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STORIA DELL'ITALIA CENTRALE DOPO LA PACE DI ZURIGO

DELLA GUERRA DI SICILIA E DEI FATTI POSTERIORI

CORREDATA DI TAVOLE LITOGRAFICHE E NARRATA

COLL'ESPOSIZIONE DEI DOCUMENTI ORIGINALI

da far seguito alla Guerra d'Italia del 1859

DELL'AVVOCATO DOMENICO VALENTE

PRIMA PARTE - CAPITOLI X - XVI

NAPOLI

STAMPERIA DI A. MORELLI

Strada S. Sebastiano».11

1862

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CAPITOLO X

La Toscana dopo proclamata l’annessione.

La Deputazione Toscana in Torino.

SOMMARIO

La deliberazione del Parlamento toscano incontrava maggiori ostacoli nella Diplomazia — Comunicazione di questa deliberazione alle autorità civili, ecclesiastiche, e militari — Circolare ai Vescovi — Circolare ai Prefetti — Memorandum alle Legazioni Estere — Esso poneva chiaramente la quistione al cospetto del Mondo civile — La Deputazione Toscana parte per Torino — Indrizzo dei Genovesi al Re — Manifesto del Sindaco di Torino — Ricevimento della Deputazione in Torino �" Presentazione al Re. Indrizzi — Risposta del Re. Opinione pubblica su di essa in Italia — Stampa francese — Stampa Inglese — Precedente Nota diplomatica del Granduca di Toscana — I fatti dopo di quella nota ed il memorandum del Governo toscano la comentano.

 Il movimento dell'Italia centrale verso l'unità italiana si sviluppava contemporaneamente nelle diverse regioni, che la compongono, ed era di scambievole alimento ai deliberati e forti proponimenti. La Toscana oltre all'essere la più importante parte dell'Italia di mezzo, incontrava nel suo progredire verso lo scopo comune maggiori ostacoli, comecché la sua annessione al Piemonte era un fatto molto grave nella diplomazia europea, ed implicava una responsabilità molto maggiore. Il perché in Firenze si teneva un parlare ed un agire, che rivelavano l'esercizio di un dritto, che niuno aveva la facoltà d'impedire, e che si aveva in animo di spingere sino alle sue più remote conseguenze, ed in Torino si vacillava sul ricevimento della Deputazione toscana, che doveva recare la solenne deliberazione dei rappresentanti di quelle popolazioni.

La sopradetta deliberazione dell'Assemblea nazionale fu annunziata complessivamente alle autorità civili, militari, ecclesiastiche, e politiche dello Stato da una circolare sottoscritta da tutt'i Ministri:

«Illustrissimo Signore; «L'Assemblea dei Rappresentanti della Toscana deliberò all'unanimità, che la decaduta Casa Austro-Lorenese non poteva essere richiamata né ricevuta a regnare nel nostro Paese, e che il fermo voto della Toscana è quello di far parte di un forte regno costituzionale sotto lo scettro del Re Vittorio Emmanuele. Coll'emettere solennemente queste deliberazioni, il paese esercitò il potere veramente sovrano, che ben di rado può esercitare un popolo, quello di provvedere da sé stesso alla sua esistenza politica, respingendo una Dinastia, che ormai non può più meritare la sua fiducia, che potendo soddisfare ai bisogni della nazionalità italiana, può felicitare i Toscani ed assicurare la pace dell'Europa.

«La esclusione perpetua dell'assolutismo austriaco e l'acclamazione del Principato costituzionale ed italiano sono ormai le due basi del dritto pubblico del nostro Stato, certe ed irremovibili ambedue ugualmente. Nè è da credersi, che la giustizia, che presiede ai consigli della Grandi Potenze, possa non valutare la libera e legittima volontà di un Popolo civile, il quale cerca conservare la propria tranquillità in un ordine di cose, che assicura pure la tranquillità non solo d'Italia ma d'Europa tutta.

«intanto finché venga la nuova Dinastia, la Potestà suprema dello Stato perdura nei presenti Reggitori, i quali la ebbero legittimamente dall'elezione e ratifica dei Paese, quando per la terza ed ultima volta fu abbandonato da Casa di Lorena, la ebbero trasmessa dall'augusto Protettore, e l'hanno confermata da due Voti di fiducia dell'Assemblea dei Rappresentanti e da una solenne deliberazione di essa, quando espressamente ed unanimemente statili nella tornata del 20 cadente, che legittimava in quanto ne sia d'uopo per i' avvenire il mandato negli attuali Reggitori dello Stato, onde continuino a governare il Paese fino al definitivo assetto del medesimo.

«Forte per questa universale conferma, il Governo mentre si accinge sicuro a compiere il grave inca fico, che l'Assemblea gli commise di procurare, che gli altri Potentati accolgano i legittimi voti dei Toscani, deve e vuole fermamente mantenere la pubblica tranquillità, che accresce autorità a quei voti ed è fondamento al migliore assetto d'Italia.

«Il governo, che si gloria di essere posto a guardia di un popolo sì civile da offrire l'esempio d'una gran rivoluzione, che si compì colla tranquillità della ragione e del dritto, si fa certo, che ogni ordine di cittadini deve cooperare alla dignitosa aspettazione dei supremi destini della Nazionalità Italiana. Qualunque dubbiezza nella legittimità del governo ed ogni esitanza a seguirlo nella strada aperta del vero bene della Patria comune, non solo sarebbe alto di ribellione alla Suprema Autorità dello Stato, ma sarebbe ancora alto di tradimento contro tutta la Nazione. Forse istigazioni estranee potrebbero eccitare a commettere disordini, che non hanno interna cagione. Il Governo, che sente quanto sia importante custodire intatto il deposito dell'ordine pubblico, non solo veglia, ma è risoluto ad impedire e troncare qualunque macchinazione, a reprimere qualunque attentato, a punire qualunque siasi cospiratore e perturbatore senza distinzione veruna di nascita, di grado, di ufficio. La Suprema Autorità e la legge suprema della salvezza pubblica dovranno essere da tutti ugualmente ubbidite.

«Il Governo volge queste aperte e ferme parole a V. S. III. perché siano da esse e dai suoi sottoposti tenute sempre presenti, affinché ognuno respinga qualunque colpevole impulso contrario al dovere del cittadino ed al dritto dello Stato.»

Ed affinché quella circolare riuscisse più efficace relativamente al Clero fu accompagnata da altre due circolari, una ai Vescovi, l'altra ai prefetti del tenore che siegue:

«Ai Vescovi.

«Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore;

«La S. V. Illustrissima e Reverendissima riceverà unita alla presente la lettera circolare, che il Governo della Toscana invia ai Capi di ogni Ordine civile e di ogni professione religiosa. Il Governo è certo, che lo Episcopato la farà conoscere ai suoi sottoposti, e pubblicamente inculcherà loro il dovere di obbedire alla suprema potestà dello Stato ed ai solenni decreti dell'Assemblea dei rappresentanti. In questa occasione vorrà l'Episcopato confermare la verità, che gli Ecclesiastici cattolici sono sudditi di questo Stato e non di altro, ed hanno le leggi ed i Giudici del resto dei cittadini, rammentando esplicitamente, che qualunque atto settario di qualsiasi ecclesiastico lo sottoporrebbe a quelle leggi, a quei Giudici. Nè a ciò si arresterà il venerabile Episcopato, ma dimostrerà pure, che tutto quanto facesse qualche singolo Ecclesiastico avversamente allo Stato e all'indirizzo della Nazionalità Italiana, sarebbe non solo contrario al suo dovere, ma nuocerebbe ancora alla Religione ed all'intero Sacerdozio, dando occasione di confondere l'errore dell'uomo colla verità della fede, e di addebitare al Corpo Clericale la colpa del singolo. La quale confessione se è da evitarsi in ogni tempo, molto più in questo, in cui le passioni sono facili ad accendersi, e chiunque le accendesse, ancora con semplice atto d'imprudenza, non potrebbe dolersi, se ne risentisse i più gravi effetti, e fosse riprovato come vero autore della pubblica perturbazione.

«Riceva la S. V. Illustrissima e Reverendissima la conferma del mio profondo ossequio.

«Ai Prefetti.

«Illustrissimo Signor Prefetto; «Dopo le Deliberazioni solenni dell'assemblea dei Rappresentanti, il Governo ha riputato opportuno di mostrare con sua speciale circolare le basi del dritto pubblico dello Stato, che quelle Deliberazioni hanno solidamente gettate, e di dedurre quelle norme, che devono regolare la condotta tanto del Governo quanto dei cittadini.

«Sebbene il Governo si confidi, che niuno osi affrontare il dritto e il volere nazionale, tuttavolta non devesi omettere veruna diligenza preventiva di tutto quanto potesse attentare all'ordine pubblico. Quindi io mi affretto ad ingiungere a V. S. Illustrissima:

«1.° D' invigilare instancabilmente, che gli Ecclesiastici cattolici e i Ministri delle altre Religioni obbediscano pienamente alla suprema Autorità dello Stato.

«2.° Di ragguagliare immediatamente questo Ministero dell'inosservanza, che si potessero commettere al diritto ecclesiastico Toscano e alle Leggi, che ris guardano le comunioni non cattoliche e gl'Israeliti.

«3.° Di procurare, che tutto il Clero Regolare cattolico dipenda dal provinciale di Toscana del rispettivo Ordine.

«4.° Di ordinare subito a qualunque Società o Aggregazione Religiosa, che non sia approvata dal Governo Toscano, di presentare tra otto giorni la propria regola a questo Ministero col monito, che la Società o Aggregazione inadempiente a questo ordine sarà disciolta come Collegio illecito allo spirare del termine sopra determinato.»

«Riceva intanto la conferma del mio profondissimo ossequio.

«Dal Ministero degli Affari Ecclesiastici; «Firenze 23 agosto 1859.» Il Memorandum poi alle Potenze estere conteneva: «Le cagioni, che hanno prodotto in Toscana il movimento nazionale del 27 aprile e le circostanze, in mezzo alle quali si verificò l'abbandono dello Stato per parte del Principe allora regnante e di tutta la famiglia granducale, sono ormai troppo note, perchò sia necessario di qui ricordarle.

«Ciò che importa di constatare si è la unanimità perfetta di tutti i Toscani nel sentimento italiano, l'ordine meraviglioso serbato in tempi difficilissimi, la concordia dignitosa e costante di tutte le volontà sia nello scopo preso di mira, sia nei mezzi riputati più atti a conseguirlo. Questo da un lato; dall'altro una tenacità insuperabile dapprima nell'avversare i desiderii più nobili e i più legittimi della Toscana, e successivamente un disprezzo dei medesimi e dell'opinione nazionale, spinto al punto di cercare asilo nel campo dei nostri nemici e di combattere al loro fianco contro le armi italiane.

«Questi fatti erano già conosciuti allorché giunse in Toscana la nuova della inattesa pace di Villafranca. Il paese intiero ne provò grave sconforto, non solo perché di fronte alle grandi speranze concepite ne sentiva detrimento la causa generale d'Italia, ma anche perché taluno degli articoli di quel patto ispirava il timore d'una probabile restaurazione in Toscana della Dinastia di Lorena. Gli spiriti più calmi e più versati nelle materie politiche procurarono di calmare l'ansietà generale, ricordando le generose simpatie dell'Imperatore Napoleone III pei popoli italiani, le sue nobili parole intorno al rispetto dei loro legittimi voti, e conchiudendone essere assurdo di temere, che il Governo francese, il quale coll'associare alla guerra da lui combattuta l'armata francese sotto gli ordini di un Principe imperiale aveva sanzionato la esautorazione della Dinastia Lorenese sanzionando il movimento, che l'aveva rovesciata dal Trono, volesse poi operare una restaurazione colla forza, o tollerare, che altri l'operasse. Queste savie parole furono ascoltale, ed il paese rientrò nella calma più completa, e tutti ripresero animo a non diffidare dei destini della Patria. Ma non per questo era a dissimularsi, che le nostre sorti future volgevano in grande incertezza. Cessava colla pace il protettorato di S. M. il Re di Sardegna, ed il Commessario straordinario abbandonava Firenze, trasferendo la suprema autorità nel Ministero nella guisa stessa, che l'aveva in lui trasferita il governo provvisorio col suo Decreto del di 11 maggio.

«In cosi grave condizione di cose il governo della Toscana si penetrò immediatamente del dovere e della necessità di convocare la Rappresentanza Nazionale. La Carta costituzionale del 1848 rappresentava incontestabilmente sempre il dritto pubblico della Toscana, imperocché non fosse menomamente dubbiosa la illegalità del Decreto granducale del 1852, che consumando un colpo di Stato, l'aveva abolita. Perciò fu stabilito, che colla legge del 3 marzo 1848 dovesse procedersi alle elezioni. Era la legge stessa abbastanza larga e liberale anche al momento, in cui fu decretata; il successivo incremento della tassa di famiglia l'aveva resa in fatto più liberale ancora, aumentando in considerevole maniera il numero degli Elettori. Questa legge presentava eziandio l'altro vantaggio che essendo essa una emanazione del governo granducale, i partigiani di questo al di dentro come al di fuori non avrebbero potuto rimproverarle di dare risultati non corrispondenti allo stato vero della pubblica opinione.

«Tante e cosi importanti considerazioni determinarono il governo della Toscana a convocare l'Assemblea ai termini della legge elettorale del 3 marzo 1818, anziché decretarne una nuova. Poteva temersi da alcuno, ed altri forse sperava, che un popolo il quale trovavasi da lungo tempo disavvezzo da ogni atto della vita politica, ed era adesso chiamalo a compierne uno così grave in mezzo a circostanze capaci di eccitare ogni ansietà ed ogni passione, soccombesse alla prova. Ma il popolo toscano ne usci invece con una luminosa prova di patriottismo e di senno. Ordine stupendo, affluenza grandissima d'elettori, concordia delle elezioni, nomina di Rappresentanti, che sono, chi per un riguardo chi per l'altro, la illustrazione della Toscana, dimostrarono eloquentemente all'Europa, come essa sia degna di quella indipendenza e di quella libertà, che dalla giustizia dell'Europa reclama.

«L'Assemblea nazionale regolarmente convocata, regolarmente riunita, e regolarmente deliberando ha emesso due voti, i quali non ne formano in sostanza che un solo, perché riuniti corrispondono allo scopo della sua convocazione provvedendo all'ordinamento diffinitivo del paese.

AMMIRAGLIO WRAIT

Comandante la Costituzione

IL GENERALE MILBIZ

«Essa ha emesso un primo voto, dichiarando irrevocabilmente finito in Toscana il regno della Dinastia Austro-Lorenese.

«Essa ha emesso un secondo voto, dichiarando essere volontà del popolo toscano di far parte d'un forte regno italiano sotto lo scettro costituzionale di Re Vittorio Emmanuele II.

«Di ambedue questi voti crediamo necessario tenere partitamente parola, dimostrando non solo il dritto pienissimo. che l'Assemblea nazionale toscana aveva di emetterli, ma le imponenti ragioni di politico interesse, che ne raccomandano l'accoglienza alla saviezza di tutti i governi.

«Che la Toscana abbandonata a sé stessa e lasciata senza governo, avesse il dritto di provvedere a sé stessa e di eleggerne uno ed il più conforme ai suoi sentimenti ed ai suoi interessi, è verità talmente intuitiva, che non abbisogna di dimostrazione. Sarà sufficiente a tal uopo un'autorità, che nel caso presente non può incontrare obiezione, ed è quella dello stesso GranDuca Leopoldo Il. Questo Principe nel suo decreto del 12 maggio 1848. deliberando l'aggregazione alla Toscana delle Provincie di Massa, Carrara, Garfagnana, e Lunigiana, proclama solennemente il principio da noi invocato, e lo proclama fondandosi sui medesimi fatti e sulle stesse ragioni.

«L'animo ostile di un Sovrano contro il paese da lui governato costituisce secondo il gius pubblico di tutti i tempi e di tutti i popoli civili un altro motivo gravissimo per privarlo dei dritti della sovranità. La sovranità è tutela di un popolo, non è odio o guerra contro di lui. Di questo animo ostile della Dinastia Lorenese contro la Toscana non mancano pur troppo le prove. Belvedere, l'asilo cercato in Austria durante la guerra, Solferino, lo dicono abbastanza: lo dicono cosi altamente, che noi per amore di moderazione e per legge di convenienza rinunziamo ad insistere più a lungo su tale argomento. Che dire infine della violata fede, chiamando nello Stato soldatesche forestiere, e rompendo con l'abolizione dello Statuto il patto fondamentale, che insieme legava Principe e Popolo?

«Ma se innegabile è il dritto dei Toscani di non più volere il regno della Dinastia Lorenese, non meno evidenti sono le ragioni di politico interesse, non solo per loro, quanto pure per la tranquillità generale dell'Italia e del mondo, le quali imperiosamente consigliano a tutti i Governi di Europa di accogliere e sanzionare i loro voti. Le conseguenze di un ripristinamento della Dinastia Lorenese in Toscana sarebbero politicamente così fatali, che ogni uomo di Stato non può a meno di rifuggirne sgomentato. La condotta e le tendenze della Dinastia di Lorena durante l'ultimo decennio, e sopratutto i fatti compiutisi dal principio dell'anno fino a questo giorno, hanno elevato tra lei e la Toscana una barriera insuperabile. Se un Sovrano della Dinastia caduta ritornasse in Toscana, vi tornerebbe,non è mestieri illudersi, con profondi ed invincibili rancori con il paese intiero, ed avvolgendo nella sua avversione tutte le classi sociali le più alte come le più umili. Il paese lo sa, e ricambierebbe tali sentimenti con sentimenti anche più ostili. Profonde animosità da una parte, incurabile diffidenza dall'altra, ecco quali sarebbero i vincoli fra governanti e governati. Le ripugnanze poi e le divisioni personali renderebbero ogni governo impossibile. La Toscana diverrebbe il focolare della rivoluzione permanente, e ridurrebbe ad un sogno la pace d'Italia. Dove sarebbe dal governo restaurata la forza, dove il punto di appoggio, d'onde trarrebbe egli l'autorità ed i mezzi di governare? In ogni paese, ed allorché si teme di agitazioni rivoluzionarie, custode naturale della publica quiete e natural difensore del Governo è l'esercito. Ma in Toscana è appunto l'esercito, che più di ogni altra classe di cittadini si trova compromesso di fronte alla Dinastia di Lorena; che più energicamente di tutte ha dimostrato di riprovarne la condotta antinazionale; che più di tutte ha attivamente contribuito alla sua caduta. Da ciò è facile argomentare quali ne sarebbero lé tendenze e lo spirito. Bisognerebbe dunque, che la Dinastia avesse ricorso ad eserciti ausiliarii, ad interventi forestieri. E qui ricomincerebbe allora con più terribile intensità quella série di violenze da una parte, di complotti rivoluzionarii dall'altra, di oppressioni e di vendette, che hanno richiamato su questa misera Italia l'attenzione del mondo, e fatto sentire la necessità di porre un rimedio a tanti dolori.

«Nè può trascurarsi di considerare, che l'Austria, sebbene dalle vicende della guerra costretta ad aderire alla pace di Villafranca, non l'accetterà però mai di buon animo né sinceramente. Essa starà sempre spiando l'occasione, sia di ricuperare la Lombardia, sia di riprendere l'antica sua posizione nel rimanente dell'Italia, profittando con questo intendimento di ogni complicazione europea, che fosse per sorgere. Di già il linguaggio dei giornali più devoti al Governo non fa mistero di tali disegni. Quando questo accadesse, l'Italia dovrebbe di nuovo, e vorrebbe fare un grande sforzo nazionale per mantenere gli acquisti dovuti al valore delle armi italo-franche, alla prudenza del Re Vittorio Emmanuele, ed alla possente e generosa cooperazione di S. M. l'Imperatore dei Francesi. Con una Dinastia austriaca in Toscana eccoci tornati di nuovo ai 27 aprile. Ora nessuno può pretendere, che un paese avventuri ad ogni istante i suoi destini e la sua prosperità al giuoco di una continua alternativa di rivoluzioni e di restaurazioni.

«La quistione, che si agita adesso fra la Toscana e la Dinastia Lorenese si riduce a questi termini. Si tratta di sapere, se il vinto potrà imporre la legge al vincitore; se un popolo civilissimo, che ha dato pruova di tutte le virtù cittadine, dovrà essere sacrificato a chi mostrò di tenerle tutte in nessun conto; se l'ambizione e l'interesse di una famiglia dovranno prevalere contro l'interesse e la volontà di due milioni di uomini. L'Europa e la coscienza pubblica pronunzino.

«Il Governo della Toscana sebbene manchi in proposito di comunicazioni officiali, non ignora però che si darebbe nelle sfere diplomatiche una grande importanza ad un'offerta abdicazione di Leopoldo II e ad un asserto programma del figlio Ferdinando contenente larghe promesse d'istituzioni liberali e di politica italiana. A questa abdicazione ed a queste promesse si sono principalmente appoggiati i consigli di un governo amica, onde non si rifiutasse la Toscana dal consentire una reintegrazione della caduta Dinastia.

«Per condiscendere a siffatti suggerimenti bisognava però, che la Toscana avesse dimenticato tutta la sua storia degli ultimi tempi e le tante violazioni della fede giurata; bisognava, che avesse dimenticato essersi quella Dinastia tutta intera infeudata talmente agl'interessi ed alle passioni dell'Austria da essersi resa incompatibile coi sentimenti e con gl'interessi del paese; bisognava finalmente, che avesse dimenticato la presenza in Modena dell'istesso Arciduca Ferdinando, ivi aspettando pieno d'impazienza e di trepidazione l'esito della battaglia di Magenta per ritornare in Toscana alla testa degli Austriaci, se la battaglia fosse stata vinta da loro; bisognava per ultimo, che fosse cancellato dalle pagine della Storia il nome di Solferino. Singolare esempio in vero di pubblica moralità sarebbe questo! Un Principe, che cerca asilo nel campo dei nemici del suo paese, che pugna contro di esso al loro fianco, e che quando gli alleati da lui prescelti sono vinti, dice a quei medesimi, che ieri combatteva e di cui anelava la sconfitta: — Adesso io sono con voi. — Nè il sentimento della sicurezza né quello della reciproca dignità poteva permettere alla Toscana di sottoscrivere questa umiliante capitolazione, strappata dalla disfatta e frutto di troppo tardi pentimenti.

«Nel tracciare questo rapido quadro delle conseguenze, che una restaurazione partorirebbe in Toscana, ci siamo astenuti dal contemplare la ipotesi, ch'essa potesse venir compita con stranieri interventi. Ce ne siamo astenuti perché assicurazioni altamente autorevoli per diverse vie pervenuteci ne garantiscono non essere possibile tanta calamità; ce ne siamo astenuti perché dopo gli avvenimenti verificatisi in Toscana, da quattro mesi in poi, un intervento forestiero per ristabilire colla forza delle baionette un Arciduca d'Austria sopra un Trono italiano sarebbe cosa siffattamente enorme, che il solo mostrare di preoccuparsene ci è sembrato non solo assurdo, ma stoltamente ingiurioso per un governo amico.

«Non ignora il Governo della Toscana, che rigettato ed escluso come impossibile il mezzo degl'interventi, v'ha chi crede poter arrivare per altra strada al medesimo fine. In questo concetto si parla di non riconoscere il voto della Toscana e di abbandonarla, come si dice, a sé stessa, fintantoché il suo stato di politica incertezza e tutte le conseguenze di questa non abbiano in un modo qualunque ricondotto la bramata restaurazione. Sarebbe questo atto di giustizia? Sarebbe atto di politica prudenza? Noi abbiamo fermo e profondo convincimento, che il piano non riuscirebbe, perché la Toscana non mancherebbe a sé stessa, rimanendo ordinata e concorde; ma qualora accadesse per mala ventura il contrario, si è ben sicuri, che l'agitazione della Toscana non si propagasse ad altre parti d'Italia, e non diventasse motivo di nuove e terribili complicazioni? Si è fatta una guerra sanguinosissima per rendere all'Italia la tranquillità e spegnere un fornite d'incessanti pericoli per la pace di Europa, e si farebbe poi assegnamento sullo stato rivoluzionario di un paese italiano per ricondurre una condizione di cose, che racchiuderebbe in sé il germe e la ragione necessaria di nuovi sconvolgimenti! Le Romagne, le Provincie di Modena, quelle di Parma si trovano in posizione uguale alla nostra, e naturalmente si applicherebbe loro l'istesso sistema. Ecco dunque, se certe lusinghe venissero a verificarsi, nel bel mezzo d'Italia, quattro milioni e più d'Italiani agitati dal disordine rivoluzionario, e l'Europa, che indifferente, impassibile assiste a questo spettacolo l E se ad onta di tutto ciò i popoli si ostinassero nel non volere richiamare i Principi detronizzati, e il disordine diventasse anarchia, che farebbe l'Europa? Lascerebbe, che l'anarchia consumasse tutti i suoi eccessi e i popoli si dilaniassero? Interverrebbe? Ed in questo caso chi interverrebbe? Austria? Francia? Ambedue insieme? Ognuna di queste ipotesi è una politica impossibilità. Il governo della Toscana perciò raffidato dal senno e dall'equità delle grandi Potenze, ha ferma fiducia, che ponderato pacatamente il sistema qui sopra discorso, e ravvisatine gli effetti o inutili o disastrosi, esse tutte si troveranno di accordo nel giudicarlo impraticabile.

«Ma dichiarando all'unanimità finito in Toscana il regno della Dinastia Austro-Lorenese l'Assemblea nazionale non aveva intieramente compiuto il suo ufficio in quanto che non bastava un tal voto per provvedere all'ordinamento diffinitivo dello Stato. Perciò ha essa emanato un secondo voto, unanime anch'esso, dichiarando essere volontà della Toscana di fare parte di un forte regno costituzionale sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. Già le rappresentanze comunali interpreti dei pubblici desiderii avevano in epoca non remota pronunciato un voto del tutto conforme. Le deliberazioni municipali relative a questo gravissimo argomento appartengono a 225 Comunità (), fra cui si comprendono le città di Firenze, di Livorno, e le altre tutte più cospicue della Toscana. E per dare una idea della immensa maggiorità, che un tal voto ha riunita, ci limiteremo a dire, che sopra 1350 suffragi 1297 sono stati affermativi, e negativi soltanto 53. Il voto pertanto dell'Assemblea nazionale ha già coni espressione della pubblica opinione un precedente, che ne pone in luce tutta la portata e tutto il valore.

«Molte e potenti ragioni hanno ispirato questo voto, molte e potenti ragioni raccomandano alla saviezza dell'Europa di sanzionarlo.

«Il carattere principale, anzi meglio diremo unico ed esclusivo del movimento italiano del 1859 è il sentimento della nazionalità. Ciò è così vero, che nessuna quistione di forme governative interne è venuta questa volta,come sventuratamente accadde nel 1848, a turbare lo slancio degl'Italiani per la conquista della nazionale indipendenza. Tutti i popoli italiani hanno al contrario applaudito. alla momentanea restrizione delle libertà costituzionali in Piemonte, perché hanno stimato questo savio provvedimento utile al buon andamento della guerra, scopo di tutti i loro pensieri.

«Il voto profferito dall'Assemblea Toscana nella sua seduta del 20 di questo mese è sopratutto ispirato da questo sentimento di nazionalità ed ha in mira di soddisfarlo. Allorché l'Austria conserva una forte posizione in Italia, allorché questa posizione può diventare più terribile ancora, se la confederazione, di cui è parola nei preliminari di Villafranca venisse a concludersi, si fa ad ognuno manifesta la necessità di costituire in Italia uno Stato forte, il più forte, che nelle presenti circostanze si può. È per un lato necessità di difesa, per l'altro necessità di equilibrio, senza il quale la proposta confederazione non sarebbe mai possibile. Che questo pensiero di affetto alla causa nazionale e di patriottica previdenza abbia avuto gran peso nel voto emanato, e sia ora in tutte le menti così dentro come fuori dell'Assemblea, risulta chiarissimo da questa circostanza, che i partigiani dell'unione della Toscana al Piemonte si sono considerevolmente accresciuti dopo la pace di Villafranca. Mentre durava tuttora la guerra, e si aveva speranza, che il Regno dell'Alta Italia, cacciati del tutto gli Austriaci dalla Penisola, si sarebbe fatto forte anche del Veneto, l'autonomia toscana aveva i suoi difensori. Adesso sono spariti. Perché? Perché in Toscana il pensiero italiano domina su tutti gli altri. Vi è forse chi ce ne fa rimprovero. Ma se nelle attuali contingenze avesse conservato la Toscana aspirazioni diverse, quei medesimi, che trovano adesso il nostro desiderio intemperante, ci avrebbero rimproverato allora le nostre vecchie rivalità municipali, le nostre gare di campanile, concludendone, che glitaliani sono incorreggibili e non degni di essere nazione.

«Rafforzare il Piemonte è, Io abbiamo già detto, necessità di difesa e necessità di equilibrio. Questo non è vero soltanto in un interesse italiano, ma lo è del pari in un interesse europeo. Finché il Piemonte non sarà abbastanza forte da essere in grado di opporre all'Austria una seria resistenza, l'Austria sarà sempre tentata di attaccarlo. Gli ultimi avvenimenti non possono che avere accresciuto il sentimento dell'antica ostilità. L'Europa sarà sempre perciò in continua apprensione di una nuova lotta in Italia, ed una lotta in Italia può compromettere un'altra volta la pace del mondo.

«Come condizione di equilibrio nell'interesse europeo la necessità di un incremento di forza al Piemonte apparisce manifesta, figurandosi il caso, che la Confederazione progettata a Villafranca si realizzi. Le tendenze di Roma e di Napoli sono conosciute; collegandosi con quei due governi l'Austria, se il Piemonte non ha un gran peso da gettare nella bilancia contraria, può diventare un giorno padrona della Confederazione, e disporre in un momento dato di tutte le forze dell'Italia, congiungendole alle proprie. Allora non è più quistione di equilibrio italiano, ma di equilibrio europeo. Può ella la Francia, può ella la Prussia, possono esse le altre grandi Potenze accettare di buon animo la probabilità di questo pericolo?»

«Dopo tante agitazioni, dopo tanta incertezza la Toscana ha desiderio ardentissimo di tranquillità. La sua unione al Piemonte ne diventa la più certa e solida guarentigia. Siccome è ormai fuori di controversia, che questa unione è consentanea al desiderio di tutti o quasi di tutti i Toscani, così è fuori di dubbio, che la soddisfazione universale renderà impossibile qualunque turbamento. Quello stato di perpetua agitazione più o meno latente, che nelle varie Provincie di Italia ha durato e dura in alcune disgraziatamente 101 pur sempre come effetto di profondo disaccordo fra le popolazioni ed 3 governi, sparirà immediatamente in Toscana, appena la Toscana sappia assicurate le sue sorti nelle mani di un Re polente e leale, che ha pienissima tutta la sua fiducia e la sua riconoscenza come quella di tutti i popoli. Nè sarebbe giusto o sapiente di privare i Toscani dei vantaggi, che vengono dal far parte di un grande Stato. Ha ormai dimostrato f esperienza, che fuori delle grandi aggregazioni non può esservi per un popolo quel largo sviluppo morale o materiale, che è uno dei caratteri distintivi della civiltà moderna. La Toscana ha fatto abbastanza per la,civiltà del mondo per avere dritto di non essere esclusa dal goderne adesso i benefizii. Non esercita, non marina, non diplomazia, languido commercio, languidissima industria. mancanza di movimento scientifico ed artistico, questi sono nel secolo decimonono i destini di un paese piccolo. Con qual dritto o con qual giustizia vorrebbe oggi rinchiudersi la Toscana in questo letto di Procuste? Altri e ragguardevoli vantaggi potremmo accennare, che la Toscana avrebbe fondato motivo di ripromettersi dall'entrare a far parte di uno Stato importante. E sarebbe sapienza dell'Europa e calcolo giudizioso non soffocare tanti germi Fecondi di sviluppo morale e di prosperità materiale, perché quella benefica solidità, che il progresso de'  tempi ha dovunque creata, farebbe sì, che tutte le nazioni ne godessero il frutto.

«Nell'emettere i suoi suffragi l'Assemblea toscana dopo di avere espresso le particolari ragioni di speranza, che dirimpetto atutti i grandi governi la confortavano a credere, che i suoi voti sarebbero accolti e secondati, ha commesso al Governo di porre in opera ogni efficace premura, onde conseguire l'adempimento. Ed il Governo incoraggiato dalle ragioni medesime, ha di buon animo accettalo il gravissimo ufficio.»

«Egli confida come l'Assemblea, che il prode e leale Re, il quale tanto fece per l'Italia, e protesse con particolare benevolenza la Toscana, non vorrà respingere l'omaggio di riconoscenza e di fede, che un paese intiero lo scongiura di accogliere per la propria felicità e per interesse della patria comune.

«Confida nella giustizia e nell'alto senno della Francia, dell'Inghilterra, della Russia, e della Prussia.

«Il magnanimo Imperatore dei Francesi, che con tanta generosità ha preso a difendere un popolo oppresso, che ha detto e gloriosamente provalo coi fatti, ch'egli sarebbe stato dovunque era una causa giusta da difendere; la saggia e liberale Inghilterra; la Russia, di cui la politica elevala e piena di grandezza fa adesso l'ammirazione dell'Europa; la valorosa Prussia, che cosi nobilmente rappresenta in Germania il principio della nazionalità, non vorranno ne disconoscere né conculcare il dritto di unpopolo ordinato, tranquillo, e concorde, il quale null'altro domanda, che di provvedere alle proprie sorti nel modo che esso crede migliore per la sua pace e per la sua felicità.

«Che se la giustizia umana ci facesse difetto, noi difenderemmo con ogni mezzo i dritti e la dignità del paese contro qualunque aggressione. E se gli eventi ci riuscissero contrarli, non ci mancherebbe mai il conforto di pensare, che tutti, Popolo, Assemblea, Governo abbiamo fatto senza debolezza, senza millanteria, il nostro dovere. Poi la coscienza pubblica e la storia giudicherebbero ove fosse il dritto, il senno civile, la temperanza; dove la ingiustizia, l’acciecamento, l'abuso della forza.»

«Firenze 21 Agosto 1859

Sieguono le firme.

Così la quistione era chiaramente messa al cospetto del mondo civile: i principii del dritto pubblico meno contestati erano vantaggiosamente invocati. Coloro, che han messo un po' di logica ne' loro raziocinai politici, hanno derivato il dritto divino dalla necessità del governo dei popoli, e niuno può sostenere ragionevolmente, che governare un popolo sia violarne gl'interessi, la sicurezza, la dignità, contrariarne, i bisogni, le abitudini, le aspirazioni. Egli è vero, che íl giudizio su tutte queste cose per gli uomini di quella scuola appartiene ai Principi e non ai Popoli; ma quando trattasi di un fatto certo, evidente, positivo; quando il Principe stesso dopo di averlo contrariato, lo ammette; quando egli medesimo dichiara doversi cambiare secondo i nuovi interessi, le nuove abitudini, la legge fondamentale dello Stato, allora questo giudizio è pronunziato, ed è certo per tutti, che la vecchia forma di governo non è più buona, e che le massime fondamentali della pubblica autorità e le abitudini governative, che hanno sin allora regolate le relazioni tra il Sovrano ed i sudditi e costituita l'essenza del Principato,sono divenute non vere. Ebbene, se per replicata esperienza, se pei fatti recentissimi è manifesto, che il Principe si adatta al nuovo edifizio politico, unicamente perché subisce la pressione di una necessità inevitabile, nessuna logica al mondo, nessuna legge di natura, nessuna regola politica può pretendere, che un popolo soggiaccia spontaneamente a questa eventualità, e ch'essendosi chiarito, che il governo, che di lui si è fatto sino allora, è stato, o è divenuto cattivo, accetti per Sovrano colui, che si è ostinato a governarlo a quel modo, e che se cambia per lo momento il suo indrizzo politico, cede alla forza e non al convincimento; dimette della sua autorità, ma fa le riserve per ricuperare quanto ha ceduto, sacrifica le sue inclinazioni, ma conserva le sue simpatie. Questa era la questione del Memorandum, e lo spirito dei tempi non permetteva, che come altre volte siffatta quistione agevolmente si trasandasse.

Perciò dopo di essersi attribuito a qualche indecisione in Torino un aggiornamento della Deputazione destinata a portare al Re il decreto di annessione, la Deputazione partì, e si ebbe in Genova una magnifica e patriottica accoglienza. Era la prima Deputazione dell'Italia. centrale, che recasse a Torino il voto della annessione. Nè i Genovesi si furono contenti di limitarsi alle dimostrazioni ed agl'indrizzi verso i rappresentanti dei Toscani, ma fecero inoltre un indrizzo al Re, che conteneva:

«Sire;

«Quando l'annunzio improvviso dei preliminari di Villafranca aveva destato un senso di dolorosa sorpresa, altrettanto la novella delle deliberazioni dell'Assemblea Toscana ha sparso il giubilo nella popolazione genovese.

«In oggi come in allora noi sentiamo, o Sire, il bisogno di rivolgervi una rispettosa parola, poiché ormai come non si compie un fatto, che non mostri l'intimo vincolo, che unisce fra loro le varie provincie della Penisola, non deve sorgere un avvenimento senza che rechi una nuova prova dell affetto, che lega il popolo al Re.

«Una Deputazione vi reca, o Sire, la legale manifestazione della unanime e risoluta volontà del popolo toscano di fare parte di questa libera famiglia; essa giunge al vostro cospetto accompagnata dai voti unanimi dei Genovesi per l'esito felice della sua missione.

«La Toscana mostrando l'Italia degna dei suoi nuovi destini non meno pel senno e la concordia, che pel valore, ha scritto una pagina immortale nella nostra storia nazionale; accanto a questa, o Sire, starà il glorioso nome vostro e la risposta del vostro governo.

«Avvezzi a confondere il vostro nome coi ricordi delle recenti glorie e colle aspirazioni verso il futuro, confidiamo tranquilli nell'alto animo vostro, ma poiché ai magnanimi partiti è spesso compagno il pericolo, ci sentiamo tratti irresistibilmente a ripetervi, che il popolo genovese è con voi.

«Sire,

«Gli antichi Italiani furono sì grandi in ogni genere di disciplina da togliere ai nepoti la speranza non che di vincerli, di pure emularli. Ma il seggio più eminente del Panteon Italiano è ancor vuoto; esso aspetta l'unificatore d'una nazione, la cui esistenza è necessaria alla pace europea ed alla civiltà del mondo. Noi siamo certi, o Sire, che prudente e deciso nei consigli come valoroso sul campo, seguirete la via, che conduce a quel seggio sublime, che la fortuna vi addita. Seguitela, o Sire, e come l'Italia presente vi saluta il primo soldato della sua indipendenza, l'Italia avvenire vi acclamerà il più grande dei suoi cittadini.

Siamo, o Sire, di V. M. ecc.

«Genova il 1° settembre 1859.

Intanto il Sindaco di Torino con un manifesto, che merita di essere riferito annunziava l'arrivo della Deputazione.

Cittadini! (Esso diceva) «Il più illustre popolo della moderna Italia, quello, che più di ogni altro cooperò a diradare le tenebre della barbarie, da cui con essa era l'Europa avvolta, ad iniziarne e promuoverne la civiltà, che più d'ogni altro già ebbe a distinguersi per essere saggio negli ordini civ ili, colto nelle arti della pace, forte nel tutelare la propria libertà ed indipendenza, porge in ora nuovo esempio di virtù cittadina, posponendo il gareggiare di provincia al santo amore della comune patria.

«Il popolo toscano con voto libero ed unanime chiede di unire la sua sorte a quella del popolo piemontese, intende e vuole affidare il suo destino al prode e leale Re nostro Vittorio Emmanuele

«Corrispondiamo a tanta onorevole prova di stima e di fiducia con tutta la riconoscenza, con tutto l'affetto possibile; possano i Deputati dell'Assemblea Toscana dall'accoglienza nostra convincersi, che eziandio il popolo piemontese né debole né millantatore sarà sempre disposto ad adempiere al dovere di un fratello, pronto ad incontrare egli pure ad ogni evento con animo sicuro il giudizio della coscienza pubblica della storia.

Ed il giorno 3 di settembre 1859 la deputazione giungeva in Torino. Il Municipio nel breve giro di tempo, che aveva avuto, aveva fatto ornare nel più e legante modo, che aveva potuto, la facciata dello scalo tutte le strade, per le quali la deputazione doveva passare. Bandiere tricolori, emblemi. lampadari, ed altri ornamenti animavano quei luoghi, e li rendevano vaghi cd allegri. Le quattro legioni della Guardia Nazionale in molta forza si schieravano sulla piazza Carlo Felice, e la deputazione accolta nelle carrozze del Municipio, accompagnata dal Sindaco e dagli altri membri della Municipalità, traversando la strada in mezzo le entusiastiche acclamazioni della popolazione, si recò all'albergo Trombetta, dal cui gran balcone il Ruschi di Pisa disse brevi ed eloquenti parole alla moltitudine plaudente e festeggiante, esprimendo i saluti della Toscana al Piemonte e la speranza di rimanere tutti uniti sotto lo scettro dello stesso Re. Un picchetto di onore della Guardia Nazionale prese posto in quell'albergo.

Alle 4 p. m. le solite carrozze di Corte vennero a prendere i Deputati, i quali ricevuti dal Re in udienza solenne in presenza dei ministri e dei dignitarii di Corte, il conte Ogolino della Gherardesca prese a leggere il seguente indrizzo:

«Maestà;

«Un voto unanime dell'assemblea nazionale, interprete fedele dei sentimenti di tutto un popolo, ha solennemente dichiarato essere volontà della Toscana di fare parte di un Regno Italiano sotto lo scettro costituzionale della M.

«Il Governo della Toscana, cui è stato commesso d'implorare dalla benevolenza di V. M. la favorevole accoglienza di questo voto, ha accettato l'altissimo ufficio con quella gioia, che dà l'adempimento di un grande dovere quando esso è in pari tempo la soddisfazione di un lungo ed ardentissimo desiderio.

«Maestà! Se quest'omaggio di fiducia e di devozione del popolo toscano non avesse altro scopo né dovesse avere altro effetto, che quello di procurare alla M. V. un ingrandimento di Stato, noi potremmo dubitare del successo delle nostre preghiere; ma poiché il voto dell'Assemblea Toscana è inspirato dall'amore della italiana nazionalità, ed ha in mira la grandezza e la prosperità della patria comune, ci conforta la speranza, che il pensiero d'Italia prevarrà nel generoso animo vostro sopra ogni altro pensiero, e che la M. V. si degnerà far lieta la Toscana della sua augusta adesione ai voti, che con tanta effusione di riconoscenza e di fede i legittimi rappresentanti di lei hanno espresso al cospetto del mondo».

«Firenze M agosto 1859 a.

Firmati

Ricasoli — Ridolfi — Poggi — Busacca

— Salvagnoli — DeCarero — Bianchi.

Ed il Re rispose: e Io sono profondamente grato al voto dell'Assemblea Toscana, di cui voi siete gl'interpreti verso di me. Ve ne ringrazio, e meco vi ringraziano i miei popoli.

«Accolgo questo voto come una manifestazione solenne della volontà del popolo toscano, che nel far cessare in quella terra, già madre della civiltà moderna, gli ultimi vestigi della signoria straniera, desidera di contribuire alla costituzione di un forte reame, che ponga l'Italia in grado di bastare alla difesa della propria indipendenza.

«L'Assemblea Toscana ha però compreso, e con essa lo comprenderà l'Italia tutta, che l'adempimento di questo voto non potrà effettuarsi, che col mezzo dei negoziati, che avranno luogo per l'ordinamento delle cose italiane.

«Secondando il vostro desiderio, avvalorato dai dritti, che mi sono conferiti dal vostro voto, propugnerò la causa della Toscana innanzi a quelle potenze in cui l'Assemblea con grande senno ripose le sue speranze, e sopratutto presso il generoso Imperatore dei Francesi, che tanto operò per la nazione italiana.

«L'Europa non ricuserà, io spero, di esercitare verso la Toscana quell'opera riparatrice, che in circostanze meno favorevoli già esercitò in prò della Grecia, del Belgio e dei Principati Moldo-Valacchi.

«Mirabile esempio di temperanza e di concordia ha dato, o signori, in questi ultimi tempi il vostro nobile paese! A queste virtù, che la scuola della sventura ha insegnato all'Italia, voi aggiungerete, ne son certo, quella che vince le più ardue prove, ed assicura il trionfo delle giuste imprese, la perseveranza».

Alle 6 la Deputazione assisté al pranzo di gala a Corte, e le acclamazioni, le feste, i conviti si successero continuamente.

Il ricevimento della Deputazione toscana e a presunta risposta del Re avevano per lungo tempo intrattenuto la curiosità e le previsioni degl'Italiani non solo, ma anche degli stranieri. Ciascuno congetturava secondo le proprie aspirazioni; ognuno prevedeva un ricevimento ed una risposta del Re uniforme al proprio concetto politico, e più o meno in rapporto colle proprie speranze o coi proprii timori; il perciò seguito if ricevimento e conosciuta la risposta del Re, non mancarono i comenti e le riflessioni. Com'è naturale taluni non si accontentavano delle riserve fatte dal Re, altri vi vedevano il concetto della grandissima difficoltà dell'attuazione, ma i più calmi ed i più prudenti vi scorgevano una combinazione, che se non era l'annessione immediata e materiale, n'era i prolegomini, la introduzione. Si diceva: — Il voto dell'Assemblea Toscana e l'accettazione fattane dal re in tutti i suoi termini non sono un Decreto per nomina di Governatori o d'Intendenti a Firenze, a Livorno, a Lucca, a Siena, non riuniscono in un solo erario le contribuzioni dirette ed indirette dei due paesi, non istituiscono coi numeri progressivi dell'esercito piemontese le nuove brigate toscane, ma formano l'origine, il germe fecondo di tutto ciò, ma stabiliscono il puro e sublime dritto, per cui tutto ciò potrà compiersi ben presto, se perseveriamo nella via intrapresa.

Da parte dei Toscani la fusione è compiuta. Quel governo innalzato dal voto popolare riconosce l’autorità del Re, e comunque non intervengano subito regii decreti, i reggitori toscani debbono riguardarsi divenuti ipso jure funzionarii del nuovo regno italiano. Gli stemmi di Casa Savoja, simbolo d'indipendenza nazionale, di gloria militare, di libertà politica, adornano gli edifizii pubblici; la giustizia si amministra in nome del Re; sotto questo stesso nome s'intitolano gli atti pubblici; si pubblicherà lo stesso statuto; l'esercito è sotto gli ordini di tre generali, Fanti, Garibaldi, ed Azeglio, che chiesta ed ottenuta la dimessione dai gradi, che occupavano nell'esercito Sardo, sono come anella tra questo e l'esercito toscano. Da ultimo una lega doganale di tutta l'Italia centrale col Piemonte unificherà i bisogni e gl'interessi del traffico e del commercio.

Quanto alla stampa francese tutti i giornali liberali se ne mostrarono contenti, lodando la prudenza e lo accorgimento dell'Assemblea toscana e del Re, ed accennando alla necessità di un congresso, che dal voto dell'Assemblea e dalla risposta del Re emergeva.

«L'accettazione condizionale della Toscana, scriveva il Débats, fatta dal Re di Sardegna, ed il suo appello solenne al giudizio dell'Europa precipiteranno gli avvenimenti e decideranno senza dubbio la riunione di questo congresso, in cui saranno agitate tante difficili quistioni».

Nè diversamente giudicarono i fogli liberali inglesi. Fra gli altri il MorningPost organo ufficioso del capo del Gabinetto di S. Giacomo osservava:

«È evidente, che il Re Vittorio Emmanuele ingannerebbe le speranze del suo popolo e delle popolazioni dell'Italia centrale, s'egli rifiutasse di accettare la sovranità, che gli è offerta dalla Toscana, e che gli offriranno in breve Modena e Parma; il suo rifiuto non farebbe altro che aumentare quelle complicazioni, che già si moltiplicano, e ch'è tempo di vedere diminuite

E dopo di avere parlato del progetto di formare dell'Italia centrale un regno separato sotto di un principe di Casa Savoja, soggiugne «Una proposta di questo genere può trovare favore appo quelli, le cui diplomatiche tradizioni rimontano ai tempi, nei quali i Monarchi francesi e spagnuoli riguardavano ciascuno Stato italiano separato come un gioiello destinato a ravvivare lo splendore della loro corona. Ma tuttaffatto inapplicabile alla realtà delle cose, essa è contraria alla idea, che domina nella Penisola italica, alle cagioni dell'ultima guerra, ai sentimenti, che hanno ispirato, e che prolungheranno la lotta per l'indipendenza nazionale».

È inutile il dire, che i giornali conservatori o clericali da per ogni dove biasimavano l'ambizione del Re di Sardegna, e proclamavano l'annessione dannosa alle popolazioni italiane.

Quanto al Gran Duca egli sin dal 20 di luglio 1859 per mezzo del suo Ministro presso la Corte di Roma aveva creduto dirigere alle Corti straniere la circolare seguente: «Sono a tutti noti i deplorabili avvenimenti del 27 aprile decorso, che costrinsero S. A. I. e R. il Gran Duca di Toscana ad allontanarsi dai suoi Stati.

«E sono pur note le proteste emesse in quel suo allontanarsi avanti il Corpo Diplomatico accreditato presso la sua persona, non che le altre posteriori da tate da Ferrara e da Vienna.

«È superfluo il ritornare su i fatti speciali articolati in quelle proteste e sugli occulti e palesi maneggi, che furono il principale movente dei fatti stessi.

«Basterà solo aver presente, che S. M. il Re di Sardegna mentre ricusava la Dittatura della Toscana, si permetteva però di qualificare il suo rappresentante presso l'I. e R. Corte Granducale, Commendatore BonCompagni come Commissario Straordinario per la guerra dell'indipendenza.

«Tale risoluzione del Governo Piemontese, tuttoché larvata dall'apparente fine di meglio ordinare le forze della Toscana per la guerra dell'indipendenza, che andava a combattersi, costituiva per sé stessa la più violenta manifestazione del gius internazionale ed una usurpazione senza esempio nella storia dei sovrani poteri del Gran Duca.

«Ma il fatto pur troppo dimostrò, che la qualifica di Commessario, attribuita a quel rappresentante, ascondeva ben altri fini, imperocché il detto Commissario sino dai primi momenti invase ogni parte della amministrazione dello Stato, moltiplicando decreti ed atti intesi a rovesciarlo completamente ed a consolidare l'attuale rivoluzione.

«Se pertanto tali atti erano doppiamente ingiusti anche durante la guerra, sia perché lesivi degli altrui dritti, sia perché eccedenti la stessa usurpata qualifica, oggi n'è divenuta intollerabile e scandalosa la continuazione dopo che è stata provvidenzialmente firmata la pace tra le LL. MM. l'Imperatore d'Austria e l'Imperatore dei Francesi.

Ognun vede infatti, che in presenza di un si grande avvenimento è venuto a mancare anche il pretesto o mendicato colore ad ogni e qualunque ingerenza del Governo piemontese in Toscana.

«Nulladimeno i recenti decreti pubblicati dal Monitore Toscano segnatamente in data dei 15 e 16 luglio corrente fanno a tutti conoscere, che il detto Commissario BonCompagni procedendo con pieno accordo coi capi della rivoluzione, cioè a dire con gli attuali governanti, non solo persiste nell'esercizio delle usurpate funzioni, ma tenta di sconvolgere semprepiù l'ordinamento politico della Toscana e creare ostacoli al ritorno della legittima Monarchia, sia col l'armare una guardia nazionale sotto il pretesto di provvedere all'interna tranquillità, sia col convocare un'assemblea di pretesi rappresentanti del paese nello scopo di falsare la vera opinione pubblica ed i veri voti delle popolazioni toscane, sia infine col dichiarare anche nel più recente Monitore del 18 andante voler continuare gli arruolamenti militari nel concetto (sono sue parole), che l'Italia si armi, mentre la diplomazia tratta, comeché la pace non fosse già firmata o si volesse fare ostacolo all'esecuzione di quella.

«Comprende ognuno di quale gravità siano questi audaci atti, i quali mentre inchiudono la più manifesta usurpazione della sovranità granducale, infuocano le passioni politiche, minacciano gli Stati vicini, avversano l'esecuzione del trattato di pace, preparando al paese interne ed esterne calamità sempre più gravi.

«Le LL. MM. gl'Imperatori d'Austria e di Francia, che al conseguimento della pace hanno voluto subordinare ogni altro riguardo, non possono non penetrarsi della necessità d'impedire l'esecuzione delle misure suddette minacciate in Toscana, che cessata, come è oggi la guerra, non hanno evidentemente altro fine, che di resistere con modi rivoluzionarii al grande impulso impresso dall'avvenimento della pace, d'impedire una temuta reazione popolare e di osteggiare il ritorno dell'augusto Principe, ch'è profondamente nel cuore dei Toscani.

«I prelodati Monarchi, che nella loro potenza e nella loro moderazione hanno preferito il ritorno della pace, non permetteranno certo, che per le trame di pochi audaci avidi di potere abbia ancora a durare in Toscana uno sconvolgimento, che è peggiore d'ogni guerra.

«S. A. I. e R. il Gran Duca riposa nella coscienza dei suoi angusti Monarchi, nel giudizio imparziale, che l'Europa intiera ha portato sempre sull'indole del suo governo. e nell'immancabile amore dei suoi figli, i Toscani.

«Ed il sottoscritto si fa interprete dei venerati desiderii di S. M. pregando la bontà dell'Eccellenza Vostra voler interporre gli ufficii, che crederà migliori all'effetto di richiamare sempre più l'attenzione di S. M. l'Imperatore e del suo imperiale governo sulla presente situazione della Toscana, onde venga prontamente impedita l'attuazione delle gravi misure suddette, quali sono l'armamento della guardia nazionale e la convocazione del preteso parlamento toscano, misure tutte, che vanno a sovvertire maggiormente la Toscana, e renderne più difficile il riordinamento non senza grave danno dei paesi vicini.

STORIA DELLA GUERRA DI SICILIA

LE CHARLES AND JANE ET L'UTILE NELLA RADA DI GAETA

«E lusingandosi il sottoscritto ministro Plenipotenziario della prelodata A. S. presso la S. Sede di vedere secondate queste sue premure di autorevole sollecita mediazione dell'E. V. incontra con soddisfazione l'onore di rassegnarle nuove proteste ecc.

«Firmato — S. Bargagli.

Ricordiamo, che dodici giorni dopo di questa nota il Commessario Sardo era richiamato, ed i Toscani abbandonati a sé stessi diedero pruova ben'altra, che di avere nel cuore il Granduca. La nota diplomatica ed il Memorandum del Governo toscano sono i due documenti dal vario modo, onde si ravvisava la quistione italiana, e presentano la espressione dei due sistemi politici, che si dibattono in Europa. Però non può negarsi, che nel Memorandum stesse il commento della nota, e che le Potenze, sulle quali il Gran Duca poteva fare maggiore assegnamento, inclinavano piuttosto verso il Memorandum, che verso la Nota. E difatti il Nord, organo ben noto della politica russa, scriveva in occasione della risposta del Re alla Deputazione Toscana: — «La nobile franchezza e la patriottica risoluzione del Re cavalleresco produssero un felicissimo effetto; d'ora innanzi si può assicurare che la causa dell'indipendenza italiana è vinta».

E dopo di avere osservato, che nel discorso reale si trova la prima officiale menzione di un futuro congresso destinato a regolarizzare diffinitivamente gli affari d'Italia, soggiunge: «Tutti gli amici d'Italia non possono, che applaudire alle savie parole ed alla coraggiosa determinazione di Vittorio Emmanuele, e noi crediamo per parte nostra, che nell'agire come fece egli, ha salvato l'Italia e ben meritato dell'Europa».

Così l'Europa del nord dividendo i concetti politici dell'Europa meridionale, formava quella compatta catena di fatti, che innovavano il diritto pubblico europeo.


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CAPITOLO XI

Continuazione Feste in Toscana Modena e Parma dopo l'annessione.

SOMMARIO

Feste a Firenze per l'accettazione del Re — Manifesto del Gonfaloniere — Proclama del Governo — Illuminazione �"Atti di liberalità�"Lettera di Poniatowsky alla Nazione di Firenze �"Osservazioni della Redazione — La protesta era fondata? Voci, che correvano in quel tempo — I fatti, che avvennero dopo, li rendono molto probabili — Opinione di Reiset nel partire — Altro documento, che si pubblicò in quel tempo — Importanza di quella pubblicazione �" Organizzazione interna — Legge municipale — Gli atti esecutivi nelle Provincie Piemontesi lo sono nella Toscana — Altre disposizioni simili �" Partenza della Deputazione Toscana da Torino per recarsi in Milano �" Sua lettera al Comandante della Guardia Nazionale — Accoglienza in Milano �"Parole del professore Giorgini �"Ringraziamenti del Governo Toscano — Deputazione a Napoleone — Ritorno alle cose di Parma e di Modena — Indrizzo della Commissione Modenese a Farini — Risposta di Farini — Deputazione a Napoleone — Telegramma dei Deputati �" Provvedimenti interni — Si pubblica lo statuto costituzionale sardo �" Effetto, che produsse�"Si adotta il Codice Penale Sardo — La Deputazione al Re parte per Parma, onde recarsi colla Deputazione Parmense a Torino — Preparamenti in Torino. Manifesto del Sindaco — Arrivo in Torino �"Presentazione al Re. — Indirizzi — Risposta del Re — Partenze delle Deputazioni da Torino — Allora le condizioni politiche dei due Ducati erano uguagliate.

 Non appena fu giunta in Firenze la notizia dell'accettazione del Re, le feste, che se ne fecero, furono grandissime. Il Gonfaloniere si affrettò di pubblicare un manifesto che diceva:

«Cittadini!

«Il voto della Toscana è esaudito, Vittorio Emmanuele accetta la nostra offerta di riunirci sotto il suo scettro costituzionale per formare un forte reame, che assicuri per sempre l'indipendenza d'Italia. Questa fausta notizia, che ci riempie l'animo di contento, compie un grande avvenimento nella Storia del nostro Paese, e ci affida, che potremo in breve conseguire la Unione Nazionale, che è il supremo bene, a cui aspiriamo.

«Dopo le ansie ed i timori del passato l'animo nostro prova un bisogno di abbandonarsi alla gioia; la gentile Firenze solennizzi domani con splendida illuminazione il giorno, in cui nuovi ed indissolubili legami la uniscono alle altre città del Regno Subalpino».

«3 Settembre 1859.

Ed al manifesto del Sindaco seguì l'indomani un Proclama del Governo, che nell'annunciare l'accettazione del Re ripeteva presso a poco gl'istessi concetti ed i sentimenti medesimi., — «La nostra antica coltura, diceva il Proclama, si unisce alla militare fortezza de'  Piemontesi; ogni gente italica reca nel patrimonio comune le proprie ricchezze. Questo non è vassallaggio di provincia, ma costituzione vera della nazione».

In quel medesimo giorno poi vi fu illuminazione in tutta la Toscana, e grandissimi applausi scoppiarono nel momento in cui l'arma di Savoia veniva innalzata su diversi pubblici edifizii. Gli applausi, è vero, essi soli non sigirficano nulla: 50,100,200 persone, che applaudiscono fragorosamente, non esprimono certo l'opinione pubblica, e fanno intanto uno strepito fortissimo, ma quando l'opinione pubblica si è per altri più certi segni chiaramente manifestata, allora gli applausi ne sono anch'essi una indubitata ed energica espressione.

Vennero dopo gli atti di liberalità. I pegni di coltroni e di panni di lana fatti sino al 6 di settembre vennero restituiti ai pegnorauti, e l'Erario dello Stato ne indennizzò i luoghi pii. Fu accordata amnistia per le trasgressioni di ogni maniera, salvo le consuete eccezioni pei reati, che più direttamente ledono le proprietà dei privati e le finanze dello Stato. Fu diminuito di molto il dazio di estrazione sull'alabastro greggio o abbozzato e su i lavori di alabastro non ché sull'ortaggio di ogni specie: e passandosi dalle dimostrazioni pubbliche alle cerimonie sacre, venne solensemente cantato nella Basilica della Ss. Annunziata l'Inno Ambrosiano con l'intervento in forma pubblica dei membri del governo, dei Deputati, delle Autorità civili e militari, e con l'assistenza della truppa e della guardia nazionale in grande tenuta. Coloro, che sono usi ad attribuire alla Divinità le più intemperanti passioni dell'uomo,diranno,che quelle preci non giunsero sino a Lei, ma quelli i quali riconoscono nell'Ente supremo l'essenza della perfezione e la sorgente della giustizia e dell'amore, diranno con maggior ragione, che quegl'inni di riconoscenza e di ringraziamenti di un popolo, che scuoteva la violenza, l'arbitrio, l'oppressione, e si organizzava alla pratica delle virtù cittadine e morali. che rendono migliore l'individuo e la specie, giunsero gratissime a Dio, perciocché questi creò l'uomo e lo redense, e non lo diè in retaggio a nessun altro uomo, ma lo avviò in una via di perfettibilità e di progresso, dalla quale lo han distolto, e tentano ostinatamente distorlo l'egoismo, l'orgoglio, l'ambizione.

In cospetto degli avvenimenti che si compivano in Toscana, il Principe Poniatowsky credè protestare contro i fatti, che gli si attribuivano, ed in data del 2 settembre diresse alla Nazione di Firenze la lettera seguente: «Signor Redattore; Dal momento che sono arrivato in Firenze, tutta la stampa periodica della Toscana non che quella del Piemonte mi ha attaccato con modi, ai quali era ben lungi di attendermi.» Due cose emergono da quelle pubblicazioni.

«1.° La contestazione della mia qualità d'inviato di S. M. l'Imperatore dei Francesi;

«2.° L'asserzione di cose, che attaccano grandemente la mia riputazione.

«In quanto al primo punto, il Governo Toscano conosce le verità delle comunicazioni, che gli sono state fatte su di ciò dal Marchese de la Ferrier Ministro di Francia, sì a voce che in iscritto.

«In quanto al secondo punto sento il bisogno di protestare io stesso contro le calunnie, che si sono sparse contra di me.

«Se come privato ho sempre rifuggito dagl'intrighi, come rappresentante della Francia mi sarei vergognato di ricorrere a così vile e basso mezzo.

Io smentisco solennemente tutte le imputazioni indecorose, che mi furono date; le smentisco in nome mio ed in nome della Francia. Spero, che la mia onoratezza passata debba rispondere del mio presente e del mio avvenire.

Reclamo dalla di lei imparzialità l'inserzione di questa mia protesta nel prossimo numero del di lei giornale.

«Le offro le assicurazioni della mia più distinta stima.»

La redazione faceva precedere la riferita lettera dalle osservazioni seguenti.

Notava, che la stampa era stata in sulle prime favorevolissima al Principe, e divenne severa solamente dopo le voci corse, e troppo tardi smentite, le quali invece di chiarirlo amico del popolo toscano, lo rappresentavano come fautore d'impossibili restaurazioni.

Aggiungeva, che se le sue informazioni erano esatte, il Marchese De la Ferrière Ambasciatore di Francia; dopo che il giornalismo aveva protestato contro le mene, che si facevano, abusando del nome del Principe, presentò al Governo Toscano una lettera del Walewsky, nella quale assicuravasi, che il signor Poniatowsky era incaricato di una missione speciale in Toscana, insistendo, perché questa dichiarazione fosse inserita nel Monitore; lo che il Governo credè di non poter fare per ragioni di ordine pubblico, che riferivansi ad ambedue le parli.

Osservava finalmente in quanto agl'intrighi, difficile a dirsi se più stolidi o maligni, fatti durante la presenza del Principe di Toscana, ch'esso Principe ebbe il torto di non ismentirli prima. — «Il paese e la stampa, conchiudeva il redattore, di fronte ad una sua protesta si sarebbero acchetati, ma il suo silenzio dava ragione di credere il contrario ogni qual volta era noto, che alcune manifestazioni non aventi carattere personale, ma politico, al Principe si facevano.»

E questo rimprovero ci pare giusto; ma la protesta poggiava poi essa su di un fatto vero? È questo uno di quei punti storici, che il tempo dovrà rischiarare. Quando la protesta seguiva, rilenevansi, o almeno davansi come indubitati i fatti seguenti. Dicevasi, che a Villafranca mentre l'Imperatore d'Austria insisteva per la restaurazione del Granduca di Toscana e del Duca di Modena, e sosteneva non potere senza venir meno all'onore, abbandonare così quei suoi alleati e congiunti, Napoleone eccepiva il dritto dei popoli, e conchiuse, acconsentire, che quei Principi rientrassero, se potessero, cioè esclusa ogni coazione. Francesco Giuseppe allegava essere stati quei Principi esclusi da pochi faziosi, e Napoleone ripigliava doversi per questo appunto escludere la forza. Allora Francesco Giuseppe chiedeva, che almeno Napoleone III aiutasse la restaurazione cogli eccitamenti e le persuasive. Di qui la missione Reiset.

Ma questa missione mancò, ed invece le votazioni dei Popoli Toscani allontanavano ogni speranza di restaurazione. L'Austria tenti) allora altra via; offrì delle concessioni per la Venezia; questa sarebbe stata amministrata separatamente con officii, magistrature, finanze, esercito prettamente nazionali con a capo l'Arciduca Massimiliano, purché rientrassero il Duca in Modena ed il Granduca in Toscana; allora Poniatowsky fu mandato a Firenze.

I fatti, che avvennero dopo, e che successivamente narreremo, dànno molto colore del vero a questi particolari, ed in tal caso la protesta del Poniatowsky non pare, che possa dirsi rigorosamente giusta.

Quanto al signor Reiset fu scritto, ch'egli partisse ammiratore del senno e dell'ordine dei Toscani.

Pubblicavasi pure verso quello stesso tempo un altro documento, ch'era stato scritto molto tempo prima, e del quale secondo il Morning-Post alte considerazioni politiche avevano ritardata la pubblicazione. Era una lettera del Commendatore Buén Compagni scritta il 19 di luglio quando il Marchese di Normanby aveva affermato nella Camera dei Pari in Londra avere il BuonCompagni cospirato contro il governo presso del quale era accreditato, avere dall'alto del suo balcone ringraziato un popolaccio tumultuoso, ed essersi impadronito del governo in nome del suo padrone. Il Marchese di Normanby risiedeva in quel tempo a Firenze, onde i suoi detti potevano avere una grande autorità; Lord Strafford di Redcliffe aveva dichiarato, che il Gran Duca di Toscana avrebbe avuto il dritto di fare appiccare il Buon Compagni al cancello del suo Palazzo!!! Il BuonCompagni adunque dopo di avere premesso, che se quelle cose fossero state dette in Italia, ove i fatti sono ben conosciuti, egli non vi avrebbe risposto, ma che dette in Inghilterra da un pari e nella Camera dei Pari, il silenzio non poteva essere permesso, narra come avendo compreso, che una rivoluzione in Toscana sarebbe stata inevitabile, se il Governo ricusava di associarsi al moto nazionale, aveva fatto delle pratiche presso il Ministero per indurvelo. Parla della nota già da noi riportata ed aggiunge, che vedute riuscire inutili le sue esortazioni, esortò i capi della rivoluzione, coi quali era in relazione, a serbarla immune da ogni eccesso, che potesse disonorare il paese; che il 27 durante la insurrezione rivolse un discorso al popolo, ch'era riunito sotto i suoi balconi, ed adoprò ogni mezzo, onde la famiglia del GranDuca, che si ritirava di pieno giorno ed in mezzo di un popolo insorto, fosse stata rispettata. Parla della necessità, in cui si trovò il Municipio per evitare l'anarchia di stabilire un governo provvisorio, il quale essendosi affrettato di domandare al Re, che avesse provveduto al governo del paese, ed avendo quegli accettato in quanto conveniva onde il paese prendesse parte alla guerra dell'indipendenza, allora solamente lo incaricò di rappresentarlo come Com rnissario straordinario.

Questi fatti eran già noti,ma quella lettera li chiariva e li precisava dippiù, e quello,che più valeva, si era appunto la pubblicazione di quella lettera fatta dal foglio officioso inglese dopoché le popolazioni toscane avevano giuridicamente manifestato il loro voto, ed il Re lo aveva accettato, mentre per 40 o 50 giorni prima si era creduto di non potersi pubblicare.

Procedeva intanto il governo nell'organizzazione interna, e prima si era la Municipale. Vi si provvedeva con un decreto dei 4 di settembre, del quale le principali basi erano queste: I Consiglieri venivano eletti per via di schede segrete e scrutinio di lista dai contribuenti chiamati da quel Decreto all'ufficio di elettori.

Per la validità delle elezioni era mestieri, che concorresse la metà degli elettori inscritti, e rimaneva eletto colui, che raccoglieva la metà più uno dei voti degli elettori presenti.

I Priori del Magistrato venivano eletti dal Consiglio generale nel proprio seno per schede segrete a scrutinio di lista ed a maggiorità relativa di voti.

Il Gonfaloniere era nominato dal Governo sulla proposta del Ministro dell'Interno tra i componenti il Consiglio comunale.

Il numero dei componenti ciascun Magistrato e consiglio comunale rimaneva conservato. Inoltre ciascun Consiglio generale aveva un numero di supplenti non minore di uno per ogni tre Consiglieri. Erano supplenti coloro, che avevano avuto il maggior numero di voti immediatamente dopo i Consiglieri comunali.

Erano elettori i due terzi dei contribuenti alla tassa prediale presi per ordine di maggior quota nel contributo sul Ruolo generale dei contribuenti.

Se però questo numero di contribuenti non uguagliava il decuplo del numero del Consiglieri comunali, le liste elettorali si compivano sino al decuplo suindicato coi contribuenti, che venivano immediatamente dopo i primi.

Era vietato il dritto elettorale ai condannati dai Tribunali ordinarli durante il tempo in cui scontravano la pena e quello della contumacia.

I mandati erano vietati.

Ogni elettore era eligibile, tranne i minori di 25 anni, gl'interdetti ecc.

Ed a rendere semprepiù reale l'unificazione fu decretato che le Sentenze profferite dai Tribunali Sardi, Parmensi, Modenesi, e Romagnoli, e gl'istrumenti pubblici celebrati in detti Stati, avrebbero avuto piena esecuzione in Toscana. Che le notificazioni degli atti giudiciali e dei protesti cambiarli fatti negli stessi paesi si sarebbero eseguite in Toscana col mezzo di rogatorie da Tribunale a Tribunale. La estradizione fu abolita, e fu disposto, che gli accusati dalle autorità giudiziarie dei ripetuti paesi, se venivano arrestati in Toscana sarebbero stati spediti al Tribunale istruente sulla sua semplice richiesta al Tribunale dell'arresto�"Da ultimo che le Lauree e Matricole,ed i gradi ottenuti nelle Università Sarde, Parmensi, Modenesi, e Bolognesi sarebbero stati considerati come ottenuti nelle Università toscane.

Intanto la Deputazione il dl 8 settembre era partita da Torino acclamata come in tutto il tempo della sua dimora, e sull'invito del Municipio di Milano si era recata in quella Città. Nel partire da Torino aveva diretta al Comandante della Guardia Nazionale la seguente lettera: a Signor Generale, a Fra le tante prove di simpatia e di onoranza, di cui sono stati colmati i Deputati Toscani nella loro permanenza in questa città, come una delle prime è da porsi per certo la parte attivissima presa dalla Guardia Nazionale; «Essa non solo ha voluto festeggiare la Rappresentanza toscana andando in gran numero sotto le armi il giorno del suo arrivo e della partenza, ma con uno zelo instancabile si è compiaciuta assistere di continua presenza il luogo di sua dimora.

«Di tutto questo noi rendiamo infinite grazie prima a Voi, signor Generale, che degnamente comandate la cittadina milizia, poi alla Guardia tutta, la quale in un modo per noi veramente lusinghiero, ha solennizzato l'unanime voto, che avemmo l'onore di presentare al magnanimo Re Vittorio Emmanuele.

È inutile poi di ripetere le accoglienze,ch'essa ebbe in Milano. Quei giorni sono i più belli della Storia d'Italia. È la commozione,è il delirio dei diversi individui di una stessa famiglia, che astretti a rimanersene divisi, e continuamente messi in circostanze da considerarsi tra loro peggio che stranieri,alla pur fine si ricongiungono, si abbracciano, e nella piena deliro affetti sembra loro, non esser vero, che ritornano a formare una sola famiglia, sì che coll'energia dei loro abbracciamenti,colle gagliarde promesse di non più tollerare di essere divisi,protestano contro la violenza di coloro, che si sono adoprati e si adoprano a contrariare questo santissimo voto. — «Da due giorni, scriveva l'Echo della Borsa, la Città nostra è in movimento per fare una solenne accoglienza alla Deputazione Toscana. È una febbre popolare ben diversa dalle gioie disposte ex officio a �". E difatti l'accoglienza fu entusiastica, specialmente quando il Professore Giorgini pronunziò dal balcone:

«Milanesi! L'emozione ne rende impossibile di esprimere la piena dei sentimenti dell'animo nostro. Noi abbiamo presentato al Re il voto dell'Assemblea toscana, e ne fu accettato favorevolmente. Noi otterremo l'intento. perché siamo fermi e concordi a volere l'unione. Stretti ad un patto gl'Italiani non hanno da temere né la forza né gl'intrighi. Siamo uniti e perseveranti a volere la indipendenza, la libertà sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele — E qui gli evviva al Re, all'unione colla Toscana, all'Italia salirono ai cieli.

«E nondimeno lo straniero non si dà per vinto. Dice che gl'Italiani sono divisi, sono discordi, che quello fu un delirio di un momento, l'entusiasmo di un giorno. Eppure sono decorsi tre anni a traverso delle più dure prove, nelle più difficili condizioni, nella lotta dei maggiori ostacoli, e gl'Italiani sono e vogliono essere uniti; e quando loro si parla non di divisione, ma di una meno intensa unione, quel delirio, quell'entusiasmo si rinnova come prima.

Al ricevimento della Deputazione toscana in Milano rispondeva il Governo toscano col seguente telegramma:

«Il Presidente del Ministero Toscano al Commendatore Vigliani Governatore della Lombardia.

«Il Governatore dalla Toscana manda ringraziamenti e saluti alla forte e perseverante Milano, che accoglie con fraterno affetto la Deputazione Toscana, la quale recò il voto dei Toscani al comune Re Vittorio Emmanuele l'Italianissimo.

«Toscana e Lombardia ebbero le stesse catene e gli stessi dolori della Casa d'Austria; ora è giusto, si felicitino scambievolmente pella libertà e l'indipendenza data loro da Casa Savoia. Così è stretta davvero la unione proclamala dall'immutabile volere dei popoli italiani.»

Rimaneva, che una Deputazione recasse a Napoleone gli atti dell'Assemblea Toscana ed un indrizzo; ed a ciò fu provveduto. Una Commessione, composta del Marchese Lajatico, del Cavaliere Peruzzi, e del Professore Matteucci partì per Parigi. Decorrerà parecchio tempo priaché potess'ella manifestare la risposta dell'Imperatore.

Ora n'è d'uopo di ritornare alle cose di Modena e di Parma.

Dopoché l'assemblea Modenese si ebbe prorogata, affidando la Dittatura a Farini, aveva incaricata una sua numerosa Commessione di recare al detto Farini il Decreto, che mercé una nuova concessione, gli prolungava i poteri, che precedentemente aveva esercitato. E la Commessione compiva il suo mandato, ed accompagnava la presentazione del Decreto dell'Assemblea col seguente indrizzo:

«Signore;

«L'assemblea Sovrana colla conferma dell'Unione di queste province al Regno sardo unanimemente deliberata, ha provveduto per quanto era in lei alle sorti del Paese, ed oggi si è prorogata. Ma nell'ansiosa aspettazione, che i suoi voti siano esauditi, ha creduto di non potere curare meglio la cosa pubblica, se non confermando la Dittatura in Voi, che con tanto senno e fermezza d'animo l'avete sin qui esercitata.

«Accettate dunque, o Signore, questa nuova ben meritata testimonianza di fiducia, e fatevi il premuroso interprete nostro presso la Maestà del Magnanimo Re Vittorio Emmanuele II, pregandola soddisfare la irremovibile volontà di queste popolazioni di essere unite alla famiglia subalpina sottoposta al suo scettro.

«E come l'opera santa della nostra nazionale rigenerazione fu iniziata col patrocinio del Grande e Generoso Imperatore di Francia Napoleone III, l'Assemblea fra i suoi primi atti gli votò un attestato di ossequio e riconoscenza, ed ora prega voi, o Signore, a rassegnarglielo, raccomandandogli di continuarci la sua potente protezione.

«Grati a quello, che avete fatto, e che farete pel miglior bene del paese, noi torniamo alle nostre case, pronti sempre all'opera, ove l'opportunità o il bisogno lo richieggano, sicuri, che il sommo potere nelle presenti circostanze non può trovarsi meglio affidato, che nelle vostre mani.»

Ed il Farini rispondeva:

«Voi avete creduto, che io potessi, reggendo la somma podestà, rendere qualche altro servizio alla patria. Ubbidisco al vostro decreto senza ostentazione di modestia e senza tentazione di vanità; accetto il vostro mandato senza presunzione e senza oscilanza.

«Le unanimi deliberazioni, che avete prese, segnano la mela, alla quale il governo deve mirare diritto con fermo proponimento.

«Per raggiungerlo io farò rispettare da tutti l'autorità.

«L'autorità che si fonda sul suffragio popolare,non teme insidia, né assalto di fazioni; essa ha per presidio la pubblica coscienza. Chi piglia dal cuore i comandamenti della libertà, è tanto più largo ed equanime, quanto ha maggiore la balia.

«Sarà mia cura, o Signori, proseguendo il fine dell'unione nazionale, lo andare esplicando gli ordini liberi. Userò la dittatura per stabilire le guarentigie del vivere libero e per impedire gli scorsi del vivere scomposto.

«Darò notizia e ragione delle vostre deliberazioni al gabinetto di S. M. il Re Vittorio Emmanuele ed a quelli delle maggiori Potenze.

«L'Europa può a gran documenti conoscere, come il mal governo corrompendo in Italia ogni virtù nativa, fosse la sola cagione dei mali e dei pericoli, pei quali stava in continuo affanno. In questi pochi mesi il governo nazionale non solo ha creato la disciplina civile, ma ha cominciato il ristauro della pubblica morale, ha, direbbesi, innovato il costume dei popoli. Gl'Italiani avevano mala fama di turbolenti, discordi, vendicativi. Noi abbiamo mantenuto l'ordine senza soldati; nei comizii e nei parlamenti popolari abbiamo dato esempio di concordia piuttosto unica che rara; noi non abbiamo preso altra vendetta degli sbanditi reggitori, che quella di pubblicarne gli obbrobriosi autografi.

«Del rimanente, o Signori, io ripeterò in nome vostro, che pronti a dare all'Europa ogni giusta e ragionevole malleveria d'ordine e di pace, noi siamo risoluti a non sopportare prepotenza.

Pochi giorni dopo partiva per Parigi la Deputazione all'Imperatore Napoleone. Componevasi del Malmusi Presidente dell'Assemblea nazionale, del Fontanelli Colonnello comandante la Guardia nazionale,e del Conte Ancini Deputato della detta Assemblea, ed avevano con loro due Segrelarii. Partiti il 29 agosto da Modena, il 12 di settembre la Gazzetta di Modena pubblicava la relazione da loro diretta all'Assemblea nazionale.

«Li sottoscritti si recano ad onore e dovere di partecipare ai loro onorandi colleghi, che in virtù di mandalo dittatoriale in evasione del decreto dell'Assemblea si sono resi a Saint-Sauveur in Francia in qualità di Deputati dell'Assemblea stessa presso la Maestà di Napoleone III per farle omaggio dell'indrizzo, ch'essa voto per acclamazione tostoché si fu costituita.

«Li sottoscritti sono lieti di annunziare altresì, che la Deputazione appena giunta a Saint-Sauveur venne accolta colla massima benignità, e che l'Augusto So. erano degnò accertarla — che nessuna forza straniera contrasterebbe ai voleri di questo Paese nell'intento d'imporci il Principe esautorato, che per molti rispetti è ormai riconosciuto impossibile da tutti.

«Quel magnanimo Proiettore nostro e della Patria comune, degnandosi rispondere all'indrizzo da noi rassegnatogli, ci diede l'onorevole e grato incarico di dire all'Assemblea: che egli era grandemente commosso dalla confidenza in lui riposta; che se qualche difficoltà si opponesse ancora al pieno adempimento dei nostri voti, non ci sarebbe mai venuta meno la sua protezione, e che farebbe sempre quanto potesse pel bene dell'Italia in generale e di queste provincie in particolare.

Ed eran firmati — Giuseppe Malmusi Presidente�"Carlo Fontanelli Deputato.»

Si pensi qual effetto questa relazione producesse.

Il Dittatore intanto dava opera agl'interni provvedimenti, ed il 2 di settembre dello stesso anno 1859 pubblicava il seguente decreto.

«Considerando, che il Popolo delle Provincie Modenesi per suffragio diretto universale rinnovò il voto della unione del Regno Costituzionale di S. M. Sarda, e che l'Assemblea dei suoi rappresentanti unanime decretò confermata l'unione stessa; «Considerando, che in forza di tali deliberazioni le Provincie stesse per volontà nazionale sono e devono ritenersi di pieno dritto parte integrante dello stesso Regno;

«Considerando, che lo Statuto Costituzionale Piemontese è legge fondamentale della Monarchia di Casa Savoia;

«Decreta.

«Art.1.° — Si manda pubblicare lo Statuto Costituzionale del Regno Sardo del 4 marzo 1848.

«Art.2.°�"Sino all'effettiva unione delle Provincie Modenesi alla Monarchia Sarda il potere legislativo ed esecutivo è esercitato dal Dittatore secondo il Decreto 23 agosto 18.59 dell'Assemblea Nazionale, ferme le garenzie costituzionali.

«Art.3.° I Direttori dei Ministeri ecc. sono incaricali dell'esecuzione ecc.» Codesto Decreto produsse una gioia veramente nazionale. Si usciva dal vago, in cui si era giaciuti; si vedeva statua() un patto fondamentale del Principato, che assicurava gl'interessi e le guarentigie di tutti; si attuava un ordine politico, che dava forma e regola al governo, che lo circostanze del tempo rendevano indispensabile. Il Dittatore aveva accettata la Dittatura, ma fedele ai principii da lui professati nell'accettarla si era affrettato a stabilire una norma. secondo la quale si sarebbe svolta, ed il Popolo, che non diffidava di colui, al quale aveva affidato i suoi destini, vedeva con compiacimento il rispetto, che quegli portava ai dritti ed alle libertà popolari. Lo stato di Modena si trovava su tali basi riorganizzato. Con un altro Decreto e sulla considerazione, che le Provincie Modenesi formavano già parte della Monarchia Costituzionale di Casa Savoia veniva adottato per quelle Provincie il Codice Penale Sardo.

Partiva quindi per Parma la Deputazione incaricata di presentare al Re il voto dell'Assemblea. In quel tempo era stato pure emesso il voto dell'Assemblea Parmense, e la Deputazione di Modena doveva unirsi a quella di Parma per indi recarsi insieme a Torino, ove veniva tutto disposto, affinché vi fossero ricevute con tutti gli onori dovuti alla missione, della quale erano incaricati. Il Sindaco di Torino con un manifesto aveva partecipato ala popolazione l'arrivo di quei Deputati con uno speciale convoglio dello Stato, ed aveva espressa la convinzione, che sarebbero stati accolti con gioia pari all'affetto verso di un popolo, che cercava unire le sue sorti a quelle del popolo subalpino. Per cura del Municipio fu provveduto ad uno speciale apparato d'illuminazione del Palazzo Civico e della Piazza Castello. sulla quale prospetta l'alloggio, ove dovevano prendere stanza i Deputali. Difatti la Deputazione giunse il mezzodì del 15 settembre, ed il Municipio coi Senatori ed i Deputati l'attendeva alla Stazione. Saliti i Deputali nelle carrozze scoperte del Municipio si recarono all'Albergo Trombetta tra le acclamazioni Viva Modena e Parma! Viva l'Italia! La folla essendo grandissima, due Deputati si affacciarono al balcone, e dissero alcune parole di concordia e di amore cittadino.

Alle tre pomeridiane tre carrozze di Corte vennero a rilevare i Deputati, e li condussero al Palazzo Reale. Intromessi alla presenza del Re, l'Avvocato Pietro Muratori lesse i due seguenti indirizzi: «SIRE; «Nell'anno 1848 i Popoli Modenesi e Parmensi, acquistata libertà,. decretarono l'unione col vostro regno; nel 1849 rimessi in servitù dalle armi austriache, si votarono a Voi sulla Santa Tomba di Re Carlo Alberto.

«In dieci anni di governo onesto furono per voi, o Sire, vinte le fazioni colla libertà; per Voi fu creata colla fede nazionale la nuovissima Monarchia Italiana.

«Nei momenti di pericolo pel vostro antico Stato, numerosi accorsero i soldati volontari a raffermare su i campi di battaglia i voti decenni santificali dalle comuni sventure.

«Nei giorni d'incertezza, che tennero dietro a meravigliose vittorie, questi popoli, o Sire, dato mirabile esempio di concordia e di forti proponimenti, affermarono nuovamente il vostro ed il dritto della nazione.

«È quindi di grande consolazione all'animo mio divotissimo alla M. V., che mi sia toccalo in sorte il mandarvi coi decreti della volontà nazionale gli Oratori di questi popoli, i quali nel Monarca di loro elezione rendono omaggio di sudditanza al leale Mantenitore delle pubbliche libertà, al primo soldato dell'indipendenza italiana.»

Modena 13 settembre 1859.

Divotissimo ed Obbligatissimo Servo e Suddito

FARINI.

«SIRE;

«Le parole dell'insigne uomo di Stato, che la M. V. inviava già a reggere le nostre provincie, al quale nell'arduo momento del ritirarsi della Regia autorità noi demmo unanimi la nostra fede, e concordi prestammo intera osservanza, non hanno mestieri di conferme né di esplicazione. Egli interpretò fedelmente i sentimenti del Popolo Modenese. che vi ama, Sire, come vi amano tutti gl'Italiani. Egli vi espose il voto solenne della nostra Assemblea, la nuova consacrazione di un patto suggellato undici anni sono, non cancellato né da sciagure né da violenze, e scritto in caratteri indelebili nel cuore di tutti noi.

Sire, i Deputati del Popolo e dell'Assemblea delle provincie Modenesi vanno lieti e superbi di essere primi ad offerire alla M. V. omaggio di sudditanza.

«Piacciavi, Sire, benignamente accettarlo dai vostri novelli sudditi; piacciavi fare assegnamento sulla fedeltà, sulla devozione nostra al vostro Trono costituzionale, sul nostro amore per la Sacra Vostra Persona e per la Vostra Gloriosa Dinastia.

«Sieguono le firme.

Poscia il Conte Iacopo Sanvitali. leggeva quest'altro indrizzo:

«MAESTA;

«Al Capo Augusto dell'Eroica famiglia di Savoia, al Vindice della libertà, al lealissimo dei Monarchi non si conveniva per fermo altro omaggio di questo, che recano a piè del Trono riverenti e commossi i Rappresentanti del popolo delle provincie di Parma e Piacenza, a cui ho l'onore di presedere: dico la piena unanimità dei voti dell'Assemblea Nazionale, che dall'urna uscirono senza macchia.

Ardente era ed antico il desiderio di porre, come facciamo oggi, confidentissimi nelle vostre mani integerrime i nostri destini in pace ed in guerra.

«Ma vai disdegnate le incivili conquiste, alla conquista degli animi aspiraste, e l'avete ottenuta, o Sire, colla rettitudine e col valore. Oh questa è vera gloria! Che glorioso e caro suoni su tutte le labbra, com'è in tutti i cuori, il nome di Vittorio Emmanuele! bramosi, che siamo tutti di crescere di riputazione e Stato al Re Guerriero, che fece balenare alle Italiche menti l'alta speranza di una Patria grande, forte, libera, indipendente.

«Sieguono le firme.

Compiuta la lettura di questi indirizzi, il Re rispose:

«Le popolazioni di Parma e Modena libere di sé stesse hanno confermalo con solenne unanimità di volere quei voti, che or sono undici anni avevano in pari condizioni espressi all'augusto mio Genitore.

«Io sento vivamente nell'animo questa dimostrazione di affetto, ed accolgo il voto dei Popoli, di cui Voi, Signori, siete gl'interpreti verso di me, come una novella manifestazione del fermo loro proposito di sottrarre il natio Paese alle dolorose conseguenze della soggezione straniera.

IL GENERALE ORSINI

COMBATTIMENTO SU LA PIAZZA DI REGGIO

«Per raggiugnere questo generoso intento niun mezzo ravvisate più acconcio di quello di collegare i vostri coi destini del mio Regno, innalzando così una barriera, che assicuri all'Italia il possedimento di sé stessa.

«Mentre come Principe Italiano ve ne ringrazio in nome mio ed in nome dei miei popoli, voi già comprendete con quali modi io debba procurare l'adempimento del vostro voto.

«Valendomi dei dritti, che mi sono conferiti dalle vostre deliberazioni, io non fallirò al debito di propugnare innanzi alle grandi Potenze la giusta e nobile vostra causa.

«Confidate, o Signori, nel senno dell'Europa; confidate nell'efficace patrocinio dell'Imperatore Napoleone, che capitanando le invitte legioni di Francia, combatté vittoriosamente pel riscatto d'Italia.

«L'Europa ha già riconosciuto ad altri popoli il dritto di provvedere alla propria sicurezza colf' elezione di un Governo, che ne tuteli la libertà e l'indipendenza.

«Essa non sarà, io Io spero, né meno giusta né meno generosa verso queste italiane provincie, che nulla chiedono fuorché d'essere governate colle leggi di quella monarchia temperata e nazionale, a cui già sono unite per la giacitura geografica e per la comunanza di stirpe e d'interessi.

«Io non vi dirò di perseverare concordi nell'intrapresa via. Il voto, che le vostre Assemblee hanno rinnovalo, ed i soldati volontarii, che nel giorno delle battaglie mandaste numerosi sotto le mie insegne, resero testimonianza, che nei popoli di Modena e di Parma la fermezza nei propositi è virtù provata e suggellata col sangue.

«Ben mi congratulerò con voi dell'ordine e della civile moderazione, di cui porgeste così 'splendido esempio. Voi pure avete dimostrato Europa, che gl'Italiani sanno governare sé stessi, e sono degni di essere cittadini di una libera nazione.

La deputazione rimase quattro altri giorni a Torino, sempre festeggiata dai Senatori, dai Deputati, dal Municipio, e dalla popolazione. Il giorno 19 ne partì recò con sé per trasmettere ai suoi committenti le grandi e patriottiche impressioni, che aveva ricevuto.

In quel giorno le condizioni politiche dei due Ducati erano uguagliate, giacché un Decreto del Dittatore del 17 settembre 1859 ordinava, che visto il plebiscito sottoposto al voto universale, dal quale si erano avuti 63176 voti favorevoli e 504 contrarii; visto il decreto dell'assemblea dei rappresentanti; considerando, che per tali atti le provincie Parmensi dovevano ritenersi di pieno dritto parte integrante del regno costituzionale della dinastia di Savoia, e che lo statuto costituzionale piemontese è la legge fondamentale della detta monarchia, ordinava, si pubblicasse lo statuto costituzionale del regno Sardo del l marzo 1818, e che sino all'effettiva unione delle provincie Parmensi alla Monarchia Sarda, il potere legislativo e l'esecutivo sarebbero stati esercitati dal Dittatore secondo il decreto del 11 settembre 1859 dell'assemblea dei rappresentanti, ferme le garantie costituzionali. E con tre altri posteriori decreti del Dittatore venne stabilito, che tutti gli atti pubblici rogati dai notai, e le copie esecutive delle sentenze ed ordinanze di giustizia e degli atti notarili dovessero avere la intestazione — Regnando Sua Maestà Vittorio Emmanuele II, Re di Sardegna, e che la nuova formola del giuramento di 'fedeltà dovesse contenere la fedeltà al detto Re ed ai suoi successori e l'osservanza dello statuto e delle leggi della Monarchia.


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CAPITOLO XII

La Deputazione delle Romagne in Monza -Allocuzione del Papa -

Memorandum del Governo Romagnolo.

SOMMARIO

La Deputazione delle Romagne era l'ultima a presentarsi al Re �" Ricevimento in Milano — Discorso del Podestà di Milano — Presente di una bandiera da parte degli Operai — Partenza per Monza e presentazione al Re �"Indrizzo — Risposta del Re — La Deputazione ritorna in Bologna �" Proclama del Governo — Cerimonie religiose — Disposizioni governative �" Provvedimenti per l'Università di Bologna — Abolizione delle linee doganali �"Allocuzione del Papa — Memorandum del Governo — Circolare del Ministro dell'Interno — Le notizie della pace non alterarono la pubblica tranquillità — Pubblicazione di una lettera di Luigi Bonaparte a Gregorio XVI — Se sia vera.

La Deputazione delle Romagne era l’ultima a presentarsi a Vittorio Emmanuele. Si comprende agevolmente, che motivi diplomatici di un ordine molto superiore imponevano al Gabinetto di Torino una grande circospezione nei suoi alli verso le Romagne. Ma d'altronde il principio del voto dei popoli su i proprii ordinamenti politici una volta ammesso, si rendeva facile di sostenerne l'applicazione anche pei Romagnoli, che non meno degli altri popoli dell'Italia centrale avevano le loro giuste ragioni per sottrarsi dal governo, che si era messo in contradizione dei loro bisogni e delle loro aspirazioni. Epperò il 23 settembre la Deputazione delle Romagne giungeva in Milano per indi recarsi in Monza, e vi fu accolta splendidamente; che anzi siccome trovavansi allora in Milano una Deputazione del Parlamento sardo, e le Deputazioni dei Municipii di Modena, Reggio, Parma, e Piacenza pei funerali di Daniele Manin, esse si unirono alle autorità ed alle rappresentanze municipali per rendere più solenne il ricevimento della Deputazione Bolognese. Torna inutile il dire come essa fosse accolta dalla popolazione; è sempre lo stesso entusiasmo, che si manifesta in diversi modi corrispondenti alle abitudini popolari, ma che è diretto sempre da un unico concetto, la indipendenza e la grandezza italiana. Il Podestà di Milano disse:

«Illustrissimi Signori;

«Il Municipio di Milano, la Deputazione del Comune suburbano ed i Podestà delle Città di Lombardia qui convennero per darvi il benvenuto in queste mura e d chiarire i sentimenti di riverente riconoscenza, che inspira ai Lombardi tutti l’atto sublime, che state per presentare al nostro amato Re, il quale fermamente speriamo abbia ad essere domani a noi tutti Monarca comune. Il nobile ed unanime voto della vostra Assemblea, che consagra l'unione italiana ed il dritto popolare, ben è degno,del libero convento riunito nella Città, che fu restauratrice della ragione civile, e dalla quale, come da ricchissima fonte la scienza del giusto si è diffusa in tutta l'Europa. Le nostre contrade ebbero già colle vostre norme e ragione comune sotto lo scettro italiano dell'uomo del secolo, e i veterani che ancora stanno tra noi, reliquie venerande della milizia di quel regno, rammentano con affetto i loro commilitoni delle Romagne, che furono valorosissimi in un esercito di prodi. Quei bei giorni rinasceranno, noi ne abbiamo lieti augurii, e li vedremo anche più splendidi, perché il nostro avvenire sarà scevro da qualsiasi influsso straniero, e le libere istituzioni, delle quali è leale Patrono Vittorio Emmanuele II, staranno a base dell'edilizio politico, che sorge a baluardo della Penisola intera.»

Ed a queste parole con altre cortesissime rispose il Dottore Marescotti, uno dei Deputati. Il giorno poi diverse Deputazioni si presentarono ai Deputati Bolognesi, tra le quali sono da notare la Deputazione della Guardia Nazionale, quella della cittadinanza e l'altra degli Operai; questa ultima fece dono di una bandiera appositamente tessuta. La sera vi fu illuminazione per la Città e nei Teatri.

Il giorno 24 la Deputazione moveva alla volta di Monza. Presentata al Re, il Signore Scarabelli lessa il seguente indrizzo:

«Sire;

«I popoli delle Romagne rivendicato il loro dritto, proclamarono per voto unanime dell'Assemblea legalmente costituita l'annessione loro al Regno di Sardegna. I pregi, che l'Italia tutta ama ed ammira in V. M.,la sua lealtà in pace, il suo valore in guerra conquistarono tutti gli animi, e fu la più nobile delle conquiste, quella dell'influenza morale. Ma questo voto di, annessione non fu solo uno slancio di entusiasmo, fu ancora un calcolo di matura ragione. Le Romagne travagliate per 40 anni dalle discordie civili, anelano di chiudere l'era delle rivoluzioni e di posare in un assetto stabile e definitivo. E mentre professano piena riverenza al Capo della Chiesa Cattolica, vogliono un governo, che assicuri l'uguaglianza civile, la nazionalità italiana, l'ordine, e la libertà.

«La Monarchia costituzionale di V. M. è la sola, che possa darci questi beni. Le tradizioni di Casa Savoja, che seppe identificarsi colle aspirazioni dei suoi popoli, la natura armigera del Piemonte, la sua forte organizzazione, le sue libere istituzioni, i sacrifizii fatti per la causa italiana sono pegno sicuro, che nella intima unione colle altre vostre Provincie noi troveremo quel finale ordinamento, che s'accorda coll'indipendenza nazionale e coi destini della patria comune.

«Accogliete, o Sire, i nostri voti; propugnandoli dinanzi all'Europa, compirete un'opera nobilissima, ridonarele la pace e la prosperità a quelle Provincie, che più lungamente soffersero per l'amore d'Italia.».

Il Re rispose:

«Sono grato ai voti dei popoli delle Romagne, di cui Voi, o Signori, siete gl'interpreti verso di me. Principe Cattolico, serberò in ogni evento profonda ed inalterabile riverenza verso il Supremo Gerarca della Chiesa. Principe Italiano debbo ricordare, che l'Europa riconoscendo e proclamando, che le condizioni del vostro paese ricercavano pronti ed efficaci provvedimenti, ha contratto con esso formali obbligazioni.

«Accolgo impertanto i vostri voti, e forte del dritto, che questi mi conferiscono, propugnerò la causa vostra innanzi alle Grandi Potenze. Confidate nel loro senno e nella loro giustizia; confidate nel generoso patriottismo dell'Imperatore dei Francesi, che vorrà compiere quella grande opera di riparazione, alla quale pose sì potentemente la mano, e che gli ha assicurala la riconoscenza dell'Italia tutta. La moderazione, che informò i propositi vostri nei più dolorosi momenti della incertezza, dimostra colla irrecusabile prova dei fatti, che nelle Romagne la sola speranza di un Nazionale Reggimento bastava ad acquietare le civili discordie. Abbiatevi i miei ringraziamenti, o Signori. Quando nei giorni della lotta nazionale mandavate numerosi i volontarii, che mostrarono tanto valore sotto le mie bandiere, voi comprendevate, che il Piemonte non combatteva per sé solo ma per la Patria comune: ora serbando unanimità di voleri e mantenendo incolume l'ordine interno, fate l'opera la più grata al mio cuore e quella, che può meglio assicurare il vostro avvenire.

«L'Europa sentirà, ch'è comune interesse di chiudere l'èra dei rivolgimenti italiani, procurando soddisfazione ai legittimi voti dei popoli.»

La Commessione ritornò in Bologna a render conto della sua missione, ed il Governatore fece pubblicare in quella Città il 1° di ottobre il seguente proclama:

«Popoli delle Romagne;

«L'Assemblea dei vostri legittimi rappresentanti come quella di Toscana, di Modena, di Parma deliberava l'annessione al Regno Costituzionale di Sardegna sotto lo scettro di 'Vittorio Emularmele II. �"Questi voti solenni sono stati ascoltati. La Maestà del Re accolse il libero alto del Popolo Toscano, Modenese, Parmense, Romagnolo, e dichiarò, che farebbe valere i dritti, che questi popoli gli han dato.

«Alla risposta del Re Toscana, Parma e Modena esultarono di viva gioia, e celebrarono l'avvenimento con feste religiose e civili. Noi pure interpretando' il voto generale delle Popolazioni, lo solennizzeremo domani 2 ottobre nelle Città dello Stato con un Te Deum in rendimento di grazie ed innalzeremo il glorioso stemma della Casa di Savoja sopra i Palazzi 'governativi ed i pubblici Uffici.

«Questo Stemma, ch'è simbolo di libertà e di nazionale indipendenza, e che desta in tutti quei popoli sì grande allegrezza, dimostra i doveri, che ci incombono come cittadini e come Italiani. «Come cittadini manteniamo concordi inalterato l'ordine pubblico. Come Italiani perseveriamo nell'armarci per essere pronti in ogni evento, e fidiamo sempre in Re Vittorio Emmanuele.»

E difatti nel 2 di ottobre celebravasi nella Basilica di S. Petronio un solenne Te Deum coll’intervento del Governatore Generale, dei Deputati, dei Ministri, e di tutte le autorità sì civili che militari, e lo Stemma di Casa Savoja era innalzato su tutti i pubblici edifizii. Lo stesso avveniva in Ravenna, in Ferrara, in Forlì e nelle altre città romagnole sempre con le stesse solennità e lo stesso plauso popolare.

Procedevasi quindi al Decreto per la intestazione degli atti pubblici, e per la esecuzione nelle Romagne delle Sentenze e degli altri atti esecutivi emessi in altre parti dell'Italia centrale, del Piemonte, e della Lombardia, come già altrove erasi fatto, e con altro Decreto dichiaravasi, che dal 1° ottobre di quell'anno 1859 la moneta di argento in Lire italiane sarebbe stata la moneta legale delle Romagne, e che la Zecca di Bologna cessando dal coniare qualsiasi specie di moneta del precedente governo, comincerà a battere immediatamente la nuova moneta.

Questi ed altri provvedimenti venivano emanati dal Governo ad introdurre l'uniformità merci; le istituzioni e le Leggi del Regno Sardo, nel mentre un rapporto del Ministro della Pubblica Istruzione al Governatore Generale preparava il miglioramento dell'Università di Bologna, decaduta dalle sue antiche e gloriose tradizioni.

«Percorrendo, dice il Ministro, i varii rami.. in cui si partiva in questa Università lo studio delle scienze, è facile di vedere come o per mancanza di cattedre o per poca logica sistemazione i corsi delle facoltà riuscissero monchi e difettosi, ed i giovani studenti non ricevessero quella estesa ed ordinata istruzione, alla quale han dritto.»

E dagli espedienti amministrativi passando ai finanziarii, abolivansi le linee doganali collo Stato Sardo e gli altri Stati dell'Italia centrale; il che seguiva in virtù di trattative, che il Commendatore Minghetti aveva condotte col Governo del Re, e ch'erano state coronate da un completo successo. Cosi scomparivano le autonomie doganali, ed era logico e giusto, perche le barriere doganali, e la diversità delle tariffe erano una contradizione coi principii nazionali e colla libertà del commercio in un medesimo Stato.

Ma mentre questi ed altri atti, di sovranità nazionale e di amministrazione interna operavansi nelle Romagne, il Papa pronunziava nel Concistoro segreto del 26 di settembre l'Allocuzione seguente:

«Venerabili Fratelli;

«Con sommo dolore dell'animo nostro nell'Allocuzione pronunziata in presenza vostra il giorno 20 del trascorso mese di giugno abbiamo lamentato, Venerabili Fratelli, tutto quello, che dai nemici di questa Sede Apostolica, tanto a Bologna quanto a Ravenna, come altrove, è stato commesso contro il civile e legittimo Principato nostro e di questa S. Sede. Nella medesima Allocuzione abbiamo inoltre dichiarato, chi essi tutti erano incorsi nelle ecclesiastiche censure e nelle pene inflitte dai sacri canoni, e decretammo nulli cd irriti tutti i loro atti.

«Eravamo però sostenuti dalla speranza, che questi ribelli nostri figli, eccitati e scossi da quelle voci, volessero tornare al loro dovere, essendo a tutti particolarmente nato quanta mansuetudine e dolcezza abbiamo usata fino dal principio del nostro Pontificato, e con quanto studio ed alacrità fra le gravissime difficoltà dei tempi non omettemmo giammai né cure né pensieri nel promuovere eziandio la temporale utilità e tranquillità dei nostri popoli. Ma questa nostra speranza andò pure fallita.

«Imperocché essi sostenuti principalmente da esteri consigli cd istigazioni e da ogni genere di aiuti di simil fatta, e quindi fatti più audaci, nulla v'ha che non osassero o non tentassero per mettere sossopra tutte le Provincie dell'Emilia sottoposte al nostro dominio, e per distaccarle dal temporale Principato nostro e di questa Santa Sede: Quindi inalberato nelle medesime Provincie il vessillo della defezione e della ribellione, e rimosso il governo Pontificio, dapprima vi furono installati Dittatori del Regno Subalpino, poscia detti Commessarii straordinarii e quindi appellati Governatori generali, i quali arrogandosi temerariamente i supremi dritti del nostro Principato, privarono dei pubblici uffici quelli, che per la loro specchiala fede verso il legittimo Principe argomentarono non aderire punto ai loro pravi consigli. Non rifuggirono nemmeno cotesti uomini dallo invadere eziandio l'ecclesiastica podestà, promulgando nuove leggi per gli Spedali, Orfanotrofi', ed altri Pii legati, luoghi ed istituti. Nè ebbero timore di vessare Vara ecclesiastici, né di cacciarli fuori, né di gettarli in carcere. Spinti poi dal più manifesto odio verso questa apostolica sede, non paventarono nel giorno sesto di. questo mese convocare in Bologna un'Assemblea, da essi chiamata nazionale, dei Popoli dell'Emilia e di promulgare nella medesima un decreto pieno di false recriminazioni e di pretesti, nel quale,asserendo mendacemente l'unanimità dei popoli, dichiararono contro i dritti della Romana Chiesa di non volere più sottostare al civile governo Pontificio. E nel seguente giorno dichiararono pure, come ora si costuma, che volevano unirsi allo Stato ed al dominio del Re di Sardegna.

«Fra questi deplorabili conati i moderatori di quella fazione non cessano d'impiegare ogni loro arte per corrompere i costumi dei popoli, particolarmente con libri e con giornali pubblicati a Bologna ed altrove, coi quali si fomenta la licenza di tutto osare, si lacera con ingiurie il Vicario di Cristo in terra, si prendono a scherno gli esercizii di religione e di pietà, e si ir ride alle preci dirette ad onorare la Immacolata e Santissima Madre di Dio Vergine Maria e ad implorare il suo potentissimo patrocinio. Negli spettacoli teatrali si offende la pubblica onestà dei costumi, il pudore, e la virtù; e le persone sacre a Dio sono esposte al disprezzo ed, allo scherno comune di tutti.

«Queste cose poi da coloro si vanno operando, che si dicono cattolici ed affermano di rispettare e venerare la podestà e la suprema autorità spirituale del Romano Pontefice, Tutti peraltro vedono quanto sia fallace tale dichiarazione, imperocché operando eglino tali cose, cospirano con coloro, che muovono asprissima guerra contro il Romano Pontefice e la Chiesa Cattolica, e che fanno di tutto per estirpare e strappare, se fosse possibile, dagli animi di tutti la nostra divina religione e la sua salutare dotò trina.

«Per la qual cosa specialmente Voi, Venerabili Fratelli, che siete partecipi delle nostre fatiche e molestie, facilmente comprendete quanto sia la nostra afflizione, quanto lutto e quanta indegnazione ci comprendano insieme a voi ed a tutti i buoni.

«Per altro in tanta desolazione abbiamo almeno il conforto, che i popoli delle Provincie dell'Emilia in grandissima maggioranza dolenti di tali opere e da queste sommamente alieni, conservano la loro fede verso il legittimo Principe, e rimangono costante. mente attaccati al dominio di questa Santa Sede; e che tutto il Clero di quelle Provincie, degno certamente di somme lodi, non ebbe nulla di più caro dello adempiere assiduamente le parli del suo dovere, ' ed ampiamente mostrare in questo sconvolgersi ed avvicendarsi di cose quanto serbi di fede e di riverenza verso Noi e quest'apostolica sede, anche disprezzando e ponendo in non cale i più gravi pericoli.

«Perciò noi, che astretti dagli obblighi del nostro gravissimo uffizio e da solenne giuramento, dobbiamo intrepidamente propugnare la causa della nostra Santissima Religione, e i dritti e i dominii della Romana Chiesa contro ogni attentato fortemente proteggere, ed il nostro civile Principato e quello dell'Apostolica Sede costantemente difendere e trasmetterlo intero ai nostri successori come patrimonio del Beato Pietro, non possiamo di meno di alzare di nuovo la nostra apostolica voce, affinché principalmente l'universo Orbe cattolico, e primieramente tufi' i venerabili Fratelli dell'Episcopato, dai quali ricevemmo con tanta consolazione dell'animo nostro nelle Nostre più gravi angustie tante e si splendide testimonianze d'inconcussa fedeltà, di amore, e di venerazione verso di Noi, di questa Santa Sede, e del patrimonio del Beato Pietro, conoscano quanto siano da noi energicamente disapprovate tutte quelle cose, che tal falla d'uomini ardirono operare nelle provincie dell'Emilia sottoposte alla nostra Pontificia dominazione. Per la qual cosa in questo vostro ragguardevolissimo consesso tanto gli atti sopramentovati quanto gli altri di ogni genere dei ribelli contro la ecclesiastica podestà ed immunità e contro la suprema podestà nostra ed il civile dominio, principato, podestà, e giurisdizione di questa Santa Sede, con qualsiasi nome gli stessi atti si chiamino, assolutamente riproviamo e dichiariamo nulli e senz'alcun valore.

«Nessuno poi ignora, come tutti coloro, i quali nelle predette provincie prestarono l'opera, il consiglio ed il consenso loro ai sopradetti atti, o che in qualunque modo li favorirono, siano incorsi nelle ecclesiastiche pene e censure, che già ricordammo nella predetta nostra allocuzione.

«Del resto, Venerabili Fratelli, accostiamoci con fiducia al Trono della grazia, onde col divino aiuto conseguiamo conforto e fermezza in tanta avversità; né desistiamo dal pregare; dall'implorare con fervide preci ed umilmente ed assiduamente Iddio misericordiosissimo, affinché colla sua onnipotente grazia tutti i traviati, alcuni forse dei quali miseramente ingannati ignorano quel che fanno, richiami a migliori consigli e riconduca sulla via della giustizia, della religione, della salute.

Dall'altra parte il Governo delle Romagne inviava alle Potenze Estere il Memorandum, che siegue, che di soli sette giorni differiva nella sua data dalla riferita Allocuzione.

È un documento, che la Storia deve controporre alle doglianze del Pontefice.

«Dopo di avere espresso i voti delle popolazioni relativamente al loro avvenire, l'Assemblea dei Deputati delle Romagne sì è separata, riguardando come compiuta una parte essenziale della sua missione. Nata dal suffragio popolare, composta d'uomini di tutti i partiti, di liberali, di conservatori, di amici. ardenti del progresso, come di antichi e leali servitori del governo pontificio, rappresentando tutte le superiorità sociali, quelle del talento, della nascita, e della fortuna, quest'assemblea era perfettamente ben ordinata per servire di organo al Popolo. L'ordine e la libertà delle opinioni, che da quattro mesi non han mai cessato di regnare, danno a queste decisioni le più serie garantie d'indipendenza.

«Se dunque i partiti in tutti i loro colori si sono riuniti in un medesimo pensiero, che si è tradotto in un voto unanime pel rifiuto di riconoscore d'ora innanzi il governo temporale del Papa, seguito dalla, dichiarazione di annessione agli Stati Sardi, queste decisioni debbono essere prese in alta e seria considerazione, perciocché i più serti motivi hanno potuto solamente dettarli».

«Tuttavia pria di occuparsi delle giuste doglianze delle popolazioni contro il governo temporale del Papa, l'Assemblea si è impegnata ad esprimere il suo profondo rispetto per l'autorità spirituale del Capo della Chiesa a.

«Noi ci affrettiamo di farlo rimarcare, dapoich questa distinzione tra il temporale e lo spirituale è la base di tutti i nostri atti e di tutti i nostri reclami.

«Sarebbe oltrepassare i limiti, che ci sono assegnati, il volere discutere la quistione, se il potere temporale è necessario alla Chiesa, tuttoché, ci sarebbe facile di provare, che nel passato come nel presente gl'interessi spirituali e temporali della Santa Sede sono stati più di una volta in contradizione gli. ùni cogli altri. Le ragioni e gli esempii antichi e nuovi non ci mancherebbero per dimostrare, che tra. il Papa Principe Italiano ed il Papa Capo spirituale di 200 Milioni di Cattolici vi dev'essere frequente disaccordo pel solo fatto, che le determinazioni del Soffrano Pontefice sono attinte a due sorgenti differenti, l'una politica, religiosa l'altra. E dopo di questo esame noi potremmo dimandare, se, conte molti sostengono, sia realmente vantaggioso alla Chiesa, che il suo Capo sia Sovrano temporale, e messo nella fatale necessità di rimanere straniero alle operazioni nazionali ed anche di comprimerle nei suoi Stati.

«Nulladimeno astenendoci dall'entrare in questa grande discussione, ne faremo però scaturire due punti, che si legano direttamente alla nostra causa. Il primo, che il principio del potere è di una natura esclusivamente politica; che la Chiesa non ha mai pronunziato, che fosse unito al suo Capo in un modo indissolubile; che fosse essenziale alla Chiesa e non un semplice accidente, e che per conseguenza si ha il dritto di discuterlo senza incorrere nell'accusa di essere noi avversarii della Chiesa. Il secondo, che in ogni caso il principio del potere temporale del Papa non ha nulla di assoluto, e ch'esso ha subito nel volere delle età modificazioni cosi profonde come varie. In nessun tempo è stato assegnato allo Stato della Chiesa un confine assoluto. Il Papato ha perduto e guadagnato dei territorii come ogni altra sovranità, e non solamente i suoi limiti hanno costantemente variato, ma le pretensioni temporali dei Papi sono state esaminate e giudicate nei consigli dei Principi e nei consessi diplomatici al pari di quelle di ogni altro Sovrano e per virtù dei medesimi principii.»

«Epperò è d'uopo che con la istoria alla mano si esamini la formazione e l'accrescimento della potenza territoriale dei Papi. In questo esame bisogna prima di tutto dimettere la idea, che vi sia un territorio appartenente di dritto divino alla Santa Sede. Per lo contrario non vi è vermi caso, nel quale il precetto di Gesù Cristo: — il mio regno non è di questo mondo, — sia più applicabile, dappoiché ogni acquisto territoriale del papato può essere ricondotto a cause perfettamente terrestri e politiche, laonde è permesso di discuterne la validità allo stesso titolo di quello di ogni altra potenza ed in virtù degli stessi principii del dritto pubblico. I difensori del potere temporale non hanno cessato su tal obietto di pervertire le idee dei fedeli, dapoiché disperando di difendere la causa del governo ecclesiastico sotto l'aspetto ammesso da tutti gli altri Stati, eglino vorrebbero sottrarlo da ogni esame,avvolgendolo nei misteri di una origine teocratica. Niente è più insostenibile di questo.

«Trattasi qui di una quistione di opportunità non di un principio, né noi,giova ripeterlo, torchiamo alla quistione generale, se non in quanto al rapporto particolare, che c'interessa. Tuttavia. senza ricordare diverse donazioni, delle quali la S. Sede si prevaluta, come le discussioni e le transazioni di ogni. specie, alle quali han dato luogo, è importante di lare, rimarcare, che in tutto il corso del medio evo, vale a dire nell'epoca più gloriosa del papato, la sovranità, temporale del Papa non è stata mai esercitala nelle Romagne.

«Esse non sono state sottoposte alla Santa Sede,che a contare dal là secolo; sino allora avevano seguite le istesse fasi politiche del resto dell'Italia; le città, si erano governate repubblicanamenle dapprima come Firenze, Siena, Pisa, Milano e tante altre, e poi come le altre città d'Italia si erano trasformate in signoria principesche.

«Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI, diè termine a queste diverse dominazioni, facendo successivamente scomparire i Signori di Rimini,. di Forti, d'Imola, e di Faenza.

«Queste città riunite furono da prima erette in ducato a favore del vincitore, e passarono di poi sotto, la dominazione della Chiesa.

«Questa, come si vede, è una origine di sovranità puramente umana. Bologna fu conquistata da Giulio tl su i Bentivoglio, ed un secolo più tardi fu conquistata Ferrara da Clemente VIII su i Principi della Casa d'Este, che avevano governato non ingloriosamente il ducato pel corso di quattro secoli. La dominazione papale su queste provincie durò senza interruzione sino alla fine del 18° secolo. Quest'epoca, come si sa, fu meno favorevole alla estensione del potere temporale di quella compresa tra i pontificati di Sisto IV e di Clemente VIII.

«Non solo il Papa perdè Avignone, ma pel trattato di Tolentino cedé le Legazioni e le Marche, che da quel tempo seguirono la sorte della Repubblica Cisalpina e del regno d'Italia sino al 1815.

«Prima di trattare il periodo posteriore al 1815 è importante di fare osservare, che la sovranità esercitata dal Papa prima del Trattato di Tolentino differiva profondamente da quella, cui ha preteso dopo la sua restaurazione. La S. Sede non aveva acquistato un gran numero delle sue provincie, specialmente le quattro legazioni, che garentendo alle popolazioni la, conservazione delle loro franchigie. Le città si governavano esse stesse giusta le loro antiche istituzioni. Bologna, per esempio, era retta da un Senato di 40 membri appartenenti alle più antiche famiglie del paese; essa aveva il suo Ambasciatore a Roma, ed il Papa non aveva neppure l'alto dominio, ma divideva l'autorità col Senato. Le altre Provincie avevano conservato del pari la loro propria esistenza, raggruppandosi sotto la stessa autorità. In una parola in 'fiuta parta vl 'era stata sommessione senza contratto tra il Principe ed i sudditi, e gli effetti del governo clericale restavano inavvertiti, perché la sua azione era nulla.

«Ma avvenne diversamente quando nel 1815 i territorii furono restituiti alla S. Sede dopo una separazione di 20 anni. Le antiche franchigie erano scomparse sotto il regno d'Italia, ma non se n'eran fatte doglianze, perché erano state rimpiazzate da quella forte amministrazione imperiale, che ha da per tutto lasciato incancellabili tracce del suo passaggio; perché le mosse erano state iniziate nelle tendenze dello spirito moderno e mischiate a grandi 'avvenimenti; perché infine il governo del Vice-Re aveva fatto appello a tutt’i talenti, e potentemente favorito lo sviluppo individuale. Il paese aveva risposto a questi benefizii dando all'Imperatore uomini di Stato; amministratori; generali, e soldati, dando cosi la pruova di essere degno sotto tutti i rapporti di un governo nazionale. Una intiera generazione era stata allevata sotto questo regime e nelle nuove idee.

«Si comprendeva cosi bene, che il regime pontificale, anche colle riminiscenze non irritanti, che aveva lasciato, non poteva più convenire a questi popoli, che si discusse nel Congresso di Vienna di costituirli in uno Stato indipendente. Il cambiamento sopravvenuto nelle Potenze dopo il disastro di Waterloo annullò questo progetto. Le Legazioni furono restituite al Papa ad eccezione della parte del Ferrarese situata sulla riva dritta del Po, dimandata dall’Austria per strategici motivi.

ll regime, che loro venne imposto dal governo pontificale, differiva non solo da quello praticato sotto il Vice-Re Eugenio, ma dallo stato di cose esistente prima del Trattato di Tolentino. Non lo si dimentichi: l'anno 1815 apre un’èra tuttaffatto nuova per le quattro Legazioni. ' Esso inaugura un regime sui generis, conservando solo i difetti di quelli, che l'avevano preceduto, senza alcuno dei vantaggi, che li rendevano accettevoli.

«Così il governo pontificio prese dal sistema francese la centralizzazione amministrativa, non per le virtù, che le sono proprie, ma perché conservandola, gli era lecito di non ristabilire le franchigie comunali. Di tutto il resto per lo contrario fece tavola rasa. Al Codice Napoleone sostituì la confusione delle leggi antiche e de'  Motu proprio, a l'uguaglianza civile le giurisdizioni divergenti di 14 Tribunali privilegiati, ed all'ammessione di tutti alle cariche dello Stato, la dominazione di casta, l'alta direzione del Clero. Quanto amministrazione finanzieri cosi ammira bile sotto il regno d'Italia, non abbiamo bisogno di dire che divenne nelle mani dei finanzieri pontificii.

«Un simile sistema intronizzato non solo dopo quello delle vecchie franchigie, delle quali gli uomini di età matura tuttavia si rammentavano, ma in seguito del regime francese, nel quale la giovane generazione era stata allevata, doveva incontrare una, ripugnanza universale ed altro non produrre che turbamenti. Tal è in effetti in due parole la storia delle Romagne nei 45 anni, che sono venuti dopo il trattato di Vienna. I sollevamenti sono seguiti dalle reazioni; queste da nuovi tentativi di rivolta, che sono repressi con l'intervento straniero. Il perturbamento penetra in tutte le sfere della vita sociale. La corruzione amministrativa, gli assassinii politici, il dilatamento delle, società segrete, la completa mancanza di sicurezza si riunivano per aggravare questo infelice paese. Noi non ne facciamo un mistero; lo stato delle Romagne è stato deplorabile dopo la restaurazione papale. Ma se ne imputerà la causa alle popolazioni? Si consulti l'istoria, ed essa attesterà la vivacità dell'intelligenza, l'energia del carattere dei Romagnoli, ma in verun'epoca essa li mostrerà tali quali si veggono nel nefasto periodo, di cui analizziamo gli effetti. E non è forse questa la brillante pruova, che questa stato anormale ha la sua causa nei vizii delle istituzioni, nel cattivo governo, e non già nel carattere delle popolazioni?

«Quale rimedio ha il governo adoprato contra questo stato di cose? Ha forse favorito lo sviluppo della pubblica Istruzione? Migliorata l'amministrazione della giustizia? In una parola si è egli servito dei mezzi morali per mettere insensibilmente fine alla crisi? Non diremo, che non ne abbia mai avuto la intenzione, perciocché sarebbe poco equo di ricusarsi a distinguere tra le differenti epoche del regime pontificale, e di non separare nettamente i principii del regno di Pio IX dagli anni, che seguirono il ritorno da Gaeta.

«Nonpertanto è impossibile di negare, che la regola generale seguita dal governo pontificio è stata di reprimere e non di prevenire. Non si migliorò né l'istruzione né l'amministrazione; non si fece dritto a nessun reclamo, ma si moltiplicarono i castighi. Non sappiamo, se vi sia un paese in Europa, che conti in proporzione un si gran numero di condanne a morte, alle galere, all'esilio, quanto le Romagne.

«Il risultamento del seguito sistema fu di stabilire una incompatibilità assoluta ed irrimediabile tra il governo ed i governati.

«Da ciascuna parte si andò sempre più innanzi nelle vie aperte; gli uni in quelle della repressione, gli altri in quelle della resistenza o dell'opposizione passiva.

«Un siffatto stato di cose non lascia, che una sola soluzione possibile; l'impiego della forza.

«Impotente per sé stesso, il Governo papale aveva nell'armata austriaca un mezzo di coercizione, costoso certamente, ma sempre pronto. Invariabilmente disposta ad accordare il suo soccorso, e ciò pel più lungo tempo possibile, l'Austria abituò la Corte di Roma a rimettere ad altri la cura di proteggere la sua propria sovranità. Le Legazioni furono occupate dall’Austria dal 1815 al 1818, ma solamente in parte; lo furono intieramente nel 1821, 1831; dal 1832 al 1838; dal 1849 al 1850 sino ai giorni, che seguirono la vittoria di Magenta.

«L'amministrazione della giustizia camminò del pari coi mezzi militari. Come lo Stato aveva rinunziato a mantenersi senza forza straniera, così esso ricorse per la repressione penale ai Tribunali eccezionali ed alle Commessioni militari.

Il nostro scopo non è di fare un quadro istorico dettagliato delle Romagne da un mezzo secolo. Basterà dire, che dal 1832 sino alla fine del regno di Gregorio XVI il paese non fu mai del tutto pacificato, e che restò soggetto ad un regime eccezionale. D'allora sino a pochi anni sono il governo pontificale. non vi ha potuto mantenere la sua dominazione, che per la forza delle baionette straniere. Per ottenere il suo intento ha accettato ogni genere di umiliazioni. Rimarchevole cosa! Questo governo, che ricusava tutto ai suoi sudditi, accordava tutto agli stranieri. Per continuare un sistema rovinoso e detestato ha sdrucciolato sul rapido pendio, che dall'abbandono dell'uno all'altro dritto conduce i governi sino all'abdicazione.

«Per siffatto modo si è veduta l'autorità militare austriaca prendere il titolo di governo civile e militare, incaricarsi dell'esazione delle imposte, occupando la località, fare rendere la giustizia da Tribunali composti di Giudici allemanni, che facevano sottoscrivere in Mantova ed in Verona dall'autorità militare superiore le sentenze da loro pronunziate contra sudditi pontificii. Dimandiamo: è egli possibile d'immaginare da parte di un governo una più completa abdicazione? Non solamente nell'interno i dritti più essenziali del potere sono abbandonati ad un'autorità straniera, che concentra tutto nelle sue mani, ma scompariscono le frontiere, sono confusi i confini de gli Stati, e le Sentenze della giustizia vanno a chiedere la loro conferma su di un territorio straniero.. «Vi è da parte del Governo del Papa nell'insieme di questi fatti una completa confessione della sua impotenza a governare il paese. L'autorità nominale di Roma ed il governo effettivo dell'Austria erano due fatti talmente connessi, che non si poteva più supporre l'uno senza dell'altro. Epperò il giorno, che diè termine all'occupazione straniera, vide la fine della dominazione pontificia. Gli Austriaci uscirono da Bologna la mattina a 7 ore, ed il Legato ne parti a mezzogiorno. Egli si rese non a Roma ma a Padova, ed ivi alla coda dell'armata austriaca attese, come gli Arciduchi, il risultamento della battaglia di Solferino.

«Se s'intende per rivoluzione un cambiamento radicale nelle condizioni della vita di un popolo, non vi è stata mai una denominazione più appropriata al regime, che seguì la partenza del governo austro-pontificale. Se per lo contrario si attacca a questa parola l'idea del disordine, non v'ha regime, che la meriti meno di quello. E difatti il governo, che n'è risultato, non ha per un solo istante provato veruna difficoltà nel costituirsi, perocché riposava sulla più solida base, l'assentimento universale. Questa popolazione, che la forza straniera conteneva con pena, si è trovala come per incanto calmata appena è stata libera. Dopo il 12 giugno, data della sua liberazione, non è avvenuto neppure un solo disordine, ed in questo paese, che conserva un ricordo così vivo e così repulsivo del governo clericale. neanche un sol prete ha ricevuto un insulto. I membri del Clero sono protetti dalla libertà di tutti meglio che nol fossero dal loro proprio governo, il cui patrocinio non poteva avere per risultamento, che di attirare su di loro l'avversione, ch'esso stesso ispirava. Il numero dei crimini e dei delitti è sensibilmente diminuito. Tutte le classi della società unite in uno spirito di concordia, procedono insieme verso il grande obietto, che si sforzano di conseguire, la rigenerazione del paese, il suo sviluppo morale e materiale.

Gli avvenimenti dei quattro ultimi mesi, l'abitudine presa dalla popolazione di regolare da sé medesima i proprii affari, nonché la saviezza e la moderazione, della quale ha dato pruova, ci sembrano altrettante garantie contro il ritorno del passato. Che l'Europa giudichi, paragoni ella lo stato attuale del paese allo stato anteriore, e si dimandi. s'è possibile una restaurazione. La separazione delle Romagne dallo Stato pontificio, che il congresso di Vienna fu sul punto di decidere in un tempo, in cui si tenevano in così poco conto i voti dei popoli, potrebbe mai essere ricusata ora, che l'esperimento è completo, e che non di altro si tratta, che di riconoscere uno dei più. giusti fatti, che siansi compiuti dopo il 1815?

STORIA DELLA GUERRA DI SICILIA

LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO

Le Truppe napoletane respinte al di là dell'acquedotto de'  Ponti della Valle

Nel fondo tutta la quistione si riduce a questi termini; un governo, che non può accordare ai suoi sudditi le più elementari garantie dell'ordine pubblico, deve essere sostenuto? E nel caso, in cui il potere gli venisse a sfuggire, dev'essere ristabilito? Qualunque sistema, che si ammetta, quello dell'intervento e del non intervento, non sarebbe forse pericoloso pel riposo generale il volere perpetuare e per conseguenza aggravare una situazione, nella quale la incompatibilità tra i governanti ed i governati non è da altro uguagliata se non dall'impotenza, in cui sono i primi, di riuscire a grado dei secondi? L'Europa ha veduto il pericolo, e non è adesso solamente, che ha cercato di ripararlo. I consigli non sono mancati alla Corte di Roma dopo il 1815. Il Memorandum del 1831, le Conferenze di Gaeta, la lettera del Presidente della Repubblica Francese ad Edgardo Nev, i protocolli di Parigi del 1856, gli avvertimenti costanti del governo francese sin dal principio dell'occupazione sono tante testimonianze della sollecitudine chiaroveggente dei Sovrani. Le suppliche dei popoli sono venute a congiungersi ai reclami dei Principi. Com'è mai avvenuto, che tanti sforzi combinati sono rimasti senza risultamento?

«Il governo pontificio ha esso stesso riconosciuto diverse volte la necessità delle riforme. Prima di salire sul Trono Pio IX era stato testimone come Vescovo d'Imola dello stato delle Legazioni, e si è commosso allo spettacolo delle sofferenze, alle quali aveva assistito, si che prese la risoluzione di essere un Principe riformatore. Si sa ciò, che avvenne, e come il Sovrano Pontefice si credè obbligato di ristabilire l'antico regime. Ora questa impotenza a serbarsi nella via, che aveva voluto seguire, non è forse una pruova di più dopo molte altre, che le intenzioni degli uomini non possono neanche mascherare i vizii del sistema ben lungi dal farli scomparire? Quante soluzioni della quistione romana non si sono cercate? Niuna ha trionfato della forza delle cose.

«I partigiani del governo pontificale hanno essi medesimi disperato di risolvere il problema. Ed è perciò, che si è veduto un diplomatico favorevole alla Santa Sede in una nota conosciutissima dal Pubblico giungere alla conclusione, che v'ha una sola cosa da farsi, prolungare il provvisorio, sinché si potrà; — «aggiornare la catastrofe, egli aggiugne, è tutto ciò, ch'è possibile di farsi in questo momento dalla saviezza umana.» — Nè noi alla nostra volta veniamo a proporre una soluzione generale, ma dimandiimo semplicemente di conservare la posizione, che gli avvenimenti ci hanno dato, e a non essere più sottomessi ad un governo, che ha fornito la pruova di essere incapace di soddisfare i bisogni dei suoi amministrati.

Quando nella sua lettera ad Edgardo Nev il Presidente della Repubblica riassumeva in tre parole le sue dimande: Secolarizzazione�"Codice Napoleone — governò liberale, esso esprimeva ammirabilmente i voti delle popolazioni.

«Gli abitanti delle Romagne dimandano d'introdurre presso di loro i principii ammessi nei paesi inciviliti, l'uguaglianza innanzi alla legge, la libertà civile e politica. Essi non vogliono più lasciare al Clero il privilegio di regolare egli solo tutto ciò che concerne lo stato civile, i matrimonii, l'insegnamento, le istituzioni di carità. Essi vogliono infine un governo liberale, il dritto di votare le imposte che pagano, e di controllarne l'impiego.

«Tutte queste dimande emergono dai grandi principii del 1789; ed a questi principii la Corte di Roma non può far diritto, perché sono in contradizione di quelli del suo proprio governo. Esso non può accordare una vera secolarizzazione, perciocché questa non consiste nella nomina di qualche laico alle funzioni dello Stato, ma nella introduzione nelle istituzioni dello Stato dello spirito moderno. Invano il governo di Roma prometterà delle riforme, dapoiché non potrà dare quelle, che sono in contradizione colla sua propria esistenza; e tutte quelle reclamate dall'Impetatore, per quanto sembrano moderate e semplici, sono inconciliabili col governo clericale.

«Non v'ha dunque, che un solo mezzo per le Romagne di ottenere quello, che dimandano, restare indipendenti dagli Stati della Chiesa.

«Ma supponendo ancora, che tutte le riforme interne venissero accordate, un nuovo motivo d'incompatibilità sorgerebbe dalla quistione di nazionalità, che adesso domina tutte le altre.

«In vista dell'indipendenza nazionale i Romagnoli avrebbero potuto rassegnarsi a fare dei sacrifizii sulle riforme anche le più pressanti. Che il Papa si fosse mostrato Principe italiano, ed avrebbe incontrato delle, simpatie malgrado i vizii del suo governo. Ma all'estero come nell'interno la scissura è divenuta completa.

«Pio IX aveva creduto di potere camminare nel senso della indipendenza nazionale come in quello delle riforme, ma quando si trovò a fronte della sua doppia missione di Capo della Chiesa e di Principe, egli sacrificò l'ultimo, e per la famosa enciclica del 29 aprile 1848 fece subire il primo scacco alla causa italiana. D'allora in poi la politica di Pio IX non ha più cambiato, menoché per subire le conseguenze d'una spietata logica. Più i suoi sudditi sono animati da un amore ardente per la patria italiana, più egli si lega in un modo esclusivo alla sua missione di Capo della Chiesa. Nel 1848 tollera almeno, che i suoi sudditi prendano parte sotto la bandiera piemontese alla lotta centra l'Austria. Nel 4859 condanna all'esilio ed alla prigionia coloro, che vanno ad offrire le loro braccia ed il loro sangue alla Patria. Per tal modo ciò, che da per ogni dove è un titolo alla riconoscenza del paese, era un crimine presso di noi.

«Quanto precede giustifica soprabbondantemente la decisione presa dall'Assemblea di dichiarare, che si ricusa di riconoscere d'ora, innanzi il potere temporale del Papa nelle Legazioni.

«Ci rimane ad esporre i motivi della dichiarazione dell'annessione al Piemonte.

«La posizione presa dal Piemonte dopo il 1819, la gloria, della quale la sua armata si è coperta, la lealtà e la bravura del suo Re dovevano necessariamente attirargli le simpatie degli Italiani. Le Romagne in preda dell'agitazione e di un malessere in apparenza senza rimedio, avevano non lungi da loro uno stato costituzionale, che presentava lo spettacolo dell'alleanza dell'ordine colla libertà Il Piemonte è nel presente la speranza delle popolazioni oppresse, e nel futuro il centro della loro riunione. E si andrebbe errati se si vedesse nel movimento, che trasporta da questa parte le popolazioni delle Romagne, lo slancio di un passaggiero entusiasmo. Le sue ragioni di essere sono talmente nella natura delle cose, che ai nostri occhi ogni soluzione data alla quistione delle Legazioni al di fuori di quella indicata dall'Assemblea, mancherebbe di un carattere diffinitivo.

«Per la loro posizione geografica le Romagne appartengono all'Alta Italia. La valle del Po è destinata a comporre un solo Stato, del quale fanno naturalmente parte Parma, Modena, Ferrara, Bologna, le Legazioni dagli Appennini sino all'Adriatico. A queste considerazioni ricavate dalle indicazioni esteriori vengono a congiungersi quelle prese nel carattere del popolo. Dal versante degli Appennini sino a Susa, al piede delle Alpi, si ritrova da per tutto una razza di uomini che hanno lo stesso carattere, le stesse abitudini e condizioni identiche di vita. Sonvi senz'alcun dubbio gli elementi di una unione compatta e naturale. Si aggiungano le reminiscenze storiche, le tradizioni tuttavia viventi di quel reame d'Italia, che malgrado la sua breve durata ha lasciato la sua impronta nelle idee e nei costumi. La nostra agricoltura, il nostro commercio, tutti i nostri interessi ci portano verso la pianura lombarda, I nostri sguardi sono rivolti dalla parte di Torino e di Milano, e noi siamo chiamati non già a fare una confederazione cogli abitanti del Piemonte e della Lombardia, ma a fonderci con essi.

«Ragioni politiche della più alta importanza rendono questa combinazione necessaria. Ed in effetti che cosa bisogna a queste popolazioni così profondamente scosse dalle agitazioni rivoluzionarie? Un governo fortemente organizzato, avente delle abitudini militari ed uno spirito d'ordine severo. Il solo Piemonte può rispondere a queste esigenze; esso solo ha la forza di proteggerci seriamente, di formare un'armata nazionale e di fare scomparire l'ultima traccia delle nostre discordie. Se l'Europa vuole davvero costituire queste provincie in un modo durevole e fare in maniera che cessino di essere un pericolo per la pace dell'Italia, essa non ha che un mezzo solo, quello di sanzionare i voti del paese. Ogni altra combinazione lascerebbe sussistere i germi di nuove rivoluzioni. Lo spirito sovversivo, le passioni violente troverebbero costantemente un favorevole terreno, e niun governo potrebbe acquistare una forza sufficiente a signoreggiare la situazione. L'annessione è la sola soluzione, che possa riunire in un medesimo pensiero i conservatori ed i liberali. Gli uni vengono nel Piemonte la garantia dell'ordine e della stabilità; gli altri apprezzano le sue istituzioni, le sue tendenze, la sua espansione nazionale. Tutti comprendono, che per le Romagne non v'ha nulla di possibile fuori la riunione sotto lo scettro della Casa di Savoia; e che il regno dell'alta Italia è il termine fisso degli sforzi del Paese. Col soddisfare la volontà della popolazione delle Legazioni l'Europa compirà un'opera di saggia politica; ella farà atto di preveggenza, cd assicurerà la tranquillità di queste provincie.

«Nè crediamo di uscire dai limiti del subietto, aggiungendo un'ultima considerazione.

«Il congresso proposto dalla Russia doveva prendere per base delle sue deliberazioni la libertà della riva dritta del Po. L'Austria doveva essere ristretta nei confini, che le assegnano i trattati del 1815, e rinunziare alla preponderanza illegittima, che aveva acquistato sul resto dell'Italia. I preliminari di Villafranca le hanno fissati dei nuovi limiti, ch'essa dovrà rispettare. Chi può intanto garantire l'Italia meridionale contro l'eventualità di un futuro intervento austriaco? Non v'ha che un sol mezzo da scongiurare questo pericolo, ed è di costituire un potente regno, che separasse l’Austria dagli Stati di Roma e di Napoli. Sotto questo rapporto le Legazioni hanno una immensa importanza strategica. Che una potenza militare chiuda il cammino, e si sarà liberata dal colpo l'Italia meridionale. Al contrario uno Stato debole e senza risorse lascerebbe aperta la via, che da Venezia e Roma conduce a Napoli. Senz'alcun dubbio le potenze non vorranno vedere rinascere questo pericolo, e l'imperatore Napoleone non permetterà mai all'Austria di spandere la sua preponderanza in Italia. Appartiene ad una buona politica non solo di occuparsi del presente, ma ancora di assicurare l'avvenire, e vi si perverrebbe mettendo l'ostacolo piuttosto nella natura delle cose che nella volontà degli uomini. Per tal guisa si sarebbe sicuri dal ritorno di difficoltà politi. che, che han prodotto la guerra del 1859.

«In riassunto: la restaurazione del governo pontificio nelle Rompe non può aver luogo che mercé un intervento straniero ed in seguito di una lotta accanita. Questa restaurazione non farebbe, che peggiorare lo stato delle cose ed accrescere la tensione, che ha preceduto la guerra. Ogni restaurazione produrrebbe un momentaneo effetto, e sarebbe piena di pericoli per l'avvenire. Dal momento, che si è deciso a tagliare la quistione al di fuori dei trattati del 1815, vla una sola soluzione, che risponde ai voti dei popoli, ed è l'annessione al Piemonte. Ogni altra combinazione uscirebbe come quella dal testo dei trattati, ed avrebbe inoltre di peggio di non offrire né soddisfazione ai voti popolari né garentia al riposo dell'Italia e dell'Europa. Noi sottomettiamo le osservazioni, che precedono, al benevolo giudizio delle potenze.

«Le presentiamo sopratutto a quello del generoso sovrano, al quale l'Italia deve il potere deliberare in pace sui suoi proprii destini. L'imperatore Napoleone, che per la indipendenza dell'Italia ha azzardato una vita così preziosa alla Francia, non troverà egli nel concorso accordato da lui ai voti dell'Italia il più degno incoronamento della sua intrapresa? Così facendo, non resterà egli fedele alla divisa della Francia di avere ella una missione da adempiere da per ogni dove vi è una causa giusta da difendere? «V'ha nell'istoria dei momenti felici, ne' quali è dato ai Sovrani ed agli uomini di Stato di raddrizzare i torti fatti ai popoli, e di produrre dei benefizii immortali senza fare scorrere una lagrima né una goccia di sangue. Questi momenti sono rari, ma l'attuale ne è uno. Che l'Europa sanzioni i legittimi voti dell'Italia centrale, ed avrà essa compito una grande opera di giustizia e di pace.»

«Bologna 3 ottobre 1859.

«Il Governatore Generale delle Romagne Leonetto Cipriani.

«Il Ministro degli All'ari Esteri

Gioacchino Napoleone Pepoli.»

Diciannove giorni dopo di questo Memorandum il Ministro dell'Interno signor Montanari dirigeva agli Intendenti, Sottintendenti, e Magistrati municipali una circolare, che diceva, la pace essere fermata, ma non decidere però essa della sorte dell'Italia centrale, unicamente dipendente dal contegno delle popolazioni e da un congresso europeo. Ricorda il voto dell'Assemblea nazionale, la risposta del Re, il Memorandum, l’iniziativa presa dal governo per accelerare la fusione di quelle provincie tra loro e col regno Sardo. Rammenta la lega militare delle quattro provincie per rispondere al precipuo bisogno della difesa del territorio contro gli assalti stranieri. Aggiugne, che un secondo non men rilevante bisogno si era l'assimilazione economica, sociale, legislativa delle quattro provincie tra loro e collo Stato, ed a questa erasi provveduto colle diverse disposizioni, che abbiamo accennate, e vi si sarebbe anche dippiù giornalmente atteso; né si sarebbe omesso di adoprare codesta assimilazione anche per le leggi municipali, provinciali, sull'insegnamento, e pel codice, se il governo non fosse stato avvisato dal Governo Sardo, che riforme sostanziali sarebbero state fra breve portate delle leggi su quelle materie. — «Ben comprende, diceva la circolare, il Governo delle Romagne, che il presentare all'Europa adunata in congresso un fallo compiuto sarebbe il migliore espediente di soluzione; e certo d'accordo cogli altri non tralascia argomenti e mezzi per giungervi. E se il Governo piemontese è trattenuto da riguardi d'alta politica, ne sente peraltro l'importanza ed il dritto, come faceva non ha;pari valere colla sua nota ai Gabinetti di Europa.

«Intanto, scriveva il Ministro, usiamo bene del tempo, seguitando con alacrità nel compito nostro. E qui osservava, come il primo e principal dovere fosse la conservazione dell'ordine costituente la maggior forza morale, che alla buona causa potesse procacciarsi davanti al tribunale della pubblica opinione. Importava in secondo luogo di organizzarsi con solidità e prontezza, riordinando le amministrazioni comunali, l'Istruzione, e la Beneficenza. Bisognava inoltre fortificarsi anche militarmente sia colla Guardia Nazionale sia coll'esercito: — «Che se dagli antichi padroni non valessimo a difenderci da noi stessi, si meriterebbe proprio di riaverli Bisogna tenersi parati ad ogni evento, bisogna assuefarci alla disciplina ed all'armi; bisogna formare grossi battaglioni, essere tutti pronti ed agguerriti… Nè minore generosità ed abnegazione ci aspettiamo dai cittadini di ogni ordine a fornire mezzi pecuniarii, perciò sa ognuno, che non s'ingrossano le file dell'esercito senza forti spese, e non si compiono cose grandi, senza granai sacrifizii».

Ed il Ministro concludeva: «Perseveranza dunque nell'ordine; operosità cittadina nelle riforme amministrative, economiche, morali d'ogni Comune; alacrità militare nel correre sotto l'armi, nell'assuefarsi alle discipline e alle abitudini marziali...

«E tenendo questo nobile scopo davanti la mente ed informandone lo spirito pubblico, eviteremo i dissidii di parte, le suscettività e le gelosie personali, i bassi interessi, le dubbiezze e lo scoramento, che pur troppo nei momenti di sosta sogliono ingenerarsi. n Frattanto la notizia della soscrizione della pace di Zurigo era divenuta officiale, e se con un sentimento di delusione produceva una dispiacevole impressione, non scoraggiava però nessuno, né cambiava né infievoliva il concetto politico di quelle popolazioni. I patti n'erano preveduti, la materia era stata lungamente discussa, e la popolazione era convinta, che senza r intervento straniero la restaurazione sarebbe stata impossibile.

Ed in quel tempo pure quasi a rassicurare la popolazione sul concetto di Napoleone si pubblicava una lettera, ch'egli nel 1830 aveva scritto a Gregorio XVI. La lettera diceva:

«M M... dirà a Vostra Santità la verità sulla condizione delle cose di qui. Egli mi ha detto, che V. S. era stata afflitta nel sapere, che noi siamo fra quelli, che si sono rivoltati contro il potere temporale della Corte di Roma.

«I Romagnoli specialmente sono ebri di libertà. Essi giungono questa sera a Terni, ed io per obbligo di giustizia debbo dire, che fra le voci, che si levano di continuo, non ve n'ha alcuna, che attacchi il Capo della Religione, grazie ai capi, che sono per tutto gli uomini più stimati, e per tutto provano il loro attaccamento alla religione con tanta forza quanta ne mo strano per l'indipendenza temporale… si vuole a quanto pare ed in modo ben deciso la separazione dei poteri temporali e spirituali...

«Dico la verità; io lo giuro, e supplico V. S. di credere, che non ho nessuna ambizione…

«Io posso ugualmente affermare, che ho intesa dire dai giovani anche i più moderati, che se Gregorio rinunzia al potere temporale, lo adoreranno; che essi stessi diverranno i più caldi sostenitori della vera religione, purificata da un gran Papa, e che ha per base il libro più liberale, che esista, il divino Evangelo.

«Luigi Napoleone Ronoparte.

Questa lettera fu smentita, e la stampa italiana trovò prudente consiglio di non insistere sulla sua autenticità; però fu citato un brano di una Biografia dell'Imperatore, che pare provarla vera, ed i più la ritennero come tale.


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CAPITOLO XIII

Il Governo Piemontese ed il resto dell'Italia centrala.

SOMMARIO

Nota del Governo Piemontese del 28 settembre 1859 — Partenza del Ministro Sardo da Roma — Le relazioni officiali tra il governo Sardo ed il pontificio sono interrotte un mese prima delle pace di Zurigo �" Assassinio di Anviti Sua condotta passata — Dettagli — Impressioni in Piemonte, in Italia, ed in Europa. �"Proclama dell'intendente generale �" Farini a Parma. Suo proclama — Si ordina il disarmo — Provvedimenti del Governo — Indirizzo della Guardia Nazionale — Circolare ai Ministri Esteri. Proseguivano i miglioramenti in ogni Provincia.

 Fedele alle promesse fatte alle popolazioni dell'Italia centrale il Governo Piemontese diresse alle Legazioni di Parigi, Londra, Berlino, e Pietroburgo un Memorandum, che propugnava i dritti di quelle Popolazioni e la indipendenza italiana. Questo documento, che ha la data dei 28 settembre 1859 è così concepito:

 «Signor Ministro;

«Voi conoscete le deliberazioni delle Assemblee di Toscana, di Modena, e di Parma, come pure la risposta, che S. M. il Re nostro augusto padrone ha dato alle Deputazioni di queste Assemblee.

«Al cospetto di avvenimenti così gravi, di cui l'Italia centrale è stata testà il teatro, il governo del Re ha il dovere di spiegarsi chiaramente sullo stato delle cose, e di destare l'attenzione la più seria dei Gabinetti delle grandi Potenze, sopra fatti, che non hanno forse precedenti nell'Istoria.

«Allora quando l'Austria nello scorso mese di aprile, mettendo tutto ad un tratto termine ai dibattimenti diplomatici, e svincolandosi dalle formali promesse date all'Europa, invase il Piemonte, l'Italia tutta intera comprese, che non si trattava di una quistione isolata e particolare al regno Sardo, ma che la sorte delle armi stava per decidere dell'indipendenza nazionale e dei destini della penisola.

I governi dell'Italia centrale avevano disgraziatamente da lungo tempo separata la loro causa dalla causa d'Italia, vincolandosi in dritto ed in fatto collo straniero, che d'allora in poi era divenuto il solo sostegno di un potere screditato e dato in preda alla generale disaffezione. I sovrani di questi paesi non sono state le vittime di una rivoluzione propriamente detta; scelsero essi stessi fra i doveri come Principi I taliani e i loro impegni coll'Austria; hanno abbandonato i loro Stati senza lasciarvi governo di sorta; due di loro si collocarono sotto le bandiere del loro alleato, e ne divisero le sconfitte. Scavarono in tal guisa un abisso fra essi e i loro antichi sudditi.

«Dopo memorabili vittorie la mano del vincitore assegnava a Villafranca limiti più ristretti al dominio austriaco nella penisola, ma il regolamento diffinitivo degli affari d'Italia centrale doveva rimanere in sospeso, perocché segnando i preliminari di pace, non si potevano prevedere gli ostacoli insormontabili, che il ritorno dei Principi avrebbe incontrato da parte delle popolazioni. S. M. dal canto suo aveva ordinato il richiamo delle autorità, che aveva inviate sia in Toscana sia a Modena e Parma. Per questo fatto le popolazioni ritornavano di bel nuovo nella libera disposizione di loro medesime, e si trovavano nel tempo stesso liberate da qualunque estera influenza.

«Gli onorevoli personaggi, che in assenza di ogni riconosciuta autorità avevano preso in mano la direzione degli affari pubblici, giudicarono, che collocati in tali circostanze, essi avevano la missione di fare appello alle popolazioni col mezzo della elezione delle Assemblee nazionali. È noto quello, che successe. Le Assemblee hanno confermato unanimemente la decadenza degli antichi governi e proclamata l'annessione al Piemonte.

«Considerando quello, che accadde a Firenze, a Modena, a Parma, si è sulle prime colpiti dall'accordo e dalla spontaneità, che dettarono tutte le deliberazioni dei corpi costituiti, e dall'ordine, che regnò costantemente durante la crisi impreveduta, che si dovette traversare. Quest'ordine e questa regolarità si spiega facilmente, se si pon mente, che non sono i partiti avanzati né gli animi esaltali o inacerbiti da antiche lagnanze e da ingiuste sofferenze personali, che si sono posti alla testa del movimento.

«Ciò che la nobiltà ha di più illustre, ciòche il commercio ha di più ragguardevole, ciò che l'intelligenza ha di più illuminalo, ciò che la grande proprietà ha di più influente ha concorso al compimento di un atto, che doveva assicurare a questi paesi un av venire più conforme ai loro interessi e interesse generale della Penisola. Queste deliberazioni non furono l'effetto di non riflettuto trasporto; esse furono studiate con maturità ed adottate in seguito di considerazioni di un ordine superiore e permanente.

«Nello spezzare per sempre i legami, che gli vincolavano ad un odioso passato, e che polca dar luogo a recriminazioni le più amare, le popolazioni dei!locali hanno voluta innanzi tutto scuotere il giogo del dominio straniero, liberarsi dall'influenza austriaca, e concorrere colla loro unione sotto lo scettro del Re nostro Augusto Sovrano alla formazione di un Regno abbastanza forte per assicurare con basi solide e durevoli il riposo e la prosperità dell'Italia. «Queste popolazioni spinte da malvagi consigli e dalla disperazione, fuorviate dall'inesperienza del maneggio degli affari, avrebbero potuto in un momento di smarrimento rivolgersi verso progetti chimerici e pericolosi; esse potevano lasciarsi trascinare da correnti sovversive ad abbattere il principio monarchico per sostituire l'idea repubblicana; esse potevano credersi in dritto di farlo, e non lo tentarono nemmeno! L'Italia centrale colla sua condotta così ferma e così saggia ha data una smentita senza repli ca accusa troppo leggermente lanciata contro la mobilità deg(' Italiani e l'incapacità di darsi un buon governo. Una simile accusa, che non era fin qui, che una ingiustizia, sarà d'ora innanzi una calunnia.

«Le tradizioni secolari, le lunghe abitudini potevano consigliare e fare desiderare la conservazione della loro autonomia a Stati, che avevano fino a questo giorno vissuta una vita indipendente e separata dal rimanente della nazione. No; si rinunziò a naturali affezioni e ad un orgoglio, che potrebbe da per sé giustificarsi, per fondersi nella vita comune. La Toscana ne forni il primo esempio. La parte dell'Italia, che dee essere la più fiera delle proprie ricordanze non ha punto esitato. Esisteva in Italia una Monarchia, che ha saputo collegare l'ordine alle pubbliche libertà; la Toscana come pure Modena e Par ma si sono riunite a questa Monarchia senza condizione e senza riserve. Si cercherebbe invano una testimonianza più parlante dell'irresistibile potenza del sentimento della solidarietà nazionale.

«Si è che tutti Italiani hanno compreso per lunga e crudele esperienza, che la Penisola non sarebbe al sicuro della pressione estera, e che la sua indipendenza non sarebbe reale e vitale, che il giorno, nel quale esisterà al nord dell'Italia uno Stato abbastanza forte e potente per opporsi alle influenze preponderanti dell'estero.

«Non è certamente nel momento, che si negozia la pace a Zurigo fra i plenipotenziarii del Piemonte, della Francia, e dell'Austria, che il governo del Re si permetterebbe un linguaggio meno corretto verso l'avversario, ch'egli ha combattuto su i campi di battaglia. Ma esistono verità, che non si potrebbero dissimulare, perocché hanno il carattere dell'evidenza; esistono pericoli su i quali è impossibile farsi delle illusioni, perocché esistono nella natura delle cose, e sono una invincibile necessità della situazione.

«Se la guerra testè cessata avesse avuto per risultato la cessazione completa del dominio austriaco nella Penisola, le considerazioni, che siamo per sviluppare, non sarebbero meno fondate, ma esse sarebbero meno potenti negli animi prevenuti ín favore degli antichi governi dei Duchi..

«Nello stato attuale delle cose non havvi alcuno,. Signor Ministro, che possa ricusarsi a riconoscere, che se la potenza dell'Austria in Italia è stata limitata in estensione, essa non ha perduto nella forza offensiva ed invaditrice. Conserva le grandi fortezze della Venezia, e quello che è più ancora, Peschiera e Mantova, che appartengono alla Lombardia, e che ne costituiscono la naturale difesa; questa provincia quindi è smantellata ed esposta ad un colpo di mano.

«Il governo del Re non intende mettere in dubbio la sincerità delle intenzioni, che l'Austria manifesta nel regolamento delle cessioni stipulate, ma le circostanze mutano, gl'interessi rimangono; le occasioni qualche volta incoraggiano, e i dispiaceri della politica sono una eredità, che si trasmettono di generazione in generazione. L'ultima guerra non Ira potuto innalzare una barriera fra gli Stati del Re di Sardegna e il suo potente vicino; l'Italia non è né garentita né sicura per l'avvenire, perocché non havvi equilibrio tra le forze nazionali organizzale e l'Austria trincerata dietro ui baluardi del Mincio e dell'Adige. Se la pace di Villafranca non avesse il suo complemento, rispettando i voti delle popolazioni liberate dalla guerra, essa non ristabilirebbe quella bilancia di poteri, quella proporzione di forzo relative, che esisteva in Italia, e che il Congresso di Vienna non ha ristabilito.

«L'Italia del nord era allora divisa in vani piccioli Stati deboli e senza consistenza, che non potevano mantenere forze militari di qualche importanza né contribuire efficacemente alla difesa dell'Italia. Gli Stati del Re di Sardegna soli facevano un'eccezione. Essi invero erano poco estesi, ma la militare educazione dei popoli, l'abilità e la fermezza dei principi, i vantaggi della posizione geografica del paese collocavano il Piemonte fra le Potenze di second'ordine, e Io facevano considerare quale naturale difensore dell'indipendenza nazionale..

«L'Austria allora non possedeva che ì Ducati di Milano e di Mantova, i quali erano divisi e lontani dal corpo dei suoi Stati ereditarli. Ivi in tempo di pace non manteneva, che poche truppe; se scoppiava una guerra, la distanza e la difficoltà dei trasporti davano alla Casa di Savoia il tempo di preparare i proprii mezzi di difesa. Allora l'Austria era un potente, ma non mai minaccioso.

«Questa politica combinazione non era scevra d'inconvenienti, ma la divisione sanzionata a Parigi ed a Vienna nel.1811 e 1815 fu infinitamente più disastrosa per Malia in generale e particolarmente pel Piemonte.

«L'annessione degli Stati di Genova, questa unione di due popoli sotto un governo nazionale, è stato un benefizio, del quale si dev'essere riconoscenti al Congresso di Vienna, ma essa non bastava in guisa alcuna per controbilanciare l'enorme ingrandimento dell'Austria in Italia. Questa potenza non acquistava solamente un ingrandimento di territorio due volle superiore all'antico, ma riuniva le provincie italiane ai suoi Stati ereditarii. La Repubblica dì. Venezia isolava nell'ultimo secolo le possessioni austriache nell'Italia superiore. La traslazione delle spoglie venete all'Austria distruggeva interamente la potenza relativa degli Stati, nella quale il Piemonte attingeva la sua forza, e l'Italia la sua sicurezza. a «Un mezzo secolo di esperienza autorizza il governo piemontese a ripetere quello, che dichiarava fino dal 1811 nel!' antica divisione si ravvisava la sorgente dell'indebolimento dell'Italia superiore; in questo si vede la sua completa servitù ().

a Una occasione unica e provvidenziale si presenta quese oggi per riformare un aggiustamento così pregiudizievole, anzi contrario, il che si può asserire senza timore d'ingannarsi, ai voti ed alle previsioni di quelli, che l'hanno approvato. La Toscana, Parma, Modena, riunite agli Stati del Re potrebbero per l'avvenire formare una politica agglomerazione, insufficiente ancora per resistere alla potenza, che possiede la Venezia, ma che offre almeno elementi proprii a scongiurare i più pressanti pericoli. L'Europa vorrà essa opporsi ad una modificazione territoriale, che forma i voti di tutta una nazione, e che è nel tempo stesso conforme agl'interessi generali? E perché, si opporrà essa? «Non si pretenderà, Signor Ministro, che l'equilibrio europeo sarebbe turbato dall'unione di queste Provincie alla Sardegna, né che essa sia di natura da dare ombra alle grandi potenze; una simile obbiezione non potrebbe essere ammessa in una seria discussione e non è punto necessario di fermarvisi. D'altra parte sarebbe facile dimostrare, che la formazione di uno Stato quale viene indicato, ed il ristabilimento dell'equilibrio italiano farà scomparire per lungo tempo le permanenti cagioni di rivalità fra le potenze limitrofe, e tutelerà il riposo dell'Europa, consolidando quello dell'Italia.

«Del rimanente, Signor Ministro, dopo quello, ch'è avvenuto nei Ducati, è permesso di riguardare la ristorazione delle antiche dinastie quale una impossibile realtà. Noi chiediamo come potranno esse, queste dinastie, rientrare negli Stati, ch'esse hanno abbandonato, se non alla testa delle truppe austriache? Ma ricomincerebbe allora quel sistema d'intervento e d'immestione nel regime degli Stati riconosciuti indipendenti, sistema dal quale derivò l'ultima guerra, e che ricondurrebbe infallibilmente a delle complicazioni della Medesima natura.

«Se si compisse d'altronde per questo mezzo la ristorazione, come potrebbero i Principi governare d'accordo col paese? I sovrani decaduti dopo di essere rientrati alla testa delle truppe straniere, non troverebbero alcun sostegno, che nelle baionette straniere. Una ristorazione fatta sotto tali auspicii, l'uso immoderato di un potere senz'appoggio nella pubblica opinione condurrebbe come inevitabile risultato il trionfo delle dottrine demagogiche e delle passioni rivoluzionarie. Vi saranno in Italia nuove tenebre e nuovo caos. L'Europa In pur troppo soventi volte dovuto assistere in questo paese al triste spettacolo di un potere, che pareva avesse adottato per compito d'indebolire nella coscienza umana il rispetto. verso l'autorità monarchica. Essa vi dee riflettere e rimediare.

«Si è per questo scopo, Signor Ministro, che il governo del Re ha creduto doversi indirizzare ai gabinetti. Sí vale dei dritti acquistati dai voti generali delle popolazioni. S. Ill. avrebbe potuto accettare, almeno provvisoriamente, il governo degli Stati dell'Italia centrale. Ma ha giudicato, che se come Principe italiano egli non potea, che consultare la sua coscienza, come membro della famiglia Europea aveva a compiere doveri di un'altra natura.

«È necessario, che l'Europa intervenga per sciogliere le difficoltà dello stato delle cose italiane. Gli atti, ch'ebbero luogo nelle Romagne, fanno fede, che questa necessità divenne urgente, e che qualunque ritardo sarebbe funesto. Le considerazioni, che precedono, ponno applicarsi in gran parte a queste provincie; ma se l'autorità collettiva delle potenze dee prendere conoscenza dei cangiamenti successi nel diritto pubblico dei Ducati, a più forte ragione essa dovrà rivolgere la sua attenzione la più seria sulla quistione delle Legazioni. Col Memorandum del 1831 e colle dichiarazioni del Congresso di Parigi le Potenze hanno contrattato dei doveri verso queste disgraziate provincie; esse devono attualmente dare soddisfazione ai loro legittimi voti.

«La doppia qualità, che riveste il Sovrano Pontefice, ed il rispetto dovuto al Capo della Chiesa Cattolica ci sconsigliano d'insistere, Signor Ministro, sulle condizioni anormali delle Romagne; queste condizioni del rimanente sono troppo notorie, perché sia necessario di fare risaltare ancora una volta le conseguenze, ch'esse debbono avere e che ebbero effettivamente. Si è col mezzo dell'occupazione straniera, che la S. Sede ha potuto conservare il governo delle Legazioni. L'ultima occupazione durava da anni; l'esercizio degli attributi i più essenziali della sovranità era in balia dell'autorità militare straniera; il Sovrano Pontefice non regnava, che di nome; nel fatto queste provincie erano passate sotto il dominio austriaco.

«Queste popolazioni hanno conservato fino a quest’oggi un ordine ammirabile; ora se si vedessero abbandonate, se venissero ad acquistare la certezza, che sarà ristabilito l'antico governo e con lui gli abusi provvenienti da un'amministrazione inconciliabile con i bisogni della moderna civiltà, nulla varrebbe ad arrestare lo straripamento delle passioni, e la disperazione trascinerebbe le masse alle più estreme risoluzioni.

«Il governo del Re ha piena confidenza nella generosa iniziativa e nella giustizia dell'Europa. Il principio invocato dalle popolazioni dell'Italia centrale è consacrato da diplomatici antecedenti; è stato riconosciuto in circostanze meno favorevoli in Grecia, nel Belgio, e più di recente ancora nei Principati Danubiani; si è il principio, che ha modificato la costituzione dell'Inghilterra e della Francia. Non solo esso non turba nel caso attuale la bilancia dei poteri, ma distrugge i germi latenti di future discordie. Esso rende nel tempo stesso il riposo all'Italia, a questo nobile paese, al quale l'Europa dovette per ben due volte i benefizii della scienza e della civilizzazione.

«Violare questo dritto, che è già penetrato nei rapporti internazionali, sarebbe commettere un attentato contro l'opinione, diciamo meglio, contro la pubblica coscienza.

«Vi prego, Signor Ministro, di leggere questo dispaccio al Ministro degli Affari Esteri, e colgo l'occasione di rinnovarvi l'assicurazione della mia distinta considerazione.

«Dabormida.

Pochi giorni dopo di questa nota, e propriamente il 9 di ottobre il Conte della Minerva avendo ricevuto i suoi passaporti, abbandonava Roma. Se si dovesse stare ad una descrizione della Nazione di Firenze, le dimostrazioni in Roma per questa partenza furono imponenti; quello però ch'è certo, si è il grandissimo numero di biglietti di visita, che nei due giorni precedenti la sua partenza furono lasciati al Conte, il quale partì due ore prima dello stabilito, ed evitando la via del Corso, prescelse l'altra del Babbuino. Ciò rende molto verosimile, che il Ministro Sardo abbia voluto prudentemente evitare delle dimostrazioni, che dovea sapere preparate, e che dovevano essere tali da inspirare dei timori su di una possibile collisione tra il popolo e le truppe. Dei biglietti di visita colla seguente inscrizione;

Al Ministro di Sardegna.

P. V.

destarono l'apprensione della polizia, che leggeva nelle due lettere puntate Pro Voto, ma la Legazione francese, cui furono presentate apposite doglianze, fece osservare, che vi si doveva leggere invece Per visita.

Così le relazioni diplomatiche tra il Re di Sardegna e la Corte di Roma furono interrotte un mese prima della soscrizione dei trattati di Zurigo, e quando i patti n'erano già convenuti. Brutto auspicio per l'attuazione di quei trattati e per la pacificazione dell'Italia, che n'era lo scopo.

Nonpertanto procedevano prosperamente le cose nell'Italia centrale,ed il prestito Modenese e Parmense in 10 milioni veniva immediatamente coperto all'83 dalle primarie Case bancarie Italiane e Francesi. Se 'non che un fatto avvenuto in Parma nei primi giorni di settembre 1859 macchiò la rivoluzione italiana, ed impresse un profondo dispiacere in tutti gli amici della Penisola.

BASSO SEGRETARIO DI GARIBALDI

IL GENERALE EBER

Un colonnello Anviti era stato potentissimo durante il governo del Duca Carlo III, ed il suo nome trovasi associato a tutti gli atti di turpitudine e di violenza di quel Principe. Si narrava inoltre come certo, che un Sergente Carini aveva avuto l'audacia di rendersi rivale in amore di Anviti, ed aveva avuto la disgrazia di essere rivale più fortunato. Un giorno in sull’imbrunire un colpo di pistola fu tirato contro di Anviti; la voce pubblica assicurava, che il colpo fosse fatto tirare dallo stesso Anviti, ma ne venne incolpato il Carini. E comunque senza pruove questo disgraziato venne condannato a morte, e la sentenza fu eseguita.

D'allora l'ira dei Parmigiani contro quell'uomo crebbe a tal punto, che il governo della Duchessa, paventando dei disordini, lo mise al riposo, e lo rilegò a Piacenza. Vi risiedeva da alcuni anni quando nel principiare di ottobre 1839 ebbe la sconsigtiatezza di recarsi a Parma nella speranza forse, che non sarebbe stato riconosciuto. Ma s'ingannò, e le conseguenze ne furono tristissime, perché lo scoprirlo, assalirlo, malmenarlo, renderlo cadavere, esponendolo alle ingiurie del Popolo, fu il fatto di pochi momenti, si che la rapidità, colla quale quell'assassinio venne compiuto, non permise alla forza pubblica né di frenarlo, né d'impedirlo. Si narrò, che il primo, che si gettasse su lui, e lo ferisse, fosse un tale, che per suo ordine aveva dovuto soffrire la pena del bastone, e si soggiunse, che quando Anviii venne arrestato,gli si trovarono addosso degli oggetti da renderlo fortemente sospetto di perfide macchinazioni contro la libertà dell'Italia centrale, cioè varie lettere, due pistole a doppia canna, un pugnale, un passaporto pontificio, ed una forte somma di denaro. Il certo si è, che delle armi o non seppe o non potè far uso, e che quando da un corpo di guardia ove si era ricuperato, ed ove non potè essere difeso per la calca, che immediatamente irruppe appresso a lui, fu trascinato fuori, era già cadavere.

Questo fatto rattristò tutti gli animi onesti; la rivoluzione Parmense si era mostrata sin allora immune da ogni eccesso; quel primo esempio disonorava il popolo, e poteva divenire funesto, per lo che l'Intendente generale Cavallini pubblicò il di 6 di ottobre il seguente proclama:

«Cittadini;

«Ieri sera la vostra Città è stata contristata da un fatto, che non sarà mai abbastanza deplorato.

«Un miserabile venne a mostrarsi a quel popolo, che aveva crudelmente offeso.

«La febbre della vendetta invase alcuni sciagurati, li acciecò, li rese furenti, e li trasse a bruttare le armi nel sangue.

«Fosse stato il più perverso degli uomini, toccava alla legge il punirlo.

«Mentre il governo provvede, perché rimanga forza alla legge, sente, che questo è il momento d'invocare in nome della carità di patria il concorso di tutti i buoni.

«Voi, che intendete la libertà, dite ai vostri concittadini, che la libertà non vive senza il rispetto alla legge.

«Voi, che volete la redenzione del vostro paese, dite, che dobbiamo aspettarla nell'ordine e nella tranquillità.

«Dite, che volendo vendicare al modo di ieri gl'insulti della tirannide, le si spiana la via al ritorno, le si prepara agio a far pagare al popolo un terribile cento per uno.

«Dite, che del misfatto di ieri tutta Italia piange... non ridono, che i suoi nemici.

E grandissima fu pure la impressione, che quel fatto produsse in Europa, in Italia, e specialmente in Piemonte; si disse, che questo per timore di novelli disordini si era deciso di occupare Parma, e che l'Imperatore dei Francesi avesse fatto rilevare con una nota la necessità di punire i colpevoli, ingiungendo al Console francese in Parma di ritirarsi, se ciò non si facesse. Intanto il Dittatore Farini si recò il giorno 11 di ottobre in Parma accompagnato dal generale Ribolli e dal colonnello Frapolli. La notte seguente furono eseguiti molti arresti, e la mattina del 12 fu pubblicato il proclama seguente:

«Parmigiani;

«La vostra città fu contaminata da un misfatto orribile. La nostra riputazione fu offesa, fu profanata la libertà, insultata l'Italia che pel generoso contegno grandeggiava nell'estimazione dei popoli civili. La pubblica coscienza domanda riparazione, e l'avrà! Ho dal popolo il mandato di fare difendere tutti i suoi dritti, e prima di tutti quello della giustizia.

«Non andranno impunite le colpe, non andrà vituperato il nome italiano. Cittadini e guardie nazionali, riunitevi tutti in compatte opinioni d'intorno a me sotto la bandiera della civiltà e dell'Italia, quella bandiera dove si fa sacrifizio della vita, non dove si fa iattanza dell'onore.

L'anima di Vittorio Emmanuele è contristata, egli è uso a reggere un popolo, che sparge il sangue dei nemici solo sul campo di battaglia, un popolo, che ha saputo contenere la libertà per sé e procurarla agli altri, perché ha saputo ubbidire alla legge.

Farini»

In quello stesso di fu ordinato la consegna di tutte le armi fra 48 ore, meno quelle della Guardia Nazionale, sotto pena del carcere da 6 mesi ad un anno, oltre le pene stabilite nel Codice per le armi insidiose.

La Guardia Nazionale era la forza essenzialmente protettrice dell'ordine pubblico; essa lo senti vivamente in questa occasione, nella quale tutti gli uomi ni veramente di animo liberale ed onesto erano stati commossi, e presentò al Dittatore il seguente indrizzo:

«Eccellenza;

«Le passate sventure, a cui soggiacque questa infelice città, non poterono mai spegnere in essa il sentimento di rispetto alle leggi e della propria dignità. Alcuni giornali esteri portarono accuse contro la popolazione Parmense quasi che potesse credersi connivente all'infausto avvenimento delta notte del 5 corrente, e come se pur fosse possibile, che questa popolazione, modello sempre di vivere civile, potesse ad un tratto obliare ogni sentimento di civiltà e di onore.

«Le parole dirette dal Comandante alla Guardia Nazionale accorsa la notte stessa sì numerosa sotto le armi, dichiarano altamente, che non si poteva rendere responsabile una intera città di un fatto di pochi, che l'ebbrezza della vendetta acciecò a segno di dimenticare il primo sentimento di ogni cuore italiano, l'interesse della patria comune, e che fu compiuto prima che si potesse prendere qualsiasi provvedimento.

«Questi sentimenti esprimiamo pur noi, a nome della guardia nazionale, e possono ritenersi, siccome quelli dell'intera popolazione.

«Sta a cuore perciò a tutti, che l'Italia, che il. Re, che l'Europa sappiano, che questa popolazione abborre le violenze e l'arbitrio, ama e vuole l'ordine, e fedele al Re, e pronta ad opporsi a quelli, i quali non avessero nelle azioni loro per iscopo il bene d'Italia, riprova quell'avvenimento, che offendendo la morale pubblica, avrebbe potuto arrecar danno alla causa italiana, e sparso di amarezza l'animo dell'amato Re' Vittorio &amarmele II.

«Questi sentimenti inoltriamo all'E. V. perché li voglia far noti a S. M. siccome i sentimenti della Guardia Nazionale della Città di Parma.»

La istruzione giudiziaria proseguì per questo fatto accurata e rigorosa: quell'assassinio, che in fine dei conti altro non era stato,che una vendetta privata perpetrata con eccitamento delle passioni popolari, si legava però a delle considerazioni politiche di un ordine molto elevato in quel tempo, in cui il governo di Parma aveva sottoposto ai diversi Gabinetti di Europa la quistione di quel Ducato, dapoiché quasi contemporaneamente a quel deplorabile fatto perveniva agl'Incaricati di missioni politiche del Governo Parmense la circolare, che siegue:

«L'assemblea nazionale delle Provincie Parmensi si è associata con unanime deliberazione al movimento politico dell'Italia centrale. Già la decisione sulla futura sorte di questo paese era stata sottomessa sotto forma di plebiscito al suffragio universale e di retto. L'assemblea è stata convocata nel fine di ag giungere al risultamento del voto popolare la garantia di una discussione libera e solenne. Le elezioni sono succedute nella più profonda calma e colla maggiore regolarità. Il Governo era felice nel pensare, che nella città di Piacenza i soldati francesi assistevano al nobile spettacolo d'una popolazione italiana nell'esercizio di quella libertà, per la quale essi avevano versato tanto generoso sangue. L'assemblea eletta tra quello, che vi era nel paese di più illustre per la nascita o pel talento, ed anche tra i più distinti membri del Clero, proclamò la decadenza della famiglia dei Borboni e l'annessione al regno costituzionale della Dinastia di Savoia. Sarebbe profondamente ingiusto di' giudicare questi voti di decadenza e tutti questi atti, che si passano in Italia secondo le ingannevoli analogie rivoluzionarie, che si attingono sia nell'istoria sia nei programmi dei partiti e delle lotte politiche, che possono altrove combattersi in Europa. Poiché giorni migliori sono sembrati splendere per la causa nazionale, è avvenuto, che nell'animo di ogni Italiano la suprema legittimità consisteva nella ricostituzione della Patria. Si sarebbe inoltre in errore, evocando relativamente a Parma quelle idee di tradizione, di consacrazione secolare, che si legano al nome isterico dei Borboni. Una dinastia può trovare la sua base nella libera scelta di un popolo, ovvero attingere, la sua forza morale in quella comunanza istorica, che riunisce la sorte di una famiglia a quella d'una nazione, e che fa, che esse ingrandiscono insieme nelle stesse pruove e nelle stesse reminiscenze. La dinastia dei Borboni di Parma non ha adempito né all'una né all'altra di queste condizioni, e le popolazioni del ducato in preda di continui politici cambiamenti, hanno necessariamente veduto disporre della loro sorte secondo le ambizioni, le convenienze diplomatiche, e le generali combinazioni, alle quali la loro volontà del pari che i loro interessi erano completamente stranieri.

Pel trattato della quadrupla alleanza (2 agosto 1718) tra l'Inghilterra, la Francia, l'Impero, e gli Stati Generali, i Ducati di Parma, Piacenza, e Guastalla furono dichiarati feudi maschili dell'Impero in contradizione dei dritti allegati dalla Santa Sede, e l'Imperatore, vivente anche l'ultimo Duca Farnese, ne dié l'aspettativa e l'investitura a D. Carlo figlio di Filippo V. D. Carlo prese possesso di Parma nel 1731 ma pei preliminari di Vienna (1733) confermati dal Trattato di Vienna (13 novembre 1738) il ducato spettò in divisione all'Austria, che per la pace di Aix la Chapelle (1748) lo trasmise all'infante D. Filippo Borbone di Spagna ed ai suoi discendenti maschi sotto clausola di riversibilità. Occupato dalle armi francesi nelle guerre della rivoluzione, e ceduto eventualmente dalla Spagna alla Francia nel 1800, il ducato fu formalmente riunito all'Impero Francese sotto il nome di Dipartimento del Taro. Si vede a quali numerose vicende è stata soggetta la sovranità dei Borboni, che hanno rinunziato ai loro dritti su di Parma tante volte per Io meno quante l'hanno affermato, considerando questo dritto piuttosto come una appendice o come un risarcimento di più importanti combinazioni.

«Quelle stesse Potenze, che dopo i disastri della Francia segnarono con Napoleone il trattato di Fontainebleau del 10 di aprile 1811, non esitarono in quel tempo a disporre del ducato in favore dell'Imperatrice Maria Luisa, di suo figlio, e dei suoi eredi. Nè fu, che in seguito del ritorno dall'isola dell'Elba e pel timore di lasciare il figlio dell'Imperatore in piedi su di un Trono, che si convenne con l'art. XIX dell'alto finale del Congresso di Vienna di dare i ducali all'Arciduchessa Maria Luisa senza fare menzione di suo figlio. Pel trattato conchiuso a Parigi il 10 di giugno 1817 i dritti del quarto ramo della casa di Borbone furono ristabiliti in via di riversibilità dopo di essere stati colpiti di sospensione durante la vita dell'Imperatrice Maria Luisa.

«Questa dinastia in aspettativa era divenuta semprepiù straniera al Paese. Le reminiscenze del regime francese, rammentando un'amministrazione forte ed imparziale, uno stato di prosperità e di gloria militare, ed il governo molto liberale e tollerante di Maria Luisa,avevano ben cancellato delle tradizioni, che datavano prima della rivoluzione. La prospettiva del futuro Sovrano aumentò, lo si può dire, i dispiaceri della morte di Maria Luisa. E non è dunque naturale, se questi popoli dopo tante incertezze e tanti cambia. menti, che non hanno lasciato radicare nel loro animo veruna antica fede dinastica, cercano di fissare la loro sorte attaccandosi ad un regno forte e stabile; ad una dinastia, che ha la sua base nella tradizione e nell'amore dei suoi sudditi, e ch'è parimenti consacrata dall'antico e dal nuovo dritto?

«Il Duca Carlo II di Borbone, vivente ancora Maria Luisa, urlò violentemente i più rispettabili sentimenti di queste popolazioni, segnando il trattato di Firenze dei 28 novembre 1844, nel quale sotto pretesto di rettificazione delle frontiere prometteva cedere al Duca di Modena il Ducato di Guastalla, permutando questa fertile contrada con taluni comuni montuosi della Lunigiana. Il Duca adempiva con ciò delle obbligazioni d'interesse personale, ma distraeva per tal modo una considerevole parte del suo dominio anche prima, che ne fosse entrato al possesso, producendo allo Stato una diminuzione di rendita annuale calcolata a 600 mila franchi, e disponeva senz'alcun riguardo dei suoi nuovi sudditi, mettendoli sotto la dura signoria del Duca di Modena.

«Esempio piuttosto unico che raro, nel quale è permesso di vedere una singolare violazione di quei principii austeri e generosi, dei quali si glorificano i parteggiani del dritto divino, ed una contradizione manifesta con quelle idee di legittima autonomia e d'inviolabile subn-azionalità, che s'invocano a favore dei piccioli Principi italiani respinti dalla volontà della nazione.

«Il Duca Carlo II prese possesso del Ducato di Parma alla morte di Maria Luisa nel 1847, quando le popolazioni italiane in un sentimento di comune solidarietà reclamavano miglioramenti civili e politici ed il rispetto del principio nazionale. Carlo II cominciò dal concludere con l'Austria il trattato del 4 febbraio 1818, nel quale dichiarava ad esempio del Duca di Modena, che i suoi Stati entravano nella linea di difesa dei possedimenti italiani dell'Imperatore d'Austria, Sorpreso dal movimento nazionale, abbandonò i suoi Stati dopo di avere vanamente brigata la confidenza dei patriotti. Abdicò nell'esilio, e suo figlio fu ristabilito dalle truppe austriache dopo i rovesci delle armi italiane. Io non parlerò dei tristi trasporti del regno di Carlo III. Citerò soltanto due fatti, che non riguardano l'uomo, ma il regime. Un rescritto del Duca stabiliva, che ogni volta, che si sarebbe trattato di dimostrazioni pubbliche di opinioni liberali, il colpevole sarebbe stato punito colla pena del bastone giusta l'arbitrio dei comandanti militari. E questa pena, alla quale gl'Italiani preferiscono quella di morte, venne di sovente applicata sulla piazza pubblica.»

Un'altra legge in data del 49 marzo 1850 dopo di avere esposto, che molti proprietarii davano il congedo ai loro contadini, perciò costoro non dividevano le loro opinioni rivoluzionarie, ordinava, che niun congedo potesse loro essere intimato senza un giudizio in contradizione innanzi ai Tribunali, formolava delle minacce ai Giudici, e li metteva sotto la sorveglianza della gendarmeria. In uno di questi giudizii il Tribunale essendosi dichiarato a favore del proprietario, il Duca con un Rescritto in data dei 24 gennaio 1851 ordinò che malgrado ciò il contadino resterebbe sulla terra del proprietario. Si scorge a quali cattive passioni si cercava di fare appello nel seno della società italiana.

«Il crimine, che mise fine alla vita di Carlo III, ci torrebbe il dritto di censurare con una giusta severità gli atti di questo Principe se non si pensasse che questo sovvertimento del senso morale, che fa credere alla legittimità dell'assassinio, non è, che uno dei numerosi mali, dei quali sono responsabili i governi, che i primi dànno l'esempio della violazione della legge morale. La Duchessa Maria Luisa Borbone prese le redimi in nome di suo figlio, e congedò la più parte di quei cattivi consiglieri della corona, ch'erano stati i complici di suo marito.

«Però poco tempo dopo un tumulto scoppiò in Parma; fu represso nel sangue coll'aiuto delle truppe austriache, la cui occupazione non era stata abbandonata dal 1848. Parma fu abbandonata ai rigori di una soldatesca sfrenata, ed il governo dichiarò in un impudente proclama, che avrebbe potuto prevenire, ma che aveva amato piuttosto reprimere. Quel giorno fu fatale alla dinastia. La città messa in istato di assedio, e caduta in potere di un Generale Austriaco, fu insanguinata da numerose esecuzioni. É stato tale il sistema di spietato rigore adottato dal governo, che indubitatamente si è fatto un dovere alla Duchessa di sacrificare i suoi sentimenti di clemenza, poiché uno dei condannati malgrado le raccomandazioni degli stessi giudici, ha veduto confermare la sentenza capitale, che lo colpiva. I prevenuti furono trasportati nelle prigioni di Mantova; il generale Austriaco governava nella città stessa, ove la Duchessa regnava, ed il governo ducale si trovava sospeso da questa violazione di tutti i dritti del sovrano e del popolo. Le popolazioni ebbero un'altra volta la pruova di quanto potevano valere per la loro dignità quelle piccole circoscrizioni politiche e quelle deboli dinastie impotenti contro la rivolta, impotenti contra le violenze dello straniero, cd ostili, per esser prive di avvenire, all'avvenire della nazione. Ora l'opinione dell'Europa si è rischiarata su i moventi e sul carattere del movimento politico dell'Italia centrale, il qual movimento si spiega col più legittimo dei sentimenti, col sentimento nazionale, ch'è anche un principio d'ordine nel seno della società.

«Qual era dunque a tal riguardo la situazione della famiglia regnante di Parma di rimpetto ai suoi sudditi? Dopo il 1848 la dinastia non aveva mai cessato di fare causa comune coll'Austria e di legarsi ad essa con sempre più intimi legami. Col trattato del 4 di febbraio 1848 il Duca aveva concluso una convenzione particolare, che in disprezzo dei trattali generali stabiliva dei veri rapporti di vassallaggio relativamente all'Austria, le abbandonava in ogni occasione il territorio dello Stato, e formava con essa una lega offensiva e difensiva di un carattere permanente. Con un articolo di questo trattato il Duca di Parma si obbligava inoltre a non conchiudere con verun'altra Potenza qualunque convenzione militare senza il precedente consenso del governo imperiale di Vienna.

«Si è voluta stabilire una distinzione per quanto riguarda la quistione nazionale tra la politica del go verno di Parma sotto i Duchi Carlo II e Carso III e la politica del governo di Parma qual era ultimamente costituito. Codesta distinzione cade dinanzi all'evidenza dei fatti.

«Allorché il Governo Piemontese con una prudente preveggenza,che i fatti ulteriori hanno bene giusti. ficato, chiamò l'attenzione dell'Europa sulle condizioni della penisola e sulle usurpazioni dell'Austria. cominciò dal protestare contro le fortificazioni di Piacenza e contro i trattati del 1848, atti, che modificavano evidentemente la condizione delle cose, quali si era voluto stabilirle coi trattati del 1813.

«Il Governo della Duchessa reggente vi avrebbe avuto una occasione per discaricare la sua responsabilità personale, sia con pubbliche dichiarazioni sia con comunicazioni al Governo piemontese. Non pertanto non l'ha fatto. Un'altra occasione si è presentata anche più favorevole allorché all'aspetto dell'eventualità della guerra la quistione dei trattati speciali fu messa categoricamente, e che la necessità della loro abrogazione fu ammessa, si può dire, da tutti i Gabinetti delle Potenze Europee meno l'Austria. Si può oggi valutare la situazione eccezionale, e non pertanto esente da pericoli, che il Governo della Duchessa avrebbe potuto in quel tempo costituirsi. Eppure nulla in allora smentì la sua intiera acquiescenza a quello stato di solidarietà completa e necessaria, nella quale si trovava in favore dell'Austria impegnata. Nè ciò basta. Il Governo austriaco concentrava delle truppe sulla frontiera piemontese in quello scopo aggressivo, che dall'invio successivo dell'ultimatum è stato spiegato. Le truppe austriache sí ammassarono in Piacenza; immensi materiali di guerra vi furono riuniti; l'invasione del Piemonte si preparava sul territorio del Ducato, e di là appunto una porzione delle truppe imperiali è partita per invadere gli Stati sardi.

«Il governo della Duchessa assisteva a tutto ciò senzaché verme comunicazione da parte sua, come d'altronde i doveri internazionali lo avrebbero richiesto, venisse a spiegare al Governo di S. M. il Re di Sardegna le sue intenzioni o la sua condotta. E solamente quando la fortuna delle armi si rivolse contro l'Austria, e che la protezione delle armi austriache le mancava, la Duchessa si decise in fine a proclamare la sua neutralità. — Il Gabinetto Piemontese ha considerato questa offerta come tardiva, perciocchè non si potrebbe ammettere, ohe sia in facoltà di un governo di dichiararsi e dl farsi rispettare come neutro ogni qual volta la sorte si dichiarasse ostile al suo alleato, ed egli giudicasse utile di abbandonarlo. Singolare neutralità davvero! Dapoiché se si fa fondamento sugl'impegni preventivi, che stabiliscono relativamente all'Austria dei doveri di azione e di difesa comune, evidentemente incompatibili colle leggi della neutralità, bisogna allora subire le conseguenze di questi impegni nell'istesso modo, che se ne accettano i vantaggi. Se per lo contrario si argomenta dalla situazione particolare fatta al governo di Parma dalle stipulazioni generali concernenti la fortezza di Piacenza, è facile di rispondere coi termini stessi di queste stipulazioni, che stabiliscono, — «che la fortezza di Piacenza offrendo un interesse particolare al sistema di difesa dell'Italia, S. M. I. R. ed A. conserverà in questa Città il dritto di guarnigione puro e semplice, rimanendo riserbati al Sovrano di Parma tutt'i dritti di regalia ed i civili su questa città.» �"E v'ha per certo molta distanza da questo dritto di guarnigione puro e semplice alla creazione di un vasto campo trincerato al di fuori del recinto di Piacenza, e dallo scopo puramente difensivo di queste stipulazioni all'aggressione militare preparata sul territorio del Ducato ed effettuata dalle frontiere parmigiane. Del resto i documenti pubblicati ci permettono di apprezzare al suo giusto valore questa pretesa neutralità, poiché una lettera del M maggio dell'anno corrente ci prova, che il Ministro di Parma residente in Vienna era dispiaciuto di non potere ottenere il soccorso delle truppe imperiali, e si doleva che l'Austria si limitasse ad assicurargli il suo appoggio do po le vittorie, che si riprometteva di riportare.

«Non pertanto questa neutralità, che sarebbe bastata per ciò, che riguarda i rapporti internazionali col governo piemontese, e che costituiva l'ultima concessione della Duchessa reggente ai sentimenti dei suoi sudditi, poteva mai soddisfare i voti legittimi ed i supremi interessi delle popolazioni? Potevano queste dichiararsi neutrali nel rumore della lotta, che decideva della sorte della Patria, mentre la bandiera francese unita alla italiana traversava trionfalmente il loro territorio, e che l'Imperatore Napoleone III invitava gl'Italiani ad essere tutti soldati per divenire i cittadini di una grande nazione? Forse non avevano esse chiaramente manifestate le loro intenzioni coll'inviare migliaia di volontarii alla guerra dell'indipendenza? Il Governo della Duchessa reggente, proclamando sotto la pressione degli avvenimenti una neutralità, che non aveva osservata, dichiarava, quest'attitudine esserle stata resa necessaria da doveri contrarii, che le erano sacri del pari. Ma è precisa. mente questi doveri che le popolazioni parmensi non possono ammettere, ed hanno perfettamente ragione quando dimandano dei Principi Italiani, pei quali gl'interessi per lo straniero non siano cosi sacri come quelli della patria. La famiglia regnante di Parma per le sue tradizioni, per le sue tendenze naturali e costanti, ed anche per la sua debolezza mancava ai suoi doveri di Sovrana neutrale verso il Piemonte ed ai suoi doveri di Principe italiano verso i suoi sudditi. Il principio ed il carattere del nostro movimento politico sono ora molto bene conosciuti, onde si possa stabilire, che una Dinastia, che si è mostrata ostile all'emancipazione nazionale, si è alienata tutti i cuori ed è un albero infracidito sul suolo italiano. La Duchessa ricondotta nei suoi Stati dovrebbe appoggiarsi su quella opinione nazionale, dalla quale la famiglia di suo figlio è respinta unanimemente. Una irreparabile e scambievole diffidenza renderebbe impossibile ogni stabilimento solido e durevole. Il governo ostile al Piemonte per le sue reminiscenze, temendo il partito nazionale pei suoi sentimenti, non farebbe, che cercare ogni giorno dippiù aiuto e protezione a quella influenza austriaca, che dalla Venezia cercherà senza dubbio a riconquistare tutto quanto potrà del terreno perduto. Dalla sua parte poi l'opinione del paese, opinione comune a tutte le classi e fortificata da tutti gl'interessi, non rinunzierà al suo ideale di unificazione italiana, alla sua speranza di annessione al Regno della Casa di Savoia. La quistione della decadenza dei Borboni e quella dell'annessione al Piemonte sono intimamente legate nello spirito delle popolazioni parmensi. La posizione, che l'Austria conserva in Italia, consiglia loro per necessità della difesa di concorrere alla creazione di un forte Stato italiano e di garentirsi all'ombra del nuovo dritto derivante dal voto nazionale contro tutti quei dritti di riversibilità e di servitù militare stabiliti da trattati, che se non fossero abrogati, ci produrebbero nell'avvenire altrettante e così pericolose complicazioni, che ci hanno recato nel passato. Questa unione renduta necessaria dal pensiero italiano è d'altronde reclamata da tutti gl'interessi morali e materiali delle provincie parmensi. Queste popolazioni sanno da una lunga e dura esperienza i danni di appartenere ad una di quelle piccole aggregazioni politiche impotenti al bene, e nulladimeno cosi fertili in mali e pericoli di ogni sorte. Quel periodo dell'incivilimento italiano, che si è fallo per mezzo della vita municipale, è finito da secoli. Ora la società italiana subisce la legge del tempo, e cerca troppo tardi per essa a rientrare nella via di quelle grandi agglomerazioni nazionali, per mezzo della quale gli altri popoli hanno trovalo la prosperità e la felicità, ed hanno potuto oltrepassarla nell'incivilimento e nella potenza.

«L'esperienza ha provato, che al di fuori di queste grandi aggregazioni non vi possono essere quelle grandi istituzioni, né quel largo sviluppo di azione, che costituiscono le forze stesse della vita moderna dei popoli. Per le provincie Parmensi l'annessione non è solamente una soddisfazione data al sentimento nazionale, ma interessa inoltre nel più alto punto la prosperità materiale del Paese. Dopo l'unione della Lombardia al regno Sardo ciò, ch'era una necessità politica, diviene pure una necessità economica. Nel 1848 l'unione al Piemonte fu votata da 37,250 votanti. La fortuna delle armi franse questo patto solenne, ma la sventura suggellò la concordia delle idee e dei sentimenti. Undici anni dopo l'unione al Piemonte sottomessa al suffragio popolare era proclamata da 63,167 votanti.

«Il voto di decadenza ed il voto di annessione, che si confondono nella coscienza popolare, non possono essere disgiunti dalla realizzazione politica. Poiché il dritto della volontà nazionale è stato ammesso in favore dell'Italia, in che l'uno di questi voti sarebbe meno legittimo dell'altro? D consentimento delle popolazioni non può essere unicamente richiesto per gli arresti negativi, ed il regime, che deve assicurare la tranquillità e la prosperità del paese, ha sopratutto bisogno di questa base.

«Voi farete risaltare, Signore, tutto ciò, che una simile soluzione offre di garentia per l'avvenire, sia sotto il punto di vista della difesa militare dell'Italia, sia per le condizioni dell'ordine morale e materiale nelle provincie Parmensi.

«Ella soddisfa in pari tempo le simpatie e gl’interessi del paese; pacifica gli spiriti per la realizzazione del loro unanime voto, e compie un gran progresso verso quell'opera di ricostituzione nazionale, che dopo di essere stata iniziata dalla più generosa e gloriosa guerra, si prosiegue dalla saviezza ed energia delle popolazioni, e dalle simpatie dell'Europa liberale.

«Gradite, Signore, l'assicurazione della mia distintissima considerazione, «Parma 29 settembre 1859.

«Farini.

Proseguivasi frattanto nell'interna amministrazione di ogni provincia ai miglioramenti richiesti dalla nuova condizione sociale di quelle popolazioni. Una notificazione di Francesco IV del 4 aprile 1821 mantenuta in vigore da un Chirografo di Francesco l del 27 maggio 1853 stabiliva, che la multa pronunziata ne' giudizii penali a danno del figlio foss'esigibile sui beni del padre sino alla concorrenza della legittima dovuta al figlio medesimo. Un decreto del 4 ottobre 1859 rilevando quanto in queste disposizioni vi fosse d'in giusto e d'immorale, le abrogò ed annullò i num e rosi giudizii, che pendevano. Gr impiegati destituiti per cause politiche erano reintegrati, ed ai figli ed alle vedove dei morti era conceduto un equo compenso.

Da per tutto in somma alacremente si provvedeva a distruggere gli abusi delle passate amministrazioni, a moralizzare l'amministrazione, a proteggere i dritti di tutti, ad inspirare i principii dell'ordine e della giustizia. Ma quest'opera riusciva difficile, sernpreché urtava negl'interessi particolari, che moltiplici cause rendevano oltre il dovere esigenti.

CAPITOLO XIII

Opinioni dei Gabinetti di Europa sull’assestamento dell'Italia — Il congresso.

SOMMARIO

Politica del Gabinetto inglese — Russell nella Camera dei Comuni �" Modo di vedere del Ministero inglese — Le stesse manifestazioni in agosto e settembre 1859 — A quali condizioni l'Inghilterra avrebbe assistito al congresso — Opinione del Gabinetto di Pietroburgo desunta dall'Invalido Russo — Articolo della Gazzetta nazionale di Berlino — Quale dei due pensieri, che attribuiva a Napoleone, può credersi vero? — Nota del Moniteur degli 8 settembre — Impressione, che produsse in Europa, e specialmente in Italia — La stampa italiana è moderatissima — Difende i principii e le aspirazioni dei popoli italiani — Opinione su quella nota in Parigi �" Quella manifestata dal governo francese si modifica successivamente �" Ricevimento della Deputazione toscana — Opinione dell'Austria sul Congresso — Condizioni, che vi poneva — Progetto di una confederazione italiana attribuito all'Austria La Corte di Roma — Che pensassero gl'Italiani del congresso.

 Ma mentre le popolazioni dell'Italia centrale cosi risolutamente procedevano a stabilire le basi della loro nuova vita politica, organizzandosi internamente, e patrocinando la propria causa presso i Gabinetti delle quattro grandi potenze Europee, qual era l'opinione di questi gabinetti sull'assestamento dell'Italia?

L'Inghilterra perseverava nel pensiero, che l'Italia dovesse essere libera di stabilire secondo i proprii interessi e le proprie aspirazioni le condizioni della sua nuova vita politica. Il Gabinetto di S. Giacomo non faceva sfuggire nessuna occasione per mettere innanzi e sostenere, che tale e non altro dovess'essere il terreno, sul quale l'azione diplomatica avesse a raggirarsi. Nella seduta della Camera dei Comuni del 28 luglio 1859 Lord Russell dopo di avere premesso, che l'Inghilterra non avendo preso parte alla guerra non era interessata nella parte del trattato, che riguarda la Lombardia, ma essere però interessata negli articoli relativi alla nuova organizzazione dell'Italia; e dopo di avere letto un dispaccio del Conte Walewski, che invitava l'Inghilterra ad unirsi al Congresso o alle Conferenze nello scopo di deliberare su tutte le quistioni sollevate dallo stato delle cose in Italia, che si collegano agl'interessi generali, continuava:

«L'Inghilterra non diede ancora categorica risposta a questo invito, ma fece osservare essere innanzi tutto necessario di avere sotto gli occhi le condizioni del trattato, che sarà conchiuso a Zurigo per potere conoscere se queste sono più ampie o più ristrette dei preliminari concertati a Villafranca. Inutile cosa sarebbe il ragunare questo congresso, se l'Austria si astenesse dal comparirvi. Non è meno necessario un tal quale primitivo accordo di vedute fra le Potenze, che dovrebbero figurare nel Congresso, perché altrimenti sarebbe cosa superflua il discutere.

«Una eccellente combinazione sarebbe la Confederazione italiana, ma è molto dubbioso, se essa possa essere messa in pratica nelle singolari condizioni, in cui oggi versa l'Italia. Prima di unirsi al Congresso l'Inghilterra deve conoscere in quale guisa s'intende assicurare l'esecuzione del Congresso. In quello, che concerne i Duchi di Toscana e Modena ho ragioni sufficienti da supporre, che né la Francia né l'Austria tenteranno per mezzo della forza di stabilirli sui loro troni. E necessario eziandio essere di accordo relativamente al potere temporale del Papa. Qui sta la parte la più delicata e la più difficile della questione. Sarebbe da desiderarsi, che il Parlamento dichiarasse non volere in guisa alcuna legare le malti al Governo in quello, che riguarda la presenza dell'Inghilterra al Congresso. L'Imperatore dei Francesi ha il più vivo desiderio, che il trattato, che si dee conchiudere, ponga gl'Italiani in grado di avere un governo diretto, cioè che si governino da sé stessi. Se questo principio fosse adottato,contribuirebbe di molto ad assicurare la pace dell'Europa.

Era la prima volta, che si annunziava officialmente il congresso, e che il nuovo ordinamento dell'Italia dovesse farsi coll'intervento delle altre potenze. Il gabinetto inglese faceva chiaramente intravedere, che esso vi sarebbe, intervenuto solamente quando si stabilissero de'  preliminari conformi alla libertà degl’italiani. Russel nell'esaminare partitamente gli ostacoli, che la confederazione avrebbe incontrato nella sua attuazione, aveva rilevato precisamente l'opposizione delle aspirazioni e degl'interessi tra i popoli ed i loro antichi principi, ed in quanto al Papa aveva narrato, che richiesto un cardinale, di cui disse non essere necessario pronunziare il nome del contegno del popolo bolognese, mente egli era Legato a Bologna, rispose: «Tutto va benissimo; tutto va innanzi abbastanza tranquillamente; il popolo si comporta benissimo, ma quanto alle persone affezionate alla Santità del Papa, non vi siamo che io ed il vice-legato; e quanto al vice-legato non ne sono ben sicuro.»

Nella seduta della Camera del di 8 di agosto Russel rispondendo ad una interpellazione, ripeté gli stessi principii politici, e sul finire di settembre lo stesso ministro in un discorso, che pronunziò in un meeting in Aberdeen,dopo di avere fatto l'elogio degl'Italiani, ed esposta la giustizia dei loro desiderii,conchiuse,che se avesse luogo un congresso delle potenze Europee, e se le potenze, che hanno preso parte alle ostilità, desiderassero, che il regolamento diffinitivo della sorte dell'Italia ed il riconoscimento dei dritti stabiliti fossero consacrati dalle altre potenze Europee partecipanti a queste deliberazioni,l'Inghilterra non potrebbe assistervi, che ad una sola condizione, cioè che non abbia luogo alcuno impiego di forza straniera per imporre l'eseguimento delle condizioni della pace, quali possano essere, e che non si usi violenza sul dritto del popolo di questi paesi per dirigere i suoi affari.

Quanto alla Russia mancando i discorsi officiali pronunziati nelle pubbliche assemblee, è indispensabile di argomentare dagli articoli dei giornali più accreditati quale sia lo spirito del governo, giacché non essendo la stampa libera, l'influenza governativa si rivela sempre; se non altro per astenzione, in quelli articoli politici. Ebbene l'Invalido Russo uno dei più gravi e dei più accreditati giornali di Pietroburgo, scriveva in sul finire di settembre:

«Quanto a noi, manteniamo, che questa quistione d'italiana) non può essere risolta, che da un congresso europeo, essendo la medesima divenuta molto più grave di quello, che la si riputava da principio. Non si tratta più di sapere, se bisogna consentire alla riunione dell'Italia centrale in un solo regno sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele, ma di risolvere una quistione molto più importante nella vita dei popoli e nella storia, ed è questa specialmente: sono i dritti delle dinastie, o sono invece i dritti dei popoli di destituire delle dinastie e di chiamare dei nuovi sovrani, quelli, che devono avere la preponderanza in tutte le quistioni internazionali? Sinora le quistioni di questa fatta furono risolte dagli avvenimenti, dalla forza, e dai fatti. Ora le popolazioni dell'Italia centrale non commettono violenze rivoluzionarie; esse agiscono con moderazione, con calma, rivendicando dei dritti, che noi abbiamo sinora considerati come dritti rivoluzionarii. Riconoscere questi dritti o non riconoscerli è cosa del pari pericolosa. Ecco perché un congresso è indispensabile.

«Secondo noi la quistione dell'Italia centrale può essere risolta sopra una base meno larga. Si può restringerla nei seguenti termini: �" I dritti accordati dal congresso di Vienna e dai trattati del 1815 devono essi rimanere eterni ed inviolabili? O invece si possono modificare secondo le esigenze del secolo, l'andamento degli avvenimenti, le nuove condizioni politiche dell'Europa?

«Il trattato del 1815 è stato fatto contro la Francia e a vantaggio dell'Austria. Napoleone 1° è stato rovesciato dall'Europa coalizzala, e l'Austria, venendo a partecipare a questa coalizione, ha consumato l'opera. Ecco perché l'è stata ceduta l'Italia, nella quale sin allora regnava Napoleone. Oggi le circostanze sono intieramente cambiate. I trattati del 1815 non sono invocati, che da quelli, che vi trovano il loro vantaggio.

«Il Marchese d'Ageglio ha detto ultimamente nel suo articolo stato pubblicato dall'Opinione: — Se in conseguenza dei trattati del 1815 il Re di Sardegna non può regnare nell'Italia centrale, a Parigi deve in conseguenza degli stessi trattati regnare il Conte di Chambord. — Questa frase ardita ha un profondo significato. Essa prova, che non si può più avere appoggio sui dritti stabiliti dal Congresso di Vienna, e che la causa delle dinastie degli Asburgo-Lorenesi, della Casa d'Este e dei Borboni nell'Italia centrale non è assolutamente così inviolabile come l'Austria si sforza di presentarla. Nel 1813 quelle Dinastie furono riconosciute utili per la tranquillità dell'Europa; oggi non solo le popolazioni le respingono, ma la loro ristorazione diviene una causa di eterne turbolenze e di guerra; esse sono dunque pericolose per la pace e per la tranquillità dell'Europa. Per conseguenza l'Europa nel 1859 ha nell'interesse della sua propria tranquillità lo stesso dritto di stabilire delle nuove combinazioni, che l'Europa del 1815 ebbe di sottomettere l'Italia alla dominazione austriaca.»

Tal era l'opinione del foglio di Pietroburgo. Era anche tale l'opinione di quel Gabinetto? Abbiamo già detto, che logicamente lo si poteva credere, ma è indubitato però, che l'Austria stessa se ne allarmava per le conseguenze del Congresso.

Circa quegli stessi giorni l'organo più accreditato della politica prussiana, la Gazzella Nazionale di lerlino, scriveva:

«Da nostra parte noi non vediamo la minima ragione, che possa ora indurre la Prussia a prendere una posizione diversa da quella, che fu con tanta chiarezza esposta nella noia del 5 Luglio. Il suo intervento avrebbe per iscopo di opporsi ad ogni aumento di potenza per parte della Francia, ma lasciando tuttavia aperto al miglioramento degli affari italiani un campo quanto più possibile vasto, la Prussia non poteva consigliare all'Austria di cedere una provincia; se dunque l'Austria garentiva delle istituzioni nazionali alla Lombardia, questa doveva esserle conservata, mentre il Piemonte avrebbe domandato un ingrandimento nei Ducati, o che la sorte di questi fosse altrimenti regolata.

«L'Austria ha creduto mi migliore affare lo intendersi direttamente con Napoleone III; essa ha abbandonato la Lombardia, e si è falla in correspettivo promettere dal suo nuovo amico la ristorazione dei Duchi di Toscana e di Modena.

STORIA DELLA GUERRA DI SICILIA

UN COMMISSARIATO DI POLIZIA MESSO A SACCO

NELLA GIORNATA DEL 28 GIUGNO

«Questo fatto di non essersi pensato, che agli Arciduchi e di avere obliato la Duchessa di Parma prova, che l'Austria non era in questa circostanza per nulla guidata dai principii, ma unicamente dall'egoismo. Ma ecco che oggi l'Imperatore Napoleone non può o non vuole pagare la lettera di cambio, che ha sottoscritto a Villafranca, e che in fondo la situazione a fronte di altre eventualità pare molto più cattiva di ciò, che lo fosse quando emanò il proclama dell'Imperatore d'Austria. Non vi è la minima ragione perchò la Prussia dopo tutto ciò, che si è passato, venga a mettere dei carboni ardenti sulla testa del suo accusatore, perché sia da essa aperta la via all'implacabile reazione, che presto o tardi dovrebbe seguire la ristorazione degli arciduchi dopo esservisi già decisamente rifiutata.

«L'ultima scena di assassinio, ch'ebbe tostò luogo a Parma, prova quale odio terribile è stato seminato in quei paesi, e quale forma assumerebbero in avvenire i mezzi di comprimerlo. Da una parte il pugnale, dall'altra il patibolo riprenderebbero egualmente il loro antico ufficio. Rendere eterno questo esecrabile stato di cose non sarebbe né politico né umano. Non solo un Piemonte forte sarà il. solo in grado di far cessare questo scandalo e di sostituirvi un fortunato sviluppo del paese, ma starà a lui ancora di chiudere nel miglior modo la porta ad ogni futura ingerenza della Francia. Non rimane più che un sol mezzo, quello che indicava il signor Schleinitz nella sua nota del 5 Luglio di soddisfare cioè ai voti moderati delle popolazioni; voti, che furono sin d'allora formulati in un modo preciso. Dopo quanto testi~ è accaduto a Parma, v'ha pericolo nel ritardo, ed il Re di Sardegna, in vista degl’impegni da esso presi, non potrà guari tardare a porsi direttamente alla testa degli a fari.

«In in ogni tempo le guerre hanno rovesciato lo stato di cose, che precedentemente esisteva senza che siasi in ciò visto una violazione dell'ordine divino. Il gran numero delle famiglie dell'Alemagna, che non furono nel 1814 ristabilite, basta per provare ai partigiani più vigorosi del principio di legittimità, che anche nei periodi di ristorazione vi hanno certi dritti particolari, che non possono essere ristabiliti quando sono incompatibili cogli eterni dritti della vita dei popoli. Le vecchie dinastie devono opporre al napoleonismo, se vogliono resistergli, dei baluardi più forti, che non siano dei semplici titoli di dritto, i quali non sono, che di una forma; in ciò consiste l'insegnamento più chiaro, più splendido, che sia emanato dall'ultima guerra. per chiunque non chiude volontariamente gli occhi e le orecchie.

«Ai nostri giorni nessuna teoria politica rovescerà questo principio, che i popoli non sono fatti pei Troni ma i Troni poi popoli. Neppure basta oggigiorno l'appoggio delle baionette straniere ove il potere tradizionale può essere attaccato da un altro potere forte e risoluto, che non va soggetto ad alcuno degli incagli della tradizione, e che qualunque siano d'altronde la sua origine ed il suo scopo, ci apparirà come l'istromento di una giustizia più alta quando verrà a rompere vecchie vuote forme divenute impossibili.

«Anche al primo Impero francese si dovette cercare di opporre ben altre potenze, che delle coalizioni come quella di Pillnitz.

«Epperò la stampa seria, accreditata, quella che comunemente era ritenuta come l'espressione officiosa del pensiero del governo, era di accordo nelle due Potenze del Nord nella esposizione dei principii, che dovevano prevalere nel nuovo assetto politico delle famiglie europee. Ma l'articolo, che abbinino trascritto, ha un'altra importanza; esso prova che cosa si pensasse in Prussia sul modo come la guerra era finita e quali impressioni vi producessero le difficoltà, che si vedevano sorgere nell'attuazione del piano politico, che quella pace si era proposto. Però quale delle due cose affermate da quell'articolo era la vera? Napoleone non voleva o non poteva pagare la cambiale firmata a Villafranca? La soluzione di questa quistione vale a stabilire sempre meglio il carattere della rivoluzione italiana. È d'uopo di ritornare addietro.

Il di 8 settembre il Momileur comparve con un articolo del tenore seguente:

«Quando i fatti parlano da sé stessi sembra a primo aspetto inutile di spiegarli. Nondimeno quando la passione o l'intrigo sfigurano le cose le più semplici, divenne indispensabile ristabilirne il carattere, affin ché ciascuno possa valutare con conoscenza di causa l'andamento dei fatti.

«Nel mese di luglio decorso, quando le armate franco-sarde ed austriache erano a fronte fra il Mincio e l'Adige, le sorti della guerra erano presso a poco eguali da una parte e dati' altra; giacché se l'armata francosarda avea per sé l'influenza morale dei buoni successi ottenuti, l'armata austriaca era numericamente più forte ed appoggiavasi non solo sopra fortezze poderose, ma ancora su tutta l'Alemagna pronta al primo segnale a sostenervi le sue parti. Verificandosi questa eventualità, l'Imperatore Napoleone era forzato di ritrar le sue truppe dalle rive dell Adige per portarle sul Reno, e quindi la causa italiana, per la quale era stata intrapresa la guerra, trovavasi, se non perduta, almeno grandemente compromessa.

«In queste gravi circostanze l'Imperatore pensò sarebbe vantaggioso primieramente per la Francia e poi per l'Italia, di conchiudere la pace, purché le condizioni fossero conformi al programma, ch'egli si era imposto, ed utili alla causa, che voleva servire.

«La prima quistione era di sapere se l'Austria cederebbe per trattato il territorio conquistato; la seconda, se essa abbandonerebbe francamente la supremazia, ch'erasi acquistata in tutta la Penisola; se essa riconoscerebbe il principio di una nazionalilà italiana, ammettendo un sistema federativo; se finalmente essa consentirebbe a dotare la Venezia d'istituzioni, che ne facessero una vera Provincia italiana.

«Relativamente al primo punto l'Austria cedé senza opposizione il territorio conquistato, e relativamente al secondo promise le più larghe concessioni per la Venezia, ammettendo per sua organizzazione futura la posizione del Lussemburgo a fronte della Confederazione Germanica; ma essa metteva a queste concessioni par condizione sine qua noi; il ritorno degli Arciduchi nei loro Stati.

«In tal modo la quistione trovavasi posta assai nettamente a Villafranca: o l'Imperatore non doveva stipulare niente per la Venezia e contentarsi 'lei vantaggi acquistali dalle sue armi, oppure per ottenere le concessioni importanti e la ricognizione del principio di nazionalità doveva dare la sua adesione al ritorno degli Arciduchi.

«Il buon senso segnava dunque la sua condotta, giacché non trattavasi affatto di ricondurre gli Arciduchi col concorso delle truppe straniere, ma invece di farli ritornare con serie guarentigie per libera volontà delle popolazioni, alle quali si farebbe capire quanto questo partito fosse propizio agl'interessi della grande patria italiana.

«Ecco in poche parole la vera storia delle trattative di Villafranca, e per ogni animo imparziale è evidente, che l'Imperatore Napoleone otteneva col trattato di pace altrettanto e forse più che non aveva conquistato colle armi. Bisogna anche bene riconoscere, non essere senza un sentimento di viva simpatia, che l'Imperatore Napoleone vide con qual franchezza e risoluzione Imperatore Francesco Giuseppe rinunziasse nell'interesse della pace europea e nel desiderio di ristabilire le buone relazioni colla Francia non solo ad una delle sue più belle provincie, ma ancora alla politica forse pericolosa, ma ad ogni modo non priva di gloria, che aveva assicurato all'Austria il predominio dell'Italia.

«Infatti se il trattato era sinceramente eseguito, l'Austria non era più per la Penisola quella Potenza nemica e pericolosa, contraria a tutte le aspirazioni nazionali da Parma fino a Roma, e da Firenze, sino a Napoli; ma essa diveniva invece una potenza amica, poiché consentiva volenterosamente a non essere più potenza alemanna al di qua delle Alpi ed a svolgere essa stessa la nazionalità italiana sino alle rive dell'Adriatico.

«Da quanto precede è facile comprendere, che se dopo la pace i destini dell'Italia fossero stati affidati ad uomini più preoccupati dell'avvenire della patria comune che di piccoli vantaggi parziali, lo scopo dei loro sforzi sarebbe stato di svolgere e non d'incagliare le conseguenze del trattato di Villafranca. Qual cosa infatti più semplice e più patriottica, che dire all'Austria: Voi desiderate il ritorno degli Arciduchi? Or bene sia pure, ma allora eseguite lealmente le vostre promesse, che concernono la Venezia; riceva essa una vita sua propria; abbia un'amministrazione ed un'armata italiana; in una parola l'Imperatore d'Austria non sia più al di qua delle Alpi che il Granduca della Venezia, come il Re dei Paesi Bassi è il Granduca del Lussemburgo.

«Può anche darsi che in seguito di trattative franche ed amichevoli si fosse indotto l'Imperatore d'Austria ad adottare combinazioni più conformi ai voti manifestati dai ducati di Mo lena e Parma. L'Imperatore Napoleone dopo quanto era accaduto aveva dritto di contare ani buon senso e sul patriottismo dell'Italia, e credere, ch'essa comprenderebbe il movente della sua politica, che si comprende in questa parole — «Invece di azzardare una guerra europea e per conseguenza l'indipendenza del suo paese; in«vece di spendete ancora 300 milioni e di spargere il sangue di 50 mila dei suoi soldati, l'Imperatore Napoleone ha accettalo una pace, che sanziona per «la prima volta dopo tanfi secoli la nazionalità della Penisola. Il Piemonte, che rappresenta più particolarrnente la causa italiana, vede la sua potenza considerevolmente aumentala, e se la confederazione si fonda, egli vi farà la parte principale; ma una sola condizione è posta a tutti questi vantaggi, è il ritorno delle vecchie case sovrane nei loro Stati.

«Questo linguaggio, noi lo crediamo ancora, sarà compreso dalla parte sana della Nazione; giacché se cosi non fosse, che cosa accaderebbe? 11 governo francese lo ha già dichiarato: gli Arciduchi non saranno ripristinati nei loro Stati con una forza straniera, ma una parte delle condizioni della pace di Villafranca non essendo eseguita, l'Imperatore d'Austria sí troverà svincolato da tubi gl'impegni presi in favore della Venezia. Inquietalo da ostili dimostrazioni sulla riva destra del Po, egli si manterrà in issato di guerra sulla riva sinistra, ed invece di una politica di conciliazione e di pace, si vedrà rinascere una politica di sfiducia e di odio, che porterà con sé nuove turbolenze e nuovi mali.

«Sembra si speri molto da un congresso europeo, ma noi dubitiamo assai, che un congresso ottenga migliori condizioni per l'Italia. Un congresso non domanderà, che il giusto, e sarebbe egli giusto domandare ad una grande potenza importanti concessioni senza offrirle in ricambio equi compensi? Il solo mezzo sarebbe la guerra, ma non prenda abbaglio l'Italia; non v'ha che una sola potenza in Europa, che faccia la guerra per una idea; questa potenza è la Francia, ma la Francia ha già soddisfatto il suo compilo.»

Codesto articolo fece grandissima impressione in Europa e specialmente in Italia. Ricordiamoci, che alla data della pubblicazione di esso la Toscana, Modena, le Romagne avevano pronunziato nello spazio di 22 giorni, dal 16 di agosto al 7 di settembre, la decadenza delle Dinastie regnanti e l'annessione al Piemonte, e negli 11 e 12 di settembre, cioè tre e quattro giorni dopo la detta nota, la stessa decadenza e la stessa annessione fu pronunziata dai Ducati di Parma e Piacenza. L'entusiasmo destato da quelle proposizioni, l'unanimità delle deliberazioni, le feste, le dimostrazioni popolari, tutto aveva chiaramente manifestato quali fossero i sentimenti delle popolazioni, che quella nota così direttamente urtava.

Non pertanto la stampa italiana fu moderatissima, ed ilsuo contegno in quella occasione svelò, che gl Italiani sapevano moderare le più calde passioni e contenere le più forti emozioni, facendo prevalere i consigli di una. fredda ragione e di un'abituale prudenza sugli stimoli di un legittimo risentimento. Senza scostarsi punto dai riguardi dovuti all'organo officiale del governo di un Principe e di una Nazione, verso dei quali l'Italia professerà sempre, quali si siano le circostanze politiche, una profonda riconoscenza, la stampa italiana difese i principii' a le aspirazioni dei. governi e dei popoli dell'Italia centrale, e li dimostrò consentanei ai suoi veri intere ssi e ad un ordine vero, stabile, certo di prosperità pubblica e di sicurezza europea.

«L'Italia, scriveva il Crepuscolo di Milano, ha emendati e corretti i preliminari in quella parte, ch'era in sua facoltà di farlo, a seconda del programma nazionale Cosa abbiamo noi perduto e cosa vi abbiamo guadagnato? L'Austria, dice il Moniteur, non avendo più il corrispettivo del ristauro dei Principi, è sciolta da ogni impegno a favore, del Veneto. Ciò era nei nostri voli, non già per quella bruta separazione amministrativa, di cui Venezia poteva essere dotata, ma perché la confederazione rimane abortita sul bel principio. E se anche Venezia, invece di godere di un regime più mite, fosse condannata a dover essere per qualche tempo più gravata, bisogna ch'essa li si rassegni in contemplazione dell'andamento generale della causa comune; la linea di separazione tra noi e l'Ausiria si disegna per tal modo più netta e più spiccata.

E comentando poi la parte dell'articolo, in cui è detto non potersi chiedere all'Austria migliori condizioni senza offrirle un equo compenso, il foglio ita liano risponde: «In esso (inguaggio) noi scorgiamo ancora una nobile sollecitudine pel nostro paese ed un eccitamento all'Europa di concorrere a compierne la redenzione. La Francia non può dimandare dippiù all'Austria di quello, che fu stipulato dietro la guerra; ma ove mai l'Europa intendesse, che migliori condizioni potrebbersi ottenere, ella sa a qual prezzo, al prezzo di un equivalente, e l'Europa sola è nel caso d'accontentar l'Austria e di sciogliere la quistione italiana mediante un compenso territoriale.»

E più basso:

«Riepilogando, il senso della nota del Moniteur ci par questo: il moto dell'Italia centrale ha reso impossibile l'attuazione dei fatti di Villafranca; nessun intervento straniero verrà a distruggere i risultati di esso, ma d'altra parte l'Austria rimane sciolta dagl'impegni presi verso Venezia; non havvi altro modo di venire ad una conclusione che adunando un congresso, il quale non potrà fare opera terminativa, se non offrendo un compenso all'Austria. — E noi siamo ben lieti, che il moto dell'Italia centrale, ché il Moniteur chiama un successo parziale, ci abbia condotto a questo desiderato punto di avere ristretta d'assai la sfera delle trattative di Zurigo, d'avere resa vana la parte dei preliminari, che si riferiva ad un ordinamento d'Italia con ingerenze austriache,d'aver promosso il congresso Europeo, e d'avere determinato il Moniteur a porre, sebbene, in modo indiretto, la questione dinanzi all'Europa della necessità di un compenso, che soddisfi l'Austria del finale abbandono del Veneto.

Come ben si vede l'Italia non si rimoveva dal suo cammino, ed abbiamo giù osservato come i Ducati di Parma e Piacenza, i soli nei quali la decadenza e la annessione non si erano ancora pronunziate, rispondessero immediatamente a quella nota. Ma nel resto dell'Europa si giudicava diversamente. Una corrispondenza dell'Indépendance Belge affermava, che a Parigi si era inquieti, perciò sembrava ravvisarvisi un indrizzo a stringersi coll'Austria in danno dell'alleanza inglese. Alcuni dicevano, che si tendeva a pesare sul Piemonte, minacciandolo di abbandonarlo alla collera dell'Austria, onde obbligarlo ad accettare i patti di Villafranca; altri pensavano. che il moto essendo troppo avanzato in Italia, perchè si potesse sperare ragionevolmente la reintegrazione delle dinastie cadute, non rimaneva, che una sola combinazione, sulla quale le due potenze contraenti si potessero mettere di accordo; l'Austria rinunzierebbe alla restaurazione, la Francia impedirebbe le annessioni, e si formerebbe un regno di Etruria col principe Napoleone, che raccoglierebbe i suffragi dell'una e l'altra potenza. Questa combinazione però, si soggiungeva, non potrebbe accettarsi dall'Inghilterra, e quindi la pace dell'Europa ne potrebb'essere turbata.

Tal era l'opinione che, secondo il corrispondente del citato giornale, era accredfinta a Parigi in una certa società. La condotta posteriore del Principe Napoleone verso l'unità. italiana, il partito, che ha sempre preso per essa, sembra per altro smentirla.

In ogni modo nel settembre del 1861. se il fine cui tendesse l'imperatore dei Francesi non era palese, la opinione almeno apparente di quel governo era nettamente manifestata; ma siccome d'altronde gl'Italiani rimasero fermi nelle già prese deliberazioni, e con una perseveranza al di là di ogni elogio discussero all'estero i loro dritti al cospetto dell'Europa, e serbarono nell'interno un ordine ammirabile, cosi quella opinione si andò nelle sue esteriori manifestazioni mano mano modificando. La deputazione toscana, che da parecchio tempo dimorava in Parigi, fu ricevuta dall'imperatore dopo la metà di ottobre 1859, e n'ebbe risposta, che esso imperatore non si credeva abbastanza sciolto dagl'impegni di Villafranca per dare altro consiglio che la restaurazione con ampie gara alle d'indipendenza e di libertà.

«L'imperatore, scrivevano i deputati, è sempre decisissimo a non permettere interventi nessuni, neppure napoletani. Dice suoi impegni non avere altri limiti, che quelli del possibile. Raccomanda come sostanziale l'ordine.» — Ciò bastava a scemare l'impressione della nota degli 8 settembre, e ad indurne un concetto più favorevole alla causa italiana. Napoleone intendeva di soddisfare la lettera di cambio tratta a Villafranca,ma nei limiti del possibile, trai quali ogni obbligazione è circoscritta.

Nel cominciare di agosto l'Austria sembrava mostrarsi renitente al congresso, se per preliminari non si stabilissero immutabili gli aggiustamenti di Villafranca. — «Assicurasi, scriveva la Presse di Vienna, che il conte di Rechberg ha dichiarato al gabinetto delle Tuilleries, che l'Austria non ha nulla da obiettare alla riunione di un congresso per occuparsi degli affari d'Italia, purché però i diplomatici, che lo comporranno, non abbiano punto da toccare i preliminari di Villafranca. L'imperatore Francesco Giuseppe, dice la nota del conte di Rechberg, riguarda gli aggiustamenti, di Villafranca come immutabili, e pensa, ch'essi non potranno essere modificati, che in virtù di un comune accordo dei sovrani di Francia e e d'Austria.»

Il che era precisamente quello cui l'Inghilterra non si prestava.

Due mesi dopo, nel cominciare di ottobre, due condizioni pareva che l'Austria mettesse come essenziali del congresso ovvero di una conferenza. La prima, che oltre le cinque grandi potenze dovessero intervenirvi anche la Spagna, il Portogallo, e la Svezia quali compartecipanti al congresso di Vienna. Si pensava con ciò di rafforzare l'elemento cattolico, che tra le cinque grandi potenze era in minoranza, e si diceva, che la Francia vi aderisse di buon grado per la ragione, che mirando a lacerare il trattato di Vienna, aveva interesse, che da un maggior numero di potenze e con maggiore solennità ciò si facesse. La seconda condizione riguardava le quistioni da sottoporsi alla conferenza, ed in questa persisteva la divergenza de gli interessi e delle opinioni. La confederazione rimaneva per l'Austria un preliminare già stabilito, e si pubblicava pure un progetto di confederazione; che al gabinetto austriaco veniva attribuito. Questo documento non ha niuna specie di autenticità, ed è probabilissimo, che, sia stato inventato, ma in Italia fu ritenuto per vero, se non altro perché giustificava semprepiù l'avversione degl'Italiani per quella politica combinazione, e sotto di questo aspetto, e come elemento della opinione prevalente in Italia, merita di essere riferito.

La Presidenza onoraria dunque sarebbe spettata al Papa; la effettiva sarebbe stata alternativamente esercitata dal Re di Napoli e da quello di Piemonte. Il Papa avrebbe avuto due voti, tre per ciascuno Napoli e Piemonte, due per ognuno la Toscana e l'Austria, une per ognuna l'arma e Modena. Cosi il totale dei voti sarebbe stato di 14, dei quali 5 sarebbero spettati ai Principi Austriaci, e 5 altri al Re di Napoli ed al Papa.

Questi 10 voti erano sufficienti per le deliberazioni della Dieta, obbligatorie per tutt'i membri della Confederazione, tranne le disposizioni organiche nonché le decisioni relative ai principii costitutivi della Confederazione, che dovevano essere prese all'unanimità. Si scorge chiaro, che la Casa d'Austria unita al Papa cd al Re di Napoli era padrona delle deliberazioni dell'Assemblea, e che anche sola poteva frenare qualunque deliberazione della delta Assemblea. perché i suo. i cinque voti essendo maggiori del terzo di tutt'i voti, i rimanenti non raggiungevano i due terzi richiesti all'efficacia della deliberazione. Epperò,suppo nendo Napoli e Piemonte di accordo; di accordo Parma; di accordo anche il Papa, questo accordo non sarebbe bastato ad adottare un espediente, elle alla maggiore e più importante parte dei governi italiani, sarebbe piaciuto. Quanto poi alle fortezze Mantova, Piacenza e Gaeta sarebbero state dichiarate fortezze federali. La Venezia avrebbe fornio la metà della guarnigione di Mantova, il Re di Piemonte la metà di quella di Piacenza, il Re di Napoli la metà di quella di Gaeta. Il complemento di ciascuna guarnigione sarebbe stato fornito dagli altri Stati confederali nelle proporzioni da determinarsi secondo le forze del loro contingente federale. Cosi l'Austria, conservando le altre tre fortezze del quadrilatero, avrebbe avuto in Mantova la metà della guarnigione ed i contingenti degli altri due Principi della propria famiglia. Non avveniva forse con ciò, che la maggior parte del presidio di quella fortezza o era austriaco o dipendente dall'Austria.

Non si può negare, che se quel progetto, apparteneva realmente al Gabinetto Austriaco, esso mirabilmente serviva agl'interessi del suo aut ire.

Per quanto poi concerne il Papa. si credeva in agosto 1859, ch'egli avesse accettato in principio la presidenza della Confederazione ital iana, ma però tentennava sulle riforme. Si assicurava, che sottoposto al Pontefice un programma, e consultato il Sacro Collegio, questo avesse risposto:

«Vuolsi secolarizzare il governo romano. Lo è già di fatto. Su ì000 funzionarii,non ve n'ha che 300 ecclesiastici. Vi sono poi i cardinali, famiglia politica del Papa, che necessariamente lo consiglia. Essi formano il consiglio dei ministri, non però n'escludono i laici.

«Si vuole il Codice Napoleone. Già ne esiste uno uguale, e se vi furono cangiamenti, fu necessità di usi e di bisogni; fu modificato il capitolo relativo al matrimonio civile, perché urta i principii religiosi della Corte di Roma. Il Codice Napoleone ha pene più gravi ed aspre delle presenti. Il Codice di Commercio è quasi identico.

«Il Consiglio di Stato ha tutt'altre attribuzioni che quello di Francia; quasi tutto composto di laici, è presieduto da un Cardinale, che rappresenta il S. Padre, che si occupa personalmente dei lavori di quest'assemblea.

«Si querela delle finanze... Finanzieri francesi nelle contabilità dello Stato troverebbero l'ordine e economia. Una Consulta speciale controlla ogni operazione, né è nominata dal S. Padre, ma dai Consigli Provinciali, che designano i candidati.

«Vuolsi,che il governo romano dilati le libertà provinciali. La legge municipale si accetterebbe qual è oggi in Francia, ma vuolsi osservare la legge romana essere più liberale della francese. In Francia tutto possono i Prefetti: negli Stati romani l'elezione per quanto concerne i Consigli municipali. Il governo pontificio accetterà ogni mutamento, purché non urti il dogma ed i principii conservatori, che sono il perno della sua esistenza. a In generale adunque nell'autunno del 1839 l'idea di un Congresso era progredita di molto. Si riteneva che, giunte ad un certo punto le conferenze di Zurigo, la Francia sarebbe stata la prima a dimandarlo, e che l'Inghilterra, la Russia, la Prussia per diversi motivi l'avrebbero accettato; che l'Austria rimasta sola, avrebbe fatto come le altre.

Gl'Italiani per sé stessi non lo chiedevano, né lo desideravano. Essi credevano non avere bisogno di alcuna estrinseca sanzione, e pensavano non esistere nelle sfere della vera giustizia potere alcuno superiore al voto ed al fatto inattaccabile delle popolazioni; d'altronde erano convinti, che niuno meglio di loro avrebbe potuto o voluto ordinare le cose loro. E non pertanto non pensavano allora, che avrebbero ottenuto dall'Europa l'intero abbandono agl'Italiani dell'italiana organizzazione. — «Non si rompe, si diceva, in un giorno quel che i sofisti diplomatici chiamano dritto storico. La funesta frase di questione europea, di tribunale europeo, ricorse e ricorre nel secolo nostro ad ogni radicale mutazione di qualche Stato secondario. Il Belgio, la Grecia, Napoli, lo Stato Pontificio, la Porta, i Principiati Danubiani diedero nel corso di 40 anni materia di decisioni ai Congressi o di memorandun collettivi. E sarebbe una solidarietà degna del moderno incivilimento quella dell'associazione degl'interessi, che stringe i popoli e tende a formare gli Stati Uniti dell'intero continente, se il così detto Tribunale della diplomazia procedesse nelle sue sentenze dietro norme di puro dritto e su tutti egualmente esercitasse la propria giurisdizione. Ma invece esso agisce ciecamente e colla più deplorabile discordia di propositi e di principii.

Ma invece non può, non osa immischiarsi negli affari dei forti imperi; e permette a questi (come già permise più volte alla Francia) o lascia passare in silenzio le più insolenti lacerazioni dei suoi vecchi protocolli.

Nondimeno, si aggiungeva, per una provvidenziale combinazione l'Italia deve ritrarre vantaggio da questo disaccordo delle potenze di prinf ordine. Tutte possono dirsi isolate. Mancano le salde alleanze, non vi sono i fermi e preconcetti comuni sistemi. Epperò in tale stato di cose quale Potenza, eccetto l'Austria, può avere interesse contrario al voto dell'Italia centrale per l'annessione al Piemonte?

Di Napoleone III quasi non occorre parlare. Egli vede compensala dalla fermezza e dalla perseveranza degl'Italiani una lacuna deplorabile dei capitoli di Villafranca, una lacuna, ch'egli ha deplorato gravemente parlando alla Nazione francese; così rimane giustificata la pace strozzata e criticata, cd accolta dal dubbio e dallo sconforto universale.

L'Inghilterra deve sentire ornai la forza di questa indeclinabile alternativa; o contribuire allo scioglimento, per cui gl’Italiani abbiano definitiva esistenza propria e non abbisognino più del continuo protettorato francese, o tollerare, che questo protettorato sia la condizione normale della Penisola per lungo tempo, per un tempo indefinito.

Per la Prussia e la Russia, oltre il motivo di naturale gelosia per l'Inghilterra, altri speciali e non meno forti concorrono a consigliare la stessa condotta. Esse intenderanno bene, che o non debbono occuparsi affatto dell'Italia e non impacciarsi punto di congresso, ovvero contribuire potentemente a sottrarre l'Italia da ogni dominazione, a farle forza propria, a chiudere definitivamente questo eterno campo di antagonismi e di guerre per le finitime Potenze.

«Dunque, si conchiudeva, senza chiedere né desiderare il congresso, lo aspetteremo scevri di timori, anzi pieni di fiducia nell'esito! Poiché l'ostinazione dell'Austria rende impossibile qualunque decisivo accordo fra i due contraenti di Zurigo, poiché queste parziali conferenze non dànno alcuna speranza di pace sicura, né di chiara soluzione pel generale ordinamento d'Italia; poiché bisogna per forza provocare e sostenere un giudizio collettivo di tutte le potenze, Traversiamo impavidi anche questa fase.

«La diplomazia si stancherà d'imporci ardue prove prima che noi di vincerla coll'unione e colla costanza.

«Ogni prova superata felicemente ci crea un nuovo dritto, ci suscita nuovi amici ed ammiratori in tutta Europa, riducendo i nemici ad impotente stupore.

«Ma ricordiamoci, che per avere piena e finale vittoria in questa lotta nuova e difficile, bisogna operare sempre e molto antivenire le operazioni del congresso, usufruttare il tempo, che da esso ci separa, rendere con fatti compiuti ed ordinamenti nostri impossibile qualunque decisione contraria.

«Ciò che oggidì spinge l'Europa al congresso è un grande bisogno e desiderio di pace, di confidenza nell'avvenire. Nessuno crede alla pace di Villafranca finché i problemi da essa lasciati intatti non siano sciolti. Gli affari sono paralizzati, le borse deserte od oziose. Malgrado l'abbondanza dei capitali ed il basso prezzo di molti titoli solidissimi, si tiene infruttifera una enorme massa di denari nei maggiori centri europei;, si osserva con diffidenza, si aspetta!

«Ebbene! volgiamo a nostro profitto questo generale sentimento. Prepariamo con prudenza e con energia nel frattempo le cose nostre in tal modo,che non. si possano decidere contro di noi se non a costo di nuovi pericoli e conflitti. Saremo certi d'avere allora per noi anche gli uomini della pace ad ogni costo, dapprima nostri nemici ().

Cosi si pensava dagl'Italiani; questa era la loro fede, questo il loro piano politico; la prima non venne mai meno, il secondo non si cambiò mai a traverso delle pruove di ogni genere, cui furono sottoposti; il tempo, questo elemento tanto importante della soluzione di tutt'i problemi della vita degli uomini e delle cose, diè a divedere, che il loro giudizio era giusto.


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CAPITOLO XIV

Continuazione Altra pressione diplomatica �"Le Assemblee nazionali italiane

SOMMARIO

Lettera di Napoleone III a Vittorio Emmanuele — Un anno prima questa lettera avrebbe entusiasmato gl'Italiani — Allora proibisse un effetto opposto — Risposta del Re — Articolo del Buoncompagni — Convocazione delle Assemblee italiane — Relazione di Ricasoli all'Assemblea toscana — Proposta della nomina a Reggente del Principe di Carignano — Rapporto dell'Avvocato Galiotti — Deliberazione dell'Assemblea — Messaggio di Farini alte Assemblee di Modena e di Parma — Deliberazione dell'Assemblea di Parma — Deliberazione dell'Assemblea di Modena — Dono nazionale offerto a Farini — Suo rifiuto — Assemblea di Bologna �" Relazione del sig. Ambito — Progetto del Decreto — Deliberazione dell'Assemblea — Farini proclamato Governatore Suoi provvedimenti �" Concetto politico di quelle deliberazioni — Era avversato da Vienna e da Roma — Nota di queste due Corti — Articolo del Moniteur — Messaggio di Farini ai Presidenti delle Assemblee nazionali �"Risposta del Principe di Carignano a Minghetti e Peruzzi — Lettera del detto Principe a Buoncompagni — Definizione di questa nomina — Il Constitutionel e La Patria sulla nomina di Buoncompagni �"Difficoltà di Ricasoli e loro aggiustamento �" Ritiro di Garibaldi — Ordine del giorno di Fanti — Esercito dell'Italia centrale Circolare del Ministro Piemontese agli Agenti Esteri.

 Non ometteva per altro l'Imperatore Napoleone di sdebitarsi delle obbligazioni contratte a Villafranca nei confini di un'azione prettamente morale, ed il Times in sul finire di ottobre pubblicò una lettera del dello Imperatore al Re Vittorio Emmanuele, la cui autenticità, da prima molto dubbia, fu in prosieguo senza contradizione, ritenuta. La lettera era scritta dal palazzo di Saint-Cloud colla data del 20 ottobre 1859, e diceva:

«Mio Signor Fratello;

«Scrivo oggi a V. M. onde esporle la condizione attuale delle cose, ricordarle il passato, e mettermi di accordo con V. M. sulla condotta da seguirsi in appresso. Le circostanze sono gravi; è necessario lasciar da banda le illusioni e gli sterili rimpianti, ed esaminare accuratamente la vera condizione delle cose. Perciò non trattasi ora di sapere se ho bene o male operato concludendo la pace di Villafranca, ma piuttosto di far produrre al tra lato i risultati più favorevoli alla pace dell'Italia ed al riposo dell'Europa.

«Prima di dare principio alla discussione desidero di ricordare anche per una volta a V. M. gli ostacoli, che hanno reso tanto difficile ogni trattativa ed ogni definitivo Inviato.

«Intatti la guerra offre spesso minori complicazioni della pace. Nella prima due interessi sono a fronte; l'attacco e la difesa. Nella seconda invece bisogna conciliare una moltitudine d'interessi assai opposti gli uni agli altri. Ciò che è naturalmente accaduto nel momento della pace. Era necessario conchiudere un trattato, che assicurasse per quanto era possibile l'indipendenza dell'Italia, e che potesse soddisfare il Piemonte ed i voti delle popolazioni senza per ciò offendere il sentimento cattolico o il dritto dei Sovrani, ai quali interessavasi l'Europa.

«lo ho dunque creduto, che se l'Imperatore di Austria volesse intendersi francamente con me nello scopo di produrre questo risultato importante, le!lise di antagonismo, che per secoli dividevano i due imperi, scomparirebbero, e che la rigenerazione d'Italia sarebbe effettuata di comune accordo e senza altra effusione di sangue.

«Ecco ora secondo me quali sono le condizioni essenziali di questa rigenerazione.

«L'Italia dovrà comporsi di parecchi Stati indipendenti uniti fra loro da un legame federale.

«Ognuno di questi Stati dovrà adottare un sistema rappresentativo e riforme salutari.

La confederazione dovrà allora ratificare il principio della nazionalità Italiana, non avere che una stessa bandiera ed uno stesso sistema doganale e monetario.

«Il centro dirigente dovrà essere a Roma, e si comporrà di rappresentanti nominati dai Sovrani sopra una lista preparata dalle Camere, onde in questa sorta di Dieta l'influenza delle famiglie regnanti, sospette di propendere verso l'Austria, sia equilibrati dall'elemento elettivo. La presidenza onoraria della Confederazione accordata al S. P. soddisfarebbe al sentimento religioso dell'Europa cattolica; l'influenza morale del Papa sarebbe aumentata in Italia, e gli permetterebbe di fare delle concessioni conformi ai voti legittimi delle popolazioni. Oggi il piano, che avea formato nel momento di conchiudere la pace, può ancora eseguirsi se V. M. vuole adoperare la sua influenza per favorirlo. D'altronde si è fatto un passo considerevole in questo senso.

«La cessione della Lombardia con un debito diminuito è un fatto compiuto.

«L'Austria ha rinunziato al suo dritto di tenere guarnigione nelle piazze forti di Piacenza, Ferrara, e Comacchio.

«I dritti dei Sovrani per verità sono stati riservati, ma l'indipendenza dell'Italia centrate è stata anche garentita, essendo stata formalmente eliminata ogni idea d'intervento straniero; finalmente la Venezia diverrà una provincia puramente italiana. E interesse di V. M. e della Penisola di secondarmi nello svolgimento di questo piano, onde produca i migliori risultati possibili, giacché V. M. non potrebbe dimenticare esser io legato dai trattati e non potere nel congresso, che sta per aprirsi,sottrarmi ai miei impegni; La parte della Francia è già anticipatamente delineata.

«Noi domandiamo, che Parma e Piacenza siano riunite al Piemonte, perciò questo territorio sotto il punto di vista strategico gli è indispensabile.

«Noi domandiamo, che la Duchessa di Parma sia chiamata sul trono di Modena.

«Che la Toscana, aumentata forse di una porzione di questo secondo territorio, sia resa al Granduca Ferdinando.

«Che un sistema di saggia libertà prevalga in Italia.

«Che l'Austria si liberi francamente da una causa permanente d'imbarazzi per r avvenire, e che essa consenta a completare la nazionalità della Venezia, creando non solo una rappresentanza ed un'amministrazione separata, ma anche un'armata Noi domandiamo, che le fortezze di Mantova e di Peschiera siano fortezze federali; e finalmente che la confederazione, basata sui bisogni reali non che sulle tradizioni della Penisola, consolidi ad esclusione di qualunque estera influenza l'edilizio della indipendenza italiana.

«Niente porrò in non cale per raggiungere questo grande risultato. V. M. ne sia convinta, i miei sentimenti non varieranno, e per quanto lo permetteranno gl'interessi della Francia io sarò sempre felice di servire la causa, per la quale abbiamo combattuto insieme.»

Il piano politico abbozzato in questo interessantissimo documento un anno prima della sua data avrebbe entusiasmata, e pienamente esaudita nei suoi più ardenti voti. Alla sua data l'afflisse e la impegnò nei più manifesti e più energici mezzi di morale resistenza. Tanto egli è vero, che nella politica le quistioni traggono principalmente la loro soluzione dall’elemento del tempo; o che si ritardi o si anticipi, la quistione si cambia, e la prima soluzione diviene un errore.

Così avvenne allora in Italia. Sia che il Re di Sardegna rispondesse per mezzo di lettera alla lettera dell'Imperatore, sia che vi fosse stata inoltre, come pretese un corrispondente del Nord, una comunicazione uffiziale fatta al Governo Sardo di un progetto particolareggiato di confederazione, cui quel Governi rispose con un Memorandum spedito dal Ministro degli Esteri ai Gabinetti Europei, il Re Vittorio Emmanuele o il suo governo senza scostarsi punto dalla moderazione e dalla convenienza richiesta dalle relazioni tra i due Principi insisté su tre punti.

«1° L'impegno favorevole assunto dal Re coi popoli italiani, accettandone i voti; impegno del resto conforme ai principii irremovibili, secondo i quali non volle il Re sottoscrivere i preliminari di Villafranca se non per ciò, che lo concerneva, cioè per la cessione della Lombardia; impegno. che comprende l'obbligo non solo di nulla fare ed approvare contro i suddetti voti solennemente accettati, ma di agire con ogni mezzo nell'interno ed all'estero, perciò ottengano il loro adempimento, e di proteggere contro l'aggressione straniera e contro il disordine di coloro, dai quali furono pronunziati.

«2° Il progetto di Confederazione, che S. M. altamente dichiara incompatibile coll'interesse dell'Italia e dello Stato, è affatto ineseguibile, se non a costo di radicali mutazioni, che certo sarebbero egualmente inaccettabili ed ineseguibili per l'Austria, pel Papa ecc.; punto sul quale né dentro né fuori del Congresso potrebbe mai transigere il Governo Sardo.

«3° La convenienza di non pregiudicare le deliberazioni del Congresso, posto ormai com'è fuori dubbio, che il Congresso dovesse essere convocato ().»

Queste furono, come comunemente si ritenne, le risposte del Gabinetto di Torino; ma altre non dissi utili e più positive ne diedero gl'Italiani, comunque il Débats, seguito in ciò da due fogli inglesi, elevasse il dubbio, che diceva ben fondato, che il programma contenuto nella lettera di Napoleone non si accettasse neppure dall'Austria. E difatti esso si scostava non poco dall'altro, che a torto o a dritto si attribuiva a quella Potenza.

La quistione dunque italiana ne' suoi rapporti al congresso venne con metodo e chiarezza forse per la prima volta trattala dal Boncompagni in un articolo, che sotto il titolo — La quistione dell'Italia centrale dopo la pace, fece inserire nell'Indipendente.

«La questione dell'indipendenza italiana, scriveva il Boncompagni, si concentra oggi in quella dell'Italia centrale. Vediamo a qual punto si trovi oggi, e per meglio vederlo consideriamo quali passi abbia fatto verso il suo scioglimento dal momento, in cui si vide sorgere.

«Quattro mesi fa i preliminari di Villafranca ponevano in massima, che i Duchi di Toscana e di Modena sarebbero richiamati nei loro Stati. Come si affacciava agli Italiani questo articolo?

«Le provincie del centro erano abbandonate dal potente alleato d'Italia: il Re, che aveva dovuto firmare i preliminari, non poteva continuare a proteggerle; esse non avevano forze sufficienti a reggersi da sé; quelli che erano invitati ad essere soldati di un grande esercito per divenire cittadini di una grande nazione erano posti nella condizione di sudditi ribelli, a cui non si assicurava altro, che il beneficio dell'amnistia.

«La fortezza dei propositi superò la muta fortuna: i popoli vollero e vollero fortemente mantenere i dritti della sovranità nazionale. Le assemblee proclamarono solennemente l'incompatibilità dei Principi spodestati già chiarita dai fatti.» �"E poi accenna all'annessione, alla risposta del Re, al memorandum, ai consigli di Napoleone, alle sue ripetute dichiarazioni di non ammettere verun intervento, al benefizio, che con questa dichiarazione faceva agl'Italiani.

«Ora prosiegue — che cosa aggiunge la pace di Zurigo a questa condizione di cose? Aggiunge una dichiarazione solenne ed autentica, che l'Austria non può impedire l'emancipazione dell'Italia centrale.

«La questione dunque è progredita assai in questi quattro mesi; è progredita più che non fosse dato sperare dopo i preliminari di Villafranca; non pertanto rimane da fare assai, e la parte principale delle cose da farsi appartiene al Governo Piemontese.

«La parola augusta del Re impegnò il Piemonte a promuovere innanzi all'Europa i dritti, che i voti dei popoli conferirono alla Corona. Ma questi dritti non si promuovono se non si custodiscono e se non si assicurano.

«Anche, astenendoci dall'impugnare i dritti che pur troppo sono sanciti dai trattati; anche senza troncare la questione dell'Italia centrale in un modo, che ci metta in opposizione coi potenti dell'Europa, noi possiamo progredire assai verso il solo scioglimento, che sia conforme agl'interessi dell'Italia. I rettori delle Provincie centrali hanno distrutto tutti gli ostacoli, che le tenevano materialmente separate da noi; affrettiamoci a fare altrettanto; cadano le barriere, che tenevano divisi questi membri della famiglia italiana. Si darà una giusta soddisfazione ai popoli, e si farà penetrare più addentro nei loro animi il concetto dell'unione. Chi potrà volerci male di aver fatto cosa, che potrebbe sussistere anche quando ritornassero le antiche signorie, dalle quali Iddio guardi l'Italia? I due Imperatori potranno accusarci di aver fatto cosa per cui non sussistendo le annessioni, si agevolerebbe quelli confederazione italiana, che noi liberali piemontesi non accetteremo finché l'Austria stia nella Penisola, ma che essi sono impegnali a promuovere? Le provincie dell'Italia centrale hanno fatto un grande sforzo a stare finora ordinate sotto un governo, che non era destinato a durare lungamente, e che perciò non rendeva immagine di nulla di stabile. Se chi ha dritto di parlare in nome di quelle Provincie ci richiedesse di andare a mantenere l'ordine in nome di quel Re, che solo ha la loro fiducia, noi dovremmo protestare a quei popoli e dovremmo protestare all'Europa di non volere pregiudicare la questione di sovranità, ma dovremmo pure accorrere affinché quelle Provincie verso cui abbiamo se non altro l'obbligo di una immensa gratitudine per la fiducia, di cui ci onorarono, non divengano il nido di un'anarchia, che sarebbe funesta a loro ed a noi, all'Italia ed all'Europa.

«Se il Piemonte, ch'esercitava la protezione durante la guerra, la smise mentre della pace non era firmato altro che i preliminari, fu moderazione. Se ora invitato da chi rappresenta i popoli, accorresse di nuovo ad impedire, che l'anarchia non entrasse in Italia. chi potrebbe chiamarlo in colpa? Chi ardirebbe farsi patrocinatore dell'anarchia affinché venisse fuori da questa il governo, che gli fosse meglio in grado? Questo empio voto si fece spesso dalle fazioni di ogni colore; ma in taluno degli Stati, ove più imperversa la reazione, qualche uomo di pratica e di autorità aderisse alla nefanda sentenza, non credo ch'egli osasse professarla.

….…..…..…..….……………………………….……………………………..

«Durante le trattative di Zurigo ci siamo nascosti all'ombra del nostro alleato; ora esercitiamo a favore dell'Italia centrale tutta quell'azione, a cui ci obbligano la'  bandiera, che abbiamo inalberata dal 1848 in poi, la guerra, in cui il Re capitanò i soldati di quelle provincie, il voto solenne, unanime, irrevocabile; che unite loro alle nostre sorti.

«Un, altro officio dobbiamo ancora esercitare in ordine all'Italia centrale cioè patrocinare i suoi diritti al congresso dei potentati. Ma quale sarà il contegno del Piemonte innanzi al Congresso? Ci faremo ad esporgli tutte le ragioni, che avremo da addurgli mostrando animo rassegnato a stare al giudizio, qualunque siasi per essere, ch'egli pronunzierà, od invece dichiareremo, che i popoli dell'Italia centrale hanno usato un loro dritto; che questo dritto debbes sere riconosciuto, che non potrebbe venire menomato senza fare usurpare alla prepotenza il luogo della giustizia?

«Questo secondo sistema è il solo che sia consentaneo all'onore dell'Italia e del Re italiano, il solo che sia consentaneo alle promesse di promuovere i dritti delle Provincie, che ci portarono i loro voti. Esso non contradice alle massime del giure pubblico sancito dalle consuetudini europee, secondo le quali non ha alcuna supremazia sui singoli Stati o grandi o piccoli, che siano. l'un convegno di piantati. che,hanno il dritto di riconoscere o no le mutazioni introdotte negli Stati, e che frappone i suoi officii conciliativi. affinché si desista da quelle, che turberebbero gl'interessi comuni. Se noi guardiamo alle condizioni di fatto, possiamo noi rimetterci alle decisioni di uh congresso con animo sicuro, che sia per uscirne il trionfo della giustizia? Ho udito ripetere molto questa frase, che l'Italia aspetta con fiducia il giudizio dell'Europa. Ma nell'Europa vi sono i governati ed i governanti; i governati sono sotto l'influenza generale della civiltà moderna, che li fa propendere verso la libertà, ma dal 1819 in poi molti di essi sono altresì sotto l'influenza di meschini timori o, di meschini interessi, che inducono a guardare con sospetto tutto ciò, che accenni ad un progresso di libertà; essi sogliono altresì essere profondamente ignoranti delle cose d'Italia, onde non possono giudicare rettamente della nostra politica.

«In quanto all'Europa governante, che sola penetra nei congressi, essa insieme colle preoccupazioni, che impediscono gli stranieri dal giudicare rettamente delle cose nostre, ne ha delle altre, per cui predilige la legittimità anziché la sovranità nazionale; i dritti dei Principi anziché quelli dei popoli, il giure dei trattati invece di quello dell'eterna giustizia.

«Se mai vi fosse un congresso, che come quelli di Troppau e di Laybach volesse giudicare sovranamente delle cose d'Italia. il governo del Re non potrebbe frammettervisi altrimenti, che per fare le par ti dei popoli, che confidarono in lui, ma non dovrebbe frammettervisi senza riservare i loro dritti, dovrebbe guardarsi dal parteciparvi in modo, che ca desse mai sopra lui la imputazione di atti contrarii ai dritti della nazione italiana. La Dio mercé non vi è luogo a temere, che questa ipotesi si avveri. Le dichiarazioni della Francia e quelle dell'Inghilterra dànno luogo a confidare, che il Congresso non usurperà quel dritto d'intervenire, che fu solennemente condannato. Nè oggi siamo più in condizioni tali, che lascino luogo a temere, che risorga una Santa alleanza contro i voleri riuniti di Francia e d'Inghilterra.

«Il congresso, che si sta aspettando, sarà uno dei fatti più solenni della nostra Storia, perchè per la prima volta l'Europa si accingerà a deliberare dei destini dei popoli italiani senza l'idea preconcetta d'imporci a forza i suoi decreti. Il Piemonte ed il Governo del Re compariranno in quel consesso come i rappresentanti della giustizia e dei diritti dell'Italia.

«Se essi non compissero il loro mandato con energia pari alla grandezza dell'ufficio, che debbono disimpegnare, la causa nazionale avrebbe fallito uno dei suoi progressi, perchè alcune nobilissime provincie sarebbero manomesse; ma lo avrebbe fallito principalmente perchè il regno italiano non avrebbe corri sposto abbastanza alle speranze dei popoli, e questi si rivolgerebbero là dove non conviene né agl'interessi d'Italia, né alla Monarchia di Savoia, né all'Europa governante e conservatrice n.

E mentre in siffatto modo svolgevasi dagli uomini di Stato italiani la quistione, che pareva dover essere imminentemente sottoposta al giudizio dei grandi Sovrani dell'Europa, i governi dell'Italia centrale si affrettavano di stringere maggiormente i legami colla Monarchia Sarda a fin di presentare al congresso quel fatto il più possibilmente compiuto, sul quale l'opinione liberale in Italia e fuori insisteva. Epperò si sentirono quasi contemporaneamente convocate le assemblee nazionali di Firenze, di Parma, di Modena e di Bologna, ed i governi di quei quattro Stati entrarono in una nuova fase importantissima per le sue conseguenze, ed importantissima pure per le apprensioni, che destò nei Gabinetti interessati a rimuovere l'annessione. Nello stesso giorno 7 novembre le Assemblee nazionali italiane in Firenze, in Parma, in Modena, in Bologna ricevevano la proposizione di nominarsi il Principe di Carignano Reggente per governare in nome del Re, ed il Morning-Post di quel lo stesso giorno annunziava, che la Francia non avrebbe protestato nel caso che il Principe di Carignano fosse nominato Reggente nell'Italia centrale. I rispettivi messaggi presentati nelle Assemblee spiegano la necessità di quel provvedimento.

Ricasoli nella tornata dell'Assemblea toscana del 7 novembre 1859 narrava i fatti avvenuti dopo le memorabili deliberazioni del 16 e 20 di agosto.�"

«Per soddisfare al vostro mandato, diceva, cominciò il a Governo dal fare omaggio dei voti della Toscana al Re Vittorio Emmanuele. Nè quello fu atto servile di vassalli, ma aperta dichiarazione di voler essere Italiani con Lui, auspice e duce della nazionale indipendenza. Meglio che il dominio di nuove provincie, si offriva al Re il modo di costituire la nazione secondo le ragioni dei tempi e gli affetti nostri. — Accennava al ricevimento fatto dal Re ed alle parole da lui dette ai legali toscani: alla simpatia dell'Europa; al ricevimento di altri legati toscani a Londra, a Berlino, a Varsavia, al ricevimento infine ed alle parole dell'Imperatore dei Francesi. Menziona il Memorandum del Gabinetto di Torino del 28 settembre, gli atti fermi e risoluti dell'Amministrazione toscana; l'unificazione col Piemonte e col rimanente dell'Italia centrale in tutt'i rami della pubblica amministrazione. —

«Dirimpetto a questa vita nazionale, soggiugne, che ovunque si diffonde piena e vigorosa, a che si riducono i miseri vanti della vita Municipale, le cui glorie, le cui grandezze appartengono ad un passato, che non può ritornare? Se que sti effetti si dovessero alla violenza di una conquista, non se ne potrebbe trar vanto, perchè la servitù, che ne conseguita, muta in mali anche i beni. Ma di chi ci facciamo servi noi, che divisi e piccoli, ci riuniamo in famiglia di nazione per farci uniti e forti, onde es sere padroni di noi stessi e delle cose nostre?»

Espone quindi la condizione interna dello Stato; l'ordine pubblico non è stato turbato; la Guardia nazionale in brevissimo tempo si è resa ammirabile per disciplina, solerzia, fermo contegno, destrezza nelle armi; la finanza non ha bisogni urgenti, l'esercito si organizza, l'istruzione pubblica si costituisce sopra basi larghe e principii liberali; le opere pubbliche sono promosse sia dallo Stato sia dalle Provincie; la Religione è rispettata e venerata, le proprietà assicurate, i dritti delle persone garentiti.

In questo stato, dice il Ministro, la Toscana potrebbe mantenere quanto tempo fosse necessario, ma l'Europa non può vedere di buona voglia indefinitamente prolungarsi questo stato precario.

RIPARI - IL MEDICO DI GARIBALDI

— «Come noi ab biamo già rassicurato l'Europa sui tentativi anarchici e sul buon uso, che sappiamo fare delle libertà ricuperate, dobbiamo anche su questo rassicurarla, che vogliamo rimanere in quell'ordine monarchico, nel quale oggi si trova costituita la maggior parte delle nazioni civili, e darle garentia, che il nostro principio di costituzione nazionale non si muta, né può trasformarsi in una minaccia dell'ordine europeo.

«Noi abbiamo detto di volere unire gli Stati indipendenti d'Italia sotto Io scettro costituzionale del Re Vittorio Emmanuela. Lasciando però giudice Lui solo del tempo, in che vorrà assumere personalmente l'autorità conferitagli, chiediamo, che in suo nome la Regia potestà s'instauri fra noi, per mezzo di un suo rappresentante, e l'Italia centrale, uscendo dai pericoli dei poteri temporali, prenda 'le forme di quella monarchia nazionale, ch'ella si scelse per suo reggimento.

«Invocando la reggenza non di un privato cittadino nò di un Principe straniero. ma di, uno dei prossimi congiunti del Re Vittorio Emmanuele, al quale S. M. commise più di una volta con piena fiducia la somma delle cose nel suo Regno, noi affrettiamo l'unione, ne anticipiamo i benefici effetti, rinnoviamo le difficoltà del presente, assicuriamo l'avvenire.

«Confidiamo, che la Maestà del Re eletto con la usata benevolenza verso di noi non vorrà opporsi all'accettazione della reggenza. Un tale atto per parte nostra non solo apparisce conveniente, ma benanche opportunissimo. Non fu ambizione di Regno, che spinse il nostro a stenderci una mano amica. Non Egli conquistatore fortunato varcò le sue frontiere, ma noi distruggemmo le nostre e lo invocammo liberatore„ Però come già gli chiedemmo di riposare nel suo reggimento costituzionale, noi gli chiediamo oggi di rompere gl'indugi ed affrettare in quel che noi soddisfa ed altri non offende, l'unione dell'Italia indipendente. Siamo noi, che nominiamo il Reggente come eleggemmo il Re per impulso spontaneo della nostra coscienza di fare il bene del nostro paese; Così mentre l'Europa delibera sulla durevole pacificazione di sò stessa, a noi non toccheranno le accuse di popolo incauto e solo, ma avremo i dritti di popoli ordinali per virtù propria e già congiunti per bene di tutti a quella Monarchia Nazionale, che sola può dare vero ordinamento all'Italia e pace stabile al Mondo.»

Ed uniformemente a questa relazione la proposta conteneva:

«L'Assemblea dei Rappresentanti della Toscana coerentemente alla Deliberazione del 20 agosto del corrente anno, colla quale dichiarando esser fermo voto della Toscana di far parte di un forte Regno Costituzionale sotto lo scettro del Re Vittorio Emmanuele, intendeva conseguentemente adottare la Dinastia di Savoia e lo Statuto Sardo del quattro marzo 1848.

«Considerata la risposta della prefata M. S. del di 3 settembre 1859 alla nostra Deputazione.

«Volendo dare frattanto al Governo del Paese una forma più consentanea all'ordine definitivo, che è nei voti e nelle speranze della Toscana;

«Nomina S. A. il Principe di Savoia Carignano a Reggente della Toscana, perché la governi in nome di S. M. il Re Eletto.

Nella seduta del 9 il Deputato Avvocato Galeotti fece il rapporto, e dimostrando non solo la possibilità ma anche la necessità di formare quel forte regno costituzionale invocato coll'antecedente deliberazione del 20 agosto mediante l'unione effettiva ed assoluta della Toscana al Piemonte, propone l'adozione della proposta ministeriale. La Camera era composta di 165 Deputati; sette soli erano assenti, e la più parte per servizio pubblico; 161 furono i voti favorevoli ed uno contrario.

Poscia l'Assemblea all'unanimità vota un ringraziamento ai Volontarii ed all'Esercito; ordina stamparsi la relazione di Galeotti, e l'adotta come faciente parte integrale della deliberazione, con cui S. A. R. il Principe Eugenio di Carignano è nominato Reggente della Toscana. L'assemblea conferma quindi i poteri agli attuali Rettori dello Stato per proseguire a governare sino all'arrivo del Reggente eletto, e, si proroga sino a nuova convocazione tra gli applausi universali.

Nelle Assemblee di Parma e di Modena il Messaggio del Dittatore Farini venne letto nello stesso dl 7 novembre. Fatta la storia degli avvenimenti, rilevato l'ordine mantenuto, o restaurato ove fu momentaneamente turbato, superate le difficili prove conchiude, che le condizioni politiche di quei due Stati erano rispetto all'Europa quali erano dopo la pace di Villafranca, e forse anche migliori,ma che però dovevano durare chi sa per quanto altro tempo nella presente incertezza.

«Per quante sieno grandi le guarentigie, che deve fornire il contegno fin qui tenuto dai popoli, non dobbiamo dimenticare, che questo contegno in somiglianti circostanze è già un esempio piuttosto unico, che raro nella Storia, e dobbiamo prevedere i pericoli, che nascono dalla natura stessa degli uomini e delle cose, e dalle leggi proprie, sto per dire fatali, dei rivolgimenti politici.

«La concordia ha fatto sinora la nostra miglior forza; ma questa concordia si compone di elementi, che riuniti dall'ultimo e sommo fine, sono pure diversi per natura, di tempo, e di giudizio nella scelta dei mezzi.

«Or chi non sente. chi non vede la difficoltà di mantenere per lunghissimo tempo il movimento nei limiti tracciati dalla fredda ragion di Stato?

«Egli è perciò necessario il rendere sempre più forte l'Autorità moderatrice e il dare alla nostra impresa quelle maggiori possibili condizioni di fermezza e di stabilità, che possono rattemprare nella fiducia del successo la paziente perseveranza degli animi.

«A tal fine vengo a proporvi, o Signori, di affidare la Reggenza dello Stato a S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano, Principe nel quale la devozione all'Italia si accorda colle tradizionali virtù della sua gloriosa ed onesta famiglia.»

«L'assemblea di Parma elesse immediatamente una Commessione, e ripresa dopo alcun tempo la seduta, il signor Minghetti ne fu il relatore. Disse essere stata la Commissione unanime nell'accettare la proposta legge, e nel dichiarare sciolta di pieno dritto l'Assemblea quando il Principe abbia assunto la reggenza, nel fine di fare sparire ogni resto della locale autonomia.»

E l'Assemblea in quello stesso giorno 7 novembre adottò il Decreto, che nominava il Principe di Carignano Reggente delle Provincie Parmensi per S. M. Vittorio Emmanuele II.; che incaricava il Cav. Farini di condurre le pratiche, aftìnché la reggenza fosse accettata, o gli proseguiva il mandato di continuare a governare le Provincie sopra dette sinché il Principe Reggente non avesse assunto il governo. Indi si prorogò, e si dichiarò sciolta di pieno dritto quando il Principe avrebbe assunto la reggenza.

Nè la cosa andò diversamente in Modena. L'Assemblea adottò ad unanimità la reggenza del Principe di Carignano, confermò la dittatura a Farini sino all'accettazione del Principe, e dichiarò esso Cav. Farini avere ben meritato del paese. Poi dichiarò prorogarsi e tenersi sciolta il giorno, in cui verrà officialmente notificata alla Presidenza l'accettazione della reggenza. Quindi il Deputato Brizzolari ha la parola; egli è relatore della Commessione, cui era stata rinviata la proposta Fontanelli di assegnarsi al Cavaliere Farini in piena e libera proprietà e godimento la tenuta con bosco in Caslelvetro di proprietà nazionale. La Commessione ne propone l'adozione, e di 65 Deputati 59 adottano le conclusioni della Commessione tra generali ed incessanti applausi. Era sciolta la seduta, ed i Deputati nella commozione delle deliberazioni adottiate uscivano dalla sala quando vengono richiamati. Il Presidente aveva ricevuto un biglietto del Dittatore:

«Egregio signor Presidente; — egli scriveva. Imparo; che l'Assemblea oltre le più confortevoli parole ha voluto onorarmi di un dono nazionale.

«La supplico di farsi interprete dei miei sensi di riconoscenza, ma nel tempo stesso a far sapere agli o onorevoli rappresentanti del popolo che non posso accettare il dono. E mi creda con profonda gratitudine ed osservanza.

«Modena 1 novembre 1859.

«Devotissimo Farini.

«Non appena ebbesi letto questo biglietto.; il Presidente Malmusi ed alcuni Deputati si recarono presso del Dittatore. Esprimevano essi il rammarico, che l'Assemblea aveva sentito del suo rifiuto, ma quegli rimaneva fermo nel suo proponimento, emetteva termine alla discussione con queste memorabili parole: Non mi, tolgano, o Signori, la gloria di morir povero. Pareva in quell'istante che 23 secoli fossero scomparsi, e che si fosse nei sublimi tempi dell'antica Roma!

A Bologna la proposta del Governatore era stata fatta il giorno 6 in comitato segreto per discutersi il giorno 'I in seduta pubblica. In questo di al tocco i Deputati entrano nella Sala; il signor Audinot relatore della Commessione fa il suo rapporto. Dichiara la Commessione avere accettata la proposizione all'unanimità non solo ma anche con entusiasmo.

«Le grandi potenze, diceva il relatore, per discutere la quistione italiana stanno ora per riunirsi la congresso, la cui durata non è dato calcolare né prevedere. Importa sommamente, che in questo periodo transitorio l'Italia centrale si mantenga in quello stato di perfetta tranquillità e di ordine, nel quale ha saputo trascorrere ben cinque mesi nell'aspettazione ansiosa dei suoi futuri destini. Importa inoltre, che si presenti al Congresso come una notevole parte d'Italia già riunita indissolubilmente, e sulla quale debba prendersi una risoluzione.

«Presentendo l'attuale condizione politica l’Assemblea sin da quando si separò, espresse il voto, che i quattro Stati dell'Italia centrale procedessero alla più stretta unione tra loro. Le spiegazioni date all'Assemblea dal Governo ci hanno dimostrato, che per quanto era da lui esso aveva messo in. opera ogni mezzo a tal fine.

«Ora la proposta, che di concerto coi governi di Toscana, di Modena, di Parma egli sottopone alla vostra deliberazione, risponde perfettamente a quel voto. Questa proposta non solo procaccia l'unione fra i quattro Stati, mediante la persona di S. A., ma garentisce anche sicuramente l'avvenire. Imperocché Principe per le attinenze colla Casa di Savoia, per le nobili sue qualità personali, per le prove date di senno e di esperienza politica durante la guerra dell'indipendenza, per la fiducia, che in lui it Re t i popoli ripongono, concilia tutte le volontà,, calma tutte le aspettative, domina tutti interessi,, spegne tutte le rivalità.

«Il Governo di S. M. il,Re, estraneo a questa nostra deliberazione, comprenderà facilmente le ragioni, che ci hanno indotto a prendere l’iniziativa dina così grave atto senza consultarlo.; Esso. riconoscerà ancora,, noi lo speriamo con fiducia4 la necessità di non opporsi alla nostra preghiera. Se la delicata sua posizione diplomatica gli togliesse di esercitare sia d'ora direttamente la:protezione, che ha assunto, mercé l'occupazione e r amministrazione di questo provincie, non vorrà almeno contrastarci la venuta di un Principe, la cui autorità morale vale fra noi più di un esercito.

«Nè vi si opporrà l'Europa, che non può volere con troppo lungo indugio mettere alla prova il contegno di un popolo, il quale uscendo da durissima schiavitù, ha saputo mostrare la maggiore moderazione, e oggi non chiede se non un mezzo di preser. versi, sinché piaccia al congresso riunito di riconoscere i suoi dritti. L'Europa vedrà anche una volta nella presente deliberazione, che i popoli delle Romagne anelano ad una quiete stabile, ad un ordine costituzionalmente monarchico, e che la tutela di un Principe liberale e nazionale sembra loro la maggiore salvaguardia contro i pericoli e contro le agitazioni. a Seguiva il progetto del Decreto.

«L'Assemblea delle Romagne.

«Ritenuta la integrità dei voti espressi nella tornata del 7 settembre.

«Delibera

«S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano è eletto Reggente,ed è investito di pieni poteri.

Erano 111 Deputati presenti, e 114 furono i voti affermativi; degli applausi è inutile il dire. Poi il Ministro degli Esteri lesse una relazione, che dava conto degli atti del Governo, dopo di che il Presidente annunciò un messaggio del Governatore, e questi lesse la sua dimissione dal potere, provocata appunto dalla nomina del Principe di Carignano a Reggente delle quattro Provincie del centro dell'Italia. E l'Assemblea nella tornata degli 8 accettò la dimissione del Governatore, e gli espresse i sentimenti di riconoscenza. Conferì al Dittatore di Parma e Modena i pieni poteri di governare le Romagnes sinché il Principe Eugenio avrebbe assunto la reggenza. Proclamò lo Statuto Sardo, lasciando al Governo di determinare il momento della sua applicazione. Dichiarò spettare al Reggente di ordinare il definitivo scioglimento dell'Assemblea, che intanto si prorogava.

Il Cavaliere Farini accettò il mandato conferitogli dell'Assemblea Romagnola; confermò i Ministri, ad eccezione del Ministro di Grazia e Giustizia, che si dimise, ed al 'quale fu surrogato il Professore Marinelli, e ad eccezione pure dei Ministri degli Esteri e della Guerra, i cui carichi furono aboliti, trasferendo le attribuzioni del primo nel Gabinetto particolare del Governatore, e dichiarando l'amministrazione della guerre tutta concentrata nel ministero residente in Modena.

La relazione all'Assemblea di Bologna del Relatore della Commessione espone tutto il concetto politico dell'espediente, che si proponeva. Era una misura di precauzione richiesta dalla necessità di serbare l'ordine pubblico; questo era stato sin allora mirabilmente mantenuto, ma la prudenza esigeva, che i Reggitori della cosa pubblica non si addormissero su di una condizione politica, che in quelle circostanze così precarie e nell'urto di tanti interessi, che chiedevano di essere soddisfatti, era piuttosto unica che rara. Mirava inoltre quell'espediente, e questo n'era lo scopo principale, a stringere semprepiù i legami dell'unione tra i quattro Stati dell'Italia centrale fra loro e col Piemonte.

Questo appunto era quello, che precisamente avversavano i governi di Vienna e di Roma. ed anche quello di Napoli, comunque quest'ultimo non avesse il dritto di farne obietto di diplomatiche comunicazioni, le quali invece, secondo il Courrier du Dimanche citato dai giornali di Parigi, ebbero luogo da parte dei due Gabinetti di Vienna e di Roma. Il Conte di Rechberg, secondo quel foglio, avrebbe ricordato gl'impegni di Villafranca ed invitato Napoleone a disapprovare la reggenza, dichiarando, che se il Governo francese non biasimava i voti delle Assemblee, Francesco Giuseppe non potrebbe con suo grande rammarico firmare il trattato di pace. Lo stesso diceva pure il Cardinale Antonelli, dichiarando dalla sua parte, che se la reggenza non fosse fortemente condannata, il S. Padre non potrebbe dar seguito alle riforme concertate col signor di Grammont in vista del riordinamento futuro delle Romagne degli Stati della Santa Sede in generale.

Comunque sia, egli è certo, che il 12 di novembre Moniteur scriveva:

«Le assemblee dell'Italia ceno trale offersero la Reggenza al Principe di Carignaano. Tale risoluzione è rincrescevole ín presenza t della prossima riunione del Congresso Europeo, a chiamato a deliberare sugli affari dell'Italia; giacché essa tende a pregiudicare le quistioni, che nel a congresso devono trattarsi.

— Il 12 di novembre erano già decorsi cinque giorni, da che il voto delle Assemblee era stato emanato, e ricordiamoci, che al 7 novembre il Morning-Post affermava, che la Francia non si sarebbe opposta a quella reggenza. Lo stesso giornale poi pubblicava sotto la stessa data del 42 novembre un dispaccio da Parigi, che assicurava; consistere la rimostranza dell'Imperatore Napoleone al Re di Sardegna nel dire, che il Re perderebbe il concorso della Francia autorizzando il Principe di Carignano ad accettare la Reggenza, e creerebbe una situazione compromettente pel Piemonte e per Italia. Tutto ciò accrediterebbe le note di cui abbiamo parlato..

Il Cavaliere Farini con un messaggio ai Presidenti delle Assemblee di Parma, Modena, e Bologna colla data del 19 del detto mese, s'incaricò di rispondere a queste difficoltà diplomatiche.

«I governi delle Provincie libere, egli disse, del centro d'Italia proposero concordemente alle Assemblee dei Rappresentanti del Popolo la Reggenza di S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano. Le Assemblee approvarono per voti unanimi la proposta. Ora i recenti fatti e le comuni preoccupazioni mi farino debito di dare pubblica notizia ai Rappresentanti del Popolo di ogni mia pratica ed opinione su questo argomento.

«Non ripeterò le cose dette nel messaggio, che mandai alle Assemblee di Modena e di Parma. Ma dacché in qualche documento diplomatico ed in alcuni diarii stranieri, che hanno qualità di governativi, la risoluzione presa dalle Assemblee è stata giudicata poco prudente, e dacché pare. che essa abbia rincresciuto al Governo di quella generosa Nazione, alle quale siamo uniti col vincolo di un'inestimabile benefizio, non parrà cosa disdicevole, che io esponga l'animo mio in brevi e sincere parole.

«Io son pur sempre convinto, che le Assemblee; eleggendo un Reggente, presero una risoluzione utile alla Patria, continuando sagacemente lo sviluppo lo' giro del nostro moto nazionale, del quale nessuno pretenderà, che noi vogliamo, d'animo volenteroso, rinunciare alla opportunità ed al frutto. Le Assemblee e con esse un popolo intiero diedero l'esempio forse unico nella Storia di saper regolare tutte le fasi di un rivolgimento popolare nei limiti, e starei per ditte nella legalità di una situazione politica assentite dal4 E Europa. Impresa vana a proporsi, se si trattasse di una rivoluzione capitanata da un partito, ma che è stata possibile in una società concorde, che cerca la propria salvezza con sollecitudine tanto più prudente, quanto è più viva e indissolubilmente legata per opinioni e per interessi unanimi al trionfo di una causa comune.

«Noi seguitammo infatti come costante norma dei nostri atti politici i termini della quistione italiana, quali erano posti nei consigli dei potenti, i quali hanno riconosciuto, che l'Italia non avrebbe avuto mai tranquillità, né l'Europa stabile riposo, finch'essa rimanesse campo aperto agli ingerimenti ed alle preponderanze straniere. Un nuovo principio politico doveva adunque essere sanzionato in favor nostro, e doveva essere ammesso anche per noi il dritto, che hanno i popoli a liberamente disporre dei loro ordini interni.

«Ma a questo nuovo dritto degl'Italiani. doveva corrispondere un nuovo dovere. L'Italia rimasta sino allora in soggezione dello straniero, doveva nel suo rinnovamento mostrare,, che al paro degli altri popoli civili sapeva reggersi da sè, e che la sua libertà interna le poteva essere consentita, perché non ne avrebbe fatto un uso contrario alla tranquillità generale ed agli ordini politici dell'Europa.

«La Reggenza del Principe di Carignano fu proposta dai Governi, fu accettata dalle Assemblee, perché rispondeva al doppio termine di questo problema. E non potrebbe dirsi, che gl'Italiani siano rientrati in possesso dell'Italia, se, quando essi prendono una deliberazione, che nella pratica conoscenza delle loro condizioni credono opportuna ad assicurare la pace e la tranquillità, dovessero prevalere contrarli consigli.

«Gl'Italiani non vorranno mai spregiare i benevoli avvisi, sopratutto quando essi sono avvalorati da tanto debito. di riconoscenza. Ma perché in così gravi circostanze, come sono le nostre, l'Italia possa dare tutte quelle guarentigie, che l'Europa chiede, è necessario, che l'Europa le lasci in ricambio la scelta dei mezzi.

«Come seguitare i consigli d'ordine e di prudenza, se altri e più imperiosi consigli vengono a vietare o ad, indugiare un provvedimento, pel quale noi intendemmo avvalorare il principio di autorità, unirci pii. strettamente agli ordini monarchico-costituzionali, ed assumere le obbligazioni di uno stato regolare.

«Molti animi generosi ed insofferenti d'indugio cominciano a credere, che noi ei travagliamo in opera di vana moderazione, la quale non possa avere altro risultamento che quello di spossare le vive forze dell’entusiasmo: pare ad altri, che durando le incertezze, sia giunto il momento di ricorrere a quei mezzi, che in un solenne manifesto furono dichiarati legittimi quando si tratta dell'indipendenza nazionale.

«Quando i Governi, proposero la Reggenza alle Assemblee, sebbene non. avessero. accordi prestabiliti col governo sardo, essi avevano la certezza morale, che i voti dei rappresentanti del popolo sarebbero stati esauditi. Ce n'era garante la, lealtà del Re, il quale aveva accolti i voti di sudditanza, del Re pel quale non vi ha pensiero o. pericola, ohe possa superare la religione della data parola. Ce n’erano garanti la sagacia del suo governo e di tutto il popolo subalpino, i, quali sentono e sanno, che se il Governo del Re cessasse di, essere a capo del moto nazionale, questo non si arresterebbe, ma perduto il simbolo della concordia e della legge moderatrice, sarebbe condotto ad estremo pericolo dalle stesse sue forze. La coscienza del vero c'induceva come onesti uomini e schietti governanti a dire all'Europa: Noi non ci illudiamo sui pericoli di una indefinita aspettazione, noi vogliamo tutte le garanzie, vogliamo acquistare tutte le forze di quel più regolare governo, che a noi nelle presenti condizioni sia dato costituire.

«In questo modo, o Signori, erano preventivamente disarmate le calunnie, che si preparavano da chi conta sul tempo, che fredda gli entusiasmi e genera i sospetti.

«Di chi sarebbe la colpa, se i mali preveduti si avverassero? — Mia no — Sul terreno dell'onestà, solo su questo terreno, sento di non avere superiori. Pongo la mano sulla coscienza, nella quale ad ogni istante rientro con religiosa trepidazione, dacché mi fu affidata la sorte e l'onore dei miei concittadini; le coscienza mi dice, che ho fatto ciò che doveva.

Tralasciamo quello, che rimane di questo messaggio, perché poco importante. La parte, che ne abbiamo riferita serve ad indicare tutto il pensiero dei governanti dell'Italia centrale, ed a svelare le condizioni morali, in cui essa si rattrovava. I pericoli di una situazione, che si rendeva molto tesa per le resistenze diplomatiche alle aspirazioni nazionali, divenivano urgenti; il messaggio ce lo dice apertamente, e tre altri fatti, la dimessione di Garibaldi, l'ordine del giorno di Fanti, ed una circolare del governo piemontese lo confermano. Ne parleremo da qui a poco; ora conviene narrare le pratiche occorse per l'esecuzione del voto delle Assemblee nazionali.

Minghetti e Peruzzi erano stati designati per pre. sentare al Principe di Carignano i desiderii delle Assemblee nazionali. Il Principe li ricevè la sera de113 novembre, ed uditili, rispose:

«Io sono profondamente commosso e ringrazia le Assemblee e i popoli dell'Italia centrale, che mi hanno dato una prova cosi grande di fiducia. Più che a merito mio l'attribuisco alla devozione loro verso il Re, e agli spiriti non solo liberali e nazionali, ma eziandio d'ordine e monarchici di cui sono animati, Potenti consigli e ragioni di politica convenienza nel momento, in. cui ci si annunzia prossima l'apertura, del Congresso, mi tolgono con mio grande rincrescimento di poter recarmi in mezzo a loro per esercitarvi il mandato commessomi. Avrei ambito, lo confesso, di dare questa pruova del mio affetto all'Italia;  pure mi conforta il pensiero, che anche coll'astenermene il mio sacrificio tornerà maggiormente utile alla patria comune.

«Nondimeno valendomi di quella stessa fiducia, di Cui mi onorano, ho stimato di fare un atto di grande interesse e vantaggio, loro designando il Commendatore Carlo BonCompagni perché assuma la reggenza dell'Italia centrale.

«Siate, o Signori, interpreti di questi miei sentimenti verso le popolazioni. Dite loro, che perseverino in quella condotta, che ha meritato le simpatie di tutta l'Europa, che confidino pur sempre nel Re, che propugnerà i loro voti e non abbandonerà chi con tanta fede si è commesso alla sua lealtà.»

Indi la mattina del 14 detto novembre il Principe diresse al BonCompagni la lettera seguente:

«Torino 14 novembre 1859

«Illustrissimo signor Commendatore, Io l'ho designata al nobile ufficio di recarsi nell'Italia centrale e di reggere quelle Provincie, che coi loro voti proclamarono di volere un forte regno costituzionale ed italiano, e poscia invocarono la mia reggenza. La sua onorevole fama, le nobili qualità del suo ingegno e del suo animo, le prove di devozione, ch'ella diede al Re ed alla patria, l'intiera fiducia, che in lei ripongo, e che ora godo di pubblicamente significarle, sono tanti argomenti perché la sua missione ottenga un esito felice.

«Ma non sono i soli. Le popolazioni dell'Italia centrale hanno date tante prove di senno, di fermezza, e di temperanza, che meritarono la stima del mondo civile. Ora io sono certo, che esse comprenderanno la necessità di perseverare in quella medesima condotta calma ed ordinata, sopratutto in questo momento, nel quale sta per aprirsi un congresso, dove le sorti d'Italia saranno discusse. e dove S. N. il Re Vittorio Emmanuele, forte dei dritti conferitigli, saprà efficacemente propugnare i loro voti.

«Le assicurazioni ripetute da S. M. l'Imperatore dei Francesi, che non vi sarebbe intervento nell'Italia centrale, sono un altro titolo di grande fiducia. Tali assicurazioni confortano potentemente la politica del Governo del Re, il quale non potrebbe mai consentire, che la violenza esterna venisse a sovrapporsi alla volontà nazionale.

«Se ragioni di buona politica consigliarono S. M. dopo la pace di Villafranca a richiamare i suoi Commessarii ed astenersi da qualsiasi ingerenza nell'Italia centrale, non è perciò, che il suo governo si rifiuti ad uffizii di un'amichevole benevolenza, che í recenti fatti hanno stretta ancor maggiormente. Io intendo esprimere la fiducia, ch'esso non rifiuterebbe entro il limite del possibile di venire in aiuto di quei paesi per facilitare loro la contrattazione di un prestito, ove fosse necessario.

«Tutte queste considerazioni mi confortano per lo avvenire. Dall'altra parte la sua missione è molto semplice e netta, poiché si tratta di dare maggiore unità all'indirizzo politico e militare in quelle provincie. Il concentramento dei poteri renderà ciascuna di esse più forte ín sé stessa e rispetto all'Europa. L'organizzazione militare sarà più facilmente completata quando sotto di lei slavi una sola amministrazione, un solo comando, un solo esercito.

«Questo esercito forte di numero e di disciplina, pronto a mostrare il suo valore, se la patria lo richiegga, non dovrà però essere né aggressivo né provocatore. Se ad alcuni spiriti generosi ed ardenti ogni ritegno sembra una colpa, ogni atto di prudenza una debolezza, conviene ricordar loro, che il tempo è un potente ausiliario delle giuste cause, e che spesso l'impazienza le guasta e ne impedisce il trionfo.

«Sotto questi auspicii, io lo ripeto, confido, che la sua missione sarà coronata di felice successo, e che le popolazioni continueranno a mantenere l'ordine inviolato e a mostrare quel senno e quella maturità politica, che tanto le onora, e che sarà validissimo argomento anche presso il Congresso, perché questo riconosca i loro dritti.

«Finalmente io sono convinto, che il Governo di S. M. non permetterà mai, che l'anarchia sconvolga Provincie Italiane, che dopo avere inviato i loro figli a combattere nelle file dell'esercito, hanno dichiarato solennemente la volontà di essere annesse ai suoi Stati, e delle quali egli ha accolto i voti.

«Gradisca. Signor Commendatore, i sentimenti della mia benevolenza.

«Firmato. Eugenio di Savoia.

Una siffatta risoluzione determinò delle spiegazioni da parte di un foglio di Torino — l'Opinione �"Scrisse quel foglio essere quel provvedimento precisamente una transazione per non compromettere l'alleanza colla Francia. Non potersi esser certo, che il Ministero non abbia procurato di distrarre le assemblee dell'Italia centrale da quel proponimento, ed esporre loro i pericoli, che implicava per le relazioni colla Francia; ma le assemblee rimasero ferme, ed il foglio osserva, che avevano ragione, perocché doveva uscire dallo stato precario, in cui da sei mesi dimoravano e fare un passo di più verso l'unificazione. Però seguita la nomina e sorta l'opposizione della Francia, doveva il Governo italiano passarvi sopra e provocare una irreparabile rottura colla Francia? Ciò non era stimato conveniente da alcuno, e se vi fu incertezza nel deliberare, lo fu per la forma, colla quale l'Imperatore Napoleone aveva manifestata questa sua opposizione e per la pubblicazione fattane nel giornale uffiziale. — «Quando mai, scriveva quel foglio, si è veduto un governo estero giudicare in questa guisa gli atti di un popolo indie pendente? La Francia può bene affermare, che se ha contratto dei doveri verso l'Italia, vi ha acquistato anche dei dritti; che se essa ha stabilito il principio del non intervento, non ha rinunciato a dar consigli, ma nell'esercitare quei e nel porgere i suoi consigli la Francia non può dimenticare o riconoscere quanto siano vivaci le suscettibilità nazionali.»

La stampa ufficiosa francese accettò quella transazione. Il Constitutionncl con un lungo articolo volle dimostrare in una forma molto moderata e benevola per l'Italia la inopportunità delle deliberazioni delle Assemblee nazionali dell'Italia centrale. Assumeva in sostanza, che nel momento in cui il Governo piemontese avesse accettato la reggenza del Principe di Carignano, avrebbe stabilito un intervento diretto in quella contrada, e si sarebbe trovato astretto a difendere anche colla forza delle armi l'annessione. Che in quanto poi alle Provincie italiane, che avevano proclamala l'annessione, esse nell'andare a quel voto avevano mostrato di diffidare del Congresso, mentre trattandosi di una quistione europea, a quello solo era devoluto l'assestamento territoriale dell'Italia. Che ingiuste erano queste diffidenze, dapoichò di tutte le Potenze intervenienti nel Congresso la più parte avevano mostrato la loro simpatia per l'Italia, e le altre erano determinate a rassegnarvisi; e fosse pure la cosa diversamente, ignorava forse l'Italia essere nel congresso due difensori, la cui potenza e divozione le sono note, l'Imperatore Napoleone e Vittorio Einnianuele? Che ingiusti erano pure gli allarmi per la ristorazione dei Principi decaduti, comeché si era sempre detto e ripetuto, che quelli non eran altro, che consigli, e che la ristorazione doveva essere un atto volontario, non mai imposta dalla forza.

POSTO AVANZATO DE’ PIEMONTESI ALL’ASSEDIO DI GAETA

«La Francia, terminava l'art. apostrofando l'Italia, la Francia in nome della fraternità di razza, che a lei l'unisce, in nome del sangue versato per la stessa causa, sugli stessi campi di battaglia, la Francia la scongiura a ricordarsi oggi, che la calma è la forza dei popoli veramente degni di questo nome e che la pazienza è il tirocinio della liberlà.» E la Patrie osservava, che mentre l'accettazione di una reggenza da parte di un Principe della casa di Savoia impegnava quasi la questione dinastica e territoriale,la designazione del Buoncompagni rispondeva ad una necessità di ordine pubblico, e riserbava al congresso ciò, che l'Imperatore Napoleone ed il Re Vittorio Emmanuele del pari che lo stesso Imperatore d'Austria erano d'accordo di riserbargli, la pienezza cioè della sua competenza.

«Così considerata, conchiudeva il Giornale, la no «mina del Signor Buoncompagni avrà senza dubbio agli occhi del Governo francese un carattere diverso da quello, che l'era stato dapprima attribuito. Si ha dunque da vedervi un ostacolo alle eventualità rivoluzionarie, che potrebbero compromettere la causa dell'Italia ed in conseguenza una garentia per l'indipendenza della giurisdizione dell'Europa, cui già appartiene questa grande causa per le vittorie della Francia e del Piemonte e pel trattato di Zurigo.

Buoncompagni accettò, Farini fece altrettanto, Ricasoli elevò delle obiezioni, i motivi e la composizione delle quali sono distintamente narrati in una circolare, che lo stesso Ricasoli diresse ai Prefetti non che al Governatore di Livorno. Si diceva, che mentre il Governo di Torino non accettava la reggenza del Principe di Carignano la Diplomazia dava alla nomina del Buoncompagni un colore non conforme al concetto dell'Assemblea nazionale nella nomina del Principe di Carignano. Lo indicava come destinalo a serbar l'ordine, quasiché i governi particolari non potessero farlo da sé medesimi. Osservava che la Autorità suprema di un privato (comunque commendevotissimo) non emanata dal Re eletto, non aveva la sua ragione di essere in alcun titolo giuridico. Che l'unificazione dei quattro Stati, indipendenti per la loro legale personalità, e uniti e cooperanti all'identico lor fine dell'annessione, avrebbe distrutto i presenti governi senza produrre, il governo diffinitivo, ch'è stato deliberato, e ch'è fermamente voluto, sarebbe stata occasione di calunnia su la volubilità degli Italiani, eccitamento di speranza pei Principi decaduti, argomento od esempio per coloro, che miravano a formare dell'Italia centrale uno Stato indipendente. Epperò bisognava, che nell'occorrenza della designazione fatta dall'augusto Principe i quattro Stati si stringessero maggiormente senza confondersi, i governi si rassodassero senza trasformarsi, l'ordine si mantenesse, evitando agitazioni dannose, perché inutili, e si mantenesse il sicuro indrizzo alla unione, nazionale, senza frapporvi un separato agglomeramento provinciale.

Vi sì narrava come dopo di essersi trattato con Farini e con Buoncompagni, Ricasoli si rendesse a Torino per invocare l'autorità morale del Re. Il Re parlò. e tutte le parti si trovarono di accordo. �"«Chi non ha veduto, dice il Ministro, questo Re magnanimo, che volge ogni suo atto ed ogni suo pensiero all'Italia, non sa che sia una grande idea personificata nella più alla espressione del potere guerriero e civile posto lealmente al servizio di una gran causa. Vorrei poter ripetere con quella medesima efficacia, che avevano sulle augusto labbra le raccomandazioni di perseverare nell'ordine e nella concordia, che abbiam sempre saputo mantenere; ordine e concordia ora più necessarie che mai; le proteste di vegliare sollecitamente ai nostri interessi, di difenderli costantemente, di propugnare i dritti da noi conferitigli innanzi al Congresso. E tutti sappiamo, e sa il inondo, che la parola del Re non fu mai spesa invano.»

E gli accordi furono questi. Esisteva un fatto consumato e di massima importanza, la Lega militare conclusa ed eseguita dai quattro Stati. Dando un capo a questa Lega, e conferendogli quell’autorità, che potesse renderne più spedita e più efficace l'azione, e insieme conferendogli quei poteri, che accrescono l'efficacia della cooperazione politica dei quattro Stati per ottenere il compimento dei loro voti, veniva a darsi forma e sostanza all'augusta designazione del Principe di Carignano, e nel tempo stesso era mantenuto quell'ordine governativo, che era stabilito dalla necessità delle cose, e sancito dalla volontà popolare e dai decreti dell'Assemblea.

«Il Governo presente della Toscana, continuava il Ministro, e quello Transappennino continueranno ad essere ciò, che oggi sono con tutta la libertà di azio ne por mantenere l'ordine e conseguire l'unione nazionale sotto lo scettro del Re Vittorio Emularmele.

«Fra i due governi starà il Commendatore Buoncompagni, il quale assumendo il titolo di Governatore generale della Lega degli Stati dell'Italia centrale, servirà di legame diretto tra questi Stati ed il Re eletto, darà direzione uniforme alle cose militari dell'esercito, e provvederà all'esecuzione di tutti quegli alti collettivi, che i due Governi crederanno di fare nell'interesse comune.»

Ed osservava quella nomina non aver bisogno dei suffragi delle Assemblee, perda; i poteri conferiti non alterando né i governi né il fine degli Stati collegati, rimaneva simbolo dell'unione col Regno italico, come aiuto a conseguirla, e riconosciuto a ciò opportuno da quelli stessi, che tengono il mandato dalle Assemblee di eseguire le loro deliberazioni.

Tale fu il componimento di quelle trattative, che durarono pochi giorni. Gl'Italiani concordi e perseveranti mantenevano il loro proposito contro i divisa. menti, i principii politici, le restrizioni, le sfuggite della diplomazia. Essi chiedevano e volevano una sola cosa, e questa cosa non tolleravano che venisse né svisata né adombrata.

Buoncompagni si recò il di 20 decembre in Firenze preceduto da un proclama di quel governo, che annunziandone la venuta, inculcava semprepiù la perseveranza, l'ordine, la concordia. — «Salutiamo, terminava il proclama, chi ha tutta la fiducia del Re, del Principe Eugenio, e la nostra. In questa concordia e in questa fiducia procediamo animosi a quella meta, che è serbata ai popoli costanti e uniti. a Però eranvi stati dei progetti, che tendevano a sostituire in Italia una politica ben diversa da quella, che sino allora era prevaluta. Da una lettera scritta da Turr al Direttore del Dritto, e da questo pubblicata, si raccoglieva, che Garibaldi essendo stato chiamato a Torino per assumere la carica d'Ispettore generale della Guardia Nazionale Lombarda, vedendo, che il partito liberale era diviso e discorde, credè un momento,che nelle condizioni di quei giorni potesse essere necessario, che il Re recasse nelle sue mani la Dittatura, il perché appena giunto in Torino preparò un proclama, nel quale trovavansi le seguenti parole:

«Sire! l'Italia non vi chiede per ora franchigie né «libertà, ma battaglie; assumete la Dittatura, guida«levi, e non deponete la vostra spada finché la pa«tris è calpestala dallo straniero oppressore.

«Che non sia in Italia altra associazione che quella di 25 milioni d'Italiani.

Fedele al suo programma, Garibaldi si dimise immediatamente dalla carica di presidente della Società Nazionale; però prima di pubblicare il proclama volle consultare i suoi amici politici, e mentre il proclama era in corso di stampa Garibaldi fu invitato ad assumere la presidenza dei Liberi Comizii, al che egli si rifiutò dapprima, allegando non dovervi essere alte associazione in Italia, che quella di 25 milioni, ma sull'osservazione, che con ciò avrebbe reso un gran servigio all'Italia, riunendo i partiti, accettò a condizione, che la società dovesse prendere il nome di Nazione armata. Questo titolo sembrò ad alcuni molto ardito, la Diplomazia se ne preoccupò; ed il Re fatto chiamare Garibaldi, in seguito di un abboccamento tra loro la Società della Nazione armata fu disciolta. I Liberi Comizii erano stati istituiti per promuovere le elezioni politiche; nella mente di Garibaldi la Nazione armala non poteva avere lo stesso scopo, per cui a senso del Generale cambiavasi col nome l'obietto dell'associazione.

Sorse allora la quistione se Rattazzi, ch'era in quel tempo a capo del Governo in Piemonte, fosse a parte di quel disegno. Turr pubblicò una seconda lettera per negarlo recisamente, ma da parte la quistione ministeriale. che spellerà al tempo di rischiararla, è certo, che in sul finire del 59 forti agitazioni si manifestavano in Italia, sl che al 12 di novembre di quell'anno Fanti diresse alle truppe il seguente ordine del giorno:

«Sovente vi hanno spiriti generosi, che s'impazientano di ogni aspettazione, la quale metta a prova le proprie e le altrui sofferenze, senza por mente, che questo difetto di costanza fu la causa precipua delle passate sventure della nostra Patria.

«Io, che vigilo con amore di padre al vostro ben essere, io che corro da molti anni la milizia e gli umani sconvolgimenti, ani sento in dovere ed in dritto di favellarvi e di essere creduto.

«Dopo il voto unanime del Paese abbiamo obbligo maggiore di corrispondere alle sue speranze ed ai suoi sacrifizii con quella dignità, che ci dà la giustizia della causa e la spontaneità dei voleri.

«Se il combattere è da uomini forti, l'abnegazione della propria volontà sublima chi l'esercita, ed è precipuo attributo delle armate, cuore e braccia delle Nazioni.

«Non date ascolto alle ispirazioni, che possono sussurrarvi all'orecchio, ed ubbidite senza esitazione, come suole il soldato di onore, alla parola di chi ha la missione di educarvi nella nobile carriera delle armi e di condurvi più tardi ad ordinala battaglia.

«Impotente come è il nemico, che ci sta dinanzi pel numero nostro ed il vostro contegno, profittiamo della stagione invernale per istruirci, conoscerci e fare apprestamenti di ogni sorta con volontà ferma, calma, ed assennata.

«Così operando, i nemici interni e r oppressione straniera ci troveranno il giorno della lotta imperterriti al pari delle antiche legioni dei nostri padri; e l'Europa ammirando la nostra costanza. rispetterà la terra, che ci diè vita, le tante volte calpestata per l'altrui prepotenza o per le nostre intemperanze.

«E voi, giovani soldati, che al pari di me volete libera la Patria, che amate il nostro prode Re Vittorio Emmanuele II, e che sospirate il giorno della Unione, la quale sola deve agevolare e può rendere possibile la liberazione nostra dal giogo straniero, ah! pensate con quale gioia voi tornerete allora in seno delle vostre care famiglie, e direte loro con orgoglio: Eccovi il frutto della nostra costanza, della nostra pazienza, e del nostro volere.

«Il Generale in Capo M. Farini.»

Sei giorni dopo di questo proclama il Generale Garibaldi si dimetteva con un proclama, che dirigeva agl'Italiani, e col quale narrava le ragioni di quella sua determinazione.

«Trovando, egli diceva, con arti subdole e continue vincolata quella libertà di azione, che è inerente al mio grado nell'armata dell'Italia centrale, e ond'io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buono Italiano, mi allontano per ora dal militare servizio.

«Il giorno in cui Vittorio Emmanuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della Patria, io ritroverà un'arma qualunque ed un posto accanto ai prodi miei commilitoni.

«La miserabile volpina politica, che' per un momento turba il maestoso andamento delle cose nostre, deve persuadersi più che mai, che nei dobbiamo serrarci intorno al prode e leale Soldato della Indipendenza, incapace di retrocedere dal sublime e 'generoso suo proposito, e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti rituffarci nelle antiche sciagure.»

Queste erano le dissensioni, che vi erano allora tra gl'Italiani, e che avevano determinato i governi dell'Italia centrale a quel provvedimento, che ora conosciamo. La varietà era nei mezzi per raggiungere un medesimo scopo, ed i mezzi rispondevano alle opinioni, alle abitudini, ai desiderii, all'indole diversa degli uomini, che li proponevano. Quelli fra questi mezzi, che potevano essere i più popolari, erano non pertanto i più pericolosi, perché la virtù più difficile, meno comune, più penosa è la prudenza, e perché la passione è di tutti, e non è di tutti la fredda ed impassibile ragione. Questi sono i pericoli veri, che ha corso l'Italia, e quest'sono i soli, dei quali ha da temere.

Al cadere del 1859 l'esercito della Lega contava 12 Brigate di fanteria Con 24 reggimenti,12 battaglioni di cacciatori,4 reggimenti di cavalleria,10 batterie di battaglia, e 3 battaglioni del genio, che presentavano insieme una forza sotto l'armi di oltre 48 mila uomini. Questa forza era più che sufficiente contenere ogni desiderio nei Principi spodes?ati di ricuperare colle proprie forze le provincie perdute, ma era insufficiente contro un intervento, che in quei tempi si vociferava dell'armata napoletana. Il perché la destinazione del Buoncompagni a Governatore Generale della Lega mentre provvedeva a contenere le intemperanze di un partito, che ama l'Italia, ma che non sa imporre leggi né freno a questa sua passione, imponeva ancora su qualche progetto estero, anche più avventato.

Il Governo piemontese credè di comunicare ai Gabinetti esteri le ragioni, che avevano determinata la sua condotta relativamente all'Italia centrale, ed ai 15 di novembre 1859 diresse ai suoi agenti diplomatici accreditati presso le Corti straniere la seguente circolare.

«Signor Ministro,

«Le Assemblee dell'Italia centrale hanno offerto, come voi lo sapete, la Reggenza a S. A. R. il Principe di Savoia Carignano.

«La loro deliberazione presa colla stessa calma e collo stesso ordine, che avevano presieduto al voto di annessione, è stata cosi spontanea come unanime.

«Il governo del Re è stato compiutamente estraneo a questa risoluzione.

«Essa è unicamente e semplicemente il risultato delle tendenze nazionali, che il timore di una ristorazione non ha fatto, che rendere più forti e più vive; essa è un nuovo omaggio reso al principio monarchico; una nuova pruova della ferma volontà di quei paesi di mantenere l'ordine e l'autorità al riparo da ogni offesa aumentando il prestigio del potere supremo. Questa risoluzione finalmente attesta l'ardente desiderio delle popolazioni dell'Italia centrale di veder compiersi la loro unione alla Monarchia di Sardegna, che sola ai loro occhi può dare loro solide garentie di libertà e d'indipendenza nazionale.

«A fronte di un voto così importante e di motivi così potenti il Re nostro Augusto Sovrano avrebbe potuto pensare, che il suo primo potere era di ovviare ai pericoli di disordine e di anarchia, che si avevano ragionevolmente da temere, se l'offerta dell'Assemblee non fosse stata accolta.

«Ma assicurata S. M. della prossima riunione di un Congresso chiamato a risolvere le questioni, che emanano dalla situazione della Italia, si è affrettata a fare atto di deferenza verso i consigli dell'Europa, astenendosi da ogni risoluzione, che potesse essere riguardata di tal natura da incagliare la loro intiera libertà di esame e di deliberazione.

«Conformemente alle intenzioni di S. M. Monsignore il Principe di Carignano non ha, malgrado le sue sincere simpatie per le popolazioni, che gli avevano testè affidata la cura di governarle, giudicato dover accettare la Reggenza, che gli era offerta.

«Sarebbe per altro stato impossibile a S. M. come al Principe il non prendere in seria considerazione i motivi, che avevano dettato l'offerta delle Assemblee dell'Italia centrale e di non concorrere in quella misura, che alte convenienze loro suggeriva no, a garentire contro ogni perturbazione quei paesi, che hanno posto nella C,Isa di Savoia ogni loro fiducia. S. A. R. ha dunque creduto poter designare il signor Cavaliere Buoncompagni ad assumere la reggenza di quelle Provincie sino a che l'Europa riunita abbia regolarizzata la loro posizione. Questa prova di benevola sollecitudine — il governo del Re è indotto a crederlo — tranquillizzerà gli animi.»

«Concentrata in una sola mano l'autorità, sarà più attiva e più forte. Essa terrà in rispetto le fazioni, le quali profittando della pubblica impazienza, tentassero di spingere le popolazioni e l'armata ad atti inconsiderati e pericolosi.

«E in una parola un pegno dato alla sicurezza dell'Italia, alla tranquillità dell'Europa, pendente il tempo, in cui il Congresso avrà da deliberare sulle questioni, che gli saranno devolute.

«Ma noi non sapremmo nasconderlo. Questa misura pel carattere provvisorio, che porta con sé stessa, non potrebbe rassicurarci compiutamente, se dovesse troppo prolungarsi.

 «E’ urgente, che il Congresso si riunisca al più presto possibile, com'è di tutta necessità, che la soluzione, che giudicherà di adottare sia tale, che soddisfacendo ai bisogni ed ai voti delle popolazioni italiane faccia per sempre cessare il pericolo di rivoluzioni interne e d'interventi stranieri. Lunghe dilazioni sarebbero funeste; una soluzione, che non garentisse l'indipendenza nazionale dell'Italia, non sarebbe che Mia sorgente di nuove disgrazie per gl'Italiani, d'inquietitudini e di conflitti per l'Europa.

«Io v'invito, signor Ministro, a portare il contenuto di questo dispaccio a conoscenza del Governo di.... insistendo per la pronta riunione del Congresso.

«Gradite ecc.

«Dabormida.

Cosi si compi la penultima fase, in cui entrarono le Provincie dell'Italia centrale; gli avvenimenti si incalzavano l'un l'altro, ma nel loro celere progresso gr interessi si complicavano sempre di più; i fatti venivano a far giustizia de'  giudizii non veri, le speranze concepite si dileguavano,le illusioni ricadevano nel nulla, nel quale si decompongono, e l'accordo preliminare, che doveva informare il congresso, diveniva semprepiù difficile a conseguirsi. Un fatto, che fece in Europa uno strepito quasi simile a quello di una grande battaglia, rese più manifesta la incompatibilità degr interessi, che si aveva in animo comporre, e l'Italia centrale sempre calma, sempre perseverante nei suoi propositi, sempre salda sulla strada della legalità, subì alla pur fine la sua ultima e diffinitiva fase.


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CAPITOLO XV

Nuova fase della quistione italiana — Il Papa ed il Congresso �" 

Prime voci del suffragio universale.

SOMMARIO

Proclama di BonCompagni in Firenze — Sua importanza — Difficoltà per lo Congresso — L'Opuscolo il Papa ed il Congresso — Stampa francese su di esso — Stampa inglese, austriaca, legittimista �"Impressioni, ch'esso fece in Italia — Conversazione tra il Nunzio del Papa ed il Conte Walewsky — Il Moniteur non pubblicò nessun articolo — Articolo del Pays — Il congresso è differito indeterminatamente — Dimande del Papa �" Dimessione di Walewsky. Thouvenel parteggiano dell'alleanza inglese �" Lettera dell'Imperatore al Papa — Articolo del Monitor — Il Giornale di Roma e l'Armonia — Progetto di una conferenza a Londra — Cavour ritorna al Ministero — Composizione del nuovo ministero — Il Parlamento è disciolto — Circolare di Cavour ai Ministri presso le Corti Estere — Risposta del Papa a Napoleone �" Prime voci del suffragio universale — Proposizioni dell'Inghilterra �" Dispaccio di Thouvenel a Persigny — Altro all'Ambasciatore di Francia in Vienna — Dispaccio di Thouvenel al Ministro in Torino — Passaggio al Cap. seguente.

 Il Commendatore BonCompagni giunto appena in Livorno, pubblicò il manifesto, che siegue.

«Popoli dell'Italia Centrale; Designato da S. A. R. il Principe Eugenio di Savoia Carignano, io vengo tra voi per cooperare a mantenere, finché queste Provincie non abbiano un assetto diffinitivo, gli ordini, che avete stabilito; vengo fra voi per assicurarvi della benevolenza del Re e dell'affetto del Piemonte. Allorquando fu interrotta la guerra, per cui tutta l'Italia doveva divenire pienamente signora di sè, voi fermi nel pensiero, che aveva ispirato quella grande impresa, risoluti a non riconoscere alcuna autorità in coloro, che l'avevano avversata, vi collegaste. affinché unite insieme le vostre forze, riuscissero più valide a respingere ogni violenza, che si tentasse contro i vostri dritti.

«Mentre il Governo della Toscana e quelli delle Provincie poste al di là dell'Appennino più forti oggi, dapoiché stanno uniti in un solo reggimento, conservano tutt'i poteri, che sono loro deferiti dal voto delle Assemblee, io secondo i concerti presi con loro e col Governo del Re assumo la direzione suprema della Lega, affinché siano più stretti i vincoli, che uniscono fra loro le Provincie collegate, e più intime le loro relazioni col Piemonte. I legami politici stabiliti fra voi simboleggiano i vincoli di concordia, che tengono tutti gli animi nell'amore dell'indipendenza italiana, e che agevolano quella perseveranza, a cui vi esortava il Re Vittorio Emmanuele, allorquando accoglieva i vostri voti. Egli non vuole, che questa vostra perseveranza sia impedita né da interventi stranieri né da perturbazioni interne, né da difficoltà economiche.

Egli è capo di un popolo forte e libero, il quale sta indissolubilmente unito al suo Re per propugnare in pace ed, in guerra la causa d'Italia, e riconoscente all'altissima prova di fiducia, che gli deste, dichiarando di volervi congiungere ad esso, difenderà come suoi i vostri dritti.

«Il mondo civile ammirò quanto operaste per assicurare in queste contrade i benefizii dell'indipendenza e della libertà. Colui, il cui nome vivrà immortale nella storia, per avere primo tra i regnanti stranieri proclamato i dritti d'Italia, e per aver condotto il nostro aiuto il valorosissimo esercito francese, Napoleone III, vi assicura con la sua augusta parola, che l'opera vostra non sarà impedita dalle violenze straniere, che in addietro soffocarono in Italia i germi della libertà. I potentati dell'Europa stanno per raccogliersi a congresso, e deliberare sui modi di assicurare le sorti d'Italia, riparando gli sconci fatti dai trattati del 1815, che regolarono i dritti de'  Principi, ma dimenticarono. che vi era in Italia una Nazione Italiana. Il Re Vittorio Emmanuele vi comparirà per mezzo dei suoi rappresentanti, e vi propugnerà i vostri dritti, che sono i dritti d'Italia sanciti dall'eterna giustizia e consacrati dal sangue dei nostri fratelli, che morirono per la Patria. Ora più che mai importa, che la temperanza dei propositi, la concordia dei voleri; l'irremovibile costanza nelle risoluzioni, l'osservanza alle leggi ed ai Rettori, a cui la volontà dei popoli conferì la somma delle cose, vi mostrino degni della sorte, a cui aspirate, e quanto alieni da ogni improntitudine e da ogni aggressione, altrettanto pronti a respingere con la forza chiunque o al di dentro o al di fuori si attentasse distruggere l'edificio politico, che sorge sulle basi dell'unione, dell'ordine, e della libertà. Il mio affetto a queste Provincie vi è già noto; non mi conduce tra voi altra ambizione, che quella di secondare la politica italiana iniziata dal Piemonte e di contribuire alla vostra grande impresa. Fo assegnamento sulla vostra fiducia e sulla cooperazione de'  Governanti, che animando e dirigendo i vostri sforzi, si resero già tanto benemeriti della Patria, e che continuando ad esercitare l'autorità, che venne loro attribuita, acquistarono sempre nuovi titoli alla sua gratitudine.

«Livorno 21 dicembre 1859.

«Il Governatore Generale delle Provincie collegate dell'Italia centrale.

«BonCompagni

Questo proclama del Governatore era importante nella parte, in cui dichiarava, che il popolo piemontese congiunto al suo Re avrebbe difeso come proprii i dritti dell'Italia centrale. Era questa una esplicita manifestazione, che alla lega dei quattro Stati dell'Italia centrale il Piemonte accedeva ancor esso; e comunque il BonCompagni affermava, essere prossimo a riunirsi il congresso, pure è probabile, che sin d'allora ne conoscesse le difficoltà.

E difatti dopo la metà di decembre si diceva, che delle difficoltà erano sorte da parte di qualche grande Potenza, e specialmente della Russia e della Prussia. Secondo quelle voci il Governo di Pietroburgo aveva fatto sapere a Parigi, che il Conte Gortschakoff, Ministro degli All'ari Esteri, non si sarebbe recato a Parigi, se il Gabinetto inglese non recedesse dalla determinazione presa di non inviare alcuno dei suoi membri per rappresentare l'Inghilterra nel Congresso. La Prussia si assicurava aver fatto una identica dichiarazione; ed infatti si era rimasti sorpresi della perfetta somiglianza delle due note russa e prussiana, dapoiché la identità del linguaggio e delle forme faceva scorgere un accordo tra i due governi di Pietroburgo e di Berlino, mentre invece si era creduto, che il Gabinetto di Berlino dividesse piuttosto le opinioni del Gabinetto di S. Giacomo. Si aggiungeva in fine che se in quelle note le due Corti del Nord non si pronunziavano pel ristabilimento dei Principi per mezzo di coercizione armata, esprimevano però voti e speranze comuni di vedere il Congresso stabilire sopra basi durevoli la pace dell'Europa, e perciò mettersi in grado di fare rispettare le proprie decisioni. Ora era questo appunto ciò che l'Inghilterra recisamente non voleva.

Cominciavasi cosi a dubitare di un fatto, che sin allora si era ritenuto come certo, quando si vide dopo la metà di decembre pubblicare in Parigi un Opuscolo, che sotto il titolo Il Papa ed il Congresso stabiliva il potere temporale del Papa, ma lo confinava in Roma e nell'antico Patrimonio di S. Pietro. Il solo annunzio della prossima pubblicazione di questo scritto fu ritenuto dalla stampa periodica come un fatto della più alla importanza. Tutt'i giornali se ne occupavano, e si preparavano ad una grande polemica. Il Constitutionnel Io diceva emanare da una responsabilità tutta individuale, la cui origine non si era ancora rivelata, ma il cui valore non sarebbe stato per questo meno considerevole nelle circostanze del tempo. L'opuscolo in fine fu pubblicato senza nome di autore, e tutta la stampa europea intraprese a comentarlo.

In Francia tutta la stampa liberale era concorde nell'accettarne e lodarne le premesse, ma non si verificava lo stesso per le sue conclusioni. Quando l'Opuscolo notava, che i nuovi governi erano nati da una reazione legittima contro l'occupazione straniera, e che la Francia dopo di avere proclamato un gran principio di giustizia, di riparazione, e di nazionalità non poteva ripudiare questa gloriosa missione, e lasciare all'Inghilterra, sua liberale alleata, il privilegio esclusivo di rivendicare le conseguenze dell'iniziativa dell'Imperatore e dei trionfi delle armi francesi, la stampa liberale non poteva, che applaudire. Applaudiva pure a ciò che riteneva come la idea fondamentale dell'Opuscolo, cioè che: — «L'autorità cattolica fondala sul Domina è inconciliabile coll'autorità convenzionale fondata sui costumi pubblici, gl'interessi umani, i bisogni sodali. V'ha antagonismo fra il Principe ed il Pontefice confuso nell'istessa personificazione.»

Il Pontefice è vincolato con principii d'ordine divino, cui egli non saprebbe abdicare; il Principe è sollecitato da esigenze di ordine sociale, ch'egli non può ripudiare. Non v'ha al mondo costituzione, che possa conciliare esigenze tanto diverse.

«Il potere temporale del Papa in queste condizioni non potrà mantenersi, se non è protetto da una occupazione militare austriaca o francese. Estremità dolorosa! Giacché qualunque potere, che non vive della forza nazionale e della fiducia pubblica, non è una istituzione ma un espediente.» — Applaudiva infine quando parlando delle Romagne, l'autore dell'Opuscolo diceva non esservi, che due mezzi per ridurla, la persuasione e la forza. La persuasione? L'Imperatore dei Francesi ha tentato questo mezzo, e la sua influenza venne meno a fronte dell'impossibile. La forza? Chi oserebbe adoprarla? La Francia! «Ma essa non può. Na«zione liberale essa non saprebbe forzare i popoli a subire governi,che la loro volontà respinge.»

L'Austria!

«Come, dice l'anonimo autore, avremmo noi vinto 4 battaglie, perduto 50 mila uomini, spesi 300 milioni, scossa l'Europa, e tutto ciò perché Austria il giorno dopo la pace ripigliasse nella Penisola il dominio, che vi esercitava alla vigilia e delle sconfitte! Magenta e Solferino non sarebbero che trofei per l'istoria contemporanea! I nostri soldati avrebbero sparso il loro sangue per una vana gloria! L'eroismo francese sarebbe sterile! No, no; la politica francese non ha queste contradizioni né queste defezioni.»

Ma quando poi viene a dire, che il potere temporale del Papa incompatibile con uno Stato di una qualche estensione è però compatibilissimo con qualche centinaia di migliaia di sudditi, che segregati dalla politica, vivendo delle memorie antiche, della contemplazione e del culto delle arti, si rendono stranieri ad ogni ispirazione di nazionalità e siano quasi come un locatario, che in mezzo di una grande famiglia attiva, operosa, progressista, vive una vita romita, contemplativa ed ascetica, allora l'Opuscolo era notato di poco logico e fantastico.

Oltre lo stretto la stampa inglese in generale si rallegrava di quella pubblicazione, perocché vi scorgeva la rafferma dell'alleanza inglese ed una identità di pensieri e di vedute. Il Times specialmente se ne compiaceva,ed il Constitutionnel faceva adesione senza riserve alle illazioni del periodico popolare inglese, comunque osservasse, che partendo da principii diversi, pervenissero entrambi alla stessa conclusione. La stampa austriaca per lo contrario vi vide l'abbandono della politica, che dopo la pace di Villafranca si attribuiva 'a Napoleone, e la stampa legittimista e la clericale gridarono al tradimento ed alla perversità.

In Italia l'Opuscolo vi fu ricevuto con gran favore. Esso dava per vinta la causa nello stato in cui era, oltreché la pubblicazione di quello scritto coincideva colla nomina del Conte Cavour a primo plenipotenziario del Governo di Torino al Congresso. Si affermava, che il Papa ed il Congresso riproducesse con poche varianti un progetto di transazione, che tre anni prima Cavour aveva presentato alle grandi Potenze riunite in Parigi (), e se ne traevano più favorevoli augurii per le future decisioni dell'arbitrato Europeo. Non si accettava peraltro né la conclusione né l'argomentazione, per la quale si ricavava, ma vi si vedeva una intenzione favorevole alla causa italiana, una prima base già ammessa, e si confidava pel rimanente nel pratico risultato delle ulteriori discussioni. Vi si scorgeva un palese progresso della politica napoleonica, e ciò rincorava; quanto alla soluzione l'Italia andava per certo più innanzi, ma questo sarebbe venuto dopo. Era molto, che la politica del Papa e del Congresso distaccava violentemente la Francia dall'Austria, e più decisamente l'accostava all'Inghilterra ed all'Italia. Si dava infine a quell'Opuscolo la stessa origine e la stessa importanza, che al cominciare dell'anno aveva avuto l'altro opuscolo Napoleone III e l'Italia, e si riteneva, che con questo secondo Napoleone avesse voluto esporre per mezzo del signor de Laguerronière il suo concetto sulla quistione, che si andava ad esaminare.

Frattanto si assicurava, che Monsignor Sacconi Nunzio a Parigi fosse andato a vedere il Ministro degli Esteri Conte Walewski, per dimandargli delle spiegazioni, ed all'occorrenza provocare nel giornale uffiziale una nota, che togliesse qualunque responsabilità al governo imperiale. Si soggiungeva, il Ministro degli Esteri avere risposto al Nunzio, che tutto ciò, che concerne la stampa e gli stampati politici apparteneva al suo collega dell'Interno; nondimeno per cedere alle vive istanze del Ministro romano avrebbe veduto l'Imperatore, e procurato se fosse possibile di ottenere una risposta, che soddisfacesse le suscettibilità della Santa Sede. Però il risultamento della conversazione coll'Imperatore non fu soddisfacente. S. M. avrebbe dichiarato non essere possibile di soddisfare ai desiderii della Santa Sede; e poiché in tal modo si stabiliva un certo dissenso tra la politica del Principe e quella del Ministro, questo veniva invitato a conformarsi alla prima.

Quale si sia la verità su questi dialoghi, egli è certo, che il Moniteur non contenne veruna dichiarazione, e solamente il signor Granier de Cassagnac scrisse nel Pays, che i giornali avevano male interpretata quella pubblicazione; che l'Opuscolo non proponeva di togliersi le Legazioni al Papa, ma lo consigliava di rassegnarvisi, proclamando nel tempo stesso la necessità del potere temporale. Che in ogni modo l'opuscolo si limitava ad emettere una opinione; la decisione spettava al congresso, ed anche dopo di tale decisione la determinazione della Chiesa rimaneva piena e libera.

Intanto lo scritto aveva prodotto il suo effetto. ll Vescovado Francese si era dichiarato contra di esso, ed una viva polemica si animò tra il Vescovo d'Orleans ed il Constitutionnel,che i confini di questa storia non ci permettono di riferire. Delle difficoltà sorsero da parte di alcune Potenze, le quali non si dimostravano disposte a sedere nel Congresso senza qualche spiegazione da parte della Francia.

La Patrie cercava di rattoppare — «Come mai, essa diceva, l'opera della diplomazia sarebbe intralciata da un opuscolo, che propone di sciogliere una quistione irta di tante difficoltà? Questo scioglimento «non può piacere a tutti; si discuterà, si proporranno altri mezzi più efficaci, se se ne trovano; il Congresso deciderà in ultimo appello.

«Ma queste parole non coglievano; il congresso appuntato pel giorno 10 gennaio rimase aggiornato indeterminatamente, ed il Papa chiese come condizione della presenza del suo inviato al Congresso la garentia da parte dell'Europa del territorio pontificio, quale nel 1815 era stato stabilito.

Inoltre un fatto importantissimo avveniva in Francia e porgeva argomento della politica di Napoleone; nel cominciare di gennaio 1860 il Conte Walewski dava le sue demissioni, le quali erano accettate. Il signor Thouvenel Ministro di Francia in Costantinopoli lo rimpiazzava, ed il signor Thouvenel era parteggiano dell'alleanza inglese, di talché il Morning-Post osservava, che non vi sarebbe stata più veruna delle esitazioni apparenti, che si erano manifestate da Villafranca in poi, e che ove vi fosse stato congresso, la Francia e l'Inghilterra sarebbero state pienamente di accordo.

Pochi giorni prima, il 31 decembre, l'Imperatore dei Francesi aveva scritto al Papa la lettera seguente:

«Santissimo Padre;

«La lettera, che Vostra Santità si compiacque scrivermi il 2 decembre, mi ha vivamente commosso, ed io risponderò con intera franchezza all'appello fatto alla mia lealtà.

Una delle mie preoccupazioni,durante come dopo la guerra, è stata la situazione degli Stati della Chiesa, e certo fra le ragioni potenti, che mi hanno impegnato a fare tanto prontamente la pace, bisogna noverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grandi proporzioni. I fatti hanno una logica inesorabile ed a malgrado della mia devozione alla Santa Sede, a malgrado della presenza delle mie truppe a Roma non poteva esimermi da una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale, provocato in Italia dalla guerra contro l'Austria.

«Una volta la pace conchiusa, mi faceva premura di scrivere a Vostra Santità le idee più proprie secondo me a produrre la pacificazione delle Romagne; credo ancora, che se fin d'allora V. S. avesse consentito ad una separazione amministrativa di quelle provincie ed alla nomina di un governatore laico, esse sarebbero rientrate sotto la sua autorità. Disgraziatamente ciò non accadde, ed io mi sono trovato impotente ad arrestare lo stabilimento del nuovo governo. I miei sforzi non riuscirono, che ad impedire lo estendersi della rivoluzione, e la dimissione di Garibaldi ha preservato le Marche di Ancona da una certa invasione.

«Oggi il congresso sta per riunirsi. Le Potenze non potrebbero non riconoscere i dritti incontrastabili della Santa Sede sulle Legazioni; nondimeno è probabile, che esse saranno di parere di non ricorrere alla violenza per sottometterle. Giacché se questa sottomessione fosse ottenuta coll'aiuto di forze straniere, bisognerebbe ancora occupare militarmente le Legazioni per molto tempo. Questa occupazione manterrebbe vivi gli odii ed i rancori d'una gran parte del popolo italiano, nonché la gelosia delle grandi potenze; sarebbe dunque rendere. perpetuo uno stato d'irritazione, di malessere, e di timore.

Che cosa rimane dunque da farsi, giacché finalmente questa incertezza non può sempre durare? Dopo un maturo esame della difficoltà e dei pericoli che offrivano le varie combinazioni, lo dico con sincero rammarico e per quanto penoso sia lo scioglimento, ciò che mi sembrerebbe più conforme ai veri interessi della Santa Sede sarebbe di fare il sacrifizio delle Provincie insorte. Se il Santo Padre pel riposo dell'Europa rinunciasse a queste Provincie, che da cin qua«anni suscitano tanti imbarazzi al suo governo, e che in ricambio domandasse alle Potenze di guarentirgli il rimanente, io non dubito dell'immediato ripristinamento dell'ordine.

«Allora il Santo Padre assicurerebbe all'Italia riconoscente lunghi anni di pace ed alla Santa Sede il possesso pacifico degli Stati della Chiesa.

S. A. R. IL PRINCIPE DI CARIGNANO

«Mi compiaccio di credere, che V. S. non prenderà abbaglio su' sentimenti, che mi animano; ella comprenderà la difficoltà della mia situazione, interpreterà con benevolenza la franchezza del mio parlare, ricordandosi di tutto quello, che ho fatto per la Religione cattolica e pel suo augusto Capo.

«Io ho manifestato senza riserva tutto il mio pensiero, ed ho creduto indispensabile farlo prima del Congresso. Ma prego V. S., qualunque sia la sua decisione di credere, che questa non cambierà per niente la linea di condotta, che ho sempre seguito verso di lei.

«Ringraziando V. S. della benedizione apostolica, che essa ha inviato all'Imperatrice, al Principe imperiale ed a me, le rinnovo l'assicuranza della mia profonda venerazione.

«Di V. S. vostro divoto figlio

«Napoleone.

Nel ricevimento del 1.° dell'anno il Papa si era doluto col Generale Govon dell'Imperatore, ed il Moniteur riproducendo l'allocuzione del Papa osservò, ch'essa non si sarebbe pronunziata, se S. S. avesse conosciuta la lettera surriferita, che dopo averla riassunta, la pubblicò per esteso. Ma il foglio officiale francese s'ingannava. Il Giornale di Roma si affrettò di assicurare tutti i cattolici,e sono parecchi milioni, che hanno interesse alla conservazione dello Stato della Chiesa, che il Santo Padre si era creduto in, dovere di coscienza di rispondere negativamente a tale consiglio, sviluppando le ragioni della negativa. E l'Armonia credè di conoscere queste ragioni, ed asserì avere S. S. dichiarato, che quando venne sublimato da Dio al governo della Chiesa, giurò. solennemente di non menomare gli Stati della Santa Sede, ma di costantemente tutelarne la integrità; perciò è suo sacro dovere di non mancare alla parola giurata in faccia a Dio ed al Mondo cattolico. Il Santo Padre inoltre non deve e non vuole cedere alla rivoluzione. Egli si appella alla giustizia inesorabile di Dio, da cui un giorno saranno giudicati lui e l'Imperatore. Anche nell'esilio, anche nel carcere il S. P. pronuncerà sempre la parola non possumus, ch'è il baluardo che inutilmente tenta di abbattere la rivoluzione.

In questo stato di cose il Congresso essendo divenuto pressoché impossibile, si parlò un momento di sostituirglisi una conferenza in Londra dopoché tra i due Gabinetti di S. Giacomo e di Parigi si fossero stabilite le basi della riorganizzazione italiana; si diceva, che quale si fosse stata l'opinione delle altre Potenze la Francia e l'Inghilterra avrebbero sempre progredito, ed il Protocollo sarebbe rimasto aperto per l'accessione successiva delle Potenze dissidenti.

In ogni modo al cambiamento del Ministero in Francia rispose il cambiamento del Ministero in Piemonte. Il 16 di gennaio i Ministri rassegnarono le loro dimissioni; il Re le accettò, ed incaricò il Conte Cavour di formare il nuovo Ministero; si diceva, che questo costituito e consolidato, Cavour si sarebbe recato in Parigi ed in Londra per compiere come capo del Consiglio la missione, che dai suoi predecessori gli si voleva affidare, perciocché come Ministro la sua posizione si sarebbe trovata meno complicata e più costituzionale.

Il 21 di gennaio il Ministero si trovò costituito. Cavour ritenne la Presidenza e gli Affari Esteri, ed anche interinamente il Portafoglio dell'Interno. Cassinis ebbe Grazia e Giustizia ed Affari Ecclesiastici; Fanti fu messo alla Guerra, Vegezzi alle Finanze, Mamiani all'Istruzione Pubblica, Jacini ai Lavori Pubblici.

Costituitosi il Ministero, esso sciolse il Parlamento, e provvide alla più pronta elezione del nuovo; era una misura generalmente desiderata nella speranza, che il nuovo potesse riunirsi anche coi Deputali dell'Italia centrale.

Sei giorni dopo che il Ministero si trovò costituito Cavour diresse ai rappresentanti piemontesi presso le Corti Estere la seguente circolare:

«Signore;

«Credo conveniente esporvi le condizioni nuove, nelle quali trovasi esposta l'Italia nel momento, in cui la fiducia del Re mi ha chiamato alla direzione degli affari esteri.

«Le grandi potenze europee, riconoscendo la necessità di porre un termine allo stato incerto e provvisorio delle provincie dell'Italia centrale, avevano consentito due mesi or sono alla riunione di un congresso, che proponevasi deliberare sui mezzi più adatti a fondare la pacificazione e la prosperità dell'Italia su basi solide e durevoli.

«Il Congresso, che il governo del Re non aveva cessato di reclamare come il solo mezzo proprio a far fronte agli attuali pericoli, era stato accettato con confidenza dalle popolazioni dell'Italia centrale. Esse speravano, che i voti da loro manifestati in modo tanto formale per la loro annessione agli stati del Re, sarebbero stati presi in seria considerazione ed approvati dai plenipotenziarii de'  principali Stati di Europa. In questa fiducia le popolazioni dell'Italia centrale ed i loro governi, si disponevano ad aspettare calmi ed ordinati il giudizio del Congresso, contentandosi di aumentare le loro forze per essere in grado di far fronte agli avvenimenti.

«Adesso in conseguenza di difficoltà, che io non devo qui esaminare, il Congresso è rimandato ad un tempo indeterminato, ed ogni giorno più si ha motivo di credere, che mai più si adunerà.

«Fallito una volta il congresso, tutte le difficoltà che trattavasi di sciogliere con quel mezzo, si rappresentano con un carattere di gravità di urgenza molto più spiegato, che per lo innanzi. Un'impazienza ardente ma legittima, una determinazione irrevocabile di procedere nella via intrapresa, successero nel centro dell'Italia alla calma ed alle speranze dell'aspettativa. Questi sentimenti, che sarebbero già abbastanza giustificati dalla singolare condizione, in che trovasi posta l'Italia centrale da si lunga pezza, sono divenuti più profondi ancora e più generali in conseguenza dei fatti, che accaddero in questi ultimi giorni.

Infatti la proroga del Congresso è stata preceduta dalla pubblicazione dell'Opuscolo, che ha per titolo il Papa ed il Congresso. Non mi fermerò ad esaminare l'origine o il valore di questa pubblicazione. Mi limiterò a constatare. che l'opinione pubblica in Europa gli ha dato il carattere ed il peso di un grande avvenimento. La pubblicazione di questo opuscolo fu seguita da vicino da quella della lettera dell'Imperatore dei Francesi al Papa.

«Contemporaneamente l'Europa apprende, che l'alleanza anglo-francese, che si era creduta scossa dopo la pace di Villafranca, era divenuta più solida e più intima: e questo accordo constatato sulle prime col felice compimento d'importanti negoziali com. merciali, lo fu or ora in modo più solenne dal discorso d'inaugurazione del Parlamento inglese e dalle parole di Lord Palmerston, il quale rispondendo al signor Disraeli, dichiarò officialmentes che l'accordo più cordiale regna tra l'Inghilterra e la Francia relativamente alla quistione italiana. ' La proroga del Congresso, la pubblicazione dell'Opuscolo, la lettera del Papa, il riavvicinamento tra la Francia e l'Inghilterra, questi quattro fatti, il meno importante dei quali sarebbe bastato a precipitare la soluzione delle questioni pendenti, hanno reso impossibile una più lunga aspettativa.

«Ampiamente comentati dalla stampa europea terminarono di convincere lutti gli spiriti serti: a 1.° Che si deve rinunciare all'idea d'una ristorazione, la quale non sarebbe più possibile a Bologna ed a Parma, che a Firenze ed a Modena.

«2.° Che l'unica soluzione possibile consiste nel l'ammissione legale dell'annessione già stabilita in fatto nell'Emilia come in Toscana.

«3.° Che infine le popolazioni italiane dopo aver aspettato lungamente ed invano, che l'Europa ponesse ordine alle cose loro sulla base di un principio di non intervento e del rispetto dei voti popolari, hanno il dovere di andare innanzi e di provvedere da sé stesse al governo.

«Tale è il significato dato in Italia ai fatti suenunciati, ed è pur ciò, che costituisce un altro fatto non meno grave, l'interpretazione, che ad essi fu data dagli organi più accreditati della stampa europea. I giornali più influenti di Francia, d'Inghilterra, e di Germania si rendono interpreti delle medesime idee, dànno i medesimi consigli, esprimono le medesime convinzioni.

«In faccia a simile stato di cose le popolazioni dell'Italia centrale sono determinate a giungere ad una soluzione ed a cogliere l'occasione propizia per dare all'annessione una esecuzione completa e definitiva. È in questo pensiero, che i governi di quelle Provincie adottarono la legge elettorale del nostro paese, e si dispongono a procedere alle elezioni dei Deputati.

«Il governo del Re usò finora di tutta l'influenza morale, di cui poteva disporre per consigliare ai governi ed alle popolazioni dell'Italia centrale di aspettare il giudizio dell'Europa. Ora nell'incertezza della riunione del Congresso ed in presenza dei fatti summenzionati il Governo di S. M. non ha più il potere di arrestare il corso naturale e necessario degli avvenimenti.

«Questo dispaccio non ha altro scopo, che quello di constatare la condizione attuale delle cose in Italia. A. suo tempo v'informerò delle determinazioni, che conseguentemente saranno adottate.

«Basti sapere sin da ora, che il governo del Re sente tutta la responsabilità che gl'incumbe in questi momenti solenni, e che le sue deliberazioni non saranno ispirate che dalla coscienza del suo dovere, dagl'interessi della patria italiana, e da un desiderio sincero di assicurare la pacificazione dell'Europa.

«Gradite ecc.

«Torino 27 gennaio 1860.

Prima di questa circolare due fatti erano avvenuti. In sul cadere di decembre 1859 il Governo inglese aveva fatto per l'assestamento delle cose d'Italia quattro proposizioni. La 1.° La Francia e l'Austria rinunzierebbero ad intervenire d'ora innanzi negli affari interni dell'Italia, a meno che non siano chiamate dall'unanime assenso delle grandi potenze.

2.° II governo dell'Imperatore si concerterebbe col S. Padre per evacuare gli Stati Romani allorquando l'organizzazione della sua armata lo permetterebbe, e le truppe francesi potessero essere richiamate da Roma senza pericolo del mantenimento dell'ordine.

3.° L'interna organizzazione della Venezia sarebbe lasciata al di fuori dei negoziati fra le potenze.

4.° Finalmente il Re dl Sardegna sarebbe invitato dal governo dell'Imperatore e da quello di S. N. Britannica, che agiscono di concerto, a non inviare truppe nell'Italia centrale fino a che questi diversi Stati e Provincie abbiano con un nuovo voto delle loro Assemblee, dopo novella elezione, solennemente dichiarato i loro voti, e se queste Assemblee si pronunziassero in favore dell'annessione, la Francia e la Gran Brettagna non s'opporrebbero più all'entrata delle truppe Sarde.

Agli 8 gennaio 1860 il Papa aveva risposto all'Imperatore. S. S. gli rispondeva senz'ambagi e come si dice a cuore aperto. Il Papa non dissimulava la difficile posizione dell'Imperatore, ma il suo progetto incontrava difficoltà insormontabili, e per convincersene basta riflettere alla situazione del S. Padre, al suo sacro carattere, ai dritti della Santa Sede, che non son quelli di una Dinastia ma di tutti i cattolici. Il Papa insomma non poteva cedere quello, che non gli appartiene; la vittoria, che si voleva dare ai rivoluzionarti delle Legazioni, sarebbe servita di pretesto e di incoraggiamento ai rivoluzionarii indigeni e stranieri delle altre provincie, e per rivoluzionarii S. S. intendeva la parte meno considerevole e più audace delle popolazioni.

«Le potenze, voi dite, garentiranno il resto; ma nei casi gravi e straordinarii, che si hanno da prevedere, avuto riguardo ai numerosi appoggi, che gli abitanti ricevono dal di fuori, sarà egli possibile a quelle Potenze impiegare la forza in un modo efficace? Se ciò non è possibile, V. M. sarà al pari di me persuasa, che gli occupatori dei beni altrui ed i rivoluzionari' sono invincibili quando non s'impiegano verso di loro, che i mezzi della ragione.

«Comunque sia, io mi vedo del resto obbligato a dichiarare apertamente a V. M., che non posso cedere le Legazioni senza violare i solenni giuramenti, che mi legano, senza essere cagione di disgrazie e di scosse nelle altre Provincie, senza far torto ed onta a tutti i cattolici, senza indebolire i dritti non solo dei sovrani d'Italia stati ingiustamente spogliati dei loro dominii, ma ancora dei sovrani di tutto il mondo cristiano, che non potrebbero vedere con indifferenza la distruzione di certi principii.»

E dopo di avere combattuto l'argomento, che da 50 anni le Legazioni avevano prodotto tanti imbarazzi al governo pontificio col dire, che quell'argomento prova troppo, e che la quasi totalità della popolazione era rimasta spaventata dagli ultimi avvenimenti; dopo di avere insistito sulla impossibilità di fare vermi) cessione di territorio ed affermato di avere fatto le concessioni amministrative possibili soggiugne:

«Io riflettei pure a quella frase di V.31., che se avessi accettato quel progetto, avrei conservato la mia autorità su quelle provincie, ciò che sembra voler dire, che al punto, cui siamo giunti, esse sono perdute per sempre. Sire, Io vi prego in nome della Chiesa ed anche dal punto di vista del vostro proprio interesse di fare in guisa, che la mia apprensione non sia giustificata. Certe memorie, che si dicono segrete, m'informano, che l'Imperatore Napoleone I. ha lasciato ai suoi degli utili avvertimenti degni di un filosofo cristiano, che nelle avversità non trova, che nella Religione delle risorse e della calma. z E S. S. termina ricordando, che tutti dobbiamo comparire innanzi al Tribunale di Dio.

Codesta lettera esauriva i tentativi di Napoleone presso il governo pontificio; non v'era più nulla da attendere per la soluzione della quistione dell'Italia centrale da questo lato, quindi ai 30 dello' stesso gennaio 1860 Thouvenel scrisse a Persigny Ambasciadore di Francia a Londra. Riassume la comunicazione ricevuta dal Ministro inglese, e gli partecipa avergli lo stesso Ministro significato, che una simile comunicazione era stata fatta al Gabinetto di Vienna. Il Ministro aveva messo sotto gli occhi dell'Imperatore le proposte inglesi, ed aveva fatto conoscere a Lord Cowley il pensiero di S. M.

«La prima delle quattro proposizioni non potrebb'essere obietto di alcuna difficoltà. Il principio di non intervento è una regola internazionale, della quale nessuno più di noi apprezza l'importanza e l'autorità, e nel nostro modo di vedere forma uno degli elementi più essenziali di qualunque regolamento serio e diffinitivo della quistione italiana. Se il governo dell'Imperatore è intervenuto non l'ha fatto, se non cedendo ad imperiose circostanze, perocché nello stato delle cose in Italia i suoi interessi gliene imponevano la necessità, ed egli ha sempre riguardato quale termine dei suoi sforzi nella Penisola lo stabilimento di un sistema politico atto a prevenire d'ora innanzi qualunque intervento.

«Il nostro sentimento a questo riguardo è stato altamente espresso dall'Imperatore stesso nelle più solenni occasioni. La proposta del governo inglese non farebbe che dare una diplomatica consecrazione ad un voto così evidentemente sincero e di frequente rinnovato. Io dissi a Lord Cowley, che il governo di S. M. aderiva senza riserva. Ho aggiunto, che la nostra opinione su questo punto non aveva giammai variato, che noi ci credevamo quindi pienamente autorizzati ad aderirvi senza entrare in ispiegazioni cogli altri gabinetti.

Sul secondo punto il Ministro diceva, che sarebbe bastato appellarne alle precedenti dichiarazioni e specialmente a quelle del primo Plenipotenziario francese al Congresso di Parigi. Accoglieva dunque volentierissimo la proposta inglese tanto per l'evacuazione del territorio lombardo che del romano, ma le considerazioni di opportunità presentano qui un'importanza, che il governo inglese non disconosce, per istabilire, che l'evacuazione di Roma doveva necessariamente rimanere subordinata alla certezza, che non potesse derivarne un serio pericolo per la S. Sede, e che quella delle Provincie lombarde non potrebb'essere effettuata, che dal momento, in cui l'accordo, sia tacito, sia manifesto delle grandi potenze garentisse la nuova organizzazione dell'Italia.

La terza proposizione non incontrava obiezioni da parte dell'Imperatore, ed il suo governo in principio vi aderiva. Nondimeno era utile di prevedere l'eventualità, in cui l'Austria credesse poter trattare di condizioni particolari, offrendo concessioni nella Venezia, e che per questo caso bisognava riserbarsi la facoltà di esaminare le proposte, che fossero fatte dal governo di Vienna.

In quanto al quarto ed ultimo punto esso riguardava un ordine di considerazioni, che non permetteva di dare una immediata risposta diffinitiva, attesa la posizione dell'Imperatore relativamente alle altre grandi Potenze ed in primo luogo all'Austria. �"«Ci è impossibile, diceva il Ministro, disconoscere gli ostacoli, che incontrano le previsioni inserite nel trattato di Zurigo. Dopo avere lealmente impiegato da parecchi mesi i suoi più costanti sforzi per renderne più facile la realizzazione, il governo dell'Imperatore potè convincersi, che gli era difficile conservare la speranza di trionfare di tali ostacoli. Esso erede poter rendere a sé stesso testimonianza di avere su tale proposito adempiuto pienamente ai suoi impegni. Esso è disposto inoltre a considerare i mezzi proposti dal Governo inglese come adattatissimi a portare con sé una soluzione, che soddisfaccia agli interessi dell'Italia, e che contenga le guarentigie di stabilità necessarie all'interesse generale.»

Ma qualunque fosse l'opinione del governo dell'Imperatore, esso si credeva obbligato di farne precedentemente parola all'Austria, onde mantenere la politica della Francia al di sopra di ogni sospetto. Nè poteva obliare i riguardi dovuti alla Russia ed alla Prussia, invitate a prender parte al congresso, ed il Gabinetto di Parigi temerebbe di esporsi ad offendere legittime suscettibilità, se trovandosi oggi indotto dalla forza delle cose a porsi sotto un altro punto di vista, si omettesse d'indicare la nuova situazione.

Terminava dunque il Ministro dicendo aver egli risposto a Lord Cowley, che in ciò che concerne la quarta proposizione, il governo dell'Imperatore prima di pronunziarsi, credeva indispensabile spiegare e giustificare la sua situazione colla Corte d'Austria da una parte e dall'altra con quelle di Prussia e dl Russia.

Codesto dispaccio ci apprende in quali termini il Gabinetto di Parigi abbia scritto a quelli di Vienna, di Pietroburgo, e di Berlino. Il dispaccio che il 31 gennaio detto anno 1860 Thouvenel diresse al Ministro francese in Vienna merita specialmente di essere riferito.

Il Ministro accenna primieramente alle quattro proposizioni inglesi. Aggiugne, che nel prendere possesso delle sue funzioni si è trovato a fronte di una situazione difficile, il prolungarsi della quale offrirebbe i più gravi pericoli per l'Europa, e che dopo di avere attentamente studiato i mezzi per provvedervi, n'era in lui risultata una convinzione, ch'era suo dovere di non nascondere all'Imperatore, dal quale era stato autorizzato a parlarne a cuore aperto.

«Senza risalire, dice il Ministro, più lungi nel passato, prendo i fatti alla stessa data della soscrizione dei preliminari di Villafranca. Il giorno dopo di questo avvenimento memorabile l'Imperatore ancora tutto pieno, se pur mi è lecito esprimermi cosi, delle rimembranze dell'abboccamento col suo augusto avversario del giorno prima, caratterizzava in un proclama diretto alla sua armata il risultato, che credeva avere ottenuto senza spingere più lungi la guerra, grazie alla moderazione dei due sovrani.»

Riporta alcune frasi di quel proclama, fra l'altre quella memorabilissima: — «L'Italia d'ora in poi «padrona dei suoi destini, non dovrà più che prendersela con sé stessa, se non progredisce regolarmente nell'ordine e nella libertà.

«Pronunziando queste parole, continua il Ministro, l'Imperatore nudriva la speranza, che la nuova organizzazione dell'Italia potrebbe conciliarsi colla restaurazione sotto certe condizioni determinate delle vecchie dinastie. S. M. compiacevasi specialmente di pensare, che i capi di queste dinastie andrebbero essi stessi incontro alle difficoltà, che bisognava loro sormontare per cambiare le disposizioni dei loro sudditi, e che non sarebbe perduto un tempo prezioso. Invece che cosa è accaduto? I vecchi governi rimasti in possesso dei loro stati non hanno fatto nessuna di quelle riforme, che l'Imperatore aveva di mira. La S. Sede mostrandosi pure più disposta a deferire su questo punto ai nostri consigli, ha creduto dover prorogare indefinitamente l'attuazione delle sue promesse.»

«Il governo austriaco tacque sulle intenzioni generose, ch'erano state manifestate all'Imperatore relativamente al governo della Venezia. Il Duca di Modena volle rientrare a forza nei suoi stati, ed il Gran Duca di Toscana prima di prendere una risoluzione, che gl'interessi della sua casa lo spingevano ad adottare senza ritardo, ha aspettato, che si fosse riunita un'assemblea per proclamare la sua decadenza. La situazione generale in una parola trovavasi già gravemente compromessa quando le trattative per la soscrizione del trattato di pace si sono aperte a Zurigo.

«Il governo dell'Imperatore nondimeno fedele alle sue promesse ha altamente ammesso la riserva dei Affitti dinastici in Toscana, in Modena ed anche in Parma, benché niente fosse stato convenuto in Villafranca in favore del Duca Roberto.»

Accenna poscia i! Ministro alle missioni di Reiset e di Poniatowsky; chiama in testimone le informazioni raccolte dalla stessa Corte di Vienna; il governo dell'Imperatore non La esitato a compromettere la sua popolarità. Il linguaggio, che adoperava a Torino era improntato di uguale fermezza. Tutti i suoi tentativi fallirono a fronte della resistenza delle popolazioni.»

Fallite queste pratiche così moltiplicate, e vedendo la combinazione, chi egli aveva promesso di secondare, essere respinta in ragione stessa della sua insistenza a farla accettare, il governo di S. M. aveva pensato, che l'autorità dell'Europa riunita avrebbe realizzato l'oggetto, che si proponeva. Quindi il pro. getto del Congresso, e l'Austria sa meglio di ogni altro la perseveranza della Francia a durare in questa linea di condotta. Le obiezioni, che la convocazione dei plenipotenziarii ha suscitato quando erano sul punto di riunirsi ha fatto mancare quest'altro espediente:

«Quindi rimane il solo mezzo dell'uso della forza per imporre uno scioglimento. Ma l'Austria sa da molto tempo che questa ipotesi non si voleva né si poteva discutere. La forza non poteva essere usata dall'Austria senza distruggere il risultato della guerra e ripudiarne lo scopo; non dalla Francia senza smentire i suoi principii.

«Inoltre, dice il Ministro, qui è il luogo di accennare ad un fatto nuovo. Si sarebbe potuto credere col ricordare quanto è accaduto dieci anni fa, che l'anarchia proromperebbe nel!' Italia centrale, e che lo spirito dissolvente della demagogia non tarderebbe ad invadere tutto. Queste apprensioni non si sono ancora verificate, e qualunque siasi l'influenza, alla quale secondo le diverse opinioni questo risultato possa essere attribuito, il certo si è, che l'ordine in sostanza ha generalmente regnato nonostante l'eccitamento delle circostanze e l'irregolarità dei poteri. Lo spettacolo inatteso offerto dall'Italia, meravigliando gli uni ha ispirato agli altri delle simpatie, e quest'ultimo sentimento si è manifestato in una parte d'Europa con una forza, che non si può disconoscere.»

Quindi una condizione di cose che né la Francia né l'Austria potrebbe tralasciare di prendere in seria considerazione, E dopo di aver protestato del rispetto dovuto alla santità dei patti convenuti, dopo di avere rilevato, che la Francia promise soltanto un concorso morale, concorso del quale bisogna dopo sei mesi di tentativi constatare l'impotenza, dopo di averne espresso il rammarico alla Corte di Vienna, il Ministro afferma essere giuoco forza di tener conto d'insormontabili difficoltà, delle quali il Governo austriaco stesso rinuncia a sperare la soluzione coll'influenza di un congresso, come lo attesta una recente comunicazione del Principe di Metternich.

«Bisogna dunque, continua il Ministro, fermarsi indefinitamente a fronte di un tale, ostacolo? Bisogna dunque chiudere gli occhi sui pericoli, che questo stato d'incertezza fa pesare sull'Europa? Bisogna dunque lasciar tutto al caso a rischio di vedere sentimenti puramente rivoluzionarii sostituirsi forzosamente a sentimenti, che noi non dimandiamo all'Austria di approvare, ma ch'essa nemmeno saprebbe domandare ad un governo uscito dal suffragio popolare di condannare in modo assoluto? A questo giuoco pericoloso le idee monarchiche, che non cessarono fin qui di caratterizzare il moto italiano, farebbero ben presto luogo ad altre idee di diverso genere. Le popolazioni finirebbero per abituarsi ad un regime, al quale non mancherebbe più che il suo vero nome, regime, che troverebbe una certa ragione di essere nelle tradizioni antiche, la cui traccia non è ancora cancellata in certe parti della penisola.»

Come dunque uscire da questo angiporto? Il Ministro pensa, che l'ultima delle proposizioni inglesi può servire ad indicarne il mezzo. Esso sa, che fosse anche questo convincimento quello dell'Austria, essa non saprebbe proclamarlo, ma se la differenza dei principii può e deve talvolta condurre a diversi giudizii, non è necessario, che ne risultino conflitti disastrosi tanto lontani dalle intenzioni della Francia e dell'Austria.

Passa quindi il Ministro a pesare la vera. quistione. Quel campo per tanti secoli aperto all'influenza austriaca e francese dev'essere chiuso diffinitivamente. L'Italia appartenente a sé stessa dev'essere come una cosa intermedia, come una specie di terreno ormai impenetrabile all'azione alternativamente predominante e sempre precaria dell'una e dell'altra potenza.

Fuori della proposta soluzione non havvene altra, che non contenga gli elementi di nuove tempeste per l'avvenire. Compiasi questa soluzione senza il consenso del Gabinetto di Vienna, consenso che il governo dell'Imperatore non cerca di ottenere,ma anche senza la sua opposizione formale, e l'occhio più penetrante non saprebbe scuoprire una sola causa di conflitto tra la Francia e l'Austria, un solo interesse considerevole in Europa, sul quale non fosse facile porsi di accordo. Che se poi la Corte di Vienna si associasse alla proposta del governo britannico, quello dell'Imperatore si recherebbe ad onore di circondarne l'esecuzione con tutte le desiderabili guarentigie di sincerità, e che se una probabilità qualunque di restaurazione restasse ancora alle dinastie esautorate, scrupolosamente s'invigilerebbe a che non fosse lor tolta.

Il Ministro termina osservando non avere parlato delle Legazioni, perché non formarono obietto delle stipulazioni di Villafranca e di Zurigo; saranno oggetto di altro dispaccio. Però dichiara sin da ora il Ministro, che quantunque grandemente addolorato, che l'ostinazione della S. Sede abbia fatto giungere le cose al punto, in cui sono, pure l'Imperatore si presterà alla sola condizione del non intervento da parte di potenze estere, a tute i temperamenti ed a tutte le combinazioni, che sarebbero giudicate adatte a preparare una soluzione meno radicale dello smembramenti.

Questo importantissimo documento diplomatico era per sé stesso una soluzione. Abbiamo già veduto il Conte Cavour celeremente mettersi all'opera per profittarne; vedremo quell'opera compiuta nel Capitolo seguente. Intanto cominciavano già a divulgarsi le prime voci del suffragio universale; era l'ultimo esperimento, al quale s'intendeva di assoggettare il popolo italiano; era una votazione diretta invece di una votazione a doppio grado, che l'Inghilterra proponeva. Ed il popolo italiano, che già aveva per due volte manifestato solennemente il suo voto, acri tiava pure di manifestarlo per la terza volta, affinché fosse stato per quest'ultimo esperimento manifesto, che se per 100 volte fosse stato chiamato a dire la sua volontà, cento volte avrebbe ripetuta la stessa. Così alla pur fine ogni ragione di dubitare doveva cessare, e la diplomazia doveva alla sua volta essere astretta ad accettare i fatti, che inutilmente si era provato a cambiare. ll dispaccio di Thouvenel all'Ambasciatore francese in Vienna non è altro, che l'esposizione energica di questa verità. Ci resta solo a vederne le conseguenze finali.


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CAPITOLO XVI

Il Plebiscito �"L’annessione — Il Parlamento Italiano.

SOMMARIO

L'Unione liberale — Lettera di Cavour al Presidente di essa �" Altra di Ricasoli — La diplomazia prosiegue nella nuova via. Lettera di Thouvenel all'Ambasciatore francese in Roma�"Dispaccio di Rechemberg all'Ambasciatore austriaco a Parigi — Risposta della Russia e della Prussia — Dispaccio di Thouvenel all'Ambasciatore francese in Londra �" Necessità di non risolvere taluni problemi storici — Dispacci di Thouvenel al Ministro francese in Torino — Risposta di Cavour a Thouvenel — Comunicazione della nota di Thouvenel a Ricasoli ed a Farini — Risposta di Ricasoli. — Osservazioni su questa lettera �" Decreti per la convocazione del popolo e formola del Plebiscito �" Proclama nell'Emilia — Altro nella Toscana�"Riflessioni su quella votazione — Risultamento — Il nuovo Parlamento dopo le annessioni.

 Per realizzare appunto il nuovo voto, che si dimandava alle popolazioni dell'Italia centrale, s'era costituita una Unione liberale, della quale il BonCompagni era stato eletto a Presidente. Mirando sempre all'annessione, quel]' associazione era stata iniziata dal pensiero dimandare dei rappresentanti al Parlamento in Torino, ma è naturale, che quando un nuovo suffragio si chiese a quelle popolazioni, quell'associazione ne fece obietto delle sue cure. E poiché aveva mandato un indirizzo al Presidente del Gabinetto sardo ov'esponevasi come tra i fini, Che l'associazoine mirava di raggiungere, primeggiasse quello di promuovere ed affrettare l'annessione, il Conte Cavour nel 7 febbraio 1860 diresse al Boncompagni nella sua qualità di Presidente dell'Unione liberale una lettera, la quale prova quale in quel tempo fosse ancora il concetto delle nuove elezioni.

«Sono oltremodo grato a V. E., scriveva il Conte, dei sensi di simpatia e di stima, Ella si compiacque di esprimermi a nome dell'Unione liberale.

«E’ nobile e difficile compito del governo del Re di applicare alle provincie d'Italia, libere da ogni straniera influenza quelle franchigie-costituzionali,che diedero tanta forza morale al regno sabaudo. E poiché per somma nostra ventura presso di noi l'idea nazionale non può mai scompagnarsi da quella della intima libertà, niuna amministrazione può dirigere con efficacia e vantaggio la cosa pubblica, se non la sorreggono ad un tempo la fiducia del Re e quella del Parlamento. Mossi da questi principii i miei colleghi ed io affrettammo per quanto le circostanze lo concedevano, la convocazione delle Camere, e demmo intanto sollecita opera a rimuovere le difficoltà, che ancora si opponevano alla annessione, tanto desiderata da ogni vero Italiano.

«Io sono ora lieto di potere dichiarare, che l'Europa fatta vieppiù convinta da nuove pruove di concordia e di costanza, non niegherà più oltre di aderire ai nostri desiderii. Non è più un mistero oramai, che la diplomazia richiede per condizione del suo consenso una nuova manifestazione dei voti dei popoli dell'Italia centrale.

«Questa dimostrazione ulteriore di fermezza e di unanimità non può parere superflua nemmeno a noi, che conosciamo appieno il nobile slancio e la perfetta spontaneità dei voti espressi da quelle popolazioni. Importa infatti assai di togliere ogni pretesto a chi vorrebbe far credere, che quelle manifestazioni della volontà popolare fossero dettate dall'imminente pericolo di armata restaurazione.

«Ora che il principio del non intervento sta per ricevere pubblica e più esplicita confermazione, potrà scemare dinanzi l'Europa ed alla posterità il sublime significato di questo grande atto della volontà nazionale? Io spero dunque che il nuovo Parlamento potrà dare la sua legale sanzione a questo fatto, che segnerà una nuova era nella storia d'Italia. Importa sommamente, che le nuove elezioni chiamino all'uffizio di Deputato uomini degni delle pruove già superate dall'Italia, degni dello splendido avvenire, che le si apre dinanzi. �" Tal è appunto lo scopo della Società, da lei presieduta, ed io porto fiducia, che mercé l'opera sua i nuovi eletti saranno per sapienza ed unanimità di voleri degni membri del nuovo Parlamento italiano.

«Voglia, signor Presidente, ecc.»

Due giorni dopo di questa lettera un'altra il Boncompagni ne riceveva dal Barone Ricasoli. Cominciando dall'enunciare lo scopo dell'Unione liberale, rilevava con quanto buon senso e politico significato se ne fosse eletto a Presidente il Boncompagni. Gli rammentava coro' egli fosse stato testimone dei desiderii e delle aspirazioni dei Toscani, com'egli ben conoscesse quanto profonda fosse nei popoli italiani' la coscienza del loro dritto e ben determinata la volontà di farlo valere. Esser lieto il governo toscano, e con lui tutto il paese, che un consorzio d'illustri cittadini, qual è l'Unione liberale, si prometta suo alleato e difensore per far valere il suo dritto e la sua giusta e legittime volontà. — «Uniformi a lei, terminava i1 Ministro, d'intendimenti, di voti, di voleri ci teniamo certi della vittoria in questa grande battaglia, Di cui pur una volta alla fine dopo tanti secoli di divisione, le Provincie d'Italia combattono ciascuna per tutte, e tutte perché l'Italia sia.

«Voglia intanto gradire ecc.»

Cosi e sempre colla stessa unanimità, colla stessa forza e costanza di proponimento preparavasi l'Italia centrale all'ultima opera della sua politica rigenerazione, intanto che la diplomazia seguiva anch'essa il nuovo cammino, sul quale si era posta.

Proseguiva Thouvenel le sue comunicazioni officiali. Ai 12 di febbraro 1860 scriveva all'Ambasciatore di Francia in Roma.

In un'enciclica diretta ai Vescovi il S. Padre aveva Insistito nel suo sistema di recriminazione e comentata la sua politica di resistenza e di ostinazione. Il Ministro degli Esteri dell'Impero francese se ne mostra rammaricato, e crede completare la circolare diretta agli agenti diplomatici dell’Imperatore, esaminando i fatti recenti, dai quali emerge r attuale condizione delle cose nelle Legazioni, onde stabilire da dove viene il male, ed a chi ne incumbe la responsabilità.

Dichiara il Ministro astenersi dall'entrare in dettagli sui modo come le Legazioni erano amministrate, ed osserva, che i fatti avvenuti dopo la partenza degli Austriaci erano certi ed inevitabili. Dichiarata la neutralità della S. Sede, le parti belligeranti prosegui. vano ad occupare la posizione di prima. Non spettare al Ministro francese di valutare le circostanze, che indussero l'Austria ad abbandonare la protezione dei paesi pontificii, che occupava. La Francia continuò la sua, ma allontanati gli Austriaci, le popolazioni profittarono della congiuntura senz'avere bisogno di eccitamento politico, ed esse si trovarono più che non si resero indipendenti. Quella sollevazione adunque non poteva essere imputata alla Francia, ma era impossibile, che l'Imperatore non tenesse conto dei fatti nuovi, che sorgono contro i suoi voti. Era per questo, che da Desenzano il 14 di luglio si rivolgeva al Papa, e lo consigliava ad un motu proprio, per lo quale le Legazioni avessero avuto un'amministrazione separata con un governo laico da essa nominato, ma coadiuvato da un consiglio formato per elezione, e pagando un tributo fisso alla S. Sede. Ricorda il Ministro come questi suggerimenti non fossero stati accolti, come la Corte di Roma persistesse a contenersi in un contegno passivo unicamente proprio, come giungesse così a trovarsi a fronte di un'eventualità, che S. M. volle invano impedire. Accenna poi alla lettera del 31 decembre, e chiede se i consigli, che vennero respinti, fossero poi tanto strani. Essi per lo meno erano sinceri. Indiscutibile è la devozione del governo imperiale per la S. Sede; evidenti i riguardi verso le leggi, che presiedono ai rapporti del clero colla Corte di Roma, sl che sotto questo tutelare sostegno esso clero ha ripreso nella società francese l'influenza e i autorità, che altri reggimenti gli avevano disputato. D' onde potea dedursi quanto il governo imperiale sarebbe stato fortunato d'imbattersi in una combinazione capace di diminuire gl'imbarazzi della S. Sede, ma il buon volere della Francia corre pericolo di venir meno a fronte d'insormontabili difficoltà.

Ed in vero non trattavasi soltanto di rendere le Legazioni al Papa, ma di conservargliele senza un nuovo intervento. L'opinione dell'Europa essersi già formata su questo punto; l'occupazione delle Legazioni è un espediente, al quale nessuno potrebbe mora pensare dl ricorrere.

STORIA DELLA GUERRA DI SICILIA

COMBATTIMENTO DI CASTEIFIDARD

STORIA DELLA GUERRA DI SICILIA

ARMATA DI GARIBALDI

«Perciò dunque, conchiude il Ministro, il momento era ben giunto di preoccuparsi di combinazioni diverse quando l'Imperatore ne ha notato la necessità al Papa. Gl’interessi più evidenti, le più pressanti considerazioni v'invitano la S. Sede. Una assoluta determinazione di ricusare di riconoscere il carattere vero della condizione attuale delle cose non farebbe, che semprepiù aggravarla e finirebbe col far nascere difficoltà sempre più insormontabili, abbandonare la regione, dove la quistione non è realmente posta, per ritornare sul terreno degl'interessi temporali, soli impegnati nella quistione, forse indurrebbe, sebbene assai tardi, un cambiamento favorevole alla sua causa. Essa permetterebbe in ogni caso al governo dell'Imperatore di prestare il suo appoggio ad una politica conciliante e ragionevole.

Due dispacci entrambi del 17 febbraio 1860 furono dal Conte di Recheberg diretti al Principe di Metternich ambasciatore austriaco a Parigi. Essi sono importanti, ma la materia c' incalza, e ci vieta di riportarli per intieri. Col primo il Ministro risponde relativamente alle proposizioni inglesi; rammenta gli accordi di Villafranca e di Zurigo. — «L'Imperatore nostro augusto Sovrano acconsentì ad un doloroso sacrifizio, ma solamente sotto la condizione, che nell'Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità. Nell'interesse del ristabilimento della pace e nella speranza, che questa potesse venire maggiormente consolidala o fatta ricca di salutari risultamenti mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a rinunciare a dritti ed a titoli, dei quali poteva disporre, ma si rifiutò con fermezza ad approvare combinazioni, le quali avessero avuto a pregiudicare a dritti dei terzi e segnatamente a quelli di quei principi, che si erano confidati nell'alleanza coll’Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la restaurazione dei sovrani spodestati ed appoggiare nel tempo stesso gli sforzi dell'Imperatore dei Francesi, il quale credeva poter dare soddisfazione alle aspirazioni del sentimento nazionale mediante l'intima unione dei governi delta penisola con un vincolo federativo, �" questo era il doppio scopo, che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo quanto le conversazioni diplomatiche, ch'ebbero luogo in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nell'intento di dare un indirizzo uniforme al l'attuazione della parte politica dei preliminari di pace.»

L'Austria è addolorala di vedere ineseguito il trattato nelle stipulazioni di preponderante interesse. Non ne sconosce, ma non ne ritiene insuperabili gli ostacoli. Essa non presterà la sua cooperazione a combinazioni, nelle quali non si faccia calcolo delle riserve contenute nel trattato di Zurigo a favore dei dritti dei sovrani spodestati, ma però accetta la teoria del signor Thouvenel, che se la diversità dei principii deve condurre a differenti valutazioni, non è necessario, quando l'onore d'ambo le parti è salvo, che ne risultino disastrosi conflitti tanto contrarii alle intenzioni della Francia e dell'Austria.

Il secondo dispaccio era diretto a rispondere alla esposizione storica della nota del signor Thouvenel, ed a dimostrare non essere insuperabili gli ostacoli all'esecuzione del trattato. Imputandosi alla Sardegna la sollevazione dell'Italia centrale, attribuendosi ad uffiziali Sardi l’organamento e la direzione dell'esercito della lega, si afferma che i paesi insorti sono sotto una dittatura militare. Cinque sesti delle popolazioni sono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli. che furono in grado di esercitare i dritti elettorali, hanno votato sotto l'impressione del terrorismo. I capi del movimento avrebbero accolto i meglio preparati manifesti dei Principi spodestati in modo da comprometterne la dignità. Essere inconveniente, che quali si potessero essere le riforme degli stati della Chiesa, venissero pubblicate nel momento, che un'assemblea faziosa ne pronunziava la decadenza. Sussistere tuttavia le generose intenzioni per la Venezia sotto la condizione dell'indipendenza da ogni influenza straniera, ma la colpa di non essere state tradotte in atto appartiene alle mene tenebrose ed ai comitati rivoluzionarli, che hanno obbligato il governo austriaco a sentire l'imperioso dovere di guarentire ai pacifici cittadini mediante vigorose misure contro gl'irreconciliabili nemici della pubblica tranquillità quell'efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro dritto. Fallirono in vero i tentativi di Reiset e di Poniatowskv, ma fu perché altri organi del governo francese assicurarono, l'uso della forza essere escluso dai mezzi della restaurazione. Mancò il congresso per. ché per un avvenimento inaspettato si vide aversi in animo di favorire progetti, che avevano lo scopo di recare pregiudizio alla integrità territoriale degli Stati della Chiesa, mentre l'art.20 del trattato di Zurigo considerava come fuori discussione il mantenimento di quella integrità. Essere importante di distinguere la quistione di principii da quella di opportunità. Motivi politici di diversa natura consigliano le due Potenze dati' astenersi dall'intervento armato nell'Italia centrale, ma però l'applicazione del principio proclamato dalla Francia è soggetta a molte eccezioni, che dipendono dalla natura dei casi. Del rimanente il Ministro austriaco dubita, che la combinazione proposta dal governo britannico possa risolvere le complicazioni italiane, e l'Austria è ferma nella convinzione, che il programma di Villafranca offriva il mezzo di ottenerlo in modo pratico e senza pericolo dell'equilibrio politico dell'Europa.

Tale in sostanza è il riassunto di quei due dispacci. Essi però non dicono in qual modo, esclusa la forza, il programma di. Villafranca avrebbe potuto realizzarsi. Forse minacciando la forza col proponimento di non adoprarla? Ma ritenuto ancora, che questo mezzo riuscisse, il che è per lo meno molto dubbioso, non era questo un imporre una combinazione e provocarne i rischi e le eventualità? Del resto l'Austria non approvava la combinazione inglese, ma non si opponeva, che si attuasse.

Quanto alla Russia ed alla Prussia esse non accettarono né respinsero la combinazione. Restando sullo stesso terreno, sul quale si erano messe in ordine al Congresso. esse dichiararono voler serbare la più completa indipendenza nello stabilire le basi, sulle quali possa adagiarsi il riordinamento italiano, e senza dire la proposta combinazione né buona né cattiva pensano che il libero accordo delle Potenze di Europa sarebbe il mezzo più sicuro per raggiungere quello scopo.

Ricevutesi dal gabinetto francese le riferite comunicazioni, si tenne in grado di poter dare al gabinetto inglese le promesse risposte. Il 24 febbraio il signor Thouvenel scrisse sull'obietto al Conte di Persignv. Gli diè copia de'  due dispacci austriaci, e manifestò, che il governo francese aveva creduto inutile di ritornare su di una discussione, nella quale si avevano principii così divergenti. Che perciò si era limitato a rendere omaggio alla moderazione del gabinetto austriaco nell'accettare e riprodurre colle stesse parole la teoria da lui esposta in ordine all'assenza di ogni conflitto, ma che però il governo della Francia si credeva libero da ogni obbligo morale ed autorizzato a discutere la quarta proposizione inglese. E rispondendovi di fatti, e riconoscendo, che il voto delle popolazioni si è manifestato in Italia con una gran de autorità. emette l'opinione, che s'abbia a sostituire la votazione per suffragio universale al veto delle assemblee, tra perché il suffragio universale, essendo la base dell'ordine politico in Francia, non potrebb'essere rifiutale in Italia, e perché, il voto delle assemblee, essendo già emesso, quelle popolazioni con ripugnanza si presterebbero ad un secondo. che potrebbe indurre il concetto della rimi verità o della illegalità del primo. Quanto poi alle conseguenze di quel voto nei 'rapporti colla Francia e coll'Inghilterra, poiché questi rapporti erano più gravi nei possibili risultati politici per la prima che per la seconda, il gabinetto francese si credeva autorizzato a delle rimostranze al governo di Torino per precisare le posizioni delle parti e stabilire la responsabilità di ciascuna. Epperò univa al dispaccio copia di una comunicazione all'ambasciatore francese a Torino, che aveva la medesima data.

Un isterico contemporaneo deve contentarsi di accennare senza risolvere quei problemi diplomatici,che debbono attendere necessariamente dal tempo gli elementi della loro soluzione. Uno di questi problemi si è appunto quello di sapere, se l'accennato dispaccio di Thouvenel a Talleyrand Ministro di Francia a Torino sia l'esposizione della vera opinione del governo francese, ovvero un espediente per esonerarsi sempre più dalla responsabilità morale, che per le promesse di Villafranca si aveva verso l'Imperatore d'Austria.

Il Ministro adunque degli Esteri comunicava al sig. Talleyrand la risposta del Gabinetto di Vienna, e gli spiegava «la miglior via da seguirsi, secondo lui, ond'evitare ogni responsabilità senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione, che bentosto diventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata, se si lasciasse in balla di sé medesima ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto per tutti il momento di spiegarsi con tutta franchezza» e perciò il Ministro intende di esporre senza reticenza le idee del governo dell'Imperatore. affinché il Gabinetto di Torino possa giudicare sino a qual punto gli convenga di uniformarvisi.

«Fare in modo, che i risultati della guerra non sie«no compromessi nella stessa Italia, ottenere, che dessi in un avvenire più o meno prossimo sieno con«sacrali dall'adesione officiale dell'Europa, ossia evi«tare delle complicazioni, che getterebbero la Penisola nell'anarchia, e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo più presto, che sia possibile, sotto la salvaguardia del dritto internazionale, ecco il doppio scopo. che mai cessammo di far oggetto dei nostri desiderii, e che desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna. Il Gabinetto di Torino può con noi associarsi per compiere tale assunto, e ed il successo sarebbe verosimilmente assicurato; egli è libero del pari di battere altra via, ma gl'interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell'Imperatore di seguirlo, e la lealtà gli impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi, fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di «S. M. Sarda, che il Ministro deve partitamente intrattenersi».

Ed entrando poi nel merito dei due sistemi. egli crede, che l'ingrandimento di troppo territorio, un vasto lavoro di assimilazione siano opere troppo sproporzionate ai mezzi d'influenza e di azione di quel governo, il quale invece di dirigere e padroneggiare il movimento, ne sarebbe trascinato. Che il sentimento, che fece sorgere in certe parli dell'Italia l'idea dell'annessione, fu piuttosto una manifestazione contro una grande potenza, che una attrazione ben ponderata verso la Sardegna; e se questo sentimento non fosse frenalo da principio. non tarderebbe a cambiarsi in Pretensioni. che la saggezza consiglierebbe di combattere. ed allora il Gabinetto di Torino si troverebbe esposto o alla guerra o alla rivoluzione.

D'altronde tra le diverse combinazioni politiche bisogna prescegliere quella. che offerta all'Europa, offre più probabilità, che ne sia accettata, e tale combinazione sarebbe:

«1.° Annessione completa dei ducati di l'arma e Modena alla Sardegna.

«2.° Amministrazione temporale delle Legazioni, e della Romagna, di Ferrara, di Bologna sotto la fore ma di un Vicariato esercitato da S. M. Sarda in notizie della S. Sede.

«3.° Ristabilimento del Granducato di Toscana nel«la sua autonomia politica territoriale.

Quest'aggiustamento converrebbe per molti punti alla Sardegna, né potrebb'essere indifferente alla Francia, poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza compenso degli stati della S. Sede, ma essa si adoprerebbe efficacemente presso le altre Potenze, onde in vi sta della impossibilità di restaurare completamente l'antico ordine delle cose, quel temperamento venisse dal Papa accettato.

Quanto alla Toscana l'assorbimento di un paese dotato di una sì bella e nobile storia e cotanto affezionato alle sue tradizioni non può sicuramente essere da altro prodotto, che da una aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell'Imperatore. e ch'egli è ben lontano dal credere comune alla massa delle popolazioni. Tale aspirazione nasconde un pensiero recondito di guerra per la Venezia, e per lo meno di minaccia per la tranquillità degli Stati della S. Sede e del reame delle due Sicilie. Niuno, sia in Italia che fuori, potrebbe formarsi una idea diversa.

Il Ministro promette tutta la cooperazione e l'assistenza della Francia per la difesa non solo della combinazione da lui proposta, ma per proclamarla eziandio tale da non poter essere violata da intervento straniero. Lascia al Gabinetto di Torino la responsabilità di una eventualità, nella quale il governo Sardo non avrebbe a far conto, che sulle proprie forze. La Francia, qualunque sia la simpatia per l'Italia, e specialmente per la Sardegna, dovrebbe necessariamente prendere per guida della sua condotta gl'interessi suoi proprii, e tal essere la ferma ed immutabile risoluzione dell'Imperatore.

If Ministro termina il dispaccio accennando alla Savoia ed a rizza. Il governo fu rincresciuto dalla quistione prematura sollevata,dai giornali. Tradizioni storiche, ch'è inutile di rammentare, hanno accreditato l'idea, che la formazione di uno Stato potente a piè delle Alpi sarebbe sfavorevole agl'interessi francesi. Epperò delle previsioni anche lontane esigono delle garentie come una necessità geografica per la sicurezza delle frontiere dello Stato. Però il governo francese non vuoi costringere la volontà delle popolazioni, e vuoi consultare anzitutto le grandi potenze dell'Europa, onde prevenire una falsa interpretazione delle ragioni. che guidano la sua condotta.

Cinque giorni dopo la data di questo dispaccio. vale a dire brevissimo tempo dopo la comunicazione, che ne venne fatta al Conte Cavour, questi colla stessa data del 29 febbraio rispose a Thouvenel, e rimise copia della comunicazione francese a Ricasoli ed a Farini.

La risposta al Ministro francese fu sotto forma di un dispaccio diretto al Cav. Nigra ministro Sardo a Parigi. Il capo del gabinetto piemontese riassume la comunicazione del Ministro degli Esteri della Francia, espone la deferenza di quel gabinetto pel governo di una nazione, che ha tanto fatto per l'Italia, si astiene dall'esaminare il merito della proposta combinazione: quali si siano le obiezioni, che solleva, essa contiene una soluzione assai più vantaggiosa per l'Italia di quello, ch'era permesso sperare dopo la pace di Villafranca.

«La distruzione completa dell'influenza austriaca sulla riva destra del Po, l'esclusione di qualunque idea di restaurazione, e finalmente un governo laico e liberale assicurato alle Romagne sono questi benefizii immensi, di cui non si potrebbe disconoscere il valore. �"

Epperò se questa combinazione fosse stata proposta in agosto, è probabile, che sarebbe stata accolta, se non con entusiasmo, al meno senza molta ripugnanza dall'Italia centrale.

Ma ora che le popolazioni di quelle Provincie sono rette da più di olio mesi da un governo nazionale, che ha saputo conciliare ii più ardente patriottismo con uno spirito eminente di moderazione e di prudenza, il sentimento del dritto di disporre della propria sorte si è in esse fortemente sviluppato, ed ha acquistato una potenza irresistibile dopoché dalla Francia e dall'Inghilterra si è accettato e proclamato il principio di non intervento.

Il governo dunque di Torino si limiterà a rimettere a quelli dell'Italia centrale le proposte della Francia. È probabile. che quei governi non vorranno prendere sopra di sé la soluzione, e Consulteranno il suffragio universale. Però se la proposta per la Romagna venisse fatta sotto la forma del signor Thouvenel, ' sarebbe respinta quasi all'unanimità dai Romagnoli, né le sarebbe fatta migliore accoglienza dal S. Padre. L'idea di un vicariato implicando quella di un'ingerenza della Corte di Roma nell'amministrazione interna. incontrerebbe nelle popolazioni una resistenza quasi assoluta. D' altronde il S. Padre rifiuta la responsabilità di atti. che comunque conformi ai principii vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre a conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa. Così invitato il S. Padre a formare un'armata nazionale, rispose non potere ammettere il principio del reclutamento, perché ripugnerebbe alla sua 'coscienza di assoggettare ad un celibato, anche temporaneo. un gran numero dei suoi sudditi. Nè il vicariato trionferebbe di questi scrupoli. perché il Papa si crederebbe indirettamente responsabile degli atti del suo vicario, e non gli lascerebbe la libertà di azione necessaria a far produrre alla combinazione proposta un utile risultato. Invece, riconoscendosi dal Re l'alta sovranità del Papa, impegnandosi di concorrere colle sue armi nel mantenimento della sua indipendenza e di contribuire in data misura alle spese della Corte di Roma, si raggiungerebbe lo scopo con minore difficoltà. Nondimeno se il signor Thouvenel credesse emettere la formola del voto uniformemente al suo dispaccio, il Ministro crede, che il signor Farini non v'incontrerebbe difficoltà.

Quanto alla Toscana non potendo esservi equivoco, non vi era luogo a veruna osservazione sulla formola da presentarsi al voto popolare.

Qualunque siano i risultati della votazione, il governo del Re mm solo li accetterà,ma si coopererà per la sua attuazione. Ma se per lo contrario quelle Provincie manifestano di nuovo in modo solenne la volontà dell'annessione, il governo piemontese non potrebbe più opporvisi; non lo potrebbe neppure, se lo volesse. Il ministero incontrerebbe un voto unanime di riprovazione, e sarebbe rovesciato; l'istesso Vittorio Emmanuele perderebbe qualunque autorità morale in Italia, ed il governo si troverebbe ridotto a non aver altro mezzo di governare, che la forza. �"«Anziché compromettere in questo modo la grand'opera di rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sacrifizii, l'onore e lo stesso in«[eresse beninteso del nostro paese consigliano il e Re ed il suo governo di esporsi agli eventi più perigliosi.»

Espone poi il Ministro la sua opinione sulla combinazione proposta per la Toscana. Nell'interno la costituzione della proprietà, i costumi degli abitanti, le tradizioni storiche tutto concorre a dare in quel paese una notevole preminenza alle opinioni ragionevoli, ai partiti moderali. La gran maggioranza dei Toscani sa congiungere ad un vivo patriottismo un sentimento d'ordine assai rilevato, e per conseguenza unendosi, rafforzeranno l'edificio costituzionale in luogo d'indebolirlo. Nell'estero, se si trattasse d'una restaurazione, la combinazione sarebbe accettata in Vienna e dalle potenze europee, ma un Principe liberamente eletto incontrerebbe le stesse ripugnanze a Vienna, e solleverebbe maggiori obiezioni a Pietroburgo ed a Berlino di quelle, che ne incontrerebbe Vittorio Emmanuele, riunendo ai suoi stati la Toscana. Un principe poi imposto ai Toscani contro la loro volontà, non potrebbe reggere, perché avrebbe contrarli tutti i partiti, meno i municipali, i quali ogni giorno diminuiscono dippiù. Che se i Toscani sono moderati, non sono né apatici né indifferenti, ed i partiti quantunque non esagerali non professano meno ferme opinioni. Dippiù il governo toscano fatto debole, diverrebbe quel paese il convegno di tutti gli spiriti ardenti, degli uomini estremi di tutte le parti d'Italia, ed il nuovo sovrano si troverebbe messo in breve tempo tra una rivoluzione ed un colpo di stato appoggialo da forze straniere. funesta alternativa, che alterando profondamente il carattere del movimento nazionale, sarebbe per l'Italia la sorgente di mali incalcolabili. Ed è perciò, che il Gabinetto piemontese non potrebb'essere il difensore del sistema, che il gabinetto di Parigi proponeva.

Il Ministro si riserbava rispondere con altra nota, come poi fece il 2 di marzo, alla comunicazione relativa alla Savoia ed a Nizza.

Nelle partecipazioni a Ricasoli ed a Farini il Conte Cavour esponeva la proposta francese e la risposta Sarda. Diceva a Ricasoli, che da verbali ed arderti', che assicurazioni gli constava, che la elezione di un Principe di Casa Savoia non avrebbe incontrata da parte della Francia obiezione alcuna. Esponeva l'opinione, che i due Governatori non volessero prendere su di loro la responsabilità di quella soluzione ma consultare le popolazioni, le quali non dovevano ignorare l'origine di quelle proposizioni. S. M. si affida, che i due governi porranno ogni cura affinché come nel passato la votazione si compia con tutta lealtà e sincerità, ed il governo del Re accetta anticipatamente il risultato del voto qualunque sia, non avendo avuto mai altro intento di quello di assicurare la pace e l'ordinamento d'Italia mercé del legittimo soddisfacimento dei voti dei popoli.

Il primo a rispondere fu il Cav. Farini, e lo fece da Bologna il 2 di marzo 1860. Esponeva, che ricevuta la comunicazione delle quattro proposizioni inglesi, di accordo col governo toscano credè doversi accettare qualunque forma di nuovi votazione, che fosse proposta per ben constatare la libertà e la veracità dei sentimenti delle popolazioni; nel caso poi, che questa forma non fosse determinata prima, scegliere la più larga e la più solenne, cioè il sulla ragion universale. Quanto al momento di eseguirlo, credè fosse opportuno quello della convocazione del Parlamento piemontese. A tal fine avere emesso il decreto colla data I° marzo. Ricevuta la nuova comunicazione, quel decreto non si trova colla stessa in opposizione né coi desiderii espressi da S. M. l'Imperatore.

Pei ducati di Parma e di Modena, la nuova votazione servirà a confermare le precedenti. Quanto alle Un'agile dopo la costituzione del governo dell'Emilia sarebbe stato illegale fare una distinzione tra essa e le altre provincie. Poiché il governo francese è disposto ad approvare l'annessione non che il governo di S. M. il Re di Sardegna nelle Romagne, salvo un alto dominio della S. Sede, il vicariato riguarda piuttosto i rapporti fra il Re ed il Pontefice anzi che i popoli. D'altronde come proporre al suffragio universale una quistione così astratta e delicata, qual è il rapporto di che si tratta? I popoli non possono consultarsi, che sopra idee semplici e chiare, ed invece sarebbe stato necessario di accompagnare la proposta di molte e complicate spiegazioni, che definissero la natura ed i limiti dell'autorità, né io stesso, dice il Cav. Farini. saprei formarmene oggi un concetto preciso.

Inoltre tutti gli atti pubblici della Certe di Roma hanno talmente distrutta ogni possibilità di questo e somigliante temperamento, che il metter fuori una tale proposta, mentre non poteva presentare alcun risultato efficace, avrebbe suscitato turbazioni. Finalmente quando prevalesse nelle &maglie il partito del Regno separato, questo si presterebbe facilmente a tutte le transazioni e tutte le modalità, che il governo di S. M. il Re di Sardegna colla diplomazia credesse di poter adottare. Del rimanente le Assemblee diedero ad esso Cav. Farini un mandato assoluto, dal quale non potrebbe allontanarsi senza mancare al dovere ed all'onore. Ciò che può promettere si è. che sarà garantita la piena ed assoluta libertà del voto, affinchè la volontà nazionale possa esprimersi senz'alcuna influenza esterna od interna tua secondo la coscienza di ognuno.

Il Barone Ricasoli rispose due giorni dopo, il 1 di marzo, e fu più lungo nella sua esposizione. Aveva egli particolarmente a rispondere a quella parte del dispaccio francese, che definiva il movimento toscano come una manifestazione contra l'Austria, non come un moto ragionato verso la Sardegna, e lo fece trionfalmente.

«Sono dieci anni, che questo paese senza dimenticare le sue belle e gloriose tradizioni storiche è stato animato da un nuovo spirito, che lo ha condotto nella volontà di unirsi nella nazione cogli Stati di S. M. L'idea dell'unione può dirsi in vero una manifestazione contro l'Austria, ma non può dirsi un moto irreflessivo verso la Sardegna. A questo proposito giova rettificare un pregiudizio, ch'entra com'elemento più o meno preponderante nella opinione, che i diplomatici si formano dei sentimenti dei Toscani.

«Un paese, dicono, ricco di tante tradizioni di civiltà, dotato di una storia nobile e bella quant’altra mai, e che è stato sempre altero delle sue tradizioni e della sua storia, non potrebbe senza rammarico lasciarsi assorbire da un altro paese e perdere di buon animo la sua splendida personalità.

«Non negheremo, che questo modo di giudicare le cose nostre poteva esser esatto quando fra noi la vita politica si restringeva nel Comune, ed i Comuni italiani posti in un grado di civiltà molto più elevato che quello dei popoli circonvicini, possedevano col monopolio dei commerci e colla perfezione delle industrie le sorgenti delle ricchezze mondiali. Ma dal secolo XVI in poi queste condizioni furono cambiate radicalmente. Si formarono in Europa per via di successive aggregazioni Stati poderosi ed omogenei, fra i quali l'Italia, perché rimasta divisa, si trovò debole; e perduta per le nuove scoperte la privativa del commercio europeo, fu poi anche impotente a sostenere la concorrenza nelle industrie. Fin d'allora gli Italiani ebbero ad espiare duramente la loro passata superiorità con quattro secoli di dipendenza economica e politica. Non è meraviglia se i Toscani al pari degli altri popoli d'Italia hanno cercato in questo doloroso periodo di umiliazione alcuna consolazione nelle memorie del passato, e se la servitù presente hanno procurato alleviare col culto delle arti e delle tradizioni di una civiltà raffinata.

«Ma questa civiltà medesima doveva renderli più intollerabili della servitù, più ripugnanti alla inferiorità, specialmente quando la servitù assumeva la forma più odiosa, quella provveniente dalla oppressione straniera, quando la inferiorità provveniva non da intrinseche ragioni ma da prepotenza altrui.

«Se vivevano ancora spiriti municipali in Toscana, l'opera dei secoli, l'oppressione austriaca ed il malgoverno dei Principi li ha mortificati e distrutti.

«Allora agli spiriti municipali si è sostituita la più larga e più feconda idea nazionale, e la Toscana in ragione appunto della sua progredita civiltà doveva caldamente abbracciarla e coltivarla. Questo, che si chiama nei Toscani amore della propria autonomia è amore di quelle istituzioni, che formano la meraviglia dell'Europa, che la Toscana ha posseduto e fatto fruttificare, non perché Stato sovrano ed indipendente, ma quantunque Stato piccolo e dipendente.

«La Toscana ripugnerebbe certamente a lasciarsi assorbire da un paese straniero, eterogeneo, che la volesse uguagliare a sé in una condizione di relativa barbarie, ma più la si reputa avanzata nella civiltà e tenera di questo suo privilegio, e più le si deve supporre l'intelligenza delle condizioni atte a custodire e far valere questa sua dote.

«Ora la Toscana al pari degli altri Stati d'Italia ha dovuto fare la dolorosa esperienza della poca sicurezza e della sterilità delle buone instituzioni nei piccoli Stati; ha veduto nella sua picciolezza una minaccia perpetua alla sua civiltà; e quello, che dicesi amore della propria autonomia, è divenuto in fatto desiderio d'ingrandirsi e di fortificarsi per propria tutela.

«In questo stato di cose ove polca la Toscana cercare gli elementi di ordine e di forza consentanei ai suoi bisogni ed alla sua indole?

«Essa nel pieno esercizio e nella larga applicazione dei principii dell'89. dei quali sarà gloria imperitura del primo Napoleone aver diffusi i semi per tutta Europa e del sua magnanimo successore aver favorito e protetto dovunque la germogliazione ed il frutto, si trovava chiusa nella stessa terra coll'Austria nemica di ogni progresso morale e civile nei popoli da lei compressi. col governo della Curia romana, col governo di Napoli che l'Europa civile ha solennemente stigmatizzalo come la negazione della civiltà.

«L'amore delle sue nobili tradizioni si univa qui coll'istinto della propria conservazione a far cercare alla Toscana l'appoggio di una forza omogenea; questa forza l'era data dal suo congiungersi col Regno Sardo, entrato risolutamente e lealmente nella via della nazionalità e della libertà, onde le era guarentita la conservazione delle sue tradizioni, la loro esplicazione e la loro applicazione alla vita civile e politica. Nella unione colla Sardegna trovava la Toscana le condizioni d'ordine e di forza, che guarentiscono la prosperità interna, il rispetto dall'esterno, assicurando la stabilità delle istituzioni, l'indipendenza della Nazione; nella soggezione mediata o immediata dall'Austria riconosceva la Toscana la negazione di queste vitali, condizioni dell'essere di un popolo. Ed ecco in qual modo l'idea dell'unione riusciva ad essere una manifestazione contro l'Austria, mentre era un moto ragionato verso la Sardegna.»

Abbiamo trascritto per intero questa parte di quella risposta alla comunicazione del Capo del Gabinetto Sardo, perciò essa contiene il più esatto concetto del movimento e delle aspirazioni italiane; essa è la più completa definizione degl'interessi e dei bisogni italiani, essa risponde a tutte le obiezioni, a tutte le previsioni, a tutt'i dubbii della diplomazia; essa è la chiave di tutt'i meravigliosi fatti, che si svolsero nella penisola; essa dinota un sistema logico morale politico, che figlio dell'esperienza, rafforzato da lunghi dolori e da svariate umiliazioni. protetto dalla Provvidenza, si è cambiato in un ordine politico, che appunto per la sua origine ha le condizioni d'idoneità e di durata.

Il resto di quella lettera è come l'altra del Cavaliere Farini; i popoli della Toscana trovansi già convocati per emettere un novello voto; nulla sarà omesso, affinché tal voto riesca libero e vero.

E difatti pei concerti presi tra i due Governatori il 1° Marzo 1860 erano stati pubblicati nell'Emilia e nella Toscana i Decreti pel Plebiscito. La formola era simile: Visto il Decreto di S. M. il Re Vittorio Emmanuele in data del 29 Febbraio, col quale sono convocati i Collegi Elettorali del Regno per eleggere i Deputati al Parlamento nazionale.

«Considerando, che prima della riunione del Parlamento è necessario, che queste Provincie abbiano un assetto diffinitivo.

«Considerando, che le Assemblee convocate a Parma, a Modena,a Bologna deliberarono a suffragio unanime l'annessione alla Monarchia costituzionale di Casa Savoia.

Considerando, che giova ora il consultare direttamente il popolo con ogni ampiezza di forme legali ed anche in confronto di un'altra proposta discussa in Europa, mentre si ha sicurtà, che qualunque sia il voto popolare esso sarà rispettato e fatto rispettare.

«Considerando, che in questo modo si toglie ogni dubbio all'Europa sulla piena libertà dei voti precedenti e sulla sincerità e costanza della volontà nazionale.»

Il popolo era solennemente convocato nei comizii i giorni 11 e 12 marzo 1860 per dichiarare la sua volontà sull'una o sull'altra di queste due proposizioni;

Annessione alla Monarchia costituzionale del Re Vittorio Emmanuele II°.

Ovvero �". Regno separato.

Tutt'i cittadini di anni 21 compiuto e che godevano dell'esercizio dei dritti civili erano chiamali a votare.

Seguivano le forme della votazione.

Il Decreto nell'Emilia era accompagnato da un proclama. Si esponeva la necessità di fare in modo, che persistendo i popoli dell'Italia centrale nei già espressi voti, i suoi deputati potessero andare a sedere nel Parlamento di Torino. Si accennava, che mentre in Italia credevasi essere l'annessione l'espediente migliore, credevasi altrove, che un regno separato di tutte o parti delle provincie del centro della Penisola meglio convenisse alla soddisfazione dei popoli ed alla durevole quiete, comunque l'Europa si fosse convinta, che i governi caduti non avevano altro fondamento, che quello della forza straniera, e che senza forza straniera non potrebbero essere né restaurati né mantenuti.

Noi, che stimiamo le autorità fondarsi legittima. mente soltanto sulla ragione, sulla giustizia e sul volere e consentimento dei popoli, noi abbiamo creduto, che si convenga a noi liberi e franchi cittadini il fare una prova, la quale valga a mettere maggiormente in sodo il dritto dei popoli e della nazione.

«Io posso far fede, che qualunque sia il vostro voto il Re ed il suo governo sono risoluti a rispettarlo e farlo rispettare.

«Popoli dell'Emilia,

«A voi piena ed intera la libertà del voto. Ogni cittadino si raccolga ìn sé stesso, ed in nome di quel Dio, che signoreggia i Re ed i Popoli, nella rettitudine della sua coscienza e nella pienezza della sua libertà, scelga quello dei due partiti, che stima più utile alla Patria.

Cosi parlava il Farini.

In Toscana il proclama fu pubblicato il 5 di marzo e dall'intiero Ministero. Narrati in breve i fatti precorsi, enunciato il pensiero di andare a far parte del nuovo parlamento Sardo, si dice, essere buono consiglio, che prima di entrare in quel gran Comizio si diano pruova con un alto nuovo di coscienza politica in faccia a Dio ed agli uomini di avere votato l'unione per dritto, per senno, per utilità, per suprema legge di salute nazionale.

«Spontanei i popoli dell’Emilia e della Toscana potranno confermare il giudizio proprio col plebiscito, cui sono chiamati.

«Questo coronerà l'opera vostra, o Toscani. Voi siete tutti chiamati a gettare nell'urna il vostro voto, che in tanti modi avete espresso, con tanta solennità; con tanta ragione. Voi non smentirete in questa occasione la serena e composta dignità, colla quale da dieci mesi andate preparando i vostri grandi destini, che vi ha guadagnato le simpatie dell'Europa, ed è quella, che conviene a chi ha la coscienza del proprio dritto.

«Il suffragio, che voi gettate nell'urna è libero; non ne darete conto che a Dio e a voi stessi.»

Il 3 di marzo il Generale Fanti parti per Torino; il 2 il Cavaliere Buoncompagni scrisse a Farini, che in seguito della convocazione dei Comizii chiamati a dare una deliberazione diffinitiva sull'assetto politico delle provincie dell'Italia centrale, egli riguardava come cessate le sue funzioni di Governatore. Quei due pubblici funzionarii vollero col loro assentarsi togliere ogni sospetto di pressione morale sulla votazione.

Noi non ne daremo i dettagli; essi son troppo noti; ogni italiano vi è stato presente, peroeché seguita successivamente nelle diverse parli della Penisola, ha offerto da per tutto lo stesso carattere e la stessa fisionomia; ogni straniero ne ha inteso narrare nei diversi periodici la solennità e l'entusiasmo. Ma fu il voto libero, spontaneo, sincero? Ciascuno lo definisce secondo i proprii interessi. Egli è certo, che nella forma ha avuto tutta la solennità, tutta la spontaneità, tutta la libertà, di cui è capace; nel mistero della votazione era senza dubbio la libertà del voto, nella facoltà di andare oppur no al comizio erano la spontaneità, nell'essere le schede anonime era la garentia, che nessuno avrebbe potuto conoscere il voto di un altro, nelle forme dello spoglio e nelle autorità, cui venne affidato, autorità amministrative e giudiziarie, la sicurezza della fedeltà dell'operazione. Insomma il suffragio universale fu quale poteva essere la possibile libera manifestazione del proprio pensiero. Le obiezioni sono le stesse, che possono farsi contro qualunque ordinamento di tal natura. Chi potrebbe sapere l'agente vero della volontà nel momento di gettare la cartella nell'urna? Ma la volontà si desume dagli atti esterni, e per una necessità logica, morale, ed anche fisica si ritiene, che ciascuno ha voluto quello che ha manifestato.

Quanto poi al concorso ed al numero dei votanti, in Toscana su di una popolazione di 1,806,690 vi furono Elettori inscritti 505,873 — Di questi votarono 386.415, e si astennero 119,428. Dei votanti furono per l'annessione 366,561, furono negativi 14925, furono annullate 4959 schede:

Nell'Emilia su di una popolazione di 2,127,105 furono gl'inscritti 526,218; di questi elettori votarono 427,5 12, e si astennero 98706. Dei votanti furono per l'annessione 426,006, negativi 756, schede annullate 750.

Laonde in Toscana gli Elettori inscritti furono il 21,86 per cento della popolazione. Di essi i votanti furono il 21,17 per % della popolazione, gli astenenti il 6,59. Degl’inscritti ne votarono il 76,85 per cento, e gli affermativi relativamente alla popolazione furono il 20,29 però relativamente ai votanti furono il 94,85 per 04.

Nell'Emilia poi gli Elettori inscritti furono il 24,73 per % della popolazione. Di essi i votanti furono il 20,09 per °„ della popolazione, e gli astenenti il 4,64 per %. Degli inscritti ne votarono l'81,24 per %, e gli affermativi relativamente alla popolazione furono il 20,02 per % relativamente ai votanti furono il 99,64 per %.

In Francia nelle tre epoche del 1848,1851. e 1852 i rapporti succennati furono i seguenti.

Nel 1848 gl'inscritti furono alla popolazione il 28,05 per %. I votanti furono il 21,28 per V. della popolazione. Degl'inscritti ne votarono il 74,66, e gli affermativi relativamente alla popolazione furono il 15,81, e relativamente ai votanti il 74,32 per %.

Nel 1851 glinscritti furono il 28 per %, della popolazione, i votanti il 23,19 per %, della stessa. Degl'inscritti ne votarono l'82,53 per % e gli affermativi furono alla popolazione il 21,16 per % ed ai votanti il 91,65 per %.

Finalmente nel 1852 gli Elettori inscritti rimasero il 28 per % della popolazione, ed i votanti ascesero al 23,25 per %, della stessa. Degl'inscritti votarono l'82,78 per  % e gli affermativi furono alla popolazione il 22,35 per % ed ai volanti il 96.01 per %.

Ora è chiaro che il numero degli elettori dipende da circostanze indipendenti dalla volontà dell'individuo. Stabilite le stesse condizioni, che determinano la capacità elettorale, è prettamente accidentale, che di tali capacità se ne trovino in un paese meno di un altro. Epperò la differenza del poco più del 3 per °io nel rapporto degli Elettori inscritti alla popolazione nell'Emilia (giacché nella Toscana questo rapporto è quasi lo stesso) dipende da cause, che non possono entrare nel calcolo del valore della votazione. Ed inoltre è chiaro, che se maggiore è il rapporto degl'inscritti alla popolazione questa circostanza influisce ancora a rendere maggiore il rapporto dei volanti e degli affermativi alla detta popolazione.

Ebbene nella Toscana il. rapporto dei volanti alla popolazione è stato quasi uguale a quello di Francia nel 1848 ed è stato del 2 per cento minore di quello, che si è verificato nel 5 t e 52. Nell'Emilia poi questo stesso rapporto è stato minore di poco più dell'uno per % del francese del 48, e minore di poco più del 3 per % di quello del 51 e 52, ma nell'Emilia abbiamo già dello, che il rapporto degl'inscritti alla popolazione era anche minore di poco più del 3 per %.

Quanto poi ai rapporti più importanti dei volanti agl'inscritti, e degli affermativi ai votanti ed alla popolazione, il primo di essi nella Toscana superò il francese del 1848 del 2,20 per % e ne fu inferiore nel 5 I e 52 del 5 e mezzo per io. I I secondo rapporto, ossia quello degli affermativi ai votanti, il toscano superò il francese del 48 del 20 per % e del 12 per % gli altri del 51 e 52. Finalmente il terzo rapporto cioè quello degli affermativi alla popolazione, il toscano superò il francese del 48 di circa il 4,50 per % e fu inferiore a quelli del 51 e 52 di meno dell'uno per %.

Nell'Emilia poi il rapporto dei volanti agl'inscritti superò il francese del 48 di circa il 6,50 per %, e ne fu superato da quelli del 51 e 52 di poco più dell'uno per cento. Il rapporto degli affermativi a'  votanti su però il francese del 48 dippiù del 25 per %. In fine il rapporto degli affermativi alla popolazione fu maggiore del francese del 48 di più del 4 per % e ne fu inferiore nel 51 e 52 di poco più dell'uno per %.

Adunque se si guarda la votazione del 1848, ch'è la più importante nelle ultime rivoluzioni politiche della Francia, la votazione dell'Italia centrale la supera, e se si guardano quelle del 51 e 52. tutto compensalo è loro uguale.

Così fu computa quell'annessione. per la quale si era tanto insistito, e circa quattro altri milioni d'Italiani si raggrupparono intorno alla Monarchia Sarda. Il 18 di marzo 1860 il Cavaliere Farini ricevuto in forma solenne dal Re gli diceva:

«Sire;

«Ho l'onore di deporre nelle mani di V. M. i documenti legali del suffragio universale dei popoli dell'Emilia. La V. M., che ne senti pietosamente le grida di dolore, ne accolga benignamente il pegno di gratitudine e di fede.

«Appagati dei legittimi voti, quei popoli. o Sire, non avranno altro desiderio, che quello di benemeritare della M. V. e dell'Italia, emulando nelle civili e nelle militari virtù gli altri popoli della vostra Monarchia costituzionale.

Ed il Re rispondeva: e La manifestazione della volontà nazionale, di cui ella mi arreca l'autentica testimonianza, è così universale e spontanea, che riconferma appieno al cospetto dell'Europa e in tempi e condizioni diverse il voto espresso altre volte dalle Assemblee dell'Emilia. Tale insigne manifestazione mette suggello alle prove d'ordine, di perseveranza, di amor patrio e di saggezza politica, che in pochi mesi meritarono a quei popoli la simpatia e la stima di tutto il mondo civile.

«Accetto il solenne loro. voto, e quindi innanzi mi glorierò di chiamarli miei popoli.

«Aggregando alla Monarchia costituzionale di Sardegna e pareggiando alle altre sue Provincie non solo gli Stati Modenesi e Parmensi, ma eziandio le Romagne, che già si erano da sé medesime segregate dalla Signoria pontificia, io non intendo di venir meno a quella devozione verso il Capo Venerabile della Chiesa, che fu e sarà sempre viva nell'animo mio. Come Principe cattolico e come Principe italiano io sono pronto a difendere quell'indipendenza necessaria al supremo di lui ministero, a contribuire allo splendore della sua Corte, ed a prestare omaggio all'alta sua sovranità.

«Il Parlamento sta per adunarsi. Questo accogliendo nel suo seno i rappresentanti dell'Italia centrale con quelli del Piemonte e della Lombardia, assoderà il nuovo regno e ne assicurerà viemaggiormente la prosperità, la libertà, e l'indipendenza.

Quindi salito sul Trono e circondato dal Principe di Carignano, dai Grandi Uffiziali della sua Corte. dai Ministri, dai Magistrati dalle autorità civili militari amministrative sottoscrisse il Decreto, col quale visto il risultamento della votazione universale, le Provincie dell'Emilia facevano parte integrante dello Stato dalla data del Decreto. Ed il Decreto aveva la data di quello stesso di. Centouno colpo di Cannone annunziarono il grande atto, che si compiva, ed il popolo accalcato nella piazza esultante, entusiasmato, acclamava al Re, all'Italia, buttava i cappelli per aria, ed in quella frenetica gioia dava a divedere, che 43 secoli di divisione non eran bastati a far perdere agl'Italiani il sentimento della loro nazionalità ed indipendenza. Alcuni altri Decreti con quella medesima data nominava 46 Senatori dell'Emilia, e convocavano i collegi elettorali delle Provincie di Bologna, Ferrara, Forlì, Massa e Carrara, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna, e Reggio pei 25 di quello stesso mese di marzo.

Due giorni (il 20 marzo) in Firenze riunivasi l'assemblea nazionale sotto la presidenza del signor Coppi. Il Barone Ricasoli, che già con lungo manifesto aveva esposto al pubblico il risultamento ed il significato del Plebiscito, lesse nell'assemblea un messaggio, che constatando il voto delle popolazioni, spiegando e comendando l'annessione, proponeva si dichiarasse sciolta l'Assemblea, comeché il governo della Toscana si spettava al Re ed al parlamento. Ed il Presidente proponeva la risoluzione seguente:

«Udito il Messaggio, col quale il Presidente dei Ministri rendeva conto di quanto il Governo della Toscana ha operato all'effetto di procurare l'adempimento del voto espresso da quest'Assemblea il dl 20 agosto 1859.»

«Considerando, che il Plebiscito pubblicato il 15 marzo stante, col quale il popolo toscano manifestava direttamente la sua volontà, mentre conferma il voto emesso dai suoi rappresentanti, viene a farne cessare l'ufficio.

«L’assemblea ringrazia il Governo, che serbando fede al principio dell'unione con una costanza maggiore di tutti gli ostacoli, felicemente lo propugnò; e si dichiara sciolta.»

La quale proposizione dopo di essere stata combattuta da Montanelli e Mangini, dal primo per le sue tendenze autonomiste, dall'altro perché riteneva, che l'assemblea dovesse rimanere sinché la Toscana non fosse costituita, fu approvata quasi all'unanimità, meno i due sopradetti Deputati ed altri due.

Il 22 di marzo Ricasoli era ricevuto dal Re in Torino nella stessa solenne forma di Farini. Le parole del Ministro e la risposta del Re esprimevano gli stessi concetti. — «Associando le sue sorti a quelle del mio regno, la Toscana non rinunzia alle gloriose sue tradizioni, ma le continua e le accresce, accumunandole a quelle di altre nobili parti d'Italia. �"» Il Decreto di annessione ebbe la data del 22 marzo, la sua sottoscrizione fu annunziata dall'istessa salva, e fu accolta dall'istessa gioia e dagli stessi applausi. I collegi elettorali toscani erano convocati pel 25 marzo, il Barone Ricasoli riceveva il collare dell'annunziata, ed il Parlamento era convocato pel 2 di aprile.

Il Principe di Carignano fu nominato con un Decreto del 25 marzo Luogotenente in Toscana. Quel Decreto è un Decreto organico pur quella Provincia. Firenze è un centro di amministrazione, e vi risiede un Governatore generale, che ha sotto la sua dipendenza sei Direttori dell'Interno, di Grazia e Giustizia, degli Affari Ecclesiastici, delle Finanze, del Commercio e di Lavori pubblici, e della Pubblica Istruzione: 11 29 di marzo il Re diresse un proclama ai Popoli dell'Italia centrale. I veli delle popolazioni erano alla fine esauditi, e grande benefizio ne veniva alla Patria ed alla civiltà. Però bisogna perdurare nelle virtù, splendidamente mostrate. Il patto che lega il Principe ai popoli è patto indissolubile di onore verso la Patria comune e la civiltà universale.

Il 29 di marzo il Principe di Carignano si recò in Firenze. Si ripeterono gli stessi applausi, le istesse manifestazioni. In quel medesimo giorno il Principe pubblicò un proclama, che conteneva ciò, che ordinariamente sogliono contenere documenti di tal fatta. Vi furono quindi i ricevimenti officiali, tra i quali quello di Monsignore Arcivescovo di Firenze. La popolazione era in festa. La metà dell'Italia formava già uno stato solo.

Però col trattato del 24 marzo la Sardegna aveva ceduto alla Francia la Savoia e Nizza, salva l'adesione delle popolazioni e la sanzione del Parlamento, ed il Re con apposito proclama svincolava quelle popolazioni dal giuramento di fedeltà: — «Fate, terminava quel proclama, che la vostra unione alla Francia sia un legame dippiù tra due nazioni, la cui missione è di operare di concerto allo sviluppo della civilizzazione.» Napoleone aveva dichiarato, che divenuto il Piemonte potente, non potesse più tenere la chiave delle Alpi, e che se i Savoiardi ed i Nizzardi non volessero essere francesi, avrebbero formato uno Stato indipendente. Col suffragio universale dichiararono voler essere francesi.

Il 2 di aprile 1860 fu aperto il Parlamento, che conteneva i Deputati della metà dell'Italia. Il Re discorre dei grandi fatti avvenuti ed esprime sentimenti di gratitudine a chi vi ha cooperato. Manifesta il rincrescimento di avere dovuto cedere la Savoia e Nizza; poi soggiugne:

«Fermo come i miei maggiori nei animi cattolici e nell'ossequio al Capo supremo della Religione, se l'Autorità Ecclesiastica adoperi armi spirituali per interessi temporali, io nella secura coscienza e nelle tradizioni degli Mi stessi troverò la forza per mantenere intera la libertà civile e la mia autorità, della quale debbo ragione a Dio solo ed ai miei popoli.

Accenna poi che le provincie dell'Emilia hanno avuto ordinamento conforme a quello delle antiche, ma che nella Toscana era stata necessaria una temporanea provvisione particolare.

E termina:

«Nel dar mano agli ordinamenti nuovi, non cercando nei vecchi partiti che la memoria dei servigi resi alla causa comune, Noi invitiamo a nobile gara tutte le sincere opinioni per conseguire il sommo fine del benessere del popolo e della grandezza della Patria, la quale non è più l'Italia dei Romani né quella del Medio Evo.

«Non dev'essere più il campo aperto alle ambizioni stranieri, ma dev'essere bensì L'ITALIA DEGL'ITALIANI.

Intanto a Bologna si pubblicava dal Presidente della Cassazione un manifesto col quale si avvisava, che i Processi verbali delle votazioni coll'annesso elenco nominale dei votanti rimanevano esposti nella Cancelleria di quella Corte per cinque interi giorni, onde ognuno ne potesse prendere comunicazione, sia italiano o straniero.

Con codeste forme compivasi la prima annessione italiana.

FINE LA PRIMA PARTE.

 FARINI

BATTAGLIA DEL VOLTURNO (1 OTTOBRE 1860)

______________

NOTE

(1) Tornata del 17 marzo 1862.

(1) Corriere Mercantile del 21 luglio 1819, n.° 234.

(1) Il Dritto citata dal Corriere Mercantile del 23 luglio 1859, numero 237.

(1) V. la Storia della Guerra cap.33.°

(1) Storia della Guerra Cap.32.

(1) Ecco il tenore delle dette Istruzioni:

«Firenze 14 agosto 1858.

«Le riserve approvigioneranno le batterie delle fortezze, ed attaccheranno i cavalli ad una batteria da campo.

«Tosto che la truppa si sarà raccolta in sufficiente quantità, verranno prese le espresse disposizioni,.

«L'artiglieria da campo manderà subito due gubbie (scortate da un plutone del 6° battaglione) a prendere i due cannoni da campagna, che sono l'uno al Liceo, l'altro al Collegio, e saranno trasportati in fortezza di Basso. Con temporaneamente si spediranno sulla Piazza dei Pitti i bocche da fuoco, le quali scortate da un Uffiziale e 12 uomini di cavalleria, entreranno da Porta Romana nel Giardino dei Boboli.

«Il distaccamento di artiglieria da Piazza, che trovasi in Belvedere, finirà d'approvvigionare le batterie del forte, e si terrà pronto ad agire, appena se ne presenti il bi Sogno.»

Accenna poi a tre colpi di cannone, che saranno tirati dal Forte Belvedere, e soggiunge:

«Appena inteso questo segnale i cannonieri di Piazza vanno ai pezzi tanto alle batterie di Fortezza da Basso quanto a quelle di Belvedere, e quelli di Campo ed i Conduttori stanno attendendo ordini. Qualunque cosa sia per succedere il sottoscritto ritiene, che in questo frangente in cui va ad impegnarsi l'onore dell'armata tutta, Uffiziali, Sottuffiziali, e Soldati sapranno ben fare il loro dovere, dando luminose prove del loro attaccamento alla sacra persona del nostro augusto Monarca. «FERRARI DA GRADO

Tenente Generale.

Altre istruzioni concernono il collocamento delle truppe nei diversi punti della Città e gli ordini, perché ogni militare si rechi immediatamente al posto assegnatogli non appena udito il segnale stabilito. Queste si riportano alle l e istruzioni precedenti,

(1) La Nazione di Firenze riferita dal Corriere Mercanlile del 21 agosto 1859, n.° 309.

(1) La Nazione di Firenze citata dal Corriere Mercantile del 26 agosto 1859, n.° 314.

(1) Dopo la pace di Villafranca le popolazioni delle Romagne sentirono e manifestarono il bisogno di pronunziare i loro voti e le loro speranze al cospetto dell'Europa. A tale effetto fu costituito un Comitato pel voto nazionale e formolata una dichiarazione dei popoli delle Romagne a Napoleone III ed a Pittori. o Emmanuele II, nella quale concisamente si espressero i voti delle popolazioni romagnole. A questa dichiarazione vennero opposte le 82,145 firme, di cui parla la relazione, ed è notevole, che nel rapporto diretto da quel Comitato al governatore generale si fa osservare, che molti impiegati si credettero tranquilli nel ricusare la loro firma alla dichiarazione, e di questo dritto usarono perfino individui stipendiati da uomini in carica e da dipendenti dai membri dello stesso Comitato. Mentre per lo contrario vi furono proprietarii, che minacciarono discacciare dal loro servizio quei dipendenti, che avessero sottoscritto, e dei Vescovi col Clero, che rifiutarono l'assoluzione nelle confessioni ai soscrittori.

Le milizie per la disciplina militare ebbero il divieto di sottoscrivere, e non sottoscrissero neppure molti giovani, che trovavansi in servizio nel Piemonte. Mancavano inoltre alcune liste nel tempo dell'invio del rapporto, onde questo constata, che con le sopradette aggregazioni la cifra delle soscrizioni avrebbe raggiunto il num. di 100 mila.

(1) 225 Comunità hanno deliberato adesivamente — abit 1,658,571

20 Comunità non hanno emessa veruna deliberazione — abit.138,148

1 Comunità ha deliberato negativa 10,218

246 Comunità — Abit.1,806,910

(1) Vcdasi la memoria consegnata a lord Castelreagh nel mese di settembre 1314 dal Conte d'Agliè Ministro di S. N. il Re di Sardegna a Londra.

(1) ll Corriere Mercantile — settembre 1839, num.339.

(Corriere Mercantile di settembre 1839 n.426.

(1) Corriere Mercantile del 30 deeembre 1839, numero 472.

INDICE

ILe prime impressioni dell Trattato di Villafranca in Piemonte ed in Toscana 1
II Impressione dell'Armistizio nelle Romagne; nei Ducati 13
III Fase diplomatica della questione Italiana dopo i preliminari di Villafranca in Lombardia 23
IV La Toscana — Cessazione del Governo Piemontese32
V Il Ducato di Modena — Le Romagne — Parma 43
VI Il Ducato Modena e la Toscana dopo cessato il Governo Piemontese  53
VIIProsieguo degli atti dell’Assemblea nazionale Toscana L’assemblea Modenese61
VIIILa Costituzione Romagnola L'annessione delle Romagne 76
IX Il Ducato di Parma e Piacenza   87
X La Toscana dopo proclamata l'annessione. Deputazione Toscana in Torino95
XI Continuazione — Feste in Toscana — Modena Parma dopo l'annessione 106
XII La Deputazione delle Romagne in Monza — Allocuzione del Papa — Memorandum del Governo Romagnolo114
XIII Il Governo piemontese ed il resto dell’Italia entrale 123
XIV Opinioni de’ Gabinetti di Europa sull'assestamento d’Italia — Il Congresso135
XV Continuazione — Altra pressione diplomatica —  Assemblee nazionali italiane143
XVI Muova fase della questione Italiana — Il Papa ed il Congresso�"Prime voci del suffragio universale157
XVII Il Plebiscito — L'annessione — Il Parlamento Italiano 167





















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