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Siamo nel 1874, tutte le illusioni sull’antico reame delle Due Sicilie si sono consumate – il brigantaggio è stato battuto, Venezia è stata sottratta agli austriaci, Roma al Papa.

Cognetti non fa sconti a nessuno e descrive la caduta del Regno e l'atteggiamento delle classi dominanti meridionali nei confronti della casa reale, prima e dopo la caduta.

Vi consigliamo di porre attenzione particolare al suo viaggio in Calabria, una missione affidatagli da Liborio Romano, durante la quale rischiò di perdere la vita.

Riportiamo un brano che ben descrive l’opposizione che egli fece al nuovo regime:

“Partito Francesco II, mi posi al posto d’un attento osservatore. E dissi a me stesso, poiché è assurdo nelle fata dar di cozzo, e bisogna subire il fatto compiuto quasi con il beneplacito europeo e con il concorso potente dei governi di Londra e di Parigi; vediamo, se veramente questi repubblicani e questi murattisti siansi convertiti all’unità italiana, vediamo, se con un governo saggio, provvidenziale, giusto, indipendente essi dimostreranno ai popoli d’Italia ed all’Europa, che essi vengano davvero rigeneratori e riparatori degli errori dei governi caduti, tra cui quella famosa negazione di Dio del Reame delle Due Sicilie.

Osservai, e vidi troppo sollecitamente ciò che ho narrato nel Capitolo IX.

L’opinione, la coscienza pubblica, che io non perdeva di mira, si pronunziavano contro i sistemi politici, amministrativi e finanziari del nuovo governo, e cominciarono a manifestarsi col mezzo della stampa.

Così si videro spuntare diversi giornali conservatori, come l’Aurora, il Flavio Gioia, il Monitore, l'Ape Cattolica, la Stella del Mattino, l'Eco di Napoli, la Tromba cattolica ed altre effemeridi, che non ricordo; ma le passioni politiche ribollivano ancora; e questi arditi periodici, appena nati, erano spenti, meno per ire fiscali, quanto per violenza partigiana.

Mi avvidi, che già profondamente disgustati erano i democratici, rimasti sul terreno, essendo passato il potere tutto nelle mani dei moderati, che chiamarono Consorti, dipendenti ciecamente dal Conte di Cavour e dal Bonaparte. “

Uno dei bersagli principali fu Napoleone III, da lui ritenuto il vero artefice della caduta del Regno. A nostro modesto avviso non ha tutti i torti, anche se negli ultimi anni l’attenzione del revisionismo storiografico si è indirizzato contro la “perfida Albione” le responsabilità della Francia sono evidenti a chi conosca minimamente i fatti.

Basti dire che la flotta francese si pose di fronte a Gaeta non a garanzia dei regnanti borbonici quanto per dissuadere la Russia dall’intervenire.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – 7 ottobre 2018

LE MEMORIE DEI MIEI TEMPI

PER SALVATORE COGNETTI GIAMPAOLO

01

NAPOLI

Stabilimento Tipografico Pansini

Strada Pisanelli, 23

1874

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
Ottobre 2016

La rivoluzione che dal 1789 sino ad oggi ha in molte diverse guise sconvolto l’ordine e l’equilibrio europeo, lottando contro le forze, ora prevalenti, ora deboli della Diplomazia, è stata narrata da sommi storici; tanto nelle sue fasi generali ed europee, quanto in quelle speciali di ciascuna nazione.

Storie, cronache, rivelazioni e financo libelli politici hanno illustrato questo gigantesco periodo della vita sociale, il quale non sembra ancora chiuso; e forse percorrerà una fase anche più dolorosa per giungere alla sua definitiva soluzione.

Eppure nello sviluppo dei grandi principii sociali, che informano il così detto diritto moderno, non pare nettamente indicata la causa dei rivolgimenti politici, dall’89 sino ad oggi.

Si mettono in giuoco le grandi parole dei diritti dell’uomo, dell’umanità, del progresso politico, della volontà e della sovranità del popolo: ma relegando in un canto queste magnifiche insegne della vetrina politica, ed anatomizzando gli avvenimenti nella loro parte positiva, in quella che pesa veramente sul popolo, troverete certissimamente ripetuta la storia eterna del più astuto e del più forte, e la schiavitù del popolo, che plaude a chi sale al potere.

Io non intendo scrivere una storia, e molto meno la storia intera d’una nazione.

Mi limito ad un’epoca contemporanea; non esco dai confini dell’ex-Reame delle due Sicilie: non trascinerò i miei concittadini nei campi eterei della politica, per mostrar loro in quale costellazione stia l’avvenire, prossimo o remoto, dell’Italia o dell’ex- Reame di Napoli! mio compito è breve, preciso ed evidente; cioè indagare dove si asconda veramente la serpe, che ci ha morsicati ed avvelenati dal 1789 in poi; trovarla ed additarla alla pubblica opinione.

Mi auguro, che i miei concittadini me ne saranno gratissimi; imperocché non basta declamare contro l’iniquità dei tempi; non basta accusare questo o quel principio politico-governativo; non basta trarre sulla scena gli uomini simpatici o gli invisi, per affermare, che l’avvenire debba essere dei repubblicani, degli unitari, dei federalisti o dei legittimisti.

Tutti i presuntuosi sentenziano, esser note alla fine le cause delle nostre sventure politiche, e le persone che le informarono e che le rappresentano: e questo non è vero.

Sfido chiunque a dirmi qualche cosa di assolutamente pratico su questo quesito che sembra facile, ma che pure è molto difficile.

Non uscendo dai nostri tempi, dimostrerò storicamente e matematicamente, ove debbansi trovare le cause delle nostre sventure, e le persone, che ci furono letali e che minacciano di voler essere tali sempre.

Spero di rendere un gran servigio ai Napoletani; e dico così, perché ho divisato di non uscire dall’ex-famiglia nazionale, oggi regionale.

I tempi s’ingrossano e s’abbujano talmente, che forse non ci distingueremo a dieci passi per la nebbia, che investirà il cielo europeo. Ora che v’è del chiaro, parliamoci in famiglia e col cuore in mano.

Non ho la presunzione d’impormi all’opinione pubblica; anzi grato dell’immenso favore, col quale essa ha per quattordici anni accolto i miei scritti, farò il mio dovere con tanta indipendenza nel narrare queste memorie, per quanto che oso sperare, che, dal repubblicano al sanfedista, non vi sarà chi non debba ripetere — ha narrato il vero.

Io miro ad uno scopo lodevole in politica; cioè a richiamare tutta l’attenzione delle nostre popolazioni, e specialmente della gioventù, che è bella e forte speranza dell’avvenire della patria, su queste Memorie, che potrebbero, se Dio lo volesse, essere un giorno guida sicura nelle mani del popolo e del governo.

Comprendo, che la serpe, quando sarà scovata, vorrà avventarmisi al collo... ! Non la temo: la birba si è provata a farlo molte volte, con astuzia e con prudenza; ma ho avuto il buon senso di stare sempre in guardia, e mi son difeso dai suoi assalti.

Sinora mi sono contentato di strapparle i denti, e le ho lasciata agitare la lingua maledetta; e questa lotta è stata continuamente combattuta fuori lo sguardo del pubblico.

Ora è tempo, che si pongano in un canto questi riguardi, che sono un vero inganno, una insidia alla pubblica opinione.

Nelle nostre province, ove si vive ancora in una innocenza preadamitica, faranno le grandi maraviglie; all’estero, e negli stessi gabinetti dei Ministri, si dirà, che vivano ancora in alcune illusioni che scambiano con la realtà; e le maschere ed i Don Basilio non potranno mistificare l’opinione pubblica e farla da Pilato e da futuri redentori, dopo aver rovinato il paese.

Queste Memorie — e spero di riuscirvi — condurranno alla reazione del cuore e dell’ingegno contro tutto ciò, che si oppone al bene presente e futuro della patria.

Giudicheremo il presente dal passato, e sarà insegnamento per l’avvenire.

Virtù, ingegno, morale sieno la divisa della gioventù che sorge, ed essa mandi il suo verdetto di riprovazione al vizio, all’ignoranza ed all’ipocrisia.

I tempi della redenzione italiana verranno.

Prepariamone lo svolgimento ed il trionfo.

 

CAPO I

POCHE RIFLESSIONI INDISPENSABILI
Progresso storico della società e della civiltà  —

Quando la repubblica romana era in fiore, non vi erano, che due classi sociali; il civis, il cittadino — e lo schiavo.

Caduta la Repubblica, sotto gli Imperatori restarono il cittadino e lo schiavo; ma con questa modificazione, portata dalla tirannide imperiale; cioè che il cittadino repubblicano d’una volta era divenuto lo schiavo immediato del despota.

Surto il Cristianesimo, l’impero romano restò sepolto sotto le rovine del paganesimo: scomparve la schiavitù, ed il proletario si fece strada con la potenza del suo ingegno e con la valentia della sua spada, per occupare un posto più alto nella Società.

Scomparve, quasi per incanto, la nobiltà del cittadino antico, e nei tempi di mezzo la Monarchia, scesa dal Nord, si circondò di grandi e ricchi signori, chiamati Conti e feudatari.

Il cittadino diventò Barone e vassallo del Monarca! Lo schiavo diventò servo.

Venuti i tempi prossimi alla rivoluzione del 1789, la Monarchia, noiata della petulante ed audace prepotenza dei Baroni, cominciò a minarla lentamente, e si accostò ai vassalli dei Baroni, ed a quelli che più si distinguevano per il loro ingegno in fatto di scienze, d’arti e di politica.

I privilegi accordati a questi vassalli ne mutarono la condizione sociale; essi acquistarono una specie d’indipendenza, una specie d’autonomia sociale tra il feudalismo ed il vassallaggio di secondo grado.

Era una nuova classe sociale, non ancora ben definita, lottante umilmente contro la diminuita potenza del feudalismo.

La lotta del pensiero acquistò vigoria, a misura che l’ignoranza dei feudali abbassava la stessa onnipotenza dei loro privilegi: sicché sul cadere del secolo XVI questa terza classe sociale cominciò ad affermarsi evidentemente; e collocata tra il feudale ed il servo, s’impose moralmente a quello, simpatizzò con questo.

Un tale avvenimento sociale fu messo subitamente a profitto dalla Monarchia, che si proclamò non più elettiva e quasi dipendente dalla fede dei Baroni.

La Monarchia si costituì in Dinastia di dritto, e si afforzò con la parte intelligente del popolo, ancora senza nome certo.

Come il civis romanus divenne lo schiavo degli Imperatori; così il feudatario prese la figura d’un gran servo della Monarchia!

La civiltà progrediva a grandi passi con l’ingigantirsi della nuova classe sociale, che osò guardare in viso il feudalismo, sfibrato dalle mollezze e dal lusso delle Corti Regie, nelle cui sale già strisciavano, umili ed ossequenti, felici di diventare favoriti, quei Baroni, che vestiti delle pesanti corazze di forbito acciaio, un dì sfidavano dalle turrite loro castella la volontà del Re, che reputavano primo tra di loro, ma non superiore.

Richelieu abbassò l'orgoglio dei Baroni.

Mazzarino provocò la fronda.

Il feudalismo cominciò a sentire gli aculei del sarcasmo dell’Abate Scarron, e Mefistofele ebbe un distinto posto alla Corte.

La nobiltà cominciò a cadere sotto i colpi del ridicolo, mentre la Borghesia, o il terzo Stato, conquistava nome e seggio nella Società, cominciando a far valere i diritti sacri di cittadinanza.

Gli Enciclopedisti furono il tarlo della morale; ma furono provvidenziali pel progresso della società.

Se i loro errori fossero stati combattuti con le armi dell’intelligenza e della buona politica, l’89 non avrebbe iniziata l’epopea, che sventuratamente desola l’Europa nei 1874.

Luigi XVI, il cui animo nobilissimo e pieno di fede volle andare incontro al progresso dei tempi e delle idee, si trovò a fronte del feudalismo avverso nei Consigli Generali.

Egli fu restato solo nel conflitto, e la rivoluzione mandò il suo urlo feroce.

Luigi XVI lasciò il capo sulla ghigliottina; vittima innocente d’una diserzione che fu pagata con largo tributo di sangue da quei feudatari, che videro abbattuti i loro antichi diritti e privilegi proclamata l’uguaglianza cittadina.

E questa terribile parola, cittadino, cangiava il feudalismo in aristocrazia, e la dannava all’ostracismo, alla morte.

La parabola fatale del tempo era descritta; il servo, il vassallo del Barone, lo schiavo, riprendeva nella Società il posto, che gli additò la parola del Cristo, ed esso si chiamò cittadino! I superbi Baroni d’un tempo, tornati dall’esilio, videro con stupore l’aristocrazia dell'ingegno benedetta dal popolo, sollevato dalla condizione umiliante del bruto: ed i saggi tennero i titoli aviti ad onore delle loro Case, gelosa vanità personale, ma pur rispettabile, quando è onorevole per ingegno e per onestà di principi.

Da quel tempo in poi, il blasone spesso si sposò alle ricche fortune dell’industriante, del fabbricante e del banchiere, venuti da natali oscuri; e non arrossì per i suoi avi chiusi nelle pesanti armadure di ferro.

In Inghilterra il nobile Lord educa i suoi figliuoli alle scienze, prima di presentarli in Società, ove quasi sempre entrano riveriti per le loro cognizioni economiche e politiche.

La nobiltà inglese rivaleggia con l'aristocrazia dell’ingegno e del danaro; ed un Lord non sdegna di mettersi a capo d’una grande industria, d’una forte impresa manifatturiera.

Sir Disraeli nella sua giovinezza sostenne una lotta aspra contro l'aristocrazia inglese; ma in quel paese veramente libero l'ingegno e la virtù chieggono ed ottengono il posto d’onore a preferenza d’ogni altro titolo.

Disraeli ha potuto diventare capo del gabinetto inglese.

La nobiltà nuova talvolta diventa ridicola, quando è comprata, per orgoglio sociale, con quella ricchezza, che pure è frutto dell’ingegno; e che i nepoti, divenuti nobili, consumano per far dimenticare l'origine oscura, ma onesta e laboriosa degli antenati.

Questi prodighi nobilastri novellini sono più eccentrici di quei vecchi arnesi di feudalismo, che allampano di fame; che non son capaci di lucrarsi un pane, e pretendono imporsi, in grazia dei titoli del bisnonno.

In Francia troverete qualche tipo di questo nobile novello nelle dietroscene dell’Opera, nelle bische ed in ginnasi simili di Parigi.

Recatevi in Guascogna, ed avrete il tipo dello scheletro dei vassalli di Carlo Magno. È un fossile di cui la Società non si cura.

Mi avvedo che i lettori faranno le loro maraviglie, perché io corra col pensiero in Inghilterra ed in Francia, parlando delle varie gradazioni sociali; e che mi fermi alquanto sull’aristocrazia, facendone una storia, che non si direbbe in armonia del progresso dei tempi.

Eppure è notevole, che questa aristocrazia, la quale presume di essere decoro e sostegno dei troni, quasi a ricordo della perduta potenza per opera dei Re, sia divenuta poco a poco meno entusiasta della corona; cioè più plastica in politica.

È questo un segno dei tempi, e giova tenerne calcolo essenzialmente.

Dopo ciò, entriamo nell’ex-Reame delle due Sicilie; e dato un rapido colpo d occhio sul Regno degli Aragonesi e degli Spagnuoli, guardiamo le grandi epoche dell'ultima Dinastia dei Borboni, scolpite in quattro nomi, che sono l’espressione di quattro grandi rivolgimenti nazionali.


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Carlo III
Ferdinando IV. poi I.
Ferdinando II. Francesco II.

Accompagneremo questi Sovrani nei loro governi, e troveremo agevolmente i loro veri nemici; imperocché fosse tale colui, che potendo e dovendo aiutare il trono, non voglia o non sappia farlo; e che la fedeltà sua ponga in evidenza, quando passati i pericoli, ricorre a scadute convenienze per una pressione morale, che ne cancelli la colpa.

I popoli delle due Sicilie erano composti, come dovunque, dalle tre grandi sezioni Sociali — nobiltà, borghesia e proletariato.

Gradazioni spiccate sotto il Regno di Carlo III. e di cui le due prime impallidirono con i tempi calamitosi di Ferdinando I., scomparvero con Ferdinando II., e sono in lotta dalla caduta di Francesco II. in poi.

Esaminiamo la vita storica di queste classi sociali sotto i detti Sovrani, e ne sarà facile lo scorgere le cause ed i colpe voli veri delle nostre vicende politiche, per volgere l’occhio alle tenebre che circondano il nostro avvenire.

CAPO II

GLI ARAGONESI
Provvido governo dei Re Aragonesi — Perenne ribellione dei Baroni, che invocano un Re francese — Rivolta popolare — Intervento di Ferdinando il Cattolico Re di Spagna — Illustrazioni letterarie e scientifiche di quei tempi — L’Accademia pontaniana.

Nel 1484 regnava in Napoli Ferdinando I. d’Aragona.

Egli ebbe di mira l’opulenza del Regno e dettò leggi atte a migliorarne il commercio: introdusse e protesse l'arte di lavorare la lana, la seta, e di tessere drappi e broccati d’oro: — concesse privilegi ed esenzione di dazi agli operai forestieri, maestri in quest’arte: — favorì l’arte della stampa, che nel 1431 era stata inventata in Harlem da Giovanni Guttemberg: — costituì su migliori ordinamenti il Tribunale della G. Corte di Vicaria, e prescrisse nuove leggi per la procedura giudiziaria: — chiamò alla magistratura gli uomini più onesti ed intelligenti del Regno:  — fondò l’Università degli studi chiamando da tutte parti d’Italia i più specchiati professori: — stabilì nelle province, in luogo degli antichi giustizieri, i Viceré, cui dette larghe facoltà di governo..

I Baroni, che cominciarono a vedere i loro diritti feudali manomessi, si strinsero a Papa Innocenzio VIII ed ordirono una vasta congiura per rovesciare il Re.

Infatti presero le armi, sollevarono dovunque le popolazioni, ed intimarono la guerra al Sovrano.

Primeggiarono in questa congiura il Conte di Sarno, il Principe di Salerno Antonello Sanseverino grande Ammiraglio, il Principe di Altamura Gran Contestabile, il Principe di Bisignano Girolamo Sanseverino Gran Camerlengo, il Marchese del Vasto Pietro di Guevara Gran Siniscalco ed altri Baroni e Principi.

Ferdinando I., colto alla sprovvista, cede ad una pròposta venutagli dai Baroni, cioè di mandare in Salerno il secondogenito Federigo, il quale avrebbe discusso e sottoscritto un trattato, le cui condizioni gli manifestarono.

Il Re dové acconsentire; Federigo si recò a Salerno, ed i Baroni gli proposero la corona del Reame, spogliandone il padre; al che egli avendo opposto un rifiuto pieno di santo sdegno, fu insultato e gittato in oscura prigione.

Ferdinando, così vilmente oltraggiato, mosse guerra al Pontefice ed ai Baroni, che furono vinti e chiesero pace.

Il Re fu in sembianza largo di affettuoso perdono; ma come ebbe nelle mani i ribelli Baroni, li fece tutti trucidare.

Morto Ferdinando I. gli successe Alfonso II., che abdicò a favore di Ferdinando II suo figliuolo, quando Carlo Vili di Francia mosse alla conquista del nostro Reame.

I Baroni, volendo vendicarsi nel nipote delle colpe —  se tali erano — dell’avo, dettero appoggio all’invasore francese; ma poco dopo si videro scherniti, dispregiati, allontanati dalla nuova Corte, e minacciati nei diritti feudali.

La signoria francese fu nefasta tanto, che i Napoletani, così traditi, fecero ricorso a Ferdinando II che vivea vita ritirata in Ischia; e poi che il medesimo accolse le suppliche del suo popolo, cercò aiuti al Re di Spagna Ferdinando il Cattolico, il quale lo rimise sul trono, che Carlo Vili abbandonò volentieri al primo annunzio d’una lega dei Principi italiani a suo danno.

Adunque, se i Re Aragonesi ebbero nemici ed il regno agitatori, questi furono i Baroni, al cui orgoglio fu sagrificato questo paese, che fu invaso da Francesi e da Spagnuoli, i quali si dilaniarono crudamente, mettendo a sacco ed a fuoco le città per cui transitavano; senza che i Baroni avessero in poderosa lega unite le loro armi, per salvare la patria dallo straniero.

Sicché spenta in Ruggiero la stirpe dei Re Aragonesi, e caduto il reame in potere di Ferdinando il Cattolico, diventò e restò per due secoli Provincia della Spagna! Sotto gli Aragonesi, Napoli fiorì e primeggiò tra tutte le Città d’Italia per opere d’ingegno.

Molti storici e letterati, poeti e filosofi illustrarono quei tempi, e sono celebri i nomi di Antonio Panormite e di Gioviano Pontano, fondatore dell’Accademia Pontaniana: vissero allora l’illustre storico e giureconsulto Michele Riccio, ed il soave poeta Giacomo Sannazzaro, e Pietro Gravina celebrato poeta anche lui, ed Angelo di Costanzo, che scrisse la Storia del Reame.

La scienza della legislazione trovò profondi cultori che ne fecero nobile uso nel foro e nell’Università; e sono chiari i nomi di Paris de Puteo, di Antonio d’Alessandro, di Antonio Carafa, di Luca Tozzolo, di Andrea Mariconda e di Matteo degli Afflitti.

Le leggi feudali e le Consuetudini del Regno furono allora compilate e pubblicate.

E qui ne piace accennare al nome di un Girolamo Tagliavia di Reggio di Calabria, il quale pubblicò un suo libro, in cui svolse le dottrine di Pitagora sul sistema planetario: ed è fama che il Copernico, che in quel tempo dimorava in Roma, avesse dal Tagliavia ricopiata un opera, che potè dare per sua.

Certo è, che nel breve periodo della dominazione aragonese, il Reame di Napoli, se provò lutti e stragi, e fu sbattuto dal dominio francese sotto quello degli Spagnuoli, lo deve all’orgoglio dei Baroni e dei feudatari.

Di rimando, i grandi ingegni di quel tempo furono le pleiadi scientifiche ed artistiche della nostra Napoli; e fiorirono pel favore dei Re, di cui furono sudditi fedeli, utili e dottissimi.

Queste grandi intelligenze sursero dalla classe del popolo, che angheriato dai Baroni, salutava in esse la mano provvidenziale della rigenerazione sociale.

CAPO III

DOMINAZIONE SPAGNUOLA
Lotta tra Carlo l e Francesco I — I Baroni parteggiano per la Francia — Sono puniti — Carlo l sostiene il Viceré Don Pietro di Toledo — L'Inquisizione — Rivolta dei Baroni —  Masaniello — Filosofi e Giureconsulti di quell'epoca  — Giambattista Vico, Gian Vincenzo Gravina, Pietro Giannone — Altra congiura dei Baroni — Filippo l destina al trono di Napoli il figlio Carlo III.

Luttuosi per Napoli furono i primi anni della dominazione Spagnuola.

Nella guerra spietata e devastatrice, che si accese tra Carlo l e Francesco I. di Francia, le nostre province furono saccheggiate e sottoposte a durissime contribuzioni.

Baroni, che tenevano più pel francese, avvegnacché si vedessero ognora più dal nuovo governo pregiudicati nei loro diritti feudali, tartassavano a loro volta il popolo con tasse arbitrarie e con angherie d’ogni sorta.

L’anarchia era al colmo, immenso il malcontento del popolo.

viceré Toledo, succeduto al Consalvo, al Moncada ed al Cardinale Colonna, comprese che bisognava spegnere il male nella sua radice, e questa era l'arroganza dei Baroni; e terribile esempio diede facendo mozzare il capo ad Andrea Pignatelli ed al Conte di Policastro.

Nel 1535 l'Imperatore Carlo V, reduce dalla gloriosa guerra di Tunisi, fu dai Baroni supplicato, perché si recasse a Napoli. Essi speravano disfarsi del Viceré Toledo, loro implacabile nemico, e credevano poter comperare la grazia mediante un dono di un milione e 500 mila ducati.

Ma Carlo V, informatosi del vero, accettò solo un milione; rese al Viceré gli attestati della sua soddisfazione pel modo con cui governava il Reame, , e riparti per Madrid, restando i Baroni profondamente malcontenti.

Certamente l’amministrazione del Toledo fu ammirabilissima, ed immortali sono tuttora le sue vestigia, Ricordiamo il celebre bando del 1534, col quale erano scacciati da Napoli gli Ebrei, che prestavano danaro, su pegni di oro e di argento, a grosse usure, e decretò l’istituzione del Monte della Pietà, ove si cominciarono a somministrare danari su pegni, con tenuissimo interesse: anzi senza interesse sino alla somma di 10 ducati.

Quando si temé, che il Viceré Toledo volesse introdurre in Napoli il Tribunale dell’Inquisizione, la sollevazione popolare fu capitanata e condotta dai Nobili, che profittarono di quell’opportunità per vendicarsi del Viceré: il quale avendo assicurato il popolo, che quel tribunale non sarebbe stato costituito, e vedendo come i nobili soffiavano in quella ribellione, ne fece arrestare e decapitare tre dei più influenti ed audaci.

Ci piace ricordare, come nel 1576, sotto il Viceré Lopez di Mendozza, Marchese di Mondejar, avendo un’armata turca aggredito le Calabrie furono spedite alla caccia di quei corsari alquante milizie, comandate dal Principe di Bisignano, Nicolò Sanseverino, il quale li sconfisse e ritolse loro il fatto bottino.

Il mal governo della Spagna andava aumentando ogni giorno più, e sotto il Viceré D. Rodrigo Ponz di Leon, Duca d’Arcos, i Baroni erano messi a taglia per mandare danaro alla Corte di Madrid e per tener fronte alle spese di continue guerre.

Fu in quell’anno che scoppiò la terribile rivoluzione capitanata da Masaniello (Tommaso Anello) giovane popolano, venditore di pesce; rivoluzione che durò tre giorni e finì con la morte dell’audace tribuno, che fu trucidato nella Chiesa del Carmine, e il suo capo, confitto su di un palo, portato in trionfo.

Il governo dei Viceré fu poco propizio alle opere ed agli studi scientifici.

Mentre in Francia fioriva Renato des Cortes e Mallebranche; Loke in Inghilterra; Leibnitz e Kant in Germania, l’Italia rifuggiva dagli studi filosofici, che in Napoli più propriamente erano sotto una stupida sorveglianza ecclesiastica.

Sono ricordati appena Antonio e Berardino Telesió, Ambrogio dì Lione, Antonio Galateo e Simon Porzio, cultori di filosofia.

Ed anche in Giurisprudenza quei tempi furono tristissimi, mentre in Napoli erano apparsi quei profondi Giureconsulti, che illustrarono il Regno degli Aragonesi. L’onore della Giurisprudenza fu sostenuto dalla Magistratura. Guglielmo Budeo, Francesco Duareno, Carlo Molineo e l’immortale Cujacio splendevano in Francia, e fu gran ventura l’aver noi i Giureconsulti Antonio e Giacomo Caracciolo, Camillo di Medici, Bartolomeo De Franco, Giuseppe de Rosa, Marcello Marciano e Francesco d’Andrea:

Vera grandezza napolitana, vera gloria dell’umanità, primo lampo della stella immortale dell’aristocrazia dell’ingegno, sursero fra noi tre geni, che hanno ottenuto l’ossequio del mondo letterario, giuridico e storico: tre geni che dissero, i primi, all’umanità ed alla Società: —  sorgete dalla barbarie del feudalismo, apparecchiatevi a combatterlo, proclamate oggi col cuore, dimani con la voce e col diritto, l'uguaglianza di tutti i cittadini!

E questi tre geni furono — Giambattista Vico Gian Vincenzo Gravina! e Pietro Giannone!

Ed i Nobili, che vedevano con terrore questo rialzarsi della pubblica coscienza contro ih crollante Colosso del feudalismo, aspiravano a scuotere il giogo della Spagna per avere un Re, che fosse tutto di parte loro.

Infatti, quando per là morte di Carlo II la successione di Spagna ricadde a Filippo V, i Baroni, congiurando, inviarono in Alemagna una deputazione all’Imperatore Leopoldo, promettendogli di levare il popolo a tumulto, di proclamare il dominio tedesco, e di riconoscere Re l’Arciduca Carlo, purché mutasse lo. Stato da Provincia in Regno; ristabilisse gli antichi privilegi; proteggesse le ragioni della Nobiltà e concedesse ai congiurati nuovi titoli e domini..

Capo della congiura era il Principe dì Macchia; ma venuto il Viceré Medina Coeli a cognizione della stessa, quantunque tardi, pure potè opporvi resistenza e domarla.

Ed allora molte e terribili furono le morti fatte eseguire dal Duca d’Ascalona, che fu mandato a supplire il Medina Coeli, comecché fosse uomo di più pronti propositi: ma per le vicende della gran guerra di successione, Napoli fu occupata dal tedesco.

Filippo V, a liberare il Reame da questa usurpazione; e volendo dare allo stesso una forma autonomica ed indipendente, nel 1732 chiamato a se l’Infante D. Carlo, in presenza di tutta la Corte, dopo avergli cinta la spada, gli disse: — «Questa è la stessa, che Luigi XIV. mio avo, mi pose al fianco, quando m’inviò a conquistare questi Regni di Spagna; porti a te, senza i lunghi travagli della guerra, fortuna intera».

La spedizione fu condotta dal Generale Montmar, e con tanta fortuna, per quanto che i tedeschi, discacciati dovunque e vinti, a dì 10 maggio 1734 l’Infante Don Carlo faceva il suo trionfale ingresso in Napoli; e poco di poi liberava anche la Sicilia da quello infesto occupatore, entrando a Palermo a dì 29 agosto di quello stesso anno.

A dì 13 giugno 1734 il Re Filippo l con Decreto cedeva al figliuolo Carlo le sue ragioni sul Regno di Sicilia.

Furono veduti quei Baroni, testé nemici della Real Casa di Spagna, inchinare il giovane Sovrano, che dovea fondare la Dinastia dei Borboni di Napoli.

Abbiamo voluto rapidamente percorrere questi due periodi del dominio aragonese e spagnuolo, per dimostrare storicamente, come i Baroni di quel tempo, arroganti per quanto ignoranti, fossero stati i perpetui ribelli alla Corona ed al pubblico bene; e che sostenitori del diritto del popolo, concusso dai Baroni, fossero quei soli cittadini, che dalle classi del popolo trassero onesta, quantunque oscura origine, la quale diventò chiarissima per la potenza del loro genio, per la gratitudine e pel plauso imperituro dell'umanità sollevata all’altezza dei suoi diritti.


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CAPO IV

I BORBONI DI NAPOLI
§ I.
CARLO III.
Monumenti — Rivoluzione sociale — Primo crollo del feudalismo — Bernardo Tanucci — Riforme giurisdizionali — I Baroni alla. Corte, loro lusso, principio di loro rovina patrimoniale — Carlo 111 chiamato a reggere la Spagna — Ferdinando IV.

Carlo III fu il fondatore del Reame delle due Sicilie e della Dinastia, che ne ha retto i destini sino al Settembre 1860.

Il regno di questo Sovrano rimane tra noi eterne ricordanze di senno, di giustizia, di grandezza nazionale.

Non faremo la storia degli atti provvidenziali, con cui fu immutata l’interna amministrazione dello Stato, e dai quali il Reame surse a pronta e splendida vita di pace, di prosperità e di progresso sociale; poiché basta volgere lo sguardo ai superbi monumenti delle Reggie di Portici, di Capodimonte, di Caserta e di Napoli, ed ai Ponti Acquedotti della Valle, che rivaleggiano per mole e per disegno con i monumenti romani.

Il Real Teatro S. Carlo, l'albergo dei Poveri, gli Scavi di Pompei e d’Ercolano, e quindi il Museo Borbonico, come per incanto, adornarono la nostra Napoli.

Gli architetti Medrano, il cav. Fuga, il Van vitelli illustrarono con tante immortali opere questa Città, ispirazione eterna deì genio scientifico ed artificio.

Sotto il Regno di Carlo III questo genio mandò tanta luce per tutta Europa, per quanto che non l’89 di Francia, ma il 1734 di Napoli può ben a ragione e storicamente definirsi la profonda rivoluzione sociale, che segnò in Europa quella prima era di progresso, che dopo pochi anni dovea essere bruttata dal sangue cittadino della Francia.

La rivoluzione sociale ebbe pronta e splendida fase nel completo crollo del feudalismo.

I Baroni, chiudendo in cuor loro l’antico odio contro il governo spagnuolo e contro la Dinastia dei Borboni di Spagna, cui Carlo III. apparteneva, si avvicinarono alla Corte; e poiché il popolo, tratto dalle profonde sue miserie per il saggio e. paterno regime del giovane Re, godeva di tutte le delizie d’una vita Operosa, agiata e provvida; così i Baroni non poteano fare più a fidanza col popolo, come in altri tempi.

Sperarono essi di veder confermati i barbari loro privilegi; ma la figura temuta e gigante di Bernardo Tanucci, un semplice professore di dritto a Pisa, fu il lpro spavento, la: loro definitiva condanna.

Tanucci, che avea agguagliati i diritti delle classi tutte del popolo innanzi alla legge, e che avea fatto del Re il Mecenate degli artisti e degli scienziati napoletani; comprese che a rendere duratura la sua grande impresa, bisognava dare l’ultimo crollo a questo edifizio del feudalismo, roso dal tempo, scosso nelle sue fondamenta, abbandonato dalla coscienza pubblica.

E la Riforma, fu solenne.

In quell’epoca tutte le ricchezze del Regno erano raccolte dai così detti due bracci, l'ecclesiastico ed il baronale; i quali soli aveano il diritto ed il privilegio di co mandare, e di amministrare i beni comuni.

I Baroni, ancora in possesso della giurisdizione del mero e misto impero, erano tuttavia potentissimi e despoti.

Il potere Sovrano, si poteva dire accentrato nell’autorità civile caduta nelle mani degli, ecclesiastici. Furono vedute allora queste due potenze allearsi, contendere all’autorità regia una libera e provvidenziale azione, imporre leggi medioevali; usurpare insomma l’alto imperio della corona!

Questa già scossa barriera, che volea restare salda tra Sovrano e popolo, separando l'uno dall’altro, per menomarne l’accordo, le forze ed i diritti, dovea cadere; e cadde sotto l’urto irresistibile della mano del Tanucci.

E quantunque Re Carlo sapesse di avere a se avversi i Baroni e gli ecclesiastici, pure operò gradatamente con fermezza e con tale prudenza, per quanto che a mano a mano scomparvero le giurisdizioni baronali; le sentenze dei giudici baronali furono soggette ad appello; diminuito il numero degli armigeri: — e poco dopo furono abolite nelle investiture le servitù personali, e fu tolta la giurisdizione criminale: — le ragioni dei Comuni sulle terre feudali furono dichiarate imprescrittibili!

Il popolo, sino allora oppresso, angheriato, smunto dal dispotismo feudale mandò un grido solenne di gioia e di rigenerazione; salutando l’aurora di quella libertà, che dovea giungere a noi a traverso di mille brutture, affondando il piede in laghi di sangue; tenendo alta la bandiera dell’uguaglianza cittadina, potè esclamare — abbasso il feudalismo ed i Baroni!

E quei superbi, atterriti dal colpo ardito che ricadeva sul loro capo, odiarono il primo Borbone di Napoli; ma. impotenti a resistergli; entrarono costretti nella Reggia, ove sfoggiarono in un lusso, che dovea giovare tanto al commercio ed alle classi operaie: e poco dopo accettarono onori ed impieghi.

Sin d’allora le nobili famiglie sentirono le conseguenze d’un fasto reale; mentre la ricchezza spuntava nelle classi commerciali, industriali ed operaie.

La morte di Ferdinando VI di Spagna fu una gran sventura per Napoli; imperocché Carlo III, chiamato a succedergli, partì per Madrid, lasciando là corona delle due Sicilie a Ferdinando suo terzogenito.

Adorato benedetto e rimpianto dai Napoletani egli mosse per la Spagna a dì 6 ottobre 1759.

§ II.
FERDINANDO IV
La reggenza — Governo di Tanucci — I Baroni riformatori contro la Chiesa —  Il re maggiorenne — Espulsione dei Gesuiti — Lotta col Vaticano  — Il Re sposa Maria Carolina d’Austria —  Istituzioni scientifiche ed artistiche — Mario Pagano e Gaetano Filangieri — Maria Carolina entra nel governo — Dimissione del Tanucci e sua morte — Acton e i capitani stranieri — Primi errori — Nelson e sua influenza — L’aristocrazia diventa repubblicana e cospira contro i Borboni — Il Re e la Corte a Palermo — Il 16 Gennaio 1799 —  Entrata dei francesi e lotta col popolo — Gli aristocratici si uniscono agli invasori contro il popolo — Reazione delle Calabrie — Il Cardinale Ruffo — Ritorno di Ferdinando IV — Nelson — Esecuzioni capitali — Abolizione dei Sedili e del Senato — Il Corpo della Città di Napoli, il libro d oro in Corte.

Ferdinando IV fu lasciato dal padre nell’età di otto anni sotto la Reggenza dei signori Domenico Cattaneo Principe di S. Nicandro: Giuseppe Pappacoda Principe di Centola: Pietro Bologna Principe di Camporeale; Domenico de Sangro Capitano generale dell’esercito: Jacopo Milano Principe d’Ardore: Lelio Caraffa capitano delle guardie e Bernardo Tanucci.

Tutti i su nominati Reggenti, unanimi riconobbero in Tanucci la supremazia delle cure del governo; comecché tra di loro primeggiasse per senno e per fermezza d’animo.

E qui ne piace ricordare — per un vivo paragone con gli eventi attuali — che quei nobili signori della Reggenza, cedendo alle mai smesse idee del Tanucci, e quasi per ripagarsi dello scacco del perduto feudalismo, e dell’aver sostituito alla corazza del Barone l’abito ricco di sete, d’oro e di gemme del cortigiano; cooperarono ad abbassare la giurisdizione ecclesiastica.

Cominciarono dall’incamerare al Demanio i beni dei Vescovi, degli abati e dei benefiziati, che si trovavano defunti; e furono quei redditi destinati ad erezioni di di ospedali e di altri luoghi di beneficenza.

Si fece anche di più: si soppressero molti Conventi, e coi loro beni si dotarono i Comuni, ancora poveri.

Le decime ecclesiastiche furono dapprima ristrette, poi abolite.

Notiamo la legge, che proibiva alle manimorte lo acquistare; e si comprendevano sotto quel titolo i conventi, le Chiese, i luoghi pii, i seminari, le confraternite ed i collegi.

Fu decretato, che senza il Regio Exequatur non avessero valore nel Reame le Bolle pontificie, antiche o nuove che fossero state: interdetto ai preti l’ordinarsi, se non avessero patrimonio: la giurisdizione vescovile quasi annientata: le cause matrimoniali passate al dominio del foro civile: il matrimonio (notate questo!) ritenuto come contratto civile, e solo per accessione, Sacramento: la pubblica istruzione sottratta alla vigilanza dei Vescovi, anzi questi soggetti ad una vigilanza laicale!!!

Ecco qual’era il Regno delle due Sicilie, sotto la Reggenza di quei nobili signori napoletani, ai tempi di Ferdinando IV; di questo Sovrano, il quale dovea essere bersaglio ai capricci d’una violenta catastrofe europea, che al nostro Reame dovea togliere i frutti d’un progresso, che era già per noi un fatto compiuto, e che formava le aspirazioni della Francia, che giunse a compierlo nel modo più iniquo ed infame; per ricondurre l’Europa, se non tutta, in buona parte a principi retrogradi, dal cui abuso dovea essere provocata la catastrofe non meno terribile di questi ultimi 25 anni!

Venuto Ferdinando IV a maggiore età e cessata la Reggenza, egli volle che restassero al loro posto i Ministri della Reggenza, niuno eccettuato.

Il primo atto del Re, violentato dalle Corti di Francia e di Spagna, fu l’espulsione dei Gesuiti dal Reame: l’editto fu del 3 novembre 1767: e quei padri furono imbarcati e scortati a Terracina.

I beni dei Gesuiti furono incamerati, ed il governo provvide all’educazione ed all’istruzione dei giovani che accorrevano a quelle scuole.

Il Pontefice Clemente XIII scomunicò il Duca di Parma, che avea anche lui scacciato dai suoi Stati i Gesuiti: il Duca, che era cugino del Re di Napoli, ne mosse querela ai Re suoi parenti di Spagna e di Francia — Re Luigi di Francia occupò Avignone, e Ferdinando IV occupò Benevento e Pontecorvo.

Nel 1769 morì Papa Clemente XIII, e salì al trono Pontificio Clemente XIV, il quale emise una Bolla, con cui decretò la soppressione dei gesuiti, ed ebbe restituiti gli Stati occupati.

Nell’aprile 1768 Maria Carolina, Arciduchessa d’Austria mosse da Vienna per Napoli ove fu sposata a Ferdinando IV, che avea sedici anni.

Principe d’animo svegliato, di senno profondo, di nobile indipendenza, egli seguì le orme dell’augusto suo genitore nei primi anni del regno: e si vide l'Università degli studi illustrata da eminenti professori d’Italia; riorganizzate le accademie di pittura, di scultura, e le Biblioteche Farnesiana e Palatina, ed i Musei Ercolanese e Farnesiano. Le arti ed i mestieri incoraggiati, soccorsi, premiati.

Che più? — Mario Pagano pubblicava i Saggi politici, e Gaetano Filangieri la Scienzà della Legislazione; e Filangieri in premio di quell’opera fu nominato Consigliere di Statoli! Sventuratamente per le Due Sicilie, la Regina Maria Carolina, che esercitava un fascino, un impero sul giovane Re, nel 1777, per suo dritto, prese parte al governo; e cominciò ad opporsi alla politica di Tanucci.

L’eminente Ministro, dopo 43 anni di così splendido governo, tornò alla sua vita privata.

Egli morì nel 1773 senza figliuoli, e lasciò povera la vecchia consorte!!!

Ne duole il dirlo: la stella di Napoli cominciò a tramontare!

Il Cav. Giovanni Acton, inglese ed esperto marino, fu chiamato alla Corte di Napoli, e fu il Ministro che dovea sostituire il Tanucci!:

Carlo III da Madrid ingiunse al figlio di scacciare dal Ministero il malaugurato inglese, e non fu obbedito!

L’armata fu organizzata, ed il comando dato ad ufficiali stranieri, e tra questi vennero il sergente Pietro Augerau ed il tenente Eblè, che furono così celebri nei fasti della repubblica francese!

Queste memorie abbiamo voluto riprodurre, per dimostrare ai detrattori dei Borboni di Napoli, che quando questo reame, governato da uomini intelligenti e stimati dal Sovrano, avea già preceduto nel progresso tutti i popoli di Europa, e la Francia stessa; non erano ancora a noi giunti i nefandi mestatori e redentori stranieri, che dopo averci spogliati e inabissati, ci chiamarono barbari!

Ed è inutile il mentire alla storia: se Ferdinando IV avesse saputo resistere alla Regina, certamente le condizioni del Reame sarebbero state felicissime fra tanta crisi europea.

Fu errore o necessità?

Ma è storico, che a comandare la marina di guerra fu chiamato un inglese, Acton; che a comandare l’armata fu chiamato un tedesco Mack; che un Lacombe fu chiamato a comandante della fortezza di Civitella del Tronto, e che uno svizzero, Tschiudy ebbe il comando della piazza di Gaeta.

Che cosa avvenne? Mack si mostrò supinamente imperito, e condusse l’armata napolitana ad essere disfatta da Macdonald e da Championnet: Lacombe fu codardo o traditore; Tschiudy cede la fortezza a discrezione, senza tentare alcuna resistenza.

Con Acton, carissimo alla Regina, venne poi Nelson, e l’Inghilterra s’impose, e tenne influente alla Corte l'ambasciatore Hamilton, che nel 1798 consigliò il Re a recarsi in Sicilia.

Già nel 1795 erano stati arrestati, come sospetti di cospirazione repubblicana contro i Borboni, il Principe Colonna Stigliano, il Duca Ettore Carafa, il Duca di Serra Cassano, il Conte Coppola, e Mario Pagano; e furono rimessi in libertà nel 1798, allorché la Corte fuggì a Palermo, restando a Vicario Generale il Principe Pignatelli, che non potendo resistere alla rivoluzione, degenerata in anarchia, fuggì anch’egli nella notte precedente al terribile 16 gennaio 1799.

Championnet si avanzava ad assalir Napoli;ed il popolo —  il vero fedele al Principe — era trattenuto a stento dal Principe di Moliterno e dal Duca di Roccaromana, che rimasero soli a frenare l’anarchia.

La strage fu orribile, nefanda, vandalica: il popolo, inferocito, commise atti di barbarie inudita; e Championnet, Dufresse, Duhesme, Kellermann e De Broussier poterono, versando gran sangue, riuscire a vincere nella lotta, che contro le loro truppe impegnò il popolo, armato di scuri, di falci e di mazze, più che di sciabole, di fucili e di cannoni.

Championnet, scrivendo al Direttorio in Francia, disse: ho incontrato un’armata di vili ed un popolo di eroi!!!

E qui è a ricordare, che i così detti patriota unitisi a molti aristocratici, s’impossessarono per insidia del castello di S. Elmo, di dove mitragliando il popolo, ed issando bandiera francese, lo costrinsero alla resa!

Al governo repubblicano fecero adesione moltissimi dell’aristocrazia, tra i quali i su nominati; ed il Duca d’Andria Ettore Carafa comandò le milizie francesi, le quali saccomannarono le Città del Reame, che resistettero alle armi repubblicane.

I rovesci dei francesi in Italia resero necessario il richiamo delle loro truppe da Napoli, e fu allora che la reazione scoppiò nelle Calabrie e come lava di vulcano scese per tutto il reame.

L’odio delle popolazioni per l'invasore francese e per gli atti vandalici dallo stesso consumati, era terribile; e non è a maravigliare, se prorompendo, fu terribile a sua volta, e sovente nefando.

Il Cardinale Ruffo non ebbe che à presentarsi nelle Calabrie, ed il popolo si levò in armi, comandato dai più arrischiati e feroci popolani.

Macdonald partì nel 7 Maggio 1799, ed il potere esecutivo del governo della Repubblica si preparò alla resistenza.

Sventurati coloro, che si posero inconsultamente a difensori della Repubblica! Era la vendetta inglese, che veniva con la scure in in alto sulla povera Napoli: e quella scure era nel pugno di Nelson, di cui Ferdinando IV era la prima vittima politica.

La terribile Giunta di Stato condannò a morte Schipani, Spanò, il generale Mazza, Manthonè, Conforti, Mario Pagano, Vincenzo Cirillo, Vincenzo Russo, Ignazio Ciaia, Eleonora Pimentel ed altri.

Subirono l’estremo supplizio l’ammiraglio Caracciolo, Giuliano Colonna de’ Principi di Stigliano, Gennaro Serra dei Duchi di Cassano, Ettore Carafa Duca D’Andria, il Duca di Riario e due dei Principi Pignatelli Strongoli. Il Duca di Monteleone ebbe salva la vita per interposizione del Pontefice.

La storia è questa, e non si cancella; ma essa insegna, che l’aristocrazia napoletana, per mutare de’ tempi, ebbe un avversione per i Borboni, che aveano fiaccato il feudalismo; e per quanto debbasi rimpiangere la morte cruda di quei nobili sventurati, altrettanto bisogna deplorare una costante avversione di casta, che dal regno di Carlo III in. poi si è trovata sempre in urto col popolo.

Che se non fu tutta la classe aristocratica, la quale s’impegnò con la Repubblica, si può dimandare, perché l’aristocrazia, che pure avea il braccio del Principe di Moliterno e del Duca di Raccaromana, non si costituì in un comitato permanente politico per guidare con senno gli eventi; da lasciar passare il turbine brevissimo della repubblica, per richiamare il Sovrano senza stragi cittadine, da una parte e dall’altra consumate, e mantenendo quel fascino di amore per la corona, che pure vedeano vassalla della politica inglese ed austriaca.

Ed è così vera questa avversione, per quanto che il Senato, che era composto da Nobili, volea mandare una Deputazione a Championnet per ottenere che avesse creata una Repubblica aristocratica!

La nefanda oligarchia veneta fu l'aspirazione degli scheletri del feudalismo napoletano!

Fra questi aristocratici stava il famoso Canosa, che per tal ragione cadde in disgrazia di Ferdinando IV, il quale ritornando al trono, abolì i Sedili ed il Senato, e creò il Corpo della Città di Napoli; e nel tempo stesso ordinò che si fosse compilato il Libro d'oro per i Nobili della Corte, escludendo tutti coloro, che erano stati cospiratori.

Quei nobili, se avessero avuto altro senno, avrebbero veduto, dopo due anni, l'Inghilterra inchinare il fortunato genio della Francia ad Amiens; e nel 1804 il Principe di Cardito muovere alla volta di Parigi per ossequiare, in qualità di ambasciatore della Corte di Napoli, l'imperatore Napoleone lo incoronato a Parigi nella Chiesa di Nostra Signora a dì 2 Decembre 1804 per le mani del Sommo Pontefice Pio VII!

Ed avrebbero udito l’audace dichiarare all'ambasciatore napoletano, ch' egli avrebbe punito la Corte napoletana per i segreti maneggi orditi contro la Francia. Ed avrebbero maledetto mille volte allo straniero, che meditava l' occupazione della loro patria!


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§ III.
GIUSEPPE NAPOLEONE E GIOACCHINO MURAT
Pace di Presburgo - I francesi tornano - La Corte va a Palermo – Atti del Principe Vicario - Giuseppe Bonaparte – Ministero Saliceti – Crudeltà nelle Calabrie – Gioacchino Murat- Suo governo - Le Calabrie e Manes – L'aristocrazia fa adesione al Murat – Congresso di Vienna  – Murat proclama l'Unità d'Italia - I ministri napoletani, aristocratici, unitarii  – Spedizione armata fallita nella media Italia per l'avversione del popolo- Trattato di Casalanza – La Contessa di Lipona – Murat fuggiasco – È fucilato al Pizzo.

Ad Austerlitz fu vinta dal Bonaparte la gran battaglia, che spezzò le armi della lega contro di lui stretta dall'Inghilterra, dall'Austria, dalla Russia, dalla Svezia e dalle Due Sicilie!

A Presburgo fu firmata la pace: gli alleati abbandonarono tutta l’Italia al vincitore!

Napoli era esposta agli assalti dell'esercito di Massena: i russi s'imbarcarono per Corfù, gli inglesi per la Sicilia; e Ferdinando, creato suo Vicario il Principe Francesco, veleggiò per Palermo.

I francesi, senza colpo ferire, erano giunti a Capua; allorché il Vicario nominò il Consiglio di Reggenza in persona del Tenente Generale Diego Naselli, del Principe di Canosa e del Magistrato Cianciulli; e volle che s'inviassero ambasciatori ai francesi per cedere le fortezze, contro il volere del re.

Ciò disposto, il Principe raggiunse la Real famiglia a Palermo. Furono Ministri di Giuseppe Bonaparte, creato Re di Napoli da Napoleone I, il Commendatore Pignatelli, il Principe di Bisignano, il Duca di Cassano e Michelangelo Cianciulli, ai quali, pel ramo Polizia, si unì il famoso corso, Saliceti, di cui parleremo molto in seguito.

Il popolo accolse con silenzio glaciale il nuovo venuto; mentre le popolazioni calabre versavano sangue francese, combattendo da leoni, e contrastando palmo a palmo il terreno all’invasore.

Giuseppe Bonaparte fu il Carnefice delle Calabrie, ove gli accusati di devozione alla Dinastia legittima erano guillottinati, fucilati, impiccati; e spesso torturati, affissi ad un palo, o lapidati, o inchiodati vivi sulle mura! Di questo esecrando usurpatore e boia erano Ministri i su nominati Signori dell’aristocrazia napolitana.

Le cospirazioni politiche tendenti a rovesciare la Dinastia del Bonaparte erano ordite dagli stessi sgherri e poliziotti dell’infame Saliceti, che riempiva di innocenti, accusati del reato di lesa maestà, le prigioni del Reame.

È storica la risposta data dall’Imperatore a Giuseppe, che chiedendogli consiglio, gli narrava l’avversione delle popolazioni napoletane: egli rispose — fucila, fucila, fucila!

La vile e scellerata politica tenuta dal primo Napoleone per costringere il Re di Spagna ad abdicare il trono a prò del figlio Ferdinando, che fu inviato prigioniero in Francia, pose la corona spagnuola nelle mani di quel Despota; il quale la impose sul capo del fratello Giuseppe, che richiamò da Napoli, ove mandò il cognato Gioacchino Murat, che egli creò Re di Napoli!

Gioacchino Murat era preceduto da un infame memoria: egli avea diretta la spedizione, nella quale fu consumato l’orrendo assassinio del giovane Duca d’Enghien.

La mano di Dio conducevalo ad occupare il trono dei Borboni, di cui lo sventurato Principe assassinato era congiunto!

La tragedia del Pizzo, se non fosse stata una imprescindibile necessità di Stato, sarebbe stata una giusta riparazione.

L’indole audace, guerriera, benefica e popolare del nuovo Sovrano rincorò alquanto le popolazioni, atterrite dal governo di Giuseppe; e la morte dell’empio Saliceti dileguò alquanto quel terrore fiscale.

Ma le fedeli popolazioni della Calabria erano sempre ribelli al nuovo Monarca, che mandò l'esecrato Manes a rinnovare le stragi e le torture di Giuseppe Bonaparte!

Il Regno di Murat fu preso sul serio dalla parte intelligente ed aristocratica del paese, perché si credeva saldo su forti basi l’impero francese dopo il matrimonio del Bonaparte com l’Arciduchessa Maria Luisa d’Austria; ed anche perché il gabinetto di Vienna dimostrava franche simpatie per il Dinasta Murat; col quale erano stati presi impegni, contro la volontà di tutte le grandi Potenze, non solo per farlo riconoscere Re di Napoli; ma altresì per ottenere in suo favore la rinunzia dello stesso Re legittimo!

Laonde fecero pronta e sincera adesione al governo i signori Barone Poerio, Principe Minutolo, Duca di Canzano, Barone Davide Winspeare, Principe Pignatelli Strongoli e Pignatelli Cerchiara, Principe di Torella, Principe Capece Zurlo Principe di Bisignano, Duca di Cassano, Duca di S. Teodoro, Principe di Campana, Duca di Cirella, Principe di Stigliano, Duca di Calabritto, Principe di Caramanico, Principe di Girace, Duca Malvezzi, Duca di Riario, Duca d’Andria, Duca d’Accadia, Duca di Bruzzano, Principe d’Atena, Principe S. Angelo Imperiale, Duca di S. Arpino, Principe d’Avellino, Principe di Colubrano, Duca di Casacalenda, Duca d’Atri, Principe di Lequile, Duca Coscia, Marchese Cavalcanti, Duca di Campochiaro ed il Principe di Cariati, i quali due ultimi furono mandati ambasciatori del Murat al Congresso di Vienna. E poi molti Capecelatro, molti Caracciolo, molti Carafa ed anche un Avalos! Bisognerebbe trascrivere quasi tutto l’Almanacco del 1810.

Erano primi e fedelissimi nell’armata i Generali Guglielmo Pepe, Colletta d’Ambrosio Carascosa, Filangieri ed Ischitella.

E notevole, che seguirono nell’esilio a Palermo il Re legittimo, il Duca di Serracapriola ed il Cav. Medici dei Principi d’Ottajano, che tanto avea giovato a rialzare le finanze dello stato.

Che i lettori tengano presenti tutti questi nomi, che vedremo ricomparire in scena con le epoche posteriori; e se la storia è gran maestra della vita, ben merita sventura quel popolo, che non sa trarre profitto da tanto insegnamento; ben è colpevole in faccia a se stesso ed alla nazione quel Sovrano, che rinneghi, per condannevole buona fede, i severi ed eloquenti avvisi della Storia.

Era suonata l’ora di Dio: il temuto fulmine di guerra, il primo Bonaparte era all’isola dell’Elba.

Il Congresso di Vienna del 1815 era destinato a dar la pace all’Europa.

Sono memorande le parole profferite da Talleyrand in quel consesso: egli disse — «che la rivoluzione si era ridotta ad un contrasto fra le dinastie legittime e le rivoluzionarie; che essa non sarebbe finita, fintantoché non si facesse trionfare il principio della legittimità».

Napoleone I. uscì dall’Elba per cadere poco dopo a Waterloo; e Gioacchino, informato dal Duca di Campochiaro, che i Sovrani non intendevano di riconfermarlo nel Reame, ad onta delle strane sollicitazioni dell’Austria, pensò di proclamare l’Indipendenza dell’Italia!

Vedete come gli unitari italiani Sieno stati sempre francesi!!!

Si è nel 1860 attribuito a quel gran poeta Dante, a quel gran furbo di Machiavelli, a quel grande visionario che era Mazzini, questa idea dell’unità d’Italia!

Quei tre grandi uomini, si limitarono a scrivere le loro speranze; ma di fatto sta, che uno straniero sia stato il primo a proclamare l’indipendenza d’Italia dal giogo straniero!

Non si direbbe che Murat fosse nato a Napoli?

E non si potrebbe così spiegare il perché gli unitari della scuola deh Cavour sieno tali di nome, ma in fondo murattìsti?

Faremo a suo luogo questa importante indagine.

Certo è, che a rileggere il Manifesto Murattista, ti sembra avere fra le mani uno dei tanti simili che inondarono l'Italia nel 1860. Vale la pena di riprodurlo.

 Italiani!

«L’ora è venuta in cui debbono compiersi gli alti destini dell’Italia — La Provvidenza vi chiama infine ad essere una Nazione indipendente — Dalle Alpi allo stretto di Sicilia, odesi UN GRIDO SOLO, l'indipendenza dell'Italia.

«Ed a qual titolo popoli stranieri pretendono toglier«vi questa indipendenza, primo diritto e primo bene di ogni popolo? Invano dunque innalzò per voi la natura le barriere delle Alpi? — No — Sgombri dal suolo italiano ogni dominazione straniera. Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria con venti secoli (?) di oppressioni e di stragi — Sia oggi vostra forza il non aver più padroni.

«Ottantamila italiani degli Stati di Napoli marciano comandati dal loro Re, e giurarono di non domandare riposo, se non dopo la liberazione della nazione. Italiani delle altre contrade, secondate il magnanimo esempio.

«Torni alle armi deposte, chi le usò tra voi, e si addestri ad usarle la gioventù inesperta — Voi foste per lunga stagione sorpresi di chiamarci invano — Ma il tempo opportuno non era per anco venuto. Non per anche io avea fatto prova della perfidia dei vostri nemici; e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le bugiarde promesse di cui erano sì prodighi i vostri antichi dominatori nel riapparire tra voi — Esperienza pronta e fatale.

«Me ne appello a voi, bravi ed infelici italiani di Milano, di Bologna, di Torino, di Venezia, di Brescia, di Modena, di Reggio e di altrettante illustri ed oppresse regioni — Quante vittime, estorsioni ed umiliazioni inudite.

«Italiani, riparo a tanti mali.

«Stringetevi in salda unione, ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, guarentiscano la vostra libertà e prosperità interna, tosto che il vostro coraggio avrà guarentita la vostra indipendenza!»

Questo manifesto fu inserito nel Monitore delle due Sicilie N. 1305.

Strano capriccio delle vicende politiche!

Un francese, figliuolo di un birraio, divenuto, per gli eventi della rivoluzione dell’89, Maresciallo di Francia, cognato dell’Imperatore Napoleone I, Gran Duca di Berg, e Re di Napoli; quando, rovesciato l’Impero, si trovò a fronte della Santa Alleanza, ebbe, il primo, l'idea dell'unità d’Italia sotto un solo scettro.

Il Re di Napoli — forestiere — sognava il gran risorgimento italiano, e faceva scattare da Napoli la scintilla rivoluzionaria, che dovea distruggere, tra gli altri troni, quello del Regno Sardo! E dire che nel 1860 dovea scattare dal Regno Sardo quella scintilla rivoluzionaria, che propagò l’incendio unitario nelle due Sicilie!!

Quel brulotto o manifesto d’insurrezione partiva da un Ministero napoletano, composto da uomini appartenenti alla classe aristocratica, i quali gridavano: abbasso il Borbone, e viva Murat Re d’Italia! — sicché i discendenti di quei ben arditi patrioti oggi ne sconfessano l’ingegno ed il patriottismo unitario!

Gioacchino Murat dovea veder fallita la sua audace impresa, meno per la prevalenza delle armi austriache, quanto per l’avversione che incontrò nelle popolazioni della media Italia, nei cui territori era entrato.

Oh! quando paragono quei tempi e quel tentativo unitario ai fatti del 1860, il sorriso di Mefistofele mi corre sulle labbra; e penso, che non fu Cavour il quale volle e compiè l’unità italiana; ma che questa fu il fatto della politica di Palmerston, il vero conduttore della setta; imperocché Luigi Bonaparte mirava alla confederazione italiana, sperando di riporre il Murat sul trono delle due Sicilie!

Non parlate dunque di popolo, voi che abusate del suo nome per colorire i vostri disegni rivoluzionari.

Il popolo piemontese sarà sempre fedele alla sua vecchia ed amata Dinastia dei Savoja; e però rispettate lo stesso sentimento negli altri popoli.

Se Gioacchino Murat avesse avuto alle sue spalle la Francia e l’Inghilterra, un Palmerston ed un Bonaparte, in luogo di Castlereagh e di Talleyrand; egli avrebbe compiuta nel 1815 l’epopea dell’unità italiana.

Cavour la potè compiere; ma con Palmerston e con Napoleone III.

Il Regno di Gioacchino ed il delirio dell’unità italiana fu sepolto a Casalanza, dove i generali murattisti Colletta e Carascosa si recarono per conchiudere un armistizio, che non fu accettato; mentre il Commodoro Campbell'con una divisione inglese entrava nel porto di Napoli per imporre alla decaduta Regina Carolina Murat la pronta uscita dal Regno.

Il Principe di Cariati ed il Principe di Zurlo, ancora Ministri, aggiustarono con l’Ammiraglio Exmouth le condizioni della partenza della ex-Regina, che si recò in Austria sotto il pseudonimo, o anagramma di Napoli, di Contessa di Lipona!

Gioacchino Murat, fuggiasco, implorò la protezione dello stesso Luigi XVIII e non ebbe riscontro: chiese un asilo in Inghilterra e quel governo lo respinse: latitante, insidiato sul territorio francese, trovò ascolto in Austria, dove gli si accordò rifugio, permettendogli di recarsi in Boemia o nella Moravia, purché avesse menata vita del tutto privata.

L’illuso rifiutò l’offerta generosa; egli meditò di riconquistare il Regno perduto; ma trovò la morte al Pizzo, ove le popolazioni gli furono avverse, ed ove, dopo un consiglio di guerra, fu fucilato!


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§ IV.
ANCÓRA DI FERDINANDO I FRANCESCO I
Restaurazione di Ferdinando I. — Giusto odio contro la repubblica francese — Il popolo napoletano ed i Borboni —  Dispotismo inglese — Governo riparatore  — Amnistia — L’aristocrazia perdonata  — La Carboneria si rimette al lavoro — Morelli e Silvati — Ministero liberale — Le Vendite —  Rivolta in Sicilia, condotta dagli aristocratici — Naselli — Pepe Florestano — Colletta — Pretensioni di costituente a Napoli.  — Congresso di Laybach — Guerra all'Austria e disfatta dell'armata napoletana — Insurrezione di Sicilia  — Rossarol — Canosa — Amnistia — Morte di Ferdinando I — Brevi cenni su Francesco I.

La restaurazione di Ferdinando 1° fu salutata con vivo affetto dai popoli delle due Sicilie.

Spenta l’orgia iniqua della rivoluzione francese, avviata l’Europa ai patti d’un trattato, che gittava le basi del diritto pubblico internazionale, ritornata la calma e la sicurtà nei popoli, dovea necessariamente il governo essere nazionale e sottrarsi alla pressura straniera.

Siamo giusti, senza allontanarci dalla storia.

Il Regno di Carlo III ed i primi anni del Regno di Ferdinando IV — poi 1° — furono l’epopea del progresso civile e sociale, cui tutta Europa avrebbe potuto ispirarsi.

Ferdinando IV, sulle orme di Carlo III, compiva l’opera della riforma sociale, che si vuole attribuire alla rivoluzione dell’89.

E quando quell’orgia minacciò uno Stato così piccolo, e perciò abbandonato, per la sua debolezza, ai capricci d’un potente protettore, dové sventuratamente subire il predominio e l’ingerenza austro-inglese.

Il vile assassinio consumato dai repubblicani di Francia in persona di Luigi XVI, congiunto di Ferdinando e di Maria Antonietta, sorella di Carolina di Napoli, non potea non esercitare su quei cuori una pressione dolorosa, e diciamolo pure vendicativa contro tutto ciò che era repubblica francese.

Se la rivoluzione repubblicana, importata in Napoli, non si fosse franta sull’intervento inglese, Ferdinando IV e Maria Carolina sarebbero stati tradotti alla ghigliottina.

Se ricordate le inique stragi commesse dalle orde capitanate dal Cardinale Ruffo, ricordate pure, che queste erano un popolo, che si batteva disperatamente contro un invasore straniero; geloso di quella felicità e di quella indipendenza che avea cominciata a godere sotto il governo dei Borboni, dopo secoli di brutale servaggio; memore di essere stato calpestato dal dispotismo dei Baroni, taglieggiato dalla vandalica signoria di tedeschi, di francesi e di Spagnuoli.

Questo popolo fu così grato a Carlo III ed al suo figliuolo della felicità conseguita e della sua rigenerazione, sociale; per quanto che il solo vedersi minacciato da una dominazione francese, lo spinse a funesta sommossa.

Non parlate di ferocia nei momenti in cui il popolo diventa belva: riflettete, che come iene, mai sazie di sangue e di danaro napoletano, si scagliarono sulle nostre terre le schiere dei francesi: non cancellate dalla storia l’ecatombe umana e le torture nefande di Giuseppe Bonaparte; non dimenticate le stragi consumate da Championnet contro un popolo che si difendeva con tutte armi dall’invasione straniera!

Le morti avvenute nel 1799 sono dolorose, terribili, forse inique sino ad un certo punto: ma perché si vuole abbassare la inesorabile ragione di Stato alle simpatie o antipatie personali?

Quelle illustri vittime personificavano la rivoluzione; esse avrebbero mandato al palco di morte il Re e la Regina, come aveano fatto i loro amici di Francia.

Era il loro giuramento, scritto sulla bandiera di color nero che aveano inalberata «guerra e morte ai Re».

D’altronde è storico, che Ferdinando IV e la stessa Maria Carolina furono i primi schiavi della politica inglese; ed è innegabile, che era l’Inghilterra, che comandava nelle due Sicilie, e fu Nelson che impose quelle morti dolorose e nefaste.

Io non intendo giustificare quei tempi; li giudico con quella calma severità, che si può acquistare dalla scuola di nuovi eventi, ai quali noi assistiamo ed a cui prendiamo parte non ultima.

La guerra civile di quei tempi prese il vessillo del 93: chi oserebbe misurare la riazione?

Certo è, che Ferdinando IV, ritornando dopo il 1815, fu longanime coi suoi implacabili nemici politici, né gli stessi settari possono additare processi, persecuzioni e condanne politiche capitali.

Cav. Luigi Medici, ministro delle Finanze, e il Marchese Donato Tommasi ministro della giustizia secondarono le buone disposizioni del Sovrano: le buone leggi furono conservate; mantenuti negli uffici gli impiegati che li occupavano; restituiti ai proprietari emigrati i beni confiscati e venduti, dando ai compratori un giusto compenso; abrogate tutte le leggi, che erano poco in armonia col progresso sociale; altre proclamate per perfezionare le amministrazioni del Regno; la finanza rialzata, il commercio e l’industria riprendevano vita e fortuna.

L’aristocrazia, che, indossando la rossa divisa del ciambellano, fu perdonata dal Re magnanimo; e cavò dalle riposte casse la vecchia divisa gallonata di Corte sul modello spagnuolo!

La Carboneria operava intanto, e l’Italia, più specialmente il napoletano, è stata sempre seguace fedelissima degli agitatori di Francia e d’Inghilterra.

Nel luglio 1820 Morelli e Silvati, sottotenenti, si ribellarono con 127 tra sergenti e soldati, che disertarono dai loro reggimenti stanziati in Nola, raggiungendo altri disertori a Monteforte!

Dimandate a Cialdini, a LaMarmora, ad un Generale italiano, che cosa farebbero di due sottotenenti, o colonnelli che fossero, i quali disertassero trascinando buon nerbo di soldati, per gridare viva la libertà ed abbasso il Re?

Li fucilerebbero, dopo averli battuti; e tutti direbbero, che sia giustizia.

Ebbene, i settari hanno detto, che Morelli e Silvati, giustiziati, furono martiri del tiranno!!!

Questo tiranno, allorquando per questa novella rivoluzione accordò e giurò la Costituzione, calmò forse le patriottiche suscettibilità dei settari?

Furono scelti a ministri gli uomini più cari ai rivoluzionari; cioè il Principe Zurlo, il Conte Ricciardi, il Duca di Campochiaro, il Generale Carascosa, il Cavaliere Macedonio: e Guglielmo Pepe fu messo al comando delle truppe e delle milizie cittadine.

La Carboneria non era soddisfatta! e si riscaldarono le Vendite, dove si decidevano i meriti personali e gli interessi così politici, che amministrativi del Reame.

Era uno stato rivoluzionario nello stato costituzionale!

La Sicilia si ribellò a sua volta, e pretese la Costituzione del 1812: la Nobiltà si pose a capo della ribellione, che scoppiò tremenda; ed il Governatore Generale Naselli potè salvare a stento la vita, fuggendo nudo in una barca.

Al Generale Florestano Pepe fu dato il comando delle truppe per andare a ripristinare il governo in Sicilia, e vi riuscì completamente.

Il Generale Colletta (notate il nome di quest’altro martire moderno) fu mandato per compiere l’opera di persecuzione contro i fratelli carbonari e ribelli; e Colletta non li risparmiò: fucilò, imprigionò, e chiamò alla ragione i ribelli!

E i napolitani del 1860 hanno innalzata una Statua (una brutta statua, come arte, per giunta) a Colletta nella Villa Nazionale!!!

Si riunisce il Parlamento a Napoli, e si affaccia la quistione, se l’Assemblea fosse costituente o costituita, le Vendite mandano i loro affiliati alla Camera; i Deputati si trovano a fronte di uomini risoluti, che gridano «la Costituzione di Spagna o la morte».

La moderazione del Re rendeva più audace la setta, che facea pompa dei pugnali d’un modello particolare ai congiurati: e si parlava d’un 93 napoletano.

La Corte d’Austria di Russia e di Prussia videro la necessità di opporsi a questa sollevazione, che minacciava proporzioni allarmanti per la tranquillità di Europa.

Ferdinando fu chiamato da quei Sovrani ad un congresso a Laybach.

La rivoluzione, che si era imposta al potere in Napoli, rispose, che l’esercito napoletano era pronto a battere gli austriaci, e Ferdinando lasciò fare; ma protestò, che delle conseguenze d’una così arrischiata resistenza egli non avrebbe risposto.

E dicea benissimo; ed infatti, quantunque avesse detto a quei pazzi: —  «figliuoli, fate un pò di senno, lasciate queste utopie, poniamoci da uomini sennati ed onesti a vivere tranquilli ed a rifarci dei passati danni» — i ripetuti pazzi, poi che furono battuti, gli diedero dello spergiuro, del traditore, del tedesco ec. ec.

I generali Guglielmo Pepe e Carascosa ebbero il comando dell’armata, che fece quel glorioso fiasco, sventuratamente a tutti noto; perché nell’armata i Capi delle Vendite comandavano i Generali!

Non si combatté: poiché non appena si videro i tedeschi, fu un fuggire da lepri.

Guglielmo Pepe fu chiamato traditore.... dai fratelli!!!

I fratelli del 1860 lo chiamarono martire del Borbone; gli fecero solenni pompe funebri, ed a Torino gli hanno innalzata una statua! Nel marzo 1821 i tedeschi entrarono in Napoli, e la Costituzione fu sospesa, cioè fu sepolta.

I Carbonari, scacciati e fuggiti dal continente, ripararono a Messina, ove il Generale Rossarol, ribellando le truppe, riaccese la rivoluzione; si tornò al solito vandalismo, alle follie anarchiche: il luogotenente del Re, Principe della Scaletta ebbe appena il tempo di fuggire; Rossarol diventò il Re della Sicilia!

Regno di pochi giorni; perché, dopo quel primo delirio, le popolazioni si ravvidero, e Rossarol abbandonato da tutti, fuggì in Grecia!

Crudele, stolta ed iniqua fu la condotta del Ministro Canosa, imperocché se la pena capitale è inesorabile per i comandanti l’esercito, i quali disertano ed alzano la bandiera delle ribellione contro il proprio sovrano; l’inferocire contro i colpevoli di ribellione, sino alla lussuria, diremmo quasi, del sangue, è onta e vergogna di governo, la quale resta incancellabile nella memoria dei posteri.

Il nome di Canosa suona infamia.

Il Re Ferdinando, come seppe di quel terrore, fece ritorno nel Reame, e nel 31 maggio 1821 emanò decreto di larga amnistia per i reati politici, eccettuando dalla stessa i disertori: il Canosa fu immediatamente discacciato: i Ministri Ruffo e Clary furono dimessi; il governo della cosa pubblica affidato ad uomini savi e probi.

Nella notte del 7 gennaio 1825 Re Ferdinando I morì di apoplessia fulminante.

Francesco I salì al trono. Il reame, sempre nella superficie, vivea vita operosa e tranquilla; e tutto il breve periodo del regno di Francesco I in politica, all’estero fu «senza infamia e senza lode» a dirla col Dante: all’interno, dopo un breve terrorismo nel 1828, passò in una specie di calma soporifera, di un cretinismo speculativo, che se non sfasciava le condizioni generali del reame, non le rendeva certamente migliori.

Francesco I ebbe un imperdonabile torto, che s’imputa ai Sovrani anche più avveduti; e fu quello di lasciar andare le amministrazioni alla ventura, per quella censurabile debolezza d’animo, che assale i Re per le persone che più loro stanno attorno dimesticamente. La rivoluzione cominciava per ciò a manifestarsi con nuovi sintomi di malcontento contro un governo, che giustamente chiamò corrotto.

Ed eccoci entrati nel primo periodo, in cui possiamo chiamarci contemporanei.


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CAPO V

FERDINANDO II.
Ferdinando II e gli storiografi — Parte amministrativa del suo regno — Opere pubbliche — Istituti — Regia dei tabacchi —  Monete — Miniere — Polveriere — Stabilimenti metallurgici — Industrie e manifatture — Arsenali — Marina dello Stato e mercantile  — Finanze —  Legislazione — Armata — Prigioni.
§ 1.

Niun Sovrano di Europa, più di Ferdinando II. ebbe storici, che scrissero di lui sotto il duplice incubo della verità, e della passione politica a niegarla.

La rivoluzione, sempre latente in Europa, si confortò ai primi atti energici del giovane monarca; ma poi l’odiò, lo calunniò spietatamente, quando non potè far di lui il suo condottiero; anzi sentì' il peso del suo pugno di ferro.

La rivoluzione scoppiò sol quando Ferdinando II. scese nella tomba! più arrabbiati scrittori — parlo dei seri tra gli scrittori politici — furono il Gualterio nel suo libro dei Rivolgimenti italiani ed il La Farina, imperocché non penso neppure di dare nome di scrittori politici e di storici a quel brulicame di libellisti settari, speculatori della stampa e rifiuto della società: — eppure il Gualterio ed il La Farina, nemici di quel Re, non han potuto non ammirare le forti doti del suo ingegno e la temuta fermezza del suo carattere.

Il vero elogio di Ferdinando II. fu fatto dal Conte Camillo Benso di Cavour, come di qui a poco diremo; quel medesimo, che nel 1860 dovea capitanare la rivoluzione italiana e detronizzare Francesco II.

Non intendo scrivere la storia del Regno di Ferdinando II. — ma è d’uopo che in brevi tratti riproducessi i benefizi e gli errori di quel governo, e dessi a ciascuno quella parte di lode e di biasimo, che merita.

Ferdinando II. era alto e prestante della persona; nel suo volto, tra il dignitoso e il benevolo, si scorgeva quel raggio magnetico di simpatia, che lo rendeva popolare.

Ho inteso a narrare da un illustre personaggio, tra i più noti della rivoluzione del 1860, che nel 1848 egli ebbe una sola volta un lungo colloquio con Ferdinando II, e giurò di non rivederlo mai più; dichiarando ai suoi amici, o complici in quella rivoluzione, che sentiva di non poter resistere allo sguardo ed al parlare affascinante di quell’uomo, che la setta dipingeva per tiranno, e che, con lui conversando, non era che un Re di giusti e forti propositi, e fermo nelle sue convinzioni politiche.

Salito appena al trono nel 1830, Ferdinando II. partecipò dello sdegno delle popolazioni contro la immorale e colpevole amministrazione dei Ministri di Francesco I.

Il suo carattere spaventò i tristi; ed i cospiratori impallidirono a fronte d’un Re, che, avido d’impero, li costringeva a lodarne gli atti.

Deposti dal loro ufficio il Marchese delle Favare, luogotenente in Sicilia, ed i Ministri Amato, Caropreso e Scaletta, volle Ferdinando II staccarsi dalla tutela dell’Austria.

Comprese, che per farsi amare e rispettare, mantenendo una forma di governo assoluto, contro la corrente dell’opinione pubblica, bisognava popolarizzarsi, e trarre a sé le classi più facili a seduzioni rivoluzionarie con un buon governo; dimostrando di voler restare indipendente in politica, e così gratificarsi moralmente i settari, che odiavano il patronato austriaco sul Reame delle due Sicilie.

Ed infatti Ferdinando II sembrò tanto liberale a Vienna, per quanto che il vecchio Metternich ebbe le più acute insonnie e non si quietò tanto facilmente.

Ferdinando II, per magnanimo esempio, rinunziò a 360, 000 ducati sulla sua lista civile, cedendoli a pro dell’erario pubblico; diminuì le ricche paghe assegnate agli impieghi, cominciando dai Ministri: soppresse le pensioni di favore lasciate dal defunto genitore: restrinse il lusso della Corte: si mostrò severo e terribile con coloro, che facevano mercato della giustizia.

Nel 1830 la spesa annua superava l'introito di un milione di ducati, e bisogna riflettere, che allora si pagava a rate annuali il debito di 2, 115, 000 ducati contratto con gli Stati Uniti.

Ebbene, fu abolito il dazio della rivela sul vino, e fu diminuito di 300 mila ducati la tassa sul macinato.

Le tasse dirette di fondiaria, di registro e Bollo, erano le maggiori e le più tenui.

Le indirette inservivano al benessere delle manifatture e delle industrie, garentite da un sistema protezionista su di che parleremo lungamente nel paragrafo sulle finanze.

Certo è, che il tesoro pubblico, depauperato nel 1830, poco dopo rigurgitava di danaro sonante, e la nostra rendita pubblica, la sola in tutta Europa, saliva al 121!

§ II.
OPERE PUBBLICHE

Il regno mancava di strade, e si diè pronta opera a costruirle su larga scala, chiamando i Comuni e le Province a contribuzione: Ferdinando II, per questa furia di strade regie e consolari, fu chiamato il Re delle strade.

La prima ferrovia, che fu costrutta in Italia, fu quella che da Napoli conduce a Castellammare; e poi fu fatta quella che mena da Napoli a Caserta-Capua.

Il filo elettrico, che ha sostituito il telegrafo ad asta, fu per la prima volta in Italia adottato a Napoli.

Il primo faro lenticulare ed il primo battello a Vapore, in tutta Italia, furono veduti a Napoli.

Il telegrafo sottomarino per la prima volta in Italia fu posto tra Napoli e la Sicilia.

Le opere di bonifiche e di prosciugamento di paludi furono disposte con tanta autorità, per quanto che gli stagni di Salina e di Sanilla presso Taranto e Castelvolturno, e le lagune di Brindisi e le maremme di Policastro furono colmate.

Le pianure di Monticelli furon date a bonifica: ai torrenti dei Camaldoli, di Torana, della Capitanata, del Mesimo, dell’Ofanto e del Volturno furono costrutte dighe che sfidano il tempo.

Il fiume Fario fu trasformato in un canale navigabile, ed i terreni adiacenti dati a coltura: come diventarono coltivabili e fruttifere meglio che 274 mila moggia di territorio re tratto dalle opere eseguite nel bacino inferiore del Volturno.

Fu raddrizzato il corso al fiume Sarno per condurlo a traverso le pianure di Scafati ad oggetto di animare le grandi fabbriche di telerie, che colà sursero immediatamente.

Fu riattivato il gigantesco e storico condotto di Claudio per disseccare il lago Fucino: opera che oggi è stata compiuta mercé lo zelo ed i capitali del Principe di Torlonia.

I ponti sul Garigliano e sul Calore parlano della buona provvidenza amministrativa.

I bellissimi mari dell’Adriatico, del Ionio e del Mediterraneo, che bagnano le nostre fertili contrade, aperte al commercio vastissimo con l’estero, massime con quello d’oriente, videro sorgere i porti di Brindisi, di Messina, di Castellammare, di Gallipoli, di Bari, di Molfetta, d’Ortona, di Mola, d’Ischia ed altri minori.

Commercio napoletano rivaleggiò, sarei per dire, con quello dei più ricchi paesi del mondo: la bandiera napoletana era con gioia salutata nei porti del nuovo mondo.

Non dispiaccia ai nostri lettori il seguirci in questa breve rassegna amministrativa del nostro ex-reame.

Sventuratamente le nostre antiche grandezze sono tante memorie, che valgono a respingere la stolta accusa di barbarie appostaci dagli apostoli d’una redenzione, che ci fa rimpiangere la ricchezza perduta.

§ III.
ISTITUTI

Lo sviluppo della vita morale e scientifica d’un popolo va sempre parallelo allo sviluppo della sua forza politica finanziaria.

Un governo, che cammina con piede sicuro tra tutti i governi, piccolo che fosse a paragone degli altri, acquista tanto più maggior forza e rispetto, quanto più grande si rende nell’estimazione delle relazioni internazionali a riscontro della sua condotta all’interno.

Il caduto governo, si può dire, era ricco di istituti da lui fondati, ed al cui mantenimento concorreva la generosa pietà di coloro, che ne accrescevano le dotazioni con forti legati.

Il governo non osava metter la mano in quelle amministrazioni tutte particolari, riserbandosene l’alta sorveglianza: sicché il crescere del patrimonio di ciascuna di quelle istituzioni era devoluto unicamente all’immegliamento, che si verificava col progressivo aumentare delle rendite.

Ed è notevole, che noi possiamo contare una quantità di queste istituzioni destinate alla cura delle classi povere e bisognose, fondate dal senno di Carlo III, che nei suoi successori ebbe imitatori costanti.

Noi avevamo; il Collegio militare dell’Annunziatella.

Il Collegio Militare di Maddaloni.

La scuola degli allievi militari a Gaeta.

Il vasto ospedale militare di Caserta.

E nelle dette scuole e nei Collegi militari contavamo maestri rinomatissimi, donde uscirono uffiziali, che, massime nell’artiglieria, acquistarono grido e stima tale, che nella nuova armata italiana sono stati con premura ricercati, per l’artiglieria, e per le operazioni da campo, gli uffiziali di Artiglieria e del Genio dell’antica armata napoletana.

L’Istituto tipografico militare di Napoli avea raggiunto tal grado di perfezione da rivaleggiare con quelli stessi di Francia, donde ne vennero i più dovuti elogi.

In tutte le Province erano inaugurati istituti, collegi e seminari d’insegnamento letterario, scientifico, cui facean corteo quelli delle arti belle: e la Dio mercé prima del 1860 dall’Italia meridionale sursero forti ed eletti ingegni, che già ammessi in tutte le Accademie estere, furono splendidamente ricevuti nella troppo famosa Adunanza o Congresso degli Scienziati tenuta a Napoli.

La storia della letteratura e delle scienze napoletana è una delle più illustri; e non vogliamo con la testimonianza di mille nomi costituire la verità d’un fatto, che non ha riscontro e rivalità in tutta Italia, meno che in Toscana.

I napoletani, che dopo i fatti del 1848, prigionieri ed esuli, vedemmo saliti in tanta rinomanza per la eccellenza delle loro cognizioni politico-letterarie, non ebbero forse nelle scuole della loro patria quell’insegnamento, che dovea renderli altrove così illustri?

Ovvero essi, credendo. di educare fuori del suolo patrio il loro ingegno, ottennero il tristo resultato di pervertirlo per pesare sulla sventurata Italia con quel fatalismo, che oggi strappa dall’anima contristata di 26 milioni d’italiani un grido di dolore; e ci rende spettacolo miserrimo di sfacelo governativo agli occhi di quello straniero, che sarebbe superbo di possedere i campi fertili e prodigiosi delle Puglie, di Terra di Lavoro e dell’ardente Sicilia!

Terribile gratitudine alla terra che ad essi fu culla, madre e maestra!

Il Collegio medico-cerusico di Napoli ebbe e vanta grandi illustrazioni, in parte ancora viventi: ed i nostri giovani concittadini, istruiti a quelle severe cattedre, nella Regia Università degli Studi, appresero al letto dell’infermo, sotto la guida di rinomati maestri, l'applicazione pratica delle studiate teorie: e nel celebre Ospedale degl’incurabili, e nel Pio Ospedale dei Pellegrini esercitarono la mano addestrata nel teatro anatomico... — e quando per estendere la cerchia delle loro cognizioni viaggiarono all’estero, visitando Università, Cattedre ed Ospedali, andarono superbi della loro scuola napoletana, e reduci meritarono quella rinomanza, che ora raccolgono dalle loro scientifiche lucubrazioni.

Dopo quello di Francia, il primo insegnamento medico-cerusico è quello di Napoli: e su di ciò non avemmo mai rivali in Italia.

Né la scuola medico-cerusica napoletana è nata nel 1860: né essa prima del 1860 ebbe la culla a Torino o a Firenze.

L’unica e sola sua culla e sua splendida cattedra, fu Napoli, e la è tuttora.


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Collegio musicale

Primo, ed una volta unico, non in tutta Italia, ma in tutta Europa, nel mondo, fu il Collegio musicale di Napoli che sin dal 1500 avea sette Collegi musicali.

A questo suolo incantato, a questo cielo dolce e voluttuoso, profumato dai fiori d’una eterna primavera, Dio ha conceduto la scintilla del. genio musicale, che non risplende nella storia artistica delle altre nazioni.

All’armonia della natura risponde magneticamente l’armonia del cuore e della mente.

Il napoletano, il siciliano nasce poeta: egli involontariamente improvvisa il suono; modula armonie nuove, magnetiche, attraenti, che restano nell’anima, che ti susurrano nell’orecchio, che ti tornano spontanee sulle labbra — Madama di Stàel ha scritto, che i popoli meridionali d’Italia hanno la potenza dell’improvviso e del canto.

Gli stessi che diventarono grandi Maestri nell’arte musicale, non nati a Napoli, vennero tra noi, nel Collegio di S. Pietro a Maiella, ad apprendere i misteri dell’arte, e ad ispirare la loro anima eletta nelle aure divine di Mergellina.

Il più antico, più splendido, più artistico teatro di Europa, quello di S. Carlo, opera imperitura del genio di Carlo III, raccolse sulle sue scene gl’immortali autori delle opere musicali, che sono illustrazione solenne della Scuola e del teatro di Napoli.

Chi ci negherà questo vanto tutto cittadino, questa gloria, che tutto al più, dal 1860 può esserci dimandata come gloria italiana, se fu sempre napoletana?

Chi ci negherà, lo ripetiamo, che Napoli primeggiasse in quest’arte, che è prova del progresso civile, scientifico ed artistico d’un popolo, e primeggiasse innanzi la rivoluzione del 1860?

Né si potrà negare, che quel governo soccorresse splendidamente non solo all’immegliamento della scuola artistica musicale, proteggendo e maestri ed allievi; ma anche l’arte stessa, dotando il Real teatro di S. Carlo d’una cospicua somma per far fronte alle grandi esigenze dell’Impresa.

Ebbene: dimandate che cosa sia divenuto oggi il Collegio musicale di S. Pietro a Maiella: ditemi, se puro ne avete il coraggio, ch'esso abbia, progredito non già, ma conservato il suo antico splendore; ditemi — ove sta la scintilla di quel genio, che ha brillato sempre; ditemi quali sono i nuovi maestri, le nuove musiche; ditemi che cosa faccia il governo per non veder spenta questa gloria napoletana, oggi nazionale!

Gl’istituti d’arte e mestieri — Erano un’altra non trascurata istituzione del caduto reame.

Nell’Esposizione delle arti fatta in Napoli noi abbiamo ammirato lavori d’una squisitezza e d’una perfezione immensa in ogni genere d’arti e di mestieri; e tali da reggere al paragone dei lavori esteri, in legno, in creta, in marmo, in acciaio, in tessuti; anche sotto l’aspetto d’invenzione.

La scuola di pittura e di scultura napoletana, fatta sorella di quella di Roma, ha vinta ogni altra scuola in  Italia, ed ha superata quella di Francia dal lato specialmente dell’invenzione.

Le Sale del Museo napoletano, e quelle del Palazzo Reale di Napoli, non che dei siti Reali di Caserta e di Capodimonte, erano adorne di quadri storici, tutti della nuova scuola napoletana: piauditi e premiati nelle apposite esposizioni artistiche.

La vivacità, la verità, la freschezza delle tinte; il risalto delle figure, lo slancio di quell’inventiva, che rivela il genio dell’artista, hanno innalzata la scuola napoletana in fato di pittura al grado di prima scuola europea.

E quel governo, che avea quasi gelosa cura di quest’arte, sorella della musica e della poesia, tenea un fondo speciale per lo mantenimento degli alunni premiati, che si recavano a Roma a completare i loro studi sopra i capolavori dell’arte, i quali nella Città Eterna sono monumento dell’imperituro protettorato, che la Chiesa ha elargito ai grandi figli d’Italia, che si chiamarono Michelangelo, Raffaello, Spagnoletto, Tiziano, Salvator Rosa ed a tanti illustri artisti.

I nostri giovani pittori, che nelle patrie memorie dello Spagnoletto e di Luca Giordano apprendono quella forza viva dell’arte, sentono la scintilla elettrica del genio scuotere le loro fibre innanzi alla grandezza artistica, che in Roma proclamò il secolo di Leone X.

E caldo ancora il cadavere del nostro giovane Celentano grande artista a 24 anni!

E quel che diciamo della pittura, diciamo della scultura.

Basta l’entrare nella nostra Chiesa di S. Francesco di Paola per fissare lo sguardo compiaciuto su quelle grandi tele dei nostri artisti napoletani dopo aver ammirato il quadro del Camuccini a ridosso dell’Altare maggiore..

Basta volgere lo sguardo alle grandi statue, che adornano quel vasto e grandioso tempio, per leggere su di esse un riflesso del Mosè del Michelangiolo,

Tra i tanti specchiati scultori moderni napolitani il nome di Tito Angelini si può pronunziare dopo quello del Canova.

Or bene: quest’altra gloria napoletana venne a noi da Torino o da Firenze? 0 non nacquero questi ingegni, non furono forse educati, non furono protetti, non furono onorati in Napoli?

Adunque l'ex-Reame delle due Sicilie può benissimo aprire il libro della sua storia civile, e nei suoi figli e nelle loro opere ha diritto di constatare la verità, la grandezza del suo progresso sociale ed artistico.

Oltre dei tanti Collegi, seminari ed istituti d insegna, mento, aperti per ordine del governo in tutte le Città del Reame, si ebbero le scuole gratuite municipali elementari per le classi del popolo  — Ma se non si può dubitare del buon frutto che davano i Collegi ed i Seminari nei buoni studi, non posso dire altrettanto delle scuole popolari, ove i maestri stipendiati dal municipio si davano poca, anzi nessuna cura del loro dovere.

Donde è avvenuto, che nelle classi operaie specialmente l’ignoranza era quasi assoluta.

E se la rivoluzione ha accusato il caduto governo di volere per principio l’ignoranza nel popolo, noi le diremo, che da questa ignoranza essa ha ricavato il più gran frutto che poteva — Imperocché, se le masse fossero state educate a valutare più rettamente le cose, non avrebbero prestato orecchio a suggestioni, che suscitavano il malcontento d’insidia con la sola prospettiva d’un giorno, nel quale il sale si sarebbe avuto gratis, il pane bianco si sarebbe pagato a cinque grana il rotolo, si sarebbe data casa franca per un anno al popolo, e per gli operai si sarebbero costrutte abitazioni del pari gratuite, ed il popolo palpitava di gioia al pensiero di camminare tra i campi napoletani, come ai tempi di Calandrino, ammirando le viti, grommate d’uva, ligate con le salcicce!

A cura del governo furono creati i Collegi veterinario ed agricolo in Napoli, ai quali si collegavano altri Istituti d’arti e di mestieri.

Così erano fondati, mantenuti ed incoraggiati a simiglianza del nostro splendido Orto Botanico, i giardini agrarii di Caserta, di Salerno, di Giovinazzo, e di Melfi.

Io ho girato lo Stabilimento di Giovinazzo, in Provincia di Terra di Bari, e posso dire di essere rimasto, più che ammirato, sorpreso dal metodo direttivo d’insegnamento in tutte le arti e mestieri: sicché i prodotti relativi di quello Stabilimento sono perfettissimi — Ed ivi la scienza agraria era del pari perfettamente appresa, e l’arte musicale era nel suo migliore incremento.

E sappiamo tutti, che le bande militari di Napoli sono d’una perfezione tale da avere in ogni individuo quasi un maestro nella musica.

Nell’Orfanotrofio della Madonna dell’Arco l'insegnamento musicale era quasi d’istituzione primaria.

Chi non conosce poi il vasto fabbricato costruito per decreto di Carlo III a Napoli detto l’Albergo dei Poveri?

Questo Stabilimento, riccamente dotato, (poco bene amministrato allora, e poi dilapidato orribilmente) era quasi l’emporio dello insegnamento delle arti e dei mestieri pel povero popolano e per l’orfano che la carità ed il senno del governo raccoglieva sotto il suo protettorato, per dargli un avvenire, avviandolo al lavoro!

Vogliamo sperare, che nissuno ci potrà negare l’eccellenza dei lavori, che si eseguivano in quello Stabilimento, anche nel ramo di tessuti in filo, in lana ed in cotone.

Né questo Stabilimento Ospizio era il solo che ricordiamo a Napoli e nel Reame.

Noi avevamo gli Ospizii per le Orfane su tutti i punti del Regno; e formavano una parte tutta speciale d’amministrazione.

A Napoli si istituirono — l'Ospizio di Santa Maria della Vita: — il Conservatorio delle figlie dei Notai; quello di S. Maria del Rifugio: — quello di Maria Regina: quello di San Gennaro dei Poveri: — quello del Carminello: — quello di S. Eligio, e di S. Francesco di Sales, che è di una bellezza incredibile e tenuto allora dalle Suore della Carità.

L’Ospizio dell’Annunziata, vasto fabbricato anche esso, restaurato dopo il 1830, e messo sotto una Direzione di distinti personaggi, dotato di forti rendite, era destinato a raccogliere, alimentare ed educare i trovatelli di entrambi i sessi sino ad una certa età.

Costa a noi, che non amiamo i romanzi alla Victor Hugo, buoni per i ciarlatani della politica, che l’allevamento e l’educazione di quelle sventurate creature erano a così buon punto nella pubblica estimazione; per quanto che ogni anno, nella festa dell’Annunziata, si recavano a quello Stabilimento giovani ed onesti operai per sceglierò una sposa tra quelle derelitte giovanette: e talvolta Dio ha permesso, che qualcuna di esse fosse destinata a non sperato matrimonio.

Da quelle orfane si ricevevano buone ed istruite donne per servizio domestico: e tutte non raggiungevano il ventesimo anno, ed erano collocate nel mondo, ove il delitto o la miseria aveale abbandonate.

Notiamo il Conservatorio di Santa Maria Maddalena aperto alle Pentite, nel ritiro e nella preghiera scontavano gli anni d’una vita di vizio e di crapula.

Se si volessero riscontrare i conti della Casa Reale di quel tempo, si troverebbero (oltre alle continue largizioni, soccorsi, elemosine e pensioni particolari) cospicue somme annualmente destinate al mantenimento di quasi tutti i su indicati luoghi di Carità.

Simiglianti istituzioni avevamo in altre parti del Reame: — come l’Ospedale di Santa Maria di Loreto, e quelli di Campobasso, d’Isernia, d’Andria, di Foggia, di Matera, di Larino, di Teramo, di Penne, di Palme, di Gerace, di Lanciano, di Vasto, di Maddaloni, di Melfi, di Catanzaro, di Cotrone, di Mileto ec.

Tra le migliori, umanitarie e dotte istituzioni del napoletano, stava già lo Stabilimento Morotrofio di Aversa e noi che, or sono sedici anni, lo visitammo con ogni attenzione, restammo ammirati della perfetta tenuta dello stesso, tanto sotto l’aspetto igienico, quanto dal lato medico e dell’insegnamento.

Da ultimo costa dà documenti, che dovrebbero trovarsi nei vecchi archivi dell’ex-Ministero dell’Istruzione pubblica; che il governo teneva a sue spese oltre un centinaio di studenti, privi di mezzi di fortuna, che dalle Province si recavano in Napoli per istruirsi nelle scienze — E quasi sempre si è verificato, che da questa classe di studenti, così beneficati, uscissero valenti e dotti professori, che tornando nella loro patria hanno propugnato non solo i buoni studi, ma hanno reso servigi utilissimi alla società coi loro mezzi scientifici.

Insomma dal lato delle istruzioni scientifico-artistiche-umanitarie l’ex-Reame delle due Sicilie avea eziandio il diritto di vantarsi in pieno progresso; e se ebbe rivali la Toscana ed il Lombardo, non temeva neppure il paragone nel Piemonte.

Questo giusto sentimento di orgoglio patrio risponde a quell’accusa di barbarie, cui abbiamo dovuto soggiacere per effetto d’una rigenerazione, il cui principale compito è stato non già quello di distruggere il brutto per sostituirvi il buono; ma quello assurdo di distruggere il buono per darci un novello brutto, che naturalmente ha generato il pessimo.

La patria di Filangieri, di Giambattista Vico, di Mario Pagano, di Giannone, di Medici, di Flauti, di Galluppi, di Palmieri, di Cassola, di Fazzini, di Poerio (padre dell’ultimo microscopico Poerio, negazione del padre), di Starace, di Carrillo, di Magliano e di cento altre glorie scientifiche, venerate ed accolte in tutta Europa; è questa nostra diletta patria, che figge lo sguardo severissimo in volto dei pigmei moderni!

§ IV.

I tabacchi del napoletano, dati a Regia, erano di una qualità così perfetta, che continue n’erano le ricerche dall’estero, ove il tabacco da fumo è leggiero, quantunque più aromatico per la diversa natura della foglia.

Il nostro sigaro di un grano e di due grana era preferito a qualunque altro, che si spacciava in un magazzino di privativa della Casa Torlonia.

Per il prezzo e per la qualità, il tabacco napoletano da fumo era stimatissimo in commercio: oggi abbiamo il sigaro napoletano di cinque centesimi, e di sette centesimi, impossibile agli stomachi più abituati a fumar cavoli.

La stampa oggi tante volte è giunta fino allo scandalo, denunciando gli stinchi imbottiti di stracci, che siamo condannati ad accendere per sigari.

Per il tabacco da naso, a prescindere dal prezzo, si può dire del tutto finita la fabbricazione di quell’ottimo tabacco detto leccese, che facea concorrenza allo stesso Siviglia.

La piantagione del tabacco era allora proibita, e se davasi una concessione dal governo a qualche privato, questa era limitatissima e tassativa sino al numero delle piante, in modo da ammettere l’uso proprio, ma non il commercio.

Ora la stessa restrizione non è ammessa.

Certo è, che con tutto l’aumento nel prezzo dei tabacchi, aumento considerevole, lo spaccio rende al governo un terzo di meno di ciò che rendeva prima.

E ciò dipende, tra l’altro, dalla cattiva qualità dei tabacchi, lo che costringe ad una minore consumazione; ed all’importazione dei sigari dell’alta Italia, tra cui quel veleno di sigaro, che sogliono chiamare Cavour, annesto da un acido pernicioso immensamente alla salute.

Passiamo all’Amministrazione della così detta Zecca, o coniazione delle Monete.

L’antica organizzazione di questa amministrazione a Napoli, secondo le stesse confessioni del Deputato Avitabile, era un monumento di saggezza economica, ed io aggiungerò, di onestà.

Prendendo l’ultimo decennio, dal 1850 al 1858, si sono coniate, nella nostra Zecca, vasto e ben tenuto Stabilimento, meglio che 260 milioni di lire.

All’economia della spesa facea riscontro la buona qualità del metallo, in rame, in argento e in oro, essendo la loro lega di un valore corrispondente alla moneta.

Diremo a suo luogo, come a danno immenso della pubblica finanza, scomparsa la moneta napoletana, siasi sostituita la novella di lega tanto inferiore, per quanto che se ne mossero querele positive in Parlamento.

La nostra moneta di rame, incettata con ogni cura e per una concessione speciale del governo, ha fruttato al concessionario il doppio del valore rappresentato dalla moneta in bronzo posteriormente emessa: su di che io ho più volte con appositi articoli richiamato (quantunque inutilmente) l’attenzione del governo. Se ne eccettui la moneta presente del cinque franchi, quella di spezzati in argento è d’una lega orribile, che non dista molto dallo zinco, mettendola a confronto del nostro carlino, del tari e della mezza piastra.

Le nostre monete d’oro, scomparse come per incanto, erano le preferibili dopo quelle inglesi e francesi del tempo della Restaurazione; mentre i 20 franchi oggi usciti dalle Zecche di Francia e d’Italia sono d’un rosso spaventevole, e si prestano, al pari degli spezzati di argento, più facilmente alla mano scellerata del falsario.

Dall’estero affluivano in Napoli i metalli preziosi a prezzi favorevolissimi già stipulati, ed il numerario era tra noi in quantità maggiore di ciascun’altra parte della Penisola.

Nel 1860, il tesoro napoletano, e le Casse delle pubbliche amministrazioni, non che quelle della Zecca, erano colme di contante, che immediatamente cominciò a  fare le sue diverse peregrinazioni, fino a quando le casse mostrarono netto il fondo, per non riempirlo mai più.

Mi ricordo di una risposta arguta, che fece nel 1860 il giro di Napoli, data da Scialoja, allora Ministro sotto la Dittatura Garibaldi, ad un tale, che avendo ricevuto un milione in contanti sulla richiesta di Bertani, segretario di Garibaldi, insisteva per una seconda immediata richiesta. Scialoja gli rispose — che pareva volesse da Bertani farsi l’unità d’Italia con far sparire i milioni.

Felici quei giorni, in cui la nostra Napoli fu, meglio che annessa, patriotticamente nettata da quel rappresentante della sua miseria, che era il danaro; ed al quale dovea sostituirsi il rappresentante della presente sua ricchezza, che è la carta moneta!

A questo proposito non è superfluo lo accennare agli Stabilimenti creati dal passato governo per fabbricazioni in metallo nello scopo di non ricorrere alle fabbriche estere.

Noi avevamo le miniere di ferro di Picinisco, di. San Donato e di Campoli; — le miniere di carbon fossile nell’Amiternino, quantunque poco studiate allora, erano state scoperte: — le Zolfatare, più che di Pozzuoli, di mezza Sicilia, erano, come sono, un tesoro invidiato nel commercio estero.

Rinomate sono le nostre fornaci di Mongiana: la fabbrica d’armi di Torre Annunziata, le cui canne di fucili raggiunsero la perfezione di quelle inglesi: la fabbrica di capsule di Capua e di Castelnuovo: — lo Stabilimento meccanico e di fonderia di cannoni nello stesso Castelnuovo, tanto ammirato e commentato all’estero; massime quando il metodo di rigare i cannoni, allora segreto, fu trovato dalla nostra artiglieria.

La polveriera di Scafati giunse a fabbricare la polvere della finezza e della forza uguale a quella detta scaglia inglese.

Su tutte queste fabbriche stava quella splendidissima di Pietrarsa, per la quale Ferdinando II non tralasciò cura e spesa qualsiasi, per portarla, come avvenne, ad un grado così eminente da rivaleggiare con i più rinomati stabilimenti, che in quel genere sono posseduti dai principali Stati d’Europa.

A Pietrarsa avea luogo, essenzialmente, la costruzione delle macchine a vapore: le quali, riuscivano di così perfetta precisione, che non erano più commesse all’estero: e da tutte le parti del reame, e per gl’immensi loro usi, le dette macchine erano eseguite nello Stabilimento di Pietrarsa.

Quel governo spese milioni a fondare ed a portare a tanto lustro la nostra Pietrarsa: ma non appena scoppiò la rivoluzione, il nuovo governo si disfece di questo splendido Stabilimento, che vendé ad un privato! Pane e lavoro! — Ebbene quel governo provvedeva di pane e di lavoro il nostro operaio; e le tante opere di fabbriche, e di costruzioni ne sono una testimonianza irrecusabile. Giammai allora fu veduto o uno sciopero d’operai, o l’operaio senza lavoro: e se vogliamo a questi provvedimenti aggiungere i vantaggi, che ne ritraeva il commercio per suo conto, e l’azienda dello Stato dall’altra, non si potrà negare il più leale tributo di giustizia all’indirizzo progressista del governo, che diventò ad un tratto per l’opinione rivoluzionaria la negazione di Dio.

Non intendiamo fare appello per questo a testimonianze sospette: ne valga quella dello stesso Conte di Cavour, che nel 1846 scriveva del nostro reame le seguenti parole, che noi ricopiamo dalle Revue Nouvelle con un sentimento di orgoglio cittadino.

 Grazie al cielo, eccoci nel Reame di Napoli, ove si posseggono le strade ferrate già compiute; mentre che in Piemonte non sono neppur cominciate; ed altre sono in costruzione, moltissime già progettate, saggiamente studiate e prossime ad essere eseguite. Napoli «è il primo Stato d’Italia che abbia inaugurato le strade di ferro — Da molti anni le locomotive circolano da Napoli a Castellammare e da Napoli a Capua. Questo governo ha dei grandi progetti... — Le agitazioni rivoluzionarie hanno conseguenze funeste; perché i governi, attaccati con la calunnia, debbono pensare a difendersi; ed i grandi lavori pubblici non potranno eseguirsi in Italia, sino a quando i veri amici della loro patria non saranno aggruppati intorno ai troni, che hanno profonde radici nel suolo italiano.»


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§ V.
INDUSTRIE E MANIFATTURE

Nel difficile compito, che mi propongo, mi allieta quel santo amor di patria, che solleva lo spirito, rimembrando storicamente il progresso delle arti e dei mestieri presso di noi: nel che si compendia eziandio il gran principio di pane e lavoro per l’operaio.

Enumeriamo le nostre manifatture.

Seterie di S. Leucio — Ferdinando II. deliberò di portare il suo Reame, in fatto di manifatture di ogni genere, a tale punto di perfezionamento, da rendere quasi inutili le importazioni delle manifatture dall’estero — Nel quale intento, oltre allo scopo di procurare lavoro e pane all’operaio, e di porre il reame al livello delle altre nazioni industriali, si comprendeva l’altro di saggia economia politica, cioè di affrancare lo Stato dal dazio sulle industrie straniere.

Allorquando tratterò della ricchezza del nostro commercio, ne darò la dimostrazione pratica e matematica, perché mi sarà facile provare, come il bilancio sull’importazione fosse molto al di sotto di quello sull’esportazione.

In altri termini, allora non solo noi accoglievamo minor quantità di manifatture estere, ma esportavamo all'estero una quantità maggiore di generi nostri.

Oggi avviene perfettamente l’opposto.

È positivo, ohe nei nostri Stabilimenti industriali, per cura di quel governo, si fecero venire dalla Francia molti capi e maestri d’arte, specialmente per lo Stabilimento di Pietrarsa.

L’industria e la manifattura della seta prese fra noi uno sviluppo quasi colossale a fianco di quella, non meno importante, del cotone e dei lanifici.

Quando nel 1836 Ferdinando II fece un viaggio a Firenze, città unica per longevità e ricchezza dell’industria e lavorazione della seta, donde cominciò la fortuna e la grandezze dei Medici, studiò gli opifici manifatturieri di sete, e ne profittò per migliorare le fabbriche già rinomate di S. Leucio; ove erano stati chiamati molti operai da Lione e da Saint-Etienne.

S. Leucio era una colonia industriale fondata da Re Ferdinando IV sullo scorcio dell’ultimo secolo, in vicinanza del Palazzo di Caserta.

Quel Re scrisse e sanzionò per la detta colonia uno Statuto quasi repubblicano, e che a molti è sembrato una attuazione della vita comune, un embrione di comunismo, secondo le idee dei pubblicisti delle utopie.

In fatti poi ciascun cittadino di quella colonia, governato per privilegio da quello Statuto, era obbligato a lavorare in quelle stupende fabbriche manifatturiere di seta e di velluti.

Una parte del prezzo del lavoro era prelevato a prò degli operai vecchi ed infermi; un’altra parte serviva per l’istruzione e per altri bisogni del popolo.

Che cosa oggi è divenuta la bella, simpatica e quasi repubblicana Colonia di S. Leucio, dalle cui fabbriche abbiamo veduto uscire drappi e velluti di così preciso e vario lavoro, da poter vantare l’esportazione degli stessi non solo in varie piazze di Europa, ma benanche in America? L’industria della seta era propagata su larga scala nelle Calabrie, ove era un ramo rilevante di commercio, da rivaleggiare l’industria simile spiegata nella provincia di Napoli e di Terra di Lavoro.

Del pari la produzione della seta fu coltivata in Sicilia, e le bellissime seterie di Catania hanno il pregio d’una quasi rivalità con il così detto ormesino di Francia.

Insomma questo cespite così vasto e ricco d’industria, di fabbricazione e di commercio, mercé cui era alimentato un numero immenso di operai, fu dovuto all’iniziativa di Re Ferdinando IV, proseguito ed esteso con la più nobile protezione da Re Ferdinando II, e dalla sua augusta e santa consorte Maria Cristina.

Lanificii — Passiamo ai lanifici, i quali arricchivano le grandi industrie degli Abruzzi e della Capitanata: province ove la pastorizia è specialmente coltivata.

Le fabbriche dei panni di lana fra noi si moltiplicavano ogni giorno più, a misura che il lavoro diventava più perfetto, ed il genere era più ricercato.

Molte n’erano fondate a Salerno, a Sora, in vari punti degli Abruzzi, e ad Isola.

Le fabbriche di panni di Sava, di Polsinelli, di Vincenzo Manna, messi all’Esposizione industriale di Napoli, non lasciavano, diremmo quasi, invidiare i panni di Francia, ed emulavano quelli inglesi.

Mettiamo da banda la tesi fuori discussione della ricchezza relativa, che ne traeva l’operaio: e riflettiamo ai vantaggi del paese.

L’annua produzione di quei panni bastava non solamente al consumo interno del regno; ma si era già in via d’una felice esportazione all’estero, ove il genere nostro era ricercato per la sua buona qualità e pel suo prezzo più mite.

Se le nostre fabbriche non aveano raggiunta tutta la perfezione delle fabbriche estere, non ne era lontano il momento: perché da onesti negozianti ci è stato assicurato, che spesso si scambiavano i nostri tricot con quelli esteri.

In maniera che, e per la loro bontà e pel miglior prezzo, noi avevamo cominciato ad adottare i panni indigeni, il cui smaltimento aumentava ogni anno; ed in conseguenza l’importazione di questo genere dall’estero diminuiva.

Considerate ora a questo fatto, e comprenderete il perché della nostra prosperità industriale e commerciale: il perché nelle nostre piazze il contante era così in copia, per quanto che è accaduto spesso nelle città di Provincia, (prima della Istituzione dei Banchi provinciali) che si pagava un agio per cambiare in polizze il contante!!!

Forse questo sembrerà favola, ma è vero, è verissimo.

Volendo porre fuori discussione gl’interessi politici e personali, e giudicare della prosperità pubblica universale dai fatti, non sarebbe che stolto e peggio, chi negasse la ricchezza dell’Italia meridionale a quei tempi.

Io scrivo sotto la censura dei contemporanei, che possono dare una smentita, o possono rettificare quello che narro: ma non pare che esagerassi di una linea quello che consacro in queste Memorie.

Noi abbiamo veduto i nostri industrianti con lodevole zelo non badare a spesa per migliorare le loro fabbriche di manifattura: si commettevano all’estero macchine nuove, e di recente invenzione: s’inviavano in Francia, in Inghilterra, nel Belgio persone intelligentissime nell’arte, per studiare gli ultimi metodi di fabbricazione è di colorazione dei panni.

Non passava anno, che non segnasse già un progresso in quest’arte.

Un immenso vantaggio ne ricavava il pubblico tesoro, perché il governo forniva l’armata con i panni delle nostre fabbriche!

E notate (bisogna dirlo con orgoglio), che per lo numero delle fabbriche e per l’importanza del lavoro, già immensamente aumentato, cominciavano a mancare gli operai!

Che cosa pensò Ferdinando II?

Distribuì per le fabbriche un numero di condannati a prigionia, e ad essi diede lavoro! — Così mentre tanti infelici si moralizzavano con la fatica ed apprendevano  un’arte, che avrebbe dato loro il pane nel ritornare alla libertà, il governo veniva a risparmiare sulle spese del loro mantenimento.

Quello che abbiamo detto dei lanifici, diciamo delle fabbriche di tessuti e cotoni.

Oggi ne tocca rimpiangere le fatali conseguenze della rovina di queste industrie manifatturiere, che si distinguevano specialmente nei dintorni di Salerno, nelle filande di Sarno, nei tessuti di Scafati ed in tutti i simili opifici eretti nelle vicinanze di Napoli!

L’industria del cotone e del lino era grandissima e d’una ricchezza notevole nella Provincia di Terra di Bari, ove la piantagione era già giunta a tal grado di perfezionamento, per quanto che quei cotoni erano e sono tuttavia di qualità ricercata, e non fanno desiderare quelli esteri.

Nella città di Bari si costituirono diverse Case straniere, appunto per la fabbricazione dei tessuti in cotone ed in lino: e quelle fabbriche si sono accreditate immensamente nel commercio.

Le cartiere napoletane, oggi discreditate ed avvilite, si poteano collocare tra le prime e tra le più ricche nel commercio europeo.

I prodotti delle nostre cartiere erano ricercati con premura all’estero; i nomi di Lefèbre, di Sorvillo e del Fibreno erano ripetuti con ossequio in questo immenso ramo d’industria e di commercio.

In Inghilterra, soltanto il giornale il Times commetteva alle nostre fabbriche meglio che duecentomila risme per anno!

Erano addette a quelle cartiere più migliaia di operai: tra cui moltissime donne e ragazzi.

Il governo di allora, che non toglieva la sua benefica influenza, tanto per la prosperità delle industrie nazionali, quanto per l’educazione di quelle masse di operai, dispose che ai medesimi si fosse insegnato a leggere e scrivere.

I proprietari di quei ricchi opifici, per indirette premure governative, stabilivano maritaggi e dotazioni per quelle giovinette, che erano più zelanti nel lavoro, e più oneste nella condotta.

Il commercio degli stracci, come materia prima delle cartiere, era tutto interno e profittevole all’industria.

Le fabbriche di cuoi, le sole che si mantengano tuttavia in vigore, furono con pari zelo promosse dal governo.

Dopo le tante che si ammirano alle porte di Napoli, prima di giungere a S. Giovanni a Teduccio, annoveriamo quelle di Castellammare, ove si fabbricano le pelli così dette lucide e verniciate, non che quelle per ligatoria di libri; le quali raggiunsero una così grande perfezione, da diminuire fortemente l’importazione del detto genere dall’estero.

§ VI.
ARSENALI

Quello di Napoli e quello di Castellammare erano i primi in tutta Italia. Forniti a dovizia di vaste località, di depositi imponentissimi di legnami d’ogni specie, di cordami e di macchine, aveano raggiunto quell’apice di perfezione e di proporzioni che parevano superiori ai bisogni d’un piccolo reame.

Gli operai addetti agli arsenali, in numero considerevole, erano così istruiti nell’arte delle costruzioni di navi, che spesso gli esteri, i quali vennero a visitare i nostri cantieri, rimasero meravigliati, più che soddisfatti.

L’arte di quella costruzione non era semplicemente materiale, ma scientifica; ed a questo scopo si prescriveva dal governo l’insegnamento degli allievi, i quali annualmente davano i loro esami con risultati favorevolissimi.

Ed ecco perché noi vedevamo nei Cantieri di Castellammare e di Napoli sorgere solidi ed irreprensibili legni da guerra..

Spesso accadeva, che giungessero nel nostro porto legni esteri, i quali aveano bisogno di urgenti e pronte riparazioni; e nei nostri cantieri trovavano quanto era più necessario per le stesse.

Anzi qui ricordiamo con piacere, che spesse volte i governi esteri hanno premiato i nostri artefici, incoraggiandoli a più perfezionarsi nell’arte.

È inutile il dire, che le Direzioni degli arsenali napoletani erano ben lontane dal rassomigliare a quelle, che oggi fanno costare allo Stato per la Marina molti e molti milioni, sulla cui spesa si è dovuto giungere sino alla severità di varie inchieste governative, che suppongono una amministrazione o colpevole o trascurata.

Aggiungi, che dai nostri cantieri uscivano i costruttori dei legni della marineria mercantile; di così buona rinomanza, che i nostri negozianti non aveano bisogno di ricorrere ai cantieri esteri per i loro legni da commercio.

Che cosa rimane dei nostri arsenali e dei nostri cantieri?

Quel poco, che oggi ci hanno lasciato, l’avremmo anche perduto, se non avessimo, sarei per dire, imposto al governo la revocazione della minacciata soppressione dell’Arsenale di Napoli; e grazie sieno rese all’attuale Ministro di Marina Cav. de Saint-Bon.


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 § VII.
MARINA DELLO STATO

Nel Reame delle due Sicilie la marina da guerra, o militare, era una delle cure più strenue del governo, il quale era giustamente superbo di occupare un posto distinto accanto alla marina militare degli altri Stati —  Pare soverchio il dire, che era la prima marina italiana.

Più che la metà delle coste d’Italia apparteneva alle due Sicilie, nell’estensione di circa 800 miglia.

La marina militare napolitana subì le stesse vicende dei tempi, e si rialzò nei momenti del pericolo.

Carlo III fu colui, che provvide pel primo al maggior lustro della nostra marina militare, che egli trovò povera e malandata — Egli comperò tre galee dal Pontefice Clemente XII, e ne fece costruire una quarta nel 1745.

Ordinò la formazione della Compagnia dei Cavalieri guardiamarina, il reggimento dei marinari, un corpo d’artiglieria, e quello degl’ingegneri idraulici con leggi e scuole nautiche.

Re Ferdinando I, proseguendo la nobile iniziativa dell’immortale Carlo III, gittò le prime basi scientifiche dell’istituzione della Marina militare, inviando i più intelligenti giovani in Inghilterra per i relativi studi: — fondò collegi, cantieri ed arsenali: — diede ordini, per la costruzione di altri legni: — di modo che nel giro di pochi anni, precisamente nel 1798, il reame contava sei vascelli di linea, sei fregate, sei corvette, quattro brigantini, dieci galeotte, e cento lance.

I vascelli erano tutti da 74, le fregate erano della portata di 40 con artiglierie da 18.

Re Ferdinando II superò, in questo ramo dell’armamento dello stato, i suoi antecessori, e vi si diede con tutta la forza della sua ferrea volontà.

Fondò nuovi collegi, scuole governative, arsenali, porti, bacini, ferriere, e fabbriche di cordami e di altri attrezzi: — decretò stabilimenti metallurgici e fonderie tali, che dagli stessi uscirono non pochi piroscafi della forza di più centinaia di cavalli.

Il legname per la costruzione si prendeva dai boschi del regno: gli artefici erano napoletani: tutto il bisognevole in ferro ed in rame si costruiva nel nostro splendido Stabilimento di Pietrarsa.

In una parola, mercé quelle provvide cure, si giunse a togliere gradatamente la necessità di ricorrere alle fabbriche estere: e favorendosi gl’interessi nazionali, si tolse quasi del tutto ogni commercio, che mirasse a provvederci dall’estero dei materiali opportuni nella costruzione dei legni dà guerra.

È innegabile, che la bandiera napoletana sventolava nei mari più lontani del mondo, ed era salutata e rispettata dalle più potenti nazioni marittime.

Sappiamo tutti, che il progresso e la prosperità del commercio e della marina commerciale non possono essere disgiunti dall’importanza della marina militare; e perciò non è a maravigliare, se crescendo presso di noi l’imponenza della nostra marina militare, il commercio napoletano assumesse proporzioni giganti e ricercate all’estero, a preferenza di tutti gli altri Stati italiani.

Nel 1856 la marina militare napoletana teneva i seguenti legni.

Forza navale
Specie delle navi Numero Forza
A vela delle

navi

dei

cannoni

di

cavalli

Vascelli di 84 2 168
Fregate di 60 2 120
Fregate di 48 1 48
Fregate di 44 2 88
Corvetta di 20 1 88
Corvetta bombardiera di 10 1 10
Brigantini di 20 5 100
Bombardiere mortaio ognuna 2 2 2
Bombardiere con un mortaio e 2 cannoni ognuna 2 6
Cannoniera con 1 cannone 40 40
Scorridore con 1 cannone 12 12
Legni di trasporto per servigi idraulici 20
90 614
Fregata ed elica di 50 2 100 900
Fregata di 12 1 12 300
Fregate di 6 8 48 2400
Fregate di 8 1 8 300
Fregate di 8 di 37 cavalli 1 8 370
Corvetta di 4 1 4 180
Corvette di 6 di 200 cavalli 2 12 400
Corvetta di 6 di 194 cavalli 1 1 194
Brigantini e battelli 9 40 840
26 228 5954
Aggiunte le cifre precedenti 90 614

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La Forza navale era di 116 legni — con 942 cannoni — e quelli a vapore della forza di 5954 cavalli.

Né ci eravamo arrestati qui — Dopo il 1856 la marina militare era in aumento per l’ordinata costruzione di nuovi legni nei Cantieri di Napoli e di Castellammare; le quali costruzioni, mentre davano uno slancio imponente ai svariati rami d’industria e di commercio, tenevano impiegate nel lavoro non poche migliaia di operai.

Per tutelare il commercio nazionale, il governo spediva spesso le navi da guerra nei porti esteri; come altresì era zelante per i viaggi d’istruzione per gli alunni dei nostri eccellenti Collegi di Pilotini e dei Guardiamarina.

La legge, che regolava la coscrizione marittima presso di noi, per dire tutto, fu richiesta da nazioni estere come modello, adottata per le sue forme e per le sue legali procedure; e massime perché, conservando alle famiglie gl’individui, costoro servivano contemporaneamente allo Stato.

Opera malagevole ed oltre il programma delle nostre 'memorie sarebbe quella di voler commentare la detta legge, per farne rilevare i pregi ed i vantaggi nell’interesse pubblico e privato, non che in quello della prosperità economica dell’ex-reame.

Certamente è un fatto storico, innegabile, che l’ex-reame delle due Sicilie, uscendo rotto e sfiancato dalle rivoluzioni nefaste del 99; passando per tristi vicende politiche sino al 1815; urtato nel 1820, ha dal 1830, in modo più formale, diritto di costatare lo sviluppo della marina militare dello Stato ad un segno così eminente.

Lo che prova matematicamente, che in breve tempo e mediante un indirizzo amministrativo intelligente ed onesto, non solamente si sgravò lo Stato dai grossi debiti contratti; ma lo si condusse ad una prosperità, che sembrerebbe favolosa, se non fosse vera; massime se si consideri al numero quasi infinitesimale dei balzelli.

Su di che ci dilungheremo, allorquando tratteremo l’importante argomento delle finanze.

Una marina di un rilievo non comune, proporzionatamente allo Stato, come quella del passato governo, è la dimostrazione ufficiale di quell’amministrazione.

Marina mercantile — Un posto non secondario occupava fra le nazioni marittime l’ex-reame delle due Sicilie — Rinomati erano i suoi porti; le sue città marittime e commerciali erano favorite dalla natura per estesi boschi, per situazione topografica, per produzioni indispensabili alla marineria.

Padroneggiando a ponente sul Tirreno, a mezzogiorno sul Ionio ed a levante sull’Adriatico, le sue popolazioni erano naturalmente commercianti, e perciò da tempo immemorabile conosciute e stimate nella storia del commercio europeo.

Ed infatti sono monumenti della storia del nostro commercio e del nostro potere marittimo le antiche medaglie navarcali, l’estesa influenza commerciale dei Locresi, oggi abitanti di Gerace; dei Sibariti, dei Reggitani e dei Tarantini, che signoreggiavano il Ionio, e dei quali scrisse Strabono nel lib. VII —  «nam classem habuerunt quantum isce in orìs nemo».

Il primo faro non fu alzato, come avvisa il signor di Montfaucon, in Alessandria di Egitto: perché l'antico poeta Stazio descrive quello eretto nell’isola di Capri dai primi abitatori chiamati Telebi: popoli primitivi.

Teléboumque domos, trepidis ubi dulcia nautis.

Lumina noctìnagis, tollit pharus aemula lunae.

Quel faro rovinò a causa d’un tremuoto poco prima della morte di Tiberio, che erasi ritirato in quell’isola.

Leggesi in Svetonio, che scrisse la vita di quell’Imperatore: «ante paucos quam obiret dies, turris phari terremota Capreis coincidit».

Sono ricordati dagli autori classici molto spesso i porti Pompeani, lo Stabiense, l'Ercolano, quello di Miseno (stazione dei legni romani), e quelli di Cuma, di Averno, di Brindisi, di Taranto, di Cotrone, di Ortona ed il famosissimo di Pozzuoli.

Seguendo l’autorità di Sallustio, di Varrone e di altri scrittori del tempo, sono d’invenzione tutta nostra le nuove costruzioni di legni atti a più sicuro e pronto navigare —  I così detti schifi si attribuiscono ai Campani; le zattere ai Tarantini: e gli abitatori di Tremiti furono chiamati inventori di legni quasi simili alle galee ed ai brigantini.

I Bruzì, oggidì Calabri, costruirono le navicelle di spia o galeotti.

Gloria tutta nostra fu Flavio Gioia, che inventò la bussola, guida solenne del marino, quando trovasi circondato dal campo sterminato del mare.

Cercate le tavole amalfitane, e direte, che esse sono testimonianza della nostra antica preminenza marittima.

Valorosissimi erano chiamati i Tarantini nelle battaglie navali; i Cumani godevano ugual fama: e la stessa Roma chiese il soccorso delle navi napoletane, delle tarantine e delle reggitane; e formandone una flotta, le oppose con fortuna alle formidabili navi dei Cartaginesi.

Col decadere dell’impero romano e con lo svolgersi delle politiche vicende di quei tempi, si ebbe un ristagno nel progresso della nostra marineria.

Costituitosi a Monarchia il Reame di Napoli sotto i Normanni, il primo Ruggiero diè mano a ringiovanire le arti marinaresche; ed a ciascuna città marittima fu imposto di costruire un legno da guerra, il quale nel tempo di pace era adibito pel commercio.

Il numero di queste navi in breve fu tale, che fu mestieri classificarle, dividendole in squadre: dippiù fu creato un nuovo ed eminente officio, quello di Ammiraglio, uno dei sette principali offici del Regno.

La nostra marineria conquistò Tunisi, Algeri, e Malta; liberò il Re Luigi VI di Francia, caduto prigione dei Greci.

Nella metà del secolo XII, la flotta dell’Imperatore d’Oriente fu vinta dalla nostra, composta di 100 galee e di 24 da trasporto — E fu conquistata la Città di Negroponte.

Durazzo e Tessalonica furono prese dall’ammiraglio Tancredi.

Federico II lo Svevo riprese il Regno di Gerusalemme con la sua flotta.

Carlo II d’Angiò Federico, figlio di Ferdinando I d’Aragona, mise in fuga l'armata navale veneta.

La nostra marineria commerciale, dotata di esperti e coraggiosi marini, armata a guerra, costrinse alla fuga la flotta di Carlo Vili di Francia.

Quando il reame di Napoli fu ridotto a provincia spagnuola, scadde con la marina militare anche quella mercantile: eppure le nostre navi concorsero potentemente all’esito della gloriosa e storica battaglia di Lepanto.

Tunisi venne conquistato dopo; e sotto il regno di Filippo III furono prese altre città dell’Africa; e la nostra flotta impedì a quella francese ogni conquista nel nostro reame.

Dopo la battaglia di Velletri, si potè rimpiangere la perdita della marineria napolitana, avendola l’ammiraglio Pallavicino trafugata prima in Sicilia e poscia a Trieste.

Per naturale conseguenza di tale successo, un gran danno risentì la marina commerciale: ma dalla sventura noi traemmo ingegno e vigore.

Infatti è storicamente constatato, come le nostre navi tennero, anche sole, il commercio del mediterraneo e dell’Oriente: mille nostri legni muoveano per quei mari, trasportando i prodotti indigeni, importando gli stranieri, prestando eziandio l’opera loro ai commercianti esteri, da cui erano noleggiati.

Sotto l'impero, sotto la monarchia, e durante i secoli dal XII al XVII, e sino al 1735, la nostra marina commerciale subì molte e varie fasi: sì che, per quanto il consentivano i tempi, le leggi, le costumanze di quelle età, ora toccava l’apice della sua floridezza, ed ora scendeva alla decadenza.

E notevole, che questo abbassarsi era quasi momentaneo, perché era seguito da un pronto e più splendido rialzarsi; meno per opera e protezione governativa, quanto per l’indole svegliata ed intraprendente delle nostre popolazioni, che s’ingegnarono a costruire nuovi legni commerciali, e di forma più veliera, per spingerli in mari lontani ed estendere ad essi il commercio nazionale.

La Storia del nostro reame è forse, tra tutte le altre, quella che più offre il frequente mutamento di Dinastie: nei quali avvenimenti era molto ballottata la marineria commerciale, cui, se non mancavano buoni provvedimenti a favore della navigazione, diventavano ostacolo al suo libero sviluppo le tante cause esterne ed interne di turbolenze e d’ignoranza.

La mancanza della conoscenza dei principi di scienze amministrative ed economiche, il fedecommesso, le dogane, i diritti feudali, i pedaggi, la legge annonaria, le assise, le matricole, le maestranze, la niuna cognizione di metodi agrari, tutto ciò aggravava la prosperità della nostra marineria.

Solamente quando il nostro reame, prendendo il posto fra le Monarchie europee, diventò indipendente con Carlo III, cominciarono a sentirsi gli effetti prodigiosi delle nuove e sapienti istituzioni: e da quel momento fu istallata una scuola nautica; si cominciarono a costruire migliori legni commerciali, mentre si accordavano al commercio favori ed abilitazioni.

Si videro abbattute dogane, tasse e pedaggi, e la nostra marina mercantile prosperò di continuo sino a Ferdinando I.

Avvennero i fatti politici di quell’epoca, dai quali il reame fu sconvolto; e la nostra marineria mercantile ebbe a soffrire perdite gravissime, nella distruzione di uomini e di navi, alla battaglia di Aboukir; ove fu noleggiata nell’interesse dei Francesi.

L’occupazione militare sopraggiunse quasi a spegnerla.

La fatale e trista idea del primo Napoleone, rappresentata dal sistema continentale, contribuì grandemente a far scadere dal suo antico splendore la nostra marina mercantile: i porti stranieri non videro più le nostre navi recare i ricercati prodotti del nostro suolo e delle nostre industrie: — noi fummo costretti a dedicarci e limitarci al commercio di cabotaggio, e darci a stranieri speculatori.

Caduto quel malefico sistema continentale, disparvero gradatamente tutti i già provati danni: e sotto la Restaurazione la marineria ricominciò a rifiorire e prosperare.

I tempi avevano fatto anche il loro cammino nel progresso: l’esperienza di tanti anni era confortata dalle nuove teoriche di economia politica: i supremi interessi della Nazione consigliarono più larghe concessioni, e più speciale patronato per la marineria mercantile — Laonde furono decretate leggi e regolamenti per migliorarne le sorti: fu promossa e favorita la costruzione delle navi mercantili, fu protetta l’esportazione con legni nazionali, abolendosi alcuni strani diritti che l’avversavano.

Conchiusa la pace con le Potenze barbaresche, si stabilirono i Consolati per proteggere la nostra bandiera; e si crearono Commissioni marittime per regolare l’ascrizione delle navi regnicole.

Fu accordata la riduzione dei dazii doganali sui generi che s’immettevano e si esportavano con bastimenti nostrani: fu tolto ogni diritto per la vendita e per l’esportazione di essi all’estero: furono stabiliti premii per la costruzione dei bastimenti oltre le 200 tonnellate: — furono fondate scuole nautiche in Sicilia e nei dominii continentali, per avere dalle stesse uomini capaci e valenti a dirigere e governare i bastimenti mercantili.

Ad onta dei favori elargiti alla nostra marina commerciale, questa non potè esserne molto vantaggiata, perché i trattati del 1816 e 1817, che accordavano alla Francia, all’Inghilterra ed alla Spagna un particolare benefizio di riduzione del 10 per 100, restringevano ai bastimenti delle dette nazioni tutto il movimento marittimo nei porti del Regno — Laonde la marineria napoletana, in mezzo a tanti ostacoli indiretti, si vide depressa ed inceppata nelle sue operazioni.

I sinistri effetti dei trattati su cennati si svolsero gradatamente, e non si potè porre ad essi alcun riparo, essendosi in quelle convenzioni stabilita la durata di uno specificato numero di anni.

Pure, furono promulgate alcune leggi favorevolissime; e tra le altre è notevole quella del 25 febbraio 1826, tendente all’ordinamento delle disposizioni tutte relative alla navigazione ed al commercio; alla composizione degli equipaggi: alle condizioni per essere reputato nazionale un bastimento; ed ai premi accordati ai viaggi di lungo corso.

Cominciò ad essere caldeggiata una legge, i cui principi fossero quelli di eguaglianza verso tutte le nazioni, abolendosi ogni privilegio ed ogni ostacolo —  Il progresso delle scienze economiche tra noi rendeva più facile questo assunto, e fu allora che Re Ferdinando II iniziò una gran riforma, e la rese obbietto di lunghi e serii studii.

Infatti, dopo molto discutere, i trattati con la Gran Brettagna del 26 Settembre 1816 e con la Francia del 22 Febbraio 1817 furono aboliti: e ne furono stipulati altri; con la prima nel 29 Aprile 1845, e con la seconda nel 16 Giugno detto anno.

Questi trattati furono fondati sulla reciproca abolizione di tutti i diritti differenziali di navigazione e di commercio, e di tutti i privilegi; elevandosi la perfetta uguaglianza di diritti e di libero scambio.

Immediatamente, e sulle stesse basi, furono stipulati altri trattati con la Russia, con la Sardegna, con gli Stati Uniti di America, con la Prussia, con la Danimarca, . coi Paesi Bassi, col Belgio, con la Porta Ottomana, con la Toscana, con l’Austria e con la S. Sede.

Il Decreto del 18 Decembre 1854, che a buon diritto si può chiamare monumento di sapienza governativa, estese anche alle provenienze indirette i vantaggi su i diritti di dogana e di navigazione; che si erano accordati alle sole provenienze dirette — E ciò nello scopo di favorire la libera navigazione ed il libero commercio.

A siffatta dichiarazione plaudì la maggior parte delle su nominate Potenze.

Nel 1860 fu portato un ribasso al Dazio doganale, fu tolto il diritto d’importazione a molti articoli, massime sui libri: fu diminuito il dazio sugli oli esportati.

La nostra marina commerciale ebbe immediatamente uno sviluppo prodigioso, e ci riportiamo ad una testimonianza officiale.

Ai tempi, in che scriveva il nostro Galanti, la marina mercantile napolitana si componeva di 375 legni di 150 a 400 botti (era la misura antica, corrispondente ciascuna botte ad 86 tonnellate circa), e di poco più di cinquemila marinai.

Nel 1815 toccavamo appena i 300 a 400 bastimenti.

Nel 1825 contavamo, tra grandi e piccoli, 5008 bastimenti, per tonnellate 107, 938!

Nel 1855 vantavamo 8958 bastimenti di maggiore e minore portata, per tonnellate 212, 965 — 73!!

Senza tema di cadere in esagerazioni per soverchio amor patrio, perché scrivo storia, e la scrivo su documenti autentici, e non su utopie e menzogne; posso dire, che la marineria commerciale napoletana, massime quella a vapore, era la seconda in Europa, dopo quella di Francia: ed a così eminente progresso fu condotta dalle cure assidue e dal sistema protezionista del governo, specialmente dal 1830 in poi.

Oggi il nostro commercio è caduto così basso, da richiamare le gravi osservazioni dei più rinomati nostri banchieri, i quali restano ancora in piazza: mentre ogni dì ai fallimenti seguono le volontarie liquidazioni!

Volete una prova, che non ammette replica?

Ebbene: — il prodotto delle dogane in vista del commercio raggiungeva la cifra di Centotrentamila franchi al giorno prima del 1860.

Oggi dovete convenire, che siamo felici, se raggiungiamo i quindicimila.

E faccenda di numeri, ed ogni discussione è inutile.

Collegio dei Pilotini — Voglio chiudere questo capitolo con un cenno più specifico intorno al Collegio dei Pilotini.

Nel passato secolo, un tal Costa, benemerito del commercio napoletano, legò una ricca eredità per la fondazione di un Istituto di Marina, fuori la dipendenza governativa.

Si ottenne un vasto locale, che fu convertito al detto scopo, e furono ammessi sino a 60 allievi a posti gratuiti.

I più distinti professori furono chiamati a dirigere la parte scientifica, ed ai più rinomati ed esperti capitani di mare fu affidata la parte marinaresca.

In breve da quell’Istituto, conosciuto sotto il nome di Collegio dei Pilotini, uscirono valentissimi uomini di mare.

Allora il governo aggiunse all’opera del filantropo Costa i suoi favori: concedette un più vasto locale a quel Collegio, lo provvide di ricca biblioteca e di svariate macchine: e rispettando la disposizione del fondatore, non solo non pensò a metter la mano sui beni di quell’istituto, ma vi spese del proprio per render perfetta la istruzione e giovarsene nell’interesse del reame.

Oggi il collegio dei Pilotini è anche nella lista delle nostre istituzioni abolite.


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§ VIII.
FINANZE

Le Finanze napoletane e le Finanze piemontesi dal 1848 al 1860: — ecco il titolo di un breve libro pubblicato in Napoli nell’anno 1862 dall’insigne Statista ed economista, che onora l’ex-Reame delle due Sicilie; dal nostro concittadino Barone Giacomo Savarese.

La verità storica, la precisione matematica, la severità dei concetti di questo illustre finanziario è tale in questo suo libro, che io, non potendo riportarlo qui per intero, lo terrò a norma di quanto esporrò in ordine alle finanze napoletane prima della rivoluzione del 1860.

Oramai ogni paragone tra le nostre finanze di allora e quelle attuali sarebbe, per lo meno, un eccesso di follia da parte dei declamatori dei novelli sistemi finanziari inaugurati dal governo italiano.

Sarebbe un paragone tra la ricchezza e la miseria; tra il credito e la bancarotta.

La gente seria non se ne occupa più: gli stessi apostoli della rigenerazione ne sentono tal vergogna, che han finito col pronunziare la propria condanna.

Narrerò nelle varie sue fasi la storia della finanza napoletana, mettendo a parallelo il principio economico, da cui i nostri statisti fecero guidare i loro calcoli, con i risultati ottenuti.

Il principio governativo, che ha regolato tutto l’andamento delle nostre finanze, dalla restaurazione della Monarchia napoletana, avvenuta nell’anno 1733 sino al 1860, è stato costantemente quello di non gravare i popoli con nuovi tributi; ed invece di scemare gli antichi,

Il nome del Marchese Tanucci è imperituro fra noi — Egli ricomprò tanta parte delle gabelle alienate: fu il primo ad attuare l’ammortamento del debito pubblico per mezzo della riduzione, e della Cassa delle ricompre!

La Nazione riconoscente scrisse sulla lapide che chiude le sue ossa, queste memorabili parole;

CUM PER ANNOS QUADRAGINTA CLAVUM REGNI MODERASSET NULLUM VECTIGAL IMPOSUIT.

Questo sublime esempio fu religiosamente seguito dai suoi successori, e le Finanze napoletane prosperarono sempre.

Era massima di quegli onesti e sapienti nostri vecchi uomini di Stato, che la stabilità dei governi riposi principalmente sul rispetto della proprietà privata, e che la morale e la politica si accordassero per domandare ai cittadini i minori sagrifizi possibili, a nome dello Stato.

Ricopio qui quasi testualmente le parole del Savarese.

È una verità di fatto, che dall’anno 1733 sino al 1806 il regno di Napoli fu sgravato in parte dai balzelli, che pagava sotto il viceregno; non fu mai gravato di nuovi tributi.

Quando nel 1806 i Francesi vennero alla conquista del regno, portarono una riforma al sistema finanziario, ma non gravarono la condizione dei contribuenti; imperocché se sanzionarono la tassa personale, quella delle patenti, e l’altra del registro graduale, l’ammontare delle due prime tasse, unito a quello della fondiaria, non superò di molto ciò che prima si pagava a titolo di contribuzioni dirette.

Queste nuove tasse ebbero corta vita: la prima fu abolita dagli stessi francesi, le altre due furono soppresse dalla restaurazione del 1815.

I primi atti di quel governo, seguirò a dire col Savarese, esprimono tutto un principio, che non potrebbe giammai essere abbastanza rammentato ai reggitori dei popoli: cioè che le risorse finanziarie dello Stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nell'economia — Perché VERAMENTE IL MIGLIOR GOVERNO È QUELLO CHE COSTA MENO.

Nel 1815 il celebre Cav. Medici reggeva lo Stato, che si trovava abbastanza scaduto nelle sue condizioni finanziarie.

Medici contrasse un debito di venti milioni di ducati, ma nel tempo stesso (pare incredibile) abolì la tassa delle patenti, che rendeva oltre ducati 500 mila annui: abolì la tassa del registro graduale: scemò benanche il contributo fondiario.

Si fa un calcolo, che queste riforme sollevarono i contribuenti dal pagamento dell’ingente somma di ducati 2, 487, 923.

Nel 1815 tutte le tasse furono ridotte a cinque! cioè:

1.° Contribuzione fondiaria.

2.° Dazi indiretti (dogane, privative dei sali, tabacchi, polvere da sparo e carte da giuoco. )

3.° Registro e bollo (il registro era fisso, unico, e modesto).

4.° Lotteria.

5.° Poste e procacci.

Ecco gli unici balzelli da noi conosciuti nei tempi della barbarie, e quando alla ricchezza del reame facea superbo riscontro quella privata e commerciale; e se in momenti eccezionali subivamo nuove imposte, queste furono temporanee e furono revocate immediatamente.

A prova del senno e dell’onestà di quell’amministrazione, basta ricordare, che nel 1825 le rendite pubbliche erano di 16 milioni, e nel 1830 erano salite a trenta milioni, al doppio.

In conseguenza cresceva la ricchezza generale nel reame.

Sopragiunsero i casi del 1820, e la finanza ne risentì gli effetti: per l’occupazione austriaca e per lo riordinamento dell’esercito lo Stato erogò ottanta milioni di ducati, — gravandosi così di circa quattro milioni d’interessi verso i novelli creditori.

Era il caso di creare una nuova imposta: ma il Cav, Medici non lo pensò neppure, e nell’ordine e nell’economia, trovò le più opportune risorse: si vigilò con maggiore strenuità sul maneggio del pubblico danaro, si resero più fruttiferi i cespiti dello Stato, si diminuirono le spese del servizio pubblico.

Il problema fu sciolto bene e presto: l’amministrazione fu semplificata, le frodi prevenute ed impedite: reso impossibile lo sperpero del pubblico danaro.

Il Cav. Medici, ad equilibrare le forze attive e passive della finanza, fu costretto col Decreto del 26 maggio 1826 ad aumentare la tassa sull’immissione dei coloniali, e dei pesci secchi e salati: stabilì la tassa sul macino del grano e del granone, a ragione di grana sei il tomolo: e un diritto di patente sui profitti di talune classi di persone.

Ma quanto durò quel Decreto? — la prima sopratassa fu modificata, la seconda abolita dopo poco tempo, la terza abolita nello stesso anno 1826. Giungiamo al 1831.

Avevamo un debito galleggiante di D. 4, 345, 151, 30, ed un disavanzo annuale di un milione di ducati.

Per mettere riparo a questa avaria della finanza, si fece ricorso all’economia, e si ridusse la lista civile, si fece una riduzione sull’esercito, una riduzione sulle spese dei Ministri, una ritenuta sulle pensioni di grazia e di giustizia.

Il disavanzo restò a Duc. 38, 968 annui; e si pensava cancellarlo con nuove economie annuali sul bilancio generale.

Il Cav. Medici era morto: il Re Ferdinando II avea venti anni, quando dette mano a queste provvidenze: chi nonne sarebbe rimasto sfiduciato? — Qual nuovo Ministro potea ripromettersi dell’opera sua?

Il Marchese d’Andrea teneva le Finanze, ed a forza di economie, di onestà e di vigilanza sul pubblico danaro, si giunse al risultato, che narrerò con l’emerito Savarese,

«Le economie giornaliere apportate successivamente in tutte le branche del servizio pubblico, e l’incremento successivo della rendita dello Stato, sorpassarono anche le speranze. Nessuna novella imposizione venne a rattristare i cittadini; e nel giro di pochi anni l’altra metà del dazio sul macino fu abolita: il prezzo del sale fu diminuito: le ritenute graduali sulle pensioni furono soppresse; il debito pubblico ridotto a soli annui ducati 4, 148, 423; il debito galleggiante fu pagato; quaranta chilometri di via ferrata furono costruiti; la marina contò undici navi a vapore; gli arsenali e le armerie furono fornite di attrezzi e di armi; ed il bilancio offriva un avanzo che fu destinato ad accrescere ancora i fondi dei lavori pubblici»!!!

Questa È storia: eppure oggi si direbbe favola!

Il bilancio dell’anno 1847 prevedeva un introito di ducati 27, 943, 028, ed un esito di ducati 27, 629, 210, 91.

Avevamo un avanzo di ducati 313, 817, 09; e questo avanzo era già destinato ad opere pubbliche, cioè al porto di Brindisi, al Tavoliere di Puglia, alle opere di bonificazioni al Volturno: ma giunse il 1848!

La rivoluzione arrestava i passi del progresso civile interno del reame, la finanza sopportò la spesa di oltre trenta milioni, e quindi il debito pubblico napolitano da annui duc. 4, 148, 433 montò a duc. 5, 186, 502.

E non fu tutto: i bilanci preveduti del 1848 e 1849 rimasero colpiti dalle mancate entrate, sicché in fine del 1849 si ebbe un disavanzo materiale di cassa di quindici a sedici milioni di ducati!

E non era ancor tutto: si doveano calcolare le enormi perdite, a ratizzarsi sui bilanci futuri, derivanti dalla rivolta della Sicilia, dalle spedizioni imposte dalla necessità di domarla; non che dalle spedizioni di Calabria e di Lombardia!

La rivoluzione del 1848 fece retrocedere la situazione finanziaria del regno al 1821; ed il governo stesso avea bisogno di essere riordinato. Eppure non si crearono nuovi balzelli, e si richiamò provvisoriamente in vigore il Decreto del 1831; si presero le più abili provvidenze con l’emissione di nuova rendita iscritta sul gran libro del debito pubblico consolidato: si strinse più fortemente la mano sulle economie; fu pegnorata e venduta una rendita, che possedeva il governo; si fe’ ricorso al credito riscosso dalla Tesoreria di Sicilia; si cercò aiuto nella madrefede dei Cambi militari.

Insomma, fatto calcolo dal 1848 al 30 giugno 1860, quando scoppiò la rivoluzione, cioè in dodici anni, tutto il disavanzo ammontò a D. 31, 610, 460 pari a L. 134, 341, 099.

Se non che, calcolando gli effetti di portafoglio, si veniva nel 1860 ad un resultato di avanzo, anzi che di disavanzo: ricopio qui il Savarese.

«Il bilancio dell’anno 1860 prevedeva un introito di duc. 30, 135, 442 pari a Lire 128, 072, 426, 69.

«Prevedeva un esito di duc. 35, 536, 411, 35 pari a lire 151, 025, 972, 59.

«Si prevedeva dunque un disavanzo di D. 5, 400, 969. 35 pari a L. 22, 953, 545. 90.

«Al quale controposti i valori in portafoglio di ducati 5, 799, 915.01 pari a lire 24.648, 962.57, rimaneva ancora un avanzo di ducati 398, 945.66 pari a Lire 1, 695, 416, 67.

«Senza gli avvenimenti del 1860, in termine dunque dell’anno 1860, la finanza napolitana, pagate tutte le spese contemplate nel bilancio, avrebbe dovuto presentare un avanzo di duc. 398, 945.66 o lire 1, 695, 416.67.

Nel 1866 mi fu inviato un opuscolo del signor Francesco Paolo Ruggiero, che fu Ministro delle Finanze nel 1848 sotto il governo di Ferdinando II.

Nissuno potrà dubitare dei principi liberali del signor Ruggiero, che ha fatto immediatamente adesione al nuovo ordine di cose costituito in Italia dalla rivoluzione del 1860: laonde io prendo con maggior sicurezza atto delle sue opinioni intorno alla Finanza napolitana precedente al 1860, non che di quelle relative all’epoca dal 1860 in poi.

Il Ruggiero ragiona dell’amministrazione delle Finanze napoletane da Maggio 1848 all’agosto 1860, quando la loro posizione, come testé abbiamo detto, non era felice: e rileva l’importanza delle disposizioni allora prese per restaurare le Casse dello stato: sono le sue parole.

«Fu questo l’effetto delle leggi savissime, che avea il Regno di Napoli per le sue Finanze, e dell’importanza degli uomini preposti alla difficile bisogna. Quelle leggi però sprezzate e derise da coloro che si sono imposti all’Italia dopo il 1860, sono state abolite».

E poco dopo.

«Chiudiamo questa succinta narrazione dicendo, che quando alla fine di Agosto 1849 il Ministero reazionario sostituì il Ministero liberale, preseduto dall’onoranda memoria del Principe di Cariati, trovò che i cittadini non erano stati molestati da nuove imposte, nessuna pubblica proprietà era stata venduta, nessun capitale dello Stato riscosso. Da un altro lato: a tutti gli ordinari ed a tutti gli straordinari bisogni dello Stato erasi esattamente soddisfatto: nessun debito contratto, tranne la rendita anzidetto: tutti i creditori, antichi e nuovi, esattamente pagati; restituiti alla Cassa di Sconto gravi prestiti fatti al Tesoro sotto il Ministero del 3 Aprile, ed estinti o garentiti con pegni di rendita quelli tra i prestiti posteriori non ancor restituiti: abolito il prestito forzoso ordinato dal Ministro Ferretti: e quella parte, che già era stata riscossa, (tra cui l’anticipazione della fondiaria) RESTITUITA, CON RARO ESEMPIO, ANCHE PRIMA DELLA SCADENZA (!!!).

E qui il Ruggiero con belle e forti parole tesse il più giusto elogio alle provvide leggi napolitane, di cui Luigi dei Medici pose le fondamenta, e l’esperienza e la prudenza dei suoi successori rettificò: «non che al concorso unanime e fervoroso di moltissimi uomini di gran senno, che dipendevano dal Ministero delle Finanze, e che non ne furono allontanati per sostituirvi uomini nuovi, superbi ed inesperti ma furono invece riveriti ed onorati, onde si animarono dì grandissimo zelo per il servizio al pubblico.»

Qual maggiore elogio del senno, dell’onestà, della solerzia, dell’affetto di quei nostri amministratori a prò dell’immegliamento del tesoro dello Stato, e quindi della prosperità nazionale?

Ottimo il sistema, intelligenti ed onesti gli amministratori: ecco in due parole il fondamento della prosperità della finanza e dello Stato in generale, che poi si è detto barbaro, ignorante, e negazione di Dio.

Il fatto innegabile, storico, e che respinge ogni arte di polemica partigiana, è la condizione delle presenti Finanze d’Italia a riscontro di quelle delle Due Sicilie prima del 1860: e questo fatto è la più eloquente risposta alle lucubrazioni dello stesso napoletano Scialoia, che nel 1857 pubblicò un suo libro, ispirato dal Conte di Cavour, portato a cielo dalla propaganda rivoluzionaria: libro che osò fare il paragone delle due Finanze, piemontese e napoletana: libro che ebbe tanta buona fede, per quanto ingegno ha poi mostrato lo stesso Scialoia, che col titolo di Ministro ha rovinate orribilmente le finanze del nuovo Regno d’Italia.

Quando Ferdinando II venne al trono, trovò la rendita del debito pubblico consolidato del 5 per 100 al 68, e la rialzò sino al 121.

Negli stessi momenti della crisi rivoluzionaria del 1860, la rendita scese al 113; e quando Francesco II era a Gaeta, difendendo i suoi diritti di sovranità e l’indipendenza nazionale delle Due Sicilie, la rendita napolitana scese all’89, mentre quella piemontese stava al 76. Questo è un fatto!

E non ricorderò quali arti si adoperarono per discreditare la rendita napolitana, che sotto le stesse pressioni della rivoluzione gareggiava e vinceva quella piemontese, la quale dovea poco dopo assorbirla e portarla, sotto nuova sembianza, alla presente fatalità del discredito.

Lo ripeterò sino alla nausea, se le Finanze di uno Stato sono la dimostrazione matematica della bontà d’un sistema governativo, non vi sarà chi potrà oggi perdurare negli assurdi concetti rivoluzionari contro la nostra vecchia istituzione finanziaria.

Il popolo, non gravato da imposte, e pagando quelle abbastanza lievi, che oramai tutti ricordiamo, prosperava per la fertilità delle sue campagne ridenti, per le industrie agrarie; benediceva all’incremento d’un commercio, che ogni dì più estendeva il suo credito in lontane regioni, e progrediva nelle opere delle sue fabbriche manifatturiere.

L’abbondanza del contante era tale fra noi, che nelle province (quando i Banchi non erano stati colà inaugurati) i Ricevitori del Tesoro riscuotevano uno sconto per cangiare in polizze del nostro Banco di Napoli le somme che in argento versavano i proprietari, che così non tenevano in casa gran quantità di numerario.

La carta moneta, che non ha mai lasciato di felicitare tutte le altre parti di Europa, era una incognita, una roba assurda presso di noi altri popoli barbari e preadamitici; avvezzi a non curare neppure la grande circolazione della moneta di rame e di argento di lega ottima e rara.

La Storia delle finanze napolitane, messa a riscontro di quella delle finanze italiane, è il più sublime verdetto del sistema, della morale, degli uomini dell’uno e dell’altro governo!


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§ IX.
LEGISLAZIONE

Non è mio intento il rimontare alla storia della nostra legislazione: dirò brevemente, che lo studio del giure fu profondo presso di noi, più che presso le altre nazioni,

Ispirandosi alle solenni dottrine del Diritto Romano, nostri giureconsulti erano modello di equità e di giustizia, e per quanto nelle tenebre di quei tempi si potea, dettero alla procedura civile un corso, se non pronto e semplice, senza dubbio improntato di quell’autenticità che tuttora rende quegli atti solenni e rispettati.

Massime da Federico in poi, noi avemmo un Codice, ove è forza riconoscere il primo lampo di quell’uguaglianza di tutte le classi dei cittadini innanzi la legge; lampo che guizzò sinistramente innanzi alla figura scaduta del feudalismo.

Le Prammatiche, le Decretali, le Decisioni che compongono la storia della legislazione napoletana, improntano la severità del diritto romano, redento dalle massime sublimi del cristianesimo! Svolgendo quelle pagine, ti sembra vedere il Legislatore sorridere ai diritti del popolo, polluti dalle leggi barbare e dispotiche del medioevo; portanti il marchio, spesso contraddittorio, delle varie dominazioni, che tennero questo Reame.

Insomma nel momento stesso, in che l’Europa, nel turbine della rivoluzione francese, lottava tra le sconnesse leggi locali, spessissimamente sanzionate dalle consuetudini e dalle tradizioni; la legislazione napoletana otteneva quel primato che conveniva ai cultori strenui del giure romano, il quale brillava nella sua più vivida luce filosofica innanzi alle menti svegliate e libere di noi italiani meridionali.

Sicché, quando Napoleone I lasciò al mondo civile la veramente imperitura gloria del suo impero nel Codice Civile; questo non solo fu prontamente ricevuto e compreso nel nostro Reame; ma trovò presso di noi gli ingegni più eletti, che commentarono quelle leggi, e le resero, ove ne aveano bisogno, più perfette e più adattate all’indole, ai costumi, alle leggi ed alle stesse tradizioni del Reame.

Il cangiamento di legislazione seguì fra noi senza scosse: ebbe l’impulso spontaneo d’un progresso, che si potea dire già preparato ed aspettato: il quale fatto eminente non si verificò, né potea verificarsi nel Piemonte, ove il Codice Napoleone non fu adottato; e sembrò quasi una congerie di responsi caldaici per quelle popolazioni, rette da leggi che sentivano ancora le sconnessioni vandaliche, le ruvide costumanze del nord, il selvaggio e riluttante empirismo d’una così detta giurisprudenza medioevale.

Adottato il Codice Napoleone presso di noi; semplificato, con le riforme introdotte dall’occupazione militare francese del decennio, il sistema amministrativo, non che il governativo ed il municipale; noi potemmo, in grazia delle novelle riforme portate dopo la restaurazione, giungere a tanto grado di perfezione, che diventammo modello di buon governo in Europa.

Mentre in tutte le altre nazioni europee la legislazione penale, informata ai principii inumani degli sperimenti scellerati della tortura, sentiva una specie di progresso nel Codice Carolino; quell’anima nobile e sapiente di Mario Pagano, novello Mosè della civiltà, scriveva un Codice Penale, che dette al Reame delle Due Sicilie quell’incontestabile primato, innanzi a cui tutte le altre nazioni s’inchinarono, grate e riverenti.

Novelle leggi e regolamenti nettarono il campo della giustizia da tutti quei rovi, che erano conseguenza di antiche procedure: e nel breve periodo di quarant’anni la legislazione ed il foro napolitano si misero (lo dirò senza tema di essere contraddetto ) al livello delta legislazione e del Foro di Francia.

Ricorderò con patrio orgoglio i nomi illustri di Magliano, di Parrillo, di Carrillo, di Ciancio, di Marini-Serra e di Antonio Starace; questo giureconsulto, i cui responsi io ho veduto richiesti dalla Spagna e dalla stessa Francia: io che ebbi l’alta ventura di essere suo diletto discepolo, e di rimpiangerne con animo gratissimo la memoria, che conservo incancellabile nel mio cuore.

Massime da Ferdinando II in poi, le amministrazioni dello Stato, in tutte le mille branche, e per l’interno; e per le Finanze, e per le opere pubbliche, e per le Dogane, erano regolate da leggi speciali così semplici, o nel tempo stesso così sapienti ed operanti, che ciascuna amministrazione in ogni tempo, oltre ai suoi rendiconti semestrali ed annuali, dati ai Verificatori e Controlori locali, potea dare un rendiconto esatto ad ogni invito straordinario, che le venisse diretto dal suo capo.

Questo metodo sorprendente, coscienzioso, onesto, intelligente, di condurre la pubblica cosa, metteva il governo nella felice condizione di conoscere le sue forze vitali, senza tema di andare errato, di essere ingannato, o d’ingannare: e su i calcoli matematici di questo rendiconto universale si consolidava, con la certezza del successo, il calcolo previdente dell’immegliamento generale di tutto questo grande macchinismo, che si chiama governo.

§ X.
L'ARMATA

È questo un tema ben doloroso per la penna di un napoletano! Re Ferdinando II ha speso tesori per l’armata, la quale non fu mai vestita, pagata, e trattata in nessun altro stato di Europa, come lo era nel Reame delle Due Sicilie.

Vi era lusso sino negli abiti del soldato, che avea la sua doppia uniforme: precise e nuove le armi, massime nel ramo artiglieria. La cavalleria era montata col migliore dei sistemi, quantunque il più dispendioso.

Valentissimi e dotti uffiziali, specialmente nel Genio; e tali, che oggi il governo, che inconsultamente volle disprezzarli, li ricerca con ogni cura.

Il soldato napoletano ha la sua pagina gloriosa nella storia del primo impero francese, e Napoleone I ne fu il più giusto apprezzatore.

Specialmente nella terribile campagna di Russia, il soldato napoletano resistette con ammirabile costanza ai disastri di quella funesta ritirata. Io ho più volte udito narrare quegli avvenimenti da persone che vivono tuttavia, e che son fieri di dire — «io mi trovava nella ritirata di Mosca.»

Al passaggio della Beresina, la cavalleria napolitana fe’ prodigi di valore al cospetto d’un’armata, che nell’ultimo sforzo del primo Impero Bonaparte cadeva sui campi di Waterloo, e segnava il primo giorno del definitivo tramonto del Prigioniero di S. E lena.

Chi volesse negare valore e slancio al soldato napoletano, mentirebbe.

Scendiamo sino a noi, e senza dubbio troveremo questo figlio del popolo, sempre fermo al suo posto, battersi con quel coraggio, col quale nel 1848 resisté ai battaglioni austriaci, che non poteano supporre nel nostro soldato un coraggio ed uno slancio quasi francese.

Lo dicano i campi di Sicilia, del Volturno, dei Ponti della Valle, del Garigliano, di Gaeta, tuttora fumanti del sangue del soldato napoletano, che si è battuto arditamente, quando alla battaglia'  era condotto da leali e bravi capitani.

Il valoroso Negri (tra gli altri) lasciò la vita sul campo dell’onore: egli avea sentimenti liberali, ma fu fedele al suo giuramento, e morì da prode.

Onore a lui! — onore a quanti nostri concittadini caddero olocausto di un dovere e di un principio, che la Diplomazia allora teneva in onoranza.

La caduta di Gaeta resterà eterna nella storia, perché quella rocca non farà certamente testimonianza di viltà, quando la bandiera, che sventolava sui suoi baluardi diroccati dalla mitraglia, avvolse nelle sue pieghe l’onore e non la codardia del vinto.

Il soldato non ha che un dovere; il suo giuramento: la politica se invade l'annata, è la più sicura rovina di un trono.

Il governo italiano ha reso un distinto plauso al soldato napoletano, che nei sanguinosi campi di Custoza ha saputo morire da valoroso.

L’armata napoletana potè alzare la sua bandiera con la coscienza dell’onore, quando questa bandiera fu tenuta da capitani che restarono alla stessa fedeli.

L’armata napoletana, lodata da tutti gli esteri, presa a modello per la sua tenuta dallo stesso Imperatore di Russia, che la passò in rivista, quando onorò di sua presenza la nostra Napoli, avea bisogno di due grandi elementi —  della fatica continua, e di coraggiosi capitani.

Non escludo quei capitani, che valore, lealtà e fede serbarono sino all’ultimo trarre del cannone: ma quanti furono costoro?

La crittogama della troppo buona vita avea reso molli quei cuori, che avrebbero dovuto essere di fuoco nell’ora del dovere, e che invece si vendettero alla rivoluzione, ed ebbero il coraggio del tradimento.

Debbo dirlo: l’armata piemontese era in tutto inferiore all’armata napolitana: in tenuta, in vestiario, in paga, in vitto, in dottrina....: ma alla rigida disciplina del soldato piemontese si univa la fedeltà dei capitani.

Vittorio Emmanuele potrà perdere dieci battaglie sui campi del valore; ma la rivoluzione non abbatterebbe mai quel trono, affidato a difensori fedelissimi: né la Diplomazia oserebbe corrompere uomini, che nel petto hanno cuore e non fango.

La verità, e Viva Dio!!!

§ XI
PRIGIONI

Entrando a parlare delle Prigioni dell’Italia meridionale, quali erano prima del 1860, per poi visitarle quali sono oggi, mi piace fare un osservazione, che si estende a tutte le prigioni di tutti gli stati di Europa.

Chi volesse giudicare coscienziosamente di questo difficile, sempre dibattuto, e mai definito argomento della civiltà, legga con animo tranquillo l’opera che ha per titolo Le Prigioni più celebri di Europa di Alboize e Maquet.

Sono otto volumi, la cui lettura è destinata a dare una risposta storica alle lucubrazioni filosofiche dei pubblicisti, che si affaticano ad attuare il sistema penitenziario a sollievo dell’umanità, che è colpita dalla mano della giustizia.

Senza molti comenti, posso dire, che da quel libro ho desunta questa terribile verità; cioè che presso tutte le nazioni di Europa gli orrori delle prigioni sono identici: che i condannati sono vittima della più deplorabile indifferenza, o della nequizia degli uomini: che dovunque si trova un riscontro di sofferenze, di lagrime e di tormenti; per cui un grido di sdegno prorompe dal cuore contristato dai lugubri racconti di quelle prigioni.

Questo rapido esordio l’ho creduto di tutta necessità, perché dal 1849 più specialmente la setta rivoluzionaria, per non poter fare altro, e per non aver altro a maledire nel nostro Reame, si affaticò a fare delle prigioni napoletane una quistione quasi di diritto internazionale!

Si scelse questo lato patetico e cormentale per interessare le fantasie, innanzi alle quali si presentavano i quadri neri e spaventevoli delle prigioni napoletane, come testimonianza di governo barbaro e di pura tirannide.

Sir Gladston, paraninfo di Palmerston, l’alleato a sua volta di Napoleone III, prestò l'appoggio del suo nome per accreditare tutte quelle calunnie, che gradatamente giunsero alle proporzioni fantastiche create dalla rivoluzione del 1860.

Oggidì è stato pure un solenne omaggio alla verità la franca, quantunque tarda, ritrattazione di Sir Gladston, che ha dovuto in Parlamento sconfessare quasi intieramente quelle sue accuse, ed accennare alla loro impura sorgente.

Eppure, se vi ha nazione, presso di cui le prigioni, massime quelle di Stato, facciano deplorare l’alto bisogno d’una riforma a prò dell’umanità in esse sofferente, è l'Inghilterra. E Gladston per causa delle prigioni, chiamò quel governo negazione di Dio! Proposizione meditata e scritta anticipatamente in un salone aristocratico di Napoli!

Ma le carceri, mi si dirà, non erano allora destinate ai soli imputati e condannati politici; e se con costoro si largheggiava in concessioni, come erano trattati i prigionieri per reati comuni?

Ciò che è storia, non si può rinnegare, ed io sarò imparziale, perché ho visitato in quei tempi le prigioni di Castel Capuano e di S. Francesco; sulle quali restringerò la mie osservazioni, come ad esempio di prigioni di minor conto.

Re Ferdinando II operò una riforma nel regime penitenziario, e volle migliorata immensamente la condizione del carcerato.

Innanzi tutto fu disposto di tenersi pulite e monde le prigioni; al che si adempiva poco (non si può niegare) sino a che quel Sovrano raccomandò la vigilanza delle prigioni ai R. R. padri Gesuiti. E si deve convenire, che d’allora la sorte dei carcerati ebbe un miglioramento sensibile, né fu tanto facile la frode da parte degli appaltatori.

Il carcere di San Francesco poteva dirsi più propriamente l’ospedale dei prigionieri i quali erano curati con ogni zelo o solerzia da valenti medici, che per turno adempivano al loro dovere; è noto, che nell’infermeria esisteva un apposita farmacia., affinché le medele si fossero trovate pronte ad ogni occorrenza.

Questa farmacia oggi non esiste più!

I Gesuiti prendeano gran cura della morale di quei detenuti, che nei conforti e nei consigli continui della Religione, ingentilivano, si direbbe, l’animo; e sortivano da quelle prigioni, se non del tutto moralmente rigenerati, certamente migliori di quello che erano entrandovi, ed avversi al delitto.

Vi erano bellissime cappelle in tutte le carceri: e chiunque conosce la vita oziosa e vuota del prigioniero, nato di popolo, comprenderà i grandi vantaggi di quelle pratiche religiose, che occupavano una parte della giornata, che si sarebbe perduta nell’ozio più pernicioso.

A rendere facile e pronto il servizio della provvista dell’acqua nelle carceri, furono costruiti molti condotti in ferro fuso con le trombe rispettive, tuttora esistenti: ed io stesso ho veduto, come in poche ore tutte le stanze dei prigionieri sieno provvedute di acqua: sicché nel corso della giornata (erano i mesi di Maggio, Giugno e Luglio!) spesso io avea bisogno di acqua fresca, e mi veniva subito portata.

Quegli ottimi e zelanti Padri erano amati dai poveri detenuti, che al loro avvicinarsi correvano a baciar loro le mani, come ad angeli consolatori.

Il vitto dei detenuti era composto da una pagnotta di venti once, della stessa qualità del pane, che si dispensa al soldato, o pane così detto di munizione: una buona zuppa, sia di riso, sia di legumi, sia di pasta, era cucinata con ogni condimento salubre ed appetitoso.

Le cucine erano tenute con ordine e con proprietà: gli utensili, specialmente quelli di rame, erano netti e vigilati, perché non mancassero di stagno.

È un fatto, che nessuna epidemia si è manifestata in quelle carceri, anche nei tempi nefasti del Chòlera, quando tutta Napoli piangeva le migliaia di estinti.

I letti erano composti da scanni di ferro, da un pagliericcio, da un lenzuolo di tela cruda, da un cuscino e da una coperta di lana.

In quelle prigioni, sia che il detenuto avesse un mestiere, sia che lo si chiamava ad apprenderlo, stavano botteghe di ligatori di libri, di fabbricanti d’organi, di falegnami, di ebanisti, di calzolai e di sarti.

Si era costituita un officina di filanda di cotone, e vi erano 336 argani o arcolai appositi.

Vi erano altresì i lavori di stuoie in giunco, tanto adoperate presso di noi.

Altri erano addetti a ridurre in sfila le pezzuole di lino per conto degli ospedali.

Basti il dire, che il governo avea fondata una Cassa di risparmio nelle prigioni per l’esercizio delle arti e mestieri, e fu scritto un apposito regolamento, ove nell'art. 16 è detto, che del prezzo del lavoro appartenevano due terze parti al detenuto, ed una terza parte all’Amministrazione per il mantenimento ed il miglioramento delle officine di lavoro.

La somma di diritto del detenuto, elevata a capitale, fruttava il 4 per 100 d’interesse: sicché il prigioniero, dopo avea scontata la sua pena, usciva dal carcere con il cuore educato ai sentimenti della religione; con l’aver appresa un arte che prima ignorava; e con un capitale, che diventava il piccolo suo patrimonio, mercé cui entrando in grembo della società, trovava in se e nelle proprie braccia, dal primo giorno, il lavoro ed il pane per non morire di fame e di onta, discacciato dovunque si presentasse: e per non ricorrere, nel colmo della disperazione, quasi alla necessità del delitto, come a mezzo di alimentare un corpo abbrutito dall’ozio e dal vizio del carcere.

Questi sistemi, che le nazioni più incivilite non tutte vantano ancora, sono stati giudicati da Sir Gladston per tale una barbarie, sì che quel governo fu chiamato da lui negazione di Dio!!!

Se non narrassimo cose, che hanno l’autenticità officiale di tempi contemporanei, crederemmo di rinnegare anche la luce del sole.

Ecco la logica, la morale, la lealtà della rivoluzione.

Con avere il governo affidata la cura e la direzione morale delle carceri ai PP. Gesuiti, venne scemando e quasi scomparve dalle carceri una funesta e tante volte pericolosa associazione, che si chiamava Camorra.

Ho detto di essere storico ed imparziale, e non mancherò a me stesso.

In Napoli esisteva, ed esiste tuttavia, una specie di setta, composta da uomini del popolo, turbolenti per indole, fieri di loro bravura, orgogliosi d’imporsi con la forza al debole.

Questa setta caratterizza i così detti Camorristi.

Ha un organizzazione perfetta, e leggi e statuti proprii, che, quantunque non stampati o scritti, pure sono partecipati ai giovani affiliati, i quali li apprendono e li osservano con un esattezza ammirevole; avvegnacché la pena più comune, applicata a chi offenda la legge o le prescrizioni dell’associazione, sia la morte di coltello!

I camorristi hanno i loro luoghi di riunione per deliberare intorno alle proprie faccende; e dipendono da un Presidente eletto con libero voto da coloro, che son considerati giunti al diritto di poter votare. Dopo la carica del Presidente, vi sono altre inferiori, che godono privilegi relativi.

I Camorristi hanno le loro scuole di coltello e di bastone, alle quali educano gli allievi, che quasi sempre son presi dal numero di coloro, che hanno più audacia e destrezza nel furto.

E questi sciagurati, che sin dall’età di 10 anni si danno al furto, sono chiusi nelle prigioni, dove sono raccomandati dai camorristi di fuori ai camorristi detenuti in quelle stesse carceri!

Non intendo qui di fare la storia dei nostri camorristi; di coloro del cui braccio si servì tanto la rivoluzione del 1860 capitanata da Liborio Romano; ma dirò di essi quanto si riferisce alle carceri.

Nella loro organizzazione bene disciplinata, i camorristi hanno relazioni fra loro, sia che si trovino liberi, sia che si trovino carcerati.

Il camorrista si crede nel diritto di dover esigere una decima, una prestazione forzosa, in omaggio della sua bravura e del suo protettorato, da quanti nella classe del popolo sono stimati in obbligo di farlo per criterio dell’associazione!

Il camorrista presta braccio forte al contrabbando — esige un imposta giornaliera dai venditori di frutta, che vengono al mercato dai villaggi e dai paesi circonvicini di Napoli — egli pretende simile prestazione sui generi di paste e di carni, che passano le barriere — entra nei caffè, e riceve una parte del danaro che prende il vincitore, senza che egli giuochi — : entra in una bettola, e beve la sua caraffa di vino gratis.

In somma è un despota, giudice ed esattore ad un tempo, la cui legge sta nel suo coltello, la cui garentia sta nel suo protettorato.

I camorristi di primo rango, e che hanno diritto ad una parte maggiore di questo bottino giornaliero, si contano spesso in una classe, che non è quella del popolo propriamente detto; ma che esercita o un mestiere o un negoziato, tante volte creato col frutto di così vituperevole mercato.

Il camorrista, conosciuto e temuto, distinto per la sua foggia di vestire e per alcune maniere di camminare e di parlare tutte proprie, è obbligato a dar conto ogni giorno della sua retata; e depone nella cassa comune il lucro, che poi va diviso tra gli aventi diritto allo stesso.

Se un camorrista era carcerato, egli avea sempre diritto alla sua quota sui lucri dei suoi compagni, che erano liberi: ed egli mandava a sua volta a costoro la camorra, lucrata nel carcere.

Questa corrispondenza era così esatta, e così fedelmente  eseguita, che si son veduti camorristi, condannati ai bagni ed alle galere, e mandati ai forti di Tremiti, di Ponza, di Ventotene e simili, corrispondere non solo con i camorristi, fuori carcere, di Napoli; ma eziandio con quelli carcerati a Napoli!

Il danaro sempre ugualmente ripartito, era puntualmente consegnato al camorrista carcerato, cui non mancava nulla pel suo sostentamento.

Io ho udito a narrare fatti spaventevoli di condanne pronunziate ed eseguite dall’associazione dei camorristi!

La condanna, per esempio, dovea colpire un camorrista infedele carcerato, ed era di morte: s’interrogavano i camorristi che erano detenuti, ed avutone il verdetto affermativo, si dovea passare all’esecuzione.

Allora di questa s’incaricava il Capo camorrista, che era carcerato: ed infatti non una, ma cento volte sono avvenuti fatti scellerati di sangue nelle prigioni. Un infelice si trovava strozzato o morto di coltello, e non era possibile alla giustizia il sapere dagli altri carcerati il nome dell’uccisore!

Adunque, per tornare al camorrismo del carcere, quando un individuo era fatto prigioniero, non appena egli metteva il piede nella prigione, dovea pagare, a seconda della sua condizione e dei mezzi, che al capo camorrista sembrava attribuirgli, una somma per titolo di buon compagno, e per aver diritto ad essere protetto.

Guai a colui, che non pagava prontamente questa imposta del camorrismo!

Tale orrida piaga del carcere, nefasta prima del 1830, fu presa in cura dalla Polizia, che cominciò ad interessarsene, ed infatti il camorrismo del carcere diventò meno esigente, e più mansueto poco a poco: sino a che messi i PP. Gesuiti alla direzione morale delle carceri, il camorrismo diventò impossibile, e la più severa disciplina sostituì quella truculenta oligarchia del pugnale.

Oggi (non esito a dirlo, perché è vero) il camorrismo non esiste più nelle prigioni; e se qualche camorrista arrestato entra nelle stesse con qualche idea antica e sinistra, al primo atto ostile passa un cattivo quarto d’ora.

I carcerieri, per quanto si fosse curata la piaga del camorrismo, erano o di questa lega, o soggetti alla pressione della stessa; e perciò il carcerato non dovea, che tenerli carezzati col danaro, per averli umani, condiscendenti ed amici.

Lo che, come si può comprendere, se diventava una disciplina rilasciata a fronte del governo, tornava a sollievo immenso pel detenuto, che non era sottoposto alla rigida tutela di uomini, che nati dalla bassa società, perversi e duri per indole, condannati quasi ad una perenne reclusione, in continuo contatto con malfattori; quando sono lasciati a se stessi ed arbitri d’una vigilanza rigorosissima, toccano l’estremo del rigore, e si convertono in tirannucoli, esosi all’umanità ed alla stessa giustizia.

Un carceriere, che prende in odio un detenuto, si fa suo carnefice impunemente: è la più orribile e spaventevole tortura: è la belva che tiene sotto le acute sue unghie la vittima, che la legge gli affida.

Per contrario, lo stesso aguzzino, quando prende a ben vedere il carcerato, è il sollievo delle sofferenze di lui; perché il separato dalla società, dalla famiglia; esposto a tutte le privazioni della vita, che aumentano gli aculei della perdita della libertà, trova meno infelice e disperata la sua condizione nell’ottenere quelle piccole concessioni, che sembrano una fortuna, un tesoro per chi conosce le sevizie del carcere!

Adunque, giova ripeterlo, se a quei tempi la disciplina mancava di rigidità, in conseguenza l’umanità languente ne guadagnava: ed io so dalla stessa bocca di detenuti, che quei carcerieri con i prigionieri di gentile condizione erano quasi servitori; mentre con quelli di bassa levata divenivano naturalmente familiari, e si contentavano del poco, che ad essi veniva dato.

Da questo sistema poco disciplinare, ma molto più umanitario, si potrà trarre argomentò di censura?

Abbiamo letto tutti il libro di Silvio Pellico, le celebri Mie prigioni; abbiamo letto le Addizioni alle mie prigioni dell’ardente Maroncelli: ebbene, potremo dimenticare le piccole gioie portate al loro cuore da un sorriso della Zanze, e dalle ruvide ma affettuose premure dello Schiller?

La prova più eminente di fatto, donde si desume, che la condizione dei prigionieri era sotto il caduto governo meno trista di oggi, sta in ciò, che allora non avvenivano quelle continue evasioni, che attualmente si deplorano: lo che depone a prò d’una disciplina, che nella sua severità si accostava di più all’umanità; mentre mantenuta nella sua inflessibile figura, inasprisce l’animo del carcerato, gli raddoppia l’orrore naturale, che il carcere gl’ispira; e mette in moto il cervello per fargli trovare un mezzo, mercé cui riacquistare la perduta libertà, bravando tutti i pericoli dell’impresa. sono perfettamente di avviso, che la disciplina nelle prigioni sia di suprema importanza sociale; ma se è colpa il non ammetterla, è colpa del pari il farne mezzo di sofferenze, che ripugnano all’umanità.

La disciplina deve essere nel tempo stesso severa ed umana: si può benissimo distruggere il camorrismo dei carcerieri, distruggendo eziandio il loro ributtante dispotismo: si possono assegnare al detenuto diritti e facoltà, che nei loro limiti possano considerarsi per quelle concessioni, che diversamente dipendono dal favore e dall’ingordigia di un aguzzino!

Il carcerato per tal modo diventerà più mansueto; sopporterà con più rassegnazione la sua prigionia e la sua pena: non patirà gli aculei dell’assoluta privazione di quei piccoli bisogni, che nella libertà sono un nulla, ma nella prigionia sono tutto, non sentirà il cuore lacerarsi al perenne e fisso pensiero di veder ricisamente staccato ogni vincolo di relazione, sinanche con la propria famiglia!

E scrivo questo con il più saldo convincimento, con la testimonianza della più dolorosa esperienza personale, e ne riparlerò a suo luogo.

Mi si conceda una dimanda, che oggidì dovrebbe far impallidire i nostri martiri risorti nel 1860: ed è la seguente.

Nelle carceri del passato governo si dava la tortura.

Questo romanzo, che non ha neppure l’autorità allusiva di Gladston, e che si è inventato nel 1860, localizzandolo in Sicilia, ha avuto l’onore d’uno smaltimento nei giornali insurrezionali, e l’immortalità nella penna del sommo poeta francese Victor Hugo, repubblicano del giorno, orleanista della vigilia nel 1848.

La famosa sedia angelica, la cuffia del silenzio, le cannucce e simili ribalderie, che portavano anche un progresso negli strumenti di tortura del medio evo, ingemmavano le bugiarde e false carte di coloro, che non aveano che questi soli mezzi, pur troppo esosi, per atterrire le menti credule del già atterrito paese; e costruire la brillante cornice d’un quadro, nelle cui tinte lugubri e nerissime si ravvisava appena il soggetto, che oggi brilla di luce così viva agli occhi di 26 milioni d’italiani, e di tutta Europa!

La menzogna e l’impostura si diedero la mano, e fecero corteo a ben altre qualità sorelle, che erano partite rimpinzate d’oro dalla Senna e dal Tamigi.

Così nelle nostre carceri, dove la storia ha trovato un governo troppo generoso con i carcerati politici (e che sia stato tale, non è a dubitare, perché l'attuale governo non lo ricopia), la favola dei tempi eroici della rivoluzione narrò la tortura! — al prezzo di 15 centesimi la linea negli ossessi ditirambi di giornali, che oggi farebbero vergogna al governo.

Un certo Dottor Raffaeli. fu l’inventore di questa favola, la quale non fu ben pagata, sicché nel 1861 questo emerito inventore della cuffia del silenzio tradì il silenzio, e pubblicò nel Corriere Mercantile di Genova una lettera, con la quale reclamò audacemente il benefizio delle sue menzogne!

Non mi ricordo precisamente in qual giornale inglese lessi, nel 1862, che un ciarlatano avea fatto costruire alcuni istrumentì di tortura a fantasia, sul modello della poesia di Victor Hugo; e con gli stessi si recò a Londra, invitando con un gran cartello gl’inglesi ad ammirare, con la spesa d’un pence, quegl'istrumentì di torture, che ricordavano la tirannide dei Borboni; istrumenti che il saltibanco assumeva di essere gli originali; quelli che avean tratto lagrime, grida, sangue e morti dalle carni delle vittime; e che egli avea comprati, chi sa come ed a qual caro prezzo!

La polizia di Londra non vietò la farsa; ma il buon senso del popolo inglese fischiò la ridicola esposizione di quel mentecatto, che avendo lucrato la fame da simile speculazione, si suicidò tra i ferri della sua bottega!

La tortura, ma quella vera, con tutti gl’istrumenti maestrevolmente maneggiati dagli aguzzini, non esisteva fra noi barbari sino al 1860: e forse si disse, che esisteva, perché la si dovea introdurre. Sicché se ne immaginò una spaventosamente romantica, per rendere possibile una tortura vera, che non raggiungesse le proporzioni della cuffia del silenzio e della sedia angelica.

Non scrivo romanzi io, se parlo a questo modo: constato il fatto della tortura nelle prigioni d”Italia; fatto, che portato sino in Parlamento, ha finalmente reclamato la voce severa di migliori disposizioni.

Chiudo questo capitolo con la coscienza di poter affermare storicamente, che se le prigioni del Reame delle Due Sicilie diventarono una questione internazionale per coloro, che su questo tema esaltarono le fantasie nello scopo di avvalorare i disegni, che la rivoluzione macchinava per compiere i fatti del 1860; si sarà raggiunto lo scopo settario, ma non si è potuto che brevemente pregiudicare la verità.


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CAPO VI

POLITICA INTERNA ED ESTERA DI FERDINANDO II
§ I.
§ I. Gli Storici politici — Indipendenza di Ferdinando II  — La Giovine Italia e ano imprese — Repulsione dei popoli ad associatisi — Giustizia e dovere della repressione — Paragoni storici — Lealtà soverchia nella scelta dei consiglieri della Corona — § II. Fiducia nell’armata —  I Ministri e la loro entità amministrativa e politica — Il Ministro Fortunato — Assolutismo nella politica estera — I Ministri del 1848 —  La Costituente — Il 18 maggio — Apprezzamenti politici — Il Principe di Torella mandato a sciogliere la Camera —  § III. Ministeri posteriori al 15 maggio  — La Reazione — La Magistratura — Giuseppe Marini Serra — § IV. La Polizia — §  V. L aristocrazia — § VI. La politica estera di Ferdinando Il sino al 1848 — Paolo Versace — Palmerston e Napoleone III  — Assurda ostinazione di Ferdinando II — Sue ripulse all’estero — L’opposizione interna  — Gli antidinastici dell'Aristocrazia — Agesilao Milano  — Lo scoppio della polveriera, del Carlo II e della fabbrica delle capsule — Il tentativo di Sapri  — Moti crescenti di rivolta  — § VII. Avvicinamento inutile alla Francia  — Il partito tory al potere — Errore del Re a non riconoscere l’importanza dei tempi — Matrimonio del Principe ereditario — Viaggio del Re  — È avvelenato ad Ariano — Ritorno a Napoli — Sua morte.

Risoluto a non celare il vero nei fatti storici dei nostri tempi, respingo fermamente le calunnie dei nemici implacabili dei Borboni, libellisti e non storici, settari e non onesti liberali; ma sento il dovere di riconoscere tutti gli errori di Ferdinando II in fatto di politica interna ed estera.

Senza dubbio la catastrofe del 1860 non sarebbe venuta, se Ferdinando II non fosse stato lasciato al solo ed unico suo volere; e se un’accorta pressione gli si fosse fatta dal consiglio di uomini intelligenti ed autorevoli.

Ecco, a mio avviso, la gran sciagura del Reame a quell’epoca, che dovea precedere la rovina del 1860.

Ferdinando II avea sentimenti popolari e liberali; intollerante d’estero predominio, conobbe benissimo la gravità dei tempi, si avvide che la rivoluzione era latente e che minacciava il Reame; ma per vincerla, per incatenarla, per renderla impotente, si apprese ad un mezzo, ch’egli reputava il solo opportuno; e fu quello, come testé dimostrai, di una buona amministrazione: sicché le popolazioni, vivendo vita agiata e felice, dopo tanti anni

di calamità, respingessero qualunque invito a sollevazioni politiche, e da sé stesse facessero giustizia dei ribelli e degli agenti della Giovane Italia.

Niuno più di lui potea essere certo dell’odio del gabinetto inglese, tenuto da Lord Palmerston che gli era nemico personale; ed egli non ignorava, che Londra fosse il centro di direzione della Giovine Italia, presieduta da Giuseppe Mazzini.

Egli era informato del personale della Corte e dell’armata; non avea dimenticata la storia dell’aristocrazia del Regno; sapeva ove stavano i suoi fedeli, dove gli infinti, dove i cospiratori.

Credè e fiduciò troppo nelle forze delle sue previsioni politiche, nell’avvedutezza del suo senno, nell’amore del popolo.

Sventuratamente, argomentando dai piccoli tentativi, che si manifestarono dal 1837 al 1848, pensò che la rivoluzione si riducesse ad un conato di pochi audaci, che fosse facile vincere e fucilare; tra gli applausi d’un popolo indifferente ed avverso a politiche rivolture.

Avendo organizzata una armata, forte relativamente ai bisogni del Reame, non volle mai riflettere a ciò, che la rivoluzione potesse un giorno farsi capitanare e proteggere da mano straniera e nemica dei Borboni.

Ed infatti dal 1837 al 1848, se ne togli qualche tentativo parziale in Sicilia, il Regno era dovunque tranquillo e la sua prosperità finanziaria, industriale e commerciale rapida e gigante.

Il famoso cospiratore Marchese di Zambeccari di Bologna venne nel 1842 a Napoli sotto colore di studi di botanica e di collezione di minerali; mosse anche per la Sicilia; ma tornò con la convinzione, cioè che se vi erano giovani liberali, pronti a cimentarsi in una ribellione, le popolazioni erano assolutamente negate a seguirli.

Il movimento destato nelle Calabrie nel 15 Marzo 1844 da Carlo Poerio, Francesco. Paolo Bozzelli, Antonino Plutino, Mariano d'Ayala ed altri, andò assolutamente a vuoto, perché le popolazioni calabre non vollero rispondere, è risposero all’appello insurrezionale.

Lo sventurato e troppo irriflesso tentativo dei fratelli Bandiera, di Domenico Moro e di altri mandatari della Giovine Italia, tentativo sconsigliato dallo stesso Mazzini; ebbe un esito tragico e spaventevole; perché le popolazioni dettero addosso agli audaci che venivano a suicidarsi.

La congiura dei Rossaroll'fu un’altra dimostrazione dell’essersi le popolazioni napoletane e siciliane assolutamente negate a ribellarsi.

Gli storici della rivoluzione hanno a tetri colori dipinte e narrate le esecuzioni capitali, che ebbero luogo in seguito di quelle rivolture; ma oggi — vogliamo sperarlo —  nessuno oserà adottare quello stile abbastanza ridicolo e dispregevole.

Ferdinando II fece allora quello che tutti i Re hanno fatto, e faranno sempre e dovunque per tutelare l’ordine e la pace della Nazione.

Dal Settembre 1860 — prima anche del Plebiscito — Cialdini scrisse un proclama con cui trattò da ribelli i cittadini, che allora potevano restar fedeli al Monarca, che si battea al Volturno ed a Gaeta; e gridò — ho cominciato a fucilare!

La Marmora mandò i bersaglieri ad Aspromonte contro Garibaldi, il quale, come fu colpito da una palla di fucile nel piede, e l’avesse ricevuta in pieno petto, sarebbe rimasto ucciso: lo che vi dice, quanto il governo italiano fosse severo coi ribelli, e notate, che Garibaldi stesso, che fece l’Italia nel 1860, come si disse e come non si dirà mai più, fu dichiarato e trattato da ribelle ad Aspromonte.

Felice Orsini ed i suoi compagni lasciarono il capo sotto la ghigliottina per attentato alla vita di Napoleone III; come già Fieschi e complici ebbero la stessa sorte sotto il regno di Luigi Filippo.

Ciò posto, non è eminentemente assurdo il solo pensare, che Ferdinando II avesse dovuto far valigia all’apparire di quei troppo ardenti patrioti, e lasciare il trono ed il regno agli apostoli della Giovine Italia? E farlo quando le popolazioni al primo segno d’insurrezione diedero addosso a quei sconsigliati?

S’intende bene, che i settari danno del bomba e del forca ai Re, che non sono uccelli per le loro reti; ma è buono alla fine, che questi epiteti si possano dagli scrittori della setta generalizzare al titolo e non alla persona dei Re.

Adunque Ferdinando II, che pure avea respinte le proposte venutegli dalla Giovine Italia per mettersi alla testa del movimento italiano, che si è verificato nel 1859, non volle spingere l’occhio oltre i confini del suo Reame; e quindi non temeva i cospiratori, quantunque conoscesse l’esistenza della cospirazione permanente.

Nel suo giusto buon senso non entrava neppure il supposto, che l’Europa avesse potuto subire la crisi d’un diritto nuovo, assolutamente contrario al diritto delle genti; e fece valere la sua dignità e l’indipendenza del Reame con nobile carattere contro la prepotenza inglese nella quistione degli zolfi.

Questa coscienza, troppo illusa, della propria forza nell’inviolabilità d’un diritto, circondato dall’affetto e dalla gratitudine d’un popolo tranquillo e felice, gli ispirarono un’altra risoluzione, che se fu generosa, non fu politica.

Credè di assicurarsi contro la rivoluzione, accogliendo nei Consigli della Corona, nell’armata ed a Corte quasi tutti coloro che alla sua Dinastia furono avversi.

Ebbe la debolezza di fare lo stesso invito a Giustino Fortunato, giacobino sotto i francesi, murattino con Murat, borboniano sotto i Borboni.

Questa sicurezza d’animo fu un errore; egli ne fece le prime prove, e sventuratamente doveano essere durissime dopo la crudele sua morte.

§ II.

Dal 1846 più specialmente, i sintomi d’un’agitazione europea si aumentavano evidentemente: il trono di Luigi Filippo tentennava, ed il mazzinianismo era divenuto di moda in Italia, ove si lavorava alla sordina, ad onta della solerte vigilanza dei governi.

Ferdinando II vide approssimare la bufera del 1848; ma osò guardarla con occhio sicuro, appunto per quella fatale credenza, che gli bastasse combattere la ribellione all’interno, non temendo nei nemici esterni, che gli ispiratori e non gli attori di essa.

Avea un’armata, che finché egli visse, gli fu devotissima, e lo sostenne con zelo e con coraggio contro la rivoluzione del 1848; e fu gran ventura: imperocché sin da quel tempo Lord Palmerston avea in mira di detronizzarlo.

Era tale il fascino, che Ferdinando esercitava sull’armata e sui Comandanti in generale, per quanto che niuno avrebbe osato tradire la bandiera nazionale: ed infatti Francia ed Inghilterra, vivente quel Re, non tentarono mai un intervento pari a quello del 1860; imperocché essi aveano la certezza, che con quell’armata fedele e con le popolazioni avverse ad insorgere, ogni tentativo non avrebbe fatto altro, che mettere più profondamente le radici della Dinastia, e svalutare moralmente e materialmente le forze della rivoluzione.

L’insuccesso del 1848 e la sua dolorosa tragedia fu la gran dimostrazione di questo vero.

È stato rimproverato a Ferdinando II, ch’egli avesse voluto fare tutto da sé; che avesse tenuto i Ministri in conto di servitori; che avesse scelti a così alto ufficio i più ignoranti; che avesse allontanato dalla Reggia l’aristocrazia, per regola, tenuta fuori i Consigli della Corona; che si fosse fatto circondare troppo da preti, che gli si imponevano; e che avesse elevata a gran macchina di governo la Polizia!  

Vi è del vero e vi è dell'esagerato in queste accuse; e per rispondervi, bisogna essere giusto, indipendente ed onesto.

Ferdinando II, prima del 1848, ha avuto pochi ministri; e se niuno di essi merita di essere chiamato uomo di Stato (se ne eccettui il Principe di Cassero, che volle mostrarsi tale nell’affare dei Zolfi e fu mandato a domicilio coatto a Foggia), certamente essi furono buoni amministratori.

E che fossero stati intelligenti, lo abbiamo provato nel precedente capitolo; imperocché essendo quei fatti altamente officiali ed autentici, nessuno potrebbe attribuirli ad un’amministrazione ignorante.

E notate, , che a quei tempi i Ministri non si mutavano in ogni due anni, come accade nei governi costituzionali, ancora palpitanti di rivoluzione: e perciò è facile il ricordare i nomi di quei pochi ministri, che amministrativamente sono degni di elogio, se furono grandi nullità in politica.

Diciamo questo, perché se Ferdinando II volle riserbata a se solo, ed in maniera esclusiva la politica estera; colui che gli diede il primo crollo, fu il Ministro Fortunato, che da vero giacobino, gli nascose le premure fatte da Sir Gladstone a favore di Poerio e degli altri condannati dopo la rivoluzione del 1848 nella processura detta dei 42.

Ferdinando II, quando lesse quelle lettere, di cui parlerò tra breve, allora soltanto seppe dell’indegna condotta del suo ministro, che lo avea compromesso tanto fatalmente; ed invece di punirlo, si limitò a congedarlo dal Ministero e lo nominò Consultore di Stato!!!

Gran despota invero era quel Sovrano!

Ma ciò non toglie, che l’inflessibile sua volontà a voler regolare da sé solo i destini politici della nazione lo avesse posto in opposizione assurda del progresso dei tempi e  delle idee: progresso al quale egli non avrebbe dovuto abbandonarsi ciecamente; ma sarebbe stata somma sapienza il guidarlo, moderarlo, e farsene un’arma invincibile.

La storia del Reame di Napoli, dettata dalle più basse e bugiarde passioni, ha creduto porre il marchio del dispotismo su quelle misure pronte ed energiche di repressione, mercé cui le continue ribellioni, destate da un pugno di mazziniani, erano spente sul nascere: ma scommetto che se quei tentativi si verificassero oggi, il governo italiano non farebbe altrimenti, e farebbe benissimo.

E pure quei Ministri, modello di buona amministrazione, sono stati accusati per ladri dai settari; e sono morti tutti poveri!!!

Nicola Parisio, D’ Andrea, D’Urso, Del Carretto e Santangelo hanno lasciato i loro eredi nella più onorata povertà; e specialmente questi due ultimi, i più ladri, secondo il giudizio dei settari.

Questi eredi, massime quelli del Santangelo, vivono in Napoli vita modesta, ma onorata e rispettabile.

Oh! se si potesse dire altrettanto di alcuni Ministri rivoluzionari d’Italia!!!

Era necessario, ch’io richiamassi queste memorie, perché il giudizio sugli uomini del caduto governo fosse esatto e giusto.

Uomini di Stato, non diciamo, ma mediocri politici non ne avea il Regno delle due Sicilie; e Ferdinando II ebbe il torto di non crearli; ebbe il torto di volere Ministri intelligenti amministrativamente; ma suoi schiavi politicamente.

Le conseguenze di questo sistema doveano essere molto fatali al Regno ed alla Dinastia.

La rivoluzione francese del 1848 dovea avere il suo contracolpo in Italia: era il momento, in cui Ferdinando II vedea chiaro innanzi ai suoi occhi l’avvenire d’Italia e della sua corona; né ciò è falso, perché — come testé dissi — a lui fu offerta quella corona italiana, che oggi è sul capo di Vittorio Emanuele; ed egli la rifiutò!

Era nei voti universali, che dai moti del 1848 Ferdinando avesse preso motivo a meglio regolare la sua politica.

Volse lo sguardo attorno a sé, per scegliere uomini, che rispondessero alla necessità dei tempi; e sulle prime si studiò di formare un gabinetto misto di conosciuti fedelissimi e di liberali moderati e monarchici.

Così il gabinetto del Febbraio fu composto dal Duca di Serracapriola, dal Barone Buonanni, dal Principe Dentice e dal Maresciallo Garzia, fedelissimi: e dal Bozzelli e dal Principe di Torella di fede greca, ma striscianti al potere.

Nel Marzo, l'elemento liberale fu rinforzato al Ministero da Carlo Poerio, dal Principe di Cariati e da Aurelio Saliceti.

Pochi giorni dopo, la rivoluzione diventava più esigente, e si ebbe un Ministero più accentuato con Guglielmo Pepe, Aurelio Saliceti, Conforti, Dragonetti, Poerio, Savarese Roberto, Cariati e Lieto!

La rivoluzione strepitava ancóra; e nuove modificazioni avvennero nel Ministero, che nell’Aprile vide Carlo Troya, il Vignali, il Ferretti, lo Scialoja, l'Imbriani e Francesco Paolo De Ruggiero.

Si avvicinava la luttuosa giornata del 15 Maggio, e due altri mutamenti si verificarono nel giorno 1, e 7 con le stesse individualità: la setta lavorava potentemente nelle province del Regno: ovunque era un armarsi poderosamente e serrarsi in battaglioni destinati a piombare su Napoli: l’oro inglese attizzava il fuoco sul continente, come nella Sicilia: i più irreconciliabili cospiratori aveano giurato di rovesciare la Dinastia: essi si erano installati a Napoli, nel Parlamento, nei Clubs, nelle piazze, e dopo aver fatta ventilare la parola tradimento, ad onta che Ferdinando II cedesse di continuo alle insistenze ed alle pretese rivoluzionarie, finirono col volere nel Parlamento non più la Costituzione già elargita; ma vollero che si proclamasse la Costituente.

Il momento era solenne: transigere e conciliarsi con quei settari, che si credevano già padroni della Corona e del Reame, era impossibile; non erano più le franchigie liberali, le più late, che si cercavano: il grido insurrezionale era: — abbasso il Re, viva la Costituente napoletana!

Per quanto il. Re avesse cercato, a mezzo di uomini moderati, frenare quel delirio e ricondurre quei traviati alla ragione; altrettanto le sue proposizioni erano respinte con sdegno e ricambiate con minacce e con basse ingiurie.

Alla Reggia giungevano notizie allarmanti di bande poderosamente armate, che si accostavano alla Capitale dalle Calabrie, dalle Puglie, dalla Basilicata; Napoli rigurgitava di facinorosi, destinati alle stragi; sicché una pronta risoluzione diventava inevitabile, cioè un doloroso conflitto, nel quale dovea succumbere o la Corona o la rivoluzione.

La stessa moderazione del Re irritava l’armata, che era fatta segno a scherni ed a minacce, perché non avea voluto unirsi ai ribelli, resistendo alle pratiche rivoluzionarie già fatte per l’iniquo scopo: l’ora fatale era suonata.

L’alba del 15 Maggio si annunziò tinta di sangue e e di eccidi: essa rischiarò le solide barricate costruite nella strada di Toledo ed in quelle adiacenti; sulle quali in volto truce e minaccioso erano postati i ribelli, che sfidavano la truppa accampata al largo del Palazzo Reale.

Dalla barricata di S. Ferdinando partì il primo colpo di fucile, che uccise un capitano dei reggimenti svizzeri, i quali tranquilli e con l’arma al piede non rispondevano alle provocazioni dei ribelli.

Fu il segnale della carneficina: la bandiera rossa fu issata sul Castello di S. Elmo!!!

Un velo, un velo eterno nasconda quelle scene di fratricidio e di rabbia selvaggia: e così potessero essere cancellate dalle pagine della nostra Storia!

Dopo il 15 Maggio, caduto il ministero Trova, ne salì un altro di brutta semireazione: brillavano in esso Bozzelli e Ruggiero, Torella e Carascosa; — fu chiamato Ischitella alla guerra,

Ili Il Parlamento rimase in piedi: ma le discussioni procedevano senz’anima, quasi senza scopo: la rivoluzione meditava nuove imprese in Sicilia ed a Roma; sperando di trionfare e di rifar le prove in Napoli.

Ed essa, aiutata d’armi e di danaro dall’Inghilterra, confortata di speranze dai rivoltosi di Francia, oppose in Sicilia tale resistenza; per quanto che, se Ferdinando II non avesse avuta fedele e coraggiosa l’armata, sarebbe rimasto vittima della rivoluzione sul continente, e più ancora nella Sicilia.

Fu dispotismo quello di Ferdinando II?

I settari lo han chiamato tale; e sarebbe stato un Re pio, se avesse abbandonato il Regno, lasciandolo in balia dei Mazziniani, che per tutta gratitudine alla fatale longanimità di Pio IX, gli scannavano il primo Ministro Pellegrino Rossi, che di principi onesti e liberali, avversando il radicalismo mazziniano, lavorava a costituire la federazione Italiana!

Bisognava di buona grazia lasciare il trono, perché a Napoli, come a Roma, s’istallasse un Triumvirato repubblicano?

Era dunque dovere imprescindibile di Re salvare il paese da quella nefasta anarchia; e se la Francia, quantunque ancora repubblicana, s’incaricò di spazzare Roma, la Città eterna, da quell’orda selvaggia, a colpi di mitraglia, restaurando il Sommo Pontefice, che salvò la vita con la fuga; fu veduto Re Vittorio Emanuele non piegare innanzi all’insurrezione di Genova, sollevata dare pubblicani; assaliti e vinti dalle truppe comandate dal Generale La Marmora.

Fu un’altra strage cittadina, olocausto terribile al nume della rivoluzione!

I settari sono implacabili nelle loro azioni, nei loro principi, nelle loro storie: ma Io storico indipendente chiama a raccolta il voto dell’umanità, e le dice — giudica e condanna il vero colpevole.

A dì 13 Marzo del 1849 entrò nella Camera dei deputati il Principe di Torella, allora Ministro del Commercio, e dopo aver susurrato qualche parola nell’orecchio del Comandante della guardia di sicurezza, consegnò una lettera sigillata al Presidente dell’assemblea.

Era il decreto, con cui si scioglieva il Parlamento!

Il Principe di Torella s’incaricò di questa missione!!!


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§ III.

Sciolto il Parlamento, sospesa, (secondo il linguaggio officiale! ) la Costituzione, Ferdinando II licenziò il Ministero Cariati, e gli successe il Ministero Fortunato; di quel tale ex-giacobino, ex-murattista, allora puro borboniano, che provocò stoltamente le fatali lettere di Sir Gladstone. Io non mi persuaderò mai di ciò, che Ferdinando II, così avveduto nel giudicare gli uomini, che chiamava al potere, si fosse così supinamente ingannato sul conto di colui, che in un ministero di reazione egli non avrebbe dovuto giammai ammettere.

Con Fortunato, preposto alla Presidenza, alle finanze ed agli esteri, vennero Pietro d’Urso all’interno, e temporaneamente all’Agricoltura e Commercio; Ferdinando Trova alla Pubblica istruzione; e Longobardi a Grazia e Giustizia.

Poco dopo il d’Urso andava alle finanze, e l’Interno fu diviso tra Salvatore Murena per la parte amministrativa e Gaetano Peccheneda per quella politica.

Cariati e Torella ebbero l’Ordine di S. Gennaro; e Bozzelli, che fu con essi strumento della reazione del 15 Maggio, ebbe una pensione di tremila ducati!!!

Mettiamo da banda la storia deplorabilissima degli arresti e delle processure politiche in seguito a quella vittoria della Monarchia sulla rivoluzione: questo periodo di dispotismo in casi simili avviene dovunque, e sarebbe molto slogico volerlo censurare esclusivamente nel Regno della due Sicilie.

La riscossa del partito politico, che fu oppresso, porta con se la qualifica di oppressore; e tanto nella provocazione, quanto nella reazione, si trasmoda dalla prudenza e quasi sempre dalla giustizia.

Anzi la reazione è sempre più fiera, appunto perché si vendica delle patite ingiurie.

Rileggete la storia di tutte le reazioni dei governi che hanno trionfato d’una ribellione; e troverete che in Austria, in Russia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna, in Francia sia la stessa.

Date uno sguardo alla Francia del 1870, dopo la caduta della Comune, e vedrete il campo di Satory coperto di cadaveri di comunisti fucilati.

La ferocia della rivoluzione autorizza quella della reazione.

Non vogliamo scusare la reazione governativa avvenuta nel 15 maggio; tanto più, per quanto che coloro, che ne furono colpiti, oggi si trovano, chi più, chi meno, al potere ed in alti luoghi; ma facciamo appello alla loro lealtà per risponderci, se potendo ora verificarsi una ribellione contro il governo costituito, essi si regolerebbero in modo diverso da quello che sventuratamente fu tenuto dal caduto governo dei Borboni.

Avremo occasione di parlare anco una volta su questa tesi, quando ne toccherà accennare alla famosa legge Crispi, che è tutta una risposta al nostro quesito.

È innegabile poi, che per quanto gli arresti e le processure politiche fossero state molte e talvolta inopportune, non può registrarsi un solo caso di esecuzione capitale; perché le sentenze di morte che furono emanate dalle Corti Criminali, furono tutte dalla clemenza sovrana commutate in pene minori; meno per un solo, giustiziato a Salerno, che, nel Cilento, avea alla ribellione aggiunto il misfatto di assassinio in persona del Barone Maresca.

Né oggidì si può porre in mezzo il solito grido di sentenze dispotiche ed ingiuste; imperocché quanti, senza eccezione, furono colpiti da quelle, le hanno invocate a documento del loro patriottismo e del loro martirio, per essere giudicati benemeriti della libertà e ricompensati delle sofferte sventure — E tutti, magnificando le loro gesta per abbattere il trono di Ferdinando II, non hanno fatto altro, che confessare la giustizia di quelle sentenze dal lato della convinzione e della lealtà dei magistrati, che le pronunziarono.

Il cospiratore accuserà sempre il governo di despotismo; e il magistrato di servilità, di deferenza, d’ingiustizia, allorché lo condannerà sulla base dei fatti processuali, che provano il suo misfatto di cospirazione per rovesciare l’ordine costituito e la corona; ma ciò non toglie, che quella sentenza sia giusta e secondo la legge; e che il Magistrato sia integerrimo, facendo dolorosamente il suo dovere.

Teniamo a fermare l’attenzione della pubblica opinione su questo punto importantissimo della storia di quei tempi funesti; imperocché è mio divisamente rendere omaggio alla verità; la quale è che la nostra Magistratura fu severa, ma giusta; e non credo di mentire, se dirò, che fu qualche volta equa sino all’indulgenza dopo il primo empito della reazione.

Mi limito a ricordare il celebre e non mai abbastanza rimpianto Avvocato Giuseppe Marini Serra, illustrazione e gloria del Foro napoletano, e mio amatissimo maestro; il quale con coraggio civile, pari all’altezza del suo ingegno, prese la difesa degli imputati politici, e molti salvò anche dal carcere.

E noi udimmo più volte ripetere da lui, che siccome si temeva dagli avvocati l’assumere la difesa dei reati politici, egli si presentò a Re Ferdinando II, il quale lo lodò non solamente, ma lo incoraggiò alla difesa, augurandogli buona fortuna per sé e per i suoi. difesi.

Quante volte Marini Serra si è recato a chieder grazia a Ferdinando II della vita d’un condannate a morte, è ritornato sempre con la grazia Sovrana ad asciugare le lagrime della desolata famiglia del condannato!

Questo che narro, è storia, e non vuolsi dimenticare.

§ IV.
LA POLIZIA

Parlerò diversamente, cioè con dovuto biasimo di quella reazione poliziesca, che dal 1848 in poi divenne il tormento del Reame, suscitando quel malcontento, quel fastidio profondo, che dovea mutarsi in piena indifferenza nelle vicende del 1860.

Dopo il 15 Maggio, Ferdinando II fu circondato da una Camarilla esosa di uomini, che innalzarono il vessillo dell’ignorante, del poliziotto e della spia.

Epoca nefasta di demoralizzazione su tutta la linea: di crassa e vituperevole ipocrisia strisciante innanzi ai piedi del birro.

Gli eventi del 1848 tolsero a Ferdinando II ogni dirittura di idee sulla situazione politica generale di Europa e speciale al Reame; ed egli si chiuse in un fatale isolamento, e si diede a discrezione dell’esosa Camarilla, che lo tolse dagli occhi del popolo e menomò quel primitivo fascino, che lo rendeva così bene amato.

Soppressa la libertà di stampa nei momenti eccezionali, essa fu sepolta per sempre: era un misfatto politico il solo pensare alla pubblicazione d’un giornale, non diciamo politico, ma che trattando esclusivamente di arti, di mestieri e di scienze, si permettesse scrivere la parola eziandio, ritenuta come una profanazione del precetto «non nominare il nome del Signore Dio tuo invano!»

I castrapensieri di quell’epoca scesero sino al ridicolo, ed è tutto dire.

La polizia era tutta intenta a proibire e sequestrare giornali e libri, che venendo dall’estero, urtassero le suscettibilità religiose e politiche dei Revisori!

Una intolleranza così stupida ed impolitica, mentre torturava i nervi orribilmente, produceva l’effetto contrario; poiché allora si ponea tutta la cura ad ingannare la vigilanza della polizia — e non era molto difficile il farlo! —  e noi ricevevamo giornali e libri, i più proibiti ed ostili al governo dei Borboni.

Anzi, quanto più crescevano le misure di proibizione, tanto più cresceva la voglia di acquistare e leggere quelle stampe; per l’innegabile verità, che il frutto proibito sia quello che più si voglia gustare.

Che se il governo avesse valutata la libertà della stampa, ed avesse avuto il buon senso di guidarla; non solo avrebbe diminuita la rabbia del leggere ciò che esso vietava, ma avrebbe rese innocenti quelle leggende da settari, che erano con un santo sdegno credute e propagate.

Ferdinando II, la cui mente svegliata fu uno dei suoi più grandi pregi, concepì tale un’avversione per la stampa, che ai suoi occhi era un essere condannato a priori, chi mostrasse di saper leggere oltre il prescritto dalle pastoie governative; e peggio poi, se mostrasse delle velleità per le materie politiche!

Ferdinando II conosceva benissimo quale guerra spietata gli si facesse dalla stampa all’estero, e non potea certamente supporre, che il Reame fosse così circondato da un muro cinese, da non poter quella stampa farsi largo tra noi, cautamente ed insidiosamente; e però se quel Sovrano avesse compresa tutta la potenza di quest’arma, che è la penna, avrebbe facilmente smascherate le menzogne e le male arti dei settari, che con gli scritti minacciavano il suo trono e l’indipendenza del reame.

Egli giunse sino a circondarsi di Segretari ignoranti e quasi analfabeti, che tanto più gli erano cari, quanto più ignoranti; imperocché era così geloso dell’assolutismo delle sue idee e dei suoi propositi, da non permettere che da altri fossero indovinati.

Avveniva, che la gioventù studiosa, come appena sentiva le penne alla mente, e si liberava dalla gramola di pedanti professori, si abbandonava, senza guida, a corpo perduto, nella lettura di libri perniciosi, immorali e bugiardi in politica, sorbendo quel veleno a larghi sorsi.

Questa gioventù, che nel 1848 ebbe impressioni inaspettate e profonde, è appunto quella generazione, che dopo 12 anni ha contribuito a sostenere la rivoluzione del 1860, che l’ha trovata già virile e radicata nell’avversione all’assolutismo del governo.

La vera piaga cancrenosa, che rodeva la vita rigogliosa di quel governo era la Polizia!

Questa solenne istituzione sociale, diretta nella sua vigilanza preventiva a tutelare la Società dall’opera dei malvagi, a mantenere, coi suoi mezzi brevi e pronti, rispettato l’ordine pubblico, si convertì in una specie di Comitato diretto a provocare il malcontento dello popolazioni.

Una cerchia d’ignoranti e di fanatici, col proposito di combattere ad oltranza la rivoluzione, e di tenere guardato il trono dai colpi di essa, si prefisse un sistema imbecille nel fondo, per quanto scellerato nei suoi risultamenti; sì che la rivoluzione del 1860 trovò preparato il terreno da coloro, che più si vantavano fedelissimi alla Dinastia regnante.

Questi sciagurati, avidi di potere, Robespierre in diciottesimo, cominciarono dall’allarmare Ferdinando II, avvisandolo che fosse continuamente minacciato da pugnali e da rivolte; in guisa che giunsero ad isolarlo dal popolo e ad allontanarlo dalla Capitale.

L’idea fissa, predominante, della Polizia era la politica: essa vedeva dovunque un demagogo, un riscaldato, un attendibile; e guai a coloro, che con questi titoli erano registrati nei libri neri della Polizia centrale: essi poteano essere certi di passare tra gli interdetti dai pubblici uffici, ove entravano liberamente gli ipocriti e gli ignoranti, che sapevano cantare a voce alta il fedelissimo suddito dell'assoluto padrone e Sovrano, sull’intonazione di un servile Te Deum!!!

Oggidì gli stessi più dichiarati legittimisti convengono dei fatti imperdonabili di quel sistema poliziesco.

Sino a quando quella Polizia avesse con arte machiavellica seguite le fila della rivoluzione; ne avesse guastate le trame; avesse colpito i veramente rei; avesse rivelato al mondo quei colpevoli maneggi; certamente avrebbe fatto il suo dovere, tutelando la sicurezza interna dello Stato dai furbi, dai disperati, dagli intriganti, dai ladri, dai nemici del paese.

Ma no! — quella polizia si creò un trono d’un dispotismo esoso e ributtante, per quanto sciocco; si costituì governo nel governo; ficcò la sua mano dovunque; scrisse su tutte le porte delle amministrazioni la parola bargello!

Il sistema poliziesco di quei tempi fu la vera cospirazione contro lo Stato e contro la Dinastia, e lavorò a raggiugnere e raggiunse il 1860.

Sarà duro il dirlo, ma debbo dirlo.

Ignoranti e cretini, tutta la scienza dei poliziotti consisteva in un apparato di ruvide ed insolenti maniere, in parole spesso da trivio e provocanti, e nelle referende di agenti, quasi tutti perversi e mentitori.

Andate sintetizzando quel sistema, e troverete, che una barba lunga, o tagliata, come si diceva, all’italiana, ed un cappello a larghe falde erano segni di demagogia: e si vedeva una biscia, come Campagna, il famoso Commissario di Polizia, entrare in un Caffè e nei luoghi pubblici, e costringere un povero diavolo a mutare subito di cappello ed a radersi la barba.

Il viaggiare dalla Provincia per Napoli diventava un  problema di difficile soluzione, se non avevi porta libera nelle Intendenze o Sottointendenze; se non eri un affezionato, un attaccato, stile di quei tempi.

Bisognava fare una dimanda alla Polizia locale, che facea rapporto al Ministero; aspettare il beneplacito del Prefetto di Polizia; e quando fosse stato affermativo, ti mettevi in viaggio per presentare ad ogni città, donde transitavi, il tuo passaporto all’Ispettore di Polizia: pur fortunato, se nel passaporto non avevi un segno convenzionale in color rosso, lo che significava sorveqliatelo!!!

Erano punture di spilli, noie provocanti, tormenti nervili, che faceano perdere la pazienza al più flemmatico.

Nuotavamo nell’oro, nelle ricchezze, nella prosperità; ma questo tormento permanente, senza tregua, senza riguardo, accendeva una voglia ardente di liberarcene ad ogni costo.

Figuratevi, se con questi triboli sulla vita, gli ingegni più svegliati non doveano essere vittima di quelle suggestioni, che venivano dagli emissari della rivoluzione, i quali sempre sfuggivano agli sguardi di quell’intelligentissima polizia!

E quando per l’ostinata proibizione poliziesca ci era impossibile conoscere le vere condizioni interne degli altri paesi d’Italia, quelle del Piemonte più specialmente; avveniva che l’oro, in cui nuotavamo, si reputasse fango, ed il fango della rivoluzione oro preziosissimo.

Si diventava liberale per forza, senza volerlo, per reazione al dispotismo barocco d’una polizia parricida.

Che più? La Polizia si era insinuata sinanche nell’armata, ed osava — lo dirò — dominare nella Reggia!

Era tale l’organismo di questo sistema, che i lamenti del popolo non potevano giungere sino al Sovrano, condannato pel primo a subire quell’incubo fatale, diviso dal suo popolo!

Tutti erano convinti, che Ferdinando II, il quale potea dirsi confinato a Gaeta, fosse la gran vittima d’un’astuta e malefica pressione; e tutti agognavano — la rivoluzione non già — ma il giorno, in cui il Re avesse meglio conosciuto i tempi, e si fosse liberato da quella comitiva di briganti, che gli alienavano l’amore e la fede del popolo.

§ V.

Si è spesso dimandato, qual parte abbia avuta l’Aristocrazia sotto il regno di Ferdinando II.

Se ne eccettui il Principe di Cassero ed il Duca di Serracapriola, non so qual altro nome rinvenire nella parte diplomatica del governo di Ferdinando II.

Certo è, che richiamando alla memoria tutti i Ministeri creati da questo Sovrano, pare che l’aristocrazia avesse avuto un perenne ostracismo.

Ed è degno di nota, che il solo periodo, in cui alcuni aristocratici furono chiamati al Ministero, fu quello del 1848.

Solo allora si rividero in campo il Torella e il Cariati, i cui precedenti erano tutt’altro, che legittimisti.

Sicché è d’uopo dedurre, che Ferdinando II avesse tanta pessima opinione delle forze dell’ingegno dell’aristocrazia, da non chiamarla al governo dello Stato; o almeno avesse forte dubitato della fedeltà di essa, sì che fosse stato costretto a chiamarla al potere, sol quando la rivoluzione ambiva uomini di sua simpatia.

Infatti dopo il 15 Maggio 1848 furono bruciati tutti i Ministeri precedenti, e si ebbero sempre Ministri scelti dalla classe degli avvocati e della Magistratura.

Non voglio ricercare le ragioni, che inducevano Ferdinando II a questo contegno, che non depone certo a favore dell’aristocrazia; ma poiché questa attribuisce a quel Sovrano l’inarrivabile merito di conoscere profondamente la personalità del suo reame, così sotto il riguardo scientifico, che sotto quello politico; le lascio naturalmente il peso della risposta vera e coscienziosa: e se non sia pur fatalmente vero, che Ferdinando II dissimulasse, troppo longanimamente, rimpetto ad una sfrontata cospirazione, che si perpetrava contro di lui in qualche salone aristocratico; ed avesse fatto male malissimo a disprezzarla, anzi che a tenerla nei limiti di quel rispetto, che puro una stupida polizia non trovava nei più onesti e tranquilli cittadini.

Vedremo le conseguenze di questa sua imprevidente condotta!

Certamente, da che Ferdinando II salì al trono, il nome più in voga per meriti scientifici e per abilità diplomatica fu il giovane Paolo Versace, di cui si servirono il Principe di Cassero ed il Duca di Serracapriola nelle varie e difficili circostanze in cui la Corona si trovò impegnata all’estero; e lo stesso Antonini, che non nato da nobile prosapia, ebbe dal Re il titolo di Marchese, fu mantenuto a Parigi per quel tatto squisito e prudente acquistato nel suo lungo ufficio; più che per sveltezza di mente.

Abbiamo veduto chiamato al Ministero degli esteri il Comm. Carafa, persona stimabilissima senza dubbio, ma che a quel posto era incompatibilissima.

Ma prima di chiudere questo capitolo con l’esporre la deplorabile politica tenuta da Ferdinando II all’estero, non posso non rilevare un fatto costante manifestato dalla Corte di Napoli; massime dal 1848 in poi.

Ferdinando II, così popolare e che amava di conversare con le persone del popolo, dimostrò un’avversione, che talora giunse sino al disprezzo verso l’Aristocrazia.

Non la tenne lontana solo dal Ministero, ma non la volle neppure nella Reggia, che rimaneva chiusa ermeticamente.

Non diciamo, che le feste ed i balli di Corte furono aboliti; ma gli stessi ricevimenti officiali aveano luogo a Gaeta od a Caserta; ed in tutti gli altri soliti ricevimenti, l’Aristocrazia, che di dritto entrava a Corte, era ringraziata.

Carlo III avea introdotto a Napoli l’etichetta, piena di minuti riguardi, della Corte Spagnuola; Ferdinando I ed anche Francesco I tenevano desto il brio, il fasto, le pompe della Reggia; ma con Ferdinando II tutto disparve: anzi non è un mistero, che la Regina Maria Teresa non amasse vedere in Corte le stesse Dame, che erano nominate pel suo servigio personale.

Continue erano le rimostranze dell’Aristocrazia contro questo inesplicabile contegno del Re; e se la parte antidinastica dell’aristocrazia non se ne dava naturalmente pensiero, quella dinastica era su tutte le furie, e talvolta trasmodava nella censura.

Ma che cosa fece l’aristocrazia per farsi rispettare dal Sovrano?

Se ne eccettui le opere di quel chiarissimo giureconsulto e statista, che è Pietro Ulloa, Duca di Lauria; non si è veduto, dal 1830 in poi pubblicato un libro di autore, che con la nobiltà del suo ingegno avesse illustrato il nobile suo casato: un libro che avesse rilevato un nome aristocratico nelle cognizioni del diritto pubblico, o in quelle economiche, finanziarie, storiche, amministrative.

E sarebbe stato il vero e potente mezzo per richiamare l’attenzione del Sovrano sull’aristocrazia, pur troppo allontanata dalla Corte e dai più cospicui posti del governo.

Adunque non volendo menomamente indagare le ragioni di questa molto eloquente condotta di Ferdinando II, non posso sconoscere il fatto, cioè che l’aristocrazia nulla avesse osato per farsi ammirare e stimare dal Re, ponendo sotto i suoi occhi una testimonianza di merito, che avesse fatta concorrenza a quello, niente strano, dei Carafa, dei Murena, dei Troya, degli Ajossa e roba simile.

Che se anche Ferdinando II avesse voluto essere ingiusto sino al punto di rimunerare il merito scientifico e politico con un indegno abbandono; certamente l’opinione pubblica all’interno ed all’estero si sarebbe manifestata in modo da richiamarlo a più savi propositi.

E dico anche di più: se questa aristocrazia, per una nobile ispirazione, avesse avvisato di farsi distinguere nel mondo scientifico, politico ed anche letterario; naturalmente avrebbe raccolto intorno a se gli ingegni più eletti della borghesia: ed in un momento di pericolo, come avvenne nel 1860, le due solenni aristocrazie dell’ingegno e dei natali si sarebbero trovate insieme, forti, previdenti a salute del trono e della patria.

Adunque se l’aristocrazia credette abbrutirsi nei pettegoli risentimenti di casta, isolarsi dalla Corte e dal consorzio civile, sol perché non potea far mostra degli abiti di Corte e dei superbi suoi equipaggi; rese più largo e spaventevole il vuoto intorno alla corona, aumentando l’indifferenza del popolo, e lasciando aperta la via ai faccendieri, agli ipocriti, agli intriganti, alle spie, ai traditori.

Sarò forse brutale nei miei giudizi, ma queste memorie, pur troppo storiche, sono un precedente fatale, le cui conseguenze diventarono anche più fatali dopo la crisi del 1860; quando l’aristocrazia napoletana ha potuto prendere quella classificazione evidente, che oggi la caratterizza al cospetto del paese e dell’estero.

Eppure i nomi di Filangieri, di Cito, di Porcinari, di Caravita sono ad eterni caratteri incisi sulle opere del loro ingegno; tramandate alla posterità come testimonianza della duplice nobiltà della loro mente e del loro casato.

L’umanità non s’inchinò, non s’inchinerà mai ai simboli araldici d’una famiglia: essa ha benedetto e benedirà sempre ad un gran nome; si chiami Tanucci, si chiami Filangieri, si chiami Giambattista. Vico; purché sia nobile e grande per opere di virtù, di beneficenze e di studi, donde l’umanità e la patria siano vantaggiate.


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§ VI.

Un breve cenno sulla politica di Ferdinando II all'estero: procediamo per epoche.

Nel 1830 scoppiava la rivoluzione a Parigi: la Monarchia di Luglio dava un frego di penna sui trattati del 1815: la rivoluzione risorgeva condotta da Luigi Filippo, che fu eletto Re mediante un così detto plebiscito parlamentare.

Ferdinando II in quell’anno stesso ascendeva al trono.

Il suo programma, come testé accennammo, era evidente — sottrarre il Reame dalla fatale pressione straniera, rigenerare la vita interna dello Stato con buoni sistemi amministrativi ed economici.

Questo programma non potè piacere a Vienna, a Pietroburgo ed a Berlino; e fu invece ben veduto a Londra ed a Parigi.

Egli fu abile a non urtare le suscettibilità delle potenze nordiche, e seppe guadagnarsi le simpatie della Francia.

Quando si accese la guerra civile in Spagna per la successione al trono di Ferdinando VII, il Re di Napoli si pose con le potenze nordiche a riconoscere i diritti di Don Carlos; mentre il Portogallo, l’Inghilterra e la Francia sostenevano quelli di Isabella; sicché nacquero alcuni rancori tra le Corti di Parigi e di Napoli; rancori che crebbero dall’avere il Re di Napoli accolto la Duchessa di Berry sua sorella, vedova del duca di Berry figliuolo di Carlo X, che nel febbraio 1820 fu assassinato da un Louvel.

Di più, un malumore era surto tra la Corte di Napoli ed il governo inglese, ove sedeva Lord Palmerston primo ministro, per la quistione degli zolfi.

Ferdinando II sperimentò in quella congiuntura l’abilità di Paolo Versace, il quale condusse a buon porto le differenze con Parigi mercé una dichiarazione della Duchessa di Berry, che s’impegnava a non tentare alcuna intrapresa contro il governo di Luigi Filippo.

Il Versace fu meno fortunato a Londra, ma si verificò una sua previsione; cioè che Palmerston cercava una quistione per romperla col Re di Napoli.

Infatti, avendo il gabinetto inglese rifiutate tutte le buone promesse fatte da Ferdinando II per abolire il monopolio degli zolfi, osò inviare una flotta nelle acque di Napoli, con minacce e con ingiunzioni perentorie.

Ferdinando II mostrò in quell’occasione energia e coraggio: egli diede le opportune disposizioni militari per difendere Napoli, e nel tempo stesso reclamò alle grandi potenze contro la soperchieria inglese.

Luigi Filippo incaricò il Guizot, ambasciatore a Londra, di porre la sua mediazione in tale affare; il Duca di Serracapriola ebbe pieni poteri, tenendo a Segretario il Versace; e Thiers, allora Ministro di Francia, scrisse la bozza del concordato, con cui, risarcita la dignità offesa del Re di Napoli, e rispettati i suoi diritti sul governo delle miniere e sul dazio d’esportazione dello zolfo, fu annullato il monopolio accordato alla Compagnia Taix; fu posto un limite alle dimande degli inglesi, e stabilite le somme di compenso.

In questo affare Ferdinando II comprese, che i piccoli Stati hanno sempre bisogno di essere sostenuti da una grande potenza; ma fu plaudito dal paese ed ammirato all’estero per la sua indipendenza.

Nella quistione di Spagna, essendo stato disfatto Don Carlos, dopo 7 anni di lotta, e trattandosi di dare uno Sposo a Donna Isabella, Ferdinando II si avvide che le potenze nordiche si affaticavano a prevalere, presentando un pretendente; ed allora egli fu il primo a riconoscere Isabella come Regina di Spagna, dichiarando in una nota al governo austriaco, che si mostrò contrario a tale risoluzione, ch’egli intendeva dare «un esempio di nobile indipendenza, che sarà presto o tardi dalle potenze stesse seguito; ma anche perché è convinto, che val meglio mutare di politica se è riconosciuta l’impossibilità di più servire la causa, che si era presa a difendere, che di non averne alcuna, siccome l’han pure dimostrato ai gabinetti conservatori nella quistione spagnuola».

L’Austria se ne vendicò; perché costretta a riconoscere la Regina Isabella, si pose d’accordo con l’Inghilterra; e Metternich e Palmerston stornarono il matrimonio quasi conchiuso tra Isabella ed il Conte di Trapani fratello di Ferdinando II.

Certo è, che l'Austria non ha avuto mai grandi simpatie per la Corte di Napoli, mentre Palmerston avea giurato di sterminarla.

Ferdinando II non ebbe cura d’invigilare le mene rivoluzionarie del ministro inglese, del cui odio egli era conscio; e perciò quando nel 1848 la rivoluzione scoppiò improvvisamente, e rovesciò la Dinastia d’Orleans, chiamando alla Presidenza della Repubblica il Bonaparte, che si annunziava già Imperatore; il Re di Napoli perdeva nella Francia il più sincero alleato, per trovarsela nemica col Bonaparte e con Palmerston.

D’altronde il contegno della Corte di Vienna era freddo e niente rassicurante; perché Ferdinando II dimostrò simpatie, un po’ troppo apparenti, per la Russia, nel tempo della guerra di Crimea.

Da questo momento, è forza confessarlo, la mente di quel Sovrano non ebbe più la lucidità politica degli anni giovanili, e non seppe prevedere e tener fronte agli eventi, che gli sovrastavano.

Nel Congresso di Parigi il Reame di Napoli si potea dire già condannato dopo le gravi parole profferite dal Conte di Cavour; ed alle quali Francia ed Inghilterra fecero plauso con tanta evidenza, da non poter sfuggire all’attenzione della Prussia e dell’Austria.

Intanto la Corte di Napoli, che non potea più sperare nell’aiuto della Francia, rimase senza alleanze, e quello che è fatalmente doloroso, non si curò di averne.

Eppure Ferdinando II avea sotto gli occhi l’insegnamento terribile del 1848; ed era quello il momento, in cui avrebbe dovuto risolversi ad una politica franca, audace e liberale; ed opporsi come una diga all’invadente onda della rivoluzione, che si avvicinava, partendo da Londra, da Parigi e da Torino.

Egli dubitava di tutto e di tutti; non accoglieva neppure le preghiere e le insistenze dello stesso Antonini che gli consigliava di cedere alla corrente irresistibile dei tempi.

La sua risoluzione fu irrevocabile: non volle concedere la costituzione.

Questa politica assurda all’estero e quella non meno assurda mantenuta all’interno mercé un regime poliziesco, doveano dare armi più taglienti nelle mani di Palmerston, del Bonaparte e di Cavour; ed animare i cospiratori che aspettavano l’ora della ribellione, certi di non trovare resistenza nelle popolazioni malcontente.

Ferdinando II fu il primo Sovrano che riconobbe l’Imperatore Napoleone III, e costa dai dispacci, che il Marchese Antonini mandò a Carafa nel 1859, che il Conte Walewsky avesse insistito, perché il Re di Napoli si fosse posto di accordo con la Francia e con la Russia per prevenire le gravi complicazioni, cui era esposto il Reame in seguito a disegni combinati tra l’Inghilterra ed il Piemonte.

In quei momenti il Bonaparte teneva ad impedire una rivoluzione unitaria, della quale egli avea pur troppo le segrete informazioni; sicché una volta che il Re di Napoli, sostenuto dalla Russia e dalla Francia, si fosse posto in condizioni politiche da dare una smentita a Cavour ed a Palmerston, naturalmente essi avrebbero dovuto soprassedere da ogni tentativo rivoluzionario.

Fu destino! Ferdinando II restò sempre ostinato, e si rifiutò alle stesse insistenze della Russia!

Tutti ricordiamo le note nel Maggio 1856 pervenute da Parigi e da Londra alla Corte di Napoli, con le quali si chiedeva ampia amnistia ed una informa nell’amministrazione della giustizia.

Brenier e Temple erano certi della risposta che fu mandata a Walewsky ed a Clarendon: — il Re di Napoli si dichiarava il solo giudice competente a conoscere i bisogni dei suoi stati, e ricordava che nessun governo avea diritto d’entrare nell’amministrazione d’un altro Stato, massimo in fatto di giustizia.

Questa risposta fu imprudente: imperocché, se Ferdinando II stava nel buon diritto di parlare a quel modo, egli dovea considerare, che si trovava in condizioni anormali per tutta l’Europa, a che l’astuzia e l’opportuna pieghevolezza sono i pregi dei grandi uomini di stato nei momenti difficili.

Il Versace, il Principe di Petrulla, che era a Vienna, ed il Cav. Regina che era a Pietroburgo, consigliavano di dare le riforme e di mettersi sotto la protezione della Russia.

Fu destino, lo ripeterò ancora!

Ferdinando II rimase irremovibile.

Allora i Ministri di Francia e d’Inghilterra chiesero ed ottennero i passaporti!

Il Bonaparte dové rinunciare ai suoi progetti: egli prese il passo sull’Inghilterra in Italia, si pose a viso scoperto a capo della rivoluzione, s’imparentò alla Real Casa di Savoja, e procedé di accordo con l’Inghilterra per riuscire nell’intento..

§ VII.

I primi sintomi della rivoluzione non tardarono a manifestarsi.

Sir Gladstone, che fece un escursione a Napoli per sondare lo spirito pubblico e regolarsi su quello che la rivoluzione avrebbe potuto trovare, dové essere meravigliato al cospetto dell’opposizione liberale e quasi antidinastica che trovava nel salone del Principe di Torella, ove Sir Tempie era cordialmente ricevuto; sicché senza molto cercare altrove, raccolse quivi quanto credè bastevole per i suoi apprezzamenti politici; come diremo in un capitolo speciale.

Né minore era l’opposizione antidinastica di quella parte dell’aristocrazia, che per precedenti politici non ha mai potuto amare i Borboni; o che li odiava, perché non troppo facili ad elargire onori di Corte.

Insomma Ferdinando II sentivasi bersaglio della cospirazione dei saloni aristocratici; dei segreti clubs di coloro, che aveano relazione coi cospiratori rifugiati a Torino; e con i condannati politici, con cui tenevano vive intelligenze dalle stesse carceri; e degli agenti di Palmerston e di Bonaparte, messi all’ombra della loro nazionalità e garantita dal Ministro Sardo in Napoli, Conte Pes di Villamarina.

La setta degli unitari, di cui faceano parte il Generale Nunziante, (Duca di Mignano) ed il Generale Conte Pianell, favoriti del Re, cominciò a pronunciarsi anche più audacemente.

Nel giorno 8 Decembre 1856 Ferdinando II passava in rivista la truppa sul Campo, ove si solennizzava la festività dell’Immacolata Concezione, protettrice dell’armata — Un soldato dei cacciatori, Agesilao Milano, esce dalle file e gli vibra un colpo di baionetta, che l’avrebbe passato parte a parte, se non fosse stata diretta troppo in basso entrando per la borsa della pistole d’arcione. Il Re fu ferito leggermente.

Dal processo fu rilevato, che il Regicida apparteneva al Comitato unitario della Giovine Italia, che obbediva ai cenni del Mazzini.

Egli fu condannato a morte.

I settari, di cui quell’infelice fu vittima, hanno imprecato a Ferdinando II, dandogli del tiranno, e coniarono medaglie commemorative in onore di Pisacane e di Agesilao Milano; ma non calcolarono il grave e difficile compito, che affidavano al loro complice, che essi condannavano a morire: imperocché, anche a supporre che la baionetta regicida avesse ucciso Ferdinando II, la morte di Agesilao Milano sarebbe stata immediata al misfatto.

Eppure i settari non possono ignorare, che Ferdinando Il era deciso a far grazia della vita a quel disgraziato, e trovò viva opposizione nel corpo diplomatico, e nel suo favorito Duca di Mignano!

I regicidi erano mandati dalla Setta fondata in Marsiglia nel 1832 da Mazzini col titolo di Giovine Italia, e di là mossero il lombardo Volonteri ed il francese Borel, che doveano trucidare Carlo Alberto, e che furono fucilati a Torino: di là mosse Antonio Gallenga, che ebbe da Mazzini un pugnale e 1000 franchi per pugnalare Carlo Alberto: di là uscirono Pianori ed Orsini, che attentarono alla vita di Napoleone III e furono ghigliottinati a Parigi!!!

I pugnalatovi, che costituivano una sezione privilegiata della Setta mazziniana, erano votati alla morte non appena profferivano l’infame giuramento: e la commiserazione dei settari che li mandavano al palco dei regicidi, non è che la turpe irrisione dei più vituperevoli complici, anzi dei principali colpevoli.

Oggi l’opinione pubblica manda un grido di riprovazione alla loro scellerata ipocrisia.

A dì 17 Decembre 1856 Napoli tremò tutta, percossa da un terribile scoppio. Una pioggia di pietre, di travi e di membra umane spezzate, cadde sulle nostre strade!

Alla polveriera della Darsena era stato messo fuoco!

Si sperava di mandare in aria la Reggia, e ciò sarebbe avvenuto con la rovina del vasto caseggiato del rione di S. Ferdinando, se per una felice previdenza non fosse stata trasportata, appena tre giorni prima, tutta la massa di polvere ivi depositata, nelle polveriere di Capua, di Gaeta e di Baja.

Diciassette i morti: moltissimi i feriti ed i mutilati.

Pochi giorni dopo, scoppiò la polveriera delle capsule nell’armeria reale, poco discosta dalla Reggia; e furono deplorati morti e feriti.

Nelle prime ore della notte del 4 Gennaio 1857, ancorata nel porto, sempre presso la Reggia, e pronta a veleggiare per la Sicilia, carica di polveri, era la fregata il Carlo III: quando essa fu mandata in aria dalla mano assassina della Setta unitaria.

Allo scoppio terribile si spense il gas, e la città restò immersa nell’oscurità e nello spavento: trentotto infelici, e tra essi l’ufficiale comandante, rimasero morti!

E non bastava: Mazzini avea giurato di ribellare le due Sicilie, e se erano falliti i tentativi dei Bandiera e del Bentivegna, sperava miglior fortuna reiterandoli in momenti, nei quali la diplomazia era avversa alla politica di Ferdinando II.

A dì 25 Giugno 1857 Pisacane, Nicotera e Falcone s’imbarcarono sul Cagliari, piroscafo della Società Rubattino, e mossero verso Ponza, ove li aspettava Giovanni Matina, colà deportato, assieme ad altri congiurati. Assalirono il piccolo presidio, che fu colto alla sprovvista, e rotti i cancelli delle prigioni, furono in 800 insorti; sicché preso prigioniero il Comandante della fortezza, facilmente s’impossessarono della stessa.

Da Ponza veleggiarono per Sapri, accompagnati da un 300 rivoltosi; ma colà giunti, trovarono nelle popolazioni di Sapri, di Torraca, di Vallo, di Diano e di Padula, ove il Comitato li attendeva, il più freddo accoglimento dapprima; e non appena il governo, avvisato del tentativo, mandò il solo 7.° battaglione Cacciatori per reprimerlo, gli audaci si avvidero di non poter resistere ad una truppa disciplinata, e si diedero alla fuga, cercando scampo fra i dirupi di quelle montagne! — Ma gli stessi terrazzani, ove li incontravano, uccidevanli!

Pisacane, che pure con soli 80 avea potuto scampare da quel macello, mosse per Sanza, ove ripeté la scena dell’insurrezione, alzando la bandiera tricolore.

Non gli valsero le preghiere dei più onesti e prudenti cittadini a cessare da quell’assurdo baccano: egli persistette, allorché suonate le campane a stormo, il popolo si levò in armi e si scagliò contro gli insorti.

Pisacane rimase vittima pel primo, e degli ottanta compagni soli ventinove, aiutati a tempo, furono fatti prigionieri. Fra questi era il Barone Nicotera, oggi deputato al Parlamento italiano.

Il consiglio di guerra pronunziò contro tutti la sentenza di morte: e Ferdinando II fece grazia a tutti!


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§ VII.

Intanto Francia e Piemonte aveano dichiarata la guerra all’Austria; la rivoluzione levò il suo urlo terribile, che ebbe un eco pronta nelle due Sicilie, e Ferdinando II si avvide — troppo tardi! — che la rovina del Reame e forse della corona era imminente.

Per quanti sforzi facesse la Polizia a frenare la corrente elettrica dell’opinione pubblica, che si commoveva alle notizie delle vittorie francosarde, ed alla lettura dei proclami clandestini, che faceano il giro del Reame, non riusciva che a: maggiormente eccitare gli animi alla ribellione.

Ferdinando II tentò un ravvicinamento a Parigi; deliberò di dar moglie al Principe ereditario, e prima di decidersi a concedere le tanto negate riforme, volle da se stesso studiare l’animo delle popolazioni, compiendo un viaggio nelle Province di Capitanata, di Bari e di Lecce; avvegnacché la Reale Principessa Maria Sofia di Baviera fosse aspettata a Brindisi.

Napoleone III, officiato dal Conte di Hatzfeld Ministro di Prussia, non si mostrò reluttante a riprendere le relazioni interrotte col governo napolitano; e ricevé il Principe di Ottaiano — quel medesimo, che da pochi giorni è morto Senatore del Regno  — ed il Commendatore Paolo Versace, che ebbero in apparenza la missione di congratularsi con lui dello scampato pericolo corso nell’attentato Orsini.

 Ma per quel malinteso e fatale principio d’indipendenza, Ferdinando II non volle promettere ed impegnarsi alle chieste riforme, riserbando a se stesso il momento dell’iniziativa: sicché Napoleone III si tenne alle forme esterne di cortesia diplomatica, e non volle menomamente manifestarsi: e non lo potea più, una volta che la Francia era avvinta da forti legami col Piemonte, e la rivoluziono. trionfava.

Eppure in quell’epoca il partito tory era al potere, e Lord Derby, Lord Malmesbury e Lord Lyons difesero il governo di Napoli, contro il Piemonte, nella quistione del Cagliari — su cui erano imbarcati i ribelli di Sapri.

Ferdinando II interpetrò quel favore del governo inglese, per un’approvazione alla sua sbagliata politica; ma non credè opportuno di mettersi neppure sotto l’ali dell’Inghilterra, che certamente avrebbelo salvato, non solo dalle mene rivoluzionarie condotte da Palmerston, ma dalle ambizioni che Napoleone III già alimentava per una restaurazione murattista!

Così l’isolamento circondò sino all’ultima ora della sua vita questo Sovrano, che nell’alba del suo regno avea dato le più crude insonnie ai gabinetti del Nord!

Egli sperava di afforzarsi nella discordia delle potenze nordiche, e non avea indovinata la terribile politica di Napoleone III; e dico ciò, perché egli, contento di essere stato il primo Sovrano a riconoscerlo Imperatore, esclamò — «che il Bonaparte, per tenersi saldo sul trono, dovea abbattere la rivoluziono, e questo sarebbe stato per lui il più provvidenziale aiuto!»

E doloroso il ripeterlo: quel Sovrano, quando più ne ebbe bisogno, non seppe conoscere e valutare il progresso dei tempi e delle idee e dominarlo.

Ferdinando II, nel fitto inverno del 1859, mosse da Napoli per recarsi a Manfredonia, ove avrebbe ricevuta S. A. R. la Principessa Maria Sofia di Baviera, destinata sposa del Principe ereditario Francesco.

Malgrado le nevi e la rigidità straordinaria della stagione, egli volle proseguire il viaggio, ad ogni costo, né la sua salute dava sintomi di quella tremenda malattia, che in pochi mesi lo condusse al sepolcro.

Avvisato a tenersi vigile contro qualche attentato settario, egli non accettava cibi dalle autorità dei municipii, per cui transitava; ma giunto ad ora tarda ad Ariano, e cadendo la neve a larghe falde, fu caldamente pregato da quel Vescovo Monsignor Caputo a ristorarsi di cibo ed a prendere qualche ora di riposo.

Quell’indegno Prelato, che fu nel 1860 apostata e ribelle, come narrano gli storici La Farina —  ardente cospiratore a quei tempi — ed il Comm. Giacinto de Sivo, ardente legittimista — dovea consumare il nefando regicidio.

Ferdinando II fu avvelenato nel pranzo datogli ad Ariano dal Vescovo Caputo, il solo pranzo che avesse accettato da un Prelato, che egli avea tanto beneficato!

Ed in fatti, giunto a Lecce, il Re sentì un profondo malessere impossessarsi della sua persona, per solito robusta e ribelle ad ogni malattia; e poiché in pochi giorni, le forze gli mancarono, volle recarsi a Bari, ove la Principessa Maria Sofia sarebbe sbarcata.

Il male improvviso ingigantiva rapidamente; i più rinomati medici della provincia, e quelli chiamati espressamente da Napoli, vollero ch’egli tornasse subito nella Capitale.

Sul passaggio del Re, le popolazioni accorrevano in massa, ed alzavano archi trionfali, acclamandolo dovunque.

Specialmente nella Città di Bari le ovazioni del popolo giunsero sino al delirio; furono staccati i cavalli dalla sua carozza, condotta a braccia da quei popolani, fieri di gridare Viva il Re!.

Quantunque presago di sua morte, Re Ferdinando II, commosso da quelle dimostrazioni spontanee d’un popolo, che la Polizia gli avea dipinto per ribelle, volle interrogare la pubblica opinione; e specialmente in Bari egli si convinse, che l’odio del popolo non era contro di lui, sibbene contro gli uomini del suo governo e contro i sistemi governativi.

Ad una commissione di eletti gentiluomini egli disse —  «mi avvedo di essere amato dai miei popoli: mi hanno crudelmente ingannato: pregate S. Niccola, che al mio ritorno in Napoli io risani, e di cuore soddisferò ai voti di quelle riforme, che ho temuto di concedere sinora.»

Ohimè! la mano gelida della morte era poggiata su quel corpo, che implorava da Dio la forza della vita, mentre il cuore si riscaldava con quei patriottici sentimenti, che furono il felice palpito d’una nobile e grande giovinezza.

Ferdinando II, portato a Caserta, come sentì appressarsi l’ultima sua ora, chiamò a se la Regina, il Principe ereditario e tutti i Principi suoi figliuoli e fratelli; raccomandò loro la concordia, impose a tutti di riconoscere il Re in Francesco, e di sostenerlo nel difficile mandato, che gli imponeva la corona.

È noto, come in quei giorni i settari avessero fatta ventilare una sedicente cospirazione di palazzo a danno del Principe ereditario.

Ferdinando II rese l’anima a Dio a dì 22 di Maggio 1859.

La sua morte, come fu a notizia del popolo, produsse universalmente 1’impressione d’un profondo ed inqualificabile incubo; era un silenzio che interrogava; un dubbio che turbava le coscienze; un guardare pieno d’incertezza e di paura a quell’avvenire, che nelle tristizie degli ultimi anni del regno sembrava quasi preconizzato.

La setta, che fin dal 1848 avea giurato disfarsi del Re temuto, che dominava, è inutile dissimularlo, sul cuore delle popolazioni; che avea un’armata fedele, e che esercitava una sentita imponenza nelle Corti estere; gioì all’annunzio di quella morte, che era stata propinata dalle sue mani.

Finché fosse vissuto Ferdinando II, la rivoluzione sarebbe stata costretta a rodere il freno dell’impotenza; anzi si sarebbe veduta sconfitta nel giorno, in cui il Sovrano avrebbe accordate al paese le franchigie d’una moderata ed onesta libertà; imperocché era innegabile allora, che l’unità d’Italia fosse un voto della setta mazziniana, per nulla condiviso dal Bonaparte e da Cavour.

Ferdinando II era un ostacolo all’irrompere della rivoluzione, che già avea tese le sue reti a danno del Re Francesco II, destinato a cadere nelle mani di traditori e di parricidi.

I detrattori di Ferdinando II non potranno giammai cancellare dalla nostra storia il meraviglioso progresso portato dalla sua provvida, saggia ed onesta amministrazione: e se egli errò nel sostenere con tanta fermezza e con sentita buona fede un principio politico, le funeste conseguenze doveano ricadere essenzialmente sull’avita sua Dinastia e sul Reame.

A 49 anni, bersaglio della più implacabile guerra, morire con la coscienza di aver voluto il bene dei suoi popoli e di aver salvaguardata l’indipendenza del Reame, fu il suo ultimo pensiero!

Oh! egli ha dovuto soffrire assai vivendo!

Regno di Ferdinando II, per giudizio degli storici tutti, di quelli stessi della rivoluzione; per nobile confessione dello stesso Cavour; per solenne verdetto diplomatico; per l’unanime espressione delle popolazioni, fu incontestabilmente, in fatto amministrativo, saggio e provvidenziale; patriottico nella gelosa indipendenza Nazionale, quantunque troppo ispirato alla scuola tenace di vecchi principi, inattaccabili per loro stessi, ma inopportuni e pericolosi nel sostenerli contro la infrenabile corrente dei nuovi eventi, che costituivano una nuova politica europea.

Sotto il governo di Ferdinando II le due Sicilie raggiunsero l’apice della loro prosperità commerciale, industriale, manifatturiera ed artistica: rivaleggiarono con tutte le grandi potenze nel rialzare la forza finanziaria del credito nazionale, che nel 1830 era presso alla bancarotta.

Se Ferdinando II avesse saputo meglio apprezzare il progresso dei tempi e delle idee; se fosse stato meno esclusivo nella stessa nobile indipendenza del suo carattere; se avesse a tempo schiacciato il capo alle serpi che strisciavano ai suoi piedi; se avesse voluto scendere in mezzo al suo popolo, da cui lo tenevano diviso; certamente il Conte di Cavour avrebbegli per la seconda volta tributato il suo ossequio; ed avrebbe condotto a fine l’opera della Federazione italiana, che i settari spensero a Roma pugnalando Pellegrino Rossi, e che doveano rendere impossibile a Napoli avvelenando Ferdinando II.


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CAPO VII

I Murattisti
CONFESSIONI STORICHE

Prima di entrare nel breve periodo del regno di Francesco II, credo indispensabile dire qualche cosa intorno ai murattisti, e ne ho le mie positive ragioni; dovendo dimostrare largamente in seguito, come, per l’odio che giurai contro questa brutta genia politica, che lavorò prima e dopo il 1860 nell’Italia meridionale, avessi contro di me attirati gli sdegni non solo degli uomini della rivoluzione, sibbene dei murattisti mascherati a legittimisti.

B però parlerò del murattismo, dividendolo in due epoche: in quella precedente e coeva alla rivoluzione del 1860; ed è la tesi di questo capitolo: ed in quella posteriore al 1860, che certamente è più colpevole, e della quale parlerò distesamente a suo luogo.

Bisogna ritenere per teoremi storici nella rivoluzione che ha conturbata l’Europa dal 1848 in poi, questo fatto, cioè — che Luigi Bonaparte non ha voluto mai l’unità d’Italia.

Sin da quando egli salì alla Presidenza della Repubblica, concepì l’audace disegno di riprendere la Corona imperiale e di riporre sul trono delle due Sicilie il giovane Gioacchino Murat, figliuolo di Luciano, figlio di Gioacchino ex-Re di Napoli, fucilato al Pizzo.

Quantunque egli avesse promesso alla Setta Mazziniana il mantenimento della Repubblica in Francia, e quindi la Costituzione delle Repubbliche italiane; pure afferrando lo scettro imperiale, pensò di attuare la sua idea.

Se non che, essendogli stato possibile di rovesciare la Repubblica romana, tirando la responsabilità del fatto sull’Assemblea repubblicana, e sulla prudenza necessaria a non destare una commozione diplomatica a danno della Francia, che si metteva a capo della rivoluzione; meditò lungamente sulla condotta, che avrebbe dovuto tenere per impossessarsi delle due Sicilie, senza urtare le suscettibilità della Setta; più ancora quelle della Diplomazia e più specialmente quelle dell’Inghilterra, sempre intenta a proibire, che il Mediterraneo diventasse un lago francese.

E però il Bonaparte, procedendo col passo della volpe, lavorò a tessere una rete murattista nel Reame delle due Sicilie, dove trovava ancora viventi ed in alti posti molti uomini devoti a Gioacchino Murat, poi passati al soldo dei Borboni; e contava sul concorso di tutti i condannati politici del 1848, le cui aderenze con i cospiratori e con i malcontenti del Regno erano immense e preponderanti.

Insomma la lebbra del murattismo si apprese al Reame poco dopo il 1848.

Il piano del Bonaparte era il seguente: — porre in campo la quistione italiana, muover guerra all’Austria e discacciarla dal Lombardo-Veneto, che sarebbe stato ceduto al Piemonte: proclamare la Federazione italiana sotto la Presidenza del Papa: promuovere una sollevazione parziale in Toscana e nelle due Sicilie, e dare la prima al Principe Napoleone e le seconde a Gioacchino Murat.

Il Conte di Cavour era a parte di questo piano, già convenuto ai bagni di Plombières.

Mazzini intanto lavorava in senso perfettamente opposto; e volea, tutto al più, l’unità d’Italia sotto lo scettro solo di Vittorio Emanuele.

Il Conte di Cavour, stretto dagli unitari, che erano antimurattisti; posto tra due fuochi, simulò e dissimulò con gli stessi: ma egli era sotto il fascino del Bonaparte, e gli premeva avere il Lombardo-Veneto sicuramente; anzi che esporsi ad un rischio per il problematico conquisto delle due Sicilie.

I murattisti lavoravano in segreto; gli unitari erano meno discreti e facevano troppo uso del nome di Cavour.

Ciò avveniva nel 1856; sicché queste notizie giunte alla Corte, Ferdinando II ordinò ad Antonini, che ne avesse fatte vive rimostranze al Ministro del Bonaparte, Conte Walewsky; il quale, irritato ed in tuono molto arrogante all’indirizzo del Ministro di Sardegna, rispose all’inviato napoletano, essere a sua conoscenza ciò che gli riferiva; ma che il Conte di Cavour avea fatto i conti senza l’oste (sic).

Certo è, che in quell’epoca il Times, che è un giornale aperto a tutte le speculazioni politiche, pubblicò una lettera del sig. Luciano Murat, che riponendo in campo i suoi diritti successori al trono delle due Sicilie, si disponeva a sagrificarsi per Napoli; faceva appello ad un Plebiscito, e sentenziava, che l’Italia solamente nella Confederazione avrebbe potuto riacquistare l’antica potenza.

Il pretendente osava sostenere, che sarebbe salito al trono di Napoli con l’assenso e col braccio della Francia.

Questa lettera, gittata alla ventura per sondare la pubblica opinione, fu letta con molto disgusto nelle alte sfere della Diplomazia; e il Moniteur si affrettò a dire, che era stata pubblicata senza l’approvazione dell’Imperatore.

Era ciò un riprovarla? No certamente, e l’Inghilterra si pose in guardia dando il suo appoggio alla setta unitaria.

Il celebre opuscolo il Papa ed il Congresso era destinato a spiegare le idee del Bonaparte sulla Confederazione italiana; ed il trattato di Zurigo non dovea essere che la ratifica diplomatica di quel programma, scritto alle Tuileries e ricevuto a Torino.

Quando in quei giorni la Toscana era in fiamme, e partito il Granduca, si tenea a reggimento provvisorio, aspettando che Cavour — sempre tentennante — accettasse l'annessione offerta al Re di Piemonte; il Barone Ricasoli, che era a capo di quel governo, come seppe dell’arrivo del Principe Girolamo Napoleone, il quale sperava di afferrare lo scettro lorenese, senza porre tempo di mezzo, e con quella selvaggia fermezza, che è propria di lui, gli diede i passaporti e l’obbligò ad uscire# da Firenze immediatamente.

Così il partito unitario precipitò le annessioni della Toscana, di Parma e di Modena al Piemonte.

E affinché non si muova dubbio su questi fatti, che spiegano l’esistenza d’una vasta cospirazione murattista, alla quale Cavour, se non tenea mano, lasciava fare; vogliamo riprodurre la lettera, che il noto cospiratore unitario, il Siciliano Giuseppe La Farina scrisse al Conte di Cavour sin dal 1856, e quando la guerra d’Italia non era ancora intimata: è un documento prezioso.

«Riveritissimo Signor Conte

«So che è grande indiscrezione usurpare il tempo d’un Ministro occupato in tante faccende, con lettere private: ed io davvero non vorrei passare per indiscreto, presso la S. V.: ma il caso mio parmi possa e debba fare eccezione alla regola. Dalle conversazioni che ho coll’ottimo Cav. Castelli, è nata in me la convinzione, che il Ministero reputi l'avvenimento di Murat al trono di Napoli, come cosa utile al Piemonte ed all’Italia.

«NOI abbiamo opinione contraria, e lavoriamo a far sì, che la futura rivoluzione delle Due Sicilie sia fatta al grido di Viva Vittorio Emanuele.

«Non è qui il caso di discutere quale delle due opinioni sia la più utile, la più onorevole e la più agevolmente traducibile in fatto. Noi crediamo la nostra.

«Ora noi non chiediamo al governo piemontese aiuti palesi, perché sappiamo che non può darne: non chiediamo aiuti segreti, perché sappiamo, che non vuol darne: non gli chiediamo alcuna dichiarazione né pubblica, né privata, e rispettiamo le sue determinazioni: ma ciò che chiediamo, si è, che o non dia alcun favore alla parte murattina, o che ci avverta.

«Ella, signor Conte, nella sua alta intelligenza comprenderà benissimo, che la nostra posizione non è più tenibile nel caso che il governo piemontese si mettesse più o meno apertamente dalla parte di Murat, essa diventerebbe, per lo meno ridicola, e non può essere accettata da un uomo che si rispetta. Noi stiamo facendo dei gravissimi sacrifizi e stiamo compromettendo le persone che ci sono più care: e non vogliamo avere il rimorso di spingere gente al patibolo, col dubbio che la loro opera sia contrariata da quelli stessi in prò dei quali cospiriamo. Io mi rivolgo quindi alla S. V. come al Conte di Cavour, e le chiedo ch’ella lealmente voglia dirmi — noi non contrarieremo e non daremo favore al Principe Murat, ovvero il contrario. In questo caso a me personalmente non rimarrebbe che un favore da chiederle; quello di un passaporto per Parigi».

Il Conte di Cavour rispose a questa lettera invitando il La Farina a recarsi in sua casa, alle ore 6 del mattino seguente, in via dell’Arcivescovado.

Lo storico Luigi Zini, che ha pubblicato il seguito della Storia d’Italia del La Farina, narra a pag. 578 (Vol. 1° parte 2a) come il Conte Pes di Villamarina, che era Ministro Sardo accreditato presso la Corte delle Due Sicilie, e che fu centro della cospirazione unitaria annessionista, informasse il Conte di Cavour che egli si trovava a fronte di due altre forze, che tendevano ugualmente ad abbattere il trono dei Borboni; cioè la cospirazione repubblicana e quella murattista, la quale avea per sé le tendenze di qualche famiglia aristocratica, ed in generale il largo concorso di quella borghesia, che nelle crisi politiche diventa speculatrice ed affarista.

Nell’aprile 1860 Giuseppe La Farina scriveva ad un tale Vergara a Genova, dove era stabilito il Comitato unitario centrale, le seguenti parole tra le altre.

«So che i murattiani sì sotto rimessi al lavoro: prima era una stoltezza; al punto dove sono le cose, è scelleratezza, è una infamia. I napoletani di qui tentennano, a parole sono d’accordo con noi, ma penna sulla carta non ne vogliono mettere».

Né di minore importanza politica è la lettera del La Farina del 22 ottobre 1856, stampata nel giornale il Diritto, ove si leggono questi eloquenti periodi.

«Ecco come io sono stato condotto a scriver sempre contro la candidatura del Principe Murat. Se il Piemonte non avesse conservate le sue libertà all’ombra della bandiera dei tre colori; se Vittorio Emanuele fosse stato un Ferdinando II o un Leopoldo II, è probabile che (data sempre l’impossibilità della repubblica) io avrei parteggiato per Murat (): perché allora ciò che più poteva convenire all’Italia, sarebbe stato un Principe nuovo, che capo d’una provincia di nove milioni di abitanti e di un esercito numeroso, istruito e ben ordinato, fosse stato come il centro unificatore della patria comune. Di più Murat Re di Napoli non puole essere che un proconsole della Francia: Murat Re d’Italia potrebbe essere indipendente. Nello stato attuale delle cose però, Murat non può servire che a creare in Italia un dualismo funesto, un nuovo pretesto per l’ingerimento dei forestieri, cagione prima di tutte le nostre sventure».

La quale lettera serve ognora più a dimostrare, che il murattismo aveasi fatto strada nelle sette del napoletano, e che era divenuto un calcolo di setta, anzi che una repulsione politica.

Se Vittorio Emanuele non avesse accettata la corona offertagli dalla setta unitaria, questa avrebbela concessa a Murat!

Il tanto celebrato repubblicano Manin, veneto, in quel tempo era a Parigi, e di là soffiava continuamente pel Murat!

E vi erano in Napoli di coloro, che fuori la setta degli unitari, erano federalisti e murattisti; e se non hanno trionfato, è perché la loro azione è stata potentemente avversata dagli unitari, sostenuti dalla politica di Palmerston, e dalla nobile opposizione dei più audaci del partito legittimista, che ha sempre con fermezza respinte le insidiose proposte venute da Parigi.

Questi precedenti storici mi sono tanto più necessari, per quanto che avrò ad invocarli, quando mi toccherà tornare sulle simpatie murattiste, che ripullulavano in Napoli, anche dopo il Plebiscito del 1860; profittandosi del malcontento, che gli errori del nuovo governo seminano a larga mano nelle popolazioni.

La prima ed unica volta, nella quale fui chiamato ad udire di tali propositi, feci il dover mio, come buon napoletano innanzi tutto, e poi come leale e franco italiano!

Le velleità murattiste sono cadute in Napoli dopo la catastrofe di Sèdan, e poiché questi murattisti erano mascherati a legittimisti; così questi, nel fondo antidinastici, si sono dolcemente accostati al governo italiano, ermafroditi della politica, falliti nel credito, ipocriti per progetto, anelanti di dominare almeno la Città di Napoli, pronti ad affrontare gli eventi, che spiano con quella mansuetudine, che si spande sul volto del gatto, che si mette a guardia del foro, ove ha veduto ficcarsi il topo!

E questo è il cancro di Napoli: vecchia cancrena, che bisogna curare col rimedio del ferro e del fuoco della pubblica opinione.

Ed eccoci ai dolorosi giorni del breve regno di Francesco II.


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CAPO VIII

Francesco II.
§ I. La Profezia di Francesco II ed I fatti che l'hanno rifermata, § II. — Preliminari politici, interni ed esteri, della rivoluziona del 1960 —  Apatia dei più noti consiglieri della Corona — Il Duca di Mignano — L’atto Sovrano del 16 Giugno — § III. Il Ministero Spinelli Torella Romano — Biografia politica degli uomini che lo componevano — Loro complicità con la rivoluzione — Il Conte di Siracusa — La marina — L’ammiraglio Pasca — Manna e Winspeare — Liborio Romano e La Farina — § IV. Lo storico De Sivo — Il Conte d’Aquila ed il Colpo di Stato — Pietro Ulloa chiamato a comporre il nuovo Ministero — Ischitella ed il Duca di Cajaniello — Il Conte d’Aquila bandito dal Regno — Contegno del Ministero Spinelli-Torelli — Tradimento di De Martino — Proclama di Francesco II e sua partenza da Napoli — Il Sindaco Principe d’Alessandria — Garibaldi a Napoli —  Condotta dei Ministri — Munificenza di Francesco II con Spinelli, Torcila e d’Alessandria — § V. Gaeta — S. M. la Regina Maria Sofia — La Duchessa di S. Cesario — Eroismo dei soldati — Caduta di Gaeta — Il  Cav. Giuseppe Carignani — Contegno dell’Aristocrazia napoletana — Un grande sbaglio di Silvio Spaventa.

Il breve periodo del Regno di Francesco II è tutta una epopea, che ha avuto il suo svolgimento sino a Roma.

Quando Austria e Russia, dopo le guerre di Crimea e d’Italia, furono così cieche da lasciarsi prendere nelle reti della tremenda politica di Palmerston e del Bonaparte: quando esse non ebbero più un Pozzo di Borgo ed un Aberdeen, necessariamente doveano subire il fatale dominio prevalente del terzo Napoleone, ed oggi quello prepotente del Principe di Bismarck.

La Prussia nel 1860 non avea ancora inaugurata la politica che portò nel suo gabinetto il Principe di Bismarck, l'astuto ed audace uomo di Stato, che insidiò Luigi Bonaparte a Biarritz, per farsene dapprima un docile istrumento della nascente sua ambizione, e poi una vittima!

Francesco II a dì 6 ottobre 1860 scrisse da Gaeta una lettera ai Sovrani di Francia, d’Austria, di Russia, di Prussia, di Spagna, d’Inghilterra e del Belgio: ed essa è troppo storica e profetica, perché non la riproducessi: eccola:

SIRE

«Il memorandum, che sotto la data di oggi il mio governo indirizza a quello di V. M., e le proteste, che in questi ultimi tempi ho fatte pervenire, daranno alla M. V. una idea chiara dei conflitti per i quali io sono passato, e della situazione nella quale mi trovo.

«Alla sagacità della M. V. non può sfuggire l’enormità degli avvenimenti, che si svolgono nel Reame delle due Sicilie e negli Stati Pontifici. Io fui e sono solo a lottare contro tutte le forze della Rivoluzione europea.

«Questa rivoluzione si è presentata forte di mezzi che non possedé giammai: armata, parchi d’artiglieria, munizioni, vascelli, niente è ad essa mancato; possiede anche i porti d’una Potenza per rifugiarsi, e la sua bandiera per covrirsi.

«Questi avvenimenti stabiliscono un nuovo diritto pubblico fondato sulla distruzione degli antichi trattati e dei principi riconosciuti dal diritto delle genti.

«La causa che io difendo solo a Napoli, non è la mia sola causa: essa è quella di tutti i Sovrani e di tutti gli Stati indipendenti.

«La quistione che si dibatte nel Regno delle due Sicilie, è una quistione di vita o di morte per altri Stati europei.

«E a questo titolo, o Sire, e non per un interesse personale, che oso rivolgermi all’alta ragione della M. V., alla sua previdenza, alla sua giustizia.

«La grande posizione, che occupa V. M. nel mondo, la sua saggezza, le amichevoli relazioni, che sempre sono esistite tra le nostre due famiglie, e la benevolenza particolare di cui la M. V. si è sempre degnata onorarmi, mi fanno sperare, la M. V. vedrà in questo appello che io fo con fiducia alla sua politica ed alla sua giustizia, una prova novella del rispetto, che ebbi sempre per Lei, dell’affezione sincera e dei sentimenti d’alta considerazione con i quali ho l’onore di essere

«di Vostra Maestà

«Il buon fratello

FRANCESCO

Nobile e sventurato Principe!

Ma se egli dové essere vittima innocente e predestinata della rivoluzione europea; oggi dalla terra dell’esilio, educato alla scuola della sventura, informando la mente ai terribili insegnamenti delle vicende che si sono svolte in questi ultimi quattordici anni; lucubrando lungamente sulle opere dei grandi storici e degli economisti; percorrendo l’Europa in viaggi ben istruttivi per un Re e per un uomo di Stato; conversando con i più grandi Statisti del tempo; ponendo sicuro il piede nelle Reggie degli Augusti suoi Congiunti; volgendo lo sguardo indagatore sulla turba agitantesi di cortigiani vili, mentitori, mascherati, e sulle tante nuove razze della rivoluzione cosmopolita.... può a buon diritto, con la fronte serena e con la tranquillità dell’uomo giusto, interrogare quelle Potenze sulle presenti loro condizioni!

No: la giustizia di Dio non dorme, e misero colui, che la miscrede e l’insulta!

Le Corti, alle quali Francesco II si volgeva con tanta lealtà e con tanta dignità in quell’ora terribile per lui, non si mossero a difenderne il diritto.

Russia ed Austria — allora odiandosi a vicenda — affrante dai danni delle ultime guerre di Crimea e d’Italia, si limitarono ad irridente compianto, e solo la Prussia (non anco Bismarckiana) protestò energicamente.

Spagna e Belgio ammutolirono: Francia ed Inghilterra sorrisero col sorriso infernale di Mefistofele.

Ebbene: siamo nel 1874, e che cosa rispondono quei Sovrani alle profetiche parole di Francesco II?

La sola Russia, mercé il senno antico del partito feudale, ha saputo e potuto resistere agli urti della rivoluzione; ed è la sola potenza, che oggi può dirsi arbitra delle sorti di Europa: e se non ancora ha detta la sua ultima parola, è perché l’ora di Dio non è suonata.

Il Belgio, insidiato a vicenda dalla Francia e dalla Prussia, deve la sua salute ad un interesse d’ordine generale e di equilibrio europeo; ma è sempre agitato dall'idra rivoluzionaria.

L’Inghilterra ha maledetto Palmerston, che le ha tolto l’imponente suo prestigio, come forza e come politica, prostrandola ai piedi della Prussia. Il ritorno alla sua antica influenza dipende dal ricomparire d’un gabinetto Derby-Disraeli, lealmente conservatore.

La Regina di Spagna, prima insidiata e poi detronizzata dalla mano del Bonaparte, è oggi nella terra dell'esilio: la sua corona caduta per un passaggiero delirio sul capo d’un Principe di Casa Savoja, è diventata il trastullo dei repubblicani unitari, federalisti e petrolieri della Spagna; dilaniata, impoverita, insanguinata dalla più nefanda guerra civile.

Ed invano essa oggi stende le mani alla perduta corona e la implora dalla Dittatura di Serrano, che la tradì, ed a cui chiede un tradimento per risalire al trono: avvegnaché il guanto gittato dalla rivoluzione alla corona di Carlo l sia stato eroicamente raccolto dal suo legittimo possessore Carlo VII; il generoso e prode soldato, che oggi ha scritto sulla sua bandiera «Dio, patria, Re» e rivendica un diritto imprescrittibile, spazzando il suolo della Spagna da un’orda di parricidi.

Dov’è la temuta potenza dell’Impero austriaco?

Rodendo il freno dell’abusata sua buona fede: vinto a Sadowa; scacciato dalla Germania; insidiato da settari ed agenti del Principe di Bismarck, insediati nel Parlamento, nascosti nelle amministrazioni dello Stato, agitatori nei Clubs settari; tremante per le lotte intestine delle tante sue nazionalità; fissando gli occhi vigilanti sulle residuate province tedesche dell’impero, sul Tirolo, sulla

Dalmazia e su Trieste, agitati dalla rivoluzione italo-prussiana; l’Imperatore d’Austria subisce l’incubo e la prepotenza del Gran Cancelliere Tedesco.

Anelando la riscossa, è costretto a dissimulare la sofferta umiliazione; e se la politica di Vienna prepara le sue armi, è costretta a farlo con precauzione, appoggiandosi alla Russia; al cospetto d’un nemico, dieci anni or sono non temibile, oggi potentissimo ed audace.

Napoleone III ha creato Bismarck, ma ha subito la giusta pena della sua politica traditrice, settaria e nefanda.

Dov’è ora il secondo impero francese, dove la Dinastia dei Bonaparte?

La rivoluzione disertò la bandiera dell’uomo fatale del 2 Decembre e si arruolò sotto quella non meno fatale del Principe di Bismarck; e come avea, per comando del Bonaparte, corrotto gli animi nelle due Sicilie, così corruppe e pervertì l’opinione pubblica in Francia; tanto più facilmente, per quanto che gran parte delle popolazioni è stata sempre avversa all’impero.

L’armata francese mancava di dotti ed esperti capitani; ed il processo espletato contro Bazaine spiega il resto.

Non rimasero all’Imperatore ed alla Francia fedeli e pronti alla morte che i soldati, i figli del popolo, che furono mietuti dalla baionetta e dalla mitraglia tedesca: e ben 170 mila di loro umiliati e disarmati, senza combattere, a Metz!

La Francia pianse sulla strage dei suoi generosi figli, ma maledisse a Luigi Bonaparte, che cadde a Sèdan, e che prigioniero del Re di Prussia chiudeva la sua tremenda vita a Chislehurst, roso dall’umiliazione e dal rimorso.

I Sovrani di Europa, sui quali egli avea creduto alzarsi onnipotente, non hanno dato uno sguardo a quella tomba!

Ecco divenuto polvere inonorata il temuto Imperatore, che guidando la rivoluzione nelle due Sicilie, detronizzava vilmente Re Francesco II, che pure si era affidato all’onore ed al protettorato di lui!

Il tradito Sovrano, ricco del tesoro della sua coscienza, cui nulla può rimproverare, oggi vive onorato dagli stessi suoi nemici; mentre la famiglia del caduto di Sèdan, non osa sperare il risorgimento d’una Dinastia nata dalla Rivoluzione, caduta nel sangue della Francia, risorta tra le stragi cittadine del 2 Decembre, affogata nelle carneficine del 1870!

Il terzo Napoleone, che osò dire al cospetto di tutto il mondo — «l’impero è come il sole, cieco chi non lo vede» —  è sceso nell’eterna oscurità d’una tomba, sulla cui lapide noi napoletani abbiamo scritta la parola Gaeta!!!

Rimane la Prussia nell’apice della sua potenza.

Questa Prussia generosamente protestò contro il fatto rivoluzionario del 1860, e vedremo a suo luogo qual condotta essa ha mantenuto sino al 1866. Certo è, che nei momenti, in cui scriviamo, il Gran Cancelliere dell’Impero Germanico, Principe di Bismarck, ha posto se stesso, innanzi tutto, e poi la Prussia nelle più difficili condizioni tanto all’interno, che all’estero; e l’Europa aspetta palpitando lo scoppio d’una novella crisi, che potrebbe essere europea e forse definitiva.

§ II.

Ai contemporanei chi oserà narrare la storia della rivoluzione del 1860: chi oserebbe ricordarla a noi napoletani; che ne fummo colpiti?

Io dunque non verrò ripetendo ciò che da moltissime storie sincrone è stato già in modi diversi narrato; avvegnacché la rivoluzione abbia avuto cura di scrivere una storia a modo suo, quasi per prevenire la voce d’uno storico fedele. Ma io, per la parte storica, mi atterrò a quanto hanno narrato gli storici di entrambi i colori; e ricordo più specialmente il rinomato La Farina, che ebbe parte principalissima in quelle rivolture, e che non ha nascosto le più minute circostanze di quella cospirazione, che s’insinuò col tradimento nell’armata, nella marina e nella Corte, corredandole di documenti autentici — E mi avvalgo pure dell’autorità delle rivelazioni del Conte di Persano, che fu l’incaricato del Conte di Cavour per guidare tutte quelle mene cospiratrici.

Francesco II, non ancora profondo conoscitore degli uomini e delle condizioni d’una politica nuovissima e settaria, si credè in buona fede circondato da savi ed onesti consiglieri; e sicuro della sua lealtà di cuore e di mente, non vide l’abisso che gli si scavava sotto i piedi.

La rivoluzione ha incolpato Francesco II del programma, con cui egli annunziò il suo avvenimento al trono!

Quel programma era stato scritto dai vecchi e stupidi servitori di Ferdinando II, coperti dalla livrea ministeriale, docili istrumenti d’un’esosa Camarilla, nella quale era influente il Duca di Mignano, venduto alla Setta della Giovine Italia!

Percorriamo con passo rapido questa breve e dolorosa epopea del 1860!

Se Francesco II fosse caduto per mani nemiche, anche rivoluzionarie, avrei soggiunto  — , che fu sua colpa il non aver provveduto alla sua difesa, e il non avere a tempo distrutta la rivoluzione — ; ma è pur terribile il dover riconoscere ch’egli sia stato tradito è sagrificato da coloro stessi, che più godevano la sua fede; da coloro che sentivano il sacro dovere di difenderne i diritti!

Questi sciagurati, che oggi vediamo giustamente ricompensati dal disprezzo del governo italiano e dall’esecrazione dei napoletani, non oseranno giammai affermare, che essi sagrificarono il loro onore alla creazione dell’unità di Italia.

E viva Iddio!

Se la rivoluzione, partendo da Napoli, avesse osato insinuarsi nella Corte, nell’armata, nella marina Sarda; i Generali La Marmora, Menabrea, Durando, e tutti dell’armata avrebbero gridato «Viva il Re ed il Piemonte» — e la rivoluzione avrebbe esalata l’anima parricida sotto le baionette del fedele esercito piemontese.

Cavour, Rattazzi, Gioberti, d’Azeglio, Ponza di S. Martino, Villamarina e tutti gli uomini di Stato avrebbero consegnato alle Assisie ed anche al carnefice il traditore della propria patria.

Una sentenza di morte, emessa da Magistrati del Regno Sardo pesava già sul capo del proscritto Mazzini, che anche nei giorni del 1860, per poco tollerato in Italia, fu tenuto d’occhio dal governo piemontese, che ad un dato momento lo fece arrestare e chiudere nella fortezza di Gaeta!

Fra gli uomini politici di Torino si può essere sicuri di non incontrare traditori della patria e del Re: saranno rivoluzionari, ambiziosi, infinti, nemici implacabili; e se la loro storia ricorda il famoso carciofo, non è però macchiata dall’onta e dalla viltà del tradimento nel Ministero e nell’armata.

Quel governo fu spietato con il Generale Ramorino, che certamente non fu un traditore; e lo fucilò rendendolo responsabile della disfatta di Novara!

Se i napoletani fossero andati con Dante e con Machiavelli a dire al Piemonte: — detronizza Vittorio Emanuele in grazia dell’unità italiana — certissimamente avrebbero avuta la risposta dei generosi e dei cittadini fedeli al Re ed alla Patria!

La fede e l'onore di questi supremi rappresentanti gli interessi, l’indipendenza, la sicurezza nazionale, avrebbero avuto il plauso di tutto il mondo civile e politico.

Che se può affermarsi, che Francesco II, venendo al trono, ignorava le difficili condizioni del paese e della corona per i precedenti politici già esistenti tra Napoli ed il Piemonte; sono degni di grave censura coloro, che ciò conoscendo, e che essendo stati personalmente impegnati in quelli eventi, non avessero su quei fatti richiamata l’attenzione del Sovrano, che senza dubbio avrebbe presa una risoluzione pronta ed immediata, alla quale si determinò quando la rivoluzione potè rispondergli — È Troppo tardi!

E non è più un mistero, che Luigi Napoleone, volendo la federazione italiana, avversasse la rivoluzione unitaria; e che lo stesso Conte di Cavour, allora soltanto si decise ad entrare animosamente nell’azione, quando vide Garibaldi portato in tronfo sulle braccia dei traditori da Marsala a Napoli.

Il Conte di Cavour — come appare dalle stesse memorie di Persano — si è fatto scudo del suo alto grado per non compromettere diplomaticamente lo Stato e la Corona, e non si è prestato agevolmente alle esigenze della rivoluzione, come appare dalla lettera del La Farina, testé riprodotta — E dirò che quell’uomo di Stato, conoscendo, come in fondo Re Ferdinando II non fosse stato mai molto tenero dell’Austria; dopo il Congresso di Parigi, temendo del soverchio agitarsi dei Murattini e dei Mazziniani, conversando domesticamente col Cav. Giuseppe Canofari, nostro Ministro a Torino, lodando la fermezza del Re di Napoli a fronte della pressione anglo-francese, e della fredda neutralità delle altre Corti; gli fece comprendere, che ci era come ripagarsi della violenza degli uni e della tiepidezza degli altri.

Cavour marcò queste parole «Napoli e Piemonte, bene uniti, darebbero legge in Italia».

Il Canofari riferì questo discorso al Carafa; e non serve ripetere, che Ferdinando II si rifiutasse!

Ora, se appena salito al Trono Francesco II — poiché Francia ed Inghilterra lavoravano ai suoi danni, e poiché la riservatezza politica del Piemonte era attaccata ad un ultimo filo — uomini saggi e fedeli, leali apprezzatori del progresso dei tempi e delle idee, avessero consigliato il Re ad incaricare Canofari di riprendere le trattative bruscamente rotte nel 1856, e che pure aveano appoggio diplomatico nel recente trattato di Zurigo; è a ritenere, senza tema di mentire, che Cavour, che non aveva fede nella rivoluzione napoletana, avrebbe con piacere riprese le pratiche per la federazione italiana.

Per contrario, non si vide sorgere un solo uomo di Stato, che avesse ardito il gran passo presso il giovane Monarca; e lo stesso Ministro Filangieri, che potea rompere in viso dell’opposizione, che gli veniva dalla vecchia Camarilla assolutista, se ne disgustò; e fatalmente si decise alla politica d’una tiepidezza, d’un indolenza così marcata, per quanto che bisognò che scoppiasse la ribellione dei Reggimenti Svizzeri per convincere i più scettici delle prime imprese della rivoluzione!

Eppure Filangieri, Ischitella, Carascosa, Spinelli, Torella, Pianell, Nunziante, de Martino, Fortunato, Canofari, Manna, Cassero, Serracapriola, Versace, per non dire di altri, doveano, per i precedenti della loro vita politica, conoscere perfettamente le difficili condizioni del Reame, gli errori di Ferdinando II, e le mire nemiche della rivoluzione e del Bonaparte.

Non mi si parli di buona fede o d’ignoranza, perché si mentirebbe.

Dal 1848 in poi nulla potea essere ignoto a coloro, che erano in alto e più vicini al trono; e già la rivoluzione parlava così forte, che i suoi disegni non erano più un mistero.

Che se la deplorevole reluttanza di Ferdinando II ai consigli di Francia, d’Inghilterra e di Torino potea dare una giustificazione alla forzata apatia di tanti uomini, più o meno in voga di politici e di diplomatici; tale scusa non potrebbe ammettersi a fronte della loro condotta, sia nell’abbandonare il giovane Sovrano, sia nello spingerlo tra gli artigli della rivoluzione.

Indolenti, egoisti o traditori, sono essi i responsabili del trionfo della rivoluzione del 1860.

Quando il Generale Filangieri non seppe, o non volle essere l'uomo della Provvidenza e della situazione, chiamando, nella qualità di Presidente dei Ministri e di Ministro degli esteri, gli uomini più noti per onesti principi liberali e fedeli all’indipendenza nazionale:quando egli invece, lasciando in quei primi preziosi momenti del Reame di Francesco II eternare la sbagliata politica del defunto genitore, chiamando al Ministero di Polizia Luigi Ajossa, l’uomo più impopolare e d’una supina ignoranza; certamente lo si deve imputare di senno mancato nella tarda sua età; egli che universalmente era tenuto in stima di prode soldato e di avveduto politico.

Serracapriola, Fortunato, Carascosa, Ischitella, Cassero si tennero in disparte, come se fosse minacciata l’indipendenza del Celeste impero.

Che cosa erano allora il Generale Nunziante, Duca di Mignano ed il Generale Pianell?

Lasciamo allo Storico Ravitti nel suo libro delle recenti avventure d’Italia, V. I. Cap. X. l’eloquente parola.

«Arrestato Agesilao Milano, e tradotto al quartiere del battaglione per sottostare a consigli di guerra, v’accorse tosto col tenente Carlo Bertini, quale Commissario del Re, il Generale Alessandro Nunziante, comandante dei cacciatori dell’esercito, Presidente di circolo nella Setta degli Unitari, protestando volergli senz’altro testimonio parlare. Al Nunziante, chiedentegli il perché del delitto, rispose ghignando: — tu meglio dei saperlo, che sul tuo braccio poteva cadere la sorte. Il Nunziante, il quale nelle 117 ore, che corsero tra l’attentato regicidio ed il supplizio, meno sette ad otto ore di assenza per necessità inevitabile di servizio, stette sempre nel quartiere, dispose che a niun altro  venisse concesso accostarsi al Milano, fatto guardare a vista da due sentinelle e da un uffiziale di guardia: e qualunque soldato s’attentò saperne qualche cosa, fu incontanente spedito in lontana prigione. Fece che il giudizio seguisse nel quartiere medesimo, ed a presiedere il Consiglio di guerra fosse l’aiutante maggiore Errico Pianell, esso pure unitario! Poi, dannato nel capo il colpevole, tanto si adoperò presso il Re, già già deliberato a commutargli la pena, che la sentenza fu lasciata correre. Fu osservato in quei dì lo stato d’inquietezza febbrile, in cui era Nunziante; ed il sorriso di mal celata soddisfazione, che gli balenò sul viso, allorquando vide fatto cadavere il Milano; ma tenuto pel più fedele, com’era il più beneficato, il credettero effetto d’indignazione e di zelo!»

Questi era il Duca di Mignano sin dai tempi di Ferdinando II, e quello ch’egli fosse stato nel 1860, lo gridano tutte le storie contemporanee.

Le rivelazioni di Persano sono officiali; esse autenticano che il Duca di Mignano, che mandò le sue demissioni al Re Francesco II, restituendogli le decorazioni di cui era fregiato, cospirò ai danni della patria e della corona, promettendo a Cavour di far ribellare l’armata con un pronunciamento dei reggimenti dei cacciatori da lui comandati!

Oggi il governo italiano rimunera degnamente i servigi resigli dal Duca di Mignano, dimenticandolo sino al punto da costringerlo a chiedere le sue demissioni dal grado di Generale d’armata!

Ed era tanta la stoltezza o la nullità di quei consiglieri, per quanto che si pensava a portare le armi in soccorso del Papa, mentre bisognava affilarle per i nemici interni.

Così trascorse un anno di regno, lasciato tutto all’azione d’una cospirazione estera ed interna, che dovea attuare il suo programma sotto il protettorato d’un Ministero, in cui fossero prevalenti i Settari.

A 25 Giugno fu pubblicato l’Atto Sovrano, con cui era richiamata in vita la Costituzione, data amnistia generale per tutti i delitti politici; commessa al Comm. Antonio Spinelli la formazione d’un nuovo Ministero; e proclamato il proposito di scendere ad accordi col Re di Piemonte per gittare le basi d’una Confederazione italiana,


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§ III.

L’atto Sovrano fece sorridere i cospiratori, e confesso francamente, che avendo io allora detto a molti miei amici, che, sebbene un po tardi, si poteva riparare al male, che sembrava inevitabile; mi fu risposto che tutto era perduto.

Non volea, non potea credere a queste così ferme assertive; e nella mia buona fede tenni per certo, che il Ministero Spinelli avrebbe salvato la Dinastia ed il paese, e conchiusa, a dispetto della rivoluzione, la lega tra Napoli ed il Piemonte.

Era il compimento di quella Confederazione italiana, che fu sospiro ed apostolato dei più grandi uomini politici d’Italia; voto costante di Cavour e del Bonaparte; impegno solenne scritto nel trattato di Zurigo!

Non mi erano certamente ignote le contrarie speranze della Setta mazziniana, di cui Garibaldi si facea bandiera sotto il colore della Monarchia Sabauda; ma non potea menomamente sospettare, che una volta posta diplomaticamente la Confederazione, voluta dal Bonaparte e proposta dallo stesso Cavour sin dal 1856, si potesse andare contro un fatto, che era nella coscienza e nei voti universali da gran tempo costituito.

Giova dichiararlo anche una volta: confesso, che ebbi piena fiducia nel Ministero Spinelli, che abbatteva d’un colpo quella schifosa reazione dei ministeri passati, e si poneva sulla sola via d’una politica voluta ed aspettata.

Ho detto ebbi piena fiducia; e questa frase, che sembrerà forse ardita, avrà la sua giustificazione in seguito.

Il Ministero Spinelli era così composto.

Il Comm. Spinelli Presidente del Consiglio; Comm. Giacomo de Martino agli esteri; Principe di Torella al Culto ed alla istruzione; Comm. Manna alle finanze; Morelli a Grazia e Giustizia; Del Re all’interno e Polizia, Ritucci alla guerra; Garofalo alla Marina; Marchese La Grua ai lavori pubblici.

L’avvocato Liborio Romano fu nominato. Prefetto di Polizia, e questo fu la spiegazione dell’enigma!

Poco dopo, per i consigli del Conte d’Aquila, Zio del Re, fu all’interno destinato il Liborio Romano ed alla guerra il Pianell!

Il Manna assieme al Barone Winspeare fu mandato a Torino per trattare la lega col Piemonte.

Restringiamo la personalità vera di quel Ministero, e troviamo, che i padroni della situazione erano — Spinelli, Romano, Pianell e Torella.

Io che da molti anni avea dimestichezza con Liborio Romano, spesso gli dimandai, perché si ponessero in disparte gli altri Ministri nelle faccende così gravi del governo e della politica, e tutto fosse deliberato tra loro quattro.

La risposta la darò in seguito in un apposito capitolo, che spiegherà come e perché io mi trovassi in mezzo a questo pandemonio avea avuto l’onore di conoscere già il Comm. Spinelli in casa dell’insigne Giureconsulto Antonio Starace, di cui io era alunno affettuoso; ed appresi sempre a stimare in lui un moderato liberale, che nelle prime riforme del 1847 era stato molto in fede presso Ferdinando II.

Egli era dotato di completa istruzione, ed ammirai in lui un carattere di perfetta onestà e di sincero attaccamento alla Dinastia; anche perché nominato Gentiluomo di Camera del Re e Consigliere di Stato.

De Martino, che era una infelicissima figura diplomatica, si trovava per l’eccezionalità dei tempi, come il più vicino agli interessi in lotta; e quantunque non si potesse contare sul suo ingegno, pure si credè alla sua fede politica!

Nel Principe di Torella, congiunto da strettissima amicizia col Comm. Spinelli, si volle vedere un rappresentante dell’Aristocrazia liberale, e quantunque i precedenti della sua Casa fossero antidinastici e murattisti, pure in lui non si vide mai, e non si vedrà mai una intelligenza politica, ed era facile il dominarlo.

Liborio Romano protestava per i suoi principi federalisti ed era divenuto popolarissimo.

Il Pianell era conosciuto per sentimenti liberali; ma nessuno avrebbe osato supporre, che egli, beneficato come un figliuolo da Ferdinando II, avesse dovuto tradire in qualità di Ministro il Re Francesco!

Tutti gli altri Ministri su notati, poneteli in un fascio: bravissimi e rispettabilissimi per loro stessi, si mostrarono le più solenni nullità politiche.

Qual triste e doloroso disinganno!

Non appena questo Ministero di gran risorgimento nazionale fu costituito, la rivoluzione si vide aperte le porte, garentita la sua azione, propagata la corruzione nell’armata e nella marina, invitato Garibaldi a recarsi in Napoli, e costretto gentilmente il Re ad uscirne!

Non diamo uno sguardo, rapido che fosse, sulle imprese di Garibaldi, da Marsala a Napoli. Che le narrino ancóra altri cento scrittori: noi sentiamo carità dell’onore nazionale napoletano e non osiamo parlarne.

Garibaldi, trovò solamente in Sicilia un poco di resistenza, combattendo contro un pugno di prodi a Monreale, essendo egli alla testa di 12 mila volontari, e là vide la viltà ed il tradimento — dei soldati e degli uffiziali tutti non già —  ma di alcuni Generali spianargli la via sino a Napoli!

Fo un appello agli onesti di tutta Italia! Non si può magnificare con onore quella brutta epopea, mercato settario sotto il vessillo della libertà e della rigenerazione: confessate la verità, dura che fosse; salvate almeno l’onore d’un popolo dall’elogio di coloro, che lo hanno affisso al disprezzo degli stessi fratelli dell’Italia nordica: maledite con questo popolo i traditori, vendicatelo generosamente con esecrarli; e dite lealmente, che se siete giunti al vostro scopo, bisogna farvi amare, almeno per lealtà d’animo e per buon governo!

Il Conte di Siracusa, Zio di Francesco II, lo diserta, passa tra le file nemiche, e lo consiglia a rinunziare alla corona dei suoi avi!

Iddio abbia pietà di lui, che è morto in terra straniera, disprezzato dai suoi complici, non rimpianto dagli onesti, fuggito ed additato come nemico del Reale Nipote!

Il tradimento trovò largo accoglimento nella marina, e resti imperitura una nota di gratitudine all’ammiraglio Pasca, allora Comandante della fregata la Partenope, che resisté coraggiosamente ed a rischio della vita agli uffiziali ribelli con lui imbarcati; costringendoli a seguire il Re sino a Gaeta, ove la fregata rimase ancorata e salvata!

Chi oserebbe dar torto al Conte di Cavour, se, a fronte di tanta degradazione, egli vide realizzato ciò che sei mesi prima era per lui un assurdo, sì che nel Diario di Persano, ove è officiale il vergognoso traffico dell’armata e della marina napoletana, le lettere di Cavour sono rimarchevolissime per la sua circospezione e per le costanti raccomandazioni di salvare le apparenze diplomatiche per non compromettere il governo Sardo?

L’illustre Massimo d’Azeglio scriveva da Milano, nel 28 Maggio, a Persano che era stato inviato da Cavour, come anima della cospirazione — «Quel che non capirò mai (salvo aiuto inglese o tradimento dei comandanti napoletani) è, come il Re, con 24 fregate a vapore, non abbia potuto guardare tre o quattrocento miglia di costa»!

E l’aiuto inglese ed il tradimento dei comandanti napoletani resero un fatto compiuto e storico ciò che l’illustre Azeglio non poteva capire!

Qual uomo onesto, qual probo politico l’avrebbe capito!

Nell’agosto 1860 il Ministero Spinelli Romano funzionava — cioè favoriva la rivoluzione, e tradiva il Re! — mentre il Comitato unitario, facea da Persano interrogare Cavour, se potea arrestare il Re!

E Cavour rispose — si lasci libero il Re!!!

Giovanni Manna, mandato a stringere i patti della lega a Torino, si strinse invece alla rivoluzione: egli era il costante commensale di Poerio e di Mancini.

Fu pure gran ventura, in tanta degradazione, che il Barone Winspeare avesse lasciato alla storia patria e diplomatica un documento solenne con cui l'onore del Reame fu altamente tutelato.

Che cosa faceva lo Spinelli?

Bisogna dire, che se non faceva il cospiratore, lasciava cospirare, lo che è perfettamente lo stesso: ma innegabilmente egli non può declinare la colpa di avere assistito in mala fede, e senza menomamente opporsi al rapido svolgimento della rivoluzione, che si prefiggeva di rovesciare la Dinastia e l'indipendenza del Reame — E dico in mala fede, perché sarebbe molto assurdo il solo supporre, che egli, primo Ministro, ignorasse, non dirò il cospirare dei suoi Colleghi, ma la pubblica azione della cospirazione, alla quale questi tenevano mano!

Che cosa faceva il Principe di Torella?

Imitava lo Spinelli, fingendo una stupidità ed una ingenuità, alla quale, anche oggi, egli si afferra come ad ancora di salvezza!

Che cosa faceva Pianell?

Decomponeva l'armata; e prima che Garibaldi giungesse a Napoli, presentò le sue dimissioni, e conservando la vernice della dignità salvata, si recò a Roma, donde fu discacciato per ordine del Governo pontificio, e poi si ritirò a Parigi: più furbo del Duca di Mignano, che bravò il dovere e la sua rinomanza.

Che cosa faceva Liborio Romano?

Tradì, tradì, tradì: fu il braccio ed il cuore dei cospiratori d’ogni risma; unitari, mazziniani e camorristi lo ebbero duce e capitano, essendo Ministro di Francesco II!!!

Liborio Romano, del quale dovrò parlare in seguito, è morto povero; ma né le sue tarde confessioni, né un ombra di mal celato pentimento son valuti a salvarlo dall’odio dei napoletani e del severo giudizio della Storia.

Le sue stesse memorie, pubblicate dopo la sua morte, dal fratello Giuseppe, non sono certo una riabilitazione, comunque esse si vogliano considerare.

E valga non il mio giudizio, sibbene quello dello stesso Giuseppe La Farina () che così scrive — «Tolsero a Presidente di Polizia Don Liborio Romano da Lecce, uomo di facile ingegno, di fede incerta, perocché cupido e versatile; un tempo tutto alle sette, esule nelli terrori del 1850, indi bassamente supplichevole a Ferdinando II, che nel 1854 lo graziò singolarmente; rivenuto a Napoli guardigno ad esercitarvi avvocheria; ma in voce poi di tramestare assai in certi fondacci, fino a patrocinare le camorre, e però in qualche autorità nella piccola cittadinanza ed in molto favore della plebe.»

Liborio Romano assunse la parte più compromettente nella cospirazione antidinastica del Ministero Spinelli; ma ciò non esclude, che questo Ministero non fosse stato cospiratore. Ed io non saprei apporre a delitto di Liborio Romano il cospirare contro la Dinastia, avvegnaché egli fosse stato vecchio massone, e nelle vicende del 1848 compromesso, perseguitato ed esiliato: ma mi fa spavento la condotta di Spinelli, di Torella e di De Martino, che debbono conservare ancora lusinghiere memorie di gratitudine e di ossequio per la casa dei Borboni.

Io so, che si è cercato dai compromessi giustificare la loro condotta con fingersi essi i primi traditi, ingannati e sorpresi! Sicché accettano di buon grado e si sottoscrivano ad una nota d’imbecillità; ma non sappiamo, come questa si accordi con quella fama di grande ingegno e di sperimentato tatto politico, che fu tanto in essi lodato salendo al Ministero.

A voler essere ciechi anche degli occhi della mente, bastava la testimonianza irrefutabile dei fatti per avvisare, un Ministro non diciamo, ma il più semplicione ad avversare il cammino della rivoluzione.

Sotto quel Ministero, si cospirava non già nei clubs, di nascosto, temendo la vigilanza della polizia: ma pubblicamente!

Il Caffè d’Europa era il luogo di ritrovo più comodo per gli agenti rivoluzionari; il palazzo Falanga il centro dei Comitato dirigente: il Ministro Romano il capo.

§ IV.

Lo storico Giacinto de Sivo nel narrare lungamente le vicende del 1860 esclama — «Mancò solo, chi alzasse la mano; mancò un Tullio, che spegnendo Lentuli e Cetegi per salvare Roma, schiacciasse Catilina!» ed a p.a 260 del Volume secondo dichiara «Re Francesco II si guardava attorno, e in quella cerchia di gente salita alle cime era poco da scegliere, chi inetto, chi tenuto discosto, chi odiato; e quei pochi in cui sperava, eran venduti»!

La catastrofe era così evidente, e così evidente la colpabilità del Ministero, per quanto che S. A. R. il Conte d’Aquila, Zio del Re, il quale avea cercato di mettersi bene con Liborio Romano; avvedutosi, che questi lo trappolasse, deliberò di tentare un colpo disperato per estrema salvezza della Corona e del Reame.

E però accostatosi al Re lo esortò, «a ben guardare allo abisso, al quale sospingevanlo consiglieri, ministri ciechi e felloni (né correva dal VERO discosto!)»

Sono parole che ricopio dallo storico Zini e del celebre cospiratore Giuseppe La Farina (Vol. 1° Parte II p.a 664).

Il Conte d’Aquila meditava un Colpo di Stato, il cui scopo era quello di sospendere momentaneamente la Costituzione, proclamare la legge marziale, sfrattare gli emissari forestieri, e così impedire alla rivoluzione la libera azione, aspettando il risultato delle conferenze diplomatiche, che aveano luogo a Torino per la costituzione d’una federazione italiana.

Se ciò fosse avvenuto, certissimamente il Conte di Cavour avrebbe contromandato gli ordini dati al Persano, al Villamarina ed agli altri suoi agenti; né i cospiratori minori, privati della forza e della tutela d’un ministero complice e garante in Napoli, sarebbero rimasti un’ora sola nel Regno, e si sarebbero tutti salvati con la fuga.

Naturalmente i Comandanti dell’armata e della marina, vedendosi mancare le larghe promesse fatte al loro tradimento, sarebbero tornati ad essere fedelissimi; e gli onesti capitani avrebbero potuto garantire il coraggio e la fedeltà dei soldati, che veramente erano affezionati al Re ed alla bandiera nazionale.

La diplomazia avrebbe appoggiato questo atto energico della Corte di Napoli, specialmente la Prussia; e Palmerston e Napoleone III avrebbero dovuto mutare immediatamente linguaggio — Anzi il Bonaparte, che vedea di mal occhio il trionfo unitario, e che la facea da protettore di Francesco II (salvo a detronizzarlo poi per conto suo!) avrebbe avuto buono in mano per neutralizzare l’influenza inglese, e per accontarsi col governo di Torino.

Dovendosi per tanto scopo costituire un nuovo Ministero, . ne fu dato l'incarico a Pietro Ulloa, Duca di Lauria.

Di Ulloa parlerò, e lungamente, in seguito: dirò ora, che egli nei primi giorni di Agosto, chiamato il Principe d’Ischitella, gli dimostrò l'imprescindibile necessità di costituire un Ministero di spada, per finirla di un colpo con la cospirazione, che agiva a viso aperto; Ischitella si mostrò molto freddo e tentennante; ma stretto delle incalzanti ragioni di Ulloa, volle che fosse chiamato a consiglio il Duca di Cajaniello, che troncò ogni accordo, opinando «che non vi era più alcuna cosa da fare, tutto essendo perduto».

Verso il cadere di Agosto, Ulloa fu chiamato nuovamente dal Re per lo stesso scopo, ed allora, — come narra Storico de Sivo — si rivolse al Comm. Falcone, al sig. Cenni, al Cav. Gigli ed all’avvocato Lauria, i quali tutti si rifiutarono, e non ebbero il coraggio di gittarsi tra la rivoluzione e la patria!

Ma quel colpo di Stato mancò per il seguente fatto, che è ricordato dal ripetuto cospiratore La Farina, e dal De Sivo.

Il Conte d’Aquila rivelò al De Martino, Ministro, tutto il piano del colpo di Stato, e ciò faceva in buona fede, perché lo reputava non solo consenziente, ma zelante a volerlo; avvegnacché il De Martino fosse stato largamente beneficato da Re Ferdinando II.

Ebbene, il De Martino riferì le fattegli confidenze a Liborio Romano, il quale preso da terrore, perché vedeva tutto perduto; e sapendo come il popolo tenesse per la Dinastia, si recò immediatamente dal Re, e gli accusò il Conte d’Aquila, come colui, che voleva rinnovare nella Corte di Napoli il tradimento di Casa d’Orleans; dimostrandogli di aver fatto sequestrare alla Dogana molte casse d’armi spedite all’indirizzo del Principe, destinate ad una insurrezione di suo conto!

Né valse al Re — circondato com’era da traditori — lo scusare lo Zio; imperocché fu costretto, sotto la pressione del Ministero, a firmare un Decreto, col quale ordinava al Conte d’Aquila di uscire immediatamente dal Reame, senza neppure vederlo!

Ministri Spinelli e Torella, che più aveano influenza presso il Re, se fossero stati di buona fede, avrebbero dovuto opporsi all’atto violento; invitare il Conte d’Aquila a giustificarsi, e riconoscendo il valore delle sue proposte, respingerle o accettarle — Essi sostennero invece l’atto violento chiesto dal Ministro traditore Liborio Romano!

Il Ministro De Martino precipitò la catastrofe, perché la rivoluzione comprese di dover fare presto, temendo che altri sostituisse con mezzi più energici e con maggior cautela il programma del Principe esiliato, Garibaldi sbarcò a Reggio di Calabria, sempre protetto dal Piemonte e dall’Inghilterra; ad onta dell’opposizione di Napoleone III: ed egli non fece che una marcia trionfale sino a Salerno.

La storia ha indicato e tramandato alla posterità con una nota di eterna infamia i nomi dei Generali e dei Comandanti d’armata, che tradirono la propria bandiera e la posero sotto i piedi di Garibaldi da Marsala a Napoli.

Il Ministro Pianell, che pure avea parlato d’un campo trincerato a Salerno, non aspettò che Garibaldi fosse alle porte, e lasciò Napoli!

Liborio Romano, con quel famoso proclama, che Francesco II dové firmare, indusse il Re a lasciare Napoli ed a recarsi a combattere per i suoi diritti a Capua ed a Gaeta!!!

Pietro Ulloa, chiamato nel Consiglio, si oppose energicamente a questa risoluzione, che egli previde; ed infatti fu fatale; ma la sua voce rimase inascoltata!

Il tradito Monarca, prima di partire, affidò la tutela della Città al Principe d’Alessandria; che ne era il Sindaco, ed al Generale De Sauget, che comandava la guardia Nazionale.

Lasciò a Spinelli lettera di suo pugno, con ampie facoltà a reggere la cosa pubblica.

Partito appena il Re, il De Sauget acclamò a Garibaldi e fu seguito dalla Guardia Nazionale.

Il Principe d’Alessandria si recò con Liborio Romano a Salerno, incontro a Garibaldi, cui presentò le chiavi di Napoli!

Non si adducano le tante e tante ragioni accampate, e le polemiche più o meno ispirate, per giustificare questa condotta del Sindaco Principe d’Alessandria; perché queste, tutto al più, sono buone per addormentare i poveri di spirito...

Il Principe d’Alessandria, almeno nel 6 Settembre 1860, dovea sapere, che Liborio Romano avea tradito il Re!

Era un fatto officiale: sicché, quando Don Liborio andò ad invitarlo per recarsi a Salerno incontro a Giuseppe Garibaldi, che non veniva certamente en touriste, avrebbe dovuto metterlo gentilmente alla porta, dimettendosi dal suo posto; e ciò senza altro riflettere.

Che cosa andava egli a dire a Garibaldi? Forse, che al solo suo comparire, la rivoluzione avrebbe cangiato programma? E forse fece tutt’altro da quello che fu fatto? 0 non è vero, che Liborio Romano volea, che il Sindaco di Napoli andasse incontro a Garibaldi, fuori le porte; quasi che il popolo napoletano mandasse ad invitarlo e salutarlo liberatore? O finiremo col credere, che Francesco II avesse incaricato il Sindaco di chiamare Garibaldi a Napoli?

Queste ingenuità preadamitiche doveano fare tanta mostra nel momento terribile, in cui cadeva una Dinastia secolare, ed un Regno perdeva la sua indipendenza?

E Spinelli che cosa fece?

Ammainò le vele, si ritirò con Torella, e lasciò arbitro della situazione.... Don Liborio Romano!!!

Ciò solo basta per dimostrare eminentemente, officialmente, quale sia stata la fede politica del Ministero Spinelli-Torella-Pianell-Romano nel 1860!

E si crederebbe?

Francesco II conferì a Spinelli ed al Principe di Torella, e poi al Principe d’Alessandria, la fascia di San Gennaro!!!

«Mansuetudine di agnello leccante il coltello che lo sgozza» — esclama lo storico de Sivo nel riferire quest’atto del longanime Sovrano.

§ V.

Garibaldi entrò trionfalmente in Napoli, avendo a lato Liborio Romano, testé Ministro di Francesco II, il quale movendo per Capua e Gaeta, fu seguito dai suoi fedeli, che per sette mesi, combattendo più contro il tradimento di amici e di avversari, che contro armi leali, tenne salda, onorata e solenne la bandiera della sua corona e del suo reame.

Seguirono l’augusto Monarca, nei pericoli della guerra, il Duca di Sangro, il Duca di S. Vito, il Principe di Ruffiano, l'Ammiraglio Del Re, il Generale Casella, il Duca di Lauria Pietro Ulloa, ed il Comm. Ruiz.

La Regina Maria Sofia, modello delle spose, Regina per cuore, come per sangue, volle condividere con il Reale Consorte i rischi d’una lotta terribile, e tutti i disagi d’uno stato d’assedio — La fortezza di Gaeta fu costretta a rendersi, quando, dopo eroica difesa, rovinata dallo scoppio delle polveriere accese dalla mano del tradimento, provò gli aculei della fame!

Maria Sofia di Baviera, la cui sorte volle nobilmente seguire l’illustrissima Dama napoletana Duchessa di S. Cesario, era l’angelo tutelare dei soldati, che feriti ed agonizzanti le mandavano un saluto pieno di affetto, baciandone le mani pietose, che si prestavano sino a curare le loro ferite! Viva il Re, viva la Regina! era il grido entusiasta di quei prodi, che morirono abbracciando la bandiera nazionale.

Salve, o miei generosi compatrioti, caduti al Volturno, a Maddaloni, al Garigliano ed a Gaeta!

Sulla vostra tomba sorga l’alloro della gratitudine e del rispetto della patria, alla quale deste tributo sacro di vostra vita: e se i vostri figliuoli, le vostre donne rimasero orfanate e povere, possono insieme ai superstiti. e gloriosi avanzi di quell’armata mostrarsi allo stesso nemico, e con fronte alta e ricca di santo orgoglio ripetere — noi siamo i figliuoli d’un prode morto a Gaeta, noi abbiamo combattuto a Gaeta per la patria e pel Re.

Onta a coloro che vivono agiatamente col prezzo del tradimento.

___

E mi sia lecito, prima di chiudere questo paragrafo, di prendere nota d’una frase scappata dalla penna del Cav. Giuseppe Carignani, nel suo ricordo storico, intorno al Comm. Paolo Versace — Egli ha scritto nella prefazione, «che uomini volgari e superficiali vogliano ancora attribuire ad un comando sbagliato o a parziali tradimenti le vere cause efficienti della caduta della Dinastia del 1860».

Se il Cav. Carignani, così scrivendo, si dimostri o no dinastico, non voglio dimandare; ma lo trovo più che ingiusto censore della Dinastia, quando, pure ammettendo gli errori politici di Ferdinando II, non si possono negare i tradimenti, che furono adoperati per rovesciare la Dinastia; e quando le prove di questi tradimenti sono scritte a caratteri indelebili non solo nei documenti officiali diplomatici di quel tempo; sibbene nelle stesse storie dei più rinomati settari, cospiratori ed attori di quella rivoluzione!

Che se la stessa testimonianza storica non sostiene la fede politica del sig. Giuseppe Carignani, prima di chiamare superficiali e volgari gli scrittori, che lanciano sul viso dei codardi e dei traditori la riprovazione dell’opinione pubblica, legga e mediti la lettera, che Francesco scrisse da Gaeta, a dì 16 ottobre 1860 a Napoleone e troverà la seguente frase:

«La mia marina è passata vilmente al mio nemico; alcuni Generali indegni hanno tradita la mia fede!»

Una dimanda a volo di rondine.

Nella catastrofe del 1860, che cosa fece l'aristocrazia!.

Le storie parlano di Ministri traditori, di ministri fossili, di ministri Machiavelli; parlano di Generali traditori, di settari, di camorristi, di banditi; parlano dell’eroismo dei soldati di Gaeta.... — ma non hanno un fatto e neppure una parola intorno all’aristocrazia, la quale  — come avviene in tutte le rivoluzioni, che rovo sciano una Dinastia — si fosse rialzata con nobile, sennata, ed imponente attitudine, sì che la storia l’avesse indicata alla considerazione del paese e dell’estero.

Storici nemici non dico, ma gli amici sono muti, come tomba!

Pochi mesi innanzi la catastrofe, la Reggia era assediata, e sappiamo tutti con quanta umiltà, con quanto zelo, con quanta fedeltà dal ceto aristocratico; e piovvero a diluvio onori di Corte, dimandati supplichevolmente e sostenuti dalla solita immancabile giaculatoria di Casa fedelissima.

Il Cardinale Ruffo, se fosse vissuto dal Maggio 1859 sino al Giugno 1860, avrebbe trovati, in quei pochi giorni, i prelodati aristocratici più di lui fedelissimi al nuovo Monarca.

Ma quando il Ministero Filangieri sbadigliò per censurabile atonia; ed il Ministero Spinelli-Torella-Romano s’incaricò di detronizzare il Re; non appena Garibaldi pose il piede sulle coste calabre, la paura invase talmente i fedelissimi di Corte, che i più fuggirono in terra straniera, martiri non di devozione politica, né di minacce rivoluzionarie; ma teneri della propria tranquillità per vivere senza il disturbo di quella babilonia; soddisfatti dal potersi presentare, come emigrati e... temuti dai nuovi dominatori! Alcuni francamente fecero adesione ni nuovo governo (almeno furono leali), ed altri s’intanarono siffattamente nelle loro case, che era difficile nei primi giorni il sapere, se tutti avessero preso la divisa di emigrati, senza che alcuno li avesse discacciati.

Forse non erano al loro posto il principe di Torella, il Comm. Spinelli, e quanti, in sembianza dinastici, in fondo furono sempre murattisti, o indifferenti alle sorti della Dinastia?

La storia è questa.

Che se Silvio Spaventa, Ministro di quel Dicastero dittatoriale, ebbe l’infelice idea di arrestare il sig. Duca di Cajaniello e di tenerlo nelle carceri di Santa Maria Apparente, sospettandolo dì reazione; egli cominciò a dare prova di quella poca avvedutezza politica, che diventò poi vero scandalo, mercé le inutili vessazioni consumate all’ombra di questo sospetto dai suoi amici politici.

Silvio Spaventa non avrà mai a rimpiangere abbastanza quel suo errore, che tolse, per questo fatto, una gran conquista alla causa rivoluzionaria; conquista per metà già ottenuta per spontanea diserzione. E non gli rimase neppure la soddisfazione di poter punire il Duca di Cajaniello, uomo integerrimo, superiore alle cospirazioni, fedelissimo (egli personalmente) alla Dinastia dei Borboni; e stimato da Napoleone III, presso il quale fu incaricato da Francesco II d’una missione, che già non ebbe alcun esito.

Certo, l’aristocrazia non rischiò neppure un’unghia, per soccorrere, almeno con una protesta energica in politica ed in diplomazia, il trono e l’indipendenza del Reame in pericolo.

L’aristocrazia napoletana, ribelle ai Re Aragonesi; ribelle ai Re di Spagna; meno poche eccezioni, ribelle ai Borboni di Napoli sino al 1815, repubblicana nel 99, e poi murattista di cuore nel tempo dell’occupazione francese; dal 1830 in poi ha presa una figura dinastica; ma non potrà sfuggire al giusto rimprovero, che le fa la storia del 1860.

L’aristocrazia napoletana, indolente ed indifferente alla caduta della Dinastia, l'abbandonò cinicamente al primo sintomo della crisi rivoluzionaria!























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