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Avevamo una diplomazia, non era seconda a nessuno.

Zenone di Elea – Agosto 2017

PAOLO VERSACE LA SUA VITA E LE SUE MISSIONI

DOCUMENTI E RICORDI 

DA SERVIRE ALLA STORIA DI NAPOLI DAL 1825 AL 1860

PER GIUSEPPE CARIGNANI

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DELL'UNIONE

Strada nuova Pizzofalcone, 14

1872

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NTRODUZIONE

DOCUMENTI

INDICE


PAOLO VERSACE

LA SUA VITA E LE SUE MISSIONI

Il racconto della vita e delle missioni del comm. Paolo Versace, sulle quali io imprendo a scrivere, se torna al certo gradito agli amici, cui è cara la memoria di lui, non lo sarà meno a coloro che vogliono trovare un esempio di rara virtù nell'uomo di Stato, ed agli altri pochissimi che da noi in vanno in cerca di documenti per la storia del nostro tempo, tanto ricco di eventi.

E certamente, se fuvvi amico caro agli amici, se fuvvi uomo di stato chiaro per virtù, se fuvvi mai presso noi personaggio che fosse a capo di tutti gli affari diplomatici durante il regno di Ferdinando II. questi fu senza dubbio il Comm. Paolo Versace.

Nato in Bagnara nel 1798 da Pier Francesco Direttore Generale delle Dogane e da Giovanna essa pure di Versace, Paolo, dopo un concorso nel quale, fra una sessantina di competitori, ebbe il primo posto, entrava nel 1822 () nella diplomazia come ufficiale di prima classe; e nel 1826, cioè in età di anni 28, era nominato segretario d'ambasciata a Parigi () in luogo del barone Emidio Antonini.

Entrato così giovane in tale uffizio, la rara onestà di lui, il chiaro ingegno, l'abilità non comune ne' difficili negoziati di Stato lo fecero ben presto salire in fama di abile diplomatico, talmente che non v'ebbe ministro che non l'avesse scelto per le più difficili missioni.

Nel 1830, in un momento solenne, non fu spediente che si mandasse altro diplomatico a sostituire lui giovane che si trovava a Parigi allo scoppio della rivoluzione di luglio: tanta era la fiducia che poneva in lui il principe di Cassero.

Nel 1838 e nel 1839 trattavasi di calmare le adirate potenze occidentali contro Ferdinando, e fu scelto il Versace.

Nel 1840, sorto il litigio degli zolfi, il Serracapriola lo volle seco in quell'importante affare; nel 1848 quando volevasi annullare la convenzione pe' reggimenti svizzeri dalla dieta, e nel 1858 quando volevasi riappiccare le relazioni con la Francia fu anche mandato il Versace a Berna ed a Parigi; nel 1860, all'appressarsi d'una terribile catastrofe, fu chiamato a Direttore degli Affari Esteri.

Ancora, negli anni che fu in Napoli, ebbe commessi gli affari di più gran momento e le missioni le più onorevoli. Fu nel 1837 segretario del principe Ruffo Scilla Duca di Santa Cristina nell'occasione di ricevere S. A. Serenissima la principessa M. Vittoria Filiberto di Savoia, che venia sposa del conte di Siracusa Leopoldo Borbone, fratello del re Ferdinando, sulla fregata sarda il Beroldo—Nel 1845 ebbe posto d'esaminatore per gli alunni diplomatici—Nel 1848 lavorò per lo Statuto—Nel 1846 fu nominato membro della commessione per la formazione de' regolamenti di rito pei reati che commettessero i regi sudditi in Levante, per diffinire la giurisdizione consolare onoraria notarile, e per regolare gli atti dello Stato civile all'estero —Nel 1854 fu chiamato a far parte della commessione nominata per affari commerciali, e nel 1857 dell'altra per la preda del Cagliari—Finalmente quasi tutti i trattati di commercio furono sottoscritti da lui.

Messo adunque entro ai più segreti affari, in relazione co' più eminenti personaggi nostrani e stranieri, il Versace non è per noi l'uomo che può solo somministrarci esempi di virtù, ma è l'uomo altresì che può più degli altri indicarci il cammino a seguire nello indagare la politica tenuta da re Ferdinando in tempi difficili.

Veramente, sui Ricordi del Versace, se non si può formare una Storia propriamente detta, si può benissimo trovare gran parte de' fatti e delle ragioni che guidarono la politica estera a tempo di re Ferdinando. E così pure da 'questi documenti può ritrarsi quanto vadano lungi dal vero, nel giudicare il suo regno, tanto i suoi amici, quanto i suoi nemici. I nemici l'accusarono di esser servo dello straniero, ed è questa una delle più grandi menzogne che mai sieno state dette.

Gli amici suoi giudicarono nobile, grande, la resistenza fatta da lui negli ultimi anni, ed è questo, a nostro credere, il più grande errore che mai si fosse preso nel giudicare la sua politica.

La politica di re Ferdinando, come risulta da' documenti lasciatici dal Versace e che io, con ogni precisione, mi sono studiato di trascrivere fedelmente, fu sempre una politica d'indipendenza, scevra da ogni servilità, e che toglieva origine dalla natura stessa della sua indole, dagli uomini in mezzo ai quali visse, dalle impressioni che aveano in lui fatto i passati regni del padre e dell'avo, stati sempre ligi allo straniero.

Ma questa politica d'indipendenza ebbe, come il suo governo interno, due parti o due periodi: nel primo il suo bollente animo viene temperato dai consigli, dalle esortazioni de' suoi ministri e de' suoi consiglieri e tutto procede prudentemente; nel secondo si vede la sua natura sdegnare ogni freno, ogni considerazione di sorta, e trasmodare a misura che crescono gli ostacoli che avrebbero dovuto viepiù contenerlo ne' limiti della prudenza.

E veramente il proceder cauto ed aspettante della politica de' primi anni del suo regno gli fu consigliato dalla incertezza in cui era l'Europa; l'avvicinarsi alle corti nordiche gli venne quasi imposto dalla preponderanza di quelle potenze nel concerto europeo e dalla poca sicurezza che il regno di Luigi Filippo davagli, sia pei continui tumulti interni, sia per la politica estera che seguiva in Ispagna; poi la condotta dell'Inghilterra, dopo il litigio degli zolfi e del principe Carlo, il costrinse a propendere per la Francia fino al 1848.

Ora una tale politica non può disconoscersi da nessuno che non fosse quella che veramente convenisse tanto agl'interessi del paese quanto a quelli della dinastia.

Ma può dirsi lo stesso de' tempi che seguirono?..

Caduto il governo di Luigi Filippo e salito al trono Napoleone, le sorti della dinastia di Napoli versarono ne' più grandi pericoli, specialmente quando in Austria allo principe di Schwartzenberg succedette il conte de Buol.

L'Austria, stante l'aggregato di diverse nazionalità, ond'è costituita, e lo stato dell'Europa, non avea che a seguire due vie; o quella di mantenersi unita alla Russia, o l'altra di riprendere la politica di Rodolfo d'Habsburgo in Oriente ed in Germania, abbandonando l'Italia. Schwartzenberg avea seguita, sino ad un dàto tempo, la prima; Buol non seguì né l'una né l'altra.

Per tal módo avvenne che, non fissando la sua politica in un punto solo ma distraendo in tre punti le sue forze e con intenti spesso contrari o divergenti, ebbe tutti nemici senza aver per sé nessuno amico, quando che, se egli avesse seguito o l'una o i' altra, delle due politiche, avrebbe veduto scemato il numero de' suoi nemici, ed avuto l'appoggio di qualche potentato—Ma, se questa politica dell'Austria rivelava agli occhi di politici accorti i pericoli ch'essa correva, palesava pure, come conseguenza, i pericoli che correvano gli Stati italiani e specialmente la corte di Napoli; la quale trovavasi avere contro a se i Bonaparte in Francia, Palmerston in Inghilterra e la rivoluzione in Italia capitanata dal Cavour. Bisognava per questo andare a rilento ed essere cauti più di quello che non si fosse stato per lo passato.

Invece re Ferdinando sprezza ogni consiglio prima della Russia e poi dell'Austria, per seguire una via che è inesplicabile, se si pensa all'intelligenza ed all'esperienza ch'egli avea negli affari.

E questa divisione della sua politica in due periodi diversi non solo si scorge nella sostanza, ma ancora nella forma. Imperocché ne' primi anni si vedono procedere regolarmente i. consigli di Stato, le istruzioni ragionate, i dispacci, i memorandum mandati da' ministri degli esteri a ciascun legato; e per contrario negli ultimi non vi sono che ordini comunicati da' segretari particolari al Direttore Carafa.

E ciò spiega la differenza grandissima che si troverà in questi Ricordi da me studiati del Versace: dappoiché fino al 1848 noi abbiamo tutt'i documenti per esporre la storia di quegli eventi, laddove, pel periodo che segue, noi non troviamo la spiegazione di molti fatti che leggendo le corrispondenze particolari e confrontando queste con le opere poste a stampa in questi ultimi tempi e particolarmente dal Nicodemo Bianchi. Ciò mostra ancora, nell'ordine de' fatti, quali sieno state le vere cause efficienti della caduta della Dinastia nel 1860, che uomini volgari e superficiali politici vogliono ancora attribuire ad un comando sbagliato o a parziali tradimenti. Tali cose, senza dubbio, hanno potuto essere, come sono state certamente, cause immediate di quella catastrofe, ma la loro ragione di essere bisogna ricercarla in regioni più alte, e soprattutto nell'erroneo indirizzo che sin da dieci o dodici anni prima si era adottato e seguito nella politica interna e straniera: indirizzo che fatalmente erasi raccolto in due fatti, nella mancanza di ogni alleanza che produsse la separazione del Regno dagli altri Stati; accentramento completo all'interno, che facendo perdere alle popolazioni ogni coscienza della comunanza de' suoi interessi con quelli del governo, le rese indifferenti, a' suoi pericoli ed impotenti a resistere all'urto che veniva dal di fuori.

Come siasi proceduto nella estrema via e come sovente la politica estera di re Ferdinando, per effetto sempre del suo spirito d'indipendenza esagerata, siasi allontanata da' buoni principi e dalle buone tradizioni, è agevole rilevarlo dalla varia parte che fu chiamato a prendere negli affari il nostro Paolo Versace.

Il Versace fu l'uomo scelto da re Ferdinando per mediatore tra le due corti di Napoli e di Francia ogni qualvolta l'interesse e l'onore della Dinastia e del paese richiedessero quell'appoggio o quell'alleanza. Egli avea saputo mantenere i vincoli tra le due corti a tempo della rivoluzione di luglio, li avea rannodati nel 1838 e raffermati nel 1840 e nel 1848.

Si vede poi il Versace, dal 1848 al 1859, chiamato sempre ad eseguire gli atti del ministero degli Esteri, ma non mai si vede ch'egli avesse negli affari la parte che avea avuto per lo innanzi.

Imperocché da moltissime corrispondenze sue si rileva, che Ferdinando sapeva che il Versace per quanto era amico della resistenza quando fosse impegnato l'onore e gl'interessi dello Stato, per tanto inclinava a cedere alle potenze quando non fosse il caso dell'onore offeso e degli interessi manomessi.

Ma Egli se era poco amico di que' governi che, per comprare il favore delle potenze, vendono, co' trattati di commercio, l'ultimo pane dell'operaio; non era neppure tra coloro che spingevano alla resistenza il governo per cose indifferenti, e per le quali il cedere avea a scopo una suprema ragione di Stato e d'evitare un pericoloso avvenire.

A far poi che i fatti e i documenti servano alla storia e non agl'interessi di partito, io mi sono studiato, per quanto ho potuto, di tenermi lontano da quel vezzo tanto comune oggi, di tacere fatti importanti e di servirsi di essi in modo, che alterino la verità, per farla servire a provare ciò che si vuole.

I documenti molti da me citati sono integri e fedelmente trascritti.

Possano adunque essi servire a chiarire la storia del nostro tempo e ad illustrare la memoria di un uomo che lasciò a noi esempi di, virtù preclarissime, tanto nella privata quanto nella vita pubblica.

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CAPO I

Brighe con la Francia — Versace è spedito a Parigi.

Paolo Versace trovavasi, come abbiamo accennato, solo Incaricato degli affari a Parigi quando avvenne la rivoluzione di luglio e quasi contemporaneamente la morte di Francesco I. in Napoli. Questo doppio mutamento se rendesse difficile la missione sua colà, di leggieri si comprende se si pone mente che il solo fatto dell'innalzamento al trono del re Luigi Filippo era il guanto di sfida gittato alle potenze collegate a Waterloo ed alla Santa Alleanza.

Che se tai cose cambiavano le faccende d'Europa, in ispecial modo mutavano quelle d'Italia e più di Napoli, dove in quell'anno stesso a Francesco I. era succeduto Ferdinando II. suo figliuolo.

Questi veniva al trono col proposito di scancellare le due macchie del regno del padre e dell'avo, la servilità all'estero e la corruzione all'interno.

Ed egli era tanto più fermo in questi due propositi per quanto la sua natura era ferrea e per quanto quei difetti del padre e dell'avo erano fortemente impressi nel figlio a quel modo che sempre suole avvenire.

Ora tali propositi, messi in atto sin dal cominciamento del suo regno, doveano dargli forti brighe, tanto più che Ferdinando non andò guari che dette a divedere spingere troppo oltre questi suoi disegni d'indipendenza.

L'Austria e le altre due potenze nordiche le aveano interpretate come riforme che davano cominciamento ad atti ostili contro di esse; Francia ed Inghilterra aveano sperato in quelle come inizio di un governo liberale e ligio alle potenze occidentali. I tempi erano allora difficili, il governo di Napoli trovavasi impigliato in ordinare all'interno il reame; era dunque d'una estrema difficoltà e d'un interesse grande il non suscitare ostacoli nuovi. E il principe di Cassero che allora reggeva il Ministero degli Affari Esteri fu sollecito di servirsi a tal uopo del marchese Antonini e del giovane Paolo Versace.

L'Antonini, spedito a Berlino e non a Vienna per non farsi vedere ligio a questa Corte, dovea rassicurare quel vecchio re sulle riforme iniziate nel regno; laddove il Versace dovea dare a dividere le intenzioni della Corte di Napoli circa la riforma del governo, ma non mai spingersi fino a dar speranze a Luigi Filippo di soverchia propensione che si avesse per la sua politica estera ed interna.

E il Versace in tali prattiche riuscì sì bene, che non solo s'ebbe lodi grandissime dal proprio governo, ma pervenne altresì ad acquistare tale simpatia presso la Corte d'Orléans che noi vedremo non avere altro che la morte potuto sciorre i nodi di amicizia e di affetto che lo legarono, da quel giorno, a quella famiglia.

Senonché, pochi anni dopo, il Versace era richiamato in Napoli al posto di capo di Dipartimento al Ministero degli Affari Esteri, nel qual tempo la politica del gabinetto di Napoli, per circostanze che or ora diremo, subiva alcuni mutamenti.

2.

Gli stati di second'ordine di rado hanno ingerenza negli affari d'interesse generale; ma in quel tempo gli affari della Spagna e la prigionia della duchessa di Berry Maria Carolina sorella di Ferdinando II. a Blave facevano in guisa, che la diplomazia della Corte delle Due Sicilie presso le potenze estere ed i rappresentanti delle corti estere in Napoli trattassero affari d'importanza generale.

Il dritto in Ferdinando VII. di chiamare al trono la figliuola Isabella non poteva essere dubbio.

Le antiche leggi della Spagna chiamavano al trono le femmine, Filippo V. nel 1713 le avea escluse, Ferdinando VII. le richiamava a regnare nel 1830.

l re e le Cortes di Spagna aveano o no il dritto di mutare la legge di successione al trono? Se non l'aveano questo dritto, la prammatica del 1713 che mutava le leggi di successione escludendone le femmine non poteva non essere che un atto nullo, e quindi doveano valere le leggi antiche della Spagna. Che se si ammettesse questo dritto nel 1713 a Filippo V. perché negarlo nel 1830 a Ferdinando VII?

O s'ammetteva dunque o non s'ammetteva il dritto ai re ed alle Cortes di mutare le leggi di successione al trono, Isabella era la legittima erede.

Certo questo fatto e queste ragioni non isfuggivano ai governi tutti. Ma le potenze nordiche vedevano in Don Carlo il campione delle loro idee assolutiste; e Carlo X. re di Francia e Francesco I. di Napoli non voleano veder crollare, con la nuova legge di successione, l'edifizio innalzato da Luigi XIV. e gli eventuali dritti di successione al trono di Spagna che la prammatica del 1713 determinava per la famiglia reale di Francia e di Napoli. Per questa ragione tutti protestarono: anzi Carlo X. per indurre il re di Spagna a rivocare la prammatica, giunse sino a minacciare la Spagna di sciogliere le relazioni diplomatiche, laddove quel sovrano non avesse dato ascolto alle simultanee rimostranze delle Corti di Napoli e di Francia ().

Stavàno così le cose quando avvenne la caduta di Carlo X. in luglio 1830 e la morte di Francesco I. in novembre. Luigi Filippo, che succedette al primo in Francia, era rimasto inerte; non così Ferdinando II. Questi, continuando l'opera del suo genitore, mandò in Ispagna in qualità di suo incaricato d'affari, il Barone Antonini, tornato recentemente da una missione nel Brasile, con l'incarico di far revocare la Prammatica Sanzione del 29 marzo 1830.

Era l'Antonini tenuto in conto di sagace, destro ed esperto diplomatico; e per vero egli riuscì a farei promettere dal re Ferdinando VII. che avrebbe rivocata la legge. Senonché, quali che fossero le cause che operassero sul suo animo, con decreto del 4 aprile 1833 furono convocate le Corti Spagnuole perché nel dì 20 del seguente giugno avessero prestato solenne giuramento alla Serenissima Infante Donna Maria Isabella Luisa, come a principessa ereditaria della corona di Spagna, riconoscendo, con tale atto, il nuovo ordine di successione stabilito dalla Prammatica.

Contro tale atto il gabinetto di Napoli protestò con solenne lettera comunicata alle potenze europee il 18 maggio 1833. Avvenuta poi la morte di Ferdinando VII. e la proclamazione d'Isabella, il re richiamò il suo incaricato barone Antonini da Madrid; e non tenendosi contento a ciò, cominciò, per mezzo de' suoi ministri all'estero, ad adoperarsi a tutto uomo perché le potenze non avessero riconosciuto Isabella.

Delle 5 grandi potenze, Russia, Austria e Prussia, i cui sovrani si erano posti d'accordo nel settembre del 1833 a Munchen-Grartz, ritirarono i loro ministri da Madrid nel maggio 1834: e Francia e Inghilterra, richieste da Martinez de la Rosa ministro d'Isabella, firmarono nell'aprile dello stesso anno 1834 col Portogallo e con la Spagna un trattato conosciuto col nome di Quadruplice Alleanza; pel quale il reggente di Portogallo e la reggente di Spagna s'impegnavano d'unire le loro forze per combattere gl'Infanti Don Carlo e Don Michele, e Inghilterra e Francia s'obbligavano a dare altre forze nel caso le prime non fossero, state sufficienti.

È noto che, dopo pochi mesi di questo accordo, Don Michele pretendente al trono del Portogallo fosse costretto a firmare la capitolazione d'Evora e a rifugiarsi in Inghilterra ove venne raggiunto indi a poco da Don Carlo.

Parea così che tutto fosse ridotto in tranquillo, quando si seppe che Don Carlo indotto dalle corti nordiche e principalmente da' consigli e dall'oro della corte di Napoli, si era trasferito nel luglio 1834 dall'Inghilterra attraverso la Francia in Navarra, dove l'arditezza di Zumalacarreguv avea convertite in armata regolare le bande disordinate de' volontari; mercé le quali egli avea costretto gli eserciti d'Isabella a ripassare l'Ebro e ad abbandonare le province di Catalogna, d'Aragona, di Navarra e di Biscaglia.

Se si adontasse di questa politica di re Ferdinando il gabinetto di Parigi, che a spada tratta proteggeva Isabella, di leggieri può comprendersi. E noi sappiamo da una lettera scritta a que' dì al Versace dalla regima Amalia in ottobre 1835, «che il re Luigi Filippo avesse ricevuto l'ambasciadore di Napoli con quella severità che conveniva ad un re e ad un padre e che due giorni dopo il principe di Butera, che avea surrogato il Versace a Parigi, avesse presentate le sue lettere di richiamo».

Ma lungi dall'intimorirsi re Ferdinando proseguiva nel cammino tracciatosi, incoraggiato ch'era dal progredire degli eserciti di Don Carlo nelle province nordest della Spagna; da' moti che i radicali sorretti e spinti dall'Inghilterra erano riusciti a far scoppiare in Barcellona, Saragozza, Valenza, Cadice, Siviglia, Malaga, Cordova e Granata; ed in ultimo dalle condizioni interne di Parigi, nella quale si avvicendavano gli attentati contro la vita di Luigi Filippo, le sedizioni, i mutamenti ministeriali.

Invero non andò guari, Donna Cristina, vedova di Ferdinando VII. di Spagna veduto che gli eserciti di Don Carlo s'avanzavano da trionfatori su Madrid, e costretta, per gli avvenimenti di Sant'Idelfonso, a dover concedere la costituzione del 1812 ed a porsi nelle mani i Mandizibal ligio all'Inghilterra, sentì ella imperioso il bisogno di scrivere al suo fratello Ferdinando II re di Napoli «ch'Ella era in tutto estranea agli atti atroci di un governo, nel quale non avea esercitato che un potere fittizio, e che suo ardente desiderio era di sottrarsi ad una così odiosa tirannia, rifugiandosi con le figliuole e co' suoi più cari presso la Corte, in Napoli.»

Niente era tanto gradevole alla Corte di Napoli quanto questa offerta; e Ferdinando tosto chiamata a se, persona intraprendente, ardita e al tempo stesso devota, il marchese la Grua, la volle spedire a Don Carlo con tal segreta e delicata missione.

Era il 20 ottobre 1836 quando giunto il la Grua al Campo di Don Carlo e accettato da costui la proposta del gabinetto di Napoli, Don Carlo spedì ordine ai generali «che avessero fatto ogni sforzo per salvare le auguste persone reali, e che qualora la regina Cristina avesse fatto formale riconoscenza de' dritti di Don Cara lo immantinente avrebbero dovuto essi riconoscere i dritti di Lei come regina vedova di Ferdinando VII. E quelli delle figlie come Infante di Castiglia.»

La regina accolse la mediazione, ma stretta e sorvegliata da' rivoluzionari fece allontanare il la Grua per non dar sospetto, mandando poi a raggiungerlo dal suo Tesoriere che confessò all'agente napoletano la regina voler patti migliori.

Giunta questa nuova in Napoli, Ferdinando pensò di spedire a Don Carlo il principe di Carini uomo accetto moltissimo alle due parti contendenti, e prattico della lingua e degli uomini di quelle contrade.

Partì il Carini da Napoli in marzo 1838 e giunto al campo disse quali erano le basi della mediazione:

1.° Aumentare l'assegnamento della regina vedova di Spagna.

2.° Costituire un assegnamento alla seconda figlia della regina.

3.° La promessa di matrimonio del Principe delle Asturie colla Principessa Donna Isabella, ferma però restando la successione secondo le leggi di Filippo V.

4.° Darsi al principe delle Asturie il titolo di re di Castiglia e di Aragona o di Leon unicamente per fare che la Infante conservasse quello di Regina.

5.° Conservarsi all'Infante Donna Luisa lo assegnamento ed i suoi beni.

6.° Accordarsi il perdono alle persone che aveano sostenuto il partito della regina conservando i gradi, le pensioni e gli onori nella truppa purché avessero cooperato sì quelle che questa all'esecuzione dell'accordo.

Don Carlo fu sollecito d'accettare; non così Donna Cristina che dichiarò formalmente «che le proposizioni relative agl'interessi particolari potevano essere ammessi, ma non il disegno di matrimonio tra il principe delle Asturie e la Infante Isabella, perché secondo lei, non vi sarebbe stata sicurezza per alcuno e non ne sarebbe risultato né la pace della famiglia né quella delle nazione.»

3.

Queste cose aveano di già soverchiamente inasprito l'animo di Luigi Filippo quando a porre legna al fuoco sopraggiunse l'arrivo in Napoli della duchessa di Berry.

La Duchessa di Berry sorella di Ferdinando II. e vedova del Duca di Berry figlio di Carlo X. ch'era stato assassinato da Louvel il 43 febbraio 1820, era andata in Vandea per sostenere i dritti del suo figliuolo sulla corona di Francia, ma, per tradimento di uno de' suoi più fidi, cadde nelle mani della polizia francese e fu condotta prigioniera a la Blave.

Stata ivi più tempo rinchiusa, finalmente addì 8 giugno, accompagnata dal generale Bugeaud, suo custode durante la prigionia, e da' signori Mesnard e Doneau e dal principe e dalla principessa di Beauffremont, María Carolina fu condotta a bordo della corvetta francese l'Agathe che il 5 luglio gittò l'ancora nella rada di Palermo. Per noti provocare maggiormente la corte di Francia le autorità siciliane, quantunque avvisate, dalla nave Actéon, dello arrivo della principessa napoletana, non si mossero a riceverla; ed ella non vide nella barca, che veniva a prenderla dal bordo, che solo il Conte Lucchesi Palli suo secondo marito.

Ma tempo dopo la duchessa di Berry ottenne dal fratello il permesso di recarsi in Napoli; e questi pose a sua disposizione la bella casina reale del Chiatamone, ora albergo. Da quel momento quel ridente e placido sito, stato già soggiorno di quanti reali ospiti stranieri qui trassero e delizia nelle sere di estate per la famiglia reale di Napoli, addivenne bentosto centro degli intrighi di quanti nemici avea il governo di Luigi Filippo. Per una tale ragione quel punto fu ancora luogo di posta. degli agenti della polizia francese; i quali di notte e di giorno, da mare e da terra, non lasciavano mai d'invigilare tali adunanze.

Codesti atti del governo di Napoli doveano naturalmente mettere in sull'avviso il governo di Luigi Filippo. Fu decretato allora in agosto 1837 l'annullamento dei privilegi che i legni napoletani aveano nel porto franco di Marsiglia. Le rimostranze francesi erano già per unirsi a quelle del ministero inglese, ancora esso preoccupato della politica di re Ferdinando, quando il Principe di Cassero, con quella chiaroveggenza che avea negli affari e più con quella sua lealtà che metteva in ogni cosa, riuscì a rompere la corrente che si era stabilita intorno al re e a persuaderlo a mandare a Parigi ed a Londra il nostro Paolo Versace, nello scopo di rabbonire quei due governi contro di lui.

E di vero chi poteva alla Corte di Francia essere più gradito di lui, che, negli anni di sua missione, avea tanti e sì scabrosi litigi trattati e con sì rara abilità e prudenza da divenire l'amico ed il confidente di tutta la corte, e specialmente della buona regina Amalia?

Un nostro caro amico, Saverio. Abbenante, che scrisse una necrologia di lui, bene osservò «che le varie cognizioni ond'era egli adorno, il suo condursi cauto e circospetto, ed i modi squisiti lo facessero grandemente stimare dal Perrier, dal Thiers, dal Mignet e da quella pleiade di egregi uomini politici, che rifulsero nel regno dell'Orleanese.

Fattasi la scelta non si volle dare a vedere che fosse quella una missione speciale: e però, colta l'occasione che il conte Guglielmo Costantino di Ludolf ed il. suo segretario Gennaro Capece Galeota de' duchi di Regina erano stati richiamati da Londra, fu nominato a quel posto Paolo Versace come incaricato d'affari con l'istruzione di fermarsi a Parigi (). Giunto a Parigi e terminate le feste pel parto della duchessa d'Orleans, Versace volle recarsi direttamente dal re prima di conferire col ministro.

La Corte dovea partire il giorno 8 settembre per Eu; e Versace si recò il giorno 7 alle Tuileries, dove fu accolto come egli era stato sempre, da persona familiare.

Il Versace espose il disegno che il ministero di Napoli avea stabilito pel litigio della visita e del transito de' vapori francesi e fece trasparire i divisamenti del suo governo, di togliere di mezzo ogni ostacolo che si frapponeva alla buona relazione de' due Stati.

Luigi Filippo disse che la proposta del governo di Napoli, di voler disporre una linea di vapori napoletani «da Genova a Livorno a Malta pel trasporto della corrispondenza e de' passaggeri francesi, implicitamente conteneva l'esclusione pura e semplice delle navi francesi da' porti napoletani, e che quindi gli pareva difficile che il suo ministero l'avesse accettata; ma che del resto egli si sarebbe adoperato a tutt'uomo presso il ministro delle Finanze per indurlo a comporre que«sta controversia nell'interesse delle due nazioni, essendo stata sempre sua idea quella di stabilire colla corte delle Due Sicilie una convenzione su le basi di perfetta vicendevolezza, non pretendendo mai di chiedere più di quello ch'egli era disposto a concedere agli altri Stati d'Italia».

Al Versace poi, che avea fatta venire la conversazione sull'ordinanza d'agosto che escludeva i legni napoletani del porto franco di Marsiglia, Luigi Filippo rispose col dire del suo costante interesse verso la corte di Napoli, e col deplorare le circostanze che l'aveano obbligato a firmare una ordinanza «che ripugnava al suo cuore, ma che era stata adottata come mezzo da ricondurre il governo napoletano per vie più amichevoli».

Il Versace comprendeva bene il significato che avessero queste parole e gli affari ai quali si riferissero; ma volle attendere la risposta del Molé, allora presidente de' ministri, alla proposta napoletana. In fatti pochi giorni dopo, la proposta napoletana era rigettata per le ragioni stesse allegate dal re; ma Molé mettendosi per vie più concilianti scrisse familiarmente al Versace in ottobre 1838 «che il governo francese altro non desiderava se non lo stabilire un servizio alternativo di navi delle due nazioni pel trasporto della corrispondenza e de' viaggiatori».

La corte di Napoli era allora a Palermo e il re, dopo non breve tempo, fece dal principe di Cassero scrivere al Versace «che S. M. amava che fosse modificata la proposta Molé, ma che era suo volere che si fosse fatto ogni sforzo possibile per mantenere integra l'amichevole corrispondenza e l'accordo tra loro».

Frattanto, sopraggiunti i mutamenti di ministero e la lega contro il ministero Molé, i negoziati per la corsa de' vapori, delegati al cav. Tallenay molto gradito agli agenti. napoletani Versace e Carafa, restavano in so speso: ma in una delle visite fatte nell'aprile del 1839 dal Versace al re Luigi Filippo, questi tutto si faceva ad aprire l'animo suo al Versace confidandogli i veri motivi e la vera causa della poco amicizia tra le due corti.

«E qualche tempo, egli disse, mio caro Versace, che rapporti veridici hanno fatto conoscere che la duchessa di Berry rassembra in sua casa due volte la settimana tutt'i carlisti che si trovano in Napoli e particolarmente que' che si fanno distinguere pel fervore delle loro animosità contro il mio governo; fra i quali è da mettersi in prima linea M. Sosthène de la Rochefaucauld. L'oggetto di questi assembramenti non è punto estraneo alla politica; ed io, che conosco il carattere irrequieto ed audace di coloro che ne fanno parte e la troppo facile credulità della duchessa, temo che non si carezzi l'idea di qualche sconsigliata intrapresa. Voi vedete tutti gl'impacci che il partito liberale ha suscitato alla passata amministrazione, la quale, tanto all'interno quanto all'esterno, ha seguito i principii di una politica saggia, conciliante e dignitosa.

«Il nuovo Ministero, per quanto moderato io posso augurarmelo, dovrà certamente allontanare ogni pretesto del quale potrebbe impadronirsi il partito dominante della camera per insorgere contro una politica ch'essa chiama timida e sommessa; per la qual cosa una delle prime sue idee sarebbe quella di far terminare ogni fornite d'intrighi che esister potesse contro la sicurezza pubblica della Francia.

«Desidererei quindi che voi scriveste al principe di Cassero al più presto possibile, affinché persuadendosi delle esposte considerazioni voglia provocare dal re mio nipote disposizioni tali da far conservare alla duchessa di Berry, finché le piacerà di trattenersi in Napoli, quella condizione che le circostanze le hanno assegnato. In tal modo non si darà campo al nuovo ministero a far rimostranze che potrebbero affliggere il nostro cuore ad alterare i rapporti di buona corrispondenza tra i due governi ()».

Giunta questa comunicazione in Napoli, il re fu lieto di dar pruova alla Francia delle sue intenzioni benevoli della nuova politica adottata.

A tale scopo recatosi il principe al Chiatamone, residenza della duchessa di Berry, la trovò ch'era sul punto d'imbarcarsi per Palermo.

Gli ordini del re erano chiari: si richiedeva da lei e dal suo marito, il conte Lucchesi Palli, una dichiarazione in iscritto nella quale promettessero che mai tenterebbero cosa alcuna contro la Francia. La dichiarazione, dopo alcuni indugi, fu firmata e tosto spedita al Versace.

Non appena giunti i dispacci da Napoli, il Versace recossi a Neully. Dovea egli non solo riferire le dichiarazioni della duchessa e del duca di Berry, ma ancora le promesse del re suo nipote che sarebbero invigilati i passi della duchessa, e che il governo di Napoli si sarebbe opposto, sia ad ogni assembramento segreto in casa della duchessa, sia ad ogni attentato contro la Francia. Piacque a tutta le corte una tale inaspettata risoluzione; di talché, fattesi meno aspre le relazioni tra i due governi di Napoli e di Francia, il Versace venia richiamato in Napoli addì 9 agosto 1839 per avere le istruzioni necessarie per la sua missione a Londra: dove Lord Palmerston era ancora egli in cagnesco con la nostra corte, sotto il pretesto del matrimonio del principe Carlo.

CAPO II

Litigio con Inghilterra—Versace a Londra.

La stessa missione che a Parigi, si dovea compiere a Londra. Ma il Versace dovea trovare su questa via più spine che non ne avea trovate sulla prima.

La politica di re Ferdinando in Ispagna avea suscitato i medesimi odii così a Parigi come a Londra.

E come a Parigi pretesto di controversia con la Corte di Napoli erano state le corse de' vapori, a Londra lo furono il principe Carlo e poi gli zolfi.

A porre adunque fine a questo altro litigio fu chiamato da Parigi il Versace per avere le necessarie istruzioni. Le quali, nello scopo di guadagnarsi l'animo di L. Palmerston, dicevano «Che fosse volontà del re ch'egli dipendesse in tutto da' consigli di lui, e che in conseguenza non dovea cominciare negoziato alcuno col principe Carlo se prima Palmerston non lo avesse preparato e disposto a conformarsi ai voleri Sovrani. Di fatti tali cose tornarono a quel ministro gradite tanto che ripetutamente fece palese al Versace qual'era la sua riconoscenza per la fiducia di cui il re l'onorava.

Quanto ai mezzi da adottarsi, Palmerston volle che il Versace gli avesse redatta un dispaccio familiare nella quale tutte per esteso fossero esposte le idee del re circa tal litigio. La qual cosa fu fatta il 20 ottobre 1839 con queste parole.

Milord

D'après le désir que V. E. a bien voulu m'exprimer dans l'entretien que j' ai eu honneur d'avoir avec Elle, je m'empresse de lui résumer les déterminations que le roi, mon auguste Maître, à daigné prendre à l'égard de S. A. R. le Prince Charles, et qui constitue objet de ma mission auprès de V. E.

1° Le Roi accorde à l’épouse de son auguste frère le Prince de Capoue le titre de Duchesse de Villalta. Une somme de six mille Ducats par an est allouée aux fils du Prince; les filles recevront une dote de 30 mille D.

Ils porteront tous le nom de leur mère V. E. trouvera dans la pièce N. 1 la copie littérale du Décret contenant toutes les dispositions dans leurs plus amples détails.

2° Une somme de 40 mille duc. a été mise à ma disposition pour faire honneur aux engagements que S. À. R. a pu &re contraint de contracter à Londres. On devra seulement soustraire de cette somme le montant de quatre mille ducats qui sera remis au Prince pour les frais de son voyage.

3° S. A. R. pourra fixer sa résidence dans l'endroit de la Péninsule Italienne qu'il lui conviendra de choisir en exceptant toutefois le Royaume des Deux Siciles et les États du Saint-Siège.

4° S. M. exige enfin la formule N. 2 dans laquelle le Prince témoigne toute sa reconnaissance envers le roi, et déclare en mème temps d'accepter toutes les propositions qui lui ont été faites.

Si S. A. R. voulait, à l'exemple de son auguste frère le Comte de Syracuse, céder l'administration du majorat dont il est question dans le décret de 2 septembre 1839 et percevoir en échange de la Trésorerie Royale la somme de 4 mille ducats par mois S. M. est disposé a le lui accorder.

La pièce N. 3 offrira à V. E. dans tonte sa teneur le décret roval qui sanctionne cette conversion d'apanage faite le 2 juin 1837 en faveur de S. A. R. le Comte de Syracuse.

Telles sont Milord les propositions que je suis chargé de soumettre au Prince et qui (il faut le reconnaître) portent l'empreinte de cette tendresse fraternelle, doit la voix est toujours puissante dans le c—ur du roi. Je ne doute nullement que S. A. R. le Prince de Capoue, dont les sentiments de respect égale celai de l'affection envers son auguste frère, ne reçoive avec reconnaissance des propositions qui, en assurant le sort de son épouse et de ses enfants, mettent un terme à cette pénible situation.

Je ne terminerai pas celle lettre sans répéter à V. E. l’expression des sentiments de reconnaissance dont le Roi mon maître est pénétré pour tout ce qu'Elle a bien voulu faire dans le but de hâter un rapprochement tant désiré dont la réalisation réclame encore le concours puissant et les conseils de V. E.

Je profite de cette occasion etc. etc.

A questa proposta Palmerston rispose: che il principe domandava innanzi tutto da quattro. in cinque cento Lire Sterline per recarsi dalla campagna a Londra e le carte, di cui era latore il Versace, per esaminarle Palmerston in questa conversazione riconobbe l'impossibilità d'ammettere tali domande del principe, ma in pari tempo domandò che due cose fossero modificate e aggiunte: il nome da darsi ai secondogeniti del principe e la sopravvivenza da convenire per la Smith nel caso che il principe premorisse ().

Di vero il decreto stesso diceva: «concediamo alla signora P. Smith il titolo di duchessa di Villalta che potrà essere trasmesso ai figli di lei e del principe Carlo. Costoro prenderanno il cognome della madre».

«Ora se il titolo del ducato di Villalta era, come di ragione, trasferibile al primogenito della famiglia, quale, diceva Palmerston, sarà il cognome che prenderanno i secondogeniti: quello di Villalta o quello di Smith?... Se il primo, il principe accetterà, ma se il secondo, né questi né la moglie ammetteranno una simile condizione. E Lord Palmerston, a tal proposito, citò l'esempio del duca di Sussex, il quale avea dato, ai figli nati da lui e. dalla donna che avea tolto in moglie, il cognome d'Est, titolo che trovavasi nella famiglia di lui, e non già il cognome della moglie. Comunicata questa proposta al ministro in Napoli () il principe di Casséro rispondeva: egli è fuor di dubbio che, giusta le disposizioni del real decreto de' 3 settembre 1839, essi figli dovrebbero portare il cognome di Smith ch'è quello della madre: dappoicché il nome di Villalta, come titolo, non potrebbe essere trasmesso che al primogenito. Nulla di meno. S. M. che, in questa occasione, non ha mai lasciato di essere affettuosissimo verso il. germano O. Carlo, malgrado i traviamenti di lui; per mostrare la sua buona volontà di togliere al desiderato accordo ogni possibile ostacolo, non ha difficoltà, ove questo assolutamente si richiedesse, di consentire che lo stesso titolo di duca di. Villalta si estenda a tutti i figli nati e nascituri dal matrimonio di S. A. R. con la Penelope Smith.»

«E per rispetto alla seconda difficoltà, che potrebbe sorgere dal silenzio serbato nell'anzidetto real decreto, Sul modo dí provvedere al mantenimento della moglie del principe in caso di sopravvivenza; ella potrà assicurare il principe che, qualora tale caso si verificasse la signora Smith dovrà confidare nella clemenza del re».

E perché il Versare avea domandato istruzioni su quanto andava per le bocche di tutti, che il principe volesse differire il suo viaggio alla ventura primavera, Cassero soggiungeva: «risponderò ai quesiti da lei fattimi, manifestandole le corrispondenti sovrane determinazioni. Vuole il re, ch'ella strettamente si attenga alle istruzioni circa al somministrare al real principe di Capua ducati quattromila per le spese del suo viaggio in Italia, e circa il pagamento de' debiti. Ella quindi non dovrà somministrare all'A. S. R. la somma anzidetta, se non al momento di partire, e non dovrà soddisfare i debiti che dopo la partenza della medesima Altezza sua.»

«Se poi S. A. R. facesse rilevare che, a cagione degli avanzati tempi invernali, sarà obbligata a rimettere il suo viaggio alla ventura primavera; ella procurerà d'indurla a partire sollecitamente, facendole osservare che trattasi di andar incontro sempre a clima migliore. Ma qualora il real principe fosse ostinato a non volersi porre in viaggio che in primavera, il re permette ch'ella attenda sino a quel tempo per eseguire gli anzidetti incarichi.»

«Infine mi riserbo di farle conoscere se potrà osare di pagare tutti i debiti del real principe superanti la somma di ducati trentaseimila, della quale le si era aperto credito, allorché ella mi avrà reso esattamente consapevole dell'ascendere de' medesimi: acciocché io sia in grado di prendere le corrispondenti, precise, positive determinazioni della M. S. ()».

IL PRINCIPE DI CASSERO

Comunicate tutte queste risoluzioni al principe, questi fece rispondere per mezzo di Palmerston.

I.° Che egli pretendeva il titolo di principessa e non quello di duchessa di Villalta.

2.° Che il decreto dovesse serbare un silenzio assoluto sul cognome da portarsi da' figli, pretendendosi dal principe quello di Borbone.

3.° Aumento della somma per assegnamento ai figli del principe.

4.° Permesso di restare in Inghilterra.

Ma il grave non erano siffatte pretensioni del principe, sl bene ch'esse venivano grandemente sostenute dal Palmerston, il quale nella conversazione col Versace su questo affare diceva: che il titolo di principe, non essendo in Napoli come in Inghilterra un titolo esclusivo della famiglia reale, poteva facilmente concedersi; che il principe fondava la seconda sua dimanda su l'opinione emessa dal principe di Metternich, che i figli di S. A. R. nati dal matrimonio con la Penelope Smith potrebbero, senza offendere la dignità della augusta famiglia, portarne il nome; e che ammissibile era la domanda di restare in Inghilterra, sul fondamento che, dovendo la sorella della Smith sposare Lord Norbin, uno de' più ricchi proprietari d'Inghilterra, tornerebbe più conto a S. A. R. il rimanere in Inghilterra con la cognata, con la quale trovavasi nelle più amichevoli relazioni. A ciò aggiungeva Palmerston un suo divisamento, di cui diè lettura al Versace, da sostituirsi a quello del 20 settembre 1839. In esso venia cancellata ogni frase di sommessione e di fiducia del principe verso il sovrano ed ogni atto di riconoscimento del decreto del 7 aprile 4829. Ancora più ingiurioso pel re era che il Palmerston allegava avere il principe e lui saputo, che il decreto del 7 aprile non esisteva, e che il re non avea mai pubblicato il testamento del re Francesco per essersi egli appropriato undici mila ducati al mese che il padre avea lasciati al principe Carlo.

Or queste pretensioni, le ragioni ingiuriose che si allegavano, il sapere che il principe prendeva, in questi affari, consiglio da bn tal Berardi malvisto alla corte di Napoli, fecero in guisa che il Versace si fosse addato che col principe non era più a trattare, che per Palmerston un tale affare non era che un pretesto, e che vera causa della politica inglese era la poco docilità che Ferdinando avea di accettare l'ingerenza di lui negli affari del regno.

Scrisse adunque al Cassero in questi sensi; e questi, in data del 4 gennaio 1840 mandò un lungo dispaccio 20 confidenziale nel quale, approvando la condotta del Versace, combatteva le idee di Lord Palmerston in modo da non offendere le suscettibilità di quel ministro ().

Ma nel tempo stesso e con lo Stesso corriere era spedita una lettera in cifra nella quale era detto.

Signore

«Vuole S. M. ch'ella parta subito da Londra prendendo il passaporto per Napoli, ma che si vada a tratte. nere con qualche pretesto a Parigi, dove aspetterà di sentire l'effetto che il suo allontanamento da Londra avrà prodotto nel principe reale, avvisandomi di tutto perché possa informarne la maestà sua.

«Tenga intanto il contenuto di questo uffizio segretissimo e per sua sola norma».

PRINCIPE DI CASSERO.

Per questo fatto il Versace rimise, con lettere gentilissime in data del 18 dicembre 1889, al Visconte Palmerston, il bollettino delle leggi pubblicate nel reame di Napoli del primo semestre del 1829, nel quale eravi copia del decreto negato dal principe; ed ai 28 gennaio 1840 fu da. Palmerston per congedo, secondo le istruzioni ricevute.

Ma in questa visita ebbe egli ad accorgersi che non sí era ingannato sul mal volere del Palmerston pel re di Napoli: giacché questi () dopo aver detto che la Penelope volea per se il titolo di principessa e non di duchessa, perché volea essere la moglie di suo marito, e dopo di aver manifestata il desiderio che al principe fossero dati quattromila ducati al mese, oltre la rendita della Contea di Mascali, soggiunse: che la partenza del Versace da Londra avrebbe risvegliato i creditori del principe i quali aveano desistito dalle loro pretensioni perché credevano che un accordo avrebbe avuto luogo; che v'erano di quelli che avrebbero operato personalmente sul principe mettendolo in prigione; che il principe avrebbe forse cavato partito da questa condizione umiliante per rappresentare in faccia all'Europa le role de victime; che probabilmente avrebbe scritto e pubblicato cose le quali, quantunque non vere, pure avrebbero fatto un cattivo effetto nel pubblico; e che infine avrebbe tentato ogni via per eccitare negli animi il sentimento della compassione. Ancora Palmerston, sapendo dell'allontanamento del Versace, si fece in termini recisi a dirgli: che molli ricorsi erano venuti al Parlamento contro l'esistenza del monopolio degli zolfi, ch'egli riguardava come un'infrazione manifesta allo spirito ed alla lettera del trattato del 1816: ov'era chiaramente stipulato che i sudditi della Gran Brettagna sono liberi negli stati delle Due Sicilie, tanto nella vendita, quanto nelle altre operazioni commerciali. Tali reclami, soggiunse Lord Palmerston, che la Camera non può non trovare fondati, obbligheranno il governo inglese ad adottare i provvedimenti più energici per ottenere dal Real Governo, il risarcimento dovuto ai sudditi inglesi pe' danni prodotti dal contratto degli zolfi, e il termine di un monopolio ch'è in opposizione con l'allegata convenzione del 1816.

Pregava inoltre Palmerston il Versace di ottenere dalla corte pronte risoluzioni sull'oggetto e sul ricorso presentato all'arcivescovo di Londra dagli Inglesi residenti in Napoli, per aprire una cappella pel culto protestante: che del resto era anche in Roma ed altrove ().

Il Versace nel prendere commiato dal Palmerston, disse che tutto avrebbe esposto al suo ministro e che lascerebbe a Londra il cav. Regina.

Intanto la partenza di Versace da Londra fece trista impressione nel principe e più nella Penelope che, prevedendo le conseguenze tutte di tali deplorevoli fatti, fece conoscere indirettamente al Versace, che sola sua ambizione era di veder riconciliati i due augusti fratelli, che deplorava l'allontanamento di Versace da Londra e che conveniva sull'inammissibilità delle domande del principe ().

Per allontanare ogni motivo di dissenso, in tempi difficili, re Ferdinando faceva scrivere per mezzo di Cassero al Versace, ch'era a Parigi, in questi termini.

Signore—Ho subitamente posto sotto gli occhi del re N. S. il foglio che ella mi ha diretto in data de' 28 del passato febbraio, per informarmi, dell'effetto prodotto dal suo allontanamento da Londra, delle idee manifestate dalla signora Smith, e del discorso avuto da Lord Palmerston col cav. Regina. La M. S. nel rimanere pienamente intesa di tutti siffatti particolari si è degnata ripetere di esser sempre ugualmente pronta a fare, al suo real germano principe di Capua, tutte quelle concessioni di cui ella conosce assai bene il concetto e la norma dalle istruzioni datale: purché l'A. S. R. si conformi interamente alla volontà della M. S., inalterabile nella costante affezione verso l'augusto fratello, e purché, come ogni convenienza richiederebbe, tanto l'A. S. quanto la signora Smith, obbedendo finalmente agli ordini del re ed accettandone sommessamente le amorose e larghe concessioni, scrivano lettere alla M. S. di pentimento del passato, di sommessione intera alle sue sovrane risoluzioni e di riconoscenza pei concessi favori.

Questi sono i leali sentimenti dell'augusto signore simili a quelli già comunicati al cav. Regina, di che ella è stata fatta consapevole col mio foglio del 12 del corrente mese. Trovi quindi ella modo di farli conoscere a S. A. R. —E come, dalla lettera di lei, rilevasi di avere in Londra persone di sua conoscenza che hanno dimestichezza con la signora Penelope, così le farà pervenire per mezzo di esse l'ultimo suggerimento: di scrivere cioè tanto l'A. S. quanto la signora Penelope una lettera al re. Ma in questo procuri che sembri l'iniziativa esser sua ed avere a scopo la riconoscenza de' favori ricevuti e la sommessione agli alti voleri dello augusto capo della real famiglia. Mi è grato di ripeterle intanto i sensi della mia particolare stima ().

Ma inutili, malgrado ciò, era ogni conciliazione. Il malagurato litigio pegli zolfi era incominciato, che dovea sempre più allontanare il governo di Napoli dall'Inghilterra e riamicarlo a Francia.

2.
Il litigio col Principe non era stato che un pretesto per l'Inghilterra.

Sulle prime tanto non appariva, e la missione data al Versace era non dubbia e piena di buon volere per l'Inghilterra come lo era stato per la Francia.

Le istruzioni date in segreto al Versace ed in cifra, non erano differenti dalle ufficiali; e il cominciamento de' negoziali ed il prosieguo ci fanno vedere come la corte di Napoli fosse stata proclive a tutto cedere, tanto sugli assegni e su i titoli da darsi al Principe Carlo, quanto sul litigio degli zolfi.

Ma non andò guari che il governo ebbe ad accorgersi che il Versace non si era ingannato, quando avea dichiarato inutile il più oltre trattare su tale affare.

Il litigio col principe Carlo non avea più scopo a se stesso, ma era un mezzo per assalire; scopo principale essendo l'apertura delle cappelle protestanti, come mezzo di esercitare influenza nel regno, ed il commercio degli zolfi come scala ad ottenere vantaggi in Sicilia, sulla quale la politica inglese avea a quei dì fissi gli occhi.

Ne' domini oltre il Faro, il traffico dello zolfo era stato fino al 1838 perfettamente libero: di talché molti inglesi aveano preso a censo le mine di zolfo (solfatare) ed erano divenuti proprietari, fittuari e trafficanti di zolfo tutto insieme.

Per la Francia sola, l'introduzione degli zolfi siciliani si era elevata da 536,628 chilogrammi ch'era nel 1815 a 18,578,710 chilogrammi nel 1838. Aumentatasi così la produzione di circa cantaia 300mila oltre la richiesta secondo il calcolo che si faceva, dal governo, e sviltisi grandemente i prezzi, il governo napolitano, dando ascolto ai piati de' piccoli proprietari che si vedevano per que' traffici tolto la loro sussistenza, avea firmato il contratto con una società francese Taix e Compagnia di Marsiglia; nel quale era detto: «la compagnia o società si obbliga comperare annue cantaia 600mila dai proprietari, ai prezzi di duc. 2,50—2,40—2,30 per le tre diverse qualità che esistevano di zolfo in Sicilia».

Il governo vietava ai proprietari la produzione dello zolfo oltre le 600 mila cantaia: ma con l'obbligo alla società di pagare carlini quattro per ogni cantaia che al proprietario fosse vietato d'estrarre sull'annua produzione.

La società si obbligava a dare 400mila ducati al governo e 20mila cantaia di zolfo alla polveriera, e a. non vendere lo zolfo oltre i duc. 4,50 4,30 4,10 a cantala per le tre qualità.

Firmato questo contratto il 9 luglio 1838, tempo dopo l'Inghilterra per mezzo de' suoi Incaricati d'affari M. Kennedy e M. Mac-Gregor, essendo Tempie lontano, avea domandato l'abolizione del monopolio.

Dopo molto indugiare, re Ferdinando II. promise per bocca del Cassero, e questi dette la sua parola, che il monopolio sarebbe cessato addì 1° gennaio 1840. Venuto il gennaio, il monopolio non cessò Palmerston, come dicemmo, fè rimostranze al Versace; ma non vedendosi risposto per questo mezzo, diè ordine al Kennedy di richiedere l'esecuzione della promessa dell'annullamento del contratto con la compagnia Taix e l'abolizione del monopolio.

Ferdinando 11. fece rinnovare la promessa, ma sopraggiunto il litigio pel principe Carlo e vedendo il mal volere di Palmerston in questo affare, quasi a rappresaglia operando, non avea voluto che fosse tradotta in atto la promessa. Allora M. Temple, di ritorno in Napoli, mandò fuori un dispaccio, nel quale domandava non solo l'abolizione del monopolio, ma altresì un risarcimento pe' negozianti inglesi che aveano sofferto, sostenendo in esso, con un'arroganza senza pari, che il monopolio degli zolfi era una violazione di fatto del trattato di commercio conchiuse il 26 settembre 1816 tra l'Inghilterra e le Due Sicilie. Ora siffatto argomento era così ingiusto, che gli stessi consiglieri della corona, sir Frederie Pollock,ed il dottore Phillimore, chiamati dalla corona a consiglio, aveano riconosciuto che il trattato del 1816 non era stato per nulla violato, non essendovi nulla in esso che accennasse a rinunzia d'un dritto, che il dritto delle genti riconosceva proprio della sovranità: di regolare cioè a quel modo che si era fatta la vendita degli zolfi. Dippiù fu tale il tuono provocante degli agenti inglesi in Napoli, ch'essi giunsero in un ritrovo fino a dire «il faut en finir avec ce roitelet».

Ferdinando II., memore più dell'offesa ricevuta, come osserva Guizot, che della promessa fatta, dichiarò ch'egli non cederebbe punto. alle richieste inglesi ed ordinò ai principe di Cassero di far noto a M. Tempie il suo assoluto diniego. Il principe di Cassero, che avea dato la sua parola altra volta per l'abolizione del monopolio, giustamente ricusò di trasmettere gli ordini, e data la sua dimissione, partì per la volta di Roma quasi in esilio. Ma il ministro che gli succedette, avendo fatto noti alla legazione inglese gli ordini di S. M.; l'ammiraglio sir Robert Stopford, comandante le forze marittime inglesi nel Mediterraneo ebbe l'ordine di mandare nelle acque 29 di Napoli e di Sicilia due flotte, le quali doveano catturare tutte le navi napolitane, per essere ritenute a Malta fino a che l'Inghilterra non avesse veduto annullato il trattato con la Compagnia Taix e ricevuto il pagamento. Ed ecco ne' primi giorni d'aprile nel golfo di Napoli un'armata inglese la quale, dopo varie manovre come se avesse voluto far mostra di sua forza, senza salutare il porto, gittò ancora nella rada di Santa Lucia.

Grave fu l'agitazione in Napoli a tal vista presso il popolo e più nella reggia, dove si temeva qualche cosa di più grave di quello che avvenne.

In verità re Ferdinando dette, per la notte, ordini come se qualche assalto dovesse farsi sopra Napoli; e il dimani fu decretato l'armamento delle coste, un campo presso Reggio in Calabria, una leva in massa, la chiamata della riserva, e per soprassello furono mandati 12mila uomini in Sicilia, preparandosi ancora il re a partire a quella volta, nella tema che gl'Inglesi, che sempre aveano agognato a quel punto, non profittassero di questa circostanza per tentarvi una discesa.

Compiva quasi un secolo da che la flotta inglese, comparsa nelle acque di Napoli, avea per la poca energia del ministro Montallegre, imposto la neutralità a Carlo III. Ora tali ricordi, le parole provocanti degl'inglesi, le velleità militari che si destavano in cuor di giovine sovrano amante delle milizie e più l'opinione pubblica, che si cominciava a manifestare a lui favorevole, condussero quel monarca a dare ordini così violenti.

Di vero dicevasi allora, che per quanto Ferdinando avesse torto nel fondo, per aver mancato alle sue promesse, stava per lui la ragione ora che trattavasi, di difendere un principio del dritto delle genti proprio della sovranità, e di non voler tollerare oltraggi che offendevano e la dignità del sovrano e quella di uomo.

Avrebbero gli Inglesi, dornandavasi, fatto lo stesso con la Francia ovvero con gli Stati Uniti?

Però Ferdinando, per quanto audace fosse stato in questo evento, non potè dirsi ch'egli avesse operato, come poi fece in appresso, temerariamente: dappoicché egli era certo che le potenze erano tutte interessate allora a non volere novità in Italia. Inoltre, non appena inviata la risposta a M. Tempie, Ferdinando II. avea cercato di valersi grandemente dell'azione delle potenze, sia perché avessero impedite le operazioni offensive degli Inglesi, sia perché in caso di conflitto si fossero levate in soccorso del regno: E la nomina di ambasciadore a Parigi in persona del duca di Serracapriola fatta nella seconda quindicina del marzo ci fa sicuri, che al re Ferdinando non isfuggiva allora, che i piccoli Stati hanno più che mai bisogno di certe tali alleanze volute dalla postura geografica d'uno Stato.

Noi dicemmo come il Versace, tornato da Londra, avesse avuto ordine di attendere a Parigi l'effetto che prodotto avesse in Don Carlo il suo richiamo. E ancora vedemmo come il principe di Cassero avesse in data del 18 marzo, forse per non inasprire l'animo di Palmerston, riconcesso sulla domanda dello Smith quanto erasi stabilito antecedentemente.

Ma il 29 marzo Cassero cadde e lo stesso giorno Versace venia nominato segretario di Legazione del nuovo ambasciadore a Parigi; il Duca di Serracapriola.

Il Versace adunque trovavasi anco questa volta ad aver parte ne' più importanti negoziati che mai abbiano avuto luogo nel regno delle Due Sicilie: ma il non essere egli stato parte principale in colai missione fa si che, non avendo tutte. le carte relative a questo fatto, le quali egli ebbe ordine di trasmettere al duca di Serracapriola, noi non possiamo fare altro, che porre le poche notizie lasciateci dal Versace in rapporto con le altre narrateci dal Guizot ne' suoi ricordi.

Per cotal guisa diremo, che mentre da Napoli era inviato ambasciadore a Parigi il Duca di Serracapriola per esplorare le intenzioni della corte delle Tuileries; da Parigi venia offerta la mediazione francese, di cui erosi fatte iniziatore il Guizot, che si trovava allora ministro a Londra, mandatovi dal Thiers capo del ministero francese, per la quistione orientale. In una conferenza che ebbe il Guizot con Palmerston il 10 aprile, quest'ultimo sifece ad accettare la mediazione della Francia dicendo: «noi l'accettiamo e frattanto non faremo nulla di più, né daremo alcun altro nuov'ordine; noi non domandiamo nulla di meglio che di finire l'affare all'amichevole e di esservene obbligato».

Thiers annuì anche, ma vi pose per condizione principale che il re di Napoli dovesse dare pieni poteri al duca di Serracapriola; e ciò per non rendere frustranei gli sforzi della diplomazia francese, quando si volesse trattare contemporaneamente dal re in Napoli, dal Serracapriola a Parigi e dal Castelcicala a Londra. Immediatamente il ministro inglese a Napoli M. Tempie ebbe ordine di sospendere le ostilità contro il governo di Napoli al momento che questo accetterebbe la mediazione francese; e M. Thiers il giorno 19 aprile per mezzo del telegrafo scrisse a M. d'Haussonville, ministro di Francia a Napoli, di offrire la mediazione della Francia al re con la condizione espressa di dar pieni poteri al duca di Serracapriola; e questo «non tanto, osserva Guizot, per risparmiare al re di Napoli l'umiliazione d'un trattato conchiuso in vista delle forze inglesi, quanto per sottrarre i negoziati al dubitar continuo, alle incertezze, ai sotterfugi che costituiscono oggi tutta la politica della corte napoletana».

Il 26 il ministero di Napoli accettò la mediazione; ma in pari tempo, prosegue il Guizot, «per soddisfare il suo animo, Ferdinando pose l'imbargo su i bastimenti inglesi ch'erano nel porto di Napoli, ciò che impedì al ministro inglese di dare, come avea promesso, l'ordine di sospendere le ostilità; e così sette bastimenti napoletani furono catturati nel momento istesso che la mediazione era proclamata».

«Ventiquattro ore dopo, il re vide la necessità di togliere l'imbargo e le ostilità cessarono; ma le prime istruzioni inviate a Parigi al Duca di Serracapriola erano incomplete; e a Londra con tutto ché ogni l’ingerenza in questo affare fosse proibita al principe di Castelcicala e che L. Palmerston gliela negasse, quello ambasciadore malcontento si provava sempre ad immischiarsene, sia per soddisfare la sua propria vanità, sia che egli si lusingava di piacere al suo padrone, suscitando ostacoli alla mediazione».

Questi sotterfugi intanto e queste complicazioni accrescevano il malcontento tra Napoli e l'Inghilterra; e Palmerston, per mezzo di L. Granville, mostrò al Thiers una certa impazienza per non vedere risoluto un tal affare. A sua volta Thiers faceva conoscere a quel ministro addì 11 giugno per mezzo del Guizot, che, non avendo né da Napoli né da Londra ricevuto gl'indizi indispensabili per poter determinare la cifra richiesta da' negozianti inglesi, egli non potea alcuna cosa menare a termine.

Frattanto Palmerston non volea che fosse riunita a Parigi una commissione d'inglesi, francesi e napoletani per regolare le indennizzazioni, volendo in vece ciò fare direttamente con la corte di Napoli. A sua volta, questa dicea umiliante il conteggiare a tal modo e chiedeva che la Francia avesse stabilito una cifra a suo piacimento, senz'altramente valutare le particolari perdite.

Ancora Palmerston avrebbe desiderato, che, senza attendere il risultamento de' negoziati, il re di Napoli avesse abolito il monopolio; ma giustamente la Corte di Napoli volea pria d'ogni altro salvare i dritti della sovranità che, per essere stati messi in forse dagl'Inglesi, aveano prodotto tali malaugurati eventi.

Senonché Palmerston si rese a tutte le osservazioni che il Thiers facevagli circa la convenienza di riunire a Parigi una commissione mista per le indennizzazioni e circa la necessità di raffermare i dritti della sovranità. Per tal modo Thiers redasse, col nome di conclusum, una bozza di accomodamento, nella quale veniano posti in salvo, ela dignità, già stata offesa del re di Napoli, e i suoi dritti, sia sul governo. delle miniere, sia sul dazio d'esportazione dello zolfo; e in pari tempo vi si pronunziava l'abolizione del monopolio concesso alla compagnia Taix, vi si determinavano i limiti alla dimanda fatta dagli inglesi pe' rimborsi; vi si regolava infine il modo da pagare le somme volute senza discapito delle due parti ().

Si durò ancora lungo tempo, circa sei settimane, per far accettare un tal conclusum alle due parti: ma finalmente, venute al duca di Serracapriola le istruzioni precise e i pieni poteri, Palmerston si chiamò contento, e così addì 7 luglio fu tutta terminato felicemente. Per vero giustissime e verissime troviamo essere le osservazioni del Guizot che dice.

«La mediazione avea pienamente raggiunto e il. suo scopo speciale: di mettere fine al litigio che minacciava di turbare il reame di Napoli, ed il suo scopo generale: qual'era Quello di dare a divedere l'accordo che fossevi tra i gabinetti di Parigi e di Londra ed il desiderio, che avessero, di aiutarsi scambievolmente. E ancora le relazioni tra i sovrani e l'interesse degli stati trassero vantaggio da tale accordo: il re Luigi Filippo avea efficacemente sostenuto a Napoli la casa Borbone; ed il re di Napoli, malgrado le sue esitazioni ed il suo malumore, conobbe tanto bene l'importanza della mediazione francese, che, per manifestare la sua riconoscenza, fece il 1° maggio celebrare a Napoli, con insolita pompa, l'onomastico del re Luigi Filippo.

Come segretario di Legazione presso il duca di Serracapriola, il Versace ebbe parte importantissima. Di talché ancora in questa, come nelle altre sue missioni, l'abilità di lui non mancò ad essere ricortosciuta dille due parti: ed il duca di Serracapriola restò a lui vincolato, sin d'allora, con indissolubili nodi d'amicizia; e la Corte di Francia non indugiò un istante a fregiare il suo petto d'uno de' più insigni ordini cavallereschi, la Legion d'Onore.

 CAPO III

Trattative di matrimonio tra la regina di Spagnaed il conte di Trapani —Memorandum del Verruca.

Sulla fine del 1840, avuto termine l'affare de' zolfi, il Versate fu richiamato al posto di capo Ripartimento degli Affari Esteri, dove lo vedremo sempre fino al 1848. Molteplici furono i carichi da lui avuti in questo lungo tempo.

Nel 1845 ebbe uffizio di esaminatore per gli alunni diplomatici.

Nel 1846 fu nominato membro della commessione per la formazione di appositi regolamenti di rito, pe' reati che si. commettessero in Levante ed in Barberia, e per definire la giurisdizione consolare onoraria notarile e gli atti dello stato civile all'estero.

Ma la missione continua e più importante fu quella di essere stato a lui affidati tutti gli affari, che allora al ministero si trattavano, riguardanti la Spagna; e così è che, di questo tempo, abbiamo tutto che serve a chiarire i fatti di tale periodo storico.

E giù, riannodando i fatti del litigio spagnuolo raccontati nel capo primo, diciamo, che nuove istanze e nuove promesse faceva il Carini alla regina Isabella, quando il tradimento di Marota, obbligando D. Carlo a riparare nel territorio francese, venne a turbare tutt'i divisamenti del re Ferdinando. Intanto dette questi sincera e cordiale ospitalità, allo Infante D. Sebastiano ne' suoi Stati, e prendendo poi occasione dal famoso trattato del 15 luglio 1840, col quale le grandi potenze d'Europa eccetto la Francia, si facevano a sostenere l'integrità dell'Impero Ottomano, richiese, volendolo le potenze nordiche e specialmente la Russia, la liberazione di D. Carlo dalla sua prigionia di Bourges.

La Francia rispose «che si sarebbe data la libertà all'Infante quando sarebbesene vista l'opportunità; che non sembrava possibile ch'ei potesse più regnare; ma che forse circostanze favorevoli avrebbero potuto presentarsi pel figlio».

Noi ricordiamo che una delle proposte fatte dal Carini a D. Carlo era questa del matrimonio del principe delle Asturie con la regina Isabella. Veduto adunque che la Francia non era aliena dal sostenere i dritti del principe delle Asturie al trono di Spagna, Ferdinando II, preoccupandosi delle circostanze del momento, si rassegnò ad abbandonare la speranza di vedere novellamente sul trono l'Infante D. Carlo; invece dette novelle istruzioni ai suoi ministri all'estero nell'intento d'indurre l'Infante D. Carlo a rinunziare al trono in favore del suo figliuolo, e di proporre un matrimonio tra il principe come Re di Spagna e D. Isabella, «non potendo, dicevano le istruzioni, menomamente ammettere che si fosse dato un semplice marito all'Infante, ma si bene un re alla Spagna».

L'iniziativa presa dal gabinetto di Napoli parve sulle prime che dovesse porre fine ad ogni litigio: dappoicché D. Carlo, salvo alcune condizioni, accettava in principio le proposte della corte di Napoli; e Francia, Inghilterra e Austria pareano che vi facessero buon viso — Anzi, quando vide inevitabile la caduta di Espartero, Lord Aberdeen disse al ministro napoletano, che quel governo. non solo vedrebbe senza opposizione il matrimonio del principe delle Asturie, ma che lo favorirebbe con tutti i mezzi. E Metternich spediva un suo agente presso l'Infante D. Carlo, per esporre a quel principe che, atteso lo stato delle cose in Ispagna, il solo mezzo conducente alla salvezza di tutti gl'interessi, e particolarmente del principio di legittimità, era la sua abdicazione in favore del figlio primogenito, da servire di base agli ulteriori negoziati pel matrimonio.

Ma non andò molto, e sia le condizioni poste da D. Carlo, sia gli ostacoli che poneva la reggenza, sia qualcheduna delle grandi potenze, il certo è che al principio del 1843 più non si parlava di tal matrimonio: invece alcuni proponevano il duca d'Amale figlio di Luigi Filippo; altri il duca di Coburgo Leopoldo, cugino al principe Alberto d'Inghilterra e germano al principe Ferdinando che avea sposato la regina di Portogallo; altri il duca di Cadice figlio di D. Carlotta ch'era sorella di D. Cristina di Spagna e di D. Francesco di Paola; altri il conte d'Aquila fratello di Ferdinando II.

Ma la Francia e l'Inghilterra, per torre di mezzo ogni occasione di gelosia, aveano a vicenda rinunziato ai loro favoriti; quella cioè alla candidatura del duca d'Aumale e questa all'altra di Coburgo. E perché le potenze nordiche escludevano il duca di Cadice, il duca di Montebello, allora ministro di Francia in Napoli, 'avea avuto istruzione dal suo governo di studiarsi, più che mai, d'indurre la Corte di Napoli ad accettare la mano della regina Isabella per uno de' suoi germani, o il conte d'Aquila, o il conte di Trapani.

Duravano così sempre attivi i negoziati tra la corte di Napoli e quella delle Tuilleries, per mezzo del duca di Montebello e del duca di Serracapriola, quando il barone Antonini, nostro ministro a Vienna, diè conoscenza al ministero degli esteri in Napoli, che, avendo veduto il principe di Metternich al castello di Koenigswarth, questi gli avea dato a conoscere che il suo governo non darebbe mai la sua adesione al matrimonio d'un principe napoletano, perché egli lo avrebbe qualificato quale un usurpatore.

Si adontò Ferdinando II. di questa pressione che l'Austria volea fare su di lui e, fatto venire a se il Versace, ordinò che scrivesse un memorandum nel quale, dopo esposto tutti per minuto i particolari del litigio spagnuolo, avesse posto in lume quali erano le ragioni che l'inducevano, e a riconoscerei dritti d'Isabella, e a tener fermo all'accettazione della mano di lei per i due suoi germani.

Alle parole scritte dal Versace, altre pare ne aggiungeva il re, le quali dure assai doveano sapere all'Austria. Dappoicché egli della non riuscita del divisato matrimonio, tra il principe delle Asturie ed Isabella, gittava la colpa sulle potenze nordiche; ch'egli diceva mosse e spinte da proprio interesse, dichiarando in pari tempo che, malgrado le proteste dell'Austria, egli farebbe i suoi interessi senza preoccuparsi di altro.

Le parole sono queste.

«Fu in tale emergenza che, passando in disamina i negoziati 9he in questi ultimi tempi aveano avuto luogo a per salvare i dritti di D. Carlo al trono di Spagna, il re N. Signore rimase convinto che la causa di quella famiglia non presentava più probabilità di successo; che la linea di politica seguita dalle Corti conservatrici era stata, or molle, or equivoca, e quasi sempre indecisa; e che le grandi potenze in generale erano in questa quistione mosse piuttosto dalle vedute di proprio interesse che dall'impegno di difendere il principio della legittimità personificato nell'Infante D. Carlo.

«Così stando le cose, vide il re che non vi era più nulla ad attendere dal concorso delle potenze in favore della famiglia di D. Carlo, e che il momento era giunto di dare ragione agli interessi politici e materiali dello Stato, i quali reclamavano il ristabilimento della buona corrispondenza e de' rapporti internazionali tra il suo regno e la Spagna, che, con grave pregiudizio dei a suoi sudditi, erano rimasti, per dieci anni,. interrotti.

«Lo spirito di moderazione che manifestavasi nella maggioranza delle camere spagnuole, il bisogno che Si faceva generalmente sentire di rafforzare e di proteggere il principio monarchico, come il solo capace di operare la conciliazione de' partiti, il riordinamento delle cose in quel regno, parvero, al re nostro signore, garenzia di ordine e di stabilità.

«Persuaso quindi che un atto politico da sua parte a avrebbe contribuito a consolidare in Ispagna il regolare andamento di quel governo, il re profitta della dichiarazione della maggiore età d'Isabella, per riconoscerla come regina della Spagna.

«Volle il re essere prima a tale passo fra le Corti conservatrici, non solo per dare un esempio di nobile indipendenza, che sarà presto o tardi dalle potenze stesse seguito, ma anche perché è convinto che val meglio mutare di politica, laddove si è riconosciuta l'impossibilità di più servire la causa che si era presa a difendere, che di non averne alcuna, siccome l'han pur troppo dimostrato i gabinetti conservatori nella quistione spagnuola».

Ora queste parole ardite di nobile indipendenza gittate in viso all'Austria, il riconoscimento del governo di Isabella in Ispagna, e finalmente la missione affidata al marchese Antonio la Grua principe di Carini, per trattare il matrimonio, dispiacquero grandemente all'Austria sopratutto; di talché per quanto l'ambasciadore d'Austria in Napoli si vedea portare il broncio, per tanto vedevasi, con aria soddisfatta e contenta, Montebello, ambasciadore di Francia di Napoli.

In tanto tutti gli sguardi si volsero alla decisione che prenderebbe la regina Cristina, tutti i passi s'indrizzarono al conseguimento di tale scopo.

Il principe di Carini ed il duca di Rivas ambasciadori, quello di Napoli a Madrid, e questo di Madrid a Napoli posero in mostra tutte le loro istruzioni.

La regina Cristina e la sua figliuola doveano andare a Barcellona, dove si dicea doversi trovare la regina madre col suo figliuolo il Conte di Trapani, avendo quello d'Aquila ricusato. E fu ancora annunziato un viaggio del re di Napoli col suo fratello a Parigi.

Ma, a questi fatti, Metternich monta in furore, e in quel che cercava, con minacce, arrestare la corte di Napoli nel suo cammino, si studia d'altre parte presso l'Infante D. Carlo per indurlo all'abdicazione—Metternich, non ne faceva un mistero agli agenti napoletani, e Guizot stesso lo rivela nelle sue memorie, temeva ogni ingrandimento della corte di Napoli, che la potesse vieppiù rendere indipendente dalla corte austriaca; epperò, con la cooperazione dell'Inghilterra, riuscì ad ottenere, dall'Infante D. Carlo, l'abdicazione in favore del suo primogenito Carlo Luigi, nella speranza di poterlo fare accettare come semplice sposo d'Isabella e non come re di Spagna.

Ma niente riuscì tanto inopportuno quanto una tale abdicazione; dappoicché da una parte la Francia vedeva in quell'atto un'opposizione alle trattative in corso tra Napoli e la Spagna; e dall'altra la corte di Spagna non iscorgeva in esso nessuna cosa che accennasse a rinunzia elle facesse delle sue pretese il partito di D. Carlo. Ma, se inutili riuscirono tali prattiche dell'Austria, non ugualmente inutili, sull'animo del re Ferdinando riuscivano i dispacci che venivano da Spagna e che riferivano sulla poco proclivi della corte e de' partiti pel matrimonio col conte di Trapani. Di talché la Corte di Napoli, messasi in sull'avviso, prese poi la risoluzione di rispondere a Rivas ripetutamente: che nessun passo mai qui si sarebbe fatto se da Madrid non fosse venuta l'iniziativa. E, perché il ministro avea preso un contegno che rivelava il sospetto, così l'iniziativa questa volta fu presa dove si volea che fosse; e Narvaez, spintovi dal Bresson, ambasciadore di Francia in Madrid, scrisse al Rivas in Napoli presso a poco in questi termini: che il momento per venire ad impegni positivi non era per anco venuto, e che il governo spagnuolo dovea conservare ogni sua libertà e non consultare che la felicità della regina e l'interesse del paese; ma ch'egli non esitava punto a dichiarare che in quel giorno, nel quale la regina avrebbe fatto una scelta e sarebbe stata fatta nota, egli non ometterebbe, per qualsiasi causa, di fare ogni sforzo per conseguire lo scopo, ch'egli non dubitava di conseguire. E aggiungeva, che le disposizioni bene conosciute della regina madre, le relazioni di famiglia e la consanguineità lasciavano poco dubbio che la scelta non cadesse sul conte di Trapani; ma che non per tanto facea mestieri a lui di viaggiare, di mostrarsi degno del grado riserbatogli, di conciliarsi i sentimenti della nazione spagnuola: dappoicché l'educazione, ch'egli avea ricevuta non era punto di natura a produrre un tale effetto, e che, se questo giovine principe non lasciava l'abito da religioso per indossare la divisa militare, la Spagna, che non intendeva sottostare al regime del chiostro, non accoglierebbe al certo favorevolmente il principe come a sposo della regina ().

Rivas rispose al Narvaez che probabilmente il re toglierebbe il conte di Trapani dal collegio de' Gesuiti, ma che il re, lungi dal, mostrare maggior fiducia, mostravasi più incerto e in più grande timore d'intrigo.

La corte di Francia, per le vive istanze del Bresson, pose ogni sollecitudine per togliere dall'animo di Ferdinando ogni timore e per indurlo a risoluzioni più energiche.

Luigi Filippo scrisse al duca di Serracapriola nostro ministro a Parigi, il giorno 14 settembre 1844, di andare da lui alle ore otto e mezzo della sera. Serracapriola vi andò, e Luigi Filippo lesse la lettera di Bresson, gliene dette una copia per trasmetterla a Napoli, e poi disse: del suo costante interesse per la famiglia di Napoli, del dispiacere cagionatogli dalle sue incertezze, de' mali che questa sua politica apportava alla sua famiglia e da ultimo, in termini recisi, che lo pregava di prendere un'attitudine più aperta e meno dubbia.

Ancora, non so se per lettere alla regina Isabella madre di Ferdinando II. o ad altri, fu suggerito di togliere il Conte di Trapani dal collegio de' Gesuiti e mandarlo in Ispagna sulla squadra del principe Joinville, la quale allora trovavasi ancorata nella rada di S. a Lucia, per festeggiare il matrimonio del duca d'Aumale con la principessa Maria Carolina, figlia del principe di Salerno, e per menare gli sposi in Francia.

Così le parole sincere del re, i nuovi vincoli tra le due corti di Francia e di Napoli per questo matrimonio, l'abilità di Rivas e Montebello indussero finalmente re Ferdinando a concedere tutto.

Ecco come Guizot riferisce le cose ().

«Il re di Napoli tolse il conte di Trapani dal collegio de' gesuiti di Roma, mandò a Madrid il ritratto del principe che piacque alla fidanzata regina, il principe di Carini fu munito di tutti i poteri necessari per fare la dimanda formale della mano della sposa; i documenti ufficiali, le istruzioni definitive furono spediti da Napoli a Madrid e da Madrid a Napoli per avere qualche modifica; il termine fu indicato, il tempo determinato per la pubblica dichiarazione del matrimonio e per la comunicazione alle Cortes secondo le leggi. Laonde il re Luigi Filippo e la regina Maria-Amalia, nelle loro corrispondenze familiari, col re Ferdinando a Napoli e con la regina Cristina a Madrid, si rallegravano a vicenda e venivano in aiuto degli agenti diplomatici. Dacché era in vista il matrimonio del duca di Montpensier con l'Infante donna Fernanda e l'altro della regina Isabella col conte di Trapani, la regina Cristina pareva determinata in favore di quest'accordo. Il generale Narvaez si dichiarava ogni giorno più risoluto e pronto a compierlo, quali che fossero impopolarità e gli ostacoli. Ma ciascuna volta che si venia all'atto decisivo, un'incidente sopravveniva, che metteva in mezzo una nuova irresoluzione e un nuovo ritardo. Ei sembrava che non si avesse più nulla a fare e nonpertanto non si finiva mai.»

Così riferisce il Guizot: «E quale che fosse la causa da lui allegata di questa nuova fase de' matrimonii spagnuoli, o l'impopolarità in Ispagna del conte di Trapani o altro; il certo è che la diplomazia napolitana e re Ferdinando non si erano ingannati, sia quando aveano chiesto al Rivas che l'iniziativa del matrimonio dovesse venire dalla Spagna, sia quando aveano mostrato lentezza e diffidenza in tale affare».

Per vero non andò guari e il Carini riferiva, gl'intrighi di Aberdeen e di Metternich, gli ostacoli della regina madre Maria Cristina, l'opposizione de' radicali per questo matrimonio; e d'altra parte dava precisi ragguagli circa le relazioni tra il ministro inglese a Madrid Errico Bulwer e la regina Cristina pel matrimonio della regina infante col duca di Sassonia-Coburgo che la Francia avea, come abbiamo veduto sin dal principio, escluso dalla candidatura, d'accordo con l'Inghilterra. E perché Bulwer avesse una ragione alla violata fede, dette per pretesto che Carini, ministro di Napoli, avea in segreto con Bresson e Narvaez, contrariamente ad ogni legge costituzionale ed internazionale, stabilito pel 15 maggio il matrimonio del conte di Trapani con la regina Isabella.

Di questo non vi era nullo di vero, ma valse un tale stratagemma a palesare gl'intendimenti dell'Inghilterra e dell'Austria su questa bisogna: la quale prendeva aspetto più serio, quando all'Aberdeen succedette il gabinetto Palmerston nel dì 29 giugno 1846, ch'era nemicissimo ai Borboni di Napoli ed interamente d'accordo con la corte di Vienna, per escluderli dal trono della Spagna.

La Francia allora, volendo da una parte escludere il duca di Coburgo e dall'altra non dispiacere Metternich, Palmerston e il partito radicale spagnuolo, scrisse al Bresson di riproporre il duca di Cadice per la regina, ed il duca di Montpensier per l'infante Donna Fernanda, mentre Montebello dovea esporre alla corte di Napoli i veri motivi di questo cangiamento di candidato per parte della Francia, pur non facendo perdere la speranza al conte di Trapani di vedere riannodate le trattative se si riuscisse a persuadere i principali radicali e la regina Maria Cristina.

L'Austria quantunque si fosse opposto con le altre potenze nordiche alla scelta del duca di Cadice, ora vi si quietava perché vedea finito ogni probabilità di riuscita pel conte di Trapani—Non così l'Inghilterra che, per mezzo di Bulwer, contrastava una tale candidatura, invece adoperandosi per Coburgo.

Ma l'abilità del ministro francese Bresson trionfò di tutti o di tutto: per tal modo il 14 settembre furono convocate le Cortes per aver notizia del doppio matrimonio; il 2 ottobre entrarono in Ispagna i principi francesi Aumale e Montpensier; il 40 in sul far della sera il patriarca delle Indie, arcivescovo di Granata, nella cappella del palazzo benedisse i due matrimoni della regina col duca di Cadice e dell'infanta Fernanda col Montpensier. Il giorno 11 poi, secondo l'usanza spagnuola, la stessa cerimonia si ripeté con gran pompa nella Chiesa di N. Signora d'Atocha.

Così finiva questo famoso atto, nel quale avea preso tanta gran parte la corte di Napoli, e che non ultima causa fu de' rivolgimenti che seguirono poi in Francia.

CAPO IV

I rivolgimenti del 1848. Missione di Versace in svizzera.

I fatti che abbiamo narrati aveano, più che mai, fatta salda l'alleanza tra Napoli ed il governo francese, ed aveano addimostrato, in modo incontrastabile, dome uguali fossero gl'interessi delle due corti. A raggiungere il quale scopo moltissimo aveano potuto Serracapriola a Parigi e Montebello in Napoli: dappoicché essendo entrambi persuasi, che il voler mostrare pressione o comando con la corte di Napoli era un compromettere ogni affare, entrambi aveano preso il temperamento perfettamente contrario a quello usato da' ministri di Austria e d'Inghilterra, i quali abbiamo veduto non avere in alcun modo celato la supremazia che volevano esercitare sulle cose di Napoli. E veramente in ogni affare, sia nelle note confidenziali, sia nelle relazioni personali, sia ne' pubblici atti, il gabinetto Guizot averi mostrato tale una lealtà, che era pervenuto a distruggere ogni prevenzione che Ferdinando II. avea avuto sin'allora contro quel governo nato dalla rivoluzione.

Non mai in vero v'ebbero più amichevoli, più cordiali relazioni di quelle che passarono fra le due corti di Napoli e di Francia dal 1840 al 1848.

A Parigi i napoletani erano in corte trattati come francesi; ed i francesi come propri nazionali in casa il duca di Serracapriola. E per Napoli ugualmente non vi fu tempo più ricordevole di quello, nel quale dimorarono i principi francesi con la loro squadra.

Naturalmente tali relazioni aveano guastato i sonni di L. Palmerston, quando i matrimoni spagnuoli e la nuova condizione d'Italia nel 1846 misero il colmo alla sua irritazione.

Il favore accordato al ministro francese in Roma Pellegrino Rossi, la presenza della squadra francese capitanata del principe Joinville nelle acque di Napoli, la costituzione data da re Ferdinando con a capo il duca di Serracapriola come presidente de' ministri, e finalmente l'arrivo in Napoli di Bresson, quello stesso che avea trattato i matrimoni spagnuoli, fecero comprendere all'Inghilterra che trattavasi di mandare per aria ogni cosa prima che quello stato politico avesse potuto far presa. Così, come in Ispagna, videsi avvenire a que' dì in Italia, che mentre i partiti si agitavano alla superficie per riforme, per modifiche allo statuto, al giuramento, agli uniformi e via via, essi non facevano che servire alle due grosse potenze che si disputavano palmo a palmo il terreno per gelosia di supremazia sugli stati Italiani. E veramente in quel che la corte di Francia s'illudeva di dar persona ad un partito moderato che non esisteva ordinato in Italia e di dar vita a riforme; l'Inghilterra più astuta s'appoggiava, come in Ispagna, ai democratici puri, certo che costoro riuscirebbero a mandare in fascio tutto l'edifizio cominciato ad innalzare dalla Francia.

Cosi dall'un capo all'altro della Penisola cominciarono le esagerazioni de' partiti. La Francia vide il turbine e preparò una spedizione. a Tolone; ma un mese dopo il 24 febbraio la monarchia del 1830 non era più. Di qui i fatti di Sicilia ed il 15 maggio in Napoli.

In questo giorno il partito democratico era stato vinto in piazza, ma esso lungi dall'arrendersi avea raddoppiato le sue arti.

Tra le quali la prima fu quella, dalla quale dovea poi cominciare dieci anni più tardi la rivoluzione, della diffatta degli Svizzeri.

A tal uopo era stato, dalla Sardegna, guadagnato un tal Leopardi che, alla morte di Palazzolo nostro ministro a Torino, avea avuto il carico di rappresentare la nostra corte colà, in qualità d'Incaricato d'affari. Costui, indettato dalle autorità sarde e dallo stesso governo francese, era riuscito a fare che la Dieta avesse mandato in Napoli tre suoi commissari per aver contezza s'erano veri i fatti che il Leopardi imputava agli Svizzerinell’infausto giorno 15 maggio e per domandare lo scioglimento della convenzione per l'assoldamento degli Svizzeri.

I commessari inviati furono: Francini ch'era moderato liberale e generalmente in fama di onesto e probo: Colini ultraradicale; e Voigt, uomo di principi sovversivi, del quale il governo era stato informato fosse venuto per corrompere lo spirito delle truppe svizzere al servizio di Napoli.

Questi aveano lettere pe' principali nemici del governo, per mezzo de' quali essi doveano operare.

A sventare tali mene, si pensò di mandare in Isvizzera Paolo Versace ed il colonnello del 2.° reggimento svizzero de Brunner; i quali si posero in. viaggio il giorno stesso che il conte Litta venia in Napoli a domandare soccorsi da parte di Carlo Alberto, e al momento che la Svizzera era invasa da' militi Lombardi andati per rifugio colà. Tra i documenti v'ha il testo, tanto delle istruzioni segrete dategli per questa missione, quanto delle due circolari che il Versace dovea comunicare al governo svizzero sia su i fatti del 15 maggio, sia sulla ragione del richiamo delle truppe di Lombardia (). Non ostante questo, ei ne sembra indispensabile l'accennare qui per sommi capi quali fossero queste istruzioni.

Queste portavano: che il Versace dovesse porre in lume quale fosse il vero stato delle cose nel giorno 15 maggio e quale la condotta degli Svizzeri: che dovesse far noto alle autorità svizzere il richiamo delle truppe da Lombardia; che fosse sollecito d'indurre il rappresentante francese e le autorità cantonali a desistere dalle prattiche che si faceano presso la Dieta, per far richiamare le truppe svizzere.

Seguivano poi le istruzioni che riguardavano per così dire i mezzi da adempiere una tale missione; ed erano il consultarsi col de Brunner pe' fatti militari, lo stare in buono accordo con tutto il corpo diplomatico, meno che col rappresentante austriaco, il regolare le sue corrispondenze ne' modi indicati.

Il foglio delle istruzioni. terminava con l'augurio che egli avesse potuto conseguire la sua missione. Ora io non credo che v'ebbe mai missione che avesse tanto felice risultamento quanto questa.

Ne' primi giorni di luglio Versace ebbe due o tre conferenze con Hoschesenbein, Schenvder ed il presidente della Dieta, nelle quali riuscì cosi bene a distruggere la prevenzione che costoro aveano sulla condotta degli Svizzeri, che Hoschesenbein disse: che non vedeva ragioni per rompere la capitolazione esistente e che quindi l'avrebbe appoggiato nella Dieta.

E fu tale il risultato de' suoi discorsi presso gli altri membri della Dieta che il Versace con un dispaccio in data del dì 4 luglio 1848, potette scrivere in Napoli che la Dieta avesse ritirato ai commessari l'ordine di trattare lo scioglimento della convenzione. Ancora il Versace, in una conferenza avuto col rappresentante francese a Berna, avea potuto conoscere «che le istruzioni dategli dal Lamartino erano state decisive, ma che egli, meglio informato de' fatti di Napoli, avea scemate le sue istanze presso la Dieta e che era quasi certo che la Francia non avrebbe fatto ulteriori prattiche per l'annullamento della convenzione ().

A malgrado questo, il governo di Napoli, stando agli avvisi del Versace, era in grave pensiero pel rapporto dei Commessari che dovea giungere da Napoli: perché questo avrebbe vieppiù fatta crescere nel paese l'indignazione ch'era per la condotta degli Svizzeri in Napoli.

Ma il Versace imprese un giro presso i vari Cantoni per prevenire l'animo delle rispettive autorità; ed anche in. questo riuscì nel suo intento, come lo indica la lettera scritta da Berna addì 25 luglio 1848.

«Eccellenza—Dopo 11 giorni di viaggio pe' cantoni capitolanti sono ieri ritornato in questa residenza, riportando da tutte le autorità cantonali, a cui mi sono diretto e da' quali ho ricevuto onorevole accoglienza, i più positivi e formali attestati di rispetto alle capitolazioni esistenti.

«L'Avoyer di Lucerna sig. Propp mi ha incaricato di assicurare S. M. il Re N. S. che tutte le autorità di que' cantoni erano d'accordo nel riconoscere che i reggimenti Svizzeri aveano adempito, negli avvenimenti del 15 maggio, il dovere che il giuramento prestato al re ed allo Statuto Costituzionale loro imponeva e che in tale convinzione aveano le autorità suddette diretto una lettera al 1.° reggimento di lode e di plauso.

«Resta solo il governo di Friburgo, al quale mi riserbo di far conoscere le disposizioni in cui trovasi circa alle capitolazioni esistenti quando sarò di ritorno in Napoli, trovandosi quel Cantone sul cammino che dovrò percorrere.

«So da ora che non saranno pochi gli ostacoli che si dovranno superare per distruggere le prevenzioni ch'esistono nella più gran parte di quelle autorità cantonali contro il mantenimento della capitolazione, professando quasi tutti principi ultra radicali».

Intanto, con la stessa data, il Versace riferiva con lettera in cifra al governo che il Leopardi, cui il governo avea per la sua condotta politica ritirate le lettere credenziali avute alla morte di Palazzolo di ministro Plenipotenziario presso la Corte di Torino e la confederazione Svizzera, avea presso il Vorort protestato contro il Versace, asserendo esser apocrife le sue lettere di credenza e lui esser solo vero e legittimo rappresentante del governo delle Due Sicilie. Ancora Versace riferiva aver il Lombardi presentato alla Dieta un rapporto fierissimo contro la condotta degli Svizzeri nel 15 maggio.

Ma il Versace fece da Napoli inviare al Presidente della Dieta una lettera che annunziava il ritiro delle lettere credenziali date al Leopardi. E per tal modo egli riuscì a fare che la Dieta significasse al Leopardi ch'essa non l'avea più in conto di rappresentante la corte di Napoli.

Così finiva questo litigio che dovea essere suscitato dodici anni dopo.

 CAPO V

Condizioni della corte di Napoli verso le potenze estere dopo il 1848. Missioni del Versace a Parigi.
1.

La caduta del governo di Luigi Filippo veniva naturalmente a mutare le condizioni politiche del regno delle Due Sicilie, essendo mancato l'appoggio sicuro sul quale solo poteasi contare e al quale doveasi di necessità ricorrere, non ostante che Ferdinando II. tanto facesse a suo malincuore.

Ma il colpo di Stato del 2 dicembre, pel quale venia al trono la dinastia napoleonica, non che far mancare un appoggio creava un pericolo; e l'Antonini ministro a Parigi il vide sibene ch'egli si fece pel primo a sollecitare il riconoscimento dell'Impero e pel primo si trovò alle Tuilleries. Senonché a far menare innanzi vita tranquilla alla Corto di Napoli concorsero due fatti. E il primo fu l'alleanza che Schwerzberg cercò di mantener salda tra l'Austria e la Russia, dicendo egli nelle sue private conversazioni col ministro di Napoli «che la bandiera austriaca sventolava dal nord della Germania sino al Tevere, stante l'appoggio della Russia.

E il secondo fatto fu la probabilità d'una guerra d'Oriente; mercé la quale l'Inghilterra e la Francia mostravansi tutta benevolenza per attrarre l'Austria. Allora per quanto la pressione delle due potenze occidentali era lieve per Napoli, per tanto si faceva grave pel Piemonte, che stava allora in forti timori di qualche minaccia dell'Austria.

Ma non appena, per l'arditezza del Cavour, il Piemonte entrò, malgrado gli ostacoli, nel concerto europeo contro la Russia, tosto non tardò ad appalesarsi la posizione difficile del reame—Palmerston per antichi odi privati, Luigi Napoleone per sangue e per principio erano ostili a Napoli, l'Austria per recenti ripulse mostravasi indifferente.

Quando nel 1851 l'Austria propose una confederazione in Italia a difesa comune, Ferdinando II. vi si era opposto; e quale che fossero le sue idee o di gelosia, o d'indipendenza, ovvero di avversione per qualche proposta cui si accennava nella lega, il certo è che il Piemonte non potea vedere a que' dì con maggior gradimento che altri gli avesse tolto di dosso quel malanno che i diplomatici suoi non avrebbero potuto torgli in nessun modo.

Ferdinando II. a quanto pare, non credeva di gran giovamento al regno l'alleanza austriaca. E davvero, se si consulta la storia, non è difficile avvedersi che, se l'Austria potè pesare sul regno in tempo di pace, non gli fu poi, né potea esserlo, di nessun aiuto quando i suoi eserciti fossero impegnati nell'alta Italia.

La storia è abbastanza chiara su questo punto; e ognun sa, dopo i lavori del principe di Belmonte, a che giovassero le promesse dall'Austria fatte nella congiura del principe di Macchia, e quanta infelice sorte toccasse all'altro esercito austriaco che, fuggito da Napoli, era pressocché distrutto a Bitonto, serrato e stretto colà dagli eserciti dell'infante D. Carlo.

Di qui le sue simpatie, forse soverchie, che durante la guerra egli mostrò alla Russia.

Vi fu un' istante che in corte era balenato l'idea di ottenere favori dalle potenze occidentali per mezzo dell'Austria, quando la si volea trarre nel litigio orientale; ma Ferdinando II., sia pe' suoi precedenti con l'Austria, sia per non mostrarsi ad essa soggetta, nol volle.

Quando poi si venne al congresso, la Corte di Napoli cadde negli errori, di esagerare i vantaggi che otterrebbe l'Austria nel congresso di Parigi e di creder troppo all'amicizia durevole delle potenze occidentali con l'Austria.

Una circolare del Cibrario riportata dal Bianchi () ed una lettera del Versace che parla di una circolare del Carafa, allora direttore degli Esteri, ci fanno certi che queste opinioni fossero comuni alle due corti di Napoli e di Torino.

Ma cosi non vedeano né il Versace né altri due vecchi ministri all'estero; imperocché trovo, nelle sue particolari corrispondenze, una lettera nella quale è detto «questo fortunato successo è dovuto alle relazioni politiche che esistono in questo momento fra l'Austria e la Francia; ma le circostanze potrebbero cambiare nell'attuale precipizio degli avvenimenti ed allora noi, colpiti nello stato di confusione e di provvisorio, ecc».

E in altro luogo è chiaramente detto: come bisognasse in tutto e per tutto fare assegnamento sulla Russia, essendo che buone relazioni erano in grado di far conoscere la parte meschina che avrebbe l'Austria nel congresso e l'interesse della Francia di non disgustarsi Orloff rappresentante della Russia.

Ma o che la posizione delle cose non si vedesse qual era, o che non si avesse il coraggio di affrontarla, il certo è che nulla fu fatto per ottenere dalla Russia un appoggio valido. Così due errori: il primo di mostrarsi soverchiamente favorevole alla Russia durante la guerra, poi il valersi poco di essa durante il congresso, prepararono gli eventi che gin saremo per raccontare.

2.

Le ultime sedute del congresso erano state per Napoli tristissime. L'accordo tra la Francia e l'Inghilterra era stato completo; e il plenipotenziario prussiano Hatzfeld si era dichiarato senz'ambagi sulla identità de' rapporti politici del Piemonte e della Prussia verso l'Austria, e delle comuni cagioni che ambidue avevano di querelarsi di questa potenza.

Nè tale trista situazione sfuggiva ai ministri nostri all'estero, giacché trovo, fra le lettere confidenziali custodite dal Versace, queste che qui piace riportare.

Vienna 1 marzo 1856.

«Per me non ho rimorso di aver celato quel che dovrebbe farsi per prevenire ulteriori tempeste e Dio ci guardi da qualche naufragio».

«Noi non abbiamo alleanze, né curiamo d'averne. Abbiamo chi sostenendo i propri interessi indirettamente difende i. nostri. La base che sostiene il nostro edilizio è l'attrito de' diversi interessi degli altri, che, urtandosi fra di loro, formano la forza di azione che potrebbe distruggerci; e così noi restiamo in vita».

«La solidità di un tale edifizio lascio ad altri la cura di esaminarla e di apprezzarla».

«Conchiusa la pace noi saremo al principio di grandi avvenimenti, ai quali si dovrebbe essere preparati».

E in una lettera del 27 marzo si legge:

«Quando questa mia lettera vi perverrà, la pace dovrebb'essere proclamata, ma sarà la pace o una pace come la disse Clarendon? questa è la gran quistione del giorno».

«Il ministro piemontese ha presentato una memoria. alle conferenze (come già saprà dall'Antonini) sugli affari d'Italia, appoggiato dall'Inghilterra: vorrebbero Palmerston e Cavour giungere alla stessa meta per vie diverse? La Russia crede quello un bel mezzo per vendicarsi dell'Austria. In una parola, firmata la pace, dopo breve intervallo, si alzerà il sipario, e, nella nuova rappresentazione, noi non saremo in caso di passarcela così alla buona come pel passato. Dio ci aiuti, serie difficoltà sono già incominciate tra la S. Sede e l'Austria per l'interpetrazione ed applicazione del concordato, ed ecco un nuovo dramma che anderà in iscena. Credetemi».

Ed in altra del 19 aprile.

«Voi vedete che io non m'ero ingannato quando vi scrivevo che, dopo breve intervallo, si sarebbe rialzato il sipario. Io oggi ho scritto, ho pregato, perché si procuri di evitare gravi complicazioni».

«Ho detto le intenzioni di tutti i gabinetti e la probabilità che la guerra di Crimea passasse in Italia accompagnata dalla rivoluzione».

«Del resto dopo di aver fatto il mio dovere non mi resta che... ec. ec».

«Dopo domani vedrò Buol e sentirò i particolari della conferenza».

In una lettera del 26 maggio si legge.

«Saggiamente definite i protocolli del 22 e del 23, ma vi sono altre discussioni che non si potettero consacrare in quella redazione (per non provocar lo scandalo) e che maggiormente confermano il nostro concetto. Ricordatevi ciò che io vi scrissi quando, inebriati per la pace conchiusa, si credeva riposare in un letto di rose, laddove a poco a poco si vedrà che invece siamo in quello di Procuste».

«Sono anni che prego, che insisto, che prevedo, che guardo attentamente l'avvenire, ma non si è creduto darmi ascolto, speriamo che mi sono ingannato e che m'inganno ancora adesso».

Per vero il Nicomede Bianchi racconta che, di que' dì, il Marchese Emiddio Antonini, legato napoletano in Parigi, come seppe che nel congresso si era favellato delle cose delle Due Sicilie, si recò da Walewski per muover lamenti che ai plenipotenziari sardi fosse stato permesso d'assalire, con aspri modi, il governo di Ferdinando II. senza che vi fosse presente un suo plenipotenziario. La cosa, soggiunse, è tanto più deplorevole in quanto che la fonte vera dell'agitazione rivoluzionaria, onde l'Italia e di nuovo tormentata, è la politica del Piemonte—Walewski lo interruppe con dirgli: —Badate, marchese, che non è stato Cavour; non vi posso dire di più, perché tutti i plenipotenziari si sono impegnati a serbare il silenzio intorno alle cose dette. Ma il vostro governo ha una via aperta per trarsi d'impaccio: si ponga subito d'accordo con noi sulle riforme che vuole adottare ().

Antonini rimase silenzioso. Ferdinando II. ordinò al suo legato in Parigi di rinnovare i fatti lamenti, dando loro la forma di protestazione verbale, e d'aggiungere che il re di Napoli aveva la coscienza di governare i suoi popoli secondo i dettami della giustizia e del dovere, e che nulla l'avrebbe rimosso dalle sue risoluzioni di non conceder nulla ().

Antonini eseguì gli ordini, ma questa volta Walewski rispose:

«Qui non si tratta per nulla d'esigenze, di pressioni. Il governo napoletano deve capacitarsi che tutti i potentati sono nell'obbligo di mettersi d'accordo per garantire all'Europa una pace durevole. Tutti gli Stati, e massime i minori, debbono aver conti i lati più deboli della propria politica per evitare le difficoltà che ne conseguono. Ora il vostro governo deve ben comprendere, che la Francia e l'Inghilterra sempre si studieranno di spiegare i propri influssi sul regno delle Due Sicilie. Conseguentemente tutte le vostre cure debbono essere dirette ad impedire che le due influenze operino concordi. Credo che, nelle circostanze presenti, non vi debba riuscire difficile il conseguire tale intento. Scrivete tosto al vostro re per dirgli, che la Francia lo consiglia d'appigliarsi spontaneo a più miti modi di governo. Egli farebbe prova di grande abilità ove si ponesse in pieno accordo con noi, prima che all'ambasciadore inglese in Napoli giunga l'ordine di mettersi d'accordo con Brenier ().

Si disse che la corte di Napoli fece bene a porsi sulla negativa, dacché, sotto il velame di queste parole, nascondevasi una insidia; se ciò fosse non è certo né alcuna cosa ne induce a crederlo vero. Ma d'altronde era certissimo, che la Francia non era d'accordo con l'Inghilterra e ch'essa mirava allora ad allearsi alla Russia amicissima a Napoli.

Non era dubbio alcuno per questo, che la politica della corte di Napoli avrebbe dovuto essere quella stessa che ella avea posto in non cale a tempo del congresso: di tenersi stretta' alla Russia e di fare quanto essa le consigliava, tanto più che Korciakoff non facea un mistero, al legato napoletano a Pietroburgo, dell'aiuto ch'egli volea e potea dargli, per scongiurare la tempesta che s'addensava sul regno.

Il bene di una tale politica era incalcolabile, come il tenere via differente era cosa pericolosissima. Legarsi alla Russia era allora trarre seco la protezione della Francia e significava togliere il pretesto all'Inghilterra. su cui contava allora principalmente la Sardegna, per assalire il regno. Ma Ferdinando II come alla Francia, rispose alla Russia che non volea fare nessuna delle concessioni suggeritigli da essa; e così il governo napoletano, in luogo di porre ogni studio più mantenere divisi gl'interessi delle due potenze occidentali, loro facilitò l'accordo.

Infatti, non andò guari e, conchiusasi la pace di Parigi, Valewski indrizzò al barone Brenier, ministro di Francia presso la Corte di Napoli, la famosa nota del 21 maggio e Clarendon a Tempie l'altra del 10 maggio, nella quale più esplicitamente che non facesse la prima, a nome del congresso, si faceva a dimandare.

Ampia amnistia.

Riforma nell'amministrazione della giustizia.

Tutti attendevano qual fosse la risposta del governo di Napoli e la popolazione diversamente pronosticava a seconda le notizie incerte che si aveano delle risoluzioni che prenderebbe la Corte. Le quali state lunga pezza dubbiose, finalmente si videro quali fossero nella nota del 30 giugno, inviata dal. Direttore degli esteri, Carafa, al marchese Antonini a Parigi. 11 Carafa diceva presso a poco così.

«Nessun governo ha il dritto d'ingerirsi nell'amministrazione d'un altro stato e particolarmente negli affari di giustizia».

«I governi, con queste note, provocare que' moti che vorrebbero evitare».

«Il re avere usato sempre della sua clemenza, ma che ora noi potea in vista dell'agitazione mossa dalle parole della nota francese».

Da ultimo conchiudeva che il re era il migliore giudice de' bisogni del suo popolo, nello scopo di assicurare la pace al suo regno.

Una tal nota se fosse funesta agli interessi della monarchia non v'ebbe diplomatico che nol vedesse.

Era opinione di molti che, al punto ov'erano giunte le cose ed in vista del malvolere delle potenze, non era conveniente il farsi torre il potere di mano; ma il non cedere in nulla ed il tuono provocante preso in questa circostanza dal gabinetto di. Napoli, non che reputarsi da tutti ed anche dal Versace pericoloso, fu giudicato una follia.

In dritto Ferdinando II. avea ragione tale, che il 3 febbraio 1857 nel parlamento inglese il conte Derby, Lord John Russel, sir Gladstone, d'Israeli e Milner Gibson furono unanimi nel difendere tale condotta.

Ma egli era questo il tempo e l'opportunità, domandavansi tra di loro i diplomatici, di trattare la quistione di dritto?...

«Il trattare la quistione di dritto, scrivevano dall'estero al Versace in data del 21 giugno 1857, benché sia in nostro favore, pure non la credo una strada che spunta, perché vi girano con l'interesse per l'ordine che rischia di essere disturbato quando il mal contento è generale».

«Delle pretese dell'Inghilterra possiamo liberarci, ma le domande della Francia, approvate segretamente dall'Austria, non finiranno; e bisogna badare di non dar presa a L. Napoleone di mettere in esecuzione i suoi piani».

Senonché, ancora restava potente l'aiuto della Russia; e Versace suggeriva di gettarsi in braccio alla Russia, il Principe di Petrulla, legato napoletano in Vienna, strepitava e col suo consueto impeto diceva che se subito non si fosse battuta questa via, fra un mese, non si sarebbe più avuto appoggio alcuno valevole. E il cav. Regina non nascondeva per nulla che Korkiahoff avesse ottenuto dall'Imperatore un ritardo di dieci giorni pel richiamo dell'ambasciadore da Napoli; e che questi gli avesse detto di dire a re Ferdinando «che non era umiliazione per lui cedere alle rimostranze di due grandi potenze marittime; che si rammentasse bene che la Russia altro non poteva prestargli fuor del suo appoggio morale; ch'essa si trovava in condizioni tali da doversi tenere in termini d'amicizia colla Francia e coll'Inghilterra, ove anco trascorressero ad atti ostili verso il regno di Napoli».

Bramava il re di avere efficaci aiuti dalla sincera amicizia della Russia, indrizzasse una nota confidenziale ai gabinetti di Londra e di Parigi, promettendo qualche riforma ().

Ma tutto inutilmente, quale che fosse il pensiero suo, Ferdinando II. non volle per nulla valersi del potente appoggio della Russia che avrebbe guasto l'accordo dell'Inghilterra Francia e Sardegna contro al regno—Francia ed Inghilterra invero presentarono il 21 ottobre 1856 due note separate. Quella francese era in termini più miti, quella inglese, più risentita, dichiarava non poter il governo della regina continuare a mantenere relazione alcuna col governo delle due Sicilie () Carafa dette i passaporti, i ministri d'Inghilterra e Francia partirono e Ferdinando II si rallegrò come di avvenimento che avesse fatto risaltare gli spiriti d'indipendenza, di cui egli andava grandemente superbo.

Ma se trista era allora la posizione del governo di Napoli, non facile era il carico che s'erano addossato sulle spalle i due governi di Francia e d'Inghilterra; dappoicché non isfuggiva a re Ferdinando, che l'accordo di queste due potenze non era che temporaneo. Per vero i disegni che l'Imperatore faceva sul regno e su i principiati Danubiani non lasciavano dubbio alcuno che queste due potenze non si sarebbero messe allora in accordo.

Nè i fatti vennero a smentire tali previsioni di re Ferdinando. Imperocché non andò gran tempo e lo sgombro del territorio ottomano, la rettifica della frontiera russa in Bessarabia, il possesso dell'isola de' Serpenti, le norme per la navigazione del Danubio, la costituzione della Moldavia e della Valachia, e finalmente le frequenti riunioni de' Murattiani ad Aix di Provenza delinearono in breve lo stato delle cose, secondo il concetto formatosi dal gabinetto di Napoli. E si vide allora l'Inghilterra da una parte stendere la mano all'Austria ed alla Turchia; e dall'altra la Francia legarsi con più stretti vincoli a Russia ed al Piemonte. Delle quali due unioni non tardarono a vedersene gli effetti palesi, nell'unione de' Principati Danubiani, tanto che corsero voci di probabile guerra europea ne' primi mesi del 1857.

Ma quest'alleanza apparve più manifesta negli affari d'Italia, quando da una parte l'Austria si dette a seguire i consigli di Lord Clarendon per la riforme in Lombardia; e dall'altra il Piemonte, sostenuto da Prussia e Russia, non nascondeva più da qual parte fosse per propendere.

Ora una tale condotta de' governi, ed i fatti tanto infami quanto terribili che si succedevano alla giornata, lo scoppio delle polveriere, l'attentato di Agesilao Milano, i fatti di Sapri, non lasciavano dubbio al mondo sulla condotta a seguire, tanto più che non era ignoto ai nostri diplomatici all'estero (ed è noto per tanti versi a tutti noi dopo le opere del Persano e del Ravitti) che Piemonte e Francia entrambe cospiravano nel regno, ciascuno con un intento proprio (). Ancora a que' dì Clarendon, quantunque non chiaramente, avea ai legati napoletani fatto. intendere che il governo della regina se volesse riforme non volea mutamento di dinastia—Qual dubbio adunque che Napoli non avesse altro a fare che seguire pel regno l'esempio dell'Austria in Lombardia, nel doppio scopo di ottenere l'alleanza inglese e di rendere solidari con quelli dell'Austria e dell'Inghilterra gl'interessi suoi?... Nè queste sono cose che le vediamo noi dieci anni dopo; ma era a quei dì il pensiere anche di molti nostri diplomatici. A quale scopo ne piace allegare la lettera seguente di un diplomatico di cui dobbiamo tacere il nome.

9 ottobre 1856

Caro Comm. ed amico

«Gli avvenimenti funesti, coperti, come fuoco, da fallace cenere, corrono a precipizio. Per me nulla di nuovo...

«Gran conto. daranno a Dio ed agli uomini (e già l'opinione pubblica in Europa non li risparmia) coloro che con finto zelo spingono ad una estrema resistenza, per poi uscir d'impacci vergognosamente, o fare gli ordinari voltafaccia nei momenti di pericolo.

«Il 48, che disgraziatamente non ci fu di alcuno ammaestramento, ce ne diede molti esempi.

«L'Inghilterra aumenta le sue pretensioni in ragione diretta della nostra resistenza, ma almeno si mostra per suo interesse zelante nel sostenere la dinastia.

«Luigi Napoleone, se il momento gli fosse propizio, ci divellerebbe dalle radici, e come non lo è, ha presa la maschera di conciliante.

«I finti amici sono peggiori de' più atroci nemici.

«L'Austria giuoca l'altalena e rappresenta il secondo atto della guerra ch'è finita...

«Questo ministro inglese, per ordine del suo governo, ha dichiarato a Buol che l'Inghilterra non si arresterà né desisterà dall'operare finché non otterrà concessioni e guarantie. Potete immaginarvi che cosa si racchiuda in quelle due parole elastiche e se vorrà ottenerle con la forza.

«In questo novembre poi l'imperatore d'Austria andrà in Italia, il che vuol dire, và coraggiosamente a mettersi in mezzo ai popoli più turbolenti e più contrari al dominio austriaco della monarchia. Questa visita, si dice, sarà accompagnata da grazie e d'altro. Potremo noi resistere a questo contrasto?.. E, se faremo qualche cosa, che merito ne avremo?...

«Il secondare l'istinto delle passioni, adulando, non è atto virtuoso, ma spesso utile.

«Il dire la verità è dura impresa che spesso mena a quel che toccherà a me. Ma si può ingannare il nostro amato ed intelligente sovrano al punto di dirgli: impegnate una lotta con la Francia e con l'Inghilterra per non saper poi come uscirne?..

«E ricordiamoci che noi siamo soli e che nessuno ci aiuterà, salvo che nel proporre. una mediazione, la quale finirà come quella degli zolfi.

«Mio carissimo amico, finisco la mia lunga lettera con dire, che in Napoli regnano ancora le idee di prima del 1848.

«Or l'Europa, con la rivoluzione di quel tempo e con la guerra d'Oriente, si è fusa come il ferro d'una fonderia, e tuttavolta non è uscito dal fuoco il nuovo modello. Chi governa, chi consiglia dovrebbe avere avanti gli occhi, che la grande lega del 1813, cioè santa alleanza, ch'ebbe origine dal trattato di Kalisch, che fu diffinita col trattato di Chaumont del 1 marzo 1814, confermata pe' trattati di Londra del 29 giugno 1814 e di Vienna del 25 marzo 1815, posta in atto pel secondo trattato di Parigi del 20 novembre e ribadita finalmente, dal 1818 al 1823, con le dichiarazioni ed atti del congresso d'Aix-la-Chapelle, di Laybach e di Verona, non esiste più.»

Per tali cose non v'avea dubbio alcuno che il governo di Napoli non avesse altra via a seguire che quella della riduzione delle tariffe e delle richieste riforme; le quali, non scemando la forza del governo, tornavano gradite ai due potentati di Austria e d'Inghilterra.

Ma, per uno di que' fatti incomprensibili nella vita degliuomini, Ferdinando tenne tutt'altro modo, volendo ora, dopo che tanti eventi aveano mutato le condizioni delle cose, mettersi per quella via che non avea voluto seguire nel 1856, di riprendere le relazioni con la Francia.

Sin dal 28 dicembre 1857, il governo di Napoli avea scritto un dispaccio che dovea essere presentato, dal conte di Hatzfeld ministro di Prussia, allo Imperatore de' francesi, nello scopo di riattaccare le relazioni diplomatiche con la Francia. Ma, avvenuto l'attentato Orsini ed accettata dall'Imperatore la missione napoletana, si credette opportuno di far che quegli stessi, che aveano la missione di congratularsi con l'Imperatore, si fossero studiati di compiere ancora l'altra. Ed ecco perché il principe di Ottajano ed il nostro Paolo Versace furono chiamati dal re la sera del 23 gennaio 1858 in Gaeta per avere le istruzioni necessarie.

Queste istruzioni, che abbiamo per intero poste fra i documenti () e che qui riassumeremo, furono dal re dettate e dal Versace scritte con la matita su di un brandello di carta. Le istruzioni erano

1. Manifestare in pubblica udienza all'Imperadore il vivo piacere del re per aver salva la vita.

2. Far intendere le ragioni che aveano consigliato al re di batter la via di fermezza, di dignità e d'indipendenza seguita fino a quel dì, e dalla quale nulla l'avrebbe rimosso.

3. Cogliere ne' privati discorsi l'occasione per esprimere allo Imperatore il sentimento di sincera personale simpatia che il re avea per lui, e per fargli comprendere che interesse della Francia era di avere nel regno di Napoli un governo forte ed amico; nel doppio scopo di non far prevalere nel regno gl'interessi inglesi e le voglie settarie, nemiche tanto del suo quanto del governo imperiale.

Ora tale missione se fosse stata semplicemente di cortesia ovvero anche d'esplorazione avea la sua ragione di essere; ma il dire tondo: io non mi muoverò dalla via battuta, era questo un chiudersi ogni adito per ogni futuro evento; come il credere che allora si potesse avere la Francia amica, col render sospetta la politica inglese, era fuor di tempo ed anche pericoloso—Otto mesi prima, quando la Russia faceva le sue profferte, era facile alla corte di Napoli l'ottenere l'amicizia della Francia. Ma ora, che non era più un mistero che Russia, Prussia e Francia facevano il buon viso al Piemonte, e che invece l'Inghilterra stringevasi sempre più all'Austria, la missione non solamente era non opportuna, ma pericolosa: dappoicché chiudeva alla corte di Napoli la sola via che spuntasse, l'alleanza inglese. E che fosse così lo dimostrarono gli eventi che seguirono. Dappoicché l'Imperatore non fu largo che di parole verso i legati napoletani, ma fatto nessuno; e per contrario andò perduta ogni occasione che anche questa volta si presentava favorevole alla corte di Napoli.

Ma questo non fu il solo errore; altro più grande ne commetteva la corte di Napoli, quando nel litigio del Cagliari, invece di evitare, volle andare incontro a pericoli di maggior momento, che più doveano renderle difficile il cammino.

L'attentato Orsini avea in Inghilterra desta un'opposizione aspra contro i Wighs che si disponeano, dopo istanze venute di Francia, ad emanare nuove leggi di rigore contro i fuorusciti politici.

I Wighs caddero e salirono al potere i Tory, che, non ha guari, aveano difeso a viso aperto, nelle camere, la politica di re Ferdinando.

Lord Derby, ch'era stato chiamato a reggere la cosa pubblica, era quello stesso che il 3 febbraio avea terminato un suo memorabile discorso col dire.

«Io penso che l'intervento de' ministri di S. M. a Napoli fu indegno della politica del nostro paese, ed io credo che questo affare, incominciato con un assalto ingiusto, si terminerà senza onore».

Che più bella occasione di questa, diceva Versace, per mettersi bene con l'Inghilterra. E veramente, a que' dì Derby, sia a bocca al ministro napoletano a Parigi sia co' fatti, mostrava volersi collegare con Napoli.

Interrogato dal marchese d'Azeglio, ministro sardo a Londra, se il governo inglese volesse dare il promesso aiuto alla Sardegna per protestare contro il procedere del governo napoletano per la prigionia de' due macchinisti inglesi ch'erano a bordo del Cagliari, Malmesbury fece rispondere: che, avendo rilette le istruzioni date al ministro inglese a Torino, avea veduto che questi le avea mal comprese, quando avea assicurato alla Sardegna la cooperazione attiva dell'Inghilterra nel litigio sul Cagliari. Queste dichiarazioni confermate dallo stesso Hudson e dal cavaliere Herkine, aveano, senza dubbio alcuno, dato più che mai ad intendere alla corte di Napoli come l'Inghilterra avesse abbandonata del tutto la Sardegna in un affare intralciatissimo che Russia, Prussia, e Austria si studiavano di far risolvere favorevolmente alla Corte di Napoli, nella speranza di trarla d'impaccio—Ferdinando II. parve comprendere la condizione delle cose, perché non tardò a dare ordini per la pronta liberazione de' due macchinisti inglesi. La qual cosa, riferita a Lord Malmesbury dal ministro inglese in Napoli Lord Lyons il 21 marzo 1858, gli fu tanto grata che questi fece conoscere, per mezzo di Lyons, con dispaccio del 25 marzo, a Ferdinando II. che il governo di Londra valutava un tale atto come pruova de' sentimenti amichevoli del re a suo riguardo.

E certo il Nicodemo Bianchi non nasconde per nulla quanto trista a que' dì fosse la condizione del Piemonte, che era rimasto solo e che in più gravi condizioni sarebbe per essere, se, come per l'ordinario, non l'avessero salvata da' mali passi, gli errori de' suoi nemici.

I consiglieri della corona Roberto Phillemore e Trovers Twis aveano, nel loro memorandum, biasimato la condotta del governo di Napoli per l'affare del Cagliari; l'opinione pubblica in Inghilterra si mostrava contraria al procedere della corte di Napoli; lo stesso ministero Tory era geloso che la Francia non avesse sola a godere de' vantaggi che essi speravano dall'alleanza col Piemonte; mosso adunque da queste cause il ministero Derby mostrossi più amico al Piemonte, pur non lasciando di mostrare alla corte di Napoli le più benevoli intenzioni.

Il governo sardo avea piatito presso l'Imperatore Napoleone per soccorso, poi, non vedendo spirar vento favorevole da questa parte, andò a piatire presso il ministero inglese perché se questi non stimava conveniente di difendere la causa del Piemonte, si fosse almeno astenuto dal farlo palese.

Così, spintovi dalle cause sopradette e da queste suppliche, Malmesbury concesse di unirsi alla Sardegna per dimandare non solo la restituzione del Cagliari, ma ancora la liberazione del capitano e de' marinai. Ma nel fare questa comunicazione a Cavour, Hudson gli dichiarò, per carico avuto da Lord Malmesbury, che se le richieste comprensive dell'Inghilterra e della Sardegna riuscissero inefficaci, esse richiederebbero la mediazione e l'arbitrato di una potenza amica, che indistintamente poteva essere la Svezia, l'Olanda, il Portogallo, o il Belgio (). L'Austria, che ora avea tanto interesse a conciliare Napoli con l'Inghilterra, quanto ne aveva avuto tempo innanzi la Russia per conciliarla con la Francia, avea fatto giungere preghiere a re Ferdinando perché accettasse la proposta inglese —e Malmesbury faceva scrivere a Carafa per mezzo di Bernstorff addì primo giugno 1858 a questo modo:

«Lord Malmesbury con tutta segretezza mi ha detto che vi sarebbe un mezzo, che gli sembra assai semplice, per mettere il governo napoletano nelle condizioni di mandare indietro vittoriosamente tutte le richieste. della Sardegna per le indennità, e che egli non si sapeva dar ragione come non fosse stato adoperato già da molto tempo. Egli ha detto: perché, il governo napoletano non fa un'altra domanda d'indennità alla Sardegna? perché non dice ai governanti di Torino: la nave, che avea bandiera sarda e che voi prendete sotto la 'vostra proiezione, ha gittato sulle coste del mio territorio ribelli armati che mi hanno ucciso uffiziali e soldati, che hanno bruciato casamenti e, per domare i quali, ho dovuto fare spese grandi?... Voi per tutto questo mi dovete una compensazione; ponete mano dunque ad assegnare pensioni alle vedove ed agli orfani degli uccisi, a indennizzarmi delle spese incorse per la guerra civile, suscitatami in casa. Che se vi credete voi pure in dritto di richiedere indennità per la ciurma e pe' proprietari della nave catturata, vedremo quale delle due parti sia quella che più deve».

«Lord Malmesbury mi ha assicurato che, dopo che la Sardegna avea preso sotto la sua protezione il Cagliari, non poteva rinunziare ad essere responsabile dell'operato dalla sua ciurma e da' suoi proprietarii ».

Per tali documenti non si deve più dubitare che il ministero inglese, nell'intento sempre di salvare la corte di Napoli e di trarla a sé, volea che Ferdinando l'avesse aiutata in cosa che rendeva difficile molto la condizione sua sia verso l'opinione pubblica ed il parere de' consiglieri della corona, sia per gli obblighi presi antecedentemente con la Sardegna. Ma Ferdinando II. quale ne fosse la cagione e che il saprà mai?... non volle prendere una tale via, stimando migliore consiglio il restare nell'inerzia come avea fatto per lo innanzi.

Per tali ragioni la corte di Napoli venia in lotta coi suoi soli amici che avea al governo di quell'isola e in un momento appunto, che le condizioni dell'Inghilterra l'obbligavano a porsi d'accordo con la Francia.

Il governo di Napoli inoltre, lungi dal separare la causa dell'Inghilterra da quella di Sardegna e di Francia, facilitava l'accordo tra loro in modo, che queste furono contente, sopra ogni dire, che un ministero Tory ricominciasse gli attacchi con Napoli. Un ultimatum fu spedito per richiedere una indennità di 4mila lire sterline; al quale Ferdinando fece rispondere da Carafa, in data del dì 8 giugno, ch'egli, cedendo alla forza, avea rimesso al banchiere Pook le tre mila lire pe' macchinisti ed a Lord Lyons il Cagliari, ordinando inoltre che una commessione della quale facea parte il Versace avesse ripartite le merci fra i vari proprietari. La Commessione fu composta così: Il Principe di Comitini. Giuseppe Mario Arpino avv. della G. Corte de' conti. Comm. Raimondo dei Liquori. Comm. Paolo Versace. Falcon Gioacchino Segretario.

Per questo modo, perdutasi l'ultima occasione che si avesse avuto di attrarre a sé l'Inghilterra, la nave dello stato era battuta da contrari venti, quando sopraggiungeva la guerra del 1859 e la morte del re Ferdinando II.

CAPO VI

Gli ultimi mesi della monarchia, e l'ultima missionedel Versace.

Per tal morte saliva sul trono il re Francesco II. in maggio, quando tutto intorno a lui, le memorie de' passati re, le condizioni di famiglia, della diplomazia, del reame gli presagivano funesto.

Ferdinando II. avea sprezzato gli aiuti esterni, ma avea fondato sulla discordia delle potenze e sulle proprie sue forze; sicché egli era convintissimo che, s'egli avesse saputo resistere agl'intrighi che intorno a lui ordivansi, tutto sarebbe stato salvo; perché le due potenze occidentali, non potendosi mai mettere d'accordo per operare di viva forza, sarebbero state le prime, per gelosia che aveano l'una dell'altra, a venire a domandare l'amicizia sua quando l'avessero veduto fermo sul trono. Ora lo stesso convincimento pare avessero il Filangieri e lo stesso il Versace; solo questi due uomini credevano che non bisognava spingere le cose tant'oltre, ma invece mostrarsi pieni di buon volere con esse, per non essere attraversati nell'opera di ricostituire lo Stato cui si era intenti. E veramente questo era il solo programma possibile all'inagurarsi del nuovo Regno: dappoicché, nello stato di separazione in cui era la corte di Napoli, dopo la guerra del 1859, dopo abbattuta l'Austria, dopo che Palmerston era salito di bel nuovo al potere; non vi era altro da fare che contare sulle forze tutte di cui il regno potea disporre. E di vero le proposte tutte del suo ministero non mirarono che a questo solo scopo. Ma qui, a mio credere, il Filangieri cadde in una illusione, che del resto non tardò ad appalesarsi a lui, e fu, di poter egli pervenire a compiere l'opera di ricostituire lo stato a que' dì.

Forse all'alta sua mente sfuggì, che i più grandi uomini, in date circostanze, sono destinati a soccombere e che queste circostanze verificavansi appunto allora.

Al Filangieri due vie rimanevano a seguire, o non mutar nulla di ciò che avèa fatto Ferdinando, né uomini né cose; o mutare tutto, uomini e cose..

La prima via era impossibile a seguire; la seconda era piena di pericoli.

Impossibile era seguire la prima via, perché lo incentramento avea reso, più che difficile, impossibile ogni governo. I francesi aveano, alle antiche, sostituite le nuove leggi amministrative, le quali introducevano il sistema d'incentramento. La restaurazione, che avea restaurate le persone e non le cose, mantenne quelle leggi che convenivano ai governi. Ma almeno, gli uomini che furono chiamati a compilare e ad applicare siffatto sistema al paese, aveano con savi ordinamenti cercato di mitigarlo—Di cotalché sulle prime esso non fece avvertire tutto il suo malefico influsso. Seguì poi il 1848 e Ferdinando II. esagerò talmente quel sistema, ch'esso non tardò ad appalesare qui da noi quei mali che poi si videro, dove più dove meno, venire a galla in tutte le parti dove quelle leggi erano stato adottate. E i mali erano; la mancanza di vita nelle varie membra dello stato e il concentramento della vita tutto nel capo: la niuna responsabilità delle singole amministrazioni, e la soverchia responsabilità addossata tutta al re: l'indebolirsi del principio d'autorità e il venir meno ogni di più gli uomini atti a dirigere la cosa pubblica. Ma la sperienza negli affari, l'autorità del suo nome, la conoscenza degli uomini e delle cose avrebbero potuto forse operare in guisa che quel monarca avesse trovato i mezzi di salute, in tempi straordinari, in quello stesso ordine di cose che, in tempi ordinari, avea prodotto turbamento.

Mancata la mano che avea tutto diretto, era impossibile il più seguire quel sistema e bisognava mutar tutto; ma qui era il pericolo, perché gli uomini cui quel sistema era utile, naturalmente doveano attraversare ogni opera di riordinamento.

Quando l'illustre Carlo Filangieri Duca di Taormina prese in mano le redini del governo, la condizione delle cose era già spaventevole. Egli dovea guadagnare il terreno perduto da re Ferdinando verso le potenze estere; dovea ricostituire all'interno lo Stato, dove tutto era a ricostituire e specialmente l'esercito e l'armata; dovea tenere in freno le schiere rivoluzionarie che si ordinavano mano a mano. L'autorità sua grandissima, la sperienza negli affari, l'essere benveduto dalle potenze l'avere guadagnato i gradi e gli onori su i campi di battaglia; tutto facea credere a tutti ed a lui stesso ch'egli sarebbe uscito vittorioso dalla pruova. Ma né egli né altri s'addiede che il più grande ostacolo alle cose dovea venire di là donde parea che meno si avesse a temere. E questo pericolo venia appunto da quelli che avendo avuto fin allora in mano tutti gli affari temevano allora di perderli. Questi che aveano autorità dapertutto, nella polizia, nell'esercito, nell'amministrazione, nella corte in ispecial modo, vedendosi ogni giorno strappare il potere di mano, facevano sì che l'autorità di lui fosse affetta come da paralisi, e che i disegni suoi svanissero in sul nascere. Sulle prime tanto non apparve; ma la rivolta degli Svizzeri fu per lo Stato come pel corpo umano sono quelle pustole che rivelano la cangrena ().

Le potenze estere aveano spinto alla rivolta, due banchieri l'aveano pagata, i reggimenti l'aveano seguita, ma ben alto doveasi rimontare per trovarne l'origine.

S'addiede allora Filangieri, quantunque tardi, ch'egli dovea soccombere e che il carro si metteva sulla china. E veramente perché il carro precipitasse non avea mestieri che di una spinta, la quale fu data forte dal decreto del 25 giugno che richiamava a vita lo Statuto del 1848.

Se il concentrare i poteri nelle mani d'un solo fu mai utile, quello era appunto il tempo, nel quale tutti gli Stati creano sempre la Dittatura.

Pochi sono gli uomini che sentono la voce del dovere; in guisa che, quando il governo procede incerto, quando manca o il timore di una condanna o la speranza di guadagno, e più quando l'interesse può spingere al campo contrario, allora lo Stato è in dissoluzione; e questo verificavasi appunto allora.

Ma quando le brune mura di Castelnuovo vedevano rinnovellarsi nel 1860, dopo quattro secoli, le stesse scene del dì 20 novembre 1495, esse non videro al certo il nostro Paolo Versace tra coloro di cui parla il Guicciardini, i quali «forte pensando a salvare se medesimi e le loro cose, parte desiderosi di cose nuove cominciavano a vacillare non meno di fede che d'animo». Invece il Versace che trovavasi allora Direttore degli Esteri, per gli eminenti servigi sempre resi al paese, è risoluto a compire fino all'ultimo le sue missioni.

Fra le tante lettere di sovrani che la famiglia di lui custodisce, ve ne ha una di re Francesco II. scrittagli prima di partire, per dargli l'addio, e per commettergli alcuni importanti affari. Ora se egli compisse tali cose, con lo stesso zelo e buon volere col quale avea servito la monarchia in tempi felici, non è a dire.

Dopo ciò ritraevasi dagli affari con l'animo travagliato per tanta catastrofe, ma contento che la Provvidenza serbasse a lui l'ultima sua missione su questa terra per la famiglia, di cui era e mostravasi tenerissimo.

Breve però era il tempo segnatogli lassù—ed il Versace che sin dal 1857 lagnavasi di torpore al braccio pel quale egli era in pensiero, negli ultimi giorni del 1862 ammalava per pulmonite e moriva il quarto giorno dell'anno seguente, con dolore di avere a lasciare la sua cara consorte () i figli suoi... ma con in volto la serenità del giusto.

Stimato grandemente ed amato fuori il proprio paese dal Perier, dal Mignet, dal Thiers, lo fu altresì dagli uomini nostri e particolarmente dal Cassero, dal Filangieri e da Luigi de' Medici.

E veramente la sua onestà le sue varie cognizioni, la pratica degli affari, il suo condursi cauto e circospetto, l'umiltà sua grandissima il resero a ragione rispettato in vita, compianto in morte.

E così è che se altri, appena dopo la sua morte, pubblicò necrologie ed articoli su pe' giornali per esaltare le sue virtù; io invece volli porre in lume i fatti che riguardano la vita pubblica di lui: vita, che facendo parte della nostra storia politica, meritava per più versi che fosse narrata; e come interesse storico e come un ammaestramento.

Documento 1

Lettera del Principe di Cassero al Versace.

Napoli 4 gennaio 1840

(Riservatissima)

Signore

Mi è con esattezza pervenuto il foglio che mi ha Ella diretto in data del 16 del passato dicembre per ragguagliarmi dello abboccamento avuto con codesto Ministro degli Affari Esteri onde, a tutta evidenza, risulta che S. A. R. il Principe di Capua lungi dall'accogliere con debita gratitudine la paterna risoluzione del Re S. N. a di lei pro, sia ritornata invece alle antiche pretensioni.

Il qual foglio avendo io sommesso, come era mio debito, all'alta intelligenza dell'Augusto Padrone, la M. S. si è degnata manifestarmi ch'erasi, in conseguenza della lettera scrittale dal suo Real germano in data di Londra de' 25 giugno del passato anno 1839, indotta ad emanare tutte quelle benevole determinazioni contenute nell'istruzione di Lei; e che sua sovrana intenzione certamente non era di scendere a patti col real fratello, ma sì di fargli delle concessioni, argomenti incontrastabili di sua paterna amorevolezza, e che perciò veniva dispiacevolmente sorpresa nel vedere che il suo real germano invece di esserle grato e riconoscente, come ogni ragion vuole, per tanti e così segnalati benefizii, mostrisi sempre mai ricalcitrante. E ben dee giudicarsi in tal guisa dalle disposizioni dell'animo dell'A. S. dappoicché i punti da Lei additali, nel surriferito foglio, mostrano a chiare note che l'A. S. continui ostinatamente nelle stesse idee di prima senza volere da esse in niun conto recedere.

La M. S. quindi non è in grado di accettare condizioni dal suo real fratello e molto meno progetti di decreti da chicchessia; e poiché egli non vuole accettare le clementi concessioni offertegli, la M. S. le ritira e considera come non avvenuto tutto quello che con commovente esempio di bontà si era determinato a fare in pro del Real Germano, e comanda che Ella parla immantinente da Londra.

È però volere del Re, ch'Ella, nel prendere congedo da Lord Palmerston, gli esprima i suoi sinceri ringraziamenti per la parte presa in questa faccenda, e per tutte le pene datesi, affin di fare, che S. A. R. il Principe di Capua rientrasse in se stessa, ed alla debita sommissione alla Maestà del suo Augusto Germano e Re finalmente si riconducesse.

E desidera inoltre S. M. ch'Ella ciò nonpertanto faccia conoscere a voce al prelodato Ministro degli Affari Esteri, per sola di lui istruzione, le qui sotto notate ragioni per le quali non può la M. S. condiscendere alle pretensioni del suo Real Germano.

1.° E primieramente non si può il titolo di Principessa a quello di Duchessa preferire, poiché come ha Ella giustissimamente osservato a Lord Palmerston, è precisamente per l'abitudine acquistata in famiglia di chiamare la signora Smith Principessa, che la M. S. non può accordarle siffatto titolo: giacché sarebbe lo stesso di farla sempre continuare a chiamar Principessa di Capua. E questa idea vien confermata da una lettera particolare del Real Principe qui pervenuta contemporaneamente a quella che mi ha Ella scritta; nella quale l'A. S. oltre di chiamare la moglie Principessa di Capua, dice che questo è titolo che dee portare, come quello che di dritto le spetta. Il che però debbesi assolutamente evitare pel decoro dovuto a tutti gl'individui della Reale famiglia Borbone. D'altronde non avendo la signora Smith alcun dritto ad aver titolo, ma essendo una pura grazia che il Re le fa nell'accordarglielo, come può mai pretenders che S. M. le dia un titolo che non crede conveniente?

2.° Quanto poi al cognome che portar dovea la prole dell'A. S. R. se ne conosce di leggieri la convenienza e la giustezza, appena che si consideri, che per la legge del 7 aprile 1827 il matrimonio del Principe di Capua non potendo produrre effetti politici e civili, e conseguentemente i nati da esso non potendo portare il cognome del Padre, forza era che portassero quello della Madre. Nè il Re ha in sua saggezza creduto di dover fare alla mentovata legge una eccezione, sì per lo esempio che di tristi conseguenze avrebbe potuto essere fatale cagione ne' minori Reali fratelli, e si perché poco dignitoso sarebbe non solo per la Real famiglia di Napoli, ma eziandio per tutt'i rami della Real prosapia de' Borboni, che figli nati da tal legame portassero si augusto cognome. Nè qui è fuor di proposito di far rilevare gli esempi di simili matrimoni avvenuti in altre famiglie Reali.

3.° Stranissimo inoltre è la pretensione di aumentarsi le somme fissate per assegnamenti e dote à figli della prelodata A. S. poiché essendo esse meramente effetti della generosità del Re, non si può, a chi gratuitamente dà, imporre legge e condizioni di aumentare il dono a talento di chi lo riceve.

Per ciò finalmente che riguarda la condizione imposta al Real Principe di abbandonare l'Inghilterra, nulla può dirsi meglio calcolato di esso a vantaggio unico e positivo della medesima A. S. dappoiché era tal condizione dettata dal desiderio del Re, fondato per la sua convinzione che il Real fratello non avesse mezzi, come in realtà non ne possiede, né potrà mai averne sufficienti per mantenersi con decoro in paese così caro. Per altro lo stesso Real Principe, nella sua lettera su menzionata de' 25 giugno ultimo, mostravasi pronto a muovere per l'Italia per obbedire agli ordini della M. S. Nè poi la circostanza che la cognata del Real Principe sia per isposare un ricco proprietario britannico cangiar potrebbe la posizione dell'A. S. a meno che non si trattasse di farla vivere a spese altrui, ciò che sempre tornerebbe indecoroso allo stesso Principe Reale.

Vengo infine all'articolo della soppressione delle frasi che si erano con tanto accorgimento adoperate nel preambolo del Real Decreto de' 2 settembre. E debbo dirle che quanto ha Ella osservato è perfetto, imperocché non potevasi fare a meno di appoggiare le concessioni, le quali con tanto affettuosa premura si facevano su la sommessione del Real Principe, la quale lungi dall'esser cosa oltraggiante la di lui dignità, sommo ed universale onore gli concilierebbe, quando rettamente si pensi, e riparerebbe in certo modo i molti torti, che indubitatamente ha verso la Maestà dell'amoroso fratello e Re. Per altro, qualora leggasi la cennata lettera scritta dal Real Principe a S. M. di che ha Ella una copia, si troverà in termini chiari spirar essa i sensi di un abbandono nella sovrana Clemenza, e di una perfetta sommessione, che fu quella la quale effettivamente mosse il Re a dar libero sfogo a generosi sentimenti del suo cuore riguardo al fratello, ed a fare a pro di lui tutte le concessioni di che discerresi; né si poteva fare a meno di citare il decreto del 7 aprile 1829; dappoiché a cagione della esistenza di quella legge ha dovuto il Re per solo atto di sua sovrana benevolenza dare i suoi provvedimenti riguàrdo al matrimonio contratto dal Principe di Capua con la signora Smith, i quali provvedimenti doveano con essa preesistente legge conciliarsi, cioè esser tali che senza distruggere la forza di essa serbassero illeso il decoro della Real Famiglia, di cui S. M. è capo, ed apportassero un conveniente rimedio al triste stato in che per proprio errore il Real Principe trovavasi.

Ed è sorprendente come possasi mettere in dubbio dall'A. S. R. l'esistenza della cennata legge fatta dal suo Real Genitore, mentre esso è inserita nella collezione delle leggi e decreti Reali, e fu del pari riportata dal Giornale Ufficiale delle Due Sicilie degli 8 aprile 1829 n. 80, ch'è il modo come presso di noi si pubblicano le leggi; né l'ignoranza di una legge può fare che essa non produca il suo effetto. Troverà qui unito il volume della collezione delle leggi e decreti Reali 1° semestre 1829, ove alla pag. 95 è registrata quella in quistione, affinché possa mostrarlo al succennato Ministro. S'inganna grandemente poi il Principe D. Carlo se crede che il Re abbia voluto togliergli quello ch'ei suppone essergli stato dall'augusto genitore per testamento. lasciato. Mettendo a parte che tal supposizione è un torto gravissimo a tutte le ragioni di delicatezza, di morale, di religione, di che abbiamo dalla M. S. ad ogni tratto le più luminose ed edificanti pruove, uopo è sapere che il Re Francesco 1. di g. r. invece di fare acquisti, si gravò di molti debiti. Ond'è che se il Real Principe di Capua concorrer volesse alla paterna eredità, in luogo di ritrarre utile, non ne avrebbe che danno, dovendo contribuire al pagamento de' debiti suddetti, i quali S. M. senza farne sentire alcun peso a' fratelli, ha tutto esattamente e completamente soddisfatti; per lo che non dovrebbe venirle dalla parte di tutt'i membri della. real famiglia che riconoscenza somma ed eterna, e non amarezza e dissapori. Nè credo doversi passare sotto silenzio che S. M. malgrado ciò, con decreti del 6 aprile 1836 di che qui unite sono le copie al n. 1, ha costituito a' suoi fratelli un Maggiorato, e che il Principe di Capua trovasi di già in possesso di quello costituitogli dall'Augusto Genitore con decreto de' 30 marzo 1825 di cui qui annesso è la copia al n. 2; né potrebbe altro pretendere, essendosi nel detto decreto chiaramente indicato, che tal Maggiorato si formava per la dotazione della di lui Real. Casa. La Clemenza dunque del Re non può ad altro estendersi che ad eguagliare i di lui averi a quelli de' suoi fratelli, i quali averi rilevansi da' decreti su menzionati.

Questi sono i precisi comandi dell'Augusto Padrone che mi affretto di comunicarle per lo esatto e sollecito adempimento; soggiungendole che la M. S. è rimasta intesa delle di lei osservazioni intorno al nominato Berardi, il quale ella crede, che abbia potuto contribuire ad alterare le buone disposizioni del Real Principe, non potendo là M. S. che rammaricarsi nel vedere che il suo Real Governo venga avvicinato da persone di tal tempra.

Il Min. Seg. di Stato degli Affari Esteri

Firmato— PRINCIPE DI CASSARO

Documento 2

L'ambassadeur de France a Lord Palmerston, sur l'arrangement proposé par le gouvernement français entre l'Angleterre et Naples dans l'affaire des soufres de Sicile.

Londres, le 7 juillet 1840

Le soussigné ambassadeur extraordinaire et plénipotentiaire de S. M. le roi des Français auprès de S. M. la reine de la Grande-Brettagne et de l'Irlande, a l’honneur de transmettre à Son Exc M. le principal secrétaire d'État pour les affaires étrangères de Sa Majesté Britannique le conclusion proposé par le gouvernement du roi pour mettre un terme au différend survenu entre les cours de Londres et de Naples au sujet de l'exploitation des soufres de Sicile. Le soussigné espère que Son Exc. M. le principal secrétaire d'état pour les affaires étrangère de Sa Majesté Brittonique trouvera ledit conclusion satisfaisant et rédigé de manière à concilier, avec équité, les droits et les intérêts des deux cours, et voudra bien le lui renvoyer revêtu de son approbation, pour que le soussigné puisse le transmettre immédiatement à Son Exc. M. le président du Conseil, ministre des affaires étrangères de S. M. le roi des Français—Le soussigen à l'honneur, etc.

Le Président du conseil, ministre des affaires étrangères, à Son Exc, le comte de Granville, ambassadeur d'Angleterre à Paris.

Paris, le 5 juillet 1840

Monsieur l'ambassadeur

Le gouvernement du roi, mon auguste souverain, justement préoccupé des intérêts de la paix générale et animé des sentiments les plus bienveillants pour deux cours qui lui sont unies par des liens étroits, avait cru devoir offrir sa médiation dans le but de faciliter accommodement du différend survenu entre les cabinets de Londres et de Naples relativement à l’exploitation des soufres de Sicile. Cette médiation a été acceptée. Ce témoignage de confiance qui, de la part d'un État aussi puissant que la Grande-Brettagne, atteste l'honorable volonté de chercher, dans les voies de conciliation plutôt que dans un appel à la force, la satisfaction à laquelle il croit avoir droit, a vivement touché le c—ur du roi. Le gouvernement de Sa Majesté, dans son empressement à s'acquitter de la haute mission qui lui était ainsi déférée, a examiné avec l’attention la plus scrupuleuse tous les éléments de la question. Il s'est attaché à apprécier, avec une équitable impartialité les prétentions et les droits respectifs, et cette appréciation conscientieuse lui a suggéré les propositions que je vais énoncer à Votre Excellence comme les plus propres, dans notre manière de voir, à amener une transaction vraiment acceptable pour les deux parties.

Le contrat passé le 9 juillet 1838 entre le gouvernement napolitain et la compagnie Taix pour l'exploitation des soufres de Sicile, serait résilié. Le but que Sa Majesté Sicilienne s'était proposé en souscrivant cette convention peuvent, comme on l'a reconnu, être atteint par d'autres moyens qui concilient, avec le bien-être de ses sujets, les intérêts des étrangers établis ou trafiquant dans ses États, la résiliation ne fait plus une difficultà sérieuse, et il reste seulement à déterminer le moment où elle aura lieu. Nous pensons qu'elle devrait être dénoncée a Naples et en Sicile aussitôt que le gouvernement napolitain serait officiellement informé de l'approbation donnée par Votre Excellence, au nom de son gouvernement, au projet d’arrangement développé dans la présente dépêche.

Cette mesure ne saurait être interprétée comme impliquant, de la part de Sa Majesté Sicilienne l’abandon de son droit souverain d'imposer les soufres et d'en réglementer l'exploitation. ll est presque superflu, d'ajouter que le gouvernement britannique n'entend pas souscrire d'avance à des réglements qui violeraient les droits de ses sujets ou qui tendraient à rétablir sous une autre forme le contrat que S. M. le roi de Naples consent aujourd'hui à révoquer.

Après avoir ainsi pourvu à l’avenir, voici ce que le gouvernement du roi croit pouvoir proposer pour régler le passé.

Sa Majesté Sicilienne, animée d'un sentiment d’équité bienveillante, consentirait à écouter les réclamations de ceux des sujets anglais qui prétendent avoir éprouvé des pertes par suite du privilège concédé en 1838 la compagnie Taix. Une commission de liquidation serait immédiatement constituée à cet effet. Elle siégerait à Paris ou à Naples et serait composée de deux commissaires anglais, de deux commissaires napolitains et d'un commissaire surarbitre désigné d'avance par le gouvernement français, avec l'agrément des deux cours intéressées, pour départager, dans l'occasion, les quatre autres commissaires. Cette commission ne pourrait accuellir que les demandes d’indemnités formées par les sujets anglais placés dans les catégories suivantes:

1. Ceux qui, avant le 9 juillet 1838, époque du marché passé avec la compagnie Taix, étant devenus propriétaires ou fermiers de mines, auraient essuyé des empêchements dans l'extractions ou l'exportation des soufres, et auraient fait, en conséquence de ces empêchements, des pèrtes constatées.

2. Ceux qui, avant la mème époque, avant passé des marchés à livrer, auraient été mis dans l’impossibilité d'accomplier leurs engagements, ou privés du bénéfice convenu de leurs transactions.

3. Enfin ceux qui, avant acheté des soufres dont l'exportation aurait été, soit interdite soit limitée, soit soumise à des conditions plus onéreuses, auraient fait des pertes appréciables, d'une manière certaine.

La commission de liquidation une fois instituée, un délai de trois mois serait accordé aux réclamants pour produire devant elle les titres justificatifs de leurs demandes en indemnité; un second terme de six mois serait assigné pour la conclusion de ses travaux, et les indemnités, dont elle reconnaîtrait la justice seraient soldées dans l'année qui suivrait le jour de sa dissolution.

Telles sont, M. l'ambassadeur, les prépositions que le gouvernement croit devoir présenter simultanément aux puissances qui ont accepté se médiation. J’ai la conviction que elles vous paraîtront reposer sua des bases satisfaisantes, et j'attends avec confiance l’adhésion que vous vous jugerez sans doute en mesure d'y donner. Agrée.

THIERS

Lord Palmerston a l'ambassadeur de France.

Foreign—Office, 7 juillet 1840

Le soussigné, principal secrétaire d'État de Sa Majesté pour les affaires étrangères, a l’honneur d'accuser réception de la note, en date de ce jour, de M. Guizot, ambassadeur extraordinaire et plénipotentiaire de S. M. le roi des Français à cette tour, ainsi que de la note que M. Thiers se propose de transmettre à l'ambassadeur de Sa Majesté à Paris, contenant un pian d'arrangement pour régler les différents survenus entra les gouvernements de la Grande-Brettagne et de Naples.

Le soussigné, conformément à la demande contenue dans la note de M. Guizot, a l'honneur de lui renvoyer la note susdite et en mème temps de déclarer à S. Exc. que le gouvernement de Sa Majesté est satisfait de l’arrangement contenu dans cette note,. et prêt à l'accepter.

Le soussigné à l’honneur

PALMERSTON

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Documento 3

Il Re

Istruzioni che voi D. Paolo Commendatore Versace avrete presenti nel disimpegno della missione straordinaria, cui vi abbiamo destinato, di Nostro Inviato Straordinario presso la Dieta Elvetica.

Primo Nostro scopo nell'affidarvi tale missione é stato quello di distruggere l'impressione che i dolorosi avvenimenti di questa Capitale del 15 maggio han prodotto nella mente della Dieta Elvetica, siccome rilevasi dalle discussioni che hanno avuto luogo:nel seno della medesima il giorno 26 dello stesso mese.

A distruggerlo basterà la genuina esposizione de' fatti, di cui siete stato testimone, e de' quali il Nostro Ministro degli Affari Esteri vi rimetterà la narrazione. Metterete in chiaro la condotta tenuta dal Reggimenti Svizzeri al nostro servizio in quei deplorabili avvenimenti:. condotta che la stampa periodica, diretta dalla fazione opposta ad ogni ordine stabilito, ha impudentemente calunniato. Neo durerete al certo fatiga a provare alla Dieta Federale che le Truppe Svizzere, lungi dal mostrarsi tiepidi difensori dello Statuto Costituzionale, da esse solennemente giurato, hanno al contrario efficacemente contribuito a mantenere salde le fondamenta, col. respingere gl'iniqui attentati della fazione.

A tali pratiche, di cui, si ha troppo alta idea della saviezza che dirige i componenti della Dieta per non augurarne un prospero successo, voi ne farete, occorrendo, delle parziali presso quei cantoni che hanno capitolazioni col Real Governo, sotto il duplice scopo di legittimare la condotta tenuta dai quattro. Reggimenti Svizzeri, e di tener fermo a che queste milizie non vengano richiamate dal servizio prima del termine fissato dalle Capitolazioni. Rimanete quindi autorizzato a trasferirvi da un cantone all'altro, prendendo norma dalla vostra prudenza, e dalle circostanze eventuali che potranno presentarvisi.

Nello scopo di agevolare le vostre operazioni, abbiamo creduto opportuno di farvi accompagnare in questa vostra missione dal signor de Brunner Colonnello del secondo Reggimento Svizzero, il quale e per l'esatta conoscenza dei fatti che debbonsi mettere fin chiaro e pe' rapporti diretti che ha colle Autorità Federali, potrà spianarvi la via, e rendervela più agevola col conseguimento dello scopo che ci proponiamo.

Il Nostro Ministro degli Affari Esteri vi comunicherà copia della nota da lui diretta al Ministro di Sardegna, nella quale trovansi esposte le ragioni che hanno indotto il Nostro Real Governo a richiamare le truppe che si erano inviate nella Lombardia. Voi farete del contenuto di essa nota quell'uso che la vostra prudenza, e le circostanze in cui potrete trovarvi, sapranno suggerirvi.

Vivrete nel miglior accordo possibile coi vostri colleghi del Corpo Diplomatico, tranne col rappresentante Austriaco, col quale la cessazione di ogni amichevole relazione tra questa Real Corte a quella di Austria vi mettono nel dovere di non tenere alcun rapporto.

Procurerete di avvicinare il più che potete il Rappresentante Francese, onde indurlo, se sia possibile, a desistere dalle pratiche, che in forza delle istruzioni che deve aver ricevuto dal suo Governo, deve aver fatte per indurre la Dieta al richiamo dei Reggimenti Svizzeri.

Affinché possiate sopperire alle spese necessarie per questa vostra missione, vi abbiamo accordato la somma di ducati duemila da conteggiarsi poi al vostro ritorno in Napoli.

La vostra corrispondenza per qualunque oggetto che si riferisca alla missione affidatavi, sarà unicamente, ed esclusivamente diretta al Segretario di Stato e Ministro degli Affari Esteri, dal quale vi saranno date le convenienti risposte, e comunicate le analoghe nostre determinazioni.

Per ogni affare di natura diversa, ne formerete un foglio separato. Le notizie politiche, e le osservazioni che ne dipendono, faranno l'oggetto di un foglio distinto, che chiamasi regolare. Le serie di tutt'i fogli della vostra corrispondenza avrà una. numerazione seguita in guisa che il primo foglio che dirigerete al Ministro degli Affari Esteri porterà il N. I, ed i seguenti co' numeri progressivi.

Nei casi che dovrete fare comunicazioni che esigono riserba, vi avvalerete della Cifra che vi sarà rimessa. Nei fogli scritti in Cifra non dovrà esservi alcuna parola scritta con caratteri ordinarii, eccetto la data e la vostra firma. Dovrete accennare invio di uno o più fogli in Cifra nel foglio regolare che spedirete sotto la stessa data al Ministro degli Affari Esteri.

Sono queste le direzioni che per ora abbiamo stimate opportune di comunicarvi per norma della vostra condotta. In seguito dei vostri rapporti Noi vi faremo trasmettere, per organo del Ministro Segretario degli Affari Esteri, le ulteriori istruzioni.

Conoscendo intanto il vostro zelo pel nostro Real Governo, non dubitiamo che sarete per adempiere con successo all'importante incarico che vi abbiamo affidato.

Napoli, il diciassette giugno 1848.

Firmato — FERDINANDO

Documento 4

Copia di una circolare diretta il 18 Maggio 1848a' Regi Ministri all'Estero.

Signori

Fissato dal Real Governo il giorno 15 del corrente per l'apertura delle Camere Legislative tutt'i preparativi necessari all'uopo erano stati già fatti. Molti Deputati erano giunti dalle Province e fin dal giorno 13 si erano cominciati a riunire in adunanze preparatorie per la cerimonia. Sorse dapprima qualche dubbio sulla formola del giuramento indicato nel programma formato nel Ministero dell'Interno.

Questi dubbi furono sciolti dal Real Governo, e S. M. a' termini della Costituzione procedeva alla nomina de' Pari in numero di 50, nomina approvata dall'universale. Ma sventuratamente una fazione di esaltati demagoghi che agitavano da più tempo la Capitale e le province nel pravo disegno di sovvertire lo Stato, e spargere il disordine e la confusione nel momento il più solenne nel quale dovevasi confermare l'ordine, la pubblica tranquillità; malgrado tutti gli sforzi del Real Governo, fatti per rimuovere ogni ostacolo e sciogliere tutti i dubbi, questa fazione riuscì a deludere le pubbliche speranze di giubilo e di contentezza de' buoni, e cangiare l'apertura delle Camere Legislative in un teatro di stragi e di sangue. La fazione dimorante in Napoli fu accresciuta da più centinaio di calabresi armati venuti sopra un vapore nel giorno 12. La fazione fu corroborata da pochi energumeni fra i Deputati, che imposero silenzio alla maggioranza moderata di quelli che si adunarono nelle sessioni preparatorie, e senza ammettere esame e discussione di sorta, proposero i partiti più violenti e sovversivi, a dispetto delle leggi e della Costituzione medesima; la fazione in fine si mischiò nella Guardia Nazionale, e sedusse molti incauti giovinetti, trascinandoli ad una pugna insensata che doveva sagrificarli per la malvagità ed acciecamento de' seduttori. Ed il furore de' faziosi fu tale, che la nostra rivoluzione, finora incruenta per le cure, la generosità e magnanimità del Re, questa fazione di demagoghi facinorosi volle macchiarla di sangue, portandosi, non saprei dire se con più audacia o insensatezza, ad attaccare e far fuoco sulle truppe Reali. Incominciarono essi nella notte del 14 al 15 ad innalzare delle barricate per le principali strade della Città, ed a proferire voci sediziose. Il Governo tollerò queste dimostrazioni nella speranza che i Deputati riuniti in sessione preparatoria fossero riusciti a calmare l'effervescenza dei malevoli. Di fatti la mattina del 15 fu affisso un proclama in nome de' Deputati col quale fu avvertito il pubblico, che tutte le difficoltà fra la Camera ed il Governo erano state appianate, e s'invitava a togliersi le barricate, per dar campo al corteggio Reale di recarsi al Parlamento per farne l'apertura. Nel tempo stesso ordinava il Re che la maggior parte delle truppe che stanziava nelle pubbliche, piazze rientrassero nei rispettivi quartieri. Contro ogni aspettativa, un simile procedere non produsse l'effetto che se ne attendeva.

Continuarono ad innalzarsi nuove barricate, e a rafforzare le già fatta. E finalmente alcuni colpi di fucile partiti da una barricata avendo ucciso un soldato e ferito un uffiziale non fu più possibile trattenere impeto delle truppe, le quali sorde oramai alla voce de' loro superiori, si. precipitarono ad una pugna inevitabile che durò parecchie ora, per cui ebbero a deplorarsi molte vittime da una parte e dall'altra. Finalmente le Provvidenza Divina, a fronte di tanti danni, volle risparmiar questa Città, e questo Regno di cadere negli ultimi orrori dell'anarchia, lasciando il campo ed il vantaggio alle truppe Reali, e restituendo alla Capitale quella pace, che non avrebbesi dovuta mai turbare,' e che l'accecamento e la tracotanza di pochi osò turbare a danno di tutti.

Dalle stampe che le rimetto sotto fascia, Ella rileverà le disposizioni e l'andamento del nostro Real Governo, e la ferma e leale risoluzione del Re mantenere nella sua integrità la Costituzione da lui concessa e giurata ond'Ella possa narrare i fatti occorsi, e dar loro la maggior pubblicità, affinché la verità sia conosciuta, e distruggere tutti gli effetti. delle esagerazioni, con le quali la malevolenza non mancherà di alterarli.

Una relazione ancor più esatta, e basata su di legali documenti, si sta ora compilando e sarà fatta di pubblico dritto. Anche di questa verrà trasmesso un esemplare immediatamente a Lei per sua intelligenza.

Documento 5

Copia del dispaccio diretto al Ministro di Sardegna pel richiamo 'delle truppe da Lombardia.

Abbenché la Nota che il sottoscritto Ministro Segretario di Stato degli Affari Esteri, Presidente del Consiglio de' Ministri, ebbe l'onore di trasmettere al Conte di Colobiano in data de' 19 corrente avesse delineato con veri, comunque tristi colori lo stato politico di questo Regno, egli stima di aggiungere le seguenti considerazioni alle ragioni esposte, come logiche conseguenze. Nell'adempiere al qual dovere, dopo aver preso gli ordini del Real Governo, s risposta all'altra comunicazione del Sig. Conte di Rignon Consigliere di legazione di S. M. Sarda, in data de' 19 corrente.

Il Sig. Conte di Rignon, non ignorando i gravi avvenimenti, i quali han preceduto il doloroso giorno del 15 di questo mese, non può non osservare lo svolgimento continuo di un partito il quale, dopo di aver tentato di sciogliere ogni legame sociale in questo Regno, e d'esservi in parte riuscito, finalmente fece l'estremo e colpevole sforzo d'insanguinare le strade, e compromettere l'esistenza di una delle prime Capitali di Europa.

Il Governo di S. M. forzato a salvare la pace pubblica, e la Costituzione del Regno, dovette unire in Napoli il nerbo delle sue forze, e perciò sguarnire quasi all'intatto le province, presso le quali il disordine e la dissoluzione si manifestavano con violenze risolute contro la proprietà, contro i pubblici tributi, contro la sicurezza personale.

Abbandonate le Province alla sola forza morale delle Autorità; né più rispettate, né più temute, esse addimandano istantaneamente delle forze attive e numerose per ridare alla Società la pace e la sicurezza di cui manca, ed al Governo la percezione de' tributi, e la pronta ed energica esecuzione delle Leggi.

In tale stato le Truppe delle quali ora può il governo di S. M. disporre sono in tutto insufficienti allo scopo. Acciò si aggiunge la contigua e nemica Sicilia, la quale agita con ogni sua possa i dominii continentali di S. M. cospirando in Calabria, e minacciando di gettare in questo Regno la parte men pura de' suoi armati, onde la necessità d'invigilare severamente le provincie più lontane dalla Capitale con forze di terra e di mare.

Quali sieno le tendenze del partito cui il Governo di S. M. ha, cercato di soddisfare con concessioni sempre crescenti, forse pericolose ed imprudenti, e non pertanto respinte, non vi è chi no vegga dalle dottrine pubblicate, dalle cospirazioni ordite, dalle dimostrazioni di strada pubblica, dall'aperta ribellione.

Battuto ora nella capitale in aperta guerra, si ripiega nelle Province, colle antiche manovre delle seduzioni, d'intimidazioni, e di occulti e segreti maneggi. Si ricompone e si prepara.

In tale stato di cose il Governo di S. M. è nel dovere di prepararsi a difendere, di nuovo e dovunque, la costituzione giurata, e la tranquillità ne' suoi stati.

Egli è dunque evidente che le condizioni di questo Regno han subito modificazioni serie e penose, e che l'avvenire sempre più grave si aprirebbe per esso, quante volte non si accingesse gagliardemente a mantenere saldi ed inalterati i suoi dritti ed i suoi doveri, alla quale opera, se sia di troppo la integrità delle sue forze, non è a dimostrare. Se il decadimento d'ogni potere regolare in questo Regno debba o no far sentire la sua funesta influenza negli altri stati d'Italia, non può essere oggetto di discussione.

Tale interamente non era la situazione di questo Regno, allorquando si diedero i provvedimenti diversi, cui accenna la nota ultima del sig. Conte di Rignon. Allora vi era la speranza di evitare le deplorabili collisioni che il Real Governo deplora, ed a cui è stato spinto da non provocato e temerario assalto.

Da ciò potrà dedurre il Governo di S. M. Sarda da quali imperiose necessità di esistenza è tratto quello di Napoli, allorché richiama ne' suoi stati le milizie di terra e di màre, mandate a tutela dei popoli di Italia superiore.

Il sottoscritto ammirando le generose gesta dell'Esercito, e di S. M. Sarda, prenderà la libertà di osservare che non messo in pari condizioni non è possibile al Governo di Napoli di fare i medesimi sforzi. Egli è evidente che posto a 600 miglia dal teatro della guerra con base e linee militari a prendersi in paesi indipendenti, senza Piazze, e senza appoggi di stipulazioni, il Corpo Napolitano si trova in affatto diverse condizioni dello esercito sardo. Egli è evidente che un Corpo Napolitano, pria che non giunga sul N, sarà costato alla Finanza del Regno più che non avrà spese un corpo Piemontese dal principio della campagna sinora. Quali sieno le finanze di questo Regno, ne' momenti e nel disordine attuale, è noto all'Europa intera. Egli è evidente che il mantenere, rifornire, reclutare un Esercito, partendo dal Sebeto al Pò, è assai più costoso, lento e malagevole che partendo dalla parte superiore di questo ultimo fiume.

Può dirsi per conseguenza che in tale nobile guerra se son pari le volontà, non son pari, né le circostanze politiche, né le condizioni geografiche e militari.

Il sottoscritto stima inoltre di far osservare che per logica deduzione delle cose già dette, sarebbe difficilissimo al R. Governo di condiscendere alla dimanda d'imprestar senza equipaggio al Governo di S. M. Sarda una parte de' suoi legni da guerra a vapore, appena sufficienti a' bisogni di questo Regno. Infatti 700 miglia di costa a guardare sul continente, la necessità di trasportare rapidamente le forze necessarie nelle province marittime più esposte, sia per le insidie delle sponde vicine, sia pe' rivolgimenti de' tempi, esigono un apparato marittimo, il quale non oltrepassa di certo quello che il Regno possiede. A ciò si aggiunge la guerra ancóra esistente nel Fàro, lo svolgimento probabile di una marina qualunque ne' Porti Siciliani: popolo presso il quale si agitano questioni di ogni natura, e tutte gravissime, politiche, commerciali e dinastiche.

In tutt'i casi, potendo, il Governo di S. M. combatterebbe in Italia, la sua condotta ha dimostrato che fin quando non gli son divenuti impossibili, i sagrifizi fatti han tutti l'impronta di volere il bene d'Italia con sentimenti disinteressati, e generosi.

Il sottoscritto prega il sig. Conte di Rignon di portare il contenuto della presente nota a cognizione del suo Governo dal quale non dubita che verrà preso in quella giusta considerazione che merita, nella certezza che il sig. Conte avrà riferito con esattezza, e sotto il vero aspetto gli avvenimenti che han dato luogo alla presente nota.

Profitta poi il sottoscritto della opportunità per rinnovarle i sensi della mia distinta stima e considerazione.

Firmato — PRINCIPE DI CARIATI

Documento 6

Si è il Re Nostro Augusto signore determinato d'inviare in Parigi il sig. Principe di Ottaiano Gentiluomo di Camera con esercizio di S. M. (D. G. ) con speciale incarico di esprimere, a S. M. l'Imperatore de' Francesi, ed all'augusta di lei Consorte: la propria indignazione per l'orribile attentato commesso li 14 del corrente contro quei sovrani, come per felicitarli di viva voce, da parte del nostro Resi Padrone, della Provvidenziale salvezza delle LL. MM. Imperiali.

Onde dare, all'onorevole messaggio affidato al Principe di Ottaiano, il decoro e la rappresentanza corrispondenti agli elevati sentimenti Sovrani de' quali dev'essere l'espressione, si è la M S. degnato di ordinare ch'Ella faccia parte di tale Commessione, accompagnando il Principe di Ottaiano a Parigi.

Nel parteciparle con mia particolare soddisfazione tale sovrana lusinghiera destinazione, debbo farle noto essere volere del Re N. S. si rechi prima in Gaeta in unione dello stesso Principe di Ottaiano, per ricevere li corrispondenti Sovrani Ordini.

Nel Real Nome glielo partecipo per sua intelligenza, e perché possa uniformarsi ai Sovrani voleri, e per prendere i necessarii concerti per la partenza col Principe di Ottaiano, a di cui disposizione S. M. ha messo in questa circostanza, un piroscafo della Real Marina.

Napoli 26 gennaio 1858

CARAFA

Documento 7

Cenno d'istruzione da darsi al Principe di Ottaiano, dettati da S. M. il Re N. S. 
la sera del 23 gennaio 1858 nel suo Palazzo in Gaeta.

1.° Istruire a fondo il Principe di Ottaiano della posizione delle Cose che riferisconsi alla interruzione delle relazioni diplomatiche tra il Governo di S. M. il Re N. A. S. e quello dell'Imperatore dei Francesi a cominciare dagli 8 aprile.

2. Rilevare attentamente le possenti ragioni che han consigliato al Re la condotta di fermezza, di dignità e d'indipendenza finora seguita, e dalla quale nulla potrà rimuoverlo.

3. Attingere le necessarie ragioni dal dispaccio diretto al Conte d'Hatzfeld in data de' 28 dicembre ultimo, ove è fatto cenno della nota che da noi avrebbe dovuto dirigersi al Governo Imperiale per esprimere il desiderio di rannodare i rapporti officiali, nota, che nelle circostanze attuali non si crede più necessaria; per la ragione che avendo l'Imperatore non solamente consentito, ma anche gradito l'invio di un Regio Rappresentante per congratularsi con esso lui dello scampato pericolo, si sono di fatti ristabilite le relazioni Diplomatiche tra i due Governi.

4. In pubblica udienza manifestare all'Imperatore il vivo piacere del Re S. N. per l'incolumità della sua vita cotanto preziosa alla salvezza ed alla prosperità della Francia.

5. Colpire ne' privati colloqui questa occasione per esprimere all'Imperatore il sentimento di sincera personale simpatia, da cui il Re è verso lui animato, facendogli chiaramente comprendere, che fino a tanto che i Governi non saranno solidariamente uniti per opporsi ai tentativi sovversivi della setta sanguinaria Cosmopolita, la pace del Mondo e dell'Europa in particolare non sarà mai assisa su basi stabili e durevoli.

6. Il Principe di Ottaiano farà rilevare l'interesse politico della Francia di avere cioè nel Regno di Napoli un Governo forte e capace di comprimere ogni tentativo rivoluzionario, mentre se avesse in Napoli un Governo come quello che, esiste in Piemonte non si favorirebbe che l'interesse Inglese esclusivamente, il quale non consiste in altro che nel disordinare gli stati per dominarli.

7. Egli procurerà di convincere l'Imperatore dell'assoluta impossibilità di patteggiare coi rivoluzionari. Checché farassi essi saranno sempre nemici irreconciliabili di ogni principio di ordine e di autorità...

8. Si è detto e ripetuto che il Re N. A. S. non ha premura di rannodare colla Francia le interrotte relazioni Diplomatiche. L'invio di un Regio Rappresentante, per felicitare l'Imperatore della sua miracolosa salvezza, fornirà al Principe di Ottaiano ineluttabili argomenti per combattere le gratuite e&insussistenti assertive; e per provare al contrario il vivo desiderio del re di ristabilire i rapporti di amicizia e di buona corrispondenza colla Francia.

9. Havvi in Parigi Principi Francesi e taluni della casa Murat parecchi dell'Imperatore. E mestieri che il Principe di Ottaiano presti loro ossequio allorché avrà occasione di vederli in compagnia dell'Imperatore. Egli si asterrà dal visitarli in particolare.

10. Al conte di Hatzfeld dimostrerà tutti i sentimenti di riconoscenza del real Governo a lui personalmente ed alla Prussia in particolare, pel cordiale interesse spiegato in questa circostanza.

11. Il Principe di Ottaiano sarà accompagnato in questa sua missione dal Cav. Versate, dal Cav. Folgori, e da un uffiziale dei vapore della Real Marina che li trasporterà direttamente a Marsiglia, ove rimarrà infine e che terminerà l'incarico; poscia li ricondurrà in Napoli.

Interesse politico della Francia è di avere nel Regno di Napoli un governo forte, in contrario si farebbero gl'interessi inglesi, avendo in Napoli un' altro Piemonte.

12. Il Principe di Ottaiano avrà una mappa in cifra di corrispondenza col Reale Ministero e della quale si trasmetterà copia a S. M. il Re N. S.

_________

Documento 8

Memorandum.

Dopo gli avvenimenti politici del 1820 dovendo ritirarsi le truppe austriache che avevano occupato il Regno di Napoli, nel riorganizzarsi il Real Esercito, l’augusto Sovrano Francesco Primo volle che quattro Reggimenti Svizzeri fossero arruolati al Real Servizio, incaricando delle analoghe trattative l'Inviato straordinario in Francia Principe di Castelcicala, il quale delegò all'uopo il suo figlio primogenito, che aveva allora il titolo di Duca di Calvello.

Questi Corpi quindi entrarono al servizio di S. M. il Re del Regno delle due Sicilie in forza di Capitolazioni militari stipulate coi Governi Cantonali, cioè, pel 1° Reggimento col Cantone di Lucerna ed i piccoli Cantoni di Ury, Appenzel, Unterwalden ed Obwalden; pel 2° coi Cantoni di Friburgo e di Soletta; pel 3° con quei di Grigioni, Vallese e Svitto; e pel 4° col Cantone di Berna, le quali Capitolazioni furono completate dal 1825 al 1829 convenendosi per ciascuna la durata di 30 anni.

Ai detti Reggimenti, ciascuno de' quali aveva una sezione di Artiglieria, si era non per Capitolazione co' Cantoni, ma posteriormente per R. Decreto del 20 marzo 1850 aggiunto un Battaglione denominato 13" Cacciatori con le stesse paghe, pensioni e privilegi stabiliti nelle Capitolazioni.

Queste truppe col loro contegno e con la loro bravura avevano fin dalla prima formazione resi in ogni circostanza eminenti servigi al Real Trono.

Nel 1848 essendosi S. M. il Re Ferdinando 2° di gloriosa memoria, degnata concedere alla Monarchia una costituzione, nella quale per le truppe estere era prescritto doversi rispettare i trattati esistenti, le trame della demagogia, e quelle provvenienti dalla Svizzera divenuta democratica, cominciarono a minare la esistenza delle suddette truppe. E poiché la stampa radicale, prendendo occasione dagli avvenimenti del 15 maggio di quell'anno, in cui i Corpi Svizzeri contribuirono efficacemente a ristabilire l'ordine turbato dagli attentati della fazione anarchica, si fece a biasimare la condotta da essi tenuta in quel conflitto, la Dieta federale mandò in Napoli in qualità di Commissari i signori Francini e Colini, l'uno moderato, l'altro ultra-radicale, e come segretario il sig. Vogt di principi affatto sovversivi, giusta quanto si rilevava da' rapporti di quell'epoca. Costoro avevano incarico di prendere le opportune indagini sulla condotta serbata da' cennati Corpi nel 15 maggio, ma il loro vero scopo era quello di evitare i Corpi medesimi e negoziare se fosse possibile col Governo la rescissione delle Capitolazioni.

Fu allora che la M. S. spedì nella Svizzera, quale Inviato Straordinario il Commendatore Versace Capo di Divisione del Ministero degli affari esteri pel ramo diplomatico, avendo alla sua immediazione il Colonnello de Brunner del 2° Svizzeri con la missione di esporre al Consiglio federale i fatti che diedero luogo ai deplorabili avvenimenti del 15 maggio, e mettere in chiaro la condotta delle truppe Svizzere, le quali combatterono insieme con le truppe nazionali non per altro, che per abbattere il partito sovversivo e difendere la costituzione giurata.

Cessati gli avvenimenti politici del 1848, in giugno 1849 il Consiglio federale, ove preponderava il partito radicale, spinto dalla rivoluzione, decretava la rescissione delle Capitolazioni militari, e violando le stipulazioni esistenti incominciò col non voler dare più reclute, e faceva pratiche anzi pel ritorno dei Reggimenti. Questi chiedevano invece di continuare a rimanere al servizio nel modo che meglio piacesse al Re, e la M. S. accogliendo tali istanze e stando allo stipulato si degnò ordinare co' Reali Decreti del 14 marzo 1855, 1° agosto 1856 e 23 luglio 1858 che spirato il termine delle capitolazioni, «fossero i Corpi Svizzeri ritenuti al R. Servizio per un altro trentennio, confirmando le Capitolazioni medesime e modificando soltanto alcuni articoli in quanto alle pensioni e spettanze;» ciò in seguito di trattative fatte direttamente co' Capi de' Corpi senza che i rispettivi Governi Cantonali vi avessero preso parte. Il reclutamento si faceva nella Svizzera privatamente e senza la cooperazione de' Cantoni, i quali, dopo la decisione del Consiglio federale, si riguardavano sciolti da qualunque impegno.

Da quell'epoca l'elemento rivoluzionario cominciò a penetrare nei Corpi Svizzeri, da una parte per colpa de' reclutanti, i quali nell'interesse del lucro per gl'ingaggi si facevano ad arruolare gente rotta ad ogni vizio e corruttibile, e dall'altra per lo stato di esaltazione democratica in cui era l'Elvezia, dopoché il partito radicale ebbe abbattuto il Sonderbund.

Nel 1859 il Consiglio federale, spinto sempre dalla demagogia, cui dava l'opera segretamente il Conte di Cavour, chiese che fossero tolte dalle Bandiere de' Reggimenti Svizzeri l'arme cantonali che erano unite allo stemma regio; ed all'uopo inviava come Commessario in Napoli il sig. Latour. Sul principio gli ufiziali cercarono di tener celata questa misura prevedendo l'eccitamento che avrebbe prodotto; ma per opera della setta e per le mene dell'ambasciata Sarda essendosi fatta trapelare ne' corpi, si fini per metterla in esecuzione. E questo provvedimento malauguratamente si dava per mezzo del Tenente-Colonnello Schumacher del 1° Svizzeri. all'immediazione di S. M. il quale segretamente e senza chiasso faceva togliere gli stemmi cantonali essendone ignaro il Ministro della Guerra.

Si cominciò allora a susurrare ne' Corpi Svizzeri che gli individui che ne facevan parte rimanevano con ciò esteri alla loro patria, e non avevano più diritto a protezione, e fu questa la scintilla, che accese il fuoco della rivolta diggià preparata ne' Reggimenti, dove gli ufiziali vedevano da qualche tempo monete d'oro di 20 franchi in mano ai sottufiziali e soldati, i quali con tali mezzi gavazzavano a danno della disciplina. Tanto movimento ebbe finalmente i suoi effetti.

Nei primi giorni di luglio di detto anno 1859, i Corpi Svizzeri erano comandati dai seguenti uffiziali superiori:

ReggimentoColonnelloBessler in Sicilia
id. id. Candia
id. id. de Cabulzor in Napoli
id. id. Weiss
13° Batt. Cacc. Ten. Col. Von Mechel

La pacifica popolazione della bella Napoli mentre godeva di quella calma che un saggio e previdente Governo aveva saputo assicurarle, un avvenimento tanto più straordinario quanto meno aspettato veniva a minacciarla della più gran perturbazione, se realmente gli abitatori di questa Capitale non fossero modelli di moderazione e di esemplare attaccamento all'ordine.

Già si osservava da qualche giorno negl'individui di truppa del 2° e 3°. Svizzeri una non consueta ostentazione nell'esatto adempimento delle giornaliere discipline, un silenzio concentrato, un aspetto torvo ed in contraddizione dell'abituale loro fisonomia; e quella calma priva del brio ordinario de' soldati Svizzeri quando erano fuori servizio sospettar facevano la meditazione di qualche reo disegno.

Giunse la sera del 7 e mentre alla ritirata i Capi dei Corpi assicuravano non esservi novità alcuna, nelle compagnie scelte del 2° Svizzeri acquartierate al Carmine trovandosi tutti gli individui presenti anche prima dell'ora consueta dell'appello, si ebbe però a rimarcare in essi un'attitudine cogitabonda e severa.

Non molto dopo le ore 8 pom. un soldato del 3° Svizzeri munito di cuoiame, come se fosse in servizio, si presenta tutto ansante al quartiere del Carmine e consegna una carta scritta ad un suo Camerata che lo attendeva alla porta. Ad un forte sibilo succede un grido su nelle compagnie scelte, dove 160, tra Granatieri e Cacciatori, si armano e traendo fucilate in aria e sforzando il passo, preceduti da tamburi che battevano la carica corrono a S. Apostoli, quartiere delle compagnie fucilieri, sorprendono ivi la guardia di buon governo, s'impossessano delle bandiere del Reggimento, e riunitisi a circa oltre 60 ribelli di quelle compagnie tumultuando e sparando vanno al quartiere di S. Giovanni a Carbonara occupato dal 3° Svizzeri. Ivi forzato il cancello d'ingresso, dietro al quale era il Maggiore Wolff con pochi uomini della guardia di buon governo, feriscono gravemente quest'uflziale superiore, ed ingrossati da altri 120 congiurati di quel Reggimento, muovono nella stessa guisa verso il quartiere di S. Potito, dove aveva stanza il 4° Svizzeri.

Non avendo la sedizione complici in questo Corpo, la sparuta forza che era a guardia della porta d'ingresso, con pochi ufiziali accorsi all'incessante strepito degli spari, dopo un accanito conflitto, in cui furono uccisi il Tenente Roverea con 3 soldati, e feriti i Tenenti de Stoller e Snettler, dovette cedere. Penetrati allora i faziosi nel quartiere, rovesciando ogni ostacolo, s'impadronirono anche delle bandiere di quel Reggimento, e di là nel numero di circa 400 uomini presero la via della Reggia di Capodimonte, ove con la Real famiglia era S. M. l'angusto Re Francesco 2° salito di recente al Trono.

Il 4° Svizzeri desideroso di riprendere le tolte bandiere, formate prontamente le sue compagnie con gli ufiziali che i primi erano ivi giunti, e richiamate le due che stavano a S. Domenico Soriano si fece ad inseguire i ribelli.

Intanto S. E. il Tenente Generale Principe di Satriano, Consigliere di Stato Ministro della Guerra e Presidente del Consiglio de' Ministri, nel ricevere il primo annunzio della cominciata rivolta, con quella energia ed imponenza che erano caratteri distintivi della sua persona, seguito immediatamente dal Generale Comandante la Piazza di Napoli e secondato da altri generali ed autorità militari e di Polizia, che lo raggiunsero dopo, si recò a prender ragione dell'accaduto in tutti i punti dell'avvenuto conflitto; e quindi si fece ad adottare le più efficaci misure di precauzione per tutelare la tranquillità della Capitale da ogni criminoso tentativo che vi potesse aver luogo in conseguenza di quei deplorabili avvenimenti. A. qual uopo andando personalmente in giro per la Città faceva rafforzare le guardie a tutte le prigioni e dava provvedimenti di raddoppiata vigilanza, in modo da non doversi più nulla temere nell'interno della Città medesima.

Avvicinatasi la massa de' ribelli alla Reggia di Capodimonte, si credette sulle prime essere un rinforzo di truppe per tutelarla, ma dopo le militari ricognizioni si ebbe con istupore a scoprire esser quello una forza animata da spirito sedizioso. Chiusi immantinente i cancelli di quella Real Villa, e posta la Guardia in riga i due aiutanti generali di S. M. Retro Ammiraglio del Re e Tenente Generale Duca de Sangro preceduti dal Tenente-Colonnello Schumacher del 1° Svizzeri, addetto allo stato maggiore, avendo chiesto ai rivoltosi quali motivi li avevano spinti a quella scandalosa e colpevole attitudine, si elevarono da mezzo a quella gente voci confuse, ed indistinte, contradizioni strane e manifestazioni di pensieri così disordinati, che in quell'assordante convocio non fu dato altro di udire se non incomposte e svariate pretese in vari modi articolari. Essendosi loro intimato di rientrare quieti ai rispettivi Corpi, sulle prime mostrarono di voler ubbidire, ma poi ad istigazione di alcuni loro Capi ripresero le grida sediziose, fra le quali quello di viva Garibaldi, e venendo minacciati alle spalle dal movimento del 4° Svizzeri inteso a raggiungerli, partirono da Capodimonte ed andarono a fermarsi sul Campo di manovre a Capodichino, deve in tutta la notte trascesero alle più brutali violenze verso gli abitanti di quelle adiacenze fino al villaggio di S. Pietro a Patierno, scassinando case,' involando oggetti, percuotendo quanti venivano loro dinnanzi, e giungendo sino alla ferocia di uccidere un bettoliere dopo essere stati da quell'infelice largamente provveduti di vino e di comestibili.

Intanto giunsero a Capodimonte un Battaglione del 4° Svizzeri con una Sezione di Artiglieria sotto gli ordini del Brigadiere de Wyttenbach, ma essendone partiti i ribelli, il detto Generale andò a riunirsi con l'altro Battaglione di detto corpo per attendere al bivio dei Ponti rossi e di Capodimonte il chiarore del giorno.

All'alba del di 8 i due cennati Battaglioni del 4° Svizzeri con la Sezione di artiglieria comandati come sopra, ed il 13° Battaglione Cacciatore col loro comandante Tenente-Colonnello Von Mechel e con altra sezione ripartiti in 4 colonne, occupando militarmente le diverse strade convergenti al Campo, avevano chiusi i ribelli in una cerchia tale da impedire ogni sentiero che potesse dar loro adito ad irrompere nella Capitale, e spargervi di nuovo il disordine e la costernazione.

Severa ingiunzione fu data alle truppe di non rompere il fuoco senza ordine preventivo de' superiori; e quest'ordine si tenne fermo sino alla ripetuta provocazione di fatto da parte degl'insorti, nella veduta umanitaria di risparmiare possibilmente lo spargimento del sangue: anzi prima di mettere a loro vista le forze che li circondavano si volle usare verso quegli uomini pervertiti la longanimità che più regna nel cuore di chi con prudenza e carità cristiana dispone del dritto e della forza.

Sicché si tentò sulle prime da' Generali de Sury, de Riedmatten e da altri ufiziali di persuadere quei faziosi a desistere da ogni disperata ed inutile resistenza, ma a queste pacifiche esortazioni risposero essi col tirar fucilate: per lo che fu forza di far avanzare da tutte le vie convergenti al Campo le colonne di truppe che vi avevano preso posizione, e mettere i pezzi in batteria, continuando non pertanto gli ufiziali ad esortare quei ribaldi alla resa. Essi non seppero altrimenti rispondere che con un vivo fuoco, in guisa che caddero feriti il Tenente Thormann del 4° Svizzeri e vari soldati e trombetti di detto Corpo e del 13° Battaglione Cacciatori. Si fu allora che il sentimento di equità comandava di non tener più inerti truppe fedeli e disciplinate, esposte ai colpi micidiali di quei furenti, e terminare prontamente una lotta, che prolungata avrebbe fatto deplorare maggiori perdite.

Il fuoco cominciò da vari punti, e. quello de' ribelli facendosi più vivo, buona mano di essi si slanciavano sui cannoni per impadronirsene. Allora si tirarono due colpi di cannone a mitraglia che li sconfissero, restandone morti 20 e feriti 75, altri 262 si arresero cedendo le armi, e pochi pertinaci si dispersero per le circostanti campagne, dove commisero i medesimi eccessi della notte precedente; ma furono poi anche dalla pubblica forza presi e disarmati. I prigionieri, co' ricuperati stendardi consegnati nel momento al 4° Svizzeri, furono da questo Reggimento scortati nel quartiere di S. Potito.

Or dopo gli accennati deplorevoli fatti in forza dei quali il contagio rivoluzionario cominciava a diffondersi anche negli altri Corpi Svizzeri rimasti fedeli, conosciuta la impossibilità di tenere più oltre al servizio della gente corrotta dalle mene demagogiche, e la importanza di allontanare nel tempo stesso un fomite perenne di disordine e di tristo esempio alle truppe nazionali, vista la dichiarazione fatta dal Colonnello del 4° Svizzeri che non prese parte alla ribellione, di non poter più dopo l'accaduto contare sul suo Reggimento, giusta quanto emerge da un rapporto del Ministro della guerra a S. M. e visto finalmente il voto espresso in generale da' componenti di detti Corpi di essere sciolti dal R. Servizio, fu allora che si decise procedersi al loro licenziamento, ritenendosi soltanto fra gl'individui di bassa forza coloro che volenterosi dichiarassero rimanere e sulla condotta de' quali i superiori immediati non avessero osservazione a fare.

Fu necessità assoluta di venire a questo provvedimento non vedendosi più modo di poter ritenere siffatte truppe, atteso lo stato politico non solo dell'Elvezia, ma dell'Europa intera. Le mene del Piemonte costituzionale dirette dal Conte di Cavour, quelle provvenienti dalla Francia per opera di un Principe di Casa Bonaparte, non che le spinte della Inghilterra che rendevano più efficace la missione del sig. Latour in Napoli costrinsero il Real Governo a disfarsi di quegli antichi Corpi, i quali sino a che non era in essi penetrato lo spirito rivoluzionario, avevano reso eminenti servizi allo Stato.

Ad attuare quindi tali provvedimenti S. M. il Re in data del 17 'agosto del ripetuto anno si degnava emanare il seguente Real Decreto

FRANCESCO 2°

«Visto il Real Decreto del 14 marzo 1855 col quale allo spirare della capitolazione militare pel 2° Reggimento Svizzeri, questo Corpo era ritenuto al Real servizio per altro trentennio e veniva confirmata. 1a capitolazione medesima con le modifiche aggiunte al a succennato R. Decreto.

«Annuendo Noi al voto espresso dai componenti del detto corpo a di essere sciolti dal Nostro R. Servizio..

«E volendo d'altronde far uso della magnanimità del Nostro R. animo verso questa milizia pe' servigi in altri tempi prestati.

«Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue

ARTICOLO 1°

«Il suddetto Real Decreto del 14 marzo 1855 emanato pel 2° Reggimento Svizzeri rimane abrogato, ed i componenti del Corpo medesimo sono licenziate dal Nostro Real servizio

ARTICOLO 2°

«Essi liquideranno le loro spettanze ai termini di quanto viene stabilito nel Decreto medesimo».

Il 3° e 4° Svizzeri furono licenziati con altri due simili Reali Decreti uno della stessa data del 11 e l'altro di quella del 19 agosto, abrogandosi anche i due Decreti di conferma delle Capitolazioni, quelli cioè del 1° agosto 1856 e 23 luglio 1858.

Pel 1° Svizzeri reduce dalla Sicilia e che non aveva preso parte alla ribellione, ma che non pertanto il tristo esempio degli altri Corpi cominciava a perturbare fu creduto conveniente anche di licenziarlo con le stesse norme, degnandosi però S. M. col Decreto di licenziamento del 21 ripetuto agosto ordinare che gli ufiziali di un Battaglione leggiero di nuova formazione fossero presi tra quelli del I° Svizzeri.

Pel 13° Cacciatori rimasto fedele, il quale era comandato dal Tenente-Colonnello Von Mechel, e pei regolamenti militari non aveva bandiera, né vestiva la divisa de' Reggimenti si dispose licenziarsi soltanto gl'individui di bassa forza che dichiarassero voler partire.

Avendosi poi in mira di riorganizzare de' nuovi Corpi esteri da formare un nucleo con le frazioni rimaste fedeli al giuramento, il Tenente-Colonnello Von Mechel suddetto ed il Capitano de Gingins dello sciolto 1° Svizzeri fecero de' progetti per ricomporre una Divisione col 13° Cacciatori e la riorganizzata batteria estera. Fu allora che S. M. avendo inviato questi progetti all'anzidetto Tenente Generale Principe di Satriano, che trovavasi infermo nella Campagna di Sorrento, onde sentire il suo parere, l'E. S. con lettera del 14 ottobre 1859 da Pozzopiano rassegnava quanto segue

Sacra Mal Maestà

«Signore

«Prima di procedere all'esame minuzioso del progetto di Von Mechel ed interloquire su quello di Gingins, i quali entrambi mi hanno compartito l'onore d'inviarmi le loro scritte, perché io le umiliassi a V. M. munite del mio parere, con quella lealtà che un suddito fedele deve mai sempre usare nel sottomettere un suo avviso ad un sovrano che si ama per quanto si venera, io adempio al sacro dovere di dire quello che reputo vero, e quello che a mio credere è utile a V. M. comunque dichiari essere io in errore, e che veggano meglio di me coloro, i quali sulla quistione che imprendo a trattare opinano diversamente da me.

«I Corpi Svizzeri, che hanno reso eminenti servigi all'augusta Dinastia Borbonica, a buon diritto erano prediletti dall'augusto suo genitore di sempre gloriosa ed a me cara ricordanza, poiché fra, le tante sue eminenti qualità di mente e di cuore al pari di V. M. era grato, comunque per la immensa distanza che separa il Trono da chi lo serve, la riconoscenza è una delle virtù più rare ne' Sovrani, eccetto fra i Borboni.

«Pel contegno militare serbato dai primi due Reggimenti de Sonnenberg, e Voudenveid fin dalla loro prima formazione, che in certo modo cercaron d'imitare il 3° ed il 4° comunque questo ultimo fosse stato sempre superiore per molti riguardi al 3° per quello che i Reggimenti Svizzeri ridotti a sparuta forza fecero ai 15 maggio 1848 in Napoli, e due di essi il di 6 Settembre dello stesso anno sotto Messina, e nei primi giorni di aprile 1849 in Catania; per tutte queste ragioni molti fra gli ufiziali generali superiori ed altri delle truppe nazionali proclivi a rendere giustizia al vero merito fino al giorno 7 luglio dell'anno corrente dicevano con franchezza e lealtà, che se queste truppe costavan molto allo stato, era pure il denaro il meglio speso, e fra coloro i quali così pensavano, io sono stato costantemente il primo.

«Non pertanto è pur d'uopo lo asserirlo, la grande maggioranza degl'individui del suo Real Esercito, senza voler confessare a loro stessi, che per valor militare, per istruzione, per contegno e per disciplina era più giusto imitar gli Svizzeri, anziché maledirli, li guardavano con occhi invidiosi, sia pe' loro più forti stipendi, sia per gli altri pecuniari vantaggi, che ad essi retribuivansi, sia perché i soldati erano adagiati su materassi di lana, più doviziosamente provveduti di generi di vestiario e meglio pagati.

«Quando poi per effetto non solo di mene occulte, ma per quel soffio demagogico provveniente dalla Svizzera, divenuta democratica da eminentemente aristocratica qual era trent'anni or sono, la insubordinazione e la ingratitudine, la mancata fede alla santità del giuramento, il disprezzo e l'odio pe' propri ufiziali produssero gli scandali, di cui Napoli ed il Regno tutto sono stati testimoni dal nefasto 7 luglio in poi, ritenga V. M. e creda pure che lo inganna chi sia per dirle il contrario, ogni buona opinione in favore degli Svizzeri è cessata; e coloro i quali hanno caldo in petto il sentimento dell'onore sono convinti al pari de' Napolitani che non è più possibile ridestare nel Reame di V. M. la fiducia che essi ispiravano ed avevano meritato d'ispirare.

«Questa riprobazione dell'Esercito intero di V. M. è sentita nel più eminente grado, ed i più moderati tollerano i pochi rimasti, confessando che V. M. con l'angelico suo cuore non poteva mandar via per forza gli Svizzeri i quali spontaneamente avevanla supplicata di non costringerli ad abbandonare i suoi Reali Vessilli.

«Il reclutamento per quanto è stato sempre bene appreso nella Svizzera aristocratica e specialmente nelle classi agiate perché dava alle famiglie occasione al collocamento di giovani ufiziali è divenuto ora altrettanto impopolare nelle classi basse in forza de' principi demagogici che regolano i governi Cantonali.

«Ciò posto, non solo per far plauso allo universale desiderio di non più cimentare la pubblica quiete, dando di nuovo le armi a coloro che di recente eransi mostrati disposti a servirsene non in favore della buona causa, ma per comprometterla, ed avutosi pur il riguardo alla quasi certezza di non veder giugnere in Napoli se non una gioventù depravata dalle massime politiche, effetto della forma radicale ora vigente in 'svizzera, io supplicherei V. M. di occuparsi soltanto senza chiasso a ricompletare il 130 Cacciatori ed i due Battaglioni Carabinieri con transitorie ministeriali disposizioni, assicurandosi del modo come abbia a procedere da ora innanzi il reclutamento sia nella Svizzera, sia in Baviera, sia nel Wurtemberg, e di preferenza ad ogni altro nel Tirolo tedesco se ciò fosse permesso. I Tirolesi hanno tutte le qualità degli antichi Svizzeri senza averne i difetti.

«Acquistata fra qualche mese la certezza che questi tre Corpi non sarebbe popolati di gente pericolosa, potrebbe allora procedersi a costituirli definitivamente nel modo proposto da Von Mechel con tutte le modifiche al suo progetto da V. M. accennate, e forse a qualche altra ancora, ma in niun caso andare oltre questi tre Corpi ed alla ricomposta batteria Svizzera.

«Se la Divina Provvidenza permettesse che un bello e buon reclutamento conducesse sotto le sue bandiere fedele buono ed onesta gente, i due Battaglioni Carabinieri potrebbero piano piano divenire due Reggimenti, ciascuno di 2400 uomini, e col 13° Cacciatori, i Veterani e la Batteria si avrebbero poco meno di 6000 uomini, sui quali si potrebbe contare, il che in ogni caso formerebbe un bel nucleo, che unito ai Corpi della Guardia offrirebbe in tutti gli eventi una importante riserva.

«Il pubblicarsi fin da ora il progetto di Von Mechel roborato della sovrana sanzione darebbe una scossa al suo R. Esercito, se non pericolosa, almeno dannosa, e lo supplico signore di non illudersi in proposito.

«Per le considerazioni succennate crederei che V. M. possa permettermi di scrivere a Gingins, che per ora non potrebbe V. M. occuparsi a dar seguito alle sue proposizioni; che la M. V. ha non pertanto bene accolte perché presentate da un giovane uffiziale come lui, che ha fasciato in Napoli le più onorevoli rimembranze per le sue qualità militari, rese ancora più pregevoli per e la grandissima stima che il Re e l'intero Esercito professavano al suo rispettabile genitore.

«In quanto al più volte mentovato progetto di Von Mechel, se  quanto sopra ha rassegnato alla M. V. non la determinasse a sospenderne la uffiziale approvazione, il che significherebbe renderlo di pubblica ragione, qualunque sia la forma che a tale approvazione V. M. vorrebbe dare, e preferire il far progredire le cose con ministeriali disposizioni, io la supplicherei caldamente di commettere ad altri fra i suoi generali la compilazione di questo regolamento normale, poiché difficilmente può farsi bene quello che si reputa eminentemente dannoso. Ora io mi trovo in questo caso.

«I Generali Casella, Picenna, Marra ed altri ancora insieme al Colonnello Von Mechel potrebbero menare in porto tal lavoro assai meglio di me, che trovomi nel convincimento di non potersi più avere dalla Svizzera demagogica se non soldati mazziniani e degni più di Garibaldi. che di far parte del suo onorato e fedele Esercito».

PRINCIPE DI SATRIANO


INDICE


INTRODUZIONEI
CAPO I.Brighe con la Francia—Versace è spedito a Parigi 1
CAPO II.Litigio con l’Inghilterra —Versace a Londra15
CAPO III.Negoziati pel matrimonio tra la regina dì Spagna ed il- Conte di Trapani—Memorandum del Versace35
CAPO IV.I rivolgimenti del 1848—Missione di Versace in Isvizzera47
CAPO V.Condizioni della corte dì Napoli verso le potenze estere dopo il 1848—Missione del Versace a Parigi53
CAPO VI.Gli ultimi anni della monarchia—e l’ultima missione del Versace 74

DOCUMENTI81
Num. 1.Dispaccio di S E il Principe di Cassero al Comm Versace in Londra pel Principe Carlo81
Num. 2.Conclusoci per l'affare degli zolfi85
Num. 3.Istruzioni date al Versace per la sua missione in Isvizzera88
Num. 4.Circolare diretta il 18 maggio 1848 ai regi ministri all’Estero91
Num, 5.Dispaccio diretto al ministero di Sardegna per richiamare le truppe da Lombardia 93
Nutrì, 6.Lettera di Carafa al Versace96
Num. 7.Cenno d’istruzione da darsi al Principe di Ottaiano e Paolo Versace dettate da S M il re la sera del 23 gennaio 1858 nel suo palazzo in Gaeta ivi
Num. 8.Memorandum e decreto che ordina la partenza de’ reggimenti Svizzeri98
Parere del Generale Filangieri Principe di Satriano al re Francesco 2 su di una proposta fatta per riordinare i reggimenti Svizzeri106


SPECCHIETTO
delle correzioni de' più notevoli errori incorsi

Pag. versoERRORICORREZIONI
2290prattichepratiche
5gabinettoministero
722°sorvegliata da' rivoluzionariinvigilata da' rivoltuosi
813°accordarsiconcedersi
162. redatta un dispacciocompilato un dispaccio
33riunita a Parigiassembrata a Parigi
3318'Thiers redasseThiers compilò
3416°l'onomasticoil nome
35trattativenegoziati
35de' zolfideglizolfi
4114°pretesepretensioni
42consanguineitàconsanguinità
46pombapompa
4813°favore accordatofavore concesso
4915°indettatoindotto
4924°principi sovversiviprincipi sovvertenti
5020°meno chesalvo che






















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