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Garibaldi fa il moralista (con gli altri!!!).
Ritroviamo la notizia anche nel Comandini (13 Maggio 1876) e nella Civiltà Cattolica del 17 marzo 1876  (ANNO VIGESIMOSETTIMO -  pag. 631).

Ah, non si tratta delle solite menate clerico-borboniche (come pensano spesso taluni) – abbiamo verificato nell’archivio online della Camera – ecco i riferimenti per gli scettici:

http://archivio.camera.it/patrimonio/archivio_della_camera_regia_1848_1943

Garibaldi - Limitazione a lire 5000 del maximum degli stipendi, pensioni e assegni pagati dallo Stato 13.05.1876 - volume 227

Ringraziamo l'Editore Vincenzo D'Amico per averci fornito copia de LO TROVATORE del 1876.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – 22 Novembre 2017

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I MORTI CHE PARLANO

LO TROVATORE - SABATO 20 MAGGIO 1876

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

Un morto esce dalla tomba e fa querela per diffamazione e per libello famoso.

Ma che ha da fare un morto con un vivo?

Il Trovatore, il giorno del 16 corrente ha celebrato i funebri onori al Conciliatore; ed oggi gli uomini del neonato Napoli ci vogliono tradurre in giudizio; ma contro chi in grazia? Contro il morto Conciliatore!

«Si scuopron le tombe, risorgono i morti».

Ma il Trovatore è vivo.

Pel resto confidiamo, come per lo innanzi, nella giustizia dei nostri magistrati, così vilipesi un giorno dal defunto Conciliatore.

Che sia apocrifa?

Offriamo ai nostri lettori una lettera di Garibaldi, diretta nientemeno al Parlamento Italiano. Questa lettera è un documento assai curioso, e non è per caso abbiamo messo a capo di queste nostre parole, il titolo; Che sia apocrifa? Leggano i nostri lettori che cose scrive l’eroe dei due milioni e facciano a meno se possono di avere dei dubbii sulla autenticità di questa lettera.

AL PARLAMENTO ITALIANO

Onorevoli Colleghi,

Quando una fortezza assediata, od una nave in ritardo si trovano mancanti di vivere i comandanti ordinano si passi dall’intera alla mezza razione, o meno. In Italia si fa l’opposto: più ci avviciniamo alla bolletta, e più si cerca di scialacquare le già miserissime sostanze del paese.

Io sottopongo quindi alla sagace vostra considerazione ed approvazione la proposta di legge seguente:

«Finché l’Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria, in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio pagati dallo Stato, potranno oltre passare le cinque mila lire annue.»

Roma 13-5-1876.

G. GARIBALDI

Appena letta questa lettera, corre facile la domanda se sia proprio Garibaldi che la abbia scritta, pochi giorni dopo aver fatto il sacrifizio di accettare la melma governativa di 100 mila lire annue, arretrati ecc. Potrebbe infatti essere un giuoco fatto all’idraulico del Tevere, da qualche capo ameno per prenderlo a gabbo e per far risaltare la inconseguenza di lui che dopo aver esacrato la melma governativa, si ò deciso poi ad accettarla.

Che se la lettera è proprio dell’eroe, e l’ha proprio scritta lui, davvero che ella è singolare. Solo infatti dopo che ha accettato le 100 mila lire annue, ed arretrati, Giuseppe Garibaldi si è accorto che l’Italia si avvicina alla bolletta?  Che se non fosse così, perché, quando si decise di accettare il dono nazionale, mentre aggradiva il pensiero di fargli questo dono non ebbe la delicata idea di dire; vi ringrazio assai del dono cospicuo che mi volete fare, ma finché l’Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria, in cui indebitamente è stata è stata posta, io non accetterò nessun dono che oltrepassi le cinquemila lire annue? Se Garibaldi avesse fatta una eccezione. siffatta a coloro che gli offrivano 100 mila lire annue avrebbe ben meritato della patria, e delle finanze in depressione,  e con voce franca avrebbe potuto dire all’Italia, ed al parlamento: finché dura questa depressione finanziaria non sia stipendio o pensione che superi le 5 mila lire, Exemplum dedi vobis, avrebbe potuto dire con nobile fierezza, imitatemi adunque, e rattoppiamo un poco le sdrucite finanze italiane con sagge economie. Ma venire a parlare agli altri di ridurre le pensioni o gli stipendii al summum di 5 mila lire, quando lui ne percepisce 100 mila, piuttosto che un rimedio proposto, ci sembra un’insolenza bell' e buona alla quale si potrà sempre rispondere dagli altri il noto: medice, cura te ipsum.

Dunque, o la lettera surriferita è apocrifa, e allora non c‘è che dire; Garibaldi dà occasione ad epigrammi sul conto suo e quella lettera ne è uno, o dessa è proprio scritta da lui, e si aspetti una buona lavata di capo dal Parlamento, quando essa venisse ad essere discussa, e primi di tutti gliela daranno quegli stessi ministri dai quali ha accettato le 100 mila lire.

LO TROVATORE - SABATO 20 MAGGIO 1876
Garibaldi - Limitazione a lire 5000 del maximum degli stipendi, pensioni e assegni pagati dallo Stato 13.05.1876 - volume 227





















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