto dei giovani, che attaccavano dalla Calabria.

La vittoria dei Normanni era una straordinaria impresa del coraggio. Ma una vittoria esteriore contro una potenza spirituale come quella papale non significa particolarmente molto, poiché con ciò non viene colpito l’impulso spirituale avversario. In effetti si vede che Roma improvvisamente con questa sconfitta si viene a trovare come signore feudale di tutto il Suditalia e della Sicilia e lascia ai Normanni la fatica di conquistare il paese sul quale non lascia più cadere le pretese. imperturbabile prosegue la politica del papa, dopo la sconfitta di Leone il Santo, il binario segnato da lui e dai suoi consiglieri.

Nello Stato Normanno però continua inarrestabile quella legge di sviluppo accennata dai fatti.

Humfred muore due anni dopo la decisione e designa Il Guiscardo come tutore dei suoi figli. Ciò segna la fine della supremazia degli antichi Hauteville. Roberto non tiene conto dei suoi nipoti e sottomete i baroni alla sua volontà.

Con ciò viene portato a termine il prossimo passo dello sviluppo.

Il centro dei dodici cavalieri attorno a Melfi, che era sorto nel centro del paese, per così dire all’ombra del Monte Gargano, è annientato dal nuovo centro più forte di azioni, che Il Il Guiscardo aveva edificato molto vicino al Monte Mercurio. Questo è in diretta contrapposizione a quell’altro edificato da Riccardo ad Aversa nei pressi del Monte Cassino.

La storia del prossimo periodo consiste adesso soprattutto nella vicendevole influenza di questi di punti. Ad ogni cambiamento nell’uno polo ne succede uno corrispondente nell’altro.

 

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Anche nei confronti dei monasteri assumono i due principi normanni un atteggiamento corrispondente. Riccardo di Aversa molesta inizialmente i Cassinesi, tanto che vengono inviate innumerevoli amare denunce al papa. Stefano X, il successore di Leone e prima abate di Monte Cassino, vuole addirittura utilizzare il tesoro del monastero per la lotta contro i Normanni, ma muore improvvisamente, prima che le sue intenzioni si possano realizzare. Presto però applica Riccardo un altro metodo: fa al monastero delle donazioni così grandi, che il suo periodo rimane come il più ricco nella storia del Monte Cassino. La stessa cosa c’è da dire del rapporto di Roberto Il Guiscardo nei confronti dei monasteri greci Basiliani in Calabria. Dopo persecuzioni iniziali vengono spinti ad uscire dalle regole di San Basilio attratti dalla ricchezza normanna, perché questa prescrive ai monaci la povertà.

Poiché Il Guiscardo usurpò l’eredità dei suoi nipoti, Il Il Guiscardo si vide spinto, rubando Capua, che porta via al figlio del principe appena morto, a ripristinare l’equilibrio. Dopo che estorto con la forza ai Capuani la promessa amministrazione delle torri e della porte, dall’anno 1058 si chiama principe di Capua.

A ciò risponde Roberto prendendo il titolo di ‘Dux Apuliae et Calabriae’.

A causa di aggressioni nel territorio della Chiesa Il Guiscardo viene scomunicato per la prima volta, ma al Concilio di Melfi nel 1059 Nicola II conferma e le nuove conquiste e titoli dei due principi. Roberto presta giuramento di feudatario e si accolla il pagamento di un censo annuale.Come segno dell’investitura riceve il gonfalone della Chiesa.

Adesso trova che sia venuto il momento ‘ con la scusa di una parentela troppo vicina - di ripudiare la moglie, alla quale deve la sua ascesa, e di sposarsi in modo più aristocratico. Manda degli inviati a Gisolfo di Salerno a chiedere la mano di Sigelgaita, la famosa sorella del principe. Gisolfo non rischia a contrastare le insinuate minacce e da il suo consenso, non senza però contemporaneamente essersi assicurato, tramite il matrimonio di Gaitelgrima, un’altra sorella, con Giordano, il figlio del vecchio rivale Roberto.

I grandi successi che Roberto conseguì a sud, oppressero però Riccardo in modo così eccezionale, che si precipitò in una impresa che andava oltre le sue forze. Voleva sfruttare la confusione creatasi a Roma, allorquando, dopo la morte di Nicola II, vennero eletti due papi, il candidato degli Ildebrando e quello di Agnese, la madre di Enrico IV. Riccardo si immischiò nella vicenda dello Stato della Chiesa e voleva dai Romani  ottenere con la forza il patriziato come un primo gradino per arrivare all’impero. Ma le truppe reali sotto Goffredo di Lotringa lo spinsero indietro e Alessandro II, il papa degli Ildebrando, grazie all’energia dei suoi sostenitori viene riconosciuto dal mondo. Lui riconferma le relazioni fondate con i Normanni. l’insuccesso è ancora più duro, allorquando vengono intraprese delle trattative tra Bisanzio e Il Guiscardo allo scopo di fare sposare una di Roberto con un principe bizantino.

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Adesso a Roberto non rimane altro da fare che girarsi nell’altra direzione e misurarsi direttamente con Il Guiscardo.

 Tutti e due si vogliono impossessare di Salerno, oltre che della ancora troppo forte e libera Napoli, la più lustre città del Suditalia. Roberto si propone come protettore di Amalfi, la sottomessa proprietà di Salerno. Gisolfo, principe di Salerno, si fida della parentela e della sua alleanza con la famiglia di Capua e le cui scaramucce con il violento cognato Roberto e lo rifiuta. Giura addirittura a sua sorella Sigelgaita che presto indosserà vestiti a lutto. Ma Roberto sottomano si capisce così bene con Riccardo e assedia Salerno così pesantemente che i cittadini mezzi morti di fame gli aprono le porte e lasciano da solo il loro principe sopra nella cittadella, dove si tiene con ostinata caparbietà insieme ad una manciata di fedeli, fino a quando la fame costringe anche lui a trattare. Roberto pretende per prima cosa la reliquia che si trova in possesso del cognato, un dente dell’evangelista Matteo. Gisolfo fa estirpare un dente ad un ebreo appena morto e lo invia al suo pio cognato. Ma Roberto conosceva la reliquie troppo bene e offeso lascia sfogare liberamente la sua avidità, non prende al cognato solo il dente santo, ma anche tutti gli altri possedimenti, così che Gisolfo deve cercare asilo presso il suo alleato, il papa Gregorio VII ‘ l’ex monaco cluniacense e più tardi suddiacono ed economo della chiesa si era fatto eleggere papa il giorno della morte di Alessandro II, il 21 aprile 1073.

Tutto intorno erano successi un numero di eventi importanti, che lasciarono sviluppare ancora per un altro breve anno lo strano gioco di forze fra la Calabria e la Terra di Lavoro, prima che il destino del paese si spingesse in nuovi binari di sviluppo.

Nell’anno 1077, dopo la sottomissione di Salerno, dell’ultimo principato longobardo, i due rivali si rivolsero verso il nord per acchiappare nuovi bottini. Per la terza volta viene colpito adesso dalla scomunica. Gli fa però talmente poca impressione che Gregorio si vede costretto ad usare dei metodi più efficaci: lo fa scacciare fuori dal suo paese tramite un buon esercito papale. Adesso Roberto e Riccardo fanno di nuovo a gare per l’ultima volta a rubare come prima. Riccardo assedia Napoli e Roberto Benevento, che appartiene al papa, il cui governatore è è morto da poco. Riccardo si pente però presto dei suoi peccati, si rappacifica con il papa e muore. Roberto, che ha da fare in Calabria, abbandona anche le imprese intraprese e suo cognato Giordano, figlio di Riccardo, schiaccia le truppe di assedio lasciate davanti a Benevento.

 

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Il principato di Capua però continuò ad esistere, a partire dalla morte di Riccardo, solo come un monumento della iniziale fondazione normanna. La seconda forma di stato che da esso derivò venne fagocitato da  Roberto Il Guiscardo. Al potere di Roberto coalizzò però in questo periodo un nuovo centro di influenza.

Nella seconda metà del sesto decennio del secolo in corso Ruggero, il fratello minore di Il Guiscardo, giunto con la madre e con alcune sorelle era giunto da suo fratello, che era divenuto già potente e ricco. Questi gli diede un cavallo e lasciò a lui il compito di rubarne altri. Lo utilizzò per le sue imprese a sud e, come era di per sé comprensibile, litigò spesso con lui e vi si rappacificò, quando si presentava la necessità. Ma il destino aveva prescelto Ruggero per grandi imprese in Sicilia, per le cui il suo essere era molto più adatto di quello del fratello veloce e privo di scrupoli. Ruggero viene descritto come brillante essere cavaliere vincente, ma ossesso da una voglia insaziabile di potere e dalla perenne necessità di sentirsi lodato.

In breve successione, negli anni 1060 e 1061, i Messinesi e il traditore arabo Ibn Thimah vennero al di qual del faro dai fratelli in Calabria, per ottenere il loro aiuto contro la preesistente dominazione araba dell’isola. Ruggero si assume in modo particolare questo nuovo compito che gli si pone. Nel primo decennio tratta ancora per compito del fratello e nelle imprese più importanti con il suo appoggio, ma dopo la presa di Palermo nell’anno 1072 lascia a Roberto il territorio dell’isola ancora da conquistare.

Con il fiorire del nuovo centro inizia la decadenza di quello captano.

Ma la catastrofe che distrugge quello già fatto e spiana la via alle nuove germoglianti relazioni viene provocata da eventi a Roma e a Costantinopoli.

Dopo la grande umiliazione, che avevano commosso il mondo, dell’imperatore a Canossa, il suo potere inizia a crescere e, dopo la morte del controre Rudolfo, la situazione del partito papale contrario diventa disperata. Gregorio VII deve fare la pace con i Normanni per prevenire Enrico IV e assicurarsi il loro aiuto. Roberto alla fine del 1080 riceve l’investitura di tutta la proprietà dietro prestazione del giuramento di feudatario. Un altro evento a Costantinopoli provoca la continuazione dello sviluppo nella stessa direzione.

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Dopo lunghe trattative Roberto aveva infatti inviato sia figlia nel Gynaikeum di Costantinopoli per farla preparare come futura moglie dell’allora ancora piccolo figlio di Michele VII. I Bizantini però non si sentivano trattati bene. Anna Comeno, che conosceva la bambina, si lamentava della sua particolare bruttezza. Ricevette per compenso il bel nome di Elena. Quattro anni più tardi Michele, al quale vengono attribuiti altri errori, viene deposto dal trono e viene messo nel monastero con tutta la famiglia, di cui faceva parte la poco bella Elena. Ciò fu molto opportuno a Il Guiscardo, perché aveva gettato da molto tempo lo sguardo sul trono e a volte si era attorniato di splendore bizantino. Fino al sigillo imitava le usanze di corte ed imperiali bizantine. I suoi funzionari portano dei titoli greci e laddove trova delle organizzazioni le lascia sopravvivere. Un impostore, che prende il posto di Michele scappato dal monastero, viene ricevuto da lui con tutti gli onori e viene trattato da lui come un vero Basileo, a cui promette di fargli avere i suoi diritti come parente. Gregorio VII da il suo consenso per l’impresa ed ordina a suoi vescovi di appoggiarlo.

Prima però che Il Guiscardo abbia finito il suo armamento un altro attacca Costantinopoli. Alessio Comneno schiaccia l’usurpatore dal trono, libera la figlia di Roberto, alla quale dimostra tutti gli onori e svela al mondo intero la commedia del falso Michele del Il Guiscardo. Questi, privato dei motivi della spedizione, senza di essi va a Durazzo con un esercito attraversando l’Adriatico, dopo avere donato la Sicilia e la Calabria a suo fratello e la Puglia a suo figlio.

Alessio non era però un avversario inferiore e conosceva la situazione meglio di Roberto. Fornì ad Enrico IV i soldi per una spedizione in Italia, vinse il cognato che era circondato a Capua e soprattutto il suo nipote Abelardo derubato, al quale venne facile spingere i baroni rimasti indietro contro il debole figlio di Roberto.

Presto si fecero sentire le grida di aiuto degli alleati del papa e del figlio di Il Guiscardo rimasto verso l’Epiro. Grazie all’intervento di Sigelgaita, che riuscì ad incitare di nuovo gli indeboliti Normanni, ad annientare presso Durazzo l’armata dell’imperatore Alessio e di prendere la città dopo circa un anno in seguito ad un tradimento. Ma per la ribellione alle sue spalle e per  le Mißerfolge del suo figlio maggiore Boemondo si viene a trovar in mezzo ad un mucchio di soldati senza Boden. Nel 1082 deve indietreggiare e lasciare a Boemondo le ulteriori operazioni.

La sua immagine, il suo coraggio e i ricchi mezzi di suo fratello Ruggero erano grandi abbastanza per frenare i baroni della Puglia tanto da potere accorrere dopo due anni alle grida di aiuto sempre più disperate di Gregor. Con un forte esercito, messo a disposizione per gran parte da Ruggero, secondo quanto si tramanda da parte di molti mischiato con molti saraceni, - si spinse nel 1084 nella Terra di Lavoro e assediò ò inutilmente suo cognato ad Aversa. Presto deve togliere l’assedio perché dal mese di marzo Enrico IV è signore di Roma e Gregorio è chiuso nel Castel Sant’Angelo. Con l’arrivo di Il Guiscardo Enrico si ritira e lascia Roma al suo destino. Nottetempo i soldati salgono sulle mura, liberarono Gregorio e lo conducano in Laterano. Dopo essersi rifatti delle loro fatiche con una terribile saccheggio e parziale distruzione di Roma, le truppe si ritirano di nuovo verso sud. Gregorio, che aveva insistito fino all’ultimo impassibile sul suo diritto nei confronti dell’antipapa, termina i suoi giorni in esilio a Salerno, la capitale di Roberto. Quivi muore l’anno seguente, il 25 maggio 1085. Non è stato inumato nella cattedrale a lui dedicata, che muore anche Roberto il 27 luglio su un promontorio di Corfù. Aveva attraversato di nuovo l’adriatico dopo che suo fratello Boemondo aveva dovuto abbandonare la lotta contro Alessio. Ma il destino non era favorevole alla nuova impresa. Uno dei figli di Sigelgaita era pronto al tradimento e una pestilenza decimò l’armata. Lui stesso morì in seguito ad una febbre. Durante il trasporto della salma in Italia si alza una potente tempesta e lo butta in mare. Solo con grande fatica poté essere ripescato.

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Dopo che Il Guiscardo dopo quest’ultima attacco dopo tanti anni, che avevano movimentato la sua vita, viene seppellito a Venosa, prende Sigelgaita la guida delle faccende. Suo figlio Ruggero era stato preferito a Boemondo, il discendente maggiore di Roberto,  ed era stato deciso come successore. Però non assomigliava a suo padre né per coraggio, né per furbizia e dopo che sua madre aveva seguito ben presto suo padre, iniziò il disfacimento dell’opera di Il Guiscardo. Lui non aveva lasciato uno stato, ma un possedimento personale, che non era tenuto insieme da lui stesso, ma era costretto a stare insieme da una potenza che attaccava dall’estero.

Adesso era  tutto libero per una nuova evoluzione che partiva da un altro centro di potere, perché anche Giordano, che con il principato di Capua aveva ereditato anche l’antica inimicizia contro Roberto, morì quasi contemporaneamente a Sigelgaita.

Si capisce da se che i nuovi impulsi devono partire dal centro, che era rimasto illeso dalle potenze dominatrici.

Ruggero, il minore dei dodici figli di Tancredi, nel frattempo era diventato dall’iniziale ladro di mandrie ad uno dei più potenti principi d’Europa e passo, non per mezzo di usurpazione, ma come tutore consigliando e aiutando i suoi nipoti  che naturalmente litigavano per l’eredità.

 

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La conquista della Sicilia si avvicinava al suo completamento. Questo nuovo regno normanno non si formò nella stessa maniera come l’arruffata del Suditalia. Ruggero aveva trovato in Sicilia un brillante apparato statale, ma senza uomini di stato, abitato da incapaci e lui crebbe in esso, conservandolo scrupolosamente e imponendosi con giovani forze. Non ha la dura personalità di Roberto Il Guiscardo, bensì lascia impregnare completamente la sua plastica volontà delle meravigliose istituzioni che vi trova. Così si osserva come le iniziali azioni che apparivano avventurose si impregnano di saggezza, sì, si viene a formare una grande avversione contro la semplice avventura. Disprezza i suoi giovani parenti Boemondo e Tancredi e, allorquando abbandonano la collaborazione all’ulteriore ampliamento dello stato e prendono la croce, poiché vede abbastanza chiaro, che li spinge solo cieca piacere di avventura.

Con Ruggero inizia un’evoluzione, i cui singoli passi rimbombano nel mondo intero. La Sicilia rientra di nuovo nella storia mondiale.

Il papa Urbano II, che era stato eletto alla grande dignità da Gregorio e divenne portatore delle sue idee politiche, lo venne a sentire per primo. Ruggero non è più uno di quei smodati principi normanni, che si dimostrano sì inaffidabili, ma che ritornano ad essere sempre di nuovo dei servitori della Chiesa e che vengono utilizzati come tali. Sa organizzare la stessa Chiesa Siciliana e sa trattare i clericali. Urano può mantenere la pace solo con la cessione della legazione papale alla persona di Ruggero.

Il destino non permette però a lui che era ascesso tanto in alto a determinare il suo successore. I figli pi?u grandi muoiono prima di lui e, quando lui stesso muore settantenne come suo fratello, rimanevano solo Simon e Ruggero, due figli più piccoli avuti dalla sua seconda moglie Adelasia. Lei prende in mano la conduzione degli affari di stato per Simon e, quando anche lui morì, per il più giovane ed unico erede maschile del Gran Conte.

Adelasia fissa Palermo come sede del governo e quivi Ruggero si forma in mezzo a sapienti arabi e alti clericali. Allorquando sua madre va in terrasanta per divenire regina di Gerusalemme, Ruggero, come giovane uomo con l’aiuto dell’emiro esperto di mondo Giorgio di Antiochia, è già in grado di potere prendere in mano la guida. Ruggero II non ha più niente di avventuriero, non gli appartiene più nessun’orma dell’antico soldato guerriero normanno. È un grande spirito occidentale che costruisce un regno con sicurezza ed con conoscenza del mondo.

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Dell’ultimo erede di Il Guiscardo riceve lui i rimanenti diritti su Palermo e quando questi muore, in Sicilia è tutto pronto per potere passare celermente e in modo grandioso alla conquista della Puglia e della Calabria. Il papa, l’imperatore e i baroni pugliesi protestano e prendono le armi, quando le loro dimostrazioni non portano i frutti dovuti. Ma la sua tenace volontà è più forte dei suoi avversari. Dopo avere unito la terraferma fino ad arrivare ai confini dello Stato Vaticano alla Sicilia, si eleva lui stesso a re. Al suo Regno di Sicilia appartiene per forze di cose anche Napoli e con meraviglia del mondo la città orgogliosa, ritenuta imprendibile, si arrende al nuovo re.

L’unificato Regno delle Due Sicilie, come venne chiamato più ù tardi il nuovo regno, entra come grande potenza nel destino del mondo. Con esso devono fare i conti tutti i principi latini, dall’Inghilterra a Gerusalemme, i due imperatori, il papa e gli Arabi.

Ma neanche al creatore di questo potente opera permise il destino di determinare il suo successore. Ha il dolore di vedere andare nell’aldilà prima di lui i figli maggiori, sui quali aveva posto le sue speranze, e deve mettere nelle mani di Guglielmo, il più giovane, e come si di dovrà costatare, il figlio meno capace.

Guglielmo sembrò molto come un decadente principe di stile orientale. Gli affari di stato gli sembravano difficoltosi e particolarmente spiacevoli gli sembrarono le agitazioni e i disagi delle campagne militari. Ma quando le circostanze lo richiesero, sconfisse con inusuale energie il suo avversario, per poi scomparire nello stile di vita di una pascià privo di preoccupazioni. Dietro di lui però ci sono personalità che si preoccupano della prosecuzione dello sviluppo intrapreso. Gli attacchi dei due imperatori romani vengono respinti il papa viene anche lui costretto a confermare i vecchi accordi. Due rivolte della nobiltà in Sicilia si scontrano contro una così grande stabilità dello stato, che la continuazione dello sviluppo passa indiscusso alla successiva fase, preparata in modo così grandioso.

E di nuovo muore il figlio maggiore del re prima del tempo. Guglielmo lascia alla sua morte, nell’anno 1166, due giovani figli, di cui il maggiore viene determina come successore della corona. La regina durante la sua breve reggenza di transizione tenta una deviazione dalla via seguita, ma le premure umane si schiantano contro la volontà sono responsabili per il prosieguo del cammino intrapreso.

Guglielmo il Buono, il quarto sovrano, prende la sua eredità à allorquando la sua figura si riesce  percepire come in sogno. Una schiera di altre strane operanti figure si stanno attorno e agiscono tramite lui nel corso delle cose del mondo.

 

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Il paese è tranquillo durante la sua reggenza e, cosa che deve apparire come un miracolo, anche nella Sicilia continentale non avviene neanche una ribellione, e neanche dall’esterno nessuno attacca il paese. È il tempo che si ricorderà per secoli come un paradiso perduto. È anche l’apice dell’unione delle Due Sicilie.

Il suo tempo però aveva preso anche il germoglio, che portava in sé un nuovo elemento per l’ulteriore evoluzione. Barbarossa per altre vie voleva realizzare, ciò che con la forza non era riuscito a nessun altro imperatore o re tedesco nel corso dei secoli. Fece il piano, di sposare il suo figlio maggiore Enrico con la zia di Guglielmo il Buono, per trovare in questo modo la via per la Sicilia. Dietro le spalle del nuovo papa questa intenzione diventa realtà, e a questi non rimane altro che castigare i prelati che hanno celebrato il matrimonio.

La volontà di Guglielmo dopo la sua morte il regno deve andare a Costanza, ma anche questa volta gli eventi non si svilupparono secondo la volontà umana.

Tancredi, il nipote illegittimo del re Ruggero, si appropria del potere. Solo alla sua morte Enrico riesce a dare esteriormente validità per breve tempo al testamento, fino a quando anche lui viene preso dalla morte.

Il paradiso terrestre di Guglielmo il Buono nel periodo a lui successivo viene trasformato in un terribile inferno, la cui furia si tranquillizza solo quando Federico, il figlio di Enrico e di Costanza divenuto maggiorenne, prende il potere.

LL’orfano Federico era stato educato dal paese, tramite le sue forze positive e negative e senza una guida con delle mete precise. In lui e con lui il terribile caos viene trasformato in ordine. Più che mai adesso la Sicilia, allorquando il suo re era divenuto imperatore romano-germanico, diviene l’epicentro della vita politica. Le forze riunificate del paese irradiano nel mondo.

In questo periodo il baricentro del Regno si trasferisce sempre di più nella Sicilia continentale. Federico II vi si intrattiene molto e muore anche dall’Altra parte nel piccolo Fiorentino.

Anche lui, il grande lungimirante spirito, che voleva indicare al mondo nuove vie, fa un testamento di cui il destino non tiene conto. Il figlio legittimo maggiore è morto come ribelle prigioniero. Il più giovane, Corrado, si dimostra inadatto ad amministrare l’eredità lasciatagli dal padre. Come suo nonno Enrico non riesce a mettere piede in Sicilia e così va questa all’illegittimo Manfredi che è del tutto concresciuto con la Puglia. Risiede nel posto in cui i primi Normanni avevano iniziato ad arraffare un regno. Il loro spirito avventuriero sembra volere rinascere di nuovo in lui, ma su una altro piano. Non interviene più nelle faccende terrene. Le imprese e i canti di Manfredi sono al di fuori del mondo che li prepara.

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In cambio è diventata realtà qualcos’altro: l’altra parte dell’accordo con Leo il Santo, ce fino ad allora era rimasto nei rami delle apparenti richieste astratte. Si insisteva sulla legittimità dell’investitura papale, ma si riteneva di non dovere ritenere la feudalità, che si doveva riconoscere con ogni conferma, non come una realtà fisicamente piena.

Adesso, nell’ultima fase dello sviluppo del periodo normanno-svevo del regno, il feudatario spirituale fa uso di mezzi terreni brutali per procurare incisività al suo concetto di diritto.

Non lontano dal luogo, dove Leo il Santo era stato superato dai Normanni, proprio lì, laddove gli anno estorcere l’investitura della Sicilia, Manfredi viene abbattuto dalle truppe papali. Il feudo viene ritirato e viene dato all’oscuro Carlo d’Angiò. A Napoli viene decapitato in seguito a ciò l’ultimo legittimo discendente degli Hohenstaufen. Napoli diviene però la capitale del nuovo governatore.











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L’enigma Sicilia

di Friedrich Häusler

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